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Tajani domani al Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo. Ucraina, Medio Oriente e Cina al centro dei lavori

Farnesina

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani parteciperà domani, lunedì 15 giugno, al Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo. I lavori del Consiglio avranno inizio affrontando la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, in videocollegamento con il Ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha. Al centro del confronto vi saranno il rafforzamento della pressione politica e sanzionatoria sulla Russia e il sostegno a Kyiv. L’Italia confermerà il proprio impegno a sostenere l’Ucraina e a mantenere alta la pressione sulla Russia per arrivare a una pace giusta e duratura. Tajani ribadirà inoltre il sostegno al percorso europeo di Kyiv e alla sua ricostruzione, anche in vista della prossima Conferenza sulla Ripresa dell’Ucraina di Danzica.
Ampio spazio sarà dedicato alla situazione in Medio Oriente. I Ministri discuteranno degli sviluppi della crisi regionale, delle relazioni tra l’Unione Europea e i Paesi del Golfo, della sicurezza marittima e della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nonché degli sviluppi a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.
Tajani ribadirà la posizione dell’Italia a favore della de-escalation e di una soluzione diplomatica delle crisi in corso, sostenendo il proseguimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, il pieno ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il rafforzamento dell’operazione ASPIDES. L’Italia confermerà inoltre il proprio impegno per la stabilità del Libano, con particolare attenzione al rafforzamento delle istituzioni statali, incluse le forze armate.
La sessione pomeridiana sarà dedicata alle relazioni tra Unione Europea e Cina, con particolare attenzione al ruolo di Pechino per la sicurezza globale e agli sviluppi nell’Indo-Pacifico. Il Ministro Tajani sottolineerà l’importanza di un dialogo franco e costruttivo tra Unione Europea e Cina, fondato sulla tutela degli interessi strategici europei e sulla necessità di correggere le asimmetrie commerciali e negli investimenti, assicurando il futuro della base industriale europea. Il Vice Presidente del Consiglio evidenzierà inoltre la necessità di evitare ogni rischio di escalation militare nell’Indo-Pacifico, regione cruciale per il commercio globale, richiamando il contributo che la Cina può offrire alla soluzione delle principali crisi internazionali, a partire dall’Ucraina e dal Golfo.
Il Ministro parteciperà infine al Consiglio di Associazione UE-Egitto con il Ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty.

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GB. Sequestrata una petroliera russa collegata alla “flotta ombra”

di Guido Keller –

Le autorità britanniche hanno fermato una petroliera battente bandiera camerunense partita dal porto russo di Ust-Luga e sospettata di appartenere alla cosiddetta flotta ombra utilizzata da Mosca per esportare petrolio aggirando le sanzioni occidentali. L’operazione, condotta con il supporto della Royal Navy e delle forze di sicurezza britanniche, rappresenta uno degli interventi più significativi realizzati finora contro il sistema logistico che sostiene le esportazioni energetiche russe.
Secondo Londra il sequestro rientra nella strategia volta a ridurre le entrate con cui la Russia finanzia il conflitto in Ucraina. La nave è stata posta sotto controllo delle autorità britanniche in attesa degli accertamenti previsti dalla legge.
L’episodio segna un ulteriore irrigidimento del confronto tra Regno Unito e Russia e conferma come il controllo delle rotte marittime e del commercio energetico stia assumendo un ruolo sempre più centrale nella competizione geopolitica tra Mosca e l’Occidente.

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Russia. Mosca accelera in Africa: il vertice di ottobre come sfida all’Occidente

di Giuseppe Gagliano –

La Russia intensifica la propria offensiva diplomatica in Africa in vista del terzo vertice Russia-Africa, in programma a Mosca il 28 e 29 ottobre 2026. Per il Cremlino non si tratta soltanto di consolidare rapporti bilaterali, ma di trasformare il continente africano in uno dei pilastri della sua strategia globale mentre il confronto con l’Occidente assume caratteri sempre più strutturali.
L’incontro tra il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e Bankole Adeoye, commissario dell’Unione africana per gli Affari politici, la pace e la sicurezza, conferma questa linea. Mosca punta infatti a rafforzare non solo i legami con singoli Stati africani, ma anche il dialogo con l’Unione africana come organismo continentale, rafforzando la propria immagine di attore globale nonostante le sanzioni occidentali.
In questo quadro assume particolare importanza l’ipotesi di aprire una rappresentanza dell’Unione africana a Mosca. Una scelta che avrebbe un forte valore simbolico e politico, collocando la capitale russa tra i principali centri della diplomazia africana al di fuori del continente.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, molti Paesi africani hanno evitato di allinearsi completamente alle posizioni occidentali. Mosca ha sfruttato questa autonomia richiamando il sostegno sovietico ai movimenti anticoloniali, la cooperazione militare e il principio della sovranità nazionale. Un messaggio che trova ascolto presso governi spesso diffidenti verso le condizioni politiche richieste da Europa e Stati Uniti in cambio di aiuti e assistenza.
Il principale strumento dell’influenza russa resta tuttavia la sicurezza. Pur disponendo di risorse finanziarie inferiori rispetto a Cina, Stati Uniti e Unione Europea, la Russia offre addestramento militare, armamenti, intelligence e supporto nella lotta contro terrorismo e insurrezioni. Nel Sahel questa strategia ha favorito l’avvicinamento di Mali, Burkina Faso e Niger, che hanno progressivamente ridotto la cooperazione con la Francia e altri partner occidentali.
Accanto alla dimensione militare, Mosca mantiene una presenza significativa in settori come energia nucleare civile, fertilizzanti, cereali, industria mineraria e armamenti. In particolare, le esportazioni di grano e fertilizzanti rappresentano strumenti diplomatici importanti in un continente dove la sicurezza alimentare resta una priorità.
Le materie prime costituiscono un altro elemento centrale dell’interesse russo. Oro, uranio, litio, manganese, diamanti, terre rare e idrocarburi sono risorse strategiche per l’industria, la transizione energetica e la competizione tecnologica globale. Per Mosca, l’Africa rappresenta quindi non solo un mercato, ma anche una fonte di approvvigionamento essenziale.
Il rafforzamento dei rapporti con l’Unione africana risponde inoltre a un’esigenza politica. Il sostegno o anche soltanto la neutralità dei Paesi africani nelle sedi multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, rappresenta una risorsa preziosa per la diplomazia russa nei dossier relativi all’Ucraina, alle sanzioni internazionali e alla riforma delle istituzioni globali.
L’avanzata russa avviene in un contesto di crescente competizione tra le grandi potenze. La Francia ha visto ridursi la propria influenza soprattutto nel Sahel, mentre l’Unione Europea fatica a proporre una strategia unitaria. Gli Stati Uniti restano un attore fondamentale, ma spesso interpretano il continente attraverso la lente della rivalità con Mosca e Pechino. La Cina, dal canto suo, mantiene il primato economico grazie ai grandi investimenti infrastrutturali.
In questo scenario la Russia si propone come una potenza politica e militare capace di sfruttare le opportunità create dalle difficoltà occidentali. Il vertice di ottobre sarà quindi un importante banco di prova per misurare il livello di partecipazione africana, la consistenza degli accordi che verranno firmati e la capacità di Mosca di confermare il proprio ruolo internazionale nonostante il conflitto in Ucraina.
Per il Cremlino, l’Africa è ormai molto più di un partner regionale. È una piattaforma diplomatica, economica e strategica attraverso cui contrastare la pressione occidentale e costruire nuove reti di influenza. La sfida per Mosca sarà trasformare questa presenza crescente in relazioni economiche durature, mentre i Paesi africani cercheranno di sfruttare la competizione tra le grandi potenze per rafforzare la propria autonomia e il proprio peso internazionale.

