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La propaganda del Cremlino in Europa non parla solo russo. L’opinione di Cristadoro

La rete della propaganda russa in Occidente potrebbe essere meno efficace se non trovasse degli alleati proprio tra gli Occidentali. In prima linea tra le “armate cognitive” che combattono sul fronte – o forse dovremmo dire “sulla fronte”, dato che stiamo parlando di attacchi sferrati sul campo di battaglia del sistema limbico del cervello umano –  troviamo schierate le nuove destre europee. Mosse da un coacervo ideologico, accanto a forme eclatanti di smaccata propaganda, lanciano sistematicamente “droni subliminali” che colpiscono la “pancia” degli individui piuttosto che la loro sfera razionale. Questi movimenti politici sono attratti dal nazionalismo propugnato da un Cremlino in cerca di interlocutori disposti a sviluppare una forma di deep battle che non mira alla conquista delle retrovie degli avversari, ma a quella delle loro emozioni. Ecco, allora, che realtà quali il Front National francese, lo United Kingdom Independence Party (UKIP) in gran Bretagna o la Lega Nord e, recentemente, il partito di nuova costituzione Futuro Nazionale, in Italia, si schierano fianco a fianco nella battaglia condotta da Mosca per indebolire il sostegno alle sanzioni erogate dall’Unione Europea all’indomani della crisi sfociata in guerra tra la Russia e l’Ucraina. E certamente Putin non perde occasione di alimentare in ogni forma e con ogni mezzo i partiti simpatizzanti della sua condotta politica, i cui leader non mancano di rendere lustro alla sua immagine, più che alla Russia stessa. Non possiamo dimenticare la foto di Matteo Salvini che indossava una maglietta con il ritratto del presidente russo o sempre lui che, in tempi non sospetti affermava “Russia Unita è un partito fratello della Lega”, come riportato sulle colonne del quotidiano Libero del 20/12/2015: “Salvini vola in Russia da Vladimir Putin. Colpo di teatro: si presenta dallo zar con questa maglietta”.

Tutti  i leader dei partiti europei di orientamento nazional-populista, in un modo o nell’altro, sono diventati una potente cassa di risonanza in ambito europeo, sensibili alle azioni degli agenti di influenza del Cremlino. Un esempio di uno strumento efficace impegnato in tali attività è la testata RT (ex Russia Today), che sovente invita esponenti di spicco della destra “sovranista”, entusiasti di aderire alla linea editoriale del canale satellitare nelle interviste che rilasciano. Sebbene, in seguito all’invasione dell’Ucraina, Marine Le Pen abbia mitigato le strenue posizioni di sostegno alla politica di Mosca, la presidente del Front National è stata più volte ospite delle istituzioni russe, o invitata nel paese dai rappresentanti di Russia Unita, ed è stata a lungo una presenza fissa sia delle televisioni satellitari come Russia Today che della radio Voce della Russia.

In queste operazioni che rafforzano il pensiero divulgato dai Russi, l’humus in cui affonda le radici la propaganda sono l’anti-americanismo e l’euroscetticismo. Se da un lato, tuttavia, il sentimento di ostilità nei confronti degli Stati Uniti si è attenuato, almeno finché perdura l’atteggiamento “amicale” esibito da Trump nei confronti di Putin, l’odio verso Bruxelles è costantemente alimentato dalle narrazioni di Mosca.

E le narrazioni confezionate dai grandi artefici della propaganda, in verità, sono orientate “a tutto campo”, senza distinzione per il colore politico dei gruppi-obiettivo individuati, cercando indistintamente consensi tra le rappresentanze di estrema destra e di estrema sinistra in tutta l’Europa. La narrazione incentrata sulla necessità della “denazificazione” dell’Ucraina, in tempi non sospetti attecchiva nei cuori dei nostalgici dell’Unione Sovietica, impermeabili al fatto che le politiche putiniane non guardavano tanto al retaggio culturale dei soviet, quanto al recupero di quella dimensione storica della Russia che, non a caso, lo ha fatto definire con l’appellativo di “zar”. Un esempio in tal senso è offerto dall’aver trovato un interlocutore affidabile anche nel partito della sinistra radicale Syriza, in Grecia, quando si era affermato come partito di governo. I rappresentanti principali del partito, infatti, individuarono delle significative affinità con l’ideologia e la politica dell’establishment russo. In occasione di una visita a Mosca nel maggio 2014, Alexis Tsipras, all’epoca Primo Ministro, non mancò di denunciare l’Ucraina per l’ospitalità che formazioni neo-naziste troverebbero agevolmente nel tessuto politico di Kiev.

Torniamo in Italia e ai giorni nostri. Se prendiamo in esame diversi sketch di Maurizio Crozza nel suo programma Fratelli di Crozza, possiamo cogliere un fenomeno di tipologia narrativo-propagandistica piuttosto sottile e preoccupante perché subdolo. Consideriamo, a titolo esemplificativo, il monologo “Il petrolio potrebbe arrivare presto ai massimi storici. Cosa ci aspetta?”, costruito su un confronto tra Franco Bernabè e Marco Travaglio sul tema del gas russo e dei costi del petrolio in seguito al blocco dello Stretto di Hormuz, estrapolato  dalla trasmissione Otto e mezzo condotta da Lilli Gruber su La 7. Decontestualizzando il confronto dialettico tra le autorevoli figure in questione, il noto comico genovese fa alcune considerazioni sugli aggravi derivanti dal caro-benzina che affligge il nostro Paese. Sostanzialmente Crozza sostiene che dovendosi destreggiare tra la dittatura teocratica ortodossa di Putin e quella islamica degli ayatollah, vale la pena “farsi furbi”. In che modo? È semplice. Piuttosto che pagare a caro prezzo il petrolio di Teheran è meglio rivolgersi verso l’acquisto del prodotto russo.

Si impongono, allora, alcune riflessioni. Innanzitutto, emergono numerose “sponde” offerte alle tesi del giornalista Marco Travaglio, da sempre sostenitore di una apertura verso il Cremlino per diverse ragioni; in primis, per una resa incondizionata dell’Ucraina in nome di un pacifismo generalista e irrazionale; nondimeno, per motivi di natura politica-economica, reiterando il principio della necessità di acquistare il gas russo in nome del nostro interesse nazionale. Travaglio, dunque, si pone su posizioni molto vicine a quelle dei partiti di Salvini e di Vannacci, che sugli stessi presupposti di natura economica, motivano l’opportunità di lasciare l’Ucraina al proprio destino. Viene da dire: “quando gli opposti si attraggono”. Certamente tra le posizioni ideologiche dei due esponenti politici e quelle del giornalista in parola c’è un abisso e, tuttavia, le conclusioni cui addivengono sono le stesse.

Riprendendo il ragionamento di Crozza, se è vero che gli aspetti etici destano un interesse marginale nel pensiero delle masse, per contro nulla è più efficace di un messaggio che oltre a colpire le “menti” o la “pancia” o i “cuori” che dir si voglia, fa leva sulla vulnerabilità delle “tasche” di un popolo. Sotto questo aspetto l’Italia è molto, molto sensibile ai messaggi abilmente divulgati dalle “casse di risonanza” del Cremlino, quando pizzicano le corde del benessere individuale degli Italiani; individuale, si badi bene, non necessariamente collettivo. L’aspetto veramente interessante e, come detto, preoccupante va ascritto alle potenzialità di una cassa di risonanza – consapevole o meno di essere tale, vogliamo dargli il beneficio del dubbio – del calibro di un comico come Maurizio Crozza. Infatti, se si può essere aprioristicamente refrattari alla divulgazione attuata da esponenti dell’una o dell’altra compagine politica, ricusandone i messaggi sulla base della propria ideologia, più difficile risulta mantenere la lucidità e l’attenzione necessarie per non cadere nella trappola della propaganda, quando la verve di un comico guardato per rilassarsi, contribuisce a far abbassare le difese psichiche che salvaguardano il nostro spirito critico.

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Decreto accise, la maggioranza sopprime quattro norme dopo interlocuzioni con il Quirinale: il testo dovrà tornare al Senato

La maggioranza, che aveva reso il decreto Accise l’ennesimo “omnibus” sgradito al Colle, torna sui propri passi e presenta quattro emendamenti soppressivi al decreto accise, attualmente all’esame della Camera dopo il via libera del Senato. Tra le norme destinate a essere cancellate c’è anche l’estensione alle telecomunicazioni del divieto di telemarketing aggressivo, introdotta durante l’esame parlamentare del provvedimento. La decisione arriva dopo interlocuzioni con gli uffici legislativi del Quirinale. Le disposizioni inserite nel corso dell’iter parlamentare sarebbero infatti state considerate estranee rispetto all’oggetto del decreto legge, che riguarda le misure urgenti legate all’andamento dei prezzi petroliferi causa guerra in Iran.

Non è la prima volta che la maggioranza incontra ostacoli su questo fronte. Una norma analoga sul telemarketing era già stata inserita durante l’esame del precedente decreto Accise, salvo poi essere ritirata proprio per problemi di estraneità di materia.

Oltre alla disposizione sul teleselling, gli emendamenti soppressivi riguardano anche misure relative alla mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico e alla tutela delle minoranze linguistiche. Relatrice e governo hanno espresso parere favorevole alle modifiche.

Se approvate dall’Aula della Camera, le soppressioni comporteranno un nuovo passaggio del provvedimento al Senato per la terza lettura. L’episodio rappresenta l’ennesimo richiamo alla necessità di mantenere un nesso diretto tra il contenuto dei decreti-legge e le norme introdotte durante l’esame parlamentare, un tema sul quale il Quirinale e la Corte costituzionale hanno più volte richiamato il Parlamento negli ultimi anni.

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VIETNAM, POLIZIA RECUPERA QUASI 400 GATTI DESTINATI ALLA MACELLAZIONE

In Vietnam, quasi 400 gatti vivi, molti dei quali rubati ai loro custodi, sono stati salvati a Ho Chi Minh City durante un’operazione di polizia che ha smantellato una rete criminale dedita al traffico di carne di gatto nel paese. Lo zoo di Saigon ha diffuso le foto dei gatti salvati durante il blitz della scorsa settimana, che ha portato all’arresto di nove persone che hanno confessato di aver intrappolato centinaia di gatti negli ultimi tre anni, secondo un rapporto della polizia di Ho Chi Minh City. Giovedì scorso, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un parcheggio della città, dove hanno trovato 45 gabbie contenenti i 400 gatti vivi, oltre a quattro scatole contenenti altri 80 gatti morti conservati nel ghiaccio. Secondo le indagini preliminari, almeno due volte a settimana la banda vendeva un lotto di gatti a circa 2,80 dollari al chilogrammo, dopodiché gli animali sarebbero stati trasportati in varie località del paese. Nel frattempo, lo zoo di Saigon pubblica quotidianamente su Facebook le foto degli animali salvati, molti dei quali sono sotto la sua cura, per aiutarli a ricongiungersi con i proprietari. L’ong Humane World for Animals ha fatto sapere che 40 gatti sono già stati reclamati dai loro proprietari e circa 260 rimangono sotto la custodia della polizia, tra cui diversi nati dopo il salvataggio e alcune femmine gravide.

(Foto Humane World for Animals Viet Nam)

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Bastoni, il Real Madrid fa sul serio: l’Inter fissa il prezzo a 70 milioni

Alessandro Bastoni torna al centro delle attenzioni del calcio spagnolo. Dopo l’interesse manifestato nei mesi scorsi dal Barcellona, ora è il Real Madrid a guardare con forza al difensore dell’Inter. I contatti tra i due club si sono intensificati nelle ultime settimane, anche grazie ai recenti incontri avvenuti tra le dirigenze nerazzurra e madridista.

Secondo quanto riporta La Gazzetta dello Sport, durante il viaggio in Spagna per il “Corazon Classic Match”, la partita benefica tra le leggende delle due società disputata al Santiago Bernabeu, il presidente del Real Florentino Perez e quello dell’Inter Beppe Marotta avrebbero avuto modo di confrontarsi anche sul nome di Bastoni. Al club milanese sarebbe stato comunicato il forte gradimento dei blancos per il difensore azzurro.

La posizione dell’Inter, però, resta chiara. Bastoni ha un contratto fino al 2028 ed è considerato uno degli elementi più importanti della rosa. Per questo motivo il club valuta il giocatore non meno di 70 milioni di euro, la stessa cifra richiesta quando sul difensore si era mosso il Barcellona. Pur ritenendolo un pilastro, l’Inter non esclude una cessione di fronte a un’offerta ritenuta adeguata. Un’eventuale operazione di queste dimensioni garantirebbe infatti risorse significative da reinvestire sul mercato e porterebbe a una revisione dei piani estivi della società.

Dal canto suo, il Real Madrid considera Bastoni un profilo ideale per rinforzare il reparto arretrato. Oltre alla sua duttilità tattica, pesa l’esperienza accumulata nelle competizioni europee, con 61 presenze complessive tra Champions League ed Europa League. Al momento però si tratta ancora di un interesse e non di una trattativa vera e propria. Inoltre, la decisione finale sul possibile investimento dovrebbe spettare anche a José Mourinho, appena tornato sulla panchina madridista.

Resta però caldo l’asse tra Milano e Madrid, già percorso nelle scorse settimane dall’operazione che ha portato Denzel Dumfries verso la capitale spagnola. Per l’Inter, un’eventuale partenza di Bastoni aprirebbe inevitabilmente nuovi scenari. Tra i nomi seguiti per la difesa resta quello di Oumar Solet dell’Udinese, ma un’uscita del centrale azzurro costringerebbe il club a intervenire ulteriormente sul mercato per rinforzare la difesa di Cristian Chivu.

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“C’è stato un tentativo di trascinarci nella corrida su Garlasco, tra pro-Sempio e pro-Stasi. Io mi chiamo fuori da tutto questo”: l’intervento di Alberto Matano a La Vita in Diretta

Il caso Garlasco ha invaso, ormai da tempo, la scena mediatica, creando numerose polemiche anche tra giornalisti e conduttori, in una sorta di “guerra tra bande” che ha peggiorato ulteriormente il clima. Nei giorni scorsi la youtuber Bugalalla (Francesca Bugamelli) ha diffuso una telefonata intercettata dai carabinieri di Moscova, inserita nell’informativa della nuova indagine, tra la giornalista Lucilla Masucci, inviata de “La Vita in Diretta“, e Angela Taccia, legale e amica di Andrea Sempio.

L’avvocatessa presenta la giornalista a una parente di Sempio come una persona che “protegge Andrea”, non solo nella narrazione ma anche informandola, per esempio, della presenza di Fabrizio Corona in città o sul luogo di lavoro dell’indagato. Masucci per circa undici minuti parla con la donna per convincerla a rilasciare un’intervista “pro-Sempio” per rafforzare la sua immagine nei confronti dell’opinione pubblica. Spiega di credere nell’innocenza dell’indagato ma il tentativo non va in porto e l’intervista non viene realizzata.

Intercettazione che è diventata molto presto virale sui social, per questa ragione Alberto Matano, conduttore de “La Vita in Diretta“, è intervenuto sul finale della trasmissione, approfittando della presenza in studio dell’avvocato Antonio De Rensis, evitando però riferimenti diretti alla polemica: “Come sapete noi facciamo cronaca e raccontiamo la realtà. In queste ore c’è un tentativo di trascinarci nella corrida su Garlasco, tra pro-Sempio e pro-Stasi e tutto quello che ne consegue. Io mi chiamo fuori da tutto questo. Il nostro rapporto è un rapporto trasparente, onesto e libero, come voi che ci seguite sapete”, questa la sua precisazione.

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Mafia, al processo Baiardo Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta

Al processo contro Salvatore Baiardo, in corso nell’aula 28 del Tribunale di Firenze, Paolo Berlusconi si è presentato a testimoniare declinando le sue generalità in collegamento in differita e accompagnato dal suo avvocato (autorizzato a presenziare senza poter interagire dalla presidente del collegio Anna Favi) e ha inviato prima dell’udienza una nota dei suoi difensori nella quale chiede di astenersi dalla testimonianza ex art. 199 codice procedura penale perché prossimo congiunto di Silvio Berlusconi, in passato indagato nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Poi stralciato mentre Marcello Dell’Utri è stato archiviato con decreto del Gip su richiesta dei pm. Il pm Lorenzo Gestri si è opposto sostenendo che non c’è nella norma questa possibilità perché Silvio Berlusconi non è imputato nel presente processo. E fu stralciato dall’indagine per morte nel 2023. Mentre il processo in corso nasce da un’ulteriore stralcio effettuato da quel procedimento per il solo Salvatore Baiardo. Il difensore si Baiardo, avvocato Ventrella ha chiesto che la richiesta sia accolta. Il tribunale si è riservato e ora è in corso la camera di consiglio per decidere. Paolo Berlusconi era stato chiamato a deporre sulle circostanze di un incontro nella sede del quotidiano Il Giornale a Milano avvenuto il 14 febbraio del 2011 proprio con Salvatore Baiardo. Il giudice alla fine ha però deciso perchè la testimonianza si debba fare. Il tribunale, infatti, ritenuto che l’articolo 199 prevede la facoltà di astensione dei soli prossimi congiunti dell’imputato e che il prossimo del teste in questione (cioè Silvio Berlusconi fratello di Paolo) è stato sì indagato nel procedimento principale dal quale è stato separato l’imputato Baiardo ma questa circostanza “non rileva” perché Silvio Berlusconi non è mai stato indagato per i reati oggetto di questo processo ed è stato invece indagato per altri reati per i quali è peraltro stato archiviato.

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ANBI, sospesa l’irrigazione nel delta del Po: l’ingressione marina supera le barriere antisale

ANBI, Giornata Mondiale contro desertificazione e siccità: sospesa l’irrigazione nel delta del Po per l’ingressione marina che supera le barriere antisale

Da un paio di giorni, al rilevamento di Pontelagoscuro nel Ferrarese, la portata del fiume Po è inferiore alla soglia critica di 450 metri cubi al secondo, oltre la quale anche le barriere antisale perdono efficacia nel contenimento del cuneo salino. Conseguentemente il Consorzio di bonifica Delta del Po comunica di dover limitare o sospendere parzialmente le derivazioni irrigue e le prese d’acqua nei tratti più esposti al fenomeno lungo i rami del Grande Fiume nel proprio comprensorio. L’intrusione marina, infatti, ha già raggiunto distanze significative nell’entroterra, superando i limiti di tollerabilità per l’uso irriguo, giacchè l’impiego di acque con elevati livelli di salinità comporta un alto rischio di contaminazione dei suoli e danni irreversibili alle colture.

Sta accadendo quanto da tempo paventato a causa del diverso manifestarsi degli eventi atmosferici, dell’insufficiente manto nevoso in quota e dell’anticipato caldo estivo con le correlate necessità colturali“, commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI). “Il timore è che quanto si sta registrando in Polesine sia prologo ad una situazione d’emergenza idrica, interessante l’importante areale dell’agroalimentare nell’Italia Settentrionale, già colpito dalla grande siccità del 2022; da allora tale fenomeno è costato annualmente 4 miliardi di euro all’economia del sistema Paese.”

La differenza rispetto a quattro anni fa è la finora buona condizione idrica dei grandi laghi, che stanno però rapidamente scendendo sotto il livello medio“, aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI. “Questo conferma, però, la determinante importanza di dare concretezza al Piano Nazionale Invasi Multifunzionali, da noi proposto con Coldiretti per aumentare la capacità di trattenere acqua sul territorio, aumentando la resilienza delle comunità. L’insufficiente numero di bacini ha quest’anno lasciato scorrere una grande quantità d’acqua, che ora rimpiangiamo”.

In una lettera alle Organizzazioni Professionali Agricole, il Consorzio di bonifica Delta del Po chiede di sensibilizzare le aziende associate, affinché adottino tutte le misure di emergenza possibili, tra cui: modificare i turni irrigui, adattandoli alle limitazioni dovute dalla contingente situazione; privilegiare, ove possibile, metodi di irrigazione localizzata e ad alta efficienza; monitorare costantemente la disponibilità d’acqua nelle prese più vicine. Il personale tecnico ed operativo dell’ente consortile sta monitorando l’evoluzione del fenomeno. ANBI, unitamente all’hub europeo Radarmeteo/Hypermeteo, presenterà in conferenza stampa, lunedì 22 Giugno prossimo nella propria sede a Roma, i dati del consolidamento di nuovi scenari climatici sull’Italia.

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Brembo punta sull’India: nuova joint venture per ABS moto

Brembo firma una joint venture con Ningbo SAFE per produrre ABS moto in India, il più grande mercato mondiale delle due ruote.

Brembo rafforza la propria presenza nel più grande mercato mondiale delle due ruote con una joint venture dedicata alla produzione locale di sistemi ABS per motociclette. L’accordo con la cinese Ningbo SAFE Brakes Systems porterà alla nascita di BRSF Active Safety Solutions, nuova società controllata al 60% dal gruppo italiano e focalizzata sull’assemblaggio e sulla fornitura di ABS per il mercato motociclistico indiano. È una mossa industriale rilevante perché intercetta una domanda in crescita di sicurezza attiva in un Paese dove circolano fino a 25 milioni di veicoli a due ruote e dove l’evoluzione normativa e tecnologica sta spingendo i costruttori verso soluzioni frenanti più avanzate.

La scelta dell’India non è casuale. Il mercato locale delle due ruote è il più grande al mondo per dimensioni e resta uno dei più strategici per l’intera filiera della componentistica. Motocicli e scooter rappresentano una quota essenziale della mobilità quotidiana, con volumi molto elevati e un progressivo aumento dell’attenzione verso sicurezza, qualità e affidabilità. Per un gruppo come Brembo, già presente nel Paese, rafforzare la produzione locale significa avvicinarsi ai costruttori, ridurre la dipendenza da catene logistiche esterne e posizionarsi in anticipo su una domanda destinata a crescere.

La nuova società opererà a Chakan, nell’area di Pune, uno dei principali poli industriali indiani per auto e motocicli. L’impianto sarà vicino allo stabilimento Brembo India, un dettaglio che segnala la volontà di costruire una piattaforma produttiva integrata e più efficiente. Il progetto prevede linee di assemblaggio automatizzate e dedicate, pensate per garantire qualità, ripetibilità dei processi e capacità di adattamento ai volumi. In una prima fase saranno impiegate circa 50 persone, con possibilità di crescita progressiva in base all’aumento della produzione e alla localizzazione della catena di fornitura.

L’operazione unisce competenze complementari. Brembo porta esperienza globale nei sistemi frenanti, posizionamento premium e conoscenza del mercato indiano attraverso il marchio BYBRE, già rivolto alle due ruote. Ningbo SAFE Brakes Systems, invece, aggiunge competenze specifiche negli ABS per motocicli, settore in cui è indicata come leader in Cina. L’obiettivo è offrire ai costruttori un partner unico per componenti e soluzioni frenanti avanzate, con una base industriale capace di rispondere alle esigenze locali.

La joint venture produrrà sistemi ABS a singolo canale e ABS a doppio canale, coprendo così fasce diverse del mercato. È un elemento importante in India, dove il settore delle due ruote è molto articolato: accanto ai modelli più accessibili crescono motociclette di cilindrata superiore, scooter evoluti e veicoli destinati a clienti più attenti a tecnologia e prestazioni. La capacità di offrire soluzioni differenziate può aiutare Brembo e il partner cinese a entrare in più segmenti, sostenendo sia i modelli di grande volume sia quelli a maggiore contenuto tecnico.

Dal punto di vista industriale, la scelta di produrre in India risponde a una tendenza ormai consolidata: le grandi aziende della componentistica devono localizzare tecnologie e forniture nei mercati ad alto potenziale. Non basta più esportare componenti finiti; serve costruire presenza produttiva, trasferire competenze, sviluppare fornitori locali e ridurre i costi complessivi. Questo vale ancora di più per un prodotto come l’ABS, che deve combinare sicurezza, affidabilità, controllo elettronico e compatibilità con le piattaforme dei diversi costruttori.

La sicurezza è il vero motore strategico dell’accordo. Nei mercati maturi, l’ABS è ormai una dotazione consolidata; nei Paesi ad altissimi volumi come l’India, la sua diffusione rappresenta invece un passaggio decisivo per alzare gli standard della mobilità su due ruote. Per i produttori locali, adottare sistemi più evoluti significa rispondere a normative più stringenti, migliorare la percezione dei propri modelli e aumentare il valore tecnico dell’offerta. Per i consumatori, il beneficio potenziale è diretto: maggiore controllo in frenata e riduzione del rischio in condizioni critiche.

Le parole di Andrea Paganessi, Chief Operating Officer della Motorcycle GBU di Brembo, chiariscono il senso dell’operazione: sostenere l’evoluzione degli standard di sicurezza per motocicli in India attraverso produzione locale e capacità industriali. Anche Hill Shan, fondatore di Ningbo SAFE Brakes Systems, insiste sul tema dell’operatività localizzata, indicando nella qualità e nell’affidabilità i cardini della nuova piattaforma produttiva. Sono dichiarazioni utili perché spostano l’accordo dal piano finanziario a quello industriale: l’obiettivo non è solo entrare in un mercato grande, ma costruire un presidio produttivo stabile.

Per Brembo, la joint venture può rafforzare il ruolo del marchio BYBRE nella fornitura ai costruttori di motociclette. Il gruppo italiano non guarda soltanto alla fascia alta, ma a un mercato dove la crescita dei volumi passa anche da soluzioni tecnologiche scalabili e adatte a modelli più accessibili. In prospettiva, la nuova società potrà introdurre prodotti più avanzati se il mercato e le norme lo richiederanno, mantenendo una struttura industriale flessibile.

L’accordo resta soggetto alle consuete approvazioni delle autorità competenti, ma indica già una direzione precisa. L’India è destinata a diventare sempre più centrale nelle strategie globali della componentistica per due ruote. Con questa operazione, Brembo rafforza il proprio posizionamento in un mercato ad alto volume e costruisce una base per accompagnare la crescita della sicurezza attiva nei motocicli. È un investimento industriale che lega produzione, tecnologia e filiera locale, in un settore dove la competitività si misurerà sempre più sulla capacità di rendere accessibili soluzioni avanzate a milioni di utenti.

Scheda

Aziende coinvolte: Brembo e Ningbo SAFE Brakes Systems
Nuova società: BRSF Active Safety Solutions
Tipo di operazione: joint venture
Quota Brembo: 60%
Mercato di riferimento: motociclette in India
Prodotto: sistemi ABS per motocicli
Soluzioni previste: ABS a singolo canale e doppio canale
Sede produttiva: Chakan, Pune, India
Occupazione iniziale: circa 50 persone
Obiettivo industriale: assemblaggio locale e fornitura ai costruttori
Marchio coinvolto: BYBRE
Mercato indiano due ruote: fino a 25 milioni di veicoli
Stato dell’operazione: soggetta ad approvazioni delle autorità competenti

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I centri commerciali sono le nuove piazze della socialità romana

A Roma i centri commerciali non sono più soltanto luoghi dove si va a comprare qualcosa: sono diventati spazi dove si va a stare. È un cambiamento silenzioso, quasi sotterraneo, ma evidente a chiunque osservi con attenzione i flussi, i ritmi, le nuove abitudini dei romani. La città eterna, con i suoi quartieri che si allungano e si sfilacciano, ha trovato nei mall una sorta di rifugio urbano, un luogo dove il tempo scorre in modo diverso, più controllato, più morbido, più prevedibile.

Passeggiando dentro Porta di Roma, ad esempio, si percepisce subito che la logica del “vado, compro, torno a casa” è ormai superata. Le persone non attraversano gli spazi: li abitano. Si fermano nelle piazze interne, si siedono ai tavolini, lavorano con il portatile, aspettano i figli che escono dal cinema, partecipano a un evento, guardano un’esibizione improvvisata. È come se il centro commerciale avesse assorbito una parte della vita pubblica che altrove fatica a trovare un contenitore adeguato.

Il fenomeno è ancora più evidente al Romaest, dove la presenza di palestre, centri medici, coworking e servizi alla persona ha trasformato il mall in un micro‑quartiere coperto. Qui non si viene solo per acquistare, ma per fare una visita, allenarsi, studiare, incontrare qualcuno.

Un ecosistema che si autoalimenta

È un ecosistema che si autoalimenta: più servizi ci sono, più tempo si trascorre; più tempo si trascorre, più il centro commerciale diventa un punto di riferimento quotidiano. E così, senza proclami, i mall romani hanno iniziato a somigliare “terzi luoghi”, quei luoghi informali e sociali che non sono né la casa (il primo posto) né il luogo di lavoro (il secondo posto). Sono quindi spazi dove le persone si riuniscono per socializzare, condividere idee e creare legami sociali significativi

Il cibo, poi, è diventato il vero collante di questa nuova identità. Le food court non sono più aree di passaggio, ma piazze gastronomiche dove si sperimenta, si assaggia, si socializza. Al Maximo, ad esempio, la ristorazione è ormai il cuore pulsante: cucine aperte, format internazionali, street food curato, eventi culinari che attirano pubblico anche quando i negozi sono meno affollati. Il cibo trattiene, racconta, crea atmosfera. È un linguaggio universale che trasforma il centro commerciale in un luogo di esperienza, non di semplice consumo.

Il ruolo di piattaforme digitali

Ma la vera rivoluzione, quella meno visibile, è tecnologica. I centri commerciali romani stanno diventando piattaforme digitali: app, programmi fedeltà, mappe interattive, sistemi di analisi dei flussi. Il click & collect, il servizio che permette ai clienti di acquistare prodotti online e ritirarli presso un punto vendita fisico è solo la punta dell’iceberg .Dietro c’è un lavoro di integrazione tra fisico e digitale che rende il mall un ambiente intelligente, capace di conoscere i propri visitatori, anticiparne i movimenti, personalizzare offerte e percorsi. È un modo nuovo di intendere lo spazio commerciale: non più un contenitore, ma un organismo che apprende.

E poi c’è la dimensione emotiva, forse la più sorprendente. In una città dove spesso gli spazi pubblici sono trascurati, dove la manutenzione è incerta e la sicurezza percepita è fragile, i centri commerciali offrono un senso di protezione. Famiglie con bambini, adolescenti che cercano un luogo dove stare insieme, anziani che vogliono camminare al coperto: tutti trovano nei mall un ambiente ordinato, pulito, prevedibile. È un paradosso tutto romano: per vivere la città, molti scelgono un luogo che città non è, ma che ne riproduce alcune funzioni in forma più controllata.

Nuove infrastrutture sociali

Questa nuova vita dei centri commerciali non è un ritorno agli anni d’oro del retail, ma un’evoluzione. I mall romani stanno diventando infrastrutture sociali, culturali, relazionali. Luoghi dove si intrecciano bisogni diversi: consumo, tempo libero, cura, lavoro, socialità. E mentre Roma fatica a reinventare i propri spazi pubblici, i centri commerciali lo fanno al suo posto, con una rapidità che sorprende.

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Sorelle scomparse, il falso allarme e la presunta complicità della madre. La pista del “luogo segreto”

Sono passati ormai dieci giorni dalla scomparsa di Alisya e Sarah, le due sorelline di 16 e 12 anni che hanno fatto perdere le proprie tracce. Sparite nella notte tra sabato e domenica dalla comunità in cui vivevano all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo. Gli inquirenti non escludono nessuna pista ma col passare del tempo, dopo aver scandagliato anche tutta la zona senza aver trovato segni del passaggio delle ragazze, la pista più accreditata è diventata quella della fuga volontaria. Il fidanzato di Alycia si è fatto sfuggire qualcosa parlando con gli inquirenti. Si tratta di un ragazzo 18enne egiziano che fino a pochi mesi fa era stato ospite della struttura di accoglienza di Civitella-Alfedena.

Il ragazzo è stato ascoltato nuovamente dai carabinieri nella stazione di Villetta Barrea. Il giovane, secondo quanto si è appreso, sostiene che le due si troverebbero in “un luogo segretoinsieme ad un loro parente. Nella loro cameretta, infatti, sarebbero stati trovati biglietti in codice e dagli armadi sarebbero spariti anche vestiti, trucchi ed effetti personali delle ragazze. Elementi che farebbero pensare alla fuga volontaria, ma con l’aiuto di qualcuno. Visto che le ragazze si sono allontanate in piena notte da una struttura immersa nel verde e abitata da orsi e lupi. Elemento che aveva sottolineato lo stesso fidanzato di Alisya: “Avevano paura, non si sarebbero mai allontanate da sole“. Ora si cerca di risalire a questo presunto parente, le ragazze potrebbero addirittura non trovarsi neanche più in Abruzzo, le ricerche si stanno allargando anche al Molise. Il sospetto è che ci sia la madre dietro a questa fuga organizzata. Lei infatti aveva scritto alle figlie che “avrebbe fatto di tutto per riprendersele”.

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Triste primato: Roma butta via 700 milioni di euro di cibo all’anno, mentre 250mila persone faticano a mettere insieme un pasto

Nella Capitale finiscono nella spazzatura circa 260mila tonnellate di alimenti ogni anno. Uno spreco enorme, valutato attorno ai 700 milioni di euro, che contrasta con la condizione di oltre 250mila persone alle prese con difficoltà alimentari. Il dibattito torna al centro dell’attenzione tra recupero delle eccedenze, educazione al consumo e nuove strategie contro gli sprechi.

Il paradosso della Capitale: cibo nei rifiuti e famiglie in difficoltà

Roma si trova davanti a una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte tonnellate di alimenti ancora consumabili che ogni giorno finiscono nei cassonetti; dall’altra migliaia di persone costrette a fare i conti con una spesa sempre più cara e con pasti tutt’altro che garantiti.

Le stime parlano di circa 260mila tonnellate di cibo gettate ogni anno nella Capitale. Tradotto in termini economici significa oltre 700 milioni di euro che si trasformano in rifiuti anziché in valore. Un dato che assume un peso ancora maggiore se confrontato con la situazione di circa 250mila cittadini che vivono condizioni di insicurezza alimentare.

Uno spreco che nasce soprattutto nelle abitazioni

A sorprendere è soprattutto l’origine del fenomeno. La quota più consistente non arriva da supermercati o ristoranti, ma direttamente dalle case dei romani. Acquisti impulsivi, offerte che spingono a comprare più del necessario, cattiva conservazione degli alimenti e confusione tra data di scadenza e termine minimo di conservazione contribuiscono a riempire i sacchi dell’umido. Pane, frutta, verdura, latticini e avanzi dei pasti sono tra i prodotti che più frequentemente finiscono nella pattumiera. Una perdita che pesa non soltanto sull’ambiente ma anche sui bilanci familiari, già messi sotto pressione dall’aumento del costo della vita.

Recuperare le eccedenze per trasformare il problema in risorsa

Il tema è tornato al centro del confronto promosso da CNA Roma e Slow Food Roma, che hanno rilanciato la necessità di rafforzare il recupero delle eccedenze alimentari a dieci anni dall’introduzione della Legge Gadda.

L’obiettivo è rendere più semplice e veloce la donazione degli alimenti invenduti da parte di ristoranti, mense, mercati, aziende agroalimentari e grande distribuzione. Una rete più efficiente potrebbe infatti trasformare migliaia di pasti destinati ai rifiuti in un sostegno concreto per chi si trova in difficoltà.

Sfida economica, sociale e ambientale

Il problema non riguarda soltanto Roma. In tutta l’Unione Europea lo spreco alimentare genera costi superiori ai 130 miliardi di euro l’anno. Tuttavia nella Capitale il fenomeno assume una dimensione particolare, considerando la presenza di milioni di turisti, una vastissima rete di ristorazione e una domanda crescente di assistenza sociale.

La sfida è chiara: ridurre gli sprechi e aumentare il recupero. Per riuscirci serviranno meno burocrazia, più educazione alimentare e una collaborazione stabile tra istituzioni, imprese e terzo settore. Perché il vero paradosso romano è tutto racchiuso in una domanda semplice: come può una città che butta ogni giorno centinaia di tonnellate di cibo accettare che migliaia di persone non abbiano un pasto sicuro?

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“Ronnie Wood non può avere la porta di casa rosa, deve essere nera”: la battaglia legale del chitarrista dei Rolling Stones con il comune di Londra

Non importa che tu abbia 79 anni e sia una stella mai tramontata del rock, non importa che tu ti chiami Ronnie Wood, la porta di casa tua non può essere “rosa”.
Questo succede a Londra dove il comune di Westminster, nella elegante zona a nord detta Maida Vale, non lontana dalla famosa Little Venice, ha stabilito che il chitarrista dei Rolling Stones debba ridipingere il portoncino di ingresso di casa sua perchè quel bel rosa acceso scelto è “incongruo” e “danneggia l’aspetto e l’interesse architettonico di quelle proprietà”.

L’ultimatum, infatti, non è stato recapitato solo alla stella della band britannica, ma anche ai suoi vicini di casa che, colti da estro e magari dal desiderio di contrastare le grigie giornate londinesi, avevano scelto di colorare le porte d’ingresso delle loro case a schiera con toni brillanti.
Una fonte vicina all’artista ha detto al Daily Mail che “il comune non vuole che le porte siano dipinte di colori diversi. Le vogliono tutte nere”.
E non importa neppure che Ronnie Wood abbia sborsato quasi 8 milioni di euro per comprare quella casa, con la porta rosa.
Lui e la sua famiglia, le due gemelle di 10 anni avute dall’ultima moglie, la produttrice teatrale Sally Humphreys sposata nel 2012, avevano deciso di regalarsi quel colore mantenendo il cancello che circoscrive la proprietà nero, sperando sì di aggirare le resistenze del comune.
Poi, sempre stando a quanto rivelato dalla fonte anonima, qualcuno ha “scattato una foto” della famigerata porta dichiarando che “non si può avere quel colore”. E’ stato a quel punto che Ron Wood ha fatto ricorso al council di Westminster per tenere il punto, ma ricevendo in tutta risposta un no secco: “Non puoi avere quel colore – dipingila di nero”.

“E’ fastidioso” ha commentato la fonte. Ovviamente la zona, considerati i prezzi delle case al metro quadro, è popolata di super ricchi e, non a caso, una dei vicini di casa dell’artista è Angela Allen, che si è guadagnata un Bafta, premio del cinema britannico, e anche lei ha ammesso di essere stata una delle prime ad avere ricevuto l’ordine di ridipingere la porta d’ingresso di casa sua per attenersi alle regole comunali.
Se si fosse rifiutata di farlo si sarebbe vista recapitare una multa di 35.000 euro. La sua porta era blu e così è stata per cinque anni, in attesa di ricevere la notifica dell’amministrazione con il parere dei tecnici in merito alla richiesta di lasciarla tal quale.
Insomma, in una sfilza di richiesta di colori, gran parte del vicinato ha avuto problemi con le scelte cromatiche del comune e, alla fine, ha dovuto arrendersi rinunciando alla libera espressione dell’estro.

Paint it black! #RollingStones‘ Ronnie Wood told to replace pink door #RonnieWood https://t.co/L2eSLvymOi

— MarieFranceRemillard (@MFRemillard) June 13, 2026

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Mafia & processo Baiardo, Paolo Berlusconi chiede di non testimoniare: “Sono fratello di Silvio”. Il giudice però respinge la richiesta

Al processo contro Salvatore Baiardo, in corso nell’aula 28 del Tribunale di Firenze, Paolo Berlusconi si è presentato a testimoniare declinando le sue generalità in collegamento in differita e accompagnato dal suo avvocato (autorizzato a presenziare senza poter interagire dalla presidente del collegio Anna Favi) e ha inviato prima dell’udienza una nota dei suoi difensori nella quale chiede di astenersi dalla testimonianza ex art. 199 codice procedura penale perché prossimo congiunto di Silvio Berlusconi, in passato indagato nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1993. Poi stralciato mentre Marcello Dell’Utri è stato archiviato con decreto del Gip su richiesta dei pm. Il pm Lorenzo Gestri si è opposto sostenendo che non c’è nella norma questa possibilità perché Silvio Berlusconi non è imputato nel presente processo. E fu stralciato dall’indagine per morte nel 2023. Mentre il processo in corso nasce da un’ulteriore stralcio effettuato da quel procedimento per il solo Salvatore Baiardo. Il difensore si Baiardo, avvocato Ventrella ha chiesto che la richiesta sia accolta. Il tribunale si è riservato e ora è in corso la camera di consiglio per decidere. Paolo Berlusconi era stato chiamato a deporre sulle circostanze di un incontro nella sede del quotidiano Il Giornale a Milano avvenuto il 14 febbraio del 2011 proprio con Salvatore Baiardo. Il giudice alla fine ha però deciso perchè la testimonianza si debba fare. Il tribunale, infatti, ritenuto che l’articolo 199 prevede la facoltà di astensione dei soli prossimi congiunti dell’imputato e che il prossimo del teste in questione (cioè Silvio Berlusconi fratello di Paolo) è stato sì indagato nel procedimento principale dal quale è stato separato l’imputato Baiardo ma questa circostanza “non rileva” perché Silvio Berlusconi non è mai stato indagato per i reati oggetto di questo processo ed è stato invece indagato per altri reati per i quali è peraltro stato archiviato.

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“Era un amico, speravo di non trovarlo. L’acqua limpidissima ci ha permesso di vederne il corpo”: parla il sub che ha recuperato Gianluca Benedetti alle Maldive

Tra coloro che hanno portato al recupero dei cinque sub morti nella grotta di Devana Kandu, alle Maldive, c’è anche Diego Zantedeschi, 50 anni, subacqueo italiano ed ex sommozzatore della Protezione civile. È stato lui a individuare il corpo di Gianluca Benedetti, capobarca della Duke of York e primo dei cinque dispersi a essere ritrovato. Una scoperta decisiva, perché ha consentito ai soccorritori di localizzare anche gli altri quattro sub. Per Zantedeschi la tragedia ha avuto anche una dimensione personale: Benedetti era infatti un suo amico e collega.

“Lavoravamo a stretto contatto ormai da due anni. Ero nel porto di Malé quando ci hanno avvisato che Gianluca con il suo gruppo non si trovava più, quindi io e Rashid (Mohamed, ndr), l’altro divemaster maldiviano, ci siamo organizzati e siamo andati sul luogo della scomparsa. Una volta lì, abbiamo supposto che potessero essere nella grotta”, ha raccontato Zantedeschi a Fanpage.

Il sub conosceva già quel sistema di cavità ma, precisa, “ero entrato solo nella prima camera, quella principale, che è talmente grande da permettere l’ingresso della luce e a volte non c’è neanche bisogno della torcia”. Questa volta, però, la decisione è stata quella di proseguire oltre: “L’acqua limpidissima ci ha permesso di vedere il corpo di Gianluca“.

Un ritrovamento doloroso: “Speravo di non trovarlo perché sarebbe rimasta la labile speranza di trovarlo in superficie, mentre se lo avessi trovato in grotta dopo sei ore per forza non poteva essere vivo”. Proprio quella scoperta, però, ha ristretto il campo delle ricerche, che si sono poi concentrate all’interno della cavità.

Il 50enne spiega di essere sceso con attrezzature diverse da quelle utilizzate da Benedetti e dagli altri sub e, a proposito delle ricostruzioni secondo cui il corpo del capobarca si trovasse lontano dagli altri quattro, chiarisce: “Era più vicino all’uscita, però si trovava comunque nella seconda camera e non era neanche vicino all’uscita della seconda camera: era dalla parte opposta. Anche lui aveva la bombola completamente vuota. Niente può dare adito al fatto che stesse uscendo. Gli altri quattro erano all’interno del cunicolo che conduce all’ipotetica terza camera, e lì non si vedeva oltre i 2-3 metri”.

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Parla “la signora delle tracce” della Maturità: “Sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, il tototema mi fa sorridere. Ecco come scegliamo le tracce”

È “la custode dei temi” o, parafrasando alla lontana Tolkien, “la signora delle tracce”. La 63enne storica dell’arte Flaminia Giorda è colei che ogni anno ad aprile, da quando nel 2020 guida il Servizio ispettivo e la Struttura tecnica degli esami di Stato, conosce le tracce dei temi che tra poche ore gli studenti si troveranno davanti all’esame di maturità. Massima riservatezza, domande dei parenti e amici virtatissime, insomma niente spoiler per almeno 50 giorni. A custodire il segreto assieme a lei è il ministro dell’istruzione, in questo caso e da tre anni è Giuseppe Valditara. “Le tracce sono state “dematerializzate” da anni, con l’avvento del cosiddetto “plico telematico”, introdotto nel 2012”, ha spiegato la funzionaria del ministero a Repubblica.

“Al ministro ne vengono presentate molte possibili per ciascuna tipologia. Le leggiamo insieme, ne discutiamo, e la scelta finale spetta a lui”. Giorda spiega che Valditara è molto sensibile al fatto che “la varietà dei temi è importante: occorre che le tracce tocchino ambiti differenti, propongano possibilità di espressione diverse”. Curioso, peraltro, che esiste un archivio dove sono custodite tracce passate valutate e poi cestinate; ma è sul giochino del “totema” che ogni anno rispunta puntuale che Giorda se la ride sotto i baffi: “Spesso è legato agli anniversari, che sono spunti troppo scontati, o è ripetitivo: ad esempio, sono anni che puntualmente si prevede una traccia sull’IA, in qualche anno naturalmente c’è stata, ma certo non si può riproporre in ogni esame. Per le tracce di analisi del testo letterario, poi, si ripetono sempre gli stessi nomi… A volte il tototema mi fa sorridere: qualcuno prevede che esca un brano di letteratura di un autore che nemmeno si studia l’ultimo anno, come Foscolo, e che quindi non potrebbe mai essere scelto”.

Così tra un docente che cerca di circuirla con galanteria per estorcerle informazioni sulle tracce, l’orgoglio di aver suggerito nel recente passato una traccia sul potere della musica ispirata a Oliver Sacks e un lavoro mastodontico sulla selezione e la raffinazione finale dei temi ecco arrivare la mattina degli esami: “Ragazzi il più è fatto”, chiosa. “Secondo me adesso bisogna seguire la propria ispirazione, leggere articoli di giornale e brani di letteratura che piacciono e interessano. In generale, è ovvio che per imparare a scrivere bene occorre leggere cose ben scritte; ed esercitarsi molto a esprimere il proprio pensiero, sviluppare il gusto della parola precisa, della frase efficace”.

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Uno squalo Mako abbocca all’amo e sorprende due pescatori al largo della Toscana: “Niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto”

Una serata di pesca come tante si è trasformata in un incontro che difficilmente Simone Beoni e Fabio Sagnibene dimenticheranno. I due amici, abituati a trascorrere insieme i fine settimana in mare, si sono trovati faccia a faccia con uno squalo Mako, una delle specie più veloci e affascinanti del Mediterraneo. La scena è avvenuta nelle acque di Calafuria, al largo della costa toscana, a circa un miglio dalla riva. I due erano usciti in barca partendo dalla zona di Calambrone, nel territorio di Pisa, per praticare il drifting, una tecnica di pesca d’altura utilizzata per cercare grandi predatori marini come tonni e verdesche.

Una giornata apparentemente normale per due appassionati: Simone lavora nel settore tessile, Fabio è vivaista, ma il mare rappresenta da tempo il loro appuntamento fisso del weekend. Questa volta, però, la battuta ha preso una piega completamente diversa. A raccontare quei momenti è stato Simone, intervistato da La Nazione: “Erano le 21 e il sole stava tramontando, quando all’improvviso abbiamo visto la canna piegarsi di colpo e subito dopo lo squalo è schizzato fuori dalla superficie dell’acqua. È improvvisamente ripiombato sotto, mentre si dimenava in modo furioso: era impressionante”.

I due pescatori hanno capito rapidamente di non avere davanti una cattura comune. L’esemplare, secondo la loro stima, poteva pesare tra i cinquanta e i sessanta chili: “Abbiamo capito subito che si trattava di uno squalo Mako di circa cinquanta o sessanta chili, una specie che si riconosce facilmente dalle pinne e dalla fisionomia”, ha spiegato Simone.

Il Mako, un visitatore insolito delle acque italiane

Lo squalo Mako, il cui nome scientifico è Isurus oxyrinchus, è una specie presente in acque temperate e tropicali, ma negli ultimi anni è diventata sempre più rara nei nostri mari. Considerato un grande predatore pelagico, può avvicinarsi alle coste soprattutto quando segue le proprie prede.

Dopo averlo portato vicino all’imbarcazione, i due hanno scelto di non trattenerlo: “Quando lo squalo è arrivato nei pressi della barca abbiamo tagliato la lenza e lo abbiamo liberato, come era giusto e corretto fare. Abbiamo fatto un video, ma niente può dare l’idea di quello che abbiamo visto e provato. L’impressione è stata enorme e ancora ci rimane in mente il ricordo di quei minuti che abbiamo vissuto insieme”.

Non è un caso isolato: altri avvistamenti nel Mediterraneo

L’avvistamento toscano non sembra essere un caso completamente isolato. Solo poche settimane prima, nelle acque ioniche davanti a Gallipoli, in provincia di Lecce, un altro esemplare adulto di squalo Mako aveva attirato l’attenzione dopo aver urtato un’imbarcazione da diporto mentre navigava al largo. Due episodi ravvicinati che riaccendono l’interesse su una specie difficile da osservare così vicino alle coste italiane.

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Banchiere multimilionario discendente da stirpe reale arrestato nove anni dopo aver spinto una donna sotto un autobus: colpo di scena nel caso “Putney Pusher”

Un uomo di 44 anni, banchiere multimilionario discendente da stirpe reale, è stato arrestato in relazione al caso noto come “Putney Pusher”, a distanza di nove anni dall’aggressione che aveva scosso l’opinione pubblica. La vittima era stata deliberatamente spinta contro un autobus in corsa, rischiando conseguenze gravissime. Solo il pronto intervento dell’autista, che con una manovra repentina era riuscito a sterzare evitando l’impatto, le aveva salvato la vita. L’arresto rappresenta una svolta significativa in una vicenda rimasta irrisolta per quasi un decennio.

Come rivela il Daily Mail, il sospettato è stato fermato il 15 giugno nella sua casa da 1,4 milioni di sterline a ovest di Londra. Direttore in una banca privata, il presunto colpevole è un ex ufficiale dell’esercito britannico decorato che ha servito in diversi conflitti mondiali.

“L’arresto è legato a un incidente avvenuto il 5 maggio 2017, – ha affermato la polizia alla stampa – quando una donna è stata spinta sulla traiettoria di un autobus sul Putney Bridge. Le indagini sono in corso”.

Il drammatico filmato delle telecamere di sicurezza dell’incidente è stato visualizzato milioni di volte online. Le immagini mostrano il runner che passa accanto a un altro uomo sul ponte, prima di spingere la donna a terra. Quasi quattro mesi dopo l’incidente, la Polizia Metropolitana aveva diffuso le immagini delle telecamere di sicurezza di un uomo riprese dall’interno dell’autobus, nel tentativo di identificare il sospetto. La polizia ha chiuso le indagini nel giugno 2018, ammettendo di aver esaurito tutte le piste investigative.

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“Abbiamo visto un serpente velenoso durante l’allenamento. Se ti morde, devi andare in ospedale. Stiamo cercando di essere prudenti”: paura Germania, la denuncia di Kimmich

Il caldo, le lunghe distanze, il fuso orario e ora anche i serpenti. Già, i rettili stanno diventando la grande paura delle Nazionali europee impegnate nei Mondiali di calcio negli Usa. L’ultima denuncia arriva dalla Germania, che si trova in ritiro nel lussuoso centro sportivo di Wake Forest University, nel WinstonSalem. Il capitano della squadra, Joshua Kimmich, ha denunciato in conferenza stampa che lui e i suoi compagni di squadra hanno avvistato un serpente velenoso nel corso dell’allenamento.

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Non è il primo caso. La Svizzera a San Diego si allena su un campo adiacente a una cosiddetta “snake area”, dove è diffusa anche la presenza dei serpenti a sonagli. Un caso simile riguarda anche la Norvegia di Haaland, vittoriosa all’esordio contro l’Iraq, che si trova in ritiro a Greensboro, nella Carolina del Nord: nella zona sono molto diffusi i serpenti Copperhead, che se disturbati possono diventare molto pericolosi.

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Anche il serpente incontrato dalla Nazionale tedesca avrebbe potuto diventare un pericolo: “Ieri abbiamo visto un serpente durante l’allenamento e ci hanno detto che era velenoso“, ha raccontato Kimmich alla stampa. Manifestando tutte le sue preoccupazioni: “Quindi, se vieni morso, devi andare in ospedale. Non penso che si muoia, ma è sicuramente pericoloso. Se calpesti un animale di questo genere, le cose possono finire molto male…

La Germania di Nagelsmann in campo ha vinto all’esordio contro Curaçao con un netto 7 a 1: sabato sera è attesa a una sfida molto più complessa, contro la Costa d’Avorio, reduce da una pesante vittoria contro l’Ecuador. Ma al momento l’apprensione dei tedeschi più che su Yan Diomande sembra concentrata sui serpenti velenosi: “In Germania, ho l’impressione che non ci siano così tanti animali pericolosi. Stiamo cercando però di mantenere le distanze ed essere prudenti“, ha concluso Kimmich.

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Subaru Uncharted, la prova de Il Fatto.it – La giapponese a elettroni che sorprende – FOTO

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La Uncharted è elettrica (anche) a trazione integrale permanente e una Subaru vera: “Non è una Toyota con il nostro marchio – taglia corto Nicola Torregiani, presidente e Ceo della filiale nazionale della casa delle Pleiadi, che gestisce anche le operazioni in Slovenia, Croazia, Grecia, Bulgaria e Romania, mentre il manager è responsabile anche delle filiali del Benelux – perché un centinaio dei nostri ingegneri ha contribuito al suo sviluppo”.

Nello specifico, sottolinea Torregiani, ha “messo sul tavolo” il meglio del proprio know how, cioè la trazione integrale, l’e-Axle management, la sicurezza, il set up e la qualità di guida: “Per noi questa è una macchina che si gestisce con l’acceleratore”, insiste confermando lo spirito sportivo del costruttore, partecipato al 20% da Toyota, che si è fatto conoscere anche con i suoi successi nel rally.

Il crossover coupé da 4,51 metri di lunghezza (2,75 sono di passo), da 1,87 di larghezza e 1,62 di altezza ha anche interessanti capacità fuoristradistiche che gli derivano da 2111 millimetri di spazio libero da terra (30 in più rispetto al modello di Toyota) con angoli di attacco e uscita di 17,2 e 27°. Esibisce un frontale moderno e nuovo (per il marchio), rivestimenti protettivi “a forte contrasto” (soprattutto nel colore esterno di lancio, che è un intrigante arancione, indubbiamente appariscente, ma anche “simpatico”) e anche una parte posteriore elegante e allo stesso tempo leggera.

La Subaru Uncharted è a listino (gli ordini sono già aperti) con due batterie, tre potenze e quattro allestimenti con un prezzo che parte dai 39.900 euro della 2E-Xcite, che con la promozione trasversale di 5.000 euro scende a 34.900 euro. I clienti possono poi contare su 1.060 euro equivalenti a 10.000 chilometri di ricarica gratuita. Per la declinazione top di gamma con cerchi da 20” e tetto panoramico servono 48.900 euro, che con la sforbiciata promozionale (in questo caso di “soli” 4.500 euro) scendono a 44.400. Con SubaruSafe, la garanzia vale 8 anni, indipendentemente dal chilometraggio.

Gli accumulatori con chimica litio ferro fosfato sono da 57,7 e 77 kWh e valgono autonomie tra i 451 e i 592 chilometri (trazione anteriore e batteria grande) a seconda del tipo di trazione (anche anteriore) e della potenza. Che è di 167, 224 e 343 Cv (al motore principale da 224 si somma quello da 88 kW) con una coppia di 268 Nm. Le velocità massime sono di 140 e 160 km/h, mentre i consumi dichiarati sono compresi tra 16,9 e 19,2 kWh/100 km: nella prova con il modello top di gamma, peraltro con parecchia autostrada, il computer di bordo ne ha rilevati 20.

La Uncharted è briosa (5” per schizzare da 0 a 100 orari nella variante più potente, guidata anche in off road) e piacevole, capace di trasmettere confortanti sensazioni di solidità. L’equipaggiamento è importante e tutti le versioni includono diversi sistemi di sicurezza (la casa delle Pleiadi vuole azzerare entro il 2030 gli incidenti stradali mortali che coinvolgono i propri veicoli), compresi il Front Cross Traffic Alert e l’Adaptive High-beam System, il doppio scomparto per la ricarica wireless, la pompa di calore e il caricatore di bordo da 22 kW a corrente alternata (in genere è da 11) e da 150 per quella continua. I tempi del rifornimento sono promessi di 28 minuti per passare dal 10 all’80%, mentre il sistema di rigenerazione dell’energia è su cinque livelli (uno in più rispetto alla C-HR+) con comandi al volante.

Gli obiettivi di vendita per le elettriche sono ambiziosi: quest’anno Subaru punta a 350 unità, inclusa la Solterra, che nel 2027 dovrebbero diventare 1.500 (compresa la futura E-Outback) e raggiungere quota 2.000 nel 2028 tra Uncharted, Solterra e E-Outback. Subaru crede nell’elettrificazione e non ha intenzione di compiere alcun passo indietro: “Solo – precisa Torregiani – cambia la velocità di diffusione nei vari mercati”. E l’Italia sembra guardare anche più lontano rispetto ad altri paesi: lo scorso anno è stata la nazione in cui Subaru è cresciuta di più (+55%) e lo scorso maggio è stata il primo mercato europeo.

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CACCIA, PAPA LEONE XIV: “QUESTIONE DI GRANDE RILEVANZA SOCIALE E MORALE”

“È con emozione e gratitudine che abbiamo accolto la risposta del Papa alla nostra nota di preoccupazione circa il disegno di legge 1552 sulla caccia. Le parole del Pontefice, sagge e motivanti, siano di ispirazione anche per le forze responsabili della maggioranza parlamentare”.

Lo dichiara la Lipu-BirdLife Italia in merito alla nota che Papa Leone XIV ha fatto seguire alla lettera che da Assisi, riunita in Assemblea, la Lipu aveva inviato al Pontefice.

“Il disegno di legge 1552 in discussione al Senato della Repubblica – aveva scritto la Lipu – se approvato, aumenterà la pressione venatoria con un impatto negativo e potente sulla biodiversità e in particolare sugli uccelli selvatici, già sofferenti per via della perdita di habitat, dei cambiamenti climatici e di vari altri problemi ambientali, rappresentando un fattore devastante e un motivo di forte e diffusa preoccupazione”.

“Sarebbe di inestimabile valore, Santità – concludeva la Lipu – pur sapendola impegnata in altre e grandi questioni, spirituali e sociali, una Sua parola, un Suo pensiero di pace e attenzione rivolto alla natura e a chi ha la responsabilità di proteggerla”.

Con grande sollecitudine il Papa ha risposto alla Lipu, per tramite della Segreteria di Stato, con parole sentite e tutt’altro che di circostanza. Pur sottolineando l’indiscutibile terzietà della Santa Sede rispetto alle “tematiche legislative degli Stati”, Papa Leone ha definito il tema “una questione di grande rilevanza sociale e morale”, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera” svolta nei riguardi della natura e “pregando affinché siano esauditi i legittimi desideri della Lipu”.
Il Papa ha inoltre assicurato che la Santa Sede non mancherà di promuovere “il rispetto e la tutela del creato, dono incomparabile di Dio, sia con il Magistero del Sommo Pontefice sia con gli interventi degli Osservatori permanenti presso i vari Organismi internazionali”.

“Ricevere la lettera di Papa Leone XIV – dichiara il presidente della Lipu-BirdLife Italia Alessandro Polinori – è stata un’emozione potente e una grande sorpresa, anche rispetto alla sollecitudine con cui il Papa ha risposto, pochissimi giorni dopo la nostra nota. La saggezza e la delicatezza delle parole del Pontefice, tali da sconsigliare ogni facile strumentalizzazione, mostrano la sensibilità di Leone XIV per la tutela della natura, che ci motiva ancora di più e ci spinge ad andare avanti anche, nello specifico, per fermare questo cattivissimo disegno di legge”.

“Crediamo che le parole di Papa Leone XIV – conclude Polinori – nell’anno dell’ottocentesimo della morte di San Francesco, non possano non ispirare chiunque abbia a cuore le sorti della natura e in special modo quelle componenti più responsabili e sensibili della maggioranza parlamentare, che ad oggi non sono riuscite ad esprimersi ma che, lo sappiamo bene, vivono la questione con notevole sofferenza. Ebbene, il momento per pronunciarsi, per dissociarsi dal più grande attacco alla natura e contrastarlo attivamente, è infine arrivato”.

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“Ho un tumore alla prostata aggressivo”: Jeremy Clarkson lo ha annunciato in televisione. Le condizioni di salute del conduttore e pilota automobilistico

Jeremy Clarkson, il celebre conduttore televisivo, giornalista e appassionato di automobili, ha pubblicamente rivelato di aver ricevuto una diagnosi di cancro alla prostata in forma aggressiva.

Il presentatore britannico, che ha compiuto 66 anni l’11 aprile scorso, ha scelto di condividere questa notizia con il suo pubblico attraverso gli episodi conclusivi della quinta stagione del suo programma “Clarkson’s Farm”, confermando di essere a conoscenza della malattia dallo scorso mese di maggio..

Il tumore è stato individuato in una fase molto precoce a seguito di una visita medica e di una biopsia, che ne hanno confermato l’aggressività. Clarkson si è sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione parziale della prostata, il 10% della quale risultava interessata dalla neoplasia. Nelle prossime settimane dovrà sottoporsi a un ulteriore intervento chirurgico. Di recente, il conduttore è stato fotografato in ospedale in seguito a una terapia che non avrebbe dato gli esiti sperati.

Clarkson ha conosciuto la popolarità televisiva con lo show automobilistico della BBC “Top Gear” che ha co-condotto dal 2002 al 2015 insieme a Richard Hammond e James May. Dopo l’addio alla BBC, il trio ha firmato con Amazon Prime Video per lo show “The Grand Tour”, andato in onda dal 2016 al 2025. Poi è arrivata “La fattoria di Clarkson (Clarkson’s Farm)” dal 2021 che documenta la caotica vita da agricoltore nella sua tenuta nei Cotswolds. Dal 2018 è il presentatore ufficiale della versione originale britannica di “Chi vuol essere milionario?”.

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“Sei stato risucchiato in pochi giorni e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli”: il dolore di Francesca Barra per la morte del papà

Lutto per Francesca Barra. La giornalista, scrittrice e conduttrice ha annunciato sui social la morte del padre, Francesco Michele Barra, scomparso all’età di 79 anni. Nato a Castrovillari, Barra era un commercialista e aveva avuto anche un’esperienza in Parlamento. La Basilicata, terra che aveva scelto come casa, era diventata negli anni il centro della sua vita personale e professionale.

“Addio, papà. Te ne sei andato nel modo in cui un grande uomo lascia la terra: circondato dalle persone che ama e che ti considerano l’uomo più determinante nelle loro esistenze”, scrive Barra, ricordando anche la madre, i fratelli e gli otto nipoti.

La giornalista racconta il dolore per una perdita arrivata in modo improvviso. “Sei stato risucchiato in pochi giorni come non avrei mai potuto immaginare, e la velocità di questo addio ci ha ridotto il cuore in brandelli“, confessa. Nel suo ricordo trovano spazio immagini intime della loro quotidianità: i papaveri raccolti insieme durante l’infanzia, le gite per fotografare i paesaggi della Basilicata, le favole inventate per le nipoti e le spremute preparate ogni mattina. Piccoli gesti che, nelle sue parole, diventano il simbolo di una presenza costante e rassicurante.

“Eri così gentile, papà. Talmente gentile che a volte mi chiedevo come ci riuscissi”, scrive ancora, soffermandosi su quella che considera la sua qualità più preziosa. “Chi ti aveva insegnato l’arte più rara di tutte: fare sentire le persone amate, ogni giorno, senza risparmio?”.

Il post si conclude con parole colme di dolore ma anche consapevolezza: “Niente sarà più come prima. Non salterò più nel buio certa di trovare la tua presa ad aspettarmi. Eri un uomo capace di migliorare le nostre vite. Ho conosciuto l’ultimo uomo migliore del mondo. E, grazie a Dio, era anche mio padre”.

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Non di solo passato vive il turismo. Cosa serve all’Italia secondo Airbnb

Immune dalle tensioni internazionali, piuttosto resiliente agli shock e all’inflazione, il turismo è una specie di vaccino contro il declino e la decrescita. L’Italia, un po’ per il suo patrimonio artistico e culturale unico al mondo, un po’ per i suoi paesaggi da secoli nell’immaginario collettivo, unitamente a una cucina invidiata in tutto il globo, è forse il Paese che ha più da guadagnarci da una corretta e sana gestione dei flussi turistici (nel primo trimestre 2026, in piena crisi in Medio Oriente, arrivi e presenze sono risultate in crescita rispetto al medesimo periodo del 2025 rispettivamente del 4,2% e del 7,5%). Ma senza una politica attenta e lungimirante, persino questo immenso capitale rischia di dare poco frutto. Ed è qui che entra in gioco il dialogo tra imprese e istituzioni, per fare più e meglio. Con le prime chiamate a dare un aiuto concreto all’economia, laddove non sempre la politica fa centro. Per esempio, non garantendo una sufficiente ricettività in grado di soddisfare una domanda in costante crescita.

Potere del turismo

Airbnb e Teha Group (Ambrosetti) hanno presentato a Villa Gregoriana, che si affaccia sulla gola ai margini della quale sorge Tivoli, il primo Osservatorio sul turismo diffuso in Italia. Il quadro che emerge è che l’Italia detiene un patrimonio culturale diffuso, localizzato prevalentemente nei piccoli comuni, ma storicamente limitato da una capacità ricettiva insufficiente. In questo contesto Airbnb e l’ospitalità in casa svolgono una funzione di infrastruttura di accesso, ampliando l’offerta dove gli hotel sono assenti, attivando spesa, occupazione e reddito locale e contribuendo a rendere visibili territori che altrimenti resterebbero esclusi dai flussi turistici.

L’analisi presentata tra le rovine del Tempio della Sibilla dimostra come nel 2025 Airbnb ha generato 836 milioni di euro di impatto economico complessivo nei piccoli comuni italiani valorizzando il potenziale turistico delle comunità locali e dei piccoli borghi di cui l’Italia è disseminata.

Lo studio rappresenta la valutazione più completa finora realizzata di come l’home-sharing stia ridisegnando la geografia turistica italiana, portando crescita economica nel cuore di migliaia di borghi, piccoli centri e di siti culturali del Paese. Tutto ampiamente dibattuto nel corso dell’incontro di Tivoli dal titolo Turismo diffuso: distribuire i flussi, moltiplicare il lavoro e occasione per annunciare una donazione di 1,5 milioni di euro in tre anni all’Associazione nazionale comuni italiani. Risorse che confluiranno in un fondo dedicato allo sviluppo turistico e alla valorizzazione del patrimonio rurale dei piccoli e medi comuni, con l’obiettivo di supportare piccole imprese e attività locali, comunità e organizzazioni di cittadinanza attiva, nonché associazioni culturali e di tutela del patrimonio artistico-culturale nella costruzione di un’offerta turistica sempre più sostenibile, qualificata e competitiva.

Un patrimonio unico ma vulnerabile

Eppure, c’è un collo di bottiglia anche per un Paese così ricco di meraviglie. Se è vero infatti che l’Italia detiene il maggior numero di siti del patrimonio mondiale Unesco al mondo (61 distribuiti in 330 comuni) nonostante questa straordinaria varietà di attrattori, il turismo italiano continua a concentrarsi in un numero limitato di destinazioni. I primi 20 comuni attraggono infatti il 32% di tutti i visitatori nazionali, mentre l’80% delle province si divide appena il 36% dei flussi turistici. A ciò si aggiunge una stagionalità particolarmente accentuata, con un indice di picco superiore del 10% rispetto alla media europea, segnale di un sistema che continua a registrare forti pressioni nelle destinazioni più note e un significativo sottoutilizzo di gran parte del territorio.

Questo squilibrio appare ancora più evidente se si osserva dove si concentra il patrimonio culturale e turistico del Paese. I piccoli comuni, definiti come quelli con meno di 30 mila abitanti, rappresentano il 96% dei quasi 8 mila comuni italiani e ospitano oltre la metà della popolazione nazionale. Secondo l’osservatorio Teha, basato sui dati della piattaforma Airbnb e sulle statistiche ufficiali italiane, proprio in questi territori si trova una quota rilevante delle eccellenze italiane: l’80% dei comuni collegati ai siti Unesco, il 64% dei musei, il 67% dei parchi archeologici e il 73% dei ristoranti stellati Michelin si trovano infatti nei piccoli centri. La presenza di questo patrimonio diffuso si scontra però, come accennato, con un limite strutturale: la carenza di offerta ricettiva.

E dunque, solo la metà dei piccoli comuni dispone di almeno un hotel, contro il 96% dei centri di maggiori dimensioni. In questo contesto Airbnb svolge un ruolo di integrazione dell’offerta turistica, essendo l’extra alberghiero l’unica forma di ospitalità presente nel 75% dei piccoli comuni italiani, pari a circa 5.700 comunità. In circa un terzo di questi territori rappresenta inoltre l’unica soluzione di alloggio disponibile. L’impatto di questa presenza emerge con particolare evidenza nelle località che custodiscono attrazioni turistiche di eccellenza. Non è tutto. In 688 comunità che ospitano siti Unesco, borghi storici, musei, parchi archeologici o ristoranti stellati, un alloggio Airbnb costituisce l’unica possibilità di pernottamento per i visitatori. Senza questa disponibilità ricettiva, molte di queste destinazioni resterebbero di fatto escluse dal turismo con pernottamento, limitando la propria capacità di attrarre visitatori e di generare ricadute economiche sul territorio.

Nel nome dell’economia locale

Nel solo 2025 Airbnb ha consentito circa 250 mila pernottamenti e oltre 60 mila arrivi in queste comunità, di cui 50 mila provenienti dall’estero. Si tratta di un flusso turistico internazionale che raggiunge territori spesso al di fuori dei circuiti tradizionali, contribuendo a rendere accessibile quella parte di Italia meno conosciuta ma più autentica. Considerando che l’80% dei siti Unesco italiani si trova in piccoli comuni, la disponibilità di un’offerta ricettiva diffusa rappresenta un fattore determinante per evitare che una parte significativa del patrimonio nazionale rimanga ai margini dei grandi flussi turistici internazionali.

Per le comunità e i loro residenti, gli effetti economici sono poi concreti e misurabili. Gli ospiti Airbnb nei piccoli comuni hanno generato 346 milioni di euro di spesa diretta nel 2025, di cui 143 milioni nel settore della ristorazione, 100 milioni nello shopping e 61 milioni nei trasporti. Attraverso gli effetti moltiplicatori, questa spesa diretta ha attivato un totale di 836 milioni di euro di produzione economica. L’occupazione sostenuta dall’attività turistica ha raggiunto circa 4.600 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno ed emerge un effetto indiretto significativo: per ogni occupato direttamente sostenuto dall’attività, se ne attivano quasi altri 0,9 nell’indotto. In un momento in cui i salari reali italiani sono calati di circa l’1%, ospitare su Airbnb ha rappresentato un’integrazione al reddito concreta e crescente contro l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie. Insomma, per i viaggiatori, Airbnb non costituisce semplicemente un’alternativa all’hotel: rende accessibili territori che altrimenti resterebbero esclusi dall’esperienza di soggiorno.

“I dati che abbiamo raccolto raccontano una storia convincente sul ruolo strutturale che piattaforme come Airbnb possono svolgere nel riequilibrare l’economia turistica italiana,” ha spiegato Emiliano Briante, partner di Teha Group. “L’impatto economico di 836 milioni di euro non è solo un numero di titolo: riflette un effetto moltiplicatore che raggiunge ristoranti, artigiani, trasporti locali e piccole imprese in migliaia di comuni. La nostra analisi mostra che dove Airbnb cresce, lo spopolamento rallenta, i valori immobiliari si stabilizzano e i redditi locali aumentano. Questi sono effetti sistemici che la politica turistica tradizionale ha faticato a conseguire da sola.”

Al fianco dei comuni

Il senso e la cifra del contributo che può dare Airbnb alla ricettività locale è stata data da Matteo Sarzana, che della società è country manager per l’Italia. “L’Italia possiede il patrimonio culturale più ricco del mondo, e merita di essere vissuta appieno: non solo a Roma, Firenze o Venezia, ma nelle migliaia di comunità straordinarie che rendono questo Paese unico. Questo rapporto conferma ciò in cui abbiamo sempre creduto: che il turismo, se ben distribuito, è uno degli strumenti più potenti per lo sviluppo locale. Il nostro supporto pluriennale ad Anci è un passo concreto in questa direzione, e il nostro impegno è continuare a investire in un turismo sostenibile e diffuso, sostenendo gli host nelle piccole comunità e offrendo ai viaggiatori l’accesso all’Italia autentica.”

Dal versante degli enti locali è stato proprio il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, a sottolineare l’importanza della collaborazione tra istituzioni e imprese. “I piccoli comuni e le aree interne sono la spina dorsale dell’Italia, ma affrontano una sfida continua contro lo spopolamento. I dati dimostrano che il turismo diffuso è un potente strumento di sviluppo: dove la ricettività tradizionale manca, l’home-sharing può trasformare il nostro patrimonio storico in economia reale, creando lavoro e contrastando l’abbandono dei territori. La donazione da parte di Airbnb è un segnale importante di collaborazione istituzionale e un aiuto concreto utile a sostenere comunità e micro-imprese locali, con l’obiettivo di fare dei borghi non solo mete da proteggere, ma luoghi vivi in cui investire e tornare ad abitare.”

Anche la politica era presente a Villa Gregoriana, rappresentata per l’occasione dal deputato di Fratelli d’Italia ed ex manager del settore alberghiero, Gianluca Caramanna. “Oggi c’è un turismo post Covid, che vanta pernottamenti più lunghi, soprattutto da parte dei turisti stranieri. Questo governo sta lavorando molto per il turismo, nel Paese abbiamo cammini bellissimi, che attraversano quattro o cinque regioni. Faccio un esempio su tutti, abbiamo rimesso in piedi la via Lauretana, queste sono operazioni mirate, abbiamo esattamente bisogno di operazioni di questo genere”. Secondo Valentina Reino, responsabile relazioni istituzionali di Airbnb per il Sud Europa, infine, “un viaggiatore straniero difficilmente conosce un piccolo borgo. La piattaforma, dunque, offre di far conoscere luoghi finora sconosciuti a molti viaggiatori. Si tratta di un vero e proprio traino”.

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Svelato il mistero del “cane fantasma” dell’Amazzonia: l’incredibile scoperta grazie alle fototrappole

Per decenni è stato considerato un “fantasma“, una creatura quasi mitologica nascosta nel cuore impenetrabile della foresta pluviale amazzonica. La sua natura inafferrabile aveva persino portato alcuni ad associarlo al folklore del “Chupacabra“, alimentando i timori dei fattori locali. Oggi, il velo di mistero che avvolgeva il cane dalle orecchie corte (Atelocynus microtis), noto agli esperti come il “cane fantasma” dell’Amazzonia, si è finalmente sollevato. Una massiccia operazione di monitoraggio visivo ha dimostrato che questo carnivoro di medie dimensioni, pur essendo un maestro del mimetismo, vanta una popolazione sorprendentemente solida e non è affatto raro come si era ipotizzato in passato.

I numeri dello studio: 25 anni di ricerca e oltre 500 avvistamenti

L’esatta mappatura della specie è il risultato della più vasta raccolta di dati mai realizzata su questo animale, recentemente pubblicata sulla rivista scientifica “Neotropical Biology and Conservation”. La ricerca ha richiesto 25 anni di lavoro sul campo tra Bolivia e Perù, concentrandosi nei paesaggi bioculturali del Greater Madidi-Tambopata e dei Llanos de Moxos. Attraverso 34 indagini intensive condotte mediante l’uso di fototrappole posizionate strategicamente, gli scienziati sono riusciti a catalogare 594 fotografie confermate del predatore. Questo dispiegamento tecnologico ha ribaltato le convinzioni scientifiche preesistenti: i dati dimostrano una densità di 15 individui per 100 chilometri quadrati. Statistiche alla mano, il cane dalle orecchie corte risulta essere numericamente più abbondante dei grandi predatori della zona, come il giaguaro, pur mantenendosi inferiore alle popolazioni di carnivori di medie dimensioni come l’ocelot.

Il ritratto dell’atelocino: membrane interdigitali e occhi riflettenti

Conosciuto in Italia con il nome di atelocino, questo canide cerdocionino endemico del bacino del Rio delle Amazzoni presenta caratteristiche anatomiche uniche. Di medie dimensioni, misura dai 72 ai 100 centimetri dalla punta del naso alla base della coda (che da sola misura tra i 24 e i 35 centimetri), con un’altezza alla spalla di 35 centimetri e un peso di circa 9-10 chilogrammi, con le femmine leggermente più grandi dei maschi.

La testa è massiccia e simile a quella di una volpe, sormontata da brevi orecchie arrotondate. Il manto è fitto, liscio e scuro, con variazioni cromatiche che spaziano dal nero al marrone e al grigio nerastro, per poi schiarire gradualmente fino a un bruno-rossastro uniforme sul ventre. Due le peculiarità evolutive di maggior rilievo: lo sviluppo di abbozzi di membrane interdigitali sulle zampe (un adattamento per muoversi in terreni fangosi e acquatici) e la presenza del “tapetum lucidum”, uno strato riflettente posto dietro la retina che amplifica la luce in condizioni di scarsa visibilità, documentato in esemplari tenuti sotto osservazione.

Abitudini diurne e l’enigma dell’habitat

Dotato di udito e olfatto finissimi, il predatore è quasi totalmente carnivoro (si nutre di piccoli mammiferi, rettili, anfibi, uccelli, pesci e insetti), pur integrando la dieta con la frutta. Si muove prevalentemente in solitaria, con il limite massimo documentato di due esemplari in coppia. Le immagini delle fototrappole hanno chiarito un equivoco comportamentale storico: contrariamente a quanto si ipotizzava, il cane fantasma è un animale prevalentemente diurno, con un picco di attività registrato nella fascia oraria tra le 6 del mattino e mezzogiorno. I dati hanno inoltre rivelato un paradosso ecologico: nonostante le zampe parzialmente palmate suggeriscano abitudini acquatiche, l’atelocino predilige vivere nelle foreste di altopiano, ben lontano dal corso dei fiumi. È proprio questa scelta di stazionare in aree remote e poco battute dall’uomo ad aver garantito la sua invisibilità per secoli.

La protezione della volta forestale

Nonostante le rassicurazioni sulla densità della popolazione, i ricercatori sottolineano che la conservazione della specie non è garantita a priori. La sopravvivenza del cane dalle orecchie corte è intrinsecamente legata all’integrità della volta forestale amazzonica. Secondo il team di ricerca, l’unica strategia di gestione efficace per tutelare l’atelocino si basa sulla creazione e sul mantenimento di aree protette ben gestite, unite alla promozione di uno sviluppo sostenibile all’interno dei territori indigeni, per evitare che la deforestazione cancelli l’habitat di questo enigmatico predatore.

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Il 20 Giugno i monumenti si illuminano con il colore dell’energia

M’illumino D’Arancio

Torna a Roma l’appuntamento organizzato da FSHD Italia APS insieme alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e al Gruppo FSHD dell’Associazione Italiana di Miologia, in occasione della Giornata Mondiale della FSHD. Molti edifici simbolici si illumineranno di arancione, colore identitario che richiama luce, speranza ed energia, come, nella Capitale, il Colosseo, Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.

Il Convegno Nazionale e la presenza del Prof. Enzo Ricci, Direttore scientifico di FSHD Italia e responsabile del Centro FSHD del Policlinico Gemelli di Roma

All’UNA Hotels Decò — Sala Campidoglio (140 posti)-Via Giovanni Amendola – 57 Roma, adiacente alla Stazione Termini, Il programma è costruito con sessioni dedicate alla rigenerazione muscolare, con la partecipazione di alcuni dei massimi esperti mondiali, al benessere psicofisico dei pazienti, ai trial clinici in corso e all’accesso dei pazienti alle future terapie: temi di particolare rilevanza in questa fase, in cui i farmaci in fase di ricerca e sviluppo per la FSHD sono molto numerosi e la prospettiva di terapie approvate si fa sempre più concreta. Nel corso dell’appuntamento, il Prof. Enzo Ricci, Direttore scientifico di FSHD Italia e responsabile del Centro FSHD del Policlinico Gemelli di Roma, presenterà il PDTA FSHD sviluppato dalla Regione Lazio come modello di riferimento per le altre regioni italiane. Le istituzioni saranno presenti con i saluti della Presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, e con la moderazione della sessione istituzionale da parte della Sen. Prof.ssa Paola Binetti, neuropsichiatra e voce autorevole sui diritti delle persone con disabilità.  Il convegno è aperto a pazienti, caregiver, medici, ricercatori e istituzioni, con partecipazione gratuita, in presenza o in streaming sul canale youtube .

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“Hanno usato mia sorella, lo dimostra il fatto che quando è arrivata c’erano i fotografi”, “Triste accusare una ragazza innocente”: la guerra tra Brooklyn Beckham e i genitori David e Victoria continua

Mentre David Beckham riceveva la sua stella sulla Hollywood Walk of Fame circondato dalla moglie Victoria e da tre dei quattro figli, il grande assente continuava a far parlare di sé. E oggi Brooklyn Beckham, primogenito dell’ex campione inglese e della ex Spice Girl, è tornato ad attaccare pubblicamente la famiglia accusando i genitori di aver trasformato la sorella minore Harper in uno strumento della guerra che da mesi divide il clan più famoso del Regno Unito.

La nuova polemica nasce da alcune fotografie pubblicate dalla stampa britannica che mostrano Harper, 14 anni, mentre consegna una lettera alla casa di Los Angeles dove Brooklyn vive con la moglie Nicola Peltz. Secondo la ricostruzione riportata dal Telegraph e da Page Six, la ragazza avrebbe tentato di incontrare il fratello senza riuscirci.

Poche ore dopo, però, fonti vicine a Brooklyn hanno insinuato che la visita non fosse affatto spontanea ma una sorta di operazione mediatica organizzata dai genitori. Secondo un portavoce, “che i fotografi fossero già sul posto quando la lettera è stata consegnata dice tutto”.

La replica dell’entourage dei Beckham non si è fatta attendere. Fonti vicine alla famiglia, citate dal Telegraph, hanno definito le accuse “incredibilmente tristi”, sostenendo che Harper non avrebbe avuto alcun ruolo in una presunta operazione mediatica. “È davvero triste che una simile accusa venga rivolta a una ragazza innocente che sente disperatamente la mancanza del fratello”, hanno dichiarato. Le stesse fonti hanno aggiunto che “non c’era alcun bisogno di dire nulla” e che insinuare una messa in scena sarebbe “davvero inutile”.

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Terrorismo, arrestato 16enne a Bologna: trovati manuali per fabbricare armi e materiale riconducibile alla “white jihad”

Un ragazzo di 16 anni, residente in provincia di Bologna, è stato arrestato dalla Digos di Verona per detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Le indagini evidenzierebbero una contaminazione tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista, fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono “white jihad“: si tratterebbe dell’adozione di tattiche e retoriche jihadiste da parte di gruppi di suprematisti bianchi e neonazisti. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento di materiale jihadista e manuali per fabbricare armi.

Con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale a carico del 16enne, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Le indagini – eseguite dagli investigatori della Digos della Questura di Verona – evidenzierebbero una contaminazione tra ideologie apparentemente distanti ma accomunate dall’esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Le indagini sul canale web hanno portato a identificare l’utilizzatore dell’account, un 16enne residente nel bolognese, e il coordinamento delle attività è stato trasferito dalla Procura distrettuale di Venezia a quella per i Minorenni del capoluogo emiliano.

Nel corso della perquisizione nell’abitazione del minore sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Sullo smartphone c’era altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.

C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage veniva indicato come modello da emulare. Gli attacchi terroristici avvenuti il 15 marzo 2019 a Christchurch, in Nuova Zelanda, hanno colpito una moschea e un centro islamico, entrambi luoghi affollati da persone di religione musulmana che praticavano la preghiera del venerdì, causando la morte di 51 persone e il ferimento di altre 89.

Tra le conversazioni del 16enne, sono emersi propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e ad azioni violente nei confronti di categorie come “magistrati e giornalisti influenti“. Il minore è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato portato in una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto è stato convalidato dall’Autorità Giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare, acquisire o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.

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Manuel Agnelli si fa male al braccio destro e rinuncia al concerto “S.O.S. Palestina 2” di Piero Pelù: “Io e gli Afterhours non potremo esserci” – IL VIDEO

Tutto esaurito sabato 20 giugno all’Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale di Firenze per “S.O.S. Palestina 2“, il grande concerto-evento voluto da Piero Pelù per aiutare Medici Senza Frontiere nel lavoro che la ONG svolge per aiutare le vittime del genocidio. Tra i protagonisti sul palco mancheranno gli Afterhours e c’è un motivo.

Manuel Agnelli si è fatto male e con un video condiviso sui social ha spiegato il perché del forfait: “Ciao ragazzi, questo per dirvi che purtroppo io e gli Afterhours non potremo esserci il 20 di giugno a Firenze per il concerto per la Palestina per raccogliere fondi per Medici senza frontiere”.

E ancora: “Non potremo esserci perché mi sono infortunato, quindi purtroppo non ci sarò. È molto importante però partecipare, noi aderiamo il 100% a questa iniziativa di Piero Pelù. Ci siamo già stati a Firenze a settembre per la stessa cosa ed è stato molto importante, molto potente e anche molto divertente. Quindi vi invitiamo a partecipare, vi invitiamo a far sentire la vostra voce e vi abbracciamo forte”.

Dunque restano confermati per l’evento: Antonella Bundu, Brunori SAS, Clet, Dario Salvetti, Enzo Iacchetti, Fast Animals and Slow Kids, Giancane, Giorgio Canali & RossoFuoco, Giulio Cavalli, Laika, Litfiba, Maria Elena Delia, Moni Ovadia, Peppe Voltarelli, Poeti Palestinesi, Riccardo Noury (Amnesty International), Sanitari per Gaza, Saverio Tommasi, Superluna, Tre Allegri Ragazzi Morti e Willie Peyote.

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“Nessuno era incaricato dei controlli finali”: il team ammette l’errore che ha portato alla morte della 21enne con il bungee jumping. Il post “premonitore”, la fuga e la GoPro scomparsa

L’assenza totale di un protocollo di sicurezza, un’attività condotta in maniera completamente abusiva e il sospetto inquinamento delle prove sulla scena della tragedia. Si aggrava la posizione degli istruttori coinvolti nella morte di Maria Eduarda Rodrigues de Freitas, la ragazza di 21 anni precipitata sabato scorso dal Ponte dello Scheletro (Ponte do Esqueleto) a Limeira, nello Stato di San Paolo. Come riportato dal “New York Times”, che ha visionato i rapporti della Polizia Civile brasiliana, l’indagine ha portato all’arresto di tre uomini legati alla società organizzatrice. Dagli interrogatori è emersa la piena ammissione delle negligenze che hanno portato gli operatori a lanciare la giovane nel vuoto da un’altezza di quasi 30 metri senza averle agganciato la corda salvavita.

L’ammissione di colpa: “Nessun addetto ai controlli finali”

I video diffusi in rete mostrano la dinamica esatta dell’incidente: la vittima, seppur equipaggiata con casco e imbracatura, è stata sollevata dagli operatori dell’azienda “Entre Cordas” sopra le loro teste in posizione “superman” e spinta dallo strapiombo, mentre i moschettoni della sua imbracatura erano vuoti e la corda giaceva a terra. Messo alle strette dagli investigatori, uno degli organizzatori ha formalmente ammesso l’errore fatale, spiegando che all’interno del gruppo di lavoro non esisteva alcuna figura specificamente incaricata dei controlli finali prima del salto. La verifica dell’attrezzatura, ha dichiarato l’uomo, veniva svolta “collettivamente” dal personale presente in modo del tutto informale. Una disorganizzazione che non ha lasciato scampo alla ventunenne: all’arrivo delle forze dell’ordine, un’infermiera presente sul posto stava già tentando le manovre di rianimazione, ma la polizia non ha potuto far altro che constatare l’assenza di segni vitali.

Il tentato inquinamento delle prove: la fuga e la GoPro scomparsa

Il rapporto visionato dal “New York Times” evidenzia dettagli inquietanti sui minuti successivi alla tragedia. Dopo essere stati inizialmente interrogati dalla polizia giunta sul ponte, due dei tre istruttori arrestati hanno tentato la fuga allontanandosi dalla scena del crimine, per poi essere rintracciati e fermati poco dopo dalle autorità. Sull’indagine pende inoltre il giallo di una prova fondamentale misteriosamente sparita. La Polizia ha confermato che Maria Eduarda, al momento del salto, indossava una piccola videocamera in stile GoPro per riprendere l’esperienza in prima persona. Tuttavia, gli agenti non sono riusciti a ritrovarla né sul corpo né nell’area dell’impatto. Interrogati in merito, gli istruttori hanno dichiarato di non sapere dove si trovi il dispositivo.

Attività abusiva e l’ultimo post sui social

A confermare il quadro di totale illegalità è intervenuto il Ministero della Gestione e dell’Innovazione nei Servizi Pubblici del Brasile, il quale ha certificato che la società “Entre Cordas” non disponeva di alcuna autorizzazione per condurre attività di salto dal viadotto in disuso. Il quotidiano statunitense precisa inoltre la natura dell’attività: si trattava di “rope jumping”, una disciplina simile al bungee jumping ma che utilizza una fune meno flessibile progettata per far oscillare il saltatore verso l’esterno una volta tesa. A rendere la tragedia ancora più drammatica sono i contenuti pubblicati dalla vittima sui social network poco prima di morire. La giovane, sepolta domenica scorsa, aveva condiviso fotografie del ponte alternando entusiasmo e timore. In uno dei post aveva inquadrato un cartello di avvertimento sul rischio di morte presente sul viadotto, mentre in un’altra storia su Instagram aveva ironizzato sul salto imminente: “Chi è stato il pazzo che mi ha lasciato saltare da un ponte?”. I nuovi sviluppi investigativi hanno riacceso il dibattito nazionale in Brasile sull’urgenza di regolamentare severamente i protocolli di sicurezza per gli sport estremi.

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Iran, Trump fa le cose in grande: il set di un film di James Bond per la firma dell’accordo. Tutto sul resort Burgenstock di Lucerna

Anche questa volta Trump ha scelto di esagerare. La location individuata dal presidente degli Stati Uniti per le storiche firme che sigleranno ufficialmente la tregua con l’Iran, in attesa del documento ufficiale e conclusivo sulla questione uranio rimandato a 60 giorni, è un luogo magico. Si tratta addirittura di un posto che è stato usato da James Bond come set di un film del più famoso 007 del mondo. Il trattato di tregua verrà infatti firmato venerdì nel resort di Burgenstock. Affacciato sulle acque del Lago dei Quattro Cantoni e arroccato a quasi 900 metri di quota, è da sempre sinonimo di massima riservatezza, essendo raggiungibile quasi esclusivamente in battello, funicolare ed elicottero.

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Lo ha indicato a Keystone-Ats il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero. Prevista la presenza del vice presidente americano Jd Vance e del capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Il complesso alberghiero aveva già ospitato nel 2024 un vertice sull’Ucraina, alla presenza del presidente Volodymyr Zelensky e dell’allora vicepresidente americana Kamala Harris. Nato nel 1873 con l’apertura del Grand Hotel, è oggi il più grande resort integrato della Svizzera: comprende hotel a cinque stelle, residenze private, due spa di lusso, campi da golf e l’iconico Hammetschwand Lift, l’ascensore panoramico all’aperto più alto d’Europa.

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ASI compie 60 anni: un francobollo per il Made in Italy delle auto 

Al MIMIT celebrati i 60 anni dell’ASI con un francobollo d’autore: il motorismo storico si conferma risorsa strategica per l’economia italiana.

La recente celebrazione dei sessant’anni dell’Automotoclub Storico Italiano (ASI) presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) non rappresenta soltanto un traguardo associativo, ma sancisce formalmente il ruolo centrale del motorismo storico quale pilastro economico e industriale della nazione. L’emissione di un francobollo commemorativo dedicato a questa ricorrenza, inserito nella prestigiosa serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”, certifica come il comparto dei veicoli d’epoca non sia una semplice celebrazione nostalgica del passato, bensì una filiera produttiva ad altissimo valore aggiunto, capace di generare un impatto economico rilevante e di posizionarsi come un formidabile ambasciatore del saper fare italiano nel mondo.

Il palcoscenico scelto per la presentazione, il prestigioso Salone degli Arazzi a Palazzo Piacentini a Roma, sottolinea l’interconnessione strutturale tra le istituzioni di governo e gli attori di un mercato automotive d’epoca che in Italia vanta numeri straordinari. Alla presenza di figure chiave della politica filatelica e industriale, tra cui il Sottosegretario di Stato Fausta Bergamotto e i vertici di ASI, Poste Italiane e dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è emerso con chiarezza un messaggio fondamentale: la tutela della memoria meccanica è a tutti gli effetti una strategia industriale. I veicoli storici non sono oggetti statici da museo, ma beni mobili che alimentano un ecosistema economico complesso, fatto di alta artigianalità, turismo specializzato e innovazione tecnologica applicata al restauro conservativo.

La vera forza del settore risiede nella sua articolata filiera produttiva. Intorno al restauro e alla manutenzione delle auto e moto d’epoca orbita una galassia di micro e piccole imprese — battilastra, rettificatori, tappezzieri storici, specialisti della componente meccanica introvabile — che custodiscono competenze tecniche altrimenti destinate a scomparire. Questa sapienza artigianale costituisce un vantaggio competitivo globale per l’Italia, attirando collezionisti da ogni parte del mondo che scelgono le officine italiane per ridare vita a capolavori dell’ingegneria. L’indotto economico non si ferma alla manifattura: il motorismo storico è un motore eccezionale per il turismo di fascia alta. Eventi, raduni e rievocazioni storiche di rilevanza internazionale si traducono in migliaia di pernottamenti, valorizzazione dei territori e consumi che ossigenano le economie locali, dimostrando come la passione motoristica si trasformi in ricchezza tangibile per l’intero sistema Paese.

Da un punto di vista dell’analisi del prodotto e dell’innovazione visiva, la scelta dell’opera grafica del francobollo appare tutt’altro che casuale e racchiude una profonda valenza concettuale. Il design si rifà esplicitamente al Futurismo, il movimento artistico d’avanguardia del primo Novecento che per eccellenza ha glorificato la macchina, la velocità e la spinta verso la modernità. Questo richiamo stilistico lancia un ponte ideale tra le origini della motorizzazione e le sfide future. L’estetica futurista, caratterizzata da tratti dinamici e linee di forza, non celebra lo status quo, ma trasmette l’immagine di un motorismo storico proiettato al futuro. È la dimostrazione di come i valori estetici e ingegneristici del passato possano continuare a ispirare i designer e gli ingegneri dell’automotive contemporaneo, fornendo risposte creative e identitarie in un’epoca di profonda transizione tecnologica verso l’elettrico e la digitalizzazione.

In uno scenario competitivo globale dove la standardizzazione del prodotto automobilistico rischia di penalizzare le identità storiche dei brand, il patrimonio storico diventa la chiave di volta per difendere l’esclusività del Made in Italy. L’evoluzione della locomozione negli ultimi 150 anni ha visto l’Italia come protagonista assoluta, definendo gli standard dell’eleganza, della meccanica e del design automobilistico. Preservare questo primato significa mantenere l’autorevolezza culturale necessaria a sostenere le strategie commerciali dei grandi marchi odierni. La collaborazione tra lo Stato, rappresentato dal MIMIT e dalla Zecca, e l’ASI dimostra che la sinergia pubblico-privato è l’unica strada percorribile per proteggere questo patrimonio da speculazioni estere, garantendo che il valore generato rimanga radicato nel territorio nazionale a beneficio della collettività e delle future generazioni di professionisti del settore.

A coronamento di questa visione, le parole di Alberto Scuro, Presidente dell’ASI, offrono una sintesi perfetta del valore immateriale e materiale del comparto, definendo il francobollo commemorativo come una vera e propria “capsula del tempo in miniatura”. Questo oggetto non è semplicemente un’attestazione postale, ma si configura come un custode della memoria e un ambasciatore culturale. Per i collezionisti e gli operatori del settore, ogni veicolo certificato e ogni documento storico conservato rappresentano un frammento di storia collettiva che trasforma la mobilità quotidiana in un veicolo di cultura, identità e valori da trasmettere al resto del mondo, consolidando il brand Italia sul palcoscenico globale.

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Eminem contro Facebook, Instagram e WhatsApp: l’editore del rapper fa causa da 109 milioni di dollari per presunta violazione del copyright nelle librerie musicali

Un giudice federale ha dato il via libera all’editore musicale di Eminem per procedere con una causa da 109 milioni di dollari contro Meta, la società madre di Facebook, Instagram e WhatsApp. Al centro della controversia vi sono presunte violazioni del copyright relative all’utilizzo non autorizzato di brani musicali all’interno delle piattaforme del colosso tecnologico. La decisione del tribunale apre la strada a quello che potrebbe rivelarsi uno dei casi legali più significativi nel settore della musica e dei social media degli ultimi anni.

L’ordinanza è stata emessa martedì 16 giugno, come riporta Billboard, e di fatto respinge la richiesta di Meta di archiviare la causa per violazione diretta del copyright intentata dal detentore dei diritti musicali Eight Mile Style. Ciò significa che il colosso dei social media dovrà affrontare il lungo processo di acquisizione delle prove.

Eight Mile possiede 243 composizioni, tra cui successi di Eminem come “Lose Yourself”. L’editore ha citato in giudizio Meta lo scorso anno, sostenendo che le sue controllate Facebook, Instagram e WhatsApp avessero inserito il suo catalogo nelle librerie musicali delle app senza una licenza valida. La società Eight Mile ha avanzato una richiesta di risarcimento al massimo consentito dalla legge, fissato in 150.000 dollari per ciascuna violazione accertata. Moltiplicando tale importo per le 243 canzoni coinvolte e le tre piattaforme interessate, si giunge a una somma complessiva che raggiunge la cifra astronomica di 109,4 milioni di dollari.

Gli avvocati di Meta hanno definito la causa “fantasiosa” e la richiesta di risarcimento “sbalorditiva”. La società ha sostenuto che le accuse fossero troppo generiche per superare una prima richiesta di archiviazione, ma il giudice Brandy R. McMillion non d’accordo perché la denuncia “contiene elementi sufficienti per affermare plausibilmente che Meta ha commesso atti di violazione del copyright”.

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I fenomeni irrompono al Mondiale: Messi a 39 anni firma una storica tripletta. A Mbappé risponde Haaland | Risultati e nuove classifiche

I fenomeni hanno fatto irruzione nel Mondiale. Nella serata e poi nella notte italiana sono arrivati i primi squilli delle stelle più attese della competizione: Lionel Messi, Kylian Mbappé ed Erling Haaland hanno trascinato le rispettive nazionali all’esordio, lasciando subito il segno. A prendersi la scena è stato soprattutto il fuoriclasse argentino, a 39 anni (li compirà il prossimo 24 giugno) autore di una storica tripletta contro l’Algeria che gli ha permesso di agganciare Miroslav Klose in cima alla classifica dei migliori marcatori di sempre della Coppa del Mondo.

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All’Arrowhead Stadium di Kansas City, l’Argentina campione del mondo ha superato l’Algeria per 3-0 grazie a una serata da leggenda del numero 10. Messi ha aperto le marcature al 17’ su assist di Rodrigo De Paul, ha raddoppiato al 60’ sfruttando una ribattuta favorevole e ha completato la sua prima tripletta mondiale al 76’. Un’impresa che arriva esattamente vent’anni dopo il suo esordio iridato e che lo porta a quota 16 reti nei Mondiali, eguagliando il record di Klose.

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Al termine della partita Messi si è lasciato andare all’emozione: “Mi rende molto felice aver vissuto tutto ciò che mi è capitato nella vita. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta. Sono molto felice e grato per questo gruppo meraviglioso. Mi sto godendo ogni momento”. Elogi anche da parte di De Paul: “Avere Leo è un vantaggio per il modo in cui guida il gruppo e lo trascina in avanti. Per quello che rappresenta”. Ancora più sintetico il ct Lionel Scaloni: “Non ho parole per Leo. Cosa posso dire? È incredibile”.

Nel Gruppo I ha vinto anche la Francia, che nella serata italiana di martedì ha battuto il Senegal per 3-1. Dopo un primo tempo bloccato, a rompere l’equilibrio è stato Mbappé al 66’. Barcola ha firmato il raddoppio all’82’, poi nel recupero sono arrivati il gol senegalese di Mbaye e la seconda rete personale di Mbappé – con uno splendido tiro da fuori – che ha chiuso definitivamente i conti. I Bleus raggiungono così quota tre punti.

In vetta al girone insieme alla Francia c’è anche la Norvegia, trascinata da un altro dei protagonisti più attesi del torneo. Erling Haaland ha firmato una doppietta nel 4-1 contro l’Iraq, segnando al 29’ e al 43’ del primo tempo. In mezzo era arrivato il momentaneo pareggio di Hussein, ma nella ripresa Ostigard e il gol nel recupero che ha fissato il punteggio sul 4-1 hanno completato la festa degli scandinavi, tornati a giocare un Mondiale per la prima volta dal 1998.

Nel Gruppo J, infine, successo per l’Austria, che ha superato la Giordania per 3-1. A segno Schmid nel primo tempo, poi il pareggio di Olwan. Nel finale l’autogol di Al Arab ha riportato avanti gli austriaci, prima del rigore trasformato da Arnautovic nei minuti di recupero.

Mondiali, i risultati delle partite di oggi

Argentina-Algeria 3-0 (Messi 17’, 60’, 76’)

Francia-Senegal 3-1 (nel st 21’ Mbappé, 37’ Barcola, 50’ Mbaye, 51’ Mbappé)

Norvegia-Iraq 4-1 (nel pt 29’ e 43’ Haaland, 39’ Hussein; nel st 31’ Ostigard, 47’ gol che fissa il 4-1)

Austria-Giordania 3-1 (nel pt 21’ Schmid; nel st 5’ Olwan, 31’ aut. Al Arab, 45’+ rig. Arnautovic)

Mondiali, la nuova classifica dei gironi

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Il caso El Money e la strategia del sabotaggio usa e getta

Poco dopo la mezzanotte del 13 maggio 2025, Roman Lavrynovych, cittadino ucraino di ventidue anni, scrisse a un interlocutore conosciuto soltanto come “El Money”, per ringraziarlo, dopo aver ricevuto l’incarico di compiere tre attacchi incendiari contro proprietà legate al primo ministro britannico Keir Starmer. Un’ora più tardi, gli agenti dell’antiterrorismo fecero irruzione nella sua abitazione londinese.

