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Il Marocco punta al ritorno della politica. La squadra di El Mansouri tra continuità e nuove priorità

Il ritorno della politica

Un ritorno della politica, prima ancora che un cambio di squadra. È questa la chiave di lettura proposta dal materiale che accompagna la composizione del nuovo governo marocchino guidato da Fatima Ezzahra El Mansouri. Un esecutivo chiamato a combinare rinnovamento dei profili e continuità nelle funzioni strategiche, con una promessa che attraversa l’intero impianto programmatico: rendere più riconoscibili le responsabilità e misurare l’azione pubblica sui risultati.

Il re Mohammed VI ha presieduto il 16 ottobre, al Palazzo reale di Rabat, la cerimonia di nomina dei componenti del governo, che hanno prestato giuramento davanti al sovrano. Alla guida della squadra figura El Mansouri, mentre la distribuzione dei portafogli affianca nomi già presenti nella vita politica e istituzionale marocchina a nuovi ingressi.

Il messaggio che emerge è quello di un governo che non intende presentarsi soltanto come una struttura di amministrazione. La componente politica viene indicata come lo strumento per stabilire priorità, sostenere le riforme, spiegarne le ragioni e rispondere della loro attuazione. Un’ambizione impegnativa: rendere visibile non soltanto chi decide, ma anche chi deve rendere conto.

Continuità nei dicasteri strategici

Nella composizione indicata, Abdelouafi Laftit assume l’Interno e Nasser Bourita gli Affari esteri, la Cooperazione africana e i Marocchini residenti all’estero. Abdellatif Ouahbi figura alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Habous e agli Affari islamici, mentre Abdeltif Loudyi è ministro delegato incaricato dell’Amministrazione della Difesa nazionale.

Accanto a questi elementi di continuità, l’assetto economico assume una particolare rilevanza. A Fouzi Lekjaa viene attribuito il ministero dell’Economia, delle Finanze e della Performance pubblica. L’inserimento di quest’ultima competenza nella denominazione del dicastero esplicita uno dei criteri rivendicati dal nuovo impianto: collegare le risorse impiegate alla qualità dell’attuazione e agli effetti delle politiche.

È qui che si colloca il primo banco di prova dell’esecutivo. La semplificazione delle responsabilità potrà dirsi riuscita soltanto se produrrà decisioni più tempestive e servizi migliori, non se resterà confinata nell’organigramma.

La scelta di accorpare le competenze

La nuova architettura privilegia ministeri ampi, affiancati da ministri delegati con attribuzioni specifiche. Nella lista non compaiono segretari di Stato. La logica dichiarata è quella di tenere insieme politiche collegate, evitando che la frammentazione delle competenze ostacoli l’azione.

Ryad Mezzour riunisce Industria, Commercio, Investimenti e Inclusione economica. Nizar Baraka assume Infrastrutture, Acqua e Foreste. A Nabil Benabdallah vengono affidate Educazione nazionale, Prescolare, Formazione professionale e Qualificazione, con deleghe dedicate ad alcuni di questi ambiti.

Sono accorpamenti che raccontano una scelta di metodo. Formazione e qualificazione vengono ricondotte a una medesima responsabilità politica; investimenti e inclusione economica entrano nello stesso perimetro. Il vantaggio atteso è una maggiore coerenza. Il rischio da evitare è che l’ampiezza dei portafogli renda più complesso proprio quel coordinamento che si vuole rafforzare.

Dall’intelligenza artificiale alla sovranità alimentare

Anche le denominazioni dei dicasteri segnalano le priorità. Ahmed Rahhou figura alla guida del ministero dell’Intelligenza artificiale, della Trasformazione digitale e della Riforma dell’amministrazione. L’accostamento indica la volontà di leggere l’innovazione tecnologica anche come leva per cambiare il funzionamento dello Stato.

La sovranità alimentare entra invece nel portafoglio affidato a Khalid Hatimy, insieme ad Agricoltura e Pesca marittima. Abderrahim Chahid assume l’Occupazione e il Dialogo sociale; Najwa Koukouss la Famiglia, lo Sviluppo sociale e l’Uguaglianza. Charafat Afailal figura all’Energia, alle Miniere e allo Sviluppo sostenibile.

Intelligenza artificiale, performance pubblica, sovranità alimentare e dialogo sociale diventano così le parole attraverso cui il governo presenta il proprio rinnovamento. Non ancora risultati, ma impegni politici sui quali valutarne l’azione.

Donne e giovani, un rinnovamento da dimostrare

Il documento di accompagnamento insiste sul ruolo delle donne e dei giovani come motore del ricambio. La presenza di una donna alla guida dell’esecutivo costituisce il segnale più evidente di questa impostazione, insieme agli incarichi femminili nei ministeri e nelle deleghe.

Il significato politico attribuito ai nuovi ingressi va però oltre il ricambio dei nomi. L’obiettivo dichiarato è portare nell’azione pubblica sensibilità differenti, nuove idee e una maggiore capacità di intercettare le aspettative della società.

La composizione, da sola, non consente di misurare quanto profondo sia il rinnovamento generazionale. Saranno le responsabilità effettivamente esercitate e la capacità di incidere sulle decisioni a chiarire se il cambiamento dei profili corrisponderà anche a un cambiamento dei metodi.

La prova della giustizia sociale e territoriale

Il punto di arrivo dell’impianto programmatico è la dignità dei cittadini. La performance amministrativa viene presentata come un mezzo per ridurre le vulnerabilità, ampliare l’accesso alle opportunità e rafforzare la protezione sociale, non come un obiettivo autosufficiente.

A questa dimensione si lega l’equità territoriale: fare in modo che servizi e possibilità di sviluppo raggiungano tutte le regioni e le diverse componenti della popolazione. È il terreno sul quale la promessa di efficienza incontra quella di giustizia sociale.

La sfida della squadra di El Mansouri, nella lettura proposta dal documento, è dunque tenere insieme tre esigenze: una direzione politica riconoscibile, un’amministrazione capace di attuarla e benefici concretamente percepibili. Senza minimizzare le difficoltà né affidarsi alla promessa di soluzioni facili. È su questo passaggio, dall’organizzazione ai risultati, che si misurerà la portata del rinnovamento annunciato.

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Prosegue la protesta degli autotrasportatoti in Puglia e Calabria per il carocarburanti. Bus gratis a Reggio per 8 giorni

Il caro carburanti alimenta la protesta degli autotrasportatori e del mondo agricolo, con mobilitazioni in Calabria e nel Foggiano. Le manifestazioni denunciano l’aumento dei costi di gestione e chiedono interventi concreti per sostenere imprese e produttori, alle prese con difficoltà economiche sempre più pesanti.

In Calabria la protesta degli autotrasportatori prosegue da oltre 24 ore. Numerosi mezzi pesanti sono fermi lungo la Statale 18, nell’Alto Tirreno cosentino, con presìdi a Santa Maria del Cedro, Tortora e Guardia Piemontese, anche nell’area della rotatoria. La mobilitazione, avviata alla mezzanotte del 16 ottobre e annunciata fino al 20, potrebbe provocare rallentamenti nei tratti interessati. Al centro della contestazione ci sono il prezzo del gasolio e i costi di gestione, che secondo i manifestanti mettono a rischio la sostenibilità delle aziende di trasporto. Nel Foggiano, intanto, va avanti da lunedì 12 ottobre il presidio nei pressi del casello autostradale di Poggio Imperiale, lungo l’A14. In piazza agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori, uniti dalla protesta contro il costo del carburante e le difficoltà del comparto agricolo. I manifestanti stanno valutando anche la possibilità di portare la mobilitazione a Roma nei prossimi giorni.

“Stiamo pensando di recarci su Roma per farci sentire da chi governa davvero le nostre vite. Qui noi non ce la facciamo più”, ha dichiarato Rocco Romagnolo, rappresentante del comitato olivicoltori di Carpino. “Le aziende agricole sono al collasso”, ha aggiunto, invitando i politici a raggiungere il presidio per verificare direttamente le condizioni in cui operano i produttori. Alla manifestazione hanno partecipato numerosi sindaci del territorio e il presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, che ha chiesto un intervento delle istituzioni: “Roma deve fare la sua parte e anche la Regione”. Presenti anche studenti e il vescovo di San Severo, Giuseppe Mengoli, che ha espresso vicinanza a chi vive una situazione di difficoltà, sottolineando la necessità di ascoltare un disagio diffuso. A rappresentare la protesta anche un asinello, presentato ironicamente dal proprietario come il possibile “futuro mezzo di trasporto”, e un manifesto con la scritta “Stato assente” affisso su un trattore. Segni di una mobilitazione che, tra costi crescenti e richieste di sostegno, punta a portare all’attenzione nazionale le difficoltà di chi lavora nei campi e sulle strade.

Intanto il sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, risponde all’emergenza carburanti rendendo gratuito il trasporto pubblico urbano ed extraurbano per otto giorni. Da giorni, gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud Italia sono in protesta contro il caro carburante e per il sindaco di Forza Italia rendere gli autobus Atam gratuiti per poco più di una settimana rappresenta “un gesto concreto di attenzione verso la comunità”. Per Cannizzaro, “un sindaco può fare poco di fronte a una crisi che investe l’intero Paese, ma qualcosa può comunque fare”.

L’aumento dei prezzi pesa sui bilanci familiari e sulla libertà di movimento e il comune di Reggio Calabria “è il primo in assoluto in Italia ad adottare una misura di questo genere in un momento così delicato”, ha comunicato in una nota il Municipio. Il provvedimento punta a promuovere anche l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico per una mobilità più sostenibile, anche se in una regione come la Calabria il modo principale per spostarsi resta l’automobile, in alcuni casi anche l’unico possibile.

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“Non avevamo altra scelta che procedere con l’amputazione per salvargli la vita”: tre scoiattoli ritrovati con le code annodate, cos’è il rarissimo “Re degli scoiattoli”

Un groviglio inestricabile di peli, erba e foglie secche che lega indissolubilmente i corpi di tre animali, condannandoli a una morte certa in assenza di soccorsi. È il fenomeno naturale, documentato in pochissimi casi al mondo, noto come “Re degli scoiattoli” (squirrel king). Una condizione che si verifica all’interno del nido quando due o più cuccioli intrecciano accidentalmente le proprie code con i materiali circostanti. Crescendo, il nodo si stringe fino a bloccare gli esemplari in una trappola fisiologica. È quanto accaduto di recente nello stato dell’Indiana a tre giovani scoiattoli di 12 settimane, salvati da un intervento chirurgico estremo.

Gli animali sono stati notati da un passante e immediatamente trasferiti al centro di recupero per la fauna selvatica ReWilding Indiana. La situazione clinica delle appendici, ormai compromesse dalla necrosi e dalla tensione del nodo, non ha lasciato alternative all’équipe medica. Jennifer Hancock, direttrice del dipartimento di riabilitazione della struttura, ha confermato la gravità del quadro clinico: “A causa dei gravi danni subiti, è stato necessario amputare le loro code. Ne è rimasto solo un moncone di circa due centimetri e mezzo”.

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Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare

Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.

Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.

Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.

Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.

Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.

Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.

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Ucraina, Zelensky attacca Trump: “Lo stop alle sanzioni incoraggia Putin a continuare la guerra”

Zelensky contro gli Usa: “Allentare le sanzioni incoraggia Putin a continuare ad attaccare”

“In un momento in cui i russi hanno condotto un attacco tanto massiccio contro il nostro settore dell’energia, è stata purtroppo presa in America la decisione di ignorare completamente il Lindsey Graham Act, che avrebbe dovuto esercitare una pressione davvero efficace sulla Russia per porre fine a questa guerra. Avrebbe potuto aiutare enormemente, e può ancora farlo!”. Così in un post su X il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che accusa i russi per aver sferrato ieri “uno dei più grandi attacchi al settore dell’energia” in Ucraina e denuncia come la Russia stia “cercando di provocare un blackout in Ucraina, proprio prima dell’inverno”, come stia “cercando di lasciare milioni di nostri cittadini senza elettricità e senza riscaldamento”.

Servono pressioni, insiste. “Un blackout delle sanzioni Usa, allentare il pressing sull’aggressore, ricompense finanziarie per Putin, tutto questo lo incoraggia solo a continuare ad attaccare – afferma Zelensky – Dobbiamo continuare a cercare di porre fine alla guerra. Di porre fine al conflitto, non di dare a Putin ogni motivo per continuarla senza fine“.

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Caro gasolio, continua la protesta dei camionisti in Calabria: code sulla statale 534 e presìdi sulla 18

Continua la protesta degli autotrasportatori per il caro carburante. Una lunga coda si è formata a Sibari (Cosenza) sulla statale 534 che collega Reggio Calabria a Taranto. Numerosi camion restano fermi anche lungo la Statale 18, nell’Alto Tirreno cosentino, con presìdi a Santa Maria del Cedro, Tortora e Guardia Piemontese, dove i mezzi pesanti sono presenti anche nell’area della rotatoria.

La mobilitazione, scattata alla mezzanotte del 16 ottobre, continua senza interruzioni e coinvolge diverse località della regione. Gli autotrasportatori protestano contro l’aumento del prezzo del gasolio e dei costi di gestione delle imprese, chiedendo interventi concreti a sostegno del settore. I camion rimangono parcheggiati ai margini della carreggiata, con possibili rallentamenti alla circolazione nei tratti interessati dai presìdi. La protesta, promossa da associazioni e movimenti dell’autotrasporto, è stata annunciata fino al 20 ottobre. Al centro della mobilitazione anche le difficoltà economiche delle aziende di trasporto, alle prese con costi sempre più elevati che, secondo i manifestanti, mettono a rischio la sostenibilità delle attività.

Intanto il gasolio continua a rincarare e sfiora i 2,30 euro al litro sulla rete autostradale in modalità self service. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio prezzi del Mimit, il prezzo medio è salito a 2,296 euro, contro i 2,278 del giorno precedente. In autostrada la benzina si attesta invece a 2,050 euro al litro. Sulla rete stradale nazionale, il prezzo medio self service è di 2,257 euro al litro per il diesel e di 2,030 euro per la benzina. Nonostante gli sconti applicati da alcune compagnie e le misure di contenimento dei prezzi, il gasolio costa il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2025: 63,3 centesimi in più al litro. Un pieno sulla rete ordinaria pesa così 31,65 euro in più, mentre per la benzina il rincaro annuale è del 19,7%, pari a 16,70 euro a rifornimento.

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Matteo Salvini contro le banche: “Mazzolati? Profitti giganteschi con un tax rate al 19,2%, tagli e chiusure”

“Sorprendenti le parole del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che tirando in ballo addirittura la Costituzione lamenta che i banchieri siano economicamente ‘mazzolati’. I numeri, buon per loro, raccontano l’esatto contrario”. Matteo Salvini replica così al presidente della lobby delle banche che venerdì ha protestato contro l’ultima trovata del governo che intende inserire un manovra un prelievo di 5 miliardi a carico del sistema “finanziario”.

Salvini, quindi, fa i conti in tasca alle imprese bancarie: 25,5 miliardi di utili nel 2022, 40,6 nel 2023, 46,5 nel 2024 e 47,5 nel 2025. E quest’anno si prevedono profitti per oltre 50 miliardi di euro. Nel frattempo, tra il 2022 e il 2025, le banche hanno chiuso 2.510 sportelli e lasciato a casa 12.900 dipendenti – dice – Senza dimenticare che nel 2025 il loro tax rate effettivo è stato del 19,2%, una tassazione ben inferiore a quella di altre imprese. Profitti giganteschi che derivano soprattutto dagli interessi e dalle commissioni pagati da cittadini, famiglie e imprese. Chiedere un contributo di almeno 5 miliardi di euro a uno dei settori più ricchi e tutelati d’Italia sarà un intervento di assoluto buonsenso”.

Non la pensa così Patuelli. “Noi ci muoviamo in uno stato costituzionale di diritto e nella Costituzione non c’è scritto che alcuni debbono essere mazzolati”, aveva detto a caldo il presidente dell’Abi. Del resto la coperta è corta: dei 23,5 miliardi necessari per coprire la manovra, poco più di 10 sono indipendenti dalla clausola di salvaguardia europea per l’energia e la difesa. E così è più che probabile che molte delle misure ipotizzate siano tra loro alternative. La flat tax fino a 100mila euro a cui punta la Lega o il taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 50mila euro ambìto da Forza Italia e Fratelli d’Italia. Misure generalizzate o mirate, anche mini, in qualche caso, come sconti sui mezzi pubblici per gli studenti o il bonus sanitario per gli anziani. Le scelte, molto probabilmente, saranno chiuse la prossima settimana dalla maggioranza.

L’Associazione bancaria italiana però non ci sta a sostenere il maggior peso della manovra. “Non li pagano i banchieri con il cilindro della City”, ma investitori e risparmiatori ai quali “dobbiamo garantire che ci sia la certezza del diritto“, ha detto Patuelli facendo un riferimento alla Costituzione che non prevede che qualcuno debba essere mazzolato. C’è poi arrivo l’euro digitale, che per gli istituti rappresenterà un aumento dei costi. Dalla loro le banche hanno come sempre Forza Italia. Per Antonio Tajani, che batte sul tasto del confronto e dice che non esiste l’ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, serve prudenza e una scelta concordata con il settore perché quando si cominciano a mettere le tasse si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce.

“Per quanto riguarda le banche, io per principio sono contrario a tassare gli extra profitti perché non esistono gli extra profitti, né in diritto né in economia. È un conto dare un contributo, se ne può discutere, sono favorevole a un confronto anche con il sistema bancario. Non sono favorevole a un’aggressione violenta, anche verbale, nei confronti delle banche perché sono parte del nostro sistema economico”, ha detto il ministro degli Esteri parlando a margine del convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria a Capri .”Non dobbiamo spaventare i mercati e gli investitori”, ha aggiunto.

Il tema banche rimbalza anche nei commenti di Fratelli d’Italia, che rivendica che l’esecutivo Meloni è il “primo governo” a far pagare le banche, finora protette dai governi di sinistra. Non è d’accordo il deputato di Avs Nicola Fratoianni. Per lui quello del governo è “un balletto” che va avanti da anni e le misure sulle banche sono prestiti e anticipazioni ampiamente rimborsati. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dal canto suo parla di un intervento sostenibile per il quale ‘non morirà nessuno’. Per gli analisti di Intermonte, l’impatto della manovra “dovrebbe restare gestibile”: le ipotesi dalle quali si parte prevedono che circa il 30% del contributo 2027 derivi da maggiore tassazione, con un aumento di 2 punti percentuali dell’aliquota Irap o Ires e il restante 70% da misure di cassa e temporali, con un impatto medio del 2,7% sull’utile per azione 2027.

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“Avevo paura di vedermi nella serie sugli 883, di solito capita quando sei morto. Ho una foto con Luca Zaia quando faceva il pr in una discoteca negli anni dell’house music”: parla Johnson Righeira

“Mi avevano mandato un link con la password per vedere la puntata in anteprima, ma ci ho messo qualche giorno a decidermi. Avevo un po’ paura, un po’ di pudore“. Così Johnson Righeira, pseudonimo di Stefano Righi, descrive il proprio impatto con la seconda stagione della serie Sky dedicata agli 883, Nord Sud Ovest Est, in cui il suo personaggio è interpretato dall’attore Ruben Aprea.

Il cantautore torinese, 66 anni, ha raccontato al Corriere della Sera le proprie sensazioni nel vedersi rappresentato sul piccolo schermo: “Nella vita mi sono capitate cose abbastanza incredibili, ma mai e poi mai avrei immaginato di vedere una fiction con un attore che interpreta me. Anche perché di solito sono cose che capitano postume. E invece sono ancora in vita!”. La ricostruzione della fiction, seppur romanzata (come nel caso dei fratelli La Bionda, produttori milanesi presentati come torinesi, o delle tempistiche sull’ingresso del socio Michael), è stata valutata positivamente dall’artista, che l’ha ritenuta “sostanzialmente corretta” nello spirito.

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Case popolari, affitti, “palazzinari” e fondi immobiliari: ecco perché Roma non è Madrid

In Italia il caro affitti ha portato in piazza studenti e movimenti per il diritto all’abitare, ma senza raggiungere i numeri delle mobilitazioni spagnole. A Roma, fra le tende degli universitari e le proteste per Spin Time, le iniziative sono rimaste legate a singole vertenze. Nella capitale spagnola e in tutto il paese iberico, invece, il disagio abitativo è una rivendicazione nazionale. La differenza fra cosa accade nella a Roma e a Madrid affonda le radici nella struttura economica del mercato immobiliare e il rapporto tra movimenti, sindacati e partiti.

Roma contro Madrid: comprare casa costa meno in Spagna ma riuscirci è più facile in Italia

Il confronto tra Roma e Madrid aiuta a comprendere le differenze tra i due mercati immobiliari. Il prezzo di acquisto, tuttavia, non basta da solo a stabilire quanto una casa sia accessibile: occorre considerare anche il reddito delle famiglie, il costo dei finanziamenti e la disponibilità di abitazioni. Roma, in questo senso può offrire opportunità in alcune zone, soprattutto fuori dai quartieri più costosi. In Spagna invece tra la metà degli anni Novanta e il 2007 Madrid, come tutto il paese, ha vissuto una bolla immobiliare: 9,8 milioni di mutui per mille miliardi di euro e la costruzione di 6,5 milioni di abitazioni. Con la crisi finanziaria del 2008 arrivano pignoramenti e sfratti e l’accesso alla liquidità diventa complesso: tra il 2011 e il 2020, secondo la Banca di Spagna, la quota di proprietari tra le famiglie più giovani è scesa dal 69 al 36 per cento.

Fondi immobiliari e case popolari: le differenze tra Italia e Spagna

Case popolari, affitti, “palazzinari” e fondi immobiliari: ecco perché Roma non è Madrid

In Spagna i grandi investitori fiutano l’aria e acquisiscono un ruolo centrale. Nel 2012 lo Stato crea SAREB, ente che rileva dalle banche abitazioni e successivamente cede a fondi internazionali. Gli operatori accumulano così importanti portafogli immobiliari, soprattutto a Madrid.  In Italia, invece, soprattutto nella Capitale, i fondi non investono sul mattone, dunque il mercato degli affitti è meno finanziarizzato: secondo l’Agenzia delle Entrate, l’87 per cento delle 3,6 milioni di abitazioni locate appartiene a piccoli proprietari. Il restante 13% è dei cosiddetti “palazzinari” che investono o costruiscono immobili su territori dislocati fra i vari quartieri. Una vera e propria spartizione di cantieri e fatturati. Risultato: la  frammentazione rende meno immediato individuare un bersaglio comune per le proteste come invece è accaduto a Madrid.

Roma e la fascia grigia: case popolari, mutui, affitti e politica

Case popolari, affitti, “palazzinari” e fondi immobiliari: ecco perché Roma non è Madrid

A Roma l’edilizia pubblica e gli interventi locali hanno svolto una funzione di contenimento. Un equilibrio che oggi mostra però i suoi limiti: in un paese sostanzialmente fermo da 30 anni, è cresciuta la cosiddetta fascia grigia, composta da persone che lavorano senza riuscire a sostenere le spese per un mutuo o un affitto ma nel contempo non hanno i requisiti per accedere alle case popolari. Una comunità sempre più esposta ma che non polarizza  interlocutori nazionali come Podemos e Sumar. E poi c’è il fattore politico: i partiti si muovono con cautela perché il caro affitti colpisce soprattutto le grandi città, molte, Roma in primis, amministrate dal centrosinistra. Riassumendo: Madrid, dunque, In Spagna la crisi ha prodotto un fronte riconoscibile contro sfratti e grandi proprietari. In Italia il disagio è rimasto distribuito tra singole vertenze e risposte (anche politiche) diverse.

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Giorgetti al vertice Fmi: “Servono banche centrali indipendenti contro gli shock di energia”

Fmi, Giorgetti: “Banche centrali concentrate sull’inflazione e indipendenti per preservare la credibilità”

“Le banche centrali dovrebbero mantenere un orientamento fermamente incentrato sulla stabilità dei prezzi, in linea con i propri mandati, calibrando la politica monetaria in funzione delle specificità di ciascun paese e dell’evoluzione dei rischi. È necessaria vigilanza riguardo a possibili effetti di secondo impatto derivanti da shock nei prezzi dell’energia e delle materie prime, nonché ai rischi per le aspettative di inflazione. L’indipendenza delle banche centrali e una comunicazione chiara restano elementi essenziali per preservare la credibilità e mantenere le aspettative ben ancorate”. Lo afferma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nello statement a nome di Albania, Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Repubblica di San Marino, al comitato internazionale monetario e finanziario del Fmi che si svolge a Bankok.

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Hormuz, superpetroliera colpita da una mina: incendio a bordo. L’allarme dei Pasdaran

Iran, il Wsj: intelligence e addestramento agli Houthi per colpire l’Arabia Saudita

Una superpetroliera sarebbe stata investita dall’esplosione di una mina nello Stretto di Hormuz. La notizia è stata diffusa dai media iraniani, che citano informazioni dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran. A bordo della nave sarebbe divampato un incendio. Stando alle ricostruzioni, l’imbarcazione trasportava oltre due milioni di barili di greggio. Secondo i Pasdaran, avrebbe tentato di attraversare lo Stretto lungo una rotta non autorizzata, con il sostegno delle forze statunitensi. Al momento, tuttavia, non sono disponibili conferme indipendenti di questa versione.

Nuova segnalazione anche da parte di Ukmto (United Kingdom Maritime Trade Operations) per un episodio avvenuto al largo delle coste saudite. In un avviso pubblicato su X, l’organizzazione riferisce di aver ricevuto notizia di un “incidente” verificatosi ieri a 78 miglia nautiche a nord-est di Al Jubayl, in Arabia Saudita. Il comandante di una petroliera avrebbe segnalato un attacco condotto con “un Rpg”, lanciato da una “piccola” unità navale, che avrebbe provocato danni all’imbarcazione. L’equipaggio, secondo quanto riferito, è rimasto illeso.

Wsj: sostegno Iran per attacchi sofisticati Houthi contro Arabia Saudita

Nel frattempo, secondo il Wall Street Journal, che cita fonti a conoscenza di informazioni di intelligence saudite e yemenite, il sostegno dell’Iran ha aiutato gli Houthi dello Yemen, da anni accusati di ricevere appoggio dalla Repubblica islamica, a sferrare attacchi sofisticati – sinora i più potenti – contro l’Arabia Saudita e le forze yemenite alleate della monarchia del Golfo. Teheran avrebbe fornito informazioni di intelligence, indicazioni tattiche e addestramento.

“A livello operativo il legame è molto, molto forte“, ha dichiarato al quotidiano Danny Citrinowicz, ex responsabile della sezione Iran dell’intelligence israeliana. “L’Iran ha grande interesse nel successo degli Houthi. Danneggia l’Arabia Saudita, fa salire i prezzi del petrolio – ha osservato – Si tratta di un interesse strategico condiviso”. Citrinowicz ha quindi definito il rapporto una forma di “cooperazione strategica”.

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Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

Dalla PFM a Fabrizio De André, passando per David Byrne: il grande musicista torna con un album di inediti dopo 23 anni. E racconta perché il prog è morto, la musica va riscoperta e la nostalgia può diventare una trappola.

C’è chi a ottant’anni si gode la pensione, chi passa il tempo a raccontare quanto fosse bella la musica di una volta e chi, come Mauro Pagani, preferisce continuare a inventarsela. Ventitré anni dopo l’ultimo album di inediti, l’ex polistrumentista della Premiata Forneria Marconi torna con Tutto è già qui. Un titolo apparentemente definitivo per un musicista che, invece, non ha alcuna intenzione di mettere il punto.

Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

Violinista, compositore, produttore e instancabile esploratore di sonorità, Pagani ha attraversato mezzo secolo di musica italiana evitando di trasformarsi in un monumento a se stesso. Dalla PFM alle collaborazioni con Fabrizio De André, fino alle Officine Meccaniche, il suo studio milanese, ha sempre preferito la curiosità alla rendita di posizione.

Il progressive? Morto per overdose di virtuosismo

In una recente intervista, Pagani riserva una diagnosi impietosa al genere che contribuì a rendere celebre: il progressive si è suicidato per eccesso di note. Assoli interminabili, virtuosismi esasperati, libertà compositiva diventata ostentazione. Alla fine degli anni Settanta, mentre punk e new wave spazzavano via le cattedrali sonore del rock sinfonico, Pagani aveva già cambiato strada.

Nel 1978 pubblicava il suo primo album solista, gettando le basi di quell’esplorazione delle musiche del mondo che avrebbe trovato la consacrazione in Crêuza de mä, capolavoro realizzato a quattro mani con De André nel 1984.

Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

David Byrne, il Mediterraneo e il piacere di cercare

Proprio quell’album conquistò David Byrne, il leader dei Talking Heads, che lo indicò tra le opere musicali più straordinarie. Pagani ammette di averne ricavato una comprensibile soddisfazione, senza però trasformare il complimento in un lasciapassare per la vanità. Oggi guarda al Mediterraneo con amarezza, denunciando le tragedie dei migranti e la chiusura dell’Occidente. Ma continua a cercare bellezza, anche nelle nuove generazioni: nell’album compare Daniela Pes, ospite del brano Rotta Orientale.

«Il nuovo disco è un diario intimo ed essenziale, aperto al mondo – afferma Pagani – e scriverlo ha significato fare i conti con la mia storia, riscoprire la forza dei legami resistenti alle tempeste degli anni. Avevo il bisogno di narrare le mie umane vulnerabilità, il mio amore per la vita. Celebro il traguardo dei miei ottant’anni trasformando le canzoni in uno specchio dell’esistenza. Il mio bisogno di scavare nei sentimenti profondi dell’animo umano, esplorando la nostalgia, l’amore, l’amicizia e la fragilità del tempo. Non mancano i bilanci personali, ho scelto una narrazione trasparente che mette sullo stesso piano le vittorie e le sconfitte».

E mentre lo streaming riversa migliaia di canzoni ogni giorno, Pagani invita a recuperare il piacere di comprare dischi, leggere copertine e conoscere chi li ha realizzati. Niente nostalgia obbligatoria, dunque. Nei suoi archivi aspettano ancora decine di provini. Perché il passato può essere magnifico, ma trasformarlo nell’unico posto in cui abitare è il modo migliore per smettere di fare musica.

Foto di Chiara Mirelli

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“Siamo qui per vincere”: Verstappen contro Valentino Rossi, debutto movimentato in GT3. Max provoca un incidente dopo tre minuti, il Dottore perde tutti i tempi in qualifica e finisce ultimo

Un testacoda dopo appena tre minuti di pista, gesti di stizza nell’abitacolo e una qualifica vissuta sul filo delle penalità. L’esordio di Max Verstappen nel campionato GT3 sul circuito portoghese di Portimao si è aperto all’insegna dello scontro diretto in pista e del duello a distanza con un’altra leggenda dei motori: Valentino Rossi. Al volante della Mercedes-AMG schierata dal suo stesso team, il quattro volte campione del mondo di Formula 1 ha inaugurato il fine settimana innescando subito una collisione, prima di concentrarsi sulla caccia al cronometro contro la BMW dell’ex iridato della MotoGP.

Il primo colpo di scena si è consumato all’inizio della sessione. Tentando un sorpasso all’interno della curva 3, Verstappen ha colpito l’Audi di Ezequiel Perez Companc, mandando la vettura dell’avversario in testacoda. Una manovra seguita dalle plateali proteste dell’olandese, che ha gesticolato infastidito all’indirizzo del rivale, reo a suo dire di aver chiuso la traiettoria senza guardare gli specchietti.

La direzione di gara ha tuttavia ribaltato la prospettiva del pilota Red Bull, giudicandolo unico responsabile per un impatto ritenuto evitabile. Nel comunicato ufficiale dei commissari sportivi si legge la motivazione tecnica: “Il conducente dell’auto numero 3 ha spiegato che stava tentando un sorpasso, aspettandosi che l’auto numero 25 rimanesse all’esterno. È rimasto sorpreso quando questa ha svoltato verso l’interno“.

A salvare Verstappen da penalità di tempo o arretramenti sullo schieramento sono state due attenuanti: l’incidente è avvenuto nei primissimi giri e la presenza di un gruppo compatto di macchine davanti all’Audi ne ha fisicamente condizionato la linea. La sanzione si è quindi limitata a un richiamo e all’assegnazione di un solo punto di avvertimento sulla licenza per comportamento scorretto.

Max Verstappen has received a REPRIMAND at Portimão! ????

The Dutchman was found responsible for contact with the #25 Audi at Turn 3 during FP1, sending Ezequiel Pérez Companc into a spin.

Stewards issued a reprimand and one behavior warning point, taking the heavy traffic into account. https://t.co/PqWMU1mq6w

— Everything Formula (@evrythngformu1a) October 16, 2026

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“Ci estingueremo, si salverà solo la ‘famiglia del bosco’”: l’amara ironia di Crozza sull’intelligenza artificiale

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza presenta il suo “Frigorifero Crozzas” a prova di hacker, per poi parlare dell’avanzata dei data center e dei consumi dell’intelligenza artificiale fino ad arrivare all’intesa tra Trump e Putin sul gasolio, con l’Europa a guardare.

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“La cronaca nera? A rimetterci sono i morti in vita. Garlasco il giallo perfetto, sia Stasi che Sempio potrebbero essere innocenti e il caso rimarrebbe irrisolto”: così Carlo Lucarelli

“Vedo un’eccessiva spettacolarizzazione che potrebbe logorare l’interesse del pubblico. I tempi lunghi sono suicidi per il true crime perché il pubblico si aspetta una verità finale in tempi ragionevolmente brevi come nei romanzi gialli dove c’è un Poirot che riunisce tutti in salotto, indica l’assassino e quello confessa. Qui ci vorranno anni per avere peraltro una verità solo giudiziaria”.

Così Carlo Lucarelli, scrittore e narratore storico della cronaca nera italiana, inquadra le dinamiche del caso Garlasco in un’intervista al Corriere della Sera. Un delitto che, sebbene tragicamente reale, possiede secondo l’autore elementi prettamente letterari: “I protagonisti del romanzo giallo ci sono tutti: Stasi il biondino dagli occhi di ghiaccio, Sempio il torbido, Lovati l’imprevedibile, personaggio straordinario”.

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“Non mi calcola nessuno, a Capodanno quando faccio il trenino sono l’unico vagone”: la solitudine di Crozza-Calenda

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza veste i panni di Carlo Calenda e ribadisce di voler correre da solo e non allearsi con nessuno, tra una telefonata e l’altra del pubblico, chiude cantando la sua solitudine.

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“Ecco la prima auto volante, può sfrecciare come un razzo”: l’annuncio choc di Elon Musk e la dimostrazione delle acrobazie in aria della Tesla Roadster – VIDEO

Pensavate che le auto volanti fossero solo fantascienza? E invece eccoci qua. Dopo nove anni di rinvii e promesse disattese, Elon Musk ha deciso di forzare il confine ingegneristico che separa il settore automobilistico da quello aerospaziale. Durante un evento organizzato nella notte italiana presso il centro di collaudo di SpaceX a McGregor, in Texas, il magnate ha svelato la seconda generazione della sportiva Tesla Roadster. “In sostanza, può volare come un razzo”, ha dichiarato il miliardario presentando la vettura come il frutto della collaborazione tra “la miglior Casa automobilistica e la miglior compagnia di razzi spaziali”.

Per supportare le affermazioni, Musk ha allestito un’esibizione dal vivo, eseguita dalla vettura in modalità autonoma per rigorose ragioni di sicurezza. Equipaggiata con dieci micro-razzi a gas freddo sviluppati con SpaceX, la Roadster è salita su una rampa curva, ha spiccato il volo, ha saltato cinque veicoli parcheggiati eseguendo una piroetta a mezz’aria, per poi atterrare in modo controllato.

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Crozza-Bersani vuole il centrosinistra unito: “Perché la finocchiona non la fai mica col maiale omosessuale”

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza torna a vestire i panni di Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd si lancia in un accorato appello all’unità tra Schlein e Conte per costruire un’alternativa di sinistra. Ma tra un monito sul caro-affitti per gli studenti e l’incubo di “Vannacci al Quirinale”, non manca una stoccata a Matteo Renzi, definito un vero e proprio “Attila” della politica.

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Papa Leone XIV sarà dimesso oggi pomeriggio. Domenica reciterà l’Angelus dal Palazzo apostolico

Per i medici del Gemelli, il Papa è “idoneo” alle dimissioni. Leone XIV reciterà domani l‘Angelus dal Palazzo apostolico. Il dottor Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora, in merito al decorso post operatorio del pontefice, comunicano che “in considerazione degli esami del sangue, del controllo radiologico del torace eseguiti questa mattina e valutato il quadro clinico il Santo Padre è stato giudicato idoneo alla dimissione”. Il pontefice celebrerà anche oggi una messa al decimo piano dell’ospedale Gemelli. La funzione sarà alle 12, prima delle dimissioni previste nel primo pomeriggio. Non saranno necessari presidi medici in Vaticano come informa la Sala stampa.

Che Prevost fosse in recupero dopo l’intervento per un adenocarcinoma al polmone, annunciato solo domenica scorsa ai fedeli, lo si era capito sin dal primo bollettino. Già il giorno dopo aveva concelebrato la messa all’interno della cappella dell’ospedale che viene chiamato “Terzo Gemelli” ed era stata annunciata la ripresa al lavoro. Non solo venerdì la notizia che era è tornato nel pieno del lavoro con una telefonata al presidente russo Vladimir Putin al quale ha chiesto una tregua per la cittadina di Oleshky sotto assedio, incassando l’apertura del presidente russo. I due si erano già sentiti a giugno dello scorso anno, il Papa ha più volte offerto la Santa Sede per eventuali negoziati e recentemente ha inviato a Mosca due suoi alti collaboratori.

Nel frattempo il Vaticano aveva diffuso le prime sue foto dopo l’intervento, dove appare in forma, confermando che il decorso post-operatorio procede bene e tra una fisioterapia e l’altra, lavora. Prevost è apparso all’equipe medica ligio alle indicazioni mediche e dovrà seguire i consigli di chi lo ha preso in cura. Proseguono anche i preparativi per il viaggio in Sudamerica: è uscita la lista dei giornalisti ammessi al volo. Non è una conferma ufficiale ma comunque indirettamente si ribadisce che il Papa vuole andare.

Il viaggio apostolico è previsto dal 6 al 17 novembre in Uruguay, Argentina e Perù. Dodici giorni di trasferta, numerosi spostamenti aerei e oltre quaranta appuntamenti tra incontri e discorsi rappresentano un impegno significativo per un Pontefice appena sottoposto a un intervento chirurgico. A rendere più complesso il programma è soprattutto la tappa peruviana a Cusco, città situata a oltre tremila metri di altitudine. Per affrontare un’agenda di questa portata serviranno una valutazione attenta delle condizioni respiratorie e una verifica dei tempi effettivi di recupero. Ora tutto dipenderà solo dalle indicazioni dei medici. Ma il ritorno in Vaticano sembra un primo importante passo.

Davanti al Policlinico Gemelli continua la preghiera e l’affetto dei fedeli. Un gruppo di sacerdoti latinoamericani si è riunito in cerchio attorno alla statua di Giovanni Paolo II, all’ingresso dell’ospedale. Davanti all’ingresso dell’ospedale, i segni di vicinanza sono tanti. C’è un cartello con la sua fotografia e la scritta ‘Viva il Papa’, insieme ai disegni e ai messaggi dei bambini ricoverati nel reparto di Oncologia. “Papa, ti aspettiamo. Quando starai meglio, vieni da noi bambini”, scrivono i piccoli pazienti. Un altro messaggio arriva dai bambini del Municipio XIII di Roma: “Santità, sei il polmone della Chiesa e con Lei respiriamo la stessa fede. Le auguro una pronta guarigione”.

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Daniele Tavoni, le liti per i soldi e il legame con la madre: chi è del 54enne fermato per il duplice omicidio di Mirandola

Daniele Tavoni – l’uomo fermato per duplice omicidio della madre e del suo compagno – viveva nella piccola casa accanto a quella della madre, in via Imperiale, nella zona industriale di Mirandola (Modena). Cinquantaquattro anni, lavori saltuari, una separazione alle spalle e un figlio oggi trentenne. Una vita rimasta a lungo legata a quella di Vincenza Giannini, 74 anni, che secondo chi la conosceva aveva continuato a sostenerlo nonostante le preoccupazioni e i contrasti. Le indagini sono ancora in una fase preliminare e il movente non è stato chiarito.

A delineare il profilo di Tavoni sono soprattutto i racconti di chi frequentava la famiglia. Una situazione difficile, segnata dalla mancanza di un’occupazione stabile e dalle richieste di denaro che, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, avrebbero alimentato frequenti discussioni. Tavoni avrebbe lavorato per periodi brevi, anche al Comune e al Tribunale di Modena, per poi tornare a casa. La madre, racconta un’amica, era preoccupata perché lui non sembrava impegnarsi nella ricerca di un lavoro. Con lui

La collega e amica stretta di Vincenza aveva condiviso con lei oltre trent’anni di lavoro nel distretto biomedicale e ricorda una donna che aveva dedicato molto al figlio e che parlava spesso delle difficoltà familiari. “Vincenza lo ha sempre fatto contento, ma le discussioni erano tante”, racconta. E ancora: “Le discussioni in famiglia c’erano spesso e sempre e solo per lui, che chiedeva di continuo soldi, sigarette senza guadagnare nulla”. Vincenza e Pietro si erano sposati entrambi in seconde nozze. Lui aveva un figlio, Stefano; lei Daniele. La donna, ricorda l’amica, era una grande lavoratrice, mentre Casari, anche dopo la pensione, continuava a lavorare durante l’estate a Senigallia come manutentore di macchinari per le industrie conserviere. Una coppia descritta come affiatata, legata da un rapporto che sembrava solido nonostante le tensioni legate alla situazione del figlio.

Nel passato di Tavoni c’è anche un percorso nei servizi di salute mentale, intrapreso anni fa e poi interrotto. Secondo le informazioni emerse, era stato seguito dal centro nel 2018; gli elementi investigativi riportano inoltre un ultimo accesso nel 2019. Non risultava in cura al momento dei fatti. La sindaca di Mirandola, Letizia Budri, ha riferito che al Comune non erano mai arrivate segnalazioni che richiedessero approfondimenti. Un dato che, da solo, non permette di stabilire alcun legame tra quel percorso e il delitto.

La sera della scoperta, mentre gli investigatori entravano nell’abitazione dei coniugi, Tavoni si trovava all’esterno. È lì che la polizia lo ha visto, in uno stato descritto come confuso, senza che rispondesse alle domande. Nella casa adiacente, dove viveva, gli agenti hanno trovato coltelli con tracce di sangue, indicate dalla procura come “evidentissime e copiose”. Nell’altra abitazione, i corpi dei due anziani erano a terra, legati e decapitati; le teste erano state collocate in bacinelle.

A far scattare l’allarme era stata una vicina, insospettita dall’assenza della coppia. Anche l’amica aveva provato a contattare Vincenza dopo aver saputo la notizia: “Le ho mandato un vocale su whatsapp chiedendole, quando sentiva il messaggio, di richiamarmi. Ma il messaggio non è mai arrivato“.

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Un punto di vista diverso in Europa, quello di un popolo senza terra. Il racconto di Chiapello

“Costruiamo un futuro diverso”: questo è stato il titolo del 34° convegno internazionale dell’AIZO Rom e Sinti, associazione fondata e presieduta dalla sociologa Carla Osella che da 55 anni si occupa di quella che la stessa Commissione Europea riconosce essere la più numerosa minoranza etnica in Europa considerando che la popolazione romanì è stimata tra gli 11 e i 12 milioni di persone con un po’ più di 6 milioni nell’Unione Europea, cittadini per lo più residenti nell’area balcanica.

In Italia si parla di 150/180 mila Rom, Sinti, Camminanti, di questi nei campi, destinati a chiusura per indicazione dell’Ue secondo i numeri dell’Unar, ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ne rimangono 12 mila, in forte calo dal 2015: si tratta di un popolo che nel complesso supererebbe numericamente altri popoli europei ma rimane il più colpito da pregiudizi che assumono la forma dell’antizingarismo.

All’importante convegno di Torino, del 2 ottobre, aperto con l’inno “Gelem Gelem” suonato dalla violinista, oltre che artista e operatrice sociale, Rebeca Devora Covaciu, centrali sono stati i problemi e le loro evoluzioni che Carla Osella dal 1971 affronta da quando andò a vivere con una famiglia di Sinti piemontesi ed iniziò un cammino, quello che durante l’intervista alla giornalista Maria Teresa Maetinengo è stato definito un sogno che diventa storia.

Nei saluti gli assessori del Comune Torinese, che ha patrocinato l’evento, Jacopo Rosatelli e Francesco Tresso, tra l’altro quest’ultimo obiettore AIZO in gioventù, hanno indicato parole utili sia per la popria esperienza personale che istituzionale, come “schierarsi” da parte dei vulnerabili, “diversità” da accogliere, “cittadinanza” i cui problemi diventano enormi, “ostacoli” da rimuovere a cui sono dedicati i servizi municipali contro marginalità ed emergenze.

Una delle grandi questioni l’ha toccata nel suo intervento la professoressa Marianna Filandri, sociologa, Università degli Studi di Torino, ossia il valore della casa: occorre focalizzare il fatto che la questione del “tetto” è legata al benessere generale e in realtà nessun Paese europeo l’ha risolta, emergendo i problemi legati al reddito e al sovraffolamento, cioè le case col calo demografico ci sarebbero ma ne è difficile l’accesso a quelle che siano adeguate e a prezzi sostenibili per cui diventa rilevante l’intervento pubblico per calmierare.

Tra le altre cose la professoressa ha sottolineato l’importanza della scelta politica, perché non è irrilevante l’approccio diverso secondo l’assessorato o il ministero sotto cui la casa viene messa, affari sociali o lavori pubblici, differenza che aiuta o meno a focalizzarsi su quelle disuguaglianze su cui l’AIZO ha lavorato, come affermato nella presentazione al convegno dal presidente della sezione trentina Gian Luca Magagni, anche per sostenere il successo personale di coloro a cui si è stati accanto come stile e metodo.

Il direttore UNAR Mattia Peradotto ha descritto il lavoro dell’ufficio nazionale tra progetti e piattafome rinnovati e nuovi, partendo dal collegamento con Agenda 2030 sulla sostenibilità, collegato alla riduzione della disuguaglianza, che non può prescindere dal dialogo con gli enti locali insito nella Strategia 2021/2030: ha sottolineato come l’antizingarismo sia un elemento molto trasversale con la percezione delle comunità dei Rom e Sinti così insufficiente da portare a dinamiche di esclusione nei diversi settori della vita comunitaria.

Lo sguardo deve essere complessivo non potendo essere utili dei microservizi, con gli enti che si occupano dei diversi aspetti, dal sanitario, allo scolastico, fino ai comuni che devono operare delle prese in carico che siano efficaci: su questo punto Osella ha parlato di necessario dialogo tra istituzioni e realtà come l’associazione nazionale che presiede che in anni passati fu anche protagonista nella redazione delle prime leggi regionali sui campi sosta per arrivare alle questioni di oggi come quella della apolidia, affrontata dal direttore che ha indicato l’impegno per superare tale tema con 2500 apolidi tracciati attraverso una iniziativa puntuale per avviare percorsi di inclusione che non possono prescindere dal lavoro e dal dialogo tra l’UNAR e le Regioni che hanno in capo le politiche lavorative.

Tutto ciò basta? No, il contrasto all’antizingarismo può farsi solo se si recupera l’elemento del racconto e del raccordo delle comunità romanì nel contesto europeo, dunque centrale è quel tema culturale che Peradotto indica e i convegni internazionali AIZO rappresentano.

Quest’anno la dimensione europea è stata garantita dalla presenza spagnola, svedese e tedesca, che, presentando le rispettive esperienze, ponendole all’attenzione di un salone gremito ed attento composto di esperti, esponenti di associazioni e istituzioni, giovani Rom e Sinti, ha permesso paragoni, approfondimenti e quella visione complessiva che proprio AIZO ha fin dalle origini, con la sua adesione al World Roma Organization e all’I.R.U. International Romani Union, e che è fondamentale come banco di prova per quel processo democratico innescato ad Helsinky da Aldo Moro per la stessa Unione Europea: sono state ascoltate dunque le esponenti dell’Associazione Fakali della Spagna, Paese dove la cultura gitana ha influenzato ad esempio la musica, associazione che è partita riguardando la salute delle donne, che oggi esprime la vice presidente della realtà consultiva creata dal governo.

L’esperienza in Svezia l’ha portata Marcela Kovacsova che ha creato un’associazione per informare e insegnare e rivendicare diritti in un Paese dove l’integrazione è significativa ma non mancano diseguaglianze che portano ad avere, come Rom, successo fino ad un certo punto, mentre Jasna Kosanovic, dalla Germania, ha parlato in particolare della sua attività di scrittrice che fa memoria del genocidio dei Rom e Sinti nei campi di sterminio nazisti.

La presentazione, in dialogo con la consigliera regionale piemontese Gianna Pentenero, di un progetto di villaggio di 10 casette ripetibile, che prende atto del desiderio di molte famiglie allargate di voler vivere insieme, da parte dell’architetto Dario Guazzo, creato con AIZO, ha permesso di affrontare il tema della sicurezza fuori dalla mera emergenza e legandolo alla qualità della vita incrociando una sempre più necessaria solidarietà istituzionale orizzontale e verticale. In ultimo la lettura da parte di Naomi, giovane Rom di Torino, della lettera ai docenti “Guardatemi come tutti gli altri: la scuola che vorrei” con una esplicita richiesta di pari opportunità e la tavola rotonda “dalle esperienze alle prospettive: risultati conseguiti e sfide ancora aperte” che ha fatto confrontare dirigenti pubblici, esponenti associativi e mediatori culturali, non hanno chiuso il convegno ma idealmente rilanciato verso la dimensione quotidiana collaborazioni e azioni per il futuro.

L’onore di moderare questa intensa giornata mi porta ad una riflessione conclusiva: accanto alla conservazione dell’umanità grazie a Carla, che ha avuto, sostenuta dalla sua fede, come progetto di vita quello di “esserci” accanto al più escluso dei popoli per cui c’è da lottare ancora oggi per i diritti fondamentali come poter avere documenti in regola, si pone la sfida di far sventolare la bandiera romanì tra quelle europee soprattutto come simbolo non legato al solito pacifismo militante o all’esasperato e ottuso nazionalismo, che non è amor di Patria, bensì educante alla pace da parte di quelli che furono un tempo figli del vento, che non hanno mai fatto una guerra: come hanno cantato Tozzi e Raf  “i sogni sanno attraversare ogni confine…”.

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“Come sta davvero Re Carlo? Ha dato forfait all’ultimo momento ad un evento importante, chissà se le cure per il cancro gli consentiranno di partire con Camilla per il viaggio nei Caraibi”

Nonostante il disperato tentativo di re Carlo III di sfoggiare serenità e mostrarsi sorridente, le preoccupazioni per il suo effettivo stato di salute non si placano. A rinfocolarle, proprio in questi giorni, è stata l’improvvisa assenza del sovrano che ha dato forfait ad un evento, lasciando la sua sedia nel palco reale, vuota. In Inghilterra si sta celebrando il centesimo anniversario della Royal Ballet School, una istituzione che vede nel re un patron attento e sempre presente; tranne questa volta, quando, per giunta, ricorre un appuntamento importante come quello del centenario.

Page Six, ha sottolineato come questa defezione abbia riacceso i rumors sull’effettivo stato di salute del re la cui agenda non lascia spazio all’improvvisazione.
Gli impegni dei membri attivi della famiglia reale sono programmati con dovizia di dettagli con mesi, anche anni, di anticipo e un forfait dell’ultimo minuto, considerando la malattia che ha colpito il sovrano e dalla quale non ha mai dichiarato di essere guarito, fa molto rumore. In realtà, secondo alcuni insider, questo non sarebbe effettivamente un caso isolato, ma di solito, Camilla o i principi del Galles sostituiscono il re lasciando che nessuno sollevi dubbi sulle vere ragioni del cambio, in corso d’opera. Questa volta, però, neanche la presenza della figlia della principessa Margaret, Sarah Chatto, ha potuto nascondere il fatto che sia mancato proprio il patron di un’istituzione centenaria che aspettava solo lui per dare il via alle sue celebrazioni. Non più tardi di giovedì 15 ottobre, poi, il monarca aveva partecipato ai lavori di apertura ufficiale del Senned del Galles, recandosi a Cardiff insieme a Camilla dove, ad accoglierli, oltre alle autorità, si era raggruppata anche una piccola folla di contestatori pro-repubblica, che ha salutato il loro ingresso nel palazzo con fischi e urla: “Non è il mio re”.

Come se non bastasse, Carlo e Camilla, il 27 di ottobre dovrebbero partire per un viaggio nelle ex colonie, per una visita nei paesi del Commonwealth, in particolare Guyana, Bahamas e Antigua. La loro presenza in quelle isole caraibiche è quanto mai necessaria perchè, anche lì, le spinte indipendentiste e la voglia di repubblica si stanno facendo sempre più forti. Molti paesi che ancora riconoscono nel re il loro Capo dello Stato, hanno taciuto e sopportato questa condizione finché Elisabetta II era ancora al mondo, ma il rispetto per l’anziana sovrana non si è automaticamente trasferito sul figlio e la sua presenza in loco si propone proprio di riguadagnare crediti e fiducia.

Ma come potrà affrontare un viaggio così lungo e pesante, dopo essere stato a Washington e alle Bermuda in maggio e con il cancro, che gli è stato diagnosticato nel 2024, mai debellato? Buckingham Palace, di fronte a questi tipo di cambi di programma non si fa certo cogliere impreparato e le “truppe” di reali, sebbene dimezzate dalla spending review del sovrano, sono sempre pronte a partire in sua vece. Di più, oggi il parterre di Royals sempre in prima fila, vanta anche la presenza dei duchi del Sussex che, dopo il ritorno in Inghilterra, hanno già cominciato a condurre i loro impegni pubblici in salsa “simil-reale” dimostrando di essere sul pezzo, abili e “arruolabili”.

Il recente viaggio a Nottingham, esattamente lì, da dove avevano cominciato prima di lasciare la corona, ha dimostrato che Harry e Meghan sono capaci e hanno tutta l’intenzione di condurre i loro impegni come se fossero ancora reali a pieno titolo. Un messaggio forte per i principi del Galles che avevano sperato di cavarsela mettendo la famiglia davanti a tutto e limitando così all’indispensabile il loro lavoro. Visti i tempi e date le condizioni, William e Kate dovranno saldare le fila e pedalare perchè la corona ha bisogno anche di loro.

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“L’amico di Liam Payne è stato scagionato da ogni responsabilità penale, e le autorità argentine stanno prendendo tempo”: ecco perché potrebbe non esserci alcun processo per la morte dell’ex One Direction

A due anni dalla morte di Liam Payne sono ancora tante le domande circa le ultime ore di vita dell’ex One Direction nell’hotel di Buenos Aires, e i continui ritardi che l’inchiesta nel Regno Unito subisce non aiutano di certo a sciogliere i numerosi nodi. Come si legge sul “The Sun”, però, un colpo di scena smuove le acque: Rogelio “Roger” Nores, amico di Payne e già accusato di omicidio colposo, è stato ufficialmente scagionato da ogni responsabilità penale, così come sono stati prosciolti due dipendenti dell’hotel dove è avvenuta la tragedia. Restano invece in attesa di conoscere la propria sorte altri due imputati accusati di aver venduto cocaina all’artista. Al tempo stesso fonti vicine al caso fanno sapere che è improbabile che si arrivi a un vero e proprio processo per la morte della popstar.

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Carburanti, i dati Mimit: benzina self a 2,03 euro al litro, gasolio a 2,25 euro

Benzina e diesel oltre i 2 euro al litro: stangata carburanti in strada e autostrada 

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, in data odierna – sabato 17 ottobre 2026 – il prezzo medio dei carburanti in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,030 euro/l per la benzina e 2,257 euro/l per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,050 euro/l per la benzina e 2,296 euro/l per il gasolio.

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Ferrari Hypersail, la rivoluzione di Maranello: la barca che vola sul mare

Scafo verniciato, appendici e Flight Control: Ferrari Hypersail entra nella fase finale della costruzione e svela le sue tecnologie.

Ferrari Hypersail si avvicina a una nuova tappa del suo sviluppo. Il monoscafo volante da 100 piedi, progettato per affrontare gli oceani, ha completato la verniciatura dello scafo e la posa della livrea. Con le appendici già presenti in cantiere, il programma entra nella fase conclusiva della costruzione e prepara il passaggio alle successive attività operative. Non è soltanto una sfida velica: è un laboratorio in cui Ferrari trasferisce in mare competenze maturate nelle sportive di Maranello, dai materiali compositi all’elettronica di controllo.

Il cuore dell’innovazione è l’integrazione fra foil, chiglia e timone e un sistema elettronico chiamato Flight Control. La loro azione coordinata permette di generare portanza, regolare l’assetto e gestire le continue variazioni dovute a vento e onde. L’obiettivo è fare navigare la barca in modalità volante, con lo scafo sollevato dall’acqua per ridurre la resistenza e ricercare prestazioni elevate.

Foil, chiglia e timone: come funziona il volo sull’acqua

Le appendici immerse non sono semplici accessori, ma superfici fondamentali per l’equilibrio dell’imbarcazione. I foil laterali agiscono come ali: sviluppano la spinta verso l’alto che solleva lo scafo e diminuisce l’attrito con l’acqua. La forma e la regolazione di questi componenti sono quindi decisive per conservare velocità, stabilità ed efficienza anche quando il mare cambia.

Una delle particolarità di Ferrari Hypersail riguarda la chiglia con foil integrato, dotato di una parte mobile, il flap. Questa soluzione crea un ulteriore punto di appoggio per il volo e contribuisce al controllo dell’assetto. Anche il timone assume un ruolo più evoluto rispetto alla sola direzione: una piccola ala mobile sulla sua sezione verticale esegue microcorrezioni continue, utili a mantenere la rotta e a bilanciare le forze in gioco.

Flight Control: l’elettronica Ferrari governa l’assetto

Il Flight Control Ferrari è la centrale di gestione automatizzata della navigazione in assetto volante. Nasce dall’esperienza del Cavallino nei sistemi elettronici e nel controllo dinamico delle automobili sportive, adattata a uno scenario in cui cambiano rapidamente le condizioni ambientali. Il software interpreta in tempo reale vento, onde, velocità e inclinazione, calcolando gli interventi necessari per mantenere il comportamento della barca sotto controllo.

L’architettura segue tre passaggi: una rete di sensori rileva il movimento dello scafo e le condizioni del mare; il computer di bordo elabora le informazioni e determina le correzioni; gli attuatori meccanici regolano l’inclinazione dei foil e delle altre appendici. Il sistema lavora quindi attraverso aggiustamenti continui, con l’obiettivo di migliorare la stabilità senza sostituirsi alle decisioni dell’equipaggio.

I velisti rimangono infatti responsabili della conduzione, dell’interpretazione meteorologica e delle scelte tattiche. L’automazione si occupa delle regolazioni ripetitive e ad alta frequenza, lasciando agli uomini a bordo maggiore attenzione per strategia e prestazioni. È il punto d’incontro fra intelligenza elettronica e capacità umana.

Fibra di carbonio e titanio per resistere alle sollecitazioni

Per consentire il volo non basta un sistema di controllo rapido: occorre una struttura capace di reagire con precisione ai comandi. Lo scafo è costruito con molteplici strati di fibra di carbonio, scelti per combinare leggerezza e rigidità. Limitare le deformazioni sotto i carichi del mare permette alle appendici di lavorare secondo le regolazioni richieste dal Flight Control.

Nelle zone più sollecitate, come i bracci dei foil e il carrello della randa, il progetto impiega componenti dalla costruzione a sandwich in carbonio e titanio. La combinazione di materiali richiama l’approccio ingegneristico delle sportive Ferrari, nel quale il contenimento del peso deve convivere con una resistenza strutturale elevata. La scelta dei materiali diventa così parte integrante della gestione del volo e non soltanto una questione costruttiva.

Oltre 20 brevetti: da Maranello arrivano nuove soluzioni

Il programma Ferrari Hypersail ha già prodotto oltre 20 brevetti, secondo quanto comunicato dalla Casa. Tra le tecnologie annunciate figurano il Winch by Wire, le turbine eoliche a range esteso e un sistema elettrico MV/HV per integrare fonti rinnovabili, presentati insieme al concetto di autosufficienza energetica. Sul fronte velico si aggiungono un albero maestro orientabile provvisto di piccole alule e una randa double skin, studiati per affinare la gestione delle vele.

Il legame con il mondo automotive emerge anche nell’uso di simulazioni digitali, calcoli dei flussi aerodinamici e algoritmi di stabilità. Una barca volante e una vettura ad alte prestazioni condividono l’esigenza di controllare forze complesse, ridurre le perdite e reagire rapidamente alle variazioni di assetto. Le prove e i dati raccolti in mare potranno inoltre arricchire i metodi di sviluppo e i modelli di calcolo impiegati da Ferrari.

Con lo scafo ormai verniciato e le appendici pronte per le prossime lavorazioni, la sfida si sposta progressivamente dalla progettazione alla verifica dei sistemi. Ferrari Hypersail rappresenta un banco di prova per soluzioni che uniscono vela oceanica, aerodinamica ed elettronica avanzata: la vera novità non è soltanto sollevare una barca sull’acqua, ma riuscire a controllarne il volo in modo preciso e continuo.

Ferrari Hypersail, la rivoluzione di Maranello: la barca che vola sul mare
Ferrari Hypersail, la rivoluzione di Maranello: la barca che vola sul mare
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Meneguzzi lancia le Fourteen: quattro adolescenti alla conquista del pop. L’Italia sogna la sua Corea – VIDEO

Età media 14 anni, oltre 5mila aspiranti popstar ai casting e un investimento milionario. Warner Music e Rai scommettono sulla prima grande operazione italiana ispirata al K-pop. Dietro il progetto Paolo Meneguzzi, che da idolo dei Duemila si reinventa fabbricante di stelle.

La Corea del Sud ha conquistato il pianeta a colpi di coreografie perfette, ritornelli irresistibili e milioni di adolescenti in adorazione. Adesso l’Italia prova a rispondere. E per farlo tira fuori dal cilindro un nome che i nostalgici degli anni Duemila conoscono bene: Paolo Meneguzzi. Il cantante di Verofalso e Non capiva che l’amavo cambia mestiere, o quasi. Da protagonista delle classifiche diventa il regista di Fourteen, una girlband costruita sul modello dei fenomeni coreani BTS e Blackpink, ma con passaporto decisamente più europeo.

Quattro ragazze, età media appena 14 anni, e un’ambizione che non conosce mezze misure: creare un marchio musicale capace di conquistare pubblico, televisione e piattaforme digitali.

Cinquemila candidate, quattro prescelte e milioni sul tavolo

Le protagoniste sono Viola Scalzo, tredicenne di Biella; Sofia Di Giamberardino, quattordicenne romana che si presenta come Deegee; Cahaya Lovisa Kabuhung, quattordicenne di Barcellona con origini svedesi e indonesiane; e Sofia Peleggi, quindicenne romana in arte Sofy. Per individuarle sono state esaminate oltre 5mila candidature, attraverso selezioni online, audizioni a Roma, Milano e Napoli e una settimana intensiva di prove artistiche. Una specie di accademia del pop in versione accelerata, tra canto, ballo, recitazione e presenza sui social.

Il primo singolo, One More Kiss, è già il biglietto da visita. Ma dietro le quattro adolescenti si muove una macchina industriale ben più imponente. Warner Music Italy ha sottoscritto un accordo per tre album, mentre Rai prepara una serie originale destinata a debuttare nel 2027 su V/BE, il nuovo canale per adolescenti di Rai Kids. In lavorazione anche un film dedicato alla selezione delle ragazze.

Meneguzzi cambia spartito: nasce la fabbrica italiana delle idol

Il progetto, sviluppato da Meneguzzi insieme a Daniele Petirro, ha richiesto cinque anni di preparazione e investimenti che, secondo i promotori, raggiungono cifre milionarie. L’obiettivo non è soltanto vendere dischi. È costruire un universo nel quale musica, televisione, video e comunità digitali si alimentino reciprocamente, puntando soprattutto sulle ragazze tra i 10 e i 14 anni. Una strategia che guarda alla Corea, dove le popstar non pubblicano semplicemente canzoni: diventano fenomeni culturali e commerciali.

La scommessa è affascinante, ma il mercato resta il giudice più severo. Perché mettere insieme quattro talenti è una cosa. Trasformarli nelle nuove Blackpink italiane è tutt’altra faccenda.

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L’illusione dell’accesso. Ecco le nuove recinzioni digitali

Il 19 settembre scorso ho partecipato ad Assisi, nell’ambito del Cortile di Francesco, al convegno “Tecnologia e sviluppo. La persona al centro”, organizzato insieme a Polisophia del prof. Ruben Razzante, sotto la magistrale moderazione di Donatella Milani. Un titolo che pone una questione fondamentale: come garantire che il progresso tecnologico sia e rimanga uno strumento al servizio delle persone, anziché trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Nel mio intervento ho affrontato il tema dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo, partendo da un paradosso. Nell’età dell’intelligenza artificiale (IA), la più insidiosa delle barriere potrebbe non avere l’aspetto di un muro, ma quello di una porta spalancata.

Dalle terre comuni alla conoscenza

Se è vero, come è vero, che siamo figli del nostro passato, la storia meno recente ci dà una lezione per il nostro presente. Per secoli le recinzioni hanno delimitato risorse e stabilito chi potesse utilizzarle e appropriarsi del valore che producevano. Nell’Inghilterra delle enclosures, terre precedentemente destinate a usi comuni furono progressivamente sottratte all’accesso collettivo e assoggettate a diritti esclusivi. Un processo che trasformò l’economia agricola e i rapporti sociali.

Nel 2003 il giurista americano James Boyle, nel saggio The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, riprese questa vicenda per descrivere una nuova forma di appropriazione: quella della conoscenza. L’espansione dei diritti di proprietà intellettuale rischiava, secondo Boyle, di sottrarre al patrimonio comune idee, informazioni e risorse culturali che costituiscono il presupposto della produzione di nuova conoscenza.

La sua non era una contestazione della proprietà intellettuale in quanto tale. Brevetti e diritti d’autore possono incentivare investimenti e innovazione. Il problema nasce quando l’estensione dei diritti esclusivi riduce lo spazio comune dal quale l’innovazione trae alimento, ostacolando proprio la creatività che dovrebbe promuovere.

Estendendo questa riflessione all’intelligenza artificiale, le nuove recinzioni riguardano anche le infrastrutture e le capacità necessarie per produrre conoscenza, elaborarla e trasformarla in valore economico. Non occorre impedire l’accesso a una tecnologia per controllarne i benefici. Può bastare stabilire le condizioni alle quali gli altri possono utilizzarla.

La lezione delle materie prime

Chi si occupa di sviluppo conosce bene questo meccanismo. Un Paese può possedere grandi riserve minerarie e restare ai margini delle catene globali del valore. Il minerale è estratto localmente, ma la raffinazione, la produzione dei componenti, la ricerca e ii brevetti sono concentrati o sviluppati altrove. Possedere una risorsa non significa controllarne la trasformazione.

Con l’intelligenza artificiale accade qualcosa di simile. La catena del valore comprende dati, competenze, semiconduttori, centri dati, potenza di calcolo, modelli e applicazioni. La questione si concentra su chi governi i passaggi attraverso i quali queste risorse acquistano valore.

Esiste però una differenza. Una miniera è legata a un territorio sul quale uno Stato può esercitare poteri regolatori. I sistemi digitali attraversano le frontiere e possono essere gestiti da infrastrutture collocate altrove. Questo rende più difficile esercitare un controllo effettivo, soprattutto per i paesi con minore capacità negoziale.

L’IA conserva, però, anche una dimensione materiale, spesso trascurata. Richiede energia, acqua per il raffreddamento, minerali, reti e infrastrutture fisiche. Anche i paesi che non sviluppano modelli avanzati possono disporre di risorse strategiche. Resta da capire se essi sappiano e siano in grado di utilizzarle per ottenere investimenti, trasferimento di competenze e una partecipazione più significativa alla filiera dell’intero processo.

La porta aperta che può diventare recinzione

Siamo soliti misurare il divario digitale contando le persone connesse a Internet. È un indicatore ancora importante, ma insufficiente.

Un Paese può avere milioni di cittadini che utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale e dipendere da modelli sviluppati all’estero, addestrati su dati scarsamente rappresentativi delle sue lingue e culture, ospitati su infrastrutture controllate da altri.

L’accesso esiste, ma non comporta necessariamente autonomia. Quando imprese, università e amministrazioni costruiscono le proprie attività intorno a piattaforme proprietarie, cambiare fornitore può diventare tecnicamente complesso ed economicamente oneroso. La recinzione non impedisce più di entrare: rende difficile uscire.

Questa dipendenza riguarda anche l’Europa. Il controllo congiunto di infrastrutture cloud, potenza di calcolo e modelli avanzati pone questioni di concorrenza che il semplice ampliamento dell’accesso non risolve.

In diversi Paesi in via di sviluppo, inoltre, migliaia di lavoratori contribuiscono all’addestramento dei sistemi attraverso l’etichettatura dei dati e la moderazione dei contenuti, talvolta in condizioni particolarmente difficili. Partecipano già all’economia dell’IA, ma spesso nelle posizioni poco remunerative. Essere parte della produzione non garantisce una distribuzione equa dei benefici.

Quattro capacità e una sovranità da costruire

Il Global Digital Compact, adottato dalle Nazioni Unite nel 2024, individua quattro capacità da rafforzare, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: accedere all’intelligenza artificiale, svilupparla, utilizzarla e governarla.

La distinzione è essenziale. Si può utilizzare un modello senza poterlo adattare ai propri bisogni; accedere a una piattaforma senza incidere sulle condizioni del suo funzionamento; scrivere regole senza avere le competenze per farle rispettare. Ridurre il divario significa rendere possibili tutte e quattro queste capacità.

È qui che assume significato la sovranità digitale. Non richiede che ogni Stato costruisca un proprio sistema nazionale di IA o che si isoli dalle reti internazionali. Significa disporre di alternative, comprendere le tecnologie utilizzate, negoziare condizioni contrattuali paritetiche e partecipare alla definizione delle regole.

La sovranità non può, però, diventare un alibi per il controllo dei cittadini. Un governo che usa la tecnologia per limitare la libertà di espressione o rafforzare la sorveglianza può sostituire una dipendenza privata con un controllo pubblico. Governare l’IA deve servire a proteggere le persone, attraverso diritti fondamentali, istituzioni responsabili e controllo democratico.

Quali risorse devono rimanere comuni

Definire l’intelligenza artificiale un bene comune sarebbe una risposta troppo semplice. I modelli sono anche il risultato di investimenti, ricerca, lavoro e rischio imprenditoriale. È giusto ritenere che non tutto possa o debba essere liberamente disponibile.

La domanda suggerita dalla riflessione di Boyle è diversa: quali condizioni devono essere preservate affinché il controllo di alcune risorse non impedisca agli altri di innovare.

Penso ai diritti, che non possono dipendere dalla forza economica di uno Stato; alla conoscenza scientifica, agli standard aperti, all’interoperabilità e alle infrastrutture digitali pubbliche; alla formazione e alle capacità tecnologiche.

Fornire gratuitamente un modello a un’università africana non significa renderla autonoma. Occorrono ricercatori, dati rappresentativi delle realtà locali, energia affidabile e potenza di calcolo. Consorzi regionali e infrastrutture condivise possono offrire soluzioni concrete.

In questa direzione, si pone la proposta di un fondo globale per le capacità nell’IA, avanzata nel 2024 dall’organo consultivo di alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite nel rapporto Governing AI for Humanity. Il Compact ne richiama le raccomandazioni e chiede di sviluppare opzioni di finanziamento volontario. È una proposta da sostenere, purché produca competenze e autonomia anziché nuove dipendenze (e metta a disposizione risorse sufficienti, considerazione non peregrina considerando l’ingente importo degli investimenti in essere e di quelli richiesti).

Partecipare, non soltanto accedere

La diffusione dell’intelligenza artificiale può dare l’impressione che le disuguaglianze si stiano riducendo, mentre il potere economico e decisionale continua a concentrarsi. Purtroppo, però,  anche sedere al tavolo delle regole serve a poco se mancano gli strumenti per incidere.

La sfida consiste nell’impedire che il controllo dei passaggi essenziali della filiera escluda intere società dalla possibilità di contribuire alla sua evoluzione.

Ad Assisi, mettere la persona al centro significava anche questo: ricordare che lo sviluppo si misura dalle scelte che siamo realmente liberi di compiere. Le nuove recinzioni digitali si superano quando l’accesso diventa capacità, la capacità diventa partecipazione e la sovranità torna a significare libertà di scelta.

 

 

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“Ecco la prima auto voltante, può volare come un razzo”: l’annuncio choc di Elon Musk e la dimostrazione delle acrobazie in aria della Tesla Roadster – VIDEO

Pensavate che le auto volanti fossero solo fantascienza? E invece eccoci qua. Dopo nove anni di rinvii e promesse disattese, Elon Musk ha deciso di forzare il confine ingegneristico che separa il settore automobilistico da quello aerospaziale. Durante un evento organizzato nella notte italiana presso il centro di collaudo di SpaceX a McGregor, in Texas, il magnate ha svelato la seconda generazione della sportiva Tesla Roadster. “In sostanza, può volare come un razzo”, ha dichiarato il miliardario presentando la vettura come il frutto della collaborazione tra “la miglior Casa automobilistica e la miglior compagnia di razzi spaziali”.

Per supportare le affermazioni, Musk ha allestito un’esibizione dal vivo, eseguita dalla vettura in modalità autonoma per rigorose ragioni di sicurezza. Equipaggiata con dieci micro-razzi a gas freddo sviluppati con SpaceX, la Roadster è salita su una rampa curva, ha spiccato il volo, ha saltato cinque veicoli parcheggiati eseguendo una piroetta a mezz’aria, per poi atterrare in modo controllato.

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Crozza-Tajani e la paura nera per le primarie in Forza Italia: “Ho straparlato, mi dissocio da quello che ho detto”

Nel nuovo appuntamento di Fratelli di Crozza, in onda il venerdì in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+, Maurizio Crozza veste i panni del vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, alle prese con le domande sulle primarie in Forza Italia: lui dice di non averle mai proposte, ma ha in mente una consultazione molto particolare, fatta di conte e filastrocche.

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Ex Ilva, cassa integrazione per 9 lavoratori su 10: la richiesta di Acciaierie d’Italia a governo e sindacati. Fiom: “Numeri raddoppiati, provocazione inaccettabile”

Acciaierie d’Italia (Adi) vuole aumentare il numero dei lavoratori ex Ilva in Cassa integrazione straordinaria (Cigs) dagli attuali 4.450 fino a 8.622 (quasi il doppio) fino al 28 febbraio 2027, ma non si escludono le proroghe. Lo ha comunicato l’azienda in amministrazione straordinaria ai ministeri del Lavoro, delle Imprese e ai sindacati. E’ quanto si apprende dalle organizzazioni dei lavoratori. Questi ultimi sono impiegati in vari siti produttivi, dal nord al sud Italia: si prevedono fino a 6.964 lavoratori in cig a Taranto (su un totale di 7.875); 870 a Genova (su un totale di 917); 515 a Novi (su un totale di 542). Attualmente i dipendenti totali di Adi sono 9.626. La cassa integrazione straordinaria tocca quasi 9 lavoratori su 10: l’89,57%. Un piano “imposto”, secondo Adi, dall’ordine della magistratura sulla sospensione dell’area a caldo. Cgil e Uil sono d’accordo: una richiesta “inaccettabile”. Uil sottolinea la portata “drammatica e senza precedenti” della crisi industriale. Per il sindacato Cisl, la batosta non è un fulmine a ciel sereno: “Fondamentale ribadire che le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa”, ha dichiarato il segretario nazionale della Fim, Valerio D’Alò. Intanto, a Taranto nel pomeriggio scenderà in piazza la rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’.

Loris Scarpa (Fiom): “A palazzo Chigi chiederemo conto delle scelte di Adi”.

“Inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi visti i prossimi incontri e le scadenze”, ha commentato in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, bollando la richiesta di Adi come “una provocazione“. “Ieri in tarda serata abbiamo ricevuto la nuova istanza di cassa integrazione con numeri pressoché raddoppiati, lavoratrici e lavoratori coinvolti – prosegue il documento sindacale – I lavoratori hanno lottato con scioperi e manifestazioni, nell’ultima settimana per garantirsi il lavoro, la continuità produttiva degli stabilimenti e le manutenzioni e per aprire una vera discussione sul proprio futuro e per un ex Ilva decarbonizzata. Questa cassa integrazione non tiene conto di quanto ottenuto dai lavoratori nell’ultima settimana nei numeri e nelle modalità”. La nota elenca le prossime tappe: “Il 20 ottobre abbiamo un incontro al Ministero del Lavoro per discutere le misure straordinarie per i lavoratori e chiedere modifiche al decreto del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre scorso e, per il 27 ottobre abbiamo ottenuto, grazie alla lotta dei lavoratori, un nuovo confronto a Palazzo Chigi“. All’appuntamento previsto presso la presidenza del Consiglio dei ministri, “chiederemo conto ai commissari straordinari di queste scelte visto che è dall’esplosione dell’Altoforno 1 a maggio del 2025 che non accettiamo e non condividiamo più l’uso della cassa integrazione”, conclude Loris Scarpa.

Guglielmo Gambardella (Uil): “Richiesta vergognosa, situazione drammatica”

Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm e responsabile del settore siderurgico, punta il dito sulla “drammaticità dei numeri” e “la portata della crisi dell’ex Ilva: quasi 9mila lavoratori sospesi contemporaneamente dal lavoro. Una situazione senza precedenti per dimensioni nella storia industriale del nostro Paese”. La nuova cassa integrazione “è inaccettabile e vergognosa“, mentre è “responsabilità del Governo accompagnare questo processo con strumenti concreti, risorse adeguate e garanzie per le persone”. Anche Gambardella ricorda l’incontro del 20 ottobre al ministero del Lavoro, dove “ribadiremo la necessità di introdurre strumenti straordinari che riconoscano la particolare gravosità e l’usura delle lavorazioni del ciclo siderurgico integrale, insieme a misure di prepensionamento e incentivi all’esodo volontario, accessibili a tutti i dipendenti dell’ex Ilva che ne abbiano i requisiti. La transizione industriale e ambientale non può essere realizzata scaricandone il costo sociale sui lavoratori”.

Le motivazioni di Adi: richiesta “imposta dall’ordine della magistratura”, “revocati approvvigionamenti”

Acciaierie d’Italia spiega la sua richiesta con “il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale“, nel comunicato inviato ai ministeri, sindacati e Regioni dove hanno sede gli stabilimenti. La sospensione dell’attività nell’area a caldo nell’impianto ex Ilva di Taranto, prosegue l’azienda, “risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della Società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio” di quell’area “impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”. Secondo Adi è l’ordine della magistratura ad obbligare l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria. L’azienda in amministrazione straordinaria sottolinea di mantenere “in servizio 1004 unità al fine di garantire la guardiania degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all’adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva”. “La Società ha provveduto – tra le altre – alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, concludono i commissari.

In piazza a Taranto nel pomeriggio

Questo pomeriggio a Taranto si svolgerà la manifestazione promossa dalla rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’, che invoca la chiusura del polo siderurgico, la bonifica del Sito di interesse nazionale, la tutela della salute e la costruzione di alternative economiche e occupazionali. Il concentramento è previsto alle 16 in piazzale Democrate, con partenza del corteo alle 17 e arrivo in piazza Maria Immacolata.

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Conte: “Meloni mi evita come competitor. Le primarie del campo progressista? Anche entro Natale va bene”

“Le primarie? Per me anche entro Natale va bene. Ma prima il programma, che si può scrivere in 2/3 settimane”. Così Giuseppe Conte ieri sera durante un incontro pubblico al teatro Umberto di Nola. Il leader 5Stelle ha poi parlato anche a ‘Myrta Confidential’ su San Marino Rtv e a proposito della presenza di Renzi nella coalizione ha detto: “Il tostapane l’ho già comprato, anzi, a casa ne ho due con tutte le garanzie non ancora scadute. C’è un equivoco: non è Renzi che mi deve dare una garanzia, perché che può dire di sé? Le ho chieste al Partito Democratico, a Schlein, al Nazareno, che ritengono assolutamente determinante che ci sia anche Renzi in questo progetto”. E sulla chat con WhatsApp con gli altri leader progressisti, Elly Schlein, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: “È una ‘chat costituzionale’. E anche per questo ho proposto ‘Alleanza per la Costituzione’ come nome per la coalizione. ‘Campo largo’ come nome non mi ha mai sfiorato, è una cosa molto giornalistica”.

Poi una risposta alla premier Giorgia Meloni, che nei giorni scorsi a proposito di legge elettorale ha sostenuto – cosa però inesatta – che il leader 5 Stelle con il nuovo sistema di voto nel 2018 non sarebbe potuto approdare a Palazzo Chigi: “Credo che mi voglia evitare come competitor, il suo è un attacco un po’ scomposto”.

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Tragedia in montagna: 65enne non rientra da passeggiata nel Vicentino, ritrovata morta

Esce per passeggiare e precipita da una roccia: 65enne trovata senza vita dai soccorritori

È stata ritrovata senza vita questa mattina la donna di 65 anni di Mirano, per il cui mancato rientro da una passeggiata era scattato l’allarme ieri verso le 20. Uscita dalla propria abitazione di villeggiatura in località Madonna del Buso verso le 17.30, la donna non aveva più fatto ritorno.

Le squadre del Soccorso alpino dei Sette Comuni, vigili del fuoco e carabinieri forestali hanno subito iniziato le ricerche nelle zone circostanti nella notte e alle prime luci si sono unite nuove squadre: una cinquantina i soccorritori della XI Delegazione Prealpi Venete – con 8 unità cinofile del Cnsas e i dronisti della II Delegazione Dolomiti Bellunesi e il Centro mobile di coordinamento – il Soccorso alpino della Guardia di finanza con due unità cinofile, vigili del fuoco con squadre e mezzi, carabinieri forestali. Attivata anche la Polizia di Stato per un eventuale sorvolo dell’elicottero.

Intorno alle 9.15 una squadra che si stava muovendo con un’unità cinofila ha ritrovato a circa 3 chilometri di distanza dall’abitazione il corpo esanime della donna: era uscita dalla sterrata percorrendo un prato ed era scivolata da un salto di roccia. La salma è stata imbarellata, recuperata e trasportata sulla strada, dove era presente un’ambulanza.

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Donna investita e uccisa nel Varesotto, ipotesi femminicidio per la 69enne coinvolta in un frontale. L’altro conducente era l’ex compagno

Quello che era stato etichettato come un incidente stradale, causato da un malore, potrebbe essere in realtà un femminicidio. L’impatto frontale che ha provocato la morte di una donna di 69 anni sulla tangenziale di Cassano Magnago, in provincia di Varese, è avvenuto intorno alle 9.30 di venerrdì. Alla guida dell’altra macchina c’era un 73enne, ex compagno della vittima. Secondo la ricostruzione fatte dalla Polizia, l’incidente non sarebbe frutto di fatalità. Il conducente dell’altra auto, che è stato trasportato in codice giallo con l’elisoccorso al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo di Varese, è ora indagato.

Secondo quanto riportato dalla Prealpina, è al vaglio l’ipotesi del femminicidio; i familiari della vittima hanno chiesto verifiche più approfondite sul caso e hanno riferito che l’ex compagno la perseguitava da tempo. Il 73enne, che ha riportato delle lesioni agli arti ma è cosciente, non ha fornito la sua versione dei fatti finora. I telefoni della vittima e dell’uomo sono stati sequestrati dagli inquirenti e proseguono le indagini per quello che, al momento, è stato catalogato dalla polizia come omicidio stradale.

La Procura di Busto Arsizio, coordinata dal pm Massimo De Filippo, già da ieri sera aveva chiesto alcuni approfondimenti agli agenti, sollecitata dei familiari della vittima. Per la posizione in cui sono stati trovati i due veicoli, sarebbe improbabile l’ipotesi del malore. L’auto della 69enne, infatti, non ha invaso la corsia opposta e non avrebbe avuto il tempo di evitare il mezzo che veniva dal lato opposto della strada.

La donna è morta sul colpo e i vigili del fuoco hanno lavorato a lungo con due squadre per estrarre il corpo della vittima, intrappolato fra le lamiere. Le indagini proseguono per chiarire ogni aspetto della dinamica, anche grazie alle informazioni testimoniali raccolte sul luogo dell’incidente per comprendere le traiettorie dei veicoli. Verranno effettuate anche l’autopsia sul corpo della vittima e gli esami tecnici sui veicoli.

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Sciopero dei tir in Sicilia, autotrasportatori a Salvini: “Tavolo il 20 ottobre o il fermo prosegue”

Caro carburanti, autotrasportatori siciliani: “Pronti a revocare il fermo se Salvini firma l’intesa”

“Se il ministro Salvini accetta di firmare il protocollo d’impegni e incontrarci il 20 ottobre revochiamo il fermo. Diversamente rimane fino al 27 ottobre”. È quanto annuncia Salvatore Bella, coordinatore del comitato trasportatori siciliani (Cts). Gli autotrasportatori protestano da ieri a mezzanotte. Il comitato esprime il proprio ringraziamento al presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno, e al vicepresidente della Regione Luca Sammartino, “per essersi recati a Roma a difendere la causa della categoria”.

“Grazie al loro intervento, una delegazione parteciperà al tavolo convocato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, il quale accoglierà le principali istanze presentate”, sostiene il comitato.

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“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

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Vi spiego la narrazione che muove la guerra cognitiva del Cremlino. Scrive Pagani

Non menzogne, ma una visione del mondo

Quando si parla della macchina della propaganda del Cremlino si tende a ridurla a una sequenza di falsi: il video manipolato, il sito clone dell’operazione Doppelgänger, la rete di bot che rilancia l’ennesima teoria sui laboratori biologici in Ucraina. È una lettura comprensibile ma fuorviante, perché scambia i singoli messaggi per la strategia. Le menzogne sono le munizioni; ciò che conta è l’arma che le spara, cioè una cornice interpretativa stabile dentro la quale ogni notizia, vera o falsa, assume un significato già scritto. La guerra cognitiva russa non vince quando fa credere un fatto inesistente, ma quando riesce a far leggere i fatti reali attraverso le sue categorie. Per questo il fact-checking, da solo, arriva sempre tardi: smentisce il dettaglio e lascia intatto il quadro.

Lo Stato-civiltà e il katechon

Il fondamento di questa cornice è un’idea che ha smesso da tempo di essere solo retorica ed è entrata nei documenti ufficiali. Il Concetto di politica estera del marzo 2023 definisce la Russia “uno Stato-civiltà originale”[1]: non una nazione tra le altre, soggetta alle stesse regole, ma un mondo a sé, portatore di valori propri e di una missione storica. Il decreto presidenziale n. 809 del novembre 2022 sui «valori spirituali e morali tradizionali» ha tradotto questa autorappresentazione in politica di Stato, indicando nell’«ideologia distruttiva» occidentale una minaccia alla sicurezza nazionale[2].

Dietro le formule burocratiche c’è un sincretismo che attinge a strati diversi della cultura russa: lo slavofilismo ottocentesco, che opponeva la comunità spirituale slava all’individualismo razionalista europeo; l’eurasismo degli esuli degli anni Venti, rilanciato da Aleksandr Dugin come scontro perenne tra potenza di terra, gerarchica e spirituale, e potenza di mare, mercantile e liberale; il mito di Mosca Terza Roma, ultimo rifugio della vera fede dopo Bisanzio. E soprattutto Ivan Il’in, il filosofo dell’emigrazione bianca più volte citato da Putin, teorico di uno Stato forte e redentore. Da qui proviene la figura del katechon, la forza che «trattiene» l’avvento del caos: la Russia si presenta come ultimo argine contro la dissoluzione morale dell’Occidente. Quando Putin, annettendo quattro regioni ucraine, ha parlato di «satanismo puro» e il patriarca Kirill ha descritto la guerra come una lotta “metafisica”, non improvvisavano: recitavano la liturgia di una teologia politica[3].

La fortezza assediata e il mito del 1945

Il secondo pilastro è il rovesciamento sistematico del rapporto tra causa ed effetto. Nella narrazione del Cremlino la Russia non agisce mai, reagisce. L’allargamento della Nato non è la libera scelta di Stati che temevano Mosca, ma un accerchiamento; la guerra non è un’aggressione, ma un’”operazione” resa inevitabile dalla minaccia occidentale; la fine dell’Urss non è l’emancipazione di popoli, ma «la più grande catastrofe geopolitica del secolo»[4]. A tenere insieme questo vittimismo strategico è la russofobia, presentata come odio ontologico dell’Occidente per la Russia in quanto tale: se il nemico ti odia per ciò che sei, nessun negoziato è possibile e ogni compromesso è un inganno.

Su questo impianto si innesta il mito fondativo della Grande guerra patriottica, l’unico capace di unire memoria zarista, sovietica e postsovietica. La sacralizzazione del 1945 permette un’operazione semantica potentissima: chiunque si opponga alla Russia diventa per definizione erede del nazismo. La “denazificazione” di un Paese guidato da un presidente ebreo è un nonsenso sul piano dei fatti, ma è coerente sul piano mitologico, perché riattiva un trauma collettivo e trasforma l’aggressione in liberazione. Il saggio di Putin del luglio 2021 sull’«unità storica di russi e ucraini» aveva già preparato il terreno, negando all’Ucraina una soggettività propria e iscrivendola nel Russkij Mir, lo spazio spirituale e linguistico che Mosca si arroga il diritto di proteggere.

Una sintassi modulare

La forza di questa architettura sta nella modularità. Lo stesso nucleo narrativo viene declinato in registri diversi, e talvolta opposti, a seconda del pubblico: al conservatore europeo si offre la Russia custode della tradizione, alla sinistra antiatlantista la Russia antimperialista erede dell’Urss, al Sud globale il “mondo multipolare” e un anticolonialismo di facciata che occulta la natura coloniale della guerra contro un vicino, al cittadino stanco e impaurito il disfattismo di chi ripete che resistere significa solo prolungare la sofferenza. Le versioni sono incompatibili tra loro, e non ha importanza: quando le contraddizioni affiorano servono a dissolvere l’idea stessa che esista una verità verificabile.

Le affinità elettive

Non tutti i pubblici, però, sono uguali. La narrazione del Cremlino trova il suo terreno naturale nelle destre populiste e sovraniste europee, con cui condivide il lessico prima ancora degli obiettivi: la nazione come comunità organica assediata, la diffidenza verso le istituzioni sovranazionali, il disprezzo per le “élite globaliste”, la famiglia tradizionale come trincea contro i diritti civili, l’uomo forte come rimedio alla presunta debolezza delle democrazie liberali. Non è un caso che proprio in quell’area politica Mosca abbia coltivato negli anni rapporti, convergenze e, in casi documentati, finanziamenti[5].

Per la sinistra, invece, quella stessa narrazione dovrebbe essere antitetica. Un regime che teorizza la gerarchia contro l’eguaglianza e la sovranità assoluta dello Stato contro i diritti universali della persona, che soffoca il dissenso e la società civile, che concentra la ricchezza in un’oligarchia e manda a morire al fronte soprattutto i figli delle regioni più povere, è quanto di più lontano si possa immaginare dagli ideali di progresso, solidarietà e giustizia sociale. Eppure una parte della sinistra europea si lascia sedurre dal travestimento antimperialista, scambiando l’ostilità all’egemonia americana per una forma di emancipazione. È l’errore più grave, perché consegna a un’autocrazia reazionaria le parole della propria tradizione: la pace che diventa resa, l’antimperialismo che diventa complicità con un impero.

Dalla persuasione al controllo riflessivo

Qui si coglie la differenza tra propaganda classica e guerra cognitiva. La prima cerca di convincere che la Russia ha ragione. La seconda non ha bisogno di farsi credere né amare: le basta indurre l’avversario a prendere, secondo la propria logica e in apparente autonomia, la decisione che conviene a Mosca. È il principio del controllo riflessivo, elaborato negli anni Sessanta dallo psicologo e matematico sovietico Vladimir Lefebvre e assorbito nella dottrina militare russa[6]. Lo si è visto in Crimea, quando l’ambiguità sui “piccoli uomini verdi” ha congelato la reazione occidentale il tempo necessario a chiudere l’annessione. Lo si vede ogni volta che l’evocazione dosata dell’escalation nucleare induce le cancellerie a rinviare forniture decisive: nessuno deve convincerci di nulla, la nostra avversione al rischio fa il resto. La narrazione, in questo schema, non è il fine ma il serbatoio di significati che rende plausibili le decisioni che si vogliono provocare.

