❌

Modalità di lettura

Giovani e impresa: a Sant’Angelo Lodigiano la nuova tappa del roadshow “Generazione Impresa” di Regione Lombardia

Si è svolta nella giornata di ieri a Sant’Angelo Lodigiano la terza tappa del roadshow “Generazione Impresa” promosso dall’Assessorato allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia con l’obiettivo di favorire l’avvicinamento delle giovani generazioni all’imprenditorialità e alla possibilità di creare nuove possibilità per il tessuto produttivo e stimolare innovazione in termini di generazione di idee, capacità di fare rete e progettualità.

Sono state, in quest’occasione, raccontato diverse esperienze imprenditoriali del territroio, come quella di Claudio Curioni, falegname artigiano della Falegnameria Curioni, che ha ricordato il valore della storia di una tradizione imprenditoriale capace di adattarsi come volano per lo sviluppo e la narrazione imprenditoriale di un territorio intero. Emanuele Carelli, CEO di Minimals, ha sottolineato il valore della comunicazione nell’odierna imprenditoria non solo come fattore di promozione delle proprie idee ma anche di preciso posizionamento delle idee degli imprenditori o degli aspiranti imprenditori. Valentina Volpi, direttore commerciale e membro del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro S.r.l., gruppo della ristorazione, è invece intervenuta sul tema dell’innovazione operativa e dello stimolo a una continua ricerca della qualità come chiave del successo.

Il convegno è stato arricchito dalla presenza dell’ex difensore del Milan Filippo Galli, che ha approfondito il valore del lavoro di squadra come volano di successo nel suo intervento e ha dichiarato che “spesso, cambiare ed innovare spaventa perché ci fa uscire dalla ‘nostra comfort zone’ eppure è il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri”.

Dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme, “Generazione Impresa” espande la crescente attenzione di Regione Lombardia per l’attrazione all’imprenditoria e in attesa dell’evento successivo, previsto a Monza per il 23 novembre, mira a affrontare una sfida esiziale per lo sviluppo del territorio: la competitività si giocherà sempre più, negli anni a venire, sulla capacità di mantenere attrattivo e dinamico un territorio di fronte alle sfide del presente e di farlo con un occhio al talento e alla capacità di fare impresa delle nuove generazioni. Il tema del talento è cruciale almeno quanto quello della promozione degli investimenti e dell’interconnessione del territorio, perché chiude il cerchio: capitali d’investimento, capitale industriale, capitale umano sono i tre pilastri su cui si sviluppa un tessuto imprenditoriale. Obiettivo della Lombardia in questa fase è quello di promuoverli contemporaneamente tutti e tre.

Sul fronte del talento, l’attenzione alle giovani generazioni va incontro a un territorio recettivo all’imprenditorialità. Un recente sondaggio di Regione Lombardia e Istituto Piepoli indica che circa il 20% dei giovani tra i 16 e i 30 anni intende promuovere una propria iniziativa imprenditoriale e oltre un terzo avrebbe in mente l’idea di farlo nel prosieguo della sua carriera. Nell’ottica della promozione di politiche per l’imprenditorialità, la Regione mette in campo il bando Nuove Imprese  con contributi a fondo perduto sul 50% delle spese e ha mobilitato 87 milioni di euro tramite il fondo di Venture Capital Lombardia Venture per sostenere start up innovative e trasferimento tecnologico di frontiera. Assieme a Lombardia Venture STEP, la dotazione complessiva è di 140 milioni di euro, mentre anche il microcredito è attenzionato con una dotazione dedicata di 24 milioni di euro.

Nei mesi scorsi, la misura “Talenti – Trasferimento della conoscenza” ha messo in campo 7 milioni per favorire azioni volte portare ricercatori qualificati nelle imprese lombarde e dunque puntellare un’architrave che tra nuove competenze imprenditoriali, nuove progettualità e capacità stratificate mira a portare nel futuro la capacità del tessuto lombardo di innovare e fare impresa. Una sfida di competitività e promozione sistemica che rappresenta una partita importante: il futuro del territorio lombardo, infatti, si scriverà attraverso la capacità del sistema di fare rete e restare produttivo, anche grazie al contributo di chi oggi mira a sbarcare nel mondo imprenditoriale nonostante una serie di contingenze interne e esterne critiche che spesso rendano complesso compiere il primo passo.

L'articolo Giovani e impresa: a Sant’Angelo Lodigiano la nuova tappa del roadshow “Generazione Impresa” di Regione Lombardia proviene da InsideOver.

  •  

Il ruolo delle tecnologie spaziali per monitorare le infrastrutture che guidano la transizione energetica

Nel XXI secolo il nodo della sorveglianza delle infrastrutture critiche è ritenuto essere, oramai, un dettaglio fondamentale per le questioni inerenti la sicurezza dei sistemi-Paese più avanzati sotto diversi punti di vista: si va dagli scenari propriamente concernenti la sicurezza nazionale – e su questo fronte dalle infrastrutture fisiche a cavi sottomarini e data center la letteratura degli studi strategici è ormai ricca circa l’ottimo da definire in termini di sicurezza – a quelli inerenti la sicurezza economica e di percorsi come la doppia transizione, energetica e digitale. E su quest’ultimo fronte, in particolare, sono potenzialmente sdoganabili al massimo della loro capacità le potenzialità connesse alla sorveglianza satellitare delle infrastrutture energetiche abilitanti la transizione green.

Il monitoraggio della Terra tramite satelliti, compiuto sia tramite vettori operanti su orbite basse (Low-Earth Orbit, LEO) sia tramite i tradizionali satelliti geostazionari, aggiunge una netta verticalizzazione alla capacità di monitoraggio, coordinamento e controllo delle reti critiche. Scienza, sicurezza, monitoraggio, prevedibilità: le reti si fanno più complesse e più articolato si pone il loro monitoraggio. Si nota dunque una nuova capacità operativa nell’ambito della transizione energetica, che finisce per superare i domini terrestri delle reti fisiche passanti per terra e mare e delle connessioni digitalizzate decentralizzate orientante le nuove infrastrutture “intelligenti” per la generazione basata su rinnovabili per estendersi, verticalmente, allo spazio, che a sua volta è un laboratorio di transizione energetica per diversi motivi. Primo: la possibilità di testare tecnologie avveniristiche in materia di accumulazione in campi come il fotovoltaico; secondo: la prospettiva di analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici in tempo reale e proporre soluzioni reattive per gli sviluppi in corso; terzo: la capacità di proiettare la sorveglianza anche alle infrastrutture che determinano il futuro della transizione green. Come le infrastrutture tradizionali, anche quelle della transizione sono soggette all’evoluzione del contesto globale fatto di crescenti eventi climatici estremi e rischi sistemici. Tra le aziende attive nella governance di questi sistemi complessi si segnala l’italiana CESI, multinazionale basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, che opera sia nel campo della consulenza su grandi progetti energetici orientati alla decarbonizzazione sia nella certificazione dei sistemi volti ad abilitarli, ma è attiva anche in ambito di tecnologie spaziali e  monitoraggio infrastrutturale.

Un ecosistema complesso, quello di CESI, che analizza in profondità dati e necessità concernenti questi scenari in cambiamento. “Per monitorare gli effetti del riscaldamento globale sulla Terra, i dati satellitari sono diventati uno strumento fondamentale per gli scienziati, poiché con sentono di osservare tali variabili a livello globale e in tempo reale”, notava nel luglio 2023 l’Energy Journal edito da CESI , analizzando il ruolo della cosiddetta “intelligence climatica”, che “si sta rivelando come un’importante alleata per le aziende e le istituzioni: utilizzando grandi set di dati storici, è in grado di generare modelli di previsione avanzati per mitigare gli impatti e dare supporto nella pianificazione e nella gestione delle attività” e ricordando che “l’intelligenza climatica può generare opportunità di business: la crisi climatica ha portato infatti a una crescente domanda di prodotti e servizi a basse emissioni, sviluppando il mercato dell’innovazione sostenibile nell’era dell’economia green”. In un contesto segnato da crescenti spinte alla decarbonizzazione, volontà di spingere sulla neutralità climatica, sfide crescenti degli eventi estremi e necessità di governance tecnologica avanzata e interconnessione tra dati serve pensare olisticamente la transizione e le sue dinamiche digitali, fisiche e di governance, che toccano anche le reti. E per guardare alle reti nel migliore dei modi serve anche un monitoraggio che non può prescindere dai fronti legati all’osservazione satellitare. Abilitatori di sicurezza economica, energetica, tecnologica e, dunque, di prosperità pubblica. Aziende come CESI attraversano l’intera filiera di questa catena del valore multivettoriale, mostrando l’importanza di coniugare sviluppo tecnologico e visione a tutto tondo per guardare olisticamente a una transizione dove si toccano Terra e spazio, in un legame di crescente interdipendenza.

L'articolo Il ruolo delle tecnologie spaziali per monitorare le infrastrutture che guidano la transizione energetica proviene da InsideOver.

  •  

Lula-Bolsonaro, sfida per la presidenza tra riforme sociali e manipolazione digitale

Quando mancano pochi giorni alle elezioni più importanti del continente latinoamericano, destinate a definire l’inquilino del Palazzo del Planalto per i prossimi 4 anni, le rilevazioni demoscopiche (Quaest, PowerData, Nexus) indicano una situazione di estrema incertezza e pareggio tecnico, con il senatore Flávio Bolsonaro in leggero vantaggio sul presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (PT). Lo scenario elettorale del Paese più grande e popoloso dell’America Latina, segnato di recente anche dalla battaglia legislativa sulla settimana lavorativa, appare dunque fortemente polarizzato e incerto, mentre si moltiplicano le prove di ingerenze elettorali — già emerse nel corso del primo turno —attraverso disinformazione e manipolazione delle piattaforme social, con un ruolo decisivo giocato da consulenti legati al mondo MAGA e a Israele.

Il paradosso di Lula

Nel corso del primo turno elettorale, celebrato lo scorso 4 ottobre e che ha registrato uno dei più alti tassi di astensione della storia recente, Bolsonaro si è piazzato in testa – contrariamente a tutti i pronostici – con il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% ottenuto da Lula. Quest’ultimo, all’indomani del risultato elettorale, ha definito il risultato «inatteso», dopo che i sondaggi di intenzione di voto avevano indicato in modo costante nel suo caso un vantaggio di circa 6 punti percentuali. Nonostante indicatori macroeconomici positivi — disoccupazione ai minimi storici dal 2012, inflazione contenuta, crescita media del PIL del 2,8% e aumento dei salari reali —, una parte dell’elettorato percepisce una discrepanza tra i risultati ottenuti nel corso di un mandato considerato come eccessivamente cauto e frenato da un Parlamento conservatore e i successi delle prime investiture di Lula (2003-2010).

Come ha, infatti, sottolineato il giornalista di Opera Mundi Breno Altman durante una puntata de La Base América Latina, «nei governi Lula 1 e 2 i progressi sociali furono molto più rapidi e molto più ampi; si generò nel paese uno scenario di ottimismo, quasi di euforia». Nel mandato che sta per terminare, Lula aveva la minoranza in Parlamento e questo fattore ha generato difficoltà concrete nella gestione del rapporto di forze, oltre ad aver imposto una strategia di forte gradualismo e moderazione politica.

