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Foto di passeggere in una chat di dipendenti, le accuse al gruppo ATM di Milano: “Carne da macello di maschi in divisa”

Avviata un’indagine dall’azienda dei trasporti ATM di Milano sulle immagini catturate dalle telecamere dei mezzi e riutilizzate in chat tra dipendenti per inquadrare e commentare parti intime delle donne passeggere. Secondo l’ipotesi, alcuni dipendenti si sarebbero scambiati le immagini in una chat dell’app di messaggistica WhatsApp accompagnate da commenti sessisti. ATM avrebbe subito contattato alcune attiviste che tramite i loro canali social e non avevano segnalato la vicenda. L’azienda ha garantito una verifica interna.

“Atm si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città. Crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa”, si legge in una nota dell’azienda.

A rendere nota la notizia alcune attiviste femministe sui social. La scrittrice e attivista Carlotta Vagnoli ha riportato il racconto di una passeggera nella sua newsletter: la donna sarebbe stata seduta accanto a un autista in pausa e avrebbe visto una chat nominata “Staff Ticinese” con alcuni colleghi di lavoro. “Chiaro che perfino gli strumenti che dovrebbero tutelarci – come le telecamere a circuito interno sugli autobus – sono ormai diventati un ennesimo modo per molestarci”, ha scritto Vagnoli.

Sullo schermo sarebbero apparse non “foto di situazioni di pericolo o problemi tecnici, bensì fotogrammi su gambe, volti, seni e cosce di donne ignare di essere diventate carne da macello per un gruppo di uomini con la divisa dell’azienda”. La donna “ha capito essere fotogrammi delle riprese dei video del circuito di sorveglianza in disposizione a ogni tram e usato per garantire la sicurezza di autisti e passeggeri” che “ritraevano donne ed erano accompagnate da commenti sessisti e frasi oscene“.

 

 

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“Un’ennesima chat in cui corpi di donne ignare di essere riprese vengono scambiati e commentati con violenza e sessismo tra colleghi: il caso stavolta colpisce il trasporto pubblico milanese, poiché a passarsi i fotogrammi delle telecamere di sicurezza sono alcuni autisti dei mezzi meneghini”, ha scritto Vagnoli sui social. “Commenti sul culo, sulle gambe, sul corpo delle donne che prendono il tram, immagini scambiate in una chat, fotogrammi presi dalla videosorveglianza: siamo – di nuovo – nella sfera della technology facilitated gender based violence, ovvero quella violenza agevolata dai dispositivi tecnologici che no, non sono imparziali”.

La vicenda esplode a una manciata di mesi dai casi di “Mia Moglie” e di gruppi affini, sui quali uomini e mariti caricavano sui social le foto dei corpi delle mogli all’insaputa delle donne, e di Phica.net e Phica.eu, oltre 700mila iscritti, entrambi sequestrati, sui quali invece si trovavano soprattutto immagini di personaggi noti le cui foto venivano ripostate e ripubblicate nell’ambito del forum.

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Social vietati per i minori di 16 anni e “coprifuoco” digitale serale, il Regno Unito segue il modello Australia

Anche il Regno Unito segue l’esempio australiano sui limiti ai social network per i minorenni. Entro il prossimo Natale il governo laburista di Keir Starmer, che resta politicamente sulla graticola sulla scia degli scandali e di un consenso ormai ben sotto i livelli di guardia, ha intenzione di approvare un regolamento che imporrà il divieto dell’uso di social network per i minori di 16 anni. L’annuncio è arrivato da parte dello stesso Starmer in una conferenza stampa: “Non è una cosa che faccio alla leggera e non la presenterò come gratuita, come se i social media non avessero portato alcun beneficio ai giovani, perché chiaramente questo è sbagliato”, ha detto Starmer in conferenza. “Ma il governo si basa sempre sulle scelte, ed è chiaro che un divieto totale sia la scelta giusta”. Il premier britannico ha ricordato che, essendo padre di due figli, conosce bene “le paure che tutti proviamo” riguardo ai social media e di aver sempre desiderato solo che i suoi figli “fossero felici e al sicuro”.

Il modello è quello adottato in Australia nel 2025 con l’Online Safety Act che impone un divieto assoluto per i minori di 16 anni, senza alcuna eccezione per il consenso dei genitori e che fa ricadere la responsabilità del blocco interamente sulle piattaforme, che rischiano multe salatissime. Nel Regno Unito il ban riguarderà X, TikTok, Facebook, Snapchat, YouTube e Instagram. Si salva solo WhatsApp, classificato come servizio di messaggistica. “Dovranno essere le piattaforme e le aziende di social media ad adeguarsi”, ha chiarito Starmer, “non faremo la caccia ai ragazzini che non rispettano le regole”. Anche perché è lo stesso leader laburista a riconoscere che, come accaduto proprio in Australia, molti teenager sono pronti ad aggirare il futuro blocco dei social network tramite le VPN. Oltre al divieto totale per gli under 16, il governo sta valutando misure aggiuntive per i ragazzi tra i 16 e i 17 anni: un “coprifuoco digitale” a partire dalle 20.30, il blocco dello scrolling infinito e limitazioni ai servizi di live streaming e alle piattaforme di gioco online

La sfida principale, almeno dal punto di vista tecnologico, resta l’Age Verification, la verifica dell’età. I semplici “filtri” basati sull’autocertificazione della data di nascita si sono dimostrati ampiamenti fallimentari, spingendo i governi a chiedere l’uso di dati biometrici, portafogli digitali o sistemi di ID governativi, sollevando però non pochi dubbi sulla privacy.

C’è poi l’ostilità delle grandi compagnie tech che verrebbero colpite da un simile provvedimento, che andrà ovviamente a colpire la loro utenza. Una delle risposte più nette è arrivata da YouTube, parte del gruppo Alphabet e dunque dell’universo Google. La più nota piattaforma di visualizzazione e condivisione di video online ha contestato il provvedimento avvertendo che “divieti generalizzati rischiano di allontanare i ragazzi da esperienze selezionate e sicure, spingendoli verso servizi anonimi e meno controllati”. Di diverso avviso il premier australiano Anthony Albanese, che si è complimentato con Starmer, dopo aver avviato nel suo Paese un piano di limitazione dell’accesso ai social per i minori: “I giganti dei social media operano oltre i confini nazionali. Rimanendo uniti, possiamo fare di più per garantire la sicurezza dei minorenni online”, ha scritto su X.

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Uccisa a coltellate e buttata nel fiume, confessa il nipote 17enne di Chiara Guerra: l’allarme a scuola e l’interrogatorio

Anche a scuola era scattato l’allarme, il campanello: perché venerdì mattina Chiara Guerra non si era presentata e l’istituto non riusciva a contattarla. Ha confessato il nipote 17enne della donna, 53 anni, uccisa a coltellate. Il corpo buttato nel fiume che scorre nei pressi del casolare dove la vittima viveva da sola a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia. Sul cancello della villa fiori, bigliettini, striscioni per l’insegnante da parte di studenti, ex alunni e conoscenti.

Guerra aveva 53 anni, insegnante di lettere – italiano, storia, geografia, educazione civica – all’istituto comprensivo Rita Levi Montalcini di San Stino di Livenza. Ancora non è stato trovato il corpo della donna. Sul caso stanno operando i Vigili del Fuoco del locale distaccamento ai quali si sono aggiunti in rinforzo i sommozzatori del reparto specializzato di Venezia, le ricerche si sono allargate fino al fiume Loncon. Sospese durante la notte, sono riprese all’alba. A far scattare l’allarme era stata un’amica della vittima. A denunciare la scomparsa della donna alcuni parenti, poche ore dopo l’inizio delle indagini gli inquirenti si erano concentrati sul minore.