Lo specchio delle nostre crepe

La conclusione più scomoda è che l’efficacia di questa macchina dipende meno dalla sua potenza che dalle nostre vulnerabilità. La propaganda russa agisce come un reagente: non crea le fratture, le rivela e le allarga. Si insinua nella sfiducia verso le istituzioni, nella polarizzazione alimentata dagli algoritmi, nella stanchezza per l’inflazione e la crisi energetica, nella falsa equivalenza che scambia il pluralismo per relativismo e invita in studio la “seconda campana” anche quando suona una menzogna. E sfrutta l’asimmetria tra un regime che non risponde a nessun elettorato e democrazie che vivono di cicli elettorali brevi.

La risposta, dunque, non può essere solo difensiva. Il prebunking, che smaschera i meccanismi della manipolazione prima che attecchiscano, e l’applicazione rigorosa del Digital Services Act contro le reti inautentiche sono necessari, ma non bastano. A una visione del mondo si risponde con un’altra visione del mondo. Finché l’Europa si limiterà a smentire, inseguendo la propaganda notizia per notizia, giocherà dentro la cornice disegnata a Mosca. Uscirne significa tornare a spiegare con convinzione perché la sovranità degli Stati, il diritto internazionale e la libertà delle persone non sono l’ipocrisia di una civiltà decadente, ma le ragioni per cui vale la pena difenderla.

[1]Concetto di politica estera della Federazione Russa, approvato con decreto presidenziale del 31 marzo 2023.

[2]Decreto del Presidente della Federazione Russa n. 809 del 9 novembre 2022, «Sui fondamenti della politica statale per la preservazione e il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali russi».

[3]V. Putin, discorso per la firma dei trattati di annessione, Cremlino, 30 settembre 2022; patriarca Kirill, omelia del 6 marzo 2022, cattedrale di Cristo Salvatore, Mosca.

[4]V. Putin, messaggio annuale all’Assemblea federale, 25 aprile 2005.

[5]Il caso più noto è il prestito di 9,4 milioni di euro concesso nel 2014 al Front National dalla First Czech-Russian Bank.

[6]V. A. Lefebvre, Konfliktujuščie struktury, Mosca, 1967; sulla sua ricezione nella dottrina russa, T. L. Thomas, «Russia’s Reflexive Control Theory and the Military», Journal of Slavic Military Studies, 17 (2004), 2.

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Il caro carburanti colpisce chi non può ridurre gli spostamenti

A mezzanotte scade la proroga di due giorni sullo sconto di 17 centesimi al litro deciso il 4 agosto. Il Governo si riunisce oggi per valutare le contromisure: in arrivo una prima proroga di pochi giorni sulle accise del gasolio fino a settembre, seguita da un intervento mirato a tutela delle fasce pi deboli. - Mercoled“, 26 Agosto , 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse) Midnight marks the end of the two-day extension on the 17-cent-per-liter fuel discount introduced on August 4. The Cabinet meets today to discuss next steps: a initial few-day extension of the diesel excise tax cut through September is expected, followed by targeted measures to support low-income households.- Wednesday, August 26, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

Per alcune famiglie l’automobile è l’unico mezzo per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli a scuola o spostarsi per un altro impegno qualsiasi della vita quotidiana. Le stazioni dei treni possono essere lontane e gli orari degli autobus non sempre coincidono con le necessità dei cittadini. Allora per molti rinunciare alla macchina non è un’opzione concreta. È il cosiddetto «possesso forzato dell’auto»: una condizione in cui anche chi ha poche risorse economiche deve sostenere i costi di un veicolo privato perché non ha alternative praticabili.

Il rincaro dei carburanti rende l’equazione ancora più complessa. Il 14 ottobre 2026, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio sulla rete stradale nazionale in modalità self-service era di 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 euro per il gasolio. Eppure il prezzo alla pompa, da solo, dice poco sull’impatto del caro carburanti. Perché un rincaro pesa diversamente a seconda del reddito, delle distanze da percorrere e delle alternative disponibili.

Il legame tra costi della mobilità, reddito e territorio è al centro di una ricerca commissionata da Transport & Environment (T&E) a Tessa, spin-off dell’Università degli Studi della Tuscia, pubblicata il mese scorso. Il rapporto tecnico “Affrontare la povertà dei trasporti in Italia: evidenze, mappatura e opzioni di policy” incrocia dati Istat sulle spese delle famiglie e sulla vita quotidiana con informazioni su redditi, parco automobilistico, emissioni e accesso ai servizi.

La povertà dei trasporti non riguarda soltanto la difficoltà di pagare gli spostamenti. Comprende anche la mancanza di alternative praticabili per raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Lo studio sottolinea come nel 2024 quasi 4,9 milioni di famiglie italiane, il 18,46 per cento del totale, destinassero alla mobilità una quota della spesa complessiva superiore al doppio della mediana nazionale. Un indicatore più specifico individua circa 643mila famiglie vulnerabili alla spesa per carburante: nuclei appartenenti al trenta per cento delle famiglie con i redditi più bassi, per i quali la spesa mensile in benzina e gasolio supera il doppio del valore mediano nazionale. Le due stime misurano fenomeni diversi, perché la prima riguarda la sostenibilità economica della mobilità nel suo complesso, la seconda individua le famiglie a basso reddito particolarmente esposte ai costi del carburante.

Sempre nel 2024, le famiglie italiane hanno speso in media 297 euro al mese per i trasporti, pari al 10,78 per cento della spesa complessiva. È una media riferita a tutte le famiglie, non soltanto a quelle in difficoltà, che dà un’idea del peso economico degli spostamenti.

A fare la differenza è anche la possibilità di rinunciare all’auto. Tra il dieci per cento delle famiglie con i redditi più bassi, il numero medio di automobili è di 0,50 nelle città metropolitane e sale a 0,90 nei comuni con meno di cinquantamila abitanti. Il dato suggerisce che, dove i collegamenti sono meno frequenti, anche chi ha poche risorse può essere costretto a sostenere i costi di un’auto privata.

La ricerca dell’Università della Tuscia individua 766 comuni, il 9,7 per cento del totale, in cui raggiungere il lavoro e i servizi essenziali è particolarmente difficile. Sono soprattutto aree montane, insulari e interne (chi vive o frequenta questi luoghi, che coprono una fetta grossa del territorio italiano, sa bene che le alternative all’automobile sono spesso insufficienti).

La vulnerabilità non segue quindi solo il divario tra Nord e Sud, e le linee di faglia sono diverse. Conta anche la differenza tra città e piccoli comuni, ad esempio. La quota di famiglie vulnerabili alla spesa per carburante è del tre per cento nei comuni con meno di cinquantamila abitanti, contro il 2,1 per cento nelle periferie e nei comuni più grandi non metropolitani e l’1,4 per cento nelle città metropolitane. Tra le regioni maggiormente esposte ci sono Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia. Nei piccoli comuni, inoltre, il carburante assorbe il 6,5 per cento della spesa complessiva delle famiglie vulnerabili. Nelle periferie e nei comuni con più di cinquantamila abitanti la quota è del 6,4 per cento, mentre nelle città metropolitane scende al 3,8 per cento.

La ricerca simula anche gli effetti di diversi rincari sui bilanci familiari, sulla base dell’andamento storico dei prezzi. Con un aumento del 26,82 per cento in sei mesi, la spesa media per carburante crescerebbe di 27,43 euro al mese e altre 1,62 milioni di famiglie supererebbero la soglia di vulnerabilità. Con un rincaro del 34,77 per cento in dodici mesi, l’aumento medio sarebbe di 35,57 euro mensili e le famiglie in più oltre la soglia salirebbero a circa 2,07 milioni. Nello scenario estremo, basato sulla differenza tra il picco e il minimo dei prezzi nel periodo storico analizzato, un aumento del 96,1 per cento farebbe crescere la spesa media di 98,30 euro al mese e porterebbe circa 4,9 milioni di famiglie in più oltre la soglia. Certo, sono simulazioni, non previsioni sui prezzi futuri. Ma servono a mostrare come rincari più o meno intensi possano allargare la fascia delle famiglie vulnerabili.

La disuguaglianza emerge anche nell’accesso alla mobilità elettrica. Nei comuni con i redditi medi più bassi si contano 1,47 veicoli elettrici ogni mille abitanti, contro i 7,76 dei comuni più ricchi – oltre cinque volte tanto. La mobilità elettrica può essere una risposta, ma solo in parte, almeno per il momento: l’accesso ai veicoli e alle infrastrutture di ricarica resta diseguale, e chi dispone di meno risorse rischia di rimanere più a lungo esposto alle oscillazioni dei prezzi dei carburanti.

È una delle direzioni indicate dal report, che affianca a questo obiettivo interventi immediati a sostegno delle famiglie più esposte. Nel breve periodo, i ricercatori suggeriscono aiuti economici temporanei e mirati, anziché sussidi generalizzati ai carburanti o tagli indiscriminati delle accise. Nel medio-lungo periodo, propongono di facilitare l’accesso ai veicoli a zero emissioni e di rafforzare le infrastrutture, insieme al trasporto pubblico, alle tariffe agevolate e ai servizi a chiamata nelle aree meno servite.

Il caro carburanti ci ricorda ogni giorno quanto costa fare rifornimento oggi, ma è anche una spia su quanto famiglie e territori avrebbero bisogno di alternative. Ovviamente non si può chiedere a tutti di rinunciare all’automobile: serve fare in modo che muoversi non significhi necessariamente dipendere da benzina e gasolio. Per riuscirci, la transizione elettrica deve diventare accessibile anche a chi oggi è più esposto ai rincari, mentre dove l’auto può essere sostituita servono trasporti pubblici capaci di rispondere alle esigenze quotidiane.

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“Pasquale La Rocca è mio, baciarlo è stato molto bello. Non baciavo nessuno da 13 anni, chissà che sogni erotici farò”: Ornella Muti rompe il silenzio dopo “Ballando”

“Com’è stato baciare Pasquale? Molto bello”. Dopo che nella prima puntata di “Ballando con le stelle” Barbara D’Urso aveva lamentato mancanza di passione nella coppia formata da Ornella Muti e Pasquale La Rocca, nel secondo appuntamento con il dance show di Rai 1 andato in onda lo scorso 10 ottobre il danzatore e l’attrice hanno recuperato terreno chiudendo la performance con un chiacchieratissimo bacio a stampo. Inevitabile, dunque, che il gesto scenico alimentasse ulteriormente la discussione sulla presunta gelosia che D’Urso, quest’anno nelle vesti di giurata, proverebbe nei confronti di La Rocca, suo insegnante di ballo nella passata stagione del programma.

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“I soldi sono di un amico, gli servono per acquistare opere d’arte”: la Finanza ferma una Rolls Royce e scopre 100mila euro nascosti all’interno dell’abitacolo

Una lussuosa Rolls Royce con targa romena appena entrata nel territorio italiano, un vano ricavato all’interno dell’abitacolo e decine di mazzette da 50 e 100 euro stipate in contanti e sottratte a ogni dichiarazione doganale. È la scena che si sono trovati di fronte i finanzieri della Tenenza di Palmanova, in Friuli Venezia Giulia, durante un’ispezione transfrontaliera conclusasi con la scoperta di un tesoretto superiore ai 100mila euro e con il maxi-sequestro di buona parte del capitale.

A bordo della vettura viaggiavano due cittadini romeni, provenienti dal loro Paese d’origine. Durante i controlli di routine, le Fiamme Gialle hanno individuato il denaro occultato nel veicolo. Alla richiesta di chiarimenti sull’origine e sulla destinazione di un simile importo, i due passeggeri non hanno esibito alcuna documentazione contabile, fornendo invece una spiegazione agli agenti: “I contanti appartengono a un amico nostro connazionale e sono destinati all’acquisto di opere d’arte”. Una giustificazione non supportata dalla necessaria documentazione prevista dalla normativa valutaria, che ha fatto scattare immediatamente i provvedimenti di legge.

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I Five Eyes ridisegnano la difesa delle telecomunicazioni. Nel mirino Cina, supply chain e superintelligenza

Le reti di telecomunicazione sono diventate uno dei principali terreni della competizione strategica internazionale. La loro sicurezza, la provenienza delle tecnologie utilizzate e le vulnerabilità introdotte dall’intelligenza artificiale rappresentano ormai questioni direttamente collegate alla sicurezza nazionale. È su queste premesse che i Five Eyes, l’alleanza di intelligence che riunisce Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda, hanno concordato di rafforzare la cooperazione per proteggere le infrastrutture di comunicazione dalle minacce informatiche, con particolare attenzione alle attività riconducibili alla Cina.

L’intesa è stata raggiunta a Washington durante il terzo incontro annuale dei regolatori delle telecomunicazioni dei cinque Paesi, convocato dalla Federal Communications Commission (FCC) e conclusosi con una dichiarazione congiunta che stabilisce sette ambiti prioritari di collaborazione.

L’accordo comprende la protezione delle reti e delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologico, il rafforzamento del coordinamento internazionale e il contrasto alle frodi digitali. Particolare attenzione è stata riservata anche al ruolo della superintelligenza nella sicurezza delle comunicazioni, un riferimento che segnala quanto rapidamente l’evoluzione dell’intelligenza artificiale stia entrando nelle valutazioni strategiche dei governi occidentali.

La minaccia cinese e la sicurezza delle infrastrutture

Sullo sfondo dell’iniziativa rimane la crescente preoccupazione per le operazioni di cyberspionaggio condotte attraverso le infrastrutture di telecomunicazione.

Nel comunicato diffuso il 16 ottobre, la FCC richiama esplicitamente Salt Typhoon, il gruppo di hacker associato alle attività di cyberspionaggio sostenute dallo Stato cinese, indicandolo tra gli attori che cercano di sfruttare le vulnerabilità delle reti, compromettere sistemi sensibili e interferire con servizi essenziali.

Il riferimento è significativo perché evidenzia una trasformazione della percezione occidentale della minaccia informatica. Le telecomunicazioni costituiscono un’infrastruttura strategica attraverso cui transitano informazioni governative, comunicazioni commerciali e dati sensibili. La possibilità che attori ostili possano penetrarvi stabilmente pone problemi che superano la tradizionale protezione dei singoli sistemi informatici.

Da qui l’attenzione alla sicurezza delle supply chain, diventata una componente essenziale della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. La provenienza delle apparecchiature, l’affidabilità dei fornitori e la possibilità di individuare vulnerabilità lungo la catena produttiva assumono una rilevanza direttamente collegata alla resilienza nazionale.

“Dalla promozione della sicurezza delle catene di approvvigionamento al contrasto degli attacchi informatici, il lavoro di questo gruppo continua a essere cruciale sia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sia per la difesa del mondo libero”, ha dichiarato il presidente della FCC, Brendan Carr (in foto).

La superintelligenza entra nell’agenda

Uno degli aspetti più interessanti dell’incontro riguarda l’inclusione della superintelligenza tra le priorità della cooperazione.

Il comunicato non specifica quali iniziative operative saranno sviluppate in questo ambito, ma la scelta di inserirlo formalmente nell’agenda segnala l’attenzione dei regolatori verso le implicazioni di sistemi di intelligenza artificiale sempre più avanzati.

L’evoluzione di queste tecnologie potrebbe modificare profondamente sia le capacità di difesa delle infrastrutture digitali sia gli strumenti disponibili per comprometterle. L’automazione delle attività di identificazione delle vulnerabilità, l’analisi di grandi quantità di dati e la crescente sofisticazione degli attacchi rappresentano altrettanti elementi destinati a influenzare gli equilibri della cybersicurezza.

Il tema assume una dimensione strategica ulteriore considerando che le reti di telecomunicazione costituiscono anche l’infrastruttura attraverso cui vengono distribuiti e utilizzati numerosi servizi basati sull’intelligenza artificiale.

Verso un coordinamento più ampio

L’incontro ha affrontato anche l’armonizzazione delle regole per le certificazioni di sicurezza informatica, con una sessione guidata dalla commissaria FCC Olivia Trusty. Il riferimento è al rafforzamento della fiducia nei dispositivi e nei prodotti connessi, anche attraverso iniziative come il programma statunitense Cyber Trust Mark.

La FCC ha inoltre ampliato il formato della riunione, coinvolgendo altri Paesi partner in una nuova sessione dedicata alla collaborazione internazionale.

È un passaggio politicamente rilevante. La protezione delle telecomunicazioni richiede infatti un coordinamento che superi i confini della tradizionale alleanza di intelligence anglosassone, soprattutto considerando la natura transnazionale delle infrastrutture digitali.

La direzione indicata dai Five Eyes riflette una tendenza più ampia: la sicurezza delle reti sta diventando parte integrante delle politiche industriali, tecnologiche e di difesa. In un contesto caratterizzato dalla competizione con la Cina e dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, la capacità di costruire infrastrutture affidabili e catene di approvvigionamento sicure si configura sempre più come una componente della sovranità strategica.

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Ascolti TV: “The Voice Senior” domina la prima serata con il 24,1% di share, battuto il GF Vip

Ascolti tv e analisi auditel di venerdì 16 ottobre: The Voice senior sempre al comando, il GF Vip insegue

Nel prime time Rai1 ha diffuso lo spettacolo musicale Voice senior che ha ottenuto una media di 3.292.000 telespettatori pari al 24,1% di share.

Su Rai2 il telefilm Estranei ha ottenuto una media di 695.000 telespettatori ed il 4,2% di share. 

Su Rai3 Force of nature, oltre l’inganno ha ottenuto una media di 432.000 telespettatori ed il 2,6% di share.

Su Canale 5 il varietà Grande fratello vip  ha ottenuto una media di 1.900.000 telespettatori pari al 16,6% di share. Su Italia 1 il film Hounds of war ha totalizzato una media di 785.000 telespettatori ed il 4,7% di share. 

Su Rete 4 il talk show crime Quarto grado ha fatto registrare una media di 1.003.000 teste e l’8,1% di share, quindi il varietà Propaganda live su La7 ha fruttato una media di 779.000 telespettatori  ed il 6,2% di share.

Su Tv8 il varietà Pechino express 13 ha ottenuto una media di 201.000 telespettatori e l’1,9% di share. 

Sul Nove il varietà Fratelli di Crozza ha totalizzato una media di 919.000 telespettatori ed il 5,4% di share. 

Nell’access time il gioco a premi Affari tuoi su Rai1 ha fatto registrare una media di 4.338.000 telespettatori pari al 23,2% di share, mentre il quiz  La ruota della fortuna ha totalizzato una media di 4.399.000 telespettatori ed il 23,5% di share.

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Quando la “scarpetta” diventa gourmet: ora anche il pane si sceglie come il vino. E il galateo si arrende

A Vigna Clara lo chef Marco Benedetti reinventa il rito più irresistibile della tavola italiana: a ogni portata il suo pane. Tra grani antichi, lievito madre e abbinamenti ricercati, nasce il bread pairing.

E pensare che una volta a Roma bastavano due parole: «Passame er pane». Quando il pane serviva a raccogliere il sugo rimasto nel piatto, possibilmente quando nessuno guardava. Oggi quella che le nonne chiamavano semplicemente scarpetta è diventata una raffinata esperienza gastronomica. Con tanto di nome inglese, naturalmente: bread pairing. Perché anche il gesto più italiano del mondo, per diventare di tendenza, deve concedersi una spruzzata di internazionalità.

Succede a Roma, nel quartiere Vigna Clara, dove lo chef Marco Benedetti, 34 anni, ha deciso di promuovere il pane da comparsa a protagonista. Nel suo ristorante Gordito, inaugurato nel settembre 2025, non esiste il solito cestino abbandonato sul tavolo: ogni preparazione viene accompagnata da un pane studiato appositamente per esaltarne sapori e consistenze.

Dalla scarpetta clandestina al pane su misura

L’idea nasce da una passione coltivata tra Sicilia e Alto Adige, passando per cucine prestigiose come quella del Signum di Salina e dello chef Norbert Niederkofler. Nel laboratorio di Gordito si lavora quotidianamente con lievito madre, lunghe fermentazioni e farine selezionate: Tumminia siciliana, farro, grano arso e antiche varietà cerealicole. Il risultato è un percorso nel quale la focaccia al rosmarino incontra scampo e lardo, il pane di grano arso accompagna la lingua con chimichurri fermentato e le tagliatelle al ragù di cinghiale trovano il loro compagno ideale nel pane di mais. Insomma, la scarpetta non arriva più alla fine, quasi di nascosto: entra dalla porta principale e si siede a capotavola.

L’origine del termine

L’origine dell’espressione “fare la scarpetta” non è del tutto certa, ma le interpretazioni popolari sono gustose quanto il gesto che descrivono. Secondo una delle ipotesi più diffuse, il nome deriverebbe dalla somiglianza tra il pezzetto di pane utilizzato per raccogliere il sugo e una piccola scarpa, capace di scivolare sul fondo del piatto ripulendolo. Un’altra spiegazione richiama invece la povertà contadina, quando non si sprecava neppure una goccia di condimento e il pane diventava lo strumento indispensabile per recuperare ogni avanzo. C’è poi chi collega il termine all’antica abitudine di utilizzare il pane come una sorta di spugna alimentare. Nessuna di queste teorie gode però di una conferma etimologica definitiva. Quel che è certo è che la scarpetta rappresenta uno dei gesti più autentici e irresistibili della cucina italiana. Quello che un tempo poteva apparire come una trasgressione al galateo oggi, come dimostra anche questo articolo, viene rivalutato persino nell’alta ristorazione.

Cinque portate, 40 euro e il galateo va in pensione

Il percorso comprende anche fegato e cipolle serviti con un panino al cacao e noci. Gran finale con brioche di Tumminia, caprino e frutti rossi. Prezzo della degustazione: 40 euro a persona. Naturalmente non manca il menu alla carta, ma la provocazione gastronomica è chiara: il pane non è più un accessorio gratuito, bensì un ingrediente da progettare con la stessa attenzione riservata alle portate principali.

Una piccola rivoluzione che restituisce dignità a un’antica abitudine popolare. Con una differenza: un tempo la scarpetta era il modo migliore per non lasciare nulla nel piatto. Oggi si è trasformata in una filosofia culinaria.

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Tra commercio e sicurezza, l’Adriatico torna al centro della geopolitica europea

La frammentazione dell’economia globale sta ridisegnando la geografia strategica dell’Europa. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni sulle rotte marittime, la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina e la crescente attenzione alla sicurezza delle infrastrutture stanno modificando il valore di porti e corridoi logistici. In questo scenario, il Mare Adriatico, a lungo considerato periferico rispetto ai grandi centri del commercio europeo, potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nella sicurezza economica del continente.

È la tesi centrale di The New Centrality of the Adriatic Sea and Napa in the Age of Fragmentation, un rapporto realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) insieme alla North Adriatic Ports Association (Napa), con Roberto Italia, Giovanni Maria Della Gatta e Matteo Villa come autori principali. Il documento esamina come i cambiamenti negli equilibri internazionali stiano creando nuove opportunità per il sistema portuale dell’Alto Adriatico, individuando una questione che riguarda direttamente Bruxelles: quanto può contribuire questa regione alla resilienza strategica dell’Unione europea?

La risposta parte dalla geografia. I cinque porti dell’associazione – Ravenna, Trieste-Monfalcone, Venezia-Chioggia, Capodistria e Fiume – costituiscono una porta d’accesso naturale all’Europa centrale e orientale. Una nave proveniente da Busan, in Corea del Sud, può raggiungere il Nord Adriatico attraverso Suez percorrendo circa 2.000 miglia nautiche in meno rispetto a una destinazione nell’Europa settentrionale, con un risparmio teorico di circa cinque giorni.

Eppure, storicamente, i grandi porti del Northern Range, da Rotterdam ad Anversa, hanno dominato il commercio continentale grazie alla loro capacità logistica e alle connessioni con i mercati interni. Oggi, secondo l’Ispi, la crescente importanza della diversificazione delle rotte potrebbe contribuire a riequilibrare questa gerarchia.

La sicurezza economica cambia la geografia

Il punto di partenza del rapporto è che le infrastrutture marittime sono diventate parte integrante della sicurezza nazionale ed europea. Le crisi nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto le catene di approvvigionamento dipendano da pochi passaggi vulnerabili. La guerra in Ucraina ha trasformato il Mar Nero in uno spazio di confronto militare, mentre nel Baltico le minacce ibride russe aumentano l’attenzione verso le infrastrutture critiche.

In questo contesto, il Nord Adriatico offre un accesso meridionale ai mercati europei, complementare alle tradizionali rotte settentrionali. La sua importanza deriva anche dalla possibilità di collegare Mediterraneo, Balcani ed Europa centrale attraverso infrastrutture già inserite nelle reti transeuropee di trasporto.

Le prospettive economiche rafforzano questa valutazione. Secondo le proiezioni elaborate nel rapporto, il traffico complessivo dei porti Napa potrebbe aumentare da 144 milioni di tonnellate nel 2024 a circa 170 milioni nel 2031, una crescita del 18%. Un’espansione legata soprattutto alla domanda dei mercati retrostanti, alla diversificazione energetica e alla ricerca di collegamenti commerciali più affidabili. La geografia favorevole, tuttavia, non garantisce automaticamente competitività. La capacità ferroviaria, l’interoperabilità transfrontaliera e l’efficienza dei collegamenti terrestri rimangono decisive.

Dall’Adriatico ai nuovi corridoi eurasiatici

La nuova centralità dell’Adriatico si inserisce anche nella competizione per le connessioni tra Europa e Asia. Il rapporto dedica particolare attenzione all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), l’iniziativa lanciata al G20 di Nuova Delhi nel 2023 per sviluppare collegamenti commerciali, energetici e digitali attraverso India, Golfo, Medio Oriente ed Europa.

Per i porti adriatici, Imec rappresenta una possibile opportunità di integrazione nelle nuove reti eurasiatiche. Il documento sottolinea però che il corridoio richiederà anni per diventare pienamente operativo e dovrà superare ostacoli infrastrutturali e geopolitici considerevoli. Accanto a Imec, l’Ispi analizza il Middle Corridor, la rotta transcaspica che collega Asia centrale ed Europa aggirando la Russia. Entrambe le iniziative rispondono alla ricerca di ridondanza delle connessioni commerciali: una priorità crescente per un’Unione europea che intende ridurre le proprie vulnerabilità senza rinunciare all’apertura internazionale. Il Nord Adriatico potrebbe così consolidarsi come punto di convergenza tra diverse direttrici, collegando i flussi mediterranei con quelli provenienti dai Balcani, dal Caucaso e dall’Europa orientale.

Energia, difesa e infrastrutture digitali

La dimensione commerciale costituisce soltanto una parte del potenziale individuato dall’Ispi. I porti adriatici sono già importanti per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, soprattutto verso i Paesi senza accesso diretto al mare. La riduzione della dipendenza dagli idrocarburi russi ha rafforzato il valore strategico delle infrastrutture regionali.

A questo si aggiungono la transizione energetica, i progetti di decarbonizzazione e le prospettive della connettività digitale, compreso il futuro sistema di cavi sottomarini GreenMed. Il rapporto attribuisce inoltre crescente rilevanza alla mobilità militare. In un’Europa impegnata ad aumentare gli investimenti nella difesa, porti, ferrovie e collegamenti intermodali diventano infrastrutture a duplice uso, necessarie anche per il trasferimento di materiali e mezzi verso il fianco orientale della Nato. È qui che la centralità adriatica assume una dimensione propriamente strategica: quella di un sistema capace di contribuire simultaneamente alla competitività economica, alla sicurezza energetica e alla resilienza europea.

La sfida per Bruxelles

La trasformazione descritta dall’Ispi richiede investimenti e coordinamento. Il rapporto individua 43 progetti infrastrutturali collegati alla rete TEN-T nei porti Napa, per circa 3,26 miliardi di euro. Ma evidenzia anche i rischi di interventi frammentati, incapaci di risolvere le strozzature lungo i corridoi logistici. La proposta è considerare i cinque porti come un sistema integrato, preservandone le specializzazioni e rafforzando la cooperazione transfrontaliera. Un modello di governance che potrebbe offrire indicazioni utili anche ad altre regioni europee.

Il messaggio politico arriva mentre l’Unione negozia il prossimo quadro finanziario pluriennale. Per Bruxelles, riconoscere la centralità dell’Adriatico significherebbe investire in una geografia economica europea più diversificata, capace di sostenere l’integrazione dei Balcani e dell’Europa orientale. La conclusione del rapporto è, in definitiva, una sollecitazione strategica: in un mondo nel quale le rotte commerciali sono sempre più esposte alle rivalità geopolitiche, la sicurezza europea dipenderà anche dalla capacità di moltiplicare gli accessi al continente. E l’Adriatico potrebbe diventare uno dei protagonisti di questa trasformazione.

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Ucraina, Crosetto contro Trump: “Errore grave” limitare intelligence e satelliti a Kiev

Crosetto avverte gli Usa: “Privare Kiev delle risorse significa prolungare la guerra”

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha giudicato un “errore completo, un grave errore” la decisione degli Stati Uniti di restringere l’accesso dell’Ucraina ai sistemi satellitari e ai dati di intelligence impiegati per contrastare gli attacchi russi. Intervistato dalla Bbc, il ministro ha definito una simile scelta dell’amministrazione Trump una misura che “non ha assolutamente senso”, destinata a rischiare di prolungare l’invasione russa anziché favorire il raggiungimento della pace.

“La pace arriverà quando Putin si convincerà che la guerra è allo stallo”

“La pace arriverà quando Putin sarà convinto che ci sia una situazione di stallo, che non possa avanzare ulteriormente – ha dichiarato Crosetto, intervistato nella sede del ministero a Roma – Se vede delle debolezze da parte ucraina, e se gli Stati Uniti privano l’Ucraina delle risorse, questo crea debolezza, allora crederà di poter vincere. Quindi continuerà la guerra”, ha sottolineato il ministro, che ha ribadito: “Penso che sia completamente sbagliato.” Crosetto ha assicurato che l’Italia manterrà gli aiuti militari a Kiev “finché questo governo sarà in carica”, precisando tuttavia che ottenere il via libera parlamentare per nuovi invii sarà “più difficile” man mano che si avvicineranno le elezioni.

Infine, ha dichiarato: “Quando uno Stato oltrepassa il confine di un altro Stato con i carri armati, quando bombarda ospedali e scuole, uccide civili e bombarda centrali elettriche, e lo fa da quattro anni, non posso che definirlo malvagio”.

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Tormento, sofferenza ed estasi di Jovanotti: alla Festa di Roma il documentario monumento su Lorenzo Cherubini che non t’aspetti

Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party. Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.

Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.

Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.

Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto Rick Rubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.

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Violenta un tredicenne nel bar dei genitori, arrestato 40enne a Padova

Un 40enne è stato arrestato giovedì sera a Padova per violenza sessuale aggravata ai danni di un 13enne. Un cliente del bar aveva notato il ragazzino parlare con l’uomo, pakistano, nella sala e, dopo aver perso di vista il minore, ha segnalato la situazione alle forze dell’ordine. I genitori, di origine cinese, stavano lavorando dietro al bancone del bar, quando hanno deciso insieme di andare a controllare in bagno. La porta era chiusa dall’interno e, una volta sfondata, i genitori hanno scoperto l’abuso sul figlio.

I poliziotti della Squadra Mobile e delle Volanti della Questura di Padova hanno ricostruito quanto accaduto, anche attraverso la visione delle immagini del sistema di videosorveglianza all’interno del locale. Sul posto è intervenuto anche il personale del 118 per il 13enne che era in evidente stato di shock. Sul pavimento del bagno è stata trovata anche della cocaina per la quale sono in corso ulteriori accertamenti. Dalle ricostruzioni è emerso che pakistano avrebbe trattenuto in bagno la vittima, chiudendo a chiave la porta, costringendola ad atti sessuali e per questo è stato arrestato.

Il 40enne, regolare in Italia e residente in Emilia-Romagna, ha vari precedenti anche per atti contrari alla pubblica decenza, per minacce e per essersi rifiutato di fornire le proprie generalità. Su disposizione della procura, l’uomo è stato portato nella Casa Circondariale “Due Palazzi” di Padova. Il Questore di Padova, Marco Odorisio, ha attivato l’Ufficio Immigrazione per l’avvio della procedura di revoca del permesso di soggiorno.

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L’Iran attaccherà i cavi sottomarini? Il potere di una minaccia invisibile

Mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz continuano ad alimentare l’incertezza sui mercati energetici e gli scontri nello Yemen riportano l’attenzione sulla sicurezza del Mar Rosso, con il rischio di quella che viene definita una “October escalation”, una domanda comincia a farsi strada tra gli osservatori della crisi mediorientale: perché l’Iran e i suoi prolungamenti operativi regionali non hanno ancora deliberatamente attaccato i cavi sottomarini che sostengono una parte essenziale delle comunicazioni globali?

La questione ha assunto una rilevanza immediata dopo le dichiarazioni di Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, che la scorsa settimana ha minacciato di colpire proprio cavi sottomarini, data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale qualora il conflitto con gli Stati Uniti dovesse riprendere su larga scala. L’avvertimento è arrivato mentre Teheran giudicava insufficiente la risposta americana alle condizioni proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz e i combattimenti intorno a Bab el-Mandeb accrescevano i timori per la sicurezza della connettività tra Europa e Asia.

Per Fabrizio Bozzato, senior research fellow alla Sasakawa Peace Foundation e diplomatico del Sovrano Militare Ordine di Malta, la domanda merita di essere affrontata da una prospettiva diversa: prima di interrogarsi sulle capacità iraniane di sabotare le infrastrutture digitali, occorrerebbe chiedersi quale vantaggio strategico Teheran potrebbe effettivamente ricavare da un attacco. “Essere in grado di danneggiare qualcosa non significa necessariamente che farlo sia una scelta particolarmente intelligente”, osserva Bozzato. Una distinzione apparentemente semplice, ma decisiva per comprendere la logica della coercizione iraniana e i limiti entro i quali essa potrebbe continuare a operare.

Lo Stretto di Hormuz viene abitualmente considerato attraverso la lente della sicurezza energetica. Il transito delle petroliere, le esportazioni di gas naturale liquefatto e la presenza militare americana dominano il dibattito internazionale. Eppure, il Golfo è anche uno spazio cruciale per la connettività digitale, attraversato da infrastrutture sottomarine dalle quali dipendono servizi finanziari, attività logistiche, comunicazioni e una quota crescente degli investimenti tecnologici regionali.

La loro importanza è destinata ad aumentare con l’espansione dei data center e dei progetti legati all’AI, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, dove le collettività chiedono di essere protagoniste degli sviluppi tecnologici della loro epoca – parte del nuovo patto sociale siglato con le leadership emergenti. In questo contesto, la vulnerabilità delle reti digitali rappresenta una leva di pressione che Teheran può sfruttare anche senza ricorrere alla forza.

“Una minaccia credibile può creare incertezza, influenzare le decisioni di investimento, complicare i calcoli assicurativi e incoraggiare i governi regionali a riconsiderare le possibili conseguenze di uno scontro militare”, spiega Bozzato. “Tutto questo può accadere senza che venga tagliato un solo cavo”.

È qui che emerge il paradosso strategico secondo l’esperto dell’istituzione nipponica. La possibilità di interrompere infrastrutture essenziali può produrre un effetto deterrente superiore a quello di un attacco effettivo, soprattutto quando l’obiettivo consiste nell’aumentare il costo politico ed economico di un’eventuale escalation americana. La minaccia iraniana parla dunque anche alle capitali del Golfo, chiamate a valutare quanto la propria prosperità economica e le ambizioni tecnologiche possano essere esposte alle conseguenze di un nuovo conflitto. La distruzione di un cavo, al contrario, introdurrebbe variabili molto più difficili da governare.

Le reti sottomarine non rispettano le divisioni geopolitiche. Collegano Paesi rivali, partner commerciali, istituzioni finanziarie e operatori tecnologici attraverso sistemi interdipendenti. Un’operazione concepita per danneggiare gli interessi americani potrebbe compromettere le comunicazioni di Stati che Teheran preferirebbe mantenere neutrali, oppure colpire economie con le quali l’Iran conserva relazioni diplomatiche e commerciali. “Una volta provocato il danno, Teheran avrebbe molto meno controllo su ciò che accadrebbe successivamente”, sottolinea Bozzato.

La considerazione assume particolare peso nel Golfo, dove rivalità strategiche e interdipendenza economica convivono da decenni. L’Iran ha interesse a imporre costi ai propri avversari, ma deve anche valutare le conseguenze di un deterioramento dei rapporti con i vicini e il rischio di provocare una risposta militare più ampia. La scelta di non colpire deliberatamente queste infrastrutture potrebbe quindi riflettere un calcolo razionale, senza necessariamente indicare moderazione politica o incapacità operativa.

Questo equilibrio, naturalmente, dipende dalle circostanze. Se la leadership iraniana dovesse percepire una minaccia alla propria sopravvivenza, oppure concludere che gli attuali strumenti di deterrenza non siano più efficaci, la valutazione dei costi e dei benefici potrebbe cambiare rapidamente. Bozzato invita perciò a prendere sul serio gli avvertimenti iraniani, evitando però di interpretarli automaticamente come annunci di operazioni imminenti. Il segnale politico e l’intenzione operativa rimangono due dimensioni distinte, anche quando una crisi tende a renderne meno riconoscibili i confini.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il problema dell’attribuzione. I cavi sottomarini possono essere danneggiati da ancore, attrezzature da pesca, eventi geologici e incidenti marittimi. Stabilire se un’interruzione sia accidentale o deliberata può richiedere indagini complesse, soprattutto in aree attraversate da operazioni militari. Questa incertezza offre opportunità a chi intenda esercitare pressione attraverso operazioni difficilmente attribuibili, ma può anche trasformarsi in un fattore di escalation incontrollata. Come osserva Bozzato, “in un contesto regionale altamente teso, persino un guasto accidentale potrebbe generare sospetti di sabotaggio”. Un’operazione deliberatamente ambigua, aggiunge, potrebbe provocare una risposta fondata su valutazioni politiche prima ancora che su prove tecniche conclusive. Il rischio, dunque, riguarda tanto l’eventualità di un attacco quanto la possibilità che un incidente venga interpretato come tale.

La dimensione geografica amplia ulteriormente la portata del problema. Hormuz, il Mar Arabico, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Mediterraneo costituiscono un sistema strategico interconnesso, nel quale flussi energetici, traffici commerciali e comunicazioni digitali si sovrappongono. Il Mar Rosso rappresenta uno dei principali corridoi delle telecomunicazioni tra Europa e Asia. Le tensioni lungo le coste yemenite e la presenza degli Houthi accrescono l’esposizione delle infrastrutture sottomarine, mentre eventuali interruzioni potrebbero propagare i propri effetti ben oltre il teatro regionale.

“Il Golfo non può essere esaminato isolatamente”, sostiene Bozzato, richiamando la continuità strategica tra Hormuz, il Mar Arabico, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Una perturbazione in uno di questi passaggi, osserva, può produrre conseguenze molto lontane dal luogo in cui si verifica. È una lettura che colloca la sicurezza delle infrastrutture digitali nella più ampia geografia dell’Indo-Mediterraneo, lo spazio di interconnessione economica e strategica che unisce Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. Per Paesi come Italia e Giappone, fortemente dipendenti dalla continuità dei commerci internazionali e dall’affidabilità delle comunicazioni, la vulnerabilità dei cavi sottomarini rappresenta una questione di sicurezza economica e nazionale.

La risposta, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente agli strumenti militari. Sorveglianza navale, monitoraggio delle attività sospette e capacità di intervento rimangono indispensabili, ma la vastità delle reti rende impraticabile una protezione fisica permanente. “Nessuna marina militare, per quanto capace, può sorvegliare permanentemente ogni chilometro di cavo posato sui fondali”, ricorda il ricercatore, che sta dedicando parte dei suoi studi all’analisi di rischi e minacce attorno a certe infrastrutture.

Per Bozzato, diventa quindi centrale il concetto di resilienza: diversificazione dei percorsi, ridondanza delle connessioni, capacità di riparazione, cooperazione tra governi e operatori privati, condivisione tempestiva delle informazioni. A questi strumenti deve accompagnarsi una capacità diplomatica di gestione degli incidenti, indispensabile per impedire che un guasto tecnico o un episodio dall’attribuzione incerta si trasformino in una crisi internazionale.

La sicurezza dei cavi sottomarini rivela così una delle contraddizioni della competizione geopolitica contemporanea. Le infrastrutture digitali sono diventate asset strategici essenziali, ma la loro natura transnazionale rende difficile colpire selettivamente un avversario senza provocare conseguenze su un sistema economico molto più ampio. Per Teheran, questa interdipendenza costituisce al tempo stesso un’opportunità di coercizione e un limite all’impiego della forza. La minaccia di interrompere le comunicazioni può rafforzare il potere negoziale iraniano; la sua esecuzione rischierebbe invece di compromettere gli stessi equilibri regionali che la leadership cerca di influenzare.

La conclusione di Bozzato è che la mancata distruzione dei cavi potrebbe dipendere dall’intersezione tra calcolo strategico, interdipendenza economica e timore delle conseguenze impreviste. Nessuno di questi fattori, tuttavia, garantisce che la moderazione continui a prevalere. La domanda decisiva, allora, non riguarda soltanto le ragioni per cui l’Iran non abbia ancora colpito. Riguarda la preparazione delle economie e dei governi a uno scenario nel quale Teheran, o uno dei suoi alleati regionali, decida che i benefici di un attacco superano finalmente i rischi. “Comprendere perché qualcosa non sia accaduto è utile”, conclude Bozzato. “Assicurarsi di essere in grado di affrontarne le conseguenze, qualora accadesse, è considerevolmente più importante”.

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Padova, abusa di un 13enne nel bagno del bar dei genitori: arrestato 40enne pakistano 

Padova: violenza sessuale su 13enne in un bar, arrestato 40enne pakistano

Un 40enne pakistano, regolare sul territorio nazionale e residente in Emilia-Romagna, è stato arrestato giovedì sera dai poliziotti della Sezione specializzata della Squadra Mobile e delle Volanti della Questura di Padova, per violenza sessuale aggravata ai danni di un 13enne di origine cinese. A far scattare l’intervento degli agenti, la segnalazione al 113 fatta da un cliente di un bar a Padova, preoccupato per non aver più visto il ragazzino nella sala dopo averlo notato parlare con l’uomo.

Avvisati i genitori, impegnati dietro al bancone del bar a servire i clienti, hanno deciso insieme di andare a controllare in bagno e, notata la porta chiusa dall’interno, di sfondarla, scoprendo all’interno l’uomo in chiari atteggiamenti sessuali sul ragazzino.

Nel frattempo, i poliziotti della Squadra Mobile e delle Volanti, intervenuti sul posto, dopo aver fatto intervenire personale del 118 per il 13enne in evidente stato di shock, hanno ricostruito quanto accaduto, anche attraverso la visione delle immagini del sistema di videosorveglianza all’interno del locale.

All’interno del bagno, sul pavimento, è stata inoltre trovata cocaina, per la quale sono in corso ulteriori accertamenti da parte della Squadra Mobile. Sulla base della ricostruzione investigativa, i poliziotti hanno arrestato il 40enne per violenza sessuale aggravata. Lo stesso risulta avere a carico un precedente di polizia del 2026 per rifiuto di fornire le proprie generalità, del 2020 per minacce e del 2013 per atti contrari alla pubblica decenza. Portato nella Casa Circondariale “Due Palazzi” di Padova, il Questore della provincia di Padova Marco Odorisio ha attivato l’Ufficio Immigrazione per l’avvio della procedura di revoca del permesso di soggiorno.

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Lombardia, il vicepremier Salvini contestato a Palazzo Pirelli dai consiglieri Pd. Majorino: “Pensi ai treni”

Venerdì pomeriggio il vicepremier Matteo Salvini è stato contestato nei corridoi di Palazzo Pirelli a Milano dai consiglieri regionali Pd. Salvini era arrivato per partecipare a una conferenza stampa sulla proposta di legge regionale della Lega sullo stop alle moschee. Ma all’arrivo ha trovato ad accoglierlo una folta schiera di consiglieri dem che hanno urlato slogan e hanno esibito cartelli con su scritto “Pensa ai treni”. “Io credo che sia abbastanza incredibile che mentre decine di migliaia di passeggeri sono a terra Salvini venga a Palazzo Pirelli a parlare di tutt’altro – ha detto il consigliere Pd Piefrancesco Majorino – glielo abbiamo scritto e lo ribadiamo: il ministro Salvini deve occuparsi di treni, aerei, bus, metropolitane, non di leggi regionali che non lo riguardano”.

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CUPRA rinnova la gamma italiana tra design, tecnologia e nuove offerte

CUPRA aggiorna la gamma italiana con Formentor Impulse, nuove Tribe Edition e versioni Business: dotazioni, motori e prezzi.

La gamma CUPRA 2026 si amplia in Italia con tre proposte che puntano su esigenze differenti: il nuovo allestimento Formentor Impulse, le esclusive Tribe Edition e le versioni CUPRA x Business. Il marchio rafforza così la propria presenza tra SUV coupé, berline sportive e station wagon, combinando motorizzazioni termiche ed elettrificate, contenuti tecnologici e formule commerciali dedicate. Le novità riguardano modelli già presenti sul mercato: cambiano dotazioni, possibilità di scelta e posizionamento delle versioni.

CUPRA Formentor Impulse: il SUV coupé diventa più ricco

La principale novità per il bestseller del marchio è CUPRA Formentor Impulse, allestimento che abbina stile e comfort a un pacchetto di serie particolarmente completo. Comprende cerchi in lega Artic Black Matt da 19 pollici, tetto panoramico, vernice metallizzata ed Edge Pack. Quest’ultimo introduce accesso Keyless Advanced, illuminazione ambientale Smart Wraparound, telecamera posteriore, portellone elettrico handsfree e antifurto. Sulle versioni e-HYBRID è incluso il cavo Mode 3. La scelta dei propulsori spazia tra benzina TSI, diesel TDI, mild hybrid e plug-in, con potenze da 150 a 333 CV.

Prezzo Formentor Impulse e nuovi sistemi di assistenza

La Formentor Impulse 1.5 Hybrid DSG da 150 CV viene proposta con una promozione da 34.900 euro, valida secondo il comunicato fino al 31 ottobre 2026 presso i concessionari aderenti, IPT esclusa. In alternativa è previsto un finanziamento CUPRA Way da 195 euro al mese, soggetto ad anticipo, rata finale e condizioni contrattuali: non si tratta quindi del costo complessivo della vettura. Si aggiornano anche le tecnologie disponibili a richiesta: il pacchetto Intelligent Drive introduce una funzione di arresto di emergenza nella corsia libera più a destra; il Trained Park Assist può memorizzare le manovre abituali. Per l’audio Immersive by Sennheiser arrivano quattro attuatori integrati nel cielo dell’abitacolo.

Tribe Edition: quattro modelli e materiali più sostenibili

Le CUPRA Tribe Edition interessano Formentor, Leon, Leon Sportstourer e Terramar. Il tratto comune è una personalizzazione più marcata: vernice Midnight Black di serie, nuova tinta Manganese Matt, dettagli Dark Chrome e cerchi specifici con finitura Sulfur Green, realizzati con il 20% di materiali riciclati. Nell’abitacolo, alcune finiture plastiche utilizzano fino al 30% di materiali riciclati e una vernice con il 15% di materiale di origine biologica. I sedili sportivi impiegano tessuti centrali riciclati al 100%, realizzati con lavorazione 3D knitting, pensata per ridurre gli scarti di produzione.

Leon e Leon Sportstourer Tribe Edition: sportività e versatilità

La CUPRA Leon Tribe Edition parte da 36.100 euro, mentre la Leon Sportstourer Tribe Edition inizia da 37.850 euro, secondo i prezzi comunicati dal marchio. La dotazione comprende sedili sportivi dedicati, finiture Sulfur, accesso senza chiave e retrocamera. Per le versioni compatibili figurano anche controllo dinamico dell’assetto DCC e assale posteriore Multilink, non disponibili sul 2.0 TDI. La famiglia comprende benzina, diesel, mild hybrid e plug-in, con potenze che arrivano a 333 CV nelle configurazioni indicate nel comunicato.

Formentor e Terramar Tribe Edition: due SUV, due caratteri

La Formentor Tribe Edition valorizza il SUV coupé con cerchi da 19 pollici, sedili 3D knitting, portellone elettrico e una gamma motori estesa dalle unità tradizionali alle e-HYBRID da 204 e 272 CV. Il prezzo di partenza dichiarato è 39.700 euro per il 1.5 TSI da 150 CV. La Terramar Tribe Edition adotta invece cerchi dedicati da 20 pollici e può essere scelta con motori benzina, mild hybrid e plug-in. Per il SUV più grande, la proposta parte da 45.350 euro nella versione 1.5 Hybrid da 150 CV. Le due interpretazioni condividono la ricerca di un’identità più esclusiva.

CUPRA x Business: allestimenti per flotte e clienti privati

Con CUPRA x Business il costruttore affianca alla gamma tre versioni rivolte a professionisti e flotte, ma acquistabili anche dai privati: Terramar Business, Formentor Business e Leon Sportstourer Business. L’obiettivo è semplificare le configurazioni e offrire equipaggiamenti utili nella guida quotidiana. Il pacchetto Edge porta, secondo il modello, accesso Keyless Advanced, illuminazione Smart Wraparound, sistemi di assistenza e portellone elettrico handsfree. Restano disponibili più motorizzazioni, comprese soluzioni mild hybrid e ibride ricaricabili, per rispondere a percorrenze e necessità differenti.

Prezzi CUPRA Business e strategia della nuova gamma

Il listino annunciato parte da 35.700 euro per Leon Sportstourer Business con 1.5 TSI da 150 CV; seguono Formentor Business da 38.500 euro e Terramar Business da 43.900 euro. Quest’ultima offre, tra l’altro, climatizzazione tri-zona e cruise control adattivo predittivo nel pacchetto Edge. Nel complesso, l’offensiva CUPRA non introduce soltanto nuove denominazioni commerciali: amplia la scelta tra allestimenti ricchi, personalizzazioni più ricercate e configurazioni orientate al valore d’uso. Per chi valuta una nuova auto, il confronto dovrà considerare non solo il prezzo di ingresso, ma anche dotazione, propulsore e condizioni delle eventuali offerte.

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Trasformare le regole in un vantaggio competitivo. Le sfide dell’AI nella sanità europea secondo Leite (Unite)

Ricardo Baptista Leite, fondatore e presidente di UNITE Parliamentarians Network for Global Health, guarda all’intelligenza artificiale in sanità dalla prospettiva che unisce governance, innovazione e capacità di implementazione. In questa intervista, pubblicata sull’ultimo numero di Healthcare Policy, spiega perché per l’Europa la vera sfida non sia semplicemente regolare l’AI, ma trasformare le regole in adozione concreta, facendo della “trusted scale” un vantaggio competitivo e indica nell’Italia un possibile laboratorio europeo per tradurre la leadership normativa in risultati clinici ed economici.

L’AI Act dell’Ue viene spesso discusso da una prospettiva normativa. A suo avviso, quali sono le maggiori sfide pratiche che i sistemi sanitari, gli operatori sanitari e gli innovatori devono affrontare nel passaggio dalla conformità normativa all’implementazione nel mondo reale?

La più grande sfida pratica è che la conformità viene troppo spesso trattata come un esercizio giuridico, mentre l’implementazione è fondamentalmente un esercizio di trasformazione del sistema sanitario.

In ambito sanitario, l’AI Act dell’Ue non opera in modo isolato. Le organizzazioni devono gestire la sua interazione con la normativa sui dispositivi medici, la protezione dei dati, lo Spazio europeo dei dati sanitari, la valutazione delle tecnologie sanitarie, gli appalti, i rimborsi e la responsabilità professionale. La difficoltà non consiste semplicemente nello stabilire se un sistema di AI sia conforme. Si tratta di sapere chi è responsabile quando quel sistema viene aggiornato, quando le sue prestazioni cambiano nel tempo, quando si comporta in modo diverso tra diverse popolazioni o quando viene integrato in un complesso flusso di lavoro clinico.

Il rapporto di HealthAI sull’AI Act dell’Ue, presentato lo scorso maggio in collaborazione con il World Economic Forum, ha individuato diverse lacune concrete. La proposta di suddivisione delle responsabilità tra le autorità orizzontali competenti per l’AI e gli organismi di regolamentazione dei dispositivi medici non è ancora stata pienamente testata nella pratica. Gli organismi di valutazione della conformità avranno bisogno di nuove competenze nell’AI e nella data science. I sistemi sanitari e gli innovatori più piccoli hanno inoltre bisogno di indicazioni chiare e accessibili, anziché dover interpretare autonomamente diversi regimi normativi sovrapposti.

Ma esiste un problema altrettanto importante dopo l’approvazione normativa. Uno strumento di AI può essere conforme all’AI Act e ai requisiti relativi ai dispositivi medici e tuttavia non raggiungere mai un paziente perché non esistono un codice di rimborso, un adeguato processo di HTA, un meccanismo di approvvigionamento, un budget per l’implementazione o un piano per la forza lavoro. L’approvazione normativa è quindi necessaria, ma non equivale all’adozione.

La conformità deve essere intesa come il punto di partenza, non come il traguardo. Una reale implementazione e scalabilità richiedono capacità istituzionale, evidenze cliniche, dati interoperabili, preparazione della forza lavoro, percorsi di finanziamento e monitoraggio continuo dopo l’implementazione. Ciò riflette un punto più ampio che ho sottolineato più volte: una governance responsabile non è ciò che impedisce l’adozione. È ciò che rende possibile un’adozione basata sulla fiducia e consente all’AI di andare oltre i progetti pilota isolati.

Il vostro rapporto identifica l’Italia come il primo Stato membro dell’Ue ad adottare una legge nazionale organica sull’AI, evidenziando al tempo stesso la frammentazione regionale e l’assenza di un percorso strutturato per il rimborso degli strumenti clinici basati sull’AI. Cosa dovrebbe fare ora l’Italia per trasformare la leadership legislativa in leadership clinica ed economica?

L’Italia ha già raggiunto un risultato importante: ha fornito una direzione politica e legislativa. La legge n. 132/2025 ha istituito il primo quadro normativo nazionale organico sull’AI adottato da uno Stato membro dell’Ue, comprese disposizioni specifiche per il settore sanitario. Stabilisce che l’AI debba supportare, e non sostituire, i professionisti sanitari; che la responsabilità clinica rimanga umana; e che i pazienti debbano essere informati quando viene utilizzata l’AI. Questa impostazione antropocentrica è coerente con l’approccio europeo e può contribuire a rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica.

La lezione che emerge dall’Italia, e dagli altri Paesi esaminati nel nostro rapporto, è che la legislazione è necessaria ma insufficiente. L’Italia deve ora trasformare la leadership normativa in capacità operativa. Il suo sistema sanitario decentralizzato rende questo passaggio particolarmente importante. In assenza di approcci nazionali comuni alla valutazione, agli appalti, alla supervisione e al monitoraggio post-commercializzazione, le diverse regioni potrebbero adottare standard e percorsi differenti. Ciò può produrre disuguaglianze nell’accesso dei pazienti e rendere l’Italia un mercato difficile per gli innovatori, in particolare per le aziende più piccole.

L’opportunità più immediata consiste nel collegare la governance nazionale dell’AI, l’infrastruttura dei dati sanitari e i meccanismi di accesso al mercato. AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) sta sviluppando una piattaforma nazionale di AI per l’assistenza primaria e territoriale, progettata per fornire un supporto non vincolante alle decisioni cliniche e alla prevenzione, mantenendo al contempo la responsabilità professionale. L’Italia ha inoltre attivato il programma nazionale 2026-2028 di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici, che individua esplicitamente le piattaforme di AI e le terapie digitali come aree di attenzione. Si tratta di basi promettenti, ma l’HTA deve essere collegato agli appalti, al finanziamento e all’adozione, anziché diventare un ulteriore livello di valutazione isolato.

L’Italia potrebbe diventare un laboratorio europeo per l’implementazione di un’AI affidabile in ambito sanitario: sperimentando forme di supervisione congiunta tra le autorità, stabilendo requisiti probatori riconosciuti a livello nazionale, utilizzando appalti basati sul valore e valutando l’AI su diverse popolazioni regionali e in differenti contesti assistenziali. Il suo successo, in ultima analisi, non sarà giudicato dal numero di strategie o progetti pilota avviati, ma dalla capacità delle tecnologie sicure di migliorare l’assistenza in tutto il Paese.

Con l’AI in ambito sanitario che diventa parte della competizione geopolitica per la leadership tecnologica, come può l’Europa rafforzare la propria autonomia strategica senza frammentare la cooperazione internazionale? Quale ruolo distintivo potrebbe svolgere l’Italia?

L’AI in ambito sanitario è già parte della più ampia competizione geopolitica per la leadership tecnologica. Gli asset rilevanti non si limitano più agli algoritmi. Comprendono capacità di calcolo, infrastrutture cloud, dati sanitari, foundation model, catene di approvvigionamento dei semiconduttori, talenti scientifici, capacità di validazione clinica, ricerca farmaceutica, competenze normative e capacità di implementare la tecnologia su scala di sistema sanitario.

Tuttavia, eviterei di inquadrare tutto questo come una semplice competizione a somma zero tra Europa, Stati Uniti e Cina. La sanità è intrinsecamente interdipendente. Le malattie attraversano i confini, la conoscenza scientifica è globale e i segnali relativi alla sicurezza associati a un sistema di AI implementato in un Paese possono essere estremamente rilevanti per i pazienti di un altro.

L’autonomia strategica, quindi, non dovrebbe significare isolamento tecnologico o completa autosufficienza. Dovrebbe significare che l’Europa dispone della capacità di compiere scelte sovrane e informate: valutare in modo indipendente i sistemi di AI, proteggere e utilizzare responsabilmente i propri dati sanitari, mantenere infrastrutture critiche, sostenere gli innovatori europei ed evitare di diventare completamente dipendente da tecnologie che non è in grado di ispezionare, governare o sostituire.

La stessa Commissione europea collega sempre più l’adozione dell’AI in settori strategici, tra cui sanità, biotecnologie e farmaceutica, alla competitività e alla sovranità tecnologica. La sua Apply AI Strategy e l’AI Continent Action Plan mirano a combinare capacità di calcolo, dati, investimenti, competenze e sostegno all’adozione.

L’Italia può fornire un contributo distintivo attraverso l’AI applicata: validazione clinica, ricerca biomedica, innovazione farmaceutica e nelle tecnologie mediche, manifattura avanzata, assistenza territoriale e primaria e scienza della regolamentazione. Può inoltre fungere da ponte tra le istituzioni europee e la più ampia regione mediterranea.

I vincitori della competizione geopolitica non saranno necessariamente coloro che produrranno il maggior numero di modelli. Potrebbero essere coloro che sapranno integrare in modo sicuro l’AI nell’assistenza sanitaria, produrre evidenze affidabili, rafforzare la propria forza lavoro e generare benefici misurabili per le proprie popolazioni.

Cresce la preoccupazione che la regolamentazione possa rallentare l’innovazione rispetto a concorrenti come Stati Uniti e Cina. Come può l’Europa fare in modo che una governance responsabile dell’AI diventi una fonte di vantaggio competitivo, anziché un vincolo per i suoi sistemi sanitari e per il settore delle scienze della vita?

Il problema dell’Europa non è che regolamenta. Il rischio maggiore è che regolamenti senza creare le condizioni operative che rendano prevedibile la conformità e possibile l’adozione.

Una governance ben progettata può garantire certezza giuridica, ridurre il rischio per gli investimenti e fornire a medici, pazienti e sistemi sanitari la fiducia necessaria per utilizzare nuove tecnologie. In ambito sanitario, la fiducia non è un beneficio etico astratto. È una condizione pratica per l’adozione sul mercato. Una tecnologia di cui i medici non si fidano, che le autorità di regolamentazione non sono in grado di valutare o che i cittadini non sono disposti ad accettare non può raggiungere una diffusione su larga scala, indipendentemente da quanto sia sofisticata.

Ma l’Europa potrà trasformare la governance in un vantaggio competitivo soltanto se affronterà la frammentazione. Un innovatore non dovrebbe essere costretto a confrontarsi con interpretazioni, requisiti probatori, norme sugli appalti e sistemi di rimborso sostanzialmente diversi in ogni Stato membro. L’Europa ha bisogno di un mercato unico per l’innovazione sanitaria affidabile nella pratica, non soltanto nella legge.

Ciò richiede un coordinamento più chiaro tra l’AI Act dell’Ue, la normativa sui dispositivi medici e lo Spazio europeo dei dati sanitari; capacità adeguate tra le autorità di regolamentazione e gli organismi di valutazione della conformità; consulenza scientifica e normativa precoce per gli innovatori; sandbox regolamentari e ambienti di sperimentazione concreti; e percorsi più armonizzati dall’autorizzazione al rimborso e agli appalti. L’EHDS può diventare un importante asset competitivo, ma diverse delle sue componenti operative entreranno progressivamente in funzione, mentre le decisioni relative alla conformità e agli investimenti nell’AI vengono già prese oggi. Sandbox regolamentari, meccanismi di consulenza scientifica precoce e accordi volontari di condivisione dei dati tra sistemi sanitari possono già oggi ridurre la frammentazione e continuare a rafforzare il sistema una volta che l’EHDS sarà pienamente operativo.

L’Europa non dovrebbe cercare di vincere abbassando gli standard di sicurezza o imitando ogni caratteristica dei modelli americano o cinese. Dovrebbe competere attraverso una “trusted scale”: regole chiare, evidenze di alta qualità, accesso a dati sanitari diversificati, istituzioni pubbliche solide e capacità di implementare innovazioni sicure in un mercato di dimensioni continentali.

Come ho sostenuto pubblicamente, la governance non è un ostacolo all’innovazione. Senza sicurezza, evidenze, accountability e fiducia nella regolamentazione, l’AI rimarrà intrappolata nei progetti pilota. Con la giusta governance, può entrare nei sistemi sanitari e generare valore reale.

In sintesi, direi che l’Europa non dovrebbe essere costretta a scegliere tra velocità e sicurezza. Il suo vantaggio competitivo dovrebbe consistere nella capacità di ottenere entrambe.

Nei prossimi due o tre anni, a cosa dovrebbero dare priorità governi, autorità di regolamentazione e industria affinché l’AI produca miglioramenti misurabili negli esiti per i pazienti, nella capacità della forza lavoro, nell’equità e nella sostenibilità dei sistemi sanitari, mantenendo al tempo stesso la fiducia dell’opinione pubblica?

Darei priorità a tre aree.

In primo luogo, i governi devono investire nella capacità di implementazione. Ciò significa chiarire le responsabilità istituzionali, formare le autorità di regolamentazione e sanitarie, ampliare le competenze in materia di AI e data science negli organismi di valutazione della conformità e testare i meccanismi di supervisione prima che incidenti reali ne mettano in luce le lacune. Regole senza istituzioni capaci di applicarle non proteggeranno i pazienti né sosterranno gli innovatori.

In secondo luogo, l’Europa deve costruire percorsi credibili dall’approvazione all’impatto. I governi dovrebbero collegare la regolamentazione con l’HTA, il rimborso, gli appalti pubblici, l’interoperabilità e l’implementazione clinica. Il successo non dovrebbe essere misurato dal numero di strategie sull’AI, progetti pilota o appalti annunciati. Dovrebbe essere misurato attraverso gli esiti per i pazienti, diagnosi più precoci, accesso, equità, esperienza della forza lavoro, produttività e sostenibilità dei sistemi sanitari.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di una governance dell’intero ciclo di vita. L’AI è diversa da un farmaco statico o da un dispositivo convenzionale perché le sue prestazioni possono cambiare man mano che i modelli vengono aggiornati, gli ambienti dei dati evolvono e i sistemi vengono implementati in popolazioni differenti. I governi hanno quindi bisogno di registri, tracciabilità delle versioni, monitoraggio delle prestazioni nel mondo reale, meccanismi chiari per la segnalazione degli incidenti e scambio internazionale dei segnali di sicurezza. Questa è una delle ragioni principali per cui HealthAI sta sviluppando meccanismi di collaborazione normativa e di monitoraggio degli eventi avversi tra i Paesi che fanno parte dell’HealthAI Global Regulatory Network.

Queste priorità devono coinvolgere fin dall’inizio i pazienti e i professionisti sanitari. La partecipazione non può essere puramente formale. Le persone interessate dall’AI devono avere un ruolo significativo nella definizione dei rischi accettabili, degli esiti rilevanti e delle condizioni di utilizzo.

Infine, dovremmo evitare quello che ho definito “AI Saviour Complex”. Il semplice inserimento dell’AI in un sistema disfunzionale non risolverà i problemi sottostanti di leadership, organizzazione o incentivi. La tecnologia può amplificare le capacità umane e istituzionali, ma non può sostituirsi alla chiarezza degli obiettivi.

L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere automatizzare i sistemi sanitari di oggi. Dovrebbe essere utilizzare l’AI per contribuire a riprogettarli verso una maggiore prevenzione, personalizzazione, accessibilità e connessione umana.

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Trump sospende le sanzioni alla Russia per abbassare il prezzo del diesel negli Usa, Mosca esulta: “Momento storico”. Zelensky: “Così si incoraggia Putin a continuare gli attacchi”

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

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Petrolio e debito, il Venezuela scopre le carte

Un piano spiegato ai creditori. Perché chi ha un debito, e il Venezuela ne ha uno estero di 240 miliardi di dollari, tra i più consistenti al mondo, deve chiarire come e dove trovare i soldi con cui saldare il conto. Creditori tra i quali c’è il Fondo monetario internazionale che, non ultimo, ha accordato a Caracas alcuni finanziamenti per la ricostruzione all’indomani del sisma di pochi mesi. Ora, per un Paese che ha sotto i propri piedi un quinto delle riserve mondiali di petrolio, c’è solo un modo per onorare i propri impegni ed evitare il fallimento: vendere greggio. Prospettiva più che concreta, ora che gli Stati Uniti hanno rimesso in piedi l’industria petrolifera nazionale, anche grazie al coinvolgimento di grandi compagnie straniere.

Ma, comunque, bisogna spiegare. Per questo, in occasione degli incontri del Fmi organizzati a Bangkok, il vicepresidente Calixto Ortega ha presentato un piano per incrementare l’estrazione di petrolio e minerali, i cui proventi saranno destinati sia al ripristino delle reti idriche ed elettriche, sia al sostegno all’economia. Il che, ovviamente, è interesse dei creditori. Ortega ha descritto l’estrazione di petrolio e minerali come le principali fonti di valuta estera per il Venezuela. E secondo la Banca centrale del Venezuela, il piano stesso prevede anche di destinare le entrate ai servizi pubblici essenziali, ridurre l’inflazione a un livello a due cifre, ristrutturare il debito pubblico e semplificare le procedure burocratiche. Ortega ha affermato che le nuove entrate dovrebbero essere utilizzate per ripristinare i servizi idrici ed elettrici, che, a suo dire, erano stati trascurati per un decennio.

Non è finita. Il vicepresidente venezuelano ha inoltre affermato che dall’inizio dell’anno il governo si è adoperato per reinserire il Paese nel sistema finanziario internazionale. Ma, come prevedibile, Ortega ha respinto l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale del Venezuela: il Paese deve rafforzare il bolívar, che nel medio termine dovrebbe essere in grado di sostenere l’intera economia nazionale. Allo stesso tempo, il dollaro rimane il principale punto di riferimento per i prezzi nei negozi venezuelani, dopo il periodo di iperinflazione del 2017-2021. Di sicuro, tra i creditori che rischiano di rimanere a bocca asciutta, c’è la Cina.

Caracas venderà sì petrolio, ma forse non al Dragone. Essendo la Cina creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Ma il nuovo corso americano, quei barili, forse li terrà lontano dalla Cina.

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Il parametro scelto per il bonus affitto ai genitori separati produce effetti paradossali

Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.

di Maria Cecilia Guerra (Fonte: lavoce.info)

La legge di bilancio per il 2026 ha previsto l’introduzione di un fondo, con una dotazione di 20 milioni annui, finalizzato a finanziare un sostegno abitativo a favore dei genitori separati o divorziati, con figli a carico di età non superiore ai 21 anni, che non risultino assegnatari dell’abitazione familiare di proprietà. Un sostegno su cui ci sarebbe da discutere, ad esempio perché si preoccupa del genitore separato che deve affrontare il costo di un affitto, solo se lui, il coniuge o i figli conviventi sono proprietari della casa familiare che viene assegnata all’altro genitore, come se i non proprietari non dovessero anch’essi affrontare un affitto in più a seguito di una separazione. Considera inoltre solo le coppie legalmente sposate, pur in presenza di un provvedimento del tribunale relativo all’affidamento e al mantenimento dei figli.

Pochi giorni fa, a ben dieci mesi di distanza, è stato approvato il decreto interministeriale del ministero delle Infrastrutture e trasporti e del ministero dell’Economia e finanze, che fissa l’importo del bonus, pari al 50 per cento del canone annuale di affitto fino a un massimo di 6mila euro annui, e individua i criteri, fra cui la prova dei mezzi, per l’esclusione dal beneficio e le graduatorie di accesso. È su questi criteri che ci si soffermerà qui.

Il reddito individuale come indicatore della condizione economica

Il requisito economico per accedere al bonus previsto sarà il reddito individuale che risulta dall’ultima dichiarazione e non l’Isee. In questo modo, dice Matteo Salvini, si va incontro al ceto medio con un reddito fino a 35mila euro che sarebbe altrimenti escluso da soglie Isee che privilegiano i più poveri.

Una dichiarazione in linea con tutte quelle che continuano ad attribuire all’Isee le difficoltà di accesso a questo o quel servizio, a questa o quella prestazione, ma assolutamente sbagliata. La limitazione non dipende dall’Isee, ma dal fatto che l’accesso è selettivo: non è riservato a tutti i potenziali beneficiari, cioè a tutti quelli che ne avrebbero bisogno, perché le risorse messe a disposizione sono insufficienti. Viene allora limitato sulla base di graduatorie o sulla base di un indicatore della condizione economica. L’indicatore utilizzato, qualunque esso sia, non allarga o restringe la platea, che dipende da quante sono le risorse in campo, stabilisce solo un ordinamento: chi è davanti in graduatoria e chi è dietro e può restare escluso.

Per questo è una scelta delicata. Per questo l’Isee non è stato inventato a caso, ma riformato dal 2014 alla luce dell’esperienza decennale precedente, attraverso il confronto con le istituzioni e le parti sociali, e tenendo conto dei criteri suggeriti dagli studi scientifici a disposizione, ad esempio quelli relativi alla scala di equivalenza che permette di confrontare la situazione economica di nuclei familiari con un differente numero di membri. Ovviamente, come tutti gli strumenti, l’Isee è modificabile e migliorabile alla luce anche di eventuali problematiche legate al suo funzionamento. Ma è stato posto come Livello essenziale delle prestazioni, Lep, per cui esiste l’obbligo di utilizzarlo in tutte le prestazioni che a livello locale e nazionale fanno riferimento alla prova dei mezzi, proprio per evitare quel proliferare di misure discrezionali, casuali, che aveva dato luogo, nel periodo antecedente alla sua introduzione, a risultati paradossali: un utente che risultava “ricco” in base ai criteri utilizzati per l’accesso a un certo servizio e “povero” in base ai differenti criteri utilizzati per l’accesso a un altro servizio, addirittura nello stesso comune.

Il decreto 200/2026 viola questo principio: non adotta l’Isee ma fa riferimento unicamente al reddito individuale dell’ultima dichiarazione. Un indicatore troppo povero di informazioni sulla reale condizione economica del potenziale beneficiario del bonus.

Con quali conseguenze?

La caratteristica fondamentale dell’Isee è di valutare la condizione economica non su base individuale ma con riferimento al nucleo familiare. Una persona può infatti essere povera individualmente ma vivere in un nucleo in cui beneficia del reddito percepito dagli altri componenti. Viceversa, può stare bene individualmente ma doversi poi occupare di un insieme ampio di persone non autonome economicamente, come ad esempio minori o persone con gravi disabilità. Regole specifiche servono a tenere conto dei doveri economici che i genitori separati hanno nei confronti dei figli anche non conviventi.

In base al decreto 200/2026, invece, ad esempio: un genitore separato con un reddito di 37mila euro e 4 figli a carico sarà escluso, quello con 33mila euro e un solo figlio a carico potrà invece aspirare ad ottenere il beneficio.

L’Isee tiene poi conto di tutti i redditi, compresi quelli finanziari, che non sono dichiarati in Irpef. Il nuovo indicatore proposto invece non considera i redditi finanziari. Sulla base della norma generale dovrebbe fare riferimento anche ai redditi tassati fuori dall’Irpef, come quelli degli autonomi in regime forfetario, o degli affitti sottoposti alla cedolare secca. Vedremo se almeno questa norma verrà rispettata.

Inoltre, l’Isee è un indicatore misto: tiene conto, oltre al reddito, anche del patrimonio, nell’assunto che a parità di reddito chi possiede un patrimonio, al di sopra di certe franchigie, si trovi in una situazione economica migliore. La franchigia è molto elevata per la prima casa, ma correlativamente si esclude dal reddito la spesa per affitto per chi non ha la casa di proprietà. In base al decreto 200/2026, invece, ad esempio: un genitore separato con un reddito di 34mila euro e attività finanziarie pari a 50mila euro, potrà aspirare a prendere il bonus, quello con un reddito di 35.100 euro e attività finanziarie pari a 5mila euro no.

Esclusioni e punteggi per patrimonio immobiliare e figli

Del patrimonio e dei figli a carico il decreto interministeriale 200/2026 tiene conto, non con l’Isee, ma nelle regole di esclusione e nei punteggi. Lo fa in modo rozzo, generando ulteriori effetti paradossali.

Dalla interazione fra il criterio reddituale prescelto e le altre regole di esclusione previste emerge ad esempio che: un genitore separato con un reddito di 34mila euro, e una casa di proprietà a più di 50 chilometri di distanza dal comune ove è collocata l’abitazione familiare di proprietà può aspirare al bonus, quello con un reddito di 36mila euro ma senza alcun patrimonio immobiliare non lo prenderà. Analoghi effetti paradossali emergono dai punteggi assegnati per stabilire le graduatorie di accesso al bonus: un genitore separato con un reddito di 24.900 euro e solo un figlio, a parità di altre condizioni, passerà davanti in graduatoria a quello con un reddito di 25.100 euro e due figli a carico.

Verità e bugie

Nella sua dichiarazione sugli effetti del nuovo indicatore Salvini dice quindi una verità e una bugia. La verità: abbandonare l’Isee avrà l’effetto di riconoscere il bonus anche a persone che stanno abbastanza bene, al prezzo però di escludere persone che stanno abbastanza male – cosa su cui invece tace. La bugia: con l’abbandono dell’Isee, il numero di genitori che alla fine prenderà il bonus non si amplia, potrebbe anzi addirittura ridursi se i genitori più benestanti ammessi pagano affitti più alti di quelli esclusi, essendo il bonus pari al 50 per cento dell’affitto pagato.

Quello che avverrà è che l’ordinamento fatto non con l’Isee, ma con soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli molto discutibili produrrà effetti paradossali quali quelli riportati sopra.

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Bonus affitto per genitori separati, chi ha diritto al contributo di 500 euro al mese e come fare richiesta entro il 28 ottobre

Con l’apertura della piattaforma telematica del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è scattato il conto alla rovescia per richiedere il bonus affitto genitori separati, una misura pensata per sostenere le spese di locazione dei padri e delle madri rimasti senza un alloggio di proprietà a seguito di una separazione o di un divorzio. L’intervento punta a mitigare l’impatto economico di chi deve sostenere un doppio costo abitativo dopo la rottura familiare, assicurando un contributo finanziario che può raggiungere il 50% del canone mensile versato, fino a un tetto massimo di 500 euro mensili per un totale non superiore a 6.000 euro annui.

I tempi per accedere al beneficio sono particolarmente stretti: la scadenza per l’invio delle istanze è fissata per le ore dodici del 28 ottobre. I richiedenti devono muoversi con la massima tempestività, anche se la normativa specifica che l’ordine cronologico di trasmissione non garantisce alcuna priorità nell’accesso alle risorse. Non siamo infatti di fronte a un clic day gestito a sportello, bensì a una selezione formale coordinata a livello centrale che sfocerà in specifiche graduatorie regionali per l’assegnazione finale del bonus.

Chi ha diritto al bonus affitto genitori e le condizioni di reddito

L’accesso al contributo è subordinato al rispetto di requisiti anagrafici, patrimoniali e reddituali ben delineati. La misura è riservata in via esclusiva ai soggetti che risultino legalmente separati o divorziati e che non siano stati individuati come assegnatari della casa coniugale nel provvedimento emesso dal Tribunale. Per beneficiare del sostegno economico è indispensabile essere titolari di un contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato, e dimostrare di non possedere altri immobili idonei ad uso abitativo nello stesso Comune della ex casa familiare o nei Comuni confinanti ed entro un raggio di cinquanta chilometri.

Sul piano economico, il parametro di riferimento prescelto per il bonus affitto genitori si discosta dai consueti indicatori della situazione economica equivalente. Per fare richiesta non occorre presentare la dichiarazione Isee, poiché la valutazione si basa unicamente sul reddito complessivo individuale relativo all’ultima dichiarazione dei redditi. Tale valore non deve superare la soglia limite dei 35.000 euro. A completare i vincoli formali vi è la presenza di figli minori o maggiorenni fiscalmente a carico fino al compimento dei ventuno anni di età, oltre alla dimostrazione di essere in regola con il versamento degli assegni di mantenimento stabiliti dal giudice.

Come compilare la richiesta per il bonus affitto genitori sul portale del Ministero

L’iter per la presentazione della domanda si svolge interamente online tramite l’applicazione denominata Sostegno abitativo genitori separati o divorziati, accessibile dal sito del Ministero. Per avviare la procedura occorre autenticarsi tramite Carta di Identità Elettronica, Carta Nazionale dei Servizi oppure Spid. Una volta completato il riconoscimento iniziale, la piattaforma recupera automaticamente le generalità del richiedente, che dovrà confermare o integrare i propri recapiti di posta elettronica e telefono.

La fase successiva prevede l’inserimento dei dati inerenti allo stato civile e al nucleo familiare per completare l’istanza del bonus affitto genitori. Nello specifico, il sistema richiede l’indicazione della data e degli estremi del provvedimento giudiziario o dell’accordo di negoziazione assistita che ha sancito la separazione o il divorzio. Vanno quindi aggiunti i codici fiscali dei figli a carico indicando la relativa percentuale. Si passa poi alla sezione dell’immobile in locazione, inserendo gli estremi di registrazione del contratto d’affitto e la quota di canone mensile pattuita al netto delle spese condominiali. Dopo aver rilasciato l’autodichiarazione sul limite reddituale, la procedura si chiude digitando il proprio codice Iban per ricevere l’erogazione del contributo in un’unica soluzione.

Il calcolo dei punteggi per la graduatoria regionale

Al termine del periodo di apertura della piattaforma, ogni istanza presentata per il bonus affitto genitori riceverà una valutazione numerica utile alla formazione delle graduatorie su base territoriale. La griglia premia le fasce sociali maggiormente esposte alla fragilità economica e abitativa: la quota principale dei punti viene attribuita sulla base dello scaglione di reddito, con quindici punti assegnati a chi dichiara fino a 15.000 euro, tredici punti per la fascia tra 15.000 e 25.000 euro e dieci punti per quella fino a 35.000 euro.

Oltre al reddito, il sistema attribuisce peso alla composizione familiare e alla presenza di disabilità. Per ogni figlio a carico under ventuno si sommano due punti, che raddoppiano a quattro per ciascun figlio con disabilità. Ulteriori quattro punti vengono assegnati se è il genitore richiedente a versare in condizioni di disabilità.

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600 soldati Usa a Panama: Washington prova a smentire il NYT, poi conferma l’operazione. Le proteste: “Incostituzionale”

Panama riceverà circa 600 soldati Usa, appartenenti alla 10th Mountain division, per esercitazioni nella foresta del Paese centramericano, in particolare nella base aeronautica “Cristobal Colón“. È previsto l’addestramento congiunto con le forze locali nell’ottica di una “presenza militare continua e duratura”, che si estende anche ad altri Paesi della regione, tra cui Colombia e Honduras, presto teatro di operazioni, secondo quanto rivelato da fonti del Dipartimento della Guerra Usa al New York Times. La presenza dei soldati sarà anche a rotazione, al fine di aggirare limiti costituzionali e vincoli di sovranità negli Stati interessanti.

Immediata la reazione dell’ambasciata statunitense a Panama, che ha provato a smentire la notizia definendola “categoricamente falsa” e “sensazionalista”. Dichiarazioni riprese dal ministero panamense della Sicurezza, che ridimensiona la presenza militare Usa a 128 unità. Il dibattito sull’ingerenza di Washington si espande comunque nel Paese centramericano, ancora in ginocchio dopo il terremoto di magnitudo 7,6 che lo scorso 9 ottobre ha colpito il Paese. “Qualsiasi accordo o intesa che apra le porte a truppe o personale militare straniero per operare nella nostra regione è incostituzionale e viola lo Spirito dei trattati Torrijos-Carter”, osserva Miguel Antonio Bernal, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Panama, in riferimento agli accordi che nel 1977 hanno posto fine alla presenza militare Usa nella cosiddetta “Zona del Canal”.

Ma i piani statunitensi vanno ben oltre Panama e prevedono l’attivazione di un centro di operazioni a Miami, dedicato all’emisfero occidentale, al quale verranno assegnati altri contingenti sotto la guida del maggiore generale Kevin Jarrard. Il tentativo del Dipartimento della Guerra è quello di “restaurare il predominio militare americano” nel cortile di casa, “dopo decenni di abbandono”, come si legge nel documento del Pentagono dedicato alla National Defense Strategy. A riguardo, gli Usa hanno anche avviato il trasferimento della flotta di droni MQ-9 Reaper – all’avanguardia nell’ambito dei sistemi letali automatizzati – dal Sahel al Corno d’Africa fino al Sudamerica. All’emisfero sono stati inoltre assegnati 52 milioni di dollari in precedenza destinati a Paesi dell’Est Europa e del Nordafrica, lasciando scoperti Stati come Montenegro, Slovacchia e Tunisia. I nuovi destinatari, in particolar modo Colombia, Ecuador, Panama e Perù, sono vincolati all’acquisto di armi e tecnologia presso fornitori approvati dal Dipartimento di Stato, quali Boeing, General Atomics e Lockheed Martin.

L’insieme delle operazioni rientra nell’ambito della Joint Task Force Western Hemisphere, lanciata dagli Usa a inizio agosto con la finalità di “localizzare, accerchiare e distruggere” i cartelli e la filiera del narcotraffico nella regione. “Non riesco a ricordare un singolo trasferimento di truppe statunitensi nella regione che si avvicini alle seicento unità, eccezion fatta per invasioni o disastri naturali”, ha commentato Adam Isacson, del Washington office on Latin America (Wola). Tali movimenti, secondo esperti come Richard Hass, presidente emerito del Council on Foreign relations, confermano la transizione “da un’era di governance globale guidata dagli Stati Uniti a un mondo plasmato dalla regionalizzazione, dove le grandi potenze cercano di isolare (i concorrenti, ndr) e dettare condizioni dentro le proprie e immediate sfere d’influenza”. Un riassetto, o equilibrio di potenze, che dall’altra parte vede Cina e Russia, con le quali l’amministrazione di Donald Trump ha più volte cercato intese e compromessi, tra cui il recente accordo con Mosca in materia di gasolio.

Di qui la scelta di Panama – Paese conteso dalla Cina, in passato incluso nella Nuova via della Seta – come primo approdo. Forte della sua posizione geografica, il Paese fa da nodo logistico e checkpoint dell’emisfero e ospita basi e centri d’addestramento militare costruiti da Washington prima del 1977. Il pacchetto prevede anche il riallineamento ideologico del continente, che risulta quasi compiuto, eccezion fatta per Brasile (dove si deciderà tutto al secondo turno delle elezioni, domenica 25 ottobre), Messico, Cuba e Nicaragua. Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ne parla senza mezzi termini, e con tono celebrativo dice a Trump: “Praticamente tutte le elezioni che si sono svolte nell’emisfero occidentale da quando lei è stato eletto presidente hanno portato alla vittoria di qualcuno favorevole agli Stati Uniti. E credo che questa sia una situazione straordinaria”.

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Ripristino natura, l’Italia invia a Bruxelles la bozza annacquata di quello che doveva essere il piano originario

Blindata nelle stanze ministeriali per mesi, presentata in ritardo a Bruxelles a fine settembre, ma rimasta ‘secretata’ fino al 7 ottobre. Perché tanto mistero attorno alla bozza del Piano nazionale di Ripristino della natura (Pnr)? Per capirlo basta leggere ciò che rimane degli obiettivi che guidano il Regolamento europeo approvato nonostante il voto contrario dell’Italia. Non resta neppure lo scheletro. Tanto che appare difficile comprendere come le misure sopravvissute potranno bastare da sole a recuperare gli ecosistemi degradati, tutelare e rafforzare la biodiversità e aumentare la resilienza del territorio di fronte anche agli effetti dei cambiamenti climatici. Obiettivi questi del regolamento Ue che, comunque, è già vigente dal 18 agosto 2024 (e non aspetta il Pnr). Ma se da un lato lo svuotamento del piano è nelle corde del Governo Meloni che tanto l’ha ostacolato, non si capisce come l’esecutivo pensa di uscire dal cul-de-sac nel quale si è cacciato, dato che la bozza dovrà essere valutata ora dalla Commissione europea. Nei prossimi sei mesi esaminerà il documento e potrà formulare osservazioni e indicazioni, in vista della definizione della versione finale. Si preannuncia l’ennesimo contrasto con Bruxelles che pone obiettivi e l’Italia che fa un po’ come le pare. L’Italia, però, dovrà arrivare alla versione definitiva entro il 1 settembre 2027. Tra le voci più critiche sulla bozza, quella di Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. “Hanno azzerato articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. Invece di lavorare alla depavimentazione – spiega a ilfattoquotidiano.it – hanno pensato bene di pavimentato il Piano nazionale di ripristino. Anche ciò che resta di quell’articolo è stato indebolito dietro le parole: da ‘devono’ a ‘possono’, da ‘obbligo’ a ‘si auspica’ e così via”.

La bozza sul ripristino nella natura rimasta secreta

La prima criticità ha riguardato l’iter poco trasparente. Il regolamento Ue Nature Restoration Law (2024/1991) imponeva la consegna dei piani entro il 1 settembre. L’Italia ha trasmesso la bozza a Bruxelles con quasi un mese di ritardo (il 25 settembre) ma, fino ai primi giorni di ottobre, il testo inviato a Bruxelles è rimasto di fatto inaccessibile. Sono quattordici le associazioni che hanno espresso forte delusione per il percorso di partecipazione, oltre alla preoccupazione per i contenuti finali del Piano, chiedendo al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di rendere pubblico il testo definitivo e di dare conto degli esiti della consultazione pubblica aperta il 23 aprile e conclusa il 24 giugno. Tra queste, Legambiente, Slow Food, Wwf Italia, la sezione nazionale della Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, Federazione Nazionale Pro Natura, Fondazione Marevivo, Lav (Lega antivivisezione) e Lipu.

Chi ha affossato il Piano italiano

Ma le quattordici associazioni ambientaliste hanno anche denunciato le pressioni stringenti (Leggi l’approfondimento) da parte dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) e dei costruttori edili (Ance) volte a indebolire e deregolamentare le tutele sugli ecosistemi urbani. Di fatto, l’Associazione nazionale costruttori edili ha elaborato e trasmesso una serie di osservazioni critiche che sono state poi ampiamente condivise e integrate nella proposta di emendamenti presentata ufficialmente dall’Associazione nazionale comuni italiani, che puntava – ed è riuscita nell’intento – a riscrivere la bozza del Pnr, stralciando diverse misure chiave elaborate originariamente dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il resto lo ha fatto l’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) con i suoi appunti. Uno su tutti: “La prescrizione del Regolamento, che stabilisce che dal settembre 2026 gli Stati membri non debbano ridurre la dotazione di spazi verdi urbani (Ugs) né la copertura arborea urbana (Utc), imponendo ai comuni di dimostrare il saldo rispetto ai livelli del 2024, pone dunque rilevanti problemi applicativi”. Molto diversa la posizione della Siu, la Società italiana degli urbanisti), la principale società scientifica che riunisce i docenti e i ricercatori italiani nel campo della tecnica e della pianificazione urbanistica, di cui Pileri fa parte. E che ha sostenuto fino all’ultimo il piano di ripristino, per come era stato concepito.

Ecosistemi urbani: i Comuni coinvolti

Molto diversa la bozza inviata a Bruxelles. In un articolo su Altraeconomia, Pileri si è soffermato sull’articolo 8 del testo, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani. A ilfattoquotidiano.it, Pilieri ricorda che l’applicazione di quell’articolo coinvolge 2.761 enti comunali, che rappresentano circa il 38% del territorio nazionale. “Metà del consumo di suolo registrata nel 2024, e si parla di quattromila ettari, è stata consumata da questi 2.761 Comuni, proprio cancellando aree verdi” aggiunge. Entro il 31 dicembre 2030 non dovrà esserci alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né della copertura arborea rispetto ai valori del 2024. Dal 1 gennaio 2031 i Comuni dovranno garantire una tendenza positiva all’aumento progressivo degli spazi verdi urbani e della copertura arborea.

Le misure sparite dal piano

“Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Ispra – scrive Pileri – ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa”. Tra quelle svanite dalla bozza inviata a Bruxelles, la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi, ma anche “quella che minimizzava il consumo di suolo, quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino e quella che invocava il principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030”. Nel testo inviato alla Commissione manca la misura con la quale si sarebbero dovuti limitare gli interventi su suoli urbani non artificializzati “quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici”. La depavimentazione dei cortili scolastici è ormai solo una opzione. Pileri la definisce “una posizione antistorica” e guarda ad altri Paesi, come la Francia, “dove già da alcuni anni nei quartieri del centro si stanno depavimentando tanti cortili scolastici” e la Danimarca “dove si stanno eliminando le recinzioni attorno alle scuole”. Le misure di depavimentazione rimaste, spiega Pileri “sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti”. Di obbligatorio, insomma, non c’è più nulla. “Credo che i Comuni non si stiano davvero rendendo conto che le conseguenze di questo stravolgimento ricadranno proprio sulle loro casse, oltre al fatto che queste misure – conclude Pileri – avrebbero rappresentato una difesa. Avrebbero aiutato i Comuni, infatti, a respingere alcune pretese di trasformazione che gli operatori privati vogliono fare. Ora saranno più esposti a questi rischi, oltre a quelli legati agli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici”.

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La battaglia per gli Orti urbani di Livorno, il costruttore tira dritto: salda il prezzo ed evoca lo sgombero. Gli attivisti: “Porteremo la protesta in Regione”

Nello stesso giorno in cui a Livorno si radunavano circa un migliaio di persone per difendere gli Orti urbani, il costruttore Frangerini annunciava di star perfezionando l’acquisto dell’area e di voler andare avanti con il progetto. La giornata di venerdì 16 ottobre segna un passaggio importante della battaglia per i sei ettari di verde di via Goito. Studenti, docenti e comitati hanno sfilato in corteo, ripetendo lo slogan: “Chi semina cemento raccoglie resistenza”. Da piazza Cavour sono arrivati proprio in via Goito, dove si sono riuniti in assemblea per capire come proseguire la mobilitazione nelle prossime settimane. Soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni di Stefano Frangerini. L’imprenditore edile ha spiegato in un’intervista a Il Tirreno che entro lunedì salderà il prezzo per proseguire con l’acquisto dell’area degli Orti, che si è aggiudicato all’asta a fine giugno, per circa un milione e 200mila euro, versando una caparra intorno ai 100mila. Non intende mollare, dunque, nonostante il Collettivo – che 14 anni fa ha ripulito e occupato i terreni e li ha trasformati in uno spazio sociale autogestito – continui a battersi per lo spostamento degli indici edificatori su un’area già urbanizzata, per evitare un’ulteriore cementificazione e altro consumo di suolo.

