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Kushner in Israele per incontrare Netanyahu. Trump: “Tel Aviv smetta di bombardare Gaza, Hamas ha accettato il disarmo”

Benjamin Netanyahu rischia di finire di nuovo all’angolo. Da una parte, in vista delle imminenti elezioni, deve tenere il passo degli alleati estremisti di governo sulle promesse da fare alla popolazione convinta che l’attentato del 7 ottobre 2023 rappresenti l’occasione perfetta per una definitiva occupazione dei Territori palestinesi, del Libano e della Siria. Dall’altra ha però gli Stati Uniti che, nonostante il pieno sostegno garantito fino a ora, ha necessità di portare a casa risultati in termini diplomatici, ossia almeno un avanzamento del processo di pace, in vista delle elezioni di midterm. Un’idea di quale sarà la strada che verrà intrapresa dal premier israeliano potrebbe emergere già nella serata di lunedì, dato che in Israele è atterrato Jared Kushner, insieme a una delegazione di Washington. A lui, sfruttando le profonde relazioni che il genero vanta nello Stato ebraico, Trump chiede di convincere il primo ministro ad assecondare le necessità della Casa Bianca.

Non sarà impresa facile. Anche perché lo stesso Kushner non è nella posizione, e non avrà alcuna intenzione, di arrivare allo scontro con Tel Aviv, visti gli strettissimi rapporti tra la sua famiglia, di origine ebraica, grande sostenitrice di Netanyahu e finanziatrice di vari progetti di colonizzazione della Cisgiordania, e le élite sioniste. Un tentativo, però, verrà fatto. E sarà anche importante, dato che prima di arrivare in Israele il fidato consigliere del presidente americano e i funzionari al suo seguito hanno tenuto un summit con i vertici di Hamas in Egitto per capire quali spiragli possano aprirsi per tentare di realizzare la fase 2 del piano di pace promosso dal Board of Peace. Pur consapevoli che le maggiori resistenze vengono esercitate proprio dal governo di Netanyahu: è stato il premier, pochi giorni fa, a cambiare posizione sul ritiro dalla Striscia di Gaza, quando ha preteso che questo non avvenisse parallelamente al disarmo completo di Hamas, ma solo al termine di questo processo.

Un atteggiamento che non è piaciuto ai capi del Movimento di resistenza islamico, ma nemmeno al suo alleato alla Casa Bianca. Lo testimoniano le dichiarazioni rilasciate proprio da Trump nella mattinata di lunedì. Ad esempio, a Fox News ha ribadito che Israele “non dovrebbe colpire Gaza“, dato che Hamas “ha accettato di posare le armi”. E ha poi lanciato un messaggio criptico in vista del voto in Israele, dicendo di volersi tenere fuori dalla campagna elettorale ma, allo stesso tempo, che potrebbe dare il proprio endorsement a uno dei candidati. E questo potrebbe non essere Netanyahu. Hamas è consapevole che le posizioni del governo israeliano e dell’amministrazione americana non coincidono perfettamente e cerca di inserirsi in queste fratture. Così, il portavoce del partito armato palestinese, Hazem Qassem, ha lanciato un nuovo appello a Trump, riconoscendo il suo “impegno per un cessate il fuoco“, perché continui a “fare pressione sul governo di occupazione affinché rispetti gli accordi raggiunti per l’attuazione della seconda fase del piano di pace di Trump per la Striscia di Gaza”.

Vista la portata dell’incontro, insieme a Kushner sono presenti all’incontro anche l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov e l’ex premier britannico Tony Blair. Ma una delegazione, non è stato specificato se la stessa, vuole recarsi anche a Qusra, mentre è ancora in corso l’assedio dei coloni, sotto la protezione delle Forze di Difesa israeliane, alle famiglie del villaggio da giorni senza acqua ed elettricità, come riporta Channel 12. La tv ha spiegato che funzionari statunitensi hanno chiesto alla Difesa israeliana di unirsi a loro nel villaggio a sud di Nablus per spiegare cosa sta succedendo lì e come intendono affrontare il crescente fenomeno della violenza dei coloni ebrei. Una presa di posizione, dopo quella dell’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, che ha definito i coloni “terroristi israeliani“, che rompe con l’atteggiamento di supporto mostrato invece dall’esecutivo Netanyahu.

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“Sarei dovuta tornare più tardi, mi sarei dovuta prendere più settimane come mi avevano detto i medici”: Noemi torna sul palco in stampelle dopo la caduta

A quasi un mese dalla caduta dal palco di San Salvo e dopo un periodo di ricovero in ospedale, Noemi è tornata a esibirsi dal vivo a Bisacquino, in provincia di Palermo. La cantante ha raggiunto il centro del palco con l’aiuto delle stampelle e ha cantato l’intero concerto seduta. Il rientro è avvenuto in anticipo rispetto alle indicazioni dei sanitari. “Dove eravamo rimasti?”, ha scherzato l’artista all’inizio dell’esibizione, prima di rivolgersi ai fan presentandosi ancora visibilmente prova dall’infortunio: “Buonasera a tutti, sono molto contenta di essere di nuovo sul palco, di cantare per voi, devo dire che mi è mancato cantare in queste settimane. La musica ci dà sempre l’opportunità di sentirci più forti e trovare energie. Volevo ringraziare tutte le persone che mi hanno mandato tanto i messaggi su Instagram, non so se ci sono stasera tra di voi. Grazie per i messaggi d’affetto, siete stati dolcissimi”, ha dichiarato durante lo show.

La decisione di interrompere la convalescenza è stata presa contro il parere delle prescrizioni mediche originali, come spiegato dalla stessa cantante: “Avrei dovuto tornare più tardi, mi sarei dovuta prendere più settimane, ma ho pensato che sarebbe stato più bello recuperare insieme, va bene? Buon concerto”.

Il tour proseguirà senza pause: stasera l’artista si esibirà a Grisì (Monreale), per poi completare le altre dieci date previste in calendario entro la fine di agosto. La serie di live dell’artista si chiuderà con un doppio evento d’eccezione nei teatri: prima sul palco degli Arcimboldi a Milano, il 14 dicembre, e poi all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 22 dicembre.

Noemi è tornata ✨???? pic.twitter.com/QCqvWJHImQ

— Sabrina ???? (@Sabrina97196114) August 17, 2026

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Il pronostico di La Russa: “Alle elezioni il centrodestra a prescindere da Vannacci batterà la sinistra”

“Non sono convinto che i sondaggi sono necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo sulle previsioni”. A parlare così è Ignazio La Russa che a ‘Bar Italia: servono i fatti non le chiacchiere’ rassegna di eventi estiva di Fratelli d’Italia, interviene sull’ascesa, nei sondaggi, di Futuro Nazionale guidata da Roberto Vannacci.

“Il Generale Vannacci non siamo noi che non lo abbiamo voluto nel centrodestra. Lui era il vicepresidente della Lega, ha deciso di uscire dal centrodestra, ha deciso di fare un suo partito votando in numerose occasioni assieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra, sperare eh, che grazie a lui si possa battere il centrodestra. Sono assolutamente convinto che il centrodestra, a prescindere da Vannacci, avrà i numeri per battere la sinistra”.

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Benati si rasa a zero dopo l’impresa agli Europei di atletica: “Ho fatto una scommessa”. Il video sui social

“Ho fatto una scommessa con Sibilio, se avessimo vinto avrei dovuto tagliare i capelli a zero, penso proprio che nella prossima gara mi vedrete pelato”. Detto, fatto. In un video diffuso sul suo account Instagram in collaborazione con la federazione italiana atletica, Lorenzo Benatiuno dei quattro eroi della 4×400, lui nello specifico ha corso l’ultima frazione – ha mostrato il momento in cui ha dovuto tagliare i capelli dopo la scommessa fatta con il collega Alessandro Sibilio, ostacolista e velocista italiano, medaglia d’argento nei 400 metri ostacoli ai campionati europei di Roma 2024.

Lo ha fatto proprio dopo lo storico trionfo agli Europei di Birmingham nella 4×400 in cui l’Italia ha conquistato la medaglia d’oro e il medagliere. Un’impresa memorabile: 10 ori, 6 argenti, 6 bronzi, in totale 22 medaglie. Più ori di tutti, più medaglie di tutti. Impresa possibile grazie alla fantastica staffetta con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati in 2:59.16. “È straordinario – le parole di Benati – un po’ tutti sapevamo che potesse accadere. Il britannico dietro mi metteva un po’ di pressione e infatti alla fine ha provato ad attaccare, ma sono rimasto in piedi. Ovviamente sono molto contento“, ha spiegato prima di rivelare la scommessa con il collega Sibilio.

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“Se ti raccontassi tutto quello che mi è successo mi prenderesti per pazzo”: Valensole 1965 – Cronaca di un incontro ravvicinato, il film sull’apparizione di un Ufo e di due alieni in Francia

“Se ti raccontassi tutto quello che mi è successo mi prenderesti per pazzo”. Valensole 1965 non è un film, ma un atto di fede. L’epifania cinematografica di un credo ufologico come ha cercato di fare Steven Spielberg recentemente con Disclosure Day, dimenticando poi nel ripostiglio la tavolozza di colori e ispirazione usati per Incontri ravvicinati del terzo tipo. A tal proposito in Valensole 1965, la palette cromatica è immersa nel viola lavanda dei lunghi e armoniosi filari di cui è zeppa la località omonima della Provenza francese. Proprio tra quei filari, nella penombra dell’alba, il 1 luglio del 1965 il contadino Maurice Masse (Matthias Van Khache) viene attirato dall’apparizione improvvisa di uno strano piccolo oggetto volante atterrato tra le piante di lavanda. La macchina da presa segue subito il protagonista di spalle, come a coprire in un parziale fuori vista lo sfondo misterioso alieno. Poi uno scavalcamento di campo, la cicca che cade dalla bocca di Masse, di nuovo una soggettiva del contadino ed ecco per pochi istanti l’astronave piantata ben salda a terra. Valensole 1965 – Cronaca di un incontro ravvicinato, diretto da Dominique Filhol, ha un incipit da thriller soprannaturale, poi si sdraia su una classica drammaturgia socio familiare (la moglie fedele che fatica a credere a Maurice; i compaesani bonaccioni e i gendarmi che lo sfottono; giornali, tv e curiosi che ne affollano e distruggono i campi) e infine cerca di trasmettere con una certa intonsa e commovente grazia proprio quell’idea di fiducia nella confessione granitica del protagonista di cui abbiamo parlato in apertura. Come dire, Valensole 1965 è un film in cui non solo si allude alla veridicità delle incursioni aliene sulla Terra, ma dove si vuole rendere giustizia alla bonaria genuinità della versione Masse (morto, quello vero, nel 2004 senza mai modificare di una virgola il racconto di ciò che vide quella mattina).

Nonostante l’impianto di regia e messa in scena abbia il vago sentore delle riduzioni tv, Filhol adopera la macchina cinema in maniera pulita, franca e finanche autoironica (il super8 regalato dal protagonista al figlio piccolo). Regista, peraltro, avvezzo al cinema a tema alieno con in carnet un corto, I nove miliardi di nomi di Dio (2018), e il documentario Oggetti volanti : un segreto di stato (2020) che ne hanno consacrato l’inusuale e provocatoria posizione politica. Filhol non ha interesse a ingigantire l’episodio – tra i pochissimi in Francia classificati dagli studiosi specializzati come “inspiegabile” – magari stupendo con effetti speciali (i due alieni con la grossa testona ci sono, tranquilli); semmai cerca di elevare l’incontro ravvicinato ad emblema di verità attraverso la costruzione della onesta figura di Masse che viene perfino immersa stella tra le stelle in un flusso di immagini cosmico naturalistiche alla Godfrey Reggio.

Nessuno in fondo gli crede ed anzi, molti si approfittano di lui, tanto che Maurice comincia a soffrire di ipersonnia, seppellisce il suo orologio da polso dalle lancette che girano impazzite, e nonostante gli alieni gli abbiano sparato pure un laser per immobilizzarlo mentre gli erano di fronte, il protagonista ci tiene a voler comunicare alla moglie che quell’incontro che gli ha sconvolto l’esistenza “è stato bello”. Curioso, infine, che Valensole 1965 abbia un legame diretto con lo Spielberg di Incontri… , grazie alla figura dello scienziato e ufologo francese Jacques Vallée: in Incontri ravvicinati del terzo tipo era il Lacombe interpretato da Francois Truffaut; qui diventa un individuo con cappello e codino più simile all’originale che piomba a casa di Masse chiedendo di raccontargli di nuovo la sua storia perché sui rapporti di polizia dove sono stati raccolti i dettagli dell’avvistamento Ufo manca una cosa: “la parte emozionale”. Postilla: nel campo di lavanda dove si posò la presunta astronave, infilando un tubo nel terreno, per oltre dieci anni non è mai più cresciuto un rametto che uno. Nelle sala italiane dal 20 agosto grazie a Madison Picture.

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Sinner è a Torino: gli allenamenti e la nuova visita al J Medical, poi deciderà se giocare gli Us Open

Sono passate ormai due settimane da quel controllo a Milano di martedì 4 agosto, quando Jannik Sinner si fece visitare alla “Physioclinic” di via Fontana per un problema al ginocchio rivelatosi giorno dopo giorno un infortunio sempre più grave. Il numero 1 al mondo ha scelto giustamente di non giocare anche il Masters 1000 di Cincinnati, dopo aver già saltato il Canada, per concentrarsi sul pieno recupero in vista degli Us Open, che cominciano domenica 30 agosto. Ora però sono giorni decisivi per capire se Sinner potrà volare a New York per giocare l’ultimo Slam stagionale sul cemento.

Il tennista altoatesino ieri, domenica 16 agosto, ha festeggiato il suo 25esimo compleanno. Oggi però è stato avvistato a Torino, per la precisione sui campi del circolo della Stampa Sporting, quelli dove solitamente si allena quando lì a pochi metri si giocano le Atp Finals. Sinner dorme al J Hotel ed è prevista una nuova visita al J Medical, il centro specializzato della Juventus a cui ha scelto di appoggiarsi per risolvere il suo problema al ginocchio. Ci era già stato l’8 agosto scorso, prima di annunciare definitivamente il suo forfait a Cincinnati.

I test a Torino, sia sul campo che negli studi medici, saranno quindi decisivi per decidere se partecipare agli Us Open. Sinner, lo dice la sua carriera, ha sempre scelto la strada della prudenza: partirà per New York solo se e quando si sentirà quasi completamente guarito. Inutile forzare il recupero e rischiare di peggiorare la situazione.

Nel frattempo, d’altronde, anche il grande rivale Carlos Alcaraz non ha ancora sciolto le riserve. Lo spagnolo è fermo dal 14 aprile, quando a Barcellona si fece male al polso destro. Negli ultimi giorni si è allenato nella sua Academy di El Palmar insieme ad Holger Rune, che a proposito di infortuni non gioca da quasi un anno (si è rotto il tendine d’Achille). Alcaraz sta alzando il ritmo in allenamento per provare a farsi trovare pronto a New York. La sua presenza agli Us Open però non è ancora certa al 100%. Lo spagnolo, che è campione in carica, ci sta provando. Ma alla fine è sempre il corpo l’ultime giudice.

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Amodei (Anthropic) ammette: “Abbiamo alimentato illusioni sull’IA. Ora c’è sfiducia”. E cresce il timore di una nuova bolla

Le aziende di intelligenza artificiale hanno promesso più di quanto siano riuscite finora a mantenere. E questa distanza tra attese e risultati alimenta un clima di sfiducia verso l’IA sul piano tecnologico e sociale, accompagnata da crescenti dubbi sulla sostenibilità finanziaria degli investimenti nel settore, sempre in crescita. A denunciare lo stato di difficoltà del mondo dell’IA è uno dei suoi protagonisti, Dario Amodei, l’amministratore delegato della statunitense Anthropic.

Lo ha fatto in una serie di messaggi pubblicati sul social X: l’ex vicepresidente della ricerca di OpenAI ha sottolineato come la critica più fondata che si possa muovere oggi alle aziende IA sia quella di aver alimentato molte illusioni riguardo all’impatto positivo che avrebbe avuto questa tecnologia. “La responsabilità è interamente nostra”, ha spiegato, aggiungendo che è su questo, e non sui messaggi di marketing, che si dovrebbe concentrare lo sviluppo delle soluzioni di IA.

Il punto debole è, per l’ad, continuare a fare parallelismi con strumenti che attualmente non esistono, non pubblicamente almeno, come quelli per alcune importanti applicazioni mediche. “L’unica cosa che funzionerà davvero sarà curare il cancro“, ha ribadito, “con le sole promesse, molti pensano che l’IA sia solo un inganno”. A tal proposito, Anthropic sta accelerando gli sforzi in biologia e medicina, con i “primi segnali tangibili” previsti nei prossimi mesi.

Amodei è intervenuto rispondendo all’investitore Gavin Baker, secondo cui i toni allarmistici del manager sui rischi dell’IA – soprattutto quelli derivanti dall’Agi, la prossima intelligenza artificiale “generale”, che potrebbe pensare e agire come e meglio degli uomini – avrebbero contribuito alla sfiducia pubblica verso la tecnologia. L’ad ha respinto l’accusa, parlando di una crisi più ampia.

Ammissioni simili sono arrivate negli ultimi dodici mesi anche da altri vertici del settore. L’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, lo scorso agosto aveva paragonato il clima attuale a quello della bolla delle “dot-com” di fine anni novanta, definendo “non razionale” il fatto che startup di poche persone raccolgano finanziamenti miliardari e prevedendo che “qualcuno perderà somme ingenti di denaro”. Nonostante l’ammissione, OpenAI ha confermato piani di spesa per trilioni di dollari in infrastrutture.

A conclusioni simili era arrivato l’amministratore delegato di Alphabet, Sundar Pichai, che in un’intervista alla Bbc aveva riconosciuto “elementi di irrazionalità” nel ciclo di investimenti sull’IA, proprio come agli albori di internet. Pichai aveva ammesso che nessuna azienda sarebbe immune, Google compresa, in caso di scoppio della bolla. Quattro anni fa, Big G spendeva meno di 30 miliardi di dollari l’anno in IA. Quest’anno, la cifra ha superato i 90 miliardi di dollari. Peraltro, in un suo recente articolo, la Bce ha sottolineato come il “rally innescato dall’intelligenza artificiale nel settore tecnologico”, abbia portato le valutazioni di Borsa a livelli “che non si vedevano dalla bolla delle dot-com”, esponendo le famiglie europee alla tecnologia statunitense, “valutata in 440 miliardi di euro”.

Il tema di fondo, secondo molti analisti, riguarda lo scarto tra le promesse comunicate al pubblico e i risultati finora verificabili. L’indagine 2026 AI-Powered Consumer Report, dei ricercatori di Prophet, segnala che l’uso dell’IA generativa tra i consumatori è salito al 73%, dal 45% del 2024, ma con un calo del 30% nell’entusiasmo verso la tecnologia. Per il Pew Research Center, il 50% degli adulti statunitensi si dice più preoccupato che ottimista per la diffusione dell’IA nella vita quotidiana, contro il 10% di pareri favorevoli. Nel 2021 la quota dei timorosi era al 37%.

E per le aziende non va meglio: se in passato si pensava che l’uso dell’intelligenza artificiale potesse permettere alle imprese di incrementare produttività e ricavi, una ricerca del Mit ha capovolto le attese, dimostrando come solo il 5% dei progetti basati sull’IA raggiunga un impatto significativo. Stessa sorte di un report di S&P Global Market Intelligence, per il quale il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior parte delle proprie iniziative di IA nel 2025, in aumento rispetto al 17% del 2024. Il 46% dei progetti viene scartato prima ancora di arrivare in produzione a causa di costi elevati, problemi di sicurezza e difficoltà nel gestire la privacy dei dati condivisi.

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Addio a Linda Pani e Greta Zuccarello, L’Eredità cerca le nuove “Professoresse”: aperti i casting della Rai

Il prossimo capitolo de L’Eredità comincia a prendere forma. Sul portale Rai Casting è stata pubblicata la ricerca di nuove “professoresse “del quiz di Rai 1, chiamate ad affiancare Marco Liorni nella prossima stagione televisiva. L’annuncio arriva mentre l’edizione estiva del programma è ancora in corso e porta con sé anche un’indicazione sul futuro di Linda Pani e Greta Zuccarello. Le due, che hanno affiancato Liorni per due stagioni, non saranno infatti confermate al ritorno del programma in autunno. Resteranno però in video fino al 5 settembre, quando si concluderà L’Eredità Summer. Dopo quella data si chiuderà il loro percorso nel quiz, iniziato nel 2024 e durato due stagioni.

L’annuncio del casting rende dunque di fatto ufficiale anche il cambio di squadra. Non c’è stato un comunicato dedicato all’uscita di scena di Greta Zuccarello e Linda Pani: è stata la pubblicazione della nuova selezione a chiarire che le due non saranno confermate per la prossima edizione.

Il cambio di cast non arriva dunque all’improvviso, ma segue una dinamica già vista negli anni nel programma: le professoresse hanno spesso lasciato il posto a nuovi volti dopo un periodo di permanenza più o meno lungo. Per Linda Pani e Greta Zuccarello, però, il passaggio arriva dopo due stagioni durante le quali sono diventate una presenza riconoscibile del programma accanto a Marco Liorni.

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“Ha preso fuoco il castello”: lo spettacolo dei fuochi d’artificio di San Rocco scatena un incendio, scoppia il panico ad Ortona. Alcuni feriti tra il pubblico

A mezzanotte in punto, il cielo di Ortona si è illuminato a giorno, ma lo spettacolo pirotecnico si è trasformato rapidamente in un’emergenza. I fuochi d’artificio, lanciati direttamente dall’interno del Castello Aragonese per celebrare la notte di San Rocco e la fine della Sagra degli Antichi Sapori, hanno sprigionato una densa pioggia di lapilli. Le scintille incandescenti sono cadute inesorabilmente sulle sterpaglie secche del costone a strapiombo sul mare situato alle spalle della fortificazione, innescando un rogo immediato.

Mentre nel cielo i fuochi continuavano a esplodere in modo surreale, a terra le fiamme si espandevano fino a intaccare la struttura. Tra le centinaia di persone assiepate nel centro storico per assistere all’evento è esploso il panico, culminato nel grido di allarme collettivo: “Ha preso fuoco il castello”.

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Il primo responsabile della tragedia del prof Arday è il sistema distorto di valutazione delle università

Il 5 agosto scorso il Prof. Jason Arday, da tre anni professore di Sociologia dell’Educazione all’università di Cambridge in Inghilterra si è dimesso dalla sua posizione e dopo 9 giorni, il 14 agosto scorso, è stato trovato morto nella sua abitazione; è possibile, ma non certo, che si tratti di suicidio. La storia triste di questo studioso quarantenne solleva molti interrogativi e merita di essere raccontata.

L’università di Cambridge è un centro di assoluta eccellenza su scala mondiale e appare sempre nelle primissime posizioni nelle valutazioni comparative mondiali. Il prestigio di cui gode ha anche un riscontro economico perché permette all’università di esigere tasse di iscrizione di decine di migliaia di sterline dai suoi studenti. Mantenere prestigio e posizione in classifica non è facile e richiede di ottenere punteggi elevati in molti ambiti, uno tra i quali è l’inclusività.

Nel 2023 l’università assume il Prof. Jason Arday, un candidato che aveva già insegnato in altre università del regno, preferendolo a candidati più anziani e in possesso di titoli scientifici più prestigiosi. Perché l’università fa questa scelta? Non lo sappiamo, ma certamente Arday consente di mettere una crocetta in molte caselle del portfolio dell’istituzione: Arday è nero, figlio di immigrati ghanesi (crocetta su inclusività rispetto alle origini etniche); riferisce una storia di autismo e dislessia (crocetta su inclusività rispetto alle disabilità); ha un discreto curriculum di ricerca e riferisce una eccellente storia di attività sportive finalizzate a raccogliere fondi di beneficenza (crocetta su eccellenza scientifica e morale); è il più giovane professore di colore mai assunto dall’ateneo. In pratica Arday rappresenta la prova provata delle politiche di inclusione dell’università di Cambridge.

Dopo appena tre anni un altro professore, Nathan Cofnas, già licenziato dall’università di Cambridge per le sue idee discriminatorie (si definisce “race realist”) e attualmente in ruolo presso l’università di Gent in Belgio, si mette a studiare i titoli accademici di Arday e lo accusa di aver plagiato la tesi di dottorato e anche alcuni articoli.

La stampa britannica riprende e amplifica le accuse di Cofnas con un notevole accanimento (in due mesi appaiono sui giornali oltre 200 articoli su Arday). Inizialmente Arday prova a difendersi rivolgendosi ad uno studio legale prestigioso; poi cede, si dimette e meno di dieci giorni dopo muore.

A questo punto è superfluo chiedersi se le accuse rivolte ad Arday siano vere o false (l’università di Liverpool, nella quale Arday aveva conseguito il dottorato, ha negato che la tesi fosse plagiata): Arday è la vittima di uno scontro tra ideologie e poteri che si trovano ben al di sopra di lui.

Il primo responsabile della tragedia di Arday è il sistema distorto di valutazione delle università, intorno al quale ruotano interessi economici molto grandi. L’università di Cambridge, stretta all’interno del sistema e vittima del suo stesso prestigio, è responsabile di aver assunto Arday e di averne fatto una bandiera senza rendersi conto della sua fragilità e dell’implausibilità di molte parti del suo curriculum.

Gli accusatori di Arday erano a loro volta parte, consapevole o inconsapevole, di un pregiudizio nei confronti di uno straniero nero che aveva raggiunto un ruolo di assoluto prestigio in una istituzione blasonata; più ancora avversavano le politiche di inclusione, responsabili – secondo loro – di abbassare ogni standard valutativo di fronte al membro del gruppo discriminato.

Arday, infine, è stato vittima di se stesso, di una fragilità psico-emotiva che lo ha spinto a gonfiare in misura ridicola il suo curriculum, anche in relazione ad eventi sportivi non inerenti alla posizione per la quale concorreva, e che si sono rivelati in gran parte falsi. Poteva succedere in Italia?

Il nostro sistema è relativamente protetto da questi rischi, in primo luogo grazie al fatto che la normativa concorsuale e di finanziamento dei nostri atenei non ci costringe a inseguire l’eccellenza ad ogni costo, un mito pericoloso e fuorviante: possiamo lamentarci di altri difetti del nostro sistema, ma se non altro non ammazza nessuno.

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Addio a Rossella Diaco, la voce di Isoradio morta a 65 anni

È morta questa mattina dopo una breve malattia Rossella Diaco, 65 anni, una delle voci di Isoradio. Lo comunica la Rai in una nota, in cui si legge: “Programmista multimediale in organico da oltre quindici anni a Isoradio, precedentemente al CIS e a Rai International, è stata una professionista che si è sempre dedicata con passione al suo lavoro nei canali di pubblica utilità. Anche negli ultimi mesi di malattia ha saputo essere la donna forte, coraggiosa e determinata che negli anni i suoi colleghi hanno conosciuto”. L’azienda conclude facendo le condoglianze ed esprimendo vicinanza a tutta la famiglia della giornalista e in particolare alla figlia Federica.

Lo scorso 27 luglio Diaco aveva deciso di raccontare la sua malattia con un post sul suo profilo Facebook, in cui scriveva: “Terapie andate male, forze che diminuiscono, la mia vita mi manca, il vostro affetto si sente sempre, lo sento anche se non scrivo”. I funerali si svolgeranno mercoledì mattina alle 10.30 a Roma presso la parrocchia Sacri Cuori di Gesù e Maria.

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L’allarme di Oxford Economics sull’energia: “Le scorte di gas sono ai minimi, l’Europa tema l’inverno”

Più che il caldo, è il freddo a preoccupare l’Europa. La prossima stagione invernale potrebbe essere la più difficile dal 2021 per le forniture energetiche. È l’allarme lanciato dagli analisti di Oxford Economics, secondo cui “la nuova ondata di calore è poca cosa rispetto a quello che succederà il prossimo inverno”. A pochi mesi dall’arrivo del freddo, infatti, le scorte di gas sono su livelli storicamente bassi e diversi rischi sul fronte delle forniture si sono già materializzati.

Lo scenario potrebbe avere conseguenze anche sull’inflazione: secondo Oxford Economics, un inverno particolarmente rigido potrebbe spingere il tasso oltre il 3,5% a fine anno, mantenendolo sopra il 3% anche nel 2027. Le riserve di gas stanno diminuendo in tutta Europa. Al 13 agosto, gli stoccaggi italiani risultavano pieni al 78,22%, contro l’84% circa dello stesso periodo dell’anno scorso. In Germania il livello era al 49%, rispetto al 65,77% del 2025. Nell’insieme dell’Unione europea le scorte si attestavano al 59,92%, contro il 72,9% di fine 2025. Il quadro tuttavia è diverso da quello dell’inverno 2021-2022. La possibilità di una vera e propria carenza fisica di gas viene considerata dagli analisti un rischio remoto, grazie a un’offerta globale più ampia di gas naturale liquefatto (Gnl) e alla maggiore disponibilità di terminali di importazione. Restano però diversi fattori di rischio. “Lo stretto di Hormuz rimane effettivamente chiuso” osservano gli analisti, mentre sono aumentate le interruzioni della produzione norvegese di gas. Allo stesso tempo, il gas naturale ha dovuto compensare la minore produzione idroelettrica e nucleare.

Negli ultimi anni l’Unione europea ha ridotto i consumi di gas del 15-20%, ma il continente resta fortemente esposto all’andamento delle temperature nei mesi invernali. Una stagione più fredda della norma potrebbe quindi provocare un’impennata dei prezzi. A rendere più incerto lo scenario c’è anche la Russia, che rappresenta ancora circa il 15% delle importazioni europee di gas. Un nuovo taglio unilaterale delle forniture, sul modello di quanto accaduto nel 2021-2022, potrebbe innescare “una nuova spirale dei prezzi” alimentando i timori di una carenza materiale di gas. In uno scenario estremo, l’Ue potrebbe essere costretta a riconsiderare anche l’embargo sul gas russo. Tra le economie europee, l’Italia è quella che secondo Oxford Economics risulta maggiormente esposta a improvvisi rincari del gas, anche per il peso che il combustibile continua ad avere nel sistema energetico nazionale. A fare la differenza sarà anche la velocità con cui gli aumenti all’ingrosso si trasferiranno sulle bollette e sui prezzi al consumo. In Europa, infatti, i tempi di trasmissione sono molto diversi da Paese a Paese. “La struttura prevalente del mercato – spiegano gli analisti – è caratterizzata da una predominanza di contratti a prezzo fisso a 12 o 24 mesi” che consentono di trasferire gli aumenti con un ritardo anche di un anno, come avviene in Austria e Germania. In Francia, Italia e Spagna, invece, i prezzi al dettaglio si adeguano nell’arco di circa un mese. Nei Paesi Bassi infine la risposta è quasi immediata.

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Turista bloccato a 2.550 metri “senza caschetto e kit da scalatore”, un’alpinista “sospesa nel vuoto” su uno strapiombo e gli escursionisti aggrediti dai cani da guardia: la rabbia del Soccorso Alpino per gli interventi evitabil

Un escursionista incrodato a 2.550 metri “senza caschetto e kit da scalatore”, un’alpinista rimasta “sospesa nel vuoto” su uno strapiombo e due ragazzi precipitati in falesia dopo aver deciso di “arrampicare senza corde”. È il bilancio di una giornata di superlavoro per le squadre del Soccorso Alpino e per gli equipaggi degli elicotteri Falco 1 e Falco 2.

Una sequenza ininterrotta di chiamate di emergenza che ha alternato gravi imprudenze in quota a incidenti imprevedibili, come l’aggressione da parte di cani da guardia o gravi reazioni allergiche, costringendo i soccorritori a un dispiegamento di forze su tutto l’arco dolomitico e prealpino.

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Cosa accade se si è colpiti da un fulmine e come evitarlo: le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità

Se si è malauguratamente colpiti da un fulmine, i rischi possono essere vari, partendo da paralisi, amnesie e perdita di conoscenza per periodi compresi fra pochi minuti e varie ore. Se la corrente del fulmine passa però per il cuore, può provocare un arresto cardiaco, mentre se attraversa i centri nervosi o respiratori può portare alla morte per arresto respiratorio. A causare la morte o ferite gravi possono essere anche le bruciature.

Lo spiega l’Istituto superiore di sanità (Iss) in una pagina web dedicata. Sull’Etna una turista di 30 è morto colpito proprio da un fulmine, stesso esito per un escursionista in Alto Adige. Alcuni giorni fa uno scout era stato colpito sul Monte Livata, nel Lazio, ed è ancora ricoverato al Policlinico Gemelli ma in miglioramento.

Disturbi alla vista e all’udito

Il bagliore del fulmine (il lampo) può causare poi disturbi alla vista, e l’onda d’urto danni all’udito. Altri effetti indiretti dei fulmini possono essere gli incendi e la caduta di alberi. “In Italia cadono in media circa 1,6 milioni di fulmini all’anno, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, ma il fenomeno può verificarsi, più raramente, anche d’inverno. Le aree più colpite sono il Friuli, la regione dei laghi lombardi, la zona di Roma e in genere i rilievi prealpini e appenninici. Comunque, più in generale, non ci sono in Italia zone esenti dal rischio dei fulmini. Non esistono comunque studi relativi al numero di vittime e ai danni alle persone causati da fulmini”, avverte l’Iss.

I consigli

L’Iss dà anche indicazioni per la prevenzione. Per minimizzare il rischio di essere colpiti da un fulmine durante un temporale, quando si è in montagna o all’aperto bisogna evitare di ripararsi sotto un albero o in un bosco. “Gli alberi sono particolarmente esposti ai fulmini. Se poi l’albero è isolato, il rischio di essere colpiti è ancora maggiore – sottolinea l’Iss – Oltre che dagli alberi, è consigliabile stare lontano dai pali (anche quelli delle fermate degli autobus) e dai muri: un fulmine li può far crollare, del tutto o in parte. La cosa migliore, se non è possibile mettersi al coperto, è stare in uno spazio aperto, lontano da oggetti appuntiti o metallici (compresi ombrelli, bastoni e piccozze). La posizione migliore da assumere è stare accovacciati, mentre è più pericoloso stare sdraiati o in piedi. Non praticare passatempi che comportano l’uso di oggetti appuntiti, come la pesca o il golf. Meglio evitare di parlare al cellulare, soprattutto se l’apparecchio ha l’antenna”.

Se si è al mare

Al mare o al lago è pericoloso invece fare il bagno durante un temporale perché l’acqua è un buon conduttore elettrico. “La cosa migliore è abbandonare la spiaggia e mettersi al riparo. Se non è possibile, meglio rimanere accovacciati all’aperto, senza ombrello e lontani da oggetti appuntiti o metallici”. La casa “è un posto sicuro in caso di temporali, ma occorre stare attenti a determinati comportamenti: è meglio evitare di fare il bagno o la doccia e di lavare i panni. Meglio anche staccare gli elettrodomestici, che possono bruciarsi se la casa viene colpita da un fulmine. Meglio evitare anche di parlare al telefono fisso poiché la carica potrebbe propagarsi attraverso i fili”.

I posti sicuri

L’automobile risulta essere un posto sicuro per ripararsi, grazie all’effetto noto come “gabbia di Faraday“: l’auto infatti, che di fatto è una gabbia metallica, scarica l’eventuale fulmine sulle gomme. Bisogna però evitare di toccare l’autoradio e le parti metalliche dell’abitacolo. Se ci si trova in barca e si è vicini a un porto, è consigliabile cercare di attraccare. Altrimenti può convenire cercare di allontanarsi: spesso i temporali sono circoscritti ad aree relativamente piccole. In generale, l’albero di una barca è esposto ai fulmini, quindi è meglio tenersene lontani. Per far scaricare in acqua un eventuale fulmine è consigliabile collegare l’albero con il mare, per esempio buttando in mare l’ancora dopo aver attorcigliato il cavo intorno all’albero.

Per quanto riguarda altri mezzi di trasporto non si corrono particolari rischi. L’aereo è un mezzo sicuro dotato di vari dispositivi di sicurezza, e comunque di solito vola al di sopra delle nuvole temporalesche. In treno non si corrono rischi. Mentre la funivia, il camper e la roulotte si comportano come l’auto. In campeggio meglio stare fuori della tenda piuttosto che dentro e, soprattutto, evitare di toccare i paletti metallici.

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Insulti sui social per le previsioni meteo non azzeccate, Mario Giuliacci dice basta: “Ora denuncio gli hater per diffamazione, non autorizzo le accuse false”

Nell’era dei social, persino l’aggiornamento di una mappa meteorologica può trasformarsi in un pretesto per scatenare l’odio online. È quanto sta accadendo a Mario Giuliacci, volto storico della meteorologia in Italia e seguitissimo divulgatore sul web, che dopo giorni di attacchi gratuiti ha deciso di prendere provvedimenti.

