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Warriors in testa, Knicks secondi e Lakers terzi: le 30 squadre NBA che valgono di più

Di Justin Teitelbaum e Brett Knigh

Le squadre Nba non vengono messe in vendita spesso (due terzi dei proprietari di controllo della lega sono al loro posto da almeno dieci anni), ed è per questo che ad agosto hanno sorpreso due passaggi di mano a breve distanza. Prima Mark Walter ha accettato di vendere i Los Angeles Lakers a Josh Kushner e Bob Iger, appena dieci mesi dopo aver chiuso l’acquisto della franchigia. Poi, solo una settimana più tardi, Marc Stad, socio di minoranza dei Minnesota Timberwolves, ha raggiunto un accordo per rilevare la quota di Marc Lore, a 14 mesi da quando il miliardario del retail ne aveva preso ufficialmente il controllo.

Entrambe le operazioni attendono ancora l’approvazione del consiglio dei governatori della Nba, ma se si chiuderanno senza intoppi, come previsto, i venditori incasseranno un buon ritorno. Lore, che nel 2021 aveva accettato di comprare i Timberwolves e le Minnesota Lynx della Wnba con un’operazione in più fasi dal valore d’impresa di 1,5 miliardi di dollari, ha ottenuto 4,5 miliardi per le due squadre: un rendimento annuo del 25%, anche calcolandolo dall’accordo iniziale. Walter, che è sotto indagine federale per alcuni prestiti tra le sue altre società, ha ottenuto lo stesso rendimento alzando il prezzo dei Lakers da 10 a 12,5 miliardi in meno di un anno.

È la vita nella Nba, dove le valutazioni volano alte come una schiacciata in contropiede.

La classifica: Warriors, Knicks e Lakers

I Golden State Warriors restano la squadra di basket più preziosa per il quinto anno consecutivo, con una stima di 13,5 miliardi di dollari (+23% rispetto al 2025). I New York Knicks sono secondi con 12,6 miliardi, in crescita del 29% su base annua: questo riporta i campioni in carica davanti ai Lakers nella classifica finanziaria di Forbes, dopo che l’anno scorso le due squadre si erano scambiate le posizioni. Solo due squadre di altri sport al mondo valgono quanto le prime tre della Nba: i Dallas Cowboys della Nfl (17 miliardi) e i Los Angeles Rams (13,5 miliardi).

I Los Angeles Clippers, intanto, sono valutati 7,8 miliardi, al quarto posto nella Nba, nonostante una pesante sanzione per violazione del salary cap che limiterà la capacità del club di competere nelle prossime stagioni.

Un mercato in crescita

Complessivamente, le 30 franchigie della lega valgono in media 6,1 miliardi di dollari, il 14% in più rispetto ai 5,4 miliardi dello scorso anno e il 147% in più rispetto ai 2,5 miliardi del 2021. Ogni squadra è valutata almeno 4 miliardi e il prezzo d’ingresso nella lega è salito del 167% nello stesso arco di cinque anni, da 1,5 miliardi.

Una serie di vendite recenti dà credito a queste cifre. Oltre a Lakers e Timberwolves, in un mercato insolitamente attivo altre cinque squadre hanno cambiato mano negli ultimi quattro anni, compreso l’acquisto dei Portland Trail Blazers da parte di Tom Dundon, un’operazione in due parti approvata ad aprile con una valutazione complessiva che secondo le indiscrezioni si aggira sui 4,25 miliardi. Non sono mancate le consuete transazioni di minoranza, come l’accordo di luglio con cui la società di private equity Blue Owl ha rilevato una quota dei Cleveland Cavaliers con una valutazione di 5,5 miliardi, secondo Sportico.

I ricavi della lega e i media locali

Gli investitori sono attratti dalla robusta crescita del business della Nba. Secondo le stime di Forbes, i ricavi dell’intera lega nella regular season 2025-26 si sono avvicinati ai 14 miliardi di dollari, compreso quanto generato da eventi non Nba nelle arene delle squadre. È un aumento del 12% su base annua, nella prima stagione del contratto di diritti televisivi nazionali da 76 miliardi e della durata di 11 anni.

I media locali sono un’area di maggiore preoccupazione. Il fallimento dell’operatore di reti sportive regionali Main Street Sports Group ha lasciato 16 squadre Nba senza casa in televisione a livello locale negli ultimi anni, costringendole a cercare alternative e mettendo a rischio decine di milioni di dollari di ricavi annui. Secondo le stime di Forbes, nel 2025-26 le 16 squadre hanno incassato in media 13 milioni di dollari dai diritti media locali, contro i 40 milioni del 2023-24.

La lega prende sul serio la minaccia: ha assunto Matt Volk, chief operating officer di Nesn, per guidare i media locali in un ruolo dirigenziale creato quest’anno, e punterebbe a riunire i diritti di almeno 20 squadre in un hub di streaming per la stagione 2027-28.

Sponsor, presenze e nuove arene

Nel frattempo altre linee di business compensano i cali: nel 2025-26 i ricavi da sponsorizzazioni e pubblicità delle squadre sono saliti del 14% su base annua, secondo le stime di Forbes, e le presenze complessive in regular season hanno superato i 22 milioni, la quarta volta nella storia in cui la Nba raggiunge il 97% della capienza delle arene.

I guadagni potrebbero accelerare man mano che diverse franchigie ristrutturano i propri impianti e quattro squadre (Oklahoma City Thunder, Philadelphia 76ers, Dallas Mavericks e San Antonio Spurs) lavorano alla costruzione di nuove arene.

Espansione e mercati internazionali

Le 30 squadre attuali potrebbero inoltre ricevere ingenti pagamenti una tantum sotto forma di quote d’ingresso per l’espansione. Il commissioner Adam Silver ha detto che la lega deciderà entro la fine dell’anno se e dove procedere con l’aggiunta di nuove squadre. Mentre si valuta di collocare nuove franchigie a Las Vegas e Seattle, alcune indiscrezioni indicano che l’offerta per Las Vegas potrebbe arrivare a 9 o addirittura 10 miliardi, senza contare il costo di una nuova arena.

Allo stesso tempo la Nba vuole vendere franchigie della Basketball Africa League e lanciare un nuovo campionato europeo, il che potrebbe significare ulteriori quote d’ingresso per i proprietari delle squadre statunitensi, oltre a future opportunità commerciali e a un flusso più forte di talenti tra i continenti.

La Nba sostiene già che la maggior parte dei suoi tifosi e dei consumi dei suoi contenuti arriva da fuori dagli Stati Uniti, e da anni cerca di rafforzare la propria presenza in regioni come l’Asia orientale e l’America Latina. Lo scorso novembre, per esempio, ha annunciato nuovi accordi di trasmissione nelle Filippine e in Medio Oriente e Nord Africa.

I multipli rispetto alle altre leghe

Con questo slancio, la valutazione media della Nba, pari a 6,1 miliardi di dollari, è ora 13,1 volte i ricavi medi per squadra dell’ultima stagione, contro il multiplo di 8,6 di quattro anni fa. Un valore che supera con facilità le ultime cifre di Forbes per Nhl (8,9), Mls (8,9) e Mlb (7), così come per leghe in rapida crescita come la Wnba (12,5) e la Nwsl (11,1), ed è appena sotto il 13,4 della Nfl.

All’interno della Nba i multipli vanno da 10,4 per i Trail Blazers a 20 per i Lakers, un divario più ampio rispetto alle altre principali leghe maschili nordamericane. Questo suggerisce che le opportunità finanziarie per i club di punta potrebbero non arrivare fino alle squadre più piccole. Ma i Lakers hanno compagnia in cima con i Knicks, il cui multiplo è 19,7 e che hanno una strada più chiara verso una possibile vendita, visto che questo mese completano lo scorporo dai New York Rangers della Nhl  nella società quotata Msg Knickerbockers Corp.

Le valutazioni delle squadre NBA 2026

N. 1 – Golden State Warriors – 13,5 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 23% | Ricavi: 942 milioni | Utile operativo: 364 milioni | Proprietari: Joe Lacob, Peter Guber

N. 2 – New York Knicks – 12,6 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 29% | Ricavi: 640 milioni | Utile operativo: 140 milioni | Proprietario: Madison Square Garden Sports

N. 3 – Los Angeles Lakers – 12,5 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 25% | Ricavi: 626 milioni | Utile operativo: 248 milioni | Proprietari: Mark Walter, Todd Boehly, trust della famiglia Jerry Buss

N. 4 – Los Angeles Clippers – 7,8 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 4% | Ricavi: 602 milioni | Utile operativo: 119 milioni | Proprietario: Steve Ballmer

N. 5 – Boston Celtics – 7 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 4% | Ricavi: 511 milioni | Utile operativo: 209 milioni | Proprietari: Bill Chisholm, famiglia Grousbeck

N. 6 – Chicago Bulls – 6,7 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 12% | Ricavi: 482 milioni | Utile operativo: 177 milioni | Proprietario: Jerry Reinsdorf

N. 7 – Houston Rockets – 6,6 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 12% | Ricavi: 523 milioni | Utile operativo: 178 milioni | Proprietario: Tilman Fertitta

N. 8 – Brooklyn Nets – 6,5 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 16% | Ricavi: 467 milioni | Utile operativo: 119 milioni | Proprietari: Joseph Tsai, famiglia Koch

N. 9 – Philadelphia 76ers – 6,4 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 17% | Ricavi: 529 milioni | Utile operativo: 224 milioni | Proprietari: Josh Harris, David Blitzer

N. 10 – Miami Heat – 6,1 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 7% | Ricavi: 414 milioni | Utile operativo: 97 milioni | Proprietario: Micky Arison

N. 11 – Phoenix Suns – 6 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 11% | Ricavi: 545 milioni | Utile operativo: 231 milioni | Proprietari: Mat Ishbia, Justin Ishbia

N. 12 – Toronto Raptors – 5,9 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 9% | Ricavi: 423 milioni | Utile operativo: 139 milioni | Proprietario: Rogers Communications

N. 13 – Dallas Mavericks – 5,8 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 14% | Ricavi: 407 milioni | Utile operativo: 44 milioni | Proprietari: famiglia Adelson, Mark Cuban

N. 14 – Atlanta Hawks – 5,75 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 15% | Ricavi: 528 milioni | Utile operativo: 226 milioni | Proprietario: Tony Ressler

N. 15 – San Antonio Spurs – 5,6 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 27% | Ricavi: 474 milioni | Utile operativo: 171 milioni | Proprietari: Peter J. Holt, Sixth Street

N. 16 – Cleveland Cavaliers – 5,5 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 15% | Ricavi: 512 milioni | Utile operativo: 48 milioni | Proprietario: Dan Gilbert

N. 17 – Washington Wizards – 5,2 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 11% | Ricavi: 447 milioni | Utile operativo: 167 milioni | Proprietario: Ted Leonsis

N. 18 – Denver Nuggets – 5,15 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 12% | Ricavi: 408 milioni | Utile operativo: 124 milioni | Proprietario: E. Stanley Kroenke

N. 19 – Oklahoma City Thunder – 4,9 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 13% | Ricavi: 392 milioni | Utile operativo: 112 milioni | Proprietari: Clayton Bennett, George Kaiser, patrimonio di Aubrey McClendon

N. 20 – Utah Jazz – 4,75 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 16% | Ricavi: 394 milioni | Utile operativo: 141 milioni | Proprietari: Ryan e Ashley Smith

N. 21 – Sacramento Kings – 4,7 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 6% | Ricavi: 413 milioni | Utile operativo: 102 milioni | Proprietario: Vivek Ranadivé

N. 22 – Milwaukee Bucks – 4,6 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 7% | Ricavi: 385 milioni | Utile operativo: 55 milioni | Proprietari: Wes Edens, Jimmy e Dee Haslam

N. 23 – Indiana Pacers – 4,55 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 8% | Ricavi: 369 milioni | Utile operativo: 85 milioni | Proprietari: Herb Simon, Stephen Simon, Steven Rales

N. 24 – Orlando Magic – 4,5 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 15% | Ricavi: 365 milioni | Utile operativo: 86 milioni | Proprietario: famiglia DeVos

N. 25 – Charlotte Hornets – 4,4 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 16% | Ricavi: 367 milioni | Utile operativo: 90 milioni | Proprietari: Rick Schnall, Gabe Plotkin, Chris Shumway

N. 26 – Portland Trail Blazers – 4,3 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 1% | Ricavi: 412 milioni | Utile operativo: 122 milioni | Proprietario: Tom Dundon

N. 27 – Detroit Pistons – 4,2 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 15% | Ricavi: 362 milioni | Utile operativo: 104 milioni | Proprietario: Tom Gores

N. 28 – Minnesota Timberwolves – 4,18 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 16% | Ricavi: 358 milioni | Utile operativo: 71 milioni | Proprietari: Marc Lore, Alex Rodriguez

N. 29 – New Orleans Pelicans – 4,1 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 15% | Ricavi: 348 milioni | Utile operativo: 87 milioni | Proprietaria: Gayle Benson

N. 30 – Memphis Grizzlies – 4 miliardi di dollari
Variazione su un anno: 14% | Ricavi: 332 milioni | Utile operativo: 59 milioni | Proprietario: Robert Pera

L’articolo Warriors in testa, Knicks secondi e Lakers terzi: le 30 squadre NBA che valgono di più è tratto da Forbes Italia.

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Dalla clinica all’impresa globale: così la Diamond Incision Academy trasforma la competenza medica in un modello scalabile

Trasformare l’esperienza maturata sul campo in un metodo capace di essere trasferito, misurato e replicato senza perdere qualità. È una delle sfide di un settore nel quale competenza clinica, formazione e capacità organizzativa tendono sempre più a intrecciarsi. È in questo scenario che si inserisce il percorso di Dario Martusciello, medico e chirurgo maxillo-facciale, formatosi anche all’estero tra Brasile e Argentina e con esperienze nella chirurgia d’emergenza, oncologica e umanitaria. Alla medicina ha progressivamente affiancato l’attività imprenditoriale e formativa, partecipando allo sviluppo di reti nazionali e fondando Dama Point, realtà che conta oggi 17 centri.

Da questo percorso nasce la Diamond Incision Academy, costruita intorno a un obiettivo preciso: trasformare una competenza specialistica in un sistema di protocolli, formazione, tecnologia e controllo della qualità, capace di crescere oltre la figura del fondatore.

Dalla medicina all’imprenditoria e poi alla formazione. Cosa l’ha portata a creare un’Academy?

Prima dell’Academy avevo già formato centinaia di medici e lavorato alla codificazione di metodiche nate dall’esperienza clinica. Ho capito che una competenza può crescere davvero soltanto quando smette di dipendere esclusivamente dalla persona che l’ha sviluppata e diventa organizzazione, procedure e standard condivisi. La difficoltà è stata rendere trasmissibile un patrimonio costruito attraverso migliaia di casi. L’Academy nasce per questo. Non vuole aggiungere un altro corso all’offerta esistente, ma accompagnare il professionista fino all’autonomia e costruire una rete capace di espandersi senza perdere il controllo sulla qualità.

Qual è la differenza tra insegnare una tecnica e trasferire realmente un metodo?

Una tecnica insegna un gesto. Un metodo chiarisce quando utilizzarlo, come selezionare il paziente, quali risultati attendersi e come gestire l’intero percorso. Il valore trasferibile non risiede quindi soltanto nella procedura, ma nel sistema che la circonda: classificazione, indicazioni, strumenti, documentazione, follow-up e criteri di verifica. Abbiamo trasformato l’esperienza clinica in un protocollo codificato perché un metodo diventa scalabile solo quando può essere documentato, misurato e aggiornato. Il medico conserva il proprio giudizio, ma opera all’interno di una struttura comune che rende i risultati più confrontabili e il modello più solido.

Avete scelto piccoli gruppi, pratica supervisionata e un rapporto che continua dopo la masterclass. Come funziona concretamente?

Il percorso comincia prima dell’aula, con onboarding ed e-learning, e prosegue dopo la masterclass. Lavoriamo con gruppi ridotti per osservare ogni partecipante, discutere la pianificazione e correggere i passaggi. Nei primi casi restano attivi incontri individuali, webinar, community e strumenti di telemedicina. Il professionista può condividere documentazione, pianificazione e follow-up. Il premium kit riunisce strumenti, protocolli e modulistica, mentre l’affiancamento comprende anche il patient journey, l’organizzazione del team e l’inserimento della nuova competenza nel mercato locale. L’obiettivo non è consegnare un attestato, ma rendere operativa la competenza.

Il progetto sta assumendo una dimensione internazionale. Come si mantiene uno standard comune in mercati differenti?

Separando ciò che deve rimanere identico da ciò che può essere adattato. Protocollo, strumenti, documentazione, qualità e follow-up costituiscono lo standard comune. Linguaggio, comunicazione e organizzazione del servizio devono invece rispettare il contesto locale. La formula è semplice: standard globali, esecuzione locale. Oggi l’Academy coinvolge Messico, Albania, Tunisia, Taiwan, Spagna e Romania, distribuiti su quattro continenti. Abbiamo programmato edizioni mensili e puntiamo a cento professionisti operativi nei prossimi 12-18 mesi. Vogliamo costruire cento punti di riferimento, non distribuire cento attestati. In questo modello si inserisce anche MetCare, rete di oltre 1.500 professionisti sanitari, che potrà rafforzare la continuità assistenziale per i pazienti lontani dal centro di trattamento e contribuire a rendere più solida la rete sul territorio.

 Che ruolo avranno i dati e la tecnologia nella crescita della rete?

Una rete internazionale può diventare un osservatorio distribuito se tutti raccolgono le informazioni con la stessa logica. La Diamond Incision App servirà a organizzare documentazione e follow-up in modo uniforme, con consenso e anonimizzazione, favorendo il confronto tra casistiche, l’aggiornamento dei protocolli e, nel tempo, studi multicentrici. L’intelligenza artificiale potrà contribuire al controllo delle immagini e al confronto dei risultati ottenuti in contesti differenti. Stiamo inoltre lavorando a una simulazione orientativa del possibile esito, sempre da interpretare e validare durante la visita. Non un filtro né una promessa, ma uno strumento per migliorare la comunicazione, allineare le aspettative e ridurre la distanza operativa tra il centro fondatore e i professionisti internazionali.

 Quali sono gli obiettivi dell’Academy nei prossimi anni?

L’app dovrà diventare il sistema operativo dell’ecosistema. Per i medici sarà uno spazio dedicato a formazione, documentazione, confronto e supporto internazionale. Per i pazienti potrà integrare la ricerca dei professionisti, il diario del percorso, gli appuntamenti e l’acquisizione guidata delle fotografie. La sfida non è semplicemente raggiungere cento professionisti, ma dimostrare che possano lavorare in Paesi diversi condividendo la stessa grammatica clinica, documentando i risultati con criteri confrontabili e offrendo un’esperienza coerente. Il vero valore di Diamond Incision è lo standard che permette a una competenza nata in Italia di essere trasferita, monitorata e progressivamente migliorata su scala internazionale.

 

L’articolo Dalla clinica all’impresa globale: così la Diamond Incision Academy trasforma la competenza medica in un modello scalabile è tratto da Forbes Italia.

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Tabacco, il mercato vale 22 miliardi. La filiera italiana chiede regole certe all’Europa

Contenuto tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Un mercato che perde volumi ma guadagna valore, che vede calare il suo prodotto storico eppure garantisce allo stato un gettito record. È la fotografia scattata dal Rapporto sulla distribuzione dei prodotti da fumo e non da fumo 2026, realizzato da Logista in partnership con la Fondazione Tor Vergata e presentato a Roma nel corso dell’evento ‘Logistica e distribuzione al servizio del Paese’ il 17 settembre. Un settore in piena trasformazione, che chiede all’Europa una cosa: regole chiare, graduali e prevedibili.

Le sigarette, i sigari e il trinciato restano il cuore del mercato, ma la loro quota si assottiglia: dall’85% dei volumi distribuiti nel 2019 al 70% attuale. A erodere il primato sono i prodotti di nuova generazione senza combustione, a partire dagli htp (heated tobacco products), che nel 2025 hanno raggiunto quasi il 20% dei volumi. Non è una moda passeggera: dietro c’è un ciclo di investimenti industriali importante e, soprattutto, una domanda che si è spostata. I consumatori hanno cambiato abitudini più in fretta di quanto la regolamentazione sia riuscita a seguirli.

Un mercato da quasi 22 miliardi di euro

Il paradosso più interessante riguarda i numeri economici. Nonostante la flessione delle sigarette tradizionali, il mercato complessivo è cresciuto da 18,5 miliardi di euro nel 2019 a quasi 22 miliardi nel 2025. La spiegazione è doppia. Da un lato la crescita del fatturato dei prodotti senza combustione, trainata dall’espansione dei volumi e dalla conversione dei fumatori.

Dall’altro l’effetto prezzo: la contrazione delle sigarette è stata quasi interamente compensata da un aumento dei listini dell’11% dal 2019. Meno unità vendute, quindi, ma un valore complessivo che non arretra.

Il peso della distribuzione e il contrasto al contrabbando

Il capitolo fiscale è quello che rende il settore un dossier di interesse nazionale. Ogni anno Logista movimenta oltre 80 milioni di chili di prodotti e versa allo stato circa 15 miliardi di euro di accise. Dietro questi numeri c’è un’infrastruttura fisica poco raccontata. Circa 90 transit point assicurano consegne a 60mila punti vendita, con una copertura del 100% del territorio nazionale, isole e aree interne comprese.

Su questa rete corrono i sistemi conformi al track & trace europeo: ogni confezione porta un codice univoco rilasciato dall’Adm, che consente alle autorità di seguire i flussi e intercettare rapidamente le anomalie. Un argine necessario, se si considera che il contrabbando in Italia vale circa 1,2 miliardi di euro e costa all’erario 690 milioni di mancato gettito.

La revisione delle direttive europee e i rischi per la filiera

La partita vera, però, si gioca a Bruxelles. La revisione congiunta della Direttiva sulla tassazione (Ted) e di quella sui prodotti del tabacco (Tpd) apre una fase delicata. L’ipotesi allo studio punterebbe a uniformare il trattamento regolatorio tra prodotti combustibili e non combustibili, superando la differenziazione che finora ha accompagnato l’ingresso sul mercato delle sigarette elettroniche e delle nuove categorie. Per la filiera italiana sarebbe un errore: le stime contenute nel rapporto indicano che una migrazione dei consumi verso i canali illegali potrebbe ridurre le entrate fiscali tra 1,2 e 5 miliardi di euro, con un effetto collaterale pesante su comparto agricolo, manifattura e distribuzione.

L’argomento che il settore porta al tavolo europeo è un dato di esperienza. Il calendario fiscale italiano, fatto di incrementi certi, graduali e sostenibili, ha prodotto un gettito in crescita stabile e superiore alle attese: +314 milioni di euro nel 2024 e +300 milioni nel 2025, senza shock di prezzo né distorsioni nei consumi. La prevedibilità ha permesso agli operatori di programmare investimenti e capacità produttiva. Il peso economico complessivo aiuta a capire la posta in gioco. La sola filiera distributiva genera oltre 7 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto e sostiene più di 7.400 posti di lavoro. Allargando lo sguardo all’intera catena, dal tabacchicolo alla manifattura fino al dettaglio, si arriva a oltre 300mila addetti.

