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Russia-Ucraina: caro Corriere, se vogliamo la pace riflettiamo (anche) sugli errori dell’Europa

russia ucraina

Se provate a scorrere un giornale assolutamente affidabile come l’Ukrainska Pravda, forse il più deciso nel denunciare gli scandali di corruzione all’interno del governo ucraino, noterete facilmente che tutte le azioni dell’Ucraina contro la Russia sono raccontate come successi e come imprese puramente belliche, mentre tutti gli attacchi russi vengono sottostimati nei risultati e comunque descritti solo attraverso le vittime civili. Un esempio dalla prima pagina di oggi: “Lo stato maggiore ucraino mostra il colpo contro un impianto petrolifero russo: due laboratori distrutti e quattro danneggiati” contro “La Russia attacca le infrastrutture portuali nella regione di Odessa, danneggiate navi civili, ferite quattro persone”.

Che lo facciano i media ucraini è più che comprensibile. Sarebbe incredibile se non lo facessero, vista anche la necessità di sostenere il morale della popolazione che da quattro anni e mezzo resiste all’invasione russa. È molto meno comprensibile, per usare un eufemismo, che lo facciano i media nostrani, che cercano ogni giorno di “venderci” una versione dei fatti unidimensionale: il bianco tutto di qua, il nero tutto di là; le vittorie tutte ucraine, le sconfitte tutte russe. Non solo. Abbiamo fatto notare ieri, parlando dell’attentato in cui una donna al soldo dei servizi segreti ucraini ha eliminato a Sebastopoli un ex ufficiale della marina ucraina poi passato ai russi, che tutti i giornali si sono sbrigati ad aggiungere una postilla sul fatto che la versione dei fatti disponibile è quella russa e che non c’è una versione “indipendente”. Anche Wikipedia fa così, per esempio su tutti gli attentati con cui sono stati eliminati alti ufficiali russi. Ma nessun giornale ha chiesto una versione “indipendente” dei fatti successivi all’attentato di Montecarlo contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, con la bomba piazzata da una certa Anastasia Berezovska, ucraina, fuggita a Kiev subito dopo e dopo un paio di giorni assassinata a colpi di pistola, mentre le autorità arrestavano un ufficiale di polizia e uno dei servizi segreti. In quel caso, quel che dicevano gli ucraini era più che sufficiente.

E così via. Com’è ovvio (anche se tocca ripeterlo ogni volta, visto il clima), nessuno può perdonare alla Russia la decisione di invadere l’Ucraina, qualunque fosse la ragione che, nell’ottica del Cremlino, sembrava giustificarla. Ma un racconto tanto parziale dei fatti, così totale e pervasivo da non poter essere che deciso a tavolino (il primo colpo di gong lo diede Ursula von der Leyen quando, nel settembre del 2022, già parlò di industria militare russa “a pezzi” e di militari costretti a usare i microchip delle lavatrici per far volare i missili) non solo è inevitabilmente destinato a lasciare perplessi i lettori non schierati o comunque ancora vogliosi di riflettere (come può essere che una Russia che da quattro anni e mezzo va incontro a disastri di ogni tipo stia ancora in piedi e, anzi, avanzi?) ma autorizza qualunque interpretazione.

La nostra è questa: l’Europa ha davvero pensato che una clamorosa sconfitta della Russia fosse a portata di mano. E si è davvero illusa di poterla ottenere in fretta, insieme con i dividendi politici del caso. Un pensiero sostenuto peraltro dagli “esperti”. Cosicché l’input politico, condiviso da quasi tutti i governi dei Paesi membri, è stato quello di diffondere quel pensiero. Non hanno forse provato a farci credere, per fare solo un esempio, che il gasdotto Nord Stream, di proprietà anche russa, la gallina dalle uova d’oro del Cremlino, era stato fatto saltare dai russi? Il tono dei commenti di allora si può rilevare facilmente dagli articoli della stampa specializzata in affari europei (“Le cause delle perdite registrate sono ancora da accertare, ma molte delle ipotesi conducono all’idea che i danni alle tubature siano dovute a un ennesimo tentativo del regime russo di fare pressioni sui governi europei sfruttando le forti dipendenze dal gas in arrivo da lì”), mentre Von der Leyen, Charles Michel e Josep Borrell, i massimi dirige nei Ue di allora, promettevano indagini veloci e rigorose che, ovviamente, non sono mai state condotte, viste le origini europeo-ucraine-americane dell’attentato.

La tesi dell’auto-attentato russo è stata molto accarezzata anche dal Corriere della Sera, il più autorevole e diffuso quotidiano italiano (e tra poco diremo perché lo tiriamo in ballo), che due anni dopo, per la stessa firma autorevole di Federico Rampini, si è scusato per l’appoggio a una tesi assurda, scrivendo: “Anche quando c’è un torto e una ragione, un aggressore e un aggredito, una vittima e un carnefice, questo non significa che da una parte vi sia sempre e soltanto il Male, dall’altra sempre e soltanto il Bene. Anche quando esiste un imperativo etico per schierarsi da una parte, questo non significa assolverla a priori da tutto ciò che farà”. Il tema vero è che quando ci si schiera in base a “un imperativo etico”, ovvero per il Bene contro il Male, e non in base ai fatti, poi diventa difficile usare il calibro e misurare quanto Male stia facendo il Bene e viceversa. Diventa difficile restare equilibrati. che è una condizione fondamentale per rendere un corretto servizio al lettore.

Poi le cose sono andate come sono andate, la Russia non è crollata e a quel punto stringere i bulloni di una certa narrazione è diventato ancor più necessario: come spiegare agli europei che l’impennata delle bollette, le spese per il riarmo, i soldi investiti nella resistenza ucraina (200 miliardi da parte della sola Europa), le tensioni internazionali, il persistente timore di un allargamento del conflitto erano la conseguenza di un calcolo sbagliato? Di una visione politica così improvvida da collocarsi ai limiti del dilettantismo?

Le trattative del 2022

È molto più facile attribuire qualunque responsabilità di questi ultimi quattro anni e mezzo (della colpa originaria, l’invasione, abbiamo detto poco sopra) alla Russia, come se noi europei fossimo sempre stati assenti, non avessimo mai preso decisioni capaci di influenzare il corso degli eventi. E ci dispiace che su questa strada proceda anche il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, che anche oggi scrive: “… I quattro anni e mezzo di battaglia, lo stallo sul campo, la capacità ucraina di difendersi dovrebbero spingere Putin a trattare, a trovare una soluzione. Finora non l’ha fatto e non sembra abbia alcuna intenzione di farlo… Putin non vuole il tavolo di pace e senza di lui non si aprirà mai: questa è la verità”.   

In questa risposta a un lettore, Fontana a nostro avviso perpetua la distorsione di prospettiva che ci ha portati in questa situazione. Intanto: dopo quattro anni e mezzo di guerra in cui l’Ucraina ha sacrificato una generazione (tra caduti e rifugiati all’estero), l’Occidente intero si è impegnato con armi, quattrini e ogni sorta di contributo di tecnologia e intelligence per la resistenza ucraina e la NATO si è allargata e rafforzata, l‘obiettivo primario, che dichiaratamente era piegare sul campo di battaglia la Russia, è stato clamorosamente mancato. Tutti annunciano il prossimo crollo militare ed economico di Mosca, riservandosi però di spostarlo mano mano in un futuro sempre più indefinito. Ed è stato mancato, come scrive lo stesso Fontana, anche l’obiettivo per così dire secondario, cioè quello di esercitare una pressione tale da costringere Putin a trattare. La Russia non tratta, ma continua a premere e a rosicchiare terreno nel Donbass, oltre a far valere la superiorità nel settore missilistico. Di fronte a questa realtà che cosa vogliamo fare? Ripetere all’infinito che la Russia ha torto, Putin è un imperialista, forse domani la Russia crollerà, se non si trova una soluzione la colpa è tutta del Cremlino? È vero ma è anche tremendamente inutile. A meno che il vero senso di questo loop non riguardi la Russia ma le opinioni pubbliche della nostra Europa, che vanno tenute “in caldo” mentre l’economia vacilla e le spese per il riarmo aumentano.

E poi: è chiaro che ora è Putin a non voler trattare. Ma nel 2022 era il contrario: era la Russia, dopo aver fallito la spallata iniziale tesa a far fuggire all’estero il governo ucraino e lo stesso Volodymyr Zelensky, che chiedeva il negoziato. Con Putin disposto a non indifferenti concessioni: Ucraina fuori dalla Nato e neutrale ma dentro la Ue, status della Crimea da discutere, garanzie di sicurezza di Usa ed Europa per Kiev nel caso la Russia avesse ripreso le ostilità. Le testimonianze in questo senso sono così numerose e autorevoli da non essere più discutibili: nessuno può far finta di non esserne al corrente. Quel negoziato poteva finire male in ogni caso. Ma furono proprio gli europei a non assecondarlo: perché convinti che la disfatta russa fosse inevitabile e perché molti Paesi, dietro la retorica bellicista che comunque prevede che a morire al fronte siano solo gli ucraini, non volevano firmare un accordo che li avrebbe obbligati a intervenire in un futuro eventuale scontro tra Russia e Ucraina.

È da questi fatti che dobbiamo partire se vogliamo sperare di trovare una soluzione a questa guerra assurda e drammatica. Che non a caso, almeno per quanto riguarda l’Europa e il suo ruolo nel mondo, si accompagna ad altre due crisi, quella di Gaza e del Libano e quella del Golfo Persico e dell’Iran, in cui siamo rimasti inchiodati tra ambiguità e impotenza. Ma nella Bibbia, libro dell’Apocalisse 3:16, Dio dice: “Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”. A condannarci, prima ancora della Russia, è la pigrizia culturale politica e spirituale.

