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Indonesia, nuova scossa di magnitudo 5,6 al largo delle coste: 700 italiani bloccati sull’isola di Flores. Sale il bilancio delle vittime

Un altro terremoto, questa volta di magnitudo 5.6, ha colpito l’Indonesia alle 2.46 (ora italiana) di stanotte, 17 agosto. L’ipocentro è stato localizzato a una profondità di 18 chilometri, circa 175 km a est della città di Labuan Bajo. Secondo quanto riporta l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), non è stato emesso alcun allarme tsunami. Non risultano danni o conseguenze sulla popolazione.

Si aggrava però il bilancio del sisma di magnitudo 7.7 che ha colpito l’isola di Flores negli scorsi giorni. In particolare sono almeno 53 le persone che hanno perso la vita e 12.800 quelle che non possono rientrare nelle proprie case secondo l’agenzia nazionale indonesiana per la gestione dei disastri (Bnpb). Sono 135 invece i feriti. Ad aumentare è anche il numero degli italiani presenti al momento del terremoto e che ora sono bloccati sull’isola. In particolare sono 700 i connazionali non residenti e registrati su “Dove siamo nel mondo”. Nessuno di loro tuttavia sembra aver riportato danni o problematiche.

La Farnesina, attraverso l’Ambasciata italiana a Giacarta e l’Unità di Crisi, continua a fornire informazioni ai propri cittadini per permettergli di tornare a casa. Alcuni gruppi di vacanzieri sono riusciti a salire sull’aereo per lasciare il Paese già nella notte tra il 15 agosto e il 16. Complessivamente in Indonesia risultano almeno 2000 italiani iscritti all’Aire e circa 6000 connazionali non residenti registrati su “Dove siamo nel mondo”. Secondo il Ministero degli Esteri, al momento i principali aeroporti dell’area risultano operativi ma l’elevata domanda di voli da parte dei turisti internazionali e della popolazione locale sta determinando una disponibilità limitata di posti sui collegamenti aerei in partenza dall’area. La Farnesina intanto invita i connazionali presenti nell’area a mantenersi in contatto con l’Ambasciata e a registrare la propria presenza sui sistemi dell’Unità di Crisi.

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Pioggia di droni ucraini sulla Russia: oltre 1.500 in 24 ore. “Record da inizio guerra”. Telegraph: “Mosca ha costruito decine di basi per il lancio a lungo raggio”

Il ministero della Difesa russo sostiene di aver abbattuto circa 1.500 droni ucraini sull’intero territorio nazionale solo nella notte tra sabato e domenica. Il sindaco di Mosca, Serghei Sobyanin, ha riferito che circa 600 erano diretti verso la capitale, mentre il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha definito quella di oggi “una delle più massicce” offensive degli ultimi anni. Il bilancio più grave in Russia è stato registrato nella regione meridionale di Rostov, dove cinque persone sono rimaste uccise. Un’altra vittima è stata segnalata nella regione della capitale, dove un drone ha colpito l’abitazione di un uomo di 83 anni, e una settima nella regione di Belgorod, in un attacco contro un autobus.

Un’ulteriore ondata si sarebbe abbattuta sulla Russia la scorsa notte, quando i sistemi di difesa aerea “hanno intercettato e distrutto 205″ droni ucraini sui territori delle regioni di Astrakhan, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Volgogrado, Kaluga, Kursk, Rostov, Repubblica di Crimea e sulle acque dei mari d’Azov e Nero, ha comunicato il ministero della Difesa.

Domenica a Podolsk, a sud di Mosca, è stato colpito nuovamente un magazzino di Wildberries, il maggiore gruppo russo dell’e-commerce, già preso di mira nelle ultime settimane dall’Ucraina con l’accusa di contribuire alla logistica militare di Mosca. Secondo Kiev sono stati messi fuori uso sette centri logistici su dieci di quella che viene considerata l’Amazon russa. Un incendio è stato segnalato anche in un deposito farmaceutico a Domodedovo. Kiev ha inoltre rivendicato di aver colpito nella regione di Rostov un impianto per la produzione di carburante per missili.

Contemporaneamente la Russia ha attaccato diverse regioni ucraine. Due persone sono morte e 14 sono rimaste ferite in un bombardamento contro l’acciaieria ArcelorMittal di Kryvyi Rih (città natale di Volodymyr Zelensky), dove la produzione è stata parzialmente sospesa. Altre due persone sono state uccise nella regione di Zaporizhzhia e una nella regione di Sumy. A Kiev missili e droni hanno provocato incendi e ferito diverse persone, mentre le fiamme hanno devastato anche il popolare mercato dei libri di Pochaina, conosciuto per le bancarelle di volumi rari e antichi.

Secondo un’inchiesta del Telegraph, Mosca ha costruito e ampliato almeno 10 basi militari progettate per il lancio massiccio di droni di ultima generazione lungo i confini con l’Ucraina e la Bielorussia. Alcuni di questi hub sono stati creati convertendo basi militari e aeroporti civili preesistenti, mentre altri sono stati costruiti da zero in aree rurali. Analizzando immagini satellitari, documenti riservati e dati della società di analisi DroneSec, giornalisti e analisti militari hanno individuato 59 rampe di lancio meccaniche, catapulte su rotaia che sostituiscono le piste di atterraggio e consentono il lancio rapido di droni pesanti simili ad aerei proprio in prossimità della linea del fronte. Almeno 20 di queste sarebbero progettate per il lancio delle più recenti versioni ad alta velocità di droni a lungo raggio, dotate di propulsione a reazione.

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Borsa, Piazza Affari col segno più: Ftse Mib +0,43%. Scatto di Stm e Prysmian

Partenza positiva per Piazza Affari nella seduta del 17 agosto. Il Ftse Mib guadagna lo 0,43% e raggiunge 53.812 punti, con Stm e Prysmian davanti alle altre blue chip. Fincantieri apre invece in calo dell’1,51%.

Fincantieri cede l’1,51%, in calo anche Campari, Amplifon e Brunello Cucinelli a Piazza Affari

Stm e Prysmian prendono subito la testa del Ftse Mib. Nelle prime battute della seduta Stm guadagna il 3,34%, mentre Prysmian avanza del 2,62%.

Gli acquisti contribuiscono alla partenza positiva di Piazza Affari, con il Ftse Mib a 53.812 punti, in rialzo dello 0,43%. Segno più anche per Ferrari, che sale dell’1,22%, e Saipem, avanti dello 0,86%.

Tra i titoli in rosso, Fincantieri perde l’1,51%. Seguono Campari a -0,89%, Amplifon a -0,60% e Brunello Cucinelli a -0,54% nelle prime contrattazioni della giornata.

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Spionaggio in Corea del Sud, due ex militari cinesi arrestati vicino alle installazioni Usa

Due cittadini cinesi, entrambi con un passato nelle forze armate del loro Paese, sono stati arrestati in Corea del Sud con l’accusa di avere raccolto illegalmente informazioni riguardanti le attività militari sudcoreane e statunitensi. Un’indagine che tocca direttamente uno dei dispositivi di sicurezza più importanti dell’Indo-Pacifico, ma sulla quale restano ancora da chiarire alcuni passaggi decisivi: soprattutto se il materiale raccolto sia stato trasmesso alle autorità cinesi e se dietro l’attività dei due uomini vi fosse un committente.

A riferire gli arresti è Associated Press, citando la polizia sudcoreana. I due casi, almeno sulla base delle informazioni rese pubbliche finora, sono distinti. Li accomunano però il precedente servizio militare dei sospettati in Cina e la natura degli obiettivi: infrastrutture, comunicazioni e personale collegati alla presenza militare americana nella penisola coreana.

Le comunicazioni intercettate vicino alla base

Il primo sospettato è un cittadino cinese di circa sessant’anni. Secondo gli investigatori avrebbe installato in un albergo vicino a una base aerea utilizzata congiuntamente dalle forze sudcoreane e statunitensi un sistema composto da un ricevitore software-defined radio, un’antenna e un computer portatile.

L’apparato sarebbe stato utilizzato in diverse occasioni, a partire dal 2024, per intercettare le comunicazioni tra i caccia pilotati da militari sudcoreani e americani e i controllori del traffico aereo della base. L’uomo è stato arrestato il 10 agosto con l’accusa di avere violato, tra le altre, le norme sudcoreane sulla protezione delle comunicazioni.

Agli investigatori avrebbe spiegato di essere un appassionato di comunicazioni aeronautiche: dopo avere ascoltato quelle tra velivoli civili e torri di controllo, avrebbe voluto fare altrettanto con gli aerei militari. Una versione che la polizia sta verificando. Il computer sequestrato è sottoposto ad analisi forense proprio per stabilire se le informazioni intercettate siano rimaste nella disponibilità dell’uomo oppure siano state trasmesse ad altri soggetti, comprese eventuali autorità cinesi. Al momento, su questo punto, non è stata resa pubblica alcuna prova di un trasferimento a Pechino.

Informazioni sul comando americano

Il secondo arresto riguarda un cittadino cinese sulla quarantina, anch’egli già appartenente alle forze armate cinesi. Gestisce un negozio di forniture militari nei pressi del quartier generale statunitense nell’area di Seoul.

Secondo la ricostruzione della polizia, l’uomo avrebbe raccolto materiale sulle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, fotografie relative ai movimenti di armamenti e informazioni sugli avvicendamenti ai vertici militari americani. Una parte di questi dati sarebbe arrivata da una cittadina sudcoreana impiegata presso il comando Usa, alla quale il sospettato avrebbe consegnato denaro. Gli investigatori ritengono inoltre che tra i due vi fosse una relazione personale.

Anche in questo caso la spiegazione fornita dall’indagato è di natura privata: avrebbe cercato quelle informazioni perché le riteneva utili alla propria attività commerciale. La polizia contesta questa ricostruzione e procede per violazioni delle norme riguardanti, tra l’altro, la protezione delle installazioni militari.

L’ambasciata cinese a Seoul, contattata da Associated Press dopo l’annuncio degli arresti, non aveva risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia.

Il momento scelto da Seoul

Il calendario aggiunge inevitabilmente un elemento al quadro, senza per questo dimostrare un collegamento tra gli arresti e le manovre militari. Dal 17 al 27 agosto, Stati Uniti e Corea del Sud terranno infatti l’edizione 2026 di Ulchi Freedom Shield, la grande esercitazione annuale dedicata alla preparazione delle forze alleate sulla penisola. Circa 18 mila militari sudcoreani prenderanno parte alle attività, che quest’anno comprenderanno anche scenari legati a droni, interferenze Gps e attacchi informatici.

La Corea del Sud rimane uno dei pilastri della postura militare americana in Asia orientale. Washington mantiene nel Paese circa 28.500 uomini, formalmente destinati in primo luogo alla deterrenza nei confronti della Corea del Nord. La loro presenza, tuttavia, si inserisce ormai in un dispositivo regionale più ampio, nel quale la penisola coreana è anche uno dei punti di contatto tra la strategia statunitense e la crescente competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

È precisamente per questo che informazioni apparentemente circoscritte – frequenze radio, procedure operative, movimenti di mezzi, calendari delle esercitazioni, avvicendamenti del personale – assumono un valore diverso se raccolte sistematicamente. Il lavoro d’intelligence non passa necessariamente dalla sottrazione di un singolo documento classificato: può procedere anche attraverso l’accumulazione di dati separati che, messi insieme, consentono di ricostruire abitudini operative e vulnerabilità.

Una legge sullo spionaggio che sta cambiando

Il caso cade inoltre in una fase particolare per il sistema di controspionaggio sudcoreano. Per decenni l’architettura legislativa di Seoul è stata costruita principalmente attorno alla minaccia proveniente dalla Corea del Nord. L’articolo 98 del codice penale limitava infatti il tradizionale reato di spionaggio alle attività svolte nell’interesse di un “Paese nemico”, con conseguenti difficoltà nell’applicarlo a operazioni condotte per conto di altri Stati.

Il Parlamento ha modificato la norma il 26 febbraio 2026. Dal prossimo 13 settembre, il campo di applicazione verrà esteso alle attività svolte a beneficio di qualsiasi Paese straniero o organizzazione equivalente. È una revisione maturata dopo anni di discussione proprio sulla necessità di adeguare gli strumenti giuridici a una competizione che non riguarda soltanto il confronto militare con Pyongyang, ma anche tecnologia, industria e intelligence.

Gli arresti dei due ex militari cinesi precedono quindi l’entrata in vigore della nuova disciplina e saranno valutati sulla base delle norme attualmente applicabili. Ma mostrano quale sia il problema che Seoul intende affrontare: proteggere una presenza militare americana capillare e un apparato tecnologico avanzato da operazioni che possono muoversi in una zona molto più sfumata rispetto allo spionaggio tradizionale.

Per ora, ciò che è accertato è più limitato: due uomini sono stati arrestati, la polizia sostiene che abbiano raccolto informazioni di interesse militare e gli investigatori stanno cercando di capire quale uso ne sia stato fatto. L’eventuale regia di Pechino resta invece da provare. Ed è proprio questa distinzione, in una vicenda destinata a essere osservata da Washington oltre che da Seoul, a separare i fatti già emersi dalle conclusioni che l’indagine deve ancora raggiungere.

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Altro che “dolce far nulla”, l’estate è diventata una trappola psicologica: ecco cos’è la SAD, la “Summertime Sadness”

“L’estate mi ammazza – scriveva Cesare Pavese in una lettera -. Io non concludo più nulla. Sono morto, morto”. Arrivati alla quarta ondata di calore, neanche i più ferventi appassionati di questa stagione potrebbero mai dargli torto. Pavese oggi è in buona compagnia: sempre più persone vivono male “la bella stagione” provando tristezza, noia, frustrazione e ansia. I fattori sono molteplici, ma le temperature estreme peggiorano la situazione, condizionando il benessere fisico e mentale.

Diciamoci la verità: il mito della dorata estate italiana, del dolce far nulla e del divertimento è stato costruito a tavolino dagli enti di promozione del turismo. Per la maggior parte delle persone, esiste solo nei ricordi delle vacanze estive tra un anno scolastico e l’altro – un tempo fatto di pranzi dalla nonna, pomeriggi con i cugini, gelati che costavano un terzo rispetto a oggi e giornate intere passate sul bagnasciuga. Con l’età adulta l’estate inizia a diventare una stagione faticosa: si fa tutto ciò che si è sempre fatto negli 11 mesi precedenti, ma sudando.

Le ferie sono troppo poche e troppo lontane – e i prezzi attuali della benzina non aiutano certo a partire. I social network ci fanno credere che tutti – ma proprio tutti – sono in vacanza. Che tutti si divertono, fanno baldoria e veleggiano in barca verso al tramonto. Tutti tranne la persona che guarda attraverso lo schermo, magari nell’ennesima notte insonne, quando fa troppo caldo per dormire.

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Falsi colloqui e siti-clone, così l’intelligence cinese cerca esperti occidentali

Per mesi alla Horizzen, una piccola società di consulenza australiana con sede a Brisbane, sono arrivate richieste piuttosto strane. Curriculum di esperti di difesa, telefonate, candidature per presunti posti di lavoro negli Stati Uniti. Il problema era semplice: Horizzen non stava assumendo nessuno.

La spiegazione è arrivata molto più tardi. Qualcuno aveva copiato online il nome della società, l’indirizzo, il numero di telefono e parte dei contenuti del suo sito per dare credibilità a una falsa società di consulenza che cercava esperti di difesa, politica e commercio.

Il sito è finito nell’inchiesta dell’Fbi sulle operazioni di reclutamento che le autorità americane attribuiscono a soggetti collegati all’intelligence cinese.

La vicenda è stata ricostruita nelle ultime ore dal Guardian Australia, che ha collegato il sito-clone della società di Brisbane a una delle tredici piattaforme sequestrate dal dipartimento di Giustizia americano lo scorso giugno. Il particolare australiano è nuovo. Il metodo, invece, è diventato abbastanza frequente da spingere i servizi occidentali a parlarne pubblicamente.

Una società vera per costruirne una falsa

Secondo il Guardian, Horizzen aveva iniziato a ricevere le prime comunicazioni anomale dalla metà del 2025. Solo un anno più tardi l’azienda ha scoperto che il dominio che ne imitava l’identità era stato sequestrato dalle autorità federali statunitensi nell’ambito di un’indagine di controspionaggio.

Il valore della copertura era precisamente nella sua banalità. Invece di inventare da zero un’impresa dai contorni inevitabilmente vaghi, chi aveva costruito la piattaforma aveva preso in prestito i dettagli di una società realmente esistente.

Il dipartimento di Giustizia americano sostiene che le tredici piattaforme sequestrate facessero parte di uno schema costruito per avvicinare cittadini statunitensi, compresi funzionari ed ex funzionari in possesso di autorizzazioni di sicurezza e quindi potenzialmente esposti a informazioni classificate.

I posti di lavoro pubblicizzati avevano titoli assolutamente ordinari: analista senior, consulente per gli affari internazionali, esperto di geopolitica. Gli annunci apparivano su piattaforme per professionisti e freelance e le materie richieste coincidevano, secondo gli atti giudiziari americani, con temi di interesse per il governo cinese.

Prima una ricerca, poi le informazioni riservate

Il meccanismo ricostruito dall’Fbi non prevedeva di chiedere immediatamente un documento classificato.

Il primo incarico poteva consistere nella produzione di un rapporto di ricerca, accompagnato da una remunerazione relativamente elevata. Una volta costruito il rapporto personale, al candidato potevano essere chieste informazioni sempre più difficili da reperire pubblicamente, fino alla richiesta di materiale proveniente da fonti interne.

Per rendere credibili le società venivano utilizzati contratti e accordi di riservatezza. Le comunicazioni potevano poi spostarsi su Telegram o altre applicazioni cifrate, mentre i pagamenti venivano effettuati attraverso conti intestati a identità fittizie o criptovalute.

Secondo il dipartimento di Giustizia, i siti utilizzavano alias, identità rubate e fotografie generate con l’intelligenza artificiale. Gli investigatori sostengono che lo schema fosse operativo almeno dal novembre 2023. Le persone dietro l’operazione hanno negato qualsiasi rapporto con un governo straniero.

Il mestiere più vecchio, con strumenti nuovi

L’elemento interessante non è tanto l’uso dell’intelligenza artificiale in sé. Una falsa fotografia o un sito generato rapidamente non sostituiscono le tecniche tradizionali dello spionaggio. Le rendono però più economiche e scalabili.

Costruire una copertura commerciale credibile richiedeva un tempo personale, documenti e infrastrutture. Oggi parte di quel lavoro può essere automatizzata: testi professionali, immagini di dipendenti inesistenti, profili social e interi siti possono essere prodotti rapidamente e modificati quando vengono scoperti.

È un moltiplicatore, non un nuovo mestiere. Lo ha spiegato indirettamente anche l’Fbi quando, annunciando il sequestro dei tredici domini, ha indicato proprio la combinazione tra contenuti generati dall’IA, piattaforme professionali e sistemi di pagamento online come una delle caratteristiche del metodo attribuito ai servizi cinesi.

La vulnerabilità sono le persone

Nessuno dei bersagli deve necessariamente considerarsi una spia. Un ex militare può ritenere di essere pagato per la propria esperienza. Un diplomatico in pensione può pensare di scrivere un’analisi. Un funzionario può convincersi che un’informazione sia innocua perché non formalmente classificata, pssaggio graduale che rende efficace il reclutamento. Il bersaglio può rendersi conto molto tardi che la domanda successiva non riguarda più ciò che sa per competenza professionale, ma ciò che conosce perché ha avuto un determinato incarico. Il rapporto pubblicato questa settimana dall’intelligence neozelandese descrive uno schema quasi identico: falsi consulenti o reclutatori che cercano funzionari ed ex funzionari tramite piattaforme professionali, commissionano inizialmente studi e analisi e successivamente chiedono informazioni privilegiate.

È difficile considerare la coincidenza irrilevante. Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e gli altri partner Five Eyes stanno cercando di portare una parte del controspionaggio fuori dagli uffici dei servizi e dentro le normali abitudini professionali di chi ha lavorato nelle istituzioni. Il caso Horizzen racconta bene il perché. Una società può essere coinvolta in un’operazione d’intelligence senza saperne nulla. Un candidato può finire nel radar di un servizio straniero pensando semplicemente di avere trovato un lavoro ben pagato.

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“Sono discalculica, non so contare fino a 2. Il malessere sono io. Mi pento dei tatuaggi, voglio togliere il coltello che entra nel collo ma fa malissimo”: parla Ema Stokholma

Ema Stokholma non ricorre alla diplomazia quando si tratta di parlare di sé. In una lunga e schietta intervista rilasciata al Corriere della Sera, la conduttrice ha tracciato il bilancio della sua quotidianità partendo da difetti e pentimenti. Sulla gestione economica ammette senza mezzi termini di avere le “mani bucatissime“, soprattutto per l’arredamento: “Per la casa ho esagerato. Per i vestiti no, quelli tanto ce li prestano”. Altro capitolo aperto è quello dei tatuaggi, che sta faticosamente rimuovendo con risultati altalenanti: “Non bene, perché fa malissimo e non c’ho voglia”. Il primo della lista da eliminare è un “coltello che entra nel collo ed esce dalla parte opposta”, mentre sul “corvo sulla pancia” ha dovuto arrendersi: “Ho provato a toglierlo ma ho pianto, e quindi me lo tengo”.

Sul fronte sentimentale, la conduttrice smentisce la sua celebre teoria secondo cui la felicità coinciderebbe solo con l’essere single: “Lo confermo e lo rinnego in questo momento”. Da pochi mesi è infatti legata a un nuovo compagno: “Fa il pittore”.

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Garlasco, sfratto e addio lavoro. Sempio, quattro consulenze decisive e quel “tic tac” continuo

Il giallo di Garlasco continua, a distanza ormai di oltre 19 anni da quel drammatico 13 agosto 2007, infatti, non c’è ancora nessuna certezza su chi sia il killer di Chiara Poggi. Si avvicina intanto una data chiave, il 28 settembre sarà il termine ultimo per le indagini preliminari. Al momento l’unico indagato è Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara, ma contro di lui ci sono solo prove indiziarie, dai soliloqui, al dna sotto le unghie all’impronta 33 sul muro. Potrebbero essere non sufficienti per un nuovo processo. Da qui la decisione di procedere con quattro nuove consulenze su Sempio, una anche psichiatrica. Ma i legali fanno muro. Corsa contro il tempo insomma per fornire nuovi elementi a carico dell’indagato. Poi ci sarà la decisione del gip se procedere col rinvio a giudizio o archiviare.

Ma per Sempio continua il periodo nero, come se non bastassero le accuse per il delitto di Chiara, Andrea deve affrontare anche diverse problematiche personali e familiari. Dopo il tentato suicidio della madre e lo sfratto dalla casa in cui abitava, ecco un’altra mazzata: Sempio è stato licenziato anche dal posto di lavoro in cui operava. O meglio, il licenziamento – come riporta Il Messaggero – avverrà alla fine del mese, il 31 agosto. Il motivo è legato alla chiusura del negozio di telefonia in cui lavorava. L’attività è stata infatti venduta e non si sa che intenzioni abbiano i nuovi proprietari.

Tornando alle indagini, però, restano molti punti interrogativi. La possibile nuova dinamica del delitto con Andrea Sempio sulla scena e Alberto Stasi escluso, lascia molti dubbi. Sempio, stando all’accusa, si sarebbe probabilmente nascosto in giardino per entrare di nascosto in casa nel momento in cui Chiara ha aperto per far uscire i gatti. Poi ci sarebbe stata l’aggressione in più punti della casa, poi forse la fuga dai campi tutto sporco di sangue per raggiungere la casa della nonna. Un fantasma che nessuno ha notato e che sarebbe poi tornato a casa sua per pranzo “con gli stessi vestiti puliti che indossava al mattino”, come ha ripetuto più volte la madre di Sempio. Misteri, incongruenze, mancanze. Una vicenda giudiziaria infinita che per diversi criminologi “rischia di restare un caso irrisolto”.

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Simona “veleno” Quadarella, Regina d’Europa fra libri, piscina e Roma

Un europeo da incorniciare per Simona Quadarella, che ha polverizzato la concorrenza nel mezzofondo in acqua. Il tris di medaglie d’oro la pone in cima alle nuotatrici più vincenti di tutti i tempi ma soprattutto restituisce all’Italia un talento purissimo che si prende la rivincita nella piscina di Parigi, amarissima due anni fa.

Il retroscena: la delusione di Parigi, l’impegno sui libri e il “veleno” in acqua

Simona “veleno” Quadarella, Regina d’Europa fra libri, piscina e Roma

La svolta arriva dopo la delusione di Parigi 2024, olimpiade chiusa con due quarti posti e tanti rimpianti. Simona non si scompone, trasforma la delusione in benzina e si dedica allo studio,: sacrificio, disciplina e voglia di vincere. Non a caso, sua madre la chiama “veleno”, termine spiccatamente romano per indicare una feroce determinazione nell’inseguire un obiettivo. E Simona, i suoi, li mette tutti in fila: arriva la laurea in Comunicazione Digitale, poi il prepotente ritorno alla vittoria al Settecolli e infine i tre ori collezionati sparecchiando il tavolo e sbaragliando la concorrenza con la vittoria nei 400 stile libero, dopo aver poggiato per prima la mano sulla piastra anche negli 800 e nei 1500.

Il segreto: il cambio di allenatore e  preparazione, l’Australia e Los Angeles

Dietro i successi di Simona c’è il cambio di allenatore e una preparazione quotidiana impegnativa, al limite dello sfinimento. Con Gianluca Belfiore è cambiato il modo di lavorare e Quadarella ha trascorso gran parte delle sue giornate in piscina, alternando il lavoro in acqua alla palestra. Due volte al giorno, quattro giorni alla settimana e una gli altri due giorni. Il passaggio dalla piscina alla palestra è fondamentale , un’alternanza studiata per sostenere la resistenza e la forza necessarie nelle gare di fondo. Quanto al futuro, Simona non invecchierà in acqua, per sua stessa ammissione. E la sua carriera sembra già avere una data di scadenza. L’ultima gara potrebbe arrivare nel 2029. Scelta non casuale, dopo le Olimpiadi di Los Angeles, in programma nell’estate del 2028. Una nuova rivincita, prima di lasciare.

Simona fuori dalla piscina: Roma e la Roma, i viaggi, la fotografia e la carbonara

Simona “veleno” Quadarella, Regina d’Europa fra libri, piscina e Roma

Fuori dall’acqua, Simona Quadarella conserva il legame fortissimo con la sua città. È una grande tifosa della Roma e quando gli impegni glielo consentono, frequenta da tifosa lo stadio Olimpico. Tra le sue passioni ci sono anche i viaggi, il mare e soprattutto la fotografia, ereditata dal padre. Anche in vacanza, tuttavia, non manca lo sport: Simona ama il trekking e predilige cammini collinari e percorsi di montagna che le permettono di vivere lo sport anche lontano dalla piscina. Per quanto riguarda l’alimentazione, Simona segue le esigenze di un’atleta di altissimo livello, ma quando arriva il momento dello “sgarro”, si concede una scelta che non potrebbe essere più romana: una gustosa pasta alla carbonara. Un piccolo piacere che però racconta quanto sia forte e indissolubile il legame con la sua città.

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Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez sposi in salotto: dai look Gucci al diamante da 50 carati e la Madonna di Fatima, i dettagli delle nozze segrete

Nessun castello affittato in esclusiva, nessuna folla oceanica, nessuna parata di celebrità internazionali. Dopo quasi dieci anni insieme e una vita costantemente sovraesposta, Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez sono diventati marito e moglie nel modo più inaspettato per una delle coppie più mediatiche del pianeta: nel salotto di casa loro.

A dare l’annuncio iniziale è stata la stessa coppia, attraverso un’immagine essenziale pubblicata sui social: una foto ravvicinata delle loro mani intrecciate con le fedi al dito, accompagnata solo dalle iniziali “C” e “G. È stata poi la rivista Vogue, con un’esclusiva digitale firmata da Gaby Wood e accompagnata dagli scatti del fotografo Juergen Teller, a svelare tutti i dettagli di una cerimonia che ha ribaltato ogni pronostico.

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Paura a Malpensa, bagagli in fiamme durante l’imbarco sul volo per Londra: sospetta batteria al litio

Una colonna di fumo si è alzata poco prima delle 13 di domenica 16 agosto dal piazzale del Terminal 1 di Malpensa, dove un carrello portabagagli ha preso fuoco mentre veniva utilizzato per caricare le valigie nella stiva di un volo British Airways diretto a Londra. Il mezzo, gestito dalla società di handling Aviapartner, si è trasformato in pochi istanti in un rogo che ha messo in allerta tutto lo scalo milanese.

Il fumo che ha fatto scattare l’allarme

Dall’automezzo si è sprigionata all’improvviso una densa nube nera, sufficiente a far scattare l’allarme generale nell’area di piazzale. I vigili del fuoco del distaccamento aeroportuale sono intervenuti in pochissimi minuti, riuscendo a circoscrivere e spegnere le fiamme prima che potessero estendersi oltre il carrello e i bagagli che vi si trovavano sopra. Il velivolo e le strutture circostanti non sono stati toccati dal fuoco.

L’ipotesi di una batteria surriscaldata

Gli accertamenti in corso si concentrano su una pista precisa: il surriscaldamento di una batteria al litio custodita in una delle valigie caricate sul carrello, favorito dal caldo intenso di questi giorni. Non è la prima volta che un episodio simile si verifica in Lombardia. Lo scorso 8 luglio un caso analogo aveva provocato un incendio ben più esteso nel centro di smistamento del corriere Brt, con una nube di fumo nero visibile a distanza.

Voli regolari, solo il collegamento per Londra ha subito ritardi

L’aeroporto non ha registrato alcuna ripercussione sull’operatività complessiva e il traffico aereo è proseguito senza interruzioni. L’unico disagio concreto ha riguardato i passeggeri del volo diretto in Gran Bretagna, la cui partenza, originariamente fissata poco prima delle 14, è stata posticipata di circa due ore per consentire i controlli di sicurezza resi necessari dall’accaduto. L’aereo è infine decollato regolarmente attorno alle 16.

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Iran, scadono i 60 giorni della tregua con gli Usa: taglia da 30mila dollari sui soldati americani e scontro su Hormuz

I 60 giorni fissati dal memorandum di Islamabad arrivano alla scadenza con Iran e Stati Uniti ancora lontani da un accordo. Teheran ha rafforzato missili e droni e offre 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di militari americani, mentre continua lo scontro sul controllo di Hormuz.

Teheran prepara missili e droni mentre Washington alza la pressione economica e militare

L’Iran ha trascorso gli ultimi due mesi preparandosi anche alla possibilità di un nuovo allargamento dei combattimenti. Funzionari iraniani e arabi riferiscono che Teheran ha aumentato la produzione di missili e droni e affidato incarichi chiave a esponenti della linea dura, convinta che gli Stati Uniti stessero utilizzando la pausa per preparare un futuro attacco. Funzionari dell’intelligence araba parlano di un “cambiamento strategico” con l’obiettivo di “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”.

Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, ha sintetizzato il clima nel Paese: “in Iran e’ diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.

Nelle stesse ore il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha definito i militari statunitensi “aggressori” e annunciato una ricompensa sintetizzata così: “30mila dollari a chi ne uccide o cattura uno”. La somma, pari a 30.000 dollari, verrebbe versata a chi cattura o uccide un soldato americano.

Lo scontro più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. L’Iran continua a bloccarne il transito per fare pressione sugli Stati Uniti e sull’economia internazionale, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani.

Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni annunciando venerdì che agirà “molto presto” e dichiarando: “Dichiarerò Hormuz territorio Usa”. Teheran ha definito le affermazioni del presidente americano “fuori luogo” e “un’assurdità”.

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Ha aggiunto che lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”.

Il Parlamento iraniano si prepara intanto a votare un disegno di legge con misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”. Un secondo provvedimento riguarda il “contrasto alle ingerenze straniere” e prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”.

Anche Washington prepara nuove mosse. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe annunciare in settimana misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di isolarlo dal resto del mondo.

Il 17 agosto termina il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum firmato a Islamabad. I mediatori continuano a lavorare a un accordo dell’ultimo minuto, ma una proroga appare difficile. I contatti sono complicati anche dalle divisioni interne iraniane. A metà maggio l’amministrazione Trump aveva cercato un canale diretto con Ahmad Vahidi, comandante della Guardia Rivoluzionaria, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani.

Un alto funzionario della Casa Bianca ha descritto i rapporti tra Washington e Teheran come fermi: “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”.

Negli Stati Uniti la guerra resta impopolare mentre Trump e i repubblicani si preparano alle elezioni di midterm di novembre per difendere il controllo del Congresso. Diverse testate americane segnalano inoltre carenze di munizioni, compresi gli intercettori antimissile Patriot. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, aggiungendo un problema economico interno alla pressione militare e diplomatica sull’amministrazione.

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“Parlavamo dei Mondiali, poi hanno capito che eravamo italiani”, il racconto degli amici di Nicola Maggiotto aggredito a Barcellona

Si parlava di calcio, dei Mondiali. Una conversazione iniziata tranquillamente fuori dal locale, dopo la festa in piscina, e poi il cambio di atteggiamento quando quel gruppo di ragazzi ha capito che i giovani che aveva davanti erano italiani. È questo il passaggio che gli amici di Nicola Maggiotto, il 21enne in coma farmacologico a Barcellona dopo un’aggressione, mettono al centro del suo racconto sulla notte dell’aggressione nella città spagnola.

“Parlavamo dei mondiali, perché la Spagna ha vinto. Ma non ricordo bene”, racconta un giovane. I ragazzi italiani avevano appena lasciato il locale e stavano andando a prendere un taxi quando hanno incontrato una decina, forse quindici giovani. “Stavamo parlando tranquillamente con loro, un po’ bevuti, un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, non riuscivamo a capire bene di dove fossero”. Poi, però, qualcosa sarebbe cambiato. “Quando ci hanno sentito parlare e hanno capito che eravamo italiani hanno cambiato atteggiamento. L’ha notato anche il mio amico che era più sobrio di me”. Il ragazzo precisa di non voler stabilire un nesso certo tra l’aggressione e la nazionalità: “Non credo ci abbiano aggredito per la nostra nazionalità, ma sicuramente sono cambiati, sembrava che ci prendessero in giro. Ci trattavano con più cattiveria”.

È in questo clima che, secondo il suo racconto, nasce il confronto tra Nicola e uno dei ragazzi. Poco dopo il dibattito diventa una lite. “Mi sono girato e ho visto che Nicola aveva iniziato a litigare con uno di loro, hanno iniziato a picchiarsi. Erano uno contro uno, gli altri dieci ragazzi stavano intorno a guardare”. Per qualche secondo decide di non intervenire. “Nicola ha fatto un anno di arti marziali miste, il rugby è il suo sport, si sa difendere, mi sono detto”. Poi vede arrivare un secondo ragazzo. “Ho visto un secondo ragazzo correre da dietro verso di lui e tirargli questo pugno, un colpo forte, dietro la nuca, sopra la testa”. Nicola cade a terra e da quel momento la situazione precipita.

A ricostruire quei secondi successivi è soprattutto il terzo amico che era con loro. “Da quello che ci ha raccontato il nostro terzo amico hanno continuato a prenderci a calci senza pietà. Il nostro amico ha urlato loro contro mettendoli in fuga”. Il ragazzo ferito si risveglia dopo alcuni tentativi di rianimazione. Nicola, invece, non riprende conoscenza. Per lui comincia la lunga attesa in ospedale, dove è tuttora ricoverato in terapia intensiva e in coma farmacologico. Gli investigatori cercano di ricostruire con precisione la dinamica dell’aggressione e le ragioni che hanno fatto degenerare quella conversazione. Anche la famiglia di Nicola sta cercando risposte: al giovane è stato chiesto il codice Pin del cellulare dell’amico, per poter accedere al telefono e verificare eventuali elementi utili alla ricostruzione. “Se Nicola fosse stato da solo, probabilmente non sarebbe nemmeno tra noi“. Adesso come fa sapere il padre del 21enne bisognerà attendere per capire se il colpo alla nuca ha provocato danni. “Ha trascorso una notte tranquilla e le sue condizioni sono stabili” spiega Daniele Maggiotto. Nelle prossime ore potrebbe essere decisa una riduzione delle sostanze che mantengono il giovane in stato di incoscienza per verificare gli eventuali danni patiti in una condizione di veglia. In giornata sono attesi ulteriori aggiornamenti sull’evolversi del quadro clinico.

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Oroscopo della settimana del 17 agosto: “Bilancia, difficile ignorare ciò che non funziona più. Capricorno: prenderai decisioni importanti”

La settimana segna un passaggio significativo nel cielo estivo. Il 23 agosto il Sole lascia il Leone ed entra in Vergine, spostando l’attenzione dall’espressione personale, dalla creatività e dal desiderio di protagonismo verso una fase più concreta, organizzata e attenta alle questioni pratiche. La Luna attraversa Bilancia, Scorpione, Sagittario e Capricorno, accompagnando il clima emotivo da una maggiore esigenza di equilibrio nei rapporti a una fase più intensa e introspettiva, fino alla ricerca di nuove prospettive e, nel fine settimana, di maggiore concretezza.

Il passaggio più delicato riguarda però Saturno retrogrado in Ariete opposto a Venere in Bilancia. È un confronto tra sentimento e responsabilità, desiderio e realtà, libertà personale e necessità di costruire rapporti più solidi. Le relazioni possono attraversare una fase di verifica: ciò che ha basi autentiche può rafforzarsi, mentre ciò che si regge soltanto sull’abitudine o su compromessi difficili da sostenere potrebbe mostrare le proprie fragilità.

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Goodyear torna sulla Luna. Realizzerà le gomme del rover del programma Artemis

Goodyear tornerà sulla Luna nell’ambito del programma Artemis della NASA. L’azienda americana svilupperà i pneumatici del Pegasus Lunar Terrain Vehicle, il rover realizzato da Lunar Outpost che accompagnerà gli astronauti nelle missioni al Polo Sud lunare previste dal 2028.

Il veicolo è stato progettato per operare in una delle aree più complesse della superficie lunare, consentendo agli equipaggi di percorrere distanze maggiori e svolgere attività scientifiche per periodi più lunghi.

Le gomme dovranno affrontare condizioni estreme: forti escursioni termiche, superfici rocciose, polvere abrasiva, bassa gravità e assenza di atmosfera. Per questo Goodyear svilupperà una soluzione dedicata, frutto dell’esperienza maturata in oltre un secolo di ricerca e nello sviluppo di tecnologie per applicazioni ad alte prestazioni.

“Dai record di velocità su terra ai circuiti più impegnativi del mondo, fino alla superficie lunare, le innovazioni Goodyear aiutano le persone a viaggiare in sicurezza da oltre 125 anni”, ha dichiarato Chris Helsel, Senior Vice President e Chief Technical Officer dell’azienda.

Per Goodyear si tratta di un ritorno. L’azienda aveva già contribuito alle missioni Apollo, lasciando le proprie impronte sul suolo lunare. L’esperienza accumulata allora costituisce oggi la base per lo sviluppo delle nuove soluzioni destinate al programma Artemis.

Il progetto Pegasus riunisce competenze provenienti da settori diversi: Lunar Outpost guida lo sviluppo del veicolo, General Motors mette a disposizione il proprio know-how automobilistico, Leidos quello aerospaziale.

Goodyear conta oggi circa 63 mila dipendenti, 49 stabilimenti in 19 Paesi e due centri di ricerca e sviluppo, ad Akron, negli Stati Uniti, e a Colmar-Berg, in Lussemburgo. Dal 2028 le sue tecnologie saranno dunque chiamate a operare anche sulla superficie lunare.

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È morta a 36 anni l’attrice Hayden Panettiere, star delle serie “Heroes” e “Nashville”. Giallo sulle cause del decesso: “Abbiamo bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”

L’attrice statunitense Hayden Panettiere, celebre per aver interpretato i ruoli di Claire Bennet nella serie Heroes e di Juliette Barnes in Nashville, è morta all’età di 36 anni. La notizia del decesso è stata confermata dal suo agente all’emittente statunitense ABC News, mentre le cause della morte non sono state al momento divulgate.

La scomparsa è stata annunciata ufficialmente dalla famiglia. Il padre, Skip Panettiere, ha diramato una nota in cui ha dichiarato: “È con profonda tristezza che annunciamo la tragica scomparsa della nostra amata Hayden. Era una luce incredibile e una forza della natura che ha portato amore e gioia incommensurabili a tutti coloro che la conoscevano, e ai milioni di persone che l’hanno vista sullo schermo”. La famiglia ha inoltre chiesto rispetto per la privacy, aggiungendo: “La nostra famiglia ha bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”.

Panettiere lascia una figlia, Kaya Evdokia Klitschko, nata nel 2014 dalla relazione con l’ex pugile campione del mondo Volodymyr Klyčko. Proprio in merito alla maternità, solo lo scorso maggio, in un’intervista rilasciata a E! News durante la promozione del suo memoir “This Is Me: A Reckoning“, l’attrice aveva rivelato per la prima volta i dettagli clinici legati alla nascita della figlia, oggi undicenne. Panettiere aveva spiegato di aver rischiato la vita a causa di una grave emorragia durante il parto cesareo, situazione che ha richiesto sette trasfusioni di sangue e il trattamento di una successiva infezione, con forti ripercussioni sulla sua salute mentale negli anni a venire. Ripercorrendo l’intervento, aveva dichiarato: “Ero lì durante il cesareo e sapevo di essere a un passo dalla morte. Ho pensato ‘Dio, ti prego, fammi sentire il pianto di mia figlia’. Voglio solo sapere che sta bene e, se per me è arrivato il momento di andare, allora sono pronta“. Aggiungendo infine: “Non avevo paura per niente. Avrei fatto qualsiasi cosa per assicurarmi che mia figlia stesse bene”.

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Bari, un lupo crea il panico: terzo bimbo azzannato. Il sindaco di Noicattaro chiude i parchi

Un lupo sta creando il terrore a Noicottaro, un Comune alle porte di Bari. Terzo attacco dell’animale a bambini. Nei giorni scorsi due bambini erano stati presi di mira, finendo in ospedale. Episodio simile anche ieri, quando un bimbo di 6 anni è stato azzannato e ferito al torace. Ora in paese si è creato l’allarme, a tal punto che il sindaco ha ordinato la chiusura dei parchi. La Regione Puglia ha dato il via libera alla cattura dell’animale. Il 17 agosto, alle ore 12, ci sarà una riunione in Prefettura in cui verrà valutata la proroga della chiusura notturna del parco comunale e delle aree verdi della città.

Il bambino si trovava con i genitori nel parco cittadino tra via San Filippo Neri e via Rutigliano, quando, improvvisamente, il lupo sarebbe comparso avventandosi sul bimbo e azzannandolo. Grazie all’intervento di diverse persone l’animale è stato messo in fuga e sul posto si sono recati i soccorsi e i carabinieri. Il piccolo ora è sotto osservazione in ospedale.

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Pomeriggio di tragedie nelle acque lombarde: morti due giovani tra il Ticino e il lago di Como

Un bagno con gli amici per sfuggire al caldo, poi il silenzio dell’acqua. È finita così, nel pomeriggio di domenica 16 agosto, la vita di un ragazzo di 18 anni di origine egiziana e residente a Ossona, inghiottito dal Ticino nel tratto che attraversa il territorio di Cuggiono, nel Milanese. Un episodio che si somma a una lunga scia di tragedie registrate nelle acque lombarde durante l’estate.

L’allarme lanciato dagli amici, poi la corsa contro il tempo

Il gruppo si era immerso nella zona della spiaggia conosciuta come “Da Bruno”, uno dei punti più frequentati del fiume nei fine settimana d’agosto. Il diciottenne è entrato in acqua ma non è più riemerso. Sono stati i compagni, resisi conto in pochi istanti di cosa stava accadendo, a chiamare il numero unico per le emergenze, mentre alcuni bagnanti presenti sul posto tentavano di raggiungerlo.

Sul tratto interessato sono intervenuti i vigili del fuoco, che hanno battuto l’area e individuato il giovane, riportandolo a riva e affidandolo ai sanitari del 118. Le condizioni sono apparse subito disperate. Trasferito d’urgenza all’ospedale di Legnano, il ragazzo è morto poco dopo l’arrivo in pronto soccorso.

Nelle stesse ore un 20enne annega a Malgrate

A poche ore di distanza dal dramma di Cuggiono, un’altra emergenza è scattata sul ramo lecchese del Lario. Nel pomeriggio un ragazzo di vent’anni si è immerso nelle acque davanti a Malgrate, in provincia di Lecco, senza più riemergere. L’allarme è arrivato ai vigili del fuoco poco prima delle 18.

Sul posto sono intervenuti i soccorritori acquatici del Comando provinciale di Lecco, supportati dall’Elinucleo dei vigili del fuoco di Malpensa con assetto sommozzatori e da ulteriore personale specializzato arrivato dal Piemonte. Dopo alcune ore di ricerche, il corpo è stato individuato sul fondale e recuperato. Per il giovane non c’era ormai più nulla da fare.

Lombardia prima in Italia per annegamenti: 90 morti in due anni

Le due morti si aggiungono a una serie che in Lombardia non conosce pause. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel biennio 2024-2025 la regione ha contato 90 decessi per annegamento, il 14,9% dei 600 registrati in tutta Italia. Il primato riguarda soprattutto le acque interne, dove la Lombardia concentra il 30% degli annegamenti nazionali, con i fiumi (25%) davanti ai laghi (15%).
La stessa rilevazione indica come le cadute accidentali siano all’origine del 41,6% dei casi in acque interne, seguite dai malori (29,2%), da ostacoli e correnti (18,2%) e dai tuffi (8,6%).

Le insidie fatali di laghi e fiumi

Nelle acque interne manca quasi tutto ciò che rende il mare leggibile. Il fondale non degrada in modo graduale: nei laghi prealpini si passa da un metro a diversi metri nel giro di pochi passi, e nei fiumi la ghiaia depositata dalla corrente forma gradoni che dalla riva non si riescono a distinguere.

Poi c’è la temperatura, il fattore più sottovalutato. Sotto i primi centimetri riscaldati dal sole l’acqua resta molto più fredda, e il Ticino mantiene valori bassi anche nelle giornate di agosto. L’immersione improvvisa dopo ore trascorse al caldo innesca una risposta involontaria dell’organismo, con respiro corto, accelerazione del battito cardiaco e progressiva perdita del controllo muscolare. Una sequenza che si esaurisce in pochi minuti e che riguarda anche i nuotatori allenati, perché non dipende dalla tecnica ma dalla reazione fisiologica.

Il tratto di Cuggiono aggiunge un’insidia propria. Le sponde basse invitano al bagno e restituiscono l’immagine di un fiume lento, ma a poca distanza l’acqua incontra un fondo irregolare, cambia direzione e genera mulinelli che in superficie non lasciano traccia. Chi ci finisce dentro viene spinto verso il basso e verso il centro dell’alveo, dove la portata è maggiore: risalire, in quelle condizioni, è quasi impossibile.

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Miriam Leone, la skincare perde smalto: il business rallenta e cresce il rosso per la sua Lavika

Terzo bilancio e piccola frenata per Lavika, società che produce e vende con l’omonimo marchio una nuova e prima linea di skincare consapevole e personalizzata creata e controllata dalla nota attrice Miriam Leone. L’esercizio del 2025, il terzo di attività, s’è chiuso infatti con ricavi per 1,2 milioni di euro in lieve calo dagli 1,3 milioni di euro del precedente esercizio e, anche se i costi sono diminuiti da 1,6 milioni a 1,5 milioni, l’ultima riga ha visto la perdita progredire anno su anno da 217mila euro a 260mila euro.

Lavika srl è una società benefit costituita a febbraio del 2023 e si pone come “piattaforma di benessere – si legge nel bilancio – per un approccio integrato di cura di pelle e del corpo attraverso l’offerta di prodotti cosmetici, integratori alimentari e pratiche di mind e soul”. La società ha un patrimonio netto di oltre 1,8 milioni. Lavika è l’acronimo di Lavoro, Anima, Valori, Inclusività, Karma e Amore.

La Leone controlla Lavika al 54,4% tramite la Mirimeo srl, di cui ha il 99%, col marito Paolo Carullo (presidente di Lavika) all’1%. Tra i soci di minoranza alcuni esponenti della famiglia Loro Piana e la Mcd srl di Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di GEDI.

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Napoli, trovati 2 chili di hashish e tre pistole: arrestato un negoziante di ortofrutta

Un commerciante incensurato è finito in carcere dopo i controlli della Guardia di finanza. Nel suo box a Casavatore trovati anche materiale per confezionare la droga e armi con matricola abrasa.

Dal controllo nell’ortofrutta al box di Casavatore con hashish, armi e munizioni

Circa 2 chili di hashish, tre pistole con matricola abrasa, caricatori e munizioni sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza di Napoli. Un commerciante italiano incensurato, titolare di un negozio di ortofrutta a Napoli, è stato arrestato e portato nel carcere di Poggioreale.

I finanzieri del Gruppo di Frattamaggiore avevano trovato 15 grammi di marijuana all’interno dell’attività commerciale. La perquisizione di un box garage nella disponibilità dell’uomo, a Casavatore, ha poi portato al ritrovamento di circa 2 chilogrammi di hashish e di materiale destinato al confezionamento dello stupefacente.

Le verifiche nell’abitazione e nel garage hanno consentito di recuperare anche tre pistole con matricola abrasa, complete di caricatori e munizioni. L’uomo si trova nel carcere di Napoli-Poggioreale, a disposizione della magistratura di Napoli Nord.

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Ucraina, Mosca dice di aver abbattuto 205 droni. Sei morti e quattro feriti nella regione di Belgorod

Sei persone uccise e quattro ferite nell’attacco denunciato dalle autorità russe a Koloskovo. Mosca riferisce di aver neutralizzato 205 velivoli senza pilota su più regioni e sui due mari.

Koloskovo colpita da missili secondo le autorità russe, tra i feriti anche un ragazzo di 14 anni

Sei persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite nel villaggio di Koloskovo, nella regione russa di Belgorod. A riferirlo è il governatore ad interim Alexander Shuvayev, secondo quanto riportato dalle autorità russe. Tra i feriti c’è anche un ragazzo di 14 anni.

Secondo Mosca, le Forze Armate ucraine hanno colpito il villaggio con missili. Shuvayev ha comunicato il bilancio delle vittime attraverso il canale Max.

Il ministero della Difesa russo ha inoltre dichiarato di aver intercettato e distrutto durante la notte 205 droni ucraini. I velivoli senza pilota, secondo il ministero, sono stati neutralizzati sopra diverse regioni della Russia, sul Mar Nero e sul Mar d’Azov.

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I ricavi da vendita dell’elettricità generata da un impianto fotovoltaico su tetto sono tassati? Cosa c’è da sapere

Centinaia di migliaia di famiglie italiane hanno installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa con l’obiettivo di abbattere i costi delle bollette elettriche e proteggersi dai rincari energetici. Tuttavia, esiste un tema contabile e fiscale che spesso viene trascurato o compreso solo parzialmente: i proventi derivanti dalla cessione della corrente in eccesso alla rete elettrica nazionale. Moltissimi cittadini sono convinti che qualsiasi somma accreditata dal Gestore dei Servizi Energetici sul proprio conto corrente sia completamente esente da tasse, trattandosi di un semplice recupero spese o di una forma di rimborso. La realtà normativa è decisamente più complessa e articolata.

Esiste una linea di demarcazione molto netta tracciata dall’Agenzia delle Entrate, che separa i rimborsi effettivi dai veri e propri ricavi. Non conoscere questa differenza rischia di esporre i contribuenti a contestazioni, sanzioni e accertamenti fiscali evitabili con un minimo di attenzione in fase di dichiarazione dei redditi.

Impianti fotovoltaici, le regola d’oro dei venti kilowatt

Per comprendere la propria posizione fiscale occorre fare riferimento alla categoria di appartenenza della stragrande maggioranza delle installazioni residenziali. Si tratta degli impianti con potenza nominale non superiore a 20 kilowatt, posizionati al servizio dell’abitazione principale o delle sue pertinenze e gestiti da persone fisiche che non esercitano attività d’impresa o professione.

Per questa tipologia di utenza la legge fissa principi chiari. L’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici che viene immediatamente assorbita dagli elettrodomestici di casa non ha alcuna rilevanza fiscale. Questo fenomeno, noto come autoconsumo istantaneo, rappresenta un risparmio privato diretto e non genera alcun tipo di reddito imponibile. Nessuno chiederà mai conto dell’elettricità autoprodotta e autoproducente.

Il discorso cambia radicalmente quando l’energia prodotta supera il fabbisogno del momento e viene immessa nella rete pubblica. In questa fattispecie entra in gioco il contratto sottoscritto con il GSE, ed è proprio la formula contrattuale scelta a determinare se le somme ricevute debbano essere indicate nella dichiarazione dei redditi o meno.

Tra rimborsi esentasse e veri e propri redditi imponibili

Nel meccanismo dello Scambio sul Posto convivono due componenti economiche distinte che devono essere trattate in modo opposto dal punto di vista tributario. La prima componente è il contributo in conto scambio, cioè la somma che il GSE versa a titolo di ristoro o compensazione per l’energia che il cittadino ha dovuto prelevare dalla rete durante le ore notturne o nei momenti di scarsa insolazione. Questo importo ha la natura giuridica di una restituzione di costi sostenuti e, pertanto, non costituisce reddito ed è totalmente esentasse.

La seconda componente riguarda la liquidazione delle eccedenze. Quando nell’arco dell’anno solare la quantità complessiva di energia immessa nella rete supera la quantità di energia prelevata, l’utente può richiedere al GSE il pagamento del controvalore finanziario di tale esubero. Questa somma non rappresenta più un rimborso di spese precedentemente sostenute, ma una vera e propria vendita di merce.

Di conseguenza, per l’Agenzia delle Entrate la liquidazione dell’eccedenza costituisce un guadagno tassabile a tutti gli effetti. Il fisco la inquadra giuridicamente tra i redditi diversi, precisamente come provento derivante da attività commerciale svolta in via occasionale.

Una situazione del tutto analoga si verifica per chi ha attivo un contratto di Ritiro dedicato oppure cede l’energia tramite le forme di tariffa omnicomprensiva. Nel Ritiro Dedicato non viene effettuato alcun conguaglio tra immissioni e prelievi; ogni singolo kilowattora immesso nella rete viene acquistato e pagato dal GSE. Tutti i bonifici accreditati durante l’anno al proprietario dell’impianto rappresentano corrispettivi di vendita e devono essere dichiarati e sottoposti a tassazione ordinaria IRPEF.

Il principio di cassa e la corretta compilazione del modello

Un errore molto comune commesso dai proprietari di impianti fotovoltaici riguarda le tempistiche e i criteri di imputazione delle somme da dichiarare. Il regime dei redditi diversi si basa sul rigido principio di cassa: conta esclusivamente la data in cui il denaro è stato accreditato sul conto corrente bancario e non l’anno in cui l’energia è stata effettivamente prodotta o immessa in rete.

Se il GSE versa le eccedenze o i corrispettivi del Ritiro dedicato nel corso di un determinato anno solare, quell’importo deve trovare spazio nella dichiarazione dei redditi da presentare nell’anno successivo. L’ammontare lordo incassato concorre alla formazione del reddito complessivo del contribuente e viene tassato secondo gli scaglioni progressivi IRPEF individuali.

Operativamente, la trascrizione dei dati dipende dalla tipologia di modello utilizzato per l’adempimento fiscale. Chi presenta il Modello 730 deve riportare l’importo totale lordo percepito all’interno del Quadro D, indicandolo nello specifico rigo D5 e selezionando il codice identificativo numero uno. Per coloro che compilano il Modello Redditi Persone Fisiche, la casella di riferimento è posizionata all’interno del Quadro RL, precisamente al rigo RL14.

La trasmissione automatica dei dati e come evitare errori

Il margine di distrazione o di omessa dichiarazione si è ridotto drasticamente a seguito dell’inasprimento dei controlli e dell’integrazione delle banche dati pubbliche. Il GSE invia periodicamente all’Anagrafe Tributaria la rendicontazione analitica di tutti i pagamenti effettuati verso i cittadini privati per la cessione di energia elettrica.

Queste informazioni vengono elaborate dall’Agenzia delle Entrate per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata. Il contribuente trova spesso tali somme già inserite automaticamente nei quadri di riferimento, oppure segnalate tra i fogli informativi allegati alla precompilata.Tuttavia, l’automatizzazione non solleva il cittadino dalla responsabilità finale sulla correttezza delle cifre indicate. È fondamentale verificare che gli importi corrispondano esattamente a quanto erogato e che non siano state inserite per errore le quote relative al contributo in conto scambio, che devono restare esenti.

Per effettuare una verifica puntuale senza margine di errore, è sufficiente accedere alla propria Area Clienti sul portale informatico del GSE utilizzando le credenziali digitali personali SPID o la Carta d’Identità Elettronica. Consultando la sezione dedicata ai documenti e alle comunicazioni ufficiali, è possibile scaricare il prospetto riepilogativo dei redditi diversi o la relativa Certificazione Unica. Il documento riporta la cifra esatta da controllare o inserire nel modulo di dichiarazione, garantendo la piena regolarità fiscale del proprio impianto domestico.

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“Il riscaldamento globale sta già accelerando. Accanto al governo serve un Comitato di esperti ma non ce lo fanno fare”

“Che il riscaldamento globale abbia cambiato passo da una decina di anni a questa parte non è un’opinione, ma purtroppo un risultato scientifico robusto, come mostriamo in uno dei nostri studi. Si è passati da quasi 2 decimi di grado di aumento della temperatura globale ogni decennio prima del 2013-2014 a quasi 4 decimi di grado: praticamente un raddoppio della rapidità di aumento”. Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), cerca di dare una ragione scientifica ed esaustiva all’impennata delle temperature che stiamo vivendo. “La situazione è preoccupante, perché non c’è stato un analogo salto nella quantità di CO2 in atmosfera; sembra che comincino a farsi sentire altri fattori antropici e certi feedback (retroazioni) di quanto abbiamo innescato, per esempio sulle proprietà di riflettività del pianeta”, dice l’esperto a ilfattoquotidiano.it.

In città sembra esserci il lockdown per il caldo, al mare si va solo mattina presto e sera, le montagne franano. Che fare in questo scenario dove il caldo sembra non dare tregua?
Il cambiamento climatico è un fenomeno globale, che però si estrinseca con caratteristiche diverse a seconda delle varie regioni del mondo. La nostra Italia, tutto il bacino del Mediterraneo e gran parte dell’Europa sono colpite in particolare dall’espansione verso nord della circolazione equatoriale e tropicale attraverso gli anticicloni africani, che nella nostra zona rappresentano proprio l’ “impronta digitale” del riscaldamento globale di origine antropica. In questa situazione, nessuno è esente da problemi, per le ondate di calore sicuramente, ma anche per le precipitazioni violente che arriveranno quando entreranno correnti più fredde con le perturbazioni autunnali.

Per contrastare il caldo dobbiamo adattarci. Qual è il modo più virtuoso? Il condizionatore rischia di innescare un circolo vizioso?
Vista l’inerzia del clima dobbiamo capire che, anche se dovessimo agire prontamente per stabilizzare la temperatura globale, situazioni come la attuale ce le ritroveremo anche in futuro almeno per alcuni decenni. Dobbiamo quindi cercare di adattarci al meglio, ma non con soluzioni tampone che rischiano di aggravare la crisi climatica di lungo periodo. Nessuno vuole demonizzare i condizionatori: per le persone fragili sono un dispositivo salvavita. Tra l’altro, se l’energia che essi usano fosse prodotta con le rinnovabili e senza emissioni, le loro controindicazioni si ridurrebbero all’aria calda che immettono all’esterno.

Piantare alberi, invece?
Diverso è il discorso per l’aumento del verde urbano, che è una misura strutturale win-win (doppiamente vincente) perché agisce in maniera positiva sia per l’adattamento che per la mitigazione (gli alberi sono assorbitori di CO2). Inoltre, più verde nelle nostre città significa non solo diminuire la temperatura, ma avere anche suolo che riesce ad assorbire una buona parte delle piogge violente che sempre più ci colpiscono, contrariamente all’asfalto e al cemento che fanno scorrere l’acqua in superficie, con le nostre strade che diventano dei fiumi in piena.

Oltre all’adattamento, serve la mitigazione, ovvero la riduzione delle emissioni. Quali sono le misure che andrebbero prese subito?
Con l’adattamento gestiamo l’inevitabile, con la mitigazione dobbiamo evitare l’ingestibile, cioè scenari climatici molto peggiori in cui sarebbe difficilissimo difendersi e adattarsi. Nella situazione attuale, l’Europa dovrebbe ancora di più fare rete sulle rinnovabili, mettendo insieme le competenze e le strutture dei vari Paesi in un network intelligente che consenta anche l’indipendenza energetica del continente. Non arretrare sul Green Deal significa anche maggiore competitività in una situazione internazionale in cui alcuni Paesi, primo tra tutti la Cina, stanno sviluppando tecnologie verdi molto promettenti. Se noi continuiamo a frenare sulle rinnovabili, rischiamo di passare da una dipendenza estera a un’altra.

Venendo all’Italia, l’estate torrida può spingere la politica a presentare soluzioni per mitigare il cambiamento climatico? E perché la questione dei costi dei disastri causati dalla crisi climatica non diventa un grande tema da cui partire?
Solitamente si dice che le azioni ambientalmente utili non portano voti: credo che oggi, visto che il caldo colpisce tutti, la situazione sia cambiata, almeno per le azioni di adattamento. Negli ambienti economici poi, si inizia a essere molto preoccupati per le conseguenze economiche. A livello di governo del Paese, infine, credo si sia ormai capito che non possiamo più essere dipendenti così fortemente da Paesi inaffidabili e conflittuali, come oggi avviene per le nostre forniture di petrolio e gas. Tutto questo converge verso la messa in opera di azioni rapide ed efficaci.

Perché il nucleare non è la soluzione?
In questo quadro, il nucleare non può essere sicuramente rapido, perché i piccoli reattori sono poco più che sperimentali e producono un decimo dell’energia di quelli convenzionali, per cui occorrerebbe anche decuplicare i siti dove metterli, in un Paese che chiaramente non li vuole. Per le rinnovabili, vanno incentivati gli impianti distribuiti e le comunità energetiche, insieme all’eolico off-shore. Per gli impianti fotovoltaici si devono utilizzare tutte le aree meno impattanti, limitando i pannelli sui campi a quelli in cui si possa fare agri-voltaico: ad esempio sui terreni aridi in cui ci siano sinergie tra produzione di energia e attività agricole.

L’attuale governo, purtroppo, non parla apertamente di crisi climatica e agisce male e senza alcun piano strategico. Avremmo bisogno di un comitato scientifico che indichi cosa fare?
Noi scienziati del clima vorremmo che i dibattiti su questi temi non fossero ideologici, ma basati su un principio di realtà, cioè su dati e risultati scientifici. Non abbiamo nessuna intenzione di “rubare” il lavoro ai politici. Inoltre, il clima è un sistema complesso che bisogna conoscere, altrimenti si agisce come se fossimo in un sistema semplice e rischiamo di fare dei guai, ad esempio tamponare un’emergenza attuale e andare ad aggravare la crisi di lungo periodo. Cosa è successo dopo lo scoppio della guerra in Ucraina? Oddio, ci manca il gas russo! E il nostro governo, invece di sbloccare 60 GW di progetti di rinnovabili, ha voluto che diventassimo un hub del gas, con tutte le difficoltà della scelta, aggravando ancor più la crisi climatica di lungo periodo. Ecco perché abbiamo proposto la costituzione di un Consiglio scientifico che potesse essere un organo di consulenza indipendente per Governo e Parlamento, con esperti di cambiamento climatico e dei suoi impatti nei vari settori. Ma, per ora, non ce lo hanno fatto fare.

La crisi climatica non ha colore politico. Tuttavia, possiamo dire che le soluzioni alla crisi siano davvero politicamente neutre?
Io dico sempre che il clima non ha colore. Dopo aver accettato la realtà scientifica, si può discutere sulle soluzioni, che ovviamente risentono delle posizioni politiche. Ma, in un sistema con inerzia come il clima, è fondamentale che alcune azioni di contrasto di base vengano portate avanti con continuità, qualunque forza politica sia al governo. Sarebbe fondamentale che questo tema fosse al centro del dibattito politico in vista delle prossime elezioni: ne va del nostro futuro.

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Intelligenza artificiale e disabilità, l’esperto: “Sta già falciando posti di lavoro. Per le persone più fragili si profila uno scenario di esclusione”

L’intelligenza artificiale può agevolare l’inclusione nel mondo del lavoro per le persone con disabilità o invece rischia di creare ulteriori barriere e difficoltà a livello di nuovi posti di lavoro disponibili? Partendo da questa domanda, ilfattoquotidiano.it ha analizzato novità, prospettive e scenari contattando Marino Bottà, uno dei massimi esperti italiani che si occupa da oltre 50 anni di inserimenti professionali, inclusione lavorativa e formazione aziendale a sostegno dei lavoratori con disabilità motoria, intellettiva, cognitiva e comportamentale. “L’avvento dell’intelligenza artificiale sta già falciando posti di lavoro, riducendo quantitativamente anche quelli riservati alle persone con disabilità”, dice Bottà che, tra le varie cose, è anche presidente dell’Associazione Nazionale Disabilità e Lavoro (Andel). “Purtroppo”, aggiunge, “si sta profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento. Serve quindi lo sviluppo di economie locali inclusive e politiche attive adeguate”.

