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Dassault saluta Airbus: l’Eurodrone può attendere

Francia

La vicenda Eurodrone non riguarda soltanto un disaccordo tecnico tra Dassault Aviation e Airbus. Deve essere interpretata come un episodio di guerra economica all’interno dello stesso campo europeo. Ciò che, a prima vista, appare come una controversia su compensazioni industriali rivela in realtà una lotta per il controllo delle filiere critiche, il dominio delle tecnologie militari, la protezione dei saperi nazionali e la definizione stessa della sovranità europea. La richiesta di compensazione formulata da Dassault nei confronti di Airbus, dopo la riduzione della propria quota di lavoro legata al disimpegno francese dall’acquisto dell’Eurodrone, non è dunque una semplice disputa contrattuale. È il sintomo di un disordine strategico più vasto. La Francia, senza uscire formalmente dal programma, ha smesso di prevedere il finanziamento delle proprie acquisizioni fino al 2035. Questo significa mantenere la facciata politica della cooperazione, ma togliere al progetto una parte essenziale della sua sostanza industriale e militare.

Per comprendere questa crisi bisogna uscire dal linguaggio convenzionale della cooperazione europea. Le parole usate nei vertici diplomatici — partenariato, condivisione, autonomia, sovranità, difesa comune — spesso mascherano realtà molto più dure. Nell’industria degli armamenti ogni programma è anche una battaglia di potenza. Si tratta di stabilire chi definisce il bisogno, chi controlla l’architettura tecnica, chi possiede i dati, chi conserva i brevetti, chi fissa le norme, chi intercetta i finanziamenti pubblici e chi impone agli altri il proprio modello industriale. È proprio qui che diventano utili le categorie della Scuola di Guerra Economica di Parigi, dell’EPGE e delle analisi diffuse da OPIG. La guerra economica non è soltanto lo scontro tra Stati nemici. È anche la concorrenza permanente tra alleati, imprese, amministrazioni, filiere industriali e sistemi nazionali di potenza. Si combatte nei contratti, nelle norme, nei finanziamenti, nei racconti pubblici, nelle dipendenze tecnologiche, nelle catene di approvvigionamento e negli arbitrati di bilancio.

L’Eurodrone come specchio di una sovranità incompiuta

L’Eurodrone avrebbe dovuto essere uno strumento dell’indipendenza europea. Il programma riuniva Francia, Germania, Italia e Spagna attorno a un drone di media altitudine e lunga autonomia, destinato alla sorveglianza, all’intelligence, alla designazione degli obiettivi e, in prospettiva, anche a missioni armate. L’obiettivo era chiaro: ridurre la dipendenza europea dai droni statunitensi e israeliani, in particolare dal Reaper americano, divenuto per anni uno dei simboli della superiorità occidentale nel settore dei sistemi senza pilota.

Ma l’ambizione politica si è scontrata con la realtà industriale. Airbus è stata collocata al centro del dispositivo, mentre Dassault, Leonardo e Airbus Spagna avrebbero dovuto occupare ruoli importanti. Questa architettura doveva soddisfare gli equilibri nazionali. Tuttavia, in una logica di guerra economica, l’equilibrio non è mai neutrale. La distribuzione dei compiti determina la distribuzione delle competenze, dei posti di lavoro, dei margini, dei brevetti e dell’influenza futura. Chi dirige un programma non controlla soltanto un calendario industriale; controlla una posizione strategica.

La Francia si è progressivamente interrogata sull’utilità reale di un sistema costoso, complesso e tardivo, mentre la guerra in Ucraina ha sconvolto le dottrine. I droni non sono più soltanto mezzi di ricognizione di lunga durata. Sono diventati strumenti di saturazione, logoramento, correzione del tiro, attacco tattico, pressione psicologica e disorganizzazione permanente dell’avversario. Il campo di battaglia moderno non premia più soltanto la sofisticazione. Premia anche la massa, la velocità di produzione, la capacità di sostituzione, la resilienza davanti al disturbo elettronico e l’integrazione in un ecosistema completo fatto di guerra elettronica, sensori, artiglieria e dati.

In questa prospettiva, la scelta francese appare meno come un’esitazione e più come una riorganizzazione strategica. Parigi non rinuncia ai droni; rifiuta di lasciarsi imprigionare in un modello industriale che potrebbe produrre troppo tardi un sistema troppo pesante. La preferenza crescente per soluzioni più nazionali, più rapide e più adatte all’alta intensità traduce una forma di patriottismo economico applicato alla difesa. Non si tratta soltanto di comprare francese per riflesso nazionale, ma di preservare una capacità sovrana di decisione, produzione e adattamento.

L’intelligence economica come lucidità strategica

L’intelligence economica consiste nel raccogliere, analizzare, proteggere e sfruttare l’informazione strategica utile alla decisione. Applicata alla vicenda Eurodrone, porta a porre domande che il discorso ufficiale evita spesso. Chi beneficia davvero del programma? Chi guadagna competenze? Chi perde autonomia? Quale impresa diventa centrale? Quale filiera nazionale viene indebolita? Quali saperi rischiano di essere marginalizzati? Quale dipendenza futura viene creata in nome della cooperazione presente?

Se si applica questa griglia, la crisi Eurodrone diventa più leggibile. Dassault difende una posizione che va oltre la sola questione della remunerazione. L’impresa difende il proprio posto nell’architettura aeronautica militare europea. Rifiuta di essere ridotta a un ruolo secondario in un settore nel quale le tecnologie senza pilota, la connettività, l’intelligenza imbarcata e l’integrazione con i futuri sistemi di combattimento diventeranno decisive. Perdere oggi una quota di lavoro significa rischiare di perdere domani una competenza. E perdere una competenza nell’industria della difesa significa perdere una porzione di sovranità.

Airbus, da parte sua, difende la logica del grande consorzio europeo. Questa logica ha prodotto risultati notevoli nell’aviazione civile, ma si rivela più fragile nel settore militare. L’armamento non è un mercato ordinario. Tocca il segreto, la dottrina d’impiego, la proprietà delle tecnologie, la libertà decisionale degli Stati e la capacità di produrre in tempo di crisi. La questione non è quindi soltanto sapere se Airbus possa coordinare più industriali. La questione è capire se questa coordinazione produca potenza o dipendenza.

L’intelligence economica obbliga anche ad analizzare i racconti. Presentare Eurodrone come un programma europeo di sovranità non basta. Bisogna chiedersi se questo programma accresca davvero la libertà strategica degli Stati partecipanti o se diventi un compromesso costoso destinato a salvare l’apparenza politica dell’unità europea. Nella guerra economica le parole sono armi. La parola sovranità può mascherare una dipendenza. La parola cooperazione può nascondere una cattura di valore. La parola Europa può dissimulare rapporti di forza tra potenze nazionali.

Patriottismo economico o ingenuità europea

Il patriottismo economico, in questo dossier, non deve essere caricaturato come una chiusura protezionistica. Indica la capacità di uno Stato di identificare i propri interessi vitali, proteggere le proprie imprese strategiche, sostenere le filiere critiche e rifiutare che la logica del mercato o quella del compromesso diplomatico indeboliscano la sua potenza futura. Nel campo della difesa, questo patriottismo economico non è un’opzione ideologica. È una condizione di sopravvivenza strategica.

La Francia ha rivendicato a lungo questa cultura. Essa si fonda sull’idea che le industrie della difesa non siano imprese come le altre. Dassault, Naval Group, Thales, Safran o MBDA non producono soltanto beni industriali. Producono autonomia politica. Permettono allo Stato di decidere, esportare, dissuadere, intervenire, negoziare e resistere alle pressioni esterne. Quando una capacità industriale viene perduta, non si ricostituisce facilmente. Servono anni, a volte decenni, per ricostruire un sapere abbandonato.

La crisi Eurodrone illustra dunque una tensione fondamentale: bisogna sacrificare una parte della sovranità industriale nazionale in nome di una sovranità europea ancora incerta? La risposta francese sembra diventare più prudente. Parigi accetta la cooperazione quando questa rafforza le sue capacità. Diventa però molto più diffidente quando la cooperazione rischia di diluire i suoi saperi, ritardare i suoi programmi o collocare i suoi industriali in posizione subordinata.

Questa posizione può essere criticata da chi difende una difesa europea integrata. Ma è perfettamente coerente dal punto di vista della guerra economica. In un mondo in cui gli alleati sono anche concorrenti, nessuno Stato serio affida ad altri il cuore delle proprie tecnologie decisive senza garanzie solide. L’Europa della difesa non può essere costruita sull’ingenuità. Presuppone una chiarificazione brutale degli interessi.

Il conflitto Dassault-Airbus come guerra di posizione

La rivalità tra Dassault e Airbus non nasce con Eurodrone. Attraversa già il dossier SCAF, il sistema di combattimento aereo del futuro. Anche lì la questione centrale riguarda la direzione industriale, la proprietà intellettuale, il controllo del velivolo da combattimento e la ripartizione dei compiti tra francesi, tedeschi e spagnoli. Dietro i dibattiti tecnici si nasconde una questione di potere: chi comanderà l’aviazione militare europea di domani?

Dassault ritiene che la progettazione di un aereo da combattimento non possa essere trasformata in un mosaico burocratico. L’esperienza del Rafale dà all’impresa francese una legittimità particolare. Ha concepito, sviluppato, migliorato ed esportato un velivolo diventato un successo strategico e commerciale. Airbus, al contrario, rappresenta la potenza del consorzio, l’equilibrio tra partner, la capacità di organizzare grandi programmi multinazionali. Queste due culture possono cooperare, ma non parlano sempre la stessa lingua.

Nell’Eurodrone come nello SCAF, il disaccordo riguarda dunque la gerarchia. Chi dirige? Chi segue? Chi arbitra? Chi possiede le tecnologie? Chi decide le evoluzioni future? Queste domande sono al centro della guerra economica. Chi controlla l’architettura controlla la dipendenza degli altri. Chi definisce le interfacce impone i propri standard. Chi detiene i dati possiede una capacità d’influenza duratura.

La crisi attuale può quindi essere letta come una guerra di posizione tra due modelli industriali. Il modello francese privilegia la coerenza sovrana, l’autorità tecnica e il legame diretto tra Stato stratega e industria nazionale. Il modello Airbus privilegia la distribuzione europea, la coordinazione multinazionale e la costruzione di un attore continentale capace di competere con i grandi gruppi americani. Il problema è che questi due modelli convergono soltanto se gli Stati condividono la stessa visione strategica. E non è questo il caso.

Germania, Italia, Spagna e la battaglia dei ritorni industriali

L’Eurodrone coinvolge anche Germania, Italia e Spagna. Ciascuno di questi Paesi cerca di ottenere ricadute industriali, posti di lavoro, competenze e un posto nella catena del valore. È normale. Ma questa logica dei ritorni industriali può trasformare un programma militare in un compromesso geoeconomico permanente. Non si costruisce più soltanto lo strumento più efficace; si costruisce lo strumento politicamente accettabile per ogni partner.

La Germania ragiona in un quadro particolare. Vuole rafforzare la propria difesa, ma resta profondamente legata alla NATO e alla relazione transatlantica. Desidera sviluppare la propria industria, ma conserva una cultura strategica diversa da quella francese. L’Italia cerca di preservare il ruolo di Leonardo nei grandi programmi europei e di evitare di essere marginalizzata tra l’asse franco-tedesco e le scelte americane. La Spagna vuole consolidare la propria partecipazione industriale e trarre vantaggio dalla logica Airbus. Così, ogni Paese partecipa alla sovranità europea, ma ciascuno la traduce anzitutto nel proprio interesse nazionale.

È esattamente ciò che mostra l’approccio della guerra economica: le alleanze non cancellano le rivalità. Le organizzano, le spostano e talvolta le rendono meno visibili. In un programma come Eurodrone, la competizione non si svolge soltanto contro Stati Uniti, Israele, Turchia o Cina. Esiste anche tra europei. La domanda è se questa competizione interna produca una potenza comune o distrugga l’efficacia collettiva.

La dimensione geoeconomica: il mercato mondiale dei droni non aspetta l’Europa

Mentre l’Europa negozia, il mercato mondiale avanza. Gli Stati Uniti conservano un vantaggio storico nei droni di media e lunga autonomia. Israele dispone di un sapere operativo antico e di una capacità d’esportazione molto solida. La Turchia ha dimostrato che un attore più agile può conquistare mercati con sistemi meno costosi, visibili sui campi di battaglia e politicamente ben sostenuti dallo Stato. La Cina propone un’offerta abbondante a Paesi che non vogliono dipendere da Washington.

In questo contesto, l’Eurodrone rischia di arrivare in un mondo già trasformato. Non è soltanto un problema di ritardo industriale. È un problema di guerra economica. Perdere tempo significa perdere mercati. Perdere mercati significa perdere volumi. Perdere volumi significa aumentare i costi. Aumentare i costi significa ridurre l’attrattività all’esportazione. E ridurre l’esportazione significa indebolire la filiera industriale che si voleva proteggere.

L’Europa si trova così intrappolata in un circolo pericoloso. Vuole produrre in modo sovrano, ma produce lentamente. Vuole competere con i grandi attori mondiali, ma moltiplica gli arbitrati interni. Vuole costruire un’industria continentale, ma non sempre possiede il riflesso di potenza necessario per imporre rapidamente le scelte. Nella guerra economica, la velocità è un’arma. L’Europa, troppo spesso, agisce come se disponesse ancora del tempo lungo delle amministrazioni. I suoi concorrenti agiscono con il tempo breve dei rapporti di forza.

La guerra cognitiva attorno alla sovranità europea

Esiste anche una dimensione informativa. La crisi Eurodrone si svolge dentro uno spazio di racconti concorrenti. Per alcuni, la Francia indebolisce l’Europa riducendo il proprio impegno. Per altri, si protegge da un programma diventato troppo costoso e inadatto. Per alcuni industriali, la cooperazione europea è indispensabile di fronte agli Stati Uniti. Per altri, diventa un meccanismo di diluizione delle competenze nazionali.

Questa battaglia delle interpretazioni è una forma di guerra cognitiva. Determina ciò che decisori, media e opinioni pubbliche considerano legittimo. Bisogna considerare Dassault come un attore che difende in modo eccessivo i propri interessi? O come un campione nazionale che protegge una competenza strategica? Bisogna vedere Airbus come l’incarnazione necessaria dell’Europa industriale? O come un sistema di compromessi che può indebolire la prestazione militare? Bisogna presentare la decisione francese come un ripiegamento nazionale? O come un adattamento lucido alle lezioni della guerra in Ucraina?

Nella guerra economica, imporre il racconto giusto conta quanto controllare il contratto. Chi impone l’interpretazione, spesso, impone anche la decisione futura. Se la Francia viene presentata come responsabile del fallimento europeo, dovrà pagare un costo diplomatico. Se l’Eurodrone viene presentato come un programma superato, i suoi difensori dovranno giustificarne il mantenimento. Se Dassault appare come vittima di una riconfigurazione industriale, la sua richiesta di compensazione guadagna legittimità. Se Airbus appare come garante dell’interesse europeo, la sua posizione si rafforza.

Sovranità europea o somma di patriottismi nazionali

La grande contraddizione è qui. L’Europa vuole costruire una sovranità comune, ma non dispone ancora di un patriottismo economico europeo abbastanza forte. Gli Stati parlano d’Europa, ma difendono le proprie imprese, i propri posti di lavoro, i propri uffici tecnici, le proprie catene di subfornitura e le proprie priorità militari. Questa realtà non è scandalosa. È normale. Il problema è negarla.

Un patriottismo economico europeo non può nascere da una semplice somma di compromessi. Presuppone una visione comune delle minacce, una gerarchia chiara delle priorità, un’autorità capace di arbitrare, una protezione delle filiere critiche e una strategia d’esportazione coerente. Senza tutto questo, l’Europa resterà uno spazio di concorrenza interna più che un attore di potenza esterna.

La Francia, in questa vicenda, agisce da Stato stratega. Si possono discutere le sue scelte, ma esse rispondono a una logica identificabile: non disperdere risorse in un programma giudicato meno adatto, preservare le capacità nazionali, sostenere soluzioni più rapide, evitare che i propri industriali siano marginalizzati nelle architetture future. Questa logica corrisponde pienamente al patriottismo economico così come viene inteso dalla scuola francese della guerra economica: identificare le vulnerabilità, proteggere gli asset strategici, rafforzare le capacità nazionali e rifiutare le dipendenze mascherate da cooperazione.

L’Europa deve scegliere tra potenza e procedura

La vicenda Eurodrone mostra che la difesa europea non soffre soltanto di una mancanza di denaro. Soffre di una mancanza di pensiero conflittuale. Troppo spesso l’Europa ragiona come se la cooperazione bastasse a produrre potenza. Ma la potenza presuppone innanzitutto la coscienza del conflitto. Conflitto contro i competitori esterni, ma anche conflitto d’interessi tra partner. La Scuola di Guerra Economica, l’EPGE e le analisi di OPIG ricordano proprio questa evidenza: nella globalizzazione, l’economia non è uno spazio pacificato, ma un campo di confronto.

L’Eurodrone doveva ridurre la dipendenza europea. Rischia invece di rivelare un’altra dipendenza: quella dell’Europa dalle proprie illusioni. Credere di poter costruire una sovranità industriale senza arbitrare duramente i rapporti di forza è un errore. Credere che interessi nazionali divergenti produrranno spontaneamente una strategia comune è un altro errore. Credere che i concorrenti aspetteranno che l’Europa finisca i propri compromessi è forse l’errore più grave.

La vera domanda non è dunque soltanto se Dassault otterrà una compensazione. La vera domanda è se l’Europa sia capace di pensare i propri programmi di armamento come strumenti di guerra economica. Questo significa proteggere i saperi, controllare i dati, mettere in sicurezza le catene del valore, accelerare le decisioni, sostenere i campioni industriali, dominare i racconti e scegliere quali dipendenze accettare e quali rifiutare.

In questa prospettiva, Eurodrone non è un incidente. È un avvertimento. Un’Europa che vuole essere potenza non può accontentarsi di procedure, vertici e comunicati. Deve accettare la logica del rapporto di forza. Deve praticare l’intelligence economica non come un supplemento accademico, ma come uno strumento quotidiano di decisione. Deve assumere un patriottismo economico che non sia soltanto nazionale, ma anche europeo, a condizione che l’Europa sappia finalmente definire ciò che vuole proteggere.

La sovranità non nasce dalle dichiarazioni. Nasce dalla capacità di trasformare l’informazione in decisione, la decisione in industria, l’industria in potenza e la potenza in libertà d’azione. È precisamente ciò che rivela la crisi Eurodrone: l’Europa possiede imprese, ingegneri, bilanci e ambizioni. Ciò che ancora le manca è una cultura strategica della guerra economica capace di unificare queste risorse in un vero progetto di potenza.

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Un flop per gli Usa, un disastro per Israele: l’eredità della guerra con l’Iran che ha cambiato il Medio Oriente

Trump e il fine guerra: c'è da fidarsi?

Mentre si parla di cosa succederà dopo il 19 giugno, giorno della firma dell’accordo di pace tra Usa e Repubblica Islamica, è possibile delineare un primo perimetro e fare un bilancio di quanto successo in un conflitto che è durato oltre cento giorni, pur con la coda di un lungo cessate il fuoco, e ha cambiato il volto del Medio Oriente e della sicurezza regionale. In un concetto si può dire che l’Iran non perde, gli Usa fanno flop, Israele subisce un vero e proprio disastro. Nonostante un attacco violento alla propria leadership militare e politica, raid di decapitazione che hanno eliminato la Guida Suprema Ali Khamenei e molti alti papaveri del regime, un duro colpo alle infrastrutture, una crisi economica sempre più mordente e la prospettiva di un rimescolamento dei rapporti di forza a favore dei Pasdaran dopo il conflitto, l’Iran si è trovato nella prospettiva di veder reggere la struttura dello Stato e di costruire sul campo un nuovo sistema dopo la fine dell’era dell’Ayatollah.

Per l’Iran non affondare equivale, sostanzialmente, a cantare vittoria di fronte al fatto che gli obiettivi dei suoi nemici erano quantomeno massimalisti. Per gli Usa si trattava di danneggiare la capacità militare di Teheran e, soprattutto, di colpire la Repubblica Islamica per condizionare gli approvvigionamenti energetici della Cina e delle altre maggiori economie concorrenti, mentre per Israele il bersaglio era nientemeno che la fine stessa della Repubblica Islamica, da perseguire tramite crollo del regime, incentivo a una guerra civile, frammentazione territoriale del Paese. Alla prova dei fatti, Washington ha fatto flop, specie considerato il fatto che dovrà trattare per veder riaperto lo Stretto di Hormuz, mentre a Tel Aviv è andata ancora peggio.

Netanyahu e Trump, indizi di crisi

Israele ha colpito duramente l’Iran, ma due guerre nel giro di un anno, a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026, non hanno conseguito alcuno degli obiettivi agognati dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è riuscito il sostegno tramite raid aerei e missilistici alle forze interessate a cambiare il regime in Iran; la posizione della leadership della Repubblica Islamica si è orientata verso la risposta a oltranza, e questo ha creato anche dei battibecchi tra Tel Aviv e molti partner regionali, specie nel mondo arabo, allontanando l’ipotesi di estensione degli Accordi di Abramo; il Libano, teatro sostanziale di pertinenza di Tel Aviv, è stato dall’Iran, con il sostegno implicito di Donald Trump, ricompreso nel perimetro di pace. A tal proposito, Trita Parsi del Quincy Institute commentava ieri che “Netanyahu sta anche cercando di prevenire il tentativo dell’Iran di stabilire una nuova equazione di deterrenza regionale, in cui gli attacchi a Beirut, e potenzialmente al Libano innescherebbero una risposta iraniana diretta contro Israele”.

Infine, Teheran si è vista non completamente isolata: l’azione di Paesi come Pakistan, Qatar e, sullo sfondo, Turchia per accelerare la fine della guerra ha mostrato l’emersione di un campo di Stati preoccupati dalle conseguenze delle guerre infinite di Israele. Per Netanyahu sarà dura, ora, presentare successi concreti in vista del prossimo appuntamento elettorale, decisivo per la sua permanenza al potere. L’ex premier Yair Lapid ha definito l’ipotesi di accordo “uno dei fallimenti più clamorosi della politica estera e di sicurezza di Israele”.

Il New York Times rileva che l’assenza di Tel Aviv dal negoziato ha impedito a Israele di spuntare concessioni, mentre Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies (Inss) della Tel Aviv University mette in guardia il governo dal compiere azioni sabotatrici di un eventuale accordo: “Più Washington si convincerà che Israele stia agendo per sabotare l’accordo o ritardarne l’attuazione, più crescerà la tensione con l’amministrazione”, ha scritto, aggiungendo che “i tentativi israeliani di danneggiare il processo diplomatico non sono solo una mossa contro l’Iran; potrebbero rapidamente trasformarsi in uno scontro diretto con la Casa Bianca stessa”. Per gli Usa cavarsi d’impaccio era diventato un obiettivo in quanto tale per rimediare i danni del conflitto, per Tel Aviv il rischio di un disastro securitario è palese. E per Netanyahu è forse l’ora più critica da quando, trent’anni fa, prese per la prima volta il potere in Israele. Non a caso, secondo Ynet, avrebbe detto a Trump che, comunque vada, Tel Aviv non si ritirerà dal Libano. Una potenziale conferma dei dubbi che Citrinowicz instilla sulla lucidità strategica di un leader in difficoltà.

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Lombardia-Liguria-Piemonte: la spinta del Nord-Ovest per la microelettronica

La “Chip Valley” italiana è il Nord-Ovest. La decisiva industria della microelettronica, cruciale come filiera strategica per lo sviluppo europeo, ha visto un coordinamento crescente ad opera delle politiche economiche nazionali e territoriali. A tal proposito, la Cabina Economica del Nord-Ovest formata dalle tre regioni dell’area, Lombardia, Liguria e Piemonte, si è riunita a Pavia nella giornata di venerdì 12 giugno col fine di rafforzare il coordinamento strategico per approfondire le politiche industriali per far correre la microelettronica. Dai chip di base ai prodotti complessi per l’inferenza IA e il supercalcolo, dalla ricerca di base a quella applicata all’industria il Nord-Ovest presenta alcune delle migliori realtà tecnologiche e produttive che operano in questo settore.

Dalla sede italiana di StMicroelectronics, ad Agrate Brianza, ai futuri impianti di Silicon Box a Novara, da Technoprobe, campione globale delle probe cards, fino alle istituzioni di ricerca sparse per il territorio delle tre regioni la microelettronica è di casa tra Lombardia, Liguria e Piemonte. A Torino e Milano i due Politecnici, a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia sono protagonisti della corsa all’innovazione. E così come tante volte nella sua storia Pavia ha rappresentato un cruciale snodo tra Pianura Padana e Appennini, Nord Italia e territori dell’Ovest del Paese, anche sul fronte della microelettronica l’antica capitale d’Italia è il baricentro scelto in quanto sede dell’importante Fondazione Chips-IT. Lombardia, Liguria e Piemonte hanno dunque scelto Pavia per consoldiare il dialogo nel quadro della proposta da parte del Nord-Ovest di istituire il riconoscimento di European Semiconductor Region of Excellence per i poli trainanti.

L’evento dell’Università degli Studi di Pavia “Il futuro della Microelettronica”, alla presenza del rettore e vicepresidente del Cnr Francesco Svelto e di figure di peso come Alberto Sangiovanni Vincentelli, Presidente della Fondazione Chips.IT e Piero Malcovati, Coordinatore della Scuola di Dottorato Nazionale Industriale in Micro e Nano-Elettronica dell’Università di Pavia, ha rappresentato un’occasione di confronto per rimettere i dialoghi tra territori al centro della programmazione industriale e pensare le regioni trainanti come hub europei.

Settori come la microelettronica hanno valore per i Paesi se affrontati su scala europea. E in tal senso, le autorità e i territori che conoscono i settori produttivi in maniera approfondita hanno spesso un polso migliore delle prospettive di sviluppo dei dossier industriali rispetto alle autorità statali. In tal senso, vedere geolocalizzata una densità tanto alta di competenze e capacità nel sistema Nord-Ovest offre opportunità a Lombardia, Liguria e Piemonte per mettere a servizio della corsa europea al rafforzamento della produzione di chip, della generazione di filiere integrate e della capacità di fare scala i migliori ritrovati dell’industria e dell’innovazione.

Questo è anche un perno della visione economica della Regione ospitante, la Lombardia, che soprattutto per mezzo dell’Assessorato allo Sviluppo Economico di Guido Guidesi ha spinto per porre le politiche industriali e la connettività europea al centro del discorso. Dall’istituzione di una cabina di regia unificata per gli investimenti all’accordo con territori europei quali la Catalogna, passando per l’attenzione a dossier critici a livello continentale, la “diplomazia economica” di Palazzo Regione è intensa e strutturata. Dalla microelettronica, “industria delle industrie” dell’era globale, passa poi una fetta notevole dello sviluppo di domani. Il Nord-Ovest non intende restare indietro e fa squadra per muoversi e diffondere consapevolezza sull’importanza del dossier.