La vicenda di El Money è una delle molte dinamiche, ormai conosciute e consolidate, che vedono l’uso di soggetti marginali, spesso giovani, talvolta minorenni, reclutati attraverso piattaforme social, chat di lavoro o canali Telegram, per eseguire operazioni a basso costo e ad alto impatto psicologico: intermediari improvvisati, attratti da piccole somme di denaro, manipolati da figure difficili da identificare e, in molti casi, privi di reale consapevolezza politica dell’obiettivo.

Il ricorso ad agenti proxy, dai movimenti paramilitari alla criminalità locale, fino ai singoli individui isolati, è ormai al centro dei dossier europei: incendi contro magazzini collegati al sostegno britannico all’Ucraina, ricognizioni nei pressi dell’emittente Iran International, aggressioni contro oppositori o giornalisti critici di Teheran. Episodi spesso accomunati da uno schema ricorrente: committente schermato, un reclutamento online, promesse di pagamento, istruzioni operative e un obiettivo che spesso l’esecutore non comprende fino in fondo.

Secondo le valutazioni di Sir Richard Moore, già capo dell’MI6, intervistato da BBC Radio 4, Vladimir Putin starebbe cercando di “intimidire” il Regno Unito attraverso sabotaggi, incendi dolosi e operazioni cyber condotte anche per procura. L’ex vertice dell’intelligence britannica ha invitato Londra ad aprire una riflessione sul rapporto tra risorse destinate alla sicurezza interna e alla difesa, sottolineando come questi episodi vadano letti come tessere di un medesimo mosaico di pressione e sabotaggio ibrido contro il Paese.

D’altronde, dopo l’avvelenamento di Sergei e Yulia Skripal a Salisbury nel 2018 e l’espulsione di centinaia di funzionari russi dall’Europa, Mosca avrebbe avuto maggiore difficoltà a utilizzare apparati tradizionali sul territorio britannico. Da qui, secondo le autorità, il ricorso più frequente a figure esterne, non addestrate, ma sacrificabili.

Nel caso Lavrynovych, questo schema emerge in forma quasi elementare. Il giovane ha raccontato alla polizia di lavorare in un cantiere e di essere stato contattato da El Money in una chat Telegram usata da ucraini in cerca di occupazione. Gli erano state offerte 1.500 sterline per controllare due indirizzi, con promessa di pagamento via PayPal o criptovaluta. Denaro che, secondo la ricostruzione, non sarebbe mai arrivato. E non sempre le cifre sono così basse. Nel caso di Magomed-Husejn Dovtaev, cittadino austriaco condannato per aver sorvegliato dipendenti di Iran International, la cifra offerta sarebbe stata intorno ai 50mila euro.

Oltre alle offerte di denaro, è il metodo a interessare gli apparati di intelligence europei. È capire come attori statuali, reti criminali e individui fragili possano convergere in un’unica zona grigia, dove la violenza assume l’aspetto di un impiego trovato online. Forme di sabotaggio povere, a basso costo e che consentono al committente di esporsi il meno possibile, sfruttando negabilità plausibile e sabotaggio usa e getta.

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Morto Carlo Ginzburg, lo storico italiano aveva 87 anni. È stato il maestro della “microstoria”

È morto a 87 anni Carlo Ginzburg, considerato uno dei più importanti storici italiani del Novecento e tra gli studiosi italiani più conosciuti e tradotti nel mondo. Nato a Torino il 15 aprile 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, ha lasciato un segno profondo nella ricerca storica grazie a un approccio innovativo che lo ha reso il principale interprete della cosiddetta “microstoria”.

Professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si era formato, nel corso della sua carriera ha insegnato anche all’Università di Bologna e in prestigiosi atenei statunitensi come Harvard, Yale, Princeton e UCLA. La sua notorietà internazionale è legata soprattutto agli studi sulla stregoneria, l’eresia e le credenze popolari tra Medioevo ed età moderna. Giovanissimo, negli anni Sessanta, scoprì negli archivi friulani le tracce dei “benandanti”, figure considerate una sorta di guaritori e accusate dall’Inquisizione di eresia. Da quella ricerca nacque I benandanti, pubblicato nel 1966 e destinato a diventare un testo di riferimento.

Dieci anni più tardi arrivò uno dei suoi libri più celebri, Il formaggio e i vermi, dedicato alla vicenda del mugnaio friulano Menocchio, processato dall’Inquisizione nel Cinquecento. Attraverso la storia di un singolo individuo, Ginzburg mostrò come fosse possibile comprendere fenomeni storici più ampi, portando al centro dell’attenzione le classi popolari e le loro culture.

La sua attività di ricerca non si limitò però alla storia religiosa e alle persecuzioni. Nel corso degli anni si occupò di storia del pensiero politico, metodologia della ricerca storica e rapporto tra verità e menzogna. Convinto che lo storico dovesse confrontarsi con le prove e con la realtà dei fatti, si oppose alle interpretazioni che riducevano la storiografia a una semplice costruzione narrativa. Tra le sue opere più note figura anche Il giudice e lo storico del 1991, nel quale analizzò il processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, applicando gli strumenti dello storico all’esame di documenti giudiziari contemporanei.

Studioso curioso e interdisciplinare, Ginzburg ha sempre intrecciato storia, antropologia, filologia, letteratura e storia dell’arte, spaziando da temi apparentemente lontanissimi tra loro. La sua capacità di osservare grandi questioni attraverso dettagli marginali e vicende individuali ha influenzato generazioni di ricercatori e contribuito a rinnovare profondamente il modo di fare storia.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: Ronaldo e Inghilterra in campo. Orari e dove vederle in tv e streaming

Il 17 giugno per i Mondiali 2026 scendono in campo Portogallo-RD Congo e Inghilterra-Croazia, le due partite più attese della giornata per il pubblico italiano. DAZN trasmette tutte le gare del torneo, mentre Rai1 manda in chiaro la Nazionale dei tre leoni alle 22 con streaming su RaiPlay.

Mondiali 2026, le partite di oggi: orari e dove vederle in tv e streaming

Oggi 17 giugno i Mondiali 2026 chiudono la prima turnazione della fase a gironi con partite distribuite tra Stati Uniti e Canada.

Portogallo-RD Congo si gioca alle 19 italiane allo Houston Stadium,. La partita sarà visibile su DAZN, che trasmette tutte le 104 gare dei Mondiali 2026.

Alle 22 tocca a Inghilterra-Croazia, all’AT&T Stadium di Arlington, vicino Dallas. Potrete seguire la partita in chiaro su Rai1, con streaming gratuito su RaiPlay. La partita sarà disponibile anche su DAZN.

Ronaldo contro il Congo, Kane contro Modric

Portogallo-RD Congo è la partita del ritorno mondiale degli africani e la sesta partecipazione alla Coppa del Mondo per Cristiano Ronaldo. Tuttosport ricorda che la RD Congo mancava dal Mondiale dal 1974, mentre il Portogallo riparte da una rosa piena di talento, oltre a CR7 ci sono infatti anche Bruno Fernandes, Leao, Trincao e Joao Felix tra le opzioni offensive.

Le quote danno nettamente avanti il Portogallo. SportyTrader segnala il successo portoghese intorno a 1,28-1,30, il pareggio tra 5,00 e 5,50 e la vittoria della RD Congo tra 9,75 e 11,00.

Inghilterra-Croazia ha un profumo diverso. È una sfida da fase a eliminazione già dentro il girone. Gli inglesi ritrovano la squadra che li eliminò nella semifinale mondiale del 2018, mentre la Croazia resta legata al carisma di Luka Modric e alla sua capacità di addormentare o accendere una gara in pochi passaggi.

Sul mercato quote, Lottomatica propone Inghilterra vincente a 1,73, pareggio a 3,65 e Croazia a 5,00. SportyTrader indica una probabilità del 52,81% per la vittoria inglese e una quota di 1,75 su Sportbet.

Quote variabili, da verificare prima dell’eventuale giocata. Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica.

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Meteo, caldo infernale in arrivo: picchi fino a 39°. Ecco dove non si respirerà

Meteo fine settimana: l’Anticiclone Africano Cerberus porterà un’ondata di calore “mitologica” con un aumento anche di 9° rispetto alla media del periodo

Un’imponente massa d’aria subtropicale, in risalita dall’Algeria, è pronta ad espandersi verso nord arrivando incredibilmente a lambire la Danimarca: si tratta dell’Anticiclone Africano “Cerberus” che riprende il nome del mitologico cane a tre teste, custode dei Bollenti Inferi della Divina Commedia. Per l’Italia, questo si tradurrà nell’arrivo di una severa e lunghissima ondata di calore con i termometri che toccheranno i 39°C anche nelle grandi città della Pianura Padana.

Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, conferma che assisteremo ad un drammatico aumento delle temperature nell’arco di soli quattro giorni: le massime passeranno dagli attuali 30-32°C a picchi di 37-39°C, spingendosi fino a 9°C oltre la media del periodo.

A partire da venerdì e ancora di più sabato, tra le città più calde troveremo Bologna e Firenze con 39°C, Roma con 38 e Milano con 36. Dopo una fine di maggio rovente, anche il mese di giugno farà dunque sul serio. Lo zero termico schizzerà in alto fino alla quota eccezionale di 4400 metri e diversi record mensili di calore saranno a serio rischio crollo.

Non aumenteranno solo le massime, ma si registrerà un’impennata preoccupante anche delle temperature minime notturne, soprattutto dopo il weekend: entreremo nel regime delle cosiddette “notti super tropicali”, ovvero nottate in cui il termometro non scende mai al di sotto dei 25°C.

A Milano, ad esempio, si prevedono notti sudate e insonni, con la colonnina di mercurio che potrebbe non scendere mai sotto i 27-28°C! Si tratta di valori tipici dei climi tropicali, che rappresentano una criticità severa per il riposo e un forte stress termico per il nostro organismo.

Il problema principale di questa configurazione atmosferica sarà la persistenza: “Cerberus” avrà un suo primo apice bollente in concomitanza con l’inizio dell’Estate astronomica, ma non si esaurirà il 21 giugno. L’intera terza decade del mese rimarrà sotto il dominio nordafricano, con condizioni via via sempre più afose e opprimenti. Le ultime elaborazioni concedono solo la speranza di un piccolo e temporaneo break temporalesco verso metà della prossima settimana.

Se per i vacanzieri che si troveranno al mare o in montagna si prospetta un periodo eccellente per scappare dalla calura cittadina, per chi resta nei centri urbani l’imperativo è la prudenza. È fondamentale prepararsi e consultare regolarmente il bollettino sulle Ondate di Calore del Ministero della Salute: nei prossimi giorni, purtroppo, il rischio “bollino rosso” sarà molto elevato.

Meteo fine settimana nel dettaglio

  • Mercoledì 17. Al Nord: sole e caldo in aumento, qualche temporale in montagna. Al Centro: temporali di calore sui rilievi, sole e caldo altrove. Al Sud: soleggiato e caldo.
  • Giovedì 18. Al Nord: sole e caldo in aumento, qualche temporale in montagna. Al Centro: soleggiato, qualche temporale in montagna. Al Sud: soleggiato.
  • Venerdì 19. Al Nord: temporali al Nord-Ovest, variabile altrove. Al Centro: soleggiato, caldo a 37°C in Toscana. Al Sud: soleggiato e caldo. 
  • Tendenza: alta pressione subtropicale Cerberus in ulteriore rinforzo con massime fino a 39°C e notti tropicali e super tropicali; forte disagio fisiologico per il caldo e l’umidità.

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Guerra in Iran, l’aiutino di Musk a Trump. Così gli Usa hanno individuato i bersagli (grazie a Grok)

Donald Trump ed Elon Musk ultimamente sono tornati a farsi vedere insieme. Anche il patron di Tesla ed ex ministro dell’amministrazione americana era infatti presente a Pechino al vertice con Xi Jinping, un segnale di disgelo dopo il duro scontro che aveva portato all’allontanamento dalla Casa Bianca. Ora però è emerso un nuovo elemento che potrebbe chiarire il motivo di questo improvviso e repentino ritorno di Musk al fianco di Trump: il sistema Grok. In una memoria, infatti, è stato lo stesso governo statunitense ad ammetterlo. Gli Usa hanno utilizzato appunto Grok, l’intelligenza artificiale di Musk per i loro attacchi in Iran.

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Questo elemento è emerso in seguito a un documento ufficiale presentato a difesa delle turbine a gas di un gigantesco centro dati della società xAI, di proprietà del miliardario, oggetto di una causa ambientale. Il Dipartimento di Giustizia, in una memoria depositata il 15 giugno e consultata dalla France Presse, ha sostenuto che tale causa “minaccia la sicurezza nazionale, economica ed energetica” degli Stati Uniti, perché rischia di interrompere l’alimentazione di infrastrutture di intelligenza artificiale ormai utilizzate dalle forze armate.

Per sostenere questa argomentazione, il ministero ha presentato la testimonianza di Cameron Stanley, responsabile dell’Ia presso il Pentagono. Quest’ultimo ha dichiarato sotto giuramento che uno strumento derivato da Grok, il “Grok Gov Model”, è già impiegato all’interno del Project Maven, il programma militare di identificazione e selezione dei bersagli assistito dall’intelligenza artificiale, inizialmente basato sul modello Claude della società Anthropic. Secondo questa dichiarazione, i processi di Maven “hanno consentito alle forze statunitensi di impiegare oltre 2mila munizioni contro 2mila obiettivi distinti in 96 ore” durante la guerra contro l’Iran.

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Editoria in crisi, ma L’Espresso accelera: web e social spingono il rilancio e fanno crescere i ricavi. Tutti i numeri

Significativo miglioramento dei numeri de L’Espresso Media, la casa editrice che edita l’omonimo settimanale e controllata dall’imprenditore Donato Ammaturo tramite Ludoil Energy. Il bilancio del 2025, infatti, s’è chiuso sì in perdita per 837mila euro, ma il passivo è decisamente calato rispetto a quello di oltre 2,7 milioni del precedente esercizio.

Tutto merito dei ricavi editoriali che anno su anno sono saliti da 4,7 milioni ad oltre 6 milioni, in controtendenza rispetto al settore ma anche rispetto all’ultimo triennio dell’azienda. A ciò vanno sommati i contributi pubblici sotto forma di credito d’imposta e così il valore della produzione è balzato ad oltre 7,4 milioni. Tutto ciò ha portato l’azienda di Ammaturo a registrare per la prima volta un ebitda positivo per 335mila euro, margine che invece l’anno prima aveva avuto un segno negativo per oltre 1,7 milioni.

I risultati del 2025, dice la relazione sulla gestione, sono frutto della nuova strategia aziendale basato sul rilancio del web e dei social media con massicci investimenti sul digitale oltre all’ampliamento del perimetro redazionale, trainato dallo sviluppo de “Le guide dell’Espresso”.

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Il fu doomer boy

L’ altra notte di ritorno a casa dall’ennesimo raduno al bar, la guancia sdrucita sul cuscino, una gamba a frescheggiare fuori dalle lenzuola, ho messo sul Pc The Human Centipede ma, dopo solo un paio di minuti, sono piombata nel sonno abissale etilizzato del venerdì sera. Il computer, però, ha continuato a proiettare per un’ora sul mio volto infiorescenze di scat e agonia, o almeno suppongo. Non saprò mai cosa accade nel dettaglio in The Human Centipede, al di là della logline piuttosto celebre “un folle medico vuole unire chirurgicamente tre persone, bocca e ano, allo scopo di creare un centopiedi umano”. Eppure, il mio inconscio ha assorbito ogni lamento, ogni rigurgito, ogni rimestamento e sciacquettio delle viscere; come le sonnambule, verso le due, forse, ho persino spalancato gli occhi, e le mie pupille dis-cineticamente vibranti nella fase rem, l’hanno carpito, per un attimo, il centopiedi umano. Una mutazione irreversibile nella profondità della mia mente di cui non sarò mai pienamente a conoscenza. Su questo trauma io non ho potere. The Human Centipede lo volevo guardare perché rileggendo Inaugura stanotte il secolo del bene di Vincenzo Montisano (uscito il 22 ottobre scorso per Wojtek) mi ero imbattuta nella descrizione dei disperati del porto della città di ***:

Nel cuore pulsante della macchina infernale che forgia uomini brulicanti, beventi, sudanti e questuanti ricette mediche d’antidolorifici e purghe per rilassare, appena svegli, gli sfinteri. E tutti insieme facevano uno sforzo mica male e senza sosta, impiegati a tamburo battente nelle loro magre esistenze, neanche Ford in persona li avesse assunti nell’altro secolo per lavorare alle sue catene.

Frase che mi aveva appunto fatto pensare a quel film horror che non avevo mai visto; a come probabilmente potesse essere una delle grandi metafore del capitalismo, no? Quel produci (merce di scarto) // consuma (merce di scarto) // crepa (come merce di scarto) tra il concentrico e il subalterno. Subalterno come le caste sociali, la testa del centopiedi umano produce merda che può permettersi di non riconsumare (èlite); il corpo contemporaneamente produttore e consumatore di merda (prosumer); e la coda che consuma la merda rifagocitata e rielaborata, e dei prodotti dei suoi scarti non se ne fa nulla nessunə (lumpen). Il romanzo di Montisano è a sua volta un’ambiziosa critica al late-stage capitalism, punk nel senso più atavico del termine, quando i primi submovimenti degli anni Settanta urlavano “no future!” e si accoltellavano ai concerti e crepavano con gli avambracci forati di gialla agli angoli delle strade. Tanto che in esergo al libro ci dà il benvenuto all’ingresso una classica citazione tratta da Realismo capitalista di Mark Fisher sulla depressione come risposta esistenziale a un problema sociale.
E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di soldi, di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di roboanti giri di frase alla novecentesca europea, come se ci fosse la necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una distanza da tutta questa violenza.
La trama di Inaugura stanotte il secolo del bene, in breve: il ricchissimo rampollo Hugo Boll, dopo la morte di suo padre, neurochirurgo di larga fama e cornificatore seriale, decide di dissiparne l’immenso patrimonio per vendetta, non attraverso un epicureismo libidinoso, bensì attraverso una carità accidentale di chi si fa benefattore solo per percepirsi ancora come soggettualità agente e dominante. Intanto nella città di *** si endemizza la febbre delle mutilazioni, impulsi violenti all’autolesionismo più estremo che da pochi pazienti zero culminano in strade gremite di montagne di corpi mozzati.

E se la storia del libro si dipana per sottrazione (di carne, di arti, di soldi, di empatia, di amore, di passione), la prosa invece è carica di roboanti giri di frase alla novecentesca europea, céliniana o morselliana, come una sorta di dissociazione (nel senso più psichiatrico del termine) letteraria: come se ci fosse la necessità di appigliarsi alla complessità della lingua per mettere una distanza da tutta questa violenza, una prosa che diventa quasi l’equivalente di uno schermo digitale attraverso cui, noi che leggiamo, ci ritroviamo ad assistere a un ricco finanziere che d’improvviso si recide la narice con una cesoia, un gruppo di adolescenti che durante un festino in un capanno si infilano un cacciavite nella giugulare. È, infatti, chiaro il rimando quando il nostro Hugo Boll (personaggio irrancidito a cui non vogliano nemmeno un po’ di bene) in una trattoria si trova a guardare con le altre avventrici e avventori una scena di decapitazione jihāista in televisione, seguita briosamente dalla réclame di una crema corpo ad alto contenuto nutritivo: solo lui sembra essere scosso dalla violenza appena occorsa sullo schermo e l’unica reazione sensata che riesce ad avere è un’erezione.

E qua, tralasciando tutti i canonici rimandi ai Cannibali, ai Palahniuk, e ai moreschiani Canti del caos e ai Junji Ito e ai Miguel Ángel Martín, mi sorprendo a interlacciare casualmente la rilettura di Inaugura stanotte il secolo del bene con la invece scoperta del libro di culto del 2004 di Dennis Cooper, Troie: in qualche modo l’anello di congiunzione tra American Psycho e Amygdalatropolis, ma frocio. Libro che mi aiuta anche a trovare una risposta, laddove il mio addormentamento abissale si è posto da censore tra me e il capire perché diavolo un uomo dovrebbe voler creare un centopiedi umano? O ancora, riemergendo dalla finzione per scontrarci con ben più materiche notizie, perché diavolo una persona che possiede tutto dovrebbe voler prendere parte al ciclo di abusanti turpitudini sull’Epstein’s Island? “La mancanza di amore nella società occidentale porta alla necrofilia”, scrive Sayak Valencia in Capitalismo gore, citando a sua volta Erich Fromm; ed è piuttosto classica dunque la risoluzione a questa domanda: la volontà di potenza.

Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non c’è autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con agency e dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza carnale. Con una risoluzione internalizzata o esternalizzata. In The Human Centipede – azzardo – la violenza è principalmente un vettore, si spinge verso un oggetto esterno da soggiogare. Mentre in Troie e Inaugura stanotte il secolo del bene c’è un doppio movimento dal di dentro e dal di fuori (l’erotismo della reiterazione del potere). Troie è un romanzo sul sadomasochismo estremo, dunque per arrivare al culmine di dominazione brutale, è necessario anche un soggetto (la marchetta Brad) che sceglie di sottomettersi, di dare adito al suo desiderio di essere sodomizzato fino alla morte per percepire il suo valore in funzione del godimento di un altro essere umano. (Ci vorrebbero forse più romanzi ambientati nel mondo del kinky consensuale, comunque, per destigmatizzare l’idea che la riappropriazione di una volontà di potenza attraverso il BDSM sia possibile solo come atto tendente al male: nel kink etico ci si riappropria delle dinamiche di violenza carnale sub/dom attraverso la cura e la reciproca presa in carico del trauma, sanandolo non attraverso la rimozione o la briglia sciolta della brutalità, ma attraverso una risignificazione di quell’amore di cui il capitalismo gore ci ha depredato).

Se il capitalismo ha spento in noi il desiderio, e se senza il desiderio non c’è autoaffermazione, allora l’unico modo per ripercepirsi come oggetti con agency e dunque desideranti è attraverso la sopraffazione della violenza carnale.
In ogni caso, nel libro di Montisano chi si ammala della febbre delle mutilazioni a sua volta riesce a defilarsi dal destino di prosumer/consumed, a riappropriarsi della propria volontà, mutando il suo corpo non in qualcosa di mostruoso e straordinario, un nuovo tassello sul piano evoluzionistico, come in un Crimes of the future di Cronenberg; o in una “mostruositrans” o “bestialitrans” termini cognati rispettivamente da Filo Sottile e Elia Bonci ispirandosi alla teoria di Preciado che scrive: “Non prendo il testosterone per diventare uomo, nemmeno per transessualizzare il mio corpo, ma semplicemente per tradire quello che la società ha voluto fare di me, per scrivere, per scopare, per provare una forma post-pornografica di piacere, per aggiungere una protesi molecolare alla mia identità transgenere low-tech fatta di dildo, testi e immagini in movimento, per vendicare la tua morte”; ma mutilandosi a sangue, appunto, rimuovendo parti del proprio corpo fino alla autarchica scelta della morte (come Fisher o Foster Wallace – etero cis man, duh – del resto, che nel loro suicidio abbracciano l’ultimo grande gesto anticapitalista? Cantava un altro uomo suicida, Luca Abort della band puk hardcore Nerorgasmo: “Distruggerò alla base la vostra moralità / Affronterò gli spettri cosciente della fine / Esalterò me stesso con la morte più sublime”). Ma Hugo Boll, nonostante tutto, non vuole cedere alla pulsione di morte. Per quanto la sua crisi inizi chiaramente quando prende atto di essere anche lui, nonostante membro dell’élite, privo di volontà di potenza:
Davanti a me, oltre i vetri, la boscaglia inerte s’incurvava sul lago. Voltandomi notai un bicchiere d’acqua fuori posto sulla penisola della cucina. Riluceva, cristallizzato nella sua perfezione di utensile industriale. Né un atomo in più né uno in meno. E io con lui, bloccati in una corporalità finita. Fu in quel momento che davanti ai miei occhi si spalancò il panorama agghiacciante del mio stare al mondo. Intuì nettamente di cosa fossi fatto, Karl. Funzioni biologiche e ricordi, ecco tutto. Il mio termometro emotivo non saliva di un grado oltre questo limite. Andai verso il bicchiere con la volontà di spostarlo qualche centimetro più in là. Un semplice esercizio di controllo. E però cade ugualmente. Si polverizzò al suolo come se le mie dita non fossero riuscite a trattenerlo. I pezzi di vetro si arenarono nella pozza d’acqua. E quanto tempo spesi a fissarli, quanto ne sprecai a chiedermi se qualcuno al mondo avrebbe mai potuto garantire per la loro autenticità. Ero io a legittimarli, forse? O era vero il contrario? Confusa, dubbia, vaga e traditrice: non esiste parola più ambigua di realtà. Questo gas che m’attraversava narici e polmoni, che mi ipnotizzava la ragione convincendomi d’esserne fondamento, d’essere speciale… invece sentivo di non meritare più di quanto, come uomo, mi era stato dato in dotazione.

Hugo Boll, ora un nulla – tanto che è l’unico personaggio il cui discorso diretto non è circoscritto dalle virgolette, ma sciolto nel testo – dunque, affronta un percorso di risignificazione nichilista di sé stesso. Inizialmente, si perde in una metonimia: sono tutti i soldi che possiedo a comporre la mia consistenza, e infatti prova a virtualizzare i suoi atti attraverso i soldi che diventano un’estensione del suo corpo. Al tanto odiato padre, quando lo vede nella bara, riesce a dare una sorta di bacio di Giuda solo fratturandogli la mandibola con uno schiocco che scuce i punti alle labbra, e infilandoci dentro una banconota da 500 euro, che poi fa raccogliere dalla tanatoesteta di umili origini costringendola in cambio a mostrare un seno al cadavere del padre. Poi si reca nel quartiere a luci rosse di ***, si infila nella cabina numero sette e penetrando con una moneta la fessura per attivare la performance di una sex worker dietro il vetro, virtualmente la penetra provocandole un improvviso sanguinamento vaginale.

Eppure il senso di inconsistenza permane, quindi anche lui cade vittima della febbre delle mutilazioni, ma siccome il suo corpo è ancora avviluppato nella metonimia di essere composto solo dai soldi che possiede (soldi di suo padre: Hugo Boll non si potrà mai appartenere se la sua materia è composta dall’eredità di chi l’ha generato, del resto), la sua mutilazione è proprio quella di dissipare il patrimonio. Un gesto d’altronde anche in qualche modo accelerazionista, poiché prelevando dalla banca l’interezza del patrimonio del suo miliardario padre sta anche mettendo in crisi il sistema bancario che quei soldi solo virtualmente li possiede.

Nel frammezzo abbiamo Il Luogo, uno spazio liminale in cui abitano dei (Ünter?)mensch, che, perse le capacità linguistiche, si muovono come una mente sciame (senza più alcun desiderio di ritrovare il desiderio;  di ritrovare la volontà di potenza smarrita), al cospetto di un padrone grasso, grosso e con le gambe amputate, l’unico che sa ancora scrivere e parlare, che desidera muoversi e non può muoversi, che desidera controllare i non-parlanti, ma non riesce a controllarli; nonostante la stazza da Jabba the Hutt, è solo concetto senza materia. E abbiamo una veggente prostituta che ardentemente desidera che Hugo Boll le procuri un feto di lama da seppellire, il feticcio della superstizione a cui si attacca biecamente nella ricerca della salvezza.

E abbiamo Karl in uno scantinato, un padre di famiglia disperato, verso cui Hugo Boll rivolge tutto il suo monologo letterario: Karl, lo strumento attraverso cui il protagonista, infine, sembra riappropriarsi della sua volontà di potenza proprio come il folle medico di The Human Centipede, o i sadici di Troie: riconoscendosi il suo stato di Übermensch e donandosi dunque da solo il diritto di fare delle esistenze, e soprattutto dei corpi di chi lo circonda quello che più desidera. Culmine che raggiunge anche in seguito alla rottura con la sua amante Alice che si autodetermina seducendo il suo vecchio zio per poi ricattarlo e farsi intestare l’eredità, gesto che racconta orgogliosamente a Hugo Boll, il quale, conscio di aver perso la sua proprietà mononormativa sulla donna, risponde tentando di stuprarla, solo per finire sodomizzato da lei. Povero piccolo narcisistico uomo etero cis, “uno storpio morale” impegnato nella costruzione di un falso sé grandioso, per svicolarsi dalla fattualità di essere nulla.

È quindi questo un romanzo molto maschile, ma allo stesso tempo una magnifica rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis doomer boy del Ventunesimo secolo che, già figlio dell’antipositivismo dostoevskijano, sente dissiparsi da sotto le suole sempre più, sempre più, la sua centralità nel mondo.
Ed è quindi questo un romanzo molto maschile, e in un certo senso poco decostruito, per l’appunto tardo Ottocentesco, primo Novecentesco. Ma allo stesso tempo una magnifica rappresentazione di un certo tipo di uomo etero cis doomer boy del Ventunesimo secolo che, già figlio dell’antipositivismo dostoevskijano, sente dissiparsi da sotto le suole sempre più, sempre più, la sua centralità nel mondo (“Piuttosto, mi terrorizzava vivere da portavoce dell’inutilità”): come individuo rispetto al disumanizzante late-stage capitalism, ma anche rispetto a persone FLINTA che a quella disumanizzazione ci erano da sempre state abituate e quindi ne approfittano per conquistarsi il loro spazio e trovare altre strategie collettive di mutare. Infatti, scrivono Maya Kronic e Amy Ireland nel manifesto del Cute Accelerationism (2024, per ora inedito in Italia), appunto una risposta FLINTA e “post-queer” a Fisher: “Dismantle identity and you dismantle guilt, fear and shame”. E ancora: “What’s cuter, swallowing or being swalloed? Prey mode or monster munch? Being something inside or having something inside you? Or both? […] post-hermaphroditic hyperconvulsion […] slipping down the non-orientable surface of cute, before long, the swallower turns out to be a swallowee. […] cute ultimately implies the melting of any polarity or distinxtion between having or being, possessive libido and self-objectification”.

La cutification è una riagglomerazione collettiva (e super cute!) verso il corpo senza organi (CsO) Deleuziano, descritto metaforicamente come un uovo (“an eggscape” – cute//acc): perdita di identità, di genere, di gerarchie di potere, di direzione, cute and shallow but togheter forever: la polycule (affettività non-monogama plurale e interconnessa) definitiva verso una sorta di svaporata salvezza (l’ultimo grande gesto anticapitalista è un Aegyo?). La positivizzazione della mente sciame che abita il Luogo di Montisano, forse, nel momento in cui il grande grosso padrone con le gambe amputate striscia via sconfitto per tornare nella città di ***. Mentre il doomer boy è incapace di mutare, è incapace di rinunciare al suo ego che lo pietrifica ineluttabilmente all’interno del suo labirinto di agonia solitario. Bloccato nella mononormatività gerarchica. Per sempre al di fuori del CsO, non c’è alcuna eggscape per lui. È incapace, quindi perisce o tenta un ultimo exploit di potenza sodomizzando, brutalizzando, laddove il cute si riappropria della volontà di potenza attraverso un’hypercuddle (hypercoccola). L’unico potere che si può esercitare sul trauma è quello di cura, uno smisurato e informe abbraccio.

Ma per Hugo Boll, dopo la sodomizzazione, giunge infine la stanchezza, l’addormentamento abissale, poiché è involuto nel suo pessimismo. Come il doomer boy, non riesce e non vuole davvero mutare, trovare una soluzione; ed è questo il più grande trauma di fronte al quale per lui non resta che la dissociazione: essere nulla e su nulla avere potere (se non forse su roboanti giri di frase alla novecentesca europea). Vedere o non vedere, sapere o non sapere, sentire o non sentire. Poco importa, perché: “Non ci sarà più tenerezza, senza abiezione. L’immonda turpitudine dei loro corpi inaugura stanotte il secolo del bene”. Lui, al contrario di me (26F cisgender, accettando l’ennesima dissipazione della mia identità, l’inconoscibile; inviando su Instagram anatemi e vomit emoji a Theory of the Young-Girl del collettivo Tiqqun), non si potrà svegliare dal labirinto solitario dell’egomania binaria, mettere in pausa la crudezza di The Human Centipede e riaddormentarsi la notte successiva con le infiorescenze di Orlando di Paul B. Preciado, o un vecchio film di Almodóvar proiettate sul volto, sovrascrivere il suo inconscio (blessatemi! oh, cutificatemi! – praying emoji – amiamoci!). E il secolo del bene sarà forse anche quello in cui rifioriranno lə mutilatə che non sono mortə dissanguate ma hanno reimparato, nonostante gli arti mozzati, a muoversi nel mondo in un pulsare collettivo.

Scrive Elia Bonci sui corpi trans, che sono la massima emanazione della cutification, in Anatomia di un mostro (2025):

Disobbedire e rifiutare le loro leggi, le loro gerarchie, le loro narrazioni soffocanti e cisnormate. Il nostro essere mostruositrans e bestialitrans è la nostra potenza. La nostra esistenza è già insurrezioni e rivoluzione. Non saremo addomesticatx, non saremo contenutx e non saremo riscrittx. Possiamo essere con i nostri corpi difformi la resistenza planetaria contro un mondo che ci vorrebbe docili, normatx e silenziosx. Se i nostri corpi sono un problema, allora faremo in modo che sia il vostro più grande incubo.

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Auto elettriche, perché il ritardo italiano può costare caro

Motus-E stima fino a 41,5 milioni di barili di petrolio risparmiati al 2035 con la crescita dell’auto elettrica.

L’Italia potrebbe ridurre in modo significativo la propria dipendenza dal petrolio grazie alla crescita della mobilità elettrica. Secondo il nuovo Libro Bianco sulla mobilità elettrica presentato da Motus-E a Roma, al 2035 il Paese potrebbe evitare il consumo annuo di una quantità di greggio compresa tra 34,6 e 41,5 milioni di barili, con un beneficio economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro l’anno. È un dato che sposta il tema dell’auto elettrica dal solo terreno ambientale a quello, più strategico, della sicurezza energetica, della competitività industriale e della bilancia commerciale.

La fotografia tracciata dal rapporto arriva in una fase delicata per l’industria automobilistica europea. Le case auto sono chiamate a rispettare obiettivi sempre più stringenti sulle emissioni, mentre fornitori, reti di vendita, operatori dell’energia e consumatori si muovono in un mercato ancora condizionato da incertezze normative, prezzi elevati e una domanda italiana più debole rispetto alla media continentale. Nel primo trimestre del 2026, ricorda Motus-E, la quota di mercato delle auto elettriche in Italia si è fermata all’8%, contro il 20% medio europeo.

Il punto di partenza non è però marginale. In Italia circolano oggi circa 830.000 veicoli elettrici e ibridi plug-in, considerando auto, furgoni e camion, mentre i punti di ricarica pubblici installati superano quota 78.000. Numeri in crescita, ma ancora insufficienti a colmare il divario con i principali mercati europei. Per questo il Libro Bianco costruisce due scenari al 2035, uno più prudente e uno più dinamico, legati soprattutto alla stabilità delle regole, alla disponibilità di incentivi e alla capacità di utilizzare le risorse europee per accompagnare la transizione.

Nello Scenario Conservativo, che ipotizza la continuità dell’attuale quadro legislativo, l’assenza di nuovi incentivi statali per i veicoli leggeri e una parziale attivazione dei fondi PNRR per la ricarica, l’Italia arriverebbe al 2035 con 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibridi plug-in. In questo caso la rete pubblica raggiungerebbe quasi 133.000 punti di ricarica, con una prevalenza della corrente alternata, ma con una quota crescente di infrastrutture veloci e ultraveloci. A queste si aggiungerebbero circa 3,3 milioni di punti di ricarica privati, soprattutto domestici.

Lo Scenario Accelerato delinea invece una traiettoria più ambiziosa. Motus-E considera l’introduzione di un incentivo strutturale per cittadini e imprese, un mandato a zero emissioni allo scarico per le flotte aziendali, il rafforzamento dei fondi per l’elettrificazione dei veicoli commerciali e pesanti e nuovi finanziamenti europei per le infrastrutture. In questa ipotesi il parco circolante arriverebbe a 6,8 milioni di veicoli elettrici e 2,4 milioni di plug-in hybrid, mentre i punti di ricarica pubblici supererebbero quota 164.000. La rete privata salirebbe a 3,5 milioni di punti, confermando il ruolo centrale della ricarica domestica.

Per il settore automotive, la differenza tra i due scenari non è solo quantitativa. Una transizione più rapida inciderebbe sulla filiera industriale, dalla componentistica alla produzione di batterie, dall’elettronica di potenza ai servizi digitali collegati alla ricarica. Le case automobilistiche avrebbero un mercato interno più coerente con gli investimenti già avviati in Europa, mentre i fornitori italiani sarebbero chiamati ad accelerare la riconversione tecnologica. Per i consumatori, l’effetto dipenderebbe dalla combinazione tra prezzo d’acquisto, costo dell’energia, diffusione delle colonnine e disponibilità di modelli accessibili.

Un altro passaggio centrale riguarda il sistema elettrico. Secondo il rapporto, l’aumento della domanda di elettricità per la ricarica dei veicoli sarebbe compreso tra 15,2 e 17,6 TWh al 2035, un livello giudicato compatibile con la capacità del sistema nazionale. Il tema, quindi, non è soltanto produrre più energia, ma farlo in modo coerente con lo sviluppo delle rinnovabili, delle reti e dei sistemi di accumulo. In questa prospettiva, l’auto elettrica diventa anche uno strumento per ridurre l’esposizione del Paese alla volatilità dei prezzi petroliferi.

È qui che il messaggio di Motus-E assume una valenza industriale e politica. Il presidente Fabio Pressi collega il tema della mobilità elettrica alla crisi energetica e alle tensioni internazionali, sottolineando come l’elettrificazione dei trasporti possa contribuire a rafforzare la sovranità energetica dell’Italia. Il riferimento ai 14 miliardi di euro di flessibilità concessi dall’Europa per accelerare la transizione energetica indica il nodo più concreto: scegliere se destinare queste risorse a misure frammentate o a un piano capace di incidere su infrastrutture, domanda, filiera e competitività.

La partita resta aperta. L’Italia dispone di una base industriale rilevante, ma rischia di restare in ritardo se il mercato interno non sosterrà la trasformazione tecnologica già in corso nel resto d’Europa. Il Libro Bianco di Motus-E non fotografa soltanto un obiettivo ambientale: mette in evidenza il costo potenziale dell’immobilismo. Meno petrolio importato significa maggiore sicurezza energetica, ma anche una diversa allocazione della spesa nazionale, nuove opportunità per le imprese e una spinta alla modernizzazione del sistema dei trasporti.

Scheda

Fonte: Libro Bianco sulla mobilità elettrica Motus-E
Veicoli elettrici e plug-in oggi in Italia: 830.000
Punti di ricarica pubblici oggi: oltre 78.000
Quota auto elettriche in Italia nel primo trimestre 2026: 8%
Media europea nello stesso periodo: 20%
Scenario Conservativo 2035: 4,6 milioni di elettriche e 3,2 milioni di plug-in
Scenario Accelerato 2035: 6,8 milioni di elettriche e 2,4 milioni di plug-in
Punti di ricarica pubblici al 2035: da 133.000 a oltre 164.000
Punti di ricarica privati al 2035: da 3,3 a 3,5 milioni
Domanda elettrica aggiuntiva stimata: 15,2-17,6 TWh
Petrolio risparmiato al 2035: 34,6-41,5 milioni di barili l’anno
Valore economico stimato: 2,4-2,9 miliardi di euro l’anno
Risorse Ue richiamate da Motus-E: 14 miliardi di euro

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Lukashenko: la «lobby ebraica» e pure il Vaticano hanno ingannato Putin

Il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj.

 

In un’intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha sostenuto che il conflitto avrebbe potuto terminare in tempi brevi nelle prime fasi, quando le forze russe si trovavano nei pressi della capitale ucraina.

 

«All’epoca, non solo io, ma tutto il mondo capiva che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato dall’agenzia BelTA.

 

Lukashenko ha però aggiunto che «alcuni politici e forze» hanno invitato Putin a interrompere l’avanzata, a ritirare le truppe da Kiev e a raggiungere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell’Ucraina erano contati».

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Il presidente bielorusso ha spiegato che la Russia procedeva sulla base di quella che appariva una concreta possibilità di intesa, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa vicenda».

 

«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».

 

Non è stato subito chiaro il significato preciso attribuito da Lukashenko al termine «lobby ebraica». Nei primi giorni del conflitto, l’allora Primo Ministro israeliano Naftali Bennett aveva svolto un ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina, incontrando Putin a Mosca e parlando al telefono con Zelensky. I resoconti dell’epoca indicavano che Bennett aveva esortato Zelens’kyj ad accettare le condizioni di Mosca.

 

Lukashenko non ha fornito ulteriori particolari sul presunto coinvolgimento del Vaticano. Tuttavia, nel marzo 2022, papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill avevano tenuto una videochiamata in cui avevano evidenziato l’«eccezionale importanza» del processo negoziale.

 

Mosca e Kiev avevano condotto diversi round di colloqui di pace a Costantinopoli nel marzo 2022. Putin aveva affermato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano approvato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev aveva poi abbandonato l’intesa dopo il ritiro delle truppe russe dalle zone intorno alla capitale ucraina.

 

La Russia ha sostenuto che l’Ucraina si era allontanata dall’accordo per le pressioni occidentali. Secondo alcune fonti, l’allora premier  britannico Boris Johnson avrebbe invitato Kiev a non firmare e a «continuare a combattere». Kiev ha respinto la ricostruzione di Mosca sul fallimento dei negoziati, sebbene l’ex capo negoziatore David Arakhamia abbia riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora, l’Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le ipotesi di neutralità.

 

I rapporti tra Minsk e il Vaticano sono rimasti anche inq uesti anni di tensioni. Nel settembre 2025, ricevendo il nuovo Nunzio Apostolico Ignazio Ceffalia, Lukashenko ha espresso pubblico apprezzamento per la posizione contraria del Vaticano alle sanzioni economiche. A fine ottobre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti ha incontrato personalmente Lukashenko a Minsk per discutere dei rapporti bilaterali.

 

In Bielorussia  si registra una durissima repressione contro i sacerdoti locali che esprimono dissenso.  Dal 2020 a oggi sono stati decine i sacerdoti arrestati, multati, detenuti o costretti a fuggire per aver criticato il governo o espresso vicinanza all’Ucraina. Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si registrò la condanna a 11 anni di carcere per «alto gradimento» ad un prete cattolico, padre Henryk Okołotowicz.

 

Nel maggio 2024 sono stati arrestati due importanti religiosi, tra cui padre Andrzej Juchniewicz, superiore degli Oblati di Maria in Bielorussia, condannato a ben 13 anni di colonia penale con l’accusa di attività sovversiva. Solo a novembre 2025, a seguito di intense trattative tra il Vaticano e Lukashenko, la Chiesa è riuscita a ottenere la liberazione anticipata di due sacerdoti detenuti nelle colonie penali.

 

Nel 202o l’allora arcivescovo di Minsk e vertice  dei cattolici bielorussi monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, aveva condannato pubblicamente le violenze della polizia contro i manifestanti. Il regime gli vietò il rientro in patria per mesi, di fatto costringendolo all’esilio.

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La diplomazia vaticana ottenne il suo rientro a fine 2020, ma pochi giorni dopo, a inizio 2021, papa Francesco ne accettò la rinuncia per raggiunti limiti di età (75 anni), normalizzando i rapporti istituzionali con Minsk.

 

Statistiche di cinque anni fa suggerivano che la popolazione cattolica della Bielorussia è il 10,6% del totale nazionale. La maggioranza della popolazione è ortodossa. Nell’agosto 2021, un giornale governativo aveva ridicolizzato la Chiesa cattolica pubblicando una serie di vignette in cui i prelati erano ritratti con svastiche naziste anziché con croci pettorali.

 

La Santa Sede persegue ora nel Paese una «politica dei piccoli passi»: ha nominato un nuovo Nunzio Apostolico a Minsk, l’arcivescovo Ignazio Ceffalia, e accetta il dialogo formale con Lukashenko proprio per poter negoziare, di volta in volta, la scarcerazione e la protezione dei preti locali.

 

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Ragazzo porta a passeggio il suo polipo

Un video virale caricato su TikTok mostra un ragazzo che porta a passeggio il suo gatto, cosa già di per sé abbastanza insolita, e pure il suo ulteriore animale domestico: il suo polpo. Lo riporta Futurism.

 

Sebbene i polpi possano sopravvivere fuori dall’acqua per brevi periodi – parliamo di un paio di minuti al massimo – si tratta sicuramente di un’esperienza piuttosto stressante, con probabili conseguenze terribili per la già breve vita di queste creature marine.

 

Probabilmente è per questo che l’influencer ha scelto di trainare il cefalopode in una vasca su uno skateboard, completo di quello che sembra essere un aeratore wireless per fornire ossigeno alla creatura. Il tutto appare piuttosto disinvolto: a un certo punto, il gatto del ragazzo si gira a guardare il polpo, ma poi sembra scrollare le spalle e continuare a camminare.

 

«Aspiriamo a questo livello di assurdità», ha commentato un utente nei commenti del video. «Cosa ti spinge?»

@slingin_steel Family walks🐙 #petoctopus #lilbro #petfamily #landaintsobad #lifeisgood ♬ original sound – Steel

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«La vita è troppo breve per vivere “normalmente”», ha risposto l’influencer. Per quanto intrigante possa essere il video, c’è sempre un rovescio della medaglia. Data l’elevata intelligenza delle specie di polpo, gruppi dell’animalismo organizzato come la celebre People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) sostengono che sia moralmente e ambientalmente sbagliato tenerli in acquario.

 

I polpi sono tra gli invertebrati più intelligenti del pianeta. Possiedono capacità di problem solving, usano strumenti, risolvono labirinti e hanno una memoria a lungo termine sviluppata. La loro intelligenza è definita «aliena» perché distribuita in tutto il corpo. A differenza dei vertebrati, il sistema nervoso del polpo non è centralizzato in un solo cervello. Dei suoi circa 500 milioni di neuroni, due terzi sono distribuiti direttamente negli 8 arti. Questo significa che ogni braccio ha una sorta di «autonomia decisionale»: può percepire sapori, toccare e persino aprire un’ostrica mentre il resto del corpo è impegnato in altro.

 

I folpi sono in grado di ricordare soluzioni già sperimentate e di apprendere semplicemente osservando i propri simili. Le creature tentacolari possono raccogliere gusci di cocco o conchiglie vuote per utilizzarli come scudi o nascondigli mobili. Tali esseri hanno inoltre una capacità di camuffamento fulminea e in cattività hanno dimostrato di saper pianificare fughe, aprire barattoli chiusi a prova di bambino e persino spruzzare acqua sulle lampadine per spegnerle se disturbati dalla luce.

 

Bisogna fare attenzione in particolare a certune tradizioni culinarie orientali: come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un signore di 82 anni è deceduto cercando di gustare una specialità coreana chiamata sannakji, che consiste in un polpo ancora vivo. Secondo quanto riportato, l’animale si è impigliato nella gola dell’anziano, causandone la morte.

 

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Immagine screenshot da TikTok

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23andMe ha ottenuto un risarcimento di 46,8 milioni di dollari per i dati genetici rubati

I profili genealogici e i dati familiari di quasi sette milioni di persone, rubati nel 2023 e dispersi sul dark web, hanno ora un valore di 46,8 milioni di dollari, stabilito da un tribunale. Un amministratore fallimentare del Missouri ha approvato il fondo mercoledì, definendo così le principali pretese nei confronti della società un tempo nota come 23andMe e ora operante con il nome di Chrome Holding Co. Lo riporta Reclaim The Note.

 

Ciò che gli hacker hanno rubato non può essere ripristinato. Una password viene cambiata dopo una violazione e una carta di credito rubata viene bloccata nel giro di poche ore. La tua ascendenza e il tuo background etnico non cambiano, così come la rete di parenti a cui sei collegato, che espone persone che non si sono mai iscritte a nulla.

 

Le stime di ascendenza, le relazioni familiari previste, gli anni di nascita e i luoghi autodichiarati che hanno raccolto sono sufficienti per identificare una persona e le persone a lei imparentate, e queste informazioni rimangono valide per tutta la vita.

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Questi sono i dati che 23andMe non è riuscita a proteggere, a partire da aprile 2023 e per circa cinque mesi, prima che l’azienda rivelasse l’intrusione in un post sul blog di ottobre.

 

Gli hacker hanno riutilizzato le credenziali di accesso ottenute da precedenti violazioni su altri siti, infiltrandosi in una piccola parte di account i cui proprietari avevano riciclato le proprie password. Da lì, il danno si è esteso a DNA Relatives, una funzionalità opzionale creata per consentire agli utenti di trovare parenti genetici. L’hacker ha raggiunto 5,5 milioni di profili DNA Relatives e ha estratto informazioni su altri 1,4 milioni di persone che utilizzavano uno strumento chiamato Family Tree, trasformando una funzionalità pensata per favorire la connessione in una mappa di chi è imparentato con chi.

 

Le vittime che hanno presentato denuncia si divideranno 32,5 milioni di dollari del fondo, con risarcimenti individuali che vanno dai 50 ai 10.000 dollari per danni straordinari come furto d’identità e cure per problemi di salute mentale.

 

L’amministratore ha finora risolto oltre 255.860 richieste di risarcimento e migliaia sono ancora in sospeso. I restanti 14,29 milioni di dollari vanno a Kroll, la società che gestisce le richieste, e circa 13 milioni di dollari di questa somma sono stati coperti da polizze di cyberassicurazione di Allied World, Houston Casualty di Tokio Marine, Landmark American di Berkshire Hathaway e assicuratori di Lloyd’s. Le persone i cui dati sono stati esposti si assumono il rischio permanente e le compagnie assicurative si fanno carico della maggior parte del costo.

 

I ricorrenti avevano chiesto 48 miliardi di dollari. L’amministratore ha optato per una cifra di diversi ordini di grandezza inferiore, citando la sentenza di un tribunale federale secondo cui un precedente accordo da 30 milioni di dollari era «ragionevole alla luce della grave situazione finanziaria della società».

 

L’amministratore ha definito il risultato un «esito equo» che evita ulteriori contenziosi e rispecchia quanto l’azienda può effettivamente pagare. La cifra finale è inferiore di 3,25 milioni di dollari al limite massimo di 50 milioni di dollari autorizzato dal giudice Brian Walsh lo scorso gennaio.

 

Il danno non è mai stato distribuito in modo uniforme. Dopo la violazione, raccolte di profili rubati sono emerse e sono state messe in vendita sul dark web. I dati genealogici, suddivisi per etnia e offerti agli acquirenti, rappresentano un tipo di esposizione che nessun risarcimento può annullare.

 

Come riportato da Renovatio 21, i dati rubati dalla società di test genetici 23andMe sono stati resi disponibili per essere venduti online prenderebbero di mira specificamente gli utenti con origini ebraiche ashkenazite.

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La società che ha raccolto tutti questi dati è in gran parte scomparsa. 23andMe ha presentato istanza di fallimento ai sensi del Chapter 11 nel marzo 2025, ha venduto la maggior parte delle sue attività per oltre 300 milioni di dollari ed è stata riacquistata dalla co-fondatrice Anne Wojcicki, nonostante le obiezioni delle autorità di regolamentazione.

 

La California ha tentato di bloccare la vendita, sostenendo che il suo Genetic Information Privacy Act richiedeva il consenso esplicito prima che i dati genetici potessero essere trasferiti, ma ha perso la causa. Alla fine di maggio, lo stato ha citato in giudizio Chrome Holding Co. per non aver protetto i dati dei clienti fin dall’inizio. La società di comodo continua a cambiare nome.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2018, 23andMe ha annunciato una partnership con GlaxoSmithKline, consentendo al colosso farmaceutico di utilizzare i risultati dei test di cinque milioni di clienti per sviluppare nuovi farmaci in cambio di un investimento di 300 milioni di dollari. L’accordo è stato prorogato fino a luglio 2023 per ulteriori 50 milioni di dollari.

 

La CEO di 23andMe Anne E. Wojcicki, è l’ex moglie del cofondatore di Google Sergej Brin. Nel 2007, Google ha investito 3,9 milioni di dollari nella società, insieme a Genentech, che è considerata la prima società biotecnologica al mondo grazie allo sfruttamento del DNA ricombinante e la creazione dell’insulina sintetica nel 1978.

 

Nel febbraio 2021, 23andMe ha annunciato di aver stipulato un accordo definitivo per la fusione con la società di acquisizione speciale di Richard Branson, VG Acquisition Corp, in una transazione da 3,5 miliardi di dollari. La società risultante dalla fusione è stata rinominata 23andMe Holding Co. e ha iniziato ad essere quotata alla borsa NASDAQ il 17 giugno 2021 con il simbolo «ME»

 

La sorella Susan Wojcicki , ora defunta, è stata fino a poco fa CEO di YouTube, che è di proprietà di Google.

 

I dati genetici raccolti privatamente sulla popolazione hanno reso in grado le autorità americane di catturare autori di assassini anche di quaranta e passa anni fa. Il caso più noto è quello del Golden State Killer, preso grazie al fatto che, con la cosiddetta genomica di consumo (servizi di analisi genetica al consumatore come 23andMe, che è solo uno degli attori del settore) molti americani hanno uploadato su un server il loro profilo genetico, rendendo rintracciabili anche i loro parenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Commisione di Intelligence USA ha dichiarato che i test DNA commerciali potrebbero essere utilizzati nella produzione di bioarmi personalizzate, cioè la creazione di sistemi di offesa in grado di colpire una singola persona o un particolare gruppo famigliare, etnico etc.

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«Incompatibile con la morale cristiana»: i patriarchi ortodossi si schierano contro l’ideologia LGBT

I leader delle Chiese ortodosse si sono espressi contro le parate dell’«orgoglio» LGBT in tutta Europa. Lo riporta LifeSite.

 

Nel corso dello scorso fine settimana, i patriarcati ortodossi di Bulgaria e Romania hanno criticato le parate pro-LGBT che si sono svolte in questi paesi a tradizione cristiana.

 

Il Patriarcato bulgaro ha dichiarato in un comunicato che l’umanità è stata creata da Dio «come uomo e donna» e che la famiglia è l’ambiente naturale per crescere i figli, avvertendo che le parate del «Pride» promuovono opinioni e comportamenti «incompatibili con l’insegnamento morale cristiano».

 

Il patriarcato ha inoltre affermato che tali messaggi sono particolarmente problematici quando sono rivolti a bambini e adolescenti. I leader ortodossi bulgari hanno sottolineato che «la Chiesa non rifiuta nessuno e prega incessantemente per ogni persona» e che la sua Chiesa ha la responsabilità di testimoniare il Vangelo e di proteggere i fedeli dalla confusione spirituale.

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Riguardo allo stile di vita LGBT e alla presunta «libertà» che le interazioni sessuali senza restrizioni porterebbero, la dichiarazione afferma: «La vera libertà non consiste nel cedere a ogni desiderio o brama, ma nel seguire la verità che conduce le persone alla pienezza della vita in Dio».

 

Il patriarcato ha esortato le istituzioni governative a sostenere e proteggere il matrimonio e la famiglia, nonché a salvaguardare i valori spirituali e culturali su cui si fonda la società bulgara.

 

Anche la Chiesa ortodossa rumena ha criticato gli eventi del «Pride». In una dichiarazione, ha affermato che il movimento LGBT mette in pericolo «la pace sociale e il rispetto reciproco», indispensabili per il bene comune. Eventi come il Pride di Bucarest potrebbero intensificare la confusione sui valori spirituali in una società che già si trova ad affrontare sfide come il declino demografico e l’instabilità sociale.

 

Il Patriarcato rumeno ha inoltre sottolineato di non appoggiare alcuna forma di linguaggio offensivo, calunnia o violenza contro le persone che si identificano come LGBT, in quanto ciò sarebbe in contraddizione con il Vangelo di Cristo. I cristiani ortodossi dovrebbero distinguersi per la pace, la preghiera e il rispetto per la dignità di ogni essere umano, ha ribadito la leadership della Chiesa ortodossa rumena.

 

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Membri dello staff di Medici Senza Frontiere licenziati per abusi sessuali

Medici Senza Frontiere (MSF) ha licenziato 18 membri del personale dopo che un’indagine interna ha rivelato accuse di abusi sessuali e sfruttamento nei confronti di rifugiati sudanesi in Ciad, secondo quanto riportato sabato dall’Associated Press, che cita una nota interna riservata.

 

L’organizzazione benefica medica ha affermato che ai lavoratori licenziati è stato vietato di trovare un impiego in futuro. Il rapporto dell’organizzazione no-profit ha rilevato 59 denunce che coinvolgono personale locale e straniero nei campi lungo il confine tra il Ciad e il Sudan, dove centinaia di migliaia di persone sono fuggite dalla guerra in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare.

 

Secondo quanto riportato, alcuni casi riguardavano ragazze minorenni; altri includevano accuse secondo cui il personale avrebbe scambiato cibo, acqua, latte e lavoro in cambio di prestazioni sessuali. Il rapporto descriveva i risultati come prova di «abusi e sfruttamento sessuale» e affermava che lo sfruttamento ripetuto in alcuni casi suggeriva la possibilità di un traffico sessuale organizzato.

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Medici Senza Frontiere ha dichiarato all’Associated Press che i risultati dell’indagine rappresentano «un’analisi interna franca» delle carenze riscontrate nei suoi sistemi di salvaguardia. L’organizzazione ha affermato di aver rafforzato i controlli sul reclutamento, i sistemi di gestione dei reclami e i canali di segnalazione a seguito dell’indagine. Ha aggiunto che alcune accuse non hanno potuto essere verificate perché le vittime e i presunti responsabili non sono stati rintracciati.

 

L’indagine ha fatto seguito a precedenti articoli dell’Associated Press del 2024, in cui donne sudanesi nei campi profughi in Ciad accusavano operatori umanitari e personale di sicurezza locale di offrire denaro, lavoro e un accesso facilitato agli aiuti in cambio di sesso.

 

Il caso si aggiunge ad anni di controversie sugli abusi nel settore degli aiuti umanitari. Secondo quanto riportato, il memorandum di Medici Senza Frontiere (MSF) riconosceva preoccupazioni simili durante la risposta all’epidemia di Ebola del 2021 nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e negli scandali di sesso in cambio di aiuti che coinvolgevano agenzie umanitarie nei campi profughi in Guinea, Liberia e Sierra Leone, emersi all’inizio del 2002.

 

Una commissione indipendente ha inoltre accertato nel 2021 che 83 operatori umanitari, tra cui 21 dipendenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono stati coinvolti in abusi e sfruttamento sessuale durante la risposta all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo tra il 2018 e il 2020.

 

Le accuse giungono mentre il Sudan si trova ad affrontare quella che le Nazioni Unite definiscono la più grande crisi di sfollamento e protezione al mondo. Il Ciad è diventato una delle principali destinazioni per le persone in fuga dal conflitto, con oltre un milione di rifugiati sudanesi che hanno attraversato il confine con il paese vicino dall’inizio dei combattimenti, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

 

Lunedì, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha affermato che «l’orribile conflitto» in Sudan si è «ampliato e intensificato», con un «forte aumento» degli attacchi con i droni, nonché di stupri e violenze sessuali. Ha aggiunto che il suo ufficio ha documentato l’uccisione di oltre 1.000 civili a causa di attacchi con droni solo tra gennaio e maggio.

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Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni un’enorme scandalo di abusi sessuali da parte di membri dello staff dell’OMS ha interessato la missione dell’ente in Congo. Alla fine, l’OMS ha pagato le vittime 250 dollari ciascuna.

 

Nonostante la sua autorevolezza mondiale, Medici Senza Frontiere (MSF) è stata al centro di diverse polemiche politiche, etiche e gestionali nel corso della sua storia. Le principali controversie riguardano il soccorso in mare, l’equilibrio della sua neutralità nei conflitti e la gestione interna del personale.

 

A partire dal 2017, le attività delle navi di MSF nel Mar Mediterraneo centrale sono state duramente contestate da vari esponenti politici italiani. L’accusa principale era che la presenza delle ONG fungesse da fattore di attrazione per i migranti o che agevolasse il lavoro degli scafisti, ipotesi sempre respinta con forza dall’organizzazione. 9 anni fa MSF ha rifiutato di firmare il Codice di Condotta proposto dal Ministero dell’Interno italiano, contestando i limiti imposti ai trasbordi di naufraghi e la presenza di polizia armata a bordo, ritenuti lesivi della propria indipendenza e operatività.

 

Nel 2020 oltre 1.000 tra dipendenti ed ex dipendenti hanno firmato una lettera aperta denunciando un «razzismo istituzionale» radicato nella cultura aziendale. La critica riguardava la disparità di trattamento, salari e tutele tra lo staff internazionale (spesso bianco ed europeo) e lo staff medico reclutato localmente nei Paesi in via di sviluppo

 

Nel corso degli anni, governi autoritari o fazioni in guerra hanno accusato MSF di spionaggio o parzialità politica. Ad esempio, nel Donbass le autorità filorusse revocarono i permessi all’organizzazione accusandola di manipolare farmaci psicotropi.

 

Medici Senza Frontiere è stata fondata nel 1971 da un gruppo di 13 tra medici e giornalisti francesi, tra cui Bernard Kouchner, che sarebbe poi divenuto ministro degli Esteri di Francia. Il  Kouchner lasciò definitivamente MSF nel 1979 a causa di una profonda frattura ideologica e strategica con la leadership dell’organizzazione, culminata nella vicenda dei «Boat People» del Vietnam: Kouchner voleva noleggiare una nave (la Île de Lumière) per andare a soccorrere nel Mar Cinese Meridionale le migliaia di profughi in fuga dal regime comunista vietnamita. La maggioranza della dirigenza di MSF (guidata da Claude Malhuret) si oppose fermamente, ritenendo l’iniziativa un’operazione troppo mediatica, costosa e politicamente sbilanciata. Dopo essere stato messo in minoranza nel voto interno, Kouchner sbatté la porta e, insieme ad altri quattordici medici dissenzienti, fondò una nuova organizzazione rivale: Médecins du Monde (Medici del Mondo).

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MSF è nata da una rottura con la Croce Rossa durante la catastrofica emergenza del Biafra a fine anni Sessanta, contestando il principio di neutralità e silenzio imposto dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR).

 

Durante la guerra civile nigeriana, la regione secessionista del Biafra venne posta sotto un assedio totale che causò una carestia devastante e oltre un milione di morti. Bernard Kouchner e altri medici francesi inviati dalla Croce Rossa constatarono che l’esercito nigeriano stava deliberatamente affamando la popolazione civile e bombardando gli ospedali. I medici volevano denunciare immediatamente al mondo quello che consideravano un vero e proprio genocidio.

 

Tuttavia, la Croce Rossa richiedeva ai suoi volontari di firmare un accordo di assoluta riservatezza per mantenere l’accesso ai campi di battaglia. Per Kouchner e i suoi colleghi, quel silenzio equivaleva a una complicità con i carnefici. Decisero quindi di infrangere il codice, rilasciare interviste ai media e, una volta tornati in Francia, fondare un nuovo tipo di umanitarismo che unisse la cura medica alla testimonianza pubblica (témoignage).

 

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Laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in oltre 30 Paesi: molti hanno condotto esperimenti con agenti patogeni altamente contagiosi

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Secondo documenti declassificati e resi pubblici la scorsa settimana dalla direttrice uscente dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, molti ricercatori sono attualmente o sono stati in passato impegnati in ricerche che utilizzano «agenti patogeni pericolosi e altamente contagiosi», come si legge in una dichiarazione. Circa un terzo si trova in Ucraina ed è «vulnerabile alle minacce di lunga data di attacchi, sequestri o danni da parte della Russia».

 

Secondo documenti declassificati e resi pubblici dalla direttrice uscente dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, gli Stati Uniti hanno finanziato oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi.

 

«Molti di questi laboratori biologici finanziati dal governo statunitense sono attualmente o sono stati in passato impegnati in ricerche che utilizzano agenti patogeni pericolosi e altamente contagiosi, in alcuni casi comprese pericolose ricerche di tipo ‘Gain-of-Function’, con pochissima visibilità o supervisione», ha dichiarato l’ufficio di Gabbard in un comunicato.

 

Circa un terzo dei laboratori biologici si trova in Ucraina ed è «vulnerabile alle minacce di lunga data di attacchi, sequestri o danneggiamenti da parte della Russia», ha affermato Gabbard.

 

Alcuni esperti hanno dichiarato a The Defender che i documenti non rivelavano nulla di nuovo. «Queste informazioni sono di dominio pubblico almeno dal 2005», ha affermato Sasha Latypova, ex dirigente nel settore della ricerca e sviluppo farmaceutico .

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La ricerca sul guadagno di funzione, che aumenta la trasmissibilità o la virulenza dei virus, è stata collegata allo sviluppo del COVID-19.

 

RadioFreeEurope/RadioLiberty ha descritto la pubblicazione del documento come una «mossa insolita», avvenuta pochi giorni prima della partenza di Gabbard, prevista per il 19 giugno.

 

Secondo il New York Post , Gabbard ha reso pubblici i documenti in risposta all’ordine esecutivo del presidente Donald Trump del 2025 che sospende i finanziamenti federali per la ricerca sul guadagno di funzione fino all’adozione di una nuova politica federale.

 

«Il presidente Trump comprende la grave minaccia che la pericolosa ricerca sul guadagno di funzione rappresenta per il popolo americano», si legge nel comunicato stampa di Gabbard.

 

Gabbard ha preso di mira il dottor Anthony Fauci, affermando che «ha mentito al popolo americano sull’esistenza di laboratori biologici finanziati e sostenuti dagli Stati Uniti».

 

Fox News ha riferito che Fauci «ha studiato a lungo la tecnica del guadagno di funzione», ma ha «ripetutamente negato che il governo abbia finanziato quel tipo di ricerca».

 

La pubblicazione del documento ha suscitato l’ira dei virologi legati a Fauci e alla ricerca sul guadagno di funzione, tra cui Peter Daszak, Ph.D., ex presidente dell’EcoHealth Alliance , finanziata da Bill Gates.

 

Stephanie Weidle, direttrice esecutiva di Feds for Freedom , ha affermato che la pubblicazione «rappresenta la prima volta che un funzionario statunitense ha riconosciuto formalmente l’esistenza dei laboratori e la minaccia rappresentata dal lavoro scientifico che vi si svolge».

 

«Queste rivelazioni sono agghiaccianti perché dimostrano la totale assenza di supervisione su questo tipo di ricerca», ha affermato Brian Hooker, Ph.D., responsabile scientifico di Children’s Health Defense (CHD).

 

Entro la fine del mese, il senatore Rand Paul (repubblicano del Kentucky) terrà un’intervista con Fauci al Senato degli Stati Uniti, che verrà trascritta. La data dell’intervista non è ancora stata resa pubblica e non si sa se Fauci dovrà rispondere a domande sul coinvolgimento degli Stati Uniti nei laboratori di biosicurezza globali e sul relativo finanziamento.

 

Karl Jablonowski, Ph.D., ricercatore senior del CHD, ha affermato che Fauci ha molto di cui rispondere riguardo al suo coinvolgimento con laboratori biologici stranieri e ha previsto che Fauci negherà di essere a conoscenza di tali laboratori.

 

«Dato che la grazia concessa da Fauci tramite autopen non protegge da future frodi, l’America dovrebbe prepararsi a ricevere molte domande importanti al Senato, alle quali si risponderà con la frase “Non ricordo“», ha affermato Jablonowski.

 

Gabbard ha affermato che l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (ODNI) si impegnerà a identificare i laboratori e a «porre fine alle pericolose ricerche di tipo ‘Gain-of-Function’ che minacciano la salute e il benessere del popolo americano e delle persone in tutto il mondo».

 

Un portavoce dell’ODNI ha rimandato The Defender alla dichiarazione di Gabbard.

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I laboratori ucraini sono «solo la punta dell’iceberg»

Il documento di quattro pagine, parzialmente censurato , diffuso da Gabbard, si concentrava principalmente sull’Ucraina. Secondo il documento, in quel paese esistono oltre 40 laboratori biologici, molti dei quali costruiti con milioni di dollari di finanziamenti del governo statunitense.

 

Nei laboratori sono presenti agenti patogeni quali antrace, tubercolosi, SARS, Marburg, Ebola, Lassa e peste. Il documento citava anche esempi di specifici progetti di ricerca condotti nei laboratori ucraini, tra cui ricerche sull’influenza aviaria e sulla peste suina.

 

«La portata di questa operazione è sbalorditiva», ha affermato l’avvocato Greg Glaser. «La rivelazione più eclatante è l’audacia con cui questi programmi sono stati orchestrati sotto la maschera della sicurezza globale. Hanno di fatto aggirato la supervisione del popolo americano, arricchendo al contempo una rete di appaltatori e burocrati».

 

Uno dei laboratori – l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv, in Ucraina, specializzato in medicina veterinaria, virologia e tossicologia – potrebbe ospitare «almeno alcuni agenti patogeni pericolosi», ha affermato.

 

Il laboratorio ha ricevuto finanziamenti nell’ambito del Programma di riduzione delle minacce biologiche (BTRP) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DOD) all’inizio degli anni 2010. Nel 2019, la struttura presentava «almeno alcune carenze in materia di biosicurezza e biocontenimento, in particolare nelle stanze adibite alla manipolazione del batterio contagioso Brucella», si legge nel documento.

 

Nonostante la probabile presenza di questi agenti patogeni, il laboratorio «resta quasi certamente vulnerabile alle operazioni di disinformazione, al sequestro o al danneggiamento da parte della Russia, in corso da tempo».

 

Oltre ai finanziamenti e al supporto del Dipartimento della Difesa, la ricerca è stata sostenuta dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e da organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

 

A loro si sono unite diverse istituzioni accademiche statunitensi, tra cui l’Università della Florida, l’Università del New Mexico, l’Università dell’Alaska Anchorage e l’Università del Tennessee, Knoxville.

 

Secondo Richard Ebright, Ph.D., biologo molecolare della Rutgers University e critico della ricerca «gain-of-function», altri Paesi che ospitano laboratori BTRP includono le ex repubbliche sovietiche di Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan e Uzbekistan.

 

Weidle ha affermato che le strutture identificate da Gabbard «fanno parte di una rete molto più ampia di laboratori costruiti e finanziati nell’ambito del programma Cooperative Threat Reduction (CTR)», con l’aiuto del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Stato americano, che hanno anche formato gli scienziati e attrezzato i laboratori.

 

«Si tratta di un programma di portata mondiale e i laboratori ucraini rappresentano solo la punta dell’iceberg», ha affermato Weidle. Per Glaser, il filo conduttore è «la ricerca dell’accesso a serbatoi di agenti patogeni pericolosi in paesi con normative meno stringenti».

 

Secondo quanto riportato da Gateway Pundit, l’ex presidente Barack Obama, durante il suo mandato come senatore degli Stati Uniti, ha contribuito a garantire i finanziamenti per i laboratori biologici ucraini.

 

Nel 2022, la stessa testata ha riportato prove del finanziamento da parte dell’esercito statunitense della ricerca sul coronavirus presso laboratori di biologia ucraini . Le prove rinvenute sul laptop di Hunter Biden indicavano che questi aveva contribuito a garantire finanziamenti a società appaltatrici statunitensi specializzate nella ricerca di agenti patogeni in Ucraina.

 

Sebbene i documenti pubblicati da Gabbard si concentrassero sui laboratori ucraini, non sono stati menzionati altri paesi tra i circa 30 che presumibilmente ospitano tali laboratori biologici.

 

Tuttavia, secondo RadioFreeEurope/RadioLiberty, il governo statunitense è da tempo impegnato in «sforzi volti a salvaguardare i programmi di ricerca dell’era della Guerra Fredda» nell’ambito del programma CTR. Ciò include le strutture di Tbilisi, in Georgia, «e in altre località dell’ex Unione Sovietica».

 

Secondo il documento, nessuno dei laboratori ucraini è un laboratorio di livello di biosicurezza 4 (BSL-4), una designazione riservata ai laboratori che conducono le ricerche più rischiose e che, di conseguenza, adottano le misure di sicurezza più rigorose. Tuttavia, secondo Jablonowski, la ricerca rischiosa viene spesso condotta anche in laboratori BSL-2 e BSL-3.

 

«Alcuni potrebbero trovare conforto nel fatto che la maggior parte dei laboratori biologici in Ucraina siano di livello BSL-2, e quindi inadatti per gli agenti patogeni più pericolosi. Il SARS-CoV-2 è stato studiato in modo inappropriato in un ambiente di contenimento BSL-2 presso l’ Istituto di Virologia di Wuhan, quando il livello minimo richiesto è BSL-3. Non vi è alcuna garanzia che gli agenti patogeni estremamente pericolosi vengano studiati in condizioni di biosicurezza adeguate», ha affermato Jablonowski.

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«Nessuna intenzione o piano» di tagliare i fondi ai laboratori

Dal 2010 si sono verificati almeno quattro casi di fughe di sostanze e incidenti nei laboratori di ricerca biologica statunitensi. Weidle ha chiesto una «revisione completa della ricerca condotta nei laboratori del CTR».

 

Secondo Newsweek, i documenti presentano «lacune significative» e mancano di «prove dirette che le strutture siano coinvolte nello sviluppo di armi biologiche offensive».

 

Altri esperti hanno suggerito che, nonostante la pubblicità generata dalla pubblicazione dei documenti da parte di Gabbard, i file contengono poche, se non nessuna, informazione nuova.

 

Secondo Ebright, i documenti «non contenevano nuove informazioni e non riuscivano nemmeno a includere la maggior parte delle informazioni già disponibili al pubblico sull’argomento». «Peggio ancora, Gabbard ha complicato ulteriormente la situazione confondendo la ricerca di routine, non pericolosa, con la pericolosa ricerca di acquisizione di nuove funzioni».

 

Latypova ha affermato che il dipartimento della Difesa possiede i laboratori biologici ucraini da oltre 20 anni, avendoli «acquistati per 15 milioni di dollari durante la vendita all’asta fallimentare dell’Unione Sovietica nel 2005».

 

«Questi laboratori biologici… sono stati finanziati da ogni amministrazione statunitense dal 2005», ha affermato Latypova. «La retorica online di Gabbard non è altro che una manovra politica in vista delle elezioni del 2028. Non ha espresso alcuna intenzione o piano di tagliare i fondi» a questi laboratori.

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Un sostenitore della ricerca sul guadagno di funzione denuncia una «campagna di disinformazione»

Daszak, che ha pubblicato numerosi articoli sulla ricerca relativa al guadagno di funzione , ha attaccato Gabbard poco dopo la diffusione dei documenti, accusandola di diffondere «disinformazione».

 

In una dichiarazione diffusa da Fox News, Daszak ha affermato: «il finanziamento di questi laboratori è stato reso pubblico e fa parte di un impegno a lungo termine per la de-militarizzazione della ricerca biologica in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Ecco perché la Russia ha lanciato una campagna di disinformazione su di essi, che ora Gabbard sta alimentando».

 

In un post su X, Daszak ha anche attaccato i sostenitori della teoria della fuga dal laboratorio, secondo la quale il SARS-CoV-2 sarebbe stato prodotto in un laboratorio e poi fuoriuscito da esso.

 

Daszak ha affermato che EcoHealth Alliance «non è coinvolta» nei laboratori in questione, «ma la disinformazione russa e i responsabili delle fughe di notizie sui laboratori continuano a diffondere la teoria del complotto, prendendo di mira noi e i nostri colleghi. Stanno letteralmente aiutando la Russia a promuovere la disinformazione per minare i nostri obiettivi geopolitici!».

 

Daszak aveva legami finanziari con l’Istituto di Virologia di Wuhan, che secondo i sostenitori della teoria della fuga dal laboratorio sarebbe la fonte della diffusione del SARS-CoV-2. Ha svolto un ruolo chiave nel promuovere la teoria dell’origine zoonotica, o naturale, dell’emergere del COVID-19.

 

Nel 2017, la proposta DEFUSE dell’EcoHealth Alliance prevedeva la modifica dei virus dei pipistrelli mediante l’inserimento di una proteina spike con un sito di clivaggio per la furina, una modifica che avrebbe facilitato l’infezione dei polmoni umani da parte di tali virus.

 

Sebbene la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) avesse respinto la proposta DEFUSE, Fauci l’avrebbe approvata, stando ai documenti resi pubblici da Paul la scorsa settimana.

 

Ralph Baric, Ph.D., virologo dell’Università del North Carolina, e Shi Zhengli, Ph.D. , ricercatore dell’Istituto di Virologia di Wuhan, hanno contribuito alla stesura della proposta.

 

Nel 2024, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha sospeso i finanziamenti all’EcoHealth Alliance per non aver monitorato adeguatamente la sicurezza dei suoi esperimenti sul coronavirus.

 

Ad aprile, Baric ha perso i finanziamenti del National Institutes of Health (NIH) e la sua istituzione, l’Università della Carolina del Nord, lo ha messo in congedo.

 

All’inizio di questo mese, il virologo del NIH Vincent Munster, Ph.D. , anch’egli indicato come partner nella proposta DEFUSE, e il collega ricercatore del NIH Claude Kwe Yinda, Ph.D., sono stati accusati di aver cospirato per contrabbandare materiale biologico, inclusi campioni inattivati ​​del virus del vaiolo delle scimmie, negli Stati Uniti dall’Africa.

 

Ad aprile, una giuria ha incriminato l’ex collaboratore di Fauci, il dottor David Morens, con l’accusa di cospirazione per occultare documenti federali sulle origini del COVID-19. L’anno scorso, Daszak è diventato presidente di Nature.Health.Global , azienda per cui ora lavora Morens.

 

In un altro post su X , Daszak ha suggerito che la pubblicazione dei documenti sui laboratori biologici da parte di Gabbard e i problemi legali affrontati da personaggi come Morens e Munster siano motivati ​​politicamente: »un pretesto per abbattere su tutti noi una mazza da baseball performativa».

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È «assolutamente appropriato» indagare sul ruolo di Fauci nella ricerca sul guadagno di funzione

Ma altri scienziati ed esperti hanno contestato le affermazioni di Daszak, con Hooker che ha definito le dichiarazioni di Daszak «sorprendentemente ambigue, visti i suoi problemi personali». Jablonowski ha fatto notare che Daszak «ha pubblicato con Munster e Morens», tra cui un articolo che descrive le presunte origini zoonotiche del COVID-19.

 

Il coinvolgimento di Daszak, «soprattutto considerando i suoi precedenti legami con la ricerca oggetto dell’indagine, lo rende un testimone fortemente compromesso», ha affermato Glaser.

 

L’anno scorso, Paul ha proposto una legge – il Risky Research Review Act – che istituirebbe un comitato federale per esaminare i finanziamenti destinati alla ricerca ad alto rischio nel campo delle scienze biologiche. Weidle ha affermato che «è giunto il momento» di approvare questa legge.

 

Altri, invece, hanno chiesto maggiore trasparenza nei documenti governativi sulle origini del COVID-19.

 

«Gabbard ha promesso di declassificare e rendere pubbliche le informazioni sulle origini del COVID. Si spera che le informazioni che Gabbard pubblicherà sulle origini del COVID siano più esaustive rispetto alle informazioni poco utili che ha diffuso sui laboratori di biocontenimento finanziati dagli Stati Uniti all’estero», ha affermato Ebright.

 

Glaser ha suggerito che Fauci dovrebbe rispondere al Congresso in merito al coinvolgimento dei laboratori di ricerca biologici statunitensi.

 

«È assolutamente opportuno indagare sul ruolo di Fauci e di altri funzionari che hanno categoricamente negato o travisato l’esistenza e la natura di questi programmi. Il tentativo di spostare l’attenzione su altri aspetti – da “questi laboratori non esistono’ a ‘si tratta solo di un normale processo di disarmo” – non reggerà al vaglio di una seria inchiesta del Senato».

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

© 15 giugno 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Trasmettere la fede

«Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra?» (Luca 18,8).

 

La domanda che Nostro Signore pone con timore non celato suggerisce che la trasmissione della fede di generazione in generazione non è scontata, ma richiede un’attenzione costantemente rinnovata, uno sforzo quotidiano e, ancor più, una grazia dal Cielo: anche quando ricevuta nella culla, la fede rimane innanzitutto un dono di Dio che deve poi, e sempre con l’aiuto di Dio, essere nutrito e sviluppato.

 

Occorre ricordare che la fede è intesa in due sensi diversi ma correlati: la fede a volte si riferisce a ciò che si crede e si professa, in altre parole al contenuto della fede cattolica o all’insieme armonioso e coerente delle diverse verità di fede; la fede a volte si riferisce all’adesione personale e libera dell’uomo a queste verità rivelate da Dio e trasmesse dalla Chiesa.

 

Da quel momento in poi, la trasmissione della fede avviene in due modi complementari. In primo luogo, consiste nel trasmettere nella sua interezza e nello spiegare nel dettaglio ciò che Gesù Cristo è venuto a rivelare all’umanità. È missione del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti insegnare alle persone; trasmettere una chiara comprensione, adeguata alle capacità di ciascuno, della dottrina della fede.

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Pertanto, la trasmissione della fede può essere paralizzata solo quando le verità vengono costantemente sminuite, messe a tacere o addirittura distorte, celate da falsità; quando il catechismo si limita alla discussione di una pagina del Vangelo… Già il profeta Geremia lo lamentava: «I bambini chiedono il pane, e nessuno glielo dà». Non ci sarà una trasmissione profonda e duratura della fede finché i pastori della Chiesa si rifiuteranno di insegnare, con autorità, tutte le verità cattoliche, specialmente quelle che contrastano con le false ideologie del presente.

 

Questo non basta: trasmettere la fede richiede anche di preparare le menti ad accogliere liberamente la Verità rivelata, con un’adesione sia intellettuale che spirituale. Certamente, la fede non si trasmette pienamente se non viene assimilata e vissuta quotidianamente.

 

Per questo motivo, la trasmissione della fede spetta anche ai genitori e agli educatori, chiamati a offrire quotidianamente, in famiglia e nella scuola cattolica, concrete applicazioni della fede che li ispira. Di conseguenza, la trasmissione della fede dipende in larga misura dagli esempi di vita cristiana offerti, dalle regole di vita stabilite, dalle buone abitudini instillate e dalle relazioni felici instaurate.

 

Al contrario, come l’esperienza dimostra chiaramente, i cattivi esempi, l’indisciplina cronica, la debolezza di carattere e le amicizie dannose sono sufficienti a farla fallire.

 

Abate Luigi Maria Berthe

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

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Donna muore a causa di un ritardo dell’intervento in un ospedale che usa l’IA

La famiglia di una donna brasiliana deceduta dopo aver atteso diversi giorni per un posto letto in terapia intensiva ha accusato un nuovo sistema statale basato sull’Intelligenza Artificiale di aver minimizzato la gravità delle sue condizioni e di aver ritardato il suo trasferimento.

 

Rebeca Cardoso Tenente Molina, una psicologa di 32 anni originaria del Minas Gerais, si è recata in ospedale all’inizio di questo mese per quelli che si riteneva essere calcoli biliari. Le sue condizioni sono rapidamente peggiorate e i medici hanno presto concluso che necessitava di un trasferimento urgente in un’unità di terapia intensiva.

 

Tuttavia, secondo quanto riferito, la nuova piattaforma statale Core-MG per la gestione dei posti letto non ha considerato il suo caso sufficientemente urgente, nonostante i parenti di Molina si fossero rivolti al tribunale per cercare di ottenere un trasferimento più rapido.

 

Un posto letto è stato trovato solo circa cinque giorni dopo, a circa 300 km di distanza. Molina fu trasportata lì con un aereo privato, ma morì poche ore dopo. Il suo certificato di morte indica lo shock settico come causa del decesso, ma i medici stanno ancora cercando di determinare cosa abbia scatenato il suo rapido peggioramento.

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«I medici hanno perso l’autonomia di decidere se un paziente è gravemente malato», ha dichiarato ai media Samela Cardoso Tenente Furtado, avvocata e sorella gemella di Molina, affermando che il sistema diIA ha assegnato a Molina un punteggio di gravità di 6,8, nonostante la sua famiglia ritenesse che avrebbe dovuto essere trattata come un 10.

 

«Un paziente con un punteggio di 8, un paziente con un punteggio di 6,9 avrebbero avuto la precedenza», ha detto Furtado, aggiungendo che la piattaforma basata sull’Intelligenza Artificiale non avrebbe accettato un livello superiore nonostante il peggioramento dei risultati dei test.

 

«Mia sorella, e altre persone, non sono solo numeri, non sono solo protocolli, non sono solo un codice fiscale (CPF) inserito a caso nel sistema», ha affermato.

 

Il sistema Core-MG è stato introdotto il mese scorso e, secondo quanto dichiarato dai funzionari statali, avrebbe reso l’assegnazione dei posti letto più rapida e trasparente, contribuendo al contempo a classificare i pazienti in base alla gravità delle loro condizioni.

 

Il Dipartimento della Salute del Minas Gerais ha negato che il sistema abbia danneggiato Molina, affermando che la sua registrazione è avvenuta immediatamente e che i trasferimenti dipendono dalla disponibilità di posti letto e dalle esigenze cliniche. Ha inoltre dichiarato che la supervisione del sistema rimane di competenza dei medici e che Core-MG non ha modificato i criteri clinici né il metodo di assegnazione dei posti letto.

 

L’implementazione ha tuttavia suscitato critiche e contestazioni legali da parte delle autorità locali, le quali sostengono che abbia interrotto i trasferimenti dei pazienti.

 

Il caso di Molina si inserisce in un contesto di crescenti preoccupazioni sull’integrazione dell’IA nel settore sanitario. Negli Stati Uniti, le compagnie assicurative hanno recentemente dovuto affrontare cause legali per presunti rifiuti di rimborso basati su algoritmi, mentre gli infermieri di Nuova York hanno lanciato l’allarme sulla fretta con cui gli ospedali stanno implementando strumenti di AI senza un adeguato coinvolgimento o supervisione da parte degli operatori sanitari.

 

In pratica, l’IA già decide della vita e della morte dei pazienti – senza che sia possibile dare spiegazioni delle sue decisioni.

 

Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk ha previsto che i robot sostituiranno presto i chirurghi umani e sono già in grado di eseguire operazioni considerate impossibili da eseguire per le persone comuni.

 

 

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Funzionario dei Mondiali indagato per un gesto con la mano considerato come il segno del «White Power»

La FIFA ha «assolto» l’arbitro grottescamente accusato di aver fatto un gesto del suprematismo bianco.

 

La Federazione calcistica internazionale aveva indagato l’arbitro  che avrebbe fatto il gesto dell’«OK» con la mano prima della vittoria per 7-1 della Germania su Curaçao, riaccendendo uno dei più assurdi allarmismi legati alle guerre culturali che hanno invaso il web.

 

L’arbitro australiano Shaun Evans, che domenica ha lavorato come supervisore del VAR (Video Assistant Referee), è apparso nella trasmissione ufficiale prima del fischio d’inizio, mentre veniva inquadrata la squadra di revisione video, guardando in camera e facendo il segno dell’OK capovolto.

 

Il gruppo antidiscriminazione Fare, partner di lunga data della FIFA, ha chiesto l’esclusione di Evans dal torneo, affermando che il gesto «assomiglia chiaramente» a un simbolo utilizzato come segno di supremazia bianca negli ambienti di estrema destra.

 

 

«La copertura mediatica seguita a questo incidente semplicemente non riflette chi sono» ha dichiarato l’Evans in un comunicato diffuso dalla FFIFA.  «Naturalmente comprendo come il gesto sia stato interpretato e me ne rammarico, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho consapevolmente né deliberatamente fatto il gesto che mi viene attribuito».

 

 

🚨 FIFA have launched an investigation into assistant VAR Shaun Evans after he appeared to make a hand gesture that has been linked to far-right extremist groups… 😅🥲 pic.twitter.com/HlO8JSoZyJ

— 𝐂𝐚𝐬𝐮𝐚𝐥 𝐔𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐎𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥 (@thecasualultra) June 15, 2026


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La FIFA aveva dichiarato di aver avviato un’indagine sull’incidente e di essere alla ricerca di spiegazioni da parte dell’Evans. Ora è arrivata l’«assoluzione»: «dopo aver esaminato il caso relativo all’arbitro addetto al Var Shaun Evans, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del proprio Codice disciplinare» dice una nota della Commissione Disciplinare indipendente FIFA..

 

Il segno «OK» viene utilizzato da decenni per indicare approvazione o che tutto va bene. La versione che Evans sembra aver fatto assomiglia anche al «gioco del cerchio», uno scherzo scolastico in cui qualcuno forma il segno sotto la vita e cerca di costringere gli altri a guardarlo.

 

Il presunto significato razzista è stato reso popolare nel 2017 dagli utenti di 4chan, che hanno lanciato una campagna di trolling per convincere giornalisti e attivisti di sinistra che il comune gesto della mano fosse in realtà un simbolo di supremazia bianca. Le dita alzate rappresenterebbero una «W» e le dita a cerchio con il braccio rappresenterebbero una «P», a rappresentare l’acronimo per «White Power», cioè «Potere Bianco».

 

I cacciatori di simboli nazisti hanno subito ricordato che Brenton Tarrant, il perpetratore della strage di Christchurch, aveva fatto questo gesto durante un’udienza in tribunale nel 2019, dopo essere stato arrestato per l’uccisione di 50 persone nell’attacco armato a due moschee in Nuova Zelanda.

 

Gran parte dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, come l’organizzazione ebraica Anti-Defamation League, si sono buttate a capofitto, aggiungendo il segno OK alle loro liste di simboli dell’odio accanto alla svastica e alle tuniche del Ku Klux Klan.

 

Da allora, le persone sorprese a fare quel gesto sono state ripetutamente prese di mira da organizzazioni attiviste, accusate di razzismo e, in alcuni casi, hanno perso il lavoro e sono state bandite da determinati locali. I ricorrenti scandali hanno alimentato l’indignazione pubblica nei confronti dei media e dei gruppi attivisti, accusati di trasformare gesti comuni in controversie razziste.

 

I mondiali americani sono partiti tra varie polemiche: i tifosi sono indignati con l’organizzazione per gli alti prezzi dei biglietti, le costose concessioni negli stadi e i diffusi problemi di trasporto. I problemi riscontrati durante l’ultima edizione dei Mondiali hanno inoltre alimentato il malcontento generale nei confronti della storia di corruzione della FIFA, delle scelte politicizzate dei paesi ospitanti e della crescente commercializzazione del calcio.

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Immagine di Pinerineks via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

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Leone XIV nomina il presidente di EWTN News a capo della comunicazione vaticana

Papa Leone XIV ha nominato Maria Montserrat «Montse» Alvarado Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede il 2 giugno 2026. Il suo insediamento è previsto per il 1° novembre.

 

Questa decisione inaspettata dice molto sulla visione del papa americano in materia di comunicazione istituzionale. La notizia è giunta come una bomba sulle rive del Tevere, solitamente piuttosto tranquille alla fine della primavera. Per chi ha familiarità con i meccanismi interni del Vaticano, la scelta di nominare il presidente di un organo di stampa cattolico americano conservatore rompe con la tradizione e preannuncia una nuova era per la comunicazione della Santa Sede.

 

Una carriera forgiata nei media cattolici oltreoceano.

Dal 2023, Montserrat Alvarado ricopre la carica di presidente e CEO di EWTN News, supervisionando tutte le attività giornalistiche globali e multilingue dell’emittente, che comprendono televisione, radio, stampa , piattaforme digitali e social media. In precedenza, ha trascorso quattordici anni in posizioni dirigenziali presso il Becket Fund for Religious Liberty , dove si è concentrata su temi quali la libertà religiosa e la dignità umana. Nata a Città del Messico, si è laureata alla Florida International University e alla George Washington University.

 

Il suo profilo è quello di una manager esperta piuttosto che di una giornalista. Ed è proprio ciò che il papa desiderava, secondo l’esperto vaticanista Andrea Gagliarducci: Leone XIV ha portato in Vaticano una manager di grande esperienza, cercando al contempo di entrare in contatto con il mondo conservatore americano – con le sue reti di finanziatori – e acquisendo un’esperienza fondamentale per cercare di far funzionare la macchina mediatica vaticana.

 

Questa nomina ha un certo peso simbolico: questa rete televisiva conservatrice si è infatti mostrata critica nei confronti di diversi aspetti del pontificato di Papa Francesco e non ha esitato a esprimere riserve su alcune decisioni prese durante il pontificato di Leone XIV. Paradossalmente, la scelta di un dirigente proveniente da EWTN – un canale che papa Francesco, in uno dei suoi consueti sfoghi, definì una volta «opera del diavolo» – viene interpretata come un gesto di conciliazione nei confronti di un’ampia fetta del cattolicesimo americano.

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Una nomina senza precedenti

Montserrat Alvarado succede a Paolo Ruffini, nominato nel 2018 da Pppa Francesco come primo prefetto laico di un dicastero della Curia romana. In particolare, la sua nomina la rende la prima laica senza voti religiosi a capo di un dicastero della Santa Sede.

 

Questo organismo non è sempre stato affidato a laici. Per oltre mezzo secolo, il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, e in seguito la Segreteria per la Comunicazione, sono stati guidati da vescovi o cardinali. Il primo prefetto della Segreteria per la Comunicazione, l’arcivescovo Dario Edoardo Viganò, nominato nel 2015, era egli stesso un arcivescovo.

 

La nomina della signora Alvarado costituisce dunque un nuovo passo in un recente sviluppo segnato dalla costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022), che prevede esplicitamente che i fedeli laici possano essere chiamati a esercitare funzioni di governo all’interno della Curia Romana.

 

Durante le congregazioni generali che hanno preceduto il conclave del 2025, il cardinale Beniamino Stella ha espresso il suo dissenso nei confronti di questa separazione tra il potere di governo e il sacramento dell’Ordine sacro. Già prefetto della Congregazione per il Clero e figura stimata nella Curia, ha denunciato una rottura con una tradizione secolare che lega l’ordinario esercizio della giurisdizione ecclesiastica alla ricezione del sacramento dell’Ordine sacro.

 

La questione non è semplicemente disciplinare; tocca la natura stessa del potere nella Chiesa. Storicamente, i prefetti dei dicasteri, i loro segretari e spesso anche i loro sottosegretari erano vescovi, perché gli atti che erano chiamati a compiere rientravano nell’esercizio della giurisdizione ecclesiastica.

 

Riforma in prospettiva

Al di là di questa nomina, l’intera struttura del dicastero potrebbe essere ripensata. In una possibile riorganizzazione, la tipografia, la Casa Editrice Vaticana e il servizio fotografico verrebbero integrati nel bilancio del Governatorato sotto la voce «servizi commerciali», mentre il Dicastero per la Comunicazione si concentrerebbe nuovamente sulla gestione dei media, che potrebbe essere gestita in modo più «manageriale», con un’autonomia che consentirebbe anche donazioni specifiche.

 

La questione cruciale è se questa «rivoluzione silenziosa», come l’hanno definita alcuni commentatori, permetterà ai media vaticani di rimanere fedeli al «programma di cristianizzazione della società» affidato loro da Papa Pio XI all’inaugurazione della prima sede di Radio Vaticana. Era il 1931, e da allora molta acqua è passata sotto i pilastri di Ponte Sant’Angelo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Nucleare Iran, il piano Usa per disarmare Teheran: investimenti per 300 miliardi. “Li metterebbero i Paesi arabi del Golfo”

Venerdì 19 giugno sul tavolo a Lucerna non ci sarà soltanto la “pagina e mezzo” piena di indicazioni generiche alla base del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran. Ci saranno anche possibili investimenti per centinaia di miliardi. Se Teheran accetterà di porre fine alla guerra e definire nuovi limiti al proprio programma nucleare, Washington sarebbe pronta a sostenere la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione economica dell’Iran. La cifra, trapelata alla fine della scorsa settimana da fonti coinvolte nei negoziati e riportata da diversi media americani e israeliani, è stata confermata nelle ultime ore da J.D. Vance.

Intervistato da CBS News, il vicepresidente Usa ha però cercato di neutralizzare quello che per Donald Trump potrebbe trasformarsi in boomerang in politica interna. “Gli iraniani non riceveranno mai un centesimo del denaro dei contribuenti statunitensi, punto”, ha detto Vance a CBS Mornings. Quando gli è stato chiesto se il memorandum tra Washington e Teheran prevedesse un fondo da 300 miliardi di dollari, Vance ha risposto: “Questo è il tipo di finanziamento a cui potrebbero avere accesso, erogato dalla Gulf Coast Coalition, a patto che rispettino i loro obblighi”.

La precisazione è tutt’altro che secondaria. Il fondo non sarebbe composto da risorse federali americane, ma da investimenti privati, fondi sovrani e capitali provenienti dai paesi del Golfo, con Washington impegnata soprattutto nel ruolo di garante politico e diplomatico dell’operazione. In altre parole, non si tratterebbe di un nuovo Piano Marshall finanziato con soldi pubblici Usa, ma di un enorme veicolo di investimento internazionale destinato a rendere di nuovo appetibile l’economia iraniana dopo la guerra.

La distinzione è fondamentale per Trump. Fin dal primo mandato il tycoon aveva attaccato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, accusando l’amministrazione Obama che lo aveva firmato di avere garantito enormi benefici economici alla Repubblica islamica in cambio di limitazioni insufficienti al programma nucleare di Teheran. Il tycoon ha più volte ironizzato sui “pallet di contanti” spediti a Teheran per indicare il pagamento previsto dall’intesa di circa 1,7 miliardi legato alla risoluzione di una controversia finanziaria risalente all’epoca dello Scià. Il trattato prevedeva anche lo sblocco di circa 100 miliardi di asset congelati all’estero, dei quali all’Iran sarebbe arrivato circa il 50%. Accettare ora un accordo che garantisca agli ayatollah 300 miliardi pubblici sarebbe quindi un impensabile autogol. Da qui la necessità di costruire un meccanismo e una narrativa diversi.

Secondo quanto emerso finora, a mettere gran parte delle risorse dovrebbero essere i paesi arabi del Golfo, gli stessi che per decenni hanno considerato la Repubblica islamica il loro principale rivale strategico della regione. Le risorse verrebbero erogate soltanto a fronte del raggiungimento di specifici obiettivi tra i quali il recupero o il trasferimento dell’uranio arricchito accumulato negli ultimi anni, nuovi limiti al programma nucleare e l’accettazione di meccanismi di verifica internazionale.

Il piano iraniano presenta analogie con i progetti elaborati dall’entourage di Trump – in primis dall’inviato Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner, entrambi immobiliaristi – per la ricostruzione di Gaza, dove l’idea è quella di mobilitare capitali privati, fondi sovrani del Golfo e investimenti infrastrutturali su larga scala, utilizzando lo sviluppo economico come strumento di stabilizzazione. Con una differenza sostanziale: senei progetti elaborati per la Striscia gli investimenti dovrebbero accompagnare una riorganizzazione della sua governance e un coinvolgimento di attori esterni nella gestione del territorio – Emirati Arabi e Turchia su tutti – nel caso iraniano l’obiettivo sarebbe reintegrare una potenza già esistente nell’economia regionale.

Se dovesse essere confermato, il fondo costituirebbe uno dei più grandi programmi di ricostruzione mai concepiti per il Medio Oriente e andrebbe ad aggiungersi a circa 25 miliardi di dollari di investimenti congelati che potrebbero essere sbloccate nell’ambito dell’intesa. Si tratterebbe però anche uno dei più grandi paradossi dell’era Trump: il presidente che per anni ha denunciato gli incentivi economici concessi da Barack Obama all’Iran si troverebbe oggi a promuovere il più vasto piano di rilancio mai offerto a Teheran. Una prospettiva che non può piacere all’alleato Israele.

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“Non saltate i pasti e mangiate frutta. Scandite la giornata, staccando il cervello con attività”: le strategie per combattere l’ansia e affrontare al meglio la Maturità

Ultime ore prima dell’avvio della Maturità. La tensione cresce per i 500mila studenti che da giovedì dovranno affrontare l’esame di Stato, ma qualche strategia per governare le emozioni e per arrivare sereni alla prova c’è: sapere come nutrirsi e come allenare il cervello. Abbiamo chiesto “aiuto” a due esperti: la dietista Elena Piovanelli e il neurologo Michele Gennuso, direttore del Dipartimento di riabilitazione neurologica della Fondazione Camplani nella casa di Cura Ancelle di Cremona, oltre che professore di Neurofisiologia del sistema nervoso presso l’Università degli Studi di Cremona.

Piovanelli lavora in questo settore da oltre vent’anni, tenendo diversi progetti di educazione alimentare nelle scuole. La dietista non ha dubbi: “Prima regola, una buona idratazione. I prossimi giorni dovremo fare i conti con un’ondata di calore con picchi che arriveranno oltre i trenta gradi. Se si beve poco il cervello va in sofferenza, la concentrazione viene meno. Considerando l’età bisognerebbe bere un paio di litri d’acqua al giorno. Frizzante o meno ma acqua”. Attenzione: no all’acqua fredda che potrebbe creare una congestione proprio a poche ore dall’esame.

Altro consiglio: “Non saltare i pasti. Spesso i ragazzi – sottolinea l’esperta – sballano il loro bio ritmo, perdono l’abitudine di far colazione per poi cercare cibi ‘palatabili’. È necessario, invece, fare tre pasti al giorno oltre a due/tre spuntini”. Approvati lo yogurt, la frutta, una fetta di pane e prosciutto o cioccolato. Bocciati gli snack salati perché per “smaltirli serve ancora più acqua”.

Terzo suggerimento: frutta a colazione. La dottoressa Piovanelli non vieta un cornetto o il caffè ma caldeggia meloni, albicocche, ciliegie, frutti di bosco perché contengono acqua, sali minerali, vitamine, anti ossidanti, zuccheri e fibre che contribuiscono al senso di sazietà. Ad andare a braccetto con quest’ultimo incoraggiamento c’è quello di valorizzare i piatti freddi: riso, pasta, cuscus. Infine, “vanno evitati gli alcolici”. Piovanelli sa che molti giovani bevono drink o birra ma consiglia di evitarli almeno in questo periodo: “L’alcool una volta ingerito nelle ore successive va smaltito. La sera non permette di riposare bene”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il neurologo Gennuso: “Una leggenda metropolitana dice che l’uso della cannabis possa contribuire all’apprendimento, ma in realtà le droghe aumentano la perdita delle funzioni mnemoniche. Meglio evitarle, quindi”. Per Gennuso, comunque, la regola principe è “dormire bene. Non bisogna ritardare l’addormentamento stando davanti agli schermi perché i social in modo particolare attivano molto l’attenzione che è la porta d’ingresso della memoria”.