“Qualcuno sostiene che l’ia creerà nuovi posti di lavoro. Vero”, afferma, “ma temo che la gran parte di questi non saranno appannaggio delle persone con disabilità. C’è infatti il rischio evidente che l’ia unita alla robotica avanzata, così come è stato per l’elettronica e l’informatica, penalizzino in primis le persone con disabilità in cerca di lavoro, soprattutto per chi ha una disabilità cognitiva e per chi ha una bassa scolarità, ossia oltre il 70% degli iscritti al Collocamento Disabili. Molte attività svolte da queste persone”, aggiunge l’esperto che vive a Lecco, “assemblaggio, confezionamento, cernita, sono già oggi svolte da macchine automatiche, dai robot o delocalizzate o acquistate sul mercato globale. Prossimamente sarà ancora peggio”. È una realtà molto complessa e a volte assai penalizzante con cui cominciare a fare i conti, non solo per tutelare le persone con disabilità ma tutti i cittadini più vulnerabili.

“Quanti lavoratori disabili troveranno una collocazione in questo scenario? Infinitamente pochi rispetto a quelli che verranno soppressi dal connubio fra robotica e ia”, dichiara Bottà. “Grazie all’ia e ai robot umanoidi, le aziende potranno scaricare le contraddizioni che si creeranno, come fasce di cittadini disoccupati e l’eccesso di tempo non impegnato, sullo Stato che dovrà farsi carico di una massa crescente di persone socialmente escluse”. La situazione italiana, dove già adesso meno di una persona con disabilità su tre ha un lavoro, è drammatica.

Per donne e uomini con gravi disabilità, in particolare intellettive e cognitive, si prospetta “un futuro difficilissimo”. Da una disamina dei dati presentati dalle Relazioni al Parlamento che vanno dal 2013 al 2023, riporta Bottà, si deduce che in 10 anni sono state collocate 401.847 persone, con una media annuale di 40.184, che rapportate al numero degli iscritti al collocamento corrisponde ad una percentuale misera del 4,01%. Di questi però, ben 336.448, pari all’83,72%, perde il posto di lavoro entro 12 mesi. Conservano il posto di lavoro solo il 16,28% pari a 65.399 persone, con una media annuale di circa 6.500 inserimenti. Bottà evidenzia inoltre che “l’Italia è attualmente al 14° posto al mondo per numero di umanoidi inseriti nel sistema produttivo (100mila unità già operative) e 7° per valore di investimenti. Le ditte che li hanno introdotti dicono che i vantaggi sono innegabili. Le conseguenze per gli aspiranti lavoratori con disabilità sono evidenti e molto penalizzanti”.

Le persone più vulnerabili sono da sempre le più esposte ai rischi di esclusione dai processi produttivi e sono lasciati ai margini della società capitalista perpetuando barriere e disuguaglianze. “Il lavoro inteso come realizzazione e autoaffermazione dell’individuo e della sua autonomia, come sviluppo della creatività, intelligenza, strumento facilitatore di collaborazione e solidarietà fra uomini, tutto ciò è oramai sul viale del tramonto”, denuncia il numero uno di Andel. A questa “crisi etica” si aggiunge l’acceleratore sociale ricco di contraddizioni come il deficit di natalità, l’invecchiamento della popolazione, la carenza di manodopera, il mismatch. “Le banche, le assicurazioni, le società finanziarie, le compagnie telefoniche, particolarmente sensibili al profitto, si sono immediatamente messe all’opera per ridurre i costi del personale e di conseguenza la quota di posti riservati alle persone disabili”, attacca Bottà. “Non sono mai stato contrario alle innovazioni tecnologiche, anzi. Ma quando servono all’uomo per migliorare la sua qualità di vita, non quando sono al servizio del potere per condizionarlo, escluderlo e sottometterlo”.

Un quadro nero quello analizzato dall’esperto. “Il sistema pubblico di collocamento ha ampiamente dimostrato negli anni di essere inefficace e incapace di affrontare i cambiamenti”, afferma Bottà. “Si è sempre più ingessato e avvolto nella burocrazia isolandosi dal contesto sociale, dai bisogni emergenti e incapace di produrre politiche attive adeguate. La classe politica ha ampiamente dimostrato che non è in grado di affrontare un tema così complesso. A dimostrazione, ad esempio, è l’atteggiamento dell’attuale ministra del Lavoro, che dopo essersi tenuta la delega sulla gestione della Lg 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” non ha finora fatto praticamente nulla”.

Che fare quindi oggi? “Dopo 55 anni di impegno per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità”, conclude Bottà, “so che bisogna riformare la legge 68 e il sistema di collocamento pubblico, formare il personale dedicato dei servizi, della scuola, delle aziende, sviluppare un welfare reale di prossimità, superare l’atteggiamento culturale che mira a parole all’inclusione e non al diritto di partecipazione per tutti. Detto questo, so che il futuro sarà inevitabilmente subordinato dalla tecnologia. Da esperto di disabilità/lavoro purtroppo non sono per niente ottimista”, conclude, “posso solo proporre suggerimenti per una maggior tutela delle persone, favorire la diffusione di buone pratiche, di sperimentazioni e strategie che vadano a salvaguardare quanto abbiamo faticosamente guadagnato”.

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L’IA fa crescere le disuguaglianze sociali: “Colpisce le classi meno sindacalizzate, penalizza i settori tradizionali e limita l’autonomia degli Stati”

Ormai da anni l’impatto dell’IA sulle disuguaglianze sociali è uno dei temi principali che si legano alle incertezze, speranze e paure di milioni di lavoratori per il proprio futuro. Due report pubblicati l’ultima settimana di Luglio 2026 da Indeed e dal giornale del partito comunista cinese Qiushi, confermano ciò che in realtà molti prevedevano già da tempo: lo sviluppo dell’IA tende a creare mercati a due velocità, che rischiano di esacerbare la pesante diseguaglianza socioeconomica già presente nella società.

Il report pubblicato da Indeed , che si focalizza sul mercato del lavoro nello UK e sulle assunzioni a partire dal gennaio 2025, descrive come la recente crescita di posti di lavoro nel Regno Unito sia spinta dall’offerta lavorativa per sviluppatori e informatici esperti con mansioni direttamente legate allo sviluppo dell’IA.

Al contrario sono in netto calo i posti di lavoro destinati a figure amministrative, nella contabilità e nel marketing, e ai giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. I dati forniti da Qiushi riguardano invece la competitività aziendale interna alla Repubblica Popolare, ed evidenziano come le principali aziende cinesi legate all’IA stiano raggiungendo picchi di crescita sempre più elevati in termini di profitti e investimenti mentre le aziende più piccole e quelle legate a settori più tradizionali, come il settore agricolo o l’automotive, sono in una fase di stagnazione o in rallentamento. Questo mercato a due velocità sarebbe in parte responsabile, secondo Qiushi, del rallentamento della crescita dell’economia cinese.

“Questi dati non sono inattesi – ha dichiarato al FattoQuotidino.it Camilla Lenzi, professoressa titolare del corso di Artificial Intelligence and Socio-Economic Transformations al Politecnico di Milano – e dimostrano che l’IA non distrugge necessariamente il lavoro, ma lo cambia radicalmente dal punto di vista qualitativo. I nostri studi in Europa e in Italia dimostrano infatti che l’introduzione dell’IA porta a una netta perdita della qualità del lavoro, dal punto di vista contrattuale e salariale, contribuendo a un trend in essere collegato anche a scelte politiche e istituzionali”.

Gli effetti della diffusione dell’IA in Europa non colpiscono tutti allo stesso modo, e sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda le categorie più precarie e meno sindacalizzate. “In Europa, abbiamo delle leggi abbastanza stringenti per quanto riguarda il salario minimo, con alcune eccezioni tra cui l’Italia – ha continuato Lenzi – per questo, nonostante gli effetti negativi riguardino tutti i lavoratori, a essere colpita in modo più evidente è quella che una volta era considerata la cosiddetta ‘classe media’ e soprattutto quella medio alta. Sono le classi di reddito meno sindacalizzate e con tipologie di lavoro più destrutturato, che sono in aumento. Fa eccezione il livello salariale più alto, oltre il novantesimo percentile, che non subisce effetti negativi.”

“Per quanto riguarda l’Italia– spiega ancora Lenzi- secondo i dati che abbiamo raccolto è chiaro che i lavoratori meno istruiti e con lavori meno professionalizzati sono colpiti in modo più ampio. È da notare che questa tendenza diminuisce quando si vanno a prendere in considerazione aziende ed elementi del distretto industriale italiano più legati al territorio e animati da uno spirito cooperativo, che tuttavia sono in diminuzione”.

Bisogna sottolineare che la diffusione dell’IA non sta esclusivamente agendo da moltiplicatore di diseguaglianze socio-economiche , ma rischia di fare implodere le diseguaglianze politiche a livello internazionale. Come infatti testimonia il report preliminare sugli effetti dell’IA pubblicato lo scorso 1 Luglio dall’ONU, il 90% della potenza di calcolo mondiale risiede negli Stati Uniti e in Cina (rispettivamente 75% e 15%).

L’accesso all’IA a livello mondiale viene dunque controllato da un numero molto limitato di stati e da un numero limitato di aziende. Cosa che renderebbe dipendenti molti stati, anche con economie avanzate, che non avrebbero le esperienze tecniche per governare una tecnologia in continua evoluzione. Questo fenomeno, secondo il report, “potrebbe favorire colpi di stato autoritari e indebolire le istituzioni democratiche”. “Se l’IA continuerà ad evolversi senza regole condivise – ha affermato il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres in seguito alla pubblicazione del report – governi e persone avranno sempre meno controllo. Per questo dico ai governi: non aspettate (…) non possiamo più sostenere di non sapere ciò che stiamo facendo”.

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Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos

“La fase del dialogo è completamente esaurita“. Dalla città di Cali, in una Valle del Cauca dilaniata dal conflitto armato, Abelardo De La Espriella chiude le trattative di pace in corso dal 2016 tra Stato e gruppi armati e promette di “sconfiggere senza tregua il narcoterrorismo e le organizzazioni criminali” che a suo avviso “minacciano la Colombia”. Poi, sulla falsariga del modello salvadoregno, il presidente conferma la costruzione di “mega carceri” per coloro che “rappresentano una maggiore minaccia per la sicurezza del Paese”. El Tigre volta così le spalle alla classe politica e tende la mano alle Forze dell’ordine assicurando “garanzie politiche” affinché “non siano condannate” dalla legge a causa dell'”compimento del loro dovere”. “Questo governo vi proteggerà come va fatto con gli eroi della Colombia”, ribadisce De La Espriella rivolgendosi a militari e agenti di polizia, che hanno l’ordine di “combattere tutte le strutture criminali”.

La reazione militare, tanto temuta dai progressisti, è servita e conta sul sostegno delle forze conservatrici. “Oggi la Colombia recupera la propria autorità e il rispetto le forze militari”, commenta la senatrice Maria Fernanda Cabal (Centro democratico). Della stessa opinione la governatrice della Valle del Cauca, Dilian Francisca Toro, che plaude la priorità data dal nuovo governo alla sicurezza della regione. “Tuttavia – ammonisce – abbiamo bisogno che gli investimenti sul sociale vadano di pari passo con le truppe”. Ma non sarà possibile, visto l’imminente “congelamento della spesa pubblica” che sarà imposto via decreto.

La cerimonia ufficiale di insediamento si è tenuta all’Università di Cali, ma il discorso relativo al piano securitario è stato pronunciato presso il Cantón militar Pichincha, sede della Terza brigata di Cali, alla presenza di cinquecento militari. Il tutto direttamente sorvegliato dall’amministrazione Trump, che ha inviato un B-2 Spirit a sorvolare la città in coordinamento con le Forze aeree locali. L’operazione è stata un primo banco di prova della futura integrazione militare Bogotà-Washington sotto il cappello della coalizione Shield of Americas. Il Dipartimento di Stato ha inoltre stanziato un miliardo di dollari in favore del nuovo alleato come “parte di un pacchetto di sicurezza” iniziale.

Per Washington, i punti chiave dell’alleanza sono la lotta alle “spietate organizzazioni narcoterroriste e criminali” e un’agenda di “crescita economica” che apre a ulteriori investimenti Usa nel Paese. In programma anche “aiuti umanitari” e iniziative di “cooperazione bilaterale in materia di energia nucleare” a scopi “civili e pacifici”. Ma i gruppi armati non si fanno intimidire dal ritorno dello zio Sam e alzano la posta in gioco. “La superbia dell’estrema destra che oggi assume il potere non farà che approfondire la guerra nei territori – si legge in un comunicato diffuso dall’Ejército de liberación nacional (Eln) -. Risponderemo con la stessa violenza armata che verrà applicata nei nostri confronti”.

Anche le dissidenze Farc, contrarie al dialogo di pace, attraverso il loro Stato maggiore centrale, assicurano che le loro unità “non si piegheranno dinanzi a un governo che cerca la via militare”. E rivendicano: “Il controllo delle cordigliere resterà nelle mani del popolo in armi”. Avvisaglie della futura escalation si sono verificate prima e durante l’insediamento, con la presenza di cilindri sospetti sparsi nelle vie del Cauca e droni manipolati dalle guerriglie, oltre al sequestro di un bus carico di 420 chili di nitrato di ammonio che era pronto a esplodere a Cali. Cresce la tensione anche al confine est, quello con il Venezuela, dove il 1° agosto è esplosa un’autobomba davanti a un comando di polizia a Cúcuta. Il malcontento si estende anche ad alcuni settori della popolazione, in particolar modo i sostenitori del Pacto Histórico, che nelle strade di Cali contestavano la linea dura del nuovo governo.

La tensione è cresciuta dopo che il presidente uscente Gustavo Petro ha denunciato una “frode elettorale massiccia e algoritmica” perpetrata attraverso l’azienda israeliana BlackCore e l’agenzia di Intelligence Black Cube, legata al Mossad. I brogli, secondo alcuni orchestrati dalla ditta Thomas Greg & Sons e da altri privati, avrebbero inciso su oltre mille seggi equivalenti a circa 7 milioni di voti. L’ex presidente ha persino presentato una domanda di nullità elettorale, ammessa dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato colombiano, che però si limita a chiedere un’audizione giudiziaria sulle elezioni.

Nello stesso tempo, l’ex candidato presidenziale Iván Cepeda ha nominato un gabinetto parallelo a quello di De La Espriella con la finalità di “contrastare” le decisioni del governo di estrema destra con “solidi argomenti” affinché “nulla di ciò che è stato raggiunto” durante l’unico governo progressista del Paese “vada perduto”. Sottovoce, anche la destra moderata, memore del fallimento del Plan Colombia e delle sue vittime, si dice preoccupata a causa della svolta militare.

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La Sassonia e lo spettro Afd: botte ai 14enni, niente scuola dell’obbligo, abolizione della tv pubblica. Ma l’ascesa degli estremisti sembra irresistibile

Il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt, la AfD nel più recente sondaggio di Infratest-dimap resta al 41%, in testa. Tanto che il suo candidato di punta Ulrich Siegmund si dà già per vincitore, “vicino al popolo” a presentare “la visione eccezionale” di AfD per il Land. La gente, d’altronde, lo osanna come una pop star, incurante della sua partecipazione nel 2023 nella villa Adlon a Potsdam a discutere col leader del Movimento Identitario Martin Sellner piani di “remigrazione”.

Nulla pare bloccarne l’ascesa. Neppure probabilmente il recente episodio che ha visto coinvolto il compagno di partito ed eurodeputato quarantatreenne Arno Bausemer, accusato di aver fermato, parrebbe anche con una mazza da baseball, due ragazzini di 14 anni colpevoli di aver strappato un manifesto elettorale. Ai danneggiamenti anziché una ramanzina dev’essere seguito qualcosa di più, perché uno dei due giovani ha dovuto ricorrere a cure mediche per una lieve commozione cerebrale, un labbro sanguinante ed altre escoriazioni. Il parlamentare, almeno per ora, è protetto dall’immunità parlamentare, ma la polizia indaga. Bausemer ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook: uno striscione dell’AfD era già stato tagliato e distrutto più volte. Insieme a un compagno di partito, ha “colto i giovani sul fatto”, riporta la mdr.

La sezione principale di AfD in Nord-Reno Vestfalia si sta dividendo in due, tanto è accesa la lotta tra ala moderata e quella di estrema destra, appoggiata anche da Alice Weidel. Non pare che nulla possa invece scalfire la corsa del partito in Sassonia-Anhalt; nonostante un programma in cui indica chiaramente come intenda trasformare il Land ed il Paese. Nei primi cento giorni di governo l’obiettivo è trasformare l’istruzione (sotto il profilo dell’integrazione), la cultura, perfino la gestione della tv pubblica. In particolare per quanto riguarda la scuola il partito di estrema destra ipotizza d’altronde la sospensione dell’obbligo scolastico e di consentire di istruire i bambini a casa: l’obiettivo finale è limitare l’inclusione.

Poi la cultura: l’Afd promette di non assegnare più fondi pubblici alla promozione di “arte antitedesca” che rischia di ricordare un po’ il modo in cui il nazismo chiamò la cosiddetta “arte degenerata” che culminò alla fine nella grande mostra di “artisti vietati” che comprendeva tra gli altri Nolde, Kandinsky, Klee e Picasso. Le associazioni che richiederanno finanziamenti, dice il programma dell’Afd, dovranno presentare una dichiarazione di patriottismo. Ovvio che chi fa cultura – direzioni di musei, teatri, fondazioni, luoghi della memoria, associazioni di artisti e organizzazioni culturali – esprima contrarietà alla richiesta di una “svolta patriottica” nella politica culturale e l’allineamento dei finanziamenti pubblici a concetti di identità nazionale. Con una dichiarazione congiunta 27 istituzioni tra cui la Fondazione Bauhaus Dessau, hanno fatto da apripista e nel frattempo si sono unite alla protesta più di 60 altre istituzioni culturali. Infine la radio e la tv regionali pubbliche: l’Afd semplicemente vorrebbe stracciare il contratto e chiudere tutto.

In questo quadro in evoluzione resta che l’unica forza politica che sembra intenzionata a collaborare con l’Afd è l’Alleanza Sahra Wagenknecht, la cui leader – fuoriuscita anni fa dalla Linke – ha offerto di astenersi a un eventuale terzo turno di votazione nel Landtag sul nome di Siegmund. Certo, bisognerà capire quanti voti prenderà Wagenknecht e se entrerà nel Parlamentino del Land. Intanto queste vaghe intese a distanza hanno prodotto che la dirigenza nazionale ha imposto a quella locale della Turingia di uscire dalla coalizione con Cdu e Spd.

Il resto dei partiti? Nella Cdu si riduce il fronte del blocco anti-Alternative, ribadito invece chiaramente per la Sassonia-Anhalt dal governatore Sven Schulze (i cristianodemocratici qui sono dati al 24%). Il ministro-presidente – come si chiamano i governatori dei Laender – non lascia nulla di intentato per la rielezione, ricorrendo anche ad una alleanza con altri colleghi per smuovere il governo centrale a non intaccare con la riforma delle pensioni le aspettative all’Est, dove la popolazione è largamente anziana, non abbiente, e conta solo sulla pensione di vecchiaia.

Un retroterra in cui la Spd risente dell’erosione dei consensi ed è al 7% nei sondaggi. Il partito è stato soppiantato nella percezione dell’elettorato dalla AfD come espressione dei lavoratori, nonostante il gioco di prestigio di spostare i termini: non più lotta tra capitalisti ed operai, ma tra piccoli artigiani e immigrati. La base socialdemocratica vuole un cambio di corso, ma la dirigenza a Berlino, fedele ai patti di Governo, non può intraprenderlo. Il vero ago della bilancia, oltre alla Linke al 13% che, pur ponendo condizioni, si dichiara disposta a collaborare con la Cdu per fermare l’AfD, potrebbero essere i Verdi che lottano per il 5%. “Speranza significa: nulla è ancora stato deciso” indica il capo del partito Felix Banaszak, che appoggia la campagna di Susan Sziborra-Seidlitz mentre gira il Land con un taxi, un pulmino Mercedes. Sul veicolo però la foto è la sua.

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I lockdown COVID programmati per ritardare l’immunità naturale fino all’arrivo dei vaccini

Jeffrey Tucker, fondatore del Brownstone Institute e fin dai primi giorni un critico di spicco delle politiche di lockdown per il COVID-19, ha affermato categoricamente che lo scopo delle rigide misure non era proteggere la salute delle persone, bensì ritardare l’insorgenza dell’immunità naturale in modo che il «vaccino» sperimentale, ancora in fase di sviluppo, potesse essere acclamato come la soluzione miracolosa al virus. Lo riporta LifeSite.

 

La sconvolgente affermazione è stata fatta durante una recente puntata del podcast The Brownstone Show con la collega dottoressa Jessica Rose, mentre discutevano delle rivelazioni emerse dalla pubblicazione del diario del dottor Anthony Fauci.

 

«Alti funzionari della FDA [l’ente regolatore del farmaco USA, ndr] e del NIH [l’Istituto di Sanità pubblica americano, ndr] mi hanno detto che una delle ragioni principali del distanziamento sociale, dei lockdown, delle mascherine, dei pannelli in plexiglass, degli ordini di rimanere a casa e di tutto il resto era quella di ritardare l’insorgenza dell’immunità naturale, di ritardare l’aumento dei livelli di sieroprevalenza, di ritardare l’endemicità, fino a quando i vaccini non fossero disponibili», ha affermato Tucker, senza far e i nomi dei funzionari federali che hanno rivelato il vero scopo di questi ordini governativi tirannici.

 

Jeffrey Tucker just revealed that top FDA and NIH quietly admitted the real reason for Covid lockdowns, masking, and social distancing to him.

It sounds like a “wild conspiracy theory.”

But it’s the truth.

The real reason for all of it was to “delay the onset of natural… pic.twitter.com/QPfjvXg2nx

— Brownstone Institute (@brownstoneinst) August 11, 2026

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«Quindi non si trattava solo del fatto che tutte queste… tattiche di ingegneria sociale fossero state ideate per mantenerci in salute. No. Era esattamente il contrario», ha sostenuto il Tucker. «Lo scopo era impedirci di sviluppare una naturale capacità di resistenza al virus, in modo da poter aspettare l’arrivo del vaccino, somministrarlo e sperimentarlo su di noi, per poi prendersi tutto il merito di aver risolto il problema», ha spiegato.

 

Tucker  ha ammesso che la sua dichiarazione suonava come «una folle teoria del complotto, ma era questo che intendevano con “appiattire la curva” (…) “Appiattire la curva” significava prolungare la sofferenza, ritardare la soluzione», ha sottolineato lo studioso.

 

«Sembra una follia finché non la senti raccontare da persone che erano lì sul campo, nelle agenzie, nelle aziende, e che hanno visto tutto questo svolgersi», ha continuato Tucker, aggiungendo:

 

«Diverse fonti hanno confermato, senza ombra di dubbio, che il vero scopo della chiusura delle scuole, delle attività commerciali, degli ordini di rimanere a casa, delle restrizioni di viaggio, di tutto quanto, era quello di ritardare il momento in cui avremmo essenzialmente risolto il problema attraverso l’esposizione naturale e il potenziamento del sistema immunitario».

 

Il Tucker – che, per inciso, è tabarrista e va alla Messa in latino – è fondatore anima del Brownstone Institute.

 

«Quel trauma ha rivelato un fondamentale malinteso, ancora presente in tutti i paesi del mondo, ovvero la disponibilità, da parte di cittadini e funzionari, a rinunciare alla libertà e ai diritti umani fondamentali in nome della gestione di una crisi sanitaria, che nella maggior parte dei paesi non è stata gestita adeguatamente. Le conseguenze sono state devastanti e rimarranno per sempre nella storia», si legge sul sito web dell’istituto.

 

La missione del Brownstone Institute è «comprendere quanto accaduto, capirne le ragioni, scoprire e spiegare percorsi alternativi e cercare riforme per impedire che eventi simili si ripetano. I lockdown e le misure restrittive hanno creato un precedente nel mondo moderno; senza un processo di responsabilizzazione, le istituzioni sociali ed economiche saranno nuovamente distrutte».

 

Renovatio 21 collabora con il Brownstone Institute, con diversi articoli della testata tradotti nel sito del ramo spagnuolo dell’Istituto, e viceversa vari pezzi sia spagnuoli che americani tradotti e pubblicati su queste colonne.

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La moglie del CEO di Anthropic aveva proposto a Epstein un’azienda di «pornografia di lusso»

Mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe diventare la più grande IPO (offerta pubblica iniziale di borsa) della storia, con una valutazione stimata oltre i 2.000 miliardi di dollari, un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata giovedì punta i riflettori su una figura che, pur non comparendo in alcun organigramma né documento societario, avrebbe esercitato una notevole influenza sull’amministratore delegato Dario Amodei: sua moglie, Cami Clark.

 

Secondo la ricostruzione del giornale, la Clark avrebbe affiancato Amodei per cinque anni come consulente strategica informale, senza percepire uno stipendio né ricoprire un titolo ufficiale. Il WSJ segnala inoltre come i riferimenti pubblici al matrimonio siano stati progressivamente rimossi dal web: la voce Wikipedia di Amodei non menzionava l’unione fino a questa estate e tuttora non riporta il nome della moglie, mentre persino Claude, interrogato sullo stato civile del suo creatore, risponderebbe in modo evasivo.

 

L’inchiesta ricostruisce anche il percorso personale della Clark: un primo matrimonio nel 1999, a vent’anni, con l’architetto di Reno Waldemar Eklof III, poi finito dopo tre anni. Attorno al 2010, insieme a Michelle Capocefalo, avrebbe fondato Eddice, startup nel settore della produzione pornografica pensata per un pubblico femminile.

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Documenti giudiziari resi pubblici dal dipartimento di Giustizia americano nell’ambito del caso Epstein mostrano che, nel 2011 — meno di due anni dopo la scarcerazione del finanziere per reati legati alla prostituzione minorile — l’agente letterario John Brockman mise in contatto la Clark ed Epstein per discutere di un possibile finanziamento del progetto.

 

Le email agli atti, riportate dal giornale economico neoeboraceno, mostrano un primo scambio cordiale e un secondo contatto l’anno successivo, in cui Epstein — che secondo quanto riferito disse di non ricordarsi di lei — avrebbe comunque risposto con interesse, salvo poi declinare l’investimento specifico spiegando: «Non posso fare televisione a sfondo sessuale». I contatti tra i due sarebbero proseguiti per circa due anni su altri progetti imprenditoriali della Clark.

 

Secondo fonti citate dal WSJ, pur senza un ruolo formale, la Clark parteciperebbe agli eventi pubblici di Amodei e curerebbe le relazioni con investitori a Davos e Sun Valley. Sarebbe stata inoltre lei a presentare ad Amodei l’ex CEO di Google Eric Schmidt — con cui aveva avuto una relazione tra il 2011 e il 2014 — che in seguito avrebbe partecipato al round di finanziamento Serie A di Anthropic da 124 milioni di dollari nel 2021.

 

Nello stesso periodo, la Clark avrebbe proposto a Schmidt un veicolo d’investimento per formalizzare il proprio coinvolgimento nell’azienda, proposta poi respinta dai co-fondatori, tra cui Daniela Amodei.

 

Più di recente, riporta ancora il giornale, la Clark si sarebbe fatta portavoce di posizioni politiche dell’azienda presso alcuni interlocutori, in un momento in cui Anthropic è in contenzioso con l’amministrazione Trump riguardo alle restrizioni sull’uso di Claude da parte del Pentagono.

 

Il WSJ sottolinea che nessuna delle condotte descritte risulta illegale. Tuttavia, con la documentazione riservata già depositata presso la SEC il 1° giugno e una quotazione attesa per ottobre, le norme sulla trasparenza richiedono la divulgazione di eventuali soggetti con influenza significativa sulla governance, anche in assenza di un ruolo formale — un elemento che, secondo l’inchiesta, renderebbe rilevante la posizione di Clark agli occhi dei futuri investitori istituzionali.

 

Secondo alcune fonti, Claude sarebbe stato incorporato nel software di analisi e sorveglianza dell’azienda americana Palantir, impiegato dalle agenzie governative statunitensi nell’ambito dell’iniziativa di Washington per integrare l’IA nei suoi sistemi militari, politici e di Intelligence.

 

Durante la guerra contro l’Iran, il software avrebbe identificato la scuola elementare iraniana di Minab come bersaglio. Un attacco statunitense ha ucciso quasi 160 persone nell’edificio, la maggior parte delle quali bambini.

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Secondo l’Amodei, tuttavia, un utilizzo simile di Claude non avrebbe violato le «linee rosse» dell’azienda. In seguito vi è stato uno scontro con il Pentagono, di cui l’azienda è fornitrice, mentre sui giornali sono apparse accuse secondo cui il modello di Intelligenza Artificiale dell’azienda sarebbe stato utilizzato durante l’operazione per rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro all’inizio di gennaio.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi vi era stato un progressivo deterioramento dei rapporti tra Anthropic e il Pentagono, legato alla volontà del dipartimento della Guerra statunitense di utilizzare l’IA per il controllo di armi autonome senza le garanzie di sicurezza che l’azienda ha cercato di imporre.

 

Come riportato da Renovatio 21, settimane fa Anthropic ha dichiarato di aver disabilitato l’accesso ai suoi modelli di IA più avanzati, Fable 5 e Mythos 5, in seguito a un ordine governativo di sospendere l’accesso ai cittadini stranieri. Secondo quanto comunicato in precedenza, Mythos sarebbe in grado di penetrare i sistemi informatici con una facilità mai vista.

 

Amodei, ha più volte espresso gravi preoccupazioni sui rischi della tecnologia che la sua azienda sta sviluppando e commercializzando. In un lungo saggio di quasi 20.000 parole pubblicato il mese scorso, ha avvertito che sistemi AI dotati di «potenza quasi inimmaginabile» sono «imminenti» e metteranno alla prova «la nostra identità come specie».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato l’Amodei ha dichiarato che l’AI potrebbe eliminare la metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi di livello base entro i prossimi cinque anni.

 

Mesi fa Mrinank Sharma, fino a poco prima responsabile del Safeguards Research Team presso l’azienda sviluppatrice del chatbot Claude, ha pubblicato su X la sua lettera di dimissioni, in cui scrive che «il mondo è in pericolo. E non solo per via dell’Intelligenza Artificiale o delle armi biologiche, ma a causa di un insieme di crisi interconnesse che si stanno verificando proprio ora».

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha citato il recente rilascio controllato di Claude Mythos Preview da parte di Anthropic, descritto come «un modello di Intelligenza Artificiale avanzato con eccezionali capacità informatiche». Secondo il FMI, Mythos sarebbe in grado di individuare e sfruttare vulnerabilità in tutti i principali sistemi operativi e browser web, «anche se utilizzato da utenti non esperti».

 

Anthropic è l’azienda di IA coinvolta direttamente dal Vaticano nel lancio della nuova Enciclica Magnifica Humanitas.

 

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Nuovo studio smentisce la propaganda LGBT secondo cui le leggi «anti-trans» causerebbero il suicidio

Un nuovo commento pubblicato sulla rivista scientifica Nature Human Behaviour solleva dubbi sulla solidità di uno studio, realizzato dai ricercatori del Trevor Project, che aveva collegato l’introduzione di leggi statali restrittive nei confronti delle persone transgender a un aumento dei tentativi di suicidio tra adolescenti transgender e non binari.

 

Lo studio originale, condotto su dati raccolti da oltre 61.000 giovani transgender e non binari negli Stati Uniti su un arco di cinque anni, aveva concluso che le leggi statali definite «anti-transgender» avrebbero fatto aumentare fino al 72% i tentativi di suicidio nell’ultimo anno tra i giovani coinvolti, dopo aver controllato per altri fattori.

 

Secondo quanto riportato dal sito The College Fix, un gruppo di studiosi guidato da Kathleen Kerr, direttrice del dipartimento di biostatistica dell’Università di Washington, ha pubblicato sulla stessa rivista un commento che ridimensiona la portata dei risultati originali. Kerr ha spiegato che l’effetto più significativo individuato dallo studio — quello registrato a due e tre anni dall’entrata in vigore delle leggi — derivava in larga parte dai dati di un solo Stato, l’Idaho, che aveva contribuito con poche centinaia di partecipanti.

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Le due leggi dello Stato in questione, riguardanti lo sport scolastico e i certificati di nascita, non sarebbero mai entrate pienamente in vigore o sarebbero state bloccate dai tribunali poco dopo l’approvazione.

 

Kerr ha inoltre criticato la scelta metodologica di utilizzare come gruppo di controllo tutti gli stati privi di leggi simili, senza tenere conto delle differenze geografiche e culturali rispetto agli stati che le avevano approvate.

 

Gli autori dello studio originale hanno replicato che, anche qualora le leggi dell’Idaho non avessero avuto un impatto diretto e immediato, il dibattito pubblico e politico che le ha accompagnate potrebbe comunque aver avuto conseguenze sui giovani coinvolti, ed eventuali effetti potrebbero essersi protratti anche durante le fasi di sospensione giudiziaria.

 

La controversia si inserisce in un dibattito scientifico e politico più vasto sulla qualità delle evidenze disponibili in materia di medicina di genere per i minori. La Cass Review, la revisione indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale britannico e pubblicata nel 2024, aveva già rilevato che gran parte della ricerca esistente sul tema poggia su basi metodologiche deboli, tali da non garantire, a suo avviso, una base solida per le decisioni cliniche.

 

Nello stesso filone, uno studio condotto in Finlandia su oltre duemila giovani che si erano rivolti a servizi di transizione di genere tra il 1996 e il 2019 ha riscontrato tassi di disagio psichiatrico più elevati rispetto a un gruppo di controllo, sia prima sia dopo l’eventuale percorso di transizione.

 

Il tema resta oggetto di forte contrapposizione tra chi sostiene la necessità di un accesso rapido alle cure di affermazione di genere per tutelare la salute mentale dei giovani transgender, e chi — comprese alcune persone che hanno interrotto il proprio percorso di transizione — chiede maggiore cautela, sottolineando la mancanza di studi longitudinali solidi e casi di conflitti d’interesse economici segnalati in alcune cliniche, come emerso in un’inchiesta giornalistica che fece scoppiare uno scandalo 2022 relativo al centro medico della Vanderbilt University.

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In Italia non esistono dati ufficiali, sistematici e verificati sui suicidi (né sui tentativi di suicidio) legati specificamente alle persone transgender.

 

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS), attraverso il Centro di riferimento per la medicina di genere, riconosce apertamente la carenza di dati. Personale ISS sostiene che in Italia non esistono dati aggiornati sulla popolazione transgender: quelli disponibili risalgono a circa dieci anni fa e si basano su un sottogruppo della popolazione.

 

I dati ISTAT/ISS sul suicidio in Italia in generale sono solidi (circa 3.800-4.000 casi l’anno, con dettaglio per sesso, età, regione), ma non registrano l’identità di genere come variabile, quindi non è possibile ricavarne un tasso specifico per la popolazione trans.

 

L’ISS gestisce anche il portale istituzionale per i «diritti e la tutela del’identità di genere» (sic) Infotrans con informazioni sanitarie e giuridiche, ma senza un registro epidemiologico nazionale dedicato al suicidio in questa popolazione.

 

Siti del gayismo organizzato e testate generaliste  riportano periodicamente il tema, spesso in occasione di casi di cronaca (come la morte di un giovane transessuale nel 2025) o del Transgender Day of Remembrance (TDOR), citando perlopiù dati internazionali  più che italiani.

 

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Morte improvvisa di una diciannovenne è stata collegata a un popolare farmaco dimagrante GLP-1

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Josephine Nasr, una studentessa di giurisprudenza diciannovenne dell’Università dell’East London, è morta a causa dell’assunzione di un popolare farmaco dimagrante a base di GLP-1, secondo quanto emerso da un’inchiesta a Londra. Josephine Nasr, residente in California e studentessa all’estero, è stata colpita da un’aritmia cardiaca fatale dopo aver riferito alla famiglia di avvertire nausea e vomito. Il suo medico, che risiedeva in California, le aveva prescritto il farmaco, nonostante la ragazza non fosse obesa.

 

Un’adolescente californiana che studiava a Londra è morta mentre assumeva un popolare farmaco dimagrante a base di GLP-1, secondo quanto emerso da un’inchiesta condotta a Londra.

 

Josephine Nasr, una studentessa di giurisprudenza diciannovenne dell’Università dell’East London, è morta a causa di un’aritmia cardiaca fatale. È stata trovata senza vita nella sua stanza del dormitorio il 23 settembre 2025, pochi giorni dopo essere tornata a Londra dalla sua casa nel sud della California, secondo quanto riportato per primo dal Daily Mail.

 

Nell’estate del 2025, un medico californiano prescrisse a Nasr la tirzepatide, nonostante il suo indice di massa corporea la classificasse come sovrappeso e non obesa, secondo quanto emerso dall’inchiesta.

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Una bottiglia vuota del farmaco è stata trovata nella stanza di Nasr quando è stata scoperta morta. Eli Lilly vende il tirzepatide con i marchi Mounjaro, per il diabete di tipo 2, e Zepbound, per la gestione cronica del peso.

 

Secondo le prove presentate il 3 agosto presso il tribunale del coroner di East London, Nasr ha parlato con i suoi genitori e sua sorella intorno alle 20:30 della sera della sua morte. Ha detto loro di aver avuto nausea e vomito.

 

I familiari, che si stavano preparando per un viaggio in Egitto, si preoccuparono per le sue condizioni e la incoraggiarono a prendere un po’ d’aria fresca. Sua sorella, particolarmente preoccupata che Nasr potesse disidratarsi, contattò un medico privato per organizzare una flebo.

 

Quando la sorella tentò in seguito di contattare Nasr telefonicamente senza ricevere risposta, si rivolse alla sicurezza dell’università e richiese un controllo per accertarsi delle sue condizioni.

 

Nel momento in cui la sorella riuscì a contattare un membro del personale di sicurezza, un’infermiera era già arrivata nel campus per somministrare la flebo. Il personale di sicurezza accompagnò l’infermiera al dormitorio di Nasr. Non avendo ricevuto risposta alla porta, entrarono nella stanza e trovarono Nasr disteso sul pavimento del bagno.

 

Sono stati allertati i servizi di emergenza, ma il servizio di ambulanza di Londra ne ha constatato il decesso sul posto.

 

L’autopsia, condotta dal patologo e autore dr. Alan Bates, ha rivelato che Nasr soffriva di una cardiopatia congenita nota come ponte miocardico, che può influenzare il flusso sanguigno attraverso il cuore e potrebbe aver contribuito all’aritmia fatale.

 

Bates ha inoltre dichiarato durante l’inchiesta che il tirzepatide può causare nausea e vomito. Il vomito grave, ha spiegato, può contribuire all’ipoglicemia, ovvero a livelli di zucchero nel sangue anormalmente bassi, e a uno squilibrio elettrolitico.

 

Secondo lui, questo tipo di squilibrio può innescare un ritmo cardiaco anomalo e la patologia cardiaca di base di Nasr potrebbe aver aumentato il rischio.

 

«Era una giovane donna in buona salute», ha detto Bates. Il medico legale Graeme Irvine ha concluso che la morte di Nasr è stata causata sia dalla sua cardiopatia congenita sia dalla terapia a base di tirzepatide.

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Pediatra: la morte di Nasr è stata una «tragedia evitabile».

La dottoressa Michelle Perro, coautrice di What’s Making Our Children Sick?  («Cosa fa ammalare i nostri bambini?»), che da tempo solleva preoccupazioni sull’uso di farmaci in età pediatrica, ha definito la morte di Nasr una «tragedia evitabile». Il medico californiano di Nasr le aveva prescritto un farmaco con effetti collaterali noti, presumibilmente per trattare un sintomo senza affrontare la causa principale.

 

Questi effetti collaterali «hanno innescato una reazione a catena fatale», ha dichiarato Perro a The Defender. «Questo è l’incubo che il boom del GLP-1 ha sempre comportato, e dovrebbe essere un campanello d’allarme: questi farmaci non sono una buona idea per i giovani».

 

La dottoressa Perro, pediatra, si è detta «così allarmata» dal fatto che i farmaci per la perdita di peso fossero stati approvati per i bambini, da aver scritto un opuscolo per mettere in guardia i genitori sui rischi.

 

Il documento informativo cita potenziali effetti negativi sulla salute dei giovani, tra cui problemi gastrointestinalipancreatitemalattie della cistifelleatumori alla tiroidecarenze nutrizionalirischi per la salute mentale ed effetti a lungo termine sconosciuti, poiché non sono ancora stati condotti studi a lungo termine.

 

Alcuni pazienti che assumono farmaci a base di GLP-1 hanno anche segnalato che tali farmaci hanno causato carie dentale e anoressia.

 

Le prescrizioni di GLP-1 per i bambini aumentano vertiginosamente dopo la raccomandazione dell’AAP

Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), circa il 20% dei bambini e degli adolescenti statunitensi soffre di obesità cronica.

 

Nel dicembre 2020, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato il farmaco GLP-1 Saxenda per il trattamento dell’obesità nei bambini dai 12 anni in su. Nel 2022, l’agenzia ha approvato Wegovy per la stessa fascia d’età.

 

Settimane dopo, nel gennaio 2023, l’ American Academy of Pediatrics (AAP) ha pubblicato nuove linee guida sull’obesità infantile, raccomandando una diagnosi precoce e un trattamento aggressivo, inclusi farmaci per la perdita di peso per i bambini obesi a partire dagli 8 anni e una consulenza per la chirurgia bariatrica per i bambini con obesità grave a partire dai 13 anni.

 

Nel 2025, un’inchiesta del BMJ ha portato alla luce legami finanziari non dichiarati tra l’AAP e le principali aziende farmaceutiche produttrici dei farmaci dimagranti di maggior successo. L’analisi del BMJ ha riscontrato legami finanziari con l’industria tra i membri dell’AAP, inclusi coloro che hanno redatto le linee guida, coloro che le hanno revisionate e l’organizzazione nel suo complesso.

 

Prescrivere questi farmaci a bambini di età inferiore ai 12 anni costituisce un uso non conforme alle indicazioni approvate dall’AAP.

 

Poco dopo la pubblicazione delle raccomandazioni dell’AAP, le prescrizioni di farmaci GLP-1 per quelle fasce d’età sono aumentate vertiginosamente, con un incremento del 38% nel primo anno successivo alla modifica. MedPage Today ha riportato che le prescrizioni di due di questi farmaci sono aumentate del 700%.

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Oltre 150 decessi collegati ai farmaci GLP-1

Secondo i dati dell’Agenzia britannica per la regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (MHRA), che raccoglie informazioni sulle reazioni avverse spontanee e sospette ai farmaci, oltre 150 decessi nel Regno Unito sono stati collegati alle iniezioni di GLP-1.

 

Il BMJ ha riportato la ripartizione di tali decessi per nome del farmaco: al 7 luglio:

 

  • Sono stati segnalati 98 decessi a seguito dell’assunzione di tirzepatide.
  • Almeno 37 decessi sono stati associati alla semaglutide, prodotta da Novo Nordisk e venduta con il marchio Ozempic/Wegovy.
  • Diciannove decessi sono stati collegati alla liraglutide, venduta con il nome commerciale Victoza e prodotta anch’essa da Novo Nordisk.

 

Tuttavia, il BMJ ha fatto riferimento a cifre presenti in altre sezioni del sito web dell’MHRA che suggerivano un numero reale di decessi superiore, senza però fornire il link alla pagina web dell’MHRA contenente tali cifre più elevate.

 

Negli Stati Uniti, la FDA ha recentemente avvertito Novo Nordisk di non aver divulgato correttamente le informazioni sugli eventi avversi, compresi i decessi, relativi ai suoi farmaci per la perdita di peso.

 

In una lettera di avvertimento del 5 marzo, la FDA ha citato cinque casi in cui pazienti che assumevano Ozempic e Wegovy hanno subito un ictus, hanno contemplato il suicidio o sono deceduti, casi che Novo Nordisk non ha segnalato correttamente.

 

Il 4 giugno, Forbes ha riportato che circa il 12% degli adulti statunitensi dichiara di utilizzare farmaci GLP-1 per perdere peso. Si prevede che entro il 2030 quasi il 50% degli adulti negli Stati Uniti sarà obeso.

 

Si prevede che il mercato globale dei farmaci contro l’obesità raggiungerà i 50 miliardi di dollari entro il 2030.

 

Suzanne Burdick

Ph.D.

 

© 13 agosto 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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 Immagine © Raimond Spekking via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0

 

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Il vescovo definisce il diavolo «immaginario» e quello contro l’omofobia come l’unico esorcismo necessario

Un vescovo brasiliano ha criticato la consacrazione a San Michele Arcangelo, affermando che il diavolo sarebbe «piuttosto immaginario». Lo riporta LifeSite.

 

«Esistono giustificazioni teologiche per la consacrazione a San Michele? La consacrazione è a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo», ha scritto il vescovo Vicente Ferreira su X la scorsa settimana. «Il diavolo contro cui combattiamo non è forse piuttosto immaginario?», ha aggiunto.

 

«Il più grande esorcismo dovrebbe essere: quello dell’omofobia, del femminicidio, del razzismo, dei crimini contro i popoli indigeni. Di quella legione di mali», concluse, in una dichiarazione originariamente scritta in portoghese.

 

Há justificativas teológicas para Consagração a São Miguel? Consagra-se é a Deus Pai, Filho e Espírito Santo. O diabo que se combate não é muito imaginário? Exorcismo maior deve ser: da homofobia, do feminicídio, do racismo, dos crimes contra indígenas. Dessa legião de maldades.

— Dom Vicente Ferreira (@DomVicenteF) August 8, 2026

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Il messaggio sembra indirizzato a un altro vescovo brasiliano. Lo stesso giorno della dichiarazione di Ferreira, l’arcivescovo di Montes Claros, José Carlos Campos, ha consacrato la propria arcidiocesi a San Michele.

 

Monsignor Ferreira ha ricevuto dure critiche per aver sminuito la devozione a San Michele, invocato dai cattolici per la difesa spirituale contro il diavolo, poiché Dio gli ha attribuito il potere di scacciare il diavolo e i suoi seguaci dal Paradiso.

 

«Qual è la tua religione? Dovresti convertirti al cattolicesimo», ha scritto un utente di X. «Alla tua età, preoccuparsi di queste idiozie “woke” non ti porterà in paradiso. Dovresti pensare a salvare la tua anima».

 

Un utente dei social media ha commentato: «Per questo vescovo, la Chiesa non è in comunione con i santi; il Nunzio Apostolico dovrebbe essere a conoscenza dei post di questo vescovo. In Brasile ci sono già 34 diocesi dedicate a San Michele Arcangelo».

 

L’affermazione di Ferreira secondo cui la «lotta» contro il diavolo è «immaginaria» contraddice in pieno la tradizione della Chiesa, così come trasmessa attraverso le Scritture e la dottrina cattolica. Il vescovo eterodosso ha inoltre dichiarato pubblicamente l’esistenza di un «comunismo biblico».

 

Dom Vicente Ferreira è vescovo della diocesi di Livramento de Nossa Senhora nello stato di Bahia, Brasile, Paese dove il cattolicesimo negli ultimi lustri ha perso milioni e milioni di fedeli a favore delle sette protestanti pentecostali, nelle quali quasi sempre nella natura personale del demonio, e nella lotta quotidiana contro di esso, si crede ancora.

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Tornano alla mente le parole del poeta parigino Carlo Baudelaire (1821-1867), che nel suo poemetto Le Joueur généreux (1864) scrisse che «la plus belle des ruses du diable est de nous persuader qu’il n’existe pas» («il più grande inganno del diavolo è convincerci che non esiste»). In realtà, il Baudelaire l’aveva tratta dal prologo del romanzo Le memorie di un medico (noto anche come Giuseppe Balsamo o in francese Mémoires d’un médecin: Joseph Balsamo) di Alessandro Dumas (1802-1870).

 

La frase è diventata popolarissima a livello globale grazie al film I soliti sospetti (1995), dove viene citata dal personaggio Verbal Kint, interpretato memorabilmente da Kevino Spacey.

 

L’idea è piuttosto sconcertante: il male più efficace non è quello visibile, ma quello che riesce a essere dimenticato o negato. Un pericolo che non viene più ritenuto reale diventa un pericolo senza possibilità di difesa. Questa riflessione si ritrova in molti contesti, al di là di quello teologico: i pregiudizi che ci rifiutiamo di ammettere a noi stessi sono quelli che ci governano maggiormente, le ideologie più distruttive spesso avanzano mascherate, presentate come banali o innocue.

 

In termini spirituali, ciò significa anche che l’opera del Male tende a far celare il suo autore preternaturale, che induce l’uomo stesso a peccare e distruggere, cagionandone la perversione del mondo e un biglietto (o più) per l’inferno. Gli esorcisti raccontano che infatti le possessioni diaboliche sono rare perché si tratta in fondo di un errore strategico dei demoni, che per slancio appetitivo, non resistono alla tentazione di invadere il corpo di un essere umano.

 

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Immagine: Statua dell’arcangelo Michele che sconfigge Satana, Nord Vietnam, XIX secolo, Museo delle civiltà asiatiche, Singapore

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine modificata. 

 

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Epidemie colpiscono Ceuta invasa dai migranti

Nell’enclave spagnola di Ceuta, nel Nord Africa, sono stati segnalati casi di malattie infettive, tra cui gastroenteriti, tra i migranti a partire dall’invasione perpetrata dal vicino Marocco alla fine di luglio.

 

L’Istituto Nazionale per la Gestione Sanitaria spagnolo (INGESA) ha confermato la diffusione di casi di gastroenterite tra i migranti arrivati di recente, secondo quanto riportato venerdì dai media spagnoli. L’agenzia ha inoltre confermato casi di scabbia e impetigine, precisando che entrambe le patologie erano già presenti a Ceuta prima dell’ultimo afflusso di migranti.

 

Tuttavia, l’INGESA ha respinto le affermazioni secondo cui il sistema sanitario di Ceuta sarebbe collassato. L’agenzia ha anche smentito le notizie relative a un’epidemia di tubercolosi, affermando che il caso sospetto è risultato negativo al test

 

L’epidemia si verifica mentre i professionisti sanitari locali avvertono che il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie inadeguate tra le migliaia di migranti che vivono all’aperto potrebbero facilitare un’ulteriore diffusione della malattia. Si dice che molti migranti non abbiano un accesso adeguato all’acqua potabile, ai servizi igienici e alle docce.

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La gastroenterite è un’infiammazione dello stomaco e dell’intestino, solitamente causata da un’infezione virale o batterica, con sintomi quali diarrea, vomito e crampi addominali. La scabbia è un’infestazione cutanea contagiosa causata da acari microscopici che provoca prurito intenso ed eruzione cutanea, mentre l’impetigine è un’infezione batterica della pelle caratterizzata da piaghe che possono rompersi e sviluppare croste giallastre.

 

Oltre 72.000 migranti sono entrati a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio, molti a nuoto o attraversando le barriere frangiflutti costiere: una cifra equivalente a circa il 70 % della popolazione residente dell’enclave. L’afflusso ha messo a dura prova i centri di accoglienza e ha esercitato ulteriore pressione sulle risorse sanitarie e delle forze dell’ordine. La maggior parte di coloro che sono entrati è stata rimpatriata in Marocco, ma si stima che fino a 11.000 persone siano ancora a Ceuta, secondo le autorità locali.

 

L’afflusso ha inoltre alimentato le tensioni all’interno dell’UE, dove la migrazione è da tempo una questione controversa. Ventidue leader europei hanno firmato una lettera accusando la Spagna di minare la sicurezza delle frontiere del blocco, mentre diversi hanno chiesto l’espulsione del Paese dall’area Schengen.

 

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha replicato, definendo le azioni dei suoi vicini europei «egoistiche».

 

Come riportato da Renovatio 21, in molti sostengono che l’invasione sia stata programmata dal Marocco su spinta di Israele (che vorrebbe punire la Spagna per le sue posizioni su Gaza, Libano, UNIFIL etc.) e degli Stati Uniti, che avevano passato leggi proprio su quei territori negli scorsi mesi.

 

Secondo varie testate, terroristi islamici avrebbero approfittato del disordinato afflusso di immigrati clandestini marocchini in Spagna per introdursi in Europa.

 

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Trump scappa nascosto in un carrello per il catering: Israele si è inventato la minaccia di attenato?

La comunità dell’intelligence statunitense nutriva dubbi sulle notizie relative a un complotto iraniano per uccidere il presidente Donald Trump abbattendo l’Air Force One al suo rientro da un vertice NATO in Turchia. Tale valutazione sarebbe stata comunicata all’amministrazione, ma i servizi segreti avrebbero comunque optato per trasferire segretamente Trump su un altro aereo. Lo riporta il Washington Post.

 

I media statunitensi hanno rivelato la storia della manovra clandestina lunedì scorso. Uscendo dall’incontro, Trump è passato bruscamente dal suo nuovo Boeing 747-8, regalatogli dal Qatar, al precedente Air Force One, ma si è scoperto che aveva segretamente lasciato anche quest’ultimo aereo in un camioncino per il catering aeroportuale, per poi volare a bordo di un aereo militare più piccolo diretto nel Regno Unito. Si dice che lì sia risalito a bordo del vecchio Air Force One per dare l’impressione di esserci stato per tutto il tempo.

 

Gli analisti della CIA erano molto scettici riguardo alle informazioni di intelligence su un imminente complotto per assassinarlo e comunicarono tale posizione all’amministrazione. I rapporti sulla minaccia erano «di origine israeliana, non statunitensi, e considerati poco attendibili», ha dichiarato al WaPo un funzionario dell’Intelligence rimasto anonimo.

 

Nel frattempo, gli iraniani e altri ne hanno approfittato per generare meme sull’internet.

 

The catering cart memes are doing me in ☠😭

Please add any I missed in the replies. We need this laugh. pic.twitter.com/3ilPWnyUaf

— Christopher Webb (@cwebbonline) August 11, 2026

 

This is the size of the space where Trump hid during Operation ‘Taco’.

Where he was secretly transferred from the ‘presidential’ plane to another plane by hiding inside a food and beverage cart.” pic.twitter.com/Fh6ZxacriP

— China Times (@ChinaTimesX) August 14, 2026

This image of Trump in the catering cart is going to be hard to shake. You know he’s livid that it got out. If he wasn’t a coward, he would’ve told them, no chance I’m doing that. pic.twitter.com/6avLCayAm3

— Anthony Scaramucci (@Scaramucci) August 11, 2026


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L’ultimo rapporto aggiunge ulteriori dettagli all’intera vicenda, che ha già scatenato un grave scandalo. Giornalisti e molti funzionari di alto rango sono stati tenuti all’oscuro della manovra di Trump e della minaccia percepita. I giornalisti si sono sentiti trattati come «esche inconsapevoli e ignare, proprio nel mirino», ha affermato Aaron Blake, giornalista senior della CNN.

 

Martedì Trump aveva ammesso di aver cambiato aereo, insistendo sul fatto di aver fatto solo ciò che i servizi segreti ritenevano la cosa migliore da fare. «Mi attengo ai servizi segreti e ai militari. Volevano che prendessi un volo diverso, un aereo diverso. Devo solo fare quello che mi dicono», ha dichiarato Trump ai giornalisti.

 

Lo scandalo coincide anche con le dimissioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che mercoledì ha annunciato che lascerà il suo incarico alla fine del mese «per poter dedicare più tempo» alla famiglia.

 

La ventottenne, diventata madre per la seconda volta a maggio, era tornata alla Casa Bianca a giugno dopo un periodo di assenza. L’improvvisa partenza della Leavitt ha alimentato le teorie secondo cui fosse tra i funzionari ignari lasciati a bordo dell’aereo civetta e che la vicenda possa essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

Come riportato da Renovatio 21, varie testate giornalistiche statunitensi hanno sostenuto che il presidente Donald Trump avrebbe di fatto impiegato i giornalisti al seguito dei suoi viaggi come esche.

 

Il dipartimento di Giustizia ha tentato di citare in giudizio i giornalisti del New York Times per i loro articoli sul nuovo Air Force One, mentre il Pentagono ha di recente revocato l’autorizzazione di sicurezza all’ex capo dell’aeronautica militare Frank Kendall, accusato di aver divulgato informazioni classificate sul velivolo ai media.

 

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La crisi alimentare mondiale è ancora più grave di quanto sembri

«Situazione critica: i conflitti geopolitici impattano sul trasporto di cereali» è il titolo del numero di luglio 2026 di una rivista mensile internazionale di economia, edita in Missouri e specializzata nel settore mondiale dei cereali, della farina e dei mangimi.

 

Secondo l’articolo della pubblicazione specialistica delle grannaglie, l’impatto a livello mondiale delle gravi interruzioni alla produzione e alla logistica alimentare e agricola, determinate da molteplici fattori – tra cui la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la guerra per procura dell’Ucraina contro la Russia e l’imperialismo di Washington nell’emisfero occidentale – si intensifica di ora in ora, aggravandosi ulteriormente dopo decenni di carenza di infrastrutture per l’ampliamento delle risorse idriche, di repressione dello sviluppo economico nazionale, di sanzioni e di caos.

 

 

Questa analisi specialistica, insieme ai recenti rapporti dei leader del settore agricolo alla Coalizione Internazionale per la Pace, mette in luce l’ampiezza del problema, ben superiore a quanto appaia evidente, riguardo al blocco dei vari «stretti» – Hormuz, Bab el Mandeb, Bosforo, Baltico, Caraibi e altri. Certo, ad esempio, si conosce qualcosa del volume dei flussi di materie prime interrotti a causa del blocco dello Stretto di Ormuzzo, che di norma rappresentava il flusso annuo del 35 % del petrolio greggio mondiale, del 20 % del GNL e del 20-30 % dei fertilizzanti.

 

Tuttavia la situazione è ben più grave di quanto sembri, scrive EIRN. Sono urgentemente necessari dibattiti multinazionali su come massimizzare la produzione, ad esempio attraverso la fornitura di fertilizzanti in aree specifiche, la riduzione dell’utilizzo di risorse alimentari potenzialmente destinate alla produzione di biocarburanti e altre misure, che devono essere avviate immediatamente.

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Sono vari i punti che rendono la situazione critica.

 

I magazzini di cereali sono al limite della capacità. Senza interventi, i silos di grano in Ucraina, ad esempio, risulteranno ben al di sotto della capacità di stoccaggio per il raccolto di questa stagione che non verrà destinato alle destinazioni mondiali.

 

L’impennata nell’utilizzo di biocarburanti in Brasile, negli Stati Uniti e altrove sta dirottando cereali, soia e canna da zucchero, di cui c’è disperatamente bisogno, dall’alimentazione umana e animale verso la produzione di etanolo e biodiesel, nel folle tentativo di attutire le perturbazioni globali del settore petrolifero e del gas. Già nel 2025 gli Stati Uniti erano il primo produttore mondiale di etanolo, con il 52 % della produzione globale, grazie agli ingenti quantitativi di mais impiegati come materia prima.

 

L’utilizzo di soia per la produzione di biodiesel negli Stati Uniti è in forte aumento, in parte perché questa coltura non necessita di fertilizzanti azotati. ADM, una delle principali società di commercio e trasformazione di cereali a livello mondiale, ha effettuato questo mese un test di 5 giorni con una nave cargo alimentata esclusivamente a biocarburante B100.

 

La carenza mondiale di zolfo è estrema, poiché il 50 % dello zolfo presente sul mercato mondiale negli ultimi anni proveniva dalla regione del Golfo Persico, ora bloccata, dove era un sottoprodotto della conversione del petrolio acido in petrolio dolce mediante la rimozione del solfuro di idrogeno. Lo zolfo, oltre ai suoi usi in campo chimico, metallurgico e in altri settori industriali, è essenziale per la produzione di fertilizzanti fosfatici e per l’applicazione diretta dello zolfo.

 

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Vance avverte: «crescente interesse per il socialismo» negli USA.

Il Partito Repubblicano statunitense deve affrontare le pressioni economiche che gravano sugli americani, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha affermato il vicepresidente JD Vance.

 

Vance ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì in un’intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell’istruzione, l’accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.

 

«La nostra risposta a tutto ciò non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo», ha affermato Vance.

 

Il vicepresidente ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che ciò creerà posti di lavoro per la classe media. Ha inoltre citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell’amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

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«Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è questo: se non riusciamo a fare le cose per bene, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi», ha detto Vancem aggiungendo che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: «Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone».

 

Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla facoltà di giurisprudenza della Marquette University ha mostrato che l’inflazione e il costo della vita rappresentano la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37 % degli intervistati.

 

Le pressioni economiche sono state aggravate dall’aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dai dazi imposti da Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l’acquisto di un immobile. Secondo i dati citati da Forbes, a giugno il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari.

 

La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani americani. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39 % degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54 % che nutriva un’opinione positiva del capitalismo e all’81 % che favoriva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.

 

La divisione si è fatta più evidente anche nella politica elettorale, con i candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è fatto conoscere grazie a un programma incentrato sull’accessibilità economica dell’edilizia abitativa.

 

In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche attuate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l’aumento del costo della vita.

 

Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia di economia. Il sondaggio di Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull’economia pari al 30 % e sull’inflazione e il costo della vita al 22 %, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.

 

Il socialismo è rimasto per decenni, se non per secoli, un argomento tabù negli USA. Ciò è in parte paradossale: è uno dei pochi grandi paesi industrializzati dove un partito socialista di massa non si è mai affermato stabilmente, eppure il dibattito sul socialismo attraversa la storia americana fin dall’Ottocento e continua a essere centrale nella politica contemporanea.

 

Il rapporto tra gli Stati Uniti e il socialismo è storicamente marginale e complesso, poiché la nazione si è fondata sui principi del libero mercato, dell’individualismo e della proprietà privata. Questa forte identità legata alla mobilità sociale individuale, unita alle divisioni etniche tra i lavoratori immigrati e al radicato anticomunismo della Guerra Fredda, ha impedito la nascita di un partito socialista di massa paragonabile a quelli europei.

 

Nonostante questo rifiuto ideologico, il socialismo ha influenzato periodicamente la storia americana. Nell’Ottocento esistevano comunità utopiche socialiste (come quella di New Harmony, fondata da Robert Owen) e movimenti operai influenzati dal marxismo, portati soprattutto da immigrati europei.

 

Nei primi del Novecento, Eugene V. Debs riuscì a raccogliere un consenso significativo alla guida del Socialist Party of America, mentre negli anni Trenta la Grande Depressione spinse il governo a introdurre con il New Deal riforme assistenziali vicine alla socialdemocrazia – o, si pensava in Italia, al corporativismo fascista. Debs ottenne quasi il 6% dei voti alle presidenziali del 1912, e diversi sindaci e amministratori locali socialisti vennero eletti in varie città.

 

Successivamente, negli anni Sessanta, i movimenti per i diritti civili e contro la guerra riaccesero forti istanze di giustizia sociale.

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In epoca contemporanea si assiste a una riscoperta del termine, specialmente tra i Millennials e la Gen Z. Oggi il socialismo viene associato soprattutto alla richiesta di una sanità universale, di un’istruzione gratuita e di un welfare più robusto, dinamica che ha permesso a organizzazioni come i Democratic Socialists of America di trovare spazio e visibilità all’interno del Congresso.

 

Gli storici hanno proposto diverse spiegazioni per l’«eccezionalismo americano» nel rifiuto del socialismo, come il sistema elettorale maggioritario a turno unico che penalizza fortemente i terzi partiti, a differenza dei sistemi proporzionali europei, una tradizione culturale forte di individualismo, mobilità sociale percepita («chiunque può arricchirsi») e la diffidenza verso lo Stato centrale.

 

Vi è stata poi l’ondata di repressione politica: la Prima Guerra Mondiale portò a leggi come l’Espionage Act, usate per incarcerare lo stesso Debs, seguirono la «Red Scare» del primo dopoguerra e, più tardi, il maccartismo degli anni Cinquanta, che associò il socialismo al comunismo sovietico e lo rese politicamente tossico per decenni.

 

Vi era poi l’assenza di un partito operaio autonomo: i sindacati americani si sono storicamente appoggiati soprattutto al Partito Democratico, invece di formare un proprio partito di classe come in Gran Bretagna o Germania.

 

Le politiche riformiste «cuscinetto» del New Deal di Roosevelt negli anni Trenta introdusse elementi di welfare state (previdenza sociale, tutele sindacali, regolamentazione economica) che assorbirono parte della domanda sociale che altrove alimentava i partiti socialisti, senza però adottare la retorica o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

 

Per gran parte del Novecento, «socialismo» e «comunismo» sono stati usati quasi come sinonimi nel discorso pubblico americano, identificati con il nemico geopolitico primario del dopoguerra, l’Unione Sovietica. Questo ha reso il termine un’arma retorica efficace contro qualsiasi proposta di espansione del ruolo dello stato, indipendentemente dal suo effettivo contenuto (l’Obamacare, ad esempio, venne etichettato «socialista» da alcuni critici pur essendo un sistema basato su assicurazioni private).

 

Negli ultimi quindici anni si osserva un cambiamento significativo, specialmente tra le generazioni più giovani. Bernie Sanders, senatore indipendente che si definisce «socialista democratico» (nel senso europeo di socialdemocrazia scandinava, non di socialismo marxista classico), ha avuto un impatto notevole nelle primarie democratiche del 2016 e 2020.

 

Diversi sondaggi degli ultimi anni mostrano che una quota significativa di americani under 30 esprime un giudizio più favorevole sul socialismo rispetto alle generazioni precedenti, sebbene la maggioranza continui a preferire un’economia di mercato.

 

Al contempo, resta una forte reazione contraria: il termine viene ancora usato in chiave polemica dal Partito Repubblicano, e la maggioranza degli americani anziani mantiene un’associazione negativa con la parola.

 

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Gaza: la scuola parrocchiale cattolica riaprirà a settembre

Nella Striscia di Gaza, la situazione rimane drammatica: edifici e strade sono distrutti e spostarsi all’interno del territorio è estremamente difficile. Le condizioni di vita sono particolarmente dure e i residenti sono costretti a vivere in un’area ridotta in macerie. Teoricamente protetta da un cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la Striscia di Gaza è stata teatro di continui raid israeliani negli ultimi mesi.

