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L’Inghilterra di Starmer attacca una petroliera russa – Il Controcanto – 15 giugno 2026



Il Corriere si eccita per le operazioni di pirateria pianificate dal governo Starmer contro le imbarcazioni russe. Repubblica racconta le polemiche intercorse fra Trump e Netanyahu mentre Il Fatto palesa l’inutilità dell’imminente G7 apparecchiato dal triste Macron

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
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La paura fa 90, gradi!

Trump minaccia l’uso dell’atomica contro gli alleati

Scatta mezzogiorno di fuoco nello scacchiere internazionale e ad impugnare la pistola per primi sono ancora loro, gli Americani. È Trump ad incarnare perfettamente il ruolo del cowboy infallibile, pronto ad avere la meglio su qualsiasi nemico. Tutti noi occidentali questo lo sappiamo bene, cresciuti a Spaghetti e Western, nelle propaggini dell’Impero, siamo stati allevati almeno da cinquant’anni con questa sbobba hollywooddiana.

Ma il riferimento non è solo quello nei confronti di continue filmografie dedicate a diffondere l’American way of life, con modelli culturali plasmati ad immagine e somiglianza del perfetto uomo qualunque, ignorante, ma con i bicipiti robusti e i jeans, pronto a far eplodere un’intera civiltà in nome della libertà. Il riferimento è sopratutto verso quella silenziosa e più subdola manipolazione mediatica, che ancora oggi attenua e mitiga gli effetti e la gravità delle due bombe atomiche sganciate, a sangue freddo, nel cuore di due megapolopoli giapponesi nell’agosto del ’45, ormai a guerra finita.

Quale risonanza ha sortito l’effetto di quella spregiudicata azione di estrema violenza e crudeltà? Ben poca cosa! Eppure in un batter di ciglia Little boy quell’ordigno diabolico, di una potenza devastante, ha annientato le vite di migliaia di civili. Ma il giudizio storico resta flebile, quell’accaduto non è entrato nel nostro immaginario comune, condannato nell’archivio delle peggiori atrocità della storia.

 

Trump minaccia atomica
La fabbrica del mito: Come l’immaginario di Hollywood oscura e manipola la memoria delle tragedie storiche.

 

Non ci suscita così tanto scalpore, anzi siamo portati quasi a giustificarlo, quel crimine dell’umanità (se mai sia stato definito tale) non ci evoca quello sdegno che invece scuote le coscienze di ognuno di noi al pari di altri eventi, di spregievole natura, ma di portata infinitamente minore. Mi riferisco ad esempio all’immagine della bambina in piazza Tienanmen, all’abbattimento del muro di Berlino, all’attentato dell’11 settembre, di cui tutti i media mainstream ne ripetono come un mantra l’abominio.

Ma rispetto alle due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti, abbiamo ragguaggli alla memoria che condannino ad imperitura memoria l’efferatezza di quel gesto? No, neppure in Giappone. Anche qui infatti, lo scorso anno, la Presidente del consiglio Sanae Takaichi ha ricordato l’evento omettendo casualmente di citarne i carnefici, come se l’ordigno fosse esploso da solo. Noi occidentali, o meglio, noi tutti che viviamo sotto l’egida di Hollywood, siamo stati deresponsabilizzati da quell’accaduto, giacché, quando ne sentiamo parlare, crediamo che gli Americani lo possano utilizzare a loro piacimento quando e come vogliono. Non abbiamo nessuna riserva mentale sul fatto che gli Stati Uniti possano farlo in violazione di qualunque principio etico o istituzionale.

Ebbene, Trump ha giocato abilmente proprio su questo assunto. La sua minaccia velata, da far invidia anche ad Al Pacino, non ha spaventato tanto gli Iraniani, i quali convivono da settimane, se non anni, con il terrore di essere schiacciati brutalmente da qualsiasi strumento del male, da due due pistoleri armati fino ai denti e senza scrupoli…Ha spaventato noi, sudditi dell’Impero con la coda tra le gambe.

E così tutti un po’ sovreccitatiti e con la pelle d’oca ci siamo coricati a letto incerti sull’uso dell’atomica durante la notte, per poi svegliarci la mattina più sollevati dal nulla di fatto, e così al primo caffè sentirci dire: eh per forza si sono arresi, altrimenti Trump l’avrebbe utilizzata la Bomba! Eppure gli unici a non temere sono stati proprio gli Iraniani, che hanno perseguito la loro posizione. Perché, se di tutta questa storia si procede a tentoni come in una partita di poker tra i tavoli di un Saloon, ancora una volta, sugli ”alleati”, Hollywood ha vinto ancora.

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The Economist

Nel 1843 a Londra vedeva la luce una delle istituzioni culturali più autorevoli ed ascoltate dal mondo finanziario ed intellettuale occidentale. Questa ha leggiadramente cavalcato il vecchio secolo liberale/risorgimentale, quello di Disraeli e Giolitti, che guardavano con derisorio sospetto alle crescenti masse proletarie, ed a seguire il nostro “secolo breve”, quello a ridosso delle due grandi guerre di massa, da cui sono poi scaturiti i “trente gloriuses”, trent’anni di pace, sviluppo e prosperità (goduti senza molta saggezza dai nostri genitori..).