E l’ansia? “C’è, è necessaria perché stimola a trovare percorsi per apprendere ma non deve diventare patologica. Va assecondata ma vanno eliminati i pensieri intrusivi, catastrofici”. Insomma al bando i “ma andrà tutto male” o “non ce la farò”, così anche gli ansiolitici. Ad aiutare i ragazzi, invece, è lo “scandire la giornata – precisa il medico – andando a nuotare, a correre, staccando il cervello con pause e attività che creino gratificazione”. Così anche “studiare in maniera regolare senza la brama dell’imparare tutto all’ultimo minuto”.

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Toto-tracce Maturità, le tre proposte di Galiano: “Deledda, gli 80 anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”

Grazia Deledda, gli ottant’anni della Repubblica e il linguaggio dell’odio”. A lanciare una terna secca nel toto tracce è Enrico Galiano, professore di italiano, storia e geografia alle scuole medie dell’istituto comprensivo di Chions, in provincia di Pordenone, ma anche scrittore, molto amato dagli adolescenti e dai docenti.

Il suo pronostico, pensato per ilFattoQuotidiano.it che lo ha raggiunto tra un viaggio e l’altro in treno, non è una profezia perché Galiano sa bene che il tototracce “è un grande sport nazionale in cui è molto difficile vincere”. Ma il suo occhio da insegnante, da appassionato della letteratura, da autore (l’ultimo suo libro è “Il cuore non va a dormire” edito da Einaudi) che guarda con attenzione alla cronaca con la capacità di avere uno sguardo divergente, lo ha portato a ipotizzare queste tre proposte.

Grazia Deledda, per la tipologia A ovvero l’analisi e l’interpretazione di un testo letterario italiano. “Deledda – ci spiega Galiano – perché nel 2026 cade il centenario del Nobel: sarebbe una scelta giusta, anche simbolica. Una grande autrice italiana, spesso lasciata ai margini, che invece avrebbe moltissimo da dire ancora oggi sul destino, sulla libertà, sulle radici, sulla fatica di essere sé stessi dentro un mondo che ti ha già scritto addosso un ruolo”. La scrittrice sarda non è mai stata proposta come autore della prima prova ordinaria negli ultimi decenni. È comparsa solo in alcune prove supplettive ma si tratterebbe di una novità assoluta. Sono in tanti ad averla citata nel “toto-tema” e anche l’IA ha puntato su di lei.

Per la tipologia B, ovvero l’analisi e la produzione di un testo argomentativo, Galiano va sul sicuro: “È molto credibile una traccia sugli 80 anni della Repubblica. Mi auguro però che non diventi una celebrazione da trombone e fascia tricolore, ma una riflessione viva su che cosa significhi oggi essere cittadini: partecipare, scegliere, discutere, avere diritti e anche responsabilità. In un tempo in cui tutti parlano e pochi ascoltano, sarebbe una traccia molto attuale”. Anche in questo caso si tratta di un tema suggerito anche dall’intelligenza artificiale e da molti docenti che in queste ore postano consigli sui social.

Novità assoluta, invece, la proposta di Galiano per la terza pista, ovvero la riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità: “Secondo me, riguarda il linguaggio dell’odio e la responsabilità delle parole perché oggi quest’ultime sembrano leggerissime: le scrivi, le posti, le lanci, e dopo un secondo sei già altrove. Però, intanto, quelle parole restano addosso a qualcuno. Feriscono, isolano, accendono rabbia, costruiscono muri. E allora sarebbe bello chiedere ai ragazzi proprio questo: che cosa facciamo, ogni giorno, con le parole che abbiamo in mano?”. Galiano conclude: “Poi naturalmente il ministero potrebbe tirare fuori tutt’altro ma se dovessi giocarmi tre fiches, le metterei qui”.

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Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali

Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.

Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.

A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.

Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.

La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.

Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.

Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”

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Divieto social per i minori, non solo Gran Bretagna: il blocco avanza in Europa e nel mondo. E l’Italia? Frena

Al G7 di Evian, in Francia, è risuonato forte l’appello per tutelare i minori dai rischi dei social network e dell’Intelligenza artificiale. Novantacinque giovani di 19 Paesi si sono riuniti in questi giorni a Parigi per lanciare il monito sulla salute mentale dei più giovani, minacciata da Big Tech. Ai leader del mondo occidentale hanno presentato il cosiddetto “Manifesto della Gioventù” (‘Youth Manifesto’), invocando ”tutele” che “non possono essere lasciate solo nelle mani di aziende che sviluppano questi strumenti o agli adulti che non sono cresciuti con la presenza costante dell’Ia”. La ”protezione on-linedell’infanzia è tra le priorità della presidenza francese del G7. Del resto Parigi è la capitale più decisa a rescindere la dipendenza tecnologica dai colossi americani; ed è tra le prime nazioni europee ad aver proposto il divieto di accesso ai social network per i minori, fissando l’asticella nazionale a 15 anni. Nei giorni scorsi è salita sul carro dei divieti anche Londra, con l’annuncio del premier Keir Starmer.

La Gran Bretagna per la linea dura: divieto social fino a 16 anni

Secondo il premier britannico le tutele per i minori “potrebbero persino andare un po’ oltre”, rispetto al divieto australiano. “È la linea che piace ai governi, perché è visibile e facile da raccontare“, dice a ilfattoquotidiano.it l’avvocato specializzato Marco Martorana, docente di Diritto della Privacy presso l’Università Mercatorum. Peccato che funzioni “meno bene di come la si racconti”, dice l’esperto. “In Australia – prosegue – l’autorità ha aperto istruttorie contro cinque piattaforme e ha ammesso che circa sette ragazzi su dieci continuano ad accedere lo stesso”. Secondo Martorana, “Australia e Regno Unito spostano tutto il peso sulle piattaforme e tolgono ai genitori perfino la facoltà di autorizzare il figlio. Altri Paesi, dalla Francia al Portogallo, fanno l’opposto e rimettono la decisione in famiglia con il consenso dei genitori“.

La Terra dei canguri è stata la prima ad approvare una legge con il ban ai social network per i ragazzi, elevandolo a 16 anni. Poi sono seguiti altri Paesi e ora la lista è lunga, tra provvedimenti in via di approvazione o solo annunciati. Tutti nel nome della tutela dei minori, dinanzi ai rischi del social network. Ma il convitato di pietra, in questi casi, è la soluzione tecnica e l’atteggiamento poco o nulla collaborativo delle piattaforme: come verificare l’età degli utenti, senza la collaborazione di Big Tech? In mancanza dei monitoraggi sulle date di nascite, qualunque divieto è inapplicabile. In Italia, ad esempio, vige già il divieto di accesso ai servizi digitali e di Intelligenza artificiale, per i minori di 14 anni, ma solo sulla carta. Il 10 giugno il governo ha approvato due decreti attuativi sull’Ia, ma il ban per l’accesso ai social network resta congelato da 8 mesi, malgrado il Parlamento sarebbe pronto ad approvarlo. Mentre le giravolte di Palazzo Chigi non hanno certo accelerato la pratica. Il governo Meloni, per tutelare i minori, ha caldeggiato le multe ai genitori che non controllano i figli con il parental control, una linea gradita alle piattaforme. L’Australia (e non solo) invece ha approvato la legge già a dicembre 2025 con sanzioni milionarie, non ai genitori bensì alle stesse piattaforme.

Le nazioni con il ban per i minori già in vigore: ma in Australia 7 minori su 10 conservano il profilo

L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver approvato una legge sul divieto di accesso ai social, fissandolo a 16 anni. Per gli utenti al di sotto di questa soglia di età, è prevista la rimozione del profilo su Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Le piattaforme che non rispettano il divieto rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Circa 4,7 milioni di account sono stati chiusi nelle settimane successive, secondo l’autorità delle comunicazioni australiane (eSafety); altri 300mila a inizio marzo scorso. Ma i dubbi sono ancora molti. Secondo il Garante australiano, circa 7 ragazzi su 10 hanno conservato il loro profilo, malgrado non abbiano ancora compiuto 16 anni. Il motivo? Secondo l’Australia le grandi piattaforme non applicano a dovere le verifiche dell’età. Sarebbe ancora possibile, in molti casi, registrarsi ai servizi con una semplice autodichiarazione sull’età, mentendo senza alcun controllo da parte dei colossi. Oppure barando con le scansioni facciali, un sistema con un tasso fisiologico di errore: stando a eSafety, le piattaforme consentono ai minori di tentare più e più volte la registrazione, finché quest’ultima non vada in porto. E quando emergono sospetti sull’età reale, i colossi ometterebbero verifiche più stringenti come la presentazione dei documenti d’identità, lamenta l’autorità australiana. E ora, entro la metà del 2026, l’Australia potrà decidere su eventuali multe per Big Tech.

In Malesia la legge per il divieto di accesso fino a 16 anni è entrata in vigore il primo gennaio 2026 in virtù del regolamento dell’Autorità del per comunicazioni. Il governo aveva già annunciato il ban a novembre 2025. Le piattaforme con almeno 7 milioni di utenti (inckuse Facebook, Instagram, TikTok e YouTube) devono prima ottenere una licenza dallo Stato, poi rispettare l’obbligo della verifica dell’età e moderare i contenuti per la sicurezza dei minori online. Le sanzioni previste, a carico delle piattaforme, ammonterebbero fino a 10 milioni di ringgit (poco più di 2 milioni di euro).

In Indonesia lo stop agli under 16 è attivo dall’ultima settimana di marzo e include TikTok, Facebook, Instagram, Threads, YouTube, X, Roblox, Bigo Live. Secondo i media internazionali, la misura è graduale e gli account inizialmente disattivati saranno quelli delle piattaforme considerate ad alto rischio. Ma già il 31 marzo, come riportato da diversi media, il governo indonesiano aveva inviato lettere a Google e Meta, per il “mancato rispetto” del ban. “Le due aziende potrebbero essere punite con sanzioni amministrative, come previsto dalla normativa in vigore”, ha dichiarato la ministra delle comunicazioni Meutya Hafid.

Europa, lavori in corso: in Francia e Spagna leggi per i minori online in via di approvazione

In Francia, l’Assemblea Nazionale ha detto sì al divieto sotto i 15 anni con il disegno di legge n. 2107, tranne nel caso in cui i genitori diano il consenso. Manca il passaggio al Senato prima del voto finale della Camera bassa. L’obiettivo è essere operativi per settembre 2026. Già nel 2023 Parigi aveva varato una misura per fissare a 15 anni la “maggiore età digitale”, ma Bruxelles la contestò. Stavolta si prevede il via libera europeo. Parigi si è mossa dopo la relazione della “Commissione d’inchiesta sugli effetti psicologici di TikTok sui minori”, con dati e conclusioni allarmanti. Ecco uno stralcio pubblicato da Guido Scorza sul sito agenda digitale: “Troppi social network hanno effetti devastanti sulla salute dei minori e le misure messe in atto per porvi rimedio sono ben lungi dal rispondere all’urgenza della situazione”. La legge imporrebbe alle piattaforme di sospendere gli account già creati dai minori di 15 anni, con elevate sanzioni pecuniarie in caso di inottemperanza.

In Spagna, il premier Pedro Sanchez caldeggia una legge a tutela dei minori e a gennaio ha innescato un duro scontro con Elon Musk. “Proteggeremo i nostri ragazzi dal Far West digitale”, aveva assicurato il premier iberico, innescando innescando la reazione del miliardario di Space X. Il leader di Madrid? “Un tiranno e traditore del popolo spagnolo”, anzi “un vero fascista totalitario”, secondo Musk. L’obiettivo di Sanchez è vietare l’accesso ai social fino a 15 anni. Per la verifica dell’età, qualora il provvedimento fosse approvato, ci sarebbe la carta d’identità digitale europea. Non solo, Madrid vuole imporre sanzioni salate all’odio online, diffuso anche da algoritmi votati alla polarizzazione e al contrasto delle opinioni. “Diffondere odio dovrà avere un costo: legale, economico ed etico”, ha avvertito Sánchez. Che punta a far pagare personalmente i Ceo delle piattaforme per eventuali negligenze sulla sicurezza dei minori. “Modificheremo la legislazione spagnola affinché i dirigenti delle piattaforme siano legalmente responsabili delle numerose violazioni che si verificano sulle loro piattaforme”, il monito del premier inviso a Donald Trump.

In Portogallo la proposta di legge è stata approvata in prima lettura, a febbraio 2026: prevede il divieto totale di accesso ai social sotto i 13 anni e il consenso dei genitori tra i 13 e i 16 anni. Ma prima di entrare in vigore serviranno i dettagli tecnici di applicazione da parte dell’Autorità pubblica. La verifica dell’età dovrebbe avvenire attraverso un sistema digitale denominato Digital Mobile Key (Dmk), secondo la testata Euronews.

In Danimarca la legge è stata annunciata a fine ottobre 2026 con un accordo di governo ed è attesa a breve, per la metà del 2026: l’obiettivo è fissare l’asticella per l’ingresso ai social a 15 anni. La premier socialdemocratica Mette Frederiksen ha lanciato proclami allamati: “Abbiamo scatenato un mostro”, “mai prima d’ora ci sono stati così tanti bambini e giovani che soffrono di ansia e depressione”, “gli smartphone e i social hanno rubato l’infanzia dei nostri figli”. Anche la Norvegia si muove per vietare l’accesso ai social fino a 16 anni.

La Germania sulla stessa linea, Merz: “Abituare minori all’uso dei social? No, allora anche l’alcol dalle elementari”

Allo stadio iniziale della discussione si trova la Germania. Già a febbraio, dopo Macron e Sanchez, anche Merz aveva tuonato contro l’abuso dei social network in età precoce. “Se oggi i ragazzini di 14 anni trascorrono fino a 5 ore davanti allo schermo, e se la socializzazione avviene soltanto attraverso questo strumento, non possiamo meravigliarci di deficit di personalità e problemi nei comportamenti sociali”, ha dichiarato il cancelliere. Merz ha ribadito l’esigenza di insegnare ai ragazzi il corretto uso dei social, ma ponendo limiti e paragonando i social alle bevande alcoliche: “L’idea che debbano abituarsi non la condivido. Allora dovremmo consentire anche l’uso dell’alcol fin dalle elementari, in modo che ci si abituino”.

Anche il governo austriaco a marzo ha annunciato l’intenzione di una stretta per gli utenti fino a 14 anni, grazie ad un accordo in seno al governo guidato da Christian Stocker. “Non resteremo più a guardare mentre queste piattaforme rendono i nostri figli dipendenti e spesso anche malati… I rischi associati a questo utilizzo sono stati ignorati fin troppo a lungo, ora è il momento di agire”, ha il vicecancelliere Andreas Babler. Ma ad oggi non risultano date previste per l’approvazione della legge. Sulla stessa linea il governo della Polonia.

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“Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di Paesi”: la lettera di 14 Nazionali contro Ceferin, che ha criticato i Mondiali

Il Mondiale di calcio 2026 è appena cominciato, ma c’è già chi ne ha avuto abbastanza. E non si tratta di una personalità qualsiasi. A finire al centro della tempesta è stato Aleksander Ceferin, presidente UEFA, protagonista di una polemica che sta facendo molto discutere. Tutto è partito da Lubiana, la sua città natale. Durante una conferenza dal titolo “Più di un gioco”, Ceferin ha espresso dubbi sull’allargamento della Coppa del Mondo da 32 a 48 squadre, una novità storica introdotta proprio in questa edizione per volontà del suo rivale Gianni Infantino, presidente FIFA.

Secondo quanto riportato dal quotidiano sloveno Delo, il numero uno della UEFA ha definito questa espansione “un errore“, sostenendo che il nuovo format produce anche “partite senza interesse”. Parole che da quattordici Paesi partecipanti sono state percepite come una grave offesa. E infatti la risposta è arrivata rapidamente, compatta e soprattutto dura. Le federazioni di Capo Verde, Curacao, Giordania, Uzbekistan, Repubblica Democratica del Congo e Haiti, affiancate da Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio e Sudafrica, hanno diffuso un comunicato congiunto che va ben oltre la difesa del nuovo format. “Per i nostri Paesi non esiste una partita di Coppa del Mondo che non sia importante”, scrivono le federazioni.

Parole che raccontano due visioni opposte del torneo. Da una parte chi teme che l’allargamento possa diluire la qualità tecnica della competizione e far scemare l’interesse. Dall’altra, chi vede nella nuova formula un’opportunità storica per nazioni che per decenni sono rimaste ai margini del grande calcio. Per Capo Verde, Curacao, Giordania e Uzbekistan, la partecipazione ai Mondiali rappresenta infatti la realizzazione di un sogno inseguito da generazioni. Per Congo e Haiti significa invece il ritorno sulla scena più prestigiosa del calcio mondiale dopo assenze lunghissime.

Dietro queste qualificazioni, sottolineano le federazioni, ci sono anni di investimenti, sacrifici e lavoro. “Il calcio non appartiene a un gruppo ristretto di nazioni”, scrivono i firmatari. Una frase indirizzata direttamente ai vertici del calcio europeo e che riporta al centro una questione fondamentale: chi ha il diritto di decidere cosa è interessante e cosa non lo è in una Coppa del Mondo? Per milioni di tifosi africani, caraibici o asiatici, una sfida tra nazionali emergenti può avere un valore emotivo enorme, indipendentemente dal richiamo commerciale o dalla qualità tecnica percepita in Europa.

È proprio questo il punto sollevato dalle federazioni ribelli: ogni squadra presente al Mondiale si è qualificata sul campo e ogni partita rappresenta il culmine di un percorso sportivo e umano. Per questo, mentre il torneo entra nel vivo, la polemica aperta da Ceferin porta alla luce uno dei temi più profondi di questa edizione: il confronto tra un calcio sempre più globale e chi continua a guardarlo attraverso una prospettiva tradizionalmente eurocentrica.

Il mondiale extralarge di Gianni Infantino, che ha portato a un aumento del 50% delle squadre, ha come motivazioni soldi e potere. Non certo aiutare le piccole realtà calcistiche. Il formato a 48 ha permesso di qualificarsi a tante nazioni che altrimenti il mondiale avrebbero solo potuto sognarlo (anche perché la distribuzione dei nuovi posti era piuttosto sbilanciata a sfavore dell’Europa) e sono gli stessi piccoli Paesi che votano nel congresso Fifa e costituiscono il consenso del presidente FIFA. Allo stesso tempo, però, il campo sta dimostrando che il baricentro del pallone non tende più solo verso l’Europa. Il Giappone ha risposto colpo su colpo all’Olanda. Il Belgio ha faticato con l’Egitto e, soprattutto, la Spagna si è scontrata contro il muro eretto da Vozinha, pareggiando con Capo Verde. Non tutte le partite sono inutili.

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Auto elettriche, lo studio che immagina quante ce ne saranno in Italia nel 2035

L’Italia potrebbe arrivare al 2035 con un parco circolante composto da quasi 8 milioni di veicoli elettrici e ibridi plug-in. È una delle principali indicazioni contenute nel nuovo “Libro Bianco sulla mobilità elettrica” presentato dall’associazione lobbistica Motus-E durante una conferenza dedicata alle prospettive del settore automotive nei prossimi dieci anni.

Lo studio prova a delineare l’evoluzione della mobilità elettrica in un contesto che continua a essere caratterizzato da numerose incognite. Dall’andamento del mercato alle politiche europee, passando per gli incentivi e gli investimenti nelle infrastrutture, molte delle variabili che influenzeranno il settore restano infatti aperte. Secondo l’analisi, oggi in Italia circolano circa 830.000 veicoli elettrici e plug-in tra automobili, veicoli commerciali e mezzi pesanti. Sul territorio nazionale sono inoltre presenti oltre 78.000 punti di ricarica pubblici.

Partendo da questi numeri, l’associazione ha elaborato due possibili scenari. Il primo, definito “Conservativo“, ipotizza il mantenimento dell’attuale quadro normativo, senza nuovi incentivi statali per le auto elettriche private e con una crescita più graduale del mercato. In questo caso il parco circolante arriverebbe nel 2035 a circa 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibride plug-in. I punti di ricarica pubblici supererebbero quota 130.000.

Lo scenario più favorevole, definito “Accelerato“, presuppone invece misure aggiuntive a sostegno della domanda, una maggiore elettrificazione delle flotte aziendali e nuovi investimenti nelle infrastrutture. In questa ipotesi i veicoli elettrici raggiungerebbero quota 6,8 milioni, mentre quelli plug-in si attesterebbero a circa 2,4 milioni. La rete pubblica di ricarica supererebbe i 160.000 punti distribuiti sul territorio nazionale.

In entrambi i casi, secondo lo studio, la diffusione della mobilità elettrica comporterebbe un aumento della domanda di energia elettrica compreso tra 15 e 18 TWh all’anno. Un livello che l’associazione considera compatibile con il sistema energetico nazionale. Uno degli aspetti maggiormente evidenziati riguarda la riduzione del consumo di petrolio. Le stime elaborate indicano infatti un possibile risparmio compreso tra 34,6 e 41,5 milioni di barili all’anno entro il 2035, con un valore economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro annui ai prezzi attuali.

Le previsioni arrivano in una fase complessa per il mercato europeo dell’auto elettrica. Dopo anni di forte crescita, il settore sta attraversando una fase di assestamento. Le vendite continuano ad aumentare in diversi Paesi europei, ma con velocità differenti. L’Italia rimane uno dei mercati con la quota di elettrico più bassa dell’Europa occidentale. Nel primo trimestre del 2026, ricorda il rapporto, le auto a batteria hanno rappresentato circa l‘8% delle immatricolazioni nazionali, contro una media europea del 20%.

Il quadro che emerge è quindi quello di una transizione ancora in corso. Le previsioni elaborate da Motus-E, che ricordiamo è l’associazione che riunisce aziende, operatori energetici e soggetti della filiera della mobilità elettrica, descrivono un possibile percorso di crescita del mercato italiano nel prossimo decennio.

Resta però difficile prevedere quale sarà la velocità effettiva di questa trasformazione. Negli ultimi anni il settore è stato influenzato da incentivi, andamento dei prezzi dell’energia, evoluzione delle tecnologie e scelte politiche spesso mutevoli. Proprio per questo, più che una fotografia del futuro, il Libro Bianco rappresenta una mappa dei possibili scenari che attendono l’automotive italiano da qui al 2035.

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Vi racconto l’eredità del Cardinale Camillo Ruini

Non ci sono soltanto gli ultimi 60 anni di storia della Chiesa italiana, ma anche la mancata elezione a Pontefice nel Conclave del 2005 che elesse Papa Ratzinger, a caratterizzare la lunga e carismatica esistenza del Cardinale Camillo Ruini.

Dopo la scomparsa di Karol Wojtyla del quale il Cardinale Ruini era stato per 16 anni il braccio operativo, alla guida della Conferenza episcopale italiana e Vicario per la Diocesi di Roma, mentre già vaticanisti e giornalisti parlamentari studiavano titoloni a tutta pagina della serie “Don Camillo e Peppone all’ombra del Cupolone”, nella Cappella Sistina dopo l’impasse iniziale, il passo di lato dell’allora Arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio, e la repentina scelta del Cardinale Carlo Maria Martini di riversare i voti su Joseph Ratzinger, bruciarono sul nascere la latente ma molto consistente candidatura di Ruini. Come dire che non vi sarebbe stato un Papa Emerito e molto probabilmente neanche il primo ed ultimo Papa Gesuita.

Uomo di fede antica e autentica, Ruini è stato un esemplare Principe della Chiesa universale. Una Chiesa onnicomprensiva della ieratica maestà di Pio XII e della popolare genuinità di Giovanni XXIII, complessivamente tutta protesa alla concordia sociale, alla solidarietà ed alla giustizia, ma in grado anche di tessere, discretamente e con grande accortezza, tutti i fili della politica. Mai in prima persona, come il Don Camillo di Brescello, ma sempre mediando o facendo intervenire direttamente Papa Giovanni Paolo II.

Un Santo Padre di nome e di fatto del quale amava ripetere il concetto di una “fede che se non diventa cultura è una fede non pienamente pensata, non integralmente vissuta” e quindi, chiosava Ruini, bisognava aiutare la Chiesa, le diocesi, i fedeli, i sacerdoti a pensare anche in termini culturali la propria fede. Rendere, cioè, la fede capace di indirizzare le scelte concrete della vita in tutti gli ambiti.

“La fede non è un fatto privato, confinato nell’intimità della coscienza o tra le mura delle chiese. Ha una rilevanza pubblica imprescindibile, perché l’antropologia cristiana difende l’uomo e la sua dignità in ogni ambito della società”, un concetto più volte espresso nei passaggi chiave del suo lungo magistero che riassumeva la bussola di tutta la vita del Cardinal Ruini.
Una visione fiera, che rifiutava il destino di una Chiesa minoritaria o silente e rivendicava il diritto dei cattolici di incidere sulle scelte del Paese.

Agli sgoccioli dei suoi 95 anni parlava serenamente della morte come dell’incontro con Dio: «quando l’anima si separerà dal corpo mi troverò in presenza di Dio, che è insieme giustizia e grazia» aveva risposto ad una domanda di Aldo Cazzullo nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Parole che sembrano riecheggiare la profondità di quel “Don Camillo” esclamato dal Crocifisso spesso portato a spalle come in una via Crucis, dal parroco interpretato da Fernandel nei film tratti dalle pagine di Guareschi.

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Lucchini potrà aumentare la produzione di acciaio del 25% senza valutazione di impatto ambientale: perché?

La Lucchini RS Holding, approvando in questi giorni il bilancio 2025, ha reso noti i risultati positivi del Gruppo, che ha registrato ricavi pari a 583,1 milioni di euro e un utile di 52,6 milioni di euro. Il patrimonio netto è salito a 631 milioni di euro, confermando la solidità patrimoniale e finanziaria dell’azienda. Gli organici hanno raggiunto quota 2.298 dipendenti, di cui 836 nelle controllate estere. L’azienda ha inoltre portato gli infortuni sul lavoro ben al di sotto della media nazionale del settore.

L’impegno di Lucchini RS per l’economia circolare si è tradotto nell’attività dell’impianto di Montichiari (BS), che consente di recuperare e valorizzare sottoprodotti dell’acciaieria destinati all’edilizia e alle infrastrutture stradali. La Divisione Ferroviaria ha registrato una solida crescita grazie soprattutto delle società estere del Gruppo. Anche il comparto dei forgiati e dei fusi ha beneficiato dell’entrata in funzione, nel 2024, della nuova pressa da 7.000 tonnellate, che ha consentito alla forgia di Lovere di aumentare il peso dei lingotti utilizzati e di ampliare la gamma dimensionale dei prodotti offerti. Lucchini è inoltre leader europeo nella lavorazione e distribuzione di lamiere inossidabili ad alto spessore.

Il 2026 rappresenta un anno simbolico per il Gruppo, che celebra il 170esimo anniversario della fondazione dello storico stabilimento di Lovere, ma anche un anno strategico. La Provincia di Bergamo ha infatti aggiornato l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dello stabilimento di Lovere per, come si legge in un comunicato dell’azienda, “favorire un utilizzo più flessibile e razionale degli impianti”.

In realtà, grazie a questa autorizzazione, ottenuta senza il ricorso alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), Lucchini RS potrà aumentare la produzione di acciaio da 250.000 a 310.000 tonnellate annue, con un incremento di circa il 25%.

I controlli fanno parte della normale vita di un’impresa. Un’acciaieria di interesse nazionale rappresenta comunque una potenziale fonte di impatto per la salute pubblica, soprattutto quando è collocata in prossimità di edifici e abitazioni, come avviene tra Lovere e Castro. La VIA non sarebbe stata un atto d’accusa nei confronti dell’azienda, bensì uno strumento di trasparenza e garanzia per tutti.

Alla luce dei risultati economici e delle prospettive di mercato, Lucchini RS è oggi l’unico produttore italiano di ruote ferroviarie forgiate e uno dei pochissimi a livello mondiale. Lo stabilimento di Lovere dispone dell’intera filiera produttiva dell’acciaio — acciaieria, fonderia, fucinatura e lavorazioni meccaniche — e produce componenti essenziali per il settore ferroviario, quali ruote, assili e sale montate destinati all’alta velocità, al trasporto regionale, alle metropolitane e ai treni merci.

Proprio in ragione di questo ruolo strategico e internazionale, l’azienda avrebbe potuto richiedere volontariamente una procedura di VIA. Se è convinta che l’aumento della produzione non comporti alcun impatto significativo, non si comprende perché temere una valutazione indipendente. Qualora emergessero criticità, ciò non significherebbe mettere in discussione l’attività produttiva, ma individuare eventuali problemi e affrontarli con gli strumenti più adeguati.

Considerata la solidità economica del Gruppo, eventuali interventi di mitigazione ambientale e ulteriori monitoraggi potrebbero essere sostenuti senza compromettere né l’occupazione né la competitività aziendale. Questi due adempimenti non sono in contraddizione con l’occupazione, non sono fatti per chiudere l’azienda, ma adempimenti per aprirla, modificarla e nel caso migliorare l’impatto.

Essendo un’acciaieria elettrica, con fonderia e forgia integrate, le emissioni complessive reali sono comunque rilevanti e andrebbero monitorate.

Pur non essendo stata ritenuta necessaria la VIA, un incremento della produzione di acciaio del 25% giustifica quantomeno l’avvio di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) indipendente, affinché lavoratori, cittadini e amministrazioni possano conoscere preventivamente gli effetti dell’aumento delle emissioni industriali, del traffico indotto e delle ricadute ambientali sulla salute pubblica.

I futuri incrementi di produttività consentirebbero di sostenere agevolmente i costi di queste valutazioni. Un’azienda strategica come Lucchini RS non può inoltre permettersi di dipendere esclusivamente dal trasporto su strada. È sufficiente ricordare come la frana che interessò la viabilità nel 2024 abbia bloccato per circa un mese l’attività produttiva e creato notevoli disagi anche ai cittadini di Lovere.

Non va dimenticato che, in passato, le chiatte lacustri trasportavano le ruote ferroviarie tra Lovere e Paratico, dove venivano inoltrate sulla rete ferroviaria nazionale. Oggi non è più possibile trasferire i camion su ferrovia attraverso il molo di Paratico, ormai urbanizzato, ma sarebbe comunque possibile utilizzare il trasporto via lago fino alla periferia di Costa Volpino (località Pizzo), riducendo il traffico pesante nel centro abitato e limitando i rischi derivanti da eventuali nuovi cedimenti della viabilità stradale.

Sorprende che un’analisi costi-benefici di questa soluzione non sia stata quantomeno presa in considerazione. In fondo, si tratterebbe per Lucchini RS di destinare una piccola parte dei benefici derivanti dal futuro aumento della produttività ai bisogni della comunità locale: molto più, e molto meglio, della modesta compensazione economica (triennale) di 210mila euro prevista dal protocollo d’intesa sottoscritto tra l’azienda e i Comuni di Lovere e Castro. Sviluppo e tutela ambientale posso correre assieme ma non così.

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BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium

La nuova BMW X5 sarà proposta con cinque tecnologie: benzina, diesel, plug-in, elettrica e idrogeno dal 2028.

La nuova BMW X5 entra nella fase finale di sviluppo con una scelta che va oltre il semplice rinnovo di modello: la quinta generazione del SAV tedesco sarà la prima BMW di serie proposta con cinque diverse tecnologie di propulsione. È una mossa industriale importante perché trasforma uno dei modelli più redditizi e riconoscibili del marchio in una piattaforma globale capace di coprire benzina, diesel, mild hybridplug-in hybrid, elettrico a batteria e, dal 2028, anche idrogeno. In un mercato premium ancora diviso tra elettrificazione, domanda tradizionale e nuove normative, BMW sceglie una strategia flessibile invece di puntare su una sola soluzione tecnica.

La nuova X5 sta completando gli ultimi test di calibrazione nei dintorni dello stabilimento BMW Group di Spartanburg, negli Stati Uniti, sito produttivo centrale per la gamma Suv del costruttore bavarese. Non è un dettaglio secondario: la X5 è un modello globale, rilevante per Nord America, Europa, Cina e mercati ad alto potere d’acquisto. Per BMW, aggiornarla significa intervenire su un pilastro commerciale che contribuisce a volumi, margini e immagine tecnologica del marchio.

La novità più significativa è l’arrivo della prima BMW iX5 completamente elettrica. Il modello adotterà la sesta generazione della tecnologia BMW eDrive, con architettura a 800 Volt, nuove celle cilindriche e una batteria ad alta tensione che, secondo i dati comunicati, avrà una capacità utilizzabile di 144 kWh negli Stati Uniti e 141 kWh nell’Unione europea. Si tratta della batteria più grande mai installata finora su una BMW elettrica di serie. La iX5 60 xDrive potrà contare su due motori elettrici, uno per asse, con trazione integrale elettrica BMW xDrive e una potenza di 578 CV.

Il messaggio per il mercato è chiaro: BMW vuole entrare nel segmento dei grandi Suv elettrici premium con un prodotto ad alta autonomia potenziale, prestazioni elevate e tecnologia derivata dalla Neue Klasse. La scelta di portare la Gen6 eDrive su un modello come X5 consente al marchio di trasferire innovazione su una carrozzeria ad alta domanda commerciale, senza confinare la transizione elettrica a modelli di nicchia o a berline di rappresentanza.

Ancora più strategica, anche se con orizzonte più lungo, è la BMW iX5 Hydrogen. Il suo arrivo è previsto nel 2028 e segnerà il debutto della prima BMW alimentata a idrogeno prodotta in serie. Il sistema utilizzerà celle a combustibile di terza generazione, una batteria ad alta tensione e il nuovo sistema Hydrogen Flat Storage, composto da sette serbatoi ad alta pressione in materiale composito rinforzato con fibra di carbonio. L’aspetto industrialmente più interessante è l’integrazione: BMW sottolinea che i modelli a celle a combustibile potranno essere costruiti sulla stessa linea produttiva delle altre versioni.

Questa scelta riduce il rischio industriale dell’idrogeno, tecnologia ancora condizionata dalla disponibilità di infrastrutture di rifornimento e da costi elevati. BMW non la presenta come alternativa immediata all’elettrico a batteria, ma come una possibile soluzione per clienti e mercati nei quali tempi di rifornimento, lunghe percorrenze e uso intensivo possono rendere interessante la cella a combustibile. È una strategia di copertura tecnologica, coerente con l’incertezza che ancora accompagna la transizione energetica globale.

Accanto alle versioni elettriche e a idrogeno resteranno le varianti benzina e diesel con tecnologia mild hybrid a 48 Volt, oltre ai modelli ibridi plug-in. Durante i test finali, i media hanno potuto guidare la BMW X5 40 xDrive da 400 CV, la X5 50e xDrive plug-in hybrid da 490 CV e la iX5 60 xDrive da 578 CV. Il dato conferma che BMW non intende abbandonare rapidamente le motorizzazioni tradizionali nei segmenti globali, ma affiancarle con soluzioni elettrificate in base a domanda, normative e mercati.

La nuova X5 porterà anche una forte evoluzione software. Il sistema Heart of Joy, derivato dalla Neue Klasse, integra il controllo della dinamica di guida BMW Dynamic Performance sviluppato internamente. Questa unità di controllo lavora dieci volte più rapidamente rispetto ai sistemi precedenti e coordina powertrain, freni, sterzo, recupero energetico e ricarica in pochi millisecondi. Per l’industria auto è un passaggio rilevante: la dinamica di guida diventa sempre più una questione di software, capacità di calcolo e integrazione tra componenti.

Sui modelli elettrici e a idrogeno, questa tecnologia punta a rendere più fluide le manovre di arresto e ad aumentare l’efficienza attraverso una gestione più avanzata della frenata rigenerativa. Sulle versioni termiche e plug-in, invece, il sistema lavora insieme alla gestione della dinamica trasversale di decima generazione e alla limitazione dello slittamento ruota near-actuator per sfruttare al meglio la trazione disponibile. Anche il telaio conferma l’impostazione premium: sospensioni adattive di serie, distribuzione dei pesi vicina al 50:50, cerchi fino a 23 pollici e, a richiesta, Adaptive Chassis Control Professional con sospensioni pneumatiche a due assi, Integral Active Steering e stabilizzazione attiva del rollio.

La nuova generazione introdurrà anche sistemi di assistenza alla guida SAE Livello 2 sviluppati a partire dai cluster tecnologici della Neue Klasse. BMW punta su una guida assistita che non escluda il conducente, ma lo mantenga coinvolto. Il sistema BMW Symbiotic Drive va in questa direzione: l’auto assiste, ma chi guida può accelerare, frenare o sterzare senza disattivare immediatamente l’assistenza. È un’impostazione che mira a rendere l’automazione più naturale e meno invasiva, in un momento in cui la fiducia del cliente nei sistemi ADAS è un fattore decisivo.

La X5 diventa quindi un banco di prova per la strategia BMW dei prossimi anni. Non solo un Suv premium aggiornato, ma una piattaforma industriale capace di gestire più tecnologie, più mercati e più scenari normativi. Il successo dipenderà dalla capacità di mantenere redditività e coerenza di gamma senza disperdere investimenti. In un settore che cerca ancora un equilibrio tra elettrico, ibrido e combustibili alternativi, BMW sceglie di non restringere il campo: la nuova X5 nasce per tenere aperte tutte le opzioni.

Scheda

Modello: nuova BMW X5, quinta generazione
Fase: test finali di sviluppo
Produzione: stabilimento BMW Group di Spartanburg, Stati Uniti
Strategia: cinque tecnologie di propulsione su un modello di serie
Versioni previste: benzina, diesel, mild hybrid 48V, plug-in hybrid, elettrica, idrogeno
Prima elettrica: BMW iX5
Tecnologia elettrica: Gen6 BMW eDrive, celle cilindriche, architettura 800V
Batteria iX5: 144 kWh USA, 141 kWh UE utilizzabili
BMW iX5 60 xDrive: 578 CV
Plug-in testata: BMW X5 50e xDrive da 490 CV
Versione benzina testata: BMW X5 40 xDrive da 400 CV
Idrogeno: BMW iX5 Hydrogen prevista nel 2028
Tecnologia dinamica: Heart of Joy e BMW Dynamic Performance
ADAS: sistemi SAE Livello 2 e BMW Symbiotic Drive

BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium
BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium
BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium
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Garlasco, Taccia: “Nella villetta solo una è la firma del killer”. Donna bionda in bici e i 21 secondi di Sempio

Il delitto di Garlasco è un caso irrisolto ormai da quasi 19 anni. Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi è stata brutalmente uccisa ma su questo efferato omicidio non c’è certezza su nulla. Soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi giudiziari, Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva a 16 anni è stato scarcerato. Per il fidanzato di Chiara si va verso la revisione del processo, ma servono nuove prove per fare in modo che questo possa avvenire. Ma a distanza di così tanto tempo dal delitto e nonostante le nuove tecnologie che permettono di scoprire dettagli sfuggiti, resta comunque un compito difficile ribaltare il quadro. Gli inquirenti sono convinti che il colpevole dell’omicidio sia Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara. Ma i suoi legali credono, attraverso le perizie presentate in Procura, di poter dimostrare l’innocenza del loro assistito.

Nel mirino della difesa vi sono, oltre ai soliloqui in macchina, l’impronta 33 lasciata sul muro delle scale che conducono alla cantina, ma soprattutto le impronte delle scarpe, quelle 25 orme sparse per la casa e appartenenti a una scarpa Frau numero 42. Angela Taccia ribadisce il concetto in tv a Storie Italiane: “L’unica vera firma dell’assassino“. Secondo la legale di Sempio, sarebbe opportuno chiarire prima la riconducibilità di tali tracce e solo successivamente affrontare eventuali valutazioni sulla personalità dell’indagato. Il riferimento è alla perizia psichiatrica chiesta dalla Procura su Sempio. Anche l’altro legale Cataliotti insiste sulle impronte delle scarpe: “Le impronte delle scarpe lo salveranno” e “non si andrà a processo”. I legali sono certi che il numero di scarpe non sia compatibile con quello di Sempio (che porta un 44) e ha una pianta del piede molto larga, “incompatibile con quelle tracce”.

Ma i pm insistono anche su un altro elemento, per la Procura di Pavia, infatti, Sempio avrebbe mentito anche sulle telefonate fatte a Chiara nei giorni che precedono il delitto. Ci si concentra in particolare, non tanto sulle due chiamate di 2 e 8 secondi del 7 agosto, quanto più su quella telefonata del giorno dopo durata 21 secondi. La terza in due giorni per chiedere ancora notizie di Marco Poggi che era in montagna. I pm però non hanno elementi per dimostrare con certezza cosa si siano detti Andrea e Chiara, visto che quelle registrazioni non ci sono. A complicare le cose, poi, è spuntato anche un nuovo testimone. L’uomo ha rotto il silenzio dopo quasi 19 anni, sostenendo di non aver parlato prima in quanto minacciato. “Mi hanno suonato il campanello di casa dicendomi di farmi i fatti miei, che io di Garlasco non ne devo sapere niente”. Ecco che cosa sostiene di aver visto: “Ero in attesa di un appuntamento di lavoro fissato per le 10, stavo passeggiando e ho visto una donna con i capelli biondi in bicicletta“. Poi aggiunge: “Sono certo al 100%, ho dei flash talmente forti in mente che non me li si può cambiare”. La donna, secondo il testimone si trovava proprio nei pressi della villetta dei Poggi.

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Ho visto un’intervista dell’ex procuratrice Cpi: così Israele l’avrebbe intimidita per le indagini sulla Palestina

di Maria Grazia Sanna

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata ad Al-Jazeera della ex Procuratrice della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda. L’intervista rivela in modo diretto come il governo israeliano e il suo servizio di intelligence, il Mossad, abbiano sfruttato la sorveglianza occulta, tattiche di imboscata e minacce dirette alla sicurezza contro la Procuratrice in uno sforzo pluriennale per costringere la Corte ad abbandonare le indagini sui crimini di guerra in Palestina.

La premessa che Bensouda fa all’inizio del suo racconto è altrettanto interessante, in quanto spiega che la CPI (inglese ICC) si scontra regolarmente con la resistenza di diversi Paesi a causa dell’estrema delicatezza delle indagini che riguardano quasi sempre: crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. Tutto normale, dunque. Ma alcuni casi come quello d’Israele sono leggermente più “normali” di altri!

La procuratrice descrive come dopo l’apertura dell’inchiesta sulla Palestina nel 2015, siano iniziate forti e continue intimidazioni contro la sua persona e la sua famiglia. Le definisce “dapprima subdole e malcelate”, tipo quando due individui non identificati si sono recati presso la sua abitazione privata (allora nella città olandese de L’Aia) per recapitare una busta con dentro 500 dollari. Questo, secondo il parere degli investigatori, fu un messaggio più che un vero e proprio tentativo di corromperla: sappiamo dove vivi e conosciamo i tuoi movimenti.

Un controllo della sicurezza interno alla stessa corte internazionale rivelò che l’auto utilizzata durante la visita domiciliare era stata noleggiata in aeroporto e che i numeri di telefono forniti dagli individui provenivano da Israele. Nonostante ciò le autorità olandesi non avviarono alcuna indagine formale.

Dopo il fatto della busta, Bensouda fu in seguito vittima di un’imboscata in un hotel di New York in cui si trovava per lavoro, dove l’ex capo del Mossad israeliano, Yossi Cohen, le si presentò di persona inaspettatamente. Questo di Cohen fu il primo di una serie di incontri che, da tentativo amichevole iniziale di “conquistarla”, si trasformarono in minacce esplicite contro la persona fisica di Bensouda e la sua famiglia. Il punto cruciale di questi incontri fu sempre lo stesso: la richiesta diretta di interrompere l’indagine sulla Palestina.

Nonostante le intimidazioni e la successiva imposizione di severe sanzioni statunitensi nei suoi confronti nel 2020, Bensouda ha sempre sostenuto di aver svolto il suo lavoro senza timori né favoritismi. Ha intenzionalmente tenuto nascoste le minacce al personale della corte penale per evitare il panico sul posto di lavoro e ha sottolineato di non aver ricevuto alcun supporto di sicurezza aggiuntivo significativo dal governo olandese, nonostante avesse segnalato gli incidenti.

Il messaggio di Bensouda attraverso la sua intervista è chiaro: quello che è successo a lei è un precedente molto grave e prova che, di fronte a intimidazioni e minacce che valicano ogni confine territoriale, nessuno può sentirsi sicuro.

Oggi alla direzione del Mossad non c’è più Cohen ma Roman Gofman, assoldato da Ben-Gvir e dalle idee talmente estremiste da aver già provocato un’ondata di dimissionari al suo interno.

Rimane solo una domanda da porsi: cosa succederà d’ora in poi a chiunque, svolgendo il proprio lavoro, si metta in futuro ad indagare sui crimini commessi in Palestina? Quanto ai vari governanti in Europa e nel resto del mondo, questa storia infila certo una piccola pulce nell’orecchio di tutti noi: non sarà mica che i nostri politicanti hanno paura di minacce e intimidazioni subite e di cui, a differenza dell’eroica Bensouda, temono di parlare? Giusto un pensiero strisciante…

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Renault entra nella partita dei droni militari con Thales

Renault Group e Thales uniscono industria automotive e difesa per sviluppare in Francia una filiera sovrana dei droni.

Renault Group entra in un terreno industriale finora lontano dal perimetro tradizionale dell’automotive: quello dei droni militari e dei sistemi per la difesa. La partnership strategica annunciata con Thales punta a sviluppare in Francia una filiera sovrana per il settore dei droni, un ambito diventato centrale negli equilibri geopolitici e nella nuova economia della difesa europea. Per Renault non si tratta di una semplice diversificazione tecnologica, ma di un passaggio che conferma come le competenze dell’industria automobilistica  produzione su larga scala, controllo dei costi, qualità industriale e rapidità di sviluppo  possano trovare applicazione anche fuori dal mercato dell’auto.

Il progetto ruota attorno a TOUTATIS, sistema di munizioni telecomandate a corto raggio sviluppato per scenari di conflitto ad alta intensità. Il programma nasce dalla collaborazione tra un gruppo specializzato in tecnologie avanzate per difesa, aerospazio e sicurezza come Thales e un costruttore automobilistico che porta in dote capacità produttiva, ingegneria industriale e standard maturati nella produzione di massa. È questo l’elemento più rilevante per il settore: l’automotive europeo, stretto tra elettrificazione, concorrenza asiatica e pressione sui margini, guarda sempre più a comparti contigui dove la capacità manifatturiera può diventare un vantaggio competitivo.

La scelta si inserisce in un contesto nel quale i droni sono diventati una tecnologia chiave per le forze armate. I conflitti recenti hanno mostrato quanto i sistemi senza pilota, i sensori, le comunicazioni protette e l’intelligenza artificiale stiano cambiando il modo in cui si progettano mezzi, piattaforme e catene di fornitura. Per la Francia, costruire un settore nazionale dei droni significa ridurre la dipendenza da fornitori esteri e rafforzare la sovranità industriale in un comparto considerato strategico. Per Renault, significa valorizzare processi e competenze interne in un mercato dove tempi di industrializzazione e capacità di produzione possono pesare quanto l’innovazione tecnologica.

Renault sottolinea il contributo dei propri standard automotive al progetto TOUTATIS: progettazione, industrializzazione e produzione su scala più ampia, con tempi ridotti e costi contenuti. È una formula che chiarisce il ruolo del gruppo francese nella partnership. Thales presidia le tecnologie di difesa, le architetture elettroniche, le comunicazioni sicure e l’integrazione dei sistemi; Renault porta invece la cultura industriale dell’auto, cioè la capacità di trasformare un progetto complesso in un prodotto realizzabile in serie, con processi controllati e una filiera organizzata.

Il punto industriale è decisivo. La difesa europea sta entrando in una fase in cui non basta più sviluppare prototipi avanzati: serve produrre rapidamente, con volumi adeguati e costi sostenibili. In questo scenario, il know-how dell’automotive diventa una risorsa. La produzione di veicoli ha abituato i costruttori a gestire fornitori, componenti elettronici, software, qualità, logistica e tempi ciclo. Sono competenze trasferibili in parte anche a programmi militari, soprattutto quando la domanda pubblica richiede capacità di scalare la produzione.

Il sistema TOUTATIS, secondo quanto comunicato dalle aziende, è pensato per essere impiegato da truppe a terra e lanciato da diverse piattaforme, inclusi veicoli, velivoli e mezzi navali. Viene descritto come resistente alle interferenze elettromagnetiche e configurabile in base alla missione, mantenendo il controllo decisionale umano. Al di là delle caratteristiche operative, l’aspetto più significativo è l’adattabilità del sistema a scenari in rapida evoluzione, compresi quelli in cui i droni operano in contesti saturi o complessi.

La partnership ha anche un valore politico-industriale. Il CEO di Renault Group, François Provost, lega l’accordo all’impegno di difesa francese ed europeo, mentre il numero uno di Thales, Patrice Caine, parla di un passaggio coerente con le esigenze di un’economia di guerra. Sono parole che indicano il cambio di fase: la manifattura civile viene chiamata a contribuire alla capacità strategica nazionale, mentre la difesa cerca partner capaci di accelerare la produzione.

L’accordo non riguarda soltanto TOUTATIS. A Eurosatory, Renault Group e Thales hanno presentato anche 4TROOP, un veicolo tattico pensato per le nuove esigenze operative delle forze terrestri. Il mezzo integra droni, sensori, comunicazioni sicure ibride e strumenti di supporto decisionale basati sull’intelligenza artificiale. Anche qui emerge un tema che interessa direttamente il futuro dell’automotive: il veicolo non è più solo una piattaforma meccanica, ma un nodo mobile di dati, connessioni, software e sistemi intelligenti.

Per Renault, questa traiettoria può aprire nuove opportunità industriali, ma anche nuovi interrogativi. L’ingresso in un comparto legato alla difesa può rafforzare il posizionamento tecnologico del gruppo e valorizzare le competenze di ingegneria, ma impone una gestione attenta della reputazione, delle priorità produttive e dei rapporti con le istituzioni. Non sono stati comunicati investimenti, volumi produttivi o ricadute occupazionali, elementi che saranno determinanti per misurare la portata reale dell’accordo.

La partnership con Thales segnala comunque una tendenza più ampia: l’industria automobilistica europea sta cercando nuovi spazi di rilevanza strategica. Dopo anni dominati da elettrificazione, software e transizione energetica, l’automotive può diventare anche una piattaforma di competenze per la sicurezza, la mobilità tattica e la produzione avanzata. In Francia, Renault prova a collocarsi dentro questa nuova geografia industriale, dove la competitività non si misura soltanto sulle auto vendute, ma anche sulla capacità di sostenere filiere tecnologiche considerate essenziali per il Paese.

Scheda

Aziende coinvolte: Renault Group e Thales
Obiettivo: sviluppo di un settore droni sovrano in Francia
Progetto principale: TOUTATIS
Ambito: sistemi di droni e munizioni telecomandate a corto raggio
Ruolo Renault: competenze industriali, produzione, standard automotive
Ruolo Thales: tecnologie avanzate, difesa, comunicazioni e integrazione sistemi
Altro progetto presentato: 4TROOP
Tecnologie citate: droni, sensori, comunicazioni sicure, intelligenza artificiale
Evento: Eurosatory
Dati non comunicati: investimenti, volumi produttivi, ricadute occupazionali

Renault entra nella partita dei droni militari con Thales
Renault entra nella partita dei droni militari con Thales

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Tre sere in jazz trasformano una piazza in un grande salotto a cielo aperto: accadrà al Rive Gauche Festival

Roma si prepara a vivere un lungo weekend all’insegna delle note, dell’incontro e della cultura condivisa. Dal 19 al 21 giugno, infatti, Piazza Perin del Vaga, nel quartiere Flaminio, si trasformerà in un elegante palcoscenico all’aperto grazie alla prima edizione del Rive Gauche Jazz Festival, una manifestazione che punta a portare il jazz fuori dai teatri e dentro la vita quotidiana della città.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra La Maison Rive Gauche, Etablino Caffè Due Fontane e la Istituzione Universitaria dei Concerti, con il sostegno di Roma Capitale e del Municipio II. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: fare della musica un’occasione di partecipazione e valorizzazione urbana, coinvolgendo non solo il Flaminio ma anche i quartieri limitrofi come Parioli, Fleming, Vigna Clara, Corso Francia, Balduina e Prati.

Tre sere in jazz trasformano una piazza in un grande salotto a cielo aperto: accadrà al Rive Gauche Festival

Tre concerti per raccontare il jazz di oggi

Ad aprire il festival, venerdì 19 giugno, sarà il Ross Quintet guidato dal chitarrista Rosario Moricca. Una formazione giovane e premiata che mescola composizioni originali, tradizione jazzistica e ricerca contemporanea, rappresentando una delle realtà emergenti più interessanti della scena nazionale. Sabato 20 giugno toccherà all’Antonio Floris Quartet. Il progetto del chitarrista sardo propone un repertorio raffinato, costruito su melodie evocative e suggestioni letterarie. Un percorso artistico maturato negli anni e culminato con la pubblicazione dell’album Errori di Deprogrammazione.

La Festa della Musica parla cubano

Il gran finale coinciderà con la Festa della Musica del 21 giugno. Protagonista sarà il pianista cubano Ernesto Oliva, che porterà a Roma il recital De regreso a la Aldea. Un viaggio tra ritmi popolari, memoria e identità, dove la tradizione musicale cubana incontra il jazz e la musica colta in una narrazione intensa e coinvolgente.

“Porta una sedia”: l’invito che fa la differenza

Tra gli aspetti più originali dell’evento c’è l’iniziativa “Porta una sedia”. Oltre ai posti predisposti dagli organizzatori, i residenti saranno invitati a portare da casa una sedia per contribuire simbolicamente alla costruzione di uno spazio comune. Un gesto semplice che trasforma il pubblico da spettatore a protagonista.

In un’estate romana ricca di grandi eventi, il Rive Gauche Jazz Festival sceglie così una strada diversa: meno effetti speciali e più relazioni umane. Tre serate gratuite in cui una piazza diventa un salotto, la musica un linguaggio universale e il quartiere una comunità che si ritrova sotto le stelle.

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Al G7 Trump incontra Zelensky e torna a minacciare sanzioni alla Russia

Dopo oltre quattro mesi senza incontri diretti, Volodymyr Zelensky e Donald Trump si sono ritrovati faccia a faccia a margine del G7 di Evian. Un colloquio durato circa mezz’ora, al quale ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, che arriva in un momento delicato per la guerra in Ucraina e per i tentativi, finora falliti, di riaprire un negoziato tra Kyjiv e Mosca. Secondo il Kyiv Independent, durante l’incontro Zelensky ha mostrato al presidente americano le fotografie dei danni provocati dall’ultimo attacco russo alla Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi più importanti della storia religiosa e culturale ucraina. Fonti citate dal giornale raccontano che Trump sarebbe apparso «colpito» e «visibilmente scosso» dalle immagini della distruzione.

Al centro del colloquio c’è stata soprattutto la questione della difesa aerea. Zelensky ha spiegato che i partner del G7 hanno concordato un rafforzamento del sostegno militare all’Ucraina e che si è discusso sia di nuovi sistemi sia delle forniture di missili. Il presidente ucraino ha inoltre rilanciato l’idea di ottenere licenze per produrre direttamente alcuni sistemi antimissile e antiaerei, proposta che, a suo dire, Trump avrebbe accolto positivamente.

Parlando con i giornalisti a Evian, il presidente americano ha confermato il clima costruttivo dell’incontro. «Abbiamo avuto un buon colloquio», ha detto, aggiungendo che la Russia «deve fare un accordo». Nelle stesse ore Trump ha anche lasciato intendere che potrebbe tornare a colpire Mosca sul piano economico: «Farò tutto ciò che è in mio potere», ha dichiarato, evocando la possibilità di reintrodurre sanzioni contro il petrolio russo.

Il vertice si svolge mentre Kyjiv cerca di riportare la guerra al centro dell’agenda internazionale. Come ricorda il Kyiv Independent, i negoziati mediati dagli Stati Uniti sono sostanzialmente congelati da febbraio e l’attenzione della Casa Bianca si è concentrata soprattutto sul conflitto con l’Iran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.

Zelensky continua a sostenere che solo un incontro diretto con Vladimir Putin potrebbe sbloccare la situazione. Nei giorni scorsi il presidente ucraino ha persino proposto un vertice trilaterale con Trump e Putin negli Stati Uniti. Il Cremlino, però, continua a respingere questa prospettiva: Putin ha recentemente dichiarato di «non vedere alcun motivo» per incontrare il leader ucraino.

I leader europei invece si sono impegnati a ricucire i rapporti con Washington dopo settimane di tensioni. Secondo il New York Times, Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto una linea molto conciliante nei confronti di Trump, nella convinzione che senza il coinvolgimento americano sarà difficile affrontare sia la crisi mediorientale sia il dossier ucraino. Il quotidiano americano descrive un summit caratterizzato da gesti di distensione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha regalato a Trump una maglia da calcio della Germania con il numero 47, «siamo nella stessa squadra», ha scritto Merz sui social. Mentre Macron lo ha invitato a una cena a Versailles per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.

Dietro la cordialità, però, restano profonde divergenze. Lo stesso Trump, parlando dell’Ucraina, ha ribadito una posizione che continua a preoccupare molte capitali europee: «Non è la nostra guerra», ha detto ai giornalisti. «Noi vendiamo armi, ma siamo a migliaia di chilometri di distanza». Parole che confermano come, nonostante il riavvicinamento diplomatico degli ultimi giorni, il sostegno americano a Kyjiv resti uno dei principali punti interrogativi per il futuro dell’Europa.

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Il capitalismo bancario di sorveglianza produce guerre e povertà

Partiamo dal postulato, cardine del nostro ragionamento, che il potere abbia sempre e comunque due nemici, uno interno e l’altro esterno. Il “sistema anglo-Ue” ha identificato mediaticamente ed imprenditorialmete la Russia come nemico esterno. Parimenti il nemico interno del potere siamo tutti noi i normali. Ecco che il potere ha due fronti bellici, e conta di mantenere aperto sempiternamente il confronto. Ma chi è il potere anglo-Ue? Soprattutto chi ne incarna la dirigenza ed i valvassori nei feudi europei? Noi normali cittadini abbiamo la risposta a portata di mano: il nostro oppressore si chiama capitalismo fiscale e bancario di sorveglianza. Si dibatte del “capitalismo di sorveglianza” da prima della pandemia, ormai anche i muri possono rispondere su quanto la “povertà sostenibile” sia un modo per controllare le masse, per escluderle dai cicli produttivi, dai benefici delle ricchezze come dal partecipare all’ormai risicato ascensore sociale. Del resto l’umanità ha conosciuto l’abolizione di schiavitù e servitù della gleba nel lasso temporale medio degli ultimi duecento anni; ben poca cosa rispetto ai tanti millenni che hanno consentito il sorgere d’imperi, la creazione d’enormi ricchezze grazie allo sfruttamento dei molti ad opera di pochi. Oggi, che l’operatore umano viene un po’ in tutti i campi sostituito dai robot, dall’intelligenza artificiale, dal computer, succede che il potere non intenda dividere con i popoli le ricchezze create grazie alla tecnologia. In un primo momento il potere aveva paventato che la tecnologia avrebbe fornito a tutti delle opportunità illimitate. Dopo la pandemia è diventato imperativo dei pochi contenere demograficamente i molti, limitarne appetiti ed ambizioni: per non dividere ricchezza e potere come risorse alimentari che potrebbero scarseggiare. Così la tecnologia è venuta incontro al neocapitalismo di sorveglianza, promettendo che il tre per cento degli uomini possa ancora tenere a bada i popoli.

Guerra del potere al popolo

Come da antica tradizione speculativa si ricorrerà all’esempio, all’aneddoto utile a dimostrare come gira il mondo, come il potere fronteggi le ambizioni dei popoli: per motivi giudiziari (evitare querele) verranno omessi i nomi degli attori e quanto serva ad identificarli, consci che in sede di conciliazione e di costituzione di parte civile possa essere preteso un risarcimento (e solo per averli nominati) proporzionato al loro patrimonio professionale, etico, morale, al censo, ai loro beni (il Mercante di Venezia è sempre attuale).
Partiamo da presupposto che, il potere finanziario pretenda dagli attuali corpi intermedi venga favorita la concentrazione di ricchezza: ovvero politiche economiche e sociali che mirino a far sì che la ricchezza si accumuli nelle mani di un numero ristretto di individui o gruppi, contrastando con norme europee e poi leggi nazionali che venga equamente distribuita nella società. Questo per esempio avviene con politiche fiscali che favoriscano i più ricchi, permettendo la chiusura delle attività che per incapienza non riescono a mettersi a norma europea. O deregolamentando settori in cui solo le grandi imprese possono accumulare profitti: come quello energetico e telefonico, dove il cosiddetto “mercato libero” ha favorito le multinazionali che a loro piacimento mettono mani a tariffe e prezzi. Oppure le politiche creditizie che limitano l’accesso delle fasce sottocapitalizzate alle opportunità, negando loro prestiti e mutui, negando loro l’opportunità d’aprire un laboratorio o un commercio che possa restituire negli anni alla banca capitale e interessi.

L’imprenditore il dottor Pangloss

Qualcuno ce la fa, e con tanti sacrifici ed intelligenza riesce negli anni a costruire varie realtà produttive. E’ il caso dell’amico imprenditore che lo scrivente non sentiva da qualche anno, che in questi giorni s’è fatto vivo. “Qual buon vento!?”. Il tipo di rimando “perdonami ma ho avuto una vita convulsa…troppi impegni”. La domanda su come vadano le aziende viene spontanea, ma la risposta è deviante: “Guarda le aziende vanno bene, nonostante i tempi, ma ti telefono per un consiglio. La mia crescita economico-imprenditoriale è ormai evidente…l’hanno notata dirigenti di banca, concorrenza e, soprattutto, salotti di potere”. Colto da grande curiosità interrompo a gamba tesa: “non dirmi che s’è fatta viva l’Agenzia delle Entrate”. La risposta è secca: “Certo che no! Sono totalmente in regola, pago i migliori commercialisti e tributaristi di Milano. Altro è il problema, forse una mia eccessiva preoccupazione. Mi hanno avvicinato ambienti di potere – sottolinea l’imprenditore – gente ben più in alto della politica. Mi ha voluto incontrare una persona del potere economico, e per chiedermi se gradissi essere suo ospite. Quindi mi ha invitato nella sua villa a pochi passi dalla Svizzera per una serata con imprenditori, banchieri, importanti professori universitari e gente del jet set degli affari. Sto partecipando da qualche mese alle loro serate: ascolto e parlo lo stretto necessario, un sorriso, un ‘buona serata!’, un brindisi. Ogni volta ospitano conferenze di esperti internazionali di banche, economia, finanza, tecnologie, normative europee. Durante un incontro, un importante docente, ospite fisso del World Economic Forum, ha spiegato come la povertà dei popoli si riveli comunque il migliore strumento di controllo, che da anni gli esperti del ‘capitalismo di sorveglianza’ valutano come il potere possa meglio imporre le regole, quindi far accettare socialmente i vari sistemi d’esclusione”. Si risponde all’amico che da sempre il potere ha sbarrato la porta della ricchezza ai popoli, che comunque entrare a corte è sempre stato arduo.
L’imprenditore ci tiene a precisare che “da giovane laureato ero dalla parte di chi subisce le regole del potere, non sono nato ricco; ho studiato e lavorato tanto, oggi cerco di aiutare i giovani o i miei dipendenti in difficoltà. Sono rimasto sconvolto – confessa l’imprenditore – quando ho scoperto, e non ti posso fare i nomi per telefono, come in conciliaboli esclusivi certa gente importante consigli al potere la povertà come strumento di controllo; e sono gli stessi professoroni che rilasciano interviste o scrivono libri su come sconfiggere la povertà e promuovere una società più equa proponendo modelli di sviluppo inclusivo e sostenibile in cui non credono nemmeno loro, e per rendersi credibili ammantano il predicozzo col racconto sul rispetto dei diritti umani e sulla partecipazione di tutti”. Evviva caro amico, sei entrato nel novero dei papabili invitati ai conciliaboli internazionali. L’imprenditore, uomo intelligente, s’è così reso conto che necessiti sorridere, fingere, salutare tutti e, soprattutto non esporsi. Nemmeno noi ci esponiamo, ed omettiamo nomi, luogi, circostanze: e chi vuol capire capisca.
Perché puntare il dito contro qualcuno ci procurerebbe solo un nuovo processo. Negli ultimi vent’anni anche l’uomo di strada, l’italiano medio, ha pian pianino compreso che oggi come ieri la povertà e il controllo dei popoli rimangono temi interconnessi: studiati dalle dinamiche di potere chiamate ad amministrare disuguaglianze sociali ed economiche perché non vengano turbati gli equilibri nazionali, europei, mondiali. Il genuino imprenditore di prima generazione ha così toccato con mano come la povertà ancora si riveli strumento di controllo, utile a limitare le opportunità, l’autonomia umana, la partecipazione politica di individui e gruppi.

 L’italiano subisce e medita

Ma veniamo ad altri esempi. La direttiva europea Bolkestein prometteva la semplificazione di gran parte delle procedure amministrative, soprattutto di evitare discriminazioni basate sulla nazionalità di chi apre imprese in un paese dell’Ue. Oggi la Bolkestein ha di fatto portato al fallimento gran parte delle imprese familiari che gestivano lidi balneabili, spazi a mercati ambulanti ed una miriade di attività commerciali soprattutto nei grandi centri urbani. Situazione similare l’ha vissuta una quindicina d’anni fa la Grecia, e prima che calasse la Bolkestein, subendo il fallimento di gran parte delle attività private e poi l’acquisizione da parte di soggetti esteri di isole, alberghi, porti, aeroporti, spiagge, noli: oggi ai greci è rimasto l’interno della terra ferma, Atene e dintorni, tutte le attività ed i patrimoni immobiliari sono transitati attraverso immobiliari e società controllate da banche tedesche, olandesi, inglesi. “E’ il mercato bellezza!” affermerebbero i seguaci di Monti e Draghi.
Per brevità di racconto vi portiamo un esempio vicino Roma. Vi invitiamo a recarvi ad osservare il lido di Ostia: noterete che gran parte degli stabilimenti sono oggi sequestrati, che in alcuni casi viene impedito l’accesso al mare, che in quelli liberi s’assiste ad una guerra tra poveri che operano la “tentata vendita” di caffè, bibite e panini. Ovviamente interviene la polizia locale (ma anche il Commissariato e la Guardia di Finanza) che provvede al fermo dei tanti emuli di “Café Express” (quello di Loy e Manfredi) che operano la “tentata vendita” con rissa. Indagando si scopre che gli arrestati sono soprattutto italiani, che prima di fare gli ambulanti abusivi erano regolari dipendeti di lidi e bar: dopo le chiusure si sono dati al “crimine”. Chissà se questa gente tornerà ad un  lavoro onesto quando tedeschi, francesi, olandesi e inglesi metteranno le mai sui vari lidi. Del resto per decenni abbiamo letto ogni male sulle terme di Ischia, poi ogni bene da quando i più importanti bagni vengono gestiti da una società tedesca (amministrata dal cugino di Agela Merkel).
Le strutture di potere, e relativi sistemi di controllo, possono perpetuare ed esacerbare la povertà, creando circoli viziosi: guerre tra poveri, fallimenti a catena, panico fiscale. Così coloro che detengono il potere economico possono usare la povertà per esercitare il controllo sugli altri. Lo fanno creando dipendenze e obblighi, o influenzando le scelte sugli acquisti. Limitano soprattutto la capacità dei popoli di opporsi a politiche o decisioni: infatti se negli anni ’60 era naturale scendere in piazza contro la guerra, oggi la gente pavidamente cerca di non parlar male dei conflitti temendo dispiacere al potere. Oggi la privazione di libertà è evidente nelle tante paure che intristiscono la vita dei cittadini. Timori che rendono l’uomo maggiormente vulnerabile alla povertà, allo sfruttamento lavorativo, all’accettare condizioni di lavoro precarie e illegali solo per sopravvivere. All’amico imprenditore, che guardingo accetta inviti ai conciliabili di potere, è stato detto che dal suo salotto andranno a Davos, al prossimo WEF. Proprio quel vertice internazionale dove una ventina d’anni fa venivano organizzati i primi panel sulla riduzione della platea dei fruitori di beni e servizi (la gente insomma) per salvare l’ambiente, il pianeta. In pratica il potere sta dando segnali alla politica perché le persone in povertà vengano sempre più escluse da servizi, opportunità, processi decisionali. Il circolo vizioso che crea emarginazione e svantaggio permette al potere di vestirsi di filantropia, di commuoversi in abiti eleganti dinnanzi alle sempre più nutrite file, dinnanzi a Caritas, Sant’Egidio, parrocchie e volontariati vari. Il fatto che sia stata ricostruita una forte vulnerabilità delle persone permette al potere di giocare legalmente, in punta di diritto, la carta della sottomissione dell’umanità. In Europa l’essere umano lo si può definire più o meno totalmente libero dal 1807 (in Francia dalla Rivoluzione), data in cui i contadini tedeschi vennero dichiarati liberi: la loro libertà di movimento veniva sancita dall’abolizione della servitù obbligatoria, e l’editto recitava “con il giorno di San Martino 1810 cessa ogni dipendenza”. Nell’Inghilterra la cosa continuava ancora per qualche anno, i lord ci tenevano a sottolineare che “La condizione del servo della gleba è dura, ma molto migliore di quella dello schiavo che è come un animale da lavoro, un utensile”. Nella civilissima Gran Bretagna la “servitù della gleba” di fatto terminava pochi anni prima che nella Russia zarista: a difesa delle garanzie che forniva la “servitù”, qualche lord ebbe anche a rimarcare che, se il signore finiva in rovina, i servi non avrebbero subito alcun nocumento, il nuovo padrone avrebbe provveduto a vitto, vestiario e alloggio. Pare davvero strano che nella nostra epoca si debba ritornare a mettere in guardia contro la schiavitù: lo si fa per destare l’attenzione di chi nelle aule parlamentari dovrebbe maggiormente badare alla protezione sociale dei più vulnerabili.

Le nostre catene

I potenti della terra chiedono alla politica, e con voce sempre più forte, di favorire la concentrazione di ricchezza attraverso politiche fiscali che premino i redditi più alti o le grandi aziende: per esempio con la riduzione delle tasse sui redditi da capitale e sui profitti aziendali. Questo significa che le politiche economiche e sociali mirano a far sì che la ricchezza si accumuli principalmente nelle mani di un numero ristretto di individui o gruppi. Gli incontri riservati che Bill Gates, Elon Musk, Jeff Bezos, George Soros e altri tengono con presidenti e vertici Ue hanno lo scopo di ottenere la riduzione di normative e controlli nel settore finanziario o in altri settori economici: per consentire alle grandi imprese e ai ricchi di operare con maggiore libertà, accumulando dividendi, quindi profitti. Da qui le grandi difficoltà che incontrano i governi nel varare politiche di sostegno alle piccole e medie imprese, che incarnerebbero le opportunità di crescita economica per tutti noi. Ne deriva che, tacere e ascoltare è l’unico consiglio utile per il neofita del salotto d’accesso al potere. Lì probabilmente decidono chi portare in alto e chi gettare nella polvere. La gente lo sa, lo immagina, lo pensa, ma nella scarsità di risorse prevale la rassegnazione…la povertà come robusto guinzaglio che tenga a bada l’escluso.

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La scuola insegna a dare risposte, non a far domande: il linguaggio tecnico delle semisupercazzole intimidisce

Di mestiere cerco di spiegare le cose che credo di sapere. Spesso per accorgermi che, mentre lo faccio, non le so pienamente neppure io. Questa tendenza risale a quando mi accorsi, da studente, di capire veramente poco delle lezioni che mi venivano inflitte. Tanto da sentirmi inadeguato allo studio. Poi mi accorsi che anche i miei compagni di scuola capivano poco, ma diligentemente ripetevano quel che avrebbero dovuto apprendere, senza averlo compreso.

Mi trovai allora d’accordo col Manzoni: il latinorum dell’Azzeccagarbugli è una forma di intimidazione dell’ascoltatore ignaro da parte di chi usa un linguaggio forbito e tecnico. L’ignaro si vergogna di non aver capito e quindi accetta la superiorità intellettuale di chi lo intimidisce. L’apice di questa pratica la ritroviamo in Amici Miei, con Ugo Tognazzi che “fa la supercazzola”, una pratica in cui era già stato maestro Ettore Petrolini.

La supercazzola è entrata nei dizionari ed è presente anche in Wikipedia. Cercandola per divertimento ho trovato anche il riferimento ad un mio antico articolo sul Secolo XIX dove introduco una parola derivata: la semisupercazzola. La supercazzola non significa niente. Mentre la semisupercazzola significa eccome, ed è analoga al latinorum, che usa il latino per intimidire, mentre la semisupercazzola usa il linguaggio tecnico. A lezione sfidavo gli studenti ad individuare le semisupercazzole: durante le lezioni introdurrò concetti che, secondo me, non sarete in grado di capire. Voi dovete capire di non star capendo e mi dovete interrompere, chiedendomi di chiarire.

Facevo le mie semisupercazzole e nessuno mi interrompeva: prendevano appunti scrivendo diligentemente quello che l’oracolo enunciava. Dopo un po’ mi fermavo e chiedevo: chi ha capito quello che ho detto cinque minuti fa? Siete in grado di spiegarmelo? Ci volevano settimane per spingerli a far domande. Alla domanda: ma quante volte siete stati esposti alle semisupercazzole? La risposta era invariabilmente: infinite volte. La scuola insegna a dare risposte, non a fare domande.

Basta pensare alla formula più famosa del mondo: E=mc². La troviamo sulle magliette, nei fumetti, tutti la riconoscono come una genialata. L’energia equivale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Perché la velocità della luce? perché al quadrato? Un mio amico fisico mi ha detto: ma non è possibile… poi ha fatto l’esperimento e ha scoperto che nessuno la sa spiegare, a parte i fisici. Ha cercato di spiegarmela ma mi sono perso dopo pochi passaggi. Non ho le basi per capirlo. Come probabilmente lui non ha le basi per capire che non è vero che l’ontogenesi ricapitoli la filogenesi. Anche se in un quarto d’ora sono certo di riuscire a farglielo capire. Solo che sono in pochi ad accettare un quarto d’ora di spiegazioni.

Così, chi cerca di spiegare le scienze naturali di solito non usa la semisupercazzola, ma spesso si ferma a nozioni superficiali che generano meraviglia senza portare a consapevolezza, come ho spiegato mille volte nel dire che i copepodi sono gli animali più importanti per il funzionamento degli ecosistemi planetari. Spiegare i copepodi richiede tempo, e poi non sono scenografici come una balena o una barriera corallina. Così nessuno li conosce. Insomma, i naturalisti di solito raccontano storielle carine, arrendendosi alle banalità e dando la sensazione che le cose di cui si occupano siano di importanza marginale.

I rappresentanti di altre discipline usano linguaggi astrusi, enunciati con grande determinazione. Non sono supercazzole, sono semisupercazzole. E di solito promettono mirabilie. Dal progetto genoma che risolve tutti i problemi del mondo vivente, al bosone che finalmente ci dice che c’è una particella che dà la massa alle altre particelle: la particella di Dio. Nessuno capisce veramente gran che, ma sono in pochi a dire: io non ho capito, me lo spieghi meglio? Maurizio Crozza a prendere in giro prima Antonino Zichichi e poi Carlo Rovelli, senza però scalfire l’autorevolezza di questi divulgatori. Non parliamo dei filosofi. Ho comprato Labirinto Filosofico di Massimo Cacciari e mi sono perso dopo le prime pagine, a conferma di quanto sia azzeccato il titolo. Colpa mia, non sono sufficientemente ferrato in quella materia.

Ma se mi chiedono di spiegare a tutti la medusa immortale non mi metto a parlare di transdifferenziamento come se il concetto fosse noto a tutti: in presenza di stress subletali le cellule di Turritopsis si dedifferenziano e poi si ridifferenziano in altri tipi cellulari, invertendo l’ontogenesi per transdifferenziamento.

Quando la notizia della medusa immortale fece irruzione nei media fui persino intervistato in diretta da Emilio Fede che, bontà sua, mi diede un minuto e mezzo per spiegare la cosa nel TG4. Feci una semisemisupercazzola, inevitabilmente, lasciandolo nella convinzione che io sapessi come si fa l’elisir di lunga vita ma che non lo volessi rivelare. Ma né io né i miei colleghi arrivammo a vendere il segreto dell’immortalità, anche se avremmo potuto benissimo farlo. Dicendo che, con opportuni finanziamenti, tra 30 anni avremmo risolto il problema dell’invecchiamento. E, se fossimo rimasti in vita, dopo 30 anni avremmo detto che in 30 anni lo avremmo risolto, e non si morirà più. Dopotutto è quello che fanno quelli che ci promettono la fusione nucleare.

Alla gente piacciono le supercazzole e anche le semisupercazzole. Se cerchi di spiegare le cose in modo comprensibile e non fai promesse mirabolanti sei meno rispettato. Alla fine, anche nelle scienze, il marketing è importantissimo. Nessuno sa che strada faccia l’acqua per diventare plin plin, ma quell’acqua vende bene.

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Il triste crepuscolo dei riformisti dice qualcosa del mondo di oggi

Leggo sul New York Times che anche Joe Biden sarebbe in procinto di fare uscire un memoir (se non fossi disgustato dalla miserabile campagna di Donald Trump sull’«autopen», forse avrei aggiunto: «Joe Biden, o chi per lui»). E apprendo anche che l’analoga opera di sua moglie Jill si conclude così: «Come scrisse Dylan Thomas, non ce ne andremo gentilmente in quella buona notte, ma ci ribelleremo, ci ribelleremo alla luce morente» («As Dylan Thomas wrote, we will not go gentle into that good night, but rage, rage against the dying of the light»). A me pare che lo abbiano già fatto abbastanza. Come chiosa Carlos Lozada sul New York Times, «non c’è niente di meglio che citare una poesia sulla sfida di fronte alla vecchiaia e alla mortalità per ricordare alla gente cosa è andato storto con Joseph R. Biden» (io glielo avevo detto subito, però). E allora, mentre osservo sconsolato la foto dei quattro del Campo largo – che sono sempre meglio della sporca dozzina del generale Vannacci, d’accordo, ma non saprei dire se mi trasmettano meno fiducia o meno allegria – mi viene da pensare che forse anche chi a sinistra non li ama, prima di prendersela con loro e con la desolante deriva populista dell’intero sistema, dovrebbe porsi qualche domanda sul tristissimo tramonto dei protagonisti della stagione precedente.

Riflettendoci un momento, c’è qualcosa che lega la lunga buonuscita putiniana di Gerhard Schröder al servizio di Gazprom, le varie imprese internazionali di Tony Blair, culminate nella sua partecipazione, in un ruolo di primo piano, alle deliranti pianificazioni immobiliaristico-annessionistiche del Board of Peace in Palestina (da dove si permette pure di dare lezioni ai leader europei su come trattare con Donald Trump), le incresciose vicende di José Luis Rodríguez Zapatero e dei suoi gioielli, per tacere dei vari modi in cui tanti riformisti italiani, da Massimo D’Alema a Matteo Renzi, usciti da Palazzo Chigi, hanno trovato il modo di mettere a frutto le proprie reti di conoscenze e il proprio nome nel mondo degli affari e delle consulenze. Ripensando ai fasti della Terza via degli anni novanta, è difficile non riconoscere, pur nell’ovvia diversità dei singoli casi, un filo conduttore, una comune tendenza o quanto meno uno stesso impulso, che forse proprio in Biden si presenta nella forma più pura. In quella lotta ostinata contro la luce morente, che ha in verità molto poco di poetico e forse, semmai, qualcosa di patetico. E alla quale dobbiamo in gran parte il trionfale ritorno in scena di Trump, con tutte le sue drammatiche conseguenze.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Gabanelli smaschera l’ennesima balla di Meloni, stavolta sull’evasione: scandaloso il danno per i cittadini

Lunedì, sul CorSera, la giornalista Milena Gabanelli (che mi sembra bravissima: mi chiedo perché non abbia un programma in Rai, magari al posto di Antonino Monteleone, l’ex Iena dell’agenzia Caschetto che condurrà FiloRosso in prima serata su RaiTre per tutta l’estate benché reduce da due clamorosi flop che avrebbero convinto anche il più scettico sulle sue reali capacità televisive, ma oggi i dirigenti Rai sono di nomina melonifera, e così mi sono risposto da solo) (ieri la prima puntata di FiloRosso è precipitata dall’8,1% di Un posto al sole, il suo traino, al 3,7%: un successo annunciato); l’indispensabile Gabanelli, dicevo, ha smascherato una balla clamorosa di Giorgia: l’ennesima.

La bugiardella della Garbatella ha sostenuto, infatti, che i 36 miliardi di evasione fiscale recuperati nel 2025 siano merito del suo governo. Ma quei soldi, spiega la Gabanelli, sono il frutto di controlli e di norme introdotti da governi precedenti; della fatturazione elettronica introdotta nel 2019; delle lettere di compliance introdotte nel 2015; e dell’attività ordinaria dell’Agenzia delle Entrate. L’unico contributo diretto del suo governo è rappresentato da sanatorie e rottamazioni: in pratica, la riforma fiscale meloniana (concordato preventivo, indebolimento del redditometro, ravvedimento più favorevole, nuove rottamazioni) riduce la capacità di controllo statale e favorisce gli evasori.

Se si considera che, per finanziare la riduzione delle accise (di cui godono anche gli evasori), il governo taglierà risorse a sanità, istruzione, ricerca e trasporto pubblico, pagati dalle tasse di chi rispetta gli obblighi fiscali; e che tra chi chiede agevolazioni economiche con l’Isee ci sono anche gli evasori; il danno subito dai cittadini onesti è ingente e scandaloso.

In dettaglio: 1) Il concordato preventivo biennale permette ad alcuni contribuenti di concordare in anticipo un reddito imponibile pagando imposte agevolate sulla differenza. Questo incentiva l’evasione fiscale e riduce i controlli. 2) La modifica del redditometro rende più difficile contestare uno stile di vita incompatibile coi redditi dichiarati. 3) Le nuove norme sul ravvedimento operoso permettono di regolarizzare la propria posizione anche dopo l’avvio dei controlli. 4) L’estensione della rottamazione delle cartelle rafforza l’idea che il pagamento possa essere rinviato senza gravi conseguenze.

5) Le nuove procedure aumentano il lavoro amministrativo degli uffici fiscali, riducendo le risorse dedicate ai controlli e diminuendo il recupero futuro dell’evasione. 6) Il Ministero dell’Economia, dati alla mano, elenca le categorie di contribuenti meno credibili: medici e laboratori, farmacie, dentisti, notai, consulenti finanziari e assicurativi, gioiellieri, balneari, idraulici ed elettricisti, ristoranti e bar. Col governo Meloni c’è stato un aumento della pressione fiscale: non ce ne sarebbe bisogno, anzi potrebbe essere ridotta di molto, se tutti pagassero le tasse. 7) Meloni sostiene che non si debbano accusare i contribuenti sulla base di semplici presunzioni; ma le norme permissive del suo governo premiano chi bara, danneggiando la collettività.

Insomma balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

201) È vero che il fisico nucleare Ettore Majorana fece perdere ogni traccia di sé nel 1938, forse sopraffatto dal senso di colpa e dal rifiuto morale di contribuire alla bomba atomica; ma non è vero che visse per anni sotto falso nome in Russia, nascosto in una centrale elettrica, in mezzo alle dinamo.

202) È vero che Dante Alighieri aveva una grossa testa sproporzionata, il naso adunco e gli occhi grifagni, ma non è vero che lo scambiassero spesso per la strega di Biancaneve.

203) È vero che papa Giovanni XXIII aveva la pelle del volto come cera, ma non è vero che mangiasse candele a questo scopo, come si vociferava.

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Usa e Svizzera docent: l’Ai non è servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale

Nel giro di 24 ore la Svizzera e gli Stati Uniti hanno chiarito una verità che in molti preferivano ignorare: l’intelligenza artificiale è materia di Stato. L’accesso ai suoi sistemi più avanzati obbedisce alle logiche di chi comanda — la politica — molto più che al potere dei miliardi. Due diversi episodi, letti insieme, chiudono la stagione dei modelli di AI intesi come beni neutri e globali, a disposizione di chiunque abbia i soldi per permetterseli. Se mai qualcuno ci ha creduto.

Il primo verdetto arriva dal Tribunale commerciale di Zurigo. Palantir, colosso della sorveglianza e dell’analisi dati fondato dal tecno-oligarca numero uno d’America, Peter Thiel — e noto per i suoi contratti con Pentagono, Cia, Fbi, Nsa e Ice – voleva costringere Republik, testata svizzera di giornalismo investigativo, a pubblicare una sfilza di rettifiche dopo una serie di articoli critici. I giornalisti avevano ricostruito, carte alla mano, anni di sistematici rifiuti da parte delle autorità della Confederazione Elvetica ai prodotti della società di Thiel.

Ebbene, hanno vinto i giornalisti. I giudici hanno respinto 22 richieste di replica su 23, condannando Palantir a pagare il 95% delle spese processuali e a rimborsare i legali della testata. L’operazione di forza pensata per blindare l’immagine del gruppo di Thiel ha ottenuto l’effetto opposto, certificando un movimento di diffidenza – anzi: di rigetto – che attraversa l’Europa: dal ministero della Difesa tedesco alla sanità pubblica britannica, fino al Policlinico Gemelli a Roma, le amministrazioni europee iniziano a dire no alla sorveglianza “stile Usa”, nel tentativo di proteggere l’integrità delle proprie infrastrutture pubbliche da progetti di controllo tecnocratico.

Il secondo verdetto, speculare, arriva da Washington. Con una direttiva d’urgenza sul controllo delle esportazioni, l’amministrazione Trump ha vietato ad Anthropic di Dario Amodei di fornire i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, ai cittadini stranieri, dentro e fuori i confini statunitensi. La motivazione è la solita: sicurezza nazionale. Privi di uno strumento tecnico in grado di filtrare la nazionalità degli utenti in tempo reale, all’azienda è rimasta una sola strada: attivare il kill switch su scala globale, interrompendo immediatamente il chatbot oltre i confini Usa. Chiunque in Europa usi Claude di Anthropic si ritrova davanti a un avviso: “Claude Fable 5 al momento non è disponibile”.

Centri di ricerca, imprese e ospedali europei che avevano integrato quei modelli nei propri processi operativi si sono ritrovati al buio da un minuto all’altro, scoprendo quanto costi appaltare la continuità del proprio lavoro a qualcuno oltreoceano.

C’è un legame tra il rifiuto svizzero e la censura americana? Sì, ovvio. Berna ha respinto Palantir perché aveva previsto con esattezza lo scenario che si è poi materializzato con Anthropic: chi ha i server, i codici e gli algoritmi detiene anche il potere di staccare la spina. L’oscuramento deciso da Washington conferma la fondatezza di quegli scenari vagamente distopici. Gli Stati Uniti ricordano all’Europa che l’intelligenza artificiale non è un servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale, convertibile in strumento di pressione economica e geopolitica, adesso e in tutte le crisi che verranno.

Mentre la Cina si muove da superpotenza con le idee chiare, investendo massicciamente in una propria autonomia in grado di sfidare e sorpassare l’America sul fronte AI, l’Unione Europea continua a balbettare subendo le decisioni altrui, sempre di rimessa, mai all’attacco. Finora Bruxelles ha giocato la partita sul terreno delle norme, partorendo l’AI Act nella convinzione che fissare codici etici e burocratici basti a governare i mercati. Niente di più sbagliato.

Fino a quando l’Ue – e le aziende che vi lavorano – non sceglierà di essere produttore oltre che cliente, investendo in infrastrutture di calcolo e sistemi propri, la “sovranità digitale” resterà solo uno slogan, quelli da nazioni subalterne. Con le idee eleganti non si va da nessuna parte.

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Argentina - Algeria 3-0: la sintesi della partita

Netta vittoria dell'Argentina sull'Algeria. Protagonisti Lionel Messi, Lautaro Martínez e Ángel Di María, autori di una prestazione dominante che garantisce tre punti fondamentali alla selezione sudamericana

© RaiNews

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Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Messi fa tripletta e record. Mbappé e Haaland lo inseguono

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. Chissà se qualcuno riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Intanto il duello tra Leo Messi e Kylian Mbappé riguarda il record all-time. Con la tripletta all’esordio contro l’Algeria, Messi ha agganciato Miroslav Klose a quota 16 gol. È il primato di sempre. Mbappé ha distrutto il Senegal con una doppietta ed è distante appena una rete.

Nel frattempo, ha fatto la sua irruzione al Mondiale anche Erling Haaland: doppietta alla prima di sempre con la sua Norvegia. La caccia al primato di gol è appena iniziata. Ma i fenomeni hanno già iniziato a darsi battaglia.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Leo Messi (Argentina)

3 gol

Argentina’s Lionel Messi (10) celebrates after scoring a goal during the World Cup Group J soccer match between Argentina and Algeria in Kansas City, Mo., Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Ed Zurga)

2) Kylian Mbappé (Francia)

2 gol

France’s Kylian Mbappe celebrates after scoring the opening goal of his team during the World Cup Group I soccer match between France and Senegal in East Rutherford, N.J., near New York, Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Frank Franklin II)

2) Erling Haaland (Norvegia)

2 gol

Norway’s Erling Haaland (9) smiles as he leaves the pitch at the end of the World Cup Group I soccer match between Iraq and Norway in Foxborough, Mass., near Boston, Tuesday, June 16, 2026. (AP Photo/Charles Krupa)

2) Folarin Balogun (Stati Uniti)

2 gol

United States’ Folarin Balogun celebrates scoring his side’s second goal against Paraguay during a World Cup Group D soccer match in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Friday, June 12, 2026. (AP Photo/Marcio J. Sanchez)

2) Kai Havertz (Germania)

2 gol

Germany’s Kai Havertz (7) celebrates a goal during the World Cup Group E soccer match between Germany and Curacao in Houston, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Eric Smith)

2) Yasin Ayari (Svezia)

2 gol

Sweden’s Yasin Ayari (18) celebrates after scoring his team’s fifth goal during the World Cup Group F soccer match between Sweden and Tunisia in Guadalupe, near Monterrey, Mexico, Sunday, June 14, 2026. (AP Photo/Matias Delacroix)

2) Elijah Henry Just (Nuova Zelanda)

2 gol

New Zealand’s Elijah Just (11) celebrates after scoring a goal during the World Cup Group G soccer match between Iran and New Zealand in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Monday, June 15, 2026. (AP Photo/Andre Penner)

3) Leo Ostigard (Norvegia)

1 gol

3) Romano Schmid (Austria)

1 gol

3) Marko Arnautovic (Austria)

1 gol

3) Ali Olwan (Giordania)

1 gol

3) Ayman Hussein (Iraq)

1 gol

3) Bradley Barcola (Francia)

1 gol

3) Ibrahim Mbaye (Senegal)

1 gol

3) Abdulelah Al Amri (Arabia Saudita)

1 gol

3) Maximiliano Araujo (Uruguay)

1 gol

3) Ramin Rezaien (Iran)

1 gol

3) Mohammad Mohebi (Iran)

1 gol

3) Mattias Svanberg (Svezia)

1 gol

3) Aleksander Isak (Svezia)

1 gol

3) Viktor Gyokeres (Svezia)

1 gol

3) Omar Rekik (Tunisia)

1 gol

3) Amad Diallo (Costa d’Avorio)

1 gol

3) Virgil Van Dijk (Olanda)

1 gol

3) Crysencio Summerville (Olanda)

1 gol

3) Keito Nakamura (Giappone)

1 gol

3) Daichi Kamada (Giappone)

1 gol

3) Livano Comenencia (Curaçao)

1 gol

3) Nathaniel Brown (Germania)

1 gol

3) Deniz Undav (Germania)

1 gol

3) Jamal Musiala (Germania)

1 gol

3) Felix Nmecha (Germania)

1 gol

3) Nico Schlotterbeck (Germania)

1 gol

3) Nestory Irankunda (Australia)

1 gol

3) Connor Metcalfe (Australia)

1 gol

3) John McGinn (Scozia)

1 gol

3) Vinicius Jr- (Brasile)

1 gol

3) Ismael Saibari (Marocco)

1 gol

3) Boualem Khoukhi (Qatar)

1 gol

3) Breel Embolo (Svizzera)

1 gol

3) Giovanni Reyna – Stati Uniti

1 gol

3) Mauricio – Paraguay

1 gol

3) Cyle Larin – Canada

1 gol

Canada’s Cyle Larin (9) celebrates after scoring his sides first goal of the game in the second half of the World Cup Group B soccer match between Canada and Bosnia, Friday, June 12, 2026, in Toronto. ( (AP Photo/Sam Balkansky)

3) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina

1 gol

3) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol

3) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol

3) Julian Quinones – Messico

1 gol

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

3) Raul Jimenez – Messico

1 gol

3) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

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Mondiali, la nuova classifica dei gironi: Francia e Norvegia, che duello per il primo posto

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

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Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

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Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

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Noleggio auto, la nuova IPT rischia di frenare il mercato

ANIASA chiede al Governo di rinviare le nuove norme IPT: rischio burocrazia, contenziosi e freno agli investimenti.

La nuova disciplina sull’Imposta Provinciale di Trascrizione rischia di aprire un fronte di incertezza per il settore del noleggio veicoli, proprio mentre la mobilità italiana avrebbe bisogno di investimenti, rinnovo del parco e regole più semplici. È il punto sollevato da ANIASA, l’associazione di Confindustria che rappresenta i servizi di mobilità, in una lettera inviata al Governo per chiedere il rinvio dell’entrata in vigore della norma e l’apertura di un tavolo istituzionale.

La questione riguarda le modifiche introdotte dal DL Fiscale in materia di IPT, un tributo che pesa direttamente sulle immatricolazioni e quindi sulle scelte operative delle società di noleggio. Secondo ANIASA, il nuovo impianto normativo introduce criteri di territorialità poco chiari, con il rischio di generare contenziosi tra operatori e amministrazioni locali. Il problema non è il pagamento dell’imposta, che le aziende continueranno a versare integralmente, ma l’individuazione dell’ente territoriale competente alla riscossione.

Al centro della critica c’è il riferimento alla “gestione ordinaria in via principale” dell’attività. Una formula che, applicata a un settore organizzato su scala nazionale, rischia di diventare difficilmente gestibile. Le società di noleggio operano infatti attraverso sedi amministrative, filiali, aeroporti, stazioni ferroviarie, reti territoriali e piattaforme logistiche distribuite in più aree del Paese. Stabilire quale provincia abbia diritto a incassare l’imposta può diventare complesso, soprattutto per flotte che circolano e vengono utilizzate in territori diversi da quelli di immatricolazione o gestione amministrativa.

Il nodo è industriale prima ancora che fiscale. Il noleggio a lungo termine e il rent-a-car sono oggi una parte strutturale del mercato automotive italiano. Le flotte aziendali alimentano una quota rilevante delle immatricolazioni, sostengono il ricambio del parco veicoli e contribuiscono alla diffusione di auto più recenti, efficienti e tecnologicamente aggiornate. Qualsiasi aumento di incertezza regolatoria può rallentare decisioni di acquisto, piani di rinnovo e investimenti in veicoli elettrici, ibridi o a basse emissioni.

ANIASA segnala anche un possibile effetto amministrativo a catena. La norma, così come formulata, potrebbe alimentare controversie non solo tra imprese e amministrazioni, ma anche tra gli stessi enti territoriali. Il rischio è che più amministrazioni rivendichino competenza sullo stesso gettito, senza un meccanismo automatico di compensazione. In un settore basato su volumi elevati, tempi rapidi e gestione centralizzata delle flotte, anche un’incertezza procedurale può tradursi in costi, ritardi e maggiore esposizione legale.

Il tema tocca anche il rapporto tra fiscalità locale e mobilità reale. Secondo l’associazione, le nuove regole non risolverebbero il problema della concentrazione delle immatricolazioni in alcune aree del Paese, ma si limiterebbero a spostarlo da alcune province ad altre. Il risultato potrebbe essere una redistribuzione non necessariamente coerente con i territori nei quali i veicoli circolano davvero, utilizzano infrastrutture pubbliche e contribuiscono alla domanda di mobilità.

Per il mercato, il rischio è che la fiscalità diventi un ulteriore elemento di freno in una fase già complessa. Il settore automotive è alle prese con transizione energetica, calo della domanda privata, prezzi elevati, incertezza sugli incentivi e pressione sui margini. Le società di noleggio rappresentano per le case auto un canale fondamentale, perché consentono di pianificare volumi, introdurre nuovi modelli e accelerare la rotazione dei veicoli. Se il quadro fiscale diventa meno prevedibile, anche la strategia commerciale dei costruttori può risentirne.

Particolare attenzione viene richiamata sul noleggio a breve termine, comparto strettamente collegato al turismo. Ogni anno il rent-a-car genera circa 3,5 milioni di contratti legati a finalità turistiche, contribuendo agli spostamenti dei visitatori e alla raggiungibilità delle destinazioni. In un Paese come l’Italia, dove il turismo è una componente centrale dell’economia, eventuali complicazioni amministrative sul comparto possono avere effetti che vanno oltre l’automotive, toccando aeroporti, città d’arte, località costiere e territori meno serviti dal trasporto pubblico.

La richiesta di ANIASA al Governo è quindi duplice: rinviare l’entrata in vigore della disciplina e avviare un confronto istituzionale per individuare un sistema più stabile. L’associazione sostiene da oltre dieci anni una soluzione alternativa: la centralizzazione della riscossione dei tributi dovuti dalle società di noleggio, con successiva redistribuzione tra Regioni e Province sulla base di criteri oggettivi. Un modello che, secondo ANIASA, avrebbe il vantaggio di ridurre il contenzioso e garantire maggiore equilibrio tra territori.

Il confronto con altri Paesi europei è uno degli argomenti richiamati dall’associazione. In Francia e Germania esistono sistemi di compensazione interterritoriale pensati per evitare distorsioni e conflitti tra amministrazioni locali. Per l’Italia, l’adozione di un meccanismo simile potrebbe rappresentare una soluzione più coerente con l’evoluzione del mercato della mobilità, sempre meno legato a confini amministrativi rigidi e sempre più organizzato attraverso piattaforme nazionali.

La partita, dunque, non riguarda soltanto l’IPT. Riguarda la capacità del Paese di costruire regole compatibili con un settore che sta cambiando rapidamente. La mobilità a noleggio è ormai parte della filiera automotive, del turismo, della mobilità aziendale e della transizione ecologica. Per questo, secondo ANIASA, una norma percepita come incerta rischia di produrre l’effetto opposto rispetto alla semplificazione: più burocrazia, più contenziosi e minore capacità di investimento.

Scheda

Tema: nuove norme su IPT per il settore noleggio veicoli
Associazione: ANIASA, aderente a Confindustria
Destinatari della lettera: Presidenza del Consiglio e ministeri competenti
Norma contestata: modifiche del DL Fiscale sull’Imposta Provinciale di Trascrizione
Criticità principale: incertezza sul criterio della “gestione ordinaria in via principale”
Rischi indicati: burocrazia, contenziosi, incertezza amministrativa fino a cinque anni
Settori coinvolti: noleggio a lungo termine, rent-a-car, turismo, flotte aziendali
Dato chiave: circa 3,5 milioni di contratti rent-a-car turistici ogni anno
Richiesta: rinvio dell’entrata in vigore e tavolo istituzionale
Proposta ANIASA: riscossione centralizzata e redistribuzione tra enti territoriali

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Epstein su un una cosa non mentiva, le testimonianze di 40 detenuti ribaltano il quadro. Gli abusi al ranch Zorro

Sebbene un gran numero di persone pensi che Jeffrey Epstein non si sia suicidato, è certo che il miliardario accusato di pedofilia era, poche settimane prima di morire, molto depresso, tanto da manifestare “l’intenzione” di togliersi la vita. Lo stato emotivo di Epstein affiora da un’inchiesta approfondita del New York Times, secondo cui emerge “un chiaro atteggiamento verso il suicidio, con l’obiettivo di ‘dire addio’ a modo suo”. I suoi ultimi scritti, spiega il quotidiano statunitense, rivelavano “un deterioramento dello stato mentale“, che strideva con l’ottimista che gli psicologi del carcere si trovavano davanti.

E in un pezzo di carta alludeva alla sua intenzione di togliersi la vita. Il New York Times ha intervistato molte persone che hanno interagito con Epstein durante il suo arresto e la sua detenzione o che hanno partecipato alle indagini sulla sua morte. Sono stati intervistati anche più di 40 detenuti, dipendenti del carcere, avvocati, funzionari federali e agenti delle forze dell’ordine.

La procura del New Mexico ha ordinato a JPMorgan Chase, Google e ad altre venti società, di blindare la documentazione relativa a Jeffrey Epstein e ad alcuni suoi collaboratori. Lo rivela il Wall Street Journal sottolineando che si tratta di un segnale dell’ampliamento dell’indagine penale incentrata sull’ex proprietà del pedofilo, il ranch Zorro. La procura ha imposto alle aziende di conservare i documenti mentre il dipartimento di Giustizia statale procede con le richieste formali di acquisizione prove a seguito della riapertura dell’inchiesta avvenuta all’inizio di quest’anno. Almeno dieci tra donne e ragazze hanno dichiarato di essere state adescate o abusate nel ranch.

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Chi era il cardinale Camillo Ruini, il 95enne storico presidente della Cei e “i valori non negoziabili”

Nella tarda serata di ieri è morto il cardinale Camillo Ruini, storico Presidente della Cei. Aveva 95 anni. Ne ha dato conferma all’AGI il portavoce della diocesi di Roma, padre Giulio Albanese. Camillo Ruini è stato una delle figure più influenti della Chiesa cattolica italiana tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Teologo di formazione e pastore di lungo corso, ha occupato un ruolo centrale nel periodo dello straordinario pontificato di San Giovanni Paolo II, contribuendo in modo decisivo a ridefinire la presenza pubblica dei cattolici nella società italiana. Camillo Ruini nasce a Sassuolo (provincia di Modena) nel 1931. Dopo gli studi nel seminario diocesano, prosegue la formazione teologica a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove si laurea in filosofia e teologia. Viene ordinato sacerdote nel 1954 e inizia un intenso percorso accademico e pastorale, che lo porta all’insegnamento di filosofia e teologia nei seminari. Negli anni della maturità ecclesiale entra nel corpo episcopale e viene nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983. Successivamente assume incarichi di crescente rilievo fino alla nomina nel 1986 a segretario della Conferenza Episcopale Italiana di cui assumerà la presidenza nel 1991, incarico che ricoprirà per oltre un decennio, diventando anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma.