Orario di lavoro, la bandiera di Lula passa al Senato

Tra i temi divenuti centrali a ridosso del ballottaggio presidenziale che si celebrerà il prossimo 25 ottobre, c’è la riforma dell’orario di lavoro. Lo scorso 14 ottobre, infatti, il Senato ha approvato la Proposta di emendamento costituzionale (PEC) che pone fine alla formula 6×1 — sei giorni di lavoro, uno di riposo — e che garantisce a lavoratori e lavoratrici due giorni di riposo a settimana senza riduzione dello stipendio. L’orario di lavoro massimo sancito dalla Costituzione scende così da 44 a 40 ore settimanali. La PEC è stata approvata con 75 voti a favore — compreso quello di Bolsonaro, il quale ha cambiato strumentalmente posizione sul provvedimento che godeva di un forte favore popolare — e un solo voto contrario in entrambi i turni di votazione, quello del senatore ed ex vicepresidente di Jair Bolsonaro, Hamilton Mourão.

Nonostante il voto favorevole di facciata, il coordinatore della campagna di Bolsonaro, Rogério Marinho, e i capigruppo del suo partito hanno annunciato che in un eventuale governo guidato dal candidato di destra punteranno a una controriforma basata sul modello dell’«ora lavorata, ora pagata», provvedimento che non prevederebbe salario minimo, orario minimo garantito né tutele come ferie retribuite e tredicesima.

A soli 11 giorni dal secondo turno, l’esito ha rappresentato una netta vittoria per la campagna di Lula, che aveva trasformato il superamento della settimana 6×1 in una delle sue bandiere elettorali. Ma a pesare sul ballottaggio ci sono altri fattori come le rivelazioni fatte da Nadia Beller, l’avvocata boliviana, ex compagna di Fernando Cerimedo, il “guru digitale” artefice dell’ascesa di molti leader di estrema destra in America Latina.

L’ombra di Cerimedo sul ballottaggio 

«Nei primi giorni di agosto, Fernando mi ha mandato una foto con uno dei Bolsonaros negli Stati Uniti. Non posso darvi la data esatta ora perché il mio cellulare è al Ministero Pubblico, ma dal 1 al 5 agosto, il periodo in cui era negli Stati Uniti, mi ha mandato una foto. Mi ha detto che si stavano occupando della questione della campagna elettorale, che stava cercando finanziamenti e che avrebbe partecipato a queste elezioni». Sono le parole di Beller, sopravvissuta a un tentato femminicidio di cui Cerimedo è il presunto mandante. Quest’ultimo si trova attualmente in carcere in Bolivia, dove è accusato anche di arricchimento illecito e narcotraffico.

La donna ha dichiarato che il consulente politico gestivala più grande bot farm della regione sudamericana, situata a Buenos Aires, ma le sue ultime rivelazioni sembrano aggiungere importanti tasselli al puzzle di dimensioni continentali che vede al centro colui che viene definito “l’uomo MAGA in America Latina”. Secondo la sua ex compagna, infatti, Cerimedo avrebbe avuto un accesso privilegiato agli strumenti di Meta, la società madre di Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads, piattaforme usate da centinaia di milioni di persone in America Latina e nel mondo. 

Guasti tecnici o favoritismi?

Beller, oltre ad aver confermato l’impiego da parte di Cerimedo di strutture automatizzate già nelle elezioni brasiliane del 2022, ha reso noto che l’uomo ha anche stretto accordi con la dirigenza di Meta, con cui ha contatti diretti, per ridurre artificialmente la visibilità online di Lula. Il suo team ha continuato a lavorare su questo fronte anche dopo l’arresto dello stratega politico. Secondo quanto riportato da Revista Forum, in un documento presentato lo scorso 12 ottobre alla Corte Elettorale Superiore del Brasile, Meta ha riconosciuto l’esistenza di guasti tecnici che hanno interessato gli annunci e le pubblicazioni della campagna di Lula — lo scorso settembre la sua pagina ufficiale con 7 milioni di follower era stata sospesa, con conseguente blocco dell’account pubblicitario —, ma ha respinto l’accusa principale del team del PT — che aveva presentato un reclamo al tribunale e all’Autorità Nazionale per la Protezione dei Dati —, secondo cui il colosso tecnologico avrebbe favorito la candidatura di Bolsonaro. L’azienda ha dichiarato che «i sistemi di distribuzione dei contenuti di Meta non operano secondo criteri ideologici» e che «Meta non utilizza i suoi sistemi per danneggiare o favorire i candidati».

Eppure, la Segreteria Nazionale della Comunicazione del PT ha condotto un sondaggio che evidenzia un dato significativo: la pagina di Bolsonaro ha registrato, in media, un coinvolgimento 2,96 volte superiore a quella di Lula, pur avendo il 17,2% di follower in meno. Il New York Times rivela che CTRL + Z — organizzazione no-profit brasiliana indipendente — ha pubblicato un rapporto in cui afferma di aver identificato1.088 casi di censura elettorale, blocco di account e restrizioni di accesso sulle piattaforme di Meta. Il gruppo sostiene che tali misure abbiano colpito in modo sproporzionato i contenuti a sostegno di Lula rispetto a quelli a sostegno di Bolsonaro.

Il fronte israeliano nella corsa elettorale brasiliana

L’apparato di ingerenze elettorali non si limita alla sola costellazione trumpista. Nevo Cohen — stratega politico israeliano che ha lavorato per Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano e figura di spicco dell’estrema destra del Paese, — ha ripetutamente affermato di essere coinvolto nella campagna elettorale in Brasile, ma non ha rivelato chi lo ha ingaggiato. A renderlo noto è il progetto di giornalismo indipendente Panamerican Dispatch sul quale si legge anche che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Cohen, il suo team aveva preparato una campagna direttamente legata ai Mondiali di calcio e l’eliminazione precoce del Brasile ha imposto modifiche rapide ai contenuti multimediali in fase di diffusione.

Sebbene il consulente israeliano non abbia dichiarato esplicitamente il nome del candidato per cui lavora, il clan Bolsonaro vanta legami consolidati con il governo di Benjamin Netanyahu, il quale ha peraltro espresso sostegno pubblico a Flávio. Al contrario, il presidente Lula è stato il primo leader brasiliano a recarsi in Palestina e ha ripetutamente accusato Tel Aviv di violazioni dei diritti umani a Gaza.

Fonti

https://g1.globo.com/politica/noticia/2026/10/14/senado-aprova-pec-do-fim-da-escala-6×1.ghtml

https://revistaforum.com.br/politica/cerimedo-flavio-bolsonaro-meta-lula

https://www.nytimes.com/2026/10/14/world/americas/brazil-president-lula-meta-bolsonaro.html

https://www.panamericandispatch.org/p/far-right-israeli-strategist-confirms

L'articolo Lula-Bolsonaro, sfida per la presidenza tra riforme sociali e manipolazione digitale proviene da InsideOver.

  •  

Risiko bancario, Mps verso l’ultima battaglia mentre incombe la sfida con Intesa

Il 29 ottobre l’assemblea dei soci di Monte dei Paschi di Siena (Mps) sarà chiamata a una scelta decisiva per il futuro del gruppo guidato da Luigi Lovaglio, protagonista su ogni fronte del risiko bancario che da oltre un anno e mezzo sta trasformando il panorama finanziario del sistema-Paese. I soci dovranno decidere sul piano del Ceo, tornato in sella ad aprile dopo esser stato estromesso dall’azienda sulla scia di una sinergia tra Delfin e i fondi internazionali, volto a lanciare offerte pubbliche di scambio, parallele, su Banca Generali e su Banco Bpm, elemento quest’ultimo ritenuto costitutivo per la definizione di un “Terzo Polo” nazionale della finanza, e per l’integrazione di Mediobanca. Alle spalle, incombe Intesa Sanpaolo, che a giugno ha messo sul tavolo 30 miliardi per scalare Mps e attende l’esito dell’assemblea senese per capire se la bocciatura del piano Lovaglio permetterà all’offerta del primo gruppo italiano, rilanciata nei giorni scorsi e portato a 1,6 azioni Intesa e 1,25 euro cash per ogni azione Mps ma ancora ritenuta insufficiente dal Cda senese.

Una difesa in profondità per il Ceo di Mps

L’azione di Lovaglio, a cui si somma la distribuzione di un dividendo straordinario, è paragonabile a un tentativo di difesa in profondità. Il risiko bancario non è una guerra di posizione ma una battaglia di manovra dove mosse e contromosse si susseguono in forma non lineare. Il vertice di Mps intende promuovere un’azione difensiva ponendo di fronte ai soci la prospettiva di un rafforzamento del sentiero avviato con il vittorioso affondo su Mediobanca, che ha posto Mps in una posizione più centrale nel risiko bancario italiano.

A tal proposito c’è da sottolineare che sul piano di Lovaglio Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio guidata dal presidente di Luxottica Francesco Milleri, che ha sostenuto l’ascesa in Mediobanca e ha rotto con Francesco Gaetano Caltagirone sul ritorno in scena di Lovaglio ad aprile, rompendo il fronte compatto che ha sostenuto l’azione su Piazzetta Cuccia, è ora nuovamente allineata al costruttore romano nel volersi opporre al progetto del Ceo.

La sfida del piano-Lovaglio

Delfin-Caltagirone-Edizione è un terzetto già visto nella battaglia per il Cda di Mediobanca di fine 2023, che vide la lista del primo gruppo sostenuto da Caltagirone e Benetton sconfitta dal Ceo Alberto Nagel, che ottene il successo in una battaglia di mercato tenendo le redini di Piazzetta Cuccia e una posizione forte in Assicurazioni Generali, di cui Mediobanca è primo azionista.

Corsi e ricorsi storici: fu il fallimentare tentativo di Nagel di far passare all’assemblea dei soci un piano di offerta pubblica di scambio su Banca Generali a spianare definitivamente la strada alla scalata di Mps sulla scia dell’azione promossa da Lovaglio nell’agosto 2025 e oggi il banchiere 71enne si trova a dover affrontare a Rocca Salimbeni una partita che passa anche per l’approvazione di un’operazione volta a aprire la porta a un’offerta indirizzata alla banca di Piazza Tre Torri. Chiaramente il contesto è molto cambiato, ma resta un minimo comune denominatore: Ceo che di fronte a sfide crescenti provano a difendere la posizione dei propri piani immaginando strategie a tutto campo e guardano al voto dei soci per capire la prospettiva di fattibilità.