Il pagamento, però, non equivale ancora alla consegna materiale del terreno. Come dichiarato dallo stesso Frangerini, sarà il tribunale a dover completare il trasferimento dell’area, che il costruttore pretende di ricevere libera da persone e cose. Il suo legale ha già sollecitato l’Istituto vendite giudiziarie affinché venga eseguita la liberazione. Sullo sfondo c’è anche il cambio al vertice della Prefettura: Giancarlo Dionisi andrà in pensione il primo novembre e Frangerini ha lasciato intendere di attendersi che il suo successore affronti la questione dello sgombero. Uno scenario che preoccupa gli attivisti. “Ora che Frangerini perfeziona l’acquisto, la partita politica torna tutta nelle mani dell’amministrazione comunale”, dice a ilfattoquotidiano.it Giovanni Ceraolo di Usb, tra i promotori della mobilitazione. La richiesta resta quella avanzata da settimane: aprire un nuovo tavolo con il costruttore per trasferire altrove la capacità edificatoria prevista dal Piano operativo. “È una strada percorribile e a Livorno è già stata utilizzata in passato. Il Comune deve scegliere se vuole che in via Goito si costruisca oppure se vuole davvero cercare una soluzione alternativa”.

In queste ultime settimane, il confronto istituzionale si è fermato. “Negli ultimi quindici, venti giorni non abbiamo più avuto contatti né con il Comune né con la Prefettura”, spiega Ceraolo. Il Collettivo annuncia però di voler continuare la battaglia su due fronti: da una parte la mobilitazione e la resistenza pacifica a un eventuale sgombero, dall’altra quello amministrativo e legale. “Abbiamo incontrato avvocati e giuristi esperti di urbanistica e presenteremo una diffida formale all’amministrazione sul Piano operativo. Se poi verrà approvato un piano attuativo, valuteremo anche eventuali ricorsi al Tar”, aggiunge. Per ora, dicono gli attivisti, non è ancora arrivata un’intimazione formale di sgombero. Ma il timore è che la situazione possa accelerare dopo il perfezionamento dell’acquisto e l’arrivo del nuovo prefetto. “Siamo preoccupati che il costruttore possa entrare nell’area e iniziare a intervenire prima ancora che la partita politica sia chiusa, come successo a Reggio Emilia con il Bosco Ospizio”, dice Ceraolo. Il Collettivo ribadisce quindi di essere pronto a opporsi pacificamente alla liberazione dei terreni.

In ogni caso, quella di venerdì non è stata e non sarà l’ultima manifestazione. Dall’assemblea negli Orti è uscita la proposta di portare la vertenza direttamente a Firenze, davanti alla Regione Toscana. La data deve ancora essere decisa, ma Ceraolo assicura che sarà il prossimo passaggio della mobilitazione. “La Regione e il governatore Eugenio Giani devono dirci se intendono difendere questo spazio verde o sostenere la possibilità di costruirci”, commenta Ceraolo. E conclude: “Le istituzioni politiche devono prendersi la responsabilità di fare una scelta definitiva. Se il Comune deciderà di proseguire con lo sgombero, dovrà essere pronto ad accettare tutte le conseguenze sociali e politiche del caso”.

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Il mistero del concerto di Bocelli a Gemona, la Regione Friuli Venezia Giulia nega il verbale “per indagini sui reati”. Ecco come è stata scelta la società organizzatrice

C’è un foglio che in Friuli Venezia Giulia cambia natura a seconda di chi lo chiede ma può forse spiegare il mistero per cui metà dell’intero budget del cinquantennale del terremoto se n’è andata in una serata di musica. È il verbale del 16 gennaio 2026, con cui il Comitato per il cinquantennale del terremoto decise il concerto di Andrea Bocelli a Gemona: 3,1 milioni di euro affidati senza gara a Fvg Live, unica società invitata. Al capogruppo del Pd Diego Moretti, che lo aveva chiesto l’8 settembre, è stato consegnato un mese dopo con i nomi dei presenti oscurati e un richiamo al “segreto d’ufficio”: è lui, ora, a mostrare quei fogli anneriti.

Il documento mostrato in Regione ci era stato negato il 13 ottobre invocando la norma del decreto trasparenza che protegge “la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento”: quale autorità, quale procedimento, la Regione non lo scrive. E il 15 ottobre in aula la giunta lo ha declassato a “mero resoconto […] quale memoria storica delle sedute”, “un atto d’ufficio interno che non necessita di approvazione”. Segreto investigativo, dato personale, memoria storica: dipende dallo sportello. Per Moretti “una risposta indecente, scritta in un burocratese che sa di presa in giro”: in aula, per definirla, ha evocato Ugo Tognazzi senza pronunciare la parola, “per rispetto di tutti noi”.

Quale indagine, però, chi dovrebbe condurla non se lo spiega. Raggiunto dal Fatto, il procuratore della Repubblica di Udine Massimo Lia non conosce “la ragione per cui la Regione abbia citato questo articolo per quanto riguarda il mio ufficio”. Una cosa sola la conferma: “Da parte della Corte dei conti hanno richiesto della documentazione, questo posso dirle” — un procedimento contabile, che quella norma non copre. E alla domanda se il suo ufficio se ne stia occupando o abbia aperto un fascicolo: “Su questo non le posso rispondere”. Il verbale, intanto, il Fatto ha potuto leggerlo e insieme ad atti, visure e catasto ricostruire l’intera filiera dell’affidamento: dai fornitori segretati all’operazione della holding di famiglia, chiusa quattordici giorni prima del decreto.

Il “mero resoconto”, intanto, smentisce l’aula tre volte: l’ordine del giorno prevede l’illustrazione dei progetti “e loro approvazione”, il testo scrive che “il Comitato approva nella seduta odierna tutti i progetti”, la chiusa è “letto, approvato, sottoscritto” — da due firme sole: il presidente del Comitato, cioè Riccardo Riccardi, assessore delegato alla Protezione civile, e il direttore della Protezione civile che verbalizza. Soprattutto, il Comitato “aderisce alla proposta trasmessa da FVG Live, società detenente l’esclusiva dell’artista”. È il 16 gennaio: la lettera con cui Bocelli concede l’esclusiva porta la data del 26 febbraio e la firma del 2 marzo, la proposta formale è del 9 marzo, la procedura — un solo invitato — dura dal 12 al 13. Sei settimane prima che l’esclusiva risulti da un atto, la Regione la dà per esistente e la mette a verbale come ragione per non fare la gara.

Nella scheda dei budget allegata, mai pubblicata, l’intero cinquantennale vale 6,23 milioni: il concerto da solo ne assorbe la metà. Accanto ai 3.133.838,40 euro compare una seconda posta mai emersa: 733 mila più Iva, 894.260 euro, per il concerto di Osoppo, la “logistica” della messa del 3 maggio e i social del cinquantennale. Più in basso: 50 mila euro all’Associazione dei consiglieri regionali per un volume sul racconto del “Modello Friuli” — gli eletti che si finanziano il libro sulle proprie scelte con i fondi del terremoto — e 50 mila alla Fondazione per la Sussidiarietà per una pubblicazione sul Corriere della Sera.

Gli atti che la Regione ha dovuto consegnare al Fatto aggiungono il resto. Il ribasso dell’unico offerente, lo 0,73 per cento, era la “percentuale massima preimpostata dalla Stazione appaltante”: lo sconto lo aveva fissato chi comprava. L’esclusiva che giustifica l’assenza di gara, nel disciplinare, è una promessa del beneficiario: “L’operatore economico si impegna a garantire il possesso dell’esclusiva dell’artista Andrea Bocelli”. E dei 2.549.968 euro liquidati, le “prestazioni di carattere artistico” valgono 1.250.000: meno della metà. Il resto — palco, audio, tribune, facchini, fino ai bagni chimici — non è coperto da nessuna esclusiva, ma sta in un lotto unico motivato come “unitario e inscindibile” da un capitolato che lo divide in tre blocchi e da un contratto che paga la parte artistica separatamente. Perfino il capitolo di bilancio è nato su misura: istituito il 12 marzo, su una e-mail dell’11, con i 3.133.838,40 stornati dalla Protezione civile; il 13 l’affidamento era fatto.

Negato anche l’elenco dei fornitori, su opposizione formale di Fvg Live: in “un mercato caratterizzato da un numero ristretto di operatori” conoscerlo aiuterebbe “i concorrenti”. I concorrenti dunque esistono: non sono stati invitati. Negata pure la “documentazione prodotta a titolo di rendiconto (fatture di fornitori, contratti di subfornitura, prospetti di costo)”: il contratto definiva il corrispettivo “fisso e invariabile” senza prevedere alcun rendiconto, ma la Regione mette per iscritto di averne uno. Il Fatto ha depositato due istanze di riesame; il termine scade il 4 novembre. Chi siano i fornitori lo direbbe quell’elenco.

Le visure e i bilanci acquisiti dal nostro giornale raccontano intanto “a chi”. Fvg Live — 46 concessioni regionali per 5 milioni dal 2017 — ha chiuso il 2025 raddoppiando i ricavi a 8,6 milioni: con zero addetti, costi per servizi al 92 per cento e, per il terzo anno di fila, un utile inferiore ai contributi pubblici incassati. VignaPr, l’altra beneficiaria, ne muove 6,7 con 61 mila euro di costo del personale. Concorrenti negli atti, nei registri i promoter sono soci: Luigi Vignando (VignaPr), Andrej Petaros e Matteo Roman hanno un terzo ciascuno di Grande Amore dal 2020, e il 18 febbraio 2026 hanno costituito insieme a Fiume la Kolektiv Vigna d.o.o.

Fvg Live e VignaPr condividono poi il 55 per cento di Levante, ristorazione — vicepresidente Alessandro Corso, che di Fvg Live ha il 35 — in quella via Varese 3 di Tavagnacco dove hanno sede Fvg Live e anche Eps Italia, che noleggia palchi ai grandi tour e alla Formula 1: dal 13 febbraio 2026 la presiede Luca Tosolini, socio di maggioranza di Fvg Live. Il bilancio di Eps la dichiara “soggetta a direzione e coordinamento” della eps holding gmbh di Krailling, colosso tedesco delle infrastrutture per lo spettacolo — 820 dipendenti dopo la fusione di agosto con la svizzera Nüssli — che i registri danno di proprietà della famiglia Tombulca.

E il capo del gruppo, Okan Tombulca, è personalmente socio di Tosolini: ha il 51 per cento di Lore, l’immobiliare dello stesso indirizzo — 49 per cento e amministrazione a Tosolini — che incassa da Eps Italia 207.993 euro l’anno di canoni. Dal bilancio 2025 di Fvg Live la nota sugli acquisti dalla “parte correlata” Eps Italia, presente nei due esercizi precedenti, è sparita — lo consente la legge — proprio nell’anno del raddoppio; il dato lo dichiara Eps: 413.966 euro venduti a Fvg Live. Nessun atto collega Eps Italia a Gemona: il documento che lo direbbe, probabilmente, è l’elenco che la Regione nega.

Infine i nomi e le date del capitolo di famiglia. Di Eilo — il circuito che vendeva i biglietti di Cremonini, partecipato al 46 per cento da Opix Holding, amministrata da Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore, al 36 da Fvg Live e all’8 da Grande Amore, la società dei tre promoter — avevamo scritto a settembre. Le visure e le risultanze catastali acquisite dal Fatto aggiungono il resto. Il bilancio di Opix attesta che al 31 dicembre 2025 la holding non possedeva alcuna partecipazione: il suo 46 per cento discende da un atto del 27 febbraio 2026, quattordici giorni prima del decreto che assegna i 3,1 milioni. Non un aumento di capitale: una cessione di quote esistenti; venditore e prezzo dagli atti camerali non risultano.

Chi possiede Opix lo dice la visura: socia unica, con il 100 per cento, è Rosalba Zanin, nata a Camino al Tagliamento nel 1956; amministratore unico è Giovanni Riccardi. Che cosa leghi la socia all’amministratore, gli atti camerali non lo dicono. Un annuncio funebre pubblicato sul Messaggero Veneto nel marzo 2015 — la morte di Pietro Zanin, 83 anni, proprio a Camino al Tagliamento — elenca fra i familiari “i figli Rosalba con Riccardo e Giovanni”: i cognomi, come d’uso nei necrologi, non sono riportati.

Alla presidenza di Eilo siede dal 2021, con poteri fino a 200 mila euro per operazione, Silvia Tosolini; vicepresidente è Luca Tosolini, il socio di maggioranza di Fvg Live. E gli atti dicono una cosa precisa: al Registro imprese Giovanni Riccardi e Silvia Tosolini dichiarano lo stesso domicilio, un appartamento al settimo piano che il catasto registra in piena proprietà di lui; e allo stesso civico, il 10 marzo 2025, i due hanno aperto lo stesso giorno due imprese individuali — marketing lui, supporto amministrativo lei. Nei registri sono una coppia economica.

Riccardi, che il 4 settembre ha querelato La Verità chiedendo ai pm di cercare il “mandante politico”, ha fatto sapere tramite il legale che il figlio non ha avuto “alcun tipo di incarico” a Gemona. “Su una vicenda di questa rilevanza — dice Moretti al Fatto — non possono esserci zone d’ombra e opacità”: e conferma che sta valutando di presentare lui stesso un esposto alla Procura di Udine.

Le domande di questo articolo sono state inviate alla Regione, a Fvg Live, a VignaPr e a Opix Holding. Fvg Live ha risposto via pec senza rispondere, ringraziando per il “pur ristretto tempo” concesso: assicura “piena disponibilità” a fornire ogni chiarimento “alle Autorità che riterranno eventualmente di interpellarla, nelle sedi opportune” e per il resto rinvia agli atti “pubblicati” e “liberamente consultabili”. Come l’elenco dei fornitori, che la Regione ha negato proprio su opposizione della stessa Fvg Live.

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Ogni prodotto avrà una carta d’identità digitale: un QR code per scoprire cosa compriamo davvero

Dall’origine delle materie prime alla sostenibilità, il passaporto digitale promette di rivoluzionare gli acquisti. L’Unione Consumatori Italiani rilancia la sfida: «Basta slogan, servono informazioni verificabili».

Un’etichetta racconta quello che il produttore decide di scriverci. Ma se una semplice scansione potesse svelare molto di più? Dove nasce un prodotto, quali materiali contiene, come viene realizzato, quali certificazioni possiede e perfino come smaltirlo quando avrà terminato la propria vita.

Il futuro degli acquisti potrebbe essere racchiuso in un QR code. Non un altro strumento pubblicitario, ma una vera carta d’identità digitale capace di accompagnare ogni prodotto lungo il suo percorso, dalla fabbrica al consumatore. È la prospettiva aperta dal Digital Product Passport (DPP), il passaporto digitale previsto dalla normativa europea sull’economia circolare, destinato a essere introdotto progressivamente in diversi settori. Una trasformazione che, secondo UCI – Unione Consumatori Italiani, rappresenta un’opportunità per riequilibrare il rapporto tra chi vende e chi acquista.

Dal packaging alla trasparenza: la confezione comincia a parlare

Il tema è stato affrontato a Milano durante Oltre il brand, appuntamento al quale ha partecipato UCI e dove Antares Vision Group e Genuine Way hanno presentato DEOPP, una soluzione tecnologica progettata per facilitare l’accesso al passaporto digitale anche alle piccole e medie imprese.

«Il packaging del futuro avrà una doppia dimensione», spiega l’avvocato Massimiliano Albanese, segretario federale UCI. La prima resterà fisica, con la funzione di proteggere il prodotto. La seconda sarà digitale, trasformando la confezione in uno strumento per conoscerne storia, caratteristiche e identità. E prosegue: «La tecnologia deve aiutare i cittadini a scegliere, non soltanto le imprese a rispettare le norme».

Non si tratta semplicemente di aggiungere informazioni a quelle già presenti sulle etichette. L’obiettivo è renderle facilmente consultabili, comprensibili e soprattutto verificabili. «La tecnologia ha valore quando riduce l’asimmetria informativa tra chi vende e chi compra», sottolinea ancora Albanese.

Addio greenwashing? Quando la sostenibilità deve mostrare le prove

La questione riguarda anche un fenomeno sempre più discusso: il greenwashing, ovvero la tendenza a presentare prodotti e attività come ambientalmente sostenibili attraverso messaggi che non sempre trovano adeguato riscontro nei fatti. Oggi termini come green, naturale ed ecosostenibile affollano confezioni e campagne pubblicitarie. Ma quanto sono attendibili? Per UCI, il passaporto digitale può diventare uno strumento per distinguere le dichiarazioni commerciali dalle caratteristiche effettivamente documentate.

Un’informazione, avverte Albanese, non è automaticamente trasparente soltanto perché disponibile. Deve essere attendibile, aggiornata, controllabile e formulata in modo che chiunque possa comprenderla. La sfida è costruire un mercato nel quale la credibilità non dipenda dalla capacità di raccontarsi, ma dalla possibilità di dimostrare ciò che si afferma.

Albanese: «Al centro il consumatore, non soltanto gli obblighi delle aziende»

Il rischio, secondo UCI, è che il passaporto digitale si trasformi nell’ennesimo adempimento burocratico, utile alle imprese per certificare il rispetto delle normative ma poco significativo per i cittadini. «Se il passaporto digitale serve soltanto a dimostrare che un’impresa è compliant, ovvero che rispetta le leggi e i regolamenti, abbiamo risolto un problema dell’impresa. Se invece permette al consumatore di sapere, confrontare e scegliere, allora abbiamo risolto un problema del mercato», osserva Albanese.

È questa la distinzione fondamentale: la digitalizzazione deve produrre diritti e opportunità, non semplicemente nuovi archivi di dati. Per riuscirci occorrerà evitare che la quantità di informazioni diventi un ostacolo, così come sarà necessario garantire strumenti accessibili anche a chi ha meno familiarità con smartphone e tecnologie digitali.

La rivoluzione, dunque, non consisterà soltanto nel poter interrogare un prodotto attraverso il telefono, ma nel ricevere risposte comprensibili e affidabili. Perché il consumatore del futuro non dovrebbe essere costretto a fidarsi di uno slogan. Dovrebbe poter verificare ciò che compra. E soprattutto scegliere sapendo davvero che cosa sta acquistando.

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Premio Auto Europa 2027, ecco le 7 auto finaliste: modelli e novità

UIGA annuncia le sette finaliste di Auto Europa 2027: dalle elettriche ai modelli ibridi, la sfida si decide a Milano il 26 e 27 ottobre.

Il Premio Auto Europa 2027 entra nella fase decisiva con sette modelli che fotografano i cambiamenti dell’industria automobilistica. L’UIGA, Unione dei Giornalisti Italiani dell’Automotive, ha annunciato le finaliste: Alpine A390, BMW iX3, Hyundai Ioniq 3, Lancia Gamma, Renault Clio, Volkswagen T-Roc e Volvo EX60. Tutte sono costruite in Europa, compresa la Hyundai prodotta in Turchia: un segnale del ruolo industriale del continente in un mercato segnato da elettrificazione, digitalizzazione e concorrenza internazionale.

Quando si vota e chi sceglie la vincitrice

La fase conclusiva del Premio Auto Europa è in programma il 26 e 27 ottobre 2026 nella sede di Bosch Italia a Milano. Al verdetto concorrono i giornalisti specializzati dell’UIGA, una giuria di opinion leader e il pubblico. Gli automobilisti possono già partecipare alla votazione sul sito www.premioautoeuropa.it. La rosa delle candidate riunisce SUV, berline compatte e fastback, con alimentazioni elettriche, ibride e tradizionali.

Alpine A390: la sport-fastback elettrica

La Alpine A390 è una sport-fastback elettrica con tre motori, trazione integrale e batteria da 89 kWh. La GT eroga 400 CV e promette fino a 555 km WLTP, mentre la GTS raggiunge 470 CV e accelera da 0 a 100 km/h in 3,9 secondi.

BMW iX3: la Neue Klasse a 800 Volt

La BMW iX3, prima espressione SUV della Neue Klasse, punta su architettura a 800 Volt ed eDrive di sesta generazione. La 50 xDrive dichiara 469 CV, fino a 805 km WLTP e ricarica DC fino a 400 kW: numeri che mettono al centro l’efficienza nei lunghi viaggi.

Hyundai Ioniq 3: compatta elettrica e versatile

La Hyundai Ioniq 3 porta l’elettrico nel formato di una hatchback a cinque porte, progettata per l’Europa e prodotta a İzmit. Il bagagliaio offre 441 litri e la versione con batteria da 61 kWh dichiara fino a 500 km di autonomia.

Lancia Gamma: ritorna l’ammiraglia italiana

La Lancia Gamma, costruita a Melfi sulla piattaforma STLA Medium, rilancia invece il concetto di ammiraglia italiana con una carrozzeria crossover fastback. Sono previste una versione ibrida da 145 CV ed elettriche da 230, 245 e 375 CV, quest’ultima a trazione integrale.

Renault Clio: il full hybrid E-Tech

La sesta generazione della Renault Clio abbina un abitacolo con due schermi da 10,2 pollici al sistema openR link con Google integrato. Il full hybrid E-Tech da 160 CV dichiara consumi di 3,9 l/100 km e fino a 1.000 km di autonomia complessiva; restano in gamma anche benzina e GPL.

Volkswagen T-Roc: la seconda generazione ibrida

La seconda Volkswagen T-Roc cresce nello spazio e adotta una gamma elettrificata: motori 1.5 eTSI mild hybrid da 116 e 150 CV e versioni full hybrid da 136 o 170 CV. Due interpretazioni della transizione pensate per l’uso quotidiano.

Volvo EX60: il SUV elettrico fino a 810 km WLTP

La Volvo EX60 completa la lista delle finaliste con un SUV premium a batteria dal design scandinavo. L’architettura elettrica a 800 Volt accomuna le tre varianti: P6 a trazione posteriore da 374 CV e 611 km WLTP, P10 AWD da 510 CV e 660 km, e P12 AWD da 680 CV, con batteria da 117 kWh e autonomia massima dichiarata di 810 km WLTP. La diversità delle sette candidate rende il premio un osservatorio delle strategie con cui le case cercano di coniugare innovazione, prestazioni e accessibilità.

Una finale che racconta la trasformazione del settore

Il filo conduttore di Auto Europa 2027 non è una sola tecnologia, ma la ricerca di soluzioni per clienti differenti. Le sette finaliste mostrano quanto il settore si muova tra batterie più capienti, ricarica rapida, sistemi digitali e motorizzazioni ibride. La scelta finale, affidata a esperti e pubblico, darà anche una misura di quali caratteristiche contano oggi maggiormente per il mercato italiano. La presenza di vetture realizzate in diversi stabilimenti europei sottolinea inoltre il peso della produzione locale e delle competenze industriali. Dalle compatte ai SUV premium, la competizione mette a confronto esigenze di mobilità molto distanti, senza ridurre il futuro dell’auto a una sola formula.

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Lazio, la sanità presenta il conto: 82 milioni ad Angelucci. Una stangata per il bilancio regionale

Una controversia nata nel 2010, nella quale Il gruppo San Raffaele ottiene ragione dal Consiglio di Stato, le opposizioni chiedono chiarezza e la Giunta Rocca annuncia nuovi ricorsi. Sullo sfondo, il paradosso della sanità pubblica chiamata a saldare il conto con quella privata.

Da tre a 82 milioni: il conto che fa tremare la Pisana

Sedici anni di contenziosi, tre amministrazioni regionali e un conto finale da far impallidire qualsiasi direttore finanziario. La Regione Lazio si ritrova a dover riconoscere 82,14 milioni di euro al gruppo San Raffaele, riconducibile ad Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e deputato della Lega.

Tutto comincia nel 2010, quando la Giunta Polverini impone una riduzione del 4% ai budget delle strutture accreditate. Il San Raffaele contesta il provvedimento e avvia una battaglia giudiziaria che, dopo pronunciamenti inizialmente favorevoli alla Regione, approda a un esito opposto davanti al Consiglio di Stato. Il particolare più clamoroso riguarda le cifre. La Regione aveva ipotizzato un pagamento di poco superiore ai tre milioni. Il gruppo privato ne chiedeva circa 60, oltre agli accessori. Alla fine, tra rivalutazioni e interessi, il conto riconosciuto supera gli 82 milioni.

La sanità pubblica paga quella privata

La somma compare nella deliberazione approvata il primo ottobre dalla Giunta Rocca, all’interno di oltre 83 milioni di debiti fuori bilancio.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Domani, le risorse potrebbero essere reperite attraverso il fondo rischi della Gestione sanitaria accentrata. Una prospettiva che ha acceso lo scontro politico: mentre ospedali e servizi territoriali devono fare i conti con risorse limitate, una cifra imponente viene destinata a chiudere un contenzioso con un operatore privato. Le opposizioni, da Pd a M5S, Azione e Italia Viva, chiedono spiegazioni sulla gestione della vertenza, sulle trattative fallite e soprattutto sull’enorme distanza tra la prima valutazione regionale e la cifra definitiva.

Nel mirino finiscono anche le questioni relative all’accreditamento di alcune strutture e il peso complessivo dei contenziosi sanitari con il gruppo Angelucci.

Rocca prepara i ricorsi, ma intanto paga

L’assessore al Bilancio Giancarlo Righini annuncia che la Regione procederà con un ricorso per revocazione e uno in Cassazione. Ma conferma anche l’intenzione di versare quanto dovuto per evitare ulteriori interessi. Intanto, le opposizioni reclamano una seduta della commissione Trasparenza e nuovi chiarimenti dai vertici regionali, a cominciare dal direttore Urbani.

La battaglia, insomma, non è finita. Resta però una domanda politica che supera le carte bollate: come ha potuto una controversia valutata dalla Regione poco più di tre milioni trasformarsi in un esborso superiore a 82? E soprattutto, quali conseguenze avrà sul sistema sanitario laziale?

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Quando una pubblicità diventa uno strumento di spionaggio. Il caso Discover-Tech

Sul monitor poteva apparire la pubblicità di un telefono, di un paio di auricolari o di un altro prodotto qualsiasi. Dietro quell’annuncio, però, poteva funzionare un secondo sistema, invisibile all’utente, capace di verificare chi stesse visualizzando la pagina, associarlo a identificativi pubblicitari e decidere se quel dispositivo fosse di interesse.

È il meccanismo ricostruito da Citizen Lab, centro di ricerca dell’Università di Toronto specializzato nella sorveglianza digitale, e dalla società di sicurezza pubblicitaria Confiant. Al centro dell’indagine c’è Discover-Tech, società israeliana attiva nel settore della pubblicità digitale che, secondo i ricercatori, avrebbe utilizzato l’ecosistema dell’ad tech per attività di sorveglianza su vasta scala. In alcuni casi, la stessa infrastruttura sarebbe stata impiegata per facilitare l’installazione dello spyware prodotto da Candiru.

Citizen Lab definisce il metodo AdFection e sostiene di aver documentato per la prima volta pubblicamente la consegna di spyware mercenario zero-click attraverso pubblicità mirate: l’utente non doveva necessariamente interagire con l’annuncio perché iniziasse la catena tecnica.

Come funzionava

Il sistema sfruttava meccanismi che appartengono al normale funzionamento della pubblicità digitale. Quando un annuncio veniva caricato, uno script poteva stabilire una connessione con un server controllato da Discover-Tech. Al server venivano trasmessi alcuni elementi utili a riconoscere l’utente o il dispositivo, tra cui l’indirizzo Ip e identificativi pubblicitari come cookie o mobile advertising ID.

A quel punto il server decideva cosa restituire. Per la grande maggioranza degli utenti poteva non accadere nulla di visibile. Se invece il dispositivo corrispondeva ai criteri di selezione, il sistema era in grado di restituire codice JavaScript specifico. È questa architettura ad aver permesso, secondo Citizen Lab e Confiant, di tenere separata la normale distribuzione dell’annuncio dalla fase più sensibile dell’operazione.

Un tradizionale tentativo di phishing richiede di trovare l’indirizzo o il numero del bersaglio, costruire un messaggio credibile e convincerlo a compiere un’azione. La pubblicità programmatica permette invece di sfruttare un sistema già progettato per trovare utenti molto specifici in mezzo a una platea enorme.

Non tutta l’attività attribuita a Discover-Tech avrebbe avuto come obiettivo l’installazione di spyware. Una parte importante riguardava, secondo i ricercatori, la capacità di identificare e seguire dispositivi attraverso l’ecosistema pubblicitario. È proprio questa distinzione a rendere il caso più interessante: l’infrastruttura può funzionare prima come strumento di raccolta e selezione e solo successivamente, contro un gruppo molto ristretto, come vettore per un’operazione offensiva.

Centoventimila siti e 75 mila applicazioni

Le dimensioni potenziali sono considerevoli. Citizen Lab sostiene che gli annunci riconducibili a Discover-Tech siano comparsi su oltre 120 mila siti web e 75 mila applicazioni. Confiant stima che la società distribuisse almeno dieci milioni di annunci al giorno e ritiene probabile che centinaia di milioni di persone siano entrate, in un modo o nell’altro, nel raggio dell’infrastruttura.

Questo non significa che centinaia di milioni di persone siano state infettate da spyware. È una distinzione necessaria. La diffusione degli annunci misura la superficie raggiunta dal sistema, non il numero delle compromissioni. Gli stessi ricercatori spiegano che gli annunci collegati direttamente a Candiru rappresentavano una parte molto ridotta del volume complessivo.

I casi accertati sono però significativi. Citizen Lab afferma di avere confermato la compromissione di 45 dispositivi Windows di Al Jazeera tra il 2024 e il 2025 attraverso spyware Candiru distribuito tramite questa tecnica. La verifica è stata possibile analizzando i log di rete messi a disposizione dall’emittente qatariota.

Da Al Jazeera alle reti istituzionali

Confiant afferma di averli individuati all’interno di centinaia di reti appartenenti a categorie sensibili, comprese quelle del Pentagono, dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e della Corte penale internazionale. Citizen Lab riferisce inoltre di avere elementi analoghi relativi a reti delle Nazioni Unite, della Nato, della Commissione europea e di oltre una dozzina di governi nazionali.

Anche in questo caso la presenza di un annuncio su una rete non dimostra automaticamente che l’organizzazione fosse l’obiettivo di un’operazione di spionaggio, né tantomeno che i suoi sistemi siano stati compromessi. Mostra però quanto facilmente un’infrastruttura nata per il marketing possa raggiungere ambienti che un servizio di intelligence tradizionale considererebbe obiettivi di particolare valore.

La vulnerabilità è nell’ecosistema

Discover-Tech poteva acquistare e distribuire pubblicità attraverso alcune delle più grandi infrastrutture del settore. Citizen Lab ricostruisce rapporti con piattaforme riconducibili, tra gli altri, a Google, Yandex, Comcast e Liftoff. Per anni la società era inoltre comparsa negli elenchi di fornitori approvati o certificati dell’industria pubblicitaria.

Dopo l’indagine, Google ha escluso Discover-Tech dalle proprie piattaforme per violazione delle policy. IAB Europe l’ha sospesa dai propri registri, mentre Beeswax, controllata da Comcast, l’ha rimossa dalla piattaforma e altri operatori hanno adottato misure analoghe. Discover-Tech e Candiru non hanno risposto alle richieste di commento inviate da Reuters prima della pubblicazione dell’inchiesta.

La questione posta dall’indagine è quindi più larga della singola società. Il real-time bidding, il sistema attraverso il quale uno spazio pubblicitario viene assegnato in frazioni di secondo, necessita per funzionare di una circolazione continua di informazioni sui dispositivi e sugli utenti. Dati concepiti per decidere quale pubblicità mostrare possono diventare, nelle mani di un operatore interessato alla sorveglianza, uno strumento per sapere dove si trova un determinato dispositivo, quando è online e attraverso quali applicazioni o siti può essere raggiunto.

Una nuova superficie per il controspionaggio

Per governi, aziende della difesa e infrastrutture critiche la conseguenza è meno banale di quanto possa sembrare.

Per anni la sicurezza dei dispositivi sensibili si è concentrata soprattutto sulle vulnerabilità software, sulle comunicazioni, sugli allegati e sui link sospetti. Il caso Discover-Tech suggerisce che anche l’infrastruttura commerciale che circonda la normale navigazione di un utente può diventare parte della catena di intelligence.

È la stessa ragione per cui il Pentagono, come ricordato da Reuters, ha già ricevuto segnalazioni sull’impiego di dati di localizzazione raccolti attraverso società pubblicitarie e data broker contro personale statunitense dispiegato in aree operative, spingendo alcune componenti delle forze armate a disabilitare il tracciamento pubblicitario su determinati dispositivi.

La pubblicità digitale non nasce per fare intelligence. Ma contiene due elementi che per l’intelligence hanno sempre avuto valore: la capacità di identificare un individuo e quella di raggiungerlo.

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Francia, sindacati, “gilet gialli” e gruppi studenteschi oggi in piazza contro il caro vita: allerta massima per possibili scontri

Francia, oggi proteste in tutto il Paese: allerta massima per il rischio di scontri

La Francia è in stato di massima allerta per le grandi proteste in programma oggi, 17 ottobre, in tutto il Paese. Sindacati e cittadini che si definiscono “gilet gialli” manifesteranno contro la crisi del costo della vita e l’aumento dei carburanti, con una forte presenza prevista di studenti. Secondo una fonte vicina al ministero dell’Interno, sono attese circa 500 azioni sul territorio nazionale e una novantina di manifestazioni.

Le mobilitazioni arrivano dopo quattro settimane di proteste studentesche contro le assenze dei docenti, le classi sovraffollate e gli edifici scolastici vetusti. Nella maggior parte dei casi si sono svolte pacificamente, ma non sono mancati scontri con gruppi di facinorosi e pesanti critiche per presunte violenze degli agenti. Venerdì il presidente Emmanuel Macron ha ribadito che il diritto a manifestare è pienamente rispettato, ma deve andare di pari passo con il rispetto delle persone e dei beni, rivolgendo un appello alla calma.

Sotto osservazione c’è anche il comportamento della polizia. In un caso, uno studente di 15 anni avrebbe perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma; in un altro, un quattordicenne avrebbe perso una mano raccogliendo una granata stordente. Entrambe le vicende sono oggetto di indagine. Dopo il secondo episodio la Francia ha sospeso l’uso di alcuni tipi di granate stordenti, ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha detto in un’intervista che oggi saranno autorizzate in caso di “gravi violenze urbane”, e mai quando la situazione è tranquilla. Martedì al Senato Nuñez ha riferito di 36 inchieste aperte su presunte violenze delle forze dell’ordine durante le proteste studentesche: quattro riguardano lesioni mutilanti, sei ferite gravi, le altre presunti pestaggi, insulti e segnalazioni di violenze sessuali.

Il ritorno dei gilet gialli

Alcuni osservatori ipotizzano che la giornata possa segnare il ritorno dei gilet gialli, il movimento nato nel 2018 contro il rincaro di benzina e diesel, che per mesi bloccò rotatorie, autostrade e depositi di carburante con frequenti tensioni con la polizia. Intanto il governo deve fronteggiare una grave crisi del debito pubblico e cerca di far approvare una legge di bilancio con misure di austerità in un parlamento privo di maggioranza assoluta.

Dall’inizio delle proteste sono rimasti feriti 937 tra poliziotti e gendarmi, 248 studenti e 149 membri del personale docente, il dato più alto mai registrato dal ministero dell’Istruzione. Martedì Alliance Police Nationale, uno dei principali sindacati di polizia, ha annunciato una denuncia contro lo Stato per “messa in pericolo della vita altrui”, lamentando istruzioni contraddittorie che lascerebbero gli agenti esposti alla violenza e all’ostilità pubblica.

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La crisi del diritto tra ragionevolezza e autorità. Scrive il prof. Corbino

Tra le ragioni che hanno reso esasperatamente conflittuali le nostre società, credo meriterebbe molta più considerazione la crisi nella quale, da almeno un cinquantennio, è precipitato il diritto.

Politica e diritto hanno sempre convissuto. Non vi è stato tempo nel quale le società umane non siano state rette da leggi e costumi e dunque da una continua riflessione sul loro significato normante (diritto) cui guardare per le necessità della pratica. Quasi dovunque nella storia delle civiltà, questa concreta “determinazione” della regola è stata agevolata da “interpreti” accreditati. Nelle società antiche, erano in genere sacerdoti. Poi, nel tempo, persone individuate attraverso modalità più complesse. Le nostre attuali affondano le radici nelle due (non uniformi) visioni che ne praticarono Greci e Romani.

Ad Atene (che adottava la democrazia) era la collettività cittadina che “dichiarava” quale fosse il diritto cui fare riferimento. Vi provvedeva, in astratto, deliberando (in assemblea, a maggioranza) quale fosse il “senso” vincolante dei costumi (tali anche in ragione del consenso divino che li assisteva), che divenivano così “enunciati formali” di più definita configurazione (leggi appunto). E ne faceva seguire, in concreto, una decisione delle liti – orientata da quelle leggi – rimessa a tribunali popolari di così larga numerosità (centinaia, non raramente migliaia, di giudici sorteggiati) da potersi considerare sicuramente rappresentativi del pensiero della città. Il diritto nasceva, insomma, dal combinarsi delle tradizioni (come codificate) e dall’effettività sancita dal giudizio dell’autorità delegata (tribunale), cui spettava di sciogliere, con la decisione, le antinomie e le ambiguità.

A Roma (che adottava logiche politiche meno lineari), le cose presero una strada diversa. Dopo un’iniziale legittimazione di specialisti (ritenuti tali in ragione dello studio che dedicavano al problema) “anche” sacerdoti, la materia si considerò di competenza di specialisti spontaneamente accreditati nella pratica quotidiana. Gli interessati chiedevano loro “consiglio”, che essi elargivano e che gli altri specialisti approvavano/disapprovavano. Si formavano così nel tempo “opinioni” di largo seguito, alle quali si uniformavano gli attori della vita sociale (privati, magistrati e senato, giudici). Il diritto si fece “scienza”, espressione di un sapere coltivato liberamente (attraverso cioè il meccanismo dell’adesione/rifiuto), che generava “precetti” (ammaestramenti) di (tendenziale) generale condivisione. Condizionavano l’agire di tutti. Ne derivò un “ordinamento” della comunità (regole di organizzazione e di relazione) in permanente discussione. Quando la legge e il costume perdevano presa sociale, gli specialisti – forti del loro credito sociale di uomini di “scienza” (dal sapere perciò “convergente” e non “individuale”) – ne suggerivano (ordinariamente ascoltati) le opportune revisioni. Il “diritto” non si formava (come ad Atene) in ragione di “autorità” (una posizione eminente “attribuita”), ma di “autorevolezza” (una posizione eminente spontaneamente “riconosciuta”). Fatto che non impediva tuttavia che l’autorità conservasse un suo importante ruolo “politico”. Era pur necessario sciogliere infatti le ambiguità del costume e i dissensi degli specialisti. Da qui, la “legge” (un enunciato di “parole certe”) e il “decisore” (designato): un magistrato pubblicamente eletto (per gli affari politici) e un giudice “scelto” in accordo dai diretti interessati (per spegnere i conflitti insorti).

Semplificando nel massimo, il “diritto” era, dunque, concepito a Roma come il frutto di una “razionalità” impersonale e politica. Impersonale, perché ricavata da una riflessione dialetticamente condotta. Politica, perché operante come sintesi colta (conseguita cioè da specialisti) e momentanea (provvisoria e rivedibile) del pensiero sociale. Si “imponeva” solo nel “caso” (l’affare in questione). Per un’evidente ragion pratica. Non si poteva non chiudere un conflitto aperto o non assumere una decisione richiesta dalle circostanze. Ma l’autorità (del magistrato o del giudice) vincolava solo nel caso a mani. Con conseguenze anche di efficienza. Di un giudice scelto (fiduciariamente investito) non si poteva contestare la decisione (non esisteva perciò appello). La discrezionalità del magistrato assicurava tempestività, ma era temperata dai limiti della collegialità. Subiva il “veto” del collega nella carica, del magistrato gerarchicamente superiore, di un tribuno della plebe. Fattualmente operante era però (in quella cultura di governo) non il “veto”, ma il “non veto”.

La descritta visione cedette nel tempo.

La difficoltà di coltivare un sistema di equilibri complessi come quelli accennati (in un tempo nel quale la città divenne la capitale di un impero universale di molto meno compatta cultura) aprì la strada alla crisi della repubblica e all’avvento (dopo un travagliato secolo di lotte intestine) del principato. Dilagò lo strumento (semplificante) dell’autorità. Si moltiplicarono le “leggi” e i sapienti (giuristi) non furono più legittimati da spontaneo consenso ma dal principe, che ora ne autorizzava direttamente l’attività (ovviamente, dei fedeli ideologicamente). Si spense la discrezionalità dei magistrati (tenuti ad osservare le direttive del principe). I giudici divennero pubblici funzionari (e i loro giudizi perciò appellabili). Il diritto non fu più espressione di una razionalità “impersonale” (e mediante), ma di una “personale” (e indirizzante). Conformativa. Non ne siamo più usciti.

Da quel momento, si è imposta come “naturale” l’idea di una giuridicità espressione di un soggettivo punto di vista (quello del “governante” insediato). Al punto che – caduto l’assolutismo – è stata fatta propria dai regimi (“liberali” e poi “democratici”) subentrati. Ne hanno solo spostato il focus. Non più il “monarca”, ma la “maggioranza”. È stata rimossa dal nostro orizzonte l’idea (di Roma repubblicana) di una “politica” che dovesse agevolare convergenze piuttosto che prevalenze.

Siamo così a oggi.

È divenuta comune l’idea che il “diritto” sia uno strumento rivolto ad “affermare” visioni e valori. A “plasmare” ideologicamente le società. Nelle “autoritarie”, spudoratamente. Surrettiziamente, purtroppo, anche nelle “libere”. Adottiamo costituzioni “rigide”, tarate non su una storia in movimento, ma su una cristallizzata (quella del tempo della loro scrittura). Non comprendendo che – divenendo quel tempo progressivamente più distante – tende a riflettere equilibri spesso non più sostenibili, che non sopiscono ma acuiscono le tensioni.

L’autorità è una componente ineliminabile della “giuridicità”. Non ne può essere però la dominante. Il diritto ha una funzione pratica. Serve a governare le “decisioni”. A scegliere tra possibilità. Altro, perciò, che la sua determinazione “autoritativa” (legge, sentenza) operi come criterio ultimo dirimente (il “punto di vista” di una provvisoria maggioranza o di un giudice), altro invece come criterio primo. Se si cancellano dall’orizzonte i costumi (che tuttavia vivono e orientano nei fatti) e si vede nella “legge” il solo criterio di riferimento, se il giudice diviene un “funzionario” preposto che esprime la “sua” razionalità (di individuo o di corporazione non cambia molto) e non quella ricavata da un’elaborazione studiata “aperta” (un approdo “mediante” di convergenti consensi), accadrà quel che osserviamo quotidianamente. Con il seguito di montanti tensioni che ne vengono.

Solo a titolo di esempio. La Corte costituzionale francese ha giudicato di recente “irragionevolmente” compressivo della libertà di espressione, limitare l’uso dei cellulari ai minori di 15 anni. Quella spagnola ha dichiarato addirittura che il mare non è una barriera e che chi, perciò, approda su una costa esposta non viola alcun confine. Due idee di “ragionevole” che non so quanti sottoscriverebbero.

Siamo sicuri che le nostre (intendo quelle “libere” nelle quali viviamo) siano ancora società presidiate da regole che abbiano la finalità di assicurare a chi vi appartiene limiti che siano espressione di una “razionalità” comune o non piuttosto aggregati che subiscono vincoli giustificati da una “razionalità” (rispettabile, ma) soggettiva? La “razionalità” che orienta il “decisore” pubblico di una vicenda a lui rimessa nasce ancora dai consociati o non piuttosto da una ristretta e “chiusa” cerchia di legittimati “autoritativamente”? È una razionalità che può dirsi ancora fonte di “diritto” (regola mediante e storicamente fluida) o non piuttosto di “legge” (regola imposta), per di più né di parole certe e nemmeno voluta da una maggioranza (come almeno la decisione parlamentare resta ancora)?

È davvero un progresso civile avere esasperato il ruolo della “legge” (la decisione “autoritativa”) e cancellato il “diritto-scienza” (la proposta “autorevole”) dai nostri orizzonti?

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Drone inonda d’acqua cagnone ignaro. Sai che puzza poi

Un curioso video che sta facendo il giro del web virale, mostra un drone quadricottero dotato di tubi flessibili che si libra sopra un cagnolino e lo spruzza d’acqua, facendogli una bella doccia. Il cane sembra divertirsi, si lascia inzuppare e scodinzola, prima di scrollarsi di dosso l’acqua e allontanarsi. 

 

«Niente in milioni di anni di evoluzione ha preparato questo cane a una situazione del genere», ha ironizzato un utente su Reddit.

 

Il simpatico video, se osservato da un’altra prospettiva, può indurci a qualche seria e preoccupante riflessione.

 

A tech company based in Linyi, Shandong Province, China, showcased the capabilities of its newly developed solar panel cleaning drone by using it to wash a dog on the street. pic.twitter.com/t8gIX2x4D6

— Massimo (@Rainmaker1973) September 16, 2026


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Tralasciando gli usi ormai massivi in teatri bellici, non vorrei che questi oggetti volanti vengano usati in un futuro prossimo per reprimere le piazze che – in ispecie in Europa – stanno ribollendo di malcontento verso il potere costituito. «Potrei immaginare una versione di questo per il controllo della folla con gas lacrimogeni», ha riflettuto un altro.

 

Come riportato da Renovatio 21, già in Cina, una delle principali aziende tecnologiche del paese, Wuhan Guide Infrared, ha condotto con successo alcuni test di un nuovo veicolo aereo senza pilota (UAV) armato di fucile, ottenendo una precisione mai registrata in precedenza.

 

La doccia improvvisata al dolce cagnetto era una dimostrazione di un’azienda cinese – non è chiaro quale – che sviluppa droni per il lavaggio di pannelli solari.

 

In Cina esiste un mercato di macchine volanti atte alla pulizia di pannelli fotovoltaici. Il Paese è leader indiscusso nello sfruttamento dell’energia solare, vantando quasi 1.300 gigawatt di capacità solare . Il suo impianto solare più grande, situato sull’altopiano tibetano, si estende per oltre 162 miglia quadrate. 

 

La pulizia di tutta queste infrastrutture solari rappresenta un grosso problema logistico. Robot innovativi che si muovono sopra i pannelli solari sono emersi come una possibile soluzione, e alcune città cinesi li impiegano per pulire gli impianti sui tetti. Nel frattempo, gli scienziati stanno lavorando a un rivestimento autopulente da applicare ai pannelli.

 

Lavare i pannelli solari con un esercito di droni è davvero la soluzione più pratica? Sarebbe uno spreco d’acqua? Lasciamo quest’ultimo dubbio agli attenti ambientalisti.

 

Un tema dimenticato dai commentatori della clip virale in rete è quello della puzza che il canide ha certamente emanato dopo il lavoretto eseguito col drone. Tale fenomeno olfattivo non ha un nome, ed è conosciuta per lo più col nome di «puzza da cagnone».

 

L’odore di cane bagnato è uno dei più riconoscibili e, per chi vive con un cane, quasi perversamente affettuoso. Appena l’animale rientra dalla pioggia o da un tuffo nel fiume, la casa si riempie di una nota densa, tiepida e muschiata, a metà tra la terra umida e il lievito.

 

Non è un profumo gentile, ma ha una sua onestà: racconta di passeggiate, di prati, di pozzanghere attraversate senza esitazione. La spiegazione è chimica: l’acqua libera i composti volatili prodotti dai microrganismi che vivono sul pelo e dal sebo che lo ricopre, e li porta nell’aria. Il calore del corpo fa il resto, amplificando tutto.

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Chi lo detesta lo associa al divano, ai tappeti, alla macchina dopo una giornata di pioggia; chi ama i cani lo accetta come parte del pacchetto, quasi un segnale di casa.

 

È un odore che chiede di essere asciugato con un telo, ma che, anche dopo, lascia nell’aria il ricordo di un cane felice e di una corsa sotto l’acqua. È immaginabile lo scorno dei neofiti cinofili che lavano il cane perché manda odore e poi scoprono che lavato puzza ancor di più.

 

Le immagini ci fanno pensare ad un ulteriore uso tirannico della droneria: non solo ti controlleremo ma innaffieremo il tuo cane per farti puzzare tutta la casa – e il cane è l’unica cosa che hai, perché figli non ci sono. Quindi, adeguati ai nostri ordini.

 

Ecco che sotto il ronzio irrorante del drone, il cittadino dello Stato moderno scodinzola.

 

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L’MI5 crea un centro sulle minacce dell’IA. Come cambia l’intelligence britannica

Non sarà un laboratorio per sviluppare nuovi modelli di intelligenza artificiale, né una struttura separata dall’intelligence tradizionale. Il nuovo AI Threat Assessment Centre (AiTac), annunciato dal direttore generale dell’MI5, Ken McCallum, nasce piuttosto per capire quali delle minacce associate all’IA siano concrete, quali ancora teoriche e quali richiedano una risposta immediata da parte degli apparati di sicurezza britannici.

La struttura è stata collocata all’interno dell’MI5 ma riunisce competenze provenienti anche dall’AI Security Institute, dalla National Crime Agency e dal National Cyber Security Centre. Il suo compito sarà produrre valutazioni all-source, mettendo insieme intelligence, competenze tecniche e analisi delle capacità emergenti. McCallum lo ha presentato il 13 ottobre durante il tradizionale aggiornamento annuale sulle minacce alla sicurezza nazionale.

Capire cosa l’IA può davvero fare

L’obiettivo non è trattare ogni sviluppo tecnologico come una minaccia, ma ridurre la distanza tra la velocità dell’innovazione e quella della valutazione di intelligence.

Per l’MI5 alcuni effetti sono già visibili. L’IA sta aumentando le capacità offensive e difensive nel dominio cyber, può rendere più efficace la produzione di propaganda personalizzata e viene già studiata da soggetti terroristici per affinare attività di ricognizione e pianificazione. McCallum ha inoltre indicato nell’impiego dell’IA applicata alle armi biologiche uno dei rischi potenzialmente più significativi, precisando tuttavia che si tratta di uno scenario non ancora concretizzato.

La distinzione è rilevante. Una struttura di intelligence dedicata all’IA serve anche a separare capacità dimostrate, possibilità tecnicamente plausibili e semplice rumore. In altre parole, a impedire che le decisioni di sicurezza nazionale siano prese inseguendo alternativamente entusiasmo tecnologico e scenari catastrofici.

L’AiTac riprende, per un dominio completamente diverso, una formula già sperimentata dall’intelligence britannica. Dopo l’11 settembre era stato creato il Joint Terrorism Analysis Centre; con l’aumento delle attività ostili riconducibili a potenze straniere era arrivato il Joint State Threats Assessment Team. L’IA viene ora trattata come un ambito sufficientemente trasversale da richiedere una capacità analitica specifica.

La terza missione dell’MI5

C’è però un altro passaggio del discorso di McCallum che rischia di essere più importante dello stesso nuovo centro. L’MI5 ha portato Protect allo stesso livello delle sue due tradizionali missioni operative: il contrasto al terrorismo e quello alle minacce provenienti dagli Stati.

Protect riguarda la resilienza del Paese: infrastrutture critiche, reti energetiche, sistemi finanziari, imprese, catene di approvvigionamento, ricerca scientifica e, in misura crescente, la capacità della società di assorbire operazioni di influenza e destabilizzazione senza produrre l’effetto cercato dall’avversario.

Non significa che l’MI5 si trasformi in un’agenzia di protezione civile. Il ragionamento è diverso. Sabotaggio, cyberattacchi, droni, operazioni di influenza e reclutamento di intermediari consentono a un attore straniero di produrre effetti strategici senza entrare in un conflitto convenzionale. Proteggere preventivamente il sistema che questi attori cercano di colpire diventa quindi parte dell’attività di controintelligence.

La fotografia fornita da Thames House aiuta a capire il perché. Nel 2026 l’MI5 dedica alle minacce statali più risorse di quante ne destinasse durante la Guerra fredda e il relativo case load è quadruplicato nell’ultimo decennio. Terrorismo e minacce statali hanno ormai, secondo McCallum, dimensioni operative sostanzialmente equivalenti.

Russia, Iran e Cina

La Russia rimane per l’MI5 il principale attore aggressivo e continua a ricorrere a operazioni ibride mantenendosi al di sotto della soglia che potrebbe provocare una risposta convenzionale della Nato. L’espulsione di quasi mille appartenenti alla presenza diplomatica russa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina ha ridotto la capacità di Mosca di utilizzare il tradizionale apparato sotto copertura diplomatica. La risposta, sostiene il servizio britannico, passa sempre più attraverso criminali, intermediari e volontari reclutati per singole operazioni.

Anche l’Iran ricorre in misura crescente a proxy. Negli ultimi dodici mesi, ha spiegato McCallum, le operazioni britanniche legate a Teheran hanno portato a più di cinquanta arresti. Alle attività contro dissidenti, organizzazioni e obiettivi israeliani si sarebbe aggiunto nel corso del 2026 un interesse più marcato verso obiettivi militari britannici.

Nel caso della Cina il problema descritto dall’MI5 rimane invece principalmente quello dello spionaggio, della coercizione e dell’interferenza politica, insieme all’acquisizione di conoscenze scientifiche e tecnologiche. Solo due settimane prima del discorso di McCallum il servizio aveva diffuso un avviso agli atenei britannici sul China General Technology Research Institute, indicato dall’MI5 come un soggetto utilizzato per finanziare ricerca utile a migliorare le capacità tecniche del Ministry of State Security cinese.

Dalla protezione del segreto alla protezione del sistema

È qui che la riorganizzazione britannica offre l’indicazione più interessante anche fuori dal Regno Unito. La funzione di un servizio interno non si limita più a identificare una spia, interrompere un’operazione clandestina o impedire un attentato. Deve contribuire a individuare vulnerabilità che un avversario potrebbe sfruttare prima ancora che venga individuata un’operazione specifica.

L’intelligence rimane intelligence. Ma quando il confronto passa contemporaneamente attraverso cyber, infrastrutture, università, piattaforme digitali, tecnologia e intermediari privati, il confine tra controspionaggio e resilienza diventa inevitabilmente più sottile. È questo, più dell’apertura di un nuovo ufficio dedicato all’IA, il passaggio che Londra ha appena formalizzato.

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Mons: Viganò su Amoris Laetitia ed eresia: «la teologia non ha paradigmi da cambiare».

Renovatio 21 pubblica un testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò apparso su X, dove monsignore commentava un post del vaticanista Michael Haynes che mostrava una clip della conferenza su Amoris Laetitia dove era dichiarato che siamo un presenza di «una Chiesa che si muove verso la piena realizzazione della visione del Concilio Vaticano II e del Sinodo sulla sinodalità». È «una chiesa in cui tutti hanno voce» e dove si assiste a «un cambio di paradigma nella teologia» verso l’ascolto, aveva affermato nel video circolante su internet padre Stanislaus Chu Ilo.

 

«Un paradigma teologico che cambia»: lo ammettono loro stessi. Chi dichiara che la Chiesa «si muove verso la piena realizzazione del Vaticano II e del Sinodo sulla sinodalità» non fa che confessare ciò che noi denunciamo: una rottura, non uno sviluppo omogeneo.

 

La teologia non ha paradigmi da cambiare, perché ha il «Depositum Fidei» da custodire e trasmettere. Il Concilio Vaticano I lo ha definito in termini che nessuno può abrogare: dal senso dei dogmi non ci si deve mai allontanare «altioris intelligentiæ specie et nomine» [«sotto il pretesto e il nome di una più alta intelligenza», ndr], con il pretesto di una migliore comprensione.

 

«Una Chiesa in cui tutti hanno voce»? La Chiesa non è un parlamento, e Nostro Signore non ha indetto consultazioni: «Qui vos audit, me audit». L’ascolto che salva è quello della Parola di Dio («fides ex auditu» Rm 10,17), non l’ascolto del mondo, che ha ottenuto la nostra resa. Si ascolta Nostro Signore, e poi si obbedisce.

 

“Un paradigma teologico che cambia”: lo ammettono loro stessi. Chi dichiara che la Chiesa “si muove verso la piena realizzazione del Vaticano II e del Sinodo sulla sinodalità” non fa che confessare ciò che noi denunciamo: una rottura, non uno sviluppo omogeneo.

La teologia non ha paradigmi da cambiare, perché ha il “Depositum Fidei” da custodire e trasmettere. Il Concilio Vaticano I lo ha definito in termini che nessuno può abrogare: dal senso dei dogmi non ci si deve mai allontanare “altioris intelligentiæ specie et nomine”, con il pretesto di una migliore comprensione.

“Una Chiesa in cui tutti hanno voce”? La Chiesa non è un parlamento, e Nostro Signore non ha indetto consultazioni: “Qui vos audit, me audit”. L’ascolto che salva è quello della Parola di Dio (“fides ex auditu” Rm 10,17), non l’ascolto del mondo, che ha ottenuto la nostra resa. Si ascolta Nostro Signore, e poi si obbedisce.

E “Amoris lætitia”, la cui “recezione” si celebra con tanto fervore, ha introdotto nella disciplina dei Sacramenti ciò che la Scrittura (Mt 19; 1 Cor 11, 27) e il Concilio di Trento escludevano. Trento ha anatematizzato chi dice che la Chiesa erra quando insegna che il vincolo matrimoniale non si scioglie per l’adulterio, e che si possano contrarre altre nozze vivente il coniuge (Sess. XXIV, can. 7); e ha stabilito che chi è consapevole di peccato mortale non si accosti all’Eucaristia senza la previa Confessione sacramentale (Sess. XIII, can. 11).

I funzionari della chiesa conciliare e sinodale chiamano “paradigma” ciò che nella lingua della Chiesa si è sempre chiamato errore. E quando l’errore verte su una dottrina definita, la Chiesa Cattolica ha un nome ancora più grave: eresia.

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— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 15, 2026

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E «Amoris lætitia», la cui «recezione» si celebra con tanto fervore, ha introdotto nella disciplina dei Sacramenti ciò che la Scrittura (Mt 19; 1 Cor 11, 27) e il Concilio di Trento escludevano.

 

Trento ha anatematizzato chi dice che la Chiesa erra quando insegna che il vincolo matrimoniale non si scioglie per l’adulterio, e che si possano contrarre altre nozze vivente il coniuge (Sess. XXIV, can. 7); e ha stabilito che chi è consapevole di peccato mortale non si accosti all’Eucaristia senza la previa Confessione sacramentale (Sess. XIII, can. 11).

 

I funzionari della chiesa conciliare e sinodale chiamano «paradigma» ciò che nella lingua della Chiesa si è sempre chiamato errore. E quando l’errore verte su una dottrina definita, la Chiesa Cattolica ha un nome ancora più grave: eresia.

 

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Immagine: Il primo Concilio Vaticano II, tenutosi nella Basilica di San Pietro durante il pontificato di Pio IX nel 1869, Libro del 1873 su Papa Pio IX.

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Trump: missili forniti all’Ucraina venduti sul «libero mercato»

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che i missili americani inviati all’Ucraina sotto la presidenza del suo predecessore Joe Biden sarebbero stati rivenduti sul «mercato libero». Nell’intervista andata in onda giovedì su Newsmax, Trump ha espresso dubbi sul destino di miliardi di dollari di aiuti militari e finanziari statunitensi destinati a Kiev.

 

Le affermazioni sono arrivate dopo che il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj aveva detto di sentirsi tradito dalla decisione improvvisa di Trump di revocare le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo, misura adottata per contenere il rialzo dei prezzi dell’energia.

 

Interrogato dal conduttore Rob Finnerty sul fatto che Zelens’kyj non abbia assecondato la richiesta di Trump di interrompere gli attacchi agli impianti energetici russi, il presidente ha risposto: «Zelens’kyj non è una brava persona con cui trattare. Biden gli ha dato miliardi e miliardi di dollari».

 

Trump ha inoltre sostenuto che Zelens’kyj non fosse realmente interessato a una soluzione diplomatica del conflitto con la Russia. «Dice di voler raggiungere un accordo, ma non è vero», ha affermato.

 

«No, non sono un grande fan di Zelensky. Hanno distrutto quel Paese», ha aggiunto.

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Il presidente ha criticato Biden per aver consegnato all’Ucraina «enormi quantità» di missili, intercettori e aiuti finanziari senza contropartite. Ha poi paragonato Zelens’kyj a P.T. Barnum, l’impresario circense americano dell’Ottocento noto per le sue trovate pubblicitarie e le attrazioni sensazionalistiche, a cui viene attribuita la frase «nasce un ingenuo ogni minuto».

 

«Dove sono i soldi che abbiamo dato all’Ucraina? Dove sono tutte le attrezzature? Biden stava dando loro missili, che venivano poi venduti sul mercato libero», ha detto Trump, senza fornire ulteriori dettagli.

 

L’intervista è stata trasmessa poco dopo che la CNN aveva riferito dell’esaurimento dei pochi missili intercettori Patriot rimasti all’Ucraina, impiegati per contrastare gli attacchi balistici russi. Negli ultimi mesi Zelensky aveva più volte sollecitato ulteriori intercettori ai partner americani ed europei.

 

Parlando a Newsmax, Trump ha chiarito che gli Stati Uniti intendono dare priorità al rifornimento dei propri arsenali. «Una volta che saremo ben riforniti, inizieremo a permettere ai nostri alleati di acquistarle da noi», ha dichiarato.

 

Secondo numerosi media americani e un rapporto dell’ispettore generale del Pentagono pubblicato il mese scorso, gli Stati Uniti avrebbero consumato gran parte delle proprie scorte di missili intercettori durante il conflitto con l’Iran. Trump aveva in precedenza minimizzato tale carenza, sostenendo che le riserve statunitensi fossero praticamente illimitate.

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Pena sospesa per l’australiana che aveva ucciso il marito malato terminale

Una donna australiana che ha ucciso il marito con una combinazione letale di farmaci ha ricevuto una condanna a due anni con sospensione condizionale della pena dopo essersi dichiarata colpevole di istigazione al suicidio. Il tribunale ha archiviato l’accusa di omicidio. Lo riporta LifeSite.

 

Kylie Ellina Truswell-Mobbs rischiava l’ergastolo per aver somministrato il cocktail letale al marito malato terminale, che a quanto pare desiderava morire. Il quotidiano britannico Guardian riporta che la donna, 52 anni, si è dichiarata non colpevole di omicidio ma colpevole di aver aiutato il marito a suicidarsi davanti alla Corte Suprema di Brisbane alla fine di settembre.

 

Il pubblico ministero ha accettato la dichiarazione di colpevolezza e il tribunale l’ha condannata a due anni di reclusione con sospensione condizionale della pena, dopo che aveva già trascorso 14 mesi in custodia cautelare. Il giudice Tom Sullivan ha riconosciuto che la donna aveva agito per compassione, il che lo ha indotto a sospendere la pena.

 

Suo marito, l’ex vigile del fuoco David Ronald Mobbs, soffriva di una forma aggressiva di sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Il suo corpo è stato rapidamente paralizzato dalla malattia dopo la diagnosi, ricevuta nell’aprile del 2023. Da persona in forma e indipendente, è diventato costretto a letto nel giro di pochi mesi.

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Mobbs avrebbe probabilmente potuto richiedere l’eutanasia ai sensi della legge del Queensland sul suicidio assistito volontario (VAD). Tuttavia, la difesa di Truswell-Mobbs ha sostenuto che, entro il 5 dicembre 2023, non era più in grado di parlare e comunicare correttamente. La procedura per richiedere il VAD richiede almeno nove giorni e il consenso esplicito, personale e volontario della persona che desidera morire.

 

Secondo quanto affermato dalla Truswell-Mobbs, suo marito soffriva di forti dolori e di un profondo disagio, e «implorava di morire», dopodiché lei gli avrebbe somministrato un cocktail letale di farmaci attraverso i sondini per l’alimentazione, causandone la morte il 6 dicembre.

 

L’avvocato difensore della Truswell-Mobbs, Ruth O’Gorman, ha dichiarato: «Non c’era nulla di segreto. È stato fatto con la piena consapevolezza dei suoi figli e del numero di assistenti che si prendevano cura di lei». Truswell-Mobbs ha parlato fuori dal tribunale dopo la lettura della sentenza, dove è stata accolta da applausi e abbracci da parte della sua famiglia e dei suoi sostenitori. «Mi sento bene», ha detto ai giornalisti.

 

Non solo la normalizzazione dell’eutanasia è un fatto, ma ciò che sta venendo sdoganato è l’omicidio stesso, ora ancora al livello overtoniano dell’«omicidio del consenziente».

 

L’Italia non è considerabile ancora molto lontana dalla legalizzazione dell’assassino puro e semplice: pensiamo al referendum di cinque anni fa, bocciato dalla Corte costituzionale, sulla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente.

 

All’epoca Renovatio 21 lamentò questo esito: perché la legalizzazione dell’omocidio sic et simpliciter è ciò che forse serve a tutti per capire che viviamo nella società della Necrocultura più forsennata. Aborto, eutanasia sono solo fasi iniziali: nel Regno Sociale di Satana, l’assassinio è legale, la strage è premiata, la distruzione dell’umano è un valore imposto dallo Stato moderno.

 

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Israele non attaccherà l’Iran prima delle elezioni

All’interno dell’establishment politico e della sicurezza israeliano è diffusa la convinzione che il Paese non attaccherà l’Iran prima delle elezioni parlamentari del 27 ottobre. Lo riporta la testata israeliana Ynet.

 

La notizia giunge dopo che il premier dello Stato Ebraico israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato mercoledì alla radio dell’esercito che sarebbe «sconveniente» lanciare attacchi preventivi contro l’Iran in questo momento, affermando tuttavia  che «gruppi filo-iraniani» stavano pianificando di lanciare razzi contro Israele.

 

«Anche se l’Iran ci lanciasse missili, darebbero la colpa a me», ha detto, aggiungendo che Israele reagirebbe a qualsiasi attacco.

 

Netanyahu ha cercato di smentire le speculazioni sorte in seguito a un servizio del Canale 12, secondo il quale avrebbe esortato Washington a colpire l’Iran prima delle elezioni israeliane e delle elezioni di medio termine statunitensi previste per il 3 novembre.

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All’inizio di questa settimana, la testata americana Axios ha citato un funzionario statunitense secondo il quale Netanyahu «sembra voler tornare a combattere» contro l’Iran. L’ufficio di Netanyahu ha smentito tali affermazioni.

 

Nelle ultime settimane, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente lasciato intendere che potrebbe riprendere la campagna di bombardamenti se l’Iran non accettasse le sue condizioni. I media americani hanno riportato che il Pentagono avrebbe preparato piani per utilizzare un ordigno convenzionale di enorme potenza, soprannominato «la madre di tutte le bombe». La Casa Bianca, tuttavia, ha negato che Trump e Netanyahu abbiano discusso della ripresa della guerra.

 

Gli sforzi diplomatici per porre fine al conflitto si sono arenati, con Washington e Teheran che si accusano a vicenda di avanzare richieste inaccettabili. I funzionari iraniani hanno avvertito che il Paese è pronto a una nuova guerra qualora le forze americane o israeliane dovessero lanciare un altro attacco.

 

Le elezioni della Knesset (il Parlamento dello Stato Giudaico) determineranno se Netanyahu riuscirà a rimanere al potere dopo oltre tre anni di governo con una coalizione di partiti di destra e religiosi. È stato accusato di fallimenti nell’Intelligence in vista degli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, che hanno innescato l’offensiva militare israeliana a Gaza, e criticato per la sua gestione degli sforzi per ottenere il rilascio degli ostaggi israeliani. Anche il suo processo per corruzione, ancora in corso, rappresenta un peso politico.

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Né la coalizione di Netanyahu né l’opposizione hanno la certezza di ottenere i 61 seggi necessari per la maggioranza nella Knesset, composta da 120 membri.

 

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti determineranno il controllo del Congresso per i restanti due anni della presidenza Trump, in un contesto di crisi energetica aggravata dai conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. I repubblicani difendono una risicata maggioranza in entrambe le camere del parlamento, mentre i democratici sperano di riconquistare il controllo e di limitare l’agenda di Trump.

 

Un sondaggio del Pew Research Center pubblicato l’8 ottobre ha rilevato che il 65% degli americani disapprovava la sua gestione della guerra con l’Iran, mentre il suo indice di gradimento complessivo era sceso al 30%, il livello più basso del suo secondo mandato.

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I malori della 42ª settimana 2026

La Rochelle, Francia: «Rugby, Hyron Andrews trovato morto in albergo: colto da malore mentre era nella doccia». Lo riporta il Corriere della Sera.

 

Cesuna, provincia di Vicenza: «colpito da un malore in bici. Muore direttore di banca». Lo riporta Il Giornale di Vicenza.

 

Livenza, città metropolitana di Venezia: «Colto da malore sul suo terreno mentre lavora, muore 66enne». Lo riporta Venezia Today.

 

Lodi: «Fermato dai carabinieri muore dopo un malore, la Procura indaga». Lo riporta l’agenzia ANSA.

 

Alpago, provincia di Belluno: «Tragedia nei boschi: fungaiolo colto da malore. Morto un 76enne. L’allarme lanciato da un escursionista». Lo riporta il Dolomiti.

 

Pagnona, provincia di Lecco: «Malore fatale nei boschi di Pagnona, muore un uomo di 71 anni». Lo riporta La Provincia Unica Tv.

 

Biasca, Confederazione Elvetica: «Ciclista colto da un malore a Biasca: l’intervento dei soccorritori». Lo riporta RSI Radiotelevisione Svizzera.

 

Roma: «Malore dopo il tamponamento. Uomo di 41 anni muore durante la compilazione del Cid». Lo riporta RomaToday.

 

Bergamo: «Muore colto da malore durante la lite: due indagati». Lo riporta L’Eco di Bergamo.

 

Caravaggio, provincia di Bergamo: «morto nell’incidente: il malore e la carambola con altre tre auto». Lo riporta il Corriere Bergamo.

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Belluno: «imprenditore agricolo di Mel stroncato da malore nella stalla». Lo riporta il Corriere delle Alpi.

 

Oderzo, provincia di Treviso: «Malore improvviso al campetto di calcetto: 29enne muore davanti agli amici». Lo riporta TrevisoToday.

 

Cremona: «Stroncato da un malore a 61 anni, addio». Lo riporta La Provincia di Cremona.

 

Pasturo, provincia di Lecco: «malore fatale in zona Alpe Cova: mortovolontario della Protezione civile». Lo riporta La Provincia Unica Tv.

 

Masiano, provincia di Pistoia: «Morto nel vivaio, la causa forse un malore». Lo riporta Rainews.

 

Marsa Alam, Egitto: «malore fatale in Egitto. La moglie : “È morto davanti ai miei occhi”». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Como: «Malore mentre passeggia tra i monti, 83enne soccorso in provincia». Lo riporta ComoZero.

 

Suzzara, provincia di Mantova: «Malore per strada: muore un uomo di 35 anni». Lo riporta la Gazzetta di Mantova.

 

Caserta: «infermiere colto da malore durante il turno». Lo riporta Infermieristicamente.

 

Orzinuovi, provincia di Brescia: «Malore improvviso, è morto». Lo riporta BresciaToday.

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Treviso: «Sedicenne stroncato da un malore improvviso, lunedì i funerali». Lo riporta TrevisoToday.

 

Monza: «Ha un malore nel parcheggio dell’Autogrill, muore 54enne». Lo riporta MonzaToday.

 

Genova: «Morta a 26 anni dopo malore in pronto soccorso, perizia esclude negligenze medici». Lo riporta l’agenzia ANSA.

 

Vicenza: «colta da malore, turista spagnola muore in ospedale». Lo riporta Il Giornale di Vicenza.

 

Castellamare di Stabia, città metropolitana di Napolo: «Dimessa dall’ospedale dopo un malore, donna incinta muore con la figlia». Lo riporta il Secolo d’Italia.

 

Trento: «Trovata morta nel letto: stroncata da un malore. Aveva 51 anni». Lo riporta Il T Quotidiano.

 

Catania: «Malore fatale sul versante sud dell’Etna: morto un turista canadese di 79 anni». Lo riporta CataniaToday.

 

Jesolo, città metropolitana di Venezia: «barista muore a 37 anni a causa di un malore». Lo riporta La Nuova Venezia.

 

Pordenone: «muore a 30 anni per un malore: da bambina un intero paese si era mobilitato per salvarle la vita». Lo riporta il Messagero Veneto.

 

Montesilvano, provincia di Pescara: «Malore in Svizzera, muore un giovane chef: Federico aveva solo 26 anni». Lo riporta Il Centro.

 

Salerno: «Malore in autostrada mentre guida, muore a 80 anni sull’A30». Lo riporta SalernoToday.

 

Orsago, provincia di Treviso: «Malore fatale, trovato senza vita a letto». Lo riporta Oggi Treviso.

 

Petronà, provincia di Catanzaro: «Malore dopo il lavoro, operaio muore davanti al nipote nel Catanzarese». Lo riporta Ciavula.

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Telese Terme, provincia di Benevento: «morto operaio di 68 anni: si è accasciato al suolo mentre stava lavorando, forse un malore». Lo riporta Il Mattino.

 

Romanore, provincia di Mantoca: «Tragedia in Tunisia, colto da malore muore il 63enne». Lo riporta Mantovauno.

 

Foggia: «Si accascia a terra mentre passeggia sul lungomare: malore fatale a un 53enne». Lo riporta FoggiaToday.

 

Torreglia, provincia di Padova: «Malore in campo e lite sugli spalti. Calciatore 18enne si accascia, durante i soccorsi zuffa tra genitori e spettatori». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Prato: «Il conducente ha un malore e il bus sbanda in piazza Mercatale e finisce nell’area pedonale: a bordo c’era una scolaresca». Lo riporta Notizie di Prato.

 

Ancona: «Accusa un malore all’interno della panetteria, 60enne in ospedale». Lo riporta Ancona Today.

 

Ancona: «Malore mentre prega in chiesa: donna portata in ospedale». Lo riporta Cronache Ancona.

 

Ancona: «malore al mercato di piazza D’Armi: uomo soccorso». Lo riporta CentroPagina.

 

Padova: «Malore in campo dopo il fallo, il giocatore chiede scusa: “Non mi aspettavo una conseguenza del genere, ho sbagliato”». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Teolo, provincia di Padova: «Malore durante la passeggiata sui Colli, 41enne sviene: imbarellata e portata a piedi fino all’ambulanza». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Colico, provincia di Lecco: «Malore sul lungolago, donna soccorsa in gravi condizioni». Lo riporta Lecco Notizie.

 

Morterone, provincia di Lecco: «Malore a Morterone, intervento dell’elisoccorso in località Medalunga». Lo riporta Lecco Notizie.

 

Varese: «Malore al volante sulla SS35, auto contro il guardrail: 56enne rianimato e portato al Niguarda». Lo riporta VareseNews.

 

Varese: «Non aggredisce gli infermieri ma danneggia l’ambulanza, poi finge un malore in Questura». Lo riporta La Prealpina.

 

Scandicci, città metropolitana di Firenze: «Un uomo colto da malore salvato da poliziotto». Lo riporta Firenze e dintorni.

 

Cedrate, provincia di Varese: «Bambino di 5 anni investito a Cedrate da un’auto guidata da un’80enne: è in codice rosso, malore per l’anziana». Lo riporta Virgilio.

 

Tolentino, provincia di Macerata: «malore al parco: diagnosi lampo e pacemaker transcutaneo d’urgenza applicato sul posto». Lo riporta il Corriere Adriatico.

 

Fermo: «Malore a Porto Sant’Elpidio: sfonda in auto il cancello di una casa e finisce in giardino». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Tortolì, provincia dell’Ogliastra:«anziano accusa un malore in ambulatorio: arriva l’elicottero». Lo riporta L’Unione Sarda.

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San Pietro di Feletto, provincia di Treviso: «malore mentre lavora in un giardino privato: grave operario di 59 anni». Lo riporta la Tribuna di Treviso.

 

Lecco: «Colpita da malore mentre gioca a tennis: 55enne in gravi condizioni». Lo riporta LeccoToday.

 

Pisa: «Podista va in arresto cardiaco alla Pisa Half Marathon: salvato grazie al defibrillatore». Lo riporta PisaToday.

 

Genova: «Malore in commissariato, tre poliziotti gli salvano la vita con la rianimazione». Lo riporta Primocanale.

 

Trieste: «L’ambulanza interviene per un malore, i carabinieri le trovano addosso del Fentanyl». Lo riporta TriestePrima.

 

Montecatini Terme, provincia di Pistoia: «Accusa malore in A11, esce e poliziotti lo salvano da infarto». Lo riporta l’agenzia ANSA.

 

Albisola Superiore, provincia di Savona: «Malore improvviso, il sindaco ricoverato al Santa Corona». Lo riporta La Stampa.

 

Milano: «Colto da un malore mentre guida, si schianta in macchina sulla superstrada: gravissimo». Lo riporta Milano Today.

 

Pontecagnano, provincia di Salerno: «anziana colta da malore in Corso Europa: trasportata al Ruggi». Lo riporta SalernoToday.

 

Cesena: «Concita De Gregorio parla della cura, poi lo spettacolo si ferma 10 minuti per il malore in platea». Lo riporta Il Resto del Carlino.

 

Zurigo, Confederazione Elvetica: «Finge un malore e scappa: detenuto in fuga dalla polizia». Lo riporta Ticinonline.

 

Singapore: «Hamilton, malore dopo il GP: niente interviste». Lo riporta Sky Sport.

 

Modena: «Malore per il macchinista, a Sassuolo la simulazione di emergenza sui treni». Lo riporta ModenaToday.

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Kiev non ha più intercettori Patriot

L’Ucraina avrebbe esaurito le rimanenti scorte di missili intercettori Patriot di produzione statunitense impiegati per respingere gli attacchi russi. Lo riporta la CNN, che cita una fonte a conoscenza dei fatti.

 

La carenza segnalata si inserisce in un contrasto pubblico tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Volodymyr Zelens’kyj sull’accordo di Trump con Mosca relativo al diesel e sugli attacchi ucraini alle raffinerie petrolifere russe.

 

Secondo la CNN, l’aeronautica militare ucraina avrebbe intercettato quattro missili balistici russi, apparentemente utilizzando gli ultimi intercettori Patriot a disposizione. «Quasi tutti i missili balistici dell’ultimo attacco non sono stati intercettati per mancanza di missili (intercettori)», ha dichiarato una fonte all’emittente.

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Lo Zelens’kyj ha detto di sentirsi tradito dopo che Trump ha revocato all’inizio di questo mese le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo, nell’intento di ridurre i prezzi dell’energia in vista delle elezioni di medio termine statunitensi di novembre. Trump ha difeso la scelta, sostenendo che fosse vantaggiosa per i consumatori e coerente con la sua agenda «America First».

 

Interrogato sulle critiche di Zelens’kyj all’accordo sul diesel, Trump ha suggerito che fosse «tempo che l’Ucraina avesse un nuovo presidente». Zelens’kyj, il cui mandato presidenziale quinquennale sarebbe scaduto nel 2024, ha rifiutato di indire nuove elezioni, adducendo la legge marziale e la necessità di un cessate il fuoco di diversi mesi con la Russia. Il Cremlino ha sostenuto che l’Ucraina avrebbe sfruttato una tregua prolungata per ricostituire le proprie forze armate e ha affermato di essere disposto a sospendere gli attacchi solo il giorno delle elezioni.

 

All’inizio di questa settimana Zelens’kyj ha dichiarato che avrebbe ignorato le richieste di Trump di interrompere gli attacchi contro gli impianti energetici russi, che il presidente statunitense riteneva responsabili degli alti prezzi dell’energia. Zelens’kyj ha affermato che l’Ucraina avrebbe accettato una tregua energetica solo se la Russia avesse fatto altrettanto. Mosca, tuttavia, ha dichiarato di voler raggiungere un accordo di pace globale alle proprie condizioni, piuttosto che un cessate il fuoco incondizionato, che a suo dire l’Ucraina avrebbe sfruttato a proprio vantaggio.

 

La frattura tra Trump e Zelens’kyj si è ulteriormente accentuata questa settimana dopo che l’Ucraina ha segnalato improvvise interruzioni di Starlink e Starshield, i servizi satellitari forniti da SpaceX che Kiev utilizza per gli attacchi con i droni.

 

Le autorità ucraine hanno inoltre affermato di non aver ricevuto alcun preavviso dai partner occidentali riguardo agli attacchi missilistici russi su Kiev nelle due notti consecutive di lunedì e martedì.

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Secondo quanto riportato dagli organi di stampa statunitensi, i funzionari americani avrebbero attribuito la mancata rilevazione dei lanci missilistici al maltempo, una spiegazione che le controparti ucraine avrebbero trovato difficile da credere.

 

Mercoledì lo Zelens’kyj ha rinnovato l’appello per ulteriori intercettori Patriot, esortando gli Stati Uniti e gli altri partner a «non ignorare la realtà» e a «rispondere con fermezza».

 

Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno esaurito gran parte delle proprie scorte di missili intercettori durante la guerra con l’Iran, come ampiamente riferito dai giornali americani e confermato in un rapporto dell’ispettore generale del Pentagono del mese scorso.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump ha minimizzato le carenze, affermando che le scorte statunitensi erano praticamente illimitate. Il presidente in estate aveva dichiarato di poter riconvertire le case automobilistiche americane in produzioni di missili.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Il ministero dell’Istruzione albanese dato alle fiamme. Violenti disordini nel Paese

L’edificio del ministero dell’Istruzione è stato dato alle fiamme a Tirana. La capitale albanese è sotto shock per il terzo giorno consecutivo di proteste di massa guidate dagli studenti.

 

Le proteste iniziate nel Paese questa settimana sarebbero state innescate dai disordini in corso in Francia e inizialmente erano dirette contro l’aumento dei costi dell’istruzione, le pessime condizioni delle strutture scolastiche e la corruzione diffusa.

 

Le proteste sono presto degenerate in violenza e in dinamiche politiche, e ora i manifestanti chiedono le dimissioni del primo ministro socialista albanese Edi Rama, nonché del leader dell’opposizione democratica, Sali Berisha. Entrambi hanno dominato la scena politica albanese per circa quarant’anni e sono stati ripetutamente accusati di corruzione.

 

I disordini si aggiungono a mesi di proteste antigovernative in Albania, incentrate principalmente su un importante progetto di sviluppo turistico di lusso legato al genero del presidente statunitense Donald Trump, Jared Kushner. Il movimento, noto come «Rivoluzione dei Fenicotteri», è stato condannato dal primo ministro come parte di una «guerra ibrida» condotta dai «nemici di Israele e dell’Albania».

 

Mercoledì, una grande folla di manifestanti ha fatto irruzione nella sede del ministero dell’Istruzione, appiccando il fuoco all’edificio. Le immagini riprese sul posto mostrano la recinzione del complesso danneggiata, con un folto gruppo di manifestanti che osserva il fumo nero che fuoriesce dalle finestre. I manifestanti sono stati visti distruggere telecamere di sorveglianza in tutta Tirana. Hanno giustificato le loro azioni affermando che le società che gestiscono le telecamere utilizzano «software spia israeliano».

Tirana, Albania. Student and anti-government protests. Flames outside the PM’s office. https://t.co/G5Jrsl0gZ6 pic.twitter.com/bHT0etCjW7

— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 16, 2026

Violent protests continue in Tirana, while the Ministry of Education building has caught fire.Citizens are demanding the resignation of PM Rama & the removal of opposition leader Berisha-two strongmen who have dominated Albania for nearly 40 years with abuse & massive corruption https://t.co/OXEJbCVwF0 pic.twitter.com/wfE4N6SM8d

— Tirana Report (@Tirana_Report) October 14, 2026

📌 Student protesters in Albania have destroyed surveillance cameras, accusing companies of allegedly using Israeli spyware

The protesters are demanding better conditions for young people and opposing what they describe as the growing influence of the “Kushner clan” in the… pic.twitter.com/IcdNY5EJ1K

— Context 360 (@NewsContext360) October 15, 2026

 

Not only Paris. Tirana is on fire, too. Europe in total chaos. https://t.co/ckD4lWae2n pic.twitter.com/zGjhUjQ8eG

— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 16, 2026


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Numerosi video che circolano online mostrano la polizia antisommossa scontrarsi con i manifestanti per le strade, usando manganelli, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua nel tentativo di sedare i disordini. È stato segnalato l’ingresso di una lunga colonna di camion militari nella capitale, il che potrebbe indicare che il governo ha optato per il dispiegamento di soldati nelle strade.

🚨🇦🇱 BREAKING: COLUMNS OF MILITARY TRUCKS ENTER TIRANA, ALBANIA’S CAPITAL

Columns of military trucks have reportedly entered Tirana as tensions continue amid ongoing student protests and wider anti-government demonstrations. pic.twitter.com/JMIgO9GXnQ

— Anonymous TV 🇺🇦 (@YourAnonTV) October 15, 2026

 

Albania has fallen. pic.twitter.com/dVttnySEzv

— ColdJack (@TheColdJack) October 16, 2026

Total chaos in Europe. Tirana, Albania. Students set the city on fire. Ministries and banks burning as thousands demand PM Rama resign. pic.twitter.com/zs0MLTi5J8

— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 16, 2026


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Le violenze fanno seguito alle diffuse rivolte che hanno imperversato nella capitale mercoledì, quando gruppi di manifestanti hanno attaccato edifici governativi, banche e attività commerciali. Almeno 89 persone, tra cui 61 agenti di polizia, sono rimaste ferite nel corso della giornata, secondo il ministero della Salute albanese.

 

Rama ha già rifiutato di dimettersi, insistendo sul fatto che il suo governo terminerà esclusivamente attraverso una procedura democratica e sottolineando che le elezioni nazionali si sono tenute solo l’anno scorso. Pur mostrandosi disponibile a discutere di questioni relative all’istruzione, il primo ministro ha condannato le violenze e ha promesso di non permettere che i disordini distolgano l’Albania dal suo percorso verso un «futuro europeo».

 

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Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

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Incendio in una stazione Starlink in Bulgaria

Un incendio è divampato presso un impianto di Starlink, fornitore di servizi internet satellitari, vicino alla capitale bulgara Sofia, come annunciato dal primo ministro bulgaro Roumen Radev.

 

A settembre era stato segnalato un incendio presso una stazione di ritrasmissione dati in Polonia utilizzata da SpaceX, che forniva servizi all’esercito ucraino. L’Ucraina ha fatto molto affidamento su Starlink durante il conflitto con la Russia per le comunicazioni sul campo di battaglia e per il controllo dei droni.

 

All’inizio di questa settimana Ivaylo Mirchev, deputato della coalizione di opposizione Bulgaria Democratica, ha pubblicato un video che, a suo dire, mostrava uomini mascherati mentre incendiavano un impianto utilizzato da Starlink alla periferia di Sofia, distruggendo 11 delle sue 17 antenne. Il Radev ha confermato l’incidente al parlamento bulgaro mercoledì, ma si è rifiutato di dire se si trattasse di un incendio doloso.

 

In Bulgaria, near Sofia, two masked individuals set fire to 11 of the 17 SpaceX antennas providing Starlink connectivity.

According to Bulgarian MP Ivaylo Mirchev, these stations provided backbone connectivity to satellites, including for Ukraine.

Mirchev called on the security services and the Interior Ministry to explain what had happened:

“It was no coincidence that these particular antennas were set on fire. They provide the backbone communications link to these satellites. The same thing happened to similar antennas in Poland at the end of September.”

Bulgarian PM Rumen Radev refused to disclose details of the suspected arson, citing the ongoing investigation, BNR News reports.

The Interior Ministry said that security at similar facilities had already been stepped up.

— Anton Gerashchenko (@Gerashchenko_en) October 14, 2026

 

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«È in corso un’indagine. Ancora un po’ di pazienza e ci sarà un risultato», ha detto il primo ministro, esortando gli altri funzionari governativi a non divulgare alcun dettaglio dell’inchiesta fino alla sua conclusione. «Se venissero rivelati i risultati specifici, non raggiungeremmo l’obiettivo che ci siamo prefissati», ha aggiunto.

 

Il ministro degli Interni bulgaro Ivan Demerdzhiev ha dichiarato ai parlamentari che verranno attuate ulteriori misure per proteggere le stazioni Starlink e le strutture simili in tutto il paese. Tuttavia, ha sottolineato che si tratta di siti privati e che la responsabilità primaria della loro sicurezza spetta ai proprietari.

 

Il deputato della Bulgaria Democratica Bozhidar Bozhanov non ha atteso i risultati dell’inchiesta sull’incendio per attaccare Mosca. «Perché avete paura di nominare la Russia? Perché non vi comportate come il primo ministro polacco Donald Tusk?», ha chiesto a Radev.

 

Il primo ministro ha replicato dicendo che Bozhanov a quanto pare possiede «una sfera di cristallo e quindi sa chi è il colpevole».

 

Tusk aveva precedentemente definito l’incendio a Wola Krobowska, nei pressi di Varsavia, avvenuto il mese scorso, «un altro atto di guerra ibrida». Il coordinatore dei servizi segreti polacchi, Tomasz Siemoniak, ha dichiarato questa settimana che «non c’è dubbio che i servizi segreti russi siano dietro questo atto di sabotaggio», ma non ha fornito alcuna prova a sostegno delle accuse. Due cittadini turchi sono stati arrestati in Germania in relazione all’incidente.

 

La Russia ha sempre respinto le accuse di aver compiuto atti di sabotaggio in Europa. Il presidente russo Vladimiro Putin e diversi funzionari hanno affermato che la cosiddetta «minaccia russa» viene alimentata dai politici occidentali solo per spaventare l’opinione pubblica, distrarre la gente dai crescenti problemi nei propri paesi e giustificare l’aumento delle spese militari.

 

Mercoledì funzionari ucraini e comandanti in prima linea si sono lamentati del fatto che i terminali Starlink avessero improvvisamente smesso di funzionare quando i droni volavano a velocità superiori a 160 km/h, interrompendo alcune missioni di combattimento. L’amministratore delegato di SpaceX, Elon Musk, ha negato di aver dato istruzioni per limitare l’accesso di Kiev al servizio, affermando che tale decisione è prerogativa dell’esercito americano e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in persona.

 

I problemi sono sorti mentre Trump sta cercando di aumentare la pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj affinché ponga fine agli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe, che ritiene responsabili dell’impennata dei prezzi globali dell’energia.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa era emerso che Musk aveva negato all’Ucraina l’autorizzazione a impiegare il proprio servizio satellitare Starlink per pilotare attacchi di droni in profondità nel territorio russo. Secondo quanto riportato, la posizione di Musk costituisce un secondo serio contraccolpo per la diplomazia ucraina, dopo che Trump ha ritirato la precedente promessa di concedere a Kiev una licenza per produrre missili di difesa aerea Patriot e ha respinto la richiesta di ulteriori intercettori. Zelens’kyj e le forze armate ucraine hanno dichiarato questa settimana che il Paese fatica a contrastare gli attacchi russi su Kiev e altre città.

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Durante il conflitto Musk «spense» l’accesso a Starlink delle forze ucraine in vista di un attacco alla marina russa in Crimea che potrebbe aver scatenato, a suo dire, la Terza Guerra Mondiale. Kiev di contro lo apostrofò come «malvagio».

 

A marzo 2025 Musk ha dichiarato che l’esercito ucraino dipende completamente da Starlink e disattivarlo significherebbe il collasso di «tutta la linea del fronte», ha affermato Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX.

 

«Tutta la loro prima linea crollerebbe se la spegnessi», ha scritto, sostenendo che il conflitto tra Russia e Ucraina è diventato una situazione di stallo e che la pace deve essere raggiunta ora. «Quello che mi disgusta sono anni di massacri in una situazione di stallo che l’Ucraina perderà inevitabilmente. Chiunque ci tenga davvero, pensi davvero e capisca davvero vuole che il tritacarne si fermi».

 

Come riportato da Renovatio 21, sempre ad inizio 2025 la nuova amministrazione Trump appena insediata aveva minacciato Kiev di chiudere l’accesso a Starlink.

 

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Vaccinazione, il video in cui il futuro papa Leone parlava di «atto d’amore»

Il futuro Papa Leone XIV incoraggiò la vaccinazione contro il COVID-19 come un «atto d’amore» in un video del 2021 recentemente riscoperto, nonostante i gravi problemi morali legati all’uso di cellule fetali abortite nei vaccini e i dubbi, poi confermati, sulla loro efficacia. Lo riporta LifeSite.