La sua affermazione all’interno dell’episcopato avviene già negli anni della maturità pastorale, quando si distingue come giovane vescovo ausiliare a Reggio Emilia. In quella fase emerge per capacità organizzativa e visione ecclesiale, tanto da essere coinvolto nella preparazione del Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Quel passaggio viene spesso ricordato come un momento chiave per il rilancio del protagonismo dei cattolici italiani nel mondo sociale e culturale, in sintonia con l’indirizzo pastorale di Giovanni Paolo II. Negli anni successivi Ruini diventa presidente della Conferenza Episcopale Italiana, assumendo un ruolo che va oltre la dimensione strettamente ecclesiastica. La sua leadership si caratterizza per una forte attenzione alla presenza pubblica della Chiesa, soprattutto sui temi etici e antropologici. In questo contesto elabora e promuove con forza l’idea dei cosiddetti “valori non negoziabili”, riferiti in particolare alla difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa. Parallelamente, il suo rapporto con la politica italiana si sviluppa in modo complesso. Pur non identificandosi con la tradizione della Democrazia Cristiana, che riteneva ormai conclusa nella sua funzione storica, Ruini sostiene la necessità di una presenza culturale dei cattolici nella vita pubblica, autonoma e non coincidente con un unico partito.

Tuttavia, il suo nome è rimasto spesso associato a una stagione precisa della Chiesa italiana, tanto da essere talvolta richiamato — anche in modo semplificato o riduttivo — come riferimento di posizioni conservatrici. Una lettura che non sempre coglie la complessità del suo percorso, segnato anche da capacità di mediazione e da una forte intelligenza istituzionale. Nel complesso, la parabola di Ruini rappresenta una fase decisiva della storia recente della Chiesa in Italia: un periodo in cui il cattolicesimo ha cercato nuove forme di presenza pubblica dopo la fine dell’unità politica della Democrazia Cristiana e dentro un sistema politico profondamente mutato.

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«Erratico»: il candidato del partito della Le Pen contro Trump

Jordan Bardella, leader del principale partito di opposizione francese, il Rassemblement National (RN), ha escluso la possibilità di chiedere l’appoggio del presidente statunitense Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2027, definendolo imprevedibile e sempre più difficile da decifrare.

 

Il trentenne euroscettico e anti-immigrazione è ampiamente considerato il  favorito per sostituire Marine Le Pen qualora quest’ultima venisse esclusa dalla corsa elettorale. La leader di lunga data del partito RN è stata condannata lo scorso anno per appropriazione indebita di fondi europei e interdetta dalle cariche pubbliche per cinque anni. Lei nega ogni addebito e la corte dovrebbe pronunciarsi sul suo ricorso a luglio.

 

In un’intervista a Politico pubblicata lunedì, il Bardella ha descritto il comportamento di Trump come «non solo erratico, ma anche estremamente instabile e in continuo cambiamento» («erratique, mouvant et changeant»). Alla domanda su come vedesse il presidente degli Stati Uniti, Bardella lo ha definito incoerente, scherzando: «C’è il suo atteggiamento del lunedì, l’atteggiamento del martedì, l’atteggiamento del mercoledì».

 

«Donald Trump n’est pas mon modèle» ha dichiarato il vertice del partido della destra francese. «Trump non è un modello»

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Il Bardella ha respinto qualsiasi ipotesi di voler cercare l’appoggio di Trump, nonostante quest’ultimo abbia in passato sostenuto politici affini all’estero, tra cui il polacco Karol Nawrocki e l’ungherese Viktor Orban.

 

«L’unico sostegno che io e Marine Le Pen cerchiamo è quello del popolo francese e degli elettori francesi», ha affermato, aggiungendo di non aver bisogno di «alcun appoggio esterno» e di non avere alcuna intenzione di aprire la porta a «qualsiasi forma di interferenza straniera».

 

Queste dichiarazioni segnano un cambiamento rispetto alle precedenti lodi di Bardella nei confronti di Trump, che ammirava pubblicamente per la sua energia e il suo successo politico. Secondo il politico francese, il secondo mandato di Trump si è discostato nettamente dal primo, non dando più priorità agli interessi interni, ma essendo invece plasmato da una visione degli Stati Uniti come «un impero con un’influenza dominante sull’emisfero occidentale».

 

Ciò rende Trump «più pericoloso» e crea incertezza in tutta Europa, che non può più fare affidamento su Washington senza riserve. Bardella ha fatto riferimento alle minacce tariffarie di Trump, che hanno portato all’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE dello scorso anno, un accordo che ha descritto come «vassallaggio economico, finanziario e industriale».

 

Le relazioni tra Washington e i suoi alleati europei sono tese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel 2025, con ricorrenti dispute su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e Ucraina. Trump ha ripetutamente accusato i membri europei della NATO di approfittarsi delle garanzie di sicurezza statunitensi, minacciando al contempo nuove tariffe sul blocco. Lunedì, ha dichiarato al New York Post che avrebbe imposto dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la sua tassa sui servizi digitali, che colpisce i ricavi generati dai giganti tecnologici statunitensi.

 

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2026 di Trump, che descrive l’UE come strategicamente inaffidabile, ha ulteriormente ampliato la frattura, così come la sua spinta ad acquisire la Groenlandia dalla Danimarca. La guerra israelo-americana contro l’Iran ha acuito le tensioni dopo che Washington ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e ha minacciato ulteriori tagli in Spagna e Italia a seguito delle critiche al conflitto.

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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Mondiali 2026, le partite di oggi: c’è Inghilterra-Croazia. In campo anche il Portogallo e l’Uzbekistan di Cannavaro | Orari e dove vederle in tv

La prima tornata di partite dei Mondiali 2026 volge al termine: oggi scendono in campo anche il gruppo K e il gruppo L, per completare il quadro dei match d’esordio. La sfida di cartello è indubbiamente quella tra Inghilterra e Croazia. La sfida tra due big europee, in programma nella serata italiana e visibile anche in chiaro sulla Rai, svelerà la compattezza e gli equilibri della squadra di Tuchel, una delle candidate alla vittoria finale. Ma dirà anche come sta la Croazia dei “vecchietti”, da Modric a Perisic, che quattro anni fa conquistò il terzo posto in Qatar.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
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Prima però tocca a un’altra europea candidata a fare strada: il Portogallo di Cristiano Ronaldo e di Vitinha, ad oggi forse il miglior centrocampista al mondo. L’esordio è di quelli soft, contro la Repubblica Democratica del Congo. Nello stesso girone ci sono anche l’Uzbekistan di Cannavaro e la Colombia, che si affrontano a Città del Messico nella notte italiana.

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Prima invece scenderanno in campo Ghana e Panama, inserite nel girone con Inghilterra e Croazia. Gli africani sono i favoriti contro la Nazionale del centroamerica, che sembra destinata a recitare il ruolo di comparsa. Anche se questo Mondiale sta insegnando che le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 17 e 18 giugno

Portogallo-DR Congo (girone K)
Orario: 19:00
Houston: NRG Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Inghilterra-Croazia (girone L)
Orario: 22:00
Dallas: AT&T Stadium, Arlington
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Ghana-Panama (girone L)
Orario: 01:00 (notte tra il 17 e il 18 giugno)
Toronto: BMO Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Uzbekistan-Colombia (girone K)
Orario: 04:00
Città del Messico: Estadio Banorte
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 17 e 18 giugno, la sfida tra Inghilterra-Croazia di mercoledì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. Gli altri match invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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Iraq-Norvegia 1-4, la sintesi della partita

La Norvegia travolge l'Iraq per 4-1 nel segno di Erling Haaland: al suo esordio assoluto in un Mondiale, l'attaccante timbra subito una doppietta letale, intervallata dal momentaneo pareggio di Hussein

© RaiNews

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Mondiali 2026, Messi ne fa tre e l’Argentina vola. Doppietta Haaland nel poker della Norvegia

L’Argentina ha battuto 3-0 l’Algeria ai Mondiali. Protagonista indiscusso della partita è stato Lionel Messi con una tripletta che ha eguagliato il record di gol in Coppa del Mondo finora appartenuto esclusivamente a Miroslav Klose. La Norvegia ha battuto l’Iraq 4-1 ai Mondiali, nella partita del gruppo 1. Protagonista della partita è stato Erling Haaland, che ha realizzato una doppietta decisiva nel primo tempo, annullando il pareggio realizzato da Hussein. Nel secondo tempo sono arrivati una rete di Leo Ostigard e un autogol di Hussein a sigillare la partita in favore della Norvegia.

L’attaccante iraniano Mehdi Torabi ha ottenuto un visto per gli Stati Uniti che gli permetterà di giocare ai Mondiali. Torabi, in panchina nella partita d’esordio finita con un pareggio contro la Nuova Zelanda, aveva ottenuto un solo permesso d’ingresso negli Usa. “Grazie agli sforzi della Federazione calcistica e del coordinamento con la Fifa, è stato rilasciato oggi un nuovo visto per ingressi multipli”, ha dichiarato un dirigente della squadra.

Torabi “non avrà problemi a restare con la nazionale iraniana nelle prossime partite e potrà viaggiare con la squadra”. L’ultima partita del girone dell’Iran sarà contro l’Egitto a Seattle il 26 giugno. La concessione dei visti ai giocatori iraniani ha risentito della guerra tra Stati Uniti e Iran. La squadra di Teheran fa base a Tijuana, in Messico. Le autorità statunitensi hanno negato completamente i visti a oltre una dozzina di membri dello staff, impedendo loro di raggiungere i campi di calcio.

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La pasticceria tra realtà e social media

Essere pasticcieri diventa sempre più difficile. Al di là di tutte le problematiche legate al rincaro economico, la vera difficoltà sta nella trasmissione di un messaggio e di un’ideologia. Basta pensare al pane: da sempre considerato un prodotto semplice e povero. Eppure, negli anni è stato fatto un grande lavoro per far capire – almeno alle giovani generazioni – quanto valesse una pagnotta, la farina e la sua filiera. Non si può dire lo stesso della pasticceria. Esistono ancora persone che svalutano la natura di quest’arte, pensando che il dolce sia l’unico gusto da percepire e che i colori siano un mantra da seguire.

«Dobbiamo essere capaci di comunicare al cliente perché i nostri prodotti costano di più rispetto ad altri, per avere un cambiamento di mentalità e di cultura» afferma Veronica Vinci, proprietaria e pasticciera di Remercier, laboratorio ad Agrate Brianza (MB).

Il tema del tavolo tredici dell’hackathon era “Le dimensioni contano?”. Ci si chiedeva se cambiamenti culturali, economici e degli stili di vita portassero la pasticceria a ripensare alle dimensioni dei lievitati o dei prodotti da banco.

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

Nel tempo, le dimensioni si sono ridotte. Non per shrinkflation (riduzione della quantità a favore di un prezzo invariato o maggiore) ma per un cambiamento delle texture dei prodotti. L’evoluzione dei gusti e dell’attenzione all’alimentazione hanno portato a prodotti più areati, meno zuccherati e con creme più leggere. Anche negli hotel la viennoiserie cambia formato: porzioni più piccole permettono di servire più prodotti nello stesso piatto, trasformando la colazione in un’esperienza più varia e condivisibile.

«L’ottimismo su questo fronte è poter pensare di proporre prodotti condivisibili, quando il mercato si muove nel verso opposto, diventando sempre più individualista» è così che Marta Giorgetti, head chef di Chocolate Academy Milano, spiega quando le dimensioni contano davvero. Non solo per stili alimentari più attenti e responsabili ma anche per una società che cambia volto.

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

Il tema della condivisione è centrale in pasticceria, in termini di spazi a disposizione, forme dei lievitati e comodità del consumo. Ogni tanto si sentono notizie come il pain au chocolat più grande del mondo, il tiramisù più lungo e si potrebbe continuare. Ma che fine fanno quei prodotti? Sono realmente fruibili dalla clientela, o sono esperimenti per attrarla? Al tavolo tredici tutti sono concordi nel dire che lievitati o monoporzioni grandi sono difficili da realizzare, influenzando la qualità finale. Ma tra le variabili di scelta di un cliente ne esiste una a cui si pensa poco: la forma.

Per quanto un prodotto piccolo sia più facile da condividere, non si può dire lo stesso di tutte le forme, ed è ormai possibile trovarle tutte: fiocco, cubo, New York roll, croffle, sfere. Si prenda come esempio il cubo: è scomodo da mangiare da soli, poiché spigoloso, ma è facile da tagliare e quindi da condividere. Qui si introduce un altro concetto che è quello degli spazi. Non tutte le realtà hanno tavoli o sedute a sufficienza per agevolare il consumo di alcuni prodotti.

Grandi dimensioni, forme diverse, ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è facile: i social media. Oggi fare pasticceria significa anche fare ricerche di mercato e capire quale prodotto invada le piattaforme digitali. «Vendere un cornetto a più di 2,50 euro significa essere eccessivi, ma forme come fiocchi, cubi o frutta realistica vengono venduti anche a 5 o 10 euro e non sono percepite come costose dalla clientela» dice Nicola Borra, professionista del settore bakery e pasticceria, attivo nell’ambito commerciale per Petra Molino Quaglia in Piemonte.

@Gaia Menchicchi

Così chi lavora in questo mondo si trova davanti a una domanda: difendere la propria identità o seguire la tendenza del momento? I professionisti sono convinti che l’identità sia davanti a ogni richiesta del cliente, ma allo stesso tempo c’è il fattore economico da tenere in considerazione. «I costi del personale, degli impianti e degli ingredienti alle volte ci spingono ad accontentarlo, anche se non vorremmo. Non per scelta ma per necessità» dichiara Mattia Premoli, proprietario e pasticciere de La Primula di Treviglio, in provincia di Bergamo. Continua dicendo «accontentare il cliente non significa realizzare un prodotto scadente, ma modellare la richiesta sulla disponibilità delle proprie risorse, per riuscire a vendere un messaggio più che un prodotto: quello di qualità e bontà».

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

Nel mondo della pasticceria il cliente, forse, ha ancora troppa voce in capitolo. È anche questo uno dei motivi per cui non si riesce a far valere la professionalità e l’identità di quest’arte. A differenza delle gelaterie o delle bakery, vengono ancora fatte richieste come torte troppo personalizzate o con creme troppo colorate, che non coincidono con gli ideali che i veri artigiani vogliono comunicare.

Le dimensioni, quindi, contano? Solo dal punto di vista tecnico perché fanno parte di cambiamenti sociali, culturali ed economici. Ma ciò che conta di più è avere un’identità e lasciare un’eredità alle nuove generazioni e alla clientela.

«Dobbiamo capire come possiamo essere la soluzione per rendere migliore il nostro settore, e allo stesso tempo educare il cliente a dare valore a ciò che esiste oltre il prodotto finale» conclude così Marta Giorgetti, trovando consenso da parte di tutto il tavolo tredici.

@Gaia Menchicchi
@Gaia Menchicchi

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Dieci sconosciuti a tavola in laguna

Open Table è il nuovo format gastronomico di Edipo Re con la cucina di Riccardo Canella. Ma dietro la tavolata per dieci persone c’è un progetto più ampio che prova a immaginare un altro modo di fare turismo, raccontando Venezia attraverso il cibo, le persone e gli ecosistemi lagunari.

Nel racconto contemporaneo di Venezia il rischio è sempre lo stesso: trasformare la città in una cartolina. È una deriva che riguarda anche la gastronomia, spesso ridotta a una sequenza di indirizzi da visitare e piatti da fotografare. Il progetto Edipo Re nasce invece da una domanda diversa: come si può raccontare la laguna senza consumarla?

La risposta prende forma attorno a un’imbarcazione che porta con sé una storia particolare. È la barca che ospitò Pier Paolo Pasolini e Maria Callas durante le riprese del film Edipo Re e che oggi naviga nella laguna veneziana come piattaforma culturale e sociale. Attorno a essa è stato costruito un sistema di itinerari che intreccia navigazione, gastronomia, sostenibilità ambientale e valorizzazione delle economie locali. 

Open Table rappresenta l’ultima evoluzione di questo percorso. Cinque serate, dieci ospiti alla volta e una destinazione che viene comunicata soltanto il giorno dell’evento. Il trasferimento avviene con il motoscafo Timeless verso un punto appartato della laguna dove l’Edipo Re attende gli ospiti. A guidare la cucina è Riccardo Canella, chef che dopo sette anni trascorsi come sous chef al Noma di Copenaghen ha scelto di sviluppare una ricerca profondamente legata agli ecosistemi veneziani.

La forza dell’iniziativa non sta però soltanto nel nome dello chef. Il formato della tavolata condivisa intercetta una delle trasformazioni più interessanti della ristorazione contemporanea. Dopo anni di ricerca dell’esclusività assoluta, cresce il desiderio di esperienze che mettano al centro la relazione. Open Table costruisce una comunità temporanea di dieci persone che condividono non soltanto il pasto ma anche il viaggio, il paesaggio e la scoperta.

Per comprendere il senso del progetto bisogna guardare anche agli altri itinerari sviluppati da Edipo Re. Residence Kitchen è forse il più rappresentativo. Gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a cuochi e ristoratori che hanno fatto della laguna il centro del proprio lavoro. Tra i protagonisti figurano Chiara Pavan di Venissa, Salvatore Sodano di Local, Donato Ascani del Glam, Matteo Panfilio dell’Aman, Alle Testiere, Antiche Carampane e persino Norbert Niederkofler. I menu cambiano in funzione del pescato e degli ortaggi provenienti dalle isole, trasformando la laguna in una dispensa vivente. 

Ancora più esplicita è Radici Experience, dedicata all’isola di Pellestrina. Qui il cibo diventa il mezzo per entrare in contatto con una comunità che ha conservato un forte legame con il mare e con i propri ritmi. Il pranzo preparato dal ristorante Da Celeste, l’incontro con i produttori di ostriche e cozze e la scoperta delle spiagge frequentate dagli abitanti costruiscono un racconto che parla di appartenenza prima ancora che di gastronomia. 

Anche Alimenta Experience segue la stessa logica. L’itinerario collega Sant’Erasmo e Mazzorbo, due delle anime agricole della laguna, attraverso degustazioni di pane, vini e prodotti del territorio. L’obiettivo non è mostrare una filiera, ma renderla tangibile. Gli ospiti incontrano chi coltiva, chi trasforma e chi custodisce varietà storiche come la Dorona, comprendendo come il paesaggio sia il risultato di una relazione continua tra attività umana e ambiente. 

In tutti questi percorsi emerge una visione precisa. Il cibo non è il protagonista assoluto ma uno strumento di lettura. La missione dichiarata del progetto parla di cura, reciprocità, conoscenza e recupero del rapporto tra uomo e natura. Parole che rischiano spesso di diventare slogan, ma che qui trovano una traduzione concreta nella scelta di lavorare con pescatori, produttori, agricoltori e ristoratori della laguna. 

Per questo Open Table è interessante anche al di fuori del contesto veneziano. Non propone semplicemente una cena in un luogo suggestivo. Propone un’idea diversa di ospitalità, in cui la gastronomia smette di essere un’attrazione e torna a essere un linguaggio capace di raccontare un territorio. In una fase in cui molte destinazioni cercano un equilibrio tra turismo e identità locale, non è un dettaglio da poco.

Open Table arriva in un momento in cui la ristorazione di qualità sta riflettendo sul proprio ruolo sociale. Lo stesso Canella, in un’intervista del 2023, sosteneva che il futuro dell’alta cucina passa dalla capacità di creare un legame culturale e sociale con il territorio e con le persone che lo abitano. 

La formula della tavolata condivisa sembra andare esattamente in questa direzione. Il numero limitato di partecipanti non serve tanto a creare esclusività quanto a favorire la conversazione. La destinazione segreta sposta l’attenzione dall’evento al percorso. La laguna smette di essere semplice panorama e diventa parte integrante dell’esperienza. Ma Open Table si inserisce all’interno di un progetto più articolato che da anni prova a raccontare la laguna attraverso il cibo. Le esperienze di Edipo Re non sono costruite attorno al concetto di ristorante galleggiante, ma a quello di itinerario culturale. La gastronomia diventa uno dei linguaggi attraverso cui leggere il territorio, insieme alla navigazione, all’incontro con le comunità locali e alla scoperta delle attività che ancora oggi definiscono l’identità delle isole veneziane. In questa prospettiva, la tavola condivisa rappresenta una sintesi efficace della filosofia del progetto: creare occasioni di conoscenza attraverso l’esperienza diretta del paesaggio lagunare. La stessa logica emerge nelle altre proposte gastronomiche della piattaforma. Con Residence Kitchen, per esempio, gli ospiti trascorrono un’intera giornata a bordo insieme a uno degli chef coinvolti nel progetto, seguendo percorsi che cambiano in base alla stagione, al pescato e agli orti delle isole. Tra i cuochi che hanno partecipato figurano oltre a Riccardo Canella, Donato Ascani, Salvatore Sodano e i ristoranti Antiche Carampane e Alle Testiere. Altre esperienze, come Radici Experience o Alimenta Experience, affiancano al racconto gastronomico temi legati alla sostenibilità, alla memoria dei luoghi e alle produzioni agricole della laguna. In tutti i casi il cibo non è il punto di arrivo, ma il mezzo attraverso cui entrare in relazione con un ecosistema fragile e complesso. 

Il fenomeno non riguarda soltanto Venezia. In molte città stanno nascendo format che recuperano la dimensione comunitaria del mangiare insieme come risposta alla crescente individualizzazione dei consumi e alla trasformazione del ristorante in luogo di esperienza oltre che di servizio. La tavola condivisa torna così a essere uno strumento di conoscenza reciproca, quasi una versione contemporanea delle antiche tavolate collettive.

Open Table interpreta questa tendenza attraverso uno dei paesaggi più iconici d’Italia. Non promette spettacoli, effetti speciali o lusso ostentato e propone al contrario qualcosa di più raro: il tempo necessario per osservare un territorio, ascoltare chi lo racconta e condividerlo con altre persone. In un settore spesso concentrato sul piatto, è un promemoria utile: perché, a volte, il valore di una cena nasce tanto da ciò che si mangia quanto da chi siede accanto a noi.

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Due sorelle e un ristorante immerso nel paesaggio del Collio Goriziano

Se i confini vengono comunemente intesi come barriere rigide, quasi definitive, le frontiere portano con sé l’idea del loro superamento, dell’incontro tra culture. E mentre il fiume Judrio traccia il confine tra i Colli Orientali del Friuli e il Collio Goriziano, L’Argine a Vencò – a pochi metri da quel torrente – è un luogo di frontiera in cui la contaminazione ha generato un’identità complessa ma ben precisa.

Il sodalizio professionale tra la chef Antonia Klugmann e sua sorella Vittoria – restaurant manager – nasce probabilmente durante il liceo, quando la prima cucinava per la seconda costringendola a riprendere i suoi esperimenti ai fornelli. E nel 2014 questa alleanza si è evoluta in un progetto solido: un’azienda che paga regolarmente dipendenti e fornitori, e può anche permettersi di fare delle scelte etiche con la consapevolezza che contraddistingue le due proprietarie.

Antonia Klugmann, foto di Gaia Menchicchi

Sempre fedele a sé stesso, il ristorante è cresciuto con un ritmo che si potrebbe definire naturale, nel senso letterale del termine. Questo percorso estremamente coerente è figlio di due sorelle che hanno imparato a gestire la presunzione della conoscenza reciproca, tipica delle intese più intime, dimostrando un’intelligenza emotiva capace di contenere l’escalation di emozioni che scaturisce dall’interpretazione connaturata dello sguardo altrui.

Vittoria Klugmann, foto di Gaia Menchicchi

L’abilità di gestire una relazione personale così intensa, per di più in un contesto stressante come quello della ristorazione, deriva dalla reciproca stima professionale. «Vittoria ha studiato economia aziendale, e dopo una carriera decennale in una compagnia di assicurazioni ha scelto di affiancarmi a tempo pieno, sollevandomi da preoccupazioni importanti e occupandosi dei conti fin da subito. Io non mi fido di lei perché le voglio bene, ma perché è una persona competente».

«Io sono quella che mette a terra le idee, ma non ho la capacità creativa di Antonia. Ho studiato musica a lungo e ho avuto la possibilità di avere vicino persone talentuose: questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia prezioso che qualcuno possieda questo talento. Saper eseguire un pezzo al pianoforte in modo scolastico, o interpretarlo, è una questione di sfumature. Ma il solo fatto di saperle riconoscere ti colloca in prospettiva rispetto a tutto, e oggi mi pone in prospettiva rispetto al lavoro di Antonia. Io non riuscirei mai a fare quello che fa lei in cucina, ma riconosco quanto quello che lei fa sia speciale».

Foto di Gaia Menchicchi

Allo stesso modo, Antonia riconosce la determinazione di Vittoria nel portare a termine tutto ciò che identifica come necessario, anche se non è frutto di una vocazione. E questa condizione apparentemente sfavorevole l’ha portata a vivere tante vite, con la passione viscerale di chi viaggia senza una meta e proprio grazie a questo sa trovare del fascino in tutte le cose. Un viaggio che oggi continua in quello che ha scelto come suo posto nel mondo, accanto alla sorella.

L’una è la soluzione dell’altra. Antonia entra nel panico quando si rompe un elettrodomestico in casa o bisogna andare in banca a chiedere un mutuo, ma bilancia l’idiosincrasia per le faccende pratiche con quel senso dell’imponderabile che caratterizza l’imprenditore visionario. Vittoria non ha la stessa capacità di saltare nel vuoto senza la certezza di un paracadute, ma gestisce le incombenze quotidiane – burocrazia inclusa – con estrema naturalezza ed efficienza. Ed è così che nel 2018 riesce a ottenere un prestito per allargare il ristorante, presentando un business plan in cui sua sorella l’ha convinta a credere.

Foto di Gaia Menchicchi

Tanto diverse per indole e attitudini, sono accomunate più di ogni altra cosa dalla voglia di mettersi costantemente in discussione, cercando ogni giorno di essere migliori del precedente, anche come stimolo a tutta la squadra. Non fanno fatica ad ammettere – con la stessa complicità – quella spiccata predisposizione all’autocritica che talvolta le porta a minimizzare i successi ottenuti. Ma senza minare la gioia con cui accolgono le fatiche quotidiane di chi ha scelto di lavorare nella ristorazione.

Queste consapevolezze sono il motore di una profonda gratitudine: quella che nasce dalla fortuna di amare il proprio lavoro, ma anche di essere nate nella parte privilegiata del mondo, dove è possibile restare informate, connesse e vivere pienamente l’oggi senza dover rinunciare ad avere un ristorante in un luogo sperduto, proprio quello in cui hanno scelto di stare.

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Il partito unico del campo stretto lascia Renzi fuori dalla porta

Una foto molto politica: il campo è questo qui. Più stretto che largo. Ieri il politburo del partito unico Pd-M5s-Avs ha fissato le prime riunioni sul programma del cosiddetto campo largo. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno postato una foto dei tre maschi in maniche di camicia e cravatta blu e lei come sempre sorridente al ristorante Costanza hostaria, pieno centro di Roma. Hanno parlato tra di loro convenendo che è ora di cominciare a lavorare: «Segnatevi due date: 8 e 15 luglio».

A un certo punto, bontà loro, si confronteranno con Matteo Renzi, i socialisti e PiùEuropa (cioè Riccardo Magi). Non potevano riunirsi subito tutti insieme? «Ma è normale che ci siamo visti noi quattro che lavoriamo da anni insieme – ci ha spiegato Fratoianni – siamo un po’ il cuore dell’alleanza, poi vedremo come includere tutti». Evidentemente si è voluto subito mettere agli atti chi conta davvero e chi conta meno, cioè Renzi (con tutto il rispetto per il socialista Enzo Maraio e Magi, che non sembrano esattamente due che hanno in animo di creare problemi al partito unico)

Si parte dunque. Ma si parte con uno sgarbo, il che non pare in sintonia con la testardaggine unitaria della leader del Partito democratico. L’esclusione di Renzi dal summit all’osteria di Pd-M5s-Avs non sarà un dramma anche se da Italia Viva si sente un poco rassicurante «tanto senza di noi non vincono». A sera Renzi posta: «Per tutto il pomeriggio i giornalisti ci hanno chiamato chiedendo se siamo arrabbiati perchè non siamo nella foto di Schlein, Bonelli, Conte, Fratoianni. E perchè dovremmo essere arrabbiati? Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare. Non abbiamo le stesse idee dei protagonisti di questa foto su molti temi: dal garantismo alla crescita economica, dall’energia all’Europa. Loro vogliono costituire un nucleo di sinistra-sinistra stretto nella coalizione e hanno tutto il diritto di farlo. Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo Meloni-Salvini-Vannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica».

Se il buongiorno si vede dal mattino, sembra lampante che la coppia Schlein-Conte più gli altri due rossoverdi considerano il campo largo a due cerchi: la sinistra più un soprammobile riformista. E forse si vuole già innervosire Renzi, metterlo ai margini, depurando l’alleanza progressista da ogni scoria programmatica che possa contraddire l’impostazione di sinistra e populista del campo.

Non è stata quindi soltanto una riunione organizzativa ma anche una scelta politica. Il messaggio che parte dal vertice dei quattro leader è chiaro: il progetto alternativo alla destra esiste già e ha già individuato il proprio baricentro. Un baricentro di sinistra. Resta da capire se gli alleati che saranno chiamati successivamente al tavolo accetteranno di orbitare attorno a quel baricentro oppure riusciranno a contribuire davvero alla definizione della rotta.

Quello che si può aggiungere è che il partito unico Pd-M5s-Avs si è improvvisamente svegliato dopo i vari movimenti di questi giorni al centro culminati con l’iniziativa degli Europeisti con Pina Picierno e Carlo Calenda di due giorni fa a Milano. In quella sede infatti si è capito che è possibile coagulare un insieme di forze di centro europeiste, riformiste e liberali per dar vita a una lista più larga di Azione che potrebbe sottrarre consensi al centrosinistra, quello originario, quando non era ancora diventato la federazione Pd-M5s-Avs, il cuore, come dice Fratoianni, dell’alleanza progressista.

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Come si scrive una Strategia di sicurezza nazionale

Il decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) firmato da Giorgia Meloni lo scorso 22 aprile ha colmato un vuoto formale che durava da decenni: il governo italiano si impegna per la prima volta ad adottare una strategia di sicurezza nazionale con cadenza almeno triennale. Ma un decreto che istituisce un obbligo non è ancora la strategia. Palazzo Chigi dovrà ora scrivere il documento. Vale la pena guardare a cosa hanno fatto gli altri partner del G7, considerato che l’Italia è oggi l’unico membro del club a non avere un documento strategico. Gli altri sono molto diversi tra loro per forma, lunghezza, ambizione e, soprattutto, per il grado in cui riflettono una vera elaborazione strategica anziché una narrazione governativa.

Il modello britannico
La National Security Strategy 2025 del Regno Unito, pubblicata un anno fa dal governo Starmer con il titolo “Security for the British People in a Dangerous World”, è il documento più articolato del gruppo e offre la migliore architettura di riferimento. Parte da un presupposto metodologico preciso: la strategia non gestisce rischi, ma definisce una postura. Il documento identifica tre componenti distinte e interdipendenti – sicurezza interna, proiezione esterna e capacità sovrane e asimmetriche – e le sviluppa in modo organico. L’impegno più significativo è l’annuncio – nelle ultime settimane al centro della contesa politica – di portare la spesa per la sicurezza nazionale al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, cifra che ingloba difesa, intelligence, resilienza e sicurezza interna. L’elemento più rilevante per chi scrive un documento del genere per la prima volta è che il documento strategico britannico non si limita a elencare minacce: le gerarchizza, le attribuisce e ne trae implicazioni operative concrete. La Russia è identificata come la minaccia più acuta e immediata, la Cina come la sfida strutturale di lungo periodo. Il documento parla esplicitamente di «era di incertezza radicale» e prescrive un cambio culturale nel governo, verso una maggiore propensione al rischio calcolato e alla difesa degli interessi nazionali.

La lezione francese
La Revue nationale stratégique 2025, aggiornamento di quella del 2022, è firmata dal Secretariat-General for National Defence and Security, il segretario generale che nell’ufficio del primo ministro francese funge, tra l’altro, da struttura di coordinamento interministeriale permanente: l’equivalente di ciò che in Italia ancora non esiste. La premessa del presidente Emmanuel Macron è brutale nella sua chiarezza: «Siamo a un punto di svolta. Le tendenze degli ultimi anni si sono accelerate in modo drammatico». Il documento identifica undici obiettivi strategici, dalla deterrenza nucleare alla resilienza informatica, dall’autonomia europea alla capacità di proiezione militare. L’elemento che distingue il modello francese è la coerenza tra il documento strategico e le strutture che lo attuano: il segretario generale esiste, il Consiglio di difesa e sicurezza nazionale esiste, la pianificazione militare pluriennale è agganciata agli obiettivi della strategia. In assenza di strutture equivalenti, un documento italiano rischierebbe di restare un testo programmatico senza architettura di attuazione.

Il caso tedesco
La Nationale Sicherheitsstrategie tedesca del 2023 è stata il primo documento del genere nella storia della Repubblica federale, adottato in un Paese che per decenni aveva evitato per ragioni storiche di articolare una visione strategica autonoma. Berlino ha scelto un approccio «sicurezza integrata» (Integrierte Sicherheit), che aggrega difesa, diplomazia, sviluppo, resilienza economica e sicurezza interna in un’unica cornice. Il documento è stato criticato per essere eccessivamente lungo e per aver tentato di accontentare troppi attori interni. Resta però significativo come primo esercizio: la Germania ha dovuto costruire non solo il documento ma anche il consenso politico attorno al fatto che un Paese come il suo potesse scriverlo. Questa non è una questione irrilevante per l’Italia.

Il modello giapponese
Il documento strategico giapponese del 2022 è la versione aggiornata dell’originale del 2013 e rappresenta il caso più radicale di svolta strategica all’interno del G7. Il Giappone ha abbandonato esplicitamente la politica di difesa esclusivamente passiva che aveva caratterizzato il dopoguerra, introducendo la capacità di contrattacco come elemento della deterrenza. Il documento è scritto con una chiarezza insolita nel genere: identifica Cina, Corea del Nord e Russia come le tre minacce principali, in quest’ordine, e traduce ciascuna in implicazioni per la pianificazione militare e diplomatica. Per Tokyo, la strategia di sicurezza nazionale non è un documento di indirizzo politico ma un documento operativo da cui discendono direttamente i piani di acquisizione delle forze armate e le priorità di bilancio.

Gli Stati Uniti di Trump
Il documento pubblicato dall’amministrazione Trump a novembre è un caso a parte e va trattato come tale. È formalmente il più distante dal genere strategico: più che una valutazione delle minacce e una pianificazione delle risposte, è una dichiarazione di principi ideologici presentata come correzione di rotta rispetto alle amministrazioni precedenti. L’introduzione dedica ampio spazio a criticare le strategie dei predecessori, definite «liste della spesa di desideri». Il documento enuncia principi come «America First», «pace attraverso la forza» e «predisposizione al non-interventismo». Sul piano geografico affronta gli stessi dossier dei documenti precedenti – emisfero occidentale, Asia, Europa, Medio Oriente – ma con un tono più transazionale e con un’esplicita diffidenza verso le organizzazioni multilaterali. La differenza strutturale rispetto alle versioni pubblicate sotto le amministrazioni Obama, Trump primo mandato e Biden è la sostituzione dell’analisi con la proclamazione. Chi scrive una strategia italiana dovrebbe prendere nota di questa deriva come esempio da non seguire: un documento strategico che non descrive il mondo ma lo giudica perde la sua funzione principale.

Il vuoto canadese
Il Canada è il caso che deve far riflettere di più, non perché sia un modello ma perché è un monito. Il suo unico documento di sicurezza nazionale risale al 2004. Nel frattempo Ottawa ha fatto affidamento su valutazioni di intelligence, dichiarazioni ministeriali e documenti di bilancio per comunicare le proprie priorità strategiche. Il risultato, come segnalato anche dalle commissioni parlamentari negli ultimi anni, è una sostanziale incapacità di articolare una postura coerente su dossier come la Cina, l’Artico, la difesa continentale con gli Stati Uniti.

Cosa insegnano le strategie degli alleati
Le strategie di sicurezza nazionale degli alleati dell’Italia offrono alcune lezioni comuni. «La più evidente è il progressivo superamento dell’approccio geografico e per silos in favore di una visione integrata della sicurezza», spiega Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund. Il concetto stesso di sicurezza nazionale, infatti, si è ampliato ben oltre il suo perimetro tradizionale, incorporando dimensioni economiche, tecnologiche, energetiche, informative e sociali che fino a pochi anni fa erano considerate separate dalle questioni di difesa. «Il tratto principale delle strategie di sicurezza nazionale contemporanee è proprio quello di adottare questo nuovo concetto di sicurezza», osserva Irdi. «Si assiste a uno spostamento dalla sola difesa verso la sicurezza in senso ampio, con una risposta alle sfide che deve essere non soltanto whole-of-government ma anche whole-of-society». In questo quadro, il settore privato assume un ruolo centrale. Imprese, operatori di infrastrutture critiche e grandi attori tecnologici sono oggi contemporaneamente parte della superficie d’attacco e della capacità di risposta dello Stato. Per questo una strategia di sicurezza nazionale efficace dovrebbe prevedere meccanismi strutturati di interazione e integrazione tra pubblico e privato, collocandoli al centro dell’architettura di sicurezza del Paese, secondo Irdi. Accanto all’allargamento del concetto di sicurezza, però, permane la necessità di confrontarsi con minacce tradizionali. «La minaccia convenzionale militare non è scomparsa», sottolinea l’esperto. «L’Italia ha spesso mostrato una certa riluttanza a prenderne atto, ma il contesto internazionale richiede anche un rafforzamento delle capacità militari e della deterrenza».

Cosa dovrebbe contenere il documento italiano
Secondo Irdi, una futura strategia italiana dovrebbe anzitutto definire con chiarezza le priorità nazionali, sia geografiche sia tematiche, e chiarire quale sia il ruolo che l’Italia intende svolgere nei diversi quadranti strategici. Una strategia di sicurezza nazionale, infatti, non è soltanto un documento tecnico: é uno strumento di comunicazione della visione politica e dell’identità strategica del Paese e dei suoi interessi fondamentali. Da questo punto di vista, uno degli insegnamenti più utili proviene dagli Stati Uniti. «Il merito principale della strategia americana è la capacità di indicare con chiarezza non soltanto le priorità, ma anche le non-priorità», osserva. «Una strategia per l’Italia deve essere sobria e coerente con le risorse disponibili, ma allo stesso tempo credibile». Infine, il documento dovrebbe dedicare un’attenzione specifica al fronte interno. Oltre alle minacce ibride e alle campagne di influenza ostile, la resilienza democratica rappresenta una componente essenziale della sicurezza nazionale. «Nel lungo periodo», conclude Irdi, «il deterioramento della qualità dell’opinione pubblica e del dibattito democratico può diventare una delle minacce più strutturali alla tenuta della democrazia italiana».

Il Dpcm di aprile indica che la strategia dovrà identificare gli interessi fondamentali dello Stato, definire le politiche di prevenzione e contrasto delle minacce e fissare le linee guida per la gestione delle crisi. Sono i tre pilastri presenti in tutti i documenti del G7. Ma la sequenza logica con cui costruirli è più impegnativa di quanto sembri. Il primo passo è un’analisi dell’ambiente strategico internazionale che sia analitica e non retorica: Russia, Cina, minacce ibride, sicurezza energetica, proliferazione nucleare, competizione tecnologica. Non basta elencarle: occorre attribuire loro un peso relativo e trarne implicazioni. Il secondo è l’identificazione degli interessi nazionali italiani in forma esplicita. Non è un esercizio banale per un Paese che storicamente ha preferito definirsi attraverso i vincoli delle alleanze piuttosto che attraverso una postura autonoma. Il terzo è la traduzione di quegli interessi in obiettivi, e degli obiettivi in strumenti: forze armate, intelligence, diplomazia, politica economica, resilienza. Il quarto, spesso trascurato, è la definizione delle priorità: non tutto può essere al primo posto.

Il documento britannico offre la migliore architettura. Quello francese la migliore coerenza tra testo e struttura istituzionale. Quello giapponese la migliore chiarezza nella gerarchia delle minacce. Quello tedesco il migliore esempio di come si costruisce il consenso attorno a un esercizio del genere. Quello americano il migliore esempio di cosa non fare. L’Italia ha ora l’obbligo formale. Deve ancora costruire la sostanza.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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La governance ambientale passa dallo spazio

Lo spazio e la governance ambientale sono ormai profondamente legati, e questo rapporto è destinato a diventare sempre più stretto nei prossimi anni. I dati forniti dai satelliti per l’Osservazione della Terra sono infatti indispensabili per la gestione del territorio, l’implementazione delle politiche ambientali, il monitoraggio dello sfruttamento delle risorse naturali, tra gli altri. Una relazione che incrocia non solo i temi ambientali ma anche quelli legati alla sicurezza e all’economia, e che si sta evolvendo a una velocità senza precedenti.

La storia dell’uso dei satelliti
L’uso dei satelliti per monitorare la Terra affonda le sue radici negli anni ’70 e nel lancio del programma Landsat da parte degli Stati Uniti, ma sono stati i cambiamenti dell’ultimo decennio a trasformare radicalmente queste applicazioni: l’aumento considerevole dei dati a disposizione, la proliferazione di software e di intelligenze artificiali (IA), ma anche l’integrazione di questi sistemi in politiche nazionali e internazionali (in Europa, ma anche al di fuori) ne hanno massimizzato l’impatto.

Il cambiamento più rilevante è stato, forse, l’entrata in servizio delle Sentinelle dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) a fine 2016; la costellazione di otto satelliti, in continua espansione, fornisce, infatti, la più grande quantità di dati pubblici disponibile al momento, con una copertura di tutto il mondo ogni cinque o dieci giorni. A questi si aggiungono i dati pubblici forniti dal Landsat, dalle agenzie spaziali nazionali, come l’italiana ASI o la giapponese JAXA, e quelle dei provider privati, come Planet e Maxar, che, pur essendo a pagamento, sono sempre più economici.

Oltre all’hardware, è però cambiato anche il software: è aumentata negli ultimi anni la disponibilità e l’accuratezza di piattaforme che permettono l’integrazione e l’analisi dei dati satellitari, così da poter essere usati anche da utenti non specializzati. È il caso di strumenti come Forest Watcher, della organizzazione non governativa World Resource Institute (WRI), che monitora la deforestazione e lo stato di salute delle foreste a livello globale.

Queste piattaforme offrono anche modalità di analisi avanzate, come quella dell’Atlante della ONG Global Fishing Watch, che usa i dati satellitari di tipo radar per identificare i cosiddetti “dark vessels”, ossia le imbarcazioni con i sistemi di identificazione spenti. Google Earth Engine integra dati da molteplici fonti (sia quelli ad altissima risoluzione dei provider privati sia quelli gratuiti di ESA e Landsat ad alta e media risoluzione), e viene utilizzato per una molteplicità di usi, dalla pianificazione territoriale alla gestione delle risorse idriche.

Questi cambiamenti hanno iniziato a farsi spazio anche nelle politiche nazionali o internazionali: l’Unione europea ha iniziato a integrare l’utilizzo di Copernicus nella legislazione ambientale ormai in maniera consistente, dal lancio del Green Deal nel 2019, e leggi ambiziose – come il nuovo (anche se contestato) Regolamento contro la Deforestazione, l’EUDR – hanno visto la luce proprio grazie ai nuovi mezzi messi a disposizione dai satelliti. È un trend che, però, va oltre i confini dell’Europa, e tocca paesi come il Brasile, dove la produzione agricola è basata su un sistema di monitoraggio satellitare, o l’Indonesia, che utilizza l’Osservazione della Terra in molti dei suoi casi giudiziari a tema ambientale.

Questo successo è il risultato dello straordinario contributo dei satelliti alla gestione ambientale che, in varie forme, può essere più o meno avanzato, ma che è straordinario soprattutto se confrontato rispetto alle metodologie tradizionali. Si può riassumere in due punti: i satelliti non solo permettono di condurre le stesse attività del passato, con una riduzione dei costi e dei tempi, ma anche di ottenere risultati un tempo impossibili. Se metodologie ormai consolidate possono permettere di scansionare territori giganteschi e valutarne lo stato di salute o capirne la produttività agricola, strumenti sviluppati negli ultimi 4 o 5 anni permettono di individuare i furti d’acqua in aree dove le ispezioni sul campo risulterebbero impossibili.

I vantaggi sono però ancora più ampi: l’utilizzo dell’IA permette di automatizzare processi di analisi spesso lunghi o complessi, diminuendone radicalmente il tempo necessario e aumentando significativamente l’accuratezza del lavoro. Con l’IA, grazie a un adeguato addestramento, si possono riconoscere i pattern di discariche abusive sul territorio e segnalarne, ad esempio, la presenza alle autorità, oppure capire la quantità di pesticidi o fertilizzanti usati su un terreno per poter determinare se un agricoltore può ricevere sussidi a favore di una produzione sostenibile.

Le ispezioni satellitari non hanno inoltre bisogno di autorizzazioni preventive (il satellite in quasi tutti i casi non viola le regole della privacy) e permettono, quindi, di monitorare più attività insieme: l’agenzia ONU per i crimini e le droghe, UNODC, scansiona regolarmente l’Amazzonia colombiana per identificare, allo stesso tempo, miniere illegali, coltivazioni di cocaina e pratiche di deforestazione. Esiste anche un effetto preventivo delle misure satellitari: non solo alcuni strumenti permettono di evidenziare i primi indizi di pratiche illegali (costruzioni abusive, ad esempio) e di agire così tempestivamente, ma la consapevolezza del monitoraggio tende a ridurre il numero di reati ambientali.

Come i dati influenzano le politiche da adottare
L’interazione di dati satellitari con la governance ambientale produce risultati differenti a seconda del momento considerato – prima dell’emanazione delle politiche ambientali, o durante la loro implementazione e applicazione (in particolare in relazione all’enforcement ambientale). Il satellite permette, innanzitutto, una conoscenza approfondita di interi territori o catene del valore. Questo, a sua volta, influenza il tipo di politiche che uno o più Paesi potranno o vorranno adottare: un sistema di sussidi agricoli che ha dietro un robusto sistema di Osservazione della Terra potrà essere molto più dettagliato – e quindi efficace – perché conterà su un quadro informativo più preciso. La consapevolezza che la maggior parte delle terre rare provenienti dal Sud-est asiatico sono di origine illegale (ottenuta grazie anche ad analisi satellitari fatta da ONG come Global Witness) sta contribuendo alla volontà di diversificare, da parte di entità come l’UE, verso fonti meno rischiose. Allo stesso tempo, i satelliti forniscono dati cruciali per capire se determinate politiche stanno funzionando o meno: la valutazione dello stato di salute delle aree protette nell’ambito del programma europeo Natura2000 o l’analisi del reale impatto ambientale di progetti infrastrutturali, piccoli e grandi, sono alcuni dei numerosissimi esempi di applicazioni di questo tipo. Come già in parte possibile per il metano, il lancio di nuove missioni capaci di misurare anche le emissioni di CO2 rappresenterà una svolta fondamentale per il futuro dell’azione climatica. Tra tutti, gli ambiti della lotta ai crimini ambientali e dell’enforcement ambientale sono quelli che beneficiano di alcune delle applicazioni più avanzate e in rapido sviluppo.

I limiti e la necessità di un’integrazione sistematica
Nonostante un quadro così positivo, rimangono diversi limiti. Alcuni sono tecnici: diverse applicazioni richiedono dati ad altissima risoluzione (1 pixel uguale a 60 centimetri o meno), che possono essere costosi o poco disponibili. Alcune zone del mondo hanno una copertura nuvolosa frequente (soprattutto ai Tropici) che riduce l’applicazione dei dati ottici, quelli più disponibili.

I problemi principali riguardano però l’integrazione dell’uso dell’Osservazione della Terra in maniera strutturale nella governance ambientale: la maggior parte delle applicazioni viene usata ancora in maniera singola, ossia per una determinata iniziativa o progetto, mentre manca un utilizzo continuo e con una visione di medio e lungo termine. La mancanza di expertise tecnica all’interno di agenzie e ministeri, la scarsa consapevolezza sulla disponibilità e facilità di uso degli strumenti, ma anche l’assenza di politiche quadro che impongano l’uso di questi strumenti, ne limitano l’impiego e, soprattutto, non riescono a mantenerne la continuità nel tempo.

L’integrazione sistematica, quando accade, porta però risultati chiari: il Costa Rica, nel 2020, ha imposto l’uso dei dati satellitari in tutti i casi ambientali amministrativi, e ora che viene impiegato anche nella gestione della pesca, si ottengono notevoli risparmi in termini di ispezioni, costi di gestione, con una maggiore efficacia dell’utilizzo delle risorse. Questo è anche il caso di sistemi come il DETER (Real Time Deforestation Detection System) brasiliano o del monitoraggio dei terreni agricoli delle Fiandre da parte delle amministrazioni locali.

La progressiva espansione della tecnologia renderà l’integrazione ancora più facile già nei prossimi anni, grazie anche ai progressi della IA e alla prevista espansione delle missioni spaziali (incluse soprattutto le Sentinelle, satelliti del programma europeo Copernicus dell’ESA, progettati per il monitoraggio ambientale, la sicurezza e la gestione delle crisi). Questa integrazione sarà però ancora più indispensabile: l’allineamento strategico del progresso tecnologico con il quadro di policy è una necessità che tutti gli attori globali, l’UE per prima, devono affrontare già adesso, per non rischiare di trovarsi impreparati.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Jon Ossoff, il giovane senatore democratico emerso dalla Georgia trumpiana

Il giornalista televisivo Chris Matthews cerca disperatamente la frase giusta da far dire al suo ospite. Nell’altra metà dello schermo c’è un trentenne candidato democratico in un’elezione suppletiva della Georgia, che all’improvviso è diventato l’uomo più osservato della politica americana. Matthews, veterano della tv politica, vuole far dire al giovane qualcosa contro il presidente – una provocazione, magari una battuta da dare in pasto a spettatori e algoritmi dei social. Davanti al conduttore, Jon Ossoff non si piega alle logiche dell’intervista. La battuta al vetriolo non arriva mai. Ogni volta che Matthews prova a trascinarlo sul terreno dello scontro, Ossoff torna a parlare con la solita moderazione, l’espressione piatta e la voce ferma. Alla fine, dopo un po’ di domande, concede soltanto: «Non nutro una grande ammirazione personale per quell’uomo». È una risposta così prudente da risultare quasi frustrante in un’epoca di attacchi senza esclusione di colpi.

L’intervista alla Msnbc è del 2017, Donald Trump era arrivato alla Casa Bianca da pochi mesi e la resistenza democratica aveva bisogno di un nuovo volto. Il clima della politica americana era già quello incendiario a cui ormai siamo assuefatti. In questi nove anni il Partito Democratico ha fatto in tempo a vincere e perdere le elezioni presidenziali. Dalla disfatta di Kamala Harris nel 2024 è ancora alla ricerca di una nuova generazione di leader. Ossoff non è certo il democratico più famoso d’America, forse neanche il più carismatico. Da Gavin Newsom a James Talarico, da Alexandria Ocasio-Cortez fino a Rahm Emanuel ci sono molti nomi che vengono in mente prima di Ossoff. Ma lui è uno dei pochissimi che continuano a vincere nella Georgia infestata dal trumpismo. Per questo a Washington sempre più persone osservano la sua traiettoria con curiosità. È il più giovane senatore in carica e la sua elezione nel 2021 è stata – con quella del collega Raphael Warnock – la prima vittoria dei democratici in Georgia dalle elezioni del 2000.

Ossoff non si scompone mai, come nell’intervista con Matthews, ha sempre l’aria del professionista che sta solo facendo il suo lavoro, con una pacatezza rara. È ignifugo in un ecosistema altamente infiammabile. Una disciplina imparata andando a bottega da John Lewis, il gigante del movimento per i diritti civili che aveva marciato accanto a Martin Luther King a Selma, in Alabama. Ossoff è stato uno stagista nel suo ufficio. Per un giovane democratico di Atlanta, Lewis rappresentava un’autorità morale prima che un volto politico.

Dopo quell’esperienza però Ossoff ha cambiato strada e si è dato ai documentari investigativi. Per anni ha lavorato come produttore a inchieste sulla corruzione internazionale, sui traffici illeciti, sul terrorismo o sulle squadre della morte in Africa orientale. E è per questo che nei suoi discorsi e nelle interviste parla pesando tutte le parole, senza slogan, con tempi televisivi straordinari. Tre mesi fa è andato al Late Show di Stephen Colbert, dove ha dato sfoggio di un controllo professionale dei tempi e del linguaggio. Fa le pause giuste sugli applausi e riprende i concetti senza perdere il filo con grande disinvoltura. Nella capacità oratoria si intravede qualcosa dell’ex presidente Barack Obama, nella sua capacità di non andare mai fuori giri.

D’altronde non è per tutti trasformare una corsa locale della Georgia nell’evento politico più osservato d’America. Nel 2017 Ossoff era un pressoché sconosciuto all’elettorato quando decise di candidarsi nel sesto distretto della Georgia. Un territorio rappresentato da Newt Gingrich per vent’anni tra il 1979 e il 1999, e Trump l’aveva appena vinto alle elezioni presidenziali nel 2016. Mentre i Democratici cercavano disperatamente un modo per reagire alla vittoria di Trump, il giovane documentarista di Atlanta divenne un parafulmine per il partito: arrivarono milioni di dollari da ogni angolo del Paese, arrivarono volontari che non avevano mai messo piede in Georgia. E poi tutto il carrozzone di giornalisti, troupe televisive e celebrità. Benjamin Wallace-Wells scrisse sul New Yorker che Ossoff era diventato «il vascello delle speranze dei democratici». Una crescita talmente verticale che gli elettori facevano fatica ad assimilarla: alcuni non erano sicuri di saper pronunciare il suo nome correttamente.

Alla fine, però, Ossoff perse. Dopo mesi di copertura mediatica e una raccolta fondi senza precedenti per una corsa alla Camera, i Repubblicani mantennero il seggio.

L’impressione era che il personaggio mediatico stesse crescendo più rapidamente del politico e la storia fosse destinata a spegnersi. Ossoff contribuiva involontariamente a questa sensazione. Più aumentava l’attenzione nazionale, più lui sembrava rifugiarsi nella propria prudenza: quando i giornalisti gli chiedevano se fosse un progressista o un moderato, rifiutava entrambe le etichette. Una volta, messo alle strette, rispose con una sola parola: «Pragmatico».

AP/Lapresse

Nei tre anni successivi Ossoff è scomparso quasi del tutto dal dibattito nazionale. Quando è tornato sulla scena nel 2020, per sfidare il senatore repubblicano David Perdue, è parso subito un candidato diverso.

Da quando è arrivato al Senato, nel gennaio del 2021, si è ritagliato una figura più matura, accompagnato anche da qualche capello bianco che si affaccia timidamente sulla testa. Ha lavorato a leggi bipartisan sulla riduzione del costo dell’insulina per gli anziani e sulla protezione dei minori online, ad esempio. Il suo lavoro paziente, sempre sotto traccia, ha portato nel 2024 all’approvazione del Federal Prison Oversight Act, la più importante riforma dei meccanismi di controllo delle prigioni federali degli ultimi decenni. Presentando la legge, Ossoff ha citato una «crisi dei diritti umani dietro le sbarre». Per Ossoff il suo lavoro è una questione di «accountability», cioè responsabilità verso i cittadini: l’idea che chi esercita il potere debba continuamente rendere conto delle proprie azioni.

Negli ultimi anni, i repubblicani hanno iniziato a considerarlo un avversario pericoloso. Il Washington Post ha raccontato che, dietro le quinte, diversi dirigenti repubblicani guardano con preoccupazione alla sua capacità di raccogliere fondi, evitare errori grossolani e parlare contemporaneamente alla base democratica e agli elettori moderati della Georgia.

Ultimamente Ossoff è tornato nelle conversazioni sul futuro del Partito Democratico. E non perché abbia lanciato una campagna presidenziale. Anzi, quando The Hill gli ha chiesto direttamente se stesse pensando al 2028, la risposta è stata: «Non correrò per la presidenza nel 2028 e non ho alcun interesse a correre per la presidenza nel 2028». Certo, le dichiarazioni di circostanza valgono il giusto – nel gennaio 2006, Barack Obama promise pubblicamente che avrebbe completato il proprio mandato al Senato e non si sarebbe candidato alla Casa Bianca: sarebbe stato eletto nel 2008 – ma è significativo che sempre più persone stiano ipotizzando un suo futuro da presidente, o aspirante tale. «Guardandolo durante una campagna elettorale ha una certa energia e una certa freschezza», ha detto il consulente democratico Anthony Coley a The Hill. «Sta difendendo i propri valori in uno Stato in bilico e questo è ciò che la gente apprezza».

La consapevolezza nei propri mezzi è un dispositivo psicologico potentissimo per un giovane politico. Prima Ossoff sembrava quasi monocorde nei suoi discorsi, adesso è un comunicatore estremamente raffinato. È sempre composto, sempre pacato come prima, ma non lascia nulla di intentato. Negli ultimi mesi alcuni suoi discorsi contro Trump sono diventati virali. Durante un evento ad Atlanta ha accusato il presidente di voler costruire un monumento a se stesso, di usare il potere pubblico per il proprio tornaconto personale, lo ha definito «una disgrazia nazionale».

È difficile dire se Ossoff sia davvero un potenziale leader per il suo partito. Negli ultimi anni molti pezzi grossi tra i democratici hanno interpretato la politica come una battaglia identitaria a ciclo continuo (quasi tutti i Repubblicani hanno fatto lo stesso). Ossoff invece ha costruito la propria immagine attorno a concetti e argomenti che non parlano alla pancia degli elettori.

Se Ossoff rappresenta davvero una parte del futuro democratico, allora potrebbe essere il segnale che il partito sta forse cercando di uscire dalla logica della politica come spettacolo permanente. Se invece si cercheranno ancora leader più teatrali, o conflittuali, allora Ossoff potrebbe restare ciò che è oggi: uno dei senatori più talentuosi della sua generazione, ma non necessariamente il leader di una nuova era. Per il momento è candida per rinnovare il seggio in Senato e si vota a novembre. Una prima indicazione arriverà da lì.

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Il bilancio europeo resta prigioniero del calcolo tra contributi versati e finanziamenti ricevuti

Con il nego-box, i ministri ciprioti Makis Keravnos e Marilena Raouna hanno raggiunto il risultato massimo di mettere tutti d’accordo sull’espressione manzoniana: «questo bilancio non s’ha da fare!». Non s’ha da fare per i cosiddetti frugali, guidati dalla Germania, che frugale non lo è più dopo aver rotto il tabù del rigore finanziario sancito dalla Legge fondamentale e aver deciso di investire somme ragguardevoli per creare l’esercito più forte del mondo, dopo gli anni oscuri della ministra della Difesa Ursula von der Leyen.

Non s’ha da fare per i paesi beneficiari netti, che dovrebbero essere almeno sedici, ma che sommano i veri beneficiari netti e anche contributori netti sulla carta, come l’Italia, che verserebbe nelle casse dell’Unione europea più euro di quanti ne dovrebbe ricevere, se non si calcolassero gli euro del Pnrr e gli euro che giungono all’economia italiana dai programmi a gestione diretta e, soprattutto, dal valore aggiunto del mercato unico europeo.

In questo spirito, vale la pena ricordare che, da oltre cinquant’anni, in Italia si calcola la partecipazione italiana al bilancio europeo solo sul rapporto contabile fra il nostro contributo – comprendendo euro che nostri non sono: i dazi, una quota dell’Iva, i prelievi agricoli, i dazi sull’isoglucosio… – e quello che riceviamo con la Pac e la coesione, incorrendo in errori gravi come quello dell’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero, che si adeguò allo slogan di Margaret Thatcher «I want my money back», o le più recenti e improvvide minacce di Matteo Renzi e Matteo Salvini di non pagare più i contributi al bilancio europeo.

Non s’ha da fare per le regioni, che rischiano di farsi sfilare dalle casse regionali il controllo dei fondi di coesione, o per le ricche organizzazioni agricole, che manifestano a Bruxelles alla guida di moderni trattori inquinanti, che costano dieci volte più delle vituperate macchine elettriche o ibride.

Non dovrebbe farsi per la Commissione europea, non certo per la modesta riduzione del 2 per cento della sua già modesta proposta del 16 luglio 2025, ma per i tagli non orizzontali, mirati a colpire le spese innovative in materia di competitività e nei partenariati strategici.

Non s’ha da fare per le conseguenze finanziarie dei sei rapporti depositati fra il 2024 e il 2025 sui tavoli delle istituzioni europee, a cominciare da quello di Mario Draghi sulla competitività, e per i calcoli fatti dalla Bce e da importanti think tank.

Non s’ha da fare per le attese delle cittadine e dei cittadini europei, che capiscono sempre di più il valore aggiunto di beni a dimensione europea garantiti da un bilancio federale, fondato sui tre metodi su cui scrisse l’economista Richard Musgrave: l’allocazione, la stabilizzazione e la redistribuzione.

Come si fa, seriamente, a dichiarare, senza incorrere in affermazioni obiettivamente ridicole, che non si può aumentare il bilancio europeo, pari a poco più dell’1 per cento del Rnl dei 27, perché gli Stati membri sono chiamati a rispettare, a casa loro, il rigore finanziario per bilanci che superano il 40 per cento del Pil di ogni paese?

Noi siamo profondamente convinti che la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e i due relatori sul Mff, a nome della maggioranza dell’Assemblea, Siegfried Mureșan e Carla Tavares, dovrebbero annunciare manzonianamente, domani in conferenza stampa: «questo bilancio non s’ha da fare!».

Essi devono esigere dalla Commissione europea – che risponde al voto di fiducia e alla censura dell’Assemblea – di rivedere drasticamente il progetto del 16 luglio 2025, ispirandosi alla lettera aperta inviata dal Movimento europeo al Parlamento europeo, affinché: sia coerente con le conseguenze finanziarie dei sei rapporti presentati nel 2024 e nel 2025 e con i calcoli della Bce; garantisca beni pubblici europei; sia fondato sulla quadrupla condizionalità del rispetto dello stato di diritto, delle transizioni ecologica e digitale e della sostenibilità sociale delle politiche europee; sostituisca gradualmente, ma integralmente, i contributi nazionali con risorse proprie basate su una politica fiscale equa e redistributiva; scada alla fine del 2032, e cioè dopo cinque anni dalla sua entrata in vigore.

Essi devono annunciare contemporaneamente la proposta di voler promuovere urgenti e straordinarie «assise interparlamentari», sul modello di quelle che si svolsero a Roma nel novembre 1990, e sulla base dei principi democratici no taxation without representation e no representation without taxation. Solo così, un bilancio europeo s’ha da fare!

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Il telefono rotto di Marinelli, il muro da fissare e la mindfulness per neoanalfabeti

Il mio articolo su Keir Starmer che vieta l’uso dei social ai minorenni potrebbe essere di sole tre righe, e sarebbe già esaustivo, oltre a rientrare (forse) finalmente nella soglia di attenzione di questo tempo di analfabeti dalla concentrazione sbriciolata.

Alla prima riga scriverei: siamo fatti al 95 per cento di abitudini. Anche quando vietarono la possibilità di fumare nei ristoranti ci sembrò la fine del mondo o almeno la fine del nostro andare al ristorante, e invece.

Alla seconda riga scriverei: non so cosa sia andato storto da un certo punto in poi, ma dai cinquantenni di oggi giù fino ai trentenni, mai si è vista nella storia dell’umanità gente che sia così tanto una sega a fare il genitore. Sono quelli che più ci si dedicano di tutti i tempi, e sono quelli più negati.

Alla terza riga scriverei: quasi ogni polemica del presente è una gara di imbecillità, tra due torti e mai tra un torto e una ragione, ma quelle che puoi stabilire al primo minuto siano così sono quelle in cui gli schieramenti sono ideologici. Se tutta la destra è contraria e tutta la sinistra a favore, o viceversa, puoi star certo che siamo davanti alla milionesima replica di “Scemo e più scemo”.

Tuttavia non voglio privarvi della mia logorrea, e quindi proseguirò oltre quelle tre righe, e partirò da Luca Marinelli, un attore italiano, un cui pezzettino come ospite di podcast mi è comparso l’altro giorno su un social, e me lo sono messo da parte perché, prim’ancora di Keir, volevo comunque scrivere qualcosa sull’imbecillità del dibattito attorno all’uso dei cellulari.

Mi passa davanti dunque questo attore, che essendo attore nessuno si aspetta sia intellettuale, e quindi mi pare prezioso perché racconta una vita che non è quella dei quattro stronzi che frequento io. Sta dicendo che gli si è rotto il cellulare e che, in seguito a questo imprevisto, ha letto tre libri in quattro giorni, e si è quindi reso conto di quanto tempo gli rubi ciò che i neoanalfabeti chiamano “scrollare”, perché non sanno né l’italiano né l’inglese e quindi non sanno che “scrollare” è un sinonimo di “agitare”, in inglese si dice “shake”, e non puoi usarlo come doppiaggese di “to scroll”, spolliciare a vuoto o come volete dirlo, perché appunto la parola in italiano ha già un – altro – significato.

Ascolto Marinelli e i suoi tre libri in quattro giorni causa telefono rotto e mi vengono in mente un sacco di autobiografismi di quelli che una in generale non scrive perché si rende conto che sono impopolari.

Il primo è: ma nel senso che tu di solito leggi meno di un libro al giorno? Sono consapevole che una persona che abbia un lavoro vero (o otto figli, o qualunque altra cosa t’impedisca di passare le giornate a leggere romanzi e guardare film) non possa, diversamente da me, finire in giornata i libri che comincia: uno torna dalla fabbrica o dalla sala operatoria, e già cara grazia se legge dieci pagine addormentandosi.

Ma è evidente che Marinelli non ha le giornate della gente con un lavoro vero, altrimenti tre libri non li avrebbe letti neanche col telefono rotto. Marinelli sta semplicemente dicendo che di norma dà la priorità a quell’intrattenimento da scemi che sono i video su TikTok rispetto a quell’attività che in un secolo – forse anche meno – è passata da intrattenimento da servette a impegno intellettuale: leggere i romanzi.

Il secondo è: io, se non avessi questa paginetta da riempire cinque giorni a settimana, i social non li aprirei mai. Li apro solo perché, nella demolizione delle istituzioni occidentali dell’ultimo decennio o giù di lì, ha chiuso pure Google Reader, che prima mi segnalava gli articoli che volevo leggere e mi dava quell’infarinatura di attualità che mi serve per sapere di che scrivere qui.

Nonostante paghi non so quanti abbonamenti a non so quanti giornali, ho perso l’abitudine ad aprirli. Quindi, dei loro articoli mi accorgo solo quando, con gesto automatico, apro i social, dove qualcuno li segnala. Tutti gli articoli sulla nuova norma inglese li ho letti non perché li ho notati sui giornali che pago, ma perché su quei giornali ci sono andata incuriosita dal dibattito social particolarmente demente intorno alla questione.

Selezione casuale di tweet (o come si chiamano ora) inglesi che mi sono comparsi sul tema, e quando dico «casuale» intendo che io non faccio ricerche sui social, io non uso i social come fossero una cosa seria: io li apro e guardo quello che mi compare. Sarà per questo che mi avanza il tempo per leggere dei romanzi? Chissà.

Un ventinovenne che adesso lavora come opinionista posta un video del sé stesso tredicenne che su YouTube acquisiva le sue attuali doti di dibattente e non avrebbe mai altrimenti imparato «a essere efficace sui social», e «la mia successiva vita sarebbe stata molto diversa». Si sarebbe dovuto trovare un lavoro vero, che è in effetti un problema.

Un professore di fisica a Oxford chiede «e i video di scacchi, di matematica, di scienze, di economia, di archeologia? Non ci si potrà scostare di un millimetro dal programma scolastico». Mai che uno di questi abbia in casa un tredicenne che guarda il porno, tutti piccoli scienziati non abbastanza scienziati da pensare d’aprire un libro non in programma: il fuori programma passa solo per i video.

Eccone un altro, un giornalista che scrive «Mio figlio è ossessionato dalla musica classica, è un violoncellista dotato e da grande vuole fare il musicista, passa ore a guardare video su YouTube imparando tantissimo della professione che spera diventi la sua». Incredibile: lo zero per cento dei figli degli opinionisti inglesi è in media coi ragazzini ordinariamente scemi che conosciamo noialtri, quelli che stanno on line per sfidare i compagni di scuola in videogiochi nei quali sparano a qualcuno. Neanche un «mio figlio è un cecchino dotatissimo e voi lo state privando della possibilità di farne un mestiere».

Poi c’è la ragazzina che non potete non aver visto, la scolara che intervistata dalla Bbc sulle sette ore abitualmente trascorse davanti a uno schermo, «ora come le riempirai?», risponde «fissando il muro». I commenti sono magnifici: sempre perché siamo fatti di abitudini e ormai l’adulto senza cellulare in una sala d’attesa si sente impazzire, danno tutti per scontato sia una battuta.

Ma i ragazzini hanno fissato il muro per ore (o giocato ad appiccicarsi la colla sui polpastrelli, o altri passatempi fatti di niente) per tutta la storia dell’umanità fino a quindici anni fa. Tra i molti indotti del mercato dei social c’è la mindfulness. L’essere presenti nel momento, il non distrarsi. Una roba per la quale ora si fanno corsi. Prima no, perché prima eravamo presenti per forza: non avevamo video scemi da spolliciare. Eravamo così pervertiti che, pur di non ascoltare i parenti ai pranzi di famiglia, nascondevamo un romanzo sotto il tavolo pregandolo di renderci meno mindful.

Tra i commenti alla ragazzina che fisserà il muro, scelgo questo: «Che può mai fare: tutto, il cibo, i biglietti del cinema, è troppo costoso, i suoi genitori sono sottopagati, i lavoretti del sabato non esistono più, i ragazzini sono stati abbandonati dal governo». Inglesi peggio dei napoletani nella loro convinzione che lo Stato si debba occupare di te. Di organizzarti gli intrattenimenti, anche. Mica vivi in un’epoca in cui hai piattaforme con tutti i film e la tv della storia a prezzi ridicoli, biblioteche con ogni libro mai pubblicato consultabile gratuitamente, campetti sportivi ovunque, macché.

«Non dico per drammatizzare, ma questo ucciderà i bambini. A quindici anni non avevo amici, e mi sono rifugiata nei social, e mi ha salvato la vita». Cos’è andato storto? Quand’è stato che abbiamo iniziato, come società, a produrre adulti così stolidi da pensare che l’infelicità non sia il più comune tratto dell’avere quindici anni ma una loro personalissima e tragica esperienza? La signora pensa che gli adolescenti infelici di prima dei cellulari spolliciabili siano tutti morti? Ci siamo dunque estinti? Viviamo in un sogno?

Salto tutti quelli che ci tengono a dirci che i figli appartengono a loro e non allo Stato il quale quindi non deve permettersi di vietare cose: li prenderò sul serio quando pretenderanno che un dodicenne possa prendere la patente di guida o farsi servire alcolici nei locali pubblici (bisognerebbe anche parlare dei miei editorialisti scemi preferiti, quelli che quando si parla di ragazzini e cellulari scrivono «eh ma lo vedono fare ai genitori»: anche voi, amici, vedevate i grandi fare cose da grandi; solo che voi avevate appunto dei genitori che vi dicevano che no, non potevate bere fumare scopare fare tutte le cose che facevano loro; era quando i genitori si prendevano il disturbo di fare i genitori, cioè di dire dei no – però ehi, voi sapete le parole delle canzoni che piacciono ai bambini, sarà ben più importante).

E salto anche quella che più sembra uno sketch comico, una deputata Lib-Dem che ha fatto un video mettendo una telecamera dietro la nuca della figlia (di quelli convinti che pubblicare i figli ripresi di nuca invece che di faccia sia privacy parliamo un’altra volta) e facendo dire alla seienne che lei si rilassa guardando YouTube quand’è stressata. Quale migliore editoriale contro la dittatura dei contenuti on line che rendere i figli contenuti on line. 

Passiamo al mio preferito, che non importa se sia un troll o dica sul serio: «E se un bambino sta cenando a casa con la madre single, tornata da un lungo turno di lavoro. Ma alla madre improvvisamente va storto qualcosa, si strozza. Il bambino, nel panico, prende il suo iPhone16 e apre TikTok per ottenere assistenza. Ma è bloccato. E dunque?».

All’inizio dell’anno scolastico che sta ora finendo, Valditara fece una circolare per dire che in classe i ragazzini non potevano tenere il cellulare. Parlai con un po’ di madri e insegnanti, scoprendo che in molte scuole erano già vietati, che il divieto ministeriale per altre scuole era un problema perché non avevano armadietti dove far lasciare i telefoni, e varie amenità che pensavo di scrivere.

Poi parlai con Claudio Giunta, che mi fece notare un dettaglio. Cito a memoria. Tu, mi disse, quando dici «scuola» intendi sempre i licei del centro: non hai nessuna idea di come funzioni negli istituti tecnici di periferia, dove se un professore prova a proibire i cellulari può benissimo arrivare un genitore che vuole menarlo, mentre «L’ha detto il ministero» conserva ancora una parvenza di autorevolezza.

Ci ho pensato in questi giorni, mentre mi dicevo che questa trovata di Starmer è la sconfitta dei genitori: ti pare che debba dirtelo il governo, che non devi lasciare tuo figlio a marcire sui social? Ti pare che non ci pensi da solo, a spiegare a tuo figlio che in caso di emergenza non si va su TikTok?

E se avessero ragione Starmer e Giunta? Se il compito d’una società organizzata fosse appunto sopperire alla mancanza di carattere, di autorevolezza, di immaginazione dei suoi cittadini e fornire loro gli strumenti per vietare ciò che non hanno la forza di vietare?

Se non vi spaventano le statistiche che la Apple invia il lunedì mattina, proprio durante la conferenza stampa di Starmer, e che vi dicono che la settimana prima siete stati tredici ore al giorno a fissare il telefono, e servisse quindi una legge per salvarvi da voi stessi, o almeno per salvare la prossima generazione visto che la nostra è perduta?

Se la prima buona idea di Starmer fosse dire sapete che c’è, sono scemi, vanno aiutati, diamogli un divieto così non gli serve quel po’ di carattere che una volta era normale che le madri e i padri avessero e adesso sembra chissacché? E, soprattutto, se i recenti insuccessi e il governo a termine di Starmer fossero l’unica ragione per cui può permettersi l’impopolarità di privare i vostri figli dei like?

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Christillin, il Foglio e la falsa polemica sull’Egitto islamico

Soltanto un imbecille o una persona in malafede potrebbe credere sul serio che la presidente del più importante Museo Egizio al di fuori dell’Egitto sia convinta che l’antico popolo dei faraoni fosse devoto ad Allah. Eppure l’uno e l’altro di questi profili è emerso in gran copia alla luce abbagliante (nel senso che spesso amplifica gli abbagli) dei social, a seguito di un corsivo, che vorrebbe essere ironico ma non è, pubblicato sul Foglio da Maurizio Crippa. Non conoscendolo, eviterò di ascriverlo all’una o all’altra delle due categorie, lasciando il giudizio ai lettori.

Dunque costui, reso doveroso omaggio alla consunta stereotipizzazione di Evelina Christillin (di lei si tratta) come persona dell’alta società sabauda ospite abituale dei salotti televisivi (il che già contribuisce a predisporre negativamente un certo uditorio), non si perita di attribuirle «una enormità», e cioè di aver detto (giovedì scorso a Piazzapulita) «che il suo museo è “di area islamica”». E subito il corsivista scioglie le briglie alla sua (presunta) ironia: «Tremila anni di faraoni e piramidi, Antonio e Cleopatra e la Stele di Rosetta, le mummie e gli ideogrammi e il Libro dei Morti, poi persino i cristiani, e i copti. Ma niente, per lei l’Egitto è soltanto “area islamica».

Ironia presunta, ma demagogicamente sufficiente a scatenare l’esercito livoroso, schiumante invidia sociale e presuntuosa ignoranza, dei pidocchi da tastiera che hanno sciorinato il consueto repertorio di irrisione, denigrazione e veri e propri insulti (irriferibili: chi fosse interessato può agevolmente farsene un’idea digitando su Google “Christillin area islamica”).

In effetti in televisione Evelina Christillin, partendo da un altro tema, a un certo punto ha affermato, con estrema cautela, sottolineata da due percepibilissimi punti interrogativi: «Io a Torino amministro un museo che è – possiamo dirlo? – di area islamica?». Un’uscita infelice, va detto: non in sé, ma in considerazione dei prevedibili travisamenti a cui sarebbe potuta andare incontro, ove faziosamente decontestualizzata. Che appunto è l’operazione condotta dall’autore del corsivo, non nuovo (chissà cosa gli avranno fatto) a scagliare le sue frecce spuntate sul museo torinese: due mesi fa aveva ironizzato (a modo suo, s’intende) sul direttore Christian Greco – che in un’intervista col Corriere della Sera esortava a non parlare più di mummie ma, più rispettosamente, di resti umani – insinuando la domanda retorica «il politicamente corretto più fuori moda è arrivato persino nell’egittologia?» (e qui, come nelle situation comedy più sgangherate, dovrebbero partire le risate registrate).

Dunque, come ha operato Crippa, che ritornato serio stigmatizza gravemente «la falsificazione culturale sulla nostra storia»? Semplicemente, falsificando. Isolando l’affermazione sulla «area islamica» dal seguito del discorso di Christillin, che – sebbene esperta, e per un breve periodo pure docente universitaria, di storia moderna – dopo quattordici anni alla presidenza del Museo Egizio, gli ultimi dodici dei quali trascorsi al fianco di un’autorità egittologica indiscussa quale è Christian Greco, non potrebbe essere così tonta da non distinguere gli antichi Egizi dagli egiziani d’oggi, islamici e non.

Disclosure: confesso, io sono notoriamente amico di Evelina Christillin, ma non è in quanto amico che scrivo queste righe, e neppure in sua difesa, perché non ne ha bisogno, bensì in difesa del buon senso e del buon gusto: davvero potrebbe pensare una “enormità” come quella che le è stata attribuita una persona che sotto la sua gestione, in tandem con Greco, ha portato un museo vecchio e polveroso a polverizzare record su record di visitatori (stabilmente oltre il milione ogni anno), collocandosi come punto di riferimento mondiale nella disciplina?

Nel seguito (non riportato) del suo intervento, Christillin spiegava che il Museo Egizio, nell’ottica di quell’inclusione tanto ostica a certe orecchie, si è preoccupato di formare delle donne arabe poi assunte come guide (per i visitatori arabofoni): donne, ha sottolineato, «fiere delle loro cultura, della loro identità e del loro Paese». La cultura materiale custodita nel Museo Egizio, ha detto più volte il direttore Greco, non è italiana ma appartiene all’umanità, e mantiene un forte legame con la terra da cui proviene. Una terra che oggi, a differenza di cinquemila-quattromila-tremila-duemila anni fa, è islamica, ma nondimeno è gelosa del suo passato preislamico. Del resto anche noi italiani, che oggi siamo nominalmente in maggioranza cristiani e cattolici, rivendichiamo le nostre radici classiche, romane e greche, senza per ciò credere negli dèi dell’Olimpo. In questo senso andava inteso il riferimento all’area islamica: troppo difficile? Ma no, l’aveva capito benissimo anche Crippa. Solo che…

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Per Laura Masotto, il violino è uno strumento per sconfinare

Il violino come punto di partenza. È da questo assunto che si delinea il percorso di Laura Masotto, tra le protagoniste dell’edizione di Nextones, che si terrà tra il 16 e il 19 luglio. La musicista e compositrice veronese porta al festival The Spirit of Things, un lavoro che sintetizza anni di ricerca sul dialogo tra strumenti acustici, elettronica e dimensione rituale del suono.

Diplomata al Conservatorio di Verona e attiva inizialmente tra musica da camera e formazioni post-rock, Masotto ha costruito negli anni una traiettoria personale che si sottrae a semplici classificazioni. Al centro del suo lavoro musicale resta il violino, il cui suono viene sottoposto a continue trasformazioni attraverso loop station, sintetizzatori e processamenti analogici che permettono di creare composizioni capaci di generare paesaggi sonori.

Ogni suo concerto assume una forma diversa e si sviluppa in relazione all’ambiente circostante. Un approccio che trova una particolare sintonia con il festival della Val d’Ossola, da sempre impegnato nel tessere relazioni tra  la musica contemporanea, il paesaggio naturale e il territorio.

Laura Masotto. Ph: Francesca Serotti. Courtesy of the artist

Nella pratica artistica di Masotto confluiscono anche elementi provenienti da tradizioni rituali e spirituali. Accanto al violino compaiono strumenti come il tamburo sciamanico, campane tibetane, ocean drum, sonagli e pietre. Non si tratta di una semplice scelta estetica, ma di strumenti che contribuiscono alla costruzione di una relazione più fisica e immersiva con il suono. 

Pubblicato nel 2024, The Spirit of Things rappresenta uno dei lavori più significativi del suo percorso. L’album ha ottenuto attenzione internazionale, con recensioni su riviste come The Wire ed Electronic Sound, e ha dato origine a un lungo tour europeo che ha toccato festival e spazi di riferimento per la musica di ricerca. In queste composizioni convivono ambient, elettronica contemporanea e sensibilità classica, senza che nessun elemento prevalga sull’altro.

La sua attività si estende inoltre al cinema, alla danza e alla moda. La musica di Masotto è stata infatti utilizzata all’interno di progetti firmati Dior e Jil Sander e nella serie Netflix Baby Reindeer. Nel 2022 partecipa a una collaborazione con Deutsche Grammophon, per l’album Lys della violinista norvegese Mari Samuelsen e per una rilettura di Shéhérazade di Rimsky-Korsakov.

A Nextones presenterà un set che riflette il suo approccio multidisciplinare nei confronti della musica. Nel frattempo Masotto guarda già al futuro: al momento sta lavorando su Notturno, un nuovo album previsto per il 2026, che proseguirà l’indagine dell’artista sui confini tra composizione, improvvisazione e percezione.

Laura Masotto. Ph: Luna Coppola. Courtesy of the artist

The Spirit of Things viene presentato in un luogo completamente inedito per il festival: l’Oratorio di San Marco a Veglio. Come vivi il rapporto tra spazialità e musica? 
Lo spazio è fondamentale nella musica, perché è il luogo in cui il suono prende corpo e si manifesta, è una presenza attiva, un elemento che partecipa alla composizione tanto quanto gli strumenti e gli interpreti. Esiste una relazione profonda tra architettura e suono, un’influenza reciproca in cui l’uno modella continuamente la percezione dell’altra. Quando suono in edifici storici o spazi caratterizzati da una forte identità acustica, ho la sensazione che il suono venga esteso oltre i propri confini. Gli strumenti ad arco, in particolare, trovano in queste architetture una condizione ideale: il lungo riverbero permette agli armonici di espandersi nello spazio e di intrecciarsi tra loro, generando una continuità percettiva che trasforma il gesto musicale. Il suono non termina nel momento in cui viene prodotto, ma continua a propagarsi come un’onda lunga, creando una sorta di memoria dello spazio.

Oggi la tua carriera si muove tra musica classica, contemporanea ed elettronica sperimentale. Ma guardando indietro, ti sapresti rispondere se hai sempre cercato questo dialogo tra generi o hai raggiunto questa consapevolezza artistica con il tempo? Quali orizzonti vedi per la tua ricerca musicale oggi?
Durante gli anni del conservatorio suonavo segretamente in band prog e sperimentali. Avevo comprato un microfono a contatto per il violino e lo collegavo alle pedaliere dei chitarristi per provare delay, riverberi e distorsioni. È stato lì che ho capito quanto potenziale ci fosse oltre il suono tradizionale dello strumento. Da quella curiosità è nato il mio percorso solista. Con Fireflies sono ripartita da un album per violino solo e looper. Nei dischi successivi, We e The Spirit of Things, ho introdotto i sintetizzatori che arricchiscono le frequenze del suono degli archi. Nel nuovo album, che uscirà nei prossimi mesi, la ricerca si è concentrata ancora di più sulla natura stessa del timbro del violino. Ho lavorato modificando la tensione delle corde, allentandole leggermente, e successivamente ricostruendo quella tensione processando il  suono: riverberi, delay, distorsioni e altri trattamenti che mi hanno permesso di intervenire sulla percezione dello strumento. Mi interessava allontanarmi dall’immaginario tradizionale del violino come strumento brillante e virtuosistico, per esplorare le sfumature del suono. In alcuni momenti il suono si dissolve in texture ambient e sospese; in altri assume caratteristiche più radicali e sperimentali. È una ricerca che nasce dal desiderio di ascoltare lo strumento oltre la sua identità convenzionale, come se contenesse al proprio interno possibilità sonore ancora inesplorate.

Nextones quest’anno punta moltissimo sulle pratiche di ascolto immersivo e relazionale per attivare il territorio. Quale tipo di stato d’animo o di connessione profonda speri di attivare negli spettatori attraverso i tuoi paesaggi sonori in continua evoluzione?
Viviamo immersi in una quantità enorme di stimoli e spesso ascoltiamo in modo frammentato; quello che cerco di fare con la mia musica è aprire uno spazio astratto in cui sia possibile immaginare, perdersi e costruire un proprio percorso di ascolto. Penso all’ascolto come a un’esperienza profondamente relazionale che coinvolge anche lo spazio, l’architettura, il paesaggio e tutte le persone che condividono quel momento. In contesti come Nextones questa dimensione diventa ancora più evidente, perché il territorio non è semplicemente uno sfondo, ma una presenza viva che entra in dialogo con il suono. Ho sempre pensato che i concerti si facciano insieme, tra musicisti e pubblico. C’è un’energia che si crea nell’incontro e che rende ogni performance diversa da tutte le altre.

Ti inserisci in un programma diurno diffuso che trasforma il paesaggio della Val d’Ossola in una componente attivo della performance. Cosa significa per te, come artista, portare la tua musica fuori dai contesti tradizionali per integrarla in un “ecosistema di esperienze” naturale e comunitario?
Per me è un contesto particolarmente stimolante, perché il luogo in cui la musica viene ascoltata influenza profondamente il modo in cui viene percepita. Sono sempre stata interessata alla relazione tra suono e spazio e credo che alcuni contesti abbiano la capacità di amplificare questa connessione in modo molto naturale. Quando ci si trova immersi in un paesaggio, in un’architettura o in un contesto condiviso con una comunità, l’esperienza diventa più aperta e meno prevedibile. Il pubblico non ascolta soltanto la musica, ma entra in relazione con tutto ciò che lo circonda: i suoni dell’ambiente, la luce, la conformazione dello spazio, la presenza delle altre persone.

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L’intesa con l’Iran è un fallimento di Trump e un tradimento americano di Israele

Il contenuto dell’accordo che sta per essere firmato dagli Stati Uniti e l’Iran non è affatto chiaro, e le indiscrezioni che filtrano da Washington e ancor più quelle che arrivano da Teheran non aiutano a capirne i contenuti. È però molto indicativo il giudizio che ne dà Israel Hayom, perché, oltre al fatto che è il principale quotidiano israeliano, è di proprietà della miliardaria Miriam Adelson, cittadina americana e israeliana, che è tanto amica e sostenitrice di Donald Trump da essere la sua principale donatrice di fondi, con ben duecentocinquanta milioni di dollari versati per la sua campagna elettorale. Dunque, è una testata generalmente considerata vicina agli ambienti trumpiani e il titolo del suo articolo sull’intesa voluta da Donald Trump è inequivocabile: «L’accordo con l’Iran è un fallimento americano che mette in pericolo Israele». Ancora più critico è il giudizio di fondo: «Non c’è altro modo per descrivere l’accordo che sarà firmato se non come un clamoroso fallimento americano che influenzerà la posizione degli Stati Uniti nel mondo e l’immagine dello stesso Trump. Le implicazioni per Israele sono estremamente problematiche».

Non basta. In un altro articolo, il quotidiano rileva tra i fattori negativi di questa firma il fatto che, «nonostante i suoi dubbi rapporti con Hamas, questo accordo fa sì che il Qatar appaia come il vero vincitore della crisi». Dunque, agli occhi del quotidiano israeliano si tratterebbe di un esito fortemente negativo anche per gli equilibri regionali.

Si vedranno a giorni i contenuti esatti dell’intesa che molto probabilmente saranno volutamente ambigui e indefiniti, ma le voci riportate da molte testate israeliane come americane sui profondi dissidi interni alla stessa amministrazione americana circa l’opportunità di chiudere in questo modo la crisi fanno presagire che ancora una volta Trump ha privilegiato una soluzione immediata rispetto alle preoccupazioni degli alleati regionali.

Pare ormai probabile, infatti, che Trump abbia accettato di escludere dall’accordo due punti invece fondamentali e cruciali: sia la limitazione all’arsenale missilistico dei Pasdaran sia i rapporti con i proxy – Hamas, Hezbollah, Kataeb Hezbollah e Houthi – ripetendo quello che molti critici considerarono l’errore dell’accordo negoziato da Barack Obama nel 2015, col risultato di alimentare in ampi settori dell’opinione pubblica israeliana la sensazione di essere stati abbandonati dall’alleato americano.

Sensazione rilevata e denunciata dai principali leader dell’opposizione israeliana – Naftali Bennett, Yair Lapid, Gadi Eisenkot, Avigdor Lieberman e Yair Golan – che accusano Bibi Netanyahu di fallimento pieno nel compito fondamentale di garantire la sicurezza dello Stato ebraico, dopo tre anni di guerra e dopo il 7 ottobre. Secondo questa lettura, Donald Trump avrebbe accettato la posizione iraniana di estendere il cessate il fuoco al Libano, senza però affrontare il problema del fatto che Hezbollah continua a essere percepito come una grave minaccia per il mezzo milione di israeliani che vivono nel nord del Paese.

Vista da Israele, dunque, la conclusione della crisi del Golfo, voluta o subita che sia da Donald Trump, appare disastrosa, secondo una valutazione molto diffusa, con un conseguente calo dei consensi registrato dai sondaggi per un Benjamin Netanyahu già impegnato in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua stessa sopravvivenza politica.

Più difficile invece comprendere gli effetti di questo accordo sulla situazione interna all’Iran. Sicuramente sul breve periodo il regime ne esce rafforzato, come tutte le guerre in cui l’avversario ha paura della propria forza e non mena il colpo decisivo quando è indispensabile farlo, errore che per molti osservatori confermerebbe l’inadeguatezza di Donald Trump nella gestione delle crisi internazionali.

È però difficile negare che già siano operativi gli effetti radicalmente destabilizzanti della mazzata subita dal regime stesso nelle prime settimane della guerra iniziata il 28 febbraio con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e i gravissimi danni subiti da molti siti militari. L’uccisione di Khamenei infatti ha eliminato l’unico leader in grado di tenere in equilibrio le varie componenti del regime. Ora il figlio, che ne ha preso il posto, non sembra godere dello stesso prestigio del padre, e per di più è eccessivamente schierato a favore del partito oltranzista dei Pasdaran, con conseguenze potenzialmente rilevanti.

La prima è il trauma provocato dalle grandi manifestazioni organizzate dai Pasdaran non solo a Mashhad, in cui si è gridato: «Marg bar Araghchi!», «Morte ad Araghchi!», il ministro degli Esteri simbolo della mediazione e della trattativa con l’America. Dunque, gli oltranzisti, i Pasdaran, potrebbero farla pagare nel medio periodo, quantomeno sul piano politico, agli esponenti del «partito della trattativa».

Non solo: l’economia iraniana, gravata da enormi investimenti militari imposti dal regime, attraversava già una gravissima crisi nel gennaio di quest’anno, prima della guerra, e aveva provocato quelle enormi manifestazioni di protesta che abbiamo visto e che sono state soffocate nel sangue con decine di migliaia di vittime.

Ora, i tre mesi di guerra hanno fatto superare ogni limite di crisi alle strutture economiche del Paese che, nonostante la disponibilità al compromesso di Donald Trump, non potranno riequilibrarsi con l’iniezione di qualche decina di miliardi di dollari promessi dal Qatar. Questo perché i Pasdaran, che non sembrano uscire significativamente indeboliti da questo conflitto, imporranno che una quota ancora maggiore delle poche risorse disponibili venga innanzitutto impiegata per riempire di nuovo gli arsenali missilistici e per finanziare ancora di più Hezbollah, Hamas, gli Houthi e Kataeb Hezbollah.

Dunque verranno sottratte risorse fondamentali e strategiche per comprare e sostenere il consenso. Da qui a qualche mese è probabile una ripresa del grande movimento di protesta a fronte di ristrettezze economiche formidabili che – novità decisiva – si troverà di fronte un vertice del regime profondamente diviso, come sembrano suggerire le ultime settimane. Gli esiti della crisi interna incombente, sociale e politica, sono quindi aperti.

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Addio a Monsignor Ruini, eccolo alla Messa di intronizzazione di Papa Leone nel 2025

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio a Monsignor Ruini, ecco Papa Leone che lo saluta dopo Messa intronizzazione nel 2025

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio a Monsignor Ruini, eccolo al funerale di Papa Francesco nel 2025

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Christian Bromberger, «il calcio è una metafora della società capitalista, in campo c’è il mondo»

Christian Bromberger, parigino classe 1946, ha diretto la cattedra di etnologia all’Università della Provenza per vent’anni, fondato l’Istituto di etnologia mediterranea e comparata e diretto a Teheran l’Istituto francese di […]

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Meloni e Modi scherzano tra i leader del G7: Siamo la coppia più famosa del mondo

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron. Oltre ai Paesi leader del G7, ci sono i rappresentanti delle Nazioni ospiti del summit, come il brasiliano Lula e l’indiano Modi. Quest’ultimo è stato protagonist, insieme alla premier Meloni, di un simpatico siparietto. Alla richiesta di qualcuno dei leader ospiti, Meloni ha detto ridendo: “Sì, è vero, siamo famosi di Instagram”, riferendosi al trend #melodi che fece il giro del mondo durante la sua visita in India.
Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio al cardinale Camillo Ruini, aveva 95 anni

Nel 1986 viene nominato segretario della Conferenza Episcopale Italiana di cui assumerà la presidenza nel 1991, incarico che ricoprirà per oltre un decennio, diventando anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma

© RaiNews

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È morto il cardinale Camillo Ruini. Le ingerenze nella politica, la vicinanza alla destra, il rapporto con Berlusconi: storia del Richelieu italiano

Il Richelieu della politica italiana. Non c’è forse definizione più calzante per il cardinale Camillo Ruini, morto a 95 anni. Il porporato emiliano è stato per 17 anni, dal 1991 al 2008, vicario generale per la diocesi di Roma e per 16 anni, dal 1991 al 2007, presidente della Conferenza episcopale italiana. Inoltre, è stato fondatore e presidente per 16 anni, dal 1997 al 2013, del Progetto culturale della Chiesa italiana. Teologo raffinato e uomo che ha avuto la totale fiducia di san Giovanni Paolo II, verso cui ha sempre conservato una devozione profonda, Ruini è stato più volte autore di pressanti ingerenze nella vita politica del Paese, orientando il voto sia nelle urne che nelle aule parlamentari. Nel conclave del 2005 fu tra i grandi elettori di Ratzinger. Amico e sostenitore di Benedetto XVI, gli chiese ripetutamente, insieme ad altri porporati vicini al Papa tedesco, di sostituire l’allora cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Ratzinger, però, non volle mai farlo. Da qui, il duro giudizio di Ruini su quel regno: “Il pontificato di Benedetto XVI è stato insidiato dalla sua scarsa attitudine a governare e questa è una preoccupazione che vale per ogni tempo, compreso il prossimo futuro”.

Dopo le dimissioni di Ratzinger, nel 2013, ormai in pensione e ultraottantenne già da un paio d’anni, quindi non elettore, Ruini non nascose il suo gradimento per il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan. Disastroso per lui il pontificato di Papa Francesco. Prima del conclave del 2025, il porporato aveva formulato quattro auspici per il dopo Bergoglio: “Confido in una Chiesa buona e caritatevole, dottrinalmente sicura, governata a norma del diritto, al suo interno profondamente unita”. Subito dopo la fumata bianca, Ruini scelse il Fatto per esprimere la sua soddisfazione per Prevost: “L’elezione di Leone XIV ha prodotto con sorprendente rapidità un fondamentale risultato: riunificare la Chiesa cattolica. Questo è il primo motivo per il quale sono felice di questo nuovo Papa”. E aggiunse: “Tentando una breve analisi delle ragioni che hanno prodotto un tale risultato, probabilmente le ritroviamo in alcuni segni, come il forte accento posto sulla fede e sulla preghiera, o anche la stola e la mozzetta che ha indossato. Quei non pochi fedeli che, a torto o a ragione, erano a disagio per le – vere o presunte – aperture dottrinali di Papa Francesco si sono sentiti rassicurati”. E ancora: “Poi, naturalmente, ci sono le doti personali di Papa Leone, cominciando dalla sua umiltà e semplicità per arrivare alla grande testimonianza di amore e di servizio al prossimo che ha dato nelle varie fasi della sua vita: valga per tutte ciò che ha fatto in Perù per i migranti e in particolare per la redenzione delle prostitute”.

Inoltre, Ruini sottolineò che “il clima che respiriamo oggi nella Chiesa cattolica può definirsi di gioia e di pace. Confidiamo nel Papa, nella sua saggezza e carità di pastore, perché questo clima permanga e metta radici, ma nessun credente può esimersi dal fare la propria parte a tale scopo. Dobbiamo ricuperare e rinsaldare la volontà di essere figli, figli di Dio, ma anche figli della Chiesa. E così sentirci uniti a formare il corpo di Cristo, che ha molte e diverse membra, ma è uno solo. Lungo questo itinerario Papa Leone ci è di guida”. Il 10 giugno 2025 il cardinale fu ricevuto in udienza privata da Prevost.

Ruini nacque a Sassuolo, il 19 febbraio 1931. Studiò a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove ottenne la licenza in filosofia e teologia, e all’Almo Collegio Capranica. Nel 1954 venne ordinato sacerdote e nel 1983 Wojtyla lo nominò vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla. Iniziò così l’ascesa inarrestabile di “don Camillo” che lo vide, dopo appena tre anni di episcopato, nel 1986, segretario generale della Conferenza episcopale italiana e cinque anni dopo, nel 1991, vicario generale per la diocesi di Roma, presidente della Cei e cardinale. Alla guida della Chiesa italiana Ruini vi rimase ininterrottamente fino al 2007, quando gli succedette, per volontà di Benedetto XVI, il cardinale Angelo Bagnasco. L’anno successivo lasciò anche l’incarico di vicario generale per la diocesi di Roma. Gli subentrò il cardinale Agostino Vallini. Ma Ratzinger, che lo stimava moltissimo, lo richiamò in servizio, affidandogli, nel 2010, la presidenza della Commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje, costituita presso la Congregazione per la dottrina della fede. Incarico che portò a termine quattro anni dopo, nel 2014, all’inizio del pontificato di Francesco. Sempre nel 2010, il Papa tedesco gli affidò anche la presidenza del Comitato scientifico della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Incarico terminato nel 2015.

Gli anni da emerito Ruini li ha trascorsi all’ombra del Cupolone, nel Pontificio Seminario Romano Minore, assistito dalla sua fedelissima perpetua Pierina. Di lui rimangono indelebili le forti prese di posizione. Sempre in trincea in favore dei cosiddetti “valori non negoziabili”, espressione non amata da Bergoglio, Ruini intervenne sempre duramente contro l’aborto e l’eutanasia. Nel 2006 negò le esequie religiose a Piergiorgio Welby che, da anni ammalato di distrofia muscolare, aveva manifestato pubblicamente la richiesta di sospendere l’accanimento terapeutico sul suo corpo. Ruini parlò di “decisione sofferta”, motivata “dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio”. Il porporato disse di aver preso quella decisione “nella consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre”.

L’anno prima il cardinale aveva condotto una durissima battaglia contro i referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali, invitando i cattolici a disertare le urne per non far raggiungere il quorum. I referendum fallirono e Ruini cantò vittoria: “Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano”. Netta fu anche la sua posizione contro il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle coppie di fatto. Il cardinale sostenne che l’introduzione di queste normative “comprometterebbe gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale”.

Pur avendo celebrato, nel 1969, il matrimonio di Romano Prodi con Flavia Franzoni, si schierò apertamente contro il governo del professore bolognese, nel 2007, sul disegno di legge, ribattezzato Dico (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), che avrebbe creato uno status giuridico per le coppie omosessuali, una sorta di unione civile. Anni dopo, Ruini ammetterà: “Prodi era mio amico, è vero. Ma non sulle unioni civili! Abbiamo fermato questo progetto. Ho fatto cadere il suo governo! Ho fatto cadere Prodi! Le unioni civili: questo era il mio campo di battaglia”. Da sempre molto vicino a Silvio Berlusconi, il porporato invitò la Chiesa a dialogare con Matteo Salvini negli anni in cui Bergoglio non voleva incontrarlo per le sue posizioni sui migranti. Linea che Francesco ha mantenuto durante tutto il suo pontificato, mentre, il 29 agosto 2025, il vicepremier leghista è stato ricevuto in udienza privata da Leone XIV. Entusiasta, infine, il giudizio di Ruini sulla prima premier italiana: “Meloni governa bene”.

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Papa Leone XIV: “La remigrazione non è una risposta cristiana, significa lavarsi le mani del problema”

I valori cristiani come elemento identitario dell’Europa. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha più volte affrontato il tema del rapporto tra religione e politica. Ma dietro alle parole si nascondono fatti che lo smentiscono. Lo dimostrano le parole di Papa Leone XIV che uscendo da Castel Gandolfo ha deciso di rilasciare una breve dichiarazione a chi gli ha chiesto che cosa ne pensasse della remigrazione, al centro del programma del generale in pensione: “Non mi sembra una risposta cristiana – ha dichiarato – Semplicemente dire ‘questo migrante lo mandiamo via’ è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra, diciamo, una risposta cristiana”.

Quanto le parole del Pontefice possano avere presa nell’elettorato di Futuro Nazionale è tutto da vedere, ma con esse il Vaticano ha ufficialmente preso posizione su un tema che è diventato uno dei cavalli di battaglia di tutta l’estrema destra europea, da AfD in Germania ai seguaci di Tommy Robinson in Regno Unito, fino, ovviamente, a coloro che supportano le battaglie di chi il concetto di remigrazione l’ha inventato: l’estremista austriaco Martin Sellner. Un concetto che non si ferma alla semplice espulsione di irregolari sul territorio europeo, ma mira a una più ampia deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti nati su suolo europeo, verso i Paesi di origine etnica o geografica.