Riferimenti

Per l’Ukrainska Pravda: https://www.pravda.com.ua/eng/

Per l’attentato di Sebastopoli: https://it.insideover.com/spionaggio/la-bomba-di-sebastopoli-la-bella-assassina-lufficiale-passato-ai-russi-e-la-tecnica-dei-servizi-ucraini.html

Per Wikipedia sul caso Berezovska: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Monaco_bombing#Suspect

Per il discorso di Ursula von der Leyen: https://youtube.com/shorts/R-g6jY8DI3c?si=XISnffFPZlADxfxE

Per i commenti sul Nord Stream: https://www.eunews.it/2022/09/28/ue-denuncia-sabotaggio-nord-stream/

Per i due articoli di Federico Rampini: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/22_settembre_28/nord-stream-chi-conviene-sabotaggio-gasdotto-03172994-3f45-11ed-b6e3-34338f1c69a0.shtml. E poi: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/24_agosto_16/nord-stream-verita-ucraina-966d1a5b-a3d7-4bad-a1a1-3dc96104exlk.shtml

Per l’articolo di Luciano Fontana: https://www.corriere.it/lettere-al-direttore/26_agosto_17/se-non-parte-un-tavolo-di-pace-il-vero-responsabile-e-putin-rd-ba0ab67b-596a-42f4-b49d-453e9c1b0xlk.shtml?vclk=BoardOpinioni+e+Commenti_ZB1_PH18_N2&refresh_ce

Per le testimonianze sulle condizioni delle trattative: https://www.avvenire.it/mondo/putin-era-pronto-a-concessioni-perche-falli-il-negoziato-nel-2022_75814. E anche: https://it.insideover.com/guerra/negoziati-russia-ucraina-del-2022-confermato-il-sabotaggio-nato.html#google_vignette

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Netanyahu non vuole cedere su niente prima delle elezioni di ottobre

L’espansionismo israeliano procede a ritmi sostenuti su tutti i fronti. Anzitutto la Cisgiordania, dove prosegue il feroce assedio al villaggio di Qusra, mentre il villaggio cristiano di Taybeh è stato dichiarato zona militare chiusa, decisione che sarebbe stata adottata per proteggerlo dalle incursioni dei coloni.

Inutile specificare che i coloni godono della protezione dell’IDF e vengono usati per seminare caos perché l’esercito successivamente riporti l’ordine (l’ordine israeliano, ovviamente). Un meccanismo ben rodato che ha dato slancio all’annessione della Cisgiordania.

Peraltro, affermare che l’IDF non può far nulla contro i coloni è contraddetto in maniera stridente da quanto accadde nel giugno del 2025 quando questi molestarono l’IDF: nel giro di pochi giorni i responsabili vennero arrestati e le forze di sicurezza demolirono cinque avamposti illegali

L’indistinzione tra le violenze dei coloni e le operazioni dall’IDF è descritta bene in un articolo di Haaretz a firma Gideon Levy, nel quale il cronista sottoscrive la denuncia dell’inviato americano Mike Huckabee che ha definito “terrorismo israeliano” quanto si sta consumando a Qusra.

Una formula che, a differenza dell’usuale “terrorismo ebraico” col quale si identifica la violenza dei coloni, inchioda il governo israeliano alle proprie responsabilità e, secondo Levy, non permette ai cittadini israeliani di eludere le condanne internazionali per quanto accade ai palestinesi.

Tanto che Levy conclude così: “Il mondo, giustamente, non crede più alle nostre distinzioni tra un Israele vero (e bello) un Israele brutto, che ci vengono propinate da ogni schermo. Dobbiamo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss [la feroce pasionaria dei coloni ndr.], Ben-Gvir e Smotrich”.

In realtà, a Huckabee, che gareggia con i leader israeliani più estremi nel propugnare la Grande Israele, non è mai importato nulla dei palestinesi, così c’è da chiedersi perché l’imprevista intemerata. Possibile che sia dovuta al fatto che in una delle case assediate abiti un cittadino americano, ma è più probabile che l’ordine di irrigidire la posizione su Israele sia venuta dall’alto per mettere Netanyahu sotto pressione.

Infatti, tale denuncia arriva nel momento in cui più forte si sta facendo sentire la pressione americana perché Netanyahu ceda su Gaza accettando il cosiddetto piano di pace di Trump, che ha rigettato nonostante Hamas l’abbia accolto promettendo di consegnare le armi al governo tecnocratico palestinese – creatura del cosiddetto Board of peace trumpiano – in parallelo al ritiro dell’IDF dalla Striscia.

In questi giorni la pressione è aumentata, al punto che Trump ha inviato Jared Kushner in Medio oriente per incontrarsi con i mediatori di Gaza, summit che ha visto l’inusuale presenza della leadership di Hamas. Mentre scriviamo Kushner sta incontrando Netanyahu per tentare di sbloccare la situazione…

Trump vuole un successo in vista delle elezioni di midterm, da vedere se la spunterà. Netanyahu potrebbe far finta di cedere – far finta, sottolineiamo – e, allo stesso tempo, intensificare l’annessione della Cisgiordania, verso la quale si è aggiunto un nuovo tassello con la proposta di inviare la polizia – cioè una forza civile -, e non solo l’IDF, a vigilare/imperversare sui palestinesi.

Peraltro, il fatto che a gestire la polizia sia il ministro per la Sicurezza Itamar Ben-Gvir non tranquillizza. Di recente un’altra delle sue perle: “A Gaza dovremmo uccidere 30 o 40 nemici di Israele a notte”. D’altronde, si identifica come kahanista, movimento inserito nella lista Usa del terrorismo fino al 2022, quando Biden, altra tragica decisione, lo sdoganò.

Resta, quindi, che le elezioni israeliane del prossimo ottobre rappresentano una pietra d’inciampo per tutte le iniziative di pace e/o di de-escalation che si stanno intrecciando in questi giorni. E alimentano l’aggressività di Tel Aviv, perché Netanyahu vuole arrivarci conservando tale slancio.

Ciò spiega perché stia vanificando anche le iniziative distensive sul Libano, come da denuncia di Haaretz, e anzi abbia ordinato di aumentare le operazioni militari. Così gli intensi bombardamenti di ieri, 11 le vittime, secondo Ziad Abu Rish (professore associato di Studi sul Medio Oriente al Bard College di New York), sarebbero solo un preludio a una più aspra escalation.

Inoltre, l’IDF ha intensificato anche i raid sulla Siria meridionale. Una pressione che serve anche a erodere le mire della Turchia su Damasco, che hanno preso slancio dopo la recente rappacificazione tra il governo di Ankara e i curdi del Pkk, approvata dal Parlamento su ispirazione del presidente Recep Erdogan.

Una riconciliazione che ha accelerato quella tra Damasco e le forze curde siriane, da tempo perseguita e ora in dirittura d’arrivo. Un successo politico che Erdogan vorrebbe suggellare con una visita in Siria, già programmata e rimandata dopo l’attacco all’Iran.

Già, l’Iran, l’altro convitato di pietra dell’aggressività israeliana: su questo fronte, tutto resta in stallo, con minacce che s’intersecano tra Washington e Teheran e che non lasciano spazio al rilancio dei negoziati. Uno stallo dovuto anche al lavorìo di Netanyahu e della lobby Usa pro-Israele, anche qui in chiave anti de-escalation.

Da capire se prima delle elezioni israeliane Bibi vorrà e riuscirà a trascinare l’America in una nuova guerra aperta contro Teheran o se, più prudentemente, lavorerà per far perdurare di questo minaccioso stallo, evitando di andare alle urne sotto una pioggia di missili iraniani.

Al netto di fausti imprevisti, appare dunque difficile che la regione registri sviluppi reali di pace prima del voto di Tel Aviv. Ma la colpa della militarizzazione delle urne, con tutte le tragiche conseguenze del caso, non è solo di Netanyahu (che, se cede, perderebbe consensi a destra).

È anche delle forze di opposizione israeliane, le quali, piuttosto che accogliere con sollievo eventuali de-escalation regionali, sono pronte a brandirle contro il premier per inchiodarlo al fallimento. Un circolo vizioso che non lascia sperare nulla di buono a breve.

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L’Africa è sovrappopolata? Sbagliato: di abitanti ne ha troppo pochi

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Capire l’economia di un continente intero non è un’impresa semplice, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato leggendo la saggistica divulgativa degli ultimi anni è che certe narrazioni sono dure a morire. Sull’Africa, ad esempio, la storia che ci raccontiamo da decenni è quasi sempre fatta di emergenze demografiche, terre aride e una crescita della popolazione definita insostenibile. Ma se la prospettiva fosse del tutto rovesciata? Se il problema principale dell’Africa non fosse l’eccesso di persone, bensì la loro scarsità rispetto alla superficie e alle necessità di uno sviluppo industriale moderno?

A sollevare la questione con rinnovata decisione è l’ultimo lavoro di Joe Studwell, economista e giornalista britannico noto al grande pubblico per aver spiegato il miracolo economico dell’Estremo Oriente nel suo celebre saggio del duemilatredici dedicato allo sviluppo asiatico. Nel suo nuovo libro intitolato How Africa Works, Studwell affronta i luoghi comuni sullo sviluppo del continente africano e mostra come molte delle ricette economiche calate dall’alto dalle istituzioni internazionali abbiano ignorato la realtà materiale dei fatti.

La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che l’idea di un’Africa sovrappopolata sia in gran parte un mito. Considerata la vastità del territorio, la densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa. Questa frammentazione territoriale ha reso incredibilmente costoso costruire infrastrutture basilari, creare mercati interni connessi e sviluppare reti di trasporto efficienti. Senza una concentrazione adeguata di persone, far partire l’industria manifatturiera diventa un percorso in salita. Per decenni gli esperti europei e americani hanno suggerito politiche di contenimento o interventi focalizzati esclusivamente sulle materie prime, trascurando quello che gli Stati asiatici avevano capito molto tempo prima: lo sviluppo passa dal sostegno alla piccola agricoltura familiare, dalla protezione temporanea delle industrie nascenti e da un intervento statale pragmatico orientato all’esportazione.

