❌

Modalità di lettura

Previsioni del tempo più accurate grazie all’IA

Quest'estate ce ne siamo accorti: prevedere il tempo è sempre più difficile, specie quando si tratta di eventi estremi. Eppure, proprio perché alluvioni, uragani e tempeste sono sempre più frequenti, farlo è di vitale importanza. Immaginate di poter prevedere che tra due settimane ci sarà una tempesta che distruggerà l'intero raccolto di olive della stagione: se lo sapessimo fin d'ora, potremmo correre ai ripari (letteralmente) per tempo.. Grazie a un nuovo modello di machine learning capace di correggere gli errori dei modelli di previsioni del tempo attualmente utilizzati, potrebbe essere possibile sapere con più precisione non solo se pioverà tra tre o quattro settimane, ma anche le probabilità che si verifichi un evento climatico estremo. I dettagli sono pubblicati su Nature.. Sfidando la teoria del caos Secondo Edward Lorenz, storico professore del MIT e uno dei padri della teoria del caos, minime variazioni nelle condizioni iniziali del tempo atmosferico possono portare a risultati completamente diversi. Per questo, sosteneva, sarebbe impossibile prevedere il tempo con più di due settimane di anticipo. Ma forse si sbagliava.. «In teoria l'atmosfera può creare un numero infinito di configurazioni, ma in pratica tende a ricadere sempre negli stessi schemi preferiti», spiega Judah Cohen, uno degli autori.. Previsioni substagionali Gli autori dello studio si sono concentrati sulle cosiddette previsioni substagionali, che provano a indovinare cosa accadrà tra 2-6 settimane. «Nella maggior parte dei casi fare previsioni di questo tipo equivale a lanciare un dado al casinò», commenta Cohen, dandoci un'idea della poca precisione dei modelli attuali, anche i migliori.. Il nuovo sistema si applica ai modelli di previsione esistenti, correggendone gli errori e migliorandone di molto l'accuratezza. Utilizzando l'intelligenza artificiale, impara dagli errori commessi in passato dal modello di previsione al quale viene applicato, e aggiusta di conseguenza le nuove previsioni. Più dati ha a disposizione, più migliora. Per testarne le capacità, lo scorso anno il team di ricerca l'ha fatto competere alla prima edizione della AI Weather Quest, una gara tra modelli previsionali organizzata dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), considerato il più autorevole al mondo.. La loro proposta, battezzata MicroDuet, combinava le previsioni di due modelli (quello dell'ECMWF e un modello ibrido basato sull'IA) "ripulite" dal sistema di correzione. MicroDuet è arrivata prima in tutte le categorie, battendo i modelli di sei grandi centri meteorologici internazionali e rivelandosi due volte più accurata con tre settimane di anticipo e tre volte più accurata con quattro settimane di anticipo rispetto all'insieme dei modelli dei principali centri meteorologici internazionali.. Un aiuto in più per gestire le emergenze La tecnica, che secondo i risultati migliorerebbe le previsioni sulla terraferma nella maggior parte delle regioni del mondo, ha già chi vuole testarla sul campo: il servizio meteorologico del Kenya si è fatto avanti per adottarla e prevedere meglio i monsoni, con l'obiettivo di migliorare i raccolti già da quest'inverno. «Potrebbe aiutare a decidere quando concimare in base alle piogge, a capire quando sta arrivando una gelata per proteggere le colture durante i raccolti invernali, o a prepararsi alla siccità», spiega Cohen. . Ma i possibili usi vanno oltre l'agricoltura: riuscire a prevedere con settimane di anticipo degli eventi estremi potrebbe evitare blackout di massa come quello avvenuto in Texas nel 2021 in seguito alla tempesta invernale Uri, permettendo di gestire al meglio le emergenze, dando a chi le affronta più tempo per prepararsi..

©

Previsioni del tempo più accurate grazie all’IA
  •  

Cibo per animali: come si legge l’etichetta?

Quando si legge l'etichetta del cibo per i nostri animali, la prima informazione da controllare è la specifica sul tipo di alimento: completo, complementare o snack. Ci si accerta poi che il prodotto sia adatto all'età del nostro animale.. La composizione degli ingredienti A quel punto, troveremo l'elenco degli ingredienti alla voce "composizione": saranno indicati in base al peso o alla percentuale contenuta ("a base di manzo" significa che costituisce almeno il 10% del totale, "con manzo" invece è il 3%).. Per le scatolette di umido, va considerato che in quella quantità sono compresi anche i liquidi, nelle crocchette, al contrario, è presente solo la sostanza secca.. I componenti analitici Infine, la "dichiarazione analitica" elenca invece i nutrienti con il termine "grezzo". Si tratta di un'approssimazione: la dicitura "ceneri grezze" non distingue, per esempio, tra i vari sali minerali..

©

Cibo per animali: come si legge l’etichetta?
  •  

Nicotina in utero: danni immunitari duraturi

L'esposizione alla nicotina durante la gravidanza e appena dopo la nascita lascia un'impronta indelebile - e sfavorevole - sulle cellule staminali ematopoietiche, quelle che danno origine a tutte le cellule del sangue e che sono cruciali per la costituzione di un buon sistema immunitario. I topi entrati a contatto con la nicotina in utero o appena venuti al mondo sono risultati più inclini a sviluppare forme gravi di influenza una volta esposti al virus. La scoperta, pubblicata sulla rivista Stem Cell Reports, potrebbe spiegare perché molti studi epidemiologici abbiano riscontrato che i bambini nati da madri fumatrici vadano incontro più di frequente a infezioni respiratorie, e spesso più gravi.. Ma lo studio, dei ricercatori dell'Università della California a Santa Cruz, ha implicazioni più ampie, dovute al fatto che non riguarda, genericamente, le decine di sostanze tossiche presenti nelle sigarette - ma la nicotina, presente anche nei prodotti da svapo e in molti prodotti sostitutivi per smettere di fumare (pastiglie, cerotti, gomme, spray). Questo tipo di terapia è talvolta preso in considerazione come supporto alle donne in attesa che in nessun altro modo riescono a smettere di fumare, sebbene - almeno in Italia - limitato solamente ai prodotti che si possono assumere "al bisogno", anziché a quelli che somministrano nicotina in maniera continuativa.. L'impatto duraturo sul sistema immunitario. Dopo aver esposto femmine gravide di topo alla nicotina, i ricercatori hanno osservato che la loro prole presentava un numero inferiore di cellule staminali ematopoietiche, che portano alla formazione di cellule immunitarie effettrici mature, per esempio i macrofagi che fagocitano i patogeni e i detriti cellulari, o i linfociti T che si attivano in risposta a minacce specifiche. Quelle stesse cellule presenti in numero inferiore presentavano inoltre alterazioni nei profili dei geni regolatori, che regolano l'espressione di altri geni. Questi cambiamenti persistevano fino all'età adulta, anche se, in condizioni normali, non risultavano subito visibili.. Apparentemente, infatti, da adulti i topi che erano stati esposti alla nicotina presentavano un sistema immunitario come quello di tutti gli altri. Quando però sono stati esposti al virus dell'influenza, è stato osservato che nei loro polmoni era presente una popolazione di macrofagi residenti - cellule immunitarie presenti in modo stabile nei tessuti e incaricate della prima linea di difesa - inferiore rispetto alla norma. Dopo aver contratto l'infezione hanno sviluppato un'infiammazione più intensa, richiamato un numero maggiore di cellule immunitarie nei polmoni e riportato maggiori danni polmonari. Hanno avuto un decorso peggiore e perso più peso.. La memoria di un danno subito. «Le cellule staminali ematopoietiche regolano l'equilibrio del sistema immunitario e conservano la memoria di ciò che hanno incontrato nelle prime fasi della vita. Un'esposizione nelle prime settimane di vita può alterare tale equilibrio in un modo che rimane latente fino a quando il corpo non si trova ad affrontare un'infezione, influenzando così la salute immunitaria fino all'età adulta» spiega Marcel Rommel, tra gli autori dello studio. La cosa migliore da fare è prevenire questo danno evitando l'esposizione alla nicotina in gravidanza. Ma gli scienziati stanno anche cercando di capire se i cambiamenti innescati si possano contrastare..

©

Nicotina in utero: danni immunitari duraturi
  •  

Decarbonizzazione: la mappa mondiale dei vantaggi

La transizione energetica è, oltre che necessaria, vantaggiosa dal punto di vista economico. La scienza lo sostiene da tempo, ma i vantaggi che porta non sono per tutti uguali, né uniformemente distribuiti: riconoscerlo vuol dire gettare le basi per accordi climatici "a pacchetti", che riuniscano gruppi di Paesi con interessi convergenti. Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research (in Germania), pubblicato su Nature Sustainability ha mappato queste differenze in 169 Paesi, svelando analogie inaspettate e nuove risorse che potrebbero orientare le politiche climatiche future.. «Esploriamo le tensioni geopolitiche che potrebbero derivare da eventuali perdite subite da alcuni Paesi, ma mostriamo anche come gli interessi nazionali possano favorire la cooperazione internazionale e come questa possa essere ulteriormente rafforzata attraverso incentivi mirati» spiega Guanna Pan, ricercatrice in Geografia e Gestione delle Risorse del Potsdam Institute for Climate Impact Research e principale autrice dello studio.. Diverse sfumature di vantaggi. Gli scienziati hanno individuato gruppi di Paesi nei quali analoghe politiche climatiche genererebbero rischi e benefici simili dal punto di vista economico. Hanno così osservato che 19 Paesi fortemente dipendenti dai combustibili fossili potrebbero opporsi a misure ambiziose di abbandono di petrolio, carbone e gas, ma che questi Paesi rappresentano il 6% appena della produzione economica globale, e dunque non hanno un peso politico così rilevante.. Ci sono poi tre gruppi di Paesi che trarrebbero grandi benefici da una rapida azione climatica, per diverse ragioni, e sono: 51 Paesi del Sud del mondo che, senza politiche rapide ed efficaci di abbandono di combustibili fossili dovrebbero affrontare danni climatici particolarmente gravi 13 Paesi - la maggior parte dei quali in Africa - che hanno un elevato potenziale di energie rinnovabili 17 Paesi con un'elevata capacità di sequestro del carbonio, perché naturalmente occupati da grandi foreste o perché in grado di sequestrare CO2 attraverso aree naturali ben gestite. Nel loro insieme, questi tre gruppi rappresentano circa il 13% della produzione economica globale. Chi fa parte, quindi, del rimanente 81%?. Stati Uniti, Europa e Cina hanno interessi simili. La fetta più consistente della produzione economica mondiale è costituita da 69 "economie con impatti moderati", come vengono definite nello studio, incluse l'Unione Europea, la Cina e gli Stati Uniti. Il termine "moderati" non tragga in inganno: i benefici economici dell'abbandono dei combustibili fossili sono già e sarebbero, in questi Paesi, considerevoli, perché legati alla riduzione dei danni dei cambiamenti climatici. Calcolati in percentuale, però, sono meno elevati rispetto a quanto lo sono per i tre gruppi di Paesi elencati in precedenza.. Interesse collettivo ma rispettoso delle differenze. Al di là del capire quali Paesi ricadano nei vari gruppi, lo studio è interessante perché mostra che perseguire un unico interesse condiviso - la lotta alla crisi climatica - non vuol dire farlo con gli stessi guadagni e le stesse perdite. Si possono perdere le entrate un tempo derivanti dai combustibili fossili; si può guadagnare in salute pubblica e riduzione del rischio di disastri climatici, si possono creare nuove opportunità di crescita economica e nuovi posti di lavoro legati alle fonti di energia pulita; si può guadagnare dalla capacità del proprio Paese di sequestrare CO2 dall'atmosfera. E non è detto che per tutti queste perdite e questi guadagni arrivino allo stesso modo o con gli stessi tempi.. Dall'analisi potrebbero nascere linee guida per rafforzare la cooperazione internazionale attraverso "accordi a pacchetto", laddove non tutti i Paesi abbiano le stesse preoccupazioni e gli stessi interessi. Inoltre, scrivono gli autori dello studio: «Considerata la recente recrudescenza dell'opposizione a una politica climatica impegnata, è importante riconoscere che tale politica non si limita a svalutare determinate risorse, in particolare quelle dei fornitori di combustibili fossili. Il nostro studio dimostra anche, in modo piuttosto preciso, come vengano contemporaneamente create nuove risorse. Nel complesso, la politica climatica rivaluta il capitale delle economie in modo nuovo e sostenibile, salvaguardando così la prosperità a lungo termine»..

©

Decarbonizzazione: la mappa mondiale dei vantaggi
  •  

Le tre minacce al cibo globale

Oggi è la Giornata Mondiale dell'Alimentazione (World Food Day), l'occasione per celebrare il compleanno della Food and Agriculture Organization (la FAO, fondata il 16 ottobre 1945) ma soprattutto per tornare a parlare di come ridurre la fame nel mondo, migliorare la nutrizione e trasformare i sistemi agricoli che ci nutrono in una direzione di maggiore sostenibilità e resilienza. L'edizione 2026 cade in una fase di profondo stress per la produzione di cibo mondiale. Un anno segnato da guerre, eventi climatici estremi, instabilità nella logistica della distribuzione di alimenti e con l'ombra di un super El Niño a influenzare i prossimi mesi.. Instabilità vuol dire prezzi più elevati. L'invito della FAO è guardare con fiducia all'innovazione dei sistemi agroalimentari, che «può ridurre i rischi prima che si verifichino le crisi [...], rafforzare la resilienza ed evitare costi molto più elevati una volta che si verificano le crisi». La parola "crisi", nel 2026, si traduce con conflitti, violenze, ondate di calore, alluvioni, precipitazioni anomale e con l'inizio di un evento di El Niño di proporzioni inusitate.. Queste pressioni si traducono in un aumento dei costi nel carrello per i consumatori, specialmente nei Paesi fortemente dipendenti da importazioni di cibo. I prezzi globali del cibo a settembre 2026 sono saliti, a causa dei tre fattori citati, al livello più alto da quasi 4 anni a questa parte. L'indice dei prezzi alimentari della FAO (FFPI), un parametro che misura la variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari, si è attestato a una media di 136,0 punti a settembre 2026, il valore più alto da novembre 2022. Dipende dall'aumento di prezzi di cereali, oli vegetali e zucchero.. Navi prese di mira. Sugli scambi di cereali pesa il crollo dei commerci nel Mar Nero dovuto alla guerra tra Russia e Ucraina: gli attacchi di droni alle navi mercantili minacciano i commerci internazionali di grano, in un momento in cui si prospetta una riduzione delle rese di mais legata alla siccità. Le preoccupazioni sulle conseguenze di El Niño nei Paesi dove si produce lo zucchero hanno fatto salire i prezzi di questo bene ai livelli più alti da 18 mesi; i timori per i rischi di produzione di olio di palma legati a El Niño nel Sud-est asiatico hanno invece contribuito all'innalzamento dei prezzi degli oli vegetali. Spiega Max Torero, economista capo della FAO: «Stiamo assistendo a un rialzo persistente e sempre più diffuso dei prezzi globali delle materie prime: le interruzioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Nero si sommano agli shock climatici, esercitando pressioni su energia, trasporti e principali prodotti alimentari di base».. Lo stato della fame nel mondo. Proprio la duplice influenza di guerre e clima sull'alimentazione globale è al centro della 21esima edizione del Global Hunger Index, l'Indice globale della fame 2026, curato da CESVI per l'edizione italiana e redatto da Welthungerhilfe (WHH), Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (IFHV) e Helvetas, un'organizzazione indipendente di cooperazione allo sviluppo. Secondo il documento, uno dei principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, guerre e clima affamano 645 milioni di persone nel mondo, un numero equivalente quasi all'intera popolazione europea. . Nel 2025 si sono registrati 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale, e 358 disastri legati a eventi naturali, sia di natura climatica (siccità, alluvioni, tempeste) sia geologica come i terremoti, con oltre 110 milioni di persone coinvolte. Nel 2026, l'Ufficio per il Coordinamento per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite ha già registrato 64 emergenze legate a eventi climatici estremi. Per questi motivi il punteggio globale del GHI 2026 è 18,1 ("livello moderato", su una scala da 0 a 100 in cui i punteggi superiori rappresentano un peggiore stato nutrizionale): un punteggio superiore a quello del 2018, un'interruzione della tendenza al calo registrata a partire dal 2000. Il Paese in cui l'indice mostra il valore peggiore (47, livello allarmante) è la Somalia, dove si intrecciano tutte le cause della fame registrate dal rapporto: siccità, tagli degli aiuti, conflitti, prezzi spinti dalla crisi in Medio Oriente. In Somalia nel 2026 la fame acuta è cresciuta del 43%: più di una persona su due è denutrita e un bambino su dieci muore prima dei cinque anni. Ora El Niñominaccia di far arrivare l'acqua che è mancata per mesi tutta insieme, con le alluvioni.. «Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», dice Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. «La fame non è solo una conseguenza dell'instabilità, ne è un moltiplicatore. Per questo il messaggio del GHI di quest'anno è netto: non c'è sicurezza senza sicurezza alimentare. Tagliare gli aiuti proprio dove la fame è più grave significa preparare le crisi di domani»..