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Pakistan. Il Belucistan mette in crisi le ambizioni regionali di Islamabad

di Giuseppe Gagliano –

Mentre il Pakistan cerca di accreditarsi come mediatore nelle crisi del Medio Oriente e dell’Asia, la crescente instabilità del Belucistan continua a minare la sua credibilità internazionale. L’attentato del 24 maggio nei pressi di Quetta, costato la vita a oltre venti persone dopo l’esplosione di un’autobomba contro un convoglio ferroviario militare, ha mostrato ancora una volta quanto sia fragile il controllo di Islamabad sulla propria periferia strategica.
La coincidenza temporale è significativa. Nelle stesse ore in cui il capo dell’esercito pachistano si trovava a Teheran per favorire il dialogo tra Stati Uniti e Iran, il Belucistan tornava a essere teatro di una delle più gravi azioni terroristiche degli ultimi mesi. Una contraddizione che evidenzia il divario tra le ambizioni diplomatiche del Pakistan e le sue difficoltà interne.
Il Belucistan rappresenta una regione fondamentale per la sicurezza e l’economia del Paese. Ricco di gas, rame, oro e altre risorse minerarie, affacciato sul Mar Arabico e confinante con Iran e Afghanistan, costituisce inoltre un tassello essenziale del corridoio economico tra Cina e Pakistan. Proprio per questo la sua instabilità assume una rilevanza che va ben oltre i confini nazionali.
Negli ultimi mesi l’Esercito di liberazione del Belucistan ha dimostrato una crescente capacità operativa. Tra gennaio e febbraio il gruppo ha condotto attacchi coordinati in numerose località, colpendo infrastrutture, postazioni militari e forze di sicurezza. Le autorità pachistane hanno risposto con decine di migliaia di operazioni antiterrorismo, ma i risultati restano limitati. Secondo dati ufficiali, nel 2025 sono morti oltre duecento membri delle forze di sicurezza e circa 280 civili.
A preoccupare Islamabad è anche il crescente coordinamento tra i separatisti beluci e il Tehrik-i-Taliban Pakistan. Pur appartenendo a realtà ideologicamente differenti, i due gruppi condividono l’obiettivo di colpire lo Stato pachistano e sembrano aver sviluppato forme di cooperazione operativa e logistica.
Sul piano regionale pesa inoltre il deterioramento dei rapporti con l’Afghanistan. Kabul mantiene una posizione ambigua nei confronti dei ribelli beluci e non appare intenzionata a ostacolarne efficacemente i movimenti lungo il confine. Parallelamente, il rafforzamento dei rapporti tra i taliban afghani e l’India rappresenta una fonte di crescente preoccupazione per Islamabad, che vede ridursi la propria influenza in un’area considerata tradizionalmente strategica.
In questo contesto, i successi diplomatici ottenuti dal Pakistan nei rapporti tra Washington e Teheran rischiano di apparire insufficienti. La capacità di svolgere un ruolo di mediazione regionale dipende infatti anche dalla stabilità interna e dal controllo del territorio nazionale.
La questione del Belucistan, tuttavia, non può essere affrontata esclusivamente con strumenti militari. Da anni la popolazione locale denuncia marginalizzazione economica, sfruttamento delle risorse naturali, limitata autonomia politica e violazioni dei diritti umani, comprese le sparizioni forzate denunciate da organizzazioni internazionali e attivisti locali.
Per molti osservatori, una soluzione duratura richiederebbe riforme politiche profonde, una maggiore redistribuzione delle ricchezze prodotte dalla regione e un rafforzamento dell’autonomia provinciale. Senza affrontare le cause strutturali del malcontento, la sola risposta securitaria rischia di alimentare ulteriormente la radicalizzazione.
Il Pakistan si trova così davanti a una scelta cruciale: trasformare il Belucistan in una questione politica da risolvere attraverso il dialogo e le riforme oppure continuare a considerarlo esclusivamente un problema militare. Da questa decisione dipenderanno non soltanto la stabilità della provincia, ma anche le future ambizioni regionali di Islamabad.

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Turchia. BYD congela l’investimento, Ankara teme il boomerang industriale

di Giuseppe Gagliano –

L’annunciato investimento da un miliardo di dollari della cinese BYD in Turchia rischia di trasformarsi da successo politico a fonte di imbarazzo per il governo di Recep Tayyip Erdogan. A Manisa, nell’ovest del Paese, il terreno destinato a ospitare il nuovo stabilimento del colosso dell’auto elettrica resta infatti inutilizzato, mentre l’azienda ha deciso di concentrare le proprie priorità produttive sul sito ungherese di Szeged.
Il progetto prevedeva la costruzione di una fabbrica capace di produrre fino a 150 mila veicoli elettrici e ibridi ricaricabili all’anno, accompagnata da un centro di ricerca e sviluppo e dalla creazione di circa 5 mila posti di lavoro. L’entrata in funzione dell’impianto era prevista entro la fine del 2026, ma la sospensione dei lavori ha alimentato crescenti interrogativi ad Ankara.
La questione assume una dimensione politica oltre che economica. Per attirare BYD, la Turchia aveva offerto incentivi, agevolazioni fiscali e condizioni favorevoli a un gruppo considerato strategico per lo sviluppo della mobilità elettrica. Se l’investimento dovesse subire ulteriori ritardi o essere ridimensionato, il governo turco rischierebbe di aver concesso vantaggi commerciali senza ottenere in cambio produzione industriale, occupazione e trasferimento tecnologico.
Per Ankara il caso è particolarmente delicato perché coinvolge uno dei pilastri della strategia economica di Erdogan: la trasformazione della Turchia in una potenza manifatturiera e tecnologica capace di attrarre investimenti internazionali e sviluppare produzioni ad alto valore aggiunto.
Dal canto suo, BYD sembra aver scelto una strategia diversa. L’azienda deve affrontare le nuove barriere commerciali europee contro i veicoli elettrici prodotti in Cina e considera prioritario consolidare la propria presenza nell’Unione Europea attraverso l’impianto ungherese. Budapest continua infatti a rappresentare uno dei principali punti di accesso della Cina al mercato europeo grazie a una politica favorevole agli investimenti cinesi.
La posizione della Turchia appare più complessa. Pur disponendo di una forte industria automobilistica, di costi del lavoro competitivi e dell’unione doganale con l’Unione Europea, Ankara non offre lo stesso livello di integrazione diretta nel mercato comunitario garantito dall’Ungheria.
La vicenda evidenzia anche la crescente importanza geopolitica della filiera dell’auto elettrica. Batterie, software, materie prime critiche, componentistica elettronica e infrastrutture di ricarica rappresentano oggi asset strategici nella competizione economica globale. Per la Turchia, ospitare uno stabilimento BYD avrebbe significato inserirsi in una delle catene industriali più importanti del prossimo decennio.
Per la Cina, invece, gli investimenti all’estero consentono di rafforzare la presenza sui mercati internazionali riducendo l’impatto di dazi e restrizioni commerciali. Ogni nuovo impianto produttivo diventa così uno strumento di proiezione economica e di consolidamento dell’influenza industriale cinese.
Il rallentamento del progetto di Manisa mette quindi in evidenza una delle principali sfide della politica economica turca: attrarre investimenti stranieri senza trasformarsi in un semplice mercato di sbocco. Il governo potrebbe valutare misure correttive o pressioni su BYD per ottenere garanzie più concrete sui tempi di realizzazione dell’impianto.
Nel frattempo, la fabbrica che avrebbe dovuto rappresentare uno dei simboli della nuova industria turca rimane un progetto sulla carta. Un segnale che, nell’attuale competizione geoeconomica globale, gli investimenti annunciati contano meno di quelli effettivamente realizzati.