Logista chiede gradualità e stabilità normativa

“La revisione delle direttive europee Ted e Tpd arriva in un momento cruciale, con un mercato in piena trasformazione”, ha sottolineato Federico Rella, vicepresidente di Logista Italia. “È fondamentale che l’Europa trovi un equilibrio tra tutela della salute, sostenibilità economica e gradualità dei provvedimenti. Misure troppo rigide rischiano di rendere insostenibili i costi produttivi, favorire la delocalizzazione e ampliare lo spazio per il contrabbando”. Il messaggio che arriva dal rapporto è che la stabilità regolatoria non è una questione tecnica, ma la condizione per difendere gettito, investimenti e occupazione.

Il confronto tra istituzioni, politica e imprese

All’evento di presentazione, ad aprire sono stati Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, e il viceministro dell’Economia e delle finanze Maurizio Leo, in videomessaggio. La richiesta a Bruxelles è stata la stessa: gradualità, regole prevedibili e una distinzione netta tra prodotti tradizionali e senza combustione.

Al primo tavolo si sono confrontati Dario Crisci, amministratore delegato di Logista Italia, Luigi Liberatore, direttore centrale accise di Adm, Giovanni Catelli, vicepresidente nazionale vicario della Federazione italiana tabaccai, e i vertici delle aziende produttrici: Bat Italia, Imperial Brands Italia, Jti Italia, Manifatture Sigaro Toscano, Philip Morris Italia. Sfumature diverse, ma un’unica preoccupazione: che misure troppo rigide finiscano per spingere i consumi verso l’illecito.

Il secondo panel ha approfondito le prospettive e le proposte della politica con gli interventi di Claudio Durigon, sottosegretario del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di Maurizio Gasparri, presidente della Commissione affari esteri e difesa del Senato, di Dario Nardella, membro della Commissione Agri del Parlamento europeo, di Marco Osnato, presidente della Commissione finanze della Camera dei deputati, di Nicola Procaccini, membro della Commissione Envi e della Commissione Itre del Parlamento europeo, e di Valentino Valentini, vice ministro delle Imprese e del made in Italy. Un confronto che, pur con sensibilità diverse, ha indicato una direzione condivisa: stabilità delle regole e attenzione alle specificità della filiera italiana nel negoziato europeo.

L’articolo Tabacco, il mercato vale 22 miliardi. La filiera italiana chiede regole certe all’Europa è tratto da Forbes Italia.

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Katie Zacharia dice che la Casa Bianca non le ha mai chiesto se avesse superato l’esame di abilitazione alla professione forense

La portavoce della Casa Bianca Katie Zacharia – finita al centro delle polemiche – ha dichiarato che nessuno nell’amministrazione Trump le ha mai chiesto se avesse superato l’esame di abilitazione alla professione forense prima di nominarla all’incarico. La rivelazione giunge dopo una settimana di accertamenti sui suoi titoli professionali e in seguito ad accuse secondo cui avrebbe lasciato intendere, erroneamente, di essere abilitata all’esercizio della professione legale.

Punti chiave

  • Venerdì mattina, nel corso di un’intervista su Fox News, a Zacharia è stato chiesto se si pentisse di non aver comunicato al presidente Donald Trump di non aver mai superato l’esame di abilitazione.
  • Zacharia, 42 anni, ha risposto che “tali domande non sono state poste”, aggiungendo: “Sono stata assunta come portavoce della Casa Bianca, non come consulente legale della Casa Bianca”.
  • Per anni, in interviste ai media, Zacharia si è definita avvocato e ha ricoperto il ruolo di “consulente legale generale” (general counsel) per diverse organizzazioni, nonostante non vi sia alcuna prova che abbia superato l’esame di abilitazione in alcuno Stato.
  • A creare ulteriore confusione, questa settimana Zacharia ha dichiarato ai giornalisti di aver superato l’esame di abilitazione in Cina – Paese in cui, tuttavia, ai cittadini stranieri non è consentito sostenere tale prova – per poi riferire al New York Times di aver frainteso la domanda, ammettendo di non essere mai stata un avvocato abilitato.
  • In seguito, ha sostenuto di aver evitato deliberatamente di definirsi “attorney” – termine che indica una persona che ha superato l’esame di abilitazione ed è legalmente autorizzata a esercitare la professione – preferendo il termine “lawyer”, che identifica chi ha conseguito una laurea in legge.
  • Ha inoltre affermato di aver sempre dichiarato di fornire “analisi giuridiche, non consulenza legale”; una distinzione che, a suo dire, sarebbe stata chiarita con “molte persone del settore”, tra cui il preside della facoltà di giurisprudenza della Pepperdine University.

Dichiarazione chiave

“Sono qui, ho avuto modo di viaggiare al suo fianco… e spero di riuscire a costruire un rapporto di fiducia e stima con chi mi circonda”, ha dichiarato Zacharia venerdì mattina ai conduttori di “Fox & Friends“, rispondendo a una domanda sul fatto se godesse ancora della “fiducia del presidente”. Contesto
Zacharia è stata nominata addetta stampa della Casa Bianca al posto di Karoline Leavitt.

Lunedì ha tenuto il suo primo briefing ufficiale con la stampa, che è stato duramente criticato a causa della brevità del suo intervento, di un’esposizione impacciata e di alcune gaffe imbarazzanti, tra cui quella in cui ha definito suo marito “il mio presidente”. In seguito, mentre si trovava al fianco di Trump fuori dalla Casa Bianca, un giornalista le ha chiesto in quale Stato avesse superato l’esame di abilitazione alla professione forense.

Lei ha risposto per due volte: “Quando mi sono trasferita in Cina”, lasciando Trump visibilmente perplesso. Mercoledì, l’organizzazione di controllo “Campaign for Accountability” ha presentato un esposto all’Ordine degli avvocati della California (California State Bar Association), chiedendo di verificare se Zacharia si sia “ripetutamente presentata al pubblico come abilitata all’esercizio della professione legale, pur non avendone il titolo”.

Più tardi, nello stesso giorno, ha dichiarato al New York Times di aver frainteso la domanda, pensando che il giornalista le avesse chiesto: “Dove si trovava dopo aver terminato gli studi di legge?”. In seguito ha spiegato di non aver superato l’esame di abilitazione in California nel 2011, giustificandosi col fatto che, sapendo di doversi trasferire in Cina, era “estremamente distratta, sopraffatta ed entusiasta per il fatto di essersi finalmente sposata”. Zacharia ha comunque conseguito la laurea presso la facoltà di legge della Pepperdine University.

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Malesia, 7 esperienze di lusso per scoprire il nuovo volto dell’Asia

C’è una Malesia che va oltre le spiagge tropicali e le torri di Kuala Lumpur. È quella di una nuova economia che sta attirando investimenti internazionali, di una capitale sempre più cosmopolita e di isole dove il lusso non significa necessariamente isolamento, ma rapporto con la natura.

Nel 2025 il Paese ha raggiunto il record di 426,7 miliardi di ringgit di investimenti approvati, circa 92 miliardi di euro, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Quasi la metà, 207,1 miliardi di ringgit, arriva dall’estero, mentre il settore dei servizi rappresenta il 65,9% degli investimenti complessivi. Ancora più interessante è la crescita dell’economia digitale: information & communications ha raccolto 152,9 miliardi di ringgit di investimenti approvati, sostenuti da AI, cloud, big data e data centre.

È anche per questo che Kuala Lumpur, Penang e Langkawi stanno diventando basi interessanti per chi lavora da remoto. Il programma De Rantau, lanciato dalla Malaysia Digital Economy Corporation, è stato pensato proprio per attrarre nomadi digitali e professionisti internazionali: inizialmente rivolto al mondo tech, è stato successivamente esteso anche a professioni come consulenti, manager, pr, commercialisti e altri professionisti che lavorano da remoto. Nel 2024 erano già state presentate oltre 4mila richieste per il Nomad Pass, con migliaia di hub certificati in tutto il Paese.

Il risultato è una destinazione che unisce infrastrutture moderne, connessioni internazionali, costo della vita relativamente competitivo rispetto ad altri grandi hub asiatici e una qualità dell’offerta turistica sempre più sofisticata. È forse questa la vera novità. La Malesia non è più soltanto una tappa di un itinerario nel Sud-est asiatico. Sta diventando un luogo in cui fermarsi.

Kuala Lumpur offre infrastrutture e servizi di una grande capitale asiatica; Penang aggiunge patrimonio, creatività e gastronomia; Langkawi porta il viaggio nella natura. Il programma De Rantau parla chiaro: l’incremento degli investimenti digitali e la crescita degli hub per lavoratori da remoto sono segnali di una strategia precisa: attirare persone, competenze e capitali internazionali, non soltanto turisti.

E proprio questa combinazione: economia in crescita, apertura internazionale, natura e una nuova idea di lusso; che rende oggi la Malesia uno dei Paesi asiatici da osservare più attentamente. Non soltanto per una vacanza, ma per capire dove si sta spostando il baricentro del nuovo lifestyle internazionale. Ecco le esperienze da non perdere.

1. Vivere Kuala Lumpur dal suo hotel più storico

Per capire profondamente Kuala Lumpur si può iniziare l’esplorazione dal The Majestic Hotel Kuala Lumpur, oggi parte di Autograph Collection by Marriott. L’edificio originale risale al 1932 e fu progettato come uno degli indirizzi più importanti della capitale dell’epoca: architettura neoclassica, dettagli Art Déco, ricevimenti dell’élite coloniale e una posizione strategica di fronte alla storica stazione ferroviaria.

Dopo un periodo di declino e il rischio di demolizione, l’edificio è stato restaurato e riportato alla sua funzione alberghiera. Oggi il complesso unisce la parte storica alle strutture contemporanee e mantiene alcuni degli spazi più scenografici della città. Uno dei rituali da non perdere è l’afternoon tea nell’Orchid Conservatory, una sala in vetro trasformata in una sorta di giardino tropicale dove le phalaenopsis abbracciano gli ospiti, a migliaia.

Non è semplicemente un tè pomeridiano, antico retaggio inglese, ma una delle esperienze più teatrali della Kuala Lumpur coloniale reinterpretata in chiave contemporanea.

2. Dormire nella giungla al The Datai Langkawi

Il lusso cambia completamente prospettiva quando si arriva a Langkawi, isola tropicale nel mare delle Andamane dai tramonti spettacolari. Qui l’esperienza da mettere imperdibile è alloggiare al The Datai Langkawi, resort immerso nella foresta pluviale di Datai Bay, dove le ville sono costruite sopraelevate tra la vegetazione.

Le Rainforest Villas, 123 metri quadrati, sono immerse nella foresta e collegate alle aree comuni attraverso percorsi che attraversano la vegetazione. Per chi cerca ancora più privacy ci sono le Rainforest Pool Villas, con piscina privata. Non è soltanto una questione di posizione.

The Datai è diventato uno degli indirizzi più riconoscibili dell’ospitalità asiatica proprio per il modo in cui il progetto architettonico si confronta con l’ambiente naturale. Nel 2026 Tatler Best Malaysia lo ha premiato come Hotel of the Year, Best Resort e Best Hotel Spa, mentre nel 2025 Condé Nast Traveller lo ha collocato al secondo posto tra i resort del resto dell’Asia nella Readers’ Choice.

3. Cenare al Dewakan, per capire la Malesia attraverso il cibo

A Kuala Lumpur la cena al Dewakan è quasi una lezione di geografia malese. Il ristorante dello chef Darren Teoh occupa il 48esimo piano della Naza Tower e costruisce il proprio percorso gastronomico intorno a ingredienti locali, spesso poco conosciuti, raccolti, fermentati, essiccati o trasformati direttamente nella cucina. È oggi l’unico ristorante della Malesia con due stelle Michelin, oltre ad aver ricevuto la Michelin Green Star per il lavoro sulla sostenibilità.

Il suo menu non cerca di imitare la cucina europea, ma parte dalla biodiversità del Paese per trasformarla in alta cucina contemporanea. È probabilmente il modo più interessante per comprendere quanto la cucina malese stia cambiando: non una semplice reinterpretazione del patrimonio locale, ma una ricerca sulle materie prime indigene e sulla loro possibilità di entrare nell’alta gastronomia internazionale. In un modo davvero sorprendente.

4. Scoprire Penang attraverso una tavola condivisa

Se Kuala Lumpur racconta la nuova Malesia economica e internazionale, Penang racconta quella gastronomica. George Town è una delle capitali asiatiche dello street food, ma negli ultimi anni l’isola ha sviluppato una scena di alta cucina capace di dialogare con la tradizione.

Una delle nuove tappe è Communal Table by gēn, nel Seven Street Precinct di George Town (ovvero la via più famosa per lo street food). Solo 24 posti, tutti disposti su una lunga tavolata con cucina a vista, e un’idea di ristorazione che recupera il concetto originario della tavola condivisa. Il progetto fa capo allo chef Johnson Wong, fondatore di gēn, che ha studiato al Le Cordon Bleu Sydney e maturato esperienze in ristoranti internazionali di alto livello, tra cui Restaurant Kei a Parigi e Joël Robuchon a Macao.

Qui la cucina parte dai prodotti malesi e dai sapori della memoria per portarli in una dimensione più contemporanea, con tecniche moderne e una filosofia meno formale rispetto al fine dining tradizionale: un bistrot ben pensato. È un indirizzo che racconta bene la nuova Penang: ancora profondamente legata al suo patrimonio, ma sempre più internazionale.

5. Dormire all’Eastern & Oriental, dove iniziò la storia dei Sarkies

A Penang il viaggio nel tempo continua all’Eastern & Oriental Hotel, fondato nel 1885 dai fratelli Sarkies, una famiglia armena che avrebbe contribuito a costruire alcuni degli alberghi più celebri dell’Asia, dal Raffles di Singapore allo Strand di Yangon.

La storia dell’E&o nasce proprio dall’incontro fra l’Oriente e il mondo coloniale: i Sarkies avevano aperto inizialmente un hotel chiamato Eastern e, un anno dopo, il vicino Oriental. Le due strutture vennero poi riunite dando vita all’Eastern & Oriental. Oggi è considerato la grande dame degli hotel storici di Penang, affacciato direttamente sul mare nel cuore della George Town, dichiarato patrimonio Unesco.

La Heritage Wing, l’ala più antica, conserva l’atmosfera più storica, mentre la Victory Annexe porta l’hotel nel presente. È il tipo di albergo in cui la storia non è una decorazione, ma parte integrante dell’esperienza, con i cannoni (veri) sul camminamento e tanti dettagli antichi (a volte anche in vendita) che ricordano gli anni d’oro della Penang pre bellica.

6. Entrare nella foresta di Langkawi con un naturalista

Al The Datai la giungla non è soltanto ciò che si vede dalla propria villa. È il vero spazio da esplorare. Con i naturalisti del resort si possono percorrere sentieri nella foresta e raggiungere Crystal Creek, una piccola cascata e piscina naturale raggiungibile dopo un breve tragitto in auto e circa 500 metri di cammino nella foresta.

Il percorso permette di osservare flora e fauna dell’ecosistema e di immergersi nelle acque fresche del torrente. È un’esperienza particolarmente significativa perché Langkawi è una Unesco Global Geopark dal 2007, con tre aree geologiche protette: Machinchang Cambrian Geoforest Park, Kilim Karst Geoforest Park e Dayang Bunting Marble Geoforest Park.

Il valore aggiunto è la presenza dei naturalisti residenti del Datai, che trasformano una semplice escursione in un’interpretazione del territorio: dalle piante medicinali agli uccelli, dai corsi d’acqua alla storia geologica dell’isola.

7. Ritrovare l’Europa, con le Petronas davanti agli occhi

Per chi, dopo qualche giorno tra foresta, spezie e cucina malese, sentisse il bisogno di un’impronta europea, c’è Molina, al 51esimo piano di The Face Style.

Il ristorante è guidato da Guillaume Depoortere, chef belga che nel 2025 ha ottenuto una stella Michelin e il premio Opening of the Year della Guida Michelin Kuala Lumpur & Penang. La cucina unisce tecniche francesi, sensibilità nordica e ingredienti asiatici, con una particolare attenzione a pesce e verdure.

La posizione completa l’esperienza: dall’alto lo skyline di Kuala Lumpur diventa parte della cena, con le torri Petronas e la nuova città verticale che raccontano, meglio di qualsiasi dato economico, la trasformazione della capitale.

L’articolo Malesia, 7 esperienze di lusso per scoprire il nuovo volto dell’Asia è tratto da Forbes Italia.

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Essence Hotels acquisisce Le Picchiaie: circa 5 milioni di euro per consolidare la presenza all’Isola d’Elba

Una presenza sempre più costante e un solido percorso di crescita all’Isola d’Elba per Essence Hotels che ha acquisito il resort Le Picchiaie. All’inizio del 2026, il resort era già stato preso in gestione da Petroholding di Stefano Casarelli, gruppo russo attivo nell’Oil & Gas e Real Estate.

Un’operazione dal valore complessivo di circa 5 milioni di euro, che apre una nuova fase di sviluppo della struttura, alla quale saranno destinati ulteriori 1,5 milioni di euro nei prossimi due anni per interventi di rinnovamento, efficientamento e ampliamento.

Dalla gestione alla proprietà

Il passaggio dalla gestione alla proprietà rappresenta un primo passo concreto nel percorso di espansione e consolidamento annunciato quest’estate, in occasione del lancio del prestito obbligazionario di Essence Corporate Company, fino a 15 milioni di euro. Un piano che punta all’acquisizione e alla valorizzazione di immobili alberghieri in destinazioni strategiche della penisola e delle isole italiane, da affidare alle società del gruppo Essence Hotels.

“Con l’acquisizione de Le Picchiaie diamo concretezza al percorso di crescita e consolidamento annunciato quest’estate. La gestione ci ha permesso di conoscere il resort e le sue potenzialità; diventarne proprietari ci consente ora di programmare gli investimenti con un orizzonte più ampio e di intervenire in modo organico sulla qualità dell’offerta”, commenta Antonio Cafarelli, fondatore di Essence Hotels e ceo di Essence Corporate Company.

LEGGI ANCHE: Nuovi hotel di lusso 2026: le aperture più attese in Italia

L’Isola d’Elba, una destinazione sempre più richiesta

Sempre più italiani e non scelgono l’isola dell’arcipelago toscano. Nel 2025 l’Isola d’Elba ha registrato 518.722 arrivi e quasi 3 milioni di presenze, in aumento rispettivamente del 2,4% e del 2,2% sul 2024, secondo i dati di Regione Toscana. Un mercato con una solida base italiana e un richiamo internazionale: nel campione alberghiero monitorato da HBenchmark per la stagione 2024, Germania e Svizzera rappresentavano i principali mercati esteri, con l’8,3% e il 6,8% degli ospiti. Per Essence, il progetto punta a rafforzare il posizionamento de Le Picchiaie nel segmento medio-alto, ampliando l’offerta verso benessere, sport, ristorazione di alta gamma ed eventi.

Antonio Cafarelli, Essence Hotels
Antonio Cafarelli, fondatore di Essence Hotels e ceo di Essence Corporate Company

“L’Elba ha una ricchezza che va oltre la vacanza balneare: paesaggi, percorsi outdoor, cultura e una forte identità gastronomica. Vogliamo costruire un’ospitalità capace di mettere in relazione questi elementi, dando agli ospiti più ragioni per scegliere l’isola e viverla anche in momenti diversi dell’anno. La crescita del patrimonio alberghiero deve andare di pari passo con quella dei servizi, delle competenze e dell’occupazione sul territorio”, ha aggiunto Cafarelli.

Il programma di valorizzazione avrà ricadute anche sul personale: dagli attuali 40 dipendenti, il resort prevede di passare a circa 50 nel 2027, per raggiungere 60 addetti nel 2028, a regime, nei diversi reparti. Un incremento del 50% rispetto all’organico attuale, legato all’ampliamento delle attività e dei servizi.

Gli interventi di rinnovamento

La struttura dispone di 58 camere aperte da aprile a ottobre. Gli interventi necessari prevedono la ristrutturazione e l’ampliamento della SPA e il rafforzamento dell’offerta gastronomica. Benessere e ristorazione saranno due leve per arricchire il soggiorno, valorizzando anche il rapporto con la cucina elbana, i prodotti stagionali e i vini del territorio.

La natura è protagonista nella valorizzazione della struttura. Negli otto ettari del resort sono previsti percorsi bike, un parco avventura e nuove attività legate alla natura e al benessere. Il progetto dialoga con la vocazione outdoor dell’Elba: sentieri affacciati sul mare, itinerari nella macchia e tracciati nei paesaggi minerari consentono di esplorare l’isola a piedi o in bicicletta. Una proposta che offre occasioni di viaggio anche in primavera e in autunno, affiancando alla stagione balneare soggiorni dedicati al movimento e alla scoperta del territorio. Non solo piacere: in parallelo, lo sviluppo di meeting, eventi e soggiorni aziendali punta a diversificare i canali di business della struttura.

Adagiato su una collina immersa nella macchia mediterranea, il resort guarda il Golfo di Portoferraio da una posizione raccolta, a circa sei chilometri dal porto. Le terrazze panoramiche e gli otto ettari di terreno permettono di affiancare al soggiorno di mare una dimensione di quiete, paesaggio e vita all’aperto. La vicinanza a Portoferraio offre inoltre un punto di partenza per scoprire l’isola attraverso la sua storia, dai luoghi di Napoleone ai paesaggi delle antiche miniere, oggi parte della proposta di visita e di turismo attivo dell’Elba.

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Ferrari Hypersail, lo scafo è pronto: così il monoscafo da 100 piedi si solleverà dal mare

Ferrari Hypersail, il monoscafo volante da 100 piedi progettato per affrontare gli oceani, entra nella fase conclusiva della costruzione. L’azienda di Maranello ha annunciato il completamento della verniciatura dello scafo e della livrea, mentre le appendici, ovvero gli elementi immersi nell’acqua che consentono all’imbarcazione di sollevarsi e mantenere l’equilibrio, sono arrivate in cantiere.ù

Ferrari ha inoltre svelato la tecnologia che permetterà a Hypersail di navigare sollevandosi dalla superficie del mare. Il sistema combina l’ingegneria delle appendici, composta da foil, chiglia e timone, con il Flight Control, una tecnologia di gestione automatizzata dell’assetto sviluppata a partire dalle competenze maturate dalla casa automobilistica nei sistemi elettronici e di controllo dinamico delle vetture sportive.

Come funziona il sistema che permette a Ferrari Hypersail di volare

Il funzionamento di Ferrari Hypersail si basa su tre componenti che operano sotto la superficie dell’acqua e permettono di generare portanza, mantenere l’equilibrio e adattarsi alle condizioni del mare.

I foil, ovvero le ali laterali, generano la spinta verso l’alto necessaria a sollevare lo scafo sopra la superficie dell’acqua. In questo modo riducono l’attrito e consentono all’imbarcazione di raggiungere la velocità desiderata. La chiglia integra invece una delle principali innovazioni tecnologiche del progetto: un foil dotato di una parte mobile, chiamata flap, che contribuisce alla gestione dell’assetto durante il volo. Questa soluzione crea un terzo punto di appoggio, migliorando la stabilità dell’imbarcazione durante la navigazione.

