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Coming up roses? How Trump planted a new seed for Chinese gift diplomacy

Donald Trump was apparently captivated by the “beautiful” roses in the garden of the Communist Party’s leadership compound when he visited Beijing in May. It was a relaxed moment between the US and Chinese leaders – otherwise locked in disputes ranging from trade to technology and Taiwan – that led to a new opportunity for gift diplomacy between the rival powers. Strolling around the former imperial garden at Zhongnanhai with Xi Jinping, Trump was so taken with a China rose variety in bloom that...

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Coming up roses? How Trump planted a new seed for Chinese gift diplomacy

Donald Trump was apparently captivated by the “beautiful” roses in the garden of the Communist Party’s leadership compound when he visited Beijing in May. It was a relaxed moment between the US and Chinese leaders – otherwise locked in disputes ranging from trade to technology and Taiwan – that led to a new opportunity for gift diplomacy between the rival powers. Strolling around the former imperial garden at Zhongnanhai with Xi Jinping, Trump was so taken with a China rose variety in bloom that...

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Coming up roses? How Trump planted a new seed for Chinese gift diplomacy

Donald Trump was apparently captivated by the “beautiful” roses in the garden of the Communist Party’s leadership compound when he visited Beijing in May. It was a relaxed moment between the US and Chinese leaders – otherwise locked in disputes ranging from trade to technology and Taiwan – that led to a new opportunity for gift diplomacy between the rival powers. Strolling around the former imperial garden at Zhongnanhai with Xi Jinping, Trump was so taken with a China rose variety in bloom that...

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Iran, i Pasdaran rivendicano la mina contro una superpetroliera nello stretto di Hormuz: «Lo stretto è chiuso»

TEHERAN — Più di due milioni di barili di greggio in fiamme in mezzo allo stretto di Hormuz. Così la marina dei Guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, il corpo militare che in Iran risponde direttamente alla Guida suprema, ha descritto sabato mattina la sorte di una superpetroliera che, secondo il comunicato, ha urtato una mina mentre tentava «un passaggio non autorizzato» ed è stata avvolta da «una massiccia esplosione e un incendio violento».

La rivendicazione, diffusa dai media statali iraniani e ripresa dall’agenzia France Presse, non dice dove sia avvenuto l’urto, non dà il nome della nave, la bandiera, l’armatore, né una parola sull’equipaggio. L’agenzia semiufficiale Fars ha pubblicato un video girato di notte, con lo scafo illuminato dalle fiamme. Il comando americano per il Medio Oriente, il Centcom, e l’agenzia marittima britannica che registra gli incidenti nel Golfo non hanno confermato l’episodio.

Il meccanismo che quel comunicato racconta è ormai la routine dello stretto dall’inizio della guerra fra Iran e Stati Uniti, il 28 febbraio. Teheran dichiara chiuso il passaggio obbligato per il greggio del Golfo; Washington lo dichiara aperto e lo scorta; le petroliere tentano il transito spegnendo i sistemi di localizzazione; i Pasdaran le colpiscono. La nave di sabato, dice il comunicato, «ha tentato di attraversare lo stretto con il sostegno degli Stati Uniti, disattivando tutti i sistemi di tracciamento».

Il linguaggio è quello delle ultime settimane. «Lo stretto di Hormuz è chiuso, e la conseguenza di sfidare le regole iraniane è bruciare nel fuoco della fiducia nell’esercito terrorista Usa», recita il testo rilanciato dall’agenzia semiufficiale Tasnim. La tv di Stato Press TV parla di un transito protetto dall’«esercito contrabbandiere» americano.

La risposta di Washington era arrivata in anticipo. Venerdì l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, aveva detto: «Sia chiaro, lo stretto di Hormuz è controllato dagli Stati Uniti e dai nostri partner regionali, non dall’Iran. Resta aperto agli affari». Il comando americano sostiene da mesi che le navi continuano a passare «nonostante l’aggressione ingiustificata» dei Pasdaran.

Dieci navi in una settimana

I numeri raccontano un’escalation. Secondo l’agenzia marittima britannica, almeno dieci navi sono state attaccate dentro o vicino allo stretto da domenica, il massimo settimanale dall’inizio del conflitto; dal 1° ottobre gli attacchi sono 23, quasi il doppio della media dei mesi precedenti. Venerdì due mercantili sono stati colpiti al largo di Jubail, il grande porto petrolchimico saudita sul Golfo, uno da un razzo anticarro sparato da un barchino: «danni al quarto di poppa sinistro, equipaggio incolume», secondo il rapporto.

La partita si gioca sul prezzo: ogni nave colpita è un messaggio ai mercati prima ancora che a Washington. Il Brent ha chiuso venerdì a 109,86 dollari al barile, in rialzo del 3,7%, al massimo dal 19 maggio; il greggio americano Wti ha superato i 101 dollari, con un balzo del 10% in una settimana. Noleggiare una petroliera dal Golfo alla Cina costa fino a un milione di dollari al giorno, ha detto a Cnbc il direttore di Lloyd’s List, la bibbia dell’informazione marittima.

Sul fronte politico Teheran tiene chiusa anche la porta negoziale. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, ha definito «insufficiente» la risposta americana alle sette condizioni presentate all’Assemblea generale dell’Onu e ha escluso trattative. Il presidente Masoud Pezeshkian, venerdì in visita in Armenia, ha negato che l’Iran cerchi l’atomica e ha definito «ingiustificabili» le sanzioni. Il Qatar continua a fare da mediatore.

Il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia, ha fissato venerdì su X la condizione per riaprire il passaggio: «Se gli Stati Uniti lasciano la regione, lo stretto di Hormuz riaprirà. Se non se ne va, lo cacceremo».

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Francia, i gilet gialli tornano in piazza con i liceali: lacrimogeni a Parigi e 166 arresti

PARIGI — La polizia ha lanciato i lacrimogeni su place de la République alle 13.17, un’ora e mezza prima dell’inizio del corteo autorizzato, mentre a Marsiglia e Lione gli agenti antisommossa sgomberavano con i manganelli cortei non dichiarati e barricate improvvisate. A mezzogiorno gli arresti in tutta la Francia erano 166, riferisce France 24; alle 9.30 la prefettura di Parigi ne contava già 40 nella sola capitale.

Non sono episodi slegati. Il movimento partito un mese fa nei licei delle periferie povere a nord di Parigi, per i professori assenti e le aule fatiscenti, trova oggi la saldatura con i sindacati e con quel che resta dei gilet gialli: fino a 100.000 persone attese in piazza contro i prezzi alti, i salari fermi e «il modello sociale che si sfilaccia». Accade a pochi mesi dalle presidenziali del 2027, con Marine Le Pen che negli ultimi sondaggi allarga il vantaggio e il presidente Emmanuel Macron a fine mandato.

Il governo ha riautorizzato nel primo pomeriggio le granate stordenti, sospese dopo che un quindicenne di Lens, nel Nord, aveva perso una mano. A Parigi i manifestanti hanno bloccato la sede della rete televisiva CNews; a République sono partiti fuochi d’artificio contro le linee di polizia. Le fermate della metropolitana attorno agli Champs-Élysées, all’Eliseo e ai ministeri sono chiuse su richiesta della prefettura, e ogni altro raduno nel centro è vietato.

Il sito dei gilet gialli censisce 1.365 azioni in tutto il Paese, dai cortei ai blocchi di stazioni di servizio, caselli autostradali e depositi di carburante. Una fonte vicina al ministero dell’Interno ne conta circa 250. La Cgt, la principale confederazione sindacale, chiede salari e pensioni più alti e la difesa dei servizi pubblici. «Protestavo quando la benzina costava 1,40 euro al litro, immaginate ora che è a 2,20», dice Myrtil Devillers, gilet giallo della prima ora.

I liceali feriti

A Saint-Ouen-l’Aumône, periferia nord-ovest di Parigi, Eden, 14 anni, ha la mascella rotta e i denti spezzati da un candelotto sparato a distanza ravvicinata. La famiglia ha denunciato per tentato omicidio e l’agente è stato formalmente indagato per violenze con mutilazione, otto giorni dopo i fatti; secondo la procura ha dichiarato di essersi voluto proteggere. Reuters ha documentato 28 casi di feriti per uso della forza, tra proiettili di gomma, granate, manganelli e cariche a cavallo.

Davanti al Senato, martedì, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha confermato 36 inchieste della polizia delle polizie, quattro delle quali per ferite «mutilanti». Il politologo Sebastian Roche osserva che la Francia è un caso a sé in Europa: queste armi «meno letali» non si usano per l’ordine pubblico in Gran Bretagna, Italia e Germania.

Il governo ribalta i conti. Nuñez parla di circa 200 studenti feriti, «molto raramente» per mano della polizia, e di 700 agenti feriti, scuole incendiate, insegnanti aggrediti; gli arresti dall’inizio del movimento sono 6.877, in maggioranza minorenni. «Quando le manifestazioni si svolgono pacificamente non ci sono arresti», ha detto in Parlamento. Il sindacato di polizia Alliance ha presentato un esposto contro lo Stato per «messa in pericolo della vita altrui».

Il premier Sébastien Lecornu ha definito queste proteste le più violente da decenni e accusa La France Insoumise, la sinistra radicale, di soffiare sul fuoco; il partito respinge. Macron dice che gli studenti sono «strumentalizzati» da forze politiche. «Siamo in un’atmosfera di perma-crisi: guerre, inflazione e potere d’acquisto», ha ammesso Lecornu giovedì.

I gilet gialli, nati nel 2018 contro la tassa sul diesel e poi addormentati dai miliardi di sgravi concessi da Macron, arrivano all’appuntamento senza una regia. «Nessun gilet giallo è dietro il 17 ottobre, ormai è quasi diventato un marchio», dice Jérôme Rodrigues, figura storica del movimento, che perse un occhio per una granata nel 2019. L’appello è nato da un video TikTok sui prezzi alla pompa, raccolto poi dal leader comunista Fabien Roussel e dalla leader dei Verdi Marine Tondelier. «Non ci siamo coordinati, ma abbiamo avuto tutti la stessa reazione davanti alle violenze della polizia sui liceali», dice François Boulo, altra voce del 2018. È quella rabbia, più di una piattaforma comune, a tenere insieme la giornata.

Nei punti di ritrovo si stanno formando gruppi di assistenza medica, racconta Yannick Maillou, insegnante e gilet giallo dal primo giorno. Nuñez, venerdì, aveva avvertito: «Se ci fossero scontri, tutti i tipi di armi intermedie possono essere usati».

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Trump nega di aver rallentato i satelliti dei droni ucraini: «Non sono stato io, e non credo Elon»

Aggiornato alle 13:39

KIEV — Serhii Beskrestnov, che in Ucraina chiamano «Flash», consigliere di Volodymyr Zelensky per le tecnologie della difesa, parla ai soldati soprattutto su Telegram. Venerdì sera (la notte in Italia) ha detto all’Associated Press che Kiev sta trattando con SpaceX e con il Pentagono per far togliere il tetto di velocità imposto ai terminali satellitari dei droni ucraini, e che il governo «non ha spiegazioni» sul perché sia stato imposto.

A tre giorni dal blackout nessuno a Washington rivendica la decisione. Donald Trump, interrogato venerdì dai cronisti, ha risposto: «Non so se sia stato qualcuno, perché non sono stato io, e non credo sia stato Elon». E poi: «Per quanto ne so, è tutto com’è sempre stato». Il limite però è ancora lì: i ricevitori funzionano solo fino a 160 chilometri orari, una soglia che taglia fuori i droni intercettori usati contro gli Shahed russi.

Starshield è la versione militare di Starlink, la rete satellitare di SpaceX, la società di Elon Musk: i terminali appartengono al governo americano e il Pentagono ne è il maggiore cliente. Nella notte tra martedì e mercoledì, senza preavviso, i ricevitori montati sui mezzi ucraini hanno smesso di funzionare oltre quella velocità. Fuori uso i droni d’attacco sui territori occupati, gli intercettori contro i droni kamikaze russi, parte di elicotteri e aerei. Il servizio è tornato giovedì all’alba, ma con il tetto.

Beskrestnov aveva dato la notizia mercoledì, scrivendo che SpaceX aveva imposto il limite «senza avvisare» le forze armate e che gli intercettori sono «la soluzione più efficace» contro gli Shahed. Zelensky ha parlato di «un grosso errore» che ha contribuito a morti civili, e ha detto di non aver ricevuto per più giorni l’allerta occidentale sui lanci balistici russi. Washington nega di aver ridotto la condivisione di intelligence.

Sulla catena di comando la ricostruzione più precisa resta quella di Reuters: l’istruzione è partita dall’interno della Casa Bianca, secondo due funzionari americani e uno occidentale, e ai vertici del Pentagono è arrivato il messaggio che il servizio «andava rallentato». Un alto funzionario dell’amministrazione ha replicato che «nessuna richiesta del genere è mai stata fatta dal presidente».

La Casa Bianca non ha risposto se l’ordine sia venuto da altri; il Pentagono non ha commentato e il segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha parlato in pubblico. Musk, su X, ha rinviato al governo: «Ogni limite di velocità o di uso è deciso dai militari americani e in ultima istanza dal presidente».

La lettera dei nove senatori

Al Senato la domanda è diventata una richiesta formale d’indagine. Giovedì nove senatori, cinque democratici e quattro repubblicani, hanno scritto all’ispettore generale del Pentagono, l’organo di controllo interno del dipartimento della Difesa, chiedendo un’inchiesta «urgente» per accertare se funzionari del Pentagono o di altre agenzie abbiano «ordinato, autorizzato, approvato o conosciuto in anticipo» i cambiamenti su intelligence, allerte e servizi satellitari. La promuove la democratica Jeanne Shaheen, capogruppo di minoranza nella commissione Esteri; tra i repubblicani firmano Susan Collins, presidente della commissione Stanziamenti, e Thom Tillis.

Tillis, sempre su X, ha scritto che il «pasticcio strategico» potrebbe essere nato nei sistemi Starshield del Pentagono e non in SpaceX: «Non trattengo il fiato aspettando che il segretario Hegseth offra trasparenza». Nella migliore delle ipotesi, ha aggiunto, è stato un errore inaccettabile; nella peggiore «una decisione per sgomberare il campo a un attacco russo».

Il blackout cade in una settimana in cui l’amministrazione aveva avvertito Kiev che poteva sospendere la condivisione di intelligence e bloccare gli acquisti europei di armi americane se non fossero cessati gli attacchi a lungo raggio alle raffinerie russe. Trump ha poi annunciato un «cessate il fuoco energetico» e un accordo per importare diesel russo, e ha chiesto la sostituzione di Zelensky. Martedì un raid missilistico russo ha incendiato un palazzo residenziale a Kiev.

Beskrestnov non ha detto quando la trattativa con SpaceX e il Pentagono potrà chiudersi. Il tetto resta perché nessuno, a Washington, dice di averlo deciso. Mykhailo Fedorov, già ministro della Trasformazione digitale, ringraziando Musk per il ripristino ha scritto che «togliere del tutto il limite di velocità di Starshield è ora cruciale per la difesa dell’Ucraina».

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AI used for first time to analyse lawmakers’ 5-year plan, policy address debate

Hong Kong’s legislature has for the first time used artificial intelligence (AI) to analyse lawmakers’ remarks during a three-day debate on the city’s first five-year plan and the latest annual policy address, with talent and the Northern Metropolis emerging as the most-discussed topics. Legislative Council president Starry Lee Wai-king said on Saturday that an overview of the six-session debate had been produced using AI. The session on improving livelihood protections drew the largest number...

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Bangladesh tourist resort fire kills 10

At least 10 tourists have been killed in a fire at a seaside resort in the southeastern Bangladeshi district of Cox’s Bazar, the country’s largest travel destination, officials said on Saturday. Dolon Acharya, an officer at the Fire Service and Civil Defence department, said the fire broke out in the morning at Tuptup Resto and Resort at Patuartek beach. The flames gutted the entire facility. The scene is located more than 320km (199 miles) southeast of the capital Dhaka. Acharya said...

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FAO premia Yin Yuzhen, pioniera cinese della lotta alla desertificazione

FAO premia Yin Yuzhen, pioniera cinese della lotta alla desertificazione

La cinese Yin Yuzhen, pioniera nella lotta alla desertificazione, è stata inserita tra le 100 eroine della FAO. “La signora Yin dimostra che l’impossibile è possibile”, ha dichiarato Ronald Sakolsky, insegnante statunitense in pensione che ha finanziato il suo lavoro di rimboschimento. (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)

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Cina: diplomatici stranieri elogiano la lotta alla desertificazione

Cina: diplomatici stranieri elogiano la lotta alla desertificazione

Nel Ningxia, dei diplomatici provenienti da tutto il mondo hanno scoperto come la Cina abbia trasformato i deserti da una minaccia in una risorsa attraverso la tecnica di fissaggio a scacchiera con paglia e la realizzazione di impianti fotovoltaici.
Circondato dai deserti su tre lati, il Ningxia è impegnato da decenni nella lotta alla desertificazione. Questi sforzi hanno trasformato la regione, un tempo minacciata dall’avanzata delle sabbie, in un modello di ripristino ecologico. (XINHUA/ITALPRESS) mec/lcr (Fonte video: Xinhua)

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UK deports Romanian convicted of arson at ex-PM Starmer’s homes

Britain has deported a Romanian man jailed for two years in June for arson attacks on two properties linked to then British prime minister Keir Starmer, the interior ministry said Saturday. Ukraine-born Stanislav Carpiuc was found guilty of the attacks alongside Ukrainian citizen Roman Lavrynovych, who was jailed for seven years over the May 2025 attacks on two London houses and a vehicle. “This individual has now been deported from the UK,” a Home Office spokesperson said, without indicating...

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UK deports Romanian convicted of arson at ex-PM Starmer’s homes

Britain has deported a Romanian man jailed for two years in June for arson attacks on two properties linked to then British prime minister Keir Starmer, the interior ministry said Saturday. Ukraine-born Stanislav Carpiuc was found guilty of the attacks alongside Ukrainian citizen Roman Lavrynovych, who was jailed for seven years over the May 2025 attacks on two London houses and a vehicle. “This individual has now been deported from the UK,” a Home Office spokesperson said, without indicating...

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End Gerrymandering

A ban on extreme partisan gerrymandering could restore much of the congressional diversity that the Voting Rights Act initially made possible.

© Illustration by Rebecca Chew/The New York Times

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Corrupt officials have nowhere to hide, China’s anti-graft watchdog warns

There is “no way out” for corrupt officials no matter how senior they are, China’s top anti-corruption watchdog has warned following the downfall of a former big-city mayor who survived numerous previous scandals. This week, the Central Commission for Discipline Inspection (CCDI) announced both the probe into Huang Qifan, the former mayor of Chongqing, and the expulsion of a senior figure in Sichuan province. On Saturday, the commission said these developments showed the party’s “unwavering...

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Corrupt officials have nowhere to hide, China’s anti-graft watchdog warns

There is “no way out” for corrupt officials no matter how senior they are, China’s top anti-corruption watchdog has warned following the downfall of a former big-city mayor who survived numerous previous scandals. This week, the Central Commission for Discipline Inspection (CCDI) announced both the probe into Huang Qifan, the former mayor of Chongqing, and the expulsion of a senior figure in Sichuan province. On Saturday, the commission said these developments showed the party’s “unwavering...

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Corrupt officials have nowhere to hide, China’s anti-graft watchdog warns

There is “no way out” for corrupt officials no matter how senior they are, China’s top anti-corruption watchdog has warned following the downfall of a former big-city mayor who survived numerous previous scandals. This week, the Central Commission for Discipline Inspection (CCDI) announced both the probe into Huang Qifan, the former mayor of Chongqing, and the expulsion of a senior figure in Sichuan province. On Saturday, the commission said these developments showed the party’s “unwavering...

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Masters 1000 Shanghai, Davidovich Fokina rimonta Zverev e vola in finale

Masters 1000 Shanghai, Davidovich Fokina rimonta Zverev e vola in finale

SHANGHAI (CINA) (ITALPRESS) – Risultato a sorpresa nella prima semifinale del “Rolex Shanghai Masters”, penultimo Atp 1000 della stagione, con montepremi totale pari a 9.415.725 dollari, in corso sul cemento del “Qi Zhong Tennis Center” della metropoli cinese. Alexander Zverev, numero uno del tabellone e prossimo numero uno mondiale visto lo stop di Sinner, si arrende ad Alejandro Davidovich Fokina, 25esima testa di serie, per 5-7 6-4 6-3 dopo oltre due ore di gioco.

Il 27enne di Malaga, che sfiderà nell’atto decisivo uno fra Rafa Jodar e Daniil Medvedev, è all’ottava finale della carriera: due finora i titoli conquistati, entrambi in questa stagione, a Maiorca (erba) e poi a Chengdu (cemento) poche settimane fa, piegando nell’ultimo atto Hubert Hurkacz.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Proteste e scontri in Francia, a Parigi 61 fermi

Proteste e scontri in Francia, a Parigi 61 fermi

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – La polizia francese ha effettuato 61 arresti a Parigi mentre due manifestazioni non autorizzate sono state disperse. E’ il bilancio delle proteste di questa mattina nella capitale francese secondo quanto riporta l’emittente Bfmtv.

Dei 61 arresti, 21 sono stati effettuati davanti alla sede di CNews, dove erano state infrante delle finestre. Tra gli arrestati ci sono quattro minorenni. La prefettura di Parigi riferisce inoltre di aver effettuato finora quasi 600 controlli, durante i quali sono stati sequestrati in particolare dispositivi di protezione vietati come i passamontagna. Sempre secondo la prefettura, due manifestazioni non autorizzate sono state disperse dalle forze dell’ordine.

La prima, una manifestazione sindacale di circa cento persone, si era formata nei pressi della stazione ferroviaria Gare du Nord prima di spostarsi in Rue du Faubourg-Saint-Denis. Una seconda, di dimensioni simili e composta da studenti delle scuole superiori, era partita da Rue de Rennes.

PREFETTURA “STAZIONE POLIZIA PRESA DI MIRA DA MANIFESTANTI A MARSIGLIA”

A Marsiglia, una stazione di polizia municipale “è stata presa di mira dai manifestanti in via La Canebière”. Lo riferisce l’emittente francese Bfmtv. “Sono state infrante le finestre e lanciati fumogeni all’interno. Un tentativo di incendio doloso è stato sventato. Non si sono registrati feriti”, ha appreso Bfmtv dalla prefettura di Marsiglia. “Condanniamo con la massima fermezza queste azioni, che sono palesemente inaccettabili, non corrispondono ad alcuna richiesta e costituiscono un attacco alla proprietà pubblica nonché al servizio fornito alla popolazione”, ha aggiunto la prefettura.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Friuli Venezia Giulia, Amirante “Dal 19 ottobre via alle domande per i nuovi contributi di efficientamento dei condomini”

Friuli Venezia Giulia, Amirante “Dal 19 ottobre via alle domande per i nuovi contributi di efficientamento dei condomini”

TRIESTE (ITALPRESS) – “Da lunedì 19 ottobre sarà possibile presentare domanda per accedere ai nuovi contributi regionali destinati agli interventi di efficientamento energetico dei condomìni. È un’ulteriore misura con la quale la Regione intende sostenere la riqualificazione del patrimonio abitativo esistente, favorendo la riduzione dei consumi energetici e il miglioramento delle prestazioni degli edifici”. Lo annuncia l‘assessore regionale alle Infrastrutture e Territorio, Cristina Amirante, illustrando l’apertura del bando previsto dall’articolo 3 della legge regionale 4 luglio 2025 dedicato al sostegno degli interventi di efficientamento energetico degli edifici condominiali. Le domande potranno essere presentate a partire dalle ore 10 di lunedì 19 ottobre 2026, secondo le modalità previste dal bando.

I requisiti di ammissibilità, le procedure per la presentazione delle istanze e la documentazione necessaria saranno consultabili sul portale istituzionale della Regione Friuli Venezia Giulia, all’indirizzo www.regione.fvg.it.

“La riqualificazione energetica degli edifici – continua Amirante – rappresenta una delle sfide più importanti per il nostro patrimonio residenziale. Una parte significativa delle abitazioni si trova infatti in fabbricati realizzati quando gli standard di isolamento e di efficienza degli impianti erano molto diversi da quelli attuali. Intervenire su queste strutture significa migliorare il comfort abitativo, contenere i consumi e contribuire alla valorizzazione degli immobili, senza ricorrere a nuove edificazioni”.

Il bando si rivolge ai condomìni, supercondomìni e condomìni parziali dotati di codice fiscale, purché riferiti a complessi immobiliari costituiti da più di otto unità immobiliari. Sono pertanto esclusi i condomìni minimi. Nel caso dei condomìni parziali, come quelli relativi a singole scale o porzioni di edifici con specifiche parti comuni, l’accesso ai contributi è consentito a condizione che il condominio di appartenenza comprenda complessivamente più di otto unità immobiliari.

Gli interventi finanziabili comprendono tre categorie: ristrutturazioni importanti di primo livello, ristrutturazioni importanti di secondo livello e interventi di riqualificazione energetica, secondo i requisiti previsti dalla normativa nazionale in materia di prestazioni energetiche degli edifici.

Le opere potranno interessare sia l’involucro edilizio, attraverso interventi sulle superfici degli edifici finalizzati a migliorarne l’efficienza energetica, sia gli impianti termici centralizzati, nel rispetto delle condizioni e dei limiti stabiliti dal bando.

“L’obiettivo – ha sottolineato l’assessore – è accompagnare i condomìni in interventi che possono risultare particolarmente impegnativi sotto il profilo economico e organizzativo. Gli edifici condominiali richiedono infatti decisioni condivise e investimenti spesso significativi. Attraverso il contributo pubblico vogliamo favorire la realizzazione di opere che producano benefici duraturi, sia per i residenti sia per la qualità complessiva del patrimonio abitativo regionale”.

La nuova misura si affianca al bando regionale per l’installazione di impianti fotovoltaici nei condomìni, tuttora aperto, ampliando così gli strumenti a disposizione dei cittadini per migliorare l’efficienza energetica degli immobili e promuovere un utilizzo più razionale delle risorse.

“Con questi strumenti – conclude Amirante – la Regione conferma una strategia che mette al centro il recupero e la valorizzazione degli edifici esistenti. Vogliamo sostenere interventi concretamente realizzabili, capaci di migliorare la qualità dell’abitare e di accompagnare la transizione energetica del settore residenziale, con particolare attenzione alle esigenze delle famiglie e delle comunità condominiali”.

-Foto Regione Friuli Venezia Giulia-
(ITALPRESS).

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A settembre il totale dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 3,7% rispetto al 2025

A settembre il totale dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 3,7% rispetto al 2025

ROMA (ITALPRESS) – A settembre 2026, il totale dei prestiti a imprese e famiglie è cresciuto del 3,7% su base annua, in accelerazione rispetto alla variazione registrata il mese precedente (+3,5%), proseguendo il percorso di crescita dei prestiti iniziato a marzo 2025. E’ quanto emerge dal rapporto mensile dell’Abi.

Per le famiglie è il ventunesimo mese consecutivo di incremento e per le imprese è il quindicesimo mese consecutivo di crescita dei prestiti. Infatti, ad agosto 2026 i prestiti alle imprese sono aumentati del 4,2%, mentre quelli alle famiglie del 2,9%.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Noleggio auto con truffa sul web, tre indagati a Catania

Noleggio auto con truffa sul web, tre indagati a Catania

CATANIA (ITALPRESS) – La Polizia di Stato ha scoperto un finto sito di autonoleggio e individuando i tre presunti gestori. Le indagini sono state condotte dagli agenti della Polizia di Frontiera, in servizio presso l’aeroporto, dopo la denuncia di una donna per essere stata raggirata sul web nelle fasi di noleggio di un’auto.

I poliziotti hanno eseguito una serie di verifiche sul portale on line, che si presentava perfettamente costruito per sembrare autentico e affidabile. In realtà, gli agenti della Polizia di Frontiera hanno scoperto come, dietro al sito internet, si nascondesse un sofisticato meccanismo fraudolento, finalizzato a carpire la buona fede degli utenti in modo da indurli ad effettuare pagamenti, credendo di noleggiare un veicolo. 

Nel corso degli accertamenti, sono stati incrociati alcuni dati relativi ai codici iban forniti alla vittima per effettuare le transazioni e all’utenza telefonica utilizzata per mettersi in contatto con la donna. In questo modo, il lavoro investigativo ha permesso di risalire all’identità di tre soggetti, due 33enni e un 37enne, che, secondo quanto appurato, avrebbero operato in modo sinergico per mettere a segno il raggiro. I tre sono stati denunciati in concorso tra loro per il reato di truffa. 

-Foto di repertorio Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

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Il comune di Milano stanzia oltre 13 milioni di euro per nuove scale mobili sulla linea M1, M2 e M3

Il comune di Milano stanzia oltre 13 milioni di euro per nuove scale mobili sulla linea M1, M2 e M3

MILANO (ITALPRESS) – Nuove scale mobili in arrivo sulla linea M1, M2 ed M3. Lo ha deciso la Giunta comunale che ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economica con lo stanziamento di 13,3 milioni per la ristrutturazione totale degli impianti divenuti ormai vecchi e inefficienti per funzionamento, costi di manutenzione e consumo energetico.

L’intervento è inserito nel piano Triennale delle Opere Pubbliche 2026-2028 ed è totalmente a carico del Comune di Milano, proprietario dell’infrastruttura e responsabile della manutenzione straordinaria. La spesa sarà così ripartita: 8 milioni per interventi sulla linea M3 (fase 2 lotto 1) e 5,3 milioni sulle linee M1 ed M2 (nuova fase).

“Proseguiamo l’ammodernamento delle stazioni della metropolitana – ha detto l’assessora alla Mobilità, Arianna Censi – con la sostituzione delle scale mobili ormai giunte a fine vita tecnica”. “Saranno installati impianti a tecnologia avanzata che garantiranno prestazioni elevate e minori costi di manutenzione ed energia. Toccheremo le tre linee più vecchie e tra le altre le stazioni Duomo, Cadorna, Garibaldi, Famagosta e San Donato”, ha aggiunto.

I lavori saranno realizzati sulla linea M1 nelle stazioni di Porta Venezia, Cadorna e Bisceglie; sulla M2 nelle stazioni di Garibaldi, Gioia, Cadorna e Famagosta. Sulla linea M3 saranno a San Donato, Corvetto, Brenta, Duomo, Turati e Sondrio.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Turismo Magazine – 17/10/2026

Turismo Magazine - 17/10/2026

ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– Italia e Oman rafforzano la cooperazione
– Francorosso si rinnova e lancia i viaggi al femminile
– Caravaggio e gli 80 anni della Repubblica italiana in mostra a New York
mgg/gtr

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Papa Leone XIV verrà dimesso dall’ospedale nel pomeriggio, domani l’Angelus dal Palazzo Apostolico

Papa Leone XIV verrà dimesso dall’ospedale nel pomeriggio, domani l’Angelus dal Palazzo Apostolico

ROMA (ITALPRESS) – Il dottore Luigi Carbone e il professore Stefano Margaritora in merito al decorso post operatorio di Papa Leone XIV, comunicano che “in considerazione degli esami del sangue, del controllo radiologico del torace eseguiti questa mattina e valutato il quadro clinico, il Santo Padre è stato giudicato idoneo alla dimissione”.

La sala stampa Vaticana rende noto che, a seguito delle conclusioni fornite dai medici questa mattina, Papa Leone XIV sarà dimesso oggi dal Policlinico Gemelli, dove era ricoverato per l’intervento al polmone destro. Lascerà l’ospedale nel primo pomeriggio e farà rientro in Vaticano. Domani reciterà la preghiera dell’Angelus dalla finestra dell’appartamento pontificio. 

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Caro carburanti, Schifani sente Salvini: “Martedì a Milano ci saranno anche gli autotrasportatori siciliani”

Caro carburanti, Schifani sente Salvini: “Martedì a Milano ci saranno anche gli autotrasportatori siciliani”

PALERMO (ITALPRESS) – Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, questa mattina ha avuto un colloquio telefonico sulla vertenza degli autotrasportatori siciliani con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che ieri aveva già incontrato il vice presidente della Regione, Luca Sammartino.

Al centro del confronto le ragioni della protesta che sta paralizzando l’isola. Il presidente della Regione ha ottenuto l’impegno del governo nazionale sui temi cruciali dell’agitazione, a partire dal costo eccessivo del carburante. Martedì a Miliano si terrà un tavolo istituzionale per sciogliere tutti i nodi della protesta e per la prima volta, su proposta di Schifani, saranno presenti anche gli autotrasportatori siciliani.

“L’interlocuzione con il ministro Salvini – sottolinea il presidente Schifani – è stata assolutamente positiva, vista la sua disponibilità ad accogliere le nostre proposte. Il governo siciliano farà la sua parte garantendo risorse certe contro il caro-carburante già a partire dalle variazioni di bilancio all’esame dell’Assemblea regionale siciliana. L’autotrasporto è un settore nevralgico per la nostra economia e per il sostentamento di tante famiglie siciliane, siamo al lavoro per dare risposte concrete”.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Caro carburanti, Anav Sicilia “Da lunedì a rischio i bus di linea privati”

Caro carburanti, Anav Sicilia “Da lunedì a rischio i bus di linea privati”

PALERMO (ITALPRESS) – La protesta degli autotrasportatori in tutta Italia, e anche in Sicilia, contro il caro gasolio rischia di bloccare le tante aziende private che nell’Isola si occupano di garantire il trasporto pubblico e privato su gomma.

Anav Sicilia, l’associazione di categoria che raggruppa le aziende di trasporto viaggiatori, lancia l’allarme sottolineando che, se a causa del blocco dei tir non arriveranno tra questo weekend e inizio prossima settimana, le previste consegne di carburante ai depositi aziendali e alle stazioni di rifornimento potrebbe essere messo a rischio il normale esercizio dei servizi di linea effettuati dai privati.

“Condividiamo con gli autotrasportatori il problema perché anche i nostri mezzi viaggiano a gasolio – spiega Antonio Graffagnani, presidente Anav – La mancata consegna del carburante sta cominciando a generare conseguenze anche sulle nostre imprese che effettuano il servizio di trasporto pubblico locale. Già ieri, alcuni autotrasportatori non hanno consegnato ai depositi di carburante il gasolio necessario al regolare svolgimento dei servizi”.

 “Non possiamo, di conseguenza, nascondere – prosegue Graffagnini – la forte preoccupazione perché le proteste stanno crescendo di livello, di giorno in giorno, e corriamo seriamente il rischio di non poter effettuare i servizi di linea legati ai programmi di esercizio. Sono diverse le aziende che si riforniscono su strada che hanno ricevuto comunicazione del mancato arrivo del gasolio. Il problema è di primaria importanza e riguarda tutti – sottolinea il presidente di Anav Sicilia – Se lunedì le aziende non potranno approvvigionarsi, con il carburante che resta si organizzeranno per garantire i servizi minimi essenziali dedicati agli studenti e ai lavoratori che nelle prime ore della mattina devono raggiungere le scuole e i posti di lavoro”.

Infine, Graffagnini evidenzia “preoccupazione anche per i blocchi stradali che potrebbero rallentare se non bloccare i percorsi allungando i tempi di percorrenza con il rischio di non rispettare gli orari o addirittura determinando lo stop dei bus”.

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Nasce “Longevity Valley”, nel Lazio un campus per la scienza della longevità

Nasce “Longevity Valley”, nel Lazio un campus per la scienza della longevità

ROMA (ITALPRESS) – È stato presentato ieri presso l‘ambasciata d’Italia a Washington il progetto “Longevity Valley”, un‘iniziativa volta a sviluppare nel Lazio un campus e un ecosistema scientifico e industriale di nuova generazione dedicati alla scienza della longevità e alla medicina preventiva.

L’iniziativa promossa dalla Longevity Valley Authority, insieme a un gruppo di imprese e investitori internazionali, prevede la realizzazione di un campus con infrastrutture di ricerca condivise, basate su intelligenza artificiale, automazione e bioingegneria, destinate a ospitare imprese e istituzioni scientifiche internazionali, con ricadute positive sul piano scientifico e occupazionale.

L’operazione è seguita dal ministero delle Imprese e del Made in Italy, attraverso la segreteria tecnica del Comitato interministeriale per l’attrazione degli investimenti esteri (CAIE), in stretto raccordo con la Regione Lazio.

“Con questo progetto l’Italia si candida a diventare un hub di riferimento nelle scienze della longevità. Un’iniziativa che unisce ricerca scientifica, sviluppo industriale e occupazione qualificata, con ricadute importanti per il Lazio e per l’intero sistema produttivo nazionale”, ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “È il risultato di un lavoro di squadra con la Regione e i soggetti privati, che dimostra la capacità del nostro Paese di attrarre grandi investimenti internazionali e tradurli in opportunità concrete di sviluppo”, ha concluso Urso.

“Siamo una regione leader nelle biotecnologie e nelle scienze della vita. La scelta del Lazio per ospitare il grande progetto della Longevity Valley conferma la forza di un ecosistema che è tornato a essere capace di attrarre investimenti internazionali e sviluppare innovazione. Il nostro obiettivo è trasformare questo patrimonio di ricerca e competenze in opportunità concrete: nuova occupazione qualificata, crescita economica e soluzioni innovative per migliorare la salute e la qualità della vita delle persone. La Regione Lazio accompagnerà con determinazione ogni fase di questo progetto, che riteniamo strategico e storico”, ha dichiarato il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca.

“Questo progetto si inserisce nella nostra strategia di attrazione degli investimenti. La Regione Lazio si è infatti dotata della piattaforma Invest in Lazio, in sinergia con il portale Invest in Italy del Mimit, per promuovere l’attrazione di investimenti produttivi sul territorio, anche grazie al supporto del Consorzio Unico Industriale del Lazio, che ha attivato un contact point per fornire tutte le informazioni e l’assistenza tecnica necessarie, coordinare e semplificare l’iter burocratico e autorizzativo, oltre a supportare gli investitori nell’individuazione delle aree disponibili”, ha dichiarato la vicepresidente della Regione Lazio e assessore allo Sviluppo economico, al Commercio, all’Artigianato, all’Industria e all’Internazionalizzazione, Roberta Angelilli.

 “Abbiamo scelto l’Italia e il Lazio per la qualità della loro ricerca e delle loro competenze industriali, con l’ambizione di costruire un campus a sostegno di aziende leader nel settore delle biotecnologie e delle deep-tech, utilizzando l’intelligenza artificiale, l’automazione, la bioingegneria e le infrastrutture di ricerca condivise per accelerare il percorso dalla scoperta scientifica all’applicazione commerciale. Vogliamo creare un ecosistema in grado di sostenere i cambiamenti sociali che possono essere generati nella medicina preventiva e nella longevità. Il coinvolgimento del Mimit e della Regione Lazio è essenziale per realizzare questa visione”, ha dichiarato Gregory Bailey, co-fondatore di Longevity Valley Authority, società italiana guidata dal ceo Tiziana Zampieri.

Nel dettaglio, Longevity Valley punta a realizzare un campus in grado di sostenere la prossima generazione di imprese biotech e deep tech, offrendo anche alle realtà più piccole l’accesso a laboratori e tecnologie che, singolarmente, sarebbero fuori dalla loro portata, per accelerare il percorso dalla scoperta scientifica all’applicazione commerciale.

Attorno al campus si svilupperà un ecosistema dedicato alla medicina preventiva e alla longevità, in collaborazione con importanti istituzioni scientifiche internazionali, tra cui il Buck Institute for Research on Aging, riconosciuto a livello mondiale come uno dei principali centri di ricerca sulla biologia dell’invecchiamento.

Accanto alla ricerca su nuove terapie e dispositivi, il progetto mira a esplorare, attraverso la sperimentazione in contesti reali, il contributo di ambiti quali l’assistenza sanitaria, l’alimentazione, l’ambiente costruito, la mobilità e l’organizzazione del lavoro, producendo evidenze scientifiche e modelli applicabili ben oltre il territorio, con un potenziale impatto rilevante per società in cui l’invecchiamento della popolazione rappresenta una sfida economica crescente.

-Foto ufficio stampa Regione Lazio-
(ITALPRESS).

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Urso “Il Governo è pronto a sostenere Stellantis per il secondo modello a Mirafiori”

Urso “Il Governo è pronto a sostenere Stellantis per il secondo modello a Mirafiori”

ROMA (ITALPRESS) – Il governo è pronto a sostenere Stellantis nella produzione di un secondo modello a Mirafiori. Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista a Milano Finanza. “Ho parlato con l’azienda per aumentare le potenzialità produttive di Mirafiori, in diversi incontri avuti negli ultimi mesi. Trovo un riscontro positivo nelle dichiarazioni rilasciate da Arnaud Belloni, nuovo ceo di Fiat, al Salone di Parigi che ha fatto specifico riferimento a un secondo modello. Siamo pronti a supportare questa opportunità con gli strumenti a nostra disposizione”, ha detto Urso.

Secondo il ministro, “Nei primi nove mesi dell’anno la produzione negli stabilimenti italiani di Stellantis è aumentata del 28,3% rispetto all’anno precedente. Si è ridotto il ricorso alla cassa integrazione di oltre il 30% e il beneficio è stato immediato anche per la filiera automotive, con contratti per almeno 7 miliardi destinati alle imprese italiane”. Urso lo ha definito “un risultato importante se si pensa che altrove in Europa gli stabilimenti vengono chiusi e i licenziamenti vengono annunciati. Ma vi è senz’altro ancora molto da fare, soprattutto rispetto ad alcune regole europee che hanno portato alla crisi del comparto e al collasso di quelle aziende che hanno perseverato nell’ideologia del tutto elettrico”.

-Foto IPA Agency-
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Pope Leo to leave hospital on Saturday, 4 days after lung cancer surgery

Pope Leo is expected to leave hospital on Saturday afternoon following surgery for lung cancer, the Vatican said, after blood tests and ‌chest imaging found him fit to return home four days after his operation. The 71-year-old pontiff, who has not been seen in public since a procedure on Tuesday to remove the lower lobe of his right lung, will also hold his first public engagement since surgery on Sunday. He will lead weekly prayers with pilgrims in St. Peter’s Square at noon. Leo has been...

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Pope Leo to leave hospital on Saturday, 4 days after lung cancer surgery

Pope Leo is expected to leave hospital on Saturday afternoon following surgery for lung cancer, the Vatican said, after blood tests and ‌chest imaging found him fit to return home four days after his operation. The 71-year-old pontiff, who has not been seen in public since a procedure on Tuesday to remove the lower lobe of his right lung, will also hold his first public engagement since surgery on Sunday. He will lead weekly prayers with pilgrims in St. Peter’s Square at noon. Leo has been...

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Israele, Netanyahu tra elezioni, nuove guerre e costi dell’isolamento

Le elezioni israeliane del 27 ottobre riportano al centro il rapporto tra sicurezza nazionale, operazioni militari e sopravvivenza politica di Benjamin Netanyahu. Dopo anni di conflitti e tensioni regionali, il primo ministro deve confrontarsi con una questione decisiva: la superiorità militare può produrre risultati immediati, ma non garantisce automaticamente consenso elettorale, stabilità interna o sicurezza duratura. Un’eventuale nuova escalation coinvolgerebbe inoltre gli interessi degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’economia israeliana.

Il giornalista Zvi Bar’el, sulle pagine di Haaretz, ha affrontato polemicamente il tema descrivendo un Netanyahu alla ricerca di un’altra guerra da vincere. È un’interpretazione delle possibili convenienze politiche del premier, non una prova dell’esistenza di un piano per aprire un nuovo fronte o condizionare lo svolgimento delle elezioni.

La questione resta tuttavia rilevante. In una situazione di emergenza, un governo può beneficiare temporaneamente della concentrazione dell’attenzione pubblica sulla sicurezza, mentre le divisioni politiche e le contestazioni interne passano in secondo piano.

Questo effetto non è necessariamente duraturo. La popolazione israeliana deve confrontarsi anche con il peso delle mobilitazioni militari, con le conseguenze economiche dei conflitti e con la difficoltà di trasformare i risultati sul campo in una prospettiva di stabilità.

Famiglie, riservisti e imprese possono valutare una guerra non soltanto in base agli obiettivi dichiarati, ma anche alla durata dei sacrifici richiesti e alla possibilità di evitare nuove crisi.

Sul piano strategico, distruggere infrastrutture militari avversarie e costruire un equilibrio politico sostenibile sono obiettivi differenti.

La superiorità tecnologica e operativa può consentire a Israele di colpire le capacità dei propri avversari, ma non elimina la necessità di accordi, garanzie di sicurezza e soluzioni amministrative per i territori coinvolti.

Una nuova operazione militare dovrebbe quindi essere valutata considerando gli obiettivi raggiungibili, le possibili reazioni regionali e le condizioni necessarie per concluderla.

Il rischio è che un risultato militare immediato produca conseguenze politiche ed economiche destinate a protrarsi ben oltre la scadenza elettorale.

Il margine di azione israeliano dipende inoltre dalle priorità degli Stati Uniti. Washington continua a considerare la sicurezza di Israele un interesse strategico, ma deve contemporaneamente proteggere le proprie forze nella regione, mantenere rapporti con i governi arabi e limitare le conseguenze delle crisi sui mercati energetici.

Il sostegno americano non comporta quindi necessariamente un’identità di vedute sull’opportunità di aprire nuovi fronti o sulla durata delle operazioni.

Una guerra regionale più ampia potrebbe esporre installazioni statunitensi a rappresaglie, aumentare il rischio per le rotte commerciali e complicare le relazioni diplomatiche di Washington.

Per Netanyahu, il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta dunque una risorsa fondamentale, ma anche un vincolo nella definizione delle scelte militari.

Un altro interlocutore decisivo è l’Arabia Saudita. Riad ha collegato la normalizzazione delle relazioni con Israele alla prospettiva di un percorso verso la costituzione di uno Stato palestinese.

La posizione saudita risponde a considerazioni diplomatiche, regionali e interne. Il regno deve tenere conto del proprio ruolo nel mondo musulmano, della questione palestinese e della necessità di proteggere i propri interessi economici.

Il programma di diversificazione saudita richiede investimenti internazionali, infrastrutture affidabili e continuità delle attività produttive. Un aumento dell’instabilità regionale potrebbe compromettere questi obiettivi, anche quando una cooperazione militare con Israele offrisse vantaggi sul piano della sicurezza.

Per Riad, il costo delle possibili rappresaglie e delle interruzioni commerciali costituisce quindi un elemento essenziale nella valutazione di eventuali iniziative regionali.

Le ipotesi di una crisi interna alla monarchia saudita richiedono invece prudenza. In un testo pubblicato dall’Istituto Ron Paul, Alastair Crooke ha richiamato valutazioni di Edward Luttwak e testimonianze indirette per discutere il rischio di tensioni negli apparati militari del regno.

Questi elementi non dimostrano l’esistenza di un colpo di Stato in preparazione. Le preoccupazioni saudite per la stabilità interna possono essere considerate un fattore politico senza trasformarle nella previsione di un’imminente crisi dinastica.

Anche l’economia israeliana rappresenta un limite alle scelte strategiche.

Nel settembre 2025 Netanyahu aveva evocato la prospettiva di una «super-Sparta», richiamando la necessità di rafforzare la produzione nazionale di armamenti davanti al rischio di un crescente isolamento internazionale.

L’obiettivo di ridurre alcune dipendenze esterne può avere una logica militare. Disporre di maggiori capacità produttive nazionali significa limitare la vulnerabilità rispetto a possibili interruzioni delle forniture straniere.

L’autonomia nel settore della difesa non equivale però all’autosufficienza economica. Israele continua ad avere bisogno di scambi commerciali, investimenti, cooperazione scientifica e accesso ai mercati internazionali.

Un rafforzamento dell’industria militare richiede inoltre risorse finanziarie, personale qualificato e capacità tecnologiche che potrebbero essere sottratte ad altri comparti produttivi.

La prosecuzione delle ostilità comporta ulteriori costi attraverso la mobilitazione dei riservisti, l’aumento della spesa pubblica e il rinvio di investimenti civili.

Le tensioni diplomatiche possono incidere anche sulla cooperazione tecnologica e sull’attrattività del Paese per gli investitori internazionali.

Per questo una maggiore capacità di produrre armamenti deve essere confrontata con il costo complessivo della sicurezza e con le conseguenze sulla crescita economica.

Gli sviluppi possibili dipenderanno dall’evoluzione dei conflitti e dalle decisioni politiche successive alle elezioni.

Una riduzione delle ostilità potrebbe favorire il recupero delle attività economiche e aprire spazi negoziali. Scontri ricorrenti manterrebbero invece elevati i costi militari e l’incertezza.

Un allargamento regionale della guerra comporterebbe rischi ancora maggiori, coinvolgendo gli interessi degli alleati e aumentando il fabbisogno finanziario e operativo israeliano.

Il rapporto tra consenso e sicurezza non può quindi essere ridotto all’esito di una singola operazione militare.

Per Netanyahu, come per qualsiasi governo israeliano, il problema strategico consiste nel trasformare i risultati ottenuti con la forza in condizioni di sicurezza che possano essere mantenute senza un ricorso continuo all’emergenza.

Il voto del 27 ottobre si inserisce in questa contraddizione. La capacità di affrontare una minaccia militare può influenzare il giudizio degli elettori, ma la stabilità di lungo periodo dipende anche dalla riduzione delle vulnerabilità, dalla sostenibilità economica e dai rapporti con gli alleati.

La sicurezza nazionale non si misura soltanto attraverso i bersagli colpiti o le capacità militari accumulate. Conta anche la possibilità di costruire un equilibrio nel quale la popolazione possa vivere e lavorare senza dover attendere la conclusione della prossima guerra.

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Il petrolio non conosce alleati

Ieri il Brent ha chiuso a 109,86 dollari al barile, in aumento del 3,7 per cento. Durante la seduta ha toccato quota 110, il livello più alto da maggio. Il WTI statunitense ha terminato a 101,41 dollari. Sono numeri precisi, ma non raccontano una sola causa. Le quotazioni incorporano timori sulle forniture mediorientali, rischi per le infrastrutture e le rotte di trasporto, dubbi sulla disponibilità di diesel russo e aspettative degli operatori. Attribuire il rialzo esclusivamente ai droni ucraini sarebbe una semplificazione; escluderne ogni effetto sarebbe altrettanto imprudente.

Il 15 ottobre un attacco con droni ucraini ha colpito la raffineria di Ryazan, a sud-est di Mosca. Il governatore regionale Pavel Malkov ha confermato un incendio. L’impianto di Rosneft rappresenta quasi il cinque per cento della capacità russa di raffinazione. Due fonti industriali citate da Reuters hanno riferito la sospensione di una delle principali unità di distillazione del greggio. È una notizia operativa significativa, ma non coincide con la chiusura integrale dell’impianto né permette, senza ulteriori dati, di quantificare le perdite di produzione. Mancano informazioni indipendenti e complete sulla durata del fermo, sui danni tecnici e sulla ripartenza delle unità.

Una raffineria trasforma il greggio in diesel, benzina, carburante per aerei e altri prodotti. Se una raffineria rallenta, il mercato dei carburanti può irrigidirsi anche quando il greggio continua a essere estratto. La conseguenza non è automatica: dipende dalle scorte, dalla possibilità di trasferire le lavorazioni ad altri impianti, dai trasporti e dalla qualità del petrolio disponibile. Il prezzo del Brent è un riferimento globale per il greggio; quello del gasolio risente anche della capacità di raffinazione e dei margini industriali. Confondere questi due mercati significa confondere la causa di un rincaro con il luogo in cui il rincaro si manifesta.

Donald Trump ha criticato gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, sostenendo che contribuiscano all’aumento dei prezzi energetici. Washington e Mosca hanno annunciato un’intesa per ampliare la disponibilità di diesel russo sui mercati. Volodymyr Zelensky ha contestato l’accordo, osservando che nuovi introiti energetici possono sostenere le finanze russe mentre la guerra continua. Si tratta di posizioni attribuite ai rispettivi leader, non di una dimostrazione che una sola scelta determini l’andamento mondiale del petrolio. La divergenza è concreta: gli Stati Uniti hanno un interesse immediato a ridurre il costo dei carburanti; l’Ucraina vuole limitare la capacità russa di produrre e finanziare lo sforzo bellico.

Nei giorni precedenti Trump aveva annunciato una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Né Mosca né Kiev avevano tuttavia confermato un’intesa nei termini descritti dal presidente americano. Secondo Zelensky, l’Ucraina ha interrotto per tre giorni gli attacchi alle raffinerie russe, per poi riprenderli in risposta ai continui bombardamenti delle proprie infrastrutture energetiche. Mosca contesta la lettura ucraina. Anche qui la cronologia conta più delle formule: un annuncio diplomatico non diventa un cessate il fuoco verificabile senza condizioni condivise, monitoraggio e accertamento delle violazioni.

Il 16 ottobre le tensioni in Medio Oriente hanno alimentato timori sugli approvvigionamenti e sulle infrastrutture energetiche. Reuters ha collegato il rialzo del petrolio soprattutto alla possibilità di nuove interruzioni delle forniture nella regione, mentre il mercato valutava anche quanto diesel la Russia fosse effettivamente in grado di esportare. Gli attacchi segnalati contro obiettivi energetici sauditi e i rischi nell’area del Mar Rosso e dello Stretto di Hormuz ampliano la questione oltre la guerra in Ucraina. Un mercato globale può reagire a più minacce contemporaneamente: il prezzo finale è la somma di aspettative, vincoli materiali e premi al rischio, non il risultato di un unico evento.

Per l’Unione Europea il problema non è astratto. Trasporto merci, agricoltura, industria e distribuzione dipendono in diversa misura dai combustibili liquidi. Se aumenta il prezzo del diesel, crescono i costi logistici; se l’aumento persiste, parte della pressione può trasferirsi sui prezzi al consumo. Il meccanismo non è istantaneo e varia secondo contratti, fiscalità e concorrenza. Il Mediterraneo aggiunge un elemento geografico: è un crocevia di raffinerie, terminali, rotte commerciali e approvvigionamenti alternativi. Un cambiamento nei flussi del Mar Rosso o del Mar Nero può allungare i tragitti e modificare i costi prima ancora che si registri una scarsità fisica di petrolio.

Per la Russia i proventi delle esportazioni sono una componente importante dell’economia; per l’Ucraina colpire le infrastrutture energetiche significa cercare di indebolire una risorsa dell’avversario. Per Washington un carburante meno caro è anche una priorità economica interna. Per Bruxelles la sicurezza ucraina e la stabilità dei prezzi sono obiettivi che possono entrare in tensione. Non occorre scegliere una spiegazione morale unica per riconoscere questa geometria: gli stessi governi possono perseguire obiettivi legittimi che producono conseguenze contraddittorie su altri fronti. La verifica giornalistica deve distinguere intenzioni dichiarate, effetti misurati e costi indiretti.

Il barile scambiato sui mercati non raggiunge direttamente la pompa di benzina. Passa attraverso raffinazione, trasporto, distribuzione, tassazione e contratti commerciali. Ciascun passaggio può assorbire o amplificare una variazione. Per questo sarebbe prematuro calcolare, a partire dal solo Brent del 16 ottobre, quanto pagherà una famiglia italiana nelle settimane successive. Ma sarebbe un errore opposto non osservare i margini del diesel, i noli marittimi e le decisioni sulle scorte strategiche. Sono questi gli indicatori che permettono di seguire il prezzo dalla geopolitica alla vita quotidiana.

Il petrolio attraversa confini, alleanze e sanzioni con una facilità che la diplomazia non possiede. Può finanziare uno Stato, alimentare un esercito, sostenere una fabbrica o far salire il costo di un camion che porta il pane. La stessa materia prima cambia significato a seconda di chi la vende, di chi la compra e di chi ne sopporta le conseguenze. A Ryazan si misurano i danni a un impianto. Sui mercati si misura il timore di altri danni. Nelle case, molto più tardi, si misura il resto.

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French protesters take to streets over rising prices, social strain

Protests ⁠began across France on Saturday in ⁠what was expected to become a major nationwide protest ⁠against high prices and the fraying of a model intended to provide a basic level of opportunity and social security. The protests began last month at high schools in Paris’ poor northern suburbs, where anger over teacher absences and shabby facilities quickly morphed into a nationwide movement against inequality, weak public spending and falling standards. A large police presence was ‌visible in...

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French protesters take to streets over rising prices, social strain

Protests ⁠began across France on Saturday in ⁠what was expected to become a major nationwide protest ⁠against high prices and the fraying of a model intended to provide a basic level of opportunity and social security. The protests began last month at high schools in Paris’ poor northern suburbs, where anger over teacher absences and shabby facilities quickly morphed into a nationwide movement against inequality, weak public spending and falling standards. A large police presence was ‌visible in...

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Settantamila miliardi e il tempo che non si compra

C’è un momento in cui la guerra smette di essere raccontata soltanto attraverso le mappe e comincia a occupare i bilanci. Non perché al fronte si combatta meno, ma perché ogni linea di difesa ha alle spalle una fabbrica, una rete elettrica, un salario, una scadenza. A Bruxelles, il 16 ottobre, Volodymyr Zelensky ha portato soprattutto questo: una misura economica del tempo che resta da attraversare.

La cifra indicata per il costo della guerra nel 2027 è di circa 155 miliardi di euro. La richiesta ai partner europei è di almeno altri 70 miliardi. Sono numeri riferiti dal presidente ucraino e ripresi dalla stampa internazionale: non equivalgono, da soli, a uno stanziamento europeo, né descrivono un bilancio definitivamente approvato. Il loro significato sta nell’orizzonte: Kiev non chiede soltanto armi per la prossima offensiva, ma capacità produttiva per un altro anno di conflitto.

L’Unione Europea non arriva a questa discussione a mani vuote. Nell’aprile 2026 il Consiglio ha finalizzato il quadro di un prestito di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, finanziato attraverso emissioni sui mercati e garantito dal margine di bilancio europeo. La ripartizione indicativa è di 30 miliardi per il sostegno economico e 60 miliardi per le capacità industriali della difesa. Per il 2026 sono stati resi accessibili fino a 45 miliardi, secondo la strategia finanziaria approvata.