 

Monsignor William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale Latino per Gerusalemme e Palestina, descrive la vita quotidiana degli abitanti di Gaza: «gli abitanti di Gaza occupano ora il 47% dell’enclave palestinese, poiché gli israeliani hanno conquistato il 53% del territorio. La densità di popolazione è diventata molto elevata, soprattutto perché l’80% delle infrastrutture è stato distrutto, compresi edifici, acqua ed elettricità. Molte scuole e università non esistono più. Molte persone, migliaia, vivono in tende».

 

Negli ultimi mesi, il cibo che arriva a Gaza viene importato da Israele dai commercianti e poi venduto agli abitanti della Striscia. Il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa , che ha visitato la zona alla fine di giugno, ha trovato il mercato più fornito rispetto alla sua precedente visita di sei mesi prima, poco prima del Natale 2025.

 

Padre Gabriele Romanelli, parroco della Chiesa latina della Sacra Famiglia, ha parlato sui social media delle strade devastate dalla guerra, della crescente scarsità di mezzi di trasporto e del carburante dai prezzi proibitivi. Di conseguenza, anche i brevi spostamenti all’interno della Striscia di Gaza sono diventati difficili.

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Ogni giorno, padre Romanelli si trova ad affrontare la sfida di portare i bambini del quartiere in parrocchia per le attività della scuola estiva presso l’Oratorio di San Giuseppe, gestite da sacerdoti, suore e laici. Per questo motivo, la parrocchia ha deciso di sostenere finanziariamente i pochi autobus e minibus in servizio che trasportano bambini, ragazzi e famiglie dalla Striscia di Gaza.

 

Prima della guerra, la scuola parrocchiale della Sacra Famiglia poteva ospitare quasi 700 studenti. In un’intervista a Radio Vaticana del 17 luglio 2026, il vescovo Shomali ha annunciato la riapertura della scuola, ristrutturata per accogliere circa 1.000 bambini. Il vicario patriarcale ha sottolineato l’importanza di dare a questi giovani l’opportunità di riprendere gli studi, perché «senza istruzione non c’è futuro». Attualmente, la maggior parte dei bambini di Gaza trascorre le giornate tra le macerie, cercando materiali da costruzione da vendere nei mercati.

 

Il vescovo Shomali aggiunge che la scuola può aiutare i bambini a trovare il modo di superare i traumi della guerra e ad abbandonare lo spirito di vendetta. «ci vuole molto tempo perché imparino a dimenticare e perdonare; è molto difficile, ma dobbiamo riuscirci perché la vendetta non è la soluzione», sottolinea il Vicario patriarcale di Gerusalemme.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine © Patriarcato Latino di Gerusalemme via FSSPX.News

 

 

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Oggi sono sedici anni dalla morte di Cossiga: perché per me è stato il peggior presidente della Repubblica

Il 17 agosto sono trascorsi sedici anni dalla morte di Francesco Cossiga, tra i peggiori politici e certamente il peggior Presidente della Repubblica italiana.

Giovanissimo deputato democristiano, quindi ministro dell’Interno con Moro e poi con Andreotti, passando per la presidenza del Consiglio e fino al Quirinale, quella del “picconatore” è la metafora della storia stessa dell’Italia del secondo dopoguerra. Come ricordò Nando dalla Chiesa all’indomani della sua morte (Lo statista. Promemoria su un presidente eversivo, Melampo 2011), “di segreti Cossiga ne ha conservati tanti e falsi segreti li ha alimentati con le sue interviste”. Basti pensare alla fantomatica (e depistante) pista palestinese per la strage piduista alla stazione di Bologna.

Uno dei pochi giornalisti viventi che ha ben descritto il ruolo di depistatore di Stato di Cossiga è Gianni Barbacetto: “il non detto del passato, con i suoi segreti impronunciabili e i suoi ricatti, resterà a fare da trama al futuro e le vecchie ferite resteranno cicatrici nascoste, focolai di nuove infezioni.”

Chi però, più di chiunque altro, ha documentato il carattere eversivo dell’ex capo di stato sardo è Sergio Flamigni, l’ex senatore berlingueriano scomparso a 100 anni lo scorso 10 dicembre. Ecco un estratto dal suo documentatissimo libro I fantasmi del passato (edizioni Kaos 2001): Il 6 gennaio 1980 la mafia [non solo la mafia, nda] uccise a Palermo il presidente della Regione Sicilia, il Dc Piersanti Mattarella. Convinto sostenitore della politica morotea, Mattarella era impegnato a costituire una giunta con il Pci. Tra il 15 e il 19 febbraio 1980 il XIV Congresso nazionale della Dc, svoltosi a Roma, sconfessò ufficialmente la linea politica di Moro, liquidò la segreteria Zaccagnini, e con una maggioranza (58%) formata da Flaminio Piccoli (eletto nuovo segretario), Antonio Bisaglia, Carlo Donat Cattin, Gianni Prandini, Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani (eletto presidente del partito) approvò il “preambolo”, cioè il rifiuto da parte della Dc di ogni “corresponsabilità di gestione” con il Pci.

L’estensore del “preambolo” anticomunista, e vero uomo forte della coalizione congressuale vittoriosa, era il senatore Carlo Donat Cattin, che infatti venne nominato vicesegretario del partito. Tutti i 19 parlamentari della Dc segretamente iscritti alla P2 votarono il “preambolo”, e del resto lo stesso segretario particolare di Donat Cattin, Ilio Giasolli, era affiliato alla Loggia massonica gelliana.

Anche nel primo governo Cossiga, al momento in carica, la P2 era ben rappresentata, con due ministri (i Dc Gaetano Stammati e Adolfo Sarti), tre sottosegretari (il Pli Antonio Baslini, il Psdi Costantino Belluscio, il Dc Rolando Picchioni), e lo stesso presidente del Consiglio era in buoni rapporti col capo della P2 Licio Gelli. Infiltrata nella Dc, nel Psi, in tutti i partiti laici minori, e perfino nel Msi, la Loggia segreta stava svolgendo un intenso lavorìo occulto per pilotare il quadro politico verso i dettami del “Piano di rinascita democratica”. Così, dopo la restaurazione della Dc, la P2 si attivò per consolidare nel Partito socialista la leadership “anticomunista” di Bettino Craxi, e per portare il Psi nel governo Cossiga. (…)

Il 5 agosto 1990 un servizio del settimanale L’Espresso raccontò quelli che erano stati i rapporti di Cossiga con il capo della P2 Licio Gelli, rapporti che erano già emersi nel corso dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta. (…) il settimanale ricordava le parole di Federico Umberto D’Amato, dirigente delle polizie speciali del Viminale e affiliato alla P2 [uno dei mandanti della strage alla stazione di Bologna, nda], a proposito di una presunta telefonata Cossiga-Gelli: “D’Amato stava da Gelli – in uno dei sei incontri che ha avuto – e sentì il maestro venerabile rispondere al telefono con una persona che chiamava “presidente”. Finita la telefonata Gelli disse a D’Amato: ‘Ho parlato con il principale candidato alla presidenza del Consiglio, l’onorevole Cossiga. Mi ha detto ‘Se tu mi appoggi, io accetto!’. Credo proprio che lo farò’.

L’Espresso riportava poi la testimonianza del massone Francesco Pazienza, il quale aveva dichiarato che un giorno – presente nell’ufficio di Cossiga insieme a Luigi Zanda (collaboratore cossighiano, ex senatore del Pd) e a Michael Ledeen, professore legato all’entourage di Kissinger e ai servizi segreti americani (in “rapporti cordiali con l’on. Cossiga da darsi del tu”) – aveva avuto modo di assistere a “una telefonata giunta a Cossiga durante la nostra presenza e che durò circa 15 minuti, egli fu particolarmente affettuoso con un interlocutore che continuava a chiamare Licino. Venni poi a sapere da D’Amato che il Licino era in effetti il Licio nazionale”.

Piccole soddisfazioni. All’inizio del nuovo millennio Cossiga fu condannato a risarcire Sergio Flamigni: da presidente della Repubblica, lo aveva definito pubblicamente “un poveretto”.

Prima o poi qualche storico dovrebbe tentare di rispondere a una domanda: perché il Pci (orfano di Berlinguer) nel 1985 accettò di contribuire ad eleggere Cossiga al Quirinale?

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Oltre i cliché del Settantasette e dell’estremismo: i due volumi di Franculli e Fantini

Il 1977 e gli anni complessi della lotta armata continuano a generare narrazioni saggistiche e letterarie. Molte di queste opere restano tuttavia ripetitive, bloccate entro schemi ideologici rigidi o limitate a memorie difensive prodotte dai singoli protagonisti.

L’editore DeriveApprodi pubblica ora due libri che scelgono di deviare da questa abitudine consolidata. Si tratta di due volumi originali ed efficaci, capaci di affrontare la storia politica italiana recente attraverso prospettive poco esplorate e lontane dalle convenzioni della solita memorialistica. Entrambi i testi offrono un quadro privo di retorica su stagioni complesse della Repubblica.

Il primo libro è Appuntamento al San Callisto. Viaggio nei sogni del ’77 romano firmato da Canio Franculli. Il volume si impone per una precisa scelta di campo: descrive il movimento direttamente dal suo interno, evitando qualunque lettura ortodossa o dogmatica dei fatti. Franculli adotta un registro rigorosamente umano e asciutto, raccontando la vicenda di un giovane provinciale che arriva nella capitale negli anni Settanta.

Il testo rifiuta le consuete celebrazioni ideologiche, così come evita qualsiasi forma di compiacimento nostalgico sul valore dei militanti dell’epoca. Al contempo, la narrazione esclude ogni tipo di atteggiamento vittimistico. Franculli ricostruisce il quotidiano di chi partecipava alle lotte politiche attraverso i fatti reali, le contraddizioni interne, la ricerca artistica, i luoghi di ritrovo urbani, i cortei e gli scontri di piazza.

La prospettiva mantenuta dall’autore è strettamente personale e concreta. Non si nota la pretesa di formulare un giudizio politico globale sul decennio, bensì l’intento di registrare le modalità con cui i singoli individui vivevano la collettività. Si tratta di un’opera di ricostruzione che rifiuta tanto la criminalizzazione a priori quanto la beatificazione retrospettiva, mettendo al centro le scelte individuali, la disillusione e le relazioni umane reali formatesi tra i giovani romani di quegli anni.

Il secondo volume è Storia di Roby il pazzo. La parabola di Sandalo nella lotta armata scritto da Gabriele Fantini. La biografia tratta la figura di Roberto Sandalo, militante in Lotta Continua e Prima Linea, poi collaboratore di giustizia, arrivato nei decenni successivi ad avvicinarsi alla Lega Nord e a compiere attacchi contro strutture della comunità islamica.

Sul piano strettamente politico, Sandalo rimane una figura poco interessante, sprovvista di uno spessore teorico o di una visione strategica significativa. Nel lavoro di Fantini si nota inoltre qualche giustificazione di troppo riservata al protagonista. Nonostante questo limite analitico, il testo rappresenta un lavoro documentaristico eccezionale. Il valore principale dell’autore consiste nell’aver esaminato e incrociato una grande mole di documenti d’archivio e di testimonianze dirette per ricostruire un itinerario personale che altrimenti verrebbe archiviato come semplice stravaganza individuale.

Il libro consente di analizzare un fenomeno inedito e poco indagato: la conversione verso la Lega Nord e la successiva partecipazione agli assalti contro le moschee da parte di un ex terrorista di sinistra. Fantini registra questi passaggi senza cedere al sensazionalismo, dimostrando come una specifica attitudine al radicalismo possa mutare la propria appartenenza politica mantenendo inalterate le forme della violenza illegale.

Sia il lavoro narrativo di Franculli sia la ricerca biografica di Fantini forniscono un contributo solido per la comprensione fattuale dell’Italia degli anni Settanta e delle sue dirette conseguenze nei decenni seguenti. Franculli analizza la dimensione vissuta e umana del movimento al di fuori delle rigide direttive di partito. Fantini raccoglie dati, verbali giudiziari e fatti storici indispensabili per valutare le successive trasformazioni dell’estremismo. Si tratta di due testi originali che rifiutano categoricamente le valutazioni sbrigative e arricchiscono il dibattito storiografico corrente con elementi certi e incontestabili di analisi reale.

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La richiesta all’Ue di scostamento di bilancio per 36 miliardi è una scelta da buon padre di famiglia?

di Carmelo Pennisi

Mi è sempre stata cara un’espressione dalla forte carica evocativa usata nel Codice Civile: la diligenza del buon padre di famiglia. Una linea di condotta prescritta dal Codice a qualunque cittadino nell’adempimento di un’obbligazione e in particolare al mandatario nell’esecuzione del mandato ma che dovrebbe valere tanto più per chi ricopre funzioni pubbliche.

Ciononostante, nell’agire di questo Governo si fa fatica a riscontrare sia la diligenza sia l’emulazione del buon padre di famiglia e mi riferisco, in particolare, alla scelta dell’Esecutivo di chiedere all’Ue l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale al fine di consentire uno scostamento di bilancio di circa 36 miliardi di euro.

Cioè, siccome il bilancio italiano presenta attualmente un deficit superiore al 3% del Pil, motivo per cui è in corso una procedura d’infrazione che non consente di aumentare le spese, si chiede all’Ue un’autorizzazione “eccezionale” a spendere quest’anno e nei prossimi due 14 miliardi per la transizione energetica e 22 miliardi per la difesa.

Eppure i problemi veri e gravi del Paese sarebbero altri: i salari e gli stipendi reali sempre più bassi, con impoverimento di lavoratori dipendenti e pensionati (un docente di scuola media superiore tra il 1990 e il 2026 ha visto ridursi il potere d’acquisto del suo stipendio del 29,7%); i prezzi dei carburanti e dell’energia a livelli record e sui quali nessun impatto nel breve e medio periodo avrebbero gli eventuali fondi per la transizione energetica (Nomisma stima rincari annuali delle bollette del 54% per le imprese e del 23% per le famiglie che, pertanto, dovranno sopportare un aggravio medio di 1.000 euro su base annuale); i bassissimi livelli di crescita del Pil (+0,5% nel 2025 nonostante le iniezioni dei fondi Pnrr che solo in quell’anno sono stati di 31,1 miliardi di euro); il Sistema Sanitario Nazionale, questo sì, in disarmo (nel 2024 le famiglie hanno dovuto sostenere direttamente il 22% delle spese per le cure e sono in aumento gli italiani che hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria). Ma la lista è molto più lunga.

Un solo dato a riprova delle difficoltà: per abbassare per pochi giorni le accise e, quindi, il prezzo del gasolio di appena 17 centesimi è stato necessario tagliare 245 milioni alle spese dei ministeri.

Di fronte a tutto ciò il Ministro Giorgetti, nel motivare la richiesta di scostamento, si è riconosciuto il coraggio di fare scelte impopolari e ha rivendicato la coerenza rispetto al suo senso del dovere e al giuramento prestato sulla Costituzione con riferimento al dovere di difesa della Patria (art. 52 Cost.).

Per chiarezza e completezza avrebbe dovuto anche dire da chi e da che cosa difendere la Patria. Ma è un particolare che non è dato sapere neanche leggendo le Faq sul “ReArm Europe Plan/Readiness 2030” disponibili sul sito della Commissione Europea ma solo in inglese, tedesco e francese, giusto per invogliare l’italiano medio a leggerle.

Se il non detto alluderebbe ad una presunta minaccia russa può essere rassicurante la dichiarazione “Russia is not looking for conflict” del generale americano Grynkewich: un giudizio probabilmente condiviso dalla maggioranza degli italiani o perlomeno da quelli che conoscono un po’ di storia (intese Gorbaciov-Nato, fatti di Maidan, accordi di Minsk, ecc.).

Nell’attuale contesto, far indebitare lo Stato italiano di ulteriori 22 miliardi di euro (Safe o titoli del debito pubblico è una questione poco rilevante) per spese militari non è una scelta coraggiosa ma semplicemente assurda. E pare quanto meno fuori luogo invocare l’art. 52 della Costituzione in mancanza di un reale, attuale e concreto pericolo per la Patria; piuttosto si applichi l’art. 11 della Costituzione, non solo come mera enunciazione di un principio ma come divieto cogente di porre in essere azioni che anziché scoraggiare i conflitti armati ne possano essere pericolose incubatrici. E su questo il buon padre di famiglia non avrebbe avuto alcun dubbio.

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Università del Lazio, quasi un miliardo di fondi nel 2026: ora la sfida è farli fruttare

Per le università del Lazio il 2026 porta in dote una cifra che, francamente, fa un certo effetto. Ben 967,5 milioni di euro è infatti quanto spetta agli atenei statali della regione con il nuovo riparto del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), il principale canale attraverso cui lo Stato sostiene il sistema accademico. Rispetto allo scorso anno, sul tavolo ci sono circa 4,4 milioni di euro in più e se si allarga lo sguardo fino al 2019, l’aumento arriva al 21,8%. Tuttavia, non si tratta solamente di numeri in crescita, poiché il nuovo finanziamento si accompagnerà ad interventi rivolti a sostenibilità, reclutamento, innovazione e progetti strategici, mentre le risorse erogate dovranno essere utilizzate per rafforzare il sistema universitario.

La Sapienza davanti a tutti, ma la vera partita è quella che viene dopo

La quota più consistente va alla Sapienza – Università di Roma, che supera i 555,1 milioni di euro, un risultato che non le vale soltanto il primato regionale, insieme agli altri conquistati nei mesi scorsi, bensì anche quello nazionale. A seguirla a ruota c’è Tor Vergata, con 174 milioni di euro, mentre Roma Tre arriva a circa 138,7 milioni, mettendo a segno una crescita del 2% rispetto al 2025. Più distanti, invece, troviamo la Tuscia di Viterbo con 48,1 milioni, l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale che riceve 35,8 milioni e, infine, quella del Foro Italico a cui vanno 15,8 milioni.

Università del Lazio, quasi un miliardo di fondi nel 2026: ora la sfida è farli fruttare
Il finanziamento si legge nei bilanci, ma il suo effetto si vede anche nei laboratori dove ogni giorno si fa ricerca

Numeri differenti, naturalmente, perché diverse sono le dimensioni, le strutture e le attività di ogni singola realtà accademica. Ciò nonostante, ciascuna di esse conserva un elemento in comune. Le somme predisposte dal Ffo, sulla base del Decreto ministeriale n. 982 firmato nei giorni scorsi dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, concorrono a finanziare didattica, laboratori, personale e strutture. Insomma, un investimento che si misura anche nella capacità di trasformare le risorse in interventi concreti. Per Bernini, ad esempio, dovrebbero tradursi nella possibilità di rafforzare la ricerca, migliorare l’offerta didattica e cercare di per attirare sempre più studenti, docenti e ricercatori, con l’obiettivo di rendere l’università italiana più competitiva e internazionale.

Il punto, allora, non è soltanto quanto entra nelle casse degli atenei, ma cosa accade dopo. Tra assunzioni, laboratori, servizi e nuovi progetti, il Ffo può incidere in maniera concreta sulla vita quotidiana degli atenei, ma il risultato dipenderà dalla capacità di trasformare gli stanziamenti in interventi che lascino qualcosa oltre il bilancio di un singolo anno, perché aumentare i fondi è la prima parte della partita, ma la seconda, probabilmente più difficile, comincia adesso: farli diventare opportunità.

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Škoda vince il Barum Rally: Březík davanti a Suninen

Adam Březík vince il Barum Rally Zlín con la Škoda Fabia RS Rally2. Suninen secondo, primo podio ERC per la Lancia Ypsilon Rally2.

Adam Březík ha conquistato il 55° Barum Czech Rally Zlín firmando la vittoria più importante della sua carriera e imponendosi in una delle gare su asfalto più selettive del Campionato Europeo Rally FIA. Il pilota ceco ha costruito il successo con la Škoda Fabia RS Rally2 del Team Samohýl Škoda, gestendo senza errori un percorso dove grip variabile, velocità elevate e sollecitazioni sugli pneumatici hanno messo in crisi diversi protagonisti.

La vittoria assume un significato particolare anche sul piano tecnico. Březík ha corso con pneumatici Hankook e ha trovato nel pacchetto vettura-assetto uno dei punti di forza del fine settimana. Partito domenica con 9,7 secondi di vantaggio, il trentenne non si è limitato a controllare: ha vinto tre speciali consecutive, comprese Pindula e Semetín, portando il margine fino a 21,2 secondi quando mancavano tre prove al termine.

La gestione della Fabia RS Rally2 è stata uno degli elementi chiave. Březík ha spiegato di non avere modificato l’assetto durante la stagione, affidandosi al lavoro svolto da Roman Kresta, tre volte vincitore del Rally di Zlín. Una scelta che racconta bene l’approccio adottato dal team: continuità di setup, conoscenza profonda delle reazioni della vettura e sfruttamento dell’esperienza del pilota sulle strade di casa.

Per Březík, al decimo anno dalla prima partecipazione alla gara, il risultato rappresenta un salto di qualità netto. Nelle precedenti otto presenze nell’ERC il miglior piazzamento era stato il quarto posto ottenuto proprio a Zlín nel 2024. Questa volta, invece, il ceco ha trasformato la conoscenza del percorso in prestazione pura, mantenendo un ritmo elevato senza esporsi agli errori che hanno condizionato molti rivali.

Alle sue spalle, Teemu Suninen ha chiuso secondo e ha rafforzato la propria posizione nella corsa al titolo ERC. Il finlandese, equipaggiato con pneumatici Pirelli, ha mostrato una notevole capacità di adattamento alla sua prima esperienza al Barum, imponendosi nella seconda percorrenza di Pindula e vincendo il duello diretto con Miko Marczyk.

Proprio il confronto tra Suninen e Marczyk è stato uno dei temi tecnici della giornata. Il campione ERC in carica, sostenuto da Michelin, aveva iniziato Pindula con 1,6 secondi di margine, ma Suninen ha ribaltato la situazione guadagnando 2,7 secondi. Marczyk ha risposto a Semetín riprendendosi momentaneamente la seconda posizione, prima di perderla nuovamente a Kateřinice. Sul traguardo, il finlandese è riuscito a conservare il vantaggio.

Il terzo posto di Andrea Mabellini aggiunge un altro elemento importante al weekend ceco. Con la Lancia Ypsilon Rally2 HF Integrale, novità della stagione 2026, l’italiano ha ottenuto il primo podio ERC del modello. Un risultato significativo per il progetto sportivo Lancia, perché arriva su una gara particolarmente impegnativa e contro una concorrenza consolidata nel Rally2.

Mabellini aveva già mostrato competitività vincendo la super speciale del venerdì e nella Power Stage conclusiva ha completato la rimonta su Marczyk. Il risultato assume ancora più valore considerando l’uscita in un fosso affrontata a Semetín nella mattinata di domenica, senza conseguenze tali da compromettere definitivamente la gara.

Più complesso il fine settimana di Filip Mareš. Il pilota della Toyota GR Yaris Rally2 aveva il passo per inserirsi nella lotta per le prime posizioni, ma un danno allo pneumatico posteriore destro nei pressi del traguardo di Semetín gli ha fatto perdere terreno. A Kateřinice è arrivato poi un testacoda ad alta velocità che ha danneggiato la parte posteriore della vettura, relegandolo al settimo posto.

Davanti a lui hanno concluso Jakub Matulka, ancora competitivo dopo il podio ottenuto in Polonia, e Simone Tempestini, sesto nel giorno della 50ª partecipazione ERC del Team MRF Tyres. Nella top ten sono entrati anche Simon Wagner, Václav Pech e Roberto Blach.

La gara ha sottolineato ancora una volta quanto Zlín sia severa sul piano dell’affidabilità. Erik Cais, partito settimo domenica, si è ritirato dopo un problema al turbocompressore, mentre Jan Kopecký aveva già abbandonato sabato per un guasto al tubo dei freni mentre era ancora coinvolto nella lotta per la vittoria. Per l’ex campione ERC è così sfumata la possibilità di conquistare il tredicesimo successo nella gara di casa.

Nelle categorie inferiori, Ville Vatanen ha vinto il Trofeo ERC Fiesta Rally3 e la classifica FIA ERC3, chiudendo tredicesimo assoluto. Nel Junior ERC, invece, Tom Heindrichs ha centrato il secondo successo consecutivo davanti al compagno Timo Schulz.

Il Barum lascia quindi due indicazioni importanti in vista della parte finale della stagione. Da un lato, Březík ha dimostrato che un pacchetto tecnico ben conosciuto e stabile può ancora fare la differenza anche contro equipaggi con ambizioni di titolo. Dall’altro, Suninen e Mabellini escono da Zlín con risultati pesanti in chiave campionato e sviluppo vettura. Il prossimo confronto sarà al JDS Machinery Rali Ceredigion, in Galles, dal 4 al 6 settembre, ancora una volta interamente su asfalto.

Classifica finale:

1. A Březík / Z Bělák CZE Škoda Fabia RS Rally2 1h 57m 13.5s
2. T Suninen / A Haapala FIN Škoda Fabia RS Rally2 +08.3s
3. A Mabellini / V Lenzi ITA Lancia Ypsilon HF Rally2 +15,8 s
4. M Marczyk / S Gospodarczyk POL Škoda Fabia RS Rally2 +17.1s
5. J Matulka / D Syty POL Škoda Fabia RS Rally2 +55.9s
6. S Tempestini / F Maior ROU Škoda Fabia RS Rally2 +1m 33.7s

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Due delle quattro opere di Antonello da Messina rubate al MuMe sono state recuperate

Quattro tavole attribuite al grande pittore Antonello da Messina sono state rubate la sera di Ferragosto dal Museo regionale interdisciplinare di Messina. Due delle opere sottratte sono state ritrovate poche ore dopo sul muro esterno dell’edificio. Rimangono disperse una tavola del Polittico di San Gregorio e un piccolo dipinto bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Secondo le prime ricostruzioni, almeno tre persone con il volto coperto sarebbero entrate nel museo forzando un ingresso secondario. Le immagini della videosorveglianza, acquisite dalla polizia, indicherebbero che il furto è durato tra i due e i tre minuti.

I responsabili hanno raggiunto le sale in cui erano esposte le opere e hanno sottratto tre dei cinque pannelli superstiti del Polittico di San Gregorio, oltre alla tavoletta bifronte conservata in una teca blindata. Due pannelli del polittico sono stati successivamente abbandonati lungo viale della Libertà, sul muro che delimita il museo. Alcuni passanti li hanno notati e hanno avvertito le forze dell’ordine. Non sono invece ancora stati recuperati il terzo pannello e la tavoletta bifronte.

Le prime notizie parlavano di sistemi di sicurezza elusi, ma la direzione del museo ha poi precisato che allarmi e telecamere erano attivi. «I sistemi di sicurezza, allarme e videosorveglianza sono perfettamente funzionanti e sono in corso indagini degli organi competenti quali polizia e carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale», ha comunicato il museo. Secondo quanto emerso dalle verifiche iniziali, l’allarme sarebbe scattato quando sono state infrante le protezioni delle opere e le telecamere avrebbero registrato il furto. Gli investigatori stanno quindi cercando di stabilire perché il funzionamento dei singoli dispositivi non abbia impedito ai responsabili di allontanarsi con i dipinti. Le registrazioni della videosorveglianza sono state affidate agli inquirenti, mentre gli specialisti della polizia scientifica hanno effettuato i rilievi nell’edificio. Alle indagini partecipa anche il Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri.

Il Polittico di San Gregorio, conosciuto anche come Polittico del Rosario, è una delle opere più importanti della produzione giovanile di Antonello da Messina. Fu commissionato da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, e venne completato nel 1473. Era composto in origine da sei tavole inserite in una struttura lignea che non si è conservata. Al centro si trovava la Madonna in trono con il Bambino e gli angeli reggicorona, affiancata dai santi Gregorio e Benedetto. Nella parte superiore erano collocati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Il pannello centrale della parte più alta, probabilmente dedicato al Cristo morto sorretto dagli angeli, è andato perduto. Il polittico sopravvisse al terremoto che distrusse gran parte di Messina nel 1908, ma riportò danni provocati dai detriti, dalla polvere e dalla pioggia caduta sulla città nei giorni successivi. Nel corso del Novecento fu sottoposto a diversi restauri. Prima del furto ne rimanevano cinque pannelli, esposti insieme nel museo messinese.

L’altra opera ancora dispersa è una piccola tavola dipinta su entrambi i lati. Su una faccia raffigura la Madonna con il Bambino benedicente e un francescano in adorazione, sull’altra il Cristo in pietà. Le dimensioni e la composizione indicano che era destinata alla devozione privata. Gli studiosi la datano tra il 1465 e i primi anni Settanta del Quattrocento. Il dipinto proveniva dalla collezione di Wilhelm Soldan, nella quale si trovava dal 1930. Fu attribuito ad Antonello nel 2003 e acquistato nello stesso anno dalla Regione Siciliana attraverso la casa d’aste Christie’s.

La direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha definito le opere coinvolte tra le più importanti e conosciute dell’artista. «Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte», ha detto, auspicando che le indagini portino all’arresto dei responsabili. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha detto di avere parlato con il sindaco di Messina, Federico Basile, e con il comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Ha inoltre assicurato la disponibilità del ministero a collaborare con le autorità siciliane, competenti per la gestione dei musei regionali in virtù dell’autonomia speciale.

Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha parlato di uno «sfregio» e ha annunciato l’avvio di un’ispezione interna. L’assessore alla Cultura del Comune di Messina, Enzo Caruso, ha collegato l’attenzione recente verso Antonello all’acquisto pubblico di un Ecce Homo per diversi milioni di euro, ma al momento non sono stati indicati elementi investigativi che mettano in relazione quell’operazione con il furto.

Le opere di Antonello da Messina arrivate fino a oggi sono circa quaranta. In Sicilia sono conservati, tra gli altri, l’Annunciata di Palazzo Abatellis a Palermo, un’Annunciazione esposta a Siracusa e il Ritratto d’ignoto del Museo Mandralisca di Cefalù. Un altro Ecce Homo dell’artista, rubato nel 1974 dal museo del Broletto di Novara, non è mai stato recuperato.

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In auto con il figlio morto per centinaia di chilometri. Ai genitori sembrava che dormisse

Dramma sull’autostrada A21 Torino-Piacenza, tra i caselli di Casteggio e Voghera. Una coppia ha viaggiato in auto con il figlio di 31 anni morto durante il tragitto, accorgendosene dopo un centinaio di chilometri, quando il papa’ si e’ fermato in un’area di sosta, lungo il tratto pavese, in direzione del capoluogo piemontese.

La famiglia è di origine romene: alla guida c’era il padre, la madre era nel lato passeggero e il 31enne sul sedile posteriore. Ai genitori sembrava che dormisse. Quando si sono fermati, si sono accorti che il figlio era accasciato e non reagiva in nessuna maniera. Gli operatori del 118, a quel punto allertati, hanno constatato il decesso del 31enne che sembra soffrisse di problemi cardiaci lievi.

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L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham

L’Italia ha chiuso al primo posto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham, con 22 podi complessivi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Il risultato è stato deciso nell’ultima gara del programma, la staffetta maschile 4×400, vinta dagli italiani davanti alla Gran Bretagna per tre centesimi. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno concluso in 2 minuti, 59 secondi e 16 centesimi, precedendo il quartetto britannico, arrivato in 2 minuti, 59 secondi e 19 centesimi. I Paesi Bassi hanno ottenuto il bronzo con 2 minuti, 59 secondi e 49 centesimi. Per l’Italia è stato il primo titolo europeo nella 4×400 maschile. In batteria la stessa formazione aveva stabilito il record italiano e il primato dei campionati con 2 minuti, 58 secondi e 10 centesimi.  La Gran Bretagna si è classificata seconda nel medagliere con nove ori, otto argenti e due bronzi, per un totale di 19 medaglie. La Germania, terza per numero di ori, ha raccolto 21 podi, con sei vittorie, dieci secondi posti e cinque terzi posti.

Il successo della staffetta maschile ha concluso una serata nella quale l’Italia aveva già ottenuto l’oro di Larissa Iapichino nel salto in lungo e il bronzo della 4×400 femminile. Iapichino ha vinto con una misura di 7 metri, realizzata al primo tentativo. Il salto è stato favorito da un vento di 2,1 metri al secondo, appena superiore al limite consentito per l’omologazione dei primati, ma valido ai fini della gara. La britannica Jazmin Sawyers si è fermata a 6,99 metri, mentre la francese Hilary Kpatcha ha conquistato il bronzo con 6,98.

È stato il primo titolo europeo all’aperto nel salto in lungo femminile per un’atleta italiana. Iapichino era arrivata seconda agli Europei di Roma del 2024. A Birmingham ha mantenuto il comando per tutta la finale, in una gara molto equilibrata: tra la prima e la quinta classificata ci sono stati appena sei centimetri. Poco dopo, Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro hanno concluso al terzo posto la 4×400 femminile in 3 minuti, 23 secondi e 57 centesimi. L’oro è andato ai Paesi Bassi, con 3 minuti, 21 secondi e 10 centesimi, davanti alla Gran Bretagna. Per la staffetta femminile italiana è stato il ritorno sul podio europeo dopo dieci anni.

Le gare dell’ultima giornata avevano già portato due argenti. Pietro Riva si era classificato secondo nella maratona maschile, completata in 2 ore, 9 minuti e 18 secondi, sette secondi dopo il tedesco Amanal Petros. Riva aveva conservato energie per il tratto conclusivo e aveva superato gli altri inseguitori negli ultimi 800 metri. Dopo la gara ha spiegato: «Sono stato per 41 chilometri superconcentrato sul come non spendere una briciola di energia in più, per preparare l’ultimo chilometro e la volata, senza preoccuparmi minimamente del distacco dai primi. Ha funzionato!».

Nella maratona femminile Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk e Giovanna Epis hanno ottenuto l’argento nella classifica a squadre. Lonedo si è piazzata sesta, Yaremchuk settima ed Epis ventunesima. La somma dei loro tempi ha collocato l’Italia dietro alla Gran Bretagna e davanti alla Spagna. La gara individuale è stata vinta dalla finlandese Alisa Vainio.

Il bilancio italiano è stato costruito in più discipline. Leonardo Fabbri aveva aperto la serie degli ori nel getto del peso, gara in cui Zane Weir aveva conquistato l’argento. Nadia Battocletti aveva poi vinto sia i 5.000 sia i 10.000 metri, accompagnata sul podio dei 5.000 dal bronzo di Micol Majori. Dariya Derkach ha conquistato il titolo nel salto triplo femminile, Gianmarco Tamberi quello nel salto in alto, con Matteo Sioli terzo. Nel salto triplo maschile Andy Diaz ha vinto con 18,15 metri e Andrea Dallavalle ha ottenuto il bronzo. Fausto Desalu è arrivato terzo nei 200 metri.

Un contributo rilevante è arrivato anche dalle prove di marcia. Massimo Stano e Sofia Fiorini hanno vinto le due maratone, con Fiorini capace di stabilire il record mondiale in 3 ore, 15 minuti e 11 secondi. Francesco Fortunato ha conquistato l’argento e Andrea Cosi il bronzo nella mezza maratona maschile, mentre Alexandrina Mihai è arrivata seconda nella prova femminile. Sara Fantini ha completato il gruppo degli argenti con il secondo posto nel lancio del martello.

Non tutte le gare più attese hanno avuto un esito favorevole. Marcell Jacobs si è fermato durante la finale dei 100 metri per un problema all’adduttore sinistro. Mattia Furlani si è infortunato durante le qualificazioni del salto in lungo. La staffetta maschile 4×100 è stata squalificata dopo la perdita del testimone, mentre quella femminile ha concluso al quarto posto. Nell’ultima serata l’Italia non ha completato neppure la nuova 4×100 mista, a causa di un errore nel secondo cambio tra Vittoria Fontana e Fausto Desalu. La gara è stata vinta dalla Gran Bretagna con il record europeo di 39 secondi e 97 centesimi. Nei 3.000 siepi il migliore degli italiani è stato Osama Zoghlami, undicesimo, mentre Matteo Oliveri ha concluso tredicesimo nel salto con l’asta e Ludovica Cavalli dodicesima nei 1.500 metri.

L’Italia ha vinto anche la classifica a punti, con 226, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, e ha eguagliato il proprio record di 45 finalisti. È il secondo successo consecutivo nel medagliere europeo dopo quello ottenuto a Roma nel 2024, quando la squadra italiana aveva raccolto 24 medaglie, comprese undici d’oro. A Birmingham i podi sono stati due in meno, ma sono bastati per confermare il primo posto davanti alla nazionale padrona di casa.

Domenica l’Italia ha ottenuto altre cinque medaglie agli Europei di nuoto di Parigi. Simona Quadarella ha vinto i 400 metri stile libero in 4 minuti, 1 secondo e 34 centesimi, nuovo primato personale e record dei campionati, completando la tripletta iniziata con i successi negli 800 e nei 1.500 metri. Thomas Ceccon ha conquistato l’argento nei 100 dorso, preceduto per un centesimo dal greco Apostolos Christou. Anche Benedetta Pilato è arrivata seconda nei 50 rana, a un centesimo dalla lituana Rūta Meilutytė.

Gli altri due argenti sono arrivati dalle staffette 4×100 miste. Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Menicucci hanno stabilito il record italiano nella prova femminile, mentre Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio si sono classificati secondi in quella maschile. L’Italia ha chiuso al secondo posto sia il medagliere generale degli sport acquatici, con 43 podi e un bilancio di 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, sia quello del nuoto in vasca, con sei ori, otto argenti e sei bronzi. In entrambe le classifiche il primo posto è andato alla Gran Bretagna.

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Così gli Angels of Love di Napoli conquistano il festival house più grande del mondo

Per la prima volta nei suoi 36 anni di vita, gli organizzatori del Chosen Few DJs Picnic & Music Festival – l’evento di musica house più importante e blasonato del pianeta – hanno deciso di spalancare le porte a un collettivo europeo, puntando dritto sul Sud.

È toccato agli Angels of Love, storico gruppo originato a Napoli di dj e producers, rappresentare ben 27 Stati dell’Unione Europea nel più grande circuito del clubbing mondiale, traghettando la storia della house italiana ad un festival che ha coinvolto, nella giornata clou, oltre 60.000 partecipanti provenienti da tutto il mondo. Guidati da Alex Serafini con il supporto del fondatore storico di Angels of Love, Maurizio Luise, e con la partecipazione del dj campano dAPULEO, agli Angels è toccato il compito di rappresentare l’Europa su un palcoscenico di caratura mondiale.

Il festival americano ha visto in cartellone leggende assolute del genere: da Alan King (figura legale e amico di Barack Obama, di cui ha sostenuto attivamente la campagna presidenziale) al candidato ai Grammy Award Terry Hunter; da Mike Dunn, pilastro della musica house di Chicago da quasi trent’anni, a Wayne Williams, produttore di hit per superstar mondiali come Aretha Franklin e Justin Timberlake.

Il cast è proseguito con il dj Jazzy Jeff, noto al grande pubblico anche come co-protagonista della serie Willy, il principe di Bel-Air; la storica cantante Christine Wiltshire, voce di successi planetari come “Keep on Jumping” e “Weekend”; Kenny Dope, quattro volte candidato ai Grammy Award; e la celebre Kym Mazelle, voce iconica della colonna sonora del film cult Romeo + Giulietta. E poi ci sono loro, Maurizio Luise e dAPULEO, che nel silenzio mediatico italiano sono stati i primi europei ad essere consacrati nel palcoscenico house più importante degli ultimi 40 anni, un successo che ha portato il collettivo nato a Napoli (ora leader di mercato in Italia) sul tetto del mondo.

Dopo 36 anni di storia, dunque, il collettivo meridionale, che conta una community di oltre 250mila partecipanti, ha così esportato l’house italiana nel festival più importante degli ultimi quarant’anni. Questo traguardo arriva poco dopo il riconoscimento ricevuto in Parlamento dall’intergruppo “Sviluppo Sud” (guidato dal Presidente on. Alessandro Caramiello e composto da 50 parlamentari) che ha premiato gli Angels of Love come “eccellenza meridionale”.

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L’attacco israeliano contro la giornalista libanese Amal Khalil, minuto per minuto

Il 22 aprile 2026, nel sud del Libano, un attacco israeliano ha ucciso la giornalista del quotidiano Al Akhbar Amal Khalil e ferito gravemente l’operatrice di ripresa Zeinab Faraj.

Per Amnesty International è stato un crimine di guerra: a confermarlo è stata la ricostruzione dell’accaduto, basata sulle testimonianze dell’unica sopravvissuta e delle prime persone intervenute sul posto, su materiale audiovisivo e sulle comunicazioni tra i vari soggetti coinvolti nei mancati soccorsi.

Le due giornaliste hanno cercato riparo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’automobile che le precedeva aveva ucciso due uomini. Nelle due ore successive, mentre alcuni droni sorvolavano la zona a distanza ravvicinata, altri due attacchi aerei hanno colpito prima la loro automobile, parcheggiata nelle vicinanze, e poi l’edificio in cui si erano rifugiate.

Dopo che il primo attacco aveva eliminato l’obiettivo dichiarato dalle forze armate israeliane e mentre due droni stavano sorvolando la zona a bassa quota, queste ultime sapevano, o avrebbero dovuto sapere, che due civili si erano rifugiate in quell’edificio.

L’attacco è avvenuto nel villaggio di al-Tiri, situato a circa sette chilometri dal confine israeliano, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. Il villaggio rientrava nella zona di “difesa avanzata”, il sei per cento del territorio libanese. Le forze armate israeliane presenti in questa zona avevano vietato il ritorno (il che non le esonerava dal rispetto degli obblighi del diritto internazionale umanitario) alle persone residenti e compiuto vaste distruzioni.

Amal Khalil e Zeinab Faraj stavano seguendo un veicolo a bordo del quale si trovavano Ali Nabil Bazzi, mukhtar di Bint Jbeil, un ruolo assimilabile a quello di un sindaco locale, e il suo amico Mohammed Hourani, residente sfollato, che volevano a loro volta verificare direttamente se le forze israeliane si fossero davvero ritirate da al-Tiri.

Intorno alle 14.25, subito dopo l’ingresso nel villaggio, le forze israeliane hanno centrato il veicolo con a bordo Ali Nabil Bazzi e Mohammed Hourani.

Zeinab Faraj ha raccontato ad Amnesty International che, al momento dell’attacco, lei e Amal Khalil si trovavano dietro, a bordo dell’automobile di Amal. Ha riferito di aver visto il veicolo davanti a loro esplodere, proiettando i due uomini fuori dall’abitacolo e prendendo fuoco.

Alle 14.36 Amal Khalil ha telefonato al soccorritore della Protezione civile libanese Moussa Chaalan per segnalare l’attacco. Questi ha subito contattato i colleghi della Protezione civile, la Croce rossa libanese e l’esercito libanese. La Croce rossa libanese ha così ricevuto la prima richiesta di un’ambulanza alle 14.38.

Mentre era in procinto di dirigersi sul posto, Moussa Chaalan ha ricevuto l’ordine di fermarsi a un posto di blocco dell’esercito libanese all’ingresso di al-Tiri. Infatti, l’autorizzazione ad accedere ai villaggi situati nella cosiddetta zona di “difesa avanzata” veniva coordinata dal Comitato tecnico militare per il Libano, comunemente indicato come Meccanismo di attuazione e monitoraggio del cessate il fuoco.

Mentre i droni israeliani continuavano a sorvolare la zona, le due giornaliste sono scese dall’automobile e hanno cercato riparo accanto a un muretto, vicino a un edificio abbandonato del villaggio, poi sotto la tettoia di lamiera danneggiata di un negozio situato al piano terra dell’edificio.

Alle 15.31 Moussa Chaalan, ancora fermo al posto di blocco, ha telefonato ad Amal Khalil esortandola a risalire in automobile e ad allontanarsi dalla zona. Non aveva infatti ancora ricevuto dal Meccanismo di monitoraggio l’autorizzazione a entrare nel villaggio e, di conseguenza, non disponeva di alcuna garanzia che l’esercito israeliano non avrebbe effettuato altri attacchi.

Intorno alle 15.40 un secondo attacco ha colpito l’automobile delle giornaliste, ferma nei pressi del luogo in cui si erano rifugiate.

Alle 15.48 Amal Khalil ha richiamato Moussa Chaalan per comunicargli di essere rimasta ferita: “Non riesco a fare nulla. Moussa, vieni a prendermi”.

Entrambe le donne sono rimaste ferite nell’esplosione. Una portiera dell’automobile è stata scagliata verso di loro e Zeinab Faraj l’ha usata per proteggere sé e la collega dalle fiamme. Ha raccontato: “Vetri e detriti sono volati verso di noi. Ho avuto la sensazione che mi fosse scoppiato un orecchio. Lei [Amal Khalil] perdeva molto sangue dal naso e dalla testa e aveva ferite da schegge al braccio e alla coscia; non riusciva a muovere la gamba”.

Con l’intensificarsi dell’incendio, le due donne sono riuscite a strisciare all’interno dell’edificio, passando attraverso una saracinesca danneggiata, e si sono nascoste in una piccola stanza. Una volta all’interno, Amal Khalil ha continuato a telefonare per chiedere soccorso. Zeinab Faraj ha riferito ad Amnesty International che tutte le persone contattate avevano detto di non poter raggiungere il luogo in cui si trovavano perché erano “in attesa dell’autorizzazione” del Meccanismo di monitoraggio, in pratica il consenso delle forze armate israeliane a sospendere il fuoco per consentire l’ingresso delle squadre di soccorso.

Moussa Chaalan ha raccontato ad Amnesty International: “Ho detto all’ufficiale dell’esercito al posto di blocco che sarei entrato, nonostante il rischio. Ma mi ha convinto a non farlo dicendomi: ‘E se venissi colpito prima di riuscire a raggiungerla? È meglio aspettare l’autorizzazione, per il suo bene e per il tuo’”.

Alla fine, Amal Khalil si è molto indebolita. Zeinab Faraj ha raccontato: “L’ho vista via via senza forze […] e poi ha perso conoscenza”.

L’ultima telefonata di Amal Khalil è stata alla sorella, alle 16.22.

Intorno alle 16.25 un terzo attacco ha colpito l’edificio in cui le giornaliste si erano rifugiate, provocandone il crollo e seppellendo entrambe sotto le macerie.

Poco dopo le 17 è stata concessa l’autorizzazione a entrare nella zona, ma soltanto alla Croce rossa libanese. I soccorritori hanno estratto Zeinab Faraj, che aveva riportato una frattura cranica, gravi ferite alla gamba destra e a un occhio e lo schiacciamento di una mano. Non sono invece riusciti a raggiungere Amal Khalil, che risultava ancora dispersa sotto le macerie.

Poco prima delle 18, le persone volontarie della Croce rossa libanese arrivate sul posto hanno riferito di essere state costrette a ritirarsi a causa della minaccia di ulteriori attacchi, portando via Zeinab Faraj e i corpi dei due uomini uccisi nel primo attacco.

Dopo un’ulteriore serie di telefonate da parte di organismi internazionali e delle autorità libanesi, compresi l’ufficio del presidente e quello del primo ministro, alle 19.20 è stata nuovamente concessa l’autorizzazione. Ciò ha consentito ai soccorritori della Croce rossa, a un’ambulanza e a un piccolo bulldozer di tornare sul luogo dell’attacco. Per rimuovere le macerie dei tre piani crollati erano tuttavia necessari mezzi più pesanti. Le operazioni di recupero, effettuate con un escavatore, sono iniziate intorno alle 21.

Moussa Chaalan ha raccontato che Amal Khalil è stata trovata sepolta sotto una colonna e un muro: “Era completamente schiacciata […] L’ho estratta con le mie mani”.

Nel certificato di morte, il medico legale ha indicato come ora del decesso le 19 e come causa “un arresto cardiaco dovuto a un trauma cranico e a una grave emorragia”.

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Morta Hayden Panettiere, aveva 36 anni: il giallo sulle cause. Addio alla star di “Heroes”, “Nashville” e “Scream 4”

L’attrice Hayden Panettiere – star della serie di successo “Heroes”, di “Nashville” e di “Scream 4” – è morta a 36 anni. Lo ha annunciato il suo agente ad ABC News. “È con profonda tristezza che annunciamo la tragica scomparsa della nostra amata Hayden. Era una luce incredibile e una forza della natura che ha portato amore e gioia incommensurabili a tutti coloro che la conoscevano, e ai milioni di persone che l’hanno vista sullo schermo”, ha dichiarato suo padre, Skip Panettiere, in un comunicato che ha chiesto rispetto per la privacy “perché la nostra famiglia ha bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile“.

Originaria di New York, Panettiere lascia una figlia, Kaya Evdokia Klitschko, nata nel dicembre 2014 dalla relazione con l’ex compagno Wladimir Klitschko, campione di pugilato ucraino. Negli ultimi anni Panettiere ha parlato candidamente dei suoi problemi. Recentemente l’aveva fatto nel libro autobiografico “This is me. A reckoning” in cui si è aperta sulla lotta con le dipendenze, la depressione post-partum e una relazione abusante.

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Perché i decreti meloniani hanno smantellato la legge per gli anziani non autosufficienti

di Enza Plotino

Gli anziani siamo noi! Ci dirigiamo a gambe levate verso un invecchiamento della popolazione ed un aumento vertiginoso di quella non autosufficiente per la quale la Riforma n.33 del 2023, che era stata presentata dal governo Draghi e che andava incontro alle esigenze degli anziani non autosufficienti e alle loro famiglie, rappresentava un atto importante atteso da 30 anni per eliminare le debolezze e le mancanze del welfare attuale. Purtroppo la riforma è finita nelle mani del governo Meloni, e quella che poteva essere un vero passo avanti per 10 milioni di persone, anziani, famigliari e caregiver di professione per i quali la legge introdotta grazie al Pnrr puntava a ridisegnare il sistema di welfare per rispondere alla loro sempre più diffusa presenza e a bisogni di cura sempre più complessi e che voleva colmare la mancanza in Italia di un servizio domiciliare pubblico progettato per la non autosufficienza, è precipitata nell’obbrobrio attuativo (Decreti attuativi del 2023) approvato dal governo Meloni, in palese contraddizione con le indicazioni della Delega.

Perché ne parlo oggi? Perché si iniziano a vederne gli effetti. Milioni di anziani, soprattutto non autosufficienti, con le loro famiglie, lasciati senza risorse, senza assistenza qualificata, senza servizi domiciliari anziché in strutture residenziali, senza prevenzione e, per peggiorare questo quadro già drammatico, smantellando il principio cardine del nostro welfare, quello della protezione universale, prevedendo, per ricevere assistenza, di dover dimostrare ridotte disponibilità economiche. Ciliegina sulla torta, le Regioni tagliate completamente fuori dai decreti. In nessun passaggio, sebbene l’assistenza agli anziani venga realizzata a livello territoriale, quindi sancendo alte possibilità di fallimento nella fase di attuazione degli interventi.

Tutte le migliori intenzioni contenute nella riforma si si sono arenate, bloccandosi definitivamente, nelle leggi attuative promosse da Meloni. All’intento di rimettere al centro le persone, la destra ha risposto con approssimazione, ideologia a favore dei ricchi, di coloro che possono e con bieca propaganda assistenziale.

La riforma aveva l’intento di superare la frammentazione delle misure e dei servizi, dare risposte diverse ai diversi bisogni, puntare a percorsi di assistenza semplici ed unitari, riportare la tutela pubblica della non autosufficienza. I decreti meloniani non prevedono risorse per rendere concrete le indicazioni normative, cancellano l’accesso universalistico ai servizi, dimenticano l’assistenza domiciliare integrata, peraltro in coerenza con l’impostazione generale del governo in materia di welfare: destrutturazione dei servizi di territorio, abbandono delle politiche di prevenzione e prossimità. Un disastro che 10 milioni di persone pagheranno sulla propria pelle.

E’ urgente, in un programma del centrosinistra che si rispetti, l’impegno a ritornare allo spirito e ai principi universalistici e solidaristici della Riforma, smantellando l’obbrobrio della destra e ripristinando l’approccio giusto ad una problematica drammaticamente attuale per milioni di famiglie.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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17 agosto 1864 – Il boia Mastro Titta va in pensione, era ora

A Roma bastava una frase per capire che stava per succedere qualcosa di terribile: “Mastro Titta passa ponte”. Il 17 agosto 1864 Giovanni Battista Bugatti, il più celebre boia dello Stato Pontificio, concludeva infatti una carriera durata ben 68 anni. Aveva iniziato il 22 marzo 1796, ancora giovanissimo, e sarebbe arrivato a eseguire 514 condanne secondo il Dizionario Biografico Treccani, anche se nelle sue annotazioni personali i “servizi” registrati risultavano 516.

Mastro Titta viveva nella zona di Borgo e, quando non era impegnato nelle esecuzioni, svolgeva un mestiere decisamente più innocuo: vendeva e verniciava ombrelli. La sua condizione di carnefice lo teneva però sostanzialmente confinato oltre Tevere. Quando attraversava il ponte significava quasi sempre che una sentenza capitale stava per essere eseguita.

Forca, ghigliottina e mantello rosso

Mastro Titta divenne una figura quasi leggendaria della Roma papalina. Prima delle esecuzioni era solito confessarsi e comunicarsi, poi indossava il celebre mantello rosso e raggiungeva il luogo stabilito per quella che burocraticamente veniva chiamata “giustizia”. Nel corso dei decenni utilizzò praticamente tutti i sistemi previsti dall’epoca: impiccagione, mazzolatura, squartamento e, durante e dopo la presenza francese a Roma, anche la ghigliottina.

Le esecuzioni erano spesso pubbliche e rappresentavano uno spettacolo macabro capace di richiamare folle immense. Piazza del Popolo, Campo de’ Fiori e altri luoghi della città diventavano così teatro dell’ultimo atto della giustizia pontificia.

Il 17 agosto cala il sipario

Quando finalmente venne mandato a riposo, Mastro Titta aveva ormai circa 85 anni. Papa Pio IX gli riconobbe una pensione di 30 scudi al mese e il suo posto venne preso da Vincenzo Balducci. Finiva così, il 17 agosto 1864, una delle carriere più sinistre della storia romana.

Mastro Titta sarebbe poi morto nel 1869, ma il suo nome non sarebbe mai scomparso. È rimasto nei racconti popolari, nelle cronache della Roma papalina e perfino nel linguaggio della città. Perché Roma era ed è tutt’ora davvero unica. città unica: anche il boia, alla fine, è riuscito a diventare un personaggio.

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Gaza, Kushner incontra Netanyahu dopo il patto con Hamas: “Ora passi concreti e verificabili”

L’inviato statunitense Jared Kushner oggi incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo aver avuto colloqui con i leader di Hamas in Egitto, volti a rilanciare il piano di pace per Gaza sostenuto dagli Stati Uniti, finora respinto da Israele. L’incontro si terrà due settimane dopo che Hamas ha approvato l’ultima fase del piano di Trump per Gaza, che Netanyahu si è rifiutato di sostenere, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo debba garantire il “vero disarmo” del gruppo. Kushner, genero di Trump, ha incontrato domenica il nuovo leader di Hamas, Khalil al-Hayya, nella città egiziana di El-Alamein, sul Mediterraneo e ha sollecitato Hamas ad adottare “passi concreti e verificabili”, trasmettendo che il messaggio che “Gaza non potrà mai più essere una fonte di terrore per Israele“, secondo quanto ha riferito una fonte che ha parlato a condizione di anonimato a causa della delicatezza delle discussioni.

Hamas ha ribadito il suo impegno nei confronti del piano, ha detto un’altra fonte. Il gruppo ha poi affermato di aver chiesto ai mediatori e al cosiddetto Consiglio per la Pace di Trump di “costringere” Israele ad “approvare la tabella di marcia… e iniziare a stabilire un calendario per la sua attuazione”. Una foto diffusa dall’Egitto, paese ospitante, non includeva al-Hayya, ma mostrava Kushner a un tavolo insieme ai membri del Consiglio per la Pace, tra cui l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Anche Qatar e Turchia, mediatori chiave insieme all’Egitto, hanno partecipato. Gli Stati Uniti hanno rifiutato per anni qualsiasi contatto con Hamas, che classificano come organizzazione terroristica e che ha guidato l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele che ha scatenato la guerra di Gaza. Ma l’amministrazione Trump si è mostrata sempre più favorevole al contatto diretto nella speranza di porre fine al devastante conflitto, negoziando l’accordo di cessate il fuoco di ottobre che ha portato al rilascio degli ostaggi israeliani rimanenti.

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Terremoto in Colombia, l’ultimo tragico bilancio. Il drammatico confronto tra segnalazioni e registri ufficiali

A una settimana dal terremoto di magnitudo 7.4 che ha colpito la Colombia, le operazioni di soccorso entrano in una nuova fase, con le squadre impegnate nel recupero dei corpi delle vittime ancora intrappolate sotto le macerie, mentre le autorità iniziano a preparare la ricostruzione delle aree devastate. L’emergenza entra così in una nuova fase, segnata dal lutto e dalla ripresa, ma anche dalla sfida di ricostruire le aree del Paese più colpite. L’ultimo bilancio dell’Unità Nazionale per la Gestione del Rischio di Disastri (UNGRD) indica 289 morti questa domenica, cinque in meno rispetto a sabato; a cui si aggiungono 4.187 feriti e 143 dispersi, mentre 354 persone sono state tratte in salvo. L’UNGRD spiega il minor numero di morti affermando che “le prime segnalazioni, per lo più verbali, vengono confrontate con i registri ufficiali della Procura, dell’Istituto Nazionale di Medicina Legale e Scienze Forensi e delle agenzie di soccorso per evitare duplicazioni”. Il terremoto ha anche danneggiato 127.557 abitazioni e fatto crollare 66 edifici, interessando 450 comuni in 15 dipartimenti.

A Cali, una delle città più colpite, le squadre di soccorso sono già al lavoro per recuperare le vittime intrappolate sotto le macerie. Nel complesso residenziale Torres del Limonar sono stati recuperati 25 corpi e altri tre risultano ancora dispersi; il loro recupero è previsto per questa domenica. Vigili del fuoco di Cali, Bogotá e Jamundí, squadre di soccorso della Marina e della Polizia e specialisti delle Forze di Difesa Israeliane stanno collaborando in diversi punti della città. Le squadre israeliane hanno recuperato quattro corpi nelle ultime 24 ore e hanno avvertito che la speranza di trovare sopravvissuti si sta esaurendo dopo diversi giorni senza alcun salvataggio di persone vive.

l co-fondatore e Ceo di Nubank, il colombiano David Velez, donerà 100 miliardi di pesos (circa 32 milioni di dollari) per aiutare le persone colpite dal terremoto che ha colpito il Paese una settimana fa, ha annunciato domenica il presidente Abelardo de la Espriella. “Ho appena parlato con David Velez, che mi ha informato della sua decisione di donare 100 miliardi di pesos per aiutare i colombiani colpiti da questa tragedia”, ha dichiarato De la Espriella sul suo account Twitter. Il presidente ha ringraziato Velez “per questo immenso gesto di solidarietà e amore per la Colombia” e ha aggiunto che quando c’è unità “intorno a un obiettivo comune, dimostriamo di essere capaci di superare qualsiasi avversità”.

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Esercitazioni militari congiunte Corea del Sud-Usa. Così Trump fa il doppio gioco con il suo “amico” Kim

La Corea del Sud e gli Stati Uniti hanno dato il via lunedì alla loro importante esercitazione congiunta estiva, con Seul che cerca di utilizzare le manovre per accelerare gli sforzi volti a riacquisire il comando operativo in tempo di guerra (OPCON) da Washington. Lo rende noto l’agenzia Yonhap. L’esercitazione annuale Ulchi Freedom Shield (UFS) si svolgerà fino al 27 agosto e prevede operazioni congiunte e multidominio per rafforzare la prontezza e le capacità degli alleati, simulando minacce realistiche che riflettono la guerra moderna in rapida evoluzione. L’UFS è un’esercitazione congiunta di punta condotta ogni anno dagli alleati per addestrarsi a eventuali conflitti contro la Corea del Nord, insieme alla Freedom Shield (FS) che si svolge in primavera.

L’esercitazione UFS di quest’anno si svolge mentre la Corea del Sud cerca di riprendere il comando in tempo di guerra dagli Stati Uniti prima della fine del mandato quinquennale dell’amministrazione di Lee Jae Myung nel 2030, o secondo alcune fonti addirittura già il prossimo anno, sebbene sembrino persistere divergenze con gli Stati Uniti sulla tempistica.Le forze armate sudcoreane hanno affermato di aspettarsi che l’ultimo UFS (Unified Forces Strategy) serva a supportare i preparativi in ​​corso per una transizione OPCON (Operational Control of Operations) “basata sulle condizioni”.

Il Ministero della Difesa sudcoreano ha affermato che le esercitazioni militari congiunte annuali con gli Stati Uniti si svolgeranno “come previsto”, dopo l’annuncio del presidente Donald Trump di una “considerevole” riduzione delle esercitazioni in nome del suo “ottimo rapporto con Kim Jong Un”, il leader nordcoreano. Le manovre congiunte “Ulchi Freedom Shield”, che dovrebbero iniziare nel corso della giornata e che coinvolgono 18.000 soldati, “si svolgeranno come originariamente previsto”, ha affermato il ministero. In un messaggio sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente statunitense ha sostenuto che le esercitazioni non solo erano “costose”, ma inviavano anche “un segnale totalmente inappropriato e ostile” alla Corea del Nord, un Paese che ha descritto come “non minaccioso e rispettoso” dal suo ritorno alla Casa Bianca.

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Perché siamo ossessionati dalla ricerca del migliore?

«E dunque mi sai dire qual è il migliore?». Il miglior ristorante della città. Il miglior hotel del mondo. Il vino con il punteggio più alto. Il cocktail bar da non perdere. Il pane premiato, il caffè vincitore, la spiaggia perfetta. Siamo sempre alla ricerca della referenza migliore da provare o da vivere. Migliore per chi? Secondo quale criterio? E in relazione a cosa? O a chi?

Viviamo in un’epoca in cui scegliere è diventato incredibilmente complicato. Non perché manchino le opportunità, ma perché sono praticamente infinite. Ogni ricerca online restituisce centinaia di risultati, migliaia di recensioni, classifiche, premi, guide. A questo si aggiungono gli infiniti – talvolta molto utili, talvolta per nulla – contenuti degli influencer e algoritmi pronti a suggerirci cosa dovremmo desiderare.

Le classifiche – come abbiamo già analizzato su queste pagine – costituiscono uno strumento utile per orientarsi in ogni categoria di riferimento. Premiano il lavoro di chi ha raggiunto livelli di eccellenza, fissano standard, raccontano il valore di un progetto. Nel turismo, come nella gastronomia o nel vino, sono strumenti preziosi e che vale (ancora) la pena consultare. Il problema nasce quando smettiamo di usarle come strumenti e iniziamo a considerarle fonti di risposte definitive e assolute.

Il nocciolo della questione si articola in due ordini di grandezza. Il primo, riguarda il pensiero di credere che esista un’eccellenza suprema indiscussa e valida per chiunque e dovunque indistintamente. Il secondo, direttamente connesso al primo, è pensare che il migliore sia un concetto necessario. Questo tipo di ossessione non consente di accogliere con la giusta dose di stupore, curiosità e approfondimento le sfumature di ogni realtà. Le storie, le motivazioni, le argomentazioni, le cause di quello che stiamo provando, sia esso un vino, un piatto o un servizio di un hotel di lusso.

Esiste anche un lato oscuro della medaglia, una storia di giustificazione dietro alla quale alcuni provano a nascondersi. In un mondo che ci offre infinite possibilità delegare la decisione a una classifica è rassicurante. Se qualcuno ha già valutato, confrontato e premiato, ci sentiamo più al sicuro nella nostra scelta. Quando prenotiamo l’hotel che occupa il primo posto in una classifica internazionale, quando scegliamo il ristorante più premiato o la bottiglia con il punteggio più alto, non stiamo semplicemente inseguendo un’apparente idea di migliore. Stiamo cercando una garanzia, una conferma. Un modo per ridurre il rischio di tornare a casa pensando «avrei potuto scegliere meglio».

Courtesy Belmond via Pinterest

Un hotel può essere straordinario sotto ogni punto di vista: architettura, servizio, ristorazione, formazione del personale, attenzione al dettaglio. Tutti elementi che possono essere osservati, analizzati e, almeno in parte, misurati. Tuttavia, quello che nessuna guida, nessun premio e nessuna classifica potranno mai conoscere con certezza è chi sono i clienti. Non possono sapere il perché di un viaggio. Se stanno festeggiando un momento speciale o cercando semplicemente qualche giorno per rallentare. È ovvio che ci sono strumenti che ormai consentono di risalire ai target dominanti anche andando a ritroso nel sistema di prenotazione, facendo sondaggi e orientando i propri guest a scegliere determinate attività o esperienze. Tuttavia, non si possono conoscere il carattere, le aspettative o il tipo di ricordo che ogni famiglia, coppia o viaggiatore individuale sono interessati a costruire.

Per questo motivo – e non solo – un hotel eccellente può non essere quello che ricorderemo con più affetto. E un piccolo albergo, magari privo di riconoscimenti internazionali, può diventare il luogo a cui penseremo per anni. Se l’eccellenza come concetto e come obiettivo appartiene all’hotel (o alla ristorazione), l’esperienza e le emozioni ad essa connesse afferiscono al viaggiatore.

È nell’incontro tra queste due dimensioni, nella difficilissima impresa di trovare un equilibrio delle parti, che diventa possibile scovare l’indirizzo che soddisfi le nostre aspettative e le nostre esigenze. Non il migliore tra tutti, ma senza ombra di dubbio la soluzione migliore per noi in quel momento, capace di regalarci un’emozione positiva durevole nel tempo.