©

Le tre minacce al cibo globale
  •  

Da quando usiamo i tovaglioli a tavola?

Questa igienica consuetudine, oggi data per scontata, si affermò in epoca rinascimentale, mentre in precedenza ci si puliva le mani su tovaglie, vestiti o stracci condivisi.. Tovaglioli giganti I primi tovaglioli per uso personale erano molto più grandi di quelli odierni (talvolta consistevano in veri grembiuli) e venivano spesso messi a tavola con piegature artistiche che facevano loro assumere forme decorative ispirate alla natura e al mondo animale.. Non bastasse, i tovaglioli venivano profumati con essenze aromatiche per rendere ancora più gradevole il pasto.. L'origine del "coperto" Nei grandi banchetti era tra l'altro consuetudine che ogni commensale trovasse il proprio tovagliolo disposto in modo tale da coprire le posate presenti in tavola, tradizione da cui deriverà l'usanza del "coperto" adottato dai moderni ristoranti. Oggi però questo indica la tariffa fissa, extra pasto, che copre i costi di servizio, pulizia e, appunto, apparecchiatura con annessi tovaglioli (e spesso comprensiva di pane)..

©

Da quando usiamo i tovaglioli a tavola?
  •  

La Luna si sta restringendo

La Luna si sta restringendo. Lo conferma un nuovo studio che quantifica per la prima volta con precisione il ritmo di questa contrazione. Un ritmo impercettibile: solo le osservazioni satellitari e gli strumenti più sofisticati riescono a coglierne gli effetti. Le conseguenze, però, sono concrete, perché i terremoti lunari possono manifestarsi in qualsiasi punto della superficie. A guidare il lavoro è il geologo planetario Thomas Watters dello Smithsonian National Air and Space Museum. I risultati sono stati pubblicati su The Planetary Science Journal. Il gruppo ha analizzato i dati della Lunar Reconnaissance Orbiter Camera (LROC) della NASA, la fotocamera che da oltre 17 anni ha prodotto milioni di immagini della superficie lunare.. Un ritmo glaciale Il paesaggio lunare che si riduce può evocare scenari drammatici, ma il fenomeno procede con estrema lentezza. Secondo i nuovi calcoli, negli ultimi 400-800 milioni di anni il raggio della Luna si è accorciato di quasi 45 metri a causa del progressivo raffreddamento interno. Equivale a 6-11 centimetri ogni milione di anni, circa 0,1 micrometri all'anno.. Il dato si inserisce in una serie di stime sempre più affinate. Nel 2010, studiando le prime immagini di LRO, Watters e colleghi stimavano che la distanza tra il centro e la superficie della Luna si fosse ridotta di circa 300 piedi, cioè quasi 90 metri. Nel 2019 una nuova analisi parlava invece di una perdita di oltre 50 metri negli ultimi centinaia di milioni di anni.. Non è una buccia di uva passa Il meccanismo è semplice. Come già spiegavano gli scienziati nel 2019, a differenza della pelle flessibile di un acino d'uva, la crosta lunare è fragile: quando il satellite si contrae si spezza e una porzione di crosta viene spinta sopra quella vicina. Si formano così le cosiddette faglie inverse, visibili come scarpate lunghe e sinuose. Qui sta la differenza con la Terra. Da noi circa il 90% dell'attività sismica si concentra lungo i margini tra le placche litosferiche. La Luna, invece, è avvolta da un'unica placca a forma di guscio e il raffreddamento interno può quindi generare scivolamenti e fratture ovunque e in qualsiasi momento.. Oltre 10.000 faglie Esaminando le immagini di LROC, gli autori hanno contato oltre 10.000 faglie lunari visibili, molte più di quanto si pensasse. Nel 2019 ne risultavano oltre 3.500. «Il numero di queste giovani faglie rivelate dalle immagini di LROC è molto maggiore di quanto avessi mai immaginato», ha dichiarato Watters. «Poiché l'interno della Luna continua a raffreddarsi e a contrarsi, è prevedibile che la crescita delle faglie esistenti e la formazione di nuove faglie continuino ancora oggi». L'ipotesi che la Luna sia ancora sismicamente attiva poggia anche su dati d'archivio. Nel 2019 Watters riesaminò i dati dei sismometri lasciati dagli astronauti Apollo e concluse che otto terremoti lunari superficiali erano con ogni probabilità legati a faglie giovani. A deformare la crosta non è solo il raffreddamento: contribuiscono anche le forze mareali esercitate dalla Terra, che influenzano l'orientamento delle scarpate.. Dove si tremerà di più Non tutte le regioni sono ugualmente esposte. Le aree con la crosta più spessa presentano meno faglie, e dunque sembrano più stabili di quelle dove la crosta è più sottile. Per questo la mappa dei terremoti lunari è tutt'altro che una curiosità accademica. Oltre a chiarire la storia termica del satellite, può aiutare la NASA a scegliere dove insediarsi in modo duraturo. In uno studio dedicato alla regione del polo sud, la zona al centro del programma Artemis, lo stesso Watters avvertiva che la distribuzione globale delle giovani faglie e la possibilità che se ne formino di nuove dovrebbero essere considerate nella scelta della posizione e della stabilità degli avamposti permanenti. Anche la sismologa planetaria Renee Weber, della NASA, sosteneva che una nuova rete di sismometri sulla superficie lunare dovrebbe essere una priorità per l'esplorazione umana. Non c'è motivo di temere per la forma della Luna. Come ricordava lo stesso Watters, poiché la variazione di dimensioni è molto piccola, non ci sono effetti sui cicli lunari o sulle maree. Chi un giorno vivrà sulla Luna, invece, farà bene a tenere d'occhio il terreno sotto i piedi..

©

La Luna si sta restringendo
  •  

Bolotana, in Sardegna, è il paese delle centenarie

Che la Sardegna fosse un luogo dove si vive a lungo lo sapevamo dal 1999 – da quando, cioè, uno studio scoprì un'incredibile concentrazione di uomini centenari sull'area montana della provincia di Nuoro. Ora, però, una ricerca pubblicata su Frontiers in Aging ha notato che a spegnere 100 candeline non sono solo gli uomini sardi, ma anche le donne: a Bolotana, un piccolo paese ai piedi della catena del Marghine, a circa 40 km a ovest di Nuoro, il 13,8% delle donne che raggiungono i 70 anni di età vivono tanto a lungo da compierne 100 (una percentuale ben superiore a quella italiana, che si ferma al 3,5%).. Zona blu in espansione Analizzando i dati relativi agli abitanti di Bolotana nati tra il 1900 e il 1925, i ricercatori hanno scoperto che 38 avevano vissuto oltre i 100 anni – un tasso superiore del 57% alla media nazionale. Su appena 2.266 abitanti, nel 2025 dodici erano centenari: attualmente ne sono rimasti in vita sei, tutte donne.. Secondo gli autori, Bolotana potrebbe essere una nuova blue zone, termine coniato all'inizio degli anni Duemila per indicare un'area con alte concentrazioni di centenari. Attualmente nel mondo ne esistono solo cinque – Okinawa in Giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica, l'isola di Icaria in Grecia, Loma Linda in California e la zona montana in provincia di Nuoro, in Sardegna.. Chiacchiere, camminate e buona cucina Sappiamo che le donne sono mediamente più longeve degli uomini, ma il caso di Bolotana ha dell'incredibile: le bolotanesi hanno una probabilità circa tre volte maggiore di raggiungere i cento anni rispetto alle donne occidentali. Ma qual è il loro elisir di lunga vita?. Secondo il sindaco del paese, Francesco Manconi, sarebbe un mix di buone abitudini: un'alimentazione ricca di cereali e verdure (senza rinunciare ai piatti della tradizione come seadas e mustazzolus), la natura incontaminata e tante camminate, anche 20 km al giorno. Giovanni Mario Pes, coordinatore della ricerca, preferisce non sbilanciarsi parlando di "segreti di longevità", e si limita a riconoscere l'esistenza del fenomeno. Tuttavia, passando del tempo con alcune di queste signore over100, si è detto molto colpito dalla loro vita ricca di socialità e del loro amore per le chiacchiere. E chissà, forse il segreto sta proprio lì..

©

Bolotana, in Sardegna, è il paese delle centenarie
  •  

Messico: scoperto antico osservatorio astronomico

Per decenni è stato considerato un tratto distintivo dei Maya. Oggi, però, un osservatorio astronomico del "Gruppo E" (un complesso architettonico maya composto da una piramide su un lato di una piazza e da una lunga piattaforma sul lato opposto, usato per osservare il sorgere del Sole nei solstizi e negli equinozi) è stato identificato per la prima volta fuori dall'area maya, sulle montagne della Sierra Norte, nello stato messicano di Puebla. Lo ha annunciato l'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH): gli archeologi al lavoro nell'antico insediamento di Teteles de Ávila Castillo hanno confermato che un monumentale complesso architettonico fu progettato per osservare il Sole e segnare le date chiave del calendario mesoamericano.. Un osservatorio tra i più antichi della Mesoamerica Secondo i ricercatori, la struttura risale al periodo Preclassico Medio, tra il 1000 e il 600 a.C. circa, e figura quindi tra gli esempi più antichi di architettura astronomica della Mesoamerica. A rendere eccezionale il ritrovamento è proprio la sua collocazione: finora i complessi del Gruppo E erano associati esclusivamente alla civiltà Maya. Il sito, noto anche come Tetelihtic o Tetelictic, sorge a circa 1.865 metri di altitudine. È considerato uno dei più antichi insediamenti preispanici della regione. La scoperta è il frutto di studi architettonici dettagliati, di confronti con altri centri cerimoniali e di osservazioni dei movimenti del Sole sull'orizzonte. L'area cerimoniale appare pianificata in funzione dei fenomeni astronomici e dei rilievi circostanti.. Il cuore del complesso Il nucleo della scoperta si trova a est della Grande Piazza: un cortile quadrangolare chiuso da due piattaforme, una a oriente e una a occidente. Quella orientale misura circa 90 metri da nord a sud e 40 da est a ovest. La struttura occidentale, più piccola (50 per 27 metri), è considerata il punto di osservazione. La disposizione ricorda da vicino il celebre Gruppo E di Uaxactún, in Guatemala. Entrambi i complessi risalgono al Preclassico Medio, anche se quello guatemalteco è circa il doppio di quello di Puebla.. Un calendario scritto nel paesaggio L'aspetto più suggestivo riguarda il legame con il calendario agricolo. A differenza di altre strutture che indicano gli equinozi con l'allineamento centrale, la lunga piattaforma di Teteles sembra pensata per individuare momenti precisi dell'anno. Gli studiosi ritengono che segnasse l'inizio del calendario precolombiano a febbraio e l'avvio della stagione del raccolto a ottobre, date vitali per comunità la cui sopravvivenza dipendeva dal ritmo delle stagioni.. Le osservazioni sul campo suggeriscono inoltre che la piattaforma orientale potesse funzionare come calendario solare, permettendo di seguire la posizione del Sole nascente nei punti cardine del ciclo annuale, equinozi e solstizi compresi. Dalla sommità di una delle strutture è ancora oggi possibile osservare l'alba lungo una traiettoria visibile sopra uno dei rilievi vicini, un dettaglio che rafforza l'ipotesi dell'osservatorio.. Maya, Huasteci, Totonachi: le ipotesi sulle origini Il ritrovamento potrebbe aiutare a ricostruire le relazioni culturali tra i popoli dell'antica Mesoamerica. Alberto Diez Barroso Repizo, direttore del progetto archeologico, ritiene che l'osservatorio possa documentare antichi contatti tra popolazioni di lingua maya e comunità dell'attuale Puebla, con influenze maya arrivate nella regione già nel primo millennio a.C. Questi legami potrebbero aiutare a chiarire le radici degli Huasteci, la cui lingua appartiene alla famiglia maya.. Un'altra pista riguarda i Totonachi, che in seguito fiorirono sulle alture di Puebla e lungo la costa settentrionale del Golfo del Messico. Secondo gli archeologi, Tetelihtic potrebbe essere stato un importante centro primitivo legato a popolazioni ancestrali dei totonachi. Diez Barroso ipotizza che gli abitanti originari fossero antenati delle comunità che poi si insediarono a Yohualichan, a Puebla, e a El Tajín, nella vicina Veracruz, due poli dello sviluppo culturale totonaco. Si è anche aperta la strada a un possibile legame con la dea nahua Nantehuitz, "nostra madre del sud". L'ipotesi nasce dall'orientamento della struttura principale verso Canopo, la seconda stella più luminosa del cielo notturno. Si tratta, precisano i ricercatori, di associazioni culturali e religiose ancora da verificare con ulteriori indagini.. Un luogo sacro per quasi due millenni Le prove archeologiche indicano che Tetelihtic fu abitata dal 900 a.C. al 100 d.C. circa, con un ruolo di primo piano come centro cerimoniale. Secondo l'INAH era anche meta di pellegrinaggio per le genti della Sierra Norte. Quando Cantona, Cholula e Teotihuacan si affermarono, l'insediamento era già in parte abbandonato, ma non dimenticato. Attorno al recinto cerimoniale sono state individuate offerte databili tra il 100 e il 600 d.C. circa, segno di visite rituali proseguite nei secoli. Su una piattaforma è stata trovata un'offerta votiva totonaca più tarda, tra il 600 e il 900 d.C., a conferma che il luogo restò sacro per le generazioni successive..

©

Messico: scoperto antico osservatorio astronomico
  •  

Il dolore dell'elefantessa: la foto vince il WPY

Lo scatto in bianco e nero "The Aftermath" del fotografo milanese Federico Veronesi ha conquistato la giuria del prestigioso premio del Natural History Museum di Londra. Una fotografia potente e straziante, scattata nella valle del fiume Huab in Namibia, mostra l'empatia e l'elaborazione del lutto degli animali.. Lo scatto: "The Aftermath" La fotografia vincitrice è un'opera in bianco e nero realizzata in Namibia. Veronesi stava seguendo le tracce di una mandria di elefanti quando ha notato degli insoliti segni di trascinamento impresso sulla sabbia.. Seguendo le piste, si è imbattuto in una scena indimenticabile: un'elefantessa adulta che trasportava con cura il corpo ormai privo di vita del suo piccolo, stringendolo delicatamente tra la proboscide e le zanne mentre attraversava il letto di un fiume in secca.. Una vita dedicata alla fauna africana Federico Veronesi ha radici profonde è cresciuto in una famiglia milanese di appassionati naturalisti e fotografi, ha coltivato fin da bambino l'amore per gli animali e la natura selvatica dell'Africa. Dopo la laurea, nel 2002 ha scelto di trasferirsi in Kenya per trasformare la sua passione in una professione, lavorando come fotografo e guida di safari.. Gli elefanti occupano un posto speciale nella sua produzione artistica e ricerca sul campo: a questi maestosi mammiferi ha dedicato il libro fotografico Walk the Earth, un progetto durato cinque anni che documenta la vita degli ultimi grandi elefanti africani. Con The Aftermath, Veronesi non regala al mondo solo un grande scatto, ma una testimonianza fondamentale sul dolore e l'elaborazione del lutto del regno animale..