La lite sarebbe esplosa intorno alla gestione del patrimonio di famiglia, sul quale il ragazzo avrebbe avanzato delle pretese. Quello economico al momento appare il movente più plausibile. La vittima abitava con la famiglia del fratello nello stesso stabile, abbastanza grande per accogliere entrambi i nuclei. Guerra viveva da sola da quando i genitori erano entrati in una casa di riposo. Ritrovate tracce di sangue presso la legnaia. Il ragazzo è incensurato, mai una segnalazione del suo nome alle forze di polizia. La Procura di Pordenone ha aperto un fascicolo per omicidio e ha già trasferito gli atti riguardanti il ragazzo a quella per i minorenni di Trieste.

Il ragazzo ha confessato nell’interrogatorio del magistrato Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone che indaga sul caso. La ricostruzione del 17enne non sarebbe stata molto accurata, a questo proposito continuano accertamenti e approfondimenti da parte dei Carabinieri. Il delitto si sarebbe consumato giovedì scorso, il corpo sarebbe stato trasportato con una carriola fino al canale Malgher. Per perlustrare la zona è stato utilizzato anche l’elicottero Drago dei vigili del fuoco, decollato dall’aeroporto Marco Polo, con le squadre speleo alpino fluviali di Portogruaro, a bordo di alcuni gommoni e il nucleo sommozzatori di Venezia.

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Svizzera, fallisce il referendum anti-immigrazione per limitare a 10 milioni la popolazione

La Svizzera non limiterà la propria popolazione ad un massimo di 10 milioni di abitanti. È stato bocciato il referendum di iniziativa popolare che promuoveva tale misura, con il ‘No’ che ha ottenuto il 54,8 per cento dei voti di fronte ad una affluenza del 58,9 per cento. A proporre il testo era stato il partito di estrema destra nazionalista Unione Democratica di Centro nel tentativo, in sostanza, di porre un freno all’immigrazione nel Paese: in nessuna altra nazione esiste un sistema simile e in caso di approvazione la Svizzera sarebbe stata un “unicum” a livello globale.

La proposta messa al voto su iniziativa dell’Unione Democratica di Centro era un tentativo a dir poco estremo di mettere in Costituzione un limite all’immigrazione, che negli ultimi 20 anni è esplosa nel Paese: la popolazione è passata da 7,3 milioni di abitanti nel 2002 ai 9,1 milioni attuali grazie soprattutto all’aumento di residenti stranieri, circa un quarto del totale e in larghissima parte provenienti da Paesi dell’Unione Europea e con elevate qualifiche professionali. Secondo i sostenitori del referendum il loro arrivo in Svizzera ha però svantaggiato la popolazione locale mettendo sotto pressione i servizi pubblici, aumentato i prezzi delle case e reso più difficile trovare lavoro.

Se il ‘Sì’ alla proposta fosse passato, le conseguenze per la Svizzera sarebbero state molto complicate da gestire sul piano politico e diplomatico. Il governo, in sostanza, sarebbe dovuto intervenire per irrigidire i criteri di accoglienza per i richiedenti asilo e i ricongiungimenti familiari e, se avesse superato la fatidica soglia dei 10 milioni di abitanti entro il 2050, avrebbe dovuto ritirarsi dagli accordi di libero movimento con l’Unione Europea, i trattati di Schengen e Dublino, compromettendo così la storica cooperazione su sicurezza e accoglienza.

Secondo gli analisti a risultare decisivi sono stati i voti per il ‘No’ espressi nella Svizzera francese e nei principali centri urbani, mentre in diversi cantoni della Svizzera tedesca e in Ticino i favorevoli sono risultati in vantaggio. A schierarsi contro la proposta, anche come “Iniziativa per la sostenibilità”, erano stati il mondo delle imprese ma anche il governo centrale svizzero, preoccupati per le ricadute sull’economia e sulla sanità (quasi la metà dei medici in Svizzera è di nazionalità straniera) di una simile proposta.

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Scontro tra elicotteri: morti il cantante Oliver Tree e l’influencer Gaspar Prim, sei vittime nell’incidente in Brasile

Prima lo scontro in volo, in aria, quindi l’impatto al suolo su un deposito di veicoli elettrici. Almeno sei le persone che sono morte nell’incidente aereo che si è verificato a Recreio dos Bandeirantes, quartiere a sud-ovest di Rio de Janeiro. Oliver Tree era molto popolare, rapper e produttore conosciuto in tutto il mondo, seguito da quasi 20 milioni di follower sui social. Anche il popolare influencer argentino Gaspar Prim, seguito da oltre sette milioni e mezzo di persone sui social, è morto nell’incidente. Aperta un’indagine sull’accaduto dalla polizia di Rio de Janeiro.

Cinque vittime si trovavano su un elicottero, sull’altro è morto soltanto il pilota. Le altre vittime erano Lucas Vignale, Lucas Brito Chaves, i piloti Alexandre Souza e Charles Marsillac. Almeno venti le automobili parcheggiate nel deposito di un concessionario di automobili coinvolte nella caduta dei due velivoli. A indagare sulla strage sarà il Cenipa (centro per le indagini e la prevenzione degli incidenti aeronautici), un’agenzia dell’Aeronautica militare brasiliana. Nessuna dichiarazione è stata rilasciata dall’entourage rappresentante l’artista.

Oliver Tree Nickell era nato a Santa Cruz nel 1993, era un cantautore, produttore, regista in grado di improvvisare tra i linguaggi, molto versatile tra i generi: hip-hop, indie, elettronica. Descriveva la sua carriera come il tentativo di articolare un progetto di arte concettuale. Aveva più volte annunciato il ritiro salvo poi tornare con altri alter ego, si presentava con un’estetica kitsch e caricaturale. Aveva cominciato su Soundcloud nel 2010 con lo pseudonimo Kryph ed era esploso sulle piattaforme streaming.

Oltre 11 milioni di ascoltatori mensili sulla piattaforma streaming Spotify, alcune raggiungevano oltre 700 milioni di ascolti. La sua canzone più famosa era Life goes on. Aveva pubblicato il suo ultimo album, Love You Madly Hate You Badly, lo scorso aprile. Ormai iconico anche il suo taglio di capelli, lunghi sulle spalle e a scodella sulla testa, baffetti, i jeans ovesize e gli occhiali da sole rétro. Era in Brasile per una tappa del suo tour mondiale, aveva suonato in un concerto lo scorso 6 giugno a San Paolo. Avrebbe suonato anche in Italia, a Roma e a Milano.

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Scandalo nella famiglia reale in Norvegia: condannato per stupro il figlio della principessa ereditaria Marius Borg Hoiby

È stato condannato a quattro anni per stupro, violenze domestiche e altri reati minori il figlio della principessa ereditaria di Norvegia Marius Borg Hoiby. Assoluzioni per altre due accuse di stupro che però non hanno ridimensionato il caso che ha travolto la famiglia reale, è stato prevedibilmente molto seguito sui media.

Marius Borg Hoiby era nato da una relazione precedente della madre Mette-Marit con il principe ereditario Haakon, che avrebbe sposato nel 2001. Ha 29 anni e ufficialmente non fa parte della famiglia reale. Aveva confessato di aver commesso alcuni dei reati ma aveva rigettato ogni accusa per quelli più gravi. Haakon è l’unico figlio maschio del re Harald V ed è l’erede al trono di Norvegia.

Il figlio della principessa era accusato di una quarantina di reati, commessi a partire dal 2018. È stato riconosciuto colpevole di due dei quattro casi di violenza sessuale dei quali era accusato. La sentenza ha condannato anche le accuse di ripetute violenze domestiche contro una ex compagna, minacce e infrazioni al codice della strada.