 

Nel filmato, archiviato sul sito web Un Católico Perplejo, l’allora vescovo Robert Prevost di Chiclayo, in Perù, affermò di voler «incoraggiare tutti a partecipare alle campagne di vaccinazione in corso in diverse parti della regione», secondo una traduzione in inglese delle sue dichiarazioni.

 

«Impegnatevi al massimo. È molto importante che tutti noi facciamo questo sforzo per vaccinarci. È qualcosa che aiuta noi stessi ed è anche un servizio agli altri, perché solo così potremo abbassare il tasso di contagio, proteggendoci da quella terza ondata che è già stata preannunciata», ha detto il futuro capo della Chiesa cattolica, ribadendo poi le parole del defunto Papa Francesco che definiva la vaccinazione contro il COVID un «atto d’amore».

«Ponga su hombro, pues que todos ustedes se vacunen porque es de verdad un servicio muy grande. Y como dijo el Papa Francisco: “es un acto de amor”».

Robert Prevost

(Este vídeo ha sido eliminado del FB de Cáritas Chiclayo. Yo lo encontrado aquí:https://t.co/y2iA8hYmQw https://t.co/TgGEE60LAS pic.twitter.com/u4bCxbZ4u6

— María ن (@EMariaDV) October 14, 2026

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Molti all’epoca hanno rilevato che la retorica dell’«atto d’amore» lanciata da Bergoglio si scontrasse con l’obbligo: un «atto d’amore» forzato è di fatto un eufemismo per lo stupro.

 

Come noto, gli oppositori cattolici e non ai vaccini contro il COVID hanno sollevato obiezioni etiche all’assunzione dei vaccini, basate sulle modalità con cui sono stati sviluppati.

 

Secondo un’analisi dettagliata condotta dal Charlotte Lozier Institute, un’organizzazione pro-vita, Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson hanno tutte utilizzato cellule fetali derivate da feti abortiti durante la fase di sperimentazione dei loro vaccini anti-COVID; Johnson & Johnson ha inoltre utilizzato queste cellule anche nelle fasi di progettazione, sviluppo e produzione.

 

Come ripetuto negli anni da Renovatio 21, la questione delle linee cellulari da aborto – usate dalla biomedicina non solo per i vaccini – è un fatto incontrovertibile, è sanitariamente pericoloso.

 

La rivista Science dell’American Association for the Advancement of Science e persino il sito di «fact-checking» di sinistra Snopes hanno ammesso il legame tra i vaccini e l’aborto, il che suscita in molti una forte avversione morale nei confronti di queste aziende.

 

Nonostante queste convinzioni, per le quali diversi cattolici fedeli hanno perso il lavoro, Leone continua nella tradizione di Francesco, che ha invitato in Vaticano l’ex responsabile COVID della Casa Bianca, Anthony Fauci, caduto in disgrazia, per promuovere i vaccini. Prima di assumere il pontificato, Leone avrebbe imposto la ricezione della Comunione sulla mano durante la pandemia e la Confessione per telefono, pratica invalida e sacrilega.

 

Da papa, Leone ha inoltre promosso altri vescovi che si sono schierati a favore dei vaccini anti-COVID, e punito severamente quanti vi si erano opposti: è il caso, lampante, di monsignor Joseph Strickland, strenuo nemico della vaccinazione con cellule di aborto, che è stato rimosso ex abrupto nel 2023 dalla sua diocesi di Tyler, Texas, dal dicastero per i Vescovi, di cui allora era prefetto Robert Prevost.

 

Come riportato da Renovatio 21, Leone in seguito ha promosso a vescovo il vicario don John Gomez, definito come il «giuda di Strickland».

 

 

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Immagine di Diario La Industria – Chiclayo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

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Trump sospende le sanzioni alla Russia a due giorni dal via, Mosca esulta: “Momento storico”. Dazi bloccati per abbassare il prezzo del diesel negli Usa poche settimane prima delle elezioni di metà mandato

Pochi giorni prima della loro entrata in vigore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha congelato con un ordine esecutivo un massiccio pacchetto di sanzioni e dazi contro la Russia. La misura, formalizzata avvalendosi di una clausola di deroga legata all’interesse nazionale, disinnesca le penalità previste dal “Lindsey Graham Act” per tutelare il mercato interno dei carburanti in vista delle imminenti elezioni di midterm del 3 novembre. Una decisione che riscrive gli equilibri geopolitici e commerciali del conflitto ucraino, innescando immediate reazioni a Washington, a Kiev e a Mosca.

Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo e negoziatore, ha affidato a Telegram la posizione ufficiale del Cremlino: “La sospensione del Graham Act da parte dell’amministrazione del presidente Trump segna un momento importante e davvero storico. Al posto di sanzioni e confronto, abbiamo dialogo, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e una responsabilità condivisa”.

La legge sospesa, approvata dal Congresso con sostegno bipartisan e firmata dallo stesso Trump il mese scorso, è intitolata a Lindsey Graham, il senatore repubblicano scomparso a luglio pochi giorni dopo essere rientrato da Kiev. Il provvedimento avrebbe consentito a Washington di imporre dazi fino al 100% sulle merci importate dai cinque maggiori Paesi acquirenti di petrolio greggio o gas russo, sanzionando inoltre funzionari di Mosca, istituti bancari e la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere utilizzata per aggirare i divieti occidentali. Nell’ordine esecutivo, Trump ha richiamato la Sezione 115 della normativa per bloccare l’applicazione di queste misure. “Ho trasmesso al Congresso la certificazione sulla concessione di tale deroga, in questo momento, è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”, si legge nel documento pubblicato sul sito della Casa Bianca. Il provvedimento esenta dai dazi le merci russe a tempo indeterminato, sebbene Trump abbia precisato che le sanzioni preesistenti, varate con precedenti ordini esecutivi, rimangono in vigore.

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Scontri di piazza in Argentina durante la marcia delle università: 31 arresti, oltre 500 persone colpite dalla repressione. Il governo: “Paghino gli organizzatori”

Ottobre caldo anche a Buenos Aires: gli scontri di giovedì davanti al Congresso hanno causato 31 arresti, 8 agenti feriti e 550 persone colpite dall’uso massiccio di camion idranti, gas lacrimogeno e proiettili di gomma da parte delle Forze dell’ordine. Aggrediti diversi giornalisti, tra cui Laura Quispe (Te1esisa) e Guido Piotrkowski, entrambi feriti da proiettili di gomma, e Carla Ricciotti (LN+) e Charly Sjödin (C5N), colpiti da soggetti incappucciati. Gli scontri si sono verificati a margine della Quinta marcha federal degli atenei pubblici argentini a cui hanno partecipato 100mila manifestanti che, sotto una pioggia torrenziale, esigevano l’applicazione della Legge sul finanziamento universitario, cioè l’adeguamento automatico dei fondi in base all’inflazione, bloccata dall’austerity del governo di Javier Milei.

Le ragioni della “marcha”

I manifestanti – convocati dal Consejo interuniversitario nacional, Federación universitaria argentina e Frente sindacal de universidades nacionales – chiedevano anche aumenti di stipendio del 32% per compensare la perdita di potere d’acquisto, la modifica dell’esiguo bilancio universitario (meno di 5 milioni di dollari per tutto il Paese) e l’abrogazione del Decreto 70/23 in materia di deregulation, che ha fatto lievitare i costi di trasporti e affitti per studenti fuorisede.

Inflazione, disoccupazione e povertà in crescita

Dietro la protesta degli universitari si cela però un malessere più ampio. Secondo Paola Zuban, analista e direttrice della società di consulenza Zuban Córdoba, il Paese manifesta anche contro “la perdita di potere d’acquisto, l’inflazione – che resta un problema molto pressante, ancora oggi –, la disoccupazione o la paura stessa di perdere il lavoro, oltre all’indebitamento delle famiglie”. Pesano anche i dati sulla povertà urbana, che a fine settembre ha raggiunto il 32,3% della popolazione residente nelle città: +4,1 punti percentuali rispetto alla seconda metà del 2025, secondo l’Instituto nacional de estadística y censos. La peggior parte la subiscono i bambini (fascia 0-14), dove il tasso di povertà è di 44,5%. Preoccupa anche l’indigenza minorile, che risulta del 10,8%.

Il dibattito sui violenti

Secondo diverse ricostruzione, gli scontri sarebbero stati provocati da una trentina di persone dal volto coperto, tuttora ignote agli organizzatori. Immediata – e altrettanto sproporzionata – la risposta delle Forze dell’ordine. “È chiaro che si è trattato di un’operazione montata da piccoli gruppi estranei al movimento studentesco – spiega a ilFattoQuotidiano.it Piero Ghezzi, rappresentante del Consiglio interuniversitario nazionale –. Volevano delegittimare una manifestazione storica, pacifica e democratica in difesa dell’Istruzione pubblica”. Condanne anche dal rettore dell’Università di Buenos Aires, Emiliano Yacobitti: “Chiediamo alla Giustizia di identificare e punire i responsabili dei disordini, che non hanno nulla a che fare con la comunità universitaria”. Tuttavia, il governo centrale nega la presenza di infiltrati. “Coloro che hanno attaccato il parlamento e la polizia sono criminali e delinquenti. La violenza non è un diritto. E la giustizia agirà con fermezza”, è la minaccia della segretaria alla Sicurezza argentina Alejandra Monteoliva.

Criminalizzare chi protesta

A sua volta, il governo della Ciudad de Buenos Aires parla di 60mila dollari americani in danni, che vorrebbe imputare agli organizzatori. L’intento, secondo fonti consultate da ilFatto.it, è quello di indebolire le sigle sindacali e dissuadere future manifestazioni. Quanto ai 31 detenuti: si ipotizzano reati come “resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato”.

Il tutto sulla base del Protocollo anti-picchetti (risoluzione 943/2023), che viete “impedimenti al transito di persone e mezzi” e attribuisce “i costi di eventuali operativi” dispiegati agli organizzatori stessi delle manifestazioni, tenuti ad affrontare spese relative al “risarcimento danni”.

Scontro tra poteri

Ma le università non fanno un passo indietro. Nel giorno successivo alla marcia si registrano occupazioni e assemblee in diversi atenei del Paese – intenti a stendere un calendario di future manifestazioni – oltre agli scioperi, già programmati, nell’Università di Buenos Aires, dove le Facoltà di Scienze economiche, Odontologia e altre si fermeranno a turni, dal 19 al 22 ottobre, in protesta contro la stretta di Milei.

Lo scontro però non si limita alla piazza, ma si consuma tra i poteri dello Stato: il giudice federale Martín Cormick aveva imposto una multa giornaliera di 100mila pesos argentini a Diego Santilli, capo gabinetto di Milei, per l’inadempimento di un provvedimento d’urgenza legato all’applicazione della Legge di finanziamento universitario in materia di adeguamento salariale. La misura è stata sospesa in seguito dal Terza sala della Camera nazionale d’appello per il Contenzioso amministrativo federale, previo ricorso introdotto dai legali del Ministero del Capitale umano.

E mentre la protesta dilagava, Milei era negli Usa, ben lontano dall’Argentina, come già accaduto di fronte all’esplodere di altri dossier, tra cui i casi Libra$ e Adorni. Questa volta era alla Camera di commercio statunitense, dove ha ricevuto il riconoscimento “Campione della libera impresa” dopo aver difeso a spada tratta le proprie ricette economiche. “Le società non si suicidano – ha detto, sicuro della sua rielezione nel 2027 –. Inoltre, con i risultati che stiamo mostrando, confido che l’anno prossimo gli argentini potremmo validare nelle urne questo modello”.

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La Francia torna in piazza contro il caro vita: oltre 500 blocchi e asse Gilet Gialli-studenti. Governo: “Ci aspettiamo disordini”

Sul sito 17octobregiletjaune.net una mappa raccoglie tutte le azioni previste oggi in Francia per la giornata di mobilitazione contro il caro vita: “Gilet gialli, Generazione Z, Indignati, agricoltori, vigili del fuoco, operai, insegnanti, operatori sanitari, militanti ecologisti, pensionati – si legge sul sito -: sabato 17 ottobre, ovunque, le nostre lotte si organizzano, le nostre rivendicazioni si esprimono e la nostra solidarietà si rafforza”. Sul sito figurano più di 500 azioni, cortei, blocchi di autostrade, rotonde, depositi di carburante, stazioni di servizio. Ma le autorità si aspettano anche a centinaia di raduni e manifestazioni spontanei. Alcuni appelli sono stati lanciati da alcune figure storiche dei Gilet gialli, come Jérôme Rodrigues e Éric Drouet, protagonisti del movimento contro l’aumento delle tasse sui carburanti del 2018 e 2019. Attorno alla mobilitazione si ritrovano anche sindacati, militanti della sinistra radicale e poi ci saranno gli studenti, che da metà settembre protestano per rivendicare condizioni di studio più degne e uguali per tutti.

L’appello è nato sui social in sordina e si è intensificato nelle ultime settimane trainato proprio dai blocchi dei licei, a cui si sono aggiunte le università. I motivi per unirsi sono diversi, l’invito è a far convergere i malcontenti diversi. Difficile prevedere quale sarà la portata reale della protesta. Gli studenti in ogni caso ci saranno. Dalla riunione di oggi con il ministro dell’Educazione, Edouard Geffray, non è emerso nulla di concreto. L’Unione sindacale dei liceali ha pure annunciato che boicotterà la prossima riunione già fissata per lunedì 19. Il governo insiste che la mobilitazione è in calo, ma anche oggi numerosi licei erano bloccati. È rimasta chiusa anche l’HEC, la prestigiosa Scuola di studi commerciali di Parigi.

Al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, che è stato tra i primi a mobilitarsi un mese fa, insegnanti e studenti hanno denunciato la “violenza” con cui alcuni poliziotti in borghese sono intervenuti per fermare uno studente. Secondo le prime ricostruzioni, gli agenti sono stati circondati da una cinquantina di persone, tra insegnanti e personale scolastico, che cercavano di impedire loro di portare via il ragazzo. I poliziotti alla fine lo hanno lasciato andare.

Dall’inizio del movimento, 36 inchieste interne sono state aperte dall’Ispettorato di polizia. I metodi utilizzati dalle forze dell’ordine contro i ragazzi sono sotto accusa da settimane. A questo proposito, è diventata virale sui social, una foto – che in realtà è un foto montaggio – una foto della Pantera rosa che fugge dai cannoni ad acqua. Contro i black bloc il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, ha autorizzato l’uso di tutte le controverse armi non letali, dette intermedie, utilizzate dalle forze dell’ordine, comprese e pistole LBD che sparano proiettili di gomma, e le pistole a impulsi elettrici taser, e anche le granate stordenti, il cui uso era stato sospeso in via precauzionale durante le proteste dei liceali, dopo che a Lens un quindicenne aveva perso una mano in seguito all’esplosione di uno di questi ordigno. Il via libera alle armi intermedie riapre il dibattito sulla gestione delle manifestazioni e sulla proporzionalità degli interventi delle forze dell’ordine.

A Parigi le organizzazioni sindacali dei giovani si uniscono alla protesta dei gilet gialli. Nella capitale si attendono due cortei, accanto ai gilet gialli ci sarà sicuramente la Cgt. “Il governo deve prendere i soldi dove ci sono”, ha detto la segretaria generale del sindacato, Sophie Binet, chiedendo che il peso delle misure economiche previste dalla nuova legge di Bilancio per il 2027 non ricadano solo sui lavoratori e sui pensionati. In strada ci sono anche i militanti di La France Insoumise, che sostengono sin dall’inizio le rivendicazioni degli studenti. Contro Jean-Luc Mélenchon si è scagliato Jordan Bardella, presidente del Rassemblement national, che ha accusato il leader LFI di strumentalizzare la manifestazione, “un’occasione per la Francia del caos – ha detto – di riunirsi dietro Mélenchon”.

Anche Nuñez punta il dito contro la sinistra radicale. Il ministro si aspetta “disordini, in particolare nei cortei parigini e nelle grandi città, che i movimento di estrema sinistra cercheranno probabilmente di far degenerare con le consuete azioni di aggressione alle forze dell’ordine e tentativi di violenze lungo i percorsi”, ha riferito alla stampa francese una fonte vicina al ministro dell’Interno. Le azioni di blocco su arterie stradali strategiche e su infrastrutture di grande rilevanza “non saranno tollerate”.

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È morto a 73 anni Beppe Angiolini, il visionario buyer fondatore di Sugar ad Arezzo

Alle 5 del mattino si è spento nella sua abitazione di Arezzo Giuseppe Angiolini, conosciuto a livello internazionale nel fashion system semplicemente come Beppe di “Sugar“. Figura centrale nelle dinamiche dell’industria della moda e pioniere delle moderne strategie di distribuzione del lusso, avrebbe compiuto 74 anni il prossimo 5 dicembre. Da tempo lottava contro una malattia che non ne aveva intaccato l’entusiasmo e la lucidità professionale.

Beppe Angiolini non è stato soltanto uno dei buyer italiani più influenti degli ultimi quarant’anni: è stato un interprete culturale della moda, un innovatore del retail, un talent scout capace di anticipare i cambiamenti del gusto prima che diventassero fenomeni globali. Fondatore di Sugar, voce autorevole di Camera Buyer Italia, direttore artistico e consulente, Angiolini ha incarnato una figura rara nel fashion system: quella del buyer che diventa creatore di immaginari, ponte tra stilisti, mercato e pubblico. Ha portato il concetto di negozio a un livello culturale, ha trasformato Arezzo in un crocevia creativo, ha influenzato generazioni di addetti ai lavori. Ha anticipato la moda in ogni sua evoluzione, senza mai perderne la poesia.

La notizia del decesso è data dal Corriere di Arezzo. Le esequie dell’imprenditore devono ancora essere organizzate.

Gli inizi: un anticonformista in una città che non lo capiva

La sua storia inizia da un gesto controcorrente. “Con la moda non c’entri niente”, gli dissero i genitori quando nel 1979 annunciò che avrebbe aperto un negozio invece di lavorare nell’azienda agricola di famiglia. Ma a 19 anni, con i pantaloni a zampa, i cappotti lunghissimi e una cura ossessiva per il colore, Angiolini aveva già la sua direzione. “Già i miei compagni mi guardavano come un eccentrico”, ricordava. “Ma la moda per me era un fatto culturale: cambia ogni sei mesi, si rinnova, ti obbliga a metterti in gioco. Non potevo far finta che non fosse la mia strada”. Arezzo, allora, non era certo una capitale creativa. Eppure lui intuì che anche in provincia si poteva fare avanguardia.

Chi frequenta i front row delle settimane della moda milanesi e parigine lo ricorda come una presenza fissa e inconfondibile, lontanissima dagli eccessi visivi e dalle stravaganze a favore di flash che spesso animano gli ingressi delle sfilate. Osservava le uscite con l’occhio silenzioso e analitico del buyer d’esperienza, capace di valutare in pochi secondi la caduta di un tessuto, la pulizia di un taglio e la reale vendibilità di una collezione sui mercati internazionali.

Sugar: quando un negozio diventa un luogo culturale

Il primo punto vendita Sugar nasce tra il 1978 e il 1979, in anni in cui il Made in Italy muoveva i suoi passi più audaci con Armani, Versace, Ferré. Angiolini captava quell’energia e decideva di portarla in città. “All’inizio avevo solo piccoli marchi e brand sconosciuti”, ricordava. “Ma volevo dare l’idea che anche qui si potesse trovare qualcosa di speciale”. È un’intuizione radicale per l’epoca, quando lo shopping è ancora un gesto funzionale e il concetto di concept store non esiste. Sugar cambia le regole: ambientazioni curate come set cinematografici, selezioni in anticipo sui tempi, un dialogo costante con arte, design e architettura. Negli anni ’90 il negozio si espande, diventando più punti vendita. Poi, nel 2018, la svolta definitiva: il trasferimento nel restaurato Palazzo Lambardi, ribattezzato “Palazzo Sugar“. Affreschi, soffitti lignei, mosaici romani inglobati nel pavimento convivono con abiti di ricerca e installazioni contemporanee. Il retail diventa una narrazione. “La boutique fisica è il tuo biglietto da visita, racconta chi sei. Lo shopping online ti porta nel mondo. Oggi le due cose devono parlarsi”, diceva in anni in cui molti nel settore faticavano a capirlo.

Il buyer come visionario: istinto, ricerca, coraggio

Per Angiolini il buyer non era un ruolo tecnico: era un lavoro ad alto tasso creativo: “Questo mestiere devi avercelo dentro. L’esperienza serve, ma è una questione di istinto”, ripeteva spesso. La sua capacità di “sentire” i designer giusti al momento giusto è una delle chiavi del suo mito. Negli anni ’80 e ’90 sostiene Romeo Gigli, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani, Prada. Nel 2000 intuisce la rivoluzione estetica di Hedi Slimane per Dior Homme e poi per Saint Laurent. Negli anni 2010 lancia il Gucci di Alessandro Michele, che proprio da Sugar trovò una delle sue prime sponde più convinte. “Sono molti i nomi che mi hanno dato soddisfazioni. Sono loro che hanno fatto la storia della moda, e per me hanno segnato dei cambiamenti importanti”. La sua lettura delle tendenze era semplice: “Non esiste più un diktat. C’è libertà. L’importante è vestirsi tenendo presente se stessi. Ma sento che un po’ di eleganza, più armoniosa, sta tornando”.

Arezzo come capitale culturale della moda

Una delle sue imprese più sorprendenti non riguarda la moda in sé, ma la geografia della moda. Grazie a Sugar, Arezzo diventa una meta corteggiata da buyer internazionali, fotografi, stilisti, clienti globali. “Tra un Pitti e una Milano Fashion Week, chi può passa da Arezzo per vedere cosa ha fatto Beppe”, si dice nel settore. Angiolini amava profondamente la sua città, di cui è stato direttore artistico e promotore culturale. “Arezzo è il mio grande amore. Dobbiamo pensare mondo. Volare più alto”. Si batteva per una città più connessa, più ambiziosa, più consapevole della sua ricchezza artistica. Spesso citava con ammirazione gli interventi di Patrizio Bertelli sul patrimonio storico: “Condividiamo la stessa passione: conservare e far vivere la bellezza”.

Dietro l’immagine del professionista veloce, riservato, sempre in viaggio, c’era un uomo generoso e curioso: “Ho solo pochissimi minuti”, diceva quando lo si chiamava per un’intervista. Poi restava al telefono un’ora, senza perdere mai lucidità né passione. Il suo mantra? “Non credere in ciò che fai è l’unico errore da non commettere”. Sugar resta il suo manifesto: un luogo dove la moda si guarda, si tocca, si comprende. Dove la bellezza diventa esperienza. Dove il retail diventa racconto. E resta soprattutto la sua lezione: essere fedeli alla propria visione, sempre. Anche quando il mondo intorno non è ancora pronto a capirla.

L’impegno per il distretto dell’oro e la candidatura a sindaco

Nonostante il consolidato successo globale e la presenza fissa nei salotti televisivi per l’analisi dei look in occasione di grandi eventi mediatici come il Festival di Sanremo, Angiolini ha mantenuto un legame operativo inossidabile con il proprio territorio. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico di Arezzo Oro, mettendo le proprie competenze a disposizione del distretto orafo locale, e ha coltivato una lunga collaborazione con Franco Marinoni e la Confcommercio. Un impegno civico culminato la scorsa primavera con la discesa in campo per le elezioni amministrative, proponendosi come candidato sindaco in un progetto politico guidato dalla volontà di rilanciare l’immagine della città.

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Tg1 Dialogo del 17/10/2026

Racconti di integrazione sociale, di fratellanza, di solidarietà, attraverso percorsi religiosi e interculturali. A cura di Mario Prignano con il commento di padre Enzo Fortunato.

© RaiNews

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Ex Ilva, chiesta la cassa integrazione per altri 4.172 dipendenti dopo lo stop all’area a caldo: 8.622 i lavoratori sospesi

Ex Ilva, la cassa integrazione sale a 8.622 lavoratori dopo il decreto sull’area a caldo

L’ex Ilva allarga la cassa integrazione. L’azienda ha chiesto di aggiungere 4.172 lavoratori ai 4.450 già autorizzati, per un totale di 8.622 sospensioni. Solo 1.004 dipendenti resteranno in servizio, per sorvegliare gli impianti, proteggere gli asset e garantire gli adempimenti amministrativi e ambientali. La richiesta è contenuta in una comunicazione dei commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli, inviata ai sindacati nazionali e territoriali, alle Regioni coinvolte e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese. Vale dalla data dell’autorizzazione fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe o rinnovi. A Taranto la notizia è arrivata a ridosso della fine di cinque giorni di sciopero, nell’ex Ilva e nell’indotto, con il blocco delle principali strade statali da e per la città.

L’azienda precisa che 8.622 è il numero medio massimo di sospensioni contemporanee. Al 30 luglio i dipendenti erano 9.626: 7.875 a Taranto, 917 a Genova, 542 a Novi Ligure, 127 a Milano, più quelli degli altri siti. La nuova richiesta riguarda 6.964 persone a Taranto, 870 a Genova, 515 a Novi Ligure e 117 a Milano, con un impatto simile sulle altre sedi. A Taranto la cassa è oggi in corso per circa 3.500 persone, con un tetto autorizzato di 3.800 all’interno del contingente di 4.450. Con la nuova richiesta i cassintegrati sfiorerebbero quota 7mila: 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree più colpite sono quelle di fusione, con 2.660 persone, e di staff e servizi, con 3.225. Per la laminazione si parla di 1.079 lavoratori.

Leggi anche: Ex Ilva, sciopero senza tregua a Taranto: strade bloccate, autobus quasi fermi e il decreto del Governo non convince gli operai

La nota

“Il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio dell’area ‘a caldo’ impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”, fanno sapere i commissari di Acciaierie. “In esecuzione del provvedimento giudiziale di spegnimento dell’area a caldo, la società ha provveduto alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, si legge nella comunicazione rivolta a ministeri, sindacati e Regioni interessate.

“Infatti – si prosegue -, dalla temporanea sospensione dell’esercizio di tutti gli impianti di produzione funzionali all’out put di bramme e coils, già a decorrere dal 09.10.2026, consegue l’improcrastinabile necessità della rimodulazione degli assetti aziendali. Questo determinerà gradualmente, ricadute sulle lavorazioni in essere in tutti gli stabilimenti del gruppo, di potenziale variabile entità nel tempo, in relazione al progressivo ripristino di condizioni di esercizio, funzionali a garantire le condizioni di cedibilità degli asset, mediante il potenziale ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di autonoma capacità produttiva”. 

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Endrick, il gol alla Roma con l’aiuto di Dio: «Parlavo con Lui in panchina». Mourinho può mettersi in coda

Il baby fenomeno del Real Madrid entra all’Olimpico, segna e rivela il segreto della sua prestazione: una conversazione con l’Altissimo.

Gasperini rimpiange il talento sfumato sul mercato, mentre Mourinho deve decidere quanto farlo giocare. Ma lassù, evidentemente, qualcuno ha già espresso una preferenza. Altro che indicazioni tattiche, lavagnette magnetiche e discorsi motivazionali. Per segnare alla Roma basta avere il numero giusto in rubrica. Possibilmente quello di Dio.

Endrick, gioiellino brasiliano del Real Madrid, ha raccontato il curioso retroscena della sua serata all’Olimpico. Mentre i compagni correvano e sudavano, lui era seduto in panchina a conversare con l’Onnipotente. Poi, improvvisamente, la chiamata dalla panchina. Quella terrena, stavolta.

«Ero in panchina a parlare con Dio», ha confessato il ragazzo, spiegando di aver continuato a pregare anche mentre si preparava a entrare. Risultato? Ingresso devastante e gol alla Roma. Una specie di assistenza divina, senza bisogno di passare dal centrocampo.

E pensare che il brasiliano, inseguito durante il mercato proprio dai giallorossi, avrebbe potuto indossare la maglia della Roma. Gasperini e D’Amico lo avevano messo nel mirino, ma il talento è rimasto a Madrid. Salvo presentarsi all’Olimpico per ricordare quanto sarebbe stato comodo averlo dalla parte giusta.

Mourinho decide, ma l’ultima parola spetta all’Altissimo

Il problema, adesso, è capire chi abbia più voce in capitolo sul futuro del ragazzo: José Mourinho oppure il suo interlocutore celeste. Alla domanda su un possibile aumento del minutaggio, Endrick risponde con prudenza. Le scelte spettano all’allenatore, che deve pensare agli interessi della squadra. Lui promette lavoro, sacrificio e pazienza. Un atteggiamento ammirevole. Ma con una linea diretta così privilegiata, potrebbe anche chiedere una piccola raccomandazione. Magari senza disturbare San Pietro.

Intanto, dopo appena quattro minuti giocati nella Liga, il brasiliano si è trasformato nel protagonista della rimonta madrilena: dal 3-1 al 4-3, con gol del pareggio e premio di migliore in campo.

Vinicius squalificato, il Paradiso apre una finestra

A favorire Endrick potrebbe arrivare anche la squalifica di Vinicius, fermato per quattro giornate nel campionato spagnolo. Il giovane attaccante difende il compagno, giudicando eccessivo il provvedimento e denunciando quello che considera un accanimento nei suoi confronti. Nel frattempo, però, qualche posto nell’attacco del Real potrebbe liberarsi. E il brasiliano è pronto ad approfittarne.

Per la Roma resta una beffa doppia: aver sfiorato un talento sul mercato e averlo poi visto segnare all’Olimpico, contribuendo a una rimonta che sembrava impossibile. Per Mourinho, invece, si profila un problema di abbondanza. E forse anche di competenze: fino a ieri il suo celebre soprannome era Special One. Adesso, con Endrick che conversa direttamente con il Padreterno, rischia di essere retrocesso a semplice intermediario.

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Tutti gli uomini (e le donne) del presidente: da Spicer ai 5 giorni di Katie Zacharia, la girandola dei portavoce di Trump

Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

L’ha presa con sportività, Katie Zacharia, la portavoce più breve della storia che, dopo aver lasciato la Casa Bianca, ha voluto salutare Donald Trump con parole di grande stima. “Il presidente è un uomo gentile, meraviglioso, attento, premuroso, entusiasta e laborioso. Vorrei che più americani lo apprezzassero. Nessuno riuscirà mai più a rendere grande l’America come lui ha fatto e continua a fare. È stato un onore lavorare per lui”, ha scritto sul suo profilo X.

Il messaggio è comparso poche ore dopo l’uscita di scena, a meno di una settimana dalla nomina. Zacharia era stata scelta il 9 ottobre per sostituire Karoline Leavitt, che ad agosto aveva lasciato l’incarico per dedicarsi alla famiglia. A pesare è stato soprattutto il debutto con la stampa: un briefing di quattordici minuti, con sole tre domande, tutte di giornalisti vicini all’amministrazione. In quella stessa occasione è arrivato anche l’annuncio del licenziamento dell’ambasciatrice americana ad Atene, Kimberly Guilfoyle. Alle critiche sulla conferenza si sono poi sommati i dubbi sul suo percorso professionale. Zacharia ha ammesso di non aver superato l’esame da avvocato in California, nonostante si fosse presentata come legale nelle sue apparizioni a Fox News. A quel punto, secondo quanto riportato, è stato lo stesso Trump a suggerirle di fare un passo indietro.

In due mandati presidenziali, Trump ha cambiato sette portavoce. Katie Zacharia è rimasta in carica appena cinque giorni: ecco chi l’ha preceduta.

Leggi anche: Zampolli ad Affaritaliani: “Io licenziato da Trump? No, l’incarico da inviato speciale era scaduto. Ora pronto un team per sostenere le imprese italiane”

Sean Spicer, sei mesi

È stato il primo portavoce della Casa Bianca del primo mandato di Trump. Il suo nome è rimasto legato alle polemiche sul numero di persone presenti alla cerimonia di insediamento del gennaio 2017. Spicer sostenne che si fosse trattato del pubblico più numeroso di sempre, nonostante le immagini mostrassero una partecipazione inferiore a quella registrata per l’insediamento di Barack Obama. In seguito riconobbe di aver commesso alcuni “passi falsi”. Si dimise nel luglio 2017, dopo circa sei mesi.

Sarah Huckabee Sanders, due anni

Tra le collaboratrici più fidate di Trump, aveva avuto un ruolo importante nella campagna elettorale del 2016. Il suo periodo alla Casa Bianca fu segnato da rapporti difficili con i giornalisti e da lunghe pause senza briefing formali. Nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 emerse che Sanders aveva ammesso di aver formulato un’affermazione priva di fondamento sul presunto mancato sostegno di “innumerevoli” agenti dell’Fbi all’allora direttore James Comey, licenziato da Trump. Lasciò l’incarico alla fine di giugno 2019. Oggi è governatrice dell’Arkansas.

Stephanie Grisham, meno di un anno

Già portavoce di Melania Trump dal marzo 2017, Grisham lavorava con il presidente fin dall’inizio della campagna elettorale del 2015. Assunse l’incarico di portavoce della Casa Bianca nel luglio 2019, distinguendosi per una scelta senza precedenti: non tenne mai un briefing formale con i giornalisti. Rimase in carica meno di un anno, prima di passare al ruolo di capo di gabinetto della first lady.

Kayleigh McEnany, da aprile 2020 a gennaio 2021

Dopo aver inizialmente criticato Trump durante le primarie repubblicane, McEnany diventò l’ultima portavoce del suo primo mandato. Il momento più delicato arrivò dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. In una breve apparizione davanti alla stampa, dichiarò che la Casa Bianca condannava le violenze “nei termini più forti possibili” e le definì “inaccettabili”. Trump non partecipò al briefing.

Karoline Leavitt, da gennaio 2025 ad agosto 2026

Già componente dello staff della comunicazione durante il primo mandato di Trump, Leavitt è diventata la più giovane portavoce della Casa Bianca nella storia degli Stati Uniti. Aveva appena 28 anni quando ha annunciato l’uscita dall’amministrazione, spiegando di voler dedicare più tempo alla famiglia. Resta ora una sola domanda: chi sarà il prossimo?

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Arriva il fondo di quattrocentomila euro per i soggetti con disabilità motoria e neuromotoria

Si ispira ai principi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità l’iniziativa Bando 2026 lanciata dalla Fondazione G. B. Baroni ETS – Ente Filantropico che mette a disposizione 400 mila euro a sostegno di progetti finalizzati all’inclusione sociale, all’autonomia, alla partecipazione attiva ed al miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità motoria e neuromotoria, con particolare attenzione al territorio di Roma e del Lazio. Seppur negli ultimi anni siano stati molti i progressi sul tema, gli ostacoli nell’accesso ai diritti, al lavoro e alla vita comunitaria risultano ancora troppi. Nata nel 1972, la fondazione sostiene da oltre cinquant’anni progetti di solidarietà, assistenza e ricerca a favore delle persone con deficit e lesioni neurologiche e motorie.

Contro esclusione e vulnerabilità

“Con i nostri bandi sosteniamo percorsi costruiti su misura partendo dall’ascolto” – spiega il Presidente della Fondazione Baroni, Giuseppe Signoriello – “solo se tradotte in possibilità reali di vita, le risorse trovano un senso”. Snellire le tempistiche ed i passaggi attraverso digitalizzazioneed accompagnare le famiglie e gli enti nel concreto. “È qui che la Fondazione Baroni vuole fare la sua parte” – sottolinea il presidente – “investendo su chi rende luoghi e servizi davvero accessibili, anche online; e su chi aiuta a capire come muoversi nel nuovo sistema. Nessun diritto dovrebbe perdersi tra moduli e procedure”. 

Arriva il fondo di quattrocentomila euro per i soggetti con disabilità motoria e neuromotoria
La vittoria sta nell’abbraccio. Densa di significati la campagna promozionale con le immagini della Fondazione Baroni

Sport, assistenza e ricerca scientifica

Una quota di  125 mila euro è rivolta ad associazioni sportive dilettantistiche, onlus ed organizzazioni del Terzo Settore; di medesimo importo, un ‘altra quota destinata a progetti per persone e famiglie in condizioni di fragilità. I restanti 150 mila euro, infine, a studi e sperimentazioni su malattie rare o altamente debilitanti e per sostenere progetti innovativi in ambito medico e tecnologico. Costo minimo per ogni progetto, 25 mila euro ed una durata non superiore a 12 mesi con la causa che non è possibile superare la cifra 40 mila euro a progetto. Il 70% del finanziamento sarà erogato entro 30 giorni dalla sottoscrizione dell’accordo, mentre il restante 30% sarà liquidato dopo l’approvazione della rendicontazione finale. L’area di azione dei progetti concerne la Città Metropolitana di Roma Capitale, mentre su tutto il territorio nazionale vale per la ricerca scientifica. I risocontri alle domande – da consegnarsi entro il 30 novembre 2026 – verranno comunicati entro il 31 gennaio 2027. 

Arriva il fondo di quattrocentomila euro per i soggetti con disabilità motoria e neuromotoria
Medici e pazienti nella campagna creata dalla Fondazione Baroni a sostegno delle attività sportive per chi ha disabilità

Municipi attivi, dal nuoto agli sport di squadra

Basket in carrozzina, atletica, trekking accessibile e sitting volley. Ma anche rugby integrato, nuoto, e – persino – equitazione. Ogni municipio della città offre numerose possibilità per praticare sport che includono persone con disabilità in sedi di associazioni sportive dilettantistiche o strutture del comune. Alla pagina ufficiale del Comune di Roma – Strutture Sportive per Disabili è pubblicato il lungo elenco della sedi e delle attività sportive che offrono servizi adattati come Villa York, SS Lazio Nuoto, UISP Roma ed il Centro Sportivo Garbatella. Tra gli sport più originali, è possibile praticare baseball per ciechi, basket in carrozzina e calcio integrato in sedi capitoline come ImplaccAbili /Rugby Capitolina, ASD Disabili Roma 2000, ASD Polisportiva Roma 7 Volley. Non mancano le attività da fare all’aperto come il trekking inclusivo grazie a Fateci Posto APS e gli sport nautici con Io Sono Pablo E Qui Sto Bene APS. La ginnastica adattata per disabilità motorie si può trovare presso ASD Polisportiva Roma Sud.

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Lombardia, la Lega rilancia la stretta sulle moschee: “Libertà di culto non è libertà di fare ciò che si vuole”

La Lega torna all’attacco delle moschee abusive in Lombardia e presenta una proposta di legge regionale per rafforzare i controlli sull’apertura e sull’utilizzo dei luoghi di culto. Il testo, illustrato al Pirellone alla presenza del vicepremier Matteo Salvini, del capogruppo regionale del Carroccio Alessandro Corbetta e dell’europarlamentare Silvia Sardone, punta ad aggiornare la normativa introdotta durante la giunta Maroni, introducendo ulteriori vincoli urbanistici e maggiori poteri di intervento per le amministrazioni comunali.

Moschee, la proposta della Lega: stop ai luoghi di preghiera ricavati da capannoni e negozi

Uno dei punti centrali del progetto riguarda il contrasto all’utilizzo improprio di immobili destinati ad altre attività. L’obiettivo dichiarato è impedire che capannoni industriali, negozi, magazzini o sedi associative vengano trasformati in luoghi di preghiera senza rispettare le procedure urbanistiche previste. La proposta stabilisce inoltre che l’insediamento e lo svolgimento di attività religiose collettive siano subordinati anche all’appartenenza a confessioni che abbiano sottoscritto un’intesa con lo Stato italiano.

Più poteri ai sindaci e verifiche sull’impatto nei quartieri

Il testo punta anche ad ampliare gli strumenti a disposizione dei Comuni, consentendo ai sindaci di intervenire con sanzioni, sospensioni e provvedimenti finalizzati a interrompere le attività religiose svolte in immobili utilizzati irregolarmente. Tra gli elementi da valutare per autorizzare nuovi insediamenti figurano la disponibilità di parcheggi, il traffico, l’affollamento e la concentrazione di luoghi di culto in una determinata area. L’intento, secondo i promotori, è garantire la compatibilità delle attività religiose con le caratteristiche urbanistiche del territorio e con le esigenze dei residenti. La Lega chiede inoltre maggiore trasparenza sulla provenienza dei finanziamenti destinati ai luoghi di culto.

Corbetta: “Libertà di culto non significa libertà di fare ciò che si vuole”

“La libertà di culto non significa libertà di fare ciò che si vuole”, ha dichiarato il capogruppo leghista Alessandro Corbetta durante la presentazione. “Quando viene insediato un luogo di culto ci deve essere una valutazione specifica in cui valutare la sicurezza e la tranquillità dei residenti. Ogni insediamento deve rispettare regole chiare e chiediamo trasparenza sui finanziamenti ai luoghi di culto”.

La proposta dovrà ora affrontare l’iter legislativo regionale. Il nuovo intervento si inserisce nel solco della normativa lombarda sui luoghi di culto, già al centro negli anni passati di controversie e pronunciamenti della Corte costituzionale. Resta quindi da verificare la compatibilità delle nuove disposizioni con i principi costituzionali sulla libertà religiosa.

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NBA Freestyle | LeBron se ne va, Doncic eredita i Lakers: l’ultimo assalto al titolo del Re e i dubbi sulla squadra costruita attorno allo sloveno

La nuova stagione NBA è alle porte. Si parte il 20 ottobre. È da sempre un momento divertente, ricco di grandi aspettative. Si fanno analisi sul futuro, previsioni sul futuro, scommesse sul futuro. Raramente ci si azzecca. Non credete a chi vi dice che un anno fa pensava che i New York Knicks sarebbero stati campioni, per dire. Questa nuova stagione offre una quantità enorme di spunti a tutti gli appassionati di basket americano. Questi sono alcuni temi da tenere sott’occhio nei prossimi mesi.

San Antonio, favorita?

Sì, tutti i commentatori dicono che San Antonio sia la squadra favorita. Come dar loro torto. Victor Wembanyama non è una superstar, è un dominatore dell’universo. Sarà il prossimo MVP o sarà rivolta popolare. “Rivoluzione francese”. Stephon Castle ha un anno in più di esperienza, con playoff e finali giocate tra alti e bassi da protagonista. Chi può vantare tanto? Stesso discorso per Dylan Harper, un veterano nel corpo di un ventenne, con ghiaccio nelle vene in modalità Mr. Freezer.

Fox deve farsi perdonare tanto, ma è comunque un giocatore solido. La struttura del roster è rimasta intatta, compresa la presenza rassicurante da “faccio ciò che serve senza lagne” di Harrison Barnes e la mano con il mirino laser di Champagnie. Anzi, hanno aggiunto un veterano come Tobias Harris, che potrà dare un aiuto dalla panchina a livello offensivo quando il sesto uomo dell’anno Keldon Johnson sparisce emotivamente come in finale. Sarà divertente.

LeBron James e i Sixers

Se i “super team” fossero garanzia di successo, allora i Lakers del 2003 con Shaq, Kobe, Karl Malone, Gary Payton e Horace Grant non avrebbero avuto rivali. Invece non è (quasi) mai stato così. LeBron James ha ancora benzina nel serbatoio ed è approdato a Philadelphia. È sempre una notizia. A quasi 42 anni è ancora almeno tra i primi venti giocatori della lega. Ha giocato dei buonissimi playoff. È probabilmente il miglior passatore della storia. Tenta un ultimo assalto all’anello, non così scontato. Intanto è fuori per un problema al piede. Jaylen Brown è un All-Star in grado di attaccare e difendere con la stessa efficacia, che tratta la palla così e così, ma che troverà la stessa ispirazione di Boston anche nella città dell’amore fraterno.

Con l’esplosivo secondo anno VJ Edgecombe e Tyrese Maxey, la cosa attualmente più veloce in NBA con la palla tra le mani, il quintetto base è di livello “superstar”. Problemi? Joel Embiid si è asciugato tanto fisicamente, ma ogni volta che atterra dopo un rimbalzo difensivo sembra gli si stia staccando una rotula. Le immagini viste nel precampionato non riscaldano certo il cuore. La panchina, elemento fondamentale per puntare in alto, non sembra da corsa.

OKC e la chiave Williams

Gli infortuni per loro saranno un tema. Come lo scorso anno. Se sani e “robusti”, rimangono la squadra da battere, con qualche incognita all’orizzonte. Shai Gilgeous–Alexander è l’uno contro uno più velenoso, imprevedibile e ritmato della west (e della lega). Isaiah Hartenstein come rollante è un punto di riferimento tra i top del ruolo. La chiave di volta è Jalen Williams. Giocatore versatile di una completezza senza senso, che tratta la palla, sa tirare, ha punti nelle mani, può segnare in mille modi. E soprattutto difende.

Con lui in salute, i Thunder hanno quel secondo creatore di gioco in grado di alzare il livello dell’attacco dell’intera squadra. Le incognite? Causa salary cap hanno dovuto rinunciare a pedine solide dalla panchina, come il tiratore Isaiah Joe e l’ala Aaron Wiggins. Inoltre, il buon Chet Holmgren è uscito un po’ acciaccato emotivamente dal confronto diretto con la “Rivoluzione Francese” dei San Antonio Spurs. Buoni segnali in prestagione dai rookie Aday Mara, interminabile centro di 2,23 con mani morbide e piedi mobili, e Bennett Stirtz, che sembra il nuovo Kon Knueppel per come vede il canestro dal perimetro.

Il secondo anno di Cooper Flagg

Preparate i popcorn, Cooper Flagg sta iniziando il suo secondo anno nella NBA. Non ha ancora 20 anni. Il secondo anno è sempre un momento complesso. Finisce la spinta del clamore iniziale. Sei chiamato a confermare quello che hai fatto, cosa spesso ancora più complessa. Gli avversari ti hanno studiato meglio, possono trovare contromisure più efficaci. Dicono che sia cresciuto in altezza.

Bella forza, a 19 anni sei ancora in fase di crescita fisica. Adesso è 2,08 da 2,05. Alto come Hakeem “The Dream” Olajuwon. Una fluidità che scorre (non semplicemente “corre”) per il campo in modo naturale, quasi in simbiosi col parquet. Tempismo. Velocità di esecuzione. Mezzi atletici. Efficacia senza palla in mano. Trattamento della sfera. Ci sarà da divertirsi. Preparate i popcorn.

I Lakers di Doncic

Hanno smantellato, i Los Angeles Lakers. Una sorta di ricostruzione. Che non parte però dal fondo. Parte da più in alto perché con Luka Doncic nel fondo non puoi stare. Ora, il fatto che abbiano trattato LeBron James come se fosse un Hachimura qualunque ha poco di tecnico e tanto di poco stile. La perplessità è: vuoi fare una squadra costruita attorno a Doncic? Perché hai preso giocatori che sulla carta poco si adattano al sistema di gioco “Doncic-centrico” che hai in mente? Prendiamo il punto più alto della carriera dello sloveno: le finali con Dallas del 2024. Doncic domina la palla, crea tanto per sé. Ma ha bisogno, comunque, di punti di riferimento costanti ed efficaci in taglio e sul perimetro da servire. Centri come Daniel Gafford che vanno a prendersi l’alley-oop dopo un pick and roll o esterni come PJ Washington e Derrick Jones Jr. che la mettono da fuori dopo uno scarico (e in difesa mordono le caviglie dei giocatori più pericolosi). Stop.

Dove sono questi giocatori ai Lakers? Quentin Grimes lo scorso anno ha tirato il 33% da tre con i Sixers e in carriera è sempre stato sotto il 40%. Matisse Thybulle negli ultimi due anni ha giocato a malapena 45 partite. Non tira male, ma su un volume di conclusioni decisamente sotto la media per il ruolo. Il centro Walker Kessler, arrivato da Utah come se fosse (a parere dei Lakers) la reincarnazione del compianto Bill Walton, non è certo un giocatore verticale e lo scorso anno ha giocato appena 5 gare (58 l’anno precedente). Insomma, la squadra non sembra costruita in modo funzionale per dare alla stella di Los Angeles la libertà di esprimere il basket che vuole. Sarà il campo, ovviamente, a dire la sua a brevissimo.

I New York Knicks si ripeteranno?

E i campioni NBA? A giudicare dalle recenti dichiarazioni di Karl–Anthony Towns sul rinnovo del suo contratto, non si parte proprio col vento in poppa. Anche perché tocca rinnovare anche gente meno pesante, ma in ogni caso pesante, come Miles McBride e soprattutto Josh Hart. Di certo, poi, la perdita di Robinson non sarà indolore, perché il lungo con due lastre di marmo al posto delle mani garantiva gran presenza a rimbalzo offensivo e diversi extra possessi per la felicità di Jalen Brunson e compagnia “perimetrale”.

In ogni caso, lo stesso Brunson venderà cara la pelle, perché è l’unico modo che conosce per fare la differenza su un campo da basket. OG Anunoby è vera e propria élite nel ruolo di ala. Towns, se non gli scema la voglia sentendosi il brutto anatroccolo sottopagato, come lungo in grado di colpire da fuori e puntare il lungo dal palleggio rimane tremendamente efficace. Sarà un’altra stagione di alto livello? Sì. Vinceranno di nuovo il titolo? Mah, i back-to-back ormai sono più rari di un quadrifoglio nel deserto del Sahara.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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Le liste di attesa non sono ‘percepite’. Ai politici che minimizzano dico: basta spingere verso il privato

Sono sempre più allibito quando leggo sui nostri quotidiani, spero mai su quello per il quale scrivo, che le liste di attesa sono un finto problema.

Avete capito bene ed ora che si avvicina l’annus mirabilis, con elezioni nazionali, con elezioni locali importanti come Milano, e con la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, pare che tutti stiano peggio visto che tutti parlano a gran voce di sanità.

Allora partiamo con il Ministro della Salute, il collega Schillaci, che non più tardi di qualche giorno fa dice: “Cure negate? Dati basati su autopercezione”. Ma il Ministro Schillaci, e qui chiedo venia del mio “non sapere”, fa ancora il medico? Se si in quale struttura romana? Perché dovrebbe comunque sapere il ginepraio in cui qualunque cittadino si trova quando ha necessità di salute senza avere la possibilità di eseguire qualunque visita, esame o intervento a pagamento.

Poi leggo che nella mia regione, la Lombardia, che si vanta di essere all’avanguardia, una delle prossime richieste che deve essere posta dai medici di base non è, come dovrebbe, quali sono i suoi sintomi, per cercare di porre una diagnosi ed avviare il paziente ad un percorso di cura, ma: “Lei ha l’assicurazione?” Certo una domanda che viene mascherata come volontà di conoscere quanti cittadini lombardi possono avere una forma alternativa al Servizio Sanitario Nazionale. Ma siamo sicuri sia questa l’unica motivazione visto che già sanno che una ricetta su due viene cestinata dopo essere stata prescritta? Questo vuol dire che hanno già la risposta sia a livello nazionale per le liste di attesa infinite che deviano, per chi può, verso il privato puro.

Chissà se non è un’altra volontà mascherata di spingere verso il privato. Consiglierei a questi politici di rivedere con attenzione la puntata PresaDiretta dell’11 ottobre scorso dove viene spiegato a chiare lettere il disastro della sanità molisana in mano ad associazioni che gestiscono le strutture private accreditate che attendono rimborsi milionari dalla regione e che chiudono, uno dopo l’altro, gli ospedali pubblici.

Vorrei vedere ad esempio i bilanci dell’Oftalmico di Milano, ospedale pubblico puro, che ha numeri enormi di prestazioni e di interventi di cataratta ma poi ne esegue solo pochi, sulle dita di una mano, al mese. Oppure i bilanci dell’Ospedale di Niguarda che ha solo qualche letto privato per tutti i reparti della città della salute del capoluogo lombardo.

Questa la realtà di strutture che funzionano. Per quello ho costruito l’Osservatorio Cataratta Lombardia (www.oclombardia.it) perché desidererei indicazioni certe dai cittadini visto che i nostri politici danno i numeri. A caso!

Dico da anni che “La percezione del controllo riduce il rischio di abuso”. Dobbiamo, tutti insieme cercare di trovare il modo che siano controllati i controllori che non controllano. A cominciare dalle loro parole fino ad arrivare alle loro azioni. Senza mai pensare alle fasce deboli, le più esposte, che rendono il tessuto della nostra società molto malata.

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L’Inter deve ripartire, ma Bologna riapre vecchie ferite: Chivu senza Lautaro dopo il disastro in Champions | Orario, probabili formazioni e dove vedere in tv e streaming

Riprendere lo slancio in campionato per poi provare a dare una svolta anche a un inizio di Champions League disastroso. L’Inter di Cristian Chivu torna in campo oggi, alle 18, contro il Bologna. Non il campo migliore per reagire dopo i quattro gol subiti dal Brugge in Europa. Al “Dall’Ara” infatti l’Inter dal 2022 ha vinto una sola partita delle ultime cinque. Poi tre sconfitte e un pareggio: tra le due sconfitte anche quelle praticamente costate due scudetti ai nerazzurri. Quella con “papera” di Radu nel 2023 e poi quella famosa con rovesciata di Orsolini nel 2025.

Le squadre arrivano da due momenti opposti: il Bologna è reduce dalla prima vittoria in stagione per 1-2 contro il Lecce, mentre l’Inter dal 3-4 in casa in Champions League contro il Brugge. I nerazzurri però in campionato arrivano da un percorso quasi netto: cinque vittorie e un pareggio. L’ultimo successo per 3-0 contro il Parma. Una partita importante, con l’Inter che deve rinunciare a quattro giocatori importanti: non saranno infatti del match Lautaro Martinez, John Stones, Curtis Jones e anche Benjamin Pavard. Il Bologna invece dovrà fare a meno di Orsolini, Holm e Odgaard.

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Per Lotito esisterebbe un complotto contro la Lazio. Qualcuno vuole fargliela vendere

Il presidente biancoceleste racconta ai magistrati minacce, pressioni e presunte manovre per costringerlo a vendere. Nel mirino ultras, informazione e politica. Ma quando gli chiedono i nomi, il mistero si infittisce.

Più che una deposizione, una sceneggiatura per Sergio Leone. Claudio Lotito entra idealmente nel saloon della giustizia romana con due pistole, una collezione di nemici e la convinzione che qualcuno voglia strappargli la Lazio. Mancano soltanto la polvere del deserto e la colonna sonora di Ennio Morricone.

Il presidente biancoceleste, ascoltato il 30 giugno dalla Procura di Roma come persona informata sui fatti, ha descritto un universo di minacce, contestazioni e possibili interessi nascosti. Una ricostruzione personale che i magistrati dovranno verificare.

Due pistole e un presidente da Far West

Il particolare più cinematografico arriva dall’audizione del 5 marzo davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Lotito racconta di aver girato per un periodo armato con due pistole: un’automatica e una Smith & Wesson. Una davanti, l’altra dietro. Altro che doppio centravanti.

Secondo il senatore, sarebbero state le forze dell’ordine a imporgli simili precauzioni. Una delle armi, sostiene, gli avrebbe perfino salvato la vita in una circostanza che non ha dettagliato.

Il complotto c’è, i nomi un po’ meno

Lotito ritiene che dietro le contestazioni esista una strategia per indurlo a cedere il club. Parla di ambienti ultras, campagne mediatiche, manifesti e settori della politica che gli sarebbero ostili. Ma quando i magistrati chiedono di identificare gli eventuali registi, non arrivano indicazioni precise. Il sospetto ha una trama, ma per ora il cast rimane sconosciuto.

Intanto la Procura indaga per ipotesi di aggiotaggio su Luigi Bisignani, Mauro Masi e Francesco Maiolini, sospettati di un possibile intervento informativo volto a influenzare il titolo della Lazio. Accuse ancora da dimostrare, con gli indagati da considerare innocenti.

Gli ultras, i manifesti e la battaglia per la Lazio

Il patron sostiene che una parte del tifo organizzato abbia interessi economici legati a merchandising e locali dove seguire le partite. Racconta di migliaia di manifesti comparsi contro di lui e di una contestazione che, a suo giudizio, avrebbe superato i confini dello stadio. Anche queste restano affermazioni di parte, prive nel verbale di specifici riscontri. Va inoltre ricordato che gli ultras coinvolti nella vecchia vicenda della presunta scalata alla Lazio furono assolti.

Dal canto suo, Bisignani respinge ogni accusa: sostiene di aver voluto aiutare Lotito, non danneggiarlo, e nega collegamenti con il tifo organizzato. Il finale, dunque, è ancora tutto da scrivere. La Procura cerca eventuali responsabilità, Lotito denuncia una guerra contro la sua presidenza e i tifosi continuano a chiedere risposte.

Nel frattempo, tra pistole, finanza e politica, la Lazio sembra diventata un western ambientato a Piazza Affari. Con una differenza: nel Far West i duelli si risolvevano all’alba. Qui serviranno le prove.

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Da Spicer a Zacharia, tutti gli ex portavoce di Trump

Sette portavoce in due mandati, tra scontri con la stampa, briefing ridotti e addii lampo. L'ultima, Katie Zacharia, è rimasta in carica appena cinque giorni, stabilendo un nuovo record di brevità alla Casa Bianca

© RaiNews

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17 ottobre 1978 – Muore Giovanni Gronchi, il presidente del miracolo economico

Il giorno dopo l’elezione del Papa polacco, la Capitale saluta il terzo presidente della Repubblica. Aveva 91 anni e aveva accompagnato l’Italia dal dopoguerra al boom economico, inaugurando anche le Olimpiadi di Roma.

La città ha ancora gli occhi puntati su San Pietro. Soltanto ventiquattr’ore prima, un cardinale polacco dal nome quasi impronunciabile, Karol Wojtyła, è diventato Giovanni Paolo II, sorprendendo il mondo. Ma mentre Roma celebra il nuovo Pontefice, un’altra pagina della storia italiana si chiude nel silenzio.

Alle sei del mattino muore Giovanni Gronchi, terzo presidente della Repubblica, protagonista di una stagione nella quale l’Italia aveva smesso di ricostruire le proprie macerie per cominciare a inseguire il benessere. La notizia viene diffusa alle 7.30. Gronchi si spegne nella sua abitazione romana di via Carlo Fea, nel quartiere Nomentano. Ha 91 anni. Nel pomeriggio il presidente Sandro Pertini raggiunge la casa per rendere omaggio al predecessore.

Il presidente che vide Roma diventare olimpica

Nato a Pontedera nel 1887, cattolico sociale, antifascista e fondatore del Partito Popolare, Gronchi arriva al Quirinale nel 1955. È un presidente interventista, convinto che il capo dello Stato non debba limitarsi a inaugurare monumenti e tagliare nastri. Il suo settennato attraversa gli anni del miracolo economico, quelli della Seicento, della televisione che entra nei salotti e degli italiani che scoprono le vacanze.

Il momento più spettacolare arriva il 25 agosto 1960, quando Gronchi inaugura allo Stadio Olimpico i Giochi di Roma. La Capitale si mostra al mondo con il volto moderno di una città capace di trasformare la propria storia in futuro.

L’ultimo saluto tra Quirinale e Santa Maria degli Angeli

Il 18 ottobre la salma viene trasferita a Palazzo Madama, dove viene allestita la camera ardente. Il 19 ottobre i funerali nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, a piazza della Repubblica, alla presenza di Pertini. Poi il ritorno nella natia Pontedera.

Gronchi lascia un’eredità politica discussa, segnata anche dalla controversa esperienza del governo Tambroni, ma soprattutto il ricordo di una presidenza che cercò di ampliare il ruolo del Quirinale. Quel 17 ottobre 1978 Roma assiste così a uno straordinario passaggio di epoche: mentre in Vaticano comincia il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, al Quirinale si ricorda l’uomo che aveva accompagnato l’Italia verso la modernità.

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Peugeot RCZ Vision e Serica: l’incontro tra auto e alta orologeria

Peugeot e Serica reinterpretano l’orologio da cruscotto: il Ref. 1174 Parade si integra nell’i-Cockpit della RCZ Vision Concept.

La Peugeot RCZ Vision Concept mette in dialogo due mondi della progettazione francese: quello dell’automobile e quello dell’orologeria indipendente. La collaborazione con Serica nasce da una visione comune dell’oggetto, inteso non soltanto come esercizio di stile, ma come sintesi di funzione, precisione ed eleganza. Il risultato è un dettaglio inedito dell’abitacolo: un segnatempo meccanico pensato per vivere sia all’interno della vettura sia al polso di chi la guida.

In un abitacolo sempre più digitale, Peugeot affida a un oggetto fisico e riconoscibile un ruolo centrale nell’esperienza a bordo, collegando identità del marchio e cultura del progetto.

Serica Ref. 1174 Parade: il quadrante Glacier Blue

Protagonista dell’operazione è il Serica Ref. 1174 Parade, realizzato in una configurazione unica per la concept car. Il suo elemento distintivo è il quadrante Glacier Blue, sviluppato appositamente per richiamare le tonalità della Peugeot RCZ Vision. Il colore diventa così il filo conduttore tra l’architettura degli interni e l’orologio, senza sacrificare l’identità estetica del segnatempo.

La collaborazione sottolinea quanto contino proporzioni, materiali percepiti e leggibilità nella costruzione di un’esperienza coerente. Il quadrante non è soltanto un richiamo cromatico: è il punto di incontro tra la presenza discreta di un orologio da polso e il carattere espressivo di una concept car. Due linguaggi diversi si avvicinano attraverso la stessa attenzione ai dettagli.

Integrazione nell’i-Cockpit: un modulo progettato su misura

Per ospitare l’orologio, i team di design di Peugeot e Serica hanno sviluppato congiuntamente un modulo integrato nell’architettura del Peugeot i-Cockpit. La soluzione consente al Ref. 1174 Parade di occupare una posizione di rilievo nel cruscotto, mantenendo riconoscibilità e facilità di lettura. L’obiettivo è far convivere il segnatempo con le linee dell’abitacolo, evitando l’effetto di un accessorio aggiunto in un secondo momento.

Una volta collocato nel suo alloggiamento, dell’orologio rimane visibile soltanto la parte anteriore della cassa. In questa configurazione assume la funzione e l’aspetto di un orologio da cruscotto, inserito nella composizione della plancia. La cura dell’integrazione è significativa: il modulo non cancella l’origine dell’oggetto, ma ne valorizza l’identità mentre lo trasforma in una componente del progetto automobilistico.

Dal cruscotto al polso: la funzione diventa flessibile

La caratteristica più interessante del progetto è la sua reversibilità. Il Serica Ref. 1174 Glacier Blue può essere fissato nel modulo dedicato e successivamente rimosso con facilità, recuperando la sua funzione originaria di orologio da polso. Il passaggio dall’auto alla persona introduce un’idea di continuità: lo stesso oggetto accompagna momenti e contesti differenti, senza perdere il proprio significato.

È una scelta che unisce design e utilizzo concreto. Il segnatempo non viene assimilato definitivamente alla vettura, ma conserva autonomia e personalità. Questa doppia destinazione d’uso fa della collaborazione un esempio di progettazione trasversale, in cui l’integrazione tecnologica non richiede di rinunciare alla natura meccanica e individuale dell’oggetto.

Tradizione e innovazione: il messaggio della collaborazione

Nel progetto Peugeot RCZ Vision Concept e Serica emergono alcuni valori condivisi: rispetto per l’eredità dei rispettivi settori, ricerca di forme distintive e attenzione alla precisione. Automobile e orologeria hanno in comune il rapporto fra movimento e meccanica, ma anche l’esigenza di rendere immediatamente comprensibili funzioni complesse attraverso un design essenziale.

La Ref. 1174 Parade Glacier Blue diventa quindi più di un particolare dell’abitacolo. È il simbolo di una partnership che interpreta il lusso progettuale come equilibrio tra utilità ed emozione. Per Peugeot, la concept car offre lo spazio per esplorare nuovi modi di vivere l’interno dell’auto; per Serica, il cruscotto diventa un contesto originale in cui mostrare il valore di un segnatempo indipendente. La sintesi è un oggetto che non sceglie tra automobile e polso, ma appartiene a entrambi.

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Archivio Aperto, a Bologna il festival del filmato amatoriale con oltre 40mila pellicole

Il cinema non è solo quello che riempie le sale, non è i ‘film evento’. È anche altro. Sono tante le mini-produzioni indipendenti, ignorate dai distributori, magari opere prime che non accettano quella trita struttura ‘televisiva’ nazionale che annienta, ormai da troppi anni, lo ‘specifico filmico’, per usare un desueto termine anni Settanta. Ci sono poi i prodotti audiovisivi ‘minori’ (si fa per dire…) che spesso appassiscono dopo labili apparizioni nei festival specializzati.

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che tenta di porre un freno a questo maligno sistema: certo lo fa Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (siamo alla diciannovesima edizione) che si tiene a Bologna anche quest’anno dal 22 al 26 ottobre. Un appuntamento “dedicato alla riscoperta del patrimonio filmico privato amatoriale, sperimentale, d’artista, in piccolo formato” conservato, catalogato e restaurato dai primi anni Duemila in poi e che ha creato, passo dopo passo, una monumentale montagna di oltre quarantamila pellicole.

La locuzione ‘film di famiglia’ non deve trarre in inganno: non si tratta, infatti, di filmati amatoriali che i papà e le mamme girano in giardino o in spiaggia per riprendere i propri pargoletti. Qui stiamo parlando di prodotti audiovisivi, girati senza tecniche iperprofessionali, ma che ci raccontano più realisticamente di tanti film prodotti con soldoni la storia del nostro Paese. E non unicamente quella.

Forse solo uno, fra questi filmati, almeno fra i prodotti italiani, l’ha girato una regista professionista come Francesca Archibugi: la storia pubblica e privata di una delle voci più dirompenti e lucide del femminismo, quella di Carla Lonzi (1931-1982). Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, è la prima uscita pubblica del film sulla Lonzi ed è in programma il 22 ottobre, in serata.

Le opere presentate a Bologna (lungometraggi e cortometraggi) hanno tutte un unico comun denominatore: offrire uno sguardo sulla complessità del mondo che stiamo vivendo. Qualche appuntamento: Unsetting Genealogies, ad esempio, è una “ricerca di Alessandra Ferrini ospitata nella project room del festival e pone l’accento sulle origini fasciste di alcune istituzioni artistiche italiane”. E “in parallelo”, anche “sulla dimensione privata e affettiva della storia”.

Focus Upside Down descrive invece, con una serie di proiezioni e incontri, “le pratiche di militanza e di mediattivismo”; nella sezione L’Archivio che non c’è viene proiettato il documentario A Place in the Italian Sun che “riporta alla luce una storia poco conosciuta di violenza coloniale, esilio e reclusione” e in Storie Sperimentali viene presentata una retrospettiva d’autore: la proiezione delle Songs “canzoni visive mute” in pellicola originale (8 millimetri), ideate e realizzate da Stan Brakhage (1933-2003), regista americano sperimentale, autore di oltre 400 opere, la maggior parte delle quali girate in 8 e 16 millimetri (a volte dipingeva o manipolava con interventi esterni la pellicola…).

Fra gli altri, anche i filmati, interessantissimi, delle lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta “che fecero dei media uno spazio di partecipazione, protesta, sperimentazione e libertà di informazione: da quello, a oggi inedito, su Radio Alice, a 50 anni dalla nascita dell’emittente, alle tristi esperienze del G8 di Genova; dalle Street TV dei primi anni Duemila, provocazione situazionista e di difesa della libertà d’informazione contro l’oligopolio televisivo, al film ‘militante a soggetto’ Processo politico di Francesco Leonelli e dello scultore Arnaldo Pomodoro sull’affaire Pinelli-Calabresi”.

Il concorso internazionale dedicato alle opere realizzate con materiali d’archivio presenta 16 titoli, fra cui 13 anteprime italiane (fra le quali Auber 89 di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia, 1980), sulle vicende passate (e in itinere) della periferia parigina a partire dagli anni Ottanta. Ma non mancano filmati sul conflitto israelo-palestinese e persino storie curiose come quella del primo e unico astronauta afghano. Nella sezione Open Frame sono in competizione opere brevi di found footage (letteralmente ‘filmato rinvenuto’, ovvero una tecnica grazie alla quale alcune scene sembrano registrazioni di filmati amatoriali). Sono opere selezionate realizzate all’interno di vari organismi legati al cinema e alle arti visive.

In definitiva, le varie sezioni della manifestazione (Festival, Concorso internazionale, Installazioni, Archivio aperto) formano un coacervo di informazioni e approfondimenti sul mondo che abbiamo vissuto (e che viviamo) di cui oggi c’è un gran bisogno: una sorta di riposizionamento delle nostre coscienze, una boccata d’ossigeno, un momento di disintossicazione da un sistema mediatico drogato e drogante.

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Quanto siamo dipendenti dall’intelligenza artificiale? Le derive sono già troppe

di Matteo Pagliuso

L’intelligenza artificiale (IA) è ormai ovunque, dopo gli Italian brain-rot che hanno invaso i social (in cui venivano generati video senza senso), il suo uso si è espanso nel resto della società. L’uso frenetico di questo mezzo è dovuto alla facilità d’utilizzo, dove, scrivendo una o due frasi, ci ritroviamo con un’immagine generata automaticamente o con la risposta ad un problema. Più si va in avanti, e più la corsa all’intelligenza artificiale migliora questo strumento. Le immagini generate artificialmente sono sempre più realistiche per non parlare dei video, ed ormai anche passeggiando per le strade incontriamo pubblicità create con l’IA. L’intelligenza artificiale si trova sempre di più facilmente, oltre a tutti i contenuti che ci sono sui social, ormai anche alcuni ristoranti ed eventi creano le loro pubblicità con l’IA; perciò, la sua presenza si è generalizzata nelle nostre vite.

C’è dunque un’onnipresenza dell’intelligenza artificiale nella nostra società, considerando che la vediamo sui social e nelle strade. Il suo uso si è democratizzato nelle nostre vite quotidiane. Secondo ItaliaOggi (AI, 16 mln di italiani usano almeno un’app. Fra i 15-24enni ChatGPT supera TikTok, dicembre 2025) circa il 35% della popolazione italiana usava l’IA. Al giorno d’oggi, anche con una semplice ricerca Google ci viene imposta una risposta fatta con l’IA. Anche nelle scuole sono in tanti a usarla obbligando gli istituti ad adattare i loro regolamenti.

Oltre ai problemi legati all’ambiente ed al consumo energetico dell’IA, dobbiamo chiederci come usarla senza diventarne dipendenti. Secondo uno studio della Fondazione Olitec (Ricerca sulla Dicotomia dell’Intelligenza Artificiale: Amplificatore del Genio Umano o Meccanismo di Dipendenza Cognitiva), che ha coinvolto 800 persone per capire se l’IA crea dipendenza o amplifica le capacità cognitive, solo 160 persone riuscivano a utilizzare l’IA per amplificare le loro capacità cognitive, una parte di loro sono anche riusciti a utilizzarla con senso critico per fare scoperte interdisciplinari. Per 640 persone invece il suo utilizzo ha creato dipendenza, diminuendo, per il 62% di questo gruppo, la capacità di risolvere problemi del 18%. Lo studio mette in evidenza che l’uso eccesivo dell’IA ha ridotto anche l’esercizio mentale, portando a considerare che ciò che dice l’IA sia considerato vero e conclude dicendo che, per la maggior parte delle persone, “l’IA rischia di generare dipendenza cronica, con potenziali effetti negativi sulla resilienza cognitiva, l’autostima e l’inclusione sociale”. Perciò possiamo vedere che occorre essere attenti al modo in cui lo usiamo perché può essere un pericolo per la nostra capacità di spirito critico.

Per concludere, l’IA è una tecnologia che cambia le nostre abitudini, come già abbiamo visto, ma occorre utilizzarla con cure. Le derive sono già troppe, come con la creazione degli Italian brain-rot, ed è necessario chiederci come utilizzare bene questa risorsa per evitare di diventarne dipendenti. È senza dubbio una risorsa che può facilitarci la vita, ma occorre prendere in considerazioni i limiti dell’IA e riflettere di più quando la usiamo, a rischio di perdere un po’ delle nostre abilità.

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Il nonno di Merz era nazista? Il cancelliere si trova in un’imbarazzante posizione

Dal 6 maggio 2025 Merz è cancelliere della Repubblica Federale Tedesca: “Raramente le aspettative nei confronti di un cancelliere tedesco sono state tanto alte quanto quelle che ruotano attorno al presidente della Cdu, Friedrich Merz”, ha scritto Mariam Lau, nelle primissime righe del suo interessante saggio La Germania di Merz (pubblicato in Italia da posteditori, 2025). Peccato che Merz non abbia avuto la fortuna di Angela Merkel, e forse nemmeno il suo talento politico. Ha infatti ereditato una Germania diventata “malato d’Europa” senza riuscire a guarirla. Una Germania in profonda crisi economica ma ancor di più politica: ormai il suo governo si regge su precari equilibri parlamentari, minati sempre più dall’avanzata di Alternativa per la Germania (Afd) che ha trionfato nelle elezioni locali e soprattutto nei sondaggi, cavalcando populismo e identitarismi, sull’onda di uno slogan che ha contagiato le destre europee, “remigrazione”. Cacciare gli stranieri indesiderati costerebbe alla Germania quattro punti di Pil, secondo l’Istituto Leibniz per la ricerca economica di Halle (Iwh). Una follìa, per Merz, “il termine remigrazione non è altro che una forma di pulizia etnica basata sull’origine e il colore della pelle”. Tono duro, ma posizione debole, quella del cancelliere che vorrebbe rifondare il centrodestra tedesco e ridefinire la rotta in Europa, in una sorta di campo largo del conservatorismo democratico.

Nell’era dell’incertezza aggravata dalla complessa situazione geopolitica internazionale, Merz si aggrappa alla clausola non scritta del Brandmauer (sorta di cordone sanitario mantenuto dai partiti principali che rifiutano alleanze con l’Afd) per governare la Germania, ma all’interno del suo stesso partito ci sono segnali contraddittori, ed inquietanti. Insomma, il trono vacilla.

E riemergono vecchie ambiguità. In una Germania dove la memoria sbiadisce e i conti col passato tardano a definirsi, avere avuto un nonno nazista pone Merz in un’imbarazzante posizione, un’arma che gli oppositori, esterni ma soprattutto interni possono impugnare contro di lui. Mariam Lau gli dedica il primo capitolo del suo saggio, “All’ombra della guerra”. Nata a Teheran ma cresciuta a Berlino, Mariam Lau è una nota giornalista che lavora alla Die Zeit, ed è tra i massimi esperti di Afd, Cdu, dell’area conservatrice, delle politiche migratorie, una delle voci più autorevoli nell’analisi delle trasformazioni della destra tedesca ed europea. Tutto nasce nel gennaio del 2004, quando Merz, allora parlamentare e vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, partecipa ad un meeting elettorale nella sua cittadina natale, a Brilon, nel Sauerland, che dal 1999 è amministrata dai socialdemocratici: “E’ tempo di prendere d’assalto il municipio rosso”, si sgola dal palco Merz. C’è chi interpreta queste veementi parole con quelle pronunciate il primo maggio del 1933 dal nonno Josef Paul Sauvigny (1875-1967), il quale era stato borgomastro di Brilon dal 1917 al 1937.

Alcuni studiosi locali avevano rintracciato tra le pagine ingiallite della Sauerländer Zeitung il testo di quel discorso: “La nuova Germania celebra oggi la sua prima Festa nazionale (…), giovane e vigoroso come le folle dei suoi acerbi difensori, il nuovo Reich si apre davanti a noi. Le tempeste della rivoluzione nazionale scrosciano ancora su di esso, le tempeste primaverili hanno spazzato via tutta l’immondizia, scacciato le nuvole che finora hanno voluto sottrarci il sole”. E ancora: “Questa tempesta, che per qualcuno può apparire violenta, si placherà dopo aver ripulito l’aria da tutte le esalazioni velenose che si sono accumulate in anni di travisata libertà e di impotente autodistruzione. Ma mentre sino a oggi la forza e le aspirazioni edificatrici tedesche erano divise e dissanguate dalle beghe di partito e dai ripetuti cambi di guida, oggi ci sono una volontà che ci unisce, una forza che ci ispira, un Führer che ci chiama”.

L’amministrazione comunale fece di tutto per ostacolare le ricerche sul passato del nonno di Merz. Reinhard Sommer, primo consigliere distrettuale di Briton per conto della Cdu, ai giornalisti della Tageszeitung spiegò tale ostracismo perché si voleva “gettare Merz nello stesso calderone degli estremisti di destra”. Merz intentò una causa al quotidiano berlinese Tageszeitung che gli aveva rivolto ulteriori domande sul nonno, “ma la stragrande maggioranza degli articoli” sul nonno e l’incauta frase sull’assalto al municipio rosso non venne contestata. La stessa Tageszeitung commentò che “nessuno può scegliere le sue origini. Il problema non è il passato nazista del nonno, ma l’atteggiamento del nipote (…) L’uomo che ama fomentare dibattiti sull’orgoglio nazionale ha una visione della storia e della famiglia di cui nessun tedesco dovrebbe essere orgoglioso”.

“Mio nonno non era un nazionalsocialista”, scrisse Merz alla Berliner Zeitung, però poi le tre pagine del suo intervento (su sua richiesta) vennero ritirate. Era vero che il nonno avesse militato nelle SA, come riserva, ammise poi Merz, ma solo perché avrebbe altrimenti dovuto aderire al partito nazista. Aggiunse che il nonno fu promosso sergente, “senza il suo assenso”, come sempre senza il suo assenso fu trasferito alla Nsdap, “ed era probabilmente vero che dopo il 1929 Josef Paul Sauvigny avesse per un breve periodo coltivato aspettative nei confronti dei nazionalsocialisti”. Il nonno ottenne il prepensionamento nel 1937 perché “i nazisti lo disgustavano”, e, quale prova, Merz sventolò un articolo del quotidiano nazista Der Stürmer in cui il borgomastro di Brilon era definito un “compagno ebreo”. La mossa di Merz era strumentale: prevenire un possibile attacco della Tageszeitung che aveva ottenuto dall’Archivio di Stato di Düsseldorf il dossier (30 pagine) sulla denazificazione di Sauvigny. Tra i vari documenti recuperati, la dichiarazione (10 dicembre 1947) in cui ammetteva d’essere stato Oberscharführer della riserva delle SA, confermando d’aver raggiunto le Squadre d’Assalto il primo luglio del 1933, sei mesi prima del Putsch di Röhm. Merz, scrive Lau, comprendeva le motivazioni del nonno: “Inizialmente associava i nazionalsocialisti alla speranza che qualcosa nelle condizioni catastrofiche della Germania e anche della sua città natale cambiasse, per questo rimase in carica. Solo così si può comprendere il discorso che mio nonno tenne il primo maggio 1933 (…) E’ ovvio che non approverei mai frasi del genere al giorno d’oggi”.

E tuttavia, la tesi che il nonno si fosse dimesso perché disgustato dai nazisti “non è del tutto suffragata dal saluto che Peter Schramm, governatore distrettuale nominato dai nazionalsocialisti, rivolse al commiato di Sauvigny nel 1937. Stando alle sue parole, il sindaco aveva ‘nonostante l’età avanzata, agito subito in linea con i suoi sentimenti nazionali e ricoperto sempre la sua carica nello spirito nazionalsocialista’”. Il nonno, durante la denazificazione, fu classificato in terza categoria, il che gli vietava di rivestire incarichi pubblici (oltre che ricevere il 60 per cento della pensione). Protestò, invocando la propria innocenza, “devo essere considerato una vittima del nazismo”. Fu ascoltato: venne derubricato nel 1948 alla quarta categoria, quella dei “simpatizzanti”, e poté godere della pensione completa.

Proprio il 4 novembre verrà inaugurata a Berlino la mostra “Norimberga e i raduni del Partito Nazista”, organizzato dal Dokumentationszentrum Reichsparteiitagsgelände, un progetto destinato ai giovani e al futuro per schiarire le ombre che ancora oscurano le connessioni col tragico passato vissuto e spesso occultato dei loro nonni e bisnonni. A dimostrazione che il passato non può essere camuffato, ma affrontato.

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Predicare i valori aziendali e impedire ai dipendenti di applicarli? Un problema di molte pmi

“Qui il cliente viene prima di tutto”.

Bene. Prendiamo una piccola azienda che ripara lavatrici e frigoriferi: un cliente richiama perché, dopo l’intervento del tecnico, la lavatrice continua a non funzionare. Chi risponde ha capito cosa serve, ma non può fissare un nuovo intervento. Deve chiedere al responsabile. Il responsabile deve sentire il titolare. Il titolare è fuori. Il cliente richiama, si arrabbia, e la dipendente deve metterci la faccia.

La mattina le avevano chiesto di prendersi a cuore i clienti. Adesso le chiedono di aspettare. In una situazione così, la frase appesa al muro comincia a dare fastidio. Perché chi lavora ci aveva anche creduto.

Nel linguaggio aziendale questa promessa viene chiamata “purpose”. Tradotto senza farla complicata: il senso di quello che facciamo, la ragione per cui il nostro lavoro dovrebbe contare qualcosa, oltre a produrre fatturato. Per una PMI può voler dire fare riparazioni affidabili, vendere senza raccontare balle, consegnare quando si è promesso. Cose comprensibili. Non occorre dichiarare che cambieremo il mondo vendendo infissi.

Il problema nasce quando chiediamo alle persone di credere in un lavoro e poi organizziamo l’azienda in modo da renderlo difficile. E il titolare può essere in perfetta buona fede. Vuole controllare le spese, evitare errori, proteggere i margini. Solo che, aggiungendo un’autorizzazione dopo l’altra, finisce per bloccare anche chi saprebbe fare bene.

Nelle piccole imprese non serve un regolamento di cento pagine. Basta una disposizione: “Prima di fare qualsiasi cosa, chiedete a me”. Poi lo stesso imprenditore si lamenta: “Se non ci sono io, qui non si muove niente”. Certo. È quello che ha disposto. Da consulente, prima di discutere di motivazione, preferisco partire da una domanda molto terra terra: quando arriva un problema, chi ha il potere di risolverlo? Se la risposta è sempre il proprietario, c’è un pezzo di organizzazione da sistemare. Anche quando lui è bravo, disponibile e lavora dodici ore al giorno.

Torniamo alla dipendente dell’assistenza. Le viene chiesto di essere gentile, ascoltare, tranquillizzare. Ma su tempi, interventi e soluzioni non può decidere quasi nulla. Le abbiamo affidato la responsabilità del rapporto senza darle gli strumenti per gestirlo. Quando il cliente protesta, però, andiamo a controllare il suo tono di voce. Prima o poi può scegliere di proteggersi. Risposte prudenti, nessuna iniziativa, ogni problema passato a qualcun altro. E se qualcuno le chiede perché non si impegni di più, ha una risposta pronta: l’ultima volta che ci ha provato, è stata rimproverata. Quanto costa tutto questo?

In quell’esempio, ogni richiamata occupa altro tempo. Il responsabile torna sullo stesso caso, il titolare viene interrotto, il cliente aspetta. Un intervento rinviato può diventare un reclamo, poi uno sconto concesso per rimediare. Il risparmio che volevamo ottenere evitando una decisione “non autorizzata” va confrontato con questa spesa. Altrimenti stiamo contando soltanto metà del conto.

C’è anche un’altra contraddizione da guardare: che cosa premiamo davvero? Se diciamo che conta la soddisfazione del cliente, ma il premio del commerciale dipende soltanto da quanto vende, dobbiamo aspettarci che cerchi di vendere. Anche vendendo un contratto di assistenza con tempi di intervento che i tecnici non riescono a rispettare. Poi toccherà a qualcun altro spiegare il ritardo. Il commerciale avrà raggiunto l’obiettivo; l’azienda si sarà procurata un problema.

Prima di fare una riunione sui valori, sarebbe utile verificare se gli obiettivi dei reparti si ostacolano a vicenda. Chi vende deve sapere che cosa si può mantenere. Chi organizza il lavoro deve conoscere gli impegni presi. Chi riceve un reclamo deve poter ottenere una risposta senza inseguire tre persone.

Sono questioni di gestione. Trattarle come difetti di atteggiamento dei dipendenti ci porta fuori strada.

Questo non significa autorizzare tutti a fare tutto. Una piccola impresa non può regalare interventi, concedere sconti senza criterio o accettare qualsiasi richiesta. I soldi hanno un limite, il tempo pure. Ma quel limite va stabilito prima e spiegato a chi deve lavorarci.

Per esempio: quali problemi può risolvere direttamente l’assistenza? Entro quale spesa? In quali casi deve chiedere aiuto, a chi e con quale tempo di risposta? Il titolare mantiene il controllo sulle eccezioni importanti e smette di essere interpellato per ogni passaggio. I casi vanno registrati, così si può verificare se la delega funziona e correggerla.

Per cominciare, prenderei gli ultimi cinque reclami. Li ricostruirei con chi li ha gestiti, dal primo contatto alla soluzione. Dove si è fermato il lavoro? Quale informazione mancava? Chi doveva decidere? E perché non lo ha fatto? Può venir fuori che manca una competenza. Oppure che due uffici usano informazioni diverse. O che serve soltanto consentire a una persona di prendere una decisione che oggi aspetta inutilmente sulla scrivania del proprietario. Ogni risposta richiede un intervento diverso. Il corso sulla “mentalità vincente”, da solo, non ci aiuta a scegliere.

Se un imprenditore vuole parlare di valori, ha tutto il diritto di farlo. Gli conviene però prepararsi alla verifica dei fatti. I dipendenti sanno quali promesse vengono mantenute, quali ordini si contraddicono e chi paga gli errori altrui. Ci lavorano dentro.

Alla prossima riunione, prima di chiedere “Perché non vi prendete più responsabilità?”, proverei con questa: “Che cosa dovete ancora chiedere a me, pur sapendo già come farlo?”. E quando rispondono, evitare di interromperli per spiegare che hanno torto.

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Dalla Cisgiordania alla Guinea, Vincenzo Alberto Annese esporta calcio e importa vita

Ho iniziato a leggere questo libro mentre in tv trasmettevano Roma-Real Madrid, nella città caput mundi, i giallorossi sfidavano la squadra di calcio per eccellenza, i Galácticos, nella competizione più ricca e importante del mondo. Palcoscenico e protagonisti di prim’ordine per il nostro calcio che non mi hanno impedito però di azzerare l’audio per leggere pagine che raccontavano un altro pianeta di questo sport, un altro mondo che, forse, a livello tattico va guidato allo stesso modo di quello dorato di Gasperini e Mourinho ma che per tutto il resto è da costruire e conoscere giorno per giorno. Il libro che avevo tra le mani è L’allenatore del mondo scritto da Vincenzo Alberto Annese per SEM libri e uscito la prima settimana di ottobre.

Annese, ve lo spiego in maniera riduttiva, è un allenatore giramondo. Lo si potrebbe dire di tantissimi, anche e soprattutto degli italiani che da un trentennio a questa parte saltano da una panchina all’altra per “esportare calcio”. Vincenzo Alberto Annesse ha esportato il suo sogno ogni volta che ha cambiato Paese, attraversato frontiere (a volte con difficoltà legate ai visti), cambiato emisfero e fuso orario senza mai perdere la bussola. L’amore per il calcio l’ha portato praticamente in tutti i continenti: dai paesi baltici all’Armenia, dal Kosovo al Ghana, le non semplici esperienze in Palestina e Afghanistan e poi ancora in Indonesia, India, Nepal, Belize e Burkina Faso.

Non è entrata in questo libro ma è già iniziata la nuova vita di questo quarantaduenne pugliese, arrivato alla soglia del professionismo da calciatore ma frenato da problemi fisici che, da allenatore, non si lascia frenare quasi da nulla. Il suo nuovo mondo è la Guinea Equatoriale dove porterà ancora una volta le sue idee, i suoi studi, la sua formazione calcistica ma non solo. È proprio questo il punto, occuparsi di calcio in questi luoghi comporta troppo di più che tracciare dei segni sulla lavagna e sedersi in panchina la domenica. L’intervista cattivella dopo una pesante sconfitta o il rischio esonero sono una passeggiata di salute se a pochi metri dal campo di calcio hai visto fame, sete, miseria, disperazione, guerra, violenza, checkpoint e armi.

Prima ancora che vincere una partita, la vera impresa è imbastire una squadra in assenza di tutto ciò che si dà per scontato, per primi i giocatori sempre pronti a cambiare casacca per una manciata di denaro in più o, a volte, anche il campo su cui giocare, irraggiungibile per mancanza di risorse economiche o non omologato.

Le difficoltà fortificano è il messaggio che trasmette Annesse che, in poche righe a metà del libro, forse inconsciamente, ribalta il senso vero del suo vivere su questi campi: “L’Africa mi aveva costretto a rivedere parecchie convinzioni, e l’idea di lavorare in Cisgiordania mi sembrava un modo per continuare lo stesso percorso di crescita, anche calcistica”. In quel “anche” c’è il capovolgimento della prospettiva, la crescita umana di questo girovagare va oltre il calcio. Seppur il fattore umano nello spogliatoio e in società sia fondamentale, Annese ha capito che il calcio era il passe-partout per abbracciare culture, tradizioni, cibi, religioni e costumi diversi. Contraddizioni e odio ma anche magnifica bellezza, di luoghi e persone, meditazione, preghiera, spiritualità profonda o anche spiritismo, robe che ti fanno credere anche se non vorresti.

Annese esporta calcio ma importa vita e il suo bagaglio personale è sempre più pieno. Lo zaino che porta in spalla nasconde qualcosa di circolare, un pallone da calcio sarebbe il primo pensiero, ma secondo me, ci sta dentro un mondo intero.

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Il salmone allevato può mangiare pollo

Il salmone venduto come pesce d’allevamento può essere cresciuto con proteine ricavate dagli scarti del pollo. Lerøy Seafood Group ha introdotto questi ingredienti nei mangimi dalla primavera del 2025 e, secondo quanto dichiarato al Financial Times, oggi li impiega in tutti i suoi allevamenti marini. Il quotidiano riferisce anche dei piani e delle iniziative avviate da altri grandi produttori norvegesi, che vorrebbero seguire l’esempio. È un cambiamento determinante nella filiera di uno dei pesci più presenti sui banchi europei, ma invisibile sull’etichetta destinata al consumatore: la composizione del mangime, infatti, normalmente non compare nei prodotti che acquistiamo.

Non si tratta di somministrare carne cruda di pollame ai salmoni, naturalmente, e gli ingredienti sono sottoprodotti della lavorazione avicola, trasformati e trattati per ottenere proteine utilizzabili nei mangimi. Nell’Unione europea l’impiego di proteine animali trasformate di pollame nell’alimentazione dei pesci è stato nuovamente autorizzato nel 2013, con regole di produzione e controllo. La liceità della pratica, però, non risolve da sola le domande sul sapore, ma soprattutto sulla qualità nutrizionale, sull’impatto ambientale e sulle aspettative di chi acquista il pesce.

La ragione industriale è la ricerca di materie prime disponibili in quantità e a costi sostenibili. La farina di pesce ricavata da catture selvatiche è soggetta alle oscillazioni della pesca e alla concorrenza di altri mercati. Lerøy dichiara che nel 2025 le materie prime marine rappresentavano il 26 per cento dei suoi mangimi, contro il 31 per cento del 2023. Gli scarti avicoli offrono una fonte alternativa di proteine e permettono di valorizzare parti dell’animale che non finiscono nell’alimentazione umana: un tema di messa a frutto degli scarti che non va sottovalutato. Per valutarne il vantaggio climatico, tuttavia, servono confronti che tengano conto della lavorazione e dei trasporti, oltre che dell’ingrediente sostituito. E forse occorre anche pensare se proprio i pesci sono i migliori consumatori di queste eccedenze. 

Perché anche il benessere del pesce merita una verifica distinta. Nofima, l’istituto norvegese che studia l’impiego degli scarti di pollo, segnala che la digeribilità delle proteine può variare in base alla materia prima e al trattamento termico. Il progetto di questo ente, in corso fino al 2027, misura gli effetti dell’alimentazione prolungata sulla crescita, sulla salute intestinale e sulla qualità dei filetti: l’innovazione non è dunque una soluzione già definitivamente provata.

Inoltre, non possiamo dimenticare la distanza fra il salmone immaginato da chi lo consuma e quello allevato. In un’indagine pubblicata nell’aprile 2026 su oltre mille consumatori in Inghilterra e Francia, Nofima ha rilevato che pochi sanno che circa il 70 per cento del mangime per salmoni è già composto da ingredienti vegetali. Pesce, alghe e piante sono giudicati più favorevolmente, mentre il pollo suscita la maggiore diffidenza, soprattutto nel campione francese. È una ricerca sulle percezioni e pur se non una prova che il salmone nutrito con derivati avicoli sia nocivo, ci fa capire quanto il silenzio sugli ingredienti possa diventare un problema di fiducia del consumatore, e soprattutto che certi tabù alimentari ci inquietano ancora molto. Se su alghe e verdure siamo più permissivi, sull’incrocio di specie nella nutrizione abbiamo ancora molti dubbi. 