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Iraq. Sventato complotto contro i vertici della sicurezza: Baghdad sfida milizie e poteri paralleli

di Giuseppe Gagliano –

L’Iraq torna a confrontarsi con le proprie fragilità interne dopo che il Servizio di sicurezza nazionale ha annunciato di aver sventato un piano per assassinare il direttore dell’agenzia, Abdul Karim al-Basri, e altri alti funzionari dell’apparato di sicurezza. L’operazione, resa nota il 12 giugno, è stata condotta attraverso attività di sorveglianza, infiltrazione e controspionaggio che hanno consentito di neutralizzare la cellula prima dell’avvio della fase operativa.
Secondo le autorità irachene, gli indagati sarebbero collegati alla cosiddetta Raccolta Nazionale Irachena per la Liberazione e il Cambiamento, organizzazione indicata come struttura di copertura del Partito Baath, messo al bando dopo la caduta di Saddam Hussein. Le indagini avrebbero accertato l’esistenza di obiettivi già individuati, ruoli assegnati e disponibilità di armi per portare a termine gli attentati.
Tra i bersagli figuravano il direttore del Servizio di sicurezza nazionale, il portavoce dell’agenzia, il responsabile della sicurezza di Baghdad e altri ufficiali di alto livello. Un attacco contro queste figure avrebbe colpito direttamente il cuore dell’apparato statale, con pesanti conseguenze politiche e simboliche.
L’episodio si inserisce in una fase particolarmente delicata per il governo del primo ministro Ali al-Zaidi, impegnato nel tentativo di rafforzare il controllo dello Stato sulle armi e di limitare il peso delle numerose milizie che operano nel Paese. Baghdad punta infatti a riaffermare il monopolio della forza pubblica in vista della conclusione della missione statunitense contro lo Stato islamico e di una più ampia riorganizzazione del sistema di sicurezza nazionale.
Il percorso, tuttavia, appare complesso. In Iraq convivono esercito, forze di polizia, servizi di intelligence, milizie sciite filoiraniane, gruppi armati locali e reti criminali che continuano a esercitare una significativa influenza politica e militare. Alcune formazioni hanno dichiarato disponibilità a discutere il disarmo, ma i progressi concreti restano limitati.
La centralità del tema è stata confermata anche dall’incontro istituzionale del 10 giugno tra il presidente Nizar Amidi, il primo ministro al-Zaidi, il presidente del Parlamento Mahmoud al-Mashhadani e il presidente del Consiglio supremo della magistratura Faiq Zaidan. La questione delle armi fuori dal controllo statale è ormai considerata uno dei principali ostacoli al consolidamento delle istituzioni irachene.
Il dossier assume inoltre una rilevanza regionale. L’Iraq continua a trovarsi al centro della competizione tra Stati Uniti e Iran. Per Washington, un governo capace di limitare l’autonomia delle milizie filoiraniane rappresenterebbe un partner più affidabile. Per Teheran, invece, tali gruppi restano uno strumento importante di influenza strategica nella regione.
A rendere il quadro ancora più instabile contribuisce l’attacco con droni dell’11 giugno contro un deposito di grano a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Pur in assenza di rivendicazioni ufficiali, l’episodio ha evidenziato la vulnerabilità delle infrastrutture civili e logistiche del Paese. Colpire una struttura legata alla sicurezza alimentare significa infatti incidere non solo sull’economia, ma anche sulla stabilità sociale.
Le difficoltà sul piano della sicurezza rischiano inoltre di compromettere gli sforzi del governo per attrarre investimenti esteri e rilanciare l’economia. Pur disponendo di enormi risorse energetiche e di una posizione geografica strategica tra Golfo, Levante e Turchia, l’Iraq continua a essere percepito come un mercato ad alto rischio a causa dell’instabilità politica e della presenza di gruppi armati indipendenti.
Il complotto contro al-Basri appare quindi come un episodio che va oltre la semplice cronaca giudiziaria. Rappresenta una nuova manifestazione della lotta per il controllo dello Stato iracheno, in un contesto in cui vecchie reti baathiste, milizie armate e influenze regionali continuano a contendere alle istituzioni il monopolio della forza. Per Baghdad, la sfida resta la stessa da oltre vent’anni: trasformare una sovranità formale in un’autorità effettiva sul territorio nazionale.

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Russia. Putin aumenta gli effettivi e si prepara a una guerra di lunga durata