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Missili russi su Kiev, in fiamme la Cattedrale della Dormizione simbolo della cristianità: per Mosca “colpita da Patriot Usa”

Un attacco al cuore della capitale Kiev, che colpisce uno dei suoi simboli. Nella notte raid missilistici russi sono tornati a colpire l’Ucraina provocando almeno quattro morti nella capitale e altre cinque a Kharkiv, come denunciato su Telegram dal ministro dell’Interno ucraino Igor Klymenko. Le immagini più drammatiche arrivano da Kiev, dove nella notte è andato in fiamme il tetto della Cattedrale della Dormizione, una delle chiese del Monastero delle Grotte di Kiev (Kyievo-Pecherska Lavra), rinomato complesso cristiano ortodosso.

Il capo dell’amministrazione militare locale Timur Tkachenko ha condannato l’attacco definendolo un “colpo diretto” contro il sito. “Chiediamo preghiere per salvare questo santuario dalla distruzione”, ha dichiarato il metropolita Epifanio di Kiev, primate della Chiesa ortodossa ucraina, denunciando l’accaduto come un “crimine contro l’umanità, la storia e il cristianesimo“.

L’Aeronautica ucraina denuncia un attacco su vasta scala da parte russa: almeno settanta missili e centinaia di droni sono stati lanciati nella notte contro la capitale, con lo sfregio dell’incendio al più importante complesso monastico del Paese, patrimonio dell’umanità fondato nell’XI secolo e già ridotto in macerie nel 194 da una esplosione durante l’occupazione tedesca di Kiev. Durante l’attacco sono state danneggiate anche molte linee elettriche della capitale, e circa 140mila residenti sono rimasti senza corrente. La ministra della cultura e delle comunicazioni strategiche dell’Ucraina Tetyana Berezhna ha fatto sapere che uno degli attacchi ha colpito anche gli studi cinematografici nazionali Oleksandr Dovzhenko, uno dei più antichi studi cinematografici dell’Ucraina.

Immediata la reazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “È importante che il mondo non resti in silenzio di fronte a questo ultimo atto di barbarie russa. Questo attacco alla Lavra è un’aggressione alla comunità cristiana e al patrimonio culturale dell’umanità. Non può esserci giustificazione per questo o per qualsiasi altro attacco russo simile. Ciò che serve è una maggiore cooperazione per fermare la guerra della Russia e una protezione più forte per salvare vite dalla Russia”, ha scritto su X il leader ucraino.

Da Mosca si nega ogni responsabilità. Secondo il Cremlino a precipitare sul tetto della Cattedrale sarebbe stato un missile patriot americano, “Secondo informazioni confermate, gli edifici del monastero di Pechersk a Kiev sono stati colpiti da un missile del sistema di difesa aerea Patriot di fabbricazione statunitense”, si legge in un comunicato citato dalle agenzie russe. “Una delle ragioni del malfunzionamento di questo sistema potrebbe essere la fornitura al regime di Kiev di missili con vita operativa scaduta da parte dei Paesi occidentali. Le forze armate russe non pianificano e non effettuano attacchi a infrastrutture civili”, la tesi del ministero della Difesa di Mosca.

Grave anche il bilancio a Kharkiv, dove cinque soccorritori sono stati uccisi in un raid russo con le ormai tipiche modalità del “double tap”, ovvero con un secondo passaggio di droni sul luogo del primo attacco: le vittime sono cadute “mentre combattevano gli incendi, almeno altri cinque sono rimasti feriti”, ha reso noto il ministro dell’Interno Klymenko.

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Iran-Usa, c’è l’accordo tra le parti: venerdì la firma in Svizzera tra i nodi di Hormuz, Libano e del nucleare di Teheran

Fragile e dai punti oscuri, ma l’accordo c’è. Venerdì 19 giugno Iran e Stati Uniti firmeranno in Svizzera un accordo per mettere fine alla guerra in corso dallo scorso febbraio nel Golfo Persico e in Medio Oriente, come annunciato domenica sera dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, colui che ha personalmente mediato tra le parti per ottenere l’intesa. Un memorandum ufficialmente confermato da entrambe le parti, sia dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che d’altra parte dava per imminente un accorda da diversi giorni, sia dal regime di Teheran tramite il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

Sui punti dell’intesa resta però il mistero. Sharif ha dichiarato che l’accordo che verrà firmato il 19 giugno in Svizzera prevede la fine “immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano”, lì dove l’Iran è presente politicamente e militarmente grazie ad Hezbollah, il “partito di Dio” finanziato da Teheran che da mesi è obiettivo di Israele, che così sta inoltre occupando chilometri e chilometri del Libano meridionale.

Non a caso stamani il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha escluso il ritiro dell’IDF dal Libano, non considerandosi vincolato dalla clausola contenuta nell’accordo con l’Iran. Secondo fonti israeliane, Netanyahu ha chiarito che le Forze di Difesa Israeliane manterranno le loro attuali posizioni in Libano e continueranno a operare per contrastare la minaccia di Hezbollah. Tesi ribadita anche dal suo ministro Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra religiosa: “L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti. Siamo un Paese indipendente e sovrano”, le parole del ministro della Sicurezza interna a commento dell’intesa tra Washington e Teheran.

D’altra parte Israele ha un ruolo chiave nel Medio Oriente e nella vicenda iraniana, da alleato di Trump ma anche come “sabotatore” di diversi tentativi di intesa. Anche quest’ultimo, faticosamente raggiunto grazie alla mediazione del Pakistan, era stato messo a repentaglio da un violento attacco dell’IDF nel Libano mentre le parti erano ad un passo dal via libera all’accordo. Bombardamenti su Beirut che avevano spinto Trump all’ennesima reazione furiosa contro l’amico Bibi: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, aveva scritto il presidente Usa su Truth. Ben diversi i toni utilizzati in una intervista al giornalista di Axios Barak Ravid: “Perché Bibi ha dovuto sferrare quel cazzo di attacco? Ero davvero incazzato nero. Gliel’ho fatto sapere. Non ha un cazzo di buon senso. Gliel’ho fatto sapere”, le parole al veleno del tycoon.

Ma cosa prevede l’intesa che verrà siglata venerdì in Svizzera? Secondo Trump l’accordo raggiunto col regime dell’Ayatollah Khamenei consentirà la riapertura dello stretto di Hormuz “permanentemente esente da pedaggi”, ha spiegato il leader Usa al New York Times. In realtà, secondo l’agenzia iraniana Fars che cita fonti informate, l’Iran avrebbe aggiunto all’ultimo momento nell’accordo con gli Stati Uniti una clausola sull’imposizione di un pedaggio alle navi in transito dallo Stretto di Hormuz: la fase senza addebiti resterebbe in vigore solamente per 60 giorni. Questo – viene sottolineato da Fars – significa che gli Usa avrebbero “accettato il principio della riscossione di tariffe” ottenendo però un’esenzione provvisoria.

Non è chiaro cosa contenga l’accordo sull’altra questione dirimente per Washington, ovvero il futuro del programma nucleare iraniano su cui il regime non si è mostrato disposto a fare concessioni. Quel che è certo è che l’intesa darà il via ad un periodo di negoziazione di 60 giorni volto a raggiungere un accordo finale tra le parti, con colloqui preparatori tra Stati Uniti ed Iran che si terranno a Doha prima del vertice di Ginevra di venerdì.

E l’Europa? Bruxelles si dice pronta a dare il proprio contributo con una propria missione marittima internazionale per “accompagnare” la riapertura dello Stretto di Hormuz e provvedere a “sminare” il corso d’acqua. Anche l’Italia, come dichiarato dalla premier Giorgia Meloni, potrebbe essere della partita: “Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz”, le parole di Meloni.

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Open Arms: “Il patto europeo lascia morire i migranti nel Mediterraneo”

Da ieri è entrata in vigore una parte del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Una riforma che si presenta come la risposta europea strutturale al fenomeno migratorio, ma che non prevede misure dedicate al soccorso delle persone in difficoltà nelle acque del Mediterraneo. Non sono stati infatti approntati meccanismi di coordinamento, risorse o riconoscimenti del ruolo delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno operano in quelle acque. Secondo i numeri rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nei primi cinque mesi del 2026, 1.239 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo. Un incremento superiore al 150% (dato OIM) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. Intanto, solo il 21% delle persone arrivate in Italia nei primi cinque mesi del 2026 è stato soccorso da navi delle ONG nel Mediterraneo.