©

Il dolore dell'elefantessa: la foto vince il WPY
  •  

Oltre le rughe: gli usi dell’acido ialuronico

Trasparente e un po' scivoloso, l'acido ialuronico è una molecola-spugna unica: ne basta un quarto di cucchiaino da tè per legare e trattenere poco meno di due litri di acqua. Questa proprietà speciale lo rende indispensabile al nostro organismo, che ne produce grandi quantità per tenere i tessuti ben idratati; così quando scarseggia, per colpa dell'età che avanza o a causa di disturbi e malattie, diventa spesso importante somministrarlo dall'esterno. Perché, per fortuna, abbiamo imparato a sintetizzarlo anche in laboratorio.. Come funziona e a cosa serve L'acido ialuronico è una molecola sorprendente: è un polisaccaride, ovvero una lunga catena di piccole unità di uno zucchero che si ripetono e sono ricchissime di punti dove l'acqua può venire 'agganciata' con facilità. Riesce così a legarne fino a mille volte il suo peso, diventando super-idratante ovunque si trovi: per questo fra i tessuti più ricchi di acqua ci sono l'interno dell'occhio, le articolazioni (dove funziona come lubrificante per evitare attriti fra le ossa) o la pelle, che da giovane deve il suo aspetto liscio e compatto proprio all'abbondanza di acido ialuronico. La sua conformazione a catena però non è solo una spugna per l'acqua: si comporta infatti anche come uno 'scheletro' su cui far crescere i tessuti e per questo è importante quando si devono riparare ferite e la ricerca ne sta indagando il ruolo negli embrioni e nello sviluppo; inoltre, gli spazi fra un'unità e l'altra del polimero di acido ialuronico possono accogliere anche altre molecole oltre all'acqua, rendendolo un ottimo 'veicolo' per portarle dove servono. Così, oggi se ne sta studiando l'uso non solo per la medicina rigenerativa, ma anche per formulazioni farmacologiche avanzate in grado di consentire il trasporto selettivo di terapie.. Dalla vista all'otorinolaringoiatria Gli impieghi clinici dell'acido ialuronico, in continuo aumento da quando si è iniziato a usarlo ormai una sessantina di anni fa, sono perciò tanti e consolidati. Essendo fondamentale per sostenere la struttura dell'occhio, viene impiegato per esempio durante gli interventi chirurgici per proteggere i tessuti oculari interni; poiché idrata tantissimo ed è del tutto sicuro, è un componente essenziale delle lacrime artificiali per occhi secchi o che bruciano, ed è anche in grado di creare sulla cornea un film protettivo utile in caso di vento o polvere. Prospettive ulteriori arrivano poi da ricercatori dell'Università dello Shandong a Jinan, in Cina, che analizzando i dati di varie ricerche nel settore hanno sottolineato come idrogel a base di acido ialuronico potrebbero essere utili anche in altre malattie oculari, dai traumi della cornea alla degenerazione maculare legata all'età, grazie a proprietà come la trasparenza ottica, la capacità di trasporto di farmaci e la completa biocompatibilità.. La stessa che rende l'acido ialuronico ampiamente usato in otorinolaringoiatria, per esempio per idratare le mucose di naso e gola nelle riniti allergiche e nelle rinosinusiti o in chirurgia, per proteggere le mucose e favorirne la cicatrizzazione e la ripresa: di recente uno studio su poco meno di 500 persone pubblicato su Otolaringoloy – Head and neck surgery ha dimostrato che in caso di timpanoplastica, l'intervento necessario a riparare un timpano perforato o danneggiato, l'uso di gel a base di acido ialuronico migliora gli esiti dell'operazione.. Benefici in ginecologia e in oncologia L'effetto protettivo e rigenerante sulle mucose è anche il motivo per cui l'acido ialuronico è usato in ginecologia sotto forma di gel, ovuli e creme per contrastare la secchezza vaginale in menopausa e non solo, o anche per favorire la guarigione di micro-lesioni del tessuto vaginale; instillato direttamente nella vescica, è usato nelle cistiti croniche perché crea una specie di film protettivo sulla mucosa che riduce l'adesione dei batteri alle pareti, diminuendo anche l'irritazione connessa al contatto con le urine. L'effetto è un miglioramento dei sintomi tale da poter considerare le instillazioni vescicali di acido ialuronico una terapia di prima linea in molti casi di cistiti interstiziali, stando a una recente ricerca dell'Unità di ginecologia dell'Università Campus Biomedico di Roma.. Per gli stessi motivi è utilissimo per accelerare la guarigione di lesioni alle mucose della bocca dovute a chemio o radioterapie in persone con tumori di vario genere: l'acido ialuronico riduce l'infiammazione e il bruciore, fa da barriera nei confronti del possibile effetto irritante da parte del cibo o della saliva, accelera la riparazione delle ferite.. Un'impalcatura per cicatrizzare la pelle È vero per quelle connesse alle terapie oncologiche, ma anche per le ferite in genere: l'acido ialuronico funziona come un'impalcatura attorno a cui si ricostruiscono più facilmente i tessuti, perché forma una "rete umida" dove le cellule della pelle vengono guidate più rapidamente, vengono richiamati fibroblasti per produrre più collagene riducendo la cicatrice, viene stimolata la formazione di nuovi vasi sanguigni per trasportare ossigeno e nutrienti utili alla riparazione della pelle.. Gel, bendaggi e biomateriali avanzati a base di acido ialuronico sono usati perciò in caso di tagli, traumi superficiali ma anche per ustioni, ulcere e nel trattamento di ferite e suture chirurgiche, perché la guarigione accelera ed è più efficace, come ha sottolineato un documento dedicato alla medicina rigenerativa pubblicato su Nature.. Il ruolo nelle articolazioni e l'uso contro l'artrosi È un po' più dibattuto invece l'uso di infiltrazioni di acido ialuronico, la cosiddetta viscosupplementazione, in caso di artrosi: l'attrito fra le ossa, nelle articolazioni, di norma viene ridotto dalla presenza di un 'lubrificante' a base di acido ialuronico che con l'età può diminuire. La viscosupplementazione perciò è usata per ridurre il dolore e l'uso di antidolorifici; tuttavia i risultati degli studi scientifici non sono univoci — anche perché, come spesso accade con i dispositivi medici, sotto lo stesso nome si nascondono prodotti molto diversi tra loro —e cosi per esempio le linee guida 2026 dell'Istituto Superiore di Sanità sulla prevenzione della progressione dell'artrosi di anca e ginocchio hanno sottolineato l'incertezza e variabilità delle prove, indicando però che l'acido ialuronico produce comunque benefici 'piccoli ma desiderabili' sul dolore e la funzionalità dell'articolazione rispetto a un placebo o ai corticosteroidi come il cortisone, anche tenendo conto della sicurezza della terapia.. L'importanza del peso molecolare e delle nuove formulazioni Parte dell'incertezza dipende dal fatto che "acido ialuronico" non è un prodotto unico, ma una famiglia eterogenea di dispositivi medici che differiscono per peso molecolare, reticolazione chimica e fonte di produzione. Una revisione sistematica del 2023 su Cartilage mostra che queste differenze contano: l'acido ialuronico ad alto peso molecolare è l'unico a superare la soglia minima di beneficio clinicamente rilevante sul dolore, mentre le formulazioni reticolate o di origine aviaria sembrano più associate a reazioni infiammatorie locali. Molte metanalisi più datate hanno però trattato l'acido ialuronico come un'unica categoria — un limite che potrebbe spiegare, almeno in parte, la contraddittorietà dei risultati raccolti finora.. L'acido ialuronico infatti ha dalla sua una grande tollerabilità, specialmente se viene prodotto tramite biofermentazione, un processo che utilizza batteri e lo rende particolarmente puro. Inoltre, i metodi di sintesi sono migliorati e oggi con le formulazioni di acido ialuronico ibrido cooperativo si possono raggiungere concentrazioni molto elevate (con l'acido ialuronico lineare di prima generazione non si può aumentare troppo, perché diventa così viscoso da non passare attraverso una siringa) e si possono associare sostanze, come la condroitina sodica, che possono migliorare gli effetti della viscosupplementazione.. Trattamenti anti-age e rigenerazione cutanea Gli stessi tipi "avanzati" di acido ialuronico sono anche i più utili per trattare la pelle, che negli strati del derma e dell'epidermide lo produce in quantità per restare elastica e compatta. Con gli anni però se ne forma sempre di meno e per questo la pelle diventa più secca, si rigenera con maggior lentezza, è meno protetta dai radicali liberi e si formano le rughe. Restituirle dall'esterno l'acido ialuronico di cui ha bisogno aiuta a mantenerla sana a lungo, contrastando pure i segni del tempo: lo si fa per esempio con creme e gel che sono super-idratanti, specialmente se contengono acido ialuronico a basso e alto peso molecolare in modo da penetrare fino agli strati più profondi del derma.. E quando le rughe sono evidenti, per attenuarle sono proprio a base di acido ialuronico i filler più sicuri, oggi molto più duraturi grazie a formulazioni che utilizzano i cosiddetti complessi cooperativi stabili in cui molecole a basso e alto peso molecolare vengono stabilizzate con un processo termico, resistendo così più a lungo alla degradazione da parte degli enzimi cutanei per trattamenti che durano nel tempo. Come sottolinea infatti Antonello Tateo, responsabile delll'Unità di Chirurgia Plastica dell'Istituto Auxologico Italiano di Milano, «L'acido ialuronico è da sempre un elemento chiave nei trattamenti di medicina estetica, grazie alla sua naturale presenza nei tessuti. Inizialmente utilizzato per aumentare i volumi e correggere le asimmetrie, ha trovato in seguito applicazione nella biorivitalizzazione, andando oltre la sola funzione filler. Oggi, con i nuovi complessi cooperativi stabili, si può ottenere un ringiovanimento visibile attraverso meccanismi che imitano la natura, agendo sulla matrice extracellulare che costituisce il sostegno di tutti i tessuti della pelle; potenziando il processo di rigenerazione tissutale, in un unico trattamento si può rimodellare, compattare e migliorare la qualità dei tessuti. Questa possibilità data dall'acido ialuronico di ultima generazione non sta soltanto ridefinendo gli standard della medicina estetica rigenerativa, ma anche cambiandone il paradigma: oggi si è passati infatti dalla correzione dell'imperfezione al benessere globale del paziente, in un approccio olistico che unisce salute e bellezza in modo armonico e rispettoso dell'unicità di ogni persona», conclude Tateo..

©

Oltre le rughe: gli usi dell’acido ialuronico
  •  

Come nasce l’acido ialuronico farmaceutico

Per molto tempo, per ottenere l'acido ialuronico destinato all'uso farmaceutico si utilizzavano le creste di gallo, particolarmente ricche di tale sostanza ma difficili da lavorare e purificare. La svolta arrivò nel 1989, quando Shiseido brevettò per la prima volta un sistema basato sulla biofermentazione. Nel 2011 si fece un altro passo avanti: dalla collaborazione fra IBSA e Altergon Italia nacque infatti un complesso processo biotecnologico capace di produrre acido ialuronico ad alta purezza. Oggi, quindi, non servono più tessuti animali: tutto può cominciare all'interno di un fermentatore.. Fabbrica batterica Nel processo sviluppato da Altergon, a "fabbricare" l'acido ialuronico sono i batteri. Nel dettaglio, si utilizza un ceppo molto produttivo di Streptococcus equi zooepidemicus, presente in natura nelle mucose dei cavalli (e depositato all'Institut Pasteur di Parigi). All'interno del bioreattore, i microrganismi crescono in un liquido ricco di nutrienti, che vengono utilizzati per costruire le unità ripetitive delle lunghissime catene di acido ialuronico. Temperatura, pH, aerazione e agitazione vanno però regolati con grande precisione: man mano che il polimero si accumula, infatti, il liquido diventa sempre più viscoso e quindi più difficile da mescolare e ossigenare. Terminata la fermentazione, comincia il lavoro di "pulizia": l'acido ialuronico deve essere separato da cellule, proteine e acidi nucleici. Attraverso estrazione, purificazione, precipitazione alcolica e controlli analitici si arriva infine a una polvere finissima. L'Ultrapure di Altergon va ben oltre i severi limiti della Farmacopea europea, che fissa i requisiti di qualità dei medicinali: proteine entro lo 0,03% anziché lo 0,1%, endotossine batteriche sotto 0,005 UI/mg anziché 0,05 e residui di etanolo inferiori allo 0,1% anziché allo 0,5%.. Pesi su misura L'acido ialuronico non è sempre lo stesso, ma le sue catene possono essere più o meno lunghe e avere quindi un diverso peso molecolare. Regolandolo si possono ottenere formulazioni con caratteristiche fisiche differenti. C'è però un ostacolo: più aumenta la sua concentrazione, più la soluzione diventa densa e viscosa. Con l'acido ialuronico lineare, IBSA è riuscita negli anni a passare dallo 0,8% al 2% di concentrazione, ma oltre questa soglia il prodotto diventa difficile da far uscire dalla siringa. Per aggirare il problema, dalla collaborazione con l'Università Vanvitelli di Napoli è nata la NAHYCO® Hybrid Technology, tecnologia brevettata che unisce catene ad alto e basso peso molecolare attraverso un trattamento termico. Con il calore, le catene si separano, si distendono e si dispongono una accanto all'altra; raffreddandosi, invece, si associano attraverso legami idrogenati, formando strutture stabili chiamate HCC (complessi ibridi cooperativi). Non serve quindi la reticolazione chimica, ossia aggiungere sostanze per legare artificialmente le catene. Il risultato è che la barriera del 2% può essere superata: si arriva al 3,2% di concentrazione, conservando la facilità di estrusione dalla siringa e ottenendo anche una maggiore resistenza alla degradazione.. Ultimo passaggio Una volta ottenuta la formulazione desiderata, il viaggio dell'acido ialuronico prosegue fino al confezionamento. Nello stabilimento IBSA di Lodi, per esempio, le soluzioni ad alta viscosità vengono lavorate su linee dedicate e dosate direttamente nel cilindro, mentre la sterilità è garantita in ogni fase del processo. Nel complesso, le linee di Lodi possono produrre fino a 20 milioni di siringhe pre-riempite all'anno: è l'ultimo passaggio prima della distribuzione e dell'uso..

©

Come nasce l’acido ialuronico farmaceutico
  •  

Tumori pediatrici: gli anticorpi hanno un ruolo?

Autoanticorpi che attaccano la macchina molecolare incaricata di riparare il DNA potrebbero essere coinvolti nella genesi dei tumori pediatrici. Nei bambini affetti da tumori è emersa una produzione massiccia e insolita di anticorpi aberranti, cioè mal direzionati, che prendono di mira le proteine che individuano e correggono i danni nel genoma delle cellule. La scoperta, pubblicata su Frontiers in Immunology, potrebbe illustrare un possibile meccanismo che predispone ai tumori pediatrici, e suggerire una via per individuare in anticipo i bambini più a rischio per queste patologie.. Tumori pediatrici: perché sono diversi da quelli degli adulti. I tumori che colpiscono durante l'infanzia si distinguono da quelli degli adulti per gli organi coinvolti, per la risposta alle terapie ma anche per le cause: rispetto alle persone di età più avanzata, i bambini hanno avuto meno tempo per essere esposti ai fattori ambientali (per esempio inquinamento, sedentarietà, fumo, alcol, invecchiamento) che possono aumentare il rischio di tumori. Le forme di cancro che sviluppano tendono ad avere meno mutazioni e a riguardare cellule in una fase ancora precoce di maturazione.. Un gruppo di scienziati dell'Università di Bergen, in Norvegia, ha studiato l'insieme delle proteine espresse dai tumori e dal sangue di 175 adulti e bambini affetti da sarcoma (un tumore che colpisce i tessuti connettivi) e da leucemia linfoblastica acuta (un tumore del sangue che prende origine dai progenitori dei linfociti, nonché la forma di cancro più frequente in età pediatrica). I dati sono stati attinti da tre diversi database sanitari norvegesi, e confrontati con quelli di adulti e bambini sani.. I bambini con tumori pediatrici mostravano valori molto più elevati di immunoglobuline G (IgC, un tipo di anticorpi) dirette verso proteine di riparazione del DNA che circolano nel sangue. Autoanticorpi, dunque, che miravano a geni chiave che servono a ripristinare il DNA danneggiato.. Gli autoanticorpi all'origine dei tumori? Un secondo indizio. Per capire se questi anticorpi erranti possano avere un ruolo nell'origine dei tumori, gli scienziati hanno cercato un altro tipo di prova: hanno analizzato i campioni di sangue di altri 59 bambini in età scolare che erano stati seguiti in due studi di coorte, svolti nel corso di un periodo esteso di anni. Dei 59 partecipanti selezionati, metà aveva sviluppato tumori di vario tipo entro i 30 anni e metà no. I bambini del primo gruppo, che si erano ammalati in media 6 anni dopo il prelievo, avevano rispetto ai coetanei sani una probabilità circa otto volte superiore di avere anticorpi diretti contro almeno una proteina coinvolta nella riparazione del DNA.. Successivi studi hanno permesso agli autori di dimostrare che questi anticorpi possono entrare nelle cellule e prendere di mira un organello cellulare (chiamato TIGER domain) dove vengono prodotte e modificate proteine essenziali, come i fattori di trascrizione cellulare, che determinano quando i geni devono essere attivati o disattivati.. L'origine del danno. L'ipotesi è che questi autoanticorpi, quando riescono ad entrare nelle cellule, possano inibire direttamente l'attività delle proteine che riparano il DNA, legandosi ad esse e immobilizzandole; con il tempo, questo meccanismo finirebbe per creare un fenotipo di cellule inclini a diventare cancerose, simili a quelle che hanno origine da varianti genetiche difettose ed ereditarie.. Gli autoanticorpi a loro volta potrebbero essere scatenati da infezioni, da squilibri nella tolleranza immunologica - il meccanismo che di solito evita che il sistema immunitario danneggi il corpo umano - o altri problemi nella risposta alle minacce esterne. Ma al di là delle cause del "cambio di casacca" delle cellule deputate a difenderci, la scoperta potrebbe servire a ideare screening per individuare bambini con una predisposizione immunitaria a futuri tumori..

©

Tumori pediatrici: gli anticorpi hanno un ruolo?
  •  

Antico Egitto: i funzionari morivano con il re?