Qui nasce il primo equivoco possibile. Novanta miliardi su due anni e settanta miliardi richiesti per il 2027 non sono automaticamente somme da aggiungere come se appartenessero allo stesso capitolo. Una parte degli strumenti già deliberati copre proprio il 2027; occorre distinguere le risorse autorizzate, quelle effettivamente erogate, le spese militari, il sostegno al bilancio civile e il fabbisogno residuo. Senza questa contabilità, ogni cifra diventa un’arma retorica, utilizzabile tanto per denunciare uno spreco quanto per proclamare una generosità che non è stata ancora materialmente versata.

Anche la natura del prestito merita attenzione. Il Consiglio europeo collega il rimborso alle riparazioni dovute dalla Russia all’Ucraina. È un’impostazione politica e giuridica precisa, ma non elimina il problema del rischio: tempi, modalità e certezza di quelle riparazioni non dipendono dalla sola volontà delle istituzioni europee. La garanzia del bilancio dell’Unione rende dunque legittimo esaminare le condizioni finanziarie dell’operazione senza confondere questo esame con un giudizio sul diritto ucraino alla difesa.

Nel suo intervento Zelensky ha insistito sui droni e sulla produzione congiunta con partner europei. È un cambiamento importante nel lessico della guerra. Comprare un sistema già disponibile significa rispondere a un’urgenza; costruire una linea produttiva significa organizzare forniture, componenti, competenze e dipendenze per anni. La Commissione europea ha già previsto, nell’attuazione del prestito, deroghe mirate per droni che incorporano una quota significativa di componenti provenienti da Paesi esterni all’area ammessa. Il dettaglio tecnico dice molto: persino una politica industriale pensata per rafforzare l’autonomia europea deve fare i conti con catene globali del valore.

Le ricadute non sono tutte uguali. Alcuni investimenti possono lasciare impianti, personale formato e capacità tecnologiche utilizzabili anche dopo la guerra. Altri dipendono da una domanda eccezionale, da contratti pubblici e da una disponibilità di componenti vulnerabile alle tensioni internazionali. Per capire che cosa l’Europa stia realmente costruendo, sarà più utile seguire le gare, i luoghi di produzione, i beneficiari e le condizioni di trasferimento tecnologico che limitarsi alla somma annunciata al vertice.

Da un lato ci sono i bisogni di uno Stato sotto attacco: difesa aerea, approvvigionamenti, infrastrutture colpite, continuità dei servizi. Dall’altro, i bilanci degli Stati europei, già sottoposti a pressioni per energia, sanità, pensioni, interessi sul debito e nuovi programmi di riarmo. Il confronto pubblico spesso tratta questi capitoli come concorrenti assoluti. Non lo sono sempre: una parte della spesa per la difesa torna alle industrie europee, mentre l’assenza di sicurezza può generare costi economici e umani molto maggiori. Ma nemmeno questo rapporto può essere assunto come automatico. Conta dove si spende, con quali prezzi, in quali tempi e con quali risultati.

Il vertice del 15-16 ottobre ha confermato il sostegno politico all’Ucraina, ma non ha trasformato la richiesta di Zelensky in un assegno immediatamente esigibile. Tra dichiarazione di principio e decisione finanziaria esistono passaggi istituzionali, negoziati e controlli. È uno spazio meno spettacolare delle immagini di guerra, eppure decisivo per capire chi prenderà gli impegni e chi ne risponderà.

Ogni bilancio annuale presuppone una data di chiusura. Una guerra, no. Questo disallineamento è il centro della questione europea. L’Ucraina deve programmare la propria sopravvivenza economica anche se l’esito dei negoziati resta incerto; i governi europei devono programmare risorse pubbliche senza sapere quanto durerà il fabbisogno. La politica tende a riempire il vuoto con formule: “finché sarà necessario”, “pace giusta”, “sicurezza comune”. Sono orientamenti, non calendari di spesa.

Nello stesso giorno in cui a Bruxelles si discuteva di finanziamenti, i bombardamenti russi continuavano a colpire regioni ucraine e infrastrutture energetiche. La dimensione umana non scompare dietro i miliardi: al contrario, ne spiega l’urgenza. Ma il fatto che una necessità sia urgente non rende superflua la trasparenza. Le istituzioni europee hanno già inserito condizioni sullo Stato di diritto e sulla lotta alla corruzione nel quadro del prestito. Il lavoro giornalistico comincia nel momento in cui si prova a capire come quelle condizioni funzionino nella pratica, non quando le si cita in un comunicato.

Per decenni l’Europa ha potuto considerare la guerra su larga scala come un’eccezione geografica, qualcosa da gestire attraverso diplomazia, sanzioni e aiuti. Oggi discute di capacità industriali permanenti, debito comune, sicurezza energetica e approvvigionamento di tecnologie militari. La richiesta ucraina rende visibile questa trasformazione, ma non ne è l’unica causa. Le scelte americane, i rapporti economici con la Russia e la vulnerabilità delle infrastrutture europee ne fanno parte.

Settanta miliardi è una cifra che si può scrivere in un titolo. Molto più difficile è descrivere che cosa diventerà: droni prodotti o soltanto ordinati, energia ripristinata o ancora interrotta, debito rimborsabile o trasferito nel futuro, sicurezza costruita oppure rinviata. Forse il vero documento da leggere non sarà il prossimo discorso al vertice, ma il rendiconto di ciò che sarà stato effettivamente fatto.

Nel frattempo, il 2027 è già entrato nelle discussioni di Bruxelles. Non è ancora arrivato nelle case europee, né in quelle ucraine. Ma in entrambe comincia a presentare il conto.

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Africa, la ricchezza che parte e non torna

Un treno attraversa una frontiera carico di minerali. Per chi lo guarda passare, il viaggio può significare progresso: binari ripristinati, porti modernizzati, capitali stranieri, una promessa di occupazione. Per chi vive nei territori attraversati, la domanda è più concreta: che cosa resterà quando il convoglio sarà partito? È la questione che attraversa oggi la politica industriale africana, mentre Stati Uniti, Cina, Europa e istituzioni finanziarie internazionali cercano approvvigionamenti più sicuri di rame, cobalto, ferro e altri materiali indispensabili alle industrie moderne. La ricchezza geologica non coincide automaticamente con la ricchezza sociale. Fra le due esistono contratti, fiscalità, energia, competenze, trasporti e decisioni politiche.

Il 17 ottobre Reuters ha riferito di un quadro di collaborazione fra banche multilaterali per sostenere filiere che non si fermino all’estrazione, ma comprendano lavorazione, raffinazione e manifattura. L’impegno si innesta su una dichiarazione congiunta delle stesse istituzioni, pubblicata già ad aprile, che propone infrastrutture integrate, partecipazione delle piccole imprese e maggior valore aggiunto nei Paesi produttori. Non è una fabbrica inaugurata, né un finanziamento automaticamente disponibile: è un orientamento di politica economica. Il 16 ottobre la Banca Mondiale ha inoltre annunciato accordi di partenariato con otto Paesi, fra cui Zambia, Malawi, Mauritania ed Egitto. I programmi dichiarano obiettivi misurabili, ma la misura decisiva sarà verificare nel tempo quanti investimenti raggiungeranno la fase operativa e quanti lavoratori locali ne trarranno beneficio.

Il Corridoio di Lobito collega il porto atlantico angolano alle aree minerarie della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia. È strategico perché può diversificare le rotte di uscita dei minerali e ridurre alcuni costi logistici. Nell’agosto 2026 la Banca africana di sviluppo ha approvato, per la componente zambiana, un prestito di 255 milioni di dollari e una sovvenzione di 10 milioni. A luglio la Development Bank of Southern Africa ha annunciato la chiusura finanziaria di 786 milioni di dollari per il progetto ferroviario gestito da Lobito Atlantic Railway: si tratta di operazioni distinte, che non vanno sommate come se finanziassero il medesimo intervento. Il programma della banca africana comprende inoltre strade, facilitazione degli scambi e opportunità per l’agricoltura e le imprese non minerarie. È qui che si deciderà la natura del corridoio: semplice nastro trasportatore verso il mare o rete capace di collegare produttori, città e mercati regionali?

Un porto efficiente può far crescere le esportazioni senza moltiplicare i salari. Una ferrovia può abbreviare i tempi di consegna senza creare una filiera industriale. Perché il valore resti sul territorio servono elettricità affidabile, credito accessibile, regole doganali prevedibili, formazione tecnica, acqua e imprese locali in grado di aggiudicarsi contratti. Per una raffineria o un impianto di trasformazione, il costo dell’energia può pesare più della vicinanza alla miniera. Anche la distribuzione del rischio conta: se i governi sostengono infrastrutture costose mentre gli operatori privati conservano gran parte dei benefici, la sostenibilità economica va valutata attraverso i contratti e non attraverso le cerimonie di firma. Il progetto potrà dirsi regionale soltanto se permetterà anche di commerciare prodotti agricoli, componenti e beni lavorati fra Angola, Zambia e Congo.

In Guinea il complesso di Simandou rappresenta un altro modello. Non è principalmente un progetto di rame o cobalto, bensì un grande giacimento di minerale di ferro di alta qualità, collegato a una nuova infrastruttura ferroviaria e portuale. Nei risultati pubblicati il 14 ottobre, Rio Tinto ha indicato per Simandou un ritmo produttivo annualizzato di circa 10 milioni di tonnellate nel terzo trimestre, considerando il progetto al 100%, mentre la produzione continua a crescere. È un dato operativo, non la prova che l’economia guineana sia già diventata industriale. Il minerale può essere esportato e trasformato altrove. Per costruire una filiera siderurgica locale servono investimenti, mercati, energia competitiva e valutazioni ambientali particolarmente impegnative. La Guinea affronta inoltre questioni di governance, trasparenza e distribuzione dei benefici che nessun volume di produzione può risolvere da solo.

La concorrenza internazionale è reale, ma ridurla a una partita fra bandiere nasconde i meccanismi economici. Gli investitori cercano forniture affidabili, infrastrutture e ritorni; i governi africani cercano entrate fiscali, occupazione e maggior potere negoziale. La Cina è un attore importante nelle filiere industriali e nel progetto Simandou; gli Stati Uniti e i partner europei sostengono il rilancio del collegamento di Lobito. Non ne deriva automaticamente che un finanziatore garantisca più sviluppo di un altro. Le domande comparabili sono: quali clausole sui fornitori locali? Quali obblighi ambientali? Chi gestisce le concessioni? Come si ripartiscono rischi e profitti? Quanto dei ricavi resta disponibile per i servizi pubblici? Sono queste le verifiche che consentono di uscire dalla propaganda della nuova corsa all’Africa.

La crescita delle esportazioni può migliorare i conti nazionali e convivere con comunità prive di acqua, scuole o cure. Può accadere quando il gettito è limitato da esenzioni, quando le infrastrutture servono quasi esclusivamente i grandi concessionari o quando la manodopera specializzata viene importata. L’opposto non è inevitabile: una concessione trasparente, un sistema fiscale applicato e investimenti nelle competenze possono produrre benefici durevoli. Ma bisogna misurarli. Un’inchiesta seria dovrebbe seguire almeno cinque indicatori: occupazione locale stabile, acquisti da imprese nazionali, entrate fiscali effettivamente incassate, accesso pubblico alle infrastrutture e conseguenze sociali e ambientali per le comunità interessate.

Il 2026 offre annunci significativi, non ancora una risposta definitiva. Il finanziamento di un tratto ferroviario non garantisce che l’intero corridoio funzioni senza strozzature; l’avvio della produzione mineraria non garantisce l’apertura di stabilimenti di trasformazione; una dichiarazione multilaterale non equivale a posti di lavoro creati. Per questo occorre distinguere stanziamenti approvati, chiusure finanziarie, cantieri, capacità operative e risultati sociali. Servono inoltre controlli indipendenti sui diritti fondiari, sulle compensazioni per gli spostamenti delle popolazioni e sull’effettiva pubblicazione dei contratti. Le grandi infrastrutture diventano beni pubblici soltanto quando il loro uso e i loro benefici superano i confini della concessione.

L’Africa non è condannata a esportare materie prime e importare prodotti finiti. Ma neppure una ferrovia, una miniera o un accordo fra banche possono, da soli, cambiare questa storia. Il passaggio dall’estrazione all’industria richiede scelte verificabili e continuità istituzionale: energia, competenze, mercati regionali, credito, fiscalità e responsabilità. È su questi elementi che andrebbero giudicati i progetti di Lobito e Simandou, evitando tanto il sospetto automatico quanto l’entusiasmo di circostanza. Il successo non si misurerà soltanto dal numero di tonnellate arrivate al porto. Si misurerà da ciò che, dopo la partenza dell’ultimo vagone, sarà rimasto nelle mani di chi vive lungo i binari.

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Strangers and railway staff help Chinese couple bring quintuplets home by train

When a couple from Xinjiang took their quintuplets home on a 36-hour train journey, the babies became favourites of both the train crew and fellow passengers, who took turns caring for them. The five babies were born on February 26 at a major hospital in Wuhan, in central China’s Hubei province. Their father, known as Abu, and their mother, Dili, are both from Hotan in northwestern China’s Xinjiang region. The 24-year-old mother conceived naturally despite having previously been diagnosed with...

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Is China’s Shenzhen ready to host Xi, Trump and Putin during Apec summit?

In Shenzhen, drones are banned, shiny new hotels have opened their doors and taxi drivers are carrying devices that can translate nearly 150 languages. Since President Xi Jinping announced last year that China’s southern tech hub would host Apec meetings in November, the city has done all it can to get ready under the watchful eyes of the local, provincial and national authorities. While every Apec summit draws the world’s attention, this year’s edition is considered to be especially high-stakes...

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Is China’s Shenzhen ready to host Xi, Trump and Putin during Apec summit?

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La Corea del Nord annuncia il collaudo di un siluro guidato dall’intelligenza artificiale: nessuna foto, Seul tace

PYONGYANG — Un siluro «super-veloce» a guida di precisione, collaudato giovedì sotto la superficie del mare, con «la tecnologia dell’intelligenza artificiale» applicata alla ricerca del bersaglio e alla guida. È la versione della Kcna, l’agenzia di Stato nordcoreana, che sabato ha annunciato la prova del sistema Zam-2.0, condotta «per confermare il riuscito aggiornamento tecnico» dell’arma. Nessuna immagine è stata diffusa.

Il dispaccio, riferisce Reuters, parla di un successo e di un «passo significativo» per lo sviluppo navale del Paese: la propulsione sarebbe stata messa a punto con oltre 180 prove in cinque anni. È la prima volta che Pyongyang attribuisce l’intelligenza artificiale a un’arma subacquea, dopo averla rivendicata il 3 ottobre per un missile ipersonico a raggio intermedio.

Il collaudo porta la firma di tre enti: l’Accademia di scienze della difesa, l’Amministrazione missilistica e l’Ufficio ricerche sulle armi siluranti. Il leader Kim Jong Un non compare nel resoconto. Non c’era nemmeno mercoledì, quando dal mare a est della penisola un sottomarino ha lanciato due missili da crociera strategici, il primo test del genere dal gennaio 2024, seguito da due alti dirigenti dell’apparato militare.

Quel lancio Seul l’ha visto. Lo Stato maggiore congiunto sudcoreano ha tracciato i missili dal decollo alla fase finale, uno uscito da un lanciatore verticale e l’altro da un tubo lanciasiluri. Nelle foto diffuse da Pyongyang gli analisti sudcoreani hanno riconosciuto il «Kim Kun Ok Hero», il sottomarino diesel modificato presentato nel settembre 2023. Sul siluro di giovedì, invece, l’esercito sudcoreano, che spesso accusa il Nord di esagerare le proprie tecnologie, non ha commentato. Nessuna reazione nemmeno da Washington.

Che cosa sa fare davvero

L’agenzia non spiega che cosa intenda per intelligenza artificiale. Gli esperti sentiti dalla stampa americana ritengono probabile un miglioramento del software di guida, ma dubitano che il siluro sia in grado di scegliersi da solo il bersaglio. A settembre Kim Jong Un aveva chiesto di alzare «il livello dell’intelligenza artificiale» nei sistemi d’arma; la sorella Kim Yo Jong l’aveva poi attribuita anche ai missili del 3 ottobre.

«Corea del Sud e Stati Uniti impiegano bersagli-esca per deviare i siluri, ma l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a distinguere i bersagli veri dalle esche», ha detto ad AFP Lim Eul-chul, professore alla Kyungnam University. Dai siluri alle armi lanciate da sottomarino, osserva, Pyongyang «sta riversando risorse per dimostrare che gli assetti strategici americani possono essere resi inefficaci».

Il calendario aiuta a leggere la sequenza. La settimana scorsa il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha assistito al primo test di un missile ipersonico di produzione nazionale. Pyongyang ha sostenuto che non c’era stato alcun volo ipersonico; venerdì il ministero della Difesa di Seul ha respinto i dubbi. Ogni annuncio nordcoreano di questi giorni arriva a stretto giro da una mossa del Sud, e la partita si gioca più con Seul che con Washington.

Yang Moo-jin, ex presidente della University of North Korean Studies di Seul, la mette in prospettiva: in vista di un possibile vertice con gli Stati Uniti, il Nord sembra voler «ridimensionare il programma ipersonico sudcoreano per presentarsi in vantaggio su Seul nella corsa agli armamenti». I rapporti tra le due Coree sono peggiorati da settembre, quando l’esplosione di mine nella zona smilitarizzata ha ferito tre soldati sudcoreani.

Nel frattempo Kim ha visitato un cantiere dove si costruisce un sottomarino da 8.700 tonnellate e ha criticato l’accordo tra Washington e Seul sui battelli a propulsione nucleare. Secondo gli analisti il Nord potrebbe accelerare grazie al sostegno militare russo, ottenuto in cambio delle truppe inviate per la guerra in Ucraina. Di quello che lo Zam-2.0 sa fare davvero, per ora, esiste solo la parola della Kcna.

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California, l’incendio assedia le case a sud di Los Angeles: 16.000 sfollati, 6 abitazioni distrutte

SAN CLEMENTE — Il tratto verso nord dell’Interstate 5, l’autostrada che collega San Diego a Los Angeles, è chiuso da venerdì pomeriggio; sulle colline ai lati scorrono ancora le linee arancioni delle fiamme e il fumo ha reso l’aria «nociva per i gruppi sensibili» in quattro cittadine della costa. È il Norte Fire, l’incendio che da ventiquattro ore brucia tra San Clemente e San Juan Capistrano, nella contea di Orange, a metà strada tra Los Angeles e San Diego, spinto dai venti di Santa Ana.

Il bilancio aggiornato dall’autorità antincendio della contea alle 19:30 di venerdì (le 4:30 di sabato in Italia) parla di circa 230 ettari bruciati e contenimento zero. Sei abitazioni sono state colpite o distrutte, due vigili del fuoco sono in ospedale con ferite «significative» ma in condizioni stabili, riferisce CNN. Circa 16.000 residenti e 6.000 case sono sotto ordine di evacuazione.

Le fiamme sono partite poco dopo le 11:30 di venerdì (le 20:30 in Italia) tra due strade residenziali di San Clemente, a est dell’autostrada. In poche ore il fronte è passato da 4 a quasi 190 ettari e ha scavalcato il confine con San Juan Capistrano. La causa non è nota e nessuna società elettrica è stata chiamata in causa.

Il capitano dell’autorità antincendio della contea, Steve Concialdi, ha detto nel tardo pomeriggio che il fronte principale era in gran parte domato, ma ha aggiunto: «Abbiamo ancora case colpite qui, il vento soffia ancora forte». Il capo del corpo, T.J. McGovern, ha fissato l’obiettivo della notte: «tenere il fuoco dentro il perimetro attuale». Squadre di rinforzo sono arrivate dalle contee di Los Angeles e San Bernardino.

Le scuole del distretto di Capistrano hanno mandato a casa gli studenti in anticipo «per abbondanza di cautela», secondo ABC News. L’agenzia per la qualità dell’aria della California meridionale ha classificato come nociva per bambini, anziani e malati l’aria di San Clemente, Dana Point, San Juan Capistrano e Laguna Niguel fino a sabato mattina.

Il vento di Santa Ana

Il Norte Fire non è il solo. Lo stesso episodio di venti di Santa Ana, le correnti secche e calde che in autunno scendono dai deserti interni verso la costa californiana, ha acceso venerdì il Bryson Fire a Malibu, dove sono scattate evacuazioni, il Peak Fire ad Azusa, fermato nella sua avanzata, e altri roghi nella contea di Los Angeles e nella base dei marines di Camp Pendleton. Le raffiche hanno toccato i 40 chilometri orari nel pomeriggio. L’allerta rossa su Los Angeles e Ventura resta in vigore fino alle 20 di sabato (le 5 di domenica in Italia), con venti ancora sostenuti oggi e in calo da domenica.

Decine di migliaia di utenze sono senza corrente per i distacchi preventivi decisi dalle società elettriche, la prassi adottata in California dopo i grandi incendi degli ultimi anni per evitare che una linea caduta accenda un nuovo rogo. L’azienda idrica locale ha chiesto ai residenti di ridurre i consumi; McGovern ha assicurato che le riserve d’acqua per le squadre non sono a rischio.

Il governatore della California, Gavin Newsom, ha ottenuto dall’agenzia federale per le emergenze un finanziamento per le operazioni e ha scritto su X: «Restate vigili, continuiamo ad affrontare forti venti di Santa Ana». Katrina Foley, membro del consiglio della contea di Orange, ha insistito sugli ordini di evacuazione: «Seguiteli, non sappiamo mai quando il vento cambierà».

Tra chi ha lasciato casa c’è Zachary Torgesson, uscito dall’unica abitazione che conosce da sedici anni. Robert Morris, che a San Juan Capistrano vive dal 1995, ha raccontato che «è la prima volta che abbiamo un incendio in questa zona». Il sindaco John Campbell ha promesso che «la comunità ne uscirà insieme».

I due rifugi aperti dalle amministrazioni, il centro comunitario di San Juan Capistrano e quello di San Clemente in Calle Seville, hanno tenuto le porte aperte tutta la notte: sono ammessi anche i piccoli animali.

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Etiopia, le urne tra le macerie: il Tigrè può votare prima di tornare in pace?

Sei mesi per restituire al Tigrè un governo eletto. È l’orizzonte indicato il 16 ottobre dal primo ministro etiope Abiy Ahmed, che ha istituito una nuova amministrazione provvisoria nella regione settentrionale. Sei mesi possono bastare a organizzare un calendario elettorale; molto meno semplice è ricostruire la fiducia necessaria perché il voto sia riconosciuto da chi ha combattuto, da chi è fuggito e da chi è rimasto. Il provvedimento arriva dopo la nuova offensiva avviata a settembre da un’alleanza guidata dal Fronte popolare di liberazione del Tigrè (TPLF) e la controffensiva delle forze federali, entrate a Macallè all’inizio di ottobre. La nomina dell’amministrazione è un fatto; la sua capacità di rappresentare l’intera regione resta una questione aperta.

L’accordo sottoscritto a Pretoria nel novembre 2022 aveva fermato la guerra tra il governo federale e il TPLF, dopo due anni di violenze, fame, sfollamenti e distruzione delle strutture civili. Non aveva però risolto automaticamente i nodi della sicurezza, del disarmo, del ritorno degli sfollati e del controllo dei territori contesi. In una regione segnata da fratture profonde, la fine delle ostilità non equivale alla ricostruzione del patto politico. Le parti si attribuiscono reciprocamente la responsabilità della mancata attuazione degli impegni. Una valutazione giornalistica seria non può scegliere una versione per comodità: deve misurare le dichiarazioni alla luce degli atti, delle condizioni sul terreno e delle possibilità reali dei civili di esercitare i propri diritti.

Reuters riferisce che, secondo dati delle Nazioni Unite relativi a febbraio 2026, circa 750.000 abitanti del Tigrè risultavano ancora sfollati all’interno del Paese. È una cifra che cambia il significato di qualunque promessa elettorale. Un voto può essere formalmente convocato e sostanzialmente incompleto se chi ha perduto la casa non dispone di documenti, trasporti, sicurezza o accesso ai seggi. Occorrono anagrafi affidabili, libertà di movimento, osservatori indipendenti, pluralismo politico e mezzi di informazione accessibili. Senza queste condizioni, il rischio non è soltanto una bassa affluenza: è che il risultato venga contestato prima ancora di essere proclamato. La sfida del governo provvisorio sarà dunque amministrativa, umanitaria e costituzionale nello stesso momento.

Nel 2018 la riconciliazione fra Etiopia ed Eritrea aveva alimentato speranze internazionali; durante la guerra del 2020-2022 i due governi si erano ritrovati sullo stesso fronte contro il TPLF. Oggi i rapporti sono nuovamente precipitati. Addis Abeba accusa Asmara di aver sostenuto i ribelli e di aver violato il confine; il governo eritreo nega e ha chiesto un intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Reuters ha documentato, il 13 ottobre, l’avanzata di truppe etiopi verso Zalambessa, località di frontiera. La presenza e i movimenti delle diverse forze restano in parte difficili da verificare in modo indipendente. L’ONU ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità e il ritorno al dialogo secondo il quadro di Pretoria. Sono richiami diplomatici che descrivono un rischio concreto, non una guerra regionale già inevitabile.

L’Etiopia ha perso l’accesso diretto al mare con l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Da allora la questione delle rotte commerciali e dell’accesso portuale è diventata un tema strategico ricorrente. Il governo etiope sostiene di cercare soluzioni pacifiche, ma le sue rivendicazioni suscitano diffidenza ad Asmara. Sullo sfondo restano la competizione per i collegamenti verso il Mar Rosso, le tensioni regionali e le controversie sulle acque del Nilo. Non significa che ogni scontro nel Tigrè sia provocato dai porti o dalle dighe. Significa piuttosto che un conflitto locale si svolge all’interno di un sistema di interessi che può amplificarne gli effetti, con ricadute anche sulle rotte fra Asia, Africa e Mediterraneo.

Quando la capitale regionale torna sotto il controllo delle autorità federali, possono riaprire voli e uffici; sono segnali concreti, ma non misurano da soli la sicurezza delle campagne, la disponibilità di medicinali o la libertà di rientrare nelle abitazioni. Il 13 ottobre le Nazioni Unite hanno annunciato un’assegnazione d’emergenza di 8,5 milioni di dollari per assistere le popolazioni vulnerabili in diverse regioni etiopi, compreso il Tigrè. La necessità di questi interventi ricorda che il linguaggio della stabilizzazione deve confrontarsi con bisogni immediati: acqua, cure, protezione e riparo. Anche la reintegrazione degli ex combattenti richiede opportunità economiche e garanzie, non soltanto un ordine di smobilitazione.

Il governo federale presenta l’amministrazione provvisoria come uno strumento per ristabilire servizi, sicurezza e condizioni per elezioni trasparenti. I suoi oppositori contestano la gestione del conflitto e l’applicazione dell’accordo di pace. Entrambe le posizioni vanno riportate per ciò che sono: dichiarazioni politiche da confrontare con fatti verificabili. La legittimità non deriva automaticamente né dalla conquista militare di una città né dalla convocazione di un voto. Si costruisce quando le persone possono scegliere senza minacce, quando gli sfollati non vengono esclusi e quando chi perde accetta il risultato perché ha potuto competere davvero.

L’Etiopia non ha bisogno di una data elettorale che chiuda simbolicamente il capitolo del Tigrè; ha bisogno di condizioni che impediscano a quel capitolo di riaprirsi. Sei mesi saranno un banco di prova per il governo di Addis Abeba, per le autorità provvisorie, per gli attori tigrini e per una diplomazia internazionale chiamata a sostenere il dialogo senza sostituirsi alla società locale. La domanda, alla fine, non è se si possano mettere urne in una regione ferita. È se, quando verranno aperte, tutti avranno avuto davvero la possibilità di arrivarci.

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Cisgiordania, la fotografa del Washington Post pestata dai coloni ha 4 vertebre rotte. Netanyahu: «fatti poco chiari»

Aggiornato alle 11:43

RAMALLAH — Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter americana del Washington Post, è stata trasferita dall’ospedale governativo di Ramallah al Beilinson di Petah Tikva, alle porte di Tel Aviv, con quattro vertebre rotte, una costola fratturata, lacerazioni su tutto il corpo e un dito aperto fino all’osso che ha richiesto un intervento alla mano. È il bilancio, aggiornato stamattina, del pestaggio subito ieri negli uliveti di Abu Falah, villaggio palestinese a nord-est di Ramallah, da parte di un gruppo di coloni israeliani.

Mentre il bollettino medico si aggravava, l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu ha definito «poco chiari» i fatti e ha parlato di uno «scontro» durante il quale la fotografa «sarebbe stata aggredita». Il direttore esecutivo del Washington Post, Matt Murray, ha risposto che «alcuni fatti non sono né in discussione né poco chiari» e il giornale ha inviato una lettera formale al governo israeliano. Il Dipartimento di Stato americano chiede «indagini, arresti e condanne». Nessun arresto è stato annunciato.

L’aggressione è cominciata venerdì verso le 8:30 (le 7:30 in Italia). Circa 80 uomini vestiti di nero, molti col volto coperto, sono scesi da una collina sopra i terrazzamenti dove gli abitanti raccoglievano le olive; alcuni portavano taniche di carburante, altri fionde per le pietre, e almeno uno, armato, ha sparato, riferisce Reuters, che aveva una propria inviata sul posto. Olivi e automobili sono stati incendiati. Levine indossava elmetto e giubbotto antiproiettile con la scritta Press davanti e dietro.

«Mi hanno attaccata, buttata a terra. Per fortuna avevo giubbotto ed elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui, perché continuavano a prendermi a calci», ha raccontato dal letto d’ospedale. I calci, stima, sono stati una cinquantina in dieci minuti. Le hanno strappato le macchine fotografiche, la borsa e il telefono. «Non ho visto nessuno che provasse a fermarli», ha aggiunto. E sui responsabili: «Non saranno processati, ne sono sicura». In un video girato sul posto da un giornalista americano indipendente la si sente ripetere a terra: «Morirò», «hanno preso tutto».

Lo stesso giornalista ha detto alla Cnn: «Temevo che l’avrebbero uccisa»; a farle scudo, secondo lui, sono stati alcuni giovani palestinesi. Un videoblogger israeliano presente ad Abu Falah descrive i colpi di bastone e sostiene che i soldati arrivati poco prima «stavano spalla a spalla con i coloni», venuti dall’avamposto di Meshulash. Il figlio della fotografa ha parlato al Jerusalem Post di lacerazioni a gambe, fianco e glutei e di un taglio profondo alla mano sinistra.

La versione di Netanyahu

Il comunicato del premier, diffuso venerdì sera, afferma che «Israele condanna senza riserve la violenza contro chiunque, ebrei, arabi, cristiani o giornalisti» e che «i responsabili saranno chiamati a rispondere». Su X lo stesso ufficio parla però di «domande serie ancora aperte»: 200 palestinesi contro una quarantina di coloni, oggetti lanciati «da entrambe le parti», fuochi d’artificio contro «giovani ebrei». L’esercito dice di aver disperso lo scontro con mezzi antisommossa, di aver sparato colpi in aria e poi contro un sospetto che correva verso i soldati con «un oggetto affilato». Polizia e forze armate hanno aperto indagini e promettono di trattare il caso «con la massima serietà».

Il contrasto tra le due versioni è diventato una questione tra Washington e Gerusalemme a dieci giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, e la partita si gioca anche nel Congresso americano. Il deputato democratico Jamie Raskin ha definito l’attacco «inconcepibile» e ha ricordato che Donald Trump ha revocato le sanzioni ai coloni violenti decise da Joe Biden; il senatore Andy Kim cita «notizie di un attacco coordinato» e del mancato intervento dei soldati; Ro Khanna chiede lo stop agli aiuti usati per le attività degli insediamenti. La Foreign Press Association, che riunisce i corrispondenti stranieri in Israele, invita il comandante militare della Cisgiordania a «smettere di cercare scuse e fare il proprio lavoro».

Il pestaggio di Levine è uno dei circa 24 attacchi ai raccoglitori di olive registrati venerdì dalla Mezzaluna Rossa palestinese, con 20 feriti in almeno otto villaggi del nord della Cisgiordania. Dieci giorni prima il fotografo dell’Afp Jaafar Ashtiyeh era stato picchiato col calcio dei fucili ad Aqraba, episodio che Levine aveva raccontato in un articolo per il Post. A Turmus Ayya, dove l’esercito dice che gli aggressori erano fuggiti prima dell’arrivo delle truppe, il sindaco riferisce auto bruciate tra gli ulivi: «Non è rimasto nulla di intatto».

L’ufficio Onu per gli affari umanitari ha contato oltre 1.600 attacchi di coloni da gennaio ad agosto; dall’inizio della stagione delle olive un palestinese è stato ucciso e più di 2.500 ulivi o piantine sono stati danneggiati. Per nessuno di questi episodi, come per quello di Abu Falah, è stato finora annunciato un arresto.

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Libia, i 25 milioni europei e il confine delle responsabilità

Venticinque milioni di euro possono sembrare una cifra modesta nei bilanci europei. Diventano una questione politica assai più grande quando sono destinati a sostenere attività di controllo delle frontiere in un Paese che da anni non dispone di un’autorità statale unificata. Il 13 ottobre Reuters ha riferito, sulla base di una lettera della presidente della Commissione Ursula von der Leyen ai leader europei, che l’Unione Europea ha sottoscritto un ulteriore finanziamento di 25 milioni di euro per estendere la cooperazione migratoria alla Libia orientale. Gli ambiti indicati sono la gestione delle frontiere, la ricerca e il soccorso e il contrasto al traffico di migranti. Non è però possibile dedurre dalla sola notizia chi riceverà materialmente ogni euro, attraverso quali contratti e con quali condizioni operative.

La Libia rimane divisa fra istituzioni rivali. L’Unione Europea intrattiene rapporti ufficiali con il governo di Tripoli, ma ha intensificato i contatti con l’Est, dove esercitano il controllo le forze guidate da Khalifa Haftar. È la contraddizione fondamentale della scelta europea: per gestire le partenze occorre parlare con chi controlla il territorio; parlare con chi controlla il territorio, tuttavia, può rafforzarne il peso politico senza risolvere la questione della legittimità istituzionale. Reuters riferisce inoltre che Bruxelles ha annunciato a luglio un centro di coordinamento del soccorso marittimo a Bengasi. Un centro simile può migliorare il coordinamento dei salvataggi, ma la sua efficacia si misura anche in base alla destinazione delle persone soccorse e alla responsabilità delle autorità coinvolte.

La Commissione europea indica, per la cooperazione bilaterale con la Libia nel periodo 2021-2027, una dotazione di 224 milioni di euro. Per i programmi migratori bilaterali e regionali adottati fra il 2021 e il 2024 riferisce circa 220 milioni, dei quali oltre due terzi destinati a protezione, rimpatri umanitari volontari ed evacuazioni; ricorda inoltre i 465 milioni assegnati fra il 2015 e il 2021 attraverso il Fondo fiduciario d’emergenza per l’Africa. Sono cifre riferite a strumenti e periodi diversi: sommarle meccanicamente per descrivere la singola iniziativa di ottobre sarebbe fuorviante. Allo stesso modo, “finanziamento sottoscritto” non significa necessariamente “denaro già versato alle forze di Haftar”. La documentazione pubblica consultata non permette di stabilire i beneficiari finali dei nuovi 25 milioni.

Nel settembre 2025, rispondendo a un’interrogazione del Parlamento europeo, la Commissione sosteneva che la cooperazione con la Libia era sottoposta a monitoraggi dei partner attuatori, verifiche sul campo e controlli di soggetti terzi. Citava due missioni specifiche di valutazione dei risultati, una revisione finanziaria in corso e altre valutazioni programmate entro la fine del 2026. È una risposta importante: dimostra che Bruxelles riconosce il problema del controllo. Ma per giudicare i nuovi 25 milioni servono dati ulteriori: elenco degli attuatori, procedure di selezione, eventuali forniture di mezzi, clausole di sospensione, indicatori di risultato e rapporti di verifica accessibili. Un sistema di monitoraggio dichiarato non equivale, da solo, alla prova che ogni rischio sia stato neutralizzato.

Nel luglio 2026 trentuno organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, hanno chiesto alle istituzioni europee di interrompere la cooperazione con le autorità libiche sul controllo migratorio, denunciando gravi violazioni nei confronti di migranti e richiedenti asilo. La loro è una posizione di advocacy, che va attribuita come tale; le accuse, tuttavia, si inseriscono in un quadro di abusi documentati anche da organismi delle Nazioni Unite. Una notizia di Associated Press pubblicata questa settimana riporta inoltre la denuncia di Human Rights Watch su almeno 31 esecuzioni compiute nella Libia orientale dopo processi militari segreti: un fatto distinto dal programma migratorio, che non prova alcun uso improprio dei fondi, ma rende più stringente la domanda sulla *due diligence* dei partner. Non basta chiamare “soccorso” un’attività perché sia automaticamente conforme agli obblighi internazionali.

La cooperazione ha anche una motivazione comprensibile: contrastare le reti criminali, ridurre le morti in mare, coordinare i soccorsi e gestire flussi che incidono sui Paesi mediterranei. Rinunciare a qualsiasi interlocuzione con le autorità che esercitano il controllo effettivo potrebbe lasciare spazi maggiori ai trafficanti. Ma l’argomento della necessità non risolve quello della responsabilità. Proprio perché la situazione è complessa, il finanziamento dovrebbe essere accompagnato da condizioni verificabili, controlli indipendenti e conseguenze concrete in caso di violazioni.

Per l’Italia la questione non è astratta. Ogni decisione sulle partenze dalla Libia influenza il Mediterraneo centrale, le attività di soccorso, i rapporti diplomatici e il dibattito interno sull’immigrazione. Eppure la misura del successo non può ridursi al numero delle persone che non arrivano sulle coste europee. Occorre sapere quante vite sono state salvate, quali procedure hanno protetto chi chiedeva asilo, quante persone hanno avuto accesso a rimpatri realmente volontari e quali abusi sono stati denunciati e sanzionati. Un confine più distante non è necessariamente un confine meglio governato.

L’inchiesta deve ora seguire i documenti, non le impressioni: pubblicazione dell’accordo e degli allegati finanziari; identificazione di attuatori e subappaltatori; chiarimento dei rapporti con le strutture della Libia orientale; verifiche sui luoghi di sbarco; accesso ai rapporti di monitoraggio e ai meccanismi di reclamo. Senza questi elementi non sarebbe corretto accusare Bruxelles di aver finanziato specifici abusi. Sarebbe però altrettanto scorretto considerare sufficienti rassicurazioni generiche. La trasparenza non è un favore concesso ai critici: è una condizione di legittimità della spesa pubblica.

L’Europa ha il diritto e il dovere di governare le proprie frontiere. Non può però affidare all’altra sponda del Mediterraneo anche la responsabilità di spiegare che cosa accade alle persone fermate prima di raggiungerle. Il vero confine, in questa vicenda, non passa soltanto fra Libia e Italia. Passa fra una politica che contabilizza le partenze impedite e una politica disposta a rendere conto delle conseguenze dei propri accordi. Venticinque milioni possono acquistare mezzi e servizi. Non dovrebbero mai acquistare il silenzio sulle responsabilità.

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Colombia, dietro la svolta con Israele gli interessi militari e commerciali

La Colombia abbandona il Gruppo dell’Aia, la coalizione internazionale che aveva contribuito a fondare per coordinare iniziative diplomatiche e giuridiche contro le politiche israeliane nei territori palestinesi. La decisione, annunciata il 15 ottobre dal governo di Abelardo de la Espriella, segue il ripristino delle relazioni con Israele, la riattivazione dell’accordo di libero scambio e l’apertura dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme. È un cambiamento che segna la distanza dalla politica dell’ex presidente Gustavo Petro e riporta al centro della diplomazia di Bogotá la cooperazione militare, gli interessi economici e il rapporto con Washington.

Il comunicato ufficiale presenta l’uscita dal Gruppo dell’Aia come un rifiuto delle iniziative volte a isolare Israele. Dietro la decisione emergono tuttavia interessi concreti, soprattutto nei settori della sicurezza e del commercio.

Il primo riguarda la cooperazione militare. Già a settembre il ministro colombiano Omar Bula aveva indicato tra le priorità del riavvicinamento a Israele lo scambio di informazioni strategiche, il contrasto alle organizzazioni criminali, la sicurezza informatica e il monitoraggio delle reti finanziarie illecite.

Sono obiettivi dichiarati dal governo, che considera la collaborazione tecnologica e d’intelligence uno strumento per affrontare le minacce alla sicurezza interna.

La Colombia ha sviluppato nel corso dei decenni una parte significativa delle proprie capacità militari attraverso forniture israeliane. I caccia Kfir e i fucili Galil rappresentano due esempi di una relazione che comprende anche manutenzione, ricambi, addestramento e aggiornamenti tecnologici.

La rottura diplomatica del 2024 aveva posto il problema della continuità di questi rapporti e della possibile sostituzione degli equipaggiamenti. Una riconversione richiede investimenti e tempi di adattamento, soprattutto quando coinvolge sistemi già integrati nell’organizzazione delle forze armate.

Questa dipendenza tecnica attribuisce ai fornitori israeliani un potenziale peso negoziale. Non dimostra però che Tel Aviv abbia utilizzato tale posizione per ottenere il ritiro colombiano dal Gruppo dell’Aia.

Spiega piuttosto perché un governo che assegna priorità al contrasto delle organizzazioni armate possa considerare strategicamente conveniente ristabilire una cooperazione militare consolidata.

Il secondo elemento riguarda il commercio. Il 13 ottobre è stato ripristinato l’accordo di libero scambio tra Colombia e Israele, riaprendo prospettive di collaborazione economica e tecnologica.

Secondo il ministero degli Esteri israeliano, la ripresa dei rapporti commerciali deriva anche da intese raggiunte tra Omar Bula e il ministro israeliano Gideon Sa’ar durante un incontro a Washington il 15 luglio 2026, prima dell’insediamento di de la Espriella.

Il dato indica che il riavvicinamento era stato preparato prima del cambio di governo. La sede americana dell’incontro non costituisce tuttavia una prova di imposizioni da parte degli Stati Uniti.

Tra gli interessi economici coinvolti figura il carbone. Secondo i dati commerciali internazionali riportati dalla Banca mondiale, nel 2023 le esportazioni colombiane di carbone verso Israele avevano raggiunto circa 447 milioni di dollari.

La cifra precede la rottura diplomatica e non permette di prevedere il valore delle future forniture. Mostra però l’importanza di un settore che potrebbe beneficiare della normalizzazione commerciale.

L’agenda bilaterale comprende anche agricoltura, gestione delle risorse idriche, innovazione, investimenti e trasferimento tecnologico. Sono opportunità annunciate, la cui portata effettiva dipenderà dai contratti conclusi e dai progetti realizzati.

Per Bogotá, il riavvicinamento può quindi essere presentato come una scelta capace di produrre vantaggi economici oltre che militari.

La dimensione geopolitica riguarda invece il rapporto con Washington. Gli Stati Uniti avevano già manifestato pubblicamente la propria opposizione al Gruppo dell’Aia.

Nel luglio 2025, in una dichiarazione riportata da Drop Site, il Dipartimento di Stato americano aveva criticato la riunione della coalizione a Bogotá, accusandola di utilizzare il diritto internazionale contro Israele e gli interessi occidentali. Washington aveva inoltre invitato i Paesi amici a sostenere la propria posizione.

Queste dichiarazioni documentano una pressione politica americana contro il gruppo, ma non dimostrano l’esistenza di un ultimatum rivolto alla Colombia nell’ottobre 2026.

Non risultano, sulla base degli elementi citati, prove di uno scambio esplicito tra l’uscita dalla coalizione e la concessione di nuove forniture militari, aiuti finanziari o vantaggi commerciali.

La distinzione è importante perché un riallineamento diplomatico può derivare da pressioni esterne, interessi economici oppure dalla convergenza politica tra governi.

Nel caso colombiano, quest’ultimo fattore assume un peso particolare. Sa’ar ha dichiarato che de la Espriella gli aveva promesso il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme già prima dell’elezione.

Si tratta della ricostruzione del ministro israeliano, coerente con l’orientamento successivamente adottato dal nuovo presidente colombiano. Attribuire la decisione esclusivamente a Washington significherebbe quindi trascurare le scelte politiche autonome dell’esecutivo di Bogotá.

Per Israele, il risultato ha un valore che supera gli scambi commerciali.

L’abbandono del Gruppo dell’Aia da parte di uno dei suoi fondatori indebolisce la capacità della coalizione di presentarsi come un fronte diplomatico compatto. L’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme costituisce inoltre un riconoscimento politico di particolare rilievo, considerando il carattere controverso dello status della città nel diritto e nella diplomazia internazionale.

Israele recupera così un partner sudamericano con il quale aveva sviluppato rapporti consolidati nella difesa e nella tecnologia, mentre la Colombia ottiene la possibilità di riattivare canali commerciali e di sicurezza.

Il costo politico riguarda la rinuncia alla posizione di primo piano precedentemente assunta da Bogotá nelle iniziative internazionali relative alla guerra di Gaza e alle responsabilità israeliane.

L’uscita dal Gruppo dell’Aia non modifica tuttavia automaticamente gli obblighi internazionali della Colombia.

La coalizione rappresenta uno strumento di coordinamento politico tra Stati e non un organismo giudiziario. Gli impegni derivanti dallo Statuto di Roma e dalla cooperazione con la Corte penale internazionale hanno una base giuridica distinta.

Il cambiamento colombiano deve quindi essere valutato soprattutto come una ridefinizione delle priorità diplomatiche.

De la Espriella sceglie di rafforzare le relazioni con Israele e di avvicinare la politica estera colombiana agli orientamenti di Washington, puntando su sicurezza, tecnologia e commercio.

La scelta può produrre benefici concreti, ma comporta anche la perdita del ruolo diplomatico che Bogotá aveva costruito nella coalizione critica verso Israele.

La questione decisiva sarà verificare se i vantaggi militari ed economici annunciati si tradurranno in risultati effettivi e quale margine di autonomia conserverà la Colombia nei rapporti con i propri partner internazionali.

Le pressioni americane contro il Gruppo dell’Aia sono documentate. Un’imposizione specifica sul ritiro colombiano, invece, resta da dimostrare. La responsabilità politica della svolta appartiene dunque, sulla base degli elementi disponibili, al nuovo governo di Bogotá.

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Giappone, da Valter Longo agli scienziati di Okinawa: a Tokyo MeDiet Japan 2026 riunisce i grandi nomi della longevità e crea nuove occasioni di business

Si è conclusa poche ore fa la prima giornata di MeDiet Japan 2026, il simposio internazionale su longevità e benessere ideato e organizzato dalla Camera di Commercio Italiana in Giappone (ICCJ). Nella sede della United Nations University, a Shibuya, si sono riuniti alcuni dei massimi esperti mondiali di nutrizione, medicina dello stile di vita, geroscienza, genetica, scienze dello sport e scienze sociali.

Nato nel 2021 per promuovere la dieta mediterranea e il benessere in Giappone e in Asia, MeDiet Japan è oggi una piattaforma dedicata a salute e stili di vita sostenibili. L’edizione 2026, intitolata “Longevità – il modello italiano e sardo nel dialogo globale”, mette l’Italia, e la Sardegna in particolare, al centro del confronto internazionale sull’invecchiamento sano, in dialogo con il modello giapponese di Okinawa. Il tema assume un significato speciale nell’anno del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, due Paesi che condividono alcune delle aspettative di vita più alte al mondo.

Valter D. Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California e padre della dieta mima-digiuno, intervenuto in collegamento, è stato tra i protagonisti della giornata. Con lui María A. Blasco, tra le massime autorità mondiali nello studio dei telomeri e già direttrice del CNIO di Madrid, e Bradley J. Willcox responsabile dell’Okinawa Centenarian Study. Ha partecipato anche Héctor García, co-autore del bestseller mondiale “Ikigai”. Nei quattro panel la longevità è stata esplorata da ogni angolazione: genetica e neuroscienze, nutrizione e microbiota, legami sociali, movimento e biologia cellulare.

«È stato un piacere partecipare a MeDiet Japan e al Longevity Symposium di Tokyo», ha dichiarato Valter D. Longo. «Mettere insieme ricerca scientifica, nutrizione e prospettive culturali diverse è essenziale per far progredire la nostra comprensione della longevità in salute. Sono stato felice di condividere come gli approcci alimentari basati sulle evidenze scientifiche possano aiutare le persone a vivere più a lungo e in salute.»

Grande protagonista dell’edizione è la Regione Autonoma della Sardegna, presente con una collettiva di imprese agroalimentari sarde. La Sardegna è una delle “Blue Zone” del pianeta, le aree con la più alta concentrazione di centenari, di cui Okinawa è il corrispettivo giapponese. Le aziende sarde hanno incontrato in sessioni B2B importatori e operatori giapponesi, con l’obiettivo di trasformare il prestigio del modello sardo in opportunità commerciali concrete.

«Con MeDiet Japan abbiamo voluto riportare il tema della longevità su un terreno rigorosamente scientifico e sociale, mettendo a confronto i migliori esperti internazionali sul rapporto tra durata e qualità della vita», ha dichiarato Davide Fantoni, Segretario Generale della Camera di Commercio Italiana in Giappone. «Sardegna e Okinawa, due delle Blue Zone più celebri al mondo, ci ricordano che vivere a lungo e in salute è prima di tutto una questione di alimentazione, movimento e relazioni. È un messaggio che l’Italia può portare con orgoglio in Giappone e nel mondo, e che come Camera di Commercio vogliamo tradurre anche in occasioni di crescita per le nostre imprese.»

Il simposio prosegue domani, sabato 17 ottobre, con una giornata aperta al grande pubblico tra seminari, degustazioni di olio extravergine e cooking show. Interverranno alcuni dei nomi più noti della medicina giapponese. Katsuya Iijima, direttore dell’Institute of Gerontology dell’Università di Tokyo, è un punto di riferimento nella prevenzione della fragilità. Satoru Yamada è promotore dell’approccio “locabo” alla riduzione moderata dei carboidrati, mentre Yoshinori Nagumo è medico e autore di bestseller sull’anti-aging tradotti in 14 lingue. Tra gli ospiti anche il triatleta novantenne Hiromu Inada, recordman dell’Ironman World Championship.

MeDiet Japan 2026 si svolge con il patrocinio, tra gli altri, dell’Ambasciata d’Italia in Giappone e della Città di Shibuya.

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Contro il caro carburanti, Trump libera dalle sanzioni la flotta ombra della Russia

Trump

Alla fin fine, la morale della favola è che nessuno può fare Trump al posto di Trump, o addirittura più di Trump. Si spiega così la decisione del presidente Usa di sospendere, a soli due giorni dall’entrata in vigore, alcune delle sanzioni contro la Russia previste dal Lindsey Graham Act, le legge fortemente voluta dal senatore repubblicano morto improvvisamente nel luglio scorso dopo un viaggio a Kiev e poco dopo approvata dal Congresso con un voto bipartisan. Le legge prevedeva un radicale inasprimento delle sanzioni contro la Russia, affidando però al Presidente la loro applicazione. Trump aveva firmato la legge ma ora, pressato dal crollo degli indici di gradimento (solo il 36% degli americani approva il suo operato e il 55% pensa che l’inflazione sia fuori controllo) e dalla prospettiva di un’elezione di metà mandato che può sottrargli il controllo del Congresso, ha fatto una parziale (le sanzioni antirusse decise in precedenza restano attive) ma significativa marcia indietro.

Dicevamo che solo Trump può fare Trump e d’altra parte era stato chiaro già al momento della firma che il Presidente considerava l’azione di Graham più una grana che un vantaggio. La legge dello storico (23 anni consecutivi di mandato) senatore della Carolina del Sud è segnata da un’ossessione che a Trump conviene solo fino a un certo punto. Graham voleva colpire la Russia, Trump vuole avere le mani libere. Inoltre, la legge Graham prevede sanzioni anche contro i Paesi che più acquistano risorse energetiche dalla Russia, alimentando così la sua economia di guerra: presa alla lettera, avrebbe infilato gli Usa in una guerra di dazi e sanzioni contro Cina e India (che insieme acquistano l’87% delle esportazioni russe di petrolio), cosa che l’economia americana in questa fase non può permettersi. E forse Trump non avrebbe nemmeno firmato se la legge, al punto 115, non prevedesse una scappatoia: sospendere certi provvedimenti alla luce dell’interesse nazionale, come ha fatto appunto Trump.

L’ossessione di Trump, adesso, è far calare i prezzi dei carburanti per soddisfare l’elettorato, tutti i cittadini ma in particolare gruppi importanti del suo elettorato come agricoltori e trasportatori. E insieme far dimenticare la folle decisione di iniziare la guerra contro l’Iran e l’incerta condotta che l’ha caratterizzata, fino al blocco dello Stretto di Hormuz con relative difficoltà nel commercio internazionale di gas e petrolio. E in base a questa specifica esigenza di politica interna regola tutte le proprie decisioni. Come ha detto qualche settimana fa Marco Rubio, segretario di Stato: “Gli Stati Uniti non metteranno mai l’ordine internazionale davanti ai propri interessi”. Ecco fatto.

Infatti il provvedimento odierno sospende la sezione 102(D) della legge, quella che riguarda la commercializzazione da parte della Russia di “greggio, uranio, gas naturale, gas naturale liquefatto, petrolio, prodotti petroliferi, prodotti petrolchimici, carbone o prodotti a base di carbone”, i mezzi per trasportarli, le persone coinvolte e gli eventuali porti di sosta e di approdo. Di fatto, come alcuni giornali americani avevano anticipato nei giorni scorsi, un quasi via libera alla “flotta ombra” russa. Nei calcoli di Trump questo dovrebbe abbassare i costi del trasporto di gas e petrolio (noleggio navi e assicurazione) e far affluire più risorse al mercato globale, facendo quindi calare i prezzi dei carburanti.

Il Cremlino esulta e l’Ucraina s’infuria. Ma Trump, che promette 5 mila dollari a chi il 3 novembre voterà repubblicano, questo importa poco. Pronto, ovviamente, a cambiare di nuovo idea il 4 novembre.

Riferimenti

Per il sondaggio: https://www.tvsvizzera.it/tvs/sondaggio-fox%2C-tasso-approvazione-di-trump-al-36%25%2C-minimi-storici/92222138

Per le dichiarazioni di Marco Rubio: https://youtube.com/shorts/qvqFgzJAhus?si=k7pIZduaRC2gGsFB

Per le anticipazioni sul provvedimento: https://www.reuters.com/legal/government/us-considers-easing-sanctions-shadow-fleet-vessels-cut-freight-rates-official-2026-10-15/

Per la “flotta ombra”: https://www.ftm.eu/files/the-shadow-fleet-secrets

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Man arrested for alleged HK$450,000 theft of wife’s Chanel and Hermes bags, Rolex

Hong Kong police have arrested the husband of a 34-year-old woman for allegedly stealing luxury goods worth HK$450,000 (US$57,700) from her at home. The woman, surnamed Chan, reported the case to police at around 8.30am on Saturday morning at their home in the Ocean One residential development in Yau Tong. According to police, Chan suspected that her 40-year-old husband, surnamed Lam, had stolen goods worth HK$450,000 in total. The items involved were Chanel and Hermes bags worth HK$300,000 and...

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Trump Revives 2020 Election Conspiracies, With Help From the Federal Government

Voting rights advocates fear the Trump administration may use the federal government to cast doubt on the election, discourage participation or try to delegitimize results.

© Nicole Craine for The New York Times

Voting rights activists fear that the Trump administration may use the power of the federal government to cast doubt on the midterm election.
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Hegseth Singled Out in Democrats’ Campaign Attacks for War and High Prices

Cabinet members are seldom major figures in campaigns, but the defense secretary’s forays into politics and his bravado in defense of an unpopular war have made him a target.

© Haiyun Jiang/The New York Times

In the final weeks of a midterm congressional battle in which voters’ opposition to the war with Iran has become a major issue, Democrats are increasingly making Mr. Hegseth a main character in their campaign messaging.
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Padova, violenza sessuale su un 13enne. Stefani: “Fatto raccapricciante”

Padova, violenza sessuale su un 13enne. Stefani: “Fatto raccapricciante”

VENEZIA (ITALPRESS) – “A Padova è avvenuto un fatto raccapricciante. Un ragazzino di appena 13 anni è stato vittima di una violenza sessuale che suscita rabbia, disgusto e profonda indignazione. Il mio primo pensiero va a lui e alla sua famiglia, ai quali esprimo tutta la mia vicinanza in un momento così drammatico”. Così il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, commentando il grave episodio avvenuto in un bar di Padova, che ha portato all’arresto di un uomo di 40 anni con l’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni di un minore.

“Voglio rivolgere un sincero ringraziamento agli agenti delle Volanti e della Squadra Mobile della Questura di Padova, che sono intervenuti tempestivamente e hanno condotto con professionalità e determinazione le indagini che hanno portato all’arresto del presunto responsabile”, aggiunge.

 “Un ringraziamento particolare va anche all’avventore del bar che, accortosi dell’assenza del ragazzo, ha immediatamente avvisato i genitori, e a questi ultimi che, con prontezza e coraggio, sono intervenuti sfondando la porta del bagno e interrompendo la violenza. La loro attenzione è stata decisiva. Di fronte a episodi di questa gravità non può esserci alcuna tolleranza. Chi si rende responsabile di simili atrocità deve risponderne davanti alla giustizia con la massima severità prevista dalla legge. La protezione dei bambini e dei ragazzi deve essere una priorità assoluta. Al Questore Marco Odorisio e a tutte le donne e gli uomini della Polizia di Stato rinnovo la mia gratitudine per il lavoro che svolgono ogni giorno a tutela della sicurezza dei cittadini e delle persone più vulnerabili”, conclude Stefani.