“Per approvare le delibere straordinarie serve il voto favorevole dei due terzi del capitale presente: con un terzo già contrario, il margine per Lovaglio si assottiglia drasticamente”, nota StartMag, che al di là del terzetto Delfin-Cltagirone-Benetton ricorda che “tra gli investitori istituzionali presenti nell’azionariato di Mps figurano BlackRock, che detiene il 4,66% del capitale, oltre a Norges Bank Investment Management e Vanguard”, grandissimi nomi del capitalismo finanziario internazionale.. Le operazioni su Bpm e Banca Generali sono state bocciate dai proxy advisor dei fondi che saranno l’ago della bilancia decisivo per capire come si indiirzzerà la partita, mentre sembra più agevole il sentiero per l’integrazione Mps-Mediobanca deliberata dai rispettivi cda (un approfondimento di Advisor Online spiega bene i dettagli tecnici a riguardo).

Il risiko bancario è un rebus

In tal senso, la partita del risiko bancario sembra oggi, per citare Jorge Luis Borges, una “Biblioteca di Babele” finanziaria, dove ogni passaggio ne può aprire molti altri, ma è chiaro che il cda di Mps del 29 ottobre potrebbe essere l’occasione per rimettere ordine. O quantomeno distinguere gli scenari destinati ad essere plausibili da quelli remoti.

La sfida per il consolidamento proseguirà e Mps potrà aprire la strada a una nuova fase reattiva dopo l’operazione nei suoi confronti di Intesa o il piano Lovaglio sarà bocciato dai soci? Come si posizioneranno quei fondi internazionali che pochi mesi fa hanno rinnovato il mandato al Ceo e ora potrebbero aprire la strada alla bocciatura dei suoi piani? Se il piano sarà bocciato, quanto questo contribuirebbe a spingere l’offerta di Intesa che, ricordiamolo, è indipendente nelle logiche e segue binari propri? Quanto, in definitiva, questo poi impatterà sull’equilibrio del mondo bancario e assicurativo, tenendo conto che l’offerta di Intesa vede in prospettiva come partner Unipol e la partecipata Bper mentre, al contempo, l’asse Mps-Mediobanca richiama alla strategica partecipazione in Assicurazioni Generali? Queste domande non saranno risolte il 29 ottobre, ma l’indirizzo per molte risposte quel giorno si vedrà con più chiarezza, anche se l’unica certezza è che nulla è scolpito nella pietra nella partita della finanza tricolore.

Fonti

L'articolo Risiko bancario, Mps verso l’ultima battaglia mentre incombe la sfida con Intesa proviene da InsideOver.

  •  

Lo yuan corre. La Cina accelera il piano per trasformare il renminbi in valuta globale

Lo yuan, zitto zitto e nel silenzio generale, si sta avvicinando al dollaro a velocità sorprendente. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati che ha fatto registrare il Cross-Border Interbank Payment System (Cips), e cioè l’infrastruttura cinese che trasferisce denaro tra le banche globali in renminbi.

Ad agosto il sistema ha registrato un record nei volumi medi giornalieri, mentre nell’intero mese ha elaborato 19.400 miliardi di yuan, equivalenti a circa 2.800 miliardi di dollari, attraverso 791.000 operazioni. Il confronto con Swift, la rete internazionale di messaggistica finanziaria che facilita flussi superiori a 5.000 miliardi di dollari al giorno, evidenzia ancora l’enorme divario tra i due circuiti.

Ci sono tuttavia due aspetti che meritano attenzione. Il primo è che Pechino ha accelerato i piani per rendere lo yuan una valuta globale, mentre il secondo tema riguarda l’impennata dei pagamenti in renminbi della scorsa primavera, quando la guerra in Iran ha spinto le aziende sanzionate a cercare un metodo alternativo per aggirare Washington. Ebbene, quello non era affatto un episodio isolato ma l’inizio di un periodo favorevole.

Yuan globale

Sia chiaro: il dollaro continua a dominare gli scambi commerciali e non esistono, almeno nel breve periodo, casistiche concrete che possano metterlo in discussione. È altrettanto vero che la Cina non ha alcuna intenzione di demolire l’ordine guidato dal biglietto verde. Pechino vuole semmai costruire un sistema finanziario parallelo, che è un lavoro molto diverso dalla semplice demolizione di un network esistente.

“I dati generali rimangono stabili. Ma guardando più a fondo emergono alcuni segnali preoccupanti”, ha intanto spiegato in parole povere Josh Lipsky, responsabile del dipartimento di Economia internazionale dell’Atlantic Council.

Se, infatti, è vero che il ruolo dello yuan nelle riserve delle banche centrali globali è diminuito dal 2022, e questo nonostante la Cina continui a immettere la propria valuta nelle economie in via di sviluppo attraverso le linee di swap interbancarie, è altrettanto vero, ha fatto notare Semafor, che il numero di partecipanti diretti al sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri di Pechino è raddoppiato dallo scoppio della guerra in Ucraina.

Il piano della Cina

Nel momento in cui scriviamo lo yuan è la seconda valuta più utilizzata nel finanziamento del commercio globale. Secondo quanto riportato da Bloomberg, la Cina starebbe sfruttando il momento propizio per concentrarsi sullo sviluppo delle infrastrutture necessarie per espandere l’utilizzo del renminbi negli investimenti globali, ma anche per rafforzarne il ruolo di valuta di riserva.

Detto altrimenti, il Dragone non sta soltanto convincendo i suoi partner a regolare le transazioni in yuan: sta anche cercando di garantire che la valuta disponga di sufficiente liquidità, canali di finanziamento, prodotti di investimento e riserve per poter svolgere un ruolo più importante nei portafogli globali e nei flussi di capitali.

In questo senso, come ha fatto lo stesso Bloomberg, i progressi compiuti dalla Cina possono essere sintetizzati in quattro fronti: nell’ampliamento dei prodotti di investimento offshore in yuan, aumentando anche portata e frequenza delle emissioni di titoli di Stato a Hong Kong; nell’introduzione di derivati e strumenti di copertura per ridurre i rischi legati alle oscillazioni della valuta; nel rafforzamento del ruolo dello yuan nei finanziamenti, ampliando i canali disponibili in Cina continentale e all’estero; e nel potenziamento delle infrastrutture transfrontaliere di compensazione e regolamento dei pagamenti in renminbi. Il lavoro da fare è ancora tantissimo ma Pechino ha accelerato.

L'articolo Lo yuan corre. La Cina accelera il piano per trasformare il renminbi in valuta globale proviene da InsideOver.

  •  

Trump attacca ancora Zelensky: “Ha distrutto il suo Paese”

Trump

“Non sono un grande fan di Zelensky, ha distrutto il suo Paese”, ha dichiarato Trump in un’intervista a Newsmax. A sostegno delle sue parole, Trump ha citato un’intervista che ha visto di recente con una giovane ucraina, che accusa Zelensky di aver distrutto lo Stato e causato la morte della popolazione maschile dell’Ucraina.

Trump: "Zelensky is not a good guy for us to deal with… They're not going to settle with him. He doesn't want to settle. He says he wants to settle, but he doesn't. I'm not a big fan of Zelensky. They've destroyed their country."

pic.twitter.com/hAS9x2ZV4S

— Ivan Katchanovski (@I_Katchanovski) October 16, 2026

L'articolo Trump attacca ancora Zelensky: “Ha distrutto il suo Paese” proviene da InsideOver.

  •  

Trump alza il tiro contro i giovani dem: il caso Omar diventa un banco di prova per le midterm

La perquisizione nell’abitazione di Ilhan Omar a Washington potrebbe rappresentare qualcosa di più di un nuovo capitolo dello scontro tra Donald Trump e una delle sue più accese oppositrici. A meno di tre settimane dalle midterm, l’intervento degli agenti federali nella casa della deputata del Minnesota ha riportato al centro del dibattito una questione destinata ad accompagnare l’ultima fase della campagna elettorale: fino a che punto lo scontro politico tra la Casa Bianca e l’opposizione può intrecciarsi con l’azione delle istituzioni investigative?

L’operazione, condotta il 12 ottobre dagli agenti della Homeland Security Investigations nell’ambito di un’indagine penale federale, è stata eseguita sulla base di un mandato autorizzato dall’autorità giudiziaria. Il Dipartimento di Giustizia non ha però chiarito ufficialmente la natura delle contestazioni né reso pubblici elementi che consentano di stabilire quali responsabilità siano eventualmente attribuite alla parlamentare. Gli agenti federali hanno fatto irruzione nell’abitazione della deputata alle prime luci dell’alba, trattenendosi per circa cinque ore alla ricerca di documenti compilati dal padre, oggi defunto, durante la sua infanzia. Omar ha denunciato l’operazione come un tentativo di intimidazione politica, accusando Trump di perseguitarla da un decennio attraverso accuse infondate e campagne diffamatorie. “Non riusciranno a mettermi a tacere”, ha assicurato.

Da tempo il presidente mette in discussione la legittimità della sua cittadinanza americana, rilanciando anche l’accusa, mai dimostrata, di aver sposato addirittura suo fratello. Nell’ultimo anno, inoltre, la deputata è tornata al centro degli attacchi repubblicani per uno scandalo di frodi ai danni dei programmi di assistenza sociale del Minnesota. Secondo gli investigatori federali, alcuni esponenti della comunità somala avrebbero ottenuto ingenti somme pubbliche fatturando servizi mai erogati. Non risultano, tuttavia, elementi che dimostrino un coinvolgimento personale di Omar in questo scandalo.

Tempismo perfetto, non c’è che dire, considerando che il Dipartimento di Giustizia segue tradizionalmente una prassi di cautela rispetto alle iniziative investigative pubbliche che possono interferire con una consultazione elettorale imminente. Il mandato giudiziario conferma l’esistenza di un procedimento, ma non risolve gli interrogativi sulle ragioni della sua esecuzione proprio in questa fase della campagna.

Per comprendere lo scontro tra la deputata, membro di spicco della cosiddetta “Squad”, bisogna tornare al 2018, quando Omar arrivò alla Camera dei Rappresentanti, diventando una delle prime due donne musulmane elette al Congresso e la prima rifugiata africana a ottenere un seggio. Nata in Somalia e naturalizzata americana nel 2000, è diventata rapidamente uno dei volti più riconoscibili della nuova sinistra democratica, soprattutto per le sue posizioni sull’immigrazione, sulla politica estera statunitense e sui diritti delle minoranze.

La sua appartenenza al gruppo di parlamentari progressiste emerso durante il primo mandato di Trump, l’ha resa un bersaglio ricorrente degli attacchi repubblicani. Una contrapposizione che ha attraversato quasi un decennio, passando dalle polemiche sull’identità nazionale alle accuse relative alle sue posizioni su Israele, fino alle contestazioni riguardanti la storia migratoria della sua famiglia. Nei mesi scorsi, il vicepresidente JD Vance aveva pubblicamente accusato Omar di presunte irregolarità sui suoi documenti e sul suo ingresso nel Paese, senza presentare mai prove a sostegno delle proprie affermazioni. Aveva inoltre riferito di aver discusso con Stephen Miller, uno dei principali consiglieri della Casa Bianca, le possibili iniziative da intraprendere nei confronti della deputata. Pochi giorni prima dell’intervento federale, durante un comizio in Tennessee, Trump era tornato ad attaccare Omar, facendo riferimento alle sue origini somale e suggerendo che Vance e altri esponenti dell’amministrazione si stessero occupando del suo caso.