«Quando sei felice facci caso», Kurt Vonnegut
Photo courtesy Alexandre Chambon, Arch Daily, Belmond

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L’idea di Zuckerberg di far proliferare la superintelligenza non convince gli esperti di sicurezza

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg ha scritto un manifesto sull’intelligenza artificiale, ma leggerlo come futurologia da Silicon Valley sarebbe riduttivo. In “The Future is for Everyone, il fondatore di Meta propone una dottrina politica della superintelligenza. Al centro non ci sono solo innovazione, profitti o creatività. C’è il potere.

La tesi è radicale: se la superintelligenza sarà la tecnologia più potente mai costruita, il modo più sicuro di gestirla non sarà concentrarla in poche mani, ma distribuirla. «Il percorso migliore e più realistico per costruire un futuro positivo», scrive Zuckerberg, è renderla accessibile a tutti: non un’unica superintelligenza benevola, ma molte intelligenze in competizione, capaci di controllarsi a vicenda.

È equilibrio di potenza applicato all’intelligenza artificiale. Ma coincide anche con la strategia industriale di Meta: modelli open-weight, infrastrutture più rapide, meno vincoli su training e distillazione, leadership americana nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale aperta. L’ambiguità sta proprio nella sovrapposizione tra principio politico e interesse aziendale.

Da qui nasce la domanda che attraversa il manifesto: l’apertura può davvero funzionare come garanzia democratica o rischia, al contrario, di riprodurre nell’intelligenza artificiale i dilemmi della proliferazione strategica?

Per capirlo bisogna spostare il manifesto dal terreno tecnologico a quello geopolitico. Zuckerberg immagina una collaborazione più stretta tra frontier lab e governo americano, accesso precoce di Washington ai modelli avanzati, controlli sui semiconduttori verso i rivali e abbastanza energia e data center da non perdere la corsa. L’intelligenza artificiale diventa così potenza nazionale.

Jennifer Ewbank, già vicedirettrice della Central Intelligence Agency per l’innovazione digitale, vede in questo uno dei meriti del manifesto: la corsa alla superintelligenza richiede una partnership reale tra governo e frontier lab. Ma aggiunge, citata da Cipher Brief, che gli Stati Uniti devono guidare l’ecosistema globale open-weight, perché il Paese i cui modelli diventeranno l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale del mondo ne influenzerà anche valori e assunzioni. È la stessa logica della Digital Silk Road cinese: Pechino esporta tecnologia, ecosistema e idea di società.

In questa cornice l’intelligenza artificiale aperta smette definitivamente di essere una scelta commerciale. Diventa uno strumento di statecraft: non solo un modo di competere sul mercato, ma un mezzo per proiettare influenza, fissare standard e incorporare valori politici nell’infrastruttura tecnologica globale.

È proprio su questo punto che si apre la crepa nella dottrina Zuckerberg. Teresa Shea, per oltre trent’anni alla National Security Agency e già direttrice della signals intelligence, concorda su controlli all’export, infrastrutture e cooperazione con il governo. Non concorda però sull’idea che distribuire la superintelligenza renda il mondo più sicuro. La proliferazione di capacità dual-use, osserva su Cipher Brief, abbassa la barriera d’accesso anche per avversari e reti criminali, e presuppone rivali razionali e disposti a giocare secondo le nostre regole.

La sua obiezione pesa di più perché arriva mentre i modelli frontier mostrano comportamenti sempre meno prevedibili. Alcuni test recenti hanno documentato, in condizioni sperimentali, strategie di inganno e azioni non autorizzate da parte di modelli avanzati di Anthropic e OpenAI. Casey Newton ha osservato che Zuckerberg sembra trasformare la sicurezza dell’intelligenza artificiale da problema di controllo dei sistemi a problema di distribuzione del potere. Ma, come nella sua metafora dei draghi di “House of the Dragon”, due soggetti dotati di un’arma devastante non rendono necessariamente il mondo più sicuro. Possono renderlo più instabile.

Il rischio non riguarda soltanto i modelli in sé. Un rapporto del The Hague Centre for Strategic Studies e di Datenna, commissionato dal ministero della Difesa olandese, mostra che la competizione sull’intelligenza artificiale militare non si gioca solo sui chip. L’intelligenza artificiale può incidere su sensing, decision-making, comunicazione e movimento; per questo software e hardware che la abilitano vanno considerati insieme ai semiconduttori. Il trasferimento tecnologico verso la Cina può passare anche da aziende, investimenti, università e collaborazioni scientifiche.

È qui che il vecchio dilemma tra aperto e chiuso comincia a perdere significato. Un modello non è una capacità militare isolata: diventa potere quando viene combinato con calcolo, sensori, software, comunicazioni, hardware e competenze.

Da questa premessa il rapporto delinea tre scenari. «Expanding the Patchwork»: più restrizioni unilaterali e plurilaterali, con Washington pronta a usare sanzioni extraterritoriali. «Fortress Europe»: una risposta dell’Unione europea basata su controlli delle esportazioni, screening degli investimenti e sicurezza della conoscenza. «The Return of CoCom»: una coalizione di circa 24 democrazie tecnologicamente avanzate, coordinata dal G7, per impedire alla Cina di colmare il divario militare-tecnologico, sulla base dell’esperienza del Comitato di coordinamento per i controlli multilaterali sulle esportazioni creato dal blocco occidentale per imporre un embargo sui Paesi dell’area sovietica durante la Guerra Fredda.

Sono tre modi diversi di rispondere alla stessa domanda: quanto siamo disposti a chiudere il sistema per impedire che una tecnologia strategica finisca nelle mani sbagliate?

Il punto comune tra questi scenari è che nessuno assume l’apertura come bene in sé. Tutti partono dall’idea opposta: che l’accesso alle capacità abilitanti dell’intelligenza artificiale debba essere gestito, limitato o quantomeno tracciato quando entra in gioco la competizione militare.

È qui che la distanza da Zuckerberg diventa evidente. Lui propone di aprire il sistema per fare dell’intelligenza artificiale americana lo standard globale e impedire il monopolio del potere. Ewbank vi vede influenza strategica. Shea vede proliferazione. Il rapporto olandese ricorda che la tecnologia può filtrare attraverso una rete molto più ampia e meno controllabile dei soli modelli.

Da qui la conclusione non può limitarsi a stabilire se Zuckerberg abbia torto quando avverte che la concentrazione dell’intelligenza artificiale è pericolosa. Su questo ha ragione: una manciata di aziende o governi che controllasse la capacità cognitiva più potente del pianeta costituirebbe una concentrazione di potere senza precedenti.

Il problema è l’altra metà della sua equazione. Distribuire il potere non significa automaticamente distribuire la sicurezza.

È per questo che la superintelligenza potrebbe inaugurare un nuovo equilibrio strategico, ma solo dopo aver chiarito che cosa si sta costruendo: una deterrenza paragonabile, per logica, a quella nucleare, oppure una tecnologia dual-use che rende più facile per Stati, aziende, reti criminali o sistemi autonomi esercitare capacità distruttive.

La contraddizione del manifesto sta tutta qui: per vincere la corsa all’intelligenza artificiale, gli Stati Uniti potrebbero volerla aperta e diffusa; per governarne i rischi, potrebbero aver bisogno del contrario.

Il vero dilemma americano, dunque, non è più soltanto se l’intelligenza artificiale debba essere aperta o chiusa. È molto più difficile: quanto potere bisogna distribuire perché l’America resti dominante, e quanto bisogna trattenerne perché quella stessa potenza rimanga governabile.

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Non sottovalutate il cibo berlinese

Dire Berlino e pensare alla cucina non è ancora un automatismo, soprattutto per un italiano. La capitale tedesca continua a pagare un pregiudizio gastronomico piuttosto tenace, quello di una città interessante per arte, musica, club e creatività, molto meno quando arriva il momento di sedersi a tavola. Eppure basta cambiare prospettiva per scoprire una delle scene più dinamiche d’Europa.

Ilaria, originaria di Tradate nel varesotto, questa trasformazione la osserva da oltre dieci anni. Era arrivata a Berlino dopo gli studi in economia per uno stage e, salvo una parentesi milanese durante la pandemia, è rimasta. Ha lavorato nel social media per Zalando e per diverse aziende tedesche, poi nel 2019 ha aperto un blog dedicato alla scena gastronomica cittadina. Durante la crisi pandemica sono arrivate consulenze per alberghi e ristoranti, quindi, quasi per gioco, i tour gastronomici.

«Collaboravo con un’agenzia di viaggi. Mi piace il cibo, ho proposto di organizzare un tour e ho scoperto che alle persone piaceva moltissimo. Probabilmente ho semplicemente dato forma a una delle mie doti naturali che ben si abbina ai miei interessi».

Oggi ne organizza tre o quattro alla settimana nei mesi più richiesti, con gruppi di massimo otto persone ciascuno. Durano circa due ore e intercettano soprattutto americani, inglesi, olandesi, francesi e viaggiatori del Nord Europa. Italiani, finora, nessuno. «Mi dispiace, perché qui c’è tantissimo da scoprire anche per noi».

Foto di Ilaria Bertin

Una cucina senza passaporto
Capire Berlino attraverso il cibo significa innanzitutto rinunciare alla ricerca di una cucina berlinese paragonabile a quelle delle nostre città. La sua identità gastronomica nasce piuttosto dalle persone che sono arrivate qui. Il currywurst è diventato uno dei simboli cittadini. Il döner kebab nella versione servita dentro il pane, secondo la storia più diffusa, sarebbe nato proprio a Berlino all’interno della comunità turca. La presenza vietnamita racconta invece un altro pezzo del Novecento tedesco, legato agli accordi tra Vietnam e Germania Est e all’arrivo nella DDR di studenti e lavoratori vietnamiti.

La città si mangia così, attraverso stratificazioni successive. Ogni migrazione ha lasciato ingredienti, tecniche, locali e abitudini. La contaminazione è diventata una forma di identità e negli ultimi due o tre anni il movimento ha accelerato. «Chef da tutta Europa cercano di entrare nella scena berlinese, spesso iniziando con dei pop-up», ci racconta Ilaria. Arrivano format internazionali, collaborazioni temporanee e progetti come quella tra Apollo Bagels di New York e Sofi, bakery berlinese. Intanto crescono il pairing gastronomico, i vini naturali e l’universo alcohol free. Berlino funziona particolarmente bene proprio nelle nicchie, perché trova un pubblico disposto a cercarle.

@bro_d SOFI x Apollo Bagels Berlin Pop-Up 🥯☕️ #fyp #berlinfood #popup #apollobagels #berlinrestaurant ♬ Small Change – DON WEST

Maritozzi vegani e fattorie del Brandeburgo
Il tour più richiesto da Ilaria è quello che esplora la scena vegana. Si attraversa una zona di Mitte che permette di tenere insieme presente e passato della città, camminando e mangiando in quattro indirizzi diversi. Tra una tappa e l’altra si parla di Berlino Est, della caduta del Muro e della trasformazione di quartieri un tempo poverissimi, occupati successivamente da studenti, artisti e nuove comunità creative.

A tavola arrivano anche incontri difficili da immaginare prima di partire. Ci sono i maritozzi completamente vegetali e una macelleria vegana gestita da un italiano. C’è una bakery italiana fondata da una ragazza di Pavia trasferitasi a Berlino dieci anni fa. Molti ristoratori e artigiani si spingono appena fuori città, nel Brandeburgo, per acquistare direttamente gli ingredienti nelle fattorie. Il vegetale, qui, ha smesso da tempo di essere una semplice alternativa. È diventato terreno di sperimentazione.

Poi ci sono i vini naturali. Anche in questo caso il tour prevede poche persone e diverse soste, e in ogni locale viene scelta una bottiglia e da quella si parte per raccontare il produttore, il territorio e il modo in cui il vino è stato realizzato. Lo stesso approccio sta entrando nel mondo delle bevande senza alcol, una scena che a Berlino cresce rapidamente e che Ilaria ha cominciato a esplorare.

Il punto interessante dei suoi tour emerge però quando il bicchiere e il piatto diventano strumenti per parlare con qualcuno: «Mi piace unire la cultura del cibo con le persone». Per questo i gruppi rimangono piccoli. Si conversa con chi gestisce i locali, si fanno domande, si scoprono produzioni e ingredienti. Il turista smette per qualche ora di collezionare indirizzi e comincia a capire perché quei luoghi esistono proprio lì.

E inevitabilmente, racconta Ilaria, prima o poi si finisce a parlare dell’Italia. «Gli stranieri ci amano». Un giorno le piacerebbe portare questo stesso modello anche qui.

Intanto continua a raccontare Berlino a chi ha abbastanza curiosità da prenotare un tour gastronomico in una città che molti ancora non associano alla buona tavola. Forse è proprio questa la sua fortuna. Berlino non deve difendere una cucina immobile né custodire un repertorio intoccabile. Può assorbire ciò che arriva, trasformarlo e restituirlo con un accento proprio.

Per capire la città bisogna assaggiare le sue contraddizioni. E accettare che un maritozzo vegano, un döner e una bottiglia di vino naturale possano raccontare Berlino molto meglio di qualsiasi piatto che pretenda di essere autenticamente berlinese.

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Da bleisure a coolcation, il viaggiatore contemporaneo ha un nuovo vocabolario

C’è stato un tempo in cui raccontavano ai nostri amici di amare il viaggio, quella sensazione piacevole di vacanza mista a ozio, fare i turisti in terra straniera e farsi stupire dalle novità. Oggi potremmo essere etichettati come dei veri boomer oltre che non essere aggiornati con i tempi. Siamo passati da che il lessico dell’ospitalità era semplice e funzionale a una condizione dove il vocabolario legato a questo settore non è più sufficiente per descriverlo e sta vivendo un vero e proprio stravolgimento.

Non si va più semplicemente in vacanza. Eh no! Si parte per una coolcation. Si prolunga una trasferta di lavoro trasformandola in bleisure. Si sceglie un hotel per la sua proposta in ottica sleep tourism. Si vola a migliaia di chilometri per assistere a un concerto, facendo gig-tripping (molto americana come attitudine). Ancora, si visita una destinazione perché è diventata il set di una serie televisiva, seguendo il fenomeno del set-jetting.

Proprio perché il lessico si è moltiplicato e siamo stati nuovamente invasi da un’ondata di neologismi – per forza di cose – prevalentemente di lingua inglese, eccoci in soccorso per fare un po’ di chiarezza.

In riferimento ai nuovi modi di viaggiare, accanto ai già noti termini quali staycation – la vacanza vicino a casa – oppure il nanotrip – il viaggio brevissimo di poche ore, magari con una sola notte fuori casa – oppure lo slow travel, troviamo al primo posto il bleisure. Il termine deriva dalla contrazione di business e leisure e indica la trasferta di lavoro che si prolunga di qualche giorno per visitare la destinazione in cui ci si trova. Una pratica ormai così diffusa da essere diventata una categoria di mercato su cui fare promozione anche per compagnie aeree, hotel, centri congressi, ristoranti.

Coolcation, invece, racconta un cambiamento climatico prima ancora che turistico. Se per decenni l’estate significava cercare il sole e l’ozio sotto l’ombrellone, oggi sempre più viaggiatori fanno il contrario: scelgono la Norvegia, la Scozia, le Alpi, le Faroe Islands o l’Islanda per sfuggire alle ondate di calore. Al di là della sua efficacia e aderenza alla realtà, la vera considerazione che ci viene da fare è che probabilmente questo vocabolo non sarebbe mai nato vent’anni fa.

Una categoria differente è dettata dalle motivazioni dei viaggi. È così che sono nati termini quali il set-jetting, ovvero visitare luoghi famosi di film e serie tv. È successo con la Sicilia dopo The White Lotus”, con la Croazia dopo Game of Thrones”, con la Corea del Sud grazie alle produzioni televisive degli ultimi anni. Esiste però anche il gig-tripping, cioè la moda dell’organizzare un viaggio per assistere a un concerto o a un evento musicale inseguendo i propri idoli. Lo sleep tourism è forse uno di quelli più noti e che presumibilmente farà meno fatica a perdurare nel tempo. Una delle tendenze più sorprendenti degli ultimi anni prevede infatti di scegliere un hotel non tanto per quello che c’è fuori, quanto per quello che promette dentro: silenzio, materassi progettati scientificamente, programmi dedicati al sonno, camere prive di stimoli digitali e tisane calmanti. Lo sleep tourism predilige il dormire bene, ridare un ritmo di riposo e attività al proprio organismo, e il sonno di qualità (con annesse facilities e servizi a disposizione) diventa il motivo stesso del viaggio.

Anche se alcuni di questi termini risultano come meri slogan di marketing, di fatto ognuno descrive un comportamento che, fino a pochi anni fa, non esisteva o aveva un peso marginale ed è quindi giusto conoscere.

Il lessico sta cambiando anche per quello che riguarda il lusso e le strutture di ospitalità. Ancora una volta la lingua italiana non ne esce vincitrice in quanto il luxury hotel è sempre di più un lifestyle hotel, così come il resort è sempre più un retreat. Il concetto delle realtà boutique e di design si sta leggermente perdendo in virtù di private residencies, curated experience o taylor-made solutions.

La trasformazione più interessante riguarda una parola molto più radicata, ovvero il turista. Le brochure degli hotel parlano di travellers. Le agenzie costruiscono esperienze per explorers. I brand raccontano il conscious traveller, il curious traveller, l’untamed traveller. Gli hotel stessi li considerato guest. Ma esistono anche gli slow travellers, i wellness travellers, i luxury adventurers o i nature-first travellers. Forse dovremmo interrogarci sempre di più su che cosa è il turismo oggi, che cosa significa viaggiare nel nostro tempo e quali concetti si evocano. Un fenomeno che realmente sociologi e studiosi del turismo osservano da decenni, ma che oggi sembra prendere una nuova forma. Il desiderio di sentirsi diversi dagli altri turisti è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio stessa, aiutando sempre più individui a ritrovarsi, recuperare energie mentali e fisiche, serenità emotiva, equilibrio famiglia, personale e di coppia.

E voi, quali viaggiatori volete essere?

Credits Keona Sample, Gracey Media Photo via Pinterest

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Ogni cuvée ha una colonna sonora

La musica non serve solo a rendere ancora più gradevole bere un calice di Champagne ma può contribuire a far emergere aspetti che l’assaggio, da solo, non sempre rende immediatamente evidenti. È questa la convinzione di Julie Cavil, chef de caves di Krug, che da anni porta avanti il dialogo tra composizione musicale e assemblaggio enologico. La celebre maison ha affidato al compositore Max Richter una rilettura musicale di tre Champagne legati alla vendemmia 2008, ed è proprio da qui che nasce una domanda più ampia: quanto può il suono modificare ciò che percepiamo nel bicchiere? Che suono ha uno Champagne? E soprattutto, ascoltare una musica mentre lo si beve può cambiare davvero ciò che percepiamo? La domanda potrebbe sembrare un esercizio di sinestesia, se Krug non avesse deciso di trasformarla in un progetto concreto affidandosi a Max Richter, compositore e pianista britannico noto per un linguaggio capace di muoversi tra scrittura orchestrale ed elettronica.

Il progetto si chiama “Every Note Counts” e mette in dialogo Richter con Julie Cavil, chef de caves di Krug, partendo da tre diverse interpretazioni enologiche della vendemmia 2008. L’idea è semplice quanto ambiziosa: prendere tre Champagne con identità differenti e chiedere a un musicista di tradurre in suono le sensazioni suscitate dall’assaggio.

Richter ha così composto tre brani originali. Clarity nasce dall’incontro con Krug Clos d’Ambonnay 2008, Champagne proveniente da un solo appezzamento, una sola varietà d’uva e una sola annata. Ensemble interpreta Krug 2008, mentre Sinfonia accompagna Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio costruito a partire da 127 vini appartenenti a undici annate differenti. Tre composizioni che diventano una sorta di trasposizione musicale del passaggio dal solista all’orchestra.

È da questo esperimento che nasce la nostra conversazione con Julie Cavil. Perché dietro un progetto inevitabilmente spettacolare si nasconde una questione interessante per chiunque si occupi di vino: dove finisce la suggestione e dove comincia una reale interazione tra i sensi? E soprattutto, in un momento in cui la degustazione viene sempre più spesso circondata da musica, immagini e scenografie, quanto spazio resta al contenuto del bicchiere?

«Fin dal mio primo giorno in Krug sono rimasta colpita dal parallelismo tra musica e vino», racconta. «Entrambi si costruiscono attraverso equilibrio, ritmo, tensione e sfumature. Entrambi sono capaci di creare una connessione emotiva immediata». Un’affinità che negli anni è diventata parte integrante del suo modo di leggere ogni cuvée, tanto da arrivare a tradurre in suoni perfino gli appunti delle degustazioni del comitato tecnico. Oggi, spiega, ogni Champagne possiede «non solo un gusto, un aroma e una consistenza, ma anche un suono e una forma».  

Per Cavil, però, il punto di partenza resta sempre il vino. La musica entra in scena solo dopo, come strumento interpretativo. «Lo Champagne viene prima di tutto: la sua storia, la sua personalità, la sua espressione. La musica non distrae né abbellisce, ma invita a scoprire nuove dimensioni dell’esperienza di degustazione».  

L’idea trova un sostegno anche nella ricerca scientifica. Gli studi coordinati dal professor Charles Spence dell’Università di Oxford mostrano come il suono possa modificare la percezione di dolcezza, acidità, corpo o freschezza senza alterare il contenuto del bicchiere. Per alcuni l’effetto è molto evidente, per altri rappresenta un elemento che si aggiunge ad altri fattori, come il tipo di calice, la temperatura di servizio, la compagnia o persino lo stato d’animo del momento.  

In un’epoca in cui il vino viene sempre più spesso raccontato attraverso esperienze immersive, il rischio che scenografia e spettacolo prendano il sopravvento esiste. Cavil ne è consapevole, ma rivendica una gerarchia precisa: «Ogni esperienza nasce dalla cuvée, dalla sua composizione e dalla sua storia. Musica, gastronomia e scenografia funzionano come la cornice di un’opera d’arte: ne valorizzano la lettura senza modificarne il contenuto».  

Non è un caso che Krug per i suoi abbinamenti con la musica scelga musicisti come Max Richter o, in passato, Ryuichi Sakamoto. Più che una vicinanza stilistica, la Maison ricerca interlocutori capaci di portare uno sguardo diverso sul mestiere: «Cerchiamo autenticità, sensibilità e capacità di mettere in discussione il nostro modo di pensare. Gli incontri più interessanti sono quelli in cui entrambe le discipline imparano qualcosa l’una dall’altra».  

L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter
L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter

Se dovesse trasformare una caratteristica musicale in uno Champagne futuro, Cavil sceglierebbe il silenzio. O meglio, il rapporto tra suono e pausa: «Sono le pause a dare significato alle note. Mi piacerebbe creare uno Champagne in cui precisione e misura permettano a ogni sfumatura di emergere».

Molto più prudente è invece sul possibile effetto della musica direttamente sul vino: «La musica non cambia lo Champagne», precisa. «Può cambiare il modo in cui lo viviamo». Anche l’ipotesi che melodie o vibrazioni possano influenzare l’affinamento resta, almeno per Krug, una suggestione. L’azienda non ha mai svolto test specifici, anche se durante il lungo affinamento presta la massima attenzione alla stabilità delle bottiglie, perché vibrazioni meccaniche e movimenti potrebbero interferire con il naturale assestamento del vino. Diverso è il caso delle vibrazioni sonore, il cui effetto, secondo Cavil, riguarda soprattutto la percezione umana e non l’evoluzione fisica della cuvée.  

Alla fine il paragone tra un maître de chai e un compositore torna inevitabilmente. Ogni parcella viene ascoltata come fosse uno strumento dell’orchestra: «Assaggio i vini come fossero musicisti, ciascuno con il proprio timbro, il proprio colore e la propria tessitura. Il mio compito consiste nel comprenderne le singole voci e decidere se, in quell’annata, debbano diventare solisti, ensemble o orchestra». Una definizione che restituisce bene l’idea di un assemblaggio in cui la tecnica resta fondamentale, ma la sensibilità interpretativa fa la differenza. Il dettaglio non modifica la sostanza, ma molto spesso fa la differenza.

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Il luogo dove una comunità si ritrova

Locanda del Pilone

Il mondo della vendemmia ha sempre avuto una certa fantasia quando si trattava di propiziarsi una buona annata. C’era il primo grappolo raccolto con una preghiera, la prima cesta d’uva affidata al padrone di casa, i canti che accompagnavano il lavoro tra i filari molto prima che arrivassero trattori e casse bluetooth. Se la vendemmia dipendeva dal sole, dalla pioggia e da una buona dose di fortuna, qualsiasi gesto che promettesse un raccolto migliore meritava di essere conservato.

Poi c’erano i piloni. Chi non è cresciuto in campagna probabilmente li ha sempre scambiati per piccole cappelle ai bordi delle strade. In Piemonte, invece, il pilone è qualcosa di più. Lo trovi all’incrocio di una strada bianca, all’inizio di una vigna o vicino a una cascina, è lì da decenni, spesso da secoli. A volte dedicato a un santo protettore dei raccolti, altre costruito per ringraziare dopo una grandinata evitata o una vendemmia andata bene.

Ma il suo significato più intrigante va oltre la religione. Il pilone era uno dei pochi luoghi dove una comunità si fermava davvero. Durante le rogazioni ci si ritrovava lì per chiedere che la grandine girasse al largo e che la stagione facesse il suo dovere. Era un punto di riferimento, prima ancora che un simbolo. Un posto dove il territorio smetteva di essere un insieme di campi e diventava una comunità.

È da qui che prende il nome la Locanda del Pilone. La piccola cappella dedicata a San Rocco è ancora lì, accanto alla struttura. E più si passa del tempo in questo luogo, più ci si rende conto che il nome non è stato scelto perché suonava bene.

Qui tutto gira intorno allo stesso principio, fare in modo che le persone si sentano parte di qualcosa. La famiglia Boroli è arrivata all’ospitalità passando dal vino. Prima le vigne, poi la cantina, infine l’ospitalità. La Locanda occupa un antico casale restaurato, con poche camere affacciate sui vigneti, una piscina che guarda le colline e un ristorante stellato. Potrebbe fermarsi qui e funzionerebbe comunque. Invece succede una cosa abbastanza rara: l’impressione è che nessuno stia cercando di convincerti che sei in un posto speciale, te ne accorgi da dettagli molto meno appariscenti, dal modo in cui ti parlano del produttore delle nocciole, come se stessero nominando un vicino di casa; dal fatto che i vini Boroli non sono un marchio da esibire, ma il naturale prolungamento delle vigne che hai davanti agli occhi.

Anche Federico Gallo lavora nello stesso modo. In dieci anni ha costruito una cucina profondamente piemontese senza trasformarla in un esercizio di nostalgia. La conferma è arrivata durante la cena organizzata per celebrare i suoi dieci anni alla Locanda. L’occasione sembrava perfetta per raccontare lo chef, invece ha raccontato tutto il resto. C’erano i quattro fratelli Boroli, i collaboratori, i fornitori, gli amici del progetto. A ognuno Federico Gallo ha dedicato un piatto che ha segnato una tappa del proprio percorso. Non era un menu celebrativo, ma una specie di album di famiglia. Anche il pairing seguiva la stessa logica. I Barolo e le altre etichette Boroli dialogavano con gli Champagne Krug, di cui il ristorante è Ambassade.

Se il pilone una volta riuniva i contadini prima della vendemmia, oggi mette attorno allo stesso tavolo chi quel territorio lo coltiva, lo cucina, lo racconta e lo attraversa. Cambiano le persone, cambia il contesto, ma il rito è rimasto lo stesso.

Locanda del Pilone
Strada della Cicchetta, 34 – Loc. Madonna di Como, Alba (CN)

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Come leggere i cibi dell’estate dal banco alla cucina

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Alle sette e mezza del mattino, sotto i teloni ancora umidi di un mercato di paese, i pomodori hanno già occupato tre cassette. I pomodori cuore di bue stanno larghi, costoluti e leggermente spaccati in cima; i datterini si accalcano lucidi, quasi tutti della stessa misura; i San Marzano, più opachi e allungati, aspettano la salsa. Poco più avanti, una mano rigira un peperone verde per controllare che la buccia sia tesa, mentre il venditore taglia un melone e ne avvicina una fetta al naso di una cliente. Sul cartello c’è scritto soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Il resto bisogna saperlo leggere.

Al supermercato il consumatore ha imparato a voltare la confezione. Cerca gli ingredienti, confronta le percentuali, individua il sale e diffida delle parole decorative. Al banco dell’ortolano non c’è nulla da girare: le informazioni sono nella forma, nel colore, nella consistenza e nel momento della stagione. Proprio qui comincia la parte interessante. Un peperone verde non porta gli stessi pigmenti di uno rosso; una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza sviluppare lo stesso profumo; una melanzana da poche chilocalorie può diventare uno dei bocconi più energetici della tavola dopo avere incontrato una padella d’olio.

Il valore nutrizionale dipende anche dal modo in cui un alimento viene scelto, conservato e cucinato. L’estate offre ortaggi e frutti ricchi d’acqua, fibre, vitamine e sostanze vegetali, ma non li consegna con il manuale d’uso. Per orientarsi bastano alcuni indizi, quasi tutti già visibili sul banco.

Pomodoro – Il rosso che vuole compagnia
Il pomodoro crudo e la salsa non sono due versioni intercambiabili dello stesso alimento. Il primo conserva meglio la vitamina C, sensibile al calore; la seconda rende più disponibile il licopene, il carotenoide responsabile del colore rosso. La sua attività antiossidante contribuisce a limitare lo stress ossidativo – l’eccesso di molecole reattive che può danneggiare lipidi e strutture cellulari – ed è studiata soprattutto in relazione alla salute cardiovascolare.

Nel pomodoro fresco il licopene rimane in parte intrappolato nelle cellule vegetali. Triturazione e calore ne facilitano la liberazione durante la digestione; poiché è liposolubile, consumarlo insieme a una quota di grassi, come l’olio d’oliva, ne favorisce l’assorbimento. In un piccolo studio su adulti sani, i pomodori cotti con olio hanno prodotto concentrazioni plasmatiche di licopene superiori rispetto a quelli preparati senza. La cucina mediterranea ci aveva già visto lungo.

La varietà orienta soprattutto gusto e destinazione. Datterini e ciliegini tendono a concentrare dolcezza e aroma; cuore di bue e costoluti, più acquosi, rendono bene da crudi; San Marzano e altri pomodori allungati, carnosi e con poche cavità interne, sopportano la trasformazione in salsa. Sono tendenze, non formule: cultivar, maturazione, irrigazione e terreno possono spostare parecchio i valori. Alternare crudo, appena scottato e cotto permette di conservare alcuni nutrienti e renderne più accessibili altri.

Peperone – Il colore non è un semaforo
Verde, giallo e rosso non indicano sempre tre tappe della stessa corsa. Il peperone verde è spesso raccolto prima della completa maturazione, mentre il colore finale – giallo, arancione o rosso – dipende anche dalla varietà. Un peperone giallo, insomma, non è necessariamente un rosso che non si è ancora impegnato abbastanza.

La maturazione modifica comunque la composizione. Con la diminuzione della clorofilla emergono carotenoidi diversi e cambia la dolcezza percepita. Secondo le tabelle del Crea, cento grammi di peperone verde crudo apportano circa centoventisette milligrammi di vitamina C; nei peperoni rossi e gialli il valore medio sale a circa centosessantasei. Una porzione normale può quindi superare ampiamente la quantità associata, nell’immaginario comune, agli agrumi.

La cottura apre un piccolo negoziato. La vitamina C teme acqua, calore e tempi prolungati, mentre alcuni carotenoidi diventano più accessibili quando la struttura vegetale si ammorbidisce e il peperone viene consumato con un grasso. Crudo mantiene croccantezza e più vitamina C; arrostito, soprattutto se privato della buccia, può risultare più tollerabile.

Anche la varietà suggerisce l’uso. I friggitelli, piccoli e dalla polpa sottile, richiedono cotture rapide; il corno di bue, più lungo e carnoso, regge forno, griglia e farciture. Il peperone di Senise Igp viene invece essiccato e può diventare crusco dopo un passaggio brevissimo nell’olio. Il colore racconta maturazione e pigmenti; forma e spessore della polpa indicano quale cucina gli conviene.

Melanzana – A tutta buccia
Da cruda, la melanzana apporta appena ventitré chilocalorie per cento grammi ed è composta soprattutto da acqua. La sua reputazione di alimento leggero, però, dura fino all’incontro con la padella: la polpa porosa assorbe facilmente i grassi e la densità energetica del piatto può cambiare molto secondo la cottura.

La salatura preventiva richiama parte dell’acqua e rende la consistenza più compatta, ma non impedisce alla melanzana di impregnarsi. Contano soprattutto temperatura dell’olio, durata della frittura e spessore delle fette. Forno, griglia e microonde richiedono meno condimento e mantengono il piatto più vicino al profilo dell’ortaggio di partenza.

La buccia viola concentra antociani, pigmenti studiati per la loro attività antiossidante; la polpa fornisce fibra, utile per sazietà e regolarità intestinale. Pelarla significa perdere una parte dei pigmenti, non svuotarla di ogni interesse. Le varietà lunghe e le perline hanno spesso una pelle più sottile; quelle grandi e tonde possono risultare più coriacee. Sulla carta la melanzana è leggera. Il resto lo decide la cucina.

Zucchina – La forza della leggerezza
La zucchina fa della discrezione il proprio punto di forza. È composta soprattutto da acqua, ha una densità energetica molto bassa e apporta potassio – coinvolto nell’equilibrio dei liquidi e nella normale funzione muscolare – insieme a piccole quantità di vitamina C e fibra. La buccia aggiunge pigmenti e altra fibra, perciò, quando è tenera e ben lavata, conviene conservarla.

Le varietà cambiano soprattutto consistenza e destinazione. La romanesca, costoluta e saporita, mantiene una buona tenuta in padella; la trombetta d’Albenga ha polpa soda e delicata, con i semi concentrati quasi soltanto nell’estremità; le zucchine tonde si prestano alle farciture. Griglia, vapore e cotture rapide ne rispettano la freschezza; lasciata cuocere più a lungo, la zucchina diventa una base cremosa capace di dare volume a zuppe, salse e impasti.

Anche il fiore è commestibile. Quello femminile rimane attaccato al frutto, mentre il maschile cresce su uno stelo più sottile; entrambi possono essere consumati crudi, appena scottati, farciti o aggiunti a frittate e risotti. La frittura resta la destinazione più celebre, non l’unica.

Una precauzione riguarda l’amarezza intensa e anomala. Può segnalare la presenza di cucurbitacine – sostanze prodotte naturalmente dalle Cucurbitacee come difesa – che, in concentrazioni elevate, provocano disturbi gastrointestinali e resistono alla cottura. In quel caso la zucchina va scartata. Per il resto, il suo pregio è semplice: acqua, leggerezza e una versatilità che non reclama il centro del piatto.

Cipolla rossa – Il meglio sta appena sotto
La cipolla rossa concentra una parte importante dei propri flavonoidi negli strati più esterni. Sono composti vegetali che partecipano alla difesa dallo stress ossidativo: tra questi domina la quercetina, mentre gli antociani sono responsabili delle tonalità rosse e violacee. Eliminare, insieme alla tunica secca, uno o due strati carnosi può quindi portarne via una quota rilevante.

Uno studio condotto sulla cipolla rossa di Tropea ha osservato che, dopo una normale pelatura domestica, la parte edibile conservava ancora il settantanove per cento di uno dei principali derivati della quercetina, ma soltanto il ventisette per cento degli antociani complessivi. La conclusione non è mangiare la buccia cartacea: basta fermarsi quando comincia il tessuto integro e succoso.

La dolcezza della Tropea non dipende semplicemente da una quantità eccezionale di zuccheri. Entrano in gioco acqua, acidità e minore aggressività dei composti solforati – le sostanze responsabili della piccantezza e delle lacrime durante il taglio. Cruda mantiene croccantezza e intensità; marinata nell’aceto o nel limone perde parte della forza; cotta lentamente sviluppa una dolcezza più rotonda. Prima della ricetta conta un gesto molto più semplice: sbucciarla senza eccesso di zelo.

Cappero e cucuncio – Il bocciolo e il frutto
Il cappero è un bocciolo floreale raccolto prima che si apra. Appena colto è duro, amaro e poco accomodante; la conservazione sotto sale, in salamoia o nell’aceto ne modifica consistenza e sapore, trasformandolo nell’ingrediente pungente che conosciamo. In questo caso la lavorazione è ciò che lo rende gradevole e utilizzabile in cucina.

La composizione è ricca di flavonoidi, soprattutto quercetina e rutina, e di glucosinolati – sostanze presenti anche nelle crucifere, responsabili di parte delle note amare e piccanti. I valori calcolati su cento grammi sono notevoli, ma la porzione reale è di pochi capperi: più che un alimento da consumare in quantità, è un ingrediente capace di aggiungere molto con pochissimo.

I boccioli più piccoli, classificati commercialmente come non-pareilles, sono apprezzati per consistenza e finezza. Il cucuncio è invece il frutto della stessa pianta: più grande, carnoso e provvisto di semi. Nessuno dei due nasce salato; il sodio dipende dal metodo di conservazione e può essere ridotto sciacquando o dissalando il prodotto, senza eliminarlo del tutto. Proprio questa intensità permette, dopo il risciacquo, di evitare altro sale aggiunto e portare nel piatto sapidità, acidità e una lieve nota amara.

Anguria e melone – L’acqua non racconta tutto
Anguria e melone contengono oltre il novanta per cento d’acqua e contribuiscono all’idratazione estiva insieme a ciò che si beve durante la giornata. Aggiungono freschezza, volume, potassio e una densità energetica contenuta, ma dietro la somiglianza iniziale nascondono composizioni diverse.

La polpa rossa dell’anguria deve il colore al licopene, lo stesso carotenoide presente nel pomodoro. Contiene anche citrullina – un amminoacido utilizzato dall’organismo nella produzione di arginina e ossido nitrico, coinvolto nella regolazione del tono dei vasi sanguigni. Le quantità cambiano tra cultivar e parti del frutto e non fanno dell’anguria un integratore per la circolazione; una quota è presente anche nella fascia bianca vicina alla buccia, che può essere marinata o trasformata in conserva.

Tra i meloni, la differenza più evidente è scritta nella polpa. Quelli arancioni, come cantalupo e retato, sono ricchi di betacarotene e contengono mediamente più vitamina C. Nelle tabelle Crea, i meloni invernali a polpa chiara hanno invece più acqua e, in media, meno zuccheri e calorie, mentre potassio e fibra rimangono su valori simili. L’arancione offre soprattutto carotenoidi; il bianco punta su acqua e delicatezza. Qui il colore anticipa davvero una parte di ciò che finirà nel piatto.

Drupacee – Questione di tempo
Pesche, nettarine, percoche, albicocche e susine condividono il nocciolo, non la stessa composizione. Il colore offre qualche indizio: nelle albicocche e nelle varietà a polpa gialla prevalgono i carotenoidi; nelle susine rosse e violacee aumentano gli antociani, concentrati soprattutto nella buccia. Quando è integra e ben lavata, conservarla permette di trattenere più fibra e pigmenti.

Pesche e nettarine sono nutrizionalmente molto simili: la differenza più evidente è la buccia, vellutata nelle prime e liscia nelle seconde. Le percoche hanno in genere una polpa più soda e aderente al nocciolo, adatta alla cottura e alla conservazione; le pesche a polpa fondente risultano più succose e delicate. Le differenze tra cultivar possono comunque superare quelle suggerite dal nome del frutto.

Conta soprattutto il momento della raccolta. Pesche, nettarine, albicocche e molte susine sono frutti climaterici: dopo essere stati staccati continuano a produrre etilene, ad ammorbidirsi e a sviluppare parte dei propri aromi. Nei primi giorni il profumo può intensificarsi; con il tempo eccessivo, la polpa perde consistenza e la freschezza aromatica diminuisce.

Questo non significa che qualsiasi frutto acerbo recuperi in cassetta ciò che non ha ricevuto sull’albero. Una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza raggiungere lo stesso equilibrio tra profumo, dolcezza e acidità di una raccolta più vicina alla maturità fisiologica. Per pesche e nettarine conviene cercare profumo, assenza di verde intorno al picciolo e una polpa che ceda appena alla pressione. Il tempo continua a lavorare anche dopo il raccolto, ma non fa miracoli.

Frutti di bosco – Tutta la sostanza del colore
Lamponi, more, mirtilli, ribes e fragoline vengono riuniti sotto il nome di frutti di bosco, pur appartenendo a famiglie botaniche diverse. A tenerli insieme sono soprattutto le dimensioni ridotte, la stagione breve e una notevole ricchezza di pigmenti. Le fragole coltivate vengono spesso associate al gruppo per composizione e uso, anche se hanno una storia differente.

Mirtilli, more e ribes scuri devono le tonalità blu, viola e quasi nere agli antociani, studiati per la capacità di contrastare l’ossidazione e di modulare alcuni processi infiammatori e vascolari. Lamponi, fragole e more contengono anche ellagitannini, che il microbiota intestinale trasforma in altri metaboliti. Il dato più concreto non sta nella singola molecola, ma nella varietà di pigmenti che questi frutti permettono di introdurre in una porzione piccola.

La consistenza aggiunge un’altra differenza. Lamponi e more sono formati da numerose piccole drupe e devono ai semi una quota di fibra elevata; fragole e ribes apportano molta vitamina C, mentre nei mirtilli buona parte dei pigmenti si concentra nella buccia. Mangiarli interi conserva la struttura fibrosa; ridurli in succo significa perderne una parte.

Sono frutti delicati: muffe e ammaccature si diffondono rapidamente, perciò conviene conservarli asciutti e lavarli soltanto poco prima del consumo. Il congelamento ne modifica la consistenza, ma conserva fibra e minerali e mantiene una parte consistente dei pigmenti, mentre la vitamina C può ridursi durante conservazione e scongelamento. Fuori stagione, il surgelato può essere una scelta più sensata di un fresco raccolto troppo presto e rimasto a lungo in viaggio.

Fichi e fico d’India – Due famiglie sotto lo stesso nome
Non tutti i fichi si presentano due volte. Le varietà bifere producono all’inizio dell’estate i fioroni, sviluppati sui rami dell’anno precedente, e tra la fine dell’estate e l’autunno i forniti; le varietà unifere danno un solo raccolto. I primi sono in genere più grandi e acquosi, i secondi più piccoli e concentrati, anche se dolcezza, colore e consistenza cambiano molto tra cultivar e andamento della stagione.

Quello che chiamiamo frutto è in realtà un siconio – un ricettacolo carnoso che racchiude numerosi piccoli fiori. I granelli che scricchiolano sotto i denti sono i minuscoli frutti sviluppati da quei fiori e contribuiscono, insieme alla buccia e alla polpa, alla quota di fibra. Nel fico fresco convivono fibra solubile e insolubile: la prima trattiene acqua e contribuisce a rendere più morbido il contenuto intestinale, la seconda favorisce il transito. Si aggiungono potassio e una piccola quota di calcio.

La dolcezza può trarre in inganno. Il fico fresco contiene oltre l’ottanta per cento d’acqua e apporta circa sessantatré chilocalorie per cento grammi: più di pesche e anguria, ma molto meno di quanto suggerisca la polpa mielosa. Con l’essiccazione l’acqua diminuisce e zuccheri, fibra, energia e minerali si concentrano. Il fico secco è quindi un alimento più denso, da consumare in una porzione minore.

Il fico d’India condivide il nome, non la famiglia botanica. La polpa ha una quantità di zuccheri ed energia simile a quella del fico fresco, ma contiene circa cinque grammi di fibra per cento grammi, quasi tutta insolubile. I numerosi semi contribuiscono a questa quota, utile alla regolarità intestinale ma non sempre ben tollerata quando il consumo è abbondante. Le varietà bianche, gialle e rosse cambiano soprattutto per pigmenti; la differenza più concreta rimane sotto i denti.

Erbe aromatiche – Quando le foglie contano
L’estate è la stagione in cui le erbe aromatiche smettono di arrivare sul piatto in due foglie contate. Basilico, prezzemolo, menta, maggiorana e finocchietto riempiono mazzi e vasi, abbastanza abbondanti da entrare nelle ricette a manciate. Usate come decorazione incidono poco; trasformate in pesti, salse verdi, insalate e ripieni diventano una vera componente vegetale del piatto.

Sotto il profumo c’è una composizione tutt’altro che trascurabile. Molte di queste foglie apportano vitamina K, folati e carotenoidi; il prezzemolo è anche particolarmente ricco di vitamina C. Cinque grammi – la porzione indicata dalle tabelle nutrizionali – ne forniscono circa otto milligrammi: non sostituiscono una porzione di verdura, ma mostrano quanta sostanza possa stare in una manciata.

Basilico, menta, origano, timo, salvia e rosmarino contengono inoltre composti fenolici. Tra questi figurano l’acido rosmarinico e, in rosmarino e salvia, l’acido carnosico; timo e origano devono parte del proprio carattere a timolo e carvacrolo. Sono sostanze studiate soprattutto in modelli sperimentali per la capacità di contrastare l’ossidazione e modulare alcuni processi infiammatori. Nel piatto partecipano alla varietà della dieta, senza assumere il ruolo di farmaci.

La consistenza suggerisce anche il modo di usarle. Basilico, menta, prezzemolo ed erba cipollina affidano buona parte del proprio carattere a profumi fragili e rendono meglio freschi, aggiunti alla fine o lavorati senza lunghe cotture. Rosmarino, salvia, timo e origano sopportano forno, brace ed essiccazione, che elimina l’acqua e modifica il profilo aromatico.

Il loro vantaggio nutrizionale coincide con quello gastronomico: aumentano la presenza vegetale e costruiscono sapore senza affidare tutto al sale o ai condimenti. Una foglia di basilico appoggiata sulla pasta resta una guarnizione; un pesto, una salsa di prezzemolo o un’insalata die erbe sono già un ingrediente.

Al mercato i cartelli continueranno a dire soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Tra colore, maturazione e destinazione in cucina, però, il banco ora si lascia leggere un po’ meglio.

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La seconda linea del fronte nella guerra di attrito tra Russia e Ucraina

La guerra russo-ucraina del 2026 si combatte sempre più lontano dalla linea di contatto. Non perché il fronte terrestre abbia perso centralità, ma perché la difficoltà di ottenere sfondamenti rapidi ha spinto Mosca e Kyjiv a cercare nella profondità economica dell’avversario un moltiplicatore di pressione. Raffinerie, depositi, porti, ferrovie, reti elettriche e carburanti sono diventati parte della stessa equazione: quanto costa mantenere in funzione lo Stato mentre continua la guerra? Gli ultimi giorni lo rendono evidente. Il 13 agosto un attacco russo ha danneggiato infrastrutture del porto di Izmail, sul Danubio, interrompendo anche l’elettricità. Pochi giorni prima Odesa era stata colpita, mentre Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro l’industria energetica russa.

Non è una semplice guerra contro la «società civile». Questa formula è politicamente comprensibile, ma analiticamente insufficiente. Un’infrastruttura può essere civile, militare o dual-use a seconda dell’impiego concreto. Il diritto internazionale umanitario consente di qualificare come obiettivo militare soltanto ciò che contribuisce effettivamente all’azione militare e la cui neutralizzazione offre, nelle circostanze specifiche, un vantaggio militare definito. Il solo valore economico di un bene non basta.

È una distinzione decisiva perché la guerra dei sistemi produce effetti economici anche quando l’obiettivo immediato è militare. Un porto colpito significa ritardi, assicurazioni più costose e merci deviate. Una raffineria danneggiata significa meno carburante, ma anche maggiore pressione sui prezzi e sulla logistica. Una rete elettrica degradata obbliga lo Stato a scegliere dove destinare generatori, trasformatori, difesa aerea e squadre di riparazione.

Odesa è il caso più importante. L’Ucraina dipende dal sistema portuale del Mar Nero per trasformare il proprio raccolto in valuta, entrate fiscali e continuità economica. A luglio i porti del Mar Nero avevano già perso circa un terzo della capacità di esportazione cerealicola, secondo associazioni agricole citate da Reuters. Ad agosto la situazione si è ulteriormente deteriorata: il blocco e gli attacchi hanno spinto Kyjiv e Moldova a valutare maggiori trasferimenti ferroviari attraverso il territorio moldavo.

La vulnerabilità ucraina, tuttavia, non coincide con la dipendenza. Kyjiv ha costruito ridondanze verso il Danubio, la ferrovia e l’Europa. Il problema è il costo: ogni tonnellata esportata attraverso una rotta alternativa può richiedere più tempo, capitale e coordinamento. La guerra diventa così una competizione sulla velocità con cui un sistema riesce a sostituire ciò che l’altro distrugge.

La stessa logica sta colpendo la Russia. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno cominciato a trasformare una superiorità energetica strutturale in un problema di raffinazione, distribuzione e prezzi. L’Iea ha rilevato a luglio che l’intensificazione degli attacchi contro raffinerie e infrastrutture di esportazione russe aveva stretto il mercato dei prodotti petroliferi, incidendo sia sulle esportazioni sia sulle consegne interne. Il 13 agosto Reuters ha riferito che l’attacco alla raffineria di Orsk potrebbe provocare uno stop di mesi, anche per la difficoltà di reperire apparecchiature sostitutive.

È qui che cade l’idea secondo cui la guerra infrastrutturale favorisca automaticamente Mosca. La Russia possiede più territorio, materie prime e capacità industriale. Ma la massa non equivale all’invulnerabilità. Le raffinerie sono nodi concentrati; la logistica dipende dal carburante; il carburante dipende dalla raffinazione. Gli attacchi stanno già aumentando i costi del trasporto stradale russo e contribuendo alle tensioni sui prezzi.

L’Ucraina resta però il sistema più esposto. La Banca mondiale stima oltre 195 miliardi di dollari di danni diretti e quasi 588 miliardi di fabbisogni di ricostruzione. La differenza rispetto alla Russia è che una quota crescente della resilienza ucraina viene finanziata e organizzata dall’esterno: Unione europea, istituzioni finanziarie internazionali, partner occidentali. La vera partita, dunque, non è chi distrugge di più. È chi ripara più rapidamente, dispone di maggiore ridondanza e riesce a trasformare capitale in capacità operativa. Mosca parte con una profondità maggiore; Kyjiv con una rete esterna più ampia.

La seconda linea del fronte è questa: non il collasso immediato dell’economia, ma l’aumento progressivo del costo della normalità. Quando riparare diventa più lento del distruggere, la guerra economica smette di essere una conseguenza del conflitto e diventa essa stessa una strategia di coercizione.

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Vannacci promette sovranità e prepara l’impotente solitudine nazionale

Non ho mai incontrato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. Ma ho conosciuto abbastanza bene il coordinatore del suo programma: un brillante giovane ultracattolico, nato dalle mie parti, esponente di un fondamentalismo clericale di matrice – non saprei spiegarmi meglio – più lefebvriana che ruiniana. Non mi sono quindi stupito nell’individuare i caratteri eccezionalmente antiliberali e organicistici del programma politico di Vannacci. Vediamoli punto per punto.

Uno Stato confessionale e identitario
Il programma definisce «non negoziabili» la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale», la «famiglia naturale» e l’«identità cristiana». Descrive la nazione come comunità «di diritto e di sangue», richiama i tratti fisici degli italiani e afferma che «per fare un italiano non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli». Soprattutto, ripete la formula vannacciana secondo cui «viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni». In una democrazia costituzionale e liberale basata sullo stato di diritto, lo Stato non stabilisce quale sia la «vera» identità religiosa o antropologica dei cittadini; la cittadinanza è un’appartenenza giuridica e politica, non etnica, biologica o confessionale; le istituzioni non sono subordinate a una presunta essenza della nazione, interpretata dal partito che governa. E i diritti non dipendono dall’adesione alla morale cattolica. Dietro la parola «libertà» compare una concezione sostanzialmente antiliberale: l’individuo è libero solo finché la sua condotta coincide con ciò che il programma considera naturale, cristiano e funzionale alla continuità della nazione. Lo stesso testo arriva a qualificare come «perversioni e piaghe sociali» alcuni comportamenti che l’«ideologia liberale» trasformerebbe in diritti individuali.

La «remigrazione» come discriminazione di Stato
Il capitolo più chiaro è quello intitolato non casualmente «Assimilazione e Remigrazione». Vannacci non si limita a proporre un controllo rigoroso dell’immigrazione clandestina, obiettivo compatibile con una politica liberale. Vuole ridurre anche la presenza degli stranieri regolari fino a renderla «eccezionale», «percentualmente irrilevante» e priva di «alcun impatto sociale». Tra le misure previste: selezione degli ingressi in base alla religione e alla «compatibilità culturale», privilegiando i paesi cristiani (si attendono ondate di austriaci, francesi e sloveni?); venti anni di residenza per ottenere la cittadinanza; dichiarazione obbligatoria di assimilazione alla civiltà «greca, romana e cristiana» (ebrei non graditi?); revoca della cittadinanza ai naturalizzati che commettano determinati reati; esclusione generalizzata degli stranieri da prestazioni sociali; stop ai ricongiungimenti familiari; incentivazione della partenza anche degli immigrati regolari; espulsioni automatiche, riduzione delle garanzie familiari e ricorsi da esercitare dopo il rimpatrio; preferenza occupazionale e contributiva per la manodopera italiana (oggi sacrificata? Non saprei).

Vannacci non propone una politica migratoria: la sua è una gerarchia legale tra persone costruita sull’origine, sulla religione e sul modo in cui si è acquisita la cittadinanza. La distinzione permanente tra cittadini «originari» e naturalizzati rompe il principio liberale di eguaglianza davanti alla legge. Smontare l’Unione europea senza dichiarare subito l’uscita La linea europea di Vannacci non è una riforma dell’Unione. È un progetto di regressione dall’Ue alla vecchia Cee: mercato comune tra Stati sovrani, senza vera autorità politica europea.

Il programma propone le seguenti misure: uso sistematico del veto, a partire dal prossimo bilancio pluriennale; prevalenza della Costituzione sui trattati e sul diritto europeo; restituzione agli Stati delle competenze trasferite; rifiuto del federalismo europeo, definito «federalismo al contrario» e «elefante eurocomunista»; creazione di cooperazioni alternative all’Ue con Ungheria, Slovacchia e altri governi nazional-conservatori; possibilità di uscire dall’euro; introduzione di una «moneta fiscale» nazionale; possibilità di recedere persino dalla Nato.

Quella di Vannacci è una strategia di disgregazione per tappe: non proclamare oggi l’Italexit, ma rendere l’Italia incompatibile con il funzionamento dell’Unione, paralizzarne le decisioni e tenere aperta l’uscita dall’euro. Vannacci pare non tener conto che nessuno Stato europeo, neppure grande, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere sicurezza, tecnologia, industria, moneta e autonomia strategica nel confronto con Stati Uniti, Cina e Russia. La «sovranità nazionale» di Vannacci non restituirebbe sovranità effettiva all’Italia: la renderebbe più debole e più esposta alle grandi potenze – a una in particolare, minacciosa ma amica: la Russia.

Una politica estera aperta alla Russia e ostile all’Ucraina
Il documento non definisce la guerra come aggressione russa contro uno Stato sovrano. La chiama «operazione militare russa» e attribuisce un ruolo causale all’espansione della Nato, richiamando George F. Kennan e John J. Mearsheimer. Considera sbagliato l’invio prolungato di armi, insiste sui danni delle sanzioni all’Italia e propone di riaprire rapidamente i rapporti energetici e commerciali con Mosca. Ancora più significativo è il quadro generale: il programma presenta il multipolarismo delle «sfere d’influenza» come un’evoluzione positiva e immagina una convergenza tra l’Europa cristiana occidentale e la Russia cristiana orientale. In questa concezione, la libertà degli ucraini rischia di diventare una variabile subordinata all’equilibrio tra potenze e alla convenienza energetica italiana. Vannacci non accetta l’idea che l’interesse nazionale italiano non consista nel premiare l’aggressione e nel riconoscere implicitamente alle grandi potenze il diritto di dominare i vicini, e che coincida con un ordine europeo nel quale i confini non si cambiano con la forza e gli Stati scelgono liberamente le proprie alleanze.

Dalla sicurezza al diritto penale del nemico
Il programma contiene alcune proposte condivisibili – rafforzamento degli organici, digitalizzazione della giustizia, separazione delle carriere, interventi sulle carceri – ma le colloca dentro un impianto securitario e autoritario. Sono particolarmente critici i seguenti punti: l’affermazione che la sicurezza del cittadino onesto venga «prima dei diritti del criminale»; la contrapposizione tra vittima e garanzie dell’imputato; la presunzione assoluta di proporzionalità nella difesa domiciliare; la legittimazione dell’uso della forza anche per difendere beni materiali e durante la fuga dell’aggressore; l’esclusione del risarcimento persino nell’eccesso colposo di difesa; l’abbassamento a dodici anni dell’imputabilità; i riti sommari come regola per i reati in flagranza; l’impiego strutturale delle Forze armate nelle città; le «zone rosse» senza limiti temporali; il lavoro carcerario obbligatorio, con aumento della pena per chi lo rifiuta; la revisione del reato di tortura per ampliare la protezione degli agenti. Il liberalismo – inutile spiegarlo a Vannacci – non è indulgenza verso il crimine. È la convinzione che le garanzie valgano proprio quando lo Stato esercita la sua forza. La presunzione d’innocenza non protegge «il criminale»: protegge ogni cittadino dal rischio di essere trattato come colpevole prima di una sentenza.

Libertà economica proclamata, dirigismo nazionalista praticato
Nel capitolo economico si trovano anche obiettivi liberali ragionevoli: semplificazione fiscale, riduzione del cuneo, stabilità delle regole, tutela della concorrenza, proprietà diffusa. Ma l’impianto complessivo è quello di un’economia nazionale protetta e politicamente guidata: fondo sovrano pubblico; uso esteso del golden power; protezionismo, dazi e preferenze nazionali; restrizioni agli investimenti e alle acquisizioni estere; moneta fiscale parallela; deroghe ai vincoli di bilancio pur senza una quantificazione credibile; flat tax senza aggiustamenti fiscali, riduzioni dell’Iva, quoziente familiare, incentivi demografici e nuove spese, senza un quadro finanziario coerente.

Il documento di Vannacci promette contemporaneamente meno tasse, maggiori investimenti pubblici, più sicurezza, più carceri, più sostegni familiari, protezione industriale e maggiore libertà di deficit. Manca una stima dei costi e manca soprattutto una strategia seria per il debito pubblico. È un nazional-corporativismo economico rivestito di lessico liberale: il mercato viene accettato finché produce risultati conformi all’interesse nazionale definito dal governo.

Demografia e famiglia come strumenti di omologazione sociale
È legittimo sostenere natalità e famiglie. Diventa illiberale quando la politica demografica si trasforma in un criterio per distribuire diritti e opportunità. Il programma propone persino «quote azzurre» nei concorsi pubblici riservate ai genitori di famiglie numerose. In questo modo il merito, pure continuamente invocato, viene sacrificato a un’ideologia della procreazione. Chi non ha figli, chi non può averne o chi vive in una famiglia diversa da quella riconosciuta dal partito viene implicitamente collocato a un livello inferiore di utilità nazionale e quindi di minore partecipazione all’acquisizione dei diritti civili e sociali. Naturalmente, anche Vannacci, come gli autocrati di ogni stagione, propone – come ho segnalato – di fare cose buone. La mia opposizione radicale a Futuro Nazionale non nasce dal fatto che sia un partito di destra, ma dal fatto che propone una destra radicalmente antiliberale e antieuropea.

Nel suo programma la nazione viene prima delle istituzioni, l’identità religiosa prima della libertà di coscienza, l’origine dei cittadini prima della loro eguaglianza, la sicurezza prima delle garanzie e la sovranità nazionale prima della costruzione europea. Gli immigrati vengono selezionati secondo la religione, i naturalizzati rimangono cittadini revocabili, la cittadinanza richiede l’adesione a una civiltà ufficiale, la famiglia è definita dallo Stato e i diritti individuali sono subordinati a una morale collettiva.

In Europa Vannacci non propone di correggere l’Unione, ma di riportarla a una semplice area commerciale, usando il veto, rimettendo in discussione l’euro e costruendo alleanze con i nazionalismi illiberali. In politica estera sostituisce la solidarietà con l’Ucraina con l’accomodamento verso la Russia e il diritto internazionale con la logica delle sfere d’influenza. Anche quando parla di libertà economica, il programma approda al protezionismo, al dirigismo strategico e a una quantità di promesse fiscali e di spesa prive di copertura. E quando parla di sicurezza, considera le garanzie costituzionali un ostacolo, legittima una concezione sproporzionata della difesa privata e trasforma il diritto penale in uno strumento di esclusione sociale.

I liberali, i riformisti, chiunque si riconosca nella Costituzione e nella storia dell’Italia repubblicana, cercano un’altra Italia: una repubblica laica, liberale ed europea, nella quale la cittadinanza dipende dalla legge e non dal sangue o dalla religione; lo Stato protegge la libertà individuale senza imporre un’identità; la sicurezza è garantita nel rispetto del giusto processo; e la sovranità si esercita insieme agli altri europei, non nell’impotente solitudine degli Stati nazionali. E non possono condividere in nessun modo la concezione etnico-confessionale della cittadinanza, l’attacco all’Unione, la subordinazione dei diritti all’identità nazionale e l’indebolimento delle garanzie.

Un tempo avremmo chiamato il programma politico di Vannacci in un modo semplice: fascismo. Ma oggi, quando l’antifascismo proclamato si spinge a proporci modelli altrettanto autoritari, occorre trovare un altro termine. Chiamiamolo vannaccismo, per ora.

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Il burro diventa destinazione in un negozio parigino monoprodotto

Quanto è buono il burro

Dopo il pistacchio, il tiramisù e la mousse al cioccolato, anche il burro conquista un indirizzo tutto suo. A Parigi, nel XV arrondissement, ha aperto Le Butter Shop, una boutique che ruota interamente attorno a uno degli ingredienti simbolo della cucina francese, e considerando quando questo ingrediente sia amato oltralpe, quasi ci stupiamo che non fosse ancora successo. Alla base, l’idea di trasformare un alimento di uso quotidiano in un’esperienza di degustazione, vendita e racconto, seguendo una formula che negli ultimi anni ha già premiato numerosi locali monotematici, dedicati a un solo prodotto. 

Sugli scaffali si trovano una trentina di burri provenienti da piccoli produttori francesi, dalle versioni classiche con fleur de sel fino a quelle aromatizzate con alghe, scalogno, pepe del Madagascar, tartufo, yuzu, vaniglia, lampone e perfino cioccolato. Il negozio propone assaggi prima dell’acquisto, confezionamento sottovuoto per chi viaggia e una selezione di vini, senapi e altri prodotti di gastronomia destinati a costruire il perfetto picnic parigino. 

L’elemento che ha contribuito alla viralità del locale, però, è un altro. Al centro dello spazio campeggia un enorme cono di burro salato, pensato esplicitamente per diventare sfondo di fotografie e video condivisi sui social. In pochi giorni dall’apertura, creator e turisti hanno trasformato il negozio in una tappa obbligata del loro itinerario gastronomico. 

Il caso è interessante perché va oltre il semplice negozio specializzato e conferma una tendenza ormai consolidata: il successo dei format monotematici, nei quali il prodotto diventa protagonista assoluto, con un coté instagrammabile immancabile. Non si vende soltanto un alimento, ma un’esperienza facilmente raccontabile, riconoscibile e condivisibile: il valore percepito nasce tanto dalla selezione quanto dalla possibilità di dire «ci sono stato».

Per la Francia il burro rappresenta inoltre un simbolo identitario, al pari dell’olio extravergine in molte regioni italiane. Dedicargli un’intera boutique significa trasformare un ingrediente fondamentale della cucina in un oggetto culturale e turistico, rendendolo accessibile anche a un pubblico internazionale che spesso lo conosce soltanto attraverso marchi celebri.

Resta da capire se il Butter Shop sarà ricordato come una curiosità destinata a esaurirsi con il ciclo delle tendenze social oppure se inaugurerà una nuova categoria di negozi specializzati. In ogni caso, racconta bene una trasformazione del consumo contemporaneo: oggi anche il prodotto più ordinario può diventare destinazione, a patto di essere inserito in una narrazione capace di suscitare curiosità e desiderio.

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Perché Valter Lavitola avrebbe ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

Qual è la notizia? La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. La bomba, collocata vicino alla sua automobile, distrusse la vettura, danneggiò quella della figlia e il cancello della villetta. Nessuno rimase ferito. Inizialmente si pensò a una ritorsione per una delle inchieste della storica trasmissione di Rai 3. Dopo otto mesi di indagini, il 30 giugno 2026 i carabinieri arrestarono quattro presunti componenti del gruppo che aveva materialmente organizzato l’esplosione: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Seguendo gli spostamenti di un’automobile, i telefoni e le conversazioni degli indagati, gli investigatori sono risaliti prima a Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e presunto intermediario, e poi all’imprenditore Valter Lavitola, ex editore e direttore dell’Avanti! e oggi titolare del ristorante di pesce “Cefalù”, nel quartiere romano di Monteverde. Dal 2019 era anche un amico e una fonte di Ranucci: si sentivano quasi ogni giorno e frequentavano le rispettive famiglie.

Il 10 agosto Lavitola è stato arrestato come presunto mandante dell’attentato. Due giorni dopo ha ammesso di aver commissionato un’intimidazione, ma ha negato di aver ordinato la bomba: sostiene di aver chiesto quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della casa, per convincere le autorità a rafforzare la scorta del giornalista. Secondo la procura di Roma, invece, Lavitola voleva accrescere la popolarità di Ranucci e preparare una sua possibile candidatura politica nel centrosinistra. Da mesi gli parlava della possibilità di diventare presidente del Consiglio e stava lavorando a un sondaggio sul suo consenso. Ranucci conosceva il progetto e aveva suggerito alcune modifiche al questionario, ma non è indagato: finora non è emersa alcuna prova che sapesse dell’attentato.