Quest’istituzione, ancora oggi d’immenso richiamo tra di un pubblico sempre meno folto, si chiama: “The Economist”, il periodico più influente presso la borghesia liberale anglosassone ed europea, ormai entrambe in rapidissimo declino. Curiosamente The Economist prese le mosse dal rigetto delle “British Corn Laws”, ovvero un arcaico sistema di tariffe interne votate al più rigido protezionismo dell’allora influente classe agraria e feudale del nord del Regno Unito. Questa, dotatasi per asse ereditario e coloniale di vasti possedimenti agricoli, aveva ottenuto una forma di controllo domestico nei confronti qualunque derrata alimentare attraverso la supremazia della propria rendita, pressocchè incontrastabile.

Arcinemico delle politiche tariffarie, amminicolo di un’economia di guerra che andava tramontando (s’intenda che le politiche tariffarie anche oggi devono essere considerate quali episodi bellici, volte a “strozzare” il proprio antagonista commerciale), The Economist fu non soltanto il primo propugnatore delle tesi del “libero scambio” ma soprattutto del connubbio delle medesime alla formazione di un sistema finanziario basato interamente su flussi finanziari che non necessariamente fossero ancorati ad una valuta aurea o metallica.

Quella alta boghesia intellettuale che si riconobbe nel The Economist era del fermo convincimento che le banche centrali dovessero favorire i più ampi scambi commerciali attraverso una valuta “cartacea” di riserva, in quel caso la sterlina, riconosciuta ed accettata pressocchè ovunque per effetto del prestigio e dell’autorevolezza della Bank of England e dei suoi forzieri al servizio della corona (e del suo presunto potere militare, questo rapidamente dissolvendosi).

The Economist è stato il primo equivalente di “X “a divulgare un’elegante estensione di un modello al contempo liberale e mercantilista al servizio esclusivo di una ristretta elite oligarchica le cui mire erano quella di un controllo globale di flussi finanziari e mercantili senza che esistessero lacci e lacciuoli ad inibirne l’azione. Arricchimento e controllo sarebbero stati garantiti da poli d’attrazione, la City of London e le sue banche prima ancora che Wall Street, cui non sarebbe potuto esistere alcun rivale, fatta eccezione per qualche naturale affluente..

liberalismo finanziario
L’algida visione dell’alta borghesia ottocentesca: la City di Londra e la Bank of England al centro di una fitta rete globale di flussi finanziari e mercantili, liberi da vincoli e sostenuti dalla potenza della sterlina cartacea.

 

The Economist ha attraversato indenne le grandi guerre poiché convinto assertore che le autocrazie avessero un vizio d’origine, ovvero che la loro fame insaziabile di potere e propulsione fossero il loro stesso limite naturale e che le politiche liberali di un altro baluardo del capitalismo moderno, la Federal Reserve, avrebbero finito, come accaduto, per prendere il sopravvento. Ciò soprattutto per effetto dell’indissolubile connubio, della necessaria equivalenza tra energia, carta moneta, difesa e neo colonialismo.

The Economist di oggi occupa la medesima sede nel cuore di Westminster a Londra, a pochi passi da Mayfair, tra i simboli più prestigiosi dell’architettura neoclassica britannica cui hanno corrisposto le politiche economiche e finanziarie “neoclassiche”, ed ultra liberiste, nei centri di potere anglosassoni sparsi per il mondo. I suoi azionisti di riferimento sono le ex grandi famiglie industriali europee, da Exor ai Sainsbury ai Cadbury. Tutt’attorno ad esse purtuttavia il mondo grida ad un rigetto di quelle politiche neo liberali, interamente finanziarie, promosse dall’Economist stesso. Gl’assetti di là da venire del Golfo Persico potrebbero incrinare sino a spezzare definitivamente il dominio del dollaro, gl’imperi industriali e manufatturieri di 20 anni fa sono ormai andati tutti in rovina e quel che resta sono obbligazioni contrattuali, spesso illiquide, i cui rendimenti vengono in qualche modo determinati dalle politiche fiscali di ex governi liberali occidentali, ormai inevitabilmente determinati ad esercitare un potere di repressione finanziaria e tributaria che strangolano fino ad asservirli del tutto i propri cittadini.

Se mi toccasse fare un sunto di quelle politiche che The Economist ed altri, non ultimo il “whatever it takes” del nostro Draghi, hanno propugnato e divulgato non potrei concludere che di esse restano scampoli di vanagloria, ormai percepiti distintamente come tali! Sic Transit Gloria Mundi…E’ notizia di oggi che tra i grandi nomi, ancora blasonati, degl’azionisti dell’Economist spunti anche quello di un poco conosciuto “palazzinaro Canadese”, arricchitosi presumibilmente con i mutui residenziali, i cui interessi siano molto più prosaici e di gran lunga meno “nobili” dei soci storici, tra cui spicca quel che resta della belligerante famiglia Agnelli: dei fasti del passato resta ormai poco o nulla persino nell’algida terra di albione!

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Il caso Henry Nowak, o del suicidio dell’Occidente

Un diciottenne inglese muore accoltellato, ammanettato dalla polizia mentre implora aiuto. Le sue ultime parole? Le stesse di George Floyd. Ma nessuno, questa volta, si è inginocchiato. Nessuno ha spaccato vetrine o divelto statue e monumenti. La storia di Henry Nowak non è solo una tragedia. È lo specchio di una civiltà che ha smesso di credere in se stessa.