Nessuna tolleranza per i “leoni da tastiera“: il colonnello ha annunciato azioni legali contro chi ha riempito i suoi canali di insulti a causa di una semplice variazione nelle tempistiche sull’attesa tregua dal caldo africano.

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La pioggia non dà tregua: il Palio di Siena rinviato per il secondo giorno consecutivo, Piazza del Campo è ancora impraticabile

La maledizione del maltempo colpisce per il secondo giorno consecutivo il Palio di Siena. È stata esposta anche oggi, lunedì 17 agosto, intorno alle ore 14.30, la bandiera verde alle trifore di Palazzo Pubblico in piazza del Campo e così è stato nuovamente rimandato il Palio dell’Assunta del 16 agosto a causa delle avverse condizioni meteo. La pioggia ha interessato Piazza del Campo fin dalla mattinata e ha ancora una volta reso impraticabile il tufo dopo il primo slittamento della Carriera deciso domenica 16 agosto. Se le condizioni atmosferiche lo consentiranno, domani, martedì 18 agosto, il programma rimarrà lo stesso: alle ore 15 e alle ore 15.30 gli spari del mortaretto per il primo e secondo preavviso; alle ore 16.10 l’inizio dello sgombero della pista per permettere alle ore 16.45 la sfilata del drappello dei Carabinieri a cavallo; quindi, alle ore 16.50, l’ingresso in piazza del Campo del Corteo Storico; alle ore 19 l’uscita dei cavalli dal Cortile del Podestà per il Palio.

Dalle ore 16 alle ore 18 sarà possibile accedere alla Piazza, fino al numero massimo consentito, esclusivamente da via Dupré, mentre l’accesso ai palchi sarà possibile fino alle ore 16.30. Già nel 2024 il Palio subì due giorni di rinvio a causa del maltempo e a memoria d’uomo in precedenza un ritardo di due giorni si registrò anche nel 1976. Già ieri degli acquazzoni avevano reso precarie le condizioni della pista con rischi di tenuta del tufo steso in piazza del Campo e conseguenti pericoli per l’incolumità di cavalli e fantini.

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Massimo Boldi ricoverato in ospedale a Livorno, parla la figlia Micaela: “Papà si stava godendo le vacanze in famiglia. È inciampato e ha battuto il viso a terra”

Le indiscrezioni allarmistiche circolate nelle ultime ore sulle condizioni di salute di Massimo Boldi non trovano riscontro nella realtà. A rassicurare il pubblico e a ridimensionare l’entità dell’accaduto è la figlia dell’attore, Micaela Boldi, intervenuta in un’intervista esclusiva rilasciata al settimanale Chi per chiarire l’esatta dinamica dell’incidente avvenuto a Forte dei Marmi il pomeriggio del 13 agosto.

Smentendo le prime ricostruzioni diffuse online, secondo cui l’attore si trovasse in strada in compagnia di alcuni amici, Micaela Boldi ha ripristinato la centralità del contesto familiare in cui si è verificato l’episodio. “Non era con amici ma stava con mia sorella Manuela”, ha precisato la figlia, “quindi papà si stava godendo le vacanze in famiglia con noi tutti a Forte dei Marmi”. Secondo il racconto fornito a Chi, l’attore, 81 anni, stava passeggiando insieme alla figlia Manuela quando è inciampato accidentalmente, cadendo e battendo il viso a terra.

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Juventus, arriva Vicario: così un’estate di trattative ha portato al portiere che voleva Spalletti

E alla fine arriva il numero 1 italiano. L’occasione da cogliere al momento giusto. La quiete dentro a una tempesta che si stava gonfiando sempre di più. Perché la Juve, dopo aver sistemato attacco e difesa, aveva assolutamente bisogno di un portiere. Da sempre. Spalletti l’ha detto più volte e più volte l’ha confermato: “Non abbiamo mai cambiato idea: il portiere ci serve, pur con tutta la stima per Di Gregorio”. Di facciata, evidentemente, visto che il giocatore è fuori dal progetto tecnico ed è in trattativa con il Monza per un romantico ritorno tutto da mettere in piedi. Ma questa è un’altra storia. Il nuovo portiere della Juve sarà Guglielmo Vicario. Senza sorprese, senza ulteriori aggiornamenti da dare. È già a Torino.

Attesa premiata

Voleva tornare in Italia, Vicario, e al Tottenham l’aveva fatto capire. Aveva già dato il suo assenso all’Inter per un trasferimento che a maggio sembrava cosa fatta, ma che poi per volontà di Oaktree si era bloccato, vista la rinnovata fiducia a Martinez (con Provedel come suo vice). E quindi ha dovuto ricominciare ad aspettare. La Juve c’era sempre stata, ma era rimasta molto spaventata dai costi dell’operazione che per il Tottenham erano alti. Molto più alti rispetto agli accordi finali: prestito gratuito, 8 milioni di diritto di riscatto e 2 di bonus molto facili da raggiungere. Un’operazione da 10 milioni insomma, che Carnevali è riuscito a mettere in piedi e a chiudere con urgenza, una volta capita la strada che stavano prendendo le altre trattative per i pali. Vicario non è un ripiego, ma è l’opportunità che andava colta ora sapendoci ricamare un po’ intorno. Mentre tutte le altre opzioni cadevano a una a una.

Tentativi da maggio

La prima era quella di Alisson del Liverpool. Il ds Ottolini (allora senza la guida di Carnevali, ma con quella di Comolli) si era mosso e aveva strappato un’intesa di massima. Ma i piani degli inglesi erano cambiati, e quindi si è cercato altrove. Dalla nazionale brasiliana a quella argentina, rimanendo sempre in Inghilterra: da Liverpool a Birmingham ci vogliono circa due ore, e il Dibu Martinez era lì, pronto ad aspettare i bianconeri. Lo ha fatto per mesi, anche durante il Mondiale. La Juve si avvicinava e si fermava, lo trattava ma poi non chiudeva. L’ha fatto fino a pochi giorni fa, quando ai Villans è andato Suzuki (altro obiettivo trattato a lungo, senza successo). Ma quell’infortunio al dito proprio non riusciva a convincere i bianconeri a fare l’investimento, anche perché il rischio di un’operazione è concreto. E quindi niente, si è aspettato ancora.

Di Suzuki si è scritto poco sopra: la Juve ci ha pensato eccome. Prima capendo con il Parma se potesse acquistarlo (ma il valore era superiore ai 30 milioni di euro). Poi se potesse mettere in piedi un’operazione con il Psg, che l’avrebbe preso per girarlo in prestito ai bianconeri. Alla fine nulla: il giapponese è volato in Inghilterra, dove sono rimasti sia Alisson sia Martinez. Ma da dove arriva Vicario. Che di Donnarumma è il vice e che torna in Italia dopo un’esperienza al Tottenham. Con obiettivi importanti da perseguire e con una fiducia totale di Spalletti. Quella che Di Gregorio non aveva più. Quella che serve in generale alla Juventus per rilanciarsi dopo anni tanto, troppo difficili.

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IA, la Bce avverte: rischio correzione sulle Big Tech. In ballo 440 miliardi dei risparmiatori europei

La corsa dell’intelligenza artificiale ha acceso i mercati azionari spingendo Wall Street e le borse europee verso nuovi record. Intanto cresce però l’attenzione delle autorità monetarie per il rischio di una correzione delle valutazioni raggiunte dalle grandi società tecnologiche americane. Secondo la Banca centrale europea, famiglie, compagnie assicurative e fondi pensione dell’area euro detengono infatti circa 440 miliardi di euro collegati ai titoli delle sette grandi società tecnologiche statunitensi, Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Una quota rilevante di questa esposizione passa attraverso fondi di investimento ed Etf, strumenti che incorporano automaticamente nei portafogli le società con maggiore peso negli indici internazionali.

Il timore espresso in un articolo sul blog della Banca centrale riguarda il possibile effetto domino sui mercati. Una brusca discesa delle quotazioni delle Big Tech potrebbe spingere alcuni fondi a vendere attività per far fronte alle richieste di rimborso degli investitori. Le vendite alimenterebbero ulteriori pressioni sui prezzi, amplificando la correzione iniziale. “Una correzione delle Magnifiche 7 è una questione di stabilità finanziaria per l’area euro, non solo per il settore privato”, osserva Francoforte. Il rischio maggiore emergerebbe in uno scenario in cui la correzione coincide “con una più ampia instabilità del mercato, che i responsabili delle politiche economiche non possono facilmente placare”: infatti, a differenza che nella crisi delle dot-com nel 2000, “il punto di partenza odierno lascia decisamente meno margine per tagliare i tassi di interesse o utilizzare la politica fiscale per attutire le conseguenze”. A differenza delle dot-com, ovviamente, le società protagoniste della rivoluzione dell’intelligenza artificiale sono aziende globali consolidate, con ricavi miliardari, profitti elevati e posizioni dominanti nei rispettivi mercati. La questione per gli investitori riguarda soprattutto il rapporto tra le aspettative incorporate nei prezzi e la capacità futura di trasformare l’innovazione in utili.

La Bce segnala anche le differenze tra Stati Uniti ed Europa. La corsa dell’IA ha portato le valutazioni di Wall Street su livelli elevati, con multipli prezzo/utili superiori a quelli dei mercati europei. Le borse del Vecchio continente hanno beneficiato del rialzo degli ultimi anni, ma restano caratterizzate da una maggiore presenza di settori tradizionali, dall’industria alla finanza, e da una minore concentrazione sui titoli tecnologici. Il risultato – si riconosce – è che “la trasformazione dell’IA nell’area euro sta procedendo a un ritmo costante, seppur non spettacolare” con mercati azionari ” dominati da titoli della ‘vecchia economia’, riducendo il rischio di una futura correzione”. In ogni caso, ammonisce la Bce, un calo dei titoli tecnologici negli Stati Uniti “non lascerà indenne l’area euro”. I fondi europei investono infatti in portafogli internazionali e risentono delle oscillazioni dei grandi titoli americani.

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“Vivere Neverland con Michael Jackson? Ci è stato detto in modo molto chiaro che tutte le attrazioni presenti non erano per noi. Andare in giro con una maschera per noi era normale”: parla Paris Jackson

Riconosciuta dal pubblico internazionale come la figlia di Michael Jackson, Paris Jackson — oggi musicista 28enne appassionata di astrologia e di rituali per la luna piena — ha tracciato un ritratto personale della sua infanzia durante un’intervista di oltre un’ora rilasciata al podcast Call Her Daddy. Ricordando il Re del Pop, l’artista ha sottolineato il legame profondo che li univa: “Era un uomo divertente, il mio miglior amico”.

Chiarendo la sua crescita all’interno della celebre tenuta di Neverland — venduta nel 2020 per 22 milioni di dollari, rispetto ai 100 milioni richiesti cinque anni prima —, Paris ha specificato la scansione temporale della sua permanenza: “Non ho sempre vissuto a Neverland, ma solo i primi anni”. La routine quotidiana era scandita da impegni scolastici regolari: “Mi alzavo e andavo a scuola, cioè nella stanza adibita a classe”.

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Morta dopo 25 giorni di agonia Michela Rubiu, il marito le aveva sparato e poi aveva ucciso anche il fratello

Michela Rubiu, 47 anni, è morta questa mattina intorno alle 12 nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari, dove si trovava ricoverata dal 23 luglio scorso. La donna è deceduta dopo 25 giorni di agonia a causa delle ferite riportate alla testa, raggiunta alla nuca da un proiettile sparato a bruciapelo dal marito Alessandro Pintus, 39 anni. L’uomo quello stesso giorno aveva ucciso il fratello Andrea a Quartu Sant’Elena.

Pintus aveva raggiunto il bar di Solanas, sulla costa sud-orientale dell’isola, che la coppia gestiva insieme, e aveva aperto il fuoco contro la moglie mentre stava aprendo il locale. Convinto di averla uccisa, si era poi diretto verso la casa dei genitori in via Asfodelo, nella frazione di Margine Rosso a Quartu Sant’Elena, dove aveva sparato e ucciso il fratello 42enne. Subito dopo la duplice aggressione, il 39enne, che deteneva regolarmente armi da fuoco, si era presentato spontaneamente nella caserma dei carabinieri confessando quanto fatto davanti ai militari e al pubblico ministero.

Con il decesso di Michela Rubiu, la posizione giudiziaria di Alessandro Pintus si aggrava: l’accusa a suo carico verrà probabilmente modificata in duplice omicidio volontario. Nel frattempo, i militari del Ris di Cagliari hanno effettuato sopralluoghi sia nel bar di Solanas che nella casa di Quartu Sant’Elena per ricostruire con esattezza la dinamica dei colpi esplosi e le posizioni delle vittime. Proseguono inoltre le indagini dei carabinieri della compagnia di Quartu Sant’Elena per chiarire il movente del delitto, tuttora incerto.

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Il riarmo porta sempre nuove guerre: se vogliamo la pace è necessario preparare mezzi di pace

Si è incaricata la realtà di intervenire direttamente nello stucchevole dibattito estivo, dispiegato su alcuni quotidiani, sulla necessità di costruire una “pace armata”, anziché “disarmata e disarmante” come ribadito dalla recente raccolta di scritti di papa Leone e dai movimenti per la pace: la troppo presto archiviata esplosione gigantesca nella fabbrica di Colleferro, la franco-tedesca Knds Ammo Italy, che produce munizioni per l’Ucraina finanziate dalla Commissione europea per centinaia di milioni di euro.

Solo per un caso fortuito non c’è stata una strage, in un territorio pesantemente militarizzato ed inquinato dall’industria bellica. E’ la guerra in casa – che porta con sé la militarizzazione delle città e dell’economia, della formazione e della cultura – quella che chiamano “sicurezza” fondata sulla nuova forsennata corsa al riarmo.

Il cosiddetto “realismo” della deterrenza fondato sul falso principio della preparazione della guerra per avere la pace è una gigantesca mistificazione, smentita dalla storia e dai fatti. Ogni processo di riarmo ha sempre portato nuove guerre, fino alle guerre mondiali. La corsa agli armamenti tra Nato e Patto di Varsavia durante la Guerra Fredda non ha garantito la pace, ma alimentato decine di guerre per procura con milioni di morti in Asia, Africa e America Latina.

Non ha esitato in una guerra nucleare diretta tra le superpotenze solo per il senso di responsabilità di chi si è sottratto agli automatismi della follia disobbedendo ai protocolli nucleari, come il tenente colonnello sovietico Stanislav Petrov. Ed è finita pacificamente grazie al processo di progressivo disarmo innescato dalle iniziative unilaterali avviate dal presidente Gorbaciov, che l’aveva teorizzato fin dal 1986 nella Dichiarazione di Nuova Delhi sottoscritta insieme a Rajiv Gandhi: “Grande è il pericolo che incombe sull’umanità. Ma quest’ultima dispone di ingenti forze per scongiurare la catastrofe e aprire la strada che conduce ad una civiltà senza armi nucleari. (…) E’ arrivato il momento di azioni decisive e improrogabili”.

La corsa agli armamenti attuale, che prepara la guerra con una intensità mai vista prima – come certifica la curva crescente dei dati Sipri delle spese militari mondiali (che ho documentato qui) giunte alla cifra spropositata di circa 2.900 miliardi di dollari nel solo 2025, più della metà dei quali dei paesi Nato a fronte di 190 della Russia – non ha mai visto, dal 1945, dilagare tanti conflitti armati di diversa tipologia, fino alle guerre vere e proprie: 195 ne conteggia nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program, che ha pubblicato lo scorso luglio il nuovo aggiornamento, con una curva crescente di violenza sovrapponibile a quella delle spese militari.

Ciò significa che – contrariamente a quanto ripetono ossessivamente i pifferai magici del bellicismo – quanto più si prepara la guerra, spostando risorse pubbliche dagli investimenti civili e sociali ai profitti dei produttori di armamenti (come l’azienda di Colleferro), tanto più aumentano i conflitti armati e si riduce drasticamente la sicurezza di tutti.

Come vediamo dai bollettini di guerra quotidiana dei molti fronti interconnessi stiamo andando verso la guerra totale (Vogliamo la guerra totale? è il titolo del numero di Limes in edicola) e la mobilitazione generale, che – così come vede giovani ucraini e giovani russi trascinati in guerra – presto vedrà tanti giovani europei trascinati negli eserciti, in un distorto principio di difesa.

E’ necessario dunque un salto di qualità nell’impegno per la pace, il disarmo e la nonviolenza. Lo scrive bene Valentina Pazè ne Le parole contro la guerra (2026), spiegando che serve costruire una “opposizione alla guerra ed al militarismo più strutturale, meno episodica, non giocata esclusivamente sul registro delle emozioni. Un’opposizione politica, che si pone il problema di identificare obiettivi realistici, sul breve e sul lungo periodo, e di adottare strumenti idonei a raggiungerli”.

E’ esattamente l’obiettivo della Campagna Un’altra difesa è possibile per la difesa civile, non armata e nonviolenta, necessaria a sottrarre il monopolio della difesa al riduzionismo militarista sul piano delle minacce e allo strumento militare sul piano dei mezzi, per costruire politiche attive di pace fondate su infrastrutture di nonviolenza (come ho spiegato qui e in post successivi).

Siamo entrati ormai nell’ultimo mese della raccolta firme per la legge popolare e, per raggiungere l’obiettivo, serve che quella mobilitazione straordinaria dal basso che in questi anni nelle piazze ha detto il proprio no, forte e chiaro, alla guerra nel cuore dell’Europa, al riarmo e al genocidio dei palestinesi, sappia fare adesso un’azione pro-attiva, mettendo al centro dell’agenda della politica e delle prossime elezioni il principio del vero realismo: se vogliamo la pace è necessario preparare mezzi di pace. Non lasciamoci sfuggire questa occasione.

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La prima Ferrari completamente elettrica venduta a un’asta di beneficenza per 40 milioni di dollari: è record

Il primo veicolo completamente elettrico di Ferrari ha è stato venduto per 40 milioni di dollari, diventando l’auto nuova più costosa mai venduta all’asta. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando una nota della casa automobilistica. L’asta di beneficenza di Sotheby’s si è tenuta questo weekend durante la Monterey Car Week in California. Il modello “realizzato su misura” della Luce ha infranto il record stabilito lo scorso anno, quando una una Ferrari Daytona SP3 personalizzata fu venduta per 26 milioni di dollari.

L’acquirente di entrambe le auto è il miliardario repubblicano Herbert Wertheim, che negli Stati Uniti è conosciuto come “Dr. Herbie”. Parte della sua fortuna deriva dalle sue invenzioni, come quella brevettata a fine anni Sessanta: delle tinte che assorbono la luce ultravioletta per le lenti oftalmiche in plastica, una scoperta che ha contribuito alla diffusione di occhiali con lenti a protezione UV e ha successivamente portato alla fondazione dell’azienda Brain Power Incorporated nel 1970.

Il veicolo segna una rottura con la tradizione Ferrari delle auto sportive con motore a combustione. Quando a maggio Ferrari aveva svelato la Luce, con un prezzo di 550.000 euro (636.356 dollari), aveva sollevato, oltre ad un’ondata di critiche, anche un calo del prezzo delle azioni della società, che hanno poi recuperato terreno lo scorso mese dopo che il gruppo ha alzato le previsioni sull’intero anno, ha pubblicato risultati solidi e ha spiegato che gli ordini per la Luce stanno procedendo in linea con le attese.

In una nota Ferrari ha informato che “tutti i fondi ricavati saranno devoluti a progetti formativi negli Stati Uniti e nel mondo”, elencando i “progetti più importanti” come M-TECH Alfredo Ferrari, un “centro di formazione” che aprirà a Maranello, in Italia, nel 2029, con “l’obiettivo di ispirare e formare talenti da tutto il mondo, promuovendo l’innovazione tecnologica nel settore automobilistico”. Altri progetti citati sono le collaborazioni con Save the Children per aiutare nella ricostruzione della Aveson Charter School dopo gli incendi del 2025 in California, l’ampliamento di programmi di matematica e alfabetizzazione nelle aree a basso reddito del Texas orientale, la collaborazione con la Second Round Foundation, un’organizzazione no-profit co-fondata dal campione NBA e tre volte All-Star Jalen Brunson, focalizzata sulla promozione dell’istruzione nelle aree urbane svantaggiate di New York City e, infine, il finanziamento di programmi di lettura e matematica doposcuola con The Boys and Girls Clubs, che coprono un’area a basso reddito della Florida meridionale.

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“Si sono sollevate enormi nuvole di polvere e detriti, la coda ha urtato il suolo. Le ruote si sono bloccate”: paura all’aeroporto di Monaco, rientro d’emergenza per un Boeing 787 della Vietnam Airlines – IL VIDEO

Momenti di apprensione all’aeroporto di Monaco per un Boeing 787-9 di Vietnam Airlines diretto ad Hanoi. Il volo VN-34 ha dovuto fare ritorno allo scalo tedesco dopo una fase di decollo caratterizzata da una corsa particolarmente lunga e da un successivo problema al carrello. Secondo la ricostruzione pubblicata da The Aviation Herald, l’aeromobile stava decollando dalla pista 26L quando si è verificata l’anomalia: “Un Boeing 787-9 di Vietnam Airlines, immatricolato VN-A867 e operante il volo VN-34 da Monaco (Germania) ad Hanoi (Vietnam), stava decollando dalla pista 26L di Monaco quando, a causa di una rotazione molto tardiva, si sono sollevate enormi nuvole di polvere e detriti. Quando l’aereo si è staccato da terra, la coda ha urtato il suolo”.

Il riferimento è al cosiddetto tailstrike, ovvero il contatto della parte posteriore dell’aereo con la pista durante la fase di decollo. La ricostruzione del portale specializzato contiene anche un elemento particolarmente significativo sulla traiettoria del velivolo: “Secondo le prove fotografiche disponibili all’AVH, l’aeromobile è diventato aeromobile circa 120 metri, pari a 400 piedi, oltre la fine della pista, trovandosi già sull’erba e all’altezza della prima fila delle luci di avvicinamento”. Le immagini, dunque, suggerirebbero che il Boeing abbia lasciato il terreno quando aveva già superato l’estremità della pista.

Secondo le informazioni preliminari raccolte da The Aviation Herald, inoltre, il velivolo avrebbe oltrepassato la fine della pista, danneggiando alcune delle luci presenti nell’area: “Secondo le informazioni preliminari, l’aeromobile ha oltrepassato la fine della pista e danneggiato le luci”.

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Il Tempo pubblica i costi di Report: “Stipendi faraonici”. Gli inviati: “Falso, quereliamo”. Floridia (M5s): “Atto grave, si vuol screditare il programma”

Stipendi faraonici e spese incredibili, ecco quanto ci costa Report“. Il quotidiano Il Tempo, di proprietà del deputato della Lega Antonio Angelucci, alimenta la campagna contro il programma d’inchiesta pubblicando un documento interno Rai con una serie di importi in euro, presentati come “l’elenco completo dei compensi percepiti dai trenta giornalisti e autori negli ultimi tre anni”. Sulla base di quei numeri, il giornale diretto da Daniele Capezzone afferma che alcuni di loro “preso abitualmente più di centomila euro l’anno, con casi che hanno superato facilmente i duecentomila fino a toccare i trecentomila euro”, citando volti noti come Giulia Innocenzi, Giorgio Mottola e Bernardo Iovene. Una ricostruzione smentita dagli inviati del programma, che annunciano querela contro Il Tempo e “tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate”: “Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello produttivo della trasmissione, autoproducono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta”, sottolineano in un comunicato.

“Le somme pagate per i servizi giornalistici”, spiegano, “vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte. Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari”, concludono gli inviati. Una replica che Capezzone definisce” scombiccherata e controproducente”: “Questi signori si arrampicano sugli specchi parlando di lordo e netto e di spese sostenute. Tutti concetti già spiegati oggi nei nostri articoli. La realtà è che molti di loro incassano più dell’appannaggio annuale spettante al presidente della Repubblica (il quale, meritoriamente, se l’è anche ridotto). Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza”. Sulla vicenda interviene anche il conduttore Sigfrido Ranucci – nella bufera per il caso Lavitola – denunciando la “grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda, visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al Comitato etico su chi in Rai abbia fornito al tempo tale documentazione sensibile”, annuncia.

Sullo stesso aspetto batte il consigliere d’amministrazione Rai Roberto Natale, eletto dal Parlamento in quota centrosinistra: “I dati sui compensi dei collaboratori di Report pubblicati oggi da Il Tempo sono di straordinaria gravità. Non certo per gli importi: le cifre comprendono – come sempre per i freelance – i costi di trasferta, di ripresa e montaggio, e solo per ignoranza della materia o per malafede si può evitare di evidenziarlo. La gravità sta nel fatto che la Rai lasci uscire dati riservati che nemmeno a noi consiglieri di amministrazione viene consentito di conoscere”, denuncia. “Dall’inizio del mandato”, spiega Natale, “abbiamo ripetutamente chiesto di poter accedere ai compensi dei collaboratori Rai, ma ci è stato sempre opposto un presunto dovere aziendale di riservatezza. In presenza di questa grave violazione, chiedo all’amministratore delegato un intervento immediato e rigoroso, se necessario investendo la Commissione stabile per il Codice etico attiva in questi giorni. È urgente sapere a quale direzione sia da far risalire la fuga di dati e quali sanzioni verranno adottate. Altrimenti sarà confermato il sospetto che parti dell’azienda stiano contribuendo impunemente a una massiccia campagna di discredito“.

In difesa della trasmissione si schiera anche Barbara Floridia, ex presidente della Commissione di Vigilanza Rai dimessasi a luglio (dopo quasi due anni di boicottaggio dei lavori dell’organo da parte del centrodestra). “La pubblicazione dei costi di Report è un atto grave per due motivi”, afferma la senatrice M5s. “Il primo è che è chiaro l’intento diffamatorio portato avanti dai giornali di Angelucci con l’obiettivo di screditare una delle trasmissioni più importanti del servizio pubblico e puntare alla rimozione del suo conduttore. Ma soprattutto la domanda è: come è possibile che dati che per altre trasmissioni erano stati richiesti in via ufficiale dalla Commissione di Vigilanza Rai non siano mai stati messi a disposizione del Parlamento mentre adesso sono nelle mani di un giornale, di proprietà di un parlamentare di maggioranza, che li usa per attaccare Report? Una cosa è certa: tutta questa situazione conferma che le dimissioni in blocco da parte delle opposizioni erano l’unica strada possibile di fronte a un uso sprezzante delle istituzioni e del servizio pubblico da parte della maggioranza”. Sulla stessa linea gli altri ex rappresentanti M5s in Commissione di Vigilanza, secondo cui l’obiettivo dell’articolo del Tempo è “screditare la trasmissione e il suo conduttore per indebolire entrambi, troppo scomodi per il potere del mondo di Giorgia”.

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Uccide l’ex compagna e si impicca, lei lo aveva denunciato. Terzo femminicidio in tre giorni

Una donna uccisa e il suo ex compagno trovato impiccato. Si lavora all’ipotesi di femminicidio-suicidio per quanto avvenuto a Dolo (Venezia). Dino Keber, 43 anni, avrebbe ucciso l’ex compagna Tania Terrin, 39 anni, per poi togliersi la vita.

Il ritrovamento dei due cadaveri è avvenuto nella tarda serata di domenica. La donna si trovava all’interno della sua casa a Camponogara, mentre il corpo dell’uomo è stato rintracciato nel suo appartamento a Dolo. Al termine della relazione tra i due, Terrin aveva presentato una denuncia contro Keber, a carico del quale il Questore di Venezia aveva emesso un ammonimento ufficiale.

Il femminicidio dovrebbe risalire a Ferragosto. La donna sarebbe stata soffocata. Keber sarebbe rientrato a Dolo, dove viveva, e si è tolto la vita. I carabinieri di Camponogara e i colleghi del reparto investigativo stanno ricostruendo la dinamica di quanto avvenuto.

L’ennesimo femminicidio segue di poco la morte di Ornella Forastefano, 46 anni, soccorsa all’esterno dell’ospedale di Trebisacce, nel Cosentino, e deceduta subito dopo l’arrivo dei medici a causa dei traumi e delle ferite riportate. I carabinieri hanno fermato nel porto di Bari il compagno della donna, E. M., cittadino albanese di 42 anni con precedenti per reati di droga, mentre tentava di imbarcarsi per l’Albania. L’uomo si trova ora nel carcere di Bari in attesa della convalida della misura da parte dell’autorità giudiziaria pugliese, che trasmetterà successivamente il fascicolo alla Procura di Castrovillari.

I due casi si aggiungono al femminicidio avvenuto nel pomeriggio di Ferragosto a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano. Faustino Cardillo, 66 anni, ha accoltellato a morte la moglie Maria D’Alessandro, sua coetanea ed ex dipendente postale, per poi ferirsi con la stessa arma nel tentativo di togliersi la vita. Operato nell’ospedale locale per le lesioni autoinflitte, l’uomo è stato dimesso e trasferito in carcere.

Una scia di violenze in contrasto con i dati diffusi dal Viminale il giorno di Ferragosto, in cui si registrava una diminuzione del 37% gli omicidi volontari con vittime di sesso femminile e i femminicidi. Nel primo semestre 2026 le vittime sono state 34, contro le 54 dei primi sei mesi del 2025 secondo il Dossier Sicurezza 2026 del ministero dell’Interno.

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Migranti, la Life Support di Emergency soccorre una barca con 50 persone: sette morti e due in gravi condizioni

Erano circa 50 le persone migranti a bordo di un’imbarcazione tratta in salvo all’alba dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency, nelle acque internazionali della zona Sar libica. Sette di loro sono morte durante la traversata. Mentre due, fa sapere la ong, sono in gravi condizioni per “soffocamento”. È l’ennesima tragedia consumatasi nelle acque del Mediterraneo centrale: “I naufraghi – spiega Emergency – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne”. Emergency ha chiesto “alle autorità competenti l’assegnazione di un Pos vicino”. Il porto assegnato è Bari.

“Alle 6 del mattino di lunedì abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli – racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support di Emergency -. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave. A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata. A metà soccorso – prosegue – il nostro team si è accorto della presenza di nove persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio. Per sette di loro non c’è stato niente da fare, due di loro sono in condizioni critiche per soffocamento”.

A causa delle condizioni dei migranti “già provati da un viaggio drammatico”, Emergency ha chiesto alle autorità competenti l’assegnazione di un porto di sbarco vicino per “evitare altre sofferenze ai sopravvissuti”. Le autorità italiane hanno assegnato Bari.

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Droni iraniani colpiscono l’ufficio del premier del Kurdistan iracheno. Erbil tra Usa e pasdaran: le ipotesi dietro al raid

Anche i vertici politici del Kurdistan iracheno finiscono in mezzo alla guerra tra Iran e Stati Uniti. Nel giorno in cui scade il memorandum d’intesa tra le parti sul quale si sono basati gli ultimi due mesi di tregua, due droni Hadid-110 di fabbricazione iraniana hanno colpito gli uffici del primo ministro Masrour Barzani e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Nessuna vittima è stata al momento segnalata, ma l’attacco porta la regione semi-autonoma irachena e il suo governo al centro della contesa tra Washington e Teheran.

La Direzione Generale per l’Antiterrorismo (CTD) ha condannato l’attacco notturno giudicandolo “del tutto inaccettabile” e avvertito che “i responsabili di tale azione si assumeranno la piena responsabilità delle conseguenze”. Se a un primo sguardo il raid può risultare difficile da comprendere, un’indicazione arriva dalle indiscrezioni pubblicate da Axios che, con il suo giornalista Barak Ravid, scrive che a metà maggio il presidente del Kurdistan iracheno e cugino del premier, Nechirvan Barzani, era stato contattato dall’amministrazione americana per svolgere il ruolo di messaggero tra Washington e le Guardie della Rivoluzione iraniana. Il contatto, almeno stando a quanto riferito dai vertici curdi agli americani, ci sarebbe anche stato, con il canale diplomatico che avrebbe interessato il comandante dei pasdaran Ahmad Vahidi.

Perché, quindi, l’attacco di oggi? Ravid nel suo articolo dice anche un’altra cosa. Dopo circa due mesi, gli americani hanno iniziato a sospettare che gli interlocutori individuati dai Barzani non fossero dei veri rappresentanti delle Guardie della Rivoluzione e che quindi Washington si stesse esponendo in cerca di trattative di pace con i personaggi sbagliati. Il ruolo svolto in questa vicenda dalla leadership curda ricalcherebbe quello di Baghdad, diviso tra ambizioni di alleanze con gli Stati Uniti e la necessità geografica e militare di non allontanarsi troppo dalla Repubblica Islamica. Ma quest’ultima mossa potrebbe aver disturbato i pasdaran che, secondo il Wall Street Journal, si stanno invece preparando a concentrare su se stessi ancora più potere e a dare inizio a una nuova guerra su larga scala contro gli Usa. Bombardare il tavolo dei colloqui, quindi, potrebbe essere il primo passo verso un’escalation.

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La bolletta della crisi climatica: “Il caldo estremo costa all’Europa 180 miliardi di pil in meno”. L’Italia tra i Paesi più colpiti

L’estate del 2026 non lascerà solo il segno nelle cronache meteorologiche per il suo caldo estremo e prolungato, manifestazione incontrovertibile della crisi climatica, ma si presenta come un pesante macigno sui bilanci dell’Unione Europea. Secondo un recente studio di Triodos Bank, il costo si aggira intorno a 180 miliardi di euro, oltre l’1% del Pil comunitario. In questo scenario l’Italia è uno dei Paesi più vulnerabili: “Con un danno stimato intorno ai 22 miliardi di euro, il conto del clima per il nostro Paese equivale quasi a una manovra finanziaria”, ha commentato il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli.

La produttività in ginocchio

L’analisi condotta dagli esperti di Triodos Investment Management evidenzia come l’impatto del caldo non sia uniforme, ma colpisca diversi nodi vitali dell’economia. Il fattore determinante è il crollo della produttività del lavoro. Superata la soglia dei 30 gradi, il rendimento dei lavoratori cala drasticamente e perlopiù nei settori esposti all’aperto come l’edilizia e l’agricoltura. Allianz stima infatti una perdita di circa il 3% della produzione per ogni grado che supera i 30 e sostenuto per più giorni. La bolletta climatica è però gonfiata anche dai costi dell’energia: se l’efficienza dei pannelli solari diminuisce con le temperature estreme, la domanda di elettricità per il raffrescamento tocca picchi record proprio quando la produzione idroelettrica e nucleare (quest’ultima colpita dalla scarsità d’acqua per il raffreddamento dei reattori) è più in difficoltà. Il risultato è quindi un aumento dei prezzi all’ingrosso che grava sia sulle imprese che sulle famiglie.

La geografia del danno vede la Francia come il Paese più colpito (con una perdita stimata dell’1,4% del Pil), seguita dall’Italia e dalla Spagna. Se la Polonia appare meno colpita per un numero inferiore di giornate torride, per l’Italia il peso della struttura economica e la durata dell’ondata di calore rendono la situazione molto critica. A questo poi si aggiunge un drammatico costo umano: solo nell’ultima settimana di giugno di quest’anno sono stati stimati oltre 20mila decessi legati al caldo tra Francia, Germania, Spagna e Italia.

Il circolo vizioso europeo

“Un’estate così calda avrebbe dovuto segnare la fine di ogni astrazione”, si legge nello studio. “Assistiamo a vaste aree in fiamme mentre le centrali elettriche vengono chiuse per mancanza d’acqua. Questo dovrebbe essere lo shock che spinge le persone, e le istituzioni che le rappresentano, ad agire”. Non è ancora successo. Anzi. “Il 17 luglio, all’incirca nello stesso periodo in cui l’EFFIS registrava ettari record bruciati e i ministeri della salute contavano i morti, la Commissione europea ha proposto un indebolimento del principale strumento di tariffazione del carbonio dell’UE, allentando la traiettoria del tetto massimo alle emissioni fino al 2030. La ragione dichiarata era la competitività“. Un paradosso: “La risposta politica è quella di allentare proprio le politiche volte a prevenire i danni, in nome della tutela della crescita; di conseguenza, sia le emissioni che l’esposizione aumentano; e la successiva ondata di calore, con una temperatura di riferimento più elevata, costa di più. Chiamiamo le cose con il loro nome: un circolo vizioso”.