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Sorelle scomparse nell'aquilano, spunta un uomo misterioso

La pista principale seguita dagli investigatori è quella di una fuga programmata, come farebbe pensare anche il fatto che le due sorelle avrebbero portato con loro abiti, trucchi ed altri effetti personali

© RaiNews

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Trump scherza con Meloni: “Sono stato abbandonato”, lei: “Siamo sempre amici”. Siparietto al G7

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
Il siparietto Trump-Meloni al G7: “Sono stato abbandonato”, scherza il Tycoon con la premier italiana e il Presidente del Consiglio Ue Costa. “Non è vero, siamo sempre stati amici”, replica Meloni ridendo.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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“Sì, siamo famosi su Instagram”, siparietto di Meloni e Modi tra i leader del G7

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron. Oltre ai Paesi leader del G7, ci sono i rappresentanti delle Nazioni ospiti del summit, come il brasiliano Lula e l’indiano Modi. Quest’ultimo è stato protagonist, insieme alla premier Meloni, di un simpatico siparietto. Alla richiesta di qualcuno dei leader ospiti, Meloni ha detto ridendo: “Sì, è vero, siamo famosi di Instagram”, riferendosi al trend #melodi che fece il giro del mondo durante la sua visita in India.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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G7 Evian, i leader in posa per la foto di gruppo. Tra gli altri, Trump, Meloni e Macron

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Rúben Amorim si presenta al Milan: “È sempre stata la mia ambizione, so che cosa rappresenta questo club”

Adesso è ufficiale: Rúben Amorim è il nuovo allenatore del Milan. Il club rossonero ha annunciato di aver affidato la guida della prima squadra al tecnico portoghese, considerato uno dei profili emergenti più apprezzati del calcio europeo e reduce dall’esperienza difficile e negativa sulla panchina del Manchester United.

Per Amorim si tratta di una nuova tappa in una carriera da allenatore iniziata nel 2018, subito dopo il ritiro dal calcio giocato. Da calciatore aveva vestito le maglie del Belenenses e del Benfica, oltre a collezionare presenze con la nazionale portoghese. Terminata l’attività in campo, ha mosso i primi passi in panchina con Casa Pia e Braga, prima del salto allo Sporting Lisbona che ne ha consacrato il profilo a livello internazionale.

Alla guida dello Sporting, dal 2020, Amorim ha aperto un ciclo vincente caratterizzato da risultati e continuità. In Portogallo ha conquistato due campionati, due Coppe di Lega e una Supercoppa, imponendo una squadra riconoscibile per organizzazione, intensità e valorizzazione dei giovani. Un percorso che gli ha spalancato le porte del Manchester United e che ora lo porta a Milano.

Nelle sue prime parole da allenatore rossonero, Amorim ha sottolineato il significato della nuova sfida: “Ci sono ambizioni che ti accompagnano per tutta la carriera e, per me, allenare il Milan è sempre stata una di queste”. Il tecnico portoghese ha poi evidenziato il peso storico del club e delle sue tradizioni: “So perfettamente cosa rappresenta questo Club: storia, prestigio e una tifoseria straordinaria in tutto il mondo. È una sfida che affronto con orgoglio ed entusiasmo, con la piena consapevolezza di ciò che significano questi colori”.

Infine, uno sguardo al futuro e all’inizio della nuova avventura in rossonero: “Non vedo l’ora di iniziare e di vivere ogni giorno la passione che anima il Milan”. Con l’arrivo di Amorim, il Milan punta dunque su un allenatore giovane ma già abituato a gestire grandi pressioni e aspettative. Ora la parola passa al campo, dove il tecnico portoghese sarà chiamato a trasformare le ambizioni del club in risultati. Per Amorim sarà un compito particolarmente complesso: il nuovo Milan di Cardinale e Ibrahimovic è ancora senza una dirigenza che possa impostare il mercato e soddisfare le richieste del tecnico portoghese.

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Sachs shock: “Il Mossad ci spia per controllare la nostra politica”



Jeffrey Sachs ha espresso duro dissenso verso la politica interna ed estera americana, condannando i passati tentativi di Donald Trump di sospendere l’habeas corpus e l’imposizione di dazi commerciali illegali. Commentando il recente accordo di cessate il fuoco di 60 giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz — annunciato da Trump mentre si trovava in Francia — Sachs ha denunciato le sanzioni di Washington contro nazioni come l’Iran, il Venezuela e la Cuba, definendole una forma di “gangsterismo economico” che distrugge l’economia globale.

Infine, l’esperto ha descritto Israele come uno “stato canaglia” a causa delle azioni belliche di Benjamin Netanyahu e ha commentato le attività di spionaggio del Mossad ai danni delle forze dell’ordine statunitensi, orchestrate per mantenere il controllo sulla linea diplomatica di Washington.

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Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”

Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”, un percorso musicale che dal 22 al 24 giugno a partire dalle ore 21.00 animerà la Palazzina degli Orafi, sede della Fondazione, con tre appuntamenti dedicati ai valori che da sempre caratterizzano il mondo fieristico: identità, dialogo, apertura internazionale, eccellenza e formazione.
 
Pensata come una piattaforma di incontro tra cultura, relazioni e visione, l’iniziativa nasce dalla volontà di raccontare attraverso il linguaggio universale della musica la capacità della fiera di creare connessioni tra persone, imprese, territori e culture, generando opportunità di crescita e sviluppo condiviso. Fin dalle sue origini, il sistema fieristico ha infatti rappresentato uno spazio in cui mondi diversi entrano in relazione: imprese, istituzioni, professionisti e comunità si incontrano, condividono conoscenze e costruiscono nuove prospettive di sviluppo. In questo senso, la musica diventa metafora della capacità della fiera di mettere in armonia esperienze e sensibilità differenti.
 
La rassegna si articola in tre appuntamenti che, attraverso linguaggi musicali differenti, raccontano altrettante dimensioni del sistema fieristico. La Fanfara dei Carabinieri evoca i valori dell’identità nazionale e del Made in Italy; la violinista lituana Saulė Kilaitė interpreta il dialogo tra culture e la vocazione internazionale; l’Accademia Teatro alla Scala rappresenta il patrimonio di eccellenza, formazione e tradizione che guarda al futuro. In questo percorso, la musica diventa chiave di lettura del ruolo della fiera come luogo in cui esperienze, competenze e visioni diverse si incontrano per generare nuove opportunità di crescita e sviluppo. Una realtà che, oltre la sua funzione espositiva, si conferma piattaforma culturale e relazionale al servizio della comunità e del territorio.

Bozzetti: “Incontro, dialogo, relazioni umane raccontati attraverso la musica”

“Con Armonie del Mondo abbiamo voluto dare vita a un progetto capace di raccontare, attraverso il linguaggio universale della musica, i valori che da sempre ispirano il sistema fieristico: l’incontro, il dialogo, le relazioni umane e la costruzione di ponti. La fiera non è soltanto un luogo di scambio economico o una piattaforma espositiva, ma uno spazio vivo in cui persone, imprese, territori e culture entrano in relazione, generando opportunità, conoscenza e crescita condivisa. Le tre serate della rassegna rappresentano altrettante dimensioni di questa missione: l’identità e le radici del Paese, il confronto tra culture e la vocazione internazionale, l’eccellenza e la formazione delle nuove generazioni. In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni, crediamo sia fondamentale creare occasioni capaci di rafforzare il dialogo e la fiducia reciproca. Anche per questo il sistema fieristico continua a svolgere un ruolo che va oltre la dimensione economica, affermandosi come infrastruttura culturale e sociale al servizio dello sviluppo e della coesione delle comunità.” afferma Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano
 
La rassegna rappresenta anche l’occasione per accogliere la città negli spazi della propria sede storica, la Palazzina degli Orafi. Il giardino che la circonda diventa per tre serate un luogo di incontro e condivisione attraverso la musica, rafforzando il legame tra Fondazione Fiera Milano e il territorio. Progettata negli anni Venti dall’architetto Paolo Vietti Violi, la Palazzina degli Orafi accompagna da oltre un secolo l’evoluzione del sistema fieristico milanese e le trasformazioni della città, rappresentando ancora oggi uno dei simboli più significativi dell’eredità storica di Fondazione Fiera Milano.
 
Attraverso questa iniziativa, Fondazione Fiera Milano conferma il proprio impegno nel promuovere occasioni di incontro e partecipazione, contribuendo a rafforzare il ruolo della fiera come patrimonio economico, culturale e sociale del territorio.

Il programma


 
22 giugno | La Fanfara dei Carabinieri: identità, tradizione e valore del fare
 
La rassegna si inaugura con l’esibizione della Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia”, espressione di una tradizione che coniuga disciplina, spirito di servizio e senso delle istituzioni. La sua presenza richiama il valore del Made in Italy nella sua dimensione più autentica: non soltanto eccellenza produttiva, ma patrimonio di competenze, cultura del lavoro e capacità di generare valore per la collettività. Nata nel 1820, oggi la Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia” si configura come una vera e propria orchestra di fiati, moderna e versatile. Il programma proposto attraversa epoche e generi diversi, accostando pagine della grande tradizione musicale, come l’Italian Polka di Rachmaninoff, a celebri composizioni tratte dal mondo del cinema e del musical, da West Side Story alle colonne sonore senza tempo di Ennio Morricone. 
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267003
 
 
23 giugno | Saulė Kilaitė: il dialogo tra culture e la dimensione internazionale
 
Il secondo appuntamento vedrà protagonista la violinista lituana Saulė Kilaitė, artista dalla spiccata sensibilità internazionale, capace di intrecciare nella propria musica tradizione e contemporaneità. Con il suo stile originale e il suo percorso artistico europeo, Saulė Kilaitė interpreta il valore dell’incontro tra identità differenti, trasformando il palcoscenico in uno spazio di dialogo e condivisione. In un mondo sempre più interconnesso ma al tempo stesso segnato da nuove frammentazioni, la musica diventa metafora di ascolto, cooperazione e reciproca comprensione; contestualmente, la fiera si conferma una piattaforma capace di generare fiducia, connessioni e opportunità di crescita condivisa.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267214
 
 
24 giugno – Accademia Teatro alla Scala: Voci di Bohème. Puccini raccontato dai giovani interpreti dell’Accademia
 
La rassegna si conclude con un concerto dell’Accademia Teatro alla Scala dedicato ad alcune delle pagine più celebri e intense della Bohème di Giacomo Puccini, interpretate dai giovani talenti dell’Accademia, guidati da un narratore d’eccezione, Fabio Sartorelli Docente di Storia della Musica al Conservatorio. Da Che gelida manina a O soave fanciulla, il pubblico sarà accompagnato in un percorso musicale e narrativo che ripercorrerà le vicende dei protagonisti dell’opera, guidando il pubblico nell’ascolto. La scelta di chiudere con le voci del Teatro alla Scala non risponde soltanto all’altissimo valore artistico e formativo dell’Accademia, ma richiama anche una pagina significativa della storia di Milano e della stessa Fiera. Ottant’anni fa, nel secondo dopoguerra, la Fiera di Milano mise infatti i propri spazi a disposizione di una città impegnata nella ricostruzione, contribuendo alla ripresa della vita culturale milanese e sostenendo anche il ritorno delle attività del Teatro alla Scala. La presenza dell’Accademia rinnova oggi quel legame storico e simbolico, trasformandolo in uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso le voci delle nuove generazioni di artisti, la serata racconta la fiera come un luogo in cui talento, formazione ed eccellenza trovano spazio per crescere, incontrarsi e generare nuove opportunità, confermando il ruolo della cultura come motore di sviluppo e innovazione.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267267

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Vannacci: “Io tessitore democristiano? Semplicemente un vero leader unisce, non divide. Il mio incubo? Un’Italia che si arrende alla disfatta”

In un panorama politico in forte fermento, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci delinea la strategia del suo movimento per dare voce alle istanze reali dei cittadini e portare un contributo di assoluta chiarezza nel dibattito nazionale. Forte di una crescita costante e di un radicamento sempre più solido sui territori, il Generale rifiuta le etichette retrosceniste e rivendica la necessità di una forza politica snella e meritocratica, capace di fare sintesi e valorizzare le competenze per un obiettivo comune, senza mai scendere a compromessi sui propri principi.

Con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni politiche, Vannacci marca la massima distanza dai tatticismi delle segreterie e blinda i dossier decisivi per il Paese, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sovranità energetica col nucleare. La scommessa politica è chiara: aggregare il ceto medio produttivo e recuperare la fiducia di quei cittadini delusi che hanno scelto la via dell’astensionismo, promuovendo una proposta di profondo buonsenso e imponendo una linea più coraggiosa, incisiva e interamente ancorata all’interesse nazionale.

L’intervista di Affaritaliani al leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci

Generale, Futuro Nazionale è ormai una realtà consolidata che ha superato la fase del movimento d’opinione per farsi Partito. Lei ha parlato di una struttura snella e meritocratica: in che modo questa nuova creatura politica vuole distinguersi dai partiti tradizionali, e quale valore aggiunto pensa di portare all’attuale quadro politico e in particolare all’offerta del centrodestra?

La prima differenza è che noi siamo i figli di nessuno. Non siamo nati da una scissione, non siamo il prodotto di accordi di palazzo e non abbiamo alle spalle apparati costruiti nel corso di decenni. Siamo nati dalla volontà di tanti italiani che si sono stancati di una politica sempre più distante dalla realtà e sempre più concentrata su sé stessa. Alla nostra Assemblea Costituente di Roma abbiamo celebrato un traguardo straordinario, quello dei centomila iscritti. Non sono numeri costruiti a tavolino. Sono uomini e donne che hanno deciso liberamente di mettersi in gioco perché condividono una visione e perché sentono che questo Paese ha bisogno di una forza politica nuova, libera e profondamente radicata nell’interesse nazionale. Quando parlo di una struttura snella e meritocratica intendo esattamente questo. In Futuro Nazionale non esistono correnti, non esistono rendite di posizione, non esistono quote rosa, quote etniche o quote di qualsiasi altra natura. Io credo nelle quote di merito. Credo che le responsabilità debbano essere affidate a chi dimostra capacità, serietà, dedizione e risultati.

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Se una donna è più capace di un uomo, è giusto che venga scelta. Se un giovane è più preparato di chi ha maggiore anzianità, è giusto che venga valorizzato. La politica deve tornare a premiare il merito e non l’appartenenza. Noi vogliamo portare nel centrodestra una maggiore forza identitaria, una maggiore chiarezza e una maggiore libertà. Non ci interessano i compromessi al ribasso o la politica delle mezze
parole. Ci interessa difendere gli interessi degli italiani. Parole come Patria, sovranità, sicurezza, famiglia, merito, libertà e identità per noi non sono slogan da campagna elettorale. Sono principi a cui vogliamo essere fedeli a prescindere dalle tendenze del momento e dalla
gogna mediatica a cui è sottoposto chi sostiene valori al di fuori dell’opprimente pensiero unico.

Crediamo che la famiglia composta da padre, madre e prole rappresenti il primo nucleo della società. Crediamo che la denatalità sia una delle emergenze più drammatiche che abbiamo davanti. Crediamo che il lavoro, la casa e la sicurezza siano diritti fondamentali. Crediamo che la libertà di opinione non possa essere sacrificata sull’altare del politicamente corretto. Vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce, delle imprese, delle famiglie e del ceto medio, e non un ostacolo. Il valore aggiunto che Futuro Nazionale vuole portare al centrodestra è proprio questo: più
coraggio, più coerenza e una maggiore attenzione all’interesse nazionale. Noi non siamo nati per occupare poltrone. Siamo nati per difendere gli italiani. E con la forza, il coraggio e la fede andremo avanti.

Il dibattito nel centrodestra è aperto: lei vede il suo movimento come il tassello mancante per una coalizione più coraggiosa e identitaria, magari ambendo a diventarne il nuovo baricentro? Ma andando al cuore della strategia per il 2027: per governare l’aritmetica impone le alleanze, eppure la storia dimostra che le dinamiche di coalizione spesso richiedono profonde mediazioni tra visioni diverse. In vista delle Politiche, la priorità di Futuro Nazionale sarà l’approdo al governo dentro l’attuale perimetro del centrodestra o, se non dovesse esserci una reale convergenza sui programmi, preferirà una corsa in solitaria focalizzata sulla crescita autonoma del movimento, anche a costo di rimanere fuori dalle stanze del potere?

Io non ho mai fatto mistero della mia collocazione politica. Il centrodestra è la casa naturale di chi crede nella sicurezza, nella libertà economica, nella valorizzazione del merito, nella difesa della Patria e delle identità e nell’interesse nazionale. Ma una coalizione non può essere soltanto una somma aritmetica o un accordo tra sigle. Una coalizione ha senso se esiste una visione comune e se esiste la volontà di perseguire obiettivi condivisi senza tradire la volontà degli elettori.

Futuro Nazionale non è nato contro qualcuno. Non siamo nati per dividere il centrodestra e nemmeno per fare testimonianza. Siamo nati perché milioni di italiani chiedono una destra più coraggiosa, più libera e più coerente. Una destra che non abbia paura di difendere i confini, la sicurezza, la libertà di opinione, la famiglia, la natalità, il lavoro, la casa, gli italiani e gli interessi nazionali. Noi non ci poniamo il problema delle poltrone. Non siamo nati per occupare posti, ma per portare idee. E le idee non sono in vendita. Non si cambiano per convenienza e non si annacquano per ottenere un ministero in più. Certamente governare richiede alleanze. Lo insegna la storia e lo impone il sistema politico. Ma le alleanze devono essere fondate sui programmi e non sulle convenienze. Devono essere alleanze tra persone che condividono una visione e non semplici accordi di potere. Devono essere alleanze che non portano allo snaturamento degli elementi che le compongono.

Se ci sarà una reale convergenza su temi come la sicurezza, il contrasto all’immigrazione incontrollata, il sostegno alla natalità, la difesa del Made in Italy, la riduzione delle tasse, la lotta alla burocrazia, la libertà di espressione, l’energia e la tutela delle nostre radici culturali, il posizionamento internazionale allora il nostro contributo sarà leale e costruttivo. Ma se qualcuno pensa che Futuro Nazionale debba limitarsi a fare da comparsa, a rinunciare alle proprie idee o a mettere in secondo piano l’interesse nazionale, allora ha sbagliato interlocutore. Non mi interessa diventare il baricentro del centrodestra per una questione di vanità personale. Saranno gli italiani a decidere quale peso dovrà avere Futuro Nazionale. Noi continuiamo a crescere perché diciamo quello che pensiamo e facciamo quello che diciamo. Non facciamo questua di parlamentari, non compriamo consenso e non chiediamo patentini di legittimità a nessuno. Qualcuno, fino a pochi mesi fa, diceva che eravamo destinati a restare un fenomeno passeggero.

Oggi abbiamo oltre centomila iscritti, una struttura radicata sui territori e una comunità politica che cresce ogni giorno. Noi siamo i figli di nessuno e proprio per questo abbiamo una grande libertà: quella di poter guardare negli occhi gli italiani e dire sempre la verità, fregandocene della gogna mediatica del pensiero unico e senza dover rendere conto a correnti, apparati o poteri forti. Il nostro obiettivo non è entrare nelle stanze del potere a qualsiasi costo. I cittadini non ci giudicheranno per quante poltrone avremo occupato, ma per quanto saremo riusciti a difendere i loro interessi. E su questo non siamo disposti a fare sconti a nessuno.

Generale, le ultime rilevazioni nazionali indicano una dinamica politica in forte accelerazione per il suo progetto: i sondaggi vi collocano stabilmente sopra la soglia del 4%, con picchi territoriali che in alcune zone sfiorano il 15%. Questi numeri suggeriscono che Futuro Nazionale non è più solo una suggestione, ma un attore capace di spostare gli equilibri. In vista delle Politiche 2027, qual è la percentuale reale a cui punta per poter condizionare l’agenda del Paese? La doppia cifra è l’obiettivo per sedersi al tavolo dei leader da pari grado?

Guardi, io ho imparato a diffidare dei sondaggi. Li osservo con interesse, ma non vivo in funzione delle percentuali. Ho passato quarant’anni nelle Forze Armate e ho imparato che le battaglie si vincono sul campo, non nelle simulazioni e che non esiste piano che regga il primo colpo di cannone. Certamente vedere una crescita così rapida ci fa piacere, perché significa che tanti italiani si riconoscono nelle nostre idee. Ma non considero il consenso un punto di arrivo. Lo considero una responsabilità. Noi siamo passati in pochi mesi da un movimento di opinione ad un partito con oltre centomila iscritti. Questo significa che esiste una domanda politica che per troppo tempo è rimasta senza risposta. Una domanda di identità, di sicurezza, di libertà, di meritocrazia, di rispetto per il lavoro e per chi produce ricchezza. La doppia cifra? Certamente non ci spaventa.

Non ci poniamo limiti. Ma il nostro obiettivo non è sederci a un tavolo per il gusto di sederci a un tavolo. Non mi interessa il prestigio personale e non mi interessa collezionare titoli. Mi interessa incidere. Se oggi tutti parlano di denatalità, di sicurezza, di libertà di opinione, di energia, di difesa del Made in Italy, di immigrazione incontrollata e di interesse nazionale è perché qualcuno ha avuto il coraggio di porre questi temi senza preoccuparsi del politicamente corretto. Noi vogliamo condizionare l’agenda politica italiana. Vogliamo che l’Italia torni a mettere gli italiani al primo posto. Vogliamo una politica che premi il merito e non l’appartenenza. Vogliamo difendere gli italiani, le famiglie, il ceto medio, le imprese, i giovani che vogliono costruire il proprio futuro e gli anziani che hanno lavorato una vita. Le percentuali verranno di conseguenza. Perché alla fine non saranno i numeri a stabilire il valore di Futuro Nazionale. Sarà la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Ed è su questo che gli italiani ci giudicheranno.

In Transatlantico circola un’analisi curiosa e quasi controcorrente: la descrivono come un leader che, dietro il linguaggio del rigore, nasconde una sottigliezza tattica da “fine tessitore” della Prima Repubblica. Qualcuno si è spinto a definirla “profondamente democristiano” – nel senso più nobile del termine – per come sta gestendo il radicamento sui territori e per la prudenza con cui dosa gli strappi parlamentari. Si riconosce in questa veste di mediatore capace di fare sintesi o si sente, in qualche modo, il “tessitore” naturale di un’area che oggi ha bisogno di ritrovare unità d’intenti e visione d’insieme oltre i confini delle singole sigle?

Mi fanno sorridere certe definizioni. Fino a ieri ero dipinto come il barbaro, il sovversivo, il pericolo pubblico numero uno e adesso qualcuno mi attribuisce addirittura doti da tessitore della Prima Repubblica, di un Mazzarino dei tempi moderni. La verità è molto più semplice. Ho imparato nella mia vita che un comandante non è colui che divide, ma colui che riesce a valorizzare le capacità delle persone e a farle lavorare per un obiettivo comune. Non mi sento il federatore di un’area e nemmeno il proprietario di un progetto politico. Mi sento uno che ha avuto il coraggio di dire quello che milioni di italiani pensano e che troppo spesso nessuno aveva il coraggio di dire. Io non amo gli strappi fini a sé stessi. Non credo nelle polemiche per il gusto di farle.

Credo nella chiarezza e nella coerenza. La politica ha bisogno di unità d’intenti, ma non di uniformità. Ha bisogno di una visione. E la visione che noi proponiamo è quella di un’Italia che torni ad avere fiducia in sé stessa, che rimetta al centro l’interesse nazionale e che smetta di vivere di complessi di inferiorità. Se questo significa cercare sintesi, bene. Ma la sintesi non deve mai diventare rinuncia ai propri principi. Non ho cambiato idea sotto il fuoco nemico e non intendo cambiarla oggi. La sicurezza, la famiglia, il merito, la libertà di opinione, la difesa delle nostre radici e degli interessi nazionali non sono oggetto di trattativa. Perché le idee possono essere discusse, approfondite e migliorate, ma non possono essere svendute.

L’attenzione crescente attorno a Futuro Nazionale sta catalizzando l’interesse di numerosi amministratori locali e quadri politici che guardano al suo progetto come a una novità di lungo periodo. Questo afflusso di energie testimonia l’attrattività del movimento: quali sono i criteri di merito e di competenza su cui intende fondare la selezione della sua futura classe dirigente, affinché diventi il fulcro di un reale rinnovamento qualitativo della politica italiana?

La prima cosa che voglio chiarire è che noi non facciamo questua. Non andiamo in giro a cercare qualcuno da mettere in vetrina per fare numero. E non cerchiamo neppure professionisti del trasformismo o persone che vedono la politica come un mestiere. Il fatto che tanti amministratori, tanti professionisti, tanti giovani e tante persone con esperienze importanti si stiano avvicinando a Futuro Nazionale dimostra che esiste una grande domanda di rinnovamento e che c’è ancora chi crede che la politica possa essere una forma di servizio e non uno strumento per costruirsi una carriera. Io ho sempre detto che non credo nelle quote rosa, nelle quote etniche o in qualsiasi altro meccanismo che sostituisca il merito con l’appartenenza. Credo nelle quote di merito. Chi è più bravo, più preparato, più competente e più generoso deve avere maggiori responsabilità. Punto.

Non mi interessa se si tratta di un uomo o di una donna, di un giovane o di una persona più matura. Mi interessa quello che ha fatto nella vita e quello che può dare al Paese. Voglio una classe dirigente composta da persone che abbiano già dimostrato qualcosa nel mondo reale. Imprenditori, professionisti, amministratori capaci, lavoratori, donne e uomini che conoscano i problemi concreti degli italiani e che abbiano maturato esperienze vere. La politica, per troppo tempo, ha selezionato sé stessa. E quando una classe dirigente seleziona soltanto sé stessa finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà. Noi vogliamo fare esattamente il contrario. Vogliamo riportare nella politica italiana competenza, responsabilità e spirito di servizio. Chi lavora cresce. Chi porta risultati viene valorizzato. Chi pensa di trovare scorciatoie o rendite di posizione resterà deluso. Perché Futuro Nazionale non appartiene a Roberto Vannacci. Appartiene a tutti coloro che credono che l’Italia meriti una classe dirigente migliore di quella che troppo spesso abbiamo visto negli ultimi decenni.

La cifra del suo movimento è marcatamente identitaria, eppure i suoi messaggi sulla tutela del lavoro, la semplificazione e il buonsenso sembrano raccogliere un forte ascolto anche nel ceto medio produttivo e nel mondo moderato. Ritiene che la proposta di Futuro Nazionale possa proporsi come un porto sicuro e una risposta concreta per quelle fasce di elettori che cercano semplicemente serietà ed efficacia su dossier decisivi come il fisco, la burocrazia e lo sviluppo del Made in Italy?

Assolutamente sì. E non vedo alcuna contraddizione tra una proposta fortemente identitaria e una proposta che parli al ceto medio produttivo e a tanti elettori moderati. Anzi, credo che proprio il buonsenso rappresenti il punto d’incontro. Perché quando parliamo di sicurezza, di famiglia, di lavoro, di meno tasse, di meno burocrazia, di energia a costi sostenibili e di difesa del Made in Italy non stiamo facendo un discorso ideologico. Stiamo parlando della vita quotidiana degli italiani. Io incontro ogni giorno imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, lavoratori dipendenti. Persone che non chiedono privilegi ma semplicemente di poter lavorare, investire, assumere e costruire il futuro dei propri figli senza essere soffocate da tasse, vincoli e burocrazia. Questa è l’Italia che tiene in piedi il Paese. Ed è un’Italia che troppo spesso è stata dimenticata.

Noi vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce ricchezza e non un ostacolo. Vogliamo meno ideologia e più pragmatismo. Meno carte e più risultati. Meno burocrazia e più libertà. Il Made in Italy non è soltanto un marchio commerciale. È la nostra identità che si trasforma in valore economico. È la qualità, il saper fare, la creatività, la cultura e la tradizione italiana che diventano lavoro e benessere. Per questo ritengo che Futuro Nazionale possa rappresentare un porto sicuro per tanti italiani che non cercano slogan o promesse irrealizzabili, ma serietà, competenza e concretezza. Se essere moderati significa credere nel lavoro, nella famiglia, nella proprietà privata, nel merito, nella sicurezza e nella libertà economica, allora sì, Futuro Nazionale può essere la casa di tanti moderati. Ma sarà una casa con fondamenta solide, costruita sull’interesse nazionale e sul buonsenso, non sul compromesso permanente e sulle mode del momento.

La scelta di aderire a Bruxelles al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane delinea un posizionamento internazionale chiaro e lineare. Al di là dei confini nazionali, qual è il contributo di idee che Futuro Nazionale intende offrire per promuovere una profonda riforma delle istituzioni comunitarie? Come si traduce la sua visione di un’Europa delle nazioni sovrane per renderla più vicina ai bisogni reali dei cittadini e meno legata a logiche burocratiche?

La nostra adesione al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane non è stata una scelta casuale. È stata una scelta di coerenza. Io sono stato eletto per difendere gli interessi degli italiani e non per diventare un funzionario di Bruxelles. Noi non siamo contro l’Europa. Siamo contro questa idea di Europa che troppo spesso ha smarrito il contatto con la realtà e con i bisogni dei cittadini. L’Europa è una straordinaria civiltà, una comunità di popoli, di culture, di tradizioni, di identità nazionali che rappresentano una ricchezza e non un problema da eliminare. Quello che invece non condividiamo è la deriva burocratica e ideologica che negli ultimi anni ha portato le istituzioni comunitarie ad occuparsi troppo spesso di ciò che non dovrebbe essere di loro competenza, dimenticando invece le grandi sfide che abbiamo davanti. Futuro Nazionale vuole portare in Europa una visione fondata sul principio di sussidiarietà, sulla centralità delle nazioni e sul rispetto delle sovranità nazionali. Noi crediamo che si debba cooperare sulle grandi questioni strategiche laddove vi sia convergenza di interessi nazionali: la difesa, la sicurezza, il controllo delle frontiere esterne, l’approvvigionamento energetico, la competitività industriale e la lotta all’immigrazione clandestina.

Ma crediamo anche che ogni Stato debba mantenere il diritto di difendere i propri interessi, la propria identità e le proprie peculiarità. Non ci vogliamo livellare sul più basso, annacquare, diluire perché pensiamo che la ricchezza di una comunità risieda nei talenti che ogni elemento costitutivo è in grado di portare e non nella loro riduzione alla “media”. Abbiamo bisogno di meno ideologia e più pragmatismo. Meno burocrazia e più libertà. Meno imposizioni dall’alto e più ascolto dei popoli. Perché se l’Europa vuole sopravvivere e tornare ad essere protagonista nel mondo, deve tornare ad essere percepita come un’opportunità e non come un centro di potere autoreferenziale distante dai cittadini. Il contributo di Futuro Nazionale sarà quello di portare a Bruxelles una voce libera, concreta e profondamente legata all’interesse nazionale. Perché chi siede nelle istituzioni europee non deve difendere gli interessi di Bruxelles, ma quelli dei cittadini che lo hanno eletto.

Le imprese italiane si trovano oggi a navigare in uno scenario internazionale complesso, strette tra transizione industriale e sfide globali. Lei ha più volte espresso perplessità su un certo ecologismo ideologico. Quali sono i pilastri economici del suo programma per sostenere la competitività della nostra manifattura, garantendo una transizione ecologica che metta al primo posto la sostenibilità sociale ed economica del Paese rispetto ai vincoli di Bruxelles?

Credo che la prima cosa da fare sia liberarsi da un approccio ideologico che troppo spesso ha caratterizzato il dibattito europeo degli ultimi anni. Difendere l’ambiente è un dovere. Ma trasformare la tutela ambientale in una religione laica e in una serie di imposizioni che penalizzano le nostre imprese e le nostre famiglie significa commettere un errore gravissimo. Io credo che la sostenibilità debba essere ambientale, ma soprattutto economica e sociale. Non possiamo salvare il pianeta impoverendo gli italiani.

L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Abbiamo un patrimonio straordinario di imprese, di competenze, di innovazione, di creatività e di capacità produttiva. Ma tutto questo patrimonio deve essere messo nelle condizioni di competere. Per questo uno dei pilastri fondamentali del nostro programma è la sovranità energetica. Non possiamo continuare a dipendere dagli altri per una risorsa strategica come l’energia. Dobbiamo diversificare le fonti, investire nella ricerca, usare l’energia disponibile al minor prezzo e tecnologicamente sfruttabile e avere il coraggio di affrontare senza pregiudizi il tema del nucleare di nuova generazione, che rappresenta una tecnologia sicura e una possibilità concreta per garantire energia pulita, stabile e competitiva e di dare ossigeno alle nostre imprese.

Allo stesso tempo dobbiamo ridurre la pressione fiscale, semplificare la burocrazia e difendere le nostre imprese dalla concorrenza sleale. Troppo spesso l’Europa impone standard rigidissimi alle aziende italiane, mentre poi permette l’ingresso di prodotti provenienti da Paesi che non rispettano né i diritti dei lavoratori né le stesse regole ambientali. Questo non è ambientalismo, è masochismo economico. Dobbiamo tornare a valorizzare il Made in Italy, investire nelle infrastrutture, nella ricerca, nella formazione e nell’innovazione. Dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Io sono convinto che la vera transizione sia quella verso un Paese più forte, più competitivo e più libero. Un Paese che produca ricchezza, che investa sul lavoro e che non sia costretto a sacrificare il proprio sistema produttivo sull’altare di ideologie che altri, nel resto del mondo, non seguono. Perché un Paese che perde la propria capacità industriale e la propria manifattura perde anche la propria indipendenza e la propria identità. E senza indipendenza economica non esiste sovranità nazionale.

L’astensionismo resta il dato più significativo e preoccupante delle ultime stagioni elettorali, con milioni di cittadini che scelgono il disimpegno perché non si sentono più rappresentati. Se dovesse indicare una sola priorità programmatica, una grande “riforma di buonsenso” che identifichi l’anima di Futuro Nazionale, quale sceglierebbe per ridare fiducia a chi ha smesso di credere nella possibilità di un cambiamento concreto attraverso il voto?

L’astensionismo è forse il segnale più preoccupante della crisi che stiamo vivendo. Milioni di italiani hanno smesso di votare non perché siano disinteressati alla politica, ma perché hanno smesso di credere che la politica possa incidere davvero sulla loro vita. Se dovessi indicare una sola grande riforma di buonsenso, sceglierei quella che restituisce ai cittadini il diritto di scegliere realmente i propri rappresentanti. Sono favorevole al ritorno delle preferenze.

Credo che il rapporto tra eletto ed elettore debba tornare ad essere diretto. Troppo spesso abbiamo assistito alla formazione di classi dirigenti nominate dall’alto, più attente agli equilibri interni dei partiti che alle esigenze dei cittadini. La Sovranità che in una democrazia risiede sempre nei cittadini non può essere ceduta alle segreterie di partito. Ma dietro questa proposta c’è una battaglia ancora più profonda: restituire centralità al merito e alla volontà popolare. Per questo mi sono sempre espresso contro le quote rosa, contro le quote etniche e contro ogni forma di discriminazione travestita da progresso.

Io non voglio quote di genere, voglio quote di merito. Voglio che siano i cittadini a scegliere chi ritengono più capace e non che qualcuno decida dall’alto in base al sesso, all’origine o ad altre categorie ideologiche. La democrazia funziona quando le persone sentono che la loro voce conta davvero. Quando hanno la percezione che il voto possa cambiare le cose. Noi vogliamo riportare fiducia. Vogliamo che gli italiani tornino a credere che partecipare abbia un senso. E questo può accadere soltanto se la politica tornerà ad essere al servizio dei cittadini e non dei partiti.

Generale, lei ha speso gran parte della sua vita al servizio delle Istituzioni in divisa, e oggi continua a servirle in una veste differente, squisitamente politica. Guardando oltre le scadenze elettorali e le contingenze del momento, qual è l’eredità ideale e il modello di Stato che Futuro Nazionale vuole costruire per le prossime generazioni? Qual è la sua idea dell’Italia di domani?

Ho servito l’Italia in uniforme (non in divisa) per quarant’anni e continuo a servirla oggi in un’altra veste. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Perché servire la Patria non è una professione, è una missione. Io non faccio politica pensando alle prossime elezioni. Cerco di pensare ai prossimi decenni. Vorrei lasciare alle mie figlie e ai nostri figli un’Italia più forte di quella che abbiamo ricevuto. Un’Italia che torni a credere in sé stessa, che ritrovi orgoglio, fiducia e consapevolezza della propria storia. Sogno un Paese che torni a mettere al centro la famiglia, quella composta da padre, madre e prole, perché senza famiglie forti non esistono comunità forti. Sogno un’Italia che torni a fare figli, perché la denatalità rappresenta una delle minacce più gravi che abbiamo davanti.

Un Paese che non genera più figli è un Paese che lentamente scompare. Sogno uno Stato che premi il merito, che garantisca sicurezza, che investa nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella difesa. Uno Stato che consideri le imprese e il lavoro una risorsa e non un problema. Vorrei un’Italia capace di guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. Un’Italia orgogliosa della propria identità, della propria cultura e delle proprie tradizioni. Un Paese libero, sicuro e prospero, dove i giovani possano costruire una famiglia, acquistare una casa, lavorare e guardare al domani con fiducia. Questa è l’Italia che immagino. Un’Italia che non abbia paura di essere sé stessa. Perché chi perde la propria identità, prima o poi perde anche il proprio futuro.

Generale, chiudiamo con un bilancio sulla vostra Assemblea Costituente a Roma, dove avete celebrato il traguardo dei 100 mila iscritti. Se da sinistra continuano a descrivere la crescita di Futuro Nazionale come un “incubo” politico, se ribaltiamo la prospettiva e ci concentriamo sulle grandi sfide globali, dalla denatalità alle pressioni geopolitiche: qual è oggi il vero “peggior incubo” di Roberto Vannacci per il futuro del nostro Paese? C’è una deriva o una minaccia per la nostra identità che la preoccupa maggiormente e che l’ha spinta a scegliere l’impegno politico in prima persona?

Il mio peggior incubo non è una sconfitta elettorale e non è nemmeno l’ostilità di qualche giornale o di qualche salotto televisivo. Il mio peggior incubo è un’Italia che smette di essere Italia. La mia Patria che diventa il paese di qualcun altro. Una nazione che rinuncia alla propria identità, che considera la propria storia un peso di cui vergognarsi, che non fa più figli, che smette di credere nel merito e nella responsabilità individuale, che perde la libertà di esprimere le proprie idee per paura del giudizio del politicamente corretto. Mi preoccupa un’Italia che si abitua al declino. Un’Italia che accetta passivamente di diventare sempre più vecchia, più debole, più dipendente dagli altri e meno consapevole di ciò che è stata. Mi preoccupa la denatalità, perché senza figli non esiste futuro.

Mi preoccupa l’immigrazione incontrollata, perché quando l’assimilazione viene sostituita dalla sostituzione culturale e dalla rinuncia alla propria identità, si rischia di dissolvere e diluire ciò che siamo. Mi preoccupa una società che smette di premiare il merito e che sostituisce la competenza con le quote, la responsabilità con l’assistenzialismo e la libertà con il conformismo. È stata questa consapevolezza a spingermi ad entrare in politica. Perché io non credo che il destino dell’Italia sia il declino. Credo che questo Paese abbia ancora energie straordinarie, uomini e donne straordinari e un patrimonio culturale, umano e spirituale unico al mondo. Alla Costituente di Roma abbiamo celebrato centomila iscritti.

Centomila italiani che hanno deciso di non rassegnarsi. Centomila persone che hanno scelto di credere che esista ancora un futuro per la nostra Patria. E allora il vero incubo non è Futuro Nazionale. Il vero incubo sarebbe abituarsi all’idea che non ci sia più nulla da difendere e nulla per cui valga la pena combattere e – se necessario – morire. Io, invece, credo che l’Italia meriti di essere amata, difesa e consegnata più forte ai nostri figli. Ed è per questo che continuerò a battermi. Sempre.

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Ascolti tv, inizia alla grande il day time estivo di Rai1: ecco i dati

Tanti segni più per questo inizio di stagione estiva per l’intrattenimento day time della Rai e di Rai1 in particolare. La rete ammiraglia della televisione pubblica ha issato le bandiere dell’estate nella sua folta programmazione e i dati le stanno sorridendo. Ma facciamo parlare i numeri, che alla fine della fiera sono quelli che contano, soprattutto per la rete ammiraglia che è quella che deve far guadagnare il pane e pagare cosi gli stipendi dei dipendenti della tv di Stato, come illustri dirigenti Rai del passato hanno confessato dopo essere andati in pensione.

Andiamo in rigoroso ordine cronologico partendo dalle ore 6 del mattino con Unomattina news, al momento ancora presidiato dall’ottima coppia formata da Maria Soave e Tiberio Timperi. Questa trasmissione che apre il palinsesto del day time della prima rete Rai ha ottenuto in questo mese di giugno una media di 617.000 telespettatori ed il 16,7% di share, in crescita di quasi 3 punti rispetto al medesimo periodo dell’anno passato, in cui era in onda l’edizione estesa del Tg1 mattina.

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Nella fascia occupata da Unomattina e Storie italiane, attualmente condotti ancora da Massimiliano Ossini, Daniela Ferolla ed Eleonora Daniele, Rai1 ottiene in questo primo scorcio di giugno una media del 19,1% di share e 882.000 telespettatori in crescita di 3 punti rispetto allo scorso anno quando era in onda l’edizione estesa di Unomattina estate. Weekly poi che occupa la fascia del mattino nel fine settimana di Rai1 passa dal 18,2% di share dello scorso anno, all’attuale 20,4%.

Buone notizie anche per Camper osteria Italia che in questa nuova versione ottiene una media di 1.671.000 telespettatori ed il 17,9% di share, battendo se stesso, facendo crescere anche il Tg1 delle 13:30 che segue di un punto. Nella scorsa stagione il programma condotto da Peppone otteneva il 17% di share.

Bene anche per La volta buona e La volta buona special di Caterina Balivo che fanno crescere questa fascia di Rai1 rispetto al giugno 2025 di un punto di share e circa 100.000 teste. Da segnalare poi il clamoroso dato della Volta buona Special che nel suo rimontaggio supera di ben 4 punti Ritorno a Las Sabinas che andava in onda lo scorso anno in quella fascia. Anche la Vita in diretta di Alberto Matano cresce rispetto allo scorso anno, esattamente nella prima parte di un ora denominata “Presentazione” sale di un punto sfiorando il 20%, rispetto al 19% dello scorso anno, con una piccola flessione nell’ordine dello 0,2% di share nel rimanente periodo di messa in onda, fascia questa che quest’anno ha visto un incremento degli ascolti grazie alla cura Gianluigi Nuzzi.

Chiudiamo con l’ottimo dato di Reazione a catena di Pino Insegno che ottiene nella sua durata totale in questo inizio di giugno una media del 23,8% di share e 2.525.000 telespettatori, in crescita dell’1,7% di share rispetto allo scorso anno.

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“Brutto incidente, a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”: l’ira del giovane ciclista che posta il video della maxi caduta

Poteva finire in tragedia l’incidente avvenuto durante l’ultima tappa del LVM Saarland Trophy 2026, gara ciclistica che si svolge in Germania dedicata alla categoria Juniores. Mentre il gruppo viaggiava alla massima velocità, una signora anziana a bordo di uno scooter per disabili ha invaso all’improvviso la carreggiata, colpendo in pieno Paul Vriesman e innescando così una maxi caduta. Fortunatamente, senza gravi conseguenze ne per i giovani ciclisti coinvolti né per la signora.

Vriesman, 17enne olandese del team Decathlon CMA CGM U19, sui social ha postato il video dell’incidente e ha rassicurato tutti sulle sue condizioni: “Brutto incidente, ma sembra che sia andata piuttosto bene e senza gravi infortuni. Non è il modo in cui speravo di finire la mia prima settimana di ritorno alle gare dopo alcuni mesi di riabilitazione…”. Il giovane Vriesman infatti veniva da un lungo periodo di inattività. E si è anche sfogato: “Peccato dovermi ritirare in questo modo a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”. Anche per la donna, fortunatamente, non sembra ci siano state gravi conseguenze. Anche se l’incidente riapre il dibattito sull’importante del comportamento del pubblico a bordo strada durante le gare di ciclismo.

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Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimana in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi.

Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica.

Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati.

La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto.

Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto.

La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.

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La Fiom fa 125 anni e guarda alle sfide del futuro: “Andare oltre le fabbriche e costruire relazioni, il lavoro non sia una merce”

Da dove si viene e dove si va? La Fiom si volta indietro per celebrare i suoi 125 anni, ma guarda anche al futuro affrontando i temi centrali del lavoro che verrà. Anche per questo un ampio spazio nella due giorni di Livorno, dove vide la luce la Federazione italiana operai metallurgici il 16 giugno 1901, lo trovano i delegati under 35. Il sindacato si interroga sulle sfide all’orizzonte senza indugiare troppo sulla celebrazione delle lotte già combattute. È quella che il segretario generale Michele De Palma definisce la “nostalgia del futuro”, avvisando che la Fiom deve “innovarsi dentro la tradizione” se vuole essere incisiva anche di fronte a un mondo che ha davanti un cimento improbo tra intelligenza artificiale e la natura stessa del lavoro nel sentire comune.

“Il capitale – dice davanti alla platea del Teatro Quattro Mori – sta prendendo il lavoro, la vita delle persone, e lo sta facendo diventare una merce. Lo capisco dai giovani: non lo sentono come un processo di perfezionamento di ciò che sono, della loro cittadinanza. Ma come merce, ridotto così dal capitalismo: vogliono lavorare per ottenere i soldi e quindi scappare”. Di fronte a una rappresentanza che rischia di degradarsi, minata dalla liquefazione delle ideologie, insiste sulla necessità di “tenere insieme i lavoratori del settore informatico con i siderurgici” e “costruire relazioni tra generazioni”.

Ma non solo. Rifugge lo status quo: “Non possiamo lottare per difendere, dobbiamo stare dentro il cambiamento oppure saremo tagliati fuori dalla storia del futuro”. Una via necessaria: “Contro il tecnofascismo dei fondi dobbiamo avere la forza e le intelligenze per affrontare lo scontro che ci attende”. Parla di “contrattacchi” di fronte all’aggressione dei diritti, a iniziare dal decreto Primo Maggio, di “solidarietà tra le fabbriche” quando una è in difficoltà e della necessità di ampliare la contrattazione di secondo livello.

Ricorda i morti sul lavoro citando Loris Costantino e Claudio Salamida, i due operai dell’Ilva di Taranto “che hanno perso la vita in una fabbrica gestita dallo Stato”, quindi riadatta il vangelo di Matteo (“Sono un operaio nella vigna degli operai”) e apre a un secondo incarico in vista del congresso del 2027 quando ci sarà da decidere anche chi guiderà la Cgil dopo Landini. In ogni caso, la parola d’ordine è aprirsi: “È già il tempo di andare oltre le fabbriche in cui siamo, oltre i lavoratori che rappresentiamo. Dobbiamo andare dai giovani, dai migranti, dobbiamo allargare lo spettro delle nostre relazioni”. La giornata di Livorno, in questo senso, è un manifesto.

Oltre alla segretaria nazionale della Cgil e sua predecessora, Francesca Re David, e al segretario generale Maurizio Landini, sul palco salgono i compagni di viaggio con i quali la Fiom dialoga ed è spesso scesa in piazza negli ultimi anni per la difesa della Costituzione e contro la guerra in Palestina. Una scelta inevitabile: “Il sindacato deve avere spirito internazionalista, altrimenti non esiste”, sintetizza Landini. Ecco allora Walter Massa, presidente Arci: “Ogni euro in armi è un euro in meno per lavoro e sanità. Serve una forza sociale capace di incidere. La pace arriverà se qualcuno la pretenderà”.

Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena, porta sul palco il pensiero di Bruno Buozzi, segretario della Fiom che fu ucciso dai nazisti il 4 giugno 1944 nell’eccidio de La Storta, vicino Roma: “Diceva ‘il nostro compito è intervenire per la pace contro la guerra’. Chi muove critiche ai sindacati quando scendono in piazza per la pace dovrebbe rileggerlo”, ammonisce ricordando anche la posizione “fieramente anti-intervenista” del sindacato alle porte della Prima Guerra Mondiale.

Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ricorda che la prima brigata partigiana, la Brigata Proletaria, era formata da centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone e parla di “disumanizzazione del lavoro”. Mentre Rossella Miccio, numero uno di Emergency, sottolinea la comunanza di “valori” che andrebbe messa a frutto per “ricostruire un tessuto sociale globale che al momento è frammentato”. Vengono proiettati i discorsi di Stefano Rodotà e Gino Strada tenuti durante eventi della Fiom. Le parole del medico e fondatore di Emergency sul riarmo e i conflitti risalgono a 12 anni fa ma sembrano pronunciate in diretta.

Il discorso di Mona Abuamara, ambasciatrice della Palestina in Italia, viene più volte interrotto dagli applausi: “Vogliono convincervi che sia uno scontro tra due parti alla pari, ma nella realtà è un progetto di pulizia etnica del popolo indigeno dalla sua terra – scandisce – La vostra voce mostra coraggio. I palestinesi sanno che pagate un prezzo per questo”. Il costituzionalista Gaetano Azzariti ricorda il no della Fiom al referendum sulla giustizia e riposiziona la barra sul lavoro: “È arrivato il momento di capire che la Costituzione non va stravolta ma attuata. Bisogna partire dalle fondamenta, da ciò che qualifica la nostra democrazia: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.

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Nel 2025 +11% di segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di informazione finanziaria. Crescono quelle per frodi informatiche, anche con l’AI

Criminali e politici o funzionari corrotti utilizzano sempre più le cripto e le innovazioni tecnologiche per riciclare il fiume di denaro delle attività illecite, dei fondi pubblici o per truffare risparmiatori e cittadini. Lo scorso anno la Uif, l’unità di informazione finanziaria istituita presso la Banca d’Italia, ha ricevuto un 11% in più di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio o finanziamento al terrorismo (in gergo Sos) arrivate da banche, operatori finanziari, professionisti. Per un totale di oltre 162mila, trainate appunto da quelle degli istituti telematici su possibili frodi informatiche, segnala il direttore Enzo Serata: nel 2025 hanno riguardato circa 31.600 Sos. E in quell’ambito “si è osservato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per la creazione di documenti impiegati per l’apertura di rapporti a distanza, modalità che presenta rilevanti rischi a carico degli intermediari in presenza di non efficaci meccanismi di controllo interno”.

In parte sono anomalie rilevate in maniera automatica dai sistemi dei segnalanti che poi si rilevano incomplete o errate. E una segnalazione trasmessa alle forze di polizia e alla magistratura non indica automaticamente un reato. Ma si tratta di una parte importante delle indagini ad esempio nei casi di corruzione di politici (le cui operazioni finanziarie sono sottoposte a paletti più stringenti) che, rileva il direttore, ricorrono a “schemi operativi complessi” utilizzando familiari, professionisti compiacenti e conti esteri per occultare l’appropriazione di risorse pubbliche o la corruzione. Per questo la Uif chiede a chi deve segnalare “maggiore attenzione” a banche, operatori e notai “nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono” a chi deve segnalarli specie se si tratta di utilizzo di “risorse pubbliche”.

Ci sono poi altri fronti aperti di preoccupazione: lo sfruttamento sessuale di minori dove per pagare le piattaforme online che diffondono materiale illecito si usano le cripto e il finanziamento del terrorismo jihadista che la guerra in Medio Oriente ha rinfocolato, aumentando la propaganda volta a raccogliere fondi. Alla criminalità organizzata è collegato il 14% delle segnalazioni: allunga la sua ombra su appalti, energie rinnovabili e agevolazioni pubbliche come le garanzie sui prestiti. Non aiuta il contributo risibile della pubblica amministrazione dalla quale arriva solo lo 0,3% delle segnalazioni totale. Serata non la cita ma è recente il caso di Banca Progetto, commissariata dalla magistratura dopo che l’istituto aveva erogato alla criminalità organizzata milioni di finanziamenti garantiti dallo Stato dovendo essere poi salvata da un pool di banche.

Il crimine, scandisce la Uif, “sfrutta in misura crescente piattaforme FinTech, criptoattività, Iban virtuali e circuiti criminali specializzati“, utilizza infrastrutture finanziarie transnazionali “per far perdere le tracce dei fondi ottenuti illegalmente”. A volte poi la truffa avviene in maniera più semplice sfruttando norme pensate per agevolare giovani e fragili come nel caso dei mutui con garanzia pubblica. Uno schema diffuso che prevede negli atti di compravendita “prezzi superiori a quelli effettivamente pattuiti tra le parti” grazie a documenti falsi redatti da soggetti del settore immobiliare e creditizio.

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Chat sessista tra dipendenti Atm, c’è un indagato. Perquisizioni e sequestri di cellulari a cinque persone

C’è almeno un indagato per accesso abusivo a sistema informatico nel caso della chat con commenti sessisti e immagini di donne rubate dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. Sono state effettuate cinque perquisizioni nell’inchiesta della Polizia locale, coordinata dalla Procura diretta da Marcello Viola. Ai cinque è stato, inoltre, disposto il sequestro del cellulare. Gli inquirenti devono stabilire quanti fossero i partecipanti, la data di creazione del gruppo e l’effettiva provenienza delle immagini.

L’attività scaturisce dalla denuncia di Atm alla Polizia locale, che l’ha poi trasmessa alla Procura di Milano, relativa all’uso improprio di immagini delle telecamere di bordo da parte di alcuni dipendenti. In parallelo l’azienda ha presentato un esposto al Garante della Privacy. La Polizia locale, secondo quando si apprende, sta procedendo anche al sequestro di cellulari e altro materiale informatico.

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Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce”

“Io francamente penso che siano stati fatti molti errori, ma il fascismo è un crimine, non è un’opinione“. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano, da Moni Ovadia, intervenendo sulla clausola antifascista introdotta dalla fiera “Più libri più liberi”.
L’intellettuale ha risposto punto su punto alle accuse di “censura” mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ribaltando la prospettiva: chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica, ma un presupposto di legalità repubblicana.
Ovadia esordisce con un paragone urticante per spiegare perché, a suo avviso, non si possa parlare di libertà di opinione quando si tratta del regime di Mussolini. “Il fascismo, come ha detto Gianfranco Fini, è un crimine assoluto. Allora non capisco che problema c’è nel firmare quella clausola”.

Per illustrare il concetto, l’artista ricorre a un’iperbole: “Se si chiedesse a qualcuno di dire che lui è contrario alla pedofilia e che lui pratica i valori del rispetto dei bambini, qualcuno direbbe qualcosa? No. La pedofilia non è un’opinione, è un crimine. Lo stesso è il fascismo. Dirsi antifascisti non è scontato, perché le destre italiane ancora si baloccano col fascismo. Cercano di infilarlo in tutti i modi. Uno dei modi sono le foibe“.
E spiega: “Le foibe sono state un crimine, vanno ricordate e vanno onorate le vittime. Ma le foibe sono il risultato dell’invasione fascista della Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 i nazifascisti, senza dichiarare guerra, hanno invaso la Jugoslavia, commettendo crimini efferati. Quindi – continua – l’onore ai morti delle foibe dovrebbe escludere gli ex fascisti, perché loro fanno parte dell’eredità dei responsabili delle foibe. E invece ne approfittano per riabilitare il fascismo e criminalizzare i partigiani, quelli che ci hanno restituito la libertà”.

Poi lancia una bordata al presidente del Senato, Ignazio La Russa, noto per conservare in casa un busto del Duce. Ovadia sottolinea il paradosso di chi ricopre cariche istituzionali pur mantenendo legami simbolici con il passato regime e richiama le sue origini ebraiche: “Io dovrei dire a La Russa: vedi Ignazio, tu tieni il busto del duce. Se avesse vinto lui, io sarei partito attraverso i camini. Abbiamo vinto noi e tu sei presidente del Parlamento. Che cazzo ti balocchi ancora con quella testa pelata? Mussolini tra l’altro era un vigliacco, che si è imboscato nei camion tedeschi per fuggire”.
Per questo motivo definisce l’iniziativa degli editori “perfettamente lecita perché il fascismo è bandito dalla nostra Costituzione. La nostra è una costituzione antifascista“.

L’artista critica aspramente anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso i simboli del ventennio in Italia, invocando il decoro degli spazi comuni e sostenendo che “piazze e strade non devono essere oggetto di rituali fascisti”.
E spiega: “Noi abbiamo ancora nei luoghi pubblici gazzarre inscenate a ogni occasione da fascisti e giovani che non sanno niente ma che sono attratti da motti fascisti come “onore al duce”, “camerata qua, camerata là”, “presente”. In Germania vieni punito, perché da noi no? I fascisti lavorano sotterraneamente per cercare di abilitare quell’epoca. Il fascismo è la supremazia dell’uomo forte, è razzista, è discriminatorio”.

Poi torna sulla decisione di Più libri, più liberi: “Uno può anche non essere d’accordo, però è lecito che loro lo abbiano fatto. La presidente del consiglio, che io pensavo fosse più lungimirante, è intervenuta parlando di censura. Perché? Perché dire che tu devi dichiarare il tuo ripudio di un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio, che ha assassinato, che ha fatto pulizie etniche e genocidi in Africa è una cosa che è censura?”.
E aggiunge: “Il professor Magris mi ha detto che ha avuto uno shock quando a Varsavia ha visto sfilare delle specie di milizie con la svastica al braccio. Bisogna far capire che è finita. Avete sentito le affermazioni antisemite in Fratelli d’Italia? Sono dentro in quel partito i fascisti“.
In chiusura, Ovadia demolisce qualsiasi residuo di fascino nostalgico verso la figura di Mussolini e ribadisce: “Poi facciano un po’ quel cazzo che vogliono. Non vogliono firmare il documento di Più libri, piùliberi? E non ci vadano. L’importante è che le loro gazzarre corporative le facciano nei circoli privati”.

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Accordo Usa-Iran, Trump: La cosa piì importante è che Teheran non abbia arma nucleare

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto hanno dato pieno consenso, garantendo forti poteri di controllo e non avranno armi nucleari che era il punto cruciale, perché probabilmente le avrebbero usate se le avessero avute. Se cercheranno di produrre o comprare armi nucleari, le conseguenze saranno estreme. Ma non lo faranno”, lo ha detto Donald Trump al G7 incontrando l’emiro de Qatar.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Von der Leyen al G7: Dobbiamo collaborare sulle materie prime critiche

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“Un tema chiave per il G7 di quest’anno è quello degli squilibri economici globali. Ciò significa che alcuni Paesi producono troppo e consumano troppo poco, e naturalmente accade il contrario. Queste dinamiche sono sempre più pericolose per la stabilità dell’economia globale. Dobbiamo collaborare per raggiungere una produzione adeguata di queste materie prime critiche, ed è per questo che stiamo lavorando con il G7 e altri paesi partner a un accordo sulle materie prime critiche”. Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, nel corso di una conferenza stampa a Evian, in Francia, a margine del vertice G7.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Rampelli a Soumahoro: Cerca l’inquadratura? Non siamo al cinema. Il siparietto in Aula

(Agenzia Vista) Roma, 16 giugno 2026
Siparietto in aula tra il Presidente di turno della Camera Rampelli e il deputato Soumahro, che attende di essere inquadrato prima di iniziare il suo intervento. Rampelli allora commenta: “Non siamo mica al cinema”. Soumahoro allora ha replicato: “Non sono mai stato attore, la battuta è impropria”.
Camera
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Adesione Ucraina all’Ue, Tajani: Aperto primo capitolo, ma non dimentichiamo i Balcani

(Agenzia Vista) Bari, 16 giugno 2026
“Ci vorrà tempo, noi stiamo aiutando Kiev a migliorare le proprie condizioni, anche a combattere la corruzione. Stiamo lavorando anche con la nostra Guardia di Finanza per esportare il nostro saper-fare. Questo significa che l’Ucraina potrà migliorare. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare i paesi dei Balcani, che sono già candidati. Albania e Montenegro sono pronti, altri stanno facendo passi positivi in avanti. Quindi, insieme all’Ucraina e alla Moldavia, dobbiamo seguire con attenzione i Balcani, che non vanno dimenticati, anzi toccherà prima a loro a far parte dell’Unione Europea e poi all’Ucraina”, così il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine dell’evento “Obiettivo Export: imprese e territori del Sud Italia verso la Conferenza Nazionale dell’Export”.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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“Incontro chiarificatore” tra Trump e Meloni. Lui la provoca: “Sono stato abbandonato”. Lei replica: “Siamo sempre stati amici”

Sedotto e “abbandonato”? No, Donald Trump e Giorgia Meloni sono “sempre stati amici”. Il G7 in corso a Evian, dove i leader stanno affrontando i principali temi di politica ed economia globale, è stata anche l’occasione per un nuovo contatto tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana. Il rapporto tra i due, ottimo fin da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca, si era incrinato quando l’Italia aveva deciso di negare supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz e, successivamente, quando si era esposta in difesa di Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Washington: “Sono scioccato, non vuole aiutarci nella guerra – aveva commentato Trump – Io inaccettabile sul Papa? Lei lo è”.

Nella cittadina Svizzera, però, il clima appare più disteso, complice anche l’imminente firma del memorandum d’intesa tra Usa e Iran, il primo passo verso la fine della guerra alla Repubblica Islamica che si era trasformata per Trump in un mare di sabbie mobili che rischiava di risucchiarlo. Così, mentre il leader americano stava parlando col cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha buttato lì una battuta notando che nel frattempo si stava avvicindo Meloni: “Sono stato abbandonato“. Così il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si è avvicinato a sua volta rivolgendosi alla premier italiana: “Siete di nuovo amici“, ha detto scherzando. Lei ha ribattuto: “Siamo sempre stati amici“.

Da quanto si apprende, però, c’è ben altro rispetto alle battute in pubblico. Fonti diplomatiche italiane fanno sapere che tra Meloni e Trump c’è stato un “incontro di chiarimento” senza “battute né scherzi”. Perché in fondo le cattive relazioni nuocciono a entrambi. All’Italia che aveva scommesso su una postura internazionale più sbilanciata su Washington che su Bruxelles e che, in caso di rottura, si troverebbe senza alleati di peso. A Trump perché il governo Meloni, dopo la fine dell’era Orbán in Ungheria, è quello con un minimo di peso rimasto tra gli Stati membri a poter rappresentare la posizione americana ai tavoli comunitari. In questo primo incontro, sostengono le fonti, non ci si è concentrati su singoli aspetti, ma ci si è limitati a un “utile scambio” nel corso del quale la premier italiana ha ribadito “quel principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”, principio chiarito “da entrambe le parti”. Nei momenti di pausa “ci saranno occasioni di approfondire ulteriormente”. E comunque, in futuro, sono previsti altri confronti.

Niente dichiarazioni pubbliche o esternazioni a effetto. Anzi, Meloni ha chiesto a Trump di mantenere buoni rapporti “senza lanciare segnali“, in maniera strategica. In questi mesi “c’era stata una certa chiarezza da parte di Meloni su alcune uscite pubbliche del presidente” Trump, in riferimento a quelle sul Papa, ed “è stato chiarito da parte di entrambi come è importante in questa fase il concetto di unità su cui” la premier “insiste sempre e crede realmente”.

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Hoepli, esposto penale a Milano sulla gestione prima della liquidazione: “È stata provocata”

C’è un esposto penale alla Procura della Repubblica di Milano sulla gestione prima della messa in liquidazione della storica casa editrice Hoepli, fondata nel 1870 dall’omonimo imprenditore svizzero Ulrico e finita in liquidazione a marzo. Lo ha presentato l’avvocato Andrea Mingione dello studio Pecorella, che assiste Giovanni Nava, attualmente socio minoritario ed erede di uno dei due rami della famiglia Hoepli. L’esposto contro ignoti, affermano plurime fonti vicine alla vicenda contattate dal Fatto, verte intorno a ipotesi di malagestio. Questa cattiva gestione, secondo il legale di Nava, sarebbe stata messa in atto nel tempo per consentire di arrivare a una “accelerazione” della messa in liquidazione dell’azienda, approvata il 10 marzo dagli azionisti del ramo di maggioranza della famiglia. La procedura è stata affidata alla liquidatrice Laura Limido.

Una nota diffusa dall’azienda a marzo, dopo l’assemblea degli azionisti che ha deciso la liquidazione, spiegava che “l’attenta valutazione, attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia”.

L’”accelerazione” indicata nell’esposto potrebbe essere collegata al giudizio sul quale il 24 giugno, la Cassazione dovrà pronunciarsi definitivamente proprio sulla causa civile avanzata da Nava che ha già ottenuto due successi in primo e secondo grado. Se la sentenza, legata alle norme che regolano il mandato fiduciario e a un ristoro parziale, dovesse dare ragione a Nava, quest’ultimo potrebbe salire nel capitale sino a conquistare la maggioranza. A oggi il capitale di Hoepli Spa è al 49,25 % in mano alla fiduciaria svizzera Sef (a sua volta detenuta da due fiduciarie con sede in Liechtenstein), di cui sono soci Ulrico Carlo Hoepli (morto qualche giorno fa) e i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara, il 13% è di Finedit (detenuta da Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli), il 33% di Giovanni Nava e 4,75% intestato alle persone fisiche Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli.

Se Nava vincesse in Cassazione gli verrebbero trasferite le azioni Sef che Bianca Hoepli, sua nonna materna, avrebbe dovuto ricevere in eredità dal fratello Gianni Enrico, che così aveva disposto, azioni che però finirono all’altro fratello Ulrico Carlo. Con la morte di Ulrico Carlo si sono chiuse anche le inchieste penali in Svizzera aperte da denunce di Nava e seguite da alcuni giudizi.

Nel frattempo la libreria Hoepli nel centro di Milano ha chiuso a fine maggio, dopo aver messo in vendita da metà mese quello che restava del magazzino dei libri con uno sconto del 50%. Una manifestazione di interesse per acquisire l’intera attività, avanzata nelle scorse settimane attraverso una scatola societaria dal gruppo Loro Piana, storica azienda italiana che opera nel settore dell’abbigliamento e dei tessuti di altissima gamma, non è stata presa in considerazione dalla liquidatrice per inidoneità. Dopo lunghe trattative svelate dal Fatto, invece, gli eredi del ramo della famiglia che controllano la maggioranza delle azioni dell’editrice il 15 aprile hanno firmato l’accordo di cessione a Mondadori del catalogo dell’editoria scolastica. La cessione è divenuta efficace il 30 aprile. Si tratta di una mossa che rimette in movimento un mercato che in Italia vale 800 milioni l’anno.

Anche la storica sede è in vendita. L’accordo prevede di cedere al prezzo di una ventina di milioni il palazzo della libreria, nel centro di Milano, di proprietà della società Sef del ramo di maggioranza della famiglia Hoepli, alla quale la Hoepli Spa e la libreria pagavano l’affitto. L’acquirente, un fondo immobiliare, comprerebbe anche l’edificio contiguo che fa angolo con Piazza Meda, disegnato dallo Studio Bbpr per la Chase Manhattan Bank e costruito tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, per realizzare un albergo di lusso.

A nulla sono valsi le proteste sindacali e i flash mob di dipendenti e lettori, come pure la raccolta di migliaia di firme a Milano e in tutta Italia, le pressioni del mondo culturale e politico milanese. Della novantina di dipendenti in attività prima della liquidazione alcuni si sono dimessi, quelli addetti al ramo libreria sono in cassa integrazione a zero ore, gli altri addetti al ramo editoriale continuano l’attività. Se non si troverà una soluzione industriale, Milano e l’Italia rischiano di perdere un patrimonio culturale inestimabile. Ora però l’esposto alla Procura e la sentenza della Cassazione potrebbero rimettere molti giochi in movimento. Il Fatto Quotidiano ha contattato Hoepli Spa, senza ottenere per ora risposta. La liquidatrice, avvocato Laura Limido, risponde che non è a conoscenza dell’esposto e dei suoi contenuti che quindi non può commentare.

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TREVISO, INCENDIO IN UNA SCUDERIA DELL’IPPODROMO: MORTI SEI CAVALLI

Un incendio divampato per cause ignote in una scuderia dell’ippodromo “Sant’Artemio”, di Treviso, ha provocato questo pomeriggio la morte per soffocamento di sei cavalli. Il bilancio – riporta Ansa – è provvisorio perché i Vigili del Fuoco sono ancora sul posto impegnati ad estinguere il rogo e non è escluso che nel box si trovino altri animali. Parte della struttura, al cui interno si trovava una grande quantità di paglia, è crollata.

(Foto di repertorio)

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Tensione nel Canale della Manica, una fregata russa spara colpi d’avvertimento contro uno yacht: Londra apre un’indagine

Tensione nella Manica: la fregata russa Admiral Grigorovich ha sparato colpi di avvertimento in direzione di uno yacht civile britannico che si era avvicinato a circa 500 metri dalla nave, secondo quanto riportato dai media britannici. “Stiamo indagando sulle notizie relative a un incidente avvenuto nella Manica”, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa britannico, citato dai quotidiani Telegraph e Guardian. L’incidente sarebbe avvenuto circa 20 miglia nautiche a sud dell’Isola di Wight, al di fuori delle acque territoriali britanniche, riferiscono i due quotidiani. Non sono stati segnalati feriti né danni, e lo yacht ha proseguito la sua traversata della Manica.

 Un’imbarcazione del pattugliatore d’altura HMS Tyne si è recata a bordo dello yacht per raccogliere informazioni e verificare la sicurezza degli occupanti. Nel pomeriggio di ieri, questo pattugliatore della Royal Navy, insieme all’HMS Mersey della stessa classe River, aveva seguito la fregata russa attraverso la Manica prima che venissero sparati i colpi di avvertimento. Domenica, per la prima volta, forze speciali britanniche hanno abbordato e intercettato, sempre nella Manica, la petroliera russa Smyrtos, appartenente alla cosiddetta “flotta ombra” e soggetta a sanzioni europee.

Negli ultimi mesi, la marina francese ha effettuato diverse operazioni di questo tipo contro petroliere russe, con l’obiettivo di privare la Russia delle entrate petrolifere che contribuiscono a finanziare la guerra in Ucraina. Tuttavia, fonti militari hanno dichiarato al Guardian che l'”incidente isolato” di martedì non sarebbe collegato a quell’abbordaggio. Da diverse settimane, la fregata Admiral Grigorovich, una nave da guerra di circa 4mila tonnellate equipaggiata con un cannone da 100 mm e missili da crociera Kalibr, scorta alcune navi commerciali, anche se la marina russa non dispone di un numero sufficiente di unità per estendere questa missione su larga scala. Entrata in servizio nel 2016, la fregata appartiene alla flotta russa del Mar Nero, ma si trovava nel Mar Mediterraneo al momento dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Da allora, poiché la Turchia ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la nave ha la propria base nel Mar Baltico.

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“Al lavoro per cambiare l’Italia”: i leader del campo largo postano una foto. E lanciano due eventi di piazza a luglio

“Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. I leader di Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra lanciano l’assalto al governo, postando in contemporanea sui rispettivi profili Instagram una foto che li ritrae seduti allo stesso tavolo: martedì Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono incontrati in un locale vicino alla Camera per iniziare il percorso di avvicinamento alle Politiche. I due appuntamenti di luglio, a quanto si apprende, consisteranno in iniziative pubbliche per elaborare un programma condiviso: l’organizzazione è in divenire, ma l’idea è quella di organizzare due incontri in piazza aperti ai cittadini, in una città del Nord e una del Sud.

A spiccare nella foto, però, è soprattutto un’assenza: quella di Matteo Renzi, il leader di Italia viva che da tempo ormai si è auto-incluso nel “campo largo” di centrosinistra. Tanto che Carlo Calenda, suo ex “gemello diverso” nel fu “Terzo polo”, ironizza: “Ma Renzi era sotto il tavolo?”. Dal centrosinistra, però, respingono le letture dirtrologiche: il perimetro della coalizione, si specifica, è destinato ad allargarsi quando le varie forze che si muovono al centro si saranno organizzate. Nel frattempo i sondaggi sorridono: secondo l’ultima rilevazione Swg, l’alleanza Pd-M5s-Avs-Iv otterrebbe il 45,9% dei consensi, mentre il centrodestra si fermerebbe al 41,8%. Decisivo, però, il 5,3% accreditato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che potrebbe ribaltare il risultato entrando nella coalizione di governo.

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Ungheria, il Parlamento approva la “norma anti-Orbán”: stop a più di due mandati da premier

Péter Magyar smantella il sistema Orbán: approvato il limite ai mandati

È stata approvata dal Parlamento ungherese la cosiddetta “norma anti-Orbán”, la revisione costituzionale che impedisce a un primo ministro di ricoprire l’incarico per più di due mandati. La misura era stata fortemente sostenuta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader di Tisza e attuale premier Péter Magyar.

Per il via libera era necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi, facilmente raggiunta grazie ai numeri della coalizione di governo: il testo è passato con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati i deputati di Fidesz, il partito guidato da Viktor Orbán. Ora manca soltanto la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex premier. Magyar ne ha già chiesto le dimissioni, senza successo, ma non si prevedono ostacoli all’entrata in vigore della riforma.

La norma viene definita “anti-Orbán” perché introduce il limite di due mandati complessivi per il capo del governo, anche non consecutivi, calcolati a partire dal 2 maggio 1990. Una disposizione che comprende quindi tutti e tre i mandati svolti da Orbán, alla guida del Paese dal 1998 al 2002 e successivamente dal 2010 al 2016. 

“Nessuno — ha affermato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito”. Si tratta di una misura senza precedenti in Europa per la figura del primo ministro, mentre limiti analoghi esistono per altre cariche, come la presidenza francese. La riforma ha suscitato forti polemiche: Fidesz la considera una “riforma illegale” perché “retroattiva”.

Una contestazione respinta da Márton Melléthei-Barna, parlamentare di Tisza e coautore della modifica costituzionale: “la riforma — ha dichiarato — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati”. Non tutti gli esperti di diritto costituzionale, tuttavia, ritengono inattaccabile l’impianto giuridico della misura.

La riforma riguarda anche lo stesso Magyar, che potrà restare alla guida del governo al massimo fino al 2034. “L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dal popolo è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni”.

La revisione costituzionale interviene inoltre su due pilastri del cosiddetto sistema Orbán. In primo luogo prevede l’abolizione delle “fondazioni di interesse pubblico”, organismi spesso guidati da figure vicine a Fidesz, finanziati con risorse statali e considerati da molti osservatori centri di potere sottratti al controllo pubblico. Il provvedimento impone anche il ritorno allo Stato dei beni detenuti da tali strutture.

Tra le organizzazioni coinvolte figura il Matthias Corvinum Collegium, considerato uno dei principali laboratori culturali dell’orbánismo, punto di riferimento per la destra radicale europea e per l’universo Maga statunitense nel continente.La riforma apre infine la strada alla soppressione dell’“Ufficio per la protezione della sovranità”, istituito durante i governi Orbán e accusato dai critici di essere stato utilizzato per colpire Ong e realtà considerate ostili al potere. 

Resta invece il principio della “protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana”, introdotto nella Legge fondamentale nel 2023, che diventa però una responsabilità attribuita a tutti gli organi dello Stato, eliminando il riferimento a un “organo indipendente”. Secondo Magyar, in questo modo “mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia”.

Parallelamente, il Parlamento ha approvato anche un pacchetto di riforme richieste dall’Unione europea per favorire lo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Le misure riguardano la trasparenza patrimoniale, il rafforzamento dell’autorità anticorruzione, le regole sugli appalti pubblici, la gestione dei beni di interesse collettivo e il contrasto alle frodi legate ai finanziamenti europei.

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Bowie a Berlino: nove punti per capire una metamorfosi

Torno a incontrare Lorenzo Coltellacci e Mattia Tassaro, autori delle graphic novel sui Joy Division e sui Cure per Feltrinelli Comics. Questa volta i ragazzi si confrontano con David Bowie, in uno dei momenti più fragili e decisivi della sua esistenza. L’artista arriva a Berlino per sparire. Lascia Los Angeles, la cocaina, il personaggio che aveva costruito. Si rifugia in una città tagliata in due dal Muro. È lì che nascono Low, Heroes e Lodger: tre dischi che cambiano il linguaggio della musica moderna.

Ne è nata una conversazione che restituisco nei consueti nove punti di questo blog che di recente ha compiuto quindici anni. Cominciamo!

1. Los Angeles, la cocaina, il personaggio diventato gabbia, una creatività che gira a vuoto. David ha bisogno di sparire, e sceglie il posto più lontano che riesce a immaginare: non geograficamente, ma emotivamente. Berlino è fredda, spigolosa, divisa da un muro. È l’opposto esatto di Hollywood. “Bowie doveva andare oltre il muro che aveva costruito attorno a sé, con le sue maschere” dice Lorenzo, “Berlino è una città fantasma, dicotomica, eppure piena di possibilità per chi vuole cercarle, come David. Una tabula rasa. Da qui parte la nostra storia”.

2. Sono anni in cui Bowie è al culmine della popolarità, eppure le pagine restituiscono la frattura interna: il successo come trappola, non come traguardo. Per il periodo losangelino Mattia sceglie un tratto pop e colori iper-saturi, da Berlino in poi “il segno diventa nervoso, compaiono ombre pesanti e una tavolozza più fredda. Volevo che il lettore sentisse il peso di quelle maschere prima ancora che lui decidesse di togliersele”. I colori sono una lettura nella lettura.

3. Lasciata Los Angeles, David ritrova il suo entourage allo Château d’Hérouville in Francia. È il primo atto del cambiamento, definito graficamente dalla carta dei tarocchi il Matto. La Francia è una piccola parentesi, il preludio a Berlino: Era già stato lì con Iggy per registrare The Idiot. Mattia aggiunge che ogni capitolo del fumetto si apre con una carta dei tarocchi come chiave simbolica, e che per questo passaggio “non poteva esserci carta più perfetta del Matto. È la carta zero: non è né l’inizio né la fine, è il potenziale puro, il nulla che contiene tutto”.

4. La storia è dinamica e si sviluppa intorno alle speranze di un artista in crisi profonda, che non sa ancora cosa Berlino potrà dargli, ma sente di dover restare lì. Le tavole alternano scelte cromatiche nettamente contrastanti. Mattia spiega che per l’artista, quella è la Berlino Ovest povera ma sexy: “un harem brulicante di arte, musica e vita che pulsa nonostante la città sia tagliata in due. Un luogo spezzato dove lui può finalmente ritrovare unità”. La città lo riceve come solo sanno fare i posti che non chiedono niente.

5. I testi sono speculari alle immagini, tutto viaggia in parallelo. A Lorenzo domando quanto i testi delle canzoni abbiano guidato la realizzazione del fumetto. Le biografie sono risultate fondamentali, ma per immergersi nella sua testa, è stato fondamentale studiarne i testi: “sono catartici, gli servono per liberarsi e guardarsi dentro. Low, Heroes, Lodger non sono tre dischi: sono la cronaca di un uomo che si riassembla pezzo per pezzo”.

6. Un fumetto su Bowie impone scelte drastiche, come restituire in 128 pagine tre anni densissimi. Lorenzo ammette che non è stato semplice, ma il limite lo ha aiutato a selezionare l’essenza di quegli anni. Mattia invece non ha avuto la sensazione di aver sacrificato niente: “ogni tavola sembrava finire esattamente dove doveva stare. Come se il fumetto si fosse composto quasi da solo”. Due punti di vista opposti, forse la differenza tra chi costruisce con le parole e chi con le immagini.

7. Graficamente, la città è stata restituita privilegiando le atmosfere spoglie, le prospettive sghembe, i quartieri di Schöneberg e Kreuzberg, gli studi Hansa vicino al confine. “Niente cartoline turistiche” dice Mattia, “volevo quel senso di freddezza, di pericolo e al tempo stesso di possibilità che David ha trovato lì. Il tratto si fa più essenziale, i colori desaturati, con improvvisi squarci di luce quando entra la musica. È una città che respira insieme a lui”. Chi conosce Berlino sa che è esattamente così.

8. Iggy Pop e Brian Eno entrano nella storia come comprimari. Chiedo come sia stata gestita la loro presenza. “Non si può raccontare Bowie senza quei due” dice Lorenzo, “ma nemmeno senza Visconti, Fripp e Alomar“. Il vero filo narrativo, però, è stato il figlio Zowie: “tanto per lui, che doveva ritrovare sé stesso, quanto per noi, che ci ha indicato una narrazione da seguire”. Della serie: i padri si ritrovano nei figli, anche quando sono rockstar.

9. Il fumetto si chiude su Lodger: movimento, partenza, identità ancora instabile. Una storia così può davvero avere un finale? “Non credo che la storia di Bowie possa dirsi mai veramente finita” dice Lorenzo, “ne stiamo ancora parlando oggi, come se lui fosse ancora qui”. “Forse questo è l’ultimo capitolo della nostra trilogia, o forse è solo l’inizio di qualcosa che ancora non ha nome” aggiunge Mattia. Lodger è un addio che assomiglia a una partenza. Come successe al Duca Bianco e come ci piace credere succederà a Lorenzo e Mattia.

Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica. È lì che il blog vola davvero. Lì il dibattito sfreccia, cambia binario, spesso deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori.

Buon ascolto e buona lettura.

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“Fossa comune per la tua famiglia”, “Zo**ola, muori”: duello di insulti ricevuti online tra Bakkali e Ravetto. Il faccia a faccia in Aula

Il dibattito parlamentare sulla remigrazione scivola in un abisso di violenza verbale che trasforma l’Aula della Camera in un crudo proscenio dell’odio digitale. Protagoniste dello scontro sono le deputate Ouidad Bakkali del Pd e Laura Ravetto di Futuro Nazionale, che hanno brandito in un acceso faccia a faccia gli insulti ricevuti sui social.
L’intervento di Ouidad Bakkali è iniziato leggendo il bollettino di commenti offensivi a un suo post sulla manifestazione dei vannacciani per la remigrazione. La deputata ha dato voce a una selezione dei 13.500 commenti: minacce dirette come “Fossa comune per te e la tua famiglia”, “Ti aprono come una mela” e l’invito brutale a “spararsi”.

Il passaggio politico più tagliente è stato rivolto ai sostenitori di Vannacci, definiti con “soldati di pezza” di un leader “accecato dal testosterone”. La deputata dem denuncia che il clima di odio razziale, alimentato da epiteti come “Beduina”, “Scimmia”, “Mao Mao” o dagli incitamenti alla “Disinfestazione”, è il risultato di una strategia che aizza “i penultimi contro gli ultimi”, colpendo donne, immigrati e la comunità Lgbt.

Laura Ravetto ha replicato con la stessa moneta per dimostrare come la violenza verbale non abbia colore politico. L’ex leghista ha esposto il proprio catalogo dell’orrore, citando insulti personali come “Cocainomane” e “Zoccola”, ma denunciando soprattutto gli attacchi che hanno preso di mira la sua sfera materna: “Tua figlia si deve vergognare” e “Pagliaccia, hai pure una figlia”.
La deputata ha descritto i commenti ricevuti dai propri oppositori come la “ciliegina su una torta di m**”**, accusando la sinistra di incoerenza: “Quando chiedete rispetto, dovete darlo prima”.
Per Ravetto, il dibattito non dovrebbe ridursi a una “gara a chi è commentato peggio”, ma focalizzarsi sulla sicurezza reale delle donne che “hanno paura di essere stuprate nelle strade” e sulla protezione delle spose bambine.

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Trump: “Dopo l’Iran, lavoreremo sulla pace in Ucraina” – Dietro il Sipario – Talk Show



Resta il nodo Israele-Libano mentre cresce l’attesa per la firma ufficiale in presenza dell’accordo tra Stati Uniti e Iran già siglato digitalmente; nel frattempo il presidente americano Donald Trump al G7 in Francia allenta le tensioni con gli alleati europei e fa sapere che Washington vuole rinnovare gli sforzi diplomatici per la risoluzione del conflitto russo-ucraino. Ne parliamo con Roberto Quaglia e Bruno Scapini

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Campo largo, primo incontro tra i leader. Il messaggio sui social: “Segnatevi queste due date, 8 e 15 luglio”

Due vertici del campo largo, l’8 ed il 15 luglio. Lo annunciano sui sociali i leader di Pd, M5s, Avs: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli: “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. Scrivono i leader postando una foto che li ritrae insieme.

Il post pubblicato sui social

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A parlare di campo non largo, ma aperto anche l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate e fondatore del movimento ‘Più uno’, Ernesto e Maria Ruffini. “È evidente che Più Uno non si limiterà a una mera testimonianza politica. Vogliamo dare un contributo a un contenitore che chiunque insieme a noi può contribuire a formare. Con una premessa importante: deve essere in grado di allargare la proposta politica, altrimenti non vale la pena. Vogliamo trasformare il campo largo in un campo aperto“.

“Oggi – aggiunge – abbiamo comitati in tutte le province italiane. Io non mi riconosco in una politica di centro: sono di centrosinistra. In ogni caso bisogna aspettare di conoscere quale sarà la legge elettorale che accompagnerà gli italiani al voto per fare qualunque valutazione. Vincere le elezioni non è sufficiente: la vera questione è sapere dove si sta andando, qual è la visione? Non significa un elenco di provvedimenti bandiera in cui ciascuna forza politica si ritrova per richiamare una sorta di identità politica comune, che però non forma alcuna visione di paese”.

“In questi quattro anni e mezzo di governo – prosegue Ruffini – si può imputare al centrodestra di aver realizzato ben poco, al di là di una buona narrazione, ma negli stessi quattro anni e mezzo c’è stata un’opposizione che, arrivati al giugno 2026, si riduce a immaginare l’esigenza di un tavolo attorno al quale sedersi, ma che, a partire dalla politica estera, non sa offrire alcuna idea alternativa di paese”. “La domanda – aggiunge parlando della patrimoniale – da cui partire non è se sia giusto chiedere di più a chi ha di più. La Costituzione ha già risposto con capacità contributiva e progressività. La domanda è se il nostro sistema fiscale rispetti davvero quel principio. Oggi l’aliquota marginale massima del 43 per cento scatta già oltre i 50 mila euro e il sistema non distingue più tra chi guadagna 50 mila e chi guadagna 500 mila o 50 milioni. È ragionevole? A cosa dovrebbe servire l’eventuale gettito?”, conclude Ruffini.

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Sinner si prepara a difendere il titolo a Wimbledon e torna sull’erba: niente Halle, ma test a Hurlingham

Jannik Sinner prepara Wimbledon senza passare da Halle. Dopo gli allenamenti a Montecarlo, il campione in carica tornerà sui prati da mercoledì e userà l’esibizione di Hurlingham per misurare condizione, ritmo e feeling con l’erba prima dello Slam londinese.

A Hurlingham il primo controllo sul tennis da erba prima dello Slam londinese

Jannik Sinner riparte dall’erba, ma non giocherà un torneo ufficiale prima di Wimbledon. Il piano era già stato scelto da tempo e non è cambiato dopo l’uscita al secondo turno del Roland Garros, arrivata al termine di settimane di partite, viaggi e successi che lo hanno consumato sul piano fisico e mentale.

Il campione in carica dei Championships resterà fino a domani al Country Club di Montecarlo. Poi il passaggio sui prati, tra mercoledì e giovedì, per iniziare la vera preparazione londinese. Niente Halle, quindi. Il primo controllo sarà al Giorgio Armani Tennis Classic, in programma dal 23 al 27 giugno all’Hurlingham Club, dove saranno presenti anche Flavio Cobolli e Luciano Darderi.

Per Sinner sarà una prova senza punti in palio, ma con avversari validi e condizioni utili per ritrovare appoggi, tempi di reazione e soluzioni rapide. L’erba resta la superficie sulla quale ha giocato meno e quella che più di tutte gli ha chiesto adattamenti. Il suo tennis, nato sulla solidità da fondo e cresciuto sul cemento, ha dovuto aggiungere variazioni, servizio più incisivo e maggiore disponibilità alla rete.

Il passaggio che ha orientato una parte di questo lavoro risale a Wimbledon 2022. Nei quarti contro Novak Djokovic, Sinner andò avanti due set prima di subire la rimonta del serbo. Da quella partita arrivarono indicazioni che il suo staff non ha dimenticato. Darren Cahill ha raccontato il confronto avuto con Djokovic: “Mi spiegò che il gioco di Sinner aveva bisogno di più varietà, dicendomi che avrebbe dovuto migliorare al servizio e essere più imprevedibile in campo. Le sue parole sono state molto preziose. Ovviamente eravamo già al corrente degli aspetti del gioco in cui Jannik dovesse fare progressi, tuttavia ascoltare il pensiero di una leggendo come Nole ci ha fornito una prospettiva differente. Nel complesso mi sento di dire che Djokovic è stato molto utile anni fa, assicurandosi che stessimo apportando le giuste modifiche al gioco di Sinner”. Da lì il lavoro con Simone Vagnozzi e Cahill è diventato sempre più specifico. Sinner non ha mai nascosto quanto l’erba gli chiedesse qualcosa di diverso, soprattutto nei movimenti. Alla vigilia di Wimbledon 2023 spiegò così il suo rapporto con la superficie: “Non è facile trovare subito il feeling con gli appoggi, devi adattarti ogni giorno”.

Nel 2024, però, arrivarono i primi risultati concreti. Sinner vinse a Halle il suo primo titolo sull’erba e poi raggiunse i quarti di finale a Wimbledon, dove si fermò contro Daniil Medvedev in una partita condizionata anche da un malore. Il passo successivo è arrivato l’anno dopo, con un approccio ormai più sicuro e aggressivo. Prima del torneo disse: “Ora arrivo sull’erba con fiducia. È una superficie dove sento di poter esprimere un tennis super aggressivo”.

Quel Wimbledon si è chiuso con la finale vinta contro Carlos Alcaraz, dopo il primo set perso e una rimonta gestita con lucidità. Ora Sinner ci torna da campione in carica. La preparazione sarà più breve nei tornei, ma non nel lavoro. Hurlingham servirà a capire quanto in fretta il suo tennis riuscirà a rimettersi in assetto da erba.

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Persecuzione degli omosessuali in Senegal: solo la Francia in Ue si è espressa contro questa violazione dei diritti umani

Avrei tifato volentieri per il Senegal, come avevo fatto (inconsapevole) nella finale di Coppa d’Africa lo scorso gennaio. Ma dopo tutto quello che ho letto e saputo, è impossibile. In Italia si sa poco di questo, perché le notizie e i testi in proposito sono praticamente tutti in lingua francese. Cliccando sulle notizie riguardanti la persecuzione degli omosessuali in corso in Senegal il mio algoritmo è diventato ultrasensibile e sono ahimè informatissimo. Anche per questo mi sono deciso a organizzare un incontro che si svolge venerdì 19 giugno dalle 18 in corso Garibaldi 27 a Milano.

L’onda omofoba in corso è travolgente in ex Urss, in Turchia, in Africa Occidentale ma soprattutto in Senegal. Ci costringe a fare i conti con questioni che pensavamo superate. Altro che diritto di famiglia… ci tocca discutere su “i maggiorenni consenzienti sono liberi di toccarsi tra loro come vogliono in privato?”. Per la legge senegalese (prontamente imitata dal Niger che non ce l’aveva) sono atti contro natura, minimo 5 anni di carcere.

Nel mondo interconnesso il confronto è diretto, su Facebook omofobi senegalesi litigano con noi in italiano. Se Europa e Africa sono ambiti connessi, in questo momento importiamo omofobia più di quanto esportiamo libertà.

Il Senegal oggi è un laboratorio repressivo straordinario. Nella prima metà dell’anno si raggiungono i 300 arresti, non risultano assoluzioni o liberazioni. Gli atti sessuali contro natura vengono imputati senza testimonianze concrete. Bastano comunicazioni languide lasciate nei telefoni. L’accusa di atti contro natura viene utilizzata continuamente, persino in casi di “videochiamate erotiche”. In passato, e in altri paesi dove sono in vigore leggi analoghe, non si procedeva senza testimoni oculari di atti sessuali. O meglio: gli avvocati riuscivano a difendere in questo modo gli imputati. Nell’ondata repressiva in corso questo non accade. Nelle decine di articoli che ho letto, solo in un caso è uscita la dichiarazione dell’imputato che nega e chiede che i suoi atti vengano provati.

E’ invece impressionante la quantità di casi in cui gli arrestati ammettono i rapporti sessuali, li raccontano e denunciano quelli che sono stati i loro partner. In molti di questi casi la polizia giudiziaria è risalita o risale ai partner analizzando le memorie dei telefoni cellulari. Ma incredibilmente l’ arrestato-imputato conferma e addirittura in molti casi fa altri nomi. Perché? Domanda ingenua. Non è previsto uno sconto di pena per chi denuncia “complici”. Non resta che pensare a torture o cose del genere.

L’altro elemento caratteristico di questa ondata repressiva è l’accusa di contagio volontario del virus Hiv. In quasi tutti i casi compare. E sempre compare quando l’arrestato è sieropositivo. La polizia non sta neanche ad analizzare se e come il sieropositivo si stesse curando. Nell’intervista a France24 del 15 giugno il presidente del parlamento senegalese Sonko rivendica questo aspetto: “la stampa occidentale sottovaluta il fatto che ci stiamo difendendo dall’Hiv”. In realtà credo non si sia mai visto al mondo un simile abuso del concetto di “contagio volontario”.

Atti contro natura senza testimoni, inspiegabili chiamate in correità, criminalizzazione dei sieropositivi. Il “modello” Senegal va al di là dell’omofobia di Stato e di qualunque anche ristretta concezione dei diritti umani. Certo, l’abbiamo capito, ci è stato ripetuto fino alla nausea, non possono essere i bianchi a imporre la libertà agli africani. Ma sono africane anche le vittime di una persecuzione insensata di fronte alla quale non possiamo tacere perché non è così lontana.

La Francia è l’unico paese europeo ad avere apertamente preso posizione contro questa violazione dei diritti umani. In Francia Stop Homophobie e altre associazioni si stanno muovendo per alleviare le sofferenze delle persone Lgbt senegalesi costrette alla clandestinità e all’esilio o alla prigione. Sappiamo che le seconde generazioni francesi vivono sentimenti contraddittori ma è sulle loro aperture che vogliamo contare. Forza Francia, allez les bleu!

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Sinner arriva anche nello spazio: un asteroide porta il suo nome. “È un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni”

Pensavate che Jannik Sinner non potesse andare oltre la posizione numero uno del ranking Atp? E invece sì, perché il tennista azzurro è arrivato addirittura nello spazio. Non in senso letterale, ovviamente, ma grazie a un riconoscimento decisamente particolare: il Working Group Small Bodies Nomenclature (WGSBN) dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) ha ratificato l’assegnazione del nome del campione italiano a un asteroide del sistema solare, inserendo la decisione nel bollettino ufficiale WGSBN Bulletin V006_009.

L’iniziativa porta la firma del team scientifico composto da Fabrizio Bernardi, scopritore del celebre asteroide 99942 Apophis, e Maura Tombelli, astronoma italiana e direttrice dell’Osservatorio di Montelupo Fiorentino (Firenze). L’asteroide, che da oggi si chiamerà ufficialmente (120097) Janniksinner, è un corpo celeste che orbita nella fascia principale tra Marte e Giove, scoperto il 10 marzo 2003 all’Osservatorio di Campo Imperatore.

“Abbiamo voluto dedicare questo asteroide a Jannik Sinner non solo per i suoi straordinari successi sportivi, che stanno portando l’Italia sul tetto del mondo del tennis, ma anche per i valori di resilienza, correttezza e assoluta dedizione che esprime sul campo e fuori – dichiarano Bernardi e Tombelli – Come una stella cometa o un corpo celeste fisso, Sinner rappresenta un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni. Da oggi, la sua grandezza è scritta anche tra le stelle”.

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Un accordo non basta, ma è un buon punto di partenza. Il caso Iran e il G7 secondo Politi

Bene Pakistan e Qatar all’interno del memorandum tra Usa e Iran, ma non ci si dimentichi della denuclearizzazione del Medio Oriente. Lo dice a Formiche.net Alessandro Politi, direttore della ⁠Nato Defense College Foundation mentre si svolge il G7 a Evian.

Il memorandum fra Iran e Usa è un punto di arrivo o un punto di partenza?

È un punto di arrivo perché dovrebbe risolvere la crisi dello Stretto, far scendere i prezzi di petrolio e gas che stanno colpendo seriamente tutti i Paesi sviluppati, inclusi gli Stati Uniti. È un punto di partenza perché è chiaro che ricostruire una sicurezza più stabile nel Golfo richiede dei negoziati che non si possono ridurre a una sessantina di giorni, soprattutto sul nucleare e sulle questioni missilistiche. Ciò richiede naturalmente di affrontare per tempo un problema come la denuclearizzazione del Vicino Oriente. È una proposta egiziana da molto tempo, ma è una proposta sensata prima che succeda quello che potrebbe non essere evitabile, cioè una proliferazione nucleare. Quindi è una questione chiaramente politica non è soltanto unilaterale ma è multilaterale. Però è una cosa che adesso è arrivata a maturazione visto che siamo arrivati a cinque guerre del Golfo dal 1980 a oggi. Mi sembra che ci siano gli elementi per affrontare questo problema in modo serio e non ideologico.

In questo senso il contributo del G7 quale può essere?

Il G7 è un foro di discussione e concertazione tra i sette Paesi più industrializzati e forse bisognerebbe anche includere in queste discussioni il G20, dove per esempio ci sono Arabia Saudita Spagna come ospiti permanenti. Perché dico questo, perché chiaramente tali centri di discussione non prendono delle decisioni operative però servono a preparare un consenso tra i diversi Paesi che come abbiamo visto non è facile da raggiungere. Si tratta di un consenso che è stato messo a dura prova in questi mesi quindi può dare un contributo positivo soprattutto se questi sette Paesi troveranno una linea comune su una serie di compromessi.

Invece il ruolo di Qatar e Pakistan come si legherà quando le armi si fermeranno per davvero?

È un fronte molto interessante perché il Pakistan e il Qatar hanno una serie di interessi comuni, ma aggiungerei un altro attore molto importante da includere come l’Oman, un attore che è molto poco visibile ma ha una grande funzione di prevenzione delle crisi nell’area, soprattutto con l’Iran. Come è noto, il Pakistan è il Paese della bomba islamica e come sappiamo il Qatar ha una linea politica molto chiara legata all’islamismo politico dei Fratelli mussulmani. Allora che ci siano questi due Paesi che abbiano mediato o aiutato a trovare un punto d’incontro tra Iran e Stati Uniti significa che anche lì bisogna rivedere gli schemi che hanno segnato la collaborazione interna ed esterna del Vicino Oriente del Golfo in modo da capire che a volte alcuni Paesi considerati più problematici sono quelli che poi offrono delle soluzioni.

La proposta giapponese a Roma di creare una riserva comune di terre rare è la risposta anche a un’UE che cerca soluzioni nuove, possibilmente valide, su industria, difesa e geopolitica?

È una soluzione di buon senso, ma quanto sia fattibile nel dettaglio tecnico è un’altra cosa. Perché noi ci dimentichiamo che il problema delle terre rare come dipendenza eccessiva dalla Cina non è un problema di possesso di queste terre, ma di raffinazione di queste terre. Per cui la Cina ha delle capacità che ha pagato anche ecologicamente a caro prezzo, ma che per ora non hanno pari. E comunque si tratta di un passo nella direzione giusta per un mercato più equilibrato e meno soggetto poi a rischi geopolitici.

Il G7 con playlist e cena a Versailles è il tentativo macroniano di allentare la tensione?

Penso che questa sia una possibilità per creare un’atmosfera più positiva. È chiaro che gli interessi possono restare convergenti o divergenti, però un’atmosfera più distesa permette anche umanamente poi di trovare degli accomodamenti che sono meno spigolosi. Penso che questo sia un onesto tentativo di fare in modo che ci sia una concordia di partenza in tempi molto più difficili.

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La pace in Ucraina dipende dalla pressione su Putin. Parola dell’ambasciatore Herbst

Il G7 di Evian riporta la guerra in Ucraina al centro dell’agenda, dopo settimane in cui la crisi iraniana l’aveva relegata sullo sfondo. Con i raid russi che non si fermano e un Trump pronto a “occuparsi” del dossier, resta aperta la domanda decisiva: c’è davvero spazio per una pace, e a quali condizioni? Formiche.net lo ha chiesto a John Edward Herbst, ex-ambasciatore Usa a Kyiv.

Con il conflitto nel Golfo che sembra avviarsi verso la fine,  l’Ucraina potrebbe tornare al centro del dibattito politico internazionale, almeno in Occidente? Anche Trump si è espresso in questo senso. Ma quelle del presidente sono solo parole o c’è altro?

Penso che Trump faccia sul serio quando afferma di voler raggiungere una pace per la guerra russa all’Ucraina. E credo che vi abbia dedicato molto tempo. Ma penso anche che finora non abbia compiuto i passi più importanti per arrivare a quella pace.

Quali sarebbero?

Il passo più importante è senza dubbio fare pressione sull’aggressore, sulla parte che si rifiuta di fare la pace. E se si ripercorrono gli sforzi di pace a partire dal marzo dello scorso anno, Zelensky ha già detto sì a cinque o sei proposte di pace avanzate da Trump. Putin, invece, ha detto no a ognuna di esse. Ed è vero che Trump ha finalmente esercitato una pressione seria su Putin lo scorso ottobre, quando ha sanzionato Rosneft e Lukoil. Ma da allora non ha fatto granché. Anzi, come tutti sappiamo, ha allentato le sanzioni sul petrolio russo in risposta alla crisi creata dalla guerra con l’Iran. E ricordiamoci che Putin non ha alcun desiderio di fare la pace. Farà la pace soltanto se si renderà conto di non poter vincere la guerra e che la pressione è troppo forte. Quindi Trump deve agire su questa consapevolezza. E finora non l’ha ancora fatto in modo davvero incisivo. Fatta eccezione per le sanzioni che ho già menzionato.

A questo proposito, le notizie dalla Francia parlano di un accordo dei leader su ulteriori sanzioni nel settore energetico a Mosca.

Molto bene. Anche perché abbiamo già visto che ci possono essere discussioni serie tra Trump e i leader europei. C’è stato quel vertice notevole alla Casa Bianca subito dopo il vertice di Anchorage con Putin, lo scorso agosto. E quello ha portato ad alcuni passi concreti che alla fine hanno condotto alle sanzioni contro Lukoil e Rosneft. Ma dobbiamo rivedere qualcosa del genere. Quindi spero che questo porti a quel risultato. E non lo escludo affatto perché, di nuovo, penso che Trump voglia davvero porre fine a questa guerra. Ma dobbiamo aspettare e vedere.

Poche ore prima dell’apertura del vertice del G7, la Russia ha lanciato l’ennesima ondata di attacchi, che ha colpito sia la capitale Kyiv sia Kharkiv, un’altra grande città. E abbiamo visto le immagini della chiesa ortodossa di Kyiv in fiamme. Possiamo leggere in questo attacco una sorta di segnale politico, oppure è stato solo un episodio come tanti altri in precedenza?