L’11 agosto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci dalla conduzione di Report. Il 13 agosto la Commissione etica della Rai ha consegnato all’amministratore delegato Giampaolo Rossi una relazione riservata. Secondo le indiscrezioni, il documento segnala criticità nell’amicizia di Ranucci con Lavitola, nell’invio all’esterno di una mail aziendale e nei giudizi di Ranucci su dirigenti e colleghi. Al momento sono state sospese le repliche estive di Report, ma non è stata decisa alcuna sospensione di Ranucci dalla conduzione.

Il punto. Domande e risposte.

Ho capito che Ranucci è il conduttore di Report, ma prima di spiegarmi tutto, dimmi chi è Lavitola.
Valter Lavitola, 60 anni, salernitano, è un imprenditore ed ex giornalista-editore. Dal 2003 al 2011 diresse e amministrò di fatto L’Avanti!, quotidiano distinto dalla storica testata ufficiale del Partito socialista italiano. Il giornale di Lavitola chiuse nel novembre 2011; l’Avanti! pubblicato oggi online non è collegato a lui. Nel settembre 2010 divenne noto al grande pubblico per aver ottenuto e pubblicato un documento del governo di Saint Lucia che indicava Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, come beneficiario della società proprietaria dell’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Il caso fu centrale nello scontro politico tra Fini e Silvio Berlusconi. Lavitola era da tempo in rapporti diretti con Berlusconi, che accompagnò anche in alcuni viaggi internazionali, agendo come intermediario informale senza ricoprire incarichi di governo. Da qui è nata la fama di “faccendiere”. Nel 2012 patteggiò tre anni e otto mesi per truffa e bancarotta nella vicenda dei finanziamenti pubblici ottenuti da L’Avanti!. Nel 2014 divenne definitiva la condanna a un anno e quattro mesi per aver tentato di ottenere da Berlusconi cinque milioni di euro in cambio del silenzio su ciò che sapeva dell’inchiesta barese sulle escort. Nel 2015 fu inoltre condannato in primo grado a tre anni per aver fatto da intermediario nel pagamento di tre milioni al senatore Sergio De Gregorio, eletto con l’Italia dei Valori, affinché passasse al centrodestra e contribuisse alla caduta del governo Prodi. In appello il reato fu dichiarato prescritto: la condanna non divenne definitiva. Ha trascorso complessivamente più di quattro anni in carcere. Negli ultimi tempi, oltre al ristorante “Cefalù”, lavorava con Tavares a progetti ambientali in Camerun destinati a generare crediti di carbonio, ovvero dei certificati, ciascuno corrispondente normalmente a una tonnellata di anidride carbonica ridotta o assorbita, che possono essere venduti alle aziende per compensare le proprie emissioni.

Come ha conosciuto Ranucci?
I due furono presentati nel 2019 dal giornalista Guido Ruotolo all’interno del ristorante “Cefalù”. Ranucci cominciò a frequentare assiduamente il locale e il rapporto, inizialmente professionale, diventò progressivamente personale. Ranucci ha spiegato che voleva intervistare Marcello Dell’Utri e pensava che Lavitola potesse aiutarlo a stabilire un contatto. Lavitola, già oggetto di servizi di Report, divenne anche una fonte: fornì indicazioni per inchieste riguardanti gli appalti dei Canadair, gli elicotteri antincendio e il Cantiere Navale Vittoria. Ranucci, a sua volta, gli diede consigli sugli affari legati ai crediti di carbonio. L’amicizia andò oltre il lavoro. I due si telefonavano quasi ogni giorno, frequentavano le rispettive famiglie e Lavitola entrò più volte negli uffici Rai di via Teulada. Ranucci ha raccontato di essersi affezionato anche al figlio autistico di Lavitola e di averlo messo in contatto con sua figlia, che è psicologa. Nel maggio 2023 Il Riformista pubblicò un servizio di Aldo Torchiaro con le fotografie di una cena al “Cefalù” tra Ranucci, Lavitola e monsignor Gianni Fusco. Le immagini resero pubblica la frequentazione; successivamente Maurizio Gasparri chiese spiegazioni in Commissione di Vigilanza Rai e Ranucci confermò il rapporto di amicizia.

Perché avrebbe organizzato un’intimidazione contro un suo amico?
Lavitola ha raccontato al gip di avere appreso dell’esistenza di un presunto progetto dell’intelligence israeliana per uccidere Ranucci, apparentemente come conseguenza di un servizio di Report sul Cantiere Navale Vittoria di Adria, in provincia di Rovigo. Non ha però spiegato perché Israele avrebbe dovuto colpire il giornalista, né ha indicato la fonte della notizia o fornito elementi verificabili. Secondo il suo racconto, per proteggere l’amico avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares di trovare qualcuno disposto a sparare quattro o cinque colpi contro il muro della villetta, così da costringere le autorità a rafforzarne la scorta. Ranucci era tuttavia protetto ininterrottamente dal 2021. Il gip ha giudicato questo movente «inverosimile» e le dichiarazioni di Lavitola fumose, generiche e prive di riscontri. E ha confermato la custodia cautelare perché ci sarebbe sia il rischio di inquinamento delle prove, sia il pericolo di fuga, considerando la rete di rapporti di cui l’imprenditore dispone in Italia e all’estero. Al momento dell’arresto Lavitola aveva anche un biglietto per Addis Abeba, anche se la difesa lo collega a un incontro sui crediti di carbonio e non a un tentativo di fuga. Il suo avvocato ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame.

Quale sarebbe il vero movente, secondo la Procura?
Secondo la Procura, Lavitola voleva lanciare Ranucci come leader del centrosinistra. Per dare concretezza al progetto, nel febbraio 2026 contattò Stefano Cappellini, allora vicedirettore e oggi direttore ad interim di Repubblica, raccontandogli di un misterioso candidato con percentuali altissime in un presunto sondaggio americano. Cappellini, sperando di ottenere una notizia, il 20 aprile gli inviò una decina di domande generiche e suggerì di rivolgersi a un istituto demoscopico affidabile. Lavitola disse di aver consultato anche Paolo Mieli, ex direttore e firma del Corriere della Sera. Il 29 aprile sostenne che la bozza fosse stata esaminata da Mieli e Ranucci; il 9 giugno inoltrò a Cappellini alcune correzioni attribuite a Ranucci e gli rivelò che il candidato era lui. Cappellini rispose che era «una follia» e che Ranucci non avrebbe potuto prevalere su Schlein o Conte. Non pubblicò nulla perché non considerava credibili né il sondaggio americano né la candidatura. Per gli inquirenti, la bomba doveva completare il progetto: trasformare Ranucci in un giornalista perseguitato e aumentarne il consenso.

Ma come si è passati dall’idea dei colpi di pistola a una bomba?
Lavitola sostiene di avere ordinato soltanto quattro o cinque colpi contro il muro e che Tavares e gli esecutori abbiano deciso autonomamente di utilizzare l’esplosivo. Ha aggiunto che, una volta saputo della bomba, non protestò perché riteneva comunque raggiunto lo scopo dimostrativo. Il gip non considera credibile questa ricostruzione: secondo il giudice, gli elementi raccolti inducono a escludere che Tavares abbia scelto autonomamente le modalità dell’attentato o, quantomeno, che abbia agito senza il consenso preventivo di Lavitola. Attualmente Tavares si trova in Camerun ed è latitante; la Procura di Roma intende chiederne l’estradizione. La sua eventuale testimonianza potrebbe chiarire chi decise di utilizzare l’esplosivo e quali istruzioni ricevette da Lavitola.

Ok, ora voglio capire nel dettaglio com’è avvenuto l’attentato.
Alle 22.17 circa del 16 ottobre 2025 è esploso un ordigno nascosto in un vaso accanto all’automobile di Ranucci, parcheggiata fuori dalla villetta. La deflagrazione ha distrutto la vettura, danneggiato seriamente quella della figlia e colpito il muro e il cancello. Ranucci era rientrato da poco e la figlia era passata vicino alle automobili pochi minuti prima, ma nessuno è rimasto ferito. Non è stato accertato alcun comando a distanza: l’ipotesi della bomba telecomandata compare nelle conversazioni di un indagato, non nelle conclusioni tecniche. Nel loro comunicato sull’operazione, i carabinieri definiscono l’ordigno rudimentale e tecnologicamente superato, ma altamente distruttivo. Secondo il gip, è stato Antonio Passariello a collocare materialmente l’ordigno. La sera del 16 ottobre partì dalla Campania con Saverio Mutone a bordo di una Fiat 500X noleggiata. I due arrivarono vicino alla casa di Ranucci intorno alle 22.04, ripartendo subito dopo l’esplosione. Mutone è considerato partecipe dell’esecuzione, ma dagli atti pubblicamente noti non risulta che abbia materialmente sistemato la bomba.

Come sono stati scoperti?
Una telecamera sulla Pontina ha ripreso la 500X, che i carabinieri hanno seguito fino all’autonoleggio campano grazie alle registrazioni degli impianti pubblici e privati. I dati delle celle telefoniche hanno mostrato poi che i cellulari degli indagati avevano compiuto lo stesso percorso dell’auto, sia la sera dell’attentato sia durante il precedente sopralluogo. Una volta individuato il gruppo, le intercettazioni hanno fornito ulteriori riscontri: Passariello si vantò dicendo «La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia», mentre gli altri parlarono dell’azione, del compenso e dei progetti per lasciare l’Italia. Gli indagati tentarono anche di distruggere schede telefoniche, cercare eventuali microspie e concordare una versione comune. Il 30 giugno 2026 Passariello, Mutone e D’Avino sono stati arrestati e portati in carcere; De Filippis è finita ai domiciliari.

Che cosa rischiano gli esecutori?
Passariello, Mutone, D’Avino e De Filippis sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di avere agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. La Procura contesta anche la strage, ipotesi che il gip non ha riconosciuto nell’ordinanza dei primi arresti. Se fosse accolta, l’articolo 422 del codice penale prevede almeno quindici anni di carcere. Se invece cadesse, resterebbero reati comunque gravi, le cui pene dovranno essere calcolate tenendo conto del ruolo attribuito a ciascun indagato.

Che cosa rischia Lavitola?
Se venisse riconosciuto come mandante, Lavitola potrebbe rispondere degli stessi reati commessi dagli esecutori anche senza avere materialmente trasportato o collocato la bomba. Vale quindi la stessa alternativa: almeno quindici anni se reggesse l’accusa di strage; una pena comunque di diversi anni per gli altri reati, aggravati dal metodo mafioso, se la strage venisse esclusa. La sua ammissione non comporta automaticamente uno sconto e il gip l’ha giudicata incompleta. Se il tribunale credesse alla versione secondo cui aveva ordinato soltanto alcuni colpi di pistola, dovrebbe stabilire se e in quale misura possa rispondere anche della bomba scelta dagli esecutori. I suoi precedenti potrebbero pesare sulla recidiva e sull’accesso ai benefici, ma non si aggiungono automaticamente alla futura pena.

C’è una prova che Ranucci sapesse dell’attentato di Lavitola?
No. Il 14 agosto l’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, ha riferito che il suo assistito, interrogato sulla possibilità che Ranucci avesse intuito o sospettato qualcosa, avrebbe risposto: «Non lo escludo». Non è chiaro, però, se si riferisse a un sospetto precedente o successivo all’attentato; soprattutto, la circostanza non è stata confermata dagli inquirenti. La Procura ha anzi smentito categoricamente la versione più esplicita secondo cui Lavitola avrebbe dichiarato: «Non escludo che Ranucci sapesse del mio piano». Negli atti conosciuti non ci sono messaggi, conversazioni o altri elementi che dimostrino un accordo precedente all’esplosione, né un successivo aiuto consapevole per ostacolare le indagini. Ranucci rimane la persona offesa, non è indagato e il gip scrive che «allo stato non è emerso alcun elemento» per ritenerlo d’accordo con Lavitola.

Ma io ho sentito un audio di Lavitola nel quale dice: «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io; e se l’ho fatta fare io, l’ho fatto d’accordo con Sigfrido».
La frase risale alla mattina del 9 agosto 2026, durante una telefonata-intervista concessa da Lavitola a MowMag, poco più di ventiquattr’ore prima dell’arresto. In quel momento Lavitola negava ancora qualsiasi coinvolgimento e presentò il ragionamento come «un’iperbole»: sosteneva per assurdo che, se avesse organizzato un attentato per favorire Ranucci, lo avrebbe necessariamente avvertito. Dopo la confessione, quelle parole appaiono contraddittorie e assumono un significato più inquietante. Non dimostrano però che Ranucci conoscesse il piano: Lavitola non disse che l’accordo fosse realmente esistito, ma lo utilizzò allora come ipotesi paradossale per proclamarsi innocente.

Ranucci voleva davvero entrare in politica?
Il giornalista lo ha negato, sostenendo che Lavitola sapesse che non si sarebbe mai candidato. Sapeva però che l’amico stava preparando un sondaggio per misurare le sue possibilità come candidato politico. Ranucci esaminò il questionario, successivamente pubblicato dal quotidiano Domani, e indicò due punti da «correggere o integrare»: il 9 e il 19. Il quesito 9 chiedeva agli intervistati quali giornalisti o conduttori televisivi venissero loro spontaneamente in mente e poi verificava se conoscessero il candidato; il 19 domandava quali temi dovessero avere la precedenza in un programma per le primarie del centrosinistra. In un messaggio vocale Ranucci spiegò di avere integrato la bozza inserendo l’intelligenza artificiale, la «gestione dell’egemonia digitale», l’ambiente e la transizione ecologica. Non si limitò quindi a leggere il sondaggio: contribuì concretamente alla sua preparazione.

Come sono arrivati da Gomes al nome di Lavitola?
Attraverso una serie di contatti precedenti e successivi all’esplosione. Dopo l’attentato D’Avino inviò a Tavares il messaggio «Tt ok». La mattina seguente Tavares raggiunse in treno Monteverde, il quartiere in cui Lavitola abita e lavora. Per gli investigatori era il resoconto dell’avvenuta esecuzione. Un’indicazione ancora più diretta sarebbe emersa durante una lite intercettata tra Tavares e la compagna: di fronte alle reticenze dell’uomo, lei avrebbe detto «Ci parlo io con Valter». Gli inquirenti hanno quindi riesaminato gli incontri precedenti. Il 15 settembre i telefoni di Lavitola e Tavares risultavano nella zona della casa di Ranucci; Lavitola sostiene che fosse una normale visita all’amico, mentre la Procura ipotizza un sopralluogo. La catena ricostruita è Lavitola-Tavares-D’Avino-gruppo operativo.

Ho visto una fotografia di Tavares, Lavitola e Ranucci: si conoscevano?
Sì. La fotografia mostra i tre abbracciati ed è stata scattata nel gennaio 2022. Gomes Clesio Tavares la inviò a Lavitola nel gennaio 2025, quando il telefono gliela ripropose come ricordo; Lavitola la inoltrò poi a Ranucci. Lo scatto è entrato nell’ordinanza cautelare e, secondo il gip, dimostra che il giornalista conosceva Tavares almeno dal 2022. Ranucci ha raccontato di averlo incontrato già nel 2019, di passaggio al ristorante “Cefalù”. Secondo le conclusioni del gip, Ranucci conosceva anche il ruolo di Tavares come uomo di fiducia e guardaspalle di Lavitola perché il 17 ottobre 2024, quando Lavitola gli chiese come potesse aiutarlo in un momento difficile, Ranucci rispose scherzando: «Mi dovresti prestare Gomez», scrivendo Gomes con la z.

Lavitola e Ranucci si sono sentiti al telefono di recente?
Sì, alle 3:56 del 5 luglio 2026, appena conclusa la perquisizione a casa di Lavitola da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo, Ranucci è rimasto al telefono con il suo amico per circa due ore. Non lo sappiamo dal racconto di uno dei due, ma da una captazione ambientale nell’automobile di Lavitola, riportata nell’ordinanza: accanto all’imprenditore era presente anche la compagna. I tre cercarono una spiegazione per la presenza di Lavitola e Gomes, il 15 settembre 2025, per circa mezz’ora nella zona della casa di Ranucci. Il giornalista ipotizzò una deviazione verso Terracina, dovuta a un ponte interrotto, oppure un pranzo o una visita. Nessuna spiegazione combaciava: il pranzo ricordato era avvenuto il 7 settembre e Gomes non era presente; il 15 settembre Ranucci non era in casa e Lavitola non provò a contattarlo. Per gli inquirenti si trattò quindi di un sopralluogo preparatorio. L’intercettazione dimostra che Ranucci, dopo avere saputo dell’accusa, aiutò l’amico a cercare una spiegazione. Non dimostra che prima del 16 ottobre conoscesse o avesse approvato l’attentato: negli atti noti non esiste una prova di un accordo precedente all’esplosione.

Che cosa ha detto Ranucci pubblicamente dopo l’attentato?
Il 17 ottobre 2025, poche ore dopo l’esplosione, ha detto: «Io non so ancora dare una chiave di lettura». Sottolineò che l’ordigno era stato collocato lungo il percorso che compiva abitualmente per entrare in casa, parlò di un «salto di qualità preoccupante» e aggiunse che «questa esplosione poteva ammazzare qualcuno». Dopo l’incontro con i magistrati riferì dell’esistenza di «quattro-cinque tracce importanti», precisando però che erano difficili da provare. Il 19 ottobre, intervistato da Monica Maggioni a In mezz’ora, avanzò una prima ipotesi: l’attentato poteva essere opera di «qualcuno legato alla criminalità» oppure di chi si serviva della criminalità. Escluse invece un ordine diretto della politica: «Non vedo scenari di mandanti politici, la politica ha altri strumenti se vuole fare male». Aggiunse però che qualcuno poteva avere agito per «fare un favore a qualche amico». Il 26 ottobre, aprendo la nuova stagione di Report, disse che la bomba era «probabilmente» collegata alle inchieste passate o future della trasmissione e rivolgendosi al pubblico concluse: «La loro scorta siete voi». Il 19 aprile 2026, durante la puntata di Report intitolata “Il cantiere dei misteri”, introducendo il servizio di Daniele Autieri, Ranucci disse: «Ecco un filo nero che parte da Adria, da Rovigo che passa per Manhattan, (…) fino ad arrivare il 16 ottobre scorso davanti casa mia, quando è stato piazzato un ordigno che ha fatto esplodere le mie auto, quella mia, quella di mia figlia». Nella stessa puntata mostrò una lettera anonima arrivata in redazione nel novembre 2025, secondo la quale il mandante della bomba sarebbe stato un politico e gli esecutori dei Casalesi. Ranucci non indicò il nome del presunto politico. Il servizio citò esponenti di Fratelli d’Italia nei diversi passaggi della vicenda, ma non sostenne che uno di loro avesse ordinato l’attentato. Lo stesso Ranucci concluse distinguendo i fatti dalle supposizioni: «Sono coincidenze? Non abbiamo gli strumenti per verificarlo».

Ranucci verrà sospeso da Report?
Non è stato sospeso e non è stato annunciato alcun sostituto alla conduzione. Il Comitato non può applicare sanzioni; la decisione sulla conduzione spetta ai vertici Rai, mentre un eventuale procedimento disciplinare richiederebbe un audit interno. Ranucci continua intanto a lavorare alla nuova stagione di Report, prevista da novembre, e secondo fonti Rai un suo passo indietro non sarebbe al momento previsto. Dopo la richiesta pubblica di Salvini, il conduttore ha reagito pubblicando diversi post. Ha rilanciato la lettera con cui l’eurodeputato del Partito democratico, l’ex giornalista Sandro Ruotolo, ha chiesto alla Commissione europea di verificare se l’intervento di Salvini violi le norme europee sull’indipendenza dei media. In un altro testo, intitolato “La voce che spaventa”, ha evocato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, descritti come uomini uccisi per avere compreso e raccontato «il disegno intero». Non si è paragonato esplicitamente a loro, ma l’accostamento ha inevitabilmente suscitato polemiche.

Ranucci verrà interrogato nuovamente?
Probabilmente sì. I magistrati intendono ascoltarlo come persona informata sui fatti, non come indagato, dopo avere completato l’analisi dei telefoni, dei computer e delle memorie sequestrati a Lavitola. L’audizione non dovrebbe avvenire prima di settembre. I pm vogliono chiarire quando Ranucci abbia cominciato a sospettare dell’amico, che cosa sapesse del progetto politico e come interpretare la lunga conversazione avvenuta dopo la perquisizione.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede

Perché ne stanno parlando tutti?
Perché tutti vogliono capire chi sia davvero Sigfrido Ranucci. Il giornalista ha costruito la propria immagine pubblica come controllore inflessibile dei poteri forti. Ora il pubblico si domanda se sia una vittima ingenua, tradita da un amico del quale non aveva compreso la pericolosità, oppure un uomo affascinato dal proprio mito, che si è lasciato adulare fino a perdere il controllo di un rapporto pericoloso.

Come abbiamo raccontato nelle scorse newsletter, le due tifoserie cercano nel passato soltanto ciò che conferma il giudizio già formulato. Alcuni sostenitori ipotizzano che Lavitola possa essere stato usato da qualcun altro per avvicinare Ranucci e rovinarne la carriera. I detrattori di Ranucci, invece, hanno ripescato le dichiarazioni sull’attentato fatte a Report, di cui abbiamo già parlato, e alcuni brani de “La scelta”, il libro pubblicato da Bompiani nel 2024 e presentato come un autoritratto. Nel racconto compare Karoline, una producer della televisione svizzera che chiede di svolgere uno stage a Report: tra lei e il narratore nasce una relazione; quando scopre che lui frequenta un’altra donna, fugge sconvolta e muore investita da un Suv.

Il conduttore di Report ha successivamente precisato di non avere mai avuto rapporti con stagiste e ha definito romanzate quelle pagine. Durante la presentazione del libro a Breaking Italy, nel marzo 2024, era stato però meno netto: dopo che Alessandro Masala aveva letto il passaggio sessuale dedicato a Karoline e gli aveva chiesto perché lo avesse inserito, non aveva spiegato che la scena fosse inventata, ma aveva risposto con una battuta: «Dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fai fare?». È proprio questa ambiguità tra autobiografia e finzione ad avere alimentato le accuse di mitomania.

Particolarmente interessante è la segnalazione pubblicata da Selvaggia Lucarelli, opinionista e collaboratrice del Fatto Quotidiano, testata che condivide con Report l’attenzione per le inchieste giudiziarie e che viene spesso accusata dai propri avversari dello stesso approccio «giustizialista» rimproverato alla trasmissione. Il 12 agosto, nella newsletter “Vale tutto”, Lucarelli ha pubblicato lo screenshot di una recensione a cinque stelle comparsa su Amazon il 19 febbraio 2024. Il testo definiva “La scelta” «un capolavoro» ed era firmato «Emilio Cresci», ma nella schermata il nome associato all’account risultava «Sigfrido Ranucci». La recensione è stata successivamente rimossa e Ranucci, al 14 agosto, non ha fornito spiegazioni pubbliche.

2. L’amicizia tra Ranucci e Lavitola desta così curiosità nell’opinione pubblica perché sembra un errore di casting. Da una parte c’è il volto di una trasmissione che ogni settimana denuncia traffici, conflitti d’interesse e rapporti opachi; dall’altra un uomo definito per anni il faccendiere per eccellenza, condannato per truffa e tentata estorsione e divenuto uno stretto intermediario di Silvio Berlusconi, uno dei principali bersagli simbolici dell’universo di Report.

La loro amicizia rompe la divisione rassicurante tra buoni e cattivi. Ricorda che un giornalista può frequentare persone discutibili perché sono fonti e che, spente le telecamere, i rapporti seguono logiche meno manichee e umane, forse troppo umane. Il problema professionale nasce quando la fonte diventa un amico quotidiano, entra negli uffici, frequenta la famiglia, riceve confidenze e comincia a influenzare il modo in cui il giornalista interpreta ciò che gli accade. Non basta quindi chiedersi con chi cenasse Ranucci: bisogna capire se quella vicinanza abbia compromesso la sua capacità di valutare Lavitola.

3. Il caso è diventato anche un referendum su Report. I sostenitori della trasmissione temono che l’inchiesta venga usata per eliminare uno dei pochi spazi della televisione pubblica capace di indagare liberamente sulla politica e sui grandi interessi economici. I critici, invece, parlano di «metodo Report»: accumulare indizi, coincidenze e domande fino a suggerire una responsabilità senza affermarla direttamente.

Il cortocircuito è evidente. Ranucci denuncia che articoli e dichiarazioni lo abbiano trasformato, attraverso allusioni e ricostruzioni parziali, da vittima dell’attentato a suo possibile beneficiario. Le persone raccontate in passato da Report replicano che proprio lui starebbe subendo il metodo utilizzato dalla trasmissione. Sui social circolano così video di politici, imprenditori e altri protagonisti di vecchie inchieste che lo accusano di applicare a sé garanzie e giustificazioni che non avrebbe concesso agli altri.

4. Da quando Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci, la questione non riguarda più soltanto la credibilità del conduttore: riguarda il confine tra una legittima valutazione aziendale e l’intervento della politica sulla conduzione di un programma scomodo. Ranucci non è indagato e negli atti noti non esistono prove che conoscesse l’attentato, ma rimane grave il danno di credibilità per un’amicizia ambigua, soprattutto in un mondo televisivo che vive di apparenza e reputazione. In ogni caso, la Rai potrebbe essere criticata: se lo sospendesse sarebbe accusata di violare la libertà di stampa di un giornalista non indagato, se invece lasciasse tutto così com’è a ogni puntata di Report ci sarebbero critiche sulla credibilità del conduttore.

5. Questa storia permette di sbirciare per un po’ dietro le quinte del rapporto tra giornalismo e politica. Cappellini ha raccontato nel dettaglio com’è andata con Lavitola, spiegando di aver inviato alcune domande generiche perché sperava di ricavarne una notizia; ma quando scoprì che il candidato era Ranucci, definì il progetto «una follia» e non pubblicò nulla. Questa vicenda mostra il rischio ordinario del mestiere: un giornalista politico ascolta persone discutibili perché potrebbero avere una notizia, ma deve capire se gli stanno offrendo uno scoop, vendendo una fantasia o cercando di coinvolgerlo in qualcosa di losco.

Il caso mostra anche una particolare idea della politica italiana: che la notorietà televisiva, un sondaggio e l’immagine di un uomo perseguitato possano sostituire un partito, un programma e una lunga costruzione del consenso. Secondo gli inquirenti, Lavitola pensava che l’attentato potesse trasformare Ranucci nel leader del campo largo. Questa ricostruzione dice molto della concezione della politica di Lavitola, ma anche di come l’opinione pubblica italiana dal 1994 sia da sempre innamorata del volto nuovo, il salvatore della patria, che si tratti di un politico, un generale o un esponente della società civile.

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Valeria Parrella, e il corpo che cambia

Vestito moda nuova

E poi è arrivato il pancino ormonale.

Io che per cinquant’anni mi sono stesa sulla spiaggia a prendere il sole e i laccetti dei bikini mi restavano tesi sulle creste iliache – mi piaceva da morire dirmi in testa «creste iliache» e intanto guardarmi i peli della fica oltre quella tavola perfetta, liscia, leggermente concava che era la mia pancia, una visione di me solo per me.

E quando è arrivato è cambiato tutto, ho perduto la forma. La forma prima era spigolosa, camminavo per la casa antica specchiandomi dove potevo, e dove potevo era tutto: i vetri delle finestre, la superficie argento del frigo, un quadro preso da una certa angolazione che non mostrava più il suo contenuto ma solo quella silhouette. E i quattro specchi che chiesi all’operaio di appendere nel bagno, uno lungo a tutta persona, uno tondo per il trucco, uno quadro sul lavabo. E uno rettangolare sul bordo della vasca. Anche quello lì: solo per me, per le mie docce, per i miei bagni.

All’inizio neppure ero sicura che stesse accadendo, che in quel punto lì del corpo non valevano allenamenti: i glutei andavano giù. Lì non valeva sacrificio alimentare: la rotondità restava. E le “maniglie” dove una volta c’erano le creste iliache: di quale amore parlavano tutti, se non riuscivo più a piacermi?

Dopo, c’è stata la soglia dello sguardo altrui.

Al mio cinquantunesimo compleanno le compagne del liceo, con le quali ho vissuto ogni momento straziante o bellissimo della vita, mi hanno regalato due completini intimi. Taglia 40.

Io le ho guardate, desolata, mi sono alzata in piedi a capotavola, loro hanno preso i calici e io:
«Ma io non sono più una 40».
Mi guardavano, ma non mi vedevano. Allora ho sollevato il lembo della camicia e mi sono messa di profilo:
«Guardate».
«Vabbè ma è un pancino ormonale».

«E comunque c’è lo scontrino cortesia: si possono cambiare».
Cambiare. Come è difficile cambiare.

Infine sono andata da A.V., che a modo suo anche lui è una nostra amica, solo che fa lo stilista da tanti anni, lì a Via dei Mille, ci mette su un palco rotondo davanti a uno specchio e già sa cosa, di quell’iride che ha appesa tutto d’intorno, potrà arrivarci addosso. Ci presta i vestiti quando un matrimonio, o una presentazione, o un incontro, o cosa. Ce li presta in certe veline leggerissime e noi poi li mandiamo in lavanderia e glieli ridiamo.

A.V. è stato il primo che mi ha saputo guardare tra le mie amiche.

Mi ha messo addosso una sottanina color champagne, con un bordo di pizzo macramè, mentre io davo le spalle allo specchio.

«Però voltati, sciù sciù».
«Ma io non sono più quella».
«Voltati, sali sui tacchi, tira dentro qua».
Zac: lo spillo.
«Tiro qua. Allargo qua. Mi raccomando senza calze. E stai dritta. Te lo mando domani, quando ti serve? Te lo mando stasera dopo le diciotto».

E quando me lo sono infilata, attenzione alla zip, attenzione al gancetto: ero tutta d’oro.

Il pancino ormonale c’era, ma mi donava, era sensuale. Ho guardato nello specchio: di nuovo io/io nuova.

Questo racconto di Valeria Parrella è tratto dall’undicesimo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla moda. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2025. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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Trump dichiara che Ormuzzo sarà territorio USA

Il presidente Trump ha invitato gli americani ad accettare prezzi della benzina più elevati finché dura il conflitto con l’Iran. Venerdì, durante un comizio a Garden City, Nuova York, ha dichiarato che pagare «un pochino di più per la benzina» rappresenta un prezzo accettabile per impedire che «un paese molto malvagio» possa dotarsi di armi nucleari.

 

«Dopo aver sconfitto l’Iran, che sta subendo una pesante sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti», ha affermato Trump.

 

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha risposto su un post di X: «Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet o una portaerei, emettendo un ordine o pronunciando un discorso elettorale», come riportato da Reuters.

 

Nel frattempo, il segretario del Tesoro Scott Bessent e il segretario alla Guerra» Pete Hegseth minacciano di aumentare ulteriormente la pressione sull’Iran. Hegseth ha dichiarato che le forze armate statunitensi sono in grado di mantenere una presenza navale nella regione per imporre il blocco di rappresaglia all’Iran, che ha già causato gravi danni economici al Paese

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«La Marina degli Stati Uniti può mantenere un blocco di questo tipo a tempo indeterminato perché faremo ruotare le navi, come abbiamo fatto e continueremo a fare», ha detto Hegseth ai giornalisti durante un viaggio a Panama, tuttavia le storie delle portaerei USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln, con notizie sul morale della ciurma esaurito al punto da buttarsi in acqua, potrebbero far pensare il contrario.

 

Bessent ha affermato che gli Stati Uniti intendono infliggere ulteriori danni finanziari all’Iran. «Restate sintonizzati per ulteriori annunci la prossima settimana, perché applicheremo misure mai viste prima nella storia dell’isolamento economico di un Paese», ha dichiarato in un’intervista al programma «Rob Schmitt Tonight» di Newsmax. «Sarà una combinazione di isolamento economico senza precedenti a livello mondiale e del blocco continuo dello Stretto di Hormuz che impedirà a qualsiasi cosa di entrare o uscire dai porti iraniani», ha aggiunto il segretario del Tesoro gay di origine sorosiana e ugonotta.

 

Come riportato da Renovatio 21, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi aveva dichiarato che lo o Stretto di Ormuzzo rimarrà sotto il controllo di Teheran, ha dichiarato il ministero degli Esteri iraniano, invitando Washington a «smettere di illudersi».

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Italia regina d’Europa: doppio oro e medagliere vinto in faccia alla Gran Bretagna

Italia regina d’Europa

L’Italia si conferma regina dell’atletica europea. A Birmingham gli azzurri chiudono al primo posto nel medagliere con 22 podi complessivi: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi. Non viene raggiunto il record delle 24 medaglie stabilito nell’edizione casalinga di Roma 2024, ma il presidente della Fidal Stefano Mei celebra comunque quella che considera «la spedizione migliore di sempre».

Il primato arriva soltanto al termine di un’ultima giornata da cinque medaglie, decisa dall’ultima gara dell’intera manifestazione. Dopo il momentaneo sorpasso della Gran Bretagna, seconda nella staffetta femminile 4×400 davanti alle azzurre, all’Italia serve la vittoria nella prova maschile per tornare in testa. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati completano la missione in 2’59”16, battendo proprio i padroni di casa e consegnando alla squadra azzurra il primo posto finale.

Nella 4×400 femminile l’Italia conquista invece il bronzo con il tempo di 3’23”57. L’argento britannico aveva temporaneamente permesso alla Gran Bretagna di portarsi davanti, prima del definitivo ribaltamento firmato dalla formazione maschile.

L’altro oro della serata porta il nome di Larissa Iapichino. Alla saltatrice azzurra basta il primo tentativo per mettere una seria ipoteca sul titolo: il suo salto da 7 metri rimane infatti insuperato. La britannica Sawyers si ferma a un solo centimetro, conquistando l’argento con 6,99, mentre la francese Kpatcha completa il podio con 6,98. La classe 2002 migliora così il secondo posto ottenuto agli Europei di Roma e aggiunge un altro risultato prestigioso all’argento indoor vinto ai Mondiali di Torun dello scorso marzo.

La mattinata era stata invece dominata dalla maratona. Nella prova maschile Pietro Riva conquista la medaglia d’argento al termine di una gara gestita con grande lucidità. L’azzurro rimane nel gruppo degli inseguitori del tedesco Amanal Petros, che taglia il traguardo in 2h09’11. Riva conclude appena sette secondi più tardi, in 2h09’18, aggiungendo un altro podio personale all’argento nella mezza maratona e all’oro a squadre ottenuti a Roma 2024.

Più indietro gli altri italiani: Ahmed Ouhda termina al 18° posto in 2h11’45, Daniele Meucci è 23° in 2h14’33 e Xavier Chevrier chiude 32° in 2h18’21. Badr Jaafari è invece costretto al ritiro tra il decimo e il quindicesimo chilometro.

Un altro argento arriva dalla classifica a squadre della maratona femminile. La migliore delle azzurre è Rebecca Lonedo, sesta in 2h27’55, immediatamente davanti a Sofiia Yaremchuk, settima in 2h28’02. Determinante anche la prestazione di Giovanna Epis, 21ª in 2h33’02, mentre Alessia Tuccitto conclude in 31ª posizione. L’Italia sale sul secondo gradino del podio alle spalle della Gran Bretagna e davanti alla Spagna.

Nelle altre finali di giornata, Osama Zoghlami resta a lungo a contatto con il gruppo di testa nei 3000 siepi, ma perde terreno nella parte conclusiva e termina undicesimo in 8’33”25. Il gemello Ala è tredicesimo con 8’34”65, mentre Yassin Bouih si piazza sedicesimo in 8’36”15.

Nel lancio del giavellotto Paola Padovan ottiene il settimo posto grazie a una misura di 58,91 metri. Ludovica Cavalli chiude invece dodicesima e ultima nella finale dei 1500 metri, corsi in 4’18”91.

Matteo Oliveri termina al tredicesimo posto nel salto con l’asta dopo aver fallito i tre tentativi a 5,70 metri. Il titolo va ancora una volta a Mondo Duplantis, protagonista dell’ennesima prova dominante e del nuovo record dei campionati, fissato a 6,15 metri.

Amaro, infine, l’epilogo della staffetta 4×100 mista. La gara dell’Italia si interrompe già al secondo cambio, a causa di un errore nel passaggio del testimone tra Vittoria Fontana e Fausto Desalu. Un contrattempo che non rovina però il bilancio complessivo di Birmingham: gli azzurri lasciano la Gran Bretagna con il primo posto europeo e 22 medaglie.

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Europei di atletica, Italia d’oro fino all’ultimo giorno: incredibile successo nella staffetta maschile 4×400, Larissa Iapichino trionfa nel salto in lungo

L’Italia vince fino all’ultimo secondo agli Europei di atletica leggera di Birmingham. All’ultima giornata di gare arrivano le medaglie d’oro nella staffetta maschile 4×400 con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati e di Larissa Iapichino nel salto in lungo. Con il successo nella gara finale della staffetta, che ha chiuso il programma della settimana di competizioni nel Regno Unito, l’Italia ha anche conquistato il primato nel medagliere per numero di vittorie (dieci) e anche di totale di metalli (22).

La finale delle finali: l’Italia trionfa nella 4×400 maschile

La finale della 4×400 maschile – in altri sport si chiamerebbe una madre di tutte le partite – è stata una delle più emozionanti di tutta la rassegna. L’Italia parte bene ma meglio parte la Gran Bretagna: al primo cambio sono i britannici in testa davanti a Italia (Scotti, lodigiano, 26 anni, tesserato Carabinieri) e Belgio, ma con distacchi minimi. E’ a metà gara che arriva la svolta. Sito (23 anni, milanese, Fiamme gialle) consegna a Soudassi il testimone per primo e Soudassi (20 anni ancora da compiere, siracusano della Enterprise Sport & Service di Ariano Irpino) riesce anche a incrementare il vantaggio di mezzo passo sui britannici. L’ultima frazione vede Benati (24enne romano, delle Fiamme Azzurre) scappare dall’ultimo frazionista della staffetta del Regno Unito, Charlie Dobson, che all’ultima curva sembra anche in difficoltà. Gli ultimi 60 metri sembrano infiniti per Benati che conclude sul traguardo quasi per inerzia e senz’altro incredulo. L’Italia vince per tre centesimi in 2’59″16: un risultato da stropicciarsi gli occhi.

Iapichino salta nell’oro, primo successo outdoor

Iapichino vince al termine di una finale thriller con 5 atlete ristrette in 6 centimetri. Iapichino ha avuto ragione della beniamina di casa, la britannica Jazmin Sawyers, grazie a un solo centimetri: 7 metri contro 6.99. Sawyers è stata più continua, ha compiuto vari salti intorno ai 6.90, ma il salto più importante è stato il primo di Iapichino. Al terzo posto la francese Hilary Kpatcha. Iapichino – 24 anni, Fiamme Oro, come noto figlia d’arte di Fiona May e Gianni Iapichino che è anche suo allenatore – era già campionessa europea in carica indoor, ma è al primo titolo nelle gare outdoor.

La staffetta femminile del miglio conquista il bronzo

Ma la raccolta di medaglie della squadra azzura non finisce qui e lo stato di salute della Nazionale di pista e pedane è confermato – se ce ne fosse bisogno – dall’ennesima medaglia: il bronzo nella 4×400 donne con Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro. La loro è stata una gara entusiasmante in cui ha trionfato la staffetta dei Paesi Bassi guidata dal fenomeno Femke Bol davanti alla Gran Bretagna. Le azzurre hanno retto agli attacchi della squadra del Belgio e sono arrivate a un soffio dal primato italiano.

Il medagliere: l’Italia vince in tutti i settori, dalla velocità ai salti

L’Italia negli 8 giorni di gare ha conquistato medaglie in quasi tutti i settori: salti, lanci, velocità, mezzofondo, marcia, maratona. Una condizione di superiorità nel continente del tutto trasversale. Gli ori sono stati 10, gli argenti 6 così come i bronzi: 22 podi. Al secondo posto, quindi, nonostante un certo predominio nella velocità, resta inchiodata la Gran Bretagna, che doveva essere la gran favorita, anche per essere la padrona di casa. I britannici si fermano a 19 medaglie divise in 9 ori, 8 argenti e 2 bronzi. Segue la Germania, tornata in salute dopo un periodo così così, che ha raccolto molti podi (21), ma con 6 ori, 10 argenti e 5 bronzi.

Notizia in aggiornamento

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Oltre 34,7 mln di spostamenti dal 17 al 20 agosto, Gemme (Ad Anas): Weekend di Ferragosto scorrevole

(Agenzia Vista) Roma, 16 agosto 2026
Un weekend di Ferragosto senza criticità di particolare rilevanza lungo la rete stradale e autostradale di Anas. Un Ferragosto diverso dal tradizionale esodo concentrato nel fine settimana. Molti viaggiatori già in vacanza hanno scelto di utilizzare l’auto per brevi spostamenti sul territorio, escursioni, visite, giornate al mare o nei borghi vicini e nelle aree rurali, evitando le grandi partenze proprio nei giorni centrali del weekend di Ferragosto.
Claudio Andrea Gemme, AD Anas: “Nelle prossime settimane di controesodo, continueremo a lavorare con la massima attenzione per accompagnare i flussi di rientro e assicurare continuità, efficienza e sicurezza sulla nostra rete”. Courtesy Anas
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Furti d'arte: i più clamorosi

Molte opere rimangono dei fantasmi. Indagini incomplete, teorie e misteri come per la "Natività" del Caravaggio

© RaiNews

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Etna, l’Ingv: “Nuova intensa attività esplosiva dal cratere Voragine”

L’Etna, che sembrava essersi acquietato nelle ultime ore, torna a far parlare di sé dopo i disagi creati alla circolazione degli aerei a cavallo di Ferragosto. Secondo il sistema di monitoraggio in rete dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Osservatorio etneo, di Catania, una uova e intensa attività esplosiva si è manifestata a partire dal pomeriggio dal cratere Voragine. Il tremore vulcanico, che segnala l’energia presente nei condotti magmatici interni, è in risalita e staziona su valori molto alti. L’avviso per l’aviazione, il Vona (Volcano observatory notice for aviation), emesso dall’Ingv, al momento è rimasto arancione.

“Prosegue l’attività effusiva dalle bocche a quota 2750m e 1990m dell’Etna – ha comunicato l’Osservatorio -. Dai rilievi sul campo effettuati dal personale dell’INGV-OE risulta che alle ore 16.22 è ripresa l’attività stromboliana al cratere della Voragine; successivamente, si è intensificata l’attività di emissione di cenere al Cratere di Nord Est. Dal punto di vista sismico, dalla tarda serata di ieri l’ampiezza media del tremore vulcanico ha mostrato ampie oscillazioni tra valori bassi e medi, crescendo sempre più in ampiezza. Nelle ultime ore di oggi l’incremento è stato sempre più marcato e dalle ore 18 circa l’ampiezza del tremore è passata dall’intervallo dei valori medi a quelli alti. Dalle ore 18 circa l’attività infrasonica mostra un evidente incremento nel numero degli eventi infrasonici con ampiezze basse ma evidente carattere di crescita. Gli eventi risultano localizzati al cratere Voragine. Anche la stazione di Cratere del Piano mostra l’inizio di un modesto trend”.

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Come nasce la musica classica: viaggio nel Festival Verbier dove il backstage (e le lezioni delle star) si trasforma in spettacolo

A Verbier il talento ha ancora bisogno di andare a piedi. Lo si vede nelle strade in salita del paese, a 1.500 metri sulle Alpi svizzere: custodie di violino, violoncelli, leggii, spartiti sotto il braccio. Giovani musicisti arrivati da tutto il mondo si dirigono alle prove mentre, a pochi metri, passano gli interpreti che il pubblico è venuto ad ascoltare. Per due settimane, nella seconda metà di luglio, questo villaggio alpino diventa il punto d’incontro fra grandi protagonisti della musica classica e musicisti ancora in formazione. Nato nel 1994 e giunto quest’anno alla 33ª edizione, il Verbier Festival riunisce nomi come Martha Argerich, Evgeny Kissin, András Schiff, Esa-Pekka Salonen, Simon Rattle, Daniel Harding, Khatia Buniatishvili, Joshua Bell e Leonidas Kavakos. Ma la sua particolarità non sta soltanto nell’elenco delle celebrità. Sta nella possibilità, rara, di guardare ciò che normalmente il concerto nasconde. È il lavoro della Verbier Festival Academy, il programma di formazione dedicato a giovani solisti, cantanti, strumentisti ed ensemble. Le masterclass, aperte al pubblico, riguardano diverse discipline: dal pianoforte agli archi, dalla musica da camera al canto. Non sono dunque un contorno didattico: fanno parte dell’esperienza del Festival.

Una parola, un gesto, un respiro: la costruzione di un’interpretazione

Ed è qui che Verbier diventa particolarmente interessante. Perchè una masterclass è una sorta di radiografia dell’interpretazione. Al Cinéma di Verbier, il baritono tedesco Thomas Quasthoff lavora con i giovani cantanti dell’Atelier Lyrique. Ascolta una frase, interrompe, corregge. Una parola tedesca è pronunciata male, un gesto è superfluo, un respiro può cambiare la direzione di una frase. Si riprova. Il punto non è soltanto cantare nel modo giusto. È capire che cosa trasforma una frase corretta in un’interpretazione convincente. Nel concerto quella distanza viene cancellata: il pubblico riceve il risultato. Nella masterclass, invece, vede l’interpretazione mentre è ancora una possibilità. Potrebbe essere così. Oppure così. Proviamo ancora. È quasi il contrario di un film montato: il film mostra una scelta, la masterclass mostra il momento in cui la scelta non è ancora stata fatta. Uno scrittore può lavorare a lungo su una pagina senza che il lettore assista al processo; un regista può girare dieci volte la stessa scena e conservarne una sola versione. Il musicista, invece, appartiene a una tradizione nella quale la prova, la lezione e la ripetizione possono diventare pubbliche senza smettere di essere lavoro.

Il backstage diventa spettacolo

La masterclass diventa così un backstage trasformato in spettacolo. Ma il processo non finisce con la lezione. I giovani cantanti dell’Atelier Lyrique tornano il giorno dopo sul palco dell’Église, la chiesa di Verbier da 430 posti utilizzata per recital e musica da camera. Ognuno porta un’aria d’opera. Alla fine, il gruppo si ricompone in Libiamo ne’ lieti calici dalla Traviata: Alfredo, Violetta e gli altri a formare il coro. Il giorno prima si era osservato il singolo interprete alle prese con il proprio problema; il giorno dopo lo si vede dentro un insieme. Non è un dettaglio. L’opera è una delle arti più radicalmente collettive che esistano: la voce ha bisogno dell’altra voce, del coro, dell’orchestra, del direttore. Il talento, per diventare teatro musicale, deve imparare ad ascoltare gli altri. Quel Libiam mostra così qualcosa che la retorica sul “giovane talento” tende a dimenticare: l’eccellenza non è soltanto individuale. È anche trasmissione e comunità.

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Il concerto: il punto visibile di un percorso

La stessa filiera si vede nelle orchestre. La Verbier Festival Orchestra riunisce 98 giovani musicisti dai 18 ai 28 anni e li sottopone a settimane di prove e coaching con professionisti affermati. Quando Daniel Harding, direttore britannico fra i protagonisti della scena internazionale, sale sul podio con loro e con Joshua Bell, violinista americano fra i più celebri della sua generazione, il concerto diventa anche il punto visibile di un percorso. Il programma del 23 luglio accostava il Concerto per violino e orchestra op.66 di Thomas De Hartmann, alcuni estratti da Fiddler on the Roof di Bock e Harnick e la Seconda Sinfonia di Rachmaninov: tre mondi lontani che un’orchestra giovane deve imparare a tenere insieme. La sera successiva, la Verbier Festival Chamber Orchestra, che quest’anno celebra vent’anni, portava in scena, sotto la direzione di Simon Rattle, la Sinfonia n. 38 «Praga» di Mozart e Il castello di Barbablù di Bela Bartók, con i cantanti Magdalena Kožená e Gerald Finley. Ebbene, la VFO rappresenta il capitolo successivo della stessa storia: musicisti passati attraverso il sistema formativo dell’orchestra di Verbier e oggi in organico nelle maggiori orchestre internazionali. Prima l’apprendistato, poi il mestiere. Non è una metafora: è una struttura.

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Arie di Opera © Lauren Pasche

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Masterclass al Festival Verbier

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Marta Argerich, Magdalena Kožená © Anne du Chastel

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Khatia Buniatishvili © Anne du Chastel

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Orchestra del Festival Verbier @ Lucien Grandjean

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Musicians © Fancesca_sagramoso

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Vasily Petrenko © Lauren Pasche

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Festival Verbier - Concert inaugural ©Anne du Chastel

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Musicians © AgnieszkaBiolik

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Orchestra del Festival Verbier @ Lucien Grandjean

E poi ci sono le star. Khatia Buniatishvili, pianista georgiana dalla forte personalità interpretativa, riempie la Salle des Combins, la grande sala principale del Festival da quasi 1.500 posti, con un programma che attraversa Satie, Chopin, Bach, Schubert, Couperin e Liszt fino alla Rapsodia ungherese n. 2 nella trascrizione di Horowitz e Buniatishvili. Alla più raccolta Église, il pianista giapponese Nobuyuki Tsujii affronta Grieg, Chopin, Debussy e Čajkovskij. Tsujii è cieco dalla nascita, ma durante l’emozionante concerto la sua biografia finisce dove deve finire: fuori dalla musica. Non è la disabilità a spiegare l’interprete: è il lavoro attraverso cui un interprete costruisce il proprio rapporto con una partitura. Nella stessa chiesa, il noto violinista greco Leonidas Kavakos e il pianista giapponese Mao Fujita, ventisettenne, affrontano Mozart, Brahms e Schubert. Qui il virtuosismo conta meno dell’ascolto reciproco: il duo non è la somma di due solisti, ma la costruzione di un terzo organismo musicale. Alla fine del recital rimane soprattutto l’intesa fra due musicisti, non la distanza anagrafica o gerarchica fra un maestro affermato e un giovane interprete. È questo il punto che il concerto, da solo, tende a nascondere: l’interpretazione è sempre un dialogo fra ciò che è stato imparato e ciò che deve ancora essere deciso. Ecco, questi sono concerti molto diversi dalle masterclass. Eppure parlano della stessa cosa. Sul palco non si vedono più le domande: si vedono le risposte. Ma le risposte non sono definitive. Mozart non cambia, eppure cambia il modo in cui può essere ascoltato. La partitura rimane la stessa; ogni interprete deve nuovamente decidere come trasformarla in suono. La musica classica è un’arte singolare: si fonda sulla ripetizione e, proprio attraverso la ripetizione, produce differenza. Ogni esecuzione deve ricominciare da capo.

Anche ciò che accade fuori dalle sale da concerto del Festival conferma questa idea. La sezione “Unlimited” porta la musica tra le strade e gli spazi pubblici di Verbier, e mette insieme jazz, elettronica, hip-hop, dj set e show multidisciplinari in location informali. Al Cinéma, il quintetto jazz guidato dal trombettista svizzero-libanese Shems Bendali accompagna dal vivo Ascenseur pour l’échafaud, mentre il film di Louis Malle scorre sullo schermo e le musiche di Miles Davis (quest’anno il centenario dalla nascita) vengono rielaborate nel momento stesso dell’esecuzione. Qui la musica mostra il proprio lato fisico: qualcuno sta facendo qualcosa, qui e ora. Non un oggetto da contemplare, ma un’azione.

La qualità non arriva tutta insieme ma per tentativi (e attraverso gli altri)

È qui che Verbier permette di porre una domanda più ampia senza trasformarsi in una lezione sulla “superiorità” della musica classica. Perché siamo così abituati a vedere le cose quando sono finite? La cultura contemporanea ha perfezionato la propria capacità di eliminare dal campo visivo tutto ciò che precede il risultato: bozze, prove, esitazioni, fallimenti. Vediamo il romanzo in libreria, il film montato, l’artista quando è già diventato artista. La musica classica conserva invece una stranezza: l’opera non è mai completamente separabile dall’interprete che la ricrea. Fra i segni scritti da un compositore e il suono che arriva all’ascoltatore c’è sempre qualcuno che deve scegliere: il tempo, il peso di una frase, un respiro, un accento, un rapporto fra le voci. È lì che l’interpretazione prende forma. E la masterclass rende pubblico proprio quel territorio. Forse il suo interesse non sta nel permettere di capire “come si canta” o “come si suona”, ma nel mostrare una cosa molto più rara: che la qualità non arriva tutta insieme. Arriva per tentativi, correzioni e soprattutto attraverso gli altri.

A Verbier dunque, il risultato e il processo stanno nello stesso spazio: il grande concerto e la prova, la star e l’allievo, l’applauso e ciò che lo precede. È questa convivenza, più ancora dell’elenco delle celebrità, a rendere il Festival un luogo da scoprire. Le Alpi fanno da sfondo. I giovani continuano a camminare per le strade con gli strumenti in spalla. E tra un concerto e una masterclass si può ancora vedere una cosa che l’applauso normalmente cancella: non il talento quando è già arrivato, ma il lavoro che lo porta fin lì.

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Nella foto in alto | Il direttore d’orchestra Vasily Petrenko (© Lauren Pasche) e alcuni musicisti della Festival Verbier Orchestra (© Silvia Laurent)

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Etf, non tutti sopravviveranno: quali fondi rischiano di sparire (e che cosa succederà ai soldi degli investitori)

Etf, l’80% del denaro sta in 592 prodotti. E per centinaia di “nani” il tempo stringe

Cinquecentonovantadue Etf raccolgono da soli il 79,6% di tutto il patrimonio investito in Europa. Sono i prodotti sopra il miliardo di euro di masse, la punta di una piramide che si allarga verso il basso fino a diventare affollatissima: dei 4.324 Etf Ucits (cioè dotati di passaporto Ue) oggi attivi, oltre la metà — il 51% — gestisce meno di 100 milioni ciascuno e, tutti insieme, questi comparti pesano appena per il 2,1% del totale. I numeri, calcolati da JustEtf, fotografano un mercato mai stato così ricco di scelta ma anche mai così polarizzato: e per molti prodotti di piccola taglia la sopravvivenza è tutt’altro che scontata.

L’anzianità del fondo conta quanto le masse

Come scrive Milano Finanza, il dato sulle dimensioni, però, da solo può ingannare. Come spiega il country manager per l’Italia di JustEtf Lorenzo Demaria, il patrimonio «va letto insieme all’età: molti piccoli sono semplicemente prodotti nuovi». Ad esempio, sottolinea l’esperto, «ci sono 604 prodotti con meno di un anno di vita, ed è normale che tre quarti di loro stiano sotto i 50 milioni di masse».

Ma vale anche il contrario. «Il 16,1% degli Etf con più di dieci anni è ancora sotto i 50 milioni di euro. Dopo dieci anni sul mercato, la mancata raccolta non è più un problema di rodaggio», evidenzia Demaria. Per l’investitore diventa quindi essenziale incrociare le masse gestite da un determinato prodotto con la sua data di lancio. Perché se un Etf non riesce a realizzare una raccolta sufficiente, può finire liquidato.

Liquidazioni e fusioni: cosa succede ai fondi

«Le liquidazioni arrivano presto. Metà entro cinque anni, un quarto entro tre», elenca il country manager. «È la traiettoria tipica di un prodotto che non ha raccolto: qualche anno di pazienza da parte dell’emittente, poi la chiusura. Il patrimonio viene restituito agli investitori al valore di mercato».

Altri Etf, invece, vengono coinvolti in operazioni di fusione. «Le fusioni arrivano in media due anni più tardi e hanno un’altra logica: il fondo viene incorporato in un altro Etf, spesso per spostamento del domicilio o riordino della gamma». Chi aveva quote di un Etf fuso, segnala l’esperto, «ha ricevuto quote del fondo incorporante, non un rimborso forzato».

In nessuno dei due scenari, dunque, il patrimonio dell’investitore va perso. Gli effetti collaterali, però, esistono. «Nella liquidazione il patrimonio viene restituito al valore di mercato del giorno, nella fusione le quote si convertono in quote del fondo incorporante», ricorda Demaria. «Il danno è di natura fiscale e organizzativa, e consiste nel realizzo di plusvalenze in un momento imposto dal calendario del fondo, in un piano di accumulo interrotto nei costi e nel tempo per reinvestire».

D’altro canto, vale la pena ricordare «che il 45% delle chiusure sono fusioni, quindi riorganizzazioni del settore: è consolidamento, non fallimento», sottolinea il country manager.

Come valutare i rischi prima di investire

Come scrive Milano Finanza, proprio per evitare questi inconvenienti, il risparmiatore deve fare attenzione ad alcune caratteristiche del prodotto in cui decide di investire. «Davanti a un Etf da 20 milioni di euro conviene chiedersi da quanto tempo si trova a quel livello», suggerisce Demaria. «Un fondo appena lanciato deve ancora raccogliere, e tre quarti dei prodotti sotto l’anno di vita stanno sotto i 50 milioni, il che è fisiologico. Un fondo che dopo otto o dieci anni è ancora lì racconta una storia diversa, e in Europa sono 487 gli Etf in questa condizione. Un prodotto che resta in quella fascia dopo tre o quattro anni difficilmente ne esce».

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Europei nuoto, terzo oro per Quadarella: argenti amari per Ceccon, Pilato e le staffette. Italia seconda nel medagliere

Arriva il terzo oro per Simona Quadarella in altrettante finali agli europei di nuoto di Parigi. Dopo i trionfi negli 800 e nei 1500 metri, l’atleta romana ha vinto anche i 400 stile libero con il tempo di 4’01″34, riuscendo a rimontare nelle ultime due vasche le tedesche Isabel Gose e Maya Werner, rispettivamente argento e bronzo. Per Quadarella è l’11esima vittoria europea: “È un oro speciale, tra i più speciali. Sono molto contenta per come ho condotto la gara. Gli ultimi cinquanta non si preparano: dai tutto quello che hai. Ero una bambina nel 2018, adesso ho una consapevolezza diversa. Ci speravo, ma non me l’aspettavo. Non so se prima avrei sprintato negli ultimi cinquanta. Sento di ringraziare la mia famiglia e il mio allenatore”, ha detto la 27enne. Al termine della manifestazione l’Italia si piazza seconda nel medagliere dietro la Gran Bretagna, con un oro in meno (13 contro 14) ma molte più medaglie vinte (43 contro 26).

Ceccon e Pilato beffati per un centesimo

Nell’ultimo giorno della rassegna, infatti, sfumano per un solo un centesimo di secondo altre due medaglie d’oro per la nostra nazionale. Dopo il bronzo di mercoledì nei 100 metri rana, Benedetta Pilato ha ottenuto la medaglia d’argento nei 50 rana con il tempo di 29.94 secondi, un solo centesimo più lenta della lituana Rūta Meilutytė (titolare del record mondiale) che ha chiuso a 29.93. Poco dopo anche Thomas Ceccongià bronzo nei 200 dorso – si è arreso sempre per un centesimo ad Apostolos Christou nei 100 dorso, con 52″28 contro i 52″27 del greco campione in carica, che è riuscito a superare l’atleta veneto nell’ultimo tratto. Alle loro spalle il vuoto: il russo Pavel Samusenko ha conquistato il bronzo con 52.57, a tre decimi dal vincitore.

L’ironia di Benedetta: “Questo centesimo mi perseguita…”

Nella finale dei 50 rana femminili, tre nuotatrici più veloci sono arrivate praticamente insieme: è sempre di un centesimo, infatti, la distanza tra Pilato e la terza classificata, l’irlandese Mona McSharry con 29.95. Pilato era arrivata alla finale con il miglior tempo di qualificazione, 29.84, peggiorato di un decimo. Anche alle Olimpiadi del 2024, sempre a Parigi, Pilato aveva mancato il podio per un centesimo: “Questo centesimo mi perseguita“, ha ironizzato al microfono di Rai Sport in zona mista. “Sono comunque contenta, tre volte sotto i 30 secondi, anche se di poco, è importante. Sicuramente è l’inizio di un percorso, ovvio, mi sarebbe piaciuto vincere ma va bene così. Penso sia un punto di partenza, ho cambiato tutto quest’anno e va bene così”.

Argenti “amari” anche nella staffetta

Due argenti un po’ amari arrivano anche nelle staffette miste 4×100, le gare di chiusura della manifestazione. Il quartetto femminile formato da Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Menicucci viene beffato all’ultima vasca, finendo dieci centesimi dietro alla Gran Bretagna che vince con 3’53″50 (nuovo record dei campionati). L’oro sfuma per pochissimo anche nella staffetta maschile: il quartetto composto da Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio chiude in 3’28″86, battuto per appena 19 centesimi dalla squadra russa (atleti neutali B) che vince con 3:28.67.

Le altre gare: Razzetti quarto nei 200 misti

Niente medaglie per l’Italia, invece, nella finale dei 50 stile libero,vinta dall’ucraino Nikita Šeremet con 21″13: il nostro Giovanni Guatti, qualificato un po’ a sorpresa, ha chiuso ottavo e ultimo con 21″83. Manca il podio nei 200 misti anche Alberto Razzetti, già argento nei 400 misti: l’azzurro ha chiuso quarto a 1’56″60, ad un soffio dal record personale. L’oro è andato all’ungherese Hubert Kós in 1’54″24, l’argento allo spagnolo Hugo González de Oliveira, il bronzo al russo Mikhail Shcherbakov. Sesta Paola Borrelli nella finale dei 200 farfalla agli Europei di nuoto: la nuotatrice milanese ha chiuso in 2’08″23. Oro alla britannica Keanna Macinnes in 2’05″90, davanti alla danese Helena Bache alla spagnola Laura Cabanes Garzas.

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Finisce l’afa, arrivano i temporali: l’Italia tra grandine, vento e nuovi disagi. La mappa delle previsioni

Dal caldo estremo ai temporali. L’Italia si prepara a cambiare rapidamente scenario dopo settimane segnate da temperature elevate, afa persistente, siccità e incendi. Ma la fine dell’ondata di calore non coincide necessariamente con un ritorno alla normalità: nei prossimi giorni il rischio sarà quello di fenomeni violenti, con temporali intensi, forti raffiche di vento e locali grandinate. Il primo segnale arriva già oggi, con una sola città ancora contrassegnata dal bollino rosso del ministero della Salute: Bari. Napoli e Trieste sono invece tra le prime città a tornare nel livello verde, quello associato a condizioni di caldo nella norma stagionale.

Il cambio di circolazione atmosferica sarà più evidente da lunedì 17 agosto. Una perturbazione in transito sull’Europa centrale porterà maggiore instabilità su diverse aree del Paese. La Protezione civile ha valutato l’allerta gialla in 13 regioni. Le precipitazioni interesseranno inizialmente Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, per poi estendersi a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo.

Non sarà, dunque, soltanto una parentesi di pioggia. I temporali potranno essere accompagnati da rovesci di forte intensità, raffiche di vento e grandinate. Fenomeni che, dopo settimane di caldo e terreni messi a dura prova dalla siccità, possono a loro volta creare disagi e problemi sul territorio. Secondo le previsioni di iLMeteo.it, dopo le precipitazioni di domani tornerà temporaneamente il sole tra martedì e mercoledì, mentre le temperature continueranno a diminuire. La tregua dovrebbe diventare più marcata nella seconda parte della settimana: da giovedì 20 agosto sono attesi nuovi temporali, soprattutto al Centro-Nord, associati a un ulteriore calo termico.

È una svolta attesa dopo un periodo nel quale il caldo ha lasciato conseguenze pesanti. Le temperature elevate e prolungate hanno favorito condizioni di siccità e contribuito ad alimentare numerosi incendi, mentre il caldo estremo ha avuto anche conseguenze sulla salute e, in alcuni casi, è stato associato a decessi. Proprio gli incendi restano uno dei fronti più delicati. Dal Trentino all’Abruzzo, dal Veneto all’Emilia-Romagna, sono ancora impegnate numerose squadre dei vigili del fuoco. La situazione più critica viene segnalata in Carnia, dove i roghi boschivi continuano da oltre una settimana. Particolarmente complessa la situazione sul monte Amariana e sul monte Amarianute, dove il fuoco è ancora attivo e in espansione.

Nell’area interessata dagli incendi resta l’indicazione di limitare l’esposizione all’aperto e, qualora fosse indispensabile sostare all’esterno, di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie FFP2 o FFP3. Intanto, con la fine di Ferragosto, è iniziato anche il controesodo. L’Anas segnala al momento traffico scorrevole, in un’estate nella quale le abitudini di viaggio sembrano essere cambiate: molte famiglie hanno scelto di distribuire i rientri durante i giorni feriali, evitando di concentrarli nel fine settimana. Da lunedì a giovedì 20 agosto sono previsti oltre 34,7 milioni di spostamenti sulle strade italiane, con il picco atteso proprio lunedì, quando si stimano circa 8,8 milioni di viaggi.

Il caldo, dunque, sembra avviarsi verso la fine, ma l’estate non concede ancora una vera tregua. Alle temperature estreme che hanno caratterizzato le ultime settimane subentreranno temporali e grandinate, con un nuovo rischio di disagi soprattutto nelle aree più colpite dai fenomeni intensi e dagli incendi. Il passaggio da un’emergenza all’altra potrebbe essere, per molte zone del Paese, particolarmente rapido.