Questi attacchi al vetriolo nei confronti dei progressisti dem riflettono un certo nervosismo nel Gop man mano che il 3 novembre si avvicina. Dall’altro lato anche nei Democratici le acque sono agitate: le primarie democratiche hanno già mostrato segnali significativi. Ad agosto, sette deputati democratici uscenti sono stati sconfitti nelle rispettive primarie, cinque dei quali avevano raggiunto l’età pensionabile. In Colorado, la veterana Diana DeGette ha perso contro la ventinovenne socialista democratica Melat Kiros. In Connecticut, John Larson, 78 anni, è stato sconfitto dall’ex sindaco Luke Bronin. Episodi che mostrano come una parte dell’elettorato democratico chieda un ricambio della classe dirigente, sebbene le ragioni delle singole sconfitte non siano riconducibili esclusivamente all’età o all’orientamento ideologico dei candidati.

In questo scenario, Alexandria Ocasio-Cortez continua a rappresentare uno dei principali riferimenti della componente progressista. La deputata newyorkese sta utilizzando le midterm anche per consolidare la propria rete politica nazionale, sostenendo candidati che condividono parte della sua agenda economica e sociale. In Michigan, per esempio, ha appoggiato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato e possibile primo senatore musulmano degli Stati Uniti, sul quale i repubblicani hanno concentrato l’ennesima campagna diffamatoria. La competizione in Michigan è, infatti, un banco di prova per la capacità della sinistra democratica di parlare anche a elettori indipendenti e moderati. El-Sayed, dal canto suo, ha respinto la rappresentazione repubblicana delle proprie proposte come radicali, insistendo su sanità pubblica e difficoltà economiche delle famiglie.

Per Trump e i repubblicani, esponenti come questi incarnano una visione del Partito democratico che può essere contestata su immigrazione, identità nazionale, socialismo democratico e politica estera. Per una parte della base democratica, invece, quelle stesse figure rappresentano la disponibilità a confrontarsi direttamente con il presidente, senza affidarsi esclusivamente ai tradizionali strumenti della mediazione parlamentare.

Il contesto elettorale rende ora particolarmente delicata la vicenda Omar. Secondo una rilevazione del Pew Research Center pubblicata l’8 ottobre, il 44% degli elettori registrati esprimeva una preferenza per i democratici nelle elezioni nazionali della Camera, contro il 36% per i repubblicani: un vantaggio di otto punti percentuali che, pur non traducendosi automaticamente in seggi, fotografa il clima politico alla vigilia del voto. I democratici stanno inoltre ampliando la propria presenza elettorale in territori tradizionalmente repubblicani. I dem stanno tentando di rendere competitive decine di circoscrizioni controllate dal Grand Old Party, anche per costringere gli avversari a distribuire risorse finanziarie e organizzative su un territorio più vasto. Tra i fattori che alimentano questa strategia figurano le preoccupazioni per il costo della vita, gli effetti dei dazi e le conseguenze economiche della guerra con l’Iran.

Il sondaggio, inoltre, condotto tra il 28 settembre e il 4 ottobre, rileva inoltre che il tasso di approvazione di Trump si attesta ora al 30%, il più basso del suo secondo mandato. La maggior parte degli elettori (63%) considera Trump un fattore determinante nella scelta del candidato al Congresso, con una percentuale nettamente superiore (44%) che interpreta la propria scelta come un voto contro il presidente piuttosto che a suo favore (19%).

L'articolo Trump alza il tiro contro i giovani dem: il caso Omar diventa un banco di prova per le midterm proviene da InsideOver.

  •  

I viaggiatori invisibili tra le due Ucraine

ucraina

I due eserciti sono divisi dalle trincee, ma tra la gente comune il muro è invisibile. Da quando la Russia ha strappato all’Ucraina un quinto del suo territorio, la realtà dei territori occupati è attraversata da un flusso costante di persone che continuano a muoversi. Per molti cittadini ucraini – manovali, operai specializzati, badanti, agricoltori – la geografia del conflitto supera la mappa delle ostilità sul terreno, segnata dai quasi impercettibili mutamenti delle linee di attrito, e diventa un groviglio di trasporti informali. C’è chi si organizza su Telegram, ad esempio, e sale a bordo di minibus con targa bielorussa che partono nelle prime ore dell’alba, nel silenzio spettrale dei parcheggi dei centri commerciali.

Gli spostamenti avvengono in due direzioni: c’è chi cerca di sfuggire dalla morsa di Mosca, e chi decide di fare ritorno, anche solo temporaneamente, nelle zone controllate dalle forze russe. Volersi prendere cura dei genitori anziani, la necessità di salvare una casa dalla confisca o il semplice e disperato desiderio di rivedere la comunità in cui si è nati e cresciuti, anche se solo per un po’.

Le vie d’accesso verso i territori occupati si sono ristrette con il passare dei mesi. Dopo la chiusura dei valichi diretti lungo la linea del fronte, le rotte sono diventate arzigogolate e dispendiose. Gli ucraini che vogliono tornare nell’Ucraina ormai sotto il pugno del Cremlino partono dall’Europa occidentale e devono attraversare diversi Paesi e sottoporsi alla temuta filtratsia, la procedura di controllo di sicurezza gestita dall’FSB all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca. Questo passaggio prevede lunghi interrogatori, l’ispezione approfondita degli smartphone e il rischio concreto di arresto o respingimento.

La vera linea di confine

Sono spostamenti che hanno un costo economico ed esistenziale notevole. La ricercatrice Sophie Lambroschini, nello studio pubblicato dal centro di ricerca ZOiS, ci spiega come il possesso dei documenti sia la variabile decisiva: l’imposizione del passaporto russo nelle zone occupate crea un paradosso normativo che costringe i cittadini a destreggiarsi tra requisiti opposti per non perdere il diritto di proprietà o la libertà di movimento. Sul fronte opposto, il corridoio umanitario tra Kolotilovka e Pokrovka è stato a lungo uno dei pochi punti di rientro diretto verso il territorio controllato da Kyiv, descritto nei reportage di Aleksander Palikot per RFE/RL. Persone come Kateryna Arisoy lavorano con le organizzazioni di volontari per offrire assistenza immediata e supporto psicologico a chi riesce a tornare. La distanza da ciò che si considera come “casa” non si misura più in chilometri, ma nella pazienza necessaria a ripercorrere, ancora una volta, la stessa strada.

A guardare da vicino queste storie, resta la sensazione che la linea di confine più difficile da attraversare sia quella tra gli ucraini che sono rimasti e quelli che sono partiti, tra chi ha accettato, o dovuto accettare, un documento per sopravvivere, e chi guarda a quella scelta con sospetto. Tra gli ucraini che in qualche modo sono stati assimilati, o hanno scelto di esserlo, magari anche per convinzione culturale o idologica, e quelli che invece vivono come stranieri nel territorio che un tempo aveva un’altra bandiera. In questo spazio intermedio si consuma il destino di migliaia di persone che cercano soltanto di tenere insieme i cocci di una vita frammentata.

L'articolo I viaggiatori invisibili tra le due Ucraine proviene da InsideOver.

  •  

Perché Stellantis sbugiarda l’Ue e si affida al salvagente cinese

Avete visto cosa è successo all’ultimo Salone dell’Auto di Parigi? In uno dei più importanti saloni dell’automobile del mondo c’erano ben 20 marchi cinesi a esporre i propri modelli: un record assoluto a conferma della continua centralità che stanno acquisendo le quattro ruote del Dragone in Europa.

Del resto, con il mercato statunitense chiuso ai brand d’oltre Muraglia e la situazione all’ombra della Città Proibita gravata da una concorrenza sfrenata, il Vecchio Continente rappresenta l’unica vera ancora di salvezza per la maggior parte delle case automobilistiche cinesi. “Se riducono le esportazioni in Europa sono destinate a fallire”, ha dichiarato Francois Roudier, segretario generale dell’Organizzazione internazionale dei costruttori di autoveicoli.

Allo stesso tempo, tuttavia, i colossi europei non possono fare a meno di collaborare con la Cina per recuperare il terreno perso sul fronte dell’elettrificazione e della tecnologia.

L’esempio più emblematico chiama in causa Stellantis, tornata sotto i riflettori proprio a Parigi, dove ha presentato diverse auto intriganti molte delle quali plasmate, affinate, migliorate dal know-how più o meno diretto dei suoi partner cinesi.

Antonio Filosa

Stellantis chiama, la Cina risponde

Il gigante guidato da Antonio Filosa ha scelto di legarsi a doppia mandata con il Dragone. Due sono le intese raggiunte da Stellantis in Cina: una, storica, con Dongfeng, appena rinnovata con una nuova joint venture da circa 1 miliardo di euro, e l’altra, più recente, risalente al 2023, con Leapmotor.

Ecco: Leapmotor può essere considerato il motore economico alla base del recente sprint di Stellantis in Europa. Basta dare un’occhiata ai numeri per scoprire che il marchio cinese vale il 63% della crescita europea del gruppo e che ha contribuito con 34mila consegne aggiuntive alle 54mila guadagnate nel terzo trimestre dell’anno.

Per quanto riguarda Dongfeng, l’intesa prevede la produzione a Wuhan di due modelli fuoristrada Jeep e altrettanti di Peugeot a energia alternativa a partire dal 2027.

“Abbiamo già la collaborazione strategica con Leapmotor. Ma se trovassimo l’opportunità di sviluppare nuovi sistemi con Dongfeng lo faremo senz’altro. Siamo aperti a qualsiasi collaborazione in cui possiamo crescere e imparare”, ha dichiarato da Parigi Ned Curic, responsabile tecnologie di Stellantis, a chi gli chiedeva informazioni in merito al rafforzamento di possibili partnership hi-tech con la casa automobilistica cinese.

Salvagente cinese

Filosa ha fatto sapere che Stellantis intende sfruttare le partnership con le case automobilistiche cinesi per mantenere aperti i suoi stabilimenti europei e sfruttare al meglio le capacità tecnologiche provenienti da oltre Muraglia. L’obiettivo finale? Combinare le innovazioni che hanno consentito all’automotive cinese di spiccare il volo con la propria esperienza produttiva, la rete di vendita e la conoscenza dei clienti, così da sviluppare nuovi modelli e usarli per aumentare la presenza in mercati strategici.

Le auto sfornate dalle fabbriche cinesi saranno esportate nel Sud Est Asiatico, in Medio Oriente, in America Latina e, teoricamente, anche in Europa. Stellantis non ha intenzione di espandere le vendite in Cina visto che il mercato locale, come anticipato, sta attraversando un momento delicato e che i consumatori cinesi non prediligono più i marchi stranieri come un tempo.

A proposito: la quota di mercato dei costruttori esteri in terra cinese è scesa a circa il 30% nel 2025 rispetto al 64% del 2020. Meglio fare affari altrove.

Automotive Stellantis produzione industriale

L'articolo Perché Stellantis sbugiarda l’Ue e si affida al salvagente cinese proviene da InsideOver.