 

C’è una storia che negli ultimi giorni ha scosso profondamente la Gran Bretagna, e che merita di essere raccontata senza filtri, perché tocca qualcosa di fondamentale: il modo in cui una certa cultura dominante ha progressivamente eroso il principio più elementare della civiltà giuridica occidentale, quello per cui ogni individuo è innocente fino a prova contraria, indipendentemente dal colore della sua pelle. Henry Nowak aveva diciotto anni. Era uno studente universitario di origini polacco-britanniche al primo anno di ragioneria a Southampton.

È morto accoltellato il 3 dicembre 2025. Il suo aggressore, Vickrum Digwa, lo aveva accusato di razzismo. E la polizia, almeno in un primo momento, gli ha creduto. Non perché ci fossero prove. Ma perché, nella logica distorta che anni di retorica woke hanno instillato nelle istituzioni britanniche, la vittima era bianca e quindi, per definizione, sospettabile. Il carnefice
apparteneva a una minoranza e dunque, per definizione, da proteggere.

Una morte senza dignità

Le immagini della bodycam, rese pubbliche al termine del processo, hanno fatto il giro del Regno Unito, riaccendendo una rabbia a lungo repressa in una società stanca e disorientata. Il filmato mostra Henry Nowak a terra, ammanettato dagli agenti mentre dice loro ripetutamente di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Come ha dichiarato il padre Mark davanti al tribunale di Southampton: Henry ha pronunciato quelle parole per nove volte. Non è stato creduto. Prima di esalare l’ultimo respiro è morto, come ha sottolineato suo padre, “senza dignità”. Questa frase andrebbe ripetuta ad alta voce, poiché descrive perfettamente dove ci sta conducendo questa deriva culturale. Un ragazzo morente che con un filo di voce cerca di spiegare cosa gli è successo, mentre coloro che avrebbero dovuto ascoltarlo hanno deliberatamente scelto di non farlo, perché il pregiudizio ideologico aveva già scritto la storia prima ancora che accadesse.

Nowak e Floyd: due vittime, una sola ipocrisia

C’è un parallelismo che sarebbe disonesto non tracciare: il 25 maggio 2020, a Minneapolis, George Floyd moriva soffocato sotto il ginocchio di un agente di polizia mentre ripeteva “I can’t breathe”. Quelle tre parole divennero il simbolo di un movimento globale, scossero le coscienze di mezzo mondo, portarono milioni di persone in piazza su ogni continente. Non senza disordini al seguito. Ricordiamo tutti il clima di guerra civile che si scatenò negli USA in quel periodo, tra statue degli “oppressori colonialisti” rovesciate e attività commerciali distrutte in tutto il Paese. Le stesse identiche parole, pronunciate nove volte secondo la testimonianza del padre, le ha dette Henry Nowak agli agenti che lo ammanettavano mentre stava morendo dissanguato sul marciapiede di Southampton.

“I can’t breathe.” Le stesse parole. Lo stesso momento di agonia. Una vittima celebrata in tutto il mondo. L’altra dimenticata dai più. La differenza tra i due casi non sta nelle circostanze: entrambi erano in custodia della polizia, entrambi hanno implorato aiuto, entrambi sono stati ignorati, entrambi sono morti. La differenza sta nel colore della pelle. Floyd era nero, e la sua morte ha mosso il mondo. Nowak era bianco, e per settimane la sua storia è rimasta confinata nelle cronache locali. Entrambi sono stati
vittime di razzismo: uno perché nero, l’altro perché bianco. Se il principio che sosteniamo è che ogni vita ha lo stesso valore, allora non possiamo applicarlo a giorni alterni. O vale sempre, o
non vale mai.

Il suicidio dell’Occidente

Prendiamoci quel poco di buono che la stampa mainstream ci offre, perché nello specifico può essere molto utile come esempio. Federico Rampini, giornalista e saggista tra i più lucidi osservatori della società occidentale contemporanea, in particolare quella americana, ha studiato per anni questo fenomeno, dedicando diverse opere alla sua analisi. Nel suo libro “Suicidio Occidentale” Rampini descrive con precisione chirurgica il meccanismo per cui le democrazie liberali stanno minando dall’interno le proprie fondamenta, non per effetto di un nemico esterno, ma per una forma di autolesionismo culturale alimentato dal senso di colpa storico. L’Occidente, sostiene Rampini, ha trasformato il proprio passato coloniale e schiavista in una condanna perpetua che grava sulle generazioni presenti, producendo un relativismo etico paralizzante: ogni affermazione di identità, di valori, di confini culturali viene percepita
come una forma di suprematismo da espiare. Il caso Nowak è la traduzione pratica, in carne e sangue, di quella teoria. Un ragazzo è morto perché il sistema che avrebbe dovuto proteggerlo era
troppo occupato a espiare i peccati storici della sua razza per accorgersi che stava morendo.