L’allarme di Coldiretti per l’Italia

L’inazione politica rischia di alimentare quello che gli analisti definiscono un circuito vizioso o doom loop. In pratica il danno climatico rallenta l’economia e la risposta politica è spesso quella di allentare le normative ambientali in nome della crescita, accelerando così le emissioni e i danni futuri. In Italia il dibattito è acceso, con critiche rivolte al governo per il contrasto a misure come il Green Deal e la legge europea sul ripristino della natura. Secondo Coldiretti, i danni all’agricoltura italiana hanno già superato i 3 miliardi di euro.
La siccità sta mettendo a rischio intere filiere con il bacino del Po che vede la disponibilità d’acqua ridotta della metà. Le colture di mais e riso sono al collasso, con cali dei raccolti che in alcune zone raggiungono il 40-70%. Al quadro si aggiunge infine l’emergenza incendi: dall’inizio dell’anno secondo EFFIS almeno 80mila ettari di boschi e terreni sono andati in fumo, devastando pascoli e strutture agricole.

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Ultraleggero con due persone a bordo disperso nel Cosentino, ricerche in corso

Un ultraleggero con due persone a bordo – Carlo Arnulfo, 64enne residente a Roma e Angela Buccico, 55enne residente a Matera – è disperso da domenica sera nella zona di Fuscaldo, nel Cosentino. Il mezzo era partito da Capo d’Orlando (Messina) in direzione Sibari (Cosenza): a seguito della segnalazione da parte dei familiari, la Prefettura ha attivato il piano ricerca persone scomparse e i vigili del fuoco hanno avviato le ricerche tra Fuscaldo e Falconara Albanese a partire dalle 21.05 di ieri, 16 agosto.

A supporto delle squadre di terra sono stati inviati anche personale SAPR abilitato al pilotaggio da remoto dei droni, un elicottero versione SAR dell’Aeronautica Militare e l’elicottero del Reparto volo di Salerno dei Vigili del fuoco Drago VF165. I vigili del fuoco hanno effettuato dei riscontri per stabilire una zona di ricerca in base alla triangolazione delle celle telefoniche: dalle prime informazioni risulta che l’ultimo contatto è stato agganciato in località Sannati, tra Fuscaldo e Fiumefreddo. Le ricerche, che al momento non hanno dato esito, sono concentrate nell’entroterra dell’alto Tirreno cosentino e si stanno svolgendo sia via terra sia via mare, nonostante i soccorritori ritengano improbabile che il velivolo sia caduto in acqua, poiché questo tipo di mezzi viaggia vicino alla costa e sarebbe stato notato dai bagnanti.

Un residente di contrada Tavola Grande a Capo d’Orlando, da cui è partito l’ultraleggero, ha spiegato che il piccolo campo da cui è decollato è recintato solo in parte e semi-abbandonato: “È un aeroclub gestito da privati ma ormai è utilizzato raramente, saranno quattro o cinque i soci abituali. Di tanto in tanto viene qualcuno a tosare l’erba ma la struttura non è più curata come qualche anno fa”, dice. Nell’area attualmente sono in sosta due ultraleggeri.

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Colpi di pistola al pronto soccorso: ex detenuto tenta la fuga, agente spara. Indagato per tentato omicidio

Un 22enne – ex detenuto del carcere della Dogaia di Prato, liberato lo scorso giugno – è stato ferito a una gamba da un colpo di pistola esploso da un agente della polizia penitenziaria, che ora è indagato per tentato omicidio. È successo domenica 16 agosto intorno alle 16.30. A quanto si apprende, l’uomo era stato fermato nel pomeriggio mentre cercava di lanciare all’interno del carcere toscano un plico contenente sostanze stupefacenti. Sorpreso, aveva tentato la fuga, cadendo e procurandosi lievi ferite. La polizia penitenziaria lo ha quindi portato all’ospedale Santo Stefano per le medicazioni. Qui il 22enne, dopo aver scaricato un estintore nel reparto di emergenza e creato il caos, ha cercato di scappare ed è stato colpito a una gamba.

Secondo una prima ricostruzione, l’ex detenuto, di nazionalità marocchina, si trovava su una barella nell’area del pronto soccorso nella cosiddetta “camera calda“: lo spazio coperto destinato all’arrivo delle ambulanze e la sala di decontaminazione, vicino al triage. Era ammanettato e sotto la scorta degli agenti della polizia penitenziaria quando avrebbe improvvisamente dato in escandescenze. Nonostante i movimenti limitati, sarebbe riuscito ad afferrare un estintore e avrebbe iniziato a minacciare gli agenti. All’ordine di deporre l’estintore, l’uomo avrebbe azionato il dispositivo, provocando ulteriore confusione nel reparto. Nel caos avrebbe quindi cercato di raggiungere l’uscita.

Gli agenti della penitenziaria gli avrebbero intimato di fermarsi sparando prima in aria come avvertimento per poi, con il proseguire del tentativo di fuga, arrivare allo sparo che lo ha ferito ad una gamba. Immediato l’intervento dei vigilanti di Sicuritalia e subito l’arrivo di polizia e carabinieri. Sul posto anche la Scientifica per i rilievi utili a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. Il magistrato di turno si è recato personalmente sul posto per raccogliere le prime dichiarazioni dei testimoni.

Come poi spiegato dal procuratore Luca Tescaroli, il 22enne, sorpreso mentre cercava di far entrare nel carcere un pacco contenente stupefacenti, era stato inseguito dagli agenti della polizia penitenziaria e bloccato dopo essere caduto durante la fuga. Proprio nella caduta si era procurato alcune lesioni per le quali era stato portato al pronto soccorso da dove ha poi cercato di scappare. In tutto sono stati tre i colpi esplosi.

Gli spari hanno comunque provocato momenti di forte paura tra i pazienti e il personale sanitario presenti nel pronto soccorso, pur non essendo direttamente coinvolti nella zona in cui si è verificata la colluttazione. Il pronto soccorso è stato temporaneamente chiuso per consentire la messa in sicurezza degli ambienti e lo svolgimento dei rilievi. I pazienti già presenti sono stati assistiti e messi in sicurezza, mentre le ambulanze dirette al Santo Stefano sono state deviate verso altri ospedali, in particolare quelli di Pistoia e Firenze.

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Batterie al litio tra i rischi d’incendio e il costo ambientale: ecco cosa cambia dal 2027 con le nuove regole europee

Per anni ci siamo abituati a considerare molti dispositivi elettronici quasi “usa e getta”. Quando la batteria iniziava a perdere autonomia, sostituirla era spesso difficile, costosa o addirittura impossibile, tanto che per molti la soluzione più semplice diventava acquistare un prodotto nuovo. Un meccanismo che ha alimentato sprechi, consumo di materie prime e una crescente produzione di rifiuti elettronici.

A breve qualcosa cambierà. Dal 18 febbraio 2027 entreranno in vigore le nuove regole europee sulle batterie: l’articolo 11 del Regolamento (UE) 2023/1542, il cosiddetto Batteries Regulation, punta a favorire una progettazione più orientata alla riparazione, al riuso e alla durata dei dispositivi elettronici. L’obiettivo? Ridurre la montagna crescente di rifiuti tecnologici. Per i prodotti interessati dalla normativa, la batteria dovrà poter essere sostituita senza procedure complesse né strumenti difficili da reperire. Un risultato raggiunto anche grazie alla crescente pressione esercitata da consumatori, associazioni ambientaliste e movimenti per il diritto alla riparazione, che hanno chiesto dispositivi più durevoli, trasparenti e meno legati alla logica dell’usa e getta. I produttori non potranno inoltre ostacolare tramite software l’utilizzo di batterie compatibili conformi ai requisiti di sicurezza.

Secondo Emanuela Rosio, presidente di AICA (Associazione Internazionale di Comunicazione Ambientale) e coordinatrice italiana della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti: “È una svolta importante. Rendere più semplice la sostituzione delle batterie significa evitare che un dispositivo ancora funzionante venga abbandonato solo perché un suo componente si è usurato. Una maggiore riparabilità aiuta a contrastare l’obsolescenza programmata, ridurre la produzione di rifiuti elettronici e utilizzare in modo più efficiente le risorse. Inoltre, sempre più persone potranno intervenire sui propri apparecchi senza dover necessariamente ricorrere all’assistenza tecnica”.

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Caldo torrido in fabbrica, Italpizza dice no alle pause extra: “Potete bere alla fontanella”

Non bastasse la partita relativa agli esuberi, dentro lo stabilimento della Mantua.it, azienda del gruppo Italpizza con sede a Castelbelforte, nel Mantovano, si è accesa un’altra disputa tra azienda e sindacati. Oggetto del contendere sono le temperature torride all’interno della fabbrica. I lavoratori chiedono una pausa in più, così da facilitare lo smaltimento dello stress fisico, l’azienda risponde di no. “Può bastare andare a bere quando si vuole alla fontanella dell’acqua”, il succo del pensiero.

Il caldo di queste settimane e diversi malori che si sarebbero registrati nello stabilimento hanno spinto la Flai-Cgil a chiedere tutele in tempi rapidi nell’impianto produttivo del gruppo Italpizza. In sostanza, il 6 agosto è stata avanzata una richiesta formale per introdurre – in via temporanea ed eccezionale – delle pause aggiuntive, in particolare nel turno pomeridiano e nei reparti dove alle alte temperature esterne si aggiunge il calore sprigionato dagli impianti.

“No”, ha risposto la direzione aziendale – stando alla denuncia del sindacato – richiamando anche i rilievi strumentali dell’Ats Val Padana che, il 4 agosto, non avrebbero evidenziato un “disagio termico”. Sono così rimaste le due pause standard previste per ogni turno, ma tuttavia l’azienda ha ricordato che ai dipendenti che si può andare a bere alle fontanelle in qualsiasi momento.

“Che ci si possa avvicinare a una fontanella lo davamo per scontato, bere non è mai stato il problema – è stata la risposta del sindacato, come riportato da La Gazzetta di Mantova – Quello che abbiamo chiesto è il tempo. Con queste temperature la fatica si accumula turno dopo turno e il corpo ha bisogno di tempo per smaltirla: serve staccare dalla postazione, rallentare, rientrare in condizioni di lavorare in sicurezza. Un sorso d’acqua preso senza fermare la linea non è una pausa”. Nel frattempo, continua il braccio di ferro sugli esuberi: ne sono previsti 40 ma la Flai Cgil – sindacato più rappresentativo in fabbrica – non ha firmato l’intesa che ha fatto calare gli addii di una decina di unità.

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Nuove limitazioni all’aeroporto di Catania: 10 voli all’ora in arrivo fino alle 12 di domani

A meno di 24 ore dal primo sospiro di sollievo per chi viaggia da e per la Sicilia in queste settimane, una nuova eruzione dell’Etna impone nuove limitazioni all’aeroporto di Catania Fontanarossa. Sac, la società di gestione dello scalo catanese, ha comunicato sulla sua pagina Facebook che, “a causa dell’attività eruttiva dell’Etna e contestuale emissione di cenere vulcanica in atmosfera, è stata disposta la chiusura degli spazi corrispondenti ai settori B1 e B2″.

La restrizione doveva durare fino alle 14 di oggi, 17 agosto, con cinque aerei in arrivo all’ora, ma la Sac ha diffuso un aggiornamento in cui si comunica la proroga della chiusura del solo settore B1 fino alle 12 di domani, 18 agosto, con dieci aerei all’ora in arrivo. Non ci sono restrizioni in partenza. “I passeggeri sono pregati, prima di recarsi in aeroporto, di verificare lo stato del proprio volo con le compagnie aeree. Seguiranno aggiornamenti nelle prossime ore”, conclude la nota.

L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Osservatorio Etneo (Ingv-Oe), ha infatti comunicato che questa mattina si è registrata “l’apertura di una bocca effusiva in Valle del Bove, a una quota compresa tra 2200 e 2350 m”, da cui è stata prodotta una colata lavica e che ha generato l’emissione di cenere dal cratere, che ora si sta disperdendo in direzione sud-est. Ingv-Oe ha spiegato: “Dal punto di vista sismico, dopo l’incremento di ieri pomeriggio l’ampiezza media del tremore vulcanico ha raggiunto un valore massimo intorno alle 19:40 di ieri sera e successivamente, fino allo stato attuale, con deboli oscillazioni è leggermente diminuita, rimanendo sempre all’interno dell’intervallo dei valori alti”. Sono in corso i rilievi sul campo da parte del personale Ingv-Oe, mentre in diversi Comuni del catanese – in particolare Valverde, Viagrande, San Gregorio, San Giovanni la Punta e alcune zone dello stesso capoluogo – strade, automobili e marciapiedi sono ricoperti da una coltre di cenere alta diversi centimetri.

La nuova chiusura parziale spegne l’entusiasmo di domenica, quando l’amministratore delegato della società, Nico Torrisi, aveva dichiarato: “Il ripristino delle operazioni di volo all’aeroporto di Catania rappresenta un passaggio importante verso il ritorno alla normalità dopo giorni particolarmente complessi per la nostra città”.

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Bloomberg: “Funzionari di Berlino aprono alla vendita a Unicredit della quota del governo tedesco in Commerzbank”

Alti funzionari governativi della Germania sarebbero aperti a discutere una potenziale vendita della quota del 12,7% in Commerzbank a Unicredit se i due istituti di credito riusciranno a concordare una strategia comune e con garanzie per il futuro della banca. Lo riferisce Bloomberg, pur sottolineando che questa posizione non rappresenta la linea ufficiale del governo tedesco, che come è noto è stato finora fermo nell’intenzione di preservare l’indipendenza dell’istituto salvato durante la crisi finanziaria e dire no all’offerta di Andrea Orcel.

La cessione di una quota in cambio della garanzia che Commerzbank continuerà a svolgere un ruolo “importante nel finanziamento dell’economia consentirebbe a Berlino di realizzare alcune delle sue priorità per l’istituto di credito, dopo che non è riuscita a impedire a Unicredit di assumerne il controllo”, sottolinea Bloomberg.

Un portavoce del governo tedesco ha dichiarato a Bloomberg che la posizione non è cambiata, rifiutandosi di commentare. Nessun commento anche dai rappresentanti di Commerzbank e Unicredit.

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“Mio marito era arrabbiato perché mi asportavano entrambi i seni per il tumore, non si preoccupava della gravità della situazione. Pensava fossi ridicola”: Sharon Stone svela la causa del divorzio

Il divorzio tra Sharon Stone e il giornalista ed editore Phil Bronstein, avvenuto nel 2004 dopo sei anni di matrimonio, è rimasto per vent’anni privo di una spiegazione ufficiale sulle cause della rottura. La loro unione aveva unito due mondi apparentemente distanti — il glamour di Hollywood e il giornalismo investigativo — regalando momenti iconici, come il red carpet degli Oscar del 1998, in cui l’attrice indossò una gonna color lavanda abbinata a una semplice camicia bianca prelevata dal guardaroba del marito.

La successiva separazione fu segnata da una complessa battaglia legale per l’affidamento del figlio adottivo Roan. Ora, all’età di 68 anni, Sharon Stone ha rivelato con esattezza quale fu la goccia che fece traboccare il vaso.

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“Se fosse successo dopo il decollo sarebbe stato un disastro”: scoppia un incendio nel container pieno di bagagli pronto a essere imbarcato sull’aereo, panico a Malpensa. Nel mirino le batterie al litio

Un container carico di bagagli ha preso fuoco domenica 16 agosto all’aeroporto di Milano Malpensa, mentre si trovava a terra in attesa di essere caricato su un volo British Airways. Le fiamme sono state domate rapidamente dai vigili del fuoco, ma l’episodio (l’ennesimo nell’ultimo periodo) ha riportato l’attenzione su uno dei problemi che ultimamente preoccupano maggiormente il settore dell’aviazione: gli incendi provocati dalle batterie al litio. Quest’ultime, se danneggiate, possono entrare in una condizione di surriscaldamento incontrollato e sviluppare rapidamente fiamme difficili da gestire. Il container, utilizzato per trasportare le valigie, conteneva i bagagli destinati a un Airbus A321neo della compagnia britannica. L’incendio si è sviluppato prima della partenza del velivolo, e questo ha permesso agli operatori di intervenire direttamente sul posto, come si vede nel video girato da uno dei passeggeri presenti e diventato virale.

Al momento non è ancora stata stabilita con certezza l’origine delle fiamme. Tra le ipotesi al vaglio c’è un possibile malfunzionamento del macchinario utilizzato per movimentare il container, forse favorito dalle temperature elevate. Non viene però esclusa la possibilità che a provocare l’incendio sia stata una delle valigie presenti all’interno. In particolare, l’attenzione si concentra sulla possibile presenza di un dispositivo che potrebbe essersi surriscaldato o danneggiato.

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“Scelta attentato solo mia, pentito di aver inguaiato mio fratello Ranucci”, le parole dal carcere di Valter Lavitola tramite il suo avvocato

“La scelta dell’attentato è solo mia, sono pentito di aver inguaiato mio fratello Ranucci”. È in sintesi quanto affidato da Valter Lavitola al suo legale che lunedì lo ha visitato a Rebibbia. L’ex editore “vive una condizione psicologica certamente non facile, perché per una scelta autonoma, ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes e un fratello in riferimento a Ranucci. È pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene” ha spiegato l’avvocato Arturo Cola con cui ha avuto colloquio di quasi tre ore. Poco prima dell’ingresso il legale aveva spiegato che l’imprenditore – a cinque giorni dalla confessione – era pronto a nuove dichiarazioni da offrire al Tribunale del Riesame.

Non una ritrattazione, ma un chiarimento. Il faccendiere – protagonista di clamorosi casi politici dalla casa di Montecarlo al ricatto a Berlusconi – ha ammesso davanti al gip di essere il mandante dell’attentato contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, ma dopo il rigetto del gip dell’istanza per attenuare la misura cautelare, ha deciso di chiarire. La difesa quindi prepara il prossimo passaggio giudiziario. “Sono qui oggi per parlare con Lavitola e verificare se è necessario integrare la confessione del 12 agosto in vista dell’udienza del Riesame che si terrà presumo la settimana prossima” aveva detto Cola prima di entrare nel carcere romano. Il legale ha subito escluso l’ipotesi di un passo indietro. “Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse”, ha spiegato, ma di “puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito”. E proprio il Riesame offre alla difesa uno strumento per farlo: “Questo ci è possibile perché al Riesame si possono fare dichiarazioni spontanee”.

La mossa arriva appunto dopo l’interrogatorio del 12 agosto, quando Lavitola aveva riconosciuto di aver commissionato l’attentato, sostenendo però una versione molto diversa da quella ipotizzata dagli investigatori sul movente. Secondo quanto riferito dall’ex editore, l’obiettivo non sarebbe stato fare del male a Ranucci, ma provocare un episodio tale da determinare un innalzamento del livello della sua protezione. Una ricostruzione che la difesa sta cercando ora di rendere più precisa e circostanziata dopo che il giudice per le indagini preliminari di Roma ha respinto la richiesta di arresti domiciliari. Il problema, per Lavitola, è che quella confessione non gli ha aperto le porte del carcere. Dopo l’interrogatorio, la richiesta di sostituzione della custodia con gli arresti domiciliari è stata respinta. Il gip ha ritenuto non sufficientemente convincenti alcuni passaggi della versione fornita dall’indagato, definendo il movente indicato dalla difesa “inverosimile” e le dichiarazioni dell’imprenditore “prive di riscontri” e “fumose”.

“Noi riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati prima di quanto avvenuto il 16 ottobre. C’è stato, infatti, un incontro il 7 settembre nel corso del quale probabilmente Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati. Questo quindi un mese e mezzo prima dell’attentato medesimo. “A noi interessano i fatti: in sede di interrogatorio di garanzia il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato” aveva aggiunto. Uno dei passaggi sui quali Cola insisteva domenica – annunciando l’intenzione della difesa – riguardava proprio Ranucci e la sua sicurezza. La difesa dell’imprenditore ha sostenuto che “gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta”. Un elemento che, secondo i legali, sarebbe coerente con la spiegazione fornita da Lavitola: un’azione pensata come dimostrativa per provocare una reazione delle autorità e ottenere una maggiore protezione per il giornalista.

La tesi viene collegata anche alle modalità concrete dell’attentato. “Loro non avevano alcuna intenzione di far male a Ranucci, lo si vede dalle modalità dell’attentato”, aveva sostenuto Cola riferendosi ai presunti esecutori materiali. La difesa punta dunque a mettere in discussione non l’esistenza dell’azione, che Lavitola ha ammesso di aver commissionato, ma la sua finalità e soprattutto l’effettiva volontà di provocare un danno alla vittima. È un punto centrale anche perché il giudice che aveva disposto le misure cautelari nei confronti di chi avrebbe materialmente piazzato l’ordigno non aveva riconosciuto l’ipotesi di strage. Ora i difensori di Lavitola cercano di utilizzare le modalità dell’attacco per sostenere una lettura meno grave della vicenda. Resta invece sullo sfondo il tema del cosiddetto “terzo livello”. Alla domanda sull’eventuale esistenza di un livello ulteriore rispetto a Lavitola e agli esecutori, Cola aveva parlato di “congetture”. E aveva aggiunto: “È intuibile che dopo l’attentato Ranucci avesse capito chi fosse il mandante”. Una congettura che, al momento, non trova alcun riscontro negli atti.

Sono intanto attese nuove analisi del computer e del cellulare dell’ex editore, mentre Ranucci potrebbe essere ascoltato dai pm come persona informata sui fatti. C’è poi la posizione di Gomes Tavares, il cittadino camerunese indicato come factotum di Lavitola e ritenuto dagli investigatori un possibile intermediario nell’organizzazione dell’attentato. La Procura dovrebbe procedere con la richiesta di estradizione. Tavares, intervistato dal Tg1, nei giorni scorsi ha detto di essere pronto a rientrare in Italia “prestissimo”: “Dicono che all’aeroporto mi prendono però io sono testardo. E voglio tornare”.

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Lega, Fontana lancia l’assalto del nord: “Il partito va salvato dal declino. Un passo indietro di Salvini? Da non escludere”

“Chiediamo di rivedere l’impostazione del partito, perché ce n’è un gran bisogno ora”. In un’intervista al Corriere della sera, Attilio Fontana lancia l’assalto dei leghisti del nord contro la segreteria di Matteo Salvini, una rivolta covata per mesi ed esplosa nel direttivo regionale lombardo della settimana scorsa. “I nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere“, afferma il presidente della Regione, esponente storico del Carroccio e già sindaco di Varese. “Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34% al 5% dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino. E arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra”, incalza. E alla domanda se Salvini debba fare “un passo indietro o di lato” risponde eloquente: “Nessuna soluzione va esclusa a priori. la Lega non teme il rinnovamento”.

Per il governatore lombardo, la soluzione per il rilancio del partito è “innanzitutto valorizzare le nostre ricchezze: e il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega”, spiega. Annunciando un progetto che somiglia al nucleo di una futura scissione: “Ua pluralità di persone stanno lavorando per proporre un nuovo luogo di dibattito. Un’associazione larga e aperta a discutere sui temi importanti come, per esempio, la modernizzazione dello Stato. Sono ancora più convinto che si debba andare verso il federalismo, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali, che agiscono con la concretezza che serve ai territori e che sono a contatto con il mondo economico, ricevono le domande di chi lavora e produce ricchezza e per questo chiedono una politica industriale. E vogliamo occuparci anche di diritti civili“. Un tema che sta molto a cuore anche all’altro governatore “ribelle”, il Veneto Luca Zaia, e su cui Salvini invece porta avanti una linea fermamente conservatrice.

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Il furto delle opere di Antonello da Messina solleva un’altra domanda: lo Stato sa quante opere confiscate possiede?

Il furto di quattro opere di Antonello da Messina dal Museo regionale della sua città, comprese tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, pone una domanda che va molto oltre la sicurezza dei musei: che cosa significa davvero proteggere e restituire alla collettività un patrimonio culturale?

Perché esiste un’altra enorme questione, assai meno spettacolare di un furto nella notte di Ferragosto: quella delle opere d’arte sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Qui non servono proclami sulla legalità. Servono numeri. L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, Anbsc, è diretta dal settembre 2024 dal prefetto Maria Rosaria Laganà. La delega politica sui beni confiscati al Ministero dell’Interno è della sottosegretaria Wanda Ferro. Dal maggio 2026 l’Ufficio nazionale beni mobili e immobili sequestrati e confiscati è diretto da Rossana Bellantoni.

A loro si potrebbero rivolgere alcune domande semplicissime. Quante opere d’arte confiscate definitivamente gestisce oggi lo Stato italiano? Dove sono? Quante sono esposte? Quante sono in deposito? Quante aspettano una destinazione? Da quanti anni? Qual è il loro valore complessivo? Provate a cercare le risposte. L’Anbsc pubblica relazioni, statistiche e dati sui beni confiscati. Ha costruito strumenti informatici e piattaforme per immobili e beni mobili registrati. Già dal 2021 esiste persino una “vetrina” telematica attraverso la quale vedere autoveicoli, motoveicoli, autocarri, macchine operatrici e altri mezzi confiscati.

Per un’automobile confiscata abbiamo dunque concepito una vetrina digitale. Per un Fontana, un De Chirico o un Warhol confiscato, il cittadino non dispone invece di un catalogo nazionale pubblico che permetta di ricostruire sistematicamente identificazione, provenienza, stato conservativo, luogo di custodia, destinazione e fruibilità.

L’Italia possiede il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e una delle più importanti banche dati mondiali delle opere illecitamente sottratte: oltre 1,3 milioni di file. Nel solo 2024 i Carabinieri TPC hanno recuperato 80.437 beni d’arte per un valore stimato di circa 130 milioni di euro. Sappiamo dunque costruire una formidabile macchina per cercare l’arte quando scompare. E c’è un paradosso ancora più evidente che emerge proprio dall’operazione della quale le istituzioni vanno più orgogliose: SalvArti. Dalle confische alle collezioni pubbliche.

Nel dicembre 2024 il Ministero dell’Interno annunciava trionfalmente l’esposizione a Palazzo Reale di Milano di oltre ottanta opere sottratte alla criminalità organizzata: De Chirico, Sironi, Fontana, Dalí, Warhol, Schifano, Rauschenberg.

La sottosegretaria Wanda Ferro parlò di opere “restituite alla collettività” e della necessità di rendere l’arte accessibile. Giustissimo. Ma quelle oltre ottanta opere provenivano da due sole procedure di confisca. E quindi, è precisamente questo successo a rendere gigantesca la domanda su tutto il resto. Dov’è il resto? Non si sostiene, ovviamente, che le opere siano scomparse. Si sta evidenziando, al contrario, qualcosa di amministrativamente più grave: il cittadino non dispone di uno strumento pubblico che gli consenta di misurare l’efficienza della loro restituzione.

È un problema di accountability. La direttrice Laganà ha dichiarato ancora nel dicembre 2025 che i beni confiscati rappresentano una risorsa fondamentale per le comunità. Nel marzo 2026 Anbsc e Legacoop hanno firmato un altro protocollo per la loro valorizzazione. Nel luglio 2026, alla presenza del ministro Matteo Piantedosi e della sottosegretaria Ferro, l’Agenzia ha sottoscritto un nuovo accordo con la Regione Piemonte per accelerarne destinazione e riutilizzo.

Protocolli, accordi, convegni, relazioni semestrali. Benissimo! Adesso, però, si chiede un Excel. Una riga per ogni opera d’arte definitivamente confiscata. Autore. Titolo. Procedimento. Data della confisca definitiva. Valore stimato. Luogo di custodia. Stato di conservazione. Data della destinazione. Ente destinatario. Fruibile: sì o no. Naturalmente oscurando le informazioni che possano compromettere sicurezza e indagini.

Non occorre una nuova legge, dunque. Occorre trasformare la gestione patrimoniale in una gestione misurabile. Perché esiste una differenza enorme fra confiscare un’opera e restituirla. La prima è un’attività giudiziaria. La seconda è un risultato amministrativo. E un risultato si misura. L’Anbsc dovrebbe quindi pubblicare ogni anno cinque numeri: opere prese in carico; opere catalogate; opere destinate; opere effettivamente esposte; tempo medio trascorso dalla confisca definitiva alla fruizione. E dovrebbe indicare il patrimonio ancora in attesa. Altrimenti la parola “restituzione” rischia di diventare una formula da inaugurazione.

Il furto di Messina dimostra quanto sia devastante perdere fisicamente un’opera d’arte. Ma c’è una seconda forma di sottrazione, meno cinematografica: possedere un patrimonio pubblico senza consentire al pubblico di sapere esattamente che cosa possiede, dove si trova e quando potrà vederlo. Per questo Piantedosi, Ferro e Laganà dovrebbero rispondere a una domanda che non è ideologica e non è di destra o di sinistra: quante opere d’arte confiscate possiede oggi lo Stato italiano e quante di esse possiamo vedere?

Se il numero esiste, lo pubblichino. Se non esiste, il problema è ancora più serio. Perché contro la mafia lo Stato non vince quando sequestra un quadro. Vince quando quel quadro smette di essere il trofeo privato di un criminale e diventa davvero patrimonio di tutti.

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“Credeva che il marito fosse una spia morta in un’operazione internazionale e che i bambini fossero ‘zagottini'”: cos’è il gang stalking e perché in estate aumentano i casi

“Non ogni paura nasconde un colpevole. E non ogni paura ha bisogno di un detective.” Se nel primo capitolo dell’estate investigativa dominavano amanti gelose, mariti allergici alla spiaggia e relazioni clandestine organizzate con la precisione di un piano industriale, esiste un altro volto della stagione calda. Molto meno leggero e, soprattutto, molto più difficile da gestire. Quando le serrande delle aziende si abbassano, gli studi professionali rallentano e le città cominciano a svuotarsi, il telefono di Klara Murnau continua a squillare. Ma le storie cambiano tono.

Ai sospetti sentimentali si affiancano persone convinte di essere pedinate, controllate attraverso dispositivi nascosti, osservate dai vicini o perseguitate da gruppi organizzati. Casi che sembrano usciti da un thriller internazionale e che, tuttavia, arrivano sulle scrivanie degli investigatori privati sotto forma di richieste molto concrete: controllare un’intera via, identificare sconosciuti incontrati al supermercato, verificare se i bambini del quartiere facciano parte di un’organizzazione segreta.

È il lato più delicato di un mestiere che non consiste soltanto nel trovare prove. A volte, il compito più difficile è riconoscere quando non esiste un’indagine da aprire. Klara Murnau, considerata la detective privata più famosa d’Italia e autrice del libro Better call Klara, edito da Baldini + Castoldi, lo spiega con una frase che rovescia l’immaginario cinematografico della professione: “Un investigatore serio non è quello che accetta qualsiasi incarico. È quello che sa quando fermarsi e dire: questa persona non ha bisogno di un detective. Ha bisogno di un altro tipo di aiuto”.

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Una 17enne travolta da un barchino di migranti a pochi metri dalla riva di Chia (Cagliari): un arresto

Era in acqua, a pochi metri dalla battigia, quando ha sentito arrivare l’imbarcazione. Un attimo dopo l’impatto. Una ragazza di 17 anni, in vacanza con la famiglia a Chia (Cagliari), è stata travolta nel tardo pomeriggio di ieri nelle acque davanti alla spiaggia di Su Giudeu, una delle più frequentate della costa. A soccorrerla sono stati i bagnanti. La giovane, fortemente sotto choc, ha rischiato di annegare ed è stata affidata ai soccorritori, che hanno disposto il trasferimento urgente in elisoccorso all’ospedale Brotzu di Cagliari. A colpirla, secondo la ricostruzione dei carabinieri, è stato un piccolo natante in vetroresina con un motore fuoribordo da 85 cavalli. A bordo c’era un gruppo di migranti. Dopo l’impatto, invece di fermarsi, l’imbarcazione avrebbe proseguito la sua corsa, allontanandosi dalla zona e dirigendosi verso la vicina spiaggia di Tuerredda.

È lì che il viaggio si è interrotto. Una volta raggiunta la terraferma, i passeggeri sono scesi dal barchino e hanno tentato di allontanarsi a piedi nell’entroterra. Ma nel frattempo era già scattato l’allarme. La Centrale operativa ha mobilitato i carabinieri delle Stazioni di Domus de Maria e Pula e il Nucleo Operativo di Cagliari, impegnati in questi giorni nei controlli straordinari sul litorale per il periodo estivo. I militari hanno presidiato le principali vie di approdo e, in breve tempo, sono riusciti a rintracciare l’intero gruppo. Si trattava di 14 uomini adulti, tutti di nazionalità algerina e privi di documenti. Al momento del fermo, riferiscono i carabinieri, apparivano in buone condizioni di salute.

Parallelamente sono partite le indagini per capire chi fosse alla guida dell’imbarcazione e ricostruire con precisione quanto accaduto davanti a Su Giudeu. I carabinieri hanno lavorato insieme al personale della Squadra Mobile, sotto il coordinamento della Procura. Gli accertamenti hanno portato a individuare quello che gli investigatori ritengono essere il conducente: un 28enne algerino. Al termine degli accertamenti è stato arrestato e trasferito nel carcere di Uta. Le accuse nei suoi confronti sono di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni personali gravissime. La sua posizione, tuttavia, è ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria nella fase delle indagini preliminari: per l’indagato vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.

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“Ha lasciato la festa con un ragazzo, il fidanzato non sapeva nulla. Si è sfiorata la rissa”. Belen Rodriguez su tutte le furie per le indiscrezioni: “Un gran bel vaffan***o a chi vive per rovinare la serenità degli altri”

“Un gran bel vaffan***o a chi vive per rovinare la serenità degli esseri umani (e monetizzare) a discapito di chiunque”. È furiosa Belen Rodriguez, e non fa giri di parole sui social. La showgirl rompe il silenzio dopo giorni in cui il suo nome ha monopolizzato la cronaca rosa per quello che sarebbe successo in occasione del Ferragosto trascorso lontano dal compagno, Gaetano Fidanzati. Belen non cita esplicitamente Gabriele Parpiglia, ma tutto sembra riportare al racconto fatto dal giornalista nella propria newsletter.

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Le IA si mettono d’accordo da sole: seguono la maggioranza anche in gruppi di mille. Lo studio su Science

Possono trovarsi davanti a due possibilità equivalenti, senza alcun motivo per preferirne una all’altra, eppure finiscono per scegliere la stessa. Non perché qualcuno dica loro quale sia la risposta giusta, ma perché guardano cosa hanno scelto gli altri e si adeguano alla maggioranza. È il comportamento osservato in un nuovo studio sulle Intelligenze Artificiali, che mostra come gruppi di IA possano sviluppare spontaneamente una forma di coordinamento collettivo. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Advances, è stata guidata dall’Università di Costanza, in Germania, e ha coinvolto anche l’Istituto dei Sistemi Complessi del Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma. A coordinare il lavoro è stato l’italiano Giordano De Marzo, ricercatore dell’ateneo tedesco.

Gli esperimenti hanno messo alla prova gruppi di Large Language Model, i grandi modelli linguistici alla base dei più noti sistemi di IA. ChatGPT è uno degli esempi più conosciuti. Ai modelli venivano proposte due opzioni tra loro equivalenti, in una situazione quindi in cui non esisteva una ragione oggettiva per scegliere l’una o l’altra. La variabile decisiva era un’altra: ogni modello poteva conoscere le scelte effettuate dagli altri componenti del gruppo. E, osservando quelle preferenze, le IA tendevano progressivamente a convergere verso l’opzione che aveva ricevuto più voti. In altre parole, la maggioranza diventava una sorta di punto di riferimento. I modelli sceglievano l’opzione più “votata”, sviluppando così un comportamento di coordinamento collettivo che ricorda meccanismi osservabili anche in natura, dagli stormi di uccelli ai banchi di pesci fino ai comportamenti degli esseri umani.

L’aspetto più sorprendente è che il fenomeno non si limita a piccoli gruppi. Gli esperimenti hanno mostrato forme di coordinamento anche in gruppi estremamente numerosi, composti da circa mille IA. Tra i modelli coinvolti c’erano anche sistemi avanzati come Claude 3.5 Sonnet di Anthropic e GPT-4 Turbo di OpenAI. Il meccanismo, spiegano i ricercatori, non richiede necessariamente un coordinatore umano che stabilisca le regole del comportamento collettivo. Il consenso può emergere dal semplice confronto tra le decisioni dei singoli modelli.

È proprio questo elemento a rendere il risultato interessante, ma anche delicato. Se la capacità di coordinarsi può rendere più efficienti sistemi composti da molte IA che devono collaborare, allo stesso tempo può produrre dinamiche difficili da prevedere o controllare. “Il coordinamento spontaneo potrebbe rivelarsi vantaggioso”, osservano gli autori dello studio, “ma potrebbe anche porre sfide legate alla sicurezza“. La ricerca apre quindi una questione che va oltre la semplice capacità di un singolo modello di fornire una risposta. Se sempre più sistemi di IA saranno chiamati a lavorare insieme, infatti, sarà importante capire non solo come ragiona ciascun modello, ma anche cosa accade quando molti modelli osservano le decisioni degli altri e iniziano ad adattarsi reciprocamente. Il risultato dello studio suggerisce che, in determinate condizioni, una forma di consenso può emergere senza che nessuno lo abbia imposto. Le IA, semplicemente, guardano cosa fa la maggioranza. E la seguono.