di Giuseppe Gagliano –

La Russia amplia ancora il proprio apparato militare, confermando la volontà di sostenere nel lungo periodo il conflitto in Ucraina. Con un nuovo decreto, il presidente Vladimir Putin ha portato l’organico complessivo delle Forze Armate a 2.399.130 unità, di cui 1.510.000 militari in servizio. Un incremento contenuto rispetto ai numeri precedenti, ma dal forte significato politico: Mosca non mostra alcuna intenzione di ridurre il proprio impegno bellico.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso Putin, oltre 700 mila soldati russi sarebbero attualmente schierati nell’area dell’operazione militare speciale. Il dato evidenzia la dimensione dello sforzo sostenuto dal Cremlino e la volontà di mantenere una pressione costante lungo l’intero fronte ucraino.
L’aumento degli effettivi si accompagna a programmi di assistenza, riabilitazione e reinserimento destinati ai veterani. Una scelta che indica come la leadership russa stia integrando il fattore militare nella struttura sociale ed economica del Paese, rafforzando il legame tra servizio militare, sostegno statale e consenso interno.
Sul terreno, il Ministero della Difesa russo ha rivendicato la conquista di cinque località nell’arco di una settimana nelle regioni di Charkiv e Donetsk. Mosca continua a puntare su una strategia di avanzate graduali e logoramento delle difese ucraine, attraverso una pressione costante su più settori del fronte.
Secondo lo Stato Maggiore di Kiev, nelle ultime ventiquattro ore si sarebbero verificati 241 scontri armati. Le forze russe avrebbero inoltre effettuato un intenso impiego di aviazione, artiglieria, droni e bombe guidate, confermando la crescente centralità della potenza di fuoco e delle tecnologie senza pilota nel conflitto.
La guerra appare sempre più caratterizzata da una combinazione di massa, capacità industriale e superiorità logistica. L’aumento degli effettivi russi consente infatti di sostenere le rotazioni sul fronte, compensare le perdite e mantenere l’iniziativa operativa lungo una linea di combattimento che si estende per centinaia di chilometri.
Sul fronte opposto, l’Ucraina continua a confrontarsi con la necessità di rafforzare il reclutamento. Il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato nuove misure per favorire l’arruolamento di volontari stranieri, mentre il governo prosegue gli sforzi per ampliare la mobilitazione interna. La questione del personale resta una delle principali preoccupazioni di Kiev e dei suoi alleati.
Sul piano economico, il sostegno internazionale continua a essere fondamentale per l’Ucraina. Il Fondo Monetario Internazionale ha raggiunto un’intesa tecnica per una nuova tranche di aiuti pari a circa 700 milioni di dollari, risorse considerate essenziali per sostenere le finanze pubbliche e garantire il funzionamento dello Stato in tempo di guerra.
La Russia segue invece una traiettoria diversa. Le sanzioni occidentali non hanno impedito al Cremlino di rafforzare il comparto militare-industriale e di orientare una parte crescente dell’economia verso la produzione per la difesa. L’espansione delle forze armate comporta costi elevati, ma contribuisce anche ad alimentare la domanda interna e a sostenere settori produttivi legati all’industria bellica.
La guerra in Ucraina assume così sempre più i contorni di una competizione di resistenza industriale e demografica. Da una parte Mosca punta sulla propria capacità di mobilitare uomini, risorse e produzione militare; dall’altra Kiev continua a fare affidamento sul sostegno occidentale, sulle tecnologie avanzate e sugli aiuti finanziari internazionali.
L’aumento degli effettivi deciso da Putin rappresenta quindi molto più di una misura amministrativa. È il segnale che la Russia considera il conflitto una sfida destinata a protrarsi nel tempo e che intende adattare le proprie strutture militari, economiche e sociali a una guerra che appare sempre meno come un’emergenza e sempre più come una componente stabile della politica di Stato.

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Iran. La firma non arriva: Netanyahu continua a bombardare il libano

di Enrico Oliari

Oggi si firma. Anzi no. Forse. L’intesa di pace tra gli Usa di Donald Trump e la Repubblica Islamica dell’Iran continua svincolarsi tra proclami e smentite, anche perché se da un lato c’è chi cerca la soluzione al conflitto, dall’altro Benjamin Netanyahu continua a calcare la mano in Libano. Proprio le operazioni dell’Idf israeliana rischiano ora di inficiare mesi di lavoro diplomatico, e da Washington è trapelato il disappunto del presidente per gli attacchi di oggi a edifici residenziali della periferia meridionale di Beirut che hanno causato almeno tre morti e numerosi feriti. Immediata la reazione di Teheran: il vicecomandante del comando unificato, Mohammad Jafar Asadi ha fatto sapere che a breve vi sarà la risposta iraniana, e in Israele sono stati allertati i cittadini e vietati i grandi assembramenti per il rischio di un attacco iraniano con missili e droni.
Per Trump “le bombe su Beirut sono un errore, l’attacco non sarebbe dovuto accadere in un giorno così speciale, con l’Iran pronto a firmare l’accordo . (…) Non dovrebbero esserci più attacchi israeliani in Libano, né di Hezbollah contro Israele: questo potrebbe essere l’inizio della pace, è un’occasione che non va sprecata”.
Ad ostacolare la firma dell’intesa nel girono dell’80mo compleanno di Trump sono anche i termini temporali: il piano prevede la rinuncia dell’Iran alla costruzione e all’acquisto di armi nucleari, cosa accettata da Teheran, ma per le modalità di attuazione di alcuni punti, tra cui la diluizione dei 450 kg di uranio arricchito, gli iraniani chiedono 60 giorni di tempo. Stessa cosa per la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz: gli Usa hanno accettato che l’Iran, in accordo con l’Oman, eserciti un controllo sullo Stretto, ma anche in questo caso non sono chiare le modalità, compresa l’eventuale tassa di due milioni di dollari a nave che Teheran vorrebbe imporre.
Per il resto l’accordo quadro sembrerebbe pronto. Washington ha accettato di non interferire negli affari interni dell’Iran e di chiudere le basi militari nelle aree attorno all’Iran, come pure di togliere il blocco allo Stretto di Hormuz, di eliminare le sanzioni e di sbloccare 25 miliardi di dollari congelati. Teheran, oltre a rinunciare alla bomba nucleare, si impegna a non finanziare i cosiddetti “proxy” (Hamas, Houthi dello Yemen ed Hezbollah in Libano) e a togliere il proprio blocco allo Stretto di Hormuz. Entrambe le parti continuano a comunicare una reciproca mancanza di fiducia, per cui l’Iran sta insistendo sul fatto che l’accordo definitivo dovrà essere approvato tramite una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

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Gb. Jarvis alla Difesa dopo lo scontro sulla spesa militare