Il problema, come Rampini documenta con abbondanza di esempi, non è confinato alla Gran Bretagna. È diventato sistemico. Riguarda le università americane dove i docenti bianchi si scusano per la propria “bianchezza” all’inizio delle lezioni. Riguarda le aziende che assumono in base a quote etniche invece che sulla base del merito. Riguarda le forze dell’ordine condizionate da protocolli che impongono di trattare le minoranze come categorie da tutelare a prescindere dai fatti. Un Occidente che ha rinunciato a giudicare in nome dell’equità, che invece di eliminare le discriminazioni ne ha semplicemente invertito la direzione.

Il virus del pregiudizio rovesciato

Sarebbe comodo liquidare questa vicenda come un caso isolato, un errore umano, una tragica fatalità. Ma non è così. Il caso Nowak è l’epilogo drammatico di anni di propaganda deviata che ha costruito un sistema di colpa preventiva basato sui tratti somatici: sei bianco, dunque sei colpevole. Un pregiudizio razziale a tutti gli effetti, che si è limitato a cambiare il bersaglio rispetto a quello che pretendeva di combattere. Il problema non è nato dal nulla. Si è sedimentato lentamente, attraverso campagne di sensibilizzazione che hanno trasformato l’antirazzismo in una nuova forma di intolleranza, attraverso protocolli istituzionali che hanno insegnato agli agenti di polizia, ai docenti, ai funzionari pubblici a valutare le persone non per quello che fanno ma per quello che sono, o meglio per come appaiono. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non si è eliminato il pregiudizio, lo si è semplicemente ribaltato.

 

caso Henry Nowak

 

Quando le istituzioni smettono di essere neutrali

Ciò che colpisce maggiormente del caso Nowak non è soltanto la brutalità del crimine. È la risposta istituzionale. Una polizia che avrebbe dovuto tutelare un cittadino in pericolo di vita si è fatta condizionare da un paradigma culturale che aveva già deciso chi fosse il buono e chi il cattivo. Questo è il punto di non ritorno: quando le istituzioni smettono di essere neutrali e diventano strumento di applicazione di un’ideologia, lo Stato di diritto inizia a sgretolarsi. Non è una questione di destra o di sinistra, ma di princìpi. La presunzione di innocenza, l’uguaglianza davanti alla legge, il diritto di ogni essere umano a essere giudicato per le proprie azioni e non per le proprie origini: questi non sono valori conservatori o progressisti. Sono le fondamenta di qualsiasi società che voglia definirsi democratica. E quando una corrente ideologica ed estremista inizia a minare queste fondamenta, il dovere di chi ha a cuore la convivenza civile è quello di dirlo chiaramente.

Cosa insegna questa storia

Il caso Henry Nowak non è solo una tragedia personale. È un segnale. Ci dice che esiste un limite oltre il quale la critica sociale, per quanto legittima nelle sue origini, diventa essa stessa un sistema di oppressione. Ci dice che sostituire un pregiudizio con un altro non è progresso: è solo un cambio di vittima designata. La Gran Bretagna si trova oggi a fare i conti con le conseguenze di anni di finte politiche identitarie che hanno frammentato il tessuto sociale invece di ricucirlo, che hanno alimentato la diffidenza reciproca invece di costruire ponti, che hanno convinto le persone a vedersi prima di tutto come membri di una categoria, etnica, religiosa, di genere, e solo in secondo luogo come individui. Un’intera civiltà può davvero togliersi la vita, non con le armi, ma trasformando idee malsane in atti concreti.

Con il senso di colpa elevato a sistema. Con la rinuncia progressiva a difendere ciò in cui si crede, per paura di sembrare intolleranti. Il conto di tutto questo, oggi, lo paga una famiglia che ha perso un figlio di diciotto anni. E lo paga una società che ha bisogno, con urgenza, di ritrovare il coraggio di dire che ogni vita ha lo stesso valore, senza eccezioni. Perché se vale meno in base al colore della pelle, allora non abbiamo risolto niente. Abbiamo solo cambiato il colore del problema

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L’Europa vuole esautorare Kaja Kallas (ma non è una buona notizia) – con Bruno Scapini



Secondo un’indiscrezione del Financial Times, Francia e Germania vogliono una radicale revisione del Servizio europeo per l’azione esterna, attualmente guidato da Kaja Kallas, limitando i poteri della diplomatica estone anti russa. L’ambasciatore Bruno Scapini però avverte: potrebbe essere un modo per accentrare la politica estera Ue nelle mani della Commissione, indebolendo le sovranità nazionali. Ne parliamo all’Angolo della Diplomazia

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Il Regno Unito

Il Regno Unito attraversa da quasi un decennio, o meglio dalla fatidica, insensata ed inattesa Brexit, un periodo d’instabilità politica senza precedenti. La sequela dei primi ministri è lunga
come i titoloni di una “soap opera” e con questi le alchimie politiche e gl’equilibrismi di un delicato impianto semi costituzionale che ormai non si regge quasi più sui suoi piedi.

E’ ormai prossima la fase finale della crisi del governo Starmer, eletto più per disarcionare i rapaci conservatori che per convinzione. A questi è molto probabile che segua una decisa sterzata a sinistra da parte dei Labouristi che avrebbero determinato d’affidarsi ad un sindaco relativamente poco competente, Andy Brunham, ma espressione di una “nord” operaio, o preteso tale, che dalla fine della rivoluzione industriale ai giorni nostri, non ha più davvero giocato alcun ruolo politico e sociale nel regno, fatta eccezione per una “riserva di caccia”, una riserva elettorale non dissimile a quella di cui godevano notabili e boiardi democristiani nel sud del nostro paese.