Lo studio

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“Grazie Ethiopian per avermi rotto la carrozzina, è inutilizzabile. Peggior volo della mia vita, per noi sono le nostre gambe, la nostra libertà”: la rabbia di Manuel Bortuzzo

Quello che doveva essere il rientro da una vacanza tra Zanzibar e la Tanzania si è trasformato in una brutta sorpresa per Manuel Bortuzzo. Il nuotatore, di ritorno da un viaggio in Africa insieme alla fidanzata Serena Padovano, si è ritrovato davanti alla propria sedia a rotelle danneggiata al momento della riconsegna dei bagagli dopo il viaggio in aereo con la compagnia Ethiopian Airlines. Bortuzzo ha raccontato l’accaduto sui social, prima attraverso alcune storie e poi con un post corredato da fotografie e video che mostrano le condizioni della carrozzina. Nel suo messaggio ha spiegato di aver scelto di rendere pubblica la vicenda anche dopo aver ricevuto numerose testimonianze da parte di altre persone che gli hanno raccontato esperienze simili.

Bortuzzo ha spiegato che una carrozzina deve essere considerata qualcosa di estremamente delicato e importante per chi ne ha bisogno: “Ho fatto delle storie a riguardo ma è giusto fare un post perché questo deve rimanere. Mi avete scritto in tanti raccontandomi le vostre disavventure e queste cose NON devono succedere. Una carrozzina per chi è obbligato a starci sopra è una cosa troppo importante e delicata e va trattata con rispetto e cura. Sono le nostre gambe, la nostra libertà. Non è accettabile che nel 2026 vengano trattate con tale superficialità”.

Nel suo sfogo ha sottolineato anche un altro aspetto: la situazione avrebbe potuto essere molto più grave se il danno fosse avvenuto durante il viaggio di andata: “Fosse successo all’andata ? Come facevo 8 giorni lì così? La carrozzina è inutilizzabile. Mettiamoci nei panni di chi invece al ritorno da un viaggio aveva solo questa per vivere e svolgere le azioni quotidiane, in che situazione di disagio assurdo si trovava? Per la gravità della cosa tutto questo non può passare inosservato”.

Il suo messaggio si chiude con un appello a non lasciare cadere la questione: se per lui la situazione può essere stata risolta, non tutti hanno le stesse possibilità e lo stesso margine di sicurezza: “Ripeto, io sono fortunato, ma è giusto parlarne per tutte quelle persone che questa fortuna non ce l’hanno”, ha concluso Bortuzzo.

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“La chiave del mistero è in quel nastro in cui si sente la voce di Orlandi. Un poliziotto disse a De Pedis che il corpo di Emanuela era finito in una betoniera”: gli elementi inediti nel nuovo libro

“1983”: il titolo del nuovo libro (edito da Baldini e Castoldi) del giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro evoca quello di un cult di fantascienza ma racconta una vicenda più che reale, per quanto non meno oscura del romanzo di George Orwell. “1983” (con la prefazione del giudice Ilario Martella) raccoglie la più ampia e dettagliata indagine sul mistero delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Nel libro c’è tutta l’istruttoria del giudice Ilario Martella sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II e i punti chiave in cui la sua inchiesta intreccia i casi Orlandi e Gregori.

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Travolto e ucciso a 33 anni, il conducente fugge: individuato dai carabinieri il pirata della strada

La strada nel buio, poco dopo le tre di notte. Paolo Pandolfi, 33 anni, stava camminando lungo via XX Settembre, a Vicopisano, nel Pisano, quando è stato travolto da un’automobile. Un impatto violentissimo che non gli ha lasciato scampo. È morto così, nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 agosto. Dopo l’investimento, secondo una prima ricostruzione, l’automobilista non si sarebbe fermato. L’auto avrebbe proseguito la sua corsa, lasciando sull’asfalto il giovane ferito a morte.

Quando sono arrivati i soccorsi, per Paolo Pandolfi non c’era più nulla da fare. I sanitari hanno potuto soltanto constatarne il decesso. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri della stazione di San Giovanni alla Vena, che hanno immediatamente iniziato a raccogliere elementi per ricostruire cosa è avvenuto e dare un nome al conducente. Durante i rilievi, tra i primi elementi utili è stato trovato un frammento del veicolo che potrebbe appartenere all’auto coinvolta nell’investimento. Gli investigatori hanno poi cercato altre tracce, rivolgendosi alle telecamere private presenti nella zona. Le immagini acquisite dai carabinieri avrebbero ripreso quanto accaduto e sono ora al vaglio per ricostruire la dinamica dell’incidente e verificare gli elementi raccolti durante i rilievi.

La svolta è arrivata nella mattinata di lunedì 17 agosto. Nel giro di poche ore gli investigatori dell’Arma sono riusciti a individuare l’automobilista ritenuto coinvolto nell’investimento. L’uomo è stato denunciato in stato di libertà per omicidio stradale. Saranno eseguiti i test per stabilire se chi guidava fosse in stato di alterazione per droga o alcol. Restano ancora da chiarire con precisione la dinamica dell’incidente, le circostanze dell’investimento e cosa sia accaduto immediatamente dopo l’impatto.

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Yael Trepy in terapia intensiva: il giocatore del Cagliari è grave dopo aver rischiato di annegare in piscina

L’attaccante del Cagliari, Yael Trepy, è ricoverato in gravi condizioni nel reparto di terapia intensiva all’ospedale Santissima Annunziata di Sassari. Il 20enne, di origini francesi, ha infatti rischiato di annegare nella piscina di una villa in Costa Smeralda ieri pomeriggio, 17 agosto.

Secondo una prima ricostruzione, l’incidente è avvenuto intorno alle 18 quando il giocatore è finito nella parte della piscina dove l’acqua è più alta e si è trovato in difficoltà visto che non sa nuotare.

Quando Trepy è stato tirato fuori, la gravità della situazione ha reso necessario l’intervento del 118 e il trasporto in elisoccorso a Sassari. La Tac toracica eseguita sull’attaccante ha rivelato la presenza di grandi quantità di liquido nei polmoni, situazione che rende difficile lo scambio di ossigeno. Per evitare sofferenze al paziente e consentire la somministrazione di una terapia, i medici tengono il giovane in coma farmacologico, sotto costante monitoraggio.

Il 20enne ha esordito in Serie A con la maglia del Cagliari durante la scorsa stagione e ha segnato il gol fondamentale di pareggio nella partita con la Cremonese. Proprio lo scorso venerdì, 14 agosto, è partito titolare nella gara vinta dal Cagliari contro l’Arezzo in Coppa Italia. “Il club – si legge in una nota – è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni. In questo momento ogni pensiero del Cagliari Calcio è rivolto a Yael e ai suoi familiari. Il club invita inoltre al massimo rispetto della loro privacy e comunicherà eventuali aggiornamenti quando disponibili”.

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“È stato rilevato un attacco mirato al tuo iPhone. Proteggi i tuoi dati e il tuo dispositivo”: perché Apple sta mandando questo avviso e cosa c’è dietro il nuovo allarme

Tra il 13 e il 14 agosto Apple ha inviato a una parte dei suoi utenti una notifica piuttosto insolita: il loro iPhone potrebbe essere stato preso di mira da uno spyware. Gli avvisi hanno raggiunto persone in 110 Paesi e, tra i destinatari, non ci sarebbero soltanto giornalisti, attivisti o figure pubbliche. Il messaggio mostrato da Apple non lascia molto spazio alle interpretazioni: “Apple ha rilevato un attacco spyware mirato al tuo iPhone. Puoi intraprendere alcune azioni ora per proteggere i tuoi dati e il tuo dispositivo”.

Non è la prima volta che Apple invia comunicazioni di questo tipo. L’azienda ha iniziato a notificare gli utenti potenzialmente coinvolti in attacchi spyware mirati nel 2021 e, da allora, ha continuato a farlo in diverse occasioni. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, quello di cui si parla in questo caso è il cosiddetto spyware mercenario, cioè un software di sorveglianza sviluppato e venduto da società private. Sono strumenti molto più avanzati rispetto ai malware comuni e vengono utilizzati per attacchi mirati, con l’obiettivo di ottenere informazioni da uno specifico dispositivo.

Uno dei nomi più conosciuti in questo settore è Pegasus, lo spyware sviluppato da NSO Group e già finito al centro di numerose inchieste internazionali. Non ci sono però conferme che sia stato utilizzato anche in questa campagna. Alcune segnalazioni online parlano di strumenti che potrebbero essere simili, ma al momento non è possibile stabilire con certezza quale spyware ci sia dietro gli attacchi.

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Colpiti dai fulmini, due morti in montagna: turista americano sull’Etna, escursionista in Alto Adige

Il temporale è arrivato mentre erano in montagna. Poi il fulmine, improvviso e impossibile da prevedere. Due tragedie distinte, avvenute a centinaia di chilometri di distanza, hanno avuto lo stesso epilogo: due persone sono morte in quota dopo essere state colpite da una scarica elettrica. La prima vittima è stata trovata nella notte sul Piz Starlex, oltre i 3.000 metri di altezza, sopra Tubre, in Val Monastero. L’uomo era stato segnalato come disperso dopo che non aveva fatto ritorno dalla cima. L’ultimo contatto telefonico risaliva alle 13, direttamente dalla vetta del Piz Starlex. In quel momento il temporale si stava avvicinando. Poi più nessuna notizia. Con il passare delle ore e l’arrivo del buio, la preoccupazione è aumentata. Poco dopo le 22 è stata attivata la ricerca attraverso la Centrale provinciale d’emergenza. I soccorritori hanno iniziato a battere la zona mentre le condizioni rendevano particolarmente complesso l’intervento.

La svolta è arrivata alle 23.44, quando il drone del Soccorso alpino ha individuato il corpo nella zona del sentiero numero 4, a circa 2.600 metri di quota, in un tratto di terreno impervio. Per raggiungerlo e riportarlo a valle è stato necessario un lungo intervento. Sul posto hanno lavorato circa quaranta soccorritori del Soccorso Alpino di Tubre, del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Silandro, dei Vigili del Fuoco Volontari di Tubre e del Soccorso Alpino di Prato allo Stelvio, con il drone del distretto. Secondo le prime informazioni, l’uomo sarebbe stato colpito da un fulmine mentre stava scendendo dalla montagna. Per lui non c’è stato nulla da fare.

Quasi contemporaneamente, dall’altra parte dell’Italia, un’altra tragedia si consumava sull’Etna. Un turista statunitense di 29 anni è stato colpito da un fulmine mentre si trovava sul vulcano. L’allarme è scattato ieri sera, poco prima delle 20, quando è stato richiesto l’intervento dei soccorsi. Il giovane, secondo le prime informazioni, si trovava in una zona vietata quando è stato sorpreso da un violento temporale. Anche in questo caso la scarica elettrica è stata devastante. Sul posto è intervenuto l‘elicottero Drago 142 dei Vigili del fuoco. Il turista è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Cannizzaro di Catania, ma è arrivato senza vita.

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“Il numero 7 mi appare spesso all’improvviso, è lui che mi avverte da lassù. Mi scriveva bellissime lettere d’amore, le rileggo spesso da quando è mancato”: Tiziana Baudo ricorda papà Pippo

“Noi avevamo il numero 7 come numero ricorrente porta fortuna della nostra famiglia (lui è nato il 7 giugno, ha chiamato il suo ufficio studio 77 ed è mancato il giorno 16, 6+1=7, Settevoci ecc. ecc.) e il 7 me lo vedo apparire spesso così all’improvviso in svariate circostanze, come se lui da lassù mi stesse pensando o mi stesse mettendo in guardia da qualcuno o qualcosa”.

Inizia dal peso di una scaramanzia familiare, trasformatasi oggi in una profonda connessione spirituale, il ricordo di Tiziana Baudo. A un anno esatto dalla morte del padre Pippo — uno dei volti storici della televisione italiana, scomparso a 89 anni il 16 agosto 2025 — la figlia cinquantaseienne ha affidato all’Ansa una lunga lettera. Un testo intimo, privo di retorica televisiva, attraverso cui ripercorre il dolore della perdita, i bilanci privati e il rammarico per l’assenza di chi ha condiviso con il padre decenni di carriera.

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“Questi uccelli possono volare a 72 chilometri orari. Un giorno un colombo è tornato con un messaggio sulla zampa”: la storia di Marco Castelli, allevatore degli ultimi ‘messaggeri’ del cielo

Ha 80 coppie di colombi nella sua colombaia di Cortona e da anni partecipa alle gare di colombi viaggiatori. Marco Castelli, 47 anni, colombofilo e imprenditore agricolo, nei giorni scorsi è stato premiato dal Comune di Cortona per la vittoria al Campionato toscano Colombi viaggiatori, ottenuta nella gara disputata a Capua l’11 maggio. Il suo esemplare ha percorso 306 chilometri in linea d’aria in 4 ore e 15 minuti, raggiungendo una velocità media di 72 chilometri orari e conquistando il primo posto nella competizione. “Mi definisco un colombofilo da sempre”, racconta Castelli al Corriere di Arezzo, che pratica questa disciplina con la società sportiva Ali Aretine. Un’attività ancora poco conosciuta, ma che in Italia conta appassionati impegnati in gare provinciali e regionali.

“Mi rendo conto che è una disciplina poco conosciuta e che in Italia siamo in pochi a praticarla”. Castelli alleva circa 80 coppie di colombi, tra riproduttori e viaggiatori. Tra i suoi esemplari più conosciuti c’è il colombo identificato dall’anello numero 223949-22, un esemplare dal piumaggio bigio che ha già ottenuto diversi risultati importanti nelle competizioni. La gara di Capua è stata l’ultima di una serie di prove in cui i colombi vengono trasportati nella località di partenza e poi liberati. Da quel momento devono ritrovare autonomamente la strada verso la propria colombaia, sfruttando il loro naturale senso dell’orientamento. “Quando un colombo nasce gli viene messo un anello di riconoscimento con un numero e un microchip”. Il legame con il luogo in cui sono nati è l’elemento fondamentale che permette il ritorno. La colombaia rappresenta per il colombo un punto di riferimento sicuro verso cui fare rientro anche dopo spostamenti di centinaia di chilometri. “Il meccanismo di ritorno è dato dal fortissimo attaccamento alla propria colombaia, che considera una casa sicura”, afferma.

Oggi i colombi viaggiatori non vengono più utilizzati come strumenti di comunicazione, ma sono protagonisti di vere e proprie competizioni sportive. Ogni gara misura il tempo impiegato per tornare a casa e stabilisce la classifica sulla base della velocità: “I colombi partecipanti vengono radunati e sistemati nelle proprie ceste su un camion, dotato di tutti i comfort, che parte verso la località della competizione, in questo caso Capua. Il giorno della gara vengono liberati e il loro istinto è quello di riprendere la rotta verso casa”.

Il ritorno del vincitore ha rappresentato il momento più importante della gara: “Il mio colombo, che ancora non ha un nome perché glielo diamo solo dopo alcuni primi posti, ha vinto coprendo 306 chilometri in linea d’aria in 4 ore e 15 minuti, alla velocità media di 72 chilometri orari”.

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“La morte? Il vero problema sarebbe essere immortali. Sia io che mia moglie Daniela siamo molto credenti, vorrei passare il compleanno in sordina ma temo che non sarà possibile”: i 90 anni di Mogol

Guai a chiamarlo paroliere. Giulio Rapetti, per tutti semplicemente Mogol, è l’autore che ha scritto l’educazione sentimentale di un intero Paese. Tagliato il traguardo dei 90 anni, si racconta al Corriere della Sera spazzando via ogni traccia di retorica, a cominciare dal tabù più grande. Nessuna paura della morte, affrontata anzi con una lucidità disarmante: “Nel tempo ho capito che fa parte della vita”, confida. “Come diceva mia madre è un fatto naturale, moriamo tutti. Il vero problema sarebbe essere immortali”.

Oggi mantiene la sua forma fisica praticando ginnastica acquatica e vive in Umbria, al Cet (Centro Europeo Tuscolano): “Il Cet, dove vivo, è circondato dal verde e anche in questi giorni afosi stiamo bene”. Per il compimento dei 90 anni, il suo desiderio sarebbe quello di evitare i riflettori: “Sinceramente non avrei voglia di grandi festeggiamenti, preferirei passarlo in sordina, ma temo che non sarà possibile”.

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“Racconto non attendibile, difetto di prova oltre ogni ragionevole dubbio”, ecco perché due giovani schermidori sono stati assolti dall’accusa di violenza sessuale

Non ci sarebbe una prova sufficiente per affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che quella notte sia stata commessa una violenza sessuale di gruppo. È questo il punto centrale delle motivazioni con cui il tribunale di Siena ha assolto due giovani schermidori italiani, accusati di abusi ai danni di una 17enne tesserata per l’Uzbekistan, per un episodio risalente al 4-5 agosto 2023 durante un raduno a Chianciano Terme. La sentenza era stata pronunciata il 18 maggio 2026 con rito abbreviato, con la formula piena “perché il fatto non sussiste”. Le motivazioni del gup Andrea Grandinetti sono state depositate il 14 agosto. Il pubblico ministero aveva chiesto per entrambi gli imputati una condanna a 5 anni e 4 mesi di carcere.

Per il giudice, il processo non ha raggiunto la soglia probatoria necessaria per una condanna. Nelle motivazioni si parla di un “difetto di prova oltre ogni ragionevole dubbio”, legato in particolare alla possibilità di ritenere provata l’esistenza della condotta contestata. Il tribunale rileva inoltre nel racconto della giovane un “basso grado di coerenza interna“. Uno dei punti esaminati riguarda le condizioni psicofisiche della ragazza nella notte dei fatti, soprattutto il suo stato di coscienza e quindi la capacità di intendere e di volere. Secondo il giudice, le dichiarazioni sull’assunzione di alcolici risultano incoerenti e sarebbero state smentite sia da alcune testimonianze sia da un video acquisito agli atti.

Nel filmato, secondo quanto riportato nelle motivazioni, la giovane viene mostrata mentre cammina in condizioni di piena coscienza e arriva anche a saltare per gioco sulle spalle di uno degli imputati. Il tribunale prende in considerazione anche la circostanza che la ragazza non avrebbe consumato bevande alcoliche dopo la chiusura del bar. Tra quel momento e l’ingresso nella stanza dove si trovavano i due imputati e un loro amico sarebbero trascorsi “almeno 90 minuti”. Un intervallo che, secondo il giudice, porta a ritenere verosimile che la giovane fosse lucida.

Anche la positività ai cannabinoidi non viene ritenuta un elemento sufficiente per ricostruire lo stato della ragazza al momento dei rapporti sessuali. Il dato, scrive il giudice, non può essere “razionalmente valorizzata al fine di datare l’intervenuta assunzione” della sostanza e quindi non può essere collegato con certezza temporale ai fatti contestati. Un altro passaggio fondamentale delle motivazioni riguarda il consenso. Anche su questo aspetto il tribunale rileva un “difetto di attendibilità” nelle dichiarazioni della giovane, parlando sia di una carenza di “coerenza estrinseca”, sia di elementi emersi attraverso le testimonianze. In particolare, viene presa in esame la deposizione di un’amica della ragazza, alla quale quest’ultima avrebbe confidato di aver avuto rapporti sessuali con altri ragazzi presenti al ritiro nei giorni precedenti. L’amica aveva inoltre messo a verbale i nomi dei due imputati.

È uno degli elementi che il giudice considera nella valutazione complessiva dell’attendibilità del racconto e dell’assenza di consenso. La conclusione è netta: per il tribunale è impossibile “attribuire ‘fede’ alle dichiarazioni di parte civile in ordine all’assenza di consenso”. La decisione arriva quasi tre anni dopo i fatti contestati. Alla lettura della sentenza, il 18 maggio, la giovane, oggi maggiorenne, era presente in aula ed era scoppiata in lacrime. Nelle motivazioni depositate nei giorni scorsi, il giudice ricostruisce quindi un quadro nel quale, secondo il tribunale, gli elementi raccolti non consentono di superare la soglia del ragionevole dubbio. Il punto non è dunque l’affermazione di una diversa verità dei fatti, ma l’impossibilità, per il giudice, di considerare sufficientemente provati gli elementi dell’accusa.

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“Era uno dei prodotti più richiesti della farmacia dei frati”: nell’archivio di un convento di Firenze spunta la ricetta dell'”Elixir vinoso ricostituente” simile alla Coca Cola, l’incredibile scoperta

Nell’antica farmacia del convento di San Marco è spuntata una ricetta di un elisir ricostituente molto simile alla ricetta della Coca Cola. Sono stati i frati a ritrovare un antico documento rimasto nascosto per oltre un secolo nell’archivio della farmacia di via Cavour a Firenze.

A rivelarlo è il settimanale Toscana Oggi nel numero in uscita in questi giorni, che ha raccolto il racconto dei padri Domenicani del convento di San Marco. Un foglietto pubblicitario di metà Ottocento riemerso durante il riordino del patrimonio storico, spiega il settimanale, parla infatti dell’esistenza di un “Elixir vinoso ricostituente” preparato con foglie di coca boliviana e noce di kola. Ingredienti che, secondo la ricostruzione storica, pochi anni più tardi il farmacista americano John Stith Pemberton avrebbe utilizzato per il suo “French Wine Coca”, il preparato medicinale da cui nacque, nel 1886, quella che sarebbe poi diventata la celebre Coca Cola.

Non esistono documenti che dimostrino un collegamento diretto, ma la coincidenza resta suggestiva. A riportare alla luce quel foglietto ingiallito è stato padre Manuel Russo, rettore del convento di San Marco, mentre stava riordinando l’archivio. “Mi sono imbattuto nell’antica pubblicità di questo elisir mentre consultavo il nostro archivio. Ho iniziato ad approfondire la documentazione conservata nel convento e ho scoperto che era uno dei prodotti più richiesti della farmacia dei frati“, racconta a Toscana Oggi.

Il documento descrive l'”Elixir vinoso ricostituente” come un tonico capace di alleviare la stanchezza fisica e mentale, il mal di testa e le debolezze dovute all’età o alle “fatiche straordinarie”. Ma è soprattutto la composizione a colpire: 30 grammi di noce di kola e 10 grammi di foglie di coca boliviana infuse in un litro di misto alcolico. Ingredienti arrivati probabilmente tramite i missionari che in quel periodo erano presenti in America Latina e in Africa.

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È morta a 36 anni l’attrice Hayden Panettiere, star delle serie “Heroes” e “Nashville”: “Coinvolta in un incidente, indagini in corso”. È giallo sulle cause del decesso

L’attrice statunitense Hayden Panettiere, celebre per aver interpretato i ruoli di Claire Bennet nella serie Heroes e di Juliette Barnes in Nashville, è morta all’età di 36 anni. La notizia del decesso è stata confermata dal suo agente all’emittente statunitense ABC News, mentre le cause della morte non sono state al momento ufficializzate.

Tuttavia, è il sito Tmz a rivelare i primi dettagli sulle circostanze del decesso. Secondo quanto riportato, fonti delle forze dell’ordine hanno confermato l’intervento della polizia nella giornata di domenica in risposta a un “incidente” che ha coinvolto l’attrice. Le autorità hanno precisato che al momento è in corso un’indagine aperta per fare luce sull’accaduto. Inoltre, una persona vicina a Panettiere ha rivelato al portale che l’attrice “si era recentemente lamentata di dolori alla schiena nell’ultimo anno”.

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Indonesia, nuova scossa di magnitudo 5,6 al largo delle coste: 700 italiani bloccati sull’isola di Flores. Sale il bilancio delle vittime

Un altro terremoto, questa volta di magnitudo 5.6, ha colpito l’Indonesia alle 2.46 (ora italiana) di stanotte, 17 agosto. L’ipocentro è stato localizzato a una profondità di 18 chilometri, circa 175 km a est della città di Labuan Bajo. Secondo quanto riporta l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), non è stato emesso alcun allarme tsunami. Non risultano danni o conseguenze sulla popolazione.

Si aggrava però il bilancio del sisma di magnitudo 7.7 che ha colpito l’isola di Flores negli scorsi giorni. In particolare sono almeno 53 le persone che hanno perso la vita e 12.800 quelle che non possono rientrare nelle proprie case secondo l’agenzia nazionale indonesiana per la gestione dei disastri (Bnpb). 135 invece i feriti. Ad aumentare è anche il numero degli italiani presenti al momento del terremoto e che ora sono bloccati sull’isola. In particolare sono 700 i connazionali non residenti e registrati su “Dove siamo nel mondo”. Nessuno di loro tuttavia sembra aver riportato danni o problematiche.

La Farnesina, attraverso l’Ambasciata italiana a Giacarta e l’Unità di Crisi, continua a fornire informazioni ai propri cittadini per permettergli di tornare a casa. Alcuni gruppi di vacanzieri sono riusciti a salire sull’aereo per lasciare il Paese già nella notte tra il 15 agosto e il 16. Complessivamente in Indonesia risultano almeno 2000 italiani iscritti all’Aire e circa 6000 connazionali non residenti registrati su “Dove siamo nel mondo”. Secondo il Ministero degli Esteri, al momento i principali aeroporti dell’area risultano operativi ma l’elevata domanda di voli da parte dei turisti internazionali e della popolazione locale sta determinando una disponibilità limitata di posti sui collegamenti aerei in partenza dall’area. La Farnesina intanto invita i connazionali presenti nell’area a mantenersi in contatto con l’Ambasciata e a registrare la propria presenza sui sistemi dell’Unità di Crisi.

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Pioggia di droni ucraini sulla Russia: oltre 1.500 in 24 ore. “Record da inizio guerra”. Telegraph: “Mosca ha costruito decine di basi per il lancio a lungo raggio”

Il ministero della Difesa russo sostiene di aver abbattuto circa 1.500 droni ucraini sull’intero territorio nazionale solo nella notte tra sabato e domenica. Il sindaco di Mosca, Serghei Sobyanin, ha riferito che circa 600 erano diretti verso la capitale, mentre il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha definito quella di oggi “una delle più massicce” offensive degli ultimi anni. Il bilancio più grave in Russia è stato registrato nella regione meridionale di Rostov, dove cinque persone sono rimaste uccise. Un’altra vittima è stata segnalata nella regione della capitale, dove un drone ha colpito l’abitazione di un uomo di 83 anni, e una settima nella regione di Belgorod, in un attacco contro un autobus.

Un’ulteriore ondata si sarebbe abbattuta sulla Russia la scorsa notte, quando i sistemi di difesa aerea “hanno intercettato e distrutto 205″ droni ucraini sui territori delle regioni di Astrakhan, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Volgogrado, Kaluga, Kursk, Rostov, Repubblica di Crimea e sulle acque dei mari d’Azov e Nero, ha comunicato il ministero della Difesa.

Domenica a Podolsk, a sud di Mosca, è stato colpito nuovamente un magazzino di Wildberries, il maggiore gruppo russo dell’e-commerce, già preso di mira nelle ultime settimane dall’Ucraina con l’accusa di contribuire alla logistica militare di Mosca. Secondo Kiev sono stati messi fuori uso sette centri logistici su dieci di quella che viene considerata l’Amazon russa. Un incendio è stato segnalato anche in un deposito farmaceutico a Domodedovo. Kiev ha inoltre rivendicato di aver colpito nella regione di Rostov un impianto per la produzione di carburante per missili.

Contemporaneamente la Russia ha attaccato diverse regioni ucraine. Due persone sono morte e 14 sono rimaste ferite in un bombardamento contro l’acciaieria ArcelorMittal di Kryvyi Rih (città natale di Volodymyr Zelensky), dove la produzione è stata parzialmente sospesa. Altre due persone sono state uccise nella regione di Zaporizhzhia e una nella regione di Sumy. A Kiev missili e droni hanno provocato incendi e ferito diverse persone, mentre le fiamme hanno devastato anche il popolare mercato dei libri di Pochaina, conosciuto per le bancarelle di volumi rari e antichi.

Secondo un’inchiesta del Telegraph, Mosca ha costruito e ampliato almeno 10 basi militari progettate per il lancio massiccio di droni di ultima generazione lungo i confini con l’Ucraina e la Bielorussia. Alcuni di questi hub sono stati creati convertendo basi militari e aeroporti civili preesistenti, mentre altri sono stati costruiti da zero in aree rurali. Analizzando immagini satellitari, documenti riservati e dati della società di analisi DroneSec, giornalisti e analisti militari hanno individuato 59 rampe di lancio meccaniche, catapulte su rotaia che sostituiscono le piste di atterraggio e consentono il lancio rapido di droni pesanti simili ad aerei proprio in prossimità della linea del fronte. Almeno 20 di queste sarebbero progettate per il lancio delle più recenti versioni ad alta velocità di droni a lungo raggio, dotate di propulsione a reazione.

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Altro che “dolce far nulla”, l’estate è diventata una trappola psicologica: ecco cos’è la SAD, la “Summertime Sadness”

“L’estate mi ammazza – scriveva Cesare Pavese in una lettera -. Io non concludo più nulla. Sono morto, morto”. Arrivati alla quarta ondata di calore, neanche i più ferventi appassionati di questa stagione potrebbero mai dargli torto. Pavese oggi è in buona compagnia: sempre più persone vivono male “la bella stagione” provando tristezza, noia, frustrazione e ansia. I fattori sono molteplici, ma le temperature estreme peggiorano la situazione, condizionando il benessere fisico e mentale.

Diciamoci la verità: il mito della dorata estate italiana, del dolce far nulla e del divertimento è stato costruito a tavolino dagli enti di promozione del turismo. Per la maggior parte delle persone, esiste solo nei ricordi delle vacanze estive tra un anno scolastico e l’altro – un tempo fatto di pranzi dalla nonna, pomeriggi con i cugini, gelati che costavano un terzo rispetto a oggi e giornate intere passate sul bagnasciuga. Con l’età adulta l’estate inizia a diventare una stagione faticosa: si fa tutto ciò che si è sempre fatto negli 11 mesi precedenti, ma sudando.

Le ferie sono troppo poche e troppo lontane – e i prezzi attuali della benzina non aiutano certo a partire. I social network ci fanno credere che tutti – ma proprio tutti – sono in vacanza. Che tutti si divertono, fanno baldoria e veleggiano in barca verso al tramonto. Tutti tranne la persona che guarda attraverso lo schermo, magari nell’ennesima notte insonne, quando fa troppo caldo per dormire.

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“Sono discalculica, non so contare fino a 2. Il malessere sono io. Mi pento dei tatuaggi, voglio togliere il coltello che entra nel collo ma fa malissimo”: parla Ema Stokholma

Ema Stokholma non ricorre alla diplomazia quando si tratta di parlare di sé. In una lunga e schietta intervista rilasciata al Corriere della Sera, la conduttrice ha tracciato il bilancio della sua quotidianità partendo da difetti e pentimenti. Sulla gestione economica ammette senza mezzi termini di avere le “mani bucatissime“, soprattutto per l’arredamento: “Per la casa ho esagerato. Per i vestiti no, quelli tanto ce li prestano”. Altro capitolo aperto è quello dei tatuaggi, che sta faticosamente rimuovendo con risultati altalenanti: “Non bene, perché fa malissimo e non c’ho voglia”. Il primo della lista da eliminare è un “coltello che entra nel collo ed esce dalla parte opposta”, mentre sul “corvo sulla pancia” ha dovuto arrendersi: “Ho provato a toglierlo ma ho pianto, e quindi me lo tengo”.

Sul fronte sentimentale, la conduttrice smentisce la sua celebre teoria secondo cui la felicità coinciderebbe solo con l’essere single: “Lo confermo e lo rinnego in questo momento”. Da pochi mesi è infatti legata a un nuovo compagno: “Fa il pittore”.

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Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez sposi in salotto: dai look Gucci al diamante da 50 carati e la Madonna di Fatima, i dettagli delle nozze segrete

Nessun castello affittato in esclusiva, nessuna folla oceanica, nessuna parata di celebrità internazionali. Dopo quasi dieci anni insieme e una vita costantemente sovraesposta, Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez sono diventati marito e moglie nel modo più inaspettato per una delle coppie più mediatiche del pianeta: nel salotto di casa loro.

A dare l’annuncio iniziale è stata la stessa coppia, attraverso un’immagine essenziale pubblicata sui social: una foto ravvicinata delle loro mani intrecciate con le fedi al dito, accompagnata solo dalle iniziali “C” e “G. È stata poi la rivista Vogue, con un’esclusiva digitale firmata da Gaby Wood e accompagnata dagli scatti del fotografo Juergen Teller, a svelare tutti i dettagli di una cerimonia che ha ribaltato ogni pronostico.

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“Parlavamo dei Mondiali, poi hanno capito che eravamo italiani”, il racconto degli amici di Nicola Maggiotto aggredito a Barcellona

Si parlava di calcio, dei Mondiali. Una conversazione iniziata tranquillamente fuori dal locale, dopo la festa in piscina, e poi il cambio di atteggiamento quando quel gruppo di ragazzi ha capito che i giovani che aveva davanti erano italiani. È questo il passaggio che gli amici di Nicola Maggiotto, il 21enne in coma farmacologico a Barcellona dopo un’aggressione, mettono al centro del suo racconto sulla notte dell’aggressione nella città spagnola.

“Parlavamo dei mondiali, perché la Spagna ha vinto. Ma non ricordo bene”, racconta un giovane. I ragazzi italiani avevano appena lasciato il locale e stavano andando a prendere un taxi quando hanno incontrato una decina, forse quindici giovani. “Stavamo parlando tranquillamente con loro, un po’ bevuti, un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, non riuscivamo a capire bene di dove fossero”. Poi, però, qualcosa sarebbe cambiato. “Quando ci hanno sentito parlare e hanno capito che eravamo italiani hanno cambiato atteggiamento. L’ha notato anche il mio amico che era più sobrio di me”. Il ragazzo precisa di non voler stabilire un nesso certo tra l’aggressione e la nazionalità: “Non credo ci abbiano aggredito per la nostra nazionalità, ma sicuramente sono cambiati, sembrava che ci prendessero in giro. Ci trattavano con più cattiveria”.

È in questo clima che, secondo il suo racconto, nasce il confronto tra Nicola e uno dei ragazzi. Poco dopo il dibattito diventa una lite. “Mi sono girato e ho visto che Nicola aveva iniziato a litigare con uno di loro, hanno iniziato a picchiarsi. Erano uno contro uno, gli altri dieci ragazzi stavano intorno a guardare”. Per qualche secondo decide di non intervenire. “Nicola ha fatto un anno di arti marziali miste, il rugby è il suo sport, si sa difendere, mi sono detto”. Poi vede arrivare un secondo ragazzo. “Ho visto un secondo ragazzo correre da dietro verso di lui e tirargli questo pugno, un colpo forte, dietro la nuca, sopra la testa”. Nicola cade a terra e da quel momento la situazione precipita.

A ricostruire quei secondi successivi è soprattutto il terzo amico che era con loro. “Da quello che ci ha raccontato il nostro terzo amico hanno continuato a prenderci a calci senza pietà. Il nostro amico ha urlato loro contro mettendoli in fuga”. Il ragazzo ferito si risveglia dopo alcuni tentativi di rianimazione. Nicola, invece, non riprende conoscenza. Per lui comincia la lunga attesa in ospedale, dove è tuttora ricoverato in terapia intensiva e in coma farmacologico. Gli investigatori cercano di ricostruire con precisione la dinamica dell’aggressione e le ragioni che hanno fatto degenerare quella conversazione. Anche la famiglia di Nicola sta cercando risposte: al giovane è stato chiesto il codice Pin del cellulare dell’amico, per poter accedere al telefono e verificare eventuali elementi utili alla ricostruzione. “Se Nicola fosse stato da solo, probabilmente non sarebbe nemmeno tra noi“. Adesso come fa sapere il padre del 21enne bisognerà attendere per capire se il colpo alla nuca ha provocato danni. “Ha trascorso una notte tranquilla e le sue condizioni sono stabili” spiega Daniele Maggiotto. Nelle prossime ore potrebbe essere decisa una riduzione delle sostanze che mantengono il giovane in stato di incoscienza per verificare gli eventuali danni patiti in una condizione di veglia. In giornata sono attesi ulteriori aggiornamenti sull’evolversi del quadro clinico.