Se foste nati 5.000 anni fa in Egitto, essere un funzionario di corte avrebbe potuto non essere una sorte così fortunata: secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Environmental Archaeology che ha rianalizzato dei resti scheletrici scavati cento anni fa nel cimitero reale di Umm el-Qaab, vicino ad Abido, in Egitto, alcune persone vicino ai reali della I Dinastia (3078-2900 a.C. circa) sarebbero state sacrificate alla morte del re.. Erano gli anni Venti del secolo scorso quando l'archeologo inglese Flinders Petrie portò alla luce alcune tombe minori disposte intorno ai recinti funerari dei re Djer e Djet e della regina Merneith. Non avendo rilevato alcun segno di trauma sui resti, Petrie ipotizzò che alcuni individui fossero stati sepolti vivi.. Una rianalisi necessaria Da allora gli studiosi si dividono in due "fazioni": chi crede che funzionari, artigiani e servitori venissero sacrificati, e chi lo esclude nel modo più assoluto. «È molto tempo, però, che qualcuno non si prende la briga di rianalizzare i resti», commenta Roselyn Campbell, autrice del nuovo studio. L'esperta ha riesaminato i crani di 46 servitori sepolti, rilevando segni di lesioni (fratture e tagli) in ben 18 di essi, avvenute – stima – attorno al momento del decesso e potenzialmente mortali. Secondo la ricercatrice Petrie aveva probabilmente visto le lesioni, ma aveva pensato fossero avvenute dopo la morte.. Le fratture, aggiunge, furono probabilmente causate da oggetti piatti e larghi fatti di corno, legno, o un altro materiale più leggero della pietra; non furono certo causate da mazze, che avrebbero lasciato un avvallamento profondo nell'osso. «Per quanto riguarda i crani senza traumi, non possiamo essere certi che si tratti di persone sacrificate. È possibile che alcuni dei funzionari siano stati sacrificati e altri no», spiega Campbell al Guardian.. Una pratica dismessa Questa macabra pratica venne (fortunatamente) dismessa all'inizio della II Dinastia. Secondo Salima Ikram, archeologa non coinvolta nella ricerca che ha elogiato il lavoro di ricerca della collega, «le persone vennero sostituite da statuette». Per alcuni, ipotizza Ikram, il sacrificio era un privilegio, un modo per godere della vita eterna al servizio del sovrano; altri, al contrario, forse si opposero con forza a un destino così cruento. Quel che è certo, conclude Campbell, è che «lo studio dimostra quante nuove informazioni sul passato possano emergere quando riesaminiamo dati già raccolti con metodi e conoscenze aggiornati, anche quando si tratta di dati incompleti e imperfetti come questi»..

©

Antico Egitto: i funzionari morivano con il re?
  •  

E-waste day: l’avanzata del Fast Tech

Sono gadget spesso inutili, che compriamo online o in negozi coloratissimi che ne sono pieni; costano quanto un paio di riviste, ma spesso durano meno del tempo che impiegheremmo a leggerle: sono i cosiddetti Fast Tech, i gadget elettronici dei quali sembriamo non riuscire a fare a meno e con i quali riempiamo le nostre case. Adattatori USB, cuffiette wireless, ventilatorini portatili, lucine LED: quando smettono di funzionare (o quando ci stanchiamo di usarli) li gettiamo nell'indifferenziata, con buona pace dell'ambiente, già provato dalle 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che produciamo annualmente.. In occasione della nona edizione dell'International E-Waste Day 2026, uno studio commissionato dal WEEE Forum (l'associazione europea dei consorzi che raccolgono e riciclano i rifiuti elettronici per conto dei produttori) e condotto su 10.245 persone provenienti da 12 Paesi europei (Italia non inclusa) ha scoperto che in Europa l'87% dei consumatori ha almeno un oggetto di Fast Tech e il 78% ne ha comprato uno nell'ultimo anno.. Costano poco, durano poco, inquinano tanto Il problema è che quando compriamo questi gadget non ci fermiamo a pensare se ci servano o no (spoiler: il 90% delle volte non ci servono): costano poco, quindi al massimo – pensiamo – li usiamo un paio di volte e li buttiamo. Vi ricorda qualcosa? Già, il fast fashion funziona allo stesso modo: compriamo vestiti attratti dai prezzi bassi, e dopo un anno li cambiamo.. Sappiamo bene dove ci ha portato il fast fashion: un deserto (quello di Atacama, in Cile) che è diventato una discarica a cielo aperto, emissioni inquinanti legate a produzione e fine vita dei vestiti, microplastiche derivanti dai tessuti in poliestere. Con il Fast Tech il procedimento è lo stesso: compriamo tanto, usiamo poco, gettiamo in fretta, ricicliamo troppo di rado. Secondo i dati emersi dallo studio, il 29% degli acquirenti tiene il dispositivo in casa quando ha smesso di usarlo, solo il 27% lo porta nei centri di riciclo e il 19% nei punti di raccolta dei negozi.. I rischi delle batterie Rispetto ai vestiti, però, i piccoli gadget elettronici hanno un ulteriore problema: oltre a plastica e metalli sono spesso dotati di circuiti elettrici e batterie al litio. Queste ultime, in particolare, se non riciclate correttamente e gettate nell'indifferenziata, possono venire schiacciate o forate dai camion compattatori, provocando un cortocircuito interno e causando incendi.. Il 36% degli impianti di trattamento interpellati nello studio commissionato dal WEEE Forum ha avuto un incendio causato da batterie nell'ultimo anno. «Un piccolo gadget a batteria buttato nel bidone di casa può sembrare una cosa da nulla. Moltiplicatelo per milioni di prodotti e diventa un problema serio, sia per le risorse perse, sia per il rischio di incendi», fa presente Magdalena Charytanowicz del WEEE Forum.. Acquisto e riciclo consapevole Il messaggio è chiaro: dobbiamo ridurre al minimo gli acquisti di gadget elettronici e, se ne compriamo, impegnarci a riciclarli correttamente quando smettiamo di usarli o smettono di funzionare. Come? Trattandoli come RAEE, ovvero rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, e portandoli all'isola ecologica del nostro Comune, oppure lasciandoli nei negozi di elettronica: per legge, in Italia quelli con almeno 400 metri quadrati dedicati alla vendita di apparecchi elettronici devono ritirare gratis i dispositivi più piccoli di 25 centimetri, anche se non compriamo nulla. Se la batteria si può estrarre, va tolta e buttata negli appositi contenitori per le pile esauste..

©

E-waste day: l’avanzata del Fast Tech
  •  

Come funziona il pungiglione delle api

Come funziona il pungiglione delle api lo sappiamo fin da quando siamo piccoli: a differenza delle vespe, l'arma di Apis mellifera si separa dal corpo dopo la puntura, uccidendo l'ape ma continuando anche a pompare veleno autonomamente nella ferita. Quello che ancora non sapevamo era il segreto di questo meccanismo: come fa un organo separato dal resto del corpo a continuare a "lavorare"? Uno studio pubblicato su PNAS rivela come funziona davvero il pungiglione delle api. Un'anticipazione tecnica: funziona come una pompa a doppio pistone deformabile.. Non un semplice ago Come detto, il fatto che il pungiglione delle api si stacchi dal resto del corpo dopo una puntura per rimanere incastrato nella superficie che è stata punta è cosa nota probabilmente da migliaia di anni, da quando abbiamo addomesticato questo insetto per la prima volta. Parliamo però di una struttura lunga al massimo un paio di millimetri: non comodissima da studiare nel dettaglio senza gli strumenti adatti.. Strumenti che ora esistono: il team della Macquarie University di Sydney che ha condotto lo studio ha usato una combinazione di video ad altissimo framerate, TAC e modellizzazione al computer per analizzare nel dettaglio la biomeccanica della puntura delle api. Quello che hanno scoperto è che il pungiglione non è un semplice ago: contiene due minuscole lame seghettate, chiamate lancette, che possono scorrere avanti e indietro indipendentemente. Quando l'ape punge, le lancette si muovono alternativamente e, grazie ai dentini, fanno penetrare il pungiglione sempre più in profondità nella pelle.. Un miracolo di ingegneria La vera scoperta dello studio, però, è legata alla struttura delle lancette: ciascuna è collegata a una specie di minuscolo ombrellino flessibile, che si trova dentro una camera piena di veleno. Quando una lancetta scende, il suo ombrellino si apre, aderisce alle pareti della camera e spinge il veleno verso il basso, dentro la ferita, come il pistone di una siringa. Quando la lancetta risale, l'ombrellino si richiude, così può tornare alla posizione di partenza senza trascinarsi dietro il veleno. Nel frattempo, l'altra lancetta fa il movimento opposto: quando una risale, l'altra scende e continua a spingere il veleno.. Questa ingegnosa struttura continua a funzionare da sola anche dopo il distacco dall'ape perché il pungiglione contiene anche muscoli, nervi e una riserva di veleno: abbastanza da continuare a farlo funzionare fino a un minuto dopo la puntura. L'abbiamo definita "ingegnosa" e non a caso: secondo gli autori, anche noi umani potremmo provare a copiarla per costruire micropompe che potrebbero, per esempio, avere applicazioni mediche..

©

Come funziona il pungiglione delle api
  •  

Scambi di saliva e relazioni

A che età si impara a comprendere le relazioni sociali degli altri? Se noi adulti vediamo due persone che bevono dallo stesso bicchiere, ad esempio, immaginiamo che si conoscano o abbiano un certo tipo di relazione. Ma i bambini? Secondo uno studio pubblicato su Evolution and Human Behavior, lattanti di appena 4 o 6 mesi di età sono già in grado di capire quanto una relazione tra due persone sia intima sulla base dello scambio di saliva, osservando ad esempio la condivisone di cibo e posate. «I bambini nascono in un mondo molto sociale, nel quale è importante collaborare con gli altri: per questo hanno bisogno di comprendere i legami sociali», spiega Brandon Woo, coordinatore dello studio.. Studi precedenti condotti da parte del team avevano rilevato che bambini di circa otto mesi sono già in grado di capire se tra due persone che si scambiano saliva c'è un legame stretto, e si aspettano che uno dei due aiuti l'altro in caso di difficoltà (ad esempio se lo vede piangere). A quattro o sei mesi di età, però, i bambini generalmente non osservano molto i volti e non condividono ancora il cibo con altri bambini.. Con e senza saliva Per capire se anche i bambini così piccoli sappiano riconoscere i legami tra le persone, gli studiosi hanno quindi condotto due diversi esperimenti: nel primo, un adulto si appoggiava sulla lingua una fettina di arancia, e poi la metteva in bocca a un pupazzo (interazione con saliva); come azione "di controllo", un'altra persona passava una palla al pupazzo (interazione senza saliva); alla fine delle interazioni, il pupazzo si mostrava sofferente. Nel secondo esperimento, un adulto si metteva un dito nella sua bocca, poi in quella del pupazzo, e di nuovo nella sua; a un altro pupazzo (di controllo) toccava la fronte; alla fine di queste interazioni, l'adulto piangeva mostrandosi sofferente.. In entrambi gli esperimenti, quando il pupazzo o l'umano si mostravano sofferenti, il bambino guardava più a lungo il partner con il quale si era scambiato la saliva, come a dire «reagisci, fa' qualcosa per consolarlo o farlo stare meglio!».. Tabula rasa? Secondo Woo, i bambini di 4-6 mesi sembrano avere una conoscenza "astratta" delle relazioni: non hanno semplicemente memorizzato una scena vista quotidianamente, ma comprendono che un'azione (lo scambio di saliva) avviene solo quando due persone hanno un certo tipo di relazione. In questo senso i risultati aggiungono un'ulteriore sfumatura all'idea del neonato "tabula rasa", da formare da zero: con un'esperienza minima, a pochi mesi di vita, i bambini sanno già come funzionano i legami sociali..

©

Scambi di saliva e relazioni
  •  

ExpoMedicina 2026, la salute in fiera

Un robot chirurgico e un algoritmo capace di leggere una mammografia servono a poco, se il paziente dal medico non ci arriva. È anche di questo che si parla a ExpoMedicina, il Salone euromediterraneo dell'innovazione tecnologica in sanità, che alla sesta edizione torna a Catania da domenica 25 a mercoledì 28 ottobre. Si svolge alle Ciminiere, l'ex complesso industriale dove si raffinava lo zolfo estratto nelle miniere dell'entroterra siciliano, oggi centro fieristico della città. Quattro giorni di convegni e tavole rotonde per medici, infermieri, ricercatori e manager ospedalieri, ma anche di appuntamenti pensati per i cittadini. Il pomeriggio Focus. Focus è partner scientifico della manifestazione: ha contribuito a costruirne il palinsesto e martedì 27, dalle 15 alle 18.30 in sala Polifemo, organizza un pomeriggio di incontri per chi in ospedale entra soltanto da paziente. Il formato è quello di Focus Live, il festival della rivista che si chiude a Milano proprio domenica 25: conversazioni di 45 minuti, con pochi ospiti e un moderatore. Si parte alle 15 con la salute maschile, insieme alla Fondazione Umberto Veronesi; alle 16 tocca al Servizio sanitario nazionale visto da chi lo usa, con Ketty Vaccaro e Sabrina Nardi; alle 17 Cristoforo Pomara racconta la medicina legale vera, ben diversa da quella dei telefilm. Il box qui sotto li presenta uno per uno.. L'appuntamento è per martedì 27 ottobre, sala Polifemo, dalle 15 alle 18.30. Ore 15. Perché i maschi non si curano? Quasi due uomini su tre, in Italia, non sono mai stati da un urologo o da un andrologo, e chi ci è andato, nella maggior parte dei casi, aveva già dei sintomi (per prevenzione, il 31,8%). Appena il 28,5% pratica almeno ogni tanto l'autopalpazione dei testicoli, il controllo che si fa da soli per notare eventuali noduli, e solo uno su tre sa che cos'è il papillomavirus (Hpv), che si trasmette soprattutto per via sessuale. Sono alcuni numeri di un'indagine che la Fondazione Umberto Veronesi ha commissionato ad AstraRicerche, pubblicata nell'ottobre 2025. È il punto di partenza dell'incontro: quanto i maschi si prendono davvero cura della propria salute, dalle malattie sessualmente trasmissibili e dalle infezioni uro-genitali fino ai tumori maschili. Ne parlano Monica Ramaioli, direttrice generale della Fondazione, e l'urologa Beatrice Costa, dell'IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, che porta lo sguardo del clinico. Ramaioli racconta un impegno che passa dall'informazione, per far conoscere fattori di rischio e controlli per tumori come quelli di prostata, testicoli e vescica, e dalla ricerca, con borse per medici e scienziati che lavorano su diagnosi precoce e nuove terapie. E che arriva nelle piazze con La prevenzione maschile in campo, il progetto che organizza giornate di sensibilizzazione e consulti urologici gratuiti: oltre 150 nell'edizione 2025. Modera Daniele Banfi, giornalista scientifico della Fondazione.. Ore 16. La sanità che vogliamo Nel 2024 il 9,9% degli italiani, quasi 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita o a un esame di cui aveva bisogno, soprattutto per le liste d'attesa ma anche per i costi (dati Istat). Da qui parte il secondo incontro, dedicato al Servizio sanitario nazionale visto da chi lo usa. Ketty Vaccaro, già responsabile dell'Area welfare e salute del Censis, l'istituto di ricerca che ogni anno scatta una fotografia sociale del Paese, porta a Catania numeri e ricerche su ciò che i cittadini pensano e fanno quando devono curarsi. Con lei c'è Sabrina Nardi, fondatrice e consigliera di Salutequità. Coordina la giornalista scientifica Irma D'Aria: l'obiettivo è capire a che punto siamo, e quale sanità vogliamo. Ore 17. Il corpo non mente Nelle serie TV al medico legale, lo specialista che mette le sue competenze al servizio dei tribunali, basta un'occhiata per capire come è morta una persona. Nella realtà il corpo racconta molto, ma parla una lingua lenta e piena di trappole. Gli esperti lo chiamano effetto CSI, dal nome della serie americana: è l'abitudine, presa davanti allo schermo, di aspettarsi dalla scienza forense risposte sempre rapide e certe. Cristoforo Pomara, professore ordinario all'Università di Catania e direttore della Medicina legale del Policlinico cittadino, porta il pubblico accanto al tavolo dell'autopsia, per scoprire che cosa c'è di vero nei telefilm e come si legge un corpo. . Il programma, giorno per giorno Domenica 25 è dedicata alla prevenzione. Dalle 10 alle 18 l'Open Day propone visite gratuite e screening: per i tumori del colon-retto e del seno tra i 50 e i 69 anni, pap test o test per il papillomavirus (Hpv) tra i 25 e i 64, e poi controlli per cuore, tiroide, prostata, pelle, occhi e denti, compresa la vista dei bambini dai 3 agli 8 anni. Nella stessa giornata si parla di obesità e dei nuovi farmaci per trattarla, di glaucoma e degenerazione maculare, di maltrattamenti sui minori e di come i dati digitali possono aiutare a giocare d'anticipo sulle malattie. Lunedì 26 la domanda è chi governa l'innovazione. Si discute di algoritmi in chirurgia e in diagnostica, di robot in sala operatoria (e di quanto pesano sui bilanci della sanità), di fascicolo sanitario elettronico, l'archivio digitale con la storia clinica di ogni cittadino, e di registri clinici, le banche dati che seguono i pazienti nel tempo. Lo stesso giorno il Forum internazionale Mare Nostrum riunisce le università del Mediterraneo sul futuro della medicina. Martedì 27 i riflettori sono sulle malattie croniche e sulla qualità delle cure: intelligenza artificiale in cardiologia, percorsi per i tumori dell'intestino, telemedicina per lo scompenso cardiaco e il Programma nazionale esiti, lo strumento che valuta i risultati di ricoveri e interventi negli ospedali italiani. Tra gli appuntamenti più curiosi c'è un confronto tra sala operatoria e cabina di pilotaggio su come si previene l'errore umano, mentre per l'intera giornata il Cnr presenta le sue ricerche sulla medicina di precisione, cioè le terapie cucite sul singolo paziente, e sulla diagnostica avanzata. Mercoledì 28, ultima giornata, la salute diventa un ecosistema. Al centro c'è l'approccio One Health, l'idea che il benessere umano non si possa separare da quello di animali e ambiente: i temi vanno dalle ondate di calore alle alluvioni, dai batteri resistenti agli antibiotici ai virus trasmessi dalle zanzare come West Nile e Chikungunya. Spazio anche all'intelligenza artificiale nella diagnosi dei tumori al seno e al rapporto tra assicurazioni sanitarie e servizio pubblico. E c'è il Premio Dusmet, riconoscimento per l'innovazione sociale nelle scienze della vita. Il programma completo è su expomedicina.it. E la sala Polifemo, dove si tiene il pomeriggio Focus, ha un nome che a Catania suona familiare: secondo la leggenda i faraglioni di Aci Trezza, a pochi chilometri dalle Ciminiere, sono i massi che il ciclope scagliò contro la nave di Ulisse..