-Foto repertorio Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

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Il conto di benzina, gasolio, elettricità e gas nel 2026 potrebbe superare i 200 miliardi di euro

Il conto di benzina, gasolio, elettricità e gas nel 2026 potrebbe superare i 200 miliardi di euro

ROMA (ITALPRESS) – Per imprese e famiglie il conto di benzina, gasolio, elettricità e gas potrebbe superare i 200 miliardi di euro nel 2026. È lo scenario elaborato dalla CNA proiettando sull’intero anno l’andamento dei consumi e della spesa per carburanti, luce e gas nello scenario in cui i prezzi finali medi risultino superiori del 20% rispetto al 2025. In queste condizioni, la spesa raggiungerebbe circa 206 miliardi, oltre 33 miliardi in più rispetto ai 172,5 miliardi stimati per lo scorso anno.

Un livello superiore persino al 2022 quando la spesa energetica per famiglie e imprese raggiunse i 202 miliardi. Per le famiglie italiane in media un incremento di spesa di oltre 500 euro su base annuale, mentre per l’intera platea delle imprese un aggravio di oltre 4.500 euro. Nello scenario con un incremento del 10% dei prezzi finali medi di elettricità e gas e la conferma dei prezzi dei carburanti ai livelli attuali, il conto complessivo arriverebbe a circa 195 miliardi, con un aggravio di 22,6 miliardi rispetto al 2025. Se invece l’aumento raggiungesse il 30%, la spesa salirebbe a circa 217 miliardi, quasi 44,5 miliardi in più.

La dinamica dei carburanti evidenzia come l’effetto dei prezzi possa prevalere su quello dei consumi. Nei primi otto mesi del 2026 i volumi di gasolio per autotrazione sono diminuiti del 4,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, ma la spesa è aumentata del 12,6%. Per la benzina, a un incremento dei volumi del 4,8% corrisponde una crescita della spesa del 9,6%. Se queste dinamiche proseguissero, il conto annuale dei due carburanti salirebbe complessivamente da 66,6 a 74,4 miliardi di euro.

Se il fabbisogno elettrico nazionale e il consumo di gas confermeranno nei dodici mesi il trend da inizio anno (+5% nei primi otto mesi per l’energia elettrica e +1% il gas) la spesa per l’elettricità raggiungerebbe circa 87,8 miliardi e quella per il gas destinato agli utilizzatori finali 43,8 miliardi nello scenario di aumento dei prezzi del 20%.

“Ridurre i prezzi dell’energia deve diventare una priorità della politica economica – afferma il presidente della CNA, Dario Costantini -. Per gli artigiani e le piccole imprese, bollette più pesanti significano meno risorse per investire, innovare e creare occupazione. Nella prossima legge di bilancio chiediamo di istituire un fondo da un miliardo di euro l’anno dedicato ai piccoli impianti fotovoltaici per l’autoproduzione delle micro e piccole imprese. È un intervento concreto per ridurre i costi, rendere le imprese meno esposte alle oscillazioni dei mercati e accelerare la transizione energetica”.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Torino, investe alcune persone fuori da una discoteca: arrestato un ventenne

Torino, investe alcune persone fuori da una discoteca: arrestato un ventenne

TORINO (ITALPRESS) – La Polizia di Stato ha individuato in un ventenne italiano, il giovane che ha investito delle persone all’uscita di una discoteca nel quartiere San Paolo, lo scorso 11 ottobre. Poco prima delle cinque del mattino, gli agenti della Squadra Volante sono intervenuti in via Cesana angolo via Barge dopo diverse segnalazioni per una lite in strada. Giunti sul posto, i poliziotti hanno riscontrato la presenza di un gruppo di persone, tra le quali una ragazza con ferite lacero contuse a una gamba.

La giovane, insieme ad altre persone, era stata investita da un’auto poi datasi alla fuga. Raccolte le testimonianze, gli agenti hanno dato inizio alle ricerche individuando il ragazzo all’interno del veicolo in un parcheggio di piazza San Secondo. Gli elementi raccolti e le testimonianze hanno portato alla contestazione del reato di tentato omicidio.

Inoltre, lo stesso, presentando valori alcolemici superiori ai limiti di legge, è stato deferito per guida in stato di ebbrezza. Nei giorni scorsi, l’autorità giudiziaria ha disposto per il giovane la misura degli arresti domiciliari. Sono in corso ulteriori accertamenti per la completa ricostruzione dell’accaduto. 

-Foto di repertorio Polizia di Stato-
(ITALPRESS).

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QuiEuropa Magazine – 17/10/2026

QuiEuropa Magazine - 17/10/2026

ROMA (ITALPRESS) – In questa edizione:
– Il caldo estremo mette in crisi l’agricoltura
– In crescita l’export verso il Canada, nel 2025 sfiora i 49 miliardi
– Auto elettriche, l’Europa esporta più di quanto importa
fsc/gtr

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Torino, arrestato un 33enne che trasportava 425kg di hashish

Torino, arrestato un 33enne che trasportava 425kg di hashish

TORINO (ITALPRESS) – Manovre azzardate e grossi borsoni che occupavano anche i sedili posteriori, tanto da sollecitare gli ammortizzatori del crossover alla guida del quale vi era un 33enne di Torino. Campanelli d’allarme che hanno indotto la pattuglia della Tenenza di Nichelino, in sosta per un posto di controllo in via Scarrone, a procedere al controllo dell’auto e identificare il conducente. 2

Intenzione che in un primo momento non si era concretizzata dato che l’uomo alla guida del veicolo ha proseguito dritto sfrecciando ad alta velocità in direzione Torino. Un lungo inseguimento terminato dopo 24 km a pochi passi dall’uscita della tangenziale e conclusosi grazie al coordinamento di più pattuglie che hanno bloccato l’auto in corso Cincinnato, nel quartiere Lucento.

A seguito della perquisizione dell’auto, i militari hanno rinvenuto varie buste e borsoni contenenti un‘ingente quantità di hashish, per un peso complessivo che sfiora la mezza tonnellata (425 chili). Il conducente, con precedenti specifici e sprovvisto di patente, è stato arrestato per “detenzione a fini spaccio” e portato al carcere Lorusso e Cutugno.

-Foto di repertorio Carabinieri-
(ITALPRESS).

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A Milano incontro della Fondazione Italia Cina su cooperazione commerciale

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – La Fondazione Italia Cina ha esortato le imprese italiane alla ricerca di opportunità in Cina a guardare oltre le tradizionali partnership commerciali, sottolineando il ruolo della cooperazione accademica e della ricerca nel promuovere la comprensione reciproca e nel rafforzare i rapporti bilaterali.

Intervenendo a Milano in occasione dell’open day della Fondazione Italia Cina, il presidente Mario Boselli ha affermato che le imprese italiane interessate alle opportunità in Cina devono andare oltre le tradizionali partnership commerciali e sviluppare una comprensione più approfondita delle politiche industriali del Paese, delle sue priorità tecnologiche e dell’evoluzione della domanda di mercato.

Boselli ha inoltre evidenziato il ruolo della cooperazione tra università, centri di ricerca e istituzioni nel rafforzare la comprensione reciproca. Attraverso la collaborazione con la fondazione e una recente missione istituzionale in Cina, la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano punta a consolidare i rapporti con gli atenei partner cinesi e ad ampliare gli scambi accademici.

Un’analisi condotta dalla fondazione, la cui rete comprende oltre 300 membri e partner, ha intanto sottolineato le potenziali complementarità tra le due economie, rilevando che entrambe vantano solide tradizioni manifatturiere, importanti imprese a conduzione familiare e ampie filiere industriali.

Ospitato negli uffici milanesi di Baker McKenzie, l’incontro ha riunito rappresentanti delle imprese ed esperti per discutere come superare le barriere commerciali, culturali e comunicative tra Italia e Cina.

(ITALPRESS).

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Malta, gli attivisti chiedono di rompere il silenzio sull’omicidio di Caruana Galizia

Malta, gli attivisti chiedono di rompere il silenzio sull’omicidio di Caruana Galizia

LA VALLETTA (MALTA) (ITALPRESS/MNA) – E’ stata organizzata ieri sera una veglia a La Valletta per chiedere di rompere il silenzio e ottenere giustizia, a nove anni dall’assassinio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia.

All’evento erano presenti anche attivisti italiani, secondo quanto riportano i media maltesi. Francesca Rispoli, in rappresentanza dell’associazione antimafia Libera, ha dichiarato che l’omicidio della giornalista non è riuscito a mettere a tacere quanti continuano a chiedere giustizia e responsabilità. “Noi siamo il rumore che non volevano”, ha affermato Rispoli, sottolineando che le organizzazioni criminali utilizzano anche i sistemi legali e gli interessi economici per ampliare la propria influenza, preferendo spesso gli affari alla violenza, perché le bombe “fanno rumore” e attirano l’attenzione.

Secondo Rispoli, in Italia 11 giornalisti sono stati uccisi dalla mafia. Ogni anno Libera ricorda le vittime innocenti della criminalità organizzata e ha inserito tra quelle commemorate anche Caruana Galizia, insieme ai giornalisti assassinati Anna Politkovskaya, Ján Kuciak e Martina Kusnírová.

La veglia si è svolta nell’ambito di una giornata di commemorazioni dedicate a Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017 dall’esplosione di un’autobomba davanti alla sua abitazione a Bidnija.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Cina: imprese USA prime per spazio espositivo a CIIE per ottavo anno consecutivo

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Le imprese statunitensi occuperanno la maggiore superficie espositiva alla nona edizione della China International Import Expo (CIIE) per l’ottava volta, con un aumento di 1.500 metri quadrati rispetto allo scorso anno. Lo ha dichiarato ieri un funzionario.

La nona edizione si terrà a Shanghai dal 5 al 10 novembre. Avviata nel 2018 come prima fiera al mondo di livello nazionale dedicata alle importazioni, la CIIE è stata concepita per ampliare l’apertura della Cina e trasformare il suo vasto mercato in un’opportunità condivisa per il mondo.

I preparativi per l’evento sono sostanzialmente conclusi. Parteciperanno complessivamente 162 Paesi, regioni e organizzazioni internazionali, con 4.142 aziende estere espositrici, ha dichiarato il vice ministro del Commercio cinese Yan Dong durante una conferenza stampa.

La superficie espositiva complessiva supererà per la prima volta i 440.000 metri quadrati. Nella sezione dedicata alle imprese, le aziende di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia saranno in testa alla classifica in termini di spazio espositivo.
Per la prima volta, il numero delle aziende presenti nella classifica Fortune Global 500 e delle imprese leader di settore presenti supererà quota 300. Inoltre, oltre 2.000 aziende esporranno alla CIIE per la prima volta.

L’edizione di quest’anno presenterà oltre 200 novità di rilievo tra debutti mondiali e prodotti esposti per la prima volta. Verranno presentate insieme una serie di innovazioni all’avanguardia in grado di potenziare le industrie e migliorare la vita delle persone, tra cui robot per la chirurgia endoscopica e impianti cocleari.

In vista della CIIE di quest’anno, sono state organizzate sessioni di matchmaking dedicate al tema “esportare in Cina” in Paesi tra cui Egitto, Germania e Regno Unito, portando le trattative per gli acquisti direttamente nei Paesi dei partner commerciali.

La CIIE è un esempio significativo degli sforzi della Cina per ampliare le importazioni e offrire più canali di accesso al mercato cinese ai prodotti di qualità provenienti da tutto il mondo. Questo impegno è rimasto tra le priorità del Paese e i risultati sono tangibili.
Secondo l’Amministrazione generale delle dogane, nei primi nove mesi di quest’anno le importazioni cinesi hanno raggiunto i 16.700 miliardi di yuan (circa 2.480 miliardi di dollari), in aumento del 22,3%, il ritmo di crescita più rapido dal 2021.

Il ministro del Commercio Wang Wentao ha dichiarato nei mesi scorsi che il mercato cinese presenta un enorme potenziale, aggiungendo che il Paese importerà una maggiore quantità di prodotti agricoli, beni di consumo di qualità, apparecchiature tecnologiche avanzate e componenti chiave. Al contempo, ha affermato, piattaforme come la CIIE saranno sfruttate appieno per ampliare i canali di importazione.
“Esportazioni e importazioni sono come le due ruote di un veicolo. Più sono equilibrate, più il veicolo procede senza intoppi e arriva lontano”, ha dichiarato Wang.

(ITALPRESS).

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Cina: un’amicizia oltre i confini mette radici e diventa una foresta

Cina: un’amicizia oltre i confini mette radici e diventa una foresta

ROMA (XINHUA/ITALPRESS) – “Non parliamo la stessa lingua, non abbiamo lo stesso aspetto, ma siamo fratello e sorella e ci capiamo”, ha dichiarato Ronald Sakolsky, insegnante statunitense di storia in pensione, descrivendo il legame che lo unisce all’esperta cinese di lotta alla desertificazione Yin Yuzhen durante una recente intervista a Xinhua a Roma.

Attraverso la loro amicizia, Sakolsky spera di incoraggiare più persone a superare i confini nazionali e a collaborare per proteggere la loro casa comune, la Terra.

Mentre si trovava in Cina per un programma di scambio didattico, 27 anni fa, Sakolsky raccolse 5.000 dollari per sostenere l’iniziativa di piantumazione di alberi promossa da Yin nell’area sabbiosa di Maowusu, nella regione autonoma della Mongolia Interna, nella Cina settentrionale.

Dopo il ritorno di Sakolsky negli Stati Uniti, i due persero i contatti per qualche tempo. Si sono ritrovati in Cina nell’agosto di quest’anno, a oltre due decenni dal loro primo incontro. Nel frattempo, le oltre 50.000 piantine acquistate grazie alla donazione di Sakolsky erano cresciute fino a formare una foresta.

Di recente, i due amici si sono incontrati di nuovo a Roma, dove sono stati invitati a partecipare al Forum mondiale dell’alimentazione organizzato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).
“Quando ci sono stato nel 2000, c’era soltanto sabbia. Ora è tutto verde. È bellissimo”, ha dichiarato Sakolsky, ricordando l’incontro con Yin ad agosto.

Ha faticato a contenere l’emozione nel descrivere il ritorno sulla terra dove avevano contribuito a piantare gli alberi.
“Quando sono tornato quest’anno, è stato come per una madre e un padre rivedere i propri figli. I nostri semi erano diventati grandi alberi. Ho pianto molto”, ha raccontato. “Come ha riferito la signora Yin, era come se i nostri figli mi salutassero dalla foresta”.

La trasformazione dell’area sabbiosa di Maowusu ha conferito un significato più profondo alla loro amicizia oltre i confini. Gli alberi, crescendo, non hanno soltanto cambiato il paesaggio, ma incarnano anche una più ampia evoluzione della consapevolezza ambientale e una speranza per il futuro.

“Ho imparato che Madre Terra è viva. L’ho percepita”, ha dichiarato Sakolsky, ricordando un’esperienza durante la quale, nella foresta, ha indossato delle cuffie e collocato un microfono nel terreno.
Ha affermato che, se l’umanità non proteggesse la Terra, il pianeta non sarebbe più in grado di fornire alle persone frutta, verdura, fiori e l’ossigeno necessario per respirare.

Secondo Sakolsky, i Paesi dovrebbero collaborare nella tutela dell’ambiente. Ha elogiato il governo cinese per la crescente attenzione dedicata alla lotta alla desertificazione e ha anche lodato il popolo cinese per la partecipazione attiva alla tutela ambientale.

“Questa è una manifestazione concreta di una comunità dal futuro condiviso per l’umanità”, ha dichiarato.
Sakolsky ha descritto la sua donazione di oltre due decenni fa come un semplice gesto di generosità da parte di una persona comune.

“Volevo aiutare la Cina. Non mi aspettavo nulla in cambio”, ha affermato, aggiungendo che a meritare davvero un riconoscimento è la perseveranza dimostrata da Yin nel corso dei decenni.

Ieri Sakolsky era seduto tra il pubblico mentre Yin veniva insignita del riconoscimento dedicato alle “100 eroine dei sistemi agroalimentari e dello sviluppo rurale” della FAO, assistendo così a un altro traguardo nella vita dell’amica.
Le piantine che i due amici hanno contribuito a interrare sono ora diventate una foresta rigogliosa, mentre il ponte costruito grazie alla loro amicizia continua a diffondere questa storia di ripristino ecologico tra un pubblico più ampio, incoraggiando sempre più persone a interessarsi alla tutela dell’ambiente e al ripristino dei terreni degradati.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: nuovo sistema numerazione treni con serie X per velocità oltre i 350 km/h

Cina: nuovo sistema numerazione treni con serie X per velocità oltre i 350 km/h

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina modificherà il proprio sistema nazionale di numerazione dei treni e introdurrà una nuova serie “X” per i futuri convogli con velocità massime operative superiori a 350 km/h. Lo ha annunciato ieri la China State Railway Group Co., Ltd. (China Railway).

La modifica sarà attuata in due fasi, a fine novembre e a fine dicembre. La società ha precisato che, dopo l’adeguamento, i servizi ferroviari continueranno a seguire l’orario attuale.

Il nuovissimo treno ad alta velocità cinese, l’elettrotreno (EMU) Fuxing CR450, che raggiunge una velocità massima di prova di 450 km/h e una velocità operativa di 400 km/h, ha superato tutte le prove di omologazione entro marzo 2026, ha dichiarato Zhao Hongwei, ricercatrice capo della China Academy of Railway Sciences Corporation Limited (CARS). Attualmente è il treno ad alta velocità più veloce al mondo in termini di velocità operativa.

Il CR450 raggiunge questa velocità consumando all’incirca la stessa quantità di elettricità degli attuali treni ad alta velocità. Zhao ha sottolineato che, a 400 km/h, il CR450 consuma meno di 22 kWh per chilometro, mentre i dati della CARS indicano che i treni ad alta velocità da 350 km/h consumano tra 19,5 e 23,5 kWh per chilometro.

Secondo il sistema di numerazione della China Railway, le lettere di prefisso indicano la categoria di velocità o il tipo di servizio del treno. Dopo la modifica, la nuova serie X sarà utilizzata per i treni con velocità massime operative superiori a 350 km/h, mentre le serie G, T e K identificheranno rispettivamente i treni con velocità massime operative di 350, 300 e 200-250 km/h.

Negli ultimi anni, la rete ferroviaria cinese ha continuato a espandersi e il numero dei servizi è cresciuto in modo significativo. Tra il 2014 e il 2025, il numero di convogli ad alta velocità da 300-350 km/h è aumentato del 209%, passando da 1.018 a 3.149 convogli standard. In questo contesto, alcune serie di numerazione dei treni si stanno avvicinando ai limiti degli intervalli numerici disponibili, uno dei principali problemi che l’adeguamento intende affrontare.

Secondo un piano per l’innovazione scientifica e tecnologica ferroviaria relativo al periodo del 15esimo Piano quinquennale (2026-2030), pubblicato lunedì, la Cina programmerà almeno 20 scenari applicativi tipici o progetti dimostrativi in ambiti quali il sistema operativo dei treni ad alta velocità da 400 km/h.

-Foto Xinhua-

(ITALPRESS).

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Cina: Hou Yujin racconta ai turisti la storia e le tradizioni di Longji (3)

Cina: Hou Yujin racconta ai turisti la storia e le tradizioni di Longji (3)

LONGSHENG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Hou Yujin (a sinistra) illustra un oggetto antico a un turista nella sua casa su palafitte nel villaggio di Longji, nella contea di Longsheng, nella regione autonoma meridionale cinese del Guangxi Zhuang, il 15 ottobre 2026.
Il villaggio di Longji, abitato prevalentemente dall’etnia Zhuang, è caratterizzato da tradizionali case in legno immerse tra i terrazzamenti e conserva il suo peculiare patrimonio culturale etnico. Hou, un’anziana del posto che vive in una delle centenarie abitazioni su palafitte appartenenti all’etnia Zhuang del villaggio, si è offerta volontaria per accompagnare gratuitamente i turisti nelle visite guidate. Pur non avendo mai frequentato un solo giorno di scuola, Hou ha imparato da autodidatta il mandarino con grande impegno, per raccontare ai visitatori la storia della sua casa e i profondi cambiamenti del villaggio.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Hou Yujin racconta ai turisti la storia e le tradizioni di Longji (2)

Cina: Hou Yujin racconta ai turisti la storia e le tradizioni di Longji (2)

LONGSHENG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Hou Yujin realizza un’opera di ricamo nel villaggio di Longji, nella contea di Longsheng, nella regione autonoma meridionale cinese del Guangxi Zhuang, il 15 ottobre 2026.
Il villaggio di Longji, abitato prevalentemente dall’etnia Zhuang, è caratterizzato da tradizionali case in legno immerse tra i terrazzamenti e conserva il suo peculiare patrimonio culturale etnico. Hou, un’anziana del posto che vive in una delle centenarie abitazioni su palafitte appartenenti all’etnia Zhuang del villaggio, si è offerta volontaria per accompagnare gratuitamente i turisti nelle visite guidate. Pur non avendo mai frequentato un solo giorno di scuola, Hou ha imparato da autodidatta il mandarino con grande impegno, per raccontare ai visitatori la storia della sua casa e i profondi cambiamenti del villaggio.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Hou Yujin racconta ai turisti la storia e le tradizioni di Longji (1)

Cina: Hou Yujin racconta ai turisti la storia e le tradizioni di Longji (1)

LONGSHENG (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Hou Yujin (a sinistra, in primo piano) parla delle tecniche di ricamo con alcune turiste nel villaggio di Longji, nella contea di Longsheng, nella regione autonoma meridionale cinese del Guangxi Zhuang, il 15 ottobre 2026.
Il villaggio di Longji, abitato prevalentemente dall’etnia Zhuang, è caratterizzato da tradizionali case in legno immerse tra i terrazzamenti e conserva il suo peculiare patrimonio culturale etnico. Hou, un’anziana del posto che vive in una delle centenarie abitazioni su palafitte appartenenti all’etnia Zhuang del villaggio, si è offerta volontaria per accompagnare gratuitamente i turisti nelle visite guidate. Pur non avendo mai frequentato un solo giorno di scuola, Hou ha imparato da autodidatta il mandarino con grande impegno, per raccontare ai visitatori la storia della sua casa e i profondi cambiamenti del villaggio.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: tradizione e innovazione per la ceramica celadon di Longquan (3)

Cina: tradizione e innovazione per la ceramica celadon di Longquan (3)

LONGQUAN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni addetti lavorano a una linea di produzione della ceramica celadon di Longquan, nell’omonima città della provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale, il 14 ottobre 2026.
Situata nella parte sud-occidentale dello Zhejiang, Longquan vanta abbondanti risorse di argilla per ceramica, fitte foreste e il fiume Longquan, che offrono condizioni ideali per la sua industria del celadon. La tecnica di cottura del celadon di Longquan è stata inserita nel patrimonio culturale immateriale nazionale nel 2006 e nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO nel 2009. Negli ultimi anni, la città ha modernizzato la propria industria del celadon migliorando la qualità delle materie prime, potenziando l’impiego di tecnologie intelligenti nei processi industriali e promuovendo l’innovazione. Oggi la città conta oltre 3.000 imprese legate al celadon, con più di 23.000 addetti.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: tradizione e innovazione per la ceramica celadon di Longquan (2)

Cina: tradizione e innovazione per la ceramica celadon di Longquan (2)

LONGQUAN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto, scattata il 14 ottobre 2026, mostra la “piattaforma di progettazione della ceramica con l’IA” sviluppata dall’Istituto di ricerca di Longquan dell’Accademia cinese d’arte, a Longquan, nella provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale.
Situata nella parte sud-occidentale dello Zhejiang, Longquan vanta abbondanti risorse di argilla per ceramica, fitte foreste e il fiume Longquan, che offrono condizioni ideali per la sua industria del celadon. La tecnica di cottura del celadon di Longquan è stata inserita nel patrimonio culturale immateriale nazionale nel 2006 e nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO nel 2009. Negli ultimi anni, la città ha modernizzato la propria industria del celadon migliorando la qualità delle materie prime, potenziando l’impiego di tecnologie intelligenti nei processi industriali e promuovendo l’innovazione. Oggi la città conta oltre 3.000 imprese legate al celadon, con più di 23.000 addetti.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: tradizione e innovazione per la ceramica celadon di Longquan (1)

Cina: tradizione e innovazione per la ceramica celadon di Longquan (1)

LONGQUAN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto, scattata il 15 ottobre 2026, mostra prodotti culturali e creativi in ceramica celadon di Longquan presso un’azienda di Longquan, nella provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale.
Situata nella parte sud-occidentale dello Zhejiang, Longquan vanta abbondanti risorse di argilla per ceramica, fitte foreste e il fiume Longquan, che offrono condizioni ideali per la sua industria del celadon. La tecnica di cottura del celadon di Longquan è stata inserita nel patrimonio culturale immateriale nazionale nel 2006 e nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO nel 2009. Negli ultimi anni, la città ha modernizzato la propria industria del celadon migliorando la qualità delle materie prime, potenziando l’impiego di tecnologie intelligenti nei processi industriali e promuovendo l’innovazione. Oggi la città conta oltre 3.000 imprese legate al celadon, con più di 23.000 addetti.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: anziani in treno da Harbin a Haikou per sfuggire al freddo invernale (3)

Cina: anziani in treno da Harbin a Haikou per sfuggire al freddo invernale (3)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni passeggeri si preparano a salire sul treno Z114 alla stazione ferroviaria di Harbin Ovest, a Harbin, nella provincia dello Heilongjiang, nella Cina nord-orientale, il 16 ottobre 2026.
Il collegamento Z114 dalla stazione ferroviaria di Harbin Ovest a Haikou, nella provincia meridionale cinese di Hainan, ha registrato un forte aumento dei passeggeri dall’inizio di ottobre, quando le temperature hanno cominciato a scendere nello Heilongjiang. Il treno, che percorre circa 4.300 chilometri in 47 ore e 50 minuti, è una scelta molto diffusa tra i viaggiatori anziani della Cina nord-orientale diretti a sud per sfuggire al rigido freddo invernale. China Railway Harbin Group offre servizi pensati per gli anziani e assistenza aggiuntiva ai passeggeri con esigenze particolari, per rendere più confortevole il viaggio.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: anziani in treno da Harbin a Haikou per sfuggire al freddo invernale (2)

Cina: anziani in treno da Harbin a Haikou per sfuggire al freddo invernale (2)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni passeggeri attendono il controllo dei biglietti prima di salire sul treno Z114 alla stazione ferroviaria di Harbin Ovest, a Harbin, nella provincia dello Heilongjiang, nella Cina nord-orientale, il 16 ottobre 2026.
Il collegamento Z114 dalla stazione ferroviaria di Harbin Ovest a Haikou, nella provincia meridionale cinese di Hainan, ha registrato un forte aumento dei passeggeri dall’inizio di ottobre, quando le temperature hanno cominciato a scendere nello Heilongjiang. Il treno, che percorre circa 4.300 chilometri in 47 ore e 50 minuti, è una scelta molto diffusa tra i viaggiatori anziani della Cina nord-orientale diretti a sud per sfuggire al rigido freddo invernale. China Railway Harbin Group offre servizi pensati per gli anziani e assistenza aggiuntiva ai passeggeri con esigenze particolari, per rendere più confortevole il viaggio.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: anziani in treno da Harbin a Haikou per sfuggire al freddo invernale (1)

Cina: anziani in treno da Harbin a Haikou per sfuggire al freddo invernale (1)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Una passeggera (a destra) consulta un operatore sanitario a bordo del treno Z114, il 16 ottobre 2026. Il collegamento Z114 dalla stazione ferroviaria di Harbin Ovest a Haikou, nella provincia meridionale cinese di Hainan, ha registrato un forte aumento dei passeggeri dall’inizio di ottobre, quando le temperature hanno cominciato a scendere nello Heilongjiang.
Il treno, che percorre circa 4.300 chilometri in 47 ore e 50 minuti, è una scelta molto diffusa tra i viaggiatori anziani della Cina nord-orientale diretti a sud per sfuggire al rigido freddo invernale. China Railway Harbin Group offre servizi pensati per gli anziani e assistenza aggiuntiva ai passeggeri con esigenze particolari, per rendere più confortevole il viaggio.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Heilongjiang, il granaio del Paese, nel pieno della raccolta autunnale (3)

Cina: Heilongjiang, il granaio del Paese, nel pieno della raccolta autunnale (3)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Un agricoltore alla guida di un macchinario agricolo raccoglie il mais in un’azienda del gruppo Beidahuang, nella provincia dello Heilongjiang, nella Cina nord-orientale, il 15 ottobre 2026. La raccolta autunnale è in pieno svolgimento nello Heilongjiang, provincia nota come il “granaio della Cina”.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Heilongjiang, il granaio del Paese, nel pieno della raccolta autunnale (2)

Cina: Heilongjiang, il granaio del Paese, nel pieno della raccolta autunnale (2)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto, scattata da un drone il 14 ottobre 2026, mostra alcuni agricoltori alla guida di macchinari agricoli per la raccolta del riso in un’azienda del gruppo Beidahuang, nella provincia dello Heilongjiang, nella Cina nord-orientale. La raccolta autunnale è in pieno svolgimento nello Heilongjiang, provincia nota come il “granaio della Cina”.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Heilongjiang, il granaio del Paese, nel pieno della raccolta autunnale (1)

Cina: Heilongjiang, il granaio del Paese, nel pieno della raccolta autunnale (1)

HARBIN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto, scattata da un drone il 15 ottobre 2026, mostra un agricoltore alla guida di un macchinario agricolo per la raccolta del mais in un’azienda del gruppo Beidahuang, nella provincia dello Heilongjiang, nella Cina nord-orientale. La raccolta autunnale è in pieno svolgimento nello Heilongjiang, provincia nota come il “granaio della Cina”.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Elezioni Figc, Abodi “Auspico si ritrovi compattezza e coesione”

Elezioni Figc, Abodi “Auspico si ritrovi compattezza e coesione”

FIRENZE (ITALPRESS) – L’auspicio del ministro dello Sport e dei giovani Andrea Abodi, in vista dell’assemblea elettiva della Figc del prossimo 14 dicembre, è che “si ritrovi compattezza e coesione, che ci sia una chiarezza sull’agenda delle cose da fare e che si apprezzi il fatto che le cose non debbano soltanto essere fatte, ma fatte bene, rispettando tutto e tutti, a partire dalle regole. Io sono sempre a disposizione perché non ho fatto mai mancare la mia disponibilità ad affrontare gli argomenti che sono di interesse comune e non individuale”, le parole di Abodi a margine dell’evento “Luce!” a Palazzo Vecchio, a Firenze.

-Foto IPA Agency-
(ITLAPRESS).

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Cina: Lanxi, banchetto accoglie oltre 500 anziani per Festa del doppio nove (3)

Cina: Lanxi, banchetto accoglie oltre 500 anziani per Festa del doppio nove (3)

LANXI (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni anziani partecipano a un banchetto con lunghe tavolate nel villaggio di Yanggang, a Lanxi, nella provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale, il 15 ottobre 2026.
Finanziato da persone generose, il banchetto ha riunito oltre 500 persone dai 60 anni in su per celebrare l’imminente Festa del doppio nove. Celebrata il nono giorno del nono mese del calendario lunare, questa ricorrenza in Cina rappresenta un’occasione per prendersi cura degli anziani e rivolgere loro i migliori auguri.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Lanxi, banchetto accoglie oltre 500 anziani per Festa del doppio nove (2)

Cina: Lanxi, banchetto accoglie oltre 500 anziani per Festa del doppio nove (2)

LANXI (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto aerea, scattata da un drone il 15 ottobre 2026, mostra la veduta di un banchetto con lunghe tavolate organizzato per gli anziani nel villaggio di Yanggang, a Lanxi, nella provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale.
Finanziato da persone generose, il banchetto ha riunito oltre 500 persone dai 60 anni in su per celebrare l’imminente Festa del doppio nove. Celebrata il nono giorno del nono mese del calendario lunare, questa ricorrenza in Cina rappresenta un’occasione per prendersi cura degli anziani e rivolgere loro i migliori auguri.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: Lanxi, banchetto accoglie oltre 500 anziani per Festa del doppio nove (1)

Cina: Lanxi, banchetto accoglie oltre 500 anziani per Festa del doppio nove (1)

LANXI (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Alcuni anziani partecipano a un banchetto con lunghe tavolate nel villaggio di Yanggang, a Lanxi, nella provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale, il 15 ottobre 2026.
Finanziato da persone generose, il banchetto ha riunito oltre 500 persone dai 60 anni in su per celebrare l’imminente Festa del doppio nove. Celebrata il nono giorno del nono mese del calendario lunare, questa ricorrenza in Cina rappresenta un’occasione per prendersi cura degli anziani e rivolgere loro i migliori auguri.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: nuovo traguardo per la costruzione del ponte Xiamen-Kinmen (3)

Cina: nuovo traguardo per la costruzione del ponte Xiamen-Kinmen (3)

XIAMEN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto aerea, scattata da un drone il 14 ottobre 2026, mostra il tratto di Xiamen del ponte Xiamen-Kinmen in costruzione a Xiamen, nella provincia del Fujian, nella Cina sud-orientale.  La costruzione del ponte ha recentemente raggiunto un nuovo traguardo con il completamento dello spostamento orizzontale di una trave scatolare in acciaio da 15.000 tonnellate presso lo svincolo di Guanyinshan, una parte importante del tratto di Xiamen del ponte.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS)

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Cina: nuovo traguardo per la costruzione del ponte Xiamen-Kinmen (2)

Cina: nuovo traguardo per la costruzione del ponte Xiamen-Kinmen (2)

XIAMEN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto, scattata il 14 ottobre 2026, mostra il tratto di Xiamen del ponte Xiamen-Kinmen in costruzione a Xiamen, nella provincia del Fujian, nella Cina sud-orientale. La costruzione del ponte ha recentemente raggiunto un nuovo traguardo con il completamento dello spostamento orizzontale di una trave scatolare in acciaio da 15.000 tonnellate presso lo svincolo di Guanyinshan, una parte importante del tratto di Xiamen del ponte.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Cina: nuovo traguardo per la costruzione del ponte Xiamen-Kinmen (1)

Cina: nuovo traguardo per la costruzione del ponte Xiamen-Kinmen (1)

XIAMEN (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Questa foto, scattata il 14 ottobre 2026, mostra il tratto di Xiamen del ponte Xiamen-Kinmen in costruzione a Xiamen, nella provincia del Fujian, nella Cina sud-orientale. La costruzione del ponte ha recentemente raggiunto un nuovo traguardo con il completamento dello spostamento orizzontale di una trave scatolare in acciaio da 15.000 tonnellate presso lo svincolo di Guanyinshan, una parte importante del tratto di Xiamen del ponte.

-Foto Xinhua-
(ITALPRESS).

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Shisha smoking will cause 1 million new lung cancer cases globally by 2050: WHO study

Water pipe smoking will contribute to about 1 million new lung cancer cases globally by 2050, with the Western Pacific region bearing the brunt, according to a study led by a World Health Organization (WHO) research agency that was recently presented in Hong Kong. The study, which is yet to be published, was headed by Dr Mahdi Sheikh, a scientist of the early detection, prevention and infections branch at the International Agency for Research on Cancer (IARC). It estimated that there would be 82...

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Usa, Trump sospende le nuove sanzioni alla Russia: il diesel prevale sulla pressione economica

La necessità di contenere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti modifica la strategia americana nei confronti della Russia. E gli europei, che della russofobia forzata e della sudditanza a Washington hanno fatto l’essenza della propria politica, rimangono attaccati alla pompa di benzina.

Donald Trump ha deciso di sospendere l’applicazione delle nuove sanzioni e dei dazi previsti dal Graham Act, la legge approvata il 18 settembre per aumentare la pressione economica su Mosca e sui Paesi che continuano ad acquistare energia russa. La decisione arriva alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure, fissata per il 18 ottobre, e segue l’accordo commerciale annunciato dalla Casa Bianca per l’importazione di diesel russo.

Il provvedimento non cancella le sanzioni precedentemente adottate contro la Federazione Russa, ma congela l’applicazione delle nuove restrizioni. Trump ha utilizzato una clausola della legge che consente al presidente di concedere deroghe per ragioni di interesse nazionale, previa comunicazione al Congresso. La sospensione resterà valida fino a una successiva decisione dell’amministrazione.

Il Graham Act avrebbe introdotto strumenti particolarmente incisivi, compresi dazi fino al 500 per cento sui prodotti russi e misure commerciali contro i principali acquirenti di petrolio e gas di Mosca. Cina e India sarebbero state tra le economie maggiormente esposte alle conseguenze delle nuove disposizioni. Washington mantiene tuttavia la possibilità di monitorare gli acquisti internazionali di energia russa e le operazioni considerate funzionali all’elusione delle sanzioni.

La scelta della Casa Bianca è strettamente collegata alla situazione del mercato energetico americano. Il 9 ottobre, dopo un colloquio telefonico con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato un’intesa per l’acquisto di consistenti quantitativi di diesel russo: 300mila tonnellate nell’immediato, 500mila a novembre e successivamente un milione di tonnellate al mese, fino alla primavera del 2027. Il Dipartimento del Tesoro aveva già autorizzato le operazioni attraverso una specifica licenza generale.

Il ritorno del diesel russo sul mercato statunitense rappresenta una risposta alle difficoltà provocate dall’aumento dei prezzi dei carburanti. Le tensioni militari in Medio Oriente e le interruzioni delle rotte energetiche, aggravate dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, hanno contribuito a rendere più costosi gli approvvigionamenti. A settembre il diesel aveva raggiunto negli Stati Uniti i 6,53 dollari al gallone, con ripercussioni sui trasporti, sull’agricoltura e sui costi di distribuzione delle merci.

Il fattore elettorale pesa sulla decisione. Le elezioni americane di metà mandato sono previste per il 3 novembre e l’amministrazione Trump deve confrontarsi con le conseguenze politiche dell’inflazione energetica. La riduzione del prezzo dei carburanti diventa così una priorità immediata, anche a costo di attenuare temporaneamente uno degli strumenti utilizzati per esercitare pressione sul Cremlino.

Mosca ha accolto la decisione come un segnale di cambiamento nei rapporti bilaterali. Kirill Dmitriev, rappresentante speciale della presidenza russa per gli investimenti e la cooperazione economica internazionale, ha definito la sospensione del Graham Act un momento storico, sostenendo che il dialogo e gli interessi economici condivisi possano sostituire progressivamente la politica delle sanzioni.

La lettura russa è comprensibile sul piano politico, ma non coincide necessariamente con un mutamento generale della posizione americana sulla guerra in Ucraina. La deroga riguarda specifiche misure economiche e non comporta il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca né la revoca dell’intero sistema sanzionatorio. Resta però il dato politico: Washington ha scelto di privilegiare una necessità energetica interna rispetto all’inasprimento delle restrizioni commerciali contro la Russia.

La decisione ha provocato reazioni anche all’interno del Congresso americano. Dodici senatori, appartenenti a entrambi i partiti, hanno chiesto a Trump di rinunciare all’accordo sul diesel, ritenendolo un vantaggio economico per Mosca e un indebolimento della posizione statunitense nei confronti dell’Ucraina. Analoghe contestazioni sono arrivate dalla Camera dei rappresentanti, dove un gruppo bipartisan ha sollecitato la revoca dell’autorizzazione concessa dal Tesoro.

Il dissenso tra i repubblicani evidenzia le contraddizioni della politica americana verso la Russia. Da una parte rimane l’obiettivo dichiarato di limitare le entrate energetiche russe per ridurre le risorse disponibili al finanziamento della guerra. Dall’altra, l’amministrazione considera necessario utilizzare proprio quelle forniture per attenuare le difficoltà del mercato interno. La compatibilità tra i due obiettivi appare sempre più difficile da mantenere.

Le critiche sono arrivate anche dall’Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha giudicato la decisione inappropriata e inefficace, osservando che una parte del diesel russo è già presente sul mercato internazionale attraverso altri acquirenti. Secondo questa interpretazione, l’accordo americano potrebbe modificare soprattutto la destinazione commerciale dei prodotti, senza determinare necessariamente un aumento significativo dell’offerta globale.

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha contestato la scelta di Washington, temendo che il ritorno delle esportazioni energetiche verso gli Stati Uniti possa rafforzare le entrate finanziarie russe. Kiev considera infatti le sanzioni sul settore petrolifero uno degli strumenti fondamentali per limitare la capacità di Mosca di sostenere il conflitto.

La questione centrale riguarda però l’effettiva efficacia economica delle restrizioni. Le sanzioni energetiche hanno contribuito a modificare le rotte commerciali russe, favorendo la crescita degli scambi con Paesi asiatici e il ricorso a reti di trasporto e intermediazione alternative. Non hanno tuttavia eliminato la presenza del petrolio e dei suoi derivati sui mercati internazionali.

La sospensione del Graham Act mostra dunque i limiti politici di una strategia fondata sulla pressione economica quando i suoi effetti indiretti entrano in conflitto con le esigenze dei consumatori americani. La Casa Bianca non rinuncia formalmente alle sanzioni, ma ne ridimensiona l’applicazione nel momento in cui diventano incompatibili con una priorità interna.

Per Mosca si apre uno spazio commerciale e diplomatico, mentre per Kiev emerge il rischio che la tenuta del sistema sanzionatorio dipenda sempre più dall’andamento dei prezzi energetici e dal calendario politico americano. Resta da verificare se le forniture concordate saranno sufficienti a ridurre sensibilmente il costo del diesel negli Stati Uniti.

Il risultato immediato è una modifica dell’equilibrio tra sicurezza internazionale ed economia domestica: Trump mantiene gli strumenti di pressione sulla Russia, ma sceglie di non utilizzarne una parte proprio mentre cerca di contenere il costo dell’energia. Una decisione che conferma quanto il mercato petrolifero continui a condizionare la politica estera delle grandi potenze.

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Usa, la flotta ombra torna utile: Trump valuta deroghe alle sanzioni per frenare il caro diesel

L’amministrazione di Donald Trump valuta la possibilità di riportare nel mercato commerciale alcune petroliere colpite dalle sanzioni americane, nel tentativo di ridurre i costi del trasporto petrolifero e contenere la pressione sui prezzi del diesel. Secondo il Financial Times, Washington starebbe esaminando la vendita delle imbarcazioni ad acquirenti autorizzati, attraverso deroghe individuali concesse dal Dipartimento del Tesoro. La proposta evidenzia una delle principali contraddizioni della politica sanzionatoria: limitare le entrate energetiche degli avversari senza provocare rincari difficili da sostenere per la propria economia.

Non si tratta di una revoca generalizzata delle restrizioni sulla cosiddetta flotta ombra, ma di un progetto selettivo ancora in valutazione. L’obiettivo sarebbe recuperare alcune petroliere per il mercato ordinario, rendendo più efficienti i trasporti e riducendo i costi logistici.

La questione assume un significato politico particolare in un contesto di inflazione e pressione elettorale. Quando le sanzioni contribuiscono ad aumentare i costi energetici, anche i governi che le hanno introdotte possono trovarsi nella necessità di correggerne gli effetti.

Il problema nasce dalla natura stessa delle restrizioni sul commercio petrolifero. Ridurre le entrate degli Stati sanzionati senza diminuire eccessivamente l’offerta mondiale significa mantenere un equilibrio difficile tra pressione geopolitica e stabilità dei mercati.

Le conseguenze economiche si distribuiscono lungo l’intera filiera. Gli esportatori colpiti possono essere costretti a concedere sconti o sostenere maggiori spese di trasporto. Intermediari e armatori disposti ad assumersi rischi più elevati possono invece ottenere margini superiori, mentre importatori e consumatori possono subire rincari.

Il risultato effettivo delle sanzioni non può quindi essere misurato soltanto attraverso il numero delle navi inserite nelle liste restrittive. Occorre verificare quanto diminuiscano le entrate nette degli esportatori e quali costi aggiuntivi vengano trasferiti al mercato internazionale.

La proposta americana incontra inoltre un limite pratico. Secondo Reuters, numerose petroliere sanzionate hanno continuato a operare, alimentando i dubbi degli analisti sulla possibilità che una loro regolarizzazione produca rapidamente un aumento significativo della capacità mondiale di trasporto.

Una nave già impiegata nel commercio petrolifero non diventa una nuova unità disponibile semplicemente perché viene autorizzata a operare nel mercato ordinario.

La modifica del suo status può ampliare il numero di operatori disposti a utilizzarla, facilitare l’accesso alle assicurazioni e ridurre alcuni costi finanziari. Non comporta però necessariamente un incremento equivalente della capacità fisica della flotta.

Conta anche lo stato delle imbarcazioni. Molte unità utilizzate nei circuiti meno trasparenti sono anziane e potrebbero richiedere interventi tecnici, controlli e certificazioni prima di essere accettate dai principali operatori internazionali.

Un ulteriore ostacolo deriva dalle differenze tra i regimi sanzionatori. Le autorizzazioni americane non cancellerebbero automaticamente le restrizioni adottate da Unione Europea e Regno Unito. Secondo Reuters, gli assicuratori continuerebbero a dover rispettare i vincoli europei e britannici.

Il recupero commerciale delle petroliere potrebbe quindi risultare più lento e complesso di quanto suggerisca la semplice rimozione di un divieto statunitense.

Esiste poi una questione più ampia: i prezzi del diesel non dipendono soltanto dalla disponibilità delle navi.

Le difficoltà nelle esportazioni mediorientali, i danni alle infrastrutture energetiche, i rischi per la navigazione e la capacità di raffinazione influenzano direttamente il costo dei carburanti.

L’Agenzia statunitense per l’informazione energetica ha collegato le tensioni sui mercati anche alle interruzioni delle rotte e ai maggiori costi di trasporto. Riportare alcune petroliere nel circuito ordinario potrebbe attenuare una parte di questi oneri, senza necessariamente produrre una diminuzione significativa dei prezzi finali.

La questione decisiva riguarda quindi le condizioni delle eventuali vendite.

Un trasferimento effettivo della proprietà e del controllo delle imbarcazioni potrebbe sottrarre mezzi ai circuiti commerciali opachi, consentendone l’utilizzo per trasporti autorizzati.

In questo caso, la deroga non rappresenterebbe necessariamente un abbandono delle sanzioni, ma uno strumento per modificarne gli effetti e recuperare beni precedentemente esclusi dal mercato regolare.

La valutazione cambierebbe se le vendite fossero soltanto formali, lasciando il controllo effettivo agli stessi operatori oppure consentendo ai proventi di raggiungere soggetti ancora sottoposti a restrizioni.

Per Washington, la verifica dovrebbe riguardare la proprietà reale delle navi, la destinazione dei carichi, i beneficiari economici e il rispetto delle condizioni imposte dal Tesoro.

Sul piano strategico, le sanzioni energetiche hanno anche l’obiettivo di ridurre le risorse finanziarie disponibili per sostenere operazioni militari.

La loro efficacia dipende tuttavia dalla perdita effettiva di entrate, dalla capacità degli Stati colpiti di trovare mercati alternativi e dalle priorità assegnate alla spesa militare.

Un aumento delle restrizioni non dimostra automaticamente una diminuzione della capacità bellica. Allo stesso modo, una deroga limitata non implica necessariamente il fallimento dell’intera strategia.

Il problema politico emerge quando gli allentamenti vengono percepiti come una risposta ricorrente all’aumento dei prezzi.

Se gli avversari ritengono che Washington sia destinata a ridurre la pressione ogni volta che i costi energetici diventano difficili da sostenere internamente, la credibilità delle sanzioni potrebbe indebolirsi.

Anche il coordinamento con gli alleati diventa determinante. Differenze tra le decisioni americane e quelle europee possono complicare l’applicazione delle restrizioni e creare incertezza per armatori, banche e assicuratori.

Gli sviluppi possibili dipenderanno dalle modalità di attuazione del progetto.

Una regolarizzazione controllata potrebbe migliorare l’efficienza dei trasporti senza restituire risorse significative agli esportatori sanzionati.

Un recupero limitato delle petroliere potrebbe invece produrre benefici modesti sui noli, lasciando sostanzialmente irrisolto il problema del caro diesel.

Un allentamento accompagnato da controlli insufficienti rischierebbe infine di ridurre la pressione economica sugli avversari senza offrire un sollievo proporzionato ai consumatori.

La proposta americana mette dunque alla prova la sostenibilità politica delle sanzioni nel lungo periodo.

Washington cerca di mantenere uno strumento di pressione internazionale, correggendone contemporaneamente alcuni effetti sull’economia interna.

Il punto non è soltanto stabilire quante petroliere possano tornare a operare, ma verificare se l’operazione ridurrà davvero i costi senza rafforzare i circuiti commerciali che le restrizioni intendono colpire.

La questione di fondo riguarda la capacità degli Stati Uniti di sostenere una pressione economica durevole anche quando i suoi costi diventano politicamente sensibili. Se le deroghe fossero determinate soprattutto dall’urgenza di contenere i prezzi prima delle scadenze elettorali, la credibilità della strategia sanzionatoria potrebbe risentirne, indipendentemente dai benefici immediati sul mercato energetico.

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Yemen, attacco al palazzo presidenziale di Aden: la guerra mette sotto pressione Riad

Cinque morti e sedici feriti nell’attacco del 15 ottobre contro il palazzo presidenziale al-Maashiq di Aden, sede del governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Arabia Saudita. Il primo ministro Shaya Zindani e i ministri sono rimasti illesi, secondo le autorità locali. Il bombardamento, attribuito agli Houthi, rappresenta però un segnale della vulnerabilità delle istituzioni governative e della crescente difficoltà di Riad nel contenere un conflitto che minaccia anche la sicurezza delle rotte del Mar Rosso.

L’attacco arriva in una fase di intensificazione dei combattimenti. Già il 9 ottobre l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, aveva segnalato il ritorno a una guerra su vasta scala, con scontri su diversi fronti e una controffensiva delle forze governative nelle aree vicine allo stretto di Bab el-Mandeb.

Colpire Aden significa esercitare pressione sul centro politico e amministrativo del governo rivale. Il valore strategico dell’operazione non dipende soltanto dalle vittime o dai danni materiali, ma dalla capacità di dimostrare che neppure le sedi istituzionali sono al riparo dagli attacchi.

Per gli Houthi, questa pressione può servire a indebolire la credibilità dell’esecutivo, ostacolarne le attività e costringere l’Arabia Saudita a distribuire le proprie risorse difensive tra obiettivi differenti.

La capacità di raggiungere il palazzo presidenziale non dimostra tuttavia una superiorità militare complessiva del movimento. Colpire un edificio non equivale a poter conquistare Aden o mantenere il controllo del Sud dello Yemen.

L’attacco evidenzia piuttosto come eventuali avanzate delle forze governative possano convivere con una persistente vulnerabilità delle infrastrutture e dei centri decisionali.

Per valutare l’efficacia militare del bombardamento sarebbero necessarie informazioni indipendenti sui sistemi impiegati, sulle eventuali intercettazioni e sull’entità dei danni. Il numero dei lanci, da solo, non consente di stabilire la precisione delle armi o la capacità degli Houthi di sostenere una campagna prolungata.

Il problema per Riad riguarda anche il rapporto tra risorse militari e risultati politici. L’Arabia Saudita deve proteggere il proprio territorio e, contemporaneamente, sostenere un governo yemenita che continua a incontrare difficoltà nel consolidare il controllo delle aree sotto la propria autorità.

La dimensione regionale coinvolge inevitabilmente l’Iran. Riad accusa Teheran di fornire armamenti e sostegno agli Houthi, mentre le autorità iraniane negano le forniture militari e dichiarano di favorire una soluzione negoziata.

Il sostegno iraniano costituisce un elemento importante degli equilibri regionali, ma non significa che ogni operazione degli Houthi venga necessariamente decisa a Teheran. Il movimento yemenita mantiene obiettivi propri, legati al controllo territoriale, alla sopravvivenza politica e al riconoscimento del proprio ruolo nei futuri negoziati.

Attaccare Aden consente agli Houthi di contestare la capacità del governo rivale di rappresentare e amministrare il Paese. Minacciare contemporaneamente l’Arabia Saudita permette invece di aumentare i costi del sostegno militare e finanziario garantito da Riad.

È una strategia che può produrre effetti anche senza importanti conquiste territoriali. Costringere l’avversario a mantenere sistemi di difesa costosi, proteggere numerose infrastrutture e affrontare continue interruzioni rappresenta già una forma di pressione.

La guerra yemenita ha inoltre una dimensione marittima fondamentale. Lo stretto di Bab el-Mandeb collega il golfo di Aden al Mar Rosso e costituisce uno dei passaggi strategici per il traffico commerciale diretto verso il Canale di Suez e il Mediterraneo.

L’insicurezza lungo questa direttrice può provocare conseguenze economiche ben oltre i confini dello Yemen. I precedenti documentati dall’Agenzia statunitense per l’informazione energetica mostrano come gli attacchi alle navi abbiano favorito deviazioni delle rotte, allungando i tempi di navigazione e aumentando i costi del trasporto.

Non è necessaria una chiusura completa dello stretto per compromettere la regolarità dei traffici. È sufficiente che armatori e compagnie assicurative considerino il passaggio troppo rischioso per determinare rincari dei premi, modifiche degli itinerari e ritardi nelle consegne.

Per l’Europa e per l’Italia, le conseguenze potrebbero tradursi in maggiori costi logistici ed energetici, soprattutto per le imprese che dipendono dai collegamenti commerciali tra Asia e Mediterraneo.

Anche l’Arabia Saudita rischia di subire effetti economici rilevanti. Un eventuale aumento delle quotazioni petrolifere non garantirebbe necessariamente un beneficio netto, considerando le spese militari, i possibili danni alle infrastrutture e le difficoltà che l’instabilità può creare agli investimenti.

Il programma saudita di diversificazione economica richiede infatti continuità nei trasporti, affidabilità delle infrastrutture e fiducia degli investitori. Una minaccia persistente può aumentare i costi di protezione e rendere più complessa la realizzazione dei progetti.

La difficoltà principale resta però politica. La superiorità tecnologica e la capacità di colpire depositi o postazioni militari non bastano a costruire un’autorità yemenita stabile.

Senza amministrazioni funzionanti, risorse per finanziare i servizi pubblici e accordi tra le diverse componenti del Paese, anche il controllo militare di un territorio può rimanere fragile.

Gli sviluppi dipenderanno dalla capacità delle parti di contenere l’escalation. Una ripresa dei negoziati potrebbe ridurre progressivamente i rischi per le infrastrutture e per il traffico marittimo, senza risolvere immediatamente tutte le divisioni interne.

Una guerra intermittente manterrebbe invece elevati i costi di sicurezza e l’incertezza commerciale. Un’escalation prolungata potrebbe aggravare i danni alle infrastrutture e produrre conseguenze più ampie per gli approvvigionamenti energetici e i collegamenti internazionali.

A pagare il prezzo più alto continuerebbe a essere la popolazione yemenita, già colpita da anni di combattimenti, sfollamenti e deterioramento dei servizi essenziali.

L’attacco al palazzo presidenziale di Aden dimostra soprattutto i limiti di una strategia fondata sulle sole operazioni militari. La protezione delle istituzioni non può essere separata dalla loro capacità di governare e garantire condizioni di vita accettabili.

Per l’Arabia Saudita, la questione non consiste soltanto nel respingere i missili o sostenere le offensive delle forze alleate, ma nel contribuire alla costruzione di un equilibrio politico che riduca gli incentivi alla prosecuzione della guerra.

Finché gli attacchi continueranno a rappresentare uno strumento efficace per modificare i rapporti di forza, ogni successo sul campo rischierà di essere temporaneo. La sicurezza di Aden, quella saudita e la libertà di navigazione nel Mar Rosso resteranno così legate alla stessa questione irrisolta: l’assenza di un accordo capace di stabilizzare lo Yemen.

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Language matters in Hong Kong’s birth rate debate, not just money

When Hong Kong debates how to raise its birth rate, the conversation usually revolves around money: bigger baby bonuses, tax concessions, housing support, cheaper childcare and so on. These economic measures are necessary. Lowering the cost of raising a child removes some real and immediate barriers. However, there is another, lesser-known factor that works more subtly and implicitly. It comes not from economics but from the structure of the language or languages we speak each day. Consider a...

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Reporter’s notebook: Kimi’s AI credit card turns spending into computing quotas – with limits

China’s artificial intelligence companies have spent years persuading consumers to pay for their technology. Now, Moonshot AI, the start-up behind Kimi, is taking a different approach: offering AI computing benefits through a credit card. The company has teamed up with the Agricultural Bank of China (ABC) and American Express for what it calls “the world’s first AI native credit card”. After getting one for myself, the experience offered an intriguing way to bring AI services into everyday...

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Landmark China trial gets 84% efficacy in treating cancer with cue from waste water tech

For patients with advanced, metastatic cancer that has progressed despite systemic therapy, options remain critically limited. Now, Chinese scientists are pointing to an unconventional therapeutic agent – the element iron. This idea originated in industrial waste water treatment: iron can react with hydrogen peroxide to generate hydroxyl radicals, which degrade various organic and toxic molecules in waste water. Chinese scientists wanted to treat malignant tumours the way they treat waste water...

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Landmark China trial gets 84% efficacy in treating cancer with cue from waste water tech

For patients with advanced, metastatic cancer that has progressed despite systemic therapy, options remain critically limited. Now, Chinese scientists are pointing to an unconventional therapeutic agent – the element iron. This idea originated in industrial waste water treatment: iron can react with hydrogen peroxide to generate hydroxyl radicals, which degrade various organic and toxic molecules in waste water. Chinese scientists wanted to treat malignant tumours the way they treat waste water...

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Ucraina, la Russia annuncia raid «massicci» sulla rete elettrica: 8 morti e 1 milione di case al buio

KIEV — Un uomo di 64 anni è morto sabato mattina nei raid russi su Kherson e Zaporizhzhia, due città del sud dell’Ucraina; i feriti sono almeno 17, tra cui una bambina di 11 anni, secondo le autorità ucraine. È la coda della giornata più pesante delle ultime settimane: venerdì droni e missili hanno colpito nove regioni, con almeno 8 morti, 60 feriti e oltre un milione di utenze senza corrente. Da Kiev la domanda è una sola: che cosa resta del «cessate il fuoco energetico» annunciato da Donald Trump sei giorni fa?