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Dati biometrici per la polizia e Palantir italiane: la strategia IA del governo Meloni

intelligenza artificiale

L’uso dell’intelligenza artificiale sarà sotto il diretto controllo di Palazzo Chigi, tramite quattro diversi soggetti di nomina governativa che da adesso cominceranno a passare alla fase operativa. La legge 132 del 2025 è il vanto “europeista” di Giorgia Meloni e in particolare di Alessio Butti, sottosegretario all’Innovazione Digitale e meloniano di ferro: è la prima normativa di un Paese europeo che implementa l’AI Act di Bruxelles. Adesso, con una serie di decreti, inizia a delinearsi cosa intende il centrodestra per “strategia” sulla tecnologia più potente in circolazione. Prima di tutto, nel nuovo Comitato di Coordinamento sull’Intelligenza Artificiale alle dipendenze di Butti, oltre a un funzionario della Presidenza del Consiglio entreranno rappresentanti del ministero del Made in Italy, dell’Università e soprattutto della Difesa, il cui interesse per i sistemi di raccolta e calcolo dati a scopo militare è ovviamente primario.

Quattro organi governativi

A guidarlo sarà ancora il professor Gianluigi Greco, presidente dell’Associazione Italiana per l’IA, assieme a Andrea Lenzi del Centro Nazionale Ricerche. Confermato anche frate Paolo Benanti, docente alla Gregoriana e consulente di papa Leone XIV, che contemporaneamente è a capo della Commissione AI per l’Informazione, sotto giurisdizione di un altro sottosegretario, quello all’editoria Alberto Barachini (Forza Italia). La legge individua i supporti diretti alle politiche algoritmiche in due agenzie: l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. La prima, creata dal governo Monti, ha come direttore generale Mario Nobile, che dirigeva le infrastrutture informatiche e statistiche del ministero dei Trasporti. La seconda, istituita nel 2021, è diretta da Andrea Quacivi, fino al 2023 amministratore di Sogei, società informatica del ministero dell’Economia.

Sovraffollamento di agenzie

Insomma, come è consuetudine in Italia, c’è un certo sovraffollamento di autorità preposte a regolamentare e governare il prodotto principe del «tecno-capitalismo», giusto per citare il ceo di OpenAI, Sam Altman. Non tutte a spese del contribuente (la Commissione Benanti lavora a titolo gratuito), ma comunque obbedienti a una logica di spacchettamento di competenze che non si vede perché non riunire in un’unica realtà. Magari, come l’anno scorso suggeriva fra le righe la Rete per i Diritti Umani Digitali (Amnesty International Italia, The Good Lobby, Period Think Tank, Hermes Center, Privacy Network ecc), non affiliandola al governo di turno in carica, ma dando vita a un’authority terza, sottratta ai cambi di colore a Palazzo Chigi con spoil system annesso. Ma evidentemente la Meloni ha preferito lasciare intatto l’attuale quadro, venutosi a determinare negli anni per accumulo. La ragione è scontata: più istituzioni, più posti da distribuire. 

Screening biometrico

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si compiace intanto di un reato nuovo di zecca contro chi progetta algoritmi che possano mettere in pericolo l’incolumità personale o la sicurezza dello Stato. Intento encomiabile, dati i possibilissimi abusi nell’eventuale impiego di modelli matematici da parte di forze di polizia e intelligence. Rischio avvertibile anche nell’altra novità di segno giudiziario: per la prima volta si stabilisce che la magistratura potrà ricorrere allo screening dei dati biometrici. Ma solo «in casi eccezionali e minacce gravi» e con il sì del gip, si è affrettato a dire il collega dell’Interno, Matteo Piantedosi. Senza specificare quali, però. Presumibilmente, reati di anti-terrorismo o indagini su latitanti. È una delle applicazioni più delicate dell’impostazione, detta «antropocentrica», richiamata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che ha evocato la «sintonia con l’ultima enciclica» del pontefice. «Al centro non c’è la macchina ma la persona», ha sottolineato, aggiungendo che «le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano» e «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “grande fratello” generalizzato», e sono vietate altresì «grande banche dati biometriche». Resta che bisognerà vedere che fine faranno, comunque, i dati raccolti.

E gli accordi con Israele?

I buoni propositi, com’è noto, hanno il difetto di scontrarsi con la realtà. All’articolo 23 della legge si autorizzano investimenti, tramite il Fondo di Sostegno al Venture Capital e la Cassa Depositi e Prestiti Capital, a «PMI innovative e startup nelle fasi seed, early stage e scale-up, attive nei settori AI, cybersicurezza e tecnologie abilitanti come quantum, telecomunicazioni, 5G, edge computing, web3 e architetture open», si legge sul sito del Dipartimento Innovazione Digitale. «Una parte» delle risorse, continua la nota, «potrà sostenere anche imprese di dimensioni maggiori, considerate potenziali “campioni nazionali” tecnologici». Quali saranno questi «campioni», e se saranno in tutto o in parte «nazionali», lo si vedrà. Uno dei colossi con forte presenza nella penisola, per esempio, è STMicroelectronics, che è italo-francese. Senza contare gli accordi del 2023 proprio sulla cybersecurity fra la semi-partecipata statale Leonardo e l’Autorità per l’innovazione israeliana.

Budget limitato

Chi teme una gestione opaca o premiante per “manine” poco raccomandabili può consolarsi, per ora, con l’ammontare, non esattamente esorbitante, del budget messo a disposizione: 1 miliardo di euro. Decisamente poco se paragonato, giusto per fare due confronti, con i 22 miliardi della Gran Bretagna e i 10 miliardi della Francia. Naturalmente, con questi chiari di luna, di un’azienda di Stato che sviluppi una modellistica di intelligenza artificiale pubblica non si concepisce neppure l’idea. In questo, del resto, in buona – o meglio: cattiva – compagnia con il capofila tecnologico del blocco occidentale: quegli Stati Uniti che, non c’è neanche bisogno di dirlo, a internalizzare non ci pensano proprio, preferendo come d’abitudine foraggiare i privati. Un nome su tutti: Palantir. Ecco, quali saranno le nostre Palantir, ammesso e assolutamente non concesso che il paragone regga? Ai chatbot dei prossimi anni l’ardua risposta.

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Trita Parsi nel mirino: Trump vuole deportare lo studioso critico della guerra Usa all’Iran

Trump Trita Parsi

L’amministrazione Trump ha avviato un’indagine su Trita Parsi, analista e critico della guerra contro l’Iran, ipotizzando di revocargli la green card e deportarlo. Secondo quanto riportato dal sito conservatore e pro-Israele The Free Press (fondato da Bari Weiss, ora alla Cbs), funzionari dell’amministrazione starebbero valutando la possibilità di espellere Parsi, che possiede doppia cittadinanza iraniana e svedese.

Parsi, cofondatore e vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft e cofondatore del National Iranian-American Council (Niac), è stato un fervente oppositore dei continui attacchi statunitensi contro la Repubblica Islamica. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato al Free Press che il segretario di Stato Marco Rubio è stato «molto chiaro» nell’intenzione di colpire «persone che sostengono i nostri avversari e il cui lavoro promuove la loro agenda minando la nostra sicurezza». Una svolta inquietante e autoritaria per gli Stati Uniti targati Trump.

La lunga ombra di Laura Loomer

Non è un caso che l’indagine sia partita proprio ora. Come già ampiamente documentato da InsideOver, Laura Loomer, influencer della destra radicale americana e feroce sostenitrice di Israele, aveva chiesto esplicitamente l’apertura di un’indagine contro Trita Parsi già nelle scorse settimane. La Loomer, diventata una delle figure più influenti nel secondo mandato di Donald Trump, ha postato su X un messaggio inequivocabile: «Trita Parsi è anche titolare di green card. Ha cittadinanza iraniana e svedese. È un portavoce del regime iraniano e ha usato NIAC e il Quincy Institute per diffondere propaganda filoiraniana. Dovrebbe essere deportato subito. È una vera minaccia per la sicurezza nazionale Usa».

Secondo The New Republic, la Loomer avrebbe definito Parsi un «portavoce del regime iraniano» che promuove «punti di propaganda filoiraniani» in un post su X dello scorso aprile, aggiungendo a maggio che «i suoi giorni nel nostro Paese sono contati». L’influencer aveva già avuto un ruolo centrale nella detenzione di due donne iraniane, Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia Sarina, dopo averle identificate come parenti dell’ex comandante militare iraniano Qassem Soleimani.

La vicinanza di Laura Loomer a Trump è notoria. Come ricostruito dal Financial Times e ripreso da InsideOver, ore dopo che il presidente americano aveva lanciato l’attacco contro l’Iran, la prima telefonata fu proprio per lei, la 32enne sostenitrice convinta della guerra alla Repubblica Islamica e delle ragioni di Benjamin Netanyahu. «Gli ho detto che ha fatto un ottimo lavoro e che in tutto il mondo la gente lo sta acclamando – ha raccontato la Loomer al Financial Times –. Ci sta rendendo orgogliosi di essere americani».

Le parole di Parsi a Middle East Eye

Intervistato da Middle East Eye lo scorso maggio, Parsi aveva messo in guardia sulla capacità degli Stati Uniti di raggiungere un accordo con l’Iran, sottolineando che tutto dipende dalla capacità di Washington di frenare gli attacchi israeliani nella regione. «Se Trump non può o non vuole farlo – aveva dichiarato –, il valore di qualsiasi accordo con Washington viene messo seriamente in discussione». «Un cessate il fuoco che lasci Israele libero di riaccendere le ostilità a piacimento – mentre gli Stati Uniti rimangono incapaci di impedirsi di essere trascinati di nuovo nel conflitto – offre poche garanzie di stabilità. In tali circostanze, l’utilità di un accordo con Washington diminuisce drasticamente», ha aggiunto Parsi.

Parsi è un critico della Repubblica Islamica – la sua famiglia fuggì in Svezia per sfuggire alle persecuzioni in Iran – e ha subito attacchi sia da monarchici iraniani che da figure filo-Trump per la sua opposizione al conflitto. È stato anche molto critico nei confronti del sostegno statunitense al genocidio di Israele a Gaza e agli attacchi in Libano.

La solidarietà di analisti e opinionisti

La notizia dell’indagine ha suscitato preoccupazione e reazioni di solidarietà da parte di diverse voci del dibattito pubblico americano. Daniel Davis, veterano dell’esercito Usa, analista militare e conduttore del Deep Dive, ha espresso il suo sostegno a Parsi in un lungo post su X:

Trita Parsi @tparsi, Executive Vice President of Quincy Institute, is reportedly being investigated by the U.S. Administration and may be in danger of being deported. I can only hope that is a scare tactic, or just fake news, bc not only would such an attempt to silence a critic… pic.twitter.com/gRixVFA0Ix

— Daniel Davis Deep Dive (@DanielLDavis1) June 11, 2026

«Trita Parsi, Executive Vice President of Quincy Institute è presumibilmente sotto indagine da parte dell’Amministrazione USA e potrebbe rischiare la deportazione. Posso solo sperare che si tratti di una tattica intimidatoria o di fake news, perché non solo un simile tentativo di silenziare un critico della folle guerra americana in Iran sarebbe incostituzionale, ma sarebbe incredibilmente sciocco. Trita è stato molte volte nel nostro show, ed è stato SEMPRE una voce di ragione, di intelligenza e, forse soprattutto, filo-America».

Ha poi aggiunto: «È un genuino sostenitore dell’America-first e tutti i suoi consigli e le sue critiche sono stati incentrati sul tentativo di convincere il governo a evitare politiche dannose per noi e a perseguire politiche da cui possiamo trarre beneficio. Abbiamo bisogno di più uomini come Trita Parsi nel dibattito nazionale».

Solidarity w/ Trita Parsi, the Iranian-American analyst (& friend of Katie Halper Show) who is allegedly being investigated by Trump Admin. I say allegedly bc it's possible that the story is an attempt to scare & silence anti-war voices & pressure… https://t.co/gwbWkYiTpH

— Katie Halper (@kthalps) June 12, 2026

Anche la giornalista e conduttrice Katie Halper ha espresso solidarietà a Parsi, ripresa in un repost che ha amplificato il messaggio: «Solidarietà a Trita Parsi, l’analista iraniano-americano (e amico del Katie Halper Show) che sarebbe sotto indagine da parte dell’Amministrazione Trump. Dico “sarebbe” perché è possibile che la storia sia un tentativo di intimidire e silenziare le voci anti-guerra e fare pressione…». Un chiaro tentativo di intimidire le voci dissidenti da parte di un’amministrazione che si era presentata agli elettori come paladina del free speech nonché una bruttissima pagina per la democrazia a stelle e strisce.

Whether you agree or disagree with Trita Parsi @tparsi should not even matter. If you believe in democracy and the rule of law, you should firmly oppose the Trump administration's reported efforts to investigate and deport him because of his views on Iranhttps://t.co/Cg5899NmOP

— Thomas Juneau (@thomasjuneau) June 12, 2026

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Iran-Usa, l’accordo di pace è realtà: Hormuz riapre, deroga al greggio di Teheran, poi colloqui sul nucleare

Dopo oltre due mesi, il cessate il fuoco diventa accordo di pace: Usa e Iran hanno concordato di porre fine alla Terza guerra del Golfo e il prossimo 19 giugno a Ginevra formalizzeranno un’intesa di cui si vedono già i profili chiari. Sulla base del patto mediato da Qatar e Pakistan riaprirà lo Stretto di Hormuz, con l’Iran che si impegna a sminarlo nei primi 30 giorni e a non imporre pedaggi per 60 giorni; in quei 60 giorni, l’Iran avrà una temporanea esenzione sulle sanzioni che colpiscono il petrolio, ci sarà un cessate il fuoco esteso al Libano e dopo la fase iniziale partirà un dialogo a tutto campo per capire come sviluppare la principale partita, quella sulle scorte di uranio arricchito della Repubblica Islamica.

Le vie del negoziato

Se confermate, le disposizioni dell’accordo che sarà concluso dal vicepresidente Usa J.D. Vance da un lato e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dall’altro, apriranno inoltre al mutuo riconoscimento della sovranità dei due Paesi e quindi al ristabilimento sostanziale di relazioni diplomatiche congelate dal 1979. Un passaggio fondamentale che per il presidente Usa Donald Trump si dovrebbe accompagnare a una ripresa dei flussi energetici globali e per l’Iran a una rivendicazione di un successo sostanziale nella Terza guerra del Golfo: quello nella battaglia per la sopravvivenza.

Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano, l’Iran ha vissuto un vero e proprio assedio militare e subito duri colpi, ma ha ribaltato il campo usando la leva di Hormuz e degli attacchi alle infrastrutture e le basi nei Paesi del Golfo come strumento di pressione sull’economia globale. Alla prova dei fatti, se l’accordo reggerà avremo il primo caso in cui gli Usa devono ricorrere a un negoziato per veder rispettato il principio strategico del controllo su stretti e rotte marittime che plasma il potere globale della superpotenza, e al contempo una dimostrazione di resilienza da parte di un settore dell’élite iraniana di fronte alle pressioni dei falchi più oltranzisti.

Un solco Usa-Israele

Inoltre, si separano nettamente nel negoziato le strade di Washington e quelle di Israele, per almeno tre motivi: il Libano viene incluso nel perimetro del cessate il fuoco, contro la volontà del primo ministro Benjamin Netanyahu; l’arsenale missilistico, vero e proprio spauracchio iraniano, e il sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione mediorientale non rientrano nel perimetro del negoziato; l’Iran riafferma che non svilupperà armi nucleari ai sensi del Trattato di Non Proliferazione di cui è membro, al contrario di Tel Aviv che ha un arsenale nucleare non dichiarato e non è firmatario del Tnp.

Il New York Times aggiunge che in un dialogo con il presidente ai margini delle celebrazioni per il Giorno della Bandiera (80esimo compleanno di Trump, peraltro), The Donald “ha descritto l’attuale leadership iraniana, compreso il nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, come pragmatica”, parole che ben si discostano dalla dura critica portata a Netanyahu dopo che domenica Israele, colpendo il Libano, aveva messo a rischio le trattative. Ora, invece, dopo lunghe incertezze e tanti annunci a vuoto una base per la pace c’è. La vera sfida sarà capire come consolidare le fondamenta e, soprattutto, comprendere in che misure si passerà dalla prima alla seconda, decisiva parte delle trattative sul nucleare. La notizia, però, è che dopo molti annunci a vuoto finalmente si può parlare di un percorso verso la stabilità. E di questo il Medio Oriente e il mondo intero avevano, indubbiamente, grande bisogno.

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Dai semiconduttori all’IA: perché Italia e Corea del Sud rafforzano la loro partnership

Nello stesso giorno in cui la Corea del Sud esordiva nel Mondiale di calcio, vincendo in Messico, per 2-1 contro la Repubblica Ceca, e il tribunale distrettuale centrale di Seoul condannava l’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol a 30 anni di carcere, l’attuale leader del Paese, Lee Jae Myung, si trovava in Italia nella seconda tappa del suo tour europeo. Lee, che si era prima fermato in Belgio, a Roma ha incontrato sia la premier Giorgia Meloni che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, concordando di elevare le relazioni tra le due nazioni a un partenariato strategico speciale.

“Oggi, il presidente (Mattarella ndr) e io abbiamo concordato di elevare le relazioni bilaterali a un partenariato strategico speciale, a testimonianza della nostra determinazione a sviluppare ulteriormente i legami bilaterali”, ha dichiarato Lee dopo un intenso meeting al Quirinale, in un vis a vis che è servito a esplorare anche le modalità per ampliare la cooperazione, tra gli altri, nei settori strategicissimi dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale (IA).

Perché la Corea di Lee punta sull’Italia

Inaugurando una tavola rotonda tra imprese sudcoreane e italiane, Lee non ha usato mezzi termini nell’affermare che Roma e Seoul sono partner ottimali in grado di costruire un “nuovo ordine industriale” a fronte di una collaborazione ancora più intensa. I dossier più scottanti comprendono i citati chip e l’IA, ma anche la produzione nel settore della Difesa, l’industria aerospaziale, l’energia e le biotecnologie. “Proprio come la fiducia costruita in oltre 142 anni, il panorama della cooperazione (tra i nostri Paesi ndr) si sta ampliando”, ha proseguito Lee, promettendo di “aprire un nuovo capitolo di cooperazione verso una prosperità condivisa”.

Secondo quanto riportato da Korea Times, Italia e Corea del Sud avrebbero intenzione di firmare molto presto memorandum d’intesa sulla cooperazione per le piccole e medie imprese e sull’economia sociale solidale. Dal canto suo, Mattarella ha spiegato che i due Paesi intendono attuare piani d’azione congiunti fino al 2030 nell’ambito del partenariato strategico speciale appena istituito. Altro aspetto rilevante è che sia Lee che lo stesso Mattarella hanno condiviso la necessità di raggiungere al più presto una stretta collaborazione tra i Paesi “che la pensano allo stesso modo”, tanto più in un contesto di crisi delle catene di approvvigionamento derivanti dal conflitto in Medio Oriente e da altre situazioni emergenziali a livello globale.

I dossier più caldi: Hi-Tech, commercio ed Europa

Nell’incontro con Meloni, Lee ha espresso la speranza che Italia e Corea del Sud possano collaborare per espandere il libero scambio globale e il multilateralismo. “Considerando che l’Italia è una potenza nella ricerca scientifica di base, con capacità creative nell’ingegneria e nel design, e che la Corea del Sud è una potenza nella produzione avanzata con capacità tecnologiche innovative, i due Paesi sono partner ottimali”, ha proseguito il leader asiatico.

Insieme a Lee c’erano diversi personaggi rilevanti dell’economia sudcoreana, come Ryu Jin, presidente della Federazione delle industrie coreane, Lee Jae Yong, presidente di Samsung Electronics, Cho Hyun Joon, presidente del gruppo Hyosung, Sung Kim, presidente di Hyundai Motor, Jang In Hwa, presidente di Posco, e Choi Soo Yeon, Ceo di Naver.

Piccolo passo indietro: nella tappa principale, in Belgio, Lee ha preso parte a una riunione del Consiglio europeo, accogliendo con favore un nuovo accordo volto a facilitare lo scambio di informazioni riservate tra la Corea del Sud e l’UE. I negoziati avviati “ci consentiranno di condividere in modo sicuro le informazioni classificate e di perseguire attivamente la cooperazione industriale e di ricerca”, ha dichiarato Lee. Un altro passo in avanti per la visione multilaterale di Seoul.

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Sapete qual è il vero obiettivo di Ferrari Luce? Conquistare i cinesi ricchi

Cosa pensate della nuova Ferrari Luce? La maggior parte dell’opinione pubblica italiana, o almeno quella più rumorosa e visibile, ha caricato a testa bassa l’ultima nata nella scuderia del cavallino rampante. Addirittura l’ex presidente di Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, è stato durissimo nella sua valutazione: “Se dovessi dire quello che penso farei del male alla Ferrari. Si rischia la distruzione di un mito”. E ancora: “Questa sicuramente è una macchina che almeno i cinesi non ci copieranno”.

Ferrari, la Cina, il design di Luce e il suo cuore elettrico: ecco il “filo rosso” che in molti, forse, non hanno notato. Lo aveva in realtà già fatto capire Benedetto Vigna, Ceo di Ferrari, quando lo scorso ottobre spiegava che la Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto rappresentare “una buona opportunità” perché i cittadini d’oltre Muraglia sono già abituati all’elettrico e, soprattutto, perché mostrano un certo “interesse per Ferrari”.

È utile rileggere le parole di Vigna, perché anticipavano in maniera chiara e cristallina la futura strategia di Ferrari: lanciare la prima auto completamente elettrica per cercare di invertire il calo delle vendite in Cina. La casa di Maranello ha sostanzialmente seguito lo stesso percorso intrapreso da numerose rivali europee, da Rolls-Royce a Bentley, che hanno scelto di abbracciare l’elettrico nel tentativo di bloccare l’emorragia di vendite registrate all’ombra della Città Proibita, dove risiede da tempo il loro secondo mercato più importante del pianeta.

Una Ferrari… per i cinesi?

Nell’arco degli ultimi anni, il mercato cinese delle auto di lusso è cambiato drasticamente. I ricchi che prima acquistavano Ferrari o Bentley si sono gradualmente spostati verso alternative autoctone, meno prestigiose nel marchio ma più tecnologiche e performanti rispetto ai brand occidentali. Basta dare un’occhiata ai dati più recenti. Nel primo quadrimestre del 2026, China Passenger Car Association ha registrato una diminuzione del 21% su base annua nel volume delle importazioni di Ferrari, del 31% di Rolls-Royce e del 30% di Bentley. “Il nostro portafoglio e la nostra offerta per la Cina non erano adeguati”, aveva spiegato Vigna otto mesi fa.

Ecco, Ferrari Luce è il tentativo numero uno effettuato dal Cavallino per tornare a scorrazzare nelle praterie cinesi. Questa berlina a quattro porte e cinque posti (prezzo: 640.000 dollari) è assai diversa dalle auto sportive a due porte che hanno reso il marchio italiano celebre nel mondo delle quattro ruote. Del resto, è stata creata con il contributo dell’ex designer di Apple, Jony Ive, ed è dotata di un motore elettrico su ciascuna ruota che le consentono di accelerare da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi, nonché di percorrere fino a 530 km con una carica completa.

Se, inoltre, come ha dichairato Enrico Galliera, responsabile marketing e commerciale di Ferrari, “il principale cliente a cui la casa automobilistica si rivolge (con Ferrari Luce ndr) è chi possiede già un’auto elettrica”, vale la pena chiedersi dove si trovano gli acquirenti facoltosi già abituati ai veicoli elettrici. Risposta: in Cina.

Una strategia rischiosa

In Cina possedere un’auto di lusso elettrica o a combustione può fare un’enorme differenza. Una rombante Ferrari tradizionale, per esempio, è soggetta a una tariffa d’importazione del 15%, alla quale bisogna aggiungere un’imposta sui consumi del 40%, una tassa sui beni di lusso del 10% e un’imposta sull’acquisto del veicolo del 10%, per una spada di Damocle del 75% di spesa in più da sommare a prezzi di vendita altissimi.

I veicoli elettrici sono invece esenti dall’imposta sui consumi e nelle grandi metropoli del Paese i proprietari possono ottenere una targa quasi immediatamente (senza invece dover fare i conti con lungaggini burocratiche). Citiamo infine l’aspetto culturale: i facoltosi acquirenti cinesi amano lo status ma vogliono che questi simboli si integrino con l’ambiente circostante senza “stonare” troppo.

La strategia di Ferrari con Luce ripagherà le attese? È una grande incognita, perché i player locali hanno messo nel mirino la fascia alta iniziando, a loro volta, a produrre veicoli di lusso. Alcuni esempi? Byd ha lanciato diversi modelli con il marchio di lusso Yangwang, a prezzi intorno a 1 milione di yuan (147.800 dollari), mentre Maextro, una joint venture tra Huawei e la casa automobilistica statale Jac, descrive le sue auto come “più lussuose e confortevoli” di Maybach di Mercedes-Benz e di Phantom di Rolls-Royc.

Da gennaio ad aprile, Byd ha riferito di aver consegnato localmente 1.216 auto con il marchio Yangwang. Al di là dell’incremento dell’85% su base annua, si tratta di una quantità di auto pari al volume di importazione combinato di Ferrari, Rolls-Royce, Bentley, Maserati, Lamborghini, Aston Martin e McLaren in Cina…

Ferrari has just officially unveiled its first ever all-electric car, called the Ferrari Luce.

• Starting price: $640,000
• Interior co-designed with Apple's former head of design, Jony Ive
• Range: 280 miles (expected EPA)
• Peak charging speed: 350kW
• 122 kWh battery
•… pic.twitter.com/QjgHeP1hJm

— Sawyer Merritt (@SawyerMerritt) May 25, 2026

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Hormuz, sanzioni e Libano: gli ultimi ostacoli per un accordo Usa-Iran

I negoziati Usa-Iran sono nuovamente a un passo dalla conclusione, dice Donald Trump, mentre da Teheran prendono tempo e si resta fermi alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi secondo cui l’Iran sta “esaminando” l’accordo. Il negoziato mediato dal Pakistan sembra “Il Giorno della Marmotta”, film in cui il protagonista si trova condannato a svegliarsi sempre nella stessa giornata ciclica: gli accordi avanzano, una sintonia sembra trovarsi, gli Usa annunciano (questa volta in sinergia con lo stesso Pakistan) che si è all’ultimo miglio, emerge il prevedibile disappunto di Israele, tutto poi torna nell’incertezza. Spesso magari con provvidenziali incidenti a sabotare i percorsi.

Cosa manca nei negoziati Usa-Iran

La verità politica, però, è che dall’8 aprile, data del cessate il fuoco che ha ridotto d’intensità le tensioni e frenato la Terza Guerra del Golfo, sono poche e ben precise le questioni su cui Usa e Iran devono ancora trovare un’intesa. Ma sono questioni, ovviamente, dirimenti e decisive. Si parte dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, su cui Teheran ha di fatto imposto una proiezione sovrana, e si passa alla contropartita dello sblocco degli asset iraniani congelati dalle soffocanti sanzioni Usa, che la Repubblica Islamica chiederebbe di iniziare a scongelare. In mezzo, la grande partita del Libano, il cui conflitto per Teheran è unico con quello che la coinvolge direttamente e in cui l’Iran chiede agli Usa di pressare su Israele perché fermino gli attacchi a Hezbollah. Prospettiva questa assai invisa a Benjamin Netanyahu e criticata, soprattutto, dal ministro degli Esteri libanese Joe Rajji, che nonostante tre mesi di attacchi e quasi 4mila morti ha detto ad Araghchi che “non accettiamo che nessuno negozi per nostro conto o firmi accordi a nostro nome” parlando a Le Figaro

🇱🇧 NEW: Lebanon Foreign Minister Joe Raggi insists the “Lebanon issue must be separated from the Iran issue,” rejecting any efforts from Iran to stop Israeli attacks on Beirut’s behalf.