Anche il timone svolge una funzione più complessa rispetto a quella tradizionale. Oltre a dirigere la barca, è equipaggiato con una piccola ala mobile sulla sezione verticale, che permette di effettuare continui micro-aggiustamenti per mantenere la rotta. I tre elementi lavorano insieme per generare, modulare e controllare le forze necessarie a mantenere il monoscafo stabile ed efficiente anche quando lo scafo è sollevato dall’acqua.

Il Flight Control, la tecnologia Ferrari che gestisce l’assetto della barca

A coordinare il funzionamento delle appendici è il Flight Control, il sistema elettronico che gestisce automaticamente l’assetto di Ferrari Hypersail durante la navigazione in modalità volante. La tecnologia deriva dall’esperienza di Ferrari nello sviluppo dei sistemi elettronici e di controllo dinamico delle proprie auto sportive. Il suo compito è analizzare continuamente parametri come vento, onde, velocità e inclinazione dell’imbarcazione, intervenendo in tempo reale per mantenere stabilità e prestazioni.

Il funzionamento si articola in tre fasi. Una rete di sensori distribuiti sulla barca rileva costantemente le condizioni del mare e i movimenti dello scafo. I dati vengono trasmessi a un computer di bordo, che li elabora e calcola le correzioni necessarie. Infine, una serie di attuatori, costituiti da bracci e pistoni meccanici, modifica l’inclinazione dei foil e delle altre appendici per compensare le variazioni di assetto.

Il sistema non sostituisce però l’equipaggio. L’automazione è progettata per gestire le operazioni che possono essere ottimizzate attraverso il controllo elettronico, lasciando ai velisti il compito di interpretare le condizioni del mare, prendere decisioni strategiche e concentrarsi sulle prestazioni dell’imbarcazione.

Fibra di carbonio e titanio per resistere alle sollecitazioni

Un altro elemento centrale nello sviluppo di Ferrari Hypersail riguarda i materiali utilizzati per la costruzione dello scafo e delle appendici. Per garantire leggerezza e resistenza, lo scafo è realizzato con molteplici strati di fibra di carbonio. Questa struttura permette di ottenere un’elevata rigidità, limitando le deformazioni provocate dalle forze esercitate dal mare e consentendo alle appendici di rispondere con precisione ai comandi del Flight Control.

Nei punti sottoposti alle sollecitazioni maggiori, come i bracci dei foil e il carrello della randa, Ferrari ha adottato una struttura composita a sandwich, che combina strati di carbonio e titanio. Si tratta di una soluzione sviluppata sfruttando le conoscenze maturate nel settore delle auto sportive, con l’obiettivo di aumentare la resistenza dei componenti senza compromettere la leggerezza complessiva dell’imbarcazione.

Oltre 20 brevetti per il progetto Ferrari Hypersail

Ferrari Hypersail è stato sviluppato interamente all’interno di una struttura Ferrari, con l’obiettivo di trasferire alla vela oceanica le competenze tecnologiche e ingegneristiche dell’azienda di Maranello. Il lavoro di ricerca e sviluppo ha portato a oltre 20 brevetti. Tra le innovazioni figurano il sistema Winch by Wire, le turbine eoliche a range esteso e il sistema Mv/Hv per l’integrazione delle fonti rinnovabili, presentati nel luglio 2026 insieme al concept di autosufficienza energetica dell’imbarcazione.

A queste tecnologie si aggiungono un albero maestro orientabile dotato di alule, piccole superfici simili ad alette, e una randa double skin, progettata per migliorare il controllo e la gestione delle vele. Il progetto presenta diversi punti di contatto con lo sviluppo delle vetture sportive. Sia un’automobile ad alte prestazioni sia un monoscafo volante richiedono un’elevata efficienza aerodinamica e sistemi elettronici capaci di rilevare e correggere continuamente le reazioni del mezzo.

Per questo Ferrari ha applicato alla progettazione di Hypersail strumenti già utilizzati nel settore automobilistico, dalle simulazioni al computer allo studio dei flussi d’aria, fino ai software che gestiscono la stabilità delle vetture. Il trasferimento tecnologico potrebbe inoltre funzionare in entrambe le direzioni. Secondo Ferrari, i dati raccolti attraverso il progetto Hypersail potranno contribuire allo sviluppo di nuove conoscenze, modelli di calcolo e metodi di simulazione, con possibili applicazioni anche nelle future attività di ricerca dell’azienda.

    Ferrari Hypersail

L’articolo Ferrari Hypersail, lo scafo è pronto: così il monoscafo da 100 piedi si solleverà dal mare è tratto da Forbes Italia.

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I farmaci anti-obesità hanno portato Eli Lilly a quota 1.000 miliardi. Ora Dave Ricks cerca la prossima rivoluzione

L’amministratore delegato Dave Ricks ha trasformato Eli Lilly nella prima azienda farmaceutica a raggiungere una capitalizzazione di mercato di 1.000 miliardi di dollari, grazie ai suoi farmaci di grande successo per la perdita di peso e il diabete. Tuttavia, dato che oltre il 60% dei ricavi deriva da questi prodotti e che i relativi brevetti scadranno probabilmente nel corso degli anni ’30, il colosso farmaceutico si trova a dover affrontare i rischi legati al suo stesso successo.

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In qualità di ceo della casa farmaceutica più grande e di maggior successo del pianeta, Dave Ricks passa decisamente molto tempo a pensare al rischio.

I farmaci di Eli Lilly contro l’obesità e il diabete hanno ottenuto un successo travolgente, andato ben oltre ogni più vivida immaginazione. I suoi ricavi degli ultimi 12 mesi (fino al 30 giugno) sono schizzati del 50% raggiungendo i 79,7 miliardi di dollari, con lo Zepbound (per la perdita di peso) e il Mounjaro (per il diabete) che rappresentano il 62% del totale. Nel novembre 2025, la sua capitalizzazione di mercato ha superato la soglia dei 1.000 miliardi di dollari, rendendola la prima azienda farmaceutica a riuscirci (attualmente si aggira intorno ai 1.100 miliardi di dollari).

Ma Lilly ha in serbo altre novità rivoluzionarie per il calo ponderale. Una pillola chiamata Foundayo ha ottenuto l’approvazione della Fda ad aprile. L’azienda prevede inoltre di sottoporre all’attenzione della FDA nel primo trimestre del 2027 un farmaco sperimentale di nuova generazione, la retatrutide. (L’entusiasmo per la “reta”, come viene chiamata online, è tale che le persone stanno acquistando sul mercato nero sostanze che sostengono di essere tale farmaco).

Oltre i farmaci per la perdita di peso

Ma il tempo stringe. Tutti i farmaci hanno una data di scadenza a causa del funzionamento dei brevetti farmaceutici. È probabile che a un certo punto, negli anni 2030, il mercato esplosivo dei suoi farmaci per la perdita di peso crollerà con l’invasione dei generici. Ora, la domanda da un trilione di dollari per Lilly è come costruire – o acquistare – una pipeline di farmaci in grado di sostenere questo straordinario successo. Ricks, 59 anni, la cui quota personale in Lilly vale quasi 700 milioni di dollari, pensa a come prepararsi a questo momento da prima ancora di insediarsi alla guida del gruppo nel 2017.

“È la sfida fondamentale”, racconta Ricks a Forbes durante un’intervista al piano direzionale del quartier generale di Lilly a Indianapolis, dove ai muri sono appesi i ritratti ufficiali dei 10 precedenti ceo dell’azienda. “Se ci accorgessimo di non avere successo in questo intento, allora dovremo restituire i soldi agli azionisti e ridimensionarci, ma al momento non sono affatto in questa prospettiva”.

Al contrario, si trova in modalità investimenti. Finora, quest’anno, Lilly ha stretto 31 accordi, tra cui 14 acquisizioni e 17 contratti di licenza, sborsando un totale di 18 miliardi di dollari per potenziare la propria pipeline. Si tratta di una cifra superiore al quadruplo rispetto ai 4 miliardi di dollari spesi per 39 accordi durante l’intero anno scorso. (Tali cifre non includono i pagamenti accessori legati al raggiungimento di obiettivi clinici e commerciali tipici degli accordi farmaceutici che non sono stati ancora conseguiti). L’azienda non ha investito soltanto in settori di punta tradizionali come l’oncologia e la neurologia, ma anche in aree più sperimentali come gli psichedelici e il sonno.

Le sperimentazioni

Nel frattempo, l’azienda ha aumentato la spesa interna in r&s (ricerca e sviluppo) — la priorità assoluta di Ricks — portandola a 13,3 miliardi di dollari nel 2025 dagli 11 miliardi del 2024. Nella prima metà di quest’anno ha speso 7,3 miliardi di dollari, il 21% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. “Spenderemo circa il triplo di quanto speso nel 2021 in r&s, il che rappresenta una curva di crescita notevole e significa che in futuro dagli stabilimenti Lilly dovrebbero uscire il triplo dei prodotti e dei farmaci”, afferma Ricks. Non c’è un budget complessivo rigido che intende raggiungere; l’azienda calcola invece quanto costerà portare avanti i progetti desiderati.

Seduto dall’altro lato del tavolo della sala riunioni, Ricks si mostra al contempo affascinante e intenso. Alla guida di Lilly per quasi un decennio, ha saputo districarsi con successo nella politica del settore farmaceutico, stringendo accordi con il presidente Trump per tagliare i prezzi e potenziare la produzione negli Stati Uniti. Trump lo ha elogiato definendolo “un dirigente incredibile, un uomo straordinario”.

Ora Ricks mira a replicare parte del modello vincente dei GLP-1. I farmaci per la perdita di peso stanno dimostrando sempre più benefici aggiuntivi per la salute, come il miglioramento della salute cardiovascolare. Alcuni degli sforzi di Lilly orientati al futuro sono analogamente di carattere preventivo. L’azienda sta investendo in farmaci per i disturbi del sonno che, secondo le convinzioni sempre più diffuse tra gli scienziati, incidono profondamente sulla salute generale. Nei laboratori si lavora a nuovi modi per curare l’Alzheimer nelle sue fasi più precoci e a una terapia in grado di disattivare in modo permanente un gene nel fegato per abbassare il colesterolo “cattivo”.

“Grazie al nostro orizzonte temporale e all’ammontare delle risorse che possiamo mettere in campo, abbiamo un discreto vantaggio strategico rispetto a chiunque altro”, spiega Ricks. “Le altre aziende farmaceutiche stanno stringendo molti accordi e spendendo cifre ingenti in r&s, ma lo fanno con una prospettiva temporale da zero a cinque anni. Hanno l’urgenza di risolvere un problema di conto economico che si troveranno ad affrontare a breve. Noi qui non abbiamo questa sensazione”.

Questo garantisce a Lilly la capacità di investire in farmaci che si trovano in una fase più precoce del loro sviluppo clinico. Tali trattamenti, per quanto rischiosi, racchiudono il potenziale per svolte più profonde e profitti maggiori. Permette inoltre a Lilly di scommettere con decisione sull’IA applicata allo sviluppo dei farmaci, compresa una partnership da 1 miliardo di dollari con Nvidia per un nuovo laboratorio di innovazione sull’intelligenza artificiale. Ricks ha dichiarato all’inizio di quest’anno di non aspettarsi che questo investimento dia i suoi frutti prima degli anni 2030.

Si consideri l’acquisto di Kelonia Therapeutics, completato da Lilly la primavera scorsa. Durante un convegno scientifico sui disturbi del sangue tenutosi a Orlando, in Florida, lo scorso dicembre, la biotech sostenuta da venture capital ha presentato i primi dati clinici relativi a una terapia cellulare a somministrazione unica contro un tumore chiamato mieloma multiplo.

Lo studio comprendeva solo quattro pazienti, ma tutti hanno mostrato una risposta straordinaria al trattamento, senza più alcuna traccia di cancro al termine della sperimentazione. «Abbiamo visto quei dati e ci siamo detti: “Accidenti, è incredibile”. Li abbiamo chiamati immediatamente», racconta Jake Van Naarden, responsabile dello sviluppo societario e top dealmaker di Lilly. Nel giro di quattro mesi, Lilly ha raggiunto un accordo per acquistare Kelonia per 3,25 miliardi di dollari in contanti subito, e fino a un massimo di 7 miliardi di dollari al raggiungimento di vari traguardi clinici e commerciali. La startup aveva precedentemente raccolto 58 milioni di dollari con una valutazione di 104 milioni al suo ultimo round di finanziamento nel 2022, secondo il database VC PitchBook.

“Ora hanno più potenza di fuoco nel settore farmaceutico di chiunque altro sul pianeta Terra”, osserva Bryan Roberts, partner di Venrock, la società di venture capital che ha incubato e finanziato Kelonia. “Il rischio è: be’, chi vuole essere colui che ha presieduto al più grande ‘patent cliff’ [scadenza di brevetti] e calo del fatturato della storia?”.

L’eredità storica di Eli Lilly

Camminando lungo Pearl Street, nel centro di Indianapolis, ci si imbatte in una targa in bronzo che indica un luogo storico: è qui che il colonnello Eli Lilly, chimico farmaceutico e veterano della guerra di secessione americana, fondò l’azienda che porta il suo nome nel lontano 1876. L’azienda prende molto sul serio questa eredità, e ancora oggi il suo logo è una versione stilizzata della firma del colonnello.

Guidando verso sud per circa un miglio si raggiunge il moderno quartier generale della società, una presenza così dominante da avere un proprio codice postale dedicato. Un museo aziendale al piano terra rende omaggio ai quattro uomini della famiglia Lilly che sono stati ceo dell’azienda e ne hanno guidato le tappe storiche negli ultimi 150 anni. Lilly ha prodotto la penicillina su scala industriale durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ha lanciato l’antidepressivo Prozac nel gennaio 1988, dimostrando che la modifica della chimica cerebrale poteva trattare la depressione maggiore in modo più efficace della sola terapia verbale. E anche se l’acerrimo concorrente Novo l’ha battuta sul tempo nel 2017 con l’Ozempic per il diabete — diventato il farmaco GLP-1 per antonomasia a livello globale —, è stata Lilly a far esplodere la categoria dei trattamenti contro l’obesità. Un sondaggio KFF dello scorso novembre ha rilevato che un adulto su otto assume un farmaco GLP-1, e Lilly detiene la quota di mercato dominante.

All’inizio di quest’anno, il franchise GLP-1 più importante di Lilly, che comprende sia il Mounjaro che lo Zepbound, ha superato il kolossal oncologico Keytruda diventando il farmaco più venduto al mondo. “Guardiamo a questa categoria di farmaci e pensiamo: “Ebbene, nella storia dell’umanità non ci sono state molte categorie di farmaci che abbiano avuto un impatto così profondo'”, dichiara Ricks. “In un certo senso, è il primo intervento di salute preventiva su grandissima scala che funzioni davvero”.

La carriera di Ricks

Veterano con 30 anni di carriera in Lilly, Ricks, nato a Bloomington (Indiana) e cresciuto nella Bay Area di San Francisco, si è unito all’azienda quando aveva vent’anni. Ha iniziato come associate nel business development nel 1996, dopo una breve parentesi all’Ibm di New York, per poi scalare i vertici direttivi. Pur non essendo uno scienziato, possiede una laurea in gestione industriale conseguita alla Purdue University e un mba alla Indiana University.

In qualità di settimo ceo dell’azienda a non appartenere alla famiglia fondatrice, Ricks ha spronato l’azienda a muoversi più rapidamente, a spendere con maggiore aggressività nella ricerca clinica e a rivolgersi direttamente ai consumatori. Nel 2024 ha lanciato LillyDirect, un programma di farmacia online attraverso il quale i pazienti possono ordinare i farmaci contro l’obesità e il diabete direttamente dall’azienda e riceverli a casa. Ha inoltre dedicato molto tempo a pianificare ciò che verrà dopo.

Prima di diventare ceo nove anni fa, Ricks era a capo della divisione che produceva antidepressivi, in un momento in cui tali farmaci rappresentavano un business enorme per Lilly. L’azienda aveva sviluppato altri prodotti dopo il Prozac, ma poi quei brevetti sono scaduti. L’antipsicotico Zyprexa ha perso la copertura brevettuale nel 2011, e l’antidepressivo Cymbalta lo ha seguito nel 2013.

“Sono cresciuto nell’azienda in un periodo in cui abbiamo vissuto due importanti scadenze brevettuali pianificate male”, ricorda Ricks. È stato un periodo brutale, definito internamente come gli “Anni YZ” (la scadenza del brevetto del Prozac nel 2001 era l'”Anno X”). Nel giro di tre anni, la business unit ha perso il 60% della redditività aziendale, rammenta Ricks. Il suo compito era tagliare il personale e i progetti di ricerca. “Non è divertente farlo”, ammette. “Se siamo qui per fare farmaci, quello non è fare farmaci. È l’opposto: è ridimensionarsi per poter sopravvivere”.

Quando Ricks è stato promosso ceo nel 2017, quell’esperienza era ancora bene impressa nella sua mente. L’azienda aveva depositato i brevetti per la sua molecola GLP-1, la tirzepatide, ma non aveva ancora ottenuto l’approvazione per i relativi farmaci: Mounjaro (per il diabete) e Zepbound (per l’obesità). Tuttavia, Lilly si stava già preparando a diversificare, persino nella fase precedente al lancio dello Zepbound nel 2023. “Il giorno del lancio non è mai troppo presto per iniziare a lavorare alla grande novità successiva, anche se quel momento potrebbe arrivare 12 anni dopo”, sottolinea Ricks. “Perché quando si arriva vicino alla fine di quel ciclo, è troppo tardi e si fanno cose disperate che sono sciocche e non funzionano”.

L’ingresso nei farmaci per il sonno

A giugno, Lilly ha fatto il suo ingresso nel settore dei farmaci per il sonno con l’acquisizione di Centessa Pharmaceuticals per 6,3 miliardi di dollari in contanti subito, a cui si aggiungono altri 1,5 miliardi di dollari in potenziali pagamenti al raggiungimento di obiettivi futuri (i cosiddetti “biobucks”). Centessa, fondata nel 2020, sta sviluppando una pillola che mira a un disturbo del sonno relativamente raro e grave chiamato narcolessia. Si tratta di una nuova classe di farmaci rivolti a un messaggero chimico chiamato oressina, che regola la veglia, il sonno e il tono muscolare.

Per certi versi, l’ingresso di Lilly nel campo del sonno rispecchia la sua iniziale spinta verso l’obesità. Trascorriamo circa un terzo della nostra vita dormendo, ma fino a poco tempo fa il trattamento dei disturbi del sonno è stato una sorta di settore secondario e trascurato. La ricerca mostra però sempre di più che le alterazioni e le disfunzioni del sonno — proprio come l’obesità — portano ad altri problemi di salute. Ricks e il suo team vedono nel farmaco di Centessa un potenziale punto di partenza per sviluppare trattamenti destinati a chi soffre di problemi di sonno meno drastici.

“Quante persone conosciamo nella nostra vita che hanno problemi di sonno? Tutti. Quindi è un problema di prim’ordine, e porta anche a malattie. Causa problemi di salute mentale. In realtà esacerba patologie come la demenza, i problemi di memoria e di pensiero. L’Adhd e altri problemi comportamentali sono spesso innescati dall’alterazione dei ritmi del sonno”, spiega Ricks. “Quindi, d’accordo, è un aspetto interessante. E il fatto che quello del sonno sia un mercato piccolo non ci spaventa: al contrario, ci attrae”.

Gli psichedelici rappresentano un’altra nuova area di interesse. A luglio, Lilly ha annunciato l’intenzione di acquistare AtaiBeckley, azienda con sede a New York produttrice di sostanze psichedeliche, il cui spray nasale per la depressione resistente ai trattamenti si trova nella Fase 3 della sperimentazione clinica, per 2,8 miliardi di dollari subito (più un massimo di 1 miliardo di dollari in pagamenti al raggiungimento di traguardi prefissati). La mossa di Lilly segue l’approvazione da parte della Fda, avvenuta nel 2019, dello spray nasale derivato dalla ketamina di Johnson & Johnson, lo Spravato, anch’esso per la depressione.

“Tutti si accostano alla questione degli psichedelici, credo, con un pizzico di pregiudizio perché hanno una determinata reputazione”, sostiene Van Naarden, il top dealmaker di Lilly. Ma quando i suoi ricercatori hanno approfondito la materia, hanno trovato non solo storie di persone che volavano in cliniche in Messico per procurarsi versioni non controllate di questi farmaci, ma anche dati positivi provenienti dalle prime sperimentazioni cliniche sul farmaco di AtaiBeckley.

“C’è un cambiamento sociale nella percezione di questi farmaci”, aggiunge Van Naarden. “Se 20 anni fa questo settore veniva visto come una sorta di ciarlataneria da vicolo cieco, non credo sia più così… Questo è un campo medico legittimo, senza se e senza ma. E credo che gli psichiatri ne siano estremamente entusiasti”.

Dentro i laboratori di Eli Lilly

Presso la sede principale di Eli Lilly a Indianapolis, verso la fine di agosto, Andrew Adams, vicepresidente del gruppo per la scoperta delle molecole di Lilly, mostra uno dei laboratori di ricerca dell’azienda. Un manipolo di scienziati, con camici da laboratorio e occhiali protettivi, è alacremente al lavoro sullo sviluppo di nuovi farmaci per le malattie neurodegenerative.

Da circa 35 anni Lilly lavora sodo sui trattamenti per l’Alzheimer. Si tratta sia di una necessità impellente sia di un mercato potenzialmente immenso: oltre 55 milioni di persone nel mondo soffrono di Alzheimer o di un’altra forma di demenza, e si prevede che tale cifra raggiungerà i 78 milioni entro il 2030. Ma gli sforzi per sviluppare farmaci in grado di aiutarle sono stati un cimitero di fallimenti. Il farmaco Kisunla di Lilly, approvato nel 2024 e volto a rallentare la progressione della malattia prendendo di mira le placche amiloidi, è soltanto il secondo farmaco di rilievo presente sul mercato. Le sue vendite si stanno ora avvicinando ai 500 milioni di dollari all’anno e gli analisti prevedono che diventerà un blockbuster.

In laboratorio, gli scienziati di Lilly hanno cercato modi per colpire una proteina chiamata tau, che nei pazienti affetti da Alzheimer si aggroviglia. Adams spiega che la proteina tau si è rivelata estremamente difficile da trattare con i farmaci poiché si trova all’interno dei neuroni, rendendola complessa da raggiungere. Lilly dispone ora di un farmaco in fase iniziale che adotta un approccio genetico alla malattia.

La scorsa estate, Lilly e il co-sviluppatore Roche hanno ottenuto l’autorizzazione della Fda per un test del sangue in grado di identificare una forma modificata della proteina tau che costituisce un marcatore della malattia, accendendo le speranze per diagnosi più precoci. “Penso che possiamo cambiare fondamentalmente cosa significhi invecchiare”, dichiara Dan Skovronsky, chief scientific and product officer di Lilly. “Potremmo riuscire ad avere un mondo in cui non abbiamo più paura dell’Alzheimer”.