La risposta di Mosca è arrivata nel pomeriggio di venerdì. «Le Forze armate russe hanno iniziato a condurre attacchi massicci contro gli obiettivi energetici dell’Ucraina. È stato definito l’elenco di questi obiettivi e il necessario quantitativo di armamenti per colpirli», ha detto al presidente Vladimir Putin il capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, in un briefing a un posto di comando riferito dall’agenzia russa Interfax. Nel mirino, ha aggiunto, anche «ponti di importanza strategica», nodi ferroviari e data center «usati per i bisogni delle Forze armate ucraine». Il cessate il fuoco annunciato da Trump l’11 ottobre non è mai stato confermato dal Cremlino: «Non lo sapevamo, l’abbiamo appreso dai media», aveva detto Volodymyr Zelensky il giorno dopo a Varsavia.

A Kharkiv, la seconda città del Paese, nell’est, sono morti una donna di 71 anni e un uomo di 58. Nella regione di Volyn, al confine con la Polonia, un drone ha centrato uno stabilimento alimentare, un morto e 8 feriti; a Kovel, sulla statale che porta da Kiev alla frontiera polacca, una decina di camion è andata in fiamme davanti a un terminal doganale. Colpiti centri commerciali a Rivne e a Sumy. Il ministero dell’Energia dice di aver riallacciato oltre un milione di persone; circa 300.000 restano al buio.

La seconda domanda riguarda Washington. Venerdì Trump ha firmato un ordine esecutivo che sospende le sanzioni e i dazi sull’energia russa previsti dalla legge intitolata al senatore Lindsey Graham, morto a luglio: dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di greggio e gas russi e misure sulla «flotta ombra» delle petroliere. La legge l’aveva firmata lui stesso a settembre. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione che il rilascio di tale deroga è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», ha scritto; il testo non spiega perché. Sullo sfondo ci sono l’intesa con Putin per immettere sul mercato 1,8 milioni di tonnellate di diesel russo, la crisi dei carburanti legata alla guerra in Iran e le elezioni di metà mandato del mese prossimo.

Il capo del fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev, ha parlato su X di «un momento importante e davvero storico»; la senatrice democratica Elizabeth Warren di «fallimento assoluto e prevedibile della leadership». Nello stesso giorno Mosca ha messo nero su bianco la campagna contro la rete elettrica ucraina e Washington ha sospeso le sanzioni sull’energia russa.

Il conto presentato a Bruxelles

Zelensky era a Bruxelles, al Consiglio europeo. «La guerra costerà 155 miliardi di euro il prossimo anno. E abbiamo bisogno di almeno 70 miliardi in più da voi, per la difesa, per le armi, per la nostra resilienza», ha detto ai leader dei Ventisette, chiedendo altri sistemi antiaerei Patriot. Il presidente del Consiglio europeo António Costa: «Non è il momento di ritirare il sostegno all’Ucraina. Non è il momento di alleggerire le sanzioni alla Russia». Per Ursula von der Leyen la richiesta «deve essere coperta»; il cancelliere tedesco Friedrich Merz rinvia la discussione a fine anno.

La terza domanda è sui satelliti. Nei giorni scorsi il sistema Starlink di SpaceX, da cui dipendono i droni e l’allerta precoce ucraini, ha subito disturbi: Elon Musk nega ogni responsabilità dell’azienda e un funzionario americano esclude un intervento di Trump. Il presidente ha però definito «una vergogna» la ripresa dei raid ucraini sulle raffinerie russe, annunciata da Zelensky al Financial Times insieme all’accusa a Washington di aver ridotto la condivisione di intelligence. Su Newsmax ha aggiunto di non essere «un grande fan» del presidente ucraino e che gli alleati potranno comprare i Patriot quando le scorte americane saranno «ben rifornite».

A Bruxelles un giornalista gli ha chiesto se non sia diventato il capro espiatorio dei guai interni di Trump. Zelensky ha taciuto a lungo, poi: «Questa è la mia risposta». E ancora: «Difendo esclusivamente gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino». Secondo l’Onu, da gennaio a settembre i civili uccisi sono stati 2.570 e i feriti 15.211, quasi il 60% in più dello stesso periodo del 2025. Putin ha detto a Gerasimov che gli attacchi «massicci e di gruppo» devono continuare; a Lutsk, capoluogo di Volyn, il sindaco ha avvertito che la corrente mancherà per almeno 24 ore.

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European delegates walk out on Russian finance minister at IMF summit

Many delegates to ⁠the International Monetary Fund’s steering ⁠committee walked out of a meeting on ⁠Saturday when Russian Finance Minister Anton Siluanov addressed the group in Russian, three sources familiar with the matter said. Russia’s invasion of Ukraine in February 2022 has roiled the International Monetary and Financial Committee, preventing it from reaching consensus statements in the years ‌since. There were deep divisions again at this week’s annual meetings of the IMF and World Bank...

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European delegates walk out on Russian finance minister at IMF summit

Many delegates to ⁠the International Monetary Fund’s steering ⁠committee walked out of a meeting on ⁠Saturday when Russian Finance Minister Anton Siluanov addressed the group in Russian, three sources familiar with the matter said. Russia’s invasion of Ukraine in February 2022 has roiled the International Monetary and Financial Committee, preventing it from reaching consensus statements in the years ‌since. There were deep divisions again at this week’s annual meetings of the IMF and World Bank...

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Il pronto soccorso comincia nel quartiere

Prevedere quante persone arriveranno al pronto soccorso nelle prossime ore potrebbe diventare più semplice conoscendo le caratteristiche sociali e demografiche dei quartieri in cui vivono.

È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica npj Digital Medicine, che ha utilizzato l’intelligenza artificiale per analizzare oltre 213.000 accessi ospedalieri in Cina, scoprendo che le informazioni sulla popolazione possono migliorare le previsioni dell’afflusso dei pazienti.

La ricerca, condotta da Qixiu Hu, Yanqing Xu e Guang Li della Wuhan University e del Renmin Hospital of Wuhan University, ha esaminato 213.138 accessi al pronto soccorso, organizzati in 22.883 osservazioni orarie, con l’obiettivo di sviluppare un sistema capace di prevedere il numero di pazienti in arrivo e aiutare gli ospedali a distribuire meglio personale e risorse.

Il problema è comune a molti sistemi sanitari: l’affollamento dei pronto soccorso provoca attese prolungate, ritardi nelle cure e maggiori rischi per i pazienti. Organizzare medici, infermieri e posti disponibili richiede di conoscere in anticipo la domanda di assistenza, che può variare sensibilmente nel corso della giornata. Per cercare di prevedere quante persone arriveranno al pronto soccorso, negli ultimi anni diversi ricercatori hanno sviluppato modelli statistici che analizzano gli accessi precedenti, i giorni della settimana, le stagioni e persino le condizioni meteorologiche. Il motivo è semplice: le ondate di calore, il freddo intenso e le variazioni della temperatura possono influenzare la salute delle persone e, di conseguenza, il numero di pazienti che si rivolgono agli ospedali. Questi strumenti vengono studiati per aiutare le strutture sanitarie a organizzare meglio personale e risorse, anche se non sono necessariamente utilizzati nella gestione quotidiana di tutti gli ospedali. I ricercatori cinesi hanno deciso di fare un passo ulteriore, aggiungendo alle previsioni le caratteristiche sociali e demografiche dei quartieri da cui provengono i pazienti.

L’analisi ha evidenziato differenze importanti tra i quartieri serviti dall’ospedale, soprattutto nella distribuzione delle fasce d’età e nelle tipologie di patologie riscontrate. Queste caratteristiche permettono di descrivere meglio la domanda sanitaria delle diverse comunità e di individuare variazioni che i soli dati meteorologici riescono a rappresentare con minore precisione.

Per elaborare le previsioni è stato utilizzato XGBoost, un sistema di apprendimento automatico capace di analizzare numerose variabili e individuare relazioni statistiche complesse. I ricercatori hanno confrontato diversi modelli, verificando quali combinazioni di informazioni producessero le stime più accurate.

I risultati mostrano che i modelli che integrano le caratteristiche sociali e demografiche dei quartieri ottengono prestazioni migliori rispetto a quelli basati sulle sole informazioni meteorologiche. Il sistema più completo ha raggiunto un errore medio assoluto di 2,62 pazienti per ora, con un coefficiente R² pari a 0,68, un indicatore che misura quanto bene il modello riesce a rappresentare le variazioni osservate. In termini pratici, nelle condizioni studiate, le previsioni si discostavano mediamente dal numero effettivo di accessi di circa due o tre pazienti ogni ora. Una precisione che potrebbe essere utile nella gestione quotidiana delle strutture sanitarie. Conoscere in anticipo i possibili aumenti degli accessi consentirebbe agli ospedali di programmare meglio i turni, distribuire il personale nei momenti di maggiore pressione e organizzare gli spazi destinati all’assistenza. L’aspetto più interessante riguarda però il ruolo delle informazioni territoriali. Lo studio suggerisce che la domanda di cure urgenti possa essere prevista meglio considerando anche le caratteristiche delle comunità da cui provengono i pazienti. La composizione demografica e le condizioni sociali diventano così informazioni utili per comprendere il funzionamento del sistema sanitario, oltre che per studiare le disuguaglianze nella salute.

Questo approccio potrebbe aprire nuove possibilità anche nella programmazione dei servizi pubblici. Integrando dati ospedalieri e informazioni territoriali, le amministrazioni sanitarie potrebbero individuare con maggiore precisione le aree caratterizzate da bisogni assistenziali elevati e valutare dove rafforzare i servizi di prossimità.

 

 

L'articolo Il pronto soccorso comincia nel quartiere proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Francia, la protesta contro il carovita nata su TikTok scende in piazza: 40 fermi a Parigi

Aggiornato alle 11:43

PARIGI — Quaranta fermi nella capitale prima delle dieci, lacrimogeni a Marsiglia e a Lione, un corteo da place de la République alle 14 che la prefettura ha costretto a ridisegnare all’ultimo. La giornata contro il carovita, nata su TikTok e senza una regia, è cominciata così. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez la affronta avendo rimesso in mano agli agenti le granate assordanti: le stesse per cui la sua polizia è sotto inchiesta, dopo che a un quattordicenne una di quelle granate ha portato via una mano.

Lo ha detto lui stesso martedì ai senatori: 36 inchieste dell’ispettorato generale della polizia nazionale, l’organo che indaga sugli agenti, per violenze dall’inizio del movimento studentesco, quattro delle quali per «ferite mutilanti». Venerdì, in un’intervista, ha aggiunto che le granate saranno consentite oggi in caso di «gravi violenze urbane», perché quelle armi «non sono mai usate quando le cose vanno bene». In campo oltre 10.000 fra poliziotti e gendarmi, almeno 5.000 a Parigi.

I 40 fermati parigini delle 9:30 avevano, secondo la prefettura, «materiale di protezione vietato o armi»; nei sequestri un coltello e un bracciale falso della polizia. Un gruppo di incappucciati ha bloccato il parcheggio della sede di CNews, il canale all news di orientamento conservatore che ospita anche la radio Europe 1, lanciando oggetti e rompendo vetri. Il prefetto Patrice Faure ha vietato il percorso che gli studenti volevano fare fino a place de la Concorde e ogni raduno intorno alle sedi del governo e alle stazioni.

A Marsiglia il boulevard du Prado, l’asse che porta alle spiagge, è stato barricato con cassonetti e scooter prima che i reparti antisommossa lo sgomberassero con i lacrimogeni, racconta France 24; a Lione e a Rennes i primi cortei sono partiti a metà mattina. Alla vigilia il ministero dell’Interno stimava 150.000 partecipanti nel Paese e 40.000 a Parigi. Le «azioni» censite sono circa 500, i cortei più di 90, mentre la mappa dei gilet gialli segna 1.757 punti fra rotatorie, caselli, distributori e ponti. Alcune azioni annunciate, come al casello del ponte dell’Île de Ré, non si sono viste. Oggi cominciano anche le vacanze di Ognissanti.

Le inchieste sugli agenti

Il conto delle ferite lo ha fatto Reuters, su interviste e atti giudiziari: 28 persone colpite dall’uso della forza, 15 casi all’esame dell’ispettorato, fra proiettili di gomma, granate, lacrimogeni e manganelli. Un quindicenne ha perso un occhio per un proiettile di gomma. Un agente di Belfort è indagato per tentato omicidio. In un altro caso, ricostruito dal procuratore, un poliziotto ha colpito un ragazzo con il manganello, il ragazzo ha risposto a calci e un collega gli ha sparato in faccia un candelotto lacrimogeno con un lanciatore.

Il ministero difende gli agenti: hanno dovuto fronteggiare gruppi violenti che si infilano nelle proteste. Dal 18 settembre conta «quasi 900» fra poliziotti e gendarmi feriti; dall’altra parte oltre 200 liceali e 147 membri del personale scolastico. Le ong e gli avvocati delle vittime contestano l’uso di armi antisommossa contro minorenni e chiedono che se ne verifichino necessità e proporzionalità. I fermi dall’inizio delle proteste sono 6.877, in grandissima maggioranza minorenni.

Il movimento è nato a Créteil, nella banlieue sudest di Parigi, per la carenza di personale nei licei; la risposta della polizia lo ha gonfiato. Martedì, nell’«atto V», gli studenti hanno rivendicato 480.000 partecipanti e il ministero ne ha contati 161.500; davanti a un liceo di Saint-Denis si è presentata Greta Thunberg. La data di oggi viene invece da un video su TikTok di un giovane esasperato dai prezzi alla pompa, sostenuto poi dal segretario comunista Fabien Roussel e dalla leader dei Verdi Marine Tondelier.

Jérôme Rodrigues, volto storico dei gilet gialli del 2018, che perse un occhio in una manifestazione del 2019, ne prende le distanze e insieme la sposa: «Nessun gilet giallo è stato all’origine del 17 ottobre. È quasi diventato un marchio», e poi, su Facebook: «Gilet gialli, studenti, lavoratori, pensionati: le nostre lotte possono incontrarsi». Un altro ex, Myrtil Devillers: «Ero un gilet giallo quando la benzina costava 1,40 euro al litro, immaginate come mi sento ora che costa 2,20».

Il premier Sébastien Lecornu, che ha attivato una cellula di crisi, ha detto che le proteste dei licei sono scivolate nella «violenza urbana»; il presidente Emmanuel Macron ha chiesto calma. Il governo accusa La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon di soffiare sul fuoco, il partito nega. Bally Bagayoko, 53 anni, sindaco di Saint-Denis e presenza fissa ai cortei, applaudito per aver difeso gli studenti dalla polizia e criticato per frasi che per i suoi avversari legittimerebbero la violenza, stamattina ha parlato a Franceinfo degli obiettivi del movimento.

Per l’Eliseo, a sei mesi dalle presidenziali, la partita è impedire che la rabbia dei licei si saldi con quella delle rotatorie. Il corteo parigino parte alle 14; il bilancio della giornata arriverà in serata.

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Police receive over 100 reports about credit card charges for iPhone Duo pre-orders

Hong Kong police have received more than 100 reports of unauthorised credit card transactions related to pre-orders of Apple’s latest iPhone model, the South China Morning Post has learned. Apple began its online pre-orders for its foldable iPhone Duo on Friday at 8pm, and complaints about suspicious transactions began to appear on social media overnight. Some credit card users claimed duplicate or unauthorised purchases of the new model. A source said the transactions involved a few million...

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Modi under pressure as India’s youth protests rise to highest level in a decade

Despite ⁠tens of thousands of security personnel deployed to stop them, youth protesters in India scaled barricades last ⁠week, chanted anti-government slogans and scuffled with police officers trying to drag them away. “Long live the revolution,” shouted one young man before police bundled him into a bus. Street protests in India this year are likely to be higher than at any time in the past decade, the independent Armed Conflict Location and Event Data Project has said, as dissent mounts...

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Security fears in Norway as Chinese smart cars record sensitive military data

Chinese-made cars filmed sensitive information during a Norwegian military exercise, including access codes at secure sites and officials’ comings and goings, raising concerns about the risks posed by connected vehicles. During a security exercise at Oslo airport on September 14 to 18, waiting soldiers tapping on their vehicle’s screen discovered videos recorded by the on-board cameras, the Dagens Naeringsliv newspaper revealed. The recordings showed who was getting in and out of the cars, the...

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Security fears in Norway as Chinese smart cars record sensitive military data

Chinese-made cars filmed sensitive information during a Norwegian military exercise, including access codes at secure sites and officials’ comings and goings, raising concerns about the risks posed by connected vehicles. During a security exercise at Oslo airport on September 14 to 18, waiting soldiers tapping on their vehicle’s screen discovered videos recorded by the on-board cameras, the Dagens Naeringsliv newspaper revealed. The recordings showed who was getting in and out of the cars, the...

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Abby Choi’s partner tells murder trial she hid ex-in-laws’ financial reliance on her

Slain Hong Kong socialite Abby Choi Tin-fung’s partner told a court this week she initially misled him about her former in-laws’ wealth before describing them as horrible and ungrateful after a bitter family dispute. Chris Tam Fong-chun’s testimony also shed light on his complex relationship with Choi and his former classmate Alex Kwong Kong-chi. The three remained connected through their four children, as Choi had two with each man. During the third week of the murder trial, Tam told the High...

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He Was a Top Voice on Palestinian Liberation. Filmgoers Are Listening.

A new documentary on Edward Said, the Palestinian American literary critic and activist who taught for decades at Columbia, brought New Yorkers together in a fraught political moment.

© Dave Sanders for The New York Times

Maiken Baird, left, directed the documentary on Edward Said, and Sarah Mowaswes, center, was one of its producers. Mr. Said’s daughter, Najla Said, right, was also part of the filmmaking process.
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Il Kenya conferma il terzo caso di Ebola, tutti nella stessa famiglia: 127 contatti in quarantena a Nairobi

NAIROBI — «È stata diagnosticata precocemente e riceve cure di supporto che migliorano le sue possibilità di guarigione». Con queste parole il ministero della Salute del Kenya ha confermato ieri, venerdì 16 ottobre, il terzo caso di Ebola nel Paese: una donna di 65 anni, parente stretta dei primi due pazienti, in quarantena dal 6 ottobre e ora trasferita nell’unità per le malattie infettive di Nairobi.

Il dato che il governo mette in testa al comunicato è un altro: tutti e tre i casi appartengono alla stessa famiglia e tutti erano già isolati quando si sono ammalati. Non c’è alcuna evidenza di trasmissione comunitaria, riferisce Associated Press. La donna ha sviluppato febbre, mal di gola e malessere; è stata isolata, le è stato prelevato un campione e il test ha dato esito positivo. Il virus è del ceppo Bundibugyo, lo stesso dell’epidemia in corso nella Repubblica Democratica del Congo.

Il primo paziente, un uomo di 40 anni, è morto il 5 ottobre, due giorni dopo essere atterrato a Nairobi dal Congo. Il secondo, un uomo di 39 anni della stessa famiglia, è in condizioni stabili. Il terzo caso arriva dieci giorni dopo il primo decesso.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha diffuso i numeri del tracciamento: al 16 ottobre 127 dei 130 contatti censiti dal ministero erano in quarantena, con controllo quotidiano di temperatura e sintomi per 21 giorni. «I due nuovi casi sono stati individuati precocemente perché erano già in quarantena ed erano controllati ogni giorno», ha detto la rappresentante dell’Oms in Kenya, Neema Rusibamayila Kimambo. «Essere in quarantena significa che la famiglia e il pubblico sono meglio protetti dall’esposizione al virus».

La rassicurazione pesa meno di quanto sembri, perché per il Bundibugyo non esistono né un vaccino autorizzato né una terapia specifica: le sperimentazioni sono ancora in corso nel Congo. Lì l’epidemia, la diciassettesima nella storia del Paese, è stata dichiarata il 15 maggio e ha superato i 9.000 casi e i 4.000 morti, secondo Reuters. È la seconda più grande mai registrata. L’Oms la definisce «lontana dall’essere finita» e in rotta per superare quella dell’Africa occidentale del 2014-2016, che fece oltre 11.000 vittime.

Il viaggio da Kampala

Il percorso del primo paziente lo aveva ricostruito il ministro della Salute, Aden Duale, in conferenza stampa il 6 ottobre. L’uomo, cittadino keniano, viveva in Congo da sette anni ed era malato da circa un mese. Aveva viaggiato via strada fino a Kampala, capitale dell’Uganda, e da lì aveva preso un aereo per Nairobi sabato 3 ottobre. Il presidente William Ruto ha ordinato una risposta rafforzata: in quarantena sono finiti i familiari e 21 operatori sanitari, mentre sono stati rintracciati 23 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio dello stesso volo.

Ai valichi di frontiera con l’Uganda, a Busia e a Malaba, gli operatori sanitari misurano la temperatura ai viaggiatori e disinfettano le mani a chi entra. Il governo ha però deciso che il Paese resta aperto: nessuna restrizione a viaggi, commerci o assembramenti, in linea con l’Oms, che sconsiglia limitazioni verso Kenya, Congo e Uganda. L’Uganda ha registrato 20 casi e 2 morti quest’anno ed è stata dichiarata libera dal virus ad agosto.

Il ministero avverte che altri casi tra i contatti in quarantena restano possibili fino alla fine del monitoraggio. Barbara Muttimos, medico di Medici Senza Frontiere, ha detto ad Associated Press che le probabilità di sopravvivere crescono se il virus viene individuato presto, e che per questo le persone devono essere «oneste sulle proprie esposizioni», dichiarando viaggi e sintomi.

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Why Are France’s Students Protesting?

Student demonstrations for a better-funded education system are converging with a broader protest movement against rising living costs.

© Abdul Saboor/Reuters

French officials expected marches or rallies in more than 300 locations on Saturday. Above, officers squared off with protesters on Tuesday near the Lycée Hélène Boucher, a high school in Paris.
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Over 3,000 bears culled in Russia after wave of deadly attacks: ‘we’ve never had this’

Seeing what looked like a brown blob in a tree while driving through Siberia’s Irkutsk region, 36-year-old Daria Tyurneva pulled over, curious to get a better look. She was not expecting to find a bear cub, perched on a branch, several metres up. “We stopped, without turning off the engine or taking off the gear, because we knew the mother could be somewhere nearby,” Tyurneva said, showing a phone video she recorded of the bear. Her sighting was one of several to spook Russians in recent weeks,...

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Over 3,000 bears culled in Russia after wave of deadly attacks: ‘we’ve never had this’

Seeing what looked like a brown blob in a tree while driving through Siberia’s Irkutsk region, 36-year-old Daria Tyurneva pulled over, curious to get a better look. She was not expecting to find a bear cub, perched on a branch, several metres up. “We stopped, without turning off the engine or taking off the gear, because we knew the mother could be somewhere nearby,” Tyurneva said, showing a phone video she recorded of the bear. Her sighting was one of several to spook Russians in recent weeks,...

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Brasile, la deforestazione dell’Amazzonia cala del 42%: è il minimo dal 1988, a 9 giorni dal ballottaggio

BRASÍLIA — L’Amazzonia brasiliana ha perso 3.335 chilometri quadrati di foresta in dodici mesi, un’area più piccola di Maiorca: è il dato più basso da quando il Brasile misura il disboscamento dallo spazio, cioè dal 1988. Lo ha diffuso venerdì l’Inpe, l’agenzia spaziale brasiliana, con il rapporto annuale che copre il periodo dal 1° agosto 2025 al 31 luglio 2026. Rispetto all’anno precedente il calo è del 42%.

Il numero arriva nove giorni prima del ballottaggio del 25 ottobre, in cui il presidente Luiz Inácio Lula da Silva sfida il senatore Flávio Bolsonaro, figlio maggiore dell’ex presidente Jair. Al primo turno del 4 ottobre Bolsonaro ha preso il 47% dei voti contro il 45% di Lula, e i sondaggi danno i due testa a testa. Il ministro dell’Ambiente João Paulo Capobianco ha presentato i dati in conferenza stampa a Brasília: «È un calo assolutamente stratosferico, è come un sogno».

Anche il Cerrado, la savana alberata che si estende a sud dell’Amazzonia, ha toccato il minimo dall’inizio delle rilevazioni nel 2001: 5.517 chilometri quadrati abbattuti, il 24% in meno. Il precedente record positivo per l’Amazzonia risaliva al 2011-2012, con 4.571 chilometri quadrati. La misurazione va da agosto a luglio perché a metà anno le nuvole sono meno fitte e i satelliti vedono meglio, spiega Reuters.

Lula ha commentato su X: «Il nostro obiettivo è arrivare a zero deforestazione illegale entro il 2030». Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, rete di organizzazioni ambientaliste brasiliane, ha parlato di «un risultato storico» e ha aggiunto che l’agricoltura «ha registrato record di produzione ed export mentre la deforestazione calava», smentendo a suo dire «la falsa narrativa» per cui tutelare l’ambiente danneggia l’economia.

Il comitato di Flávio Bolsonaro non ha commentato i dati. Nel programma il candidato promette di rafforzare la vigilanza ambientale in Amazzonia, concentrando i controlli sulla criminalità organizzata anziché su estrattivisti e piccoli agricoltori, e di porre fine alla deforestazione illegale entro il 2029, un anno prima dell’obiettivo di Lula. Ha però elogiato il padre, che sconta 27 anni agli arresti domiciliari per il tentato colpo di Stato, per essersi opposto a quella che definisce «un’agenda ambientale radicale».

Il climatologo Carlos Nobre, dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di San Paolo, non nasconde da che parte sta: «Siamo molto preoccupati per i rischi per l’Amazzonia se vince Flávio, perché è un negazionista del clima». Il risultato di venerdì lascia comunque aperte diverse partite: sette dei nove governatori degli Stati amazzonici sono alleati di Bolsonaro, nel Pacifico si sta formando un super El Niño che porta siccità e incendi, e il governo Lula sostiene nello stesso tempo l’espansione delle trivellazioni petrolifere.

Quarant’anni di satelliti

La serie storica racconta quasi quattro decenni di politica brasiliana. Il primo crollo del disboscamento arrivò dopo il 2004, quando il primo governo Lula varò il piano d’azione contro la deforestazione, che legava multe e controlli alle immagini satellitari. Con Jair Bolsonaro, presidente dal 2019 al 2022, il piano fu accantonato e il disboscamento risalì di circa il 60%: oltre 45.000 chilometri quadrati in quattro anni, secondo i calcoli dell’Associated Press.

Tornato al potere nel gennaio 2023, Lula ha riattivato quel piano come primo atto, ha ripristinato le sanzioni automatiche per i tagli rilevati dal satellite, ha proposto di negare il credito bancario alle proprietà con disboscamento illegale e ha finanziato i comuni amazzonici che riducono i tagli. Ha anche richiamato al ministero dell’Ambiente Marina Silva, la ministra di quel primo piano, dimessasi in aprile per candidarsi al Congresso, e il suo allora vice Capobianco, che oggi guida il dicastero. Da allora il dato scende ogni anno: il 71% in meno in quattro anni.

A metà degli anni Novanta, quando la serie dell’Inpe era appena cominciata, i satelliti registravano quasi 30.000 chilometri quadrati di foresta in meno ogni anno: nove volte il dato diffuso venerdì.

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Giovani e impresa: a Sant’Angelo Lodigiano la nuova tappa del roadshow “Generazione Impresa” di Regione Lombardia

Si è svolta nella giornata di ieri a Sant’Angelo Lodigiano la terza tappa del roadshow “Generazione Impresa” promosso dall’Assessorato allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia con l’obiettivo di favorire l’avvicinamento delle giovani generazioni all’imprenditorialità e alla possibilità di creare nuove possibilità per il tessuto produttivo e stimolare innovazione in termini di generazione di idee, capacità di fare rete e progettualità.

Sono state, in quest’occasione, raccontato diverse esperienze imprenditoriali del territroio, come quella di Claudio Curioni, falegname artigiano della Falegnameria Curioni, che ha ricordato il valore della storia di una tradizione imprenditoriale capace di adattarsi come volano per lo sviluppo e la narrazione imprenditoriale di un territorio intero. Emanuele Carelli, CEO di Minimals, ha sottolineato il valore della comunicazione nell’odierna imprenditoria non solo come fattore di promozione delle proprie idee ma anche di preciso posizionamento delle idee degli imprenditori o degli aspiranti imprenditori. Valentina Volpi, direttore commerciale e membro del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro S.r.l., gruppo della ristorazione, è invece intervenuta sul tema dell’innovazione operativa e dello stimolo a una continua ricerca della qualità come chiave del successo.

Il convegno è stato arricchito dalla presenza dell’ex difensore del Milan Filippo Galli, che ha approfondito il valore del lavoro di squadra come volano di successo nel suo intervento e ha dichiarato che “spesso, cambiare ed innovare spaventa perché ci fa uscire dalla ‘nostra comfort zone’ eppure è il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri”.

Dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme, “Generazione Impresa” espande la crescente attenzione di Regione Lombardia per l’attrazione all’imprenditoria e in attesa dell’evento successivo, previsto a Monza per il 23 novembre, mira a affrontare una sfida esiziale per lo sviluppo del territorio: la competitività si giocherà sempre più, negli anni a venire, sulla capacità di mantenere attrattivo e dinamico un territorio di fronte alle sfide del presente e di farlo con un occhio al talento e alla capacità di fare impresa delle nuove generazioni. Il tema del talento è cruciale almeno quanto quello della promozione degli investimenti e dell’interconnessione del territorio, perché chiude il cerchio: capitali d’investimento, capitale industriale, capitale umano sono i tre pilastri su cui si sviluppa un tessuto imprenditoriale. Obiettivo della Lombardia in questa fase è quello di promuoverli contemporaneamente tutti e tre.

Sul fronte del talento, l’attenzione alle giovani generazioni va incontro a un territorio recettivo all’imprenditorialità. Un recente sondaggio di Regione Lombardia e Istituto Piepoli indica che circa il 20% dei giovani tra i 16 e i 30 anni intende promuovere una propria iniziativa imprenditoriale e oltre un terzo avrebbe in mente l’idea di farlo nel prosieguo della sua carriera. Nell’ottica della promozione di politiche per l’imprenditorialità, la Regione mette in campo il bando Nuove Imprese  con contributi a fondo perduto sul 50% delle spese e ha mobilitato 87 milioni di euro tramite il fondo di Venture Capital Lombardia Venture per sostenere start up innovative e trasferimento tecnologico di frontiera. Assieme a Lombardia Venture STEP, la dotazione complessiva è di 140 milioni di euro, mentre anche il microcredito è attenzionato con una dotazione dedicata di 24 milioni di euro.

Nei mesi scorsi, la misura “Talenti – Trasferimento della conoscenza” ha messo in campo 7 milioni per favorire azioni volte portare ricercatori qualificati nelle imprese lombarde e dunque puntellare un’architrave che tra nuove competenze imprenditoriali, nuove progettualità e capacità stratificate mira a portare nel futuro la capacità del tessuto lombardo di innovare e fare impresa. Una sfida di competitività e promozione sistemica che rappresenta una partita importante: il futuro del territorio lombardo, infatti, si scriverà attraverso la capacità del sistema di fare rete e restare produttivo, anche grazie al contributo di chi oggi mira a sbarcare nel mondo imprenditoriale nonostante una serie di contingenze interne e esterne critiche che spesso rendano complesso compiere il primo passo.

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Hong Kong’s new Huanggang Port quiet ahead of expected holiday rush

Hong Kong’s newly revamped Huanggang Port is expected to handle more than 100,000 passenger trips a day over the three-day Chung Yeung Festival holiday, although the departure hall was quiet on Saturday morning. Secretary for Security Chris Tang Ping-keung said the port had operated smoothly since opening on Monday, handling about 80,000 passenger trips a day, with the figure exceeding 92,000 on Friday. That represented a 1.5-fold to an almost twofold increase from the 30,000 to 40,000 trips...

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Volodymyr Zamota

Civile ucraino, unico abitante rimasto di Karpivka, nel Donetsk

Ha 61 anni ed è rimasto solo a Karpivka, villaggio del Donetsk occupato dai russi dall'aprile 2025: otto mesi senza vedere nessuno. Il suo volto riemerge ora che la controffensiva ucraina «Vivaldi» ha ripreso la zona, parte dei 277 chilometri quadrati rivendicati da Kiev insieme a 8.000 perdite russe. I soldati che hanno liberato l'area gli calano il cibo. Mentre Zelensky chiede altri 70 miliardi all'Ue, Zamota misura il costo umano della guerra: un uomo, un villaggio, un fronte che si sposta.

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Asean climate monitor issues highest alert level over toxic haze

Ongoing fires in Indonesia that have blanketed parts of Southeast Asia with toxic haze have triggered the highest-level alert by the regional bloc’s climate and fire monitor. “Activation of Alert Level 3 for the Southern Asean region,” the Singapore Asean Specialised Meteorological Centre (ASMC) said on its website, seen on Saturday. Based near Singapore’s Changi Airport, the ASMC uses a four-tiered alert level system, from zero to three, with the highest triggered if there is a “high risk of...

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Il ruolo delle tecnologie spaziali per monitorare le infrastrutture che guidano la transizione energetica

Nel XXI secolo il nodo della sorveglianza delle infrastrutture critiche è ritenuto essere, oramai, un dettaglio fondamentale per le questioni inerenti la sicurezza dei sistemi-Paese più avanzati sotto diversi punti di vista: si va dagli scenari propriamente concernenti la sicurezza nazionale – e su questo fronte dalle infrastrutture fisiche a cavi sottomarini e data center la letteratura degli studi strategici è ormai ricca circa l’ottimo da definire in termini di sicurezza – a quelli inerenti la sicurezza economica e di percorsi come la doppia transizione, energetica e digitale. E su quest’ultimo fronte, in particolare, sono potenzialmente sdoganabili al massimo della loro capacità le potenzialità connesse alla sorveglianza satellitare delle infrastrutture energetiche abilitanti la transizione green.

Il monitoraggio della Terra tramite satelliti, compiuto sia tramite vettori operanti su orbite basse (Low-Earth Orbit, LEO) sia tramite i tradizionali satelliti geostazionari, aggiunge una netta verticalizzazione alla capacità di monitoraggio, coordinamento e controllo delle reti critiche. Scienza, sicurezza, monitoraggio, prevedibilità: le reti si fanno più complesse e più articolato si pone il loro monitoraggio. Si nota dunque una nuova capacità operativa nell’ambito della transizione energetica, che finisce per superare i domini terrestri delle reti fisiche passanti per terra e mare e delle connessioni digitalizzate decentralizzate orientante le nuove infrastrutture “intelligenti” per la generazione basata su rinnovabili per estendersi, verticalmente, allo spazio, che a sua volta è un laboratorio di transizione energetica per diversi motivi. Primo: la possibilità di testare tecnologie avveniristiche in materia di accumulazione in campi come il fotovoltaico; secondo: la prospettiva di analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici in tempo reale e proporre soluzioni reattive per gli sviluppi in corso; terzo: la capacità di proiettare la sorveglianza anche alle infrastrutture che determinano il futuro della transizione green. Come le infrastrutture tradizionali, anche quelle della transizione sono soggette all’evoluzione del contesto globale fatto di crescenti eventi climatici estremi e rischi sistemici. Tra le aziende attive nella governance di questi sistemi complessi si segnala l’italiana CESI, multinazionale basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, che opera sia nel campo della consulenza su grandi progetti energetici orientati alla decarbonizzazione sia nella certificazione dei sistemi volti ad abilitarli, ma è attiva anche in ambito di tecnologie spaziali e  monitoraggio infrastrutturale.

Un ecosistema complesso, quello di CESI, che analizza in profondità dati e necessità concernenti questi scenari in cambiamento. “Per monitorare gli effetti del riscaldamento globale sulla Terra, i dati satellitari sono diventati uno strumento fondamentale per gli scienziati, poiché con sentono di osservare tali variabili a livello globale e in tempo reale”, notava nel luglio 2023 l’Energy Journal edito da CESI , analizzando il ruolo della cosiddetta “intelligence climatica”, che “si sta rivelando come un’importante alleata per le aziende e le istituzioni: utilizzando grandi set di dati storici, è in grado di generare modelli di previsione avanzati per mitigare gli impatti e dare supporto nella pianificazione e nella gestione delle attività” e ricordando che “l’intelligenza climatica può generare opportunità di business: la crisi climatica ha portato infatti a una crescente domanda di prodotti e servizi a basse emissioni, sviluppando il mercato dell’innovazione sostenibile nell’era dell’economia green”. In un contesto segnato da crescenti spinte alla decarbonizzazione, volontà di spingere sulla neutralità climatica, sfide crescenti degli eventi estremi e necessità di governance tecnologica avanzata e interconnessione tra dati serve pensare olisticamente la transizione e le sue dinamiche digitali, fisiche e di governance, che toccano anche le reti. E per guardare alle reti nel migliore dei modi serve anche un monitoraggio che non può prescindere dai fronti legati all’osservazione satellitare. Abilitatori di sicurezza economica, energetica, tecnologica e, dunque, di prosperità pubblica. Aziende come CESI attraversano l’intera filiera di questa catena del valore multivettoriale, mostrando l’importanza di coniugare sviluppo tecnologico e visione a tutto tondo per guardare olisticamente a una transizione dove si toccano Terra e spazio, in un legame di crescente interdipendenza.

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Asean’s Myanmar peace push needs Japan’s ‘silent diplomacy’

Japan has long established itself as a pioneer of mediation in Southeast Asia. In 1990, for example, its officials helped broker talks between Cambodia’s warring factions, supplementing international efforts to end conflict in the country. Now, Tokyo is seeking to upgrade its diplomatic toolkit. The Ministry of Foreign Affairs’ International Peace Mediation Unit was set up in March, followed by the launch of the Parliamentary Association for Peace Mediation in May. Around the same time, the...

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Lula-Bolsonaro, sfida per la presidenza tra riforme sociali e manipolazione digitale

Quando mancano pochi giorni alle elezioni più importanti del continente latinoamericano, destinate a definire l’inquilino del Palazzo del Planalto per i prossimi 4 anni, le rilevazioni demoscopiche (Quaest, PowerData, Nexus) indicano una situazione di estrema incertezza e pareggio tecnico, con il senatore Flávio Bolsonaro in leggero vantaggio sul presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (PT). Lo scenario elettorale del Paese più grande e popoloso dell’America Latina, segnato di recente anche dalla battaglia legislativa sulla settimana lavorativa, appare dunque fortemente polarizzato e incerto, mentre si moltiplicano le prove di ingerenze elettorali — già emerse nel corso del primo turno —attraverso disinformazione e manipolazione delle piattaforme social, con un ruolo decisivo giocato da consulenti legati al mondo MAGA e a Israele.

Il paradosso di Lula

Nel corso del primo turno elettorale, celebrato lo scorso 4 ottobre e che ha registrato uno dei più alti tassi di astensione della storia recente, Bolsonaro si è piazzato in testa – contrariamente a tutti i pronostici – con il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% ottenuto da Lula. Quest’ultimo, all’indomani del risultato elettorale, ha definito il risultato «inatteso», dopo che i sondaggi di intenzione di voto avevano indicato in modo costante nel suo caso un vantaggio di circa 6 punti percentuali. Nonostante indicatori macroeconomici positivi — disoccupazione ai minimi storici dal 2012, inflazione contenuta, crescita media del PIL del 2,8% e aumento dei salari reali —, una parte dell’elettorato percepisce una discrepanza tra i risultati ottenuti nel corso di un mandato considerato come eccessivamente cauto e frenato da un Parlamento conservatore e i successi delle prime investiture di Lula (2003-2010).

Come ha, infatti, sottolineato il giornalista di Opera Mundi Breno Altman durante una puntata de La Base América Latina, «nei governi Lula 1 e 2 i progressi sociali furono molto più rapidi e molto più ampi; si generò nel paese uno scenario di ottimismo, quasi di euforia». Nel mandato che sta per terminare, Lula aveva la minoranza in Parlamento e questo fattore ha generato difficoltà concrete nella gestione del rapporto di forze, oltre ad aver imposto una strategia di forte gradualismo e moderazione politica.

Orario di lavoro, la bandiera di Lula passa al Senato

Tra i temi divenuti centrali a ridosso del ballottaggio presidenziale che si celebrerà il prossimo 25 ottobre, c’è la riforma dell’orario di lavoro. Lo scorso 14 ottobre, infatti, il Senato ha approvato la Proposta di emendamento costituzionale (PEC) che pone fine alla formula 6×1 — sei giorni di lavoro, uno di riposo — e che garantisce a lavoratori e lavoratrici due giorni di riposo a settimana senza riduzione dello stipendio. L’orario di lavoro massimo sancito dalla Costituzione scende così da 44 a 40 ore settimanali. La PEC è stata approvata con 75 voti a favore — compreso quello di Bolsonaro, il quale ha cambiato strumentalmente posizione sul provvedimento che godeva di un forte favore popolare — e un solo voto contrario in entrambi i turni di votazione, quello del senatore ed ex vicepresidente di Jair Bolsonaro, Hamilton Mourão.

Nonostante il voto favorevole di facciata, il coordinatore della campagna di Bolsonaro, Rogério Marinho, e i capigruppo del suo partito hanno annunciato che in un eventuale governo guidato dal candidato di destra punteranno a una controriforma basata sul modello dell’«ora lavorata, ora pagata», provvedimento che non prevederebbe salario minimo, orario minimo garantito né tutele come ferie retribuite e tredicesima.

A soli 11 giorni dal secondo turno, l’esito ha rappresentato una netta vittoria per la campagna di Lula, che aveva trasformato il superamento della settimana 6×1 in una delle sue bandiere elettorali. Ma a pesare sul ballottaggio ci sono altri fattori come le rivelazioni fatte da Nadia Beller, l’avvocata boliviana, ex compagna di Fernando Cerimedo, il “guru digitale” artefice dell’ascesa di molti leader di estrema destra in America Latina.

L’ombra di Cerimedo sul ballottaggio 

«Nei primi giorni di agosto, Fernando mi ha mandato una foto con uno dei Bolsonaros negli Stati Uniti. Non posso darvi la data esatta ora perché il mio cellulare è al Ministero Pubblico, ma dal 1 al 5 agosto, il periodo in cui era negli Stati Uniti, mi ha mandato una foto. Mi ha detto che si stavano occupando della questione della campagna elettorale, che stava cercando finanziamenti e che avrebbe partecipato a queste elezioni». Sono le parole di Beller, sopravvissuta a un tentato femminicidio di cui Cerimedo è il presunto mandante. Quest’ultimo si trova attualmente in carcere in Bolivia, dove è accusato anche di arricchimento illecito e narcotraffico.

La donna ha dichiarato che il consulente politico gestivala più grande bot farm della regione sudamericana, situata a Buenos Aires, ma le sue ultime rivelazioni sembrano aggiungere importanti tasselli al puzzle di dimensioni continentali che vede al centro colui che viene definito “l’uomo MAGA in America Latina”. Secondo la sua ex compagna, infatti, Cerimedo avrebbe avuto un accesso privilegiato agli strumenti di Meta, la società madre di Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads, piattaforme usate da centinaia di milioni di persone in America Latina e nel mondo. 

Guasti tecnici o favoritismi?

Beller, oltre ad aver confermato l’impiego da parte di Cerimedo di strutture automatizzate già nelle elezioni brasiliane del 2022, ha reso noto che l’uomo ha anche stretto accordi con la dirigenza di Meta, con cui ha contatti diretti, per ridurre artificialmente la visibilità online di Lula. Il suo team ha continuato a lavorare su questo fronte anche dopo l’arresto dello stratega politico. Secondo quanto riportato da Revista Forum, in un documento presentato lo scorso 12 ottobre alla Corte Elettorale Superiore del Brasile, Meta ha riconosciuto l’esistenza di guasti tecnici che hanno interessato gli annunci e le pubblicazioni della campagna di Lula — lo scorso settembre la sua pagina ufficiale con 7 milioni di follower era stata sospesa, con conseguente blocco dell’account pubblicitario —, ma ha respinto l’accusa principale del team del PT — che aveva presentato un reclamo al tribunale e all’Autorità Nazionale per la Protezione dei Dati —, secondo cui il colosso tecnologico avrebbe favorito la candidatura di Bolsonaro. L’azienda ha dichiarato che «i sistemi di distribuzione dei contenuti di Meta non operano secondo criteri ideologici» e che «Meta non utilizza i suoi sistemi per danneggiare o favorire i candidati».

Eppure, la Segreteria Nazionale della Comunicazione del PT ha condotto un sondaggio che evidenzia un dato significativo: la pagina di Bolsonaro ha registrato, in media, un coinvolgimento 2,96 volte superiore a quella di Lula, pur avendo il 17,2% di follower in meno. Il New York Times rivela che CTRL + Z — organizzazione no-profit brasiliana indipendente — ha pubblicato un rapporto in cui afferma di aver identificato1.088 casi di censura elettorale, blocco di account e restrizioni di accesso sulle piattaforme di Meta. Il gruppo sostiene che tali misure abbiano colpito in modo sproporzionato i contenuti a sostegno di Lula rispetto a quelli a sostegno di Bolsonaro.

Il quotidiano Folha de S.Paulo, sulla base di alcuni messaggi interni a Meta a cui la testata ha avuto accesso, riporta che la piattaforma ha favorito il profilo Instagram di Bolsonaro e il suo canale WhatsApp.
Il 16 ottobre un giudice ha stabilito che Meta deve intervenire per garantire la parità di trattamento tra i candidati alla presidenza. La società non ha rilasciato commenti immediati.

Il fronte israeliano nella corsa elettorale brasiliana

L’apparato di ingerenze elettorali non si limita alla sola costellazione trumpista. Nevo Cohen — stratega politico israeliano che ha lavorato per Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano e figura di spicco dell’estrema destra del Paese, — ha ripetutamente affermato di essere coinvolto nella campagna elettorale in Brasile, ma non ha rivelato chi lo ha ingaggiato. A renderlo noto è il progetto di giornalismo indipendente Panamerican Dispatch sul quale si legge anche che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Cohen, il suo team aveva preparato una campagna direttamente legata ai Mondiali di calcio e l’eliminazione precoce del Brasile ha imposto modifiche rapide ai contenuti multimediali in fase di diffusione.

Sebbene il consulente israeliano non abbia dichiarato esplicitamente il nome del candidato per cui lavora, il clan Bolsonaro vanta legami consolidati con il governo di Benjamin Netanyahu, il quale ha peraltro espresso sostegno pubblico a Flávio. Al contrario, il presidente Lula è stato il primo leader brasiliano a recarsi in Palestina e ha ripetutamente accusato Tel Aviv di violazioni dei diritti umani a Gaza.

Fonti

https://g1.globo.com/politica/noticia/2026/10/14/senado-aprova-pec-do-fim-da-escala-6×1.ghtml

https://revistaforum.com.br/politica/cerimedo-flavio-bolsonaro-meta-lula

https://www.nytimes.com/2026/10/14/world/americas/brazil-president-lula-meta-bolsonaro.html

https://www.panamericandispatch.org/p/far-right-israeli-strategist-confirms

https://www1.folha.uol.com.br/poder/2026/10/em-mensagens-internas-meta-admite-que-contas-de-lula-foram-prejudicadas-por-restricoes-engenheiros-falam-em-falhas-tecnicas.shtml

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Risiko bancario, Mps verso l’ultima battaglia mentre incombe la sfida con Intesa

Il 29 ottobre l’assemblea dei soci di Monte dei Paschi di Siena (Mps) sarà chiamata a una scelta decisiva per il futuro del gruppo guidato da Luigi Lovaglio, protagonista su ogni fronte del risiko bancario che da oltre un anno e mezzo sta trasformando il panorama finanziario del sistema-Paese. I soci dovranno decidere sul piano del Ceo, tornato in sella ad aprile dopo esser stato estromesso dall’azienda sulla scia di una sinergia tra Delfin e i fondi internazionali, volto a lanciare offerte pubbliche di scambio, parallele, su Banca Generali e su Banco Bpm, elemento quest’ultimo ritenuto costitutivo per la definizione di un “Terzo Polo” nazionale della finanza, e per l’integrazione di Mediobanca. Alle spalle, incombe Intesa Sanpaolo, che a giugno ha messo sul tavolo 30 miliardi per scalare Mps e attende l’esito dell’assemblea senese per capire se la bocciatura del piano Lovaglio permetterà all’offerta del primo gruppo italiano, rilanciata nei giorni scorsi e portato a 1,6 azioni Intesa e 1,25 euro cash per ogni azione Mps ma ancora ritenuta insufficiente dal Cda senese.

Una difesa in profondità per il Ceo di Mps

L’azione di Lovaglio, a cui si somma la distribuzione di un dividendo straordinario, è paragonabile a un tentativo di difesa in profondità. Il risiko bancario non è una guerra di posizione ma una battaglia di manovra dove mosse e contromosse si susseguono in forma non lineare. Il vertice di Mps intende promuovere un’azione difensiva ponendo di fronte ai soci la prospettiva di un rafforzamento del sentiero avviato con il vittorioso affondo su Mediobanca, che ha posto Mps in una posizione più centrale nel risiko bancario italiano.

A tal proposito c’è da sottolineare che sul piano di Lovaglio Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio guidata dal presidente di Luxottica Francesco Milleri, che ha sostenuto l’ascesa in Mediobanca e ha rotto con Francesco Gaetano Caltagirone sul ritorno in scena di Lovaglio ad aprile, rompendo il fronte compatto che ha sostenuto l’azione su Piazzetta Cuccia, è ora nuovamente allineata al costruttore romano nel volersi opporre al progetto del Ceo.

La sfida del piano-Lovaglio

Delfin-Caltagirone-Edizione è un terzetto già visto nella battaglia per il Cda di Mediobanca di fine 2023, che vide la lista del primo gruppo sostenuto da Caltagirone e Benetton sconfitta dal Ceo Alberto Nagel, che ottene il successo in una battaglia di mercato tenendo le redini di Piazzetta Cuccia e una posizione forte in Assicurazioni Generali, di cui Mediobanca è primo azionista.

Corsi e ricorsi storici: fu il fallimentare tentativo di Nagel di far passare all’assemblea dei soci un piano di offerta pubblica di scambio su Banca Generali a spianare definitivamente la strada alla scalata di Mps sulla scia dell’azione promossa da Lovaglio nell’agosto 2025 e oggi il banchiere 71enne si trova a dover affrontare a Rocca Salimbeni una partita che passa anche per l’approvazione di un’operazione volta a aprire la porta a un’offerta indirizzata alla banca di Piazza Tre Torri. Chiaramente il contesto è molto cambiato, ma resta un minimo comune denominatore: Ceo che di fronte a sfide crescenti provano a difendere la posizione dei propri piani immaginando strategie a tutto campo e guardano al voto dei soci per capire la prospettiva di fattibilità.

“Per approvare le delibere straordinarie serve il voto favorevole dei due terzi del capitale presente: con un terzo già contrario, il margine per Lovaglio si assottiglia drasticamente”, nota StartMag, che al di là del terzetto Delfin-Cltagirone-Benetton ricorda che “tra gli investitori istituzionali presenti nell’azionariato di Mps figurano BlackRock, che detiene il 4,66% del capitale, oltre a Norges Bank Investment Management e Vanguard”, grandissimi nomi del capitalismo finanziario internazionale.. Le operazioni su Bpm e Banca Generali sono state bocciate dai proxy advisor dei fondi che saranno l’ago della bilancia decisivo per capire come si indiirzzerà la partita, mentre sembra più agevole il sentiero per l’integrazione Mps-Mediobanca deliberata dai rispettivi cda (un approfondimento di Advisor Online spiega bene i dettagli tecnici a riguardo).

Il risiko bancario è un rebus

In tal senso, la partita del risiko bancario sembra oggi, per citare Jorge Luis Borges, una “Biblioteca di Babele” finanziaria, dove ogni passaggio ne può aprire molti altri, ma è chiaro che il cda di Mps del 29 ottobre potrebbe essere l’occasione per rimettere ordine. O quantomeno distinguere gli scenari destinati ad essere plausibili da quelli remoti.

La sfida per il consolidamento proseguirà e Mps potrà aprire la strada a una nuova fase reattiva dopo l’operazione nei suoi confronti di Intesa o il piano Lovaglio sarà bocciato dai soci? Come si posizioneranno quei fondi internazionali che pochi mesi fa hanno rinnovato il mandato al Ceo e ora potrebbero aprire la strada alla bocciatura dei suoi piani? Se il piano sarà bocciato, quanto questo contribuirebbe a spingere l’offerta di Intesa che, ricordiamolo, è indipendente nelle logiche e segue binari propri? Quanto, in definitiva, questo poi impatterà sull’equilibrio del mondo bancario e assicurativo, tenendo conto che l’offerta di Intesa vede in prospettiva come partner Unipol e la partecipata Bper mentre, al contempo, l’asse Mps-Mediobanca richiama alla strategica partecipazione in Assicurazioni Generali? Queste domande non saranno risolte il 29 ottobre, ma l’indirizzo per molte risposte quel giorno si vedrà con più chiarezza, anche se l’unica certezza è che nulla è scolpito nella pietra nella partita della finanza tricolore.

Fonti

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Lo yuan corre. La Cina accelera il piano per trasformare il renminbi in valuta globale

Lo yuan, zitto zitto e nel silenzio generale, si sta avvicinando al dollaro a velocità sorprendente. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati che ha fatto registrare il Cross-Border Interbank Payment System (Cips), e cioè l’infrastruttura cinese che trasferisce denaro tra le banche globali in renminbi.

Ad agosto il sistema ha registrato un record nei volumi medi giornalieri, mentre nell’intero mese ha elaborato 19.400 miliardi di yuan, equivalenti a circa 2.800 miliardi di dollari, attraverso 791.000 operazioni. Il confronto con Swift, la rete internazionale di messaggistica finanziaria che facilita flussi superiori a 5.000 miliardi di dollari al giorno, evidenzia ancora l’enorme divario tra i due circuiti.

Ci sono tuttavia due aspetti che meritano attenzione. Il primo è che Pechino ha accelerato i piani per rendere lo yuan una valuta globale, mentre il secondo tema riguarda l’impennata dei pagamenti in renminbi della scorsa primavera, quando la guerra in Iran ha spinto le aziende sanzionate a cercare un metodo alternativo per aggirare Washington. Ebbene, quello non era affatto un episodio isolato ma l’inizio di un periodo favorevole.

Yuan globale

Sia chiaro: il dollaro continua a dominare gli scambi commerciali e non esistono, almeno nel breve periodo, casistiche concrete che possano metterlo in discussione. È altrettanto vero che la Cina non ha alcuna intenzione di demolire l’ordine guidato dal biglietto verde. Pechino vuole semmai costruire un sistema finanziario parallelo, che è un lavoro molto diverso dalla semplice demolizione di un network esistente.

“I dati generali rimangono stabili. Ma guardando più a fondo emergono alcuni segnali preoccupanti”, ha intanto spiegato in parole povere Josh Lipsky, responsabile del dipartimento di Economia internazionale dell’Atlantic Council.

Se, infatti, è vero che il ruolo dello yuan nelle riserve delle banche centrali globali è diminuito dal 2022, e questo nonostante la Cina continui a immettere la propria valuta nelle economie in via di sviluppo attraverso le linee di swap interbancarie, è altrettanto vero, ha fatto notare Semafor, che il numero di partecipanti diretti al sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri di Pechino è raddoppiato dallo scoppio della guerra in Ucraina.

Il piano della Cina

Nel momento in cui scriviamo lo yuan è la seconda valuta più utilizzata nel finanziamento del commercio globale. Secondo quanto riportato da Bloomberg, la Cina starebbe sfruttando il momento propizio per concentrarsi sullo sviluppo delle infrastrutture necessarie per espandere l’utilizzo del renminbi negli investimenti globali, ma anche per rafforzarne il ruolo di valuta di riserva.

Detto altrimenti, il Dragone non sta soltanto convincendo i suoi partner a regolare le transazioni in yuan: sta anche cercando di garantire che la valuta disponga di sufficiente liquidità, canali di finanziamento, prodotti di investimento e riserve per poter svolgere un ruolo più importante nei portafogli globali e nei flussi di capitali.

In questo senso, come ha fatto lo stesso Bloomberg, i progressi compiuti dalla Cina possono essere sintetizzati in quattro fronti: nell’ampliamento dei prodotti di investimento offshore in yuan, aumentando anche portata e frequenza delle emissioni di titoli di Stato a Hong Kong; nell’introduzione di derivati e strumenti di copertura per ridurre i rischi legati alle oscillazioni della valuta; nel rafforzamento del ruolo dello yuan nei finanziamenti, ampliando i canali disponibili in Cina continentale e all’estero; e nel potenziamento delle infrastrutture transfrontaliere di compensazione e regolamento dei pagamenti in renminbi. Il lavoro da fare è ancora tantissimo ma Pechino ha accelerato.

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Trump sospende le sanzioni alla Russia che lui stesso aveva firmato: via libera al diesel di Putin

WASHINGTON — Donald Trump ha sospeso venerdì, a un giorno dall’entrata in vigore, le sanzioni contro Russia e Iran che lui stesso aveva firmato in legge meno di un mese fa. L’ordine esecutivo porta la sua firma, come la portava il 18 settembre la legge che prende il nome dal senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei suoi alleati più stretti al Congresso. Le misure dovevano scattare il 18 ottobre.

La legge prevede dazi fino al 500 per cento sui beni russi e fino al 100 per cento sui cinque maggiori importatori di petrolio e gas di Mosca, oltre che su chiunque acquisti consapevolmente energia russa e sui principali intermediari che aiutano ad aggirare i divieti. Tutto questo resta ora sulla carta. «Ho trasmesso al Congresso una certificazione secondo cui concedere questa deroga in questo momento è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti», si legge nell’ordine, riferisce Reuters. La sospensione vale finché il presidente o i suoi collaboratori più alti non decideranno diversamente.