“We do not accept that anyone negotiate on our behalf or sign agreements in our name. That… pic.twitter.com/xBGGPePw5H

— Drop Site (@DropSiteNews) June 13, 2026

Trump cerca risultati prima del G7

Il risultato positivo che per ora sembra acquisito è la comune volontà di rimandare a negoziati più lunghi e tecnici il futuro assetto del dossier nucleare e di aprire a un’eventuale fase di accordo concretizzando dei risultati ritenuti basilari per una pace credibile. Qui si inserisce il fattore tempo. Trump ha bisogno di risultati. La giornata del 14 giugno, con le celebrazioni del Giorno della Bandiera (e del compleanno del presidente…) precede la tre giorni del G7 in Francia a cui gli Usa intendono arrivare con un percorso avviato verso l’uscita da un angolo in cui si sono problematicamente cacciati lanciando la guerra il 28 febbraio scorso. Possiamo dirlo: la Terza guerra del Golfo, risultati alla mano, non è stata una vittoria americana e israeliana e la questione di Hormuz e del danno alla credibilità Usa peserà come un macigno negli anni a venire.

Le linee rosse di Israele

In un certo senso, le stesse trattative lo hanno confermato: a giugno 2025 Trump, al termine della guerra dei dodici giorni, rivendicava che gli Usa avevano smantellato siti nucleari e programma di arricchimento di Teheran. Ora è stabilito che l’uranio esiste ancora e sarà al centro di specifici negoziati. Si parlava di smantellamento del regime e della capacità combattiva dell’Iran che, pur avendo subito gravi danni, resta in piedi. E nonostante i “falchi” dell’Iran guardino con sospetto a ogni accordo, è bene sottolineare che la fase di negoziato sta per ora risparmiando un tema chiamato all’inizio della guerra tra le motivazioni per l’attacco, ovvero l’obiettivo di smantellare il programma missilistico e balistico di Teheran, con cui può colpire i Paesi della regione in generale e Israele in particolare, e la rete di supporto agli alleati regionali. Su questi temi Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha pungolato Trump con un post su X

נשיא ארה"ב מוביל בימים אלה להסכם עם איראן מתוך ראיית האינטרסים האמריקאים, ובהם גם האינטרס המשותף עם ישראל – למנוע מאיראן נשק גרעיני – ואנו מצפים שיעמוד על העיקרון הזה ועקרונות נוספים בתחום הטילים ושלוחי הטרור.

ביחד הנחתנו על איראן מכות קשות שהסיגו את יכולותיה שנים רבות לאחור.…

— ישראל כ”ץ Israel Katz (@Israel_katz) June 12, 2026

Katz in sostanza si inserisce in una situazione di negoziato ambigua in cui una bozza definitiva di accordo credibile ancora non c’è, una roadmap concordata solo a monte deve capire come verrà applicata a valle e Israele può sfruttare l’asimmetria della sua posizione: belligerante ma fuori dai negoziati, può alzare l’asticella dello scontro, come successo in Libano settimana scorsa, per testare quanto effettivamente un accordo sia vicino e eventualmente condizionarne uno a essa ostile. La questione missilistica è remota per Trump ma vitale per Israele, e in Libano Tel Aviv continua a colpire. Nel frattempo, nota Al Jazeera, “gli Stati Uniti e l’Iran sembrano mescolare le disposizioni del memorandum d’intesa con i loro obiettivi finali nel tentativo di rendere l’accordo più appetibile” e si torna, nuovamente, a quell’ultimo miglio prima della firma tante volte attraversato e che per ora Usa e Iran non hanno ancora potuto completare. Sarà questa la volta buona? I problemi da risolvere sono noti, la volontà politica sembra esserci, il nodo sarà la concretezza oltre la spinta di una fastidiosa “annuncite”.

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Territori palestinesi: così FIFA e UEFA legittimano le squadre degli insediamenti israeliani illegali

Ha da poco preso il via uno dei Mondiali più controversi della storia – segnato da prezzi inaccessibili, pratiche di esclusione, discriminazione razziale e violazioni dei diritti umani – e le polemiche attorno all’evento potrebbero non essere l’unica fonte di preoccupazione per le grandi federazioni calcistiche. Un’indagine squarcia infatti il velo di neutralità ostentato dai vertici del calcio mondiale, rivelando come FIFA e UEFA stiano attuando un’operazione di normalizzazione del furto – da parte di Israele – di terre palestinesi e siriane

Il rapporto, intitolato Beyond the green line. Israeli settlement clubs in Occupied Palestine, è stato redatto dall’organizzazione scozzese Scottish Sport for Palestine, un gruppo di pressione – nato all’inizio del 2024 – che si propone di contrastare l’influenza del sionismo nello sport scozzese, promuovendo azioni di sensibilizzazione, mobilitazione e advocacy a sostegno della causa palestinese. La denuncia che emerge dall’analisi è chiara: dietro la retorica dell’inclusività, si nasconde una strategia di sportswashing che trasforma i club degli insediamenti illegali e il calcio stesso in veri e propri strumenti politici per la cancellazione di un intero popolo.

Il motore dell’occupazione: gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi 

Dal 1967 Israele occupa illegalmente Gaza – per quanto formalmente abbia completato il ritiro dei coloni e delle forze di sicurezza dalla Striscia nel 2005 –, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e le alture siriane del Golan. L’obiettivo dichiarato è quello di dar vita al Grande Eretz Israel, la Grande Terra di Israele, a dispetto di quanto stabilito dal diritto internazionale. Secondo Michael Lynk – dal 2016 al 2022 Relatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati – il motore dell’occupazione è rappresentato dagli insediamenti, comunità civili – create o sostenute da autorità politiche e militari israeliane – che comprendono abitazioni, strutture economiche, infrastrutture di collegamento, terreni agricoli e spazi ricreativi, come gli impianti sportivi.

A sancire la loro natura contraria al diritto internazionale sono stati il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Corte internazionale di giustizia, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e l’Unione Europea che hanno ribadito con chiarezza come gli insediamenti israeliani costituiscano una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Nel tempo, il diritto internazionale umanitario e il diritto penale internazionale ne hanno ulteriormente qualificato l’illiceità, configurandoli come crimini di guerra. Eppure, nonostante le evidenze legali, gli insediamenti hanno continuato a moltiplicarsi e prosperare, in gran parte grazie all’impunità loro concessa dall’Europa e dal Nord America.

Stando agli ultimi dati disponibili, solo in Cisgiordania e Gerusalemme Est sarebbero circa 160 gli insediamenti ufficiali e almeno 196 gli avamposti, nuclei più piccoli, spesso nati come iniziative “dal basso” di gruppi di coloni, costruiti senza autorizzazione formale e in violazione della stessa legge israeliana. L’espansione coloniale prosegue con crescente intensità anche su pressione di ministri di estrema destra come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. Quello di Benjamin Netanyahu è infatti uno dei governi che ha approvatoil maggior numero di nuovi insediamenti e avamposti, a un ritmo senza precedenti negli ultimi anni.

Dai campi coltivati ai campi da calcio dei coloni 

Mentre la macchina di annientamento israeliana in azione a Gaza ha portato all’uccisione di più di mille atleti palestinesi, il calcio serve ad attirare nuovi coloni negli insediamenti illegali con la promessa di servizi ricreativi di alto livello, in palese violazione del diritto internazionale. Nella Cisgiordania occupata si contano dieci squadre israeliane che operano illegalmente all’interno degli insediamenti, oltre a tre club attivi nelle alture del Golan.

«Questa è la nostra terra. La usavamo per coltivare e guadagnarci da vivere. Se la sono presa, noi non possiamo usarla, e invece i coloni ci giocano a calcio», dichiarava nel 2016 Salah al-Qurt, membro di una delle due famiglie proprietarie del terreno su cui è stato illegalmente costruito il campo del Beitar Givat Ze’ev Football Club, in un’intervista al New York Times. Già in quell’anno Human Rights Watch aveva segnalato l’esistenza di nove club calcistici israeliani illegali situati su territorio palestinese oltre il confine dell’armistizio del 1949 – comunemente noto come “Linea Verde” – in Cisgiordania. 

Secondo il report dello Scottish Sport for Palestine, sotto la guida del presidente della FIFA Gianni Infantino e del presidente della UEFA Aleksander Čeferin – i cui mandati sono iniziati proprio nel 2016 –, tali club sono cresciuti in numero, dimensioni e prestigio. Questo ha contribuito a normalizzare l’occupazione e a implementare un sistema di apartheid contro i palestinesi attraverso strutture sportive costruite sulle loro terre e un’economia calcistica dalla quale i palestinesi non possono trarre alcun beneficio.

Da allora nessuna delle due federazioni internazionali ha agito in modo decisivo per bandire i club israeliani e sospendere Israel FA, ovvero la Federcalcio israeliana. Anzi, i club negli insediamenti illegali hanno continuato a svilupparsi, in linea con l’attuale e prevista espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Tra dicembre 2025 e febbraio 2026, il governo israeliano ha annunciato piani per annettere formalmente parti della regione, creando un corridoio di insediamenti tra Ma’ale Adumim e Gerusalemme Est, dove si trovano quattro dei club degli insediamenti illegali dell’Israel FA. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il piano di espansione dell’insediamento di Ma’ale Adumim conferma la sua convinzione che «non esisterà mai  uno Stato palestinese».

FIFA is supporting the Israeli occupation by legitimising clubs that play in illegal West Bank settlements https://t.co/7MBiZxK9Lw

— Scottish Sport for Palestine (@ScotSport4Pal) June 9, 2026

FIFA e UEFA finanziano e trasmettono il calcio dell’occupazione 

Se nell’ottobre del 2024, la FIFA aveva promesso di indagare sulle squadre radicate negli insediamenti e, dunque, accusate di violare le stesse norme della federazione – e quelle dell’UEFA – sull’integrità territoriale e contro il razzismo, da allora le uniche azioni messe in campo sono state una multa di poco più di 160 mila euro comminata all’Israel FA e una controversa dichiarazione in cui la FIFA stabiliva che le operazioni dei club israeliani potevano proseguire, accampando come scusa lo status giuridico della Cisgiordania, definito «una questione irrisolta e molto complessa nel diritto internazionale pubblico». 

Di fatto, FIFA e UEFA permettono alle squadre degli insediamenti illegali di partecipare ai campionati organizzati dalla Federazione calcistica israeliana e di ospitare partite sui terreni confiscati. Forniscono inoltre supporto finanziario – anche attraverso fondazioni benefiche collegate alle federazioni – e strutturale ai club degli insediamenti, alcuni dei quali hanno partecipato a competizioni organizzate dalla UEFA, e permettono che le partite disputate negli insediamenti illegali vengano filmate e poi trasmesse in streaming sulla sua piattaforma, FIFA+, – come avviene nell’avamposto di Har Homa, che domina Betlemme – generando potenzialmente ricavi per la stessa FIFA, che a sua volta valorizza i loro giocatori e normalizza la vita negli insediamenti. Uno dei club citati nel rapporto è arrivato fino alla Premier League israeliana e ha ricevuto milioni di dollari di finanziamenti dalla Fondazione UEFA e dal governo degli Stati Uniti.

Cartellino rosso per le federazioni

A febbraio, Infantino e Čeferin sono diventati i primi presidenti di federazioni sportive a essere accusati di complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità in un documento presentato da un team di esperti legali alla Corte penale internazionale proprio a causa dell’inclusione nelle strutture FIFA e UEFA di squadre con sede negli insediamenti illegali. 

Mentre la UEFA ha reagito con rapidità insolita, definendo le accuse «tanto sensazionalistiche quanto infondate», la FIFA, che non ha rilasciato commenti, nel giro di pochi giorni, è corsa ai ripari con la promessa di Infantino di ricostruire le infrastrutture calcistiche di Gaza attraverso il famoso Board of Peace creato da Trump, al quale lo stesso presidente della FIFA ha consegnato il “Premio per la Pace” FIFA nel dicembre 2025.

Le numerose prove raccolte nel report di Scottish Sport for Palestine dimostrano che il calcio viene strumentalmente usato da Israele come fattore per rendere permanente un’occupazione illegale, escludendo e dispossessando la popolazione autoctona palestinese e siriana. Le grandi federazioni internazionali stanno abilitando tali dinamiche. Nell’enorme e brutale campo da gioco dei rapporti di potere internazionali meriterebbero quantomeno il cartellino rosso. 

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Sudan, l’ombra dell’Etiopia dietro il sostegno militare ai ribelli

Sudan

Un documento realizzato dalla statunitense Yale School of Public Health ha documentato che le Forze di Difesa Nazionali Etiopi (ENDF), vale a dire l’esercito di Addis Abeba,  avrebbe fornito armi ed equipaggiamenti alle milizie ribelli sudanesi delle Forze di Supporto Rapido. Il materiale satellitare mostra veicoli modificati e riverniciati per essere poi spediti oltre confine, nella regione sudanese nel Blue Nile, dove i ribelli al comando del generale Hemeti ne prenderebbero possesso. I pick-up armati con mitragliatrici tattiche sono diventati un’arma d’assalto per le Forze di Supporto Rapido nella battaglia per il controllo del Blue Nile e i rifornimenti arriverebbero dalla base etiope di Asosa, a pochi chilometri dal confine fra le due nazioni. Questa base aerea rappresenta un fronte strategico cruciale nella guerra tra l’esercito sudanese (SAF) e le RSF, alleate nella zona con la fazione dell’SPLM-N di Abdelaziz al-Hilu, un signore della guerra locale che si è schierato con i ribelli. I governatici del generale Abdel-Fattah al Burhan stanno cercando di riprendere il controllo delle regione da mesi e stanno martellando con i droni le piazzaforti rimaste ancora ai ribelli.

Da oltre tre anni il Sudan è dilaniato da una feroce guerra civile che ha provocato circa 200.000 morti e almeno 13 milioni di sfollati. Oggi i cosiddetti governativi controllano circa il 70% del territorio nazionale, ma restano sacche di resistenza nel Blue Nile e nel Kordofan, mentre il Darfur è totalmente nelle mani dei miliziani guidati da Hemeti. Mohamad Hamdam Dagalo, detto Hemeti, era il vice di al Burhan fino a quando il capo della giunta militare ha cercato di assorbire nell’esercito nazionale i suoi paramilitari, considerati un pericoloso potere alternativo allo Stato. Da quel momento è cominciato una delle guerra più feroci della storia del continente africano che ha visto come principale terreno di scontro la capitale Khartoum diventata un campo di battaglia con la popolazione prigioniera degli scontri. Per mesi si è combattuto quartiere per quartiere con l’aviazione sudanese, rimasta fedele ad al Burhan, che martellava le aree sotto controllo dei ribelli come Bahri e Khartoum North.

La guerra e il risiko geopolitico

La capitale provvisoria era stata spostata a Port Sudan, in una regione rimasta sempre saldamente nelle mani dei governativi e Khartoum era stata quasi rasa al suolo. Da inizio anno l’esercito sudanese ha riconquistato la capitale costringendo i ribelli a ripiegare su zone più facili da difendere. L’offensiva della Forze di Supporto Rapido si era così concentrata sul Darfur, già teatro di un genocidio all’inizio degli anni 2000, espugnando l’ultima città fedele al governo e massacrando la popolazione che aveva opposto resistenza e consolidando il controllo di tutta la regione nella quale minacciano la secessione. Oggi la situazione appare catastrofica quasi ovunque ed i 13 milioni di sfollati, fra interni ed esterni, vivono in condizioni drammatiche. Le nazioni confinanti come Ciad, Sud Sudan, Eritrea ed Etiopia non sono in grado di reggere l’urto di centinaia di migliaia che hanno bisogno di tutto. Le Nazioni Unite hanno aperto fascicolo su entrambi i contendenti accusandoli di crimini di guerra, ma ormai da mesi esistono ufficialmente due governi che si accusano a vicenda.

Nella terribile guerra sudanese non mancano le ingerenze internazionali che hanno trasformato Khartoum in un risiko geopolitico. Le Forze di Supporto Rapido sono finanziate dagli Emirati Arabi Uniti che attraverso un piccolo aeroporto del Ciad riforniscono di armi e soldi i miliziani di Hemeti. I governativi hanno come principale mentore l’Egitto ed ogni settimana al Burhan vola al Cairo dal suo alleato al Sisi per stabilire insieme la strategia. Anche l’Arabia Saudita appoggia l’esercito sudanese con cospicui finanziamenti, mentre la Russia ha rifornito entrambi i combattenti. Il Sudan è allo stremo, ma non è in programma nessun incontro per un cessate il fuoco. I due comandanti si accusano reciprocamente e hanno già emesso una sentenza di morte per l’avversario, mentre le Nazioni Unite non riescono a trovare un accordo per inviare una missione che possa interporsi fra di loro in difesa di un popolo disperato.  

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Mondiale Usa 2026, l’importante è non partecipare

mondiale usa 2026

E poi cominciano le partite e il fascino del gioco fa dimenticare molte cose. Ma non tutto. Il gigantismo del Mondiale di calcio americano targato Donald Trump-Gianni Infantino, con il suo finto multipolarismo (per la prima volta nella storia 48 squadre al via, in pratica chiunque riesca a mettere insieme una Nazionale) costruito per celebrare le smanie di grandezza della Casa Bianca, sembra il frutto del delirio di un pubblicitario a caccia di nuovo pubblico: la simpatia totale per Capo Verde e Curacao, debuttanti assolute a un Mondiale, non può nascondere il fatto che le due nazioni sono al 69° e 82° posto della classifica Fifa, mentre altre Nazionali assai meglio piazzate (e sì, diciamolo, l’Italia in classifica al 12° posto) sono state tagliate fuori, anche se per colpa loro.

Volendo, potremmo anche tirare in ballo il calo costante, tra le partecipanti, delle squadre inquadrate nell’Uefa (Union of European Football Association), la federazione europea, fenomeno che peraltro procede dal 1988, primo Mondiale a 32 squadre e primo Mondiale con le squadre europee sotto la quota del 50%. Ma alla fin fine, smaltita la delusione per la terza mancata qualificazione consecutiva, e fatto salvo il piacere di vedere la palla che rotola, la realtà è che a questo Mondiale è meglio non esserci.

Intanto perché è impossibile capire, per esempio, perché la Uefa continui a bandire i calciatori russi dalle competizioni internazionali ma spedisce tranquillamente i suoi affiliati a esibirsi negli Stati Uniti. Siamo forse tutti d’accordo nel condannare come una porcheria politica l’invasione russa dell’Ucraina ma pronti ad assolvere gli Usa per l’attacco (cominciato con un negoziato in corso) contro l’Iran? A parte la fine (speriamo che sia davvero finita) ingloriosa della spedizione americana, non raccontiamoci balle: la storia che l’Iran stava per avere la bomba atomica (che, per esser chiari, non dovrebbe mai avere) era, appunto, una storia, anzi una storiella. Come quella del 2003, quando George Bush andava mentendo sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq, poi infatti attaccato, con centinaia di migliaia di morti civili.  

Ma la gente non si arrende

Già questo sarebbe bastato. Perché noi non ci badiamo e ci sentiamo furbi, ma il resto del mondo ci fa caso eccome. E il caso dell’Iran dimostra che nemmeno le bombe, ormai, bastano a fargli cambiare idea. Ma poi basta vedere quel che è già successo in questi primi giorni. L’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, considerato il migliore della Confederazione africana, che peraltro viaggiava con passaporto diplomatico, fermato in aeroporto e rispedito a casa perché “ritenuto inammissibile a causa di problemi di verifica e gli è stato negato l’ingresso“, formula che di fatto significa: perché non mi va. La Somalia, peraltro, è uno dei 39 Paesi colpiti dal divieto di viaggio deciso dall’amministrazione Trump, provvedimento che fa il paio, ma in grande, con il muslim man che lo stesso Trump aveva deciso ai danni di Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia. Considerato che in pratica tutti quei Paesi erano stati prima o poi colpiti dagli Usa e giudicando alla luce dell’oggi il fatto che nel 2018 lo stesso Trump diede disdetta all’accoro sul nucleare iraniano firmato da Barack Obama, possiamo serenamente constatare che errare è umano ma perseverare è davvero idiota.

L’arbitro Artan, però, non bastava. Un giocatore iracheno, Ayman Hussein, interrogato per sette ore in aeroporto. I giocatori di Senegal e Uzbekistan perquisiti a lungo anche con i cani anti-droga. La nazionale dell’Iran costretta a entrare negli Usa, rimanerci giusto il tempo della partita e poi obbligata a tornare in Messico. Anche il Belgio ha ricevuto un trattamento non proprio di riguardo. Insomma, sembra che l’organizzazione di questo Mondiale sia stata affidata all’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il corpo di polizia anti-migranti che a suo tempo diede così buona prova di sé in Minnesota. E pensare che nel dicembre scorso Infantino, presidente della Federazione mondiale del calcio, consegnò a Trump un tronfio Premio della pace…

Quello che ci consola, rispetto allo scempio che la politica sta facendo di quella stupenda fabbrica di storie e di miti che chiamiamo calcio, è che la gente non si arrende. I tifosi della Bosnia-Herzegovina che sulla strada dello stadio scandiscono in mondovisione”Palestina! Palestina!”, e poi la partita contro i padroni di casa del Canada andrà come deve andare, sono stati il vero spettacolo. Le famiglie dei desaparecidos (135 mila!) del Messico, che hanno trasformato in un commovente memoriale lo stadio dell’esordio della loro, più che mai loro Nazionale contro il Sudafrica, una lezione per il mondo. InsideOver ne ha parlato qui. E siamo convinti che non finirà qui, aspettiamo con una certa curiosità le tappe del Mondiale negli Usa. Come dice una stupenda canzone sul calcio: “Quando Gigi Riva tornerà/Torneremo tutti in serie A/Dopo tanti calci di rigore/Troveremo insieme l’umiltà/Per ricominciare con più cuore/Quando Gigi Riva tornerà”.

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L’ultima verità di Tulsi Gabbard: la rete segreta di 120 biolab finanziati dagli Usa in 30 Paesi, Ucraina compresa

biolab Usa

L’America di Trump ha deciso di tirare fuori uno scheletro che per anni l’establishment politico-sanitario ha cercato di tenere chiuso nell’armadio. E non è uno qualunque. La (dimissionaria) direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, ha annunciato venerdì la desecretazione di documenti inediti che confermano l’esistenza di una rete globale di 120 biolaboratori finanziati dal governo statunitense, distribuiti in oltre 30 Paesi – tra cui l’Ucraina. Lo riporta Just the News, citando l’annuncio ufficiale.

Per anni, l’amministrazione Biden e figure come il dottor Anthony Fauci avevano negato o minimizzato. Ora, Gabbard – ex democratica diventata indipendente e approdata nell’esecutivo repubblicano e ora pronta a lasciare – rovescia il tavolo. «Politici, sedicenti esperti sanitari ed entità del team di sicurezza nazionale di Biden hanno mentito agli americani sull’esistenza di questi biolaboratori, e hanno minacciato chi tentava di esporre la verità», ha dichiarato senza mezzi termini.

Today, I’m releasing never before seen intelligence revealing new evidence of past US government funding for more than 120 biolabs in over 30 countries, including Ukraine.

In support of President Trump‘s Executive Order to end federal funding of dangerous gain of function… pic.twitter.com/RkPHnAbka9

— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 12, 2026

L’ombra del “gain-of-function”

Il timing non è casuale. L’annuncio arriva in attuazione di un ordine esecutivo firmato da Donald Trump che vieta i finanziamenti federali per la ricerca gain-of-function considerata pericolosa, imponendo al contempo trasparenza totale. Secondo il report dell’ODNI, molti dei 120 laboratori hanno condotto proprio questo tipo di studi – quelli che rendono un virus più trasmissibile o letale – con una sorveglianza inadeguata o inesistente. Perché si tratta di una ricerca pericolosa? Perché se un virus potenziato sfugge (per errore umano, guasto, o contaminazione), potrebbe scatenare un’epidemia o pandemia;

«Nonostante il potenziale di impatto catastrofico globale, ci hanno mentito», ha ribadito Gabbard su X, spiegando che la comunità dell’Intelligence aveva già avvertito in passato che un biolab Usa in Ucraina conteneva patogeni pericolosi. Oggi, con la guerra in corso, quelle strutture sono un bersaglio vulnerabile: attacchi russi, incursioni o danni accidentali potrebbero trasformarle in una bomba epidemiologica.

Ucraina, il nodo che nessuno voleva toccare

Proprio l’Ucraina è il punto più caldo della vicenda. Da anni circolano teorie (spesso strumentalizzate dalla propaganda di parte) su laboratori segreti finanziati dal Dipartimento della Difesa Usa. Ora arriva una conferma da fonte ufficiale americana, ma con una narrazione diversa: non si tratterebbe di armi biologiche offensive, bensì di progetti di «cooperazione scientifica» per la sorveglianza di patogeni – finiti però sotto la lente per la mancanza di controlli. In buona sostanza, i misteriosi biolab esistono ma non avrebbero – secondo Washington – scopi militari.

Come riporta un documento ufficiale del Dipartimento della Guerra, dal 2005, il Pentagono, attraverso il Cooperative Threat Reduction Program, ha investito circa 200 milioni di dollari in Ucraina per sostenere 46 laboratori, strutture sanitarie e siti diagnostici ucraini. L’obiettivo principale di questi interventi è migliorare la biosicurezza, la biosicurezza e la sorveglianza delle malattie umane e animali, al fine di ridurre i rischi derivanti dai patogeni residui del vecchio programma sovietico di armi biologiche illegale. Tutti i laboratori, almeno secondo Washington, sono di proprietà e sotto la gestione esclusiva del governo ucraino, non del Dipartimento della Guerra.

Gabbard promette che l’ODNI continuerà a lavorare con altre agenzie per censire ogni laboratorio, ogni ceppo virale e ogni linea di ricerca. «Identificheremo dove si trovano, quali patogeni contengono e cosa diavolo ci fanno».

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Colombia, 20 dem al Congresso: basta interferenze Usa nel voto

Colombia

Una ventina di deputati statunitensi del Partito Democratico hanno rilasciato una dichiarazione congiunta lanciata per prima dal congressman del Maine Jim McGovern in cui si condannano le attività di ingerenza elettorale che a loro avviso l’amministrazione di Donald Trump starebbe compiendo in Colombia, Paese chiamato tra pochi giorni al ballottaggio presidenziale per scegliere il successore dell’uscente Gustavo Petro.

“Un’ingerenza volgare e inaccettabile”

McGovern, 67 anni, alla Camera dei Rappresentanti dal 1997, è il primo firmatario di una dichiarazione rovente che invita a sostenere “con fermezza la sovranità del popolo colombiano e il suo diritto di determinare il futuro del proprio Paese”. Trump ha sostenuto dopo la prima fase del voto il candidato di estrema destra, Abelardo De la Espriella, vincitore di tappa che sfiderà al ballottaggio Ivan Cepeda, senatore e delfino progressista di Petro. La mossa era stata criticata da molti settori politici del Paese latinoamericano, e in particolare Ernesto Samper, capo di Stato a Bogotà dal 1994 al 1998, ha rintuzzato le mosse di Trump definendo il suo appoggio a De la Espriella “un’ingerenza volgare e inaccettabile negli affari interni” del suo Paese.

La Colombia al bivio

McGovern e i colleghi hanno rincarato la dose criticando le ingerenze e sottolineando come esse possano essere “dannose per i diritti democratici del popolo colombiano, un insulto alla sua sovranità e integrità, e del tutto incompatibili con i principi di lunga data degli Stati Uniti di non interferenza nelle elezioni straniere”. Non sono solo gli endorsement diretti a apparire dei condizionamenti diretti. Gli Usa di Trump ritengono Petro una figura ostile, nonostante nei mesi scorsi un breve incontro alla Casa Bianca tra i due presidenti sembrasse aver riportato il sereno, ne criticano l’autonomismo in politica estera, lo accusano di simpatizzare per i regimi nemici di Washington identificati come avversari in America Latina e di non voler contrastare il narcoterrorismo, lo hanno posto sotto osservazione con l’apertura di indagini della Drug Enforcement Agency.