  •  

Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE

Made in Europe

Il recente tentativo di tre eurodeputati del Partito Popolare Europeo (PPE) di silurare l’Industrial Accelerator Act, disegno di legge chiave dell’UE sull’industria, ha messo a nudo profonde divisioni interne al Parlamento su quanto l’Europa debba spingersi per proteggere i propri produttori dalla concorrenza straniera.

L’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2026 e nato sulla scia del Rapporto Draghi nell’Europa del 2024, schiacciata tra l’aggressività degli Stati Uniti (con i massicci sussidi dell’Inflation Reduction Act) e il dominio industriale della Cina, vuole segnare il passaggio da un modello di mercato aperto e non discriminatorio ad uno volto a rafforzare e tutelare la produzione manifatturiera interna, a creare nuovi posti di lavoro nell’UE sostenendo, al contempo, l’adozione da parte dell’industria di tecnologie più pulite. 

In sostanza, si propone di indirizzare appalti pubblici e sussidi verso imprese che operano in settori che “rivestono un’importanza strategica per l’economia dell’UE”, quelli ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio, prodotti chimici), tecnologie a zero emissioni nette, e componenti automobilistici; che fanno fronte a forti pressioni competitive e strutturali. L’obbiettivo è quello di ridurre la dipendenza produttiva dall’estero, portando la quota del settore manifatturiero sul PIL dell’UE al 20 % entro il 2035, rispetto al 14,3% del 2024.

La spesa del denaro pubblico dovrebbe essere vincolata a quote minime di produzione interna, limiti temporali e geografici, legata a vincoli molto stringenti, formalizzati per la prima volta nel criterio del Made in EU.

Ma cosa significa? Significa che, ad esempio, i produttori di veicoli elettrici per ricevere denaro pubblico dovrebbero assicurare che tali veicoli siano assemblati nell’Unione e che il 70% dei loro componenti, escludendo la batteria, sia prodotto in Europa sei mesi dopo l’entrata in vigore della legge.

Per conoscere gli altri vincoli: https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/industrial-accelerator-act-legge-ue/.

Il Made in Europe fuori dall’Europa: divisioni nell’Europarlamento

Per quanto riguarda la delimitazione territoriale prevista dal disegno originario, i Paesi che accordano alle imprese dell’UE accesso libero ai propri mercati sono considerati alla stregua dei Paesi dell’Unione, al fine di favorire una maggiore reciprocità negli appalti pubblici. Allo stesso modo i prodotti provenienti da partner con i quali l’Unione Europea ha concluso un accordo che istituisce una zona di libero scambio o un’unione doganale, o che arrivano dai 21 paesi non UE firmatari dell’Accordo sugli appalti pubblici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono considerati Made in Europe.

La definizione del Made in Europe ha costituito da subito un terreno di scontro tra le correnti politiche e gli Stati europei, che non riuscivano a trovare un’accordo su una definizione univoca per il disegno di legge.  

Anche in questa occasione, l’emendamento firmato da 20 eurodeputati del PPE, presentato martedì scorso da Christian Ehler, Angelika Niebler e Jörgen Warborn, è stato motivato dal fatto che un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe “far sprofondare il blocco in molteplici guerre commerciali con alcuni dei nostri partner più stretti”.

È evidente che la possibilità di affossare definitivamente la legislazione non si concretizzerà, vista l’esigua minoranza di 20 eurodeputati su 184 che hanno firmato l’emendamento di reiezione. Tale iniziativa va intesa, piuttosto, come un  “segnale politico”, dato che più della metà del gruppo di Ursula von der Leyen sostiene una definizione più ampia di Made in Europe,  secondo un funzionario del Parlamento informato sui negoziati.

D’altra parte gli eurodeputati— Christophe Grudler di Renew, il socialista Pierre Jouvet e la verde Anna Cavazzini — che guidano i lavori del Parlamento sul testo dell’IAA sostengono che estendere troppo il trattamento preferenziale vanificherebbe lo scopo della legislazione. 

Scontri tra portatori di interesse

Tra i vari attori che si esprimono in merito, vanno considerate anche le posizioni delle organizzazioni ambientaliste che contestano l’impostazione “Buy European” dell’IAA, chiedendo criteri ambientali più stringenti, non basati sulla provenienza geografica, e quelle di chi evidenzia il rischio che il provvedimento favorisca alcune filiere industriali senza una reale spinta alla circolarità e alla riduzione delle emissioni. 

I sostenitori del libero mercato e i rappresentanti dei consumatori, invece, temono che l’obbligo di comprare europeo provochi un aumento eccessivo dei costi per le opere pubbliche e la transizione verde (sebbene recenti studi del Jacques Delors Centre tendano a ridimensionare questo allarme).

Francia contro Germania

Le fratture sulle disposizioni centrali del Made in Europe arrivano da diverse parti e rischiano di paralizzare i negoziati all’interno del Parlamento europeo, ma anche i governi dell’UE stanno faticando a trovare un accordo su quanto restrittiva debba essere la definizione di Made in Europe: la Francia spinge per riservare il trattamento preferenziale a un gruppo relativamente ristretto di Paesi, con il sostegno di Italia, Grecia e Cipro,  mentre la Germania, con 13 Paesi membri al seguito, è più orientata al libero scambio e vorrebbe estendere la denominazione ad una gamma più ampia di partner commerciali, trasformandola piuttosto in un Made with Europe. 

La posizione della Germania è facilmente riconducibile alla rilevanza del settore siderurgico ed automotive per l’Economia del Paese, trainati da grandi gruppi industriali (come Volkswagen) ormai multinazionali che esercitando forti pressioni per modificare, in senso estensivo, il “Made in Europe”, chiedendo che non consideri unicamente il luogo di fabbricazione dei componenti, ma che venga valorizzato l’intero ecosistema di valore creato in UE, includendo investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), ingegneria e progettazione.

La distinzione è importante anche oltre i confini dell’UE. Sebbene la Cina sia il bersaglio principale delle misure proposte, un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe penalizzare partner stretti come il Regno Unito, che sta facendo pressioni per ottenere un trattamento favorevole in vista del vertice di novembre sul riavvio delle relazioni con l’UE.

Cos’è cambiato oggi? Il dibattito e i negoziati correnti

I 5.300 emendamenti alla bozza di relazione redatta da Grudler, Jouvet e Cavazzini rivelano modelli concorrenti ed esplicitando la difficoltà di trovare un compromesso praticabile su una proposta unica.

A distanza di mesi dalla proposta iniziale, il testo al centro di una serrata trattativa e di forti scontri politici nel Consiglio dell’Unione Europea e nel Parlamento Europeo, è atteso al voto definitivo per entrare in vigore tra il 2027 e il 2028. I testi di compromesso elaborati in sede di Consiglio UE stanno introducendo modifiche significative rispetto alla proposta originaria della Commissione per rendere i requisiti applicabili ed evitare paralisi commerciali.

La domanda rimane: l’Industrial Accelerator Act riuscirà veramente a sancire la fine della neutralità commerciale dell’Europa di fronte alle guerre dei sussidi globali, attraverso un compromesso equilibrato che protegga la sovranità produttiva europea senza scivolare in un protezionismo inefficiente che finirebbe per rallentare o rendere troppo costosa la stessa transizione energetica?

L'articolo Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE proviene da InsideOver.

  •  

Regno Unito: la Tassa di Putin da 2 miliardi di sterline che imbarazza il governo Burnham

Regno Unito

L’ultimo della serie è stato Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, il servizio di controspionaggio britannico. McCallum ha suonato l’allarme: negli ultimi dieci anni, ha detto, le minacce contro il Regno Unito da parte di altre entità statali sono quadruplicate, con la Russia come “aggressore numero uno”. La cosa interessante, però, è che l’alto funzionario non si è perso nelle solite geremiadi sulla democrazia in pericolo o sul nemico alle porte ma ha lamentato che tutto ciò costringa “l’MI5 a destinare al contrasto delle attività di Stati esteri più risorse oggi di quale ne impiegasse durante la guerra fredda”.

Negli ultimi tempi, infatti, complice la crisi economica generale e, forse, anche l’impossibilità di spingere il sostegno all’Ucraina e il confronto con la Russia oltre certi limiti, le autorità del Regno Unito si preoccupano molto… delle spese. Ovvero di quanto costi in milioni di sterline scontrarsi con un avversario non solo aggressivo e tenace ma anche militarmente e tecnologicamente preparato. Tale preoccupazione si è manifestata appieno, e si è per così dire sistematizzata, nel momento in cui Graeme Downie, parlamentare scozzese del Partito Laburista, ha presentato al governo di Andy Burnham un’interrogazione per conoscere il costo degli attacchi cyber russi e soprattutto il loro costo. Accompagnando il tutto con una ricerca intitolata, non si sa se con amarezza o con humour inglese, The Putin Tax, che presenta una stima autonoma di quanto il governo britannico spenda per contrastare le operazioni di influenza russe. O per essere più precisi: di quanto tali operazioni costino al Regno Unito, perché dal governo a Downie non è arrivata alcuna risposta.

La questione è tutt’altro che peregrina e la mossa del parlamentare è stata subito appoggiata dal Royal United Services Institute (RUSI), il più antico think tank del Regno Unito, che ha subito scritto: “La raccolta di prove sul costo dell’ostilità russa aiuterà il governo a giustificare le proprie scelte di spesa, a rafforzare la necessità di un’efficace resilienza del settore pubblico e privato e a individuare i settori in cui gli investimenti avrebbero il maggiore impatto economico. Questa lacuna è importante e merita attenzione. In un’epoca in cui i governi collegano la sicurezza economica e quella nazionale in ogni occasione, proteggere le imprese dalle interruzioni e ridurre al minimo il dirottamento di risorse pubbliche già limitate verso la ripresa e la protezione dovrebbe essere una priorità. Comprendere il costo inflitto dall’ostilità del Cremlino dovrebbe guidare il governo nel determinare e dare priorità alla propria risposta”. Come dire: hai pochi soldi, se non sai quanto devi spendere come puoi decidere dove spendere?

Il rapporto del parlamentare laburista avanza una stima per difetto: tra 2 e 2,5 miliardi di sterline l’anno, cioè tra 2,36 e 3 miliardi di euro. Così ripartiti: tra 0,4 e 0,5 miliardi di sterline per gli attacchi russi provati (droni sugli aeroporti e simili); 1,47 miliardi per le attività cyber russe; tra 250 e 500 milioni per il danneggiamento dei cavi sottomarini; il resto per l’impatto economico generale e le spese di prevenzione di future minacce. Per difetto, la stima, perché gli stessi estensori del rapporto pensano di non essere riusciti a calcolare tutto né a identificare ogni possibile conseguenza del braccio di ferro in corso. Per esempio: dal 2022 a oggi, le autorità britanniche hanno registrato 300 attacchi cyber attribuibili alla Russia. E’ relativamente facile calcolare il costo dei 300 singoli interventi per rispondere a ogni singolo attacco. Ma quanto è costato il “disturbo”, il turbamento delle regolari attività economiche, per esempio? Difficile dirlo.