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La Russa attacca di nuovo Report: “Va cambiato, ma non vorrei che arrivi uno peggio di Ranucci”

Ignazio La Russa torna a mettere nel mirino Report. “Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5% dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso”, ha detto il presidente del Senato intervistato a “Bar Italia”, evento di Fratelli d’Italia in corso a Ragalna, nel Catanese, proponendo per l’ennesima volta di mettere le mani sul più importante programma di informazione della Rai. “A me non interessa se ne mettono un altro – ha proseguito la seconda carica dello Stato parlando della conduzione – ma non può essere che il giornalismo d’inchiesta si faccia per attaccare qualcuno, deve fare inchiesta a 360 gradi”. Certo, ha aggiunto, “non vorrei che ce ne mandino uno peggio di Ranucci, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo”.

L’evento del partito è un’occasione anche per fare il punto sull’operato del governo. “La terza riforma istituzionale che io amavo di più – ha spiegato La Russa -, e cioè quella per far eleggere direttamente dal popolo il capo dello Stato, o almeno il presidente del Consiglio, si è un po’ arenata perché abbiamo capito che diventava un altro strumento di falsità. Ma se facciamo questa legge elettorale, comunque il presidente del Consiglio avrà una credibilità che gli deriverà dalla scelta diretta dei cittadini. In questa legge le coalizioni devono indicare, non il nome del presidente del Consiglio, ma quello che proporranno al presidente della Repubblica che è libero di decidere. Ma quando c’è stata una vittoria chiara, non è mai successo che il presidente della Repubblica abbia scelto un nome diverso. Quindi se ci sarà una vittoria chiara, di destra o sinistra, il nome avrà una larghissima probabilità di diventare il presidente del Consiglio”. E i tempi? “Entro ottobre la chiudiamo. O la chiudiamo o non la chiudiamo, ma entro ottobre la risposta arriva”.

Le elezioni politiche del 2027 avverranno in uno scenario inedito per la politica italiana, quello in cui a destra di FdI c’è un altro partito, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, e Giorgia Meloni avrà il problema di non perdere troppi voti su quel versante. La Russa fa professione di ottimismo – “Io non sono convinto che i sondaggi siano necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo” – e infligge una stoccata all’alleato Matteo Salvini: “Il generale Vannacci ricordo che era il vicesegretario della Lega, non siamo noi che non l’abbiamo voluto nel centrodestra, lui ha deciso di uscire dal centrodestra, fondando un suo partito e votando in numerose occasioni insieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra. Io sono convinto che il centrodestra a prescindere da Vannacci avrà i numeri per governare”.

Quindi l’ex missino sale sul cavallo di battaglia delle destre non solo italiane, ma europee e mondiali: la questione migratoria. Quello che è successo a Ceuta “è stato un assalto all’Europa e qualcuno ha consentito che avvenisse, la Spagna ha enormi responsabilità nell’aver predicato l’accoglienza. L’accoglienza è una bellissima cosa ma quando è indiscriminata non è più accoglienza come quello che è avvenuto nell’enclave spagnola, con migliaia e migliaia di persone senza acqua, senza cibo, senza un luogo per dormire e vengono rispediti quasi a pedate nel loro Paese”, ha detto La Russa, come se fosse stata Madrid a lasciar entrare volontariamente oltre 80 mila migranti dal Marocco nella minuscola exclave spagnola in Nord Africa.

“Pensate se fossero arrivate a Pantelleria migliaia di migranti e noi li avessimo trattati, non dico come la Spagna, ma anche con la metà della cattiveria degli spagnoli – ha aggiunto -. Giustamente avremmo avuto manifestazioni in tutte le città in difesa dei poveri migranti”. Quindi ha concluso: “Avete sentito qualcuno dire che Sanchez ha trattato male gli immigrati? O la sinistra protestare per la remigrazione?”.

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Sull’assedio dei coloni a Qusra ecco la proposta di Giorgio Gori: pregare (su Twitter). Tajani condanna ma rimanda le decisioni all’Europa

Se da mesi il governo Meloni è sotto accusa per l’atteggiamento timido nei confronti di Israele e delle sue opere ed omissioni a Gaza e in Cisgiordania, l’alternativa la dà Giorgio Gori, l’eurodeputato del Pd, esponente della corrente cosiddetta “riformista” che un giorno sì e l’altro sì chiede chiarimenti e certezze alla segreteria del partito sulla politica estera. Scrive Gori su X commentando l’assedio dei colonie al villaggio di Qusra: “Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei. Pazzi fanatici, crudeli criminali. Prego perché il voto di ottobre li metta all’angolo, e così chi li protegge, e gli uni e gli altri abbiano a pagare per le loro violenze. Prego perché Israele possa riscattarsi da questa immensa vergogna”. Finalmente è chiara la proposta dei riformisti del Pd: davanti alla sciagura del governo Netanyahu, dello strazio della Striscia di Gaza e dello scandalo dei coloni in Cisgiordania la strada è pregare su Twitter.

Nel frattempo, certo, si è dovuto attendere un po’ prima di sapere quale fosse la linea del governo Meloni su ciò che è successo a Qusra. Per giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha toccato, legittimamente, tutti i temi più importanti di politica internazionale e ha diligentemente informato sul terremoto in Indonesia, ha di nuovo polemizzato nell’ambito della barbosa partita di padel con la Spagna su Ceuta, ha onorato com’è giusto che sia le vittime del Ponte Morandi, ha perfino chiamato al telefono la formidabile nuotatrice azzurra Sara Curtis, avendo evidentemente a disposizione un po’ di tempo. Ma dopo giorni di notizie di aggressioni dei coloni al villaggio di Qusra, in Cisgiordania, la posizione dell’esecutivo è arrivata ieri, con una frase di poche parole all’interno di un’intervista al Corriere della Sera: “Inaccettabile e sanzionabile l’atteggiamento aggressivo dei coloni israeliani, in sede europea decideremo le misure da prendere”. Per il resto la Farnesina si è limitata a far sapere che stava “monitorando” la situazione quando in mezzo alla storia di Qusra sono spuntati alcuni cittadini italiani, allontanati dalla zona (“evacuati”, con il linguaggio dell’Idf). Insomma ci penserà l’Europa chissà come, chissà quando. L’Unione Europea ha approvato sanzioni mirate contro organizzazioni e leader di coloni israeliani estremisti responsabili di violenze in Cisgiordania, ma non ha mai adottato sanzioni economiche o commerciali generali contro lo Stato d’Israele, a causa della mancanza di un’unanimità politica tra i 27 Stati membri. A mettere il veto, com’è stato più volte ricostruito, è stata anche l’Italia.

Nel frattempo si sono espressi tutti. Addirittura l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee – non certo un nemico dello Stato ebraico – ha parlato di “atti ripugnanti di terrorismo”. La Spagna ha condannato e chiesto al governo di Netanyahu di intervenire per proteggere la popolazione, mentre la Francia ha chiesto senza mezzi termini a Israele di arrestare e processare i coloni protagonisti dell’assalto. L’estremo del paradosso è toccato dal fatto che a condannare i fatti di Qusra è stato prima dell’Italia non solo e non tanto il rivale di Netanyahu alle elezioni Gadi Eisenkot (“È il risultato di una politica irresponsabile, di un governo gestito con impotenza e irresponsabilità” dice) ma perfino il capo del “Consiglio Yeshà“, organizzazione che riunisce tutti i cosiddetti “insediamenti” israeliani in Cisgiordania: “Quello che sta accadendo a Qusra è grave e non rispecchia il nostro modo di agire. Non c’è posto per decidere privatamente di costruire ‘una collina’ nel cortile di una casa, nemmeno quando si tratta di un’abitazione abusiva o di un tentativo di prendere il controllo dell’area. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro persone innocenti o contro le forze di sicurezza”.

L’Europa, dunque, dice Tajani. L’altro giorno l’Ue ha ribadito che “non abbiamo altro da aggiungere oltre alla nostra posizione precedente, ovvero che la violenza dei coloni, le intimidazioni e la distruzione di armi e beni devono cessare, e chiediamo a Israele di intraprendere azioni concrete per prevenire la violenza dei coloni e garantire che gli autori di questi crimini siano chiamati a risponderne”. Certo, Bruxelles poi quando deve passare dal dire al fare non attraversa mai il mare.

In una prima versione di questo articolo era scritto erroneamente che l’Italia non si era espressa su quanto accaduto a Qusra. In realtà il ministro Tajani ha condannato i fatti rispondendo brevemente a una domanda nel corso di un’intervista sul Corriere della Sera del 15 agosto. L’inizio delle violenze è stato l’11 agosto.

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Ferrero, che colpo: acquisita l’americana Purely Elizabeth. Nuova spinta al business della colazione

Ferrero, che colpo: acquisita l’americana Purely Elizabeth

Ferrero Group ha reso noto di aver siglato un’intesa per rilevare Purely Elizabeth, realtà americana specializzata in prodotti per il primo pasto della giornata e nel comparto wellness. Il perfezionamento dell’operazione è atteso entro i prossimi mesi e dipende dal soddisfacimento delle condizioni sospensive di prassi, oltre che dal semaforo verde delle autorità competenti.

L’obiettivo dichiarato è duplice: allargare il presidio del gruppo sul mercato statunitense della colazione e irrobustire il segmento degli alimenti percepiti come salutari. Il marchio conserverà comunque autonomia operativa, insieme alla propria identità e all’assetto manageriale odierno.

Nata nel 2009 e con quartier generale a Boulder, nello stato del Colorado, Purely Elizabeth realizza granola, porridge di avena e cereali, ai quali si sono aggiunte più di recente referenze nel filone proteico. Alla base della gamma ci sono materie prime come avena, cereali integrali, frutta a guscio e semi.

Dalle comunicazioni diffuse dalle due aziende emerge che i ricavi del brand sono più che raddoppiati nell’arco dell’ultimo biennio, spinti sia dall’allargamento dell’assortimento sia da una domanda in aumento per le proposte legate a colazione e benessere. Il percorso di crescita si colloca in un contesto di consumatori sempre più attenti alla lista degli ingredienti e alla qualità di ciò che acquistano.

Elizabeth Stein, che ha fondato la società e ne è amministratrice delegata, resterà alla guida del progetto affiancata dalla squadra attuale. Da parte sua, il gruppo di Alba metterà a disposizione leve di sviluppo su tre fronti: innovazione di prodotto, potenziamento della macchina operativa e ampliamento dei canali distributivi.

Giovanni Ferrero, presidente di Ferrero International, ha inquadrato l’acquisto come un passo in linea con il consolidamento del gruppo nel breakfast americano e nell’area degli alimenti salutari. Lapo Civiletti, alla presidenza di Ferrero Ice Cream e di WK Kellogg Co, ha invece ricondotto la mossa alla linea strategica di investimento nelle categorie a maggiore tasso di crescita.

L’operazione rappresenta un ulteriore tassello dell’espansione oltreoceano del gruppo, un percorso che nel 2025 aveva già visto l’acquisizione di WK Kellogg Co. Completano il quadro internazionale marchi come Eat Natural e FULFIL nel Vecchio Continente, Power Crunch in Nord America e Bold Snacks in Brasile. Per la chiusura definitiva si attendono ora i passaggi regolamentari previsti.

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Israele, Ben-Gvir: “A Gaza bisogna uccidere da 30 a 40 persone ogni notte”

Le sue ultime immagini che avevano fatto il giro del mondo lo avevano visto inveire contro gli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla ammanettati e inginocchiati con il volto a terra. Ora che le elezioni del 27 ottobre sono alle porte, Itamar Ben-Gvir torna a far parlare di sé anche oltre i confini di Israele. Durante un podcast in cui conversava con Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas, il ministro della Sicurezza nazionale ha sostenuto la necessità di uccidere “tra le 30 e le 40” persone ogni notte a Gaza.

Ben-Gvir e Braslavski discutevano della ripresa di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando illeader el partito di estrema destra Potere Ebraico ha criticato la recente riduzione degli attacchi israeliani nella Striscia. “Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro”, ha detto Ben-Gvir. “Penso che a Gaza si dovrebbero effettuare omicidi mirati, eliminando da 30 a 40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone“, ha aggiunto. Dichiarazioni simili da parte di Ben-Gvir e di altri funzionari israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu come prove di intento genocida.

Nella stessa intervista, il parlamentare ha sostenuto l’emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza – una proposta che, secondo gli esperti di diritto internazionale, potrebbe equivalere a una pulizia etnica – e il reinsediamento di Gaza da parte di Israele. Vent’anni fa, Israele si è ritirato dalla Striscia, smantellando un complesso di 21 insediamenti ebraici noto come ‘Gush Katif’ e ritirando le proprie forze. “Considero tutta Gaza come nostra“, ha affermato Ben-Gvir nell’intervista. “Insediamenti non solo a Gush Katif ma in tutta Gaza, incoraggiando il maggior numero possibile di emigrazioni, rimandandoli nei loro Paesi, e per i terroristi, nessuna emigrazione, niente, solo ucciderli uno per uno“, ha dichiarato ancora.

Personaggi come Ben-Gvir hanno guadagnato estrema popolarità tra gli israeliani dopo il brutale attacco di Hamas del 2023, quando i militanti uccisero circa 1.200 persone e presero 251 ostaggi. Ben-Gvir non ha alcun potere sull’esercitodel Paese e non può ordinare attacchi su Gaza. Tuttavia, dopo aver operato per decenni all’interno dell’estrema destra, è ora una delle figure più influenti del Paese. Esercita un controllo sostanziale su settori chiave dell’apparato di sicurezza gestendo le carceri, dove sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania, nonché le forze di polizia nazionali.

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Stignano, delitto in famiglia

Un uomo è stato ritrovato morto nella propria abitazione, tracce di sangue nell'appartamento. I sospetti degli inquirenti ricadono sulla moglie del 50enne. Da stabilire la dinamica dell'accaduto

© RaiNews

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+Europa, ora la faida è sulle primarie. Magi: “Pronto a correre”. Della Vedova: “Lo farà a nome suo, non del partito”

La faida dentro +Europa si arricchisce di un nuovo episodio. A far litigare i dirigenti del partitino di centro a Ferragosto è l’annuncio del segretario, il deputato Riccardo Magi, di essere pronto a correre alle eventuali primarie del centrosinistra, alle quali, dice, “ci dovrà essere una candidatura di +Europa”. “Io correrei con grande entusiasmo e con la convinzione di portare nella discussione il tema dei temi: il nostro futuro nell’Unione europea. E con questo, le nostre idee su diritti civili, libertà individuali ed economiche, antiproibizionismo”, dice Magi in un’intervista alla Stampa. Parole come fumo negli occhi per l’ala del partito che fa capo al deputato Benedetto Della Vedova, rappresentata dal giovane presidente Matteo Hallissey, contrarissimo alla collocazione nel campo largo (in particolare a causa della presenza del M5s). “Apprendiamo che Riccardo Magi intende presentarsi alla primarie del centro-sinistra. Auguri. Naturalmente lo farà – se lo farà – a titolo personale, non a nome di +Europa. Nel partito non è mai stata nemmeno discussa un’ipotesi del genere. E dubitiamo fortemente che un segretario che è ormai da tempo in minoranza nel partito, ancorché ostinatamente attaccato al suo incarico, possa avere il via libera per una operazione personalistica come quella che prefigura”, commentano Hallissey e Della Vedova in un comunicato congiunto.

Da mesi infatti +Europa è paralizzato dallo scontro tra le due fazioni, con il presidente che chiede di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario, mentre Magi finora si è rifiutato di farlo, non essendo mai stato sfiduciato dall’assemblea. “Il nostro partito ha sempre avuto forti frizioni interne. In questo momento ci sono lacerazioni profonde dovute anche al fatto che in diversi già guardano ad altre forze politiche. Alcuni sono attratti dal progetto di Renzi, altri da movimenti terzopolisti, esterni all’alleanza di centrosinistra”, commenta il segretario nell’intervista alla Stampa. E ventila la scissione: “Se ci si intende su quello che si vuole fare, bene. Altrimenti non è obbligatorio rimanere tutti insieme”. La sua ricostruzione però contestata da Hallissey e Della Vedova: “Magi allude anche al fatto che alcuni di noi sarebbero attratti da altri percorsi, esterni a +Europa. Questo ci sembra un riferimento autobiografico“, attaccano. “Piuttosto, c’è un’ampia maggioranza interna, ostinatamente ignorata se non irrisa dal segretario, che da mesi chiede un congresso in cui finalmente si torni a parlare di politica, che sottragga il partito all’irrilevanza e lo rilanci. Questa è la prova ulteriore della sua necessità”.

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“Luke Perry mi manca molto, ora che non c’è più ripenso spesso ai momenti sul set. Lui e io ci divertivamo un mondo a girare insieme”: Jason Priestley ricorda il collega scomparso e si commuove

A distanza di sei anni dalla morte di Luke Perry, Jason Priestley non riesce ancora a parlarne senza commuoversi. Ospite del podcast “Best With Them”, l’attore e regista canadese si è lasciato andare al ricordo di una scena che considera il suo miglior lavoro dietro la macchina da presa, girata sul set di “Beverly Hills, 902010” proprio con il collega scomparso nel 2019.

Priestley, che debuttò alla regia nella terza stagione della serie ha ripercorso l’ultimo periodo di Perry come Dylan McKay. In particolare, la puntata in cui scopriva l’omicidio della moglie Toni Marchette, uccisa in un agguato.”Il mio momento di regia preferito? Nell’ultimo episodio in assoluto girato da Luke Perry. Quando cade in ginocchio sotto la pioggia… avevamo colonne d’acqua ovunque e Luke cadeva in ginocchio, guardando verso il cielo e gridando“, ha raccontato. Una scena ripresa mentre “una grande telecamera su una gru si allontanava da lui sotto la pioggia”.

“Luke e io ci stavamo divertendo un mondo a girare quella roba. Ora che lui non c’è più ripenso spesso a quei momenti”, ha aggiunto Priestley, commosso. Quando gli è stato chiesto se il collega gli mancasse, il regista è rimasto in silenzio limitandosi ad annuire. Nei giorni successivi alla morte di Perry, nel 2019, Priestley gli aveva dedicato un post su Instagram: “Mi ci sono voluti un paio di giorni per capire come scrivere tutto questo. Il mio caro amico da 29 anni, Luke Perry, era una di quelle persone davvero speciali“.

E ancora: “Luke non era solo una star. Era una luce incredibilmente luminosa che si è spenta decisamente troppo presto ed è per questo che io, e così tanti altri, stiamo soffrendo così tanto oggi”, aveva scritto. “Se avete avuto la fortuna di conoscere Luke, o anche solo di aver incrociato il suo cammino, so che anche voi oggi siete tristi, la candela che brilla con intensità doppia brilla per metà del tempo. E tu hai brillato davvero tantissimo, Luke”.

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Paura all’aeroporto di Malpensa, a fuoco un container di bagagli. Cos’è successo – VIDEO

Paura all’aeroporto Malpensa, a fuoco un container di bagagli

Domenica 16 agosto, allo scalo di Milano Malpensa, le fiamme hanno interessato un container carico di valigie che stava per essere sistemato nel vano merci di un volo British Airways diretto a Londra. Le cause sono ancora in corso di accertamento, ma i primi riscontri indicherebbero come origine un apparecchio alimentato a batterie al litio custodito in una delle valigie: da lì sarebbe partito il rogo, poi domato dai vigili del fuoco.

Se il fuoco si fosse sviluppato qualche minuto più tardi, con il velivolo già in volo, lo scenario sarebbe potuto essere ben più critico. Gli aerei dispongono sì di dispositivi pensati per circoscrivere le fiamme, ma si tratta di soluzioni che non garantiscono lo spegnimento completo. Non a caso il settore aeronautico da tempo segnala la crescente presenza di apparecchi al litio a bordo, al punto che il trasporto di questi prodotti nel bagaglio da stiva è espressamente proibito dalle norme.

Il container coinvolto — in gergo tecnico unit load device — è di proprietà di una delle aziende che gestiscono i servizi a terra dell’aeroporto e serviva a caricare le valigie sull’Airbus A321neo impiegato sul collegamento BA585. La partenza, in programma alle 13.45, è slittata alle 16.07.

I dispositivi elettronici con celle al litio rappresentano ormai la principale criticità per la sicurezza del volo. Il motivo è duplice: da un lato questi accumulatori si incendiano con estrema rapidità quando subiscono urti o eccessi di temperatura; dall’altro la loro diffusione è capillare. A seconda della rotta e della compagnia, ciascun viaggiatore ne trasporta in media fino a cinque esemplari, tra telefoni, tablet, lettori di e-book, orologi connessi, dispositivi per lo svapo, batterie portatili e auricolari senza cavo.

Anche il personale addetto allo smistamento dei bagagli collabora con le compagnie, intensificando le verifiche sulle valigie per intercettare eventuali apparecchi di questo tipo prima che finiscano sotto il pavimento della cabina.

Un incendio che divampa nel vano bagagli è potenzialmente molto più insidioso di uno in cabina: gli assistenti di volo sono formati per intervenire su un focolaio nei primi istanti, ma durante la crociera quello spazio resta inaccessibile. Quasi tutti i velivoli commerciali montano impianti di soppressione nella parte inferiore della fusoliera, tuttavia gli specialisti ricordano che il loro scopo è contenere e frenare la propagazione, non annullarla. E se l’emergenza si verifica mentre si sorvola un oceano, individuare rapidamente un aeroporto dove atterrare diventa tutt’altro che semplice.

Video of fire on baggage container with luggage to be loaded onto BA585 just now at Milan Malpensa. Smart move to get the other containers out of the way before fire spread. If cause was lithium battery glad fire was there and not on plane pic.twitter.com/hlcleDC0Ak

— Jon Sopel (@jonsopel) August 16, 2026

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La pioggia sorprende piazza del Campo: il Palio di Siena rinviato di un giorno

Il Palio di Siena è stato rinviato a domani, 17 agosto. Un’improvvisa pioggia caduta su piazza del Campo ha imposto l’esposizione della bandiera verde, simbolo dell’annullamento della corsa prevista al tramonto di oggi, domenica. Anche altre volte il Palio è stato rinviato e il motivo è stato sempre lo stesso: acquazzoni che hanno reso precarie le condizioni della pista con rischi di tenuta del tufo steso in piazza del Campo e conseguenti pericoli per l’incolumità di cavalli e fantini. Oggi la pioggia ha cominciato intorno alle 14 – spiegano dal Comune – “rendendo impossibile lo svolgimento del Corteo Storico e della Carriera“. Lo stesso programma sarà replicato domani lunedì 17 agosto: Corteo Storico e Corsa si svolgeranno, sempre meteo permettendo, con i medesimi orari.

Alle 15 e alle 15,30 gli spari del mortaretto per il primo e secondo preavviso, quindi alle 16,10 l’inizio dello sgombero della pista per permettere alle 16,45 la sfilata del drappello dei Carabinieri a cavallo. Quindi alle 16,50 l’ingresso in piazza del Campo del Corteo Storico. Alle 19 l’uscita dei cavalli dal Cortile del Podestà per il Palio. Per il pubblico che vuole assistere alla corsa nel centro di piazza del Campo, dalle 16 alle 18 sarà possibile accedervi, fino alla capienza massima consentita, esclusivamente da via Dupré.

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Pippo Baudo, un anno dopo e la sua Domenica In: piccolo capolavoro

Pippo Baudo, un anno dopo e la sua Domenica In

E’ passato un anno da quando Pippo ci ha lasciato. Si, proprio Pippo, senza Baudo. Perché se per tutti e persino per i titoli di testa dei suoi programmi, Corrado era solo Corrado e non anche Mantoni, per i suddetti titoli di testa e per tutti, però Pippo era anche Baudo.

Forse solamente per distinguerlo dall’amato e amabile personaggio inventato da Walt Disney, oppure solo, banalmente, per sottolineare che di “scognomato” come scherzosamente Totò chiamava il Corrado, ce n’era solo uno: Corrado Mantoni.

Corrado che Pippo, nella sua lunghissima e fortunata carriera, ha incontrato o per meglio dire sostituito nel 1979, quando prese il suo posto alla conduzione di Domenica In. Era già successo per la verità anche qualche anno prima con Canzonissima. Erano passate tre stagioni dalla partenza dello storico contenitore di Rai1. Era infatti il 3 ottobre del 1976 quando Corrado inaugurò Domenica In dallo studio 5 di via Teulada in Roma.

Programma per altro che inventò lui stesso, insieme ai suoi autori Peretta, Paolini e Silvestri. Poi a giugno del 1979 ci fu l’addio di Corrado alla sua Domenica In. Fu un addio non felicissimo. Qualche tempo prima uscì una intervista dell’allora Presidente della Rai, Paolo Grassi, che non usò parole carine nei confronti della Domenica in di Corrado.

“Trovo che parlare al pubblico come parla Corrado per tutte quelle ore sia un fatto di cretineria” queste le parole usate da Grassi in quell’intervista. Parole molte brutte nei confronti di uno dei conduttori televisivi, Corrado, fra i più umani, corretti e dalla parte del pubblico come ce ne sono stati pochissimi nella nostra tv.

Questa polemica poi contribuì all’ingresso di Pippo Baudo alla conduzione di Domenica In, che dalla stagione 1979-1980 cambiò radicalmente, con l’ingresso anche di rubriche culturali, come quella sui libri, la promozione anche di opere teatrali e di cinema. Domenica 7 ottobre 1979 arrivò il debutto in diretta alle 14 su Rai1 di Pippo Baudo, che visibilmente emozionato salutò il pubblico e anche il suo predecessore Corrado. Abbiamo recuperato il video di quei primi 5 minuti storici.

Fra tutti i programmi che ha fatto, comprese le Canzonissime, i Fantastico e anche i Festival di Sanremo, Domenica In resta il suo programma migliore, anzi, resta il programma che meglio si è cucito addosso, perchè era una trasmissione, prima di tutto in diretta (cosa che gli permetteva di avere un dialogo appunto diretto con il pubblico, anche uscendo dal seminato) e perché era una trasmissione che gli permetteva di spaziare nei vari segmenti dello spettacolo, che amava e conosceva come pochi.

Dicevamo lo scorso anno che con la sua scomparsa, era morta anche la Tv. Oggi per esempio Domenica In è un’altra cosa. Certa Tv se n’è andata davvero e questo anno senza di lui ce l’ha confermato e d’altronde è anche improponibile che la tv del passato ritorni. Ma la cosa che fa specie è che alla tv di oggi manchi quel ritmo e quella voglia di novità che abbiamo visto in quei primi 5 minuti della prima puntata di Domenica In gestione Pippo Baudo. Oggi, innegabilmente, la tv è in qualche modo ripiegata su se stessa, incapace di cambiare veramente, perchè ancorata al certo, piuttosto che sfidare l’incerto. In molti diranno, facile pontificare senza averci a che fare.

Occorrono i risultati e anche subito. Se il pubblico vuole le caramelle, anche se gli si cariano i denti, perchè noi dobbiamo decidere di non dargliele? Anzi, le zuccheriamo di più, o peggio gli facciamo credere che sono prive di zucchero, quando sanno tutti che i sostituti dello zucchero fanno male come lo zucchero stesso.

Arriverà un giorno in cui i telespettatori passeranno più tempo dal dentista che davanti alla Tv (o ai supporti multimediali che gradualmente la stanno sostituendo) e allora da lassù qualcuno si farà una grassa risata, magari proprio Corrado e Pippo, stavolta alla conduzione insieme.

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“Nessuno vuole finanziare il mio film perché ha un cast di sole persone trans. Nella sceneggiatura ho riversato rabbia e frustrazione per ciò che sta accadendo loro nel mondo”: così Lilly Wachowski

Per spalancare le porte degli studi cinematografici americani, a quanto pare, non bastano quattro premi Oscar vinti da “Matrix“, una pietra miliare del cinema d’azione e fantascienza. E neanche decenni di successi. Se la proposta esce dagli standard e dai canoni a cui Hollywood è abituata, si alza un muro. Lo ha raccontato la regista Lilly Wachowski, 58 anni, parlando del suo nuovo film “The Hunted” in un’intervista al podcast “The Business”. “Il progetto piace, ma nessuno vuole davvero realizzarlo perché ha un cast completamente trans“, ha spiegato.

La pellicola, co-scritta con Mickey Ray Mahoney, è attualmente in fase di sviluppo. “Dovrò diventare creativa e trovare modi diversi per farla arrivare al pubblico“, ha spiegato Wachowski. Che, lo scorso weekend, ha presentato il testo di “The Hunted” al pubblico durante una lettura dal vivo al locale Dynasty Typewriter, a Los Angeles. La regista ha sottolineato anche quanto le stia a cuore il progetto: “Questa sceneggiatura è stata estremamente importante per me. È nata come risposta a ciò che sta accadendo nel mondo reale alle persone trans. Mi ha offerto un contenitore catartico in cui riversare tutta la mia rabbia, la mia furia e la mia frustrazione“.

Il film, ambientato in un’America distopica in cui le persone trans vengono brutalizzate ed lasciate ai margini della società, segue due donne trans a caccia del responsabile di un grave crimine. Il loro viaggio le condurrà in una pista di indagini fino ai più alti livelli del governo, per trasformare la vendetta personale in una rivoluzione. Insieme alla sorella Lana, anch’ella trans, Wachowski ha lavorato a film come “Bound – Torbido inganno”, la trilogia originale di “Matrix” “Cloud Atlas”, “Jupiter – il destino dell’universo” e alla serie Netflix “Sense8”. La regista non è stata coinvolta invece nel quarto film di “Matrix” (2021) e, all’epoca, aveva spiegato che la decisione di lasciare il franchise era stata “difficile”.

Non è la prima volta che il vissuto personale delle sorelle Wachowski s’intreccia con la loro produzione artistica. Lana ha rivelato di essere trans nel 2008, dopo anni di speculazioni, Lilly ha fatto coming out otto anni dopo, nel marzo del 2016. Nel 2020 la stessa regista aveva confermato la teoria secondo cui “Matrix” è una allegoria estesa dell’esperienza transgender.

Immagine: frame tratto da YouTube (@Brian Koppe)

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BRACCONAGGIO, LA PROCURA DI VENEZIA ARCHIVIA ACCUSE CONTRO TRUMP JR

La Procura della Repubblica di Venezia ha chiesto l’archiviazione del fascicolo di inchiesta per bracconaggio nei confronti di Donald Trump junior (nella foto), denunciato a suo tempo  dall’ex consigliere veneto di Europa Verde Andrea Zanoni.Lo rende noto lo stesso Zanoni,  che annuncia un’istanza di opposizione alla richiesta del pm. Il fatto sarebbe stato considerato “di tenue entità”

L’episodio avvenne durante una battuta organizzata da una società specializzata “che forniva – prosegue Zanoni – armi, esche, munizioni, vitto e alloggio con l’uccisione di un animale protetto. In seguito ad una perquisizione dei Carabinieri vennero poi sequestrate in due valli ben 1.400 anatre abbattute a fucilate e congelate (alcune protette) e poi destinate ad un macello abusivo, oltre a 8.500 munizioni di caccia detenute illegalmente”. Anche il giorno prima Trump Jr andò a caccia a Porto Tolle, in provincia di Rovigo, per cui secondo l’esponente ambientalista “parrebbe evidente la continuità del reato e potrebbero ravvisarsi a carico di più soggetti anche gli estremi dei reati di ricettazione, per il commercio delle anatre illecitamente abbattute oltre a quello di associazione a delinquere”, conclude.

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Soccorso ingiustificato in mare o in montagna, adesso si paga: fino a 4mila euro all’ora per un elicottero

L’episodio che si è verificato in Francia, in cui 32 alpinisti hanno dovuto pagare di tasca propria l’elisoccorso sul Monte Bianco per non aver ascoltato le raccomandazioni delle guide di non continuare la salita per il pericolo di caduta di sassi, ha riacceso la polemica anche in Italia.

Da inizio anno, infatti, lo Stato non paga più per qualsiasi intervento di soccorso: chi chiama “senza motivo” o provoca un’operazione della Guardia di finanza intenzionalmente o per una grave disattenzione deve pagare. Lo prevede la legge di bilancio 2026, con cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha introdotto un sistema di tariffe per quantificare le spese e recuperare i costi sostenuti durante le missioni di emergenza secondo un sistema di criteri oggettivi che attribuiscono un valore economico al personale e ai mezzi impiegati, oltre alla durata dell’operazione.

Per quanto riguarda il personale, il costo cambia in base al grado e alla specializzazione: 30 euro all’ora per appuntati e finanzieri, 60 euro per gli ufficiali superiori, 70 euro per reparti specializzati come quelli aeronavali. Gli interventi di durata inferiore o uguale a 60 minuti vengono conteggiati come un’ora intera, dopo la quale il prezzo cresce ogni mezz’ora.

I mezzi che pesano di più sul costo sono quelli aerei: un elicottero della guardia di finanza può costare fino a 4mila euro all’ora, un aeroplano turboelica può sfiorare i 5mila. Molto più bassi i costi dei droni per interventi rapidi in mare, in montagna e nelle aree più difficili da raggiungere, che vanno da meno di 100 euro a poche centinaia di euro in base al modello. Per quanto riguarda i mezzi di terra, il costo dipende dai chilometri percorsi e dalla tipologia di alimentazione. Gli autofurgoni diesel sono tra i mezzi più economici, mentre per veicoli a benzina o ibridi il prezzo oscilla di molto. Tra i mezzi più onerosi c’è la motoslitta, utilizzata soprattutto negli interventi in ambiente montano, con un costo che può arrivare a circa 1,50 euro per chilometro, seguita dai quad Atv e dagli altri veicoli speciali. Anche in mare i prezzi variano molto: i pattugliatori di ultima generazione superano i 1.000 euro all’ora, mentre le vedette costiere hanno costi molto inferiori.

La misura ha l’obiettivo di scoraggiare le richieste di soccorso infondate e recuperare le risorse pubbliche impiegate per quelle causate da comportamenti gravemente irresponsabili, ma non riguarderà gli interventi effettivamente necessari. Il punto è responsabilizzare i cittadini e far passare il messaggio che i soccorsi restano un servizio fondamentale per la collettività, ma richiedono molte risorse pubbliche in termini di mezzi, personale e ore lavoro che vanno tutelate, anche trasformandosi in un onere economico per chi ne abusa.

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Palio di Siena rinviato per il maltempo

Rinviato a domani, lunedi’ 17 agosto, il Palio di Siena a causa del maltempo. Il Comune ha esposto ora la bandiera verde dalle trifore comunicando cosi’ lo slittamento della Carriera. Poco prima delle 14 un temporale si e’ abbattuto sul tufo di Piazza del Campo, rendendolo impraticabile. Si tratta del secondo Palio consecutivo che viene rinviato, a luglio infatti si corse il 3.

“All’unanimita’ abbiamo votato per alzata di mano, per l’incolumita’ dei cavalli e dei fantini”. Lo dice Alessandro Maggi, capitano della Chiocciola e decano dei capitani, dopo la decisione di rinviare il Palio di Siena. La scelta e’ arrivata dopo il confronto tra i capitani delle Contrade, alla luce delle condizioni della pista e del maltempo. Sulle previsioni per domani Maggi invita ad attendere: “Le previsioni non sono buone, pero’ bisogna aspettare il cielo. Preoccupazioni zero”.

Nella decisione ha pesato anche il mancato svolgimento del Corteo Storico. “Il corteo non e’ partito. Abbiamo atteso volutamente per dare modo anche al corteo di fare il suo corso”, spiega Maggi. Il decano dei capitani sottolinea anche il valore del momento per i figuranti: “Ci sono ragazzi che si allenano tutto l’anno anche per avere la soddisfazione di entrare in Piazza, quindi e’ giusto sia cosi'”.

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Il cambiamento climatico ferma lo sci estivo su tutte le Alpi: stop anche sullo Stelvio

Diciassette gradi al ghiacciaio del Forni a oltre 2mila metri e 9 gradi al Passo Marinelli a circa 3mila metri di quota. Se a valle gli italiani boccheggiano, sulle vette delle montagne più frequentate non si può sciare. Il cambiamento climatico trasforma inevitabilmente anche turismo e hobby. Questa estate non è possibile sciare in Italia e la situazione è la stessa in tutte le Alpi, non solo italiane ma anche nelle stazioni svizzere, francesi e austriache e anche in Norvegia. In Europa le uniche possibilità di sciare, insomma, sono al momento solo nelle piste indoor.

Lo sci estivo ha chiuso per caldo nel comprensorio del Cervino, poi in quello di Ponte di Legno Tonale e ora anche sullo Stelvio, dove le temperature altissime che non si abbassano a sufficienza nemmeno la notte. Si tratta di condizioni che “non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo” ha spiegato la Sifas, Società Impianti Funiviari allo Stelvio, che ha chiuso dal giorno di Ferragosto le piste annunciando che “l’attività sciistica sul ghiacciaio dello Stelvio è sospesa fino a data da destinarsi. Rimane, invece, attivo il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio”. La società continuerà a monitorare meteo e condizioni della montagna “nella speranza di un ribasso delle temperature e di un miglioramento dello stato del ghiacciaio”.

Al Cervino lo stop era arrivato il 31 luglio da Zermatt Bergbahnen, società svizzera che gestisce gli impianti sul ghiacciaio del Teodulo, a quota 3.000 metri, al confine con l’Italia. Gli impianti del versante italiano, con partenza da Breuil-Cervinia, sono rimasti aperti fino a Plateau-Rosa ma anche in questo caso solo per gli escursionisti. Mentre sul monte Bianco è stata sospesa la salita dal versante italiano e sono stati chiusi per sicurezza anche i due rifugi francesi Tête Rousse e Goûter, tanto che prima di Ferragosto 32 turisti che erano saliti al rifugio hanno dovuto prendere a loro spese un elicottero per rientrare perché il sindaco di Saint-Gervaise aveva negato loro il soccorso visto che avevano deciso di salire nonostante i divieti per il rischio frane. Una scelta che ha innescato una serie di polemiche in Francia ancora non terminate.

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Ferragosto ad alta tensione nelle carceri: agenti aggrediti e disordini in tutta Italia. I sindacati: “Nordio si svegli dal torpore”

È stato un Ferragosto di tensione nelle carceri italiane, sempre più invivibili a causa del sovraffollamento (che ha toccato il 141%) e del caldo insopportabile. Vari eventi critici sono stati segnalati negli ultimi giorni dalle sigle della Polizia penitenziaria, a partire da un’evasione avvenuta sabato dalla casa circondariale di Potenza: due detenuti di nazionalità tunisina, ha comunicato il sindacato Sappe, sono “riusciti a sfruttare una criticità strutturale dell’istituto, arrampicandosi e raggiungendo i tetti per poi guadagnare l’esterno”. Entrambi sono stati rintracciati in città nell’arco di poche ore. Sempre sabato, a Saluzzo (Cuneo), la vicecomandante della Polizia penitenziaria è stata aggredita da un cinquantenne detenuto in Alta sicurezza, Francesco Coffa, membro dell’omonimo clan della Sacra corona unita brindisina, che l’ha strattonata prima di essere bloccato dagli agenti. “Non è accettabile che una rappresentante dell’amministrazione penitenziaria impegnata nello svolgimento delle proprie funzioni possa essere aggredita all’interno dell’istituto”, denuncia Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp, esortando il ministro della Giustizia Carlo Nordio a farsi carico della situazione “con urgenza e senza ulteriori indugi. Servono interventi immediati, maggiori garanzie per il personale e una gestione del circuito di Alta sicurezza realmente adeguata al livello di pericolosità dei soggetti detenuti. Non possiamo aspettare che si verifichi una tragedia“, incalza.

Ancora il 15 agosto, nel penitenziario della Dozza a Bologna, un detenuto ha appiccato un incendio nella sezione Rh del reparto infermeria: poiché gli idranti non funzionavano, il personale ha dovuto spegnere le fiamme con secchi d’acqua. Due sottufficiali intervenuti, tra cui l’ispettore di Sorveglianza generale, sono rimasti intossicati dal fumo. A denunciarlo è ancora l’Osapp, segnalando che si tratta dell’ultimo di una serie di “eventi critici molto gravi” avvenuti negli ultimi giorni. Il 14 agosto, ricorda infatti il sindacato, un detenuto del reparto penale ha puntato una lametta alla gola di un agente, che ha riportato un piccolo taglio, e poi ha aggredito il personale intervenuto colpendo con un calcio al petto un altro agente. Sempre nello stesso reparto, un altro detenuto “ha cercato di aggredire un sottufficiale e gli ha sputato in faccia”. Giovedì 13 agosto, invece, quattro agenti sono stati aggrediti nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino da un detenuto italiano di 35 anni – sottoposto al regime di sorveglianza particolare – e trasportati in ambulanza al pronto soccorso. Un episodio che ha spinto l’Osapp a chiedere un intervento dell’amministrazione penitenziaria, invitando Nordio a “scuotersi dal torpore” e ad agire con tempestività.

Finora infatti l’esecutivo non ha adottato nessun provvedimento rilevante per migliorare la situazione nelle carceri, fatta eccezione per alcune misure-spot dall’impatto minimo (l’ultima è la norma per far scontare ai tossicodipendenti la pena in comunità, finanziata però con i fondi necessari per appena cinquecento persone). “Tra i molteplici fallimenti di questo governo, la situazione delle carceri è certamente tra quelli più gravi“, denuncia il senatore Pd Walter Verini, capogruppo in Commissione Antimafia, che a Ferragosto ha visitato gli istituti di Perugia e Terni. “Sovraffollamento insopportabile, grave mancanza di personale, situazioni di 40/45 gradi da sopportare in spazi troppo piccoli per più persone. E in diversi casi mancanza d’acqua, acqua razionata in questa estate torrida, scarse condizioni igienico-sanitarie. Poche le risposte ai tanti problemi sanitari che affliggono i detenuti. Pochi magistrati di sorveglianza per evadere le tante richieste. Situazioni di tensione che abbiamo toccato con mano”. A Santa Maria Capua Vetere invece la visita del deputato dem Stefano Graziano, secondo cui “occorre intervenire su due fronti: da un lato, rafforzare immediatamente gli organici e, dall’altro, ridurre il sovraffollamento attraverso misure strutturali e un miglioramento delle condizioni detentive. È necessario mettere il personale nelle condizioni di lavorare e garantire ai detenuti standard compatibili con la funzione rieducativa della pena”, afferma.

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L’Iran mette una taglia sugli americani: “30mila dollari a chiunque uccida o catturi un soldato Usa”

L’Iran mette una taglia sui soldati americani. “Visto l’elevato numero di richieste di partecipazione alla jihad finanziaria – ha affermato il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami, citato dall’agenzia Irna, in occasione di una cerimonia per la Giornata della Stampa – è stato predisposto un piano in base al quale, per ogni persona che uccide o cattura e consegna un membro delle forze aggressori americane all’Esercito della Repubblica Islamica dell’Iran, con il sostegno dei familiari che partecipano alla jihad finanziaria e sotto la propria garanzia, riceverà un premio equivalente a 30.000 dollari o 5 miliardi di toman”. “Le valorose donne iraniane che riusciranno a compiere questa azione riceveranno un premio doppio”, avrebbe aggiunto Hatami, secondo l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato, gestita direttamente dal ministero della Cultura.

Più ristretta la formula usata dall’agenzia Tasnim, organo di informazione semi-ufficiale legato ai Guardiani della rivoluzione (che spesso sono in competizione, quando non addirittura in contrasto, con l’esercito), che nel dare la notizia riferisce che destinatario della taglia possa essere “una qualsiasi forza iraniana“, il che farebbe intendere che l’invito sia rivolto solo al personale militare. Tuttavia il fatto che Irna sia espressione diretta del regime teocratico da cui dipende in maniera diretta anche Artesh, l’esercito regolare, lascia pensare che a beneficiare della taglia possa essere ogni cittadino iraniano e non solo agli esponenti delle forze armate variamente intese.

A chi è rivolto l’invito? In Iran ufficialmente non sono presenti truppe regolari dell’esercito degli Stati Uniti: la guerra scatenata dall’amministrazione Trump insieme a Israele contro la Repubblica islamica non ha visto soldati Usa operare “boots on the ground” sul suo territorio. Quindi è plausibile che l’appello sia rivolto agli iraniani che vivono in altri paesi della regione. L’Irna dà un riferimento molto preciso parlando di “jihad finanziaria”, ovvero i complessi meccanismi e flussi monetari usati dal regime per sostenere militarmente e politicamente i propri proxy in Medio Oriente come Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite alleate in Iraq.

In alcuni paesi dell’area, inoltre, sono presenti uomini dei Pasdaran. A giugno l’agenzia Reuters riferiva, citando otto diverse fonti irachene, che i Guardiani della rivoluzione hanno creato nuove cellule segrete in Iraq, separate dalle milizie sciite irachene tradizionali e direttamente dipendenti dai Guardiani, per condurre attacchi contro i paesi del Golfo che ospitano forze americane.

La stessa Reuters il 23 luglio ha riferito che Teheran avrebbe inviato in Yemen tra 10 e 21 membri dell’Irgc, compresi comandanti e consiglieri militari, insieme a componenti per missili e droni destinati agli Houthi. “I comandanti delle Guardie Rivoluzionarie si sono recati lì per supportare le operazioni degli Houthi e fornire addestramento sui nuovi sistemi missilistici”, ha affermato una delle fonti.

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A Messina un furto da film durante la processione: le opere di Antonello rubate con i custodi dentro al museo. Dallo yacht alla macchina: tutte le ipotesi di fuga

Il primo indizio è che sono andati via di fretta e furia. Due dei sei pezzi trafugati sono stati lasciati per strada. Così è stato scoperto il furto hollywoodiano all’interno del Museo Regionale di Messina, di ben 4 opere di Antonello. La sorveglianza all’interno del Museo era presente, ma non si è accorta di nulla, così come l’allarme: era attivo. I custodi erano quattro: “Ci siamo accorti di tutto solo dopo”, ha detto la direttrice, Marisa Mercurio.

I deterrenti non hanno fermato i Lupin di Ferragosto. Sono entrati da un ingresso laterale, quello del Viale Annunziata. Un grande viale molto trafficato di solito, ma molto meno nel giorno della festa della città: giorno ideale per il furto. Un furto di certo molto ben studiato. Il 15 agosto Messina si popola come in nessun altro giorno dell’anno. Il giorno ideale per un’operazione di questa portata, non solo perché tutte le forze sono concentrate nel centro della città, per la processione della Vara. Ma perché proprio per la processione, una delle più sentite e note del Sud Italia, a Messina si riversano un sacco di turisti, dal resto dell’Isola, ma anche dalla Calabria, o dalla Campania. Le vie d’accesso alla città sono, dunque, molto trafficate. Facilissimo confondersi in mezzo a tantissimi altri veicoli in transito. Situazione ideale per un colpo da Cinema.

Le ipotesi ora al vaglio della Squadra mobile sono le più disparate. Dal Viale Annunziata le possibili fughe sono tante. La prima è il mare. Proprio di fronte al Museo c’è la spiaggia del Ringo, da poco restituita alla pubblica fruizione e balneazione. Una barca, un gommone e via. Pochi metri più in là c’è la Caronte, salire sul traghetto, e raggiungere subito la penisola, e chissà, anche l’aeroporto di Reggio Calabria. Oppure, e questa è una delle ipotesi di certo più suggestive, proseguendo dalla Caronte c’è un porticciolo turistico, dove spesso sono attraccati grandi e lussuosi yacht. Trattandosi di un furto ultra milionario, si consideri che l’Ecce Homo di Antonello è stata comprata dal ministero della Cultura dalla casa d’asta di Sotheby’s per 14,9 milioni di euro ed era molto più ridotta rispetto alle 4 opere trafugate ieri, l’ipotesi è che le tavole possano essere state trasportate in uno yacht attraccato nel cuore di lusso della città.

Ma c’è anche l’ipotesi via terra. Anche lo snodo autostradale di Giostra è lì vicino. E tutta l’area intorno verso le 21 si è svuotata. Da lì è partita la Vara, tirata fino alla Cattedrale, intorno alle 18. La “girata”, ovvero il momento clou della processione (viene tirata da un centinaio di persone i “tiratori”, appunto, scalzi), quando si gira la macchina votiva verso la Cattedrale, è stata dopo le 21.30. Dalle 18 fino quasi alle 22, gli occhi della città erano rivolti, dunque, altrove. Dove erano confluite addirittura 20 mila persone. Il Museo, che in altre annate era rimasto aperto per sfruttare la presenza di turisti, ieri era invece chiuso. Il sito perfino aggiornato alla prima domenica di agosto. Un grande museo che oltre alle opere di Antonello, ha pure due Caravaggio, ma che nel giorno di massima affluenza della città ha chiuso alle 13.30. Una chiusura che ha fatto gola ai ladri. Erano in due all’interno del Museo. Il Polittico è posizionato in una sala dedicata che però si trova in prossimità di accessi diretti all’esterno. Si pensi, tuttavia, che l’ultra milionaria tavoletta bifronte era conservata con vetro blindato.

Dentro al Museo c’era almeno un uomo della sorveglianza. E c’era un sistema d’allarme. Tutto eluso dai ladri. Due dentro, ma con tutta probabilità qualcuno li attendeva all’esterno. Hanno preso tre tavole del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna col Bambino e un francescano orante, sul recto, e il Cristo in pietà sul verso. Quest’ultima pagata 14 milioni di euro dalla Regione. Un intoppo deve esserci stato, tanto che due delle cinque tavole del Polittico sono state lasciate sul marciapiede. Due passanti le hanno notate e hanno dato l’allarme. Adesso gli uomini della Mobile stanno passando al vaglio tutte le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, ma si tratta un’area molto estesa, di fronte, c’è un grande condominio e un parrucchiere, ma almeno a 40 metri di distanza, e sulla stessa strada il recinto del Museo e il primo palazzo a venti metri. Se quelle interne hanno dato la certezza dei due uomini entrati a trafugare, di chi altro ci fosse all’esterno e in che direzione siano fuggisti, sarà di certo ben più complicato da chiarire. Intanto, dalle 8 di questa mattina, domenica 16 agosto, da quando cioè è circolata la notizia, la città è sconvolta. Si tratta infatti di quattro opere realizzate da Antonello proprio a Messina, la sua città: “Il polittico di San Gregorio firmato e datato 1473 è un’opera pensata, commissionata e dipinta a Messina, un unicum per la città dello Stretto e per la produzione del genio del Rinascimento. Quel fondo oro abitato dalla prospettiva, quella dolce Madonna dai capelli fulvi, quel bambino paffuto che indossa il corallo, la commovente firma del non umano pittore sono dettagli graffianti che toccano l’anima, oggi siamo in lutto”, così ha commentato Giuseppe Finocchio, archeologo, dell’associazione Percorre Antonello.

Intanto mentre la Mobile di Messina lavora a 360 gradi, il presidente della Regione, Renato Schifani, avvia un’indagine interna. “Va chiarito – ha detto Schifani – che l’allarme e il sistema di videosorveglianza del museo hanno funzionato regolarmente. Le registrazioni video e gli altri dati acquisiti sono già al vaglio degli investigatori e potranno contribuire alla ricostruzione della dinamica e all’individuazione dei responsabili”. “Parallelamente è già stata avviata un’ispezione interna per ricostruire ogni passaggio e accertare eventuali responsabilità riconducibili all’operato del personale addetto alla custodia. Si tratta di aspetti che dovranno essere verificati con assoluto rigore, pur nel rispetto delle garanzie del personale coinvolto. Non sarà tollerata alcuna zona d’ombra. Quei capolavori sono patrimonio di tutti e la Regione Siciliana farà quanto è necessario perché tornino presto al loro posto”.

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Trovano un tesoro da nove milioni mentre scavano per una fognatura: “All’inizio pensavamo fossero monete da un euro, poi abbiamo visto anche un lingotto”

Stavano lavorando per ristrutturare una casa in Belgio e, mentre scavavano per installare nuove condutture fognarie, hanno trovato un tesoro da nove milioni di euro. È successo a un gruppo di muratori e, a raccontarlo all’emittente pubblica belga VRT, come riporta la BBC, è stato uno studente di 18 anni, impegnato in un lavoro estivo. “La nostra prima reazione è stata di incredulità e stupore. All’inizio pensavo fossero monete da un euro, così abbiamo iniziato a dissotterrarle. Poi abbiamo visto anche un lingotto d’oro. Lì abbiamo capito che si trattava di qualcosa di più grande e importante di quanto pensassimo”.

Gli operai, a quel punto, hanno avvisato la polizia, spiegando che tenerlo per loro non era assolutamente un’opzione da considerare: “Ci sono così tante monete e lingotti che sarebbe stato quasi impossibile. E poi sarebbe stato un furto“, ha dichiarato il capo cantiere, come scrive la BBC. “9 milioni di euro, sarebbe stato impossibile tenerli nascosti”, gli ha fatto eco il 18enne.

Nel frattempo, le autorità hanno invitando i cittadini a non avvicinarsi alla zona e hanno precisato che tutto l’oro è stato trasferito in un luogo sicuro nella capitale, dove verrà esaminato per capirne la provenienza. Il tesoro comprende monete d’oro, pepite e lingotti ed era nascosto in una parete di mattoni della cantina, sotto una villa costruita alla fine dell’Ottocento dall’allora proprietario.

Il ritrovamento è avvenuto martedì 11 agosto a 30 chilometri a nord-ovest di Bruxelles, Fiandre Orientali, nella zona di una ex birreria. Un laboratorio che aveva cominciato la sua produzione nel 1899, portando avanti l’attività fino al 1970. Adesso, la struttura è in ristrutturazione grazie al lavoro della CAW Oost-Vlaanderen, un’organizzazione che si occupa di assistenza sociale e che voleva trasformarla in uffici e alloggi.

Secondo la legge belga, il possessore originale del tesoro ha cinque anni di tempo per rivendicarlo. Il procuratore locale ha aperto un’inchiesta, specificando che non se ne conosce l’identità. Se nessuno dovesse farsi avanti e tutto quell’oro non essere legato ad attività criminali, il codice civile stabilisce che debba essere diviso equamente tra chi l’ha ritrovato e il proprietario dell’immobile.

Immagine a scopo illustrativo generata con AI

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Un bimbo aggredito da un animale selvatico a Noicattaro (Bari), è il terzo: il sindaco chiude i parchi

La paura torna a Noicattaro, nel Barese, e questa volta a finire nel mirino di un animale selvatico è un bambino di appena 6 anni. È successo la sera di Ferragosto, intorno alle 23, in un parco cittadino tra via San Filippo Neri e via Rutigliano, dove un gruppo di famiglie si era ritrovato per trascorrere la serata. Secondo la ricostruzione diffusa attraverso una segnalazione sui social, il piccolo sarebbe stato avvicinato e azzannato da un animale selvatico, forse un lupo. Le urla degli adulti avrebbero messo in fuga l’animale. Dell’episodio è stato diffuso anche un video relativo a un presunto avvistamento, ma l’identificazione dell’esemplare resta ancora da accertare.

Il bambino è stato soccorso e trasferito all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari, dove è ricoverato nel reparto di Chirurgia pediatrica. Ha riportato alcune ferite al torace: le lesioni sono state trattate e suturate e il piccolo si trova ora sotto osservazione. È il terzo bambino coinvolto in episodi analoghi nello stesso territorio. Il primo caso risale alla sera del 4 agosto, quando due minori erano stati aggrediti. Da allora le autorità hanno avviato una serie di interventi per individuare l’animale e mettere in sicurezza le aree maggiormente esposte.

La caccia all’animale

Dopo le prime aggressioni, in Prefettura a Bari è stata istituita una task force, d’intesa con la Regione Puglia, per cercare di identificare l’animale. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella che possa trattarsi di un lupo, ma gli accertamenti non hanno ancora fornito una conferma definitiva. Il 14 agosto, con un decreto del presidente Antonio Decaro, è stato autorizzato il prelievo e la cattura dell’esemplare. La nuova aggressione ha fatto nuovamente scattare l’allarme. Domenica mattina il sindaco di Noicattaro, Raimondo Innamorato, ha convocato d’urgenza la Polizia locale, l’Asl veterinaria e i volontari per fare il punto sulla situazione e intensificare i pattugliamenti.

Il primo cittadino si è inoltre confrontato con la prefetta di Bari Rossana Riflesso, con la Regione, l’Università di Bari, il Cnr e la Polizia metropolitana.

Una pattuglia di carabinieri forestali con un drone sta monitorando dal primo pomeriggio di domenica le campagne che circondano la cittadina. La Regione Puglia ha disposto nelle ultime ore una intensificazione della presenza di fototrappole e veterinari autorizzati alla cattura. All’ospedale pediatrico di Bari dove sono stati ricoverati due bambini azzannati (il terzo non ha fortunatamente riportato lesioni), è stato inoltre chiesto di fare un tampone che è stato poi inviato all’istituto zooprofilattico per il controllo del Dna.

Parchi chiusi di notte

Nel frattempo resta in vigore l’ordinanza firmata dal sindaco, che dispone la chiusura notturna del parco comunale dalle 21 alle 8 e vieta l’accesso alle aree di verde pubblico vicine alle zone agricole su tutto il territorio cittadino. Il provvedimento scade lunedì mattina alle 8. La sua eventuale proroga sarà valutata dopo la nuova riunione della task force, convocata lunedì alle 12 in Prefettura a Bari.

Il Comune ha deciso di rafforzare i controlli. Pattuglie della Polizia locale, con il supporto delle altre forze dell’ordine, monitoreranno i parchi cittadini per impedire l’accesso alle famiglie e ai bambini e verificare il rispetto del divieto. Una misura resa necessaria anche dal fatto che nei giorni scorsi l’ordinanza non sarebbe stata sempre rispettata. Lo stesso sindaco, in un video diffuso sui social, ha ricordato che anche la zona dell’ultima aggressione rientrava tra quelle interdette. “Non è limitazione della libertà – ha detto Innamorato – , è buon senso e tutela della pubblica incolumità in presenza di un rischio serio e concreto”.

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Mosca, colonna di fumo si alza sui magazzini Wildberries: “Droni ucraini mettono fuori uso 7 centri logistici su 10”

Un’enorme nube di fumo si alza su Mosca. Nelle immagini si vedono gli elicotteri dei vigili del fuoco che si dirigono verso un magazzino appartenente a Wildberries, il colosso russo della grande distribuzione online. Nella notte la regione di Mosca è stata colpita da quello che il governatore Andrey Vorobyov ha definito “uno dei più massicci attacchi di droni ucraini degli ultimi tempi”.

Il Ministero della Difesa ucraino ha riferito che gli attacchi hanno complessivamente messo fuori uso sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries, spesso definita “l’Amazon russa”. Secondo il ministero infatti questa notte, 16 agosto, anche il centro logistico di Wildberries nel parco industriale di Koledino ha cessato le attività dopo l’attacco. Si tratta del più grande magazzino dell’azienda per superficie, con circa 250.000 metri quadrati. Sempre stanotte, anche il magazzino di Domodedovo ha sospeso le attività, nel sito infatti è divampato un vasto incendio.

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Fyodor Lukyanov: «Per i prossimi mesi non possiamo aspettarci che escalation»



In questa intervista interviene Theodor Luciano (Fyodor Lukyanov), direttore della rivista Russia in Global Affairs e presidente del Consiglio russo per le Politiche Estere e di Difesa. Analizzando lo stato del conflitto in Ucraina ad un anno dal summit di Anchorage, Lukyanov evidenzia il fallimento della diplomazia e l’inasprimento delle posizioni, alimentato dai raid a lungo raggio e dalla linea rigorista dei Paesi europei. L’analisi si allarga al ruolo dell’Europa — la cui coesione interna appare oggi strettamente legata al confronto antagonista con Mosca —, al conflitto in Iran e al radicale riassetto geopolitico mondiale. Secondo l’analista, la frammentazione internazionale e il declino irreversibile delle vecchie istituzioni multilaterali, compresa l’ONU, stanno guidando il mondo verso una fase d’incertezza globale priva di regole condivise.

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AVVERTE PROPRIETARIA DI UN TUMORE: A JOY IL PREMIO “FEDELTA DEL CANE”

Il premio ‘Primus inter pares’ della 64esima edizione del premio internazionale ‘Fedeltà del cane’ è stato conferito a Joy, labrador di due anni. La sua insistenza su un punto preciso del corpo della sua proprietaria ha dato un segnale che l’ha portata, a seguito di controlli medici, alla diagnosi di tumore al pancreas, salvandole la vita. Ora, grazie a Barbara e Joy, l’Azienda ospedaliera di Treviso ha una stanza dedicata all’incontro tra il paziente e il proprio animale da compagnia e con il progetto sperimentale ‘Compagnia che cura’, permette ai pazienti oncologici di avere accanto il proprio animale domestico durante le sedute di chemioterapia. Premio speciale al progetto ‘Gimme Five!’ con Cloè, Eevee, Google, Happy e Lana, rispettivamente golden retriever di 12 e di 4 anni, jack russel terrier di 7 anni, golden retriever di 7 e 3 anni. Questi sono i cani impiegati nel progetto ideato e realizzato da Il Porto dei piccoli e rivolto ai piccoli pazienti dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. Un progetto che vede oggi coinvolti 19 reparti dell’Istituto in modo continuativo per tutto l’anno. ‘Gimme Five! – Qua la zampa’ è un progetto di Interventi assistiti con gli animali (Iaa), ideato e realizzato dalla Fondazione Il Porto dei piccoli e rivolto – dal 2016 ad oggi – ai bambini ricoverati presso l’Istituto pediatrico genovese. L’équipe multidisciplinare de Il Porto dei piccoli, in sinergia con il personale dell’Istituto Gaslini, porta ai piccoli pazienti, per due giorni a settimana per tutto l’anno, cani appositamente formati. Tra esami, terapie e lunghe attese, i bambini vivono spesso momenti di paura e solitudine: con i cani arrivano risorse che fanno la differenza, la dolcezza di una zampa che si avvicina, uno sguardo gentile, una presenza rassicurante, attimi di normalità, giochi e sorrisi. La cerimonia di premiazione è prevista per questo pomeriggio a san Rocco di Camogli. (Foto di repertorio)

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Spidercam precipita da 20 metri durante la partita di calcio e sfiora un operatore

Si è sfiorata la tragedia durante l’amichevole di calcio tra Ungheria e Kazakistan. Durante la partita a Debrecen una telecamera è precipitata da circa 20 metri, sfiorando un operatore a bordo campo. La spidercam aveva iniziato a emettere fumo, mentre era sospesa sui cavi. L’incidente ha costretto l’arbitro a interrompere l’incontro per alcuni minuti.

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TG2 Motori del 16/08/2026

Direttore Antonio Preziosi Responsabile Rocco Tolfa A cura di Maria Leitner

© RaiNews

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Malta, media: “15enne italiano detenuto ha rapporti con la rete 764, che spinge gli adolescenti ad autolesionismo e violenza”

Le motivazioni con le quali è stato fermato riguardano un falso allarme bomba nella sua scuola. Ma la posizione del 15enne italiano originario di Bari detenuto dal 25 maggio a Malta potrebbe essere anche più complessa: le autorità locali, riferisce il Times of Malta citando fonti vicine all’indagine, sospettano che abbia legami con “764”, la rete internazionale accusata di adescare minori online spingendoli ad atti di autolesionismo, violenza e sfruttamento sessuale.

Sui dispositivi elettronici del ragazzo – scrive il giornale a tre giorni dall’udienza per la richiesta di libertà su cauzione – gli investigatori avrebbero trovato alcuni video che hanno fatto emergere il possibile collegamento ed una partecipazione attiva nel gruppo. In carcere il 15enne sarebbe stato quindi tenuto separato dagli altri giovani detenuti per il timore che potesse rappresentare un rischio per loro agendo come reclutatore.

Il padre del ragazzo la settimana scorsa ha denunciato condizioni “illegali” della detenzione. Il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield ha dichiarato che il ragazzo è “accusato di una vasta gamma di reati gravi, tra cui associazione a delinquere, partecipazione e coinvolgimento attivo in un’organizzazione criminale, reati relativi alla produzione, distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, diffusione di false informazioni, minacce aggravate e intimidazione”. I genitori non contestano le accuse contro il figlio, ma denunciano il trattamento ricevuto in carcere, sostenendo che sia stato “trattato come un terrorista“.

La rete internazionale “764”, alla quale sarebbe collegato è considerata da Europol una “seria minaccia“. In un rapporto reso pubblico lo scorso novembre, Europol ha descritto il “764” (numero che richiama l’area telefonica della città di Stephenville, negli Stati Uniti, di cui il fondatore della rete è originario) come un network online decentralizzato e coinvolto nello sfruttamento dei minori, nell’estorsione informatica e in attività con modalità terroristiche.

Il gruppo adescherebbe soprattutto adolescenti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e comunità online, inducendoli a inviare immagini intime poi utilizzate per ricattarli. Le vittime verrebbero spinte a filmare atti di autolesionismo e, nei casi più estremi, attuare suicidi. Come nel caso di una 13enne del Mato Grosso, suicida su istigazione di una banda di 5 minori arrestati in 5 alti stati del Brasile.

Secondo Europol, alcune vittime finiscono successivamente per diventare a loro volta autori di abusi, alimentando un “ciclo del trauma”. La rete avrebbe inoltre legami ideologici con l’Order of Nine Angles, organizzazione occultista neonazista che promuove violenza ed estremismo.

L’avvocato difensore del quindicenne, Arthur Azzopardi, non ha fatto commenti. I genitori attendono l’esito dell’udienza del 19. Nei giorni scorsi i genitori hanno spiegato di aver notato cambiamenti nei comportamenti del ragazzo a partire da febbraio-marzo. E che ritengono sia stato adescato mentre giocava, una vittima che “è pur sempre un quindicenne che non deve essere solo isolato, ma semmai aiutato a reinserirsi”.

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“Avevo 40mila euro di debiti e due figli piccoli da crescere. Mi sembrava di lavorare gratis, dello stipendio non rimaneva niente. Oggi sono milionaria”: la storia di Lisa Johnson

Un divorzio nel 2014, due gemelli da crescere da sola e un conto in rosso da 35mila sterline (41mila euro). La storia di Lisa Johnson, 49enne del Bedfordshire, sembrava la parabola di una delle tante famiglie schiacciate dal carovita britannico. Oggi, invece, è un’imprenditrice milionaria e la sua società ha generato 20 milioni di sterline di vendite (24 milioni di euro). Lo racconta il Daily Mail.