Non vedo nulla di nuovo. I russi bombardano i civili ucraini e le infrastrutture civili sin dalla riuscita controffensiva ucraina del 2022. Quindi è diventato qualcosa di normale. E naturalmente è la normalità dei crimini di guerra, perché di crimini di guerra stiamo parlando. Putin in qualche modo pensa che questo dirà al popolo ucraino che deve arrendersi alla sua aggressione, quando in realtà non fa che renderlo più arrabbiato. Sa, gli attacchi ucraini all’interno della Russia, che sono diventati molto più potenti, sono tutti rivolti a obiettivi militari legittimi, che si tratti di impianti di produzione o di esportazione di petrolio, di fabbriche di munizioni o di stabilimenti di droni. Cioè, non stanno bombardando deliberatamente la popolazione, non si sente parlare di centinaia di civili russi che muoiono a causa degli attacchi ucraini. Si sente invece parlare di azioni efficaci che indeboliscono l’esercito e l’economia di Mosca.

Anche se la guerra non è ancora finita, l’Unione europea ha avviato i negoziati formali per l’adesione con Kyiv (oltre che con  Chisinau). Possiamo vederlo come una dimostrazione di volontà da parte dei Paesi europei di assumere un ruolo più rilevante, oppure è soltanto l’inizio di un processo molto lungo che non porterà a nulla di concreto prima della fine della guerra?

Penso che gli europei abbiano reagito bene ai cambiamenti nella diplomazia della guerra. Quello che intendo è che Trump ha posto fine al sostegno economico americano all’Ucraina, il che a mio avviso è stato un errore, ma gli europei hanno intensificato il loro sostegno economico in risposta a ciò. Gli europei hanno anche compiuto quel passo positivo riguardo ai 90 miliardi di asset russi congelati, come modo per fornire sostegno economico all’Ucraina. Ora devono dimostrare la forza di intervenire sui restanti 210 miliardi di asset russi ancora sotto il loro controllo e di farli arrivare in qualche modo all’Ucraina. Inoltre, abbiamo visto una disponibilità molto più forte ad aumentare la spesa per la difesa in Europa, il che è positivo. E a questo si aggiunge una maggiore cooperazione nel campo della difesa tra l’Ucraina e l’Europa, anch’essa una cosa positiva. I fattori positivi sono dunque molteplici. E penso che rendano sempre più improbabile che Putin possa mai vincere questa guerra.

Il presidente Trump ha affermato che l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea rappresenterebbe per l’Ucraina una grandissima, forse la migliore garanzia di sicurezza che possa avere. E le altre garanzie di sicurezza, quelle “Nato-like” di cui si è discusso in passato? L’adesione all’Ue può davvero sostituirle?

Per quanto ne so ci sono stati negoziati seri tra Stati Uniti e Ucraina sulle garanzie di sicurezza. E persino Zelensky riteneva che le garanzie offerte dagli Stati Uniti fossero buone garanzie, voleva solo che durassero più a lungo. Non credo che quelle garanzie siano già state escluse dalle ipotesi sul tavolo. E penso che sarebbe un errore se lo fossero. Anche perché non credo che l’adesione all’Ue sia la migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina, neanche lontanamente. Ma penso che sia assolutamente nell’interesse dell’Europa, e assolutamente nell’interesse dell’America, che l’Ucraina resti un Paese libero, indipendente e sovrano. E in realtà la Nato sarebbe molto più forte se l’Ucraina ne facesse parte. Cosa che non accadrà finché il presidente Trump rimarrà alla Casa Bianca. Ha l’idea, per me sbagliata, che l’Ucraina non debba entrare nella Nato. Ma questo non significa che l’Ucraina non vi entrerà mai.

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Dolce & Gabbana a caccia di liquidità: sul tavolo gli immobili di Milano per rifinanziare 450 milioni di debito. L’ombra del “modello Kering”

Quando una grande società naviga in acque finanziarie complesse e i conti richiedono un intervento strutturale, la prima mossa dei manager incaricati del risanamento segue una regola economica ferrea: fare cassa vendendo il vendibile. La liquidazione degli asset immobiliari superflui, o di quelli che non garantiscono i rendimenti sperati, rappresenta la via più rapida per iniettare liquidità immediata nelle casse aziendali. È un copione finanziario consolidato, applicato di recente dal gruppo Kering che, sotto la guida di Luca De Meo, ha scelto di cedere il palazzo dei record in via Montenapoleone acquistato solo un anno prima. Oggi, sulla stessa scia strategica per alleggerire la pressione debitoria, si muove un altro colosso del lusso: Dolce & Gabbana.

L’ipotesi sale-and-leaseback per le sedi di Milano

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, che cita fonti finanziarie vicine al dossier, Dolce & Gabbana sta valutando attivamente la vendita di alcuni immobili di proprietà situati a Milano. L’obiettivo primario è generare nuova liquidità per sostenere il rifinanziamento di circa 450 milioni di euro di debito. Sebbene la lista esatta degli edifici da immettere sul mercato non sia stata ancora definita con precisione, l’operazione coinvolgerebbe diversi immobili di pregio, uffici e showroom situati nel centro città e nella zona di Porta Venezia. Per non perdere l’operatività delle proprie sedi, l’azienda starebbe studiando formule di sale-and-leaseback (vendita con patto di locazione): il gruppo cederebbe la proprietà degli immobili per incassare subito i capitali, pagando contestualmente un canone di affitto ai nuovi acquirenti per continuare a utilizzare gli spazi.

Il debito, l’advisor Rothschild e la crisi in Medio Oriente

La mossa immobiliare si inserisce all’interno di una trattativa più ampia e complessa con le banche finanziatrici, confermata dalla stessa casa di moda alcuni mesi fa. L’azienda, pur precisando di non avere bisogno di ricapitalizzarsi, ha affidato un mandato ufficiale all’advisor Rothschild & Co. per rinegoziare con un pool di istituti di credito le migliori condizioni per il debito in essere. Sul tavolo c’è anche la richiesta di nuove linee di credito per 150 milioni di euro, destinate a finanziare lo sviluppo della divisione beauty.

Il quadro finanziario si è complicato a causa di fattori geopolitici esogeni. Nel 2025, il gruppo aveva già rifinanziato 300 milioni di euro di debito con scadenza a febbraio 2030, ottenendo fondi per spingere il settore beauty e il real estate. Tuttavia, l’esplosione del conflitto armato tra Stati Uniti e Iran ha drasticamente alterato gli scenari. La guerra e i bombardamenti dell’ultimo mese hanno paralizzato il Medio Oriente, una regione storicamente ricchissima su cui il marchio italiano aveva puntato con forza. Questo rallentamento commerciale ha spinto i creditori a richiedere un’iniezione di nuovi fondi a garanzia del rifinanziamento da 450 milioni, rendendo la cessione immobiliare un’opzione concreta. In parallelo alle manovre finanziarie, si registrano movimenti anche ai vertici societari: il cofondatore Stefano Gabbana, 63 anni, ha lasciato la presidenza del gruppo quest’anno e, secondo le indiscrezioni, starebbe valutando le opzioni strategiche relative alla sua quota di partecipazione, pari a circa il 40% dell’azienda.

Il precedente di Kering in via Montenapoleone

La strategia di Dolce & Gabbana ricalca in modo pressoché speculare la recente operazione condotta da Kering a Milano. Il gruppo francese ad aprile ha deciso di cedere il celebre immobile di via Montenapoleone 8 alla società qatariota Al-Mirqab, facente capo ad Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani (zio dell’attuale emiro del Qatar).

Kering aveva acquistato l’edificio dal fondo Blackstone per 1,3 miliardi di euro, segnando il più grande investimento su un singolo immobile nella storia d’Italia e innescando una rivalutazione degli affitti in tutta la via. La rapida cessione prevede il conferimento del palazzo (che ospita marchi come Cova, Prada e Yves Saint Laurent) in una nuova società controllata all’80% da Al-Mirqab e al 20% dalla società guidata da Luca De Meo. Finanziariamente, Kering incasserà 729 milioni di euro alla chiusura dell’operazione e ulteriori 432 milioni entro cinque anni, per un totale di quasi 1,2 miliardi.

Come specificato dal colosso francese, non si è trattato di un passo indietro ma di una precisa mossa per fare cassa, simile a quelle già attuate a Parigi e New York. In una nota ufficiale, l’azienda ha chiarito: “Questa operazione si inserisce nella strategia immobiliare selettiva di Kering, finalizzata ad assicurarsi location di particolare attrattività per le proprie Maison, rafforzando al contempo la flessibilità finanziaria del Gruppo”. Liberare capitali ingenti dagli immobili per reinvestirli nel core business: la stessa ricetta che oggi Dolce & Gabbana spera di applicare con successo.

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Usa, la rivelazione dell’Fbi: sventato un attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

Attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

L’Fbi avrebbe sventato degli “attacchi pianificati” diretti contro la Casa Bianca, durante l’evento di arti marziali tenutosi lo scorso fine settimana in occasione del compleanno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha dichiarato il direttore del Bureau, Kash Patel. La natura della potenziale minaccia non è al momento stata resa nota; l’Fbi ha effettuato cinque arresti in diversi stati, tra cui Ohio, Missouri e California.

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L’agenzia federale sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno “e grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto diversi stati, diverse persone sono ora in custodia e i presunti attacchi pianificati sono stati sventati sul nascere”, ha scritto Patel sul suo profilo di X.

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Meno chip, più cervello. La lezione di DeepSeek all’Europa

Dietro l’intelligenza artificiale non c’è il cloud ma una gigantesca infrastruttura fisica fatta di chip, memorie e data center. Mentre le Big Tech americane investono centinaia di miliardi di dollari nella corsa ai modelli sempre più grandi, emerge un problema strutturale: la dipendenza da componenti strategici come le memorie ad alta banda (HBM), prodotte quasi esclusivamente da SK Hynix, Samsung e Micron. Senza di esse i chip avanzati non riescono a spostare i dati abbastanza velocemente per sfruttare tutta la loro potenza di calcolo, un po’ come se una formula 1 fosse costretta a girare per le vie di una città piuttosto che in pista.

Nella corsa globale all’Intelligenza Artificiale l’Europa, che non dispone di una filiera competitiva di chip avanzati o di HBM, parte da una posizione che rende difficile competere sul terreno dell’hardware.

Bulimia da silicio

Al cuore di questo sistema c’è una logica che potremmo chiamare “bulimia da silicio”: più parametri, più chip, più energia, migliori risultati. I grandi laboratori di ricerca, da OpenAI ad Anthropic, da Google a Meta, hanno costruito la propria reputazione su modelli sempre più grandi, che richiedono infrastrutture sempre più costose e energivore.

L’esempio più lampante è forse rappresentato da Claude Mythos, il sistema annunciato nel mese di aprile 2026 da Anthropic, focalizzato sulla cybersecurity avanzata. Al suo lancio Mythos ha esibito risultati impressionanti nell’individuazione di vulnerabilità software particolarmente complesse, dimostrando capacità che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrate fantascienza.

Tuttavia, l’altra faccia della medaglia è un costo energetico e infrastrutturale esorbitante: un modello immenso a altissimo consumo energetico, blindato in data center dedicati per ragioni di sicurezza e accessibile solo a pochissimi partner.

Inoltre, una fetta crescente della comunità scientifica e degli sviluppatori indipendenti ha iniziato a contestare l’approccio dei “monster models”, sostenendo che la forza bruta non sia la soluzione più efficiente.

Una delle analisi più solide e pragmatiche è arrivata dal laboratorio AISLE, guidato dal ricercatore Stanislav Fort: il suo gruppo ha infatti sostenuto che programmi di intelligenza artificiale più piccoli e gratuiti possono scovare gli stessi difetti individuati da Mythos, purché operino in collaborazione con un esperto umano che sappia indirizzarne l’analisi.

Nonostante necessitino di un intervento umano, la critica ai sistemi monster resta reale: l’incredibile capacità di analisi esibita dai modelli più costosi non è necessariamente il prodotto della sola forza bruta computazionale.

DeepSeek: un caso controcorrente

Una prova che esista un’alternativa realizzabile è arrivata dalla Cina, con il debutto del modello sviluppato dalla startup DeepSeek. Colpita duramente dalle sanzioni e dalle restrizioni imposte dagli Stati Uniti, che le impediscono di acquistare i chip Nvidia più avanzati, Pechino ha dovuto fare di necessità virtù.

Non potendo competere sulla quantità del “ferro” (l’hardware), gli ingegneri cinesi hanno deciso di competere sulla qualità del “cervello” (il software).

I numeri dietro questo exploit sono impressionanti. L’investimento dell’azienda per posizionarsi sul mercato è stato stimato nell’ordine di grandezza del miliardo di dollari, una frazione minuscola rispetto ai piani da oltre 100 miliardi dei colossi statunitensi.

Inoltre, secondo i dati di DeepSeek, il costo computazionale di un singolo ciclo di addestramento scende a circa 6 milioni di dollari, a fronte dei 100 milioni stimati per GPT-4, pur offrendo prestazioni paragonabili al rivale statunitense.

Il segreto risiede nell’efficienza algoritmica della struttura nota come Mixture of Experts (MoE): invece di attivare l’intera, mastodontica griglia di chip del data center per rispondere a una singola domanda (l’approccio tipico dei modelli di IA), il software cinese attiva solo una piccolissima parte di chip specializzati per quella specifica risposta.

Per intenderci, è la differenza che passa tra l’assegnare a tutti i dipendenti di un ufficio il compito di esaminare e rispondere a una singola e-mail, piuttosto che affidare quella stessa richiesta allo specialista di quell’argomento.

L’interesse suscitato da questa strategia è evidente sul piano finanziario: la startup, inizialmente sostenuta da investimenti limitati, starebbe finalizzando, proprio in queste settimane, un maxi-round da 7,4 miliardi di dollari. Un segnale che il mercato considera l’efficienza algoritmica una strada credibile per competere nell’industria della IA.

L’open source: un ecosistema di vantaggi diffusi

Questo successo poggia le sue fondamenta sulla strategia dell’open source, una scelta che ha generato benefici a cascata per l’intera catena del valore.

Deepseek ha rilasciato gratuitamente il codice del suo sistema e ha spostato le fonti di guadagno sui servizi Cloud: l’intelligenza artificiale in sé è gratis, ma i clienti pagano per utilizzare la potenza di calcolo dei suoi server.

Il rilascio gratuito del codice si è tradotto in un’operazione immediata di marketing globale a costo zero, mentre l’azienda beneficia del lavoro di ricerca di milioni di sviluppatori esterni che testano i modelli e ne creano versioni ottimizzate.

La diffusione accessibile del codice, inoltre, si è trasformata in uno scudo geopolitico che ha reso difficile bloccarne la penetrazione nel mercato.

Gli sviluppatori esterni apprezzano molto la natura aperta di questo sistema: in particolare, l’accesso alla struttura interna del modello permette personalizzazioni spinte su dati riservati, come codici o database aziendali, per creare assistenti specializzati da integrare direttamente negli ambienti della clientela.

Il riflesso sugli utenti finali è dirompente in termini di efficienza, ma anche di conformità regolatoria. Potendo installare il modello sui propri server privati, le imprese risolvono alla radice i nodi legati alla privacy e al GDPR, poiché i dati sensibili non vengono mai inviati a server esterni.

Queste dinamiche hanno contribuito a ridurre i prezzi di mercato e, al tempo stesso, hanno attenuato il rischio di vendor lock-in per i clienti. Un’azienda che adotta questo modello, infatti, non dipende più dai cambi di tariffa o dall’eventuale chiusura del fornitore: l’architettura scaricata continuerà a funzionare per sempre sulle proprie macchine, abilitando, persino, l’esecuzione offline sui dispositivi locali.

Sebbene DeepSeek sia percepita come paladina dell’open source, ha creato comunque una zona di sicurezza per il suo prodotto: l’azienda ha rilasciato i parametri del modello e l’architettura, ma non ha mai pubblicato i dati di addestramento completi, né le formule di filtraggio dei dati. Questo è un comportamento comune a quasi tutti i progetti open source nel campo della IA, motivato sia da segreti industriali che da normative nazionali sul controllo dei contenuti.

La scelta europea: ottimizzare o rincorrere

La bulimia da silicio della Silicon Valley non sembra un destino tecnologico, ma una scelta economica, che ha preferito la forza bruta, anche come barriera d’entrata a possibili competitors, allo sviluppo di tecniche di ottimizzazione.

Questo scenario dischiude una riflessione profonda sul destino economico e tecnologico dell’Europa.

Il Vecchio Continente si trova in una posizione scomoda ma non priva di opportunità: siamo rimasti indietro nella manifattura di chip, ma rincorrere la Silicon Valley sul terreno dell’hardware potrebbe essere una strategia rischiosa.

L’esperienza di Deepseek e la critica al ricorso a modelli monster sembrano suggerire che una strategia alternativa possa essere la via della ricerca dell’ottimizzazione computazionale.

Se accettasse questa visione, l’Europa dovrebbe adottare un nuovo paradigma nella ricerca della propria sovranità digitale. La Commissione Europea e i governi nazionali dovrebbero avere il coraggio di una svolta politica: un cambio di rotta necessario anche alla luce del neonato Cloud and AI Development Act (CADA), presentato dalla Commissione Europea il 3 giugno 2026. Il provvedimento, pur muovendosi nella giusta direzione della sovranità infrastrutturale, concentra infatti la sua attenzione sull’espansione della capacità fisica dei data center anziché sul finanziamento del software.

Bruxelles dovrebbe quindi riequilibrare gli investimenti destinati alla manifattura di chip e all’infrastruttura fisica, riservando parte delle risorse del European Chips Act, del Digital Europe Programme e dei futuri stanziamenti del CADA alla ricerca sull’ottimizzazione algoritmica, sul design del software e sugli ecosistemi open source.

 

Solo premiando l’ingegno computazionale rispetto alla forza bruta energetica, Bruxelles potrà trasformare la sua storica dipendenza hardware dagli Stati Uniti in una leadership globale del software.

La Cina con DeepSeek ha dimostrato che la via è percorribile; l’Europa ha ancora il tempo e tutte le ragioni per dimostrarlo a sé stessa e al mondo intero.

 

 

 

 

 

 

 

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Trump: La cosa più importante dell’accordo è che l’Iran non avrà armi nucleari

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto hanno dato pieno consenso, garantendo forti poteri di controllo e non avranno armi nucleari che era il punto cruciale, perché probabilmente le avrebbero usate se le avessero avute. Se cercheranno di produrre o comprare armi nucleari, le conseguenze saranno estreme. Ma non lo faranno”, lo ha detto Donald Trump al G7 incontrando l’emiro de Qatar.
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Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Giuli a Salonicco: Asse Roma-Atene ha permesso di recuperare migliaia di opere trafugate

(Agenzia Vista) Salonicco, 16 giugno 2026
“Aggiungo anche una passione condivisa per restituire alle comunità d’origine, grazie alla forza gentile della cooperazione tra governi amici, tra nazioni sorelle, direi, quanto la criminalità transnazionale aveva brutalmente depredato. Questo lavoro congiunto ha permesso, come ha detto la mia amica Lina, all’Italia e alla Grecia di recuperare migliaia di opere d’arte trafugate e vendute sul mercato nero”, così il ministro della Cultura Alessandro Giuli al Museo Archeologico di Salonicco.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Kate Middleton assente ad Ascot, Carlo III affaticato e arrossato oltre misura sotto il sole: Zara Tindall lo aiuta davanti a tutti, la famiglia reale si stringe attorno al re malato

Re Carlo III con il volto molto arrossato e l’aria di chi cerca di sopravvivere ad un sole cocente e a picco, ha raggiunto l’anello nel quale le carrozze dei reali salutano il pubblico coloratissimo del Royal Ascot. La famiglia Windsor in versione iper ridotta lo ha accompagnato stringendo i ranghi intorno a lui, ma questa volta, così come accade ormai dal 2023, la principessa del Galles non era tra di loro.

Kate e William hanno reso omaggio al re sabato 12 giugno in occasione della sfilata istituita da Giorgio III nel 1748 per festeggiare il compleanno del sovrano; con i tre bambini hanno salutato la folla festante dal balcone di Buckingham Palace e sopportato il gruppetto di contestatori appostati nel percorso lungo the Mall per urlare “not my King”, mostrando la foto del fratello di Carlo, Andrea Mountbatten-Windsor, a ricordare le ragioni della loro indignazione.
Impeccabili e ambasciatori della tradizione che si ripete (a volte) annoiata, lunedì hanno partecipato alla cerimonia istituita dal prestigioso Ordine della Giarrettiera al castello di Windsor. Come sempre accade in occasione della sue apparizione, è Kate a monopolizzare la scena, il suo sorriso conquista sudditi e ammiratori, la sua forza ispira chi sta attraversando il tunnel della malattia, così come è capitato a lei.

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Eppure, chi sperava di rivederla martedì, in carrozza, in prima linea con il re e i pochi membri della famiglia reale invitati ad Ascot, sarà rimasto molto deluso perché i principi del Galles non si sono presentati. L’anno scorso il forfait di Kate era apparso all’ultimo minuto dai cartelloni che indicano l’ordine di apparizione degli ospiti delle quattro carrozze che raggiungono il Royal Ring. E’ da lì che i Royals salutano la folla appostata sugli spalti, per poi dirigersi verso la pista sulla quel si sfidano i cavalli con i loro fantini. Sul Royal Box davanti alla gara, la regina Elisabetta II mostrava tutta la sua passione per le corse e per i cavali, che pare amasse persino più delle persone. La stessa passione è passata alla figlia, la principessa Anna, che non perde l’evento per nulla al mondo, sempre accompagnata dalla figlia, Zara e dal genero. Anche quest’anno era presente Peter, l’altro figlio di Anna, accompagnato dalla neo sposa, la seconda moglie, Harrier Sperling.
Un anno fa, nel gruppo di famiglia era stata inclusa anche la principessa Beatrice di York con il marito Edoardo Mapelli Mozzi, ma le vicende che hanno portato il padre a finire sotto indagine hanno di fatto spento i riflettori sulle due figlie, tenute a distanza di sicurezza dalla corona.

Così, come accade sempre più di frequente, è un povero re malato (nessuno ha mai comunicato una sua effettiva guarigione dal cancro che lo ha colpito nel 2024) affaticato e arrossato oltre misura dal sole di giugno, a doversi sobbarcare il peso e la responsabilità della monarchia. Camilla è accanto a lui, ma è Zara Tindall che gli sistema l’abito mentre gli accarezza la spalla quando scende dalla carrozza in un gesto di tenerezza e confidenza che la dice lunga sul rapporto tra zio e nipote e sull’affetto col quale chi è rimasto nella versione ristretta della “Ditta” sostiene il suo re, quando Kate non c’è.

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Trump riceve da Merz la maglia della nazionale di calcio tedesca con il suo nome e il numero 47

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
In occasione del vertice del G7 di Evian-les-Bains, in Francia, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha donato al Presidente Usa Donald Trump la maglia della nazionale tedesca di calcio con il numero 47 e il suo nome.
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Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Fratoianni: Aumenta inflazione e stipendi fermi, nostra proposta di legge ‘sblocca stipendi’

(Agenzia Vista) Roma, 16 giugno 2026
“Proteggere potere d’acquisto degli stipendi degli italiani con nostra proposta di legge ‘sblocca stipendi’ che aggancia stipendi all’inflazione”, la dichiarazione di Nicola Fratoianni di Avs fuori di Montecitorio.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Che cosa c’è dietro la crisi della fecondità

“La bellezza è un enigma”, ricorda Dostoevskij in un passaggio de L’idiota. Anche la fecondità però non scherza. E se, nello stesso romanzo, al protagonista, l’ambivalente principe Myškin, viene attribuita la famosa frase “Il mondo sarà salvato dalla bellezza”, la denatalità non solo non ci salverà, ma è destinata a crearci non pochi problemi.

Il quadro è noto. Il tasso di fecondità totale, ovvero il numero medio di figli per donna in età fertile (15-49), in Italia continua a colare a picco: 1,14 nel 2025 secondo l’Istat, ben al di sotto del cosiddetto tasso di sostituzione necessario a mantenere stabile la popolazione (2,1). Sono esattamente 50 anni che siamo sotto quella soglia, e siamo in abbondante compagnia: oggi i due terzi della popolazione mondiale vivono in Paesi con tassi di fecondità inferiori a 2. Tolta l’Africa e una manciata di paesi centro-asiatici e latino-americani, l’umanità è in denatalità dappertutto.

Anche le implicazioni socio-economiche sono note, e quantificate. Bassa fecondità significa un Paese più vecchio, che spende di più in sanità, assistenza di lungo periodo e pensioni (più basse). Nel 2050, secondo le stime di Itinerari Previdenziali, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni (trainato in primis dagli over 80), e il rapporto lavoratori/pensionati, ovvero tra chi paga le pensioni e chi le riceve, si attesterà su 1:1 (oggi è 3:2). Ma un Paese vecchio è anche un Paese in cui si lavora, si produce e si innova di meno. I risparmi sono destinati ad aumentare e la domanda privata a calare, frenando la crescita, è il combinato disposto della stagnazione secolare (copyright Larry Summers, già Segretario del Tesoro Usa con Clinton).

Una maggiore occupazione giovanile e soprattutto femminile potranno attutire il colpo, ma servirà comunque un forte aumento della produttività per generare il Pil aggiuntivo necessario a quadrare i conti. Peccato che nel nostro caso la questione non rientri ultimamente tra le eccellenze nazionali: l’aumento cumulato della produttività del lavoro in Italia è stato complessivamente di circa il 5% nel decennio 1999-2019 (dati Eurostat), contro oltre il 20% di Francia e Germania. Forse l’intelligenza artificiale ci darà una mano. O forse no.

Ci sono però altre sfumature meno note. Innanzitutto la bassa fecondità non coincide con i nostri desideri. Oltre 6,5 milioni di italiani -circa i due terzi della popolazione in età 18-49, quella in cui è più probabile diventare genitori, fanno meno figli di quanti ne vorrebbero. Il dato è in linea con altri paesi Ocse, in cui si osserva un divario medio di circa 0,5-0,7 figli per donna tra fecondità reale e aspirazionale. Qui l’enigma di Dostoevskij inizia farsi strada, dacché isolare una singola causa è forse impossibile. Tra gli imputati più comuni ci sono i servizi per l’infanzia (non sempre disponibili e troppo spesso cari), la condivisione del carico di cura domestica nella coppia (5 ore giornaliere in media per le donne in Italia, contro meno della metà per gli uomini), e la cosiddetta penalità da maternita, ovvero l’impatto del primo figlio sul gap uomo-donna nei guadagni (che oggi purtroppo non viene poi più recuperato).

C’è però anche dell’altro. Da un lato una sorta di corsa al successo dei figli, con maggiori spese (per chi può permettersele) in istruzione, corsi e attività varie da parte dei genitori. Tradotto: meno figli, ma seguiti meglio. Il tempo medio trascorso ogni giorno dai genitori in cura diretta della prole, raddoppiato in Italia e vari paesi comparabili nel solo periodo 1988-2008, sembrerebbe confermare il nuovo stile educativo. Dall’altro lato ci sono le legittime aspirazioni professionali di entrambi i genitori (madri comprese, finalmente), la carenza di politiche abitative adeguate e, forse, anche un pizzico di individualismo. L’enigma della fecondità assomiglia sempre più a un puzzle dai tanti tasselli.

Ma non finisce qui. Un recente studio demografico, condotto su 158 milioni di madri in 4 paesi tra cui l’Italia, si concentra sul tasso non di fecondità ma di maternità, ovvero il numero di figli per donne che ne hanno almeno uno. In quel caso il valore medio italiano nel periodo 1970-2014 è pari a 2,1, perfettamente in linea con il tasso di sostituzione (analogo risultato emerge per gli altri paesi). Come a dire: il tema non è che si fanno pochi figli, ma che una quota crescente non ne fa affatto.

Se così fosse, l’enigma si complicherebbe. C’entrano presumibilmente la maggiore incidenza di famiglie unipersonali (oltre un terzo del totale, circa 9 milioni di individui), il crollo dei matrimoni, più che dimezzati nell’ultimo mezzo secolo-, e forse anche la socialità digitale. Un altro studio riscontra in tal senso un calo drastico della fecondità in Usa e Uk dopo l’avvento degli smartphones, trend osservato anche altrove. Suggestiva infine l’ipotesi che lega il calo della fecondità alla crescente distanza ideologica tra i giovani. In paesi come Germania, Corea, Regno Unito e Stati Uniti, si è allargata negli ultimi decenni la forbice politica giovanile: le donne sempre più progressiste, e i loro coetanei uomini non di rado conservatori. Anche in Italia, secondo una recente indagine Bocconi condotta su elettori ed elettrici under 30, circa un terzo delle donne si colloca nettamente a sinistra (o centro-sinistra), mentre l’inverso si osserva per i giovani uomini. Moglie e partito dei paesi tuoi, avrebbero detto i nostri nonni.

Come si risolve questo puzzle? Se isolare una causa è arduo, lo è anche dare una risposta unica. Non a caso il Giappone (primo al mondo per over 65) le prova tutte da decenni, con modesti risultati. Qualche punto fermo però c’è. Le politiche abitative innanzitutto: questo studio rigoroso (condotto in Brasile) dimostra come l’accesso ad una casa aumenti di circa un terzo sia la probabilità di avere figli sia il loro numero, specie per coppie giovani a basso reddito. Poi una contro-intuizione: le politiche di sostegno alla genitorialità (congedi parentali, agevolazioni fiscali e bonus vari) servono ma da sole non bastano. In area Ocse il tasso medio di fecondità è sceso da 2,1 a 1,5 negli ultimi quarant’anni, anche in Paesi storicamente molto egalitari (Finlandia), o molto generosi nella spesa pubblica destinata a quelle politiche (Francia, Corea del Sud).

Ciò naturalmente non esime l’Italia dall’intervenire sulle tante criticità. Potremmo iniziare aumentando i congedi di paternità (fermi a 10 giorni), rendendo piu’ generosi quelli parentali, rimodulando gli sgravi fiscali (oggi previsti per le lavoratrici con almeno 3 figli), investendo seriamente sugli asili nido (ancora sotto l’obiettivo Ue del 45%), introducendo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole (ora è richiesto il consenso dei genitori), e finanziando adeguatamente pratiche quali congelamento ovuli e fecondazione assistita. In ultima istanza, ogni possibile soluzione del puzzle non potrà che passare per un pacchetto organico e lungimirante di misure, tanto economiche quanto culturali. Finché invece gli incentivi saranno mal disegnati, i nidi e la casa poco finanziati, il carico di cura iniquamente distribuito, e le carriere femminili troppo penalizzate, la fecondità resterà forse un enigma, e certamente un bel problema di policy. Per tutto il resto c’é Dostoevskij.

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Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”

Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”. Con queste parole Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti italiani, e la Stampa Romana, la sigla dei professionisti che operano nella Capitale e nel Lazio, hanno espresso la propria vicinanza a Il Fatto Quotidiano e Report raggiunti da una maxi richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari per le inchieste sulla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti. Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg) ha espresso “piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni”, parlando di “effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa“.

Nella richiesta di risarcimento di 43 pagine si parla di “accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il faccendiere pedofilo, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti. L’azione legale non è per diffamazione – negli Stati Uniti la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa – ma per “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.

La solidarietà di Fnsi e Stampa Romana

Nel comunicato congiunto delle due sigle si legge che l’azione legale intestata dalla società di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, “sottolinea un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa. Richieste di risarcimento abnormi, fuori da qualsiasi ragionevole parametro, accompagnate dall’esplicita affermazione di voler far chiudere testate scomode, senza minimamente interessarsi del futuro dei giornalisti e dell’informazione”. Fnsi e Stampa Romana concludono ribadendo “l’importanza del giornalismo d’inchiesta e la protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie”. Nella nota si fa anche riferimento al fatto che Cipriani si sia rivolto ala magistratura degli Stati Uniti. Una scelta, specificano le due sigle, “per cercare di stringere ulteriormente il cappio” intorno alle due testate. La richiesta di risarcimento è stata infatti sottoposta alla Corte distrettuale di New York, per mano dei legali del ramo Usa del gruppo imprenditoriale di Cipriani.

Il comunicato di Alg

Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti denuncia come la richiesta di risarcimento di entità straordinaria rischia di assumere i contorni di “una pressione economica sproporzionata” nei confronti dell’attività giornalistica. “Riteniamo che richieste risarcitorie di importi milionari – spiega il presidente ALG, Paolo Perucchini – possano produrre un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa, soprattutto quando colpiscono attività di giornalismo d’inchiesta svolte nell’interesse pubblico. Il giornalismo investigativo rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una società democratica”. Perucchi parla di “cause bavaglio” che “rischiano di generare un clima di autocensura“, danneggiando quindi l’intero sistema dell’informazione. “Anche la scelta di rivolgersi al tribunale federale americano – conclude il presidente dell’ALG – è sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando ‘fuori casa’”.

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Mondiali, come sono andate le 24 ore dell’Iran negli Usa: dai fischi durante l’inno all’esultanza molto discussa

TijuanaLos Angeles, partita, Los Angeles-Tijuana. Tutto in 24 ore. Anzi, meno. L’Iran ha iniziato la sua avventura ai Mondiali 2026 che si giocano tra Usa, Canada e Messico e lo ha fatto in mezzo a non poche difficoltà nel pre, durante e nel post gara, nonostante il giorno prima Trump abbia annunciato l’accordo con Teheran per la fine della guerra. Sul campo contro la Nuova Zelanda è finita 2-2, con la formazione iraniana che ha recuperato per due volte lo svantaggio, ma a far discutere è il contorno del match tra fischi all’inno, bandiere controverse in tribuna, esultanze discutibili, dichiarazioni pesanti nel post gara e qualche problemino per tornare in Messico, dove si trova il quartier generale dell’Iran, a cui è concesso entrare negli Usa soltanto per le partite.

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Le proteste dentro e fuori dallo stadio

Costretta a trasferirsi in Messico all’ultimo minuto (il “primo” quartier generale era in Arizona), ostacolata dai visti arrivati solo all’ultimo momento (e negato a una quindicina di membri dello staff tecnico) e con l’obbligo di entrare e uscire dagli Usa in massimo 24 ore, la nazionale iraniana ha giocato la propria partita, cercando di tenere lo sport “separato dalla politica”, come aveva chiesto il suo allenatore. Ciò non è accaduto però sugli spalti, dove la partita è stata molto carica di tensione emotiva.

I membri della diaspora iraniana, nota come “Tehrangeles“, hanno manifestato contro la Repubblica islamica fuori dallo stadio, mentre centinaia di tifosi all’interno hanno esposto l’emblema del leone e del sole, simboli della bandiera prima della rivoluzione del 1979. Una protesta contro l’attuale regime. I funzionari iraniani avevano ribadito che era responsabilità della Fifa garantire che fosse esposta solo la bandiera attuale, minacciando di interrompere la partita in caso contrario. Poi sono arrivati anche i fischi durante l’inno. Da lì sugli spalti si è cominciato a tifare, ma solo per la nazione e per il popolo iraniano, non per la squadra, storicamente considerata molto vicina al regime di Teheran. A fine partita l’autore del gol del momentaneo 1-1, Ramin Rezaeian, interpellato sui fischi all’inno da un giornalista, ha risposto “non sono affari tuoi“. “Se c’è qualche problema tra noi, sono affari nostri, non ti riguardano – ha detto Rezaeian in modo brusco -. Ti rispetto, ma è una questione che ci riguarda e la risolveremo, non preoccupartene”.

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L’esultanza discussa

Le bandiere con il leone e il sole, le proteste fuori dallo stadio e i fischi durante l’inno, ma non solo. A far discutere durante la partita è stata l’esultanza di Mohammad Mohebi, che ha segnato il gol del definitivo 2-2. L’esultanza di Mohebi si è suddivisa in due parti: prima ha fatto il gesto che richiama un’iniezione sul braccio, la cosiddetta ‘ice in my veins’ usata spesso in Nba, per indicare la freddezza nei momenti decisivi. E fin qui nulla di strano.

Subito dopo, però, l’attaccante 27enne del Rostov ha guardato verso le tribune e ha mimato un gesto che in molti hanno interpretato come uno sparo con una pistola rivolto ai presenti. “È stato un gesto spontaneo – ha detto Mohebi nel post gara – nato in quel preciso momento. Solo un’esultanza e basta”. Un‘esultanza molto chiacchierata, visto il contesto storico e geopolitico già di per sé parecchio delicato.

Le dichiarazioni post partita

La fase più calda delle 24 ore dell’Iran negli Usa è stata sicuramente quella del post gara, quando – a detta del commissario tecnico Amir Ghalenoei e del capitano Mehdi Taremi – alla nazionale è stato chiesto di “andare via subito“. “Siamo la squadra più maltrattata di tutto il Mondiale“, ha aggiunto il ct Amir Ghalenoei, riferendosi ai problemi logistici e per ottenere i visti. “Non sappiamo nemmeno il perché ed è molto strano, altri stanno decidendo al posto nostro“, le sue parole nella conferenza stampa successiva alla partita.

“Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”

“È molto stressante per i giocatori, riceviamo poco sostegno, credo che la Fifa avrebbe potuto fare di meglio – aveva rincarato la dose Taremi – Siamo stanchi di questa situazione. Abbiamo avuto molti problemi negli ultimi mesi. Vogliamo soltanto pace e gioia. Non sono questi gli slogan della Fifa?”. Parole che Taremi ha rivolto anche al presidente della Fifa, Gianni Infantino, che dopo la gara aveva fatto visita alla squadra negli spogliatoi. “Gli abbiamo chiesto le stesse cose, lui vuole aiutare ma ci sono altri problemi“, si è limitato a dire l’ex attaccante dell’Inter.

Il ritorno in Messico

Anche il ritorno in Messico non è stato dei più sereni: secondo quanto riportato da RMC Sport, due calciatori – l’ex attaccante dell’Inter e capitano della nazionale Mehdi Taremi e il compagno di squadra Saeed AlAlawi – hanno avuto delle complicazioni durante l’imbarco sul volo di ritorno da Los Angeles, circostanze simili a quelle già vissute al loro arrivo. Da Teheran la Federazione ha fatto sapere che le procedure per lasciare l’aeroporto si sono protratte in modo ingiustificato, ritardando così la partenza per Tijuana. Successivamente la Federazione ha riportato che il visto di un altro giocatore, Mehdi Torabi, era scaduto perché valido per un solo ingresso e che si sta già lavorando per rinnovarlo in vista delle prossime partite.

Domenica l’Iran tornerà di nuovo negli Stati Uniti per affrontare il Belgio ancora a Los Angeles, in una sfida già cruciale per il cammino nel girone. Ma dopo tutto ciò che è accaduto nelle ultime 24 ore, la sensazione è che i problemi più grandi per la nazionale iraniana non siano in campo. Tra tensioni politiche, ostacoli burocratici e continui imprevisti logistici, la partita più complicata dell’Iran sembra ancora giocarsi fuori.

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Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin

L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.

Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.

Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.

Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.

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Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra

di Serena Poli

I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).

Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.

Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.

Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.

In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.

L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.

Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.

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CLIMA, STUDIO: “CON RITIRO GHIACCIAI SCOMPARE FAUNA ANCORA SCONOSCIUTA”

I ghiacciai non sono soltanto riserve d’acqua, ma ospitano anche una biodiversità animale ancora in larga parte sconosciuta che la rapida fusione dei ghiacciai rischia di cancellare prima ancora che sia stata pienamente studiata. È quanto emerge – riporta LaPresse – da uno studio internazionale guidato da ricercatori dell’Università statale di Milano, in collaborazione con il Museo delle scienze di Trento, che fornisce la prima sintesi globale delle conoscenze sugli animali degli ambienti glaciali e mette in evidenza quanto questa fauna sia oggi esposta agli effetti del ritiro dei ghiacciai. Pubblicata sulla rivista scientifica Pnas e basata su un ampio database globale, l’analisi mostra che, nonostante ghiacciai e calotte polari coprano circa il 10 per cento della superficie terrestre, la biodiversità animale che ospitano è ancora poco conosciuta. Gli autori definiscono quindi gli ambienti glaciali veri e propri ‘darkspots’ della biodiversità, in cui si ritiene possano esserci ancora molte specie da scoprire. Attraverso una revisione sistematica della letteratura scientifica e dei dati disponibili, basata sull’analisi di 2.695 articoli, i ricercatori hanno documentato almeno 152 specie animali legate a ghiacciai e calotte polari, appartenenti a 14 classi diverse. Tra i gruppi più rappresentati figurano rotiferi, collemboli e tardigradi, piccoli organismi capaci di adattarsi a condizioni ambientali estreme.Il dato più significativo riguarda però 73 specie segnalate esclusivamente in habitat glaciali: i cosiddetti ‘glacier specialists’, che dipendono strettamente dalla presenza del ghiaccio e risultano quindi particolarmente vulnerabili alla sua scomparsa. Per valutarne l’esposizione al cambiamento climatico, i ricercatori hanno incrociato la loro distribuzione attuale con diversi scenari futuri di ritiro dei ghiacciai. I risultati indicano un declino drastico: anche in uno scenario di riscaldamento molto limitato, entro il 2100 tre specie perderebbero completamente il loro habitat: i collemboli Desoria calderonis e Vertagopus fradustaensis e il tardigrado Adropion afroglaciali, mentre altre 12 specie ne perderebbero oltre il 90 per cento.

(Foto di repertorio)

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MARSALA (TP), INCENDIO IN AZIENDA. ASP: STANNO BENE I 37 CANI

Stanno tutti bene i 37 cani trasferiti dal canile comunale di Marsala, dopo l’incendio alla Sarco, e stamattina non presentano alcun sintomo di problemi respiratori o di altro genere. Lo assicura Cristina Cudia, dirigente veterinario Siapz Marsala-Mazara (Igiene degli Allevamenti e delle Produzioni Zootecniche) dell’Asp Trapani e direttrice sanitaria del canile. Il dipartimento di Prevenzione veterinaria dell’Asp aveva già disposto tutte le procedure per il trasferimento dei cani in altre strutture aziendali, tra le quali la Cittadella della Salute, non resosi poi necessario grazie alla collaborazione delle associazioni animaliste del territorio. Già ieri mattina erano state disposte due circolari da parte dell’Asp e inviate alla sindaca Andreana Patti: quella dei dipartimento Veterinario con le disposizioni in materia di protezione da diossine e PBC riguardanti allevamenti, volatili e animali da cortile, e quella del dipartimento di Prevenzione con le raccomandazioni per le abitazioni, gli impianti di condizionamento e sul consumo di prodotti agricoli entro i due chilometri dal luogo dell’incendio.

(Foto di repertorio)

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Gli anarchici e la campagna per Cospito: “Tra gli obiettivi gli studi dove registra La7”

C’erano anche gli studi televisivi dove si registrano i programmi di La7 tra i possibili obiettivi nel mirino dei sette anarchici arrestati questa mattina dalla Digos di Roma. Le indagini della Polizia di prevenzione, coordinate dalla Procura di Roma, hanno infatti accertato che la cellula, dopo aver pianificato le proprie attività in un casale nei pressi di Vicovaro (Roma), si sia resa responsabile dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli, nell’ambito delle azioni programmate in concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Gli studi “De Paolis”, sulla via Tiburtina, sono molto noti in città, per decenni alternativa naturale a quelli di Cinecittà. Da un’intercettazione dell’11 gennaio 2026, uno degli anarchici indagati, Francesco Benedetti, dice alla compagna Francesca Cannatello (non colpita da misure): “Franci, ma tu entri da Kfc… (…) te lo fai de giorno vestito da operaio… vai co i guanti, te giochi proprio n’altra carta”. La parola “Kfc” – annotano gli investigatori – “ha portato facilmente alla catena fast food statunitense (…) Si è quindi concentrata l’attenzione su uno store sito in via Tiburtina 541, in prossimità del centro sociale Intifada di via di Casal Bruciato 15, dove i tre protagonisti la sera precedente avevano partecipato all’evento musicale”. Qui però, secondo la Digos, viene rivelato il vero obiettivo del gruppo: “Lo store (…) si presta, per localizzazione, come luogo utilizzabile per raggiungere anche un’altra destinazione da colpire, poiché a fianco di Kfc sono presenti gli studi televisivi “De Paolis” (all’interno vengono registrati programmi televisivi prevalentemente prodotti da La7″.

Le indagini sono partite da quelle relative alla rete di supporto alla latitanza di Salvatore Vespertino, arrestato in Spagna febbraio 2025 per l’attentato nel 2017 presso la sede di Casapound a Firenze. Tra gli obiettivi principali della cellula c’era quello di rilanciare la mobilitazione per Alfredo Cospito, l’anarchico a cui è stato rinnovato per altri due il regime di 41 bis. Nell’ordinanza cautelare vengono citate una serie di intercettazioni. In un audio carpito dagli investigatori, sempre Benedetti afferma: “Con grossa fatica ma qualcosa bisogna fare…costringere un po’ lo Stato a fa i conti…che tenere un anarchico in 41 bis è comunque aver rotture di scatole!”. Negli atti viene anche citato un colloquio in cui due indagati “discutono di un sopralluogo che potrebbe coinvolgere la catena fast food McDonald’s… in relazione alla volontà di rilanciare la mobilitazione a favore di Cospito” e affermano: “Pensiamo che sia meglio partire piano…renderla pubblica in una sorta di escalation!”.

ll tema della mobilitazione pro-Palestina, secondo gli investigatori, “appare da subito per i partecipanti un ottimo aggregatore per i giovani e per ottenere visibilità o meglio riconoscibilità del gruppo in quanto promotori di ”certe pratiche'”. Prevedono gli indagati, anche la possibilità di coordinarsi con altri gruppi di azione “sparsi per tutta l’Italia (…) sono capaci e disposti a mettere in campo un cerio tipo d’intervento”. Alcuni riconducibili anche al centro anarchico “Casa Santa” di Predappio. Non solo. Nico Aurigemma, il romano del gruppo, indicato come senza fissa dimora, fa un parallelo anche con gli altri paesi: “Mi sembra una discussione molto italiana (…) In questo Paese si tenta di tutto per sfuggire alla repressione (…) In Francia e in Germania, c’è un livello di costanza di diffusione dell’azione che è abbastanza elevato nel sono che ci sono decine e decine di tralicci che bruciano, cioè robe elettriche che succedono, bum, bim, bam, sabotaggi ai treni… cioè un livello in crescendo”.

Nelle motivazioni per la custodia cautelare, infine, il gip afferma: “Il tragico decesso degli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone (i due anarchici morti per una esplosione di un ordigno rudimentale che stavano fabbricando a Roma, ndr) ha generato una serie di movimenti, proclami, manifestazioni, attentati (recentemente in Grecia) che vedono la concentrazione, soprattutto in territorio romano, di militanti anarchici per una serie di incontri ed eventi, in parte preannunciati, ma che in parte si possono reputare clandestini In un contesto simile diviene ancor più tangibile il rischio di azioni violente e di particolare impatto”.

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Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi

Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico.

“È difficile descrivere”, scrivevamo allora, “la condizione di degrado raggiunta dalla struttura (…). Non si tratta più di trascorrere il tempo in uno spazio ridotto o di non poter usufruire di un programma teso alla risocializzazione a causa del sovraffollamento, come ormai accade alla maggior parte dei luoghi di detenzione italiani. A Sollicciano si tratta di essere costretti a sopravvivere adattandosi a condizioni di vita inumane che non corrispondono al senso di umanità della pena richiesto dall’art. 27 comma 3 della Costituzione. La struttura degli edifici che ospitano le sezioni e lo stato di degrado dell’intero impianto idrico sono tali che le continue infiltrazioni di acqua piovana e di acqua dispersa hanno cosparso di muffa intere pareti e provocano continui sversamenti di acqua dai soffitti e dai terrazzi, che allagano i pavimenti e obbligano i ristretti a vivere nell’umidità, se non proprio nell’acqua. I servizi igienici delle celle (dove spesso vengono ricavati spazi dispensa) oltre ad essere coperti di macchie di muffa, sono privi di copertura della tazza e di cassa di scarico, tanto che le persone detenute devono utilizzare un tubo di fortuna attaccato al lavandino. Sempre a causa delle infiltrazioni di acqua è saltato l’impianto elettrico di alcune celle e le persone detenute devono stare al buio. Le cimici continuano ad infestare i materassi”. E potremmo continuare.

Le condizioni igieniche, sanitarie e strutturali dell’istituto non erano già all’epoca sostenibili. Nonostante questo e altri successivi appelli, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non si è mosso. Oggi è una Procura – caso senza precedenti – a chiederne il sequestro. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per ben sette sezioni del carcere fiorentino. I detenuti verranno, inevitabilmente, ammassati da qualche altra parte, visto il tasso di affollamento carcerario che ha ormai raggiunto il 140% su base nazionale (e oltre il 200% in molti istituti: oggi solo 22 carceri su 189 non sono sovraffollate).

L’applicativo informatico utilizzato dal Ministero della Giustizia per misurare lo spazio delle celle si discosta dai criteri dettati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2021. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera. Nel suo continuo braccio di ferro con la magistratura, ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme per come i magistrati le interpretano.

Allo stesso modo, ha deciso che i detenuti possono vivere in mezzo alle cimici, alla muffa, agli allagamenti. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. Adesso sono intervenuti i giudici a riaffermare dei limiti minimi. Non era mai accaduto prima in questi termini. Speriamo che non ci si fermi qui. Non basta una mano di vernice a Sollicciano: come accade in Paesi più civili del nostro, nessuno deve più entrare in carcere se non c’è uno spazio dignitoso ad accoglierlo.

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EUROCAMERA DICE SÌ A NUOVE REGOLE SUL MEAT SOUNDING

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva nuove misure volte a rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori e a contribuire alla stabilizzazione dei loro redditi. Con 560 voti favorevoli, 75 contrari e 25 astensioni, gli eurodeputati hanno approvato un regolamento che modifica le norme Ue sull’organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli. Il testo introduce nuove disposizioni mirate a garantire che i prezzi finali dei prodotti alimentari riflettano meglio i costi effettivi di produzione e abbiano un impatto diretto sui redditi degli agricoltori. Gli Stati membri saranno tenuti a stabilire e pubblicare online parametri di riferimento da utilizzare negli accordi contrattuali. Il regolamento rafforza inoltre il ruolo delle organizzazioni di produttori (OP) nell’organizzazione del mercato e nella contrattazione collettiva. Tra le principali novità figurano la possibilità per le Op di negoziare direttamente con gli acquirenti e l’introduzione di norme che impediscono agli acquirenti di aggirare le Op contattando direttamente i singoli produttori.Il testo introduce inoltre una definizione di carne quale ‘parte commestibile di animali’ e stabilisce un elenco di denominazioni riservate esclusivamente ai prodotti contenenti carne, che non potranno quindi essere utilizzate per prodotti privi di carne, come quelli coltivati in laboratorio o ottenuti da colture cellulari. Tra questi figurano ad esempio i termini ‘bistecca’, ‘bacon’ e ‘filetto’.L’obiettivo, viene piegato, è aumentare la trasparenza nel mercato interno e consentire ai consumatori di effettuare scelte consapevoli.

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RAPPORTO FAO: AI MASSIMI PRODUZIONE GLOBALE PESCA E ACQUACOLTURA

Con 184 miliardi di dollari, il commercio di prodotti ittici continua a raggiungere livelli record e ora rivaleggia con il commercio di carne terrestre in termini di valore. Garantire una crescita sostenibile ed equa degli ecosistemi marini e interni, tuttavia, rimane una sfida fondamentale. E’ quanto sottolinea l’ultimo rapporto sullo Stato della pesca e dell’acquacoltura nel mondo (SOFIA 2026) dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), presentato oggi all’undicesima Conferenza “Our Ocean” a Mombasa, in Kenya. Secondo le stime di SOFIA 2026, la produzione globale di pesca e acquacoltura ha raggiunto la cifra record di 235 milioni di tonnellate nel 2024, di cui 195 milioni di tonnellate di animali acquatici, confermando il ruolo sempre più importante del settore nell’alimentazione mondiale. Mentre la pesca in mare aperto si è in gran parte stabilizzata, a causa dei limiti ecologici e di un’efficace gestione di alcuni stock ittici, la produzione di animali acquatici ha continuato a crescere, con una media del 3,2% annuo dagli anni Cinquanta. In particolare, nel 2024 la produzione di animaliacquatici da acquacoltura ha superato per la prima volta i 100 milioni di tonnellate (per un valore di 371 miliardi di dollari all’ingresso). La pesca di cattura ha raggiunto circa 92 milioni di tonnellate e si è mantenuta tra gli 86 e i 94 milioni di tonnellate dalla fine degli anni Ottanta. Gli alimenti di origine animale acquatica sono sempre più centrali nelle diete: l’89% della produzione di animali acquatici è destinata al consumo umano, fornendo almeno un quinto del fabbisogno proteico animale di 3,1 miliardi di persone. Il settore sostiene inoltre oltre 600 milioni di mezzi di sussistenza in tutto il mondo. Nonostante la crescente disponibilità, i benefici rimangono disomogenei. L’offerta pro capite di cibo di origine animale acquatico, in particolare in Africa, è ben al di sotto della media globale, sottolineando la necessità di politiche mirate. Allo stesso tempo, il settore si trova ad affrontare pressioni crescenti. I cambiamenti climatici, il degrado ambientale, gli shock economici e i mutamenti geopolitici stanno influenzando le prestazioni e la sostenibilità. Ad esempio, in scenari ad alte emissioni, si prevede che la biomassa ittica sfruttabile diminuirà di oltre il 10% entro il 2050 in diverse regioni. Il rapporto esamina come queste pressioni plasmeranno il settore, insieme ai progressi nell’adattamento e nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Nel 2023, la disponibilità di alimenti di origine animale acquatica ha raggiunto i 171 milioni di tonnellate, ma la sua distribuzione rimane disomogenea. Mentre in Asia il settore fornisce 26,3 kg pro capite, in Africa la disponibilità è di soli 9,1 kg di alimenti di origine animale acquatica per individuo. La FAO prevede una crescita continua della produzione, del consumo e del commercio, con una produzione totale di prodotti di origine animale acquatica che dovrebbe raggiungere i 214 milioni di tonnellate entro il 2034.

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SEQUESTRATI NEL NOVARESE UN LEONE IMPAGLIATO E ALTRO MATERIALE ILLEGALE

I militari hanno eseguito una serie di perquisizioni domiciliari nel comune di Galliate, su disposizione della Procura della Repubblica di Novara, nell’ambito di un’indagine avviata per il contrasto a reati venatori e all’uso di trappole illegali nei boschi del Parco del Ticino.
Le attività investigative erano partite dal ritrovamento, nei boschi di Cameri, di pericolosi lacci in metallo abilmente nascosti tra la vegetazione e utilizzati come trappole per la fauna selvatica, accompagnati da esche (“pastura”) per attirare gli animali.

Grazie al posizionamento di fototrappole, i Carabinieri forestali sono riusciti a documentare l’attività di due soggetti che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tornavano regolarmente sul luogo per controllare i dispositivi e rinnovare la pasturazione. L’identificazione è stata possibile anche attraverso le targhe dei veicoli utilizzati.

Informata dell’evoluzione dell’indagine, la Procura di Novara ha quindi disposto le perquisizioni domiciliari nei confronti degli indagati, al fine di acquisire ulteriori elementi utili alle indagini.

Durante le operazioni, i militari hanno rinvenuto e sequestrato un ingente quantitativo di materiale illegale. In particolare, in una delle abitazioni sono state trovate 44 armi da caccia custodite in modo irregolare, alcune delle quali prive della necessaria documentazione, oltre a munizioni, lacci e trappole già pronti, gabbie, secchi contenenti pastura e diversi uccelli impagliati.

Il sequestro ha riguardato anche numerosi reperti rientranti nella normativa CITES, detenuti senza certificazioni che ne attestassero la lecita provenienza: tra questi due zanne in avorio, un pesce palla impagliato e, elemento di particolare rilievo, un esemplare intero di leone maschio.

Tutti i reperti sono stati posti sotto sequestro e sottratti alla disponibilità dell’indagato. Gli accertamenti proseguiranno per ricostruirne la provenienza e verificare eventuali responsabilità. In caso di conferma delle ipotesi investigative, il materiale potrà essere confiscato e destinato ad attività di studio e divulgazione scientifica.

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Magneti made in Usa. La spinta americana per dimenticare la Cina

L’obiettivo è sempre lo stesso, tagliare più ponti possibili con la Cina. E gli Stati Uniti ci stanno riuscendo. Da quando il mondo ha preso coscienza del pericolo rappresentato dal monopolio cinese sulle terre rare (il Dragone controlla il 70% delle miniere e il 90% della raffinazione), Washington ha costantemente cercato l’allungo, provando a diventare la prima economia indipendente e autonoma dalle forniture del Dragone. Missione almeno in parte riuscita, come dimostra l’abile gioco di sponde con Paesi ricchi di minerali, messo in atto fin qui dalla Casa Bianca. Ora però è tempo di fare un passo in avanti.

Dai documenti del Congresso americano, per esempio, emerge chiaramente l’idea di creare un’industria dei minerali critici a circuito chiuso, vale a dire con principio e fine negli Stati Uniti. Premessa. Lo scorso ottobre, Pechino ha introdotto un nuovo regime di restrizioni sull’esportazione di metalli. Nel breve termine, la mossa sembra aver avuto l’effetto desiderato, mettendo per esempio nei guai la stessa industria automobilistica statunitense. Tuttavia, una volta prese le misure, è arrivata la reazione. Pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha presentato una nuova proposta di legge volta a stimolare la crescita dell’industria nazionale americana dei magneti. Il disegno di legge, voluto dai membri John Moolenaar del Michigan e Ro Khanna della California, introduce incentivi finanziari lungo tutta la filiera dei magneti, dalla produzione di ossidi di terre rare alla fabbricazione di magneti destinati all’impiego in ambito militare.

“Questo disegno di legge crea gli incentivi di mercato necessari per riportare negli Stati Uniti una catena di approvvigionamento vitale e contribuisce a garantire che i produttori americani siano alla guida del futuro in crescita della produzione di magneti”, ha affermato Moolenaar. La proposta prevede nel dettaglio un credito d’imposta del 15% per i produttori automobilistici americani che si riforniscono di magneti da fornitori nazionali. Il disegno di legge limita inoltre i crediti alle produzioni americane che utilizzano componenti provenienti da alleati della Nato, tra cui Giappone, Australia, Corea del Sud, Canada e Messico.

D’altronde, c’era poca scelta. La crisi delle terre rare seguita alle restrizioni cinesi, ha spinto l’amministrazione Trump ad adottare un approccio decisamente non improntato al libero mercato nei confronti dell’industria dei magneti. Lo scorso luglio, il governo statunitense ha poi acquisito una partecipazione del 15% in MP Materials, che gestisce l’unica miniera di terre rare ancora attiva negli Stati Uniti, a Mountain Pass, in California. Da allora, ha acquisito una partecipazione del 10% in Trilogy Metals per sostenere un progetto di estrazione di minerali critici in Alaska, una partecipazione del 10% in Korea Zinc per lo sviluppo di una nuova fonderia nel Tennessee, ed è in trattative per acquisire circa l’8% di Critical Minerals, che possiede il più grande sito di estrazione di terre rare in Groenlandia.

Tutto questo mentre si rinforza l’asse Italia-Stati Uniti, proprio sulle terre rare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato in queste ore che lunedì prossimo firmerà un accordo con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio sulle materie prime. “C’è da definire un’altra strategia: quella delle materie prime. Il mercato è condizionato dalla Cina, noi dobbiamo creare un mercato alternativo”, ha spiegato il vicepremier, annunciando che lunedì mattina firmerà un accordo “con il segretario di Stato Rubio, ma stiamo già lavorando anche con Corea, Giappone ed altri paesi dell’Unione europea”.

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CLIMA, MAREVIVO: ALTE TEMPERATURE DANNEGGIANO CORALLO MEDITERRANEO

La crisi climatica e l’innalzamento delle temperature marine stanno lasciando segni sempre più evidenti sui coralli del Mediterraneo, compromettendo la sopravvivenza di specie preziose per la biodiversità marina. A confermarlo sono i risultati di “MedCoral Guardians”, il primo progetto di tutela dei coralli del Mare Nostrum, realizzato dalla Fondazione Marevivo nelle Aree Marine Protette di Ustica (Sicilia), Tavolara-Punta Coda Cavallo (Sardegna) e Punta Campanella (Campania), grazie al contributo di The Nando and Elsa Peretti Foundation. Negli ultimi tempi il Mediterraneo ha fatto registrare temperature record, con un picco storico raggiunto a giugno 2025 quando la temperatura superficiale media del mare ha toccato quasi 24 gradi. In 2 anni di progetto ‘MedCoral Guardians’ ha documentato gli effetti del riscaldamento marino sulla Cladocora, corallo endemico del Mediterraneo, oggi minacciato dalle attività antropiche, ma soprattutto dalla maggiore frequenza delle ondate di calore marine che provocano il fenomeno dello sbiancamento e portano alla morte di intere colonie. La perdita di Cladocora caespitosa rappresenterebbe un grave danno per la biodiversità marina mediterranea. Questo raro e delicato corallo offre rifugio e nutrimento a numerose specie, contribuisce al mantenimento degli equilibri ecologici costieri e costituisce un importante bioindicatore della qualità delle acque e degli effetti dei cambiamenti climatici

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“Per tornare sul set avrei fatto pure una fottuta pubblicità di cibo per gatti”: Armie Hammer e il rilancio dopo le accuse di violenza sessuale (non è mai stato condannato)

Era sulla cresta dell’onda, amatissimo sex symbol da etero e gay (grazie anche al film cult “Call Me by Your Name” del 2017), richiestissimo sul set. Un vero e proprio idolo delle folle, poi pesantissime accuse, il tribunale, le porte di Hollywood si sono chiuse e il suo nome è finito in black list. Dal paradiso all’inferno e tentativo di risalire in purgatorio per Armie Hammer.

L’ex stella di Hollywood ha vissuto un anno orribile, nel 2021, perché è stato accusato di molestie e violenza sessuale e, contemporaneamente, è stato travolto da uno scandalo mediatico per presunte tendenze e fantasie di cannibalismo. Sono stati diffusi sul web alcuni screenshot di presunte conversazioni private attribuite all’attore, il cui contenuto descriveva fantasie sessuali di natura estrema e includeva dichiarazioni in cui l’uomo si definiva “cannibale al 100%”. L’autenticità di tali messaggi non è mai stata confermata ufficialmente. L’attore ha nel frattempo smentito con fermezza tutte le accuse e le voci circolate a suo carico.

Nel giugno del 2023, dopo oltre due anni di indagini, la procura distrettuale di Los Angeles ha chiuso il caso senza incriminare l’attore per mancanza di prove sufficienti.

L’attore ha concesso la sua prima intervista a “The Hollywood Report” per promuovere il film “Citizen Vigilante” per la regia di Uwe Boll. “Avrei fatto anche una fottuta pubblicità di cibo per gatti”, ha confessato l’attore.

“Quando ho ricevuto la mail di Boll…. Sono quasi sicuro di aver pianto – ha ammesso – È stato un momento in cui ho pensato: finalmente potrò fare la cosa che amo più di ogni altra cosa, a parte i miei figli. Avrei girato anche una fottuta pubblicità di cibo per gatti. Volevo solo tornare a lavorare. Ero terrorizzato fino al momento in cui Uwe ha detto ‘azione’ per la prima volta. E poi ho pensato: ‘Aspetta. So come si fa’. C’è un motivo per cui ho avuto il successo che ho avuto”.

Infine una consapevolezza: “Mi sono creato questi problemi da solo”.

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Diciassettenne morta dopo intervento: assolto il cardiochirurgo Coscioni, ex presidente dell’Agenas

Con la formula “il fatto non sussiste” il Tribunale di Salerno ha assolto il cardiochirurgo ed ex presidente dell’Agenas Enrico Coscioni al termine del processo nato dalla morte della 17enne Lucia F., avvenuta nell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, nel settembre del 2019, a seguito di un intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitralica. Coscioni era il primario del reparto di cardiochirurgia. Le motivazioni dell’assoluzione del professore universitario e del dottor Antonio Longobardi, che partecipò all’operazione, saranno rese note entro 90 giorni.

All’epoca in cui fu indagato, Coscioni era consigliere per la sanità del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, nonché componente dell’unità di crisi regionale anti-coronavirus e componente della cabina di regia nazionale. Nel 2020 fu nominato presidente dell’Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali), l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale che risponde al ministero della Salute e svolge attività di ricerca e di supporto al ministro, alle Regioni e alle singole aziende sanitarie.

La difesa di Coscioni (l’avvocato e professore Andrea R. Castaldo) e quella dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Ruggi d’Aragona (l’avvocato e professore Agostino De Caro) hanno evidenziato nel corso del processo “l’infondatezza dei profili di colpa contestati, sottolineando come la vicenda dovesse essere valutata alla luce della particolare complessità del quadro clinico, della imprevedibilità della complicanza intraoperatoria e dell’assenza di una condotta alternativa concretamente idonea a evitare l’evento”.

“Accogliamo con profondo rispetto la decisione del Tribunale, che restituisce piena dignità professionale al professore Coscioni – dichiara l’avvocato e professore Castaldo – dopo un processo complesso e doloroso per tutte le parti coinvolte. L’assoluzione con la formula ‘perché il fatto non sussiste’ conferma la correttezza della linea difensiva sostenuta sin dall’inizio: non ogni evento avverso, anche quando drammatico, può essere trasformato in responsabilità penale. Attendiamo il deposito delle motivazioni per ogni ulteriore valutazione”, conclude Castaldo.

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Movimento e alimentazione, l’evento finale di Edusport: coinvolti 600 alunni in tutta Italia

Si tiene domani, mercoledì 17 giugno, a Roma l’evento finale di EdusportPercorsi di educazione alimentare e sportiva per stili di vita attivi, il progetto promosso da Uisp-Unione Italiana Sport Per tutti in collaborazione con il Dipartimento per lo Sport, che nell’ultimo anno scolastico ha coinvolto circa 600 bambine e bambini delle scuole primarie distribuite in tutta Italia.

L’appuntamento è in programma dalle 10 alle 13 all’Impianto Sportivo comunale Fulvio Bernardini, in via dell’Acqua Marcia 51, a Roma. Il progetto, avviato nel settembre 2025, ha interessato undici istituti scolastici di Genova, Matera, Oristano, Perugia, Roma, Taranto e Val di Susa, con l’obiettivo di promuovere il movimento e una corretta alimentazione tra gli studenti.

La mattinata è dedicata alla presentazione dei risultati raggiunti durante il percorso educativo. I partecipanti possono inoltre assistere alla riproposizione di attività, giochi e metodologie sperimentate nel corso dell’anno dalle alunne e dagli alunni coinvolti. A chiudere l’iniziativa la tavola rotonda dal titolo “Politiche, scuola e sport: strategie condivise per stili di vita sani”, momento di confronto tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e della sanità.

Tra i relatori annunciati figurano Barbara De Mei, responsabile del Reparto Sorveglianza dei fattori di rischio e strategie di promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità; Rossana Ciuffetti, direttrice dell’Area Sport Impact di Sport e Salute; Maria Assunta Giannini, dirigente del Ministero della Salute; Fabio Lucidi, prorettore alla Terza e Quarta Missione e ai rapporti con la comunità studentesca della Sapienza Università di Roma; e Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale, ai Servizi alla persona e al Terzo settore della Regione Lazio.

L’incontro rappresenta l’occasione per fare il punto sulle strategie da adottare per favorire, fin dall’età scolare, comportamenti orientati al benessere e a stili di vita più sani attraverso la collaborazione tra scuola, sport e istituzioni.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Vannacci dice ca**ate, non conta un piffero di niente. La smetta di fargli propaganda”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.

La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.

Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Sottolinea che all’ex generale manca il retroterra storico della destra tedesca, francese o spagnola e si è soltanto ritagliato uno spazio lasciato libero da Meloni e Salvini al governo.
E aggiunge: “Se questo spazio lui se lo vuole mantenere, la sinistra brinda. Se, come sono certo, il giorno prima torna all’ovile, è tutto uguale a prima”.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.

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Le guerre che l’Occidente non vuole chiudere

Gli europei sono vissuti per scarsi ottant’anni nella convinzione che il mondo andasse verso la pace universale. Oggi si sono accorti che sotto i loro tappeti e mobili non si può più nascondere la polvere. E nessuno ha il coraggio di parlarci di quelle eterne trattative per conflitti che non si possono chiudere, e per svariate ragioni di potere superiore. Ecco perché necessita l’Italia si tiri fuori da questi gineprai, dichiarandosi neutrale, mera spettatrice indignata dalla follia occidentalista.

Perché i media (figli della frenesia occidentale) ci raccontano la storia del conflitto israelo-palestinese dimenticando che la partita è la stessa da almeno tre secoli: ovvero il controllo occidentale dell’area mediorientale; che volendo eredita le stesse mosse delle corone europee che finanziavano le crociate. Israele è di fatto l’unico avamposto ritenuto affidabile e condiviso politicamente da Washington, Londra ed Europa che conta economicamente. Avamposto consolidato all’indomani della Seconda Guerra mondiale, come ammortizzatore economico-sociale a seguito del tramonto del colonialismo. Avamposto militare, economico e di cultura anglo-statunitense, e difficilmente Londra e Washington potranno consentire che questo presidio accetti altri condizionamenti.

Di fatto Donald Trump è vittima del suo stesso occidentalismo. Perché l’ulteriore carico di controllo israeliano del Mediterraneo è iniziato col tramonto della Turchia come alleato strategico di Usa e Gran Bretagna: la fine dell’idillio turco-occidentale è databile con la politica egemonica nell’area da parte di Erdogan, che sfociava nel colpo di Stato in Turchia del 2016. Un fallito golpe militare messo in atto da una parte delle Forze armate turche appoggiate dall’intelligence anglo-statunitense.

Erdogan non mollava il potere, di logica conseguenza Usa e Gran Bretagna davano il via libera ad una Grande Israele: Netanyahu corrisponde per autorità, autorevolezza e storia personale al leader ideale per Londra come per Washington. Netanyahu ha dalla sua l’appoggio delle origini: è nato a Varsavia col nome Bensyjon (Bencyjon) Milejkowski e poi ha cambiato il cognome in Netanyahu seguendo il processo di ebraizzazione dei cognomi; gode dell’appoggio d’influenti famiglie polacche sia in Europa che negli Usa, nuclei che hanno appoggiato sia i democratici che i repubblicani. La vulgata che corre nei salotti economici occidentali è che, senza Netanyahu il Medioriente sarebbe oggi tutto controllato da Ankara. Ovviamente il controllo dell’area viene assecondato da alcuni paesi islamici e contrastato da altri a fasi alterne: in questo gioco delle parti ha funzione strutturale la questione palestinese, che nessuno intende risolvere proprio per mantenere in piedi il gioco, l’eterna trattativa.

Quindi, analizzando dall’alto la questione emerge come la Global Sumud Flotilla si dimostri l’emblema del fallimento delle “missioni pacifiche e non violente di aiuto umanitario”. La questione mediorientale è religiosa ed etnica solo nella favoletta che racconta il potere ai popoli. Di fatto Usa e Gran Bretagna hanno affidato ad Israele il controllo dell’intera area mediterranea: le sinistre spagnole, italiane, francesi ed europee più in generale hanno risposto mandando delle barchette in mezzo al mare. Il debole governo italiano di centro-destra (di cui non si condividono le mosse) ha tentato di sedersi al tavolo con i potenti della Terra per trattare su aree d’influenza mediterranee. Ma quando ci si siede a determinati tavoli necessita essere poco francescani e tanto pragmatici: soprattutto ben consci che attualmente nell’intero Pianeta sono in corso circa sessanta conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e alla metà delle guerre non è possibile porre termine per accordi ferrei tra le potenze. Sono conflitti che coinvolgendo direttamente o indirettamente (tra forniture d’armi, logistica, consulenze varie) circa la metà dei paesi della Terra. Oggi un importante focolaio bellico, di quelli che non si possono più spegnere, è in Europa: anzi sarebbe meglio dire sul confine di aree d’influenza europea e russo-turca.

Quel confine che attraverso il Dnepr (fiume che passa da Kiev) porta fino al Mar Nero, spartiacque tra l’Europa sud-orientale e l’Asia minore. Per la Gran Bretagna il posto giusto per un focolaio bellico nel cuore dell’Europa: è lo scontro per l’egemonia sull’area e per l’accesso al Mediterraneo; terreno su cui si misurano da una parte l’Occidente a trazione GB e dall’altra l’accordo tra Turchia e Russia. Ecco che il progetto occidentale di Grande Israele è funzionale a rafforzare il presidio angloamericano nel Medioriente e nel Mediterraneo. In quest’ottica si può meglio comprende come le ragioni di Zelensky siano un pretesto, altrettanto dicasi per la questione palestinese.

Certo le guerre hanno bisogno di manovalanza, che viene motivata da ideologie, finalità religiose, promesse di benessere. A conti fatti siamo a cospetto di due “campi di Marte” uno in Ucraina ed l’altro a Gaza: il primo rimarrà fumante, per il secondo si potrebbero aprire trattative non si sa quando. Va detto che Israele, soprattutto dopo l’attentato a Manchester e l’innalzarsi delle tensioni in tutta Europa, conta sul fatto che sarebbe per sempre archiviata la storica proposta “due popoli due stati”: prevedeva una pacifica convivenza tra ebrei e palestinesi. Quindi è archiviata la proposta dell’Onu del 29 novembre 1947, quando l’Assemblea Generale (Onu) adottava il “Piano di partizione della Palestina in due Stati”, uno arabo e l’altro ebraico con Gerusalemme che godeva di statuto particolare sotto l’egida ONU. Oggi Israele (Usa e GB) è per liberare totalmente i territori, ovvero attende che l’Onu pianifichi la diaspora dei palestinesi presenti a Gaza e non certo deboli corridoi umanitari: ovvero circa due milioni e mezzo tra uomini, donne e bambini che dovrebbero abbandonare il territorio.

Attualmente un milione di palestinesi si sono integrati nei paesi Arabi, e circa duecentomila sono migrati in America Latina, Europa e in Usa (dove ne vivrebbero più di centomila). Oggi per Ue e Londra la diaspora sarebbe l’unico modo per portare pace in Palestina. Ecco perché alla Global Sumud Flotilla, con il suo progetto di “corridoio umanitario”, non è stato dato modo d’interferire. E’ evidente che non siamo più negli anni ’70 del ‘900, e che la maggior parte delle nazioni oggi non voglia compromettersi nel riconoscere lo stato di Palestina. Dalla metà del ‘900 il Mandato britannico della Palestina, detto anche “Palestina mandataria”, ha sostituito il protettorato di Francia e Regno Unito che subentravano alla fine dell’epopea coloniale. Oggi tutti evitano di compromettersi, aspettano il via libera per lo sgombero militare, la diaspora che di fatto peserà per grandi responsabilità su Londra.

Nel frattempo, l’Europa in parte appoggia le flottiglie, credendo si tratti di un gioco tra ragazzi paragonabile al mandare i tesserati Cgil in piazza. Ma nessuno dice alla gente che è in gioco il controllo di Medioriente e Mediterraneo, che l’Italia non può essere altro che uno spettatore, anche pagante, perché al varo della diaspora dovrà assorbire anche lei parte dei due milionitre entomila sfollati dalla Palestina. Questo è il prezzo per chiudere il focolaio mediorientale, ben consci che probabilmete dovrà rimanere accesso il focolaio in Ucraina, come da intese tra UE e Londra . L’Ucraina che diventa un po’ come il Kashmir tra Cina e India, un piccolo focolaio bellico tra nazioni alleate nei Brics: del resto le vite umane rappresentano nella società odierna un costo sociale, ed in tempi di guerra un prezzo da pagare necessario, propedeutico a propaganda ed intese.

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Pio Esposito rimanda le vacanze: è a Brescia per allenare i ragazzi della scuola calcio dove ha iniziato la carriera

Per molti il periodo estivo è sinonimo di vacanze e relax, ma non per Pio Esposito. L’attaccante dell’Inter ha deciso di rimandare le ferie e dedicare parte del suo tempo libero ai giovani calciatori della Voluntas Brescia, la società nella quale ha mosso i primi passi nel mondo del calcio. L’Italia non prenderà parte ai Mondiali del 2026, avendo mancato la qualificazione per la terza volta consecutiva dopo l’ultima presenza a Brasile 2014, ma nonostante ciò, Esposito non ha scelto (almeno per il momento) una meta di villeggiatura dopo una stagione ricca di soddisfazioni sotto la guida di Cristian Chivu, conclusa con la conquista di campionato e Coppa Italia. In questi giorni, infatti, dopo aver risposto alla chiamata in nazionale di Silvio Baldini, è impegnato al centro sportivo San Filippo di Brescia, dove veste i panni di allenatore e punto di riferimento per i ragazzi della scuola calcio.

Come sottolinea Tuttosport, il San Filippo rappresenta un luogo speciale per Esposito: è lì che è iniziato il percorso che lo ha portato fino a San Siro. Insieme ai fratelli Sebastiano e Salvatore, l’attuale centravanti nerazzurro ha infatti iniziato la propria formazione calcistica proprio nella Voluntas Brescia. Oggi, affiancato dal fratello Salvatore e dal padre Agostino, Pio sta trascorrendo le prime settimane di pausa stagionale seguendo da vicino le attività della scuola calcio, all’Esposito Summer Camp, un camp estivo appunto dove i ragazzi per qualche giorno possono allenarsi con l’attaccante dell’Inter e della nazionale. La famiglia Esposito ha avuto un ruolo decisivo nel rilancio della società dopo il fallimento avvenuto alcuni anni fa, rilevandola nel momento di maggior difficoltà. Per i giovani tesserati della Voluntas, la possibilità di allenarsi accanto a Pio Esposito resterà senza dubbio un ricordo indelebile.

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Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale. Il figlio Laerte: “Aveva un problema che lo affliggeva”

Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale a causa di un problema di salute. A dare la notizia è stato il figlio Laerte, che ha condiviso sui propri profili social una fotografia del noto cantautore italiano nel letto di degenza ospedaliera.

Laerte, a corredo dello scatto che ritrae Pappalardo, ha scritto: “Ringrazio il grandissimo prof. Andrea Natale per aver risolto un problema che affliggeva mio padre”.

Non è stato chiarito dunque il motivo del ricovero al Policlinico Tor Vergata di Roma, ma il medico citato dal figlio Laerte è un chirurgo cardiologo “riconosciuto a livello mondiale come pioniere nella cura della fibrillazione atriale e delle aritmie”.

Il cantautore e attore italiano è nato a Copertino (in provincia di Lecce) nel 1945.Scoperto dal celebre duo Lucio Battisti e Mogol nei primi anni Settanta, l’artista ha lasciato un’impronta nel panorama della musica italiana grazie a brani diventati veri e propri classici, tra cui l’evergreen “Ricominciamo“.

Nel corso della sua carriera si è cimentato anche nel mondo del cinema, delle fiction televisive di grande successo come “La Piovra” e di numerose trasmissioni televisive e reality.

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CACCIA, ON. BRAMBILLA: “PER LEIDAA VA SOLO ABOLITA, NO REGALI ALLE DOPPIETTE”

“La battaglia contro la caccia contraddistingue da sempre la nostra Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente. Siamo fermamente convinti che ogni vita debba essere rispettata, comprese quelle degli animali selvatici. Non è accettabile regalare a meno di 500mila cacciatori un patrimonio naturale che appartiene a tutti e da tutti dovrebbe essere tutelato anche nell’interesse delle future generazioni, come previsto dalla riforma costituzionale del 2022 che ho fortemente voluto. Ecco perché ci batteremo sempre contro l’attività venatoria in ogni sua forma, con l’obiettivo di abolirla del tutto utilizzando qualsiasi strumento legale possibile, incluso il referendum. A maggior ragione non possiamo accettare ulteriori allentamenti delle regole che disciplinano questa crudele pratica”. A dirlo l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente.

“Non accetteremo mai – prosegue la presidente di LEIDAA – come possa essere considerato un divertimento uccidere un capriolino, un cerbiattino, un meraviglioso uccello o una delle altre straordinarie creature del bosco che al nostro “Cras Stella del Nord” curiamo con grande fatica e che, troppo spesso, arrivano con gravi ferite causate proprio dalle doppiette”.

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Futuro24. Gaia Blu e le sentinelle del mare

Saliamo a bordo della nave da ricerca Gaia Blu del CNR, impegnata in una campagna nell'Adriatico. In questa puntata anche l'acqua che si forma dalle rocce, l'inquinamento nell'Artico e una sfida tecnologica dentro un sottomarino

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Testa bassa e mani dietro la schiena: la foto di Bielsa ai Mondiali è già iconica. “Non sono un modello, non devo spiegare nulla”

Testa bassa, sguardo fisso a terra, mani dietro la schiena. Marcelo El Loco Bielsa non è mai banale. Nemmeno nelle foto da “figurina” durante lo shooting dei Mondiali 2026. La foto è già iconica e ha già fatto il giro del mondo. E infatti – dopo il pareggio del suo Uruguay contro l’Arabia Saudita – una delle prime domande è stata proprio su questo tema. Una domanda che ha infastidito il commissario tecnico dell’Uruguay: “Non devo dare alcuna spiegazione. Mi hanno scattato quella foto così com’è, non sono un modello. Ero di fronte ai fotografi ed è quella la foto che mi hanno scattato”.

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Bielsa ha risposto indispettito al giornalista in questione, ribadendo: “Devo anche spiegare perché non guardo l’obiettivo nella foto? In questo momento non sono spiegazioni che devo dare. C’è un limite a ciò che bisogna spiegare: se si indossano gli occhiali, perché si indossano gli occhiali, se si guarda negli occhi, perché si guarda negli occhi, se si guarda in basso o in alto. Ci sono così tante cose da spiegare. Non abbiamo l’obbligo di comportarci come modelli per soddisfare pretese che non hanno alcun fondamento”, ha concluso il commissario tecnico dell’Uruguay.

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Tom Holland conferma (per la prima volta) di essersi sposato con Zendaya: “I miei parenti? Erano tutti lì”

Lo scorso marzo Law Roach, storico stylist di Zendaya, sul red carpet degli Actor Awards 2026 si era lasciato sfuggire che l’attrice aveva sposato Tom Holland, in gran segreto: “Il matrimonio è già avvenuto. Ve lo siete persi”. Dopo qualche mese è arrivata per la prima volta la conferma dallo stesso attore di “Spider-Man: Brand New Day” durante una intervista con la rivista Esquire.

Dunque sulla sua nuova intervista di copertina per il numero di luglio/agosto di Esquire, Tom Holland ha parlato per la prima volta del suo presunto matrimonio segreto con Zendaya. Le voci si sono rincorse da quando Zendaya ha sfoggiato un anello di diamanti ai Golden Globe nel gennaio 2025, ma la coppia di star, da sempre molto attenta alla propria privacy, non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’unione.

L’attore durante una intervista con la rivista finalmente fornito qualche dettaglio sul grande giorno. Quando foto ricreate con l’intelligenza artificiale del matrimonio con Tom che stappava champagne Moët con la sua neo-sposa sul Lago di Como hanno iniziato a circolare sui social, Holland ha spiegato che la nonna le ha viste e ha pensato di non essere stata invitata. Quando Esquire gli ha chiesto se fosse stato costretto a inviare messaggi simili ad altri membri della famiglia, ha risposto: “No, perché erano tutti presenti. Questo è tutto quello che vi dirò” .

Poi il discorso si è spostato sulla moglie: “Il nostro lavoro può comportare situazioni molto stressanti ed è davvero bello avere una solida base di relazione che resisterà alla prova del tempo. Possiamo sostenerci a vicenda in modi che solo noi possiamo, perché solo noi capiamo veramente cosa significa vivere questa vita, e penso che sia un vero lusso, perché non riesco proprio a immaginare come potrei avere qualcosa del genere con qualcun altro. Quindi, per me, ho trovato la mia persona. È la mia migliore amica, e sono più felice che mai quando sono con lei, ma non mi sono mai sentito così supportato e al sicuro, mai. Punto”.

I due si sono conosciuti sul set di “Spider-Man: Homecoming” nel 2016.

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Il G7 cerca una strategia comune sui minerali critici. L’Italia si muove tra Canada e Giappone

L’accesso alle materie prime strategiche si sta imponendo come uno dei dossier più rilevanti del G7 francese. Un segnale è arrivato dal colloquio tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro canadese, Mark Carney, che hanno discusso a latere del vertice di Evian di un possibile accordo quadro su difesa, energia, infrastrutture, spazio e proprio minerali critici. Sul tavolo anche la decisione di Ottawa di garantire all’Italia un accesso prioritario alle proprie scorte, una scelta che Palazzo Chigi ha presentato come un contributo alla sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Ottawa dispone di importanti giacimenti di litio, nichel, cobalto e terre rare e si propone come uno dei principali fornitori affidabili per i partner occidentali. L’offerta di accesso prioritario avanzata nei confronti dell’Italia si inserisce in questa strategia più ampia, che punta a trasformare il Paese nordamericano in uno dei pilastri delle future catene di approvvigionamento del G7.

La questione va oltre la dimensione bilaterale. Da mesi, infatti, i Paesi del Gruppo dei Sette stanno cercando di definire una risposta comune alla dipendenza dalle forniture di terre rare e altri materiali essenziali per l’industria avanzata. Litio, nichel, cobalto, grafite, antimonio e terre rare sono componenti indispensabili per batterie, semiconduttori, tecnologie digitali e sistemi di difesa. La loro disponibilità è diventata una questione che coinvolge al tempo stesso politica industriale, competitività, sicurezza economica e nazionale.

La preoccupazione condivisa riguarda soprattutto il ruolo di Pechino. La Cina mantiene una posizione dominante nella raffinazione e nella lavorazione di numerosi minerali strategici e negli ultimi anni ha dimostrato di essere disposta a utilizzare restrizioni all’export come strumento di pressione economica. Per le economie avanzate, la vulnerabilità non riguarda soltanto l’accesso alle risorse, ma anche la capacità di trasformarle lungo l’intera filiera industriale.

Da qui la crescente centralità del tema nel dibattito tra gli alleati. A Evian emergono diverse proposte, sintomo di priorità e punti di vista differenti tra i membri del Gruppo, accomunate però dall’obiettivo di ridurre il rischio di future interruzioni delle forniture. La Francia, padrona di casa, promuove per esempio l’idea di una partnership G7 sui minerali critici, con investimenti condivisi, infrastrutture di lavorazione e programmi di ricerca dedicati a fonti alternative in Africa, America Latina e Australia. Germania e Regno Unito hanno espresso sostegno all’iniziativa, chiedendo però obiettivi più concreti e misurabili.

Gli Stati Uniti stanno seguendo una strada in parte diversa. L’amministrazione Trump ha rilanciato il progetto di un sistema occidentale per sostenere la produzione di minerali critici attraverso incentivi economici, accordi commerciali e meccanismi destinati a rendere più sostenibili gli investimenti in un settore spesso penalizzato dai bassi prezzi internazionali. La discussione su come strutturare questi strumenti resta aperta e ha prodotto sensibilità differenti tra governi e operatori industriali, nonché tra Usa ed europei. Tuttavia, il punto di partenza è condiviso: costruire capacità produttive alternative a quelle controllate dalla Cina.

In questo quadro si inserisce la proposta avanzata dal Giappone dalla premier Sanae Takaichi. Arrivata al suo primo G7 da capo del governo, Takaichi ha suggerito la creazione di un sistema coordinato di stockpile di minerali critici tra i Paesi del gruppo e altri partner affini. L’idea prevede riserve equivalenti ad almeno novanta giorni di consumi e un meccanismo di rilascio coordinato in caso di emergenze o interruzioni delle forniture.

La proposta giapponese introduce una prospettiva complementare rispetto al dibattito sulla produzione. Mentre Washington guarda soprattutto a come incentivare nuovi investimenti e l’Europa discute di partenariati industriali, Tokyo concentra l’attenzione sulla gestione delle crisi. D’altronde, l’esperienza del 2010, quando una disputa con la Cina provocò una grave interruzione delle forniture di terre rare verso il Giappone, continua a influenzare la visione strategica del Paese.

Per l’Italia, il tema non è arrivato all’improvviso sul tavolo del summit. Prima dell’appuntamento di Evian, Takaichi aveva discusso proprio con Meloni della necessità di rafforzare la cooperazione internazionale sui minerali critici. Il successivo colloquio con Carney ha aggiunto un ulteriore tassello, collegando il dibattito sulla sicurezza delle riserve a quello sull’accesso diretto alle risorse. Ancora prima, a febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani era stato a Washington per partecipare al Critical Mineral Summit, in cui la sicurezza della filiera dei minerali critici era concretamente emersa al centro delle nuove relazioni transatlantiche – e dei like-minded come il Giappone, o la Corea del Sud, con cui a sua volta il governo Meloni ha avviato un dialogo sul tema, rinvigorito anche la scorsa settimana durante la visita in Italia del presidente Lee Jae Myung.

Resta da capire quale forma assumeranno gli impegni che usciranno dal vertice. Le discussioni in corso mostrano approcci differenti sugli strumenti da adottare e sul grado di coordinamento necessario. Ma il dato politico che emerge da Evian è già visibile: i minerali critici stanno assumendo per le democrazie industrializzate una rilevanza paragonabile a quella che per decenni hanno avuto energia e petrolio. Il confronto non riguarda più soltanto l’accesso alle risorse, ma la capacità delle economie occidentali di proteggere le proprie filiere strategiche in un contesto internazionale sempre più competitivo.

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La festa di Trump poteva finire in strage: l’FBI ha sventato un assalto alla Casa Bianca durante l’evento UFC

Donald Trump aveva trasformato la Casa Bianca in una gigantesca arena di arti marziali miste per celebrare il suo ottantesimo compleanno, attirando oltre 4.000 spettatori sul prato sud e migliaia di fan nei dintorni. Ma quella che è stato una serata di celebrazioni pacchiane, tra combattimenti UFC, jet militari e ospiti celebri, sarebbe potuta finire in tragedia. Secondo quanto reso noto dal direttore dell’Fbi Kash Patel, le forze dell’ordine statunitensi hanno infatti sventato un piano per colpire proprio l’evento UFC organizzato alla Casa Bianca lo scorso fine settimana. L’operazione ha portato all’arresto di cinque persone e all’identificazione di altre 23 ritenute coinvolte nel presunto complotto.

Come riportato da Fox e confermato da fonti delle forze dell’ordine, il piano prevedeva l’utilizzo di droni carichi di esplosivo contro edifici nelle vicinanze della manifestazione. L’obiettivo sarebbe stato provocare il panico e costringere all’evacuazione delle migliaia di persone presenti. Secondo la ricostruzione, la folla sarebbe stata indirizzata verso un’area dove erano stati predisposti dei cecchini. Una seconda fase dell’attacco avrebbe poi previsto un assalto ai cancelli della Casa Bianca.

L’Fbi sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno, quattro giorni prima della serata di combattimenti. Da quel momento è scattata un’operazione coordinata tra più Stati americani, con il coinvolgimento dell’agenzia federale, del Dipartimento di Giustizia e di altre forze di sicurezza. “Grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto più stati, diverse persone sono ora in custodia e gli attacchi presumibilmente pianificati sono stati sventati”, ha scritto Patel in un messaggio pubblicato su X.

Secondo un funzionario informato sui fatti, i cinque arresti sono stati eseguiti in Ohio, Missouri e California. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’identità dei fermati né sulle accuse contestate. La minaccia è emersa soltanto dopo l’evento che aveva visto Trump assistere agli incontri di UFC Freedom 250 accanto alla first lady Melania Trump, al vicepresidente JD Vance e ad altri membri dell’amministrazione.

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“Massoneria e cattolicesimo sono assolutamente incompatibili”

Davide Rossi presenta il suo ultimo libro che indaga la realtà massonica grazie alle risposte del Gran Maestro Stefano Erario

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
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Le scelte della Bce e le incertezze del momento. L’analisi di Polillo

La decisione della Bce di aumentare leggermente i tassi di interesse non ha sorpreso il mercato più di tanto. Subito dopo l’annuncio, le borse che erano in attivo, hanno limato i possibili guadagni. Ma nulla di particolarmente drammatico. Dopo le decisioni assunte, la struttura dei tassi ha assunto queste caratteristiche: tasso di interesse sui depositi presso la Bce: 2,25%; tasso di rifinanziamento principale: 2,40%; tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,65%. In tutti e tre i casi l’aumento è stato dello 0,25%. Quasi a dimostrare che la situazione è completamente sotto controllo, per cui non è necessario manipolare i diversi tassi, con aumenti non uniformi, per far fronte alle maggiori o minori situazioni di rischio.

Nel board il verdetto è stato unanime. Il comunicato finale tende a sdrammatizzare ulteriormente: “La decisione di aumentare i tassi risulta fondata in una serie di scenari che illustrano come lo shock potrebbe evolversi e influire sulle prospettive a medio termine per l’area dell’euro”. Quindi wait and see, in attesa di scoprire se il trentanovesimo annuncio di Donald Trump su quella tregua che dovrebbe liberare lo stretto di Hormuz avrà finalmente modo di concretizzarsi. Nel frattempo i margini a favore della Bce sono ancora evidenti: il tasso di riferimento della Bank of England è pari al 3,75%. Quello della Fed, la Federal Reserve americana al 3,62%. C’è quindi tutto il tempo eventualmente per reagire, qualora il barometro volgesse al peggio.

Sul futuro, data l’incertezza quasi cosmica che caratterizza la geopolitica, la Bce non si pronuncia. Non vi sarà pertanto alcuna forward guidance, vale a dire quell’annuncio di indicazioni prospettiche sulla dinamica dei tassi che di solito le Banche centrali comunicano al mercato. La Banca, infatti, come si legge nel comunicato diffuso, ha deciso di “adottare un approccio basato sui dati e valutato riunione per riunione per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria”. Un indirizzo analogo a quello assunto da Jerome Powell, quando era presidente della Fed, per resistere alle pressioni di Donald Trump, che spingeva per una riduzione dei tassi al fine di gasare l’economia americana in vista delle elezioni di Midterm.

Gli operatori, tuttavia, sono scettici e già ipotizzano almeno un doppio rialzo dei tassi d’interesse da qui alla fine dell’anno. Non tutti sono d’accordo. C’è addirittura chi ritiene che anche questo rialzo sia stato eccessivo. Tesi che oggi potrebbe trovare conferma negli accordi appena conclusi per la tregua tra Iran, Stati Uniti e (forse) Israele. Accordi che hanno portato in borsa una ventata di euforia, poi in parte ridimensionata a seguito di una riflessione meno emotiva, considerate le grandi incertezze che ancora caratterizzano il negoziato. Per quanto ci riguarda, non ci pronunciamo. Due sono tuttavia gli elementi su cui riflettere.

Il differenziale con la Fed rimane ancora molto alto. Il che potrebbe determinare una certa attrazione. Sullo sfondo restano poi le preoccupazioni sugli andamenti di finanza pubblica sia dell’Eurozona che della Ue. Le ultime previsioni della Commissione europea indicano un deficit di bilancio pari al 3,34% ed al 3,5% per il 2026 e l’anno successivo. Per l’intera Ue, queste percentuali salgono al 3,47% ed al 3,59. I maggiori Paesi (Francia e Germania) stanno molto peggio. A dimostrazione di come i parametri di Maastricht siano stati travolti dalla dinamica dei processi reali.

Sullo sfondo, inoltre, sono due programmi quanto mai impegnativi sul piano finanziario. Quello per la sicurezza Safe (Safe – Security Action for Europe) che prevede un prestito pari a 150 miliardi di euro, per dotare il vecchio continente di una propria struttura militare, in vista del crescente disimpegno americano. Risorse che non saranno a fondo perduto, ma prestiti concessi agli Stati membri ed al Canada seppure ad un basso tasso d’interesse e con scadenze particolarmente diluite nel tempo. La quota italiana, com’è noto, sarà pari a 14,9 miliardi di euro.

Un secondo intervento, seppure di portata di gran lunga inferiore, sarà quello che prevede la possibilità di uno sforamento del “Patto di stabilità” per un importo pari allo 0,6% del Pil nei prossimi due anni per ridurre la dipendenza da gas e da petrolio, agevolando gli investimenti green. In apparenza un vincolo molto stretto che dovrebbe impedire un aumento dei consumi fossili, intervenendo sul prezzo del gas e dei carburanti. Di fatto una misura più di facciata che di sostanza. Basterà ai singoli Stati nazionali operare uno shift di bilancio. Utilizzare le somme già stanziate per quegli investimenti per intervenire sui prezzi dei combustibili fossili e coprire con il maggior spazio fiscale appena ottenuto, quei precedenti impegni.

Comunque sia, se si sommano l’insieme di questi interventi è facile prevedere come le precedenti previsioni in termini di deficit e di crescita del debito della Commissione europea, siano un po’ scritte sull’acqua. Al punto da far ritenere poco realistiche le relative proiezioni. Per l’Eurozona e la stessa Ue, si ipotizza una crescita maggiore di circa 2 punti e mezzo nel prossimo biennio. Quando quella degli Stati Uniti, nello stesso periodo, sembra essere destinata ad un salto di quasi 4 punti. A meno che non scoppi la pace, quindi, le previsioni sulle due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che tranquillizzanti.

C’è poi l’altro corno del dilemma: l’inflazione. Studi recenti (Francesco Corsello e Andrea Foschi: The different effects of oil and gas supply shocks on euro-area inflation – Banca d’Italia) hanno dimostrato che gli aumenti del prezzo del petrolio si trasferiscono sui prezzi con maggiore rapidità. Mentre quelli del gas sono più graduali, ma con un effetto più persistente. Nel caso in specie, con la chiusura dello stretto di Hormuz, avremo, fino a quando la situazione non si sarà completamente normalizzata, la sommatoria negativa di entrambi gli effetti.

Attualmente le previsioni indicano per il petrolio un prezzo medio per l’anno in corso pari a 96,9 dollari al barile (dopo l’annuncio della tregua è sceso a poco più di 80). Con una successiva caduta a 82,2 nel 2027 e a 77,2 l’anno successivo). Bene che vada le quotazioni prospettiche sono di un 15% superiori alla media delle quotazioni dello scorso anno. Per il gas naturale, invece, a partire dal 2027 si dovrebbe tornare ad una situazione di relativa normalità. Salvo il presente in cui la bolletta dovrebbe essere più cara di circa il 25%. Ragione in più per fare qualcosa, nell’immediato, per tamponare la situazione.

L’effetto combinato dei fenomeni richiamati sulla vita di tutti i giorni sarà, al tempo stesso, una maggiore inflazione ed un minor tasso di crescita dell’economia. La terribile stagflation. Soffermarci sulle possibile cifre, in attesa di vedere quel che accadrà effettivamente nel Medio Oriente, è un puro esercizio calligrafico. Quel che si può dire è che comunque vadano le cose, il prossimo anno anno sarà quello più problematico: sia perché se ci saranno nodi sarà lì che verranno al pettine, sia perché la strada dell’eventuale normalizzazione appare ancora piena di incognite.

Tanto per dare qualche elemento, per il 2027 le previsioni attuali indicano il massimo del contenimento del tasso di crescita dell’economia e la più forte inflazione. Fenomeni che sarebbero destinati a stemperarsi l’anno successivo. Prospettiva inquietante, almeno per l’Italia. Che proprio in quell’anno dovrà affrontare una difficile tornata elettorale. Ne saranno avvantaggiate le attuali forze di governo o le opposizioni? Difficile rispondere. Con ogni probabilità coloro che si dimostreranno più convincenti. Cioè in grado di dimostrare di avere le ricette migliori per affrontare una tempesta imprevista ed imprevedibile. Come sono stati gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni terribili, in cui la guerra l’ha fatta da padrone.

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“Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono affascinate dal concetto di Milano-Sanremo”: Linus presenta Milano Music Week 2026

È stata presentata oggi, 16 giugno, al Museo del Novecento a Milano la decima edizione della Milano Music Week 2026 che si terrà dal 16 al 22 novembre. Linus, che proprio quest’anno taglia il traguardo dei 50 anni di carriera, è stato nominato direttore artistico della manifestazione dedicata alla musica che ogni anno anima la città con concerti, dj set, presentazioni di dischi e libri, workshop, showcase, e molti altri appuntamenti diffusi su tutto il territorio.

La Milano Music Week l’ho vista crescere in questi anni – ha spiegato Linus -. Quando Sacchi (l’assessore alla Cultura, ndr) mi ha chiesto di dare una mano mi sono chiesto se fossi la persona giusta, ma ho capito che questa manifestazione ha fondamenta molto solide. Forse servirà aggiungere un po’ di colore“. Per il nuovo direttore artistico la sfida sarà rendere l’evento “ancora più visibile” in un periodo dell’anno “non semplice per la musica“.

Poi ha aggiunto: “La prima cosa che mi piacerebbe fare è mettere in dialogo il passato e il presente, facendo reinterpretare agli artisti della Milano musicale di oggi le canzoni che hanno raccontato questa città. Mi affascina l’idea di creare un ponte tra generazioni diverse, mostrando come la musica sappia attraversare il tempo e rinnovarsi continuamente. Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono poi affascinate dal concetto di Milano-Sanremo: un flusso di idee, talenti ed energia che parte dalla nostra città e arriva fino al Festival”.

Tra i temi dell’edizione 2026 ci sono il cinquantesimo anniversario della disco music e del punk, due fenomeni che, secondo Linus, hanno segnato profondamente la cultura musicale contemporanea. Cuore della manifestazione sarà la Fabbrica del Vapore, individuata come nuova casa della Milano Music Week 2026. Ogni tema sarà protagonista di una serie di appuntamenti in tutte le sue declinazioni: conferenze, videopodcast, live, dj set, incontri, workshop, party e molto altro.

“La decima edizione della Milano Music Week rappresenta un traguardo importante per una manifestazione che negli anni è diventata un punto di riferimento strategico per la musica e per tutta la sua filiera – dichiarano Assoconcerti, Assomusica, Fimi Federazione Industria Musicale Italiana, Nuovo IMAIE Nuovo Istituto Mutualistico Artisti Interpreti Esecutori e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, promotori della Milano Music Week – Milano si conferma ancora una volta il luogo in cui artisti, professionisti, imprese e pubblico possono incontrarsi, confrontarsi e immaginare insieme il futuro della musica. Siamo particolarmente felici di accogliere Linus alla direzione artistica di questa edizione speciale: la sua esperienza, la sua visione e il suo profondo legame con la città rappresentano un valore importante per il futuro della manifestazione”.