Valorizzare il lavoro locale

In Paesi come l’Etiopia, il Ruanda, il Botswana o Mauritius si sono visti risultati straordinari proprio quando i governi locali hanno seguito strategie autonome, talvolta in aperto contrasto con i precetti del libero mercato ortodosso promossi dall’Occidente. La crescita demografica africana, spesso descritta come una minaccia sociale, rappresenta in realtà la più grande opportunità per creare un dividendo demografico, a patto che ci siano le condizioni politiche per valorizzare il lavoro locale.

Guardare all’Africa con le lenti del catastrofismo demografico rischia di farci prendere lucciole per lanterne. Le dinamiche in corso sul continente raccontano una storia molto diversa, fatta di trasformazioni strutturali, sfide enormi e opportunità che richiedono prima di tutto di liberarsi dei vecchi pregiudizi.

Sullo sfondo resta un punto fondamentale che vale per l’economia globale quanto per le nostre vite di tutti i giorni: le cose cambiano davvero soltanto quando smettiamo di applicare schemi vecchi a contesti nuovi e iniziamo a guardare i fatti per quello che sono, senza la pretesa di avere già tutte le risposte in tasca.

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Non ci aiuti con l’Iran? Allora niente esercitazioni insieme. La Corea del Sud nel mirino di Trump

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Il presidente Donald Trump domenica ha ordinato al capo del Pentagono, Pete Hegseth, di «ridimensionare» le esercitazioni congiunte (già da tempo pianificate) con la Corea del Sud, importante partner asiatico di Washington. Motivo? Ufficialmente, il tycoon afferma di non voler inviare un segnale ostile verso il presidente nordcoreano, Kim Jong Un, che il tycoon incontrò in uno storico vertice il 12 giugno 2018, durante il suo primo mandato presidenziale. Ma c’è un’altra ragione (almeno) dietro l’annuncio dell’inquilino della Casa Bianca: il rifiuto di Seul di aiutare Wadshington nella dispendiosa guerra contro Teheran.

La terza ragione è di carattere politico ed elettorale: le elezioni di midterm si avvicinano e i sondaggi sono da incubo per il tycoon: per tale motivo Trump intende presentarsi come un «uomo di pace» agli occhi di quell’elettorato MAGA che lo aveva sostenuto proprio per terminare le endless wars degli Stati Uniti, e non per iniziarne altre come poi è accaduto con la Repubblica Islamica dell’Iran.

L’annuncio di Trump su Truth

Donald Trump ha annunciato la sua decisione sulla piattaforma social Truth a ridosso dell’inizio di una delle due esercitazioni militari congiunte annuali tra le truppe sudcoreane e quelle Usa. Le esercitazioni, che dureranno 11 giorni, hanno come obiettivo quello di «rafforzare la prontezza militare contro le minacce nordcoreane», secondo quanto riportato dall’Associated Press.

BREAKING: Trump orders Defense Secretary Pete Hegseth to reduce US-South Korea joint military exercises, saying they are 'inappropriate and hostile' to North Korea, adding he has a 'very good relationship with Kim Jong Un'. pic.twitter.com/QBpKuvyGU0

— The Spectator Index (@spectatorindex) August 16, 2026

Trump ha chiarito che era troppo tardi per cancellare l’esercitazione con Seul, ma ha dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth di «ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte!». «Basandomi sul mio ottimo rapporto con Kim Jong Un, della Corea del Nord – ha scritto Trump su Truth – non sono soddisfatto del fatto che gli Stati Uniti abbiano, tempo fa, accettato di partecipare a Esercitazioni Militari Congiunte con la Corea del Sud. Queste esercitazioni non solo sono costose, con gran parte dei costi pagati dagli Stati Uniti d’America (come al solito!), ma inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un Paese che, finché Donald J. Trump è stato Presidente, si è dimostrato non minaccioso e rispettoso».

Pertanto, ha aggiunto, «e considerato che è troppo tardi per cancellarle, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le Esercitazioni Militari Congiunte! Sebbene in qualche modo non collegato (?), ho recentemente chiesto al Presidente della Corea del Sud se avrebbero voluto unirsi a noi nella Denuclearizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran, e hanno risposto: “No grazie!” Grazie per l’attenzione a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».

La replica di Seul

Dal canto suo, Seul, secondo quanto riportato dalla Bbc, ha affermato che proseguirà le consultazioni diplomatiche in merito alla cooperazione militare con Washington in relazione allo Stretto di Hormuz. Inoltre, discuterà i dettagli sulle esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti.

É chiaro, dunque, che l’annuncio di Trump di ridimensionare le esercitazioni congiunte con Seul appare come un calcolo politico che, da un lato, appare come una ritorsione per il rifiuto sudcoreano di sostenere Washington contro l’Iran e, dall’altra, la necessità di rinvigorire l’immagine di «presidente di pace». Il rischio è quello di minare l’equilibrio dell’alleanza militare tra Washington e uno state «satellite» nella regione come la Corea del Sud, che conta su Washington da oltre 70 anni per garantire la propria sicurezza.

Fonti:

Just the News Staff, “Trump Instructs Secretary of War Hegseth to Scale Back Joint Exercises with South Korea,” Just the News, August 16, 2026, https://justthenews.com/government/security/trump-instructs-secretary-war-hegseth-scale-back-joint-exercises-south-korea.

Brandon Drenon and Jake Kwon, “Trump Says US Scaling Back Joint Military Operations with South Korea,” BBC News, August 16, 2026, https://www.bbc.com/news/articles/cx2lll7zvn0o.


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Bye bye Hormuz: così Cina e Russia giocano di sponda nella Via della Seta Artica

I russi la chiamano Northen Sea Route, abbreviata in Nsr. Per i cinesi questa rotta marittima ricoperta di ghiaccio per la quasi totalità dell’anno é invece parte integrante della Nuova Via della Seta di ghiaccio, o Via della Artica, una delle tante ramificazioni della Belt and Road Initiative. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ma ancor più da quando è esplosa la crisi in Medio Oriente, il transito internazionale lungo l’arteria che di fatto costeggia la Russia é stato dominato da Pechino. Altro che competizione per accaparrarsi un percorso alternativo allo Stretto di Hormuz: Pechino e Mosca stanno collaborando sull’ennesimo dossier ciascuno seguendo i propri interessi.

Il Dragone vuole accorciare i tempi di spedizione delle merci ed evitare di attraversare zone cariche di tensioni. Il Cremlino, invece, sta perfezionando la Nsr per inviare le proprie risorse energetiche ai sempre più numerosi acquirenti asiatici. É così che prende forma l’ennesima cooperazione tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Una cooperazione che consente alla Cina di rafforzare la sicurezza energetica nazionale e alla Russia di rianimare la propria economia vessata dal conflitto ucraino.

La Via della Seta sbarca nell’Artico (con la Russia)

La Via della Seta di ghiaccio assume una rilevanza sempre maggiore, soprattutto considerando che il Medio Oriente è scosso da una guerra che ha interrotto il traffico di petroliere e gas e contribuito a rallentare il commercio globale. In questo contesto, Cina e Russia si stanno preparando a potenziare ulteriormente questa rotta di navigazione alternativa, in una regione in cui, nei prossimi decenni, lo scioglimento dei ghiacci potrebbe allungare le stagioni navigabili e rendere accessibili nuove rotte. Ma che cosa rende così conveniente la Northern Sea Route controllata da Mosca? Un transito completo richiede appena una o due settimane e può consentire di risparmiare circa una settimana, o anche più, rispetto ai tempi di navigazione tra Asia ed Europa attraverso il Canale di Suez. Da tempo Putin immagina che questa rotta, lunga circa 3.500 miglia e sviluppata lungo la frastagliata costa artica della Russia, possa trasformarsi in un’importante arteria commerciale e in un motore per gli investimenti nei porti russi e nei grandi giacimenti di petrolio e gas della regione.

Negli ultimi mesi, il leader russo ha sostenuto che le interruzioni del commercio provocate dai combattimenti nel Mar Rosso e intorno allo Stretto di Hormuz dimostrino come la rotta artica stagionale possa essere considerata “la più sicura, affidabile ed efficiente”. Anche Xi guarda da anni con interesse alla prospettiva di una “Via della Seta polare” attraverso l’Artico. Nei giorni scorsi, tra l’altro, una compagnia di navigazione fondata a Singapore e gestita dalla Cina ha inaugurato il primo servizio stagionale di linea per container tra Cina ed Europa. La società pubblicizza un tempo di transito di circa 20 giorni, vale a dire quasi la metà rispetto a una rotta standard attraverso Suez, sostenendo inoltre di poter ridurre l’esposizione ai rischi di interruzioni geopolitiche. Un’altra società cinese, New New Shipping, ha lanciato il mese scorso una nuova linea che collega Tianjin, in Cina, con Murmansk, il principale porto artico della Russia. Il nuovo servizio si aggiunge alle rotte già operative della compagnia, che trasportano beni industriali cinesi in una direzione e materie prime russe nell’altra.

Nel complesso, almeno sei compagnie di navigazione cinesi dovrebbero effettuare più di 50 viaggi lungo la rotta durante questa stagione, utilizzando navi portacontainer, portarinfuse e navi multiuso. Come ha spiegato la Cnn, almeno per il momento il volume commerciale lungo la rotta rimane ancora estremamente ridotto rispetto alle principali arterie marittime mondiali, come il Canale di Suez. Il traffico è inoltre fortemente dominato dal petrolio e dal gas russi, che, insieme alle forniture destinate ad alcuni altri acquirenti asiatici di Gnl, confluiscono principalmente verso la Cina.