Aggiunge Adams, responsabile della scoperta di nuovi farmaci in tutta Lilly e guida della ricerca su dolore e neurodegenerazione: “La prevenzione è la direzione verso cui ci stiamo muovendo. È lì che voglio riorientare questa azienda”.

Alla ricerca del prossimo GLP-1

Nel 2020, dopo che Ricks ricopriva la carica apicale già da qualche anno, ha analizzato la divisione oncologica: non stava andando molto bene, producendo un solo grande farmaco ogni decennio nonostante gli ingenti investimenti in r&s. Ha quindi chiesto a Van Naarden, entrato in azienda con l’acquisizione di una casa farmaceutica oncologica nel 2019, di capire cosa fare. “Abbiamo interrotto quasi tutti i singoli programmi in portafoglio”, ricorda Van Naarden. “E siamo ripartiti da capo”.

Oggi la pipeline oncologica di Lilly mostra nove molecole nella fase 3 di sperimentazione su sei diversi tipi di cancro, tra cui il tumore al seno e al polmone, e decine di altre nelle prime fasi di trial clinico. “Nel corso dei prossimi 12 mesi avremo probabilmente sette nuovi farmaci in fase avanzata di sperimentazione che mostreranno i loro risultati in momenti diversi”, spiega Van Naarden. Persino per un gigante delle dimensioni di Lilly, si tratta di numeri imponenti.

Lo sviluppo dei farmaci è un terno al lotto. Di norma, nove farmaci su dieci falliscono nelle sperimentazioni cliniche. Per quanto la scienza nelle sue fasi iniziali possa sembrare promettente, Lilly non può semplicemente scommettere sull’Alzheimer o sul sonno per rimpiazzare quello che è stato il farmaco di maggior successo di tutti i tempi. Ma con decine di trattamenti in fase di sviluppo e molti altri nei laboratori, affiancati da una raffica di acquisizioni, Ricks scommette di essere in grado di trovare la prossima penicillina, il prossimo Prozac o il prossimo GLP-1 — estendendo lo straordinario ruolino di marcia di Lilly per i decenni a venire

L’articolo I farmaci anti-obesità hanno portato Eli Lilly a quota 1.000 miliardi. Ora Dave Ricks cerca la prossima rivoluzione è tratto da Forbes Italia.

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I conti spingono le azioni di Brunello Cucinelli in Borsa. E il patrimonio della famiglia sale di oltre 200 milioni

Giornata da incorniciare per le azioni della casa di moda italiana Brunello Cucinelli, che stanno volando a Piazza Affari, confermandosi subito le migliori dell’indice Ftse Mib. Motivo: la pubblicazione dei dati relativi ai ricavi dei primi nove mesi del 2026.

Il rally dei titoli in Borsa ha avuto un impatto immediato sul patrimonio della famiglia di Brunello Cucinelli che, secondo la classifica real time di Forbes, è salita in un giorno di oltre il 5%, circa di 2o1 milioni di dollari, a quota 3,7 miliardi di dollari.

I ricavi dei primi nove mesi

I numeri relativi al fatturato dell’azienda sono stati decisamente positivi: nei primi nove mesi dell’anno Brunello Cucinelli ha registrato ricavi pari a 1.123,6 milioni di euro, in crescita del +13,3% a cambi costanti e del 10,2% a cambi correnti. Nel corso del terzo trimestre, il balzo del giro d’affari è stato pari a +13,5% a cambi costanti, a quota 374,2 milioni. La soddisfazione per i ricavi è stata tale da portare la società a rivedere al rialzo le stime per tutto il 2026, passando da una previsione di una crescita a cambi costanti attesa per il fatturato pari a +10/11% a una pari a +12%.

I risultati annunciati dalla casa di moda hanno messo in evidenza la forte crescita del canale retail, pari a +19% nei 9 mesi a cambi costanti, e di ben il 17% nel terzo trimestre. La crescita del wholesale è stata pari nei primi nove mesi a +4%, a conferma di un “risultato sempre molto solido”.

Le aree geografiche e la Cina

L’andamento dei ricavi si è confermato molto positivo in tutte le aree geografiche, con vendite a cambi costanti che hanno messo a segno un rialzo del 20% nelle Americhe, del 7% in Europa e del 14% in Asia. Il contributo della Cina è stato considerato “significativo”.

A spiccare è stata proprio la performance nel Paese asiatico, dove Brunello Cucinelli è riuscita a crescere nonostante il rallentamento della domanda che sta penalizzando diversi gruppi internazionali del lusso. Lvmh, per esempio, ha registrato nel terzo trimestre un calo del 5% delle vendite della divisione moda e pelletteria, risentendo proprio della debolezza del mercato cinese.

La stessa Brunello Cucinelli ha indicato invece la Cina come uno dei principali motori di sviluppo dell’area, sottolineando la crescita delle vendite e il contributo sempre più rilevante del retail. Così l’azienda: “la Cina continua a rappresentare uno dei principali motori di sviluppo dell’area, con vendite in forte aumento e un contributo del Retail che assume progressivamente maggiore rilevanza sui ricavi del Gruppo”. Il gruppo ha ricordato a tal proposito che si appresta a inaugurare in occasione dell’evento di Shanghai la Casa Cucinelli, in una “delle dimore storiche più prestigiose della città”.

La strategia: lusso senza logo

Il presidente esecutivo e direttore creativo della Casa di Moda Brunello Cucinelli ha commentato la performance registrata dall’omonima azienda ricordando i pilastri della strategia del gruppo: “Crediamo che l’immagine del brand a livello mondiale rappresenti ciò che da sempre desideriamo, e cioè credere nel lusso assoluto, senza logo”. Il manager, che è il 1166esimo uomo più ricco del mondo secondo la classifica di Forbes, ha confermato la contrarietà al perseguimento della notorietà di massa, ricordando il punto di forza del business, a suo avviso rappresentato anche dal “controllo del brand da parte della famiglia”.

Il re del cashmere ha così ha detto di aspettarsi per il 2026 “un sano profitto”, mostrandosi fiducioso sulla capacità di conseguire “anche per il 2027 una sana crescita intorno al 10%”. Menzionati inoltre “gli ottimi risultati delle collezioni Uomo-Donna Primavera-Estate 2027”, e i “favorevolissimi giudizi espressi dalla stampa in occasione della Fashion Week in Milano lo scorso settembre”.

Piazza Affari ha premiato il titolo guardando anche alla capacità della casa di moda di battere se stessa. I ricavi incassati nel terzo trimestre, pari a 374,2 milioni euro, hanno messo infatti a segno una crescita leggermente superiore alle attese iniziali del gruppo.

Le sfide future

Guardando avanti, Brunello Cucinelli ha segnalato l’importanza di preservare l’identità del marchio attraverso prodotti di elevata qualità artigianale ed esclusività. La strategia continua inoltre a prevedere collezioni contemporanee, evitando formule evergreen che, secondo l’azienda, potrebbero accelerare l’invecchiamento del brand.

La crescita dei ricavi e il rialzo delle stime confermano il buon momento di Brunello Cucinelli. A questo punto il gruppo dovrà dimostrare di riuscire a crescere anche nei prossimi anni, senza perdere quell’esclusività che distingue il marchio, proprio mentre altri grandi nomi del lusso devono fare i conti con una domanda più debole, soprattutto in Cina.

L’articolo I conti spingono le azioni di Brunello Cucinelli in Borsa. E il patrimonio della famiglia sale di oltre 200 milioni è tratto da Forbes Italia.

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La sala da ballo di Trump da 600 milioni: i miliardari e i big della tecnologia che finanziano il progetto

Il presidente Donald Trump ha raccolto 333 milioni di dollari in donazioni private per finanziare il suo progetto di una sala da ballo; secondo un nuovo rapporto, le somme più ingenti provengono da aziende tecnologiche e da due miliardari.

Dati principali

  • Secondo un elenco ottenuto dal Washington Post, Apple e Nvidia hanno versato 25 milioni di dollari ciascuna.
  • Stando al rapporto, tra i donatori figurano anche Miriam Adelson – amica di Trump e miliardaria a capo di un impero di casinò – e Charlie Ergen, miliardario co-fondatore di EchoStar, che ha contribuito tramite un fondo filantropico da lui gestito (donor-advised fund).
  • L’elenco comprende 67 donazioni superiori ai 10.000 dollari e 57 superiori ai 100.000 dollari, registrate fino alla fine di settembre. “Ulteriori documenti indicano che almeno 77 milioni di dollari provengono da donatori che hanno richiesto l’anonimato”, secondo quanto riportato dal Post.
  • Sebbene Trump non compaia nell’elenco, il fondo istituito tramite il suo avvocato, John P. Coale — destinato a raccogliere i 24,5 milioni di dollari ottenuti da Trump nel contenzioso contro YouTube (di proprietà di Google) — avrebbe contribuito al progetto con 22 milioni di dollari.
  • Una fondazione creata dal miliardario Isaac Perlmutter, ex ceo e presidente di Marvel, insieme alla moglie Laura, avrebbe donato 20,3 milioni di dollari.
  • Secondo il rapporto, Lockheed Martin (appaltatore del settore difesa per il governo), Microsoft, RHI II LLC (società affiliata al gruppo di credito ipotecario Rocket Companies) e Palantir hanno versato 10 milioni di dollari ciascuna.

Altri donatori miliardari

Il fondo gestito per conto del donatore (donor-advised fund) di Jeff Yass, co-fondatore della società di trading Susquehanna, ed Elliott Management — fondo speculativo (hedge fund) guidato da Paul Singer — avrebbero donato 5 milioni di dollari ciascuno.

Una cifra significativa

166,1 milioni di dollari: è l’ammontare che, secondo quanto riferito, proviene dal settore tecnologico. Oltre ai soggetti già menzionati, tra i donatori figurano Amazon, Cisco, Meta, il Baszucki Gift Fund (fondato dal miliardario David Baszucki, ceo di Roblox, e da sua moglie Jan Ellison) e la società di software ServiceNow; ciascuno di loro avrebbe contribuito con 5 milioni di dollari.

Una nota a margine

Secondo il Washington Post, Nvidia ha richiesto che la sua donazione di 25 milioni di dollari rimanesse anonima. L’azienda ha effettuato il versamento nell’ottobre 2025, circa tre mesi dopo aver raggiunto un accordo con l’amministrazione Trump per la vendita dei propri microchip alla Cina. Interpellato in merito a queste informazioni, il portavoce di Nvidia, John Rizzo, ha dichiarato al Post: “In quanto azienda americana, il nostro sostegno agli Stati Uniti è fondamentale e prescinde da qualsiasi interesse commerciale”, aggiungendo: “Siamo stati orgogliosi di poter effettuare una donazione a un fondo apartitico che serve tutti gli americani. Una posizione che abbiamo reso pubblica fin dal momento in cui la donazione è stata effettuata”.

Contesto

Molte delle aziende e dei singoli individui presenti nell’elenco intrattengono rapporti commerciali con l’amministrazione Trump. Il settore delle criptovalute – dal quale Trump ha tratto un guadagno personale e per il quale ha allentato le normative durante il suo secondo mandato – insieme ai suoi investitori, ha versato 18 milioni di dollari. Tra questi, oltre 5 milioni provengono da Tyler e Cameron Winklevoss, cofondatori dell’exchange di criptovalute Gemini.

Isabela Herrera, figlia di Julio Herrera Velutini – banchiere venezuelano-italiano incriminato per corruzione – ha accettato di effettuare una donazione di 2,5 milioni di dollari, un mese dopo che, in seguito a un patteggiamento, le accuse contro il padre erano state derubricate a reato minore. Nel mese di gennaio, Trump ha concesso la grazia a Herrera Velutini. La Federal Communications Commission (FCC) ha archiviato un’indagine su EchoStar, società di Ergen, poco dopo che quest’ultimo aveva incontrato Trump e il presidente della FCC, Brendan Carr, l’anno scorso. In quell’occasione è stato approvato un accordo che ha consentito a EchoStar di vendere alcune delle proprie licenze ad AT&T.

Inizialmente, Trump aveva stimato un costo di 200 milioni di dollari per il progetto, prevedendo che sarebbe stato interamente finanziato da donazioni private. Tuttavia, la cifra è successivamente salita a 600 milioni di dollari, con una parte dei costi coperta da fondi dei contribuenti.

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Cuiprodest, la maggiore età del lobbying

Diciotto anni sono l’età in cui si smette di chiedere il permesso. Lo ha ricordato, a modo suo, Cuiprodest, che a Roma ha festeggiato la maggiore età con una serata in cui la politica, le imprese e l’informazione hanno occupato la stessa terrazza. Una scelta di campo, se così si può dire, per una società che da sempre fa dell’incontro tra mondi diversi il proprio mestiere.

Una terrazza sulla Capitale

La cornice è stata la Terrazza Divinity del The Pantheon Iconic Hotel, nel cuore della città. Circa 200 ospiti tra rappresentanti del sistema produttivo e associativo, manager, professionisti e giornalisti che negli anni hanno incrociato il cammino della società. La serata è servita a ripercorrere diciotto anni di attività e, insieme, a guardare alle sfide che attendono le imprese e le relazioni istituzionali.

Il parterre, a ridosso del voto

Il dato che più ha colpito è la partecipazione trasversale: oltre sessanta parlamentari di tutti gli schieramenti, insieme a leader politici. Un segnale non scontato nel momento in cui le forze politiche si preparano alle prossime elezioni e le divisioni ideologiche e i calcoli elettorali possono acuirsi.

Proprio in questa fase, secondo la convinzione che ha riunito la sala, diventa più rilevante il lavoro dei corpi intermedi, tradizionali o come Cuiprodest, nel garantire alle parti produttive del Paese l’accesso e la partecipazione al processo legislativo.

In un messaggio scritto, la ministra per le riforme istituzionali Maria Elisabetta Casellati ha espresso apprezzamento per l’attività della società, impegnata a promuovere sinergie tra mondo imprenditoriale e istituzioni politiche. “Occuparsi di politica e attualità per delineare il futuro dell’Italia”, ha ricordato la ministra, “rappresenta una priorità diretta a garantire alla nostra comunità nazionale prospettive di benessere e di sviluppo economico sostenibile”.

Una parola da riabilitare

Diciotto anni fa, mettere “lobbying” nel nome di una società era una scommessa. Oggi, a sentire chi l’ha fatta, ha dato i suoi frutti. “Siamo stati i primi in Italia a registrare la parola “lobbying” nel marchio”, ha ricordato Giuseppe Volpe, managing partner di Cuiprodest. “All’epoca era una dicitura guardata con sospetto, oggi è finalmente una pratica accettata e in fase di regolamentazione”. Da qui la convinzione che “corroborare i rapporti tra politica e imprese è funzionale al Sistema Paese”.

Al suo fianco Paola Cirilli, partner della società, che ha riportato il discorso sul piano internazionale: “In tutte le democrazie evolute, il settore della rappresentanza di interessi è parte integrante e fondamentale dei processi decisionali”. Un ambito che Cuiprodest, consulenza specializzata in public affairs, relazioni istituzionali e comunicazione, presidia da anni con un’impronta esclusivamente politica: è, ha precisato Cirilli, l’unica società in Italia a offrire servizi con questo focus.

L’impegno di Cuiprodest

Tra gli ospiti, il giornalista David Parenzo ha partecipato ai festeggiamenti con un monologo sulla trasparenza dell’attività di rappresentanza. Il suo punto di partenza è stato il linguaggio: “La rappresentanza degli interessi è un valore fondamentale per ogni democrazia”, ha affermato, invitando a restituire alla parola lobby il suo significato originario.

La ricorrenza è stata anche l’occasione per confermare l’impegno di Cuiprodest, unica impresa dedicata esclusivamente al lobbying, nel favorire il confronto tra decisori pubblici, imprese e corpi intermedi in una fase di profonde trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali. La rotta, almeno nella visione della società, è chiara: “Siamo noti per essere boutique che impiega solo persone esperte e indipendenti dai partiti e negli anni a venire questa connotazione tecnica sarà ancor più importante”.

Cuiprodest intende restare fedele alla propria specializzazione e, per affrontare le dinamiche di mercato, valuta “alcune partnership strategiche in grado di inserire il lobbying nel più complesso quadro di servizi alle imprese interessate alla partecipazione alla vita pubblica”.

L’articolo Cuiprodest, la maggiore età del lobbying è tratto da Forbes Italia.

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Il tesoro nascosto nei cassetti degli italiani

Nel film che ha reso celebre la Pantera Rosa, il diamante è leggendario per un difetto: una piccola inclusione che, a guardarla bene, ha la forma di una pantera in salto. È leggenda, certo, ma racconta una verità che conosce bene Andrea Rotunno, direttore generale di Affide. Il valore di una pietra sta spesso in un dettaglio che solo un occhio esperto sa riconoscere. Lo stesso accade con la stella racchiusa in uno zaffiro stellato: agli occhi di molti è puro incanto, ma per un professionista è ciò che si cela dietro quella bellezza a fare davvero la differenza.

È da qui che parte il Rapporto Ipsos Doxa-Affide 2026, dal valore che gli italiani sentono di avere in casa senza saperlo davvero riconoscere.

Dal ricordo alla risorsa

L’85% degli italiani considera oggi gioielli e preziosi una risorsa economica, oltre che un ricordo affettivo, ma molti restano inutilizzati: il 68% indossa meno di cinque gioielli all’anno, un vero e proprio “tesoro dormiente”.

Custodirli non è sempre semplice: c’è chi li nasconde in casa, chi li sposta da un luogo all’altro e chi non adotta precauzioni. “Spesso ci si preoccupa di proteggere ciò che si possiede solo quando se ne comprende davvero il valore”, osserva Rotunno. Eppure, riconoscerlo non è scontato: solo il 38% degli italiani dichiara di conoscere il valore reale dei propri preziosi. Un gioiello può custodire una storia di famiglia, ma per capirne appieno il valore servono esperienza e competenza, capaci di andare oltre il metallo e riconoscere le pietre, la lavorazione e i dettagli che lo rendono unico.

È qui che la competenza e la sincerità incontrano la passione per il bello. In Affide, l’occhio esperto dei periti sa riconoscere il valore di ogni dettaglio, dalla qualità delle pietre alla finezza della lavorazione, senza mai perdere di vista la trasparenza. Una sensibilità affinata dall’esperienza e sostenuta da controlli incrociati, che permette di guardare ogni prezioso nella sua unicità, con il rispetto che merita.

Il valore dei preziosi, senza rinunciare a possederli

A volte basta un imprevisto per aver bisogno di liquidità, senza però voler rinunciare a un gioiello di famiglia o a un oggetto a cui si è legati. È qui che il credito su pegno trova il suo spazio: una soluzione che permette di ottenere denaro in tempi rapidi, lasciando il bene in custodia e conservando la possibilità di riscattarlo una volta superata la necessità. “L’oggetto fa da garante per te”, spiega Rotunno: non servono lunghe istruttorie sulla capacità di rimborso e il cliente può contare su un percorso chiaro, fino alla conclusione del rapporto. Anche nel caso in cui il bene venga venduto all’asta, se il ricavato supera quanto dovuto, la differenza resta a disposizione del proprietario originario.

È questo equilibrio tra accesso alla liquidità, tutela e possibilità di riappropriarsi dei propri preziosi a caratterizzare il servizio di Affide, società leader nel credito su pegno in Italia e in Europa, parte del gruppo viennese Dorotheum. Con oltre 300 risorse, 39 filiali e più di 300.000 clienti serviti, Affide è anche tra i principali operatori italiani nelle aste di preziosi: ogni anno propone oltre 300 aste, attraverso cui vengono venduti circa 50.000 gioielli e orologi a una platea di 20.000 acquirenti.

La bellezza che trova una seconda vita

Un gioiello dimenticato in un cassetto, un orologio ereditato, un oggetto che non si indossa più: ciò che per qualcuno ha esaurito la propria funzione può diventare una nuova opportunità. È questa la logica dell’economia circolare, un principio sempre più condiviso, che trova nelle aste una possibilità concreta di dare nuova vita ai beni preziosi. Cresce anche l’interesse per le vendite online, soprattutto tra i più giovani, abituati a scegliere e acquistare anche senza avere l’oggetto davanti.

Affide intercetta questa tendenza con aste dedicate, dove ogni pezzo porta con sé una storia e un valore da riscoprire. A fare la differenza, rispetto alle piattaforme di rivendita tra privati, è anche la presenza di un intermediario che prende in carico direttamente il bene.

Ma c’è qualcosa che va oltre la transazione: come racconta Rotunno, lavorare in questo mondo significa immergersi in un museo a cielo aperto, tra gemmologi capaci di ricostruire la storia di ogni oggetto. Come un gioiello austriaco dell’Ottocento, impreziosito da diamanti e topazio rosa, partito da una base d’asta di 20.000 euro e aggiudicato per oltre 100.000. Un pezzo irripetibile, in cui bellezza, storia e rarità hanno fatto scalpore.

La borsa diventa un Asset

Anche il lusso cambia prospettiva. Le borse firmate, un tempo considerate soprattutto accessori da indossare, sono sempre più riconosciute come beni capaci di conservare un valore economico nel tempo. Chanel, Gucci, Hermès e Louis Vuitton entrano così in una nuova dimensione: non solo simboli di stile, ma oggetti da custodire, valutare e, quando serve, utilizzare per ottenere liquidità senza rinunciare alla proprietà.

“La percezione stessa della ricchezza si è evoluta”, osserva Rotunno. È da questa consapevolezza che nasce l’estensione dei servizi di Affide alle borse di alta gamma, con valutazione, custodia, finanziamento e vendita all’asta. Le perizie specializzate, supportate anche dall’intelligenza artificiale nei processi di autenticazione, rispondono a un’esigenza fondamentale in un mercato in cui il valore dipende tanto dal marchio quanto dall’autenticità e dalle condizioni del singolo pezzo.

Perché, che si tratti di una borsa iconica o di un gioiello tramandato in famiglia, la bellezza da sola non basta: occorrono competenza per riconoscerne il valore e trasparenza per proteggerlo, in ogni fase del suo percorso.


@Ufficio stampa Affide
@Ufficio stampa Affide

 

L’articolo Il tesoro nascosto nei cassetti degli italiani è tratto da Forbes Italia.

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La nuova Tesla vola, ruota in aria e salta gli ostacoli: le foto e il video che sembra uscito da un film

Giovedì 15 ottobre, a Waco, in Texas, Tesla ha svelato al mondo il nuovo modello della Roadster realizzato in collaborazione di SpaceX, il colosso aerospaziale di Musk, dopo circa dieci anni di attesa. E lo ha fatto in modo spettacolare.

In un video diffuso sui social media dall’azienda di Austin, girato durante la presentazione, si vede l’auto percorrere una rampa fino a rimanere capovolta, per poi cadere ruotando su sé stessa e atterrare sulle ruote, grazie a dei propulsori ad aria compressa di SpaceX, che le permettono di rimanere sospesa.