di Giuseppe Gagliano

La nomina di Dan Jarvis a ministro della Difesa apre una nuova fase per il governo britannico, ma mette anche in evidenza le difficoltà di Londra nel conciliare ambizioni strategiche globali e vincoli di bilancio. L’11 giugno il governo guidato da Keir Starmer ha ufficializzato l’arrivo dell’ex ufficiale paracadutista al ministero della Difesa, dopo l’uscita dall’esecutivo di John Healey e Alistair Carns.
Alla base dell’avvicendamento vi è il confronto sulla spesa militare. Healey riteneva insufficiente il piano governativo che punta a portare gli investimenti per la difesa al 2,68 per cento del prodotto interno lordo entro il 2030, sostenendo invece la necessità di raggiungere almeno il 3 per cento per garantire credibilità strategica e capacità operative adeguate alle sfide internazionali.
Jarvis porta con sé un profilo insolito per la politica britannica contemporanea. Ex ufficiale dei paracadutisti, ha prestato servizio in Kosovo, Irlanda del Nord, Iraq e Afghanistan, maturando un’esperienza diretta delle operazioni militari e delle esigenze delle Forze armate. La sua nomina viene interpretata come un tentativo di rassicurare sia l’apparato militare sia gli alleati internazionali sulla volontà del Regno Unito di mantenere un ruolo di primo piano nella sicurezza euro-atlantica.
Il nuovo ministro eredita però una situazione complessa. Negli ultimi anni il Regno Unito ha cercato di conservare una vasta gamma di capacità strategiche, dalla deterrenza nucleare alla presenza navale globale, dal sostegno all’Ucraina alla modernizzazione tecnologica delle proprie Forze armate. Obiettivi che richiedono investimenti crescenti in navi, aeromobili, sistemi missilistici, difesa aerea, guerra elettronica, sicurezza informatica e produzione di munizioni.
La questione della difesa si intreccia inoltre con le difficoltà economiche interne. Il governo deve fare i conti con una crescita moderata, un debito elevato e la necessità di finanziare sanità, welfare e servizi pubblici. Ogni aumento delle spese militari rischia quindi di alimentare tensioni politiche e sociali in un Paese che continua a confrontarsi con le conseguenze economiche degli ultimi anni.
Sul piano strategico Londra si trova di fronte a una scelta sempre più evidente. Gli Stati Uniti chiedono agli alleati europei di assumersi una quota maggiore delle responsabilità nella sicurezza del continente, mentre la guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della preparazione militare convenzionale. In questo contesto il Regno Unito deve decidere se mantenere l’ambizione di essere una potenza militare globale oppure ridimensionare alcune delle proprie capacità operative.
La questione riguarda anche la base industriale della difesa. La competitività britannica dipende sempre più dalla capacità di sviluppare tecnologie avanzate, sistemi autonomi, intelligenza artificiale, componentistica elettronica e capacità produttive nazionali. La sicurezza non si misura soltanto nel numero di soldati o mezzi disponibili, ma anche nella solidità delle filiere industriali e tecnologiche che sostengono l’apparato militare.
La nomina di Jarvis consente al governo di superare una crisi politica immediata, ma non risolve il problema di fondo. Il dibattito aperto da Healey resta infatti sul tavolo: se il Regno Unito vuole continuare a esercitare un ruolo centrale nella Nato e nello scenario internazionale dovrà aumentare significativamente gli investimenti nella difesa. In caso contrario sarà costretto a ridimensionare le proprie ambizioni strategiche.
Per il nuovo ministro la sfida sarà dunque duplice: mantenere la fiducia delle Forze armate e degli alleati, dimostrando al tempo stesso che gli obiettivi di sicurezza nazionale possono essere sostenuti da risorse adeguate. Perché, come dimostra lo scontro che ha portato al cambio ai vertici del ministero, la credibilità militare dipende non soltanto dalle dichiarazioni politiche, ma soprattutto dai bilanci che le sostengono.

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Difesa, accise e autorevolezza: il vero nodo della politica di Meloni

di Francesco Pontelli

Il governo Meloni, con il sostegno di una parte dell’intellighenzia economica e nel sostanziale silenzio del mondo accademico, sta valutando l’eliminazione dei residui sconti sulle accise destinati a imprese e lavoratori. Si tratta di agevolazioni che, soprattutto nel caso del gasolio, contribuiscono a contenere i costi di trasporto e quindi a limitare l’impatto dell’inflazione, che secondo la Banca d’Italia si mantiene sopra il 3%. Una riduzione della pressione fiscale sui carburanti potrebbe inoltre rappresentare un primo sostegno per le famiglie a basso reddito, particolarmente esposte all’aumento del costo della vita.
Parallelamente, nel 2026 sono stati destinati alla difesa oltre 41 miliardi di euro di risorse pubbliche. Una cifra significativa, pari a circa un terzo della spesa sanitaria nazionale, che ammonta a 143 miliardi di euro. Va ricordato che il Servizio sanitario nazionale copre circa il 74% della spesa sanitaria complessiva, mentre la quota restante continua a gravare direttamente sulle famiglie.
Nel 2025 l’Italia ha inoltre raggiunto per la prima volta l’obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa, in linea con gli impegni assunti in ambito NATO. Tuttavia l’aumento delle spese militari non sembra aver modificato in modo sostanziale il peso politico dell’Italia e dell’Europa nello scenario internazionale.
Da qui nasce una riflessione più ampia: la capacità di incidere negli equilibri globali non dipende esclusivamente dalla quantità di armamenti posseduti o dalle risorse investite nella difesa. Sul piano della deterrenza strategica, e in particolare di quella nucleare, l’Unione Europea non può competere con le capacità di Stati Uniti, Russia o Cina.

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Il Pakistan dice che Iran e Usa firmeranno un pre-accordo entro 24 ore

Dire *

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, utili a posizionarsi dal lato della vittoria in tempo utile, non c’è ancora un accordo, tra Stai Uniti e Iran. Ma potrebbe arrivare nelle prossime 24 ore. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif dice che è quasi fatta: le parti lo firmeranno a brevissimo. Il Pakistan – ha detto – si sta preparando per una firma elettronica a cui seguiranno colloqui a livello tecnico la prossima settimana.
A Washington intanto, un alto funzionario dell’amministrazione ha parlato al New York Times, ha fatto sapere che un accordo quadro con l’Iran potrebbe essere firmato “nei prossimi giorni”, aggiungendo però una cascata di distinguo: nessuna data fissata, nessun luogo stabilito, il processo decisionale di Teheran “molto complesso”, le due parti “molto vicine” ma “non ancora al traguardo”. La sua fiducia personale, ha precisato, è ora “all’80-85 per cento”. La grammatica dell’accordo “mai così vicino” ma sempre troppo lontano.
La bozza di accordo (della quale girano un po’ di versioni di parte, al momento) è un memorandum d’intesa. Non un trattato, non un accordo definitivo. Prevede un cessate il fuoco di sessanta giorni che fungerebbe da anticamera a negoziati ben più spinosi: l’allentamento delle sanzioni, il futuro del programma nucleare iraniano. Mesi di lavoro, forse di più. Con lo spettro di Gaza che aleggia: una “fase 1” per sempre.
Sul contenuto, il funzionario ha preferito i contorni alla sostanza. L’accordo, se firmato, riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, porrebbe fine al blocco dei porti iraniani e darebbe il via a trattative per lo smantellamento del programma nucleare, la consegna agli Stati Uniti dell’uranio arricchito e la creazione di un meccanismo di verifica. I vantaggi economici per Teheran – ha insistito il funzionario – sarebbero condizionali: primo la consegna del materiale, poi il sollievo finanziario; prima lo smantellamento degli impianti, poi un beneficio più consistente. Nessun pagamento anticipato, ha detto, smentendo voci di un trasferimento miliardario immediato.
Restano aperti i nodi più delicati: quali siti smantellare, per quanti anni sospendere l’arricchimento dell’uranio, come recuperare le scorte sepolte sotto le macerie dell’impianto di Isfahan bombardato dagli Stati Uniti un anno fa. Il funzionario non ha risposto.
Intanto, il Comando Centrale americano ha comunicato che l’Iran ha lanciato diversi droni d’attacco contro navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Le forze statunitensi li hanno abbattuti tutti. La firma, se arriverà, non sarà l’inizio della pace. Sarà l’inizio di un’altra trattativa.
Per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Europa, Trump ha detto in una breve intervista al Corriere della Sera che gli alleati “possono essere molto d’aiuto in futuro. Ma non sono stati d’aiuto adesso”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Libano. Gli intellettuali e il paradosso della resistenza