A dir la tutta, Starmer e la sua vice Reeves pagano il dazio della loro incompetenza ideologica oltre che di un granitico distacco nei confronti del popolo che, nelle sue numerose declinazioni
sociali, ha vissuto una continua erosione sociale ed economica. I due in fatti hanno non soltanto introdotto numerose misure legislative palesemente illiberali, vedasi le “crociate” contro i coltivatori diretti e più di recente i proprietari di casa: ma lo hanno finito per fare grossolanamente, senz’alcuna attenzione alle conseguenze dirette di talune politiche né alla normazione diretta, spesso difficilmente comprensibile ed attuabile.

Ancor di più, Starmer s’è intestato toni decisamente roboanti contro l’immigrazione di ultima generazione, quella cui in large ha garantito ancora una qualche dinamica positiva al prodotto
interno lordo. Starmer è stato singolarmente il comunicatore più anti immigrazione che la destra all’opposizione potesse render plauso adottando al contempo politiche ideologicamente
di estrema sinistra fino a quasi ad una vera e propria spoliazione sociale. Quel che è di là da venire probabilmente finirà per farci rimpiangere persino questo governicchio di simil-dissidenti, lo stesso che ha apertamente condannato Israele.

In fatti il Regno che è in fase di smembramento può ragionevolmente attendersi di attraversare i prossimi due anni erigendo le barricate di una versione redatta del bolscevismo per poi doverle ardere non appena a N 10 sarà giunto Nigel Farage, una sorta di” ducetto” del tutto sprovvisto di qualunque abilità intellettuale od orizzonte politico internazionale. E’ quasi del tutto paradossale che il paese più liberale sia appresti a divenire il più illiberale, quello più convintamente europeista, ed in fondo quello che del progetto europeo ha beneficiato massimamente, abbia del tutto abdicato sprezzantemente al suo ruolo, quello più strenuamente antifascista stia per transitare dal dirigismo “sovietico” dei labouristi al qualunquismo “neofascista” di Reform.

Se il Regno Unito fosse cartina di tornasole del declivio occidentale, quello per cui i cinesi stanno per soppiantare le famose ed iper efficienti fabbriche giapponesi sul suolo britannico, è forse verosimile che la nostra metà del mondo stia per entrare in un vortice politico i cui opposti, extra parlamentari, oltre le sgualcite “costituzioni” nazionali, s’attraggano
pericolosamente.

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VISIONE A 360.

Se in un giorno qualunque vi avventuraste ad osservare il mondo, anziché nella realtà, attraverso lo schermo distorto dei social, vi accorgereste presto che questi ultimi si popolano per lo più di infinite discussioni tra le squadre dei “pro” e i “contro”, attinenti all’argomento del momento che appare su quella che è la disinformazione u iciale. Il cosiddetto mainstream.

Questo, a mio parere, ha raggiunto lo scopo principale, quello di polarizzare la discussione e impedire un ragionamento e un dialogo reale su quanto ci sta succedendo attorno, con l‘e etto
ultimo di nascondere ai più la realtà.

Pochissimi sono coloro che tentano di capire, nel mare magnum dell’informazione, quale sia il punto nave e quali le rotte che le diverse imbarcazioni in gioco stanno seguendo. L’eccesso di informazione poi, ottiene lo scopo di confondere ancora di più chi legge o ascolta e mediamente il senso che si ottiene è quello di sgomento e disorientamento.

Personalmente mi sono creato alcune convinzioni che discendono da osservazioni, analisi finanziarie (oggetto di una mia precedente attività) ed esperienze reali, che cercherò di riassumere
in questo post.

È palesemente innegabile che siano in corso alcune trasformazioni importanti nel mondo, la principale causa scatenante credo sia la decadenza evidente del modello (e impero) americano,
che mostra tutti i suoi limiti in questo momento. La lettura di Ray Dalio “Principle for dealing with the Changing World Order“, può aiutare la comprensione di quanto sta succedendo.

La tesi del volume e che ogni impero della storia abbia avuto cicli di crescita, espansione e declino.

È successo nel corso della storia a quello romano, a quello spagnolo, a quello olandese e infine a quello britannico, per fare esempi che tutti conoscono. Questi momenti sono caratterizzati da importanti trend sociali, militari ed economici che si ripetono ogni volta diversi nella forma (dipendendo dal periodo storico) ma uguali a sé stessi nella sostanza.

Ora pare proprio che ci troviamo nel pieno della fase di declino dell’impero USA e nella espansione di quello antagonista Cinese. Le tensioni che si stanno determinando ad ogni livello dipendono
essenzialmente da questo. Se avete vissuto la fine degli anni ’80, tutto quanto succedeva nel panorama geopolitico, era figlio (diretto o indiretto) del crollo dell’impero sovietico e della definitiva consacrazione di quello americano, che tra i vincitori della WW2 restava l’unico soggetto in campo. Solo con il tempo abbiamo compreso la profondità di questo fenomeno. Alcune delle conseguenze le abbiamo viste con fenomeni migratori (dall’est Europa), delocalizzazioni produttive e altri rivolgimenti sociali.