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Oroscopo della settimana del 17 agosto: “Bilancia, difficile ignorare ciò che non funziona più. Capricorno: prenderai decisioni importanti”

La settimana segna un passaggio significativo nel cielo estivo. Il 23 agosto il Sole lascia il Leone ed entra in Vergine, spostando l’attenzione dall’espressione personale, dalla creatività e dal desiderio di protagonismo verso una fase più concreta, organizzata e attenta alle questioni pratiche. La Luna attraversa Bilancia, Scorpione, Sagittario e Capricorno, accompagnando il clima emotivo da una maggiore esigenza di equilibrio nei rapporti a una fase più intensa e introspettiva, fino alla ricerca di nuove prospettive e, nel fine settimana, di maggiore concretezza.

Il passaggio più delicato riguarda però Saturno retrogrado in Ariete opposto a Venere in Bilancia. È un confronto tra sentimento e responsabilità, desiderio e realtà, libertà personale e necessità di costruire rapporti più solidi. Le relazioni possono attraversare una fase di verifica: ciò che ha basi autentiche può rafforzarsi, mentre ciò che si regge soltanto sull’abitudine o su compromessi difficili da sostenere potrebbe mostrare le proprie fragilità.

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Goodyear torna sulla Luna. Realizzerà le gomme del rover del programma Artemis

Goodyear tornerà sulla Luna nell’ambito del programma Artemis della NASA. L’azienda americana svilupperà i pneumatici del Pegasus Lunar Terrain Vehicle, il rover realizzato da Lunar Outpost che accompagnerà gli astronauti nelle missioni al Polo Sud lunare previste dal 2028.

Il veicolo è stato progettato per operare in una delle aree più complesse della superficie lunare, consentendo agli equipaggi di percorrere distanze maggiori e svolgere attività scientifiche per periodi più lunghi.

Le gomme dovranno affrontare condizioni estreme: forti escursioni termiche, superfici rocciose, polvere abrasiva, bassa gravità e assenza di atmosfera. Per questo Goodyear svilupperà una soluzione dedicata, frutto dell’esperienza maturata in oltre un secolo di ricerca e nello sviluppo di tecnologie per applicazioni ad alte prestazioni.

“Dai record di velocità su terra ai circuiti più impegnativi del mondo, fino alla superficie lunare, le innovazioni Goodyear aiutano le persone a viaggiare in sicurezza da oltre 125 anni”, ha dichiarato Chris Helsel, Senior Vice President e Chief Technical Officer dell’azienda.

Per Goodyear si tratta di un ritorno. L’azienda aveva già contribuito alle missioni Apollo, lasciando le proprie impronte sul suolo lunare. L’esperienza accumulata allora costituisce oggi la base per lo sviluppo delle nuove soluzioni destinate al programma Artemis.

Il progetto Pegasus riunisce competenze provenienti da settori diversi: Lunar Outpost guida lo sviluppo del veicolo, General Motors mette a disposizione il proprio know-how automobilistico, Leidos quello aerospaziale.

Goodyear conta oggi circa 63 mila dipendenti, 49 stabilimenti in 19 Paesi e due centri di ricerca e sviluppo, ad Akron, negli Stati Uniti, e a Colmar-Berg, in Lussemburgo. Dal 2028 le sue tecnologie saranno dunque chiamate a operare anche sulla superficie lunare.

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È morta a 36 anni l’attrice Hayden Panettiere, star delle serie “Heroes” e “Nashville”. Giallo sulle cause del decesso: “Abbiamo bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”

L’attrice statunitense Hayden Panettiere, celebre per aver interpretato i ruoli di Claire Bennet nella serie Heroes e di Juliette Barnes in Nashville, è morta all’età di 36 anni. La notizia del decesso è stata confermata dal suo agente all’emittente statunitense ABC News, mentre le cause della morte non sono state al momento divulgate.

La scomparsa è stata annunciata ufficialmente dalla famiglia. Il padre, Skip Panettiere, ha diramato una nota in cui ha dichiarato: “È con profonda tristezza che annunciamo la tragica scomparsa della nostra amata Hayden. Era una luce incredibile e una forza della natura che ha portato amore e gioia incommensurabili a tutti coloro che la conoscevano, e ai milioni di persone che l’hanno vista sullo schermo”. La famiglia ha inoltre chiesto rispetto per la privacy, aggiungendo: “La nostra famiglia ha bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”.

Panettiere lascia una figlia, Kaya Evdokia Klitschko, nata nel 2014 dalla relazione con l’ex pugile campione del mondo Volodymyr Klyčko. Proprio in merito alla maternità, solo lo scorso maggio, in un’intervista rilasciata a E! News durante la promozione del suo memoir “This Is Me: A Reckoning“, l’attrice aveva rivelato per la prima volta i dettagli clinici legati alla nascita della figlia, oggi undicenne. Panettiere aveva spiegato di aver rischiato la vita a causa di una grave emorragia durante il parto cesareo, situazione che ha richiesto sette trasfusioni di sangue e il trattamento di una successiva infezione, con forti ripercussioni sulla sua salute mentale negli anni a venire. Ripercorrendo l’intervento, aveva dichiarato: “Ero lì durante il cesareo e sapevo di essere a un passo dalla morte. Ho pensato ‘Dio, ti prego, fammi sentire il pianto di mia figlia’. Voglio solo sapere che sta bene e, se per me è arrivato il momento di andare, allora sono pronta“. Aggiungendo infine: “Non avevo paura per niente. Avrei fatto qualsiasi cosa per assicurarmi che mia figlia stesse bene”.

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I ricavi da vendita dell’elettricità generata da un impianto fotovoltaico su tetto sono tassati? Cosa c’è da sapere

Centinaia di migliaia di famiglie italiane hanno installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa con l’obiettivo di abbattere i costi delle bollette elettriche e proteggersi dai rincari energetici. Tuttavia, esiste un tema contabile e fiscale che spesso viene trascurato o compreso solo parzialmente: i proventi derivanti dalla cessione della corrente in eccesso alla rete elettrica nazionale. Moltissimi cittadini sono convinti che qualsiasi somma accreditata dal Gestore dei Servizi Energetici sul proprio conto corrente sia completamente esente da tasse, trattandosi di un semplice recupero spese o di una forma di rimborso. La realtà normativa è decisamente più complessa e articolata.

Esiste una linea di demarcazione molto netta tracciata dall’Agenzia delle Entrate, che separa i rimborsi effettivi dai veri e propri ricavi. Non conoscere questa differenza rischia di esporre i contribuenti a contestazioni, sanzioni e accertamenti fiscali evitabili con un minimo di attenzione in fase di dichiarazione dei redditi.

Impianti fotovoltaici, le regola d’oro dei venti kilowatt

Per comprendere la propria posizione fiscale occorre fare riferimento alla categoria di appartenenza della stragrande maggioranza delle installazioni residenziali. Si tratta degli impianti con potenza nominale non superiore a 20 kilowatt, posizionati al servizio dell’abitazione principale o delle sue pertinenze e gestiti da persone fisiche che non esercitano attività d’impresa o professione.

Per questa tipologia di utenza la legge fissa principi chiari. L’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici che viene immediatamente assorbita dagli elettrodomestici di casa non ha alcuna rilevanza fiscale. Questo fenomeno, noto come autoconsumo istantaneo, rappresenta un risparmio privato diretto e non genera alcun tipo di reddito imponibile. Nessuno chiederà mai conto dell’elettricità autoprodotta e autoproducente.

Il discorso cambia radicalmente quando l’energia prodotta supera il fabbisogno del momento e viene immessa nella rete pubblica. In questa fattispecie entra in gioco il contratto sottoscritto con il GSE, ed è proprio la formula contrattuale scelta a determinare se le somme ricevute debbano essere indicate nella dichiarazione dei redditi o meno.

Tra rimborsi esentasse e veri e propri redditi imponibili

Nel meccanismo dello Scambio sul Posto convivono due componenti economiche distinte che devono essere trattate in modo opposto dal punto di vista tributario. La prima componente è il contributo in conto scambio, cioè la somma che il GSE versa a titolo di ristoro o compensazione per l’energia che il cittadino ha dovuto prelevare dalla rete durante le ore notturne o nei momenti di scarsa insolazione. Questo importo ha la natura giuridica di una restituzione di costi sostenuti e, pertanto, non costituisce reddito ed è totalmente esentasse.

La seconda componente riguarda la liquidazione delle eccedenze. Quando nell’arco dell’anno solare la quantità complessiva di energia immessa nella rete supera la quantità di energia prelevata, l’utente può richiedere al GSE il pagamento del controvalore finanziario di tale esubero. Questa somma non rappresenta più un rimborso di spese precedentemente sostenute, ma una vera e propria vendita di merce.

Di conseguenza, per l’Agenzia delle Entrate la liquidazione dell’eccedenza costituisce un guadagno tassabile a tutti gli effetti. Il fisco la inquadra giuridicamente tra i redditi diversi, precisamente come provento derivante da attività commerciale svolta in via occasionale.

Una situazione del tutto analoga si verifica per chi ha attivo un contratto di Ritiro dedicato oppure cede l’energia tramite le forme di tariffa omnicomprensiva. Nel Ritiro Dedicato non viene effettuato alcun conguaglio tra immissioni e prelievi; ogni singolo kilowattora immesso nella rete viene acquistato e pagato dal GSE. Tutti i bonifici accreditati durante l’anno al proprietario dell’impianto rappresentano corrispettivi di vendita e devono essere dichiarati e sottoposti a tassazione ordinaria IRPEF.

Il principio di cassa e la corretta compilazione del modello

Un errore molto comune commesso dai proprietari di impianti fotovoltaici riguarda le tempistiche e i criteri di imputazione delle somme da dichiarare. Il regime dei redditi diversi si basa sul rigido principio di cassa: conta esclusivamente la data in cui il denaro è stato accreditato sul conto corrente bancario e non l’anno in cui l’energia è stata effettivamente prodotta o immessa in rete.

Se il GSE versa le eccedenze o i corrispettivi del Ritiro dedicato nel corso di un determinato anno solare, quell’importo deve trovare spazio nella dichiarazione dei redditi da presentare nell’anno successivo. L’ammontare lordo incassato concorre alla formazione del reddito complessivo del contribuente e viene tassato secondo gli scaglioni progressivi IRPEF individuali.

Operativamente, la trascrizione dei dati dipende dalla tipologia di modello utilizzato per l’adempimento fiscale. Chi presenta il Modello 730 deve riportare l’importo totale lordo percepito all’interno del Quadro D, indicandolo nello specifico rigo D5 e selezionando il codice identificativo numero uno. Per coloro che compilano il Modello Redditi Persone Fisiche, la casella di riferimento è posizionata all’interno del Quadro RL, precisamente al rigo RL14.

La trasmissione automatica dei dati e come evitare errori

Il margine di distrazione o di omessa dichiarazione si è ridotto drasticamente a seguito dell’inasprimento dei controlli e dell’integrazione delle banche dati pubbliche. Il GSE invia periodicamente all’Anagrafe Tributaria la rendicontazione analitica di tutti i pagamenti effettuati verso i cittadini privati per la cessione di energia elettrica.

Queste informazioni vengono elaborate dall’Agenzia delle Entrate per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata. Il contribuente trova spesso tali somme già inserite automaticamente nei quadri di riferimento, oppure segnalate tra i fogli informativi allegati alla precompilata.Tuttavia, l’automatizzazione non solleva il cittadino dalla responsabilità finale sulla correttezza delle cifre indicate. È fondamentale verificare che gli importi corrispondano esattamente a quanto erogato e che non siano state inserite per errore le quote relative al contributo in conto scambio, che devono restare esenti.

Per effettuare una verifica puntuale senza margine di errore, è sufficiente accedere alla propria Area Clienti sul portale informatico del GSE utilizzando le credenziali digitali personali SPID o la Carta d’Identità Elettronica. Consultando la sezione dedicata ai documenti e alle comunicazioni ufficiali, è possibile scaricare il prospetto riepilogativo dei redditi diversi o la relativa Certificazione Unica. Il documento riporta la cifra esatta da controllare o inserire nel modulo di dichiarazione, garantendo la piena regolarità fiscale del proprio impianto domestico.

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“Il riscaldamento globale sta già accelerando. Accanto al governo serve un Comitato di esperti ma non ce lo fanno fare”

“Che il riscaldamento globale abbia cambiato passo da una decina di anni a questa parte non è un’opinione, ma purtroppo un risultato scientifico robusto, come mostriamo in uno dei nostri studi. Si è passati da quasi 2 decimi di grado di aumento della temperatura globale ogni decennio prima del 2013-2014 a quasi 4 decimi di grado: praticamente un raddoppio della rapidità di aumento”. Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), cerca di dare una ragione scientifica ed esaustiva all’impennata delle temperature che stiamo vivendo. “La situazione è preoccupante, perché non c’è stato un analogo salto nella quantità di CO2 in atmosfera; sembra che comincino a farsi sentire altri fattori antropici e certi feedback (retroazioni) di quanto abbiamo innescato, per esempio sulle proprietà di riflettività del pianeta”, dice l’esperto a ilfattoquotidiano.it.

In città sembra esserci il lockdown per il caldo, al mare si va solo mattina presto e sera, le montagne franano. Che fare in questo scenario dove il caldo sembra non dare tregua?
Il cambiamento climatico è un fenomeno globale, che però si estrinseca con caratteristiche diverse a seconda delle varie regioni del mondo. La nostra Italia, tutto il bacino del Mediterraneo e gran parte dell’Europa sono colpite in particolare dall’espansione verso nord della circolazione equatoriale e tropicale attraverso gli anticicloni africani, che nella nostra zona rappresentano proprio l’ “impronta digitale” del riscaldamento globale di origine antropica. In questa situazione, nessuno è esente da problemi, per le ondate di calore sicuramente, ma anche per le precipitazioni violente che arriveranno quando entreranno correnti più fredde con le perturbazioni autunnali.

Per contrastare il caldo dobbiamo adattarci. Qual è il modo più virtuoso? Il condizionatore rischia di innescare un circolo vizioso?
Vista l’inerzia del clima dobbiamo capire che, anche se dovessimo agire prontamente per stabilizzare la temperatura globale, situazioni come la attuale ce le ritroveremo anche in futuro almeno per alcuni decenni. Dobbiamo quindi cercare di adattarci al meglio, ma non con soluzioni tampone che rischiano di aggravare la crisi climatica di lungo periodo. Nessuno vuole demonizzare i condizionatori: per le persone fragili sono un dispositivo salvavita. Tra l’altro, se l’energia che essi usano fosse prodotta con le rinnovabili e senza emissioni, le loro controindicazioni si ridurrebbero all’aria calda che immettono all’esterno.

Piantare alberi, invece?
Diverso è il discorso per l’aumento del verde urbano, che è una misura strutturale win-win (doppiamente vincente) perché agisce in maniera positiva sia per l’adattamento che per la mitigazione (gli alberi sono assorbitori di CO2). Inoltre, più verde nelle nostre città significa non solo diminuire la temperatura, ma avere anche suolo che riesce ad assorbire una buona parte delle piogge violente che sempre più ci colpiscono, contrariamente all’asfalto e al cemento che fanno scorrere l’acqua in superficie, con le nostre strade che diventano dei fiumi in piena.

Oltre all’adattamento, serve la mitigazione, ovvero la riduzione delle emissioni. Quali sono le misure che andrebbero prese subito?
Con l’adattamento gestiamo l’inevitabile, con la mitigazione dobbiamo evitare l’ingestibile, cioè scenari climatici molto peggiori in cui sarebbe difficilissimo difendersi e adattarsi. Nella situazione attuale, l’Europa dovrebbe ancora di più fare rete sulle rinnovabili, mettendo insieme le competenze e le strutture dei vari Paesi in un network intelligente che consenta anche l’indipendenza energetica del continente. Non arretrare sul Green Deal significa anche maggiore competitività in una situazione internazionale in cui alcuni Paesi, primo tra tutti la Cina, stanno sviluppando tecnologie verdi molto promettenti. Se noi continuiamo a frenare sulle rinnovabili, rischiamo di passare da una dipendenza estera a un’altra.

Venendo all’Italia, l’estate torrida può spingere la politica a presentare soluzioni per mitigare il cambiamento climatico? E perché la questione dei costi dei disastri causati dalla crisi climatica non diventa un grande tema da cui partire?
Solitamente si dice che le azioni ambientalmente utili non portano voti: credo che oggi, visto che il caldo colpisce tutti, la situazione sia cambiata, almeno per le azioni di adattamento. Negli ambienti economici poi, si inizia a essere molto preoccupati per le conseguenze economiche. A livello di governo del Paese, infine, credo si sia ormai capito che non possiamo più essere dipendenti così fortemente da Paesi inaffidabili e conflittuali, come oggi avviene per le nostre forniture di petrolio e gas. Tutto questo converge verso la messa in opera di azioni rapide ed efficaci.

Perché il nucleare non è la soluzione?
In questo quadro, il nucleare non può essere sicuramente rapido, perché i piccoli reattori sono poco più che sperimentali e producono un decimo dell’energia di quelli convenzionali, per cui occorrerebbe anche decuplicare i siti dove metterli, in un Paese che chiaramente non li vuole. Per le rinnovabili, vanno incentivati gli impianti distribuiti e le comunità energetiche, insieme all’eolico off-shore. Per gli impianti fotovoltaici si devono utilizzare tutte le aree meno impattanti, limitando i pannelli sui campi a quelli in cui si possa fare agri-voltaico: ad esempio sui terreni aridi in cui ci siano sinergie tra produzione di energia e attività agricole.

L’attuale governo, purtroppo, non parla apertamente di crisi climatica e agisce male e senza alcun piano strategico. Avremmo bisogno di un comitato scientifico che indichi cosa fare?
Noi scienziati del clima vorremmo che i dibattiti su questi temi non fossero ideologici, ma basati su un principio di realtà, cioè su dati e risultati scientifici. Non abbiamo nessuna intenzione di “rubare” il lavoro ai politici. Inoltre, il clima è un sistema complesso che bisogna conoscere, altrimenti si agisce come se fossimo in un sistema semplice e rischiamo di fare dei guai, ad esempio tamponare un’emergenza attuale e andare ad aggravare la crisi di lungo periodo. Cosa è successo dopo lo scoppio della guerra in Ucraina? Oddio, ci manca il gas russo! E il nostro governo, invece di sbloccare 60 GW di progetti di rinnovabili, ha voluto che diventassimo un hub del gas, con tutte le difficoltà della scelta, aggravando ancor più la crisi climatica di lungo periodo. Ecco perché abbiamo proposto la costituzione di un Consiglio scientifico che potesse essere un organo di consulenza indipendente per Governo e Parlamento, con esperti di cambiamento climatico e dei suoi impatti nei vari settori. Ma, per ora, non ce lo hanno fatto fare.

La crisi climatica non ha colore politico. Tuttavia, possiamo dire che le soluzioni alla crisi siano davvero politicamente neutre?
Io dico sempre che il clima non ha colore. Dopo aver accettato la realtà scientifica, si può discutere sulle soluzioni, che ovviamente risentono delle posizioni politiche. Ma, in un sistema con inerzia come il clima, è fondamentale che alcune azioni di contrasto di base vengano portate avanti con continuità, qualunque forza politica sia al governo. Sarebbe fondamentale che questo tema fosse al centro del dibattito politico in vista delle prossime elezioni: ne va del nostro futuro.

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Intelligenza artificiale e disabilità, l’esperto: “Sta già falciando posti di lavoro. Per le persone più fragili si profila uno scenario di esclusione”

L’intelligenza artificiale può agevolare l’inclusione nel mondo del lavoro per le persone con disabilità o invece rischia di creare ulteriori barriere e difficoltà a livello di nuovi posti di lavoro disponibili? Partendo da questa domanda, ilfattoquotidiano.it ha analizzato novità, prospettive e scenari contattando Marino Bottà, uno dei massimi esperti italiani che si occupa da oltre 50 anni di inserimenti professionali, inclusione lavorativa e formazione aziendale a sostegno dei lavoratori con disabilità motoria, intellettiva, cognitiva e comportamentale. “L’avvento dell’intelligenza artificiale sta già falciando posti di lavoro, riducendo quantitativamente anche quelli riservati alle persone con disabilità”, dice Bottà che, tra le varie cose, è anche presidente dell’Associazione Nazionale Disabilità e Lavoro (Andel). “Purtroppo”, aggiunge, “si sta profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento. Serve quindi lo sviluppo di economie locali inclusive e politiche attive adeguate”.

“Qualcuno sostiene che l’ia creerà nuovi posti di lavoro. Vero”, afferma, “ma temo che la gran parte di questi non saranno appannaggio delle persone con disabilità. C’è infatti il rischio evidente che l’ia unita alla robotica avanzata, così come è stato per l’elettronica e l’informatica, penalizzino in primis le persone con disabilità in cerca di lavoro, soprattutto per chi ha una disabilità cognitiva e per chi ha una bassa scolarità, ossia oltre il 70% degli iscritti al Collocamento Disabili. Molte attività svolte da queste persone”, aggiunge l’esperto che vive a Lecco, “assemblaggio, confezionamento, cernita, sono già oggi svolte da macchine automatiche, dai robot o delocalizzate o acquistate sul mercato globale. Prossimamente sarà ancora peggio”. È una realtà molto complessa e a volte assai penalizzante con cui cominciare a fare i conti, non solo per tutelare le persone con disabilità ma tutti i cittadini più vulnerabili.

“Quanti lavoratori disabili troveranno una collocazione in questo scenario? Infinitamente pochi rispetto a quelli che verranno soppressi dal connubio fra robotica e ia”, dichiara Bottà. “Grazie all’ia e ai robot umanoidi, le aziende potranno scaricare le contraddizioni che si creeranno, come fasce di cittadini disoccupati e l’eccesso di tempo non impegnato, sullo Stato che dovrà farsi carico di una massa crescente di persone socialmente escluse”. La situazione italiana, dove già adesso meno di una persona con disabilità su tre ha un lavoro, è drammatica.

Per donne e uomini con gravi disabilità, in particolare intellettive e cognitive, si prospetta “un futuro difficilissimo”. Da una disamina dei dati presentati dalle Relazioni al Parlamento che vanno dal 2013 al 2023, riporta Bottà, si deduce che in 10 anni sono state collocate 401.847 persone, con una media annuale di 40.184, che rapportate al numero degli iscritti al collocamento corrisponde ad una percentuale misera del 4,01%. Di questi però, ben 336.448, pari all’83,72%, perde il posto di lavoro entro 12 mesi. Conservano il posto di lavoro solo il 16,28% pari a 65.399 persone, con una media annuale di circa 6.500 inserimenti. Bottà evidenzia inoltre che “l’Italia è attualmente al 14° posto al mondo per numero di umanoidi inseriti nel sistema produttivo (100mila unità già operative) e 7° per valore di investimenti. Le ditte che li hanno introdotti dicono che i vantaggi sono innegabili. Le conseguenze per gli aspiranti lavoratori con disabilità sono evidenti e molto penalizzanti”.

Le persone più vulnerabili sono da sempre le più esposte ai rischi di esclusione dai processi produttivi e sono lasciati ai margini della società capitalista perpetuando barriere e disuguaglianze. “Il lavoro inteso come realizzazione e autoaffermazione dell’individuo e della sua autonomia, come sviluppo della creatività, intelligenza, strumento facilitatore di collaborazione e solidarietà fra uomini, tutto ciò è oramai sul viale del tramonto”, denuncia il numero uno di Andel. A questa “crisi etica” si aggiunge l’acceleratore sociale ricco di contraddizioni come il deficit di natalità, l’invecchiamento della popolazione, la carenza di manodopera, il mismatch. “Le banche, le assicurazioni, le società finanziarie, le compagnie telefoniche, particolarmente sensibili al profitto, si sono immediatamente messe all’opera per ridurre i costi del personale e di conseguenza la quota di posti riservati alle persone disabili”, attacca Bottà. “Non sono mai stato contrario alle innovazioni tecnologiche, anzi. Ma quando servono all’uomo per migliorare la sua qualità di vita, non quando sono al servizio del potere per condizionarlo, escluderlo e sottometterlo”.

Un quadro nero quello analizzato dall’esperto. “Il sistema pubblico di collocamento ha ampiamente dimostrato negli anni di essere inefficace e incapace di affrontare i cambiamenti”, afferma Bottà. “Si è sempre più ingessato e avvolto nella burocrazia isolandosi dal contesto sociale, dai bisogni emergenti e incapace di produrre politiche attive adeguate. La classe politica ha ampiamente dimostrato che non è in grado di affrontare un tema così complesso. A dimostrazione, ad esempio, è l’atteggiamento dell’attuale ministra del Lavoro, che dopo essersi tenuta la delega sulla gestione della Lg 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” non ha finora fatto praticamente nulla”.

Che fare quindi oggi? “Dopo 55 anni di impegno per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità”, conclude Bottà, “so che bisogna riformare la legge 68 e il sistema di collocamento pubblico, formare il personale dedicato dei servizi, della scuola, delle aziende, sviluppare un welfare reale di prossimità, superare l’atteggiamento culturale che mira a parole all’inclusione e non al diritto di partecipazione per tutti. Detto questo, so che il futuro sarà inevitabilmente subordinato dalla tecnologia. Da esperto di disabilità/lavoro purtroppo non sono per niente ottimista”, conclude, “posso solo proporre suggerimenti per una maggior tutela delle persone, favorire la diffusione di buone pratiche, di sperimentazioni e strategie che vadano a salvaguardare quanto abbiamo faticosamente guadagnato”.

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L’IA fa crescere le disuguaglianze sociali: “Colpisce le classi meno sindacalizzate, penalizza i settori tradizionali e limita l’autonomia degli Stati”

Ormai da anni l’impatto dell’IA sulle disuguaglianze sociali è uno dei temi principali che si legano alle incertezze, speranze e paure di milioni di lavoratori per il proprio futuro. Due report pubblicati l’ultima settimana di Luglio 2026 da Indeed e dal giornale del partito comunista cinese Qiushi, confermano ciò che in realtà molti prevedevano già da tempo: lo sviluppo dell’IA tende a creare mercati a due velocità, che rischiano di esacerbare la pesante diseguaglianza socioeconomica già presente nella società.

Il report pubblicato da Indeed , che si focalizza sul mercato del lavoro nello UK e sulle assunzioni a partire dal gennaio 2025, descrive come la recente crescita di posti di lavoro nel Regno Unito sia spinta dall’offerta lavorativa per sviluppatori e informatici esperti con mansioni direttamente legate allo sviluppo dell’IA.

Al contrario sono in netto calo i posti di lavoro destinati a figure amministrative, nella contabilità e nel marketing, e ai giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. I dati forniti da Qiushi riguardano invece la competitività aziendale interna alla Repubblica Popolare, ed evidenziano come le principali aziende cinesi legate all’IA stiano raggiungendo picchi di crescita sempre più elevati in termini di profitti e investimenti mentre le aziende più piccole e quelle legate a settori più tradizionali, come il settore agricolo o l’automotive, sono in una fase di stagnazione o in rallentamento. Questo mercato a due velocità sarebbe in parte responsabile, secondo Qiushi, del rallentamento della crescita dell’economia cinese.

“Questi dati non sono inattesi – ha dichiarato al FattoQuotidino.it Camilla Lenzi, professoressa titolare del corso di Artificial Intelligence and Socio-Economic Transformations al Politecnico di Milano – e dimostrano che l’IA non distrugge necessariamente il lavoro, ma lo cambia radicalmente dal punto di vista qualitativo. I nostri studi in Europa e in Italia dimostrano infatti che l’introduzione dell’IA porta a una netta perdita della qualità del lavoro, dal punto di vista contrattuale e salariale, contribuendo a un trend in essere collegato anche a scelte politiche e istituzionali”.

Gli effetti della diffusione dell’IA in Europa non colpiscono tutti allo stesso modo, e sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda le categorie più precarie e meno sindacalizzate. “In Europa, abbiamo delle leggi abbastanza stringenti per quanto riguarda il salario minimo, con alcune eccezioni tra cui l’Italia – ha continuato Lenzi – per questo, nonostante gli effetti negativi riguardino tutti i lavoratori, a essere colpita in modo più evidente è quella che una volta era considerata la cosiddetta ‘classe media’ e soprattutto quella medio alta. Sono le classi di reddito meno sindacalizzate e con tipologie di lavoro più destrutturato, che sono in aumento. Fa eccezione il livello salariale più alto, oltre il novantesimo percentile, che non subisce effetti negativi.”

“Per quanto riguarda l’Italia– spiega ancora Lenzi- secondo i dati che abbiamo raccolto è chiaro che i lavoratori meno istruiti e con lavori meno professionalizzati sono colpiti in modo più ampio. È da notare che questa tendenza diminuisce quando si vanno a prendere in considerazione aziende ed elementi del distretto industriale italiano più legati al territorio e animati da uno spirito cooperativo, che tuttavia sono in diminuzione”.

Bisogna sottolineare che la diffusione dell’IA non sta esclusivamente agendo da moltiplicatore di diseguaglianze socio-economiche , ma rischia di fare implodere le diseguaglianze politiche a livello internazionale. Come infatti testimonia il report preliminare sugli effetti dell’IA pubblicato lo scorso 1 Luglio dall’ONU, il 90% della potenza di calcolo mondiale risiede negli Stati Uniti e in Cina (rispettivamente 75% e 15%).

L’accesso all’IA a livello mondiale viene dunque controllato da un numero molto limitato di stati e da un numero limitato di aziende. Cosa che renderebbe dipendenti molti stati, anche con economie avanzate, che non avrebbero le esperienze tecniche per governare una tecnologia in continua evoluzione. Questo fenomeno, secondo il report, “potrebbe favorire colpi di stato autoritari e indebolire le istituzioni democratiche”. “Se l’IA continuerà ad evolversi senza regole condivise – ha affermato il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres in seguito alla pubblicazione del report – governi e persone avranno sempre meno controllo. Per questo dico ai governi: non aspettate (…) non possiamo più sostenere di non sapere ciò che stiamo facendo”.

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Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos

“La fase del dialogo è completamente esaurita“. Dalla città di Cali, in una Valle del Cauca dilaniata dal conflitto armato, Abelardo De La Espriella chiude le trattative di pace in corso dal 2016 tra Stato e gruppi armati e promette di “sconfiggere senza tregua il narcoterrorismo e le organizzazioni criminali” che a suo avviso “minacciano la Colombia”. Poi, sulla falsariga del modello salvadoregno, il presidente conferma la costruzione di “mega carceri” per coloro che “rappresentano una maggiore minaccia per la sicurezza del Paese”. El Tigre volta così le spalle alla classe politica e tende la mano alle Forze dell’ordine assicurando “garanzie politiche” affinché “non siano condannate” dalla legge a causa dell'”compimento del loro dovere”. “Questo governo vi proteggerà come va fatto con gli eroi della Colombia”, ribadisce De La Espriella rivolgendosi a militari e agenti di polizia, che hanno l’ordine di “combattere tutte le strutture criminali”.

La reazione militare, tanto temuta dai progressisti, è servita e conta sul sostegno delle forze conservatrici. “Oggi la Colombia recupera la propria autorità e il rispetto le forze militari”, commenta la senatrice Maria Fernanda Cabal (Centro democratico). Della stessa opinione la governatrice della Valle del Cauca, Dilian Francisca Toro, che plaude la priorità data dal nuovo governo alla sicurezza della regione. “Tuttavia – ammonisce – abbiamo bisogno che gli investimenti sul sociale vadano di pari passo con le truppe”. Ma non sarà possibile, visto l’imminente “congelamento della spesa pubblica” che sarà imposto via decreto.

La cerimonia ufficiale di insediamento si è tenuta all’Università di Cali, ma il discorso relativo al piano securitario è stato pronunciato presso il Cantón militar Pichincha, sede della Terza brigata di Cali, alla presenza di cinquecento militari. Il tutto direttamente sorvegliato dall’amministrazione Trump, che ha inviato un B-2 Spirit a sorvolare la città in coordinamento con le Forze aeree locali. L’operazione è stata un primo banco di prova della futura integrazione militare Bogotà-Washington sotto il cappello della coalizione Shield of Americas. Il Dipartimento di Stato ha inoltre stanziato un miliardo di dollari in favore del nuovo alleato come “parte di un pacchetto di sicurezza” iniziale.

Per Washington, i punti chiave dell’alleanza sono la lotta alle “spietate organizzazioni narcoterroriste e criminali” e un’agenda di “crescita economica” che apre a ulteriori investimenti Usa nel Paese. In programma anche “aiuti umanitari” e iniziative di “cooperazione bilaterale in materia di energia nucleare” a scopi “civili e pacifici”. Ma i gruppi armati non si fanno intimidire dal ritorno dello zio Sam e alzano la posta in gioco. “La superbia dell’estrema destra che oggi assume il potere non farà che approfondire la guerra nei territori – si legge in un comunicato diffuso dall’Ejército de liberación nacional (Eln) -. Risponderemo con la stessa violenza armata che verrà applicata nei nostri confronti”.

Anche le dissidenze Farc, contrarie al dialogo di pace, attraverso il loro Stato maggiore centrale, assicurano che le loro unità “non si piegheranno dinanzi a un governo che cerca la via militare”. E rivendicano: “Il controllo delle cordigliere resterà nelle mani del popolo in armi”. Avvisaglie della futura escalation si sono verificate prima e durante l’insediamento, con la presenza di cilindri sospetti sparsi nelle vie del Cauca e droni manipolati dalle guerriglie, oltre al sequestro di un bus carico di 420 chili di nitrato di ammonio che era pronto a esplodere a Cali. Cresce la tensione anche al confine est, quello con il Venezuela, dove il 1° agosto è esplosa un’autobomba davanti a un comando di polizia a Cúcuta. Il malcontento si estende anche ad alcuni settori della popolazione, in particolar modo i sostenitori del Pacto Histórico, che nelle strade di Cali contestavano la linea dura del nuovo governo.

La tensione è cresciuta dopo che il presidente uscente Gustavo Petro ha denunciato una “frode elettorale massiccia e algoritmica” perpetrata attraverso l’azienda israeliana BlackCore e l’agenzia di Intelligence Black Cube, legata al Mossad. I brogli, secondo alcuni orchestrati dalla ditta Thomas Greg & Sons e da altri privati, avrebbero inciso su oltre mille seggi equivalenti a circa 7 milioni di voti. L’ex presidente ha persino presentato una domanda di nullità elettorale, ammessa dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato colombiano, che però si limita a chiedere un’audizione giudiziaria sulle elezioni.

Nello stesso tempo, l’ex candidato presidenziale Iván Cepeda ha nominato un gabinetto parallelo a quello di De La Espriella con la finalità di “contrastare” le decisioni del governo di estrema destra con “solidi argomenti” affinché “nulla di ciò che è stato raggiunto” durante l’unico governo progressista del Paese “vada perduto”. Sottovoce, anche la destra moderata, memore del fallimento del Plan Colombia e delle sue vittime, si dice preoccupata a causa della svolta militare.

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La Sassonia e lo spettro Afd: botte ai 14enni, niente scuola dell’obbligo, abolizione della tv pubblica. Ma l’ascesa degli estremisti sembra irresistibile

Il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt, la AfD nel più recente sondaggio di Infratest-dimap resta al 41%, in testa. Tanto che il suo candidato di punta Ulrich Siegmund si dà già per vincitore, “vicino al popolo” a presentare “la visione eccezionale” di AfD per il Land. La gente, d’altronde, lo osanna come una pop star, incurante della sua partecipazione nel 2023 nella villa Adlon a Potsdam a discutere col leader del Movimento Identitario Martin Sellner piani di “remigrazione”.

Nulla pare bloccarne l’ascesa. Neppure probabilmente il recente episodio che ha visto coinvolto il compagno di partito ed eurodeputato quarantatreenne Arno Bausemer, accusato di aver fermato, parrebbe anche con una mazza da baseball, due ragazzini di 14 anni colpevoli di aver strappato un manifesto elettorale. Ai danneggiamenti anziché una ramanzina dev’essere seguito qualcosa di più, perché uno dei due giovani ha dovuto ricorrere a cure mediche per una lieve commozione cerebrale, un labbro sanguinante ed altre escoriazioni. Il parlamentare, almeno per ora, è protetto dall’immunità parlamentare, ma la polizia indaga. Bausemer ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook: uno striscione dell’AfD era già stato tagliato e distrutto più volte. Insieme a un compagno di partito, ha “colto i giovani sul fatto”, riporta la mdr.

La sezione principale di AfD in Nord-Reno Vestfalia si sta dividendo in due, tanto è accesa la lotta tra ala moderata e quella di estrema destra, appoggiata anche da Alice Weidel. Non pare che nulla possa invece scalfire la corsa del partito in Sassonia-Anhalt; nonostante un programma in cui indica chiaramente come intenda trasformare il Land ed il Paese. Nei primi cento giorni di governo l’obiettivo è trasformare l’istruzione (sotto il profilo dell’integrazione), la cultura, perfino la gestione della tv pubblica. In particolare per quanto riguarda la scuola il partito di estrema destra ipotizza d’altronde la sospensione dell’obbligo scolastico e di consentire di istruire i bambini a casa: l’obiettivo finale è limitare l’inclusione.