Il testo non spiega perché. La deroga si appoggia a un articolo della stessa legge, il 115, che consente al presidente di fermarne l’applicazione con una certificazione scritta e un rapporto al Congresso. Restano in vigore le sanzioni decise con i precedenti ordini esecutivi, e resta in piedi la parte della legge che proroga le sanzioni all’Iran. La Casa Bianca non ha diffuso altre motivazioni oltre al testo dell’ordine.

La spiegazione, nei fatti, era arrivata una settimana prima. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Vladimir Putin, Trump aveva annunciato sul suo social Truth una «discussione di grande successo»: oltre 300.000 tonnellate di diesel russo «immediatamente», 500.000 a novembre, poi un milione al mese. In totale 4,8 milioni di tonnellate, circa 36 milioni di barili, fino a metà aprile. Lo stesso giorno il Tesoro aveva emesso una licenza generale, la numero 135, che autorizza le transazioni sul diesel di origine russa, importazioni negli Stati Uniti comprese.

Il mese scorso il diesel aveva toccato negli Stati Uniti il record di 6,53 dollari al gallone, circa 1,72 dollari al litro. I rincari sono legati alle interruzioni provocate dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle tensioni sullo Stretto di Hormuz, da cui passa gran parte del greggio del Golfo. Le elezioni di metà mandato sono il 3 novembre. La partita, per la Casa Bianca, si gioca sul prezzo alla pompa nelle tre settimane che restano prima del voto.

La lettera dei 12 senatori

La reazione più dura è venuta dal Senato, e non solo dai democratici. Martedì 13 ottobre dodici senatori, sei repubblicani e sei democratici, hanno scritto a Trump una lettera guidata dal democratico Richard Blumenthal: «Questo accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; va revocato». Tra i firmatari repubblicani ci sono Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska, John Cornyn del Texas e Mitch McConnell del Kentucky, per anni capo del partito al Senato.

Thom Tillis, senatore repubblicano della Carolina del Nord e anche lui firmatario, è andato oltre nel programma Meet the Press della NBC: c’è un «caso legittimo» per sostenere che Trump «non sta rispettando la legge». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha risposto su Fox: «Chiunque al Congresso dica che una vecchia legge o l’attuale legge Graham ci vieta di farlo si sbaglia».

Trump ha liquidato i critici lunedì, parlando davanti alla Casa Bianca. «Tutto ciò che può aiutare i nostri agricoltori, i nostri allevatori, mi piace», ha detto; i repubblicani che protestano «non possono fare sul serio». Ha attribuito a Volodymyr Zelensky i prezzi alti del diesel e ha aggiunto che il presidente ucraino dovrebbe farsi da parte. Giovedì 22 deputati di entrambi i partiti hanno chiesto in una seconda lettera, indirizzata a Trump, al segretario di Stato Marco Rubio e a Bessent, di revocare la licenza sul diesel. Il deputato democratico Don Beyer, della Virginia, ha parlato di «ultima resa a Putin» che «tradisce i nostri partner ucraini e sfida la chiara volontà del Congresso». William Taylor, ex ambasciatore americano a Kiev oggi all’Atlantic Council, un centro studi di Washington: «Il danno per gli ucraini è reale, e il costo per noi, gli Stati Uniti, è alto».

Bruxelles e Kiev

A Bruxelles, dove venerdì si riuniva il Consiglio europeo, Emmanuel Macron ha definito la decisione «inappropriata e inefficace». «I volumi di diesel che escono dalla Russia esistono già, sono acquistati da alcuni Paesi e sono già sul mercato globale», ha detto il presidente francese in conferenza stampa, secondo l’agenzia di Stato turca Anadolu. Quei flussi, ha aggiunto, sono «tracciati, documentati e ben noti»; l’accordo «manda un messaggio negativo ed è un elemento di divisione o di dubbio».

Zelensky, nella stessa sede, ha usato la stessa parola, «inappropriata», e ha detto di aspettarsi un accordo analogo sul gas. «Vedremo i soldi ricominciare a scorrere verso la Russia», ha avvertito. Putin, secondo lui, «non vuole negoziati di pace in nessuna forma». Il presidente ucraino ha stimato in 155 miliardi di euro le spese di guerra del suo Paese per il 2027.

Il Cremlino non ha commentato l’ordine di venerdì. Cina e India, i maggiori acquirenti di greggio russo e i primi bersagli dei dazi secondari ora congelati, avevano espresso preoccupazione per la legge nelle settimane scorse; Pechino aveva detto di opporsi a quella che chiama «giurisdizione a lungo braccio» degli Stati Uniti. Le prime 300.000 tonnellate di diesel russo, secondo l’annuncio del 9 ottobre, sono già in viaggio.

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Caraibi, la Marina francese sequestra 8,6 tonnellate di droga nelle acque dei raid Usa: 5 fermati in Martinica

FORT-DE-FRANCE — Centocinquanta balle stipate nella stiva di un peschereccio senza bandiera, in mezzo all’Atlantico, e cinque uomini di equipaggio che non hanno sparato un colpo. È la scena dell’8 ottobre che la Marina francese ha reso pubblica ieri, venerdì, con un comunicato firmato fra gli altri dal prefetto della Martinica: a bordo c’erano 5.292 chili di cocaina e la barca, scrivono i militari, «iniziava una traversata transatlantica».

Quel fermo è il colpo maggiore di una serie di operazioni condotte fra il 4 e il 13 ottobre nel mar dei Caraibi e nell’Atlantico, riferisce l’agenzia France-Presse: in tutto 8,6 tonnellate di stupefacenti, 6,9 di cocaina e 1,7 di marijuana. Nelle stesse acque, dal settembre 2025, l’esercito americano ha ucciso almeno 235 persone in 70 attacchi contro imbarcazioni sospette. La Francia ha scelto l’altra strada: fermo, sequestro, consegna ai giudici.

Il carico dell’8 ottobre e i cinque membri dell’equipaggio sono stati portati a Fort-de-France, capoluogo della Martinica, su richiesta della procura. Gli uomini sono in stato di fermo, nelle mani degli investigatori dell’ufficio antidroga francese dei Caraibi.

Le altre due operazioni si sono svolte nel mar dei Caraibi. Il 4 ottobre una fregata francese, con il proprio elicottero e l’appoggio della marina colombiana, ha bloccato un «go-fast», il motoscafo veloce dei narcotrafficanti, anch’esso senza bandiera: 16 balle di cocaina. Il 13 ottobre è toccato a un peschereccio venezuelano con 166 balle di cocaina e marijuana. Insieme le due operazioni caraibiche superano le 3 tonnellate. Equipaggi, droga e imbarcazioni «sono stati consegnati alle autorità colombiane e venezuelane competenti per il seguito giudiziario», scrive il ministero delle Forze armate. Né Bogotá né Caracas hanno commentato.

La ministra delle Forze armate Catherine Vautrin si è congratulata su X con gli equipaggi e ha aggiunto una frase che non riguarda soltanto i marinai: «L’azione delle forze armate francesi si iscrive nel rigoroso rispetto del diritto».

Le stesse rotte

Il 4 ottobre, lo stesso giorno della fregata francese, il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato un «attacco letale e cinetico» contro un go-fast «lungo le consolidate rotte del narcotraffico nei Caraibi»: quattro morti. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti sono in «conflitto armato» con i cartelli. A gennaio lo stesso dispositivo militare aveva portato alla cattura a Caracas di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Le Nazioni Unite hanno avvertito che i raid rischiano di violare il diritto internazionale.

Parigi lo ha detto in faccia a Washington. Al vertice dei ministri degli Esteri del G7, a Niagara-on-the-Lake, in Canada, il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato: «Abbiamo osservato con preoccupazione le operazioni militari nella regione dei Caraibi, perché violano il diritto internazionale e perché la Francia è presente in questa regione attraverso i suoi territori d’oltremare, dove risiedono più di un milione di nostri concittadini». L’alto rappresentante dell’Ue Kaja Kallas, a margine dello stesso incontro, ha aggiunto che quegli attacchi sarebbero giustificabili solo come legittima difesa. Washington non ha reagito al sequestro francese.

Anche la Marina francese può sparare: secondo Le Monde, i tiratori scelti sono autorizzati a colpire i motori dei go-fast per fermarli, ma «il principio dell’operazione è zero vittime». Alle domande sulle basi giuridiche delle proprie operazioni, però, Parigi e Londra hanno risposto soltanto con una formula, piena conformità al diritto nazionale e internazionale. Il centro antidroga marittimo europeo di Lisbona chiede nel frattempo più navi militari sulla rotta atlantica della cocaina.

Mentre a Fort-de-France i cinque fermati aspettano il giudice, il Pentagono ha cominciato a spostare verso l’America Latina diverse centinaia di soldati della 10ª Divisione da montagna, di stanza a Fort Drum, nello Stato di New York. Il primo battaglione, circa 600 uomini, è diretto a Panama, agli ordini del comando Usa per l’America Latina.

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Marocco, Fatima-Zahra El Mansouri giura come prima donna premier: le Finanze al presidente della Federcalcio

RABAT — Il presidente della Federcalcio al ministero delle Finanze. È la nomina che spicca nel primo governo marocchino guidato da una donna: venerdì, al Palazzo reale di Rabat, re Mohammed VI ha presieduto il giuramento dell’esecutivo di Fatima-Zahra El Mansouri, 50 anni, avvocata, sindaca di Marrakech e ministra dell’Abitare nel governo uscente.

Fouzi Lekjaa, presidente della Federazione reale marocchina di calcio e già ministro del Bilancio, prende Economia, Finanze e Performance pubblica. Il Marocco, che organizzerà il Mondiale 2030 con Spagna e Portogallo, sta completando un piano da 20 miliardi di dollari per il torneo, mentre da un anno un movimento di giovani protesta proprio contro la spesa per gli stadi. La cassa dello Stato finisce così nelle mani dell’uomo che ne guida il capitolo più contestato.

Bloomberg scrive che la nomina arriva mentre il Paese ha margini di bilancio sempre più stretti e una domanda sociale in crescita; Lekjaa ha promesso più spesa sociale. Entrato nel Partito dell’autenticità e della modernità (PAM) poche settimane prima del voto, aveva contribuito alla vittoria del partito, riferisce Reuters.

Il governo conta 32 membri: 19 ministri, 11 ministri delegati e il segretario generale. Le donne sono sei, compresa la premier; tra i ministri a pieno titolo sono due. L’esecutivo uscente di Aziz Akhannouch ne aveva quattro.

Confermati i pesi massimi: Nasser Bourita agli Esteri, Abdelouafi Laftit all’Interno, Abdellatif Ouahbi alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Affari religiosi. Nasce un ministero dell’Intelligenza artificiale, della transizione digitale e della riforma amministrativa, affidato ad Ahmed Rahhou. Nizar Baraka, leader dell’Istiqlal, va ad Attrezzature, Acqua e Foreste; l’Agricoltura passa a Khalid Hatimi con il mandato della «sovranità alimentare».

Un’affluenza al 38 per cento

Il governo nasce dalle elezioni del 23 settembre. Il PAM ha vinto con 97 seggi su 395, dieci in più del 2021. Il Raggruppamento nazionale degli indipendenti, il partito del premier uscente, ha perso 36 seggi ed è sceso a 66. Gli islamisti del Partito della giustizia e dello sviluppo, guidati dall’ex premier Abdelilah Benkirane, sono risaliti da 13 a 54. Ha votato circa il 38 per cento degli aventi diritto, contro il 50 di cinque anni fa: l’affluenza più bassa in vent’anni.

El Mansouri, incaricata dal re il 29 settembre, ha costruito una coalizione con l’Istiqlal, i socialisti dell’USFP e il Partito del progresso e del socialismo: 207 seggi, nove sopra la maggioranza. Benkirane ha annunciato che il suo partito resterà all’opposizione.

Il PAM era stato fondato nel 2008 da Fouad Ali El Himma, consigliere del re, come contrappeso agli islamisti. Oggi governa un Paese in cui, dalla fine di settembre 2025, il collettivo GenZ 212, nato sulla piattaforma Discord, ha portato in piazza in undici città giovani che chiedono ospedali e scuole e contestano i miliardi per gli stadi della Coppa d’Africa 2025 e del Mondiale 2030. Il bilancio del ministero dell’Interno parla di tre morti e oltre 400 arresti, con 263 agenti e 23 manifestanti feriti. In una lettera al re i manifestanti avevano chiesto le dimissioni del governo.

Alla composizione del nuovo esecutivo non è seguita alcuna reazione pubblica immediata: né da GenZ 212, né dal partito di Benkirane, né dalle organizzazioni femminili.

Dopo il voto, El Mansouri aveva detto di non avere «nessuna linea rossa» nelle trattative. «Abbiamo voltato pagina», aveva aggiunto.

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India, la polizia ferma di nuovo Abhijeet Dipke, il leader dei giovani «scarafaggi» che sfidano Modi

NUOVA DELHI — Abhijeet Dipke non era ancora arrivato al corteo quando un agente gli si è parato davanti, nel cuore degli affari di Delhi, e gli ha detto: «La stiamo fermando adesso». Lui ha risposto con il telefono acceso: «Non ho violato nessuna legge, come potete fermarmi». Il video, diffuso venerdì sul profilo Instagram del suo partito, mostra il fondatore del movimento «Cockroach» portato via dalla polizia per la seconda volta in sei giorni.

Dipke è il volto del CJP, il partito nato dalla protesta dei giovani che da due settimane chiedono le dimissioni del capo della Commissione elettorale indiana. La revisione straordinaria delle liste ha cancellato oltre 130 milioni di elettori, riferisce la CNN, e il movimento la contesta in piazza come una manipolazione del voto. È una delle maggiori sfide politiche al primo ministro Narendra Modi nei suoi dodici anni di potere, e il governo ha risposto chiudendo le piazze.

Il giro di vite era cominciato sabato 10 ottobre. Dipke e due dirigenti del partito sono stati bloccati all’aeroporto di Delhi, in arrivo da Mumbai: la polizia è salita sull’aereo prima che scendessero. Jantar Mantar, la piazza dove da trent’anni si manifesta nella capitale, era transennata, con mezzi antisommossa, posti di blocco e internet mobile oscurato per 24 ore in un raggio di quattro chilometri. Una fonte ufficiale ha detto a Reuters che i fermati sono stati più di 2.000.

Civicus Monitor, l’osservatorio internazionale sulle libertà civili, parla di oltre 7.000 persone portate in otto stadi trasformati in centri di detenzione, con la rete bloccata all’interno. Giornalisti con il tesserino sono finiti allo stadio Chhatrasal e in un commissariato del quartiere delle ambasciate. Il partito ha denunciato «un’intercettazione pianificata per decapitare la guida delle manifestazioni pacifiche prima che arrivino sul posto».

Jantar Mantar cancellato

La domenica un giudice ha rimesso in libertà Dipke e i due dirigenti con l’obbligo di non turbare l’ordine pubblico per un anno. Lui ha annunciato che il CJP «non farà un passo indietro e non si lascerà intimidire». Il giorno dopo la polizia ha reso pubblico l’ordine del commissario di Delhi che toglie a Jantar Mantar lo status di area autorizzata alle proteste, riconosciuto formalmente nel 2022 ma in vigore di fatto dal 1993. I presidi si tenevano sulla strada accanto all’osservatorio settecentesco, a pochi passi dal Parlamento.

Le nuove sedi indicate dalla polizia sono Ramlila Maidan, a quattro chilometri, un terreno nella zona est a tredici e un campo a Burari, a oltre venti chilometri dal centro. Il Ministero dell’Interno ha istituito un comitato per scrivere le regole. Spostare i cortei a mezz’ora d’auto dal Parlamento significa toglierli dalla vista di chi dovrebbe ascoltarli. Il CJP ha definito la scelta «inaccettabile».

Al centro della contesa c’è Gyanesh Kumar, 62 anni, presidente della Commissione elettorale, che ha guidato la revisione delle liste. La Commissione nega di favorire alcun partito e sostiene che chi è stato cancellato per errore può reiscriversi. Kumar non ha mai commentato pubblicamente le proteste.

Il partito di governo, il BJP, accusa i rivali di minare la democrazia mettendo in dubbio procedure legittime e parla di giovani «usati come pedine». Il presidente del partito, Nitin Nabin, ha attaccato direttamente il CJP. La polizia di Delhi e il Ministero dell’Interno, interpellati dalla CNN sui fermi di venerdì, non hanno risposto.

Il corteo di venerdì era stato convocato in solidarietà con due dirigenti del movimento condannati a cinque giorni di carcere per aver manifestato nonostante il divieto. La polizia aveva avvertito Dipke in mattinata, le autorità civiche avevano chiuso il parco di Connaught Place. Con lui è stata fermata anche l’attivista studentesca Neha Bora. Sul profilo del partito è comparsa una riga: «Questo governo ha paura dei giovani che sventolano la bandiera nazionale». Dove quei giovani potranno sventolarla la prossima volta, la polizia non lo ha ancora detto.

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Leva delle terre rare (rare-earth leverage)

Uso di risorse minerarie critiche, necessarie per tecnologie avanzate e militari, come strumento di pressione diplomatica o commerciale verso Paesi produttori o acquirenti. Consente a governi o attori non statali di condizionare negoziati, aprire canali diplomatici altrimenti preclusi o ottenere concessioni politiche in cambio di accesso privilegiato alle forniture.

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Le sette lettere della potenza

Nel lessico delle relazioni internazionali nessuna parola è più discussa di questa: oggi l’alveare ruota attorno a una grande potenza… di sette lettere.

Componi parole di almeno 4 lettere: quella al centro è obbligatoria, le altre si possono ripetere.

Approfondisci. «Potenza» traduce il tedesco Macht e l’inglese power: non una qualità fissa, ma una relazione fra Stati, fatta di risorse materiali, alleanze e capacità di far accettare le proprie preferenze. Il Concerto d’Europa nato a Vienna nel 1815 ne codificò la forma collegiale delle «grandi potenze», e la Carta delle Nazioni Unite del 1945 ne conservò una traccia istituzionale nei membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
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Ex-Malaysian minister Nik Nazmi admits lapse in judgment after ‘khalwat’ arrest

Former Malaysian minister Nik Nazmi Nik Ahmad has confirmed that he was one of two individuals detained by the Selangor Islamic Religious Department (Jais) over an alleged khalwat case. Nik Nazmi, who helms Parti Bersama Malaysia, said he was at a residence in Petaling Jaya on Thursday with a woman after they decided to continue a discussion about a project there. “We had initially started the discussion with friends at a studio in Brickfields, Kuala Lumpur, before moving to Petaling Jaya to...

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L’Iran guida i missili degli houthi sull’Arabia Saudita, scrive il Wall Street Journal. Teheran nega

Aggiornato alle 06:24

RIAD — Dietro i missili che da due settimane cadono sugli aeroporti dell’Arabia Saudita c’è una mano iraniana: secondo il Wall Street Journal, Teheran passa agli houthi, il movimento yemenita che controlla Sanaa, dati di puntamento e intelligence per colpire il Regno. Riad lo dice apertamente da giorni. «Pensiamo che l’escalation degli houthi in questa fase del conflitto sia incoraggiata dall’Iran», ha detto il vice ministro degli Esteri saudita Rayed Krimly, aggiungendo che Teheran continua ad armare e addestrare il gruppo.

L’Iran nega. «La Repubblica islamica respinge ogni affermazione secondo cui abbia avuto un ruolo nelle operazioni yemenite», ha detto venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei: gli houthi «agiscono secondo i propri interessi e le proprie valutazioni». Nella stessa dichiarazione Teheran si offre come mediatore, «sempre pronta a usare i suoi buoni uffici per porre fine alle ostilità». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva già telefonato domenica al collega saudita, il principe Faisal bin Farhan, per proporre un dialogo; secondo il vice ministro Saeed Khatibzadeh, Riad non ha risposto.

L’episodio che ha cambiato la scala della guerra resta quello di sabato 10 ottobre al King Khalid International di Riad: 13 morti secondo l’ultimo bilancio, oltre 300 feriti, scalo chiuso. È l’attacco più sanguinoso subito dall’Arabia Saudita da oltre un decennio. Tra le vittime quattro sauditi e due bangladesi; le altre venivano da Stati Uniti, Egitto, Giordania e altri Paesi arabi. Era il terzo colpo allo stesso aeroporto in una settimana, dopo i due di giovedì 8 che avevano ucciso tre persone e cancellato centinaia di voli; nei giorni precedenti erano stati colpiti anche gli scali di Abha, Jizan e Najran.

Il portavoce militare houthi Yahya Saree rivendica e definisce gli aeroporti «obiettivi legittimi», in risposta ai raid sauditi sullo Yemen. Donald Trump, domenica, ha letto l’offensiva come Riad: gli houthi «sono riemersi, probabilmente su istigazione dell’Iran», ha detto, «cercando deliberatamente di far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni Usa». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, «potrebbero» unirsi alla ritorsione saudita.

Medina e Aden

Giovedì la coalizione a guida saudita ha annunciato l’intercettazione di un missile da crociera nella regione di Medina, senza indicarne la provenienza. Gli houthi, che avevano promesso di risparmiare le città sante di Mecca e Medina, hanno negato: «Non abbiamo condotto alcuna operazione verso il territorio saudita oggi», ha detto Saree, parlando di «una menzogna sfacciata e sfrontata».

Venerdì sera due missili hanno raggiunto l’aeroporto di Aden, la città del sud dove ha sede il governo yemenita riconosciuto e sostenuto da Riad. Nessuna vittima, secondo la polizia; un responsabile della sicurezza e un controllore di volo hanno detto all’Associated Press che è stata colpita un’area dello scalo che ospita un reparto militare governativo. Gli houthi rivendicano, parlando di un comando saudita e di un deposito di armi. Il giorno prima un attacco con missili e droni al palazzo presidenziale di Aden aveva ucciso cinque persone, tra cui due uomini della scorta del primo ministro Shaya Al-Zindani.

Sul terreno la guerra continua a Marib, la provincia orientale del petrolio: il portavoce militare governativo rivendica «guadagni territoriali» con copertura aerea e oltre 430 combattenti houthi «neutralizzati» in 24 ore. Gli houthi contano 65 raid sauditi in un giorno su Sanaa e altre province; il ministero della Sanità da loro controllato parla di 120 morti dal 3 settembre. Il round attuale è cominciato il mese scorso, quando i ribelli hanno occupato aree chiave sullo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta del greggio del Golfo, e il 5 ottobre le forze governative hanno lanciato l’offensiva su Sanaa. Una guerra riaperta per riprendere uno stretto si combatte ora negli aeroporti della capitale saudita.

Il Regno si chiude. Il vertice tra Unione europea e Paesi del Golfo in Arabia Saudita è rinviato «per la sicurezza delle delegazioni», ha detto il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo. Londra sconsiglia i viaggi non essenziali a Riad; Washington vieta ai dipendenti federali di avvicinarsi a meno di 30 chilometri dal confine yemenita. Il Six Kings Slam di tennis, che doveva portare Alcaraz e Djokovic a Riad la prossima settimana, slitta al 27 dicembre; il derby dell’Al Nassr di Cristiano Ronaldo con l’Al Ahli è rinviato a marzo. Nello stretto di Hormuz l’agenzia marittima britannica ha contato 10 attacchi a navi in una settimana, una affondata, e ammette di non riuscire a censirli tutti.

«Gli houthi sono il proxy più potente della rete iraniana, senza dubbio», dice Mohammed Al-Basha, fondatore della società americana di analisi del rischio Basha Report. Saree ha ripetuto l’avvertimento: «Le operazioni verso le profondità saudite continueranno nei prossimi giorni». Compagnie aeree e viaggiatori, dice, non usino gli scali e lo spazio aereo sauditi, con la sola eccezione di Mecca e Medina.

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The butterfly effect: one man’s mission to help nature and communities coexist

Hong Kong’s next phase of development should make room for both butterflies and buildings, conservationist Dr Yau Wing-kwong has said, arguing that biodiversity can be incorporated into parks, schools and neighbourhoods without holding back the city’s growth. Yau, founder of Environmental Association Limited, has spent nearly three decades promoting community-based conservation. He is a finalist for the Spirit of Community Award in this year’s Spirit of Hong Kong Awards, co-organised by Sino...

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Chinese kindergarten owner given life sentence over lead paint poisoning scandal

The owner of a Chinese kindergarten has been jailed for life after more than 200 children were poisoned by lead in the country’s worst food safety scandal for almost two decades. A total of six people were jailed by the Lanzhou Intermediate People’s Court in Gansu province on Friday for making or selling harmful foodstuffs. Li Huifang, owner of the Peixin Kindergarten in Tianshui, was handed a life sentence and fined 500,000 yuan (US$75,000), while Zhu Jinglin, the principal, was jailed for 15...

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Chinese kindergarten owner given life sentence over lead paint poisoning scandal

The owner of a Chinese kindergarten has been jailed for life after more than 200 children were poisoned by lead in the country’s worst food safety scandal for almost two decades. A total of six people were jailed by the Lanzhou Intermediate People’s Court in Gansu province on Friday for making or selling harmful foodstuffs. Li Huifang, owner of the Peixin Kindergarten in Tianshui, was handed a life sentence and fined 500,000 yuan (US$75,000), while Zhu Jinglin, the principal, was jailed for 15...

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Chinese kindergarten owner given life sentence over lead paint poisoning scandal

The owner of a Chinese kindergarten has been jailed for life after more than 200 children were poisoned by lead in the country’s worst food safety scandal for almost two decades. A total of six people were jailed by the Lanzhou Intermediate People’s Court in Gansu province on Friday for making or selling harmful foodstuffs. Li Huifang, owner of the Peixin Kindergarten in Tianshui, was handed a life sentence and fined 500,000 yuan (US$75,000), while Zhu Jinglin, the principal, was jailed for 15...

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Uncertainty Over Pope’s Health Fuels Familiar Debate Over Vatican’s Candor

By announcing his lung condition himself, Leo has been more forthcoming than many popes. But mysteries remain, prompting scrutiny of papal statements for hidden meaning.

© Lionel Bonaventure/Agence France-Presse — Getty Images

Pope Leo XIV at a torchlight procession last month in Lourdes, France. Vatican experts wondered if he already knew of his cancer diagnosis during that visit.
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Uncertainty Over Pope’s Health Fuels Familiar Debate Over Vatican’s Candor

By announcing his lung condition himself, Leo has been more forthcoming than many popes. But mysteries remain, prompting scrutiny of papal statements for hidden meaning.

© Lionel Bonaventure/Agence France-Presse — Getty Images

Pope Leo XIV at a torchlight procession last month in Lourdes, France. Vatican experts wondered if he already knew of his cancer diagnosis during that visit.
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Uncertainty Over Pope’s Health Fuels Familiar Debate Over Vatican’s Candor

By announcing his lung condition himself, Leo has been more forthcoming than many popes. But mysteries remain, prompting scrutiny of papal statements for hidden meaning.

© Lionel Bonaventure/Agence France-Presse — Getty Images

Pope Leo XIV at a torchlight procession last month in Lourdes, France. Vatican experts wondered if he already knew of his cancer diagnosis during that visit.
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Hong Kong touts key advantages over London in bid to become global gold hub

Distinctive features will set Hong Kong apart from London, a major bullion hub, as the city accelerates efforts to develop an international gold and precious metals trading ecosystem covering the entire value chain, a minister has told the South China Morning Post. In an exclusive interview on Thursday, Secretary for Financial Services and the Treasury Christopher Hui Ching-yu said the city would officially launch a central gold clearing platform in the first quarter of next year. It would...

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Shunned in the West, Ye hands Indonesia a rare mega-tour coup

Taylor Swift and Lady Gaga each chose Singapore as their only Southeast Asian stop on recent world tours. Fellow American singer Olivia Rodrigo played Thailand and the Philippines, but likewise skipped Indonesia. Next weekend, however, Jakarta is finally getting the big international headline act it has been craving – in the form of Ye. The controversial American rapper, formerly known as Kanye West, is set to play Indonesia’s capital next Saturday, marking the only Southeast Asian appearance on...

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3 Mexican men jailed for over 158 years for Australian, US surfer murders

A judge has sentenced three Mexican men to more than 158 years in prison each for the 2024 murders of two Australian brothers and their American friend, a case that tarnished Mexico’s image by exposing the risks foreigners face when visiting the tourism-dependent country. Friday’s sentencing, which came a week after the men were found guilty, marked the end of a lengthy legal process over the killings of Australians Callum and Jake Robinson, and American Carter Redd Rhoad. Their bodies were...

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3 Mexican men jailed for over 158 years for Australian, US surfer murders

A judge has sentenced three Mexican men to more than 158 years in prison each for the 2024 murders of two Australian brothers and their American friend, a case that tarnished Mexico’s image by exposing the risks foreigners face when visiting the tourism-dependent country. Friday’s sentencing, which came a week after the men were found guilty, marked the end of a lengthy legal process over the killings of Australians Callum and Jake Robinson, and American Carter Redd Rhoad. Their bodies were...

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‘Thai people already poor’: developing nations protest IMF’s austerity call

Coconut farmer Sombat Chuekrod travelled more than 200km (120 miles) to join hundreds on the streets of Bangkok on Friday demanding that the International Monetary Fund (IMF) and World Bank change how they deal with the developing world. Finance ministers, central bank governors and other top policymakers gathered this week in the Thai capital for the IMF-World Bank Annual Meetings, as decision makers tackle an inflation crisis fuelled by the Iran war and other economic shocks. The message from...

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A Wayward Shark Becomes a Celebrity in South Korea

Stranded in a port waterway for weeks, the 10-foot fish has attracted more than a million spectators, while officials try to guide her back to open sea.

© Yonhap News Agency, via Reuters

The shark that has been stuck in a canal in Busan, South Korea, since September.
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Trump pauses Russian sanctions package after striking diesel deal with Putin

US President Donald Trump on Friday signed an executive order that puts on hold a sweeping new sanctions package targeting the Russian economy, telling Congress the pause was in the national interest. Named after late South Carolina senator Lindsey Graham, the measure had sought to clamp down more quickly on the flow of financial resources fuelling the war against Ukraine. The move comes a week after Trump stunningly said the US had agreed to purchase diesel from Russia to try to bring down...

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Trump pauses Russian sanctions package after striking diesel deal with Putin

US President Donald Trump on Friday signed an executive order that puts on hold a sweeping new sanctions package targeting the Russian economy, telling Congress the pause was in the national interest. Named after late South Carolina senator Lindsey Graham, the measure had sought to clamp down more quickly on the flow of financial resources fuelling the war against Ukraine. The move comes a week after Trump stunningly said the US had agreed to purchase diesel from Russia to try to bring down...

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A companion between appointments: Hong Kong student’s AI tool for cancer patients

For cancer patients in Hong Kong, emotional distress can persist beyond the clinic, with a large combined analysis of multiple studies linking depression and anxiety to lower chances of survival. Claudia Chan Shu-ying, a medical student at the Chinese University of Hong Kong (CUHK), is developing CancerCompanion, a digital companion designed to offer emotional support between appointments, including late at night when professional help may not be immediately available. The system uses AI-powered...

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Ilhan Omar’s Sister’s Phone Was Seized Before Search of Lawmaker’s Home

A criminal investigation into the lawmaker’s immigration process advanced after federal investigators reviewed family text messages from a seized phone.

© J. Scott Applewhite/Associated Press

A Homeland Security officer carries a box from the Washington residence of Rep. Ilhan Omar, during a search on Monday.
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School Shooting in Bend, Ore., Has Heroes and Pain, But Few Answers

The city of Bend, Ore., is praising those who worked to stop the gunman at Silver Rail Elementary School. The authorities are searching for answers.

© Jordan Gale for The New York Times

A growing memorial outside Silver Rail Elementary School the morning after a gunman killed three children and a teacher in Bend, Ore.
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Cornell Board Presents United Front Amid Crisis Over Sexual Assault Allegations

While the powerful board appeared to back campus administration, some students protested against the backdrop of homecoming weekend.

© Lauren Petracca for The New York Times

Inside the halls where Cornell University’s board of trustees gathered this week, there were no visible cracks in its unity.
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Chinese man celebrates wedding to one woman, baby with ex-lover at same venue on same day

A man in southwestern China has sparked widespread criticism after holding a wedding with one woman and a celebration for his baby with another at the same venue on the same day. According to The Beijing News, Wu Linfeng, from Liupanshui, Guizhou province, held a wedding ceremony with Kong Sihan on the first floor of a restaurant while hosting a 100-day celebration for his son with his former girlfriend, Lin Si, on the second floor. One poster at the venue showed Wu and Kong in wedding attire...

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Air rage incidents in Japan surge, led by late check-in ‘flashpoint’

Airline employees in Japan are experiencing a surge in abuse incidents from customers linked to delays or cancellations of flights or from being refused boarding due to late check-in, according to a survey. Some 30 per cent of ground staff or cabin crew reported bearing the brunt of passengers’ anger over such matters in the past year, according to the survey by the Japan Federation of Aviation Industry Unions released last month, rising from 7 per cent in its previous survey in 2023. In...

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Foreign banks trim China branch networks as low returns test strategy

Almost two decades after gaining permission to conduct yuan business for local clients, foreign-funded banks are still refining their strategy in China, where the financial sector is dominated by state-owned lenders. While Citi exited its China retail banking business, other foreign banks have continued to close branches and sub-branches, focusing instead on digitalisation, wealth management and core clients to strengthen their foothold in the market. Deutsche Bank (China) announced the closure...

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Philippines’ ‘China-free’ manufacturing strategy is a high-risk bet

China and the Philippines recently traded accusations over the medical evacuation of a Philippine serviceman from a grounded naval vessel in the hotly disputed Second Thomas Shoal in the South China Sea. The incident has sparked renewed worries about potential armed skirmishes in a global artery of trade. But Philippine President Ferdinand Marcos Jnr was also quick to emphasise the economic dimensions of a major conflict. After a decade of rapid economic growth, the Philippines is facing...

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Philippines’ ‘China-free’ manufacturing strategy is a high-risk bet

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Growing number of ex-officials enter race for Hong Kong Election Committee seats

A growing number of former senior government officials have joined the race for seats on Hong Kong’s Election Committee, a trend observers say will enhance the prestige and legitimacy of the body tasked with choosing the city’s next leader. As the two-week nomination period draws to a close next Tuesday, the Registration and Electoral Office had received 1,115 nominations for 982 elected seats on the Election Committee as of Friday. The poll will be held on November 22 and the elected members...

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‘Hot economics, cold politics’: why China gave nod for expanded Japanese trade trip

Beijing’s decision to allow a bigger Japanese business delegation to go to China next month may be cause for some optimism but “hot economics and cold politics” will continue to dominate the strained relationship between the two countries, observers say. Kyodo news agency reported this week that Beijing had agreed to allow the Japanese Business Federation – the country’s most influential business lobby, also known as Keidanren – to expand its delegation coming to China next month. The group will...

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Trump mocks popularity of Mohammad as Muslim name during campaign speech

US ⁠President Donald Trump made a ⁠joke about the popularity of ⁠the name Mohammad in the Muslim world as he mocked Iran’s presidency during a campaign speech on Friday. “You know, if you’re in doubt about somebody’s name from the Middle East, just say ‘Mohammad’,” Trump told a ‌crowd in Dalton, Georgia. “You have about a 65 per cent chance. ‘Hello, Mohammad.’ I’ve done it for years now. I’ve never been wrong.” Mohammad is one of the most common male names among Muslims, who often name their...

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Japan’s Takaichi sends offering to controversial Yasukuni war shrine

Prime Minister Sanae Takaichi on Saturday sent a ritual offering to Yasukuni Shrine in Tokyo, regarded by Japan’s neighbours as a symbol of the country’s past militarism, at the start of its three-day autumn festival. Takaichi, known as a conservative who routinely visited the Shinto shrine before becoming prime minister a year ago, was unlikely to visit the shrine during the festival, a source close to her said, amid strained relations with China and relatively stable ties with South Korea. The...

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How We Reported on the Cornell Case

In our first edition of The Backstory, a new newsletter about Times journalism, we’re diving into coverage of a rape allegation and talking to a critic who says we’re not tough enough on Trump.

© Heather Ainsworth for The New York Times

Students walk past the now shuttered Chi Phi fraternity house at Cornell University.
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Malaysia’s shoppers love Chinese e-commerce. Its factories pay the price

In hindsight, it was only a matter of time before Esha Yusof joined the growing ranks of Malaysian shoppers being drawn to Chinese e-commerce giant Pinduoduo. Esha is a relative newcomer. She signed up in July, more than half a year after the platform launched in Malaysia – and has been smitten with it ever since. Rock-bottom prices, a vast range of products and seamless payments through a popular local e-wallet make it easy for the 32-year-old to spend an average of 500 ringgit (US$122) a month...

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North Korea says it tested new torpedo with AI tech

⁠North Korea conducted an underwater ⁠test of a new torpedo weapon system on Thursday to verify technological upgrades, state news agency KCNA reported on Saturday, describing the test as a success and a significant step in ‌the country’s naval development. The test verified propulsion technology developed through more than 180 tests over the past five years, KCNA said, adding that artificial intelligence was used for target detection and guidance in the new high-speed precision-guided...

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Teacher Killed in Oregon School Shooting Was Working Her ‘Dream Job,’ Family Says

Megan Lambert graduated from high school in the district where she taught. She died in a classroom with Rhoam Summer and two other children when a shooter attacked.

© Jordan Gale for The New York Times

Community members at Drake Park in Bend, Ore., on Friday, the day after a gunman killed three children and a teacher nearby at Silver Rail Elementary School.
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When a Social Media Mob Came for Cornell’s Jane Doe

After a former student named seven men in a lawsuit saying they had sexually assaulted her, a movement gained steam online to reveal her identity.

© Lauren Petracca for The New York Times

A former Cornell student’s lawsuit accusing members of a fraternity of sexual assault stirred anger and debate at the university and on college campuses nationwide.
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China warns EU not to ‘fantasise’ on trade approach as Brussels confirms new ‘kill switch’

Beijing warned Brussels not to “fantasise” that taking a hard line will force it into concessions, as the bloc confirmed plans for a gung-ho new kill switch that will allow Brussels to “immediately” kick China out of the single market. Exactly a week after the two sides struck a surprise deal to restrict the volume of hybrid cars China ships to Europe, the flare-up suggests the threat of a trade war between two of the world’s three biggest economies has far from subsided. “The EU should not...

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Oregon teen gunman was tackled by ‘heroic’ teacher then shot by students’ father

A teacher threw her phone at the teenage gunman who killed four people at an Oregon junior school, then tackled and fought with him – probably saving lives before he was shot by a father who followed him into the building, police said Friday. Bend Police Chief Mike Krantz called the teacher’s actions “heroic” during a news conference and said she was not injured. He identified the attacker as 16-year-old Griffin J. John II and said all of the victims were shot in the same classroom. Authorities...

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New details emerge in US investigations of Chinese-American scientists over China links

A US congressional committee has released details of investigations into dozens of researchers, many of them Chinese-American, revealing the scale of government scrutiny sweeping academia over alleged links to China. The documents – running to hundreds of pages – were released alongside a separate report by the House Select Committee on China. Titled “How to Stop China’s Theft of Taxpayer-Funded Research”, the report pushes back against arguments by universities and academic groups that tighter...

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Sean ‘Diddy’ Combs moved to new prison after reports of luxury lifestyle behind bars

Sean “Diddy” Combs has been moved to a federal prison in Pennsylvania after reports that the hip-hop mogul was living the high life and was injured in a fight at his New Jersey lock-up, a person familiar with the matter said on Friday. The federal Bureau of Prisons is transferring Combs, 56, from FCI Fort Dix to FCI Allenwood Low, a low-security facility south of Williamsport and about 250km (155 miles) west of New York, the person said. The person was not authorised to speak publicly and did so...

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Paraguay’s tech minister defies Beijing sanctions, says Taiwan ties ‘not up for negotiation’

Paraguay’s technology minister said on Thursday that sanctions imposed on him by Beijing over his country’s ties with Taiwan would only accelerate joint projects with the island. Gustavo Villate, who heads the Ministry of Information and Communication Technologies, wrote in a lengthy social media post that the relationship with Taipei would “never be on the negotiating table”. He also suggested that Beijing had acted to protect Chinese telecoms suppliers kept out of Paraguay’s networks. “This...

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Paraguay’s tech minister defies Beijing sanctions, says Taiwan ties ‘not up for negotiation’

Paraguay’s technology minister said on Thursday that sanctions imposed on him by Beijing over his country’s ties with Taiwan would only accelerate joint projects with the island. Gustavo Villate, who heads the Ministry of Information and Communication Technologies, wrote in a lengthy social media post that the relationship with Taipei would “never be on the negotiating table”. He also suggested that Beijing had acted to protect Chinese telecoms suppliers kept out of Paraguay’s networks. “This...

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Paraguay’s tech minister defies Beijing sanctions, says Taiwan ties ‘not up for negotiation’

Paraguay’s technology minister said on Thursday that sanctions imposed on him by Beijing over his country’s ties with Taiwan would only accelerate joint projects with the island. Gustavo Villate, who heads the Ministry of Information and Communication Technologies, wrote in a lengthy social media post that the relationship with Taipei would “never be on the negotiating table”. He also suggested that Beijing had acted to protect Chinese telecoms suppliers kept out of Paraguay’s networks. “This...

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Paraguay’s tech minister defies Beijing sanctions, says Taiwan ties ‘not up for negotiation’

Paraguay’s technology minister said on Thursday that sanctions imposed on him by Beijing over his country’s ties with Taiwan would only accelerate joint projects with the island. Gustavo Villate, who heads the Ministry of Information and Communication Technologies, wrote in a lengthy social media post that the relationship with Taipei would “never be on the negotiating table”. He also suggested that Beijing had acted to protect Chinese telecoms suppliers kept out of Paraguay’s networks. “This...

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Americans see China more positively than Russia, but both near bottom of G20: Pew report

As the US prepares to host the G20 summit in Miami in December, Americans’ views of participating countries vary, with China viewed more favourably than Russia, although both rank near the bottom, according to the latest Pew Research Centre report. Americans gave China an average rating of 37 out of 100, compared with 27 for Russia, Pew found in a report released on Friday. Canada, Australia, Japan and Italy received the warmest ratings, with average scores in the mid-to-high 60s. “Russia stands...

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Americans see China more positively than Russia, but both near bottom of G20: Pew report

As the US prepares to host the G20 summit in Miami in December, Americans’ views of participating countries vary, with China viewed more favourably than Russia, although both rank near the bottom, according to the latest Pew Research Centre report. Americans gave China an average rating of 37 out of 100, compared with 27 for Russia, Pew found in a report released on Friday. Canada, Australia, Japan and Italy received the warmest ratings, with average scores in the mid-to-high 60s. “Russia stands...

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Americans see China more positively than Russia, but both near bottom of G20: Pew report

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US: Trump dismisses Zampolli amid dispute over parallel diplomacy involving Russia and the Balkans

Italiano

He conducted himself like a head of state, exercising an extraordinary degree of autonomy that appeared to place him beyond the established chain of command. Paolo Zampolli’s removal from Donald Trump’s administration may have broader political implications than a personal dispute with Deputy Secretary of State Christopher Landau. Behind the dismissal of the Italian-American businessman, a longtime friend of the president who served as US Special Representative for Global Partnerships until October 15, lies a fundamental question about control over American foreign policy: how far can someone close to the White House go in conducting diplomatic initiatives, meeting representatives of foreign governments and promoting international agreements without going through the State Department?

The immediate explanation for his dismissal came from Politico, which reconstructed months of clashes between Zampolli and Landau through a series of emails. But an examination of the former representative’s international activities suggests that the dispute went beyond questions of hierarchy. From Russia to Serbia, from Republika Srpska to Central Asia, Zampolli had developed a network of political and economic relationships that appeared to extend well beyond his cultural mandate. What remains unclear is whether these initiatives were directly authorized by Trump, tolerated by the White House or pursued with a degree of autonomy that the State Department was no longer prepared to accept.

One particularly significant development emerged from Russia. Yesterday, on the very day of his dismissal, the Russian state news agency TASS published an extensive interview with Zampolli, identifying him as a special representative of the US president. The subject was sports cooperation between the United States and the Russian Federation, but the discussion went well beyond organizing competitions. Zampolli argued that sport could reopen channels of dialogue closed by political tensions and proposed structured cooperation between Washington and Moscow, including hockey games, football matches, exchanges involving athletes and coaches, and a joint coordination mechanism.

The former representative had also expressed support for the gradual reintegration of Russian athletes into international competitions, hoping for their fuller participation in the 2028 Los Angeles Olympics. He welcomed the return of the Russian flag and national anthem at the Paralympic Games in Italy, describing it as an important step forward. These remarks, however, did not constitute an official announcement by Washington concerning the restoration of Russian participation under national symbols. They were statements made by Zampolli during an interview, with no corresponding decision by US authorities or Olympic governing bodies having been established.

The most relevant detail is that Zampolli had already met Russian Sports Minister Mikhail Degtyarev on September 1 in Bishkek, Kyrgyzstan. In his interview with TASS, he confirmed that the two had discussed the 2028 Olympics and prospects for sports cooperation between their respective countries. He also expressed a willingness to travel to Moscow to achieve concrete results, provided there were clearly defined objectives and support from the appropriate institutional channels. The meeting with Degtyarev therefore establishes that direct contact had taken place with a member of the Russian government, while his willingness to visit Moscow confirms his intention to develop that channel further.

Sports diplomacy does not, in itself, constitute a violation of a cultural representative’s mandate. In Zampolli’s case, however, it takes on a different significance when viewed against the backdrop of his confrontation with Landau. According to emails obtained by Politico and also reported by Corriere della Sera, as early as November 14, 2025, the deputy secretary of state had ordered him to cease activities not directly related to cultural diplomacy. The message, copied to 15 other officials, left little doubt about the existence of an institutional conflict. Landau challenged Zampolli over foreign policy initiatives and commercial and economic activities he considered unauthorized, going so far as to warn of disciplinary consequences and dismissal.

Zampolli rejected the accusations and invoked his direct relationship with Trump. This confrontation lies at the heart of the affair. On one side stood the State Department, determined to retain control over diplomatic initiatives; on the other, a presidential representative who believed he could operate on the strength of the president’s personal confidence. The issue was not merely who had the authority to issue instructions, but who had the power to represent the United States in its dealings with foreign governments.

A second line of inquiry leads to the Balkans, where Zampolli’s activities had taken on an even more explicitly political character. On February 10, 2026, the Republika Srpska news agency SRNA reported a meeting in Banja Luka between the American representative and Milorad Dodik, leader of the SNSD and former president of the Serb entity within Bosnia and Herzegovina. Dodik described the meeting as a continuation of a visit to Washington and an opportunity to strengthen dialogue with international centers of power, explicitly emphasizing Zampolli’s closeness to Trump.

The context is crucial. Republika Srpska is not an independent state but one of the two entities that make up Bosnia and Herzegovina. Dodik’s political initiatives, his advocacy of greater autonomy for the Serb entity and his repeated confrontations with Bosnia’s central institutions have long had an international dimension. His ties with Moscow and his positions on Bosnia and Herzegovina’s constitutional structure make any contact with American representatives that could be interpreted as political recognition particularly sensitive.

Against this backdrop, Zampolli’s presence in Banja Luka appears to have been more than a routine exercise in cultural diplomacy. Dodik presented the meeting as part of a political relationship with Washington, while the reference to the representative’s personal closeness to Trump enhanced its symbolic significance. There is, however, no evidence that Zampolli had been authorized to negotiate matters concerning the status of Republika Srpska or the institutional framework of Bosnia and Herzegovina.

Politico’s account adds a significant detail: Landau reportedly intervened to clarify the limits of Zampolli’s authority to Serbian officials. When considered alongside the emails insisting that the representative remain within his cultural mandate, this episode shows that the State Department’s concerns were not confined to internal disagreements. They had already affected dealings with foreign counterparts.

Russia and Republika Srpska therefore represent two distinct aspects of the same underlying issue. In the first case, Zampolli promoted a revival of US-Russian relations through sport, meeting a Russian government minister and proposing new bilateral initiatives. In the second, he engaged with a central figure in Bosnia’s political tensions, in circumstances where his proximity to the White House could be interpreted as a signal of American support. There is insufficient public evidence to suggest that the two activities were coordinated or formed part of a common strategy. Both, however, help explain why the State Department may have regarded the representative’s operational autonomy as problematic.

Adding another layer of complexity was the economic dimension. Landau had also challenged Zampolli over potentially unauthorized commercial activities. The former representative, for his part, maintained that he had helped facilitate major deals, including Uzbekistan Airways’ purchase of 22 Boeing aircraft. The issue touches on a defining feature of Trump’s foreign policy, in which diplomatic relationships, investment and commercial agreements are often closely intertwined. But promoting economic opportunities within the scope of an authorized appointment is one thing; using a government position to pursue initiatives without coordinating with the relevant institutions is quite another. Landau’s allegations, however, do not amount to proof of unlawful conduct.

The dismissal came just hours after Politico published its investigation. A US administration official confirmed that Zampolli’s appointment had been terminated and that the businessman was no longer a government employee. Zampolli said he was not surprised by the decision and posted a conciliatory message on X, noting that Trump had extended his appointment by more than six months and thanking the president, Secretary of State Marco Rubio and the administration.

According to Zampolli’s own account to Corriere della Sera, Trump personally called him and encouraged him to return to business. The former representative’s version suggests a mutually agreed departure, or at least one that did not involve a definitive personal rupture. The official confirmation of his dismissal and the previously documented conflict with Landau, however, point to a more complicated affair.

Finally, there is the timing of the TASS interview. On October 15, the Russian news agency portrayed Zampolli as an American interlocutor working to promote rapprochement between Moscow and Washington. That same day, news emerged of his removal from his State Department position. The sequence is politically significant, but it does not establish that the interview triggered his dismissal. It is not known when the interview was conducted or whether senior US officials were aware of its contents beforehand. Moreover, the dispute with Landau had begun many months earlier.

The affair may therefore have less to do with individual initiatives involving Russia or the Balkans than with the way Zampolli exercised his role. The former representative appeared to operate in a gray area between cultural diplomacy, personal political relationships and the promotion of economic agreements. His closeness to Trump gave him access and visibility, but not necessarily unlimited authority over foreign policy matters.

It is in this overlap of responsibilities that a possible political explanation for his removal emerges. The State Department may have been willing to accommodate a representative tasked with promoting cultural relations and international partnerships, but not one who appeared, in the eyes of foreign governments, to offer an alternative to official diplomatic channels.

The unanswered question is whether Trump decided to put an end to a form of personal diplomacy that had become too independent, or whether he simply chose to back Landau once the conflict became public. The available evidence does not allow for a definitive conclusion. What it does show, however, is that the affair involved far more than an exchange of emails: it was a fundamental dispute over who had the authority to speak and negotiate on behalf of the United States.

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Russia Appears to Step Up Efforts to Influence U.S. Voters

One campaign has created social media posts focusing on U.S. support for Israel to sow discord ahead of the midterm elections.

© Anastasia Barashkova/Reuters

American officials say they have identified similar influence campaigns by Russia and others in years past, all trying to create discord over contentious topics.
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China bar exam row sinks Trump press secretary Katie Zacharia after just 5 days

Katie Zacharia was “let go” as White House press secretary on Friday, a White House official said, five days into a tenure dominated by questions over her claimed legal career in China, where she said she had passed a bar exam. Her exit came on the same day Beijing invited her to visit China more often, responding to her remark that the country “doesn’t even have proper toilets”. US President Donald Trump said he had urged her to reconsider the job but denied firing her. “I told her: ‘I think...

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China bar exam row sinks Trump press secretary Katie Zacharia after just 5 days

Katie Zacharia was “let go” as White House press secretary on Friday, a White House official said, five days into a tenure dominated by questions over her claimed legal career in China, where she said she had passed a bar exam. Her exit came on the same day Beijing invited her to visit China more often, responding to her remark that the country “doesn’t even have proper toilets”. US President Donald Trump said he had urged her to reconsider the job but denied firing her. “I told her: ‘I think...

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China pushes back as US lawmaker seeks blacklist of universities and tech labs

A Republican lawmaker is requesting the Pentagon blacklist 58 Chinese universities and 62 technology labs as national security threats, a move Beijing calls Cold War-style overreach and critics warn could freeze US-China scientific collaboration and ultimately undermine American innovation itself. In a letter to US Secretary of Defence Pete Hegseth, House Select Committee on China Chairman John Moolenaar urged the Pentagon to add several prestigious Chinese institutions – some linked to Nvidia,...

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China pushes back as US lawmaker seeks blacklist of universities and tech labs

A Republican lawmaker is requesting the Pentagon blacklist 58 Chinese universities and 62 technology labs as national security threats, a move Beijing calls Cold War-style overreach and critics warn could freeze US-China scientific collaboration and ultimately undermine American innovation itself. In a letter to US Secretary of Defence Pete Hegseth, House Select Committee on China Chairman John Moolenaar urged the Pentagon to add several prestigious Chinese institutions – some linked to Nvidia,...

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L’Ucraina riprende 277 chilometri quadrati nel Donetsk con la controffensiva «Vivaldi»: Kiev rivendica 8.000 perdite russe

KARPIVKA — Volodymyr Zamota, 61 anni, è l’unico abitante rimasto di Karpivka, villaggio del Donetsk occupato dai russi dall’aprile 2025. Ha passato otto mesi senza vedere nessuno. Ora i soldati ucraini che hanno ripreso la zona gli calano il cibo con i droni e lo chiamano «Nonno». «Come si dice, la speranza è l’ultima a morire», ha raccontato alla BBC, che oggi ha pubblicato un reportage dal fronte. «Il villaggio è quasi completamente distrutto».

Karpivka è uno dei 16 insediamenti che Kiev dichiara di aver ripreso da agosto con la controffensiva «Vivaldi», quattro fasi battezzate come le stagioni del concerto, nel settore di Lyman, nel nord del Donetsk. Il bilancio ucraino è di 277 chilometri quadrati, circa 8.000 soldati russi fuori combattimento e 250 prigionieri. L’avanzata ha smussato la manovra a tenaglia con cui Mosca minacciava di accerchiare le città fortificate del Donbass.

Il brigadiere generale Andrii Biletskyi, comandante del III Corpo d’armata, ha annunciato il 14 ottobre la chiusura della quarta fase: altri 100 chilometri quadrati e tre villaggi. I guadagni russi dell’anno, sostiene, sono ormai «vicini allo zero». Mosca non riconosce nulla: i bollettini del ministero della Difesa russo parlano di attacchi «respinti» nella zona di Lyman e di «miglioramenti della posizione tattica». I blogger militari filorussi, secondo l’Institute for the Study of War di Washington, ammettono invece l’arretramento.

Sul campo la differenza l’hanno fatta le macchine. Robot e droni hanno aperto gli assalti e, per la prima volta, veicoli esplosivi telecomandati sono stati sganciati dietro le linee russe. «Prima difendevamo, ora dovevamo attaccare: abbiamo dovuto ristrutturare completamente l’approccio», dice Phoenix, comandante di un’unità della brigata Revenge, rientrata dopo 95 giorni in prima linea.

La frenata di Starlink

Quegli stessi droni, da due giorni, colpiscono la metà. Il 14 ottobre, senza preavviso, Starshield, il ramo militare della rete satellitare di SpaceX, ha limitato i servizi di navigazione a 160 chilometri orari. Sopra quella soglia Kiev perde il tracciamento dei propri intercettori, mentre i droni russi a reazione Geran-4 superano i 500 all’ora e sono ormai, secondo Zelensky, sei su dieci. I colpi giornalieri dei reparti ucraini senza pilota sono scesi da una media di 2.300 a 1.053 il 15 ottobre.

Elon Musk, proprietario di SpaceX, ha rinviato a Washington: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite è deciso dai militari americani e in ultima istanza dal presidente». Un alto funzionario statunitense ha detto alla CNN che Trump non ha fatto alcuna richiesta del genere; altre ricostruzioni attribuiscono l’ordine alla Casa Bianca, che non ha commentato.

A Bruxelles, al Consiglio europeo, Volodymyr Zelensky ha tenuto un tono misurato. «Abbiamo pienamente ripristinato la velocità che avevamo prima? No. La velocità sta tornando? Sì», ha detto in conferenza stampa. Le restrizioni, ha aggiunto, «hanno interrotto la logistica e compromesso la protezione della popolazione civile».

L’Europa non ha un’alternativa pronta. «Starlink è davvero necessario per l’Ucraina. E purtroppo, nel breve periodo, l’Europa non può sostituire questa capacità», ha ammesso Kaja Kallas, alta rappresentante Ue per la politica estera. Il vertice si è chiuso senza nuovi aiuti finanziari né missili per la difesa aerea, mentre Zelensky ha chiesto 70 miliardi di euro in più per il 2027.

La frenata arriva in una settimana di strappi con Washington. Il 9 ottobre Trump ha invitato la Russia a vendere 1,8 milioni di tonnellate di diesel sul mercato globale, pochi giorni dopo aver firmato una legge che inasprisce le sanzioni; il 13 i partner non hanno condiviso l’allerta su cinque missili balistici diretti su Kiev. Giovedì, a Newsmax, il presidente americano ha definito Zelensky «più difficile da trattare di Putin». Il terreno ripreso a Lyman e la soglia imposta a Starshield misurano la stessa cosa: quanto l’Ucraina possa ancora combattere senza il consenso americano.

Il capo di stato maggiore della brigata Revenge, Andriy Hitt, riassume il risultato di Vivaldi in «posizioni vantaggiose, linee favorevoli e una testa di ponte». A settembre, con i satelliti a piena velocità, l’aviazione ucraina aveva intercettato oltre 4.700 tra droni e missili.

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Brasile, Lula apre all’imputabilità a 16 anni: la svolta a 9 giorni dal ballottaggio con Flávio Bolsonaro

BRASÍLIA — Per decenni il Partito dei Lavoratori ha votato contro ogni proposta di abbassare l’età dell’imputabilità penale. Giovedì sera, davanti alle telecamere del Jornal Nacional, il telegiornale più seguito del Brasile, il suo fondatore e presidente della Repubblica Luiz Inácio Lula da Silva, 80 anni, ha detto di essere favorevole a portarla da 18 a 16 anni per i crimini «hediondos», gli efferati. Mancano nove giorni al ballottaggio del 25 ottobre contro Flávio Bolsonaro, e i sondaggi danno un pareggio.