I fatti principali

  • Il 15 ottobre, Tesla ha presentato il nuovo modello della Roadster, in pieno stile Musk: nel corso dell’evento a Waco, l’auto ha dato sfoggio delle sue caratteristiche, fra le quali la più sorprendente è la capacità di staccarsi dal suolo, roteare su sé stessa e saltare letteralmente gli ostacoli, grazie all’installazione di propulsori realizzati da SpaceX.
  • Fra le principali caratteristiche della nuova Roadster spicca l’accelerazione: Tesla dichiara che la Roadster può accelerare da 0 a 60 miglia orarie, circa 97 km/h, in meno di un secondo.
  • L’auto sarà prodotta e messa in vendita a partire dal 2028, anche se la sua commercializzazione sarà soggetta a restrizioni: restano, infatti, da chiarire le condizioni per l’omologazione stradale delle versioni dotate di propulsori.
  • La presentazione del modello, sviluppato da Tesla con la collaborazione di Spacex, alimenta le voci su una possibile fusione fra le due aziende, un’ipotesi più volte prospettata dallo stesso Musk, anche in occasione dell’evento che ha svelato la nuova sportiva elettrica.

Il momento di Elon Musk e Tesla

Elon Musk, recentemente, ha riconquistato lo status di trilionario, anche se solo per qualche giorno, proprio grazie ad un balzo delle azioni di Tesla.

LEGGI ANCHE: Elon Musk è tornato trilionario dopo il balzo delle azioni SpaceX

I dati del terzo trimestre del 2026 hanno rivelato che le consegne di auto hanno superato le previsioni e, quindi, nella sola giornata del 2 ottobre del 2026 l’apprezzamento delle azioni di Tesla ha aumentato il patrimonio di Musk di oltre 60 miliardi di dollari.

Attualmente, secondo le stime real time di Forbes, il patrimonio di Elon Musk è di poco superiore a 924 miliardi di dollari. Con la Roadster, Tesla punta a spingere la frontiera tecnologica oltre i limiti finora ritenuti pura utopia. Per anni, l’idea di un’auto capace di superare gli ostacoli sollevandosi da terra grazie a propulsori a razzo è sembrata un’iperbole, buona per evocare un futuro lontano. Seppur in forma di prototipo, quel futuro non sembra così distante.

L’ipotesi di una fusione fra Tesla e SpaceX

La realizzazione di un modello in collaborazione tra Tesla e SpaceX rievoca la suggestione di una fusione fra le due aziende, ipotesi suggerita dallo stesso Musk durante la presentazione della Roadster. Anche se dalle due aziende non arrivano conferme, non è la prima volta che il numero uno di Tesla e SpaceX prospetta questa possibilità: una fusione fra i due colossi creerebbe un gruppo con un perimetro di attività molto ampio, consentendo a ciascuna delle due realtà di mettere a disposizione dell’altra le proprie competenze, tecnologie e infrastrutture.

Al momento, quindi, la fusione resta uno scenario discusso da investitori e analisti, anche se SpaceX e Tesla hanno stretto solidi legami commerciali, oltre ad avere Elon Musk come ceo. Alcuni analisti non la ritengono un’ipotesi inverosimile. Barclays considera possibile un’operazione in cui SpaceX acquisisca Tesla, consentendo a Musk di conservare una posizione dominante sulla società derivante.

Dan Ives, analista tecnologico molto seguito a Wall Street ed ex responsabile della ricerca tecnologica di Wedbush, ha stimato, con oltre l’80% la probabilità, che le due aziende si possano fondere entro la fine del 2027. Oltre le stime e le analisi, la Roadster offre una dimostrazione concreta, e fuori dall’ordinario, di ciò che Tesla e SpaceX possono realizzare lavorando insieme, alimentando le speculazioni sul futuro di entrambe. Uno scenario che lo stesso Musk ha contribuito a tenere aperto.

    La nuova Roadster di Tesla
    La nuova Roadster di Tesla
    La nuova Roadster di Tesla
    La nuova Roadster di Tesla

L’articolo La nuova Tesla vola, ruota in aria e salta gli ostacoli: le foto e il video che sembra uscito da un film è tratto da Forbes Italia.

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Il prossimo influencer del vino lavora in sala: perché il futuro delle cantine italiane si decide al ristorante

Nel vino si parla molto di comunicazione digitale, creator, contenuti social e reputazione online. Tutto necessario. Eppure uno dei luoghi più influenti nella costruzione del valore resta fisico, umano e spesso sottovalutato: la sala del ristorante.

Il ristorante è uno dei pochi spazi in cui il consumatore incontra il vino nel momento esatto della scelta. Davanti a una carta, a un abbinamento, a un calice consigliato, si decide molto più di una vendita. Si decide se una denominazione viene compresa, se un produttore viene ricordato, se un vitigno autoctono diventa accessibile, se un prezzo viene percepito come giustificato.

Il mercato del vino

Questa centralità aumenta in una fase complessa per il mercato. Secondo l’Oiv, nel 2025 il consumo mondiale di vino è sceso a circa 208 milioni di ettolitri, il livello più basso dal 1957; l’export globale è calato del 4,7% in volume, a 94,8 milioni di ettolitri, e del 6,7% in valore, a 33,8 miliardi di euro. Iwsr segnala inoltre che, nei principali mercati globali, il numero dei wine drinkers è diminuito di circa 5 milioni di persone tra il 2021 e il 2024, nonostante la crescita della popolazione adulta.

In questo scenario ogni occasione di consumo diventa più preziosa. Il vino deve essere scelto, spiegato, reso desiderabile. La sala può svolgere questa funzione meglio di molti altri canali, perché lavora dentro una relazione di fiducia immediata. Il cliente ascolta chi lo serve, soprattutto quando il consiglio è preciso, pertinente e privo di ostentazione.

Il punto critico è che molta ristorazione italiana tratta ancora il vino con una certa pigrizia imprenditoriale. Carte costruite per accumulo, referenze inserite per abitudine, poca rotazione, scarsa attenzione al servizio al calice, temperature imprecise, personale non formato e ricarichi talvolta difficili da sostenere. Il risultato è paradossale: il vino dovrebbe aumentare il valore dell’esperienza gastronomica, ma spesso diventa una barriera alla scelta.

LEGGI ANCHE: Il vino fa bene o fa male? La risposta della scienza tra rischi biologici e valore sociale

A cosa guardare

Il tema dei ricarichi è centrale. Un margine corretto è necessario: il ristorante sostiene costi di stoccaggio, servizio, rotture, capitale immobilizzato, personale e rischio commerciale. Ma quando il prezzo finale diventa sproporzionato rispetto al valore percepito, il consumatore si ritrae. Ordina meno, sceglie la bottiglia più prudente, passa al calice o rinuncia. In un mercato in cui il consumo di vino è già sotto pressione, ricarichi eccessivi possono proteggere il margine unitario e perdere valore complessivo.

Una carta efficiente dovrebbe lavorare su rotazione, leggibilità, profondità intelligente e redditività reale. Centinaia di etichette servono poco se poi il personale non sa venderle. I nomi prestigiosi servono poco se restano fermi in cantina. Le referenze sicure servono poco se la carta non educa, non incuriosisce e non crea identità per il ristorante. Il vino deve essere pensato come parte del modello economico del locale, al pari della cucina, del servizio e dell’esperienza complessiva.

La formazione

Qui entra il tema della formazione. Molti ristoratori lamentano la difficoltà di vendere vino, ma investono poco nel personale che dovrebbe venderlo. È una contraddizione evidente. La sala è il punto in cui una bottiglia diventa fatturato, esperienza e memoria. Un cameriere preparato può trasformare un’etichetta sconosciuta in una scoperta; uno staff impreparato può rendere invisibile anche una grande bottiglia.

La formazione non deve essere necessariamente lasciata alla cantina. I produttori possono e devono supportare il trade, ma il training può essere affidato anche a figure indipendenti, master of wine, consulenti specializzati o aziende con competenze trasversali. Il vantaggio di una formazione esterna è la capacità di lavorare non solo sul racconto del singolo vino, ma sull’efficienza complessiva della carta: posizionamento, fasce prezzo, margini, rotazione, abbinamenti, servizio al calice, upselling, linguaggio di vendita e coerenza con la cucina.

Un buon training insegna al personale a leggere il cliente. Un appassionato evoluto, una coppia giovane, un tavolo internazionale, un cliente corporate o una famiglia cercano esperienze diverse. La vendita intelligente nasce dalla capacità di adattare il linguaggio: più tecnico dove serve, più semplice dove aiuta, sempre preciso. La competenza contemporanea consiste nel rendere il vino leggibile senza impoverirlo.

I comportamenti generazionali

Il servizio al calice è una delle leve più sottoutilizzate. Permette di abbassare la soglia di accesso a denominazioni, vitigni e produttori che il consumatore potrebbe evitare in bottiglia. Può aumentare la marginalità, ridurre la paura della scelta e creare percorsi più dinamici con la cucina. Per i vini premium, un calice ben proposto può diventare il primo passo verso una futura bottiglia.

Questo punto diventa ancora più importante alla luce dei comportamenti generazionali. Iwsr rileva che i consumatori gen z frequentano bar, ristoranti e club più della media dei bevitori adulti: quasi la metà indica l’on-trade come ultimo luogo di consumo, contro poco più di un terzo del totale adulti. Allo stesso tempo, la moderazione si sta diffondendo come comportamento trasversale, guidata da salute, lifestyle e pressione economica. Questo significa che la ristorazione può intercettare i giovani consumatori, ma deve farlo con linguaggi più accessibili, formati più flessibili e una proposta meno intimidatoria.

Il futuro

Per il vino italiano, la sala rappresenta una piattaforma formidabile. I nostri vini hanno una vocazione gastronomica naturale, ma questa forza richiede mediazione. Un ristorante può spiegare meglio di una campagna pubblicitaria perché un Verdicchio con qualche anno di bottiglia, un Etna Bianco, un Cerasuolo d’Abruzzo, un Lambrusco di qualità, una Schiava o un Sagrantino evoluto abbiano senso a tavola.

Il rapporto tra cantine e ristorazione dovrebbe quindi diventare più professionale. Servono training, materiali chiari, degustazioni mirate per lo staff, storytelling essenziale, informazioni su servizio e abbinamento, supporto continuo alla forza vendita. Il produttore che lascia la bottiglia al distributore e scompare perde una parte decisiva della costruzione del valore.

Il prossimo influencer del vino lavora in sala perché incontra il consumatore nel momento in cui il desiderio diventa acquisto. Ha pochi minuti per orientare una scelta, ma quei pochi minuti possono generare memoria, fiducia e fedeltà. In un mercato che beve meno, questa influenza diventa strategica.

Il futuro del vino italiano passerà anche da qui: dalla capacità di trasformare ristoranti, wine bar e hotel in ambasciatori competenti delle denominazioni. La carta vini deve diventare più efficiente, il personale più preparato, il pricing più intelligente. La sala è il luogo dove il vino può uscire dal linguaggio per specialisti e tornare a essere esperienza, piacere, cultura e valore condiviso.

L’articolo Il prossimo influencer del vino lavora in sala: perché il futuro delle cantine italiane si decide al ristorante è tratto da Forbes Italia.

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Dai laboratori alla Borsa: la fabbrica italiana di startup della longevità

Articolo tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Filippo Surace è arrivato all’imprenditoria attraverso un percorso che ha unito esperienze molto diverse tra loro. La pratica medica, radicata in famiglia da generazioni, gli ha permesso di conoscere da vicino i bisogni reali dei pazienti; l’esperienza accademica lo ha portato nel cuore della ricerca; il management in sanità gli ha mostrato quali risorse, competenze e strutture siano necessarie per trasformare un’intuizione scientifica in un progetto industriale.

È stato proprio all’incrocio di queste esperienze che è maturata la sua intuizione imprenditoriale. Surace ha individuato uno dei principali limiti di sistema delle scienze della vita italiane: non la qualità della ricerca, ma la distanza che separava il laboratorio dal mercato a causa dell’assenza di modelli operativi. È sempre stato in questo passaggio che molte idee promettenti si sono fermate, perché prive dei capitali, delle competenze industriali e di un coordinamento capace di trasformarle in imprese.

Il venture builder delle scienze della vita

Cube Labs è nato per colmare questo divario. Non un modello di business convenzionale, ma un venture builder che dà vita a imprese ad alto contenuto scientifico e tecnologico nei settori della salute: seleziona le linee di ricerca più promettenti, investe nelle società che ne derivano, ne assume la governance e le accompagna con risorse e competenze manageriali fino alla validazione industriale e alla commercializzazione.

È il tratto distintivo del modello costruito da Surace nel panorama italiano: riunire sotto un’unica regia passaggi che nel trasferimento tecnologico restano spesso frammentati, dalla proprietà intellettuale alla finanza, dallo sviluppo industriale all’accesso commerciale. Il progetto imprenditoriale ha consolidato nel tempo la propria struttura e aperto una nuova fase di crescita anche sul mercato dei capitali. Il 21 marzo 2023, dieci anni dopo la fondazione, Cube Labs è approdata su Euronext Growth Milan segmento professionale di Borsa Italiana – con un prezzo iniziale di 2 euro per azione. Da allora il titolo ha registrato un progressivo apprezzamento, raggiungendo il picco di 2,46 euro per azione, il 23% in più rispetto al valore di esordio.

Formazione e primi incarichi

Classe 1969, Surace si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bari e, a soli 23 anni, ha assunto la guida del Gruppo Surace, attivo nel settore della riabilitazione in Salento, Puglia. Dopo l’esperienza clinica, tra il 2003 e il 2009 ha completato la propria formazione manageriale presso Sda Bocconi School of Management e Luiss Business School, conseguendo master in management sanitario e in amministrazione farmaceutica e sanitaria.

Parallelamente, ha ricoperto ruoli accademici e ha svolto attività di sviluppo internazionale per lo Sbarro Institute, prestigiosa organizzazione di ricerca della Temple University di Philadelphia, negli Stati Uniti. Ha inoltre ricoperto incarichi istituzionali in Confindustria Lecce e Confindustria Puglia.

Il passaggio dalla pratica sanitaria alla ricerca traslazionale è maturata dopo: nel 2006 è stato tra i fondatori della Human Health Foundation e nel 2009 ha dato vita a Innova Onlus Translational Research, dedicata alla ricerca medica applicata in bio- e nanomedicina.

Ridurre la distanza tra ricerca e mercato

È in Cube Labs che le esperienze maturate da Surace tra sanità, accademia e impresa hanno trovato una sintesi operativa, unica nel suo genere. “L’obiettivo è ridurre la distanza tra ricerca accademica e mercato”, spiega. È ciò che definisce “democratizzazione delle life science”: ampliare la capacità delle innovazioni scientifiche di generare valore, rendendo conoscenze, tecnologie e strumenti accessibili a una platea più ampia. Significa abbattere le barriere tra laboratori, università, imprese e investitori, affinché le idee possano incontrare competenze e capitali e tradursi in prodotti, servizi e applicazioni diffusi su larga scala.

I numeri del portafoglio

La dimensione raggiunta dà la misura dell’esecuzione. L’ecosistema comprende 19 startup attive nei settori Biopharma, MedTech, intelligenza artificiale applicata alla salute, nutraceutica e cosmeceutica orientata alla longevità.

Nel complesso, le partecipate sviluppano oltre 50 progetti, con più di 60 brevetti internazionali e numerose licenze esclusive. Al 31 dicembre 2025 il valore del portafoglio a bilancio era pari a 56,1 milioni di euro. La stima di primaria società esperta in valutazioni aziendali indica in 154,02 milioni il complesso delle partecipate considerate e attribuisce alle quote detenute da Cube Labs un valore di 96,95 milioni.

A sostenere l’origine del modello è la partnership esclusiva con l’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi (Inbb), che consente l’accesso a 24 università e circa 700 ricercatori; la collaborazione con il Cnr estende il bacino potenziale a 88 centri di ricerca. È da questa infrastruttura che Cube Labs attinge per individuare le iniziative più promettenti e valutarne la solidità scientifica, la proprietà intellettuale e le prospettive commerciali. Le iniziative selezionate vengono trasformate in startup e accompagnate, con capitale e competenze manageriali, fino alla validazione industriale e alla commercializzazione.

Una rete internazionale tra India, Emirati e Cina

Cube Labs resta radicata in Italia, con sedi a Milano, Roma e Lecce, ma ha costruito una rete che la mette in relazione con alcuni dei principali ecosistemi internazionali dell’innovazione. In India, l’accordo quadro sottoscritto nel 2023 con la Gujar Mal Modi Science Foundation ha avviato una cooperazione scientifica, tecnologica e commerciale con il Gruppo Modi, conglomerato diversificato da oltre 3 miliardi di dollari.

Negli Emirati Arabi Uniti, una missione d’affari ha aperto interlocuzioni con realtà di primo piano e un dialogo diretto con l’Abu Dhabi Investment Office, autorità centrale dell’Emirato per l’attrazione degli investimenti e i partenariati infrastrutturali, che nel 2026 ha annunciato il lancio di 24 progetti per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro.

Il fronte più recente è quello cinese: nel luglio 2026 il rapporto con Lingang Group, gruppo pubblico che gestisce 28 parchi industriali con oltre 24 mila imprese e più di 500 mila addetti, è approdato a un memorandum d’intesa per sviluppare iniziative comuni nell’incubazione di startup, nei programmi di innovazione e nelle attività tra Cina ed Europa. Questa proiezione internazionale fa da sfondo a un modello che trova la propria espressione più concreta nel portafoglio di partecipate. È attraverso le diverse traiettorie di sviluppo che emerge l’ampiezza dei settori presidiati da Cube Labs.

Le startup: obesità, neurodegenerazione, malattie rare, igiene

Un primo esempio arriva dal fronte cardiometabolico, dove Lipovexa opera in uno dei filoni più dinamici della ricerca farmacologica globale. Il programma è dedicato alle disfunzioni metaboliche e all’obesità, condizioni associate a un bisogno clinico sempre più diffuso, e studia un meccanismo d’azione circoscritto all’asse fegato-intestino-pancreas. L’obiettivo è migliorare la tollerabilità e offrire un’alternativa anche ai pazienti non idonei o intolleranti alle terapie disponibili. Sono stati identificati due candidati sintetici, protetti da brevetti concessi in Australia, negli Stati Uniti e in Cina. Il candidato principale si trova attualmente in fase preclinica presso la University of Western Australia.

Alle nuove terapie si affiancano tecnologie dedicate alla salute cerebrale. Bio Aurum concentra la propria attività sulle patologie neurodegenerative e sviluppa Neuretina Md, un dispositivo medico progettato per analizzare le saccadi, rapidi spostamenti simultanei degli occhi generati in risposta a stimoli visivi, come possibile indicatore della funzione visuo-motoria e del rischio neurodegenerativo. Dal novembre 2025 il dispositivo è oggetto di uno studio clinico di validazione su 150 soggetti. I risultati, attesi tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, serviranno a valutarne l’affidabilità e le prospettive di utilizzo nella pratica medica.

Un’altra direttrice riguarda le malattie rare, spesso trascurate dai circuiti tradizionali di investimento a causa delle dimensioni contenute dei singoli mercati. In questo ambito opera Orpha Biotech, che attraverso screening virtuale e simulazioni molecolari sviluppa una piattaforma di piccole molecole, con un primo focus sulla sclerosi sistemica. I candidati antifibrotici individuati sono in fase preclinica e vengono valutati anche per il loro possibile ruolo nei processi di rigenerazione e riparazione dei tessuti.

Innovazione sanitaria e sostenibilità convergono nel progetto di Biodiapers. La sua tecnologia proprietaria utilizza micro- e nanoparticelle di argilla per isolare ed essiccare i residui biologici negli articoli assorbenti, così da proteggere la pelle e ridurre l’impiego di materiali plastici. Brevettata in Europa e in India, è stata sviluppata inizialmente per la prima infanzia, con possibili applicazioni successive nel campo dell’igiene femminile e nei prodotti assorbenti per adulti.

Serescentia, la piattaforma della longevità

Nel luglio 2026 Cube Labs apre un nuovo capitolo con la nascita di Serescentia. Interamente controllata dal gruppo, la società estende il modello lungo una direttrice industriale e commerciale: costruire una piattaforma capace di riunire, attraverso una logica di aggregazione di aziende complementari, prodotti, tecnologie, competenze e canali distributivi nei settori della salute e del benessere, con particolare attenzione alle scienze della longevità. Serescentia agirà su due leve integrate. Da un lato, individuerà piccole e medie imprese della nutraceutica e della longevità con competenze distintive, capacità produttive e solide prospettive di crescita; dall’altro, utilizzerà la rete commerciale per portare sul mercato europeo le soluzioni proprietarie sviluppate dalle partecipate di Cube Labs, catturandone l’intero valore.

Con questa iniziativa, Cube Labs completa il proprio modello di venture building con un polo che integra ricerca, sviluppo industriale, distribuzione e intelligenza artificiale, secondo una strategia di aggregazione ispirata ai modelli del private equity. Le prime analisi hanno già portato all’individuazione di numerose potenziali target, inizialmente concentrate su realtà con ricavi sino a 3,5 milioni di euro.

Serescentia si inserisce così in una delle grandi trasformazioni demografiche contemporanee. Entro il 2050 quasi un terzo della popolazione europea avrà più di 65 anni, mentre il divario tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute resta vicino ai 9,5 anni. La sfida, dunque, non è soltanto vivere più a lungo, ma vivere meglio: è su questo terreno che la società punta a costruire una piattaforma europea della longevità, integrando innovazione scientifica, competenze imprenditoriali e rete distributiva.

Le valutazioni degli analisti

A questa evoluzione industriale si affianca l’analisi finanziaria di Websim by Intermonte, primario intermediario indipendente. La ricerca valuta il portafoglio 96,2 milioni di euro con un prezzo obiettivo fissato nel breve termine a 3,25 euro, con un potenziale apprezzamento del 39%. Ancora più significativa è la proiezione di lungo periodo: in uno scenario che non considera nuove partecipate né disinvestimenti, a partire dal 2030, gli attivi potrebbero superare 470 milioni e il patrimonio netto avvicinarsi a 450 milioni con una valorizzazione del Nav a bilancio pari a circa dieci volte.

Per Surace, tuttavia, i numeri raccontano soltanto una parte della storia. “Fare impresa nelle scienze della vita significa assumersi una responsabilità di lungo periodo: investire prima che il valore sia evidente, governare la complessità e avere la disciplina di accompagnare un progetto fino a quando sarà in grado di esprimere pienamente il proprio potenziale”, ribadisce. La sfida consiste nel coniugare valore scientifico e risultati economici, senza perdere di vista le ricadute sul sistema sanitario e sul benessere delle persone.

Il percorso

Nel percorso di Surace, l’unicità non è una formula, ma una direzione: partire dalla medicina, attraversare il mondo accademico, assumere il rischio d’impresa e arrivare a costruire una società quotata con una proiezione internazionale. Non sono molti, in Italia, i percorsi capaci di tenere insieme con la stessa continuità competenze cliniche, vocazione industriale e capacità finanziaria.

È questa la cifra più autentica del suo percorso: non aver occupato uno spazio già esistente, ma averne creato uno nuovo. Surace non ha scelto tra essere medico, manager o imprenditore: ha trasformato queste tre identità in un’unica visione, capace di colmare la distanza tra laboratorio e mercato e di accompagnare la ricerca fino all’impresa. Ed è qui che il suo percorso va oltre la vicenda personale, tracciando un modo nuovo di costruire innovazione nelle scienze della vita..