Poi la cultura: l’Afd promette di non assegnare più fondi pubblici alla promozione di “arte antitedesca” che rischia di ricordare un po’ il modo in cui il nazismo chiamò la cosiddetta “arte degenerata” che culminò alla fine nella grande mostra di “artisti vietati” che comprendeva tra gli altri Nolde, Kandinsky, Klee e Picasso. Le associazioni che richiederanno finanziamenti, dice il programma dell’Afd, dovranno presentare una dichiarazione di patriottismo. Ovvio che chi fa cultura – direzioni di musei, teatri, fondazioni, luoghi della memoria, associazioni di artisti e organizzazioni culturali – esprima contrarietà alla richiesta di una “svolta patriottica” nella politica culturale e l’allineamento dei finanziamenti pubblici a concetti di identità nazionale. Con una dichiarazione congiunta 27 istituzioni tra cui la Fondazione Bauhaus Dessau, hanno fatto da apripista e nel frattempo si sono unite alla protesta più di 60 altre istituzioni culturali. Infine la radio e la tv regionali pubbliche: l’Afd semplicemente vorrebbe stracciare il contratto e chiudere tutto.

In questo quadro in evoluzione resta che l’unica forza politica che sembra intenzionata a collaborare con l’Afd è l’Alleanza Sahra Wagenknecht, la cui leader – fuoriuscita anni fa dalla Linke – ha offerto di astenersi a un eventuale terzo turno di votazione nel Landtag sul nome di Siegmund. Certo, bisognerà capire quanti voti prenderà Wagenknecht e se entrerà nel Parlamentino del Land. Intanto queste vaghe intese a distanza hanno prodotto che la dirigenza nazionale ha imposto a quella locale della Turingia di uscire dalla coalizione con Cdu e Spd.

Il resto dei partiti? Nella Cdu si riduce il fronte del blocco anti-Alternative, ribadito invece chiaramente per la Sassonia-Anhalt dal governatore Sven Schulze (i cristianodemocratici qui sono dati al 24%). Il ministro-presidente – come si chiamano i governatori dei Laender – non lascia nulla di intentato per la rielezione, ricorrendo anche ad una alleanza con altri colleghi per smuovere il governo centrale a non intaccare con la riforma delle pensioni le aspettative all’Est, dove la popolazione è largamente anziana, non abbiente, e conta solo sulla pensione di vecchiaia.

Un retroterra in cui la Spd risente dell’erosione dei consensi ed è al 7% nei sondaggi. Il partito è stato soppiantato nella percezione dell’elettorato dalla AfD come espressione dei lavoratori, nonostante il gioco di prestigio di spostare i termini: non più lotta tra capitalisti ed operai, ma tra piccoli artigiani e immigrati. La base socialdemocratica vuole un cambio di corso, ma la dirigenza a Berlino, fedele ai patti di Governo, non può intraprenderlo. Il vero ago della bilancia, oltre alla Linke al 13% che, pur ponendo condizioni, si dichiara disposta a collaborare con la Cdu per fermare l’AfD, potrebbero essere i Verdi che lottano per il 5%. “Speranza significa: nulla è ancora stato deciso” indica il capo del partito Felix Banaszak, che appoggia la campagna di Susan Sziborra-Seidlitz mentre gira il Land con un taxi, un pulmino Mercedes. Sul veicolo però la foto è la sua.

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Oggi sono sedici anni dalla morte di Cossiga: perché per me è stato il peggior presidente della Repubblica

Il 17 agosto sono trascorsi sedici anni dalla morte di Francesco Cossiga, tra i peggiori politici e certamente il peggior Presidente della Repubblica italiana.

Giovanissimo deputato democristiano, quindi ministro dell’Interno con Moro e poi con Andreotti, passando per la presidenza del Consiglio e fino al Quirinale, quella del “picconatore” è la metafora della storia stessa dell’Italia del secondo dopoguerra. Come ricordò Nando dalla Chiesa all’indomani della sua morte (Lo statista. Promemoria su un presidente eversivo, Melampo 2011), “di segreti Cossiga ne ha conservati tanti e falsi segreti li ha alimentati con le sue interviste”. Basti pensare alla fantomatica (e depistante) pista palestinese per la strage piduista alla stazione di Bologna.

Uno dei pochi giornalisti viventi che ha ben descritto il ruolo di depistatore di Stato di Cossiga è Gianni Barbacetto: “il non detto del passato, con i suoi segreti impronunciabili e i suoi ricatti, resterà a fare da trama al futuro e le vecchie ferite resteranno cicatrici nascoste, focolai di nuove infezioni.”

Chi però, più di chiunque altro, ha documentato il carattere eversivo dell’ex capo di stato sardo è Sergio Flamigni, l’ex senatore berlingueriano scomparso a 100 anni lo scorso 10 dicembre. Ecco un estratto dal suo documentatissimo libro I fantasmi del passato (edizioni Kaos 2001): Il 6 gennaio 1980 la mafia [non solo la mafia, nda] uccise a Palermo il presidente della Regione Sicilia, il Dc Piersanti Mattarella. Convinto sostenitore della politica morotea, Mattarella era impegnato a costituire una giunta con il Pci. Tra il 15 e il 19 febbraio 1980 il XIV Congresso nazionale della Dc, svoltosi a Roma, sconfessò ufficialmente la linea politica di Moro, liquidò la segreteria Zaccagnini, e con una maggioranza (58%) formata da Flaminio Piccoli (eletto nuovo segretario), Antonio Bisaglia, Carlo Donat Cattin, Gianni Prandini, Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani (eletto presidente del partito) approvò il “preambolo”, cioè il rifiuto da parte della Dc di ogni “corresponsabilità di gestione” con il Pci.

L’estensore del “preambolo” anticomunista, e vero uomo forte della coalizione congressuale vittoriosa, era il senatore Carlo Donat Cattin, che infatti venne nominato vicesegretario del partito. Tutti i 19 parlamentari della Dc segretamente iscritti alla P2 votarono il “preambolo”, e del resto lo stesso segretario particolare di Donat Cattin, Ilio Giasolli, era affiliato alla Loggia massonica gelliana.

Anche nel primo governo Cossiga, al momento in carica, la P2 era ben rappresentata, con due ministri (i Dc Gaetano Stammati e Adolfo Sarti), tre sottosegretari (il Pli Antonio Baslini, il Psdi Costantino Belluscio, il Dc Rolando Picchioni), e lo stesso presidente del Consiglio era in buoni rapporti col capo della P2 Licio Gelli. Infiltrata nella Dc, nel Psi, in tutti i partiti laici minori, e perfino nel Msi, la Loggia segreta stava svolgendo un intenso lavorìo occulto per pilotare il quadro politico verso i dettami del “Piano di rinascita democratica”. Così, dopo la restaurazione della Dc, la P2 si attivò per consolidare nel Partito socialista la leadership “anticomunista” di Bettino Craxi, e per portare il Psi nel governo Cossiga. (…)

Il 5 agosto 1990 un servizio del settimanale L’Espresso raccontò quelli che erano stati i rapporti di Cossiga con il capo della P2 Licio Gelli, rapporti che erano già emersi nel corso dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta. (…) il settimanale ricordava le parole di Federico Umberto D’Amato, dirigente delle polizie speciali del Viminale e affiliato alla P2 [uno dei mandanti della strage alla stazione di Bologna, nda], a proposito di una presunta telefonata Cossiga-Gelli: “D’Amato stava da Gelli – in uno dei sei incontri che ha avuto – e sentì il maestro venerabile rispondere al telefono con una persona che chiamava “presidente”. Finita la telefonata Gelli disse a D’Amato: ‘Ho parlato con il principale candidato alla presidenza del Consiglio, l’onorevole Cossiga. Mi ha detto ‘Se tu mi appoggi, io accetto!’. Credo proprio che lo farò’.

L’Espresso riportava poi la testimonianza del massone Francesco Pazienza, il quale aveva dichiarato che un giorno – presente nell’ufficio di Cossiga insieme a Luigi Zanda (collaboratore cossighiano, ex senatore del Pd) e a Michael Ledeen, professore legato all’entourage di Kissinger e ai servizi segreti americani (in “rapporti cordiali con l’on. Cossiga da darsi del tu”) – aveva avuto modo di assistere a “una telefonata giunta a Cossiga durante la nostra presenza e che durò circa 15 minuti, egli fu particolarmente affettuoso con un interlocutore che continuava a chiamare Licino. Venni poi a sapere da D’Amato che il Licino era in effetti il Licio nazionale”.

Piccole soddisfazioni. All’inizio del nuovo millennio Cossiga fu condannato a risarcire Sergio Flamigni: da presidente della Repubblica, lo aveva definito pubblicamente “un poveretto”.

Prima o poi qualche storico dovrebbe tentare di rispondere a una domanda: perché il Pci (orfano di Berlinguer) nel 1985 accettò di contribuire ad eleggere Cossiga al Quirinale?

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Oltre i cliché del Settantasette e dell’estremismo: i due volumi di Franculli e Fantini

Il 1977 e gli anni complessi della lotta armata continuano a generare narrazioni saggistiche e letterarie. Molte di queste opere restano tuttavia ripetitive, bloccate entro schemi ideologici rigidi o limitate a memorie difensive prodotte dai singoli protagonisti.

L’editore DeriveApprodi pubblica ora due libri che scelgono di deviare da questa abitudine consolidata. Si tratta di due volumi originali ed efficaci, capaci di affrontare la storia politica italiana recente attraverso prospettive poco esplorate e lontane dalle convenzioni della solita memorialistica. Entrambi i testi offrono un quadro privo di retorica su stagioni complesse della Repubblica.

Il primo libro è Appuntamento al San Callisto. Viaggio nei sogni del ’77 romano firmato da Canio Franculli. Il volume si impone per una precisa scelta di campo: descrive il movimento direttamente dal suo interno, evitando qualunque lettura ortodossa o dogmatica dei fatti. Franculli adotta un registro rigorosamente umano e asciutto, raccontando la vicenda di un giovane provinciale che arriva nella capitale negli anni Settanta.

Il testo rifiuta le consuete celebrazioni ideologiche, così come evita qualsiasi forma di compiacimento nostalgico sul valore dei militanti dell’epoca. Al contempo, la narrazione esclude ogni tipo di atteggiamento vittimistico. Franculli ricostruisce il quotidiano di chi partecipava alle lotte politiche attraverso i fatti reali, le contraddizioni interne, la ricerca artistica, i luoghi di ritrovo urbani, i cortei e gli scontri di piazza.

La prospettiva mantenuta dall’autore è strettamente personale e concreta. Non si nota la pretesa di formulare un giudizio politico globale sul decennio, bensì l’intento di registrare le modalità con cui i singoli individui vivevano la collettività. Si tratta di un’opera di ricostruzione che rifiuta tanto la criminalizzazione a priori quanto la beatificazione retrospettiva, mettendo al centro le scelte individuali, la disillusione e le relazioni umane reali formatesi tra i giovani romani di quegli anni.

Il secondo volume è Storia di Roby il pazzo. La parabola di Sandalo nella lotta armata scritto da Gabriele Fantini. La biografia tratta la figura di Roberto Sandalo, militante in Lotta Continua e Prima Linea, poi collaboratore di giustizia, arrivato nei decenni successivi ad avvicinarsi alla Lega Nord e a compiere attacchi contro strutture della comunità islamica.

Sul piano strettamente politico, Sandalo rimane una figura poco interessante, sprovvista di uno spessore teorico o di una visione strategica significativa. Nel lavoro di Fantini si nota inoltre qualche giustificazione di troppo riservata al protagonista. Nonostante questo limite analitico, il testo rappresenta un lavoro documentaristico eccezionale. Il valore principale dell’autore consiste nell’aver esaminato e incrociato una grande mole di documenti d’archivio e di testimonianze dirette per ricostruire un itinerario personale che altrimenti verrebbe archiviato come semplice stravaganza individuale.

Il libro consente di analizzare un fenomeno inedito e poco indagato: la conversione verso la Lega Nord e la successiva partecipazione agli assalti contro le moschee da parte di un ex terrorista di sinistra. Fantini registra questi passaggi senza cedere al sensazionalismo, dimostrando come una specifica attitudine al radicalismo possa mutare la propria appartenenza politica mantenendo inalterate le forme della violenza illegale.

Sia il lavoro narrativo di Franculli sia la ricerca biografica di Fantini forniscono un contributo solido per la comprensione fattuale dell’Italia degli anni Settanta e delle sue dirette conseguenze nei decenni seguenti. Franculli analizza la dimensione vissuta e umana del movimento al di fuori delle rigide direttive di partito. Fantini raccoglie dati, verbali giudiziari e fatti storici indispensabili per valutare le successive trasformazioni dell’estremismo. Si tratta di due testi originali che rifiutano categoricamente le valutazioni sbrigative e arricchiscono il dibattito storiografico corrente con elementi certi e incontestabili di analisi reale.

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La richiesta all’Ue di scostamento di bilancio per 36 miliardi è una scelta da buon padre di famiglia?

di Carmelo Pennisi

Mi è sempre stata cara un’espressione dalla forte carica evocativa usata nel Codice Civile: la diligenza del buon padre di famiglia. Una linea di condotta prescritta dal Codice a qualunque cittadino nell’adempimento di un’obbligazione e in particolare al mandatario nell’esecuzione del mandato ma che dovrebbe valere tanto più per chi ricopre funzioni pubbliche.

Ciononostante, nell’agire di questo Governo si fa fatica a riscontrare sia la diligenza sia l’emulazione del buon padre di famiglia e mi riferisco, in particolare, alla scelta dell’Esecutivo di chiedere all’Ue l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale al fine di consentire uno scostamento di bilancio di circa 36 miliardi di euro.

Cioè, siccome il bilancio italiano presenta attualmente un deficit superiore al 3% del Pil, motivo per cui è in corso una procedura d’infrazione che non consente di aumentare le spese, si chiede all’Ue un’autorizzazione “eccezionale” a spendere quest’anno e nei prossimi due 14 miliardi per la transizione energetica e 22 miliardi per la difesa.

Eppure i problemi veri e gravi del Paese sarebbero altri: i salari e gli stipendi reali sempre più bassi, con impoverimento di lavoratori dipendenti e pensionati (un docente di scuola media superiore tra il 1990 e il 2026 ha visto ridursi il potere d’acquisto del suo stipendio del 29,7%); i prezzi dei carburanti e dell’energia a livelli record e sui quali nessun impatto nel breve e medio periodo avrebbero gli eventuali fondi per la transizione energetica (Nomisma stima rincari annuali delle bollette del 54% per le imprese e del 23% per le famiglie che, pertanto, dovranno sopportare un aggravio medio di 1.000 euro su base annuale); i bassissimi livelli di crescita del Pil (+0,5% nel 2025 nonostante le iniezioni dei fondi Pnrr che solo in quell’anno sono stati di 31,1 miliardi di euro); il Sistema Sanitario Nazionale, questo sì, in disarmo (nel 2024 le famiglie hanno dovuto sostenere direttamente il 22% delle spese per le cure e sono in aumento gli italiani che hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria). Ma la lista è molto più lunga.

Un solo dato a riprova delle difficoltà: per abbassare per pochi giorni le accise e, quindi, il prezzo del gasolio di appena 17 centesimi è stato necessario tagliare 245 milioni alle spese dei ministeri.

Di fronte a tutto ciò il Ministro Giorgetti, nel motivare la richiesta di scostamento, si è riconosciuto il coraggio di fare scelte impopolari e ha rivendicato la coerenza rispetto al suo senso del dovere e al giuramento prestato sulla Costituzione con riferimento al dovere di difesa della Patria (art. 52 Cost.).

Per chiarezza e completezza avrebbe dovuto anche dire da chi e da che cosa difendere la Patria. Ma è un particolare che non è dato sapere neanche leggendo le Faq sul “ReArm Europe Plan/Readiness 2030” disponibili sul sito della Commissione Europea ma solo in inglese, tedesco e francese, giusto per invogliare l’italiano medio a leggerle.

Se il non detto alluderebbe ad una presunta minaccia russa può essere rassicurante la dichiarazione “Russia is not looking for conflict” del generale americano Grynkewich: un giudizio probabilmente condiviso dalla maggioranza degli italiani o perlomeno da quelli che conoscono un po’ di storia (intese Gorbaciov-Nato, fatti di Maidan, accordi di Minsk, ecc.).

Nell’attuale contesto, far indebitare lo Stato italiano di ulteriori 22 miliardi di euro (Safe o titoli del debito pubblico è una questione poco rilevante) per spese militari non è una scelta coraggiosa ma semplicemente assurda. E pare quanto meno fuori luogo invocare l’art. 52 della Costituzione in mancanza di un reale, attuale e concreto pericolo per la Patria; piuttosto si applichi l’art. 11 della Costituzione, non solo come mera enunciazione di un principio ma come divieto cogente di porre in essere azioni che anziché scoraggiare i conflitti armati ne possano essere pericolose incubatrici. E su questo il buon padre di famiglia non avrebbe avuto alcun dubbio.

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Così gli Angels of Love di Napoli conquistano il festival house più grande del mondo

Per la prima volta nei suoi 36 anni di vita, gli organizzatori del Chosen Few DJs Picnic & Music Festival – l’evento di musica house più importante e blasonato del pianeta – hanno deciso di spalancare le porte a un collettivo europeo, puntando dritto sul Sud.

È toccato agli Angels of Love, storico gruppo originato a Napoli di dj e producers, rappresentare ben 27 Stati dell’Unione Europea nel più grande circuito del clubbing mondiale, traghettando la storia della house italiana ad un festival che ha coinvolto, nella giornata clou, oltre 60.000 partecipanti provenienti da tutto il mondo. Guidati da Alex Serafini con il supporto del fondatore storico di Angels of Love, Maurizio Luise, e con la partecipazione del dj campano dAPULEO, agli Angels è toccato il compito di rappresentare l’Europa su un palcoscenico di caratura mondiale.

Il festival americano ha visto in cartellone leggende assolute del genere: da Alan King (figura legale e amico di Barack Obama, di cui ha sostenuto attivamente la campagna presidenziale) al candidato ai Grammy Award Terry Hunter; da Mike Dunn, pilastro della musica house di Chicago da quasi trent’anni, a Wayne Williams, produttore di hit per superstar mondiali come Aretha Franklin e Justin Timberlake.

Il cast è proseguito con il dj Jazzy Jeff, noto al grande pubblico anche come co-protagonista della serie Willy, il principe di Bel-Air; la storica cantante Christine Wiltshire, voce di successi planetari come “Keep on Jumping” e “Weekend”; Kenny Dope, quattro volte candidato ai Grammy Award; e la celebre Kym Mazelle, voce iconica della colonna sonora del film cult Romeo + Giulietta. E poi ci sono loro, Maurizio Luise e dAPULEO, che nel silenzio mediatico italiano sono stati i primi europei ad essere consacrati nel palcoscenico house più importante degli ultimi 40 anni, un successo che ha portato il collettivo nato a Napoli (ora leader di mercato in Italia) sul tetto del mondo.

Dopo 36 anni di storia, dunque, il collettivo meridionale, che conta una community di oltre 250mila partecipanti, ha così esportato l’house italiana nel festival più importante degli ultimi quarant’anni. Questo traguardo arriva poco dopo il riconoscimento ricevuto in Parlamento dall’intergruppo “Sviluppo Sud” (guidato dal Presidente on. Alessandro Caramiello e composto da 50 parlamentari) che ha premiato gli Angels of Love come “eccellenza meridionale”.

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L’attacco israeliano contro la giornalista libanese Amal Khalil, minuto per minuto

Il 22 aprile 2026, nel sud del Libano, un attacco israeliano ha ucciso la giornalista del quotidiano Al Akhbar Amal Khalil e ferito gravemente l’operatrice di ripresa Zeinab Faraj.

Per Amnesty International è stato un crimine di guerra: a confermarlo è stata la ricostruzione dell’accaduto, basata sulle testimonianze dell’unica sopravvissuta e delle prime persone intervenute sul posto, su materiale audiovisivo e sulle comunicazioni tra i vari soggetti coinvolti nei mancati soccorsi.

Le due giornaliste hanno cercato riparo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’automobile che le precedeva aveva ucciso due uomini. Nelle due ore successive, mentre alcuni droni sorvolavano la zona a distanza ravvicinata, altri due attacchi aerei hanno colpito prima la loro automobile, parcheggiata nelle vicinanze, e poi l’edificio in cui si erano rifugiate.

Dopo che il primo attacco aveva eliminato l’obiettivo dichiarato dalle forze armate israeliane e mentre due droni stavano sorvolando la zona a bassa quota, queste ultime sapevano, o avrebbero dovuto sapere, che due civili si erano rifugiate in quell’edificio.

L’attacco è avvenuto nel villaggio di al-Tiri, situato a circa sette chilometri dal confine israeliano, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. Il villaggio rientrava nella zona di “difesa avanzata”, il sei per cento del territorio libanese. Le forze armate israeliane presenti in questa zona avevano vietato il ritorno (il che non le esonerava dal rispetto degli obblighi del diritto internazionale umanitario) alle persone residenti e compiuto vaste distruzioni.

Amal Khalil e Zeinab Faraj stavano seguendo un veicolo a bordo del quale si trovavano Ali Nabil Bazzi, mukhtar di Bint Jbeil, un ruolo assimilabile a quello di un sindaco locale, e il suo amico Mohammed Hourani, residente sfollato, che volevano a loro volta verificare direttamente se le forze israeliane si fossero davvero ritirate da al-Tiri.

Intorno alle 14.25, subito dopo l’ingresso nel villaggio, le forze israeliane hanno centrato il veicolo con a bordo Ali Nabil Bazzi e Mohammed Hourani.

Zeinab Faraj ha raccontato ad Amnesty International che, al momento dell’attacco, lei e Amal Khalil si trovavano dietro, a bordo dell’automobile di Amal. Ha riferito di aver visto il veicolo davanti a loro esplodere, proiettando i due uomini fuori dall’abitacolo e prendendo fuoco.

Alle 14.36 Amal Khalil ha telefonato al soccorritore della Protezione civile libanese Moussa Chaalan per segnalare l’attacco. Questi ha subito contattato i colleghi della Protezione civile, la Croce rossa libanese e l’esercito libanese. La Croce rossa libanese ha così ricevuto la prima richiesta di un’ambulanza alle 14.38.

Mentre era in procinto di dirigersi sul posto, Moussa Chaalan ha ricevuto l’ordine di fermarsi a un posto di blocco dell’esercito libanese all’ingresso di al-Tiri. Infatti, l’autorizzazione ad accedere ai villaggi situati nella cosiddetta zona di “difesa avanzata” veniva coordinata dal Comitato tecnico militare per il Libano, comunemente indicato come Meccanismo di attuazione e monitoraggio del cessate il fuoco.

Mentre i droni israeliani continuavano a sorvolare la zona, le due giornaliste sono scese dall’automobile e hanno cercato riparo accanto a un muretto, vicino a un edificio abbandonato del villaggio, poi sotto la tettoia di lamiera danneggiata di un negozio situato al piano terra dell’edificio.

Alle 15.31 Moussa Chaalan, ancora fermo al posto di blocco, ha telefonato ad Amal Khalil esortandola a risalire in automobile e ad allontanarsi dalla zona. Non aveva infatti ancora ricevuto dal Meccanismo di monitoraggio l’autorizzazione a entrare nel villaggio e, di conseguenza, non disponeva di alcuna garanzia che l’esercito israeliano non avrebbe effettuato altri attacchi.

Intorno alle 15.40 un secondo attacco ha colpito l’automobile delle giornaliste, ferma nei pressi del luogo in cui si erano rifugiate.

Alle 15.48 Amal Khalil ha richiamato Moussa Chaalan per comunicargli di essere rimasta ferita: “Non riesco a fare nulla. Moussa, vieni a prendermi”.

Entrambe le donne sono rimaste ferite nell’esplosione. Una portiera dell’automobile è stata scagliata verso di loro e Zeinab Faraj l’ha usata per proteggere sé e la collega dalle fiamme. Ha raccontato: “Vetri e detriti sono volati verso di noi. Ho avuto la sensazione che mi fosse scoppiato un orecchio. Lei [Amal Khalil] perdeva molto sangue dal naso e dalla testa e aveva ferite da schegge al braccio e alla coscia; non riusciva a muovere la gamba”.

Con l’intensificarsi dell’incendio, le due donne sono riuscite a strisciare all’interno dell’edificio, passando attraverso una saracinesca danneggiata, e si sono nascoste in una piccola stanza. Una volta all’interno, Amal Khalil ha continuato a telefonare per chiedere soccorso. Zeinab Faraj ha riferito ad Amnesty International che tutte le persone contattate avevano detto di non poter raggiungere il luogo in cui si trovavano perché erano “in attesa dell’autorizzazione” del Meccanismo di monitoraggio, in pratica il consenso delle forze armate israeliane a sospendere il fuoco per consentire l’ingresso delle squadre di soccorso.

Moussa Chaalan ha raccontato ad Amnesty International: “Ho detto all’ufficiale dell’esercito al posto di blocco che sarei entrato, nonostante il rischio. Ma mi ha convinto a non farlo dicendomi: ‘E se venissi colpito prima di riuscire a raggiungerla? È meglio aspettare l’autorizzazione, per il suo bene e per il tuo’”.

Alla fine, Amal Khalil si è molto indebolita. Zeinab Faraj ha raccontato: “L’ho vista via via senza forze […] e poi ha perso conoscenza”.

L’ultima telefonata di Amal Khalil è stata alla sorella, alle 16.22.

Intorno alle 16.25 un terzo attacco ha colpito l’edificio in cui le giornaliste si erano rifugiate, provocandone il crollo e seppellendo entrambe sotto le macerie.

Poco dopo le 17 è stata concessa l’autorizzazione a entrare nella zona, ma soltanto alla Croce rossa libanese. I soccorritori hanno estratto Zeinab Faraj, che aveva riportato una frattura cranica, gravi ferite alla gamba destra e a un occhio e lo schiacciamento di una mano. Non sono invece riusciti a raggiungere Amal Khalil, che risultava ancora dispersa sotto le macerie.

Poco prima delle 18, le persone volontarie della Croce rossa libanese arrivate sul posto hanno riferito di essere state costrette a ritirarsi a causa della minaccia di ulteriori attacchi, portando via Zeinab Faraj e i corpi dei due uomini uccisi nel primo attacco.

Dopo un’ulteriore serie di telefonate da parte di organismi internazionali e delle autorità libanesi, compresi l’ufficio del presidente e quello del primo ministro, alle 19.20 è stata nuovamente concessa l’autorizzazione. Ciò ha consentito ai soccorritori della Croce rossa, a un’ambulanza e a un piccolo bulldozer di tornare sul luogo dell’attacco. Per rimuovere le macerie dei tre piani crollati erano tuttavia necessari mezzi più pesanti. Le operazioni di recupero, effettuate con un escavatore, sono iniziate intorno alle 21.

Moussa Chaalan ha raccontato che Amal Khalil è stata trovata sepolta sotto una colonna e un muro: “Era completamente schiacciata […] L’ho estratta con le mie mani”.

Nel certificato di morte, il medico legale ha indicato come ora del decesso le 19 e come causa “un arresto cardiaco dovuto a un trauma cranico e a una grave emorragia”.

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Perché i decreti meloniani hanno smantellato la legge per gli anziani non autosufficienti

di Enza Plotino

Gli anziani siamo noi! Ci dirigiamo a gambe levate verso un invecchiamento della popolazione ed un aumento vertiginoso di quella non autosufficiente per la quale la Riforma n.33 del 2023, che era stata presentata dal governo Draghi e che andava incontro alle esigenze degli anziani non autosufficienti e alle loro famiglie, rappresentava un atto importante atteso da 30 anni per eliminare le debolezze e le mancanze del welfare attuale. Purtroppo la riforma è finita nelle mani del governo Meloni, e quella che poteva essere un vero passo avanti per 10 milioni di persone, anziani, famigliari e caregiver di professione per i quali la legge introdotta grazie al Pnrr puntava a ridisegnare il sistema di welfare per rispondere alla loro sempre più diffusa presenza e a bisogni di cura sempre più complessi e che voleva colmare la mancanza in Italia di un servizio domiciliare pubblico progettato per la non autosufficienza, è precipitata nell’obbrobrio attuativo (Decreti attuativi del 2023) approvato dal governo Meloni, in palese contraddizione con le indicazioni della Delega.

Perché ne parlo oggi? Perché si iniziano a vederne gli effetti. Milioni di anziani, soprattutto non autosufficienti, con le loro famiglie, lasciati senza risorse, senza assistenza qualificata, senza servizi domiciliari anziché in strutture residenziali, senza prevenzione e, per peggiorare questo quadro già drammatico, smantellando il principio cardine del nostro welfare, quello della protezione universale, prevedendo, per ricevere assistenza, di dover dimostrare ridotte disponibilità economiche. Ciliegina sulla torta, le Regioni tagliate completamente fuori dai decreti. In nessun passaggio, sebbene l’assistenza agli anziani venga realizzata a livello territoriale, quindi sancendo alte possibilità di fallimento nella fase di attuazione degli interventi.

Tutte le migliori intenzioni contenute nella riforma si si sono arenate, bloccandosi definitivamente, nelle leggi attuative promosse da Meloni. All’intento di rimettere al centro le persone, la destra ha risposto con approssimazione, ideologia a favore dei ricchi, di coloro che possono e con bieca propaganda assistenziale.

La riforma aveva l’intento di superare la frammentazione delle misure e dei servizi, dare risposte diverse ai diversi bisogni, puntare a percorsi di assistenza semplici ed unitari, riportare la tutela pubblica della non autosufficienza. I decreti meloniani non prevedono risorse per rendere concrete le indicazioni normative, cancellano l’accesso universalistico ai servizi, dimenticano l’assistenza domiciliare integrata, peraltro in coerenza con l’impostazione generale del governo in materia di welfare: destrutturazione dei servizi di territorio, abbandono delle politiche di prevenzione e prossimità. Un disastro che 10 milioni di persone pagheranno sulla propria pelle.

E’ urgente, in un programma del centrosinistra che si rispetti, l’impegno a ritornare allo spirito e ai principi universalistici e solidaristici della Riforma, smantellando l’obbrobrio della destra e ripristinando l’approccio giusto ad una problematica drammaticamente attuale per milioni di famiglie.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Europei di atletica, Italia d’oro fino all’ultimo giorno: incredibile successo nella staffetta maschile 4×400, Larissa Iapichino trionfa nel salto in lungo

L’Italia vince fino all’ultimo secondo agli Europei di atletica leggera di Birmingham. All’ultima giornata di gare arrivano le medaglie d’oro nella staffetta maschile 4×400 con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati e di Larissa Iapichino nel salto in lungo. Con il successo nella gara finale della staffetta, che ha chiuso il programma della settimana di competizioni nel Regno Unito, l’Italia ha anche conquistato il primato nel medagliere per numero di vittorie (dieci) e anche di totale di metalli (22).

La finale delle finali: l’Italia trionfa nella 4×400 maschile

La finale della 4×400 maschile – in altri sport si chiamerebbe una madre di tutte le partite – è stata una delle più emozionanti di tutta la rassegna. L’Italia parte bene ma meglio parte la Gran Bretagna: al primo cambio sono i britannici in testa davanti a Italia (Scotti, lodigiano, 26 anni, tesserato Carabinieri) e Belgio, ma con distacchi minimi. E’ a metà gara che arriva la svolta. Sito (23 anni, milanese, Fiamme gialle) consegna a Soudassi il testimone per primo e Soudassi (20 anni ancora da compiere, siracusano della Enterprise Sport & Service di Ariano Irpino) riesce anche a incrementare il vantaggio di mezzo passo sui britannici. L’ultima frazione vede Benati (24enne romano, delle Fiamme Azzurre) scappare dall’ultimo frazionista della staffetta del Regno Unito, Charlie Dobson, che all’ultima curva sembra anche in difficoltà. Gli ultimi 60 metri sembrano infiniti per Benati che conclude sul traguardo quasi per inerzia e senz’altro incredulo. L’Italia vince per tre centesimi in 2’59″16: un risultato da stropicciarsi gli occhi.

Iapichino salta nell’oro, primo successo outdoor

Iapichino vince al termine di una finale thriller con 5 atlete ristrette in 6 centimetri. Iapichino ha avuto ragione della beniamina di casa, la britannica Jazmin Sawyers, grazie a un solo centimetri: 7 metri contro 6.99. Sawyers è stata più continua, ha compiuto vari salti intorno ai 6.90, ma il salto più importante è stato il primo di Iapichino. Al terzo posto la francese Hilary Kpatcha. Iapichino – 24 anni, Fiamme Oro, come noto figlia d’arte di Fiona May e Gianni Iapichino che è anche suo allenatore – era già campionessa europea in carica indoor, ma è al primo titolo nelle gare outdoor.

La staffetta femminile del miglio conquista il bronzo

Ma la raccolta di medaglie della squadra azzura non finisce qui e lo stato di salute della Nazionale di pista e pedane è confermato – se ce ne fosse bisogno – dall’ennesima medaglia: il bronzo nella 4×400 donne con Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro. La loro è stata una gara entusiasmante in cui ha trionfato la staffetta dei Paesi Bassi guidata dal fenomeno Femke Bol davanti alla Gran Bretagna. Le azzurre hanno retto agli attacchi della squadra del Belgio e sono arrivate a un soffio dal primato italiano.

Il medagliere: l’Italia vince in tutti i settori, dalla velocità ai salti

L’Italia negli 8 giorni di gare ha conquistato medaglie in quasi tutti i settori: salti, lanci, velocità, mezzofondo, marcia, maratona. Una condizione di superiorità nel continente del tutto trasversale. Gli ori sono stati 10, gli argenti 6 così come i bronzi: 22 podi. Al secondo posto, quindi, nonostante un certo predominio nella velocità, resta inchiodata la Gran Bretagna, che doveva essere la gran favorita, anche per essere la padrona di casa. I britannici si fermano a 19 medaglie divise in 9 ori, 8 argenti e 2 bronzi. Segue la Germania, tornata in salute dopo un periodo così così, che ha raccolto molti podi (21), ma con 6 ori, 10 argenti e 5 bronzi.

Notizia in aggiornamento

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Etna, l’Ingv: “Nuova intensa attività esplosiva dal cratere Voragine”

L’Etna, che sembrava essersi acquietato nelle ultime ore, torna a far parlare di sé dopo i disagi creati alla circolazione degli aerei a cavallo di Ferragosto. Secondo il sistema di monitoraggio in rete dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Osservatorio etneo, di Catania, una uova e intensa attività esplosiva si è manifestata a partire dal pomeriggio dal cratere Voragine. Il tremore vulcanico, che segnala l’energia presente nei condotti magmatici interni, è in risalita e staziona su valori molto alti. L’avviso per l’aviazione, il Vona (Volcano observatory notice for aviation), emesso dall’Ingv, al momento è rimasto arancione.

“Prosegue l’attività effusiva dalle bocche a quota 2750m e 1990m dell’Etna – ha comunicato l’Osservatorio -. Dai rilievi sul campo effettuati dal personale dell’INGV-OE risulta che alle ore 16.22 è ripresa l’attività stromboliana al cratere della Voragine; successivamente, si è intensificata l’attività di emissione di cenere al Cratere di Nord Est. Dal punto di vista sismico, dalla tarda serata di ieri l’ampiezza media del tremore vulcanico ha mostrato ampie oscillazioni tra valori bassi e medi, crescendo sempre più in ampiezza. Nelle ultime ore di oggi l’incremento è stato sempre più marcato e dalle ore 18 circa l’ampiezza del tremore è passata dall’intervallo dei valori medi a quelli alti. Dalle ore 18 circa l’attività infrasonica mostra un evidente incremento nel numero degli eventi infrasonici con ampiezze basse ma evidente carattere di crescita. Gli eventi risultano localizzati al cratere Voragine. Anche la stazione di Cratere del Piano mostra l’inizio di un modesto trend”.

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Come nasce la musica classica: viaggio nel Festival Verbier dove il backstage (e le lezioni delle star) si trasforma in spettacolo

A Verbier il talento ha ancora bisogno di andare a piedi. Lo si vede nelle strade in salita del paese, a 1.500 metri sulle Alpi svizzere: custodie di violino, violoncelli, leggii, spartiti sotto il braccio. Giovani musicisti arrivati da tutto il mondo si dirigono alle prove mentre, a pochi metri, passano gli interpreti che il pubblico è venuto ad ascoltare. Per due settimane, nella seconda metà di luglio, questo villaggio alpino diventa il punto d’incontro fra grandi protagonisti della musica classica e musicisti ancora in formazione. Nato nel 1994 e giunto quest’anno alla 33ª edizione, il Verbier Festival riunisce nomi come Martha Argerich, Evgeny Kissin, András Schiff, Esa-Pekka Salonen, Simon Rattle, Daniel Harding, Khatia Buniatishvili, Joshua Bell e Leonidas Kavakos. Ma la sua particolarità non sta soltanto nell’elenco delle celebrità. Sta nella possibilità, rara, di guardare ciò che normalmente il concerto nasconde. È il lavoro della Verbier Festival Academy, il programma di formazione dedicato a giovani solisti, cantanti, strumentisti ed ensemble. Le masterclass, aperte al pubblico, riguardano diverse discipline: dal pianoforte agli archi, dalla musica da camera al canto. Non sono dunque un contorno didattico: fanno parte dell’esperienza del Festival.