di Shorsh Surme

In ogni momento critico della storia del Libano emerge un certo tipo di “intellettuale” che riempie schermi televisivi, stazioni radio, piattaforme politiche e caffè con proclami di modernità, razionalità e illuminismo. Eppure questi individui scompaiono, vacillano o addirittura cospirano proprio quando la nazione è sotto attacco. Personaggi che si presentano come custodi della civiltà e difensori dei valori umani finiscono spesso per essere più spietati verso i loro concittadini che resistono all’occupazione che verso l’occupazione stessa.
Oggi, mentre l’esercito israeliano continua a uccidere cittadini libanesi, colpire i villaggi del sud, radere al suolo case e terreni, espandere l’occupazione e imporre nuove realtà con la forza militare, alcune di queste figure elitarie conducono una battaglia completamente diversa. I loro attacchi non sono rivolti all’aggressore, ma a coloro che si trovano in prima linea. È come se il problema non fosse l’occupazione e i crimini quotidiani del nemico israeliano, ma l’identità di chi sceglie di resistere.
L’ironia è evidente. Molti di questi individui si proclamano paladini della liberazione, della giustizia e del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Alcuni si definiscono marxisti, altri nazionalisti arabi, altri ancora liberali difensori dei diritti umani. Ma quando si parla della resistenza in Libano, questi slogan evaporano, sostituiti da un linguaggio fatto di sospetti, accuse di tradimento e criminalizzazione.
Questi intellettuali prestano scarsa attenzione alla sofferenza degli abitanti del sud e all’espansione dell’occupazione israeliana. Non si interrogano su come contrastare l’aggressione e proteggere i civili. Al contrario, riducono tutto a una sola domanda: chi resiste? Chi lo sostiene? Da dove arrivano le armi?
Così, chiunque si opponga all’esercito di occupazione diventa l’imputato, mentre le azioni del nemico scivolano sullo sfondo del discorso politico e mediatico. Alcuni media ripetono ossessivamente che i combattenti della resistenza sarebbero soltanto strumenti di un progetto iraniano. Questa accusa ignora una verità elementare: il conflitto non è un dibattito teorico confinato ai seminari, ma uno scontro reale con un esercito che occupa territorio libanese e usa la forza per uccidere e opprimere. Anche ammesso che l’Iran fornisca sostegno finanziario o militare, la domanda che questi critici evitano è semplice: questo sostegno annulla forse la realtà dell’occupazione? La vittima diventa aggressore solo perché riceve aiuto per difendersi?
La storia offre una risposta chiara. Nessun movimento di liberazione nazionale è stato isolato dal sostegno esterno. La Resistenza francese ricevette aiuti dagli Alleati. I movimenti di liberazione in Asia, Africa e America Latina si avvalsero, in misura diversa, dell’appoggio di altri Paesi. Il criterio per giudicarli non era la provenienza del sostegno, ma la natura della causa e il nemico che affrontavano.
Il vero problema non è il disaccordo politico, che è legittimo: il problema nasce quando il dissenso verso un partito o un’organizzazione diventa un pretesto per ignorare la realtà dell’aggressione. Quando l’ostilità verso la resistenza diventa la lente attraverso cui alcuni interpretano tutto, fino a renderli incapaci di vedere il sangue libanese versato, le case distrutte e i villaggi che il nemico tenta di cancellare dalla mappa.
Ancora più pericoloso è il fatto che alcuni sostenitori di questa retorica agiscano come se stessero conducendo una battaglia culturale contro la resistenza, mentre altri combattono una battaglia militare contro l’occupazione. È come se la priorità non fosse proteggere la terra e il popolo, ma regolare conti politici e ideologici. In momenti come questi, sembra quasi che i coltelli destinati all’aggressore vengano rivolti contro chi gli si oppone.
Il popolo libanese non è tenuto a essere d’accordo su tutto, né a sostenere Hezbollah o qualsiasi altra forza politica. Ha però il diritto di chiedersi perché le critiche siano spesso più dure verso chi combatte l’occupazione che verso l’occupazione stessa. Perché il dibattito sull’influenza regionale domina la scena, mentre la sofferenza delle popolazioni sotto bombardamento viene relegata ai margini?
Una cultura che perde la capacità di distinguere tra aggressore e vittima diventa un ornamento vuoto. Una modernità che ignora il diritto dei popoli all’autodeterminazione e all’autodifesa si riduce a uno slogan. Il vero patriottismo si manifesta nel contrastare chi occupa un territorio, uccide civili e impone la propria volontà con la forza, non nel contrastare chi sceglie di resistergli, a prescindere dalle differenze politiche.

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Cambogia. Washington alza il tiro contro le reti delle truffe digitali: Sar Sokha si affida a studi legali americani

di Giuseppe Gagliano

La battaglia degli Stati Uniti contro le grandi reti di truffe digitali del Sud-Est asiatico entra in una fase più delicata e coinvolge direttamente i vertici politici della Cambogia. Sar Sokha, vice primo ministro e ministro dell’Interno cambogiano, ha infatti incaricato due studi legali statunitensi per difendersi da possibili iniziative politiche e sanzionatorie che potrebbero colpirlo nell’ambito della crescente offensiva americana contro le organizzazioni criminali transnazionali attive nel Paese.
Secondo documenti depositati presso il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, lo studio Seiden Law assisterà Sar Sokha nei rapporti con il Dipartimento del Tesoro e con il Congresso americano in relazione alla possibile applicazione della proposta di legge H.R. 5490, mentre Nelson Mullins Riley & Scarborough curerà le attività di rappresentanza e interlocuzione con parlamentari, funzionari governativi e media statunitensi.
Al centro della vicenda si trova Prince Group, conglomerato guidato dall’imprenditore Chen Zhi, che nell’ottobre 2025 è stato definito dal Dipartimento del Tesoro un’organizzazione criminale transnazionale. Washington accusa il gruppo di aver costruito un vasto sistema basato su truffe online, riciclaggio di denaro, gioco d’azzardo illegale, corruzione, sfruttamento sessuale e lavoro forzato. Le autorità americane hanno inoltre incriminato Chen Zhi per presunte frodi legate alle criptovalute e operazioni di riciclaggio, avviando parallelamente una procedura di confisca civile di oltre 127.000 bitcoin, valutati all’epoca circa 15 miliardi di dollari.
Per gli Stati Uniti il fenomeno non rappresenta più soltanto un problema di criminalità informatica, dal momento che le grandi reti di truffa vengono ormai considerate una minaccia alla sicurezza nazionale e alla stabilità finanziaria del Paese. Secondo le stime del Tesoro americano, nel solo 2024 i cittadini statunitensi avrebbero subito perdite per almeno 10 miliardi di dollari a causa di frodi riconducibili ai centri operativi presenti nel Sud-Est asiatico.
La proposta di legge H.R. 5490, denominata Dismantle Foreign Scam Syndicates Act, mira a creare una struttura interagenzia incaricata di individuare e colpire i responsabili delle grandi organizzazioni criminali straniere. Il provvedimento consentirebbe al presidente degli Stati Uniti di imporre sanzioni a individui coinvolti, direttamente o indirettamente, nella gestione o nel sostegno di queste attività.
Per Phnom Penh il rischio è evidente. L’eventuale coinvolgimento di una figura di primo piano come Sar Sokha trasformerebbe una questione giudiziaria in un caso politico internazionale, investendo direttamente il ministero dell’Interno cambogiano. Le autorità locali respingono ogni accusa e sostengono che il ricorso a consulenti legali americani rappresenti esclusivamente una misura di tutela dell’onorabilità personale del ministro e delle istituzioni cambogiane.
Le polemiche riguardano anche alcuni rapporti societari risalenti al passato. Secondo ricostruzioni giornalistiche, Sar Sokha avrebbe ricoperto nel 2017 incarichi in una società collegata a persone successivamente finite sotto la lente delle autorità americane. Il governo cambogiano ribatte che tali elementi non costituiscono alcuna prova di attività illecite e non dimostrano un coinvolgimento diretto nelle operazioni contestate.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio. Organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani sostengono che la Cambogia ospiti numerosi centri di truffa digitale legati a reti criminali che sfruttano lavoratori trafficati e movimentano ingenti flussi finanziari illegali. Phnom Penh afferma invece di aver intensificato arresti, espulsioni e operazioni di contrasto contro queste organizzazioni.
Dietro il confronto emerge una dimensione geopolitica sempre più evidente. Per Washington, colpire le reti criminali significa non solo proteggere i propri cittadini, ma anche limitare l’influenza di circuiti economici e finanziari collegati a interessi cinesi nella regione. Per la Cambogia, fortemente dipendente dagli investimenti provenienti da Pechino, la pressione americana rischia di trasformarsi in una leva politica capace di incidere sugli equilibri interni del Paese.
Il caso Sar Sokha assume così un significato che va oltre la difesa personale. La strategia americana punta sempre più a individuare non soltanto gli esecutori delle truffe, ma anche i soggetti che ne avrebbero favorito lo sviluppo attraverso protezioni politiche, finanziarie o amministrative. Per Phnom Penh la sfida è evitare che la lotta internazionale contro la criminalità digitale si trasformi in un giudizio sull’intero sistema di potere cambogiano.