 

Nuovo ordine mondiale
Un mondo in trasformazione: tra conflitti, competizione economica e nuovi equilibri geopolitici.

 

Molta acqua è passata sotto i ponti e da allora abbiamo avuto l’11 settembre, le infinite guerre mediorientali, l’espansione della Nato, il COVID-19 e i recenti avvenimenti: Ucraina, Gaza, Venezuela e infine … Iran. Molti di questi eventi, penso siano dovuti alla crescente disperazione delle varie amministrazioni USA (democratiche e repubblicane) di vedersi sfuggire il ruolo di egemone. Minato da un debito pubblico insostenibile, da una macchina statale e militare divenuta pesantissima e dalla crescita dei BRICS che minacciano direttamente l’egemonia del dollaro.

Limitare la loro crescita cercando di controllare le fonti energetiche è, a mio avviso, la causa scatenante delle apparenti follie di Trump. La reindustrializzazione degli USA e le trappole daziarie
sono destinate a fallire. Ormai il sistema industriale cinese non è replicabile in tempi ragionevoli in altre parti del globo con la stessa e icienza e con la stessa economicità (ammissione, tra gli
altri, dello stesso CEO della Apple, Tim Cook).

Le risorse da destinarvi sarebbero così ingenti che occorrerebbe fare una scelta verso lo sviluppo pacifico di un mondo multipolare anziché accanirsi per la via militare che porta più rapidamente
alla rovina. In ogni caso una pesante sconfitta strategica per gli Stati Uniti ed i paesi occidentali. Chiunque abbia avuto l’occasione di viaggiare recentemente in Cina e negli USA, si rende conto di
quanto il sorpasso dell’economia del dragone sia già nei fatti, di come i servizi, i trasporti, le città, tutto quanto appaia molto più civile, scintillante e ben organizzato. Mentre nel gigante asiatico si
respirano e icienza, energia e crescita del benessere, nelle città Americane si respira un’aria di decadenza.

Nel PIL a parità di potere di acquisto delle persone il sorpasso ci è già stato.

Nel tempo ho poi maturato una ulteriore convinzione, che vorrei fosse una base di ragionamento, e cioè che quello che vediamo è solo una parte del tutto. Come un fiume carsico che ogni tanto appare in superficie e poi scompare di nuovo sottoterra, vi sono stati avvenimenti in questi ultimi anni che hanno portato alla luce un mondo nascosto, fatto di servizi di intelligence, di potentati finanziari e di centri di potere politico, che solo a tratti sono stati svelati e quasi mai del tutto. Il caso Epstein è solo uno degli esempi più recenti.

Il tempo (e una rozza ma e icace strategia comunicativa), quasi in un gioco di nascondino alla pubblica opinione, hanno fatto reimmergere fatti importanti nell’oscurità e nell’oblio, ma un fattore comune di tutti questi, che dovrebbe fare alzare immediatamente la soglia di attenzione, è stata la reazione rabbiosa e violenta dei soggetti che li hanno ricacciati nel profondo. Alcuni esempi di questi avvenimenti storici si chiamano Mattei o Moro per quanto riguarda casa nostra, oppure Kennedy, Assange e Snowden per quanto riguarda casi di rilevanza internazionale.

Cercare di comprendere questi fenomeni non è, come viene spesso additato da una forma di ignoranza oscurantista, una forma di complottismo, o vedere fantasmi dove la narrazione u iciale
ce li vuole nascondere, ma sforzarsi di analizzare le circostanze da diversi punti di vista. Ognuno di noi dovrebbe fare un gioco molto in voga anni fa in cui ci si divertiva ad unire i puntini
per svelare un disegno complessivo. I puntini sono tantissimi oggi e il gioco è sempre più difficile, a volte si può svelare solo una parte del disegno, tuttavia qualcosa dovrebbe apparire …

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UFO, Anticristo e Cristianesimo: stiamo dimenticando la domanda più importante?

Per molti lettori queste pagine potranno apparire dedicate a una questione di nicchia, forse addirittura a una di quelle che, con un sorriso, potremmo definire una “bega fra cristiani”. In fondo
stiamo parlando di podcast teologici americani, di UFO, extraterrestri, Apocalisse e Anticristo: argomenti che sembrano lontani dalle preoccupazioni quotidiane della maggior parte delle
persone.

Eppure il tema merita attenzione. Negli ultimi anni la questione UFO è uscita dai circoli degli appassionati ed è approdata sulle prime pagine dei giornali, nelle audizioni del Congresso americano, nei documentari di grande diffusione e nei dibattiti pubblici. Parallelamente, negli Stati Uniti si è sviluppato un vero e proprio florilegio di podcast, conferenze e pubblicazioni cristiane
dedicate a interpretare questi fenomeni alla luce della fede.

Le riflessioni che seguono prendono spunto da due lunghe conferenze del divulgatore cattolico statunitense Daniel O’Connor, reperibili online su YouTube: – – Aliens, UFOs, and AI | Daniel O’Connor on Battle Ready with Fr. Dan Reehil Disclosure Now: What Catholics MUST Know Before Trump Announces UFOs, Aliens, & ETs

Al di là delle conclusioni cui si può giungere, e soprattutto al di là delle fede di ciascuno dei lettori di questo articolo, esse offrono l’occasione per affrontare una domanda ben più ampia e di interesse generale: come dovrebbe reagire il cristiano di fronte a eventi, scoperte o narrazioni che sembrano mettere in discussione la propria visione del mondo? E, soprattutto, qual è il vero fondamento su cui poggia la fede cristiana?