Una parola, un gesto, un respiro: la costruzione di un’interpretazione

Ed è qui che Verbier diventa particolarmente interessante. Perchè una masterclass è una sorta di radiografia dell’interpretazione. Al Cinéma di Verbier, il baritono tedesco Thomas Quasthoff lavora con i giovani cantanti dell’Atelier Lyrique. Ascolta una frase, interrompe, corregge. Una parola tedesca è pronunciata male, un gesto è superfluo, un respiro può cambiare la direzione di una frase. Si riprova. Il punto non è soltanto cantare nel modo giusto. È capire che cosa trasforma una frase corretta in un’interpretazione convincente. Nel concerto quella distanza viene cancellata: il pubblico riceve il risultato. Nella masterclass, invece, vede l’interpretazione mentre è ancora una possibilità. Potrebbe essere così. Oppure così. Proviamo ancora. È quasi il contrario di un film montato: il film mostra una scelta, la masterclass mostra il momento in cui la scelta non è ancora stata fatta. Uno scrittore può lavorare a lungo su una pagina senza che il lettore assista al processo; un regista può girare dieci volte la stessa scena e conservarne una sola versione. Il musicista, invece, appartiene a una tradizione nella quale la prova, la lezione e la ripetizione possono diventare pubbliche senza smettere di essere lavoro.

Il backstage diventa spettacolo

La masterclass diventa così un backstage trasformato in spettacolo. Ma il processo non finisce con la lezione. I giovani cantanti dell’Atelier Lyrique tornano il giorno dopo sul palco dell’Église, la chiesa di Verbier da 430 posti utilizzata per recital e musica da camera. Ognuno porta un’aria d’opera. Alla fine, il gruppo si ricompone in Libiamo ne’ lieti calici dalla Traviata: Alfredo, Violetta e gli altri a formare il coro. Il giorno prima si era osservato il singolo interprete alle prese con il proprio problema; il giorno dopo lo si vede dentro un insieme. Non è un dettaglio. L’opera è una delle arti più radicalmente collettive che esistano: la voce ha bisogno dell’altra voce, del coro, dell’orchestra, del direttore. Il talento, per diventare teatro musicale, deve imparare ad ascoltare gli altri. Quel Libiam mostra così qualcosa che la retorica sul “giovane talento” tende a dimenticare: l’eccellenza non è soltanto individuale. È anche trasmissione e comunità.

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Il concerto: il punto visibile di un percorso

La stessa filiera si vede nelle orchestre. La Verbier Festival Orchestra riunisce 98 giovani musicisti dai 18 ai 28 anni e li sottopone a settimane di prove e coaching con professionisti affermati. Quando Daniel Harding, direttore britannico fra i protagonisti della scena internazionale, sale sul podio con loro e con Joshua Bell, violinista americano fra i più celebri della sua generazione, il concerto diventa anche il punto visibile di un percorso. Il programma del 23 luglio accostava il Concerto per violino e orchestra op.66 di Thomas De Hartmann, alcuni estratti da Fiddler on the Roof di Bock e Harnick e la Seconda Sinfonia di Rachmaninov: tre mondi lontani che un’orchestra giovane deve imparare a tenere insieme. La sera successiva, la Verbier Festival Chamber Orchestra, che quest’anno celebra vent’anni, portava in scena, sotto la direzione di Simon Rattle, la Sinfonia n. 38 «Praga» di Mozart e Il castello di Barbablù di Bela Bartók, con i cantanti Magdalena Kožená e Gerald Finley. Ebbene, la VFO rappresenta il capitolo successivo della stessa storia: musicisti passati attraverso il sistema formativo dell’orchestra di Verbier e oggi in organico nelle maggiori orchestre internazionali. Prima l’apprendistato, poi il mestiere. Non è una metafora: è una struttura.

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Arie di Opera © Lauren Pasche

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Masterclass al Festival Verbier

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Marta Argerich, Magdalena Kožená © Anne du Chastel

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Khatia Buniatishvili © Anne du Chastel

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Orchestra del Festival Verbier @ Lucien Grandjean

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Musicians © Fancesca_sagramoso

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Vasily Petrenko © Lauren Pasche

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Festival Verbier - Concert inaugural ©Anne du Chastel

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Musicians © AgnieszkaBiolik

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Orchestra del Festival Verbier @ Lucien Grandjean

E poi ci sono le star. Khatia Buniatishvili, pianista georgiana dalla forte personalità interpretativa, riempie la Salle des Combins, la grande sala principale del Festival da quasi 1.500 posti, con un programma che attraversa Satie, Chopin, Bach, Schubert, Couperin e Liszt fino alla Rapsodia ungherese n. 2 nella trascrizione di Horowitz e Buniatishvili. Alla più raccolta Église, il pianista giapponese Nobuyuki Tsujii affronta Grieg, Chopin, Debussy e Čajkovskij. Tsujii è cieco dalla nascita, ma durante l’emozionante concerto la sua biografia finisce dove deve finire: fuori dalla musica. Non è la disabilità a spiegare l’interprete: è il lavoro attraverso cui un interprete costruisce il proprio rapporto con una partitura. Nella stessa chiesa, il noto violinista greco Leonidas Kavakos e il pianista giapponese Mao Fujita, ventisettenne, affrontano Mozart, Brahms e Schubert. Qui il virtuosismo conta meno dell’ascolto reciproco: il duo non è la somma di due solisti, ma la costruzione di un terzo organismo musicale. Alla fine del recital rimane soprattutto l’intesa fra due musicisti, non la distanza anagrafica o gerarchica fra un maestro affermato e un giovane interprete. È questo il punto che il concerto, da solo, tende a nascondere: l’interpretazione è sempre un dialogo fra ciò che è stato imparato e ciò che deve ancora essere deciso. Ecco, questi sono concerti molto diversi dalle masterclass. Eppure parlano della stessa cosa. Sul palco non si vedono più le domande: si vedono le risposte. Ma le risposte non sono definitive. Mozart non cambia, eppure cambia il modo in cui può essere ascoltato. La partitura rimane la stessa; ogni interprete deve nuovamente decidere come trasformarla in suono. La musica classica è un’arte singolare: si fonda sulla ripetizione e, proprio attraverso la ripetizione, produce differenza. Ogni esecuzione deve ricominciare da capo.

Anche ciò che accade fuori dalle sale da concerto del Festival conferma questa idea. La sezione “Unlimited” porta la musica tra le strade e gli spazi pubblici di Verbier, e mette insieme jazz, elettronica, hip-hop, dj set e show multidisciplinari in location informali. Al Cinéma, il quintetto jazz guidato dal trombettista svizzero-libanese Shems Bendali accompagna dal vivo Ascenseur pour l’échafaud, mentre il film di Louis Malle scorre sullo schermo e le musiche di Miles Davis (quest’anno il centenario dalla nascita) vengono rielaborate nel momento stesso dell’esecuzione. Qui la musica mostra il proprio lato fisico: qualcuno sta facendo qualcosa, qui e ora. Non un oggetto da contemplare, ma un’azione.

La qualità non arriva tutta insieme ma per tentativi (e attraverso gli altri)

È qui che Verbier permette di porre una domanda più ampia senza trasformarsi in una lezione sulla “superiorità” della musica classica. Perché siamo così abituati a vedere le cose quando sono finite? La cultura contemporanea ha perfezionato la propria capacità di eliminare dal campo visivo tutto ciò che precede il risultato: bozze, prove, esitazioni, fallimenti. Vediamo il romanzo in libreria, il film montato, l’artista quando è già diventato artista. La musica classica conserva invece una stranezza: l’opera non è mai completamente separabile dall’interprete che la ricrea. Fra i segni scritti da un compositore e il suono che arriva all’ascoltatore c’è sempre qualcuno che deve scegliere: il tempo, il peso di una frase, un respiro, un accento, un rapporto fra le voci. È lì che l’interpretazione prende forma. E la masterclass rende pubblico proprio quel territorio. Forse il suo interesse non sta nel permettere di capire “come si canta” o “come si suona”, ma nel mostrare una cosa molto più rara: che la qualità non arriva tutta insieme. Arriva per tentativi, correzioni e soprattutto attraverso gli altri.

A Verbier dunque, il risultato e il processo stanno nello stesso spazio: il grande concerto e la prova, la star e l’allievo, l’applauso e ciò che lo precede. È questa convivenza, più ancora dell’elenco delle celebrità, a rendere il Festival un luogo da scoprire. Le Alpi fanno da sfondo. I giovani continuano a camminare per le strade con gli strumenti in spalla. E tra un concerto e una masterclass si può ancora vedere una cosa che l’applauso normalmente cancella: non il talento quando è già arrivato, ma il lavoro che lo porta fin lì.

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Nella foto in alto | Il direttore d’orchestra Vasily Petrenko (© Lauren Pasche) e alcuni musicisti della Festival Verbier Orchestra (© Silvia Laurent)

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Europei nuoto, terzo oro per Quadarella: argenti amari per Ceccon, Pilato e le staffette. Italia seconda nel medagliere

Arriva il terzo oro per Simona Quadarella in altrettante finali agli europei di nuoto di Parigi. Dopo i trionfi negli 800 e nei 1500 metri, l’atleta romana ha vinto anche i 400 stile libero con il tempo di 4’01″34, riuscendo a rimontare nelle ultime due vasche le tedesche Isabel Gose e Maya Werner, rispettivamente argento e bronzo. Per Quadarella è l’11esima vittoria europea: “È un oro speciale, tra i più speciali. Sono molto contenta per come ho condotto la gara. Gli ultimi cinquanta non si preparano: dai tutto quello che hai. Ero una bambina nel 2018, adesso ho una consapevolezza diversa. Ci speravo, ma non me l’aspettavo. Non so se prima avrei sprintato negli ultimi cinquanta. Sento di ringraziare la mia famiglia e il mio allenatore”, ha detto la 27enne. Al termine della manifestazione l’Italia si piazza seconda nel medagliere dietro la Gran Bretagna, con un oro in meno (13 contro 14) ma molte più medaglie vinte (43 contro 26).

Ceccon e Pilato beffati per un centesimo

Nell’ultimo giorno della rassegna, infatti, sfumano per un solo un centesimo di secondo altre due medaglie d’oro per la nostra nazionale. Dopo il bronzo di mercoledì nei 100 metri rana, Benedetta Pilato ha ottenuto la medaglia d’argento nei 50 rana con il tempo di 29.94 secondi, un solo centesimo più lenta della lituana Rūta Meilutytė (titolare del record mondiale) che ha chiuso a 29.93. Poco dopo anche Thomas Ceccongià bronzo nei 200 dorso – si è arreso sempre per un centesimo ad Apostolos Christou nei 100 dorso, con 52″28 contro i 52″27 del greco campione in carica, che è riuscito a superare l’atleta veneto nell’ultimo tratto. Alle loro spalle il vuoto: il russo Pavel Samusenko ha conquistato il bronzo con 52.57, a tre decimi dal vincitore.

L’ironia di Benedetta: “Questo centesimo mi perseguita…”

Nella finale dei 50 rana femminili, tre nuotatrici più veloci sono arrivate praticamente insieme: è sempre di un centesimo, infatti, la distanza tra Pilato e la terza classificata, l’irlandese Mona McSharry con 29.95. Pilato era arrivata alla finale con il miglior tempo di qualificazione, 29.84, peggiorato di un decimo. Anche alle Olimpiadi del 2024, sempre a Parigi, Pilato aveva mancato il podio per un centesimo: “Questo centesimo mi perseguita“, ha ironizzato al microfono di Rai Sport in zona mista. “Sono comunque contenta, tre volte sotto i 30 secondi, anche se di poco, è importante. Sicuramente è l’inizio di un percorso, ovvio, mi sarebbe piaciuto vincere ma va bene così. Penso sia un punto di partenza, ho cambiato tutto quest’anno e va bene così”.

Argenti “amari” anche nella staffetta

Due argenti un po’ amari arrivano anche nelle staffette miste 4×100, le gare di chiusura della manifestazione. Il quartetto femminile formato da Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Menicucci viene beffato all’ultima vasca, finendo dieci centesimi dietro alla Gran Bretagna che vince con 3’53″50 (nuovo record dei campionati). L’oro sfuma per pochissimo anche nella staffetta maschile: il quartetto composto da Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio chiude in 3’28″86, battuto per appena 19 centesimi dalla squadra russa (atleti neutali B) che vince con 3:28.67.

Le altre gare: Razzetti quarto nei 200 misti

Niente medaglie per l’Italia, invece, nella finale dei 50 stile libero,vinta dall’ucraino Nikita Šeremet con 21″13: il nostro Giovanni Guatti, qualificato un po’ a sorpresa, ha chiuso ottavo e ultimo con 21″83. Manca il podio nei 200 misti anche Alberto Razzetti, già argento nei 400 misti: l’azzurro ha chiuso quarto a 1’56″60, ad un soffio dal record personale. L’oro è andato all’ungherese Hubert Kós in 1’54″24, l’argento allo spagnolo Hugo González de Oliveira, il bronzo al russo Mikhail Shcherbakov. Sesta Paola Borrelli nella finale dei 200 farfalla agli Europei di nuoto: la nuotatrice milanese ha chiuso in 2’08″23. Oro alla britannica Keanna Macinnes in 2’05″90, davanti alla danese Helena Bache alla spagnola Laura Cabanes Garzas.

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Finisce l’afa, arrivano i temporali: l’Italia tra grandine, vento e nuovi disagi. La mappa delle previsioni

Dal caldo estremo ai temporali. L’Italia si prepara a cambiare rapidamente scenario dopo settimane segnate da temperature elevate, afa persistente, siccità e incendi. Ma la fine dell’ondata di calore non coincide necessariamente con un ritorno alla normalità: nei prossimi giorni il rischio sarà quello di fenomeni violenti, con temporali intensi, forti raffiche di vento e locali grandinate. Il primo segnale arriva già oggi, con una sola città ancora contrassegnata dal bollino rosso del ministero della Salute: Bari. Napoli e Trieste sono invece tra le prime città a tornare nel livello verde, quello associato a condizioni di caldo nella norma stagionale.

Il cambio di circolazione atmosferica sarà più evidente da lunedì 17 agosto. Una perturbazione in transito sull’Europa centrale porterà maggiore instabilità su diverse aree del Paese. La Protezione civile ha valutato l’allerta gialla in 13 regioni. Le precipitazioni interesseranno inizialmente Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, per poi estendersi a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo.

Non sarà, dunque, soltanto una parentesi di pioggia. I temporali potranno essere accompagnati da rovesci di forte intensità, raffiche di vento e grandinate. Fenomeni che, dopo settimane di caldo e terreni messi a dura prova dalla siccità, possono a loro volta creare disagi e problemi sul territorio. Secondo le previsioni di iLMeteo.it, dopo le precipitazioni di domani tornerà temporaneamente il sole tra martedì e mercoledì, mentre le temperature continueranno a diminuire. La tregua dovrebbe diventare più marcata nella seconda parte della settimana: da giovedì 20 agosto sono attesi nuovi temporali, soprattutto al Centro-Nord, associati a un ulteriore calo termico.

È una svolta attesa dopo un periodo nel quale il caldo ha lasciato conseguenze pesanti. Le temperature elevate e prolungate hanno favorito condizioni di siccità e contribuito ad alimentare numerosi incendi, mentre il caldo estremo ha avuto anche conseguenze sulla salute e, in alcuni casi, è stato associato a decessi. Proprio gli incendi restano uno dei fronti più delicati. Dal Trentino all’Abruzzo, dal Veneto all’Emilia-Romagna, sono ancora impegnate numerose squadre dei vigili del fuoco. La situazione più critica viene segnalata in Carnia, dove i roghi boschivi continuano da oltre una settimana. Particolarmente complessa la situazione sul monte Amariana e sul monte Amarianute, dove il fuoco è ancora attivo e in espansione.

Nell’area interessata dagli incendi resta l’indicazione di limitare l’esposizione all’aperto e, qualora fosse indispensabile sostare all’esterno, di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie FFP2 o FFP3. Intanto, con la fine di Ferragosto, è iniziato anche il controesodo. L’Anas segnala al momento traffico scorrevole, in un’estate nella quale le abitudini di viaggio sembrano essere cambiate: molte famiglie hanno scelto di distribuire i rientri durante i giorni feriali, evitando di concentrarli nel fine settimana. Da lunedì a giovedì 20 agosto sono previsti oltre 34,7 milioni di spostamenti sulle strade italiane, con il picco atteso proprio lunedì, quando si stimano circa 8,8 milioni di viaggi.

Il caldo, dunque, sembra avviarsi verso la fine, ma l’estate non concede ancora una vera tregua. Alle temperature estreme che hanno caratterizzato le ultime settimane subentreranno temporali e grandinate, con un nuovo rischio di disagi soprattutto nelle aree più colpite dai fenomeni intensi e dagli incendi. Il passaggio da un’emergenza all’altra potrebbe essere, per molte zone del Paese, particolarmente rapido.

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La Russa attacca di nuovo Report: “Va cambiato, ma non vorrei che arrivi uno peggio di Ranucci”

Ignazio La Russa torna a mettere nel mirino Report. “Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5% dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso”, ha detto il presidente del Senato intervistato a “Bar Italia”, evento di Fratelli d’Italia in corso a Ragalna, nel Catanese, proponendo per l’ennesima volta di mettere le mani sul più importante programma di informazione della Rai. “A me non interessa se ne mettono un altro – ha proseguito la seconda carica dello Stato parlando della conduzione – ma non può essere che il giornalismo d’inchiesta si faccia per attaccare qualcuno, deve fare inchiesta a 360 gradi”. Certo, ha aggiunto, “non vorrei che ce ne mandino uno peggio di Ranucci, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo”.

L’evento del partito è un’occasione anche per fare il punto sull’operato del governo. “La terza riforma istituzionale che io amavo di più – ha spiegato La Russa -, e cioè quella per far eleggere direttamente dal popolo il capo dello Stato, o almeno il presidente del Consiglio, si è un po’ arenata perché abbiamo capito che diventava un altro strumento di falsità. Ma se facciamo questa legge elettorale, comunque il presidente del Consiglio avrà una credibilità che gli deriverà dalla scelta diretta dei cittadini. In questa legge le coalizioni devono indicare, non il nome del presidente del Consiglio, ma quello che proporranno al presidente della Repubblica che è libero di decidere. Ma quando c’è stata una vittoria chiara, non è mai successo che il presidente della Repubblica abbia scelto un nome diverso. Quindi se ci sarà una vittoria chiara, di destra o sinistra, il nome avrà una larghissima probabilità di diventare il presidente del Consiglio”. E i tempi? “Entro ottobre la chiudiamo. O la chiudiamo o non la chiudiamo, ma entro ottobre la risposta arriva”.

Le elezioni politiche del 2027 avverranno in uno scenario inedito per la politica italiana, quello in cui a destra di FdI c’è un altro partito, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, e Giorgia Meloni avrà il problema di non perdere troppi voti su quel versante. La Russa fa professione di ottimismo – “Io non sono convinto che i sondaggi siano necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo” – e infligge una stoccata all’alleato Matteo Salvini: “Il generale Vannacci ricordo che era il vicesegretario della Lega, non siamo noi che non l’abbiamo voluto nel centrodestra, lui ha deciso di uscire dal centrodestra, fondando un suo partito e votando in numerose occasioni insieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra. Io sono convinto che il centrodestra a prescindere da Vannacci avrà i numeri per governare”.

Quindi l’ex missino sale sul cavallo di battaglia delle destre non solo italiane, ma europee e mondiali: la questione migratoria. Quello che è successo a Ceuta “è stato un assalto all’Europa e qualcuno ha consentito che avvenisse, la Spagna ha enormi responsabilità nell’aver predicato l’accoglienza. L’accoglienza è una bellissima cosa ma quando è indiscriminata non è più accoglienza come quello che è avvenuto nell’enclave spagnola, con migliaia e migliaia di persone senza acqua, senza cibo, senza un luogo per dormire e vengono rispediti quasi a pedate nel loro Paese”, ha detto La Russa, come se fosse stata Madrid a lasciar entrare volontariamente oltre 80 mila migranti dal Marocco nella minuscola exclave spagnola in Nord Africa.

“Pensate se fossero arrivate a Pantelleria migliaia di migranti e noi li avessimo trattati, non dico come la Spagna, ma anche con la metà della cattiveria degli spagnoli – ha aggiunto -. Giustamente avremmo avuto manifestazioni in tutte le città in difesa dei poveri migranti”. Quindi ha concluso: “Avete sentito qualcuno dire che Sanchez ha trattato male gli immigrati? O la sinistra protestare per la remigrazione?”.

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Sull’assedio dei coloni a Qusra ecco la proposta di Giorgio Gori: pregare (su Twitter). Tajani condanna ma rimanda le decisioni all’Europa

Se da mesi il governo Meloni è sotto accusa per l’atteggiamento timido nei confronti di Israele e delle sue opere ed omissioni a Gaza e in Cisgiordania, l’alternativa la dà Giorgio Gori, l’eurodeputato del Pd, esponente della corrente cosiddetta “riformista” che un giorno sì e l’altro sì chiede chiarimenti e certezze alla segreteria del partito sulla politica estera. Scrive Gori su X commentando l’assedio dei colonie al villaggio di Qusra: “Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei. Pazzi fanatici, crudeli criminali. Prego perché il voto di ottobre li metta all’angolo, e così chi li protegge, e gli uni e gli altri abbiano a pagare per le loro violenze. Prego perché Israele possa riscattarsi da questa immensa vergogna”. Finalmente è chiara la proposta dei riformisti del Pd: davanti alla sciagura del governo Netanyahu, dello strazio della Striscia di Gaza e dello scandalo dei coloni in Cisgiordania la strada è pregare su Twitter.

Nel frattempo, certo, si è dovuto attendere un po’ prima di sapere quale fosse la linea del governo Meloni su ciò che è successo a Qusra. Per giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha toccato, legittimamente, tutti i temi più importanti di politica internazionale e ha diligentemente informato sul terremoto in Indonesia, ha di nuovo polemizzato nell’ambito della barbosa partita di padel con la Spagna su Ceuta, ha onorato com’è giusto che sia le vittime del Ponte Morandi, ha perfino chiamato al telefono la formidabile nuotatrice azzurra Sara Curtis, avendo evidentemente a disposizione un po’ di tempo. Ma dopo giorni di notizie di aggressioni dei coloni al villaggio di Qusra, in Cisgiordania, la posizione dell’esecutivo è arrivata ieri, con una frase di poche parole all’interno di un’intervista al Corriere della Sera: “Inaccettabile e sanzionabile l’atteggiamento aggressivo dei coloni israeliani, in sede europea decideremo le misure da prendere”. Per il resto la Farnesina si è limitata a far sapere che stava “monitorando” la situazione quando in mezzo alla storia di Qusra sono spuntati alcuni cittadini italiani, allontanati dalla zona (“evacuati”, con il linguaggio dell’Idf). Insomma ci penserà l’Europa chissà come, chissà quando. L’Unione Europea ha approvato sanzioni mirate contro organizzazioni e leader di coloni israeliani estremisti responsabili di violenze in Cisgiordania, ma non ha mai adottato sanzioni economiche o commerciali generali contro lo Stato d’Israele, a causa della mancanza di un’unanimità politica tra i 27 Stati membri. A mettere il veto, com’è stato più volte ricostruito, è stata anche l’Italia.

Nel frattempo si sono espressi tutti. Addirittura l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee – non certo un nemico dello Stato ebraico – ha parlato di “atti ripugnanti di terrorismo”. La Spagna ha condannato e chiesto al governo di Netanyahu di intervenire per proteggere la popolazione, mentre la Francia ha chiesto senza mezzi termini a Israele di arrestare e processare i coloni protagonisti dell’assalto. L’estremo del paradosso è toccato dal fatto che a condannare i fatti di Qusra è stato prima dell’Italia non solo e non tanto il rivale di Netanyahu alle elezioni Gadi Eisenkot (“È il risultato di una politica irresponsabile, di un governo gestito con impotenza e irresponsabilità” dice) ma perfino il capo del “Consiglio Yeshà“, organizzazione che riunisce tutti i cosiddetti “insediamenti” israeliani in Cisgiordania: “Quello che sta accadendo a Qusra è grave e non rispecchia il nostro modo di agire. Non c’è posto per decidere privatamente di costruire ‘una collina’ nel cortile di una casa, nemmeno quando si tratta di un’abitazione abusiva o di un tentativo di prendere il controllo dell’area. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro persone innocenti o contro le forze di sicurezza”.

L’Europa, dunque, dice Tajani. L’altro giorno l’Ue ha ribadito che “non abbiamo altro da aggiungere oltre alla nostra posizione precedente, ovvero che la violenza dei coloni, le intimidazioni e la distruzione di armi e beni devono cessare, e chiediamo a Israele di intraprendere azioni concrete per prevenire la violenza dei coloni e garantire che gli autori di questi crimini siano chiamati a risponderne”. Certo, Bruxelles poi quando deve passare dal dire al fare non attraversa mai il mare.

In una prima versione di questo articolo era scritto erroneamente che l’Italia non si era espressa su quanto accaduto a Qusra. In realtà il ministro Tajani ha condannato i fatti rispondendo brevemente a una domanda nel corso di un’intervista sul Corriere della Sera del 15 agosto. L’inizio delle violenze è stato l’11 agosto.

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Israele, Ben-Gvir: “A Gaza bisogna uccidere da 30 a 40 persone ogni notte”

Le sue ultime immagini che avevano fatto il giro del mondo lo avevano visto inveire contro gli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla ammanettati e inginocchiati con il volto a terra. Ora che le elezioni del 27 ottobre sono alle porte, Itamar Ben-Gvir torna a far parlare di sé anche oltre i confini di Israele. Durante un podcast in cui conversava con Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas, il ministro della Sicurezza nazionale ha sostenuto la necessità di uccidere “tra le 30 e le 40” persone ogni notte a Gaza.

Ben-Gvir e Braslavski discutevano della ripresa di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando illeader el partito di estrema destra Potere Ebraico ha criticato la recente riduzione degli attacchi israeliani nella Striscia. “Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro”, ha detto Ben-Gvir. “Penso che a Gaza si dovrebbero effettuare omicidi mirati, eliminando da 30 a 40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone“, ha aggiunto. Dichiarazioni simili da parte di Ben-Gvir e di altri funzionari israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu come prove di intento genocida.

Nella stessa intervista, il parlamentare ha sostenuto l’emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza – una proposta che, secondo gli esperti di diritto internazionale, potrebbe equivalere a una pulizia etnica – e il reinsediamento di Gaza da parte di Israele. Vent’anni fa, Israele si è ritirato dalla Striscia, smantellando un complesso di 21 insediamenti ebraici noto come ‘Gush Katif’ e ritirando le proprie forze. “Considero tutta Gaza come nostra“, ha affermato Ben-Gvir nell’intervista. “Insediamenti non solo a Gush Katif ma in tutta Gaza, incoraggiando il maggior numero possibile di emigrazioni, rimandandoli nei loro Paesi, e per i terroristi, nessuna emigrazione, niente, solo ucciderli uno per uno“, ha dichiarato ancora.

Personaggi come Ben-Gvir hanno guadagnato estrema popolarità tra gli israeliani dopo il brutale attacco di Hamas del 2023, quando i militanti uccisero circa 1.200 persone e presero 251 ostaggi. Ben-Gvir non ha alcun potere sull’esercitodel Paese e non può ordinare attacchi su Gaza. Tuttavia, dopo aver operato per decenni all’interno dell’estrema destra, è ora una delle figure più influenti del Paese. Esercita un controllo sostanziale su settori chiave dell’apparato di sicurezza gestendo le carceri, dove sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania, nonché le forze di polizia nazionali.

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+Europa, ora la faida è sulle primarie. Magi: “Pronto a correre”. Della Vedova: “Lo farà a nome suo, non del partito”

La faida dentro +Europa si arricchisce di un nuovo episodio. A far litigare i dirigenti del partitino di centro a Ferragosto è l’annuncio del segretario, il deputato Riccardo Magi, di essere pronto a correre alle eventuali primarie del centrosinistra, alle quali, dice, “ci dovrà essere una candidatura di +Europa”. “Io correrei con grande entusiasmo e con la convinzione di portare nella discussione il tema dei temi: il nostro futuro nell’Unione europea. E con questo, le nostre idee su diritti civili, libertà individuali ed economiche, antiproibizionismo”, dice Magi in un’intervista alla Stampa. Parole come fumo negli occhi per l’ala del partito che fa capo al deputato Benedetto Della Vedova, rappresentata dal giovane presidente Matteo Hallissey, contrarissimo alla collocazione nel campo largo (in particolare a causa della presenza del M5s). “Apprendiamo che Riccardo Magi intende presentarsi alla primarie del centro-sinistra. Auguri. Naturalmente lo farà – se lo farà – a titolo personale, non a nome di +Europa. Nel partito non è mai stata nemmeno discussa un’ipotesi del genere. E dubitiamo fortemente che un segretario che è ormai da tempo in minoranza nel partito, ancorché ostinatamente attaccato al suo incarico, possa avere il via libera per una operazione personalistica come quella che prefigura”, commentano Hallissey e Della Vedova in un comunicato congiunto.

Da mesi infatti +Europa è paralizzato dallo scontro tra le due fazioni, con il presidente che chiede di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario, mentre Magi finora si è rifiutato di farlo, non essendo mai stato sfiduciato dall’assemblea. “Il nostro partito ha sempre avuto forti frizioni interne. In questo momento ci sono lacerazioni profonde dovute anche al fatto che in diversi già guardano ad altre forze politiche. Alcuni sono attratti dal progetto di Renzi, altri da movimenti terzopolisti, esterni all’alleanza di centrosinistra”, commenta il segretario nell’intervista alla Stampa. E ventila la scissione: “Se ci si intende su quello che si vuole fare, bene. Altrimenti non è obbligatorio rimanere tutti insieme”. La sua ricostruzione però contestata da Hallissey e Della Vedova: “Magi allude anche al fatto che alcuni di noi sarebbero attratti da altri percorsi, esterni a +Europa. Questo ci sembra un riferimento autobiografico“, attaccano. “Piuttosto, c’è un’ampia maggioranza interna, ostinatamente ignorata se non irrisa dal segretario, che da mesi chiede un congresso in cui finalmente si torni a parlare di politica, che sottragga il partito all’irrilevanza e lo rilanci. Questa è la prova ulteriore della sua necessità”.

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“Luke Perry mi manca molto, ora che non c’è più ripenso spesso ai momenti sul set. Lui e io ci divertivamo un mondo a girare insieme”: Jason Priestley ricorda il collega scomparso e si commuove

A distanza di sei anni dalla morte di Luke Perry, Jason Priestley non riesce ancora a parlarne senza commuoversi. Ospite del podcast “Best With Them”, l’attore e regista canadese si è lasciato andare al ricordo di una scena che considera il suo miglior lavoro dietro la macchina da presa, girata sul set di “Beverly Hills, 902010” proprio con il collega scomparso nel 2019.

Priestley, che debuttò alla regia nella terza stagione della serie ha ripercorso l’ultimo periodo di Perry come Dylan McKay. In particolare, la puntata in cui scopriva l’omicidio della moglie Toni Marchette, uccisa in un agguato.”Il mio momento di regia preferito? Nell’ultimo episodio in assoluto girato da Luke Perry. Quando cade in ginocchio sotto la pioggia… avevamo colonne d’acqua ovunque e Luke cadeva in ginocchio, guardando verso il cielo e gridando“, ha raccontato. Una scena ripresa mentre “una grande telecamera su una gru si allontanava da lui sotto la pioggia”.

“Luke e io ci stavamo divertendo un mondo a girare quella roba. Ora che lui non c’è più ripenso spesso a quei momenti”, ha aggiunto Priestley, commosso. Quando gli è stato chiesto se il collega gli mancasse, il regista è rimasto in silenzio limitandosi ad annuire. Nei giorni successivi alla morte di Perry, nel 2019, Priestley gli aveva dedicato un post su Instagram: “Mi ci sono voluti un paio di giorni per capire come scrivere tutto questo. Il mio caro amico da 29 anni, Luke Perry, era una di quelle persone davvero speciali“.

E ancora: “Luke non era solo una star. Era una luce incredibilmente luminosa che si è spenta decisamente troppo presto ed è per questo che io, e così tanti altri, stiamo soffrendo così tanto oggi”, aveva scritto. “Se avete avuto la fortuna di conoscere Luke, o anche solo di aver incrociato il suo cammino, so che anche voi oggi siete tristi, la candela che brilla con intensità doppia brilla per metà del tempo. E tu hai brillato davvero tantissimo, Luke”.

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La pioggia sorprende piazza del Campo: il Palio di Siena rinviato di un giorno

Il Palio di Siena è stato rinviato a domani, 17 agosto. Un’improvvisa pioggia caduta su piazza del Campo ha imposto l’esposizione della bandiera verde, simbolo dell’annullamento della corsa prevista al tramonto di oggi, domenica. Anche altre volte il Palio è stato rinviato e il motivo è stato sempre lo stesso: acquazzoni che hanno reso precarie le condizioni della pista con rischi di tenuta del tufo steso in piazza del Campo e conseguenti pericoli per l’incolumità di cavalli e fantini. Oggi la pioggia ha cominciato intorno alle 14 – spiegano dal Comune – “rendendo impossibile lo svolgimento del Corteo Storico e della Carriera“. Lo stesso programma sarà replicato domani lunedì 17 agosto: Corteo Storico e Corsa si svolgeranno, sempre meteo permettendo, con i medesimi orari.

Alle 15 e alle 15,30 gli spari del mortaretto per il primo e secondo preavviso, quindi alle 16,10 l’inizio dello sgombero della pista per permettere alle 16,45 la sfilata del drappello dei Carabinieri a cavallo. Quindi alle 16,50 l’ingresso in piazza del Campo del Corteo Storico. Alle 19 l’uscita dei cavalli dal Cortile del Podestà per il Palio. Per il pubblico che vuole assistere alla corsa nel centro di piazza del Campo, dalle 16 alle 18 sarà possibile accedervi, fino alla capienza massima consentita, esclusivamente da via Dupré.

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“Nessuno vuole finanziare il mio film perché ha un cast di sole persone trans. Nella sceneggiatura ho riversato rabbia e frustrazione per ciò che sta accadendo loro nel mondo”: così Lilly Wachowski

Per spalancare le porte degli studi cinematografici americani, a quanto pare, non bastano quattro premi Oscar vinti da “Matrix“, una pietra miliare del cinema d’azione e fantascienza. E neanche decenni di successi. Se la proposta esce dagli standard e dai canoni a cui Hollywood è abituata, si alza un muro. Lo ha raccontato la regista Lilly Wachowski, 58 anni, parlando del suo nuovo film “The Hunted” in un’intervista al podcast “The Business”. “Il progetto piace, ma nessuno vuole davvero realizzarlo perché ha un cast completamente trans“, ha spiegato.

La pellicola, co-scritta con Mickey Ray Mahoney, è attualmente in fase di sviluppo. “Dovrò diventare creativa e trovare modi diversi per farla arrivare al pubblico“, ha spiegato Wachowski. Che, lo scorso weekend, ha presentato il testo di “The Hunted” al pubblico durante una lettura dal vivo al locale Dynasty Typewriter, a Los Angeles. La regista ha sottolineato anche quanto le stia a cuore il progetto: “Questa sceneggiatura è stata estremamente importante per me. È nata come risposta a ciò che sta accadendo nel mondo reale alle persone trans. Mi ha offerto un contenitore catartico in cui riversare tutta la mia rabbia, la mia furia e la mia frustrazione“.

Il film, ambientato in un’America distopica in cui le persone trans vengono brutalizzate ed lasciate ai margini della società, segue due donne trans a caccia del responsabile di un grave crimine. Il loro viaggio le condurrà in una pista di indagini fino ai più alti livelli del governo, per trasformare la vendetta personale in una rivoluzione. Insieme alla sorella Lana, anch’ella trans, Wachowski ha lavorato a film come “Bound – Torbido inganno”, la trilogia originale di “Matrix” “Cloud Atlas”, “Jupiter – il destino dell’universo” e alla serie Netflix “Sense8”. La regista non è stata coinvolta invece nel quarto film di “Matrix” (2021) e, all’epoca, aveva spiegato che la decisione di lasciare il franchise era stata “difficile”.