©

ExpoMedicina 2026, la salute in fiera
  •  

Cancro e cromosoma Y: un'assenza che insospettisce

La dipartita, dai tessuti, del cromosoma più snobbato tra i due - il cromosoma Y - potrebbe segnalare la presenza di vicine cellule tumorali. Uno studio dell'Università dell'Arizona ha collegato la perdita del cromosoma Y nelle cellule, un tipo di mutazione legata all'invecchiamento e che interessa circa il 40% degli uomini settantenni, a una sorta di effetto domino genetico che potrebbe favorire forme di cancro. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica JCI Insight.. Una perdita dannosa per la salute. Mentre le cellule femminili hanno due cromosomi X, quelle maschili hanno un solo cromosoma X e un cromosoma Y. Con il passare degli anni, e specialmente nelle cellule soggette a rapido ricambio, come le cellule del sangue, parte delle cellule maschili può perdere il cromosoma Y, un fenomeno più frequente nei fumatori. Questa condizione è chiamata perdita a mosaico del cromosoma Y: mano a mano che cellule mancanti del cromosoma Y si moltiplicano, si formano aree di tessuto con cellule senza Y in mezzo ad altre aree con cellule XY. Una situazione che, nel tempo, è stata collegata a vari rischi per la salute, come un rischio aumentato di Alzheimer, o di problemi cardiovascolari, di malattia renale cronica, o di contrarre la covid in forma grave.. La perdita dell'Y e i tumori. Poiché la perdita del cromosoma Y è stata correlata a una maggiore aggressività di alcuni tipi di tumori, gli autori del nuovo studio si sono chiesti se mappare la prevalenza di questa "scomparsa" attorno ai tumori possa segnalare la progressione della malattia. L'abbondanza di cellule prive del cromosoma Y nei tessuti può essere usata come segnale della presenza di tumori nelle vicinanze? Il team ha analizzato un migliaio di campioni di tessuto di 11 organi prelevati da 400 donatori maschi e compilato una mappa degli Y mancanti nei tessuti tumorali, precancerosi e normali.. Gli scienziati hanno osservato che la progressiva scomparsa del cromosoma Y nei tessuti era collegata a probabilità progressivamente maggiore di tumori. «Pensiamo a questo fenomeno come a un gradiente, simile a un pendio che diventa gradualmente più ripido. Più il tessuto è vicino al tumore, maggiore è la perdita del cromosoma Y» spiega Dan Theodorescu, oncologo e autore senior dello studio.. Un segnale che possiamo sfruttare?. L'ipotesi è che l'assenza dell'Y esponga le cellule a condizioni ambientali che possono favorire lo sviluppo di tumori, per esempio facilitando i processi infiammatori. Ulteriori studi sulla perdita del cromosoma Y potranno, forse, permetterci in futuro di sfruttare le zone in cui l'Y manca come segnaposto messi a indicare i confini di possibili tumori: per esempio, per indirizzare ad esami più approfonditi in caso di risultati dubbi negli esami di screening..

©

Cancro e cromosoma Y: un'assenza che insospettisce
  •  

Ci sono camere nascoste nella Grotta delle Veneri?

Sotto le colline calcaree del Salento potrebbero esserci spazi ancora sconosciuti. Una nuova indagine geofisica ha infatti individuato anomalie che indicano la possibile presenza di cavità non documentate nei dintorni della Grotta delle Veneri, uno dei siti paleolitici più importanti dell'Italia meridionale.. L'importanza della Grotta delle Veneri per la storia dell'uomo La grotta si trova in un'area carsica a circa 40 chilometri a sud di Lecce, vicino a Parabita. La presenza dell'uomo in questo territorio risale a circa 80.000 anni fa. Il sito conserva tracce sia dei Neanderthal sia dei primi uomini anatomicamente moderni, e la sua importanza è legata al fatto che ha confermato la presenza dell'uomo di Neanderthal nel bacino del Mediterraneo.. Il nome deriva da due statuette del Paleolitico, ricavate da ossa animali circa 20.000 anni fa: furono recuperate nel 1966, insieme ad altri resti umani paleolitici. Entrambe rappresentano figure femminili stilizzate con le braccia sul seno e sotto l'addome, una posa che alcuni studiosi leggono come un riferimento a gravidanza e fertilità. La più grande è alta circa 9 centimetri e ha il volto segnato da profonde scanalature, forse un velo, una maschera o un'acconciatura. La più piccola supera di poco i 6 centimetri e presenta tratti simili. Dal punto di vista stilistico, le statuette dialogano con l'arte preistorica di tutta Europa. Le proporzioni richiamano esemplari mediterranei, i dettagli del volto trovano analogie nella regione del Reno-Danubio, mentre la postura è stata accostata a quella di figurine scoperte in Russia. Scavi precedenti hanno inoltre portato alla luce depositi più antichi, legati ai Neanderthal.. Radar e resistività per indagare nella roccia Per capire come è fatto il sottosuolo, i ricercatori dell'Università di Malta e dell'Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale hanno combinato due tecniche non invasive. Il georadar (GPR) invia impulsi elettromagnetici e ne analizza il ritorno per individuare variazioni sotto la superficie. La tomografia di resistività elettrica (ERT) misura invece quanto facilmente la corrente attraversa il terreno, distinguendo così materiali diversi, come roccia compatta e vuoti. Non è la prima volta che la grotta viene sondata. Già in passato era stata studiata da Leucci e De Giorgi, nel 2005 e nel 2015, per valutarne la stabilità con ERT, GPR e metodi sismici 3D. Il nuovo lavoro spinge però l'indagine oltre i confini noti.. Le anomalie: cavità ancora da verificare I dati mostrano diverse aree con cavità, nelle vicinanze della grotta: gli autori li definiscono risultati sorprendenti. Alcune potrebbero essere collegate al sistema già noto, ma servono altre verifiche per stabilirne l'estensione e capire se siano accessibili. Per ora non ci sono prove che contengano depositi archeologici. La speranza ha un precedente concreto. Nel 2021, indagini simili sulle grotte di Gorham, a Gibilterra, hanno portato alla scoperta di una camera sconosciuta, lunga circa 13 metri e rimasta sigillata per circa 40.000 anni, con tracce intatte di attività dei Neanderthal. I ricercatori sottolineano il valore della combinazione GPR-ERT: permette di individuare cavità nascoste nei siti preistorici senza intaccare i depositi archeologici. Solo nuovi approfondimenti diranno se le anomalie sono davvero cavità naturali collegate alla grotta e se custodiscono altre testimonianze della vita preistorica..

©

Ci sono camere nascoste nella Grotta delle Veneri?
  •  

La banana che non si annerisce mai

Ogni giorno miliardi di banane commestibili finiscono ogni giorno nella spazzatura solo perché presentano qualche macchia marrone o una buccia scura, quindi la biotecnologia prova a correre ai ripari. Nel Regno Unito le banane modificate con la tecnica CRISPR per non annerire hanno superato un importante ostacolo burocratico.. Il 25 settembre, il Ministero dell'Ambiente, dell'Alimentazione e degli Affari Rurali britannico (DEFRA) ha dato la sua approvazione, ora manca soltanto l'ultimo passo prima dell'approdo sugli scaffali dei supermercati: il via libera sulla sicurezza alimentare da parte della Food Standards Agency (FSA). Se approvata, la varietà non sarà la prima a livello mondiale: ha infatti già ottenuto il via libera normativo in 11 Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Giappone e Brasile.. Come funziona? La maggior parte delle banane che compriamo solitamente appartiene alla varietà Cavendish. Trattandosi di frutti sterili privi di semi, ogni pianta viene riprodotta per clonazione. Gli scienziati di Tropic Biosciences hanno sfruttato la "forbice molecolare" CRISPR-Cas9 per agire sul DNA della Cavendish. Nello specifico, hanno disattivato le tre copie del gene PPO1, responsabile della produzione dell'enzima polifenol ossidasi. Questo enzima ricca di rame è il principale responsabile del processo di ossidazione che fa virare il frutto verso il marrone quando entra in contatto con l'aria. Silenziando questo gene, la banana mantiene il suo colore giallo fino a 24 ore dopo essere stata sbucciata o affettata (a differenza dei pochi minuti della banana tradizionale) ed è anche più resistente alle ammaccature causate dal trasporto. Inoltre, visto che la banana Cavendish si riproduce per clonazione, la modifica genetica si tramanda inalterata da una pianta all'altra.. Contro lo spreco alimentare Si tratta di una novità importante se si considerano gli sprechi: quasi la metà della produzione mondiale di banane va perduta prima ancora di essere consumata. Solo nel Regno Unito, si stima che ogni giorno vengano gettate via circa 1,4 milioni di banane. Secondo la legislazione britannica, la nuova varietà rientra nella categoria di "organismo a riproduzione di precisione" (Precision-Bred Organism), poiché il risultato si sarebbe potuti ottenere, teoricamente, anche attraverso selezioni e incroci tradizionali. Di conseguenza, se la FSA darà il via libera finale, il frutto non dovrà riportare sull'etichetta la dicitura "modificato geneticamente".. A chi piace il cibo del futuro? Mentre decenni di studi scientifici e organismi internazionali (come le National Academies of Sciences) confermano che i cibi geneticamente modificati sono sicuri e nutrienti quanto quelli convenzionali, parte del pubblico continua a essere scettico verso questi prodotti. Tuttavia, di fronte a una popolazione globale destinata a raggiungere i 10 miliardi di individui e a un clima sempre più estremo fatto di siccità, ondate di calore e nuove malattie delle piante, l'editing genetico potrebbe rappresentare una risorsa indispensabile per garantire il nostro fabbisogno alimentare. .

©

La banana che non si annerisce mai
  •  

Torna l'aurora boreale sulle Dolomiti

Tra le 19:15 e le 20:30 UTC del 10 ottobre 2026, il cielo sopra Cortina d'Ampezzo ha mostrato una spettacolare tonalità rossastra. Le immagini sono state catturate dal Passo Giau, uno dei valichi alpini più suggestivi delle Dolomiti, affacciato verso lo spettacolare massiccio delle Tofane, vette riconosciute dall'UNESCO come Patrimonio dell'Umanità. Nella fotografia (scattata da Alessandra Masi, che in passato ha visto un suo scatto scelto dalla Nasa per l'Apod) si osserva una luminosità rossa molto intensa che si staglia sopra la roccia millenaria. Si tratta di un'aurora boreale, un fenomeno normalmente visibile solo nelle regioni vicine al Circolo Polare Artico, ma che in questa occasione è arrivato fino in Italia (in passato è accaduto molto raramente).. Che cos'è l'aurora boreale L'aurora boreale è un fenomeno luminoso che avviene nell'alta atmosfera terrestre. Detto in modo molto semplice: il Sole emette particelle cariche che viaggiano nello spazio e, una volta raggiunta la Terra, queste vengono deviate dal campo magnetico verso le regioni polari. . Qui entrano in contatto con i gas presenti nell'atmosfera, soprattutto ossigeno e azoto, che reagendo emettono luce. Il risultato è uno spettacolo luminoso simile a quello delle lampade al neon, in cui l'energia si trasforma in colore.. Perché il cielo si è tinto di rosso I colori dell'aurora dipendono dal tipo di gas coinvolto e dall'altitudine a cui avviene l'interazione. Il colore rosso, che domina nell'immagine scattata dal Passo Giau, è causato dalle molecole di ossigeno situate a quote molto elevate dell'atmosfera (oltre i 200-300 km). La predominanza del rosso indica che l'aurora è stata osservata da grande distanza, una caratteristica tipica degli eventi più intensi.. Dove si possono osservare le aurore boreali Normalmente le aurore boreali sono visibili nelle regioni vicine al Circolo Polare Artico, come Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda e Canada. Tuttavia, durante tempeste solari particolarmente forti, il fenomeno può estendersi verso sud e diventare osservabile anche in Europa centrale e nelle Alpi italiane. Per riuscire a vederle e fotografarle sono fondamentali alcune condizioni favorevoli: cielo sereno, assenza di nuvole e bassissimo inquinamento luminoso, caratteristiche tipiche dell'alta montagna come il Passo Giau e il territorio ampezzano.. Un evento raro a queste latitudini L'evento aurorale del 10 ottobre 2026 è stato innescato da una forte tempesta geomagnetica di classe G3, causata dall'impatto di un'espulsione di massa coronale (CME) partita dal Sole pochi giorni prima. . Le tempeste geomagnetiche di classe G3, oltre a regalare quadri naturali mozzafiato, possono causare interferenze temporanee a satelliti, reti elettriche, sistemi GPS e comunicazioni radio ad alta frequenza, motivo per cui l'attività del Sole viene costantemente monitorata dai centri d'astrofisica e meteorologia spaziale di tutto il mondo..

©

Torna l'aurora boreale sulle Dolomiti
  •  

Lampi radio veloci: record di distanza

Quando i lampi radio veloci o fast radio burst (FBR) si palesano, lo fanno senza preavviso: questi impulsi radio transitori, brevissimi e ad altissima energia, possono presentarsi da qualunque regione dello Spazio e sono difficili da intercettare. Ora il lavoro congiunto del radiotelescopio MeerKAT, in Sudafrica, e del James Webb Space Telescope, ha permesso di scoprire il fast radio burst che ha viaggiato più di tutti per arrivare fino a noi: il lampo, denominato FRB 20240304B, è stato originato quando l'Universo aveva solo 3 miliardi di anni e ne ha percorsi altri 10 per raggiungerci, attraversando l'80% della storia cosmica. Come spiegato in uno studio su Science, qualunque sia la fonte che ha generato questo specifico fenomeno, il record di distanza è la conferma di quanto a lungo possano viaggiare i fast radio burst, e di come possano essere utili per sondare le regioni di Spazio che attraversano.. Prodotto quando il Sole non c'era ancora. Il radiotelescopio MeerKAT ha rilevato il lampo radio veloce, mentre il James Webb è servito per individuare la galassia da cui proveniva, una galassia giovane, molto piccola e in fase di formazione stellare, con pochi metalli intorno, che sforna nuove stelle a velocità molto elevate. Lo spostamento verso il rosso (redshift) della luce della galassia, cioè lo stiramento delle sue lunghezza d'onda di luce causato dall'espansione dell'Universo, ha consentito poi di calcolare la distanza di questa sorgente. «La luce ha lasciato la sua sorgente molto prima che esistessero la Terra o persino il Sistema Solare. La Terra e il Sistema Solare si sono formati solo circa 4,5 miliardi di anni fa, quindi quando questa esplosione ha iniziato il suo viaggio, non c'erano la Terra, il Sole e la vita umana. Di fatto, l'Universo stesso aveva solo pochi miliardi di anni» ha spiegato Themiya Nanayakkara, astrofisica dell'Università di Sydney autrice dello studio. Il fast radio burst appena individuato è il più distante di cui si abbia conoscenza tra gli oltre 10.000 rilevati dal 2007 ad oggi.. Il mistero sulla fonte. Alcuni fast radio burst potrebbero essere emessi dalle magnetar, stelle di neutroni con un potentissimo campo magnetico, altri ancora da fusione di stelle di neutroni o buchi neri. Qualunque sia il fenomeno che ha originato questo segnale, bisognerà capire se si tratti di un lampo isolato o se sarà un fast radio burst ricorrente, come altri in passato. La scoperta sembra comunque suggerire che eventi di questo tipo potrebbero essere stati molto comuni nell'Universo distante..