L’articolo Dai laboratori alla Borsa: la fabbrica italiana di startup della longevità è tratto da Forbes Italia.

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Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani

Produttore cinematografico, manager globale e attivista per i diritti umani. Nicola Paparusso, fondatore della Paparusso Communication, è l’uomo che ha saputo anticipare le dinamiche della creator economy globale, guidando per anni come manager la crescita di fenomeni planetari come Khaby Lame.

Attivo socialmente con la piattaforma internazionale da lui guidata All Future Generations (Afg), è attualmente impegnato nella produzione internazionale del docufilm One Heart, che unisce grandi stelle del cinema mondiale, sostenibilità e diplomazia culturale.

Paparusso Communication si è imposta come un punto di riferimento globale nel digital management e nelle produzioni audiovisive internazionali. Come si tengono uniti settori apparentemente così distanti?

Il segreto è vedere le connessioni dove altri vedono barriere. Quando gestiamo grandi talenti o produciamo un’opera cinematografica, non ci limitiamo alla massimizzazione del profitto, ma cerchiamo un valore immateriale che possa trasformarsi in un asset concreto. Muoversi tra la gestione di grandi star, la produzione cinematografica internazionale e i tavoli della cooperazione globale richiede una struttura aziendale agile e una reputazione fondata sulla trasparenza. I partner finanziari ed etici internazionali riconoscono questo approccio e investono sui nostri progetti perché sanno che la sostenibilità dei valori si traduce in una solida sostenibilità economica.

A breve presenterete a Parigi One Heart. Questo progetto ha un’anima profondamente familiare, ma è anche segnato da un recente, doloroso lutto. Ce ne può parlare?

È un progetto nato dal cuore e dalla visione di mio figlio Axel. È stato lui a scriverne il soggetto, dimostrando una sensibilità straordinaria nel connettere la salvaguardia del pianeta alle tradizioni dei nativi americani. Abbiamo messo insieme un cast d’eccezione, dal premio Oscar Wes Studi a Mo Brings Plenty, volto della serie Yellowstone, fino a Marshall e Crystle Lightning. Colgo questa occasione per ricordare la nostra regista, una donna straordinaria. Nonostante stesse combattendo una dura battaglia contro il cancro e affrontasse cure estremamente invasive, continuava a venire sul set con un’energia instancabile. Purtroppo, ci ha lasciati a causa di un tragico incidente a cavallo. Non ce ne facciamo ancora una ragione, il dolore è immenso. Questo documentario è interamente dedicato a lei, alla sua memoria e alla sua straordinaria lezione di vita.

Nella creator economy, che oggi muove miliardi a livello globale, lei ha un osservatorio privilegiato: si pensi al suo ruolo di manager di Khaby Lame. Come si può conciliare la monetizzazione con il suo imperativo di guidare i grandi talenti verso l’attivismo sociale?

La creator economy è oggi una solida realtà finanziaria globale, ma rischia il collasso di credibilità se si limita alla sterile sponsorizzazione di prodotti. L’esperienza di aver guidato e gestito per anni un talento straordinario come Khaby Lame mi ha confermato che, quando si raggiungono tali livelli di visibilità planetaria, i grandi numeri devono necessariamente comportare grandi responsabilità. Una reach multimilionaria deve trasformarsi in un veicolo per lanciare messaggi universali, positivi e accessibili a tutti. La mia filosofia di management è chiara: aiutiamo i creatori di contenuti a capitalizzare la loro influenza globale orientandoli verso cause umanitarie, l’inclusione e il contrasto al razzismo. Un posizionamento etico a lungo termine vince sempre sulla monetizzazione speculativa a breve termine. 

Lei ha all’attivo collaborazioni negli Stati Uniti al fianco di star hollywoodiane. Lavorare a questi livelli cambia la prospettiva di un produttore? 

Confrontarsi con l’industria americana, osservare sul set artisti del calibro di Will Smith, Martin Lawrence, Kevin Hart e Ryan Gosling, per citarne alcuni, ti regala una preziosa comprensione della scala industriale dell’intrattenimento. Eppure, se devo guardare indietro e scegliere le collaborazioni che hanno davvero forgiato la mia identità, che mi hanno arricchito dentro e da cui ho imparato di più, devo tornare alle mie radici, in Italia. Penso, innanzitutto, al mio socio Gian Carlo Nicotra, lo storico regista scomparso nel 2013, un genio assoluto con cui ho condiviso la scrittura e la produzione di Sua Eccellenza Italia – Il Galà del Made in Italy per Rai Uno. E penso a Pippo Baudo, che di quel grande show fu lo straordinario conduttore. Lavorare al loro fianco è stata la mia vera università. 

La sua organizzazione, All Future Generations, ha all’attivo collaborazioni come quelle con Unesco, Unar e Parlamento europeo. In che modo queste sinergie istituzionali trasformano l’attivismo in un motore di crescita sociale ed economica?

Abbiamo strutturato Afg come una piattaforma di cooperazione internazionale ad altissimo livello. Queste partnership testimoniano che la lotta per l’uguaglianza, contro il razzismo e per la valorizzazione delle diversità non è solo uno slogan, ma una necessità strutturale delle società moderne. Portare questi temi ai tavoli delle massime istituzioni e integrarli nelle filiere creative della moda e dell’arte permette di creare opportunità reali per i mercati emergenti. L’inclusione crea valore economico reale, apre nuovi mercati e forma una nuova generazione di cittadini e professionisti globali.

Ci risulta che Paparusso Communication stia lavorando a un nuovo progetto, questa volta tutto al femminile. Che cosa può anticiparci?

È tra i progetti in fieri: una docuserie dedicata alle donne e al loro successo, dove ogni puntata sarà dedicata a un personaggio contemporaneo. Ad aprire la serie sarà Jasmine Haffadi, fondatrice di StoreFit, imprenditrice di successo nel mondo fitness italiano. 

L’articolo Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani è tratto da Forbes Italia.

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Katie Zacharia dice che il risultato dell’esame di abilitazione era “irrilevante” e di non aver mai ripetuto la prova

La portavoce della Casa Bianca Katie Zacharia ha dichiarato giovedì sera a Fox News che il risultato dell’esame di abilitazione alla professione forense in California, che non aveva superato nel 2011, era “irrilevante”, dal momento che all’epoca si stava preparando a trasferirsi in Cina. Le dichiarazioni arrivano mentre cresce l’attenzione sulle sue qualifiche professionali in ambito legale e sulle ripetute affermazioni di essere un avvocato.

LEGGI ANCHE: “Lawyer sì, attorney no”: il caso di Katie Zacharia e il significato dei titoli legali negli Usa

I fatti principali

  • Durante un’intervista, il conduttore di Fox News Sean Hannity ha chiesto ripetutamente a Zacharia se avesse sostenuto l’esame di abilitazione una seconda o una terza volta dopo essere stata bocciata al primo tentativo nel 2011. La portavoce ha risposto: “Non l’ho fatto”.
  • Zacharia ha raccontato a Hannity di essersi sposata nella settimana in cui si era laureata alla Pepperdine University e di avere “tutta l’intenzione” di trasferirsi in Cina. Per questo motivo, considerava “irrilevante” il risultato dell’esame di abilitazione al quale si era precedentemente iscritta.
  • Zacharia ha spiegato di aver deciso comunque di sostenere l’esame perché non voleva che nel suo curriculum risultasse un “ritiro” dalla prova. Dopo essersi trasferita in Cina, ha lavorato nell’ambito del “diritto internazionale presso uno studio legale cinese“.
  • Hannity ha ricordato l’affermazione di Zacharia secondo cui le era stato consigliato di potersi definire lawyer, ma non attorney, due termini inglesi che possono essere tradotti come “avvocato”, ma che nel contesto statunitense possono assumere significati differenti. Il conduttore l’ha quindi incalzata su alcuni post pubblicati sui social media nei quali si presentava come attorney.
  • La portavoce ha sostenuto che si trattasse di “retweet”, di aver “rettificato le informazioni” e di non aver “avallato quel titolo”.

Perché Katie Zacharia si è definita avvocato?

Hannity ha messo in discussione anche la distinzione fatta da Zacharia tra lawyer e attorney, chiedendole perché non avesse semplicemente dichiarato “Non ho mai esercitato la professione legale” o ammesso di aver sostenuto una sola volta l’esame di abilitazione, senza superarlo.
La portavoce ha spiegato di non aver mai ripetuto l’esame dopo essere tornata negli Stati Uniti perché aveva avuto quattro figli nell’arco di sei anni e non aveva intenzione di esercitare la professione forense.

Ha aggiunto di aver “consultato avvocati e altri professionisti del settore legale” prima di presentarsi come lawyer durante le apparizioni televisive. Zacharia ha spiegato che alla base di questa scelta c’erano il titolo di studio conseguito alla Pepperdine University e la sua “concreta esperienza in ambito legale“.

“Non venivo pagata per fornire consulenza legale. Mi limitavo a offrire un’analisi generale delle circostanze giuridiche relative alla questione”, ha aggiunto.

Il contesto

Hannity ha incalzato Zacharia anche sulla sua prima apparizione nella sala stampa della Casa Bianca, martedì, che aveva ricevuto numerose critiche. La portavoce ha spiegato di aver accettato l’incarico soltanto pochi giorni prima della sua prima conferenza stampa e di essersi “messa in gioco” con pochissima preparazione, avendo ricevuto il materiale informativo soltanto martedì mattina.

Quando il conduttore di Fox News le ha chiesto se ritenesse che lo staff della Casa Bianca avrebbe potuto prepararla meglio, Zacharia ha risposto: “Avrei potuto limitarmi a una breve presentazione… Invece di rispondere alle domande, probabilmente avrei dovuto farmi da parte”. Ha inoltre affermato di ritenere di aver fatto “del suo meglio”, nonostante la preparazione limitata.

La dichiarazione chiave

In un’intervista rilasciata a Real America’s Voice nella giornata di giovedì, Zacharia ha dichiarato: “Gran parte delle informazioni errate e delle incomprensioni… riguarda il fatto che mi sia definita lawyer. Ho consultato a lungo molte persone del settore, chiedendo: ‘È corretto e accettabile che io mi definisca lawyer, e non attorney at law, e che fornisca analisi giuridiche, non consulenze legali?’. Tutti, senza eccezioni, mi hanno risposto: ‘Assolutamente sì'”.

L’articolo Katie Zacharia dice che il risultato dell’esame di abilitazione era “irrilevante” e di non aver mai ripetuto la prova è tratto da Forbes Italia.

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Casta Diva lancia RebelOtt: l’IA entra nella produzione video

“Con l’IA non vogliamo risparmiare, ma superare i limiti che, prima del suo arrivo, erano imposti dai budget di produzione troppo alti”. Queste le parole di Andrea De Micheli, amministrare delegato Casta Diva Group, nell’annunciare la nascita di RebelOtt che si occuperà di portare IA dentro le produzioni video, qui a Milano e nel mondo. Produttore di lungo corso la cui sua società, quotata su Euronext Growth Milan, genera un valore di produzione audiovisiva pari a 138,2 milioni di euro e impiega 300 persone dislocate in varie sedi del mondo.

“Lavoriamo spesso con gli Emirati che stanno investendo miliardi di dollari nello sviluppo del’IA”. Le skill del gruppo finora si sono espresse su produzioni di fiction, come il Biopic su Franco Battiato, organizzazione di grandi eventi sportivi, aziendali e spot pubblicitari.

Dai cheeseburger volanti alla regia generativa: l’esperienza di Greg Ferro

Per dare il via a questo progetto IA Casta Diva ha cercato una figura come Greg Ferro, executive creative producer, che ha trascorso decenni nel sud este asiatico con ufficio a Bangkok, dove si è specializzato in regie che comprendono uso di prompt IA. “Prima di questo lavoro sono stato regista table-top per la pubblicità: come spiego a mio figlio, sono quello che faceva volare i cheeseburger nei video tradizionali. I limiti produttivi che affrontavamo erano tanti, oggi con IA possiamo fare partire una bibita da Marte e farla atterrare a tavola”.

Sicurezza e AI Act europeo: la tutela dei brand tra avatar e diritto d’immagine

“I miei collaboratori sono entusiasti di questa nuova avventura ma tutte le sere intorno alle ore 18.00 mi odiano”. Prego? “Si perché devono compilare dei moduli severissimi su tutto quello che hanno generato durante il giorno, soprattutto personaggi IA e avatar, per evitare che per l’AI Act europeo qualcuno non rivendichi la propria fisionomia creando problemi legali per il committente”. E visto che i committenti hanno nomi come Gruppo Eni, Ing Banca, Esselunga, il livello di sicurezza deve essere un vero must. “In Usa e in Cina non si fanno nessun problema rispetto all’impiego di modelli visivi IA”.

Digitalizzare le star sul set: come i modelli IA trasformano la produzione

In che modo aiutano le produzioni i modelli di IA? “Faccio l’esempio di famosi sportivi, calciatori, piloti, tennisti. Quando devono recitare in un video è difficilissimo averli sul set per ore ed ore e provare le scene. Così noi digitalizziamo la loro figura e li liberiamo per poi lavorare con IA sul prodotto finito” spiega Ferro. I modelli che impiegate da Sora a Muse a Gemini cancellano posti di lavoro in un settore come quello della produzione? Tutti ricordano lo sciopero di Hollywood.

L’impatto sull’occupazione: nuove professioni e la rinascita dei film nel cassetto

“Ogni innovazione all’inizio viene vissuta come nemica. Ricordo il lancio delle videocamere portatili da parte dei giapponesi che fece correre un brivido in tutto il settore: fine del cinema, si disse, e invece il cinema non è mai stato così ricco di capolavori come nel 2025” ricorda De Micheli. Gli attori stanno cercando di usare l’IA a loro favore. Ben Affleck nel suo ultimo film Animals ha usato IA per la postproduzione che gli ha permesso di velocizzare l’editing e comprimere i costi”.

“Oggi una produzione di fiction ha dei titoli di coda dieci volte più lunghi di quelli di venti anni fa, significa che su un set si muovono nuove figure professionali che si sono formate con la diffusione del digitale prima, e dell’IA oggi”. Ci sono, secondo De Micheli, migliaia di sceneggiature valide rimaste nei cassetti dei produttori perché troppo costosa la loro realizzazione, con IA questi possono rinascere e portare nel mondo dell’audioviso una nuova primavera.

L’articolo Casta Diva lancia RebelOtt: l’IA entra nella produzione video è tratto da Forbes Italia.

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Forbes Powering Innovation: quando il Cio siede al tavolo della strategia

Al Duomo Space, sei dei principali responsabili della tecnologia delle grandi aziende italiane si sono ritrovati allo stesso tavolo per Forbes Powering Innovation, il progetto di Forbes Italia powered by HP. Un libero confronto sui temi più caldi, quelli che di solito si affrontano lontano dai riflettori.

Dal format editoriale al tavolo comune

L’incontro nasce dagli episodi dell’omonimo progetto podcast di Forbes Italia. A guidarlo è stato Antonio Ravenna, giornalista e coordinatore tax & legal di Forbes Italia, che ha ricordato come con quasi tutti gli ospiti avesse già condiviso un microfono. L’idea era portare allo stesso tavolo i protagonisti di quelle conversazioni, perché, ha spiegato, ognuno affronta responsabilità simili in contesti e con approcci diversi. Da qui la convinzione che “questa diversità, messa a confronto e a fattor comune, possa essere un grande valore aggiunto per tutti voi”.

Sei profili, sei modi di governare la tecnologia

Prima del confronto, Cristiano Testa, end user sales director di Hp Italy, ha aperto i lavori. Hp è una multinazionale della tecnologia, tra i principali protagonisti mondiali nel settore dei personal computer, delle stampanti e delle soluzioni per il posto di lavoro digitale. È l’azienda che ha “powered” il progetto, portando al tavolo la prospettiva di chi la tecnologia la mette ogni giorno nelle mani delle persone.

A raccontarsi sono stati Massimiliano Baga, group chief information officer di Bper Banca, un istituto che ha moltiplicato i propri confini, e Cristiano Agostini, group chief information officer di Prada Group, maison che custodisce l’unicità come un patrimonio. Con loro Alessandro Bottin, global infrastructure & operation director di Prysmian, il gruppo che cabla il pianeta, e Roberto Mazzilli, chief It group officer di Tim, impegnato a rinnovare ogni giorno una rete costruita in decenni. Hanno completato il quadro il direttore dei sistemi e delle infrastrutture tecnologiche e chief information security officer di un operatore che ha fatto di reti diverse una rete sola: Cosimo Buccella di Wind Tre, e Matteo Veneziani, chief digital transformation officer & change leader di PwC Italia, firma della consulenza che trasforma gli altri e, ogni giorno, anche sé stessa.

Dal ruolo ai costi, dall’infrastruttura al rischio

Il punto di partenza lo ha dato Ravenna: “Il Cio di dieci anni fa custodiva l’infrastruttura. Quello di oggi siede al tavolo della strategia”. Da lì il dibattito ha toccato le sfide che pesano di più oggi, comprese quelle che solo dodici mesi fa nessuno aveva messo in agenda, e il tema dei costi e benefici: priorità, investimenti e responsabilità di spesa tra la funzione It e il resto dell’azienda.

Ampio spazio anche alle scelte infrastrutturali, al rapporto tra controllo e potenza, al peso dei fornitori e al valore dell’eredità tecnologica, fino al governo del rischio e al fenomeno dello shadow AI, da arginare incanalandolo all’interno di percorsi condivisi e, soprattutto, controllati di sperimentazione.

Persone, competenze e i numeri dell’Hp Work Relationship Index

Il confronto si è poi spostato sulle persone, toccando anche il tema della formazione in materia di AI, con l’importanza di valorizzare lo spirito innovativo delle nuove generazioni da una parte e il profondo know how aziendale dei senior dall’altra. Sullo sfondo i dati dell’Hp Work Relationship Index: ha un rapporto sano con il lavoro il 29% dei knowledge worker, otto punti in più rispetto al 2025, ma in Italia ci si ferma al 22%.

Dal custode dell’infrastruttura al regista della strategia, il Cio è oggi chiamato a governare tecnologia, costi, rischio e persone: è su questo equilibrio che si giocherà la competitività delle aziende italiane.


Le foto dei protagonisti:


La gallery dell’evento:

    Forbes Powering Innovation

Le interviste dei protagonisti:







 

L’articolo Forbes Powering Innovation: quando il Cio siede al tavolo della strategia è tratto da Forbes Italia.

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Lamarr, la borsa che custodisce un brevetto

Si apre la borsa e, sulla fodera, al posto di un logo compare un disegno tecnico: è il brevetto depositato nel 1942 da Hedy Lamarr e dal compositore George Antheil. Per Hedylamarr Rodrigues, imprenditrice e designer italo-brasiliana, quel brevetto è il cuore del brand che ha fondato. Lamarr è il nome dell’imprenditrice, lo stesso della celebre attrice e inventrice: un dettaglio che diventa un invito a scoprire la storia delle due donne che, in modi diversi, danno identità al marchio.

Hedy Lamarr, la diva che Hollywood definiva “la donna più bella del mondo” e che, lontano dai riflettori, aveva brevettato un’invenzione destinata a rivoluzionare le comunicazioni. A Roma la sua storia ha trovato una nuova voce: quella di Wendy Colton, nipote dell’attrice, arrivata per la prima volta in Italia per raccontare l’eredità di una donna straordinaria, capace di andare ben oltre l’immagine della diva hollywoodiana.

Un nome ricevuto in dono

A scegliere quel nome fu il nonno di Hedylamarr Rodrigues, grande ammiratore dell’attrice. “Era un fan di Hedy Lamarr, la donna del cinema, la donna più bella del mondo. Penso che tutti gli uomini siano d’accordo”, racconta la designer. All’epoca, il talento scientifico di Lamarr non era ancora noto al grande pubblico, ma la sua personalità lasciava già il segno: “Era forte, indipendente, era sé stessa. Immagina cosa dovesse significare tutto questo negli anni Trenta, per una donna partita dall’Austria, passata per Londra e poi arrivata a Hollywood”.

Un esempio di libertà e determinazione che ha ispirato anche la madre di Rodrigues, che scelse quel nome con un’intenzione precisa: “Voleva questo per me. Mi ha dato questo nome perché voleva che crescessi libera e indipendente come lei”.

Un desiderio che oggi rispecchia pienamente la donna che Hedylamarr è diventata.

Due donne, un filo di coincidenze

Il brand aveva appena due anni quando arrivò la pandemia. Nel 2020, Rodrigues cercava una motivazione per andare avanti e sentì il bisogno di trovare un’immagine di Hedy Lamarr a cui ispirarsi. Decise così di scrivere a Denise Loder DeLuca, artista e figlia dell’attrice, che le rispose subito. Il suo desiderio era commissionarle un ritratto, partendo da una fotografia che il nonno guardava spesso. “Voglio il dipinto, voglio le tue mani, non una cosa stampata”, le disse. Il grande ritratto realizzato da Denise è oggi appeso nella sua casa.

Da quel quadro è nata un’amicizia profonda. “Ci sentivamo sorelle fin dall’inizio”, racconta Denise, che negli anni ha venduto a Rodrigues molti altri dipinti, destinati alla casa e all’ufficio. Per lei, sapere che la nuova amica portava il nome di sua madre aveva un significato speciale. E, con il tempo, le coincidenze si sono moltiplicate, fino a sembrare qualcosa di più: “Era destino, era scritto”, dice l’imprenditrice.

Dopo gli incontri tra l’Italia e Seattle, Denise ha dedicato un capitolo alla loro amicizia nel suo libro, appena uscito negli Stati Uniti, I Love Your Hair: My Life as the Daughter of the Most Beautiful Woman in the World and the Inventor of Wi-fi.

Dal brevetto alla borsa

Per Hedylamarr Rodrigues il progetto doveva essere un omaggio. All’inizio era difficile perché c’erano troppe emozioni in gioco. Poi la decisione: “Quello che posso donare è far tramandare il genio che è stato nascosto per cinquant’anni. Lei ha ricevuto il riconoscimento che era già anziana. Voglio che i giovani sappiano che vive tra noi, con la tecnologia che ha creato”.

Il brevetto nacque durante la Seconda guerra mondiale, quando Lamarr e Antheil svilupparono un sistema di frequency hopping, il salto di frequenza, per rendere più sicure le comunicazioni radio. Brevettato nel 1942, è considerato uno dei precedenti fondamentali del Wi-fi, del Bluetooth e delle reti cellulari.

L’imprenditrice e designer italo-brasiliana ha fatto allora quello che sapeva fare meglio: usare la sua creatività per una borsa elegante, pulita, minimal, nel segno della sartoria che Hedy amava. All’esterno è sobria, mentre all’interno ha una fodera con la stampa del brevetto firmato da Hedy Lamarr.

La collezione speciale è a numeri chiusi: cinque pezzi, con due nuovi modelli attesi l’anno prossimo.