Non è la prima volta che il vissuto personale delle sorelle Wachowski s’intreccia con la loro produzione artistica. Lana ha rivelato di essere trans nel 2008, dopo anni di speculazioni, Lilly ha fatto coming out otto anni dopo, nel marzo del 2016. Nel 2020 la stessa regista aveva confermato la teoria secondo cui “Matrix” è una allegoria estesa dell’esperienza transgender.

Immagine: frame tratto da YouTube (@Brian Koppe)

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Soccorso ingiustificato in mare o in montagna, adesso si paga: fino a 4mila euro all’ora per un elicottero

L’episodio che si è verificato in Francia, in cui 32 alpinisti hanno dovuto pagare di tasca propria l’elisoccorso sul Monte Bianco per non aver ascoltato le raccomandazioni delle guide di non continuare la salita per il pericolo di caduta di sassi, ha riacceso la polemica anche in Italia.

Da inizio anno, infatti, lo Stato non paga più per qualsiasi intervento di soccorso: chi chiama “senza motivo” o provoca un’operazione della Guardia di finanza intenzionalmente o per una grave disattenzione deve pagare. Lo prevede la legge di bilancio 2026, con cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha introdotto un sistema di tariffe per quantificare le spese e recuperare i costi sostenuti durante le missioni di emergenza secondo un sistema di criteri oggettivi che attribuiscono un valore economico al personale e ai mezzi impiegati, oltre alla durata dell’operazione.

Per quanto riguarda il personale, il costo cambia in base al grado e alla specializzazione: 30 euro all’ora per appuntati e finanzieri, 60 euro per gli ufficiali superiori, 70 euro per reparti specializzati come quelli aeronavali. Gli interventi di durata inferiore o uguale a 60 minuti vengono conteggiati come un’ora intera, dopo la quale il prezzo cresce ogni mezz’ora.

I mezzi che pesano di più sul costo sono quelli aerei: un elicottero della guardia di finanza può costare fino a 4mila euro all’ora, un aeroplano turboelica può sfiorare i 5mila. Molto più bassi i costi dei droni per interventi rapidi in mare, in montagna e nelle aree più difficili da raggiungere, che vanno da meno di 100 euro a poche centinaia di euro in base al modello. Per quanto riguarda i mezzi di terra, il costo dipende dai chilometri percorsi e dalla tipologia di alimentazione. Gli autofurgoni diesel sono tra i mezzi più economici, mentre per veicoli a benzina o ibridi il prezzo oscilla di molto. Tra i mezzi più onerosi c’è la motoslitta, utilizzata soprattutto negli interventi in ambiente montano, con un costo che può arrivare a circa 1,50 euro per chilometro, seguita dai quad Atv e dagli altri veicoli speciali. Anche in mare i prezzi variano molto: i pattugliatori di ultima generazione superano i 1.000 euro all’ora, mentre le vedette costiere hanno costi molto inferiori.

La misura ha l’obiettivo di scoraggiare le richieste di soccorso infondate e recuperare le risorse pubbliche impiegate per quelle causate da comportamenti gravemente irresponsabili, ma non riguarderà gli interventi effettivamente necessari. Il punto è responsabilizzare i cittadini e far passare il messaggio che i soccorsi restano un servizio fondamentale per la collettività, ma richiedono molte risorse pubbliche in termini di mezzi, personale e ore lavoro che vanno tutelate, anche trasformandosi in un onere economico per chi ne abusa.

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Il cambiamento climatico ferma lo sci estivo su tutte le Alpi: stop anche sullo Stelvio

Diciassette gradi al ghiacciaio del Forni a oltre 2mila metri e 9 gradi al Passo Marinelli a circa 3mila metri di quota. Se a valle gli italiani boccheggiano, sulle vette delle montagne più frequentate non si può sciare. Il cambiamento climatico trasforma inevitabilmente anche turismo e hobby. Questa estate non è possibile sciare in Italia e la situazione è la stessa in tutte le Alpi, non solo italiane ma anche nelle stazioni svizzere, francesi e austriache e anche in Norvegia. In Europa le uniche possibilità di sciare, insomma, sono al momento solo nelle piste indoor.

Lo sci estivo ha chiuso per caldo nel comprensorio del Cervino, poi in quello di Ponte di Legno Tonale e ora anche sullo Stelvio, dove le temperature altissime che non si abbassano a sufficienza nemmeno la notte. Si tratta di condizioni che “non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo” ha spiegato la Sifas, Società Impianti Funiviari allo Stelvio, che ha chiuso dal giorno di Ferragosto le piste annunciando che “l’attività sciistica sul ghiacciaio dello Stelvio è sospesa fino a data da destinarsi. Rimane, invece, attivo il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio”. La società continuerà a monitorare meteo e condizioni della montagna “nella speranza di un ribasso delle temperature e di un miglioramento dello stato del ghiacciaio”.

Al Cervino lo stop era arrivato il 31 luglio da Zermatt Bergbahnen, società svizzera che gestisce gli impianti sul ghiacciaio del Teodulo, a quota 3.000 metri, al confine con l’Italia. Gli impianti del versante italiano, con partenza da Breuil-Cervinia, sono rimasti aperti fino a Plateau-Rosa ma anche in questo caso solo per gli escursionisti. Mentre sul monte Bianco è stata sospesa la salita dal versante italiano e sono stati chiusi per sicurezza anche i due rifugi francesi Tête Rousse e Goûter, tanto che prima di Ferragosto 32 turisti che erano saliti al rifugio hanno dovuto prendere a loro spese un elicottero per rientrare perché il sindaco di Saint-Gervaise aveva negato loro il soccorso visto che avevano deciso di salire nonostante i divieti per il rischio frane. Una scelta che ha innescato una serie di polemiche in Francia ancora non terminate.

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Ferragosto ad alta tensione nelle carceri: agenti aggrediti e disordini in tutta Italia. I sindacati: “Nordio si svegli dal torpore”

È stato un Ferragosto di tensione nelle carceri italiane, sempre più invivibili a causa del sovraffollamento (che ha toccato il 141%) e del caldo insopportabile. Vari eventi critici sono stati segnalati negli ultimi giorni dalle sigle della Polizia penitenziaria, a partire da un’evasione avvenuta sabato dalla casa circondariale di Potenza: due detenuti di nazionalità tunisina, ha comunicato il sindacato Sappe, sono “riusciti a sfruttare una criticità strutturale dell’istituto, arrampicandosi e raggiungendo i tetti per poi guadagnare l’esterno”. Entrambi sono stati rintracciati in città nell’arco di poche ore. Sempre sabato, a Saluzzo (Cuneo), la vicecomandante della Polizia penitenziaria è stata aggredita da un cinquantenne detenuto in Alta sicurezza, Francesco Coffa, membro dell’omonimo clan della Sacra corona unita brindisina, che l’ha strattonata prima di essere bloccato dagli agenti. “Non è accettabile che una rappresentante dell’amministrazione penitenziaria impegnata nello svolgimento delle proprie funzioni possa essere aggredita all’interno dell’istituto”, denuncia Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp, esortando il ministro della Giustizia Carlo Nordio a farsi carico della situazione “con urgenza e senza ulteriori indugi. Servono interventi immediati, maggiori garanzie per il personale e una gestione del circuito di Alta sicurezza realmente adeguata al livello di pericolosità dei soggetti detenuti. Non possiamo aspettare che si verifichi una tragedia“, incalza.

Ancora il 15 agosto, nel penitenziario della Dozza a Bologna, un detenuto ha appiccato un incendio nella sezione Rh del reparto infermeria: poiché gli idranti non funzionavano, il personale ha dovuto spegnere le fiamme con secchi d’acqua. Due sottufficiali intervenuti, tra cui l’ispettore di Sorveglianza generale, sono rimasti intossicati dal fumo. A denunciarlo è ancora l’Osapp, segnalando che si tratta dell’ultimo di una serie di “eventi critici molto gravi” avvenuti negli ultimi giorni. Il 14 agosto, ricorda infatti il sindacato, un detenuto del reparto penale ha puntato una lametta alla gola di un agente, che ha riportato un piccolo taglio, e poi ha aggredito il personale intervenuto colpendo con un calcio al petto un altro agente. Sempre nello stesso reparto, un altro detenuto “ha cercato di aggredire un sottufficiale e gli ha sputato in faccia”. Giovedì 13 agosto, invece, quattro agenti sono stati aggrediti nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino da un detenuto italiano di 35 anni – sottoposto al regime di sorveglianza particolare – e trasportati in ambulanza al pronto soccorso. Un episodio che ha spinto l’Osapp a chiedere un intervento dell’amministrazione penitenziaria, invitando Nordio a “scuotersi dal torpore” e ad agire con tempestività.

Finora infatti l’esecutivo non ha adottato nessun provvedimento rilevante per migliorare la situazione nelle carceri, fatta eccezione per alcune misure-spot dall’impatto minimo (l’ultima è la norma per far scontare ai tossicodipendenti la pena in comunità, finanziata però con i fondi necessari per appena cinquecento persone). “Tra i molteplici fallimenti di questo governo, la situazione delle carceri è certamente tra quelli più gravi“, denuncia il senatore Pd Walter Verini, capogruppo in Commissione Antimafia, che a Ferragosto ha visitato gli istituti di Perugia e Terni. “Sovraffollamento insopportabile, grave mancanza di personale, situazioni di 40/45 gradi da sopportare in spazi troppo piccoli per più persone. E in diversi casi mancanza d’acqua, acqua razionata in questa estate torrida, scarse condizioni igienico-sanitarie. Poche le risposte ai tanti problemi sanitari che affliggono i detenuti. Pochi magistrati di sorveglianza per evadere le tante richieste. Situazioni di tensione che abbiamo toccato con mano”. A Santa Maria Capua Vetere invece la visita del deputato dem Stefano Graziano, secondo cui “occorre intervenire su due fronti: da un lato, rafforzare immediatamente gli organici e, dall’altro, ridurre il sovraffollamento attraverso misure strutturali e un miglioramento delle condizioni detentive. È necessario mettere il personale nelle condizioni di lavorare e garantire ai detenuti standard compatibili con la funzione rieducativa della pena”, afferma.

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L’Iran mette una taglia sugli americani: “30mila dollari a chiunque uccida o catturi un soldato Usa”

L’Iran mette una taglia sui soldati americani. “Visto l’elevato numero di richieste di partecipazione alla jihad finanziaria – ha affermato il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami, citato dall’agenzia Irna, in occasione di una cerimonia per la Giornata della Stampa – è stato predisposto un piano in base al quale, per ogni persona che uccide o cattura e consegna un membro delle forze aggressori americane all’Esercito della Repubblica Islamica dell’Iran, con il sostegno dei familiari che partecipano alla jihad finanziaria e sotto la propria garanzia, riceverà un premio equivalente a 30.000 dollari o 5 miliardi di toman”. “Le valorose donne iraniane che riusciranno a compiere questa azione riceveranno un premio doppio”, avrebbe aggiunto Hatami, secondo l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato, gestita direttamente dal ministero della Cultura.

Più ristretta la formula usata dall’agenzia Tasnim, organo di informazione semi-ufficiale legato ai Guardiani della rivoluzione (che spesso sono in competizione, quando non addirittura in contrasto, con l’esercito), che nel dare la notizia riferisce che destinatario della taglia possa essere “una qualsiasi forza iraniana“, il che farebbe intendere che l’invito sia rivolto solo al personale militare. Tuttavia il fatto che Irna sia espressione diretta del regime teocratico da cui dipende in maniera diretta anche Artesh, l’esercito regolare, lascia pensare che a beneficiare della taglia possa essere ogni cittadino iraniano e non solo agli esponenti delle forze armate variamente intese.

A chi è rivolto l’invito? In Iran ufficialmente non sono presenti truppe regolari dell’esercito degli Stati Uniti: la guerra scatenata dall’amministrazione Trump insieme a Israele contro la Repubblica islamica non ha visto soldati Usa operare “boots on the ground” sul suo territorio. Quindi è plausibile che l’appello sia rivolto agli iraniani che vivono in altri paesi della regione. L’Irna dà un riferimento molto preciso parlando di “jihad finanziaria”, ovvero i complessi meccanismi e flussi monetari usati dal regime per sostenere militarmente e politicamente i propri proxy in Medio Oriente come Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite alleate in Iraq.

In alcuni paesi dell’area, inoltre, sono presenti uomini dei Pasdaran. A giugno l’agenzia Reuters riferiva, citando otto diverse fonti irachene, che i Guardiani della rivoluzione hanno creato nuove cellule segrete in Iraq, separate dalle milizie sciite irachene tradizionali e direttamente dipendenti dai Guardiani, per condurre attacchi contro i paesi del Golfo che ospitano forze americane.

La stessa Reuters il 23 luglio ha riferito che Teheran avrebbe inviato in Yemen tra 10 e 21 membri dell’Irgc, compresi comandanti e consiglieri militari, insieme a componenti per missili e droni destinati agli Houthi. “I comandanti delle Guardie Rivoluzionarie si sono recati lì per supportare le operazioni degli Houthi e fornire addestramento sui nuovi sistemi missilistici”, ha affermato una delle fonti.

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A Messina un furto da film durante la processione: le opere di Antonello rubate con i custodi dentro al museo. Dallo yacht alla macchina: tutte le ipotesi di fuga

Il primo indizio è che sono andati via di fretta e furia. Due dei sei pezzi trafugati sono stati lasciati per strada. Così è stato scoperto il furto hollywoodiano all’interno del Museo Regionale di Messina, di ben 4 opere di Antonello. La sorveglianza all’interno del Museo era presente, ma non si è accorta di nulla, così come l’allarme: era attivo. I custodi erano quattro: “Ci siamo accorti di tutto solo dopo”, ha detto la direttrice, Marisa Mercurio.

I deterrenti non hanno fermato i Lupin di Ferragosto. Sono entrati da un ingresso laterale, quello del Viale Annunziata. Un grande viale molto trafficato di solito, ma molto meno nel giorno della festa della città: giorno ideale per il furto. Un furto di certo molto ben studiato. Il 15 agosto Messina si popola come in nessun altro giorno dell’anno. Il giorno ideale per un’operazione di questa portata, non solo perché tutte le forze sono concentrate nel centro della città, per la processione della Vara. Ma perché proprio per la processione, una delle più sentite e note del Sud Italia, a Messina si riversano un sacco di turisti, dal resto dell’Isola, ma anche dalla Calabria, o dalla Campania. Le vie d’accesso alla città sono, dunque, molto trafficate. Facilissimo confondersi in mezzo a tantissimi altri veicoli in transito. Situazione ideale per un colpo da Cinema.

Le ipotesi ora al vaglio della Squadra mobile sono le più disparate. Dal Viale Annunziata le possibili fughe sono tante. La prima è il mare. Proprio di fronte al Museo c’è la spiaggia del Ringo, da poco restituita alla pubblica fruizione e balneazione. Una barca, un gommone e via. Pochi metri più in là c’è la Caronte, salire sul traghetto, e raggiungere subito la penisola, e chissà, anche l’aeroporto di Reggio Calabria. Oppure, e questa è una delle ipotesi di certo più suggestive, proseguendo dalla Caronte c’è un porticciolo turistico, dove spesso sono attraccati grandi e lussuosi yacht. Trattandosi di un furto ultra milionario, si consideri che l’Ecce Homo di Antonello è stata comprata dal ministero della Cultura dalla casa d’asta di Sotheby’s per 14,9 milioni di euro ed era molto più ridotta rispetto alle 4 opere trafugate ieri, l’ipotesi è che le tavole possano essere state trasportate in uno yacht attraccato nel cuore di lusso della città.

Ma c’è anche l’ipotesi via terra. Anche lo snodo autostradale di Giostra è lì vicino. E tutta l’area intorno verso le 21 si è svuotata. Da lì è partita la Vara, tirata fino alla Cattedrale, intorno alle 18. La “girata”, ovvero il momento clou della processione (viene tirata da un centinaio di persone i “tiratori”, appunto, scalzi), quando si gira la macchina votiva verso la Cattedrale, è stata dopo le 21.30. Dalle 18 fino quasi alle 22, gli occhi della città erano rivolti, dunque, altrove. Dove erano confluite addirittura 20 mila persone. Il Museo, che in altre annate era rimasto aperto per sfruttare la presenza di turisti, ieri era invece chiuso. Il sito perfino aggiornato alla prima domenica di agosto. Un grande museo che oltre alle opere di Antonello, ha pure due Caravaggio, ma che nel giorno di massima affluenza della città ha chiuso alle 13.30. Una chiusura che ha fatto gola ai ladri. Erano in due all’interno del Museo. Il Polittico è posizionato in una sala dedicata che però si trova in prossimità di accessi diretti all’esterno. Si pensi, tuttavia, che l’ultra milionaria tavoletta bifronte era conservata con vetro blindato.

Dentro al Museo c’era almeno un uomo della sorveglianza. E c’era un sistema d’allarme. Tutto eluso dai ladri. Due dentro, ma con tutta probabilità qualcuno li attendeva all’esterno. Hanno preso tre tavole del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna col Bambino e un francescano orante, sul recto, e il Cristo in pietà sul verso. Quest’ultima pagata 14 milioni di euro dalla Regione. Un intoppo deve esserci stato, tanto che due delle cinque tavole del Polittico sono state lasciate sul marciapiede. Due passanti le hanno notate e hanno dato l’allarme. Adesso gli uomini della Mobile stanno passando al vaglio tutte le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, ma si tratta un’area molto estesa, di fronte, c’è un grande condominio e un parrucchiere, ma almeno a 40 metri di distanza, e sulla stessa strada il recinto del Museo e il primo palazzo a venti metri. Se quelle interne hanno dato la certezza dei due uomini entrati a trafugare, di chi altro ci fosse all’esterno e in che direzione siano fuggisti, sarà di certo ben più complicato da chiarire. Intanto, dalle 8 di questa mattina, domenica 16 agosto, da quando cioè è circolata la notizia, la città è sconvolta. Si tratta infatti di quattro opere realizzate da Antonello proprio a Messina, la sua città: “Il polittico di San Gregorio firmato e datato 1473 è un’opera pensata, commissionata e dipinta a Messina, un unicum per la città dello Stretto e per la produzione del genio del Rinascimento. Quel fondo oro abitato dalla prospettiva, quella dolce Madonna dai capelli fulvi, quel bambino paffuto che indossa il corallo, la commovente firma del non umano pittore sono dettagli graffianti che toccano l’anima, oggi siamo in lutto”, così ha commentato Giuseppe Finocchio, archeologo, dell’associazione Percorre Antonello.

Intanto mentre la Mobile di Messina lavora a 360 gradi, il presidente della Regione, Renato Schifani, avvia un’indagine interna. “Va chiarito – ha detto Schifani – che l’allarme e il sistema di videosorveglianza del museo hanno funzionato regolarmente. Le registrazioni video e gli altri dati acquisiti sono già al vaglio degli investigatori e potranno contribuire alla ricostruzione della dinamica e all’individuazione dei responsabili”. “Parallelamente è già stata avviata un’ispezione interna per ricostruire ogni passaggio e accertare eventuali responsabilità riconducibili all’operato del personale addetto alla custodia. Si tratta di aspetti che dovranno essere verificati con assoluto rigore, pur nel rispetto delle garanzie del personale coinvolto. Non sarà tollerata alcuna zona d’ombra. Quei capolavori sono patrimonio di tutti e la Regione Siciliana farà quanto è necessario perché tornino presto al loro posto”.

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Trovano un tesoro da nove milioni mentre scavano per una fognatura: “All’inizio pensavamo fossero monete da un euro, poi abbiamo visto anche un lingotto”

Stavano lavorando per ristrutturare una casa in Belgio e, mentre scavavano per installare nuove condutture fognarie, hanno trovato un tesoro da nove milioni di euro. È successo a un gruppo di muratori e, a raccontarlo all’emittente pubblica belga VRT, come riporta la BBC, è stato uno studente di 18 anni, impegnato in un lavoro estivo. “La nostra prima reazione è stata di incredulità e stupore. All’inizio pensavo fossero monete da un euro, così abbiamo iniziato a dissotterrarle. Poi abbiamo visto anche un lingotto d’oro. Lì abbiamo capito che si trattava di qualcosa di più grande e importante di quanto pensassimo”.

Gli operai, a quel punto, hanno avvisato la polizia, spiegando che tenerlo per loro non era assolutamente un’opzione da considerare: “Ci sono così tante monete e lingotti che sarebbe stato quasi impossibile. E poi sarebbe stato un furto“, ha dichiarato il capo cantiere, come scrive la BBC. “9 milioni di euro, sarebbe stato impossibile tenerli nascosti”, gli ha fatto eco il 18enne.

Nel frattempo, le autorità hanno invitando i cittadini a non avvicinarsi alla zona e hanno precisato che tutto l’oro è stato trasferito in un luogo sicuro nella capitale, dove verrà esaminato per capirne la provenienza. Il tesoro comprende monete d’oro, pepite e lingotti ed era nascosto in una parete di mattoni della cantina, sotto una villa costruita alla fine dell’Ottocento dall’allora proprietario.

Il ritrovamento è avvenuto martedì 11 agosto a 30 chilometri a nord-ovest di Bruxelles, Fiandre Orientali, nella zona di una ex birreria. Un laboratorio che aveva cominciato la sua produzione nel 1899, portando avanti l’attività fino al 1970. Adesso, la struttura è in ristrutturazione grazie al lavoro della CAW Oost-Vlaanderen, un’organizzazione che si occupa di assistenza sociale e che voleva trasformarla in uffici e alloggi.

Secondo la legge belga, il possessore originale del tesoro ha cinque anni di tempo per rivendicarlo. Il procuratore locale ha aperto un’inchiesta, specificando che non se ne conosce l’identità. Se nessuno dovesse farsi avanti e tutto quell’oro non essere legato ad attività criminali, il codice civile stabilisce che debba essere diviso equamente tra chi l’ha ritrovato e il proprietario dell’immobile.

Immagine a scopo illustrativo generata con AI

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Un bimbo aggredito da un animale selvatico a Noicattaro (Bari), è il terzo: il sindaco chiude i parchi

La paura torna a Noicattaro, nel Barese, e questa volta a finire nel mirino di un animale selvatico è un bambino di appena 6 anni. È successo la sera di Ferragosto, intorno alle 23, in un parco cittadino tra via San Filippo Neri e via Rutigliano, dove un gruppo di famiglie si era ritrovato per trascorrere la serata. Secondo la ricostruzione diffusa attraverso una segnalazione sui social, il piccolo sarebbe stato avvicinato e azzannato da un animale selvatico, forse un lupo. Le urla degli adulti avrebbero messo in fuga l’animale. Dell’episodio è stato diffuso anche un video relativo a un presunto avvistamento, ma l’identificazione dell’esemplare resta ancora da accertare.

Il bambino è stato soccorso e trasferito all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari, dove è ricoverato nel reparto di Chirurgia pediatrica. Ha riportato alcune ferite al torace: le lesioni sono state trattate e suturate e il piccolo si trova ora sotto osservazione. È il terzo bambino coinvolto in episodi analoghi nello stesso territorio. Il primo caso risale alla sera del 4 agosto, quando due minori erano stati aggrediti. Da allora le autorità hanno avviato una serie di interventi per individuare l’animale e mettere in sicurezza le aree maggiormente esposte.

La caccia all’animale

Dopo le prime aggressioni, in Prefettura a Bari è stata istituita una task force, d’intesa con la Regione Puglia, per cercare di identificare l’animale. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella che possa trattarsi di un lupo, ma gli accertamenti non hanno ancora fornito una conferma definitiva. Il 14 agosto, con un decreto del presidente Antonio Decaro, è stato autorizzato il prelievo e la cattura dell’esemplare. La nuova aggressione ha fatto nuovamente scattare l’allarme. Domenica mattina il sindaco di Noicattaro, Raimondo Innamorato, ha convocato d’urgenza la Polizia locale, l’Asl veterinaria e i volontari per fare il punto sulla situazione e intensificare i pattugliamenti.

Il primo cittadino si è inoltre confrontato con la prefetta di Bari Rossana Riflesso, con la Regione, l’Università di Bari, il Cnr e la Polizia metropolitana.

Una pattuglia di carabinieri forestali con un drone sta monitorando dal primo pomeriggio di domenica le campagne che circondano la cittadina. La Regione Puglia ha disposto nelle ultime ore una intensificazione della presenza di fototrappole e veterinari autorizzati alla cattura. All’ospedale pediatrico di Bari dove sono stati ricoverati due bambini azzannati (il terzo non ha fortunatamente riportato lesioni), è stato inoltre chiesto di fare un tampone che è stato poi inviato all’istituto zooprofilattico per il controllo del Dna.

Parchi chiusi di notte

Nel frattempo resta in vigore l’ordinanza firmata dal sindaco, che dispone la chiusura notturna del parco comunale dalle 21 alle 8 e vieta l’accesso alle aree di verde pubblico vicine alle zone agricole su tutto il territorio cittadino. Il provvedimento scade lunedì mattina alle 8. La sua eventuale proroga sarà valutata dopo la nuova riunione della task force, convocata lunedì alle 12 in Prefettura a Bari.

Il Comune ha deciso di rafforzare i controlli. Pattuglie della Polizia locale, con il supporto delle altre forze dell’ordine, monitoreranno i parchi cittadini per impedire l’accesso alle famiglie e ai bambini e verificare il rispetto del divieto. Una misura resa necessaria anche dal fatto che nei giorni scorsi l’ordinanza non sarebbe stata sempre rispettata. Lo stesso sindaco, in un video diffuso sui social, ha ricordato che anche la zona dell’ultima aggressione rientrava tra quelle interdette. “Non è limitazione della libertà – ha detto Innamorato – , è buon senso e tutela della pubblica incolumità in presenza di un rischio serio e concreto”.

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Mosca, colonna di fumo si alza sui magazzini Wildberries: “Droni ucraini mettono fuori uso 7 centri logistici su 10”

Un’enorme nube di fumo si alza su Mosca. Nelle immagini si vedono gli elicotteri dei vigili del fuoco che si dirigono verso un magazzino appartenente a Wildberries, il colosso russo della grande distribuzione online. Nella notte la regione di Mosca è stata colpita da quello che il governatore Andrey Vorobyov ha definito “uno dei più massicci attacchi di droni ucraini degli ultimi tempi”.

Il Ministero della Difesa ucraino ha riferito che gli attacchi hanno complessivamente messo fuori uso sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries, spesso definita “l’Amazon russa”. Secondo il ministero infatti questa notte, 16 agosto, anche il centro logistico di Wildberries nel parco industriale di Koledino ha cessato le attività dopo l’attacco. Si tratta del più grande magazzino dell’azienda per superficie, con circa 250.000 metri quadrati. Sempre stanotte, anche il magazzino di Domodedovo ha sospeso le attività, nel sito infatti è divampato un vasto incendio.

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Spidercam precipita da 20 metri durante la partita di calcio e sfiora un operatore

Si è sfiorata la tragedia durante l’amichevole di calcio tra Ungheria e Kazakistan. Durante la partita a Debrecen una telecamera è precipitata da circa 20 metri, sfiorando un operatore a bordo campo. La spidercam aveva iniziato a emettere fumo, mentre era sospesa sui cavi. L’incidente ha costretto l’arbitro a interrompere l’incontro per alcuni minuti.

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Malta, media: “15enne italiano detenuto ha rapporti con la rete 764, che spinge gli adolescenti ad autolesionismo e violenza”

Le motivazioni con le quali è stato fermato riguardano un falso allarme bomba nella sua scuola. Ma la posizione del 15enne italiano originario di Bari detenuto dal 25 maggio a Malta potrebbe essere anche più complessa: le autorità locali, riferisce il Times of Malta citando fonti vicine all’indagine, sospettano che abbia legami con “764”, la rete internazionale accusata di adescare minori online spingendoli ad atti di autolesionismo, violenza e sfruttamento sessuale.

Sui dispositivi elettronici del ragazzo – scrive il giornale a tre giorni dall’udienza per la richiesta di libertà su cauzione – gli investigatori avrebbero trovato alcuni video che hanno fatto emergere il possibile collegamento ed una partecipazione attiva nel gruppo. In carcere il 15enne sarebbe stato quindi tenuto separato dagli altri giovani detenuti per il timore che potesse rappresentare un rischio per loro agendo come reclutatore.

Il padre del ragazzo la settimana scorsa ha denunciato condizioni “illegali” della detenzione. Il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield ha dichiarato che il ragazzo è “accusato di una vasta gamma di reati gravi, tra cui associazione a delinquere, partecipazione e coinvolgimento attivo in un’organizzazione criminale, reati relativi alla produzione, distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, diffusione di false informazioni, minacce aggravate e intimidazione”. I genitori non contestano le accuse contro il figlio, ma denunciano il trattamento ricevuto in carcere, sostenendo che sia stato “trattato come un terrorista“.

La rete internazionale “764”, alla quale sarebbe collegato è considerata da Europol una “seria minaccia“. In un rapporto reso pubblico lo scorso novembre, Europol ha descritto il “764” (numero che richiama l’area telefonica della città di Stephenville, negli Stati Uniti, di cui il fondatore della rete è originario) come un network online decentralizzato e coinvolto nello sfruttamento dei minori, nell’estorsione informatica e in attività con modalità terroristiche.

Il gruppo adescherebbe soprattutto adolescenti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e comunità online, inducendoli a inviare immagini intime poi utilizzate per ricattarli. Le vittime verrebbero spinte a filmare atti di autolesionismo e, nei casi più estremi, attuare suicidi. Come nel caso di una 13enne del Mato Grosso, suicida su istigazione di una banda di 5 minori arrestati in 5 alti stati del Brasile.

Secondo Europol, alcune vittime finiscono successivamente per diventare a loro volta autori di abusi, alimentando un “ciclo del trauma”. La rete avrebbe inoltre legami ideologici con l’Order of Nine Angles, organizzazione occultista neonazista che promuove violenza ed estremismo.

L’avvocato difensore del quindicenne, Arthur Azzopardi, non ha fatto commenti. I genitori attendono l’esito dell’udienza del 19. Nei giorni scorsi i genitori hanno spiegato di aver notato cambiamenti nei comportamenti del ragazzo a partire da febbraio-marzo. E che ritengono sia stato adescato mentre giocava, una vittima che “è pur sempre un quindicenne che non deve essere solo isolato, ma semmai aiutato a reinserirsi”.

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“Avevo 40mila euro di debiti e due figli piccoli da crescere. Mi sembrava di lavorare gratis, dello stipendio non rimaneva niente. Oggi sono milionaria”: la storia di Lisa Johnson

Un divorzio nel 2014, due gemelli da crescere da sola e un conto in rosso da 35mila sterline (41mila euro). La storia di Lisa Johnson, 49enne del Bedfordshire, sembrava la parabola di una delle tante famiglie schiacciate dal carovita britannico. Oggi, invece, è un’imprenditrice milionaria e la sua società ha generato 20 milioni di sterline di vendite (24 milioni di euro). Lo racconta il Daily Mail.

La sua storia, però, è iniziata molto più in basso: dopo essersi separata dal marito si è ritrovata con i debiti sulle spalle e due figli da mantenere. All’epoca lavorava come assistente personale in un’azienda informatica, con uno stipendio di 28.000 sterline all’anno (32mila euro). Una cifra che non bastava nemmeno a coprire le spese base: solo la retta dell’asilo nido superava il suo reddito annuale. Invece di lasciare il lavoro e affidarsi ai sussidi statali, Johnson ha scelto di prosciugare le carte di credito pur di non pesare, come ha spigato lei stessa, “sul sistema”.

Si era imposta un tetto massimo di 40 sterline a settimana per la spesa alimentare, un limite reso ancora più stringente dal fatto che uno dei due gemelli aveva bisogno di un latte speciale e l’altro aveva sviluppato l’asma. “Era tutto raddoppiato, ogni volta. Uno dei due era malato e aveva bisogno di un tipo di latte diverso. Poi, quando sono cresciuti, uno ha sviluppato l’asma e c’erano visite mediche continue. C’era sempre qualcosa a cui dovevo cercare di porre rimedio“.

Rinunciava ai caffè, quasi mai un aperitivo dopo il lavoro. “Dal punto di vista mentale, mi ha distrutta – ha rivelato -. Tanto per cominciare, mi sembrava di lavorare gratis, perché non mi rimaneva nulla dal mio stipendio. Ma dovevo andare avanti, altrimenti sarei stata un peso per la collettività, e non lo volevo. Ogni mese finivo un po’ più indebitata. C’era sempre qualcosa in più sulla carta di credito”.

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Bus si ribalta di ritorno da un pellegrinaggio a Međugorje: 12 morti e 10 feriti. Arrestato l’autista

Dodici passeggeri sono morti e altri dieci sono rimasti feriti nell’incidente di un autobus che trasportava pellegrini polacchi di ritorno da Međugorje lungo un’autostrada in Ungheria, la M3. L’incidente è avvenuto nella zona di Mezokeresztes, a circa 140 chilometri a Est di Budapest. Sul pullman erano 59 tra passeggeri e autisti. Secondo una prima ricostruzione il bus è uscito di strada ed è finito in un fosso, ribaltandosi. La prima ipotesi delle cause porta a un colpo di sonno dell’autista, che al momento è posto in stato di fermo. Secondo quanto riferito dal governo regionale polacco di Rzeszów in un post su Facebook, l’autobus trasportava persone provenienti dalla regione sud-orientale polacca dei Podkarpazia che stavano tornando da un pellegrinaggio in Bosnia-Erzegovina.

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

An aerial photo taken by drone shows the emergency services as they attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

Il primo ministro ungherese, Péter Magyar, ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e ha ringraziato i soccorritori intervenuti sul posto. Il presidente polacco Karol Nawrocki ha espresso il suo “profondo cordoglio” per l’incidente, scrivendo in un post su X: “Mi unisco alle famiglie e ai cari delle vittime nella preghiera e nella profonda solidarietà”. La Polonia, ha dichiarato il primo ministro Donald Tusk, invierà un aereo d’emergenza.

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Uomo morto in casa dopo un litigio a Stignano (Reggio Calabria): fermata la moglie. Attesa per l’autopsia

È stata sottoposta a fermo la moglie di Franco Fava, l’operaio edile di 55 anni trovato morto nella sua abitazione di Stignano, nel Reggino, la sera di Ferragosto. La donna, 47 anni, era in casa con il marito al momento del decesso. I due, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, stavano litigando da tempo quando l’uomo sarebbe caduto nella cucina dell’abitazione, battendo violentemente la parte posteriore della testa sul pavimento. La dinamica, però, non è ancora stata chiarita. È proprio su questo punto che si concentrano gli accertamenti dei carabinieri della Compagnia di Roccella Ionica e della Procura di Locri: bisogna stabilire se Fava abbia perso l’equilibrio durante il litigio oppure se sia stato spinto dalla moglie. Al momento sarebbe stata esclusa l’ipotesi che l’uomo sia stato colpito con un corpo contundente.

Dopo la caduta, Fava avrebbe perso conoscenza quasi subito. I vicini, allarmati dalle urla provenienti dall’abitazione, hanno chiamato i soccorsi. Quando il personale del 118 è arrivato, l’uomo era già in condizioni disperate. I sanitari hanno tentato di rianimarlo, ma Fava è morto nel giro di pochi minuti. Nell’abitazione i carabinieri hanno trovato alcune tracce di sangue. I militari hanno effettuato i rilievi per ricostruire quanto accaduto e verificare l’origine delle tracce. La casa è stata successivamente posta sotto sequestro.

Fava viveva a Stignano con la moglie e le loro due figlie gemelle di 14 anni. Le ragazze si trovavano in casa al momento dei fatti, ma non avrebbero assistito alla caduta del padre. Dopo essere state prese in carico dai servizi sociali, sono state affidate temporaneamente ad alcuni familiari della coppia. La moglie, secondo quanto si è appreso, non avrebbe fornito dichiarazioni agli investigatori né ai magistrati. Dopo i primi accertamenti, la Procura ha disposto nei suoi confronti il fermo.

Resta ora da stabilire con esattezza la causa della morte e, soprattutto, che cosa abbia provocato il trauma alla testa. L’ipotesi investigativa è che la lesione sia stata provocata dalla caduta sul pavimento della cucina, ma saranno gli accertamenti medico-legali a fornire elementi decisivi. L’autopsia dovrà chiarire l’entità del trauma e se sia compatibile con una caduta accidentale o con una spinta. Compagnia di Roccella Jonica, impegnati negli accertamenti per ricostruire quanto accaduto.

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