Altro esempio, assai dibattuto nel rapporto, di tassa di Putin: l’attacco cyber contro Jaguar Land Rover del 31 agosto 2025, il più grave di sempre per il Regno Unito, che portò al blocco delle attività industriali per tre settimane. Per essere precisi, dobbiamo ricordare che poco dopo l’attacco fu rivendicato su Telegram da un gruppo chiamato Scattered Lapsus$ Hunters, il che fece pensare a un’effrazione realizzata in collaborazione da Scattered Spider, Lapsus$ e ShinyHunters, tre gruppi di criminalità informatica di lingua inglese. Poi le autorità investigative decisero che il colpevole, invece, stava a Mosca e noi stiamo qui a questa versione. Il danno subito dall’azienda è stato calcolato in 1,9 miliardi di sterline, Ma che dire, per esempio, del calo dei consumi per gli operai e gli impiegati lasciati a casa per un mese? E i danni ai fornitori e ai clienti?

Come dicevamo, il governo Burham ha mostrato un certo imbarazzo nell’affrontare l’argomento tassa di Putin. Perché non ha le risposte, o perché è meglio che le risposte restino riservate, non è dato sapere. Il pur compassato RUSI ha molto criticato questo atteggiamento, coniando uno slogan efficace: “What gets measured, gets done”, ciò che si misura vien poi fatto. E di conseguenza ha proposto l’istituzione di una speciale commissione incaricata, appunto, di prendere le misure alla tassa di Putin per offrire una base concreta e una direzione agli interventi dell’esecutivo. Si farà? Basterà? Certo è che la discussione dei britannici può aprire una strada a tanti altri Paesi, all’insegna della realtà più tipica di questi anni: il legame sempre più stretto tra economia e sicurezza.

Riferimenti

Per le dichiarazioni di McCallum: https://t.me/letteradamosca/38871

Per la ricerca The Putin Tax: https://graemedownie.com/wp-content/uploads/2026/10/PUTIN-TAX-FINAL-COMPLETED.pdf

Per l’attacco a Jaguar Land Rover: https://www.wired.it/article/jaguar-land-rover-cyberattacco-filiera-conseguenze-perdite-licenziamenti/

Per la presa di posizione del RUSI: https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/putin-tax-and-cost-russian-hostility-britain

L'articolo Regno Unito: la Tassa di Putin da 2 miliardi di sterline che imbarazza il governo Burnham proviene da InsideOver.

  •  

L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

L'affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

Su Haaretz, l’ironico e intelligente articolo di Zvi Bar’el sull’affanno di Netanyahu, alla disperata ricerca di una nuova guerra che gli consenta di vincere o annullare le elezioni israeliane: “Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per lanciare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione”.

As the Election Clock Ticks Down, Netanyahu Is Running Out of Wars to Win

“Il presidente americano Donald Trump lo tiene in una morsa da Est, rimandando la ripresa della guerra con l’Iran. Anche il Libano non è più un fronte interessante, dopo che il nostro amico americano vi ha riversato la sua forza distruttiva, limitando le nostre operazioni [che però proseguono, pur se meno massive ndr.]. La Siria parla di accordi di sicurezza [con Israele] e intona canti di pace. Gaza continua a mietere vittime ogni giorno, ma la salvezza elettorale non arriverà dalla Striscia. Né ci si può fidare degli Houthi dello Yemen. Quei bastardi stanno mantenendo la promessa fatta a Trump di non attaccare obiettivi israeliani”.

“Persino i palestinesi della Cisgiordania si sono addormentati sul più bello. Invece di lanciare un’intifada, una rivolta armata contro i pogrom perpetrati ai loro danni da bande criminali di coloni appoggiate dalla maggioranza ‘normale e pacifica’ [del Paese], si lamentano sui media. Per un momento, si era quasi sperato che gli agenti della polizia palestinese potessero puntare le armi contro soldati e civili israeliani, dando al primo ministro e al ministro della Difesa la guerra che tanto desideravano. Ma anche in questo caso, ‘l’Autorità Palestinese terroristica’ si è dimostrata incapace di mantenere le promesse”.

“In sintesi, gli arabi stanno ancora una volta perdendo l’opportunità di costruire un rapporto di fiducia con il governo, dimostrando che nei momenti difficili non ci si può fidare di loro. Peggio ancora, il loro rifiuto di fornire a Israele un pretesto per aprire un nuovo fronte equivale a una palese interferenza nelle nostre elezioni, rivelando una chiara inclinazione di sinistra e un aperto sostegno a Gadi Eisenkot [il competitor di Netanyahu ndr.]”.

“Un nuovo slogan è già in circolazione sulla stampa, che intona con gioia che ‘da Riad a Ramallah, tutti sono con Eisenkot’. Non c’è bisogno di sottolineare la ‘partnership’ di Eisenkot con gli arabi israeliani quando gli Houthi, i gazawi, i siriani e i libanesi ballano tutti al ritmo delle sue canzoni”.

Anche l’Arabia Saudita è della partita, prosegue Bar’el, dal momento che il principe ereditario Mohamed bin Salman (Mbs) ha rifiutato le avances di Netanyahu, pronto a impelagarsi nel conflitto yemenita a fianco di Riad e contro gli Houti pur di ottenere la sospirata guerra.

Gli è andata male anche su questo fronte, con il principe che gli ha risposto picche: senza uno Stato palestinese, ha risposto, non gli è possibile accettare la partnership militare né aderire agli accordi di Abramo, sviluppo implicito nell’offerta di Bibi.

Tale rifiuto, secondo Bar’el, sarebbe motivato dal fatto che il principe è uomo di principi. In realtà, al principe poco importa della sorte dei palestinesi, ma molto della sua, che nel caso avesse accettato gli avrebbe riservato l’impiccagione sulla pubblica piazza da parte del suo popolo o, alternativa ancora più realistica, di essere spodestato da un golpe simile a quello che “pose fine alla monarchia irachena e uccise ogni singolo membro della famiglia regnante Husseini il 14 luglio 1958”.

Uno scenario evocato da Edward Luttwak, uno dei tanti portavoce dello Stato profondo americano, che in una nota recente ha dettagliato la crisi che attanaglia il Regno, dove l’accentramento del potere avvenuto sotto la reggenza del pargolo della Casa Saud ha creato malumori sempre più diffusi e profondi (sul malumore delle tribù saudite rimandiamo a un articolo di Piccolenote).

Il cenno di Luttwak è stato ripreso da Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute, che lo ha commentato così: “Il timore di MbS è che un pilota di F-15, al di fuori della ristretta cerchia degli stipendiati della famiglia reale, possa scegliere di attaccare uno dei palazzi principeschi del Regno (invece di colpire un obiettivo di AnsarAllah) come preludio a una vera e propria rivolta militare. Non si tratta di una minaccia fantasiosa: un saudita navigato ha ricordato di aver sentito di recente un giovane ufficiale saudita minacciare proprio questo”.

Mohammed bin Salman is more at risk internally than from AnsarAllah attacks

La ricerca affannosa di una nuova guerra da parte di Netanyahu non nasce da un’ispirazione improvvisa né serve solo a eludere la ghigliottina delle elezioni (alla quale, però, può ancora scampare dal momento che la sconfitta non è scontata). Infatti, appartiene al suo armamentario ideologico, che ha in Sparta un modello ideale al quale Israele deve aspirare, come ebbe a dire in un ispirato discorso che ebbe vasta eco nel mondo, ricordato oggi da Uri Misgav su Haaretz.

Bibi's Supporters Must Hope He Loses

Un discorso, un ideale, che ha suscitato perplessità e aspre critiche in ambito ebraico. Tanto che qualcuno ha sommessamente ricordato l’elogio di Sparta fatto da Hitler nel suo Zweites Buch (“Secondo libro”), scritto dopo il Mein Kampf. Non solo l’esaltazione dell’eugenetica, anche la legittimazione dell’oppressione dei pochi eletti sulle moltitudini (e tanto altro). Citiamo: “Il dominio di seimila Spartani su trecentocinquantamila Iloti era pensabile solo come conseguenza dell’alto valore razziale degli Spartani. Ma questo era il risultato di una sistematica preservazione della razza; per questo Sparta deve essere considerata come il primo Stato völkisch (razziale)”. Possibile che nell’entourage di Netanyahu nessuno si sia accorto della tragica, evocativa, gaffe?

L'articolo L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra proviene da InsideOver.

  •  

Deepfake, social e stampa: l’IA “entra” nel codice penale. 

«Chi è senza deepfake scagli la prima pietra». Si potrebbe adeguare così il precetto evangelico, ma la legge non punta il dito contro ogni contenuto artificiale: il confine penale si supera quando la diffusione non consensuale di un falso credibile provoca un danno ingiusto alla persona coinvolta.

È questo il punto di partenza per leggere il nuovo art. 612-quater c.p., introdotto dall’art. 26 della legge 23 settembre 2025, n. 132. La norma si inserisce in una realtà nella quale immagini, video e voci possono essere alterati con l’intelligenza artificiale e passare, in pochi minuti, da una chat privata a una platea molto più ampia. Proprio per questo, la responsabilità non può essere ricavata automaticamente né dalla sola esistenza del deepfake né dal semplice fatto che qualcuno lo abbia condiviso.

Ma cosa si intende per deepfake? Stiamo parlando di un’immagine, un contenuto audio o un video generato o manipolato mediante intelligenza artificiale che riproduce persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che può apparire, a chi lo osserva, falsamente autentico o veritiero. In pratica, la tecnologia può ricreare realisticamente il volto, i movimenti o la voce di una persona, facendo sembrare che abbia detto o fatto qualcosa che non è mai avvenuto; esempi tipici sono il face swapping e il voice cloning.

La nuova regola

L’art. 612-quater c.p. prende in considerazione la condotta di chi, senza il consenso della persona rappresentata, cede, pubblica o altrimenti diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità, cagionando un danno ingiusto.

La fattispecie richiede dunque una valutazione complessiva. Devono venire in rilievo l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’idoneità del contenuto a sembrare genuino, l’assenza di un consenso rilevante nel contesto e la produzione di un danno ingiusto alla persona rappresentata. La mera circolazione di un contenuto manipolato, senza la verifica degli altri elementi e della concreta condotta del diffusore, non consente di concludere automaticamente per la responsabilità penale.

L’espressione «idoneo a indurre in inganno sulla loro genuinità» è quella utilizzata dalla legge. In pratica, per comprendere se il contenuto abbia questa caratteristica, si potrà considerare anche quanto appaia plausibile a un osservatore medio: non è però una formula testuale della disposizione, ma un possibile criterio di lettura. Anche il danno ingiusto deve essere valutato in concreto, tenendo conto della persona coinvolta, del contenuto e delle conseguenze della diffusione.

Quando l’IA rende il fatto più grave

La legge n. 132/2025 non si è limitata a introdurre il reato sui deepfake. Ha previsto anche un’aggravante comune, all’art. 61, primo comma, n. 11-undecies, c.p., per i fatti commessi mediante sistemi di intelligenza artificiale. Il semplice ricorso alla tecnologia, tuttavia, non basta: l’aggravante può rilevare quando il sistema, per la sua natura o per le modalità di utilizzo, costituisca un mezzo insidioso, ostacoli la pubblica o privata difesa oppure aggravi le conseguenze del reato.