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Svizzera. Dieci milioni di abitanti, non uno di più: lo storico referendum

Dire * –

Nessun paese al mondo lo ha mai fatto. La Svizzera si appresta a votare su una proposta che imporrebbe per legge un tetto alla popolazione nazionale: dieci milioni di abitanti entro il 2050, promossa dall’Unione Democratica di Centro, il partito di estrema destra che dal 1999 è il primo partito del parlamento elvetico.
Il meccanismo è semplice nella forma, radicale nella sostanza. Se la popolazione superasse i 9,5 milioni prima della scadenza, scatterebbero restrizioni automatiche ai ricongiungimenti familiari, ai permessi di soggiorno e all’asilo. Se il tetto dei dieci milioni venisse comunque superato, il governo sarebbe obbligato a uscire dall’accordo di libera circolazione con l’Unione Europea, perdendo l’accesso al mercato unico.
Contro la proposta si è schierato praticamente tutto il resto dell’arco istituzionale svizzero: il governo federale all’unanimità, ampie maggioranze in entrambe le camere parlamentari, le organizzazioni sindacali e datoriali, la principale associazione imprenditoriale del paese. Gli argomenti sul tavolo sono ovvi: rischio per la stabilità economica, danno alla competitività, dipendenza strutturale dall’immigrazione in un paese con tassi di natalità in calo e una quota di over 65 destinata a salire dal 21 al 27 per cento entro il 2055. Dal 2002, anno dell’entrata in vigore della libera circolazione, la popolazione svizzera è cresciuta del 23 per cento; l’economia del 24.
I sondaggi indicano un voto serrato: il fronte del no è dato in vantaggio attorno al 52 per cento, ma il margine resta stretto. Per passare, l’iniziativa dovrebbe ottenere la maggioranza dei voti popolari e quella dei cantoni. I risultati sono attesi per il primo pomeriggio di domenica.

* Fonte: agenzia Dire.

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Russia. I Volenterosi ci riprovano, ma Medvedev li mette nel tritacarte

di Enrico Oliari

Nei giorni scorsi il Cremlino ha risposto picche all’eventuale partecipazione delle leadership europee ad eventuali negoziati sulla crisi ucraina, rammentando le varie posizioni russofobiche e il sostegno militare a Kiev. Una posizione che oggi è stata ribadita in modo pittoresco da Dmitri Medvedev, ex presidente della Federazione Russa e ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza, il quale ha pubblicato sul suo account ufficiale un video di “auguri alla Russia” in cui mette nel tritacarte le fotografie della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, del premier britannico Keir Starmer e del cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Il gesto plateale di Medvedev non ha incluso la foto di Emmanuel Macron, presente con Merz e Starmer all’incontro di Londra di pochi giorni fa con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. A Mosca infatti è stata apprezzata la proposta lanciata dal presidente francese di “ripensare ai rapporti con la Russia” una volta terminato il conflitto.
Dopo il comprensibile rifiuto di Vladimir Putin del faccia a faccia con Zelensky (prima gli sherpa trovano la quadra, poi i presidenti si stringono la mano), ieri gli ambasciatori di Francia (Nicolas de Rivere), Regno Unito (Nigel Casey) e Germania (Alexander Lambsdorff) sono stati ricevuti dal viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, al quale hanno riportato le richieste dei “Volenterosi” di Londra, ovvero stop ai combattimenti, congelamento della linea del fronte dalla quale far ripartire i negoziati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, rispetto degli gli interessi di sicurezza dell’Ue e congelamento dei beni russi fino alla fine dell'”aggressione”. E’ evidente che dietro la dicitura “interessi di sicurezza dell’Ue” vi sia l’adesione dell’Ucraina alla Nato, prima causa dell”Operazione speciale” di Vladimir Putin, per cui ai diplomatici è stato ribadito che con tali presupposti non vi sono le condizioni per l’apertura del dialogo.