©

Lampi radio veloci: record di distanza
  •  

Dividere il letto con i cani non fa dormire peggio

È uno dei grandi dilemmi dei proprietari di cani: farli salire sul letto a dormire con noi oppure no? Attenzione però: qui non parliamo delle (ottime) ragioni igieniche per cui è sconsigliabile condividere le lenzuola con un cane. Lo studio pubblicato su PLOS One del quale vi parliamo si concentra infatti su un altro aspetto controverso del dormire con i cani: il fatto che, anche quando sono addormentati, sono tutto tranne che immobili e silenziosi. E quindi: mettersi il cane nel letto rovina il sonno? Lo studio condotto da due università canadesi, a sorpresa, suggerisce di no.. Chi sveglia chi? Come sempre quando si parla di studi sugli animali domestici, vale la pena segnalare le dimensioni del campione analizzato prima di generalizzare troppo i risultati. Il team delle università di Toronto e di Mississauga ha coinvolto nello studio 25 umani e i loro 38 cani (non chiedeteci distribuiti come), e li ha monitorati per un periodo di un mese, usando i classici activity monitor da polso (o da collare, nel caso dei cani) che misurano la qualità del sonno e tracciano i movimenti notturni di chi li indossa.. I risultati ottenuti in questo modo ribaltano almeno in parte quello che pensavamo sul rapporto notturno tra uomini e cani. Innanzitutto, non è vero che questi ultimi disturbano il sonno: anche quando la mattina dopo gli umani riportavano una qualche forma di disagio, il loro monitor da polso mostrava al contrario un sonno più o meno regolare. "Più o meno" perché è vero che, in molti casi, gli strumenti hanno rilevato una qualche forma di attività notturna; ma nella maggior parte di questi casi erano gli umani i primi a muoversi, disturbando il sonno dei cani, e non viceversa.. Ma quindi, ci disturbano o no? Questo non significa ovviamente che i cani siano angeli silenziosi e siamo sempre noi a disturbarli; lo studio però ridimensiona l'impatto che i cani hanno sul nostro sonno, e al contrario dimostra che noi umani sappiamo essere fastidiosi. Gli autori stessi segnalano comunque che lo studio è stato condotto su un campione limitato, e senza l'uso di un gruppo di controllo (cioè umani che dormivano senza cani): come sempre in questi casi, lo studio conclude affermando che ci sarà bisogno di altri studi per capire meglio la questione.. Rimane il fatto che, per quanto parziali, questi risultati sembrano smentire altri studi precedenti sull'argomento, per esempio questo del 2024 che sostiene che dormire con i cani rovina il sonno (mentre i gatti non creano problemi). D'altra parte, che la questione sia controversa lo dimostra la presenza di studi di segno opposto, per esempio questo uscito quest'anno e che sostiene che, almeno negli adulti, dormire con i cani fa bene alla salute mentale. Insomma: al momento non abbiamo una risposta definitiva, per cui decidete voi se far salire il vostro cane sul letto oppure farlo dormire nella sua cuccia..

©

Dividere il letto con i cani non fa dormire peggio
  •  

Meno ultraprocessati, migliore salute mentale?

Una dieta più sana e meno ricca di cibi ultraprocessati potrebbe alleviare i disturbi dell'umore? La domanda è complicata, vista la portata della sfida, ma se ridurre gli alimenti iper lavorati, progettati apposta per spingerci a "non voler smettere mai" di consumarli, migliorasse la salute mentale, sarebbe un'ottima ragione in più per provarci. Un piccolo studio preliminare dell'Università della California a San Francisco ha confrontato i sintomi di persone affette da depressione prima e dopo un drastico cambiamento nella loro dieta, inizialmente ricca di ultraprocessati e poi sana. I risultati, pubblicati su JAMA Psychiatry, sono incoraggianti.. Un mese senza ultraprocessati. Lo studio ha coinvolto soltanto 20 partecipanti, ma ha esplorato la possibilità di allargare in futuro l'indagine a un campione più ampio. I partecipanti, con un'età media di 44 anni, erano per il 70% donne, tutti con un indice di massa corporea elevato e con almeno un disturbo metabolico tra diabete, ipertensione o colesterolo alto. Tutti i soggetti soffrivano di depressione e 14 anche di ansia.. Metà del gruppo ha continuato a seguire la solita dieta, mentre l'altra metà ha dovuto ridurre dell'85% la quantità di cibi ultraprocessati messi a tavola: sono spariti dalla spesa snack preconfezionati, bevande zuccherate, alimenti da fast food e cibi industriali ricchi di coloranti, emulsionanti, conservanti ed esaltatori di sapidità, e i partecipanti hanno potuto fare la spesa da soli, scegliendo prodotti sani sotto la guida di un esperto. Dopo quattro settimane, i due gruppi si sono scambiati la dieta.. Un carico più leggero: c'entra l'intestino?. La riduzione degli ultraprocessati si è portata dietro miglioramenti da moderati a importanti in tre parametri usati per valutare la depressione, e anche l'ansia, in chi ne soffriva, si è in parte attenuata. I partecipanti sono troppo pochi per giungere a conclusioni più nette, ma questi primi risultati hanno incoraggiato i ricercatori a progettare uno studio di fase 2, che sarà condotto nel 2028.. Un'ipotesi di lavoro è che la possibile attenuazione dei disturbi dell'umore possa passare per una migliore salute dell'intestino. Una cattiva alimentazione può alterare la barriera intestinale (l'insieme di cellule, di microrganismi, di enzimi, ormoni e vasi sanguigni che protegge l'intestino) e renderla permeabile. In questa condizione, le giunzioni tra le cellule della parete intestinale si allentano e piccoli frammenti o prodotti di batteri intestinali o di tossine possono passare dall'intestino alla circolazione sanguigna. Secondo gli autori, questo danno potrebbe generare, nel tempo, un'infiammazione cronica che potrebbe rendere più vulnerabili alla depressione o contribuire ad essa..

©

Meno ultraprocessati, migliore salute mentale?
  •  

Scoperta una ninfea gigante (a rischio estinzione)

A volte una scoperta scientifica può nascondersi nei luoghi più inaspettati: in questo caso in un feed di Instagram. Un gruppo di botanici, analizzando uno scatto condiviso sul social network, ha individuato una nuova specie di ninfea gigante in Colombia. Ribattezzata Victoria colombiana, la pianta è stata descritta in uno studio pubblicato sulla rivista Phytotaxa.. Un indizio sullo schermo dello smartphone Tutto risale al 2021, quando il proprietario di un vivaio di piante carnivore negli Stati Uniti, ha pubblicato un selfie che lo ritraeva accanto a una ninfea gigante nella regione dell'Inírida, nella Colombia orientale.. Quando l'immagine è apparsa sullo schermo di un ricercatore dei Royal Botanic Gardens di Kew nel Regno Unito, si è reso conto che qualcosa non quadrava. Quella specifica area fluviale, infatti, non rientrava nell'areale naturale noto per quella specie. Sospettando che si trattasse di una nuova specie di ninfea, il ricercatore ha incrociato le coordinate con le immagini satellitari.. La spedizione Per confermare l'ipotesi sono serviti quasi due anni di lavoro di squadra. Il ricercatore ha coordinato una spedizione di cinque giorni nella regione dell'Inírida insieme al Giardino Botanico di Bogotá e a diversi membri delle comunità indigene locali.. La ricerca si è rivelata complessa. Dopo giorni di perlustrazioni, il gruppo aveva individuato soltanto due esemplari, nessuno dei quali era in fioritura: un elemento essenziale per poter raccogliere un campione fertile e distinguere scientificamente la nuova specie da quelle già note.. La classificazione Alla fine della spedizione, però, i ricercatori sono riusciti a scovare un secondo gruppo di ninfee con un esemplare in fiore. In totale sono stati identificati sette esemplari distribuiti su due laghi.. Oltre a descrivere Victoria colombiana, gli studiosi hanno proposto di considerare come specie anche la Victoria mattogrossensis, portando a cinque il numero totale di specie conosciute appartenenti a questo genere botanico.. Una specie già a rischio estinzione Il futuro della Victoria colombiana, però, è incerto. Gli esperti stimano che in natura sopravvivano appena tra i 30 e i 50 esemplari, motivo per cui verrà presentata la richiesta formale di classificazione come specie "in pericolo critico" presso l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)..

©

Scoperta una ninfea gigante (a rischio estinzione)
  •  

Cervello: alcune regioni invecchiano prima

Sappiamo che età biologica ed età cronologica del cervello difficilmente coincidono: la prima indica l'età che l'organo dimostra in base al suo stato, la seconda coincide con gli anni di vita del suo proprietario. Un'altra cosa che sappiamo è che un cervello biologicamente più vecchio è più a rischio di patologie neurodegenerative come l'Alzheimer.. Quel che non sapevamo, però, è che non tutte le regioni del cervello invecchiano allo stesso modo: finora le risonanze magnetiche calcolavano un'età complessiva, un numero che doveva dirci se a cinquant'anni avevamo un cervello da ventenne o da ottantenne; uno studio pubblicato su PNAS ha condotto un'analisi più dettagliata di ogni area del cervello, scoprendo non solo che le diverse regioni cerebrali invecchiano a ritmi diversi, ma anche quali tendono a invecchiare prima.. Una mappa spaziale dell'età cerebrale locale Per giungere alle loro conclusioni, gli scienziati hanno addestrato un modello di IA su quasi 15.000 risonanze magnetiche dei cervelli di altrettanti adulti sani di età compresa tra i 19 e i 100 anni. Dopo l'addestramento, i ricercatori hanno testato il sistema su un gruppo di quasi 2.000 persone – 1.102 con funzioni cognitive normali, 354 con leggeri problemi cognitivi e 529 affette da Alzheimer. Il risultato è quella che Andrei Irimia, uno degli autori, chiama "una mappa spaziale dell'età cerebrale locale".. Negli adulti cognitivamente sani, le stime del modello hanno fatto emergere un andamento preciso: i lobi frontali e temporali, coinvolti nel pensiero complesso e nella memoria, mostravano un'età biologica più avanzata rispetto alle regioni posteriori, come i centri di elaborazione visiva del lobo occipitale (ovvero le aree della corteccia visiva che elaborano le informazioni che arrivano agli occhi). Anche la superficie della corteccia presentava dei ritmi di invecchiamento diversi: i solchi, ovvero gli avvallamenti profondi tra una piega e l'altra, sono risultati più vecchi dei giri, le parti in rilievo (vedi immagine).. Destro o sinistro: quale lato invecchia prima? C'è poi una tendenza più ampia che emerge dalle risonanze magnetiche, e cioè che l'emisfero destro tende a essere più vecchio rispetto al sinistro. «L'asimmetria destra-sinistra è particolarmente interessante», commenta Irimia a Psypost: «non ne conosciamo ancora la causa, ma fa sorgere spontanea una domanda (ancora senza risposta, ndr.) – i due emisferi invecchiano a ritmi diversi?».. Per quanto riguarda i pazienti affetti da Alzheimer, com'era da aspettarsi le risonanze magnetiche hanno rilevato un invecchiamento più pronunciato nelle regioni del cervello normalmente più colpite dalla neurodegenerazione, come il pallidum, il putamen (che coordinano i movimenti e alcuni tipi di apprendimento) e l'ippocampo, che gestisce le emozioni e la memoria.. È solo l'inizio Lo studio completa un piccolo angolo di un puzzle gigantesco: per trovare nuovi tasselli da unire sara necessario condurre nuovi studi seguendo i partecipanti per diversi anni, oltre ad addestrare i modelli di IA anche su pazienti affetti da Alzheimer. Solo così riusciremo a capire se le differenze di invecchiamento delle varie regioni del cervello possono prevedere la salute cerebrale futura: al momento, sottolinea Irimia, non possiamo trarre conclusioni affrettate sulla base di scansioni cerebrali una tantum, perché «un'età cerebrale locale "più vecchia" non significa, di per sé, che una persona abbia l'Alzheimer o che lo svilupperà»..

©

Cervello: alcune regioni invecchiano prima
  •  

Un "microblazar" puntato verso di noi

Per trent'anni gli astronomi hanno dato la caccia a qualcosa che, secondo la teoria, doveva esistere nella nostra Galassia, ma non lo si trovava. Ora l'hanno scovato nascosto dietro una cortina di polvere interstellare a circa 12.000 anni luce dalla Terra. A individuarlo è stato un gruppo internazionale guidato da ricercatori di Spagna, Paesi Bassi e Argentina. Si chiama IRAS 18293−0941 ed è un sistema binario formato da una stella calda e massiccia e da un buco nero che le orbita attorno ogni 11,38 giorni. Il buco nero risucchia parte del materiale strappato alla stella e scaglia il resto nello spazio lungo due getti opposti, che viaggiano a tre quarti della velocità della luce. La particolarità del sistema sta nel fatto che i getti puntano quasi dritti verso di noi.. Un mostro cosmico in miniatura Getti diretti verso la Terra non sono una novità per gli astronomi. Nel cuore di galassie lontanissime, buchi neri supermassicci, miliardi di volte più pesanti del Sole, emettono fasci che ci puntano contro. Questi oggetti, estremamente luminosi e violenti, si chiamano "blazar". Fin dagli anni Novanta i teorici sostengono che lo stesso meccanismo debba funzionare anche su scala ridotta nella Via Lattea e hanno battezzato questi ipotetici sistemi "microblazar". Nessuno, però, ne aveva mai trovato uno che reggesse a un esame approfondito. IRAS 18293−0941 è il primo. «Tutto ciò che riguarda IRAS 18293−0941 era nascosto», racconta Josep Martí, dell'Università di Jaén e autore principale dello studio. «Si trova dietro una tale quantità di polvere da essere praticamente invisibile nelle normali immagini ottiche. È stato catalogato decenni fa e poi più o meno dimenticato».. Un getto che ci guarda in faccia Anni di monitoraggio, con il contributo degli osservatori spagnoli di Montsec, Calar Alto e dell'Università di Jaén, hanno mostrato che la luce della stella oscilla leggermente. Quel lieve tremolio ha svelato due cose: il periodo orbitale di 11,38 giorni e il fatto che il sistema ci appare quasi di faccia. Le immagini radio hanno poi rivelato un getto unico, unilaterale, spiegabile solo se è puntato quasi esattamente verso la Terra. Il getto opposto resta invisibile: lo vuole una previsione della teoria della relatività di Einstein.. Grazie alla rete europea VLBI (EVN), un insieme di radiotelescopi distribuiti sul continente che si comporta come un'unica parabola grande migliaia di chilometri, i ricercatori hanno ottenuto immagini ad altissima risoluzione, confermando l'orientamento del getto e la sua provenienza dal sistema stellare. Tra le antenne coinvolte ci sono anche quelle italiane di Medicina e Noto, insieme a Hartebeesthoek (Sudafrica), Irene (Lettonia), Jodrell Bank ed eMERLIN (Regno Unito), Onsala (Svezia), Tianma (Cina), Torun (Polonia), Westerbork (Paesi Bassi) e Yebes (Spagna). Un metodo radio e uno ottico, del tutto indipendenti, hanno dato la stessa risposta. «È stato il momento in cui il risultato è diventato definitivo», spiega Benito Marcote, del Joint Institute for VLBI ERIC (JIVE), nei Paesi Bassi. Un getto radio isolato, infatti, potrebbe sempre appartenere a una galassia lontana che si trova per caso sulla stessa linea di vista. «La precisione della posizione EVN, insieme a quella della stella nota grazie al satellite Gaia, ha confermato che il getto appartiene al sistema stellare».. Il getto invisibile e la nube colpita L'altro getto, quello che si allontana da noi, non si vede. Ma non è sparito senza lasciare tracce, e il team ne ha individuato l'impronta. Le immagini profonde del radiotelescopio sudafricano MeerKAT mostrano un'enorme bolla, larga 100 anni luce, attraversata dal getto. All'estremità si trova un nodo compatto e brillante di emissione radio. Nell'urto fra il getto e il mezzo interstellare le particelle vengono accelerate, la polvere si riscalda e l'idrogeno gassoso emette luce. Proprio in quel punto, osservatori come LHAASO (Cina), HAWC (Messico), HESS (Namibia) e il satellite Fermi hanno rilevato una sorgente di raggi gamma di altissima energia: singoli fotoni che trasportano oltre 100 trilioni di elettronvolt, più di dieci volte l'energia che il Large Hadron Collider fornisce a un singolo protone. Da dove questi oggetti galattici traggano tanta energia è uno dei grandi interrogativi aperti dell'astrofisica moderna.. Un acceleratore di particelle nello Spazio Il team ha mostrato come i pezzi del puzzle possano combaciare. Il getto trasporta una potenza enorme, pari a mezzo milione di volte l'energia irradiata dal Sole. Là dove colpisce la nube molecolare, accelera i protoni a energie altissime e li fa scontrare con il gas denso. Dalle collisioni nascono particelle che si disintegrano subito emettendo raggi gamma. «Il motore dell'acceleratore e il bersaglio sono due oggetti diversi, distanti anni luce tra loro», osserva Pedro Luque-Escamilla, dell'Università di Jaén e coautore della ricerca. «Il getto accelera. La nube emette luce». Per la prima volta abbiamo dunque un analogo dei blazar lontani nel nostro cortile di casa, a conferma di una previsione di trent'anni fa. Si apre così la possibilità di studiare questi sistemi con un dettaglio molto maggiore e di seguirne l'evoluzione su scale temporali umane. Inoltre, l'interazione del getto con il mezzo interstellare, che produce un vero punto caldo, suggerisce che processi di questo tipo possano contare nell'evoluzione della Galassia..