Nel caso dell’art. 612-quater, l’impiego dell’IA è già un elemento costitutivo della fattispecie. L’aggravante non va quindi presentata come automatica conseguenza del deepfake: occorre verificare, caso per caso, un’ulteriore e concreta maggiore offensività nelle modalità del fatto.

Social, chat e repost

Post, reel, storie, thread, messaggi con allegati manipolati, audio clonati e condivisioni su WhatsApp o Telegram sono alcune delle forme nelle quali un deepfake può circolare. Anche l’inoltro o la ripubblicazione possono assumere rilievo, ma non per il solo fatto di aver rilanciato un contenuto: bisogna verificare se, nella concreta condotta del diffusore, ricorrano tutti gli elementi della fattispecie.

Lo stesso vale per chat e gruppi chiusi. La diffusione in un ambiente non aperto al pubblico può essere valutata alla luce delle modalità dell’invio, dell’ampiezza della cerchia dei destinatari, del contenuto e delle conseguenze prodotte. Non è dunque corretto considerare ogni condivisione privata automaticamente irrilevante, ma neppure ogni inoltro automaticamente punibile.

Per utenti, creator e gestori di pagine, la cautela consiste nel fermarsi prima del rilancio, soprattutto quando il materiale riguarda persone riconoscibili, dichiarazioni apparentemente autentiche o voci ottenute mediante clonazione. A seconda dei fatti, possono venire in rilievo anche la diffamazione, la disciplina sulla protezione dei dati personali, le norme sul cyberbullismo o altre tutele civili e penali. La loro applicazione, però, deve essere verificata caso per caso e non discende automaticamente dalla sola presenza di un deepfake.

La procedibilità è, in via ordinaria, a querela della persona offesa. La legge prevede tuttavia alcuni casi di procedibilità d’ufficio: quando il fatto è connesso con un delitto per il quale si deve procedere d’ufficio, quando la persona offesa è incapace per età o per infermità e quando il fatto è commesso nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.

Quest’ultima ipotesi richiede particolare attenzione. Non basta che il contenuto riguardi genericamente un politico, un magistrato o un appartenente alle forze dell’ordine. Occorre verificare se la condotta sia stata realizzata nei confronti di una pubblica autorità e proprio a causa delle funzioni esercitate, secondo la condizione indicata dalla norma.

Il tema delle testate online

La logica della norma non si arresta ai confini dei social personali. Poiché l’art. 612-quater c.p. menziona la pubblicazione e la diffusione e si rivolge a «chiunque», il tema riguarda anche chi opera professionalmente nell’informazione. Per una testata online, incorporare, embeddare o ripubblicare un video, una fotografia o un audio proveniente da una fonte terza può porre un problema se il materiale è stato alterato con IA, appare idoneo a ingannare, manca il consenso e produce un danno ingiusto.

Questo non significa che ogni errore editoriale si trasformi in reato, né che la responsabilità del direttore, dell’editore o del responsabile digitale sia automatica. Eventuali profili penali devono essere accertati in concreto, considerando la condotta individuale, il contributo effettivamente prestato, le informazioni disponibili e l’elemento soggettivo richiesto dalla fattispecie. Dall’art. 612-quater non discende una generale posizione di garanzia riferibile indistintamente a tutti i ruoli della redazione.

Anche l’interesse pubblico della notizia e il diritto di cronaca non costituiscono un’esenzione automatica. La pubblicazione richiede di esaminare il quadro complessivo del caso: la natura del contenuto, le modalità di acquisizione e presentazione, la sua attendibilità, il consenso, il danno prospettato e tutti gli altri elementi giuridicamente rilevanti. In questa prospettiva, il dovere giornalistico di verificare le fonti assume un peso particolare quando il materiale è virale, sorprendente o destinato a incidere sulla reputazione di una persona.

La velocità della pubblicazione può rendere più difficile questo controllo, ma non sostituisce la verifica dei presupposti del reato. Una redazione che utilizza materiale prodotto da terzi si trova quindi davanti a un problema di metodo prima ancora che di tecnologia: capire da dove proviene il contenuto, quanto è verificabile e quale significato assume nel contesto in cui viene pubblicato.

Verifiche, tracciabilità e trasparenza

Controllare la fonte originaria, chiedere il file originale, confrontare versioni e metadati quando disponibili, conservare la documentazione delle verifiche e predisporre una procedura rapida per gestire contestazioni o richieste di rettifica sono buone pratiche di compliance editoriale. Possono ridurre il rischio di errori e aiutare a ricostruire il percorso seguito dal contenuto, ma non sono obblighi imposti direttamente dall’art. 612-quater e non eliminano da soli eventuali responsabilità.

È utile distinguere questo piano organizzativo dagli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act. L’art. 50, paragrafo 4, richiede al deployer che genera o manipola un deepfake di rendere noto che il contenuto è stato artificialmente generato o manipolato, secondo le modalità previste dal regolamento.

La stessa disposizione disciplina separatamente i testi generati o manipolati e pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Per questi contenuti, l’obbligo di disclosure non si applica quando il testo è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale della pubblicazione. Questa previsione non costituisce, invece, un’esenzione generale per i deepfake audiovisivi diffusi dalle testate.

Anche quando il regolamento modula gli obblighi informativi per opere manifestamente artistiche, creative, satiriche o fittizie, ciò non equivale a un’immunità penale. Restano da valutare la condotta concreta, il contenuto, il consenso, il danno e le altre regole applicabili al caso.

La verifica prima della viralità

L’art. 612-quater c.p. non considera illecito ogni contenuto sintetico e non trasforma ogni condivisione in una responsabilità già definita. Chiede piuttosto di misurarsi con una combinazione di fattori — IA, ingannevolezza, assenza di consenso, danno ingiusto e condotta di diffusione — che può cambiare a seconda delle circostanze.

Per gli utenti, la cautela riguarda il momento del repost. Per le testate, riguarda anche la qualità della verifica prima della pubblicazione e la capacità di documentare le scelte compiute. La velocità e l’interesse della notizia possono spiegare la corsa alla condivisione, ma non sostituiscono l’accertamento dei presupposti: prima della viralità, resta decisivo capire che cosa si sta diffondendo, con quale consenso e con quali possibili conseguenze.

L'articolo Deepfake, social e stampa: l’IA “entra” nel codice penale.  proviene da InsideOver.

  •  

Archive Genocide, un sito per raccogliere le prove del genocidio a Gaza e spedirle alla Corte Penale Internazionale

Video, fotografie e testimonianze raccolti da una rete internazionale di volontari per documentare il genocidio a Gaza e preservarne le prove. Il progetto si chiama Archive Genocide e da pochi giorni, oltre a un sito, ha ora anche una mappa interattiva che permette di localizzare oltre 35mila immagini e 200.000 documentazioni, ricostruire gli attacchi e mettere i materiali a disposizione di giornalisti, ricercatori e organismi giudiziari.

La storia di migliaia di bambini uccisi da Israele, migliaia di donne e uomini sono tutte archiviate su Archive Genocide.
È una piattaforma digitale nata per raccogliere, catalogare e preservare le testimonianze del genocidio a Gaza.

Nel sito si trovano le immagini di bambini feriti, affamati, allo stremo e in molti casi uccisi, le testimonianze dei medici, i filmati di ospedali bombardati, le immagini di giornalisti uccisi mentre stavano lavorando e i video di migliaia di civili in fila per ricevere del cibo. Documenti che raccontano quanto accaduto nella Striscia a partire dal 7 ottobre 2023, attraverso ciò che è stato registrato da chi si trovava sul posto.

Israel opens fire for no reason at tents daily.

Today they murdered a 6 year old boy.

Yesterday they murdered a 8 year old girl. pic.twitter.com/oa5oMiFvFU

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 11, 2026

A tre anni dal 7 ottobre 2023, Archive Genocide è diventato uno dei più vasti progetti indipendenti di documentazione del genocidio a Gaza. All’inizio di ottobre 2026 i suoi responsabili hanno annunciato di aver superato i 200mila documenti tra video, fotografie e altri materiali, raccolti da fonti differenti: giornalisti, operatori sanitari, civili palestinesi, organizzazioni umanitarie, soldati israeliani e utenti dei social network.

L’obiettivo dichiarato è conservare una documentazione che possa essere consultata anche in futuro, quando le immagini avranno smesso di circolare sui social e l’attenzione internazionale si sarà spostata altrove.

Il progetto è legato al collettivo Israel Exposed, attivo sui social con l’account @xIsraelExposedx. Le persone che ne coordinano il lavoro preferiscono restare anonime, soprattutto per ragioni di sicurezza e per il timore di possibili ritorsioni da parte di Israele.

Intervistati dal quotidiano israeliano Haaretz, i responsabili hanno spiegato che una delle ragioni alla base dell’iniziativa è stata la progressiva scomparsa di fotografie e filmati dalle piattaforme digitali. Secondo il loro racconto, numerosi account personali, alcuni appartenenti a persone che avevano documentato bombardamenti e uccisioni, venivano cancellati insieme ai contenuti che avevano pubblicato.

Yesterday @X suspended Mo Hamzah's account. He didn't have the biggest audience here, but is well known on IG and other platforms – and does great work showing people the truth about Israel. He doesn't deserve to be censored

Please follow his backup @ayamollah while @Safety… pic.twitter.com/J0h5Enffkn

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) September 24, 2026

La rimozione di un video, in questi casi, può significare la perdita di una testimonianza difficilmente recuperabile. Molte delle persone che hanno registrato quelle immagini sono morte, sono state sfollate oppure non hanno più accesso ai propri dispositivi e profili.

Archivegenocide has crossed 400 million web requests in it's 13th week. We are launching a campaign to plaster posters/stickers and grafitti art in public areas showing the truth to people. This is especially important with the mid-terms coming up.

Use #archivegenocide to tag… pic.twitter.com/J0pZPDORXj

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 9, 2026

All’inizio di ottobre 2026 il collettivo ha presentato uno degli sviluppi più importanti del progetto: una mappa interattiva della Striscia di Gaza sulla quale sono stati collocati oltre 35.200 video e fotografie. La nuova funzione, disponibile all’indirizzo archivegenocide.com/geolocation, consente di esplorare il territorio e individuare i luoghi associati alle registrazioni conservate nell’archivio.

Chi consulta la mappa può cercare una località, selezionare un periodo oppure utilizzare filtri relativi alla tipologia di attacco e al grado di precisione della geolocalizzazione. Per i contenuti sono previsti collegamenti alle fonti e alle pubblicazioni originali del documento che si sta consultando, quando disponibili.

Un’altra funzione presentata dal progetto è Iris, un assistente basato sull’intelligenza artificiale integrato nel sito. L’obiettivo è rendere più semplice la consultazione di una raccolta ormai troppo estesa per essere esplorata manualmente. Attraverso richieste gli utenti possono cercare filmati relativi a determinati luoghi, persone, bombardamenti o periodi del genocidio a Gaza. Iris è stata integrata anche nella mappa geografica, dove può aiutare a individuare registrazioni e informazioni associate a una specifica area.