Sviluppi futuri e preoccupazioni occidentali

La cooperazione sino-russa nell’Artico procede di pari passo con l’espansione delle operazioni di navigazione cinese nell’area e con le crescenti preoccupazioni dell’Occidente. Il presidente statunitense Donald Trump ha evocato lo spettro di navi russe e cinesi impegnate a pattugliare le acque del Nord Atlantico, nei pressi della Groenlandia, per giustificare la minaccia di un’eventuale presa con la forza del territorio danese (una posizione, questa, che ha aperto una frattura senza precedenti con gli alleati europei della Nato). Washington ha inoltre siglato un accordo per la costruzione di nuove navi con la Finlandia, con l’obiettivo di ampliare la propria flotta di rompighiaccio, proprio mentre Pechino continua a rafforzare la propria presenza navale nell’Artico.

In Occidente cresce anche il timore che le missioni di ricerca cinesi possano avere una valenza strategica e militare. Le spedizioni condotte dalla crescente flotta polare cinese, come l’attuale missione di quattro mesi nella regione, potrebbero infatti consentire a Pechino di raccogliere dati potenzialmente utili alle proprie forze armate. Dal canto suo Pechino ha ripetutamente respinto queste accuse, sostenendo che siano parte di un tentativo di alimentare la percezione della “minaccia cinese” e di creare divisioni nella regione. La Cina difende le proprie attività nell’Artico come iniziative “volte a promuovere la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile”, nel rispetto del diritto internazionale. Pechino ha inoltre difeso a lungo i propri rapporti commerciali con la Russia, suo stretto partner, respingendo le sanzioni unilaterali.

Mosca, in ogni caso, è ancora cauta rispetto a un maggiore coinvolgimento della Cina nelle questioni di sicurezza dell’Artico. La Russia sembra preferire che il Dragone continui a svolgere un ruolo prevalentemente economico, acquistando energia russa e contribuendo allo sviluppo della Nsr, con l’obiettivo di trasformarla in una redditizia arteria commerciale. Eppure, quasi un decennio fa, la Cina ha iniziato a elaborare i propri piani per la navigazione polare dopo essersi definita uno “Stato vicino all’Artico”, ponendo le basi per una presenza sempre più strutturata nella regione. Il gigante asiatico potrebbe avere insomma altri piani.

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“Bogey” e “Fox”, storia del gergo che ha segnato la storia dei combattimenti dell’aria

Bogeys”. Un pilota da caccia americano aveva individuato due jet che si stavano avvicinando rapidamente. Dopo l’identificazione del modello e delle insegne, pochi istanti più tardi, attraverso la radio arrivarono altre parole in codice, parole destinate a entrare nelle cronache di quel combattimento: “Mi hanno voltato le spalle per la quinta volta… Fox Two!”. Due missili aria-aria puntarono dritti verso i loro bersagli, abbattendoli entrambi.

Era il 4 gennaio del 1989, quando due caccia F-14 Tomcat della Marina statunitense intercettarono una coppia di MiG-23 Flogger libici sopra il Mediterraneo. L’intercettazione degenerò in un duello aereo a causa delle “ripetute manovre che lasciavano presagire intenzioni ostili” da parte dei MiG, e le voci dei piloti statunitensi impegnati nello scontro aereo, registrate dal Dipartimento della Difesa e successivamente diffuse dalle emittenti televisive, incuriosirono quanti non conoscevano l’esatto significato di quella parola in codice. Per chiunque avesse dimestichezza con gli aerei da combattimento e la loro storia, quell’espressione curiosa, “FOX TWO”, aveva un significato preciso, dimostrato dagli eventi riportati dalla cronaca: il pilota del caccia aveva portato il suo attacco lanciando un missile aria-aria a guida infrarossa.

Fox One, Fox Two, Fox Three sono tre formule che appartengono al linguaggio universale del combattimento aereo che interessa gli aerei della NATO, i “brevity codes”, parole convenzionali utilizzate per condensare informazioni essenziali nel minor tempo possibile, che, attraverso appena sei sillabe, raccontano buona parte dell’evoluzione del combattimento aereo che ha trasformato i duelli nei cieli dalla Guerra Fredda ai nostri giorni.

Fox One” è il messaggio in codice che indica il lancio di un missile a guida radar semi-attiva come il celebre AIM-7 Sparrow, diventato uno dei protagonisti dei combattimenti aerei della Guerra del Vietnam, quando gli aerei da caccia, dopo gliultimi scontri aerei alla vecchia maniera nei cieli della Corea, iniziarono ad affidarsi quasi esclusivamente ai missili. Nel caso dei missili a guida radar semi-attiva il principio di funzionamento impone una limitazione decisiva: il missile possiede un ricevitore radar, ma non un trasmettitore capace di cercare autonomamente il bersaglio. È quindi il radar dell’aereo che lo ha lanciato a dover “illuminare” l’obiettivo, mentre lo Sparrow segue l’energia riflessa fino all’intercettazione. Ne consegue che il caccia deve continuare a supportare l’ingaggio durante il volo del missile. Rompere l’aggancio per effettuare determinate manovre difensive può compromettere l’intercettazione. Per alcuni secondi l’aereo che ingaggia il suo avversario, il “cacciatore”, rimane quindi, in una certa misura, legato alla sua preda, il suo obiettivo. Anche se si tratta di pochi secondi, in un combattimento aereo nel quale più velivoli possono avvicinarsi reciprocamente a velocità elevatissime, quei secondi possono diventare un’eternità. Per tale ragione, la scelta di questo tipo di missile riguarda scontri aerei ravvicinati condotti in determinate condizioni.

Nel caso del messaggio in codice “Fox Two”, il pilota segnala invece il lancio di un missile a guida infrarossa, il classico heat-seeker. È il caso del celebre AIM-9 Sidewinder che, a differenza dello Sparrow, non necessita che il radar del caccia continui a illuminare il bersaglio: il suo sensore ricerca la radiazione infrarossa emessa dall’aereo avversario e, una volta acquisito l’obiettivo, lo insegue autonomamente. Le prime generazioni di missili a guida infrarossa, tra i preferiti dai piloti, erano particolarmente efficaci quando l’attacco era portato dalla posizione “in coda” all’avversario, dal momento che la firma termica dei motori risultava più evidente al missile in cerca di calore. Negli anni i missili infrarossi sono stati migliorati, per essere capaci di ingaggi da molteplici angolazioni, rilevando non soltanto le sorgenti termiche più intense ma anche altre componenti della firma infrarossa del velivolo. Sistemi di puntamento montati sul casco permettono inoltre al pilota di indirizzare il sensore semplicemente guardando verso il bersaglio, consentendo lanci ad elevato angolo fuori asse. Decisivi nel combattimento ravvicinato, vengono impiegati durante i dogfight che, come nel primo caso, avvengono a una “distanza visiva”, mentre appartengono al combattimento aereo “oltre l’orizzonte” i missili lanciati quando viene segnalato un “Fox Three”, il lancio di un missile a guida radar attiva come l’AIM-120 AMRAAM.

Questo tipo di missile aria-aria rappresenta il vero salto tecnologico nel combattimento aereo che ha profondamente modificato il combattimento, ponendo il pilota nella condizione di ingaggiare e combattere un avversario Beyond Visual Range (BVR), ossia oltre il raggio visivo. Ciò gli consente di attaccare un aereo a grandi distanze con un missile a lungo raggio che dispone di un proprio radar e raggiunge un obiettivo che il pilota non vede a occhio nudo. Dopo il lancio, il missile procede verso l’area prevista d’intercettazione sfruttando la navigazione inerziale e gli eventuali aggiornamenti trasmessi attraverso data link; nella fase terminale attiva il proprio sensore radar e cerca autonomamente il bersaglio. Quando questo avviene, un’altra parola può attraversare la radio: “Pitbull”. Significa che il missile è diventato autonomo nella fase terminale dell’ingaggio. Il caccia che lo ha lanciato non è più vincolato come avveniva con le precedenti armi e può quindi “sganciarsi” e assumere una posizione difensiva o rivolgere l’attenzione verso un’altra minaccia.

Prima dello sviluppo dei missili a guida radar attiva, attraverso il codice “Fox Three” si annunciava l’uso del cannoncino di cui ogni aereo da combattimento è dotato; oggi l’impiego in combattimento di un cannoncino M61 Vulcan/GAU-12 o, nel caso dei nostri Eurofighter, del Mauser BK-27 è segnalato con la chiamata “Guns, guns, guns”.

I missili aria-aria sono entrati in servizio negli anni Cinquanta, quando Stati Uniti e Unione Sovietica hanno sviluppato diversi tipi di queste armi, fornendole ai loro alleati. Il primo impiego confermato di questo tipo di arma in combattimento risale al 17 giugno 1965, quando due caccia F-4 Phantom statunitensi ottennero due abbattimenti confermati contro MiG-17 nordvietnamiti utilizzando missili aria-aria. Dal Vietnam alle guerre arabo-israeliane, dalla guerra Iran-Iraq ai conflitti contemporanei, sensori, propulsione e sistemi di guida non hanno mai smesso di evolversi. E la portata dei missili che possono colpire un obiettivo BVR ci è stata resa chiara durante il recente combattimento aereo tra Pakistan e India, in cui un caccia pachistano di fabbricazione cinese J-15 ha abbattuto “oltre il suo raggio visivo” un caccia indiano di fabbricazione francese Dassault Rafale.

È giusto ricordare come, oltre alle manovre diversive o destinate a degradare l’energia del missile avversario per ridurne le possibilità di intercettazione, possano essere impiegati flare contro i missili infrarossi, chaff e guerra elettronica contro quelli radar.