Un brand dedicato alle donne che cambiano la storia

Lamarr è nato con un’idea di partenza: la borsa come simbolo. “Cosa rappresenta di più una donna? Le borse. Custodiscono tutto il mondo di una donna, è lì dentro.” Il Made in Italy ne è il DNA: “Ho visto con i miei occhi il saper fare italiano, l’artigianalità della pelle”. Ogni collezione porta il nome di una donna del passato, simbolo di forza e libertà. La linea Timeless per l’autunno-inverno 2026/27 ne è la prova, con Teano, dalla matematica e filosofa della cerchia di Pitagora, e Isabella, da Isabella di Castiglia, in sei tonalità tra cui bordeaux, oliva, bosco, taupe, caramel e blu elettrico.

Il marchio unisce artigianato e tecnologia: la prima borsa integrava luce Led e ricarica wireless. Sul fronte della sostenibilità ha già usato una pelle ricavata dalle bucce d’arancia siciliane. Ha ricevuto il Premio Italia del Merito 2022 e il Premio Phenomena 2024 per l’imprenditoria femminile.

Sul riconoscimento dell’inventrice, Wendy sorride: “Penso che direbbe: era ora. Lo sapevo da sempre. Avrebbe saputo cosa dire con naturalezza, era intelligentissima.” Della nonna, racconta, ha imparato molto guardandola sullo schermo e sentendola spesso al telefono. Hedy era riservatissima sulla sua carriera, e questo ha reso ancora più bello scoprirla: “È emozionante saperne di più, ne ho sempre voluto di più e ne voglio ancora”.

Un’immagine, quella di una donna brillante e un po’ misteriosa, che si completa con il ricordo di Denise Loder DeLuca. A casa, dice, Hedy era “una Mutti austriaca affettuosa, calda, affascinante. La amavamo e la adoravamo.” Madre e nipote raccontano così due facce della stessa donna, la mamma di famiglia e la nonna da leggenda, che oggi il libro di Denise e le borse di Rodrigues restituiscono al pubblico.


Lamarr @RenzoRaviello
Lamarr @RenzoRaviello

 

L’articolo Lamarr, la borsa che custodisce un brevetto è tratto da Forbes Italia.

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“Lawyer sì, attorney no”: il caso di Katie Zacharia e il significato dei titoli legali negli Usa

La nuova portavoce della Casa Bianca, Katie Zacharia, ha dichiarato che la Pepperdine University, dove ha conseguito la laurea in Giurisprudenza, le aveva comunicato che poteva definirsi “lawyer” (giurista), ma non “attorney” (avvocato abilitato all’esercizio della professione). In una nuova intervista al New York Times, Zacharia sembra quindi aver ammesso di non aver superato l’esame di abilitazione alla professione forense.

I fatti principali

  • Zacharia ha raccontato di aver consultato il presidente della Pepperdine University per capire come potesse presentare le proprie qualifiche durante le apparizioni sui media. Quest’ultimo le avrebbe consigliato di non utilizzare i termini “attorney” o “esquire”, spiegandole però che poteva definirsi “lawyer”.
  • Zacharia si è inoltre presentata come “general counsel” (responsabile degli affari legali) di diverse organizzazioni, una qualifica che, secondo Erwin Chemerinsky, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università della California a Berkeley, sarebbe impropria se non avesse superato l’esame di abilitazione. Come ha spiegato al Times, “non si può ricoprire il ruolo di responsabile degli affari legali di un’azienda negli Stati Uniti senza essere abilitati all’esercizio della professione forense”.
  • Le qualifiche professionali di Zacharia sono state messe in discussione questa settimana, dopo la pubblicazione di diverse inchieste secondo cui non avrebbe superato l’esame di abilitazione in nessuno Stato americano. Tra queste, un articolo del Wall Street Journal ha riferito che Zacharia non avrebbe superato l’esame nel 2011, poco dopo essersi laureata in Giurisprudenza.
  • La distinzione tra “lawyer” e “attorney” è poco chiara. Alcuni esponenti della comunità giuridica sostengono che tutti gli “attorney” siano “lawyer”, ma che non ci si possa definire “attorney” senza essere iscritti all’albo degli avvocati. Il dizionario Merriam-Webster considera invece i due termini sinonimi, mentre l’Associated Press definisce “lawyer” un termine generico per tutti gli iscritti all’albo e “attorney” una persona legalmente nominata o autorizzata ad agire per conto di un’altra, generalmente, ma non necessariamente, un avvocato.
  • Zacharia ha inoltre dichiarato al Times di aver frainteso la domanda di un giornalista durante la conferenza stampa di martedì. Quando le è stato chiesto dove avesse superato l’esame di abilitazione, avrebbe capito invece “dove sei stata dopo la facoltà di Giurisprudenza?”.
  • Zacharia aveva risposto “quando mi sono trasferita in Cina”, suscitando numerose critiche e perplessità, dal momento che ai cittadini stranieri non è consentito sostenere l’esame di abilitazione né esercitare la professione legale in Cina.

La denuncia

Mercoledì, l’organizzazione di vigilanza Campaign for Accountability ha presentato un esposto allo State Bar della California, chiedendo di indagare sulle dichiarazioni di Zacharia relative alla sua qualifica di avvocato e ipotizzando che possa aver commesso un reato qualora si fosse presentata falsamente come tale.

L’esposto richiama il California Business and Professions Code, secondo cui “chiunque pubblicizzi o dichiari di esercitare la professione legale, o di essere autorizzato a esercitarla, oppure la eserciti effettivamente, senza essere un membro attivo dello State Bar o senza essere altrimenti autorizzato dalla legge o dalle norme giudiziarie a esercitare la professione legale nello Stato al momento dei fatti, è colpevole di un reato minore punibile con una pena fino a un anno di reclusione in una prigione della contea o con una multa fino a 1.000 dollari”, oppure con entrambe le sanzioni.

Il contesto

Zacharia, assunta per sostituire Karoline Leavitt, che si è dimessa ad agosto, ha tenuto martedì la sua prima conferenza stampa ufficiale. L’intervento è stato duramente criticato da ex portavoce della Casa Bianca e commentatori per la sua brevità — è durato meno di 15 minuti e Zacharia ha risposto soltanto a tre domande — e per diverse incertezze nelle sue dichiarazioni.

Commentatrice conservatrice ed ex dipendente del Dipartimento di Stato, Zacharia ha elogiato il presidente Donald Trump nel suo discorso introduttivo, dichiarando ai giornalisti che desiderava “lavorare per lui da moltissimo tempo”. Trump ha difeso Zacharia, dichiarando ai giornalisti subito dopo la conferenza stampa: “Penso che sia stata molto brava”.

L’articolo “Lawyer sì, attorney no”: il caso di Katie Zacharia e il significato dei titoli legali negli Usa è tratto da Forbes Italia.

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Da autodidatta a imprenditore tech: così Fabrizio Bernini ha costruito un gruppo da 230 milioni

Articolo tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Dai primi software gestionali alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale oggi al servizio di industria, sanità, automazione, robotica ed energie rinnovabili. La Zucchetti Centro Sistemi (Zcs), azienda nata in Toscana nel 1985 per gestire la contabilità delle piccole imprese locali, è oggi gruppo multibusiness da 230 milioni di euro di fatturato e 850 dipendenti, oltre la metà under 40, protagonista dell’innovazione tecnologica in Italia e in Europa.

A guidare l’azienda con sede a Terranuova Bracciolini, comune del Valdarno superiore in provincia di Arezzo, è Fabrizio Bernini. Un imprenditore, oggi anche presidente di Confindustria Toscana, che si è costruito da sé e che è riuscito a far crescere la sua azienda pur provenendo, per formazione, dal mondo dell’elettronica. Alla programmazione si è avvicinato da autodidatta, e si è distinto dall’inizio per la capacità di interpretare prima degli altri i segnali di cambiamento nel mercato. “Sono sempre stato attento e curioso. La curiosità è cultura, e senza la curiosità non si apprende”, dice.

I tre laboratori di R&D: robotica, intelligenza artificiale e creatività

Non sorprende che Zcs abbia spinto sull’acceleratore dell’innovazione per ottenere soluzioni integrate tra informatica, elettronica e meccanica, capendo presto che la stessa competenza che gestiva i processi aziendali poteva governare anche un robot. Da lì la spinta a diversificare il business su mercati paralleli: dal mondo dell’impresa a quello della sanità, dai sistemi di automazione e tracciabilità ai robot rasaerba, fino alle proposte per l’efficientamento energetico. Idee, soluzioni e brevetti che arrivano dai diversi laboratori di ricerca e sviluppo: oltre 80 tra tecnici e ingegneri pronti a sperimentare di volta in volta secondo gli obiettivi aziendali e delle varie divisioni.

All’inizio, nel 2005, fu il Laboratorio delle idee, che oggi si occupa di robotica con una squadra di meccanici, informatici, elettronici e designer. Poi, dal 2023, il Laboratorio della follia per soluzioni ‘follemente azzardate’, destinate all’ambito dell’intelligenza artificiale, e il Laboratorio della creatività, che coniuga creatività e know-how da declinare secondo le necessità delle cinque business unit dell’azienda. Sull’intelligenza artificiale Bernini ha un’idea precisa: non va limitata, perché è una tecnologia trasversale e, dice, “socialmente democratica”. Va però governata, portata a scuola e in azienda con un lavoro di formazione e cultura, senza lasciare che le nuove generazioni la subiscano passivamente, come accade con i social.

Il capitale umano e la continuità generazionale guidata da Chiara Bernini

In azienda le persone sono al centro. Una scelta non casuale, in una terra che ha dato i natali a uno dei più grandi umanisti del Rinascimento: Poggio Bracciolini. Imprenditore di prima generazione, Bernini non nasconde da dove viene: “Ho sofferto, so cosa sono la povertà e la ricchezza. La più grande ricchezza è la povertà: chi capisce cosa c’è dietro la sofferenza, l’umanità, i valori, sa vedere l’importanza delle singole persone e del territorio”. Da qui, racconta, “è importante riconoscere al capitale umano un vero valore, dare fiducia alle persone che lavorano per te. Molte delle idee vengono proprio dai più giovani, che sono appena entrati e che sono anche più abituati a usare la tecnologia in un certo modo”.

Bernini punta sui giovani talenti e sostiene l’importanza di lavorare per tempo a un ricambio generazionale. Un tema, ricorda, che riguarda oltre il 60% delle imprese toscane, governate da ultra-65enni. In Zcs la transizione è già cominciata, visto che dal 2019 la figlia Chiara affianca Bernini nella gestione. Con un approccio diverso dal suo: far crescere e consolidare Zcs anche attraverso l’acquisizione di società dello stesso settore, in cerca di nuovi capitali, risorse e competenze strutturali. “Oggi si cresce anche così”, commenta.

Il Palazzo del Futuro e la spinta sulla robotica collaborativa

C’è poi da considerare, per l’imprenditore, il legame con la terra d’origine. L’identità, in un mercato che si muove su scenari globali, può fare la differenza. “Credo che sia cruciale il senso di appartenenza al territorio, riuscire ad avere successo nel luogo in cui si è nati, senza dover essere legati a fondi di investimento. Credo nell’idea di crescere insieme su questo territorio”. Zcs guarda con fiducia al domani nonostante le incognite all’orizzonte.

Pochi giorni fa ha inaugurato il Palazzo del Futuro, il nuovo spazio dedicato all’innovazione nel campo della robotica e dell’automazione. “Vedo un’accelerazione fortissima della robotica. Nel nuovo stabilimento punteremo a sviluppare robot professionali per la gestione delle grandi aree verdi, insieme a quelli collaborativi da impiegare, ad esempio, nei ristoranti e negli alberghi. Un altro campo d’azione è quello dell’automazione e della logistica industriale. A queste soluzioni affianchiamo gli strumenti per l’integrazione nei processi aziendali: dal software in cloud all’intelligenza artificiale. Strumenti che fanno la differenza nelle dinamiche di mercato”. 

La visione sulla sostenibilità e l’agrivoltaico in Europa

L’attenzione alla sostenibilità ambientale è un altro tema con cui l’azienda toscana si misura. Sul Green Deal europeo Bernini ha un giudizio netto: l’Ue “ha fatto la scelta giusta, ma forse è stata troppo spinta e troppo avanzata per permettere una buona e omogenea integrazione”.

La sua ricetta è più pragmatica: partire da quello che la natura mette a disposizione. “Il sole produce fino a diecimila volte più energia di quella di cui abbiamo bisogno: dobbiamo solo imparare a sfruttarlo meglio”, spiega, citando come esempio l’impianto agrivoltaico realizzato in Germania: pannelli fotovoltaici da un megawatt, abbinati a un sistema di accumulo modulare da 6,7 megawattora distribuito su 26 unità indipendenti. 

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Newcleo investe 10 milioni in Francia: il piano per industrializzare il combustibile nucleare

Un nuovo centro avanzato di ingegneria, sperimentazione e formazione immersiva dedicato al combustibile nucleare è stato inaugurato giovedì 15 ottobre, a Chusclan, nella regione dell’Occitania, nel sud della Francia: uno dei poli principali dell’industria nucleare francese.

Newcleo, azienda pioniera nel settore delle tecnologie nucleari, ha aperto oggi Faster (Fuel process Assembly Storage Training and Enhanced Reality), concepito secondo un approccio pragmatico basato sul principio del test and learn, che integra le attività di ingegneria e sperimentazione pratica. Le soluzioni ideate dai team di newcleo vengono trasformate presso Faster in prototipi e modelli sperimentali, sottoposte a test in condizioni rappresentative di quelle operative e progressivamente perfezionate, contribuendo ad accelerarne il percorso verso l’applicazione industriale.

Frutto di un investimento di circa 10 milioni di euro, Faster offre un ambiente dedicato, privo di materiali nucleari, nel quale sviluppare, sperimentare e qualificare tecnologie e processi produttivi in vista della loro futura applicazione negli impianti di fabbricazione del combustibile MOX.

LEGGI ANCHE: “Wall Street e il nucleare pulito da portare in Italia: dentro la scommessa di newcleo”

Una tappa importante nell’attuazione industriale della strategia per il combustibile nucleare

“Faster rappresenta una tappa importante nell’attuazione industriale della nostra strategia per il combustibile nucleare – ha dichiarato Stefano Buono, fondatore e ceo di newcleo. – Offrendo un ambiente dedicato allo sviluppo, alla sperimentazione e alla qualifica delle tecnologie prima della loro introduzione negli impianti autorizzati, Faster riduce significativamente i rischi associati al nostro programma di produzione di combustibile MOX e accelera il percorso verso l’industrializzazione in Francia e negli Stati Uniti”.

L’azienda, che sviluppa reattori modulari avanzati e produzione di combustibile nucleare, è composta da circa 100 ingegneri e specialisti altamente qualificati.

Presso Faster sono già operativi sette impianti di prova, mentre ulteriori installazioni sono in fase di sviluppo. Le infrastrutture simulano diverse fasi e sfide della produzione di combustibile MOX, tra cui l’ottimizzazione del dosaggio delle polveri, l’ergonomia delle scatole a guanti (glovebox), la movimentazione delle pastiglie di combustibile, l’assemblaggio e la decontaminazione delle barrette di combustibile, l’ispezione delle pastiglie e il riempimento con elio.

Cos’è il combustibile nucleare MOX

newcleo punta a produrre combustibile nucleare MOX, una tecnologia consolidata basata su una miscela di ossidi di uranio e plutonio, utilizzata da decenni nei reattori commerciali, per alimentare i propri reattori veloci raffreddati al piombo (LFR) e potenzialmente rifornire altri operatori terzi. Quando viene impiegato nei reattori veloci, come gli LFR di newcleo, il combustibile MOX consente il riciclo multiplo del combustibile nucleare all’interno di un cosiddetto “ciclo chiuso del combustibile”.

Questo approccio circolare permette di estrarre una maggiore quantità di energia dalla stessa quantità di uranio naturale rispetto ai tradizionali cicli del combustibile basati su reattori termici, riducendo al contempo in misura significativa il volume e la radioattività dei rifiuti nucleari.

Analogamente al programma di sviluppo e qualifica dei reattori veloci raffreddati al piombo (Lead-cooled Fast Reactor) avviato da newcleo presso il Centro Ricerche ENEA del Brasimone in Italia, le infrastrutture installate presso Faster contribuiranno a ridurre i rischi tecnologici e industriali e a migliorare costantemente la tecnologia di produzione del combustibile MOX di
newcleo.

“Il centro è la dimostrazione concreta del nostro modello di sviluppo: team altamente qualificati, apparecchiature reali e partner industriali che trasformano la ricerca e l’ingegneria in impianti che intendiamo realizzare. Sviluppando il nostro programma per il combustibile nucleare all’interno della consolidata filiera nucleare francese, stiamo costruendo le competenze e le capacità necessarie per rendere possibile un ciclo chiuso del combustibile e diffondere a livello globale la prossima generazione di energia nucleare”, ha aggiunto Stefano Buono.

Industrializzazione in Francia e negli Stati Uniti

Newcleo ha proposto la realizzazione di un impianto avanzato di fabbricazione di combustibile MOX in Francia, nel dipartimento dell’Aube, nei pressi di Nogent-sur-Seine, destinato a produrre combustibile per i suoi futuri reattori europei. Il progetto ha raggiunto un importante traguardo sul piano regolatorio nel luglio 2026, quando l’Autorità francese per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Autorité de sûreté nucléaire et de radioprotection) ha espresso una valutazione complessivamente soddisfacente sulle opzioni di sicurezza proposte, fornendo indicazioni concrete per proseguire lo sviluppo delle caratteristiche di sicurezza dell’impianto in vista della prevista presentazione della domanda di autorizzazione alla costruzione in Francia.

Nel contesto delle interlocuzioni in corso con la U.S. Nuclear Regulatory Comission, l’ente statunitense preposto all’approvazione della sicurezza degli impianti nucleari, newcleo intende recepire le osservazioni e le raccomandazioni dell’ASNR anche per rafforzare e rendere più efficiente la propria strategia autorizzativa per il mercato statunitense.

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Jio Platforms, il colosso del miliardario Mukesh Ambani, punta a raccogliere 3,2 miliardi con la più grande Ipo dell’India

Di Yessar Rosendar, Forbes Staff

Jio Platforms, controllata da Reliance Industries del miliardario Mukesh Ambani, punta a raccogliere fino a 302 miliardi di rupie (3,2 miliardi di dollari) in quella che potrebbe diventare la più grande Ipo mai realizzata in India.

I dettagli dell’Ipo di Jio Platforms

Reliance Industries ha comunicato in un documento depositato presso la Borsa nella tarda serata di mercoledì che Jio Platforms ha fissato una forchetta di prezzo compresa tra 1.065 e 1.119 rupie per azione per la sua prima offerta pubblica, che prevede l’emissione di un massimo di 270 milioni di nuove azioni.

Gli investitori istituzionali selezionati (anchor investors) potranno iniziare a sottoscrivere le azioni lunedì, prima dell’apertura dell’offerta agli investitori retail, prevista per il 21 ottobre, e della sua chiusura il 23 ottobre.

Una valutazione da 108 miliardi di dollari

Al prezzo massimo della forchetta, Jio Platforms raggiungerebbe una valutazione di 10.300 miliardi di rupie (108 miliardi di dollari). A questa valutazione, diventerebbe la quarta società indiana per capitalizzazione di mercato, dietro alla controllante Reliance Industries, Bharti Airtel e Hdfc Bank.

Si tratta inoltre di una valutazione più che doppia rispetto ai 4.900 miliardi di rupie del 2020, quando Meta Platforms investì 5,7 miliardi di dollari nella società e Google si impegnò a investirne altri 4,5 miliardi.

Come saranno utilizzati i proventi dell’Ipo

Jio Platforms, guidata in qualità di amministratore delegato da Akash Ambani, figlio maggiore di Mukesh Ambani, prevede di utilizzare circa 275 miliardi di rupie (2,9 miliardi di dollari) dei proventi dell’Ipo per rimborsare il debito, secondo quanto riportato nel prospetto informativo.

Durante l’assemblea degli azionisti dello scorso anno, il presidente di Reliance, Mukesh Ambani, aveva dichiarato che la società avrebbe potuto quotarsi in Borsa entro giugno 2026, ma i piani sono stati rinviati a causa delle tensioni geopolitiche.

Prima dell’Ipo, Reliance deteneva una partecipazione del 66,4% in Jio Platforms, mentre Meta possedeva il 10% e Google l’8%, secondo il prospetto preliminare dell’offerta.

Jio Platforms, oltre 533 milioni di abbonati e ricavi in crescita

Con oltre 533 milioni di abbonati a giugno, Jio Platforms è il più grande operatore di telefonia mobile dell’India. Nell’esercizio chiuso il 31 marzo 2026, i ricavi sono aumentati del 14,6%, raggiungendo 1.500 miliardi di rupie, mentre l’utile netto è cresciuto del 15%, attestandosi a 300 miliardi di rupie.

La società ha rivoluzionato il settore delle telecomunicazioni quando, nel 2016, ha lanciato il proprio servizio offrendo chiamate vocali gratuite e traffico dati a basso costo.

Da allora ha continuato ad ampliare la propria presenza nel settore digitale e prevede di investire 110 miliardi di dollari nei prossimi sette anni in nuovi data center e iniziative legate all’intelligenza artificiale.

Il patrimonio di Mukesh Ambani

Con un patrimonio netto in tempo reale stimato in 83,3 miliardi di dollari, Ambani è tra le persone più ricche dell’India. È presidente di Reliance Industries, conglomerato attivo nei settori dell’energia, della petrolchimica, delle telecomunicazioni, della vendita al dettaglio, dei media e dei servizi finanziari.

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Trasporti, logistica e infrastrutture: a Roma il confronto di Forbes Italia su come rendere il Sistema Italia più competitivo

Infrastrutture, trasporti e logistica sono la base su cui si regge la competitività delle imprese italiane, e a Roma nel Palazzo Wedekind, Forbes Italia ha deciso di metterli al centro del dibattito: istituzioni, imprese e professionisti si sono confrontati sulle arterie, visibili e invisibili, che muovono il Paese.

A moderare le tavole di confronto è stata la giornalista Giulia Piscina, che ha aperto i lavori con la domanda guida della giornata: “come possiamo rendere infrastrutture, trasporti e logistica una leva competitiva per il Sistema Italia?”

Ad aprire la giornata è stato Nicola Formichella, amministratore delegato di Forbes Italia, che ha spiegato il senso dell’iniziativa: Forbes da anni si impegna a raccontare le aziende che sono un punto di riferimento per il Paese e che provano a competere in Italia e all’estero.

Proprio il viceministro delle infrastrutture e dei trasporti, Edoardo Rixi, ha dato il via al confronto partendo dalla riforma della governance portuale, in esame alla Camera, che prevede la nascita di Porti d’Italia Spa. Il settore, ha spiegato, è cambiato: “oggi si parla di industria della logistica”. La blue economy è tra i filoni che crescono di più a livello globale, anche perché tre quarti del globo sono coperti d’acqua e solo in parte sfruttati. Per questo il governo sta avviando un progetto pilota sulla subacquea.

Il nodo principale, secondo Rixi, è oggi la frammentazione: 16 autorità di sistema portuale, spesso in competizione tra loro.