«Sono favorevole a ridurre a 16 anni, ma non a discuterne in questa Pec», ha detto Lula. La Pec è la proposta di emendamento costituzionale sulla sicurezza, l’equivalente di una riforma costituzionale, che il governo ha presentato per rafforzare i poteri federali contro la criminalità. L’apertura arriva mentre il Datafolha di giovedì dà il senatore Bolsonaro al 47% e Lula al 45%. Sui voti validi è 51 a 49, dentro il margine d’errore: una settimana prima il distacco era di quattro punti.

Il voto sulla riforma, previsto giovedì in Senato, è saltato proprio per la lite sull’età, riferisce Reuters. L’opposizione voleva inserire il taglio nel testo del governo: 16 anni in generale, 14 per i reati violenti, la linea che Flávio Bolsonaro sostiene da tempo. Il capogruppo del Partito dei Lavoratori al Senato, Camilo Santana, uomo della campagna di Lula, ha depositato con 27 senatori un emendamento che limita la riduzione ai soli crimini efferati. Il testo rivale porta la firma di Rogério Marinho, coordinatore della campagna di Bolsonaro, con più di 30 colleghi.

Per passare, un emendamento costituzionale ha bisogno di 49 voti su 81 in due letture, e ogni modifica di sostanza rimanda il testo alla Camera. Flávio Bolsonaro, 45 anni, senatore di Rio de Janeiro e primogenito dell’ex presidente Jair, non ha replicato in pubblico all’apertura di Lula.

La settimana delle 40 ore

L’apertura sull’imputabilità chiude una settimana di annunci. Mercoledì il Senato ha approvato l’emendamento costituzionale che riduce la settimana lavorativa massima da 44 a 40 ore a parità di salario, una delle priorità di Lula. «È un giorno per celebrare una conquista storica per milioni di lavoratori», ha detto il presidente. «Chi lavora così duramente per costruire il Brasile merita anche il tempo per vivere».

Nei giorni precedenti il governo ha vietato le scommesse sportive, e giovedì Lula ha annunciato una proposta di emendamento costituzionale per il trasporto pubblico gratuito nei fine settimana, mentre tornava ai comizi di piazza. Al primo turno del 4 ottobre il figlio dell’ex presidente aveva chiuso in testa con il 47,03% contro il 45,16%. Secondo gli analisti sentiti da Al Jazeera, Bolsonaro non ha però ereditato nella misura attesa i voti dei candidati conservatori eliminati, pur avendo incassato l’appoggio dei partiti di destra e di centrodestra.

Tutte le rilevazioni raccontano la stessa rimonta. Il Quaest di giovedì, il primo dopo il primo turno, dà Bolsonaro al 46% e Lula al 44%. Il PoderData di inizio settimana ha visto lo scarto sui voti validi scendere da sei a due punti. Il Datafolha, condotto su 2.520 elettori, registra inoltre un 6% di schede bianche e un 2% di indecisi, in quello che Bloomberg definisce un «pareggio tecnico».

La sicurezza pubblica è il terreno su cui la destra brasiliana ha costruito la candidatura Bolsonaro, e Lula ha scelto di andarci a nove giorni dal voto, a costo di rovesciare una posizione storica del suo partito. Sullo sfondo restano i dazi aggiuntivi del 25% imposti da Washington su gran parte dei beni brasiliani e l’appoggio dichiarato di Donald Trump al figlio dell’ex presidente. Le urne apriranno domenica 25 ottobre alle 8 e chiuderanno alle 17 ora di Brasília (le 21 in Italia); il conteggio del Tribunale superiore elettorale comincerà subito dopo.

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China bar exam row sinks Trump press secretary Katie Zacharia after just 5 days

Katie Zacharia was “let go” as White House press secretary on Friday, a White House official said, five days into a tenure dominated by questions over her claimed legal career in China, where she said she had passed a bar exam. Her exit came on the same day Beijing invited her to visit China more often, responding to her remark that the country “doesn’t even have proper toilets”. US President Donald Trump said he had urged her to reconsider the job but denied firing her. “I told her: ‘I think...

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From hospital, Pope Leo pushes Putin for ceasefire in contested Ukraine city

Pope Leo spoke with Russian President Vladimir Putin by phone on Friday, calling for a ceasefire in a Russian-occupied city in southern Ukraine, as he recovers in hospital from a lung cancer operation. The Vatican said that Pope Leo “expressed his deep concern about the grave humanitarian situation in the city of Oleshky, in the Kherson region, and called for a ceasefire to allow the delivery of food and medical assistance, and the voluntary and safe evacuation of the civilian population”. The...

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From hospital, Pope Leo pushes Putin for ceasefire in contested Ukraine city

Pope Leo spoke with Russian President Vladimir Putin by phone on Friday, calling for a ceasefire in a Russian-occupied city in southern Ukraine, as he recovers in hospital from a lung cancer operation. The Vatican said that Pope Leo “expressed his deep concern about the grave humanitarian situation in the city of Oleshky, in the Kherson region, and called for a ceasefire to allow the delivery of food and medical assistance, and the voluntary and safe evacuation of the civilian population”. The...

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Myanmar, gli Stati Uniti trattano con i militari per terre rare e lotta alle frodi

Gli Stati Uniti hanno riaperto un canale diplomatico con il governo del Myanmar sostenuto dai militari, mentre la guerra civile continua a dividere il Paese. Secondo Reuters, funzionari americani e rappresentanti delle autorità birmane si sono incontrati riservatamente a Tokyo, dopo un precedente confronto svoltosi a settembre nella capitale Naypyitaw. Sul tavolo figurano il contrasto alle frodi informatiche, la liberazione di un imprenditore statunitense e il possibile accesso alle terre rare, risorse strategiche per le quali Washington cerca di ridurre la dipendenza dalla Cina.

Il contenuto dell’ultimo incontro non è stato reso pubblico e non esistono conferme di un accordo minerario. La ripresa dei contatti rappresenta tuttavia un segnale politico importante, considerando l’isolamento internazionale delle autorità militari birmane e le sanzioni adottate dagli Stati Uniti dopo il colpo di Stato del 2021.

Per Washington, il dialogo può offrire risultati su questioni specifiche e aprire nuove possibilità di approvvigionamento. Per i vertici di Naypyitaw, invece, il confronto con una potenza occidentale costituisce un’opportunità per recuperare legittimità diplomatica senza aver ancora risolto il conflitto interno.

Uno dei principali argomenti negoziali riguarda i centri di frode informatica operanti nel territorio birmano, spesso collegati a reti criminali transnazionali e allo sfruttamento di persone costrette a partecipare alle truffe.

Nel maggio 2025 il Dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato l’Esercito nazionale Karen e alcuni suoi dirigenti, accusandoli di favorire frodi online, tratta di esseri umani e contrabbando.

Secondo Washington, la milizia avrebbe tratto benefici economici dalle attività criminali anche grazie ai rapporti intrattenuti con l’apparato militare birmano.

Questi collegamenti rendono particolarmente delicata un’eventuale collaborazione con le autorità di Naypyitaw. Chiedere al governo sostenuto dai militari di contrastare organizzazioni che operano attraverso reti a esso collegate significa verificare la sua effettiva disponibilità a colpire interessi economici e politici consolidati.

La chiusura di singoli centri non sarebbe sufficiente a dimostrare un cambiamento. I risultati dovrebbero essere valutati attraverso la liberazione delle persone sfruttate, l’interruzione dei flussi finanziari e la capacità di impedire che le organizzazioni criminali trasferiscano semplicemente le attività in altre località.

Il rischio per gli Stati Uniti è ottenere risultati limitati, offrendo contemporaneamente alle autorità militari un riconoscimento politico che potrebbe rafforzarne la posizione interna.

La questione delle terre rare introduce una dimensione strategica ancora più importante. Il Myanmar dispone di risorse utilizzate nella produzione di magneti permanenti, componenti elettronici e tecnologie fondamentali per l’industria civile e militare.

Secondo il servizio geologico statunitense, il Paese figura tra i principali produttori mondiali. Nel 2024 una parte significativa delle estrazioni era concentrata nello Stato Kachin, in aree controllate da un’organizzazione armata indipendentista, con esportazioni dirette prevalentemente verso la Cina.

Questo elemento limita le possibilità negoziali del governo di Naypyitaw. Rivendicare la sovranità su un territorio non significa controllarne effettivamente i giacimenti, le vie di trasporto e le infrastrutture necessarie all’attività mineraria.

Per garantire forniture regolari servirebbero accordi con gli attori che esercitano il controllo delle aree estrattive, oltre a condizioni di sicurezza sufficienti per il trasporto e la lavorazione dei materiali.

La guerra civile rende questi obiettivi particolarmente complessi. Le operazioni minerarie richiedono investimenti, energia, collegamenti logistici e garanzie contrattuali che difficilmente possono essere assicurati in territori contesi.

Esiste inoltre un ostacolo industriale. Il predominio cinese non riguarda soltanto l’acquisto delle terre rare, ma anche la loro separazione e raffinazione.

La disponibilità di nuovi giacimenti non garantirebbe quindi agli Stati Uniti una filiera autonoma. Anche acquistando minerali dal Myanmar, Washington dovrebbe disporre di impianti alternativi per trasformarli nei materiali utilizzati dall’industria.

La riduzione della dipendenza dalla Cina richiederebbe investimenti lungo l’intera catena produttiva, dalla raccolta del minerale alla lavorazione finale, con costi elevati e tempi difficili da prevedere.

A questi problemi si aggiungono le condizioni ambientali e sociali delle attività estrattive. Un eventuale accordo dovrebbe confrontarsi con la tutela dei lavoratori, la gestione delle sostanze utilizzate nella lavorazione e il rischio che i ricavi alimentino le organizzazioni armate coinvolte nel conflitto.

Washington potrebbe quindi trovarsi davanti a una contraddizione: cercare nuove fonti di approvvigionamento per ridurre la dipendenza da Pechino, ma dover trattare con gruppi armati locali e continuare a utilizzare capacità industriali cinesi.

Anche il ruolo del Giappone richiede una lettura prudente. Tokyo ha ospitato l’incontro e mantiene interessi economici e diplomatici nel Myanmar, ma questo non dimostra una sua partecipazione a eventuali intese sulle risorse minerarie.

La disponibilità di un luogo di confronto può rispondere all’esigenza di mantenere canali di comunicazione, proteggere interessi economici e favorire contatti su questioni umanitarie e di sicurezza.

Un altro elemento riguarda le sanzioni americane. Il 9 ottobre le autorità statunitensi hanno rimosso Theint Win Htet dalla lista dei soggetti sanzionati.

La cancellazione di una singola persona non equivale tuttavia alla revoca delle misure adottate contro gli apparati militari birmani e non dimostra, in assenza di ulteriori elementi, l’esistenza di uno scambio con concessioni sulle terre rare.

Gli sviluppi possibili dipenderanno soprattutto dalla portata dei negoziati.

Una cooperazione limitata potrebbe consentire il rilascio di cittadini stranieri e operazioni contro le reti criminali, senza modificare sostanzialmente i rapporti politici tra Washington e Naypyitaw.

Un’apertura economica più ampia richiederebbe invece accordi sulle risorse, garanzie di sicurezza e investimenti industriali difficili da realizzare durante una guerra civile.

Un riavvicinamento privo di condizioni verificabili potrebbe infine offrire alle autorità militari un vantaggio diplomatico senza produrre miglioramenti concreti nella protezione dei civili o nella riduzione delle attività criminali.

Per gli Stati Uniti, il Myanmar rappresenta dunque una possibile opportunità nella competizione economica con la Cina, ma anche un interlocutore caratterizzato da profonde divisioni territoriali e istituzionali.

La capacità del governo sostenuto dai militari di promettere accesso alle risorse non coincide necessariamente con quella di garantirne l’estrazione e la consegna.

Il valore dei colloqui dovrà essere misurato sui risultati: liberazione delle persone coinvolte nelle reti criminali, interruzione delle frodi e condizioni effettive di eventuali accordi economici.

La questione centrale rimane il rapporto tra interessi strategici e legittimazione politica. Cercare terre rare e collaborazione nella sicurezza può aprire nuovi canali diplomatici, ma non risolve il problema di un Paese nel quale il controllo delle risorse e del territorio continua a essere conteso attraverso le armi.

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Elon Musk unveils Tesla’s ‘flying’ car

Tesla CEO Elon Musk unveiled what he described as a “flying” car, equipped with thrusters, during a live-streamed event at his SpaceX rocket company’s facility on Thursday. Technical and regulatory challenges have so far prevented the much-hyped flying car sector from getting off the ground. Musk revealed his new Roadster sports car during a launch event at a SpaceX test facility in Texas. During the demo, which was live-streamed on Tesla’s X account, the car launched from a steep steel ramp and...

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Elon Musk unveils Tesla’s ‘flying’ car

Tesla CEO Elon Musk unveiled what he described as a “flying” car, equipped with thrusters, during a live-streamed event at his SpaceX rocket company’s facility on Thursday. Technical and regulatory challenges have so far prevented the much-hyped flying car sector from getting off the ground. Musk revealed his new Roadster sports car during a launch event at a SpaceX test facility in Texas. During the demo, which was live-streamed on Tesla’s X account, the car launched from a steep steel ramp and...

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Ue, Arabia Saudita e Israele in difficoltà, mentre gli Houthi aumentano la loro forza

Andrei Nikolaevich Nikolaev, classe 1975, è uno storico militare e una fonte importante di notizie da Mosca, dove collabora anche come giornalista pubblicista per la Pravda. Mentre l’Europa non passerà un inverno tranquillo, dal momento che Trump ha rotto con l’Ucraina, stipulando un accordo miliardario con Putin sull’energia che ci mette in seria difficoltà, sembra che i “Volenterosi” non siano affatto pronti a indurre Zelensky a iniziare il processo di pace con la Federazione Russa. Il primo ministro ucraino si è lasciato andare ad attacchi pubblici contro il presidente USA, che, ovviamente, non ha gradito. Sullo sfondo, Musk spegne i satelliti Starlink e quindi molti droni di Kiev non possono più partire, mentre noi compreremo il gas russo, pagandolo più del doppio, dagli americani.

L’articolo di Nikolaev aggiunge un po’ di pepe alla situazione in Medio Oriente. Gli Houthi non dipendono più completamente dall’Iran per il loro arsenale. Il movimento yemenita sta cercando di costruire in proprio missili balistici avanzati, acquistando dalla Cina componenti industriali e materiali a duplice uso.

Questa strategia gli permetterebbe di diversificare i rifornimenti e di rendere più difficile l’individuazione della propria rete militare. La notizia, per l’Unione Europea, non è affatto rassicurante, perché questo determina il protrarsi della crisi e produce, assieme al divario con la Russia, quell’aumento esponenziale dei prezzi al consumo che sta per mettere in ginocchio le famiglie.

La notizia sugli Houthi nasce da un’indagine di “Conflict Armament Research” (CAR), organizzazione con sede nel Regno Unito che studia le armi e le relative catene di approvvigionamento nelle zone di guerra, pubblicata dall’Associated Press. Gli esperti hanno esaminato due carichi intercettati dalle autorità yemenite nel 2025 e destinati ai territori controllati dagli Houthi.

All’interno sarebbero stati trovati componenti fabbricati appositamente per missili: parti metalliche del motore e della struttura, alette di stabilizzazione e materiali collegabili alla produzione di propellente solido. I documenti di spedizione avrebbero indicato almeno un fornitore cinese. Mettendo insieme le caratteristiche dei pezzi, CAR ha concluso che gli Houthi starebbero tentando di riprodurre un missile iraniano della famiglia Khaibar Shekan.

Il Khaibar Shekan è un missile balistico iraniano a guida di precisione, presentato da Teheran nel febbraio 2022. Secondo le stime riportate, può raggiungere una distanza vicina ai 1.900-2.000 chilometri. Una versione prodotta nello Yemen metterebbe quindi nel raggio d’azione degli Houthi gran parte dell’Arabia Saudita e il territorio israeliano. Il progetto sarebbe particolarmente importante perché riguarda un missile a propellente solido. Questa tecnologia consente tempi di preparazione più brevi rispetto ai sistemi alimentati con combustibile liquido e rende più difficile individuare e colpire il lanciatore prima dello sparo.

L’astuzia dei miliziani Houthi consiste nella capacità di combinare tecnologia iraniana, forniture commerciali cinesi e produzione locale. Invece di importare un missile completo, facilmente riconoscibile e soggetto all’embargo, il movimento acquista separatamente materiali, macchinari e componenti che possono avere anche impieghi civili.

Questa soluzione presenta tre vantaggi: riduce la dipendenza diretta dalle spedizioni iraniane, spesso intercettate; rende più difficile dimostrare la destinazione militare dei singoli prodotti; permette agli Houthi di sviluppare competenze autonome nell’assemblaggio e nella produzione di armi.

Secondo CAR, la scoperta mostra che le loro ambizioni industriali sono maggiori di quanto si ritenesse. Non si tratterebbe più soltanto di montare droni o modificare missili ricevuti dall’estero, ma di costruire nello Yemen una parte significativa di sistemi balistici complessi.

La presenza di componenti provenienti dalla Cina, però, non dimostra automaticamente un coinvolgimento del governo cinese. Molti dei materiali indicati sono beni a duplice uso: possono essere impiegati legalmente nell’industria civile, ma anche nella produzione militare. Possono inoltre essere acquistati attraverso intermediari, società di comodo o documenti che ne nascondono la destinazione finale.

Alcuni pezzi e documenti commerciali rimandano a fornitori cinesi. Non emerge, dalle informazioni disponibili, una prova che Pechino abbia autorizzato consapevolmente la costruzione dei missili. E probabilmente, con il sistema indicato, non ci sarà mai.

L’indagine, ovviamente, non cancella le prove raccolte negli anni sui rapporti militari tra Iran e Houthi. In precedenza sono stati sequestrati missili, droni e componenti riconducibili a progetti iraniani. Nel 2023, secondo Voice of America, anche il governo britannico aveva presentato materiali a sostegno del collegamento tra l’Iran e le forniture militari destinate allo Yemen.

Lo stesso sistema che gli Houthi vorrebbero riprodurre è basato su un modello iraniano. Secondo diversi esperti, il movimento non sarebbe ancora in grado di realizzare autonomamente tutte le parti più sofisticate e continuerebbe ad avere bisogno dell’Iran per tecnologia, conoscenze e componenti critici. La novità, dunque, non è una sostituzione netta dell’Iran con la Cina. È piuttosto la nascita di una catena di rifornimento più ampia e flessibile: progettazione e competenze iraniane, prodotti industriali provenienti dal mercato cinese e assemblaggio locale nello Yemen.

Il significato geopolitico è strategicamente molto importante: se il progetto avesse successo, gli Houthi diventerebbero militarmente molto più autonomi. Le intercettazioni navali delle armi iraniane perderebbero parte della loro efficacia, perché il movimento potrebbe importare pezzi apparentemente civili e trasformarli sul posto in sistemi d’arma. Cambierebbe anche il rapporto con Teheran.

Gli Houthi rimarrebbero alleati dell’Iran, ma avrebbero un maggiore margine di manovra e non dipenderebbero più dalle consegne iraniane. Per l’Arabia Saudita e Israele aumenterebbe invece il rischio di attacchi più precisi e a lungo raggio.

Copiare un progetto iraniano, comprare componenti cinesi e produrre il missile nello Yemen significa raddoppiare, se non di più, la loro forza. L’indagine britannica segnala una crescente autonomia industriale. La conclusione più prudente è quindi che la rete militare degli Houthi stia diventando internazionale, decentralizzata e molto difficile da bloccare. Sappiamo quanto siano importanti i territori che controllano per i trasporti marittimi, non solo di greggio e materie prime…

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Ucraina, il Papa chiede a Putin una tregua per Oleshky. Il Cremlino accoglie l’appello

Papa Leone XIV ha avuto un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin per affrontare la situazione umanitaria di Oleshky, cittadina della regione ucraina di Kherson situata in un’area interessata dai combattimenti. Il Pontefice ha chiesto una tregua che permetta di raggiungere la popolazione civile con aiuti alimentari e medicinali e di organizzare evacuazioni volontarie in condizioni di sicurezza. Secondo quanto riferito dall’agenzia TASS, il Cremlino ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa.

La conversazione è stata resa nota dalla sala stampa della Santa Sede, che ha sottolineato la preoccupazione del Papa per le condizioni degli abitanti rimasti nella località. L’obiettivo della richiesta è ottenere una sospensione delle operazioni militari sufficiente a consentire l’accesso degli operatori umanitari e il trasferimento delle persone che intendano lasciare la zona.

La situazione di Oleshky è particolarmente delicata per la sua posizione geografica, sulla sponda orientale del fiume Dnipro, di fronte all’area di Kherson. La città si trova in un territorio controllato dalle forze russe, mentre il fronte continua a interessare le due rive del fiume, rendendo difficili i collegamenti e l’assistenza alla popolazione.

Putin, secondo la ricostruzione diffusa da TASS, ha accolto favorevolmente la sollecitazione del Pontefice, dichiarando il proprio sostegno alla creazione delle condizioni necessarie per garantire la sicurezza dei civili e l’arrivo dei beni essenziali. Il presidente russo avrebbe inoltre attribuito alle autorità ucraine responsabilità per il deterioramento della situazione umanitaria nella zona.

La disponibilità manifestata da Mosca non equivale tuttavia all’annuncio di un cessate il fuoco già concordato. Per rendere possibile l’intervento umanitario saranno necessari accordi operativi sulle modalità della sospensione dei combattimenti, sui percorsi di accesso e sulle garanzie di sicurezza per i civili e gli operatori impegnati nelle evacuazioni.

Il colloquio ha avuto luogo mentre Leone XIV è ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, dove nei giorni scorsi è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la rimozione di un adenocarcinoma polmonare. Secondo i bollettini diffusi dalla Santa Sede, il decorso postoperatorio procede con un progressivo miglioramento delle condizioni generali e il Pontefice ha ripreso alcune delle proprie attività quotidiane, compresa la celebrazione della messa.

Nel corso della telefonata Putin ha rivolto al Papa gli auguri di pronta guarigione e buona salute, come comunicato dal Cremlino. Il Pontefice, da parte sua, ha ribadito la volontà della Santa Sede di continuare a sostenere ogni iniziativa diplomatica finalizzata alla pace e alla protezione delle popolazioni coinvolte nella guerra.

L’iniziativa vaticana si concentra su un obiettivo umanitario circoscritto, senza affrontare direttamente le condizioni politiche di un eventuale accordo generale tra Russia e Ucraina. La richiesta di una tregua locale punta soprattutto a ottenere risultati immediati per gli abitanti di Oleshky, attraverso la distribuzione di aiuti e l’apertura di corridoi sicuri.

Il colloquio tra Leone XIV e Putin rappresenta quindi un nuovo contatto diplomatico diretto tra la Santa Sede e Mosca. La possibilità di tradurre la disponibilità espressa dal presidente russo in misure concrete dipenderà però dagli sviluppi sul terreno e dall’eventuale definizione di intese che garantiscano l’accesso umanitario alla città.

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I droni ucraini fermano per 7 ore i 4 aeroporti di Mosca: 101 ore di chiusura in ottobre

MOSCA — Per i quattro aeroporti di Mosca ottobre è già il mese più difficile dall’inizio della guerra: 101 ore di chiusura nei primi quattordici giorni, contro le 46 di tutto settembre, e la notte tra giovedì e venerdì ne ha aggiunte fino a sette. Droni ucraini hanno costretto Vnukovo, Domodedovo, Zhukovsky e Sheremetyevo a sospendere i voli. Oltre 160 collegamenti sono stati cancellati o ritardati e più di 20 aerei in arrivo sono stati dirottati su altri scali.

Le operazioni sono riprese prima dell’alba, ma i ritardi si sono trascinati fino a venerdì mattina. Il conteggio delle 101 ore è di Agentstvo, testata investigativa russa, ripreso da Euronews. Le restrizioni le ha imposte Rosaviatsia, l’agenzia federale russa per l’aviazione civile, a partire dalla sera di giovedì, con la motivazione di sempre: «la sicurezza dei voli». Il Cremlino non ha commentato.

Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha aggiornato il bilancio su Telegram per tutta la notte, a blocchi di dieci o dodici alla volta. Alla fine ha contato 94 droni abbattuti in rotta verso la capitale. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato venerdì 644 droni ucraini intercettati su più regioni e sulla Crimea annessa, e le limitazioni al traffico hanno toccato 22 aeroporti in tutto il Paese. A San Pietroburgo lo scalo di Pulkovo si è fermato due volte nella stessa notte; il governatore della regione di Leningrado ha parlato di quattro droni distrutti.

La notte di giovedì è l’ultimo tassello di una sequenza che va avanti da due settimane. Il 9 ottobre i quattro scali moscoviti erano già rimasti chiusi, con circa 300 voli colpiti. Quella sera l’aereo presidenziale di Vladimir Putin, di rientro dal vertice in Turkmenistan, non poté atterrare a Mosca e fu dirottato su San Pietroburgo. Non risulta che fosse un bersaglio e i funzionari russi non hanno né confermato né smentito.

Il giorno dopo Sobyanin rivendicò 403 droni abbattuti sulla regione, con oltre 300 ritardi. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre Mosca dichiarò 902 intercettazioni, 180 dirette sulla capitale: Vnukovo restò bloccata più di otto ore e undici voli partiti dalla Turchia, di Turkish Airlines e della controllata AJet, tornarono indietro.

Operazione M&M’s

Kyiv non ha mai confermato ufficialmente una campagna organizzata contro gli aeroporti russi. The Atlantic, citando pianificatori anonimi dell’operazione, racconta però che la campagna ha un nome, «Operazione M&M’s», e una regola: i droni a lungo raggio servono a paralizzare il traffico, non a colpire piste e terminal. A metà settembre ha debuttato un nuovo modello che naviga confrontando il terreno sorvolato con le mappe in memoria. Nel fine settimana del 10-11 ottobre i detriti di un drone abbattuto hanno incendiato un edificio amministrativo dell’aeroporto di Sochi, sul Mar Nero.

Il conto, così, non lo pagano le infrastrutture ma gli orari: passeggeri fermi per ore nei terminal e compagnie straniere costrette a riportare indietro gli aerei. È quello che Volodymyr Zelensky aveva annunciato a settembre, quando disse che i cieli russi «stanno diventando insicuri» e invitò le compagnie internazionali a non volare sugli scali russi.

Nelle stesse ore la Russia ha colpito nove regioni ucraine, con blackout di emergenza per centinaia di migliaia di utenze e almeno 15 feriti. Nel Volyn, nel nord-ovest del Paese, 370 mila utenze sono rimaste senza corrente, ha detto il capo dell’amministrazione regionale ad interim. Zelensky era a Bruxelles con i leader europei.

Giovedì era toccato alla raffineria Rosneft di Ryazan, a sud-est di Mosca, circa il 5 per cento della capacità russa di raffinazione, in fiamme dopo un attacco di droni confermato dal governatore. Un alto funzionario ucraino ha rivendicato il raid, dopo che Zelensky aveva dichiarato finita la pausa sugli attacchi alle raffinerie. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto che non c’era alcuna moratoria: «Non c’è nulla di nuovo qui». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha parlato di «una sfida diretta e rozza al presidente Trump».

Il piano originario dell’operazione sugli aeroporti, secondo i pianificatori sentiti da The Atlantic, prevede una fase più aggressiva. La decisione di passarvi spetta a Zelensky, che finora non l’ha presa.

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Ceuta, l’Italia proroga di una settimana lo stop a Schengen con la Spagna. Madrid: «Lavoreremo alla revoca»

ROMA — «I ministri dell’Interno dei due Paesi lavoreranno nella prossima settimana alla revoca dei controlli». Con questa frase un portavoce del governo spagnolo ha accompagnato venerdì la notizia arrivata da Roma: l’Italia ha prorogato di un’altra settimana la sospensione della libera circolazione Schengen con la Spagna, in vigore dal 1° agosto. Lo ha riferito a Reuters una fonte del governo italiano.

La proroga allinea le scadenze dei due Paesi. Madrid aveva esteso fino al 22 ottobre la propria contromisura, controlli speculari sugli arrivi dall’Italia. Questa volta, però, la decisione arriva con un orizzonte dichiarato per la fine dei controlli, e segue il faccia a faccia tra il premier spagnolo Pedro Sánchez e Giorgia Meloni a margine del Consiglio europeo di giovedì a Bruxelles.

La crisi è nata a Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco che con Melilla forma l’unica frontiera terrestre dell’Unione europea con l’Africa. A fine luglio oltre 72.000 migranti vi sono entrati dal territorio marocchino. Il 31 luglio Roma ha sospeso Schengen con la Spagna, citando rischi per la sicurezza interna e la possibile infiltrazione di terroristi, e ha ripristinato i controlli su aeroporti e porti per chi arriva dalla penisola iberica.

Madrid ha reagito definendo le misure italiane «ingiuste, contrarie agli interessi dell’Unione europea e discriminatorie nei confronti della popolazione spagnola». Il governo Sánchez rivendica anche i propri numeri: gli arrivi sulla rotta atlantica verso le Canarie sarebbero calati del 74 per cento grazie alla cooperazione con Mauritania e Senegal.

Da agosto le proroghe si sono succedute a cadenza di due settimane. Dopo la prima, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva definito la situazione a Ceuta «tutt’altro che migliorata», pur dopo un colloquio telefonico «costruttivo» con l’omologo spagnolo Fernando Grande-Marlaska. La terza, a fine settembre, era stata decisa dopo una riunione del Comitato per l’analisi dell’immigrazione e della sicurezza delle frontiere, l’organismo del Viminale che valuta la pressione migratoria.

Il vertice di Bruxelles

Lo scontro italo-spagnolo ha pesato sul Consiglio europeo. Danimarca, Italia e Polonia hanno chiesto una linea più dura sull’immigrazione irregolare, con tre emendamenti sui «fattori di attrazione». Secondo Politico, la bozza delle conclusioni invita la Commissione «a esplorare un possibile meccanismo di consultazione per incoraggiare il coordinamento sulle misure nazionali che possono incidere su altri Stati membri». Nei fatti è la risposta europea a quanto accaduto tra Roma e Madrid: una procedura perché un Paese non chiuda la frontiera a un altro senza passare da Bruxelles.

Dal testo è stato tolto un passaggio sul rapporto tra migrazione e alloggi sociali, considerato una provocazione verso la Spagna, che ha regolarizzato circa un milione di stranieri. La bozza riconosce in un punto separato la «situazione speciale» di Ceuta e Melilla. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato un «protocollo di emergenza» per crisi come quella dell’enclave. «L’Ue deve essere in grado di gestire meccanismi di crisi», ha detto il premier svedese Ulf Kristersson.

Sánchez, all’arrivo al vertice, ha scelto il registro opposto a quello delle accuse di agosto: «Voglio ringraziare gli Stati membri per la loro solidarietà». Meloni ha invece riunito a colazione, con la danese Mette Frederiksen e l’olandese Rob Jetten, i leader di 18 Paesi più von der Leyen, chiedendo vigilanza sulle frontiere esterne e una revisione mirata delle norme Ue sul trattenimento dei migranti nelle procedure di frontiera.

La settimana prossima il dossier torna ai due ministri dell’Interno. «Tutt’altro che migliorata», aveva detto Piantedosi di Ceuta a fine agosto: da allora i controlli su voli e navi dalla Spagna non si sono mai fermati.

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Regno Unito, 20 anni al sicario norvegese di 19 anni reclutato dalla rete criminale che Londra lega all’Iran

LONDRA — Una pistola semiautomatica, un revolver, una scatola di proiettili, un paio di guanti e 2.000 sterline in contanti nella stanza di un albergo di Huddersfield, cittadina industriale del nord dell’Inghilterra. Un sicario di 19 anni, norvegese, calciatore dilettante, arrivato due giorni prima da Stavanger con un volo per Manchester. Una vittima designata che nessuno ha mai identificato. Con questi elementi la Woolwich Crown Court, il tribunale londinese dove si celebrano i processi per terrorismo, ha condannato oggi Johannes Kongsnes Natland a 20 anni di detenzione, 13 dei quali da scontare in carcere prima di poter chiedere la libertà condizionale. La ricostruzione è quella dell’antiterrorismo della polizia britannica e dell’accusa, riferisce The Independent.

È la prima volta che un tribunale del Regno Unito giudica un’operazione attribuita a Foxtrot, la rete criminale svedese che Londra e Washington hanno sanzionato nel 2025 accusandola di colpire obiettivi ebraici e israeliani in Europa per conto di Teheran. Natland, ha detto in aula la responsabile dell’antiterrorismo londinese, «è stato arrestato poche ore prima di compiere un assassinio qui nel Regno Unito» ed era «chiaramente diretto da qualcuno della rete Foxtrot, un gruppo criminale organizzato che orchestra violenze contro obiettivi ebraici e israeliani in Europa per conto del regime iraniano». L’Iran nega ogni legame con la banda.

Il reclutamento era cominciato con un messaggio: «Qualcuno è disponibile per un omicidio a pagamento?». Il compenso pattuito era di 25.000 euro. Natland aveva recuperato armi e denaro in nascondigli che gli erano stati indicati e gli era stata assegnata una Nissan rubata con targhe false. Alla fidanzata aveva scritto: «Vado in missione pazzesca» e «Ora posso finalmente uccidere qualcuno e mi pagano per farlo». A un amico: «Prenderò un sacco di soldi e qualcuno morirà».

La polizia armata lo ha fermato il 19 marzo 2025 alle 5.15 del mattino (le 6.15 in Italia) al Briar Court Hotel. Uscì dalla stanza in boxer e, con le mani, finse di sparare a un agente. Il primo processo, nel giugno scorso, era finito con una giuria divisa; il nuovo processo lo ha dichiarato colpevole il 29 luglio.

«Sei stato reclutato in Norvegia per venire in Inghilterra e uccidere un bersaglio non identificato», gli ha detto oggi la giudice, in una sentenza trasmessa in televisione. «Hai accettato di fare l’esecutore e sei andato avanti, nonostante numerose occasioni per tirartene fuori». I messaggi, ha aggiunto, mostravano «non solo partecipazione, ma a tratti eccitazione». La difesa ha descritto un ragazzo «giovane, popolare, studente e sportivo di successo», finito «fuori strada» per la droga, che «ha imparato la lezione».

La catena dei reclutatori

Foxtrot ha sede in Svezia e fa capo a Rawa Majid, soprannominato «la Volpe curda». Nell’aprile 2025 il governo britannico ne ha congelato i beni e vietato l’ingresso al capo; un mese prima gli Stati Uniti avevano sanzionato la rete per il tentato attacco all’ambasciata israeliana a Stoccolma del gennaio 2024. Secondo l’accusa il gruppo opera «attraverso i confini e sfrutta i giovani»: ha usato anche minori di 13 anni.

Chi ha ingaggiato Natland è un altro adolescente, noto come «Generalen», condannato in Norvegia nel maggio 2025 per concorso in tentato omicidio. Sopra di lui c’era un capo operativo anglofono che si faceva chiamare «Agent 47», come il protagonista del videogioco Hitman, e che resta ignoto. Tre persone sono incriminate in Norvegia, dove i procuratori devono ancora decidere; nel Regno Unito un ventisettenne è stato arrestato nel settembre 2025 e rilasciato sotto indagine, mentre due uomini fermati a Bradford per la ricettazione dell’auto sono liberi su cauzione.

La condanna arriva tre giorni dopo il discorso annuale del direttore generale dell’MI5, il servizio di sicurezza interna, che ha contato oltre 50 arresti nell’ultimo anno legati a operazioni iraniane, molte contro comunità ebraiche, e ha parlato di «ambizioni iraniane di colpire bersagli più duri, come i siti militari». Il governo dice di aver affrontato più di 20 complotti iraniani dal 2022; Reuters ne conta almeno 33 sventati in Occidente dal 2020.

Teheran respinge tutto. Nel 2025 l’ambasciata a Londra aveva protestato formalmente e «respinto categoricamente le accuse che collegano il governo iraniano alle attività di una banda criminale con base in Svezia», accusando Londra di non fornire prove credibili. Questa settimana, dopo le notizie su un presunto piano contro la base aerea di Fairford, il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’ambasciatore britannico per chiedere le prove. Sulla sentenza di oggi non c’è, per ora, alcuna reazione iraniana.

Restano due vuoti nella ricostruzione presentata in aula: il nome della persona che Natland doveva uccidere e l’identità di «Agent 47». Su nessuno dei due la polizia ha fornito elementi.

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Agricoltura, Confeuro incontra on. Rosato: “Su energia agire a tutela pmi”

“Prosegue il tour istituzionale di Confeuro per affrontare le principali criticità dell’agricoltura e individuare interventi a sostegno delle imprese agricole. Il presidente nazionale della Confederazione Agricoltori Europei, Andrea Tiso, ha incontrato a Roma l’onorevole Ettore Rosato, deputato e vicesegretario di Azione. Al centro del colloquio i temi chiave per il comparto: dalla Politica Agricola Comune (PAC) al contesto geopolitico ed economico, fino alle prospettive dell’agricoltura italiana ed europea e alla tutela del lavoro. “Abbiamo condiviso la necessità di un sistema capace di redistribuire in modo più equo il valore generato sia dalla filiera agroalimentare sia da quella energetica”, ha dichiarato Andrea Tiso. “In una fase segnata dall’aumento dei costi, alcune grandi società — anche a partecipazione pubblica — hanno registrato utili record. Riteniamo fondamentale un intervento del Governo per sostenere il settore, ad esempio tramite tariffe agevolate e misure mirate al contenimento dei rincari. L’agricoltura non può continuare a subire gli effetti delle crisi internazionali senza adeguati strumenti di protezione”. Durante l’incontro è stata ribadita anche l’urgenza di istituire un tavolo permanente tra settore primario, industria della trasformazione e Grande Distribuzione Organizzata (GDO), così da riequilibrare rapporti commerciali diventati ormai insostenibili per i produttori. “Il nostro obiettivo è definire strategie che garantiscano sostenibilità economica, competitività e dignità del lavoro. Nelle prossime settimane proseguiremo il dialogo con le istituzioni per presentare proposte concrete a tutela del ruolo strategico dell’agricoltura”, ha concluso il presidente di Confeuro.

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Visita all’IILA del presidente della Repubblica Dominicana, Luis Abinader Corona

Il segretario generale, Giorgio Silli, e il Consiglio dei Delegati dell’IILA hanno accolto presso la sede dell’Organizzazione il presidente della Repubblica Dominicana, Luis Abinader Corona. In occasione della visita è stata inaugurata una targa celebrativa, secondo la tradizione che accompagna la presenza di un capo di Stato alla presidenza di una riunione del Consiglio dei Delegati. Quella del presidente Abinader è stata la prima visita a segnare questo momento, che testimonia il legame tra la Repubblica Dominicana e l’IILA. Il segretario generale ha inoltre consegnato al presidente Abinader la medaglia commemorativa del 60° anniversario dell’IILA, come segno di amicizia e riconoscimento nei confronti della Repubblica Dominicana, Paese membro e partner strategico dell’Organizzazione. L’incontro ha rappresentato un’ulteriore occasione per rinnovare la volontà condivisa di rafforzare il dialogo e sviluppare nuove opportunità di collaborazione.

L’incontro ha inoltre consentito di ripercorrere i risultati della missione istituzionale dell’IILA nella Repubblica Dominicana, svoltasi lo scorso 25 giugno, e di rinnovare il ringraziamento alle autorità dominicane per la calorosa accoglienza riservata alla delegazione. Particolare attenzione è stata dedicata ai risultati raggiunti nel campo della giustizia e della sicurezza, tra cui l’approvazione a Santo Domingo del Modello Regionale di Giustizia Minorile Riparativa nell’ambito dei programmi SICA, la partecipazione attiva al programma EL PACCTO 2.0 (di cui la Repubblica Dominicana detiene la segreteria della Red de Academias Penitenciarias – RAP) e le iniziative COPOLAD III per il contrasto al narcotraffico e al riciclaggio. Durante la visita è stato fatto il punto anche sui progetti di cooperazione scientifica, come il programma spaziale in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e il progetto sui nanosatelliti CubeSat per il monitoraggio del sargasso, nonché sulle iniziative per lo sviluppo sostenibile, tra cui l’agricoltura di precisione nella zona di frontiera, la formazione imprenditoriale femminile nel settore del caffè, le strategie di transizione ecologica e di economia circolare legate al programma “Sociedades Inclusivas” e la tutela del patrimonio culturale. È stato inoltre richiamato l’esito positivo del Business Forum Italia–Repubblica Dominicana, tenutosi il 14 ottobre a Villa Madama alla presenza del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani.

«La Repubblica Dominicana è, per l’IILA, un partner di grande valore con cui abbiamo sviluppato nel tempo una collaborazione articolata che abbraccia la giustizia e la sicurezza, la scienza e l’innovazione, lo sviluppo economico sostenibile e la cultura. La cooperazione genera valore quando rafforza le capacità dei territori, favorisce la condivisione delle conoscenze e crea opportunità concrete per le persone. Auspico che questo incontro rappresenti un’ulteriore occasione per consolidare il dialogo e rafforzare la cooperazione tra la Repubblica Dominicana e l’IILA, nella consapevolezza che il valore della nostra Organizzazione risiede proprio nella capacità dei suoi Paesi membri di condividere esperienze, competenze e prospettive di sviluppo», ha dichiarato il segretario generale dell’IILA, Giorgio Silli.

L’IILA ha ribadito la propria disponibilità ad accompagnare iniziative concrete in settori strategici per il futuro del Paese, nella convinzione che il dialogo e la cooperazione rappresentino strumenti essenziali per promuovere uno sviluppo sostenibile e rafforzare i legami tra l’Italia e l’America Latina.

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Gli huthi mettono l’Arabia Saudita sotto scacco

Gli attacchi di Ansar Allah compromettono il progetto di Mohammed bin Salman. Mentre Riyad cerca di contenere la minaccia in Yemen, le aperture di Israele e Iran rappresentano delle vie d’uscita problematiche. Il margine di manovra del Regno dipenderà soprattutto dalle scelte degli Stati Uniti.

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SI FA PRESTO A DIRE APOCALISSE

Nel disordine post-americano la pace totale è impossibile, ma la guerra totale non è inevitabile. Soglie nucleari e deterrenze sovrapposte sfumano la distinzione tra paesi atomici e non, mentre si moltiplicano le zone grigie per i negoziati. Contro l’analogia Bomba-Ai.
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I RUSSI SENZA GUERRA

Riposte le armi, Mosca avrà nuovi e vecchi nodi da sciogliere. C’è da rimodellare l’economia, tenere unita la società e spiegare la pace. Scegliere gli amici e preparare la successione al vertice. A rischio non c’è la dissoluzione del paese, ma stabilità e rilevanza internazionale.
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LA VERA BATTAGLIA XI LA COMBATTE IN CASA

Sul futuro della Repubblica Popolare non peseranno solo le mosse di Usa e Russia. Il leader cinese ha nelle mani un potere enorme, ma potrebbe non riuscire a trasformarlo in capacità di governo. Le sfide economiche, sociali, politiche e militari si accumulano.
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Il chicco che ha plasmato il mondo

Dai bacini fluviali orientali all’introduzione nel Mediterraneo: origini, diffusione e storia strategica del riso, che ha accompagnato nascita e declino degli imperi. Il ruolo del piccolo cereale nel Giappone feudale e nelle rivolte delle colonie britanniche in Nord America. Le rivendicazioni delle mondine. La partita geopolitica si gioca sul controllo delle sorgenti. 

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La competizione globale per il tè

Introdotto in Inghilterra nel Seicento, si trasforma in simbolo e identità nazionale a discapito del caffè delle potenze rivali. L’epopea del Cutty Sark. Come l’avvento di Lipton cambia il mercato. Sempre prodotto nel Sud Globale, oggi è controllato da grandi multinazionali.

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Un’agenzia di rating indipendente per l’Africa, una scelta di sviluppo autonomo

L’Europa o l’Africa? Chi è più inconcludente e meno indipendente? Gli ultimi sviluppi in campo economico-finanziario, oltre che politico, assegnano il podio all’Europa. Lo dimostra anche l’avvio dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA) a Port Louis, Mauritius, da parte dell’Unione Africana (UA).

L’UA dice basta alla dittatura finanziaria delle “sorelle del rating”, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. L’intenzione è di elaborare delle valutazioni più veritiere su Paesi e imprese africani. L’Unione Europea e i singoli Paesi europei, invece, si accontentano e gioiscono per i resoconti e le pagelle loro “donati” dalle tre agenzie americane private.

Non bisogna mai dimenticare il ruolo centrale e nefasto svolto dalle “Three Big” nella grande crisi finanziaria del 2007-2008, quando elargirono a piene mani il massimo voto, la tripla A, a banche, imprese, titoli e derivati che fallirono poche settimane dopo. Le conseguenze furono devastanti per l’intera economia mondiale! Non sono accuse formulate da qualche buontempone amante delle cospirazioni, bensì i risultati delle indagini del Congresso americano, come il “Financial Crisis Inquiry Report” del 2011.

È noto che i rating del credito influiscono sui costi d’indebitamento e sulla fiducia degli investitori. Se la percezione del rischio non riflette la realtà economica e viene esagerata, i governi possono trovarsi ad affrontare costi di finanziamento più elevati, con la conseguente riduzione delle risorse disponibili per infrastrutture, sanità, istruzione e sviluppo.

L’Economic Commission for Africa dell’ONU stima che i premi per il rischio costino all’Africa circa 75 miliardi di dollari l’anno in maggiori oneri per interessi. Ridurre detti premi rende meno pressante il ricorso al debito pubblico.

Secondo l’Unione Africana, l’onere annuo del servizio del debito estero dell’Africa è salito a 163 miliardi di dollari nel 2024, rispetto ai 61 miliardi del 2010. In molti Paesi, la spesa per interessi ha superato i budget annuali destinati a settori sociali chiave come la sanità e l’istruzione. Una situazione che potrebbe avere conseguenze negative durature per un continente caratterizzato dalla popolazione più giovane e in più rapida crescita al mondo. L’UA ha anche osservato che le economie africane ricevono in media un rating compreso tra B e B-, rispetto a BB per le altre regioni emergenti, un divario che potrebbe limitare la partecipazione di alcuni investitori e aumentare i costi di finanziamento.

L’AfCRA, invece, offrirebbe l’opportunità di affrontare lo squilibrio nelle valutazioni, apportando una comprensione più approfondita delle economie, dei dati e dei percorsi di riforma africani, ampliando così le informazioni a disposizione degli investitori. Potrebbe prendere in considerazione anche la ricchezza del continente, le risorse minerarie ed energetiche, le terre rare, le grandi prospettive di lavoro e le potenzialità della crescita della popolazione. L’obiettivo non è quello di ottenere rating più favorevoli per i Paesi africani, ma di garantire che le loro economie siano valutate con maggiore accuratezza. Essa si concentrerà inoltre sull’approfondimento dei mercati locali e regionali, consentendo ai fondi pensione e alle compagnie di assicurazione africane di investire una quota maggiore dei propri attivi a livello locale anziché all’estero.

Secondo l’Africa Finance Corporation, istituzione multilaterale panafricana creata dai governi del continente, il mercato dei capitali africano ha un valore di circa 4.000 miliardi di dollari. Tuttavia, meno del 5% degli strumenti finanziari possiede un rating.

A leggere le passate valutazioni delle tre agenzie americane viene da piangere. Per 23 Paesi africani non esistono e, per altri 32, esse sono una sorta di copia e incolla di frasi prese da alcuni articoli di analisi molto superficiali e poco documentate. Si evidenziano sempre l’instabilità politica e l’insicurezza rispetto agli investimenti in loco, per cui si sovrastima il rischio d’insolvenza dei mutuatari africani, facendo lievitare il costo del capitale e, con esso, peggiorando le numerose condizioni e garanzie richieste.

L’agenzia sarà indipendente dall’Unione Africana e nessun governo o ente a capitale pubblico potrà avere quote di proprietà o esercitare alcun controllo su di essa. Ciò per salvaguardarne l’indipendenza, la credibilità e l’integrità commerciale. Sarà per un terzo controllata da Plus94, una società sudafricana di ricerca e intelligence con esperienza nel campo dei rating creditizi e delle analisi di mercato. Il resto sarà posseduto da entità economico-finanziarie private.

In Africa, mercati dei capitali più solidi, istituzioni finanziarie più credibili e informazioni creditizie affidabili sono essenziali per sostenere gli investimenti regionali e la trasformazione economica, anche attraverso l’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), il mercato comune africano in formazione.

La creazione dell’agenzia, pertanto, si inserisce nel più ampio impegno africano volto a riformare l’architettura finanziaria internazionale.

Tuttavia, rating differenti, o migliori, da soli non risolvono le sfide dell’Africa in materia di finanziamento e di sviluppo. Occorrono una gestione macroeconomica oculata, la mobilitazione delle risorse interne, politiche fiscali responsabili e dati economici affidabili. E, naturalmente, meno corruzione e più impegno e responsabilità sociale da parte delle élite e dei governi nazionali.

Al riguardo, chi è senza peccato scagli la prima pietra. I moralismi europei sono fuori luogo, per non parlare dell’America di Donald Trump.

* Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista e docente universitario.

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Zelensky asks EU for extra $79 billion to sustain Ukraine’s war effort

Ukrainian President Volodymyr Zelensky on Friday asked European Union leaders to provide Kyiv an extra 70 billion euros (US$79 billion) in funding next year to help it keep fighting Russia. “The war will cost 155 billion euros next year. And we need at least 70 billion euros more from you – for defence, for weapons and for our resilience,” Zelensky said in a speech at an EU summit in Brussels. “This is a realistic amount. And I ask you to find this support. It will help us hold Russia back.” The...

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Zelensky asks EU for extra $79 billion to sustain Ukraine’s war effort

Ukrainian President Volodymyr Zelensky on Friday asked European Union leaders to provide Kyiv an extra 70 billion euros (US$79 billion) in funding next year to help it keep fighting Russia. “The war will cost 155 billion euros next year. And we need at least 70 billion euros more from you – for defence, for weapons and for our resilience,” Zelensky said in a speech at an EU summit in Brussels. “This is a realistic amount. And I ask you to find this support. It will help us hold Russia back.” The...

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«Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti: il rischio di un’escalation passa dagli stretti strategici»

Le tensioni tra Iran, Israele e Arabia Saudita, le mosse di Donald Trump e la sicurezza delle rotte energetiche strategiche stanno ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. A ridosso delle elezioni di mid-term, Teheran potrebbe cercare di aumentare la pressione su Washington facendo leva sul prezzo del petrolio e sulla vulnerabilità dei traffici marittimi. Intanto Ita Airways sospende la tratta aerea tra Italia e Riad fino al 18 novembre e quella per Dubai fino a fine novembre. A fare il punto è il generale Giuseppe Morabito che analizza le possibili strategie degli attori regionali e gli scenari di un’ulteriore escalation.

Generale Morabito, Trump è tornato a evocare la possibilità di un intervento militare a sostegno dell’Arabia Saudita. Quanto è concreta questa ipotesi?

«Alcuni giorni fa Trump aveva detto esattamente il contrario, escludendo di voler intervenire militarmente in aiuto dell’Arabia Saudita. Nelle ultime ore, invece, ha aperto alla possibilità di un coinvolgimento. Non credo, tuttavia, che il presidente americano voglia impiegare direttamente gli aerei imbarcati sulle portaerei schierate nelle vicinanze della penisola arabica. Washington potrebbe però fornire un sostegno diverso, mettendo a disposizione dell’Arabia Saudita le informazioni raccolte dalla propria intelligence e dai satelliti, contribuendo al coordinamento logistico delle operazioni. In questo modo, Riad potrebbe condurre attacchi mirati disponendo d’informazioni più precise sugli obiettivi da colpire. È una forma di collaborazione che gli Stati Uniti potrebbero offrire senza partecipare direttamente con attacchi aerei».

Quando potrebbe arrivare il momento di un eventuale intervento americano?

«Non credo che accadrà prima del 3 novembre, cioé delle consultazioni di metà mandato. Anzi, lo escludo. Il fattore decisivo sarà capire se gli Stati Uniti rischiano seriamente di perdere l’Arabia Saudita come alleato strategico. Dobbiamo ricordare che Riad sta chiedendo sostegno al Regno Unito e alla Francia, mentre sul territorio saudita sono presenti anche assetti italiani. Inoltre, l’Arabia Saudita ha firmato un accordo di difesa con Pakistan e Turchia, l’Accordo di difesa congiunta della Mecca. Il Pakistan condivide con Riad importanti interessi strategici e, grazie al proprio arsenale nucleare, rappresenta anche un elemento di deterrenza. Invece con la Turchia l’Arabia Saudita cerca di consolidare il rapporto con un Paese membro della Nato, di grande peso politico e militare Dal mio punto di vista, tuttavia, Ankara resta un interlocutore poco affidabile».

Quali obiettivi perseguono i ribelli fondamentalisti Houthi con i loro ripetuti attacchi contro Riad e quale ruolo svolge il fattore energetico?

«Gli Houthi cercano di sfruttare tutte le capacità militari ancora a loro disposizione, comprese le risorse missilistiche residue, per alimentare l’instabilità e soprattutto far aumentare il prezzo del petrolio. Possono contare anche sul sostegno di milizie regionali vicine all’Iran, situate ad esempio in territorio iracheno. L’obiettivo è mettere in difficoltà l’Arabia Saudita e, di riflesso, anche gli Stati Uniti. Se il prezzo del greggio dovesse salire sensibilmente a ridosso delle elezioni di metà mandato, l’aumento dei costi energetici potrebbe danneggiare ulteriormente l’immagine dell’amministrazione Trump e penalizzare i repubblicani. Se gli attacchi riuscissero a spingere il prezzo del petrolio oltre i 110 dollari al barile, avrebbero ottenuto un risultato importante sul piano della pressione economica e politica. Bisognerà poi vedere come reagirà il sistema economico internazionale e quali attori riusciranno a trarre vantaggio dalla crisi».

Quali altri interessi e Paesi ci sono in gioco?

«Molti. Non dimentichiamo che l’aumento dei prezzi energetici può favorire anche alcuni operatori commerciali e assicurativi, essendo molte imprese d’intermediazione e assicurazione soprattutto olandesi, anche se gli effetti variano a seconda delle attività e dell’esposizione al rischio. L’Egitto, inoltre, potrebbe intervenire militarmente a sostegno di Riad contro gli Houti perché il blocco dei transiti navali del Mar Rosso porta a una riduzione importante del traffico attraverso il canale di Suez. L’economia egiziana trae enormi guadagni dai diritti su Suez e quindi l’Egitto tutelerà innanzitutto i propri interessi».

Come si stanno muovendo i Paesi del Golfo in questa fase di stallo delle trattative?

«L’Oman vorrebbe che gli Stati Uniti contribuissero a garantire un sistema di difesa più efficace e sicuro, ma non vuole essere trascinato in un conflitto contro l’Iran. La sua priorità è una tregua che permetta di ripristinare condizioni di sicurezza e riprendere regolarmente le esportazioni di petrolio. Anche l’Arabia Saudita ha bisogno di maggiori garanzie sul piano della difesa. I recenti attacchi degli Houti, compreso quello contro l’aeroporto internazionale di Riad, hanno mostrato quanto possano essere vulnerabili le infrastrutture strategiche del Regno. Tra le vittime dell’attacco all’aeroporto figurava anche un cittadino americano, un elemento che accresce la rilevanza della vicenda per Washington. La Russia, dal canto suo, guarda con interesse a quanto avviene, perché un aumento dei prezzi gioca a suo vantaggio per la quota di greggio che riesce ancora a commerciare. Inoltre, c’è il sospetto che passi all’Iran informazioni sul dispositivo Usa nell’area del Golfo arabico. Le posizioni dei diversi attori, tuttavia, non coincidono necessariamente: ciascuno cerca di tutelare soprattutto i propri interessi economici e di sicurezza».

L’Iran cercherà di mettere ulteriormente in difficoltà Trump?

«Sì, ritengo che Teheran cercherà di aumentare la pressione sugli Stati Uniti, anche per evidenziare le conseguenze di scelte del presidente americano che non incontrano il consenso di gran parte dell’opinione pubblica. L’Iran potrebbe puntare a compromettere la sicurezza delle rotte energetiche, prendendo di mira petroliere e metaniere nelle acque del Golfo e mettendo a rischio le esportazioni di petrolio e gas. Gli effetti si ripercuoterebbero sui mercati internazionali e sui costi dell’energia, con possibili ricadute politiche negli Stati Uniti. In questo quadro bisogna considerare due passaggi marittimi fondamentali: lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, e lo Stretto di Bab el-Mandeb, all’imboccatura meridionale del Mar Rosso. Il primo è cruciale per le esportazioni energetiche del Golfo; il secondo è essenziale per i collegamenti marittimi tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. La pressione su queste rotte può trasformare una crisi regionale in un problema economico e strategico di portata globale».

Anche Netanyahu, in vista delle elezioni del 27 ottobre, minaccia di sferrare nuovi attacchi contro l’Iran. Quale potrebbe essere la risposta di Teheran e quanto è concreto il rischio di un’escalation?

«Nel periodo trascorso dall’ultimo attacco israeliano contro l’Iran, Israele ha avuto modo di rifornire le proprie difese aeree del sistema Iron Dome e altri strumenti d’intercettazione. Un ulteriore attacco potrebbe essere preso in considerazione qualora la situazione precipitasse, con l’obiettivo di colpire le basi missilistiche iraniane e i siti nucleari, distruggendoli o rendendoli temporaneamente inoperativi per rallentare le capacità militari di Teheran. L’Iran, dal canto suo, potrebbe rispondere lanciando missili e droni contro obiettivi israeliani e contro le installazioni militari americane presenti nella regione, nella speranza di saturare o superare le difese avversarie. A questo si aggiunge il ruolo delle operazioni clandestine e dell’intelligence. Se Israele decidesse di colpire nuovamente, potrebbe contare su un patrimonio informativo rilevante, costruito anche attraverso la collaborazione con l’intelligence americana. La conoscenza degli obiettivi strategici iraniani potrebbe quindi facilitare la pianificazione di eventuali attacchi. Il problema è che una nuova operazione militare potrebbe innescare una catena di reazioni difficili da controllare. Teheran dispone ancora di strumenti per rispondere e allargare il confronto, mentre il coinvolgimento diretto o indiretto di altri Paesi aumenterebbe ulteriormente il rischio di un conflitto regionale».