Nei giorni scorsi è emerso che il governo federale ha fatto pressioni per far saltare un incontro tra Petro e il sindaco di New York, Zohran Mamdani, mentre il primo si trovava nella Grande Mela per impegni legati all’agenda diplomatica delle Nazioni Unite. Il clima politico è tesissimo anche nel Paese sudamericano: pochi giorni fa Gloria Arizabaleta, presidente della Commissione colombiana di inchiesta e accusa, ha chiesto di sospendere Petro dall’ufficio nei giorni pre-ballottaggio accusandolo di eccessive ingerenze elettorali a favore di Cepeda, suscitando forti e animati dibattiti nella politica nazionale.

Il dualismo americano

Su questo solco si inserisce la protesta dei democratici alla Camera, che ritengono con ogni probabilità potenzialmente dannoso il fatto che Washington sostenga tanto apertamente una parte in causa in un voto. E del resto appare delinearsi un’architettura strategica chiara per far spostare verso gli Usa l’America Latina, che ha in Colombia una tappa fondamentale dopo i precedenti voti di Honduras e Cile che hanno arriso favorevolmente ai disegni di Washington. Si notano qui due diversi approcci politici alla questione latinoamericana: l’amministrazione Trump riprende manovre muscolari e dinamiche, apre allo scontro diretto con i rivali regionali e intende rilanciare l’idea del “cortile di casa” da presidiare. La sinistra democratica rilancia sul versante di un approccio più internazionalista rifiutando l’interventismo estero. I corpi tradizionali del Partito Democratico restano per ora silenti, in un contesto che vede l’approccio della Casa Bianca criticato tra i corridoi ma senza tentativi di ridurre l’attivismo di una strategia che spesso ha usato anche il versante militare. E in Colombia sta prendendo le forme dell’aperta discesa in campo della superpotenza in un voto-chiave.

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Accordo Iran-Usa: Araghchi rassicura e Trump ne rilancia il post

Accordo Iran-Usa: Araghchi rassicura e Trump ne rilancia il post

“Il Memorandum d’intesa di Islamabad non è mai stato così vicino. Invitiamo i media ad astenersi da speculazioni prima della finalizzazione del protocollo. In linea con il nostro approccio responsabile e trasparente, tutti i dettagli saranno condivisi con l’opinione pubblica a tempo debito”. Così il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ieri sera su X.

Comunicato tempestivo e forse decisivo perché, dopo che Trump aveva annunciato l’accordo, stava montando l’usuale nebbia mediatica sulla complessa controversia col rischio che tutto precipitasse.

Una nebbia legittimata dalle contraddizioni del presidente americano, ma che prendeva spunto dai comunicati iraniani che, pur confermando la convergenza, specificavano che ancora mancavano cose e che per parte loro non era stata ancora presa nessuna decisione definitiva.

Notizie che alimentavano ancor più gli strali irridenti nei confronti del presidente Usa, che iniziava a perdere la pazienza. Così su Truth ammoniva: l’Iran “farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta”. Un’irritazione che, al netto dei torti di Trump, che sono tanti, era legittimata: aveva annullato un attacco annunciato, dato la Notizia che il mondo, tranne Israele e i falchi Usa, aspettavano da tempo per ritrovarsi poi smentito e ridicolizzato.

Situazione pericolosa, con il pericolo fotografato da un titolo di Haaretz: “Nonostante si parli di un possibile accordo, la frustrazione di Trump nei confronti dell’Iran potrebbe innescare una nuova escalation”.

A diradare le nebbie, il post di Araghchi, forse sollecitato da Steve Witkoff con il quale interloquisce (in via diretta o indiretta che sia), che presumibilmente gli ha fatto presente il rischio al quale si stava andando incontro. Post provvidenziale quello del ministro degli Esteri iraniano, tanto che Trump lo ha subito rilanciato su Truth.

A suggello del post di Araghchi, l’annuncio parallelo del premier pakistano Shehbaz Sharif: “Nel contesto dell’intenso impegno di mediazione in corso da parte del Pakistan, siamo pienamente consapevoli dell’incessante campagna di disinformazione condotta da coloro che vogliono sabotare l’accordo di pace. Mettendo da parte il clamore, possiamo confermare che è stato raggiunto un testo finale concordato dell’accordo di pace e che il Pakistan sta ora lavorando a stretto contatto con entrambe le parti per finalizzare i prossimi passi. La pace non è mai stata così vicina“. E il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar è volato a Ginevra, dove è prevista la firma.

Trump potrebbe avere il suo accordo in concomitanza con i mondiali di calcio, manifestazione che non si addice alla guerra e che tanti analisti avevano segnalato come tempistica entro la quale avrebbe dovuto chiudersi la vexata quaestio.

Ma la prudenza resta d’obbligo. Lo denotano gli scontri di stanotte nello Stretto di Hormuz o il fatto che i media dell’Impero, New York Times e Washington Post, hanno tenuto bassa la notizia, come fosse qualcosa di secondario e transeunte; e che anzi, nell’annunciare quanto avvenuto, il NYT si è peritato di sottolineare che “precedenti possibili accordi sono sfumati all’ultimo minuto”.

Cease-Fire Deal Appears Within Reach, Officials Say

Basta un incidente di percorso a far saltare tutto, un po’ come quello che poteva costare la vita a Papa Leone XIV, il cui aereo aveva i motori in avaria, problema per fortuna riscontrato prima del decollo…

Al di là della digressione, e per tornare all’Iran, tanti i sabotatori all’opera. Anzitutto Netanyahu, che pur non protestando quando Trump giovedì lo ha chiamato per annunciargli l’intesa – non può contrastarlo pubblicamente dopo la precedente reprimenda – sta lavorando attivamente a fare del Libano del Sud tabula rasa, con macelleria conseguente. E il cessate il fuoco nel Paese dei cedri resta tema sensibile dell’accordo.

Dar conto dei contenuti del memorandum è esercizio inutile, come da ragionevoli moniti dei protagonisti delle trattative. Si può solo far presente che alcuni nodi del contendere saranno oggetto di negoziati successivi, che per molti media dovrebbero durare 60 giorni.

Scadenza che, peraltro, coinciderebbe con una sorta di ultimatum lanciato dai repubblicani a Trump, i quali hanno fissato come limite invalicabile per risolvere la questione iraniana il 7 settembre, il Labor Day, dal momento che a partire da quella data la campagna elettorale per le Midterm entrerà nel vivo (vedi Politico).

Per quanto riguarda i più scottanti temi del negoziato, di grande interesse due recenti rassicurazioni delle autorità iraniane. Anzitutto su Hormuz. Così Araghchi: “Secondo il diritto internazionale, non è possibile imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz, ma verranno riscosse tariffe di servizio e ciò sarà stabilito in sede di negoziazione”.

Di ieri, poi, le dichiarazioni nette sul nucleare del Capo di Stato Maggiore e Vice coordinatore dell’esercito iraniano, contrammiraglio Habibollah Sayyari, riportate dall’agenzia stampa statale Irna: “Non siamo interessati ad arrecare danni all’umanità. Il leader martire rivoluzionario [l’ayatollah Khamenei] ha sempre affermato che ‘non cercheremo mai di dotarci di armi nucleari’ perché sono armi di distruzione di massa e noi non siamo favorevoli alla distruzione di massa”.

“Abbiamo assistito a massacri di massa” durante la guerra contro l’Iraq, ha continuato, e ribadito: “Non vogliamo armi di distruzione di massa, perché il loro uso non rispetta i diritti umani. Nelle esercitazioni dell’esercito e delle Guardie Rivoluzionarie non è previsto nemmeno l’addestramento all’uso delle armi chimiche; cose del genere non vengono insegnate perché non siamo mai stati favorevoli ai massacri di massa”.

Ps. l’11 giugno alti funzionari degli Emirati arabi hanno incontrato i loro omologhi iraniani ponendo fine a uno scontro alzo zero. Il giorno dopo negli Emirati era la giornata della Russia e il Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo, si è illuminato dei colori russi. Abu Dhabi si smarca dall’alleanza asfissiante con Tel Aviv e cerca sponde nei Brics.

AAA

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Usa all’attacco in Venezuela, ucciso il capo del cartello Tren de Aragua

Gli Stati Uniti sono tornati a colpire in Venezuela, quasi sei mesi dopo il raid del 3 gennaio scorso che portò alla cattura dell’ex presidente Nicolas Maduro, attaccando ed eliminando Niño Guerrero, nomme de guerre di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, capo del cartello Tren de Aragua, designato dall’amministrazione di Donald Trump come organizzazione terroristica straniera (Fto) al pari di altri gruppi di “narcoterroristi” e delle organizzazioni jihadiste o radicali.

Chi era il leader di Tren de Aragua

Guerrero era indicato nell’atto di accusa contro Maduro per presunti reati di narcotraffico come complice per compiere operazioni contro gli Stati Uniti ed era ritenuto una figura chiave nel mondo dei narcos latinoamericani. 43 anni, Guerrero era da oltre un decennio protagonsita della vita criminale latinoamericana. Sulla sua testa pendeva una taglia di 5 milioni di dollari dopo che era evaso nel 2023 da un carcere venezuelano, dove era stato rinchiuso a seguito di una condanna a 17 anni di prigione per omicidio, traffico di droga, furto d’identità. Era ricercato anche in Perù e Cile. L’operazione del Southern Command (Southcom) che ha portato alla sua uccisione, secondo quanto riferito dal Pentagono, sarebbe stata compiuta in coordinamento con le autorità venezuelane, come ha riferito il Segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth.

Earlier this week, the @DeptofWar — in full collaboration with Venezuelan security forces — conducted a kinetic strike on a Tren de Aragua (TdA) compound in Venezuela. TdA founder & leader Hector Rusthenford Guerrero Flores, aka “Niño Guerrero,” was confirmed killed during the…

— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) June 13, 2026

Gli Usa espandono l’azione contro i narcos

L’attacco a Guerrero mostra un nuovo capitolo della cooperazione tra il nuovo governo venezuelano di Delcy Rodriguez, che si è sostituita a Maduro mantenendo in larga parte intatta la struttura dello Stato e del regime chavista, e gli Usa dopo l’attacco-shock del 3 gennaio. Rodriguez, indubbiamente, cerca un modus vivendi con l’amministrazione di Donald Trump e ha ottenuto un sollievo temporaneo dalle sanzioni che la colpivano, emesse dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac) del Tesoro di Washington. La presidentessa ha aperto la strada all’ingresso delle compagnie petrolifere occidentali nel settore del greggio, ha rotto i rapporti di fornitura a Cuba, bersaglio dell’assedio politico ed economico americano, e ha ricevuto diversi funzionari statunitensi.

Nel gennaio 2026 John Ratcliffe, direttore della Cia, è giunto a Caracas e ha incontrato Rodriguez e non è da escludere che il suo viaggio possa aver inaugurato una nuova, inedita, fase di cooperazione tra il Venezuela e gli Usa. Rodriguez, poi, in una rotazione ministeriale, ha sostituito il veterano ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, fedelissimo di Maduro e inviso agli Usa, col generale Gustavo Lopez, ritenuto più allineato. Unendo i puntini si può dunque tratteggiare una nuova cooperazione e un sistema di coordinamento Washington-Caracas che sta facendo entrare il Venezuela nel perimetro dello “Scudo delle Americhe”, la coalizione varata a marzo 2026 da Trump con il nome ufficiale di Americas Anti-Cartel Coalition (A3C) e che vede ufficialmente aderire tutti i Paesi guidati da governi filostatunitensi o da leader di destra pro-Trump del continente: Argentina, Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad e Tobago.

La cooperazione Usa-Venezuela

Il Venezuela, a cui non sono state rimosse le sanzioni in maniera definitiva, non partecipa ma la prassi dell’attacco Usa sul suo territorio e del coordinamento sembra andare nella direzione dell’A3C, che prevede la possibilità di coordinare informazioni sensibili e appoggiarsi agli Usa per colpire bersagli legati ai cartelli. Un’alleanza politico-militare, questa, con cui Trump intende dare copertura alla strategia unilaterale di Washington che ha portato a pesanti attacchi alle barche di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, spesso con controversi casi in cui sarebbero stati uccisi civili, all’attacco contro Maduro, ritenuto capo di una rete di narcotrafficanti, ai raid contro i cartelli in Ecuador e, sul piano politico, alla pressione contro il presidente colombiano uscente Gustavo Petro, ritenuto non allineato alla nuova strategia.

Rodriguez sembra concedere mano libera agli Usa, e questo indica la volontà americana di mostrare potere e influenza nell’ex “cortile di casa” della superpotenza. Solo pochi mesi fa un’operazione congiunta anti-cartelli sarebbe sembrata impensabile. Ora è stata realtà. E non è una bella notizia per chi nella regione si trova dall’altra parte della barricata rispetto a Washington. L’aumento del peso delle operazioni parla direttamente a Paesi come Cuba, che potrebbe essere il prossimo bersaglio dell’interventismo militare a stelle e strisce.

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Finlandia, è pronto il primo deposito nucleare permanente: scorie sepolte nella roccia per 100 mila anni

Deposito scorie nucleari (freepik)

A Eurajoki, nel Sud-Ovest della Finlandia, il progetto Onkalo è arrivato alla soglia che separa la fase sperimentale dall’avvio operativo vero e proprio. L’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (STUK) è attesa a breve con la valutazione finale che potrebbe autorizzare il primo deposito geologico profondo al mondo destinato allo smaltimento definitivo del combustibile nucleare esaurito. Non si tratta di un passaggio esclusivamente normativo, in quanto da questa decisione dipende l’ingresso in funzione di un’infrastruttura pensata per gestire il materiale più problematico dell’intero ciclo nucleare, quello che resta attivo su scale temporali incompatibili con qualsiasi ciclo industriale o politico.

Il sito è stato realizzato accanto alla centrale di Olkiluoto e si sviluppa fino a circa 430 metri di profondità all’interno di una formazione rocciosa antichissima, stimata in quasi due miliardi di anni. La scelta del contesto geologico è il punto di partenza dell’intero progetto: una massa rocciosa stabile, poco permeabile, considerata adatta a garantire isolamento fisico nel lunghissimo periodo. La costruzione è affidata alla società Posiva e ha richiesto oltre vent’anni di lavori, con un investimento complessivo vicino al miliardo di euro.

Una logica ingegneristica costruita sul tempo lungo

Il funzionamento del deposito segue una sequenza operativa rigidamente controllata: il combustibile esaurito, dopo il raffreddamento iniziale nelle piscine delle centrali, viene trasferito in un impianto di incapsulamento dove è inserito in contenitori di rame progettati per resistere alla corrosione. Da lì inizia la fase sotterranea: i contenitori vengono calati nei tunnel del deposito e collocati in cavità perforate nella roccia, quindi circondati da bentonite, un’argilla che ha la funzione di sigillare lo spazio e rallentare qualsiasi possibile movimento dell’acqua.

Una volta completata la deposizione, le gallerie vengono chiuse con tappi in cemento armato e il sistema viene progressivamente disattivato. Il principio è quello delle barriere multiple: una combinazione di contenimento ingegnerizzato e isolamento geologico che dovrebbe lavorare in parallelo per ridurre al minimo la possibilità di dispersione radioattiva.

Il punto critico non è tanto la singola tecnologia quanto la somma delle sue componenti nel tempo: il progetto si muove su una scala di 100.000 anni, un orizzonte che esce completamente dalla logica delle infrastrutture moderne e che rende il deposito un caso raro anche nella pianificazione energetica globale.

Il tema della sicurezza su scale temporali estreme

La valutazione di STUK si concentra su un insieme di scenari che vanno ben oltre le condizioni operative attuali. Le analisi includono la corrosione dei contenitori in rame, possibili movimenti geologici, variazioni del livello delle acque sotterranee e gli effetti di cicli glaciali futuri. Si tratta di simulazioni che devono tenere insieme variabili fisiche note e incertezze inevitabili legate a tempi così estesi.

Nel quadro tecnico elaborato negli anni, il comportamento della bentonite e la stabilità della roccia sono considerati elementi essenziali per mantenere l’integrità del sistema e anche in presenza di fenomeni esterni, la combinazione tra barriera naturale e barriere artificiali dovrebbe limitare la migrazione delle particelle radioattive. Le valutazioni finlandesi hanno finora ritenuto il progetto compatibile con gli standard nazionali di sicurezza, pur riconoscendo che la questione del rischio su scale plurimillenarie resta per definizione non riducibile a zero.

Posiva ha già completato gran parte dei test operativi, utilizzando anche combustibile simulato per verificare l’intero ciclo di movimentazione e deposito. L’obiettivo operativo indicato è l’avvio tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, subordinato all’ok definitivo dell’autorità di controllo.

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Un modello osservato a livello internazionale

Il caso finlandese ha una portata che va oltre la dimensione nazionale: la gestione delle scorie nucleari è uno dei nodi irrisolti dei programmi atomici civili e tutti i principali Paesi dotati di reattori stanno lavorando da anni a soluzioni di deposito geologico profondo senza però arrivare a una piena operatività. Francia, Svezia, Canada e Stati Uniti hanno sviluppato programmi avanzati, ma nessuno ha ancora attivato un impianto commerciale di questo tipo.

In Finlandia il progetto ha trovato una stabilità politica relativamente rara in questo settore, anche grazie a un sistema regolatorio centralizzato e a un rapporto consolidato tra istituzioni e autorità di sicurezza. Altrove, la localizzazione dei depositi ha spesso generato conflitti politici e opposizioni territoriali, rallentando o bloccando i progetti.

Onkalo si inserisce quindi in un punto di intersezione tra ingegneria, politica energetica e gestione del rischio intergenerazionale. Non è solo un’infrastruttura per il combustibile esaurito finlandese, ma un modello osservato da governi e industrie per verificare se sia possibile trasformare un problema rimasto aperto fin dall’inizio dell’era nucleare in una soluzione strutturale, affidata non alla gestione continua ma alla stabilizzazione nel lungo periodo.

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Cos’è la UK Commando Force, la nuova unità nata degli specialisti della guerriglia

I Royal Marines voltano pagina, e inaugurano una nuova fase della loro storia cambiando nome: la storica 3ª Brigata Commando assumerà infatti la denominazione di UK Commando Force, un cambiamento che sancisce una trasformazione iniziata quasi dieci anni fa e destinata ad adeguare una delle forze più celebri delle Forze Armate britanniche alle esigenze della guerra moderna. Negli ultimi anni la formazione d’élite, che trova le sue radici nelle necessità di schierare gruppi di incursori autonomi che potessero operare come “commando” e avanguardia nel corso del Secondo conflitto mondiale, ha intrapreso un profondo processo di rinnovamento che ha coinvolto tutto il personale della brigata – che inquadra operatori dei Marines, Commando dell’Esercito e della Marina – con l’obiettivo di operare negli scenari più complessi,e combattere negli ambianti più ostili e impegnativi, adottando nuove tattiche, procedure e tecnologie che li renderanno in grado di rispondere alle sfide di un campo di battaglia in continua evoluzione. Ciò comprende l’introduzione di nuovi sistemi d’arma e piattaforme operative, con particolare attenzione ai mezzi senza equipaggio come droni aerei e navali, oltre a nuove capacità nel campo delle comunicazioni digitali, della sorveglianza, della mobilità tattica e del combattimento terrestre.

Il processo di trasformazione e l’assunzione di un nuovo “nome” è stato annunciato darRe Carlo III, mentre gli ufficiali dell’unità hanno tenuto a sottolineare come non si tratti di un semplice aggiornamento tecnologico ma di un cambiamento che riguarda la struttura stessa della forza che, prendendo ispirazione dalla propria tradizione nelle operazioni speciali, deve progressivamente abbandonare alcuni “modelli del passato” più recente per adattarsi, o meglio, riadattarsi, a scenari che richiedono unità di incursori autonome che devono essere in grado di operare per lunghi periodi a grande distanza dal supporto principale, mantenendo le loro capacità in ambienti ostili, si tratti dell’Artico o dei deserti africani.

Che sia con il caldo, il freddo o una persistente umidità, avete sempre dimostrato che non esistono ambienti in cui un Royal Marine non possa operare e vincere“, ha dichiarato Re Carlo III rivolgendosi ai reparti schierati nel Quadrangle del castello di Windsor, durante la consegna delle nuove insegne alle quattro unità dei Royal Marines –40ª, 42ª, 43ª e 45ª Commando – che d’ora in poi saranno inquadrante come United Kingdom Commando Force.

Passato, presente e futuro dei Royal Marines Commando

Il nome 3ª Brigata Commando occupa un posto di rilievo nella storia militare britannica. La sua eredità affonda le radici nella 3rd Special Service Brigade, che adottò questa denominazione quando lasciò il teatro mediorientale per essere impiegata sul fronte dell’Estremo Oriente tra il 1943 e il 1945, durante la guerra nel Pacifico.

Le formazioni commando nacquero nel 1940 su impulso del primo ministro britannico Winston Churchill, in una delle fasi più critiche della Seconda guerra mondiale. L’idea era quella di creare piccole unità composte da soldati altamente addestrati, capaci di condurre rapide incursioni contro il nemico. Il modello di riferimento erano i “kommando” boeri, gruppi di combattenti irregolari che durante la Seconda guerra boera avevano messo in seria difficoltà le forze britanniche attraverso azioni di guerriglia e attacchi mordi e fuggi tra il 1899 e il 1902. Churchill conosceva bene quel precedente. Durante il conflitto sudafricano era stato catturato dai boeri e ne aveva osservato da vicino i metodi operativi, rimanendone profondamente colpito. Per questo incaricò il tenente colonnello Dudley Clarke, ufficiale dello Stato Maggiore del War Office, di delineare una nuova forza in grado di “instaurare un clima di terrore lungo le coste nemiche“. Nacquero così i primi Commando, che in seguito vennero raggruppati nelle Special Service Brigades, tra cui la 3ª Commando Brigade. Quest’ultima divenne la principale formazione organica delle Forze Armate britanniche dedicata alle operazioni anfibie e di assalto, riunendo le unità operative dei Royal Marines insieme a reparti di supporto provenienti dai Royal Engineers, dalla Royal Artillery e dalla Fleet Air Arm. Una struttura che le consentiva di operare con un elevato grado di autonomia sul campo.

Un ruolo fondamentale fu svolto proprio dai Royal Marines Commandos, costituiti per iniziativa di Lord Louis Mountbatten attraverso la conversione di unità della Marina in formazioni d’assalto specializzate. Questi reparti erano concepiti per agire come avanguardia durante gli sbarchi anfibi, conducendo ricognizioni, incursioni e operazioni offensive a supporto delle forze convenzionali. Dopo l’impiego in Birmania, gli uomini della 3ª Brigata Commando continuarono a specializzarsi nelle operazioni dietro le linee nemiche, pur adottando progressivamente tattiche più convenzionali, proprie della fanteria d’élite e delle truppe d’assalto. Nel corso dei decenni successivi la brigata prese parte ad alcune delle principali operazioni militari britanniche, dalla crisi di Suez alla Guerra delle Falkland, fino ai conflitti in Afghanistan e Iraq.

Questa lunga tradizione rappresenta ancora oggi una componente essenziale dell’identità dei Royal Marines. Tuttavia, secondo il Generale Sir Gwyn Jenkins, Primo Lord del Mare e Comandante Generale dei Royal Marines, il nuovo nome United Kingdom Commando Force riflette meglio l’evoluzione compiuta nell’ultimo decennio. “Questo è più di un semplice cambio di nome: riflette un decennio di trasformazione“, ha dichiarato. Jenkins ha sottolineato come la forza sia passata dall’essere una brigata anfibia ad altissima prontezza operativa a una moderna formazione di commando distribuita su scala globale e progettata per operare negli ambienti più impegnativi. A suo giudizio, la denominazione United Kingdom Commando Force descrive più accuratamente una realtà composta da unità altamente flessibili, tecnologicamente avanzate e specializzate in un ampio spettro di missioni, pienamente adattate alle caratteristiche della guerra del XXI secolo.

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Due Paesi, una sola intelligence: al Senato Usa la proposta di rendere obbligatorio fornire informazioni a Israele

Dopo “Due Paesi, un esercito”, almeno sul piano tecnologico, ecco al Senato Usa la proposta per rafforzare la condivisione di intelligence da Washington verso Israele: il senatore repubblicano Tom Cotton, eletto in Arkansas, ha presentato una proposta di legge sulle attività di spionaggio che contiene una sezione esplicitamente dedicata a questo tema. Lo rivela Responsible Statecraft, già attiva nel segnalare nei recenti provvedimenti sulla Difesa Usa una legge che apriva alla fusione tra tecnologie israeliane e strutture militari Usa.

Il presidente dovrà documentare il rifiuto di fornire intelligence a Israele

Ora la Sezione 622 del disegno di legge sul finanziamento dell’attività di spionaggio per il 2027 chiede esplicitamente di “rafforzare la partnership securitaria con Israele”, di “consolidare la collaborazione tramite una robusta condivisione d’intelligence”.

Per la precisione, la legge spiega che il Presidente, il Direttore dell’Intelligence Nazionale e il segretario alla Difesa dovrebbero “espandere la condivisione d’intelligence con Israele” in ogni caso che non sia legato a “precise preoccupazioni di sicurezza nazionale” che il presidente dovrebbe documentare apertamente e dettagliatamente al Congresso prima di definire. Insomma, un’apertura esplicita di canali d’intelligence senza precedenti e che porterebbe Washington e Tel Aviv a delle vere e proprie “porte girevoli” informative. Il proponente è un ferreo alleato di Israele: Cotton, 49 anni, senatore dal 2015, è presidente della Conferenza Repubblicana del Senato e, soprattutto, dell’influente Senate Intelligence Committee, l’organo di vigilanza di Capitol Hill sugli apparati di spionaggio federali.

Tom Cotton (EPA/WILL OLIVER)

Usa-Israele, la spinta di Cotton per la cooperazione

Noto “falco” repubblicano, Cotton è uno dei più solidi sostenitori di Tel Aviv al Senato e in precedenza, da deputato, Cotton aveva giocato di sponda con l’allora collega del Kansas, Mike Pompeo, futuro direttore della Cia e Segretario di Stato, per sabotare i negoziati con l’Iran dell’amministrazione di Barack Obama, affermando che quella tra la trattativa e la guerra era una “falsa alternativa”.

Per Responsible Statecraft, “questa proposta è una delle diverse mosse recenti di coloro che a Washington fanno il gioco del governo israeliano, volte a mantenere gli Stati Uniti legati a  Israele nonostante  il calo di consensi tra l’opinione pubblica americana. La forma più rilevante di sostegno statunitense a Israele è rappresentata da oltre 300 miliardi di dollari in aiuti economici e soprattutto militari”, che spesso peraltro finanziano ricerche tecnologiche che ora per legge gli Usa intendono incoprorare nei loro apparati. Curioso sottolineare come questa proposta di legge sia emersa proprio mentre è in corso una grande e sostanziale operazione di controllo sulla penetrazione spionistica israeliana in America su cui lo stesso Pentagono ha acceso il faro mentre tra Washington, Tel Aviv e Iran è in atto un balletto importante tra pace, diplomazia e guerra.

Tre indizi fanno una prova

Cotton, tra i politici maggiormente sostenuti dal sistema filoisraeliano nello Stato che rappresenta, si sta preparando alla campagna per la rielezione per un terzo mandato di sei anni al Senato e tutti i sondaggi lo danno nettamente in vantaggio sulla sfidante democratica Hallie Shoffner. Dunque, è altamente probabile che possa mantenere la sua carica anche nella seconda parte dell’amministrazione di Donald Trump qualora il Senato restasse repubblicano, o comunque esercitare un’influenza di peso sulle scelte strategiche del governo americano.