“Il Mediterraneo non ha bisogno di più controllo. Ha bisogno di più soccorso, di più mezzi, di più persone formate per farlo. Il Patto va nella direzione opposta.” – afferma Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms, ONG che lavora da oltre 10 anni e ha affiancato al lavoro di ricerca e soccorso nel Mediterraneo anche una vera e propria attività di monitoraggio dei flussi. Il Patto evidenzia un approccio securitario e il peggioramento delle condizioni di accoglienza con un aumento generalizzato delle espulsioni, violando il principio di non respingimento e la Costituzione italiana, che prevede la valutazione individuale per le richieste d’asilo. Le misure che sono appena entrate in vigore disegnano un’idea molto precisa di cosa l’Europa voglia fare della migrazione: gestirla come una minaccia da contenere, non come una realtà umana da governare con strumenti adeguati. Le modifiche approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate.

La procedura accelerata obbligatoria per chi proviene da paesi con tasso di riconoscimento inferiore al 20% è forse la misura più preoccupante: chi arriva da determinati paesi viene giudicato in base alla propria nazionalità, non alla propria storia. Un esempio su tutti è quello delle migrazioni ambientali provenienti dal Bangladesh. Da anni Open Arms soccorre nel Mediterraneo un numero crescente di persone provenienti dal Bangladesh: nei primi tre mesi del 2026, i bangladesi rappresentano il 29% di tutti gli arrivi via mare in Italia. Con l’entrata in vigore del Patto, queste persone – dopo un anno di viaggio, dopo aver attraversato deserti, frontiere e il Mediterraneo – saranno automaticamente sottoposte a procedura accelerata e, nella grande maggioranza dei casi, rimpatriate poiché il paese d’origine è ritenuto, sicuro nonostante l’innalzamento del livello del mare ha postato allo sfollamento di circa 20 milioni di persone e il paese sia terzo paese al mondo con il più alto rischio di sfollamento per alluvione.

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Contro la dittatura degli imbecilli: lo Stato è forte se rispetta la Costituzione e l’umanità, il caso Papalia e il cuore nero della Calabria

Ho riletto di recente un articolo che è stato pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1966 e che parla del deciso sostegno di Umberto Terracini alla proposta di legge di amnistia e indulto che il Parlamento – successivamente – avrebbe votato quasi a unanimità. Una scelta parlamentare tesa a onorare il ventesimo anniversario della Repubblica.

La Costituzione Italiana porta la firma di Terracini. Noi abbiamo appena festeggiato l’ottantesimo anniversario del 2 giugno, in Parlamento non siedono più i Terracini, Moro, Nenni, Pertini, Saragat e neanche i liberali di allora. Un atto di clemenza sarebbe stato impensabile. Nessuno si illuda che ciò sia frutto di un maggiore rigore morale o di “rispetto” per una pur presunta legalità perché si tratta quasi sempre di paura e di calcolo. Paura di scontrarsi con il conformismo grigio che prevale nella società. Calcolo di perdere consenso e quindi voti. Eppure tutti sanno che le prigioni italiane sono in uno stato di illegalità permanente anche se fa comodo fingere di non sapere come vivono gli “scarti” della società. Ma la vera frattura tra il pensiero “rivoluzionario” e umano rispetto a quello barbarico e reazionario passa attraverso tali scelte sofferte e cruciali. Scelte che, a volte, ci obbligano a prendere posizioni scomode e contro corrente. Eppur bisogna farlo… quantomeno per contrastare quella che Eco definiva la dittatura degli imbecilli.

Lo pensavo qualche sera fa a Plati partecipando a una assemblea popolare nella sala del consiglio comunale alla presenza del sindaco e di tanti cittadini. Iniziativa promossa dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” per chiedere che l’ergastolano Domenico Papalia, ultraottantenne, ammalato di cancro, venga messo in condizioni di vivere ciò che gli resta della vita in un ambiente più umano del carcere. Abbiamo chiesto clemenza per “Caino” pur schierandoci dalla parte di Abele. È giusto farlo. Anche se è pericoloso farlo in Calabria. Ovviamente non conosco Domenico Papalia ma credo che cinquanta anni di carcere siano una pena infinita. Forse persino peggiore della pena di morte. Conosco invece la ndrangheta e so bene che è il “cuore di tenebra” della Calabria. E nella tenebra bisogna penetrare e portare luce. È quello che abbiamo fatto a Plati. Anche per dimostrare che la Repubblica è rispettosa della Costituzione e così forte da non temere di compiere un gesto di umanità e di coraggio. Un tempo partecipavo a quasi tutte le iniziative politiche e culturali a cui venivo invitato. Ma il tempo è tiranno! Oggi scelgo quelle che mi aiutano a ritrovare me stesso. O meglio quello che ognuno di noi è stato a 16 anni quando si ha il coraggio di schierarsi senza chiedere nulla in cambio e senza calcolare quanto le proprie convinzioni siano popolari.

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La lettera di Domenico Papalia agli studenti: “Studiate, lottate per Platì, non si può parlare del bene senza parlare del male”

Il 29 maggio scorso, Nessuno tocchi Caino ha animato una giornata di incontri in Calabria per tenere viva l’attenzione su Domenico Papalia, mezzo secolo di “vita” in carcere, il “fine pena mai” e il “fine vita” che potrebbe essere prossimo a causa di un grave male che ha invaso il suo corpo. La mattina, a Reggio Calabria, si è svolta una conferenza stampa al Circolo Tennis “Rocco Polimeni”, la sera, a Platì, un’assemblea nella sala del consiglio comunale. Non si vedeva da anni tanta partecipazione al Comune di Platì, abitato negli ultimi decenni solo da commissari prefettizi per i continui decreti di scioglimento per mafia. Certo, c’era il vissuto di Domenico Papalia. C’era l’amore della sua famiglia e della sua comunità. Ma c’è da considerare anche la storia dell’antimafia che soprattutto in Calabria e in particolare a Plati ha fatto e continua a causare – nella sua lotta senza quartiere ai comportamenti antisociali e criminali – gravi danni sociali e rovine familiari. La partecipazione nella sala del consiglio comunale (onore al giovane Sindaco!) aveva connotati popolari di resistenza e desiderio di liberazione. È intervenuto anche lo scrittore Ilario Ammendolia che dall’assemblea di Platì ha tratto spunto per un suo articolo. In un certo modo, da recluso condannato all’ergastolo, all’Assemblea ha partecipato pure Domenico Papalia. Da diversi anni egli “incontra” gli studenti delle scuole medie del suo paese, racconta loro la sua esperienza negativa e li invita a impegnarsi nello studio, a rispettare le leggi e le istituzioni. Ha elaborato una sorta di Decalogo che ogni anno invia ai ragazzi delle scuole insieme agli auguri di Natale. Pubblichiamo la lettera di Natale di due anni fa che tramite la dirigente scolastica ha inviato agli studenti della Scuola Media De Amicis di Platì. “Se anche un solo ragazzo, sentendo le Sue accorate parole, starà lontano dalla devianza e seguirà la retta via, potremo affermare di aver raggiunto un grande successo”, gli ha risposto la Preside. S.D.