L’industria ha ragioni serie per cercare alternative alla farina ottenuta dal pescato per una questione di economie di scala, e in parte è anche colpa nostra. Il salmone ha avuto un grandissimo successo e le industrie si sono attrezzate per far fronte alla grande richiesta di prodotto e per rispondere alla celebrità di una proteina di pesce molto apprezzata per il suo sapore ma anche per la sua praticità di lavorazione. Poche lische, colore accattivante, sapore definito ma non troppo intenso, carne compatta hanno fatto la fortuna del pesce rosa più consumato al mondo. Chi compra, però, ha ragioni altrettanto serie per chiedere come viene allevato ciò che porta in tavola. La questione non si esaurisce nell’aggettivo «naturale», che come in molti altri casi non dice nulla sul prodotto finale: richiede dati comparabili su risorse marine, emissioni, salute dei pesci e caratteristiche del prodotto, insieme a informazioni accessibili sulla filiera dei mangimi. Il salmone che mangia pollo accende una lampadina e rende visibile una parte della produzione alimentare rimasta a lungo fuori dall’inquadratura.

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L’Europa abbraccia Zelensky mentre Trump volta ancora le spalle all’Ucraina

Andrii Parhomchuk, un residente ferito, fuma una sigaretta davanti alla sua casa danneggiata da un attacco missilistico russo a Kyjiv, in Ucraina, mercoledì 14 ottobre 2026 (AP/LaPresse)

L’Europa non intende lasciare sola l’Ucraina. È il messaggio arrivato da Bruxelles, dove il presidente Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader europei nel secondo giorno del Consiglio europeo, mentre il rapporto con Donald Trump attraversa una nuova fase di tensione. Energia, difesa aerea e finanziamenti per il 2026 e il 2027 sono le priorità immediate di Kyjiv. Ma sullo sfondo c’è una questione più grande: quanto può ancora contare l’Ucraina sugli Stati Uniti e quanto l’Europa è pronta a fare per sostenerla.

«Percepisco il pieno sostegno dell’Europa, soprattutto nell’ultimo mese», ha detto Zelensky al termine degli incontri. Il presidente ucraino ha ringraziato il Consiglio europeo, la Commissione e i leader che sono rimasti al fianco di Kyjiv dall’inizio dell’invasione russa. Un messaggio che assume un significato particolare mentre Washington sembra allontanarsi dalle posizioni ucraine e la Russia continua a colpire le infrastrutture del Paese.

Il primo banco di prova è l’inverno. Mosca non mostra segnali di voler porre fine alla guerra e gli attacchi contro la rete energetica ucraina rendono urgente rafforzare le difese e garantire le forniture necessarie a mantenere in funzione il Paese. Il pacchetto invernale chiesto da Zelensky non riguarda soltanto l’energia, ma anche la difesa aerea e le risorse finanziarie per sostenere lo Stato. La prospettiva di una pace rapida, ha spiegato il presidente, non trova al momento riscontri nelle intenzioni russe.

Sul fronte militare, la questione più urgente è la disponibilità di missili intercettori. Zelensky ha assicurato che, sulla base dei fabbisogni minimi comunicati da Kyjiv, i Paesi europei dispongono di quantità sufficienti di Patriot Pac-2 e Pac-3 per aiutare l’Ucraina a superare l’inverno. Ma il presidente ha anche riconosciuto che non è ancora chiaro quanti missili arriveranno effettivamente. Una parte consistente delle forniture viene oggi dirottata verso il Medio Oriente: «È un segreto di Pulcinella che oggi non siamo una destinazione prioritaria per questi missili», ha detto.

Kyjiv deve quindi mettere insieme contributi provenienti da più Paesi, mentre cerca di accelerare lo sviluppo di una capacità europea autonoma. In questo quadro rientra FREYJA, il progetto di difesa antibalistica sul quale l’Ucraina sta lavorando con i partner europei. Zelensky punta a trasformarlo in un sistema più rapido ed economico da produrre, da condividere anche con gli alleati. Dopo l’incontro con Emmanuel Macron, ha inoltre annunciato nuovi pacchetti destinati a rafforzare l’aviazione da combattimento e ha ringraziato Parigi per le licenze di produzione di armamenti già concesse.

La solidarietà europea si misura però anche in una dimensione meno visibile, ma ormai essenziale per la guerra: quella delle comunicazioni satellitari. I recenti problemi di Starlink hanno rappresentato una sorpresa «pericolosa e spiacevole» per Kyjiv. Zelensky ha precisato che il servizio non è stato completamente disattivato, ma che sono stati abbassati i limiti di velocità, con conseguenze sulle capacità operative ucraine.

La connessione satellitare è utilizzata anche per coordinare i droni intercettori impegnati contro gli attacchi russi. Non soltanto per le operazioni in profondità sul territorio nemico, ha chiarito il presidente, ma per proteggere la popolazione dagli aerei e dai droni che prendono di mira le città e le infrastrutture. Kyjiv sta discutendo con alcuni Paesi, tra cui la Francia, per ottenere capacità aggiuntive. È un segnale della necessità di ridurre una dipendenza tecnologica che, nel momento in cui i rapporti politici si deteriorano, può trasformarsi in una vulnerabilità militare.

Come abbiamo raccontato su Linkiesta, il problema non riguarda soltanto le armi che Washington decide di fornire. Le capacità statunitensi di intelligence, allerta e comunicazione sono parte integrante della difesa ucraina. L’Europa può offrire sostegno politico e finanziario, ma sostituire rapidamente queste infrastrutture è molto più difficile. La crisi di Starlink rende questa contraddizione evidente.

Zelensky, tuttavia, non è tornato da Bruxelles – e da Londra, dove giovedì aveva incontrato il premier Andy Burham che ha autorizzato l’invio di altri missili a lungo raggio Storm Shadow per colpire le operazioni militari russe e frenare gli attacchi di Mosca contro le infrastrutture civili ucraine – soltanto con promesse militari. Ha rivendicato anche i progressi del percorso di adesione all’Unione europea, ringraziando il governo e il Parlamento ucraini per le riforme approvate nonostante gli attacchi russi. Kyjiv punta ad aprire gli ultimi due gruppi negoziali entro la fine dell’anno.

Il messaggio europeo è dunque duplice: l’Ucraina resta una priorità strategica e il suo futuro è legato a quello dell’Unione. António Costa ha ribadito che non è il momento di ridurre il sostegno a Kyjiv né di alleggerire le sanzioni contro Mosca. Ursula von der Leyen ha escluso concessioni finché la Russia non fermerà la guerra.

È una presa di posizione importante mentre la Casa Bianca alimenta nuove incertezze. Ma la prova decisiva sarà trasformare l’unità mostrata a Bruxelles in forniture, finanziamenti e capacità operative. Per Zelensky, l’abbraccio europeo è un segnale politico prezioso. Per l’Europa, è anche una responsabilità sempre più difficile da rinviare.

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L’intelligenza artificiale non può decidere chi assumere, sanzionare o licenziare

Ufficio

Il 23 ottobre entra in vigore il decreto legislativo n. 179/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 ottobre, che adegua la normativa italiana all’AI Act emanato nel 2024 dall’Unione europea. Per quanto riguarda il rapporto tra imprese e dipendenti, le novità riguardano soprattutto il rapporto di lavoro e la salute e sicurezza in azienda.

Se il datore di lavoro usa sistemi di intelligenza artificiale, le decisioni finali riguardanti il rapporto di lavoro non possono essere prese solo dalla macchina. Questa regola vale per assunzione, modifiche del rapporto e licenziamento, ma anche per provvedimenti disciplinari e valutazioni delle prestazioni. La decisione spetta a una persona con un potere effettivo e autonomo: non basta una semplice firma di conferma.

Per essere concreti, se un software segnala un dipendente come «poco produttivo», il responsabile non può limitarsi a recepire il punteggio. Deve valutare il dato ed essere libero di prendere la decisione che ritiene più opportuna, supportata da un’adeguata motivazione. Eventuali scelte assunte in violazione della normativa sono nulle. Attenzione però a un’esclusione prevista espressamente dalla normativa: ricerca e selezione dei candidati non sono ritenute “decisioni finali”, anche quando comportano l’esclusione dai colloqui successivi.

Se un sistema di intelligenza artificiale incide sull’organizzazione del lavoro, sui ritmi, sul modo di svolgere la prestazione o su decisioni rilevanti per la sicurezza, va considerato nel documento di valutazione dei rischi aziendale. I lavoratori vanno inoltre informati e formati sui rischi specifici derivanti dall’uso delle macchine nell’esecuzione delle loro mansioni. In questo caso, pensiamo a un algoritmo che assegna i turni o detta i ritmi in un magazzino: maggiore efficienza deve essere sempre bilanciata con il diritto alla salute di chi lavora.

La legge sull’intelligenza artificiale del 2025 aveva fissato i principi: uso sicuro, trasparente, rispettoso della dignità e senza discriminazioni. Il decreto recentemente approvato li traduce in regole con conseguenze concrete, introducendo norme più favorevoli ai lavoratori rispetto alle previsioni generali previste dall’AI Act europeo. Maggiori tutele che tuttavia si devono coordinare con la normativa già esistente in materia di rapporto di lavoro e protezione dei dati personali. Una giungla che le imprese dovranno districare per evitare le pesanti sanzioni imposte dalla normativa comunitaria.

 

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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La grande scultura senese in mostra a New York

Ospitata in una delle ultime grandi dimore risalenti alla fine del XIX secolo a New York, la Frick Collection ha riaperto le sue porte, nell’aprile del 2025, dopo un imponente progetto di ampliamento durato quasi cinque anni e costato duecentoventi milioni di dollari. 

Camminare per il centro di Manhattan e imbattersi in grandi manifesti che invitano visitare qui una mostra di quaranta bronzi senesi fa un certo effetto. 

Varcarne la soglia precipitando dal rumore implacabile della megalopoli nella sua iconica atmosfera intima, procura un sollievo immediato che predispone al meglio. E non si rimane delusi: all’interno il visitatore incontra, oltre alla straordinaria collezione permanente, ineguagliabili opere in bronzo senesi che includendo prestiti provenienti da musei fiorentini, umbri, campani, ma pure inglesi, tedeschi e americani. 

Una riunione di opere senza precedenti, che propone statue, rilievi, candelabri, medaglie e altro ancora, realizzate da alcuni degli scultori più influenti dell’epoca, come Donatello, Vecchietta e Francesco di Giorgio.

Giovanni di Stefano, Ercole in lotta con Acheloo, 1526, dettaglio @Frick Collection

Siena ne emerge come centro di eccellenza, tanto artistica quanto tecnica, nell’utilizzo di questo metallo nel periodo rinascimentale. 

La lavorazione del bronzo non è mai stata opera di una sola persona. Nella Siena del Quattrocento, fonditori di campane, ingegneri, orefici e scultori condividevano materiali e competenze: manufatti che ne derivavano erano espressione di un’intelligenza collettiva dove arte e industria si intrecciavano. 

Il bronzo, una lega composta principalmente da rame e stagno (spesso con l’aggiunta di piombo o zinco) era un materiale raro, costoso e vulnerabile: conservare anche solo una piccola statua significava scegliere tra l’utilizzo immediato e bellezza da consegnare ai posteri. In tempi di conflitto, qualsiasi manufatto in bronzo poteva essere rifuso e reimpiegato per scopi bellici, cosa che ha reso eccezionalmente rare le opere giunte fino a noi.

Le stesse conoscenze necessarie per fissare l’espressione del volto di un santo servivano anche a far risuonare una campana in tutta la città o a far tremare le mura con il colpo di un cannone.

Attribuito a Giovanni di Stefano, Davide con la testa di Golia, 1490, particolare @Frick Collection

Alla Frick Collection ora tre sale propongono l’“ascolto” di questa vicenda. Nella prima, gli oggetti esposti esplorano manufatti in bronzo spaziando tra chiesa, abitazione privata, scuderia e campo di battaglia.

Alla complessità della fusione delle campane, illustrata da una maestosa opera realizzata nel 1454 e collegata al grande complesso ospedaliero di Santa Maria della Scala, si affiancano alcuni volumi contenenti disegni di cannoni in bronzo, realizzati per la potente famiglia Orsini e per lo Stato senese.

A Donatello, lo scultore più celebre dell’epoca, e al suo soggiorno senese tra il 1457 e il 1461 fa riferimento la lastra tombale di Giovanni di Bartolomeo Pecci, vescovo di Grosseto. Si tratta di una delle sole otto opere firmate dall’artista giunte fino a noi.

Giovanni Tofano Bell, campana fusa nel 1420 @Frick Collection

Nella sala più ampia una prima sezione esplora la capacità del bronzo di perpetuare la memoria nella scultura funeraria. La sezione successiva presenta un gruppo di significative medaglie che servivano a plasmare e promuovere l’immagine dei soggetti illustri come governanti, umanisti, banchieri, militari o prelati. 

Stupisce infine il gruppo di sei statue e statuette a tutto tondo, una tipologia che sfrutta le qualità del bronzo più pienamente di quasi ogni altro materiale. A differenza della pietra o del legno, la lega fusa è in grado di sostenere braccia protese, gambe sollevate e corpi in equilibrio oltre il proprio centro di gravità. 

Le statue monumentali affermano da sempre la propria presenza in spazi religiosi e civili. Ma qui non sono le dimensioni a determinare l’ambizione del progetto. Un piccolo bronzo poteva fungere da monumento in miniatura, invitando l’osservatore a girarvi attorno e dando forma a idee suscettibili di essere ingrandite in seguito. 

A Siena, questo tipo di sperimentazioni contribuirono a definire un linguaggio della scultura a tutto tondo destinato a ispirare artisti successivi, tra cui il giovane Michelangelo, che nel Duomo di Siena lavorò tra il 1501 e il 1504.

Un ultimo aspetto merita di essere sottolineato. La narrazione tradizionale del Rinascimento si concentra sul ruolo cardine di Firenze. Questa mostra, documentando gli straordinari risultati raggiunti dai maestri senesi nella lavorazione artistica del bronzo, invita a riconsiderare tale prospettiva: Siena, che all’epoca seguiva un percorso artistico legato a quello della sua rivale, ne tracciò un altro consapevolmente autonomo.

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I guappi di Schlein danno la caccia ai riformisti del Pd, e fanno il gioco di Conte

AP/LaPresse

A Elly Schlein non conviene proprio perdere pezzi del suo partito. Altrimenti, contro Giuseppe Conte, nel duello rusticano che si profila, rischia di soccombere. Già, perché è possibile, per non dire probabile, che queste benedette primarie saranno una sfida a due: lei contro lui.

Sembra la dinamica politica generale: con il turno unico, un terzo polo sembra un’avventura. Invece è partita la caccia. La caccia ai riformisti del Partito democratico. Si invocano purghe. Soprattutto da gente che non è del Pd: Marco Travaglio e le sue giornaliste, tipi come Andrea Scanzi, intellettuali come Marco Revelli – questi scrivono tutti sul Fatto – ma anche ex dirigenti o ex parlamentari che tifano Schlein. È un’arietta tardostaliniana che filtra sotto le porte del Nazareno e avvelena il clima interno. La causa è sempre la stessa. I riformisti reclamano chiarezza sul completo sostegno all’Ucraina, che sarebbe poi la posizione ufficiale così com’è scritta nella mozione parlamentare di mercoledì scorso. Quindi chi è “fuori linea” sono gli agitati turboschleiniani che di fatto sposano più la posizione di Conte – basta armi, cioè arrendetevi – che quella ufficialmente sostenuta dalla segretaria, sia pure con tutte le cautele e sottovoce per non disturbare il Conte russo, il Vronskij dei Cinquestelle.

I reprobi fedeli a Kyjiv – «zavorra» l’ha definita Scanzi come se fosse il responsabile organizzazione del Pd – sono bersagli sui social, sui giornali, nei conciliaboli, probabilmente anche in certe riunioni delle correnti che sostengono Schlein.

L’applauso a Giorgia Meloni dei senatori riformisti al passaggio sull’Ucraina ha fatto saltare i nervi a qualcuno. Peccato che il sostegno anche armato all’Ucraina sia la linea del socialismo europeo, dal premier britannico Andy Burnham a quello spagnolo Pedro Sanchez, dal candidato socialista francese Raphaël Glucksmann alla premier danese Mette Frederiksen.

Quella che perciò sta venendo fuori nel Pd non è dunque la quinta colonna di Matteo Renzi, ma semmai una posizione simile a quella di Conte, cioè l’avversario di Schlein.

Dunque, questi che danno la caccia ai riformisti tifando Elly stanno lavorando per il Re di Prussia – o di Russia – cioè Conte. Così, il tema del sostegno all’Ucraina sta diventando la principale linea di faglia tra i duellanti. Un discrimine talmente profondo che, per come si stanno mettendo le cose, sembra destinato a trascinarsi nei gazebo delle primarie. Elly Schlein rischia di farsi male. Vedremo cosa dirà la segretaria domani mattina all’assemblea nazionale del Pd chiamata a prolungarne il mandato.

La prima cosa che dovrebbe fare è unire il suo partito su una linea chiara che non può essere diversa da quella del socialismo europeo. E calmare i bollori degli stalinisti filocontiani che stanno avvelenando i pozzi.

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Il governo Meloni ha speso tra bollo e accise quasi quanto vuole ottenere dalle banche

Il governo Meloni ha un problema: l’esenzione del bollo auto e gli sconti a ripetizione sulle accise dei carburanti hanno già assorbito risorse che avrebbero potuto finanziare altre misure. La prima costerà 2,36 miliardi di euro nel 2027, di cui 1,46 coperti con risparmi accertati su interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza; per i secondi sono stati stanziati circa 2,27 miliardi nel 2026. In tutto fanno 4,63 miliardi distribuiti su due anni: quasi quanto i cinque che Giancarlo Giorgetti vuole ottenere da banche e assicurazioni nel solo 2027

In teoria, la manovra vale 23,5 miliardi di euro, secondo il Documento programmatico di bilancio che il ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione europea il 15 ottobre. Di questi circa tredici saranno finanziati facendo più debito. Per gli altri dieci miliardi e mezzo, invece, il governo dovrà trovare nuove entrate o tagliare altre spese. Giorgetti conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente il deficit per finanziare interventi nella difesa e nella sicurezza energetica. Il margine è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte serve a coprire spese già previste e non può essere utilizzata, per esempio, per tagliare le tasse. Il deficit dovrebbe così passare dal 2,9 per cento del PIL nel 2026 al 3,4 per cento nel 2027, per poi scendere al 3,2 nel 2028. Intanto Forza Italia chiede di estendere il taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre l’economia crescerà appena dello 0,8 per cento, secondo le previsioni del Tesoro.

Per finanziare una parte della manovra facendo più deficit, il governo conta su una deroga alle regole europee che permette di aumentare temporaneamente la spesa per la difesa e la sicurezza energetica. Lo spazio previsto è di circa 14 miliardi l’anno nel 2027 e nel 2028, ma una parte riguarda interventi già messi in conto. E soprattutto quei soldi possono essere utilizzati soltanto per le spese ammesse da Bruxelles, non per nuovi tagli delle tasse, che farebbero comodo ai partiti della maggioranza.

Per il resto, i margini sono esauriti. Lo ha chiarito il 12 ottobre l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), l’organismo indipendente che verifica le previsioni dei conti pubblici. Escluse le spese coperte dalla deroga, nel 2027 la spesa pubblica soggetta ai vincoli europei crescerà già dell’1,9 per cento, raggiungendo il limite previsto dal percorso di bilancio. I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni coprirebbero quasi metà delle risorse che il governo deve trovare per finanziare la manovra. E la richiesta non si fermerebbe al 2027: il Tesoro conta di incassare poco più di tre miliardi nel 2028 e circa 2,4 nel 2029. In tutto, 10,7 miliardi in tre anni, secondo i calcoli di Reuters.

La legge di bilancio 2026 aveva già previsto circa dodici miliardi di entrate dal settore finanziario e bancario fino al 2028, attraverso diverse misure. Tra queste, l’aumento di due punti dell’IRAP, l’imposta sulle attività produttive, con l’aliquota base salita al 6,65 per cento per le banche e al 7,9 per cento per le assicurazioni. Il governo ha anche rinviato al 2028 e al 2029 una parte delle deduzioni fiscali previste per il 2027 sulle perdite dei prestiti e su alcune svalutazioni contabili. Per altre perdite attese sui crediti, dal 2026 al 2029, gli sconti fiscali vengono distribuiti su cinque anni anziché essere riconosciuti subito. In questo modo lo Stato incassa più imposte nell’immediato, ma ne riceverà meno negli anni successivi. A queste misure si aggiunge la possibilità per le banche di liberare, dietro pagamento, le riserve accantonate per evitare la tassa sugli extraprofitti del 2023. Una parte dei dodici miliardi deriva quindi da entrate fiscali anticipate, alle quali Giorgetti vorrebbe ora aggiungere altri cinque miliardi nel solo 2027, senza aver ancora spiegato come incassarli. 

Il Documento programmatico di bilancio non indica quale imposta verrà applicata, come sarà calcolata e quanto dovranno versare rispettivamente banche e assicurazioni. Sembra quasi che il governo voglia vedere l’effetto che fa sull’opinione pubblica questa richiesta, prima di lavorare su una trattativa con l’Associazione bancaria italiana. Il ministro dell’Economia ritiene che gli istituti possano permettersi un ulteriore contributo, dopo gli utili favoriti dagli alti tassi d’interesse degli ultimi anni e le garanzie pubbliche sui prestiti durante la pandemia. Le banche, invece, sostengono di aver già fatto la propria parte e contestano una nuova richiesta dopo gli accordi raggiunti con il governo. Da Bangkok, dove partecipa agli incontri del Fondo monetario internazionale, ieri Giorgetti ha risposto che sono cambiate le circostanze economiche e quindi il governo chiederà uno sforzo aggiuntivo. 

L’Abi potrà trovare una sponda politica nella maggioranza grazie a Forza Italia, contraria a una nuova tassa sugli extraprofitti. Ma allo stesso tempo Antonio Tajani chiede tagli fiscali senza chiarire dove trovare le risorse. Il ministro degli Esteri vuole estendere la riduzione dell’Irpef al 33 per cento anche ai redditi tra 50mila e 60mila euro, introdurre nuove agevolazioni per i giovani e ampliare l’esenzione del bollo auto. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede appena 2,2 miliardi per l’insieme delle nuove misure fiscali. Se Forza Italia vuole evitare un altro prelievo sulle banche, dovrà anche spiegare come finanziare le proprie proposte.

Per le famiglie e la spesa sociale sono previsti circa cinque miliardi, mentre alla sanità dovrebbero andare altri 2,4 miliardi. Sono ancora cifre complessive: il documento non precisa quali prestazioni saranno aumentate, né chi riceverà i benefici. E la distribuzione delle risorse conterà parecchio, considerando che nel 2027 i consumi delle famiglie dovrebbero crescere appena dello 0,5 per cento in termini reali, dopo l’1,2 per cento stimato per quest’anno. 

In attesa di conoscere i dettagli della manovra, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha validato le previsioni economiche del governo, pur considerando ottimistiche quelle per il 2028 e il 2029. La crescita stimata dal Tesoro supera rispettivamente di 0,1 e 0,2 punti percentuali anche le previsioni più favorevoli degli esperti indipendenti consultati dall’Upb. Il rischio maggiore riguarda gli investimenti, soprattutto nelle costruzioni, che potrebbero rallentare con il progressivo esaurimento della spinta straordinaria del Pnrr. La nuova manovra dovrebbe aiutare, ma poco: sempre secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, alla fine del 2029 il Prodotto interno lordo sarebbe appena lo 0,3 per cento più alto rispetto a uno scenario senza nuovi interventi.

Una delle voci più consistenti della manovra riguarda la difesa, con circa 4,5 miliardi nel 2027. Il governo vuole utilizzare la deroga europea anche per rafforzare la sicurezza energetica, ma Bruxelles ha fissato condizioni precise: gli interventi devono contribuire a rendere più sicuri gli approvvigionamenti e a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La Commissione europea ha raccomandato l’autorizzazione per l’Italia l’8 ottobre, mentre restano da definire i passaggi con il Consiglio dell’Unione europea e le spese effettivamente ammissibili.

La deroga scadrà nel 2028. Alcuni degli impegni che il governo vuole assumere, però, continueranno a costare anche negli anni successivi. I nuovi sistemi di difesa, per esempio, richiedono manutenzione e spese di funzionamento. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha chiesto al governo di chiarire come intende finanziarli quando non sarà più disponibile il margine straordinario concesso dall’Europa. Le sue simulazioni indicano che, dopo il 2028, il percorso di risanamento potrebbe richiedere correzioni annue dei conti comprese tra lo 0,45 e lo 0,75 per cento del PIL, a seconda della durata del nuovo piano di bilancio. Sono scenari, non tagli già decisi. Ma rendono evidente una difficoltà: finanziare oggi spese destinate a continuare negli anni utilizzando una deroga temporanea può creare nuovi problemi quando quella deroga terminerà. Ma saranno problemi del prossimo governo.

A pesare sui conti sarà anche il debito pubblico, che secondo il governo raggiungerà il 138,5 per cento del PIL nel 2027, prima di iniziare a diminuire. Il problema è soprattutto quanto costa finanziarlo. Secondo un’analisi di Intesa Sanpaolo, la spesa per interessi passerà dagli 87 miliardi del 2025 a circa 103 miliardi nel 2027: sedici miliardi in più in due anni, che lo Stato non potrà utilizzare per altre politiche. La situazione potrebbe migliorare se l’Italia ottenesse una promozione dalle agenzie di rating. Standard & Poor’s assegna attualmente al debito italiano un giudizio BBB+, con prospettive positive: un passaggio ad A− potrebbe aumentare la fiducia degli investitori e contribuire a ridurre i tassi richiesti per acquistare i titoli di Stato. Non sarebbe però un risparmio automatico, né immediato: molto dipenderebbe dall’andamento dei mercati e i benefici si vedrebbero soprattutto sui nuovi titoli emessi per finanziare il debito.

Anche il rapporto con Bruxelles resta delicato. Il governo punta a riportare il deficit sotto il tre per cento del PIL nel 2026, una condizione importante per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Banca d’Italia ha però avvertito che il nuovo aumento del deficit previsto per il 2027 e il 2028 potrebbe complicare la valutazione delle istituzioni europee. L’UPB ha inoltre segnalato che anche piccoli scostamenti rispetto al 2,9 per cento previsto per quest’anno potrebbero compromettere il raggiungimento dell’obiettivo.

Il Tesoro conta anche su circa 1,2 miliardi di tagli alla spesa dei ministeri nel 2027, destinati a salire a quasi due miliardi l’anno nel 2028 e nel 2029. Ma il Documento programmatico di bilancio non dice ancora quali ministeri dovranno rinunciare alle risorse e quali attività subiranno i tagli. Non sarà semplice, considerando che la precedente legge di bilancio aveva già ridotto gli stanziamenti delle amministrazioni centrali. Bisognerà capire se Giorgetti riuscirà a risparmiare sui costi di funzionamento oppure se verranno sacrificati fondi destinati ai servizi e agli investimenti.

Altri settecento milioni dovrebbero arrivare dal settore dei giochi, con un gettito analogo previsto per il 2028 e circa 480 milioni nel 2029. Anche qui, però, mancano i dettagli. Il governo non ha ancora chiarito se intenda aumentare le imposte sul gioco, modificare le condizioni delle concessioni o intervenire in altro modo sugli operatori. Sono quasi due miliardi di entrate previste in tre anni, senza che sia ancora stata definita la misura per incassarli. Le risposte dovranno arrivare con il disegno di legge di bilancio.

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L’unico potere rimasto è insultare chi non rispetta gli impegni di lavoro (e chi non paga)

Più o meno un anno fa, un conoscente simpatico mi chiede un saggio breve per una rivista che nessuno legge e che non ha soldi per pagarmi. Gli dico di sì perché faccio sempre volentieri beneficenza a istituzioni culturali che non avevano ragione d’esistere neanche nel Novecento, figuriamoci adesso, e perché mi dà come scadenza aprile.

Capiterà anche a voi: vi chiedono una cosa per sei, nove, dodici mesi dopo, e voi dite ma certo, tanto quel giorno non verrà mai, e poi invece quel giorno viene sempre e voi avete accettato di andare a un matrimonio in Sicilia il giorno dopo un impegno non differibile a Londra e dovete fare biglietti assurdi e prendere taxi da trecento sterline alle quattro di mattina per arrivare dove avevate promesso d’essere (è un esempio ovviamente di fantasia, non ripenso affatto piangendo a quelle trecento sterline di taxi ogni giorno prima e dopo i pasti).

Il conoscente mi dice che ad aprile assemblano il numero che uscirà a settembre, e io penso che è una brutta fatica essere un’istituzione culturale squattrinata ma che si ostina a percepirsi prestigiosa e dover usare tipografie che ci mettono cinque mesi a stamparti: mi ricorda quegli aristocratici romani che hanno non so quanti pontefici nell’albero genealogico e d’inverno in casa tengono addosso il cappotto perché non possono permettersi la bolletta del gas.

La prima settimana d’aprile il mio romanzo va in tipografia e, libera da quell’incubo che è la chiusura d’un libro, scrivo subito la mia cosina per la PIC (Prestigiosa Istituzione Culturale): sono una che si bulla d’essere sempre puntuale con le consegne, e non sarà la squattrinatezza della PIC a farmi fare un’eccezione. Mando le mie paginette, poi me ne dimentico. Fino a giugno.

A giugno il conoscente mi scrive: ah poi se hai tempo ricordati di scrivermi quella cosa, e io penso che quindi non ha neanche controllato la mail, cialtrone, ma soprattutto che la scadenza era finta e due mesi dopo sono ancora lì a grattarsi la pancia, tipici cialtroni dell’industria culturale.

Lo insulto con moderazione, lui recupera la mail ormai invecchiata, mi ringrazia non molto cerimoniosamente perché come regola gli esponenti dell’industria culturale sono appunto come gli aristocratici decaduti – più hanno le pezze al culo più cercano di darsi un tono – e io torno a disinteressarmi di quel contributo, do per scontato che esca, me ne disoccupo.

Questa settimana – ottobre, quasi novembre – mi scrive una redattrice che mi dice che devo approvare l’impaginato col mio testo cui hanno fatto delle «piccole correzioni». Penso: ah, che tenera, Carneade della PIC che pensa di poter intervenire su un mio testo. Penso anche: ma quindi non usciva a settembre. Quindi la scadenza era doppiamente falsa.

Le scadenze false, lo dico se per caso siete massaie ricche che non hanno mai avuto un committente, si danno in due casi. Con collaboratori di conclamata cialtroneria, cui sai che chiederai una cosa per le otto e loro alle nove ancora non avranno creato il file in cui scriverla. O in quel caso che in psicologia si chiama «proiezione». Mi hanno dato una scadenza falsa perché sono dei cialtroni, ed essendo dei cialtroni danno per scontato lo siano anche gli altri.

Ora, io non vorrei scrivere dieci volte al mese l’articolo sul fatto che nessuno sa più fare nessun lavoro, e vi giuro che questo non è quel genere d’articolo, perché qui stiamo parlando non di chi sa o non sa fare un lavoro, ma della cattiveria del destino che ogni giorno mi fa pagare il fatto di non essermi accollata un marito e otto figli.

Qual è la caratteristica precipua dei mariti? Quella che si debbano ripeter loro le cose cento volte. Qual è la frase più detta dai mariti? «Adesso lo faccio». Caldaia rotta? Idraulico da chiamare? «Adesso lo faccio», «adesso» come i quattordici «adesso» delle quattordici volte in cui gliel’hai già detto. I figli sono tali e quali. I compiti? «Adesso li faccio».

Come Rossella O’Hara giurava che non avrebbe avuto fame mai più, io ho molto presto giurato che non mi sarei annoiata a ricordare a qualcuno che non mi pagava per fargli da segretaria che c’erano delle cose da fare. E la vita mi ha punito: non vuoi ripetere agli eventuali mariti e figli che devono fare il loro dovere? E io ti circonderò di gente che paghi perché faccia il suo dovere, e alla quale devi ripeterlo lo stesso allo sfinimento, sventolando fatture e bonifici. La tua vita sarà un gigantesco «Questa donna pagata io l’ho», ma nessuno sverrà per l’umiliazione: continueranno allegramente a fottersene.

Ho un’avvocato (è una donna, lo dico perché magari passa di qui Carneade della PIC che gongola «ah, Soncini non sa mettere gli apostrofi, vedi che facevo bene a correggerla», mai sospettando che la lingua italiana sia fatta esattamente così: il femminile del sostantivo lo fa l’apostrofo) che deve presentare una citazione in giudizio per mio conto da quattro anni, quasi cinque. Naturalmente non dice «adesso lo faccio», perché le fatture garantiscono una minuscola variazione, rispetto alla comunione dei beni. La frase del(la) professionista che paghi e ciononostante devi inseguire e supplicare è: stavo proprio per farlo.

Ho un commercialista che ogni anno deve farmi un conteggio a settembre, e ogni anno io lo inseguo da settembre a novembre, in un arco drammaturgico che va dalle richieste in toni normali e civili di quelli che si usano tra adulti, ai solleciti garbati, agli insulti, alle minacce, e la risposta è invariabile: stavo proprio per farlo.

L’anno scorso ho stabilito la regola che, per ogni giorno che mi faceva aspettare una risposta, io avrei tardato una settimana a pagargli la prossima fattura: gliel’ho scritto sentendomi risoluta e perentoria e protagonista del mio tempo e della performance.

Quando qualche mese fa mi ha scritto la segretaria facendomi presente che non avevo pagato la fattura annuale, io mica volevo sembrare una che non paga puntualmente: le ho mandato lo screenshot della minaccia minacciosa dell’anno prima come motivazione del mio ritardo. Lei avrà pensato che ero completamente pazza, perché la storia del cinema ci ha insegnato che noi che abbiamo ragione facciamo sempre la figura delle pazze furiose.

Io non so quando la mia vita ha dirazzato. Ero l’incarnazione di quel verso di Daniele Silvestri: io, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente. Mi ero costruita un’esistenza a misura di egoismo, a misura di indipendenza, a misura di non dover scendere a compromessi coi caratteri degli altri. Poi chissà cos’è successo, e ora eccomi qui, a cercare invano di farmi richiamare dal commercialista, dall’avvocato, dalla manicure che mi ha dato appuntamento all’ora che preferiva lei e poi non riesce a rispettarlo, dal pastificio che deve dirmi se si degna di mettermi da parte i tortellini da cinquanta euro al chilo.

Poi alla Carneade ho scritto che se aveva quel tono mi riprendevo il mio pezzo e care cose a lei e famiglia, e lei penserà che forse non è stata abbastanza gentile (non lo è stata), che forse non è una buona idea darsi tanto più tono quanto meno ce lo si può permettere (non lo è), che forse bisogna essere servili come Richard Gere chiedeva ai commessi d’essere con Julia Roberts, quando una s’incomoda a regalarti un lavoro (bisogna esserlo). Ma la più impresentabile verità è che, se l’inadeguata rappresentante della PIC fosse stata una che pagavo per essere efficiente, avrei tollerato la sua inefficienza, perché tollerarla sarebbe stato sì stremante, ma comunque meno faticoso che cercare un’altra legale, un altro commercialista, un’altra manicure, un altro pastificio.

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L’asse delle autocrazie usa la guerra per rafforzarsi

Corea del Nord esercito

I droni iraniani venduti alla Russia per bombardare l’Ucraina sono cambiati più volte in questi quasi cinque anni di guerra. Sul campo di battaglia, gli ingegneri di Mosca li hanno modificati per renderli più efficaci contro le difese ucraine, aggiornandoli anche con componenti cinesi. Le tattiche sperimentate in guerra e le tecnologie sviluppate per migliorare quei velivoli possono ora tornare a Teheran, insieme all’esperienza accumulata dall’esercito russo. Quello che era cominciato come uno scambio di armi fra due autocrazie si è trasformato in un circuito di innovazione militare, nel quale anche gli altri partner possono imparare e trarre vantaggio.

Questo dettaglio militare aiuta a spiegare l’evoluzione nella cooperazione fra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, con la guerra in Europa come laboratorio. I quattro regimi non hanno un comando militare comune, né hanno accordi che li obbligano a intervenire nelle guerre altrui. Anzi, in alcuni contesti continuano a perseguire interessi divergenti. Eppure, stanno imparando a mettere a sistema tecnologie e conoscenze operative.

Negli ultimi anni in molti hanno provato a tracciare i contorni dell’asse delle autocrazie – ribattezzato anche Crink, asse del disordine, asse del male, internazionale delle dittature. Le relazioni fra i quattro Paesi apparivano soprattutto come una serie di scambi bilaterali, ciascuno motivato da esigenze immediate. La Russia aveva bisogno di droni iraniani, munizioni nordcoreane e componenti cinesi; gli altri membri ricavavano dal sostegno a Mosca denaro, tecnologia, protezione diplomatica e occasioni per rafforzare i propri apparati militari.

Adesso la cooperazione è cambiata, ha assunto una dimensione diversa. Non è ancora un’alleanza militare tradizionale, con un comando integrato, obblighi di intervento reciproco e una strategia comune per ogni teatro operativo. I quattro regimi continuano a difendere anzitutto i propri interessi. «Stanno affinando la loro cooperazione per rendere i loro partner più resilienti – e più pericolosi per gli Stati Uniti – limitando al contempo costi e rischi», scrivono su Foreign Affairs Andrea Kendall-Taylor (Senior Fellow e Direttrice del Programma di Sicurezza Transatlantica presso il Center for a New American Security) e Richard Fontaine (amministratore delegato del Center for a New American Security). L’asse delle autocrazie, insomma, ha imparato a rendere complementari le proprie capacità, e di compensare alcune delle debolezze dei singoli membri.

La storia dei droni russi è l’esempio più evidente. E Mosca ha istituito anche una propria forza militare dedicata ai sistemi senza pilota per rendere strutturale questo processo. I nuovi droni Geran a propulsione a reazione, più veloci e capaci di trasportare carichi maggiori rispetto alle versioni precedenti, rappresentano un ulteriore passo in questa direzione. Se sistemi analoghi venissero impiegati in Medio Oriente nel conflitto in corso, difendere le basi americane e le infrastrutture energetiche regionali potrebbe diventare più difficile e costoso.

Anche la Corea del Nord sta traendo vantaggio da questo laboratorio condiviso. Secondo le informazioni citate dai due autori di Foreign Affairs, Mosca ha raggiunto un accordo per aiutare Pyongyang ad aumentare la produzione di droni sul modello degli Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno potuto acquisire esperienza lavorando negli impianti russi, mentre i soldati inviati a combattere al fianco di Mosca hanno osservato direttamente come integrare i velivoli senza pilota nelle operazioni militari contemporanee. La Cina, a sua volta, ricava informazioni preziose sulle prestazioni delle proprie tecnologie nei combattimenti reali e ha fornito addestramento sulla guerra con i droni ai propri militari attraverso le forze russe. È così che il lavoro della Russia sulla tecnologia iraniana può produrre ricadute sulle capacità militari di tutti e quattro i Paesi.

Già da tempo la cooperazione tra Russia, Cina, Corea del Nord e Iran va oltre il campo di battaglia. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi del petrolio, offrendo al Cremlino entrate aggiuntive e contribuendo alla recente decisione di Donald Trump di allentare temporaneamente alcune restrizioni sulle esportazioni petrolifere russe. Nel frattempo, l’apertura del fronte mediorientale ha costretto Washington a spostare risorse militari dall’Indo-Pacifico verso il Golfo: sistemi di difesa aerea, munizioni e portaerei che non possono essere impiegati contemporaneamente in tutti i teatri. Per Pechino, la riduzione della presenza militare americana nel Pacifico occidentale costituisce un’opportunità strategica, anche senza un suo intervento diretto nella guerra.

Il collante dell’asse del male non è certo un’identica visione del mondo, né la volontà di combattere tutti insieme. Kendall-Taylor e Fontaine lo individuano nella convinzione che la potenza americana possa limitare, isolare e punire ciascuno di questi regimi, preso singolarmente, arrivando a minacciarne la sopravvivenza. Per questo, osservano i due autori, il fatto che i quattro Paesi evitino generalmente di combattere le guerre l’uno dell’altro non dimostra che l’asse stia perdendo coesione: «Questa moderazione non è un segnale di indebolimento dell’asse, ma una caratteristica distintiva del modo in cui funzionano queste partnership». La cooperazione non richiede che i regimi condividano ogni obiettivo o siano disposti a correre gli stessi rischi. Al contrario, la capacità di sostenersi reciprocamente senza esporsi troppo è uno dei suoi punti di forza.

C’è però un’altra parte della storia, e riguarda gli Stati Uniti. Washington dispone ancora di una superiorità considerevole in termini di risorse economiche e tecnologiche, capacità militari e numero di alleati. Però l’amministrazione Trump ha reso il resto dell’Occidente meno disposto a seguirlo nelle sue decisioni scellerate e improvvisate di politica estera. Anche l’uso di dazi come una clava per minacciare l’Europa e il Canada, e tutto il suo approccio transazionale alla diplomazia hanno eroso la fiducia negli alleati americani.

Kendall-Taylor e Fontaine propongono allora un cambio di rotta, una risposta all’asse delle autocrazie che parte da un imperativo apparentemente modesto: «Non fare altri danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse», scrivono. Washington dovrebbe rafforzare le catene di approvvigionamento condivise con i partner, facilitare la circolazione delle tecnologie e aiutare gli alleati a sviluppare maggiori capacità di difesa. Ma soprattutto dovrebbe smettere di trattare le proprie relazioni internazionali come transazioni da rinegoziare di continuo. «La questione è quale rete saprà sfruttare meglio le proprie risorse».

È questa la partita che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno imparando a giocare: non hanno bisogno di diventare un’alleanza compatta, né di combattere sempre insieme per danneggiare le democrazie. Basta che sappiano collaborare quando conviene, scambiarsi ciò che manca e sfruttare le conseguenze delle crisi aperte dagli altri. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse e strumenti per fermarli. Certo, fin quando Trump sarà alla Casa Bianca sarà tutto più difficile.

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L’era del post-lavoro non sarà la fine dell’occupazione, ma un nuovo modo di organizzare le aziende

Sentiamo ripetere continuamente che le in- credibili tecnologie in arrivo elimineranno la quasi totalità dei lavori. Forse tutto questo è vero. Al momento non sembra però che il risultato delle nuove tecnologie sia quello di elimina- re lavoro. Il lavoro sicuramente cambierà (come, d’altra parte, è sempre cambiato), ma che venga eliminato non è poi così si- curo. Anche in Giappone, che più di ogni altro Paese ha fatto la scelta di affidarsi alle nuove tecnologie, non si vede la scomparsa del lavoro, nemmeno nei settori in cui la robotica e le nuove tecnologie vengono usate più massicciamente. A livello di scenario possibile, è ovviamente concepibile la possibilità di una società senza lavoro, ma non credo che questo sia il punto centrale.

Molto più interessante è capire che l’idea contemporanea di lavoro è uno strato superficiale minimo dell’esperienza storica di lavoro. Dobbiamo stare attenti a non dare per scontato che l’esperienza degli ultimi cento o centocinquant’anni rappresenti un punto di arrivo senza alternative. D’altra parte, l’idea che il lavoro non sia la fonte onnicomprensiva della nostra identità è già visibile oggi, soprattutto tra i giovani. Cerchiamo di non dare per scontato che l’esperienza delle ultime generazioni sia universale. Il mondo del lavoro dalle 9 alle 5 rappresenta solo un breve istante dell’esperienza umana.

Se questo è vero, una società del post-lavoro non significa un modello in cui le persone occupano il proprio tempo libero giocando ai videogiochi, bevendo e drogandosi. Casomai, una società del post-lavoro è uno spazio in cui la natura del lavoro è stata radicalmente trasformata e l’occupazione tradizionale è diventata in gran parte obsoleta a causa del progresso tecnologi- co, di nuovi modelli sociali e di nuovi modelli organizzativi. Il progresso tecnologico sarà certamente importante, ma non sarà l’unico elemento determinante. I cambiamenti socia- li, per esempio l’invecchiamento della popolazione, saranno altrettanto rilevanti. A mio giudizio, l’elemento fondamentale della società del post-lavoro sarà quello dei cambiamenti organizzativi.

Il post-lavoro sarà lavoro che non dipenderà dagli attuali modelli organizzativi, che non si baserà su imprese tradizionali e sulla differenza tayloristica fra chi decide e chi esegue. Potrebbe anche essere una società che assume il modello cooperativo come suo fondamentale principio organizzativo e valoriale. Per capire come potrebbe essere una società che mette al centro del suo funzionamento il modello dell’impresa cooperativa non dobbiamo pensare alla salute dell’attuale movimento cooperativo. Vediamo invece le potenzialità del modello.

Già oggi, i dati raccolti da Erdal mostrano che molte aziende possedute dai lavoratori danno ottimi risultati, sono spesso più produttive, sopravvivono meglio delle aziende tradizionali nei periodi difficili, durano più a lungo, hanno un turnover dei dipendenti basso e offrono pure buoni servizi: i loro clienti tendono a valutarle più positivamente rispetto alla concorrenza strutturata in modo convenzionale6 . Il problema, caso- mai, risiede nell’ortodossia economica che proprio non riesce a credere che aziende di proprietà dei dipendenti possano es- sere la norma. Il nodo da affrontare diventa pertanto quel- lo della sottostante teoria economica.

Tratto da “Pensare l’impensabile” di Roberto Poli, Egea, 160 pagine, 18,81 euro

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E se tornassimo a fare l’unboxing del ristorante?

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Com’era andare al ristorante prima dei social? Ve lo ricordate? Spesso, prima di entrare non si sapeva quasi niente. Si conosceva l’indirizzo, forse il nome dello chef, magari il parere di qualcuno che ci era stato. Si telefonava per prenotare e, se dall’altra parte rispondevano che non c’era posto, si provava un’altra sera. Il menu lo si scopriva al momento dell’ordinazione. Un piatto poteva piacere moltissimo e restare senza fotografia: se ne parlava il giorno dopo, cercando parole abbastanza precise per raccontarlo. Quella ristorazione e quel momento storico non erano necessariamente migliori. Le guide e i critici avevano un potere enorme e il passaparola correva soprattutto dentro cerchie sociali già formate. Trovare un piccolo locale fuori dai percorsi conosciuti poteva essere difficile quanto farsi trovare, per chi lo gestiva. Ma la cena conservava una quota di incertezza, si poteva ordinare male e rovinarsi la serata, o si poteva incontrare per caso un posto in cui tornare per anni.

Adesso, spesso, si arriva con un’idea già chiara in testa. Si è visto l’interno in un video, si conosce il piatto che «bisogna» prendere, si sa da quale lato del tavolo cade la luce migliore. Il menu continua a essere una scelta, ma è preceduto dalle scelte di centinaia di sconosciuti. È cambiato anche il racconto del cibo: Eater London ha osservato⁠ come, alla fotografia impeccabile di Instagram, si siano affiancate immagini volutamente più spontanee e disordinate. Anche la spontaneità, ormai, ha una sua estetica e pare che quella attuale sia fatta di tavole scomposte, più che di pulizia e ordine. Proprio come se volessimo cristallizzare ancora di più l’esperienza, più che il piatto in sé. La versione fotografica della sensazione, più che quella di reportage della descrizione.

Per i ristoratori i social sono diventati una parte del lavoro, e mostrare i piatti, raccontare chi li prepara, seguire i commenti, è ormai parte del gioco, proprio come il servizio. In un reportage del ⁠Guardian⁠, Fallow, a Londra, appare come il caso estremo di questa trasformazione: un ristorante capace di produrre contenuti con una squadra dedicata e di raggiungere un pubblico enorme attraverso i propri canali. Per un locale indipendente, la stessa visibilità può essere una possibilità concreta, anche se richiede competenze e ore che un tempo si dedicavano ad altro.

La velocità, però, ha un costo. Un video può riempire una sala in poche ore e creare aspettative che la cucina non ha scelto. Il Guardian⁠ ha raccontato⁠ come le code nate online possano aiutare un’attività e, insieme, mettere sotto pressione personale e servizio. Il cliente aspetta ciò che ha visto sullo schermo; se il piatto reale non coincide con quel ricordo anticipato, la delusione comincia prima dell’assaggio.

Sarebbe troppo semplice attribuire ogni tavolo pieno a un algoritmo. Il Financial Times⁠ ha esaminato le prenotazioni⁠ di cinque ristoranti britannici: per alcuni hanno pesato i video, per altri le recensioni sui giornali o un riconoscimento Michelin. In fondo, il passaparola non è scomparso, ma viaggia attraverso più persone e più mezzi, con una rapidità che può rendere famoso un locale prima che abbia trovato la sua giusta misura e il suo equilibrio, fatto di mille aspetti che in fase di progettazione non si riescono a percepire tutti insieme.

A cambiare è anche il lavoro di chi racconta la ristorazione. Un tempo la critica arrivava dopo la visita e si assumeva il compito di descrivere un’esperienza che il lettore non poteva ancora vedere. Oggi le immagini circolano subito, insieme a inviti, pasti offerti e collaborazioni la cui natura non è sempre evidente. Sempre il ⁠Guardian⁠ ricostruisce come si sia formato questo rapporto tra ristoranti, uffici stampa e creatori di contenuti: è una ragione in più per chiedere a chi consiglia un posto come ci sia arrivato e chi abbia pagato il conto.

Forse la nostalgia riguarda soprattutto il tempo della cena. Quando si poteva entrare senza aver studiato la sala, ascoltare chi serviva per capire cosa ordinare, lasciare che un piatto fosse semplicemente buono senza doverlo trasformare in una prova visibile. Quel tempo è ancora possibile e comincia quando si intercetta un ristorante per caso, arriva il menu e si accetta di non sapere già come andrà a finire.

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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Carnia, il ritorno dei giovani in malga e il prezzo giusto dei formaggi d’alpeggio

@ForMandi

Ilaria Piazza è la terza generazione della famiglia che sale in alpeggio alla Malga Vinadia Grande, sulle montagne della Carnia, per pascolare vacche e capre e poi preparare il formaggio e la ricotta. Ilaria sale in malga con il compagno e porta avanti una tradizione che il padre ha ereditato dal nonno. «È una vita bella, ma dura» ammette, certo meno comoda della scrivania a valle, ma se le chiedi perché non molla tutto e ritorna in paese risponde: «No, è giusto che io sia qui».

Fa quasi commuovere questa dichiarazione d’amore e di responsabilità, che poi è probabilmente la stessa dei giovani malghesi di nuova generazione, quelli che potevano andarsene in città e magari l’hanno fatto durante gli studi, ma hanno scelto di tornare tra le montagne per restituire centralità alla tradizione e ridare bellezza ai sapori.

Nasce per promuovere questo movimento spontaneo, per proteggere un patrimonio di storia e qualità, il progetto ForMandi, che domenica 18 ottobre porta nel borgo di Sutrio un percorso del gusto che offre ai cheese-lover degustazioni tra le vie del centro, con piatti della tradizione e formaggi di malga, ma mette sul tappeto un interrogativo forte sul futuro delle malghe.

Sutrio, ph.Fabrice Gallina
Sutrio, ph.Fabrice Gallina
@ForMandi
@ForMandi

Piccoli magazzini, piccoli prezzi
Per capire gli interrogativi sul futuro, basta entrare nel magazzino di stagionatura di una malga. È piccolo e dopo un mese di alpeggio è già pieno di forme. È in quel momento che arriva il “commerciante” – in valle lo definiscono con questo termine generico – perché sa che il malghese deve liberare spazio e un’alternativa non ce l’ha. «Così il formaggio di malga carnico finisce per essere venduto tra i 10 e i 12 euro al chilo – chiosa Enzo Marsilio, coordinatore del progetto ForMandi – un prezzo che non paga nemmeno i costi».

I conti son presto fatti: «Se consideri una malghetta piccola in cui sono impiegate tre persone, devi pagarle per tre mesi, ma se fai il conto del prodotto che riescono a lavorare tu con la vendita non arrivi neanche a pagare loro tre. E poi ci sono tutti gli altri costi». È evidente allora che il prezzo del formaggio di malga «non è assolutamente remunerativo – dichiara Marsilio a chiare lettere – rispetto a quello che rappresenta in termini di valore per la qualità di prodotto, per le lavorazioni necessarie, per il valore ambientale che il sistema genera».

Baluardi preziosi, che oggi si confrontano con la durezza del cambiamento climatico. «Il caldo sta diventando un problema – spiega Marsilio – perché le vecchie sale di stagionatura con i muri spessi una volta erano spazi eccezionali per stabilizzare la temperatura, ma oggi non bastano più, perché non c’è tanta differenza termica tra giorno e notte». C’è poi la questione acqua: quasi nessuna malga ha sorgenti naturali, quindi servono vasche di accumulo. Quest’anno, con la siccità, in alcune malghe qualcuno doveva salire a portare l’acqua ogni due giorni.

@ForMandi
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Sentinelle (affaticate) d’alta quota
Sui monti della Carnia le malghe ancora attive sono una cinquantina. Dalla fine di giugno a metà settembre i malghesi portano in alpeggio le mandrie a pascolare libere nei prati in quota. Sono queste donne e questi uomini che presidiano le malghe le vere «sentinelle d’alta quota». Sono aziende zootecniche vive (per lo più familiari), custodi di biodiversità e baluardi contro il dissesto idrogeologico.

Cosa succede infatti quando una malga si ferma? «Io vi vorrei portare in malghe che non sono più monticate – afferma Marsilio senza giri di parole – perché in quei luoghi ormai non c’è più niente. La natura ha ripreso tutti gli spazi possibili, quindi si chiude tutto e questo pone anche un problema di biodiversità».

Un tempo ogni paese, anzi ogni frazione aveva la propria malga e d’estate tutte le bestie del paese salivano in quota. «Ogni famiglia aveva una mucca. Due o tre mucche, era normale», ricorda Marsilio. È stato sempre così in Carnia, fino al terremoto del 1976. E ancora oggi, in alcune malghe, funziona esattamente così: i malghesi portano al pascolo gli animali di più fattorie del paese e ripagano i proprietari con il formaggio, mentre rivendono la rimanenza.

@ForMandi
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È un sistema sociale, basato per il novanta per cento delle malghe friulane sulla proprietà pubblica. «Le malghe sono dei comuni – spiega Marsilio – ma son tutti comuni piccoli e faticano a reggere le spese di manutenzione o ristrutturazione. La Regione copre l’ottanta per cento del costo di intervento, ma qui ormai non si parla di centomila euro di lavori: su un intervento da due milioni, il comune dovrebbe mettere quattrocentomila euro, ma è più dell’intero bilancio annuale. E poi le concessioni durano cinque anni, troppo pochi per ammortizzare un investimento». Una delle proposte avanzate è allora che la comunità montana, che ha più risorse, prenda in carico le malghe dei comuni in difficoltà con una concessione novantanovennale.

Oggi tutto è più difficile, non mancano lo scoramento e la rabbia. Eppure c’è un segnale positivo. «Negli ultimi dieci anni sono tornati tantissimi giovani – chiosa Marsilio – e infatti dieci anni fa la situazione era molto più drammatica di oggi». Le aziende agricole di fondovalle, quelle che d’estate salgono in malga, «sono riuscite, sembra quasi impossibile, ad avere un ricambio generazionale. E molte sono guidate da donne».

È da qui che parte un progetto triennale di PromoTurismoFVG e della Pro Loco di Sutrio per raccontare il distretto delle malghe, i malghesi e il loro prodotto, per renderli visibili e sostenerli in tutte le criticità che affrontano.

Una via d’uscita dal commerciante
La comunicazione però non basta, perché se è vero che un turismo di qualità – capace di valorizzare la qualità prodotta in malga – è un volano straordinario, serve un intervento anche sul mercato.

La soluzione su cui si sta lavorando è semplice. Quasi tutti i malghesi sono soci dei due caseifici di valle – a Sutrio e a Enemonzo – a cui in inverno conferiscono il latte. «La cosa più normale – rimarca Marsilio – è che tutto il formaggio di malga, salvo quello venduto direttamente in loco, venga conferito e siano i due caseifici ad acquistarlo per distribuirlo sulla loro rete. Si parla di cinque/seimila forme in una stagione, ma questa produzione deve essere valorizzata con una remunerazione per i malghesi».

@ForMandi
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L’ostacolo è la normativa: il formaggio acquistato non può stare nello stesso magazzino di quello prodotto in caseificio. Servono magazzini separati, a norma, con ingressi e uscite indipendenti. Si stanno studiando linee di finanziamento dedicate e progetti di integrazione.

Nel frattempo – in occasione di ForMandi – sarà battuta un’asta dei migliori formaggi di malga per l’horeca, un momento utile per disintermediare il rapporto con quel mondo ristorativo che dovrebbe essere il co-protagonista di un percorso di valorizzazione della produzione in alpeggio.

Un formaggio che cambia ogni giorno
Al centro del progetto ForMandi c’è – appunto – il formaggio di malga. È un’eccellenza, eppure proprio la sua natura lo rende difficile da vendere. «Il formaggio di malga non può essere considerato standardizzato» spiega Marsilio. «Basta seguire una stagione in malga e assaggiare le forme dopo due mesi: stessa lavorazione, stessi animali, stesso casaro… Eppure il prodotto differente. Perché influiscono il caldo, la pioggia, quello che mangiano, la presenza di più o meno acqua». Se in un pascolo, per esempio, cresce l’aglio orsino, il formaggio di quella malga avrà profumi molto più forti.

Il confronto più amaro è con l’Austria, a una trentina di chilometri. «Lì il formaggio è molto più basico e standardizzato – sostiene Marsilio – perché tutto viene pastorizzato e quindi la qualità è omogenea, ma il prezzo è il doppio del nostro. Per paradosso i nostri formaggi sono unici, straordinari… e molti appassionati vengono dall’Austria a comprare qui per metà prezzo».

@ForMandi
@ForMandi

Le piastrelle e la tradizione
C’è poi il nodo delle regole. Una malga non è un caseificio di pianura – mancano l’acqua e spesso l’energia elettrica – eppure le regole sono in teoria ferree. «Non si può considerare la lavorazione in malga come quella nel caseificio industriale di pianura – avverte Marsilio – eppure a ogni ristrutturazione l’azienda sanitaria chiede piastrelle e cappe, mentre poche malghe conservano ancora il pentolone sul fuoco. In realtà il nodo igienico non è nelle piastrelle, ma eventualmente nell’abitudine del malgaro. Una volta c’erano i pavimenti in pietra locale a terra e le malghe erano pulite, perché la cultura di chi è in malga è che la pulizia è uno degli elementi essenziali».

Il tema più delicato è l’utilizzo del latte crudo, che è lo stesso da secoli eppure oggi sembra diventare un problema. Solo che – avvertono dalla Carnia – non può esserci una normativa più ristretta per le malghe di montagna e meno per altri blasonati formaggi italiani. Serve una scelta nazionale.

Fa storia il caso di Albano, uno che da cinquant’anni va in malga e lavora ancora il formaggio “come una volta”. I veterinari lo controllano assiduamente in Malga Lavareit, eppure quando vanno a fare le analisi sulla qualità del latte e del formaggio è tutto perfetto. E quando si è trattato di ampliare la malga, gli hanno proposto di rinnovare i locali di caseificazione con piastrelle e tecnologia. «Non esiste», ha risposto con il tono di uno che vive la resistenza sulle montagne. Alla fine il caseificio resterà com’è e come è sempre stato.

Malga Meleit @ForMandi
Malga Meleit @ForMandi

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Trump sulla nuova portavoce: Ho detto a Katie Zacharia di riconsiderare il suo incarico

(Agenzia Vista) Usa, 17 ottobre 2026
“Katie è stata trattata molto male dai media; molto, molto male, in modo davvero ingiusto, a mio parere. Ne ho appena parlato con lei. Le ho chiesto: “Katie, sei sicura che faccia per te?”. Perché, sa, è stata trattata in modo molto duro, eppure è una brava persona, una persona davvero squisita. La seguo in televisione da anni, ma le ho detto: “È davvero quello che vuoi, Katie? Onestamente, non ne hai bisogno; non meriti di essere trattata così”. I “fake news” – o meglio, i media in generale – sono stati molto duri con lei. Ieri sera è apparsa nel programma di Sean Hannity, che è stato piuttosto severo; stamattina l’ho vista su Fox & Friends ed è successo lo stesso. È stata trattata, direi, in modo piuttosto sgradevole. Proprio due minuti fa le ho detto: “Katie, sai, non sei obbligata a farlo se non vuoi”. Lei ha risposto: “È molto più dura di quanto pensassi”. E io le ho ribattuto: “Benvenuta nel mondo di Trump”. Resterà con voi? Lascerò che sia lei a decidere. Esatto. Sì, è una brava persona, una persona fantastica. Ed è stata trattata in modo brutale. Le ho chiesto: “Vuoi davvero vivere così?”. «Non credo che la smetteranno mai». E sai, Caroline ha fatto un ottimo lavoro. Uh, penso che forse anche Katie potrebbe farcela, ma Katie ha avuto un inizio in cui i media sono stati davvero cattivi con lei. Non ho mai visto niente del genere. In realtà, le ho suggerito di riconsiderare la sua scelta. Le ho detto: «Onestamente, se fossi al tuo posto, ci ripenserei. Riflettici bene, ma io riconsidererei». Ha un marito meraviglioso e una bella famiglia. Ieri ho incontrato i suoi familiari; hanno dei figli splendidi, sembrano usciti da una cartolina. Le ho detto: «Dovresti ripensarci, perché non credo tu voglia passare attraverso tutto questo». Cosa vorresti che facesse? Voglio solo che sia felice, e lei ha sofferto molto negli ultimi giorni. Non sto dicendo che non faccia per lei, ma le ho ripetuto che, se vuole essere felice nella vita… comunque, farò qualunque cosa lei desideri. Quanto tempo le concederai? Vuoi che resti? Uh, ne parlerò con lei quando tornerò. Stiamo andando a un grande comizio: ci saranno tantissime auto, un sacco di gente, una folla enorme, sai com’è. Ne parlerò con lei stasera o domani. Le ho solo suggerito di riconsiderare la sua decisione, perché penso che la stampa si stia comportando in modo davvero ingrato”, lo ha detto il Presidente Usa Donald Trump.
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Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Tv7 - Puntata del 16/10/2026

Le truffe online realizzate con l'intelligenza artificiale aprono la puntata, con le testimonianze delle vittime di raggiri basati sulla clonazione delle voci e sui deepfake. Un approfondimento sulle nuove frontiere del cybercrimine e sui meccanismi di un mercato criminale internazionale. Spazio poi alle tecniche investigative e alle analisi scientifiche, a partire dal caso delle due donne morte a Pietracatella, per comprendere come le nuove tecnologie contribuiscano alla ricerca delle prove. Dall'Afghanistan, un reportage racconta la condizione delle donne a cinque anni dal ritorno al potere dei talebani, tra privazione dei diritti e isolamento internazionale, con un'intervista a un rappresentante del governo di Kabul. In Messico, il dramma delle sparizioni legate ai cartelli della droga attraverso le storie delle madri che cercano i resti dei propri figli e la testimonianza di un sicario. Un approfondimento è dedicato alla neurodivergenza e al crescente interesse delle grandi aziende tecnologiche e finanziarie per competenze e modalità di pensiero differenti. Dal TTG Travel Experience di Rimini, le nuove prospettive del turismo tra intelligenza artificiale, robotica e innovazione. Infine, un incontro con Susan Sarandon, tra cinema, impegno civile e battaglie politiche. Dagli archivi di Tv7 del 1963, le testimonianze dei sopravvissuti al rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, a vent'anni dalla deportazione.

© RaiNews

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TG3 Chi è di scena del 17/10/2026

Rubrica di informazione teatrale e dello spettacolo dal vivo; prosa, danza, arti performative. Servizi intermezzi/approfondimenti d'autore con artisti e drammaturghi. A cura di Giovanni Battista Tomassini

© RaiNews

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Il Cremlino al Pontefice: “Lavoriamo insieme per proteggere i cristiani nel mondo”. Parolin: “Spero che Mosca accetti di mettere in atto la richiesta del Vaticano”. Zakharova: L’Italia obbedisce ai padroni di Bruxelles

© RaiNews

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Jovanotti abbraccia e si inchina a Gianni Morandi sul red carpet della Festa del Cinema di Roma

(Agenzia Vista) Roma, 16 ottobre 2026
Siparietto sul red carpet della Festa del Cinema di Roma tra Jovanotti e Gianni Morandi. L’artista si è prima inchinato di fronte a Morandi e poi lo ha abbracciato calorosamente davanti ai fotografi, prima di fare il suo ingresso all’evento.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Morandi alla presentazione del film su Jovanotti: Un grande artista e un amico

(Agenzia Vista) Roma, 16 ottobre 2026
“Poi me lo sento anche amico, mi ha scritto anche delle belle canzoni per me”. Lo ha detto il cantante Gianni Morandi a margine della presentazione del film su Jovanotti all’Auditorium Parco della Musica.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Jovanotti posa per i fotografi con moglie e figlia sul red carpet della Festa del Cinema di Roma

(Agenzia Vista) Roma, 16 ottobre 2026
Jovanotti ha posato per i fotografi sul red carpet della Festa del Cinema di Roma insieme alla moglie e alla figlia, prima di concedersi al pubblico e fare il suo ingresso all’evento.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Jovanotti abbraccia i registi del film su di lui ‘Lorenzo’ al Festival del Cinema di Roma

(Agenzia Vista) Roma, 16 ottobre 2026
Jovanotti si è fermato sul red carpet della Festa del Cinema di Roma per abbracciare i registi del film “Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti”, prima di salutare il pubblico e accedere all’evento.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Jovanotti arriva sul red carpet del Festival del Cinema di Roma e firma autografi ai fan

(Agenzia Vista) Roma, 16 ottobre 2026
Jovanotti si è fermato sul red carpet della Festa del Cinema di Roma per firmare autografi e salutare i fan prima di accedere all’evento.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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La portavoce Rete degli studenti medi: «La nostra battaglia per tutti contro le follie della destra»

«Il dissenso va ascoltato, garantire il dialogo e il diritto alla partecipazione è una responsabilità delle istituzioni». Angela Verdecchia, studentessa di Lettere classiche a Macerata e portavoce della Rete degli […]

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Gli Ultrasuonati

JAZZ ITALIA Spiccare il volo Nuove energie da giovani musicisti che non si lasciano intimidire dall’avere alle spalle giganti delle idee e del suono afroamericano, ma li usano come trampolini […]

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Firenze, in piazza contro l’agrivoltaico made in Tel Aviv. Giani chiede «chiarimenti» al governo

Studenti, attivisti e lavoratori della Gkn in piazza a Firenze contro i progetti agrivoltaici presentati alla Regione da alcune aziende israeliane presenti nella black list dell’Onu per le loro attività […]

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Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

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“Un petomane fantasma mette in fuga i giornalisti in attesa di Zelensky”: il racconto di Politico dalla sala stampa del Consiglio europeo

Fuggiti dalla sala stampa del Consiglio europeo. Ma non per colpa di un allarme bomba. I giornalisti in attesa del presidente ucraino Zelensky sono stati costretti a scappare per colpa del cattivo odore. Sembra, infatti, che un cronista da qualche giorno sia alle prese con problemi di flatulenza: come riporta la giornalista di Politico Zoya Sheftalovich, nascosto tra i media in attesa del leader ucraino c’era un “petomane fantasma” e anche ieri sera la puzza nella stanza aveva messo a dura prova i giornalisti presenti durante un briefing diplomatico. Una notizia del genere non può che infiammare la fantasia dei social: su X gli utenti si sono sbizzarriti, provando anche a ipotizzare il colpevole. Per esempio, Nicholas Lut scrive “She who smelt it, dealt it“, traducibile con “Chi la sente, ne è parente”: che la “petomane fantasma” non sia la stessa Shenftalovich?

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Proteste autotrasportatori, Meloni: Oggi me ne sono occupata con Salvini e Giorgetti

(Agenzia Vista) Bruxelles, 16 ottobre 2026
“Me ne sono occupata nella giornata di oggi, sia col Ministro Salvini, sia col Ministro Giorgetti, particolarmente sulla questione dell’autotrasporto. Il Ministro Salvini ha convocato le associazioni. Siamo sempre stati estremamente solidali con il settore che ovviamente incontra grandi difficoltà e siamo anche al lavoro per cercare di dare ulteriori risposte a questo settore”. Lo dice la premier Giorgia Meloni a Bruxelles.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Meloni: Su Ilva faremo il possibile, non siamo noi ad averla chiusa

(Agenzia Vista) Roma, 16 ottobre 2026
“E’ prevista un’altra riunione a Palazzo Chigi del Governo con i sindacati che rappresentano l’Ilva. Questo ci ha consentito, di liberare i blocchi che le organizzazioni sindacali stavano organizzando. Anche qui faremo tutto quello che possiamo, voglio ricordare che non siamo noi ad aver chiuso l’Ilva. Noi siamo quelli che devono cercare di gestire la questione dall’inizio di questo Governo. Sono stati circa 5 miliardi tra i fondi diretti dello Stato Italiano e quelli di Invitalia che sono stati investiti sull’Ilva, quindi noi siamo al lavoro su tutte queste questioni”. Lo dice la premier Giorgia Meloni a Bruxelles.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Meloni: Parlato con Sanchez. Verso la revoca della sospensione di Schengen

(Agenzia Vista) Bruxelles, 16 ottobre 2026
“Ho parlato con il Primo ministro Sanchez ieri e abbiamo deciso di lavorare nella prossima settimana con i nostri ministri degli Interni per arrivare a sostituire le misure che reciprocamente sono in essere con altre forme di cooperazione. Stiamo andando verso un altro tipo di soluzione ma continuando il monitoraggio per garantire il funzionamento di Schengen e garantire la difesa della nostra Nazione”. Lo ha detto la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlando con la stampa a Bruxelles al termine del Consiglio europeo e riferendosi ai colloqui con il premier spagnolo Pedro Sanchez.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Meloni: Bene riferimento a Ets nelle conclusioni del vertice, recepite priorità dell’Italia

(Agenzia Vista) Bruxelles, 16 ottobre 2026
“Sono contenta del fatto che nelle conclusioni del Consiglio Europeo entrino diverse questioni che avevamo posto nelle scorse settimane anche nel documento che avevamo scritto insieme alla Repubblica Ceca relativamente alla questione degli Et: c’è il riferimento alla Research stability Market, agli Ets2, alla necessità di valutare tempistica e salvaguardia per quello che riguarda gli Ets2, e c’è il riferimento alla revisione dell’Ets che è particolarmente urgente”. Lo ha affermato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al termine del Consiglio europeo a Bruxelles.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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No Meloni Day, oltre 400mila studenti in piazza da Nord a Sud: “Vogliamo più aule e meno bombe”. E avvertono: “La nostra sarà una mobilitazione permanente. Se ci togliete il futuro, vi blocchiamo il presente”

Torino, Milano, Genova, Padova, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari, Firenze, Venezia. Ci vorrebbe troppo spazio per scrivere l’elenco completo di tutte le città nelle quali gli studenti italiani sono scesi in piazza venerdì, per il “No Meloni Day“. Da Nord a Sud, secondo gli organizzatori sono stati oltre 400mila, tutti con lo stesso obiettivo: urlare al governo che la scuola italiana cade a pezzi e che studiare in questo Paese è sempre più difficile. Per il costo della vita, per il caro affitti e per il clima di repressione politica e culturale che si respira. Centinaia di migliaia di studenti hanno cantato e sfilato per le strade di tutta Italia per far capire alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e a tutto il suo esecutivo, che non appoggiano le sue scelte. Che vogliono “più aule e meno bombe“. Perché, come spiega a ilfattoquotidiano.it Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli Studenti Medi, non sono disposti ad accettare che la sicurezza, il diritto allo studio e il benessere di studenti e studentesse vengano trattati come “questioni secondarie”: “Vogliamo essere protagonisti del cambiamento, non spettatori di riforme calate dall’alto”.

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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++ Corteo studenti Torino, lancio di sassi contro gli agenti ++

Il corteo degli studenti a Torino è arrivato in piazza Castello, dove alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto dei ragazzi, si sono coperti il volto e hanno lanciato sassi e torce di segnalazione verso le forze dell'ordine, 16 ottobre 2026. Le forze dell'ordine stanno rispondendo mettendo in azione gli idranti e con alcuni lacrimogeni. ANSA / Tino Romano ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++The student march in Turin reached Piazza Castello, where several hundred protesters broke away from the main group, covered their faces, and threw stones and flares at law enforcement officers, October 16, 2026. Police are responding by deploying water cannons and some tear gas. ANSA / Tino Romano

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Milano

Sciopero studenti con corteo e occupazione nessuno é straniero Milano - Italia - Cronaca Venerdì, 16 Ottobre, 2026 (Foto di Marco Ottico/Lapresse) Strike students with procession and occupation no one is a foreigner Milan - Italy - News Friday, 16 October, 2026 (Photo by Marco Ottico/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Gli insegnanti a sostegno deI corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e deli studenti contro il degrado della scuola. Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Teachers supporting the march against climate change organized by the "Fridays for Future" youth movement, and students protesting against the deterioration of schools. Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Gli insegnanti a sostegno deI corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e deli studenti contro il degrado della scuola. Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO ++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Teachers supporting the march against climate change organized by the "Fridays for Future" youth movement, and students protesting against the deterioration of schools. Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Sciopero degli studenti, il corteo a Bologna

Corteo Studentesco No Meloni Day Tafferugli con le forze dell’ordine davanti alla stazione di Bologna Bologna (Italia) 16 Ottobre 2026 (Photo Guido Calamosca/LaPresse) "No Meloni Day" Student Protest Skirmishes with law enforcement in front of Bologna station Oct 16, 2026 - Bologna - Italia (Guido Calamosca/LaPresse )

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Momenti di tensione al corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e degli studenti contro il degrado della scuola. Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO-- Moments of tension during a protest against climate change, organized by the Fridays for Future movement and students speaking out against the deterioration of schools. Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Studenti su monumento a Vittorio Emanuele II, slogan contro Vannacci

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e degli studenti contro il degrado della scuola, Torino 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++--- A march against climate change by the Fridays for Future group and students protesting against the deterioration of schools, Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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'No Meloni Day' a Cagliari, 600 studenti in corteo 'scuola non si tocca'

Il corteo di circa 600 studenti del 'No Meloni Day' a Cagliari, al motto di 'la scuola non si tocca', 16 ottobre 2026 ANSA / Francesca Melis +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA++

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Liceali in corteo a Roma, 'siamo 20mila'

Il corteo degli studenti in centro a Roma, arriva la Colosseo e punta a raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione a viale Trastevere, 16 ottobre 2026 +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ Gli studenti scandiscono cori antifascisti, ma anche slogan contro il Pd e la Cgil. Uno striscione dà appuntamento al 30 ottobre per lo sciopero generale. ANSA / Fabio Cimaglia --- A student march in the center of Rome reaches the Colosseum, heading toward the Ministry of Education headquarters on Viale Trastevere, October 16, 2026. The students are chanting anti-fascist slogans, as well as slogans directed against the Democratic Party (PD) and the CGIL trade union. A banner calls for participation in a general strike on October 30. ANSA / Fabio Cimaglia

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Dopo occupazione licei, manifestazione studenti in centro a Genova

Un momento della manifestazione degli studenti delle scuole superiori genovesi partiti da piazza De Ferrari. Genova, 16 ottobre 2026 ANSA/LUCA ZENNARO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ A scene from the demonstration by high school students in Genoa, who set off from Piazza De Ferrari. Genoa, October 16, 2026 ANSA/LUCA ZENNARO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Studenti in corteo verso il centro di Torino

Il corteo contro il cambiamento climatico dei ragazzi di Friday for Future e gli studenti contro il degrado della scuola in corteo per il centro di Torino, 16 ottobre 2026 ANSA/TINO ROMANO +++ATTENZIONE: NELLA FOTO POTREBBERO ESSERE RITRATTI DEI MINORENNI. L'ANSA METTE A DISPOSIZIONE DEI PROPRI ABBONATI QUESTA IMMAGINE, LASCIANDO LORO LA DECISIONE SULL'OPPORTUNITA' DI PUBBLICARLA+++ ++FOTO DIFFUSA DAGLI STUDENTI ++ USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI - NPK+++ --- A march against climate change by the "Fridays for Future" group, alongside students protesting the deterioration of their schools, moves through the center of Turin, October 16, 2026. ANSA/TINO ROMANO

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

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Sciopero degli studenti, il corteo a Torino

Student demonstration in Turin, Northwestern Italy, under the slogan "do like in France." The mobilization, which began in early October with the first high school occupations, continues to involve both secondary school and university students. The march takes place on the same day Fridays for Future called for the "climate strike."- Friday, October 16, 2026. News (Photo by Marco Alpozzi/Lapresse)

“La scuola non è un privilegio – prosegue Verdecchia -. Pretendiamo che questo principio si traduca in scelte e investimenti concreti”. Le richieste degli studenti, così come i problemi della scuola, sono tante: edifici sicuri, più personale scolastico, maggiori tutele per chi studia e lavora negli istituti e misure per contrastare il caro studio e il carovita, che rendono sempre più difficile proseguire il proprio percorso formativo. Ma c’è anche la contestazione delle politiche del governo, dal decreto Scuola al Ddl di Giuseppe Valditara, fino alla scelta di destinare miliardi alle spese militari anziché all’istruzione pubblica. Una mobilitazione che guarda anche oltre i confini italiani, sull’onda delle proteste dei coetanei in Francia e Spagna, e che rivendica il diritto dei ragazzi a partecipare alle decisioni sul proprio futuro. Perché, come recitava uno striscione esposto al corteo di Firenze: “Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente”.

A Roma, dove secondo gli organizzatori sono scesi in piazza 20mila studenti, il corteo è partito dall’Esquilino e ha attraversato il centro fino a raggiungere il ministero dell’Istruzione, in viale Trastevere. Tra bandiere palestinesi, cartelli e cori contro il governo e il riarmo. A Milano, migliaia di ragazzi hanno sfilato dietro lo slogan “Nessuno è straniero”. A Firenze, almeno duemila studenti di una quindicina di istituti superiori si sono ritrovati in piazza San Marco, con striscioni contro i tagli alla scuola e le misure sugli alunni stranieri. Mobilitazioni anche in Veneto, con cortei a Padova, Venezia, Treviso e Vicenza, mentre a Bari centinaia di studenti hanno attraversato il centro cittadino per denunciare il carovita e le condizioni degli edifici scolastici. Ma la protesta ha coinvolto anche Torino, Genova, Bologna, Napoli e Cagliari, con cortei, striscioni e iniziative di contestazione. Davanti alla sede di Confindustria del capoluogo ligure è stato bruciato un carro armato di cartone. A Milano, invece, due immagini raffiguranti la premier e Valditara sono state appese a testa in giù vicino ad alcuni cassonetti e colpite con delle uova.

La maggior parte delle manifestazioni si è svolta pacificamente, con qualche momento di tensione, soprattutto a Torino e Roma. Nel capoluogo piemontese, in piazza Castello, alcuni manifestanti si sono staccati dal corteo, coprendosi il volto e lanciando pietre e altri oggetti contro le forze dell’ordine. La polizia ha caricato i giovani e usato gli idranti, costringendo i partecipanti ad allontanarsi verso via Po. Durante gli scontri, alcuni docenti e genitori hanno formato un cordone tra gli studenti e gli agenti. Il bilancio è di tre minorenni arrestati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale e oltre 50 manifestanti identificati. A Roma, davanti al ministero dell’Istruzione, sono stati lanciati petardi e altri oggetti, provocando la reazione del ministro Valditara, che ha parlato di “aggressione alle istituzioni e teppismo politico”. Secondo i sindacati di polizia, nel corso della giornata una decina di agenti è rimasta ferita.

Da Bruxelles, Meloni ha commentato solo gli episodi di violenza, accusando i leader delle opposizioni di non averli condannati. “Sono sempre contenta quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine”, ha dichiarato la premier. Immediata la replica della segretaria del Pd Elly Schlein: “Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi degli italiani, anziché prendersela con loro”. Anche Giuseppe Conte ha criticato l’esecutivo per la mancata risposta alle emergenze sociali: “Quattro anni di nulla, solo 14 miliardi extra in armi e difesa”, ha commentato il leader del Movimento 5 Stelle. Mentre Angelo Bonelli ha ribadito la condanna di ogni forma di violenza, chiedendo però alla premier di “chiedere scusa agli studenti e agli insegnanti italiani”.

La mobilitazione degli studenti proseguirà ben oltre il “No Meloni Day”. La Rete degli Studenti Medi ha lanciato la campagna nazionale “Generazione Fuoriclasse”, con l’obiettivo di dare continuità alle proteste nelle scuole e nelle piazze. Il prossimo appuntamento è già fissato per sabato 17 ottobre a Roma, dove gli studenti confluiranno nella manifestazione della Via Maestra. E le iniziative proseguiranno fino al 20 novembre. “Le criticità della scuola non sono problemi individuali: sono questioni politiche e collettive, che richiedono risposte strutturali”, spiega ancora Verdecchia. L’obiettivo è costruire una mobilitazione permanente, perché “le decisioni sulla scuola non possono essere prese senza ascoltare chi la attraversa ogni giorno”, conclude la coordinatrice nazionale.

L'articolo No Meloni Day, oltre 400mila studenti in piazza da Nord a Sud: “Vogliamo più aule e meno bombe”. E avvertono: “La nostra sarà una mobilitazione permanente. Se ci togliete il futuro, vi blocchiamo il presente” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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No Meloni Day, la polizia “difende” la prefettura con l’idrante azionato sui manifestanti – Video

Momenti di tensione a Torino quando il corteo degli studenti ha raggiunto Piazza Castello, dove ha trovato gli agenti di polizia a presidio della Prefettura. La polizia ha azionato l’idrante a più riprese contro i manifestanti. Contro le forze dell’ordine poste a protezione dell’edificio sono stati lanciati bastoni, pietre, uova e bottiglie a cui i reparti hanno risposto con l’utilizzo a più riprese di un idrante, qualche carica di alleggerimento e il lancio di qualche lacrimogeno. Al termine delle manifestazioni la questura ha dato notizia dell’arresto di tre minorenni per resistenza a pubblico ufficiale e l’identificazione di altri 50 giovani.

Dopo il movimento dell’idrante e il lancio di lacrimogeni si è verificata anche una carica di alleggerimento della polizia; il gruppo è stato allontanato e si dirige verso il Po. Proseguono alcuni lanci di bottiglie verso le forze dell’ordine. Tra i manifestanti e la polizia un gruppo di insegnanti per mano ha creato una catena umana per impedire ulteriori contatti.

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Trump smentisce Musk: “Non siamo stati noi a depotenziare Starlink all’Ucraina”

Diventa un mistero la decisione di depotenziare il sistema Starlink necessario all’Ucraina per avere comunicazioni tempestive anche sulla linea del fronte e riuscire a intercettare in tempo gli attacchi lanciati dalla Russia. L’esercito e i vertici del governo, nei giorni scorsi, avevano denunciato il funzionamento parziale del sistema che si è protratto per giornate intere lasciando il Paese sotto il tiro dei missili e dei droni di Mosca. Inizialmente, si era pensato a una scelta presa da Elon Musk, che nelle stesse ore stava attaccando il presidente ucraino su X, ma poi il miliardario americano aveva smentito dicendo che la responsabilità era da attribuire completamente al Pentagono. Dopo giorni di comunicazioni a singhiozzo, il nuovo colpo di scena: Trump, scrive Axios, ha detto che gli Stati Uniti non sono coinvolti nel depotenziamento dei servizi Starlink in Ucraina.

Come detto, Musk è stato il primo ‘indiziato’ per la decisione di penalizzare le comunicazioni ucraine tramite il sistema satellitare di SpaceX, essendone il fondatore e avendo espresso, nelle stesse ore, considerazioni critiche nei confronti di Zelensky, dicendo ad esempio che “è andato troppo oltre” e, più chiaramente, che “deve dimettersi“. Ma era stato lui stesso a spiegare che il funzionamento del sistema implica che solo l’esercito Usa possa disporre un depotenziamento del genere. La versione militare di Starlink è infatti Starshield, un sistema progettato e sviluppato sempre da Starlink, ma di proprietà e gestione esclusiva del Pentagono. Ed è quindi solo il Dipartimento della Guerra Usa a decidere se e quali limiti imporre, tenendo conto che è quella la tecnologia in uso all’esercito di Kiev.

Nella serata di venerdì, però, è arrivata la smentita direttamente dal presidente Trump. Una smentita che alimenta il mistero dietro allo sgambetto all’esercito di Zelensky.

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Tesla svela l'auto volante, il futuro secondo Musk

L'imprenditore usa visioni avveniristiche e dimostrazioni spettacolari per rafforzare l'attrattiva del marchio, mentre prosegue la corsa contro concorrenza asiatica e ritardi nello sviluppo

© RaiNews

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Estrazioni Lotto, Superenalotto, 10eLotto di oggi venerdì 16 ottobre: tutti i numeri vincenti

Nuovo appuntamento con la fortuna. Questa sera sono in programma le estrazioni del Lotto sulle undici ruote, del 10eLotto collegato – con Numero Oro, Doppio Oro ed Extra – e del SuperEnalotto.

Lotto oggi, estrazioni di venerdì 16 ottobre

BARI 13 07 33 24 26

CAGLIARI 41 25 22 86 82

FIRENZE 29 82 19 73 22

GENOVA 66 84 02 41 83

MILANO 72 48 32 25 03

NAPOLI 46 59 14 02 22

PALERMO 44 17 21 38 63

ROMA 05 47 75 34 87

TORINO 57 46 28 01 88

VENEZIA 45 62 64 15 58

NAZIONALE 28 90 30 40 36

Superenalotto, l’estrazione di oggi

35 41 44 54 55 76

Numero jolly 58

Numero superstar 55

10eLotto, tutti i numeri vincenti

10eLotto – Numeri vincenti: 05 07 13 17 25 29 33 41 44 45 46 47 48 57 59 62 66 72 82 84

NUMERO ORO:13

DOPPIO ORO:13 7 

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Proteste studentesche, Meloni commenta solo le violenze: “Le opposizioni le condannino”. La replica: “Sì, ma lei pensi agli italiani anziché prendersela con loro”

“Non è colpa degli studenti che protestano se non riescono a pagare gli affitti e le scuole cadono a pezzi. Il governo si occupi di dare risposte concrete, questo dovrebbe fare un governo”. È la risposta della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che da Bruxelles ha accusato i leader dell’opposizione di non aver condannato le violenze durante le proteste studentesche. “Sono sempre contenta quando c’è la mobilitazione. Cosa diversa è la violenza, sono le bombe carta, è aggredire le forze dell’ordine”, ha dichiarato la premier, chiedendo a tutte le forze politiche di fare un appello affinché le manifestazioni si svolgano senza violenza. Schlein ha quindi collegato le proteste degli studenti a quelle degli agricoltori e degli autotrasportatori: “Non è colpa di chi protesta se i prezzi della benzina sono insostenibili”. E ha concluso: “Ci sono le nostre proposte concrete sul tavolo, Meloni pensi agli italiani anziché prendersela con loro”.

Anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha attaccato la premier, accusandola di non occuparsi delle proteste in corso in Italia. “La presidente Meloni ci aggiorna: a margine del Consiglio europeo ha messo sul tavolo della discussione i fatti di Ceuta. Ma Ceuta dista 700 miglia nautiche dall’Italia. Non ci ha detto nulla, invece, sulle gravi emergenze che stanno esplodendo sul nostro territorio”, ha scritto sui social. Conte ha quindi chiesto al governo di dare risposte “alla disperazione di migliaia di autotrasportatori, agricoltori e lavoratori travolti da rincari, carocarburante e tasse”, richiamando anche le difficoltà dei cittadini e le proteste degli studenti. “Se non se ne è accorta le mandiamo qualche immagine dai presidi nel Paese in cui stiamo ascoltando persone allo stremo”, ha aggiunto, concludendo: “La risposta non possono essere l’indifferenza dopo 4 anni di nulla e 14 miliardi extra in armi e difesa”.

Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha replicato alla premier condannando “senza ambiguità ogni forma di violenza”. Ma la presidente del consiglio, ha aggiunto, “dovrebbe chiedere scusa agli studenti e agli insegnanti italiani”. Bonelli ha quindi attaccato le scelte del governo sull’istruzione: “Mentre le scuole cadono a pezzi, gli edifici scolastici sono insicuri e i nostri docenti sono tra i meno pagati d’Europa, il suo governo ha scelto di destinare miliardi al riarmo anziché investire nell’istruzione pubblica”. E ha aggiunto: “La scuola ha bisogno di risorse, sicurezza e dignità, non di essere sacrificata sull’altare delle spese militari”.

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Decreto Bollette, primo passo verso l’intesa con Bruxelles: come funziona il tetto al gas e perché l’Ets resta fuori

Dopo mesi di braccio di ferro, il governo Meloni e la Commissione europea hanno raggiunto un’intesa preliminare sul decreto Bollette. Il via libera definitivo non c’è ancora: Roma dovrà presentare a Bruxelles un nuovo testo delle misure per ridurre il costo dell’elettricità, che dovrà passare al vaglio sugli aiuti di Stato. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin parla di “un primo passo importante” e annuncia che “a breve notificheremo alla Commissione Ue un nuovo testo della norma”, coerente con il quadro temporaneo di aiuti per la crisi in Medio Oriente, il Metsaf. “È stata una trattativa lunga, ma costruttiva, che ha portato a un risultato importante”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è detta “molto contenta” dell’accordo che aprirebbe la strada a una soluzione simile alla cosiddetta “eccezione iberica”, quella accordata a Spagna e Portogallo nel 2022 proprio per limitare l’effetto del costo del gas sul prezzo dell’elettricità.

Per capire la posta in gioco tocca partire dal prezzo dell’elettricità e da come viene calcolato. In Italia viene prodotta con rinnovabili: solare, eolico, idroelettrico. Ma anche con il gas. E nel mercato all’ingrosso il prezzo viene spesso determinato dall’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda, che generalmente è quella alimentata a gas. Se per esempio eolico e fotovoltaico non bastano a coprire il fabbisogno e serve anche una centrale a gas, con costi più elevati, il prezzo di mercato viene fissato in base a quest’ultima e riconosciuto anche agli altri produttori. Così, quando rincara il gas, l’aumento può ricadere su tutto il mercato, anche sull’elettricità prodotta con le rinnovabili.

Per attenuare questo effetto, tra le ipotesi negoziate dal governo c’è un tetto convenzionale al costo del gas utilizzato dalle centrali elettriche, e compensazioni pubbliche, finanziate attraverso un meccanismo da definire, a copertura della differenza con il costo effettivo del combustibile. Il tetto permetterebbe così di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, compresa quella prodotta dalle rinnovabili. I dettagli del meccanismo, però, non sono ancora confermati e andranno verificati sul nuovo testo. Bisogna infatti rispettare le regole europee sulla concorrenza ed evitare che le centrali destinatarie delle compensazioni ottengano un vantaggio ingiustificato rispetto agli operatori di altri Paesi europei.

Resta invece fuori dall’intesa la compensazione dei costi dell’Emission Trading System (Ets), il sistema europeo che obbliga le centrali a pagare per le emissioni di anidride carbonica. Anche questa spesa contribuisce ad aumentare il prezzo dell’elettricità, ma Bruxelles ha chiarito che i rimborsi potranno coprire soltanto il rincaro del gas, non il costo delle emissioni. La Commissione vuole infatti evitare che le compensazioni annullino il costo delle emissioni, pensato proprio per scoraggiare l’uso dei combustibili fossili e incentivare le fonti rinnovabili. La Commissione precisa inoltre che le compensazioni saranno temporanee, finanziate solo dai consumatori che ne beneficeranno e dovranno tradursi interamente in una riduzione dei prezzi per gli utenti finali. Resta da conoscere il contenuto definitivo del decreto che l’Italia invierà a Bruxelles, il costo delle compensazioni e in quale misura, una volta approvato, il meccanismo riuscirà a trasferire i benefici alle bollette. “Sono molto contenta dell’accordo Ue, le abbasserà“, assicura Meloni. L’intesa politica è raggiunta, l’autorizzazione europea deve arrivare.