La sua firma su questo provvedimento mostra un innalzamento della spinta a saldare i rapporti tra Usa e Israele poco dopo l’inizio, con la guerra in Iran, tanto di un’operazione militare congiunta quanto di una fase politicamente turbolenta in cui gli obiettivi di Washington e Tel Aviv. Dopo il voto sulla “fusione” tecnologica e la notizia sull’invio di paracadutisti dell’82esima divisione aerotrasportata in Israele durante la guerra con l’Iran, rivelata dal giornalista Ken Klippenstein, il provvedimento sulla cooperazione di spionaggio è la terza manifestazione di una spinta a rafforzare i rapporti Washington-Tel Aviv nella direzione di un saldo sostegno unilaterale della prima alla seconda, che per molti esponenti delle istituzioni americane sembra essere un fine da perseguire a ogni costo.

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Taiwan non deve scegliere: Cheng negli USA dopo lo storico incontro con Xi

Taiwan

A meno di un mese dal vertice Xi-Trump a Pechino, e dopo due mesi dall’incontro fra Cheng Li-wun — la leader del Kuomintang (KMT), il principale partito d’opposizione taiwanese — e Xi Jinping, Cheng ha aperto il secondo atto della sua strategia per promuovere una visione alternativa del ruolo dell’isola in Asia con un viaggio di ben due settimane negli Stati Uniti.

Si tratta della prima visita negli USA da parte dell’“erede” del partito di Sun Yat-sen dopo il suo insediamento di novembre scorso, con tappe a San Francisco, Boston, New York, Washington D.C (dove Cheng sarebbe «molto ben disposta» a incontrare Trump) e Los Angeles. Sebbene missioni analoghe facciano da tempo parte dell’attività internazionale dei funzionari di tutti i partiti politici di Taiwan — che negli anni hanno regolarmente coltivato rapporti con think tank, università e comunità taiwanesi d’oltreoceano — quella di Cheng assume un significato particolare.

Nell’incontro con Xi Jinping dello scorso aprile Cheng ha rilanciato la formula dell’ambiguità strategica inscritta nel Consenso del 1992 (che postula l’esistenza di una “unica Cina”) e l’opposizione all’indipendenza di Taiwan come quadro politico operativo per lo Stretto, rinfocolando il senso di parentela fra Pechino e Taipei. Un approccio che Cheng Li-wun continua a declinare in chiave pragmatica: una deterrenza priva di canali di comunicazione efficaci aumenta le tensioni fra le due sponde dello Stretto.

«La chiave è la trasparenza». Lo aveva scritto la stessa Cheng in un editoriale del Foreign Affairs pubblicato poche settimane prima dell’incontro con Xi. Intitolato «Taiwan non deve scegliere», l’articolo rappresenta una sorta di manifesto programmatico della leader del KMT rivolto alle élite della politica estera occidentale e il fatto che sia stato pubblicato sull’autorevole rivista statunitense dimostra l’interesse verso le sue posizioni. Secondo Cheng, una Taiwan capace di dialogare con entrambe le sponde della competizione sino-americana sarebbe un partner più stabile e affidabile sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Convinzione ribadita nei giorni scorsi in un’intervista al Financial Times, dove Cheng sostiene che una riduzione delle tensioni nello Stretto diminuirebbe il rischio che l’isola diventi una «pedina» nelle trattative fra Washington e Pechino.

La sua tesi ha però suscitato forti reprimende. Sul Taipei Times — uno dei principali quotidiani taiwanesi e tradizionalmente vicino alle posizioni indipendentiste — alcuni commentatori hanno visto in questa impostazione il rischio di inviare «il messaggio sbagliato agli alleati e ai partner democratici di Taiwan». Riserve alle quali ha fatto eco Raymond Greene, direttore dell’American Institute a Taiwan e massimo rappresentante statunitense sull’isola, riferendo come numerosi legislatori e studiosi USA s’interroghino sulla possibilità che la leadership del KMT stia «cambiando radicalmente l’orientamento politico del partito».

È anche per rispondere a questi interrogativi che Cheng ha scelto di recarsi negli Stati Uniti, dove a Washington ha incontrato membri del Congresso e funzionari del governo statunitense, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Guerra. Nei primi incontri nella capitale USA, la leader del KMT ha già riaffermato il valore della cooperazione militare con gli Stati Uniti. Fra i dossier discussi è tornato quello relativo alla vendita delle armi a Taiwan — punctum dolens del vertice Xi-Trump del mese scorso — dopo che la decisione del presidente statunitense di affrontare il tema direttamente con il leader cinese aveva suscitato forte allarme nel Partito Progressista Democratico (DDP), al potere dal 2016. Allarme al quale aveva dato voce il presidente Lai Ching-te che si era affrettato ad assicurare che Taiwan «non verrà mai sacrificata né barattata» in seguito alle dichiarazioni rilasciate da Trump a Fox News dopo il summit di Pechino.

In quell’occasione il presidente USA aveva rilanciato la tradizionale posizione di Washington contraria all’indipendenza dell’isola, adottando toni sensibilmente diversi rispetto a quelli prevalsi nei rapporti fra Stati Uniti e Taiwan negli ultimi anni. Trump aveva inoltre mostrato ben poca disponibilità a «percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra» e mantenuto in sospeso la decisione sul pacchetto di armamenti da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei, anche alla luce della necessità di preservare le scorte di munizioni per il conflitto con l’Iran (per il quale il contachilometri funziona ancora).

Proprio il fatto che sia Trump a mantenere congelata la spesa per la difesa sferra un duro colpo a uno dei principali argomenti del DDP — la capacità di garantire un rapporto privilegiato con Washington — e rafforza invece il KMT, che da sempre rivendica di essere l’unica forza politica in grado di garantire la pace fra le due sponde dello Stretto. Sullo sfondo, mentre le esercitazioni militari taiwanesi continuano a simulare ipotetici scenari di “invasione” e aumentano gli incontri ravvicinati fra unità navali di Pechino e Taipei nel Mar Cinese Meridionale, la visita di Cheng (tuttora in corso) assume inevitabilmente anche una dimensione elettorale. In un Indo-Pacifico sempre più militarizzato, la leader del KMT scommette che il futuro di Taiwan non si deciderà soltanto dal numero dei missili schierati nello Stretto, ma anche nelle urne del 2028.

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Trump: c’è l’accordo. L’Iran quasi conferma…

Trump: c'è l'accordo. L'Iran quasi conferma...

La fiammata degli ultimi giorni si è spenta improvvisa. Trump, dopo le minacce alzo zero del pomeriggio, ha bloccato tutto. I colloqui tra le autorità iraniane e la delegazione qatariota, giunta due giorni fa a Teheran per urgere una risposta alla proposta di pace americana inviata due settimane fa, hanno dato frutti.

Una considerazione che non discende da quanto comunicato di Trump, che su Truth ha scritto che si è raggiunta una piena convergenza – annuncio che va preso con la relatività del caso – quanto da quel che ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei.

PressTv, media statale iraniano, riprendendo l’intervista rilasciata giovedì sera da Baghaei, riferisce che questi ha respinto le speculazioni sulla finalizzazione di un accordo, ma ha aggiunto: “Dal punto di vista testuale, il testo è quasi definitivo nelle sue parti principali. Il problema è che le posizioni contraddittorie degli Stati Uniti hanno sempre causato turbolenze e interruzioni in questo processo”.

News / Politics Major parts of agreement to end war finalized despite US contradictions, aggression: FM spox

Ha poi ribadito che l’Iran non si è piegato, rimanendo fermo sulle sue linee rosse, aggiungendo: “Se la Repubblica islamica avesse avuto intenzione di rinunciare alle sue posizioni di principio sotto pressioni e minacce, lo avrebbe fatto un anno e mezzo fa. Abbiamo dimostrato di rimanere fermi sulle nostre posizioni”.

Al di là delle conclusioni inevitabili, con Baghaei che ha specificato, rimarcandolo, che il suo Paese non ha ancora preso una decisione definitiva, la sostanza c’è: si è trovata una convergenza sulla sostanza e mancano da definire dei dettagli.

Inoltre, l’accenno alle linee rosse sembra indicare che il testo dovrebbe in qualche modo contenere la possibilità che Teheran possa arricchire l’uranio sotto una soglia limite (e molto probabilmente sotto la supervisione dell’AIEA); dovrebbe prevedere in qualche modo un sistema tariffario per il transito di Hormuz – per salvare la faccia a Trump potrebbe essere presentato come meramente simbolico e magari ad tempus; infine, dovrebbe prevedere un cessate il fuoco in Libano che preluda al ritiro di Israele dal Paese dei cedri. Tali erano le linee rosse di Teheran, senza le quali non si sarebbero date le convergenze accennate da Baghaei, ma il condizionale resta d’obbligo e magari alcuni nodi sono stati demandati a negoziati successivi.

Altre linee rosse che non sono state neanche toccate nel negoziato, e che quindi stanno, sono il programma missilistico iraniano, del quale invano Israele ha chiesto lo smantellamento, e i rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, che nell’immaginario di Tel Aviv dovevano essere rescissi. Nulla di tutto ciò sarà sulla carta, come lamenta il Jerusalem Post.

Ceasefire deal would end Lebanon fighting and reopen Hormuz, release billions to Iran - report

Insomma, sembra che si siano aperte prospettive reali. Peraltro, anche l’escalation segnala un livello di interlocuzione molto approfondito tra i duellanti, dal momento che in due notti di fuoco reciproco non si è registrato né morto né un ferito. Ciò indica che c’è stata una comunicazione previa dei target che si intendeva colpire e di quelli che non dovevano essere presi di mira.

Inoltre, è indicativo che, mentre Trump minacciava sfracelli contro Teheran, il segretario per la guerra Pete Hegseth sia volato a Cuba, palesando un disinteresse totale per quanto avveniva in Medio oriente (a proposito, ieri metà Pentagono è stato evacuato a causa di un allarme, risultato infondato, di una qualche contaminazione dell’aria; a nostra memoria non ci sono precedenti; forse la troppa tensione…).

Per tornare all’intesa resta, però, una qualche sospensione. Infatti, va ricordato che il diavolo sta nei dettagli e visto che nel suo post Trump ha comunicato che l’accordo trovato ricomprende tutto, anche i “dettagli”, e che l’Iran afferma che ci sono ancora dettagli da chiarire, i falchi hanno ancora spazi di manovra.

Quanto al Libano, resta da vedere se e come Trump riuscirà a convincere Netanyahu e soci non solo a fermare la macelleria a getto continuo, ma anche a ritirarsi dal sud, che ormai Tel Aviv considera parte integrante del suo territorio, in conformità con la prospettiva della Grande Israele.

Certo, Trump è riuscito a fermare i bombardamenti su Beirut in una telefonata burrascosa con Netanyahu, ma un conto è limitare gli obiettivi dello psicopatico che governa Israele, che peraltro potrebbe ripensarci, altro è imporre un ritiro che ne segnerebbe la fine politica, dal momento che andrebbe alle elezioni di novembre gravato dal peso di una devastante sconfitta.

In questo contesto suonano estremamente interessanti le dichiarazioni postume di Trump a Jonathan Karl, dal momento che ha detto di non sapere “se Bibi voglia davvero continuare” a far politica. “Non lo so, ha avuto una carriera straordinaria”, ha aggiunto. “Vuole continuare? Perché, sai, è stato un primo ministro in tempo di guerra. E vinceremo la guerra molto presto”.

Giustamente Haaretz ha titolato: “Trump ha appena sganciato una bomba di enormi proporzioni sulla campagna per la rielezione di Netanyahu”. Una bomba alla quale il premier israeliano ha evitato di rispondere – silenzio assordante – lasciando che a farlo fosse il suo partito, che ha replicato con malcelata irritazione che si ricandiderà. Diatriba interessante.

Trump Just Dropped a Megaton Bomb on Netanyahu's Re-election Campaign
AAA

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Umidità killer e ondate di calore, l’Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz…

Per gran parte dell’Asia meridionale, dal punto di vista climatico questo è probabilmente il periodo peggiore dell’anno. Le temperature raggiungono infatti il picco prima che l’arrivo del monsone provveda a rinfrescare il clima. Da una manciata di anni la situazione è però letteralmente fuori controllo. Lo scorso aprile, un’ondata di caldo intenso e prolungato si è abbattuta su India e Pakistan. Il termometro ha sfondato i 46°C in molte località, con valori superiori di 5-8°C rispetto alla media stagionale. Nuova Delhi sta ancora fronteggiando un’estate torrida con effetti drammatici.

Secondo le stime della rivista Frontiers in Environmental Health, cinque giorni di caldo particolarmente asfissiante avrebbero provocato quasi 30.000 decessi in eccesso rispetto alla media. Detto altrimenti, una sola giornata di caldo estremo in India potrebbe costare la vita a circa 3.400 persone. All’ombra del Taj Mahal, le stime ufficiali dei decessi causati dalle ondate di calore oscillano tra le 500 e le 1.500 unità all’anno, anche se gli esperti avvertono che si tratta di una cifra ampiamente sottostimata, in parte per via della mancanza di un sistema di monitoraggio uniforme e in parte per la mancata considerazione degli impatti indiretti (come l’aggravamento di patologie preesistenti).

L’Asia meridionale alle prese con il caldo estremo

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm) ha fatto sapere che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha anche avvisato del fatto che simili ondate di calore stanno, non solo diventando più frequenti, ma anche più lunghe e intense a causa dei cambiamenti climatici in corso.

Come ha spiegato il quotidiano bengalese The Daily Star, uno dei motivi per cui la situazione quest’anno è stata così grave è coinciso con la persistenza di sistemi meteorologici di alta pressione. Cosa significa? Che quando questi sistemi rimangono stazionari aumentano la probabilità di ondate di calore, limitando la formazione di nuvole e riducendo le possibilità di piogge rinfrescanti. L’aria calda rimane intrappolata vicino alla superficie e le temperature possono aumentare per molti giorni consecutivi.

Si innesca così un effetto domino perverso: con meno pioggia, aumenta la temperatura al livello del suolo, il terreno si secca e cresce anche l’umidità. Le grandi metropoli si trasformano in vere e proprie trappole di calore, visto che il cemento e l’asfalto assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, aumentando i rischi per la salute delle persone che non hanno accesso a sistemi di raffreddamento.

Attenzione però, perché i gradi Celsius sono solo una parte della minaccia. Quella ancora più letale chiama in causa l’umidità, la stessa che caratterizza svariate zone dell’India e del Pakistan.

Lo shock energetico e le trappole di calore

Una soluzione, almeno parziale, al caldo estremo ci sarebbe: l’aria condizionata. Peccato che questo strumento, una comune fonte di sollievo dalle temperature torride e dall’umidità soffocante, sia diventato limitato o addirittura inaccessibile. Colpa della guerra in Iran e delle conseguente del conflitto in Medio Oriente. L’Asia meridionale dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione e i locali Paesi a basso e medio reddito sono vulnerabili agli shock energetici e alle interruzioni delle forniture.

Nel frattempo, tornando in India, epicentro del fenomeno che stiamo raccontando, uno studio del Centre for Science and Environment (Cse) ha rilevato che la capacità di Delhi di raffreddarsi durante la notte è diminuita del 9% nel corso dell’ultimo decennio. Il motivo? In gran parte a causa della riduzione della copertura verde e dell’espansione urbana. Per la cronaca, il centro città si raffredda di 3,8 °C in meno rispetto alle aree miste rurali e urbane.

Un altro importante studio del 2024, condotto dall’Iit Bhubaneshwar, ha invece constatao che l’urbanizzazione è responsabile del 60% dell’aumento del riscaldamento nelle metropoli indiane, mentre il cambiamento climatico, causato principalmente dai combustibili fossili, contribuisce per il restante 40%: un vero e proprio mix letale.

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Gli Usa ai minimi, ma la crisi energetica travolge le scorte di petrolio in tutto il mondo

petrolio

Il sistema energetico globale si sta avvicinando a una soglia critica. Al centro di questo pericoloso percorso c’è il ruolo delle scorte di petrolio, cioè le quantità di greggio già estratto e immagazzinato, sia in depositi commerciali sia in riserve strategiche governative che funzionano come “cuscinetto” contro shock improvvisi dell’offerta. Secondo i dati citati di JPMorgan, le scorte globali sarebbero infatti in forte riduzione: da circa 8,4 miliardi di barili a inizio anno a una proiezione di circa 7,5 miliardi entro fine luglio, un livello vicino ai minimi operativi, ovvero la quantità sotto la quale il sistema fatica fisicamente a garantire flussi stabili tra produzione, trasporto e raffinazione.

Questo concetto di “limite operativo” è cruciale: non coincide con lo zero, ma rappresenta il livello minimo necessario per far funzionare senza interruzioni la complessa catena logistica del petrolio (oleodotti, petroliere, raffinerie), e scendere sotto tale soglia aumenta fortemente la volatilità dei prezzi e il rischio di carenze. In parallelo, il contesto geopolitico, in particolare le tensioni in Medio Oriente e il ruolo del passaggio strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, amplifica il rischio di shock sull’offerta, rendendo le scorte ancora più determinanti per la stabilità dei mercati. Le riserve strategiche di petrolio (Strategic Petroleum Reserves, SPR) sono infatti stock pubblici creati per essere utilizzati in emergenza proprio per compensare improvvisi cali di offerta e stabilizzare i prezzi; ma il loro utilizzo intensivo negli ultimi anni, anche per gestire inflazione e crisi geopolitiche, ha ridotto progressivamente il margine di sicurezza.

A rafforzare questo quadro già teso si aggiungono evidenze molto recenti sul lato statunitense, che rappresenta oggi il vero baricentro di stabilizzazione del sistema petrolifero globale. I dati mostrano infatti un drenaggio accelerato delle scorte USA: gli stock complessivi di greggio e prodotti petroliferi sono scesi di circa 10,6 milioni di barili in una sola settimana, raggiungendo 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.

Ancora più rilevante è il crollo delle sole scorte di greggio (commerciali e governative), diminuite di 15,9 milioni di barili, tra i cali settimanali più ampi mai registrati. Questo svuotamento è direttamente collegato all’aumento straordinario delle esportazioni verso Europa e Asia, in un contesto in cui i mercati globali cercano di compensare la perdita o l’instabilità delle forniture mediorientali. Il risultato è che i flussi in uscita dagli Stati Uniti sono passati da circa 3 milioni di barili al giorno prima del conflitto con l’Iran a circa 13,6 milioni di barili al giorno, uno dei livelli più alti mai osservati. Anche le riserve strategiche statunitensi risultano in calo significativo: si sono ridotte di altri 7,9 milioni di barili nell’ultima settimana e complessivamente di circa 58 milioni dall’inizio del conflitto, scendendo a circa 357 milioni di barili. Fa “peggio” il Giappone, le cui scorte commerciali di greggio hanno registrato un crollo improvviso e molto accentuato fino a circa 275 milioni di barili, segnando nuovi minimi storici.

Nonostante però il ruolo giocato dagli USA, il direttore dell’IEA, Fatih Birol, aveva già dichiarato ad aprile che l’organizzazione sarebbe stata pronta a rilasciare ulteriori volumi di petrolio dalle riserve strategiche pur sottolineando che si tratterebbe di una misura auspicabilmente evitabile. Questo intervento si inserisce dopo la decisione già storica presa a marzo 2026 dai 32 Paesi membri di liberare circa 400 milioni di barili, il più grande rilascio coordinato mai effettuato, con gli Stati Uniti in prima linea attraverso una quota di 172 milioni di barili dalla propria Strategic Petroleum Reserve. Tuttavia, lo stesso Birol chiarisce un punto cruciale per comprendere i limiti dello strumento: queste immissioni non rappresentano una soluzione strutturale alla crisi, ma solo un modo per “ridurre il dolore” causato dalla perdita di offerta, soprattutto in un contesto in cui oltre 80 infrastrutture energetiche (tra impianti di produzione, terminal e raffinerie) sono state danneggiate e il transito nello Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso. In altre parole, le riserve strategiche funzionano come un meccanismo temporaneo di stabilizzazione, in grado di guadagnare tempo e limitare la volatilità dei prezzi, ma non possono compensare a lungo un deficit fisico di produzione su larga scala.

In aggiunta, va ricordato che la disponibilità di petrolio non è sufficiente se non esiste una capacità adeguata di trasformarlo in prodotti utilizzabili. Il sistema energetico globale non dipende infatti solo dall’estrazione di greggio, ma soprattutto dalla raffinazione, cioè dal processo industriale che converte il petrolio in carburanti e derivati fondamentali come benzina, diesel, jet fuel, GPL, nafta e prodotti petrolchimici. L’immagine seguente mostra una mappa delle principali raffinerie mondiali nel 2026 ed evidenzia chiaramente come questa capacità sia concentrata in pochi hub geografici ad altissima intensità industriale, tra cui India (con il complesso di Jamnagar da oltre 1,2 milioni di barili/giorno), Corea del Sud (con siti come Ulsan e Yeosu sopra i 600–800 mila barili/giorno), Stati Uniti (hub texani), Medio Oriente e grandi poli logistici come Singapore.


Queste strutture non rappresentano semplicemente asset produttivi, ma veri e propri “chokepoint” strategici, cioè nodi critici della catena energetica globale, la cui interruzione o saturazione può avere effetti immediati sull’offerta reale di carburanti, indipendentemente dalla disponibilità di crude oil. In un contesto di scorte in calo e tensioni geopolitiche, questo implica che la sicurezza energetica non si misura più solo in barili disponibili, ma nella capacità integrata dell’intero sistema: estrazione, trasporto e soprattutto trasformazione; asset che, a differenza del rapporto domanda/offerta, non sono ancora “prezzati” completamente negli attuali prezzi di mercato del petrolio.

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Uk, il ministro della Difesa sbatte la porta e se ne va. Starmer è sempre più in bilico

Per Keir Starmer i giorni a Downing Street sembrano sempre più contati dopo che anche l’ala blairiana e tradizionalmente centrista del Partito Laburista lo ha iniziato a scaricare a seguito delle dimissioni-shock del Ministro della Difesa John Healey assieme al Ministro delle Forze Armate Al Carns. Lasciando nella giornata di ieri Healey, storico seguace di Tony Blair e tra i registi della politica di sicurezza del Partito Laburista prima della vittoria elettorale del 2024, ha definito “incapace” Starmer, criticando i ritardi del piano di riarmo per portare al 3% del Pil le spese militari. Il progetto di Starmer, che ha sostituito Healey con l’ex Ministro della Sicurezza Dan Jarvis, era di portarle al 2,68% del Pil nel 2030. Uno sforzo ritenuto insufficiente, dato che quest’anno la spesa sarà al 2,6%, per centrare il target Nato del 3,5% del Pil in spesa per la Difesa entro il 2035.

Starmer inizialmente aveva addirittura pensato di sacrificare i fondi per la cooperazione internazionale in nome del riarmo ma aveva fatto dietrofront dopo che la corsa al riarmo del primo governo laburista in tre lustri si era scontrato, nel 2024-2025, con le rimostranze della base. La sinistra laburista contesta da tempo i piani di riarmo, ritenendoli eccessivi, mentre Healey è sempre stato custode dell’ortodossia atlantista, del sostegno alla difesa dell’Ucraina e dei grandi piani di approvvigionamento militare.

Healey in passato era stato addirittura pensato come successore di Starmer, e chiedeva un aumento di 18 miliardi di sterline entro il 2030 a fronte di una richiesta di investimenti del suo ministero stimata in 28 miliardi e un’offerta di risorse da parte del governo ben più bassa, di circa 13 miliardi di sterline. Healey, che nella dottrina di difesa di Londra ha rimesso al centro l’Europa dopo le ambizioni di Global Britain del governo di Boris Johnson, ha agito in continuità col predecessore Tory Ben Wallace e si è invece scontrato con la Cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, che guidando le finanze ha blindato ogni prospettiva di ulteriori aumenti.

L’uscita ordinata per Starmer

Una settimana fa Starmer parlava del rischio di un conflitto tra Nato e Russia in Europa entro il 2030 e ora “in una durissima lettera di dimissioni , Healey ha accusato Starmer e Rachel Reeves, di aver messo a rischio la sicurezza del Paese, affermando che il tanto atteso piano di investimenti per la difesa (Dip) era ben al di sotto di quanto necessario”, nota il Guardian, che aggiunge come “Carns, che avrebbe potuto essere anch’egli un candidato, aveva definito il piano di spesa inadeguato e aveva invitato Starmer a riconsiderarlo”. Il terremoto non è stato fermabile. Le dimissioni di Healey colgono di sorpresa Starmer e sono un contrappasso per un governo che ha fatto del teso clima geopolitico globale e della sfida con la Russia un elemento politico e narrativo per difendere un consenso rapidamente calato dopo il voto vittorioso del 2024 ma ha finito per dividere il Partito Laburista e la sua base.

Starmer è sotto pressione per concedere un’uscita ordinata dopo che il suo esecutivo è stato colpito dallo scandalo per i rapporti del suo ex alleato Peter Mandelson con il finanziere Jeffrey Epstein, dal caos del debito pubblico e dall’insofferenza per l’austerità, da una serie notevole di sconfitte elettorali e dalla raffica di dimissioni dal governo dopo la debacle elettorale in Galles, Scozia e al voto locale inglese di maggio, dove ha vinto la destra nazionalista di Reform Uk e Nigel Farage.

Andy Burnham, sindaco di Manchester, da tempo immagina un passaggio per tornare in Parlamento e poter lanciare la sfida per la leadership di fronte a un governo che a meno di due anni dall’insediamento sembra già al capolinea. Sconfessato da sinistra e dai socialdemocratici più progressisti, ora Starmer inizia a essere sacrificabile anche per le figure di punta del centro e del cuore profondo del potere laburista. Le dimissioni di Healey e l’attacco sul riarmo sembrano una sfiducia di un sistema intera verso il Primo Ministro. Ora probabilmente destinato a capire in che modo la sua uscita da Downing Street sia più una questione di “quando” che di “se”.

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IA e settore elettrico: la sfida di un sistema energetico resiliente e sostenibile

L’intelligenza artificiale è una questione di elettricità. Di molta energia, di interconnessioni, di nodi strategici: senza elettricità non c’è transizione energetica, non c’è stabilità di rete, non c’è algoritmo o machine learning che regga. La sfida dell’intelligenza artificiale sarà anche una partita di sviluppo di reti, interconnessioni, strutture che potranno far correre gli algoritmi di domani e la loro resilienza. Ma parimenti, la sfida dello sviluppo dell’IA può tornare benefica anche allo stesso settore energetico, introducendo le nuove tecnologie computazionali nel quadro del sistema di generazione e distribuzione, aumentandone l’efficienza, garantendone la stabilità, rafforzandone la tenuta. Un rapporto di mutua dipendenza che ha come obiettivo un circolo virtuoso: algoritmi sempre migliori per un sistema elettrico sempre più stabile capace di permettere a data center e strutture simili di diffondersi e prosperare.

Sono molte le modalità con cui l’intelligenza artificiale può impattare positivamente sul settore elettrico. Innanzitutto, reti complesse e con una capacità di generazione sempre più dipendenti da fonti rinnovabili non programmabili come eolico e solare hanno bisogno di tecnologie più flessibili per permettere di governare a monte i picchi di domanda e offerta e gestire le fluttuazioni. Un sistema di monitoraggio con algoritmi di intelligenza artificiale può raccogliere dati da molti sensori, analizzare le previsioni del clima e sovrintendere allo stato della rete per poter ottimizzare le previsioni sul possibile flusso di domanda.  Parimenti, algoritmi di manutenzione predittiva e monitoraggio possono aiutare a isolare i guasti in settori delle reti, ottimizzando efficienza nelle riparazioni e costi.