Innanzitutto mi presento: sono Domenico Papalia, di Platì, “esiliato” dal consorzio civile ormai da circa cinquant’anni a seguito di quella che ritengo un’ingiusta condanna all’ergastolo. Nonostante la mia forzata assenza, sono molto legato al mio paese, soffro per il degrado in cui si trova e desidero ardentemente che i ragazzi studino e, un domani, si occupino di Platì come merita, migliorandolo con atti positivi. Sono stato condannato innocentemente, ma riconosco che nella mia giovinezza non ho avuto una vita regolare e corretta. Tuttavia, in un Paese civile questo non dovrebbe giustificare una condanna a morte, perché tale considero l’ergastolo. La mia esperienza negativa mi porta ancora una volta a invitare i ragazzi della sua scuola a studiare e a stare lontani da certi ambienti devianti: è da ragazzi che si comincia, ed è così che poi si rovina l’esistenza. In questi giorni ho letto sulla Gazzetta del Sud una notizia che mi ha molto indignato, per un gesto ignobile e incivile. A Lei, come Preside, e a tutte le istituzioni, scolastiche e non, va la mia più sincera considerazione. Mi riferisco all’atto vandalico dell’allagamento della scuola media, gesto dannoso per Platì, che da anni cerca di liberarsi da un’etichetta negativa e conquistare un riscatto di civiltà. Immagino che possa essere stato un gesto di qualche ragazzo per evitare una lezione; se così fosse, inviterei il responsabile a farsi avanti, ad ammettere l’errore, a ravvedersi e a chiedere scusa. Ammettere il proprio errore aiuta a crescere ed è un vero gesto di civiltà. Platì non deve ripiombare nella gogna, né dare strumenti ai suoi detrattori per sfogare i propri istinti denigratori e parlare male del paese. Per questo prego i ragazzi di essere esempi positivi, di collaborare perché Platì esca da questa fama negativa. I ragazzi sono gli uomini di domani: spetta a loro studiare, rispettare le istituzioni e impegnarsi per un autentico progresso di civiltà.

Rinnovo a Lei, Preside, tutta la mia solidarietà. Sono convinto che si sia trattato di una bravata e non di un gesto diretto contro la sua persona. Voglio sperare che il responsabile, o i responsabili, si rendano conto dell’errore e chiedano scusa a nome di tutti i cittadini onesti. La prego di leggere questa mia lettera ai ragazzi, ai quali rivolgo un cordiale saluto. Li invito a studiare e a diventare cittadini onesti e produttori di cultura, un domani, per il loro paese. Desidero riproporre un decalogo che anni fa scrissi a un suo predecessore, il prof. Fortunato Suraci. Prima, però, per suo tramite, vorrei fare gli auguri ai ragazzi, pregandoli di studiare ed essere rispettosi delle istituzioni e dell’educazione civica e morale. Con questi principi saranno certamente uomini migliori, capaci di far uscire Platì dal degrado sociale in cui versa attualmente. Questo invito viene da una persona che, come me, è da circa cinquant’anni priva della libertà e soggetta a ogni tipo di sofferenza, e che riconosce come gli errori di gioventù lo abbiano condotto alla sofferenza del carcere, soprattutto per ciò che non ha commesso. Da decenni ho riconosciuto gli errori laddove veramente ho sbagliato. Oggi sono una persona diversa, ma le istituzioni non valutano ciò che sono adesso, bensì ciò che ero cinquant’anni fa, nonostante un mostro di cancro mi stia lentamente uccidendo. Perciò il mio appello ai ragazzi della sua scuola nasce dal profondo dell’animo: si impegnino a studiare e a rispettare le istituzioni, per essere un domani uomini migliori e lottare per il benessere e la civiltà di Platì, che a me manca tanto.

Mi rivolgo a loro parlando del Bene come valore. Il bene e il male sono consustanziali: non si può parlare dell’uno senza citare l’altro. Il male è un cancro che si nutre di cattiveria, brutalità, violenza e indifferenza. Il bene, invece, va di pari passo con il rispetto, la dignità, la pace, l’armonia, la bontà d’animo. Il bene racchiude la Bellezza in tutte le sue dimensioni. Nella scala dei valori il bene supremo è, credo, quello dell’Amore, soprattutto l’amore disinteressato: amare il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio. Il bene è la fonte principale di tutte le virtù. Se l’amore è un atto puro che sgorga spontaneamente dal cuore, la virtù non viene dalla natura, ma è un’arte: saperla coltivare e saperne fare tesoro. Sappiate, ragazzi, che il Bene si manifesta nel modo più alto nella crescita costante ed etica. Voi crescerete: quando vi sentirete felici nell’ascoltare e nel sostenere gli altri, senza aspettarvi nessuna ricompensa; quando non userete maschere diverse in base alle persone che incontrate e alle situazioni che vivrete, ma resterete coerenti con voi stessi in tutte le circostanze; quando affronterete l’autunno che perde le foglie per strada, continuando però a guardare fissi alla primavera; quando, guardando una rosa, terrete conto anche delle spine, ma avrete negli occhi soprattutto la pienezza della sua bellezza; quando, davanti a uno sguardo ostile, risponderete con indulgenza, pazienza e tolleranza, e non con l’offesa; quando constaterete che la sofferenza dei vostri padri testimonia che la bellezza della vita non consiste nell’AVERE, come molti illusi pensano, ma nell’ESSERE, nella catarsi dell’anima che eccelle nella sofferenza, poiché la pena rende cristallina la sensibilità dell’uomo, lo eleva e lo porta ad acquisire una maturità e una consapevolezza altrimenti irraggiungibili; quando vi renderete conto che la Virtù vi dà molto di più di quanto vi tolga la (s)fortuna; quando scoprirete che si smette di crescere, imparare e migliorare soltanto nell’ultimo istante della vita: solo allora sarete uomini saggi, carissimi ragazzi.

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Giù le mani dal Fatto Quotidiano: il fallimento per gli errori nel caso Minetti colpo mortale per il giornalismo italiano

C’è una brutta aria nel giornalismo italiano. Soffia un vento di odio e di rivincita che rischia di travolgere le fondamenta della nostra professione. La quale si fonda su due principi che non possono essere messi in discussione: non c’è libertà di informazione se non c’è pluralismo. E non c’è giornalismo senza libertà di informazione.

Le vicende recenti del “Fatto Quotidiano” sono allarmanti. Cosa è successo? Che il giornale diretto da Marco Travaglio ha commesso degli errori abbastanza evidenti nella campagna che ha condotto contro la grazia alla Minetti e contro il Presidente delle Repubblica. Questi errori non possono essere nascosti. Il problema è che contro “il Fatto” si è scatenato un attacco violento che sembra addirittura avere lo scopo di annientarlo. La richiesta di risarcimento di almeno 250 milioni è assolutamente enorme e se fosse accolta, anche solo per la decima o la centesima parte, costringerebbe “Il Fatto” al fallimento. Credo che una cosa sia chiara e indiscutibile: il fallimento del “Fatto” in seguito a una richiesta di risarcimento o a una querela sarebbe un colpo mortale per il giornalismo italiano. Ed è interesse di tutti, è interesse della nostra democrazia, evitare che questo avvenga.

Non so se il rischio sia reale. Spero di no. So che è un rischio inaccettabile. Penso che farebbero bene Cipriani e Minetti a ritirare la loro spropositata richiesta di risarcimento. Penso che sarebbe doveroso da parte di noi giornalisti, dell’associazione della stampa, dei sindacati, dell’Ordine, pronunciarsi in modo netto e a voce alta a difesa del “Fatto Quotidiano” dei suoi giornalisti e del suo direttore. Se non lo facciamo apriamo un varco attraverso il quale potranno passare indenni tutti i nemici della libertà di stampa. Cioè i grandi poteri. Quello politico, quello economico, quello della magistratura.

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Cospito, no al ricorso: “Il 41 bis va prorogato”

Secondo la procura generale e la direzione nazionale antiterrorismo la situazione è ancora più grave rispetto al maggio 2022 quando il ministro Cartabia decise si applicare il regime del carcere duro al detenuto anarchico Alfredo Cospito per cui il 41bis va prorogato di altre due anni e va rigettato il ricorso presentato dal difensore avvocato Flavio Rossi Albertini. Questo è successo ieri nell’udienza davanti al tribunale di Sorveglianza di Roma in meno di un’ora mentre era in corso un presidio con la partecipazione di una trentina di anarchici in solidarietà con Cospito, “accompagnati” da un centinaio di poliziotti distribuiti tra un paio di isolati.