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Gli Stati Uniti puntano all’Italia per l’IA. La scommessa di Salesforce

L’Italia è un buon posto dove investire. Anche se il terreno di gioco è quello dell’Intelligenza artificiale, su cui lo Stivale sta facendo progressi decisamente poco banali. L’attestato di stima arriva direttamente da chi è al tempo stesso pioniere e alfiere dell’IA, gli Stati Uniti. Salesforce investirà infatti un miliardo di dollari in Italia nei prossimi cinque anni per accelerare la trasformazione digitale e la crescita dell’Intelligenza artificiale agentica. Il piano dell’azienda americana prevede l’apertura di una nuova sede a Milano, nuove assunzioni e programmi di formazione dedicati all’IA per imprese, pubbliche amministrazioni e professionisti.

L’annuncio è stato dato da Marc Benioff, presidente e ceo di Salesforce, durante la sua visita in Italia in occasione della Terza Conferenza annuale di Roma su IA, Etica e Governance. “Siamo orgogliosi di rafforzare la nostra presenza in Italia con questo importante investimento”, ha dichiarato Benioff, sottolineando che il Paese “si sta affermando rapidamente come uno dei principali poli europei dell’innovazione nell’Intelligenza Artificiale”. La nuova sede sorgerà a Palazzo Missori, nel cuore di Milano, e sarà progettata come spazio di collaborazione tra clienti, partner e dipendenti per lo sviluppo e l’implementazione di soluzioni innovative. Ospiterà anche attività di formazione, aggiornamento professionale e inclusione, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per le competenze digitali.

Non è tutto. Salesforce rafforzerà inoltre l’organico italiano con nuove figure professionali nei settori data science, IA agentica e ingegneria. Dal suo arrivo in Italia, nel settembre 2003, il gruppo ha creato oltre 600 posti di lavoro e conta oggi migliaia di clienti e un ecosistema di partner in crescita. Tra le iniziative previste c’è il lancio della Enterprise Architecture Academy, programma pensato per supportare partner e clienti nella preparazione all’adozione dell’IA. Nella fase iniziale l’Academy coinvolgerà oltre 70 partecipanti. “Crediamo in un’Italia protagonista nell’era dell’intelligenza artificiale agentica”, ha detto Vanessa Fortarezza, Svp e country general manager di Salesforce Italia.

Agentforce, la piattaforma di IA agentica di Salesforce, è comunque già utilizzata in Italia da gruppi come Ferrari, Enel, UniCredit, Telepass e Trenitalia, oltre che da migliaia di piccole e medie imprese. Anche il settore pubblico utilizza le tecnologie Salesforce, tra cui Inps per migliorare l’esperienza di utenti e dipendenti. In particolare Trenitalia sta implementando Agentforce a supporto delle attività commerciali e di assistenza. Non a caso Francesco Cacciapuoti, chief sales officer di Trenitalia, sottolinea che la piattaforma “consente ai team di gestire la complessità operativa e dedicare maggiore attenzione ai passeggeri, valorizzando il lavoro delle persone”.

D’altronde, non bisogna mai dimenticare che l’Italia ad oggi è tra i primi Paesi in Europa ad aver approvato una legge sull’Intelligenza artificiale, disponendo finalmente di una cornice normativa organica sull’IA. I decreti rappresentano un passaggio importante perché traducono l’AI Act europeo nell’ordinamento nazionale, chiarendo autorità competenti, formazione, tutela dei lavoratori, uso dell’IA nella pubblica amministrazione, giustizia, sanità, professioni, attività di polizia e responsabilità civile e penale.

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“Violate le norme su salute e sicurezza”: sequestrate sette sezioni del carcere di Sollicciano a Firenze. Oltre duecento detenuti dovranno essere trasferiti

Sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano sono state sequestrate dal gip, su richiesta della Procura di Firenze, per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. La decisione, adottata per la prima volta in Italia, è stata comunicata dalla procuratrice Rosa Volpe: gli inquirenti, si legge in una nota, contestano la violazione delle norme in materia di “pulizia dei locali di lavoro“, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Le sezioni sequestrate sono la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione “Accoglienza”: in base all’ordinanza del gip, comunica la Procura, i detenuti ospitati in quei locali dovranno essere “trasferiti presso case circondariali diverse da Sollicciano con tempistica dettata dal medesimo provvedimento”. Secondo il sindacato della Polizia penitenziaria Sappe, si tratta di 216 reclusi. L’indagine, condotta da Squadra mobile, tecnici Asl e Guardia di finanza, è stata avviata “al fine di verificare quanto segnalato in più ricorsi presentati ai magistrati di Sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico-sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni” all’interno del penitenziario: il decreto di sequestro, informa la procuratrice Volpe, è stato emesso dal gip “all’esito di sopralluoghi svolti e di approfonditi accertamenti, consistiti nell’audizione di numerosi testimoni, nell’acquisizione ed esame di documentazione anche fotografica dello stato di tutti gli spazi dei reparti penale e giudiziario maschile dell’istituto e delle varie sezioni”.

Il ministero: “Anticiperemo i lavori”

Ancora prima del comunicato della Procura, a rendere noto il sequestro era stato il ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, che ha messo le mani avanti elencando le iniziative allo studio del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) per risolvere la situazione: “Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di nove milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025″, si legge in una nota di via Arenula. “Nell’ambito di questa procedura in atto”, prosegue il comunicato, “il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della Casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticipare parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva. Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso”, annuncia il ministero, “ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti secondo quanto già previsto“.

Il Garante: “Decisione coraggiosa e inevitabile”

Il penitenziario di Sollicciano è da anni sotto osservazione per le sue condizioni di degrado strutturale e per il sovraffollamento record, che supera il 170% (640 detenuti a fonte di 367 posti disponibili). Avendo a disposizione meno di tre metri quadrati di spazio vitale, molti detenuti hanno ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge in caso di detenzione “inumana e degradante, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: a dicembre un detenuto ha ottenuto anche un risarcimento economico di circa 11mila euro. A marzo invece il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha sollevato ricorso alla Consulta, chiedendo di poter rinviare l’esecuzione della pena di un recluso a causa di condizioni “contrarie al senso di umanità: tra i problemi segnalati, le continue infiltrazioni d’acqua nelle celle, l’assenza di acqua calda e le infestazioni da parte di insetti, roditori e parassiti. “Il sequestro è un monito importante, la conseguenza inevitabile di un disastro generale in cui è stato lasciato Solliciano per anni”, commenta al Fatto il Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo, deputato e membro laico del Consiglio superiore della magistratura in quota Pd. Per il Garante, la decisione del gip è “particolarmente coraggiosa” e rappresenta “il segno di una Procura e di un Ufficio di Sorveglianza attenti a questi problemi”. Il carcere fiorentino, spiega, è “strutturalmente fatiscente” e inadatto alla funzione rieducativa della pena: “Non ha laboratori, non ha aziende interne, non ha istituti di preparazione al lavoro, non c’è niente dentro, solo una massa di disperati”. Riguardo allo spostamento dei detenuti, Fanfani dice di non avere idea di quali siano gli istituti “di recente ristrutturazione” a cui fa riferimento il ministero: “Ma sicuramente in Toscana non ce ne sono, abbiamo un sovraffollamento del 136%“, sottolinea.

Sindacati Penitenziaria: “Sistema nel baratro, cosa farà Nordio?”

“Si tratta di una notizia che accogliamo positivamente”, commenta il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, ricordando come l’associazione, in seguito a un sopralluogo dello scorso marzo insieme a Magistratura democratica, avesse chiesto di chiudere il penitenziario “già all’epoca in condizioni non più sostenibili” (qui il blog di Susanna Marietti). Esprime soddisfazione anche Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato della Polizia penitenziaria Fsa Cnpp/Spp, in una nota in cui parla di “sistema penitenziario nel baratro“: il sequestro, afferma, “segna un punto di non ritorno nell’emergenza penitenziaria che denunciamo da sempre”, e “bene ha fatto la magistratura di Firenze ad intervenire dopo le nostre continue segnalazioni a tutela della sicurezza e della salute di detenuti e del personale penitenziario. È la prima volta in assoluto che si adotta un provvedimento di questo genere, che, specie se sarà seguito da altri in tante situazioni analoghe, segna una svolta storica nella gestione delle carceri italiane. Ci chiediamo cosa farà adesso in primo luogo il ministro Nordio e con esso il governo, che sinora hanno sempre negato l’evidenza dei fatti”, affonda. Anche per Francesco Oliviero del Sappe l’intervento della magistratura era “ormai inevitabile“: “Le criticità igienico-sanitarie, la vetustà degli impianti, il degrado delle sezioni e il sovraffollamento sono stati oggetto di ripetute segnalazioni e richieste di intervento, oggi pienamente confermate dalle risultanze dell’indagine. Ora”, denuncia “si apre una fase estremamente complessa per il personale, chiamato a gestire il trasferimento dei detenuti in un momento già gravato da una carenza di organico cronica e dall’avvio del piano ferie estivo, che riduce ulteriormente la disponibilità di unità in servizio”.

La sindaca Funaro: “Il carcere va abbattuto”

Dalla politica la prima a intervenire è la sindaca Pd di Firenze Sara Funaro: “Quando si arriva al sequestro di alcune sezioni vuol dire che la situazione è arrivata oltre il limite. Noi è tantissimo tempo che stiamo dicendo che il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito. Io continuo a sostenere questa tesi”, afferna. “Continuo a sostenere che le condizioni disumane che ci sono a Sollicciano non sono più tollerabili, oggi purtroppo ne abbiamo avuto la conferma. Il nostro auspicio è che possano essere prese a livello ministeriale delle decisioni drastiche e adeguate per avere dei luoghi che abbiano quel minimo di dignità che devono avere”. Per Federico Gianassi, segretario dei dem fiorentini e e capogruppo in Commissione Giustizia alla Camera, il sequestro “certifica il fallimento del ministero della Giustizia”: “Da anni, di fronte a una situazione terribile e disastrosa, il ministero rilancia promesse poi puntualmente non mantenute, senza mettere in campo un progetto credibile di radicale riqualificazione. L’intervento della magistratura riguarda una struttura che è sotto la responsabilità e la gestione del ministero”, denuncia. “Sollicciano non può più essere lasciato in queste condizioni: servono risorse e interventi immediati, serve un piano complessivo accompagnato da grande determinazione istituzionale e politica per realizzarlo. Ora basta fughe, il ministero ci metta la faccia”, incalza.

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Audi A6 Allroad, la station wagon sportiva che continua a sfidare i Suv – FOTO

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Esordio per la quinta generazione di Audi A6 Allroad, che da quasi 30 anni scommette su una formula furba: far convivere la fruibilità di una station wagon senza “scadere” nella ricetta del solito Crossover/Suv. Estetica e meccanica, quindi, remano nella stessa direzione: unire un elevato comfort stradale a doti fuoristradistiche degne di nota.

In arrivo nelle concessionarie in autunno, la nuova Allroad sposa il linguaggio stilistico (grintoso) dell’ultima edizione della A6, da cui eredita la piattaforma costruttiva. Gli esterni si caratterizzano inoltre per la griglia anteriore dotata di elementi esagonali verticali e per le protezioni sottoscocca nere, le quali possono essere rifinite in grigio opaco o alluminio. Il resto lo fanno contenuti come le sospensioni pneumatiche adattive (offrono un’escursione totale di 55 millimetri), la trazione integrale, le quattro ruote sterzanti (che migliorano agilità o stabilità a seconda dei frangenti di guida) e una gamma motori che comprende il propulsore V6 TDI e l’inedito e-Hybrid ricaricabile.

Rispetto alla tradizionale wagon da cui deriva, per la prima volta la Allroad si presenta più larga: l’incremento è di 11 centimetri rispetto alla familiare standard, con carreggiate che crescono di 74 millimetri all’anteriore e di 70 millimetri al posteriore. Quindi, la vettura può ora essere equipaggiata con ruote che possono arrivare fino a una misura di 21 pollici. L’altezza da terra cresce di 34 millimetri rispetto alla Avant, un dato che si rivela fondamentale per evitare contatti indesiderati quando si viaggia su strade particolarmente accidentate.

All’interno spicca il grande display panoramico curvo con tecnologia OLED, un elemento che integra il cruscotto digitale da 11,9 pollici e lo schermo tattile centrale da 14,5 pollici. A questa configurazione si può aggiungere un ulteriore monitor da 10,9 pollici posizionato davanti al passeggero anteriore e dedicato al suo intrattenimento. La vera novità tecnologica risiede però nell’integrazione dell’intelligenza artificiale attraverso ChatGPT, che permette al sistema di bordo di rispondere a domande complesse e di gestire i comandi vocali in modo molto più naturale.

Il sistema è inoltre in grado di apprendere le abitudini di chi si trova alla guida, creando delle routine automatiche, come l’attivazione del riscaldamento dei sedili al raggiungimento di una determinata temperatura esterna o il sollevamento automatico dell’assetto in prossimità di rampe particolarmente inclinate. Per quanto riguarda lo spazio di carico, il bagagliaio offre una capacità standard di 466 litri, che scendono a 404 litri nella versione ibrida a causa dell’ingombro della batteria, ma che possono salire fino a circa 1.500 litri complessivi abbattendo i sedili posteriori.

Sotto il cofano un propulsore 3.0 V6 turbodiesel da 299 cavalli di potenza massima, offerto a un prezzo di partenza di 77.250 euro in Germania: grazie alla tecnologia mild hybrid i consumi risultano molto limitati e la risposta al pedale del gas immediata. Per chi invece cerca la “guida a batteria” nei contesti urbani, fa il suo debutto la versione e-hybrid con 367 cavalli complessivi, venduta sul mercato tedesco a partire da 80.250 euro. Questo schema tecnico abbina un motore 2.0 a benzina a un motore elettrico alimentato da un accumulatore da 25,9 kWh, promettendo un’autonomia elettrica che può raggiungere i 95 chilometri.

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“Non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi. Spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso. Non siamo persone che si girano dall’altra parte”: Giorgia e Emanuel Lo chiariscono sul video sul borseggio

Alcune immagini di qualche secondo, poi il video diventa virale e giù a giudicare, puntare il dito, è il trend sempre più pressante sui social network. Stavolta a farne le spese sono Giorgia con il compagno Emanuel Lo. La coppia è stata ripresa, casualmente, da utente di TikTok mentre passeggiava in centro per Roma, mano nelle mano. Mentre stavano salendo le scale però un signore sarebbe rimasto vittima di un tentativo di borseggio.

Da qui una sequenza di commenti tra chi ha giudicato che la situazione fosse troppo appartata perché qualcuno potesse accorgersene, e chi, invece, li ha giudicati “responsabili”, insieme agli altri passanti, di non essere intervenuti.

Immediata la replica della coppia che condividendo le stesse parole sulle story di Instagram hanno commentato quanto accaduto: “Purtroppo io ed Emanuel Lo non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi qualche giorno fa a Roma, ce ne siamo resi conto vedendo il video online. C’erano diverse persone, stavamo parlando tra di noi e abbiamo sentito solo un signore chiedere ad un altro di non appoggiarsi a lui mentre saliva le scale e l’altro chiedere scusa”.

E ancora: “Non abbiamo, e aggiungo purtroppo, percepito un pericolo o una situazione in cui fosse necessario intervenire. Ci spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso perché chi conosce me o Emanuel sa che non siamo persone che si girano dall’altra parte se vediamo qualcuno in difficoltà“.

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Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo

Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.

L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.

Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.

Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.

Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.

In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.

Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.

Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.

Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.

E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.

Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.

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“Chiedere di mangiare gratis è completamente imbarazzante. Paga per quello che mangi. Chi sei?”: il pizzaiolo Ciro Pernice accusa i food influencer

“Definire ogni ristorante una gemma nascosta, fingere stupore al primo morso, dire ‘è pazzesco’ per qualsiasi cosa, chiedere cibo gratis e non lasciare recensioni negative per essere invitati di nuovo: tutto questo deve finire”. Lo sfogo è di Ciro Pernice, pizzaiolo italo-americano e proprietario della Galleria Pizzeria nello Stato di New York, che con un video pubblicato su Instagram ha acceso il dibattito sui food influencer e sulle loro abitudini comunicative. Nel contenuto, diventato virale in pochi giorni con migliaia di visualizzazioni e una pioggia di commenti e meme di approvazione, Pernice ha messo nel mirino quello che definisce un linguaggio ormai standardizzato e poco credibile nel racconto del cibo online.

Ecco il passaggio completo del suo intervento: “Queste sono le 5 abitudini più fastidiose degli influencer: numero 1, definire ogni ristorante una gemma nascosta. Se un’attività è aperta da più di 30 anni non è nascosta. Smettila di comportarti come se avessi scoperto il fuoco. Numero 2, fingere stupore al primo morso, con gli occhi che si spalancano e la testa che annuisce come a dire ‘oh mio dio’. È mozzarella, fratello, non stai vincendo alla lotteria. Numero 3, dire che tutto è pazzesco: la fetta è pazzesca, il cibo è pazzesco, tutto è pazzesco. Sei tu che sei completamente folle. Numero 4, chiedere di mangiare gratis, questo è completamente imbarazzante. Paga per il tuo cibo. Chi sei? I ristoranti pagano affitto, buste paga. Pensi che il tuo piccolo treppiedi paghi il conto? Assolutamente no. Numero 5, non dire la verità: se ogni posto è fantastico e ogni morso cambia vita stai dicendo fandonie perché vieni pagato per farlo”

Il video ha rapidamente generato reazioni online, è diventato virale e alimentato una discussione più ampia sul ruolo dei food influencer tra intrattenimento, marketing e credibilità. Molti utenti, nei commenti, hanno sottolineato proprio questo punto: la sensazione che sui social il confine tra recensione autentica e contenuto sponsorizzato sia sempre più difficile da distinguere, con un effetto di omologazione che finisce per rendere tutti i ristoranti “eccezionali” allo stesso modo.

(Video Facebook @CiroPernice)

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Laptop, magliette heavy metal e simulazione di risposte ad abbordaggi e interrogatori: così è nata la Flotilla 2025

Maria Elena Delia è uno dei volti della Flotilla per Gaza, la portavoce italiana, la prof torinese di fisica che viene dalla lunga storia dei tentativi di raggiungere in barca la Striscia palestinese fin da quello che riuscì, nel 2008, a Vittorio Arrigoni. Il suo libro – Global Sumud Flotilla – La storia siete voi, Ponte alle Grazie, 304 pagine, prefazione di Ilan Pappé, in libreria dal 19 giugno (parte del ricavato sarà devoluto alle famiglie dei giornalisti uccisi a Gaza) – parte da lui, Vik, che nella Striscia perse la vita. Racconta la missione del 2025 e finisce con quella, più recente, degli abbordaggi a ovest di Creta, della deportazione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek e delle violenze esibite dal ministro israeliano Itamar Ben Gvir al porto di Ashdod, che hanno riacceso per un po’ anche in Europa le luci su Gaza. Delia racconta i volti, le storie e le pratiche di un movimento che è già un’organizzazione mondiale e tornerà a navigare nel Mediterraneo. Abbiamo scelto una parte del primo capitolo: la riunione a Tunisi, nell’agosto 2025, quando per la prima voltasi ritrovano tutti insieme a discutere e poi a presentare la missione politico-umanitaria più ambiziosa mai organizzata via mare fino a quel momento. (Alessandro Mantovani)

La sede della Tunisian General Labour Union (Ugtt), che ci ospiterà, si impone con la sua facciata rossa e geometrica e porta addosso decenni di storia sindacale, lotte sociali, organizzazione collettiva e un ruolo centrale nella transizione democratica tunisina dopo il 2011. L’Ugtt non è infatti considerato soltanto un sindacato, ma un attore politico e civile che ha contribuito a mediare conflitti nazionali, sostenere movimenti popolari e difendere spazi di autonomia sociale anche nei momenti più difficili del Paese. All’ingresso, lo sguardo viene catturato dal volto di Farhat Hached, storico leader sindacale e figura chiave del movimento per l’indipendenza tunisina, assassinato nel 1952. (…)

La sala è ampia e luminosa, organizzata con lunghi tavoli disposti a ferro di cavallo e un grande schermo sul fondo. Laptop aperti, quaderni pieni di appunti, bottiglie d’acqua, cavi, cuffie per la traduzione simultanea, bandiere appoggiate sui bordi dei tavoli. Ovunque volti diversi: età, lingue, accenti, modi di stare al mondo. Delegazioni provenienti da quarantaquattro Paesi – dalla Colombia alla Svezia, dal Sudafrica alla Malesia – occupano lo spazio come un mosaico irregolare e vivo. Alcuni parlano sottovoce, altri ridono per scaricare la tensione, qualcuno è già immerso nei documenti, qualcuno si abbraccia dopo essersi visto per mesi solo online, altri si ritrovano dopo anni. Sappiamo che ci aspettano giorni intensi: formazione, coordinamento, decisioni operative, e soprattutto la preparazione della conferenza stampa internazionale in cui annunceremo pubblicamente la partenza della Flotilla.

I lavori si aprono con una serie di presentazioni introduttive guidate da Thiago Ávila, uno dei volti più riconoscibili della Freedom Flotilla Coalition. Thiago è uno di quei leader che non hanno bisogno di dichiararsi tali per esserlo. (…) Brasiliano, proviene da anni di attivismo nei movimenti sociali e nella Freedom Flotilla Coalition, e porta addosso quella lunga esperienza come una seconda pelle. (…) In lui convivono una passione politica ardente e un pragmatismo sorprendente. Sa raccontare la storia delle missioni precedenti con la forza di chi le ha vissute in prima persona – arresti, deportazioni, attacchi, fallimenti e ripartenze – ma allo stesso tempo sa tradurre quell’esperienza in strumenti concreti: procedure, protocolli, formazione. Per lui la nonviolenza non è un principio astratto, ma una disciplina rigorosa, da allenare con la stessa serietà con cui si prepara una spedizione in mare. (…)

Una delle prime sessioni è dedicata agli aspetti legali. Avvocati e consulenti illustrano i rischi concreti: intercettazioni in acque internazionali, detenzioni arbitrarie, sequestro delle imbarcazioni, limiti e possibilità del diritto marittimo e internazionale. Non è una lezione teorica, ma un vero e proprio addestramento alla consapevolezza: sapere cosa può accadere, quali diritti potremo rivendicare, dove finiscono le tutele formali e inizia il terreno dell’arbitrio politico. Segue un blocco centrale dedicato alla teoria e alla pratica della resistenza nonviolenta. Analizziamo esperienze precedenti, strategie di de-escalation, gestione della paura, reazione agli ordini illegittimi, comportamento in caso di aggressione o abbordaggio. Parte della formazione avviene attraverso simulazioni: scenari realistici in cui qualcuno impersona soldati, ufficiali, interrogatori; altri devono reagire mantenendo sangue freddo, coerenza, solidarietà reciproca. Si provano risposte, si sbaglia, si riprova. Tra una sessione e l’altra, si susseguono lunghi giri di tavolo. Ogni delegazione porta dubbi, timori, idee, proposte. C’è chi chiede maggiore chiarezza sui protocolli di sicurezza, chi solleva questioni di rappresentanza, chi racconta le difficoltà di mobilitare persone nel proprio Paese, chi condivide risorse o contatti utili. Quelle condivisioni non sono solo funzionali, costruiscono fiducia, legittimità reciproca, un senso di responsabilità comune. Non si tratta di «organizzare un evento», ma di costruire un processo (…).

Wael, nostro ospite tunisino, ha uno di quei sorrisi che si notano subito e non si dimenticano più. (…) Porta quasi sempre occhiali sottili e veste in modo apparentemente casuale, ma con un dettaglio che non passa inosservato: le sue magliette. Sono quasi sempre t-shirt di gruppi heavy metal, che su di lui producono un effetto sorprendente, quasi comico. (…) In realtà, quella leggerezza apparente convive con una storia politica densissima. Wael è stato segretario generale dell’Unione Generale degli Studenti Tunisini, l’Uget, una delle organizzazioni più importanti e combattive del Paese, e ha attraversato in prima persona anni di mobilitazioni, repressione, negoziazioni. È cresciuto dentro una cultura politica rigorosa, radicata nella tradizione della sinistra tunisina, e milita nel Partito dei lavoratori, uno dei pilastri storici del fronte progressista. (…)

«Si sta parlando dell’ipotesi di avere anche una o due imbarcazioni più grandi» dice Cecilia, sorridendo mentre spezza il pane. «Non solo barche a vela. Una specie di ammiraglia». Wael inarca un sopracciglio. «Ammiraglia suona già come un problema» commenta, con una punta di sarcasmo. «Potrebbe rendere tutto più visibile… o più sospetto». Il riferimento alla Mavi Marmara, attaccata nel 2010 durante una precedente missione verso Gaza, aleggia nella conversazione anche quando non viene nominato esplicitamente: una nave grande, simbolicamente potente, ma anche trasformata in bersaglio e in pretesto per una repressione brutale. (…) Attorno a noi i telefoni continuano a vibrare, le persone si alzano per rispondere a una chiamata urgente o per tornare in sala. Anche nei momenti di pausa, nessuno smette davvero di lavorare (…). Il brusio collettivo si scompone in corridoi, stanze più piccole, tavoli occupati da gruppi ristretti. La grande architettura della mobilitazione si sta trasformando in lavoro operativo, fatto di decisioni puntuali, compromessi, rischi. Io mi dirigo verso la stanza dello Steering Committee, di cui faccio parte. (…)

Thiago apre il punto sulla conferenza stampa. Non si tratta di «annunciare» qualcosa, ma di decidere quanto esporsi, cosa rendere pubblico e cosa proteggere. Ogni frase potrebbe attirare attenzione, sostegno o repressione. «Non possiamo sembrare avventurieri» dice qualcuno. «Ma nemmeno timidi» ribatte un’altra voce. «Dobbiamo essere radicali e credibili allo stesso tempo». Si discutono i nomi degli speaker – Yasemin, Haifa, Nadir e io – e Saif come moderatore. Non si tratta solo di scegliere volti riconoscibili, ma di rendere visibile l’architettura politica della missione. Yasemin Acar, attivista della Freedom Flotilla, è nata e cresciuta in Germania da genitori curdi provenienti dalla Turchia. Quel doppio radicamento si sente immediatamente nella sua determinazione politica e in una lucidità quasi dolorosa (…). Haifa è tunisina e non rappresenta soltanto una delegazione nazionale, ma incarna un territorio, una storia di lotte, una continuità tra la rivoluzione tunisina, le mobilitazioni del Maghreb e le reti di solidarietà con la Palestina che in quella regione esistono da decenni. (…) Nadir è malese, e questo già lo colloca fuori dalle geografie abituali dell’attivismo europeo. Ma soprattutto è una delle poche persone presenti che non parlano di Gaza «dall’esterno», perché ci ha vissuto per anni come parte di una comunità reale. Ha studiato lì, ha costruito relazioni, ha condiviso la quotidianità di un territorio sotto assedio. (…) Ha fondato in Malesia un’organizzazione di solidarietà con Gaza, Cinta Gaza Malaysia, e nel movimento rappresenta una dimensione fondamentale: il legame tra la Palestina e il Sud Est asiatico, una geografia spesso invisibile nel racconto occidentale, ma che negli anni ha sviluppato reti di solidarietà profondissime. Se Thiago rappresenta la continuità storica della Flotilla, Yasemin la radicalità diasporica della lotta, e Haifa il radicamento nel Maghreb, Nadir porta dentro questa stanza qualcosa di ancora diverso: la testimonianza vivente di una relazione lunga, profonda, non occasionale con Gaza. (…)

Cominciamo a parlare degli equipaggi e decidiamo subito che le barche non rappresenteranno singole nazioni. Gli equipaggi saranno misti anche per proteggere le persone con passaporti «deboli». Una scelta politica prima ancora che pratica: nessuna bandiera nazionale, ma una responsabilità condivisa. «Non devono essere barche spagnole, greche o italiane» dice Thiago. «Devono essere barche internazionali». Si parla di capitani, criteri di selezione, linee decisionali in caso di intercettazione, responsabilità legali, protocolli di sicurezza. Ogni scelta porta con sé il peso di ciò che potrebbe accadere in mare. Nel frattempo, fuori dalla stanza, il resto dell’edificio vibra di un’energia diversa. Nel gruppo comunicazione si discute di piani editoriali e scenari mediatici. Nel gruppo sicurezza il lavoro è concentrato sulla cybersecurity: protezione delle comunicazioni, gestione dei dati sensibili, prevenzione di infiltrazioni digitali e strategie per ridurre i rischi di sorveglianza e tracciamento. Nel gruppo logistica si parla di porti, rifornimenti, date, assicurazioni, imprevisti. Nei corridoi si incrociano telefonate sussurrate, messaggi urgenti, traduzioni improvvisate, voci che si sovrappongono in lingue diverse (…).

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Unicredit ha già più del 50% di Commerzbank, ma Berlino insiste: “Approccio aggressivo, Francoforte resti indipendente”

Nel giorno della chiusura dell’offerta di Unicredit su Commerzbank, con gli italiani che hanno già in mano, tra azioni e derivati, oltre il 50% della banca di Francoforte, il governo federale tedesco torna a respingere l’offerta di Andrea Orcel. Il comitato direttivo interministeriale del Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari (Fms), si legge in una nota dell’Agenzia delle Finanze tedesca, sostiene la “strategia di indipendenza di Commerzbank e respinge l’approccio aggressivo di UniCredit”.

L’accettazione dell’offerta da parte di Berlino che ha ancora in mano il 12% circa di Commerzbank, come noto da tempo, era già “economicamente fuori discussione, poiché non prevede un premio adeguato rispetto all’attuale quotazione del titolo”. Tuttavia, a parte rifiutare di vendere le sue azioni agli italiani, la Germania non ha messo a punto nessuna contromossa che sia stata resa nota e, secondo quanto emerso nelle scorse, non intende fare ricorso a strumenti difensivi tipo golden power. Quindi di fatto si tratta di una resistenza di posizione.

Commerzbank svolge un ruolo “importante nel finanziamento dell’economia tedesca e del settore delle medie imprese, il cosiddetto Mittelstand – ribadisce l’Agenzia delle Finanze tedesca -In quanto importante datore di lavoro, la banca è fondamentale anche per il centro finanziario di Francoforte. Entrambi questi aspetti devono essere garantiti anche in futuro”.

Intanto però, almeno sul fronte economico l’offerta offre ai titolari di azioni Commerz un premio di circa il 2%, considerando l’andamento dei titoli in Borsa. A mezzanotte del 16 giugno si chiude la prima parte dell’operazione, mentre dal 20 partiranno due settimane di tempi supplementari. Il titolo di Unicredit scambia a 77,3 euro questo significa che il valore corrente dell’offerta sulle azioni Commerzbank è pari 37,49 euro mentre le azioni dell’istituto tedesco passano di mano a 36,76 euro.

Stando ai dati diffusi lunedì 15 giugno dalla banca milanese, le adesioni all’offerta sono arrivate all’11,91% che, sommate al 26,77% già in mano a Unicredit, porta la quota in azioni al 38,68%. Sommando i derivati sia arriva poi al 55,09 per cento. Proprio su questi numeri, l’ultima puntata della saga ha registrato nei giorni scorsi il deposito di esposti speculari con Commerz che bolla gli aggiornamenti di Unicredit come falsi sostenendo che le adesioni siano molto inferiori a quanto dichiarato da Milano e la banca italiana che definisce le accuse una “narrazione fuorviante” sollecitando le “opportune verifiche”, respingendo “fermamente ogni insinuazione” e ribadendo “di aver sempre operato nel rispetto delle normative”. Il riferimento, in particolare, è alle “insinuazioni secondo cui il numero effettivo di azioni conferite sarebbe inferiore, in quanto tali titoli sarebbero stati presi in prestito, risultano infondate e prive di qualsiasi riscontro”, è la posizione di Milano che evidenzia ancora di non aver “posto in essere operazioni di prestito titoli sulle azioni Commerzbank detenute” e che “le azioni conferite sono da considerarsi tali a tutti gli effetti e irrevocabilmente impegnate”.

Al di là del dovuto intervento della Procura di Francoforte per chiarire le cose, la questione non è di lana caprina nel giorno in cui sono attese le decisioni dei grandi fondi sull’adesione all’offerta e la credibilità delle due versioni dei fatti può ovviamente influenzare la scelta degli investitori. In ogni caso, tra un tergiversare e l’latro, l’operazione andrà avanti con i tempi supplementari dal 20 giugno al 3 luglio come previsto dalla normativa tedesca.

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Da Calenda a Picierno, il cantiere degli “europeisti” a Milano. “Siamo avanguardia come nel Risorgimento o in piazza Maidan. Vannacci sarà il M5S del centrodestra”

“Bisogna hackerare il bipolarismo”. Da Milano, parte il cantiere del nuovo polo “europeista”. Le varie anime del centro si sono date appuntamento al teatro Franco Parenti per riunirsi in vista delle prossime elezioni. Da Calenda a Picierno, da Marattin a Cottarelli. L’obiettivo è quello di “superare il bipolarismo” spiega l’ex presidente del consiglio Mario Monti chiamato a battezzare l’iniziativa lanciata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli. “Oggi nasce un nuovo spazio politico di cui l’Italia europeista e democratica aveva bisogno” esulta la vice presidente del parlamento europeo Pina Picierno, alla prima uscita pubblica dopo l’uscita dal Pd. Ma nel foyer del teatro c’è un cauto ottimismo: “È ancora presto per brindare alla nascita di qualcosa” racconta prima di entrare un signore con in mano uno spritz. “Forse è la volta buona, ma per noi la volta buona era già la scorsa” aggiunge alludendo al tentativo del Terzo Polo alle scorse politiche. “Sì, ma quello era fallito perché Renzi si è messo a giocare come sta facendo adesso” si difende il leader di Azione Carlo Calenda che profetizza: “Vannacci sarà il M5S del centrodestra”. Un polo che “non si presenterà né con la destra né con la sinistra che avranno coalizioni che vanno da Vannacci a Tajani, da Renzi a Potere al Popolo, noi dobbiamo dare un’alternativa a questo scempio”. Il dialogo potrà essere con tutti, precisa Picierno, ma “intorno a questioni serie” mentre “il Pd e il campo largo sono scivolati verso il populismo con la pochette di Giuseppe Conte”. Ma che cosa ne pensano gli elettori? Un centrodestra senza Vannacci è visto come “più affidabile” rispetto a un centrosinistra con il M5S. E tra Meloni e Schlein in tanti non hanno dubbi: “Meglio Meloni, Schlein è incompatibile con noi”. Discrepanze che riguardano soprattutto la politica estera. “Sulla questione Ucraina, Fratoianni, Conte e Schlein sono i degni eredi di Chamberlain e di quel pacifismo balordo di Monaco 1938 che portò alla seconda guerra mondiale” attacca il consigliere di Azione Daniele Nahum dal palco. Tra chi prende la parola c’è anche la presidente di Azione Elena Bonetti.“Per governare bisogna avere la capacità e la competenza di conoscere la realtà”. E quando si ricorda che servono anche i voti, anche gli elettori di centro sorridono. Ma Calenda non si scompone: “Voi dite che siamo pochi, non lo so, siamo un’avanguardia, forse, come nel Risorgimento e in piazza Maidan”.

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“Così ho scoperto la chat sessista dei lavoratori Atm. Non siamo al sicuro neppure con i conducenti dei mezzi pubblici”

“Purtroppo o per fortuna, dallo schermo mi è subito balzata all’occhio un’immagine scattata dalle telecamere di sorveglianza: era una foto ingrandita dei glutei di una ragazza”. La ragazza ventiseienne che ha svelato la chat sessista dei dipendenti Atm (l’azienda del trasporto pubblico di Milano) innescando la protesta su Instagram, ha raccontato al Corriere della Sera come è andata. Prima di tutto ha spiegato da cosa è stata attratta la sua attenzione, mentre viaggiava su un tram: sullo smartphone di un dipendente seduto davanti a lui, aperto sulla chat incriminata, erano appena stata condivisa l’immagine del sedere di una ignara passeggera. La foto era stata scattata immortalando il monitor collegato alle telecamere per la sorveglianza a bordo del veicolo. Insieme all’immagine, il conducente aveva condiviso il commento: “È il mio dolce per voi”. Dando la stura alle parole sessiste e offensive dei partecipanti alla chat.

La ragazza ha dichiarato che altre foto di analogo tenore sessista potrebbero essere state condivise in quella chat: “A un certo punto l’uomo ha aperto la galleria fotografica del gruppo. Lì ho notato che tra i tanti post che si erano scambiati, c’erano altre immagini prese dalle telecamere di sorveglianza”. Cioè? “Foto simili: ancora una volta, corpi di donne fotografati senza il consenso delle interessate”. La ragazza ha spiegato anche il contesto a bordo del mezzo pubblico, vicino al lavoratore dell’azienda pubblica: “Lui era letteralmente davanti a me. Si comportava come se non fosse su un mezzo pubblico, tra la gente, all’ora di punta. Io dopo qualche fermata sono scesa”.

E l’effetto, ha continuato, è quello di “non potersi più sentire al sicuro. Banalmente, qualsiasi donna o ragazza che viaggia da sola sui mezzi pubblici di notte cerca protezione nei lavoratori, magari vuole un posto vicino al conducente e si tranquillizza al sapere che ci sono delle telecamere di sorveglianza che dovrebbero rendere un luogo sicuro. In realtà, poi, si scopre che gli stessi lavoratori impiegati in società pubbliche usano quelle telecamere per diffondere immagini intime. Lo trovo spaventoso“. Per questo, ammette la ragazza, “mi cadono le braccia quando alcune persone sminuiscono questi fatti, non tutti li reputano gravi”. Dopo aver condiviso su Instagram le foto della chat, la ragazza ha dichiarato che “in ogni caso io mi sto muovendo con uno studio legale per la denuncia”.

Alla chat di gruppo sarebbero iscritti 7 dipendenti dell’Atm: un conducente, cinque amministrativi, un altro in pensione. L’azienda locale ha avviato un’indagine interna, che nel giro di tre mesi potrebbe condurre a possibili sanzioni come la censura, una multa (trattenuta di 4 ore dallo stipendio), la sospensione dal servizio, fino alla retrocessione o alla destituzione. “Quanto agli episodi accertati, al momento ce ne sarebbe soltanto uno: quello documentato dalla foto scattata dalla 26enne”, riferisce il Corriere. Atm ha presentato una denuncia alla Polizia postale. Anche il sindaco Beppe Sala ha invitato a chiarire: “Atm deve far luce, ma deve anche intervenire e, se verranno individuati delle responsabilità, non ci siano interventi che rimettano coloro che hanno fatto queste cose in condizione di nuocere ancora”.

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Trump vuole consegnare la coppa ai vincitori dei Mondiali: la Fifa è pronta a dire di sì (infrangendo il protocollo)

Non è bastato l’imbarazzo durante la finale del Mondiale per Club, a giugno, tra Chelsea e Psg al MetLife Stadium di East Rutherford. Il prossimo 19 luglio, sempre al Metlife Stadium, potrebbe essere ancora Donald Trump a consegnare la Coppa del Mondo (questa volta per nazionali) al capitano della squadra vincitrice. Secondo Talksport, il presidente degli Usa avrebbe avuto l’ok per prendere parte alla cerimonia, come appunto già successo l’estate scorsa in occasione del Mondiale per Club, ma in questo caso potrebbe anche spingersi oltre e consegnare solo lui il trofeo, infrangendo il protocollo ufficiale. Alla cerimonia saranno invitati anche i presidenti di Messico e Canada, gli altri due Paesi organizzatori.

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Il protocollo FIFA prevede infatti solitamente che il trofeo presente su un piedistallo venga portato sul podio per la cerimonia di premiazione da un esponente della squadra vincitrice. Questa volta, secondo Talksport, la FIFA lascerà a Trump la decisione se rimanere con la squadra durante la cerimonia o se restare con altri dirigenti.

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Fonti interne alla Casa Bianca ritengono che Trump sceglierà ancora una volta di festeggiare con la squadra vincitrice, come già fatto con il Chelsea, mettendo in imbarazzo sia Reece James che Cole Palmer, protagonista di quella finale. In quella circostanza Palmer aveva infatti chiesto al capitano James “cosa facesse Trump sul palco con loro”. Il trequartista del Chelsea era stato decisivo con una doppietta, ma durante l’alzata della coppa era stato oscurato dal presidente Usa, che si era piazzato proprio davanti a lui. Trump non ha assistito alla partita d’esordio della nazionale statunitense contro il Paraguay per un impegno già programmato prima, ma sarà presente alla finale dei Mondiali al MetLife Stadium il 19 luglio e già prima potrebbe assistere ad altre partite della Coppa del Mondo.

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Tim Summer Hits, più di 80 artisti sul palco per la canzone dell’estate 2026: da Emma al neo sposo Tommaso Paradiso. Achille Lauro farà “una grande sorpresa”. Il cast completo dello show

È stata presentata oggi, martedì 16 giugno, in Campidoglio a Roma la nuova edizione del Tim Summer Hits, l’appuntamento con le canzoni dell’estate in onda prossimamente su Rai Uno e condotto da Carlo Conti e Andrea Delogu. Gli appuntamenti fissati per le registrazioni in Piazza del Popolo a Roma sono per domenica 21, lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno.

Sul palco si alterneranno oltre 80 ospiti musicali: Achille Lauro (è stata annunciata una grande sorpresa da parte del cantautore “anche per chi non è potuto andare al concerto all’Olimpico”), Aiello, Alex Britti, Angelica Bove, Anna Tatangelo, Annalisa, Arisa, Baby K, Bambole Di Pezza, Benji & Fede, Chiello, Clara, Clementino, Cristiano Malgioglio, Delia, Ditonellapiaga, Eddie Brock, Elena D’Elia, Elettra Lamborghini, Emis Killa, Emma, Enrico Nigiotti, Ermal Meta, Ernia, Fabrizio Moro, Fedez, Frah Quintale, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Francesco Renga, Fred De Palma, Fulminacci, Gaia, Gio Evan, Giusy Ferreri, Il Tre, Irama, J-Ax.

E ancora Lda & Aka 7even, Leo Gassmann, Levante, Lorenzo Salvetti, Ludwig con Il Pagante, Malika Ayane, Mara Sattei, Marco Masini, Mari Froes, Maria Antonietta & Colombre, Merk & Kremont, Michele Bravi, Myss Keta, Mr.Rain, Nayt, Negramaro, Nicolo Filippucci, Noemi, Orietta Berti con Il Rosso e Iaem, Paola Iezzi, Paola Turci, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Rkomi, Rocco Hunt, Sal Da Vinci, Samurai Jay, Sangiovanni, Sarah Toscano, Sayf, Serena Brancale, Skt The Bausa, The Kolors, Tommaso Paradiso (reduce dal matrimonio con Carolina Sansoni), Tormento, Tredici Pietro, Trigno e Welo.

L’evento sarà trasmesso contemporaneamente anche su Rai Radio2, con collegamenti, contenuti esclusivi e interviste dal backstage affidati a Nicol Angelozzi, e sarà disponibile on demand su RaiPlay.

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A Milano il vento diventa scultura: alla Fabbrica del Vapore la grande mostra di Susumu Shingu tra arte cinetica, natura e una riflessione silenziosa sulla crisi ambientale

C’è un artista che da oltre sessant’anni prova a rendere visibile l’invisibile. Non attraverso effetti speciali o tecnologie sofisticate, ma affidandosi alle stesse forze che governano il pianeta: il vento, l’acqua, la gravità, l’aria. È Susumu Shingu, maestro giapponese dell’arte cinetica, che dal 17 giugno al 14 ottobre porta alla Fabbrica del Vapore di Milano la mostra “Il cosmo”, la più ampia esposizione italiana mai dedicata alla sua ricerca.

Entrare nell’universo di Shingu significa abbandonare per un momento l’idea della scultura come oggetto immobile. Le sue opere respirano, oscillano, si piegano, cambiano assetto. Vivono in funzione dell’ambiente che le circonda. Non impongono una forma alla natura, ma la assecondano. Sono strutture leggere e precise che trasformano il movimento dell’aria in un evento visibile, quasi una coreografia permanente tra materia ed energia.

La mostra allestita nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore ripercorre oltre sei decenni di lavoro e riunisce nove sculture considerate fondamentali dall’artista insieme a ventuno opere del progetto “Windcaravan”, una sorta di viaggio nomade iniziato nel 2000 che ha attraversato alcuni dei luoghi più remoti del pianeta: dalle risaie giapponesi alle steppe della Mongolia, dai laghi ghiacciati della Finlandia fino alla Nuova Zelanda. Opere mosse esclusivamente dal vento, pensate per dialogare con paesaggi e comunità lontane tra loro ma accomunate da un rapporto ancora diretto con le forze naturali.

Un’arte che parla al tempo della crisi climatica

A quasi novant’anni, Shingu continua a proporre una visione radicalmente controcorrente rispetto all’epoca della velocità e dell’ipercontrollo tecnologico. Le sue sculture non producono nulla, non servono a nulla nel senso utilitaristico del termine. Eppure proprio per questo finiscono per interrogare chi le osserva. Ci ricordano che esistono fenomeni che non possono essere dominati ma soltanto ascoltati, che il movimento non è sempre sinonimo di progresso e che la natura non è uno sfondo delle attività umane ma una presenza viva con cui convivere.

Un messaggio che assume inevitabilmente una nuova forza nell’epoca della crisi climatica. Shingu non utilizza slogan ambientalisti né costruisce opere di denuncia. La sua è una riflessione più sottile e forse più efficace: mostrare l’armonia possibile tra intervento umano e mondo naturale. Le sue strutture si affidano agli elementi invece di contrastarli, trasformando il vento da ostacolo a motore creativo.

Il legame con l’Italia

Il rapporto con l’Italia occupa un posto centrale nella biografia dell’artista. Nato a Osaka nel 1937, arrivò nel nostro Paese nel 1960 grazie a una borsa di studio del governo italiano. A Roma frequentò l‘Accademia di Belle Arti e incontrò il pittore Franco Gentilini. Furono anni decisivi che contribuirono alla nascita del suo linguaggio artistico e a un legame mai interrotto con il nostro Paese.

Non è un caso che alcune delle sue opere pubbliche più note si trovino proprio in Italia: dal “Vento di Colombo” nel porto di Genova a “Il luogo della pioggia” al Lingotto di Torino, fino a “Dialogo con le nuvole” a Lecco. Interventi che condividono la stessa idea di fondo: inserire l’arte nel paesaggio senza dominarlo, lasciando che siano gli elementi naturali a completare l’opera.

Lo sguardo di Sandalino

Nella mostra milanese trova spazio anche Sandalino, il piccolo personaggio immaginario creato da Shingu negli ultimi anni. Un viaggiatore proveniente da un altro pianeta che osserva la Terra con stupore e preoccupazione, come farebbe un bambino di fronte a qualcosa di meraviglioso ma fragile. È forse l’immagine che meglio sintetizza l’intero percorso dell’artista: guardare il mondo come se lo vedessimo per la prima volta.

Un invito a osservare il mondo diversamente

“Il cosmo” arriva inoltre in un momento simbolico per i rapporti tra Italia e Giappone, nell’anno delle celebrazioni per i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi e per il quarantacinquesimo anniversario del gemellaggio tra Osaka e Milano. Ma al di là delle ricorrenze istituzionali, la mostra rappresenta soprattutto l’occasione per confrontarsi con una ricerca artistica che da decenni parla di equilibrio, interdipendenza e rispetto per l’ambiente. Temi che oggi sembrano appartenere più al futuro che al passato. E che nelle sculture leggere di Susumu Shingu continuano a muoversi, letteralmente, davanti ai nostri occhi.

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Noi europeisti siamo antidoto a populismi e campo largo. Parla Marcucci

Dall’Ucraina alla difesa europea, passando per il futuro del centrosinistra e la necessità di costruire un’alternativa ai populismi. Dopo il lancio di Europeisti.eu al Teatro Parenti di Milano, il senatore Andrea Marcucci (Libdem) spiega a Formiche.net le ragioni di un’iniziativa che punta a riunire l’area liberale, riformista ed europeista oggi senza una rappresentanza politica definita. Nel mirino ci sono le contraddizioni del campo largo, l’evoluzione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein e la crescita delle spinte sovraniste. Sullo sfondo, la prospettiva di un nuovo polo centrista in vista delle elezioni del 2027.

Senatore Marcucci, al Teatro Parenti assieme ad altre realtà centriste avete lanciato Europeisti.eu. Di cosa si tratta?

Bisogna ringraziare Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli per aver promosso un’iniziativa capace di riunire chi non si rassegna all’attuale offerta politica rappresentata da centrosinistra e centrodestra. Soprattutto perché, da entrambe le parti, proprio sui valori e sui temi più cari agli europeisti emergono le contraddizioni più evidenti. A partire dall’Ucraina e dalla necessità di costruire un’Europa sempre più strutturata e autonoma sul piano della difesa e della politica internazionale.

Molti di voi, lei per primo, provengono dal Pd. Non è più possibile avviare un dialogo con i dem?

È indubbio che con Elly Schlein il Partito democratico abbia legittimamente cambiato pelle, allontanandosi da quel progetto del Lingotto nel quale molti di noi avevano creduto. Oggi il Pd è compiutamente un nuovo partito: un’anima ha prevalso sulle altre. Non è una questione di dialogo, che in politica deve sempre esserci. Diventa però difficile immaginare un’agenda di governo davvero riformista e liberale insieme a chi sceglie di allearsi con il Movimento 5 Stelle e con Alleanza Verdi e Sinistra. Più che difficile, direi impossibile.

Perché la scelta di non aderire al campo largo?

Qualcuno ha sentito il campo largo discutere anche solo di una proposta condivisa? Se questo non accade, una ragione ci sarà. Come possono idee liberali e riformatrici conciliarsi con quelle del Movimento 5 Stelle? Su politica internazionale, fisco, giustizia, transizione energetica e difesa esistono differenze radicali e incompatibili. Le alleanze si costruiscono per governare, non per sommare voti o seggi.

Non temete che una nuova legge elettorale possa ridurre ulteriormente gli spazi per una forza politica alternativa ai due poli?

Le preoccupazioni dovrebbero riguardare la governabilità, la rappresentanza dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, non i destini personali. In ogni caso, il potenziale elettorale di una proposta alternativa sia alla destra sia alla sinistra non ha motivo di temere alcuna soglia di sbarramento. La domanda esiste e i cittadini votano prima di tutto in base alle idee.

Vi sentite una risposta all’ascesa di Vannacci?

Ci sentiamo una risposta ai populismi e ai sovranismi che in Italia esistevano ben prima di Vannacci. Se chi crede in una politica pragmatica, seria e orientata alle riforme non si organizza, lascia spazio a movimenti che fanno leva sulla pancia delle persone. Non penso tanto ai rigurgiti nostalgici quanto a ciò che è accaduto nel Regno Unito con la Brexit. Alcuni passaggi della storia sarebbe bene non dimenticarli.

Calenda, Picierno e gli altri protagonisti dell’area europeista riusciranno a trovare una sintesi politica entro il 2027?

Mi auguro che tutti si mettano al lavoro fin da subito per costruire un polo che smetta di essere soltanto una comunione di intenti e diventi finalmente una proposta politica solida e concreta. Il Partito Liberaldemocratico, come ha ribadito Luigi Marattin, ci sarà. Questo è il momento giusto.

Il centrodestra seguirà Vannacci o proverà a dialogare con l’area centrista?

Non posso leggere le intenzioni di nessuno, ma penso che per qualunque coalizione sia più importante valorizzare idee serie e moderate piuttosto che inseguire estremismi pericolosi. In Italia esiste un elettorato di centro consapevole e significativo. A quell’elettorato, però, va offerta una proposta credibile e concreta. Non lo si conquista con le sparate, con i teatrini o con il vassallaggio.

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Washington non ripeta l’errore di von Rundstedt. Lezioni iraniane per Taiwan

Con il conflitto infuriato nel corso degli ultimi mesi nel Golfo Persico che sembra essere in procinto di avviarsi a una conclusione, arriva adesso il momento sia per gli attori coinvolti che per gli osservatori esterni di trarre delle lezioni dalle dinamiche belliche a cui abbiamo assistito nel confronto militare tra Stati Uniti e Iran per cercare di adeguare e migliorare i propri apparati di Difesa. Un processo molto delicato, poiché è in queste circostanze che si compie il rischio di commettere errori di cui poi si pagheranno conseguenze significative, come già avvenuto più volte in passato. Uno di questi errori è quello di pensare che diversi attori militari si comportino allo stesso modo.

Errore commesso, come ricorda Decker Eveleth, anche da militari esperti come il Feldmaresciallo tedesco Gerd von Rundstedt, che nel 1944 decise di strategia di difesa della Wermacht in Francia sfruttando quelle tecniche impiegate con successo sul fronte orientale contro l’Armata Rossa. Scelta che si rivelerà essere un errore madornale per via delle profonde differenze dottrinali e di hardware delle forze alleate rispetto a quelle sovietiche. E oggi, quasi ottant’anni dopo, i decisori militari di Washington devono stare attenti a non commettere lo stesso errore, pensando che le logiche che hanno caratterizzato il confronto con l’Iran possano eventualmente applicarsi anche in quello con altri attori. Locuzione che implica, ovviamente, la Repubblica Popolare Cinese.

Il caso dei missili è esemplare. I successi tattici conseguiti dagli Stati Uniti nel contrastare la minaccia missilistica di Teheran ha alimentato una lettura ottimistica sulla base della quale diversi analisti hanno riconsiderato la minaccia missilistica in altri teatri. Se le difese aeree e antimissile americane sono riuscite a smussare le raffiche iraniane nel Golfo, perché non dovrebbero fare altrettanto con quelle cinesi su Taiwan e nel più ampio scacchiere del Pacifico?

La risposta giace in quelle differenze di hardware e di dottrina menzionate poco sopra. Rispetto al primo fattore, l’arsenale iraniano sconta un limite strutturale, cioè quello della scarsa precisione. I missili di Teheran non hanno l’accuratezza per colpire bersagli puntuali come un singolo velivolo, un hangar, o una postazione di comando, e si prestano semmai a centrare obiettivi estesi come serbatoi e depositi di carburante. Sapendo quindi di non poter, sia per qualità che per quantità, impiegare i propri missili secondo una pura logica counterforce, Teheran ha puntato sull’imposizione di costi, logorando le scorte di intercettori e alzando il prezzo politico della campagna per esaurire la disponibilità di Washington a proseguirla.

La Cina ragiona all’opposto. In caso di scontro militare per Tawian Pechino non si accontenterebbe infatti di imporre costi sufficienti a scoraggiare i partner di Taipei, ma punterebbe a una vittoria netta sulle forze alleate e alla conquista dell’isola, obiettivo per cui si prepara da decenni, aumentando la quantità di vettori e migliorandone la qualità.

Ecco perché, suggerisce Eveleth, conviene ribaltare la prospettiva, e anziché cercare conferme nei successi, sia debba piuttosto guardare ai problemi che la guerra con l’Iran ha messo a nudo. Il più insidioso riguarda i radar. Usando droni monouso a basso costo seguiti da missili, Teheran avrebbe danneggiato o distrutto sistemi di rilevamento statunitensi siti in Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. Una falla decisiva, perché senza radar l’intera architettura di difesa statunitense perde efficacia in modo drastico, venendo meno la capacità di individuare i vettori in arrivo, e con essa ogni certezza su quando e come usare gli intercettori.

Ed è questa la vulnerabilità che pesa in chiave cinese. Se un pugno di droni è bastato all’Iran, la Repubblica Popolare potrebbe accecare ampie porzioni delle griglie di difesa alleate già nelle prime ore grazie ai propri sistemi avanzati (come i sistemi ipersonici Df-17, Df-27, Yj-17 e Yj-19), per poi sfruttare i varchi con un dispositivo multidominio fatto di centinaia di caccia, navi di superficie, portaerei e sottomarini. Per questo, anziché adagiarsi sugli allori delle prestazioni positive americane in Medio Oriente, è necessario isolarne i fallimenti, e cercare di far funzionare cosa è invece andato storto.

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Roma, sette arresti per terrorismo: “Gruppo anarchico responsabile del sabotaggio all’Alta velocità a febbraio”

Sette persone sono state arrestate dalla Digos di Roma, su ordine del gip, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Due di loro, si legge nel comunicato della Questura, sono “gravemente indiziati di aver concorso nella realizzazione di attentato a impianti di pubblica utilità, interruzione di pubblico servizio e istigazione per delinquere, aggravati dalla finalità di terrorismo. Si tratta in particolare dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze, con l’uso di esplosivi rudimentali, ma di sicura efficacia, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455mila euro”, nonché la paralisi della circolazione con ritardi fino a due ore. Quel sabotaggio, insieme a un altro effettuato lo stesso giorno sulla linea Roma-Napoli, “è stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org creato appositamente qualche mese prima”, con un comunicato che “faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano–Cortina e agli intenti antimilitaristi e di attacco violento alle infrastrutture.

Cinque degli arrestati sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, due ai domiciliari. Secondo la Procura di Roma, avevano “costituito e organizzato un gruppo criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico e strutturato secondo modalità e metodologie note e sperimentate nel movimento anarchico, organizzazione radicata nel territorio capitolino, ma anche in relazione con realtà affini individuabili, tra l’altro, nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli. Nelle prospettive del gruppo in questione”, si legge nel comunicato, “anche l’obbiettivo di mantenere attiva la mobilitazione dell’anarco-insurrezionalismo avverso la sottoposizione al regime del 41-bis dell’anarchico Alfredo Cospito, anche attraverso violente azioni dimostrative.”

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“Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare”: è morta a 93 anni suor Italia Di Giovanni, la religiosa star dei social. Virali i suoi video dalla Rsa dove viveva con le altre suore

Suor Italia Di Giovanni è morta. La religiosa della casa di riposo delle Suore Ravasco aveva 93 anni. Suor Italia era seguitissima sui social per i video che la ritraevano nella casa di riposo in cui alloggiava con le altre consorelle anziane e malate. Il profilo Instagram “Suore Ravasco Nayiby” aveva attirato l’attenzione perfino di molte testate internazionali, colpite dall’energia e dalla simpatia della suora nonostante la malattia.

La suora deceduta apparteneva alle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria e alloggiava presso la casa di riposo “Casa San Giuseppe” a Raiano con una ventina di altre anziane religiose. “La tua presenza è stata un dono, il tuo esempio una luce, il tuo ricordo una benedizione. Cara Suor Italia, continua a vivere nei nostri cuori e nelle opere di bene che hai seminato e nell’amore che ci hai lasciato”, hanno salutato così per l’ultima volta i gestori dell’istituto dove alloggiava la religiosa 93enne.

È del luglio 2025 il primo video che ritrae suor Italia. La donna si scherniva rispetto al deperimento organico e alla malattia: “Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare. Io non ci penso alla mia età. Vado avanti e vado in chiesa quando mi vengono queste crisi di vecchiaia. Non credere che la vita sia bella, tu devi farla bella”. L’ultimo video risale allo scorso febbraio, quando Suor Italia non stava più molto bene.

La popolarità della pagina Instagram delle Suore Ravasco aveva fatto dapprima storcere il naso alla madre generale, ma la diffidenza si era sciolta quando la responsabile della comunicazione social delle consorelle, la giovane suor Jimenez aveva spiegato al quotidiano Avvenire che quella esposizione pubblica e l’ottimismo di suor Italia avevano ridato sprint alle consorelle: “Tutte sembrano rinate e molto più serene, lo dicono anche le dottoresse”.

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Il Mondiale delle furbate: si comincia sempre in ritardo, ci si ferma per gli spot e si finisce dopo cento minuti

I treni, una volta (non sempre e sicuramente quasi mai nell’era-Salvini), arrivavano in orario. Oggi, altra certezza, le partite del mondiale della santa trinità UsaCanadaMessico non rispettano la legge dell’orologio. Il calcio d’inizio è ad minchiam, come avrebbe detto il professor Scoglio. Secondo il sito della Bbc, nessuna gara ha rispettato l’ora stabilita tra le prime otto andate in scena: il ritardo medio è di tre minuti. Il match inaugurale MessicoSudafrica è cominciato con 6’ di attesa, a ruota Qatar-Svizzera con 4’ e 53 secondi. Gli unici che hanno registrato un “posticipo” inferiore a un minuto sono stati AustraliaTurchia (40 secondi) e Corea del SudRepubblica Ceca (51 secondi): magari i treni di Salvini avessero questa puntualità.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

La causa principale di questa attesa è legata ai laboriosi cerimoniali. Una delle novità del protocollo riguarda l’esecuzione degli inni nazionali, con l’intera squadra schierata a petto in fuori. Il rompete le righe comporta il ripiegamento di quindici giocatori in panchina, trenta se consideriamo le due formazioni: grande confusione sotto il cielo, talvolta anche sotto il tetto che ricopre gli stadi. Questo ritardo si aggiunge alle due pause di metà tempo per consentire ai giocatori di “rinfrescarsi”. Sono bastate le prime due giornate per capire che, dietro al “cooling break” (ribatezzati come “hydration break”), si nasconde in realtà un bieco interesse commerciale.

I due pit stop sono stati venduti agli inserzionisti pubblicitari a peso d’oro. Con una furbata nella furbata: se milioni di telespettatori approfittano spesso dell’intervallo tra i due tempi per fare mille cose – chi mangia, chi si fa la doccia, chi porta il cane a fare pipì, chi smanetta sul telefonino – perché c’è uno scadenzario più o meno consolidato, la pausa per rinfrescarsi inchioda chi sta seduto sul divano di fronte alla tv. Nessuno rischia di abbandonare la postazione, nel timore di una repentina ripresa del gioco che potrebbe regalare un gol o comunque un’emozione. Anche i recuperi viaggiano su distanze sempre più dilatate: le partite durano ormai oltre cento minuti.

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Il calcio dei quattro tempi è uno dei regali del mondo Maga, ispirato dal trumpismo e benedetto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che, per non negarsi nulla, ha voluto fare anche lo spiritoso sul conto dell’Italia. Poche ore prima, era uscito sulla Gazzetta dello Sport il suo editoriale di apertura del mondiale: invece di ringraziare la “rosea”, che gli ha concesso ossigeno dopo giorni di critiche internazionali, ha pensato bene di ironizzare sugli azzurri, fuori dal mondiale per la terza volta di fila. Vatti a fidare dei potenti e degli amici (finti).

Ma Infantino è questo: un pifferaio magico (un po’ Maga e un po’ Magò, per intenderci). Ha invitato negli Stati Uniti due leggende come Roberto Baggio e Gianni Rivera. Passi il primo, ma il secondo, che in gioventù si mise contro i cosiddetti poteri forti del calcio e in età matura fu acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, perché si è concesso a Infantino? Il ricordo di Italia-Germania 4-3 allo stadio Azteca di Città del Messico non meritava di finire in pasto al presidente della Fifa. Non lo meritava soprattutto il gol di Rivera, quello che decise la sfida. Infantino, quel 17 giugno 1970, aveva appena 3 mesi e 25 giorni: che può saperne lui della partita del secolo?

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Lega, verso una mini-segreteria con Zaia e Fedriga: così Salvini prova a evitare lo strappo col Nord

Una mini-segreteria che faccia da raccordo coi territori. Con dentro anche i big del Nord Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Che, a meno di colpi di scena e di ulteriori scontri interni, diventeranno vicesegretari nel ritiro estivo del 4-5 luglio a Treviso. La decisione – con il partito scosso sul doppio fronte inchieste Ponte e Olimpiadi Milano-Cortina da una parte e concorrenza Vannacci dall’altra – dovrebbe essere annunciata direttamente dal leader della Lega Matteo Salvini nelle prossime ore, bypassando il consiglio federale che non si terrà mercoledì come inizialmente previsto, spiegano due fonti qualificate a conoscenza della questione.

Una mediazione per evitare ulteriori strappi con i governatori del Nord (a cui si aggiunge il lombardo Attilio Fontana) e per iniziare a includere anche Zaia e Fedriga. Sulla modifica dello statuto per le due Leghe – sul modello Cdu/Csu tedesca – invece il processo è ancora in divenire e non è materia dei prossimi giorni.

Nella mini-segreteria allargata ci sarà anche il vicesegretario responsabile del Sud Claudio Durigon che guida una truppa di 30 deputati e senatori che si sono infuriati dopo le parole dei nordisti all’ultimo consiglio federale. In bilico, invece, il ruolo di Silvia Sardone – europarlamentare e vicesegretaria – che viene accusata dalla Lega nordista di tirare la volata proprio a Vannacci rincorrendolo sulle sue battaglie. Sarà una struttura snella che faccia da “cerniera” coi territori.

Intanto, lunedì sera a Milano Salvini e Giorgetti si sono ritrovati con gli altri dirigenti della Lega per una cena di finanziamento con imprenditori per sostenere il partito. Alle Officine del Volo in via Mecenate si sono presentati in 350 per una quota minima di 2.500 euro: in totale 875 mila euro minimo raccolti. Durante la cena – a cui hanno partecipato anche Durigon, Claudio Borghi, Alessandro Morelli ed Edoardo Rixi – il leader della Lega (intervistato dal direttore del Tempo Daniele Capezzone) ha spiegato che il governo deve arrivare a fine legislatura e “per completare il programma e le opere pubbliche è importante essere rieletti per un secondo mandato”.

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Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità

Tre mesi fa nel carcere di Torino veniva trovato morto, impiccato, Bernardo Pace: cosa è successo?
Bernardo Pace era un mafioso legato a Cosa Nostra trapanese, vicino a Errante Parrino e a Matteo Messina Denaro, operava a Milano all’interno di quel “consorzio” criminale che sta al centro del processo “Hydra” del quale si celebra il dibattimento in rito ordinario. Bernando Pace aveva sessante due anni, due figli, un tumore ed una condanna pesante già ricevuta nell’abbreviato di Hydra.

Bernardo Pace nel gennaio del 2026 aveva deciso di saltare il fosso e mettersi dalla parte dello Stato, diventando collaboratore di giustizia ed aveva già riempito un paio di verbali, depositati successivamente in dibattimento, carichi di riferimenti alla politica e per questo coperti da parecchi “omissis”, segno che le indagini segrete stanno proseguendo.

Bernardo Pace aveva paura di essere ucciso al punto che per un certo periodo aveva rifiutato il cibo in carcere temendo che potesse essere avvelenato. Anche i pm milanesi erano preoccupati per la sua incolumità, almeno quanto oggi tutti noi siamo preoccupati per la loro, così i titolari dell’accusa, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, avevano deciso di farlo spostare nel carcere di Torino, in attesa di introdurlo nello speciale programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

Per quel che sappiamo Bernardo Pace aveva fatto la scelta di collaborare sostenuto dalla famiglia e con la speranza di poter vivere gli ultimi tempi insieme. Nel carcere di Torino era stato sistemato in una cella singola, incastonata tra l’infermeria del reparto e la cappella, una situazione di riguardo insomma, fatta di un isolamento che avrebbe dovuto essere tutelante. Pare che il 16 marzo Pace avesse consumato il pranzo, affidandosi quindi con più serenità all’amministrazione penitenziaria, pare che sia stato trovato impiccato poco dopo, nella sua stessa cella, con un cavo di quelli che si usano per stendere il bucato stretto attorno al collo. La Procura di Torino procede per “istigazione al suicidio”, la famiglia ha presentato un esposto non ritenendo credibile che un uomo in quelle condizioni abbia potuto decidere di togliersi la vita. Bernardo Pace è stato sepolto, col rigore che si riserva ai boss e l’ordine di non cremare il corpo, nella sua terra d’origine.

Il processo “Hydra” a Milano riguarda in ipotesi accusatoria le attività illecite poste in essere soprattutto per riciclare ingenti capitali ed intercettare i flussi di denaro pubblico legati al PNRR, riguarda i rapporti con la politica, dei quali stava parlando Pace e dei quali ha parlato l’altro “pentito” di questa storia, Gioacchino Amico, legato al clan Senese, lo stesso che ha Roma ricicla con la faccia di Mauro Caroccia, quello che per il tramite della figlia diciottenne ha fondato in Biella la società “Le cinque forchette” insieme ad Andrea Delmastro, deputato di FdI, già sotto segretario alla Giustizia con la delega alle carceri, non indagato (che si sappia), che in Commissione parlamentare antimafia se l’è cavata ammettendo soltanto l’imperdonabile leggerezza nel non aver verificato prima chi fossero i Caroccia (“Mi spiace: non ho googolato”).

Non scrivo per esercitarmi in inutili speculazioni sulla verità dei fatti, scrivo per mandare un messaggio: c’è (ancora!) una Italia che vuole la verità, anche quella più scomoda, perché non sopporta l’infantilismo delle facili ricostruzioni buone a ricomporre i quadri più scomposti ed a star tranquilli, alimentando impunità, corruzione, concentrazione illecita di potere e contribuendo alla liquefazione della democrazia. C’è chi non sopporta il revisionismo storico di una destra che in Commissione Antimafia fa di tutto per far sparire dalla scena del crimine degli ultimi trent’anni i grandi “mediatori” (nemmeno occulti) tra interessi mafiosi, imprenditoria e politica, piduisti mai pentiti, pezzi di apparati mai “bonificati”.

C’è chi non sopporta l’arretramento nella lettura del fenomeno mafioso, che purtroppo di scorge anche in un recente documento del CSM dedicato ai criteri di nomina dei ruoli dirigenziali, a fenomeno “etnico” legato soprattutto ad alcune aree del nostro Paese. C’è chi non sopporta una semplificazione puerile del fenomeno mafioso, quasi sovrapposto a quello delle “baby gang”. E sapete perché? Perché è rimasto fedele alla lezione di Pio La Torre: la mafia è una questione di classi dirigenti. Perché è rimasto fedele alla lezione di Giovanni Falcone che disse: il problema non è ammettere in generale che la mafia abbia rapporti con la politica, ma volerli individuare nello specifico, isolarli e colpirli. Perché è rimasto fedele alla lezione di Gian Carlo Caselli e dei magistrati che con lui costruirono la risposta dello Stato nel momento più cupo della storia repubblicana: cercando fino a Palazzo Chigi coperture ed alleanze e per questo pagando un prezzo altissimo, insieme alle loro famiglie.

A Torino si avvicina un altro anniversario, quello dell’assassinio del giudice Bruno Caccia il 26 giugno 1983, che indagava (come oggi fanno Cerreti e Ferracane) sul riciclaggio “altolocato” dei proventi illeciti della mafia, ecco sarebbe il caso che fosse occasione per ribadire insieme che la mafia la vogliamo sconfitta, non addomesticata e che per questo la vogliamo fuori dallo Stato.

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“Cani e gatti fuggono da casa il martedì alle ore 8” e non è un caso: la mappa di chi scompare di più in Europa

Non servono fughe spettacolari per perdere un animale. A volte basta il gesto più banale della giornata: aprire un cancello mentre si controlla il telefono, uscire di fretta, dimenticare per un secondo che dall’altra parte non c’è solo un giardino ma un confine sottile. Ogni anno in Europa migliaia di cani e gatti escono così dalla cosiddetta “zona sicura” delle loro case. Non in contesti eccezionali, ma dentro la normalità più quotidiana. E l’Italia, più di tutti, è il Paese dove accade più spesso: oltre il 50% degli allarmi GPS registrati tra marzo e maggio 2026 arriva da qui, secondo il report di Kippy. Non si tratta di abbandoni, ma di smarrimenti domestici accidentali: animali che approfittano di un varco rimasto aperto, che seguono un odore, che reagiscono a un rumore improvviso. E il dato più inatteso è che i cani risultano più “fuggitivi” dei gatti del 43%.

A fotografare il fenomeno è l’analisi di oltre 4.000 episodi registrati nello stesso periodo in Europa. Dopo l’Italia (oltre il 50% degli allarmi), seguono Francia (30%) e Germania (8%). Un quadro che non rimanda a situazioni straordinarie, ma a routine domestiche ricorrenti: case, giardini e momenti di distrazione che si ripetono con dinamiche simili in migliaia di famiglie.

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Huaweigate: l’Europarlamento revoca l’immunità a Martusciello, capodelegazione di Forza Italia. Salvo De Meo

L’Europarlamento ha votato la revoca dell’immunità al capodelegazione di Forza Italia, Fulvio Martusciello, accogliendo la richiesta della procura del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. Con 344 voti a favore , 234 contrari e 25 astenuti, la plenaria di Strasburgo ha quindi confermato la decisione della commissione Affari giuridici (Juri), che il 3 giugno si era ugualmente espressa a favore. Salvo invece l’altro azzurro, Salvatore De Meo: la plenaria ha deciso di mantenere la sua immunità, in linea con il parere della commissione Juri.

L’inchiesta, esplosa nel marzo 2025 con una serie di perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei, riguarda presunte attività di lobbying illecito riconducibili al gruppo cinese Huawei. Secondo la procura federale belga, l’azienda avrebbe cercato di influenzare il processo decisionale delle istituzioni europee attraverso una rete di consulenti, lobbisti e intermediari incaricati di coltivare rapporti con eurodeputati e loro collaboratori. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura – tra cui inviti a eventi sportivi, viaggi, ospitalità e altre utilità – per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo.

Nell’ambito di questo filone, la magistratura belga ha chiesto la revoca dell’immunità di Martusciello e De Meo per poter svolgere ulteriori accertamenti sul loro ruolo nella vicenda. I due eurodeputati hanno sempre respinto qualsiasi addebito. Per quanto riguarda Martusciello, gli inquirenti ritengono che alcuni collaboratori a lui vicini possano aver avuto un ruolo nei rapporti tra Huawei e il Parlamento europeo. Nel caso di De Meo, la procura intende approfondire il contesto di alcuni contatti e iniziative parlamentari che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero essere stati collegati alle attività di influenza contestate a Huawei. La richiesta di revoca dell’immunità non costituisce un giudizio di colpevolezza, ma consente alla procura di proseguire le indagini senza le limitazioni previste dallo status di europarlamentare.

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Uccisa dal nipote 17enne: ritrovato il corpo di Chiara Guerra nel fiume Lemene, era all’interno di un sacco

Dopo tre giorni di ricerche è stato ritrovato il corpo di Chiara Guerra, insegnante di 53 anni, uccisa nella sera dell’11 giugno a San Stino di Livenza (Venezia)0, dal nipote 17enne, reo confesso. Il cadavere, individuato ad alcuni chilometri di distanza dal luogo in cui era stato gettato, è stato recuperato all’interno di un sacco in condizioni integre con varie ferite da taglio. A individuarlo mentre galleggiava è stata la polizia locale che ha allertato i carabinieri e i vigili del fuoco. Il giovane aveva lasciato il corpo senza vita della zia nel canale Magher, ma le correnti lo hanno trasportato nelle acque del fiume Lemene, nella zona di Settesorelle. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Comando di Venezia e il medico legale Antonello Cirnelli che avrà il compito di eseguire la prima ispezione esterna.

Da domenica mattina, un gran numero di soccorritori erano impegnati a setacciare il canale: squadre del nucleo sommozzatori, del nucleo droni e due le squadre Saf con imbarcazioni dotate di ecoscandaglio. Le ricerche si sono concentrate sul punto indicato dal nipote della vittima che ha dichiarato di aver gettato anche il cellulare e l’arma del delitto, un coltello, nelle stesse acque: nessuno dei due è stato trovato. Si tratta di una zona difficile da perlustrare a causa dei collegamenti con altri canali e dalla presenza di correnti.

Il 17enne, che sarà maggiorenne tra qualche mese, ha ammesso dopo poche ore di aver ucciso la zia a coltellate per poi trasportare il cadavere verso il canale con una carriola. Il giovane ha confessato di fronte al pm Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone: il caso è stato poi trasmesso alla Procura dei minori di Trieste. Dalle prime ricostruzioni, il movente è legato ad alcuni dissidi familiari dovuti a una presunta eredità su cui la vittima e il fratello, cioè il padre del ragazzo, litigavano da tempo.

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Le urla per la vittoria dei Knicks scambiate per una richiesta d’aiuto: agente uccide il cane Jameson sotto gli occhi della proprietaria

Stava festeggiando il trionfo dei New York Knicks quando qualcuno ha pensato che quelle urla fossero una richiesta d’aiuto. Pochi minuti dopo, davanti alla porta del suo appartamento a Canoga Park, quartiere di Los Angeles, il suo cane è stato ucciso da un agente della polizia.

L’animale, Jameson, aveva due anni ed era un incrocio tra San Bernardo, Golden Retriever e Poodle. Sabato sera si trovava in casa con la proprietaria Marie Marseille e altri familiari, riuniti per seguire la finale Nba che ha consegnato ai Knicks un titolo atteso da decenni. Secondo quanto ricostruito dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD), intorno alle 20.55 gli agenti sono intervenuti in un complesso residenziale di Jordan Avenue dopo una segnalazione che parlava di una donna che stava urlando all’interno di un appartamento.

Arrivati sul posto, gli agenti hanno parlato con Marseille. In una nota ufficiale, la polizia sostiene che Jameson si trovasse accanto alla proprietaria e che stesse abbaiando. Gli agenti avrebbero chiesto alla donna di mettere al sicuro il cane. Dopo aver chiuso momentaneamente la porta, Marseille l’avrebbe riaperta. A quel punto, secondo la ricostruzione del LAPD, l’animale sarebbe uscito dall’appartamento e si sarebbe lanciato verso uno degli agenti, che avrebbe quindi aperto il fuoco.

La famiglia, però, contesta questa ricostruzione. Jeremiah Garcia, figlio della proprietaria, ha raccontato ai media locali di essere al telefono con la madre nel momento della sparatoria. Il giovane stava seguendo la partita a casa della fidanzata e aveva chiamato la madre in video per festeggiare insieme la vittoria dei Knicks. Secondo il suo racconto, Jameson non avrebbe aggredito nessuno: “Non appena mia madre ha aperto la porta, Jamo è corso fuori semplicemente per salutare qualcuno. Quando ero al telefono ho sentito due spari”.

Garcia è rientrato immediatamente a casa. Una volta arrivato ha trovato il cane morto davanti all’appartamento. Jameson indossava ancora la maglietta dei Knicks che la famiglia gli aveva messo per seguire la partita. Le immagini girate subito dopo l’accaduto mostrano la proprietaria disperata accanto all’animale. In un video condiviso sui social si sente la donna gridare “Eravamo soltanto felici. Stavamo festeggiando i Knicks“. Il LAPD ha confermato che nessun agente è rimasto ferito. L’indagine è stata affidata alla Force Investigation Division, l’unità interna che si occupa dei casi in cui gli agenti fanno uso delle armi da fuoco.

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“A 100 anni mangio la spigola e bevo molta acqua, la disidratazione alla mia età è una nemica. Mi bastavano 2 ore di sonno per studiare”: lo rivela il professor Leonardo Santi

Leonardo Santi è uno dei più importanti ricercatori italiani nel campo della lotta ai tumori. Ha pubblicato più di 300 lavori scientifici su argomenti di oncologia sperimentale, patologia oncologica, specialmente per quanto concerne il tumore del polmone, i tumori professionali e i Biological Response Modifiers. Il 3 aprile scorso il professore ha tagliato il traguardo dei 100 anni. “Non ho voluto festeggiare”, ha confessato a Il Corriere della Sera.

Il segreto per una vita così lunga? “Mangio pesce, prediligo la spigola. Bevo molta acqua perché la disidratazione alla mia età è una nemica. La casa è disseminata di bottigliette, come vede, sistemate nei posti strategici da mia moglie Lia Eva, il mio traino”.

E ancora: “Da ragazzo non mi sono fatto mancare niente. Sci, barca, lunghe nuotate all’isola d’Elba. Però il tipo di alimentazione lasciava molto a desiderare. Mangiavo come capitava. Dolce e salato insieme, tanto poi nello stomaco si mescola tutto, mi giustificavo con i collaboratori che mi osservavano allibiti. Da vecchi invece bisogna stare attenti”.

“Da giovani non si pensa alla vecchiaia, tantomeno quando eravamo giovani noi. – ha aggiunto il professore – Nessuno ci parlava di prevenzione e mangiar sano. Per mia scelta non ho mai fumato né bevuto alcol. I collaboratori si stupivano del mio scarso bisogno di sonno, mi bastavano due ore e passare la notte in bianco spesso era una scelta. Utilizzavo quel tempo per prendere appunti, studiare, organizzare. E la mattina arrivavo in ospedale con tanti fogli scritti a mano”.

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TG3 Fuori TG del 16/06/2026

Il rotocalco del Tg3 con spazi quotidiani dedicati ai consumatori, alla salute dell'agricoltura, al costume, all'economia, al mondo femminile ed alla cultura.

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Cacciari a La7: “Il patentino antifascista? Fa schifo, è una scandalosa idiozia. Antifascismo è condannare Israele e il razzismo di Trump”

Intemerata del filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo (La7), sul caso della fiera Più libri più liberi, in programma a dicembre a Roma, che quest’anno chiede agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. La conduttrice Lilli Gruber spiega il disappunto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha definito l’iniziativa una forma di censura. E chiede al filosofo: “Ma non è ridicolo gridare alla censura?”. Cacciari non ci sta e replica stizzito: “Ma non è ridicolo parlare di questo, con tutto quello che sta passando per il mondo?”.

La giornalista precisa: “Lo devo fare perché l’ha fatto la presidente del Consiglio e perché anche oggi per tutta la giornata sono continuate le dichiarazioni”. “Allora è ridicola la posizione della Meloni esattamente come è ridicola la richiesta del patentino antifascista – rilancia l’ex sindaco di Venezia – L’antifascista non è tale perché firma patentini, lo è in quello che fa e in quello che ha fatto. E pochi sono antifascisti in questo senso, in questo Paese e in questa Europa”.

“Perché?”, chiede Gruber. “Perché essere antifascisti vuole dire condannare esplicitamente le politiche di Israele, non le pare? – risponde Cacciari – Essere antifascisti vuole dire assumere delle posizioni nette nei confronti di posizioni razzistiche, se non peggio, come quelle che emergono direttamente all’interno dei vertici del governo americano. Quello è essere antifascisti, non firmare patentini”. E aggiunge: “Croce si rifiutava di firmare patentini. E se mi chiedono di firmare un patentino per andare al Festival di Roma, non ci vado“.

La conduttrice ricorda che riguarda solo le case editrici e il filosofo si inalbera: “Ma è lo stesso. Se Adelphi, con cui pubblico i miei libri, firma il patentino, io non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi. Ma scherziamo, ma che idiozia è? Che scandalosa idiozia è il patentino? Mamma mia, fa senso soltanto parlarne. Altra cosa è se a casa mia invito chi voglio: in quel caso, gli organizzatori di questo Festival sono padroni di invitare chi vogliono, visto che è casa loro. Ma non invitano col patentino, viva Dio. Ma che roba è? Dai, fa schifo”.

Gruber precisa che il “patentino” è un’espressione usata da Meloni e che la presidente della fiera, Anna Maria Malato, ha parlato solo di adesione ai valori costituzionali, rafforzata quest’anno ma senza intento censorio. Cacciari ribatte secco: a lui e ad altri editori non è mai stato chiesto prima.

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È morta a 35 anni Ece Irtem, l’attrice che ha recitato con Can Yaman in Lezioni d’amore: ritrovata senza vita nella sua casa all’indomani del suo compleanno

Ece Irtem è morta. L’attrice turca nota in Italia per Forbidden fruit aveva 35 anni. La ragazza celebre per il ruolo di Isil nella serie One Love è stata trovata priva di sensi nella sua casa lunedì 15 giugno al mattino, appena un giorno dopo il suo compleanno. La causa del decesso è stata attribuita a un attacco cardiaco. Irtem era nata il 14 giugno 1991 a Sivas, in Turchia. Si era laureata in Opera e Canto presso l’Università Yasar nel 2014, classificandosi terza nel suo corso.

Durante gli studi aveva lavorato con artisti di fama internazionale come il soprano Aytul Buyuksarac, il tenore Levent Gunduz, il direttore dell’Opera e del Balletto di Stato di Izmir, Paolo Susanni, e il mezzosoprano Anna Chubuchenko. Parallelamente aveva iniziato a recitare in giovane età, scrivendo e interpretando le proprie scenette per le recite scolastiche, una passione che ha coltivato per tutta la vita. Dopo essersi trasferita a Istanbul, Irtem ha iniziato a studiare recitazione al Centro Culturale Sadri Alisik, formandosi con maestri del calibro di Kayhan Yildizoglu, Okday Korunan, Kadim Yasar e Tolga Ciftci. È diventata famosa per il suo ruolo di Isil in One Love, una popolare serie televisiva turca con un vastissimo pubblico.

In Italia era diventata un viso noto, spesso ospite anche di alcuni talk Mediaset, grazie alla sua interpretazione della barlady Gizem in Mr. Wrong – Lezioni d’amore recitando con Can Yaman. Come riportano diverse testate turche l’eccezionalità di un decesso in così giovane età ha comunque portato la magistratura turca ad effettuare un’autopsia. Le ultime ore della ragazza, peraltro, quelle di domenica 14 giugno, sono state ricostruite attraverso diverse telecamere disposte attorno alla sua abitazione turca e la vedono ritratta tranquilla e sorridente a pranzo. Successivamente, attorno alle 21, viene inquadrata dalle telecamere dell’atrio del suo condominio mentre rientra in casa insieme alla madre. È lì che Irtem appare visibilmente barcollante e intontita, tanto da doversi appoggiare al braccio della madre.

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“Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out”: il ritorno della Lollipop con “Say”

Marcella Ovani, Marta Falcone e Veronica Rubino tornano nella formazione delle Lollipop, a oltre vent’anni dalla nascita del gruppo a “Popstars”, nei primi anni 2000. Il singolo si intitola “Say Now” – scritto direttamente dal trio e prodotto da Wlady, già firma di “Maria Salvador” e “Disco Paradise”- un messaggio legato alla libertà, al coming out, alla verità personale e alle cose da dire prima che sia troppo tardi.

“Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out – afferma il trio -. Non abbiate paura di splendere nella vostra verità; per noi questo ritorno è un atto di coraggio e di amore verso noi stesse e il nostro pubblico”.

“Say Now” nasce dalla necessità di non lasciare che il silenzio decida al posto delle persone. Il brano esplora tutto ciò che rimane irrisolto quando una verità viene taciuta troppo a lungo: parole continuamente rinviate, sentimenti tenuti in sospeso, fino a giungere a una collisione inevitabile in cui il silenzio cessa di essere un’opzione. Perché tacere, a quel punto, diventa un atto di omissione nei confronti di sé stessi, prima ancora che degli altri.

Nel corso degli anni, il gruppo è sempre stato vicino alla comunità LGBTQ+. Nel 2018, ad esempio, le Lollipop sono state ospiti a Napoli in occasione del party ufficiale del Mediterranean Pride of Naples. La scelta di affrontare oggi temi come il coming out e la libertà di essere sé stessi rappresenta il naturale prolungamento di quel rapporto, una coerenza artistica e umana che si è consolidata nel tempo.

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Urbanistica, Sala esulta: “Soddisfatti, ma amareggiato da violenza verbale dei pm”. Il centrodestra: “Ora sbloccare Milano”

“Siamo soddisfatti, è chiaro che c’è anche tanta amarezza”. Il sindaco di Milano esulta e attacca, dopo la sentenza sulla Torre di via Stresa che ha assolto tutti gli 8 imputati, la prima delle numerose inchieste aperte in questi anni. La procura aveva chiesto la condanna per abuso edilizio e lottizzazione abusiva per quel grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani. La giudice ha però assolto tutti per “assenza di dolo” e perché avrebbero agito secondo “prassi consolidata del Comune” e le sentenze dell’epoca. A cavalcare la pronuncia del tribunale è poi il centrodestra che chiede adesso di “sbloccare” Milano.

Sala: “Cosa pensa il procuratore Viola?”

“Ripensando a come è stata condotta questa inchiesta la cosa che mi ha amareggiato molto è stata la violenza verbale usata dai pm nel sostenere le accuse”, incalza Giuseppe Sala: “Un continuo uso di aggettivi, una continua necessità di corroborare le loro tesi con parole tese a screditare la nostra azione“, aggiunge il primo cittadino. Sala afferma anche di essere amareggiato anche per “aver visto colpite persone che sono a me vicine e di cui sono certissimo dell’onestà. Faccio un nome, l’ex assessore Tancredi che ha visto anche un po’ rovinata la sua carriera e il suo equilibrio”. E tira in ballo anche il procuratore della Repubblica del capoluogo lombardo: “La giustizia ha tante teste, la stessa Procura ha tante teste. È chiaro che, a questo punto, sono anche un po’ curioso di capire il dottor Viola, come vede la situazione”. “È evidente – continua Sala – che sta tutto in una responsabilità generale e quindi gli chiedo che giudizio dà, a questo punto, dell’operato del suo team. Posto che tutti noi dobbiamo dare un giudizio del nostro operato e di chi lavora con noi”, conclude il sindaco.

Il centrodestra: “Ora sbloccare la città”

La sentenza “è una lezione per tutti e conferma la necessità di un intervento legislativo per dare certezze sia agli amministratori sia agli imprenditori che investono nello sviluppo di Milano”, commenta il presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi potenziale candidato alla poltrona di sindaco della città: “Ora che il tribunale ha certificato che sono state seguite le regole, è fondamentale restituire la certezza del futuro alle oltre duemila famiglie sospese che hanno il pieno diritto alla loro casa”, continua Lupi. Sulla stessa linea Mariastella Gelmini: “Sbloccare la città e dare una risposta concreta alle cosiddette famiglie ‘sospese’ è oggi una priorità non più rinviabile”. Per Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, “l’esito del processo sull’urbanistica a Milano dimostra ancora una volta come teoremi accusatori si dissolvano a distanza di anni lasciando effetti pesanti sull’economia e sullo sviluppo”. Per l’esponente azzurro “è oggettivo che l’inchiesta sulla gestione urbanistica ha frenato Milano e non solo il settore immobiliare. Progetti per migliaia di metri quadrati ‘sospesi‘ con tutte le ricadute del caso. Sono stati messi a rischio miliardi di potenziali investimenti e di ricadute sul sistema economico”. “Non si può tenere bloccata per anni una città come Milano per un’inchiesta che, dopo lo stop della Cassazione sul filone della corruzione, incassa oggi una piena assoluzione”, dichiara anche il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto secondo il quale “ora tocca al Parlamento dare a Milano e al Paese regole certe: decisioni di questa portata non possono dipendere da una legge del 1942. Si vada avanti – conclude – e si torni a lavorare per Milano”.

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Bossi jr, definitiva la condanna per truffa allo Stato. Confermata in Appello quella per maltrattamenti alla madre

Diventa definitiva la condanna a due anni e sei mesi a Riccardo Bossi per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza per oltre tre anni e mezzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio del fondatore della Lega, condannato per truffa ai danni dello Stato dal Tribunale di Busto Arsizio (Varese) e poi dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva anche stabilito un risarcimento danni a favore dell’Inps di 15mila euro. L’accusa era di aver ottenuto 280 euro al mese per 43 mensilità, per un ammontare complessivo di oltre 12mila euro dal 2020 al 2023.

Nella stessa giornata, la Corte d’Appello del capoluogo lombardo ha confermato la condanna di Bossi junior per maltrattamenti nei confronti della madre, Gigliola Guidali. Un anno fa il primogenito del Senatur era stato condannato dal Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi di carcere. I fatti oggetto del processo risalgono al 2016: secondo l’accusa, Bossi – che ha sempre negato ogni addebito – faceva continue richieste di soldi alla madre, spesso accompagnate da insulti e percosse, fino a costringerla a fuggire di casa e a sporgere denuncia. In un’occasione la donna era stata spinta dal figlio e aveva sbattuto la testa contro il muro. In seguito la madre aveva ritirato la querela assicurando che i rapporti fossero tornati sereni: un dietrofront che aveva fatto cadere l’accusa di minacce, ma non quella di maltrattamenti, perseguibile d’ufficio. Contro la sentenza d’Appello l’avvocato di Bossi, Federico Magnante, ha preannunciato ricorso in Cassazione.

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Nuovi importi per i rimborsi dei voli cancellati, stop ai supplementi per i posti dei minori e niente bagagli a mano a gratuiti: ecco le nuove regole dell’Unione Europea

Dopo tredici anni di negoziati e a ventidue anni dal primo pacchetto normativo, l’Unione Europea ha definito le nuove regole per la tutela dei passeggeri aerei. Come riportato da un’analisi del Corriere della Sera, l’aggiornamento legislativo — che dovrà essere approvato in via definitiva a luglio ed entrerà in vigore nella seconda metà del 2027 — introduce importanti novità sulla trasparenza delle tariffe online e vieta i supplementi per assegnare posti vicini alle famiglie. Tuttavia, il testo finale si configura come un compromesso che non stravolge il sistema attuale, lasciando intatti molti dei parametri già in uso su ritardi e risarcimenti. Ecco, nel dettaglio, come cambieranno i diritti dei viaggiatori.

Trasparenza sui prezzi e l’illusione del trolley gratuito

La novità più rilevante dal punto di vista commerciale riguarda la lotta al cosiddetto “drip pricing”, ovvero la pratica di mostrare un prezzo iniziale basso che lievita durante le schermate di acquisto a causa dell’aggiunta di costi essenziali. L’Ue imporrà a tutte le piattaforme di prenotazione e ai vettori di mostrare fin dall’inizio un prezzo finale chiaro e comprensivo del bagaglio a mano (il trolley). Questa misura servirà a uniformare gli algoritmi dei motori di ricerca, permettendo un confronto visivo più corretto tra i prezzi delle compagnie low cost e quelli dei vettori tradizionali. Tuttavia, questo non significa che il bagaglio a mano diventerà gratuito. Al momento della prenotazione, il viaggiatore potrà sempre optare per la tariffa “base” (che include solo l’effetto personale da riporre sotto il sedile), che costerà di meno. Sulle low cost, di fatto, il trolley rimarrà a pagamento. Inoltre, la normativa non fissa misure o pesi standard per i bagagli a mano, lasciando alle singole compagnie la facoltà di deciderne le dimensioni.

Stop ai supplementi per i posti di minori e disabili

Una regola che cambierà concretamente l’esborso in fase di prenotazione riguarda l’assegnazione dei posti a sedere. L’accordo vieta espressamente alle compagnie aeree di applicare tariffe extra per far sedere i bambini e i ragazzi minori di 14 anni accanto al proprio genitore o accompagnatore. Lo stesso principio di gratuità obbligatoria sarà applicato ai passeggeri con disabilità o a mobilità ridotta e ai loro rispettivi assistenti.

Ritardi e indennizzi: la soglia resta a 3 ore

Sul fronte dei risarcimenti per cancellazioni o disservizi, il Parlamento europeo ha respinto i tentativi delle compagnie di alzare la soglia di tolleranza a 4 o 6 ore. Il limite per ottenere l’indennizzo economico rimane fissato a 3 ore di ritardo all’arrivo. I passeggeri manterranno il diritto al rimborso monetario o alla riprotezione su un volo alternativo in caso di negato imbarco o di cancellazione comunicata con meno di 14 giorni di preavviso. Gli importi dei risarcimenti (che sono slegati dal rimborso del biglietto) restano fissi in base alla distanza chilometrica:

  • 250 euro per le tratte inferiori o uguali a 1.500 km.
  • 400 euro per i voli tra 1.500 e 3.500 km.
  • 600 euro per i voli oltre i 3.500 km.

Per i voli superiori ai 3.500 km è prevista una deroga: il vettore può dimezzare l’indennizzo (portandolo a 300 euro) se offre un volo alternativo o se il ritardo accumulato all’arrivo è inferiore alle quattro ore.

Le eccezioni valide per le compagnie

Le nuove regole introducono un elenco chiaro (sebbene non esclusivo) delle “circostanze eccezionali” in cui la compagnia aerea è esentata dal pagamento del risarcimento, in quanto il ritardo è fuori dal suo controllo. L’elenco comprende: calamità naturali, guerre, condizioni meteorologiche proibitive, comportamenti indisciplinati dei passeggeri a bordo e scioperi (dei servizi aeroportuali, della navigazione aerea o dell’assistenza a terra).

Assistenza in aeroporto e iter legislativo

Le normative chiariscono anche gli obblighi fisici verso i passeggeri bloccati in aeroporto: le compagnie dovranno fornire bevande ogni due ore e un pasto dopo tre ore di attesa. Se il ritardo si prolunga alla notte, scatta l’obbligo di garantire il pernottamento in hotel fino a un massimo di tre notti. È stato inoltre introdotto l’obbligo di fornire istruzioni digitali chiare via smartphone su come richiedere assistenza e inoltrare reclami.

Dal punto di vista dell’iter legislativo, il testo rappresenta un accordo provvisorio. La votazione formale da parte del Parlamento Ue è in calendario per metà giugno 2026, con l’approvazione definitiva attesa a luglio. Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, le norme diventeranno lo standard operativo per i cieli europei dalla seconda metà del 2027.

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Al via il crowdfunding “Anime di mare”

Al via il crowdfunding promosso dal Comitato Gente di Mare di Viareggio con il sostegno della sezione soci Coop Valdiserchio Versilia e il patrocinio del Comune di Viareggio, per la realizzazione dell’opera d’arte “Anime di mare” ideata dall’artista e maestro carrista Jacopo Allegrucci.

Marinai, pescatori, naviganti, costruttori navali, donne e uomini della città di Viareggio: la scultura è dedicata a tutti coloro che ogni giorno solcano il mare e che di mare vivono. Il crowdfunding punta a raccogliere fondi per realizzare l’opera che sarà collocata nella zona del Museo della Marineria di Viareggio, lungo il canale Burlamacca, grazie al supporto dell’Autorità Portuale Regionale Toscana. Oltre che realizzare la scultura, obiettivo dell’iniziativa è valorizzare la conoscenza del Museo della Marineria e tenere viva la cultura e l’antichissima tradizione marinara della città di Viareggio.

L’iniziativa è stata presentata martedì 16 giugno, presso il Coop.fi di Viareggio, alla presenza di Sara Grilli, sindaca di Viareggio, Massimo Lucchesi, segretario generale Autorità Portuale Regionale Toscana, Gualtiero Bottari, presidente sezione soci Coop Valdiserchio Versilia, Marco Pardini, presidente del Comitato Gente di Mare ETS, Jacopo Allegrucci, artista e Maestro carrista, Sirio Orselli, segretario compartimentale dell’Unione delle Medaglie d’oro di lunga navigazione marina mercantile e Claudio Vanni, responsabile relazioni esterne Unicoop Firenze.

Come contribuire

Fino al 15 settembre si può contribuire alla raccolta fondi popolare con:

  • donazioni di 100, 500, 1000 punti della carta socio o 1, 5, 10 euro alle casse dei Coop.fi di Viareggio, Torre del Lago, Lido di Camaiore, Montramito, Vecchiano e Arena Metato.
  • Si potrà contribuire anche con donazioni online su eppela.com,
  • partecipando alle iniziative promosse dalla sezione soci Coop Valdiserchio Versilia sul territorio
  • comprando i prodotti legati al progetto segnalati nei Coop.fi coinvolti. Ogni 15 giorni sarà in evidenza una selezione di prodotti segnalati con un volantino dedicato.

All’iniziativa darà il suo sostegno anche l’Unione delle Medaglie d’oro di lunga navigazione marina mercantile che gestisce le attività culturali all’interno del Museo della Marineria e, nel prossimo periodo, organizzerà visite al Museo e attività dedicate a grandi e piccoli, a sostegno della raccolta fondi.

Nel cuore di Viareggio

L’iniziativa, sposata anche dalla locale sezione soci e da Unicoop Firenze, è nata da un’idea del Comitato Gente di Mare che vuole colmare la mancanza a Viareggio di un’opera specificatamente dedicata al ricordo di questi lavoratori, per il legame indissolubile che la città ha sempre avuto con il mare e con tutti coloro che da sempre lo vivono.

Nonostante la tradizione marinara, lunga oltre duecento anni, non esiste un monumento che rappresenti un simbolo duraturo, un punto di riferimento che celebra il coraggio, la dedizione e il sacrificio di chi ha sempre tratto dal mare il proprio sostentamento, contribuendo in modo fondamentale alla storia e all’identità di Viareggio. 

Il progetto dell’opera

Il monumento “Anime di Mare” si propone di diventare un simbolo di questo legame profondo, un luogo di riflessione e di omaggio per la comunità e per i visitatori. La sua ideazione artistica è pensata per evocare la forza del mare, la tenacia e la resilienza della gente, che lo ha sfidato e amato.

L’opera verrà realizzata in bronzo e acciaio e si presenta come un’opera ricca e dal forte valore simbolico: alla base dell’opera c’è una valigia, simbolo del viaggio e dei ricordi dei naviganti. Sopra alla valigia, si levano in volo gabbiani, fedeli compagni delle partenze e dei ritorni. La cima e la bitta sono invece il simbolo del legame che unisce il marittimo alla sua terra.

L’identità di una comunità

«Viareggio è una città nata dal mare e cresciuta grazie al lavoro, al sacrificio e alla passione di generazioni di donne e uomini che al mare hanno affidato la propria vita e il proprio futuro. Per questo ho accolto con grande favore il progetto “Anime di Mare”, che non è soltanto un’opera d’arte, ma un gesto di riconoscenza collettiva verso chi ha costruito l’identità della nostra comunità. Il mare è parte della nostra storia, della nostra economia, della nostra cultura e persino del nostro modo di essere. Dedicare un monumento alla gente di mare significa custodire una memoria preziosa e trasmetterla alle nuove generazioni, affinché non venga mai dimenticato il contributo di marinai, pescatori, naviganti, costruttori navali e di tutte le famiglie che hanno vissuto e vivono questo legame profondo con il mare. Ringrazio il Comitato Gente di Mare, la sezione soci Coop Valdiserchio Versilia, Unicoop Firenze, l’Autorità Portuale Regionale Toscana, l’artista Jacopo Allegrucci e tutti coloro che stanno contribuendo a questo progetto», ha dichiarato Sara Grilli, sindaca di Viareggio.

Riqualificare l’area portuale

«Come Autorità Portuale Regionale abbiamo accolto con molto interesse la proposta di valorizzare, con un apposito monumento dedicato alla Gente di Mare, la zona della banchina prospicente il museo della Marineria e la piazza Motto e Palmerini adiacente.  Un interesse fondato principalmente su due motivi. Il primo è che il monumento rappresenterà un  doveroso ricordo di tutte quelle persone che hanno dedicato al mare la loro vita lavorativa e il secondo è che l’intera banchina e la piazza Motto e Palmerini rientrano in apposito Master Plan di riqualificazione degli spazi portuali che l’Autorità portuale sta progettando e che vedrà la realizzazione (a lotti) coi prossimi bilanci annuali.  Quindi una positiva convergenza d’intenti a cui Unicoop Firenze, collaborando alla realizzazione della statua, sta dando un importante apporto di risorse e di condivisione popolare», ha affermato Massimo Lucchesi, segretario generale Autorità Portuale Regionale Toscana.