Dalle “Smart Grids” regionalizzate su un singolo sistema connesso alla stessa rete energetica, flessibili e digitalizzate, si può in prospettiva pensare a un sistema sempre più fluido, una “rete di reti” in cui operatori capaci di gestire la decentralizzazione della generazione e di prevedere la distribuzione potranno, tramite l’intelligenza artificiale, ottimizzare robustezza, resilienza e sicurezza delle infrastrutture e prevedere con maggior precisione i flussi. Le tecnologie di intelligenza artificiale e la loro applicazione presuppongono un elevato livello di articolazione nella digitalizzazione delle reti e della loro capacità di monitoraggio che impone la presenza di player tecnologico-industriali rodati per svilupparli e governarli.

Tra le aziende attive nel settore si segnala CESI, multinazionale italiana basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, da decenni all’avanguardia nella consulenza sui grandi progetti di sviluppo delle connessioni energetiche e per la digitalizzazione delle reti, che sfruttando la sua esperienza è tra i pionieri dell’applicazione dell’IA al settore elettrico. CESI offre una conoscenza strutturata della rete, delle sue dinamiche e dei suoi componenti, che CESI testa per situazioni ad alto stress presso i suoi KEMA Labs tra Milano e Arnhem. L’IA non è solo una tecnologia, ma si inserisce in un ecosistema tecnologico e industriale. E così è il mondo dell’energia elettrica: una sfera complessa con una sua coerenza interna che va esplorata a trecentosessanta gradi. E CESI ha sotto controllo l’intera filiera dei processi necessari ad applicare la conoscenza dell’IA in ambito energetico: conosce prestazioni, affidabilità e comportamento dei dispositivi, sensori, reti; applica  tecnologie avanzate di connessione e comunicazione alla sensoristica di rete per aumentare la qualità, la continuità e e la capacità del flusso dati e della trasmissione; sviluppa modelli digitali e, dove applicabile, gemelli digitali delle infrastrutture e le monitora per capire dove e come si verificano i guasti; integra la cybersicurezza industriale in maniera rigorosa negli impianti e sui sistemi gestiti. L’IA, in un ecosistema simile, entra con coerenza come strumento abilitante di nuova efficienza, non come realtà avulsa o novità estemporanea. L’obiettivo di un sistema energetico più decarbonizzato, sostenibile ed efficiente passa anche attraverso l’ingresso controllato e governato dei nuovi paradigmi tecnologici, non come realtà calate dall’alto ma come parti di un’orchestra più ampia e che deve suonare all’unisono. La sfida di CESI passa anche attraverso la ricerca di questa coerenza sistemica.

“L’IA crea valore autentico quando mette al centro il potenziamento delle persone e si fonda su dati affidabili. Innestata in una chiara visione industriale, questa tecnologia diventa il motore di un’energia efficiente, resiliente e sostenibile” afferma Daniele Daminelli, Shared Services Director in CESI. Così facendo il circolo virtuoso IA-elettricità potrà continuare: più elettricità prodotta in maniera sostenibile sul piano economico e ambientale renderà possibile una maggiore capacità di calcolo e l’impiego di algoritmi sempre più avanzanti, che potranno migliorare l’analisi, monitoraggio e comprensione delle reti stesse. In un connubio decisivo per l’intero ecosistema dell’innovazione.

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Ebola: come monitorare un’epidemia open source attraverso dati pubblici, fonti locali e piattaforme internazionali

Quando si parla di Ebola, l’attenzione tende a concentrarsi sulle immagini provenienti dalle aree colpite, sui centri di trattamento e sugli aggiornamenti diffusi dalle organizzazioni internazionali. In realtà, molto prima che un focolaio raggiunga le prime pagine dei giornali, esiste un articolato ecosistema informativo che consente ad analisti ed esperti, giornalisti investigativi, ricercatori e operatori umanitari di seguirne l’evoluzione quasi in tempo reale attraverso fonti aperte. La raccolta di informazioni open source relative a Ebola rappresenta infatti uno degli esempi più interessanti di come dati pubblici, report istituzionali, piattaforme umanitarie e strumenti geospaziali possano essere integrati per costruire un quadro operativo estremamente dettagliato e affidabile senza essere sul posto.

La prima regola dell’analisi OSINT in ambito sanitario consiste nel comprendere che il dato epidemiologico nasce sempre sul territorio e solo successivamente viene trasmesso alle organizzazioni internazionali. Per questo motivo, chi desidera monitorare un’epidemia in modo efficace deve partire dalle fonti più vicine possibile all’informazione.

Nel caso della Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi storicamente più colpiti dal virus Ebola, la fonte primaria di riferimento è l’Institut National de Santé Publique (INSP) della RDC. L’istituto pubblica regolarmente Situation Reports, comunemente chiamati SitRep dell’andamento epidemiologico. Attraverso questi documenti è possibile conoscere il numero di casi sospetti e confermati, la localizzazione geografica dei focolai, le attività di laboratorio, le operazioni di contact tracing e le misure adottate dalle autorità sanitarie. Un esempio recente è il Situation Report n.26 sulla Malattia da Virus Ebola del 9 giugno 2026, che offre una panoramica dettagliata della situazione sul campo e rappresenta una fonte di enorme valore per chiunque svolga attività di monitoraggio.

Siamo già stati in Congo per raccontare Ebola. Oggi vogliamo ritornare e raccontare l’ennesima tragedia di questo popolo. Aiutaci con una donazione a questo link

Una volta raccolte le informazioni provenienti dalle autorità nazionali, il passo successivo consiste nel confrontarle con le valutazioni e gli aggiornamenti della World Health Organization (WHO). In particolare, la sezione Disease Outbreak News (DON) costituisce uno dei principali punti di riferimento per la comunità internazionale. Qui vengono pubblicati aggiornamenti ufficiali sugli outbreak in corso, analisi del rischio, informazioni tecniche e valutazioni sull’eventuale diffusione internazionale della malattia. Ancora più utile per chi segue gli eventi nel continente africano è il portale di WHO AFRO, l’ufficio regionale africano dell’OMS, che spesso pubblica aggiornamenti più frequenti e maggiormente focalizzati sulle dinamiche locali.

Il processo di verifica richiede inoltre il confronto con altre organizzazioni specializzate nella sorveglianza sanitaria. L’Africa CDC svolge un ruolo centrale nel coordinamento delle attività di monitoraggio a livello continentale, pubblicando aggiornamenti e valutazioni sui principali focolai presenti in Africa. Parallelamente, il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti e l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) producono analisi epidemiologiche, studi tecnici e valutazioni del rischio che permettono di comprendere le possibili implicazioni internazionali di un focolaio.

In Congo siamo già stati per seguire da vicino una delle più gravi emergenze sanitarie degli ultimi anni: Ebola. Oggi vogliamo tornare sul campo per documentare una nuova crisi che continua a colpire milioni di persone nell’indifferenza generale. Se credi nell’importanza del giornalismo indipendente, sostienici con una donazione a questo link.

Una delle domande più frequenti riguarda l’esistenza di sistemi di monitoraggio in tempo reale. In ambito epidemiologico il concetto di “tempo reale”, soprattutto in contesti così complessi e frammentati, deve essere interpretato con cautela, poiché la velocità di aggiornamento non coincide necessariamente con l’affidabilità del dato. Tra le piattaforme più utili vi è sicuramente IFRC GO Platform, sviluppata dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Attraverso dashboard interattive, mappe e statistiche, la piattaforma consente di seguire le attività di risposta sul terreno e di visualizzare rapidamente le aree interessate dalle emergenze sanitarie.

Per comprendere realmente la dinamica di un’epidemia, tuttavia, non basta conoscere il numero dei casi. È necessario capire dove si trovano, come si muovono le persone e quali infrastrutture collegano le aree colpite. In questo contesto assumono un’importanza fondamentale le piattaforme geospaziali. La più rilevante è probabilmente l’Humanitarian Data Exchange (HDX), il grande archivio dati umanitario delle Nazioni Unite, che ospita dataset relativi a popolazione, strutture sanitarie, reti stradali, centri abitati, movimenti di sfollati e confini amministrativi. Integrando queste informazioni con i dati disponibili su OpenStreetMap è possibile costruire mappe operative avanzate e identificare potenziali corridoi di diffusione del virus, punti di attraversamento delle frontiere, aree isolate e vulnerabilità che potrebbero influenzare l’andamento dell’epidemia.

L’analisi OSINT più avanzata non si limita però ai numeri ufficiali. Spesso le informazioni più interessanti emergono da quelli che gli analisti definiscono “segnali deboli”: l’apertura di nuovi centri di trattamento, l’arrivo di laboratori mobili, l’incremento degli acquisti di dispositivi di protezione individuale, l’attivazione di campagne informative nelle comunità locali, il rafforzamento dei controlli sanitari alle frontiere o la mobilitazione straordinaria di personale medico. Questi elementi, apparentemente marginali, possono fornire indicazioni preziose sull’evoluzione di una crisi sanitaria ancora prima che essa si manifesti pienamente nei dati ufficiali.

Molte delle tragedie che colpiscono il continente africano restano invisibili fino a quando non diventano impossibili da ignorare. Il nostro obiettivo è raccontarle prima, con rigore, presenza sul campo e attenzione alle popolazioni coinvolte. Per aiutarci a documentare queste realtà e dare voce a chi spesso non ne ha, puoi contribuire con una donazione a questo link.

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Il grande giorno di SpaceX a Wall Street, aspettando OpenAI e Anthropic: le mega-Ipo cambiano la finanza

L’inizio della quotazione a Wall Street di SpaceX, l’azienda di servizi spaziali e intelligenza artificiale di Elon Musk oggi classificata come maggiore compagnia non presente in Borsa al mondo, apre oggi la stagione delle mega-Ipo (Initial public offering, offerte pubbliche iniziali, ndr) con cui i giganti della tecnologia Usa sbarcheranno nella Borsa per antonomasia. A Musk faranno seguito i dioscuri dell’IA, Sam Altman e Dario Amodei, pronti a quotare OpenAI e Anthropic. Si prevede una rivoluzione copernicana nella Borsa americana: complessivamente, SpaceX aggiungerà quasi 1.800 miliardi di dollari di capitalizzazione alla Borsa Usa e altrettanto faranno, sommate, le due compagnie sulla breccia nella corsa all’intelligenza artificiale.

Tutto pronto per le mega-Ipo

SpaceX mira a raccogliere oltre 80 miliardi di dollari, complessivamente le tre Ipo potrebbero garantirne almeno 200. Facendo dei paragoni, è come se a Wall Street Musk e in futuro Altman e Amodei mirino a far entrare l’equivalente di tre listini di Piazza Affari (solo SpaceX la sopravanzerebbe del 50%) raccogliendo dagli investitori l’equivalente del valore, sommato, di Unicredit e Eni. Il giorno più lungo è quello di oggi. Musk contro tutti, ma con molti alle sue spalle: nella finanza internazionale, nonostante molti scetticismi di facciata, il dilemma non è stato se entrare o meno nell’Ipo di SpaceX ma con che forza e con quante risorse.

L’euforia di Wall Street

“Questi debutti rappresentano la più concentrata ondata di capitali dai tempi della bolla delle dot-com” a fine Anni Novanta, e la potenza di fuoco dei tre gruppi potrebbe far sì che “gli investitori impazziscano”, nota Fortune. Musk dà il calcio d’inizio: SpaceX vuole presentarsi come la compagnia egemone nel settore dei lanci spaziali e della strutturazione dell’accesso americano alle orbite, da Starlink ai data center orbitanti vende al tempo stesso un’infrastruttura tecnologica, un sogno di esplorazione e un progetto di sicurezza nazionale, mentre al contempo avendo incluso xAI i prospetti ricordano che secondo gli scenari sarà proprio l’intelligenza artificiale a trainare il suo business. Ad oggi, valutata 1.250 miliardi da compagnia privata, SpaceX capitalizza 92 volte i suoi ricavi e la sua quotazione si baserà su una scommessa chiara: vedere se l’IA farà realizzare i prospetti di una crescita esponenziale da qui a dieci anni, ciò che Musk usa come base per giustificare uno sbarco in borsa anomalo.

L’uomo più ricco del mondo mira a portare SpaceX in Borsa pur mantenendo l’80% dei diritti di voto e a saldare il suo controllo con il piano di remunerazione miliardario di Tesla per ampliare la filiera delle aziende da lui controllate e diventare il primo personaggio nella storia a sfondare quota 1.000 miliardi di dollari di patrimonio. Chi comprerà SpaceX farà un atto finanziario ma anche un voto: accetterà che siano veri i prospetti di Goldman Sachs, secondo cui l’IA darà a SpaceX ricavi centuplicati, a 322 miliardi di dollari, entro il 2030. Oppure guarderà ancora più in la con in mente un dato: 3.400 miliardi di dollari. A tanto Morgan Stanley, che assieme alla concorrente è tra le istituzioni attive per sottoscrivere l’Ipo, nota il Financial Times, prevede ammonteranno i ricavi nel 2040.

Euforia e incertezza

Dei risultati concreti, nota il Ft, sono incoraggianti in tal senso: “I recenti accordi per il noleggio di capacità di calcolo ad Anthropic e Google per un totale di 24 miliardi di dollari all’anno sottolineano il valore dell’infrastruttura terrestre esistente di SpaceX”. Chi ha fatto comunque un affare è proprio Google: comprò per 1 miliardo di dollari l’8% di SpaceX nel 2015 e ora ne detiene il 6,11%: anche se l’Ipo dovesse diluirne la quota, stime di valutazioni della partecipazione capace di arrivare a 100-105 miliardi di dollari sono tutto fuorché esagerate. Questo dà l’idea dell’euforia che attende lo sbarco dell’astronave-madre di Starlink e Starship a Wall Street. Seguiranno le boutique dell’IA per trasformare radicalmente i rapporti di forza in borsa. E anche le prospettive con cui il mercato agirà.

Finora la Borsa ha premiato i vincitori della corsa all’IA, i costruttori di hardware, valorizzandone il boom di attività nel breve periodo per la costruzione di data center e potenza di calcolo. Ora si prevede arrivino i signori degli algoritmi, dei linguaggi di IA e delle tecnologie di frontiera, per i quali la valutazione è prospettica, calcolata sul fatto che si prevede l’IA trasformerà l’economia globale e la produttività in forma radicale. Da un rally che cavalca il presente a aspettative lunghe per una borsa che vuole crescere senza limiti. Da dove arriverà il denaro per le mega-IPO? Nuovi investitori si affacceranno o i capitali ruoteranno seguendo il nuovo paradigma finanziario? E se così farà, chi “perderà” capitalizzazione in un mercato per molti sopravvalutato? Su che parametri saranno valutati i campioni dell’IA oltre che sui fatturati e i flussi di cassa per sostenere queste capitalizzazioni? Sarà euforia o bolla? C’è addirittura chi teme che SpaceX, OpenAI e Anthropic possano prosciugare i mercati esaurendone le disponibilità. Viviamo un momento trasformativo della finanza mondiale. La sensazione è che il 12 giugno 2026 sarà una data spartiacque. Il decollo di SpaceX verso Wall Street sarà quello della borsa verso una nuova era? Lo capiremo presto.

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Il “regalo nucleare” di Xi a Kim: così la Cina ha incoronato la Corea del Nord

L’ultimo vertice tra Xi Jinping e Kim Jong Un non è stato come tutti gli altri. Dal 2018 a oggi i presidenti di Cina e Corea del Nord si sono incontrati sette volte. Non era però mai successo che il loro rapporto raggiungesse un equilibrio, o addirittura, secondo alcuni analisti, che si sbilanciasse così tanto in favore di Kim come è invece accaduto a Pyongyang durante l’ultimo meeting.

Fin qui era infatti sempre stato Xi a dettare i ritmi del rapporto bilaterale da un’evidente posizione di forza. Adesso la situazione sembrerebbe essere cambiata. Merito della crescita politica e militare di Kim, ma anche della scommessa nordcoreana – fin qui vinta a pieno titolo – di rafforzare le relazioni con la Russia di Vladimir Putin ed esplorare nuove amicizie (come quella con la Bielorussia di Aleksander Lukashenko).

Uno dei risultati più importanti della trasferta di Xi in Corea del Nord è coinciso con l’impegno cinese di rafforzare i legami con il vicino, continuando a sostenere Pyongyang e a salvaguardare i loro comuni interessi strategici, indipendentemente dai cambiamenti nel panorama internazionale. Non solo: il presidente cinese non ha minimamente toccato il dossier nucleare, avallando implicitamente lo status nucleare di Pyongyang e regalando a Kim un jolly da poter giocare con gli Stati Uniti.

Il regalo nucleare di Xi a Kim

Fino al definitivo fallimento dei colloqui sul disarmo nel 2019, Stati Uniti e Cina hanno a lungo lavorato insieme per persuadere la Corea del Nord ad abbandonare le sue ambizioni nucleari in cambio di aiuti e riconoscimento politico. Pechino era solita invocare il concetto di “denuclearizzazione“, mentre Washington, Seoul e Tokyo speravano che l’influenza cinese su Pyongyang potesse risolvere il rebus.

Ecco: la recente visita di Xi ci dice che questa situazione potrebbe essere cambiata per sempre. Come ha spiegato l’Associated Press, il silenzio di Xi sul tema potrebbe essere un riconoscimento dei progressi compiuti dal programma nucleare nordcoreano, e anche dell’improbabilità che la diplomazia cinese possa indurre la Corea del Nord a rinunciare ai suoi sogni.

Nel 2019, nel precedente viaggio di Xi oltre il 38esimo parallelo, i toni erano ben diversi. I media cinesi hanno a lungo riportato le dichiarazioni del loro presidente che affermava urbi et orbi che Pechino avrebbe svolto un ruolo costruttivo nella denuclearizzazione della penisola coreana. Negli ultimi mesi, al contrario, il Dragone ha segnalato di voler dare priorità alla stabilizzazione della situazione nella penisola, ponendo il discorso sulla denuclearizzazione come secondo ed eventuale obiettivo (un obiettivo che include però la denuclearizzazione dell’intera penisola coreana e non solo del lato Nord).

L’ennesima vittoria della Corea del Nord

Inutile far finta di niente: agli occhi di Kim, la mancanza di menzioni pubbliche o critiche da parte di Xi in merito alle sue bombe nucleari rappresenta una vittoria. Da anni, infatti, il presidente nordcoreano chiede il riconoscimento internazionale del suo Paese come potenza nucleare, un passaggio particolarmente delicato che potrebbe portare alla revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite.

Altro che l’impegno comune di Cina e Usa per denuclearizzare la Corea del Nord: nel vis a vis con Kim, Xi si sarebbe concentrato sul “fermo impegno della Cina a salvaguardare gli interessi comuni dei due Paesi e a preservare un ambiente strategico favorevole”.

Pessima notizia per la Corea del Sud, dove il presidente Lee Jae Myung ha dichiarato che i nordcoreani sono ormai in grado di produrre annualmente combustibile nucleare sufficiente per realizzare circa 10-20 bombe, e che sono prossimi a perfezionare la loro tecnologia missilistica balistica intercontinentale (che potrebbe trasportare una bomba nucleare fino al territorio continentale degli Stati Uniti).

Kim, dal canto suo, continua a ripetere che le armi nucleari sono una parte essenziale dell’identità nazionale nordcoreana e ha sancito lo status nucleare del suo Paese nella costituzione. Il silenzio di Xi è un assist che il Grande Leader vuole sfruttare al meglio.

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Droni marittimi ucraini dirottati in Romania: che cosa ci dicono della guerra della Russia

Venerdì 5 giugno, un drone navale di superficie (USV – Unmanned Surface Vehicle) ucraino è esploso nel porto rumeno di Constanta, mentre altri tre USV sono detonati nelle acque del Mar Nero antistanti la città. I droni si sono autodistrutti, in particolare quello esploso nel porto è detonato dopo che l’area era stata messa in sicurezza e isolata dai servizi segreti rumeni, dalla guardia costiera e dal Ministero della Difesa, secondo quanto riferito da Bucarest. Le autorità rumene, dopo aver identificato il drone, hanno contattato quelle ucraine, che hanno confermato di aver perso il controllo di quattro USV per colpa dell’attiva EW (Electronic Warfare) russa. La marina ucraina ha confermato in un comunicato di aver perso il controllo degli USV mentre si stavano svolgendo operazioni nella zona operativa del Mar Nero e che le forze armate di Kiev erano in contatto con le autorità rumene “per prevenire perdite tra la popolazione civile”.

L’incidente è successivo alla penetrazione nello spazio aereo rumeno di un drone one way russo, anch’esso dirottato probabilmente dall’attività EW ucraina, ma soprattutto si pone nel solco di alcuni altri fenomeni di questo tipo che sono occorsi durante le recenti fasi della campagna di bombardamenti ucraini utilizzanti UAV one way, con particolare riguardo al settore nordoccidentale della Russia. Mosca, infatti, ha riferito che gli UAV ucraini avrebbero deliberatamente utilizzato lo spazio aero NATO per colpire nelle regioni intorno a San Pietroburgo, ma molto probabilmente la deviazione di rotta è stata causata proprio dall’attività EW russa, che possiamo definire migliorata rispetto al passato.

In effetti, proprio l’incidente di Constanta dimostra che le forze armate della Federazione russa sono state capaci di adattarsi – se pur parzialmente – al modus operandi ucraino e di poter contrastare parzialmente, con attività nello spettro elettromagnetico, l’attività degli USV ucraini.

Nella dottrina militare classica, la EW era principalmente associata al disturbo delle comunicazioni, alla disattivazione dei radar e alla protezione dei propri sistemi di comando e controllo. Tuttavia, l’avvento delle piattaforme autonome e i progressi tecnologici hanno radicalmente modificato questo paradigma al punto che la U.S. Space Force, nel suo ultimo documento programmatico/dottrinale, ritiene che lo spettro elettromagnetico non sarà più solamente un abilitatore ma un ambiente sempre più contestato anche per via della sua caratteristica di poter effettuare attacchi “sottosoglia” in tempi di pace, per cui prevedono che si trasformi, da qui al 2040, in un vero e proprio ambiente di combattimento al pari di quella che è oggi la dimensione subacquea.

Tornando ai droni, i veicoli unmanned, siano essi aerei, marittimi o subacquei, dipendono in misura variabile dai segnali elettromagnetici per la navigazione, le comunicazioni, la sincronizzazione e l’aggiornamento dei dati operativi. Di conseguenza, la perturbazione dell’ambiente elettromagnetico non si limita più a compromettere la capacità di comunicazione dell’avversario, ma può effettivamente alterare il comportamento di un sistema autonomo in missione, come evidenziato dagli eventi di Constanta della scorsa settimana.

I margini di progresso dell’EW russa

Il conflitto russo-ucraino ha fornito numerosi esempi dell’uso intensivo di tecniche di disturbo (jamming) e di falsificazione (spoofing) del GPS contro droni aerei e marittimi e come strumento di guerra ibrida verso i Paesi della NATO: nell’area del Baltico, e nel Levante, i disturbi al segnale di posizionamento satellitare sono ormai pressoché costanti dal 2022. In tali circostanze, il successo di un’operazione non dipende più esclusivamente dalle prestazioni della piattaforma, ma anche dalla sua capacità di operare in un ambiente elettromagnetico ostile, e soprattutto gli eventi in Romania e nel Baltico lasciano supporre che la Russia abbia sviluppato capacità di adattamento sfruttando quello che è sempre stato uno dei suoi punti di forza insieme al volume di fuoco di artiglieria, cioè proprio i sistemi EW.

Questo è di particolare interesse ai fini del conflitto in atto non tanto perché un sistema di disturbo EW sia in grado di produrre effetti altamente efficaci rispetto ai mezzi impiegati per produrli – del resto è sempre stato questo il senso operativo delle azioni EW – ma in quanto segnale una possibile progressione nelle capacità russe di poter tornare a operare nel Mar Nero.

Come sappiamo, l’Ucraina, una nazione che si è ritrovata in guerra senza una marina militare degna di tale nome, è stata capace con l’uso sapiente di droni – USV, UAV e UUV – velivoli armati di missili da crociera, missili antinave e attività SEAD/DEAD di stabilire sea denial nel Mar Nero al punto da costringere la Russia dapprima a ritirare le sue forze navali a oriente, e successivamente a utilizzarle sempre più raramente nelle azioni di bombardamento missilistico. Certamente il bacino marittimo aiuta i difensori: il Mar Nero è un mare chiuso; per la Russia ulteriormente ristretto dai confini con Paesi ostili, pertanto la sua Flotta si è trovata sostanzialmente a non poter sfruttare la capacità di manovra e quella di colpire da posizioni sicure.

In ogni caso il conflitto marittimo asimmetrico messo in atto dall’Ucraina è stato sino a oggi efficace, eliminando di fatto la minaccia rappresentata dalla Flotta russa e dal suo potenziale anfibio. Questo vantaggio però, potrebbe essere messo in discussione proprio dall’adattamento dimostrato dall’EW russa, che è stata capace di dirottare quattro USV – sebbene non si sappia il numero totale dei droni coinvolti nell’azione. Pensare di rivedere presto in mare il grosso della Flotta di Mosca potrebbe essere prematuro: come in ogni battaglia, si ripresenta l’eterna lotta tra “la spada” e “lo scudo”, e gli USV hanno spazio sufficiente a bordo per poter ospitare contromisure elettroniche per evitare il jamming, ma in ogni caso si tratta di un rischio da non sottovalutare e da considerare attentamente per il futuro delle operazioni navali ucraine.

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Maledetti turisti russi!

russia

Al Parlamento europeo c’è qualcuno che decisamente non li ama. I 29 deputati del Parlamento europeo espressi dal partito di Governo della Germania, l’Unione democratica cristiana (CDU) e l’Unione sociale cristiana (CSU), che aderiscono al Partito popolare europeo, hanno lanciato una campagna per instaurare un blocco totale alla concessione di visti turistici Schengen ai cittadini russi. All’insegna dello slogan “Una vacanza in Europa è un privilegio e non un diritto”, i deputati tedeschi si sono detti assolutamente indignati del fatto che circa 500 mila cittadini russi l’anno scorso abbiano ottenuto il visto per visitare l’Europa. A parer loro, nessun russo deve più entrare.

L’iniziativa dei 29 esponenti CDU/CSU, anche al di là delle questioni di principio e di coerenza (nessuno ha mai pensato di bloccare americani e britannici dopo l’invasione dell’Iraq…) ci pare una vera fesseria anche per altre e più concrete ragioni. Nel 2022, nei primi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, circa un milione e mezzo di russi lasciò il Paese. Molti verso Georgia e Armenia, ma molti anche verso l’Europa comunitaria. Si trattava in gran parte di giovani qualificati (informatici, ingegneri, quadri…) che non volevano andare in guerra o, comunque, non volevano essere coinvolti nelle politiche di Vladimir Putin. Poco dopo, proprio all’insegna del motto che tutti i russi sono comunque colpevoli, cominciò il giro di vite: visti più difficili, compressione per gli studenti russi della possibilità di accedere a università europee, controlli assai più stringenti sugli accessi al territorio Ue per ragioni di lavoro, cacciata degli atleti dalle competizioni internazionali e così via.

Quale fu il risultato di questa brillante politica? In altri pochi mesi almeno metà degli emigrati tornò in Russia. Al posto di continuare a togliere capitale umano a Putin, cominciammo a restituirglielo. C’è da stupirsi che l’Europa abbia dei problemi?