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The Rupturing Trump-Zelensky Relationship Stands to Hurt Ukraine and Its European Allies

Where the two presidents’ war of words will end is anybody’s guess. But if it continues, it could threaten the crucial operational help that Ukraine still gets from the United States.

© Tierney L. Cross/The New York Times

President Volodymyr Zelensky of Ukraine with President Trump at Mar-a-Lago in Florida in December.
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The Rupturing Trump-Zelensky Relationship Stands to Hurt Ukraine and Its European Allies

Where the two presidents’ war of words will end is anybody’s guess. But if it continues, it could threaten the crucial operational help that Ukraine still gets from the United States.

© Tierney L. Cross/The New York Times

President Volodymyr Zelensky of Ukraine with President Trump at Mar-a-Lago in Florida in December.
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The Rupturing Trump-Zelensky Relationship Stands to Hurt Ukraine and Its European Allies

Where the two presidents’ war of words will end is anybody’s guess. But if it continues, it could threaten the crucial operational help that Ukraine still gets from the United States.

© Tierney L. Cross/The New York Times

President Volodymyr Zelensky of Ukraine with President Trump at Mar-a-Lago in Florida in December.
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A US scholar’s take on how shifts in US-China relations are felt in a Tsinghua classroom

China and America are talking again. There are leaders’ meetings, phone calls and a new channel for discussing artificial intelligence. Officials are cautiously trying to keep the relationship from veering into crisis. And yet some of the hardest questions remain untouched. Neither side is giving much ground on advanced chips, export controls remain a battlefield and neither Washington nor Beijing appears ready to slow its race to develop increasingly powerful AI. So what, exactly, does it mean...

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A US scholar’s take on how shifts in US-China relations are felt in a Tsinghua classroom

China and America are talking again. There are leaders’ meetings, phone calls and a new channel for discussing artificial intelligence. Officials are cautiously trying to keep the relationship from veering into crisis. And yet some of the hardest questions remain untouched. Neither side is giving much ground on advanced chips, export controls remain a battlefield and neither Washington nor Beijing appears ready to slow its race to develop increasingly powerful AI. So what, exactly, does it mean...

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A US scholar’s take on how shifts in US-China relations are felt in a Tsinghua classroom

China and America are talking again. There are leaders’ meetings, phone calls and a new channel for discussing artificial intelligence. Officials are cautiously trying to keep the relationship from veering into crisis. And yet some of the hardest questions remain untouched. Neither side is giving much ground on advanced chips, export controls remain a battlefield and neither Washington nor Beijing appears ready to slow its race to develop increasingly powerful AI. So what, exactly, does it mean...

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Houthi Attacks on Saudi Arabia Put In Doubt Kingdom’s Sports and Business Events

The Iran-backed group’s attacks have disrupted sports tournaments and threatened business events that the kingdom has long used to attract investment and raise its profile.

© Baraa Anwer/Associated Press

Saudi Arabia’s capital, Riyadh, has been rocked by Houthi attacks in recent weeks that have forced the authorities to close the city’s main international airport.
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Hong Kong police arrest 2 men over HK$1.7 million Kowloon break-in spree

Hong Kong police have arrested two men over their alleged involvement in at least six break-ins across Kowloon over the past three months, with total losses amounting to HK$1.7 million (US$216,629). The pair – a 54-year-old mainland Chinese man and a 34-year-old Hong Kong resident – were arrested separately on Thursday in Sham Shui Po and Tsim Sha Tsui, respectively. Police identified and located them following a break-in targeting four flats in a private residential building on Farm Road in...

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Japan taps foreign tech to plug defence gaps as China’s power grows. Will it pay off?

Japan is increasingly turning to foreign companies to accelerate its military modernisation, drawing on overseas technology, expertise and production capacity to plug defence gaps that could prove critical in a potential regional conflict involving China. The push has gathered momentum over the past week, with Tokyo confirming a contract for Ukrainian interceptor drones and a multinational fighter consortium preparing to expand its design operations in Japan. French defence giant Thales is also...

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Japan taps foreign tech to plug defence gaps as China’s power grows. Will it pay off?

Japan is increasingly turning to foreign companies to accelerate its military modernisation, drawing on overseas technology, expertise and production capacity to plug defence gaps that could prove critical in a potential regional conflict involving China. The push has gathered momentum over the past week, with Tokyo confirming a contract for Ukrainian interceptor drones and a multinational fighter consortium preparing to expand its design operations in Japan. French defence giant Thales is also...

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Trump attacca ancora Zelensky: “Ha distrutto il suo Paese”

Trump

“Non sono un grande fan di Zelensky, ha distrutto il suo Paese”, ha dichiarato Trump in un’intervista a Newsmax. A sostegno delle sue parole, Trump ha citato un’intervista che ha visto di recente con una giovane ucraina, che accusa Zelensky di aver distrutto lo Stato e causato la morte della popolazione maschile dell’Ucraina.

Trump: "Zelensky is not a good guy for us to deal with… They're not going to settle with him. He doesn't want to settle. He says he wants to settle, but he doesn't. I'm not a big fan of Zelensky. They've destroyed their country."

pic.twitter.com/hAS9x2ZV4S

— Ivan Katchanovski (@I_Katchanovski) October 16, 2026

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AI-powered drones to help detect hill fires during Chung Yeung Festival

Hong Kong’s Fire Services Department will launch three new AI-assisted drone technologies to strengthen fire detection and its response to heightened risks during tomb-sweeping activities ahead of the Chung Yeung Festival on Sunday. Wong Tak-fai, acting divisional officer for information and communications technology, said on Friday that the technology would improve the speed and accuracy of fire detection to help the department operate more efficiently. “Artificial intelligence [AI] not only...

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China’s R&D spending keeps up steady rise as No 1 US seeks further funding cuts

China’s R&D investment grew by 8.2 per cent last year – fuelled by double-digit growth in fundamental science and university funding – in sharp contrast with deep budget cuts across the US research sector. Total investment in research and experimental development crossed 3.9 trillion yuan (US$583 billion) in 2025, “maintaining a trajectory of steady growth”, the National Bureau of Statistics said when releasing the data on Friday. State news agency Xinhua noted on Friday that in the five years...

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China’s R&D spending keeps up steady rise as No 1 US seeks further funding cuts

China’s R&D investment grew by 8.2 per cent last year – fuelled by double-digit growth in fundamental science and university funding – in sharp contrast with deep budget cuts across the US research sector. Total investment in research and experimental development crossed 3.9 trillion yuan (US$583 billion) in 2025, “maintaining a trajectory of steady growth”, the National Bureau of Statistics said when releasing the data on Friday. State news agency Xinhua noted on Friday that in the five years...

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Anti-China protectionism backfiring on American carmakers’ EV plans: analyst

While Washington’s efforts to block Chinese electric vehicles (EVs) were originally intended to protect its domestic automotive industry, they have sparked concerns the strategy is hurting America’s carmaking competitiveness. With a lack of a coherent industrial policy discouraging long-term investment, the protectionist approach was backfiring on Detroit’s EV transition, said David Zhang, a macroeconomics and policy analyst at Trivium China, who added that EVs could be a “perfect concession” in...

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ASML eyes hybrid bonding, report finds, as Chinese firms adopt chip packaging technique

Dutch semiconductor equipment giant ASML is expanding into next-generation hybrid bonding, a technique that creates dense electrical connections by directly joining chips or silicon wafers, according to a new report. Major Chinese companies are also adopting the technology to improve chip performance. ASML submitted 27 patent families related to hybrid bonding tools between December 2022 and November 2024, according to a report published by semiconductor and AI supply chain research firm...

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Nobel Peace Prize: the message behind Navi Pillay’s win

The awarding of the 2026 Nobel Peace Prize to South African jurist Navanethem “Navi” Pillay matters for reasons that go well beyond the laureate herself. The award does three things at once. First, it restores credibility to the prize. Second, it rejects in unambiguous terms the Thrasymachian doctrine that might is right, which has become the operating philosophy of major powers. Third, it highlights a warning of what happens when a hegemon decides it is above the law. The correction was...

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Nobel Peace Prize: the message behind Navi Pillay’s win

The awarding of the 2026 Nobel Peace Prize to South African jurist Navanethem “Navi” Pillay matters for reasons that go well beyond the laureate herself. The award does three things at once. First, it restores credibility to the prize. Second, it rejects in unambiguous terms the Thrasymachian doctrine that might is right, which has become the operating philosophy of major powers. Third, it highlights a warning of what happens when a hegemon decides it is above the law. The correction was...

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Indian police detain ‘cockroach’ movement leader ahead of New Delhi protest

Police detained India’s ‘cockroach’ movement founder Abhijeet Dipke on Friday, student leaders and supporters on Friday as hundreds poured into central Delhi, waving the national flag and demanding the resignation of India’s election chief. The youth-led ‘Cockroach Janta Party’ (CJP), opposition groups and student organisations have held almost daily protests this month demanding Chief Election Commissioner Gyanesh Kumar’s resignation over a revision of voter lists that critics ⁠say favours...

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Sorry, Darwin: Chinese fossil shows that not all early birds evolved to fly

Chinese scientists have unearthed a fossil of the earliest known flightless bird, offering compelling evidence that not all early birds evolved to take to the skies. The discovery could also challenge long-held assumptions – including ideas dating back to evolutionary theorist Charles Darwin – that flightlessness in birds arose only as a secondary adaptation after earlier species had mastered flight. The 150 million-year-old fossil of the Late Jurassic avialan Yuezhuornis yangyuanensis found in...

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Sorry, Darwin: Chinese fossil shows that not all early birds evolved to fly

Chinese scientists have unearthed a fossil of the earliest known flightless bird, offering compelling evidence that not all early birds evolved to take to the skies. The discovery could also challenge long-held assumptions – including ideas dating back to evolutionary theorist Charles Darwin – that flightlessness in birds arose only as a secondary adaptation after earlier species had mastered flight. The 150 million-year-old fossil of the Late Jurassic avialan Yuezhuornis yangyuanensis found in...

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Lifts in another 39 buildings found to be lacking proper components

Hong Kong authorities have found that lifts in another 39 buildings are lacking proper door-frame components following an investigation into faulty replacement works carried out by a contractor involving missing fire-safety parts. The South China Morning Post also learned on Friday that police had arrested a director and two registered lift engineers from the lift contractor, Taizoom Elevator, on suspicion of deception over work at 48 lifts at two housing estates. The latest incidents come just...

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Singapore targets 7 companies over wildfires in Indonesia as toxic haze worsens

Singapore has identified seven companies it says were involved in wildfires in Indonesia that are choking the city state with haze, and plans to issue notices requiring them to take preventive measures, the Business Times reported. The companies will receive notices under the Transboundary Haze Pollution Act requiring them to stop or refrain from burning and submit plans to prevent a recurrence, the newspaper reported, citing Sustainability and the Environment Minister Grace Fu at a Friday press...

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China urges Israel to end West Bank settlement expansion and ease Gaza crisis

In talks with Israel’s president on Thursday, Chinese Foreign Minister Wang Yi called for an immediate easing of the humanitarian crisis in Gaza and for Israel to reverse its West Bank settlement expansion. “The imperative priority is to fully open access routes into Gaza. Two million civilians must not be left to struggle on the brink of survival, nor can this humanitarian catastrophe be allowed to spread,” Wang said, according to a Chinese foreign ministry statement on Friday. The meeting with...

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China urges Israel to end West Bank settlement expansion and ease Gaza crisis

In talks with Israel’s president on Thursday, Chinese Foreign Minister Wang Yi called for an immediate easing of the humanitarian crisis in Gaza and for Israel to reverse its West Bank settlement expansion. “The imperative priority is to fully open access routes into Gaza. Two million civilians must not be left to struggle on the brink of survival, nor can this humanitarian catastrophe be allowed to spread,” Wang said, according to a Chinese foreign ministry statement on Friday. The meeting with...

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China urges Israel to end West Bank settlement expansion and ease Gaza crisis

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Malaysia’s Negeri Sembilan ruler orders chief minister out of sight in rare public rebuke

A Malaysian ruler known for being reserved has publicly berated his chief minister over efforts to unseat him, telling the politician to “go away” and withdraw his claim that the monarch no longer holds the throne. Negeri Sembilan, south of Kuala Lumpur, has been caught in a dispute since April over who is its rightful ruler, bringing down one state government aligned with Prime Minister Anwar Ibrahim’s ruling Pakatan Harapan (PH) coalition and leaving its newly appointed chief minister without...

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China invites Trump press secretary Katie Zacharia to visit after ‘proper toilets’ slur

Beijing has invited White House press secretary Katie Zacharia to visit the country more often after she said in an interview that China “doesn’t even have proper toilets”. The newly appointed spokeswoman for the Trump administration made the controversial remarks in an interview on Thursday with conservative commentator Jack Posobiec, when talking about the perception around 2016 that “the gold days, the glory days of the US were over and China was on the horizon”. “I remember this very...

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China invites Trump press secretary Katie Zacharia to visit after ‘proper toilets’ slur

Beijing has invited White House press secretary Katie Zacharia to visit the country more often after she said in an interview that China “doesn’t even have proper toilets”. The newly appointed spokeswoman for the Trump administration made the controversial remarks in an interview on Thursday with conservative commentator Jack Posobiec, when talking about the perception around 2016 that “the gold days, the glory days of the US were over and China was on the horizon”. “I remember this very...

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China invites Trump press secretary Katie Zacharia to visit after ‘proper toilets’ slur

Beijing has invited White House press secretary Katie Zacharia to visit the country more often after she said in an interview that China “doesn’t even have proper toilets”. The newly appointed spokeswoman for the Trump administration made the controversial remarks in an interview on Thursday with conservative commentator Jack Posobiec, when talking about the perception around 2016 that “the gold days, the glory days of the US were over and China was on the horizon”. “I remember this very...

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Inspections ordered at 8 more houses in Hong Kong’s One Stanley after rebar scandal

Hong Kong authorities have ordered the developer of One Stanley to inspect eight more homes, including one acquired by a Mongolian mining tycoon’s family, as concerns over substandard work at the seaside luxury estate mount. The details of the inspection were contained in a sales brochure updated by developer K&K Property on Friday and follow an announcement by the Buildings Department last month that it would conduct random checks on buildings at the estate. Online property news platform...

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EU rallies around Zelensky as rift widens with Trump over Russia energy strikes

European leaders on Friday rallied around Ukraine’s Volodymyr Zelensky as Kyiv’s ties with US President Donald Trump have nosedived and worries grow that US leader is increasingly siding with Russia. Relations between Kyiv and Washington have soured since last week, when Trump eased sanctions on Russia in exchange for Moscow releasing large amounts of diesel onto global markets. Zelensky infuriated Trump further by ordering Ukraine’s forces to restart strikes on Russian oil refineries in...

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Ucraina, Zelensky chiede all’Ue altri 70 miliardi per il 2027. I Ventisette rinviano la decisione a fine anno

Aggiornato alle 06:25

BRUXELLES — Settanta miliardi di euro in più, entro un anno. È la cifra che Volodymyr Zelensky ha messo ieri sul tavolo dei Ventisette, al secondo giorno del Consiglio europeo. «La guerra costerà 155 miliardi di euro l’anno prossimo. E ci servono almeno 70 miliardi in più da voi», ha detto il presidente ucraino ai leader, riferisce l’AFP. «È una cifra realistica e vi chiedo di trovare questo sostegno. Ci aiuterà a tenere indietro la Russia».

Nessuna decisione. I leader hanno incaricato la Commissione europea di preparare proposte, e il dossier tornerà sul tavolo tra novembre e dicembre insieme al bilancio pluriennale. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha confermato che i 70 miliardi «vanno coperti» e ha chiesto ai partner di «farsi avanti». Il presidente francese Emmanuel Macron ha detto che i sostenitori di Kiev «esamineranno» la richiesta; il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rinviato la discussione a fine anno.

Il buco è noto da tempo. Il prestito europeo da 90 miliardi approvato sei mesi fa copre l’Ucraina fino alla fine del 2027, ma non basta: un alto funzionario dell’Ue conferma la stima dei 70 miliardi mancanti. Tra i Paesi terzi, finora, solo la Norvegia si è fatta avanti. Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha criticato l’opacità dei conti di Kiev.

Zelensky ha chiesto altre due cose. Un «pacchetto invernale» con 300 intercettori Patriot «specificamente contro i missili balistici», per difendere le centrali elettriche. E un «custode controllato dall’Ue» per i circa 200 miliardi di euro di riserve della banca centrale russa immobilizzate in Europa, in gran parte in Belgio, «per ridurre il rischio che vengano scongelati e spartiti tra chi chiaramente non vuole il bene dell’Europa». Il premier belga Bart De Wever ha frenato: «Nessuno potrebbe mai sognarsi di rendere operativi quegli asset senza unanimità qui attorno al tavolo». Dal dicembre scorso lo scongelamento richiede appunto l’unanimità dei Ventisette.

Il diesel di Putin

Mentre Bruxelles conta, Washington allenta. Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un’intesa che consente alla Russia di fornire 300mila tonnellate di diesel agli Stati Uniti e al mercato mondiale. Il giorno dopo, davanti alla Casa Bianca, ha detto che Zelensky «avrebbe potuto chiudere questa guerra molte volte» e, alla domanda sui rischi per gli ucraini: «Suggerisco che si trovino un nuovo leader capace di fare un accordo». Domenica ha scritto su Truth Social che è in vigore un «cessate il fuoco energetico» accettato «da entrambe le parti». Zelensky ha risposto: «Per me è una novità». Gli attacchi russi alle centrali sono proseguiti quel giorno.

Il conto presentato ieri ai Ventisette è, in sostanza, la fattura del disimpegno americano: quello che Washington trattiene finisce nella colonna dell’Europa.

Il segnale più concreto è arrivato al fronte. Da mercoledì notte SpaceX impone ai terminali Starlink in movimento un tetto di 160 chilometri l’ora, come ha confermato il consigliere di Zelensky per le comunicazioni militari: sotto restano i droni intercettori ucraini, sopra la connessione cade. L’ordine di rallentare Starshield, la versione militare del sistema, è partito dall’interno della Casa Bianca, secondo funzionari americani che hanno parlato in forma anonima. Elon Musk ha scritto su X che quei sistemi sono «sotto il controllo» del governo americano e che ogni limite «è deciso dai militari statunitensi e in ultima istanza dal presidente». La Casa Bianca non ha risposto. Il ministero della Difesa di Kiev dice che il servizio è stato ripristinato, ma il tetto resta. A chi gli chiedeva se Trump lo stia usando come capro espiatorio, Zelensky ha sorriso: «Questa è la mia risposta».

Da Roma, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito la stretta su satelliti e intelligence «un errore completo, un grande errore» che rischia di prolungare l’invasione, ha detto alla BBC. «La pace arriverà quando Putin sarà convinto che c’è uno stallo, che non può avanzare oltre». Il sostegno militare italiano continuerà «finché questo governo resterà in carica», ma far approvare nuove forniture sarà «più difficile» con l’avvicinarsi delle elezioni: «È difficile spiegare a un cittadino in difficoltà alla pompa di benzina che non possiamo fare concessioni alla Russia».

A Mosca le parole di Trump sul «nuovo leader» hanno aperto i notiziari della tv di Stato. Per Mark Galeotti, direttore della società di consulenza Mayak Intelligence, l’intesa sul diesel è uno «sbalorditivo regalo di compleanno» per Putin, arrivato due giorni dopo i suoi 74 anni. António Costa, presidente del Consiglio europeo, ha detto che le sanzioni dell’Ue restano fino alla fine della guerra.

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China leans in to hi-tech systems to counter emerging AI-fuelled terror threats

China revealed AI-powered drone interceptors and other uncrewed systems at an international counterterrorism forum in Beijing this week, as security experts warned that new technologies could enable new forms of terrorism. The equipment was on display at the Great Wall-2026 International Forum on Counterterrorism, which ran from Tuesday to Thursday and was attended by more than 320 defence experts and military delegates from 62 countries. Discussions focused on how advances in artificial...

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Japan’s Leader Says She Loses Hours to Makeup and Chores. Opinions Abound.

Sanae Takaichi said she has a busier schedule than her male predecessors, a nod to the disproportionate share of household tasks in Japan that fall to women.

© Suo Takekuma/Kyodo News, via Associated Press

Japan's prime minister, Sanae Takaichi, said her all-male team of aides has had trouble adapting to her schedule.
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Trump alza il tiro contro i giovani dem: il caso Omar diventa un banco di prova per le midterm

La perquisizione nell’abitazione di Ilhan Omar a Washington potrebbe rappresentare qualcosa di più di un nuovo capitolo dello scontro tra Donald Trump e una delle sue più accese oppositrici. A meno di tre settimane dalle midterm, l’intervento degli agenti federali nella casa della deputata del Minnesota ha riportato al centro del dibattito una questione destinata ad accompagnare l’ultima fase della campagna elettorale: fino a che punto lo scontro politico tra la Casa Bianca e l’opposizione può intrecciarsi con l’azione delle istituzioni investigative?

L’operazione, condotta il 12 ottobre dagli agenti della Homeland Security Investigations nell’ambito di un’indagine penale federale, è stata eseguita sulla base di un mandato autorizzato dall’autorità giudiziaria. Il Dipartimento di Giustizia non ha però chiarito ufficialmente la natura delle contestazioni né reso pubblici elementi che consentano di stabilire quali responsabilità siano eventualmente attribuite alla parlamentare. Gli agenti federali hanno fatto irruzione nell’abitazione della deputata alle prime luci dell’alba, trattenendosi per circa cinque ore alla ricerca di documenti compilati dal padre, oggi defunto, durante la sua infanzia. Omar ha denunciato l’operazione come un tentativo di intimidazione politica, accusando Trump di perseguitarla da un decennio attraverso accuse infondate e campagne diffamatorie. “Non riusciranno a mettermi a tacere”, ha assicurato.

Da tempo il presidente mette in discussione la legittimità della sua cittadinanza americana, rilanciando anche l’accusa, mai dimostrata, di aver sposato addirittura suo fratello. Nell’ultimo anno, inoltre, la deputata è tornata al centro degli attacchi repubblicani per uno scandalo di frodi ai danni dei programmi di assistenza sociale del Minnesota. Secondo gli investigatori federali, alcuni esponenti della comunità somala avrebbero ottenuto ingenti somme pubbliche fatturando servizi mai erogati. Non risultano, tuttavia, elementi che dimostrino un coinvolgimento personale di Omar in questo scandalo.

Tempismo perfetto, non c’è che dire, considerando che il Dipartimento di Giustizia segue tradizionalmente una prassi di cautela rispetto alle iniziative investigative pubbliche che possono interferire con una consultazione elettorale imminente. Il mandato giudiziario conferma l’esistenza di un procedimento, ma non risolve gli interrogativi sulle ragioni della sua esecuzione proprio in questa fase della campagna.

Per comprendere lo scontro tra la deputata, membro di spicco della cosiddetta “Squad”, bisogna tornare al 2018, quando Omar arrivò alla Camera dei Rappresentanti, diventando una delle prime due donne musulmane elette al Congresso e la prima rifugiata africana a ottenere un seggio. Nata in Somalia e naturalizzata americana nel 2000, è diventata rapidamente uno dei volti più riconoscibili della nuova sinistra democratica, soprattutto per le sue posizioni sull’immigrazione, sulla politica estera statunitense e sui diritti delle minoranze.

La sua appartenenza al gruppo di parlamentari progressiste emerso durante il primo mandato di Trump, l’ha resa un bersaglio ricorrente degli attacchi repubblicani. Una contrapposizione che ha attraversato quasi un decennio, passando dalle polemiche sull’identità nazionale alle accuse relative alle sue posizioni su Israele, fino alle contestazioni riguardanti la storia migratoria della sua famiglia. Nei mesi scorsi, il vicepresidente JD Vance aveva pubblicamente accusato Omar di presunte irregolarità sui suoi documenti e sul suo ingresso nel Paese, senza presentare mai prove a sostegno delle proprie affermazioni. Aveva inoltre riferito di aver discusso con Stephen Miller, uno dei principali consiglieri della Casa Bianca, le possibili iniziative da intraprendere nei confronti della deputata. Pochi giorni prima dell’intervento federale, durante un comizio in Tennessee, Trump era tornato ad attaccare Omar, facendo riferimento alle sue origini somale e suggerendo che Vance e altri esponenti dell’amministrazione si stessero occupando del suo caso.

Questi attacchi al vetriolo nei confronti dei progressisti dem riflettono un certo nervosismo nel Gop man mano che il 3 novembre si avvicina. Dall’altro lato anche nei Democratici le acque sono agitate: le primarie democratiche hanno già mostrato segnali significativi. Ad agosto, sette deputati democratici uscenti sono stati sconfitti nelle rispettive primarie, cinque dei quali avevano raggiunto l’età pensionabile. In Colorado, la veterana Diana DeGette ha perso contro la ventinovenne socialista democratica Melat Kiros. In Connecticut, John Larson, 78 anni, è stato sconfitto dall’ex sindaco Luke Bronin. Episodi che mostrano come una parte dell’elettorato democratico chieda un ricambio della classe dirigente, sebbene le ragioni delle singole sconfitte non siano riconducibili esclusivamente all’età o all’orientamento ideologico dei candidati.

In questo scenario, Alexandria Ocasio-Cortez continua a rappresentare uno dei principali riferimenti della componente progressista. La deputata newyorkese sta utilizzando le midterm anche per consolidare la propria rete politica nazionale, sostenendo candidati che condividono parte della sua agenda economica e sociale. In Michigan, per esempio, ha appoggiato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato e possibile primo senatore musulmano degli Stati Uniti, sul quale i repubblicani hanno concentrato l’ennesima campagna diffamatoria. La competizione in Michigan è, infatti, un banco di prova per la capacità della sinistra democratica di parlare anche a elettori indipendenti e moderati. El-Sayed, dal canto suo, ha respinto la rappresentazione repubblicana delle proprie proposte come radicali, insistendo su sanità pubblica e difficoltà economiche delle famiglie.

Per Trump e i repubblicani, esponenti come questi incarnano una visione del Partito democratico che può essere contestata su immigrazione, identità nazionale, socialismo democratico e politica estera. Per una parte della base democratica, invece, quelle stesse figure rappresentano la disponibilità a confrontarsi direttamente con il presidente, senza affidarsi esclusivamente ai tradizionali strumenti della mediazione parlamentare.

Il contesto elettorale rende ora particolarmente delicata la vicenda Omar. Secondo una rilevazione del Pew Research Center pubblicata l’8 ottobre, il 44% degli elettori registrati esprimeva una preferenza per i democratici nelle elezioni nazionali della Camera, contro il 36% per i repubblicani: un vantaggio di otto punti percentuali che, pur non traducendosi automaticamente in seggi, fotografa il clima politico alla vigilia del voto. I democratici stanno inoltre ampliando la propria presenza elettorale in territori tradizionalmente repubblicani. I dem stanno tentando di rendere competitive decine di circoscrizioni controllate dal Grand Old Party, anche per costringere gli avversari a distribuire risorse finanziarie e organizzative su un territorio più vasto. Tra i fattori che alimentano questa strategia figurano le preoccupazioni per il costo della vita, gli effetti dei dazi e le conseguenze economiche della guerra con l’Iran.

Il sondaggio, inoltre, condotto tra il 28 settembre e il 4 ottobre, rileva inoltre che il tasso di approvazione di Trump si attesta ora al 30%, il più basso del suo secondo mandato. La maggior parte degli elettori (63%) considera Trump un fattore determinante nella scelta del candidato al Congresso, con una percentuale nettamente superiore (44%) che interpreta la propria scelta come un voto contro il presidente piuttosto che a suo favore (19%).

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I viaggiatori invisibili tra le due Ucraine

ucraina

I due eserciti sono divisi dalle trincee, ma tra la gente comune il muro è invisibile. Da quando la Russia ha strappato all’Ucraina un quinto del suo territorio, la realtà dei territori occupati è attraversata da un flusso costante di persone che continuano a muoversi. Per molti cittadini ucraini – manovali, operai specializzati, badanti, agricoltori – la geografia del conflitto supera la mappa delle ostilità sul terreno, segnata dai quasi impercettibili mutamenti delle linee di attrito, e diventa un groviglio di trasporti informali. C’è chi si organizza su Telegram, ad esempio, e sale a bordo di minibus con targa bielorussa che partono nelle prime ore dell’alba, nel silenzio spettrale dei parcheggi dei centri commerciali.

Gli spostamenti avvengono in due direzioni: c’è chi cerca di sfuggire dalla morsa di Mosca, e chi decide di fare ritorno, anche solo temporaneamente, nelle zone controllate dalle forze russe. Volersi prendere cura dei genitori anziani, la necessità di salvare una casa dalla confisca o il semplice e disperato desiderio di rivedere la comunità in cui si è nati e cresciuti, anche se solo per un po’.

Le vie d’accesso verso i territori occupati si sono ristrette con il passare dei mesi. Dopo la chiusura dei valichi diretti lungo la linea del fronte, le rotte sono diventate arzigogolate e dispendiose. Gli ucraini che vogliono tornare nell’Ucraina ormai sotto il pugno del Cremlino partono dall’Europa occidentale e devono attraversare diversi Paesi e sottoporsi alla temuta filtratsia, la procedura di controllo di sicurezza gestita dall’FSB all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca. Questo passaggio prevede lunghi interrogatori, l’ispezione approfondita degli smartphone e il rischio concreto di arresto o respingimento.

La vera linea di confine

Sono spostamenti che hanno un costo economico ed esistenziale notevole. La ricercatrice Sophie Lambroschini, nello studio pubblicato dal centro di ricerca ZOiS, ci spiega come il possesso dei documenti sia la variabile decisiva: l’imposizione del passaporto russo nelle zone occupate crea un paradosso normativo che costringe i cittadini a destreggiarsi tra requisiti opposti per non perdere il diritto di proprietà o la libertà di movimento. Sul fronte opposto, il corridoio umanitario tra Kolotilovka e Pokrovka è stato a lungo uno dei pochi punti di rientro diretto verso il territorio controllato da Kyiv, descritto nei reportage di Aleksander Palikot per RFE/RL. Persone come Kateryna Arisoy lavorano con le organizzazioni di volontari per offrire assistenza immediata e supporto psicologico a chi riesce a tornare. La distanza da ciò che si considera come “casa” non si misura più in chilometri, ma nella pazienza necessaria a ripercorrere, ancora una volta, la stessa strada.

A guardare da vicino queste storie, resta la sensazione che la linea di confine più difficile da attraversare sia quella tra gli ucraini che sono rimasti e quelli che sono partiti, tra chi ha accettato, o dovuto accettare, un documento per sopravvivere, e chi guarda a quella scelta con sospetto. Tra gli ucraini che in qualche modo sono stati assimilati, o hanno scelto di esserlo, magari anche per convinzione culturale o idologica, e quelli che invece vivono come stranieri nel territorio che un tempo aveva un’altra bandiera. In questo spazio intermedio si consuma il destino di migliaia di persone che cercano soltanto di tenere insieme i cocci di una vita frammentata.

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EU backs trade ‘kill switch’, China exports surge, third-quarter GDP

European Union leaders supported creating a tool to potentially shut out Chinese goods as a growing flood of low-cost imports pushed the bilateral trade deficit to a record. Officials could start work on developing a trade “kill switch”, European Commission President Ursula von der Leyen signalled to EU leaders at a Brussels meeting on Thursday, the South China Morning Post reported, citing unidentified people briefed on the talks. Leaders requested a proposal by year-end, Bloomberg News said....

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EU backs trade ‘kill switch’, China exports surge, third-quarter GDP

European Union leaders supported creating a tool to potentially shut out Chinese goods as a growing flood of low-cost imports pushed the bilateral trade deficit to a record. Officials could start work on developing a trade “kill switch”, European Commission President Ursula von der Leyen signalled to EU leaders at a Brussels meeting on Thursday, the South China Morning Post reported, citing unidentified people briefed on the talks. Leaders requested a proposal by year-end, Bloomberg News said....

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Is this China’s Soft Power Moment at Last?

For soft power scholars, observers, and critics alike, one question has lingered since the concept emerged in the early 1990s: to what extent can soft power resources yield tangible outcomes? In other words, how do appreciation and admiration eventually translate into political influence? While China has spent billions on soft power and public diplomacy, few acknowledged any real achievements until recently. Now, however, emerging trends from China – paired with the “America First” doctrine – may have handed Beijing an unprecedented opportunity.

It is therefore timely to ask: what needs to happen for China to become a soft power superpower? Before addressing this, we must first examine the current state of China’s attractive power, particularly in comparison to the United States.

The State of American Soft Power

For decades, the U.S. has been the ultimate purveyor of “cool,” exporting everything from Hollywood, music, and fashion to the powerful, intangible ideals of the American Dream. Alongside these, the global dominance of the U.S. dollar and the English language have served as structural pillars of its worldwide appeal.

While this idealized image has been eroding for some time due to unpopular wars and policy decisions, the “America First” doctrine has undeniably shattered many of the country’s core elements of attraction. Dozens of articles have been published about Trump’s effect on U.S’ international appeal, such as when proclaiming the “End of American Soft Power,” or when suggesting the nation’s “reputation may never fully recover”. Notably, the late Joseph S. Nye, who coined the term, lamented in his final article that “Trump is the first [American president] to reject the idea that soft power has any value in foreign policy.”

The State of China’s Soft Power

Meanwhile, although China’s initial soft power push was arguably first noticed during the 2008 Beijing Olympics, the consensus was that its tightly state-managed nature would always breed suspicion and fail to genuinely attract foreign audiences. By the early to mid-2020s, however, observers beyond academia began noticing a surge in China-related trends. Some are viral and possibly ephemeral (like Labubu and “Chinamaxxing”), while others – such as electric vehicles and advanced infrastructure – show long-term potential. This has led prominent Western outlets to affirm China’s newfound “coolness.” Perhaps surprisingly, like Japan, this appeal draws on a striking mix of the ancient and the futuristic, from traditional mythology and imperial architecture to the cybernetic cityscapes of Shenzhen and Chongqing. Furthermore, Chinese open AI models are being praised and widely adoption abroad, while youth in the developing world are becoming increasingly familiar with China. While concerns over its influence remain, this familiarity is a crucial first step toward genuine appreciation.

The Tortuous Path towards Soft Power Superpower Status

Despite these recent and remarkable developments, there are several obstacles that China must overcome in its pathway to becoming a soft power superpower.

First, the Chinese people may need to become more “approachable.” Foreigners who admire Chinese culture and products must be able to more easily interact with locals, both when visiting China and when encountering Chinese citizens abroad. This is not a matter of manners, but rather a lingering language barrier. Fortunately, this gap may narrow as more people globally learn Chinese, and as more Chinese citizens acquire basic English for travel.

Second, while Chinese citizens should certainly take pride in their nation’s achievements, they must avoid projecting a sense of superiority. Soft power arises from quiet confidence, not boasting. This is not to say that Chinese people are overly boastful, but it is a vital dynamic to keep in mind. As China’s successes grow, they will inevitably create friction with other nations – particularly the U.S., which will not easily relinquish its real or perceived primacy.

Third, as foreigners grow to appreciate not only Chinese products but also the people behind them, they may genuinely begin to question whether the political system that enabled these achievements is as flawed as often depicted. This is not to whitewash the Chinese Communist Party (CPC)’s conduct, but rather to acknowledge that alternative models exist.

Fourth, and decreasing in likelihood, more foreigners can consume Chinese cultural and digital products, many can also visit China visa-free, and can even study there, but for now it is still quite hard to move and live there. This could be a major obstacle for the overall appeal of a country, as the ultimate manifestation of appreciation would often be settling there.

Fifth, and perhaps most complex, is the need for a long-term, dual process. Chinese citizens must find ways to voice their desire for certain foreign practices – such as greater legal and financial protections – without directly challenging the central party’s authority. In turn, the party could acknowledge these mutually beneficial reforms and implement them to foster greater sociocultural and economic development. The CPC may become more eager to embrace such gradual reforms not only due to internal demand, but also to meet external expectations as a responsible global leader – a role further highlighted by the leadership vacuum left by the U.S.

The Road Ahead: A Benevolent Hegemon?

Like all hegemons, the U.S. has always had its faults and questionable practices; thus, no one expects Chinese leadership to be flawless. However, if China’s leadership can garner broader, genuine admiration both domestically and abroad – particularly across the developing world – the soft power returns could be conspicuous.

Another critical variable not to be dismissed is the Chinese diaspora. Many overseas Chinese are already proudly showcasing their heritage from a sociocultural and economic perspective, while intentionally leaving out the political and ideological dimensions. This cautious approach could further assist Beijing’s intents.

If China successfully manages to provide global public goods – such as through a revamped Belt and Road Initiative (BRI) and its more recent Global Initiatives – foreign views on its political system may soften. While this is a long-term prediction, potentially decades away, this article serves as an intellectual exercise to envision how China might eventually equal or surpass the U.S. as a global soft power superpower (and not only), driven by genuine attraction rather than the current soft-economic blend, which is less stable.

In conclusion, we may be witnessing the beginning of China’s true soft power moment, moving beyond mere economic reliance. This shift appears possible because the CPC has slightly loosened its grip on creative endeavors that do not clash with state interests. While this “cool” wave is increasingly noticed worldwide, it remains largely superficial. The greater challenge will be ensuring this is not a temporary fad, and that China continues to deliver on innovation while confidently sharing it with the world. Words and actions must align. Only then can genuine attraction become a structural soft power advantage, much like the one the U.S. has enjoyed for decades.

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Pioneering heart stem cell expert Li Renke dies at 65 during a Chinese conference

Li Renke, a visionary cardiovascular scientist who applied engineering principles to the human heart and developed conductive biomaterials to repair tissue damaged by heart attacks, died while attending an academic conference in the Chinese city of Xian earlier this month. He was 65. His death on October 10 was announced by The Chinese University of Hong Kong, Shenzhen (CUHK-Shenzhen), where he was presidential chair professor and associate dean of research and translation at the school of...

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Envoy says China could ‘easily win’ conflict as Manila claims it is ‘thinly veiled threat’

Manila has called for diplomatic restraint in response to suggestions from the Chinese ambassador to the Philippines that Beijing could “easily win” a military showdown in the region but had instead chosen peace. The war of words comes amid rising tension over the Scarborough Shoal in the South China Sea. Beijing has repeatedly driven away Philippine aircraft over the shoal in recent months, while accusing Manila of violating Chinese airspace. Ambassador Jing Quan made his comment on Thursday as...

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Envoy says China could ‘easily win’ conflict as Manila claims it is ‘thinly veiled threat’

Manila has called for diplomatic restraint in response to suggestions from the Chinese ambassador to the Philippines that Beijing could “easily win” a military showdown in the region but had instead chosen peace. The war of words comes amid rising tension over the Scarborough Shoal in the South China Sea. Beijing has repeatedly driven away Philippine aircraft over the shoal in recent months, while accusing Manila of violating Chinese airspace. Ambassador Jing Quan made his comment on Thursday as...

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L’intelligenza artificiale si sta mangiando il resto dell’economia?

di Isaac J.P. Barrow

La corsa mondiale all’intelligenza artificiale sta mobilitando centinaia di miliardi di dollari. Le grandi aziende tecnologiche costruiscono enormi centri di elaborazione dati, acquistano semiconduttori, sviluppano software e investono in infrastrutture energetiche. Un’espansione senza precedenti che promette di trasformare interi settori produttivi. Ma mentre una parte dell’economia accelera a ritmi impressionanti, un’altra sembra rallentare. E secondo l’economista premio Nobel Paul Krugman, le due cose potrebbero essere strettamente collegate.

In un’analisi pubblicata sul suo Substack, intitolata AI Versus Everything Else (Intelligenza artificiale contro tutto il resto), Krugman richiama l’attenzione su una conseguenza del boom dell’intelligenza artificiale che sta ricevendo molta meno attenzione rispetto ai possibili effetti sull’occupazione o al rischio di una bolla finanziaria: gli enormi investimenti destinati all’IA starebbero sottraendo capitali e risorse a tutto il resto dell’economia americana. Un fenomeno che gli economisti chiamano crowding out, traducibile come effetto spiazzamento. Spieghiamolo: quando un’impresa vuole costruire una fabbrica, ampliare uno stabilimento o realizzare un complesso residenziale, generalmente deve procurarsi capitali, spesso ricorrendo a prestiti. Il costo di questi finanziamenti dipende anche dai tassi di interesse. Se la domanda di denaro per finanziare nuovi investimenti aumenta molto rapidamente, i tassi possono salire, rendendo più costoso ottenere credito. Immaginiamo allora due imprese. La prima vuole costruire un nuovo stabilimento industriale, la seconda un gigantesco data center destinato all’intelligenza artificiale; entrambe hanno bisogno di capitali, ma la seconda appartiene a un settore nel quale le aspettative di guadagno sono enormi e i grandi operatori dispongono di risorse finanziarie considerevoli. Se i tassi di interesse aumentano, il progetto industriale potrebbe diventare meno conveniente ed essere rinviato. Il data center, invece, viene costruito ugualmente, perché l’azienda tecnologica ritiene che i profitti futuri giustifichino l’investimento. Moltiplichiamo questo esempio per migliaia di imprese e miliardi di dollari e otteniamo il fenomeno descritto da Krugman: una parte crescente delle risorse finanziarie viene assorbita dal settore tecnologico, mentre gli investimenti negli altri comparti incontrano maggiori difficoltà.

Il primo grafico sottostante riportato dall’economista, realizzato da Steve Rattner, mette a confronto l’andamento della costruzione di data center con quello di altre strutture, tra cui abitazioni, uffici e fabbriche. Gli investimenti nelle infrastrutture informatiche crescono rapidamente, mentre altri segmenti dell’edilizia mostrano una dinamica decisamente più debole.

 

Ma la costruzione degli edifici rappresenta soltanto una parte della spesa complessiva per l’intelligenza artificiale. Una quota molto importante degli investimenti riguarda i computer, i processori, le apparecchiature elettroniche e i programmi necessari a far funzionare questi sistemi.

Per comprendere le dimensioni del fenomeno basta guardare i dati del Bureau of Economic Analysis americano, disponibili attraverso la banca dati FRED della Federal Reserve di St. Louis. Nel secondo trimestre del 2026 gli investimenti privati statunitensi in apparecchiature per l’elaborazione delle informazioni e software hanno raggiunto un valore annualizzato di circa 1.646 miliardi di dollari, rispetto ai 1.375 miliardi dello stesso periodo del 2025. Si tratta di una categoria statistica più ampia dell’intelligenza artificiale, ma che comprende una parte importante delle tecnologie alla base della sua espansione. Krugman utilizza proprio i dati sugli investimenti tecnologici e li confronta con quelli destinati al resto dell’economia, misurandoli in rapporto al prodotto interno lordo. Il secondo grafico prende come riferimento l’inizio del 2023 e mostra un progressivo aumento del peso degli investimenti tecnologici, accompagnato da un andamento assai meno favorevole degli altri investimenti.

Per l’economista questa divergenza rappresenta un segnale evidente dell’effetto spiazzamento. Va precisato che il confronto tra le due serie, da solo, indica una relazione nell’andamento degli investimenti, mentre attribuire il rallentamento degli altri settori principalmente all’intelligenza artificiale è l’interpretazione economica proposta da Krugman.

Il problema riguarda anche risorse materiali. I data center consumano enormi quantità di elettricità, richiedono collegamenti alla rete, sistemi di raffreddamento e componenti elettroniche specializzate. Quando la domanda cresce più velocemente della capacità produttiva, possono aumentare i prezzi e allungarsi i tempi di approvvigionamento. Secondo Krugman, la forte richiesta di semiconduttori e memorie legata all’intelligenza artificiale sta già esercitando pressioni su mercati dai quali dipendono anche i produttori di automobili, computer e altri dispositivi elettronici.

La particolarità di questa situazione emerge confrontandola con un’altra grande rivoluzione tecnologica: quella di Internet negli anni Novanta. All’epoca gli Stati Uniti attraversarono un enorme ciclo di investimenti nelle telecomunicazioni, nei computer e nelle nuove imprese digitali. Eppure, osserva Krugman nel terzo grafico della sua analisi, gli investimenti negli altri settori continuarono ad aumentare. Il boom tecnologico si accompagnò quindi a un’espansione più generale dell’economia.

Una delle spiegazioni, secondo il premio Nobel, riguarda l’afflusso di capitali dall’estero. Negli anni Novanta gli Stati Uniti riuscirono ad attirare grandi quantità di investimenti internazionali, aumentando le risorse disponibili per finanziare la crescita. Oggi Krugman ritiene che manchi un afflusso di capitali esteri paragonabile, capace di sostenere contemporaneamente la corsa all’intelligenza artificiale e gli investimenti negli altri settori.

C’è poi un’altra questione, forse ancora più importante: chi decide dove devono andare le risorse di un Paese e chi sostiene i costi di queste decisioni? Spesso si considera l’investimento privato come una scelta economicamente efficiente, perché effettuata da imprese che mettono a rischio il proprio capitale. Ma Krugman ricorda che anche le grandi aziende possono commettere errori colossali. Porta come esempio Meta, la società proprietaria di Facebook, che ha investito circa 80 miliardi di dollari nel progetto del metaverso, ridimensionandone successivamente le ambizioni. Risorse enormi destinate a un’iniziativa che, almeno finora, ha prodotto risultati molto inferiori alle aspettative.

Un investimento privato sbagliato può quindi avere conseguenze economiche reali, soprattutto quando assorbe risorse che avrebbero potuto essere impiegate altrove.

La situazione diventa ancora più complessa quando intervengono gli incentivi pubblici. Negli Stati Uniti, spiega Krugman, le agevolazioni fiscali introdotte anche attraverso la legislazione approvata durante la presidenza Trump favoriscono gli investimenti in infrastrutture tecnologiche. Questo significa che una parte del boom dei data center beneficia indirettamente del sostegno dei contribuenti. Diventa quindi legittimo domandarsi se la distribuzione delle risorse tra i diversi settori risponda davvero all’interesse generale.

Naturalmente, l’intelligenza artificiale può generare benefici economici considerevoli. L’aumento della produttività, l’automazione di attività complesse, i progressi nella ricerca scientifica e lo sviluppo di nuovi servizi potrebbero compensare ampiamente molti dei costi iniziali. Gli stessi investimenti nei data center creano lavoro e domanda per imprese elettriche, edili e manifatturiere. Il punto sollevato da Krugman riguarda però ciò che accade nel frattempo e soprattutto ciò a cui l’economia potrebbe dover rinunciare per sostenere questa espansione.

Gran parte della discussione pubblica sull’intelligenza artificiale si concentra su ciò che potrebbe accadere nei prossimi dieci o vent’anni, su quanti posti di lavoro scompariranno, quali professioni saranno sostituite o quanto diventeranno intelligenti le macchine. L’analisi di Krugman invece invita a osservare il presente, perchè la trasformazione sta coinvolgendo  mercati finanziari, credito, energia, materie prime e investimenti industriali.  Perchè il successo di una rivoluzione tecnologica dipende anche dalla sua capacità di produrre benefici per l’intero sistema economico, e non soltanto per le aziende che la guidano.

 

 

Traduzione dall’ inglese di Igor G. Cantalini

 

L’AUTORE

Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.

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In Cina e Asia – L’Ue valuta ulteriori misure contro la sovraccapacità cinese

In Cina e Asia – L’Ue valuta ulteriori misure contro la sovraccapacità cinese cina ue

L’Ue valuta ulteriori misure di salvaguardia contro la sovraccapacità cinese
Il de-risking cinese passa per l'eolico
CICA:  Wang Yi presenta quattro proposte per la stabilità in Asia
Li Qiang promette aumento delle importazioni ad alto valore per riequilibrare la bilancia commerciale
Cina, boom di esportazioni per surplus di carne e latticini
IA, ByteDance tratta con MediaTek per chip personalizzati da data center 

L'articolo In Cina e Asia – L’Ue valuta ulteriori misure contro la sovraccapacità cinese proviene da China Files.

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AGILE: l’UE accelera sull’innovazione difensiva

Lunedì 12 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha dato luce verde definitiva al regolamento che istituisce il Programme for Agile and Rapid Defence Innovation (AGILE), un nuovo strumento da 115 milioni di euro pensato per portare le tecnologie difensive dirompenti “dal laboratorio al campo” a velocità finora mai vista negli iter di finanziamento europeo. L’adozione conclude un percorso legislativo insolitamente rapido per gli standard dell’Unione: meno di sette mesi dalla proposta al voto finale, che riflette l’urgenza politica di questo momento storico. Infatti, la guerra in Ucraina ha dimostrato che sul campo di battaglia la velocità di innovazione conta quanto l’innovazione stessa.

AGILE si inserisce nel più ampio quadro di ricostituzione delle capacità difensive europee, avviato dopo la Dichiarazione di Versailles del marzo 2022 e consolidato dal Libro Bianco per la Preparazione alla Difesa Europea 2030 presentato dalla Commissione e dall’Alto Rappresentante nel marzo 2025. Ma mentre strumenti come il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) premiano grandi progetti collaborativi e pluriennali, AGILE nasce per fare ciò che Bruxelles non ha mai fatto troppo bene: muoversi in fretta, con procedure snelle, a favore di piccole imprese e start-up.

L’iter di sviluppo: dalla proposta all’adozione

La proposta di regolamento è stata presentata dalla Commissione europea il 25 marzo 2026, su impulso del Commissario per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius, tra i più convinti fautori di un’Europa della difesa più reattiva. Kubilius ha riassunto la filosofia del programma in una frase: “le guerre e i campi di battaglia stanno cambiando in modo molto drammatico; gli eserciti hanno bisogno di nuove tecnologie, consegne rapide e prezzi molto competitivi”. La logica era chiara già nel testo originario: lo European Defence Fund è strutturato per consorzi complessi e cicli lunghi, mentre EUDIS, lo schema per l’innovazione che assorbe circa il 20% del bilancio annuale dell’EDF, non basta a colmare la cosiddetta “valle della morte” tra prototipo e capacità operativa in cui molte piccole imprese innovative soccombono. La proposta è arrivata in un contesto politico favorevole: la triade irlandese-lituana-greca per la presidenza di turno del Consiglio dell’UE aveva fatto della prontezza difensiva una priorità, e l’eco dell’esperienza ucraina, dove le start-up consegnano droni e sistemi d’intercettazione in settimane e non in anni, ha creato un consenso trasversale piuttosto raro.

Il sostegno, infatti, è andato ben oltre i fautori abituali dell’integrazione difensiva. Al Consiglio, il Coreper ha approvato il mandato di negoziazione il 3 giugno 2026. Al Parlamento, la posizione è stata adottata il 25 giugno nelle Commissioni Industria (ITRE) e Sicurezza e Difesa (SEDE) con 76 voti favorevoli, 8 contrari e 7 astenuti, insieme a un forte mandato negoziale approvato con 83 voti. Persino il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR, di cui fa parte l’italiano Fratelli d’Italia), tradizionalmente cauto su ogni nuovo strumento comunitario, ha plaudito a un meccanismo “più operativo e più orientato all’industria”, sottolineando la complementarità con le iniziative NATO come DIANA e il NATO Innovation Fund. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha parlato di un’Europa che “ha il talento e la tecnologia per guidare l’innovazione difensiva”. Il negoziato si è chiuso il 15 luglio 2026, in un unico round negoziale di trilogo (termine tecnico della bolla brussellese per indicare i colloqui tra le tre istituzioni europee maggiori) sotto la presidenza irlandese. Questo è molto raro per una nuova iniziativa in materia di difesa: i precedenti strumenti o sono stati approvati con misure di emergenza (come ASAP ed EDIRPA) o hanno richiesto anni prima di essere approvati, come l’EDIP.

L’opposizione, pur minoritaria, non è mancata. Essa si è concentrata più sulla collocazione del programma che sul suo merito. Il primo ordine di critica riguarda lo stanziamento di risorse: 115 milioni sono una cifra molto inferiore a quelle di programmi come l’EDIP (1,5 miliardi) o l’EDF (7,3 miliardi) e alcuni hanno denunciato il rischio di uno strumento puramente simbolico. Il secondo è politico: al voto finale del 6 ottobre la plenaria del Parlamento ha approvato il testo con 536 favorevoli, ma 101 europarlamentari hanno votato contro e 16 si sono astenuti, con i gruppi più euroscettici e pacifisti critici verso una militarizzazione crescente del bilancio comunitario. Tra questi il gruppo di estrema sinistra The Left (di cui fa parte il Movimento Cinque Stelle) e quello di estrema destra e ultraconservatore L’Europa delle Nazioni Sovrane (di cui fa parte Futuro Nazionale). La terza critica è tecnica: il timore di sovrapposizioni con EUDIS e il rischio che il finanziamento rapido, con minori verifiche, esponga a sprechi.

Nessuna di queste resistenze ha però rallentato l’iter. Dopo il voto del Parlamento del 6 ottobre, il Consiglio ha completato l’iter il 12 ottobre. Il regolamento sarà firmato dai presidenti delle due istituzioni, pubblicato in Gazzetta ufficiale ed entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione, quindi indicativamente a novembre 2026.

Come funziona e quanto è applicabile

AGILE è un quindi programma pilota a ciclo corto, pensato per essere pienamente operativo dal 1° gennaio 2027, con un primo bando atteso all’inizio dell’anno. I destinatari sono le PMI, le start-up e le scale-up che sviluppano prodotti difensivi emergenti e dirompenti, incluse le imprese di origine civile che adattano tecnologie a doppio uso al settore militare. I settori nel mirino sono quelli in cui il tempo di iterazione è più breve e l’impatto potenziale più alto: intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, sistemi senza pilota, sensori specializzati, comunicazioni e contromisure alle nuove minacce sul campo.

Ciò che distingue AGILE dagli strumenti europei finora noti è che la velocità non è un obiettivo, ma è inscritta nella sua architettura giuridica. Le imprese dovrebbero ricevere decisioni di finanziamento entro quattro mesi dalla chiusura del bando, con la possibilità di rifondere spese sostenute fino a tre mesi prima della scadenza. Secondo EU Business, questo è stato pensato per non costringere le piccole imprese a sostenere i costi senza liquidità durante l’attesa. Le tecnologie finanziate devono poter arrivare nelle forze armate entro uno-tre anni, un orizzonte impensabile per i cicli tradizionali degli appalti difensivi, e il programma finanzierà un numero volutamente limitato di venti-trenta progetti selezionati per il loro potenziale operativo più che per la dimensione.

Il programma di lavoro copre due attività strettamente concatenate. Da un lato lo sviluppo di prodotti e tecnologie orientati a missioni specifiche, dirompenti, con le sfide tecniche definite insieme agli Stati Membri in modo che l’innovazione risponda a bisogni operativi reali e non a curiosità di laboratorio. Dall’altro l’accesso accelerato alle strutture di test e certificazione, incontri con i grandi appaltatori della difesa e un ponte verso il mercato, senza il quale anche la migliore tecnologia resta un prototipo ben finanziato.

Quanto alla reale applicabilità, il modello di riferimento è esplicitamente quello ucraino: squadre ingegneristiche collegate direttamente agli utilizzatori operativi, con droni da ricognizione, intercettori e robot terrestri sviluppati sul campo in tempo reale. L’UE cerca di replicare quell’agilità attraverso le capacità di collaudo collettive e i collegamenti tra start-up e appaltatori principali. Il programma è deliberatamente piccolo rispetto ai grandi fondi per gli armamenti anche per quanto riguarda l’oggetto di finanziamento: non svilupperà aerei da combattimento o missili avanzati, ma tecnologie emergenti con costi di sviluppo iniziali contenuti come i sistemi senza pilota, sensori, applicazioni di comunicazione. L’idea è che poi queste possano essere acquistate in grandi quantità. Restano tuttavia i vincoli strutturali: la burocrazia comunitaria, la frammentazione dei mercati nazionali della difesa e la lentezza dei processi di approvvigionamento restano il tallone d’Achille di ogni iniziativa europea nel settore. Quindi AGILE completa EDF, EUDIS, EDIP, ed è affiancato dall’Hub for EU Defence Innovation dell’Agenzia Europea per la Difesa.

Opportunità e rischi

Le opportunità che AGILE apre sono reali e vanno ben oltre i 115 milioni stanziati. Il problema cronico dell’Europa difensiva non è tanto l’innovazione (che resta importante), ma i tempi di produzione: il ciclo che oggi separa un prototipo promettente da una capacità in servizio può durare sette-dieci anni, e AGILE attacca esattamente questa lentezza, comprimendo il periodo a tre anni. In secondo luogo, il programma apre l’industria della difesa a nuovi attori: le barriere all’ingresso del settore come certificazioni, contatti, e capitali hanno finora tenuto fuori le imprese tecnologiche civili che pure possiedono le competenze più avanzate in IA, quantistica e robotica. In terzo luogo, un percorso rapido verso il primo contratto militare è il segnale che il capitale di rischio europeo attende da tempo per investire nel difensivo, oggi sottocapitalizzato rispetto agli Stati Uniti: anche pochi milioni distribuiti con intelligenza possono infatti catalizzare flussi privati ben superiori. Infine, la Commissione ha già indicato che il Fondo Europeo per la Competitività, ovvero la probabile colonna portante dei fondi europei per il periodo 2028-2034 (in gergo tecnico chiamati Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE) dovrebbe assicurare continuità ed espansione oltre la fase pilota, facendo di AGILE l’incubatore di un modello permanente di finanziamento difensivo rapido.