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Barbacetto: “A Milano è in corso una mutazione genetica, 400mila persone hanno lasciato la città per colpa dei costi”

C’è un dato che racconta meglio di altri la mutazione “genetica e sociologica” che sta vivendo la città di Milano. “Negli ultimi anni quattrocentomila milanesi hanno dovuto lasciare la città perché non ce la facevano più a vivere qui” racconta Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano che ha promosso insieme ad Altreconomia il convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” ospitato nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. Il cosiddetto “modello Milano” è all’opera da almeno una quindicina d’anni, secondo Barbacetto” e si è basato “sulla crescita edilizia, sullo sviluppo immobiliare, sulla cosiddetta rigenerazione urbana con l’obiettivo dichiarato di rendere la città internazionale e attrattiva”. Un obiettivo che è stato raggiunto. “Milano è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, soprattutto provenienti dai fondi immobiliari internazionali”. Ma come si è arrivati a questo obiettivo? “Primo, abbassando le quote di prelievo pubblico sulle attività edilizie con gli oneri di costruzione più bassi d’Europa e con monetizzazioni degli standard generalizzate e concesse a prezzi bassissimi – spiega Barbacetto – secondo, abbassando la soglia delle regole urbanistiche, per esempio dilatando il concetto di ristrutturazione usandolo anche per le nuove costruzioni”. I fondi internazionali sono arrivati a Milano per investire “perché costruire qui era più facile e meno costoso”.

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Il modello Milano? Per urbanisti e ricercatori “sta distruggendo le regole, è dilagato in tutta Italia”

“Il modello Milano ha distrutto ogni regola liberale di governo del territorio non solo qui ma in tutta Italia, perché è ormai dilagato in tutto il paese”. L’allarme arriva dall’urbanista Paolo Berdini nel corso del convegno “Modello Milano, Anatomia di un sistema-città” promosso da Il Fatto Quotidiano e da Altreconomia nel salone milanese dell’Acli. Due giorni di incontri e riflessioni con studiosi, docenti universitari e scrittori per provare a raccontare come Milano è diventata la città “più cara d’Italia”. “Il modello Milano ha indubitabilmente estratto risorse della collettività pubbliche – spiega il direttore di Altreconomia Duccio Facchini – e l’urbanistica da questo punto di vista è una cartina al tornasole perfetta per concentrarle nelle poche mani di grandi operatori privati, non solo dei tanto chiacchierati fondi in investimento stranieri ma in realtà anche di operatori italianissimi che hanno approfittato di una situazione totalmente sregolata sotto il profilo delle regole urbanistiche”. Una trasformazione che ha avuto un’accelerazione dopo Expo 2015.

“Dopo il grande evento, Milano diventa da tutti i punti di vista una global city – spiega lo storico economico Luca Mocarelli – e quello che succede a tutte le global city è che aumentano i prezzi, aumenta la sperequazione del reddito e quindi ovviamente si crea una situazione dove molti hanno tanto, ma ci sono anche tanti che hanno poco e quindi questa cosa qui per la tenuta sociale di Milano è un problema”. E in questo contesto le amministrazioni pubbliche che si sono succedute, secondo il giornalista de Il Fatto Quotidiano Gianni Barbacetto, “hanno via via ridotto il peso del loro intervento di regolazione della dinamica di sviluppo, hanno rinunciato a guidare le trasformazioni consegnando di fatto la regia agli operatori privati e arrendendosi ai processi di finanziarizzazione dell’abitare e della città”. Ma che cosa si intende per finanziarizzazione? “Siamo parlando della trasformazione dei beni immobili in prodotti finanziari” racconta Alberto Bortolotti, Politecnico di Milano. Un processo che non riguarda solo il settore privato. “Questa finanziarizzazione sta passando soprattutto attraverso l’edilizia sociale – avverte la ricercatrice indipendente Sarah Gainsforth – e l’housing sociale sta diventando appunto il cavallo di Troia per l’ingresso del mondo della finanza e dei fondi immobiliari”. Che fare dunque? “stiamo in un momento decisivo nel senso che è intervenuta la magistratura – spiega l’urbanista Berdini – ci sono sentenze anche favorevoli, qualcuna no, però c’è un nuovo percorso da costruire in cui la parte che ha a cuore la città come bene comune può riprendere a pensare a una città che non è solo la valorizzazione ma è la valorizzazione sociale, la valorizzazione umana”. Serve un cambio di passo. “Noi vogliamo che la trasformazione materiale di questa città venga rivolta in un altro senso – conclude la ricercatrice indipendente Lucia Tozzi – a favore dei cittadini e non a favore di chi transita”.

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“Alcaraz si è infortunato perché voleva copiare Djokovic”: la strana teoria di Stubbs

L’infortunio al polso che ha condizionato Carlos Alcaraz per diversi mesi continua a far discutere. Sulle cause dello stop dello spagnolo sono state avanzate diverse ipotesi, ma tra le spiegazioni emerse ce n’è una che chiama direttamente in causa Novak Djokovic. A sostenerla è Rennae Stubbs, ex tennista australiana ed ex allenatrice di Serena Williams, oggi protagonista di un podcast molto seguito, secondo la quale il tentativo di riprodurre alcuni movimenti del servizio del campione serbo potrebbe aver contribuito ai problemi fisici del numero uno spagnolo. “Ho una mia idea sul problema di Carlos e secondo me non è così semplice come possa apparire in superficie“, ha spiegato Stubbs, introducendo la propria teoria sulle origini del problema.

Il periodo lontano dai campi è stato particolarmente lungo per Alcaraz, costretto a fermarsi per quasi cinque mesi, da Barcellona fino agli US Open. Un’assenza pesante, durante la quale il polso ha rappresentato un ostacolo importante per il suo ritorno alla piena condizione. Secondo Stubbs, alla base dei problemi potrebbe esserci stato un cambiamento tecnico legato proprio al servizio. “Carlos ha provato a servire come fa Djokovic, si è allenato tantissimo per copiarlo e alla fine si è rovinato il polso“, è la spiegazione proposta dall’australiana.

L’ex tennista ritiene che il legame tra i due giocatori possa essere più stretto di quanto si pensi, almeno dal punto di vista tecnico. Alcaraz ha sempre manifestato grande ammirazione per il servizio di Djokovic e, secondo Stubbs, avrebbe cercato di riprodurne alcuni aspetti, arrivando a modificare il proprio movimento. “Le battute di Carlos e Nole sono quasi sovrapponibili, hanno un movimento del corpo molto fluido e bello da vedere ma il problema di Carlos, che ha sempre ammirato molto il servizio del collega, è che a forza di imitarlo, ha finito per infortunarsi”.

Nell’analisi dell’australiana, il punto critico sarebbe rappresentato dagli aggiustamenti introdotti nel movimento del polso durante il servizio. Interventi tecnici che, secondo la sua interpretazione, avrebbero finito per compromettere la funzionalità dell’articolazione e influenzare il rendimento dello spagnolo. “Modificare così il lavoro del polso nel servizio gli ha creato problemi evidenti. Ha utilizzato quel piccolo movimento verso il basso che, sul modello di Novak, gli ha distrutto la mobilità. Penso che questi cambiamenti e questi aggiustamenti abbiano avuto ripercussioni sul suo polso. Credo che continuerà ad avere qualche difficoltà anche in futuro, purtroppo”.

Stubbs aveva già espresso le proprie perplessità in occasione degli US Open, quando Alcaraz aveva disputato il doppio misto insieme a Serena Williams. In quella circostanza, secondo l’ex allenatrice della campionessa statunitense, il servizio dello spagnolo era apparso meno incisivo rispetto al solito, un segnale che avrebbe ricondotto proprio ai problemi fisici accusati nei mesi precedenti. Per Stubbs, dunque, il recupero del servizio rappresenterà uno degli aspetti fondamentali su cui Alcaraz dovrà lavorare per tornare al massimo livello. “Lo avevo già detto agli US Open, quando ha giocato il doppio misto con Serena Williams: il suo servizio non aveva la solita potenza e questo è dovuto proprio al problema che ha al polso. Carlos deve assolutamente migliorare il servizio, per lui sarà cruciale se vorrà mettere sotto pressione Jannik Sinner“, ha concluso Stubbs.

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Giornalista chiede a Zelensky: “Si sente il capro espiatorio dei problemi di Trump?”. Lui rimane zitto, poi ride: “Ecco la mia risposta”| Video

Il tradimento di Trump nei confronti di Zelensky rischia di cambiare le sorti del conflitto russo-ucraino, con conseguenze dirette anche in Unione europea. Così, alla prima occasione utile, i giornalisti del Vecchio Continente hanno voluto chiedere al leader di Kiev quali fossero le sue impressioni dopo l’accordo sul gasolio tra Washington e Mosca e la richiesta del tycoon di un cambio al vertice nel suo Paese. Così, un reporter presente alla conferenza stampa a margine del Consiglio europeo di Bruxelles glielo ha chiesto direttamente: “Il presidente Trump si appresta ad affrontare delle difficili elezioni di midterm. La sua popolarità è molto bassa, i prezzi molto alti e la guerra iniziata in Medio Oriente non sta andando come lui voleva. Crede di essere stato trattato come capro espiatorio dei suoi problemi?”. A questo punto Zelensky tiene lo sguardo basso qualche secondo, poi lo alza, guarda i giornalisti e accenna una risatina, con la sala che scoppia a ridere. “Questa è la mia risposta“, ha concluso il presidente ucraino.

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Festa del cinema di Roma 2026: Pif con “Il Ministero dell’Amore” riesce a far ridere, ma l’amalgama non c’è

Si ride molto, e ci stupirebbe il contrario. Ma non in maniera organica. Il motivo potrebbe essere che la comicità diretta ed esplosiva di Ciarrapico/Vendruscolo non si sposa perfettamente con quella ironico-sentimentale e nostalgica di Pif. Naturalmente, sotto esame è Il Ministero dell’Amore, passato oggi nel Grand Public alla 21esima Festa del Cinema di Roma e in arrivo direttamente su Prime Video dal prossimo 18 dicembre, dunque il film di Natale di Amazon.

Ispirato alla pièce teatrale Stare meglio oggi del 2013 di Giacomo Ciarrapico, il film mette al centro un giornalista parlamentare che pensa di vivere guidato da un “governo interno”, strutturato con tanto di parlamento, segreterie e così via. Insomma, Aldo – questo il suo nome, interpretato da Pif – traduce nella propria personalità il funzionamento dell’oggetto del suo lavoro. Il suo personalissimo governo è composto da uno squadrone di personaggi grotteschi, capitanati dal presidente del Consiglio, a cui Corrado Guzzanti presta la propria comicità irresistibile. Tra i ministri figurano alcuni dei sodali del cinema dell’ex trio magico di Boris e Ogni maledetto Natale (2014), oggi ridotto al duo Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, purtroppo orfani del compianto Mattia Torre, a partire da Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri. New entry molto ben inserita è Anna Finocchiaro, nei panni della leader dell’opposizione che, dopo le elezioni, passa all’esecutivo, dando vita al tipico rimpasto di governo all’italiana. Anche la partner femminile di Pif è un volto noto del cinema del “duo”, Alessandra Mastronardi.

L’attrice è Claudia, compagna da anni di Aldo, che inspiegabilmente entra in una fase di crisi e chiede la classica pausa di riflessione. Le certezze di Aldo crollano e, di conseguenza, si apre una crisi del suo governo interno. Il film procede saltando dalla vita del cronista a quella della sua psiche, tra siparietti irresistibili e momenti di malinconia stampati sulla maschera di Pif. Il rimando è certamente alla saga Pixar di Inside Out, ma il dato interessante è che il film d’animazione è del 2015, dunque successivo alla brillante e originale idea contenuta nella pièce di Ciarrapico che è appunto del 2013. Il problema è che, visto oggi, non si può che pensare a un adattamento italiano – con ovvia satira politica – del capolavoro dei geni della lampada. Come si diceva, tuttavia, il film non offre la fluidità attesa: distanti e non sempre felicemente conciliabili sono l’universo di Pif, con i suoi riconoscibili alter ego, e il registro di potente sberleffo ai difetti della specie umana (anzi, italiana!) tipico dei maestri di Boris. Ad ogni modo, il pubblico non potrà che divertirsi e – probabilmente – perdonare al film ogni debolezza.

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La Francia offre “deterrenza nucleare” in difesa dell’Europa, i Paesi Bassi accettano: conclusi i primi colloqui ufficiali

“La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha peggiorato in modo sostanziale la situazione della sicurezza in Europa. Ciò richiede una maggiore responsabilità per la sicurezza dell’Europa stessa. L’offerta francese è in linea con questa esigenza. Il Consiglio dei ministri sottolinea che la cooperazione prevista con la Francia è un complemento, e non una sostituzione, della difesa collettiva e della deterrenza della Nato”. Con questa nota ufficiale, i Paesi Bassi hanno confermato il primo dialogo con la Francia del nuovo Gruppo direttivo nucleare bilaterale sul tema: come le forze nucleari di Parigi e quelle convenzionali europee potrebbero agire per scoraggiare attacchi contro l’Europa. Il confronto tra i funzionari del ministero della difesa olandese e quelli del governo francese è avvenuto sulla base della proposta avanzata dal presidente Macron il 2 marzo, durante il suo discorso nella base di Ile Longue, in Bretagna, dove si trovano i sottomarini nucleari.

In quell’occasione il capo dell’Eliseo ha parlato di “deterrenza nucleare avanzata”, una “importante evoluzione” della strategia militare francese rivolta a otto paesi, tra cui – oltre all’Olanda – Regno Unito, Germania, Polonia, Belgio, Danimarca, Svezia e Portogallo. In questo contesto, Macron ha sostenuto che durante una eventuale attacco ad un Paese amico, la Francia si riserverà il diritto di lanciare un “ultimo avvertimento nucleare” per dare un preciso avvertimento all’avversario. La strategia di deterrenza avanzata presume anche la possibilità che la Francia possa schierare propri contingenti in nazioni alleate: “Questo complicherà i calcoli dei nostri avversari e conferirà a questa deterrenza avanzata un grande valore per noi”; e questa scelta fornirà alle forze francesi “una nuova profondità strategica, in linea con le sfide alla sicurezza in Europa”. Per Macron, il punto centrale è questo: “Nessun avversario, o gruppo di avversari, può contemplare la possibilità di colpire la Francia senza la certezza di subire danni dai quali non si riprenderebbe mai”, ha affermato Macron.

Non è un caso che i Paesi Bassi abbiano avviato colloqui per passare a una fase concreta e partecipare alla strategia francese, nel momento in cui gli Stati Uniti del presidente Trump segnalano ormai da tempo una insofferenza per l’Europa in diversi contesti, e una scarsa volontà di proseguire il sostegno all’Ucraina nella guerra che dura ormai dal febbraio 2022, in seguito all’invasione russa. Nell’incontro avvenuto il 14 ottobre, funzionari dei Paesi Bassi e francesi hanno sottolineato che la collaborazione non entra in conflitto con le regole dell’Alleanza Atlantica, che resta come punto di riferimento per tutti i Paesi che fanno parte della Nato.

Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) Parigi può contare su 280 testate, più una decina di riserva. Potenza nucleare dal 1960, la Francia ha testato la prima bomba atomica nel Sahara, e una bomba all’idrogeno nel 1968 sull’isola di Mururoa, nella Polinesia francese. Sul piano della modernizzazione degli arsenali, allo sviluppo del missile balistico russo Oreshnik a duplice funzione – convenzionale e nucleare – con una gittata fino a 5.500 chilometri, Parigi si attrezza con il nuovo missile Asn4g e i nuovi missili M51.3, armati sui sottomarini. Il Bulletin of the Atomic Scientist ritiene che quest’arma possa avere una gittata fino a 9.500 chilometri.

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Ai lettori

Care lettrici e cari lettori,

la settimana scorsa, quando abbiamo dato la notizia dell’indagine della Procura di Napoli su Unipegaso e sui suoi rapporti con il mondo della pubblicità e dell’informazione, vi avevo promesso che vi avrei tenuti aggiornati. Anche perché nella vicenda risulto coinvolto anch’io, insieme a numerosi altri direttori e amministratori di giornali.

Come sapete, il giorno successivo il Fatto e un solo altro quotidiano, il Domani, hanno pubblicato il contenuto di un decreto di perquisizione eseguito nei confronti di alcuni manager dell’università online, della società che la controlla e di un’importante società di lobbying e pubbliche relazioni. Nell’atto sono riportate anche diverse conversazioni telefoniche tra il numero uno di Multiversity, Fabio Vaccarono, direttori di giornali, manager e collaboratori. Comprese, come avevamo già scritto, alcune telefonate con me. Oggi, dopo aver fatto le necessarie verifiche, ho deciso di raccontarvi come sono andate le cose, almeno per quanto ricordo. Lo faccio qui, come ho già fatto durante una riunione di redazione trasmessa in diretta su YouTube.

La storia comincia nell’autunno del 2025. La Seif, la società editrice del Fatto, entra in contatto con Vaccarono. La nostra amministratrice delegata Cinzia Monteverdi e la società sono interessate al mondo dei corsi di formazione online, un settore che potrebbe portare nuovi ricavi. Il Fatto, in quel periodo, non naviga in buone acque. I bilanci sono in perdita, le vendite in edicola calano come le edicole, come per tutti i quotidiani, gli abbonamenti digitali hanno cominciato a crescere, ma non sono ancora decollati. La nostra società ha però fatto una scelta precisa: resistere. Non licenziare nessuno, non dichiarare lo stato di crisi, non ridurre gli orari e gli stipendi dei giornalisti.
Nel frattempo, la Scuola del Fatto sta cominciando a dare buoni risultati. E dimostra che la formazione online, una strada già percorsa da altre testate, potrebbe essere una delle chiavi per fornire un buon servizio alla collettività e per rimettere in ordine i conti.

È in questo scenario che arriva Multiversity. La nostra società si informa su Vaccarono. Ne ricava un profilo di manager stimato, che ha ricoperto incarichi di vertice in Google Italia e nel gruppo Repubblica. A differenza di altri potenziali partner, che avevano già bussato alla nostra porta, non risulta aver avuto problemi con la giustizia. Negli incontri, Vaccarono racconta che nel mondo delle università online ha trovato di tutto. Ma aggiunge che, da quando Multiversity è stata acquisita interamente da un fondo americano, ha avviato una profonda e difficile opera di pulizia. Sostiene anche che a Napoli, all’Unipegaso, la situazione era diventata talmente complicata da fargli temere persino per la propria incolumità.

Cinzia Monteverdi decide allora di presentarlo alla direzione del giornale, di cui faccio parte. L’incontro avviene tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Vaccarono fa una buona impressione a tutti. Dice di essere un lettore del Fatto, racconta che sua madre ne è una grande appassionata, propone una partnership nel campo della formazione e spiega come la sua esperienza in Google e nella pubblicità dei grandi quotidiani possa esserci utile. Con la società avvia inoltre un discorso per entrare in futuro e a titolo personale nel capitale del giornale. E soprattutto torna più volte su un punto: la sua missione, ripete, è fare pulizia nelle università online controllate da Multiversity e dal fondo americano.

Nei mesi successivi la società comincia a lavorare per concretizzare gli accordi. Io, condirettore del Fatto e direttore del sito, in quel periodo frequento meno la redazione romana. Sono tornato a vivere a Milano e scendo a Roma quasi esclusivamente per i miei impegni televisivi. Cinzia Monteverdi mi tiene però informato, nelle linee generali, sull’evoluzione dei rapporti con Multiversity.

Arriviamo all’8 giugno. Quel giorno le agenzie battono la notizia che Maria Rosaria Boccia è indagata per una presunta falsa laurea conseguita all’Unipegaso. Al Fatto, intanto, siamo alle prese con il caso Minetti, arrivato alla fase delle spropositate richieste di risarcimento. Io non sono in redazione. Verso le ore 20 Monteverdi mi chiede di parlare con Vaccarono, che vuole far conoscere la posizione della sua società sulle notizie riguardanti l’indagine sulla università online. Notizie che peraltro conoscevo poco proprio perché non ero al lavoro.
Vaccarono mi inoltra un comunicato stampa. Telefono a Roma per informarmi. E gli faccio sapere che verrà pubblicato un articolo di circa duemila battute, nel quale sarà poi riportata, com’era giusto e normale che sia, anche la posizione di Multiversity. Che in sostanza dice: siamo stati noi a denunciare le irregolarità, siamo noi a voler fare pulizia e così via.

L’articolo (che io non ho letto prima) verrà pubblicato sul quotidiano cartaceo, sul pdf del giornale e in automatico da mezzanotte in una sezione del sito riservata agli abbonati digitali, dove finisce la grande maggioranza dei pezzi senza passare dalla homepage. Il titolo, però, è piuttosto duro. Forse da querela. Accosta a Unipegaso e alla parola “cricca” il nome del precedente proprietario, Danilo Iervolino, già perquisito nell’ambito di un’indagine per associazione per delinquere. Solo leggendo successivamente le conversazioni riportate nel decreto scoprirò quanto quel titolo abbia irritato i vertici di Multiversity.

La mattina seguente, Vaccarono mi telefona. Mi chiede se sia possibile non mettere online l’articolo (che in realtà c’è già da alcune ore). Per me, in quel momento, anche alla luce del pezzo che abbiamo pubblicato, Vaccarono è il manager che ha denunciato le irregolarità, che si considera parte lesa e che sta cercando di ripulire la società. Insomma, ai miei occhi è il “buono” della situazione. Non ricordo esattamente le parole che mi disse in quella telefonata, immagino molto breve. Dal decreto apprendo ora che gli risposi “assolutamente” e gli dissi “non esce”. In realtà la prima cosa che faccio è un’altra. Decido di modificare il titolo, dando maggiore evidenza alle denunce della nuova gestione e al caso Boccia. L’articolo resta pubblicato per ore là dov’era, cioè nella sezione del sito riservata agli abbonati. Chiedo inoltre che venga deindicizzato dai motori di ricerca: un procedimento che però non produce effetti immediati.

Vaccarono, intanto, continua a pregare che l’articolo venga tolto. Scrive che hanno fatto pulizia e che, passate 48 ore, si parlerà solo di futuro; ricorda che hanno già denunciato molte persone. Tutti concetti che, a quanto leggo, sono già contenuti nell’articolo. Il manager però appare preoccupato perché sui social stanno arrivando commenti negativi. In effetti chi legge quei commenti non può conoscere la posizione della nuova proprietà, perché l’articolo, come ogni pezzo del giornale cartaceo, è riservato ai soli abbonati. Ma non basta, perché l’articolo, pur spiegando che la nuova Multiversity-Pegaso si dice parte offesa e che l’inchiesta è nata proprio dalle sue denunce, rischia di danneggiare anche noi che con Multiversity abbiamo avviato una partnership nel settore della formazione online.
Così, verso mezzogiorno, decido di chiudere la questione. Sapendo che il pdf del giornale contenente il pezzo resta comunque a disposizione degli abbonati e che a quell’ora molti di loro lo hanno già letto pure in versione nativa, lo faccio togliere dal sito. Anche, lo ammetto, per levarmi Vaccarono di torno. Poi avverto la direzione di Roma. In quel momento mi sembra la scelta più sensata, che ci evita anche il rischio di eventuali querele per l’uso della parola “cricca”.

C’è però una cosa che né io né i colleghi di Roma in quel momento sappiamo. 
Nell’articolo è stato citato un altro manager, perquisito insieme con Iervolino e altre persone. Un professionista che la Procura di Napoli considera un anello di congiunzione tra la vecchia gestione e quella nuova, guidata da Vaccarono e Multiversity. È un particolare importante. E credo che proprio da qui nasca tutta questa vicenda, almeno per quanto mi riguarda: dal non aver colto un’informazione che avrebbe potuto indurci già in quel momento a fare altre valutazioni, a porci ulteriori domande e forse a prendere decisioni societarie diverse.

Nel decreto di perquisizione della scorsa settimana si parla però anche di altro. I pm ipotizzano che tutti i giornali coinvolti (compreso quindi il Fatto) abbiano silenziato per un mese una notizia su un’altra perquisizione legata a Unipegaso avvenuta a inizio maggio. Il Fatto però, stando a quanto ho potuto verificare in questi giorni, di quella perquisizione avvenuta a Napoli non sapeva niente. Il nostro corrispondente dalla Campania l’ha scoperta solo l’8 giugno, quando ne ha scritto.

Per il resto, ho poco da aggiungere. Credo di aver risentito Vaccarono una sola volta, nel mese di luglio, e di averlo poi rivisto a settembre sul palco alla festa del nostro giornale alla Versiliana. A luglio mi telefonò per dirmi che il loro ufficio legale aveva ricevuto chiamate da colleghi del Fatto. Bastò una verifica per capire che non era vero. Ricordo che in redazione ipotizzammo persino che quella voce fosse stata messa in circolazione, assieme ad altre notizie, da qualche concorrente interessato a far saltare i nostri accordi con Multiversity.

Naturalmente quella che vi ho raccontato è una ricostruzione sintetica, fatta senza conoscere gli atti a cui il decreto di perquisizione della scorsa settimana rimanda, ma sufficiente per farvi capire come sono andate davvero le cose dal mio punto di vista.

Detto questo, continuo a pensare che quando emergono ipotesi di reato, i pubblici ministeri abbiano non soltanto il diritto, ma anche il dovere di indagare su chiunque. Anche su di me. E chi dirige un giornale, proprio perché ogni giorno pretende trasparenza dagli altri, deve essere pronto a offrirla quando le domande riguardano lui.

L'articolo Ai lettori proviene da Il Fatto Quotidiano.

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“Saronni? Gli ha dato di volta il cervello, si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo ed è sempre polemico”: così Francesco Moser

“Se andiamo più d’accordo io e Saronni oppure Elly Schlein e Giuseppe Conte? Noi non siamo mai andati d’accordo e continuiamo a non andarci nemmeno oggi, perché Saronni è sempre polemico”. Francesco Moser, uno dei ciclisti italiani più noti di sempre, si è raccontato oggi a ‘Un Giorno da Pecora’, su Rai Radio1, a partire dallo sport che lo ha visto trionfare tante volte passando per la politica e non solo.

“Io veramente – ha detto Moser a proposito di Saronni – l’ho anche invitato a casa, abbiamo fatto dei pranzi e pedalato insieme. Poi, improvvisamente, non so se gli ha dato di volta il cervello ma si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo. Ha detto che gli ho rubato un Giro d’Italia, ma le classifiche mica le faccio io”. La rivalità tra Francesco Moser e Giuseppe “Beppe” Saronni ha infatti segnato l’età d’oro del ciclismo italiano tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta (1978–1986). Poi, qualche battuta sulla politica: “Che ciclisti potrebbero essere Schlein e Meloni? Schlein è capace solo di andare contro, quando c’erano loro al governo non mi pare abbiano fatto meglio dell’esecutivo attuale.

Moser ha poi detto la sua su Vannacci e Meloni: “Sono posizioni completamente diverse, la Meloni ha tante cose a cui pensare, Vannacci gioca sulle cose che non vanno. Se tirerei ‘la volata’ alla premier? Sì, certamente”. In chiusura, Moser ha parlato della sua quotidianità: “Oggi vado con la bici elettrica, il mio fisico l’ho già strapazzato abbastanza. Troppo comoda? Credetemi, si può faticare anche così. Ho appena fatto il monte Bondone, 18km di salita, sono andato su in prima, se la fai con la bici normale arrivi su che non riconosci nemmeno più chi hai intorno. Così vai in bici senza impiccarti“.

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“Così l’Ugl ha difeso l’azienda per salvare il suo delegato”: l’inchiesta di “Mi Manda Rai Tre” su Autogrill

Dopo il servizio di Far West, andato in onda un anno fa su Rai3, che faceva luce sulle condizioni igieniche e di lavoro all’interno di Autogrill, il sindacato Ugl difese subito l’azienda e definì “piangenti in anonimato” i dipendenti intervistati. Oggi, a un anno di distanza, viene fuori un audio privato in cui il segretario generale di Ugl Terziario dice di avere usato quel comunicato, da lui firmato, come una sorta di merce di scambio per evitare il licenziamento di un loro delegato, che in quel periodo rischiava di essere messo alla porta dal colosso della ristorazione. A scoprire la traccia è la trasmissione Mi Manda Rai Tre, che andrà in onda domani mattina alle 8 con il servizio completo.

Riepiloghiamo. A ottobre 2025, il giornalista Andrea Sceresini ha raccolto una serie di testimonianze a volto coperto da parte di lavoratori Autogrill: questi raccontavano turni estenuanti, continua pressione da parte dei capi, timori per la sicurezza soprattutto nelle ore notturne e anche una serie di falle nelle pulizie. C’era chi ammetteva di fare ricorso a psicofarmaci per poter sopportare lo stress a cui si è sottoposti svolgendo questo lavoro, chi sosteneva di non sentirsi tranquillo quando, di notte, si è da soli a gestire l’intero ristorante. Dopo l’uscita di questo servizio dalla durata di oltre otto minuti, l’Ugl Terziario rispose con un comunicato dal titolo surreale: “Il Far West della disinformazione”. E poi una serie di valutazioni: “Ci rendiamo conto – scriveva – che i lavoratori Autogrill in versione ‘pentiti di mafia’ facciano maggiore audience ma, con il massimo rispetto per gli anonimi intervistati, c’era una strada più semplice”.

Perché l’Ugl volle minimizzare queste testimonianze che raccontavano di lavoratori sull’orlo della disperazione, le stesse persone che i sindacati dovrebbero difendere e rappresentare? Una parte della risposta è nel servizio che i telespettatori potranno vedere domani su Mi Manda Rai Tre. La registrazione esclusiva riguarda una riunione a cui partecipava proprio Luigi Giulio De Mitri Pugno, segretario Ugl Terziario. Dalla sua stessa voce sembra emergere che il comunicato era stato quantomeno preannunciato a un dirigente di Autogrill e, infatti, De Mitri Pugno racconta di un manager che lo aveva ringraziato per la solidarietà e lui aveva risposto “ma che grazie per la solidarietà, mi devi fare un bonifico”. Quel bonifico era una metafora, non si trattava di soldi ma del salvataggio del delegato a rischio licenziamento. Mi Manda Rai Tre ha sentito De Mitri Pugno che ha escluso di aver concordato con l’azienda il comunicato, ha persino ipotizzato che l’audio sia stato creato con l’intelligenza artificiale per poi rivendicare di aver evitato un licenziamento.

L’Ugl è un sindacato vicino al centrodestra nel quale ha militato a lungo l’attuale sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon. In questi anni, soprattutto Durigon ha spesso proposto norme per rompere il “monopolio” di Cgil, Cisl e Uil per favorire le altre sigle, tra le quali la stessa Ugl. Sebbene in diverse situazioni sia a fianco dei tre confederali, negli scorsi anni l’Ugl ha fatto parlare di sé anche per essere stato l’unico sindacato disposto a firmare il contratto dei rider accettando le condizioni volute dalle piattaforme del food delivery.

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Il Garante multa chi spia le mail dei dipendenti. L’Authority ci aveva provato con i suoi

Due chiavette Usb criptate, in una busta antieffrazione, in un armadio chiuso a chiave. Dentro c’è la posta di tre ex dipendenti di Michael Page, colosso della selezione del personale, usciti nel 2021 e passati a un concorrente. L’azienda ha tenuto in vita le loro caselle fino al 25 settembre 2023, per due di loro oltre due anni e mezzo. Dice di averle setacciate per parole chiave, ma il Garante non se la beve e annota che non ne ha dato prova. Ha girato ai vecchi capi le mail che continuavano ad arrivare, poi ha mandato dentro un consulente informatico forense. Niente risposta automatica, e il motivo l’azienda l’ha messo nero su bianco: altrimenti gli ex “si sarebbero accorti dell’inattività delle proprie caselle di posta elettronica e sarebbero riusciti ad occultare i propri comportamenti”. Per il Garante della privacy non si fa. Con il provvedimento n. 583 del 6 agosto 2026, pubblicato a inizio ottobre, ha inflitto a Michael Page International Italia una sanzione di 225 mila euro.

Il cuore della decisione sta in poche parole: la società ha conservato la posta e ci è entrata “a ritroso”, “a prescindere dal formarsi di qualunque sospetto”. I controlli difensivi ammessi dalla Cassazione valgono solo per i dati raccolti dopo che il sospetto è nato. Bocciate anche la conservazione delle mail per dieci anni e la regola che imponeva ai dipendenti di consegnare, su richiesta, la password al superiore. La posta, scrive l’Autorità, è corrispondenza “assistita da garanzie di segretezza tutelate anche costituzionalmente”. Chi può aprirla al posto del lavoratore “non può essere il superiore gerarchico né, più in generale, il datore di lavoro”. Michael Page aveva chiesto che il provvedimento non fosse pubblicato, perché i concorrenti avrebbero potuto usarlo per screditarla. Richiesta respinta. Davanti all’Autorità la società si era difesa parlando di indagini difensive contro la concorrenza sleale dell’ex personale; contro la multa può ricorrere al tribunale. Non è un caso isolato, è una linea.

Il 18 dicembre 2025, con il provvedimento n. 754, il Garante ha multato per 40 mila euro la LTL spa, lenti oftalmiche a San Vito al Tagliamento. Aveva tenuto aperta per circa due mesi la casella del suo ex amministratore delegato, mandato via il 2 agosto 2023. Lui ci inoltra per errore, dall’account della compagna, la bozza dell’impugnazione del licenziamento. Alle 18.23 di quel 21 settembre arriva la “risposta” dell’avvocato dell’azienda a una lettera che nessuno gli aveva spedito. Il 18 giugno 2026 è toccato a Piaggio: 460 mila euro per le mail di due ex dipendenti, conservate per tutto il rapporto più altri cinque anni e acquisite, scrive il Garante, prima “dell’insorgere del sospetto”. Quel provvedimento però oggi sul sito dell’Autorità non c’è più. È stato rimosso in ottemperanza a un’ordinanza cautelare del Tribunale di Pisa del 22 settembre, e l’opposizione è pendente. Il messaggio alle aziende, insomma, è chiaro. Il problema sono i tempi.

I tre ex di Michael Page hanno presentato reclamo il 15 settembre 2022 e la decisione è arrivata quasi quattro anni dopo. L’articolo 143 del Codice privacy chiede di decidere entro nove mesi, dodici se servono approfondimenti. Per la LTL il reclamo era del 30 ottobre 2023: oltre due anni. Il Fatto ne aveva raccontato lo stallo a metà novembre 2025, e la sanzione è arrivata un mese dopo. La Cassazione, con la sentenza 22791 di quest’anno, ha stabilito che il ritardo non fa decadere il potere di sanzionare. Chi aspetta giustizia per la posta violata, però, aspetta lo stesso.

Gli uffici, del resto, lavorano sotto un Collegio ridotto a tre da gennaio, quando si è dimesso Guido Scorza per effetto delle inchieste di Report e del Fatto. Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni e Agostino Ghiglia sono rimasti al loro posto nonostante l’inchiesta della Procura di Roma che dovrebbe essere prossima a chiusura. Ed è qui che la frase sulle ricerche “a ritroso” fa un certo effetto. Il 4 novembre 2025, due giorni dopo una puntata di Report sull’Autorità, l’allora segretario generale Angelo Fanizza chiese al direttore dei sistemi informativi di estrarre “urgentemente” mail, accessi Vpn e cartelle condivise dei dipendenti del Garante, per trovare chi passava notizie al Fatto e a Report. Il direttore dei sistemi IT contestò la richiesta. Quando la vicenda divenne pubblica Fanizza si dimise, e il Collegio si dichiarò estraneo. Michael Page almeno frugava nella posta di tre persone. Al Garante si voleva frugare in quella di tutti.

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Accordo Francia-Germania “per garantire il futuro dell’auto europea”. Ma con meno vincoli si rischia di rallentare gli investimenti nell’elettrico

Francia e Germania si accordano su un “approccio comune volto a garantire il futuro dell’industria automobilistica europea“. E provano a trascinare gli altri Paesi europei sulla loro linea. Il compromesso raggiunto da Emmanuel Macron e Friedrich Merz punta ufficialmente a conciliare due obiettivi: concedere più “flessibilità” alle case automobilistiche nella transizione dai motori a combustione e rafforzare la produzione industriale europea. Di fatto, Berlino ottiene un allentamento degli obiettivi climatici, Parigi punta a legare più strettamente il sostegno pubblico alla produzione nell’Unione. Stellantis festeggia: “Accogliamo con favore l’accordo come un passo importante verso la finalizzazione del pacchetto europeo per il settore automobilistico. Insieme alle discussioni in corso al Parlamento europeo e alle posizioni già espresse da diversi Stati membri, riteniamo che possa contribuire a concludere rapidamente il processo, garantendo al nostro settore le flessibilità e la chiarezza di cui ha bisogno, affinché possa concentrarsi su ciò che sa fare meglio: innovare e offrire soluzioni ai propri clienti”.

È “approccio equilibrato” che permetterà all’Ue di perseguire i suoi obiettivi climatici e, in parallelo, rafforzare la sovranità tecnologica, la base industriale e la competitività internazionale della sua industria automobilistica, rivendica la dichiarazione diffusa dall’Eliseo. La Germania, che ospita big come Volkswagen, Bmw e Mercedes, vuole ridurre la pressione su un settore messo alle strette dalla concorrenza cinese, i costi industriali e una domanda di auto elettriche inferiore alle attese. La Francia vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per veicoli e componenti prodotti prevalentemente all’estero. Il compromesso scambia dunque flessibilità normativa con protezione industriale. Ma per Transport & Environment (T&E), organizzazione europea che si occupa di trasporti sostenibili, si tratta di “un errore storico”: l’accordo rischia di essere un boomerang e finirà per rallentare gli investimenti nelle tecnologie del futuro. Secondo le sue stime, con regole meno stringenti la quota di veicoli elettrici nell’offerta delle case automobilistiche nel 2030 scenderebbe dal 57% previsto con gli obiettivi attuali al 43%.

La normativa europea ora in vigore prevede dal 2035 una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico delle nuove auto e dei nuovi furgoni rispetto ai valori di riferimento del 2021. La Commissione ha proposto di annacquarla passando a un taglio del 90% mentre il restante 10% verrebbe compensato attraverso l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione o da combustibili sintetici e biocarburanti. L’intesa franco-tedesca va oltre: secondo quanto illustrato da Merz, l’obiettivo sarebbe una riduzione del 90% dal 2035, senza obbligo di compensare il restante 10%. Resteranno vincoli sulle emissioni medie delle flotte e le condizioni dovranno essere definite dalla normativa europea. Il cambiamento sostanziale è che verrebbe abbandonato l’obiettivo di azzerare le emissioni allo scarico delle nuove auto, lasciando maggiore spazio a tecnologie diverse dall’elettrico puro. Francia e Germania ribadiscono comunque l’obiettivo di sviluppare e produrre in Europa la prossima generazione di veicoli elettrici. La tesi è che la transizione debba proseguire senza imporre una traiettoria tecnologica troppo rigida a un’industria che attraversa una fase difficile.

L’altro pilastro dell’intesa è il rafforzamento della produzione europea. Il principio è utilizzare incentivi pubblici, appalti e altri strumenti di sostegno per favorire gli investimenti nell’Unione, anziché alimentare le filiere dei concorrenti extraeuropei. Ma stabilire che cosa significhi prodotto in Europa non è semplice visto che molte componenti arrivano da oltre confine. È il caso delle batterie, destinate ad avere un peso crescente nel valore delle auto elettriche.

Transport & Environment critica proprio i requisiti prospettati per il contenuto europeo delle batterie, almeno il 10% nel biennio 2028-2029 e il 20% nel 2030-2031. Secondo l’organizzazione, le soglie sono insufficienti a proteggere gli investimenti europei, considerando che nel 2025 oltre il 50% delle celle impiegate nelle auto elettriche vendute nell’Ue era già prodotto in Europa. Il rischio è che un’auto assemblata nell’Unione possa beneficiare della qualifica di prodotto europeo pur utilizzando batterie cinesi. L’organizzazione avverte che questi vincoli potrebbero compromettere gli investimenti nelle gigafactory europee, mettendo a rischio una capacità produttiva stimata in 164 GWh nel 2027 e 254 GWh nel 2030. “Germania e Francia stanno commettendo un errore storico”, dice Andrea Boraschi, direttore di T&E Italia.

Il ragionamento è che se gli obiettivi climatici diventano meno impegnativi, i costruttori possono avere meno necessità di accelerare lo sviluppo e la commercializzazione dei modelli elettrici. Nel breve periodo questo potrebbe aiutare a contenere i costi e difendere i margini delle auto tradizionali. Nel lungo periodo, però, rischia di ritardare gli investimenti nelle tecnologie che stanno trasformando il mercato mondiale. Allo stesso modo la maggiore gradualità potrebbe proteggere temporaneamente i posti di lavoro legati ai motori tradizionali e alla componentistica, ma non garantisce la creazione di nuove attività nelle batterie, nell’elettronica e nel software. Se queste filiere si sviluppassero soprattutto fuori dall’Europa, la difesa delle lavorazioni esistenti non sarebbe sufficiente a salvaguardare la competitività futura.

In ogni caso l’intesa a due ha davanti una lunga strada prima di tradursi eventualmente in una modifica delle regole europee. Sarà necessario trovare un’intesa con gli altri Stati membri e con il Parlamento europeo, dove restano differenze sulle modalità e sui tempi della transizione. Parigi e Berlino si dicono “determinate” a “lavorare rapidamente con i partner europei” per giungere a un accordo. “Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri lavoratori, delle nostre industrie e dei nostri cittadini: far sì che l’Europa resti un attore di primo piano nella trasformazione globale dell’industria automobilistica”, concludono, ribadendo l’obiettivo di creare “un’industria automobilistica europea competitiva, innovativa e decarbonizzata, che produca in Europa e crei i posti di lavoro di domani”. Secondo Merz, l’Italia è “ampiamente d’accordo”. Anche se non è stata invitata a partecipare.

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Manovra, ai magistrati quasi 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti

Con la prossima legge di bilancio sono in arrivo fino a 100mila euro a testa per i magistrati. Secondo il Sole 24 ore, nelle tabelle del Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles c’è un “fondo sentenze” da 1,9 miliardi. In particolare, a disposizione delle toghe ci sono 970 milioni di euro, che diventano costi lordi a carico dello Stato, divisi in arretrati una tantum (circa 70mila euro a testa) e aumento fisso in busta paga (20mila euro l’anno). A incassare di più saranno gli oltre 10mila magistrati in servizio già dal 2018, anche se tutti, in modo proporzionale, riceveranno qualcosa.

La misura si spiega andando a vedere il meccanismo di calcolo dei trattamenti economici, utilizzati dall’Istat per far crescere le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Il sistema fino ad ora utilizzato è stato bocciato dal Consiglio di Stato: per la categoria dei magistrati erano state escluse indennità che invece sarebbero dovute essere pagate. Gli stipendi dei magistrati, infatti, per legge non vengono contrattati anno per anno bensì ogni tre anni e, a partire dal 2018, gli aumenti di stipendio non sono stati calcolati in modo consono. La prossima legge di bilancio, quindi, conterrà i decreti che adeguano le retribuzioni per la magistratura dal 2018 al 2023. Per farlo, il ministro Giorgetti sta rinunciando ai tagli Irpef per il ceto medio e alla detassazione delle tredicesime.

In bilico rimangono le retribuzioni del triennio 2024-26, che potrebbero in futuro essere oggetto di revisione e successiva compensazione. Interessati a questo pagamento ritardato sono pure professori universitari e militari: anche loro fanno parte della categoria “personale di diritto pubblico“, e anche per loro il calcolo dell’Istat potrebbe essere stato sbagliato. I sindacati di ricercatori e docenti si sono già messi in moto per un ricorso collettivo.

“Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento: gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dal quotidiano: si parla per un magistrato con 20 anni di esperienza di una cifra che non arriva a un quarto di quanto scritto dal quotidiano”, ha spiegato all’Adnkronos l’Associazione nazionale magistrati (Anm) in merito a quanto pubblicato dal ‘Sole 24 Ore’ secondo cui ai magistrati italiani con la legge di bilancio 2027 potrebbero arrivare quasi 100mila euro a testa, in media, tra arretrati e aumenti di stipendio.

La misura nasce dall’obbligo di dare attuazione a una serie di sentenze del Consiglio di Stato relative alla modalità di calcolo dell’indicatore per l’adeguamento triennale di stipendi e indennità del personale di magistratura ed equiparati. “Si tratta, peraltro, di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere – osserva l’Anm – Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”.

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Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

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Btp Valore, offerta al via da lunedì: meglio “tradizionale” o con “maxi-cedola”? Ecco quanto possono rendere

Due titoli di Stato, entrambi della durata di cinque anni, ma con una differenza fondamentale: incassare gli interessi ogni tre mesi oppure riceverli tutti insieme alla scadenza, nell’ottobre 2031. Da lunedì 19 a venerdì 23 ottobre il ministero dell’Economia e delle Finanze offre la doppia possibilità di investimento: il Btp Valore tradizionale e il nuovo Btp Valore Insieme. I tassi minimi garantiti sono già stati fissati: fino al 4,7% annuo per il primo, il 22,25% complessivo per il secondo. Ma quanto rendono concretamente? E quale conviene scegliere?

Il Btp Valore tradizionale paga una cedola, cioè gli interessi maturati, ogni tre mesi. Il tasso annuo lordo è del 3,7% per i primi due anni, sale al 4,1% per i successivi due e arriva al 4,7% nell’ultimo. Investendo 10mila euro, si incassano complessivamente 2.030 euro lordi, che diventano 1.776,25 euro dopo la tassazione del 12,5%. Alla scadenza, ovviamente, viene restituito anche il capitale iniziale.

Il Btp Valore Insieme funziona diversamente: non paga nulla durante i cinque anni, ma riconosce un’unica maxi-cedola finale del 22,25%. Con gli stessi 10mila euro, gli interessi lordi sono 2.225 euro, pari a 1.946,88 euro netti. I calcoli non comprendono eventuali costi e imposta di bollo.

Quale conviene? Dipende dalle esigenze. Il tradizionale è indicato per chi vuole disporre periodicamente degli interessi, anche per reinvestirli. Insieme si rivolge invece a chi può attendere, rinunciando agli incassi intermedi e preferendo accumulare una somma per obiettivi futuri. Attenzione però: il 22,25% finale non significa necessariamente un rendimento finanziario superiore. Come spiega Davide Iacovoni, direttore del Debito pubblico, i due titoli hanno lo stesso rendimento all’emissione: cambia il momento in cui si ricevono gli interessi. Il confronto tra gli incassi complessivi, del resto, non considera la possibilità di reinvestire le cedole trimestrali.

Inoltre, è possibile acquistarli entrambi, anche contemporaneamente, con un investimento minimo di mille euro per ciascuno. Basta rivolgersi alla propria banca o all’ufficio postale, disponendo di un conto corrente e di un deposito titoli, oppure utilizzare l’home banking abilitato agli investimenti. Il collocamento termina alle 13 del 23 ottobre, salvo chiusura anticipata. I tassi annunciati sono minimi garantiti, che significa che il Tesoro potrà modificarli soltanto al rialzo alla conclusione dell’offerta. Quella che inizia lunedì 19 è l’ultima emissione del 2026 riservata ai piccoli risparmiatori.

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Riccardo Lupino: “Bisogna ripensare il sistema…”



Riccardo Lupino presenta su Visione Tv il suo ultimo libro- “Agritortura”- evidenziando le tante criticità che attanagliano il settore

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Proteste degli studenti a Torino, genitori e docenti fanno da scudo ai ragazzi: “La polizia ha provocato, noi ci siamo messi in mezzo”

“C’è stato un momento di tensione in cui la polizia ha provocato gli studenti, mentre li stava seguendo in tenuta antisommossa. Noi ci siamo interposti tra i ragazzi e gli agenti”, a parlare è Daniela Albano, una delle docenti che, insieme ad alcuni genitori, ha creato uno scudo per proteggere gli studenti durante la manifestazione di protesta a Torino.

“Le forze dell’ordine stavano avanzando, inseguendo un corteo che neanche esisteva più. Gli studenti ormai erano dispersi ma gli agenti hanno continuato ad avanzare con il loro fare repressivo che a Torino conosciamo benissimo. Oggi con tanto di idranti e lacrimogeni, con angoli di lancio che non rispettano i criteri europei”, ha aggiunto Sara Diena, consigliera comunale di Sinistra Ecologista-Avs, dopo che la polizia ha caricato la folla di studenti con le camionette e con gli idranti, costringendo il corteo ad allontanarsi da Piazza Castello. Una parte dei partecipanti si è dispersa, mentre i manifestanti rimasti si sono ritrovati davanti a Palazzo Nuovo.

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Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival

La sortita del Presidente Mattarella rispetto all’esigenza di contenere la proliferazione delle “giornate nazionali”, per ridurre il rischio di deriva inflattiva che determina la sostanziale inefficacia delle stesse, stimola una riflessione in coloro che credono (ancora) in uno Stato che sappia sviluppare una sana politica culturale.

Il nostro Presidente si è mai posto un quesito “simile”, rispetto alla gran quantità di festival che durante l’anno si svolgono in tutta Italia?! Senza dubbio, si tratta di una ricchezza del nostro territorio, e in alcuni casi sono anche veri e propri preziosi presidi culturali sopravvivenziali, in zone del nostro Paese che soffrono di una tremenda desertificazione (ci sono migliaia di comuni nei quali non ci sono più teatri, non ci sono più cinematografi, non ci sono più nemmeno edicole!). Un monitoraggio curato da alcuni anni dal centro di ricerca indipendente che presiedo, IsiCult, ha censito oltre 4mila festival in tutto il Paese, e crescono di decine e decine ogni anno (e altrettanti muoiono, quasi sempre a causa di deficit di sostegno pubblico).

Si tratta dell’iniziativa “Italia dei Festival” (www.italiadeifestival.it), che beneficia di un modesto contributo della Direzione Cinema e Audiovisivo come “progetto speciale” (per l’anno 2024 e per l’anno 2025).

Spesso si tratta di piccole iniziative, che potrebbero ben svilupparsi con sovvenzioni di poche decine di migliaia di euro, ma la macchina burocratica del Ministero della Cultura attribuisce sostegni ad una minima parte del totale dei festival italiani. Si tratta indicativamente di circa 600 festival l’anno, su un totale di oltre 4mila. Quelli non “premiati” dal Mic riescono a vivere (spesso soltanto a sopravvivere) grazie a contributi delle Regioni, dei Comuni, delle fondazioni ex bancarie, di sponsor privati.

IsICult sta cercando di costruire una mappatura dei festival anche dal punto di vista economico-finanziario, con grande difficoltà perché i livelli di trasparenza non sono sempre eccellenti. In verità, questo dataset dovrebbe essere costruito dallo stesso MiC, ma pare che, nel corso dei decenni, nessuno ci abbia pensato…

Nell’economia festivaliera italica, emergono poi i “big”, ovvero una ventina di festival che sono classificati come nazionali e speciali – con criteri spesso misteriosi – che beneficiano di sovvenzioni a botte di milioni di euro, con una quantificazione sganciata da criteri oggettivi, ma determinata dalla discrezionalità del Principe di turno: tra questi, uno di quelli che spicca è senza dubbio il Festival del Cinema di Roma, che si sta svolgendo in questi giorni.

Qualcuno si è mai preso la briga di comprendere se questo festival (che ha un budget di 8 milioni di euro) determina reali ricadute concrete nel sistema cinematografico nazionale?! Esattamente come per Venezia, si pone come simpatica vetrina per cinefili, con red carpet integrato, ma poco più di sostanziale, considerando che la gran parte dei film che propone non hanno poi alcuno sbocco nel mercato cinematografico. Si tratta di festival che costano molti milioni di euro di danaro del contribuente, danno certamente lavoro a decine e centinaia di persone, ma che non modificano l’audience cinematografica in modo sostanziale.

La questione riguarda ovviamente anche la stessa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: contribuisce – al di là del red carpet appunto – a promuovere realmente la fruizione di cinema (e magari di cinema nazionale), o si tratta di una grande “macchina burocratico-culturale” autoriferita ed autoreferenziale?! Altresì dicasi per il David di Donatello… Quanti piccoli festival potrebbero essere sostenuti con una parte del sostegno pubblico assegnato a grandi kermesse come Venezia e Roma e poche altre dell’eletta schera?!

Queste patologie riguarda le “giornate nazionali” così come i… “comitati nazionali”, ai quali il Presidente della Repubblica non ha ancora (non ancora?!) dedicato attenzione. In sostanza, così come a livello nazionale non si dispone di vere “valutazioni di impatto” (né per il cinema e l’audiovisivo, né per lo spettacolo dal vivo, che complessivamente assorbono oltre 1 miliardo di sovvenzioni da parte del MiC), a livello territoriale lo Stato non dispone di strumentazione adeguata per ben valutare il senso delle iniziative culturali.

Il discorso va ben oltre lo specifico festivaliero. Senza dimenticare la gran quantità di danari che il MiC assegna direttamente a Cinecittà s.p.a. con assoluta discrezionalità, senza rendere conto a nessuno, per i cosiddetti “progetti speciali”: basti pensare alle decine di milioni di euro ogni anno di una incerta campagna promozionale – con zero trasparenza – tanto cara alla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, qual è “Cinema Revolution”, oppure al misterioso progetto “Rambaldi”, gestito dal “Comitato Nazionale per le Celebrazioni del 100° anniversario della nascita di Carlo Rambaldi”.

Trattasi di 1,6 milioni di euro (perché non 2 o 3?!), con un “Comitato Nazionale” la cui presidenza è stata affidata (non si sa bene da chi) a Chiara Sbarigia, Presidente da anni dell’Associazione Produttori Audiovisivi (Apa), già Presidente di Cinecittà, nonché ancora oggi consigliere di fiducia della Sottosegretaria Borgonzoni…

E che dire – ancora? – dei 2,2 milioni (perché non 3 o 4?!) di euro che Cinecittà ha concesso graziosamente all’Italian Global Series Festival per l’edizione 2025. Iniziativa anch’essa promossa dall’Apa presieduta da Chiara Sbarigia… L’elenco completo sarebbe troppo lungo. E sconfortante. E nel frattempo, sul territorio centinaia e centinaia di piccoli festival boccheggiano.

Giochi di palazzo, capitale relazionale, conventicole e lobby, amichettismi diffusi e trasversali… A nessuno sembra interessare la verifica della reale efficacia (ovvero inefficacia) del sostegno pubblico alla cultura. Prevale discrezionalità ed opacità. E sempre latente è il rischio di clientelismo, di asimmetrie: sostanzialmente di ingiustizie. Con buona pace della tanto decantata meritocrazia e – in fondo – della democrazia culturale.

L'articolo Mattarella contro l’eccesso di ‘giornate nazionali’: lo stesso discorso andrebbe esteso ai festival proviene da Il Fatto Quotidiano.

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SARDEGNA, DA REGIONE 1,5 MILIONI IN TRE ANNI CONTRO RANDAGISMO DI CANI E GATTI

Un milione e mezzo di euro in tre anni per contrastare il randagismo e contenere la riproduzione incontrollata di cani e gatti in Sardegna. È la dotazione del Piano triennale di sterilizzazione approvato dalla Regione, che prevede uno stanziamento di 500mila euro all’anno per il 2026, il 2027 e il 2028, destinato agli animali di proprietà e ai gatti appartenenti alle colonie feline censite.La ripartizione delle risorse è stata definita dalla Giunta regionale in attuazione della legge regionale 20 del 21 settembre 2026. La quota più consistente, pari a 300mila euro annui, sarà destinata alla sterilizzazione dei cani di proprietà dei residenti nell’Isola. Altri 100mila euro all’anno finanzieranno gli interventi sui gatti delle colonie feline censite, mentre la stessa somma sarà riservata ai gatti domestici.Per accedere ai contributi destinati agli animali di proprietà sarà necessario essere in possesso di un Isee in corso di validità non superiore a 20mila euro. Nell’ambito del Piano sarà data priorità agli esemplari di sesso femminile, con l’obiettivo di prevenire le cucciolate indesiderate e ridurre il rischio di abbandono. È prevista una deroga per i cani detenuti in ambito rurale, per i quali il contributo potrà essere riconosciuto indipendentemente dalla situazione reddituale del proprietario.Il coordinamento dell’attuazione del Piano sarà affidato alla Asl di Sassari, individuata come azienda capofila. Entro 30 giorni dall’approvazione della delibera, l’azienda sanitaria dovrà predisporre e pubblicare appositi avvisi rivolti ai potenziali beneficiari, con l’indicazione dei requisiti di accesso, delle modalità di presentazione delle domande, dei criteri di selezione e delle procedure per la rendicontazione delle spese. Gli interventi saranno programmati in collaborazione con i servizi veterinari delle aziende sanitarie locali. 

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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

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Per Helberg l’Italia è un partner strategico nella Pax Silica americana. Ecco perché

Gli Stati Uniti considerano l’Italia un partner strategico nel progetto di riorganizzazione delle catene globali del valore tecnologico attorno a un sistema di Paesi affidabili. E guardano al nuovo US-Italy Trusted Tech Accelerator come a uno strumento per trasformare questa visione in collaborazioni industriali concrete.

È il messaggio emerso dal fireside chat tra Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici, e l’ambasciatore italiano Marco Peronaci, durante la terza edizione dello US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, tenutasi a Washington il 15 e 16 ottobre.

Helberg ha collegato l’iniziativa Pax Silica dell’amministrazione Trump, di cui è considerato l’“architetto”, a una trasformazione strutturale dell’economia globale, sostenendo che l’intelligenza artificiale è destinata a modificare non soltanto la produttività e i ritmi di crescita, ma anche la distribuzione internazionale della ricchezza e del potere.

Per Washington, la leadership tecnologica è sempre più inseparabile dalla sicurezza economica. La costruzione di filiere resilienti tra Paesi politicamente allineati diventa così uno degli strumenti centrali della competizione strategica.

Helberg ha descritto Pax Silica come una piattaforma che riunisce nazioni dotate di capacità tecnologiche e industriali complementari, con l’obiettivo di mettere in sicurezza le infrastrutture su cui poggia l’economia dell’intelligenza artificiale. Un perimetro che supera quello dei semiconduttori e dei sistemi di calcolo avanzato, comprendendo un ecosistema manifatturiero più ampio, nel quale settori diversi dipendono spesso dagli stessi impianti produttivi e dalle medesime risorse critiche.

La strategia intende affrontare alcune vulnerabilità strutturali delle catene di approvvigionamento: l’eccessiva concentrazione geografica, la presenza di nodi produttivi difficilmente sostituibili e le dipendenze che possono esporre le economie occidentali a forme di coercizione geopolitica.

Il Sottosegretario ha inserito questo ragionamento in una prospettiva storica. A suo giudizio, gli incrementi di produttività generati dall’intelligenza artificiale potrebbero accelerare significativamente la crescita economica, modificando nell’arco di una generazione gli equilibri internazionali. I Paesi capaci di beneficiare maggiormente di questa trasformazione acquisirebbero vantaggi destinati a estendersi ben oltre il settore tecnologico.

Nel suo intervento, Helberg ha richiamato anche la tradizione occidentale della scoperta scientifica, collegandola esplicitamente al Rinascimento italiano. Un riferimento con cui ha riconosciuto il contributo storico dell’Italia allo sviluppo del pensiero scientifico e della centralità della ragione, individuandovi una delle radici culturali della risposta occidentale alle trasformazioni in corso.

La conseguenza geopolitica è che gli Stati Uniti non possono costruire da soli il proprio futuro tecnologico. Hanno bisogno di partner con competenze industriali, capacità scientifiche e interessi strategici condivisi.

Pax Silica, in questa prospettiva, combina la protezione delle filiere con la possibilità di sviluppare nuove opportunità industriali. “Non vuole essere soltanto un meccanismo difensivo, ma anche uno strumento per cogliere le opportunità”, ha spiegato Helberg.

L’iniziativa prevede forme di cooperazione sia tra governi sia tra istituzioni pubbliche e imprese private, riflettendo la struttura delle economie occidentali, nelle quali gran parte delle catene di approvvigionamento strategiche è gestita da soggetti industriali autonomi.

Secondo Helberg, uno dei problemi principali riguarda le asimmetrie informative. I governi non dispongono necessariamente di una conoscenza completa delle dipendenze delle proprie industrie, mentre le aziende hanno bisogno di maggiore visibilità sugli orientamenti normativi, sulle priorità politiche e sui rischi geopolitici. Pax Silica può contribuire a ricostruire la mappa dei nodi critici delle filiere, identificare le vulnerabilità e creare le condizioni per nuove partnership.

Particolarmente esplicito è stato il passaggio dedicato alla Cina. Il sottosegretario ha messo in guardia dalle conseguenze internazionali della sovraccapacità produttiva cinese e delle esportazioni sostenute da sussidi pubblici, evocando il rischio di un secondo China shock, o China squeeze, capace di mettere sotto pressione le industrie manifatturiere di numerosi Paesi, soprattutto nell’elettronica avanzata, nelle telecomunicazioni e nei veicoli elettrici.

A suo giudizio, i dazi hanno finora offerto una relativa protezione al mercato americano, mentre altre economie rimangono esposte alla pressione competitiva cinese. “Non vogliamo diventare un’isola circondata da mercati dominati dalla Cina”, ha affermato Helberg.

La dichiarazione chiarisce un aspetto significativo della strategia di Washington: la sicurezza economica americana dipende anche dalla tenuta dei mercati e delle industrie alleate. La protezione del mercato interno statunitense avrebbe un valore strategico limitato se i principali partner commerciali diventassero progressivamente più dipendenti dalla produzione cinese.

Nel corso della conversazione, Peronaci ha sollevato proprio il problema di come costruire alternative competitive ai fornitori attuali, considerando che la diversificazione delle filiere può comportare costi più elevati nel breve periodo. L’ambasciatore ha inoltre richiamato la possibilità di estendere la cooperazione all’Asia, all’Africa e al Mediterraneo, proponendo un parallelo con le difficoltà incontrate dalla Nato nel coordinare le capacità produttive delle industrie della difesa nei sistemi economici occidentali, caratterizzati da una struttura decentralizzata.

Il confronto ha permesso di collocare il ruolo italiano all’interno della strategia americana. Roma ha aderito alla dichiarazione Pax Silica a luglio, mentre a settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Italia e Stati Uniti hanno firmato un memorandum bilaterale sui minerali critici. Il nuovo Accelerator rappresenta un ulteriore passaggio, volto a collegare l’allineamento diplomatico agli investimenti, alla ricerca e alla cooperazione industriale.

Alla domanda diretta di Peronaci sulla possibilità di contare sul suo sostegno all’iniziativa, Helberg ha risposto senza esitazioni: “Potete assolutamente contare sul mio sostegno”. “Consideriamo l’Italia un partner molto, molto importante”, ha aggiunto, esprimendo apprezzamento per l’approccio del governo Meloni all’innovazione tecnologica.

Helberg ha inoltre sottolineato il valore della struttura operativa dell’Accelerator, in particolare la capacità di coinvolgere direttamente il settore privato e favorire la nascita di nuove collaborazioni. Ha espresso l’auspicio che l’iniziativa possa diventare un modello per mettere in relazione governi e imprese e sviluppare ulteriori partnership nell’ambito di Pax Silica.

Il dialogo ha affrontato anche il tema della regolamentazione dell’intelligenza artificiale avanzata. Rispondendo alle domande di Peronaci sulla possibile coscienza artificiale, sulla dignità umana e sui principi che dovrebbero guidare lo sviluppo tecnologico, Helberg si è dichiarato contrario all’idea di considerare senzienti i sistemi di AI.

Sul piano normativo, ha sostenuto la preferenza dell’amministrazione per un approccio basato sui singoli settori di applicazione, anziché su una disciplina generale dell’intelligenza artificiale. Veicoli autonomi, applicazioni mediche e aviazione presentano rischi differenti, che possono essere affrontati attraverso normative specifiche e principi di responsabilità civile già esistenti. L’amministrazione, ha spiegato, sta esaminando la legislazione vigente per individuare eventuali lacune.

La prossima prova per Pax Silica sarà verificare se la crescente rete di impegni diplomatici riuscirà a produrre risultati misurabili in termini di investimenti, capacità manifatturiera e resilienza delle filiere.

Per l’Italia, l’Accelerator offre la possibilità di tradurre le proprie competenze scientifiche e industriali in collaborazioni con aziende e investitori americani. Per Washington, l’iniziativa bilaterale potrebbe dimostrare come la cooperazione sulle tecnologie affidabili possa svilupparsi oltre il livello delle dichiarazioni governative.

L’obiettivo strategico che emerge dal confronto tra Peronaci e Helberg è più ampio: costruire un ecosistema tecnologico internazionale capace di sostenere la competitività economica occidentale mentre l’intelligenza artificiale ridefinisce gli equilibri globali di potere.

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Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

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"Elsinore", Amleto ai tempi dell'AIDS, con Andrew Scott da Oscar

La storia vera di Ian Charleston, che -già malato- portò a termine 24 rappresentazioni del capolavoro di Shakespeare al National Theatre di Londra prima di morire. Il film, con la regia di Simon Stone, è stato presentato alla festa del cinema di Roma

© RaiNews

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Kyiv e difesa europea misurano la credibilità di governo. La lezione di Casini al centrosinistra

C’è un’Europa che rischia di svegliarsi troppo tardi, quando le decisioni sul suo destino saranno già state prese altrove. Stretta tra le ambizioni di Mosca, la potenza di Pechino e un’America che riscrive le regole delle relazioni internazionali, l’Unione si trova davanti a una scelta che non ammette scorciatoie: diventare finalmente un soggetto politico oppure rassegnarsi a essere un territorio conteso. Pier Ferdinando Casini, con il garbo di chi conosce i tempi lunghi della politica e il peso delle sue parole, affida a Ferrara un messaggio che attraversa i confini nazionali e arriva fino alle contraddizioni del centrosinistra.

Perché se l’Europa è il terreno sul quale si gioca il futuro dell’Occidente, l’Ucraina è il banco di prova sul quale si misura la credibilità di chi aspira a governare l’Italia.

Il senatore, eletto nelle liste del Pd da indipendente, interviene a Palazzo Barbantini-Koch, nella cornice di un incontro dedicato al pensiero europeo di Guido Carli. Ma il passato, in questa riflessione, non è un rifugio nostalgico. È una lente attraverso cui leggere un presente che sembra aver smarrito alcune delle proprie coordinate. “Il salto politico che deve fare l’Europa passa dalla politica estera comune e dalla Difesa”.

Poche parole, una direzione precisa. Perché il continente che ha saputo trasformare le macerie del Novecento in un progetto di pace rischia oggi di scoprire quanto sia fragile una costruzione economica priva di una piena sovranità politica e strategica.

“O l’Europa è unita o non è”. La formula di Casini non concede molto spazio alle zone grigie. L’integrazione dei mercati, una politica estera comune e una difesa condivisa non sono capitoli separati di un’agenda comunitaria: sono le condizioni perché gli europei possano decidere del proprio destino.

L’intuizione di Carli, in questo senso, conserva una forza quasi profetica. Gli europei non devono diventare sudditi. “Né di Xi né di Putin“.

E neppure di Donald Trump, che, nella lettura del senatore, sta sostituendo la trama multilaterale delle relazioni internazionali con una diplomazia costruita sui rapporti di forza. In un mondo in cui il linguaggio della potenza torna a prevalere su quello delle regole, la debolezza europea rischia di diventare una condizione permanente.

È però sull’Ucraina che il ragionamento abbandona il terreno delle architetture istituzionali e diventa una questione immediatamente politica. Perché dietro il conflitto non c’è soltanto il destino di Kyiv, ma la tenuta dell’intero sistema di sicurezza europeo.

Casini affronta il tema senza cercare riparo nelle formule prudenti: “Smettiamola di fare la domanda più stupida alle persone: preferite i soldi in sanità o sulla Difesa?”. E chiarisce: “Noi, al momento, siamo indifesi. Ed essere al fianco dell’Ucraina, anche militarmente, significa difendere l’Europa”.

È un messaggio che arriva anche al campo largo, dove il sostegno militare a Kyiv continua a rappresentare una delle linee di frattura più difficili da ricomporre. Casini non si limita a richiamare la collocazione internazionale dell’Italia: mette in discussione la possibilità stessa di separare la sicurezza dal resto delle politiche pubbliche, come se la difesa fosse un lusso da concedersi soltanto dopo aver soddisfatto ogni altra necessità.

La questione, invece, è quale spazio possa rivendicare un’Europa incapace di proteggersi e quale credibilità possa avere una coalizione che ambisce a governare senza una posizione condivisa sui principali conflitti internazionali.

Il punto non è cancellare le differenze, ma stabilire dove debba passare il confine tra il legittimo pluralismo e l’indecisione strategica. È qui che la lezione europea diventa un problema italiano. Perché una coalizione può trovare un’intesa su molte questioni interne, ma è davanti alle grandi crisi internazionali che si misura la solidità di una visione comune. E l’Ucraina, per Casini, non è una parentesi lontana dalla vita quotidiana degli italiani: è il luogo in cui si decide anche la sicurezza del continente nel quale vivono.

C’è poi un’altra fragilità, meno visibile ma altrettanto insidiosa. Alla politica, osserva il senatore, manca una funzione pedagogica: la capacità di spiegare le scelte, costruire consapevolezza, accompagnare i cittadini dentro la complessità anziché inseguirne soltanto le paure.

La difesa europea, in questa prospettiva, non è soltanto una questione di stanziamenti o armamenti. È anche la prova della maturità di una classe dirigente chiamata a raccontare perché il destino di una nazione non possa essere separato da quello dei suoi vicini.

Da qui lo sguardo si sposta sull’Italia e sul governo guidato da Giorgia Meloni. Casini, che rivendica il proprio ruolo di parlamentare di opposizione, riconosce il valore della continuità istituzionale: “La stabilità è un fatto importante: lei ha governato per gli ultimi quattro anni. È un dato di fatto, ed è positivo”. E aggiunge che dal 2022 il Paese è guidato da un esecutivo politico. I governi tecnici, osserva, sono come gli antibiotici: necessari in determinate circostanze, ma rischiosi se diventano la soluzione abituale.

Il principio è semplice: “La gente che va a votare vuole vedersi il governo politico”. Non un’investitura in bianco all’esecutivo, ma il riconoscimento del valore della responsabilità democratica, che impone a chi governa di rispondere delle proprie scelte e a chi si oppone di costruire un’alternativa credibile.

Sul fondo rimane la lezione di una stagione politica nella quale personalità differenti riuscivano a convivere dentro una medesima comunità. Casini ricorda la Democrazia cristiana come un mosaico di sensibilità, un luogo in cui percorsi diversi potevano trovare una sintesi. Non è un invito a restaurare il passato, ma una domanda rivolta al presente: quanto è possibile costruire una visione comune senza pretendere di cancellare le differenze?

Per il campo largo, il nodo è tutto qui. La pluralità può essere una risorsa, ma non basta a diventare un progetto di governo. Servono punti fermi, soprattutto quando la politica è chiamata a scegliere tra l’isolamento e la responsabilità internazionale. Per l’Europa, invece, il tempo delle attese potrebbe essere finito. Perché, mentre le grandi potenze ridisegnano gli equilibri del mondo, il rischio più grande non è soltanto perdere influenza. È perdere la possibilità di scegliere.

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Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

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Materie prime, il programma di riciclo di Leonardo tra i 46 progetti strategici Ue

Crm4Defence, il progetto di Leonardo dedicato al recupero e al riciclo di materie prime critiche, è stato inserito dalla Commissione europea tra i 46 nuovi progetti strategici selezionati nell’ambito del Critical raw materials act (Crma) e riguarda iniziative localizzate in 16 Stati membri dell’Unione europea, finalizzate a rafforzare le catene di approvvigionamento e a diversificare le fonti di materie prime critiche. 

Il progetto prevede il recupero di titanio, alluminio e magnesio provenienti dagli stabilimenti di Leonardo. Gli scarti di lavorazione saranno trasformati in materiali secondari destinati a essere reimpiegati nei cicli produttivi aziendali. Si tratta di un modello di economia circolare che punta a ridurre la dipendenza strategica dalle materie prime e a rafforzare la resilienza e la competitività della filiera europea, soprattutto nei settori dell’aerospazio e della difesa. Secondo i piani, una volta a regime la produzione di materiali secondari potrà raggiungere un massimo stimato di 1.400 tonnellate complessive di titanio, alluminio e magnesio. Il recupero consentirà inoltre di ridurre i consumi energetici e le emissioni della catena di fornitura rispetto alla produzione ottenuta da metalli primari.

Gli obiettivi del Critical raw materials act

Il Critical raw materials act è il regolamento europeo che individua misure per rafforzare la capacità dell’Unione di estrarre, trasformare e riciclare materie prime strategiche, diversificando al contempo gli approvvigionamenti provenienti da Paesi terzi. Entro il 2030, gli obiettivi prevedono una capacità di estrazione equivalente ad almeno il 10% del consumo annuo dell’Unione, una capacità di trasformazione pari ad almeno il 40% e una capacità di riciclo pari ad almeno il 25% del consumo annuo di materie prime strategiche. La designazione come progetto strategico consentirà di beneficiare di procedure autorizzative semplificate e di un accesso facilitato agli strumenti di finanziamento, secondo quanto previsto dal quadro europeo.

Il piano di Leonardo

Il progetto contribuirà a raggiungere gli obiettivi di circolarità di Leonardo, che già punta a raggiungere entro il 2030 il 65% di materiale recuperato e ad aumentare il contenuto di materiale riciclato nei propri prodotti. La prima fase del progetto avrà un valore di circa 23,5 milioni di euro mentre, a partire dal 2030, una seconda fase potrà estendere il modello alla filiera dei fornitori, coinvolgendo fonderie, officine, piccole e medie imprese, partner industriali e joint venture. Il valore complessivo previsto per questa estensione è stimato in circa 150 milioni di euro. L’ampliamento del progetto è destinato a coinvolgere quindi non soltanto gli stabilimenti di Leonardo, ma anche gli operatori industriali della filiera interessata al recupero e al riutilizzo delle materie prime critiche.

È attualmente in corso la fase pilota dedicata al riciclo dell’alluminio, che coinvolge tre siti del Gruppo: Cisterna di Latina, in provincia di Latina, Venegono, in provincia di Varese, e Nola, in provincia di Napoli. Il progetto, denominato anche Byproducts and recycling of Crm for Defence, è stato presentato nell’ambito della seconda selezione europea dei progetti di interesse strategico. Oltre all’Italia, l’iniziativa coinvolge anche Polonia, Francia e Regno Unito.

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Guerra, cyberspazio e tecnologie emergenti. Come cambia la leadership secondo il gen. Mannino

L’attuale scenario internazionale è caratterizzato da instabilità, incertezza e imprevedibilità, condizioni che rendono sempre più difficile comprendere l’evoluzione degli eventi e assumere decisioni efficaci. La rapidità dei cambiamenti e l’interdipendenza tra fenomeni politici, economici, tecnologici e sociali hanno trasformato la complessità in una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Una realtà che impone di ripensare gli strumenti attraverso cui interpretare i fenomeni, esercitare la leadership e preparare le future classi dirigenti.

La definizione di una nuova normalità, richiamata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, restituisce la dimensione di questo cambiamento. Crisi apparentemente distanti producono conseguenze che attraversano settori e aree geografiche differenti, rendendo sempre meno efficaci gli schemi interpretativi tradizionali. È la condizione della policrisi, nella quale eventi di natura diversa si manifestano simultaneamente e amplificano reciprocamente i propri effetti.

Sullo sfondo si colloca la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, accompagnata dall’affermazione delle tecnologie emergenti e dirompenti. La tecnologia ha progressivamente superato la funzione di semplice strumento a supporto del cambiamento, diventandone uno dei principali fattori trainanti. La capacità di sviluppare e controllare queste innovazioni rappresenta ormai una componente essenziale del potere geopolitico.

A modificare gli equilibri contribuisce anche la crescente influenza di attori non statuali. Organizzazioni terroristiche, reti criminali transnazionali, grandi gruppi finanziari e compagnie tecnologiche dispongono in alcuni casi di risorse paragonabili, o superiori, a quelle di Stati di media potenza. I governi si trovano così a operare in un sistema nel quale non detengono più il controllo esclusivo delle dinamiche che incidono sulla sicurezza e sull’economia.

Anche la natura delle minacce è cambiata. Ai tradizionali domini terrestre, marittimo e aereo si sono aggiunti lo spazio, il cyberspazio e la dimensione informativa e cognitiva. Le minacce ibride attraversano questi ambienti, producendo effetti che possono trasferirsi da un settore all’altro. Un attacco informatico o una campagna di disinformazione possono incidere sulle istituzioni, sulle attività economiche e sulla percezione collettiva della realtà. La sicurezza richiede pertanto una capacità di lettura multidimensionale, in grado di riconoscere le connessioni tra fenomeni differenti.

La stessa geopolitica ha conosciuto una trasformazione profonda. Alla dimensione tradizionale, legata al territorio e alla sovranità degli Stati, si è affiancata quella economica, alimentata dalla globalizzazione, e successivamente una dimensione digitale sempre più rilevante. Il controllo dei dati e delle infrastrutture fisiche e virtuali costituisce oggi una leva fondamentale di influenza. Parallelamente, la guerra in Ucraina ha riportato in primo piano il valore del territorio e della forza militare convenzionale, mostrando come le nuove forme di competizione convivano con dinamiche strategiche tradizionali.

A rendere il quadro più articolato contribuisce la trasformazione delle alleanze internazionali. Accanto ai rapporti fondati su valori condivisi emergono forme di cooperazione a geometria variabile, nelle quali le convergenze si modificano in funzione degli interessi contingenti. La rilevanza delle identità religiose nelle dinamiche politiche, gli squilibri economici, le pressioni demografiche e le questioni legate alla sostenibilità rappresentano ulteriori fattori di instabilità, le cui conseguenze si intrecciano con quelle delle altre trasformazioni.

Questo scenario incide direttamente sulla capacità decisionale. Gli Stati incontrano difficoltà crescenti nel governare fenomeni che superano i confini nazionali, mentre la velocità degli avvenimenti riduce il tempo disponibile per comprenderli e intervenire. In assenza di informazioni complete, i decisori politici, militari e istituzionali possono essere indotti a rinviare scelte che comportano rischi e responsabilità. Anche la mancata decisione, tuttavia, produce conseguenze, lasciando che siano gli eventi a determinare l’evoluzione delle situazioni.

In questo contesto assume particolare rilievo il rapporto tra essere umano e tecnologia. Le capacità di elaborazione dei dati offerte dall’intelligenza artificiale rappresentano una risorsa importante per affrontare scenari complessi, ma l’efficienza tecnologica non può sostituire la responsabilità umana. Gli strumenti possono sostenere l’analisi e accelerare i processi, mentre il giudizio sulle conseguenze e sulle implicazioni etiche delle decisioni deve rimanere affidato alle persone.

La questione investe anche i fondamenti della convivenza sociale. Dignità della persona, bene comune e solidarietà costituiscono riferimenti essenziali in un contesto nel quale gli interessi economici e le trasformazioni tecnologiche assumono un peso crescente. Le difficoltà attraversate dalle tradizionali agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, pongono inoltre interrogativi sulla capacità di trasmettere alle nuove generazioni valori, strumenti critici e senso di appartenenza alla comunità. Una sfida che coinvolge anche istituzioni come le Forze armate e le organizzazioni religiose.

La risposta a queste trasformazioni passa dall’investimento sul capitale umano. È il principio che orienta l’attività del Centro alti studi per la difesa, concepito come luogo di formazione e confronto aperto ai dirigenti militari italiani, ai rappresentanti di Paesi alleati e amici, alle istituzioni, all’industria e alla società civile. Una dimensione internazionale e intersettoriale che permette di mettere in relazione esperienze differenti, contribuendo alla preparazione delle attuali e future classi dirigenti.

Il percorso si sviluppa attraverso due dimensioni complementari, formazione ed educazione. La prima riguarda l’acquisizione di conoscenze e competenze professionali, alle quali devono affiancarsi capacità trasversali come la visione strategica, il lavoro di gruppo, la gestione dello stress e l’adattamento al cambiamento. In questa direzione opera anche la Leadership and Soft Skills Academy, dedicata al rafforzamento delle competenze necessarie per agire in ambienti complessi.

L’educazione riguarda invece la dimensione dell’essere, attraverso la costruzione di un patrimonio culturale e valoriale. La competenza tecnica deve accompagnarsi all’integrità personale, alla responsabilità e alla consapevolezza del ruolo esercitato nella collettività. L’obiettivo è preparare persone capaci di affrontare problemi articolati senza perdere di vista le conseguenze delle proprie decisioni e il riferimento al bene comune.

Questo approccio richiede una concezione della leadership fondata sull’apprendimento continuo, sulla capacità di adattamento e sul coraggio di decidere. La rapidità delle trasformazioni rende necessario aggiornare costantemente le proprie conoscenze e rimettere in discussione convinzioni consolidate. Nelle situazioni più complesse raramente esistono risposte perfette o informazioni complete, ma chi esercita funzioni di comando deve comunque assumere decisioni ponderate. È una responsabilità particolarmente significativa nell’ambito militare, dove le conseguenze delle scelte possono incidere direttamente sulla vita delle persone.

Altrettanto importanti sono inclusività e umiltà. Nessun individuo possiede da solo tutte le conoscenze necessarie per affrontare problemi multidimensionali. Il confronto tra competenze ed esperienze differenti permette di costruire valutazioni più solide, mentre il lavoro di squadra e il coinvolgimento dell’intero Sistema Paese rappresentano condizioni essenziali per affrontare sfide che nessuna istituzione può governare isolatamente.

Pace e sicurezza si inseriscono in questa prospettiva come responsabilità collettive. La prima richiede un impegno quotidiano, mentre la seconda costituisce una condizione necessaria per lo sviluppo della società. Entrambe dipendono dalla capacità di coltivare conoscenza, integrità e senso di responsabilità, mantenendo al centro la persona.

Per le nuove generazioni, la sfida sarà imparare a interpretare una realtà in continua trasformazione senza rinunciare alla capacità di agire. Preparazione, curiosità, adattabilità e rigore morale costituiscono gli strumenti per affrontare l’incertezza. Le tecnologie continueranno a modificare i processi decisionali, ma la qualità delle scelte dipenderà dalla capacità delle persone di utilizzarle con consapevolezza. La formazione e l’educazione rimangono quindi fondamentali per governare la complessità e preservare il valore delle istituzioni.

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Ets, il compromesso all’italiana al Consiglio europeo raccontato da Tabarelli

Il compromesso c’è, anche se le posizioni restano abbastanza lontane. Però il segnale è arrivato. Nella notte del Consiglio europeo, dove le partite di Giorgia Meloni sull’energia erano più di una, è arrivata una prima vera convergenza sul meccanismo per la tassazione delle emissioni, che molti Paesi, Italia in testa, affiancata dalla Confindustria, vorrebbero rivedere in profondità. Nella convinzione che far pagare le imprese produttrici di energia in base all’inquinamento prodotto sia una delle concause dell’aumento del costo dell’elettricità.

Le posizioni, si diceva. Da una parte il gruppo dei Paesi del gruppo di Visegrad, Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, che mira a rinviare l’Ets2 (il nuovo sistema dell’Unione europea per lo scambio di quote di emissione di CO2 creato per affiancare il vecchio sistema Ets1) al 2030, mentre i più convinti sostenitori delle energie rinnovabili puntano i piedi e ribadiscono l’indiscutibilità della transizione green e le sue tempistiche, anche a costo di affossare l’industria. Una posizione di mezzo, e qui viene il compromesso, è quella dell’Italia che, pur facendo asse con il Gruppo di Visegrad, non chiede uno slittamento dei termini, ma punta piuttosto a strappare una “eccezione temporanea nazionale”, sul modello di quella concessa a Spagna e Portogallo nel 2023, quando fu concessa la fissazione di un price cap sull’elettricità.

L’accordo del Consiglio sul capitolo Ets si è fatto attendere sino a tarda notte e il punto di caduta si è trovato su una formulazione delle conclusioni finali che “invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie”. Il Consiglio europeo, si legge nelle conclusioni, “sottolinea che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre in modo strutturale i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro, accelerando l’elettrificazione e diffondendo le fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, le reti nonché lo stoccaggio di energia, come anche promuovendo l’efficienza energetica”.

Tuttavia, “nel contesto del riesame in corso del sistema Ets, e al fine di sostenere la competitività industriale europea, il Consiglio europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione”. Tradotto, la transizione non si tocca, né tanto meno si discute, però il tema dei prezzi dell’energia non può essere ignorato.

Una questione, quella del costo dell’energia che si ripercuote sulla vita quotidiana, a cominciare dai generi alimentari, planata d’altronde sullo stesso tavolo del Consiglio, il quale “sottolinea l’importanza cruciale di affrontare il problema dei prezzi elevati dell’energia. Ha discusso l’impatto dell’attuale contesto geopolitico sulle catene di approvvigionamento globali, sulla sicurezza energetica e sui prezzi dell’energia e dei carburanti, nonché gli effetti sui cittadini , sull’industria e sull’economia nel suo complesso”. Eppure, per Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, non c’è troppo da gioire. “A me pare che quanto uscito dal Consiglio europeo sia solo un ributtare la palla in tribuna, un segno inequivocabile della grande contraddizione nella quale è imprigionata l’Europa”, spiega Tabarelli, raggiunto telefonicamente da Formiche.net.

“L’Europa si è data l’ambizioso, anzi direi ambiziosissimo, obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2040: un obiettivo, diciamocelo, quasi impossibile considerando che oggi siamo a -37% di emissioni. Ora, se la tassazione del carbone, ovvero l’Ets, si alza ancora, allora forse una possibilità c’è, ma questo significherebbe stroncare quel poco di industria rimasta. E in questo momento per molti Paesi alzare le tasse della decarbonizzazione sulle imprese non sarebbe concepibile. Dall’altra, se invece l’Ets cominciamo a smontarlo, è inutile continuare a parlare di transizione anche solo per un altro minuto. Eccola la contraddizione, fermare l’Ets e chiudere il discorso decarbonizzazione o renderlo ancora più pesante ma chiudere imprese e industrie. Per questo, il compromesso uscito dal Consiglio non risolve molto la faccenda”.

 

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Il Parlamento ungherese a favore della rimozione delle leggi anti-Lgbtq+

Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia dell’approvazione, da parte del Parlamento ungherese, del provvedimento concepito per la rimozione delle disposizioni anti-Lgbtq+. Quelle, per intenderci, contenute nella legge del […]

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Lavoro, il ministero diventa piattaforma. L’IA pubblica premiata due volte a Cernobbio

Il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha ricevuto due Digital Innovation Awards 2026 al Digital Innovation Forum di Cernobbio, promosso dalla Fondazione Innovazione Digitale dal 14 al 16 ottobre. Il premio “AI per l’Europa” è andato ad AppLI, l’Assistente personale per il lavoro in Italia realizzato in collaborazione con l’Inps; quello “Pubblica Amministrazione Digitale” a SIO, il Sistema intelligente dell’Osservatorio sull’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Si tratta di due piattaforme basate su intelligenza artificiale agentica, sviluppate con il partner tecnologico BIP, che il Ministero presenta come componenti complementari di un’unica strategia: servizi digitali nazionali per i cittadini e strumenti di conoscenza per le istituzioni.

La scelta di metodo viene prima dei premi e li spiega. Invece di moltiplicare applicazioni e sportelli, il ministero guidato da Marina Calderone ha puntato sulle piattaforme nazionali, interoperabili e co-progettate con chi i servizi li eroga davvero: l’Inps, tutte le Regioni, gli enti del sistema del lavoro. Il perno è il SIISL, il Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa nato per gestire le misure di sostegno al reddito e di attivazione e diventato l’infrastruttura su cui si innestano i nuovi servizi. AppLI è uno di questi: nato come coach sperimentale per i giovani Neet, è oggi aperto a tutti i cittadini maggiorenni con Spid o Cie e dialoga in linguaggio naturale per orientare, far emergere le competenze, cercare offerte di lavoro e di formazione, preparare curriculum e colloqui.

A un anno dall’apertura al pubblico, AppLI ha superato i 60mila utenti registrati con identità digitale, ai quali si aggiungono quanti lo consultano senza autenticarsi; più di un utente su tre è tornato per usare più servizi; il gradimento medio è 7,4 su 10 e l’87% dichiara di preferire il dialogo conversazionale ai canali tradizionali. Il dato più eloquente è però un altro e ciòè un uso volontario nonostante non sia un servizio connesso a erogare benefici economici.

SIO opera sull’altro versante dello stesso mandato: non il cittadino, ma la decisione pubblica. È l’infrastruttura cognitiva dell’Osservatorio istituito dalla legge 132 del 2025, lungo un percorso avviato al G7 Lavoro a presidenza italiana del settembre 2024. Raccoglie, con indagini conversazionali, come imprese e lavoratori usano davvero l’intelligenza artificiale; organizza la conoscenza in una base condivisa tra esperti e agenti software; rende tracciabile ogni elaborazione, perché una risposta che orienta una politica pubblica deve poter essere ricostruita e verificata. L’obiettivo dichiarato è un modello previsionale del mercato del lavoro italiano, un “gemello digitale” capace di anticipare come cambieranno professioni e competenze, con servizi dedicati a Pmi e professionisti.

C’è infine una scelta industriale che la categoria “AI per l’Europa” coglie bene: entrambe le piattaforme poggiano su architetture agentiche modulari e indipendenti dai singoli modelli linguistici, così da poter adottare nel tempo anche modelli europei. Per una Pubblica amministrazione non è un dettaglio: è la differenza tra usare l’innovazione e dipenderne.

Per questo i premi di Cernobbio – che seguono il doppio riconoscimento “PA e futuro” al ForumPA 2026 e la selezione di AppLI tra i finalisti degli European Digital Skills Awards della Commissione europea – non rappresentano, fanno sapere al ministero,  un punto di partenza nè di arrivo ma, più semplicemente, la conseguenza di un metodo di innovazione connesso alle transizioni che viviamo.

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L’ordine sommerso. Chi scrive le regole del nuovo ordine internazionale?

Ridurre le dipendenze, costruire nuove partnership, partecipare alla definizione delle regole internazionali. Dal Canada al Brasile, le medie potenze cercano strumenti per rafforzare la propria autonomia mentre cambia il rapporto con i grandi attori globali. Una partita che attraversa energia, tecnologie e difesa e pone una questione politica: come tradurre il peso economico e le capacità nazionali in una maggiore influenza sulle decisioni. Questo il tema dell’incontro “L’ordine sommerso: la geopolitica delle medie potenze”, promosso da Sioi e Formiche il 14 ottobre, in occasione dell’uscita del numero di ottobre della rivista, che ha dedicato un approfondimento all’argomento. Dopo i saluti e l’introduzione dell’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della SIOI, il confronto ha coinvolto Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, Marco Ricceri, consigliere SIOI e coordinatore del laboratorio Brics di Eurispes, Raffaele Nocera, professore dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ed Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, 

La crisi delle regole e della rappresentanza

L’emergere di nuovi protagonisti si accompagna all’indebolimento degli attori e delle istituzioni tradizionali. È in questa trasformazione che l’ambasciatore Sessa colloca l’ascesa delle medie potenze: “Il disordine globale non è un caso, ma l’effetto diretto di un vuoto di leadership: le istituzioni e gli attori tradizionali arretrano, e nello spazio lasciato scoperto emergono nuovi protagonisti. In SIOI ne siamo convinti: l’instabilità internazionale di oggi è, prima di tutto, una profonda crisi di governance”. Il ripensamento della cooperazione internazionale richiede quindi di guardare oltre i modelli esistenti. “Noi tutti siamo chiamati a riflettere su come possiamo migliorare il mondo o su come possiamo attrezzarci per prepararci al nuovo mondo”, ha osservato il presidente della SIOI. Da qui l’attenzione alle aggregazioni attraverso le quali questi Paesi consolidano le proprie relazioni, dai Brics all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Riprendendo le parole del primo ministro canadese Carney, Sessa ha indicato la scelta che si presenta alle medie potenze: “Competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto”. Un invito a sviluppare forme di cooperazione capaci di superare i confini geografici e di dare maggiore peso agli interessi condivisi. 