©

Un "microblazar" puntato verso di noi
  •  

Un tubo su misura

Entra sottile e si allarga una volta arrivato a destinazione. È il dispositivo progettato da Fraido, startup trentina, per rendere più sicura l'intubazione, cioè l'inserimento di un tubo nella trachea (il canale che porta l'aria ai polmoni) per far respirare chi non ce la fa da solo. Con il Covid ne abbiamo sentito parlare tutti, ma negli ospedali si pratica ogni giorno, in sala operatoria come in pronto soccorso. Quando c'è il tempo di studiare l'anatomia del paziente, di solito va tutto liscio. Soprattutto in emergenza, però, il passaggio può rivelarsi più stretto o tortuoso del previsto, per un corpo estraneo, un tumore, un trauma o una conformazione particolare delle vie respiratorie. In questi casi si può introdurre prima una guida flessibile e su questa far scorrere il tubo: se è troppo largo, lo si sfila e si riprova con uno più piccolo, fino a trovare quello più adatto. Ogni tentativo a vuoto può ferire la trachea e allunga il tempo in cui ai polmoni non arriva aria: si rischia l'ipossia, una carenza di ossigeno che mette in pericolo il cervello. Quanto sia delicata la manovra lo ha mostrato uno studio coordinato da ricercatori dell'Università di Milano-Bicocca su circa 3mila pazienti gravi ricoverati in 29 Paesi: quasi uno su due ha avuto almeno una complicazione seria, per lo più cali bruschi della pressione, e succedeva più spesso quando non si riusciva al primo colpo. L'idea è nata in corsia. Antonio Maria Vizioli, infermiere di pronto soccorso, quella operazione l'ha vista ripetersi molte volte. Insieme a Elia Fregonese, ingegnere dei materiali che veniva dal settore spaziale, ha brevettato un meccanismo che, con un comando, varia il diametro del condotto già inserito. «Questo consente di utilizzare un solo dispositivo», spiega Vizioli. Non si cambia più tubo, insomma: si cambia la sua misura. L'invenzione di Fraido non risolverà tutte le intubazioni difficili: in molti casi il problema è vedere l'ingresso della trachea, più che farci passare il tubo. Il progetto è ancora in fase di sviluppo. Il primo banco di prova sarà un cadaver lab, dove si fa pratica su corpi donati alla scienza: lì anestesisti e infermieri misureranno quanto tempo serve per intubare con il nuovo tubo e con quelli usati oggi. Se il confronto sarà favorevole, arriveranno le certificazioni richieste per i dispositivi medici e la produzione in serie. Solo allora potrà entrare in corsia. Del resto, la medicina usa molti altri condotti che vanno inseriti nel corpo. Per questo l'azienda ha brevettato lo stesso meccanismo anche per cateteri e drenaggi..

©

Un tubo su misura
  •  

L’Antartide ha avuto la sua “era degli incendi”

Qualche anno fa, poco prima della pandemia da COVID-19, un gruppo di scienziati dell'Alfred Wegener Institute di Bremerhaven, in Germania, recuperò e analizzò, dal fondale oceanico dell'Antartide occidentale, un campione di suolo lungo 30 metri e risalente a 90 milioni di anni fa, durante il Cretaceo. L'analisi rivelò che il campione conteneva tracce della foresta più meridionale mai ritrovata. Sei anni dopo, un nuovo studio dello stesso team sullo stesso campione stabilisce un nuovo record: come raccontato su Nature Communications Earth and Environment, quel suolo dell'Antartide del Cretaceo mostra i segni degli incendi più meridionali mai scoperti sul pianeta. A scanso di equivoci, è bene ricordare che stiamo parlando di periodo in cui il nostro Pianeta era popolato principalmente dai dinosauri, che dominavano molti ecosistemi terresti. Accanto a loro, vivevano rettili e piccoli mammiferi, ma anche insetti e uccelli. Non c'erano invece le condizioni climatiche e ambientali adatte alla sopravvivenza dell'essere umano, tra cui proprio la presenza delle calotte di ghiaccio ai Poli. . Gli incendi dell'Antartide Il campione ritrovato dai ricercatori è, come detto, lungo 30 metri, ed è stato scavato a "solo" 900 km dal Polo Sud. Quando venne analizzato nel 2020, permise di scoprire che, 90 milioni di anni fa, l'Antartide non era una distesa di neve e ghiaccio ma una foresta pluviale umida e paludosa. Per analizzare un campione di quel tipo, però, servono metodi distruttivi: in particolare, l'uso di acidi per sciogliere tutto quello che non è materia organica. Rimangono in questo modo le tracce delle piante, ma i ricercatori al tempo notarono anche qualcosa che non si aspettavano: pezzetti di carbone, messi da parte in attesa di ulteriori analisi.. Ora queste analisi sono arrivate e confermano la natura di questi piccoli resti: piante bruciate, la prima prova del fatto che l'Antartide del Cretaceo era attraversata anche da incendi. Il campione ha rivelato anche altri dettagli che puntano nella direzione del fuoco: la presenza di certi residui chimici tipici delle piante bruciate, ma anche quella dell'ambra, che gli alberi usano per riparare i danni dovuti ad agenti esterni, tra cui appunto il fuoco. Se è vero che tre indizi fanno una prova, quindi, il campione dell'Antartide contiene i resti degli incendi più meridionali mai registrati. . Da foresta a torbiera Incendi che cambiarono la faccia dell'Antartide durante il Cretaceo – un altro segreto svelato dal campione di suolo, che ha permesso ai ricercatori di tracciare i cambiamenti nell'ecosistema nel corso di milioni di anni. All'inizio del sedimento, infatti, negli strati più profondi e quindi più antichi, ci sono le prove della presenza di foreste pluviali in Antartide. Con l'arrivo degli incendi, che contribuirono a tenere più "aperto" il paesaggio, la foresta comincia a fare spazio alle torbiere, ambienti umidi e paludosi che beneficiano del fuoco: gli autori fanno notare che un meccanismo simile alimenta le odierne torbiere artiche.. Un particolare affascinante emerso dallo studio riguarda gli sfagni, i muschi grazie ai quali si originano le torbiere. Un confronto tra le spore degli sfagni dell'Antartide, che risalgono a 90 milioni di anni fa, e quelli trovati in Scozia e relativi agli ultimi 10.000 anni, ha mostrato più somiglianze che differenze: in altre parole, questi muschi non sono cambiati granché, e continuano da decine di milioni di anni a fungere da motore per la nascita e la buona salute delle torbiere..

©

L’Antartide ha avuto la sua “era degli incendi”
  •  

Che cos'è la "droga del palloncino"?

È un gas anestetico, ma è usato anche per montare la panna, venduto in bombolette e del tutto legale in Italia. Ne abusano soprattutto i giovanissimi, che lo impiegano per gonfiare palloncini e poi lo respirano. Per i suoi effetti è chiamato gas esilarante, ma il nome scientifico è protossido di azoto, ed è una piccola molecola contenente azoto e ossigeno.. Ma che ti ridi? Una volta inalato, arriva rapidamente al cervello, causando euforia, alterazioni sensoriali, intorpidimento e allucinazioni. L'effetto dura pochi minuti e, una volta svanito, sembra che tutto torni normale, come se non fosse successo nulla.. Come tutte le droghe, però, anche il protossido di azoto danneggia il sistema nervoso e lo fa in modo subdolo: inattivando la vitamina B12, che è fondamentale per il mantenimento della guaina mielinica che protegge i nervi. Questo è il motivo per cui "la droga del palloncino" può causare paralisi, oltre a danni cognitivi e psicosi..

©

Che cos'è la "droga del palloncino"?
  •  

Cosa c'è dietro la scossa record di 7.7 a Panama

Un terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito il 9 ottobre, alle 12:56 ora locale, la zona a sud della penisola di Azuero, a Panama. La scossa è stata avvertita in tutto il Paese e fino a Costa Rica, Colombia e Venezuela.. Forte intensità Le informazioni disponibili sono ancora poche, ma posizione, profondità e magnitudo fanno pensare a un evento grave. Molti edifici della regione non sono progettati per resistere a scosse così forti e non erano mai stati messi alla prova da un terremoto di questa portata: è probabile che i danni siano diffusi. In alcune località sono state registrate intensità tra l'VIII e il IX grado Mercalli (che misura le distruzioni), da forti a violente, sufficienti a danneggiare gli edifici più vulnerabili. Alcuni danni sono già stati segnalati. I testimoni raccolti dal Centro sismologico euro-mediterraneo (EMSC) parlano di scosse molto forti, black-out e oggetti caduti a terra. Le stime dell'USGS vengono aggiornate nel tempo, quindi conviene consultare il sito per i dati più recenti.. Le zone più colpite sono quelle di cui si sa meno Mancano ancora notizie dalle aree vicine alla faglia, dove la scossa è stata più forte. Nei terremoti il silenzio non è un buon segno: di solito indica zone meno sviluppate, con comunicazioni più fragili. Molti media raccontano ciò che si è sentito a Panama City, a circa 200 chilometri di distanza, mentre quasi nessuno parla di Tonosí, cittadina di circa 2.300 abitanti, o del piccolo centro rurale di Los Atrales.. Gli Stati Uniti hanno emesso un'allerta tsunami, come da procedura per i terremoti di questa potenza. Il primo avviso, circa sei minuti dopo la scossa, si basava su una magnitudo stimata di 8. Una quindicina di minuti più tardi il valore è stato rivisto al ribasso e gli allarmi sono stati via via cancellati. Le prime stime prevedevano onde da 1 a 3 metri su alcune coste panamensi, ma non si sono verificate. La rottura della faglia sembra essere avvenuta quasi interamente sotto la terraferma e il terremoto è di tipo trascorrente, cioè con movimento orizzontale: per questo uno tsunami distruttivo appare improbabile.. Un record per Panama È probabilmente il terremoto più forte mai avvenuto sulla terraferma panamensi nella storia documentata. Quello del 1882, sotto il Mar dei Caraibi, potrebbe essere stato più forte e causò un grande tsunami, ma le magnitudo di eventi così antichi sono molto incerte. Nel 1974 un terremoto di magnitudo 7.3 colpì il confine tra Colombia e Panama. Scavi paleosismici hanno inoltre rivelato diversi grandi terremoti (circa magnitudo 7) lungo le faglie di Pedro Miguel e Limón, che attraversano il Canale di Panama. Sembra un caso tipico di faglia "dormiente": una struttura che produce pochi terremoti, o nessuno, prima di scatenare un evento di grande magnitudo. Ricorda, in scala maggiore, il terremoto di Ridgecrest, in California, del 2019.. Perché a Panama c'è stato un terremoto così forte? A prima vista la costa meridionale di Panama sembra quella di una zona di subduzione, cioè dove una placca oceanica scivola sotto un continente, come in gran parte della costa pacifica americana. Il fondale che scende ripido verso il mare profondo è tipico di questi luoghi. Ma è solo un'eredità del passato: quel meccanismo oggi è spento. Si può pensare a una vecchia cicatrice sulla pelle: la forma è rimasta, ma la ferita originaria non è più attiva. Al suo posto, sotto Panama, il movimento principale è un altro. Le placche non si scontrano, ma scorrono di lato, una accanto all'altra, a circa 3,5 centimetri all'anno.. A fare da confine è una grande frattura che corre da nord a sud, poco a ovest del meridiano 82° ovest. A ovest di questa linea la subduzione è ancora attiva e i terremoti sono frequenti. A est, dove si trova la penisola di Azuero, la zona era sismicamente tranquilla e non si era mai registrato nulla di simile. Proprio questa calma ha ingannato: una faglia che resta silenziosa per molto tempo può accumulare tensione e rilasciarla di colpo in un grande terremoto, come è successo il 9 ottobre.. Quale faglia si è mossa? La principale indiziata La candidata più probabile è la faglia Azuero-Sona, che si allinea con la zona di scuotimento più intenso modellata dall'USGS. Sappiamo poco della sua attività: i pochi studi si sono concentrati soprattutto sulle rocce vulcaniche che taglia, vecchie di circa 20 milioni di anni. Uno studio del 2010 di Rockwell e colleghi ha trovato tracce geomorfologiche di scorrimento piuttosto recente, con movimento laterale sinistro di 5-7 millimetri l'anno e movimento verticale di 9-14 millimetri l'anno. È ancora presto per dire con certezza quale faglia si sia mossa. Potrebbe trattarsi di una faglia con orientamento nord-est/sud-ovest, di una non ancora mappata o di una rete di faglie con entrambi gli orientamenti: i grandi terremoti trascorrenti attivano spesso più faglie vicine.. Cosa succede ora Un terremoto trascorrente di questa magnitudo e così superficiale dovrebbe aver prodotto una vistosa rottura in superficie, visibile agli abitanti e probabilmente anche dall'alto. Nei prossimi giorni i satelliti radar osserveranno l'area e permetteranno di mappare l'estensione della faglia e l'entità dello scorrimento. Intanto continuano le scosse di assestamento. La più forte finora è stata di magnitudo 6.6, seguita da altre sei tra 5 e 6..