Secondo l’avvocato Albertini “il 41 bis a Cospito fa comodo a coloro che intendono governare una società sempre più lacerata, polarizzata tra ricchi e poveri, inclusi ed esclusi: un monito per chi sfida le istituzioni e uno strumento di propaganda per sviare l’attenzione dai problemi reali concentrando la narrazione pubblica sulla sicurezza e sui presunti nemici interni”. Per giustificare la proroga del 41bis gli apparati statali e la magistratura fanno più volte riferimento alla morte di due militanti anarchici mentre confezionano un ordigno al parco degli Acquedotti a Roma addebitando a Cospito una sorta di concorso morale a dimostrazione della persistente pericolosità del movimento. Il ragionamento dell’antiterrorismo poi a un certo punto addirittura si incarta quando spiega che l’adozione del provvedimento relativo al 41 bis avrebbe prodotto “una progressiva clandestinizzazione” del movimento con conseguente perdita di elementi conoscitivi fondamentali per garantire la sicurezza pubblica oltre all’avvio di un percorso tuttora in fase di acutizzazione delle posizioni più estreme e violente.

Insomma implicitamente si ammette che la misura del carcere duro per Cospito avrebbe danneggiato la conoscenza delle dinamiche anarchiche da parte degli inquirenti. Un circolo vizioso, un cane che si mangia la coda. Ma allo stesso tempo si insiste affermando: “l’eventuale mancato rinnovo della misura avrebbe come effetto quello di restituire maggiori possibilità di comunicazione al fenomeno insurrezionalista rendendo più agevole la veicolazione di messaggi tesi a stimolare e istigare la commissione di gravi reati”. Per questa ragione si chiede di prorogare la misura “risultando aggravate le esigenze che avevano condotto all’applicazione del provvedimento”. Il Tribunale deciderà nei prossimi giorni ma la decisione appare scontata. Il regime di alta sicurezza un gradino appena sotto il 41bis non basterebbe.

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Leone smaschera l’Occidente che uccide, umilia e respinge: “Mediterraneo e Atlantico cimiteri senza lapidi”

“Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. Appello forte di papa Leone XIV a Barcellona, tre giorni fa. Ma è forte per noi che leggiamo. Per la Spagna del quotidiano El Pais, meno. Scrive infatti Estefania Molina, politologa, che per la sensibilità locale, conta di più che il papa abbia inframmezzato il catalano con lo spagnolo, dando spazio e fiato alle mai sopite rivendicazioni locali indipendentiste. Poi abbiamo il tema dei migranti, al centro della tappa nelle Canarie, uno dei punti di arrivo. E la Spagna è come l’Italia, come il resto dell’Occidente, con i morti in mare e quelle specie di centri di raccolta molto simili a ghetti a cielo aperto.

Papa Leone non le ha mandate a dire. “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. E poi ha aggiunto qualcosa di più, che dovrebbe magari scuotere le coscienze di tutti, politici compresi. “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”. A leggerla è una road map per la politica. Con chiosa finale: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.

La nuova etica della Chiesa – espressa dall’immagine della corona di fiori gettata in mare – che ricorda papa Francesco a Lampedusa, va di pari passo con l’etica già sentita del discorso al Parlamento spagnolo: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona”. Al termine del viaggio in Spagna abbiamo così una Chiesa che si spende per i più deboli. E governi e parlamenti che ascoltano, omaggiano, applaudono, e lasciano correre il giorno dopo. Anche stavolta è andata così.

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Villaggio delle Rose in pericolo: perché vogliono spianare le nostre vite con le ruspe

​Siamo i rom di Chiesa Rossa, il villaggio delle rose. Oggi vi scriviamo con il cuore pesante. Stiamo vivendo giorni di profonda ansia e incertezza: il rischio che le nostre case, il nostro villaggio e le nostre vite vengano spianate dalle ruspe è reale. ​Il Comune ha deciso di superare il nostro campo e metterci nelle case popolari. Noi non lo vogliamo.

​Da 26 anni viviamo nell’area regolare di Chiesa Rossa. Il Comune ci ha messo lì, e lì noi abbiamo costruito le nostre vite, investito tutto quello che avevamo nelle nostre case prefabbricate e mobili. Siamo stati felici perché, con tutti i limiti e i problemi, siamo stati insieme nella nostra comunità, insieme con le nostre famiglie allargate. Per questo non ci piace vivere separati negli appartamenti, non vogliamo perdere i nostri legami, la nostra lingua e pensiamo che nelle case popolari ci dovrebbero andare quelli che le desiderano e le aspettano da anni. Si sta avvicinando la scadenza e noi non abbiamo ancora nessuna risposta. Abbiamo paura di dover lasciare il villaggio. Noi non possiamo farlo. Non abbiamo un’altra vita da innestare altrove da un giorno all’altro. ​In questi anni ci siamo messi in gioco, abbiamo partecipato, abbiamo aperto le porte del nostro villaggio e delle nostre storie alla vita della città. Abbiamo costruito ponti, non muri. All’amministrazione comunale abbiamo presentato proposte pratiche, concrete, ragionevoli e perfino belle per il futuro di quest’area. Proposte che dimostrano che un’alternativa allo sgombero e anche alle case popolari esiste.

​Abbiamo proposto al Comune di Milano di superare il campo in modo diverso, abbiamo costruito un progetto bellissimo e sostenibile di una cooperativa di abitanti che trasforma l’area di Chiesa Rossa da campo in un villaggio autogestito con le nostre risorse. Il Comune lo ha condiviso e ha aperto un tavolo con noi, ma al primo problema tecnico si è fermato. Ad oggi, perciò, non sappiamo ancora se le nostre idee verranno accolte. Ora abbiamo bisogno di voi. Ci rivolgiamo a tutti coloro che in questi anni ci sono stati vicini, e a cui noi siamo stati vicini. A chi è venuto ai nostri eventi e ha condiviso momenti di festa. A chi ha bevuto un caffè nelle nostre case, ascoltando le nostre storie. A studenti e ricercatori che hanno scritto tesi su di noi. A giornalisti e registi che hanno realizzato servizi e film insieme a noi. A chi ha partecipato alle presentazioni dei nostri libri su di noi. A chi è entrato nelle nostre case e nelle nostre vite e ci ha detto: “Che bello questo posto!”. A chi, ogni anno, ha commemorato con noi il Porrajmos per non dimenticare l’orrore del passato. A chi abbiamo votato e ci ha chiesto il voto. E anche a tutti quelli che non ci hanno mai visto e conosciuto, ma che credono che in una società civile anche noi esprimiamo un valore per quello che siamo e siamo degni di rispetto. Oggi abbiamo bisogno di sostegno e di amicizia. Incontriamoci lunedì 15 giugno alle ore 17 in piazza della Scala.

 

Le famiglie del villaggio delle rose di via Chiesa rossa 351

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Come abbiamo privatizzato anche dio: Trump e Netanyahu profeti blasfemi in nome del divino

Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto.
(W. Allen)

Viviamo l’epoca dell’accaparramento intensivo. E generalizzato. L’imperativo-guida è: prendere. E possedere. Ogni cosa. Compreso Dio. Afferrare tanto i beni materiali quanto quelli spirituali. Vale per la ricchezza, mai come ora concentrata nelle mani di pochi, vale per le coscienze rese preda della politica ridotta a propaganda manipolante, come per il predominio dei più forti sui più deboli. C’è una intima corrispondenza fra Elon Musk, che infarcisce la bassa atmosfera di satelliti per le comunicazioni e l’IA controllata dai super ricchi. E la guerra, che viene sempre scatenata per prendere qualcosa. Questo parossismo del possesso investe pure Dio. Egli non è più l’Assoluto (absolutus, “sciolto da vincoli”), diventa invece un valore d’uso e, come tale, subordinato e sottoposto all’utilizzo che l’uomo intende farne. L’idea del divino, come entità trascendente, nasce nella mente umana in conseguenza del thàuma (la “meraviglia” dei greci), lo “stupore” angoscioso provocato dalla finitudine e dalla morte.