Uno studio condotto dall’US Air Force, basato su oltre 1.450 combattimenti aria-aria dal 1965 ai nostri giorni, ha evidenziato come armi e sensori a lungo raggio abbiano drasticamente ridotto gli scontri ravvicinati. Sebbene il dogfight non sia del tutto scomparso, e nessun pilota possa permettersi di ignorare l’importanza del duro addestramento per affrontarlo, esso rappresenta sempre più frequentemente l’ultima fase di una battaglia che è cominciata molto prima che i due avversari potessero vedersi. Come dimostra il recente abbattimento del caccia di ultima generazione Su-57 russo caduto nella “trappola” tesagli da un F-16 ucraino che ha lanciato un missile a guida radar contro un bersaglio oltre il raggio visivo, sfruttando le informazioni fornitegli da un aereo comando e controllo Saab 340 AEW&C.

Come la caccia alla volpe

Ma veniamo infine alla codificazione del nemico, quel famoso “Bogey” che venne annunciato dal pilota prima di identificare la minaccia e lanciare i suoi missili contro il suo avversario. Nell’aviazione militare, anche l’identificazione delle minacce possiede un proprio vocabolario. “Bogey” indica un velivolo o una traccia radar di identità sconosciuta: potrebbe trattarsi di un aereo amico, neutrale o nemico e deve quindi essere identificato. Il termine, diffusosi nel linguaggio della Royal Air Force durante la Seconda guerra mondiale, deriverebbe da parole folkloristiche più antiche come bugge o bogle, utilizzate per indicare fantasmi, spettri o figure inquietanti e sconosciute. Come non ricordare, con l’occasione, l’attaccamento dei piloti a un certo tipo di storielle e folklore che hanno dato vita, attraverso la penna del pilota da combattimento e celebre scrittore Roald Dahl, alla leggenda dei “Gremlins”, i folletti che manomettevano i motori. Sempre gli inglesi, quando erano prossimi all’ingaggio dei nemici intercettati, erano soliti gridare “Tally-ho!”, come nella caccia alla volpe.

Una volta stabilita l’identità, cambiano anche le parole utilizzate: “Friendly” identifica con certezza un velivolo amico; “Bandit” uno identificato come nemico, senza che ciò costituisca automaticamente un’autorizzazione ad aprire il fuoco; “Hostile” indica invece una minaccia contro la quale l’ingaggio è autorizzato o consentito per legittima difesa. “Vampire”, infine, segnala un missile ostile rilevato visivamente o dai sensori. In ultimo, un dato fondamentale: contrariamente a quanto suggerisce quella conversazione radio, identificare un “Bandit” non equivale, di per sé, a ricevere l’ordine di abbatterlo. Esistono delle regole d’ingaggio. Ma questa è un’altra storia.

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Il caso Greenstein: così un tweet può costare 14 anni di carcere nel Regno Unito

Nella giornata di domani, nel Regno Unito, riprende il processo nei confronti di Tony Greenstein, nome che forse in Italia dirà poco ai più ma che è al centro di una vicenda giudiziaria che rischia di fare giurisprudenza. Ma chi è Greenstein? Uno scorbutico nonno di 72 anni, socialista ebreo di Brighton, figlio di un rabbino ortodosso, nonché noto attivista contro l’occupazione israeliana dei territori occupati e cofondatore della Palestine Solidarity Campaign. L’accusa è pesantissima: «terrorismo». La pena è altrettanto severa: 14 anni di carcere. Ma cosa ha fatto di tanto grave l’attivista britannico? Rispondendo sui social a un account anonimo che lo accusava, tra le righe, di essere un antisemita, Greenstein affermò provocatoriamente di sostenere Hamas contro l’esercito israeliano.

Il processo all’attivista

Passarono cinque settimane, fino a quando gli agenti della Counter Terrorism Policing perquisirono la sua casa a Brighton, sequestrando computer, hard disk e telefoni. Greenstein fu trattenuto per nove ore e gli furono imposte misure cautelari che gli vietavano di scrivere online sulla guerra a Gaza. Fu successivamente incriminato ai sensi della Section 12(1) del Terrorism Act 2000, che vieta di supportare gruppi dichiarati illegali dal governo del Regno Unito perché «coinvolti in terrorismo» come appunto Hamas. Alla polizia che lo arrestava, Greenstein disse: «Tutto questo è orwelliano».

If you disagree with the UK govt regarding Palestine, you get 14 years, says Tony Greenstein —not for planting a bomb, just for disagreeing https://t.co/Cmy0gprBfa

— Sarah Wilkinson (@swilkinsonbc) June 25, 2026

Il processo doveva iniziare il 5 gennaio scorso, ma è stato sospeso. La difesa – guidata dall’avvocato Lawrence McNulty – ha fatto ricorso in appello chiedendo di archiviare le accuse. McNulty ha inoltre denunciato un conflitto di interessi ai vertici dell’accusa del governo Starmer. In particolare, la Difesa di Greenstein ha accusato Sarah Sackman (al tempo solicitor general, ovvero principale consulente legale del governo): quest’ultima, infatti, era stata dirigente del Jewish Labour Movement e, prima di entrare in carica, aveva spinto per espellere Greenstein dal Labour. La giudice Plaschkes ha accettato il rinvio. Il processo riparte il domani, martedì, 18 agosto, a Kingston.

Nei guai per un commento sui social

Non è la prima volta che l’attivista pro-pal è finito nei guai per dei commenti online. Nel 2018, infatti, Greenstein fu espulso dal Partito Laburista a seguito di un lungo procedimento disciplinare, perdendo una causa per diffamazione contro la Campaign Against Antisemitism, che lo aveva definito «noto antisemita». La causa dell’espulsione del suo partito – non oggetto di indagine penale – è da ricercarsi per l’appunto in una serie di commenti pubblicati online, tutt’altro che edificanti.

Il punto, però, è un altro. E riguarda il clima di «caccia alla streghe» in cui è piombato il Regno Unito dopo il 7 ottobre 2023, che ha visto – di fatto – un processo di criminalizzazione del dissenso e del sostegno alla causa palestinese. I numeri sono inquietanti, per una democrazia occidentale: secondo quanto riferito dalla campagna Justice for Tony Greenstein, sono più di 2.700 le persone arrestate nel Regno Unito per aver espresso sostegno a Palestine Action dopo la messa al bando di quest’ultima nel 2025. Senza contare che diversi attivisti e giornalisti che si occupano di Israele e Gaza sono stati indagati o si sono visti perquisire le abitazioni , spesso senza alcuna incriminazione o accusa formale. L’obiettivo: intimidre e portare giornalisti e attivisti all’autocensura.

Fonti:

Thomas Karat, “The Two Terrorists: Britain Jails Tweets While the West Crowns al-Qaeda’s Man in Damascus,” Antiwar.com, 14 agosto 2026, https://original.antiwar.com/thomas_karat/2026/08/13/the-two-terrorists-britain-jails-tweets-while-the-west-crowns-al-qaedas-man-in-damascus/.

Jane Prinsley, “‘Notorious antisemite’ Tony Greenstein joins the Green Party,” The Jewish Chronicle, March 27, 2026, https://www.thejc.com/news/politics/notorious-antisemite-tony-greenstein-joins-the-green-party-i5gjdv1x.

Solidarity Is Not a Crime,” Justice for Tony Greenstein, https://justicefortonygreenstein.org/.

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Guerra e intelligence economica: informazioni e competizioni, la riflessione di Giuseppe Gagliano

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Il volume di Giuseppe Gagliano, la cui firma i lettori di InsideOver ben conoscono, Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot, pubblicato da VA Éditions nel 2026, offre una ricostruzione articolata della riflessione sviluppata da Christian Harbulot sulla natura conflittuale dei rapporti economici internazionali. Il libro non si limita a presentare il percorso di uno dei fondatori dell’intelligence economica francese, ma utilizza il suo pensiero per affrontare una questione più ampia: l’incapacità delle classi dirigenti occidentali di riconoscere che l’economia contemporanea è diventata uno dei principali campi di applicazione della potenza.

Il punto di partenza è la critica alla rappresentazione liberale secondo la quale l’estensione degli scambi e l’interdipendenza avrebbero progressivamente neutralizzato le rivalità tra gli Stati. Questa convinzione ha dominato a lungo il discorso politico europeo, soprattutto dopo la fine della guerra fredda. Il mercato globale veniva presentato come uno spazio regolato da norme condivise, nel quale le imprese avrebbero gareggiato sulla base dell’efficienza, dell’innovazione e della qualità dei prodotti. Harbulot ha contestato precocemente questa interpretazione. La mondializzazione non ha cancellato la conflittualità: ne ha modificato gli strumenti, i protagonisti e i territori. Gli Stati continuano a perseguire interessi di potenza, ma possono farlo attraverso il credito, la tecnologia, il diritto, l’informazione, le infrastrutture e il controllo delle risorse. La guerra economica non rappresenta dunque una deviazione occasionale dal funzionamento normale del mercato. Essa costituisce una dimensione permanente della competizione internazionale.

Gagliano ricostruisce questa tesi inserendola all’interno dell’evoluzione intellettuale e istituzionale dell’intelligence economica francese. In tal modo evita di ridurre il pensiero di Harbulot a una successione di formule. I concetti acquistano significato attraverso il contesto storico nel quale sono maturati: il declino relativo dell’industria francese, l’ascesa del Giappone e delle economie asiatiche, la superiorità informativa degli Stati Uniti, l’emergere della Cina e la difficoltà europea di formulare una strategia autonoma.