La particolarità di Archive Genocide è la quantità di materiale audiovisivo e il tentativo di collegare ogni documento ad altri elementi utili a ricostruirne la storia. Un filmato pubblicato su un social può essere ritrovato attraverso il luogo in cui è stato girato, confrontato con altre registrazioni e associato a testimonianze o rapporti riguardanti lo stesso episodio. Inoltre, ogni video o fotografia contengono un pannello in cui si cerca di fornire più informazioni possibili come data e ora, luogo dell’incidente, altri account coinvolti in modo che, chi ha bisogno di utilizzare quella prova, abbia più informazioni possibili a disposizione.

QR codes: pic.twitter.com/2k2J9ymQBz

— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 9, 2026

Tutti possono raccogliere e inviare le prove del genocidio

Archive Genocide permette anche agli utenti di contribuire direttamente alla raccolta delle prove attraverso Submit, una funzione pensata per chi possiede video che documentano il genocidio a Gaza o possibili crimini commessi nella Striscia e in Cisgiordania.

Il procedimento richiede pochi passaggi. Dalla sezione Submit Footage del sito è possibile accedere a un gruppo Telegram dedicato e caricare il proprio filmato nel canale denominato War Crimes. Chi invia il materiale è invitato a fornire tutte le informazioni disponibili, soprattutto la data, il luogo della registrazione e la fonte originale.

La scelta di Telegram, spiegano i responsabili, è legata alla possibilità di conservare la qualità originale dei file e i relativi metadati, informazioni che possono risultare importanti per stabilire quando e dove un video sia stato registrato.

Una volta ricevuto, il filmato viene sottoposto al processo di verifica del team di Archive Genocide. I ricercatori esaminano il materiale prima di decidere se inserirlo nell’archivio. Quando è possibile determinarne la posizione geografica, il video può essere associato a un punto della mappa interattiva, diventando così consultabile insieme alle altre testimonianze raccolte nella stessa area.

Ma la funzione Submit ha anche una finalità giudiziaria. Secondo quanto dichiarato sul sito, i materiali esaminati e acquisiti vengono inoltrati ai gruppi legali che lavorano sulle responsabilità per i crimini commessi a Gaza: la Corte penale internazionale (CPI), la Hind Rajab Foundation e il team legale sudafricano impegnato nel procedimento per genocidio contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Fonti

L'articolo Archive Genocide, un sito per raccogliere le prove del genocidio a Gaza e spedirle alla Corte Penale Internazionale proviene da InsideOver.

  •  

Cina, il volo dell’export e la sfida commerciale di Pechino

L’export cinese continua a volare e i dati consolidati sui primi nove mesi del 2026 danno Pechino pienamente in linea per battere il record di oltre 1.200 miliardi di dollari di surplus commerciale registrato nel 2025. I dati dell’Amministrazione generale delle dogane per i primi tre quarti dell’anno in corso parlano chiaro: il surplus cumulato da gennaio a settembre è cresciuto del 7,2%, da 875,1 a 938,1 miliardi di dollari, sullo stesso periodo del 2025 e la crescita del 36,3% dell’export a settembre.

L’export record della Cina

I dati ripresi dal Financial Times sottolineano che la crescita delle esportazioni sopravanza anche un contesto che vede per Pechino un boom dell’import: +31% nel solo mese di settembre, con un impatto trainante dei costi energetici.

Il quotidiano della City di Londra ricorda che nella crescita dell’export gioca un ruolo sempre più solido l’industria tecnologica: il FT scrive che i suoi calcoli hanno ricostruito che “le due categorie di prodotti legate all’intelligenza artificiale – chip e macchine e componenti per l’elaborazione automatica dei dati – hanno rappresentato il 17,9% delle esportazioni totali della Cina a settembre contribuendo per 13 punti percentuali alla crescita delle esportazioni rispetto agli 11,3 punti percentuali di agosto”.

Finbarr Bermingham, corrispondente europeo del South China Morning Post, ha sottolineato come il boom dell’export e del surplus commerciale cinese verso l’Unione Europea sia stato considerevole, analizzando in una lunga analisi su X qui di seguito riportata l’aumento del 52% del surplus commerciale di Pechino sui Ventisette a settembre. Questo trend conferma un sentiero di espansione dell’export e del surplus commerciale cinese a scapito di economie tradizionalmente competitive come quella tedesca (o, in Asia, giapponese) in settori che i Paesi di stampo occidentale ritenevano loro prerogativa maggioritaria.

I spent ages this morning doing my sums on China's September's trade data but kept having to redo them because I thought – surely they can't be right?

China's trade surplus with Germany grew 201.7% in Sept alone (vs Sept 2025)

With EU up 52.3%

With France up 251.8%

Crazy! pic.twitter.com/TxsUHfrYuw

— Finbarr Bermingham (@fbermingham) October 14, 2026

Il secondo “China Shock”

Numeri alla mano, si manifesta l’ampiezza di quello che è definibile come il secondo shock cinese dell’era globalizzata. Il primo, a cavallo tra Anni Novanta e primi Duemila, vide emergere la “fabbrica del mondo” nel quadro dell’interconnessione economica trainata dalla globalizzazione neoliberista che spostava il centro manifatturiero del mondo verso l’Estremo Oriente e che fu coronata dall’ingresso della Cina nel Wto nel 2001. Tale “shock” colpì duramente molti produttori occidentali ma fece, a livello aggregato, le fortune dell’interconnessione commerciale internazionale in un’era di espansione degli scambi, tanto da portare la Repubblica Popolare ad essere salutata come un attore capace di riequilibrare le problematiche economiche globali con gli investimenti anticiclici dopo la Grande Recessione del 2008.

Prima che il differente percorso intrapreso da Pechino sul piano strategico e la volontà cinese di saldare la connettività euroasiatica con le Nuove Via della Seta emergessero, a Washington questo fu salutato come un rilancio del progetto di globalizzazione a guida statunitense. A dire il vero, però, la Cina mirava soprattutto a costruire una propria via autonoma usando l’interconnessione come cinghia di trasmissione del suo export. Vera e propria forza trainante della sua economia.

Oggi, il secondo “shock cinese” differisce notevolmente dal primo per entità, mole e profondità strategica. Sull’onda lunga di programmi varati nello scorso decennio dal presidente Xi JinpingPechino ha riorientato buona parte della sua industria su beni ad alto valore aggiunto, prodotti ad alta intensità tecnologica, settori dove la Cina miete i frutti di un raccolto irrigato con cospicui investimenti a trazione pubblica e sta da tempo erodendo i margini di partner e rivali commerciali nei settori trainanti dell’innovazione e dello sviluppo produttivo. In un contesto caratterizzato da problematiche che Pechino deve comunque tenere in considerazione, come la necessità di stimolare la domanda interna all’economia, questo ha prodotto un tumultuoso aumento dell’export che ha sfidato politiche tariffarie, conflitti economici e ricerche di alternative da parte dei concorrenti e oggi rappresenta una sfida strutturale.

La sovracapacità industriale della Cina

Nel 2024 Filippo Fasulo per Ispi notava che “la differenza con vent’anni fa sono il tipo di merci cinesi – basso valore aggiunto nei primi anni Duemila, leadership tecnologica oggi – e il fatto che l’economia cinese non sia in grado di assorbire almeno parte di questa crescita industriale”.

Fasulo sottolineava inoltre la necessità per la Cina di scaricare un surplus produttivo interno sui mercati internazionali. La cosiddetta overcapacity, sottolineava la sua analisi, si inseriva in un contesto in cui “Pechino non interpreta l’eccesso di capacità produttiva come un segno di debolezza e perché Xi Jinping non sembra incline a rivedere in tempi brevi il modello di sviluppo economico cinese”.

La necessità cinese di scaricare all’esterno la sovracapacità produttiva industriale è ritenuta un driver importante del boom dell’export e di recente, a tal proposito, a riguardo è stata sviluppata una ricerca della Banca d’Italia “il 75% della crescita dell’export cinese” dalla fine del 2023 “può essere spiegato da fattori domestici”, in un contesto in cui da un lato il boost statale è stato importante e dall’altro la crisi dell’edilizia ha portato “le istituzioni finanziarie statali a reindirizzare le risorse dalle costruzioni alla manifattura, espandendo ulteriormente la capacità produttiva”. Però la ricerca della Banca d’Italia ricorda che “nell’ultimo decennio la Cina ha investito pesantemente nella qualità dei prodotti, nell’efficienza della produzione, nella sofisticazione delle catene del valore e nella capacità di muoversi in settori complessi e ad alto valore aggiunto”.

Il peso cinese nell’IA

La sovracapacità che inonda i mercati mondiali, insomma, è una sovracapacità di beni ben rodati qualitativamente e strutturalmente capaci di essere all’altezza dei concorrenti occidentali anche giocando in trasferta e, magari, affrontando le Forche Caudine dei dazi in diversi settori e contesti nazionali. Il caso dell’automotive, paradigma della nuova ondata di export cinese e al centro del recente accordo negoziale Cina-Ue per il contenimento dell’export di ibride cinesi, è stato a lungo emblematico.

A questo contesto si aggiunge oggi il super-ciclo dell’intelligenza artificiale che vede nella Cina uno dei due principali polmoni globali, assieme agli Usa, e in cui l’export di Pechino potrebbe concentrarsi soprattutto nell’alimentare i progetti abilitatori dell’IA e delle tecnologie di frontiera nel Sud Globale. A tal proposito, il rapporto tra Cina e Paesi in via di sviluppo in questo settorer è stato indicato come un obiettivo strategico in un articolo di Xinhua, agenzia d’informazione ufficiale di Pechino, del 6 agosto scorso che proponeva come obiettivi chiave quelli di “potenziare il Sud Globale attraverso l’IA” e di sviluppare una “cooperazione inclusiva sull’IA”, in un contesto che vede la competizione globale sull’intelligenza artificiale sedimentarsi attorno alla sfida tra il modello dei grandi LLM statunitensi e quello dei modelli “a pesi aperti” di Pechino. E mentre la partita per gli algoritmi prosegue, quella per l’infrastruttura IA, ad alto valore aggiunto vista l’alta domanda industriale, può essere un boost ulteriore per la produzione cinese e, come dimostrano i dati, pesa sempre di più su un export in continuo aumento.

Per la Cina la sfida sarà trovare un bilanciamento tra nuove componenti della sua bilancia commerciale e il rischio che in settori già rodati la sovracapacità, inondando il resto del mondo, finisca paradossalmente per frenare i mercati di sbocco e alimenti tendenze alla reazione e al contrasto economico all’ascesa di Pechino. Il prospetto di un 2026 da record, in tal senso, deve invitare Pechino a capire come consolidare tali risultati e non è detto che sia un’ulteriore espansione del surplus la via maestra. Alla politica e alla dialettica commerciale il compito di capire come strutturare la risposta a questi dilemmi.

Fonti

L'articolo Cina, il volo dell’export e la sfida commerciale di Pechino proviene da InsideOver.

  •  
❌