©

Cosa c'è dietro la scossa record di 7.7 a Panama
  •  

UAP nei cieli del Kuwait? No, uccelli

Era uno dei casi più intriganti tra quelli resi pubblici il 18 settembre 2026 dal Sistema presidenziale di divulgazione e segnalazione degli incontri con gli UAP (PURSUE): sei piccoli punti caldi, ripresi da un velivolo militare con una telecamera a infrarossi sopra l'isola di Qaruh, vicino al Kuwait. Il rapporto della missione parlava di un gruppo di oggetti in movimento a circa 480 miglia orarie, cioè circa 777 chilometri orari. Oggi un nuovo studio propone una spiegazione: sarebbe uno stormo di uccelli. L'articolo, firmato come autore principale da Jacob Haqq-Misra insieme ad altri membri del Consiglio consultivo scientifico dell'UAP, ha un metodo semplice nell'idea: invece di cercare di stabilire a che distanza si trovino gli oggetti, dato che i video non la indicano, misura qualcosa che dalla distanza non dipende.. Il problema della distanza Negli ultimi cinque mesi il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti ha rilasciato sei serie di registrazioni nell'ambito di PURSUE, tra cui decine di video da telecamere a infrarossi montate su aerei militari. Le informazioni mostrate a schermo sono state però in gran parte censurate, e nessuno dei filmati indica la distanza tra sensore e bersaglio. Senza questo dato, anche la velocità resta una stima incerta: un piccolo oggetto vicino al velivolo, come un insetto, un uccello o un pallone, può sembrare un oggetto più grande, più veloce e più lontano.. Il precedente più noto è il video "Go Fast", registrato dalla Marina statunitense nel 2015. L'oggetto che sembrava sfrecciare radente al mare si trovava in realtà molto più in alto, e si muoveva a una velocità vicina a quella del vento. Ma i dati che hanno permesso di risolvere quel caso, nei video di PURSUE, sono stati oscurati. Il filmato accompagna il rapporto DOW-UAP-D108, redatto da un equipaggio dell'aeronautica statunitense dopo un avvistamento del 29 luglio 2025.. Vi si descrivono sei piccoli oggetti raggruppati, "agili", che "cambiavano frequentemente direzione" e potevano farlo "rapidamente e simultaneamente". La velocità stimata, 480 miglia orarie, corrisponde al 63% di quella del suono (circa 215 metri al secondo), a un'altitudine stimata di 6,7 chilometri.. Il segnale nascosto nella luce Gli uccelli si tradiscono con le ali. Ogni battito modifica la superficie che l'animale presenta alla telecamera e quindi ne modula la luminosità infrarossa, alla frequenza del battito o al suo doppio. In volo di crociera la frequenza va da circa 2,5 battiti al secondo per le specie più grandi a oltre 10 per i piccoli uccelli canori. E, soprattutto, non cambia con la distanza.. I ricercatori hanno analizzato fotogramma per fotogramma luminosità e dimensioni apparenti di ciascuno dei sei oggetti, che chiamano A-F. Tutti pulsano con regolarità, ciascuno al proprio ritmo, tra 7,11 e 7,85 volte al secondo. Lo stesso segnale compare misurando la luminosità, l'area in pixel e altri parametri (tra cui la larghezza gaussiana) e tutti portano portano a circa 0,13 battiti al secondo. I sei oggetti non battono all'unisono. A e C pulsano a 7,85 Hz, E e F a 7,60-7,64, B a 7,38 e D a 7,11. Anche le fasi sono sfalsate, da 30 a 170 gradi tra una coppia e l'altra, con otto coppie oltre i 90 gradi. Perfino A e C, che hanno la stessa frequenza, sono distanti 119 gradi. Questo, secondo gli autori, esclude gli artefatti del video. Uno sfarfallio prodotto dalla compressione o dal sensore colpirebbe tutti gli oggetti con un'unica frequenza e un'unica fase. Test con oggetti a luminosità costante inseriti nel filmato hanno confermato che né la compressione né il sensore generano un effetto simile.. Il confronto con i dati di Las Vegas Per verificare che un battito così regolare sia davvero compatibile con degli uccelli, il gruppo ha applicato lo stesso metodo ai video della rete di telecamere a infrarossi a terra vicino a Las Vegas. Al mattino e alla sera è stato facile individuare numerosi animali in volo, tutti con oscillazioni costanti di luminosità e dimensioni per l'intera ripresa. Le frequenze misurate vanno da 3,4 a 10,0 battiti al secondo, in linea con quelle degli uccelli in volo di crociera e con quelle dei sei punti di PR135. Gli uccelli a confronto hanno inoltre dimensioni e luminosità simili a quelle dei punti del video militare. La frequenza non basta a individuare una specie, ma pone dei limiti ai tipi di uccelli possibili. E ciò che si osserva in PR135, cioè frequenze simili ma non identiche e movimenti fuori fase è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da sei uccelli che volano insieme.. Quanto vanno veloci, davvero? Resta la velocità di 480 miglia orarie. Secondo lo studio, potrebbe essere un effetto di parallasse: uno stormo quasi fermo o lento a un'altezza pari al 60-80% di quella del velivolo, produrrebbe esattamente quella velocità apparente se la si calcolasse proiettandola sul terreno sottostante. Gli uccelli, insomma, sarebbero più vicini all'aereo di quanto ipotizzato dall'equipaggio. Anche altri elementi tornano. Il numero degli oggetti, la loro disposizione mutevole (i punti si spostano l'uno rispetto all'altro di decine di pixel in un paio di secondi, disponendosi a turno in linea, ammasso, coppie e un anello approssimativo) e la descrizione di oggetti agili che cambiano direzione sono coerenti con uno stormo.. Gli autori ritengono meno plausibile l'ipotesi di droni coordinati a quella velocità: la limitata velocità di comunicazione tra droni renderebbe probabili le collisioni, mentre occhi e cervello degli uccelli sono abbastanza rapidi da consentire un movimento coordinato. Va considerata anche l'altitudine. Studi sui migratori notturni tracciati dal radar mostrano che gli uccelli battono le ali più velocemente in aria rarefatta: la frequenza aumenta di circa 0,4 Hz per chilometro di quota nei planatori e di 1,1 Hz nei "balzanti". A un'altezza fino a 3 chilometri, dunque, gli stessi uccelli potrebbero battere le ali circa 3 Hz più in fretta che vicino al livello del mare.. I limiti dello studio Il filmato è stato girato sull'isola di Qaruh, nel sud del Kuwait. A fine luglio, picco della stagione riproduttiva, cieli e acque intorno all'isola sono popolati soprattutto da uccelli marini che nidificano: in particolare quattro specie principali di sterne e i cormorani di Socotra. Gli stessi autori riconoscono i limiti dell'analisi, dovuti alla scarsità di dati, soprattutto sull'altitudine della telecamera. Per arrivare a conclusioni definitive servirebbero la posizione del velivolo, la telemetria dei sensori e i video non censurati, in modo che le deduzioni possano essere verificate invece di restare interpretazioni ambigue. Il valore del lavoro, però, va oltre questo caso. L'analisi nel dominio del tempo, basata sulla variabilità periodica della luminosità, permette di caratterizzare un UAP anche quando la distanza è ignota e i dati dei sensori sono oscurati. Per gli autori, nel loro insieme i risultati forniscono prove convincenti che gli oggetti di DOW-UAP-PR135 siano un piccolo stormo di uccelli..

©

UAP nei cieli del Kuwait? No, uccelli
  •  

Le nuove tecnologie danno dipendenza?

Alcuni scommettono in Borsa prima ancora di essere diventati maggiorenni con il trading online, anche se sarebbe illegale. Altri non muovono un passo senza aver consultato ChatGPT o Gemini, poco importa se sugli affari di cuore o sul compito in classe. Tantissimi passano ore e ore sui social, ipnotizzati da reel e foto, senza concentrarsi su nulla per più di qualche secondo. È la realtà di molti adolescenti italiani, ma guai a pensare che gli adulti siano immuni: la rivoluzione del Web ha travolto anche chi ha trascorso la prima parte della vita in un mondo analogico e ora per tutti, a ogni età, lo spettro della dipendenza da Internet, smartphone e social non è così remoto.. Evolutivamente vulnerabili Il tempo vola, scrollando video al cellulare: a tutti capita di stare col telefono in mano un'ora, credendo che siano passati pochi minuti. Qualcuno pensa a quello fin dal risveglio al mattino: scivolare nella dipendenza da nuove tecnologie è facile, perché come ha spiegato di recente Keith Humphreys, psichiatra dell'Università di Stanford in California (Usa), in un documento sulle dipendenze: «Abbiamo un cervello antico in un ambiente nuovo. La vulnerabilità alle dipendenze non ha avuto conseguenze per il 99,9% della nostra evoluzione. Ora però tutto ciò che ha un grande potenziale per indurle, dalle sostanze alle tecnologie, è a portata di mano».. Per le nuove dipendenze – da Internet, social, giochi d'azzardo e così via – valgono infatti meccanismi simili a quelli che portano a non poter più fare a meno delle sostanze d'abuso: slot machine e media digitali sono disegnati apposta per farci provare picchi di piacere, e così l'abitudine a stare collegati, vedere serie Tv o "parlare" con un'intelligenza artificiale si trasforma in dipendenza.. Un vero disturbo mentale «Le dipendenze comportamentali sono un vero disturbo del sistema nervoso centrale», spiega Massimo Clerici, presidente della sezione di Psichiatria delle dipendenze della Società italiana di psichiatria. «Non esistono però precisi criteri diagnostici per le dipendenze comportamentali, fatta eccezione per il gioco d'azzardo o online (gaming), che ne è spesso diretta conseguenza ed è inserito nella Classificazione internazionale delle malattie dell'Organizzazione mondiale della sanità». Tutto il resto, dallo shopping compulsivo all'uso problematico di Internet, non è ancora ben definito ma è ormai ben presente nell'esperienza di tanti, a partire dai giovanissimi. Secondo i risultati del progetto "Generazione Z 2.0", del Centro nazionale dipendenze e doping dell'Istituto superiore di sanità, in Italia circa 15.000 studenti fra gli 11 e i 13 anni non riescono a staccarsi dai social. Altri 111.000 sono a rischio di disturbo da gaming e 87.000 hanno comportamenti di gioco d'azzardo a rischio o problematici.. Non va meglio al crescere dell'età: stando ai dati raccolti nel 2025 per lo studio Espad (European school Survey Project on Alcohol and other Drugs, coordinato in Italia dall'Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr), quasi 370.000 ragazzi fra i 15 e i 19 anni trascurano sonno e relazioni per navigare sul Web e diventano intrattabili se manca la connessione, e altri 380.000 giocano troppo online. I numeri sono in crescita costante ed è emersa pure la nuova tendenza delle scommesse in Borsa: oltre 420.000 under 18 hanno provato almeno una volta.. I rischi per i ragazzini «Questi numeri raccontano un problema sociale, ma le nuove dipendenze hanno ricadute biologiche e cliniche altrettanto rilevanti», puntualizza Clerici. «La sovrabbondanza di stimoli da nuove tecnologie, anche apparentemente non dannosi, può avere conseguenze negative sullo sviluppo cognitivo ed emotivo. La riduzione del sonno negli adolescenti, che di notte restano svegli su Internet e social, si associa a un maggior rischio di depressione e ansia. E si sta anche osservando che l'uso intensivo dei social da parte dei giovanissimi altera il funzionamento di alcune aree cerebrali». Marco Potenza, psichiatra dell'Università di Yale (Usa) che studia da tempo gli effetti delle nuove tecnologie sullo sviluppo di bambini e adolescenti, ha sottolineato su Current Addiction Report che nei più piccoli si possono modificare le connessioni cerebrali e si può interferire con lo sviluppo del linguaggio. Anche che la facilità di accesso a contenuti pornografici in età prepuberale e adolescenziale può avere ricadute sugli equilibri ormonali, col rischio di alterare la maturazione sessuale, anticipandola.. Contenuti mirati e vulnerabilità «I social poi sono realizzati in modo da agganciare i ragazzi in base a età e sesso, per proporre contenuti selezionati», riprende Clerici. «Ai giovani vengono indirizzati spesso contenuti relativi all'immagine, in un momento in cui il corpo cambia e quindi si è sensibili a questi temi». La dipendenza da social e da Internet quindi si può così trasformare in problemi clinici assai concreti, dall'anoressia fino alla cosmeticoressia (la fissazione per trucchi e skincare).. «Non tutti sviluppano patologie correlate alle nuove dipendenze; alcuni sono più vulnerabili per fattori familiari o biologici o anche per traumi pregressi», dice Clerici. Uno studio italiano dell'Università di Messina su quasi 700 studenti delle superiori, per esempio, ha sottolineato che il rischio di un utilizzo problematico dello smartphone è maggiore in chi ha tratti riconducibili al disturbo dell'attenzione e iperattività. «Non abbiamo purtroppo farmaci per le dipendenze comportamentali; si può solo intervenire per gestire i sintomi valutandone la gravità, l'intensità e quanto incidono sulla vita quotidiana», specifica Clerici.. Campanelli d'allarme Cogliere i segni di un uso problematico della tecnologia è quindi fondamentale. Possono destare sospetti: il pensiero continuo e il desiderio estremo di utilizzare smartphone o computer per accedere ai contenuti, le bugie a parenti e amici sulla realtà del proprio utilizzo della tecnologia, le lunghe ore trascorse in rete, le conseguenze nella vita reale, come problemi di relazione e disturbi fisici (mal di testa, irritazioni oculari ecc.). Un'auto-analisi onesta per capire se si sta esagerando aiuta gli adulti, ma con i figli serve il dialogo: «Una relazione attenta è importante, ma non è detto che basti: anche se a casa e a scuola si parla dei rischi delle nuove tecnologie, da fuori arrivano stimoli potentissimi», osserva Clerici. «Normare l'accesso alle tecnologie da parte dei minori del resto è difficile e pensare di rallentarlo è un'illusione. Quel che si può fare è avere le antenne dritte e non ignorare i segnali: se un figlio sta collegato per ore è opportuno provare a capire di quali contenuti fruisce e che cosa fa online»..

©

Le nuove tecnologie danno dipendenza?
  •  

Chi è Navi Pillay, Nobel per la Pace 2026

Navanethem "Navi" Pillay, magistrata sudafricana, avvocata, figura di spicco del diritto internazionale, che ha dedicato la vita a combattere discriminazioni strutturali e segregazioni razziali, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace 2026. Nel commentare la decisione, il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha spiegato che Navi Pillay, «con eccezionale coraggio e integrità, ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo», e ha svolto «un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti».. Usando i principi del diritto internazionale, Navi Pillay «ha chiamato a rispondere delle proprie azioni gli Stati e i leader, e ha portato speranza alle vittime». In un contesto politico, come quello attuale, in cui è spesso la forza a prevalere sulla giustizia, l'operato di Navi Pillay mostra che i principi giuridici internazionali e le istituzioni che li fanno rispettare sono alla base della pace, e che servono persone salde, lungimiranti e coraggiose per richiamare chi li viola alle proprie responsabilità.. La carriera legale a difesa dei più deboli. Navanethem "Navi" Pillay ha ricoperto il ruolo di giudice presso l'Alta Corte del Sudafrica; è stata giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale. È stata Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e, fino a poco tempo fa, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Oggi Navi Pillay è giudice presso la Corte internazionale di giustizia nel caso in cui il Myanmar è accusato di genocidio.. Come ha spiegato Jørgen Watne Frydnes, membro del comitato per il Premio Nobel: «In tutti gli incarichi ricoperti, [Navi Pillay] ha sempre sottolineato la responsabilità degli individui e degli Stati di rispettare lo stato di diritto. Ha inoltre contribuito a definire le norme e i principi giuridici pertinenti quando il Tribunale penale internazionale per il Ruanda ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire un crimine contro l'umanità, nonché un genocidio. La sua influenza fu un fattore determinante. Nello stesso caso, la Pillay ebbe un ruolo cruciale in un'altra importante svolta legale. Per la prima volta, un imputato si trovò ad affrontare accuse di incitamento al genocidio basate esclusivamente sulla diffusione di propaganda».. Dalla difesa di Mandela alla sentenza sul genocidio a Gaza. L'impegno di Navi Pillay è stato determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio vengano perseguiti. Navanetham Nadoo è nata nel 1941 in un sobborgo povero di Durban, da una famiglia di origine indiana. I suoi nonni erano arrivati in Sudafrica per lavorare come servitù a contratto nelle piantagioni di canna da zucchero sudafricane. I suoi genitori ebbero otto figli che educarono secondo principi di uguaglianza tra maschi e femmine e con forti valori indù. Laureatasi in giurisprudenza grazie al sostegno economico della comunità indiana locale, negli anni universitari Navi sperimentò sulla propria pelle l'apartheid, la segregazione razziale istituzionalizzata operata dal governo di etnia bianco sudafricano nel secondo dopoguerra. Per i trent'anni successivi, nei panni di avvocato difese gli attivisti anti-apartheid, tra cui lo stesso Nelson Mandela, denunciando i metodi illegali degli interrogatori, l'uso delle torture e le condizioni inumane di detenzione.. Nel 1995 fu brevemente Presidente dell'Alta corte del Sudafrica e della Commissione per il servizio giuridico, diventanto la prima donna non bianca a ricoprire questo incarico. Ma fu subito chiamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite ad essere giudice presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, di cui dal 1999 al 2003 divenne Presidente. Questo suo mandato è ricordato per lo storico processo all'ex sindaco di Taba Jean Paul Akayesu, che nel 1994 si era messo in divisa militare per partecipare alle esecuzioni sistematiche di centinaia di civili e alle aggressioni sessuali di centinaia di donne di etnia Tutsi da parte delle milizie Hutu, all'interno degli stessi uffici governativi. Il tribunale presieduto da Navi Pillay emanò la prima condanna a livello mondiale per il reato di genocidio davanti a una corte internazionale; in quell'occasione, per la prima volta si sancì che lo stupro e l'aggressione sessuale, da sempre usati come armi di guerra, possono costituire atti di genocidio. Akayesy era infatti sindaco di un comune dove molte donne Tutsi si erano rifugiate durante la guerra civile e aveva, per calcolo politico, intenzionalmente ordinato ai miliziani di aggredire e violentare le donne.. Più di recente, da presidente della Commissione d'inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese occupato, Navi Pillay ha coordinato un rapporto che ha concluso in modo inequivocabile che le forze armate e il governo di Israele hanno commesso un genocidio contro i Palestinesi della Striscia di Gaza, tra il 7 ottobre 2023 e il 31 luglio 2025. La Commissione ha dimostrato l'esistenza dell'intenzione di commettere un genocidio e osservato che centinaia di palestinesi sono stati colpiti, e alcuni di loro uccisi, mentre si trovavano in fila per il cibo presso i punti di distribuzione gestiti dalla Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele e Stati Uniti. Scrivendo al New York Times a commento della sentenza, Navi Pillay ha sottolineato l'obbligo legale e morale, per tutti gli Stati, di prevenire il genocidio: «Tale obbligo richiede un'azione: fermare il trasferimento di armi e il supporto militare utilizzati in atti genocidi, garantire un'assistenza umanitaria senza ostacoli, fermare gli sfollamenti di massa e le distruzioni e utilizzare tutti i mezzi diplomatici e legali disponibili per fermare le uccisioni. Non fare nulla non è neutralità. È complicità»..

©

Chi è Navi Pillay, Nobel per la Pace 2026
  •  
❌