UFO, alieni e il “grande inganno”

Nel primo podcast, Daniel O’Connor e Padre Dan sostengono che la crescente attenzione mediatica e istituzionale verso UFO e presunti extraterrestri non rappresenti una semplice scoperta
scientifica, ma la preparazione a quella che la tradizione cristiana chiama la “grande delusione” degli ultimi tempi. Secondo i due autori, il progressivo allontanamento dell’Occidente dalla fede,
dalla famiglia e dalla legge naturale avrebbe creato le condizioni per un inganno spirituale di portata globale.
La loro tesi centrale è che gli alieni descritti dalla narrativa contemporanea non siano esseri provenienti da altri mondi, ma manifestazioni di natura preternaturale. Richiamandosi alla Bibbia,
a San Tommaso d’Aquino e alla tradizione degli esorcisti, essi interpretano il fenomeno UFO in chiave religiosa più che astronomica.

Particolare attenzione viene dedicata all’ipotesi che, in un futuro segnato da guerre, crisi energetiche e instabilità sociale, queste presunte intelligenze superiori possano presentarsi come
benefattrici dell’umanità, offrendo soluzioni tecnologiche, guarigioni e nuove forme di conoscenza. Dietro tale apparente benevolenza si nasconderebbe però il tentativo di promuovere
una religione universale destinata a relativizzare o sostituire il cristianesimo. In questa prospettiva, l’Anticristo non apparirebbe come un persecutore brutale, ma come una figura carismatica e rassicurante, capace di conquistare il consenso mondiale proprio attraverso la promessa di pace, unità e progresso.

La sfida teologica degli extraterrestri

Nella successiva conferenza, O’Connor approfondisce e sistematizza queste idee. La sua tesi è che l’esistenza stessa di civiltà extraterrestri intelligenti sarebbe incompatibile con la visione cristiana
tradizionale. Secondo il relatore, la storia della salvezza presentata dalla Bibbia è completa e centrata sull’uomo, sulla Terra e sull’unica incarnazione di Dio in Gesù Cristo. L’esistenza di altre specie razionali imporrebbe inevitabilmente di ripensare il significato della creazione, della redenzione, della Chiesa e persino il ruolo unico di Cristo e della Vergine Maria.

Per O’Connor, proprio questa necessità di “riscrivere” la teologia dimostra che la narrativa extraterrestre rappresenta una minaccia diretta alla fede cristiana. La questione fondamentale, a suo giudizio, non è se esistano esseri intelligenti su altri pianeti, ma se l’umanità sarà disposta ad accettare l’idea che la Rivelazione cristiana sia incompleta e debba essere integrata o superata da
nuove conoscenze provenienti da presunte intelligenze superiori.

In sintesi, il fenomeno UFO viene interpretato non come un problema astronomico, ma come una sfida teologica e spirituale che potrebbe diventare il principale veicolo di una futura religione
globale.

Il fondamento dimenticato

Le argomentazioni di O’Connor sono articolate, spesso coerenti nel loro sviluppo interno e certamente animate dall’intenzione di difendere la fede cristiana. Tuttavia, ascoltando complessivamente oltre quattro ore di esposizione, emerge una domanda tanto semplice quanto decisiva, una domanda che sorprendentemente rimane quasi assente dall’intera discussione.
Qual è il vero fondamento del cristianesimo? Prima di discutere di UFO, extraterrestri, inganni globali o scenari escatologici, un cristiano dovrebbe ricordare quale sia il centro della propria fede. Il cristianesimo non nasce da una teoria sul futuro. Non nasce da una particolare interpretazione dell’Apocalisse. Non nasce dalla capacità di prevedere le mosse dell’Anticristo.

E, anche se questo potrà sorprendere qualcuno, non nasce nemmeno dall’esistenza di (un) Dio. Nasce da un fatto che afferma di essere accaduto nella storia: la Risurrezione di Gesù di Nazareth, che, proprio per essere risorto, ha il titolo che i cristiani gli attribuiscono, cioè ‘Cristo’. Questa è la domanda da cui tutte le altre dipendono: Gesù è veramente risorto dai morti? Se la risposta è sì, allora il nucleo essenziale della fede cristiana è già stabilito. Nessuna scoperta futura, nessun cambiamento culturale, nessuna rivelazione sorprendente e nessuna eventuale civiltà extraterrestre potranno modificare quel fatto. Il futuro può cambiare molte cose, ma non può modificare un evento storico già avvenuto. Se Cristo è risorto, allora le sue parole restano vere, le sue promesse restano affidabili e la sua rivelazione conserva la propria validità indipendentemente da ciò che il mondo scoprirà o crederà di scoprire domani.

 

Alieni e fede cristiana
L’Evento che divide la Storia: Il momento della Risurrezione, il nucleo incrollabile e il fondamento su cui poggia l’intera fede cristiana.