Uno dei temi fondamentali riguarda la specificità delle culture nazionali della competizione. Le economie non agiscono tutte nello stesso modo perché non sono organizzate secondo un modello universale. Ciascuna potenza costruisce un rapporto particolare tra Stato, imprese, banche, ricerca scientifica e apparati informativi. Dietro la concorrenza tra singole aziende si svolge frequentemente una competizione tra sistemi capaci di coordinare risorse pubbliche e private. Il caso giapponese ha avuto, nella formazione del pensiero di Harbulot, una funzione rivelatrice. L’avanzata industriale del Giappone mostrò che imitazione, acquisizione delle conoscenze, pianificazione di lungo periodo e collaborazione tra istituzioni potevano produrre una capacità offensiva difficilmente comprensibile attraverso la sola teoria della libera concorrenza. L’Occidente tendeva a interpretare il successo giapponese come il risultato dell’efficienza aziendale, trascurando il coordinamento strategico che lo rendeva possibile.

Analoga importanza assume il modello statunitense. Gli Stati Uniti hanno saputo collegare superiorità scientifica, capacità finanziaria, produzione normativa, influenza culturale e apparati di sicurezza. La centralità del dollaro e l’estensione extraterritoriale del diritto consentono a Washington di incidere sulle scelte di imprese e governi stranieri. Le sanzioni, le limitazioni all’esportazione delle tecnologie e l’accesso condizionato al mercato americano possono produrre effetti strategici senza richiedere un intervento militare.

Lo Stato e l’economia

Il problema, pertanto, non è stabilire se uno Stato interferisca nell’economia. La vera questione riguarda la qualità, la coerenza e gli obiettivi di tale intervento. Alcune potenze lo fanno apertamente, altre attraverso strutture meno visibili. L’errore europeo consiste nell’avere spesso scambiato la propria rinuncia alla strategia per una regola universale, senza accorgersi che i concorrenti continuavano a proteggere e sostenere i propri interessi.

Il libro attribuisce un ruolo importante al rapporto Martre del 1994, passaggio decisivo nella formalizzazione francese dell’intelligence economica. Quel documento cercò di elaborare una risposta alla frammentazione delle conoscenze e alla debole cooperazione tra amministrazioni, imprese e mondo della ricerca. L’informazione utile alla competitività non poteva rimanere dispersa tra istituzioni incapaci di comunicare. Doveva diventare una risorsa collettiva, organizzata in funzione degli interessi strategici del Paese.

L’originalità di questa impostazione risiedeva nella ricerca di una via francese, distinta tanto dal modello americano quanto da quello giapponese. Non si trattava di copiarne meccanicamente le strutture, ma di costruire un sistema coerente con la storia politica e amministrativa nazionale. La creazione dell’École de guerre économique nel 1997 si colloca in questa prospettiva: formare dirigenti capaci di riconoscere la conflittualità, analizzare le strategie avversarie e trasformare l’informazione in capacità di azione.

Gagliano mette in evidenza come l’intelligence economica non coincida con lo spionaggio industriale. Essa comprende la raccolta legale delle informazioni, la loro interpretazione, la protezione del patrimonio immateriale e l’influenza sull’ambiente decisionale. Il suo scopo non è semplicemente sapere, ma ridurre l’incertezza, anticipare le minacce e creare condizioni favorevoli al conseguimento di un obiettivo.

La protezione delle informazioni costituisce soltanto una parte del problema. Un’organizzazione può difendere efficacemente i propri dati e rimanere vulnerabile se non comprende le trasformazioni del contesto. La sicurezza passiva deve essere accompagnata da una capacità offensiva, intesa come possibilità di orientare una norma, contrastare una campagna ostile, difendere una reputazione o modificare il calcolo di un concorrente.

Da qui deriva l’importanza attribuita alla guerra dell’informazione e alla guerra cognitiva. La prima riguarda l’impiego dell’informazione per influenzare comportamenti e decisioni. La seconda agisce a un livello ancora più profondo, perché mira a condizionare le categorie attraverso le quali una società interpreta la realtà. Non è necessario nascondere un fatto quando è possibile determinarne preventivamente il significato.

Una campagna informativa può trasformare un’impresa in un simbolo negativo, isolare un governo o rendere politicamente impraticabile una decisione economicamente razionale. Organizzazioni non governative, fondazioni, gruppi di pressione, centri di ricerca e mezzi di comunicazione possono partecipare a queste dinamiche anche senza ricevere istruzioni dirette da uno Stato. La complessità deriva precisamente dalla sovrapposizione tra iniziative spontanee, interessi economici e strategie di potenza.

Il capitale informativo diventa così una risorsa difensiva e offensiva. Il suo valore non dipende dalla semplice accumulazione di dati, ma dalla possibilità di inserirli in una visione strategica. Senza un obiettivo politico, l’informazione rimane frammentaria. Senza una struttura capace di utilizzarla, anche la conoscenza più accurata perde efficacia.

L’Occidente: tante informazioni, poche decisioni

Questo passaggio permette di comprendere una delle critiche più incisive rivolte all’Occidente. Le società occidentali dispongono di università, imprese tecnologiche, servizi di informazione e centri di ricerca di altissimo livello, ma spesso non riescono a integrarli in una strategia comune. L’abbondanza delle informazioni convive con la debolezza della decisione. Si conoscono le dipendenze, si producono rapporti sulle vulnerabilità e si denunciano i rischi, ma le correzioni arrivano soltanto dopo la crisi.

Il caso del Venezuela, esaminato nel volume come applicazione concreta della guerra economica, consente di osservare la combinazione di strumenti finanziari, commerciali, energetici, giuridici e informativi. Al di là di qualsiasi giudizio sul suo sistema politico, il Paese rappresenta un laboratorio nel quale la pressione economica viene impiegata per ridurre le risorse disponibili, restringere i margini di azione del governo e incidere sugli equilibri interni.

Questo esempio mostra perché sia insufficiente analizzare separatamente sanzioni, diplomazia, comunicazione e mercati energetici. Gli strumenti acquistano efficacia quando vengono coordinati. Una restrizione finanziaria può indebolire l’industria petrolifera; la riduzione delle entrate può aggravare la crisi sociale; la crisi alimenta una narrazione internazionale di fallimento; tale narrazione legittima ulteriori pressioni. La guerra economica si presenta quindi come un processo cumulativo, nel quale ciascuna misura rafforza le altre.

L’approccio di Gagliano risulta particolarmente rilevante per l’Italia. Il nostro Paese possiede imprese competitive, conoscenze scientifiche, capacità manifatturiere e una posizione geografica strategica. Tuttavia, la frammentazione delle responsabilità e l’insufficiente cultura della sicurezza economica rendono difficile proteggere questi vantaggi. La difesa di un’azienda viene spesso affrontata soltanto quando un’acquisizione è già in corso, mentre manca una valutazione preventiva delle filiere, delle tecnologie e delle dipendenze.

Il libro induce anche a riflettere sulle ambizioni dell’Unione europea. La sovranità economica europea non può essere ridotta alla produzione di regolamenti. Il potere normativo è efficace soltanto quando poggia su una base industriale, tecnologica, finanziaria ed energetica adeguata. Un continente dipendente da piattaforme digitali, fornitori esterni e protezione militare altrui rischia di confondere l’autonomia formale con la capacità effettiva di agire.

La sovranità, nell’impostazione ricostruita da Gagliano, non significa autarchia. Significa conoscere le proprie dipendenze, selezionarle e impedire che possano essere trasformate in strumenti di ricatto. Ogni economia moderna dipende da risorse e tecnologie esterne; la vulnerabilità nasce quando tali dipendenze sono concentrate, insostituibili oppure controllate da un attore potenzialmente ostile.

Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot è dunque più di un’esposizione del pensiero di uno studioso. È una riflessione sulla necessità di ricostruire una cultura della potenza adeguata alle forme contemporanee del conflitto. Il suo valore risiede nella capacità di collegare storia delle idee, analisi economica, informazione e geopolitica, mostrando che questi ambiti non possono più essere studiati separatamente.

Il volume lascia infine emergere una conclusione tanto semplice quanto scomoda: chi rifiuta di riconoscere la guerra economica non contribuisce a eliminarla, ma rinuncia a difendersi. Nell’ordine internazionale attuale, la neutralità del mercato è spesso una rappresentazione costruita dalle potenze che possiedono gli strumenti necessari per orientarlo. Comprendere questa realtà non significa auspicare un conflitto permanente; significa creare le condizioni per non subirlo passivamente. È precisamente in questa capacità di rendere visibili i rapporti di forza nascosti dietro il linguaggio degli scambi che si trova il maggiore interesse del libro di Giuseppe Gagliano.

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Marco Tarchi: dove va l’Occidente?

Scene di ordinario servilismo. L’esperienza ci ha insegnato che dai vertici dei “grandi della Terra” non c’è da attendersi che frasi di circostanza, convenevoli da photo opportunity, dichiarazioni tanto altisonanti quanto scontate. Oltre a qualche promessa destinata ad essere disattesa. Se poi l’incontro è uno di quelli in formato G7 – cioè limitato a quelle che dovrebbero essere “le sette nazioni economicamente più avanzate del pianeta”, formula che l’esclusione della Cina rende quanto mai ridicola –, il risultato è ancor più scontato: lodi reciproche, ossequi all’unico vero “grande” presente, assicurazioni di eterna fedeltà al club occidentale, qualche frecciata ai rivali, Brics in testa, e poco più.

Neanche la presenza di un personaggio scomodo e imprevedibile come Donald Trump ha modificato il copione della più recente rappresentazione di questa commedia, tenutasi ad Evian a metà giugno. Gongolante per la firma del memorandum d’intesa (provvisoria) con l’Iran, che spera gli consenta di far passare una sconfitta per vittoria agli occhi dei suoi fedeli, the Donald si è accontentato di farsi riverire dagli alleati-vassalli, ne ha accettato i doni – il record della piaggeria questa volta è stato appannaggio di Merz, con la sua maglietta della nazionale tedesca; evidentemente Mark Rutte riteneva di avere già dato in abbondanza nelle occasioni precedenti – e i complimenti, si è mostrato magnanimo con gli europei che non lo avevano pubblicamente approvato nelle ultime avventure belliche (Macron è diventato un suo “grande amico” e per espiare lo ha invitato a cena nel palazzo di Versailles). E si è astenuto dal rievocare il programma di disimpegno militare dal Vecchio Continente che tanto aveva inquietato i commensali. Ci ha pensato comunque poche ore dopo il suo ministro della guerra Hegseth a ricordare a costoro che il ridimensionamento ci sarà e, soprattutto, che gli States non consentiranno più ai paesi membri della Nato di vietar loro, per qualsiasi motivo, l’uso discrezionale delle basi installate sui loro territori: o obbedienti o fuori!