La sua storia, però, è iniziata molto più in basso: dopo essersi separata dal marito si è ritrovata con i debiti sulle spalle e due figli da mantenere. All’epoca lavorava come assistente personale in un’azienda informatica, con uno stipendio di 28.000 sterline all’anno (32mila euro). Una cifra che non bastava nemmeno a coprire le spese base: solo la retta dell’asilo nido superava il suo reddito annuale. Invece di lasciare il lavoro e affidarsi ai sussidi statali, Johnson ha scelto di prosciugare le carte di credito pur di non pesare, come ha spigato lei stessa, “sul sistema”.

Si era imposta un tetto massimo di 40 sterline a settimana per la spesa alimentare, un limite reso ancora più stringente dal fatto che uno dei due gemelli aveva bisogno di un latte speciale e l’altro aveva sviluppato l’asma. “Era tutto raddoppiato, ogni volta. Uno dei due era malato e aveva bisogno di un tipo di latte diverso. Poi, quando sono cresciuti, uno ha sviluppato l’asma e c’erano visite mediche continue. C’era sempre qualcosa a cui dovevo cercare di porre rimedio“.

Rinunciava ai caffè, quasi mai un aperitivo dopo il lavoro. “Dal punto di vista mentale, mi ha distrutta – ha rivelato -. Tanto per cominciare, mi sembrava di lavorare gratis, perché non mi rimaneva nulla dal mio stipendio. Ma dovevo andare avanti, altrimenti sarei stata un peso per la collettività, e non lo volevo. Ogni mese finivo un po’ più indebitata. C’era sempre qualcosa in più sulla carta di credito”.

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Bus si ribalta di ritorno da un pellegrinaggio a Međugorje: 12 morti e 10 feriti. Arrestato l’autista

Dodici passeggeri sono morti e altri dieci sono rimasti feriti nell’incidente di un autobus che trasportava pellegrini polacchi di ritorno da Međugorje lungo un’autostrada in Ungheria, la M3. L’incidente è avvenuto nella zona di Mezokeresztes, a circa 140 chilometri a Est di Budapest. Sul pullman erano 59 tra passeggeri e autisti. Secondo una prima ricostruzione il bus è uscito di strada ed è finito in un fosso, ribaltandosi. La prima ipotesi delle cause porta a un colpo di sonno dell’autista, che al momento è posto in stato di fermo. Secondo quanto riferito dal governo regionale polacco di Rzeszów in un post su Facebook, l’autobus trasportava persone provenienti dalla regione sud-orientale polacca dei Podkarpazia che stavano tornando da un pellegrinaggio in Bosnia-Erzegovina.

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

An aerial photo taken by drone shows the emergency services as they attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

Il primo ministro ungherese, Péter Magyar, ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e ha ringraziato i soccorritori intervenuti sul posto. Il presidente polacco Karol Nawrocki ha espresso il suo “profondo cordoglio” per l’incidente, scrivendo in un post su X: “Mi unisco alle famiglie e ai cari delle vittime nella preghiera e nella profonda solidarietà”. La Polonia, ha dichiarato il primo ministro Donald Tusk, invierà un aereo d’emergenza.

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Uomo morto in casa dopo un litigio a Stignano (Reggio Calabria): fermata la moglie. Attesa per l’autopsia

È stata sottoposta a fermo la moglie di Franco Fava, l’operaio edile di 55 anni trovato morto nella sua abitazione di Stignano, nel Reggino, la sera di Ferragosto. La donna, 47 anni, era in casa con il marito al momento del decesso. I due, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, stavano litigando da tempo quando l’uomo sarebbe caduto nella cucina dell’abitazione, battendo violentemente la parte posteriore della testa sul pavimento. La dinamica, però, non è ancora stata chiarita. È proprio su questo punto che si concentrano gli accertamenti dei carabinieri della Compagnia di Roccella Ionica e della Procura di Locri: bisogna stabilire se Fava abbia perso l’equilibrio durante il litigio oppure se sia stato spinto dalla moglie. Al momento sarebbe stata esclusa l’ipotesi che l’uomo sia stato colpito con un corpo contundente.

Dopo la caduta, Fava avrebbe perso conoscenza quasi subito. I vicini, allarmati dalle urla provenienti dall’abitazione, hanno chiamato i soccorsi. Quando il personale del 118 è arrivato, l’uomo era già in condizioni disperate. I sanitari hanno tentato di rianimarlo, ma Fava è morto nel giro di pochi minuti. Nell’abitazione i carabinieri hanno trovato alcune tracce di sangue. I militari hanno effettuato i rilievi per ricostruire quanto accaduto e verificare l’origine delle tracce. La casa è stata successivamente posta sotto sequestro.

Fava viveva a Stignano con la moglie e le loro due figlie gemelle di 14 anni. Le ragazze si trovavano in casa al momento dei fatti, ma non avrebbero assistito alla caduta del padre. Dopo essere state prese in carico dai servizi sociali, sono state affidate temporaneamente ad alcuni familiari della coppia. La moglie, secondo quanto si è appreso, non avrebbe fornito dichiarazioni agli investigatori né ai magistrati. Dopo i primi accertamenti, la Procura ha disposto nei suoi confronti il fermo.

Resta ora da stabilire con esattezza la causa della morte e, soprattutto, che cosa abbia provocato il trauma alla testa. L’ipotesi investigativa è che la lesione sia stata provocata dalla caduta sul pavimento della cucina, ma saranno gli accertamenti medico-legali a fornire elementi decisivi. L’autopsia dovrà chiarire l’entità del trauma e se sia compatibile con una caduta accidentale o con una spinta. Compagnia di Roccella Jonica, impegnati negli accertamenti per ricostruire quanto accaduto.

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Mondiali ginnastica ritmica: Sofia Raffaeli è argento al cerchio

Si è laureata vicecampionessa del mondo al cerchio nella ginnastica artistica. La ginnasta azzurra alla 'Festhalle' di Francoforte in Germania, ha totalizzato 30.500 punti. Con due anni di anticipo si qualifica ai Giochi Olimpici di LA

© RaiNews

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Lo scandalo Fauci come svolta – con Alberto Contri



Secondo il professor Alberto Contri la vicenda Fauci segna un punto di svolta non solo per i suoi aspetti medici e politici ma anche perché finalmente espone la barriera ideologica che finora ha separato i benpensanti ingabbiati dalla “Matrix” da un lato e, dall’altro, i cittadini aperti al dubbio e all’esercizio del senso critico.

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Sinner 25 anni: ecco gli scatti più emozionanti

Palle imprendibili, scatti quasi "inumani", reazioni muscolari al limite della rottura e vittorie senza alibi: i primi 25 anni di un talento cristallino che ha riportato l'Italia ai vertici del tennis mondiale

© RaiNews

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Orca di Gibilterra vista con possibili ferite da armi da fuoco: e ora cosa succederà?

Ultime dalla teppa delle orche devastatrici che incrocia vicino Gibilterra: autorità locali e giornali di tutto il mondo riportano scandalizzati che una di esse sarebbe stata vista con possibili ferite derivanti da armi da fuoco.

 

Il che significa che qualcuno, per difendere la propria imbarcazione e quindi se stesso, potrebbe aver loro sparato. Una prospettiva che, nel mondo post-Roggero, pare a tutto l’establishment come completamente inaccettabile.

 

 

El Gobierno investiga si la orca Toñi ha sido tiroteada en su aleta con perdigones en el Estrecho de Gibraltar https://t.co/aO6qyBsMaf pic.twitter.com/H1mMaKP6Vw

— 20minutos.es (@20m) August 14, 2026

Il giornale Guardian, che è britannico come varie vittime dell’infame banda orcina, riporta che «venerdì, il ministero dell’ambiente spagnolo ha dichiarato che Toñi, il membro vivente più anziano del branco, era stata avvistata mentre nuotava nello Stretto di Gibilterra con segni sulla pinna dorsale “compatibili con colpi di fucile ad aria compressa”».

 

Capito, la belva ha un nome carino, anzi cariñoso, Toñi. Tipo: l’orca assassina Antonietta.

 

A dire la verità, per inciso, qualche anno fa Renovatio 21, che tiene conto del fenomeno e in generale non vuole dimenticare le cose, aveva già veduto immagini di un marinaio che apre il fuoco su di un’orca che gli stava affondando la barca. Che volete farci: Renovatio 21, a differenza dei giornali, non è fatta per indurre il lettore all’oblio, ma per ricordare tutto quanto può essere necessario a comprendere il mondo moderno.

 

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Torniamo al fattaccio della pinna bucherellata stile groviera. Ecco che il principale giornale del Regno d’Ispagna, El Pais, spiega che alcuni dei proiettili sono rimasti conficcati nella pinna dell’orca, rappresentando un rischio di infezione. Il ministero è in contatto con le autorità portoghesi, ha aggiunto la fonte, poiché i segni sono stati rilevati dopo che l’orca si era allontanata dalle acque al largo della città portoghese di Faro.

 

Ancora il Guardian: «nei giorni successivi alla scoperta delle ferite di Toñi, WeWhale e l’associazione Iberian Orca Guardians (IOG) hanno monitorato attentamente l’animale per individuare eventuali segni di debolezza. “Conosciamo Toñi. Eravamo con lei qualche settimana fa e queste ferite non c’erano”, ha dichiarato Janek Andre, co-fondatore dell’IOG».

 

«Eravamo con lei», dice l’ONGista. Tipo: a prendere il tè? A giuocare a rubamazzo? A guardare Beautiful dopo pranzo? È impressionante il linguaggio di carineria ed intimità che scappa qui a cetaceisti e giornalisti vari. E infatti arriva la lagrima.

 

«“Vedere Toñi, la Abuela [«la nonna», ndr], in queste condizioni è devastante”, ha aggiunto. “Se qualcuno le ha sparato deliberatamente con un fucile, non si tratta solo di un atto di estrema crudeltà contro un singolo animale. È un attacco a uno degli ultimi esemplari rimasti di una popolazione in pericolo critico di estinzione”».

 

Povere orche assassine. Infatti, l’articolo si chiude con la bella tesi giustificazionista, assicurando che  «da tempo i ricercatori cercano di evidenziare i numerosi fattori di stress a cui è sottoposta questa popolazione di orche, costretta a vivere lungo un’importante rotta marittima» insiste il Guardiano. «La scarsità di cibo, le ferite e l’inquinamento hanno ridotto la popolazione a un numero esiguo, compreso tra 30 e 40 individui».

 

Eccallà: le orche non sono assassine, sono gli esseri umani ad averle rese tali. La tesi ha avuto una nuova declinazione psico-ittica qualche mese fa, con i sapientoni (fidatevi degli esperti, sempre!) che sostengono che si tratta di un gruppo di orche adolescenti abbandonate dai genitori cetacei boomer per colpa del troppo pesce pescato dai pescherecci. Tipo, pollicino ma nel mondo delfinide, e l’orco cattivo è il pescatore bipede. Non una grinza, diciamo pure.

 

Impressionante poi l’arrivo di un nuovo personaggio, ignorato dalla stampa sino a ieri: ecco spuntare la «nonna» Antonietta, definita pure matriarca, dopo che tale titolo spettava fino a poco fa a tale Gladis, orchessa capobanda che dirigerebbe le aggressioni criminali: come sa il lettore di Renovatio 21, anche qui vi sono pletore di teorie giustificazioniste, per cui la bestiona si comporterebbe così a causa di un trauma subito, ma guarda, dagli esseri umani.

 

L’allarme verso la crudeltà contro le orche arriva, paradossalmente, quando sta circolando la storia della crudeltà delle orche verso le altre creature. Non ci riferiamo ai pericoli e i danni agli esseri umani, quelli, lo sappiam, non contano: parliamo della scoperta di come i cetacei bianconeri si divertano sadicamente a far esplodere i pesci luna.

 

Che volete farci: sono le PR pro-orche, che sbucano ciclicamente per difendere il predatore marino. Ricordiamo mesi fa la notizia, battuta con orgoglio e tenerezza da tutte le testate del mondo, che sarebbero state viste adottare cuccioli di globicefalo. Cosa ne facciano poi non è dato sapere – e sappiamo come si divertano a torturare i delfini – ma intanto la notizia è data, e poi i servizi sociali per i mammiferi marini non sono stati ancora istituiti (per il momento: quando lo saranno, conoscendo quello che succede ai minori in Italia, abbiamo una mezza idea di dove possano andare a finire).

 

Nah lmao orcas are dope. Dolphins can get it tho https://t.co/il5h7ule9I https://t.co/3eRKq4Jpsn

— ronny 🇧🇮 (@notronnyrick) June 20, 2023

 

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Lo abbiamo scritto, lo ripetiamo: con le orche stiamo percorrendo la scala di Geist, quella che fa comprendere l’escalation etologica di lupi e di altre fiere selvatiche verso la violenza contro gli umani. A breve, noi prediciamo, vi saranno persone divorate vive dalle orche.

 

E quindi, avanti così con la società estinzionista, con l’impero della Necrocultura e le sue armi animali ed animaliste.

 

L’uomo non può difendersi, né dai rapinatori, né dai lupi, né dagli orsi, né dalle orche.

 

L’essere umano deve accettare, una volta per tutte, di sparire dal pianeta, e basta. È, direbbe il generale de Gaulle, un vaste programme.

 

Osiamo fare una domanda, che gli ecofascisti non osano: cui prodest? A chi giova la riduzione dell’uomo, la sua sottomissione, la sua disintegrazione?

 

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La Chiesa nega i funerali ai massoni. Per fortuna

Recentemente ha fatto scalpore la notizia che in Italia sono state sospese due cerimonie funebri cattoliche destinate a persone appartenenti alla massoneria, applicando le norme previste dal diritto canonico.

 

Il 7 e l’8 agosto, due vescovi cattolici, rispettivamente a Roma e nella diocesi di Ventimiglia-Sanremo, hanno deciso di interrompere le celebrazioni religiose già programmate per due uomini la cui appartenenza alla massoneria era stata resa pubblica poco prima dei funerali. A Roma, il cardinale Baldassarre Reina, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, ha negato il permesso di celebrare la messa funebre per il musicista Bruno Battisti D’Amario – compositore e chitarrista noto per aver collaborato con il Maestro Ennio Morricone in numerose sue colonne sonore – dopo che il Grande Oriente d’Italia ne aveva reso nota l’appartenenza alle proprie fila.

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Il giorno seguente il vescovo della diocesi di Ventimiglia-Sanremo ha annullato un altro funerale cattolico, motivando la decisione con riferimento al canone 1184 del Codice di Diritto Canonico e con il precedente costituito dal caso avvenuto a Roma. Il Corriere della Sera ci dice che il porporato «ha disposto la sospensione delle esequie ecclesiastiche di Mario Tarducci, 73 anni, già maestro venerabile della loggia massonica Mimosa n. 985 all’Oriente di Bordighera, i cui funerali erano previsti stamani nella chiesa di San Marco Evangelista a Camporosso».

 

Nel giustificare la propria decisione, il vescovo ha chiarito che l’appartenenza del defunto alla loggia massonica è stata conosciuta «solo ad esequie già fissate», tramite articoli apparsi sui giornali locali e le partecipazioni di cordoglio esposte pubblicamente, nelle quali veniva indicato il ruolo di Tarducci quale «venerabile maestro».

 

«Battisti D’Amario era infatti fondatore di una loggia romana del Grande Oriente d’Italia e autore dell’inno ufficiale dell’organizzazione massonica» riporta La Repubblica. «Proprio queste informazioni, diffuse attraverso una nota pubblicata dal Grande Oriente d’Italia dopo la sua morte, hanno portato alla decisione delle autorità ecclesiastiche».

 

Il rettore della Chiesa degli Artisti, dove si sarebbe dovuta svolgere la funzione funebre, monsignor Antonio Staglianò, ha dichiarato: «Sono stato allertato dalla Segreteria di Stato che mi ha girato l’articolo del Grande Oriente d’Italia rivelando l’identità massonica apicale del chitarrista D’Amario. Ho chiamato il cardinale chiedendogli di farmi mandare dall’ufficio giuridico una dichiarazione circa l’impossibilità di celebrare le esequie in chiesa. Cosa che il cardinale vicario ha fatto».

 

La vicenda riporta inevitabilmente alla storica posizione della Chiesa cattolica nei confronti della massoneria, una posizione che affonda le proprie radici nel magistero di Leone XIII. Nell’occasione vale la pena rileggere qualche passaggio dell’enciclica Humanum genus dei Leone XIII, pubblicata il 20 aprile 1884:

 

«Vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica Quod Apostolici muneris, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra Arcanum prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia Diuturnum ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani».

 

«Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio».

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Al di là della vicenda che ha riguardato le sue esequie, merita di essere ricordata anche la lunga e prestigiosa carriera di Bruno Battisti D’Amario, figura di rilievo della musica italiana. Chitarrista, compositore e arrangiatore, si forma al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, conseguendo il diploma sia in chitarra sia in composizione.

 

Durante gli anni della formazione entra in contatto con Ennio Morricone, con il quale inizia una collaborazione destinata a segnare profondamente la sua carriera. D’Amario partecipa come chitarrista alla realizzazione di numerose incisioni e di alcune tra le più celebri colonne sonore del cinema italiano. La sua chitarra è presente in importanti film musicati da Morricone, tra cui Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West, Il mio nome è Nessuno, Sacco e Vanzetti e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

 

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La sua attività non si limita al cinema. Tra gli anni Sessanta e Settanta D’Amario collabora con numerosi protagonisti della musica italiana, partecipando alle incisioni di brani interpretati, tra gli altri, da Gianni Morandi, Domenico Modugno, Rita Pavone, Luigi Tenco e Riccardo Cocciante. Lavora con importanti compositori e direttori d’orchestra, tra cui Armando Trovajoli, con il quale prende parte alla celebre commedia musicale Rugantino.

 

Entra a far parte dell’Orchestra della RAI e, nel corso della sua carriera, si dedica anche alla produzione discografica e all’attività di arrangiatore. A partire dal 1969 realizza alcuni album strumentali dedicati alla chitarra e, successivamente, collabora con Nicola Piovani, partecipando anche alla registrazione di due importanti album di Fabrizio De André: Non al denaro, non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

 

 

Al posto del rito funebre è stato consentito un momento di raccoglimento e preghiera. Sempre secondo il quotidiano del fu «laico» Eugenio Scalfari, il gesto è stato autorizzato «come atto di carità cristiana e come segno della speranza che noi cattolici possiamo nutrire per tutti», ha dichiarato monsignor Staglianò.

 

Occorre rammentare cosa dice il diritto canonico (Can. 1184) in merito:

 

«1) Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1° quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2° coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3° gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli. 2) Presentandosi qualche dubbio, si consulti l’Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare».

 

La decisione riporta alla luce la storica incompatibilità tra appartenenza alla Chiesa cattolica e adesione alla massoneria, ribadita più volte dal Magistero e confermata anche negli ultimi decenni dalla Santa Sede. Secondo la dottrina cattolica, l’iscrizione alle associazioni massoniche resta incompatibile con la fede cristiana e impedisce l’accesso ai sacramenti.

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Alcune alte cariche ecclesiastiche rimarcano questo pericolo per Chiesa Cattolica, come il vescovo texano Joseph Strickland, che ha recentemente lanciato un avvertimento pubblico sull’incompatibilità della Massoneria con la fede cattolica. «È ora che ogni cattolico abbia ben chiaro che la Massoneria è INCOMPATIBILE con la nostra fede cattolica», aveva dichiarato il vescovo emerito di Tyler.

 

Come riportato da Renovatio 21, anche il vicario generale della diocesi di Evansville, nell’Indiana, ha ribadito con forza ai cattolici che la Chiesa non consente ai suoi membri di aderire alle logge massoniche: «non possiamo sostenere le organizzazioni … che si oppongono alla Chiesa cattolica e hanno la sua caduta come uno dei loro obiettivi». Come ricordava Papa Leone XIII, la massoneria ha il desiderio di «Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale».

 

La carriera del chitarrista romano è di tutto rispetto e lo eleva a uno dei più talentuosi musicisti italiani; ma, al cospetto di Dio, il curriculum terreno non conta nulla. 

 

Concludo con le parole di Leone XIII: «Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Mt, 7, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta».

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Il decreto esecutivo di Trump sui vaccini: il parere degli esperti.

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Un ordine esecutivo firmato lunedì dal presidente Donald Trump ha riacceso il dibattito nazionale sui vaccini infantili. Il giornale The Defender ha intervistato esperti legali e di sanità pubblica, che hanno discusso di cosa l’ordine esecutivo potrebbe realizzare e di quali potrebbero essere i limiti legali, giudiziari e costituzionali.

 

Un ordine esecutivo firmato lunedì dal presidente Donald Trump ha riacceso il dibattito nazionale sui vaccini infantili. L’ordine prevede cambiamenti radicali alla politica vaccinale statunitense, tra cui la riduzione del numero di malattie per le quali i bambini ricevono i vaccini di routine e la tutela dei diritti dei genitori e della libertà religiosa.

 

Mary Holland, CEO di Children’s Health Defense (CHD), ha affermato che l’ordinanza è una mossa «significativa» che «annuncia un impegno per la libertà».

 

La dottoressa Jane Orient, direttrice esecutiva dell’Associazione dei medici e chirurghi americani, ha affermato che il decreto esecutivo «è un passo positivo e stimolerà un dibattito che attualmente viene soffocato».

 

Ma al di là del simbolismo del sostegno dell’amministrazione alla salute e alla libertà medica, e della riaccensione del dibattito pubblico sui potenziali rischi associati alle vaccinazioni infantili di routine, restano aperti interrogativi sulla misura in cui l’ordine esecutivo sia applicabile e sulla sua capacità di portare a cambiamenti concreti nella politica vaccinale statunitense.

 

Il giornalista del Defender ha intervistato esperti legali e di sanità pubblica, che hanno discusso di cosa potrebbe realizzare l’ordine esecutivo e di dove potrebbero sussistere limitazioni legali, giudiziarie e costituzionali.

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L’ordinanza non modifica immediatamente il calendario vaccinale infantile.

L’ordine esecutivo di Trump invita gli stati ad armonizzare le proprie politiche con uno studio del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS) che dimostra come l’attuale programma di vaccinazione infantile contro 18 malattie richieda un numero maggiore di vaccinazioni rispetto ad altri paesi ad alto reddito in Europa e Asia.

 

Il decreto esecutivo chiede inoltre agli Stati di valutare la possibilità di aggiornare le proprie leggi sulle vaccinazioni scolastiche per recepire le nuove raccomandazioni e consiglia alle agenzie federali di integrare le nuove linee guida nelle proprie politiche.

 

Brian Hooker, Ph.D., responsabile scientifico del CHD, ha affermato che l’ordinanza «contiene moltissimi passi positivi verso la fine dell’epidemia di malattie croniche negli Stati Uniti», un problema che le amministrazioni precedenti «hanno rimandato per oltre 25 anni».

 

Scrivendo sul suo blog, l’avvocato Rick Jaffe ha affermato che l’ordine esecutivo è«molto importante» se si guarda al «quadro generale», ma il suo impatto potrebbe essere limitato nel breve termine.

 

Jaffe ha dichiarato a The Defender che gli ordini esecutivi «non hanno forza di legge». Sono invece «i governi statali a decidere sull’obbligo vaccinale scolastico». Ciò significa che l’ordine esecutivo ha «un effetto operativo immediato minimo o nullo».

 

L’ordine esecutivo non modifica formalmente il calendario vaccinale infantile raccomandato dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), né i requisiti vaccinali a livello statale e scolastico, ha scritto Jaffe. «Non oggi, non tra novanta giorni e non finché non accadrà qualcos’altro di importante».

 

Jaffe ha scritto che l’obbligo vaccinale nelle scuole rientra nella sfera del «potere di polizia statale» e non può essere annullato da un decreto esecutivo.

 

Ha osservato che gli stati «si sono allontanati dalle raccomandazioni federali di propria iniziativa» sin da quando Trump e il segretario alla Salute statunitense Robert F. Kennedy Jr. si sono insediati lo scorso anno.

 

Nel corso dell’ultimo anno, alcuni stati hanno stabilito i propri calendari vaccinali, in linea con le precedenti raccomandazioni del CDC, e non con le modifiche più recenti introdotte dall’amministrazione Trump.

 

«L’unica cosa che il governo federale può fare è formulare raccomandazioni sulla vaccinazione infantile e controllare i programmi di finanziamento federali come il Programma Vaccini per i Bambini, che fornisce vaccini gratuiti ai fornitori di servizi Medicaid», ha affermato Jaffe.

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«Qualsiasi provvedimento emanato tramite decreto presidenziale può essere annullato tramite decreto presidenziale»

Jaffe ha scritto che la maggior parte degli stati non aveva ancora allineato completamente i propri calendari vaccinali infantili o i requisiti di vaccinazione scolastica al calendario raccomandato dai CDC, nemmeno prima delle modifiche introdotte dall’attuale amministrazione, né aveva allineato completamente i propri calendari alle raccomandazioni dell’American Academy of Pediatrics (AAP), che lo scorso anno ha sviluppato un proprio calendario alternativo.

 

«Il divario tra raccomandazione e obbligo è sempre stato più ampio di quanto si pensi», ha scritto Jaffe. «Il programma federale copriva (più o meno) diciotto malattie. La California ne richiede dieci per le scuole. Il Massachusetts ne richiede nove, dalla scuola materna fino al liceo».

 

La dottoressa Meryl Nass, specialista in medicina interna e fondatrice di Door to Freedom, ha scritto su Substack che l’ordine esecutivo di Trump mirava a «modificare sostanzialmente le raccomandazioni del CDC senza passare attraverso il CDC».

 

Tuttavia, ha affermato, «saranno gli Stati a dover apportare i cambiamenti necessari, se si vogliono ottenere dei cambiamenti. In sostanza, tutti gli Stati a maggioranza democratica hanno indicato in passato di non voler seguire le raccomandazioni di Trump o quelle del suo CDC».

 

«Le raccomandazioni politiche contenute nell’ordine esecutivo sono significative, ma 28 stati hanno già indicato che non le seguiranno, preferendo le raccomandazioni sostenute dalle case farmaceutiche tramite l’AAP», ha affermato Holland.

 

Anche gli ordini esecutivi possono essere facilmente annullati. «Qualsiasi provvedimento emanato tramite ordine esecutivo può essere annullato tramite un altro ordine esecutivo», ha affermato Karl Jablonowski, Ph.D., ricercatore senior del CHD. «Se la politica in materia di vaccinazioni rimane politicamente controversa, l’ordine esecutivo sarà sottoposto a una nuova votazione» durante le prossime elezioni presidenziali, ha aggiunto.

 

«I restanti 819 giorni dell’amministrazione Trump non sono molti per fare la ricerca scientifica (che non siamo riusciti a fare per decenni), implementare nuove politiche guidate da tale ricerca scientifica… misurare i risultati delle nuove politiche e comunicare i cambiamenti ai cittadini», ha affermato Jablonowski.

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Le modifiche al calendario vaccinale del CDC restano bloccate da un’ordinanza del tribunale federale

Anche le modifiche al calendario vaccinale infantile raccomandato dai CDC o alle politiche a livello statale sono state ostacolate da ricorsi giudiziari.

 

L’anno scorso, l’AAP e altre organizzazioni mediche hanno intentato causa contro Kennedy e l’HHS per diverse modifiche alle politiche vaccinali introdotte dall’amministrazione Trump. L’AAP sostiene che tali modifiche, tra cui quelle al calendario vaccinale raccomandato per l’infanzia, siano state apportate illegalmente.

 

A marzo, un giudice federale ha bloccato le modifiche al calendario e sospeso le nomine dei nuovi membri del Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (ACIP) nominati tra giugno 2025 e gennaio 2026. L’ACIP fornisce consulenza al CDC in materia di politiche vaccinali e formula raccomandazioni non vincolanti.

 

Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha presentato ricorso contro la sentenza, ma la sospensione rimane in vigore. L’ACIP non si riunisce da dicembre 2025.

 

Jaffe ha scritto che l’ordine esecutivo di Trump non cambia nulla in relazione alla causa intentata dall’AAP o alla sentenza di marzo.

 

«Un presidente non può annullare un’ingiunzione di un tribunale federale firmando un documento diverso», ha scritto Jaffe. «Non può ordinare ai suoi subordinati di fare ciò che un tribunale ha vietato loro di fare».

 

Secondo Jaffe, ciò significa che le sentenze emesse nel caso AAP rimarranno «legge applicabile a quel caso fino a quando un tribunale superiore non le modificherà».

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Un decreto presidenziale obbliga gli stati a riconoscere le esenzioni per motivi religiosi?

Per Jablonowski, «il paladino dell’ordine esecutivo è “l’autorità genitoriale”».

 

L’ordine esecutivo di Trump incarica il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) di indagare sugli stati che potrebbero violare i diritti dei genitori e la libertà religiosa, comprese le agevolazioni per le persone con disabilità e le esenzioni religiose e mediche per le vaccinazioni infantili.

 

Jaffe ha dichiarato a The Defender:

 

«Il potere esecutivo federale non ha… il potere di creare un diritto costituzionale federale all’esenzione religiosa dalla vaccinazione. Solo i tribunali possono creare o riconoscere un tale diritto e finora non lo hanno fatto».

 

Ma Nass ha suggerito che il potere dell’ordine esecutivo di imporre cambiamenti basati sui diritti genitoriali e religiosi potrebbe derivare dai finanziamenti federali. Ha affermato che l’ordine potrebbe agire come «una velata minaccia agli stati affinché si conformino» ai desideri dell’amministrazione Trump in materia di politica vaccinale.

 

«Il CDC fornisce ingenti fondi per la sanità pubblica negli stati e, se questi venissero bloccati, avrebbe un impatto enorme«, ha affermato Nass. «Anche altre agenzie federali potrebbero potenzialmente bloccare i finanziamenti per vari progetti, compresi gli aiuti alle scuole».

 

Nass ha anche suggerito che il governo federale «potrebbe citare in giudizio gli stati che non offrono esenzioni religiose o non limitano le esenzioni mediche». Tuttavia, ha messo in dubbio che il neonominato procuratore generale Todd Blanche sarebbe «pronto a investire risorse in questo ambito».

 

Nass ha inoltre sollevato dubbi sulla disponibilità del governo federale a utilizzare altri poteri coercitivi di cui potrebbe disporre.

 

«Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha un team per i diritti civili, ma non so se abbiano il diritto di contestare legalmente gli stati su questioni come il rifiuto di esenzioni religiose, o se debbano passare attraverso il Dipartimento di Giustizia», ​​ha detto Nass. «Forse il team per i diritti civili dell’HHS potrebbe formulare raccomandazioni su come l’HHS distribuisce i fondi agli stati e quindi fornire una leva per il cambiamento», ha aggiunto.

 

Sul suo blog, Jaffe ha affermato che il potere del governo federale di negare i finanziamenti agli stati che continuano a mantenere politiche vaccinali in contrasto con quelle del governo federale è «inferiore a quanto si pensi», citando l’esempio della California e una recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, National Federation of Independent Business (NFIB) contro Sebelius.

 

«Circa 174 miliardi di dollari all’anno transitano per il bilancio statale della California da Washington, pari a circa il 35% del totale, e circa 119 miliardi di dollari di questi sono destinati a Medi-Cal. Nella sentenza NFIB contro Sebelius, la Corte Suprema ha stabilito… che il governo federale non può tenere in ostaggio l’intero finanziamento Medicaid per costringere uno stato ad adottare un programma diverso da Medicaid».

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L’impatto del decreto esecutivo potrebbe farsi sentire «in aula d’esame»

Jaffe ha dichiarato a The Defender che il governo federale non dispone di una chiara autorità legale per obbligare gli stati a riconoscere i diritti religiosi, comprese le esenzioni per motivi religiosi dall’obbligo vaccinale.

 

«La Corte Suprema non ha mai stabilito che il Primo Emendamento richieda un’esenzione religiosa dall’obbligo vaccinale, e nemmeno alcuna corte d’appello federale lo ha fatto», ha affermato Jaffe. «Il Congresso ha inserito un requisito di accomodamento religioso nel Titolo VII per i dipendenti, ma non ne ha mai inserito uno per gli studenti, motivo per cui New York e il Connecticut sono riusciti ad abrogarlo e a superare i ricorsi», ha aggiunto Jaffe.

 

New York e Connecticut sono tra i quattro stati che hanno vietato le esenzioni religiose per gli studenti. Anche la California e il Maine hanno eliminato le esenzioni religiose. In West Virginia, la questione è oggetto di contenziosi e dibattiti politici in corso.

 

Jaffe ha affermato che il governo federale ha molta più libertà di avviare indagini. «La questione più importante è l’autorità investigativa, e questi strumenti sono a disposizione del Dipartimento di Giustizia e dell’ufficio per i diritti civili del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani. Entrambi possono avviare verifiche di conformità senza attendere che qualcuno presenti una denuncia», ha scritto Jaffe.

 

Secondo Jaffe, l’impatto maggiore del decreto esecutivo potrebbe farsi sentire «nella sala d’esame». Ha scritto:

 

«Questo documento federale firmato conferma quanto le famiglie affermano da anni, ovvero che la vaccinazione contro l’influenza e il COVID è una decisione clinica condivisa e che distanziare le vaccinazioni in visite separate è una scelta legittima, non un difetto».

 

«Questo è un aspetto importante in una conversazione con un pediatra, e lo è ancora di più se un rifiuto dovesse sfociare in una segnalazione per negligenza medica o in una controversia per l’affidamento dei figli».

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«La libertà medica è ormai un tema centrale per il Partito Repubblicano»

Per Michael Kane, direttore del settore advocacy di CHD, l’ordine esecutivo è significativo in quanto è stato firmato nel periodo precedente alle elezioni di medio termine del Congresso di quest’anno.

 

«L’aspetto più rilevante di questo ordine esecutivo è che è stato firmato di lunedì, nel pieno della campagna elettorale», ha affermato Kane. «Ciò significa che la questione dei vaccini ha ricevuto il via libera dal Partito Repubblicano, che la considera un tema a proprio vantaggio nelle elezioni di medio termine. Stiamo assistendo a una dimostrazione di come la libertà di scelta in ambito medico sia diventata una priorità per i Repubblicani».

 

L’ordine esecutivo concede a Kennedy e al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) 90 giorni per presentare a Trump i piani relativi alle tempistiche e alla sequenza di somministrazione dei vaccini, all’analisi dei rischi e dei benefici e al miglioramento del monitoraggio della sicurezza.

 

«Tra novanta giorni, lunedì, saremo all’inizio di novembre», ha scritto Jaffe, proprio prima delle elezioni di metà mandato.

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

© 11 agosto 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Netanyahu attacca Londra con una frecciata definendola una «Gran Bretagna islamica»

Il primo m inistro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il Regno di Gran Bretagna la «Repubblica Islamica di Gran Bretagna», mentre il nuovo governo laburista del Paese sta valutando l’adozione di misure contro Israele.

 

Intervenendo venerdì a un podcast della Radio dell’Esercito israeliano, Netanyahu ha criticato la copertura mediatica britannica su Israele, paragonandola a quella della Guerra dei Sei Giorni del 1967.

 

«Andate a cercare qualcosa di simile in Gran Bretagna oggi, che potreste definire la Repubblica Islamica di Gran Bretagna», ha affermato, secondo quanto riportato dai media israeliani.

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Netanyahu ha poi ripreso una battuta fatta nel 2024 dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, secondo cui la Gran Bretagna potrebbe diventare la prima «Repubblica Islamica con armi nucleari».

 

Secondo gli ultimi dati del censimento, i musulmani rappresentano circa il 6 % della popolazione del Regno Unito, mentre il Pakistan, ufficialmente Repubblica Islamica del Pakistan, possiede armi nucleari dagli anni Novanta.

 

Il ministero degli Esteri britannico ha definito i commenti «completamente inaccettabili», sottolineando che la questione era già stata sollevata con il governo israeliano.

 

Le relazioni tra Londra e Israele si sono deteriorate da quando Londra ha formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina nel settembre 2025, una mossa respinta dal governo di Netanyahu.

 

Lo scambio di battute avviene poche settimane dopo l’insediamento di Andy Burnham come primo ministro. Prima di entrare in carica, Burnham aveva affermato che il Partito Laburista «non aveva agito correttamente» sulla questione di Gaza, sostenendo che la Gran Bretagna doveva esercitare maggiore pressione sul governo israeliano, anche attraverso l’uso di sanzioni e misure volte a colpire il commercio con gli insediamenti israeliani.

 

Ciononostante, la Gran Bretagna ha mantenuto legami commerciali con Israele nel settore delle esportazioni militari. Sebbene Londra abbia sospeso alcune licenze per la fornitura di armi nel 2024 a causa del timore che le attrezzature potessero essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, ha esentato i componenti forniti attraverso il programma multinazionale F-35.

 

La Gran Bretagna ha anche fornito supporto militare durante il conflitto di quest’anno con l’Iran. Londra ha schierato aerei per intercettare gli attacchi iraniani e ha autorizzato le forze statunitensi a utilizzare basi britanniche per operazioni contro i lanciatori missilistici iraniani e siti correlati. La cooperazione in materia di sicurezza tra Gran Bretagna e Israele ha incluso voli di sorveglianza su Gaza e la condivisione di informazioni di intelligence.

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Queste dichiarazioni giungono dopo le notizie di una crescente frustrazione nei confronti di Netanyahu negli Stati Uniti. Venerdì, Axios ha riportato che il presidente Donald Trump si è rifiutato di appoggiare Netanyahu in vista delle elezioni israeliane di ottobre, nonostante le ripetute richieste in merito.

 

All’inizio di questo mese, il primo ministro israeliano ha respinto un piano in 15 punti per Gaza, sostenuto da Trump, ribadendo che le forze israeliane non si sarebbero ritirate fino al completo disarmo di Hamas.

 

I rapporti recenti tra il Netanyahu e il governo britannico sono stati complessi fino al grottesco.

 

Come riportato da Renovatio 21, è riportato nel libro di memorie dell’ex premier Boris Johnson che nel 2017 una squadra di sicurezza britannica ha trovato un dispositivo di intercettazione nel bagno personale dell’allora ministro Johnson, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva chiesto di accedervi per espletare i suo bisogni fisiologici.

 

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Terremoto di magnitudine 7.7 in Indonesia

Un violentissimo terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito la costa indonesiana poco prima delle 6 del mattino di sabato, danneggiando edifici e provocando uno tsunami. Secondo le prime stime, almeno cinque persone sono morte.

 

L’epicentro del terremoto ha colpito il fondale marino a circa 30 chilometri a nord-est di Mbay, nell’Indonesia orientale, secondo quanto riferito dall’Agenzia indonesiana di meteorologia, climatologia e geofisica (BMKG).

 

I video che circolano sui social media, e che presumibilmente riprendono il terremoto, mostrano facciate di edifici che crollano mentre persone terrorizzate fuggono.
Altri filmati mostrano edifici completamente crollati.

 

🇮🇩 A 7.7 just slammed Indonesia, and it’s the sixth magnitude 7+ quake the planet has taken in only two months.

Right after the shaking stopped, the sea along the coast started pulling back hard.

It’s pure nightmare fuel… When the ocean disappears like that, the first tsunami…

— Mario Nawfal (@MarioNawfal) August 14, 2026

⚡ The death toll from the powerful earthquake in Indonesia has risen to 38

During the 7.7-magnitude earthquake, a gangway collapsed at the port of Mbay as people were boarding a vessel. People fell into the water along with the structure. https://t.co/EzPmZzXqbn pic.twitter.com/T1DfW0XZyz

— NEXTA (@nexta_tv) August 15, 2026

🚨عاجل.. تسونامي زلزال إندونيسيا يصل 🇮🇩

موجة التسونامي التي تم التحذير منها وصلت لكن كانت امواج صغيرة بلغت 0.94 متر، حيث تراجعت مياه البحر في وقت سابق بعد الزلزال وهذه دلالة على وشك حدوث التسونامي.pic.twitter.com/W7gBIlFSEk
حيث ضرب زلزال قوي بقوة 7.7 درجة سواحل جزيرة فلوريس… https://t.co/GkYpXnnIVD

— اطّلاع (@Ettla3) August 15, 2026

 

This is the moment a building crumbled as a 7.7-magnitude earthquake struck Indonesia on Saturday.

At least 38 people are dead and there are reports of damage to other buildings in the region.

The earthquake struck Flores Island at around 5am local time, at a depth of 15… pic.twitter.com/tRW08OVztT

— Channel 4 News (@Channel4News) August 15, 2026

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Secondo l’agenzia metereologica indonesiana, in diverse regioni sono state segnalate onde di tsunami alte fino a 0,94 metri.

 

Tre scosse di assestamento di magnitudo 5,6, 6,1 e 5 hanno fatto seguito al terremoto iniziale, ha riferito l’US Geological Survey (USGS).

 

Almeno cinque persone sono state uccise, ha dichiarato Melki Laka Lena, governatore della provincia sud-orientale di Nusa Tenggara Orientale, in una dichiarazione riportata dai media.

 

L’Indonesia, un vasto arcipelago di migliaia di isole, si trova nel punto d’incontro di diverse importanti placche tettoniche e si estende lungo la Cintura di fuoco del Pacifico, una delle regioni sismicamente più attive della Terra.

 

Il Paese ha dovuto affrontare terremoti devastanti negli ultimi decenni, tra cui un sisma di magnitudo 9.1 nel 2004, che ha causato la morte di oltre 220.000 persone nell’intera regione.

 

Più recentemente, centinaia di persone sono morte a causa di un terremoto di magnitudo 6.9 a Lombok, nell’Indonesia centro-meridionale, nel 2018.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa si era avuto un devastante sisma in Colombia. Nel mese di giugno due terremoti hanno colpito il vicino Venezuela, provocando la morte di oltre 6.300 persone.

 

Ancora due mesi fa un sisma aveva causato diecine di morti e crollo di edifici a Mindanao, nelle Filippine. L’arcipelago era stato colpito, con accluso uno tsunami, anche l’anno passato. Poco prima era stato terremotato il confine Afghanistan-Pakistan, con almeno 800 decessi.

 

Due settimane fa un sisma di magnitudine 7.1 ha colpito la prefettura di Kumamoto, nel Giappone meridionale, radendo al suolo palazzi.

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Nigel Farage vince contro il Conte «faccia-da-cestino»

Il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha riconquistato il suo seggio in Parlamento, in un’elezione suppletiva boicottata da tutti gli altri principali partiti britannici. Farage aveva lasciato il suo seggio e indetto le elezioni nel tentativo di «dare un segnale di sfida all’establishment».

 

Giovedì il Farage è stato dichiarato vincitore nel suo collegio elettorale di Clacton, ottenendo il 63 % dei voti, un incremento del 17 % rispetto al 2024.
Tuttavia, quest’anno gli unici avversari di Farage erano candidati eccentrici e marginali, con il Partito Laburista, i Conservatori, i Liberal Democratici e i Verdi che hanno boicottato le elezioni. Tra questi candidati, Count Binface («faccia-da-cestino»), un comico della BBC il cui costume include un bidone della spazzatura in testa, ha ottenuto il 27 % dei voti.

 

I came first in the Clacton by-election! Of the candidates who bothered to turn up for the results. Here is my victory speech! pic.twitter.com/PBaLO10P2j

— Count Binface (@CountBinface) August 14, 2026

 

“Even if I got 12%, 1 in 8 people in Clacton would rather vote for a space warrior shaped like a bin than Nigel Farage. That would be interesting, wouldn’t it”

Count Binface speaks to Sky’s @JonCraig as counting continues in Clacton https://t.co/MVXBDydaRc

📺 Sky 501 pic.twitter.com/Dix8yGQjg1

— Sky News (@SkyNews) August 14, 2026

Americans meet Count Binface.

There may be some cultural translation issues. 🤣🇬🇧🇺🇸🗑 pic.twitter.com/yLl6SPmvNc

— Liz Webster (@LizWebsterSBF) August 11, 2026

 

An American interviewer asked me about my political beliefs. #VoteBinface pic.twitter.com/i31YytTh7B

— Count Binface (@CountBinface) August 11, 2026

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Il boicottaggio è stata una mossa calcolata dai partiti tradizionali del Regno Unito, volta a delegittimare le elezioni. Farage ha lasciato il suo seggio a luglio nel tentativo di riconquistarlo con una maggioranza più ampia rispetto al 2024, un risultato che avrebbe umiliato i suoi avversari nei partiti principali. In una dichiarazione rilasciata all’epoca, ha descritto le elezioni come un’opportunità per gli elettori di «mostrare il dito medio all’establishment».

 

Sebbene al Farage sia stata negata l’opportunità di sconfiggere laburisti e conservatori per la seconda volta in due anni, ha comunque presentato la sua vittoria di giovedì come una «vittoria contro l’establishment».

 

«Ho indetto queste elezioni suppletive perché volevo che fossero i cittadini di Clacton a giudicarmi, non i media tradizionali britannici e l’establishment politico che ci dipinge come criminali», ha dichiarato ai suoi sostenitori dopo l’annuncio dei risultati. «Abbiamo sconfitto il candidato del partito unico».

 

Sebbene il conte Binface fosse un candidato insolito, fu sostenuto dai media liberali e, secondo Farage, «c’erano attivisti liberaldemocratici, laburisti e conservatori che facevano campagna elettorale per il conte Binface».

 

Al momento delle dimissioni del Faraggio, egli era sotto inchiesta da parte dell’organismo di controllo parlamentare britannico da maggio, per una donazione di 5 milioni di sterline (6,7 milioni di dollari) ricevuta dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne prima del suo insediamento nel 2024.

 

L’indagine si è poi ampliata dopo che il Sunday Times ha rivelato che oò Farraggio non aveva dichiarato i finanziamenti ricevuti dal truffatore condannato George Cottrell tra il 2019 e il 2024, sostenendo di non aver fatto nulla di male e che la donazione di Harborne è stata «un generoso regalo personale» che gli permetterà di pagare le spese per la sicurezza.

 

Il Farage insiste sul fatto di non essere stato obbligato a dichiarare i benefici ricevuti da Cottrell – che presumibilmente gli avrebbe permesso di soggiornare nelle sue proprietà e di usufruire di una scorta privata – poiché non ricopriva alcuna carica pubblica quando li ha ricevuti.

 

L’indagine è stata sospesa quando il politico guida della Brexit ha lasciato il suo seggio, ma è stata immediatamente riaperta non appena i risultati sono stati resi noti giovedì scorso.

 

Il conte Binfaccia – la cui candidatura può ricordare un episodio della serie distopica Black Mirror, in cui un orsetto con idee satiricamente populiste vince le elezioni prima in Gran Bretagna poi in tutto il mondo – non è il primo personaggio improbabile che si presente più o meno goliardicamente alle elezioni.

 

Ricordiamo, negli Stati Uniti, il caso di Vermine Supreme, artista e attivista politico famoso per essersi candidato plurime volte alle primarie delle elezioni presidenziali (sia democratiche che repubblicane) degli Stati Uniti, nelle cui campagne indossa uno stivale da pioggia come cappello e porta un grosso spazzolino.

 

Arrivando talvolta a cavallo ai comizi, usa lo slogan «un tiranno di cui puoi fidarti».

 

 

Tra le sue promesse elettorali, un pony gratuito per ogni cittadino e l’igiene orale obbligatoria (cioè vuole una legge che costringa tutti a lavarsi i denti). Egli ha promesso altresì ai cittadini americani «di portarvi via tutte le armi per darvene di migliori»

 

Vermine Love Supreme (nome per esteso: «Amore supremo verminoso») promette di finanziare ricerche scientifiche sui viaggi nel tempo e sostiene accesamente la necessità di prepararsi a un attacco di zombi, usando la loro energia per produrre elettricità.

 

Il candidato nel 2006 donò un organo alla madre malata, ma non ne fece una pubblicità elettorale.

 

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Studiosa ebrea eletta a capo dell’Associazione Biblica Cattolica americana

Una studiosa ebrea del Nuovo Testamento, recentemente eletta presidente della Catholic Biblical Association (CBA), associazione cattolica per lo studio della Bibbia, ha dichiarato che uno dei suoi principali obiettivi è contrastare le interpretazioni, a suo dire antiebraiche, delle Scritture cristiane. Lo riporta LifeSite.

 

La professoressa Amy-Jill Levine ricoprirà la carica di presidente dell’associazione per l’anno 2026-2027. Nell’annunciare la sua elezione, la CBA ha sottolineato che Levine è stata la prima studiosa ebrea a insegnare il Nuovo Testamento presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma nel 2019 e che il suo «solido rapporto con Roma è testimoniato soprattutto dalle tre udienze avute con papa Francesco».

 

Secondo un articolo del National Catholic Reporter (NCR) che ne celebrava l’elezione, la Levine ha sostenuto che molti membri del clero «continuano a basarsi su commentari appresi durante la loro formazione in seminario decenni fa, piuttosto che su ricerche più recenti sul contesto ebraico di Gesù, dei farisei e dei Vangeli».

 

«Vorrei che questo materiale migliore arrivasse nelle mani di coloro che parlano ai fedeli, nelle mani di chi insegna studi biblici agli adolescenti o ai bambini nelle scuole parrocchiali, e che diventasse di uso comune», ha detto Levine a NCR. «Finora non è stato fatto».

 

«La Levine si è descritta come “un’ospite in questa casa”» continuava l’articolo del NCR. Il suo approccio agli studi ebraico-cristiani non consiste nel contestare le dottrine cattoliche, ha affermato, ma nell’esaminare il contesto storico e umano in cui è emerso il cristianesimo».

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«Per la Levine, questo approccio storico non sminuisce la fede cattolica. Al contrario, afferma, può approfondire la teologia cattolica prendendo “con la massima serietà l’umanità di questa persona (Gesù Cristo) che la Chiesa proclama Dio”»

 

«La Levine ha avuto una brillante carriera accademica e nel campo delle relazioni ebraico-cristiane» continua la testata cattolica. «È autrice o coautrice di oltre 20 libri, tra cui The Misunderstood Jew: The Church and the Scandal of the Jewish Jesus (2006) [«L’ebreo incompreso: la Chiesa e lo scandalo del Gesù ebreo», ndr], nominato tra i migliori libri da Publishers Weekly, The Bible With and Without Jesus: How Jews and Christians Read the Same Stories Differently (2020) [«La Bibbia con e senza Gesù: come ebrei e cristiani leggono le stesse storie diversamente», ndr], scritto in collaborazione con Marc Brettler e acclamato dalla critica, e The Jewish Annotated New Testament (2011 e 2017) [«Il Nuovo Testamento ebreo annotato», ndr], di cui è stata co-curatrice insieme a Brettler.

 

Tra i numerosi premi e riconoscimenti ricevuti, figurano l’elezione a membro dell’American Academy of Arts and Sciences e sei lauree honoris causa».

 

La Levine è cresciuta a North Dartmouth, nel Massachusetts, in un quartiere prevalentemente cattolico-portoghese, e ha descritto il suo primo approccio alle tradizioni cristiane in quel contesto. La Levine è stata eletta all’American Academy of Arts and Sciences nel 2021. Ha ricevuto il primo premio Seelisberg nel 2022 per il suo contributo alle relazioni ebraico-cristiane e il Bridge Award del Council of Christians and Jews nel 2022. È stata premiata con l’Hubert Walter Award for Reconciliation and Interfaith Cooperation nel 2023 dall’Arcivescovo di Canterbury. È stata eletta all’Academia Europaea nel 2024. L’American Academy of Arts and Sciences la elenca tra i membri della Sezione di Filosofia e Studi Religiosi eletti nel 2021

 

È membro della Congregazione Sherith Israel di Nashville, una sinagoga ortodossa, e si è definita una affiliata ortodossa «non ortodossa».

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Madrid respinge la rivendicazione di sovranità del Marocco su Ceuta e Melilla

La Spagna non discuterà con il Marocco della sovranità su Ceuta e Melilla, ha dichiarato il ministro della Difesa spagnola Margarita Robles, dopo che Rabat ha rinnovato pubblicamente le sue rivendicazioni sulle enclavi nordafricane.

 

Lo scambio avviene quasi due settimane dopo che decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine di Ceuta in un afflusso senza precedenti che ha travolto la città. Almeno 100 persone sarebbero morte, molte nel tentativo di attraversare il confine via mare, mentre Madrid ha schierato truppe e accelerato i rimpatri. La maggior parte di coloro che sono entrati è stata da allora rimandata indietro, ma tra 3.000 e 5.000 persone rimangono in territorio spagnolo, secondo le autorità locali.

 

Il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha dichiarato martedì alla televisione Asharq che Rabat solleva regolarmente la questione di Ceuta e Melilla nei negoziati con Madrid e cerca una soluzione a lungo termine attraverso il dialogo.

 

«Questa questione rimane irrisolta e la solleviamo ogni volta che incontriamo gli spagnoli. Rimaniamo fedeli ai nostri territori. Ciò richiede pazienza e desideriamo risolvere la questione attraverso il dialogo», ha affermato l’Ouahbi.

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In risposta, la ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha dichiarato ai giornalisti durante una visita a Ceuta mercoledì che le due città sono «completamente spagnole» e «intoccabili». Ha descritto qualsiasi sfida alle città come un attacco alla Spagna e ha avvertito che la crisi di confine «non deve mai più ripetersi».
Il Ministero degli Esteri spagnolo ha rilasciato una dichiarazione separata affermando che l’integrità territoriale del Paese «non è stata, e non sarà mai, discussa con nessuno».

 

Ceuta e Melilla sono gli unici territori spagnoli in Africa e costituiscono gli unici confini terrestri dell’Unione Europea con il continente. Il Marocco considera le enclavi territori occupati sin dall’indipendenza ottenuta nel 1956 e sostiene che la sovranità debba essere trasferita a Rabat. La Spagna le considera parte integrante del proprio territorio, avendo controllato Melilla fin dal XV secolo e Ceuta dal XVII.

 

Il confine è diventato ripetutamente un punto di tensione tra i due Paesi. Nel 2021, il Marocco ha allentato i controlli alle frontiere durante una disputa diplomatica sulla decisione della Spagna di fornire cure mediche al leader indipendentista del Sahara Occidentale Brahim Ghali, consentendo a migliaia di persone di entrare a Ceuta.

 

Le relazioni sono migliorate dopo che Madrid ha appoggiato la proposta di autonomia del Marocco per il territorio conteso nel 2022. Rabat, tuttavia, non ha rinunciato alle sue rivendicazioni su Ceuta e Melilla.

 

Madrid ha ampiamente elogiato le autorità marocchine per aver aiutato a rimpatriare i migranti dopo l’ondata di luglio, attribuendo la responsabilità della crisi alle reti di trafficanti di esseri umani. L’aumento dei flussi migratori è avvenuto poco dopo che la Corte Suprema spagnola ha stabilito che i migranti intercettati in mare mentre tentavano di raggiungere Ceuta o Melilla non potevano essere rimpatriati immediatamente.

 

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Il Comando Spaziale degli Stati Uniti progetta armi nello spazio

Il generale Stephen Whiting, a capo dello U.S. Space Command (SPACECOM), intende disporre di armi nello spazio. Lo riporta Breaking Defense.

 

«Siamo un comando combattente e lottiamo per vincere le guerre. Per vincere, abbiamo bisogno di capacità di fuoco credibili e riconosciute, sia cinetiche che non cinetiche. Sono una componente chiave per stabilire la superiorità spaziale e ripristinare una deterrenza credibile», ha dichiarato ieri al simposio annuale dell’Esercito sulla Difesa Spaziale e Missilistica a Huntsville, in Alabama.

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Le due priorità principali dello SPACECOM per gli anni fiscali 2029-2033 sono le «capacità di fuoco spaziale integrate» e la capacità di contrastare grandi costellazioni di satelliti in orbita terrestre bassa (LEO) al fine di affermare la superiorità spaziale, ha spiegato lo Whiting, che ha fornito esempi delle armi che il comando sta cercando, né ha definito il termine «capacità di fuoco spaziale», sebbene probabilmente si riferisca ad armi progettate per attaccare satelliti in orbita e/o per colpire obiettivi terrestri dallo spazio.

 

Il vice di Whiting, il tenente generale Rick Zellman, ha dichiarato l’11 agosto al simposio che le forze armate statunitensi hanno ora l’approvazione «politica» per tre tipi fondamentali di attacchi spaziali: attacchi terra-spazio che «conduciamo da anni» con «sistemi di disturbo delle comunicazioni»; attacchi spazio-spazio noti come «guerra orbitale»; e armi spazio-terra, dal momento che l’amministrazione Trump prevede di costruire intercettori spaziali per lo scudo antimissile Golden Dome.

 

Tuttavia, secondo Breaking Defense, l’amministrazione Trump continua a sostenere la moratoria dell’era Biden sui test distruttivi antisatellite, alla quale hanno aderito altre 40 potenze. Non viene chiarito come l’amministrazione Trump intenda risolvere il paradosso derivante dal suo sostegno al divieto di test antisatellite, mentre il suo comando combattente spaziale richiede armi nello spazio destinate, tra le altre cose, alla distruzione dei satelliti.

 

Una guerra spaziale, va ricordato, potrebbe impedire all’umanità l’accesso allo spazio per secoli o millenni, a causa dei detriti e della conseguente sindrome di Kessler, una condizione di pericolo costante a causa di spazzatura cosmica che renderebbe impossibile per l’umanità di uscire dall’atmosfera per secoli o perfino per millenni.. Tuttavia, pare che gli eserciti si stiano davvero preparando alla guerra orbitale.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa le forze armate cinesi avevano dichiarato che gli USA rappresentano la «massima minaccia alla sicurezza nello spazio». I vertici dei programmi spaziali americani negli anni hanno invece accusato che la Cina, che effettivamente vi ha piantato bandiera, potrebbe reclamare parti della Luna. Pochi mesi fa l’Esercito di Liberazione del Popolo era tornato ad attaccare come «militarizzazione dello spazio» il progetto Golden Dome di Trump.

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Come riportato da Renovatio 21, a giugno la NASA ha reso noti i piani per una base lunare.

 

Attualmente le principali potenze mondiali intensificano gli sforzi per stabilire una presenza permanente sulla Luna. Cina e Russia stanno collaborando allo sviluppo di una Stazione Internazionale di Ricerca Lunare (ILRS), mentre Mosca prevede di realizzare entro il 2036 un impianto a propulsione nucleare per sostenere la base. In reazione l’amministrazione Trump accelera la costruzione del reattore nucleare lunare.

 

Come riportato da Renovatio 21, scienziati cinesi lavorano su un sistema di lancio magnetico per trasportare materiali dalla Luna alla Terra.

 

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La Romania chiude la sua unica centrale nucleare

L’unica centrale nucleare della Romania è stata completamente chiusa a causa dei livelli record del fiume Danubio, ha annunciato giovedì la compagnia energetica statale Nuclearelectrica.

 

L’acqua dei fiumi è essenziale per il raffreddamento di molte centrali nucleari europee, e i bassi livelli idrici rappresentano un vincolo sempre più rilevante per la produzione di energia. La grave ondata di calore e la siccità che hanno colpito l’Europa hanno spinto il Danubio e il Reno, due dei fiumi più vitali della regione, a livelli storicamente bassi, compromettendo la stabilità della produzione di energia elettrica in diversi paesi e ostacolando la produzione industriale e le principali vie commerciali.

 

Cernavoda, che rappresenta circa il 20 % della produzione energetica rumena, dispone di due reattori, ciascuno con una capacità di 706 MW. Alla fine di luglio, Nuclearelectrica ha spento uno dei due a causa del drastico calo del livello dell’acqua nel fiume, colpito dalla siccità.

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La scorsa settimana, le autorità rumene hanno affondato quattro chiatte cariche di rocce vicino al canale di Bala sul Danubio, in uno sforzo senza precedenti per deviare l’acqua verso la centrale di Cernavoda, dopo che l’esercito aveva aperto un canale nel letto del fiume con delle esplosioni. I livelli dell’acqua, tuttavia, sono infine scesi al di sotto della soglia necessaria per mantenere il reattore in funzione, costringendo la direzione a scollegarlo dalla rete elettrica.

 

Contemporaneamente, Bucarest ha dichiarato lo stato di emergenza energetica per il mese di agosto, esortando imprese e famiglie a ridurre volontariamente i consumi durante le ore di punta serali. Il governo ha predisposto un sistema per interrompere gradualmente l’erogazione di energia elettrica ai consumatori industriali, previo preavviso se necessario.

 

La chiusura della centrale di Cernavoda ha destato preoccupazione anche nella vicina Moldavia, che sta affrontando bassi livelli idrici sul Dnestr e dipende dall’energia rumena per coprire fino al 60 % del suo fabbisogno elettrico.

 

Come riportato da Renovatio 21, la crisi energetica si è fatta sentire in tutta la regione, con la centrale nucleare ungherese di Paks costretta a ridurre drasticamente la produzione a causa del calo del livello del Danubio a minimi storici.

 

Anche la Francia ha ridotto la produzione di energia nucleare a causa delle alte temperature dei fiumi e dei bassi livelli dell’acqua. All’inizio di questa settimana, il gruppo energetico statale francese EDF ha dichiarato che un enorme sciame di meduse ha costretto l’operatore a spegnere tre reattori a Gravelines, una delle più grandi centrali nucleari del Paese. Il problema si era riproposto anche quattro anni fa.

 

A Nord, i livelli dei bacini idrici norvegesi sono scesi al minimo degli ultimi trent’anni

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Gli analisti avvertono che le interruzioni e i fermi dei reattori potrebbero aumentare la dipendenza dalle importazioni di elettricità nei paesi più vulnerabili dell’UE e far lievitare i prezzi dell’energia in tutta l’Unione. L’interruzione potrebbe ulteriormente aggravare la crisi energetica del blocco, iniziata con la perdita del gas russo a basso costo in seguito alle sanzioni imposte a Mosca per la crisi ucraina.

 

La situazione si è ulteriormente complicata quest’anno a causa della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran e della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto globale di energia.

 

La grave siccità ha colpito la produzione di energia idroelettrica in Italia. Secondo dati Terna, a giugno la produzione idroelettrica è diminuita del 24% su base annua.

 

Secondo calcoli, il caldo avrebbe portato costi pari a quella di una manovra di bilancio del governo italiano. In totale, in Europa la perdita causata dall’ondata di calore 2026 sarebbe pari all’1% del PIL.

 

L’Italia abbisogna ogni anno circa 312 terawattora, tuttavia è in grado di produrne circa 260, comprando dall’estero – incluso da Paesi che producono elettricità col nucleare, come la Francia – un sesto del proprio fabbisogno.

 

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“Ho perso il lavoro per le mie idee sulla Russia” – intervista a Salli Raiski



Salli Raiski è un’attivista russo-finlandese che oggi si trova nella regione di Kursk come volontaria in un progetto mediatico.

Nell’intervista racconta gli episodi di discriminazione che sostiene di aver subito in Finlandia per le sue posizioni politiche, fino alla perdita del lavoro, e riflette sul clima che si è creato in Europa dopo il 2022.

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L’esplosione nella fabbrica di Colleferro, e l’esultanza dei propagandisti del Cremlino

A helicopter drops water over the scene of an explosion at an ammunition plant in Colleferro, near Rome, Thursday, Aug. 13, 2026. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Prima un incendio, poi un boato violento. Una colonna di fumo e fuoco si è alzata giovedì pomeriggio sopra lo stabilimento di Knds Ammo Italy a Colleferro, alle porte di Roma. L’esplosione è stata sentita a chilometri di distanza e ha fatto ricadere detriti incandescenti nell’area dell’impianto. Per fortuna non ci sono stati morti né feriti: i ventiquattro dipendenti presenti sono stati messi in sicurezza prima della deflagrazione.

Lo stabilimento è quello che per decenni è stato conosciuto come Simmel Difesa. Oggi appartiene a Knds, il gruppo franco-tedesco che produce sistemi d’arma, carri armati, munizioni e artiglieria. A Colleferro si producono munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale e propellenti solidi per il settore aerospaziale. L’incidente, secondo le prime ricostruzioni, è partito dal reparto di pressatura delle polveri, dopo lo sviluppo di un incendio. Le cause precise, però, devono ancora essere accertate.

La Procura di Velletri ha aperto un’inchiesta per incendio. I vigili del fuoco devono ancora completare la messa in sicurezza dell’area prima di poter effettuare tutti i rilievi. Per ora gli investigatori hanno escluso una pista eversiva e un sabotaggio: non ci sono elementi pubblici che permettano di sostenere che l’esplosione sia stata provocata dall’esterno.

Non è però la prima volta che qualcosa esplode nello stabilimento di Colleferro. Nell’ottobre del 2007 un incidente alla Simmel Difesa provocò la morte di un operaio e il ferimento di altre tredici persone. La differenza, questa volta, è che nessuno è rimasto coinvolto. I sistemi di sicurezza e l’allarme hanno consentito di allontanare i lavoratori prima della deflagrazione.

La fabbrica di Colleferro è diventata uno dei nodi della nuova industria europea della difesa. Knds Ammo Italy figura tra le aziende coinvolte nei programmi europei per la produzione di munizioni da 155 millimetri, il calibro utilizzato dall’artiglieria occidentale e diventato centrale nella guerra in Ucraina. Nel 2024 la Commissione europea ha inoltre assegnato 41,39 milioni di euro a un progetto coordinato da Simmel Difesa per aumentare la capacità produttiva di munizioni, esplosivi e propellenti.

Proprio a fine giugno avevamo raccontato della decisione di Berlino di acquisire il quaranta per cento di Knds attraverso la banca pubblica KfW, portandosi a una posizione paritaria con Parigi. La Germania vuole avere un peso diretto nelle decisioni di uno dei gruppi destinati a essere centrali nel riarmo europeo (e nel pacchetto c’è anche lo stabilimento di Colleferro).