 

Per questo colpisce un fatto singolare. Pur parlando per ore di Cristo, di salvezza, di rivelazione, di demonologia, di Apocalisse e di Anticristo, i relatori non dedicano praticamente alcuna
attenzione alla Risurrezione come fondamento della loro argomentazione (notate bene: ho scaricato la trascrizione di entrambe le conferenze per controllare: la parola “risurrezione” viene
usata solo una volta e si riferisce ad un testo di San Tommaso, non alla Risurrezione come fondamento del cristianesimo). Non si tratta di una semplice omissione marginale. La Risurrezione
è il cuore stesso del cristianesimo. San Paolo arriva a scrivere che, se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede; ma se Cristo è risorto, allora tutto il resto trova il suo giusto posto.

L’impressione è che una parte significativa dell’attenzione venga rivolta a ciò che potrebbe accadere domani, mentre rimane sullo sfondo ciò che, secondo la fede cristiana, è già accaduto. Si
discute a lungo di possibili rivelazioni future, di sfide alla teologia, di manifestazioni demoniache, di strategie dell’Anticristo e di scenari globali ancora da verificare. Ma il cristianesimo non si fonda su ciò che potrebbe succedere. Si fonda su ciò che afferma essere successo. Il rischio, forse involontario, è quello di spostare il baricentro della fede dalla memoria di un fatto
alla preoccupazione per uno scenario. Ed intendo qui il termine preoccupazione nel senso più psicologico del termine; “pre” – “occuparsi”, occuparsi prima del necessario.

Ma il cristianesimo nasce da un annuncio, non da un’allerta.

In tal senso appare più coerente con la fede cristiana l’attaggiamento di chi non si pre-occupa degli UFO o degli alieni, ma ribadisce, a se stesso prima che agli altri, il vero nucleo della propria fede, la Risurrezione. Naturalmente la Chiesa non ha mai negato l’esistenza di errori, eresie, tentazioni o influenze demoniache. Ogni generazione ha dovuto confrontarsi con sfide alla fede e tentativi di sostituire il Vangelo con altre visioni del mondo. Ma la risposta cristiana non è mai stata principalmente la paura. È stata l’evangelizzazione, cioè l’annunncio della Risurrezione. Forse, quindi, la domanda decisiva non è se un giorno appariranno degli extraterrestri, né quale forma potrebbe assumere l’inganno finale. Quando quelle sfide si presenteranno, le affronteremo.

Per farlo pero’ dobbiamo avere consapevolezza che la domanda decisiva è e rimarrà quella di sempre: Gesù è veramente risorto? Perché se la risposta è sì, allora il compito principale del cristiano non è speculare per ore sulle possibili minacce del futuro, ma annunciare con serenità e convinzione la buona notizia che ha cambiato la storia: Χριστὸς ἀνέστη!

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Sergey Karaganov: “La guerra nucleare è vincibile, ma Dio ce ne scampi”



Il politologo russo Sergey Karaganov e il professore americano John Mearsheimer analizzano la pericolosa escalation tra NATO e Russia. Prendendo in esame eventi critici come l’incursione ucraina a Kursk del 2024 e gli attacchi del 2025 alla triade nucleare russa, i due esperti evidenziano il progressivo e preoccupante smantellamento delle “linee rosse” ereditate dalla Guerra Fredda.

Karaganov, ex consigliere del Cremlino, lancia un duro monito all’Occidente: per evitare un conflitto mondiale suicida è fondamentale ripristinare la deterrenza e la “paura dell’inferno”. Sostiene che un attacco atomico limitato in Europa garantirebbe la vittoria strategica della Russia, ma esorta a evitarlo per l’enorme peso morale, proponendo invece di isolare l’Europa e orientare il futuro di Mosca verso l’Asia e il Sud globale. Mearsheimer concorda sul rischio catastrofico di mettere alle strette una superpotenza nucleare, criticando l’incomprensione occidentale delle reali implicazioni di questa escalation. Un dialogo crudo e realista sul tramonto dell’ordine unipolare.

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Nessun dialogo con chi ha votato per inviare armi in Ucraina



Comunicazioni domenicali del Presidente di DSP Francesco Toscano. “Non ci sono fra noi né infiltrati, né traditori, né venduti. DSP è aperta al confronto solo con chi ha condannato il genocidio compiuto da Israele e con chi non ha mai armato i nazisti di Kiev”

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Joe Kent: “La guerra in Iran è di Israele, non nostra: un totale pantano”



Joe Kent, ex direttore del Counter Intelligence Center, analizza criticamente l’escalation militare statunitense in Iran.

Kent definisce il conflitto “la guerra di Israele, non nostra”, criticando duramente la strategia dell’amministrazione Trump e l’approccio del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Secondo l’ospite, i continui bombardamenti non costringeranno Teheran a negoziare, ma ne rafforzeranno la resistenza, intrappolando gli USA in un pantano geopolitico da 1 miliardo di dollari al giorno che sottrae risorse al contrasto strategico contro la Cina.

Kent affronta inoltre il delicato tema dello spionaggio israeliano ai danni di Washington — equiparato in via ufficiale a quello di Russia e Cina — e commenta le dimissioni di Tulsi Gabbard, lodandone lo scetticismo costruttivo verso l’apparato d’intelligence. L’unica via d’uscita per Trump, conclude Kent, è dichiarare vittoria e ritirare immediatamente le truppe.

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