Al termine dei lavori – se è lecito chiamarli così – Giorgia Meloni, la sovranista afflitta poche settimane prima dal preannuncio della possibile evacuazione di cinquemila GI’s dal suolo italiano, ha tenuto a proclamare che dalla riunione era uscito un messaggio chiaro: “Un Occidente unito è più forte e credibile”, e a vantare come un successo l’aver contribuito a strappare al presidente statunitense un “non scontato” impegno a sostenere militarmente l’Ucraina. Aggiungendo, in chiusura di conferenza stampa, un’esortazione rivolta ad Israele, invitandolo a non sabotare il processo di pacificazione in Medio Oriente.

Il rituale delle esortazioni

Esortazione. Invito. Questo è quanto “l’Occidente” ha fatto nei confronti di uno Stato che, per rappresaglia dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 (1.200 vittime), ha ucciso oltre 71.000 palestinesi a Gaza, di cui ha posto sotto controllo militare oltre il 50% della superficie e, nel frattempo, ha occupato ampie porzioni di territorio in Siria e in Libano, distruggendo villaggi, costringendone gli abitanti all’evacuazione, insediando proprie basi militari e dichiarando ufficialmente di non avere alcuna intenzione di abbandonare i territori conquistati.

E stiamo parlando del Paese i cui “coloni”, aizzati dai partiti di estrema destra ben insediati al governo e protetti da polizia e forze armate, in Cisgiordania stanno sistematicamente attaccando i residenti palestinesi con il ben noto sistema della “terra bruciata” – demolizione di case, sradicamento e distruzione delle colture, taglio delle condutture idriche, uccisioni e furti di animali – e negli ultimi tre anni hanno provocato 1.244 morti, più dei 1.046 dei diciassette anni precedenti, in migliaia di attacchi armati (più di 540 fra il gennaio e il marzo del 2026). Di quell’Israele il cui ministro della difesa Gallant ha definito i palestinesi “animali umani”, quello delle finanze Smotrich ha istigato ad“aprire le porte dell’inferno” in Libano e quello della sicurezza nazionale Ben Gvir, sullo stesso tema ha dichiarato che”tutto il Libano deve bruciare» e che «per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere”.

Di fronte a questo scenario, “l’Occidente” – preceduto dall’Unione Europea, che non era riuscita a trovare l’unanimità dei suoi membri per esprimere una condanna formale nei confronti di Ben Gvir per il trattamento inumano riservato agli attivisti della Flotilla e che verso i coloni assassini ha adottato sanzioni puramente simboliche – ha dimostrato ancora una volta la sua congenita ipocrisia. I suoi sbandierati valori, chiamati in causa incessantemente quando si tratta di accusare le “autocrazie” iscritte nel suo libro nero, sono stati per l’ennesima volta messi fra parentesi (ma sarebbe meglio dire cancellati) nel momento in cui Israele proseguiva i micidiali bombardamenti sul territorio libanese, che già sono costati al popolo preso di mira almeno 3.912 morti e 11.873 feriti, facendosi beffe delle promesse contenute nel memorandum di accordo fra Iran e Stati Uniti.

Netanyahu Mamdani

Quando l’Occidente è complice

Il caso israeliano è senza dubbio quello che meglio mette in evidenza il cinismo e la doppiezza di quel conglomerato sotto tutela, guida e sovranità statunitense a cui è stato assegnato da almeno ottant’anni – e in spregio della realtà geografica – il nome di Occidente. Sebbene ami presentarsi come l’intransigente tutore della legalità internazionale e il paradiso dei diritti umani, di fronte alle infrazioni della legge (le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non rispettate dal governo di Tel Aviv sono ben più di un centinaio) e ai veri e propri crimini dello Stato ebraico, il “blocco” occidentale è rimasto sistematicamente in silenzio. Anzi: si è fatto complice attivo. Come ha dichiarato il 17 giugno il vicepresidente Usa Vance, i due terzi delle dotazioni militari con cui Israele ha condotto le sue azioni belliche contro il Libano e l’Iran, e prima contro la popolazione di Gaza, «sono state pagate dal contribuente americano».

Grazie al combinato disposto dell’eterno senso di colpa per il genocidio subito dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale (quella che un ebreo coraggioso, il politologo Norman Finkelstein, ha definito in un suo libro famoso e osteggiato La fabbrica dell’Olocausto) e della potenza della lobby filoisraeliana di oltreoceano, i sedicenti difensori della democrazia e della libertà tollerano da decenni la strategia di pulizia etnica e di violenza sistematica – poco importa che la si definisca o meno genocidio: strage o massacro ne rendono altrettanto efficacemente la sostanza – che lo Stato ebraico attua nei confronti dei palestinesi. Ne avallano i pretesti per giustificare le violazioni della sovranità di altri Stati, la retorica delle «minacce esistenziali», l’attribuzione della qualifica di terroristi a chiunque li combatta con le armi (in una situazione di squilibrio di forze che non lascia altra via a chi si oppone alla loro sopraffazione se non il ricorso ai mezzi della lotta partigiana e della guerriglia). Ne minimizzano le responsabilità collettive scaricandole sul solo governo del “cattivo” Netanyahu, nel momento in cui il capo dell’opposizione Yael Lapid rimprovera al primo ministro di non aver convinto gli Stati Uniti a bombardare gli impianti energetici iraniani e a proseguire nei bombardamenti.

E a volte si schierano al loro fianco – Usa in testa, ma talvolta con il sussidio di ausiliari inglesi o francesi – nelle aggressioni “preventive” ai nemici, come è accaduto per due volte negli ultimi sei mesi nel caso dell’Iran. Ricorrendo, quando lo reputano opportuno, a crimini di guerra, come il bombardamento della scuola femminile di Minab costato la vita a 168 bambine, sul totale di 4.765 vittime causate dagli attacchi israelo-americani.

Le guerre prossime venture

Questa è la via verso il futuro tracciata da quell’Occidente che Meloni, Merz e i loro compagni di summit, colloqui e colazioni ritengono «credibile» e vorrebbero «più forte e unito», guidato da un paese i cui successivi governi si sono resi responsabili – in nome della pace – della massima parte delle guerre che hanno insanguinato il pianeta negli ultimi cinquant’anni. E che si sta prestando, in piena incoscienza della componente europea, a predisporre le conflagrazioni belliche future che gli Stati Uniti condurranno per l’affermazione dei propri interessi economici e geopolitici, prendendo di mira la Cina e i suoi effettivi o potenziali alleati nello scacchiere indo-pacifico.

Anche in questo senso, il G7 di Evian ha inviato un pessimo messaggio, ribadendo l’accanimento di von der Leyen, Rutte, Macron, Merz e comprimari nel sostenere l’Ucraina nell’apparentemente interminabile conflitto con la Russia. L’avallo concesso da Trump (ovviamente per quello che vale, data la volubilità del personaggio e il suo profilo psichico palesemente instabile) alla reiterata agenda bellicista dell’Unione europea rischia di rendere più arduo, invece di favorirlo, il percorso diplomatico verso una cessazione almeno provvisoria delle ostilità su quel fronte. Come abbiamo sostenuto su queste colonne fin dall’immediato indomani della sciagurata “operazione speciale”, Putin è caduto nella trappola che da quasi un decennio Usa e Nato gli avevano teso, e nella vicenda ha perso, in credibilità, più di quanto non abbia guadagnato sotto il profilo del controllo dei territori contesi. Essendoci rimasto invischiato, non può accettare di uscirne subendo compromessi e condizioni che suonerebbero umilianti, soprattutto in un momento in cui, grazie agli armamenti e al sostegno economico, il regime di Kiev pare aver migliorato la sua situazione sul fronte. Sarebbe il momento ideale per proporre uno scambio fra tregua e ritiro delle sanzioni. Che invece si è deciso di inasprire ulteriormente.

Insomma: l’Occidente ha deciso di scegliersi gli amici (Israele) e i nemici (Russia) sbagliati. Si è seduto al tavolo di una partita di poker pensando di avere in mano le carte migliori ed esulta molto prima di aver verificato quelle di cui dispone l’avversario. Così, il rischio del bluff cresce. E alla fine della serata il piatto potrebbe piangere. In questo caso, amaramente. La conclusione del “braccio di ferro” con l’Iran è un segnale da non trascurare.

Tratto dal numero 392 della rivista Diorama Letterario. Per abbonarsi (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista

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Perché la Cina ha scelto il Marocco come hub nel Mediterraneo

Il Marocco è diventato uno dei principali hub strategici, economici e commerciali della Cina dell’intera Africa. Poco importa che Rabat abbia stretto una solida alleanza con Israele e Stati Uniti, e che forse abbia in qualche modo favorito la crisi dei migranti di Ceuta per danneggiare gli interessi della Spagna, la porta cinese per accedere ai mercati europei. Poco importa, insomma, delle preferenze marocchine in politica estera, perché il pragmatismo adottato da Pechino nelle relazioni internazionali consente al Dragone di coltivare rapporti con tutti in nome del proprio interesse nazionale. Da questo punto di vista il Marocco é un perno ideale per consentire al gigante asiatico sia di penetrare nel continente africano che si implementare la presenza nel Mediterraneo.