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Golfo, Libano, Ucraina: dove gli Usa trattano si muore di più

Iran. Trump decide di non decidere, per ora

Non è un caso se nelle settimane in cui gli Stati Uniti si sono rimessi in pista per pressare l’Iran e spingere su concessioni maggiori nella trattativa, arrivando a due notti consecutive di raid nelle giornate del 9 e del 10 giugno, anche in Europa orientale tra Ucraina e Russia la conflittualità è rinfocolata e in Libano il cessate-il-fuoco mediato dagli Usa è stato fragilissimo e costantemente calpestato da Israele.

L’interventismo Usa

Washington vuole tenere in mano il boccino dell’ordine globale ma oggi più che mai il danno politico e d’immagine che le politiche dell’amministrazione di Donald Trump alla credibilità degli Stati Uniti rischia di compromettere, su molti fronti, la posizione della superpotenza. O forse hanno proprio l’obiettivo di ristabilire una logica di interventismo e uso della forza che l’amministrazione più interventista dalla fine della Guerra Fredda a oggi non manca di rivendicare ed esercitare fin dalla sua instaurazione. All’ombra della paura americana per la scalata cinese all’ordine globale, che agli occhi di Trump giustifica l’interventismo in ogni teatro dove si possa frenare questa dinamica, le azioni statunitensi concretizzano il cortocircuito americano danneggiando la credibilità della posizione americana.

La disastrosa diplomazia negoziale di Trump: dove tratta si continua a morire

In Ucraina, ad esempio, la guerra continua e la distensione russo-americana langue. Dopo la sterile passerella di Ferragosto ad Anchorage, teatro del vertice tra due leader che si illudevano di potersi dividere il mondo come in un nuovo 1945, Donald Trump e Vladimir Putin non si sono più incontrati. Il presidente russo ha maldigerito l’avventurismo militare di Trump, dal Venezuela all’Iran, e intende l’Ucraina come una parte più ampia di un confronto bilaterale in cui Mosca cerca garanzie securitarie al suo posto nel mondo. A gennaio, nel silenzio e nell’indifferenza, è scaduto il trattato New Start sull’ordine nucleare, ultimo retaggio di un’epoca di regole condivise. Volodymyr Zelensky sta alzando l’asticella degli attacchi ucraini in Russia e non sembra disposto a tornare a Canossa da Trump, non citando quasi più il presidente Usa come un potenziale risolutore della guerra. L’ipotesi di un conflitto prolungato fino al 2027 è tutt’altro che remota, e la mediazione americana semplicemente inefficace.

Qualcosa di simile si può dire del Libano, che con Israele ha negoziato un cessate il fuoco che impegna il guscio vuoto delle istituzioni di Beirut e che la stessa Tel Aviv, che Trump rivendica di aver frenato in passato sull’Iran prima di procedere egli stesso a ordinare nuovi raid, calpesta dal primo giorno usando la leva della guerra con Hezbollah. Non va meglio a Gaza, dove il Board of Peace ha cristallizzato quella che suIl Sole 24 Ore Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, ha definito “una diplomazia da talent show“, che coltiva l’illusione della “formalizzazione di un’idea tanto semplice quanto brutale: le regole comuni sono lente, meglio sostituirle con un tavolo selezionato, convocato e presieduto da chi detiene il potere”. Risultato: in Ucraina si continua a morire, in Libano Israele bombarda, a Gaza la situazione non è migliorata.

Il pericoloso unilateralismo americano

Trump ha mediato la tregua di Gaza assieme a Paesi, come Qatar, Egitto e Turchia, che con l’Arabia Saudita e, soprattutto, il mediatore Pakistan hanno sostenuto l’ipotesi di un grande accordo con l’Iran ed erano a un passo, settimane fa, dal definirlo prima che Washington entrasse a gamba tesa, rispolverando su iniziativa dei falchi neoconservatori e interventisti l’adesione dei Paesi arabi agli Accordi di Abramo, vera e propria alleanza antiraniana con Israele al centro, come contropartita della fine della guerra. Rendendo la proposta irricevibile per l’Iran stesso.

Chissà come tutto questo sarà letto a Cuba, Paese sotto assedio americano da gennaio che vive una fase incrementata dello storico embargo e ora si trova a dover fare i conti con una superpotenza che con una mano stringe l’isola, le ferma le forniture di petrolio e ne sanziona leader e colossi economici, e con l’altra prova a trattare, chiedendo concessioni sull’apertura politica e svolte interne potenzialmente foriere di un cambio della guardia a L’Avana. “Siamo i migliori a negoziare con le bombe”, ha detto riferito a Cuba il capo del Pentagono, Pete Hegseth, dopo gli attacchi rinnovati in Iran. Un monito importante e notevole, che rivendica come Washington voglia essere protagonista di una nuova fase di interventismo unilaterale che sta destabilizzando dal vertice l’ordine globale. Portandolo in un territorio inesplorato di competizione e conflittualità sulla scorta delle mosse di una fragile superpotenza desiderosa di mostrare forza per celare le sue vulnerabilità interne intrinseche. Nella sua brutalità, Hegseth è forse quantomeno onesto sugli obiettivi americani. Del resto, chi si potrà più fidare a negoziare con gli Usa dopo un consolidato trend di precedenti tale da rendere poco credibile ogni iniziativa della diplomazia a stelle e strisce?

Nella nuova “era dei predatori”, in cui tendenze conflittuali crescenti su scala globale, rivalità tra potenze e ambizioni imperiali ridisegnano l’ordine mondiale, InsideOver prova a tracciare una bussola per un’informazione equilibrata e orientata ad analizzare i grandi trend, senza ansie o preclusioni ideologiche. Se vuoi sostenere la missione di questa testata dinamica e ambiziosa, abbonati e diventa uno di noi!

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Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos

Messico

Mentre il Messico si appresta a dare il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026, migliaia di persone, soprattutto donne, stanno organizzando una marcia fuori dallo stadio, nella capitale del Paese. “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che dà voce a oltre 134.000 persone scomparse che lo Stato sembra voler dimenticare.

A partire dall’11 giugno, la capienza complessiva per i singoli match nei tre impianti messicani scelti per il torneo FIFA sarà di oltre 184mila posti: lo Stadio Azteca di Città del Messico ospita fino a 83mila spettatori, il Monterrey nel Nuevo León 53.500 e l’Akron a Jalisco, 48mila. Nello stesso momento, secondo gli ultimi dati ufficiali del Registro Nazionale, le persone svanite nel nulla in Messico sono 134.845 (dal 1952 ad oggi). Significa che l’esercito dei desaparecidos messicani potrebbe riempire da solo l’intero Stadio Azteca durante la partita inaugurale lasciando fuori ancora una folla immensa, o che da solo supererebbe di gran lunga il numero di spettatori di una partita a Monterrey riempiendo quell’impianto per due volte e mezzo.

“In Messico ci sono più persone scomparse di quante assisteranno alla partita inaugurale di questi Mondiali”, ha confermato Edith Olivares Ferreto, direttrice esecutiva di Amnesty International Messico. L’organizzazione supporta da anni le associazioni dei familiari degli scomparsi che, proprio in occasione dei Mondiali, hanno deciso di sfruttare i riflettori globali e l’arrivo dei turisti per rompere il silenzio su un grave problema di cui si sta occupando anche l’ONU. Per farsi ascoltare da spettatori vicini e lontani, i collettivi hanno messo in campo una serie di iniziative nelle città che ospiteranno le partite.

Città del Messico: l’Axolotl rosa presidia lo stadio

I collettivi impegnati nella ricerca dei desaparecidos stanno organizzando una protesta pacifica in concomitanza con il match inaugurale all’Azteca (lo stadio che consacrò l’Argentina di Maradona nel 1986). “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che trasforma i numeri dei seggiolini degli stadi nei volti di chi non c’è più. Si prevede la partecipazione di migliaia di familiari che manifesteranno in onore dei propri cari, molti dei quali reclutati con la forza dai cartelli della droga o uccisi per aver opposto resistenza. In Messico, le sparizioni avvengono per molteplici ragioni, spesso legate alla criminalità organizzata. I gruppi criminali utilizzano frequentemente le sparizioni come strumento di controllo e intimidazione.

Nelle scorse settimane, sempre fuori dallo stadio di Città del Messico, sono stati affissi i manifesti con le foto degli scomparsi ed è stata avvistata anche una bizzarra mascotte, l’Ajolote Buscador (l’Axolotl cercatore), che è anche il simbolo della città in occasione dei Mondiali di calcio. Si tratta di una salamandra in grado di rigenerare quasi tutto il suo corpo se ferita e, per tale motivo, simbolo della resistenza delle famiglie che continuano a cercare i propri cari. Per rafforzare il concetto, la mascotte ha in mano una pala, attrezzo usato dai familiari per cercare i corpi.

L’album di figurine degli scomparsi a Jalisco

Nello Stato di Jalisco, il collettivo di Luz de Esperanza ha trasformato i classici avvisi di ricerca in figurine simili a quelle del celebre album ufficiale dei Mondiali, dove a indossare la maglia della nazionale messicana non sono più i calciatori, ma gli scomparsi. I manifesti sono stati affissi nei pressi del FIFA Fan Festival e nei luoghi più turistici della città di Guadalajara.

Il gruppo non è contro l’evento sportivo ma contesta apertamente il fatto che il governo locale abbia investito milioni di pesos nei preparativi per le quattro partite della fase a gironi, ignorando la crisi umanitaria di Jalisco, epicentro del crimine organizzato messicano e, secondo la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, detentrice del record nazionale di sparizioni forzate: circa 16mila in appena dieci anni. “L’errore sta nello smettere di nominare coloro che devono essere nominati e nello smettere di cercare”, ha dichiarato all’agenzia EFE Héctor Flores, membro dell’organizzazione.

Mondiali blindati, cittadini abbandonati

Oltre ai fiumi di denaro stanziati a livello locale, a finire al centro delle polemiche è l’intera filosofia del piano di sicurezza nazionale, concepito per blindare il torneo ma non i cittadini. La strategia, battezzata piano “Kukulkán”, è nata per contenere i timori di un’escalation della violenza dei cartelli dopo la recente uccisione del leader del cartello Jalisco Nueva Generación, Nemesio Oseguera Cervantes, alias El Mencio. Il piano prevede il dispiegamento massiccio di 100mila uomini tra agenti di polizia, truppe dell’esercito e sicurezza privata per la sorveglianza dello spazio aereo, marittimo, terrestre e del cyberspazio, supportata da sistemi di monitoraggio continuo e di allerta precoce.

Un dispiegamento di forze e tecnologie senza precedenti che stride con la realtà del territorio: proprio nello Stato di Jalisco, lo scorso gennaio, sono stati trovati centinaia di resti umani in fosse comuni. Il ritrovamento non si deve all’efficienza dei reparti speciali o del monitoraggio statale, ma al lavoro autogestito dei collettivi di ricerca costituiti dalle famiglie delle persone scomparse.

A Nuevo León i manifesti apposti sulle fioriere del governo

Anche l’associazione United Forces for Our Disappeared in Nuevo León (FUNDENL) ha presentato la sua “nazionale messicana”: una squadra di 21 “giocatori desaparecidos”, ognuno con il proprio nome, numero e la data dell’ultimo avvistamento sulla maglia. Solo nel 2026, in questo stato sono scomparse 367 persone, di cui 262 risultano ancora disperse.

I membri dell’associazione hanno di recente denunciato un fatto increscioso, riportato anche dalla testata messicana La Jornada: il tentativo del governo dello stato di Nuevo León di coprire i volti e le foto degli scomparsi nella Plaza de las y los Desaparecidos a Monterrey, nascondendoli dietro a dei grandi vasi di fiori ornamentali. Il collettivo ha definito l’azione un’offesa alla società e ha risposto affiggendo i manifesti direttamente sui vasi, mostrando un simbolico “cartellino rosso” alle autorità locali per le sistematiche omissioni nelle indagini.

Tra fosse comuni e narco-politica, l’Onu lancia l’allarme sul Messico

Nonostante l’introduzione di meccanismi giuridici internazionali, le sparizioni forzate rimangono una ferita aperta. I collettivi sottolineano come le riforme legislative promesse non siano mai state attuate. “Otto anni dopo la creazione della Commissione locale di ricerca mancano ancora piani concreti, come l’istituzione di programmi di medicina legale presso l’Universidad Ciudadana di Nuevo León”, attacca FUNDENL. Al momento sarebbero oltre 70mila i corpi non identificati in custodia dello Stato.

Il dramma messicano è da tempo uscito dai confini nazionali per diventare un caso internazionale. Lo scorso aprile, il comitato dell’ONU che si occupa di sparizioni (CED) ha attivato una procedura d’emergenza (l’articolo 34) e ha chiesto di portare il caso del Messico davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Per la CED le sparizioni in Messico non sarebbero casi isolati, ma così diffusi e sistematici da essere definiti “crimini contro l’umanità”.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha negato tali accuse sostenendo che per parlare di crimini contro l’umanità servirebbe una politica deliberata di attacco ai civili da parte dello Stato, mentre la colpa delle sparizioni sarebbe da imputare esclusivamente ai cartelli della droga e alla criminalità organizzata.

Secondo la CED, tuttavia, ci sono prove che in molti casi i funzionari pubblici e la polizia avrebbero favorito i criminali attraverso l’omertà e la complicità. Di fronte a una crisi che le autorità locali non riescono più a gestire, l’ONU ha chiesto alla comunità internazionale di inviare in Messico aiuti finanziari e specialisti. Si vogliono mappare le fosse comuni, analizzare i resti umani non ancora identificati e indagare sui legami corrotti tra politica e narcotraffico; ma si vuole anche garantire protezione ai familiari che rischiano la vita per cercare i loro cari.

Nonostante la presidente del Messico abbia difeso l’operato del governo, ha comunque dovuto riconoscere i gravi ritardi delle procure locali: “È meglio che il fascicolo venga aperto dall’inizio, perché questo garantisce la ricerca”, ha dichiarato, lasciando aperta la porta a un cambio di rotta istituzionale che le famiglie degli scomparsi aspettano da anni.

Nove “madres buscadores” su dieci subiscono violenze

Le donne, le cosìdette madres buscadoras, sono la vera forza trainante di questa battaglia. Si organizzano, battono le strade, scavano sotto terra, visitano gli obitori e si spingono fino alle zone controllate dai cartelli per cercare le persone scomparse. Una dedizione che pagano a carissimo prezzo.

Secondo un rapporto di Amnesty International relativo al 2025, il 97% delle donne impegnate nelle ricerche ha riferito di aver subito violenze. I rischi includono: minacce (45%) ed estorsioni (39%); aggressioni fisiche (27%) e sfollamento forzato (27%); torture (10%), rapimenti (6%), violenze sessuali, ma anche omicidi.

Tra il 2019 e il 2024, ben 16 attivisti impegnati nelle ricerche sono stati assassinati. Tredici di loro erano donne. Madri che hanno pagato con la vita la colpa di aver cercato una verità che spesso si nasconde sotto terra, a pochi passi dagli stadi di questi Mondiali.

A tutto questo si aggiunge lo stigma sociale. Una donna su due viene colpevolizzata o isolata dalle autorità e persino dalle proprie comunità. Il logorio è anche economico: “Essere ricchi o poveri non è la stessa cosa”, denunciano molte madri nel report. “Se scompare un ricco la procura si muove subito; per mio figlio non riesco nemmeno a fissare un appuntamento”. Ma è anche sanitario: il 70% dichiara gravi problemi di salute fisica e mentale. Araceli Rodríguez, che cerca suo figlio da 15 anni, racconta di aver avuto difficoltà a respirare e di aver perso i denti per lo stress. 

Le procure aspettano tre giorni prima di denunciare una scomparsa

Nonostante ciò, solo il 17% delle donne denuncia le aggressioni subite durante le ricerche, a causa della totale sfiducia nelle istituzioni e della percezione di una forte collusione tra funzionari pubblici e criminalità organizzata. Anche gli investigatori e i tecnici forensi molto spesso non dispongono della formazione e delle risorse necessarie per svolgere il loro lavoro, mentre testimoni e vittime sono spesso terrorizzati da ritorsioni per aver collaborato alle indagini e le autorità non sono in grado o non sono disposte a proteggerli. Sebbene l’emittente KYMA abbia recentemente riportato l’ennesima direttiva per eliminare formalmente ogni attesa, molte procure locali continuano illegalmente a chiedere alle famiglie di aspettare 72 ore prima di avviare le ricerche.

Ora, mentre i riflettori del mondo si accendono sugli stadi, i familiari degli scomparsi chiedono che il governo accetti l’aiuto e le tecnologie di altri Paesi. “Mentre decine di milioni di persone in tutto il mondo si preparano a seguire quella che la FIFA definisce ‘la più grande cerimonia di apertura del mondo’, migliaia di donne coraggiose in Messico coglieranno l’occasione per scendere in piazza e ricordare che le ricerche continuano”, conclude Edith Olivares Ferreto, di Amnesty International.

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Iran: per ora conflitto limitato, iniziato da un drone che non c’è

Iran: per ora conflitto limitato, iniziato da un drone che non c'è

Altra notte di fuoco incrociato tra Iran e Stati Uniti. Ma, nonostante le apparenze ancora non è guerra: ad oggi non si registrano vittime né dall’una né dall’altra parte. I duellanti, a quanto pare, nonostante le minacce reciproche stanno calibrando i colpi. Per ora.

Significativo, ad esempio, l’attacco a due serbatoi idrici sulla costa iraniana: nel riferire la verità della denuncia iraniana, riscontrata attraverso satelliti, il New York Times vi associa il comunicato dell’esercito americano nel quale è specificato che l’attacco è stato condotto “con munizioni di precisione”. Quindi è stato colpito di proposito, un crimine di guerra che ha lasciato senza acqua potabile 20mila persone. Ma, allo stesso tempo, si è voluto evitare che le bombe facessero strame di civili.

Analysis of Satellite Image and Videos Suggest Precision U.S. Strikes on Iranian Water Facility

Tra l’altro, l’Iran si è guardato bene, per ora, di attaccare Israele, che gli avrebbe attirato repliche non altrettanto mirate, con conseguente e inevitabile ampliamento del conflitto.

Insomma, ancora il conflitto è vigilato, come scrive Karen DeYong sul Washington Post: “Al momento, un ritorno a una guerra su vasta scala sembra ancora improbabile […] ed entrambe le parti desiderano chiaramente la fine della guerra, pur se sembrano bloccate in uno stallo diplomatico”.

Tanto che il Wall Street Journal, media consegnato alla religione delle guerre infinite, pur accogliendo con sollievo i nuovi bombardamenti, rileva con disappunto il fatto che Trump non abbia ancora varcato il Rubicone e non si decida per operazioni più incisive.

Trump Needs a New Iran Strategy

Che il conflitto sia controllato lo annotava anche Axios, che spiegava: “Martedì, intorno alle 17:00 (ora della costa orientale degli Stati Uniti), mentre i caccia statunitensi erano in viaggio, la Casa Bianca ha inviato messaggi agli iraniani avvertendoli che avrebbero preso di mira solo installazioni militari”. ‘Abbiamo detto agli iraniani che se i piloti fossero stati uccisi, oggi ci troveremmo in una situazione completamente diversa’, ha affermato un funzionario statunitense”.

Axios spiega che a far precipitare gli eventi è stato il fatto che Teheran non ha ancora risposto alla proposta di accordo inviata due settimane fa da Trump, il quale è diventato “sempre più frustrato dalla copertura mediatica negativa, persino derisoria, delle sue promesse non mantenute sull’accordo, nonché dalle critiche dei falchi che lo accusano di essere troppo morbido con l’Iran”.

Probabile che la ritrosia dell’Iran, più che sulla questione nucleare, sulla quale si sta trattando seriamente, si concentri su due punti. Anzitutto, la richiesta del libero transito attraverso lo Stretto di Hormuz, sulla quale Trump insiste non solo per le pressioni in tal senso, ma anche perché il regime dei pedaggi che Teheran intende imporre – in realtà una banale tassazione – gli attirerebbe critiche alle quali non potrebbe replicare perché non esisteva prima della sua guerra. Una sconfitta secca. In secondo luogo, l’America fa orecchie da mercante sulla legittima richiesta iraniana di sbloccare i propri beni congelati dall’antagonista (nel codice penale si chiama furto).

L’ondata di attacchi americani ha accompagnato l’arrivo a Teheran di una delegazione qatariota che dovrebbe rilanciare il negoziato. Secondo la Reuters è ripartita da Teheran stamane, dal momento che i colloqui con la controparte sono durati fino al mattino. L’esito è tutto da verificare.

Se porterà con sé una risposta accettabile dagli States quanto avvenuto in questi giorni potrebbe essere ricordato come la fiammata finale, che Trump potrà rivendicare come una vittoria, dal momento che sarebbe riuscito a piegare Teheran.

Ma al momento è arduo credere in tale possibilità e c’è il rischio che la tensione attuale faccia degenerare il conflitto in una guerra su larga scala. L’Iran, intanto ha comunicato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz, sviluppo che non promette nulla di buono. Allo stesso tempo, però, va notato che finora gli Houti sono rimasti silenti: se la situazione fosse già giunta a un punto di non ritorno avrebbero già chiuso, o minacciato di chiudere, anche lo Stretto di Bab al-Mandab…

Per quanto riguarda l’inizio di questa fiammata, ieri avevamo accennato alla possibilità che si trattasse di una replica dell’incidente del Tonchino, cioè che l’elicottero americano non fosse stato abbattuto da un drone, ma si fosse trattato semplicemente di un disastro aereo strumentalizzato ad arte per dar fuoco alle polveri.

Nel leggere il comunicato del Centcom, tale sensazione è diventata certezza. Così il comunicato: “TAMPA, Florida — Alle 19:33 (ora locale) dell’8 giugno, due membri dell’equipaggio di un elicottero AH-64 Apache dell’esercito statunitense sono stati tratti in salvo dalle forze americane dopo che il loro elicottero era precipitato vicino alla costa dell’Oman durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I soldati sono stati tratti in salvo nel giro di circa due ore e sono in condizioni stabili. Le cause dell’incidente sono oggetto di indagine”.

Il comunicato, quindi è stato fatto oltre due ore dopo “l’incidente”, come tale definito nel testo. Trump ha raccontato che gli era stato riferito che un drone si era incastrato nel velivolo ma non era esploso. Se vero, il drone doveva essere ben visibile, eppure due ore dopo, il Centcom non ne fa menzione…

Inoltre, possibile che i piloti, sani e salvi e che quindi potevano comunicare, non abbiano avuto contezza dell’impatto con un drone? Nessuno strumento di bordo lo ha segnalato? Ed è possibile che i radar statunitensi, che monitorano palmo a palmo l’area, la più vigilata del pianeta, non abbiano registrato un drone in avvicinamento? Si tenga presente che per nascondere un attacco similare normalmente si usano sciami di droni per sovraccaricare i sistemi di rilevamento; non esistono al momento droni del tutto invisibili…

Trump boils over after Tehran kept him waiting

Infine, il resoconto di Axios: “Gli Stati Uniti non avevano ancora stabilito se l’Iran avesse abbattuto intenzionalmente l’elicottero quando Trump ha deciso di ordinare una risposta militare”. Nessun attacco, nessun drone, solo la decisione di ricominciare a bombardare. Il drone si è materializzato dopo, d’incanto, per giustificare l’ingiustificabile.

Ora non resta che attendere e sperare che Trump non abbia dato inizio a un processo non più controllabile quanto catastrofico.

AAA

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Cisgiordania, il governo israeliano finanzia 61 nuovi insediamenti illegali: pronti 350 milioni di dollari

Israele Cigiordania

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è focalizzata sull’escalation nel Golfo Persico tra Usa e Iran, il governo di Benjamin Netanyahu si prepara a varare una delle mosse più significative degli ultimi decenni nei territori occupati della Cisgiordania. Secondo una bozza di decisione governativa ottenuta da Barak Ravid, giornalista di Axios ed ex ufficiale delle Forze di Difesa israeliane noto per la sua vicinanza agli ambienti del governo di Tel Aviv, giovedì prossimo l’esecutivo dovrebbe approvare un piano per finanziare la creazione di fatto di 61 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania.

Smotrich l’artefice del piano

Non si tratta di una semplice ratifica formale. Il progetto prevede uno stanziamento superiore a 350 milioni di dollari distribuiti su più anni, destinati a trasformare sulla carta decine di comunità in realtà operative. «Il governo – spiega una fonte a conoscenza della proposta, riportata da Ravid su X – finanzierà compound residenziali temporanei, edifici pubblici e infrastrutture, anche prima del completamento delle procedure formali di pianificazione».

🚨🇮🇱🇵🇸 While the Trump administration – along with governments across Europe and the Middle East – is focused on the escalating crisis with Iran, the Israeli cabinet is expected to approve on Thursday a plan to fund the de facto establishment of 61 new settlements in the occupied…

— Barak Ravid (@BarakRavid) June 11, 2026

L’artefice del piano è il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, da sempre sostenitore dell’espansione dei coloni. Il tempismo non è casuale: l’esecutivo cerca di blindare il budget prima di un’eventuale votazione per lo scioglimento della Knesset e l’indizione di nuove elezioni. Un passaggio che renderebbe molto più complesso approvare stanziamenti di questa portata.

Aree strategiche e continuità territoriale

Gran parte degli insediamenti inclusi nella bozza si trovano in zone altamente sensibili: lungo l’autostrada 90 nella Valle del Giordano, nelle colline di Hebron sud e in località progettate per creare una continuità territoriale tra insediamenti esistenti. Secondo gli analisti, una simile operazione mina ulteriormente qualsiasi prospettiva futura di uno Stato palestinese.

La novità più importante, sottolinea Ravid, è che il governo non si limita a riconoscere ufficialmente i nuovi insediamenti, ma inizia subito a finanziarli concretamente. In pratica, per decine di comunità verranno allestiti dei siti temporanei con case mobili, strutture comuni e allacciamenti per acqua, luce e servizi, anche mentre le pratiche burocratiche e i piani urbanistici sono ancora in corso. Si tratta del metodo classico usato per creare «fatti compiuti sul territorio», come spiega il giornalista: si costruisce sul posto in modo che, una volta fatte le cose, sia molto difficile tornare indietro e quegli insediamenti diventino permanenti.

Il provvedimento segue un’altra decisione del gabinetto della scorsa settimana, che aveva già stanziato circa 35 milioni di dollari per lavori di pianificazione e regolamentazione sugli stessi siti. Ora si passa alla fase esecutiva.

Il contesto

L’iniziativa del governo di Tel Aviv rientra in uno sforzo più ampio del governo per rafforzare il controllo sull’Area C della Cisgiordania – la zona sotto piena giurisdizione militare e civile di Israele – e accelerare l’espansione coloniale. Negli ultimi dodici mesi, il gabinetto ha autorizzato decine di nuovi insediamenti.

Come riportato lo scorso marzo da Human Rights Watch, mentre l’attenzione del mondo è concentrata sul conflitto tra Israele, gli Stati Uniti e l’Iran, nella Cisgiordania occupata la violenza, gli sfollamenti e la pulizia etnica stanno subendo un’allarmante escalation. Ogni giorno, come documentato proprio da Human Rights Watch, coloni israeliani armati invadono le comunità palestinesi, sparano munizioni vere, incendiano case e automobili e attaccano le famiglie direttamente nelle loro abitazioni. Sebbene queste atrocità non siano un fenomeno nuovo, la loro portata e frequenza sono inedite.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din ha documentato, lo scorso marzo, 170 distinti episodi di violenza da parte dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Il 2026 è già sulla buona strada per superare il 2025, un anno che aveva già visto la violenza dei coloni israeliani raggiungere il suo punto più alto in due decenni. Human Rights Watch sottolinea come questa violenza non sia da attribuire ad una manciata di «mele marce», ma sia anzi sistematica, agevolata e resa possibile dallo stesso governo israeliano, che omette sistematicamente di perseguire penalmente i responsabili. Parallelamente, «Israele continua ad approvare e finanziare la crescita di insediamenti illegali», in un tentativo esplicito di «frammentare ulteriormente le comunità palestinesi e portare avanti la loro progressiva espropriazione».