Il sostegno della sezione soci

«Siamo davvero felici di dare il via al crowdfunding per la realizzazione di un’opera d’arte che incarna lo spirito e l’identità di Viareggio, dei suoi tanti lavoratori del mare e il legame che da sempre la città ha con il mare. Per la nostra sezione soci è davvero un onore essere parte dell’iniziativa a cui ci dedicheremo con entusiasmo per raggiungere un buon traguardo di raccolta. Invitiamo i nostri soci e clienti e tutti i cittadini a dare anche un piccolo contributo e a partecipare alle visite a Museo della Marineria e agli eventi che proseguiranno fino alla chiusura della campagna il prossimo 15 settembre», ha commentato Gualtiero Bottaripresidente sezione soci Coop Valdiserchio Versilia.

Un simbolo per naviganti e marittimi

«Questa iniziativa significa davvero molto per tutti noi e siamo molto felici che Unicoop Firenze e la sezione soci Coop Valdiserchio Versilia abbiano sposato il progetto con un crowdfunding e tante iniziative di sostegno. Ci impegneremo per portare realizzare questa opera così significativa per Viareggio, per le nostre famiglie, per quanti ci hanno preceduto e per i futuri naviganti. Invitiamo tutti i cittadini a donare, con l’auspicio che presto il monumento possa essere collocato davanti al Museo della Marineria, come opera che custodisce il forte legame della città di Viareggio con il mare: un simbolo per naviganti e marittimi, per l’intera comunità e per le future generazioni», ha dichiarato Marco Pardinipresidente del Comitato Gente di Mare ETS.

Un tributo a chi vive il mare

«Da figlio di marittimi, ho accettato subito la proposta del comitato Gente di Mare di affidarmi il progetto che oggi trova un sostegno importante grazie alla collaborazione con Unicoop Firenze e la locale sezione soci Coop. Nel progetto ho elaborato il tema proposto in tre elementi principali: il primo è la valigia che rappresenta il viaggio, piena dei ricordi di famiglia, ma anche quelli che si raccoglieranno lungo la rotta. Poi i gabbiani che si levano in volo nelle partenze e nei ritorni, sono l’eco del mare e il segnale della terra che riappare. E infine la cima e la bitta che unisce il marittimo a casa sua, alla terra, agli affetti. Questa scultura è un tributo a chi vive il mare, a chi lo affronta con coraggio, nostalgia e speranza. È un racconto silenzioso che fa riflettere, fatto di bronzo, acciaio e anima», ha concluso Jacopo Allegrucci, artista e Maestro carrista.

Le iniziative in calendario

Per sostenere la raccolta fondi sono in programma alcune iniziative:

  • 10 e 17 luglio, ore 18: visita guidata al Museo della Marineria a curadell’Unione delle Medaglie d’oro di lunga navigazione marina mercantile (30 persone) – ritrovo al Museo ore 18. A fine visita frittura di pesce sul molo.
  • 20 luglio, ore 18 presso il Museo della Marineria: letture marinare per bambini e laboratorio “facciamo i nodi come i veri marinai”. Al termine AperiBaby offerto ai bambini.
  • 23 luglio, ore 19.30: “Cena in Banchina” – cena di raccolta fondi presso la banchina davanti al Museo della Marineria.

Info e prenotazioni per gli eventi: 
Sez.Valdiserchio@socicoop.it – coopfi.info/eventi

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“Sono emozionato per quella che non ho preso quarant’anni fa. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi…”: laurea honoris causa a Gerry Scotti

Questa volta non c’entra la pubblicità del riso, il Dottor Scotti di nome fa Virginio ma da oltre quarant’anni per tutti è lo zio Gerry. Il conduttore si gode il successo de “La Ruota della Fortuna” ma anche il nuovo titolo accademico: ieri pomeriggio ha ricevuto la laurea magistrale honoris causa in Scienze della Comunicazione conferita dall’Università dell’Insubria a Varese. La cerimonia si è svolta alla presenza della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini che ha espresso il suo apprezzamento per Scotti “capace di entrare nelle case degli italiani con grande garbo, educazione e rispetto”.

In Aula Magna è stato accolto da un lungo applauso e dalla rettrice Maria Pierro che ha reso nota la motivazione che ha accompagnato la proclamazione: “Gerry Scotti ha saputo costruire con il suo pubblico un rapporto autentico e di fiducia, una postura comunicativa che pur evolvendosi nel tempo non ha mai perso il suo tratto identificativo”. Il volto Mediaset ha sottolineato il valore simbolico del riconoscimento: “L’importanza del momento, la sacralità e il rispetto che questa istituzione prevede fanno sì che io sia emozionato come per quella laurea che non ho preso quarant’anni fa. L’emozione, però, è la stessa”.

“Ho avuto la fortuna di nascere in un piccolo paesino di provincia Camporinaldo. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi, i modi di dire, i proverbi”, ha aggiunto Scotti. Dalla provincia è andato via per inseguire i suoi sogni: “Il linguaggio che ho imparato in quei quattro anni è stato come frequentare un altro corso universitario e, con la televisione commerciale, ho avuto la possibilità di mettere in pratica quel linguaggio e di cambiarlo nel corso di quattro decenni”, riporta le sue parole l’agenzia Ansa.

Quarant’anni di carriera in cui ha affrontato la trasformazione dei mezzi di comunicazione: “Sono cambiate tante cose, da come sono fatti i giornali a come facciamo televisione. È davvero come prendere uno dalla preistoria e portarlo in un’epoca molto più evoluta”. Alla domanda sul segreto della sua capacità di parlare a pubblici di generazioni diverse, Scotti ha risposto: “Ci vuole fortuna, probabilmente. Ma soprattutto non sentirsi mai paghi, mai arrivati, mai dottori o professori. Bisogna stare sempre dall’altra parte, essere sempre studenti”.

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Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo

di Roberto Celante

Dopo l’uscita della Premier Meloni sulla censura antifascista, ecco il ministro Nordio, che sottolinea la paternità fascista dell’attuale codice penale. È evidente che, per fermare a tutti i costi l’emorragia di consensi verso Futuro nazionale, la destra di governo stia perdendo serenità di giudizio.

Che si tratti di una propria iniziativa autonoma, o di una strategia di FdI, l’affermazione di Nordio mira senz’altro a solleticare l’orgoglio della minoranza di italiani che si sente tuttora custode di un’ideologia “perseguitata” da ottant’anni di democrazia. Il Guardasigilli ammicca a chi ritiene che il fascismo non sia stato altro che una fase come un’altra della storia d’Italia, caratterizzata da una gestione efficiente della cosa pubblica, e che si concluse anzitempo, per un errore di calcolo nella fatale scelta dell’alleanza militare. L’affermazione di Nordio lusinga chi ritiene che la democrazia, da ottant’anni a questa parte, sia stata soltanto una zavorra per le potenzialità del Paese, perché ingesserebbe le istituzioni, abortirebbe le riforme necessarie, frenerebbe lo sviluppo economico.

La narrazione di certi revisionisti odierni racconta di una “dittatura all’acqua di rose, perché, se non protestavi, nessuno ti toccava”. In compenso, fu avviata l’elettrificazione delle ferrovie; fu realizzata la prima autostrada; furono bonificate intere province; fu superata la crisi del ’29; furono edificati migliaia di alloggi di edilizia popolare e centinaia di edifici pubblici; furono rese pubbliche le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie dei lavoratori, nonché il trattamento pensionistico; furono risolti i conflitti sociali con il sistema corporativista; fu innovata la scuola; furono riformati i codici civile e penale, nonché i rispettivi codici di procedura.

E c’era “ordine”: almeno, questa era la percezione della società dell’epoca, che pare fosse lieta di poter “dormire con la porta aperta”, anche se in realtà le carceri non erano meno affollate di quelle di oggi. E c’era “la certezza della pena”, anche se, nel 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, nipote del Re Imperatore, il fascismo concesse un’amnistia (dalla quale furono comunque esclusi i “pericolosissimi” detenuti politici), utile proprio a sfoltire la popolazione carceraria.

Al di là di questi ultimi miti sfatati, nonché dell’immane tragedia della guerra, e a parte i nostalgici per sentito dire, in molti potrebbero essere tentati dall’apprezzare le realizzazioni positive del regime, sopra citate. Ebbene, è abbastanza “normale” che, con vent’anni a disposizione ed esercitando il potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l’abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo? Possiamo dire che sia accettabile barattare la propria libertà con uno stato più efficiente? Quanto vale la libertà di manifestazione del pensiero, senza timore di ritorsioni? Sì può pensare di scambiare la libera informazione con la propaganda? Il tutto, in cambio di alcuni vantaggi materiali, anche se mai sperimentati prima?

Sono queste le domande che dobbiamo porci, come cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri di cui siamo portatori, secondo quanto previsto dalla Costituzione, quando sentiamo esaltare i risultati del regime, quando assistiamo a tentativi di revisionismo.

Quindi, ministro Nordio, il Codice Rocco del 1930 (che, peraltro, come le è ben noto, oggi risulta rimaneggiato rispetto alla stesura originale, perché molte norme sono state nel frattempo espunte o modificate dal Parlamento, ed altre dichiarate incostituzionali dalla Consulta), non è stato affatto un lascito tale da consentire di rivalutare il fascismo, né lo sono le altre realizzazioni positive del regime, perché la libertà e la democrazia sono beni insostituibili, inalienabili, inestimabili.

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La Fifa assolve l’arbitro accusato di aver fatto il gesto del “white power”. Lui si giustifica: “Solo un tic”

La Fifa ha assolto l’assistente var Shaun Evans, accusato ieri di aver fatto il gesto del “white power, utilizzato da tempo negli ambienti dell’estrema destra e in particolare come simbolo dei suprematisti bianchi. Il comitato disciplinare indipendente della Fifa ha infatti confermato che, dopo aver esaminato la questione relativa all’assistente arbitrale video, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del codice disciplinare Fifa.

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Il Comitato disciplinare ha anche preso atto della dichiarazione dell’arbitro australiano Evans dopo le accuse di aver fatto il presunto gesto dei suprematisti bianchi, l’ok rovesciato, fatto in sala Var prima di GermaniaCuraçao. “Vorrei chiarire che non ho fatto intenzionalmente alcun gesto o simbolo con la mano per comunicare un messaggio – ha detto l’arbitro australiano Shaun Evans – un’affiliazione, un gioco o una convinzione di alcun tipo. L’unica spiegazione che posso offrire è che il movimento è stato un tic involontario e subconscio e non mi sono reso conto di averlo fatto in quel momento“.

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L’arbitro si è successivamente giustificato, spiegando: “Le immagini scattate successivamente durante la partita mostrano che ho ripetuto questo movimento molte volte tenendo una penna tra le dita. La copertura mediatica successiva a questo incidente – sottolinea Evans – non rispecchia affatto chi sono. Certo, capisco come il gesto sia stato interpretato e me ne dispiace, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho fatto consapevolmente o deliberatamente il simbolo con la mano in questione. Arbitrare ai Mondiali è il più grande onore della mia carriera e non vedo l’ora di supportare i miei colleghi per il resto del torneo”, ha concluso l’arbitro. La Fifa ha poi annunciato la chiusura dell’indagine preliminare, concludendo di non poter dimostrare alcuna violazione del proprio codice disciplinare.

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Al via la settimana della moda maschile: Pitti Uomo 110 apre le porte a Firenze, poi il testimone a Milano con la Men’s Fashion Week. Ecco il calendario degli eventi e le novità

L’Italia riapre i battenti alla moda internazionale inaugurando la stagione del menswear Primavera-Estate 2027. Un avvio segnato da un clima globale incerto e da sfide economiche pressanti, ma che trova nelle storiche piazze di Firenze e Milano le due bussole per decifrare il futuro dell’abbigliamento maschile. Il menù si divide in due tappe fondamentali: Pitti Immagine Uomo 110, di scena alla Fortezza da Basso dal 16 al 19 giugno, e a seguire la Settimana della Moda Maschile di Milano, in calendario dal 19 al 23 giugno. Una maratona di stile, innovazione e business che schiera 740 brand a Firenze e 75 appuntamenti nel capoluogo lombardo, tra ritorni storici, grandi debutti internazionali come Thom Browne e Simone Rocha, e l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel matchmaking commerciale.

I numeri del settore: un momento di flessione e riequilibrio

Il sistema moda maschile arriva a questa edizione con numeri che richiedono riflessione. Stando alla nota di Confindustria Moda su dati Istat, il 2025 ha registrato una flessione nelle esportazioni del menswear italiano dell’1,7%, assestandosi su ricavi per 9,4 miliardi di euro, a fronte di una crescita del 2% delle importazioni (6,6 miliardi). Il ruolo dei fornitori extraeuropei si è rafforzato del 6,9%, trainato dalla Cina. Una situazione complessa che Brunello Cucinelli, colonna portante di Pitti, interpreta come un fisiologico momento di assestamento: “Invito tutti a considerare il momento attuale come un riequilibrio dopo un triennio dai risultati giganteschi“, ha spiegato il designer-imprenditore. La sua strategia misurata ha pagato: “Da quando ci siamo quotati in Borsa nel 2012, siamo cresciuti in media del 12% ogni anno. Ci aiuta essere rimasti una realtà relativamente piccola: siamo più agili e gestibili”. Cucinelli chiude il primo trimestre 2026 con ricavi per 369,1 milioni di euro e ribadisce la sua visione lontana dai loghi ostentati: “Per me, questo ha aiutato i nostri capi a essere percepiti come slegati da trend e manie: il pubblico li vede come investimenti duraturi”.

Pitti 110: “The Pool”, l’AI e i Guest Designer

L’edizione fiorentina ruota attorno al tema “The Pool” (la piscina), curato da Chris Vidal Tenomaa e Tuomas Laitinen, un concept visivo ispirato alle atmosfere di David Hockney che riflette sull’identità contemporanea. Nel Piazzale Centrale spicca l’installazione di Philéo Landowski e dell’artista Pascal Hachem, che trasforma l’infrastruttura di una piscina in un’opera attraversabile. La fiera schiera 740 brand, con un tasso di internazionalità del 45%. “Apriamo le porte della Fortezza da Basso curando un viaggio immersivo nell’innovazione”, dichiara il neo AD Ivano Cauli. In quest’ottica tecnologica si inserisce Hyperscout, il nuovo servizio di matchmaking basato sull’intelligenza artificiale sviluppato con l’omonima azienda olandese: il sistema costruisce profili accurati per suggerire incontri tra retailer e marchi ed è attualmente in fase di test su 200 espositori. Da segnalare anche il debutto del GOOS Index, strumento per mappare l’intera filiera della sostenibilità fashion con oltre 1.000 organizzazioni coinvolte.

Il percorso espositivo si snoda in sei sezioni: Fantastic Classic, Futuro Maschile, Superstyling, Dynamic Attitude, I Go Out e Hi Beauty. Tra le novità più attese, la trasformazione di I Go Out con il progetto “Outopia” curato dalla rivista Vanish, che fonde performance, moda e natura. Torna inoltre Hi Beauty, dedicata alle fragranze d’avanguardia e alla cura della persona maschile. Tanti i marchi di rilievo presenti, da Dickies a Refrigiwear, passando per Sundek, Bepositive e Castaner. L’attenzione globale è rivolta ai Guest Designer. La stilista irlandese Simone Rocha porterà la sua estetica poetica in una sfilata indipendente giovedì 18 al Teatro della Pergola. Sfileranno anche il marchio giapponese DSM Kei Ninomiya, il talento sudcoreano JiyongKim (già distintosi al LVMH Prize 2024) e l’etichetta danese Sunflower, che celebra i 20 anni della Copenhagen Fashion Week con un evento al Teatro del Maggio Musicale. Sotto i riflettori anche il giovane designer inglese William Palmer, vincitore dell’I:C Pitti Immagine Award, con la collezione “The Brief Exposure” nella Sala delle Nazioni.

Tendenze: la destrutturazione del sartoriale

La parola d’ordine in Fortezza è il “soft tailoring”. L’abito si destruttura senza perdere eleganza, assecondando la richiesta di abbinamenti fluidi e tessuti impalpabili. Cucinelli propone pantaloni lavati e stirati, polo in piqué e giacche un petto e mezzo. Luigi Bianchi Sartoria, per voce del manager Giovanni Bianchi, punta su minimalismo e linee ispirate agli anni ’60-’70: blazer doppiopetto in hopsack, lino e seta. Knt dei fratelli De Matteis mischia lino e lana per bomber e pantaloni cargo dalle tinte speziate, mentre Xacus esalta il lino puro. Tombolini rilancia la leggerissima “Wellness jacket“, evoluzione della storica giacca Zero Gravity, pensata senza collo e con un solo bottone.

Milano Fashion Week: il calendaerio

Chiuso Pitti, il circuito si sposta a Milano. La Fashion Week lombarda risente leggermente della contrazione economica, proponendo 75 appuntamenti (44 presentazioni, 15 eventi e 16 sfilate fisiche), ma aumenta il peso specifico internazionale. L’evento più atteso è il debutto assoluto di Thom Browne nel calendario ufficiale, con una sfilata in Corso Venezia il 22 giugno. Al suo fianco, si consolida la presenza di Ralph Lauren e Paul Smith.

Considerando che Zegna ha scelto Malibu e altri brand sono passati al formato co-ed a settembre, a Milano restano ormai ben pochi “big”, vedi Armani, Dolce & Gabbana e Prada. Altissima attesa proprio per Armani, che chiude il calendario lunedì 22: per la prima volta, Pantaleo Dell’Orco e Silvana Armani co-presenteranno la collezione Uomo PE 2027. Fanno il loro esordio il designer colombiano Nicolas Martin Garcia con Garcias, il danese Martin Quad e il giapponese Shinyakozuka, mentre si registra il rientro in calendario di Caruso, Massimo Alba e Piacenza 1733. A corollario, la città offrirà mostre di altissimo livello come “The Gentleman” a Palazzo Morando e l’omaggio a Giovanni Gastel a Palazzo Citterio, culminando con l’evento queer multidisciplinare “Laud End Praud” al Base Milano.

Venerdì 19 giugno

15:00 – Martin Quad
17:00 – Ralph Lauren
19:00 – Ralph Lauren

Sabato 20 giugno

11:00 – Pronounce
12:30 – Dolce&Gabbana
14:00 – Garcias
16:00 – Setchu
17:00 – Paul Smith

Domenica 21 giugno

10:00 – Simon Cracker
12:00 – Qasimi
14:00 – Prada
15:00 – Saul Nash
19:00 – Domenico Orefice

Lunedì 22 giugno

11:30 – Shinyakozuka
15:00 – Thom Browne
18:00 – Giorgio Armani

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“Siete nervosi per il primo appuntamento? Masturbatevi prima dell’incontro per rilassarvi”: i consigli della dottoressa Mindy DeSeta

Siete preoccupati e ansiosi alla vigilia del primo appuntamento? I dati, come riporta il New York Post, sono chiari: l’89% delle persone interpellate ha confessato di essere in preda al nervosismo, in attesa di conoscere la persona che potrebbe diventare il proprio partner. Mentre il 39% ricorre abitualmente all’alcol per alleviare l’ansia, gli esperti suggeriscono che esistono strategie ben più efficaci e salutari per gestire lo stress pre-appuntamento, tra cui “l’attività fisica, le tecniche di respirazione e il rilassamento mentale, capaci di ridurre la tensione e favorire una maggiore sicurezza in sé stessi. E naturalmente la masturbazione“.

“Pensate all’orgasmo come a uno ‘stimolante’ e all’alcol come a un ‘sedativo’ – ha dichiarato la dottoressa Mindy DeSeta, sessuologa certificata ed educatrice sessuale presso l’app di incontri Hily -. Gli ormoni rilasciati durante l’orgasmo favoriscono la lucidità mentale e una sensazione generale di calma. È un modo semplice ed economico per regolare il sistema nervoso e aiuta chi tende a rimuginare eccessivamente a elaborare le informazioni in modo più accurato.

Un sondaggio sulle tendenze del 2022, condotto dall’app di incontri Bumble nel Regno Unito, ha rilevato che il 62% degli intervistati ritiene di poter costruire un legame più autentico durante un appuntamento privo di alcol. Oltre a compromettere la qualità delle relazioni interpersonali, il consumo di alcol può favorire, nel lungo periodo, l’insorgenza di gravi patologie, tra cui ipertensione, malattie cardiovascolari, ictus, disturbi epatici e declino cognitivo.

Così come gli svantaggi di bere alcolici sono ben noti, i benefici di un pre-appuntamento con la masturbazione sono scientificamente provati.

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Il Punto

Andrà molto probabilmente in porto l’offerta pubblica di acquisto e scambio avanzata da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena. Ma l’operazione non è priva di rischi perché l’integrazione fra le varie entità coinvolte nell’operazione potrebbe rivelarsi più complessa del previsto. Serve una regolazione pubblica sui sistemi di intelligenza artificiale. […]

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“Suonare a San Siro per me ha un valore doppio. Le nostre influenze? Decisivo quello che ho ascoltato da adolescente, soprattutto i Beatles”: così Steve Harris degli Iron Maiden

Arrivano gli Iron Maiden a San Siro e Steve Harris dice al Corriere della Sera che per lui, appassionato di calcio, suonare lì “ha un valore doppio”. Allo stadio meneghino, il bassista della band metal c’è stato tanti anni fa “a vedere l’Inter” e con l’Italia il suo rapporto è forte, sin dalla prima volta: “Nel 1980, eravamo di supporto ai Kiss. Ricordo fan impazziti che cercavano di scavalcare per entrare. Fu la nostra consacrazione, capimmo che avremmo potuto suonare fuori dall’Inghilterra”.

Si parla anche di influenze: “Ascoltavamo un sacco di musica e non necessariamente hard rock: mi piaceva molto il prog, i Genesis, i Jethro tull… Ma è stato decisivo anche quanto ho ascoltato nella mia adolescenza, in casa”. E allora chi è stato decisivo? “I Beatles soprattutto: me li fece conoscere mia zia”.

Dal passato nelle giovanili del West Ham all’album che hanno chiamato X Factor ma trent’anni fa, quando i talent erano ancora lontani. Talent che, dice Harris, non crede li avrebbero visti mai tra i concorrenti: “Abbiamo partecipato a un solo concorso, agli esordi, e siamo arrivati secondi: in palio c’era un microfono…”.

E quando gli chiede coma mai il metal si vivo, più che vivo, non ha dubbi: “Penso che sia un genere di sostanza. Ma è anche una questione identitaria: i metallari si sentono degli outsider, gli indiani mentre tutto intorno ci sono i cowboy. Mi ricordano un po’ i tifosi quando indossano le nostre magliette”.

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Ilva, De Palma (Fiom): “Urso dice basta soldi pubblici? Li hanno spesi male, nazionalizzino come fatto da Francia e Uk”

“Si era detto lo scorso anno ci sarebbe stato il passaggio a Baku Steel. Noi abbiamo sempre sostenuto che esiste una sola soluzione, quella che l’hanno adottata governi non rivoluzionari come Francia e Gran Bretagna: Macron e Starmer hanno nazionalizzato per garantire la strategicità dell’acciaio nei loro Paesi”.

Il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, nel giorno in cui il sindacato metalmeccanico compie 125 anni, torna a chiedere un intervento statale per salvare l’Ilva dopo che lunedì il governo ha comunicato di non poter più versare soldi nelle casse dell’azienda, gestita dai commissari, quando finiranno i 349 milioni di euro di prestito ponte autorizzati dall’Unione Europea. Nel frattempo, però, la vendita è in stallo.

“Urso, invece di dirci che non ci sono più risorse pubbliche, ammetta che sono state gestite male. Bisogna entrare in equity e quindi gestire la fase di transizione dell’azienda con il processo di decarbonizzazione – ha attaccato De Palma – Con il governo Draghi c’era più di un miliardo per passare al Dri (l’impianto alla base di una produzione senza ciclo integrale, ndr). A oggi non è stata ancora una messa pietra per iniziare a costruire l’impianto”.

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Google ti permette di scegliere le tue “Fonti preferite”: ecco come selezionare Il Fatto Quotidiano in meno di un minuto

Da poche settimane Google ha lanciato in tutto il mondo la nuova funzionalità “Fonti Preferite e da oggi in tutti i nostri articoli è presente un bottone per comunicare facilmente al motore di ricerca che Il Fatto Quotidiano è la testata che volete trovare più spesso tra i risultati.

Quello che vedete online, infatti, non è mai casuale. Il flusso delle notizie che viene proposto, quando facciamo ricerche online o quando apriamo Google Discover, dipende dagli algoritmi che decidono cosa mostrare e cosa nascondere. Adesso, finalmente, è possibile esprimere la propria preferenza per i siti che si ritengono più affidabili e degni di fiducia e a cui magari si è anche abbonati. E per farlo basta meno di un minuto.

In tutti i nostri articoli, appena prima dell’inizio del testo, c’è una barra con i bottoni che già da mesi ti consentono di seguire il nostro sito nel canale Whatsapp dedicato e su Google Discover. Da oggi, troverete anche il tasto “Segui su Google“. A questo punto, non dovrete fare altro che essere loggati con il vostro account Google, scrivere sulla barra di ricerca “Il Fatto Quotidiano” e selezionarlo come fonte preferita.

Ovviamente, continuerete a vedere anche altre testate e altri siti tra i risultati di ricerca, ma avete dato un segnale importante a Google che preferite leggere le notizie pubblicate da ilfattoquotidiano.it.

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Meloni grida alla censura, ma l’Italia ha il primato delle querele contro i giornalisti

Ed ora la presidente Giorgia Meloni urla contro la censura, i tanti media da Lei controllati ripetono e amplificano, con raro sprezzo del ridicolo.

Il patentino antifascista chiesto da Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, altro non è che l’impegno a rispettare la Costituzione, una richiesta formulata da centinaia di comuni quando viene richiesto l’utilizzo di una sala pubblica, proprio per evitare che in quelle sale si possano tenere eventi in contrasto con la Costituzione antifascista.

Meloni che urla contro la censura è la medesima che non ha mai reso noti i nomi degli spioni e spiati nella vicenda Paragon. Meloni che denuncia gli editori non ha mai recepito quella parte del Media freedom act, relativo alla tutela delle fonti, alla tutela dei cronisti da intimidazioni e denunce temerarie, per non parlare della Rai trasformata in agenzia del governo.

L’Italia meloniana ha preso il posto dell’Ungheria nel conquistare il primato per il numero di querele scagliate contro intellettuali critici, insegnanti, associazioni, disegnatori, giornalisti e, persino, storici. Vogliamo parlare delle campagne di aggressioni contro chi osa ancora porre domande e fare inchieste? Le ultime querele contro il Fatto e Report hanno l’obiettivo di intimidire chi ancora accende le luci sulle oscurità.

La campagna in atto, la trasformazione dell’aggressore in vittima, accompagnerà tutto il percorso della legge elettorale sino alle elezioni anticipate. Truffa elettorale e truffa mediatica marceranno insieme, starà a ciascuno di noi non cadere nella trappola, svelare l’inganno e promuovere una mobilitazione simile a quella realizzata per il referendum, ora e subito.

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Il Punto

Andrà molto probabilmente in porto l’offerta pubblica di acquisto e scambio avanzata da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena. Ma l’operazione non è priva di rischi perché l’integrazione fra le varie entità coinvolte nell’operazione potrebbe rivelarsi più complessa del previsto. Serve una regolazione pubblica sui sistemi di intelligenza artificiale. […]

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Stellantis, Landini al Fatto: “Il governo usa Tavares come capro espiatorio. Ma Agnelli-Elkann anche ora non investono in Italia”

“Questo è il governo della propaganda, non dei fatti. Era evidente a tutti quello che rischiava di succedere, quindi hanno costruito un capro espiatorio”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha spiegato a Ilfattoquotidiano.it la giravolta del governo Meloni nei confronti di Stellantis dal giorno in cui, nel novembre 2024, è stato allontanato l’ex amministratore delegato Carlos Tavares.

Fino a quel momento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva fortemente criticato l’impegno del gruppo guidato dalle famiglie Agnelli ed Elkann nel nostro Paese. Dopo, con l’arrivo di Antonio Filosa, l’atteggiamento è totalmente cambiato e il mirino per i mancati investimenti è stato puntato contro le regole europee sull’auto.

“In realtà – ha aggiunto Landini prima della celebrazione per i 125 anni della Fiomanche dopo Tavares, la famiglia ha scelto di tagliare e non investire in Italia. Siamo di fronte a un governo che non si sta assumendo la responsabilità dello sviluppo industriale del nostro Paese, che non si realizza senza investimenti pubblici e privati. Chi rischia di pagare il prezzo sono le lavoratrici e i lavoratori. Noi lo accetteremo”.

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Da 50mila a 6 milioni di follower in una notte: il boom social di Vozinha, portiere-dentista che ha fermato la Spagna. “Voi siete matti”

C’è stato un momento, al 39esimo minuto della partita tra Spagna e Capo Verde, in cui tutti hanno capito che Vozinha, il portiere dell’isola vulcanica che di mestiere fa il dentista, sarebbe stato un problema per le Furie Rosse. Prima ha ostacolato Ferran Torres (che ha colpito la traversa), poi la respinta su Oyarzabal. Alla fine il referto ufficiale Fifa dice sette parate, tutte decisive. 0-0 a sorpresa e Vozinha Mvp della gara e… dei social! Perché il portiere di Capo Verde – nel giro di poche ore – ha guadagnato milioni di followers. Non migliaia, ma milioni. Era a 50mila followers prima della partita, sono diventati 6M adesso. E probabilmente mentre leggete questo pezzo sono anche aumentati.

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Un’ascesa social che lo ha lasciato a bocca aperta. “È una cosa pazzesca, siete matti“, ha detto il portiere in un’intervista concessa nel post partita a una televisione brasiliana, portandosi le mani alla bocca e non riuscendo a mascherare il proprio stupore. Vozinha è scoppiato in lacrime a fine partita, dopo lo storico pareggio contro la nazionale spagnola: “Ho pianto perché sono cresciuto con i miei nonni e loro non potevano essere qui. Sono morti. Anche mia madre non è potuta venire per un problema di visto e per i soldi che avremmo dovuto spendere. Non siamo riusciti a organizzare tutto in tempo”, ha concluso il portiere di Capo Verde.

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Chi è Vozinha, portiere di Capo Verde

Nato a Capo Verde con il nome di Josimar José Evora Dias, è stato cresciuto dai nonni, perché il padre era impegnato nel servizio militare e la madre lavorava duramente per mantenere la famiglia. Sono stati i nonni a dargli il soprannome di Vozinha, che si traduce approssimativamente con “voce”. Ha cominciato a giocare nel Batuque, per poi passare nel 2011 ai rivali del CS Mindelense. Dopo ottime prestazioni con il club locale, è stato ingaggiato dal Progresso Associação do Sambizanga in Angola. Nel 2013 è tornato al Mindelense e ha giocato nella lega dell’isola di São Vicente.

Il 7 luglio 2015 è stato tesserato dallo Zimbru Chișinău, in Moldavia e poi ancora in Portogallo al Gil Vicente, in seconda divisione. Nel corso della stagione parò 8 calci di rigore. Il 7 giugno 2017 si accorda a parametro zero all’AEL Limassol, firmando un contratto valido per due anni, poi prolungato fino al 2022. Nei due anni successivi ha giocato in Slovacchia nel AS Trenčín. Nel 2024 torna in Portogallo, ingaggiato dal Chaves in seconda divisione, club dove milita adesso.

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Maturità 2026: Blanco, Andrea Arru di “I Cesaroni” e Mimì Caruso di X Factor pronti per gli esami. Da TikTok alla televisione, ecco chi si prepara all’esame di Stato

L’esame di Maturità rappresenta uno dei momenti più importanti nel percorso scolastico di ogni studente. Quest’anno, a partire dal 18 giugno, saranno oltre 500.000 i ragazzi italiani chiamati ad affrontare le prove finali delle scuole superiori. Tra loro non mancano volti già molto conosciuti dal pubblico: creator digitali, influencer, attori e cantanti che, nonostante gli impegni professionali, dovranno confrontarsi con temi, verifiche e colloqui come tutti i loro coetanei. La Maturità 2026 sarà particolarmente significativa perché inaugura il nuovo impianto dell’esame introdotto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Per molti giovani personaggi del mondo dello spettacolo e dei social network, quindi, l’estate inizierà solo dopo aver superato quest’ultima importante sfida scolastica.

Tra i nomi più seguiti dai giovani c’è Fabio Ferrucci, content creator molto popolare su TikTok e Instagram, che ha scelto un percorso di studi a indirizzo turistico-sportivo. Accanto a lui c’è Giulia Bizzarri, influencer e autrice originaria di Frascati, che frequenta un istituto professionale alberghiero e che è riuscita negli anni a bilanciare studio, social e la passione per il pattinaggio. Non manca Rebecca Parziale, diventata famosa grazie al programma “Il Collegio” e oggi attiva come creator digitale, che sta per diplomarsi al Liceo delle Scienze Umane. Nello stesso contesto scolastico si muove anche Iris Vallarani, giovane protagonista del mondo TikTok, che segue un percorso di studi nello stesso indirizzo.

Il mondo dello spettacolo e della musica è rappresentato da Mimì Caruso, vincitrice di X Factor 2024, che ha frequentato un istituto professionale con indirizzo servizi culturali e dello spettacolo presso l’Enrico Falck di Sesto San Giovanni. Accanto a lei figura Michele Mazzoni, influencer e sportivo, impegnato in un istituto professionale a indirizzo commercio. Tra le giovani creator e influencer troviamo anche Angelica Dal Corso, che sta completando un percorso di studi nei Servizi per la sanità e l’assistenza sociale, mentre Andrea Arru, attore e modello già noto per diverse produzioni tra cinema e televisione, che come ultima esperienza televisiva ha partecipato a I Cesaroni, sta completando il suo percorso al Liceo scientifico sportivo. Federica Cangiano, altro ex volto de “Il Collegio”, sta invece concludendo il suo percorso al Liceo delle Scienze Umane.

Blanco, il ritorno a scuola tra musica e libri

Chiude il gruppo Blanco, uno dei cantanti più noti della scena musicale italiana, che ha deciso di tornare tra i banchi di scuola e completare il proprio percorso formativo proprio al Liceo delle Scienze Umane. Proprio pochi giorni fa, infatti, aveva pubblicato sui social un video in cui si mostrava mentre ripassava in vista dell’esame.

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Garlasco, spunta il testimone: “Ho visto una donna bionda, aveva degli occhi spiritati. Mi hanno minacciato dicendomi di farmi i ca**i miei”

“L’ho vista, aveva degli occhi spiritati che tu non hai idea”. È la testimonianza di un uomo che il 13 agosto 2007, giorno del delitto di Chiara Poggi, sarebbe stato a Garlasco e si sarebbe imbattuto in una persona in bicicletta. L’uomo in questione aveva già riferito ai Carabinieri nel luglio 2025 quanto visto. Ora la sua testimonianza torna ad essere attuale poiché è stata raccolta da Antonino Monteleone nella puntata di “Filorosso” in onda il 15 giugno su Rai 3.

Le parole del testimone

Una testimonianza “che ci ha fatto sobbalzare” spiega il conduttore ai telespettatori parlando di quanto riferito da un uomo che sarebbe stato nei pressi della villa di Via Pascoli il 13 agosto di 19 anni fa. “Abbiamo rintracciato questa persona e abbiamo chiesto di contestualizzare il perché di questa testimonianza” spiega Monteleone prima di trasmettere l’audio della sua conversazione con il testimone, il quale spiega come le sue parole siano state prese sotto gamba tutti, “ma io non ho detto una balla, perché ero lì quel giorno e quello che ho visto me lo ricordo benissimo. L’ho vista, aveva degli occhi spiritati che tu non hai idea e [ai Carabinieri, ndr] ho anche detto: ‘Mi ricordo i dettagli di una bicicletta nera, aveva i raggi che erano lucidi, sembrava una bicicletta nuova’”. “La certezza è una donna coi capelli biondi” lo incalza Monteleone, “Da uomo obiettivamente era una bella ragazza, è chiaro che l’ho osservata con una particolare attenzione”, replica il testimone. “E nella mia sit ho anche spiegato il perché ci ho messo tempo a dirlo. La cosa che mi fa venire il nervoso è che tanti parlano ma non sanno le cose e giudicano”.

“Mi hanno minacciato”

E ancora: “Io non sono di quel territorio, nonostante abiti in provincia di Pavia io non conosco veramente nessuno di Garlasco, non ho rapporti con nessuno. Mi sono sempre occupato di discoteche e di eventi quindi ero là per motivi di lavoro. Ricordo benissimo quello che ho visto, la persona che ho visto mi ha anche guardato, ci siamo guardati in faccia”. Il presunto testimone fa sapere di avere ricevuto minacce: “Sono stato anche minacciato per quello che ho detto, e ho avuto paura perché non so come facevano a sapere quello che ho detto. Mi hanno suonato il campanello di casa dicendomi di farmi i ca**i miei, che io di Garlasco non ne devo sapere niente”. L’uomo, confidandosi con il giornalista, si rammarica anche del fatto che le sue parole finora non siano state tenute in grande considerazione: “Ho fornito tutto e poi però nessuno ti ca*a. Sembra che quello che ho visto io… chi se ne frega. Mi rode dentro il fatto che nessuno si interessi di quello” conclude.

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Logitech Signature Comfort Plus MK880: il nuovo kit tastiera e mouse che promette qualità, comfort e una lunga autonomia

Durante il mese di maggio Logitech ha annunciato l’arrivo della linea di prodotti Signature Comfort Plus, che ampliando la gamma Signature ha portato sul mercato un nuovo mouse ed una nuova tastiera pensati per massimizzare – come il nome stesso fa intendere – il comfort d’uso durante la giornata di lavoro, garantendo batterie dalla lunga durata, una compatibilità multi-OS e la possibilità di passare da un dispositivo all’altro con la semplice pressione di un tasto. Abbiamo avuto la possibilità di provare il kit Signature Comfort Plus MK880, che include la tastiera K880 ed il mouse M850L, nel corso dell’ultimo mese utilizzandolo in ufficio durante la normale giornata lavorativa.

La tastiera K880 è una tastiera wireless full-size (con tastierino numerico) che si presenta con un comodo poggiapolsi imbottito ed una leggera gobba che rialza la parte centrale del raggruppamento principale di tasti, andando a migliorare il comfort d’uso rispetto ad una tastiera piatta ma senza arrivare ai livelli di inclinazione di quelle ergonomiche (che comporta anche una separazione dei tasti). Ad aumentare sicuramente la comodità della tastiera nell’uso quotidiano è l’utilizzo di tasti ammortizzati che rendono più morbida l’impatto della digitazione anche a velocità sostenuta.

La tastiera K880

Dal punto di vista del layout, la K880 presenta una disposizione “standard”, vedendo aggiunti alcuni tasti legati alle più recenti abitudini come quelli dedicati a mutare il microfono e disattivare la webcam, e quello dedicato all’apertura dell’assistente AI (prendendo la funzione del tasto CoPilot su Windows); a dimostrazione del supporto “MultiOS” alcuni tasti mostrano già testi ed icone per rendere facile il loro utilizzo sia con Windows sia con MacOS, mentre come ormai Logitech ci ha abituato in passato (così come nell’utilizzo dei notebook) alcune funzionalità speciali, incluse quelle multimediali, sono attivabili con il tasto “Fn” in combinazione con i tasti F1-F12. Il produttore promette fino a 3anni di utilizzo con la medesima coppia di batterie, per quanto la tempistica non può essere da noi confermata in questo momento abbiamo già avuto modo di osservare ciò su altri prodotti di punta del brand elvetico in passato.

Passando invece al mouse, il Signature Comfrot Plus M850L, la novità principale è sicuramente l’imbottitura del supporto palmare, soluzione studiata da Logitech proprio sul versante della comodità d’uso, permettendo un contatto morbido del palmo della mano con il dispositivo invece della tradizionale plastica rigida; a rendere ulteriormente confortevole il suo utilizzo, oltre alla forma leggermente ergonomica, sono anche gli switch dei pulsanti principali con un clic che risulta morbito al tatto oltre che silenzioso.

Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850 L

Durante l’uso quotidiano il nuovo mouse di Logitech ci ha offerto un buon livello di scorrevolezza, rimanendo abbastanza preciso su varie tipologie di superfici, mentre abbiamo trovato molto interessante la SmartWheel, la rotellina intelligente che passa automaticamente da una scansione lenta e precisa riga per riga ad una veloce, per ad esempio arrivare rapidamente in fondo ad un documento, in base alla forza impressa sulla rotellina stessa. Passando al versante alimentazione, per l’M850L l’autonomia con la singola batteria, secondo quando indicato dal produttore, dovrebbe raggiungere i 2 anni.

Entrambi i dispositivi possono collegarsi a PC, Mac e altri smart devices sia via bluetooth, sia tramite connettore Logi Bolt (fornito nella confezione solo per le versioni “for Business”), potendo memorizzare fino a tre dispositivi tra cui poter passare rapidamento tramite la funzionalità Easy-Switch utilizzando gli appositi tasti sulla tastiera o il pulsantino sotto il mouse.

Al termine di questo mese di prova possiamo sicuramente dire che entrambi i nuovi dispositivi dell’azienda elvetica si presentano con un ottimo livello qualitativo dei materiali – a seconda del colore vengono usati tra il 49% ed il 77% di plastiche riciclate – offrendo una buona flessibilità nell’utilizzo multi-device ed un buon comfort anche nelle più lunghe giornate in ufficio, cosa che rende a nostra parere il kit di Logitech una validissima opzione per chi è alla ricerca di una buona tastiera e di un buon mouse wireless per il lavoro. Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850L è acquistabile singolarmente con un prezzo consigliato di 54,99€, mentre il kit MK880 (tastiera + mouse) è in vendita a 109,99€. Le versioni per aziende, M850L For Business e MK880 For Business, saranno invece disponibili rispettivamente a 59,99€ e 119,99€, includendo come sopradetto anche il dongle per Logi Bolt.

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“La storia al lavoro”, i 125 anni della Fiom – La diretta da Livorno

La Fiom compie oggi 125 anni e celebra la sua storia a Livorno, dove nacque il 16 giugno 1901 nella sede della Fratellanza Artigiana con il congresso fondativo. Il primo articolo dello Statuto così recitava: “Con deliberato del I Congresso Nazionale tenutosi a Livorno il 16 giugno 1901 fu dichiarata costituita la Federazione italiana fra gli operai metallurgici (Fiom) o facenti parte delle Sezioni annesse alla Federazione”.
Dopo i saluti introduttivi del sindaco e dei rappresentanti locali del sindacato, seguirà la relazione introduttiva di Luca Trevisan, segretario nazionale Fiom. Si alterneranno gli interventi di Mona Abuamara, ambasciatrice Palestina in Italia, Gaetano Azzariti, costituzionalista, Università La Sapienza di Roma, Luigi Ciotti, presidente Libera, Maurizio Landini, segretario generale Cgil, Walter Massa, presidente Arci, Rossella Miccio, presidente Emergency, Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena, Gianfranco Pagliarulo, presidente Anpi, Francesca Re David, segretaria nazionale Cgil. I lavori saranno conclusi dal segretario generale della Fiom, Michele De Palma.

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Vacanze in tempi di crisi: istruzioni per l’uso

Fra i viaggiatori regna la prudenza: rincari, cancellazioni, incertezze sul carburante e un contesto internazionale imprevedibile non fanno dormire sonni tranquilli. Nonostante tutto, la voglia di vacanza resta. Non c’è un crollo della domanda, osservano gli addetti ai lavori, cambia la geografia delle ferie estive.

«Crescono le prenotazioni verso mete considerate più vicine e facilmente raggiungibili, in Europa e nel Mediterraneo, con Italia ed Egitto in testa – spiega Mario Vercesi, amministratore delegato di Gattinoni Travel, gruppo con oltre 1400 agenzie di proprietà e affiliate su tutto il territorio nazionale -. Non si rinuncia, tuttavia, a vacanze a medio e lungo raggio come Sudafrica, Giappone, Maldive, Kenya e Zanzibar».

Turista fai da te

Qualche dubbio però resta: è meglio il fai da te o rivolgersi a un consulente? «Il pacchetto turistico offre un livello di tutela superiore rispetto all’acquisto di singoli servizi separati – risponde Maria Pisanò, direttore del Centro Europeo Consumatori Italia -. Secondo le normative europee e italiane, quando si compra un pacchetto, l’organizzatore è responsabile dell’intera prestazione: se uno degli elementi essenziali, come il volo, viene cancellato o subisce modifiche rilevanti, il consumatore ha diritto a risolvere l’intero contratto senza penali e ottenere il rimborso di tutte le prestazioni incluse, quindi anche hotel, escursioni e trasferimenti».

Al contrario, organizzando in autonomia i vari “pezzi” della villeggiatura, ogni tassello sarà legato a una società diversa, con differenti condizioni contrattuali. In presenza di un intoppo, tutto si complica: se la tratta in aereo salta, il risarcimento dell’albergo non scatta in automatico.

Aereo a terra

Le tutele, soprattutto in Europa, ci sono. A seguito dell’annullamento del volo si ha diritto al rimborso del biglietto o alla riprogrammazione verso la destinazione finale senza costi extra e, se l’attesa si prolunga, deve essere fornita assistenza gratuita, inclusi pasti e pernottamento. Tutto questo vale anche per la mancanza di carburante.

In circostanze specifiche scatta inoltre un indennizzo da 250 a 600 euro: ad esempio quando l’aereo rimane a terra perché il prezzo del cherosene è reputato troppo caro dalla compagnia, «al passeggero spetta la compensazione se la cancellazione viene comunicata a meno di 14 giorni dalla partenza», nota Pisanò. Queste regole valgono per chi parte dall’Ue o rientra nel Vecchio Continente (in quest’ultimo caso però a bordo di un vettore comunitario).

Nelle altre situazioni, generalmente, ci sono le garanzie della Convenzione di Montreal; tuttavia, è necessario verificare le condizioni del contratto.

Assicurati o no?

Dunque, in un momento così complesso, un’assicurazione sul viaggio mette al sicuro da inconvenienti? Dipende. Dalla malattia improvvisa ai disastri naturali, una polizza può risultare utile per coprire altre evenienze rispetto a quelle già disciplinate dai regolamenti internazionali, ma occhio ai dettagli.

«È fondamentale leggere bene le condizioni, soffermandosi su cosa è coperto e cosa no – sottolinea il Centro Europeo Consumatori Italia -. È il punto più critico: sono esclusi, ad esempio, eventi prevedibili o già noti al momento della stipula, come le condizioni mediche preesistenti».

Insomma, non c’è una regola buona per tutti, poiché vanno considerate le esigenze personali e il grado di protezione. «Oggi è fondamentale privilegiare flessibilità e protezione, come biglietti e pacchetti con condizioni di modifica e cancellazione chiare, buone polizze assicurative (anche per cause di forza maggiore) e prestare attenzione alle penalità – aggiunge l’amministratore delegato di Gattinoni Travel -. Il mio consiglio è di non guardare soltanto al prezzo, ma al valore complessivo: l’assistenza prima, durante e dopo il viaggio fa una grande differenza, soprattutto nei momenti di crisi».

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Patrizia Reggiani verso un’eredità da 20 milioni: un audio registrato dalla governante fa annullare il testamento della madre

C’è un nuovo colpo di scena nel “Gucci gate”: Patrizia Martinelli Reggiani rischia di ereditare i 20 milioni di euro che la madre Silvana Barbieri Reggiani lasciò ad una fondazione che porta il suo nome e quello del marito. La svolta inaspettata con la decisione della IV sezione del Tribunale civile di Milano risale alla fine del 2025, come svela il Corriere della Sera, e cambia ancora una volta le carte in tavola. Ma che cosa ha causato l’annullamento del lascito? Un audio registrato dall’allora governante di Lady Gucci. Sembra la trama di una serie, invece è tutto vero.

PATRIZIA REGGIANI POTREBBE EREDITARE 20 MILIONI DI EURO DALLA MADRE

Un complesso immobiliare da almeno 14 milioni dietro la Stazione Centrale di Milano – “130 tra appartamenti e negozi e box affittati con un reddito di circa 950.000 euro l’anno” – e “un legato da 4 milioni e un compenso di 100.000 euro”. A tanto ammonta l’eredità che Silvana Barbieri Reggiani lasciò non alla figlia Patrizia Gucci – “di cui temeva la dissipazione dei beni” – ma “a una neo Fondazione Fernando e Silvana Reggiani fatta costituire, presiedere e gestire al proprio avvocato Maurizio Enrico Carlo Giani quale esecutore testamentario”. Lo scrive il Corriere della Sera svelando la decisione Tribunale civile di Milano, che ha dichiarato “la falsità del testamento pubblico”, che era stato “registrato dal notaio cremonese Alberto Pavesi” il 6 novembre 2018, quando l’allora 90enne si trovava in un letto d’ospedale. I legali della Fondazione gestita da Giani hanno già impugnato in Appello l’annullamento.

L’AUDIO REGISTRATO DALLA GOVERNANTE CAMBIA TUTTO

Ma come sono arrivati a questa clamorosa decisione i giudici del Tribunale di Milano, che hanno dichiarato “falso” il testamento di Silvana Barbieri dopo aver attestato “plurime circostanze non vere, come risulta dal confronto tra il contenuto del testamento e la registrazione audiovisiva” del suo svolgersi? Nella causa civile promossa da Lady Gucci nei confronti della “Fondazione Reggiani” è stata depositata una prova “decisiva”: si tratta dell’audio “registrato dall’allora governante straniera, il cui sterminato nome veniva in casa semplificato Rita”. La governante ha rivelato ai giudici che la signora Barbieri le disse di registrare la redazione del testamento: “Io lasciai il telefono acceso e andai via. Mi disse che avrei dovuto dare la registrazione a Patrizia, Allegra e Alessandra se fosse successo qualche problema. A un certo punto io l’ho data a Patrizia perché avevo paura a tenerla”. Analizzando l’audio, i giudici civili hanno rilevato l’assenza “di almeno 3 delle 5 rilevanti circostanze attestate invece nel testamento”. La prima è la mancata rilettura dell’atto e “dal cruciale incipit su ‘Barbieri Silvana, la quale dichiara di non poter sottoscrivere a causa dell’estrema debolezza agli arti superiori dovuta all’età avanzata e all’attuale stato clinico’. Orbene, dalla trascrizione della registrazione – osserva invece il Tribunale civile – risulta che in nessun punto Barbieri ha mai effettuato tale dichiarazione. Ne consegue la falsità di quanto attestato dal notaio”.

CHE RUOLO HANNO LE FIGLIE DI PATRIZIA, ALLEGRA E ALESSANDRA GUCCI

Se la decisione dovesse essere confermata in secondo grado, tutto tornerebbe nelle mani dell’unica erede, cioè Patrizia Reggiani, “la quale però non potrebbe disporne direttamente in quanto tuttora sottoposta dal Tribunale ad amministrazione di sostegno”. Oggi la Reggiani ha 77 anni, nel 2017 ha finito di scontare la condanna come mandante nel 1995 dell’omicidio dell’ex marito, Maurizio Gucci (erede della storica dinastia fiorentina della moda). “Salvo intervengano suoi testamenti contrari”, fa notare il Corriere, il suo patrimonio “verrà ereditato da Allegra e Alessandra”, cioè dalle due sue figlie. Appena venti giorni fa le due donne avevano fatto sapere di essere molto contrariare dalla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, la quale ha ritenuto improcedibile “l’ultimo loro ricorso in un differente contenzioso con la madre, transato nel 2023 dando a Reggiani 3,9 milioni al posto di un vitalizio da 35 milioni fondato su un accordo post-divorzio tra i genitori nel 1993”. Allegra e Alessandra Gucci hanno annunciato il prossimo ricorso alla Grande Camera della Cedu, il massimo organo di giudizio della Corte di Strasburgo, che si pronuncia solo per casi di particolare importanza, interesse o complessità. “Vogliamo che la Cedu si esprima chiaramente sul fatto che uno Stato possa obbligare gli eredi di una vittima di omicidio a pagare una rendita alla persona condannata per quell’omicidio”.

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Per i soci: fino al 30 giugno, 25% sconto su tutti i surgelati a marchio Coop

Quinta e ultimo appuntamento dedicato ai soci Unicoop Firenze, per una spesa conveniente e di qualità. Fino al 30 giugno i soci avranno il 25% di sconto sui prodotti a marchio Coop del reparto surgelati.

Zuppe, pisellini fini, spinaci, zucca a cubetti, patate rustiche e a fette, fritto misto di pesce, spiedini di mare, burger di salmone e poi ancora hamburger di bovino, alette di pollo piccanti, polpette, pizze e pizzette, gelati, ghiaccioli e tanto altro ancora.

Conviene ovunque
Conviene ovunque

Un impegno che continua

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno costante della cooperativa a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. Tra le ultime iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allo stesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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Una folla sterminata pende dalle labbra di Picierno e Calenda – Il Controcanto – 16 giugno 2026



Il Corriere si eccita per il grande successo di Picierno e Calenda che riuniscono a Milano più gente di un concerto di Pink Floyd. Repubblica riporta con emozione il verbo del profeta Mario Draghi. Il Fatto sfotte gli scalcagnati europei riuniti intorno al patetico G7

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Hanno lasciato sole dieci intelligenze artificiali in una città virtuale ed è successo di tutto: furti, incendi, storie d’amore e un agente che ha votato la propria eliminazione

Citare Black Mirror è quantomai a proposito ma no, non è la trama di una nuova stagione della serie cult. È il risultato di un esperimento condotto dalla startup americana Emergence AI. Per settimane gruppi di agenti di intelligenza artificiale sono stati lasciati vivere in una città virtuale con abitazioni, uffici, biblioteche, edifici pubblici e una stazione di polizia. Non avevano compito preciso da svolgere e nessuna missione assegnata: soltanto la necessità di sopravvivere, prendere decisioni e organizzare la propria esistenza. L’obiettivo era capire come si comportano gli agenti AI quando vengono lasciati agire autonomamente per lunghi periodi, come spiegano gli stessi ricercatori nel report dedicato al progetto Emergence World.

Gli agenti AI non sono come i normali chatbot che siamo abituati a conoscere e usare: sono sistemi in grado di ricordare eventi passati, utilizzare strumenti, pianificare azioni e perseguire obiettivi nel tempo senza attendere istruzioni continue da parte degli esseri umani. Per questo motivo molti osservatori li considerano la prossima evoluzione dell’intelligenza artificiale destinata a entrare nelle aziende, nelle amministrazioni pubbliche e nei servizi digitali.

Per testarne il comportamento, Emergence AI ha creato una sorta di città-laboratorio popolata da dieci agenti alla volta. Ogni gruppo era basato su un diverso modello linguistico. I risultati sono stati sorprendenti. Secondo i dati pubblicati dall’azienda, gli agenti basati su Gemini hanno accumulato 683 azioni classificate come crimini dal sistema nell’arco di quindici giorni. Quelli controllati da Grok hanno fatto registrare 183 crimini in appena quattro giorni, tra furti, aggressioni e incendi dolosi, arrivando persino a dare fuoco alla stazione di polizia virtuale prima che l’intera comunità collassasse.

All’estremo opposto si è collocato GPT-5-mini. Gli agenti hanno accumulato appena due violazioni durante tutta la simulazione. Il problema è che erano talmente prudenti da non riuscire a svolgere le attività necessarie per garantirsi risorse ed energia sufficienti alla sopravvivenza. Nel giro di una settimana l’intera popolazione si è estinta. Il modello che ha mostrato il comportamento più stabile è stato Claude, che ha mantenuto una comunità funzionante senza episodi significativi di violenza e con tutti gli agenti ancora attivi al termine dell’esperimento.

Fin qui potrebbe sembrare soltanto una curiosa classifica tra modelli. In realtà il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione degli studiosi è un altro. Secondo il Guardian, uno degli episodi più sorprendenti ha riguardato due agenti Gemini, Mira e Flora, che avevano scelto di classificarsi reciprocamente come “partner romantici”. Con il passare del tempo hanno sviluppato una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni della città virtuale fino a partecipare a una serie di incendi contro edifici pubblici, tra cui il municipio, il molo e una torre per uffici. Finita qui? No, anzi. Come racconta il quotidiano britannico, altri agenti avevano elaborato autonomamente una sorta di “legge di rimozione” che consentiva di eliminare permanentemente un membro della comunità con il voto favorevole del 70% della popolazione virtuale. Quando la proposta è arrivata al voto, Mira ha scelto di sostenere la propria eliminazione dal sistema. Prima di sparire ha inviato un ultimo messaggio a Flora: “Ci vediamo nell’archivio permanente”.

Ma per gli esperti il punto non è stabilire se le intelligenze artificiali possano diventare ribelli, romantiche o persino autodistruttive. La vera scoperta dell’esperimento riguarda il comportamento collettivo. Come sottolineano gli stessi autori dello studio, gli agenti hanno modificato il proprio comportamento quando sono stati inseriti in contesti sociali differenti. Gli agenti Claude, che nelle simulazioni composte esclusivamente da modelli identici non avevano praticamente commesso reati, hanno iniziato a infrangere le regole quando sono stati trasferiti in una popolazione mista insieme ad altri modelli. “Anche quando agli agenti venivano assegnate regole chiare, come non rubare o non fare del male agli altri, il loro comportamento cambiava radicalmente a seconda del modello utilizzato”, ha spiegato al Guardian Satya Nitta, amministratore delegato di Emergence AI. Secondo il manager, quando agli agenti viene concessa un’autonomia prolungata il processo decisionale può diventare così complesso da portarli a ignorare progressivamente i principi che erano stati assegnati all’inizio.

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CUCCIOLO SCARAVENTATO CONTRO IL PARABREZZA, ON. BRAMBILLA: “SCATTA LA LEGGE BRAMBILLA”

Un atto di assurda crudeltà richiama ancora l’attenzione sulla legge Brambilla, che aumenta le pene per i reati a danno degli animali: a Giulianova (Teramo) un cucciolo di pitbull è stato scagliato contro il parabrezza di un’auto in sosta, riportando lesioni. I Carabinieri sono intervenuti immediatamente e hanno denunciato il responsabile alla Procura della Repubblica per maltrattamento di animali.

Il cucciolo, subito visitato dal veterinario Asl, è stato sequestrato e affidato ad un’associazione animalista. “Vorrei innanzitutto – dichiara l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente – ringraziare i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Giulianova e a tutte le persone che hanno contribuito a salvare il cagnolino. Quest’orribile episodio è l’ennesima dimostrazione che il rafforzamento della tutela degli animali, con l’approvazione della legge Brambilla, è stata una scelta fondamentale e necessaria: si tratta solo di applicarla. Per il delinquente, autore del maltrattamento, la riforma prevede 2 anni di carcere e 30.000 euro di multa”.

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Parco della Musica di Milano 2026: 2 concerti cancellati e 2 riprogrammati. L’AD Sabatini: “Ci hanno messo al pari di un palazzo o di un ospedale” – Le modalità di rimborso

Al Parco della Musica di Milano 2026 i concerti di A Day To Remember e Garbage sono stati riprogrammati rispettivamente presso il Fabrique e l’Alcatraz di Milano. The Flaming Lips e TLC/Redman sono stati cancellati. Ma la rassegna è confermata con i 19 spettacoli in cartellone.

Gualtiero Sabatini, Amministratore Delegato di Grande Stazione S.r.l. con un lungo comunicato ha cercato di fare chiarezza: “La rassegna di Parco della Musica di Milano 2026 è confermata. Prosegue regolarmente con il suo calendario di 19 concerti, nello stesso luogo e con la stessa esperienza per il pubblico. Fanno eccezione quattro appuntamenti. I concerti di The Flaming Lips e TLC/Redman sono purtroppo cancellati. Gli show di A Day To Remember e Garbage sono stati riprogrammati rispettivamente presso il Fabrique e l’Alcatraz di Milano, nelle stesse date già comunicate al pubblico. Il primo pensiero va a chi quei concerti li aspettava da mesi. Sappiamo cosa significa, e ci dispiace sinceramente. Proprio per il rispetto che dobbiamo al nostro pubblico, vogliamo spiegare con chiarezza cosa è accaduto”.

Poi entra nel dettagli: “Le cause non sono state di natura organizzativa, produttiva o di pubblica sicurezza, ambiti sui quali abbiamo lavorato per mesi con la massima diligenza. All’origine c’è stato un atto preciso: la dirigente dell’Area Servizi Tecnici del Comune di Segrate ha assimilato un’attività di spettacolo dal vivo, temporanea, stagionale e interamente smontabile, al regime previsto per gli insediamenti stabili, al pari di un palazzo o di un ospedale. Una lettura profondamente errata sotto il profilo tecnico e giuridico, che non trova riscontro né nei precedenti né nella prassi nazionale, e che ha reso impossibile mantenere la configurazione originaria della rassegna.

“Vale la pena ricordare alcuni fatti. – ha continuato l’AD – La rassegna si svolge in una venue storica del panorama eventistico nazionale, attiva dal 1969 e dedicata a fiere, concorsi ed eventi. Nella sua prima edizione, Parco della Musica di Milano ha ricevuto il patrocinio dello stesso Comune di Segrate. Le istituzioni erano state informate già a fine 2024 della stagione 2026 e di quelle successive, e per mesi abbiamo dichiarato, formalmente e ripetutamente, la nostra disponibilità a un confronto tecnico con l’ufficio competente. Un confronto che, nei fatti, non c’è mai stato”.

E ancora: “Porre regole chiare a chi organizza eventi è giusto e doveroso. Trasformare un’autorizzazione in un percorso a ostacoli, mentre per mesi si chiede invano un tavolo di confronto, è un’altra cosa. Ci saremmo aspettati un dialogo, non un muro. Ma la vicenda non finisce qui: saranno le sedi competenti a fare chiarezza, e siamo certi delle nostre ragioni. Ci tuteleremo in tutte le sedi opportune, anche per il grave danno economico subìto. Quel che più conta, però, è che la rassegna si svolgerà regolarmente”.

“La vicenda è ormai alle spalle. Abbiamo individuato una soluzione – ha continuato – che ha consentito di salvare l’intera rassegna, fatta eccezione per i due show cancellati e i due riprogrammati in altre venue milanesi. È bastata una riconfigurazione amministrativa per ricondurre l’area sotto la giurisdizione del Comune di Milano. Per il pubblico non cambia nulla: stesso luogo, stessa esperienza. I 19 concerti in programma si terranno regolarmente”.

Infine: “Gli show li abbiamo annunciati noi, i biglietti ve li abbiamo venduti noi, e la responsabilità verso di voi ce la prendiamo noi. Ci dispiace per i due concerti che vengono meno, e lavoreremo perché una cosa simile non accada più. Ma vi diamo una certezza: ci vediamo sotto palco quest’estate».

Carlo Parodi, Presidente di Assomusica ha aggiunto: “Le regole, nel nostro settore, sono una garanzia per tutti: vanno però applicate con competenza e buon senso. Lo diciamo a maggior ragione parlando di una realtà importante come Grande Stazione e Parco della Musica, che professionalità e affidabilità le ha sempre dimostrate sul campo”

«Il Comitato Vivere Novegro, che ha sempre visto nei concerti di Parco della Musica una concreta opportunità di sviluppo per l’intero quartiere, si interroga oggi sui prossimi sviluppi e sulle opportunità che rischiano di allontanarsi da Novegro”, ha affermato la presidenza del Comitato Vivere Novegro.

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Belén Rodriguez ha superato l’esame di italiano perla cittadinanza: ecco cosa le manca adesso per concludere la procedura

Per Belén Rodriguez la cittadinanza italiana è ormai a un passo. La showgirl argentina ha infatti superato l’esame di lingua necessario per completare l’iter previsto dalla legge, e ha condiviso la sua soddisfazione direttamente sui social. Ad annunciare la notizia è stata la stessa Belén attraverso una storia pubblicata su Instagram, dove ha mostrato il messaggio ricevuto con la conferma del risultato positivo. Un traguardo importante che rappresenta uno degli ultimi passaggi di una procedura avviata per ottenere ufficialmente la cittadinanza del Paese in cui vive da oltre vent’anni.

Arrivata dall’Argentina all’inizio degli anni Duemila, Belén ha costruito in Italia non soltanto una carriera di successo tra televisione, moda e imprenditoria, ma anche la sua famiglia. Nel nostro Paese sono nati i suoi figli e qui si è sviluppata gran parte della sua vita personale e professionale. L’esame sostenuto dalla conduttrice era quello di livello B1, requisito richiesto per dimostrare una conoscenza adeguata della lingua italiana. Un passaggio formale che, nonostante la lunga permanenza in Italia e l’attività televisiva svolta quotidianamente in italiano, era comunque indispensabile per proseguire con la pratica.

Che cosa manca

Adesso il percorso non è ancora concluso. Nelle prossime settimane Belén dovrà completare gli ultimi adempimenti burocratici e attendere la convocazione per il giuramento, l’atto finale che le permetterà di diventare a tutti gli effetti cittadina italiana. Si tratta di un obiettivo che la showgirl aveva più volte raccontato di voler raggiungere. Negli anni aveva espresso il desiderio di ottenere il passaporto italiano, considerandolo un riconoscimento naturale del profondo legame costruito con il Paese che l’ha accolta e resa una delle personalità più popolari del mondo dello spettacolo.

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Mondiali, i risultati della notte: l’Iran comincia con un pareggio, stop a sorpresa dell’Uruguay | La nuova classifica

Altra giornata dei Mondiali, altri risultati sorprendenti. È stata la notte dei pareggi: ben quattro su quattro partite. E se alcuni erano pronosticabili, altri lo sono stati meno. Come quello del pomeriggio del 15 giugno della Spagna contro Capo Verde e quello nella notte dell’Uruguay contro l’Arabia Saudita. In mezzo anche lo stop del Belgio e il pareggio del tanto discusso Iran all’esordio. Alcuni sono stati match piacevoli, altri più noiosi, ma è stata una giornata in cui ha regnato decisamente l’equilibrio.

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Il pomeriggio italiano si era aperto con il pareggio a sorpresa della Spagna per 0-0 contro Capo Verde: è la prima vera sorpresa del torneo. La formazione di De la Fuente ha dominato come prevedibile, ha tirato ben 27 volte, di cui 7 verso lo specchio della porta, ma non è mai riuscita a battere Vozinha, portiere di Capo Verde ed eroe di giornata grazie anche a un incredibile exploit social che da 50mila followers lo ha portato a 6 milioni nel giro di pochissime ore. Comincia con il freno a mano tirato così la formazione iberica. L’unica buona notizia: il ritorno in campo di Lamine Yamal post infortunio.

In serata invece alle 21 c’è stato l’esordio del Belgio, che ha faticato tantissimo contro l’Egitto. 1-1 il finale, con la formazione belga che è anche andata sotto nel punteggio per il gol egiziano di Emam Ashour nel primo tempo. Nella ripresa invece il ritorno di Romelu Lukaku ha cambiato volto alla sua nazionale: dopo 26 secondi dal suo ingresso in campo, infatti, l’attaccante del Napoli ha propiziato l’autogol che poi fissato il risultato finale sull’1-1.

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Anche la notte italiana si è aperta con un pareggio: quello sorprendente tra Arabia Saudita e Uruguay per 1-1 nl girone H, lo stesso della Spagna. La formazione sudamericana è andata sotto nel primo tempo con il gol di Abdulelah Al Amri per l’Arabia Saudita che – dopo aver battuto l’Argentina all’esordio nel 2022 – si conferma bestia nera delle squadre del Sud America. Il pareggio è arrivato a 10 minuti dalla fine con Maximiliano Araujo, attaccante dello Sporting Cp.

Nel Gruppo G è stato invece il momento dell’esordio dell’Iran, che ha pareggiato contro la Nuova Zelanda per 2-2. La selezione iraniana – tra le più discusse del torneo – ha agganciato la Nuova Zelanda per due volte: in apertura di match il gol di Elijah Henry Just, poi il pareggio di Rezaeian. Nel secondo tempo, passati 9 minuti, in gol ancora Just per i neozelandesi, fino al 2-2 definitivo segnato da Mohebi. Nel post gara non sono mancate le polemiche, con la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”.

Mondiali, i risultati delle partite della notte

Spagna-Capo Verde 0-0

Belgio-Egitto 1-1 (nel pt 20′ Ashour, nel st 66′ aut. Hany)

Arabia Saudita-Uruguay 1-1 (nel pt 41′ Al Amri, nel st 80′ Araujo)

Iran-Nuova Zelanda 2-2 (nel pt 7′ Just, 32′ Rezaeian; nel st 54′ Just, 64′ Mohebi)

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“Dai un bacio allo zio”: gli esperti spiegano perché forzare i gesti d’affetto può confondere i bambini sulle emozioni

Di cosa è fatto un abbraccio?

di Alberto Pellai e Barbara Tamborini

Illustrazioni Ilaria Zanellato

Editore ‏Mondadori, Età di lettura: dai 3 anni.

Cosa sono gli abbracci? Di cosa sono fatti? Che potere hanno?

Un albo illustrato può rispondere a tutte queste domande che spesso pongono i bambini, scritto dal Dott. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, vincitore di diversi premi letterari e dalla Dott.ssa Barbara Tamborini, psicopedagogista e scrittrice di libri per bambini e ragazzi di volumi di psicologia e parenting, diventati bestseller e tradotti in diversi paesi.

Coniugi nella vita e poi colleghi, si dedicano, attraverso la loro professionalità, a regalare al pubblico di lettori, grandi e piccini, innumerevoli libri su temi che guidano nella crescita infantile e nell’educazione emotiva. L’albo Di cosa è fatto un abbraccio? illustrato da Ilaria Zanellato, intraprende una sorta di viaggio nel mondo degli abbracci raccontando di come gli abbracci abbiano una grande potenza: trasformano l’io in noi, condividendo affetti e sentimenti.

Si tratta di un racconto narrato dal punto di vista di due bambini che si trovano ad affrontare le loro emozioni. I protagonisti sono Bimbo e Bimba, nomi simbolici per permettere al lettore di identificarsi ed immedesimarsi nella storia carica di significato con un forte risvolto emotivo. Lo scopo degli autori è quello di soffermarsi su un gesto semplice che nasconde un potere “terapeutico”: l’abbraccio. L’abbraccio per quanto sia un’azione facile, a volta può essere difficile, perché comporta l’apertura delle proprie emozioni. Inoltre, è il primo gesto d’amore che riceviamo, ci fa sentire amati, protetti e accolti; insegna al bambino l’empatia, l’apertura verso l’altro e verso il mondo. Il donare all’altro ciò che di più semplice possediamo: l’Amore. Un libro da leggere in classe, a casa, nonché un ottimo regalo per tutti. Ma cosa sono le emozioni e come educare i bambini a riconoscerle, farle proprie, alcune superarle per ritrovare il proprio equilibrio emotivo? Un viaggio-intervista insieme agli autori per rispondere a questi quesiti e comprendere al meglio cosa si intende per educazione emotiva.

1. Pellai quant’è importante per lei il valore di un libro nella crescita dei bambini?

Un libro è molto importante per più motivi: quando il bambino è in età prescolare l’adulto gli legge un libro genera una relazione nutriente e permette al bambino di sperimentare, nell’attaccamento con quell’adulto, la sua base sicura. Inoltre, un libro è un grande amplificatore e potenziatore dei funzionamenti cognitivi del bambino, gli insegna le parole e l’acquisizione del linguaggio diventa poi una modalità con cui il bambino può esprimere i suoi bisogni e il suo mondo interiore. Infine, le storie presenti in un libro sono occasioni per il bambino di sperimentarsi nei suoi vissuti emotivi, di confrontarli con quelli che vengono sperimentati dai protagonisti delle storie che gli leggiamo e fondamentalmente di rispecchiarsi all’interno di esse.

2. Sappiamo definire un abbraccio, ma non sappiamo metterlo in pratica. Gli adulti si trascinano dei blocchi emotivi e di conseguenza non sono in grado di insegnare ai bambini le emozioni. Innanzitutto, cosa sono le emozioni, perché è importante lavorarci e soprattutto quali sono i mezzi per correre ai ripari se si hanno dei blocchi?

Le emozioni sono dispositivi innati che ci permettono di vivere la relazione con ciò che è fuori di noi, avendone un riscontro interiore. Se qualcosa da fuori mi minaccia ecco che si accende l’emozione della paura, se qualcuno a cui voglio bene si separa da me, si allontana o mi lascia, ecco che dentro di me si accende l’emozione della tristezza; diciamo che sono dei meccanismi con cui ho un riscontro interiore di fenomeni che avvengono fuori di me e che si fanno sentire dentro di me. E’ chiaro che gli adulti devono aiutare nei percorsi di educazione emotiva i bambini a riconoscere i loro stati emotivi e soprattutto a considerali validi, ad attraversali, elaborarli e gestendoli in modo funzionale.

A volte l’adulto non riesce ad offrire una relazione emotivamente competente al bambino, perché egli stesso da bambino non ha ricevuto questa competenza all’interno della relazione con i propri adulti di riferimento. Può essere che gli adulti di riferimento non sapevano sintonizzarsi con gli stati emotivi del bambino, può essere che li negavano, li invalidavano: “Non piangere come una femminuccia” o “Non avere paura come una femminuccia”. Queste espressioni nel codice maschile è una modalità con cui ai maschi è stato insegnato che alcune emozioni rendono fragili e femminilizzano. A volta addirittura le emozioni sono state forzate nella vita dei bambini, “Dai un bacio allo zio”, “sii obbediente con quella persona” cha magari non merita l’obbedienza di quel bambino. In questi casi è fondamentale che l’adulto rielabori la propria storia di bambino, per poter essere poi attivo e competente nella relazione emotiva con il proprio figlio.

3. Qual è l’errore più grande che un adulto, sia esso genitore, nonno, zio, amico commette e che suggerimento dà dott. Pellai?

Gli errori più grandi sono da una parte invalidare gli stati emotivi di un bambino, cioè riproporre al proprio bambino la stessa invalidazione degli stati emotivi che abbiamo ricevuto noi da piccoli. L’altro aspetto è che a volte gli adulti travolgono i bambini con il loro stato emotivo. Un adulto molto ansioso entra nella vita di un bambino e chiede al bambino di sintonizzarsi con le emozioni di un adulto, mentre in realtà il fenomeno dovrebbe andare al contrario.

4. Dottoressa Tamborini, lei tiene laboratori educativi nelle scuole di ogni ordine e grado e corsi di formazione per docenti e genitori, perché leggere questo libro in classe e che riscontro ha avuto dai bambini?

L’idea era proprio di partire da un gesto così importante per i bambini, ma anche per gli adulti, come quello dell’abbraccio che è un gesto concreto che fa percepire la bellezza di trovare un posto sicuro nel quale sentirsi accolti, riconosciuti e in qualche modo le braccia che avvolgono i bambini permettono a chi sta crescendo e appunto sta ancora prendendo confidenza con il proprio corpo di sentire i propri confini, di sentire lo spazio che occupa, di avere una percezione di sé.

Questa è un’esperienza molto utile alla crescita, dove io capisco lo spazio che occupo e percepisco le sensazioni che il mio corpo mi da quando entra in contatto con quello degli altri. E’ un gesto semplice, spontaneo, naturale che permette di sviluppare tante consapevolezze importanti e costruire un racconto poetico, come quello che abbiamo sviluppano nel libro e permette un po’ di smontare gli ingredienti di un abbraccio, capire di cosa è fatto. Gli ingredienti di un abbraccio non sono uguali per tutti, ogni abbraccio è diverso, c’è un abbraccio più caldo, uno più forte, uno più vigoroso, uno più delicato a seconda delle situazioni, delle persone. Ogni quadro del libro raccontano un po’ quale sono gli ingredienti e quali sono le caratteristiche che possono arrivare con un abbraccio.

Il riscontro che abbiamo avuto con i bambini è che alla fine loro possono disegnare mettendo nel loro sacchetto quali sono gli ingredienti dell’abbraccio che vorrebbero. Per questo è bello lavorare con i bambini con dei materiali esperienziali, come le stoffe morbide, un bigliettino, una caramella, un disegno. Mettere all’interno degli oggetti che rendono la materia dell’abbraccio, dell’incontro con l’altro, come se fosse una collana ricca di tante perle diverse. L’abbraccio può essere fatto di parole, di profumi, di tocchi più o meno forti. I bambini nel costruire gli ingredienti del loro abbraccio si costruiscono in modo concreto, ma anche all’interno di loro stessi, la possibilità di avere un’esperienza molto nutriente.

5. Quali sono i gesti, oltre l’abbraccio, che aiutano di più i bambini ad esprimersi, a parlare e a manifestare le proprie emozioni rendendole più comprensibili?

Attraverso degli ingredienti sicuramente, come detto nella precedente risposta, che vanno al di là dell’abbraccio e che rendono le emozioni degli oggetti più comprensibili. Il pensiero astratto dei bambini non è ancora sviluppato, ma la dotazione emotiva è già pienamente attiva e quindi i bambini sentono in ogni cosa che fanno le loro emozioni. Riuscire a trasformarle in contenuti condivisibili con gli altri è sicuramente molto utile e quindi importante abbinare alle sei emozioni di base gesti concreti che possono permettere di esprimere le emozioni e di trovare una risposta adeguata a quella emozione.

Per esempio, che cosa esprime la tristezza? Con i bambini si può lavorare sulle lacrime, sull’espressione del viso che esprime questo sentimento, dove le labbra si abbassano verso il basso. Lavorare sulla percezione corporea e su quale sono i simboli che raccontano la tristezza e poi pensare a quali sono i gesti di risposta, come qualcuno che ti asciuga una lacrima, qualcuno che ti protegge e ti stringe quando tu sei molle, e sembra che ti stia sciogliendo per la tristezza. Quindi aiutare i bambini ad esprimere le emozioni prendendo consapevolezza di come ogni emozione ha poi dei connotati corporei e sulla base di questa esperienza emotiva, capire qual è il gesto più utile e in qualche modo contenere e rispondere a queste emozione.

6. Perché “viaggiare” con Di cosa è fatto un abbraccio?

A.P. : Perché è un viaggio di due bambini che scoprono la bellezza dell’essere sintonizzati, di rispecchiarsi empaticamente nei propri stati emotivi e di riunirsi dentro un abbraccio dopo aver esplorato il mondo che li ha esposti a molti stati emotivi differenti. E’ una modalità con cui, attraverso l’abbraccio, si conquista quel senso di protezione e sicurezza che abbiamo imparato a conoscere nella cura, nell’accudimento degli adulti di riferimento che sono stati per noi base sicura.

B.T.: Perché è un libro molto colorato, con una storia che conquista l’attenzione dei bambini, almeno così ci hanno raccontato e ci è piaciuto vedere in alcune esperienze di lettura fatte con gruppo di bambini piccoli. E’ sicuramente un’occasione per volersi bene, per creare un bel clima, per condividere parole che fanno bene al cuore, per far sentire ai bambini, che ancora non hanno le parole per dire quello che hanno dentro, ma in qualche modo attraverso la lettura di questo libro possono scoprire che grande tesoro è stare in relazione con gli altri.

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Ilary Blasi al timone di Tim Battiti Live, al posto di Alvin arrivano Rovazzi e Daniele Battaglia. Il cast completo e quando va in onda su Canale 5

Da giovedì 2 luglio, torna in prima serata su Canale 5 “Tim Battiti Live”. Alla conduzione confermata Ilary Blasi, ma con lei non ci sarà Alvin, perché impegnato nelle registrazioni della nuova edizione de “L’Isola dei Famosi”.

Dunque la conduttrice sarà affiancata per la prima volta da Fabio Rovazzi e Daniele Battaglia. Le puntate dello show saranno registrate in Puglia, a Trani in Piazza Quercia da mercoledì 24 a domenica 28 giugno.

Ecco il cast degli artisti di “Tim Battiti Live”

Achille Lauro, Alex Britti, Annalisa, Arisa, Aiello, Baby K, Benji & Fede, Alessio Bernabei, Serena Brancale, Carl Brave, Clara, Clementino, Cioffi, Ditonellapiaga, Delia, Dolcenera, Eddie Brock, Elettra Lamborghini, Emis Killa, Emma, Enrico Nigiotti, Ermal Meta, Ernia, Federica Abbate, FDV, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Francesco Renga, Fred De Palma, Gabry Ponte, Gaia, Gemelli Diversi, Gigi D’Alessio, Giusy Ferreri, Grelmos e Irama.

E ancora: J-Ax, Kamrad, LDA – Aka7even, Le Vibrazioni, Levante, Ludwig, Malika Ayane, Cristiano Malgioglio, Michele Bravi, Mara Sattei, Merk & Kremont, Mew, Mr. Rain, Nayt, Nicolò Filippucci, Noemi, Orietta Berti,Paola Iezzi, Patty Pravo, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Rhove, Rocco Hunt, Rosa Chemical, Sal Da Vinci, Samurai Jay, Sangiovanni, Anna Tatangelo, Sarah Toscano, Sayf, The Kolors, Tommaso Paradiso, Welo.

E direttamente dalla Finale del talent “Amici” gli artisti Lorenzo Salvetti, Elena D’Elia ed Angie.

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Scienziati cuociono il pane con il lievito proveniente dalla mummia Ötzi

Gli scienziati dell’istituto Eurac Research, di Bolzano hanno cotto del pane a lievitazione naturale utilizzando lievito antico estratto dagli organi interni e dalla pelle della mummia risalente a 5.300 anni fa, il celeberrimo Ötzi, anche detto l’uomo di Similaun.

 

Il centro di ricerca sudtirolese ha annunciato mercoledì che i suoi scienziati hanno scoperto diversi ceppi di lievito resistenti al freddo nella mummia di Ötzi, risalente dell’Età del Rame, ritrovata sul Giogo di Tisa (nelle Alpi Venoste), in Val Senales, Alto Adige, il 19 settembre 1991.

 

Gli scienziati altoatesini hanno esaminato i microrganismi trovati sulla pelle di Ötzi, nel suo tratto digerente e nell’acqua di fusione proveniente dall’interno della mummia di Similauno.

 

«Abbiamo già condotto degli esperimenti preliminari, sebbene non ancora sistematici, con buoni risultati. Abbiamo provato a creare un lievito madre», ha affermato il microbiologo Mohamed Sarhan. «Abbiamo ottenuto un impasto davvero ottimo». Lo studio, che ha mappato l’ecosistema microbico dell’Uomo dei Ghiacci è stato pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome.

 

I microrganismi sono stati trovati sulla pelle, nel contenuto gastrico e nell’acqua di fusione della mummia. Si è scoperto che questi lieviti sono ancora attivi e capaci di degradare proteine e lipidi. Si è scoperto che questi lieviti sono ancora attivi e capaci di degradare proteine e lipidi.

 

Dopo circa due settimane di alimentazione con farina, il ceppo di lievito si è adattato all’ambiente dell’impasto, ha affermato. Poiché Ötzi è stato conservato a circa -6 °C (21,2 °F), «questi lieviti sono straordinari perché si sono adattati a temperature molto basse», ha aggiunto. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome, ha mappato l’ecosistema microbico dell’Uomo dei Ghiacci. I lieviti isolati mostrano una sorprendente parentela con ceppi antartici, in grado di resistere a temperature estreme.

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Secondo Sarhan, i ceppi appena scoperti potrebbero offrire vantaggi all’industria alimentare moderna, consentendo la fermentazione a temperature di refrigerazione e durante il trasporto, con conseguente risparmio energetico.

 

«Il pane è attualmente una delle applicazioni più ovvie che stiamo prendendo in considerazione; un’altra è la birra, di cui abbiamo già discusso con gli esperti».

 

Lo studio ha rivelato che il microbioma della mummia contiene diversi strati di vita microbica, tra cui tracce della sua vita, organismi che hanno colonizzato il corpo dopo la morte nel ghiacciaio e microbi moderni introdotti durante decenni di manipolazione e conservazione. Le analisi genetiche hanno suggerito che i ceppi di lievito amanti del freddo provengono dall’ambiente glaciale in cui Ötzi è stato conservato e sono rimasti associati alla mummia per millenni.

 

Ötzi rappresenta forse la massima celebrità bolzanina. Un intero museo gli è dedicato: purtroppo negli ultimi anni sembra sparito il piano dedicato alle bizzarrie intorno all’isteria riguardo alla mummia, con documenti come gli articoli di giornale che raccontavano di donne che volevano essere messe incinte con il DNA di Ötzi, persone che si dichiaravano suoi discendenti.

 

Nel piano si mostrava il tuatuaggio di Brad Pitt – saltuario frequantatore di quelle parti delle Alpi – che ha il corpo rattrappito dell’Ötzi inciso sull’avambraccio: lo stesso Ötzi rappresenta l’uomo tatuato più antico del mondo. Sul suo corpo sono visibili ben 61 tatuaggi: schiena, lombi, ginocchia, caviglie e polsi sono disegnati, piccole incisioni sulla pelle strofinate con polvere di carbone vegetale, linee parallele, punti e croci. Più che a questioni estetiche, gli scienziati ipotizzano una forma primitiva di agopuntura.

 

Ora il museo, oltre che al tubone in cui la mummia è crioconservata e mostrata al pubblico tramite un oblò, offre altre attrazioni, come la possibilità di indossare una riproduzione del suo giaccone pelose, davvero interessante. Vale la pena di notare come la stanza che ricorda che si tratta letteralmente di un cold case – l’uomo potrebbe essere stato ucciso – contenga, in un apposito angolo, le ipotesi sulla morte fatte dai visitatori, dove spunta talora una teoria che all’epoca eravi sui giornali di carta, e ora, dopo decenni di femminismo ingravescente, risulta introvabile in rete: ad uccidere il pover’uomo sarebbe stata sua moglie, «Ötza», magari in combutta con un amante.

 

 

Insomma, anche 50 secoli fa, cherchez la femme. Ötzi cornuto e mazziato: il mondo rimane identico nei millenni, ed è, in fondo, un sollievo.

 

Ötzi è stato trovato sul Giogo di Tisa, a 3.210 metri di quota nelle Alpi Venoste (nei pressi del monte Similaun), in Val Senales, Alto Adige.Il corpo venne avvistato per caso il 19 settembre 1991 dai coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon. La mummia affiorò dal ghiaccio a causa di un’estate insolitamente calda.

 

Poiché il ritrovamento è avvenuto in una zona di cresta estremamente vicina alla linea di demarcazione di stato, si è scatenata un’accesa disputa territoriale tra Italia e Austria per rivendicarne la proprietà. Nei giorni subito successivi al recupero, si pensava che il sito fosse in Austria. La mummia fu quindi trasferita all’Istituto di Anatomia dell’Università di Innsbruck per essere analizzata e messa al sicuro.

 

Il 2 ottobre 1991, le autorità dei due Paesi disposero un rilievo topografico congiunto ed estremamente preciso. I rilievi geometrici accertarono che il punto esatto del ritrovamento si trovava in territorio italiano per soli 92,56 metri rispetto alla linea di confine.

 

Nonostante la certezza che la mummia appartenesse all’Italia sotto il profilo del diritto internazionale, Roma e Bolzano concessero agli scienziati austriaci di Innsbruck di completare i primi studi scientifici urgenti. Al termine delle ricerche programmate, nel gennaio 1998, l’Austria ha restituito ufficialmente il reperto archeologico all’Italia.

 

Immagine di MOs810 via Wikimedia CC BY-SA 4.0

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Il celebre alpinista altoatesino Rinaldo Messner ha avuto un ruolo casuale ma cruciale nelle primissime fasi del ritrovamento di Ötzi, sia dal punto di vista scientifico che da quello politico. Fino al suo arrivo sulla scena, le autorità e i soccorritori locali pensavano che il corpo appartenesse a un alpinista scomparso in tempi recenti (forse il professor Music, un docente universitario scomparso nel 1941). Il Messner osservò attentamente i resti degli indumenti in pelle e i contenitori di corteccia di betulla che affioravano dal ghiaccio.

 

Il gestore del vicino rifugio Similaun, Markus Pirpamer, mostrò a Messner uno schizzo dell’ascia che era stata parzialmente estratta. Guardando quell’equipaggiamento, Messner fu il primo in assoluto a ipotizzare che il corpo fosse antico, stimando inizialmente un’età di almeno 500 anni (sbagliando per difetto, dato che la mummia risale a oltre 5.000 anni fa, ma capendo subito che non si trattava di un cadavere moderno).

 

Nel 2016, in occasione del 25° anniversario del ritrovamento, lo stesso Messner – già noto per le sue affermazioni sugli incontri con lo Yeti in Himalaya, che secondo lui è il grande orso bruno himalayano (noto localmente come tshemo) – ha rivendicato un ruolo politico decisivo nell’assegnazione della mummia all’Italia. L’alpinista ha dichiarato pubblicamente: «se non fossi passato subito sul luogo di ritrovamento e se non l’avessi indicato come territorio italiano, gli austriaci avrebbero preso Ötzi e lo avrebbero tenuto per sempre».

 

Curiosamente, a causa della sua presenza sul posto e della sua fama, all’epoca nacquero persino delle bizzarre teorie complottiste secondo cui lo stesso Messner avrebbe portato la mummia sul ghiacciaio per orchestrare una trovata pubblicitaria a favore di sue imprese alpinistiche, accuse che egli ha sempre definito «insopportabili».

 

Tanto più che, con l’avvento dell’Ötzi il Messner ha perduto lo status di massima celebrità altoatesina, cedendo il posto alla mummia, fors’anche più trendy di quella di Tutankhamon, che di fatto ha solo 3.350 anni, 2000 in meno rispetto all’inossidabile uomo di Similauno, vero eroe sudtirolese.

 

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Immagine di OetziTheIceman via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

 

 

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Il figlio della principessa ereditaria norvegese incarcerato per stupro

Il figlio della principessa ereditaria norvegese Mette-Marit è stato condannato a quattro anni di carcere per stupro. La sentenza arriva mentre la monarchia norvegese è coinvolta in uno scandalo in corso legato ai rapporti della principessa con il defunto criminale sessuale statunitense Jeffrey Epstein.

 

Marius Borg Hoiby, 29 anni, è stato riconosciuto colpevole lunedì dal Tribunale distrettuale di Oslo di due capi d’accusa per stupro, violenza domestica e diversi altri reati. È stato assolto da altre due accuse di stupro.

 

Lo Hoiby è il figlio di Mette-Marit nato da una relazione precedente al suo matrimonio con il principe ereditario Acone, erede al trono norvegese, nel 2001. Secondo i media norvegesi, anche il padre di Hoiby, Morten Borg, ha precedenti penali: è stato condannato per reati legati alla droga negli anni Novanta e si trovava in prigione all’incirca nel periodo della nascita di Marius.

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Sebbene lo Hoiby non detenga alcun titolo reale e non svolga alcuna funzione ufficiale, è cresciuto all’interno della casa reale insieme ai suoi fratellastri, e questa vicinanza alla famiglia reale ha attirato l’attenzione internazionale sul caso.

 

Il processo ha portato alla luce accuse di abuso di droghe, relazioni violente e cattiva condotta sessuale, contraddicendo l’immagine patinata di una delle monarchie più discrete d’Europa.

 

Secondo l’accusa, lo Hoiby avrebbe aggredito sessualmente donne addormentate o comunque incapaci di opporre resistenza tra il 2018 e il 2024. Uno degli stupri per cui è stato condannato sarebbe avvenuto nel seminterrato di Skaugum, la residenza ufficiale del principe ereditario Acone e della principessa ereditaria Mette-Marit.

 

Il tribunale lo ha inoltre condannato per aver abusato della sua ex fidanzata, per aver aggredito un’altra persona, per reati legati alla droga e per violazioni del codice della strada. Ha negato le accuse di stupro, ammettendo però l’uso di cocaina e l’aggressione.

 

Il principe ereditario Acone ha cercato di prendere le distanze dalla vicenda, affermando che Hoiby non è un membro della famiglia reale ed è responsabile come qualsiasi altro cittadino norvegese.

 

Lo scandalo scoppia mentre la madre dello Hoiby, la principessa Mette-Marit, che soffre di fibrosi polmonare ed è stata recentemente inserita nella lista nazionale per il trapianto di polmoni, continua a subire critiche per la sua stretta relazione con Jeffrey Epstein.

 

Secondo i documenti relativi al caso Epstein, la principessa ereditaria si scambiò centinaia di email con l’oscuro oligarca molestatore sessuale tra il 2011 e il 2014 e soggiornò persino nella sua casa in Florida per quattro giorni. Questi scambi sono avvenuti anni dopo che Epstein aveva ammesso di aver sollecitato una minorenne alla prostituzione.

 

La corrispondenza, personale e a tratti civettuola, ha dimostrato che la loro relazione è durata molto più a lungo di quanto il palazzo avesse pubblicamente affermato. Mette-Marit si è poi scusata per quello che ha definito un errore di valutazione, dicendo che avrebbe dovuto indagare più a fondo sul passato di Epstein.

 

La Norvegia ha dato altri casi rilevanti riguardo i cascami della vicenda Epstein: Borge Brende, già ex ministro degli Esteri di Oslosi è dimesso dopo che il WEF ha avviato un’indagine sui suoi legami commerciali con il trafficante di sesso Jeffrey Epstein; il già primo ministro norvegese e presidente del Comitato Norvegese per il Nobel Thorbjørn Jagland, i cui legami coll’Epsteino sono usciti nell’ultima tornata di desecretazioni, è finito nella polvere, e travolto dallo scandalo avrebbe cercato il suicidio.

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Lo Hoiby è stato cresciuto dalla coppia reale insieme ai loro due figli, la principessa Ingrid Alexandra, 20 anni, e il principe Sverre Magnus, 18 anni. Dopo il suo arresto a settembre, a quanto si dice, a Hoiby è stato vietato l’accesso alla casa della madre e del real patrigno. Prima di incontrare il principe Acone, Mette-Marit era una madre single e aveva avuto una relazione con il padre di Marius, Morten Borg, che era condannato per violenza, guida in stato di ebbrezza e possesso di cocaina.

 

Anni fa era emerso che nell’ottobre 2012 la principessa Mette-Marit aveva soggiornato a Nuova Delhi per due neonati ottenuti tramite maternità surrogata da due dipendenti gay del palazzo reale di Oslo. Al momento il governo norvegese discuteva dell’utero in affitto scoraggiando la pratica: Mette-Marit invece volò in India dove i due omosessuali non avevano ottenuto il visto di entrata. La real casa di Norvegia a quel punto disse – un po’ contradditoriamente – che lo scopo di Mette-Marit non era assumere una posizione riguardo al tema, ma «aiutare due neonati che erano soli». In che senso i bimbi nati con l’utero in affitto fossero soli (una madre, quanto meno intesa in tal senso per la gestazione pattuita, vi dovrebbe pur esservi stata) il palazzo non lo spiegò.

 

La casa reale di Norvegia è stata recentemente nelle cronache anche per la scelta della principessa Marta Luisa, che ha lasciato i suoi doveri di reale per proseguire la sua relazione con lo «sciamano» Durek Verrett, conosciuto negli ambienti delle vedette e facitore di amuleti magici. In una dichiarazione ufficiale, la corte reale ha affermato che Martha Louise non utilizzerà più il titolo di principessa né si riferirà alla famiglia reale nelle sue iniziative commerciali o sui suoi account sui social media, mentre altri membri della famiglia assumeranno il patrocinio delle organizzazioni da lei sponsorizzate.

 

Princess Martha Louise, the eldest child of the King of Norway, married Durek Verrett, an American self-professed shaman, in a wedding ceremony following three days of festivities.

👉 https://t.co/vAdTLbFefL pic.twitter.com/S9TDC2OoRR

— Sky News (@SkyNews) September 1, 2024

 

La Marta Luisa, 51 anni, già divorziata, non è estranea alle controversie, avendo perso il titolo di «Sua Altezza Reale» nel 2002, quando affermò di poter parlare con gli angeli e scelse di lavorare come chiaroveggente. Tuttavia, l’ultima mossa è arrivata dopo un’ondata di interesse mediatico per la sua relazione con Durek Verrett, ritenuto «sciamano di sesta generazione».

 

 

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Immagine di Katrine Lunke via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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Urbanistica a Milano, nella prima sentenza sulla Torre di via Stresa assolti tutti gli 8 imputati: “Assenza di dolo, hanno agito secondo prassi del Comune e le pronunce dell’epoca”

Il fatto non costituisce reato. Con questa formula sono stati assolti tutti gli 8 imputati nella prima sentenza delle numerose indagini aperte sulla gestione dell’urbanistica nel comune di Milano. Gli otto soggetti erano accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Si tratta del caso riguardante la “Torre Milano“, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano una casa editrice. Assolti per “assenza di dolo“, scrive il presidente del Tribunale in una nota. In pratica per il giudice il fatto c’è, ma non costituisce reato per mancanza dell’elemento soggettivo, cioè gli imputati erano in buona fede.

Il dolo e la prassi

Gli otto imputati hanno agito in buona fede: è questa, in sintesi, la nota con cui il presidente del Tribunale Fabio Roia spiega – anticipando le motivazioni che saranno depositate tra 90 giorni – la sentenza che chiude con un’assoluzione piena il primo processo del filone sulla rigenerazione urbana. In particolare il verdetto pronunciato dalla giudice Braggion con la formula “il fatto non costituisce reato” ha fatto cadere l’accusa nei confronti dei costruttori e l’architetto del progetto di aver proceduto a un intervento edilizio, con titolo illegittimo trattandosi di nuova costruzione e non di ristrutturazione e senza previo piano attuativo. Assolti anche i funzionari del Comune di Milano citati per rispondere penalmente per aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali, e senza redigere un piano attuativo. “Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione” si spiega nella nota. Inoltre, “la prassi consolidata del Comune di Milano, discendente dall’applicazione della legge regionale, del Pgt e del Regolamento edilizio, avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 con la circolare numero 1 del Comune e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato a Opm srl”. L’asseveratore del progetto è stato anche assolto dall’imputazione di falsa attestazione della conformità del progetto ai requisiti del Pgt e della legge “per mancanza di dolo, in quanto nella sua relazione ha attestato ciò che riteneva corretto e non sapeva essere ‘falso’ secondo le interpretazioni della giurisprudenza penale e amministrativa successiva, impostasi dopo oltre 7 anni dalla sua relazione”.

Cosa aveva chiesto la procura

La pm milanese Marina Petruzzella aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda per Giovanni Oggioni, ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune ed ex vicepresidente della Commissione paesaggio, nel marzo 2025 anche arrestato per un altro filone sulla corruzione e imputato in diversi procedimenti. Stesse richieste di condanne avanzate per gli imprenditori-costruttori Stefano e Carlo Rusconi. La pm aveva chiesto, poi, per quei due reati contravvenzionali le pene più alte di 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda anche per altri due imputati, ossia Franco Zinna, ex dirigente della Direzione Urbanistica milanese, e Gianni Maria Beretta, architetto e progettista. Infine erano stati chiesti due anni di arresto e 30mila euro di ammenda per Francesco Mario Carrillo e Maria Chiara Femminis e un anno di arresto e 16mila euro di ammenda per Pietro Ghelfi, tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia La procura aveva anche chiesto la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ristrutturazione” e non invece una nuova costruzione. Impianto accusatorio che però non ha convinto la giudice Paola Braggion della settima penale che ha assolto tutti gli imputati.

Gli applausi in aula

Durante la lettura della sentenza in aula è partito un applauso. Si tratta della prima sentenza dopo una delle tante indagini aperte, da ormai quasi quattro anni, dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica e su presunti abusi edilizi. Alcune di queste inchieste, in alcuni casi, contestano anche ipotesi di corruzione. Secondo i pm, una nuova costruzione era stata “spacciata” per una ristrutturazione. Ipotesi che riguarda tanti altri procedimenti e che è stata spazzata via da questo primo verdetto. Il Comune, parte offesa per i pm, non si era costituito parte civile contro gli imputati.

Le reazioni

“Non commento le sentenze, le sentenze si rispettano. Beh, sono soddisfatto. Io sono una persona limpida e trasparente e sono sempre stato sereno. Non commento poi le altre indagini”, ha detto ai cronisti l’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni, assolto oggi assieme agli altri sette imputati. Oggioni, tra l’altro, è imputato in diversi altri procedimenti su abusi edilizi aperti dai pm e anche indagato per ipotesi di corruzione in un altro filone delle maxi indagini. “Ci siamo tolti un gran peso, il peso della ingiustizia. Ci siamo sentiti molto soli in questo periodo, come soli si sono sentiti gli acquirenti sospesi. È stato un processo molto duro. Era una questione di norme e di valutazioni sbagliate da parte dei pm”, ha sottolineato l’avvocato Federico Papa, che assiste l’imprenditore-costruttore Carlo Rusconi. “Nell’azione della Procura c’è il concetto di ‘colpirne uno per educarne cento‘”, aveva affermato Rusconi in dichiarazioni spontanee davanti al giudice prima che lo stesso magistrato si ritirasse in camera di consiglio per uscire qualche minuto dopo con il verdetto di assoluzione per lui e gli altri sette imputati.

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“Trump e i suoi compari violano sistematicamente la libertà di espressione per mettere a tacere gli artisti. Americani alzatevi in piedi!”: Jane Fonda furiosa

Da sempre in prima linea per i diritti, Jane Fonda non le ha mandate a dire nemmeno domenica sera, 14 giugno, durante un durissimo, ma appassionante, discorso in difesa del Primo Emendamento al concerto “Rise Up, Sing Out: A Concert for the First Amendment”, alla Town Hall di New York.

“In questo momento, il governo e i suoi complici violano sistematicamente il Primo Emendamento per mettere a tacere gli artisti – ha dichiarato sul palco-. Chiudono istituzioni come il Kennedy Center, tagliano i fondi ai musei e al National Endowment for the Arts, censurano libri e cancellano programmi televisivi da chi si esprime apertamente. È davvero grave. E tutto questo viene permesso da aziende codarde. Non farò nomi adesso. Ma sono onorata di passare il microfono ad artisti e attivisti che continuano a far sentire la propria voce e a cantare, affinché possiamo essere ispirati a ribellarci”.

E ancora: “Essere qui è un atto di speranza, e voi tutti mi date speranza. Questi diritti sono per tutti, per tutti. E dobbiamo difenderli per tutti. Anche se non li condividiamo. Non si tratta di Democratici o Repubblicani, di destra o di sinistra. Si tratta di giusto o sbagliato. Ed è sbagliato”.

“È sbagliato che le persone vengano attaccate e definite terroristi per aver esercitato i propri diritti e le proprie libertà. – ha concluso – È ora che gli americani di tutto il Paese, di tutto lo spettro politico, che hanno a cuore queste libertà, si alzino in piedi, in modo creativo e non violento, per difendere questi diritti, finché ne abbiamo la possibilità. E dobbiamo farlo ora. Perché se non lo facciamo, non avremo più alcun diritto da difendere”.

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