Da lì tutti i miti che creano gli dei, la cui onnipotenza si mostra con tratti simili a quelli umani (dagli innamoramenti alla violenza, dalla gelosia alla vendetta). La creazione del Dio unico è originata da dinamiche analoghe. L’immaginazione del Dio onnipotente, che crea il mondo e “getta” l’uomo nel mondo, che dà adito alla salvezza dopo la morte. Non a caso nella tradizione Dio è concepito in sembianze antropomorfe: è emblematico il Dio dal volto umano, un vegliardo vigoroso con barba e capelli fluenti, rappresentato da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. La privatizzazione di Dio è una costante lungo la storia. Dal Deus vult (“Dio lo vuole!”) durante le Crociate, alle guerre di religione, al Gott mit uns (“Dio con noi”) inciso sui cinturoni delle SS. Ma oggi si è dinanzi a un salto di qualità nel processo volto a privatizzare il divino.
Dio è invocato dai governi a sostegno delle proprie politiche. Dio è divenuto ancoraggio di Stato. Non è evidente, questo, in Iran e Afghanistan? Non è evidente quando Trump si fa riprendere, nello studio ovale della Casa Bianca, circondato da esagitati evangelici, che gli impongono le mani come a garantirgli la protezione dell’Altissimo? E non è evidente in Israele, trasformatosi a sua volta in Stato teocratico?

Stefano Levi Della Torre, una delle menti più brillanti della diaspora ebraica, ripubblicando il suo libro Dio (Bollati Boringhieri, 2026) l’ha integrato con un interessante capitolo intitolato “Il concetto di Dio dopo Gaza”. Scrive fra l’altro: “La contesa prolungata col fondamentalismo islamista ha alimentato l’ascesa dal fondamentalismo ebraico in Israele, e viceversa”. E rileva: “Un Dio nazionale è quanto di più blasfemo, pagano e idolatrico si possa augurare all’idea di Dio”. L’Eretz Israel (il “grande Israele”) è l’obiettivo strategico derivante dall’affermazione biblica di Dio che “dona” la terra promessa al popolo ebraico. Da lì l’aberrazione del genocidio contro i palestinesi, che vanno sterminati in quanto abitanti abusivi di quella terra. Essi sono il nuovo Amalek. La privatizzazione di Dio – il suo accaparramento – mostra che egli vuole ciò che l’uomo vuole, e viceversa. Ciò che lo Stato vuole, e viceversa. È il rinnegamento più radicale dell’idea di Dio come entità suprema equanime. La sua “onnipotenza” resa evanescente dalla potenza umana, che la incorpora. Così abbassato, l’Altissimo non è più religione, diventa ideologia. Con il potere onniavvolgente della tecnica, l’uomo contemporaneo determina l’immanenza di Dio nelle proprie scelte, nelle proprie azioni e nel mondo, in misura radicalmente maggiore rispetto al passato. Dunque: “Dio è morto!”, come sosteneva Nietzsche? No, sopravvive trasposto nella privatizzazione dentro gli animi. Per cui non esiste il “superuomo”, ma, semplicemente, l’uomo. Con le sue bassezze e la sua potenziale grandezza, se decide di elevarsi oltre le proprie miserie.

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Meloni, il vero avversario è Vannacci: la premier punta su voto utile e legge elettorale per limitare il Generale

Per la nave pirata del generale Vannacci è il momento del varo ufficiale. La prima Costituente di Futuro Nazionale è convocata per oggi a Roma, all’Auditorium di via della Conciliazione, e il leader festeggia in anticipo annunciando 100mila iscritti in quattro mesi. Forse è vero e forse no, trattasi di autocertificazione, ma di certo la marcia di Vannacci procede. I sondaggi lo accreditano al 4,5-4,8% dei consensi ma si può star certi che dopo l’esordio da Lilli Gruber e complice il lieto evento fissato per oggi le comparsate televisive si moltiplicheranno. Molti detesteranno la visione più compiutamente vicina al fascismo che il mercato politico italiano offra oggi. In compenso la base della destra radicale delusa dal perbenismo di Giorgia e il ben più vasto bacino dell’astensionismo imbufalito col Palazzo e perennemente antisistema invece apprezzerà.

Se anche Vannacci si limitasse a consolidare il dato dei sondaggi attuali, e a maggior ragione se lo migliorasse ulteriormente, sarebbe probabilmente sufficiente per decretare la sconfitta del centrodestra nelle prossime elezioni. O meglio nelle prossime elezioni se si voterà con la legge voluta da Giorgia che, per un’ironia storica quasi abituale, rischia forte di danneggiare proprio la premier. Con lo Stabilicum, se sarà approvato, vince e si aggiudica il premio di maggioranza chi prende anche un solo voto in più degli avversari. Oggi, stando ai sondaggi, quel voto in più, senza Vannacci, lo prenderebbe il Campo Largo. I sondaggi sono affidabili fino a un certo punto e comunque aleatori. Ma in questo caso la situazione non dovrebbe poter cambiare di molto. In Italia destra e sinistra, quanto a voti assoluti, si equivalgono sin dal crollo della prima Repubblica. Quindi poco importa chi sia un passo avanti allo sparo di partenza: comunque ogni voto è necessario e una divisione significativa, pur se non enorme, nel proprio campo è quasi sempre fatale.
Con il Rosatellum, la legge ancora in vigore, le cose starebbero diversamente. È vero infatti che nei collegi maggioritari – circa un terzo degli eletti – si vince per un voto, ma l’elettorato di Vannacci non sarà probabilmente equamente distribuito su tutto il territorio nazionale, dunque i suoi voti mancanti sarebbero decisivi solo in una quota molto limitata di collegi. Inoltre quel sistema permette, a differenza dello Stabilicum, accordi di desistenza senza contare il peso specifico dei singoli candidati, che con i collegi è decisamente più essenziale. Insomma, per il centrodestra Vannacci è una minaccia comunque ma accresciuta in misura esponenziale proprio dalla legge che Meloni continua a volere.

La premier punta infatti sul voto utile, carta che effettivamente può funzionare. La campagna è già cominciata. Nel corso del dibattito di giovedì sul prossimo Consiglio europeo la premier si è scagliata contro Pozzolo, l’ex Fratello che, dopo aver sparato alla cieca a capodanno è passato a Fn, accusandolo di aiutare la sinistra “come una vera destra non farebbe mai”. Ma quello per Vannacci è un voto fortemente ideologico oppure compiutamente antisistema, dunque poco permeabile alle sirene del voto utile. È vero che in compenso, nel quadro dato, l’alleanza con Vannacci rappresenterebbe un’ipoteca di tutto rispetto sul risultato delle elezioni politiche. Sempre che Vannacci sia interessato e non è affatto detto dal momento che la posizione esterna è probabilmente quella che gli garantirebbe più consensi. Anche in questo caso, però, i rischi sarebbero forse ancora più enormi. Il generale ha già dimostrato nella breve e scottante esperienza nella Lega quanto sia spregiudicato. Una volta in maggioranza probabilmente non esiterebbe, se conveniente, a tirarsene fuori provocando la crisi del governo, o almeno il suo drastico indebolimento. La sua presenza al governo sarebbe per forza un fattore di destabilizzazione permanente e alla fine Forza Italia, che Fn considera una forza nemica e bersaglia quotidianamente potrebbe non reggere allo stress. Forse in definitiva alla premier, al momento decisa a evitare l’alleanza con il reprobo, converrebbe rinunciare alla riforma elettorale e giocarsi il tutto per tutto con il Rosatellum. Almeno per il momento, però, è decisa a non farlo e a giocarsi l’intera partita, contro il campo largo ma anche contro il “nemico a destra”, rischiando tutto.