La riforma risponde a tre esigenze. La prima è presentare un’offerta unitaria sui mercati internazionali. La seconda è investire anche all’estero. La terza è una programmazione nazionale pluriennale dei finanziamenti, con la presenza del Mef e con partnership pubblico-private che aprano alla finanza privata.

Il binario deve entrare nei porti, perché “il sistema logistico non è più diviso tra strade, ferrovie, aeree e mare, deve essere un tutt’uno”. Servono sistemi digitali che dialoghino tra loro: intelligenza artificiale, fibra e cyber security, per proteggere le linee logistiche di un Paese che resta il secondo manifatturiero d’Europa.

L’assessore alla mobilità sostenibile e trasporti di Roma Capitale, Eugenio Patanè, ha portato anche i saluti del sindaco Gualtieri. Per lui la sfida più importante è chiara: “recuperare quel gap infrastrutturale che c’è nelle nostre città, in particolare a Roma, rispetto alle altre grandi capitali europee” e “curare la lunga tratta e anche l’accessibilità delle città”.

La certezza del diritto, l’infrastruttura che non si vede

L’avvocato Marco Giustiniani, partner di Pavia e Ansaldo, ha osservato con ironia che in Europa gli appalti pubblici si riformano una volta ogni dieci anni, in Italia dieci volte l’anno. Per lui la certezza del diritto è “un’infrastruttura che non si vede”, che non compare nei rendering ma decide se un investitore, soprattutto straniero, sceglie l’Italia: vuole sapere quali sono le regole, chi decide e in quanto tempo.

Ha ricordato che la legge portuale in vigore ha 30 anni e che oggi la concorrenza è tra sistemi logistici, non tra porti. Esaurita la spinta keynesiana del dopo pandemia, e dopo le decisioni della Corte di giustizia europea sulla prelazione del promotore che hanno frenato il partenariato pubblico-privato, servono norme stabili: meglio una buona norma stabile che una perfetta ma instabile, anche per vincere la “paura della firma” dei funzionari.

Logistica, rigenerazione e intelligenza artificiale

Andrea Amoretti, managing director Italy di P3 Logistics Park, ha definito la logistica come il collegamento tra chi produce e chi usa un bene, minimizzando tempi e costi. Un territorio è attrattivo per il Pil manifatturiero, la vicinanza a strade, ferrovie e porti, la disponibilità di terreni e un’amministrazione pronta a ricevere. L’Italia, ha detto, ha ottimi elementi strutturali.

Conciliare sviluppo e tutela del suolo, ha spiegato, “è difficile ma è possibile”. Automazione e veicoli elettrici cambiano le esigenze dei magazzini, e rigenerare è sempre più conveniente che costruire in aree vergini lontane. L’esempio è Altedo, dove P3 ha trasformato l’area degradata di un ex zuccherificio in un polo produttivo, attivando una linea di trasporto pubblico con abbonamenti per i lavoratori e valorizzando, con la soprintendenza, un mulino medievale emerso in cantiere, oggi al centro di una pubblicazione e di una mostra.

Per il futuro Amoretti prevede che l’intelligenza artificiale sceglierà meglio dell’uomo dove costruire i magazzini, che torneranno vicini alle manifatture, e ha lanciato lo spunto dei porti per i droni, da riprendere nel 2027.

Appalto genuino, camionisti e caro gasolio

La consulente del lavoro di SD Worx, Roberta Maspes, ha spiegato i requisiti dell’appalto genuino, richiamando l’articolo 1655 del codice civile e l’articolo 29 della legge Biagi (decreto legislativo 276 del 2003): il committente non deve interferire nell’esecuzione né sui lavoratori, e il rischio d’impresa resta all’appaltatore. Ha illustrato la responsabilità solidale, l’importanza di un contratto ben fatto e di pochi documenti essenziali, e i campanelli d’allarme da monitorare: contratti collettivi non adeguati, rateizzazioni richieste agli enti pur in presenza del Durc e uso improprio del part-time per gestire la flessibilità.

Il presidente di Morisco Group Holding, Christian Morisco, ha descritto una filiera in difficoltà. Il gruppo conta circa 150 trattori, 100 semirimorchi e 200 dipendenti e, tramite Sinapsi, ha sviluppato il primo modello in Italia di noleggio con conducente di mezzi pesanti con servizio di backup. Il problema è la manodopera: “Non ci sono autisti e abbiamo bisogno di maggiore innovazione”.

Treni regionali, intermodalità e tecnologia

Il direttore operations regionale di Trenitalia, Maria Giaconia, ha ricordato che oggi la domanda di mobilità regionale è cambiata dopo il Covid ed è legata anche a tempo libero, borghi ed eventi. Dal 2018 Trenitalia ha inserito oltre 1000 treni nuovi, che nel 2027 saranno 1081, cioè l’80% della flotta, con 6.000 treni al giorno verso 1.700 destinazioni. I convogli consumano il 30% di energia in meno e il primo in Europa ha tre trazioni, diesel, batteria ed elettrica, con possibilità di usare biocarburante.

Per il futuro “la parola magica è intermodalità”: hub di interscambio, orari e biglietti integrati. Con l’Ertms i treni potrebbero viaggiare da soli entro due anni, mentre i sensori, che rilevano 20.000 segnali al secondo, e l’intelligenza artificiale permettono la manutenzione predittiva.

L’indice di fiducia di Cogit AI

Il finale è stato dedicato all’AI Reputation Index di Cogit AI, “L’Italia che muove fiducia”, con uno score di 40,9: non una reputazione cattiva, ma un profilo da stabilizzare e vicino alla fascia successiva. Sei le decisioni verificabili per migliorarlo: unificare la puntualità ferroviaria, pubblicare lo stato delle opere, rendere visibili i tempi portuali, separare gli stati della spesa, misurare la distanza climatica e costruire fiducia sui presidi. Gli scenari “+5” e “+10” sono solo un’illustrazione aritmetica, non una previsione.

L’evento è stato realizzato con il contributo di Acqua Chiara Collection, Anas (Gruppo FS Italiane), Cogit AI, Morisco Group Holding, P3, Pavia e Ansaldo Studio Legale e SD Worx.


Le foto dei protagonisti:


 

L’articolo Trasporti, logistica e infrastrutture: a Roma il confronto di Forbes Italia su come rendere il Sistema Italia più competitivo è tratto da Forbes Italia.

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Top Creators Awards 2026: chi sono i 32 creator italiani premiati da Forbes

Forbes Italia Top Creators Awards 2026 ha riunito al Principe di Savoia di Milano i volti più riconoscibili della creator economy italiana per la quarta edizione del premio. Tra riconoscimenti di categoria, premi speciali e la novità dei Best Reputation, la serata ha raccontato un settore che chiede sempre meno visibilità e sempre più valore.

I Top Creators Awards sono il premio con cui Forbes Italia celebra i creator che hanno trasformato un’idea in un progetto e un progetto in un’impresa. A guidare la serata il managing editor di Forbes Italia Daniel Settembre, affiancato per tutta la premiazione dall’attrice e content creator Giulia Bellu.

Ad aprire la serata è stato Nicola Formichella, ceo di Forbes Italia, che ha sottolineato come il premio riconosca figure che non sono più semplici aggregatori di follower, ma veri imprenditori capaci di costruire fiducia e community, diventando “un pezzo importante della nostra economia e del nostro sistema Paese”.

La nuova maturità di un’economia che cresce

Marco Sorrentino, ceo di Influential, ha descritto una creator economy ormai in una nuova fase di maturità: se per anni i brand hanno puntato sui creator come testimonial, sfruttandone popolarità e capacità di amplificare i messaggi, oggi il valore nasce dalla capacità di creare contenuti, costruire relazioni con le community e generare rilevanza sulle piattaforme.

Spazio all’innovazione e intelligenza artificiale con Eugenio Azzinnari, co-founder di Wuin, startup italiana che ha sviluppato una piattaforma “che va oltre il digital twin”: un clone digitale addestrato con la knowledge, le esperienze e i talenti del creator, capace di trasferire il suo sapere a tutta la community attraverso chat, video e la modalità Learn, pensata per la condivisione didattica. Il punto di partenza, ha spiegato, è stato capire come un creator possa raccontarsi anche quando non pubblica contenuti, con una sorta di cervello scalabile, senza limiti di tempo e di spazio.

I premiati della serata

Una serata in cui a salire sul palco sono stati i creator che hanno fatto dei social un mestiere vero. I Top Creators Awards 2026 hanno assegnato 32 riconoscimenti, ciascuno con una motivazione della redazione di Forbes Italia che ha guardato oltre i numeri, a qualità del racconto e fiducia costruita con il pubblico. Debutta quest’anno il Best Reputation, in collaborazione con Cogit AI, dedicato ai creator che hanno fatto della credibilità il loro tratto distintivo.

Categoria Cross-medialità
Martina Socrate @martina_socrate
Francesca Biella @mynameisfrancescabiella

Categoria Podcast
Elisa True Crime @elisatruecrime

Categoria Education
Simone Filippini @grammaticoantipatico
Roberto Celestri @roberto_celestri

Categoria Travel
Roberto De Rosa @robertoderosa
Terri & Befric @territiracconta e @befric

Categoria Entertainment
Mattia Stanga @mattia_stanga
Turbo Paolo @turbopaolo

Categoria Lifestyle
Bionditudo (Giulia Latini) @bionditudo
Valeria Vedovatti @valevedovatti

Categoria Beauty
Valentina Cabassi @valentinacabassi
Irina Astor @iri_astor

Categoria Fashion
Vicky Montanari @vicmontanari
Rita Benedetto (Stylist à Porter) @stylist_a_porter

Categoria AI
Ace Spagni @aclas.io

Categoria Food
Nonna Silvi @nonnasilviofficial
Alessio Pellizzoni @alessio.pellizzoni

Categoria Sport
Paolo Zotta @paolozottatrainer
Bearded Scara @beardedscara

I premi speciali
Premio Speciale Comicità – Dada e Marcolino @dadaemarcolino
Premio Speciale Teatro – Giulia Rachele Mazza @giuliarachelem
Premio Speciale Art – Greg Goya @greg_goya
Premio Speciale Gentilezza – Luca Lobuono @lobuonoinside
Premio Speciale Visual Storytelling – Luca Vezil @lucavezil
Premio Speciale Vox Pop – Futur Motta @futurmotta
Premio Speciale Cambio di Scena – Alvise Rigo @alvise_rigo
Premio Speciale Creatività – Lillo @lillopetrolo
Ploom Best Cultural Moment – Federico Felletti @federicofelletti (in collaborazione con Ploom)

Best Reputation
Con il supporto di Cogit AI
Marcello Ascani @marcelloascani – Con un AIRI (AI Reputation Index) Score di 88 su 100 e un picco di 94 nella credibilità professionale
Camihawke @camihawke – Con un AIRI Score di 85 su 100 e una credibilità professionale a 91
Beatrice Mautino @divagatrice – Con un AIRI Score di 92 su 100, con un picco nella responsabilità comunicativa: 95 su 100

L’evento è stato reso possibile dal contributo di Acqua Chiara Collection, Aruba One Happy Island, Cogit Ai, Giannino Milano 1899, Gusto 17, Influential, McFit, Ploom, Specogna, con i suoi vigneti in Rocca Bernarda a Corno di Rosazzo, in Friuli, Terrazza Martini, Toblar e Xerjoff, brand che hanno accompagnato la quarta edizione dei Forbes Italia Top Creators Awards.


Le foto dei protagonisti:


Le foto dell’evento:

    Top Creators Awards @TommasoCimirelli
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Effetto Buffett su Bending Spoons: il patrimonio dei 4 fondatori cresce di quasi 5 miliardi in un giorno

L’impennata delle azioni Bending Spoons – fino a +54% nei massimi intraday – seguita alla notizia del nuovo investimento di Berkshire Hathaway da 330 milioni di dollari ha fatto lievitare immediatamente il patrimonio dei quattro fondatori dell’azienda italiana Luca Ferrari, Francesco Patarnello, Matteo Danieli e Luca Querella. Nell’arco di un solo giorno, i quattro ingegneri italiani che hanno dato vita alla società tecnologica sbarcata sul Nasdaq a luglio hanno visto crescere le loro ricchezze del 41,20%.

Risultato: il patrimonio del ceo e cofondatore Ferrari è balzato di 1,3 miliardi di dollari, a 4,4 miliardi, mentre la ricchezza netta degli altri tre cofondatori è aumentata di 1,2 miliardi, attestandosi a $4,1 miliardi ciascuno. Una giornata, quella di ieri, che ha aggiunto un altro importante tassello alla storia di Bending Spoons, grazie alla grande prova di fiducia manifestata nei confronti del suo business da Berkshire Hathaway, la holding fondata da Warren Buffett, le cui scelte di investimento sono da decenni un faro per la comunità finanziaria di tutto il mondo.

LEGGI ANCHE: “I primi 40mila euro, le acquisizioni miliardarie, il modello Real Madrid: la storia di Bending Spoons, il più grande unicorno italiano”

Buffett, investimento da 330 milioni in Bending Spoons

L’ annuncio è stato dato dalla stessa azienda italiana che ha reso noto che, con il nuovo capitale che ha deciso di iniettare nel suo capitale, Berkshire detiene ora una partecipazione complessiva nel gruppo al 4%. In termini operativi, l’iter prevede l’emissione da parte di Bending Spoons di 10 milioni di azioni ordinarie da assegnare a Berkshire al prezzo di 33 dollari per azione.

L’arrivo dei fondi da parte di un investitore del calibro di Berkshire alimenta la prospettiva di nuove acquisizioni da parte di Bending Spoons, la cui strategia si basa sull’acquisizione seriale di società già operative, spesso proprietarie di app, piattaforme digitali e servizi software, come WeTransfer, Vimeo, AOL. Patarnello ha ricordato che “Bending Spoons valuta costantemente le opportunità di M&A”, aggiungendo di ritenere che “l’investimento di Berkshire Hathaway rifletta la fiducia nel nostro team e nella nostra piattaforma e rafforzi ulteriormente la nostra flessibilità finanziaria e la nostra capacità di perseguire acquisizioni interessanti, nell’ambito della nostra più ampia strategia di finanziamento”.

La mossa del colosso americano prelude dunque a possibili nuove acquisizioni da parte del gruppo italiano che, forte del rally imponente delle sue azioni (+80% rispetto al prezzo dell’Ipo), vanta oggi un valore in Borsa di circa 33 miliardi di dollari.

La “nuova” strategia di Berkshire Hathaway

Ma la domanda che circola a Wall Street non è ‘solo’ come deciderà di muoversi Bending Spoons. L’altro interrogativo riguarda la strategia di Berkshire Hathaway, che ha iniziato ad attingere alla sua montagna di liquidità per finanziare nuove acquisizioni. Al 30 giugno di quest’anno, la sua liquidità è scesa infatti dal record di 397,4 miliardi di dollari a 364,7 miliardi, segnando un calo per la prima volta in più di tre anni.

Il cambio di passo si è inserito in una fase di evoluzione della strategia d’investimento del gruppo, sotto la guida del ceo Greg Abel, succeduto a Warren Buffett alla fine del 2025. L’impressione – che il maggiore investimento in Bending Spoons sembra avallare – è che la holding stia iniziando a cambiare pelle, diventando sempre più acquirente di azioni, dopo che era stata venditrice netta di titoli per 14 trimestri consecutivi. Il cash rappresenta tuttora una fetta rilevante del suo portafoglio, pari a circa il 55%. Ma il fatto che il colosso abbia iniziato a mettere a frutto la montagna di cash non è sfuggito agli osservatori di mercato, che si sono soffermati soprattutto sulle azioni su cui il gruppo ha deciso di rafforzare la presa. Indicativa la mossa con cui Berkshire ha aumentato dell’83% la partecipazione in Alphabet, facendola diventare la terza maggiore posizione azionaria del portafoglio.

La decisione di puntare su Bending Spoons

Proprio Alphabet potrebbe spiegare la decisione del gigante Usa di puntare ancora di più su Bending Spoons. Berkshire è di fatto sempre più proiettata a puntare sul settore hi-tech. Resta tuttavia un interrogativo sul prezzo pagato per entrare nel capitale. Come ha osservato Barron’s, confermando le perplessità manifestate settimane fa anche dal Wall Street Journal, Bending Spoons tratta a valutazioni elevate rispetto alle vendite e agli utili attesi: una caratteristica che rende l’investimento meno riconducibile alla ricerca di titoli sottovalutati associata al modus operandi di Buffett.

Il portafoglio della holding rimane diversificato, dalle assicurazioni all’energia, dal trasporto ferroviario al manifatturiero e alla vendita al dettaglio. Ma l’aumento dell’esposizione ad Alphabet e il rafforzamento della partecipazione in Bending Spoons indicano che la tecnologia sta assumendo un peso crescente nelle decisioni d’investimento. Anche in azioni che non vengono considerate a sconto dal mercato.

L’articolo Effetto Buffett su Bending Spoons: il patrimonio dei 4 fondatori cresce di quasi 5 miliardi in un giorno è tratto da Forbes Italia.

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L’allarme di Larry Fink: perché fermare i data center significa rischiare la recessione

Gli Stati Uniti andranno incontro a una recessione economica se verrà stabilita una moratoria contro i data center: è il parere espresso mercoledì dal ceo di BlackRock, Larry Fink, il quale sostiene che l’espansione di queste controverse strutture “non è il problema”, mentre gli americani vedono con sempre maggiore negatività i data center e il loro impatto.

I fatti principali

  • In un’intervista rilasciata a Cnbc a seguito dei risultati del terzo trimestre di BlackRock, Fink ha dichiarato che “una sorta di moratoria in questo Paese” porterebbe gli Stati Uniti in recessione, evidenziando come gran parte dell’economia sia legata agli investimenti nei data center.
  • Gli americani sono sempre più critici nei confronti dei data center e dei loro potenziali impatti economici e ambientali, secondo un sondaggio del Pew Research Center, con almeno il 49% degli intervistati che afferma che i data center sono prevalentemente dannosi per l’ambiente, per i costi dell’energia domestica e per la qualità della vita di chi risiede nelle vicinanze.
  • Fink ha affermato che gran parte dei timori sull’espansione dei data center derivano da “disinformazione”, aggiungendo: “I data center non sono il problema”.
  • Fink ha difeso il valore dei data center per la creazione di posti di lavoro, spiegando che hanno generato domanda di lavoratori nel settore dell’edilizia, delle infrastrutture energetiche e dell’hardware per il calcolo dell’intelligenza artificiale.

Nota a margine

Il titolo BlackRock è in lieve rialzo a 1.067 dollari per azione dopo aver pubblicato i risultati del terzo trimestre, superando le attese e registrando un utile netto di 2,6 miliardi di dollari. Le azioni del gigante della gestione degli investimenti sono in calo dello 0,5% dall’inizio dell’anno.

Il contesto

Il data center rappresentano la spina dorsale fisica del boom dell’IA e del cloud computing. Gli investimenti nei data center dovrebbero raggiungere quasi 7mila miliardi di dollari a livello globale entro il 2030, secondo la società di consulenza direzionale McKinsey, che nota come oltre il 40% di tale spesa sia destinato a concentrarsi negli Stati Uniti.

I deputati André Carson (democratico, Indiana) e Alexandria Ocasio-Cortez (Democratica, New York) e il senatore Bernie Sanders (indipendente, Vermont) hanno introdotto durante l’estate l’AI Data Center Moratorium Act, con l’obiettivo di stabilire tutele per i lavoratori e l’ambiente, introducendo anche un divieto alle esportazioni americane di infrastrutture di calcolo per l’IA verso Paesi privi di adeguate garanzie. La legge si trova ancora nella fase iniziale di esame da parte delle commissioni.

Il presidente Donald Trump ha sostenuto con forza la crescita dell’IA e la costruzione dei data center a supporto, esortando le comunità locali ad accogliere queste strutture e a “lasciar regnare i dati”. Il presidente ha sostenuto che i data center saranno una risorsa per i quartieri in cui vengono costruiti, affermando che le comunità che vi si oppongono rimarranno “arretrate e povere”.

L’articolo L’allarme di Larry Fink: perché fermare i data center significa rischiare la recessione è tratto da Forbes Italia.

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Katie Zacharia non avrebbe superato l’esame da avvocato nel 2011: crescono i dubbi sui suoi titoli legali

La portavoce della Casa Bianca, Katie Zacharia, non ha superato l’esame di abilitazione alla professione forense in California nel 2011. Lo ha riferito il Wall Street Journal, in un clima di crescente attenzione sui suoi titoli legali, a seguito di un esposto presentato da un’organizzazione di controllo che chiede di indagare se la Zacharia si sia presentata illecitamente come avvocato.

Fatti principali

  • Citando una fonte anonima a conoscenza dei fatti, il Journal riporta che la Zacharia sostenne l’esame in California dopo essersi laureata alla Pepperdine University School of Law nel 2011, senza però superarlo.
  • Secondo il rapporto, la Zacharia affrontò l’esame mentre era impegnata nei preparativi per il suo matrimonio e per il trasferimento in Cina insieme al futuro marito.
  • La Zacharia ha superato il “Multistate Professional Responsibility Examination” – un test standardizzato che verifica la conoscenza dell’etica legale e della condotta professionale – ma il solo superamento di questa prova non conferisce l’abilitazione all’esercizio della professione forense.
  • Sempre nel 2011, si è trasferita a Pechino, dove ha lavorato come collaboratrice presso un importante studio legale cinese.
  • Non è chiaro se la Zacharia abbia sostenuto l’esame di abilitazione in altri stati o se lo abbia ripetuto in California dopo il 2011.

Cosa sappiamo dell’esposto contro la Zacharia?

Mercoledì, l’organizzazione non profit “Campaign for Accountability” ha presentato un esposto all’ordine degli avvocati della California (California State Bar Association), chiedendo di indagare sulle affermazioni della Zacharia, che si è definita avvocato. La portavoce si è più volte descritta come tale e anche il presidente Donald Trump, nell’annunciare la sua nomina, l’ha definita “avvocato” (attorney).

Un’analisi condotta all’inizio della settimana ha rivelato che Zacharia non risulta iscritta come avvocato abilitato né in California, né in Texas, né a Washington D.C. – le tre giurisdizioni in cui ha lavorato in passato. L’esposto presentato mercoledì sottolinea che, qualora la Zacharia si sia “proposta al pubblico come soggetto abilitato all’esercizio della professione forense pur essendone priva”, la legge della California configura tale condotta “come reato”.

Nota a margine

La nomina di Zacharia a segretaria stampa ha suscitato critiche da parte di alcuni ex studenti della Pepperdine University, ateneo presso il quale ha conseguito la laurea in legge nel 2011. La scorsa settimana, in seguito alla nomina, l’università ha pubblicato un messaggio di congratulazioni sulla propria pagina LinkedIn ufficiale, scatenando reazioni critiche nei commenti. L’ex deputato Wiley Nickel, democratico della California e anch’egli laureato alla Pepperdine, ha dichiarato a SFGATE di essere “molto deluso nel vedere la Pepperdine impegnarsi in una faziosa attività di propaganda a favore di Donald Trump”.

L’articolo Katie Zacharia non avrebbe superato l’esame da avvocato nel 2011: crescono i dubbi sui suoi titoli legali è tratto da Forbes Italia.

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