I rischi, tuttavia, sono altrettanto concreti. Il primo è la dimensione: resta il dubbio che 115 milioni per il numero di progetti indicati, seppur consistenti per delle piccole imprese o start-up, non siano comunque abbastanza per permettere alle PMI di superare la fase di prototipazione. Senza un aumento di scala, il pericolo è quindi che AGILE resti un precursore di facciata, incapace di cambiare le dinamiche di settore. Il secondo è speculare alla sua principale virtù: le procedure accelerate, rimborsi retroattivi e tempi di valutazione ridotti significano infatti meno verifiche, e quindi più rischi di selezioni affrettate, sprechi o fallimenti scoperti tardi. Proprio per questo il regolamento prevede che l’attuazione sia monitorata da Consiglio e Parlamento. Il terzo riguarda il mercato: favorire start-up “prescelte” nei collegamenti con i grandi appaltatori rischia di creare rendite di posizione e di insediare una logica di favoritismo industriale europea che distorce la competizione. Il quarto, e forse il più serio, è quello della domanda: con i bilanci difensivi europei in crescita ma appalti ancora rigidamente nazionale, le tecnologie finanziate da AGILE potrebbero non trovare acquirenti, replicando il destino dei progetti EDF validi ma mai schierati. La velocità di sviluppo, senza una velocità equivalente di adozione, produce solo prototipi più rapidi.

In conclusione, si potrebbe dire che AGILE è per ora un esperimento culturale più che un programma. L’Unione europea mette in discussione il proprio modello procedurale per adattarsi a una minaccia che evolve a ciclo continuo. La rapidità dell’adozione dimostra che quando c’è volontà politica Bruxelles sa correre. Come ha sintetizzato la rappresentante politica della Presidenza di turno incaricata del negoziato interistituzionale Helen McEntee, “l’Ucraina ci ha mostrato che l’innovazione può essere decisiva per la preparazione e la resilienza difensiva, e AGILE dà alle PMI uno strumento per fare ciò che sanno fare meglio: innovare, solo più in fretta e su scala maggiore”. Il banco di prova verrà nel 2027, con i primi bandi: se consegneranno tecnologie operative alle forze armate nel giro di pochi mesi, AGILE diventerà il modello di finanziamento difensivo europeo. Altrimenti, resterà la dimostrazione del costo di muoversi veloci in un sistema che ai margini resta lento.

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Il caso RAF Fairford e la presenza militare statunitense nel Regno Unito: questioni legali, politiche e strategiche.

Il 27 settembre 2026, la polizia britannica ha ricevuto una chiamata riguardante la presenza di tre furgoni sospetti nelle vicinanze della base RAF Fairford. La chiamata ha fatto scattare un’ampia operazione antiterroristica; l’area attorno ai veicoli è stata evacuata, comprese più di 80 abitazioni nel vicino villaggio di Whelford. Le attività degli artificieri non hanno tuttavia rilevato la presenza di ordigni esplosivi. Cinque cittadini britannici sono stati arrestati sul posto, con l’accusa iniziale di reati previsti dall’Explosives Act e successivamente con il sospetto di preparazione di atti terroristici ai sensi della Sezione 5 del Terrorism Act del 2006, altri due individui con doppia cittadinanza britannica  e iraniana sono stati arrestati in seguito. Al momento tutti gli indagati sono stati rilasciati sotto cauzione.

Al momento dell’allarme, la base del Gloucestershire ospitava una dozzina di bombardieri strategici B-1 dell’Aeronautica statunitense, attivamente impiegati nel conflitto contro l’Iran. L’amministrazione statunitense ha affermato che l’obiettivo dei potenziali attentatori era di creare “grossi danni,” e che fosse stato implicato attore straniero. Il governo britannico ha quindi affermato di avere “forti indizi” di un coinvolgimento iraniano nel presunto complotto. Dal canto suo, Tehran ha respinto ogni accusa. Il 5 ottobre, il presidente Trump ha annunciato il ridispiegamento dei bombardieri statunitensi presenti nella base britannica, citando potenziali rischi per la sicurezza dei velivoli. Al momento, tuttavia, le indagini sono ancora in corso e non è chiara l’effettiva gravità della minaccia nei confronti della base.

Aspetti legali della presenza militare statunitense nel Regno Unito da Fairford a Diego Garcia

RAF Fairford è una delle principali basi che ospita truppe statunitensi sul suolo britannico. Le forze armate statunitensi di stanza nel Regno Unito sono schierate su 13 basi della Royal Air Force (RAF). Queste installazioni comprendono tre basi aeree (Lakenheath, Mildenhall e Fairford), installazioni di comunicazione e radar, depositi di munizioni e centri di comando e amministrativi. Le forze statunitensi sono presenti nel Regno Unito con il consenso di Londra, non sono previste tuttavia restrizioni numeriche al personale schierato, che si attesta generalmente attorno alle 11.000 unità. Lo status giuridico di questa presenza è definito dal NATO Status of Forces Agreement del 1951, incorporato nel Regno Unito con il Visiting Forces Act del 1952.

Dal punto di vista finanziario, le basi rimangono formalmente di proprietà del Ministero della Difesa (MOD) di Londra, mentre i costi operativi sono a carico degli Stati Uniti. La sicurezza delle basi è coordinata tra Stati Uniti e Regno Unito sulla base di un Memorandum del 2007. Le forze di polizia britanniche sono responsabili della sicurezza esterna al perimetro della base, mentre la sicurezza interna delle basi è affidata ai militari statunitensi.

A livello operativo, Il Churchill-Truman Communiqué del 1952 stabilisce che le basi sul territorio del Regno Unito possano essere impiegate in tempo di emergenza dagli Stati Uniti solo a seguito di una decisone congiunta da parte del governo statunitense e britannico. I protocolli che definiscono questo processo decisionale sono contenuti in accordi che rimangono riservati, è tuttavia prevista una valutazione caso per caso da parte di Londra delle richieste di Washington.

Oltre alle basi sul suolo della Gran Bretagna, gli Stati Uniti mantengono inoltre una presenza nella base Diego Garcia nell’arcipelago delle Isole Chagos, con lo status di Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT). Le isole, originariamente territorio dipendente della colonia di Mauritius furono separate come BIOT Indiano nel 1965. Nel 1966 gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con il Regno Unito per l’utilizzo dell’isola a fini militari. La base è stata costruita e ampliata nel corso degli anni ’70. La realizzazione dell’installazione militare ha comportato la rimozione forzata della popolazione locale.

L’accordo del 1966, emendato a più riprese tra il 1972 e il 1999, garantisce la sovranità britannica sulla base. Aerei e navi di entrambi gli Stati possono entrare liberamente all’interno della base in circostanze ordinarie, in altre circostanze l’uso della base è anche qui sottoposto alla decisone congiuntadei due governi. Era prevista una durata iniziale dell’accordo di 50 anni, estendibile automaticamente per 20 anni in caso di mancato preavviso di disdetta. Il trattato è stato così rinnovato nel 2016, sebbene la Camera dei Comuni avesse evidenziato gravi criticità sulla trasparenza delle attività statunitensi all’interno della base, legate in particolare alle inchieste sui trasferimenti non autorizzati di detenuti durante la Guerra al Terrore.

A seguito dell’indipendenza nel 1968, la nuova Repubblica delle Mauritius ha chiesto la restituzione dell’arcipelago, scontrandosi con forti resistenze britanniche. Solo a seguito dell’intervento della Corte Internazionale di Giustizia e dell’aumentare della pressione internazionale, Londra ha avviato una negoziazione per il passaggio della sovranità delle isole. Il risultato è stato un accordo siglato nel 2025, che prevede la cessione alle Mauritius della sovranità dell’arcipelago. È previsto che la base rimanga sotto la giurisdizione e la responsabilità britannica per un periodo di 99 anni, estendibile di 40 anni. Il disegno di legge per l’implementazione è stato tuttavia messo in pausa a seguito delle pressioni statunitensi e il governo Burnham ha dichiarato l’intenzione di rivedere l’accordo.

Il ruolo delle basi britanniche in Epic Fury

Le basi britanniche, in particolare Fairford e Diego Garcia hanno un alto valore strategico per gli Stati Uniti, in particolare nel contesto del conflitto contro l’Iran. Queste garantiscono infatti una piattaforma per la proiezione militare statunitense al di fuori della portata di eventuali controattacchi iraniani.  

Nei giorni precedenti all’inizio di Epic Fury, a febbraio, il governo Starmer aveva inizialmente negato l’autorizzazione all’uso delle basi per un attacco preventivo contro l’Iran. Tale decisione era stata presa in un contesto di tensione tra Regno Unito e Stati Uniti proprio per la questione delle Isole Chagos. Negli stessi giorni, Il presidente Trump aveva infatti nuovamente criticato l’accordo siglato da Londra, ribadendo l’importanza della base per contrastare la minaccia iraniana.

Il 1° marzo, Starmer ha tuttavia autorizzato l’uso di Fairford e Diego Garcia per operazioni di natura “difensiva”. Il cambiamento di posizione è stato giustificato sulla base dei pesanti contrattacchi iraniani che avevano messo a rischio civili e personale britannico nel Golfo.

I giorni seguenti hanno visto l’arrivo di un numero senza precedenti di bombardieri strategici B-1 e B-52 presso RAF Fairford (si stima che 29 velivoli diversi abbiano transitato per la base durante l’operazione). L’uso della base permette di ridurre notevolmente la durata delle missioni, che, dagli Stati Uniti, possono durare fino a 37 ore. Fairford è una Forward Operating Location del Global Strike Command, ed è dotata quindi delle necessarie infrastrutture per ospitare bombardieri pesanti, tra cui anche i velivoli stealth B-2 Spirit, che per il conflitto hanno tuttavia operato solo da basi sul suolo statunitense.

Analogamente, anche Diego Garcia ha avuto un ruolo chiave nelle operazioni statunitensi nell’Oceano Indiano. La Naval Support Facility sull’isola serve infatti da importante hub logistico per le forze navali statunitensi, inoltre è anch’essa in grado di ospitare bombardieri strategici.

Sia Fairford che Diego Garcia si trovano a circa 4000 km dal territorio iraniano, ciò le rende sicure per schierare asset ad alto valore al di fuori della portata di eventuali contrattacchi, come quelli verificatisi per le basi nel Golfo. Tehran ha recentemente cercato di ampliare le proprie capacità missilistiche oltre i 2500 km attualmente stimati. Il fallito attacco contro Diego Garcia sembra tuttavia suggerire che l’Iran non sia ancora in grado di esprimere una minaccia credibile sotto questo aspetto. In questa azione sono stati infatti impiegati missili Khorramshahr, modificati per raggiungere Diego Garcia al costo di unadrastica riduzionedella carica esplosiva e della precisione.

Sebbene al momento le principali basi britanniche rimangano relativamente al sicuro da attacchi convenzionali, l’allarme a Fairford e il conseguente ritiro dei bombardieri sarebbe frutto di una preoccupazione per eventuali azioni asimmetriche con l’impiego di droni. Lo scenario è quindi analogo a quello dell’Operazione Spider’s Web, condotta nel giugno 2025 dalle forze armate ucraine contro una serie di basi aeree russe, con l’impiego di droni esplosivi occultati all’interno di rimorchi di camion. Dal canto suo, Londra ha invece riaffermato la sicurezza delle basi sul suo territorio, mentre il segretario di Stato Rubio ha negato il legame tra il fallito attentato e il ridispiegamento dei bombardieri, sostenendo di ritenere il livello di sicurezza delle basi britanniche soddisfacente.

Le basi sul suolo britannico rimangono comunque di particolare rilevanza per la proiezione globale statunitense. Il ritiro dei bombardieri da Fairford non può che limitare la prontezza operativa del Global Strike Command e la capacità di condurre sortite in tempi brevi. Ciò ridurrebbe in maniera limitata il livello di minaccia militare esercitato contro l’Iran, anche in vista di una eventuale ripresa degli attacchi dopo le midtermsdi novembre.

La vicenda Fairford va tuttavia letta alla luce di un contesto più ampio che vede la special relationship tra Londra e Washington sotto pressione a causa de conflitto in Iran. Dopo aver criticato la gestione della sovranità delle Chagos e l’iniziale rifiuto di autorizzare l’uso delle basi, gli Stati Uniti hanno espresso una crescente frustrazione anche per la poca propensione di Londra ad assumere un ruolo proattivo nella campagna contro l’Iran. Dal canto suo, Londra sembra al momento aver adottato una politica di cauto allineamento nei confronti degli Stati Uniti, come dimostrato dall’autorizzazione all’uso delle basi e dal congelamento dell’accordo con le Mauritius. Nonostante le frizioni, per il Regno Unito, gli Stati Uniti rimangono infatti un pilastro irrinunciabileper la propria architettura di sicurezza nazionale.

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Trump rebukes Zelensky, calls Ukraine’s strikes on Russian refineries a ‘disgrace’

Ukraine’s resumption of strikes on Russian refineries is ⁠a “disgrace” that keeps ⁠global energy prices elevated, US President ⁠Donald Trump told the Newsmax news outlet in an interview aired on Thursday. Ukraine struck a Russian oil refinery after President Volodymyr Zelensky declared that Kyiv was abandoning a ceasefire covering energy sites that Trump had announced, ‌and criticised his willingness to strike deals with Moscow. “All he’s doing is making the world oil price higher. Well, I think...

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Perché Stellantis sbugiarda l’Ue e si affida al salvagente cinese

Avete visto cosa è successo all’ultimo Salone dell’Auto di Parigi? In uno dei più importanti saloni dell’automobile del mondo c’erano ben 20 marchi cinesi a esporre i propri modelli: un record assoluto a conferma della continua centralità che stanno acquisendo le quattro ruote del Dragone in Europa.

Del resto, con il mercato statunitense chiuso ai brand d’oltre Muraglia e la situazione all’ombra della Città Proibita gravata da una concorrenza sfrenata, il Vecchio Continente rappresenta l’unica vera ancora di salvezza per la maggior parte delle case automobilistiche cinesi. “Se riducono le esportazioni in Europa sono destinate a fallire”, ha dichiarato Francois Roudier, segretario generale dell’Organizzazione internazionale dei costruttori di autoveicoli.

Allo stesso tempo, tuttavia, i colossi europei non possono fare a meno di collaborare con la Cina per recuperare il terreno perso sul fronte dell’elettrificazione e della tecnologia.

L’esempio più emblematico chiama in causa Stellantis, tornata sotto i riflettori proprio a Parigi, dove ha presentato diverse auto intriganti molte delle quali plasmate, affinate, migliorate dal know-how più o meno diretto dei suoi partner cinesi.

Antonio Filosa

Stellantis chiama, la Cina risponde

Il gigante guidato da Antonio Filosa ha scelto di legarsi a doppia mandata con il Dragone. Due sono le intese raggiunte da Stellantis in Cina: una, storica, con Dongfeng, appena rinnovata con una nuova joint venture da circa 1 miliardo di euro, e l’altra, più recente, risalente al 2023, con Leapmotor.

Ecco: Leapmotor può essere considerato il motore economico alla base del recente sprint di Stellantis in Europa. Basta dare un’occhiata ai numeri per scoprire che il marchio cinese vale il 63% della crescita europea del gruppo e che ha contribuito con 34mila consegne aggiuntive alle 54mila guadagnate nel terzo trimestre dell’anno.

Per quanto riguarda Dongfeng, l’intesa prevede la produzione a Wuhan di due modelli fuoristrada Jeep e altrettanti di Peugeot a energia alternativa a partire dal 2027.

“Abbiamo già la collaborazione strategica con Leapmotor. Ma se trovassimo l’opportunità di sviluppare nuovi sistemi con Dongfeng lo faremo senz’altro. Siamo aperti a qualsiasi collaborazione in cui possiamo crescere e imparare”, ha dichiarato da Parigi Ned Curic, responsabile tecnologie di Stellantis, a chi gli chiedeva informazioni in merito al rafforzamento di possibili partnership hi-tech con la casa automobilistica cinese.

Salvagente cinese

Filosa ha fatto sapere che Stellantis intende sfruttare le partnership con le case automobilistiche cinesi per mantenere aperti i suoi stabilimenti europei e sfruttare al meglio le capacità tecnologiche provenienti da oltre Muraglia. L’obiettivo finale? Combinare le innovazioni che hanno consentito all’automotive cinese di spiccare il volo con la propria esperienza produttiva, la rete di vendita e la conoscenza dei clienti, così da sviluppare nuovi modelli e usarli per aumentare la presenza in mercati strategici.

Le auto sfornate dalle fabbriche cinesi saranno esportate nel Sud Est Asiatico, in Medio Oriente, in America Latina e, teoricamente, anche in Europa. Stellantis non ha intenzione di espandere le vendite in Cina visto che il mercato locale, come anticipato, sta attraversando un momento delicato e che i consumatori cinesi non prediligono più i marchi stranieri come un tempo.

A proposito: la quota di mercato dei costruttori esteri in terra cinese è scesa a circa il 30% nel 2025 rispetto al 64% del 2020. Meglio fare affari altrove.

Automotive Stellantis produzione industriale

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Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE

Made in Europe

Il recente tentativo di tre eurodeputati del Partito Popolare Europeo (PPE) di silurare l’Industrial Accelerator Act, disegno di legge chiave dell’UE sull’industria, ha messo a nudo profonde divisioni interne al Parlamento su quanto l’Europa debba spingersi per proteggere i propri produttori dalla concorrenza straniera.

L’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2026 e nato sulla scia del Rapporto Draghi nell’Europa del 2024, schiacciata tra l’aggressività degli Stati Uniti (con i massicci sussidi dell’Inflation Reduction Act) e il dominio industriale della Cina, vuole segnare il passaggio da un modello di mercato aperto e non discriminatorio ad uno volto a rafforzare e tutelare la produzione manifatturiera interna, a creare nuovi posti di lavoro nell’UE sostenendo, al contempo, l’adozione da parte dell’industria di tecnologie più pulite. 

In sostanza, si propone di indirizzare appalti pubblici e sussidi verso imprese che operano in settori che “rivestono un’importanza strategica per l’economia dell’UE”, quelli ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio, prodotti chimici), tecnologie a zero emissioni nette, e componenti automobilistici; che fanno fronte a forti pressioni competitive e strutturali. L’obbiettivo è quello di ridurre la dipendenza produttiva dall’estero, portando la quota del settore manifatturiero sul PIL dell’UE al 20 % entro il 2035, rispetto al 14,3% del 2024.

La spesa del denaro pubblico dovrebbe essere vincolata a quote minime di produzione interna, limiti temporali e geografici, legata a vincoli molto stringenti, formalizzati per la prima volta nel criterio del Made in EU.

Ma cosa significa? Significa che, ad esempio, i produttori di veicoli elettrici per ricevere denaro pubblico dovrebbero assicurare che tali veicoli siano assemblati nell’Unione e che il 70% dei loro componenti, escludendo la batteria, sia prodotto in Europa sei mesi dopo l’entrata in vigore della legge.

Per conoscere gli altri vincoli: https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/industrial-accelerator-act-legge-ue/.

Il Made in Europe fuori dall’Europa: divisioni nell’Europarlamento

Per quanto riguarda la delimitazione territoriale prevista dal disegno originario, i Paesi che accordano alle imprese dell’UE accesso libero ai propri mercati sono considerati alla stregua dei Paesi dell’Unione, al fine di favorire una maggiore reciprocità negli appalti pubblici. Allo stesso modo i prodotti provenienti da partner con i quali l’Unione Europea ha concluso un accordo che istituisce una zona di libero scambio o un’unione doganale, o che arrivano dai 21 paesi non UE firmatari dell’Accordo sugli appalti pubblici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono considerati Made in Europe.

La definizione del Made in Europe ha costituito da subito un terreno di scontro tra le correnti politiche e gli Stati europei, che non riuscivano a trovare un’accordo su una definizione univoca per il disegno di legge.  

Anche in questa occasione, l’emendamento firmato da 20 eurodeputati del PPE, presentato martedì scorso da Christian Ehler, Angelika Niebler e Jörgen Warborn, è stato motivato dal fatto che un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe “far sprofondare il blocco in molteplici guerre commerciali con alcuni dei nostri partner più stretti”.

È evidente che la possibilità di affossare definitivamente la legislazione non si concretizzerà, vista l’esigua minoranza di 20 eurodeputati su 184 che hanno firmato l’emendamento di reiezione. Tale iniziativa va intesa, piuttosto, come un  “segnale politico”, dato che più della metà del gruppo di Ursula von der Leyen sostiene una definizione più ampia di Made in Europe,  secondo un funzionario del Parlamento informato sui negoziati.

D’altra parte gli eurodeputati— Christophe Grudler di Renew, il socialista Pierre Jouvet e la verde Anna Cavazzini — che guidano i lavori del Parlamento sul testo dell’IAA sostengono che estendere troppo il trattamento preferenziale vanificherebbe lo scopo della legislazione. 

Scontri tra portatori di interesse

Tra i vari attori che si esprimono in merito, vanno considerate anche le posizioni delle organizzazioni ambientaliste che contestano l’impostazione “Buy European” dell’IAA, chiedendo criteri ambientali più stringenti, non basati sulla provenienza geografica, e quelle di chi evidenzia il rischio che il provvedimento favorisca alcune filiere industriali senza una reale spinta alla circolarità e alla riduzione delle emissioni. 

I sostenitori del libero mercato e i rappresentanti dei consumatori, invece, temono che l’obbligo di comprare europeo provochi un aumento eccessivo dei costi per le opere pubbliche e la transizione verde (sebbene recenti studi del Jacques Delors Centre tendano a ridimensionare questo allarme).

Francia contro Germania

Le fratture sulle disposizioni centrali del Made in Europe arrivano da diverse parti e rischiano di paralizzare i negoziati all’interno del Parlamento europeo, ma anche i governi dell’UE stanno faticando a trovare un accordo su quanto restrittiva debba essere la definizione di Made in Europe: la Francia spinge per riservare il trattamento preferenziale a un gruppo relativamente ristretto di Paesi, con il sostegno di Italia, Grecia e Cipro,  mentre la Germania, con 13 Paesi membri al seguito, è più orientata al libero scambio e vorrebbe estendere la denominazione ad una gamma più ampia di partner commerciali, trasformandola piuttosto in un Made with Europe. 

La posizione della Germania è facilmente riconducibile alla rilevanza del settore siderurgico ed automotive per l’Economia del Paese, trainati da grandi gruppi industriali (come Volkswagen) ormai multinazionali che esercitando forti pressioni per modificare, in senso estensivo, il “Made in Europe”, chiedendo che non consideri unicamente il luogo di fabbricazione dei componenti, ma che venga valorizzato l’intero ecosistema di valore creato in UE, includendo investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), ingegneria e progettazione.

La distinzione è importante anche oltre i confini dell’UE. Sebbene la Cina sia il bersaglio principale delle misure proposte, un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe penalizzare partner stretti come il Regno Unito, che sta facendo pressioni per ottenere un trattamento favorevole in vista del vertice di novembre sul riavvio delle relazioni con l’UE.

Cos’è cambiato oggi? Il dibattito e i negoziati correnti

I 5.300 emendamenti alla bozza di relazione redatta da Grudler, Jouvet e Cavazzini rivelano modelli concorrenti ed esplicitando la difficoltà di trovare un compromesso praticabile su una proposta unica.

A distanza di mesi dalla proposta iniziale, il testo al centro di una serrata trattativa e di forti scontri politici nel Consiglio dell’Unione Europea e nel Parlamento Europeo, è atteso al voto definitivo per entrare in vigore tra il 2027 e il 2028. I testi di compromesso elaborati in sede di Consiglio UE stanno introducendo modifiche significative rispetto alla proposta originaria della Commissione per rendere i requisiti applicabili ed evitare paralisi commerciali.

La domanda rimane: l’Industrial Accelerator Act riuscirà veramente a sancire la fine della neutralità commerciale dell’Europa di fronte alle guerre dei sussidi globali, attraverso un compromesso equilibrato che protegga la sovranità produttiva europea senza scivolare in un protezionismo inefficiente che finirebbe per rallentare o rendere troppo costosa la stessa transizione energetica?

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Regno Unito: la Tassa di Putin da 2 miliardi di sterline che imbarazza il governo Burnham

Regno Unito

L’ultimo della serie è stato Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, il servizio di controspionaggio britannico. McCallum ha suonato l’allarme: negli ultimi dieci anni, ha detto, le minacce contro il Regno Unito da parte di altre entità statali sono quadruplicate, con la Russia come “aggressore numero uno”. La cosa interessante, però, è che l’alto funzionario non si è perso nelle solite geremiadi sulla democrazia in pericolo o sul nemico alle porte ma ha lamentato che tutto ciò costringa “l’MI5 a destinare al contrasto delle attività di Stati esteri più risorse oggi di quale ne impiegasse durante la guerra fredda”.

Negli ultimi tempi, infatti, complice la crisi economica generale e, forse, anche l’impossibilità di spingere il sostegno all’Ucraina e il confronto con la Russia oltre certi limiti, le autorità del Regno Unito si preoccupano molto… delle spese. Ovvero di quanto costi in milioni di sterline scontrarsi con un avversario non solo aggressivo e tenace ma anche militarmente e tecnologicamente preparato. Tale preoccupazione si è manifestata appieno, e si è per così dire sistematizzata, nel momento in cui Graeme Downie, parlamentare scozzese del Partito Laburista, ha presentato al governo di Andy Burnham un’interrogazione per conoscere il costo degli attacchi cyber russi e soprattutto il loro costo. Accompagnando il tutto con una ricerca intitolata, non si sa se con amarezza o con humour inglese, The Putin Tax, che presenta una stima autonoma di quanto il governo britannico spenda per contrastare le operazioni di influenza russe. O per essere più precisi: di quanto tali operazioni costino al Regno Unito, perché dal governo a Downie non è arrivata alcuna risposta.

La questione è tutt’altro che peregrina e la mossa del parlamentare è stata subito appoggiata dal Royal United Services Institute (RUSI), il più antico think tank del Regno Unito, che ha subito scritto: “La raccolta di prove sul costo dell’ostilità russa aiuterà il governo a giustificare le proprie scelte di spesa, a rafforzare la necessità di un’efficace resilienza del settore pubblico e privato e a individuare i settori in cui gli investimenti avrebbero il maggiore impatto economico. Questa lacuna è importante e merita attenzione. In un’epoca in cui i governi collegano la sicurezza economica e quella nazionale in ogni occasione, proteggere le imprese dalle interruzioni e ridurre al minimo il dirottamento di risorse pubbliche già limitate verso la ripresa e la protezione dovrebbe essere una priorità. Comprendere il costo inflitto dall’ostilità del Cremlino dovrebbe guidare il governo nel determinare e dare priorità alla propria risposta”. Come dire: hai pochi soldi, se non sai quanto devi spendere come puoi decidere dove spendere?

Il rapporto del parlamentare laburista avanza una stima per difetto: tra 2 e 2,5 miliardi di sterline l’anno, cioè tra 2,36 e 3 miliardi di euro. Così ripartiti: tra 0,4 e 0,5 miliardi di sterline per gli attacchi russi provati (droni sugli aeroporti e simili); 1,47 miliardi per le attività cyber russe; tra 250 e 500 milioni per il danneggiamento dei cavi sottomarini; il resto per l’impatto economico generale e le spese di prevenzione di future minacce. Per difetto, la stima, perché gli stessi estensori del rapporto pensano di non essere riusciti a calcolare tutto né a identificare ogni possibile conseguenza del braccio di ferro in corso. Per esempio: dal 2022 a oggi, le autorità britanniche hanno registrato 300 attacchi cyber attribuibili alla Russia. E’ relativamente facile calcolare il costo dei 300 singoli interventi per rispondere a ogni singolo attacco. Ma quanto è costato il “disturbo”, il turbamento delle regolari attività economiche, per esempio? Difficile dirlo.

Altro esempio, assai dibattuto nel rapporto, di tassa di Putin: l’attacco cyber contro Jaguar Land Rover del 31 agosto 2025, il più grave di sempre per il Regno Unito, che portò al blocco delle attività industriali per tre settimane. Per essere precisi, dobbiamo ricordare che poco dopo l’attacco fu rivendicato su Telegram da un gruppo chiamato Scattered Lapsus$ Hunters, il che fece pensare a un’effrazione realizzata in collaborazione da Scattered Spider, Lapsus$ e ShinyHunters, tre gruppi di criminalità informatica di lingua inglese. Poi le autorità investigative decisero che il colpevole, invece, stava a Mosca e noi stiamo qui a questa versione. Il danno subito dall’azienda è stato calcolato in 1,9 miliardi di sterline, Ma che dire, per esempio, del calo dei consumi per gli operai e gli impiegati lasciati a casa per un mese? E i danni ai fornitori e ai clienti?

Come dicevamo, il governo Burham ha mostrato un certo imbarazzo nell’affrontare l’argomento tassa di Putin. Perché non ha le risposte, o perché è meglio che le risposte restino riservate, non è dato sapere. Il pur compassato RUSI ha molto criticato questo atteggiamento, coniando uno slogan efficace: “What gets measured, gets done”, ciò che si misura vien poi fatto. E di conseguenza ha proposto l’istituzione di una speciale commissione incaricata, appunto, di prendere le misure alla tassa di Putin per offrire una base concreta e una direzione agli interventi dell’esecutivo. Si farà? Basterà? Certo è che la discussione dei britannici può aprire una strada a tanti altri Paesi, all’insegna della realtà più tipica di questi anni: il legame sempre più stretto tra economia e sicurezza.

Riferimenti

Per le dichiarazioni di McCallum: https://t.me/letteradamosca/38871

Per la ricerca The Putin Tax: https://graemedownie.com/wp-content/uploads/2026/10/PUTIN-TAX-FINAL-COMPLETED.pdf

Per l’attacco a Jaguar Land Rover: https://www.wired.it/article/jaguar-land-rover-cyberattacco-filiera-conseguenze-perdite-licenziamenti/

Per la presa di posizione del RUSI: https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/putin-tax-and-cost-russian-hostility-britain

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China maps Israeli spoofing with flight data; new US press secretary: SCMP’s 7 highlights

We have selected seven stories from this week’s news across Hong Kong, mainland China, the wider Asia region and beyond that resonated with our readers and shed light on topical issues. If you would like to see more of our reporting, please consider subscribing. 1. Chinese scientists say they spotted possible Israeli electronic warfare units Chinese military scientists claim they have developed an algorithm that could help identify electronic warfare units using civil aviation flight data. 2....

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Xi’s pledge to ‘uproot sick trees’ aired weeks ahead of Communist Party conclave

President Xi Jinping has pledged to “uproot sick trees” in the anti-corruption fight, according to a transcript of a speech published by the Communist Party’s flagship magazine ahead of a major party conclave later this month. The warning appeared on Thursday in the magazine Qiushi, which carried fresh details of a speech Xi delivered in January at the fifth plenary session of the Central Commission for Discipline Inspection (CCDI), the party’s top anti-corruption watchdog. The speech contained...

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The Sexual Abuse Crisis in Paris’s Public Schools

A surge of abuse accusations has led Parisian authorities to acknowledge a “collective failure” to prevent sexual offenders from working in schools.

© Dimitar Dilkoff/Agence France-Presse — Getty Images

The entrance to St.-Dominique, a kindergarten in Paris where 16 current and former employees were arrested following accusations of child abuse.
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Chilling details emerge of mass shooting plot targeting US Hindu temple

Illinois authorities believe a 19-year-old man charged with planning a mass shooting at a Hindu temple in suburban Chicago entered the building’s car park on Sunday, hours before police arrested him near his home after receiving a tip about the alleged attack plan. Authorities announced Wednesday that they had arrested Alexandros Paporakis and provided the additional detail about his suspected movement during a news conference Thursday. The leaders of Sri Venkateswara Swami (Balaji) Temple in a...

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Roma capitale degli sfratti

Anche in Italia studenti e inquilini manifestano per la crisi abitativa, ma le proteste sono frammentarie e poco raccontate. E le istituzioni non rispondono a una situazione che rischia di degenerare Leggi

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Pageantry matters for US-China summits, even with modest results

The most consequential outcome of President Xi Jinping’s Washington visit might be his US counterpart Donald Trump’s unusually lavish welcome. It told Beijing, US allies and global markets that, however fierce the strategic rivalry, China’s importance makes sustained diplomatic engagement essential. The airport greeting, lavish banquet at the White House and flyover by military aircraft restored the appearance of a workable relationship between two powers. Even so, Beijing has learned not to...

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Australia hands Ming dynasty Buddha back to China amid ongoing mystery over its arrival

A 500-year-old Buddha statue that was found buried by a roadside in Australia has been returned to China, leaving an ongoing mystery about how it arrived in the country. The 15cm (six-inch) bronze figurine was formally handed over to Chinese consular representatives during a ceremony in the coastal town of Denham in Shark Bay on Tuesday, the public broadcaster ABC reported. It will be taken to China for further evaluation to establish its history before being displayed at a museum in...

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Why Japanese PM Takaichi is still keen to roll out the welcome mat for Trump

Japan’s hopes for a visit by Donald Trump during his trip to Asia next month may be hanging in the balance as relations between China and the United States steadily improve. The US president spent three days in Japan ahead of last year’s Asia-Pacific Economic Cooperation summit, and his meeting with Prime Minister Sanae Takaichi was hailed as a sign of a “new golden age” in the countries’ relationship. But since then Trump’s growing rapport with his Chinese counterpart Xi Jinping has caused...

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Trump’s Deal With Russia Inflames Ukraine War He Vowed to End

The Ukrainian president’s defiant decision to continue attacking Russian refineries underscores President Trump’s inability to end a war he had promised to resolve.

© Doug Mills/The New York Times

President Trump during a campaign stop in Alaska on Tuesday. He has not delivered on his promises to end the war in Ukraine, or to lower prices, and recent deals with Russia could complicate both issues.
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Teen kills 4 at Oregon school before being shot dead by armed citizen

A teenager shot and killed three children and a teacher on Thursday at an elementary school in the US state of Oregon, police said, adding the assailant was later killed by an armed community member who pursued him into the building. Officers rushed to Silver Rail Elementary in Bend, a city of about 100,000 in the nation’s northwest, after reports of a shooter on campus on Thursday afternoon. The three children who died on the scene were aged 5, 8 and 11, said Bend police chief Mike Krantz....

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Bus hits train near Channel Tunnel in France, injuring 19

A minibus collided with a stationary train in a Channel Tunnel vehicle boarding area in France on Thursday evening, injuring the driver and 18 passengers, authorities said. Five people were severely injured, though no one’s life appeared to be in danger, the local prefect said in a statement. The minibus was carrying truck drivers of various nationalities who were heading to travel on a LeShuttle train, which carries vehicles and their passengers through the tunnel. The area around the tunnel...

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The China decoupling paradox: why the world still needs its manufacturing machine

Talk of global decoupling from China has persisted for years, as has speculation that emerging economies such as India and Vietnam could soon replace it as the “world’s factory”. But for Indian hardware engineer Neeraj Arora, the growth of India’s electronics manufacturing industry has not eliminated the need to source components from China. Instead, it has changed the nature of those imports. A decade ago, Arora imported finished phone chargers from the world’s second-largest economy. Today,...

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Venezuela’s Opposition Leader Calls Trump’s New Oil Partner Corrupt

The businessman denied accusations made by María Corina Machado in a wide-ranging interview, in which she promised to return to Venezuela “sooner than you would expect.’‘

© Nathalia Angarita for The New York Times

While expressing frustration that she is stuck abroad, María Corina Machado vowed to return to Venezuela and rally supporters for a future election.
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Visa’s China approval a ‘direct outcome’ of Xi-Trump summit, Beijing says

China said on Thursday that the recent government approval allowing American bank card payment giant Visa to operate in the country was the “direct outcome” of Chinese President Xi Jinping’s state visit to the United States last month. “The Visa card was granted permission to establish a banking card clearing institution,” said Qiu Wenxing, the Deputy Chief of Mission at the Chinese embassy in Washington. “It is a direct outcome of the presidential summit.” Visa received administrative approval...

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Trump press secretary Katie Zacharia never passed bar exam, wrongly claims China has none

White House press secretary Katie Zacharia has acknowledged that she never passed a bar exam, days after telling reporters she had passed one “when I moved to China”. In an interview with the conservative commentator Jack Posobiec on right-wing streaming channel Real America’s Voice on Thursday, Zacharia said she sat the California bar exam after graduating from Pepperdine University’s law school in 2011 but did not pass. She said the results were “somewhat inconsequential, because I knew I...

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America’s Most Expensive Senate Race

The Senate showdown in Texas shows why Donald Trump and the Republican Party are worried about the midterm elections.

© Kenny Holston/The New York Times; Antranik Tavitian for The New York Times

Ken Paxton and James Talarico.
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Yemen’s Houthis attack presidential palace in Aden with missiles

The Houthis launched a deadly missile attack Thursday on the presidential palace in the Yemeni government’s interim capital of Aden, as Saudi Arabia blamed Iran for the recent dramatic escalation in the long-running war. The attack hit command centres located inside the Al-Maashiq presidential compound used by government forces and the Saudi-led military coalition that supports them, a Yemeni minister said on condition of anonymity. Saudi Arabia and the internationally recognised Yemeni...

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China bought half of Brazil’s oil exports as Iran war shut Hormuz, driving sales to record

Trade between Brazil and China reached a record US$143 billion in the first nine months of the year, driven by Brazilian oil sales that surged after the war on Iran disrupted Gulf supply, according to a report by the Brazil-China Business Council. Brazilian exports to China rose 12 per cent to US$84.7 billion between January and September, while imports from China grew 9.9 per cent to US$58.6 billion, the council said in its quarterly analysis of government data. The resulting US$26.1 billion...

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China bought half of Brazil’s oil exports as Iran war shut Hormuz, driving sales to record

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Second Ebola Infection Announced in Kenya

The case is likely to raise alarms in the country and increase scrutiny of the government’s surveillance measures.

© Monicah Mwangi/Reuters

A nurse gestures inside Nairobi Hospital, where an Ebola patient was isolated immediately upon arrival and treated at the hospital’s East Wing Isolation Facility. The patient later died.
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Prince Harry and Meghan in first joint outing since UK return: ‘great to be back!’

Britain’s Prince Harry and his wife on Thursday carried out their first joint engagement since their surprise move back to the UK in August, with Meghan telling well-wishers: “It’s great to be back.” King Charles’ 42-year-old younger son and Meghan, 45 – who left Britain and quit royal duties in 2020 amid a bitter royal family feud – were greeted with cheers as they arrived in the central English city of Nottingham. The couple then stopped to chat and joke with the crowd as well as pose for...

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EU open to creating ‘kill switch’ weapon to kick Chinese firms out of market

Brussels is open to developing a powerful new trade weapon that could contain a kill switch that would quickly eject Chinese companies from the EU market, the bloc’s national leaders were told during a top-level meeting in the Belgian capital on Thursday. There was broad support among the 27 members for such a tool, first laid out in a French-German joint paper last week, with European Commission President Ursula von der Leyen signalling that her trade team could get to work on developing it,...

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EU open to creating ‘kill switch’ weapon to kick Chinese firms out of market

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Shackled Maduro defies judge, calls US torture charges ‘false accusations’

Former Venezuelan president Nicolas Maduro insisted in court on Thursday that newly unsealed torture allegations against him and his wife were “false accusations”. Maduro and Cilia Flores, both shackled at the ankles, were brought to court to face a rewritten indictment that expands from an initial set of drug trafficking charges to accuse them of leading a state-sponsored repression campaign that tortured scores of victims, including three Americans. Maduro twice defied a judge’s request that...

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Violent Protests in Albania

Opposition to a luxury resort project linked to Jared Kushner has collided with rising discontent over corruption and the cost of living.

© Adnan Beci/Agence France-Presse — Getty Images

A protester confronting riot police during an anti-government demonstration in central Tirana, Albania, on Thursday.
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Violent Protests in Albania

Opposition to a luxury resort project linked to Jared Kushner has collided with rising discontent over corruption and the cost of living.

© Adnan Beci/Agence France-Presse — Getty Images

A protester confronting riot police during an anti-government demonstration in central Tirana, Albania, on Thursday.
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L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

L'affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

Su Haaretz, l’ironico e intelligente articolo di Zvi Bar’el sull’affanno di Netanyahu, alla disperata ricerca di una nuova guerra che gli consenta di vincere o annullare le elezioni israeliane: “Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per lanciare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione”.

As the Election Clock Ticks Down, Netanyahu Is Running Out of Wars to Win

“Il presidente americano Donald Trump lo tiene in una morsa da Est, rimandando la ripresa della guerra con l’Iran. Anche il Libano non è più un fronte interessante, dopo che il nostro amico americano vi ha riversato la sua forza distruttiva, limitando le nostre operazioni [che però proseguono, pur se meno massive ndr.]. La Siria parla di accordi di sicurezza [con Israele] e intona canti di pace. Gaza continua a mietere vittime ogni giorno, ma la salvezza elettorale non arriverà dalla Striscia. Né ci si può fidare degli Houthi dello Yemen. Quei bastardi stanno mantenendo la promessa fatta a Trump di non attaccare obiettivi israeliani”.

“Persino i palestinesi della Cisgiordania si sono addormentati sul più bello. Invece di lanciare un’intifada, una rivolta armata contro i pogrom perpetrati ai loro danni da bande criminali di coloni appoggiate dalla maggioranza ‘normale e pacifica’ [del Paese], si lamentano sui media. Per un momento, si era quasi sperato che gli agenti della polizia palestinese potessero puntare le armi contro soldati e civili israeliani, dando al primo ministro e al ministro della Difesa la guerra che tanto desideravano. Ma anche in questo caso, ‘l’Autorità Palestinese terroristica’ si è dimostrata incapace di mantenere le promesse”.

“In sintesi, gli arabi stanno ancora una volta perdendo l’opportunità di costruire un rapporto di fiducia con il governo, dimostrando che nei momenti difficili non ci si può fidare di loro. Peggio ancora, il loro rifiuto di fornire a Israele un pretesto per aprire un nuovo fronte equivale a una palese interferenza nelle nostre elezioni, rivelando una chiara inclinazione di sinistra e un aperto sostegno a Gadi Eisenkot [il competitor di Netanyahu ndr.]”.

“Un nuovo slogan è già in circolazione sulla stampa, che intona con gioia che ‘da Riad a Ramallah, tutti sono con Eisenkot’. Non c’è bisogno di sottolineare la ‘partnership’ di Eisenkot con gli arabi israeliani quando gli Houthi, i gazawi, i siriani e i libanesi ballano tutti al ritmo delle sue canzoni”.

Anche l’Arabia Saudita è della partita, prosegue Bar’el, dal momento che il principe ereditario Mohamed bin Salman (Mbs) ha rifiutato le avances di Netanyahu, pronto a impelagarsi nel conflitto yemenita a fianco di Riad e contro gli Houti pur di ottenere la sospirata guerra.

Gli è andata male anche su questo fronte, con il principe che gli ha risposto picche: senza uno Stato palestinese, ha risposto, non gli è possibile accettare la partnership militare né aderire agli accordi di Abramo, sviluppo implicito nell’offerta di Bibi.

Tale rifiuto, secondo Bar’el, sarebbe motivato dal fatto che il principe è uomo di principi. In realtà, al principe poco importa della sorte dei palestinesi, ma molto della sua, che nel caso avesse accettato gli avrebbe riservato l’impiccagione sulla pubblica piazza da parte del suo popolo o, alternativa ancora più realistica, di essere spodestato da un golpe simile a quello che “pose fine alla monarchia irachena e uccise ogni singolo membro della famiglia regnante Husseini il 14 luglio 1958”.

Uno scenario evocato da Edward Luttwak, uno dei tanti portavoce dello Stato profondo americano, che in una nota recente ha dettagliato la crisi che attanaglia il Regno, dove l’accentramento del potere avvenuto sotto la reggenza del pargolo della Casa Saud ha creato malumori sempre più diffusi e profondi (sul malumore delle tribù saudite rimandiamo a un articolo di Piccolenote).

Il cenno di Luttwak è stato ripreso da Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute, che lo ha commentato così: “Il timore di MbS è che un pilota di F-15, al di fuori della ristretta cerchia degli stipendiati della famiglia reale, possa scegliere di attaccare uno dei palazzi principeschi del Regno (invece di colpire un obiettivo di AnsarAllah) come preludio a una vera e propria rivolta militare. Non si tratta di una minaccia fantasiosa: un saudita navigato ha ricordato di aver sentito di recente un giovane ufficiale saudita minacciare proprio questo”.

Mohammed bin Salman is more at risk internally than from AnsarAllah attacks

La ricerca affannosa di una nuova guerra da parte di Netanyahu non nasce da un’ispirazione improvvisa né serve solo a eludere la ghigliottina delle elezioni (alla quale, però, può ancora scampare dal momento che la sconfitta non è scontata). Infatti, appartiene al suo armamentario ideologico, che ha in Sparta un modello ideale al quale Israele deve aspirare, come ebbe a dire in un ispirato discorso che ebbe vasta eco nel mondo, ricordato oggi da Uri Misgav su Haaretz.

Bibi's Supporters Must Hope He Loses

Un discorso, un ideale, che ha suscitato perplessità e aspre critiche in ambito ebraico. Tanto che qualcuno ha sommessamente ricordato l’elogio di Sparta fatto da Hitler nel suo Zweites Buch (“Secondo libro”), scritto dopo il Mein Kampf. Non solo l’esaltazione dell’eugenetica, anche la legittimazione dell’oppressione dei pochi eletti sulle moltitudini (e tanto altro). Citiamo: “Il dominio di seimila Spartani su trecentocinquantamila Iloti era pensabile solo come conseguenza dell’alto valore razziale degli Spartani. Ma questo era il risultato di una sistematica preservazione della razza; per questo Sparta deve essere considerata come il primo Stato völkisch (razziale)”. Possibile che nell’entourage di Netanyahu nessuno si sia accorto della tragica, evocativa, gaffe?

L'articolo L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra proviene da InsideOver.

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China is a beacon of global embryo research, says scientist on return from US to lead lab

Leading life scientist Wu Jun, who recently left the United States to return to his homeland, believes many of the world’s top embryo researchers are now working in China. Wu, well known for his stem cell research, particularly related to the stem cell-derived embryo model, is speaking in an office at Westlake University, in Hangzhou in the eastern province of Zhejiang. Some of his belongings remain in bags placed haphazardly on a nearby cabinet, waiting to be unpacked. “This is just a temporary...

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Blast simulation, university probes, robotics fine, AI spies: 7 US-China relations reads

We have selected seven of the most interesting and important news stories covering US-China relations from the past few weeks. If you would like to see more of our reporting, please consider subscribing. 1. US investigates 9 universities over alleged visa fraud, with focus on China The Trump administration launched an investigation into nine US universities over alleged J-1 visa fraud, with officials raising concerns about Chinese scholars and the Chinese government. Read the full story...

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Blast simulation, university probes, robotics fine, AI spies: 7 US-China relations reads

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Young Americans are key for the US to better understand China

When US President Donald Trump and Chinese President Xi Jinping meet again in Shenzhen next month, and then in Miami in December, the world will watch for signs of progress on trade, technology, security and other contentious issues. Such high-level diplomacy is indispensable. But the future of the US-China relationship also depends on something less visible: whether their people, especially the young, can still understand one another. As Washington and Beijing navigate intensifying strategic...

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Canada, Singapore reaffirm China trade ties amid global push for self-sufficiency

Canada and Singapore are among the countries that remain committed to strengthening trade ties with China, despite growing global fragmentation and a push by governments towards greater self-sufficiency, officials from both countries said on Wednesday at an economic forum in New Delhi. Canada’s minister of international trade Maninder Sidhu said China was the country’s second-largest trading partner and highlighted opportunities for cooperation in areas where the two economies had complementary...

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China-led team hits 83% success rate anticipating earthquakes in ‘seismo-ripples’ study

A China-led international team has reported a new pre-earthquake phenomenon that has shown strong predictive potential for major earthquakes since 2022 with minimal failures. The anomalous seismic, magnetic and ionospheric resonance signals they observed – termed “seismo-ripples” by the researchers – are ringlike disturbance patterns triggered before earthquakes happen. Their findings challenge the long-standing scientific belief that these events are unpredictable, opening up a promising new...

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US wants to ‘compete’ in Central Asia, ambassador says ahead of Rubio visit

The US wants to “compete” in resource-rich Central Asia, a senior American official has said as Secretary of State Marco Rubio prepares to head to a region of growing Chinese influence. In New Delhi on Thursday, US ambassador to India Sergio Gor said this weekend’s C5+1 ministerial meeting between the five Central Asian countries and the US in Uzbekistan would be an opportunity to “showcase American ingenuity, American technology”. Rubio would be joined by representatives from more than 200...

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US wants to ‘compete’ in Central Asia, ambassador says ahead of Rubio visit

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Deepfake, social e stampa: l’IA “entra” nel codice penale. 

«Chi è senza deepfake scagli la prima pietra». Si potrebbe adeguare così il precetto evangelico, ma la legge non punta il dito contro ogni contenuto artificiale: il confine penale si supera quando la diffusione non consensuale di un falso credibile provoca un danno ingiusto alla persona coinvolta.

È questo il punto di partenza per leggere il nuovo art. 612-quater c.p., introdotto dall’art. 26 della legge 23 settembre 2025, n. 132. La norma si inserisce in una realtà nella quale immagini, video e voci possono essere alterati con l’intelligenza artificiale e passare, in pochi minuti, da una chat privata a una platea molto più ampia. Proprio per questo, la responsabilità non può essere ricavata automaticamente né dalla sola esistenza del deepfake né dal semplice fatto che qualcuno lo abbia condiviso.

Ma cosa si intende per deepfake? Stiamo parlando di un’immagine, un contenuto audio o un video generato o manipolato mediante intelligenza artificiale che riproduce persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che può apparire, a chi lo osserva, falsamente autentico o veritiero. In pratica, la tecnologia può ricreare realisticamente il volto, i movimenti o la voce di una persona, facendo sembrare che abbia detto o fatto qualcosa che non è mai avvenuto; esempi tipici sono il face swapping e il voice cloning.

La nuova regola

L’art. 612-quater c.p. prende in considerazione la condotta di chi, senza il consenso della persona rappresentata, cede, pubblica o altrimenti diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità, cagionando un danno ingiusto.

La fattispecie richiede dunque una valutazione complessiva. Devono venire in rilievo l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’idoneità del contenuto a sembrare genuino, l’assenza di un consenso rilevante nel contesto e la produzione di un danno ingiusto alla persona rappresentata. La mera circolazione di un contenuto manipolato, senza la verifica degli altri elementi e della concreta condotta del diffusore, non consente di concludere automaticamente per la responsabilità penale.

L’espressione «idoneo a indurre in inganno sulla loro genuinità» è quella utilizzata dalla legge. In pratica, per comprendere se il contenuto abbia questa caratteristica, si potrà considerare anche quanto appaia plausibile a un osservatore medio: non è però una formula testuale della disposizione, ma un possibile criterio di lettura. Anche il danno ingiusto deve essere valutato in concreto, tenendo conto della persona coinvolta, del contenuto e delle conseguenze della diffusione.

Quando l’IA rende il fatto più grave

La legge n. 132/2025 non si è limitata a introdurre il reato sui deepfake. Ha previsto anche un’aggravante comune, all’art. 61, primo comma, n. 11-undecies, c.p., per i fatti commessi mediante sistemi di intelligenza artificiale. Il semplice ricorso alla tecnologia, tuttavia, non basta: l’aggravante può rilevare quando il sistema, per la sua natura o per le modalità di utilizzo, costituisca un mezzo insidioso, ostacoli la pubblica o privata difesa oppure aggravi le conseguenze del reato.

Nel caso dell’art. 612-quater, l’impiego dell’IA è già un elemento costitutivo della fattispecie. L’aggravante non va quindi presentata come automatica conseguenza del deepfake: occorre verificare, caso per caso, un’ulteriore e concreta maggiore offensività nelle modalità del fatto.

Social, chat e repost

Post, reel, storie, thread, messaggi con allegati manipolati, audio clonati e condivisioni su WhatsApp o Telegram sono alcune delle forme nelle quali un deepfake può circolare. Anche l’inoltro o la ripubblicazione possono assumere rilievo, ma non per il solo fatto di aver rilanciato un contenuto: bisogna verificare se, nella concreta condotta del diffusore, ricorrano tutti gli elementi della fattispecie.

Lo stesso vale per chat e gruppi chiusi. La diffusione in un ambiente non aperto al pubblico può essere valutata alla luce delle modalità dell’invio, dell’ampiezza della cerchia dei destinatari, del contenuto e delle conseguenze prodotte. Non è dunque corretto considerare ogni condivisione privata automaticamente irrilevante, ma neppure ogni inoltro automaticamente punibile.

Per utenti, creator e gestori di pagine, la cautela consiste nel fermarsi prima del rilancio, soprattutto quando il materiale riguarda persone riconoscibili, dichiarazioni apparentemente autentiche o voci ottenute mediante clonazione. A seconda dei fatti, possono venire in rilievo anche la diffamazione, la disciplina sulla protezione dei dati personali, le norme sul cyberbullismo o altre tutele civili e penali. La loro applicazione, però, deve essere verificata caso per caso e non discende automaticamente dalla sola presenza di un deepfake.

La procedibilità è, in via ordinaria, a querela della persona offesa. La legge prevede tuttavia alcuni casi di procedibilità d’ufficio: quando il fatto è connesso con un delitto per il quale si deve procedere d’ufficio, quando la persona offesa è incapace per età o per infermità e quando il fatto è commesso nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.

Quest’ultima ipotesi richiede particolare attenzione. Non basta che il contenuto riguardi genericamente un politico, un magistrato o un appartenente alle forze dell’ordine. Occorre verificare se la condotta sia stata realizzata nei confronti di una pubblica autorità e proprio a causa delle funzioni esercitate, secondo la condizione indicata dalla norma.

Il tema delle testate online

La logica della norma non si arresta ai confini dei social personali. Poiché l’art. 612-quater c.p. menziona la pubblicazione e la diffusione e si rivolge a «chiunque», il tema riguarda anche chi opera professionalmente nell’informazione. Per una testata online, incorporare, embeddare o ripubblicare un video, una fotografia o un audio proveniente da una fonte terza può porre un problema se il materiale è stato alterato con IA, appare idoneo a ingannare, manca il consenso e produce un danno ingiusto.

Questo non significa che ogni errore editoriale si trasformi in reato, né che la responsabilità del direttore, dell’editore o del responsabile digitale sia automatica. Eventuali profili penali devono essere accertati in concreto, considerando la condotta individuale, il contributo effettivamente prestato, le informazioni disponibili e l’elemento soggettivo richiesto dalla fattispecie. Dall’art. 612-quater non discende una generale posizione di garanzia riferibile indistintamente a tutti i ruoli della redazione.

Anche l’interesse pubblico della notizia e il diritto di cronaca non costituiscono un’esenzione automatica. La pubblicazione richiede di esaminare il quadro complessivo del caso: la natura del contenuto, le modalità di acquisizione e presentazione, la sua attendibilità, il consenso, il danno prospettato e tutti gli altri elementi giuridicamente rilevanti. In questa prospettiva, il dovere giornalistico di verificare le fonti assume un peso particolare quando il materiale è virale, sorprendente o destinato a incidere sulla reputazione di una persona.

La velocità della pubblicazione può rendere più difficile questo controllo, ma non sostituisce la verifica dei presupposti del reato. Una redazione che utilizza materiale prodotto da terzi si trova quindi davanti a un problema di metodo prima ancora che di tecnologia: capire da dove proviene il contenuto, quanto è verificabile e quale significato assume nel contesto in cui viene pubblicato.

Verifiche, tracciabilità e trasparenza

Controllare la fonte originaria, chiedere il file originale, confrontare versioni e metadati quando disponibili, conservare la documentazione delle verifiche e predisporre una procedura rapida per gestire contestazioni o richieste di rettifica sono buone pratiche di compliance editoriale. Possono ridurre il rischio di errori e aiutare a ricostruire il percorso seguito dal contenuto, ma non sono obblighi imposti direttamente dall’art. 612-quater e non eliminano da soli eventuali responsabilità.

È utile distinguere questo piano organizzativo dagli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act. L’art. 50, paragrafo 4, richiede al deployer che genera o manipola un deepfake di rendere noto che il contenuto è stato artificialmente generato o manipolato, secondo le modalità previste dal regolamento.

La stessa disposizione disciplina separatamente i testi generati o manipolati e pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Per questi contenuti, l’obbligo di disclosure non si applica quando il testo è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale della pubblicazione. Questa previsione non costituisce, invece, un’esenzione generale per i deepfake audiovisivi diffusi dalle testate.

Anche quando il regolamento modula gli obblighi informativi per opere manifestamente artistiche, creative, satiriche o fittizie, ciò non equivale a un’immunità penale. Restano da valutare la condotta concreta, il contenuto, il consenso, il danno e le altre regole applicabili al caso.

La verifica prima della viralità

L’art. 612-quater c.p. non considera illecito ogni contenuto sintetico e non trasforma ogni condivisione in una responsabilità già definita. Chiede piuttosto di misurarsi con una combinazione di fattori — IA, ingannevolezza, assenza di consenso, danno ingiusto e condotta di diffusione — che può cambiare a seconda delle circostanze.

Per gli utenti, la cautela riguarda il momento del repost. Per le testate, riguarda anche la qualità della verifica prima della pubblicazione e la capacità di documentare le scelte compiute. La velocità e l’interesse della notizia possono spiegare la corsa alla condivisione, ma non sostituiscono l’accertamento dei presupposti: prima della viralità, resta decisivo capire che cosa si sta diffondendo, con quale consenso e con quali possibili conseguenze.

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EU leaders clash over trillion-euro budget as fears grow over French election fallout

EU leaders locked horns on Thursday over the bloc’s next long-term budget as they kicked off talks in Brussels under pressure to seal a deal before several high-stakes elections next year, most crucially in France. The 27-nation European Union wants an agreement by Christmas, worried that any future deal-making will be derailed by potential Eurosceptic wins across the bloc, including in France where the far-right’s Marine Le Pen is favoured in opinion polls. “We are facing very, very difficult...

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Ciberattacco a freddo

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