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“Nordio è la cronaca di un fallimento annunciato: riforme al palo, carceri piene ma 50 nuovi reati”, parla Maria Elena Boschi

Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva, manca un anno o forse meno al termine della legislatura. Lei in un recente dibattito ha individuato il carcere come priorità. Cosa si può fare?
Dopo 4 anni di fallimenti del Governo, inutile aspettarsi qualcosa in pochi mesi. C’è una emergenza umanitaria nelle carceri che non può essere ignorata e che non può essere rimessa alla buona volontà di chi in carcere ci lavora o magari della generosità degli avvocati come lo scorso anno. Serve quanto meno la liberazione anticipata speciale che con il collega Giachetti chiediamo da tempo per una “decongestione” immediata. E rivedere il dl Caivano, visto il disastro degli Ipm. Poi, certo, occorrerebbe puntare di più sulle misure alternative, rafforzare l’organico dei magistrati di sorveglianza, investire sulla polizia penitenziaria.

Il Ministro Nordio sostiene che l’attuale situazione carceraria dipende anche dai Governi precedenti. Come replica?
Basta scuse. In via Arenula si assumano le loro responsabilità. Hanno avuto tempo, soldi del Pnrr e numeri in Parlamento per fare qualsiasi cosa e invece dopo 2 anni il commissario per l’edilizia carceraria non ha fatto nulla, le comunità per i detenuti con problemi di tossicodipendenza sono ferme al palo e continua ad aumentare il sovraffollamento, mentre diminuiscono i posti effettivi disponibili. E i suicidi non sono una mera statistica: sono vite spezzate. Nordio ha fatto il record di nuovi reati e aggravanti, ha stravolto la giustizia minorile e aumentato in modo vergognoso il numero di bambini in carcere con le loro mamme. E tutto questo senza che sia migliorata la sicurezza nelle nostre strade. Sono pronta ad un confronto all’americana sui numeri delle carceri ai tempi dei nostri Governi dal tragico sovraffollamento ereditato nel 2014 ai risultati positivi ottenuti con il ministro Orlando grazie anche a misure speciali e al coraggio di alcune depenalizzazioni.

A proposito di Nordio: avevate dato fiducia alle sue linee programmatiche condivise nel 2022. Adesso che bilancio fa?
Cronaca di un fallimento annunciato. Non mi sono mai illusa che Nordio potesse cambiare pelle al giustizialismo di Lega e FdI. Mi auguro loro non abbiano cambiato lui. Noi di Iv abbiamo avanzato proposte e sostenuto alcune leggi della maggioranza perché erano nel nostro programma elettorale e le condividevamo. Ma purtroppo il bilancio è negativo: le riforme su prescrizione, inappellabilità della sentenza di proscioglimento, legittimo impedimento dell’avvocato, sequestro dei cellulari, uso del trojan, sono tutte ferme e non vedranno mai la luce. In compenso abbiamo il reato di rave party e oltre 50 nuovi altri reati.

Secondo lei Nordio su molti dossier, quali ad esempio il carcere (si era detto a favore di misure clemenziali quando era ancora pm) e su depenalizzazioni, ha cambiato idea o si è dovuto piegare alla Meloni?
Che differenza fa? Che abbia cambiato idea o si sia voluto tenere la poltrona, conta il risultato finale che è pari a zero. Ho conosciuto Nordio quando era ancora un magistrato, ho letto i suoi libri, apprezzato il suo pensiero, ma ormai non ritrovo più quelle idee nel Nordio Ministro. Forse poteva essere ricordato come il ministro di destra più liberale, sara’ ricordato solo per il suo panpenalismo populista.

Nordio ha fallito il referendum e non porta a casa quasi nessuna riforma liberale. Si sarebbe dovuto dimettere?
Sì, certo. Prima ha proposto una riforma del governo blindata, senza aprirsi al confronto in Parlamento e poi ha guidato una campagna referendaria tutta all’attacco della magistratura. Certo, non è arrivato a definire i magistrati un “plotone di esecuzione” come Bartolozzi o a mentire come Meloni che ha parlato di spacciatori e violentatori rimessi in libertà, ma questi toni hanno avvelenato il confronto. E gli italiani hanno sonoramente bocciato il governo. Si sarebbero dovuti dimettere Nordio, cosi come Mantovano, Meloni e tutto il governo. Invece, hanno fatto dimettere Santanchè, Delmastro e Bartolozzi – che non rimpiangiamo – ma quando si perde ci si assume la responsabilità della sconfitta, non si presenta il conto ai collaboratori.

Il Governo ora parla di dialogo sulle possibili riforme delle giustizia: atteggiamento tardivo?
No, direi più una presa in giro. Nordio ha presentato una riforma costituzionale non emendabile (mai successo), è andato avanti a decreti legge e voti di fiducia e ora che è del tutto sfiduciato dopo la sconfitta al referendum chiede il dialogo? O è il gesto disperato di chi si rende conto di non averne azzeccata una o il gesto troppo furbo di chi è già in campagna elettorale.
Concentriamoci su poche cose come la stabilizzazione degli addetti dell’ufficio del processo, il ripensamento della riforma dei giudice di pace, le carceri.

Dodici milioni di italiani chiedono che la giustizia cambi. Come prendere in considerazione questo malcontento?
In realtà molti di più. Tanti di coloro che hanno votato no, hanno bocciato il governo ma vorrebbero una vera riforma della giustizia. Magari non raccontata come “ritorsione” verso magistrati, ma come tentativo di dare ai cittadini un sistema più giusto ed efficiente, oltre che rapido. Con il doveroso ammonimento del presidente Greco: non si può barattare l’esigenza di celerità con la necessità delle garanzie.

Si avvicinano le elezioni per il rinnovo del Csm. Lei teme in nuove derive correntizie o crede che la magistratura abbia voltato pagina?
Temo che la nuova legge elettorale per il CSM varata da Cartabia lasci tutto inalterato rispetto al gioco delle correnti, motivo per cui non votammo a favore di quella riforma. Dopo il referendum, forse, cambieranno i pesi delle diverse correnti e quindi gli equilibri nel Csm ma non penso che spariranno come per magia, anzi. E peraltro non basterebbe nemmeno una nuova legge elettorale, serve un profondo ripensamento culturale.

Il caso Minetti ha riacceso il faro sull’istituto della grazia. In un mondo perfetto forse il Presidente della Repubblica potrebbe anche non conoscere il nome di chi la richiede, perché conta solo il percorso. Lei che idea si è fatto di questa vicenda?
Non entro nel merito delle valutazioni fatte dalla Procura e, quindi, dal Quirinale perché non ho elementi sufficienti. Penso che ci dobbiamo fidare della correttezza degli accertamenti svolti. Mi ha colpito però la solita gogna mediatica sollevata che non ha avuto rispetto nemmeno del minore coinvolto.

Lei sarebbe d’accordo sulla responsabilità civile dei magistrati?
Siamo stati noi con Renzi a cambiarla nel 2015 per rafforzarla e vi assicuro che quelle modifiche non piacquero molto ai magistrati, cosi come la riduzione della sospensione feriale. Noi siamo d’accordo a rivederla perché tutti devono rispondere per i propri errori, magistrati come avvocati. Ma resterà solo un altro spot elettorale del governo. Non hanno nemmeno voluto votare l’istituzione della giornata degli errori giudiziari in memoria di Tortora che avevamo proposto noi, figuriamoci se toccheranno la responsabilità dei magistrati.

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