Negli ultimi cinque anni i due Paesi hanno stretto accordi per importanti progetti infrastrutturali e siglato diversi patti commerciali. Nel settore manifatturiero, per esempio, decine di aziende cinesi hanno effettuato investimenti multimiliardari per stabilire fabbriche (per componenti di veicoli elettrici, batterie e materiali strategici ) in territorio marocchino. Per quale motivo? Bisogna considerare molteplici fattori che riguardano Rabat: la stabilità politica, accordi di libero scambio con l’Unione europea e gli Stati Uniti, abbondanti riserve di fosfato – cruciali per la produzione di batterie – e una posizione privilegiata, a soli 14 chilometri dall’Europa.

Gli affari della Cina in Marocco

Dal punto di vista di Pechino, ha ricordato il quotidiano spagnolo El Mundo, il Marocco può svolgere un ruolo simile a quello che il Vietnam ha assunto in Asia: essere cioè una piattaforma industriale attraverso la quale rifornire i mercati occidentali di beni cinesi, aggirando alcune delle crescenti barriere commerciali che interessano le esportazioni che provengono direttamente da oltre Muraglia. Attenzione, inoltre, al dossier delle infrastrutture. Le aziende statali cinesi partecipano infatti a progetti ferroviari, energetici e portuali. Un esempio? Il porto di Tanger Med – il più grande del Mediterraneo e uno dei principali centri di traffico container del mondo – si è affermato come un nodo logistico di enorme valore per le catene di approvvigionamento cinesi. Da qui le merci possono essere distribuite rapidamente in Europa e in Africa occidentale, rafforzando il ruolo del Marocco come piattaforma logistica con portata continentale.

E consentendo alla Cina di realizzare profitti considerevoli. Nel frattempo Yu Jinsong, ambasciatore cinese a Rabat, ha dichiarato che le relazioni bilaterali stanno attraversando un momento favorevole e che nei prossimi cinque anni ci sarà una stretta collaborazione sino-marocchina incentrata sulla costruzione di un quadro economico comune. Questo sforzo dovrebbe concentrarsi sull’eliminazione delle tariffe, sul trasferimento di tecnologia dalla Cina e sulla firma di accordi per l’energia sostenibile. Il rafforzamento delle relazioni bilaterali è decollato con la visita del re Mohamed VI a Pechino nel maggio 2016, dove sono stati firmati accordi che stabiliscono il partenariato strategico tra Cina e Marocco. Da allora, il commercio tra i due Paesi è cresciuto in modo significativo, guidato da collaborazioni su progetti per lo sviluppo del Global South e della Belt and Road Initiative.

Il Dragone a Rabat

La Cina è attualmente il terzo maggiore partner commerciale internazionale del Marocco e il secondo per investimenti nel settore dell’energia sostenibile nel Paese. Nel 2025, il commercio bilaterale tra i due Paesi ha raggiunto i 10,96 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 9,04 miliardi del 2024. Nello stesso anno, le esportazioni cinesi verso il Marocco hanno raggiunto i 9,88 miliardi di dollari, mentre le importazioni dal Marocco si sono attestate a 1,08 miliardi. Si prevede che gli investimenti cinesi nel Paese supereranno i 10 miliardi di dollari nel prossimo futuro. Le relazioni economiche tra i due Paesi si concentrano principalmente su due ambiti: il trasferimento di tecnologia e gli investimenti nell’idrogeno verde e nelle energie rinnovabili. Il Marocco esporta soprattutto materie prime, tra cui semiconduttori e derivati del fosfato, mentre la Cina fornisce componenti per veicoli elettrici, prodotti di telefonia e altri beni a maggior valore aggiunto.

Nel settore energetico, la Cina mira a inserirsi nel processo di transizione del Marocco, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo nazionale di coprire il 52% del consumo energetico da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto, il Marocco rappresenta un partner strategico anche per la sua straordinaria disponibilità di risorse naturali: il Paese possiede infatti quasi il 70% delle riserve mondiali di fosfato, una materia prima fondamentale per l’agricoltura. La rilevanza di questa risorsa è ulteriormente accresciuta dall’importanza della sicurezza alimentare a livello globale, in particolare per la Cina, il secondo Paese più popoloso al mondo, con circa 1,4 miliardi di abitanti. Un esempio concreto della crescente cooperazione industriale è rappresentato da BTR New Material Group, produttore cinese di materiali per batterie al litio, che sta realizzando nel Paese progetti dedicati alla produzione di materiali per catodi e anodi e che dovrebbe creare oltre 1.100 posti di lavoro qualificati. Il Marocco, principale esportatore mondiale di fosfato e dotato di significative risorse di cobalto e litio, sta così sfruttando la propria base mineraria per sviluppare una nuova filiera industriale nel settore energetico, capace di collegare le risorse marocchine, la capacità di lavorazione cinese e i mercati europei.

Negli ultimi due anni, ha sottolineato il New York Times, gli investimenti a Rabat e dintorni da parte di produttori cinesi di energia, veicoli elettrici e batterie sono aumentati in maniera vertiginosa, sfiorando quasi i 10 miliardi di dollari. Ci sono decine di aziende d’oltre Muraglia che stanno aprendo, o hanno già aperto, sedi in loco, a conferma della crescente importanza che Pechino assegna al Marocco.

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La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

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Cinesi che cambiano il mondo – Liang Wenfeng, il cervellone che ha reso l’IA cinese mainstream

Profilo bassissimo, interviste concesse con il contagocce, apparizioni internazionali limitate se non nulle. Liang Wenfeng è un fantasma. Tutti hanno imparato a conoscere il suo nome, pochi sono però quelli che saprebbero individuare se fosse seduto al loro stesso tavolo. Eppure questo anonimo 40enne cinese con la faccia un po’ da nerd e dai modi schivi è l’uomo che ha sdoganato la potenza del suo Paese sul fronte dell’intelligenza artificiale a livello globale.

Prima di lui, infatti, si faceva un gran parlare dei progressi hi-tech di Pechino, senza però approfondire nel dettaglio cosa diavolo significasse né cosa stesse facendo concretamente il Dragone. È servito DeepSeek, il modello di IA sviluppato dalla startup cinese fondata proprio da Liang, a squarciare il velo di mistero. In sostanza, la Cina ha dimostrato di essere in grado di creare campioni nazionali dell’intelligenza artificiale validi quanto i ricchi concorrenti statunitensi, ma a costi nettamente inferiori. E la “balenottera blu” di Wenfeng è presto diventata l’emblema di questa rivoluzione silenziosa.

Creata nel maggio 2023 come startup, DeepSeek è stata fin da subito concepita come un’organizzazione focalizzata sulla ricerca, e non come un’impresa commerciale orientata al profitto. “Il nostro principio non è quello di perdere denaro, né di realizzare enormi profitti. Il nostro punto di partenza non è quello di sfruttare l’opportunità per arricchirci, ma di essere all’avanguardia della tecnologia e promuovere lo sviluppo dell’intero ecosistema”, ha dichiarato Liang in una rara intervista rilasciata nel 2024 ai media cinesi.

Il cervellone cinese dell’intelligenza artificiale

Cosa sappiamo di Wenfeng? È cresciuto nella provincia meridionale del Guangdong raccontando di essere stato circondato da persone che all’epoca, tra gli anni Ottanta e Novanta, davano più importanza all’avvio di un’attività imprenditoriale che allo studio. Lui, invece, era molto più portato all’analisi accademica. E infatti, ancora giovanissimo, si è iscritto alla prestigiosa Università di Zhejiang specializzandosi in Ingegneria Elettronica e delle Comunicazioni, prima di conseguire un master in Ingegneria dell’Informazione e delle Comunicazioni.

Nel 2015 Mr. Liang ha co-fondato un hedge fund, High-Flyer Capital, che utilizzava complessi algoritmi matematici per effettuare operazioni di trading. Accumulata una discreta fortuna, nel 2023 il giovane ha scelto di concentrare parte integrante delle risorse nell’esplorazione dell’essenza dell’intelligenza artificiale generale (Agi).

DeepSeek è nata proprio in quel periodo. Nel 2025 avrebbe suscitato scalpore in tutto il mondo per “colpa” di uno dei suoi successi: un modello di intelligenza artificiale estremamente potente creato con un budget di gran lunga inferiore a quanto molti esperti di IA ritenessero necessario. “Come ha fatto una start-up cinese poco conosciuta a far tremare i mercati e i giganti tecnologici statunitensi?”, si chiedeva il New York Times in quei giorni concitati.

L’ascesa di Liang Wenfeng

L’obiettivo dichiarato da DeepSeek è quello di sviluppare tecnologie di intelligenza artificiale simili al chatbot ChatGPT di OpenAI o a Gemini di Google. In Cina, questa startup è nota per reclutare giovani e talentuosi ricercatori di Ia provenienti dalle migliori università del Paese, promettendo loro stipendi elevati e l’opportunità di lavorare su progetti di ricerca all’avanguardia. Negli ultimi anni ha rilasciato diversi modelli linguistici di grandi dimensioni.

Lo scorso 10 gennaio ha invece lanciato la sua prima app chatbot gratuita basata su un nuovo modello chiamato DeepSeek-V3: apriti cielo. Gli ingegneri di Liang hanno dimostrato un metodo più efficiente per analizzare i dati utilizzando i chip mettendo in imbarazzo l’intero settore statunitense.

Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il patrimonio netto di Wenfeng si aggirerebbe intorno ai 38 miliardi di dollari, una fortuna derivante principalmente dalla partecipazione di controllo in DeepSeek e dal suo impero di hedge fund. “La nostra sfida più grande non è mai stata il denaro, bensì l’embargo sui chip di fascia alta”, ha affermato Liang, ben consapevole che la strada da fare per rendere la Cina una potenza dell’IA è ancora lunghissima.

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