La strategia canadese tra autonomia e cooperazione

La riduzione delle vulnerabilità esterne passa anche dal rafforzamento delle capacità nazionali. Su questo legame tra politica interna e azione internazionale si fonda la strategia canadese, descritta da Golberg come “un’agenda pragmatica che unisce valori e realismo”. Ottawa punta su produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano. Alla dimensione interna si affianca la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. Il riferimento è alla formula di Mark Carney lo scorso gennaio a Davos e richiamata durante l’incontro: “Se non sei seduto al tavolo sei nel menù”. Per Golberg, la capacità di incidere resta significativa: “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente”. Sovranità, integrità territoriale, diritti umani e sviluppo sostenibile sono i principi sui quali costruire le regole future. Sul piano operativo, questa impostazione si traduce nella ricerca di reti economiche, tecnologiche e di difesa con Italia, Unione europea e interlocutori in Africa, America Latina e Asia. Partnership a geometria variabile, secondo il settore e l’obiettivo: energia, minerali critici e industria della difesa sono gli ambiti nei quali mettere a frutto capacità complementari. La finalità, ha precisato l’ambasciatrice, è “perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”.

La tecnologia nei rapporti con Washington e Pechino

Il crescente peso economico e politico delle medie potenze si riflette anche nelle relazioni che Washington e Pechino costruiscono con questi Paesi. Un riconoscimento che, secondo Rossi, emerge soprattutto negli accordi e nelle collaborazioni concrete: “Non più Paesi emergenti”, ma “Paesi che sono già emersi”, con esigenze sociali interne e leadership chiamate a rispondervi. La tecnologia è uno dei principali terreni di questa cooperazione, dall’intelligenza artificiale all’industria della difesa e alle filiere produttive. Rossi ha richiamato le collaborazioni degli Stati Uniti con l’India e con i partner asiatici, oltre ai rapporti con l’Arabia Saudita. Anche la Cina utilizza sempre più la tecnologia per sviluppare le proprie relazioni nel Golfo, affiancandola alla dimensione energetica. La diversificazione delle partnership consente a questi Paesi di mantenere contemporaneamente rapporti con entrambe le grandi potenze. Il caso saudita mostra, nella lettura di Rossi, come la cooperazione con Washington possa accompagnarsi alla presenza di tecnologie cinesi. “Non sono propense queste medio e grandi potenze ad accettare un rapporto univoco”, ha spiegato. Alle grandi potenze viene quindi richiesta la disponibilità a confrontarsi con interlocutori che mantengono più opzioni.

I Brics e la riforma dell’ordine internazionale

La richiesta di maggiore influenza trova espressione anche nei programmi di riforma delle istituzioni internazionali e nel rafforzamento della cooperazione economica tra Paesi. Su questi aspetti Ricceri ha invitato a leggere l’evoluzione dei Brics, distinguendo le posizioni dei singoli leader dai documenti approvati dal coordinamento. “Sono per la riforma dell’ordine globale, per disegnare nuove regole”, ha osservato. Accanto all’allargamento, nella sua analisi conta lo sviluppo delle relazioni economiche interne: uso delle valute nazionali, facilitazione degli scambi e collaborazione tra imprese. Un metodo che Ricceri ha definito di “cooperazione pratica con vantaggi equamente distribuiti”, attraverso il quale portare avanti programmi comuni anche in presenza di divergenze politiche. La rappresentanza nelle istituzioni diventa così parte della richiesta di partecipare alla definizione delle regole. 

Il Brasile e i costi dell’autonomia

La ricerca di margini decisionali propri deve fare i conti anche con i condizionamenti esercitati dalle grandi potenze. Il Brasile rappresenta, in questo quadro, un caso di politica estera che Nocera ha ricondotto alla tradizione autonomista, distinta sia dall’allineamento a una grande potenza sia dalla contrapposizione contro egemonica. Il consolidamento regionale e l’ampliamento delle relazioni internazionali sono le due direttrici di questa strategia. Con Lula, ha spiegato il professore, il Paese ha cercato di coniugare “il consolidamento del suo ruolo di potenza regionale” con “l’ambizione di diventare un attore globale”. Un percorso sviluppato attraverso i Brics, i rapporti con Africa, Medio Oriente e India e gli strumenti di cooperazione regionale, a partire dal Mercosur. Il rapporto con Washington resta una variabile decisiva per la prosecuzione di questa politica. Nocera ha descritto il rischio di pressioni che rendano più costoso il perseguimento degli interessi nazionali brasiliani, sottolineando però l’interesse degli stessi Stati Uniti ad avere “partner regionali forti, qualificati”, con i quali affrontare anche le crisi dell’area.

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Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

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TG2 Sì, Viaggiare del 16/10/2026

Itinerari, viaggi, consigli, curiosità, anticipazioni, nella rubrica dedicata alla scoperta delle mete turistiche in Italia e nel mondo. Direttore Antonio Preziosi Vicedirettore Alfonso Samengo A cura di Silvia Vaccarezza

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Maria Zakharova: “Pronti al dialogo senza russofobia e politiche antirusse”



Maria Zakharova risponde al corrispondente di Visione TV Andrea Lucidi riguardo la possibilità di dialogo con le autorità italiane e con il presidente del consiglio. Secondo la portavoce del Ministero degli Esteri Mosca è pronta a dialogare con tutte le forze e le persone che vogliano uscire dalle politiche russofobe e antirusse.

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Torna SLAM, il festival delle colonne sonore in Triennale

C’è un luogo in cui la musica per il cinema nasce prima ancora di arrivare sullo schermo: lo studio del compositore, tra appunti, partiture, prove ed errori. È lì che vuole portare il pubblico SLAM – Festival Internazionale delle Colonne Sonore, che torna per la sua seconda edizione dall’11 al 13 dicembre 2026 negli spazi di Triennale Milano, tra Cuore, Voce e il Teatro.

Promosso da CAM Sugar, il più grande catalogo al mondo di colonne sonore del cinema italiano, e da Triennale Milano, il Festival propone tre giorni di concerti, proiezioni, DJ set, listening session, workshop e talk. Il filo conduttore è il processo creativo: come si costruisce l’identità sonora di un film, dalle partiture di Ennio Morricone e Piero Umiliani fino alle sperimentazioni della scena internazionale di oggi.

Il primo nome è di quelli che pesano: Jeff Mills, pioniere della techno di Detroit e figura centrale dell’elettronica mondiale, porta in Triennale il concerto Tomorrow Comes the Harvest. Accanto a lui il regista Romain Gavras, che con i suoi videoclip ha ridisegnato il linguaggio visivo della musica contemporanea: sarà protagonista di un talk seguito dalla proiezione de La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.

C’è poi Hania Rani, pianista e compositrice tra le voci più originali della nuova scena europea, autrice della colonna sonora di Sentimental Value, Premio Oscar 2026, che terrà una masterclass. Il giornalista e scrittore Stefano Nazzi sarà in scena con un live seguito dalla proiezione di San Babila ore 20: un delitto inutile di Carlo Lizzani.

Il compositore e regista Christophe Chassol presenta in prima italiana il suo progetto live Funny How?, mentre il music supervisor Randall Poster, storico collaboratore di Wes Anderson, Martin Scorsese e Sofia Coppola, guiderà una listening session. Atteso anche Pino Donaggio, firma di celebri colonne sonore thriller e horror, l’ultima per Her Private Hell di Nicolas Winding Refn, presentato a Cannes 2026.

Nel centenario della nascita di Piero Umiliani, il Festival gli dedica un omaggio: la cantautrice Joan Thiele, insieme ad Andrea Fabrizii, entrerà in dialogo con la sua musica in una listening session che ne esplora l’eredità musicale e culturale.

Ad aprire il percorso sarà, domenica 29 novembre, il Teatro alla Scala. Per la serie di cineconcerti Fotogrammi, la Filarmonica della Scala diretta da Timothy Brock eseguirà dal vivo le musiche di Nino Rota durante la proiezione di 8½ di Federico Fellini, in collaborazione con Cineteca di Bologna e Mediaset – RTI.

Il legame con Fellini non finisce qui: proprio da un suo disegno originale nasce l’identità visiva dell’edizione 2026.

In linea con l’idea di aprire le porte del laboratorio creativo, CAM Sugar ha presentato una selezione di fotografie inedite dello studio di Ennio Morricone, realizzate da Niccolò Barca con la collaborazione della famiglia del maestro.

«SLAM rappresenta l’espressione più compiuta del lavoro svolto da CAM Sugar», spiega Alessandro Sugar, Head of CAM Sugar. «Il Festival è il momento di massima apertura verso il pubblico, offrendo un accesso privilegiato ai materiali d’archivio e valorizzando il lavoro di ricerca, conservazione e diffusione che CAM porta avanti», con l’obiettivo di trasmettere quest’opera alle nuove generazioni.

Per Carla Morogallo, direttrice generale di Triennale Milano, SLAM «è un progetto capace di attivare pienamente la vocazione interdisciplinare di Triennale, mettendo in dialogo musica, cinema e ricerca». Una seconda edizione che consolida un percorso avviato lo scorso anno e che ha già dimostrato di saper coinvolgere pubblici diversi.

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Il problema dello Stabilicum non è chi vincerà troppo, ma chi non potrà partecipare

Si può contestare lo Stabilicum (a cominciare dall’orrendo nome) senza annunciare la fine della democrazia. Sul Domani di mercoledì scorso anche Andrea Pugiotto, un costituzionalista di provata serietà, ha fra le altre cose denunciato il rischio che una minoranza elettorale, trasformata dal premio in maggioranza parlamentare, metta le mani senza ostacoli sulle istituzioni di garanzia.

Il problema merita attenzione, il pericolo sembra davvero remoto: il massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera, comprendendo il tetto del premio fissato a 220 deputati e l’improbabile vittoria in tutti i collegi esteri, è di 228 deputati. I quattro gruppi della maggioranza più qualche eletto del gruppo misto ne contano già oggi 237. Al Senato dati simili. Per eleggere da soli i giudici costituzionali i seggi del premio non bastano. E ciò vale per tutti gli organi di garanzia fino al presidente della Repubblica.

Questo non ci fa piacere la legge, per nulla. Impone però di spiegare quale nuovo potere di sopraffazione introdurrebbe rispetto alla situazione presente. Il governo ha voluto a tutti i costi una nuova legge elettorale, sì ma, evaporati nel tempo gli appetiti di marca orbaniana, essenzialmente per una ragione: cancellare il rosatellum vigente fino a ieri avrebbe dato una spinta troppo forte, nei collegi uninominali, a una opposizione unita. Questo risultato il governo l’ha ottenuto, sul resto non ha forzato troppo.

La prudenza della maggioranza ha una spiegazione politica plausibile: nessuno sa chi vincerà. La partita è aperta e un centrosinistra sufficientemente largo può prevalere. Difficile immaginare che Meloni voglia consegnare ai suoi avversari un potere di vita e di morte sulle istituzioni. Anche chi scrive le regole pensando al proprio interesse deve fare i conti con la possibilità di perdere.

Giovanni Donzelli, uno dei dirigenti di FdI più vicino a Meloni, nella sua dichiarazione di voto alla Camera, ha annunciato che con lo Stabilicum si apriva l’ingresso nella Terza Repubblica. Un entusiasmo giovanile leggermente sproporzionato rispetto all’evento. Per fortuna, una Repubblica non cambia numero ogni volta che si cambia il sistema di assegnazione dei seggi.

Con il premierato il discorso sarebbe stato diverso: l’investitura diretta del capo del governo avrebbe inciso sul rapporto fra esecutivo, Parlamento e presidente della Repubblica. Quella sì sarebbe stata una trasformazione dell’ordinamento. A mio giudizio, più che verso una Terza Repubblica, nella direzione pre-repubblicana del primato del capo sui contrappesi.

Oggi abbiamo una legge elettorale brutta assai, non una catastrofe costituzionale già consumata. Il premio va criticato perché  distorce la rappresentanza, ma senza attribuirgli automaticamente la capacità di cancellare le garanzie, insomma.

I ricorsi annunciati dalla Rete per un voto libero e uguale investono sei punti: il premio, il collegamento fra le elezioni delle due Camere, la libertà di scelta degli eletti, la parità di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le firme richieste per presentare le liste. Sono contestazioni di peso diverso. Non sono ancora davanti alla Consulta: saranno anzitutto i giudici aditi a valutare se rimetterle alla Corte. Un elenco di obiezioni non è una sentenza.

Fra queste, una meriterebbe senz’altro la cancellazione. Per una lista nuova, priva delle agevolazioni riservate a chi è già dentro, il minimo delle firme richieste alla Camera quadruplica: da 1.500 a 6.000 per collegio. Chi occupa il Parlamento rende molto più difficile l’accesso ai concorrenti. Questo sì offende i principi costituzionali.

Il problema più evidente non è che qualcuno possa vincere troppo. È che qualcun altro rischi di non poter nemmeno concorrere. Per difendere la democrazia, prima di annunciarne la morte, comincerei a restituirgli ossigeno.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Tg2 Eat Parade del 16/10/2026

L'economia e la passione dietro alla grande cultura italiana per l'arte culinaria, la tradizione enologica e le sfide per il futuro: Tg2 Eat Parade è la rubrica più longeva e imitata del settore. Direttore Antonio Preziosi Vicedirettore Alfonso Samengo A cura di Daniela Colucci

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Dalla CIA alla Disney: Paul Helliwell, il banchiere dell’ombra

L’8 ottobre 1964, a Freeport, nelle Bahamas, veniva registrata una banca dal nome rassicurante, Castle Bank & Trust. Secondo lo studio di Alan Block e Sean Griffin sui crimini finanziari transnazionali, l’istituto nasceva per aiutare clienti americani a sottrarsi al fisco, e i suoi azionisti principali e direttori occulti erano due avvocati di grido, il fiscalista di Chicago Burton Kanter (1930-2006) e il legale di Miami Paul Lionel Edward Helliwell (1915-1976). Il secondo non era soltanto un avvocato. Era un ex colonnello dei servizi segreti di guerra, un uomo della CIA, e la sua banca sarebbe diventata uno dei canali con cui l’Agenzia finanziava le operazioni contro Cuba.

 

Peter Dale Scott (classe 1929), lo studioso che più di ogni altro ne ha seguito le tracce, lo considera una figura chiave e lamenta che gli storici della Guerra fredda lo ignorino. Nel suo Drugs, Oil, and War (2003) scrive che la carriera di Helliwell è il sintomo di una rete di rapporti extragovernativi costruita attorno agli affari e al riciclaggio della criminalità organizzata.

 

Durante la Seconda guerra mondiale entrò nell’Office of Strategic Services di William Donovan (1883-1959) e, dopo un periodo in Europa, fu messo a capo dell’intelligence segreta dell’OSS in Cina, come documenta lo storico Maochun Yu in OSS in China. Tra i suoi sottoposti c’era E. Howard Hunt (1918-2007), futuro organizzatore della Baia dei Porci e uomo del Watergate, che lo ricorda nelle sue memorie, Undercover.

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La stazione OSS di Kunming, ricorda Scott, lavorava con i signori dell’oppio e pagava regolarmente in oppio. Lì Helliwell trattò con Tai Li (1897-1946), capo della polizia segreta del Kuomintang, un apparato composto in larga parte da uomini della Banda Verde. Era la società segreta che dominava la malavita di Shanghai, padrona del traffico d’oppio, delle case da gioco e dei bordelli. Guidata da Du Yuesheng (1888-1951), nel 1927 aveva aiutato Chiang Kai-shek (1887-1975) a impadronirsi del Kuomintang e della Cina massacrando i comunisti della città, con reciproco profitto. Come Tai Li, scrive Scott, Helliwell sarebbe diventato l’architetto di una connessione tra intelligence governativa e droga.

 

Una parte della sua biografia resta nel campo delle ipotesi. In Gold Warriors Sterling Seagrave (1937-2017) e Peggy Seagrave (?-2016) sostengono che Helliwell e Robert B. Anderson (1910-1989), poi segretario al Tesoro di Eisenhower, avrebbero gestito decine di conti segreti alimentati dal cosiddetto oro di Yamashita, il bottino di guerra giapponese recuperato nelle Filippine.

 

Finita la guerra, Helliwell passò all’Office of Policy Coordination, il braccio delle operazioni coperte poi assorbito dalla CIA. Nel 1949 fu lui a organizzare l’incontro tra il generale Claire Chennault (1893-1958) e Frank Wisner (1909-1965), capo dell’OPC, e come funzionario dell’OPC curò la creazione di Civil Air Transport, la futura Air America.

 

Fondò poi Sea Supply, società di facciata che riforniva di armi Chiang nonostante la contrarietà del Dipartimento di Stato. Per quasi dieci anni, ricostruì il Wall Street Journal nel 1980, Sea Supply armò circa diecimila soldati nazionalisti cinesi rifugiati in Birmania e la polizia thailandese. Per Scott erano le truppe del Kuomintang e la polizia di frontiera di Phao Sriyanon (1910-1960) i due bracci principali della connessione della droga tra Birmania e Thailandia.

 

Gli aerei della CAT portavano l’oppio del Triangolo d’oro fino a Bangkok, dove gli uomini di Phao ne curavano la logistica. Già nel 1960, ricorda lo stesso Scott, il ricercatore Ross Koen aveva denunciato che alcuni americani di rilievo avevano partecipato e tratto profitto dal contrabbando di narcotici che i nazionalisti cinesi facevano arrivare negli Stati Uniti, accuse che Alfred McCoy (classe 1945) avrebbe poi documentato in The Politics of Heroin.

 

Nel 1960 si trasferì a Miami, dove la CIA preparava la guerra contro Fidel Castro. Secondo il Wall Street Journal fu profondamente coinvolto nel finanziamento delle incursioni contro Cuba condotte tra il 1964 e il 1975 da agenti basati sull’isola di Andros. Per anni, scrive Scott, fu anche consulente della banca di Meyer Lansky (1902-1983) a Miami e investì nel mattone mentre rappresentava la Thailandia, proprio quando il denaro del Kuomintang proveniente da Thailandia e Birmania passava da Hong Kong per essere ripulito in società immobiliari legate a Lansky.

 

Castle non serviva solo l’Agenzia. Secondo Peter Truell e Larry Gurwin, autori di False Profits, Helliwell la usò per l’elusione fiscale di mafiosi americani, politici asiatici e membri della famiglia Pritzker, proprietaria degli hotel Hyatt.

 

Negli stessi anni Bob Foster, avvocato della Disney, cercava in gran segreto un vasto terreno per un cliente senza nome e si rivolse allo studio di Helliwell, racconta il sito ufficiale D23. Tra il 1964 e il 1965, attraverso società fittizie, furono acquistati oltre dodicimila acri di Florida centrale, e l’unico nome visibile sul fronte degli acquirenti era quello di Helliwell. Lo storico Richard Foglesong, in Married to the Mouse, ha ricostruito il suo ruolo nella strategia che portò nel 1967 al Reedy Creek Improvement District, un governo locale di fatto controllato dall’azienda.

 

Il punto debole dell’edificio fu una valigetta. Dal 1965 l’IRS, l’Internal Revenue Service, l’agenzia federale che riscuote le imposte negli Stati Uniti, conduceva Operation Tradewinds, un’indagine sotto copertura sui paradisi fiscali delle Bahamas per scoprire chi nascondeva redditi nelle banche offshore. Nel gennaio 1973 l’investigatore privato Norman Casper, informatore del fisco, entrò con una chiave nell’appartamento in cui il vicepresidente di Castle Michael Wolstencroft si trovava con una donna ingaggiata come esca, ne portò via la borsa e la consegnò all’agente speciale Richard Jaffe. Furono microfilmati circa quattrocento documenti, come ricostruisce la sentenza federale sul caso. Tra quelle carte c’era la lista dei correntisti, con celebrità, grandi famiglie e noti esponenti della criminalità organizzata, titolari di circa un quarto di miliardo di dollari.

 

Non se ne fece nulla. Nel 1980 Jim Drinkhall del Wall Street Journal rivelò, in un articolo ripreso dal Washington Post, che la CIA aveva fatto pressione sul Dipartimento di Giustizia perché il caso cadesse, in nome della sicurezza nazionale. L’unico procedimento arrivato alla Corte Suprema, United States v. Payner, riguardava un singolo contribuente dell’Ohio, Jack Payner, con centomila dollari su un conto Castle. La Corte ammise le prove rubate, stabilendo che Payner non poteva invocare una violazione subita da un altro.

 

La vigilia di Natale del 1976 Helliwell morì nella sua casa di Coral Gables, minato dall’enfisema, riportò il Miami News. Nel 1977 Castle chiuse alle Bahamas e alle Cayman, trascinando con sé le due Mercantile Bank legate alla International Bank del generale George Olmsted (1901-1998), scrisse il Washington Star. I nomi dei correntisti non sono mai stati resi pubblici. Castle, osserva Scott, era solo una di una serie di banche con questo doppio ruolo, legata sia alla Nugan Hand Bank australiana sia alla Financial General Bankshares di Olmsted, che sarebbe finita nelle mani della BCCI.

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La Bank of Credit and Commerce International, fondata nel 1972 dal banchiere pachistano Agha Hasan Abedi (1922-1995) con capitali di Abu Dhabi, divenne negli anni Ottanta la più grande lavanderia finanziaria del pianeta. Presente in 73 Paesi, riciclava il denaro dei narcotrafficanti, finanziava traffici d’armi e gruppi terroristici, corrompeva funzionari e, attraverso prestanome, si era impadronita in segreto della Financial General Bankshares, ribattezzata First American, con l’aiuto dell’ex segretario alla Difesa Clark Clifford (1906-1998).

 

Il rapporto del Senato americano del 1992 accertò che la CIA conosceva la natura criminale della banca e continuò a servirsene per le proprie operazioni, fino alla chiusura imposta dalle autorità di mezzo mondo il 5 luglio 1991. La giornalista Whitney Webb ne ha ricostruito la rete di protezioni politiche e d’intelligence in One Nation Under Blackmail, mostrando come la BCCI fosse il punto d’incontro tra servizi segreti, criminalità organizzata e grande finanza.

 

Helliwell non inventò il riciclaggio né i paradisi fiscali. Dimostrò però che servizi segreti e finanza offshore potevano condividere banche e clienti, e che la sicurezza nazionale poteva diventare uno scudo capace di fermare il fisco davanti ai patrimoni più ricchi d’America. A mezzo secolo dalla morte, il banchiere dell’ombra resta dove ha sempre voluto stare, fuori dall’inquadratura.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Immagine: il generale Chiang Kai-shek e signora con il tenente generale Joseph W. Stilwell («Vinegar Joe»), comandante generale delle forze di spedizione in Cina, il giorno successivo al bombardamento giapponese (raid di Doolittle). Maymyo, Birmania, 19/04/1942.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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TG3 Fuori TG del 16/10/2026

Il rotocalco del Tg3 con spazi quotidiani dedicati ai consumatori, alla salute dell'agricoltura, al costume, all'economia, al mondo femminile ed alla cultura. A cura di Chiara Rossotto

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Terre rare ed energia, perché all’Europa serve una vera politica industriale. Report Iai

Guai a pensare che le terre rare siano una cosa e l’energia un’altra. In un mondo ultraveloce, iperconnesso e molto tecnologico, chi ha più materia prima è quello che vince. Lo sanno, per esempio, gli Stati Uniti, che da molto tempo hanno posto le basi per una propria autonomia, sia in termini di estrazione, sia di raffinazione, tagliando i ponti con la Cina. Anche l’Europa dovrebbe fare altrettanto, anche se di minerali nel sottosuolo non ne ha poi in grosse quantità. Eppure, secondo gli esperti dell’Istituto per gli affari internazionali (Iai) autori di un voluminoso report dedicato alla politica industriale continentale, varrebbe la pena tentare.

“Materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali non devono essere considerate ambiti separati, ma parti di una medesima architettura industriale. La disponibilità di materiali critici e semilavorati condiziona la produzione di tecnologie verdi, sistemi digitali e componenti per la difesa”, si legge nel report. “L’energia determina la competitività dei processi produttivi e la sostenibilità della capacità di calcolo, mentre l’IA incide sull’organizzazione della manifattura, sulla logistica, sulla progettazione e sulla sicurezza; le infrastrutture cloud, data storage, telecomunicazioni e satellitari costituiscono la base materiale della sovranità digitale. Ne deriva l’esigenza di una politica industriale realmente olistica, capace di integrare politica energetica, politica digitale, sicurezza economica, difesa, ricerca e manifattura, superando la frammentazione tra capitoli settoriali e tra competenze amministrative”.

Guardando alle materie prime critiche, “costituiscono la base materiale della transizione verde e digitale. La loro criticità deriva da una combinazione precisa: elevata rilevanza economica e forte rischio di approvvigionamento. Il primo nodo è però strutturale. Le tecnologie energetiche e digitali richiedono quantità di materiali critici molto superiori rispetto alle tecnologie che hanno sostenuto l’economia del Novecento. Ciò implica non solo un’accelerazione degli investimenti industriali in Europa e in Italia, ma anche una profonda riconfigurazione delle materie prime, energia, IA e infrastrutture digitali, che devono essere considerate parti di una medesima architettura industriale”.

Ora, secondo lo Iai, “l’estrazione e raffinazione sono localizzate in pochi Paesi e la Cina detiene una posizione dominante in diverse fasi della catena del valore, controllando gran parte dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare e quote rilevanti di altre materie strategiche. Altri poli cruciali sono l’America Latina, che concentra una quota significativa delle riserve globali e ospita il triangolo del litio tra Argentina, Bolivia e Cile e l’Africa, dove, ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo domina la produzione di cobalto, mentre il Sudafrica è tra i principali produttori di platino e palladio”. Ebbene, questa geografia delle risorse “espone Europa e Italia a vulnerabilità economiche e geopolitiche: volatilità dei prezzi, interruzioni delle forniture e possibile utilizzo delle esportazioni come leva di pressione politica. Il problema, dunque, non è tanto la scarsità delle risorse quanto la sicurezza dell’approvvigionamento”.

E allora, che fare? “Per affrontare queste vulnerabilità, l’Unione europea ha adottato nel 2024 il Regolamento Ue sulle materie prime critiche, che stabilisce obiettivi vincolanti al 2030: almeno il 10% del consumo da estrazione interna, il 40% da trasformazione interna e il 25% da riciclo. Si tratta di un disegno ambizioso che tuttavia rischia di riprodurre relazioni asimmetriche con i Paesi produttori se tali partenariati non saranno fondati su modelli di coproduzione e valore condiviso. Questo squilibrio lascia scoperte le fasi di trasformazione della catena del valore. L’industria europea, infatti, dipende in misura significativa anche dall’importazione di semilavorati, ossia materiali già parzialmente trasformati che incorporano fasi produttive ad alto valore aggiunto localizzate all’estero”.

Ed ecco il capitolo energia. “Il tema degli approvvigionamenti strategici è strettamente legato alla sicurezza energetica, tornata al centro dell’agenda europea dopo lo shock provocato dalla guerra russa in Ucraina. Si tratta della capacità di garantire una disponibilità continua di energia a prezzi sostenibili, attraverso fonti sufficientemente diversificate da assorbire eventuali shock esterni. Le principali dimensioni della sicurezza energetica riguardano la sicurezza delle forniture, la resilienza delle infrastrutture, il grado di integrazione del mercato interno e una dimensione geopolitica legata al rischio di strumentalizzazione delle interdipendenze energetiche. L’Unione si trova quindi a dover conciliare obiettivi in tensione: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e, al tempo stesso, accelerare la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni”.

Il problema è che “l’economia europea rimane quindi fortemente esposta agli shock energetici. Il gas rappresenta circa il 39% del consumo finale di energia dell’industria europea, mentre il trasporto su strada assorbe circa il 73% del petrolio utilizzato nell’Ue. Inoltre, il gas continua spesso a determinare il prezzo marginale dell’elettricità, trasmettendo la volatilità energetica all’intero sistema economico. In questo contesto, la dimensione energetica assume una valenza strutturalmente strategica. La competizione economica e tecnologica si gioca sempre più sulla capacità di trasformare energia in capacità di calcolo e in valore industriale. In altri termini, infrastrutture energetiche, digitali e industriali tendono a convergere, e i Paesi in grado di integrarle efficacemente disporranno di un vantaggio competitivo strutturale. Ne consegue che sicurezza energetica e transizione climatica non sono alternative, ma dimensioni della stessa strategia industriale”.

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Etiopia-Eritrea, l’escalation minaccia il Mar Rosso. Cosa c’è in gioco per l’Italia

Le forze alleate del governo etiope hanno ripreso il controllo di Mekelle, capitale regionale del Tigray, dopo il ritiro dei combattenti del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Le truppe federali sono inoltre avanzate verso il confine eritreo, raggiungendo Zalambessa il 13 ottobre.

Addis Abeba ha accusato l’Eritrea di aver inviato truppe sul territorio etiopico e di sostenere i gruppi insorti, accuse respinte da Asmara. L’Eritrea, a sua volta, sostiene che l’Etiopia si stia preparando a una guerra, mentre crescono le preoccupazioni che il confronto possa arrivare a coinvolgere Assab, porto eritreo di grande rilevanza strategica sul Mar Rosso.

L’escalation ha provocato anche un intervento diplomatico di Washington. Il 14 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro etiope Abiy Ahmed, sollecitando moderazione, dialogo e rispetto della sovranità territoriale. Human Rights Watch ha nel frattempo denunciato vittime civili causate dai bombardamenti nel Tigray meridionale.

Un eventuale confronto militare tra Etiopia ed Eritrea aprirebbe un ulteriore fronte di instabilità lungo un corridoio marittimo già sottoposto a forti pressioni geopolitiche e geoeconomiche, con il rischio di aggravare le vulnerabilità del commercio internazionale e della sicurezza regionale.

L’accordo di Pretoria del 2022 ha posto fine a due anni di guerra devastante nel Tigray, lasciando tuttavia irrisolte importanti controversie politiche e territoriali. La sua incompleta attuazione, insieme al progressivo deterioramento dei rapporti tra Etiopia ed Eritrea, ha indebolito gli equilibri regionali.

Priva di uno sbocco al mare dall’indipendenza eritrea del 1993, l’Etiopia considera sempre più l’accesso al Mar Rosso una necessità per il proprio sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Le ambizioni marittime di Abiy sono diventate così una delle principali preoccupazioni di Asmara, per la quale Assab rappresenta al tempo stesso una risorsa sovrana e una vulnerabilità strategica.

Sebbene un’offensiva etiope verso il porto rimanga uno scenario non confermato, la convergenza tra controversie territoriali e ambizioni strategiche contrapposte crea le condizioni per una pericolosa escalation.

La crisi nel Corno d’Africa si inserisce in un quadro di sicurezza del Mar Rosso sempre più frammentato, nel quale conflitti regionali e vulnerabilità delle rotte marittime tendono a intrecciarsi.

Sulla sponda opposta dello stretto di Bab el-Mandeb, gli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno dimostrato la capacità di interrompere il traffico commerciale internazionale, collegando l’insicurezza marittima al più ampio confronto che coinvolge Israele, Gaza e Teheran. Più a est, le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz continuano a esporre le esportazioni energetiche del Golfo e il commercio internazionale ai rischi di un’escalation regionale.

Si tratta di crisi con origini e dinamiche differenti, ma i loro effetti cumulativi minacciano un sistema marittimo interconnesso che collega il Golfo Persico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea introdurrebbe una categoria di rischio diversa: uno scontro interstatale lungo la costa africana, capace di destabilizzare ulteriormente una regione nella quale le potenze del Golfo hanno sviluppato importanti interessi strategici attraverso investimenti portuali, infrastrutturali e partenariati di sicurezza.

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno ampliato la propria presenza nel Corno d’Africa, mentre Gibuti rimane uno snodo cruciale per le installazioni militari internazionali e il traffico commerciale. Un confronto per Assab potrebbe dunque influenzare le valutazioni dei Paesi vicini e delle potenze esterne attive nel Mar Rosso, complicando ulteriormente un equilibrio regionale già fragile.

Il Corno d’Africa occupa storicamente un posto significativo nella politica estera italiana, in virtù dei profondi legami politici, economici e storici con Etiopia, Eritrea e Somalia.

Questo impegno ha conosciuto un nuovo impulso sotto il governo di Giorgia Meloni, che ha collocato l’Etiopia al centro della propria strategia africana e del Piano Mattei. Tra il 2023 e il 2025, Meloni ha incontrato Abiy Ahmed sette volte, a testimonianza dell’importanza attribuita da Roma al rapporto con Addis Abeba. Parallelamente, l’Italia ha perseguito un rafforzamento della cooperazione con l’Eritrea, mantenendo così interessi diplomatici su entrambi i fronti della possibile crisi.

La posta in gioco va tuttavia ben oltre le relazioni bilaterali. In quanto grande economia manifatturiera e commerciale europea, l’Italia dipende fortemente dai collegamenti marittimi attraverso il Mediterraneo, il Canale di Suez e il Mar Rosso per i propri scambi con i mercati asiatici.

Le interruzioni del traffico causate dagli attacchi Houthi hanno dimostrato quanto rapidamente un corridoio marittimo strategico possa diventare di fatto impraticabile per la navigazione commerciale, rafforzando l’urgenza di sviluppare rotte alternative di connettività.

In questo contesto, la realizzazione dell’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC) ha acquisito un’importanza crescente per Roma. Lanciata nel 2023, prima della crisi della navigazione nel Mar Rosso, l’iniziativa offre l’opportunità di introdurre maggiore ridondanza e resilienza nelle reti commerciali che collegano Europa, Medio Oriente e Asia.

L’obiettivo non è sostituire le rotte marittime esistenti, ma ridurre l’eccessiva dipendenza da passaggi obbligati particolarmente vulnerabili. La crisi del Mar Rosso ha reso questa diversificazione una questione di sicurezza strategica, oltre che di efficienza economica.

L’evoluzione immediata della crisi dipenderà dalla scelta di Addis Abeba di mantenere le operazioni militari circoscritte al Tigray oppure di estenderle fino a un confronto diretto con l’Eritrea.

Il pericolo più ampio è che l’erosione degli accordi di Pretoria trasformi una pace interna già fragile in un’ulteriore fonte di instabilità regionale, aggravando le condizioni di sicurezza intorno al Mar Rosso.

Le missioni navali possono contribuire a proteggere il traffico commerciale dalle minacce immediate, ma non possono risolvere le controversie politiche e territoriali che destabilizzano le coste della regione.

La sfida per la sicurezza del Mar Rosso non riguarda più soltanto la necessità di mantenere aperte le rotte commerciali. Dipende sempre più dalla capacità di impedire che i conflitti lungo le sue sponde amplifichino le vulnerabilità di un sistema marittimo già sottoposto a forti pressioni.

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Studenti lanciano fuochi contro il Ministero dell'Istruzione a Roma

Il corteo degli studenti è arrivato davanti al Ministero dell'Istruzione. Lì un gruppo di studenti ha lanciato fuochi d'artificio contro la sede del ministero. Aperto anche un estintore contro gli agenti di polizia a presidio dell'ingresso

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Spie, tecnologia e disordine internazionale. Lezioni dalla storia

Londra – Questa settimana mi sono recato nel Regno Unito per presentare le mie ricerche di storia dell’intelligence in due convegni internazionali. Dall’11 al 13 ottobre, il King’s College di Londra ha ospitato il convegno annuale della Society for Intelligence History (SIH), organizzato insieme al King’s Centre for the Study of Intelligence. Subito dopo, dal 14 al 16 ottobre, il testimone è passato a Bletchley Park, sede delle attività britanniche di crittoanalisi durante la Seconda guerra mondiale, dove il Government Communications Headquarters (GCHQ) e il Bletchley Park Trust hanno organizzato la seconda National Intelligence History Conference, dedicata alla cooperazione internazionale. Due appuntamenti distinti, ma complementari. A Londra, il confronto ha coinvolto accademici, ricercatori ed ex dirigenti dei servizi britannici, tra cui figure provenienti dai vertici del GCHQ, del Secret Intelligence Service (SIS/MI6) e del Joint Intelligence Committee (JIC). A Bletchley Park, il programma ha previsto interventi del giornalista Gordon Corera e dell’ex direttore del SIS Richard Moore.

L’interesse dei due convegni va oltre la ricostruzione delle operazioni del passato, più o meno recente; i dibattiti hanno infatti riguardato spesso questioni direttamente rilevanti per i servizi di oggi: il costo crescente dello spionaggio, la dipendenza dalle tecnologie private, le relazioni tra alleati, l’integrazione delle fonti informative, i modelli di formazione del personale dell’intelligence e l’insegnamento della materia in senso ampio, e la capacità degli apparati informativi di apprendere dalle esperienze precedenti. Sintetizzando in due righe il consenso emerso nel corso dei due eventi potremmo affermare che: lo studio della storia dell’intelligence serve non soltanto a comprendere il passato, ma anche, sotto molti aspetti, a migliorare la pratica professionale dei servizi, soprattutto in una fase di rapide trasformazioni tecnologiche e organizzative.

Perché studiare la storia dell’intelligence

La storia dell’intelligence contribuisce alla comprensione dell’evoluzione del sistema internazionale, della gestione delle crisi e dei meccanismi decisionali dei governi. La documentazione storica consente infatti di ricostruire non soltanto quali informazioni fossero disponibili, ma anche come venissero raccolte, analizzate e trasmesse e in che modo influenzassero le decisioni politiche.

La ricerca storica può offrire anche un contributo operativo. Lo studio delle operazioni del passato permette di comprendere l’evoluzione della tecnica professionale (tradecraft) e dei processi organizzativi ossia l’insieme delle competenze, procedure e tecniche e meccanismi di funzionamento attraverso cui i servizi operano nell’interesse dello Stato e della collettività. La ricostruzione di operazioni di reclutamento, gestione delle fonti, comunicazioni clandestine, controspionaggio e cooperazione tra servizi consente di individuare problemi ricorrenti, soluzioni adottate e fattori che ne hanno determinato il successo o il fallimento. Naturalmente, tecniche utilizzate durante la Guerra fredda potrebbero essere ormai non replicabili nelle condizioni tecnologiche e politiche odierne, il valore di studiare operazioni e attività del passato risiede tuttavia nel contributo a comprendere la logica delle scelte operative, i vincoli affrontati dagli operatori e le modalità attraverso cui hanno cercato di superarli.

Cia e MI6: organizzazioni diverse, culture professionali simili

Il confronto tra servizi britannici e americani offre un esempio dell’importanza di distinguere tra strutture organizzative, funzioni operative e culture professionali. La Central Intelligence Agency (Cia) e il SIS britannico sono spesso trattati come omologhi. Anche se in realtà presentano differenze strutturali importanti.

La Cia integra raccolta clandestina, analisi strategica, capacità tecnologiche e operazioni coperte. Possiede una specifica Directorate of Analysis e, nell’ambito della Directorate of Operations, dispone anche di personale specializzato in attività paramilitari. Il SIS è invece prevalentemente orientato alla raccolta clandestina all’estero. Non dispone di una struttura paramilitare permanente equivalente a quella statunitense, né di una direzione di analisi strategica paragonabile a quella della Cia. Nel sistema britannico, la produzione di valutazioni integrate per il governo è affidata principalmente alla Joint Intelligence Organisation. Se però il confronto viene ristretto alle componenti dedicate alla raccolta clandestina, emergono somiglianze molto maggiori. Il SIS e quello che dal 2005 al 2015 fu denominato National Clandestine Service della Cia, oggi nuovamente Directorate of Operations, condividono caratteristiche importanti nella cultura professionale e nelle modalità di funzionamento.

Lo spionaggio costa sempre di più

Tra le questioni più interessanti discusse a Londra figura quella della “economia dell’intelligence”, ancora relativamente poco esplorata dalla letteratura accademica. Una valutazione emersa durante il confronto tra studiosi e addetti ai lavori riguarda il forte aumento del costo unitario di alcune attività di spionaggio: in poche parole l’espansione delle capacità di sorveglianza e controspionaggio, la digitalizzazione delle comunicazioni e la crescente difficoltà di operare contro obiettivi protetti rendono le operazioni non solo più complesse ma molto più onerose. L’integrazione di tecnologie all’avanguardia, sistemi satellitari, spyware di vario genere, e capacità di elaborazione e fusione attraverso intelligenza artificiale (AI) richiede investimenti considerevoli, ciò nonostante i costi di aggiornamento e mantenimento possano poi mantenersi relativamente contenuti nel tempo (aspetto che favorisce i servizi che dispongono delle maggiori risorse finanziarie e quelli che, come quelli britannici, possono condividere capacità e infrastrutture con partner stranieri).

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce anche la diffusione al settore privato di capacità di raccolta tecnica e processazione di informazioni. L’esperienza britannica mostra che l’esternalizzazione di determinate funzioni non comporta necessariamente una riduzione dei costi. Alle spese contrattuali devono aggiungersi quelle di supervisione, sicurezza, integrazione dei sistemi e mantenimento delle competenze necessarie per controllare i fornitori. Il problema riguarda quindi sia la sostenibilità economica dell’intelligence sia la capacità delle organizzazioni pubbliche di conservare il controllo sulle tecnologie impiegate.

Il SIS e il nuovo equilibrio tra tecnologia e tecnica professionale

Questi cambiamenti stanno modificando anche la composizione professionale dei servizi. Durante il confronto londinese è stata richiamata una stima secondo cui tra un quarto e un terzo del personale del SIS sarebbe oggi impiegato in funzioni tecnologiche. Pur non essendo verificabile attraverso le informazioni ufficiali pubblicamente disponibili, il dato indica la crescente importanza attribuita a queste competenze. Questa evoluzione modifica anche i requisiti della leadership: dirigere un servizio informativo oggi richiede un livello adeguato di technological literacy: i vertici così come quadri e funzionari devono comprendere le possibilità offerte dalle tecnologie, i loro limiti, le vulnerabilità che introducono e le capacità di cui dispongono gli avversari. Non è necessario che i dirigenti siano specialisti di ogni tecnologia, devono però possedere conoscenze sufficienti per valutarne le implicazioni operative, formulare le domande appropriate agli esperti e decidere quali capacità sviluppare.

La crescente importanza delle tecnologie non elimina tuttavia il ruolo dell’intelligence umana. Al contrario, una delle questioni ricorrenti nel dibattito riguarda la necessità di integrare human intelligence (HUMINT) e signals intelligence (SIGINT). Le fonti umane possono facilitare l’impiego delle capacità tecnologiche, contribuendo a identificare obiettivi, comprendere intenzioni e interpretare comunicazioni. A loro volta, le informazioni raccolte attraverso mezzi tecnici possono orientare il reclutamento e la verifica delle fonti. Il fallimento israeliano nel prevedere e prevenire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è stato diverse volte offerto nel corso dei due convegni come esempio dei limiti delle capacità di raccolta quando non siano accompagnate da un’interpretazione adeguata delle intenzioni dell’avversario attraverso raccolta informativa “umana”. Il caso specifico richiama il problema generale: finché le decisioni politico-strategiche continueranno a dipendere da esseri umani, la capacità di comprenderne motivazioni e comportamenti, possibile solo attraverso la HUMINT, resterà una componente fondamentale dell’intelligence.

La cooperazione tra Stati Uniti e Regno Unito

La seconda conferenza, organizzata dal GCHQ e dal Bletchley Park Trust, ha posto al centro il problema della cooperazione internazionale. La scelta della sede è particolarmente significativa. Nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario dell’accordo angloamericano del 1946, da cui deriva la cooperazione UKUSA nel campo dell’intelligence delle comunicazioni e, successivamente, l’alleanza Five Eyes.

La storia di questa collaborazione mostra come la condivisione di informazioni, tecnologie e infrastrutture possa accrescere considerevolmente le capacità dei servizi coinvolti, il rapporto tra Stati Uniti e Regno Unito presenta tuttavia importanti asimmetrie, particolarmente evidenti nel settore tecnologico. Il sistema britannico dispone di competenze avanzate, ma non può riprodurre autonomamente tutte le capacità e le infrastrutture sviluppate dagli Stati Uniti. La stessa National Security Strategy britannica del 2025 riconosce che l’indipendenza completa nelle tecnologie di frontiera non è sempre possibile, indicando la necessità di accordi con partner stranieri, soprattutto con Washington.

In questo contesto, la fiducia tra i due sistemi di intelligence acquisisce un valore operativo ancora maggiore: come ampiamente riconosciuto dai vari addetti ai lavori presenti, per il Regno Unito, mantenerla significa anche preservare l’accesso a capacità tecnologiche difficilmente riproducibili a livello nazionale. La storia suggerisce tuttavia che la cooperazione possa sopravvivere anche a tensioni e diffidenze. La sua efficacia dipende dall’esistenza di interessi condivisi, procedure consolidate e meccanismi di controllo che permettano di gestire le asimmetrie tra i partner.

L’intelligence si può insegnare? La lezione della storia per studenti e professionisti

Un ulteriore tema emerso a Londra ha riguardato il rapporto tra ricerca accademica e formazione professionale nei sistemi d’intelligence. Insegnare l’intelligence agli studenti universitari e ai professionisti dei servizi significa perseguire obiettivi differenti.

Per gli studenti, la priorità consiste nel comprendere il funzionamento dell’intelligence come sistema di organizzazioni, competenze e procedure interdipendenti. Occorre capire come le informazioni circolino tra apparati differenti, come vengano prodotte le valutazioni e quali siano i rapporti tra intelligence e decisori politici. Per i professionisti, invece, il contributo principale della formazione accademica è offrire strumenti per riflettere criticamente sulla propria attività. Lo studio della storia e della teoria permette di interrogarsi sulle procedure operative, sulla cultura istituzionale, sulle pratiche analitiche e sulle modalità di gestione delle organizzazioni. Serve soprattutto a comprendere perché determinate attività vengano svolte in un certo modo e se esistano alternative più efficaci.

Questa funzione è particolarmente importante perché le organizzazioni di intelligence incontrano difficoltà nel conservare e applicare sistematicamente le lezioni delle esperienze precedenti. Le indagini successive ai fallimenti producono spesso raccomandazioni, ma queste conoscenze non vengono necessariamente incorporate nelle pratiche organizzative. Il ricambio del personale, le trasformazioni tecnologiche e la persistenza delle culture istituzionali possono ridurne progressivamente l’efficacia. La storia offre strumenti e rimedi per questo problema: permette di confrontare esperienze distanti nel tempo, identificare comportamenti ricorrenti e comprendere come le organizzazioni abbiano reagito a errori, crisi e innovazioni.

E dal Regno Unito è tutto, al prossimo anno.

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È l’ora della merenda

Una fonte di carboidrati (cereali, pane, cracker, feste biscottate), una fonte proteica (carne, pesce, uova, legumi) o di grassi buoni (frutta secca e semi), frutta fresca per fibre, vitamine, minerali e acqua. Queste le tre componenti che non devono mancare, secondo i suggerimenti dei biologi nutrizionisti della Rete Pas, Rosanna Nuzzo e Lorenzo Lari, per un pasto equilibrato.
Li trovate, insieme a tante gustose ricette per una merenda sana ed equilibrata merenda dei vostri bambini e bambine all’interno del depliant “Le ricette per il panierino”, che potete trovare nei punti vendita Coop.fi.
Tante ricette, dalla classica alla fresca, dall’equilibrata alla pratica, dalla vegetale alla golosa, realizzate tenendo conto dei consigli dei due nutrizionisti. Ricette dolci e salate per stupire con gusto i vostri bambini e bambine, di ogni età: dalla scuola materna alle superiori. E due ricette per tutti: “Gli spaghetti innamorati”, ispirati agli spaghetti con polpette del classico Disney “Lilly e il vagabondo”, e una ricetta per barrette energetiche fatte in casa

La giusta merenda

Nell’attesa di sfogliare il depliant, preparare e gustare le ricette, ecco qui alcuni utili suggerimenti e qualche accorgimento. Partiamo con una buona notizia: non serve eliminare gli alimenti preferiti, spesso basta cambiare un ingrediente, ridurre gli zuccheri aggiunti o aggiungere una fonte di fibre, proteine o grassi buoni.

Ad esempio, al posto di biscotti molto zuccherati, provate con fette biscottate integrali e una crema al 100% di frutta secca, per una merenda più equilibrata: aggiunge fibre e una fonte di grassi/proteine. Al posto del succo di frutta o bevande zuccherate, meglio preferire una frutta fresca intera e dell’acqua, che resta sempre la scelta migliore. La frutta intera mantiene la fibra e favorisce una maggiore sazietà. Chi fa merenda con uno yogurt alla frutta può provare a sostituirlo con uno yogurt bianco e della frutta fresca. Così sarà possibile controllare la dolcezza e scegliere la quantità di frutta.

Ultimi tre suggerimenti. Come crema dolce spalmabile preferite una crema 100% di mandorle, nocciole o arachidi: riduce gli zuccheri e valorizza i grassi insaturi della frutta secca. Al posto dei crackers raffinati provate con crackers o pane integrale e dell’hummus, per una merenda con più fibre e, con l’hummus, anche una quota di proteine. Infine, provate a sostituire patatine o snack salati con della frutta secca non salata e della frutta fresca: un abbinamento semplice con grassi buoni, fibre e micronutrienti.

Altri piccoli accorgimenti

  • Riduci le quantità di butto o sostituiscilo con olio EVO, olio di girasole alto oleico, burro ghee.
  • Limita il più possibile lo zucchero.
  • Per yogurt e latticini, scegli più spesso versioni natural, greche, kefir o skyr.
  • Cerca di sostituire i formaggi cremosi con ricotta light o fiocchi di latte.
  • Quando scegli il cioccolato, meglio una percentuale elevata di cacao e porzioni moderate. Oppure sostituiscilo con cacao in polvere , granella di frutta secca o creme 100% frutta secca.
  • La frutta secca è nutriente: va bene una piccola manciata.

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Corteo studenti, Padova blindata dopo indagine su possibili violenze

La Digos che ieri ha portato alla luce una chat dove si incitava alla violenza durante manifestazione degli studenti, la città di Padova è stata blindata. Compiute 8 perquisizioni ai danni di altrettanti componenti di una chat di whatsap

© RaiNews

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Corteo scuola a Torino, bruciato un carro armato di cartone

"Noi la guerra non la paghiamo". Gli studenti scesi in piazza a Torino, in occasione della giornata di sciopero studentesco, hanno fatto una sosta durante il corteo per bruciare il modellino in cartone di un carro armato

© RaiNews

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Il Punto

La definizione della manovra per il 2027 ruota attorno a due questioni legate alla relazione tra inflazione e regole fiscali europee: il contributo del fiscal drag nella determinazione dell’indicatore di spesa primaria netta e la possibilità di ottenere più ampi margini di flessibilità alla luce di un quadro mutato proprio a causa dell’inflazione. Il decreto […]

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Vita e pensiero di Meredith Whittaker, la donna più scomoda dell’IA

Meredith Whittaker è una delle persone più influenti nel mondo dell’intelligenza artificiale, consacrata recentemente dal Time. Dal Vaticano al famoso summit di Davos, questa giovane donna parla del futuro del settore digitale perché lo conosce da dentro. Da sempre critica dei sistemi di sorveglianza e controllo tecnologico, non è così catastrofista sull’intelligenza artificiale e la minaccia contro l’umanità.

“Il rischio c’è ed è reale – afferma Whittaker – ma non è la storia di fantasmi di cui ci parlano giovani esaltati”. Secondo lei, il pericolo risiede nell’uso negligente della tecnologia. “Siamo stati quasi per entrare in guerra con la Cina”, ha detto all’emittente Bbc in riferimento ad un caso nel quale una chatbot usata dall’intelligence americana inventò un’informazione su una nave cinese che trasportava materiale nucleare. Gli Usa erano pronti ad una risposta militare ma nulla era vero.

Laureata in Letteratura e Retorica all’Università della California, Berkeley. Prima aveva lavorato solo dando una mano nei jazz club di Los Angeles dove suo padre suonava il trombone. “Non avevo ambizioni di carriera; è stato tutto molto casuale”, racconta al Financial Times. Nel 2006 Whittaker è entrata a lavorare a Google senza avere ancora formazione nell’area informatica. Whittaker ha fondato Google Open Research, che ha collaborato con diverse realtà sulla questione della sicurezza e le conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale. “Oggi vedo ragazzi le cui vite sono pianificate fin nei minimi dettagli, minuto per minuto. Deve essere davvero difficile, quando si è giovani e si sta cercando di capire chi si è e quale sia il proprio posto nel mondo”, prosegue.

Nel 2014, un ingegnere in visita da Harvard parlò a Whittaker di un’idea: utilizzare un software di IA per prevedere i genocidi. Lei ricorda che in quel momento ha iniziato ad avere dubbi di natura etica su questa tecnologia: “Mi chiedevo: come si può avere la certezza che sia davvero accurato? E come ci si assume la responsabilità del fatto che una previsione, di per sé, possa far pendere l’ago della bilancia? Che ruolo può avere uno strumento del genere?”.

Tre anni dopo ha saputo del Progetto Maven, un contratto segreto di Google con il Dipartimento di Difesa americano per lo sviluppo di intelligenza artificiale per la localizzazione di obiettivi grazie ai droni. Nel 2018, ha perso il lavoro – ma è stata subito assunta dall’azienda americana Palantir – dopo avere organizzato uno sciopero con 20.000 lavoratori per protestare sulla gestione di molte questioni sensibili, tra cui l’ingerenza della tecnologia in ambiti della quotidianità.

Ora Whittaker è presidente della Fondazione Signal, che gestisce l’omonima app di messaggi cifrati. Signal ha circa 70 milioni di utenti – molto meno rispetto a WhatsApp – ma si vanta di offrire protezione dei dati agli utenti. L’informazione che “viaggia” nei messaggi resta nei propri server, per cui è improbabile che possa arrivare a terzi.

La Fondazione Signal “è finanziata principalmente tramite donazioni e l’applicazione è stata scaricata centinaia di milioni di volte in tutto il mondo”, scrive il Financial Times. Per il giornale, Whittaker è “una figura rara nel panorama tecnologico: denuncia gli eccessi del potere aziendale, si scaglia contro quello che definisce un ‘modello di business basato sulla sorveglianza di massa’ e si batte per la tutela della privacy”. “È probabilmente la voce più critica e scomoda della Silicon Valley. Negli ultimi anni è diventata l’antitesi delle Big Tech”, scrive il Financial Times.

Whittaker vive molti mesi all’anno in viaggio. Per mantenere il proprio equilibrio, segue routine ovunque si trovi: prepararsi un caffè aromatizzato con il cardamomo e con una miscela di cicoria e funghi, lezione di yoga (che pratica da 20 anni) e cucinare la cena quando torna a casa, per ritrovare il contatto con la realtà. Legge continuamente libri di storia politica della tecnologia.

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Dagli attacchi in pochi minuti all’AI. Come cambia la cybersecurity secondo Campora (Leonardo)

La velocità degli attacchi informatici, l’impiego dell’intelligenza artificiale e la necessità di rafforzare la cooperazione europea stanno trasformando la cybersecurity. Temi al centro di Cybertech Europe 2026, a Roma, dove Andrea Campora, managing director della Divisione cyber & security solutions di Leonardo e presidente della European cyber security organisation (Ecso), ha approfondito con Airpress l’evoluzione delle minacce, le strategie di difesa e le prospettive dell’industria europea.

La velocità con cui evolvono le minacce informatiche sta diventando un fattore sempre più determinante nella cybersecurity. In che modo il fattore tempo è diventato una variabile centrale nel confronto tra attaccanti e difensori e come Leonardo affronta questa sfida?

Il tempo è diventato uno degli elementi che meglio rappresentano il cambiamento della cybersecurity. Da vent’anni raccontiamo il fenomeno attraverso il volume degli attacchi, ma oggi a cambiare è soprattutto la loro natura. Viviamo in una società caratterizzata da sistemi digitali autonomi, capaci di interagire con l’ambiente e prendere decisioni. La cybersecurity non è più un’attività di confronto tra specialisti umani supportati dalla tecnologia, ma tra sistemi intelligenti supervisionati da umani.

Nel 2018, secondo alcune statistiche, tra la pubblicazione di una vulnerabilità nel registro Cve (Common vulnerabilities and exposures) e il suo primo sfruttamento passavano in media oltre due anni. Oggi parliamo di ore, talvolta di minuti. I large language model utilizzati come agenti possono individuare vulnerabilità, correlarne diverse di minore entità e sfruttarle prima ancora che siano conosciute, in alcuni casi con un’efficacia notevolmente superiore rispetto ai migliori sistemi specializzati. È quello che definiamo tempo negativo.

C’è poi la corsa contro il tempo nella risposta, che coinvolge tecnologia, procedure e persone. Leonardo oltre 200 clienti nel mondo. Quando individuiamo una vulnerabilità presso uno di loro, dobbiamo capire rapidamente quali altri utilizzino tecnologie esposte allo stesso rischio, valutarne gli impatti e aggiornare le procedure operative.

Per questo parliamo di un “sistema immunitario” della cybersecurity. Individuata una minaccia, occorre distribuire immediatamente le contromisure ai clienti e alle istituzioni. La cooperazione oggi è indispensabile e non riguarda soltanto le informazioni, ma anche le capacità. Chi rimane fuori da questo sistema di fiducia rischia di non riuscire più a difendersi efficacemente.

L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nella cybersecurity, sia nello sviluppo delle minacce sia nelle capacità di difesa. Come sta cambiando concretamente gli strumenti di protezione e quali vantaggi offre nell’individuazione e nella risposta agli attacchi?

L’introduzione dell’intelligenza artificiale è stata progressiva. Nel nostro Global Cybersec Center utilizziamo da molti anni il machine learning per individuare le minacce. Il vero salto di qualità è stato passare dall’impiego dell’IA per singole funzioni, come la rilevazione o l’automazione della risposta, a un approccio multiagente.

Oggi possiamo avere sistemi composti da agenti intelligenti, ciascuno dedicato a una funzione, che interagiscono per rendere più efficace l’intero processo. Collegare queste attività permette agli agenti di analizzare l’ambiente e coordinare le risposte.

Questo cambia anche l’architettura dei sistemi. Non possiamo più affidarci a molteplici prodotti specialistici che operano separatamente. Serve un’unica piattaforma connessa, nella quale le diverse funzioni dialoghino costantemente. È quello che definiamo piattaformizzazione, ormai fondamentale per garantire una difesa efficace.

Lo Zero trust è uno dei modelli sempre più utilizzati per la protezione dei sistemi informatici. Qual è l’approccio di Leonardo e come si inserisce nel più ampio tema della sovranità tecnologica e della sicurezza europea?

In Leonardo adottiamo quello che Forrester definisce un “approccio di sovranità pragmatica”. Non riteniamo necessario reinventare tutto, ma è fondamentale mantenere il controllo sulle capacità e sulle tecnologie dalle quali dipende realmente la nostra sovranità. Per anni abbiamo discusso della sovranità delle infrastrutture in un contesto nel quale queste ospitavano prevalentemente dati passivi e software dal comportamento deterministico. Oggi, con la diffusione degli agenti intelligenti, il governo del dato assume un’importanza ancora maggiore.

Sul fronte dello Zero Trust abbiamo accelerato lo sviluppo tecnologico anche attraverso operazioni societarie, tra cui l’acquisizione della svedese Axiomatics, specializzata nell’autorizzazione, e l’ingresso nel capitale della finlandese SSH, attiva nell’autenticazione e nella sicurezza, di cui Leonardo è diventata il maggiore azionista con il 24,55%.

Lo Zero Trust rappresenta una risposta all’evoluzione delle minacce. Se consideriamo la possibilità di una violazione come un presupposto, dobbiamo abbandonare la fiducia implicita e verificare costantemente identità e dispositivi. Ma anche questo modello deve evolvere. Quando migliaia di agenti possono attaccare contemporaneamente alla velocità delle macchine, lo Zero trust deve utilizzare l’intelligenza artificiale per garantire verifiche altrettanto rapide.

Un altro elemento fondamentale è l’observability, cioè la capacità di valutare i comportamenti. Come possiamo stabilire se un agente con credenziali legittime stia agendo correttamente, soprattutto quando non c’è una persona dietro le sue azioni? Occorre confrontarne il comportamento con criteri e policy prestabiliti.

Se, per esempio, io accedessi nel cuore della notte al file system di un server senza avere responsabilità tecniche che lo giustifichino, il sistema dovrebbe riconoscere un comportamento potenzialmente anomalo. È questa l’evoluzione dello Zero trust in un mondo nel quale, usando una metafora, il nuovo perimetro della sicurezza è l’identità.

Nel contesto di sicurezza attuale, segnato anche dalle tensioni ai confini europei, gli attacchi informatici rappresentano una minaccia sempre più rilevante. Quanto è importante rafforzare il coordinamento tra Paesi, istituzioni e aziende europee per costruire una risposta comune e accrescere la consapevolezza dei rischi cyber?

Riprendo una riflessione dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, autore di un rapporto sulla preparazione europea in materia di sicurezza e difesa. Le minacce non si fermano ai confini nazionali. La responsabilità della sicurezza appartiene ai singoli Stati, ma questo si concilia difficilmente con la natura transfrontaliera degli attacchi. Condividere le risposte significa renderle più efficaci.

Un esempio riguarda la proposta della Commissione europea di introdurre un single entry point per la segnalazione degli incidenti. Se una multinazionale opera in tutti i 27 Paesi dell’Unione e subisce un attacco, non dovrebbe presentare 27 comunicazioni separate alle rispettive autorità nazionali. Basterebbe un’unica segnalazione, condivisa secondo criteri prestabiliti.

La proposta ha incontrato l’opposizione di diversi Paesi. È un esempio degli ostacoli non soltanto tecnologici, ma anche culturali e organizzativi. Anche come European cyber security organisation (Ecso), che presiedo, abbiamo sostenuto la necessità di superare queste frammentazioni.

C’è poi la competitività industriale. In un mercato globale, la massa critica degli investimenti è determinante. In alcuni comparti tecnologici l’Europa ha perso terreno, mentre nella cybersecurity siamo ancora competitivi. Per mantenere questa posizione servono investimenti condivisi e alleanze europee. Altrimenti, la marginalizzazione diventerà una certezza. La questione sarà soltanto capire in quanti anni.

Guardando all’Italia e all’Europa, quanto siamo realmente preparati a difenderci dagli attacchi informatici? Qual è il livello di protezione raggiunto dalle istituzioni, dalle grandi imprese e dalle aziende più piccole della filiera, considerando anche le conseguenze che un attacco a un’infrastruttura pubblica può avere sull’intero sistema?

La direttiva Nis2 ha rappresentato un importante salto di qualità. Uno dei suoi meriti è aver chiarito ai consigli di amministrazione che la responsabilità della sicurezza informatica non può essere semplicemente delegata, ma rimane in capo agli organi di governo delle imprese. Questo principio, insieme alle altre misure, ha accelerato il cambiamento. Rimane il problema di un’applicazione disomogenea tra i Paesi europei, ma il bilancio è positivo.

Anche l’esperienza di Leonardo dimostra che l’Europa dispone ancora di capacità importanti. Penso al nostro coinvolgimento nel programma Gcap (Global combat air programme) per il caccia di sesta generazione, dove ci occupiamo non soltanto di cybersecurity, ma anche della gestione del dato. Queste esperienze hanno rafforzato la nostra posizione nelle gare europee, presso la Commissione e le altre istituzioni, fino al programma Protected business network della Nato, al quale partecipiamo insieme ad Accenture per accompagnare la trasformazione dell’infrastruttura digitale  per circa 29.000 utenti dell’Alleanza verso il cloud.

La cybersecurity non è soltanto tecnologia. Comprende una componente significativa di servizi e competenze umane, un ambito nel quale l’Europa e le sue università mantengono una posizione di forza. Abbiamo degli svantaggi, ma la competizione è ancora aperta. Sul fronte della protezione, la semplificazione rimane fondamentale.

Resta una preoccupazione legata al nuovo European competitiveness fund, che, a differenza del precedente strumento, non prevede una voce di finanziamento autonoma per la cybersecurity. La sicurezza informatica potrà trovare spazio in programmi più ampi, ma quando viene messa in competizione con altre priorità non è detto che ottenga risorse sufficienti.

Su questo tema abbiamo scritto una lettera aperta alla Commissione europea e contiamo di proseguire il confronto. Non si tratta soltanto di budget, ma della necessità di riconoscere alla protezione cyber una propria autonomia progettuale.

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È l’ora delle Tea

C’erano una volta gli Ogm, Organismi geneticamente modificati in agricoltura che hanno sollevato per decenni numerose polemiche, con la nascita di schieramenti pro e contro che hanno portato in Europa leggi fra le più rigorose attualmente esistenti.

La ricerca scientifica ha poi sviluppato nuove tecniche, meno invasive, di intervento sul Dna delle piante, che sono state regolamentate da una legge adottata dal Parlamento europeo lo scorso giugno. Stiamo parlando delle piante Ngt1 e Ngt2 (Nuove tecniche genomiche 1 e 2) che in italiano sono state tradotte con la sigla Tea, acronimo di Tecniche di evoluzione assistita.

Cosa sono? Cosa cambierà per i consumatori? La legge entrerà in vigore dalla metà del 2028, ma il dibattito è in corso.

L’Accademia dei Georgofili è la più antica istituzione per lo studio delle pratiche agricole. Sui Tea si è già espressa favorevolmente: il perché lo spiega Mario Pezzotti, professore di Genetica agraria all’Università di Verona.

Ogm e Tea sono la stessa cosa?

No. Gli Ogm tradizionali sono spesso ottenuti inserendo nella pianta un gene proveniente da un’altra specie. Con le Tea, invece, si correggono in modo preciso geni che la pianta possiede già, senza aggiungere Dna estraneo. In parole semplici, le Tea permettono di ottenere più rapidamente cambiamenti che potrebbero avvenire anche in natura o con gli incroci tradizionali.

Come si producono le nuove piante Tea? In laboratorio?

Il lavoro inizia in laboratorio, usando “forbici molecolari”, che tagliano il Dna della pianta in un punto preciso dove si vuole che avvenga la mutazione. Le cellule con le nuove caratteristiche danno poi origine a una pianta completa che viene controllata e successivamente provata in serra e in campo, per verificare che abbia davvero il carattere desiderato e che cresca normalmente. Infine, la pianta si coltiva e si riproduce come qualsiasi altra già in commercio.

Quali sono gli aspetti positivi?

Le Tea possono aiutare a ottenere più rapidamente piante capaci di resistere meglio alle malattie, alla siccità, al caldo e ad altri effetti del cambiamento climatico. Questo potrebbe significare meno trattamenti per proteggere le colture da malattie e parassiti, un uso più limitato di acqua e fertilizzanti e minori perdite nei campi. Le Tea possono anche servire a migliorare la qualità, il valore nutrizionale o la conservazione di alcuni prodotti. Un vantaggio importante è la possibilità di rendere più resistenti varietà già conosciute, senza cambiarne il gusto e le caratteristiche principali.

Quali coltivazioni sono interessate?

In linea di principio, le Tea possono essere applicate a tutte le specie vegetali. Le ricerche riguardano soprattutto colture importanti per l’alimentazione e per l’agricoltura, come riso, frumento, mais, pomodoro, patata, soia, ortaggi, vite e alberi da frutto.

Ci sono sperimentazioni in Italia?

Sono state autorizzate sperimentazioni in pieno campo su riso resistente al brusone, viti resistenti a peronospora e oidio, pomodoro resistente a parassiti o stress, melanzana con minore imbrunimento. Queste prove non rappresentano ancora una commercializzazione: servono a verificare efficacia, sicurezza e comportamento delle piante nelle normali condizioni agricole. Il programma nazionale Tea4IT, coordinato dal Crea, sta ampliando queste attività coinvolgendo università ed enti di ricerca italiani.

Le multinazionali che venderanno sementi brevettate avranno dei vantaggi?

Le Tea possono essere usate non solo dalle grandi multinazionali, ma anche da università, enti pubblici di ricerca, piccole imprese e aziende sementiere locali. Inoltre, non tutte le piante ottenute con queste tecniche saranno brevettate. È indiscutibile però che ogni innovazione generata da ingegno umano e da investimenti debba essere protetta e riconosciuta.

In ambito vegetale questo avviene già da molto tempo mediante la “privativa vegetale”, che non è un vero e proprio brevetto, ma garantisce dei diritti a chi ha costituito una varietà migliorata. Per evitare che poche grandi aziende controllino una parte importante del nuovo mercato dovranno essere introdotte condizioni sostenibili di accesso all’innovazione e un forte sostegno alla ricerca pubblica.

Chi garantisce per la salute umana e dell’ambiente?

Una pianta non è pericolosa semplicemente perché è stata ottenuta con le Tea, così come non è automaticamente sicura perché deriva da un incrocio tradizionale. Occorre valutare che cosa è stato modificato, quali caratteristiche presenta la nuova pianta e quali effetti può avere sulla salute e sull’ambiente. Il principio di precauzione non è stato eliminato.

Le piante con modifiche semplici saranno sottoposte a una verifica ufficiale per accertare che siano equivalenti a quelle ottenibili con metodi tradizionali. Le piante con caratteristiche più complesse continueranno invece a essere sottoposte a una valutazione specifica del rischio prima di poter essere autorizzate. In altre parole, l’Unione europea non valuta soltanto come è stata ottenuta una pianta, ma soprattutto che tipo di prodotto è stato ottenuto.

Il sondaggio di No patents for seeds

Oltre il 90% degli intervistati in cinque Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Polonia, con mille partecipanti per ciascun Paese) è convinto che la diversità nel miglioramento genetico delle piante è essenziale per l’agricoltura e l’approvvigionamento alimentare. L’83% è d’accordo che gli organismi viventi, quali piante e animali, non dovrebbero essere brevettati come invenzioni tecniche per ragioni etiche.

Il 75% ha sostenuto l’opinione secondo cui i tratti vegetali presenti in natura o che insorgono casualmente non dovrebbero essere brevettabili. Il 75% concorda sul fatto che la tutela della salute umana e dell’ambiente debba essere una priorità nel rilascio dei brevetti e nell’approvazione delle piante geneticamente modificate.

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Kiev ignora Trump e torna a colpire le raffinerie – Il Controcanto – Rassegna Stampa del 16-10-2026



Il Corriere ricorda come Zelensky intenda ignorare Trump per riprendere a colpire le raffinerie in Russia. Repubblica nota che in Italia esistono milioni di poveri che non riescono a sopravvivere. Il Fatto spiega che la guerra in Medio Oriente è destinata a riaccendersi

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Crostoni con scamorza e uvetta al passito

Questa ricetta la trovi anche nel numero di ottobre della rivista Fior fiore in cucina, in vendita al costo di 1 euro in tutti i punti vendita Unicoop Firenze.

La ricetta

Difficoltà: facile
Preparazione: 40 minuti
Cottura:15 minuti

Ingredienti (per 4 persone)

Vino consigliato: Malvasia

La preparazione

Mettete a bagno l’uvetta nel passito per circa 30 minuti. Tagliate la scamorza a fettine abbastanza spesse (6-8 mm). Appoggiate le fette di pane su una placca rivestita con carta da forno, distribuite su ciascuna di essa una fetta di scamorza e l’uvetta ammollata e condite con un pizzico di pepe. Infornate nella parte alta del forno a 180°C per 10-15 minuti e servite i crostoni caldi, appena sfornati.

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Dagli autovelox alle telecamere anti-cellulare: multe in arrivo

Autovelox, telecamere ai semafori e ora anche strumenti intelligenti che individuano chi guida con il cellulare in mano. Sono numerosi gli occhi elettronici che vigilano sulle abitudini più pericolose al volante. Velocità elevata, precedenze bucate, manovre irregolari e distrazione, come il telefonino, restano le principali cause di incidenti in Italia, dice l’Istat.

D’altra parte, c’è chi teme che la tecnologia sia un modo più per fare cassa che prevenzione. Stando al Codacons, tra il 2021 e il 2025, gli autovelox di 21 grandi città italiane hanno elevato multe per 306 milioni di euro: in vetta Firenze (oltre 86 milioni), seguita da Milano (52 milioni) e Genova (30 milioni).

Il decreto

Proprio i rilevatori di velocità sono stati al centro di un paradosso tutto nostrano. Dal 1992 il Codice della Strada prevede l’obbligo della loro omologazione, ma per oltre 30 anni le regole tecniche per questo procedimento non sono mai state fissate e gli apparecchi venivano sottoposti soltanto a un processo di approvazione, aprendo le porte a ricorsi e annullamenti.

La svolta è arrivata con un decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in vigore dal 12 luglio, che ha messo nero su bianco le norme per omologazione, taratura e controlli periodici, stabilendo quali tra i dispositivi già attivi siano conformi e quali invece vadano spenti o adeguati.

Ricorsi: cosa cambia

«La multa è valida solo se l’apparecchio che ha registrato la violazione risulta omologato, sottoposto a taratura e censito sul sito del Ministero – precisa Gabriele Melluso, presidente di Assoutenti -. Il verbale deve riportare tutte le indicazioni utili sull’autovelox utilizzato e, in assenza di tali informazioni, è possibile presentare all’ente locale istanza d’accesso agli atti. Fra i dati da fornire figurano il modello dell’autovelox, gli estremi dell’omologazione, i riferimenti alle verifiche periodiche e alla taratura, la conformità dell’installazione alle autorizzazioni previste per quel tratto di strada».

Ma attenzione, il verbale non va pagato se si vuole impugnare: c’è tempo 30 giorni dalla notifica per rivolgersi al giudice di pace o 90 giorni per il prefetto. Il consiglio, comunque, è sentire un esperto, perché in caso di rigetto sono previsti costi extra. «Si può fare ricorso – aggiunge Melluso – anche se l’autovelox non era adeguatamente segnalato, in caso di errori o vizi nel verbale, oppure se questo è notificato oltre i termini di legge».

Telefonino off limits

Fra gli strumenti di ultima generazione c’è SafeDrive, in fase di test in Toscana sulla Fi-Pi-Li: l’analisi dei fotogrammi con l’intelligenza artificiale pizzica chi guida senza cintura o con il cellulare in mano. Per ora non può fare multe in autonomia: non essendo ancora omologato, l’immagine catturata è «una segnalazione di probabile infrazione che deve essere rilevata direttamente dall’agente in servizio su strada», evidenzia Paolo Sodi, presidente della Sodi Scientifica, l’azienda produttrice. 

Il telefonino può costare caro, e non solo per le sanzioni (da 250 a 1000 euro, 5 punti in meno e patente sospesa fino a 2 mesi). Distogliere lo sguardo per 2 secondi sfrecciando a 130 km/h equivale infatti ad andare alla cieca per 72 metri.

Giordano Biserni, presidente dell’Asaps, Associazione Sostenitori e Amici Polizia Stradale, sottolinea che la legge è chiara: «Qualsiasi utilizzo che comporti l’impiego anche di una sola mano o comunque l’allontanamento delle mani dal volante è sanzionabile. Non è necessario che vi sia una conversazione in corso: anche il semplice tocco per rifiutare una chiamata o consultare una notifica rappresenta una violazione». Il divieto vale pure se si è fermi in coda o a un rosso. «Le uniche modalità realmente compatibili con la sicurezza – avverte – sono l’uso di vivavoce, auricolari, comandi vocali o pulsanti integrati nel volante».

Tocco o non tocco?

E il touch screen di bordo? Non esiste un divieto esplicito di usarlo durante la guida, ma se l’interazione comporta una distrazione evidente, l’automobilista può essere sanzionato.

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Supercinema. I film in uscita nel weekend in Italia: 16 ottobre 2026

Tra i titoli: "Primetime", "Il tempo di Anne", "Frankie e le creature dimenticate", "Se ami qualcuno dillo". Sul red carpet "Artificial" di Luca Guadagnino e "Street Fighter" tratto dal videogioco. Al box office vince "Mammina". I Premi Fice 2026

© RaiNews

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Il Punto

La definizione della manovra per il 2027 ruota attorno a due questioni legate alla relazione tra inflazione e regole fiscali europee: il contributo del fiscal drag nella determinazione dell’indicatore di spesa primaria netta e la possibilità di ottenere più ampi margini di flessibilità alla luce di un quadro mutato proprio a causa dell’inflazione. Il decreto […]

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Dazi, guerre e tecnologie. Così la geopolitica cambia il modo di fare impresa

Per molti anni le imprese hanno considerato la geopolitica una materia distante dalla gestione aziendale, affidata soprattutto ai governi, alla diplomazia e agli analisti internazionali. Guerre, embarghi e crisi politiche apparivano eventi eccezionali, mentre le strategie industriali si concentravano sull’efficienza, sull’innovazione e sull’apertura dei mercati. La globalizzazione sembrava consentire alle decisioni economiche di procedere indipendentemente dagli equilibri politici. Oggi questa separazione non è più sostenibile.

La competizione tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, le restrizioni tecnologiche e le nuove barriere commerciali hanno riportato la politica internazionale dentro i bilanci delle aziende. La disponibilità di un componente, il costo dell’energia, la continuità di una rotta marittima o l’accesso a un mercato possono cambiare per decisioni assunte a migliaia di chilometri di distanza. La geopolitica non è più un’emergenza occasionale: è una condizione ordinaria dell’attività d’impresa.

Questa trasformazione riguarda direttamente l’Italia. Il nostro sistema produttivo ha una forte vocazione esportatrice, ma dipende anche da materie prime, tecnologie e forniture internazionali. Non sono esposte soltanto le multinazionali. Una media azienda manifatturiera può subire le conseguenze di un dazio americano; una piccola impresa inserita in una filiera può risentire dell’interruzione di una fornitura asiatica senza avere strumenti adeguati per comprenderne le cause e predisporre alternative.

La questione è entrata con forza anche nell’analisi di Confindustria. Nel rapporto del Centro Studi del 16 settembre 2026, «Export italiano tra fratture e nuove rotte», si osserva che la distanza geopolitica fra Paesi sta diventando un fattore strutturale degli scambi commerciali. Il commercio mondiale continua a crescere, ma si redistribuisce in modo diseguale: nei primi sei mesi del 2026, rispetto al 2024, l’Asia ha dato un ulteriore contributo decisivo alla crescita delle esportazioni mondiali. La frammentazione non coincide dunque con la fine della globalizzazione, ma con una sua riconfigurazione, nella quale i rapporti politici pesano sempre di più.

Il Centro Studi richiama anche un aspetto decisivo: le interdipendenze commerciali e tecnologiche possono trasformarsi in vulnerabilità industriali e strumenti di pressione. Per le aziende italiane questo significa che diversificare mercati e fornitori non è soltanto una scelta commerciale, ma una questione di continuità operativa. Lo stesso rapporto, tuttavia, invita a evitare risposte semplicistiche: riportare tutte le produzioni in Europa non sarebbe né realistico né efficiente. Occorre individuare le dipendenze realmente critiche e scegliere dove investire in resilienza.

Il rapporto di previsione di Confindustria presentato in questi giorni, «Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese», già nel titolo quanto gli shock esterni siano ormai centrali nella riflessione sulla competitività. Il passaggio ulteriore, per le imprese, consiste nel tradurre questa consapevolezza in una capacità manageriale stabile: non basta conoscere le minacce, bisogna sapere come esse modificano decisioni, responsabilità e priorità.

La riflessione internazionale sul management ha preparato questo cambiamento. In passato il «political risk» indicava prevalentemente i rischi legati agli investimenti esteri: instabilità istituzionale, nazionalizzazioni, conflitti e cambiamenti normativi. Nel 2005 Ian Bremmer, sulla Harvard Business Review, sostenne la necessità di integrare stabilmente l’analisi politica nelle decisioni aziendali. Nel 2012 Robert Kaplan e Anette Mikes mostrarono che i rischi esterni non possono essere eliminati con semplici procedure di controllo, ma richiedono scenari e capacità di adattamento.

John Chipman, nel 2016, arrivò a proporre per le grandi multinazionali una vera capacità di relazione strategica con governi e istituzioni, quasi una politica estera aziendale. Due anni dopo Condoleezza Rice e Amy Zegart ampliarono il quadro: i rischi politici possono provenire non soltanto dagli Stati, ma anche da organizzazioni internazionali, piattaforme digitali, movimenti sociali e altri soggetti in grado di incidere su mercati e reputazione. L’attenzione si è così spostata dalla singola crisi alla preparazione dell’organizzazione.

Che cosa cambia concretamente per un’impresa? La selezione di un fornitore non può dipendere soltanto da prezzo, qualità e puntualità. Deve considerare anche la concentrazione geografica della produzione, le restrizioni commerciali, le rotte di trasporto e la possibilità di sostituire componenti essenziali. Un’offerta conveniente può rivelarsi costosa se una crisi blocca per settimane gli approvvigionamenti. Allo stesso modo, la localizzazione di uno stabilimento richiede di valutare sicurezza energetica, orientamenti regolatori e stabilità dei rapporti internazionali, oltre ai tradizionali indicatori economici.

L’innovazione tecnologica rende il problema ancora più evidente. Semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture cloud, dati e materie prime critiche sono ormai oggetto di competizione strategica. Un’azienda che investe in nuove tecnologie deve domandarsi da quali fornitori dipenderà, quali vincoli potranno condizionarne l’utilizzo e quanto costerebbe cambiare soluzione. Anche la finanza è coinvolta: dazi, sanzioni, oscillazioni energetiche e restrizioni nei pagamenti internazionali possono modificare rapidamente i margini operativi.

Non si tratta di trasformare ogni imprenditore in un esperto di relazioni internazionali. Il problema è organizzare informazioni e competenze affinché diventino utili alle scelte. Agli inizi del 2026 McKinsey, con lo studio «Building an Ecosystem of Geopolitical Insights», ha proposto di costruire sistemi permanenti che colleghino conoscenze interne, consulenti, università, centri di ricerca e reti istituzionali. Il valore non risiede nell’accumulare notizie, ma nel selezionarle, verificarle e interpretarle in funzione delle decisioni aziendali.

Un’informazione geopolitica diventa strategica quando permette di rispondere a domande precise: quali contratti sono esposti, quali forniture potrebbero interrompersi, quali mercati alternativi sono accessibili, quali costi comporterebbe una riconversione? Senza questo collegamento, anche un rapporto accurato rischia di restare un documento letto e archiviato. L’analisi deve arrivare ai luoghi nei quali si decidono investimenti, acquisti, vendite e coperture finanziarie.

Per ottenere questo risultato occorre superare la separazione tra funzioni aziendali. La direzione commerciale conosce clienti e mercati; gli acquisti individuano le dipendenze dei fornitori; la finanza misura l’esposizione economica; le funzioni legali e tecnologiche valutano vincoli normativi e vulnerabilità digitali. Se ciascuna lavora isolatamente, l’impresa dispone di molte informazioni ma non di una visione coerente. L’integrazione richiede responsabilità definite, occasioni regolari di confronto e un collegamento esplicito con la direzione generale.

Per le piccole e medie imprese italiane il modello delle grandi multinazionali, con unità geopolitiche e comitati di esperti, sarebbe spesso sproporzionato. La risposta può invece essere cooperativa. Associazioni imprenditoriali, camere di commercio, università, think tank e consulenti specializzati potrebbero contribuire a creare servizi condivisi di intelligence economica e geopolitica. Un distretto produttivo potrebbe analizzare le dipendenze comuni delle proprie filiere, monitorare cambiamenti normativi e commerciali e rendere disponibili scenari utilizzabili dalle singole aziende.

La collaborazione, però, non sostituisce le responsabilità del management. Ogni impresa deve conoscere la propria esposizione e stabilire quali rischi accettare, quali ridurre e quali opportunità perseguire. Diversificare i fornitori ha un costo; abbandonare un mercato instabile può significare rinunciare a ricavi importanti. Governare la complessità non vuol dire evitare ogni incertezza, ma confrontare alternative con metodo, senza affidarsi all’improvvisazione né reagire soltanto quando la crisi è già iniziata.

È in questo senso che si può parlare di «governance strategica della complessità politica». Non è necessariamente una nuova funzione aziendale, bensì una capacità trasversale di collegare politica internazionale, economia, tecnologia, diritto e organizzazione. L’obiettivo non è prevedere esattamente il prossimo shock, ma migliorare la qualità delle decisioni in condizioni di incertezza. La geopolitica, inoltre, non genera soltanto minacce: accordi commerciali, nuove infrastrutture e riconfigurazioni delle filiere possono aprire opportunità a chi sa riconoscerle tempestivamente.

Per le imprese italiane, dunque, la sfida non consiste nell’aggiungere un ulteriore adempimento burocratico, ma la cultura manageriale. Servono formazione, sistemi informativi affidabili e soprattutto la capacità di far dialogare competenze diverse. La responsabilità appartiene al vertice aziendale: senza un rapporto diretto con le decisioni strategiche, l’analisi geopolitica rimane un esercizio specialistico. Nel nuovo contesto internazionale, la competitività dipenderà sempre più dalla capacità di interpretare il mondo nel quale si produce, si investe e si vende. Le aziende che sapranno trasformare questa comprensione in organizzazione saranno meglio preparate a resistere alle crisi e a cogliere le opportunità del cambiamento.

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La polizia tedesca arresta un robot pedofilo

La polizia tedesca ha messo sotto sequestro un robot umanoide che, secondo l’accusa, avrebbe molestato sessualmente una sedicenne nelle strade di Colonia; è inoltre in corso un’indagine per molestie sessuali nei confronti di chi lo possiede.

 

Stando a quanto riferito dalla polizia di Colonia, il mezzo è stato sequestrato dagli agenti all’alba di domenica, dopo che la macchina avrebbe toccato i glutei di una ragazza di 16 anni e simulato movimenti di spinta contro il suo corpo.

 

La giovane si trovava davanti a un fast food in compagnia delle amiche quando il robot l’ha avvicinata alle spalle, esibendosi in gesti osceni, come precisa il comunicato. Poco più tardi i poliziotti hanno individuato il robot nel bagagliaio di un’automobile in sosta lì vicino e l’hanno requisito, insieme ai telefoni cellulari del suo proprietario, un sedicenne, e del complice, un ragazzo di 19 anni.

 

Il robot, rosso e oro e ispirato all’«Iron Man» della Marvel, è stato ritratto in una foto segnaletica mentre indossava un gilet bianco, una catena d’oro e dei baffi adesivi.

 

‼BREAKING: German police seized a robot that sexually assaulted a 16-year-old girl by touching her ass and making thrusting motions at her.

Officers found it stashed in the boot of a Volkswagen.

Its 16-year-old owner and a 19-year-old companion allegedly livestreamed it. pic.twitter.com/MTUBuXcgtT

— International Cyber Digest (@IntCyberDigest) October 12, 2026

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Gli investigatori stanno ora «esaminando il funzionamento del robot al momento dell’incidente e se qualcuno ne stesse deliberatamente controllando i movimenti». I due giovani che manovravano il droide, e che hanno trasmesso l’episodio in diretta online, sono indagati per molestie sessuali.

 

Su TikTok circola un video in cui il robot, soprannominato «Ahmed» dal proprietario e dal suo complice, importuna diverse donne. Il droide mima gesti masturbatori e movimenti di spinta davanti a più passanti, mentre i presunti operatori ridono, e in un caso si avvicina a una donna da dietro facendola gridare. Non è chiaro se sia proprio questo l’episodio all’origine dell’indagine.

 

Il codice penale tedesco richiede, per configurare la violenza sessuale, un contatto fisico tra aggressore e vittima. Gli atti «compiuti da macchine o da terzi» non integrano il reato di violenza sessuale, come stabilito nel 2021 dalla Corte federale di giustizia tedesca. Se però venissero riconosciuti colpevoli di molestie sessuali, gli indagati rischierebbero una multa o fino a due anni di reclusione.

 

Non si tratta del primo caso di robot molestatore che finisce nei guai.

 

Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un robot saudita palpeggiò una giornalista dinanzi alle telecamere. Il video divenne virale.

 

Saudi Arabia unveils its man shaped AI robot Mohammad, reacts to reporter in its first appearance pic.twitter.com/1ktlUlGBs1

— Megh Updates 🚨™ (@MeghUpdates) March 6, 2024

 

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Vandalizzata statua della Madonna delle vette

Una delle vette del bellunese, la Croda Granda — montagna appartenente alle Pale di San Martino nelle Dolomiti — è stata recentemente teatro di un atto sacrilego: una statua della Madonnina collocata sulla cima da oltre quarant’anni è stata divelta e gettata in un canalone. Assieme a lei anche due targhe commemorative dedicate ad alpinisti scomparsi sono state staccate e disperse chissà dove.

 

L’effigie della Madonna è stata poi fortunatamente individuata da due escursionisti a una quota inferiore e dovrà essere recuperata con un intervento alpinistico non semplice, in quanto il terreno risulta impervio e solo personale esperto può raggiungere quel luogo.

 

Secondo quanto riferito dal Comune di Gosaldo, gli accertamenti sul posto escluderebbero che la statua possa essersi staccata accidentalmente: sarebbe stata rimossa intenzionalmente dal suo ancoraggio.

 

«Chi sale in quota munito di attrezzi per distruggere ed eradicare i simboli delle nostre vette non è un escursionista», è la dura presa di posizione dell’amministrazione comunale, riportata da RadioPiù. Il Comune parla inoltre di una «profanazione lucida e senza senso».

 

La Croda Granda non è una meta raggiungibile per caso: arrivare a quell’altitudine richiede tempo, fatica e competenze alpinistiche. Ed è proprio questo l’aspetto che rende il gesto di difficile comprensione: qualcuno sarebbe arrivato fin lassù utilizzando appositi strumenti per rimuovere manufatti fissati alla vetta.

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C’è da aggiungere che questo è l’episodio più grave avvenuto finora nella zona, ma non l’unico, perché negli ultimi tempi si sono moltiplicati atti vandalici, furti e comportamenti pericolosi nei bivacchi.

 

Già anni fa, sempre nel bellunese, l’immagine della Beata Vergine è stata al centro di preoccupazioni per la presunta scomparsa, poi rivendicata da sedicenti ecologisti che pretendevano di non volere alcunché in vetta per preservare la natura. 

 

La domanda è: perché oltraggiare in tal modo l’immagine della Vergine Maria? Un gesto indegno, di totale mancanza di rispetto — non solo per la montagna e per i suoi valori — ma soprattutto per la fede verso la Madonna, icona di speranza e di pace per miliardi di fedeli in tutto il mondo.

 

Resta l’immagine più difficile da ignorare: quella di una statua che per anni aveva accolto chi raggiungeva quella vetta, strappata dal suo piedistallo per essere gettata decine e decine di metri giù per la parete.

 

Tali gesti, ahinoi, non sono nuovi: come scritto giorni fa su Renovatio 21, due giovani vandali sono stati arrestati in Corsica dopo aver distrutto una statua della Beata Vergine Maria. «È oltraggioso perché stanno profanando ciò che è più sacro», ha dichiarato ai media francesi don Thibault Lambert, parroco della parrocchia proprietaria della statua, che ha anche annunciato di aver presentato una denuncia formale.

 

Un uomo ha distrutto una statua della Vergine Maria in una chiesa parrocchiale del Queens, a Nuova York, che negli ultimi due anni ha subito diversi atti di vandalismo. Il criminale ha usato un martello per distruggere una statua della Beata Vergine Maria, decapitandola e facendola cadere dal piedistallo. La diocesi di Brooklyn ha affermato che si tratta del quarto atto di vandalismo nella chiesa di Santa Rita dal 2024.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso, nella cittadina francese di Guingamp, la statua della Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù, situata nella Basilica di Nostra Signora del Buon Soccorso, è stata vittima di un incendio doloso. Si è trattato di un altro atto di vandalismo anticristiano, commesso proprio nel giorno in cui la chiesa celebra la Natività della Vergine Maria.

 

Francesco Rondolini

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Immagine di Simo Räsänen via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò

Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò in occasione della Professione Perpetua di Suor Maria Consolata

 

 

 

Christo confixus sum cruci:

vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.

Gal 2, 19-20

Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,

quam tibi Dominus præparavit in æternum.

Ant. Profess.

 

Sia lodato Gesù Cristo

+

 

Cari fratelli nel sacerdozio

e fedeli tutti nel Signore,

 

Anzitutto mi rivolgo a voi, diletta figlia, Suor Maria Consolata di Gesù Bambino e di San Giuseppe, che l’infinita degnazione divina chiama oggi a ratificare sull’altare – come Figlia della Regina Crucis – quel legame sponsale che né il tempo né la morte potranno mai più disciogliere.

 

Con la celebrazione odierna della Professione Solenne di Sr Maria Consolata non ci troviamo dinanzi ad un mero rito di devozione, né ad un commovente cerimoniale d’altri tempi sopravvissuto alla secolarizzazione universale. Essa è piuttosto un atto ontologico, tremendo e glorioso: la consegna irrevocabile di tutta la vostra esistenza nelle mani dello Sposo divino, l’immolazione incruenta ma reale della vostra libertà, della vostra giovinezza, del vostro cuore, per essere consumata quale vittima sacrificale nel fuoco della Carità divina.