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Come l’Europa può ancora ricostruire l’ordine internazionale

di Maurizio Delli Santi *

L’Italia deve essere consapevole della necessità di dare un contributo fondamentale alla fase di ridefinizione strategica dell’Europa, affinché questa giunga a una compiuta assunzione di responsabilità rispetto ai bisogni di sicurezza e stabilità delle comunità che rappresenta. All’Italia e all’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale.
Lo stato di crisi delle relazioni internazionali è ormai nettamente definito da una progressiva escalation delle guerre. Dall’Ucraina al Medio Oriente, come anche al Sahel e fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. In questi scenari le grandi potenze non sono più orientate a richiamare i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, sui quali avevano assunto impegni precisi all’indomani delle tragedie del Novecento. La loro visione è ormai declinata in senso sempre più competitivo e «imperiale», dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’Europa. In tutto questo, nel nostro limes, la guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo moltiplicarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della Nato, operazioni ibride e azioni di pressione segnala l’avvicinarsi della soglia del conflitto diretto e mette alla prova i meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno impedito un allargamento della guerra. A rendere ancora più allarmante il quadro ha provveduto l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, che dopo l’intrusione di un drone in Romania ha ricordato che «c’è una guerra in corso», aggiungendo che i cittadini europei «non dormiranno sonni tranquilli».
Questi scenari dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. Per l’Italia resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale del Paese non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il capo dello Stato e le altre istituzioni di garanzia, nonché la società civile e il mondo accademico, per maturare una maggiore consapevolezza collettiva sulle trasformazioni in atto. Occorre prendere esempio da quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato, Alexander Stubb, ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio «Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale». Stubb ha lanciato un monito: di fronte a una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al resto del mondo, Canada, Giappone e Australia, e al Global South in particolare, dall’Unione Africana all’India, dal Brasile ai Paesi del Golfo, rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato, percepisce ora lo sfruttamento e la «trappola del debito» cinese; dall’altro, si vede alienata dagli Stati Uniti per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un Sud globale sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza, si tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le middle powers devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace. In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità per superare le derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.
È dunque questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità a un percorso concreto di pace per l’Ucraina. La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano di fronte agli umori di Putin, cui ora giova anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con il presidente ucraino, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitazioni un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito e Germania, avallata anche da molti altri Stati dell’Unione europea, è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, senza alimentare il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra come il tentativo di leader indeboliti sul piano interno di recuperare centralità a livello internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina, l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e fondato su una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6, con Italia, Polonia e Spagna, e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa sull’Ucraina. Questo potrà già avvenire nei prossimi vertici, a cominciare dal G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian, in Francia. La leadership italiana ha la responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui, in questo momento, ha bisogno la diplomazia dell’Unione europea.
Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’altro ambito di intervento. Le interconnessioni con i fronti iraniano e libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto verso una progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Per l’imprevedibilità di Trump, che alterna annunci di pace e minacce di uno scontro finale, la guerra si presenta come un processo frammentato e potenzialmente autoalimentato, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile. L’Europa non può rimanere una semplice spettatrice: dal G7 al G20, passando per l’Onu e altre intese multilaterali, può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia internazionale per l’energia atomica le funzioni di mediazione, verifica indipendente e supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sul piano umanitario e della tutela dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di protezione, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite, a cominciare dalle forze di pace dell’Onu e dall’Alto commissario per i diritti umani, oltre che dalle altre agenzie collegate.
In definitiva, sulle visioni strategiche dell’Italia e dell’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale. È la sola via percorribile per dare una risposta non più rinviabile alla domanda di pace delle nostre comunità.

Membro dell’International Law Association.

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Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo: accordi e iniziative a sostegno della rete consolare e dei connazionali all’estero

Farnesina

Nel quadro della Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo, sono state presentate nuove iniziative volte a rafforzare l’erogazione di servizi sempre più efficaci e vicini alle esigenze dei cittadini italiani all’estero.
Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il Presidente di ITA Airways, Sandro Pappalardo, hanno firmato la Convenzione tra il MAECI e ITA Airways relativa al progetto “Turismo delle Radici”, finalizzato a promuovere i viaggi di ritorno degli italiani e degli italo-discendenti residenti all’estero verso i territori di origine, nonché a favorire le missioni commerciali, attraverso specifiche agevolazioni.
Tajani ha altresì annunciato l’entrata in funzione, a partire da oggi, della nuova “Sala Servizi ai Cittadini”, i cui lavori sono stati completati. La Sala costituisce una struttura all’avanguardia per l’erogazione dei servizi consolari e per l’assistenza ai connazionali in difficoltà all’estero, con l’obiettivo di rispondere in modo sempre più efficace alla crescente domanda di servizi e di rafforzare il coordinamento con la rete consolare all’estero.
Poste Italiane ha inoltre realizzato un annullo filatelico speciale per la Conferenza dei Consoli 2026. Alla cerimonia hanno preso parte il Ministro Tajani, il Ministro Piantedosi e l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante.
Nel corso della giornata, il Ministro Tajani ha voluto ricordare il Sergente Mohamed Mahudhee, sub delle Forze di Difesa delle Maldive, deceduto durante le operazioni di ricerca dei corpi dei cinque connazionali periti durante un’immersione lo scorso 14 maggio. Il titolare della Farnesina ha ribadito l’impegno per conferire una ricompensa al valore civile e ad avviare una sottoscrizione in favore della famiglia del Sergente.
Il Ministro Tajani ha infine conferito alla Console Onoraria d’Italia a Malé, dott.ssa Giorgia Marazzi, l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia, in riconoscimento dell’assistenza prestata ai connazionali durante la recente crisi nel Golfo.

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Tajani e il Presidente della Repubblica di Corea aprono oggi il Forum economico Italia-Corea: focus su innovazione, tecnologie avanzate e transizione energetica

Farnesina

Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, insieme al Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae-Myung, aprirà oggi alle 18:30 a Roma il Forum economico di alto livello tra Italia e Corea del Sud. All’incontro interverrà anche il Ministro coreano del Commercio, dell’Industria e delle Risorse. L’iniziativa riunirà i vertici delle principali realtà industriali e imprenditoriali dei due Paesi con l’obiettivo di rafforzare una partnership economica fondata su innovazione, sostenibilità e sicurezza delle catene globali del valore.
Il Forum mira a intensificare gli scambi commerciali e gli investimenti nei settori strategici di semiconduttori, intelligenza artificiale, spazio, infrastrutture, energia e mobilità sostenibile. Il confronto si inserisce nel quadro del nuovo Piano d’Azione Strategico Italia-Corea 2026-2030, adottato in occasione della visita del Presidente della Repubblica di Corea a Roma, che individua nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella transizione energetica i principali assi della cooperazione bilaterale.
La Corea del Sud, inclusa nel Focus Asia-Pacifico del Piano d’azione per l’export nei mercati extra-UE ad alto potenziale, è il terzo mercato di destinazione dell’export italiano nell’area Asia-Pacifico. Dal 2019 al 2025, l’interscambio tra Italia e la Repubblica di Corea è aumentato del 26,54%, mentre le esportazioni sono aumentate del 21,34%.
All’evento parteciperanno, oltre al Presidente dell’ICE Matteo Zoppas, al Vice Presidente di Confindustria Giorgio Marsiaj e al Presidente della Federation of Korean Industries Jin Roy Ryu, i vertici dei principali gruppi industriali coreani, tra cui Samsung Electronics, Hyundai Motor Group, LG Chem, POSCO, Naver, Korea Aerospace Industries e LS Group. Sarà presente anche una qualificata rappresentanza del sistema produttivo italiano guidata da Confindustria, con imprese leader come Eni-Enilive, Webuild, Fincantieri, Thales Alenia Space Italia, Sparkle e Ferrari, insieme ai rappresentanti delle principali filiere nazionali della meccanica avanzata, dell’elettronica, dell’aerospazio, dell’agroalimentare, della cosmetica e della moda.

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