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Hilarion e il tramonto del soft power religioso russo

russia

L’arresto del metropolita Hilarion (al secolo Grigorij Alfeyev) nella città termale ceca di Karlovy Vary rischia di essere ricordato come uno degli episodi più singolari nella storia recente dell’Ortodossia russa. Fermato dalla polizia il 24 maggio dopo il ritrovamento di alcuni contenitori con una sostanza proibita nel bagagliaio dell’automobile su cui viaggiava, il prelato è stato rilasciato dopo due giorni senza incriminazioni. Mosca ha denunciato una provocazione politica, il Patriarcato di Mosca ha parlato di una montatura e il ministero degli Esteri russo ha convocato il rappresentante diplomatico ceco per protestare formalmente.

Al di là delle circostanze ancora controverse del caso, l’episodio assume rilievo soprattutto per la personalità coinvolta. Hilarion non è infatti un semplice vescovo di provincia. Per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca, una figura che per influenza, visibilità e rete di relazioni internazionali può essere descritta senza eccessive forzature come il vero “ministro degli Esteri” della Chiesa ortodossa russa.

Dal 2009 al 2022, alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, Hilarion è stato il volto internazionale dell’Ortodossia russa. Ha dialogato con il Vaticano, con le Chiese protestanti, con i patriarchi ortodossi e con numerosi governi europei. Contemporaneamente però consolidava anche i legami con i settori più conservatori del mondo ortodosso, in particolare in Grecia, Cipro e nella diaspora ortodossa in Occidente. In un’epoca in cui la Federazione Russa cercava ancora di presentarsi in Europa come una potenza civile e culturale oltre che militare, il metropolita rappresentava uno degli strumenti più efficaci del soft power russo.

La sua missione non consisteva semplicemente nel difendere gli interessi della Chiesa. Hilarion cercava di accreditare Mosca come il principale centro dell’Ortodossia mondiale, contrapponendola progressivamente al Patriarcato di Costantinopoli. Nella sua visione, il primato storico rivendicato dal patriarca Bartolomeo non poteva più bastare in un mondo nel quale la Chiesa russa raccoglieva la maggioranza dei fedeli ortodossi, disponeva di risorse economiche incomparabilmente superiori e godeva dell’appoggio di uno Stato tornato a considerare la religione un elemento fondamentale della propria identità strategica.

In questa strategia va collocata anche la vicenda dell’Institut Saint-Serge di Parigi, uno dei più prestigiosi centri della teologia ortodossa mondiale. Nato dall’esperienza dell’emigrazione russa successiva alla rivoluzione del 1917 e legato per decenni all’arcivescovado delle parrocchie russe in Europa occidentale sotto la giurisdizione di Costantinopoli, l’istituto rappresentava il principale lascito intellettuale della diaspora anticomunista. Le opere di teologi come Sergij Bulgakov, Georges Florovsky e Vladimir Lossky hanno segnato profondamente la riflessione ortodossa contemporanea ben oltre i confini del mondo russo. Il progressivo ritorno dell’arcivescovado russo-occidentale sotto l’obbedienza del Patriarcato di Mosca e l’acquisizione del controllo di Saint-Serge hanno assunto quindi un valore che andava oltre la semplice questione amministrativa. Per uomini come Hilarion, il recupero di quel patrimonio rappresentava la ricomposizione simbolica della frattura aperta dalla rivoluzione bolscevica e il ricongiungimento tra la Russia ecclesiastica e quella parte della sua élite teologica costretta all’esilio dopo il 1917. Una vittoria culturale prima ancora che canonica, destinata a rafforzare la pretesa di Mosca di proporsi come centro dell’Ortodossia mondiale

Fu proprio Hilarion a diventare il principale interprete della battaglia ecclesiastica contro Costantinopoli culminata nella crisi ucraina del 2018-2019. Quando Bartolomeo riconobbe l’autocefalia della nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina, il metropolita guidò la risposta di Mosca, accusando il Patriarcato ecumenico di avere provocato uno scisma nel mondo ortodosso. Le sue critiche nei confronti dell’ex metropolita Filarete Denisenko, scomparso di recente furono altrettanto severe. In quella fase Hilarion appariva come il principale stratega di una Chiesa russa intenzionata a contendere a Costantinopoli la leadership dell’Ortodossia mondiale.

Paradossalmente, proprio mentre la sua influenza sembrava raggiungere l’apice, la sua parabola iniziò a declinare. Il 7 giugno 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Sinodo lo rimosse improvvisamente dalla guida del Dipartimento per le relazioni esterne e lo trasferì alla piccola diocesi di Budapest e Ungheria. Per molti osservatori la decisione non fu casuale.

A differenza di altre personalità ecclesiastiche russi, Hilarion non sostenne mai pubblicamente la guerra con l’enfasi ideologica adottata dal patriarca Kirill e da altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. Continuò a difendere le posizioni canoniche di Mosca sulla questione ucraina, ma evitò di trasformare il conflitto in una guerra religiosa. Già prima dell’invasione aveva affermato che la guerra non rappresentava uno strumento per risolvere le controversie politiche e, una volta iniziato il conflitto, mantenne un profilo più prudente rispetto a quello dominante nel Patriarcato di Mosca.

In realtà la guerra colpiva al cuore il progetto che aveva perseguito per oltre dieci anni. L’intera strategia di Hilarion presupponeva infatti l’esistenza di un ponte tra Russia e Occidente. Il suo lavoro diplomatico, i rapporti costruiti con il Vaticano, il dialogo ecumenico, le relazioni con il mondo accademico europeo e nordamericano si fondavano sull’idea che Mosca potesse esercitare influenza internazionale attraverso il prestigio culturale e religioso. L’invasione dell’Ucraina ha compromesso gran parte di questo capitale politico e simbolico.

Non solo diplomatico ma anche teologo

Per comprendere il ruolo di Hilarion è però necessario guardare oltre la diplomazia. A differenza di molti gerarchi contemporanei, egli si è affermato anche come teologo di primo piano. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno contribuito a diffondere la tradizione ortodossa ben oltre i confini del mondo slavo.

Il suo libro più celebre, “Il mistero della fede”, pubblicato negli anni Novanta, è considerato ancora oggi una delle migliori introduzioni contemporanee alla spiritualità e alla teologia ortodossa. L’opera riuscì a rendere accessibile a un pubblico ampio il patrimonio della tradizione patristica orientale in una fase in cui la Russia usciva da decenni di ateismo di Stato.

Accanto a questo testo, Hilarion ha dedicato studi approfonditi a figure fondamentali della spiritualità cristiana come Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, contribuendo in modo significativo alla riscoperta della tradizione ascetica orientale. Ancora più ambiziosa è stata la monumentale serie “Gesù Cristo. Vita e insegnamento”, nella quale ha tentato di coniugare l’esegesi moderna con la lettura patristica dei Vangeli. L’opera ha ricevuto apprezzamenti da studiosi ortodossi, cattolici e protestanti, un riconoscimento raro in un panorama spesso segnato da forti divisioni confessionali.

Questa dimensione intellettuale spiega perché, fino al 2022, il suo nome fosse frequentemente indicato tra quelli dei possibili successori del patriarca Kirill. Non si trattò mai di una candidatura ufficiale né di una prospettiva imminente, ma l’ipotesi circolava con insistenza negli ambienti ecclesiastici e diplomatici. Hilarion possedeva una discreta autorevolezza teologica, esperienza internazionale, capacità comunicativa e una rete di contatti costruita in decenni di attività.

Anche alcune sue prese di posizione mostrano una personalità più complessa degli stereotipi spesso associati all’attuale gerarchia russa. Nel 2020 si oppose pubblicamente all’idea di inserire un mosaico raffigurante Stalin nel nuovo tempio delle Forze Armate russe. Definì il dittatore sovietico un persecutore della Chiesa e ricordò il sangue versato da milioni di vittime del regime. In altre occasioni arrivò persino a descrivere Stalin come un “mostro spirituale” e a paragonare la natura repressiva del sistema staliniano a quella del nazismo.

Ciò non significava rinnegare il ruolo patriottico della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale. Al contrario, Hilarion sottolineò ripetutamente il contributo fornito dal clero e dai fedeli alla difesa della patria contro l’invasione tedesca. Ma proprio questa distinzione tra il sacrificio del popolo russo e le responsabilità del regime staliniano rivela un tratto significativo della sua visione storica e politica probabilmente anche per favorire la visione russa in occidente.

L’arresto di Karlovy Vary potrebbe alla fine rivelarsi un episodio marginale, destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poche settimane. Più duratura appare invece la sua valenza simbolica. Coinvolge infatti l’uomo che per oltre un decennio ha incarnato la diplomazia religiosa della Russia post-sovietica e il tentativo di Mosca di estendere la propria influenza attraverso la fede, la cultura e il dialogo internazionale.

La parabola di Hilarion racconta in fondo la storia di una stagione in parte conclusa. Se il patriarca Kirill rappresenta oggi l’Ortodossia mobilitata attorno alla potenza statale russa, Hilarion aveva cercato di costruire una diversa forma di influenza, fondata sul prestigio teologico e sul soft power religioso. L’invasione dell’Ucraina non ha soltanto ridimensionato la sua carriera personale. Ha probabilmente segnato il tramonto dell’intero progetto che egli aveva contribuito a edificare.

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Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017

Israele

Il documento in questione fu stilato dall’attuale ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente di punta di Sionismo religioso, partito radicale dell’estrema destra: si tratta del cosiddetto «piano decisivo per Israele», intitolato Una speranza, reso pubblico nel 2017. Quella che proponiamo è una lettura critica, che potrebbe risultare utile per comprendere come nella filosofia portata avanti da diversi esponenti dell’attuale esecutivo, alcuni punti fermi – dal diniego verso qualunque prospettiva di autodeterminazione della popolazione araba, sino al corollario dell’annessione dell’intera Cisgiordania, chiamata Giudea e Samaria – non sono mai cambiati. E non finisce qui, visto che nei contenuti si evoca esplicitamente una sorta di gerarchia su base etnica – istituzionalizzata con la legge sulla patria ebraica del 2018 – e un regime giuridico differenziato, ovviamente a danno della componente araba.

Il punto di partenza, e qui citiamo testualmente, è l’affermazione secondo la quale “in questa terra non sorgerà mai uno Stato arabo”, visto che a Ovest del fiume Giordano l’unica autodeterminazione ammissibile è quella ebraica.  Per garantire questo risultato si parla esplicitamente del “trasferimento” di centinaia di migliaia di coloni, così da renderne irreversibile il controllo israeliano. Solo questo passaggio si esporrebbe a innumerevoli critiche, che il documento ignora totalmente: dalla patente violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, a un modello chiaramente ispirato a garantire diritti e libertà esclusivamente su base etnica.

In questo scenario, agli arabi non resterebbe che rinunciare per sempre a qualunque aspirazione nazionale, per poi operare una scelta secca: accettare di restare in una posizione di sostanziale subordinazione, o emigrare, magari con qualche incentivo di tipo economico (chiamato “contributo di separazione”). In sostanza, si tratterebbe di una sorta di emigrazione forzata – a voler essere generosi indotta – che andrebbe contro ogni principio giuridico, a cominciare da quello della libera autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.

Per coloro che “scegliessero” di restare, il piano immaginava sei circoscrizioni municipali arabe – Hebron, Betlemme, Ramallah, Gerico, Nablus, Jenin – alle quali sarebbero conferite funzioni amministrative, ma nessuna reale sovranità. Il diritto di voto in una prima fase – difficile ipotizzarne tempi ed evoluzione, si parlava di dieci anni – sarebbe escluso per le elezioni politiche per la Knesset. A chi contestasse che in tal modo si violerebbero i principi della democrazia rappresentativa, basata sul suffragio universale, non veniva opposta alcuna solida argomentazione.

Per Smotrich cancellando la possibilità di uno stato palestinese si rimuoverebbe per sempre il pericolo del terrorismo, perché a suo dire sarebbe proprio questa “speranza” a dare vita al fenomeno, dimostrando così una totale ignoranza circa alcune delle cause strutturali, come il regime di occupazione e la privazione dei diritti per gli abitanti della Cisgiordania.

A giustificare la sovranità ebraica basterebbe la legittimazione su base biblica, alla quale dovrebbe essere indotta a cedere la comunità internazionale. E pure su questo punto la violazione del diritto internazionale è talmente plateale da non richiedere ulteriori commenti.

In ultima analisi un piano ammantato di giustificazioni inconsistenti sotto il profilo giuridico e del diritto umanitario, che lungi dal determinare una maggiore sicurezza per tutti, finirebbe per acutizzare quei fenomeni terroristici che si vorrebbero prevenire, oltre che accrescere l’isolamento e il danno all’immagine dello stato ebraico, che i fatti di Gaza hanno già compromesso in modo forse irreparabile. A non voler dire che l’adozione di un approccio di tipo radicale non farebbe che rafforzare le analoghe fazioni dall’altro lato della barricata.

Per la verità, per quanto suoni paradossale, forse esiste un punto sul quale Smotrich potrebbe aver avuto ragione: quando sostiene l’impossibilità della costituzione di uno Stato arabo alla luce delle circostanze storiche. Quello che il ministro trascura è che le ragioni alla base di questa conclusione sono molto diverse, per non dire opposte, a quelle proposte nel documento.

In tal senso sorprende sentire ripetere incessantemente la formula “due popoli per due stati”. Delle due l’una: o c’è mala fede, o c’è ignoranza, ed è difficile dire quale delle due opzioni sia la peggiore. E il documento che abbiamo sommariamente illustrato sta lì a dimostrarlo.

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InsideUsa – Cnn, in pole per la direzione c’è Bari Weiss: un terremoto mediatico

Carissime lettrici, cari lettori,

Benvenuti a una nuova edizione di #InsideUsa, la vostra guida settimanale per esplorare i retroscena politici e culturali che stanno plasmando il presente e il futuro degli Stati Uniti. Io sono Roberto Vivaldelli e, come ogni giovedì, vi porto direttamente nel cuore delle dinamiche della superpotenza americana. Pronti? Partiamo!

Questa settimana vi parliamo di un possibile e imminente terremoto mediatico. Secondo alcune indiscrezioni riportate da Axios e dal New York Post, Bari Weiss – ex editorialista del New York Times e attuale capo di Cbs News – potrebbe estendere la sua supervisione editoriale anche alla Cnn se l’acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance andrà in porto (prevista per il terzo trimestre del 2026).

Weiss, nota per le sue posizioni marcatamente filo-israeliane e anti-woke, imprimerebbe alla celebre rete via cavo una linea ancora più radicale a favore di Israele, dopo che la sua gestione di Cbs News è già stata caratterizzata da licenziamenti controversi e critiche. Qualora andasse in porto, l’operazione farebbe confluire due dei maggiori network americani sotto un unico ombrello editoriale, vedrebbe Weiss affiancata da un manager operativo e di business, mentre crescono i legami tra la giornalista e David Ellison (CEO di Paramount Skydance), figlio di Larry Ellison, noto donatore pro-Israele e amico di Benjamin Netanyahu.

Per questa settimana, è tutto, abbonatevi e alla prossima con #InsideUsa

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Palantir e giganti del cloud, Londra inizia a temere la dipendenza dai colossi Usa

Il Parlamento britannico inizia a fare pressione sul governo laburista di Keir Starmer circa la presenza di Palantir nel sistema pubblico britannico, in particolar modo nella gestione dei dati del National Health Service, il sistema di sanità pubblica del Regno Unito.

Il report “Rewiring the state: Delivering digital government” della Commissione per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia di Westminster, come il resto del Parlamento emanazione della maggioranza laburista che sostiene il premier, ha posto dei dubbi sull’effettivo vantaggio che sarebbe garantito al Regno Unito dall’affidare la banca dati dell’Nhs all’azienda co-fondata da Peter Thiel e Alex Karp, sottolineando che non ci sarebbe alcun vantaggio tecnologico garantito nell’affidarsi a Palantir mentre, al contempo, sarebbero molti i dubbi emergenti.

“La dipendenza da fornitori esteri è una debolezza sfruttabile” e rappresenta “una ‘inaccettabile fonte di debolezza”, commentano i parlamentari, che criticano un’influenza pressoché eccessiva data a Palantir dai tempi del Covid-19. Sotto attacco anche il fatto che l’azienda avrebbe una reputazione controversa per il suo utilizzo bellico da parte del Pentagono e il ruolo che gli algoritmi del gruppo di Karp svolgono nei programmi di identificazione dei migranti irregolari negli Usa. Il Parlamento britannico chiede dunque a Starmer di sfruttare la finestra d’uscita del 2027 per non rinnovare l’accesso alla Federated Data Platform, il sistema di accumulazione dei dati sanitari nazionali, a Palantir perché li gestisca e ordini.

“La mancata definizione e attuazione di una chiara strategia di sovranità non solo rappresenta un ostacolo al successo dell’implementazione tecnologica, ma lascia il Regno Unito alla mercé di attori commerciali e statali stranieri che non condividono i nostri interessi strategici”, scrivono i deputati nel report, segnando peraltro un solco profondo tra interessi americani e britannici, almeno nella percezione. “Il governo dovrebbe conservare la facoltà di scegliere i singoli fornitori e di tutelarsi dal rischio di dipendenza da un unico fornitore e da situazioni che ne compromettono la stabilità”, aggiungono. Del resto, il problema-Palantir si somma a un’analoga tensione sul fronte del cloud dati, dove Amazon Web Services ha vinto un’importante gara pubblica da 420 milioni di sterline a marzo presentandosi senza avversari.

Il Regno Unito ha i dati sanitari in mano a Palantir e quelli cloud gestiti o da Aws o da Microsoft. La raccomandazione è quella di un superamento della dipendenza tecnologica dagli Usa, un fatto che nel Paese che un tempo faceva della “relazione speciale” il suo pivot geopolitico ha quantomeno del clamoroso. Vedere il Parlamento del Regno Unito temere la pervasività delle tecnologie Usa è segno di una frattura transatlantica che nell’era di Donald Trump e delle tecno-oligarchie americane rischia di consolidarsi e inasprirsi. La sfiducia sulla tenuta di un fronte comune, insomma, spaventa i legislatori britannici. Cosa farà Starmer? La mossa sembra l’ennesimo tentativo di mettere sotto pressione un premier indebolito e che all’interno del suo partito ha sempre più franchi tiratori. Mancare di chiarezza anche su questo dossier caro a molti membri del Partito Laburista potrebbe accelerare la fine di un esecutivo che sempre più appare a tempo e difficilmente dopo l’estate potrà sfuggire al redde rationem.

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Addio al Fcas, la Germania studia le alternative: dalla Svezia al progetto Airbus

Fcas, Francia e Germania divorziano sul caccia

Il collasso del progetto franco-tedesco Fcas (Future Combat Air System) da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione congiunto tra Parigi e Berlino rappresenta un crocevia importante per l’industria della Difesa europea e mentre prova ad analizzare i cambi di paradigma che questo comporta per i suoi piani di riarmo la Germania, Paese che maggiormente puntava sul piano per un salto di qualità delle sue forze armate, valuta le alternative.

Il tramonto del Fcas

La cooperazione industriale franco-tedesca non è decollata per questioni legate alla volontà di spartizione degli appalti, che la Francia intendeva mantenere pesantemente a proprio favore, e per una minore spinta comune per il progetto rispetto a quello del Global Combat Air Program (Gcap) italo-anglo-giapponese. Ora Berlino si trova nella condizione di dover ripartire da capo e di studiare alternative. Essenzialmente, ci sono tre opzioni sul tavolo per il cancelliere Friedrich Merz, autore di un ambizioso piano di rafforzamento militare assieme al ministro della Difesa Boris Pistorius.

La prima idea, segnalata dal Financial Times, sarebbe quella di consolidare un pool di aziende con al centro la divisione aerospaziale di Airbus, che ha sede operativa in Germania, per guidare dal suolo tedesco una corsa autonoma al nuovo caccia. All’imminente Salone Aeronautico di Berlino, secondo il Ft, i dirigenti di questi gruppi, tra cui Mbda, specializzata in campo balistico e missilistico, e Hensoldt, player nei radar, potrebbero ricevere una spinta dalla volontà di Merz di mettere a terra il piano di riarmo passando anche per una via autonoma agli aerei di combattimento di nuova generazione.

La via del Gcap e quella svedese

La seconda strada porta proprio nella direzione del Gcap e lascia presagire la prospettiva che Berlino finisca per convergere come partner nell’ambizioso piano oggi egemone su scala mondiale per i velivoli di sesta generazione. Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole all’accordo e ne amplierebbe la portata, ma al contempo è tutto da valutare l’impatto che ciò avrebbe su filiere industriali, appalti e divisione del lavoro, in un contesto ove già oggi Italia, Regno Unito e Giappone prevedono stanziamenti per decine di miliardi di euro volti a sviluppare con i loro apparati militari-industriali il nuovo caccia.

Una terza via, invece, accarezzata in passato, passa da un altro attore strategico nel mercato aeronautico: la Svezia. Stoccolma prevede di sostituire il veterano della sua flotta aerea, il  Jas-39 Gripen, entro il 2035 e ha incaricato Saab di studiare un progetto per realizzare un velivolo di sesta generazione in ottemperanza alla storica e gelosamente custodita indipendenza del Paese nordico nelle filiere militari, un retaggio dell’era di stretta neutralità conclusa con l’ingresso nella Nato nel 2024. Ora è aperta una nuova era, e i rumors di una cooperazione tedesco-svedese sono consolidati da tempo sulla scorta della presenza attiva di Saab in diversi dossier del piano di riarmo tedesco. Rispetto al Gcap il progetto svedese è ancora in via di sviluppo e dunque la Germania, sempre tramite Airbus, potrebbe giocare un ruolo.

Le ipotesi sul tavolo

Chiaramente l’opzione di un consorzio per il caccia di sesta generazione si potrebbe anche sposare con l’apertura a una delle due filiere già attive. La Chatham House, del resto, nota che il tramonto del Fcas franco-tedesco potrebbe contribuire a fare chiarezza sul futuro del riarmo aeronautico europeo, aggiungendo peraltro che “I Paesi europei devono affrontare una realtà urgente: se non saranno in grado di sviluppare un’alternativa europea al programma statunitense F-35, si troveranno costretti a dipendere da un’America sempre meno affidabile per una componente cruciale del loro equipaggiamento di difesa, una piattaforma su cui potrebbero dover fare affidamento fino al 2040 inoltrato”.

La Germania produce l’F-35 nei suoi stabilimenti del sistmea industriale-militare ma intende guardare oltre. E dalla sua scelta potrebbe dipendere molto del futuro della corsa europea (e globale) al caccia di sesta generazione, in cui l’Europa è capofila. Ma rischia di avere proprio dalla sua divisione un fattore di ridimensionamento.

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Perché gli Usa muovono guerra alle Big Tech cinesi?

Gli Stati Uniti hanno inserito quattro importanti aziende cinesi in lista contenente oltre 100 società d’oltre Muraglia ritenute avere legami più o meno diretti con l’apparato militare di Pechino.

L’elenco, che adesso ha raggiunto quota 188 entità, comprende anche il gigante dell’e-commerce Alibaba, il fornitore di servizi di ricerca su interner Baidu, nonché le insospettabili case automobilistiche Byd e Nio. Chi fa parte di questo gruppo, a detta del Pentagono, giocherebbe un ruolo rilevante nella modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla) cinese.

La mossa di Washington arriva a meno di un mese dall’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, al termine del quale i presidenti di Usa e Cina avevano stabilito di porre una tregua alle loro diatribe commerciali. Quasi come un fulmine a ciel sereno, il Dipartimento della Difesa americano ha pubblicato una versione aggiornata della “1260H list”, il citato elenco di aziende che il Pentagono considera essere affiliate alla base industriale militare del Dragone.

L’inserimento di queste società nella lista non impone esplicitamente sanzioni. Significa tuttavia che gli Stati Uniti non potranno stipulare contratti con le suddette entità a partire dalla fine di questo mese, né potranno acquistare i loro prodotti o servizi tramite terzi a partire da giugno 2027.

L’attacco Usa alle Big Tech cinesi

La mossa degli Usa non è affatto piaciuta alla Cina. Il ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che la lista statunitense è discriminatoria e che “danneggia ingiustificatamente” le aziende cinesi, esortando Washington a “correggere le proprie pratiche errate”.

La situazione è quasi paradossale, perché se da un lato è vero che Trump ha dato l’impressione di voler dialogare con Xi, dall’altro la sua amministrazione ha inserito nella 1260H list alcune tra le principali aziende hi-tech cinesi. Nel frattempo, sottolineano i media Usa, le American Depositary Receipts (Adr) di Baidu sono calate del 2,1%, quelle di Alibaba dello 0,8% e quelle di Byd dello 0,8%.

Nella lista sono finite anche Cxmt e Ymtc, ossia due tra i principali produttori di chip di memoria del Dragone, l’azienda biotecnologica WuXi AppTec, la società di robotica basata sull’intelligenza artificiale RoboSense Technology e il produttore di robot umanoidi e quadrupedi Unitree.

Ymtc ha dichiarato a Reuters di essere delusa da questa mossa, soprattutto dopo “anni di collaborazione con le autorità statunitensi, sforzi per affrontare le problematiche e un impegno dimostrato per la conformità”. Ancora più assurda la situazione di Unitree, visto che soltanto pochi giorni fa Nvidia aveva dichiarato di voler collaborare con lei per costruire robot destinati ai ricercatori.

La sensazione, spiegano diversi funzionari delle big-tech del Dragone, è che la decisione degli Stati Uniti sia più motivata da intenti anti concorrenziali che non da serie preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

A cosa punta Washington

La reazione delle aziende cinesi colpite non è mancata. Byd, il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici, ha fatto sapere in un comunicato di opporsi all’essere etichettato come azienda militare e che utilizzerà tutti i “mezzi amministrativi e legali possibili” per tutelare i propri diritti e interessi, aggiungendo che la mossa di Washington ha danneggiato “i suoi successi nello sviluppo negli Stati Uniti”.

Sulla stessa lunghezza d’onda le altre Big Tech d’oltre Muraglia, con Alibaba in testa, che a sua volta ha dichiarato in un comunicato che non vi è “alcun fondamento” per la sua inclusione nella lista. “Alibaba non è un’azienda militare cinese né fa parte di alcuna strategia di fusione civile-militare. Intraprenderemo tutte le azioni legali disponibili contro i tentativi di travisare la nostra azienda”, ha affermato il conglomerato di e-commerce e tecnologia.

Considerando tutte queste società, otteniamo un fatturato complessivo di oltre 2,6 miliardi di yuan (quasi 388 miliardi di dollari) e una capitalizzazione aggregata di otre 5 trilioni di yuan (750 miliardi di dollari).

Chiara l’intenzione degli Usa, ormai convinti che le aziende tecnologiche civili cinesi siano legate a doppia mandata alle priorità militari del Partito Comunista Cinese, ma presumibilmente ancor più preoccupati che i loro continui exploit internazionali possano offrire a Pechino un vantaggio decisivo nello scontro tecnologico tra grandi potenze. Potrebbe però ormai essere troppo tardi per intervenire in maniera efficace.


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