 

Nel pronunciare i voti perpetui di Povertà, Castità e Obbedienza secondo la Regola approvata dalla Chiesa dei secoli, voi non rinunciate ad amare, ma scegliete l’unico Amore che non delude, non tradisce e non muore. Voi scegliete di salire sul Golgota, perché il vostro Sposo non è un sovrano secondo la carne, adorno delle effimere vanità del secolo presente, ma il Rex tremendæ majestatis il Cui trono è il duro legno del Calvario, il Cui scettro è la canna del ludibrio, la Cui corona è un serto di spine stillante Sangue divinissimo.

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La dottrina della Regina Crucis

La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.

 

Nello stesso giorno, l’11 ottobre del 1962, si apriva il Concilio Vaticano II con l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia: «Gioisce la Madre Chiesa». Ma la Madre di Dio, ai piedi della Croce, non gioiva: compativa; e da quella scuola di dolore, non dalle illusioni della Modernità, la Chiesa riceve la sua fecondità.

 

La Santa Madre di Dio è Regina per via della sua divina Maternità, ma è Regina in senso singolarissimo e cooperativo perché ha condiviso, come nessun’altra creatura, l’intima essenza del trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo. E dove Nostro Signore ha trionfato? Non sui palazzi dei Cesari, non tra gli applausi ingannatori delle turbe, ma sull’ignominia della Croce: Regnavit a ligno Deus. Dalla Croce Nostro Signore ha proclamato al mondo la propria divina Regalità, espugnando l’impero di satana e redimendo il genere umano a prezzo del Suo Sangue.

 

E chi stava ai piedi di quel patibolo divino? Stabat Mater dolorosa juxta crucem lacrimosa. La Vergine Maria non vi si trovava come spettatrice inerte o vinta dal dolore: vi stava in piedi (stabat), ritta nella sua intemerata maestà, rivestita del manto regale del più perfetto e straziante patimento. Quella spada predetta dal vecchio Simeone Le ha trapassato l’Anima immacolata. In quel martirio spirituale, la Vergine Corredentrice ha unito la propria Compassione al Sacrificio del Figlio. Ella non ha revocato il proprio Fiat, ma lo ha reiterato nell’oscurità che avvolgeva la terra, impugnando con Cristo lo scettro della sofferenza e meritando, per decreto della Santissima Trinità, il titolo di Regina Crucis.

 

Sotto i Suoi piedi verginali, la Donna vestita di Sole dell’Apocalisse calpesta la luna: l’antico simbolo della mutabilità, della caducità delle cose umane, delle illusioni della terra. Ella è Regina perché con la Croce ha vinto il mondo; Regina perché dalla Croce ha generato, nei dolori del parto spirituale, la Chiesa e ciascuno dei redenti.

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La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue

Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione.

 

Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.

 

Non lasciatevi sedurre: il mondo vi considera perdute perché non conosce il vostro Sposo. Il mondo non comprende che il valore di un’anima si misura dal grado della sua conformazione al Crocifisso. Salendo oggi i gradini dell’altare per pronunciare i vostri Voti perpetui, voi vi ponete accanto a Maria, Regina Crucis. Vi rivestite per sempre dell’abito della rinuncia alle cose della carne, che già portate e che annunzia al mondo la vostra morte spirituale alle cose della terra, per vivere unicamente nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).

 

La vostra cella diventa la rocca della vera libertà; il coro, il vestibolo del Paradiso; il vostro silenzio, il baluardo in cui l’anima ascolta la voce dell’Eterno Sacerdote, dello Sposo divino. Voi siete chiamata a fare della vostra intera persona un’ostia vivente d’espiazione. Quante anime saranno salvate dal baratro della perdizione eterna grazie alle vostre veglie solitarie, ai vostri digiuni, alle lacrime nascoste versate dinanzi al Tabernacolo! Quanto sollievo recherete al Cuore trafitto di Gesù e al Cuore Immacolato e Addolorato di Maria, oltraggiati dalle bestemmie, dai sacrilegi, dai tradimenti di tanti falsi pastori che conducono il gregge verso l’apostasia!

 

E se la rinuncia alla maternità nell’ordine di natura discende direttamente dall’oblazione totale della vostra vita allo Sposo divino, Egli nondimeno vi ripaga consentendovi di esercitare una maternità spirituale nei riguardi di quanti sono rivestiti dell’autorità di Nostro Signore: nella carità verso seminaristi, sacerdoti e quanti sarete chiamata ad assistere nelle loro quotidiane necessità.

 

Lungi dall’essere una fuga dalla battaglia, questa vostra libera scelta costituisce una discesa in prima linea, nel punto più avanzato e decisivo del combattimento escatologico contro il Dragone infernale. Le vostre preghiere, elevate all’unisono con il Sacrificio Eucaristico perenne della Chiesa, sono il fulmine che sbaraglia le schiere nemiche e placano la giusta collera di Dio che sovrasta le nazioni ribelli.

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L’eredità della Croce e la speranza della gloria

Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.

 

In quegli istanti, alzate gli occhi alla vostra Sovrana: alla Regina della Croce. Ricordate che la Croce non rappresenta un transito amaro verso una gloria estranea ad essa, ma è già l’anticipo del Regno, la sostanza stessa della regalità cristiana. Chi non regna con Cristo sulla Croce, non regnerà con Lui nello splendore della Sua Maestà.

 

Chiedete alla Madonna di insegnarvi a custodire il silenzio del Golgota, di donarvi la sua fortezza regale, la sua purezza incontaminata, la sua fede incrollabile che non vacillò nemmeno quando gli Apostoli fuggirono e il Sole della Giustizia parve oscurato per sempre. Lasciatevi trafiggere il cuore dal dolore per i peccati del mondo, perché solo un cuore trafitto è capace di riversare su di sé e sulla Chiesa torrenti di grazia redentrice.

 

Diletta sorella, oggi la Chiesa fedele esulta per il vostro olocausto. Ricevete con trepido gaudio l’anello nuziale, suggello di eterna alleanza col Re dei re. Ricevete la corona di spine che sola precede la corona della vita immortale.

 

Ponetevi sotto il manto della Vergine santissima, Regina Crucis e Mater Misericordiæ. Sia Ella la custode delle vostre ore di adorazione, il rifugio sicuro nelle tempeste che minacciano la Barca di Pietro, la consolazione dolcissima al termine del vostro pellegrinaggio terreno; affinché, dopo aver consumato con generosità la vostra immolazione quotidiana ai piedi del Calvario, possiate un giorno udire la voce del vostro Sposo divino chiamarvi all’eterno convito delle Nozze dell’Agnello Surge, propera, amica mea, columba mea, formosa mea, et veni: jam enim hiems transiit, imber abiit et recessit… Veni, coronaberis.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò,

Arcivescovo

Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Assassino di bambini transessuale egiziano: accusato di molestie ed esibizionismo

Nell’aprile del 2024, il cittadino egiziano Paulus Said Foukaih Abdelshahed ha ucciso la figlia di sette anni e il figlio di otto anni nella loro casa di Södertälje, mettendo loro dei sacchetti sulla testa e insufflando gas elio attraverso un tubo. I bambini erano stati portati in precedenza a mangiare in un fast food e a fare shopping. La madre ha scoperto i corpi quella sera; Abdelshahed, che all’epoca aveva circa 37 anni, aveva anche tentato il suicidio, senza successo. Lo riporta Remix Ness.

 

Gli investigatori hanno appurato che Abdelshahed aveva effettuato ricerche su internet prima degli omicidi, utilizzando termini come «uccidere i propri figli», «morire insieme» e «il modo più delicato per uccidere qualcuno». Abdelshahed ha inoltre confessato i crimini durante un interrogatorio di polizia.

 

Nel dicembre 2024, il tribunale distrettuale di Södertälje lo ha condannato per omicidio premeditato con particolare efferatezza, infliggendogli l’ergastolo e l’espulsione. Una perizia psichiatrica non ha riscontrato alcun disturbo mentale grave tale da giustificare un ricovero coatto in carcere. Il referto rilevava che soffriva di depressione, ma la sentenza osservava che «le sue azioni non apparivano psicotiche, bensì strumentali».

 

Tuttavia, Abdelshahed ha dichiarato agli inquirenti di soffrire di disforia di genere, di essersi identificato come femmina fin dall’infanzia e di aver ucciso i bambini perché credeva di non poter vivere come donna e che loro non sarebbero stati in grado di farcela senza di lui. In precedenza si era presentato al lavoro e altrove con il nome di «Lily». Tutti i suoi ricorsi sono stati respinti.

 

A vantaggio di Abdelshahed, la nuova legge svedese sul riconoscimento legale del genere è entrata in vigore il 1° luglio 2025. Ha abbassato il limite di età a 16 anni, con il consenso dei genitori per i minori, e ha eliminato il requisito di una diagnosi formale di disforia di genere; è sufficiente un certificato rilasciato da un professionista sanitario abilitato che confermi che il sesso registrato del richiedente non corrisponde alla sua identità di genere percepita.

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Nell’autunno del 2025, l’autorità penitenziaria svedese (Skatteverket) ha approvato il cambio di sesso legale di Abdelshahed in femminile e il cambio di nome in Lily. Il servizio penitenziario svedese lo ha quindi trasferito dal carcere maschile di massima sicurezza di Tidaholm, classificato di livello 1, alla struttura femminile di Ystad, classificata di livello 2. L’autorità ha motivato la decisione con il nuovo status legale e con la necessità di ospitarlo insieme alle donne.

 

Abdelshahed non si è sottoposto ad alcun intervento chirurgico di riassegnazione di genere e ha mantenuto la sua anatomia maschile.

 

Dal momento del trasferimento, diverse detenute e membri del personale hanno segnalato problemi persistenti. I resoconti pubblicati da Expressen descrivono un individuo alto, dalle spalle larghe e con la barba, che si aggira indossando una camicia da notte corta che lascia intravedere il pene. Abdelshahed avrebbe anche tentato di entrare nelle docce e nelle lavanderie non chiuse a chiave in presenza di donne, e avrebbe fatto numerose avances sessuali.

 

«Non indossa la biancheria intima, come facciamo noi. Quando io e altri l’abbiamo fatto presente al personale, ci è stato detto che siamo ostili alla comunità LGBTQI», ha affermato una donna che era stata imprigionata a Ystad con Abdelshahed.

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Un’altra detenuta ha descritto la situazione delle prigioniere come uno «scenario da orrore». Ha raccontato che «Lily» è entrata nella lavanderia e le ha mostrato il pene, scrive sempre Remix News.

 

«La stanza delle docce funge anche da lavanderia e Lily ci va apposta mentre mi lavo, solo per mostrarsi nuda», ha detto la donna.

 

Avrebbe inoltre invitato detenuti più giovani o vulnerabili nella sua cella con il pretesto di truccarli, e si sarebbe reso protagonista di altri comportamenti percepiti come molestie o esibizionismo.

 

Una donna con diagnosi documentata di disturbo da stress post-traumatico a seguito di una precedente aggressione sessuale avrebbe avuto un attacco di panico dopo un episodio di esposizione pubblica ed è stata poi sanzionata per «comportamento transfobico».

 

Diverse denunce di molestie sessuali presentate alla polizia sono state archiviate per mancanza di prove, mentre le segnalazioni al Mediatore parlamentare non hanno avuto seguito.

 

Alcuni dipendenti hanno riferito ai sindacati di temere di essere etichettati come anti-LGBT o «transfobici» se sollevano delle preoccupazioni, e alcuni ritengono che le loro segnalazioni vengano ignorate dalla dirigenza.

 

Il direttore del carcere di Ystad, Anders Jansson, ha dichiarato che l’assegnazione dei detenuti segue la classificazione legale in base al sesso e che la struttura si sta adattando, sebbene le linee guida per tali situazioni rimangano poco chiare.

 

I vertici del servizio penitenziario svedesesono stati convocati davanti alle commissioni parlamentari per fornire spiegazioni sul caso. In Svezia, i gruppi di difesa dei diritti delle persone transgender hanno definito la copertura mediatica del caso una campagna contro le persone transgender.

 

 

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Trapianto di organi, prima la persuasione e poi l’obbligo?

Se donare gli organi è un gesto libero e volontario, perché lo Stato finanzia iniziative per ridurre il numero di coloro che si rifiutano di farlo? E soprattutto, fino a quando il rifiuto continuerà a essere considerato un diritto anziché un ostacolo da eliminare?

 

La domanda nasce da un decreto del ministero della Salute del 24 giugno 2026, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto, che dispone uno stanziamento di dieci milioni di euro annui per il potenziamento del sistema trapiantologico italiano.

 

Tre milioni sono destinati a interventi per ridurre le liste d’attesa, diminuire le opposizioni alla donazione, incrementare le attività di reperimento degli organi, il cosiddetto procurement, e rafforzare i centri trapianto. Gli altri sette milioni finanziano tecnologie per la perfusione, la conservazione e il trasporto degli organi.

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Il documento ministeriale è esplicito: «Risulta fondamentale sostenere le azioni mirate ad una riduzione delle opposizioni alla donazione».

 

Il rifiuto di donare, espressione di una volontà individuale che dovrebbe essere insindacabile, diventa così un problema da affrontare attraverso finanziamenti pubblici e iniziative istituzionali. Non si tratta soltanto di informare i cittadini, ai quali viene abitualmente proposta una rappresentazione della cosiddetta donazione che lascia completamente nell’ombra gli aspetti più controversi, ma di perseguire un risultato preciso: ottenere un numero maggiore di consensi.

 

Del resto, secondo i dati del Centro Nazionale Trapianti, nel 2025 il 40,1 per cento dei cittadini che hanno espresso la propria volontà al momento del rilascio o del rinnovo della carta d’identità elettronica si è dichiarato contrario alla donazione, contro il 36,3 per cento dell’anno precedente.

 

Un risultato che evidentemente preoccupa la macchina trapiantologica, impegnata ad aumentare costantemente il numero degli organi disponibili.

 

In sostanza, si celebra la libertà di donare, ma si considera indesiderabile la libertà di rifiutare. E quando il rifiuto diventa un ostacolo all’efficienza del sistema, il passo successivo potrebbe essere quello di eliminarlo.

 

Non si tratta di una prospettiva così lontana dalla realtà: nel febbraio 2025, intervistata dal Corriere della Sera, la cardiologa Maria Frigerio, già direttrice della Cardiologia 2 dell’Ospedale Niguarda di Milano, aveva lamentato che, a causa delle opposizioni, su dieci trapianti potenzialmente realizzabili se ne effettuassero soltanto sette ed era arrivata a prospettare che la donazione «potrebbe diventare un obbligo».

 

Dietro la retorica della generosità affiora dunque la possibilità della coercizione: gli organi umani non vengono più concepiti come qualcosa che una persona può liberamente offrire, ma come una risorsa della quale la collettività potrebbe arrogarsi il diritto di disporre.

 

Del resto, la legislazione italiana aveva già compiuto un primo passo in questa direzione nel 1999, quando la legge n. 91 introdusse il principio del silenzio-assenso.

 

Il meccanismo, mai diventato operativo per la mancata realizzazione delle condizioni previste dalla legge, avrebbe consentito di considerare favorevole al prelievo, in determinate circostanze, chi non avesse espresso alcuna volontà. Pertanto, non più un consenso manifestato esplicitamente, ma attribuito al cittadino sulla base del suo silenzio. Un rovesciamento significativo, visto che non è il sistema sanitario a dover ottenere una dichiarazione favorevole, ma il cittadino a dover manifestare il proprio dissenso per impedire il prelievo dei suoi organi.

 

Ma la pressione esercitata sul consenso dei cittadini è soltanto un aspetto di un fenomeno più vasto: la continua ricerca di nuove possibilità di reperimento degli organi; una ricerca che ha ormai investito anche le procedure con cui viene gestito il fine vita.

 

È il caso della cosiddetta donazione a cuore fermo, o DCD controllata.

 

In questa procedura il prelievo viene programmato per un paziente ancora in vita, dopo che è stata assunta la decisione di sospendere i trattamenti che ne sostengono le funzioni vitali. La morte viene accertata secondo il criterio cardiocircolatorio e si procede quindi al recupero degli organi.

 

Il 7 ottobre scorso, agli Ospedali Riuniti Padova Sud di Schiavonia, è stato effettuato il primo prelievo di organi da donatore a cuore fermo controllato in un ospedale periferico del Veneto. Il paziente aveva 87 anni e una prognosi infausta. Secondo quanto comunicato dall’azienda sanitaria, il percorso si è svolto in accordo con i familiari e ha consentito il prelievo del fegato, grazie anche all’impiego di una macchina ECMO per la perfusione degli organi.

 

L’operazione è stata presentata come un successo organizzativo e tecnologico, ma nella ricostruzione pubblica dell’episodio non vengono chiarite le circostanze cliniche che hanno condotto alla sospensione dei trattamenti.

 

Ma è proprio la stretta connessione con la pratica eutanasica a rendere la DCD controllata una delle espressioni più problematiche della moderna medicina dei trapianti: la morte del paziente e il successivo prelievo vengono inseriti in un percorso programmato in cui, tra l’altro, la tempistica assume un’importanza fondamentale per preservare la funzionalità degli organi.

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Il collegamento con il decreto ministeriale del giugno 2026 diventa ancora più significativo se si osserva che sei dei dieci milioni di euro stanziati sono destinati proprio alle apparecchiature per la perfusione degli organi, tecnologie impiegate anche nello sviluppo della donazione a cuore fermo. E il fenomeno è in rapida espansione: secondo i dati del 2025, riportati dalla Newsletter Transplant 2026 del Consiglio d’Europa, in Italia i donatori a cuore fermo sono stati 456, pari a un quarto di tutti i donatori deceduti. Appena dieci anni prima, nel 2015, i donatori erano stati soltanto 6. Le strutture abilitate a effettuare questo tipo di donazione sono inoltre passate, nell’ultimo anno, da 85 a 111.

 

Pertanto, da una parte si finanziano iniziative per ridurre le opposizioni, dall’altra si investe nell’espansione delle tecniche che consentono di aumentare il numero degli organi utilizzabili.

 

Il risultato è un sistema nel quale la disponibilità di organi umani assume un’importanza sempre maggiore, alimentando una complessa organizzazione sanitaria, tecnologica ed economica.

 

In questo contesto, la prospettiva dell’obbligatorietà evocata dalla cardiologa Frigerio lascia intravedere una possibile evoluzione: oggi si finanzia la riduzione delle opposizioni, domani si potrebbe intervenire sulla legge per rendere più difficile rifiutare, fino ad arrivare a considerare il prelievo degli organi un obbligo.

 

A quel punto cadrebbe definitivamente la maschera della donazione. Non ci sarebbe più alcun gesto di generosità, nessuna libera scelta, nessun dono: rimarrebbe soltanto un corpo umano sul quale lo Stato esercita il pieno possesso.

 

Sarebbe il compimento di una trasformazione antropologica profonda, il logico approdo di un sistema filosofico e culturale che ha già separato l’uomo dal suo corpo, riducendo quest’ultimo a un insieme di organi e tessuti da utilizzare secondo le necessità altrui.

 

Una medicina nata per servire l’uomo potrebbe così arrivare a pretendere che sia l’uomo a servire la medicina, fino a consegnarle ciò che gli rimane quando la sua vita volge al termine.

 

Alfredo De Matteo

 

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Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni

Una nota romana volta a escludere il titolo di Corredentrice provoca l’effetto opposto: induce uno dei suoi antichi oppositori a difenderne pubblicamente la verità dottrinale.

 

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è intervenuto al convegno mariano internazionale organizzato il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto patristico Augustinianum, a Roma. L’incontro, intitolato De Maria numquam satis, ha riunito più di 400 partecipanti, tra cui teologi, religiosi e laici provenienti da diversi Paesi, attorno ai fondamenti dottrinali del culto reso alla Madre di Dio.

 

L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede vi ha tenuto una conferenza intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione, nella quale ha sviluppato un’argomentazione teologica che segna un’evoluzione notevole rispetto alle sue precedenti prese di posizione.

 

Questo intervento assume un significato particolare alla luce della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata il 4 novembre 2025 dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di Leone XIV. Il documento giudica «sempre inopportuno» designare la Vergine Maria come Corredentrice, con la motivazione che tale titolo, pur impiegato da diversi papi, rischierebbe di offuscare l’unica mediazione salvifica di Cristo.

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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto

In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime.

 

Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre.

 

Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni».

 

Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.

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«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»

Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione».

 

Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina.

 

La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina.

 

Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità.

 

Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.

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Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario

Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre.

 

Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione.

 

Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio.

 

Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.

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Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis

L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo.

 

La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore.

 

Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio.

 

Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime.

 

Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.

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Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese

Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio.

 

La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis.

 

Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato.

 

Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici.

 

Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata.

 

Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?

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De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato

Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata.

 

Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà.

 

Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo.

 

Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum.

 

Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Vergine in preghiera (1640-1650), National Gallery, Londra, dettaglio.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Lavrov: Zelens’kyj sta «sfidando sfacciatamente» Trump

Volodymyr Zelens’kyj sta sfidando apertamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rifiutandosi categoricamente di riconoscere o accettare un accordo volto ad alleviare la carenza globale di gasolio, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

Lo scorso venerdì Trump ha raggiunto l’accordo con il presidente russo Vladimir Putin, dopo giorni di ripetute richieste statunitensi di interrompere gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe, ignorate da Zelens’kyj . Washington ha quindi allentato le sanzioni sulle esportazioni di gasolio russo fino all’aprile 2027, mentre Mosca si è impegnata a fornire ingenti quantitativi di carburante per contribuire ad alleviare la carenza globale.

 

Parlando con i giornalisti dopo un vertice regionale a Baku, in Azerbaigian, giovedì, Lavrov ha affermato che Mosca ha appoggiato l’accordo proposto da Trump, mentre Zelensky continua a cercare armi statunitensi per effettuare attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie di petrolio.

 

«L’accordo è stato proposto e noi lo abbiamo appoggiato», ha detto Lavrov, accusando Zelensky di aver invece richiesto più missili per i sistemi Patriot di fabbricazione statunitense al fine di continuare a colpire le infrastrutture energetiche russe, comprese le raffinerie di petrolio.

 

«Questa è una sfida diretta e sfacciata al presidente Trump», ha affermato Lavrov.

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Zelens’kyj ha criticato l’accordo definendolo una «decisione debole», lamentando che avrebbe fornito alla Russia ulteriori entrate. Ha inoltre accusato Trump di «tradimento», ha attribuito la carenza energetica globale alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e ha condannato il ritiro del supporto dell’intelligence americana come «pericoloso».

 

Trump ha replicato, accusando il leader ucraino di creare problemi all’economia globale e suggerendo che l’Ucraina avesse bisogno di un nuovo presidente.

 

Secondo il Financial Times, le critiche sempre più dure di Zelens’kyj nei confronti di Trump hanno allarmato i leader europei, che intendono esortarlo a moderare i toni durante i colloqui a porte chiuse del vertice di Bruxelles di venerdì.

 

Domenica, Trump ha annunciato un cessate il fuoco immediato che includesse gli attacchi alle infrastrutture energetiche, sebbene né Mosca né Kiev abbiano confermato il raggiungimento di un accordo. Zelens’kyj ha affermato che l’annuncio «era una novità per me», ma ha aggiunto che l’Ucraina avrebbe osservato una pausa di tre giorni negli attacchi contro gli impianti energetici russi.

 

Tuttavia, il vice primo ministro russo Aleksandr Novak ha dichiarato mercoledì che i droni ucraini hanno preso di mira due raffinerie di petrolio: una nella regione di Rjazan e l’altra in quella di Saratov.

 

Nella notte, un attacco di un drone ha provocato un incendio in una raffineria di petrolio nella regione di Rjazan, secondo quanto riferito dalle autorità locali.

 

Mosca ha denunciato gli attacchi come atti di terrorismo e ha promesso di intensificare i raid contro le installazioni militari ucraine, compresi i depositi di droni e missili, pur ribadendo di non prendere mai di mira i civili.

 

Il Cremlino ha affermato che i rinnovati attacchi contrastano con gli sforzi di Washington per mediare la pace. Mosca ha ripetutamente ribadito di voler raggiungere una soluzione duratura al conflitto in Ucraina, piuttosto che una tregua temporanea che permetterebbe a Kiev di riorganizzarsi e riarmarsi.

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Immagine di Duma.gov.ru via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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Secondo caso di Ebola in Kenya

Il Kenya ha confermato un secondo caso di Ebola: un familiare del primo paziente del Paese è risultato positivo al virus, ha annunciato mercoledì il Ministero della Salute. Con quest’ultima infezione, il numero totale di casi confermati sale a due, incluso un decesso.

 

Il nuovo paziente, un uomo di 39 anni, era già stato posto in quarantena dopo essere stato identificato come contatto stretto del primo caso. Martedì ha sviluppato sintomi quali febbre, affaticamento e dolori articolari ed è stato quindi sottoposto al test per il virus. L’uomo è stato trasferito in una struttura di cura designata, dove sta ricevendo assistenza.

 

Le autorità sanitarie hanno affermato che i due casi sono collegati e che al momento non ci sono prove che il virus si sia diffuso nella comunità.

 

La scorsa settimana il Kenya ha confermato il suo primo caso di Ebola: un uomo che aveva vissuto nella Repubblica Democratica del Congo per sette anni è deceduto in un ospedale di Nairobi. Secondo il ministro della Salute Aden Duale, il paziente si era ammalato circa un mese prima e aveva viaggiato attraverso l’Uganda prima di volare a Nairobi il 3 ottobre, dove è stato ricoverato e successivamente è risultato positivo al ceppo Bundibugyo del virus.

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Il ministero ha identificato 128 persone che sono entrate in contatto con il primo paziente, di cui 113 erano state rintracciate fino a martedì. Tra queste, 108 sono in quarantena in Kenya, con controlli sanitari giornalieri per un periodo di 21 giorni. Altre cinque persone che sono entrate in contatto con il paziente si trovano all’estero.

 

Il Kenya ha inoltre vietato il rimpatrio all’estero delle salme delle persone decedute a causa dell’Ebola, in base alle nuove norme sanitarie entrate in vigore lunedì. Le norme impongono anche rigidi requisiti per la gestione e la sepoltura dei corpi delle vittime di Ebola, al fine di prevenire un’ulteriore trasmissione del virus.

 

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, iniziata a maggio, non accenna a diminuire. Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute congolese, al 12 ottobre si registravano 9.144 contagi e 4.410 decessi, con il virus che si sta diffondendo in sette province. La provincia nord-orientale di Ituri rimane l’epicentro, con quasi tre quarti di tutti i casi confermati.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya aveva già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

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L’AI ci ruberà il lavoro?

Quando si parla di intelligenza artificiale e futuro del lavoro, il ragionamento sembra quasi automatico: le macchine faranno sempre più cose al posto nostro, la produttività aumenterà e serviranno meno lavoratori.

È uno scenario possibile. Ma non è una conseguenza inevitabile dell’intelligenza artificiale. Supponiamo che grazie all’AI un’impresa riesca a produrre il doppio utilizzando la stessa quantità di lavoro. Oppure, che è la stessa cosa vista dall’altro lato, riesca a produrre la stessa quantità utilizzando metà delle ore lavorate. A quel punto tutto dipende da ciò che accade alla domanda. Se la maggiore produttività riduce i costi e i prezzi e, grazie ai prezzi più bassi, il mercato si espande abbastanza, l’aumento della produzione può compensare il lavoro risparmiato per ogni unità prodotta… Ma il meccanismo funziona soltanto se la domanda cresce abbastanza.

Ed è qui che entra in campo Keynes: qualcuno deve comprare ciò che riusciamo a produrre. Una rivoluzione tecnologica può aumentare enormemente la nostra capacità di produrre beni e servizi. Ma capacità produttiva e domanda effettiva non sono la stessa cosa. Se i guadagni prodotti dall’intelligenza artificiale si concentrano soprattutto in poche imprese, negli azionisti o nei proprietari del capitale tecnologico, mentre diminuisce il reddito da lavoro di una parte della popolazione, può verificarsi un paradosso. Siamo capaci di produrre moltissimo, ma non abbiamo creato abbastanza potere d’acquisto diffuso per comprare ciò che siamo diventati capaci di produrre.

I guadagni di produttività generati dall’AI si trasformeranno in prezzi più bassi, salari reali più alti, nuovi investimenti e nuovi consumi, oppure resteranno concentrati in una parte relativamente piccola dell’economia? Da questa risposta dipenderà una buona parte dell’effetto sull’occupazione.

L’AI può aumentare non soltanto la quantità, ma la qualità. Un medico potrebbe continuare a fare lo stesso numero di visite, utilizzando però l’intelligenza artificiale per arrivare a diagnosi più accurate e terapie più personalizzate. Un insegnante potrebbe seguire lo stesso numero di studenti fornendo però feedback molto più accurati. Un consulente potrebbe lavorare lo stesso numero di ore producendo analisi più complete. In questi casi non necessariamente scompare il lavoratore. Aumenta invece la qualità del servizio prodotto nella stessa ora di lavoro…

Le grandi innovazioni tecnologiche del passato hanno distrutto molte occupazioni, ma ne hanno anche create altre. I prezzi più bassi hanno aumentato il potere d’acquisto; i consumatori hanno speso altrove ciò che risparmiavano; sono nati nuovi beni e servizi; i lavoratori si sono spostati verso nuove attività. Gli aggiustamenti sono stati spesso lunghi e dolorosi, ma la tecnologia non ha prodotto una disoccupazione permanente di massa. Forse quindi la domanda: «L’intelligenza artificiale distruggerà il lavoro?» è posta male.

La tecnologia non determina da sola la risposta. L’intelligenza artificiale amplia ciò che un’economia può produrre, ma non decide come distribuire quel surplus. Tecnologia, proprietà, potere contrattuale, istituzioni e politica concorrono a determinare se il guadagno diventerà salari, profitti, nuovi investimenti, nuovi consumi oppure capacità produttiva inutilizzata. La rivoluzione dell’AI non ci consegna quindi un futuro già scritto. Sta a noi scriverlo.

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Incendio in un capannone a Napoli, nube nera visibile da lontano

Attivato il Centro Coordinamento Soccorsi istituito presso la Prefettura di Napoli. In via precauzionale e in attesa di ulteriori informazioni e sviluppi, il Comune ha emanato una serie di indicazioni rivolte ai residenti

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Internet è diventato indispensabile, ma non è ancora accessibile a tutti

telefono

Rendere un sito web o un’app accessibili non significa soltanto rispettare una serie di requisiti tecnici, tante caselle da spuntare. L’obiettivo ultimo è permettere alle persone di usare servizi digitali in autonomia, senza incontrare ostacoli legati alla vista, alla mobilità o alle modalità di interazione con un dispositivo. Nonostante l’entrata in vigore dell’European Accessibility Act nel giugno 2025 abbia rafforzato gli obblighi per le aziende, la distanza tra le regole e la loro applicazione resta significativa.

Una ricerca condotta da Accessiway su centosette siti web di società quotate appartenenti a cinque indici azionari europei ha rilevato che il novantotto per cento presenta ancora almeno una barriera di accessibilità. È un dato che mostra quanto il lavoro da fare sia ancora ampio e quanto sia importante integrare l’accessibilità nei processi di progettazione, sviluppo e manutenzione dei servizi digitali.

È in questo contesto che si inserisce il riconoscimento ottenuto da Accessiway, nominata Leader nel primo “Gartner®️ Magic Quadrant™️ for Digital Accessibility”, pubblicato il 5 ottobre 2026. Si tratta della prima edizione del report di Gartner dedicata alle piattaforme per l’accessibilità digitale, che sostituisce il precedente Market Guide. La valutazione si basa su due dimensioni: la capacità di esecuzione e la completezza della visione.

Fondata a Torino nel 2021 e parte del gruppo europeo team.blue, Accessiway propone una piattaforma che combina controlli automatizzati, audit condotti da esperti, test con utenti e strumenti basati sull’intelligenza artificiale per intervenire sui problemi individuati. La soluzione consente di gestire l’accessibilità di siti web, applicazioni web, app mobile native e documenti pdf.

Gli audit vengono raccolti in una dashboard che permette di monitorare i progressi e organizzare gli interventi correttivi, anche attraverso l’integrazione con Jira. L’offerta comprende inoltre una soluzione specifica per i pdf, pensata per rendere i documenti accessibili e conformi a standard come WCAG 2.2 livello AA ed EN 301 549.

«Siamo onorati di essere stati nominati Leader nel primo “Gartner®️ Magic Quadrant™️” dedicato all’accessibilità digitale», ha detto Amit Borsok, Ceo e cofondatore di Accessiway. «Tecnologia, normativa e aspettative degli utenti stanno evolvendo rapidamente. Vogliamo anticipare questo cambiamento, andando oltre gli approcci convenzionali per rispondere alle esigenze dei nostri clienti e delle persone che utilizzano ogni giorno i loro servizi digitali. Il nostro obiettivo è rendere il web accessibile a tutti, affinché nessuno debba rinunciare a un servizio perché non è in grado di utilizzarlo».

L’accessibilità digitale richiede infatti un lavoro che non si esaurisce con una verifica iniziale: siti, applicazioni e documenti cambiano continuamente e possono introdurre nuove barriere nel tempo. Per le aziende, la sfida è quindi costruire processi capaci di mantenere l’accessibilità nel corso dell’intero ciclo di vita dei servizi.

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"Doc nelle tue mani" trionfa con il 25,1% di share

Sul set della terza serata Andrea diventa paziente di Lidia, sono due colleghi che si guardano con diffidenza, nella vita una coppia affiatata. E su Rai 1 conquistano ben 4.002.000 di spettatori

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Perché gli autotrasportatori stanno protestando nel Sud Italia

La protesta degli autotrasportatori contro l’aumento del prezzo del gasolio si sta estendendo nel Sud Italia, con presidi in Calabria, camion fermi in Sicilia e blocchi spontanei in Puglia. La mobilitazione, iniziata in alcune aree nei giorni scorsi, si sovrappone a una crisi nella distribuzione dei carburanti che ha lasciato numerosi distributori senza benzina e gasolio. Le associazioni di categoria chiedono al governo interventi economici immediati e minacciano un fermo nazionale. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha convocato un incontro per il 27 ottobre. Parteciperanno le rappresentanze dell’autotrasporto e quelle della presidenza del Consiglio, del ministero dell’Economia e delle Finanze e del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Al centro del confronto ci saranno le richieste di sostegno economico avanzate dalle associazioni e le misure per affrontare l’aumento dei costi del settore.

In Calabria la protesta è cominciata oggi su iniziativa di Fedralog, la Federazione regionale della logistica, e proseguirà fino al 20 ottobre. Sono stati organizzati circa quindici presidi nelle diverse province, soprattutto in prossimità dei principali collegamenti stradali e dei nodi logistici. Tra le aree interessate ci sono l’aeroporto di Lamezia Terme, il porto di Gioia Tauro e diversi svincoli dell’autostrada A2 nel Cosentino. I camion vengono parcheggiati ai margini delle carreggiate, senza interrompere completamente il traffico, ma il restringimento delle strade sta provocando rallentamenti. Le operazioni si svolgono sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine. La mobilitazione si aggiunge a quella degli agricoltori, che da giorni manifestano contro l’aumento dei costi del carburante e delle materie prime. In provincia di Cosenza, una delle zone più colpite, sono previsti presidi anche tra Montalto Uffugo, Rende, San Lucido e Guardia Piemontese, oltre che lungo la statale 18 e nell’area di Sibari.

In Sicilia, invece, il Comitato trasporto siciliano ha proclamato una sospensione delle attività dalla mezzanotte di oggi fino al 20 ottobre. A differenza di quanto avvenuto in alcune zone della Puglia, non sono previsti blocchi stradali: i mezzi pesanti resteranno nei piazzali e non verranno scaricate le merci alimentari e ortofrutticole trasportate dalle navi. Secondo il rappresentante del comitato, Salvatore Bella, la decisione è legata all’impossibilità per molte imprese di assorbire i rincari del gasolio, che finiscono per incidere anche sul prezzo dei prodotti trasportati. Gli autotrasportatori siciliani stimano perdite comprese tra 700 e 900 euro al giorno per ciascun mezzo fermo.

Alla base della protesta c’è l’aumento del costo del carburante, aggravato negli ultimi mesi dalle conseguenze della guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Secondo il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, dall’inizio del conflitto il prezzo del gasolio ha registrato «un aumento di più di 50 centesimi al litro». Per le imprese di autotrasporto, che consumano grandi quantità di carburante, l’incremento si traduce in un aumento consistente delle spese quotidiane. 

Le associazioni del settore contestano soprattutto la mancata erogazione delle risorse economiche concordate con il governo nei mesi scorsi. Il presidente di Unatras, Paolo Uggè, ha ricordato che a maggio erano stati promessi 440 milioni di euro a sostegno dell’autotrasporto, fondi che, secondo l’associazione, non sono ancora arrivati alle imprese. Conftrasporto chiede inoltre nuovi stanziamenti, considerato che il prezzo del gasolio ha continuato a crescere dopo l’accordo con l’esecutivo. Le organizzazioni nazionali hanno espresso preoccupazione anche per la natura delle mobilitazioni. Molti dei blocchi comparsi negli ultimi giorni sono stati organizzati autonomamente dagli operatori, senza una proclamazione delle principali associazioni di categoria. 

Nel frattempo, alla crisi dei costi si è aggiunta quella degli approvvigionamenti. In Puglia, Basilicata e Calabria diversi distributori hanno esaurito le scorte di benzina e gasolio, mentre in altri si sono formate lunghe code di automobilisti. La situazione è particolarmente difficile nel Cosentino, dove la scarsità di carburante ha interessato numerosi impianti del capoluogo e della provincia. Problemi analoghi sono stati segnalati anche in Puglia, tra cui a Cerignola, nel Foggiano.

Le conseguenze cominciano a interessare anche altre attività economiche. In alcune zone del Sud sono state segnalate difficoltà nelle consegne ai supermercati, mentre le imprese agricole temono ritardi nella distribuzione dei prodotti deperibili. Il presidente di Confcooperative Agroalimentare, Raffaele Drei, ha riconosciuto le ragioni della protesta degli autotrasportatori, sottolineando però la necessità di garantire il trasporto di frutta e verdura, per evitare che eventuali interruzioni compromettano la qualità dei prodotti e il lavoro delle aziende agricole. Anche il presidente di Confindustria Puglia, Nicola Delle Donne, ha avvertito delle possibili conseguenze della mancanza di carburante per i settori dei trasporti, delle costruzioni e delle infrastrutture.

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Trump dice di non essere un grande fan di Zelensky e Zelensky dice di sentirsi tradito da Trump

Donald Trump ha criticato duramente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accusandolo di ostacolare i negoziati per mettere fine alla guerra con la Russia e definendo una vergogna la decisione di riprendere gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe. «Non sono un grande fan di Zelensky» ha detto il presidente degli Stati Uniti in un’intervista all’emittente americana Newsmax, sostenendo che il presidente ucraino non sia realmente disposto a raggiungere un accordo con Mosca. Trump ha aggiunto di considerare Zelensky un interlocutore più difficile del presidente russo Vladimir Putin, pur affermando di ritenere possibile una conclusione negoziata del conflitto. 

L’11 ottobre Trump aveva annunciato una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, presentandola come un’intesa tra Russia e Ucraina. Il governo ucraino aveva però fatto sapere di non essere stato preventivamente informato dell’annuncio. Nonostante questo, Kyjiv aveva accettato di sospendere per alcuni giorni le operazioni contro le raffinerie russe, chiedendo che Mosca interrompesse a sua volta i bombardamenti contro la rete energetica ucraina.

La Russia non ha rispettato questa condizione e ha continuato a colpire centrali elettriche e altre infrastrutture civili. Ieri, in un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino ha dichiarato conclusa la pausa degli attacchi.  Trump ha invece attribuito agli attacchi ucraini una parte della responsabilità per l’aumento dei prezzi internazionali dei carburanti, sostenendo che colpire gli impianti di produzione del diesel russo danneggi anche i paesi che dipendono dalle forniture energetiche. Il presidente americano ha insistito sulla necessità di fermare queste operazioni, che considera incompatibili con gli sforzi per contenere i prezzi dell’energia. Non sembra così: secondo i dati commerciali citati dal New York Times, la crisi delle forniture di diesel è legata soprattutto alle conseguenze della guerra in Iran, mentre gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno avuto un ruolo limitato.

Nei giorni precedenti alla nuova crisi con Zelensky, Washington aveva autorizzato un allentamento delle sanzioni sulle esportazioni di diesel russo, permettendo a Mosca di vendere carburante sui mercati internazionali nonostante le restrizioni introdotte in seguito all’invasione dell’Ucraina. La decisione ha suscitato critiche anche all’interno del Partito Repubblicano. Un gruppo bipartisan di senatori ha chiesto a Trump di revocare la misura, giudicandola un vantaggio economico concesso alla Russia senza contropartite evidenti. 

Per il governo ucraino, la decisione americana rischia di ridurre la pressione economica su Mosca proprio mentre la Russia continua la sua offensiva militare. Zelensky ha criticato apertamente la disponibilità di Trump a concludere accordi economici con Putin, sostenendo che possa contribuire a finanziare la prosecuzione della guerra. In un’intervista al giornalista britannico Piers Morgan, registrata mercoledì, il presidente ucraino ha ammesso di sentirsi tradito dalle recenti decisioni di Washington, pur sottolineando che il rapporto con gli Stati Uniti resta essenziale per la sopravvivenza del paese.

Citando due funzionari statunitensi e un funzionario occidentale, Reuters riporta che l’ordine di rallentare il servizio Starshield (la versione militare della rete satellitare Starlink sviluppata da SpaceX) destinato alle forze ucraine sarebbe partito dalla Casa Bianca. Secondo le fonti dell’agenzia, il Dipartimento della Difesa americano avrebbe ricevuto indicazioni per limitarne il funzionamento, ma non è stato chiarito chi abbia impartito l’ordine né chi ne abbia supervisionato l’applicazione. Alcuni servizi satellitari sono stati successivamente ripristinati. Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre nuovi attacchi russi con droni hanno colpito diverse regioni ucraine. Secondo le autorità locali, nella regione occidentale della Volinia circa 370 mila persone sono rimaste senza elettricità, mentre a Kyjiv sono state introdotte interruzioni di emergenza della distribuzione elettrica. Altri attacchi hanno provocato feriti nella città di Uman.

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Spie cinesi su LinkedIn, così Pechino avrebbe preso di mira funzionari australiani

Il primo contatto arrivava su LinkedIn e aveva l’aspetto di una normale proposta professionale. I profili si presentavano come consulenti, ricercatori o intermediari legati a società e think tank, offrivano incarichi retribuiti e chiedevano inizialmente analisi su temi di politica, commercio o rapporti con la Cina. Solo in un secondo momento, una volta stabilito il rapporto e verificato il profilo dell’interlocutore, le richieste potevano diventare più mirate. È con questo sistema che una presunta rete riconducibile all’intelligence cinese avrebbe cercato di avvicinare funzionari pubblici, appartenenti alle forze dell’ordine ed esperti australiani.

ABC Investigations, che ha analizzato i dati acquisiti dall’Australian Federal Police (Afp) durante l’indagine su Alexander Csergo, l’uomo d’affari australiano condannato nel marzo scorso per reckless foreign interference. Secondo l’emittente pubblica australiana, due account LinkedIn attribuiti a presunti operatori dell’intelligence cinese avrebbero accumulato migliaia di collegamenti nel mondo e intercettato, tra il 2016 e il 2025, più di cento persone con legami professionali con l’Australia.

Dai think tank alle consulenze

Lo schema ricostruito dagli investigatori non prevedeva, almeno inizialmente, richieste esplicite di informazioni riservate. I profili si presentavano come rappresentanti di think tank o società di consulenza interessati ad acquistare analisi su commercio, politica internazionale e rapporti con la Cina.

Tra le persone finite nella rete dei contatti figuravano dipendenti o ex dipendenti del Department of Foreign Affairs and Trade, di Austrade, di Investment NSW, di Invest Victoria e di Tourism Australia. ABC ha inoltre individuato tra i profili un comandante dell’Australian Federal Police e l’ex premier del Queensland Steven Miles, oggi leader dell’opposizione nello Stato. Nel caso di Miles, tuttavia, l’emittente precisa di non aver individuato messaggi che dimostrino un rapporto con il profilo sospetto né elementi che indichino una sua risposta.

È una distinzione importante. Essere presenti nella rete di collegamenti di un account non significa essere stati reclutati, né tantomeno aver fornito informazioni. L’interesse del caso è piuttosto nella scala e nella sistematicità con cui sarebbero stati individuati profili professionali potenzialmente utili.

L’Afp sostiene che dietro l’operazione vi fosse il Ministry of State Security (Mss), il principale servizio di intelligence civile cinese. Secondo gli investigatori, identità fittizie sarebbero state impiegate per stabilire un primo rapporto, proporre incarichi remunerati e verificare progressivamente l’accesso della persona a informazioni o contatti di interesse. L’ambasciata cinese a Canberra ha respinto le accuse, definendole “entirely groundless” e contestando quella che considera una rappresentazione ingiustificata delle attività cinesi.

Il precedente Csergo

Il punto di contatto dell’indagine è Alexander Csergo. Nel novembre 2021, mentre viveva a Shanghai, Csergo era stato avvicinato su LinkedIn da un account intestato a “Vera Su”, che sosteneva di lavorare per una società chiamata Nesa Consulting e gli proponeva un incarico part-time sui rapporti commerciali tra Cina e Australia.

Da quel contatto sarebbe successivamente nato un rapporto con due persone conosciute come “Ken” ed “Evelyn”, per le quali Csergo preparò rapporti ricevendo pagamenti in contanti. Nel marzo 2026 è diventato la prima persona condannata in Australia per il reato di reckless foreign interference, la fattispecie introdotta nell’ordinamento australianonel 2018  che punisce chi, agendo in modo occulto o ingannevole in relazione a un soggetto straniero, accetta consapevolmente il rischio che la propria condotta possa sostenere attività di intelligence straniere o danneggiare la sicurezza nazionale.

Per un servizio di intelligence, infatti, il valore di una fonte non coincide necessariamente con il possesso immediato di documenti classificati. Informazioni apparentemente marginali possono acquistare rilevanza quando vengono aggregate, confrontate con altre fonti o utilizzate per comprendere reti decisionali, procedure interne e orientamenti di governo.

È lo stesso principio richiamato dall’Australian Security Intelligence Organisation (Asio) nelle proprie indicazioni sulle attività ostili di intelligence: anche informazioni considerate innocue isolatamente possono essere combinate per colmare lacune informative o individuare persone da sottoporre successivamente a un’attività di targeting.

L’allarme dei Five Eyes

Il 3 giugno scorso, Asio, Fbi, MI5, Csis canadese e intelligence neozelandese hanno pubblicato congiuntamente il bollettino “Safeguarding Our Secrets”, dedicato proprio all’impiego delle piattaforme professionali e dei portali di lavoro da parte dei servizi di intelligence militare cinesi.

Secondo l’avviso, gli operatori si presentano come dipendenti di società di consulenza, think tank o agenzie di recruiting, pubblicano offerte apparentemente legittime e selezionano persone che, per esperienza professionale o posizione, potrebbero avere accesso diretto o indiretto a informazioni utili. Tra i potenziali obiettivi non figurano soltanto militari e funzionari governativi, ma anche ricercatori, giornalisti, analisti e dipendenti di imprese attive nei settori della difesa, della sicurezza e dell’economia.

Il reclutamento, in questa prospettiva, diventa progressivo. Una prima analisi può riguardare materiale aperto; successivamente possono arrivare richieste di informazioni non pubbliche, domande sui contatti professionali o l’invito a trasferire la conversazione su altri canali. Il rapporto economico serve anche a normalizzare lo scambio e a creare nel tempo una relazione più strutturata sfruttando piattaforme come LinkedIn che offrono un catalogo continuamente aggiornato di competenze, incarichi, precedenti esperienze lavorative e reti relazionali, consentendo di individuare con costi minimi non soltanto chi possiede direttamente informazioni sensibili, ma chi si trova a uno o due passaggi da un determinato ambiente decisionale.

 

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CANI DI SCIACCA, IL PM CHIEDE IL GIUDIZIO IMMEDIATO

La Procura di Sciacca, riferisce il Giornale di Sicilia, ha chiuso le indagini su Ignazio e Paolo La Bella, 68 e 41 anni, indagati per aver lasciato sul terrazzo, esposti al sole, nove cani: quattro i cuccioli deceduti. Il pm ha chiesto il giudizio immediato per il reato di maltrattamento di animali dal quale è derivata la morte. I cani sopravvissuti vivono oggi una nuova vita grazie alla ><lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente.

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Il Consiglio europeo non trova l’accordo sul bilancio Ue e rinvia il negoziato a novembre

Il primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles si è concluso senza un accordo sul prossimo bilancio dell’Unione e con forti divisioni sulle politiche energetiche e climatiche. Dopo circa quattordici ore di negoziati, ieri i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri hanno confermato le proprie posizioni sulla spesa europea e discusso a lungo della richiesta di rinviare le nuove regole sulle emissioni dei trasporti e degli edifici. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per il 26 novembre, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul bilancio entro dicembre. Ma diversi governi hanno già messo in dubbio che la scadenza possa essere rispettata.

Le difficoltà riguardano alcune delle principali scelte economiche e politiche che l’Unione dovrà affrontare nei prossimi anni. Il nuovo bilancio pluriennale, relativo al periodo dal 2028 al 2034, dovrà finanziare le politiche agricole, i programmi per le regioni economicamente più deboli, la ricerca e le nuove priorità europee, tra cui la difesa e la competitività industriale. Allo stesso tempo, i governi devono affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia e decidere come conciliare la protezione di famiglie e imprese con gli obiettivi climatici già approvati.

La proposta presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, che esercita il coordinamento semestrale dei lavori, prevede una dotazione complessiva di circa 1.620 miliardi di euro. È una riduzione significativa rispetto al progetto iniziale della Commissione europea, ma non è bastata a ridurre le distanze tra i governi. I paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio comune chiedono ulteriori tagli, mentre quelli che ricevono più finanziamenti contestano la diminuzione delle risorse destinate alle politiche tradizionali.

Da una parte ci sono i sei paesi generalmente definiti frugali: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz considera ancora troppo elevato il livello complessivo della spesa e, secondo due diplomatici citati da Politico, ha indicato nei fondi per le regioni economicamente più deboli uno degli ambiti in cui intervenire. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha respinto la proposta irlandese, sostenendo che comporterebbe un aumento di quasi il 60 per cento del contributo netto della Svezia. Anche il primo ministro olandese Rob Jetten ha chiesto un bilancio più contenuto, con una maggiore attenzione alla sicurezza, alla competitività e alle nuove esigenze economiche europee.

Sul versante opposto si trovano i cosiddetti Amici della coesione, il gruppo più corposo di 17 paesi che comprende ltalia e Spagna. Il loro obiettivo è salvaguardare i finanziamenti agricoli e quelli destinati a ridurre le disparità economiche tra i territori. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha giudicato insufficiente la proposta irlandese rispetto alle ambizioni dell’Unione, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso la possibilità di accettare ulteriori riduzioni. 

Le divisioni non coincidono però completamente con questi due schieramenti. Alcuni paesi favorevoli a mantenere elevata la spesa europea chiedono anche maggiori investimenti nella difesa, in particolare gli Stati baltici, che attribuiscono particolare importanza alla minaccia russa. La Finlandia, pur facendo parte dei frugali, vuole tutelare i sostegni all’agricoltura. La Francia non ha assunto una posizione definitiva sull’ammontare complessivo del bilancio, dovendo conciliare le proprie priorità europee con le difficoltà delle finanze pubbliche nazionali.

Costa vuole raggiungere un accordo politico entro dicembre 2026, in modo da lasciare tutto il 2027 all’approvazione delle norme necessarie per rendere operativo il bilancio dal primo gennaio 2028. Il calendario elettorale rischia però di complicare ulteriormente le trattative. Nei prossimi mesi sono previste le elezioni politiche in Italia e Polonia, ma soprattutto quelle presidenziali francesi dell’aprile 2027.

Durante la riunione a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto la necessità di chiudere il negoziato entro dicembre. Secondo quattro diplomatici informati delle discussioni e citati da Politico, Macron ha spiegato ai colleghi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, non disporrebbe più del margine politico necessario per sottoscrivere un’intesa. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e ha promesso una forte riduzione del contributo francese al bilancio europeo e ha accusato le istituzioni dell’Unione di voler accelerare il negoziato per impedire al prossimo presidente di partecipare alla decisione.

Non tutti i governi condividono l’urgenza indicata da Macron. Kristersson ha detto di non considerare indispensabile un accordo entro dicembre, mentre Meloni ha ribadito che l’Italia non accetterà un compromesso economicamente svantaggioso soltanto per rispettare una scadenza. Anche il primo ministro lussemburghese Luc Frieden, pur dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di concludere entro Natale, ha sostenuto che un eventuale rinvio non rappresenterebbe necessariamente un problema insuperabile.

La distanza tra queste posizioni si ritrova nelle conclusioni ufficiali del vertice. Nel documento approvato questa notte, i leader non hanno assunto un impegno vincolante a raggiungere l’intesa entro dicembre. Si limitano a riconoscere che un accordo entro il 2026 permetterebbe di adottare nel 2027 le disposizioni legislative necessarie a garantire la continuità dei finanziamenti europei dall’inizio del 2028. Un rinvio del compromesso politico non comporterebbe quindi un’immediata interruzione delle risorse europee. Ridurrebbe però il tempo disponibile per completare il successivo percorso legislativo, che richiede anche l’approvazione del Parlamento europeo. La presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, ha già avvertito i governi che il Parlamento non si limiterà ad accettare automaticamente le loro decisioni.

Per cercare di superare lo stallo, Costa assumerà direttamente il coordinamento della nuova fase negoziale e presenterà una proposta prima del vertice straordinario del 26 novembre. Secondo le prime indiscrezioni, il presidente del Consiglio europeo intende modificare alcuni aspetti del compromesso irlandese, soprattutto quelli relativi alla flessibilità della spesa e alle nuove entrate comuni.

Tra le ipotesi da approfondire figurano forme di imposizione europea sulle grandi imprese tecnologiche, sulle attività legate alle criptovalute e sul gioco d’azzardo online. Costa esaminerà anche una proposta greca che prevede di destinare al bilancio europeo parte dei futuri ricavi nazionali derivanti dall’assegnazione delle frequenze mobili 6G. Queste soluzioni potrebbero ridurre la necessità di aumentare i contributi versati direttamente dai governi, ma incontrano a loro volta resistenze politiche.

Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha avanzato anche un’ipotesi diversa: ridurre la durata della programmazione finanziaria a tre o quattro anni, sostenendo che le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia difficile prevedere le esigenze europee su un periodo di sette anni. L’idea presenta tuttavia un ostacolo giuridico, perché le norme attuali dell’Unione stabiliscono una durata minima di cinque anni per il quadro finanziario pluriennale.

Le difficoltà sul bilancio hanno accompagnato un altro confronto particolarmente acceso, quello sulle politiche climatiche e sul costo dell’energia. La discussione, inizialmente dedicata alle misure per contenere i prezzi energetici, si è concentrata per circa tre ore sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione e sulla sua estensione ai trasporti stradali e al riscaldamento degli edifici.

Il meccanismo attuale, conosciuto come ETS, impone un costo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da impianti industriali e centrali elettriche. Il nuovo sistema, chiamato ETS2, estende il principio ai combustibili utilizzati nei trasporti e negli edifici. La sua applicazione è al centro di un confronto politico perché potrebbe comportare costi aggiuntivi per famiglie e imprese, in una fase in cui i prezzi dell’energia sono già aumentati a causa delle tensioni internazionali e della guerra in Medio Oriente.

Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto di rinviare l’introduzione del nuovo meccanismo almeno fino al 2030. La richiesta ha ottenuto anche il sostegno di altri governi, mentre l’Estonia ha prospettato una revisione ancora più radicale. Secondo le ricostruzioni dei diplomatici presenti al vertice, Roma e i paesi del gruppo di Visegrád hanno insistito sul rischio che i nuovi costi delle emissioni aggravino ulteriormente le difficoltà economiche.

La proposta è stata contrastata da Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e diversi paesi nordici. Finlandia, Svezia e Danimarca avevano già inviato una lettera alle istituzioni europee per difendere il sistema di scambio delle emissioni, sostenendo che indebolirlo avrebbe compromesso la prevedibilità delle regole sulla quale si basano gli investimenti industriali nelle tecnologie meno inquinanti.

Il compromesso raggiunto non prevede il rinvio richiesto dall’Italia e dagli altri governi. Nelle conclusioni ufficiali, il Consiglio europeo incarica invece la Commissione di aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, con particolare attenzione al funzionamento del sistema e ai meccanismi di protezione. La revisione dovrà considerare anche i possibili costi per i consumatori e le attività economiche. Rimane quindi aperta la discussione su eventuali modifiche, senza che sia stata presa una decisione di posticipare l’applicazione delle regole. Per il sistema ETS già esistente, i leader hanno chiesto interventi per rendere il mercato delle emissioni più prevedibile, limitare le oscillazioni dei prezzi della CO₂ e proteggere la competitività industriale. Allo stesso tempo, hanno confermato il ruolo centrale attribuito alla fissazione di un prezzo delle emissioni nella transizione energetica europea.

Sul fronte più immediato dei prezzi dell’energia, il Consiglio ha accolto l’intenzione della Commissione di prolungare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti alla crisi. Sono previste inoltre iniziative per migliorare la capacità delle raffinerie europee e favorire, su base volontaria, il coordinamento della domanda energetica. Si tratta di interventi che dovranno essere ulteriormente sviluppati dalla Commissione, non di un pacchetto già integralmente approvato e operativo. Lo scontro sull’energia ha avuto conseguenze anche sulla gestione del vertice. Le discussioni si sono protratte molto oltre il programma iniziale, costringendo Costa a cancellare la conferenza stampa prevista al termine della giornata e a proseguire i negoziati fino a tarda notte.

La prima giornata del vertice ha inoltre affrontato il futuro allargamento dell’Unione europea e le riforme interne necessarie a consentire il funzionamento delle istituzioni con un numero maggiore di Stati membri. Anche in questo caso, il documento finale contiene indicazioni generali, ma non introduce nuove scadenze vincolanti. La seconda giornata del Consiglio europeo, oggi sarà dedicata principalmente alla sicurezza e alla politica estera, con particolare attenzione alla guerra in Ucraina, alla difesa europea e alla gestione dei flussi migratori. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, arrivato a Bruxelles già giovedì per una serie di incontri bilaterali, parteciperà ai colloqui con i leader europei per chiedere ulteriori aiuti militari e finanziari. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Bruxelles prima del vertice, ha ribadito la proposta di nominare un rappresentante europeo incaricato di dialogare con Russia, Ucraina e Stati Uniti, in modo da garantire una posizione comune dell’Unione negli eventuali negoziati sulla guerra.

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L’Europa non salverà la propria industria sospendendo l’ETS

Al Consiglio Europeo che si chiude oggi si chiedono risposte concrete. L’accordo sulle ibride cinesi e la battaglia sull’ETS non sono due dossier separati, ma lo stesso problema visto da due lati: l’Europa vuole difendere la propria industria da Pechino e, allo stesso tempo, non riesce a decidere chi debba pagare la transizione. Il Consiglio europeo di queste ore ce lo dovrà spiegare.

Il 9 ottobre Maroš Šefčovič, il commissario al Commercio europeo, e il suo omologo cinese Wang Wentao hanno annunciato un tetto di 350.000 ibride l’anno (in crescita del 6% per quattro anni), a partire dal 1º dicembre. L’obiettivo è dimezzare le esportazioni. I dazi sulle elettriche del 2024 restano in vigore. Il deficit commerciale con la Cina nel 2025 è stato di circa 360 miliardi di euro e, in cambio, Pechino ha concesso un taglio dei dazi su circa 4 miliardi di euro di prodotti europei e licenze più semplici per le terre rare.

È un freno utile, e Parigi e Berlino lo volevano da tempo. Ma resta un freno.La buona notizia è che il Regno Unito ha annunciato l’intenzione di aderire a questo accordo. Mal che vada l’Unione si sta riunificando.

Al Consiglio, comunque, la testa è altrove. Il 6 ottobre von der Leyen ha spiegato a Strasburgo che, dalla fine di febbraio, il prezzo del gas è salito del 140 per cento e il diesel è raddoppiato, e che, dall’inizio della guerra con l’Iran, le importazioni di fossili ci sono costate 100 miliardi in più. Ha ricordato anche che l’elettricità rappresenta meno di un quarto dei consumi finali (l’obiettivo è raddoppiarla entro il 2040) e che un megawattora costa circa 145 euro in un Paese basato sul gas e circa 70 euro in un altro in cui contano il nucleare e le rinnovabili. Questi due numeri spiegano quasi tutto.

Poi c’è l’ETS, il meccanismo con cui l’Unione pone un tetto alle emissioni di CO₂ delle centrali e delle industrie pesanti. Ogni tonnellata emessa richiede una quota; le quote si comprano e si vendono; il tetto scende negli anni e il prezzo, in teoria, sale. Oggi siamo intorno agli 85-88 euro a tonnellata. Il carbonio, da gennaio, è sceso o stabile. Il gas no. Oggi è l’ETS il bersaglio. A marzo l’Italia ha chiesto formalmente la sospensione (o un intervento equivalente sul termoelettrico). Adesso, insieme alla Repubblica Ceca, porta al Consiglio un pacchetto che include l’uso della riserva di stabilità, una maggiore protezione per acciaio, cemento e ceramica e il rinvio dell’ETS2 su trasporti ed edifici, previsto per il 2028.

Meloni, al Senato, ha detto due cose in contrasto fra loro: che il prezzo lo fa il mercato e che va corretto perché rifletta l’economia reale e non la finanza. Va detto che la Commissione ha già ceduto parecchio. La revisione proposta il 17 luglio estende le quote gratuite per i settori soggetti a CBAM fino al 2038 e posticipa la decarbonizzazione quasi completa al 2048.

I contrasti sono forti. Finlandia, Danimarca e Svezia (insieme a Spagna, Paesi Bassi e altri) avvertono che indebolire ulteriormente il sistema penalizza chi ha già investito e rende imprevedibili le decisioni future. Sul fronte opposto c’è un gruppo di dieci Paesi guidato dall’Italia e dalla Polonia.

Le preoccupazioni dell’industria vanno prese sul serio, e non sono solo italiane: a luglio Confindustria, il Medef francese e il BDI tedesco hanno firmato per la prima volta insieme una lettera a von der Leyen per chiedere una revisione profonda. Una fabbrica non si trasforma con una scadenza scritta in un regolamento. Servono elettricità a un prezzo decente, reti, autorizzazioni, capitali e clienti in grado di acquistare i nuovi prodotti. E cambiare le regole a ogni stagione punisce proprio chi aveva già investito per rispettarle. Sulle reti, poi, la stessa von der Leyen ammette che una capacità pari a sei volte la nuova potenza rinnovabile resta da collegare.

Il nodo politico, però, è un altro. Meloni, con Merz e De Wever, ha scritto a Costa per accelerare gli investimenti nei settori strategici, a partire dall’energia, e chiede una risposta europea. Nelle stesse settimane ha chiesto a von der Leyen maggiore flessibilità fiscale legata all’inflazione e un nuovo rinvio dell’ETS2 per non appesantire famiglie e imprese.

Il fatto è che il Green Deal ha affidato un’ambizione continentale a capacità di spesa quasi interamente nazionali, e ogni governo difende le proprie imprese con le risorse che ha. Vale lo stesso per l’auto: secondo la stampa tedesca, Parigi e Berlino stanno per scambiarsi un allentamento del divieto ai motori termici del 2035 in cambio di requisiti «Made in EU» più severi per le auto elettriche. Più che una politica industriale europea, sembra un baratto fra capitali, e resta da capire se servirà a rendere competitive le produzioni nuove o a tenere in vita le vecchie.

Forse quello che davvero serve è un ETS più leggibile, con un tetto che scende senza strappi, e spostare lo scontro su tre cose concrete: dove vanno davvero i proventi delle aste (la Commissione chiede agli Stati più trasparenza proprio su questo), quanto in fretta si collegano le reti e si sbloccano i permessi, e un un sistema per i prodotti a più alta densità di carbonio che copra più merci con meno scappatoie.

Fa meno scena di una sospensione, ma è l’unica strada che non lascia l’industria sola con il conto. Il Consiglio non riscriverà il Green Deal, e l’intesa con Pechino resta un freno tattico, utile e basta. Per l’Italia la partita non è quella che racconta il governo: sospendere l’ETS darebbe qualche mese di sollievo e anni di incertezza, e a pagarli sarebbero proprio le imprese che si dice di voler difendere.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Pastore protestante fa distruggere ai bambini le statue della Madonna e degli angeli

Un pastore di una congregazione protestante battista in Texas ha permesso ai bambini di distruggere statue di angeli e della Beata Vergine Maria sul palco come ricompensa durante un’esercitazione biblica. Lo riporta LifeSite.

 

Dopo una recente funzione religiosa presso la Stedfast Baptist Church di Cedar Hill, in Texas, il pastore Jonathan Shelley ha pubblicato, tra il 12 e il 13 ottobre, dei video dal suo account @bannedpastorX in cui si vedevano dei bambini distruggere «statue della Vergine Maria» e «idoli cattolici», giustificando le sue azioni anticattoliche come una difesa del Secondo Comandamento. Aveva predicato un sermone sul tema del Secondo Comandamento e del culto degli idoli.

 

“We got a Mary, for all the Catholics.”

At Steadfast Baptist Church, pastor Jonathan Shelley leads the kids into ‘bible drills,’ with the winner rewarded with smashing statues of Mary and various angelic figures. pic.twitter.com/GN6nGZCKL6

— Protestia (@Protestia) October 14, 2026

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Nel video si vede lo Shelley sorridere mentre una ragazzina abbatte con un martello una statua della Vergine Maria davanti al pulpito della chiesa. La clip, pubblicata sull’account Protestia X, ha totalizzato oltre 100.000 visualizzazioni e suscitato numerose polemiche sia tra i protestanti che tra i cattolici.

 

Il pastore Shelley è stato in passato al centro di numerose controversie, predicando che gli omosessuali sono «meritevoli di morte», il che ha portato allo sfratto della sua chiesa dall’edificio nel 2022 per violazione dei termini del contratto di locazione, a causa di minacce e incitamento alla violenza. Il predicatore ed evangelista fondamentalista ha difeso le sue affermazioni sulla comunità LGBT sostenendo di «credere in ciò che dice la Bibbia».

 

La furia contro le immagini sacre definite «idoli» è ciò che accomuna il protestantismo con l’islam radicale. Sia il wahhabismo (l’islam fondamentalista che regge l’Arabia Saudita) sia molte correnti del protestantesimo storico, soprattutto quelle riformate e calviniste, condividono la convinzione che il culto sia stato corrotto dall’aggiunta di pratiche umane e che vada riportato alla purezza originaria.

 

Il primo punto di contatto tra le due sette è l’idolatria. Entrambi leggono il divieto biblico e coranico di rappresentare il divino come una condanna di ogni mediazione materiale: i calvinisti svuotarono chiese e spogliarono altari nel Cinquecento, mentre i wahhabiti demolirono tombe, mausolei e luoghi di venerazione dei santi, a partire dal XVIII secolo e poi a Medina e alla Mecca nel XX.

 

Il secondo è il rifiuto dell’intercessione. I protestanti respingono il culto dei santi e della Madonna come intermediari, e i wahhabiti condannano come shirk (associazionismo) l’invocazione di santi e la visita devozionale alle tombe.

 

Il terzo è il ritorno alle sole fonti scritturali: sola Scriptura da una parte, Corano e Sunna dei «pii antenati» (salaf) dall’altra, con diffidenza verso tradizione, clero e scuole interpretative stratificate.

 

Il quarto è il rigorismo morale e una certa austerità comunitaria, visibile nel puritanesimo come nel salafismo.

L’iconoclastia protestante toccò l’apogeo nel XVII secolo, ma come evidente non si piò essere esaurita nei rivoli del fondamentalismo luteranoide americano.

Per l’islam il caso di estrema iconoclastia più documentato è il cimitero di Jannat al-Baqi a Medina, dove sono sepolti familiari e compagni di Maometto: le cupole e i mausolei furono demoliti dalle forze wahhabite nel 1806 e di nuovo nel 1925-26, dopo la conquista saudita del Hijaz. Nel Novecento e fino ai giorni nostri sono poi scomparsi, tra Mecca e Medina, numerosi edifici legati ai primi tempi dell’islam, spesso per far posto all’ampliamento delle moschee e a nuove strutture, con giustificazioni di ordine pratico oltre che dottrinale. Tra questi ci sono la casa di Khadija, prima moglie del Profeta, e quella di Abu Bakr. La casa natale di Maometto a Mecca fu invece trasformata in una biblioteca.

Si dice che nel 1800 e nel 1925 i wahhabiti avessero valutato di abbattere la casa di Maometto a Medina, ma non lo fecero, probabilmente per la reazione che avrebbe suscitato nel mondo musulmano.

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Immagine di Nheyob via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

 

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Bologna non è un’isola felice di Salvatore Papa

I l 9 ottobre 2015, intorno alle sei del mattino, le forze dell’ordine sgomberano Atlantide dal Cassero di Porta Santo Stefano, a Bologna. Per diciassette anni quello spazio ha ospitato collettivi femministi, queer e punk, iniziative culturali e concerti in cui la corrente saltava e i corpi si sostenevano a vicenda nella calca. Dopo lo sgombero lo spazio rimane vuoto per quasi un decennio. Quando riapre durante Art City 2025, infiocchettato, accoglie Elegy, un’installazione video e audio dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath sulla violenza patriarcale e queerfobica: proprio i temi che avevano attraversato la vita di Atlantide. Lo spazio viene riutilizzato per esporre i temi delle pratiche che ne erano state espulse. L’esperienza di Atlantide non viene menzionata neppure nel post su Instagram che annuncia la mostra.

Salvatore Papa ricostruisce questa vicenda in Bologna non è un’isola felice. Retoriche e realtà del brand urbano (2026). L’accostamento fra lo sgombero e la riapertura restituisce il metodo dell’inchiesta. Papa raccoglie dichiarazioni, segue le destinazioni degli edifici, torna sui luoghi quando l’urgenza invocata per quei provvedimenti è passata. Il Comune aveva giustificato lo sgombero con la necessità di destinare lo spazio ai servizi sociali del quartiere. Il Cassero è però rimasto vuoto per quasi un decennio, un’attesa difficile da conciliare con l’urgenza proclamata. L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno. La brandizzazione delle città, il cosiddetto decoro, la gentrificazione, la questione abitativa, la turistificazione sono temi che si intrecciano ma al tempo stesso si mostrano come gli ingranaggi di una macchina che, anno dopo anno, amministrazione dopo amministrazione, divora luoghi, persone e apparati simbolici.

Il libro ricostruisce il cambiamento attraverso le decisioni con cui Bologna ha cercato di competere con altre destinazioni per attirare visitatori e investimenti. In questa competizione, la reputazione culturale ha acquisito un valore economico: offre ragioni per scegliere una meta, consumare nei suoi locali, investire nei suoi immobili. Negli ultimi vent’anni le politiche pubbliche bolognesi si sono progressivamente orientate verso questi obiettivi. L’attrattività diventa un criterio con cui valutare il successo di un’amministrazione, mentre resta ben più opaca la distribuzione dei suoi benefici e, soprattutto, dei suoi costi. La città mette a reddito la propria differenza culturale mentre restringe le condizioni materiali che l’hanno resa possibile.

Nel 2013, il progetto Bologna City branding avvia un’indagine su come i turisti percepiscono la città. Fra i tratti più riconoscibili emergono la cultura, l’accoglienza e la vita giovanile. La scelta politica cade però sul cibo: l’anno successivo viene presentato il marchio Bologna City of food, anche in vista dell’Expo di Milano del 2015, dedicata all’alimentazione. Mortadella e tortellini diventano gli ambasciatori della città presso il pubblico internazionale. La dotta e la rossa possono accomodarsi, tocca alla grassa rappresentare la famiglia.

L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno.
Papa richiama il geografo David Harvey, studioso dei rapporti fra capitalismo e trasformazioni urbane, per spiegare come la specificità culturale di una città possa generare una “rendita monopolistica”: una storia costruita collettivamente, attraverso abitudini e pratiche sedimentate, diventa una risorsa economica per chi possiede immobili o gestisce attività capaci di sfruttarne l’attrattiva. Harvey ne sottolinea la contraddizione: la commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come unico.

Papa racconta la proliferazione dei negozi di mortadella e la sostituzione di attività indipendenti con catene: l’autenticità locale si presta a un’offerta ripetibile, riconoscibile e facilmente consumabile. Questa standardizzazione urbana è anche culturale, normativa: selezionare le attività che possono trovare spazio significa orientare le abitudini, gli incontri e le esperienze possibili. Anche mangiare è una pratica collettiva, ma quando diventa il criterio dominante con cui organizzare un centro urbano, le esigenze di chi lo frequenta per consumare acquistano un peso crescente rispetto a quelle di chi deve abitarlo. La promozione dell’identità modifica così la vita quotidiana dalla quale quella stessa identità scaturiva.

Nel 2018, l’unione delle deleghe alla cultura, al turismo e alla promozione della città nelle mani di Matteo Lepore dà forma amministrativa all’equivalenza fra valore culturale e attrattività. La cultura viene così valutata per il suo contributo alla promozione sulle tratte turistiche, mentre si restringe lo spazio per il conflitto, la sperimentazione autogestita e i desideri che non coincidono con gli obiettivi del marketing urbano. Ripercorrendo la successiva campagna elettorale del 2021, Papa scrive: “Il candidato sindaco sapeva bene che se il turismo genera denaro, la cultura può trasformarsi nell’olio che fa girare la macchina producendo un apparato simbolico funzionale allo storytelling”. Questo rapporto si traduce anche nei criteri di finanziamento: fino al 2025, il bando di Bologna Estate assegnava un punteggio aggiuntivo alle iniziative rivolte a un pubblico turistico. Per chi proponeva un progetto, intercettare quei visitatori significava dunque avere maggiori possibilità di ottenere sostegno.

Papa sottolinea le conseguenze di questa scelta sulla produzione culturale, mettendola a confronto con la storia cittadina. Nei decenni passati, il richiamo esercitato da Bologna doveva molto a esperienze nate fuori dalle logiche del mercato, in spazi dove era possibile sperimentare senza dover dimostrare l’utilità economica di ciò che si faceva. Il loro valore comprendeva anche la possibilità di organizzare la vita insieme: trovare accordi di vicinato, inventare forme di sostegno, generare occasioni d’incontro, decidere quali attività e propensioni sostenere. Sono le pratiche ordinarie attraverso cui, nella lettura di Michel de Certeau, storico e teorico della cultura, gli abitanti rielaborano gli spazi predisposti da altri, aprendoli a usi non previsti.

La commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come unico.
Lo storico urbano Leo Hollis osserva che riappropriarsi dei luoghi attraverso l’azione collettiva trasforma anche chi vi partecipa. La cittadinanza diventa una capacità che si esercita: l’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava. Darsi regole proprie significava anche poter contestare le scelte dell’amministrazione e rivendicare una parte del potere di decidere sulla vita urbana. Riconoscere il contributo di quelle esperienze alla reputazione cittadina può diventare un modo piuttosto conveniente di apprezzarle: si incassa il prestigio della “città alternativa”, mentre l’autonomia di chi l’ha resa tale viene trattata come un intralcio amministrativo.

Il testo con cui le attiviste reagiscono alla mostra del 2025 nel Cassero si intitola Atlantide non è un museo. Ricordano che lo sgombero resta un conflitto aperto, ancora da sanare. Nella loro risposta, la memoria dello spazio sopravvive come un fantasma, inseparabile dalla possibilità di continuare a praticare ciò che vi era nato. Il ritorno di temi femministi e queer nella programmazione del Cassero lascia irrisolta questa perdita. La mancata menzione di Atlantide nel racconto della riapertura sottrae al luogo una radice viva della sua storia: lo spazio torna disponibile mentre viene omessa la storia di chi lo aveva fatto vivere. Anche le idee più radicali possono slegarsi dai corpi. È qui che la memoria diventa una rivendicazione politica: chi ha costruito quell’esperienza rivendica il diritto di proseguirla e trasformarla. Il passato rimane aperto perché contiene possibilità che lo sgombero ha interrotto, senza esaurirle.

Papa segue questa continuità fra persone, pratiche e luoghi anche nella storia di Xm24, lo spazio autogestito nato nell’ex mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, in Bolognina. Vi trovavano posto la Scuola di Italiano CON Migranti, una palestra, un laboratorio informatico, il mercato contadino di Campi Aperti e concerti hardcore. L’elenco restituisce la varietà di bisogni e desideri che trovavano posto nello stesso edificio. Un’assemblea settimanale organizzava le attività gratuite e decideva come usare lo spazio. L’autonomia in quel luogo aveva la forma della quotidianità.

L’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava.
Attorno a Xm24 però il quartiere cambiava. La nuova sede del Comune, la stazione Alta velocità e i progetti immobiliari rafforzavano i collegamenti con il centro e richiamavano gli interessi degli investitori. Nel 2017, il presidente del quartiere Navile, Daniele Ara, la descriveva come “una zona autentica, che meglio di altre racconta la vita dei bolognesi”, e dunque, ça va sans dire, adatta ad accogliere nuovi turisti. Per i futuri visitatori, una promessa di autenticità; per chi stava dentro Xm24, una raccomandata che intimava di lasciare i locali “liberi da cose e persone”. Lo sgombero sarebbe arrivato nell’agosto del 2019, con le ruspe.

Lo scontro coinvolse anche Blu, lo street artist di fama internazionale autore di Occupy Mordor, il murale sulla parete esterna di Xm24 che raffigurava due idee contrapposte di città. Nel 2016, con l’aiuto degli attivisti dello spazio, aveva cancellato i propri murales bolognesi per protestare contro Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Per la mostra, Genus Bononiae, la società della fondazione bancaria Carisbo, aveva fatto staccare dal muro alcune sue opere senza il suo consenso.

Il sociologo della cultura Dick Hebdige descrive in Sottocultura (1979) il processo attraverso cui i segni della ribellione vengono incorporati nell’offerta commerciale, trasformando uno stile oppositivo in una risorsa vendibile. La vicenda di Blu mostra questa assimilazione: la fondazione estrae valore dall’opera dell’artista e si arroga il diritto di decidere dove un’immagine debba stare e a che cosa debba servire. Nell’estetizzazione del conflitto la ribellione diventa una qualità dell’offerta culturale e conferisce prestigio all’istituzione che la espone. La cooptazione opera qui attraverso la separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie opere. La reputazione antagonista acquista valore proprio quando si restringono le possibilità di praticare quell’antagonismo, addomesticato, trasformato in risorsa economica o addirittura in motivo di prestigio.

Nell’estetizzazione del conflitto la cooptazione opera attraverso la separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie opere.
Cancellando i murales, Blu sottrae le opere rimaste sui muri alla possibilità di nuove acquisizioni. Il gesto ha un costo anche per la città, che perde le immagini che contribuivano a renderla riconoscibile. Un’iconoclastia ma per legittima difesa: riapre il conflitto che l’acquisizione museale pretendeva di risolvere attraverso la conservazione. In queste vicende torna la disputa sul potere di decidere: che cosa fare in uno spazio, dove lasciare un’opera, a quali condizioni collaborare. Che cosa vale il riconoscimento pubblico di una cultura se chi la produce perde il potere di decidere sul suo uso?

Harvey parla di “capitale simbolico collettivo” per indicare il prestigio che un luogo accumula attraverso storie e pratiche alle quali molti contribuiscono. Spostare altrove un’attività non significa trasferire intatta la rete che ne ha prodotto il valore: servono tempo, risorse e nuove alleanze; una sede più lontana può rendere più difficile continuare a partecipare, soprattutto per chi non dispone di tempo e denaro. Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla. Celebrare il contributo di una cultura, lasciando a pochi il controllo degli spazi e delle risorse, significa assegnare ai suoi protagonisti un posto nella storia cittadina ma poca voce nel presente.

Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla.
La distribuzione del potere culturale porta l’inchiesta di Papa dai luoghi della sperimentazione agli enti che, attraverso i finanziamenti, orientano la vita culturale della città. Carisbo appartiene alle fondazioni di origine bancaria: enti privati senza scopo di lucro, nati dalla riforma del credito degli anni Novanta, che impiegano i rendimenti dei propri patrimoni per sostenere attività di utilità sociale, dalla cultura all’istruzione. Per molti anni, la società Museo della Città di Bologna s.r.l., creata per gestire Genus Bononiae, il circuito di musei e spazi culturali promosso da Carisbo, ha assorbito quasi il 60% dei finanziamenti erogati dalla fondazione. Il progetto era stato voluto da Fabio Roversi Monaco, già rettore dell’Università di Bologna e poi presidente di Carisbo, che aveva assunto anche la guida della società beneficiaria. Fra chi finanziava e chi riceveva le risorse, la distanza era dunque piuttosto breve.

Papa ricorda l’origine collettiva dei patrimoni delle fondazioni bancarie, accumulati attraverso la storia delle casse di risparmio e destinati a finalità di interesse pubblico. Scegliere a chi distribuirli significa orientare la vita culturale del territorio: quali edifici restaurare, quali istituzioni sostenere, quali progetti rendere possibili. Il potere di amministrare non garantisce la conoscenza di ciò che si amministra. Quando la gestione riduce le attività a indicatori di prestazione e grafici di bilancio, lascia fuori ciò che quei numeri non descrivono: le relazioni, gli usi dei luoghi, la continuità delle esperienze. La concentrazione di questo potere in organismi che non offrono agli abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi. Il circuito tende così a riprodurre la propria autorità. Ne emerge una politica culturale con pochi decisori e molti richiedenti, chiamati ad adeguarsi a priorità stabilite altrove.

Una città può diventare smisurata anche senza crescere, quando aumenta la distanza fra gli abitanti e i luoghi, i servizi o le decisioni da cui dipende la loro vita. Ridurre questa distanza significa poter raggiungere i servizi, capire chi decide e sapere come intervenire. Che si tratti di risorse comunali o di patrimoni privati destinati a finalità collettive, il loro impiego dovrebbe ampliare le possibilità di prendere parte alla vita urbana. Il sostegno pubblico dovrebbe garantire a una struttura continuità e margini di autonomia, senza affidarne interamente la sopravvivenza alla vendita di biglietti, alla ristorazione o alla ricerca continua di sponsor. Scrivendo del futuro della Biblioteca Sormani di Milano su Rolling Stone, Alessandro Mantovani distingue la destinazione culturale di uno spazio dalla sua funzione di servizio pubblico: il carattere pubblico di un luogo dipende anche dalle risorse destinate ad aperture, attrezzature e personale: condizioni che rendono effettivo l’accesso. Anche mantenere un servizio ordinario può essere una scelta culturalmente ambiziosa.

La possibilità di partecipare alla vita urbana dipende anche dalle condizioni materiali per abitarla: il costo e la stabilità di un alloggio, la continuità del lavoro. Di fronte alla sede del Comune, in via Fioravanti, l’emergenza abitativa aveva preso la forma di un’occupazione: nel dicembre 2014, circa 280 persone, in gran parte famiglie con bambini, occupano una palazzina che un tempo ospitava gli uffici della compagnia telefonica Telecom. Nell’ottobre dell’anno successivo l’edificio viene sgomberato. Due anni dopo lo acquista The Student Hotel, oggi The Social Hub, una catena olandese che combina alloggi per studenti, soggiorni alberghieri e spazi di lavoro condivisi.

La concentrazione del potere in organismi che non offrono agli abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi.
La “community inclusiva” del Social Hub è accessibile a chi può pagare, secondo i canoni riportati da Papa, almeno 850 euro per una singola e 660 per una doppia. Questi prezzi rendono concreta la distinzione fra valore d’uso e valore di scambio, ripresa da David Harvey: per chi abita, una casa permette di riposare, studiare, prendersi cura di qualcuno, organizzare la propria vita; nella logica dell’investimento immobiliare, la casa viene valutata soprattutto per la rendita che può produrre per la proprietà.

La selezione per capacità di spesa ritorna nella figura dei “nuovi abitanti”. Papa ne parla nelle pagine dedicate alla Città della conoscenza, il piano bolognese per attirare ricerca e imprese. Al centro c’è il Tecnopolo, il complesso nell’ex Manifattura Tabacchi dedicato al calcolo avanzato, all’intelligenza artificiale e alla ricerca industriale. I quartieri interessati dal piano, Bolognina e San Donato, sono già attraversati da difficoltà abitative. Le strategie dell’attrattività privilegiano chi ha la capacità di spesa per sostenere nuovi alloggi, servizi e commerci. Chi non riesce a sostenere questi costi deve cercare altrove, in aree sempre più periferiche, comuni più lontani o sistemazioni precarie. Il quartiere perde relazioni di vicinato e reti di cura, mentre gli alloggi si rivolgono a residenti con redditi più alti o restano vuoti.

L’urbanista Elena Granata, intervistata da Alessandro Mantovani, parla di un “club esclusivo” per descrivere la città che assegna priorità a chi porta capitali. A legittimare la presenza diventa soprattutto la capacità di generare valore economico, alla quale vengono subordinati bisogni, diritti, aspirazioni. La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli edifici impedisce a chi vi abita di restare. In via Michelino Papa racconta il raddoppio degli affitti e l’allontanamento degli inquilini dopo i lavori finanziati dal superbonus. I lavori finanziati con risorse pubbliche accrescono il valore della proprietà, senza garantire a chi vi abita di beneficiarne.

La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli edifici impedisce a chi vi abita di restare. Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è una responsabilità democratica dello Stato.
A settembre 2026, a Madrid, lo sfratto di Maricarmen, un’inquilina ottantasettenne che viveva nella stessa casa da oltre settant’anni, ha provocato una grande mobilitazione e un accordo per il suo rientro. Il diritto all’abitare è diventato sempre più fragile. Subordinare la possibilità di restare alla convenienza della proprietà significa attribuire a quest’ultima un potere sulle condizioni di vita degli abitanti. L’instabilità della casa restringe anche l’autonomia necessaria a organizzarsi e partecipare alle decisioni collettive. Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è dunque una responsabilità democratica dello Stato.

Attorno al bisogno di una casa si costruiscono anche forme di organizzazione collettiva. In un’assemblea o in un presidio antisfratto si confrontano esperienze che permettono di riconoscere cause e responsabilità comuni, formulare richieste e imparare a sostenerle. L’azione collettiva produce quindi conoscenza: nel tentativo di cambiare le condizioni dell’abitare si precisano anche i significati di casa, cura e convivenza. Immaginare usi diversi dei luoghi può orientare la loro riappropriazione.

Il confronto con altre città permette di verificare come i meccanismi dell’attrattività si adattino a storie, economie e rapporti di forza differenti. È la prospettiva aperta da “Sguardi dalle città”, la sezione che chiude il volume con contributi dedicati ad altre città italiane. A Bari, Antonio Di Siena, autore di Turisti a casa nostra (2025), parte da una focaccia farcita di mortadella, un pasto popolare, legato al lavoro nei cantieri e sui pescherecci, che mette in relazione le due città attraverso un’abitudine quotidiana. Quell’abitudine è diventata anche un marchio territoriale. Nei panifici migliori, anche chi vorrebbe soltanto pranzare deve fare la fila insieme ai turisti.

Di Siena propone di leggere l’espansione dell’economia turistica come un “welfare surrogato”. Nel quadro che ricostruisce, il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i costi. La possibilità di trovare un impiego può convivere con salari bassi e il reddito ricavato da un alloggio può sostenere il suo proprietario, mentre quell’abitazione viene sottratta alle locazioni ordinarie. I benefici del turismo si distribuiscono quindi in base a risorse di partenza già molto diseguali.

Il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i costi.
Nel contributo su Bari il turismo viene chiamato a compensare carenze economiche e sociali; a Bologna si innesta anche su servizi, istituzioni e pratiche culturali che hanno contribuito alla reputazione della città.

Una città si forma nel tempo attraverso l’incontro e la mescolanza di persone, pratiche e immaginari. È una stratificazione di storie e significati. Prende corpo nelle case, nei trasporti, nei servizi e negli spazi comuni accessibili, che ne organizzano la vita, ne ampliano o restringono le possibilità. La città partecipa così alla formazione dei soggetti che la abitano: rende possibili incontri, stabilisce dipendenze e offre occasioni di autonomia e modi di stare insieme.

A tenere insieme tutti questi passaggi è una scrittura capace di muoversi fra scene vissute, ricostruzioni documentarie e affondi polemici. Papa sceglie dettagli che restituiscono alle trasformazioni urbane il peso che hanno nelle vite delle persone. L’ironia interviene soprattutto nel confronto fra il linguaggio delle istituzioni e gli esiti delle loro iniziative. Alla promessa di inclusione vengono accostati i canoni delle stanze; alla gratuità di un comodato, i costi della gestione. Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.

Io a Bologna non ho mai vissuto, a differenza di Papa e di molti miei amici e amiche, che ci hanno trascorso anni della loro vita o hanno deciso di stabilirvisi. Ma non occorre abitarci per ricevere in eredità i racconti di una Bologna gaudente e mondana, trasgressiva, comunitaria e radicale, che non c’è più. A ogni generazione di studenti, ovunque si trovi, spetta sentir parlare di quella precedente, quando la città resisteva ancora. Anche questa sembra una tradizione per chi vive sotto le due torri: arrivare sempre un po’ tardi alla Bologna giusta.

Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.
Nelle conclusioni di Bologna non è un’isola felice, il tono si fa più confidenziale e Papa torna al ragazzo che, dal suo paese del Sud, aveva messo gli occhi su Bologna. Suonava in una band, viveva di musica e amicizie, e nella città delle controculture sperava di trovare il modo di far crescere quella vita. Il numero chiuso all’università aveva altri piani e lo dirottò a Roma. Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò finalmente a Bologna e trovò casa al primo appuntamento: una singola a trecento euro, la stessa cifra che a Roma pagava per una doppia. Una piccola rivincita, tramandata da fuorisede in fuorisede: una stanza tutta per sé, a un prezzo che lasciava spazio anche al resto della vita.

Il legame con la città in cui Papa ha scelto di lavorare e mettere su famiglia resta esplicito nel bilancio dell’inchiesta: “Tuttavia non tutto è andato perduto. Bologna resta un posto speciale in cui vivere, una città orgogliosamente antifascista, con un welfare ancora invidiato, servizi che – seppure in parte – continuano a funzionare e spazi che resistono alla turistificazione e alla privatizzazione. Ma chi avrà il privilegio di goderne?”. La sopravvivenza di servizi e spazi collettivi conta se resta possibile accedervi, continuare a vivere abbastanza vicino da frequentarli.

Chi contribuisce a rendere una città desiderabile può perdere la possibilità di abitarla. Il libro di Papa porta questa contraddizione sul terreno delle decisioni: chi dispone degli spazi, chi beneficia degli investimenti, chi può restare. Un manuale sulla contesa che può ancora permetterci di discutere sulla riappropriazione degli spazi persi, o di salvaguardarne di nuovi. Difendere l’abitare, i servizi, gli spazi collettivi significa mantenere aperta anche la possibilità che nascano esperienze e modalità di convivenza ancora imprevedibili, su di un’isola felice.

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BOLZANO, VIA LIBERA AL PONTE PER LA FAUNA SELVATICA A SAN LORENZO DI SEBATO

Nella seduta del 15 ottobre, la Commissione provinciale per il territorio e il paesaggio ha esaminato una modifica al piano paesaggistico del Comune di San Lorenzo di Sebato. La modifica prevede, tra le altre cose, l’inserimento di un corridoio naturale e di una zona di quiete: in concreto, il progetto riguarda il ponte verde previsto sul Kniepass, un importante corridoio faunistico, lungo il quale gli animali selvatici attraversano regolarmente la strada statale della Val Pusteria (SS 49). “Il ponte verde dovrebbe consentire agli animali selvatici di raggiungere in modo più sicuro i loro habitat naturali e, al tempo stesso, contribuire a ridurre gli incidenti con fauna selvatica. Affinché ciò funzioni, non dobbiamo solo realizzare il passaggio in sé, ma anche garantire la salvaguardia duratura degli habitat adiacenti. La modifica del piano paesaggistico del Comune rappresenta un segnale importante per l’ulteriore attuazione di questo progetto”, sottolinea l’assessore provinciale alla Protezione dell’ambiente, della natura e del clima, Sviluppo del territorio Peter Brunner. Con il parere positivo della Commissione provinciale per il territorio e il paesaggio, è possibile gettare le basi per l’inserimento di tale misura nel piano paesaggistico del Comune.

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