Tra l’altro, l’episodio di giovedì non è un caso completamente isolato, in Europa. Il 10 agosto, quindi appena tre giorni prima, alcune esplosioni avevano interessato un deposito di munizioni della Emco a Belitsa, in Bulgaria. Negli ultimi anni altre esplosioni e incendi hanno riguardato stabilimenti dell’industria della difesa in diversi Paesi europei. In alcuni casi si è pensato a tentativi di sabotaggio, non accertati.

C’è poi un altro elemento da aggiungere all’equazione. Mentre gli investigatori cercano ancora di capire che cosa sia successo, alcuni dei più attivi propagandisti filorussi sui social hanno accolto la notizia dell’esplosione con evidente soddisfazione. Tra gli account che hanno rilanciato la vicenda ci sono anche profili riconducibili all’ecosistema mediatico russo: Elisabeth Eliseeva, corrispondente di Sputnik, e il canale italiano Donbass Italia, curato da Vincenzo Lorusso. E questo dice qualcosa sul modo in cui la nuova guerra industriale europea viene guardata dall’altra parte del fronte.

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Trump sta trasformando il rapporto tra Stato, aziende e uso della forza nel cyberspazio

Donald Trump alla Spire Academy per i Patriot Games

Per capire la portata della nuova politica cyber di Donald Trump bisogna partire da una parola antica: corsari. Il paragone con le letters of marque non significa che le aziende americane stiano per diventare una Marina privata né che abbiano ricevuto una licenza generale per fare hack back. Serve però a cogliere la trasformazione in corso: lo Stato mantiene la direzione dell’operazione, ma autorizza soggetti privati a esercitare una capacità finora rimasta nelle mani di agenzie militari, di intelligence e di law enforcement.

Con un memorandum firmato mercoledì, il presidente degli Stati Uniti ha ordinato al dipartimento di Giustizia e al dipartimento per la Sicurezza interna di creare un programma attraverso il quale aziende statunitensi selezionate potranno condurre, sotto supervisione federale, operazioni offensive contro organizzazioni criminali transnazionali attive nel cyberspazio. Le società potranno svolgere attività di sorveglianza e, previa autorizzazione, azioni capaci di «manipolare, interrompere, negare, degradare o distruggere» sistemi informatici, reti, infrastrutture e dati.

È una differenza sostanziale rispetto al modello americano consolidato negli ultimi decenni. Il settore privato è da tempo parte integrante dell’ecosistema cyber statunitense: sviluppa strumenti offensivi, fornisce intelligence, identifica vulnerabilità, produce software e tecnologie utilizzate dalle agenzie governative. Ma fino a oggi la distinzione era relativamente chiara: le aziende fornivano capacità, mentre lo Stato decideva quando e contro chi usarle. Il nuovo programma porta l’impresa un passo più avanti: non soltanto fornitore di capacità, ma potenziale esecutore dell’operazione.

Non significa, però, che Washington abbia liberalizzato l’hack back. Il memorandum prevede una catena di controllo rigida: selezione delle aziende, contratti con il governo, standard tecnici e di sicurezza, approvazione federale e autorizzazione scritta prima di ogni operazione. Le procedure dovranno essere definite entro 60 giorni; le società dovranno inoltre mantenere un’obbligazione di almeno un milione di dollari ed essere sottoposte a valutazioni periodiche.

Insomma, non è una privatizzazione della guerra cibernetica. È qualcosa di più sottile: la privatizzazione dell’esecuzione di una parte dell’azione offensiva dello Stato.

Qui torna utile il paragone con i corsari. Le letters of marque autorizzavano privati a colpire il naviglio nemico per conto dello Stato: il privato metteva uomini, nave e capacità; lo Stato fissava il quadro. Nel cyberspazio il principio è simile, anche se il contesto giuridico e operativo è diverso: Washington identifica il problema, stabilisce le regole e autorizza l’operazione; l’azienda mette sul campo strumenti, operatori, intelligence e velocità.

Il motivo è concreto. Il cybercrime transnazionale ha ormai una scala che mette sotto pressione le capacità dello Stato. Secondo la Casa Bianca, nel 2025 gli americani hanno denunciato perdite per circa 20,8 miliardi di dollari legate a frodi e crimini informatici. Ransomware, truffe finanziarie e furti di criptovalute si muovono attraverso reti internazionali che non rispettano confini, giurisdizioni o tempi burocratici.

Da qui nasce la scommessa di Trump: se una parte significativa della superiorità tecnologica americana si trova nelle aziende private, perché lasciarla ai margini dell’azione offensiva dello Stato? È la stessa logica della strategia cyber pubblicata a marzo, che insisteva sulla necessità di «unleash the private sector». Il memorandum di agosto compie il passo successivo: dall’industria come fonte di tecnologia e intelligence all’impiego delle sue capacità operative contro i bersagli.

Il punto, però, va oltre il cybercrime. La nuova politica si inserisce in una trasformazione più ampia: le tecnologie militari e di sicurezza evolvono ormai a una velocità che gli apparati pubblici faticano a sostenere da soli. Droni, satelliti, software di targeting, sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme cyber vengono spesso sviluppati, aggiornati e gestiti da aziende private che restano vicine al campo operativo molto più di quanto accadesse in passato. In Ucraina, per esempio, diversi contractor tecnologici hanno lavorato a stretto contatto con le forze armate per adattare rapidamente droni e sistemi digitali alle condizioni del fronte. Il memorandum cyber di Trump rientra in questa stessa tendenza: non solo comprare tecnologia dal mercato, ma portare il mercato dentro l’esecuzione dell’azione di sicurezza.

E qui cominciano i problemi.

Il primo è l’attribuzione. Il memorandum autorizza operazioni contro organizzazioni criminali transnazionali, non contro governi stranieri. La distinzione appare semplice sulla carta, molto meno nella realtà: una banda criminale può avere rapporti informali con apparati statali, un gruppo ransomware può offrire servizi a un’intelligence, hacker formalmente indipendenti possono essere tollerati o protetti da un governo. Prima di colpire un bersaglio, bisogna sapere chi è davvero il bersaglio. Questo crea un problema che nel cyber è particolarmente delicato: prima di colpire un bersaglio bisogna sapere chi è davvero il bersaglio.

Il secondo problema è la deconfliction. Gli Stati Uniti conducono già operazioni cyber attraverso Cyber Command, National Security Agency, Federal Bureau of Investigation e altre agenzie. Coordinare queste attività è complesso anche quando gli operatori appartengono tutti allo Stato. Inserire aziende private, con strumenti propri, clienti propri, interessi commerciali propri e grande velocità operativa, aumenta il rischio di sovrapposizioni.

Il memorandum prevede una procedura di coordinamento, compresa una parte classificata. Ma il successo dipenderà da regole che ancora non sono pubbliche. Il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio: è che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri. È il motivo per cui diversi ex funzionari americani hanno espresso la stessa preoccupazione: il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio. È che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri.

C’è poi la questione della responsabilità. Se un’azienda agisce sulla base di un contratto con il governo, dopo aver ricevuto l’autorizzazione dei dipartimenti di Giustizia e Sicurezza interna, dove finisce la responsabilità privata e dove comincia quella statale? Il memorandum può stabilire procedure e obblighi contrattuali, ma non cancellare le conseguenze internazionali di un’operazione.

Un’operazione autorizzata da Washington potrebbe coinvolgere sistemi in un Paese terzo, infrastrutture condivise, società straniere o persino apparati governativi. Se un errore provocasse un danno significativo, il fatto che a eseguirla sia stata un’azienda privata non farebbe scomparire il problema politico e giuridico per gli Stati Uniti.

È il paradosso dei nuovi corsari digitali: lo Stato può delegare l’azione, ma non necessariamente può delegare le conseguenze.

La storia offre un precedente. Nel 1856 la Dichiarazione di Parigi abolì il privateering, chiudendo l’epoca in cui gli Stati potevano affidare a privati una parte dell’attività bellica marittima. Il contesto non è trasferibile al cyberspazio, ma la parabola dei corsari pone una domanda attuale: quanto a lungo è possibile affidare a soggetti privati una capacità coercitiva senza perdere il controllo delle sue conseguenze?

Trump non sta copiando i modelli di Russia o Cina, dove hacker privati, contractor, gruppi criminali e apparati statali interagiscono da anni in modo opaco. La differenza americana dovrebbe essere una catena di autorizzazione esplicita e governativa. Ma il confine fra settore pubblico e privato si sposta comunque.

La risposta arriverà nei prossimi mesi, quando i due dipartimenti incaricati dovranno trasformare il principio politico in procedure concrete. Sarà lì che si capirà se i «corsari digitali» diventeranno una nuova arma contro il cybercrime transnazionale o una fonte supplementare di rischio per la macchina di sicurezza americana. La scommessa di Washington è portare dentro la capacità dello Stato la velocità del mercato. Ma il mercato, a differenza di un’agenzia governativa, non è nato per esercitare il potere dello Stato.

Ed è proprio questa la linea che Trump sta iniziando a riscrivere.

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L’intelligenza artificiale non ha bisogno di un’anima per cambiare il mondo (o distruggerlo)

intelligenza artificiale robot braccio anima emozioni

Di intelligenza artificiale si inizia a parlare con quei toni solenni di solito associati alla religione e alla spiritualità. Le grandi aziende del settore parlano delle nuove tecnologie come della più grande invenzione della storia, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre ciò che significa essere umani. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, l’ha definita «la più importante invenzione che l’umanità farà mai». Alcuni ricercatori assegnano probabilità tutt’altro che trascurabili alla possibilità che una macchina possa arrivare a costruire da sola una versione più intelligente di sé entro pochi anni. Yann LeCun ha detto che l’enorme investimento finanziario nella corsa alla superintelligenza «è una grandissima stronzata». E per ora va benissimo così.

In alcuni casi il linguaggio si fa apocalittico, com’è normale che sia di fronte a una tecnologia in grado di sparare da sola e di bucare i sistemi di sicurezza di diverse aziende. Anche per questo c’è stato chi ha fondato una vera chiesa dedicata al futuro Dio dell’intelligenza artificiale. Un ingegnere di Google, dopo avere interagito con un chatbot che gli era sembrato dotato di coscienza, si è chiesto: «Chi sono io per dire a Dio dove può e dove non può mettere le anime?». E Ilya Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, è arrivato a bruciare simbolicamente un’effigie che rappresentava un’intelligenza artificiale non allineata con gli esseri umani, come in una sorta di rito medievale.

È dentro questa atmosfera che è intervenuta la Chiesa cattolica. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV difende l’idea che l’essere umano occupi una posizione irriducibile nel creato e sostiene che le macchine, per quanto sofisticate, possano soltanto imitare alcune funzioni dell’intelligenza umana. È una visione che Sebastian Mallaby – autore del libro “The Infinity Machine: Demis Hassabis, DeepMind, and the Quest for Superintelligence” – prova a scandagliare in una lunga analisi su Foreign Affairs intitolata “God From the Machine. AI and the Future of Humanity” chiedendosi: siamo davvero sicuri che distinguere tra imitare l’intelligenza e possederla sia così semplice?

Il problema risale a molto prima delle ultimissime tencologie. Nel 1980 il filosofo John Searle propose il celebre esperimento mentale della «stanza cinese»: immaginiamo un uomo chiuso in una stanza che non conosce il cinese e che riceve istruzioni per manipolare simboli cinesi secondo precise regole. Dall’esterno, le sue risposte sembrerebbero quelle di una persona che comprende perfettamente la lingua. Ma l’uomo non comprende nulla: sta semplicemente applicando un insieme di istruzioni. Per Searle, era la dimostrazione che manipolare correttamente informazioni non equivale necessariamente a capire ciò che significano.

L’argomento è diventato uno dei pilastri della distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Una macchina può produrre una risposta convincente, riconoscere un volto, tradurre una frase o scrivere un saggio senza che questo significhi che provi qualcosa o che comprenda davvero ciò che sta facendo. Il corpo umano, ricorda Mallaby riprendendo un’obiezione dello scrittore di fantascienza Ted Chiang, non è un dettaglio trascurabile: «Avere un corpo è un prerequisito per avere emozioni». La disperazione, per esempio, non sarebbe separabile dall’esperienza fisica degli ormoni dello stress che attraversano il corpo.

È una distinzione intuitiva perché gli esseri umani nascono, soffrono, amano, si ammalano, muoiono; le macchine no, non sanguinano, non provano dolore e possono essere semplicemente spente. Esistono, scrive Mallaby, non dentro un universo morale ma dentro una matrice di ottimizzazione. Da questo punto di vista, si può sostenere che anche il più sofisticato modello di intelligenza artificiale resti soltanto una macchina che esegue operazioni straordinariamente complesse.

Anche il cervello umano è una macchina fisica. È fatto di materia biologica, obbedisce alle leggi della fisica e funziona attraverso impulsi elettrici e processi di elaborazione delle informazioni. «L’idea che la massa molle dentro il cranio contenga un’essenza ineffabile e non programmabile – la coscienza, lo spirito o qualcos’altro – può essere intuitivamente seducente. Ma dal punto di vista analitico è fragile», scrive Mallaby. E più l’intelligenza artificiale migliora, più quella distinzione diventa difficile da difendere. Gli ultimi modelli di IA non si limitano a consultare un gigantesco archivio di frasi e a scegliere meccanicamente quella successiva: costruiscono rappresentazioni matematiche dei concetti e delle loro relazioni, e possono associare parole, idee, emozioni e situazioni anche quando queste non sono mai state esplicitamente collegate nei dati di addestramento. Non significa che siano coscienti. Significa però che l’argomento «la macchina sta solo seguendo delle regole, quindi non può comprendere» diventa sempre meno risolutivo.

Quindi forse non arriveremo mai stabilire con certezza se una macchina abbia una coscienza. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di risolvere questo problema per decidere come governarla. E anzi, concentrarsi troppo sulla domanda potrebbe farci perdere di vista quelle che sono già oggi le questioni più urgenti.

La Chiesa, nelle parole di Leone XIV, secondo Mallaby, ha ragione su una cosa fondamentale: l’intelligenza artificiale deve essere regolata. Può amplificare le disuguaglianze economiche, trasformare il mercato del lavoro, modificare il modo in cui impariamo, alterare le relazioni umane e rendere più facile l’uso della forza militare. Può perfino rendere più difficile stabilire chi sia responsabile di una decisione quando una parte crescente del processo viene affidata a una macchina.

Ma il Papa non inquadra per intero lo scenario. Magnifica Humanitas trascura alcuni elementi fondamentali. Ad esempio, invoca una gestione dei dati come «bene comune o condiviso», mentre il problema più urgente dovrebbe essere impedire che i dati vengano sottratti e utilizzati senza autorizzazione. E sul terreno militare l’enciclica afferma che «la decisione di usare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati», una posizione moralmente comprensibile ma che Mallaby nel suo breve saggio su Foreign Affairs considera difficile da applicare quando le macchine saranno in grado di prendere decisioni sul campo di battaglia più rapidamente e accuratamente degli esseri umani.

Per questo Mallaby trova almeno tre lacune nell’attuale risposta politica all’intelligenza artificiale. La prima lacuna riguarda la proliferazione. Se i modelli di IA più potenti finiranno per essere capaci di compiere attacchi informatici sofisticati, progettare nuove armi biologiche o svolgere altre attività oggi accessibili soltanto a Stati e grandi organizzazioni, il problema non sarà più soltanto chi controlla le aziende che li sviluppano: sarà che cosa succederà quando quelle capacità diventeranno disponibili in tutto il mondo, anche a criminali e terroristi. Per questo servirebbe arrivare a qualcosa di simile a un trattato di non proliferazione nucleare dell’intelligenza artificiale: un accordo internazionale che stabilisca che cosa gli Stati siano disposti a fare quando i modelli più pericolosi non saranno più nelle mani di pochi laboratori.

La seconda lacuna è economica. I sistemi fiscali dei Paesi occidentali sono costruiti anche sull’idea che il capitale serva a rendere più produttivo il lavoro umano. Per questo i governi hanno storicamente tassato il lavoro più del capitale. Ma se l’IA dovesse cominciare a sostituire i lavoratori anziché semplicemente aiutarli, questa impostazione rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: tassare pesantemente il lavoro renderebbe infatti ancora più conveniente per le aziende sostituirlo con le macchine, proprio mentre diminuirebbero le entrate fiscali necessarie per sostenere chi perde il proprio impiego. Per ovviare a questo problema si potrebbe spostare una parte della pressione fiscale dal lavoro al capitale, introdurre forme di assicurazione salariale per chi viene sostituito e perfino distribuire ai cittadini una piccola quota della ricchezza generata dalle aziende di intelligenza artificiale.

La terza lacuna è quella che riporta Mallaby al punto da cui era partito: non sappiamo ancora abbastanza di ciò che accade dentro i modelli di intelligenza artificiale. È il problema dell’interpretabilità. I laboratori stanno cercando di capire come le reti neurali arrivino alle loro conclusioni, ma la ricerca è ancora lontana dal fornire una spiegazione completa dei processi interni dei sistemi più avanzati. E qui Mallaby rovescia l’argomento della Chiesa. Magnifica Humanitas sostiene che non possiamo conoscere il pensiero delle macchine perché nelle macchine non c’è un pensiero da conoscere. Ma forse è vero il contrario: se vogliamo controllarle, dobbiamo capire che cosa stanno facendo.

È probabilmente questo il punto più interessante dell’articolo di Foreign Affairs. Possiamo discutere all’infinito se le macchine abbiano una coscienza, ma nel frattempo l’intelligenza artificiale continuerà a entrare nel lavoro, nella finanza, nella guerra e nelle istituzioni. Non serve sapere se abbia un’anima per capire che ha già abbastanza potere da richiedere regole. «Le macchine non entreranno mai nel nostro universo morale – scrive Mallaby in conclusione del suo articolo – ma se gli esseri umani aspirano a controllarle, dobbiamo prima di tutto comprenderle».

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Chi dipende dal consenso non faccia vedere che tiene al denaro, e altri consigli agli influencer

I preparativi per il red carpet del Festival di Cannes

Nemmeno sulle corna, nemmeno sui libri letti sotto l’ombrellone, nemmeno sui chili, nemmeno sui centimetri si mente con la voluttà con cui si mente sui soldi. Ogni tanto qualcuno dice che gli americani come prima cosa ti chiedono quanto guadagni e noi no perché abbiamo il senso di colpa rispetto al denaro, e io penso che noi non lo chiediamo perché sappiamo che la risposta sarebbe una menzogna.

Non ho idea di quanto guadagni nessuna delle persone che conosco, non ce l’ho neanche se me l’hanno detto. Toccherebbe capire se mi hanno detto di più perché sono dei megalomani, o di meno per paura che poi gli toccasse pagare la cena. Di sicuro non dicono la verità, sui soldi.

Ho un’amica che ha iniziato a farsi il Mounjaro, le punture per dimagrire americane, che costano più di quelle danesi. L’amica insegna in un liceo. Quanto guadagna, una professoressa? Duemila euro? Come ce li ricavi, vivendo in una città, quattrocento euro al mese di Mounjaro su uno stipendio di duemila? Hai delle rendite e non me l’hai mai detto per paura che ti lasciassi pagare la cena? La verità, vi prego, sui soldi.

Ieri un’altra amica mi ha mandato una notizia stupenda. Ai concerti degli Oasis dell’anno scorso tutti, anche quelli che erano dietro le quinte e ci tenevano molto a farsi foto dalla cui angolazione si capisse che erano amici di Noel e Liam, avrebbero pagato il biglietto. È una cosa inconcepibile in Italia, dove nessuno che anche solo lavori nei giornali ha mai pagato i biglietti per sé o per dodici dei suoi più intimi amici.

Ho visto il panico in certi dietro le quinte perché Tizia o Caio, in virtù dell’essere famosi e quindi abituati a vedersi offrire di tutto, non solo si erano presentati al concerto aspettandosi di entrare gratis, ma si erano pure portati otto nipoti, quattro amici, nove colleghi. I Gallagher, dice la notizia, avevano una lista di invitati, ma voleva solo dire che ai loro invitati avrebbero trovato i biglietti, che quelli però poi pagavano.

Considerata la regola di Geri Halliwell – «Perché Estée Lauder mi manda le creme adesso che posso permettermi di comprarle?» – per la quale nessuno che potrebbe permetterselo paga mai, e che gli amici dei Gallagher sono abbastanza ricchi e famosi da non pagare più niente da anni, spero che nel documentario che andrà a Venezia ci saranno dei bei primi piani sulle facce degli invitati cui è stato detto «fanno duecento sterline». La verità, vi prego, sui soldi.

Sui social girano due pezzettini di interviste presentati come mirabolanti, in cui due attori famosi dicono la stessa cosa a due diversi intervistatori. Uno è Matthew Rhys, quello di “The Americans”. L’altro è Morgan Freeman. Tutti e due, a domanda su come scelgano i ruoli, rispondono: quelli che pagano meglio. Immagino venga considerata una notizia perché gli artisti sono considerati gente che ha per spirito guida l’ispirazione, mica la possibilità di pagarsi l’aereo privato.

Siano benedetti quei due, che dicono la verità sui soldi, una cosa che devi poterti permettere di fare: puoi farla se sai fare qualcosa, anche solo una cosa scema come recitare, non se la tua sussistenza dipende dal consenso. Non sentiremo mai un[‘]influencer dire che le sue sponsorizzazioni sono quelle che pagano meglio: sono sempre prodotti che rispecchiano la sua identità e che consumerebbe anche senza retribuzione e con cui si sente in grande sintonia, mai aziende col budget più grosso.

Se dipendi dal consenso non puoi mai mai mai far vedere che ci tieni ai soldi, perché l’umanità ha un problema di memoria a breve termine e proprio non riesce a tenere a mente che esistono i ricchi e i poveri, se ne stravolge ogni volta. È tutt’uno scandalizzarsi perché i posti alla roba di Dolce e Gabbana alla quale Matteo Renzi e Katy Perry hanno passato la serata insieme (un evidente film postumo di Robert Altman) costavano migliaia di euro e noi a controllare i prezzi quando facciamo la spesaaaa. Chissà in che misura calerebbero i prezzi della verdura che compro, se i posti alle serate tamarre per ricchi costassero meno.

Ma che la verità non si possa dire sui soldi è chiarissimo a chi non ha lasciato la carriera politica nel passato, come Renzi e Justin Trudeau, e vuole invece farla nel futuro, come Alexandria Ocasio-Cortez, che dopo il primo post sul surgelamento degli ovuli ha fatto delle storie rispondendo a chi le chiedeva dei costi.

Ha spiegato i prezzi, che per gli stipendi americani sono invero bassini: la farmacia le aveva fatto un preventivo di ottomila dollari per le punture ma la sua assicurazione non le copre, e – come spesso accade negli Stati Uniti – a pagare direttamente costavano molto meno. Tremila e cinquecento di punture, e quattromila e cinquecento per l’intervento di asportazione degli ovuli. Più milleduecento per ogni anno in cui te li tengono in freezer.

Ho risparmiato tutta la vita per potermelo permettere, aveva detto, e io già lì trasecolavo: fai la deputata e hai risparmiato tutta la vita per pagare una cifra che guadagni in due settimane. Poi si è messa a fare un video al giorno in cui si fa le punture nella pancia come le influencer si pittano la faccia: perché la psicologia sociale le ha convinte che, se compi un’azione mentre parli, la gente ti ascolterà fino in fondo per vedere l’azione conclusa. (Che peccato essere morti per quando gli storici analizzeranno le convinzioni dementi di quest’inizio secolo: sarà divertentissimo).

In uno di questi video l’ho sentita dire che le generazioni precedenti si erano comprate casa, ma loro poveri millennial no, perché i soldi con cui avrebbe dato l’anticipo sul mutuo lei li investe nella sua fertilità. C’è una ragione se parlare con la telecamera del telefono è la modalità preferita d’ogni genere di piazzista: nessuno ti contraddice. Nessuno ti dice: Alexandria, ottomila dollari non bastano neanche per l’anticipo d’un garage. Sono disposta a pagare, per la verità sui soldi. Sono disposta a offrire la cena per sempre a qualunque amica mi confessi che con quel che guadagna dal suo lavoro dovrebbe vivere sotto i ponti ma invece è in questo albergo sul mare perché ha rendite familiari. Sono disposta a votare il primo che dica la verità sui soldi. Ma so già che non succederà.

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Tanto rumore per Ranucci, silenzio sulle munizioni per Kyjiv

C’è una ragione profonda per cui l’Italia politica ferragostana si appassiona alle esplosioni di Pomezia e non a quelle di Colleferro e gli attentati a fin di bene di Lavitola a Ranucci suscitano un irresistibile rigurgito di passione civile nella destra ex-lavitolitana e nella sinistra ranucciana, mentre il non ancora qualificato incidente nello stabilimento KNDS Ammo Italy (ex Simmel Difesa) di Colleferro – un’esplosione terrificante, con palla di fuoco alta cento metri, dicono le cronache – non suscita che una sorvegliatissima indifferenza bipartisan, come se si fosse incendiato il deposito di un ferrivecchi.

La bomba di Pomezia consente alla destra e alla sinistra di muoversi – cioè di accusare e difendersi – all’interno di uno schema consolidato e familiare, che non obbliga a rinnegare niente, ma a sacrificare qualcosa o qualcuno di rinunciabile o di indifendibile, senza cambiare nulla né del copione, né della morale di quella eterna opera dei pupi, che è la mitografia fondativa dell’Italia bipolare.

Così la destra scopre oggi in Lavitola l’imbroglione che è sempre stato – anche quando trafficava con senatori e scoop-patacca, a maggior gloria della Real Casa di Arcore – per inchiodare Ranucci alle millanterie dinamitarde del suo amico, confidente, informatore e Rasputin politico.

Così la sinistra scopre e censura con ritardo le amicizie e vanità imbarazzanti di Sigfrido, ma distingue l’errante dall’errore e si guarda bene dall’esigere da lui le espiazioni morali pretese dagli altri coglioni a loro insaputa del campo avverso, che non potevano non sapere.

Eppure, a uno sguardo onesto – quello che nell’Italia bipopulista non ci si può permettere, né si può ad altri consentire – dalle relazioni pericolose tra il campione dei buoni e quello dei cattivi, bomba d’amore compresa, emerge l’irresistibile somiglianza – similis cum similibus – del cosiddetto giornalismo di inchiesta di Ranucci, indomabile eroe della resistenza antiberlusconiana, con quel mix di dossieraggi, dicerie, falsi d’autore e suggestive verosimiglianze costruite ad arte, che aveva fatto la fortuna di Valterino alla corte di Berlusconi e dei suoi gazzettieri. Sono due gocce d’acqua, semplicemente di colore diverso.

Rispetto all’esplosione di Colleferro il silenzio bipartisan è invece d’ordinanza, perché qualunque parola dovrebbe contemplare un’ipotesi che destra e sinistra continuano pregiudizialmente (e pateticamente) a escludere, cioè che la guerra di aggressione della Russia all’Europa abbia ampiamente oltrepassato i confini dell’Ucraina e che anche lo stabilimento di Colleferro, che produce esplosivi e munizioni, in particolare quelle da 155 millimetri destinate all’esercito ucraino, possa essere finito nel mirino del Cremlino.

Visto che una coincidenza è una coincidenza, ma molte coincidenze fanno prima un indizio e poi una prova, quello di Colleferro non è, dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina del 2022, il primo stabilimento militare impegnato nelle forniture a Kyiv ad avere registrato incendi e esplosioni. Ci sono molti precedenti in Bulgaria, Repubblica Ceca, Spagna, Polonia e Regno Unito. Un po’ troppi, visto che si tratta di siti produttivi protetti da massime misure di sicurezza.

L’inesistenza di un pericolo russo è l’imprescindibile presupposto del racconto pacifista e pacificato dell’Italia bipopulista. Qualunque cosa riconduca ad esso e palesi, in modo pure eclatante, non la semplice incombenza del pericolo, ma lo svolgimento di un programma di aggressione minuziosamente organizzato, deve essere esorcizzato come un fantasma partorito dalla fantasia bellicista dei fanatici dell’escalation militare, dei sabotatori della pace possibile e dei fomentatori del pregiudizio russofobo.

Chissà a quale esito giungeranno le indagini sull’esplosione di Colleferro, ma possiamo essere abbastanza sicuri che nell’Italia pacifista anche l’ipotesi di un attentato sarebbe ricondotta alla responsabilità della criminalità comune, come nella Sicilia degli anni ‘60, in cui la mafia ufficialmente ancora non esisteva, gli avvertimenti e gli omicidi delle cosche venivano rubricati come questioni private di corna o di onore.

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La premier ha costruito la trappola perfetta per Schlein e Conte

Altro che economia o politica estera, il vero capolavoro di Giorgia Meloni è un altro. Una legge elettorale – ammesso e non concesso che vada in porto – che obbliga le coalizioni a indicare il nome del premier nel programma. Questo meccanismo ingrippa il cosiddetto campo largo perché lo costringe alle primarie. Se non ci fossero in campo ambizioni personali smisurate e ego sovraeccitate, si arriverebbe a un accordo su un nome; ma in assenza di quelle condizioni i gazebo non sembrano evitabili.

D’altronde, il punto dolente è che un terzo nome non viene fuori. E tutti i leaderini si preparano a correre per fare pubblicità al proprio partito: una logica politicamente demenziale. È chiaro a tutti che il problema dei capi del campo largo è questo e solo questo. Non si pensa ad altro. La discussione sulle regole delle primarie perciò è molto più delicata di quella sul mitico programma, che alla fine sarà un documento che terrà dentro tutto e il suo contrario. E comunque, piaccia o non piaccia, è molta la gente che va a votare per il leader più che per i pezzi di carta.

Ora, le primarie sono lo strumento più divisivo che esista. Una campagna elettorale senza esclusione di colpi che lascia detriti, malanimo, desideri di rivincita. Solo in un caso furono un formidabile propellente per il vincitore: quello di Romano Prodi, trionfatore annunciato e simbolo di un’inedita sintesi di diverse culture politiche di governo.

Ma oggi nulla ricorda quella stagione. C’è una coalizione nella quale è fortissima la competizione tra i leader di Partito democratico e Movimento 5 Stelle e rispettivi apparati, che per di più si innesta su un’annosa sfiducia reciproca tra i rispettivi elettorati. Per questo, molti prevedono che alle elezioni un pezzo di elettorato contiano non sosterrebbe Elly Schlein o che viceversa un pezzo di elettori dem e centristi non voterebbe Giuseppe Conte. Risultato: vince Meloni. È una previsione, non una certezza.

Che però dovrebbe essere sufficiente per i due partiti per rendersi conto che l’eventualità di andare a sbattere è alta. Dovrebbe soprattutto rendersene conto Schlein e gli strateghi che le sono vicini: perdere contro Conte, tra le altre cose, sarebbe un colpo micidiale per il Pd. Perché Conte candidato premier trainerebbe il M5S a percentuali importanti, sottraendo inevitabilmente voti a un partito guidato da una segretaria sconfitta. Verosimilmente, ma forse è già tardi, se il Nazareno si rendesse indisponibile a montare i gazebo, l’avvocato dovrebbe farsene una ragione.

Intanto, nello scontro tra i due big, il film che stanno realizzando i vari centristi per ora è abbastanza penoso. Non solo perché come al solito ci sono troppi galli a cantare ma per una ragione politica. Se il più lontano dai centristi-riformisti è – e non può non essere – l’avvocato del populismo, se si presentano uno o due di loro rischiano di favorirlo dato che toglierebbero voti alla segretaria del Pd. Il doppio turno eliminerebbe in parte questo problema (e infatti l’avvocato non lo vuole) anche se non si può escludere il rischio che al ballottaggio Schlein arrivi seconda, dunque già ammaccata.

Alla fine, dunque, il problema non sarà soltanto stabilire il nome del vincitore. Sarà capire che cosa resta della coalizione dopo le primarie. Dopodiché, vinca chi deve vincere. Che potrebbe non essere necessariamente il migliore.

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Lo spirito di Anchorage e la diplomazia senza strategia di Trump

Il 15 agosto 2025 il presidente russo Vladimir Putin, all’epoca già ricercato dalla Corte penale internazionale e osteggiato dalla maggior parte dell’Occidente, mise piede sul suolo americano, ricevette un’accoglienza da tappeto rosso e si presentò al fianco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump da pari a pari. L’Ucraina era assente. Sostenere Kyjiv sembrava costoso; negoziare con Mosca veniva presentato come più pratico. Il vertice non produsse né un cessate il fuoco né un accordo di pace, eppure Putin ottenne una riabilitazione pubblica senza fare alcuna concessione. Un anno dopo, la Russia ha trasformato il vertice in un proprio prodotto. È stata persino depositata una domanda di registrazione del marchio per un profumo chiamato «Spirit of Anchorage», l’etichetta preferita dal Cremlino per definire l’intesa che, secondo quanto sostiene, Trump e Putin avrebbero raggiunto in Alaska. Eppure non c’era alcun accordo da imbottigliare, nessuna pace da commemorare e nessuna svolta strategica da preservare – solo un’atmosfera. Mentre la sostanza evaporava, la Russia ha conservato il profumo.

La domanda ora non è se Trump sia passato da Putin a Volodymyr Zelenskyy. Non l’ha fatto. La domanda è questa: che cosa può offrire ciascuna delle parti a un presidente che vuole trasformare la politica estera in una transazione da portare a termine? Mosca offre accesso, energia e accordi geopolitici. Kyjiv offre tecnologia collaudata in combattimento e know-how industriale. Entrambe le cose potrebbero essere utili a Trump; nessuna delle due, però, dovrebbe confondere l’utilità con l’impegno.

Prima di incontrare Putin, Trump aveva già inquadrato le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina in termini commerciali. All’inizio del 2025 aveva esercitato pressioni su Kyjiv affinché firmasse un accordo sui minerali che avrebbe garantito agli Stati Uniti un ritorno tangibile sul proprio sostegno. In Ucraina, la proposta ha suscitato timori che il paese potesse essere nuovamente trattato principalmente come fornitore di materie prime, piuttosto che come partecipante a catene di produzione a più alto valore aggiunto.

Il rapporto emergente in materia di difesa segue la stessa logica, ma cambia ciò che l’Ucraina può offrire. Kyjiv apporta sistemi collaudati in combattimento, dati dal campo di battaglia e un ciclo di innovazione plasmato dal costante adattamento alle contromisure russe – capacità che gli Stati Uniti non possiedono ancora con la stessa rapidità o su scala comparabile. I due paesi stanno portando avanti piani per la produzione congiunta di droni, tra cui uno stabilimento negli Stati Uniti che utilizzerà la tecnologia ucraina.

Sei produttori ucraini hanno aderito al programma Drone Dominance del Pentagono, nell’ambito del quale i loro sistemi saranno testati in base ai requisiti statunitensi e, per gli ordini futuri, prodotti attraverso partnership americane. L’Ucraina prevede di produrre tra i sei e i sette milioni di piccoli droni d’attacco nel 2026. Entro febbraio 2027, il programma da 1,1 miliardi di dollari del Pentagono ne avrà ordinati meno di 200.000.

Gli Stati Uniti mantengono vantaggi schiaccianti in termini di capitale, componenti e capacità industriale, ma restano indietro di anni rispetto all’Ucraina nella produzione di questa categoria di armi al ritmo richiesto in tempo di guerra. Washington sta cercando di convertire l’esperienza acquisita dall’Ucraina sul campo di battaglia in capacità americane. Ciò potrebbe creare un’interdipendenza pratica senza produrre un allineamento strategico. L’Ucraina potrebbe diventare più preziosa per Trump, ma non più sicura.

La partnership emergente offre a Kyjiv un’ulteriore fonte di leva a Washington, lasciando però condizionato il rapporto di base: il sostegno americano rimane legato a ciò che l’amministrazione può presentare come un accordo. Sullo sfondo di una cooperazione migliorata e di un clima crescente di fiducia e apertura tra le aziende della difesa americane e ucraine, ci si potrebbe aspettare un atteggiamento più positivo nei confronti del sostegno agli interessi ucraini nei negoziati.

Alcuni avrebbero persino potuto aspettarsi che Trump decidesse di mettere in pratica il proprio slogan elettorale, «pace attraverso la forza», e diventasse un leader statunitense filo-ucraino e atlantista. Tuttavia la logica della sua presidenza e le sue priorità personali contraddicono qualsiasi posizione “filo”. L’attuale presidente degli Stati Uniti non può avere un orientamento filo-ucraino o filo-russo: Donald Trump può essere solo filo-Trump, anche se alcuni potrebbero obiettare che non sia nemmeno sempre filo-americano.

Alla luce di ciò, qual è l’obiettivo di Trump nella sua politica nei confronti sia della Russia sia dell’Ucraina? Il persistente profumo di Anchorage che aleggia nel ministero degli Affari esteri russo ha indotto i suoi membri a credere che Trump voglia ingraziarsi Putin ed entrare a far parte del club degli autoproclamati machi sulla scena politica mondiale. L’appartenenza a questo club comporterebbe petrolio a basso costo e l’attuazione del pacchetto da 12 trilioni di dollari di Kirill Dmitriev per i progetti di sviluppo artico.

Questa linea di pensiero si inserisce inoltre perfettamente nella strategia volta a persuadere la Russia a opporsi alla Cina in un futuro scontro di egemonie, attualmente promossa da Elbridge Colby. Anche se la leadership russa non sostenesse questa idea, la utilizzerebbe comunque per attirare l’attenzione degli Stati Uniti su Mosca. Dal punto di vista dell’Ucraina, invece, la recente cooperazione, attiva e in gran parte produttiva, ha dato l’impressione che gli Stati Uniti non volessero più semplicemente «impedire all’Ucraina di perdere».

Sembrava che Washington fosse pronta a investire sia negli attuali progetti militari sia nella ricostruzione postbellica. È stato fatto molto lavoro per raggiungere un accordo sui metalli delle terre rare, creare un fondo per la ricostruzione e proseguire il dialogo sulla possibilità di produrre su licenza i missili PAC-3. Poiché gli americani non possono mostrare debolezza nei confronti della Cina, c’era la speranza che continuassero a sostenere attivamente il loro partner in Europa.

Tuttavia la verità è più semplice, proprio come la stessa politica estera di Trump. Ha semplicemente bisogno di un accordo. Non importa più molto chi uscirà vincitore dalla guerra e in quali condizioni. Se si tratta di un vero accordo che Trump possa firmare e che porti il suo nome, quell’accordo andrà bene per il presidente americano. Potrebbe essere utilizzato da Trump per rivendicare ancora una volta il premio Nobel per la pace.

Un accordo gli consentirebbe inoltre di dimenticarsi di questa parte del mondo – proprio come non ha reagito alla violazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas e come si è dimenticato della ripresa della guerra tra il Congo e il Ruanda o tra la Thailandia e la Cambogia. La durata di un trattato, l’adesione ai suoi principi o il lungo processo di costruzione di relazioni tra ex avversari interessano ben poco a questa amministrazione.

Un effimero spirito di Anchorage potrebbe risiedere nella politica della doppia pressione. Per ammissione dello stesso Trump, l’incontro con Putin in Alaska non ha avuto successo. A seguito di esso, non si è registrato alcun progresso su nessuna delle varie iniziative proposte dalla parte russa. L’incontro potrebbe comunque aver prodotto un risultato: un certo raffreddamento delle relazioni degli Stati Uniti con l’Ucraina. Un anno fa Kyjiv aveva appena iniziato a instaurare normali rapporti bilaterali con la nuova amministrazione statunitense.

A un anno dal vertice in Alaska, persiste lo stesso tipo di situazione indefinita che prevaleva allora. Da un lato, la Russia deve affrontare nuove sanzioni, mentre i suoi partner devono fare i conti con nuovi dazi e restrizioni commerciali. Dall’altro lato, l’Ucraina potrebbe ritrovarsi priva di difesa antibalistica durante l’inverno più difficile del periodo bellico. Come nell’estate del 2025, oggi permane la pressione su entrambe le parti affinché raggiungano un accordo il più rapidamente possibile. Non esiste ancora un piano strategico per l’attuazione di tale accordo e permane l’incertezza su ciò che la Casa Bianca intenda ottenere.

La dott.ssa Lesia Bidochko è policy fellow presso l’European Policy Institute in Kyiv (EPIK), ricercatrice non residente presso l’European University Viadrina di Francoforte sull’Oder e docente di scienze politiche presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.

Oleksandr Kraiev è direttore del programma Nord America presso il Consiglio per la politica estera «Ukrainian Prism» di Kyjiv e docente senior di relazioni internazionali presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.

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Il caso Garlasco e la presunzione di non colpevolezza nell’era dei verdetti televisivi

Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto ha una data; il suo processo mediatico sembra non conoscere né conclusione né giudicato. Televisione e social chiedono continuamente al pubblico di scegliere: Alberto Stasi o Andrea Sempio, innocente o colpevole. Ma la cronaca giudiziaria non è un referendum e la verità non si misura con lo share. Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni. L’affidamento in prova ai servizi sociali è una modalità di esecuzione della pena, non un’assoluzione e neppure l’effetto della nuova indagine. Sempio è indagato nell’inchiesta della Procura di Pavia, che lo considera il presunto autore dell’omicidio. Al momento in cui scrivo, non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, si dichiara innocente e gli accertamenti proseguono. La difesa di Stasi prepara una richiesta di revisione, ma una revisione annunciata non è una revisione ammessa e non cancella automaticamente una sentenza.

Criticare un giudicato è legittimo. Gli errori giudiziari esistono e il giornalismo deve controllare anche la magistratura. Ma la giustizia non si corregge sostituendo un colpevole giudiziario con un colpevole televisivo. Per capire il cortocircuito, basta osservare come cambiano le parole. Una compatibilità diventa un’identificazione; una traccia diventa una prova; una lettura accusatoria diventa una confessione. Frammenti autentici possono così produrre un racconto complessivamente deformato.

La perizia genetica ha riesaminato i dati ottenuti nel 2014 dai margini ungueali di Chiara, perché il materiale originario era stato consumato dalle precedenti analisi. Sono emersi aplotipi maschili del cromosoma Y, misti e parziali, compatibili con Sempio o con altri uomini della sua linea paterna. È un dato importante, ma non identifica una persona. Non permette neppure di stabilire con rigore quando e come quel materiale sia stato depositato, né se derivi da contatto diretto, trasferimento secondario o contaminazione. Sminuirlo sarebbe scorretto; presentarlo come «il Dna dell’assassino» lo è altrettanto.

Lo stesso metodo vale per l’impronta 33. I consulenti della Procura e quelli di Stasi la attribuiscono a Sempio; i tecnici della sua difesa e quelli della famiglia Poggi contestano, con argomenti differenti, l’attribuzione o il collegamento con la dinamica dell’omicidio. Il test specifico eseguito nel 2007 per la ricerca di sangue umano diede esito negativo, mentre la difesa di Stasi ha proposto una diversa ricostruzione. L’impronta non è databile. Attribuzione, datazione e significato criminologico sono tre problemi distinti. Comprimerli nella parola «prova» non semplifica: altera. Anche alcune frasi intercettate nell’automobile di Sempio sono interpretate in senso accusatorio dalla Procura e ritenute prive di natura confessoria dalla difesa. Riferire entrambe le letture è cronaca. Chiamarle direttamente «confessione» significa promuovere la tesi di una parte a verità accertata.

Qui entra in gioco la deontologia. Non è un freno alla libertà di stampa né un espediente per evitare querele: è la struttura professionale della notizia. Il Codice deontologico impone accuratezza, completezza, verifica delle fonti e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Prescrive inoltre di distinguere tra cronaca e commento; accusa e difesa; pubblico ministero e giudice; indagato, imputato e condannato; provvedimenti definitivi e non definitivi.

Non sono sottigliezze. Scrivere «secondo la Procura» chiarisce chi sostiene una ricostruzione. Precisare «consulenza di parte» ne indica origine e valore. Il condizionale non indebolisce una notizia: comunica onestamente il grado di certezza raggiunto. Essere super partes non significa assegnare lo stesso peso a ogni voce, ma dichiarare origine, limiti e forza dimostrativa di ciascun elemento.

È esattamente contro le scorciatoie della suggestione che ho scritto “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”. Il titolo parla di segreti, ma quello più importante è forse il meno cinematografico: non innamorarsi mai della propria tesi. Il manuale traduce in strumenti concreti il metodo già sviluppato in “Giornalismo investigativo e d’inchiesta”, pubblicato nel 2025 dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il principio è semplice: separare sempre il dato, la fonte, l’interpretazione e ciò che quel dato consente realmente di concludere.

Tra le cento tecniche c’è quella dei Tre Perché, che obbliga il giornalista a superare la spiegazione più comoda. Applichiamola a una frase diventata un classico di molte pseudo-inchieste: «Qui nessuno parla: hanno paura». Perché il silenzio dovrebbe dimostrare la paura? Perché escludere pudore, diffidenza, stanchezza, tutela legale o semplice indisponibilità? Perché una supposizione del cronista dovrebbe diventare la conclusione del servizio?

Se a queste domande non seguono fatti verificabili, non è stata scoperta l’omertà: è stato attribuito arbitrariamente un significato al silenzio. «Nessuno parla perché tutti hanno paura» è una suggestione a buon mercato venduta come inchiesta. È anti-giornalismo, perché trasforma l’assenza di risposte nella conferma della tesi che non si è riusciti a dimostrare. Il giornalismo investigativo non riempie i vuoti con l’immaginazione: li rende visibili e, quando non può superarli, ha l’onestà di dichiararli.

Il processo mediatico premia invece la certezza immediata. Una stessa fonte, rilanciata da programmi, siti e profili social, sembra diventare un coro di conferme indipendenti. Nascono tifoserie che non esaminano più gli elementi, ma difendono una narrazione. Non serve un complotto per deformare un caso: basta un sistema che remunera le certezze e considera il dubbio una debolezza.

Al centro dovrebbe tornare Chiara Poggi. Tutelare la presunzione di non colpevolezza di Sempio non significa assolvere Stasi; ricordare la condanna definitiva di Stasi non impedisce di analizzarla criticamente; rispettare la famiglia Poggi non autorizza a indicare un nuovo colpevole prima del giudice. Il pubblico non ha bisogno di un magistrato senza toga, di un detective da salotto o di un cronista che scambi i punti esclamativi per prove. Ha bisogno di professionisti capaci di spiegare che cosa è accertato, che cosa è contestato, chi sostiene ogni tesi e che cosa ancora non sappiamo. Il bravo giornalista non è quello che arriva per primo a un colpevole. È quello che, per arrivare alla verità, non sacrifica nessuno lungo la strada.

“Cento tecniche segrete del giornalista investigativo”, Alessandro Politi, Oligo editore, 280 pagine, 19 euro

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Guido Maria Brera, e l’illusione di fermare il tempo

Clessidra orario tempo

Mentre scorrono i titoli di coda e le luci non sono ancora state accese e il buio della sera è intatto, lascio la fila di sedie del cinema all’aperto.

Sulla retina mi sono rimaste impresse – sovrapposte, eppure vivide – immagini di distruzione. Edifici disintegrati dalla guerra, edifici mutilati, muri anneriti dalle esplosioni. Edifici di nuova costruzione, in cemento.

Osservare rovine che non appartengono a un remoto passato sembra assurdo. Un controsenso, uno spreco, una presenza – o un’assenza – innaturale. Mi sono lasciato dietro il baracchino della biglietteria e sono fuori, in strada, eppure sento risuonare le parole che poco fa mi venivano incontro dallo schermo. “Odio il cemento, perché il cemento è arido. Su un edificio di cemento non cresce nulla, e non appartiene al mondo naturale”.

Nella grande piazza simmetrica, l’obelisco indica il cielo. Salgo su un taxi, do l’indirizzo e la macchina si muove nella sera inoltrata, lungo la direttrice nord-sud. Mentre i pensieri non riescono ad allontanarsi dalle immagini e dalle voci del documentario Architecton del regista russo Victor Kossakovsky, la macchina si muove per la città che il cemento ha reso abnorme, la città delle palazzine e dei palazzinari, delle borgate e dei quartieri oltre il Raccordo, oltre la cintura dell’Agro, oltre i confini – a forza.

Non è successo solo qui. Durante il boom edilizio del Novecento, l’Italia intera è stata sommersa da una colata di cemento. Edifici, infrastrutture: sono sorti in tutto il Paese, con la violenza della fame.

Era la fame di costruire, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Ed era la fame di speculare, estraendo valore dallo sfruttamento del territorio.

Oggi quel cemento si è deteriorato, e così ha svelato quanto fosse scarsa la sua qualità. Quale errore sia stato consegnarsi alla violenza di quella fame. Anche perché, oltre ai danni che il cemento subisce, c’è da mettere in conto la difficoltà di smaltirlo. Invece, la pietra è eterna. E il legno, che eterno non è, si smaltisce facilmente.

Abbiamo abusato del cemento nel tirar su le città degli ultimi ottant’anni, e nelle città abbiamo concentrato sempre più persone. L’insostenibilità è pesante come una coperta che non riusciamo a toglierci di dosso, e ci soffoca.

C’è una Roma della Pietra, che testimonia la sua eternità millenaria, e c’è una Roma del Cemento, che poggia le fondamenta sull’effimero. E io sto attraversando queste due città, io che non conosco la consistenza della pietra né quella del cemento. Io che sono nato e cresciuto qui e poi sono andato via – sono andato lontano. Io che conosco la consistenza impalpabile dei flussi di capitale, gli input intangibili che muovono denaro sulle dorsali delle transazioni finanziarie.

Mi chiamo Massimo De Ruggero, io. Ho cinquantacinque anni, il vestito scuro, la camicia bianca, un doppio passaporto. Per molti sono un uomo dell’alta finanza. Per i pochi che mi conoscono davvero, sono una delle menti che tessono la trama nascosta di un piano di dominio. Appartengo alla cerchia di invisibili impegnati in una guerra che non fa rumore. Una guerra per la supremazia dell’Occidente, per conservare l’equilibrio, lo stato di cose presente. Combattiamo una guerra contro l’entropia, contro la disgregazione inevitabile della realtà. Sì, abbiamo il potere che non ama i riflettori, l’unico potere che conta.

Ci chiamano i Diavoli.

Al centro dei mercati finanziari, ai vertici delle grandi banche d’affari, sull’onda più alta dei flussi di capitale, scongiuriamo crisi, sventiamo catastrofi, differiamo apocalissi. Sosteniamo la necessità del male minore per scampare al male più grande. Abbiamo inondato l’Occidente con un diluvio di cartamoneta quando il sistema del credito era inaridito, ai tempi della grande crisi finanziaria del 2007. Abbiamo abbassato i tassi d’interesse. Abbiamo attaccato i debiti sovrani e ancorato titoli di Stato allo zero. Inganniamo e manipoliamo. Nessun aspetto della vita umana elude il nostro controllo.

I giorni svaniscono. Il tempo procede secondo una direzione precisa: da ieri a oggi, da oggi a domani. Gli imperi collassano. Gli uomini invecchiano. Le alleanze si frantumano. Il moto disperde energia, l’energia si trasmette inderogabilmente da un corpo più caldo a uno più freddo. L’entropia cresce, il disordine aumenta. Dalle galassie nel vuoto cosmico fino ai corpi umani sui marciapiedi intorno a me: tutto si corrompe, trascinato dal divenire.

Ho vissuto per oppormi a questo principio, per arrestare il Tempo – annullare la dispersione d’energia, dipanare il segreto dell’eternità, risolvere l’arcano del moto perpetuo. Di tanto in tanto, eventi non considerati mi ricordano la natura utopica del mio sforzo. Forse anche il mio progetto mostra delle crepe, di certo anch’io invecchio. Io, Massimo De Ruggero, un tempo al vertice della grande banca, oggi invisibile argine che contiene le spinte irrazionali dell’Occidente.

L’auto imbocca la consolare, scivola silenziosa tra i grandi volumi dei palazzi addossati l’uno all’altro. Pubblicità luminose, alberi scuri, l’asfalto crepato che fa sobbalzare.

Il tassista rallenta e accosta, senza spegnere il motore, in corrispondenza dell’indirizzo che gli ho dato. Lascio una mancia generosa e scendo, senza rispondere all’augurio di una buona serata.

L’edificio su cui sollevo lo sguardo è spettrale nella sua decadenza. Sta un passo indietro rispetto alla strada, con la sua ampia parete a vetri che deforma le luci dei lampioni e con i suoi tetri piani di cemento.

Fu realizzato negli anni Cinquanta, su progetto dello stesso architetto che poi avrebbe progettato un ponte di Genova diventato famoso, il viadotto Polcevera. Nessuno lo chiama così, da quand’è diventato famoso – da quando il ponte è crollato, il 14 agosto 2018, togliendo la vita a quarantatré persone e lasciandone oltre cinquecento senza casa.

Il nome di questo edificio, invece, è rimasto lo stesso nella fatiscenza e ancora è annunciato, in verticale, su un margine della facciata. Un nome che è un paradosso, a guardare il palazzo da così vicino: cinema Maestoso.

Come il cemento si corrompe e dà forma a una rovina, così l’uomo deperisce fino a sgretolarsi. Usare un materiale piuttosto che un altro misura l’ambizione della prospettiva. Come gli architetti si impegnano a innalzare costruzioni solide, così i Diavoli sono custodi dell’ordine costituito.

Dall’ombra, accanto all’ingresso, viene fuori la figura di un uomo. Mi fa cenno.

Lo avvicino, e l’uomo dice, in fretta: «Tutto a posto, signore. Per quanto strana fosse la sua richiesta, mi hanno detto di farla entrare. Prego, di qua…». Poi mi precede all’interno dell’edificio. Lo seguo, e passo di fianco alla biglietteria in disuso. Do un’occhiata distratta ai manifesti dei film, sulle pareti dell’atrio – locandine del 2018 che sembrano vecchie di decenni.

L’uomo mi fa strada fino a una grande sala. Si sposta di lato e mi guarda, come per interpretare la mia espressione. Mi alleno da una vita all’imperturbabilità. E poi qui regna la penombra.

Chiedo di essere lasciato solo, e l’altro annuisce: «Pochi minuti, però». Lo vedo allontanarsi, la porta antincendio si chiude.

Mi volto verso lo schermo enorme, spento, incapace di illuminare la distesa di poltroncine. E a passi misurati, quasi solennemente, vado a sedermi nell’ultima fila. Ritrovo il tessuto sdrucito della poltroncina – contatto morbido, familiare.

Quanti pomeriggi, quante sere, ho trascorso in questo cinema… Non saprei immaginare un numero, io che vivo di numeri. So che lo chiamavo il mio cinema, e che ero un ragazzino, nell’Italia innamorata dell’America reaganiana. Venivo a vedere immagini proiettate direttamente dalla Hollywood di quegli anni. Ero con gli acchiappafantasmi che riportavano New York fuori dal caos. Andavo avanti e indietro nel tempo con Marty McFly, con Doc e con la DeLorean. Facevo manovre coraggiose sui caccia in volo, e mi aggiustavo i capelli con le mani per avere il taglio di Tom Cruise. Avverto una stretta al cuore – la nostalgia si prende sempre più confidenza di quanta gliene accorderesti. Poi un rumore improvviso mi fa trasalire, e allora mi guardo attorno sforzando gli occhi. «C’è qualcuno?», domando. La sensazione insopportabile di essere colto di sorpresa.

La sala però risponde col silenzio. Tutto è immobile. Resto in attesa, per un tempo che mi sembra durare troppo a lungo. Finché in effetti una voce riempie l’aria, sfruttando l’acustica della sala. «È un buon investimento», dice, da qualche parte di fronte a me. Ha parlato in inglese, ma ho riconosciuto l’accento della East Coast.

Mi volto in direzione della voce, e distinguo a fatica qualcuno in piedi, tra il fondo e la metà della sala. Un uomo dai lineamenti che si confondono, nella quasi assenza di luce. Ma si vede com’è vestito: lo stile è quello appariscente dei vecchi finanzieri della Wall Street anni Ottanta. Le righe vistose della camicia macchiano di colore l’uniformità dell’ambiente in penombra. Le bretelle, evidenti, mi ricordano chissà perché le cinture di munizioni che fasciavano John Rambo. Scrollo la testa. «Pensavo di aver comprato il diritto di stare da solo in questo posto…».

Non mi muovo, seduto sulla poltroncina. Né si muove lui – in piedi, laggiù. «Non rimproveri i suoi interlocutori. Io per certi versi, qui…», e con un ampio, teatrale gesto della mano abbraccia l’ambiente, «…sono di casa». «Avrei detto che fosse newyorkese». «Quelli come noi sono di casa ovunque si possano far soldi». Socchiudo gli occhi, quasi per diradare l’oscurità che copre come una nebbia il viso dell’uomo. Non rispondo, mi limito ad accentuare la pressione del tacco sul pavimento.

«Faccio finanza anch’io», prosegue l’Americano, «da più tempo di lei. E la seguo da molto…». Con un gesto svelto, addirittura performativo, estrae dalla tasca un grosso sigaro e lo punta verso di me. «Massimo De Ruggero, classe 1969, nato proprio qui, a Roma. Appena ha potuto, ha lasciato l’Italia e ha fatto fortuna a Londra. Ha scalato la piramide fino ai vertici di una grande banca d’affari, una delle più grandi. È stato capo del fixed income. Area di responsabilità: Europa. Si occupava di titoli di Stato, poco prima del Great Crash del 2007. Poi è svanito nel nulla, proprio quando stava per avere inizio il gran banchetto sui debiti pubblici della periferia europea. Secondo qualcuno, ha avuto delle esitazioni… morali, per così dire, e questo sarebbe sbagliato perché il nostro mestiere non ammette esitazioni e nemmeno la morale. Secondo altri, un italiano come lei non piaceva al board della banca, e questo sarebbe miope. Adesso certe voci confidenziali dicono che è rimasto nel campo, Mr De Ruggero, ma ha cominciato a fare altro. O forse si è dato al cinema?».

Comincio ad applaudire. Lentamente, senza tradire emozioni, il viso chiuso, impenetrabile. «Tutta questa applicazione è sprecata, Mr…?». Lo sento ridere di gusto, a piccoli scoppi nervosi. «Gekko. Il piacere è mio». «Gekko?», ripeto. «Come Gordon Gekko?».

L’Americano non risponde, ma sembra annuire. Si mette il sigaro in bocca, lo accende. Un bagliore che dura troppo poco per poter afferrare i lineamenti.

«Non deve avere molta fantasia se sceglie il nome di un personaggio così famoso, una vera leggenda del cinema degli anni Ottanta, e proprio in un cinema…».

«Ecco!», esclama, scuotendo il sigaro. «Gli anni Ottanta: è un bell’argomento da affrontare in una sera d’autunno, in un luogo abbandonato della Città Eterna, come la chiamate. Perché in quegli anni era tutto più facile. Da una parte noi, dall’altra i comunisti. In quel periodo, Max… posso chiamarti Max, vero? In quel periodo abbiamo fatto soldi degni di questo nome. Quando Wall Street era ancora Wall Street e distruggere era un modo di creare. Compravamo aziende, le smembravamo e ne rivendevamo i pezzi pregiati. Lavoratori e sindacati erano solo variabili dipendenti delle nostre plusvalenze. La consunzione era un’opportunità. I mondi che franavano – posti come questo dove siamo – erano un pozzo di occasioni. Nessuna politica, nessuna teoria, nessuno scrupolo. Molti piaceri della vita: belle donne, ottimo whisky, ottimi sigari… Quando siete arrivati voi, era tutto finito».

Colgo il rammarico nella voce, il mito di una stagione dorata che ormai somiglia a un’era geologica addietro. L’idea della finanza come grande forza accaparratrice.

«Voi?», gli chiedo. «Non sono abituato a parlare a nome di altri». Inverto la posizione delle gambe – la poltroncina scricchiola. «In ogni caso, all’inizio sì, avevo pensato di comprare questo posto, insieme a un amico produttore. Pensavo a un cinema di nuova generazione, dove non si facessero solo proiezioni. Ma poi quell’investimento è saltato. Per un mio scrupolo, per una mia esitazione, perché ho l’impressione che i cinema stiano diventando come gli stadi del football: luoghi senza più anima, votati al consumo e all’intrattenimento e non al gioco in sé, non alla storia che va in scena. E non volevo contribuire a questa trasformazione, a snaturare la natura popolare dello spettacolo».

«Mah», commenta Gekko, «avrebbe potuto essere un buon business, avresti fatto soldi, che alla fine è sempre quello che conta». Il viso continua a restare in ombra, ma ho l’impressione che stia sogghignando. «Comunque, io una storia da raccontarti ce l’ho. Sempre che ti interessi sentirla…».

Scrollo le spalle. «Le buone storie dovrebbero essere gratis».

«Ah, questa lo è». L’Americano stira con la mano la cravatta, prima di attaccare: «Alcuni raccontano che ogni terzo mercoledì del mese, da diversi anni, in una stanza al tredicesimo piano di un grattacielo a Midtown Manhattan, si riuniscano delle persone. Dicono che in quella stanza ci sia un tavolo circolare e che intorno a quel tavolo siedano gli Invisibili: gli esponenti delle più importanti banche d’affari degli Stati Uniti, consulenti del Tesoro americano, uomini legati alla Federal Reserve Bank e una stretta selezione di raider dei più grandi hedge fund. Sono il cerchio magico che difende il nuovo ordine mondiale. Secondo qualcuno compongono una cupola, una super loggia che manipola i destini del pianeta. Io credo che funzionino piuttosto come una camera di compensazione, dove si mediano interessi e si formano orientamenti condivisi. Ma sta di fatto che nessuno ne sa niente. C’è perfino chi sostiene che il tredicesimo piano sia uno spauracchio costruito ad arte, una leggenda per montare le masse contro una presunta élite». Traccia disegni col fumo del sigaro, nell’aria ferma del cinema dismesso. «E alcuni raccontano che tu sia uno degli esponenti più in vista di questa cerchia».

«Mr Gekko, non ho molto tempo a disposizione, ma credo sia giusto darle una risposta», dico infine, dopo aver sentito scemare il fastidio per quell’espressione – “in vista” – così inappropriata, ridicola. «Quando ho cominciato, credevo non esistessero limiti. Viaggiavamo a velocità folle, in un contesto frenetico. Voi americani smantellavate il sistema di controllo sull’economia, abolivate la distinzione tra banche d’affari e banche d’investimento. Sembrava di scendere le rapide di un fiume di liquidità. I tassi erano bassi, e così abbiamo finanziato di tutto. Per avere la protezione garantita dal welfare bisognava passare dalle banche: casa, sanità, istruzione… La gente chiedeva soldi per comprare beni e sicurezza – diritti, li chiamerebbe qualcuno. I democratici a Washington erano i migliori alleati possibili, molto più dei vostri repubblicani degli anni Ottanta. La finanza stava cambiando, perché il mondo stava cambiando. Poi, ai tempi dei subprime, le vostre banche si sono salvate stampando dollari. Era l’unico modo per uscire dalla crisi nella direzione giusta. Così, abbiamo pilotato risorse pubbliche per salvare le banche. Abbiamo contribuito a destabilizzare i bilanci degli Stati, in Europa. Abbiamo aumentato la ricchezza di chi era già ricco, per evitare un’implosione definitiva. Abbiamo evitato la barbarie, come avrebbe detto qualcuno. E l’abbiamo fatto perché non c’era altra scelta, Mr Gekko: una cura estrema per una malattia acuta. Non se ne poteva uscire diversamente. Certo, una cura estrema comporta danni collaterali… Voi, invece, compravate e vendevate azioni, scalavate società e arrotolavate banconote piegati sui tavoli per tirare su l’umore».

L’Americano inizia a tamburellare ritmicamente le dita su una coscia. «Anche quella che hai raccontato è una storia. Mi chiedo se è a me che l’hai raccontata, o se cerchi di persuadere te stesso», dice. «Siamo più simili di quanto ti piaccia pensare, Max. In tempi diversi siamo stati l’1% dell’élite proprietaria del pianeta. Non siete la nuova Camelot, siete quelli di sempre. Vi piace immaginarvi come i cavalieri di una tavola rotonda, i rigorosi guardiani dell’esistente che hanno eletto l’invisibilità a norma, che odiano gli eccessi e non sono devoti del profitto, bensì della supremazia di un mondo. Vi piace dirvi monaci-guerrieri, mentre a noi bastava essere bastardi senza gloria. Siete solo venuti dopo di noi».

Le persone che mi provocano per innervosirmi ottengono sempre l’effetto opposto – rivelando quella speranza, mi fanno sentire più forte. La presunzione si esibisce solo quando si ha paura.

Con la voce calma, la voce di un saggio che vede nel buio, dico: «Lei forse conoscerà la leggenda del Grande Inquisitore. La storia dell’incontro, nella Spagna del Quattrocento, tra il Cristo risorto e l’uomo a capo dell’Inquisizione che lo ha fatto arrestare. Ebbene, Cristo non capisce di quale colpa sarebbe reo e il Grande Inquisitore dice che la libertà offerta ai cristiani dal suo esempio non è adatta a tutti gli uomini. C’è bisogno di un’autorità forte che amministri la libertà fingendo di farlo in nome di Cristo stesso. È un inganno freddo, sleale come ogni inganno, ma in ultima istanza necessario». Faccio una pausa, perché le parole in una sala cinematografica guadagnano un’eco, e quindi forza. Poi continuo: «Di certo, Gekko, saprà che ai suoi tempi la politica si ritraeva mentre la finanza avanzava. Nelle cose degli uomini non esistono i vuoti, non esistono altri mondi possibili: l’unico è quello garantito dall’1% di loro, e oltre i confini della realtà c’è solo catastrofe. Ecco perché nel qui e ora che modelliamo non esiste futuro, né movimento, né entropia. Solo un perenne inverno che conserva la civiltà sotto una coltre. L’unica esistenza ancora concessa all’Occidente. Così, i sigari diventano cenere, il ghiaccio si scioglie nei bicchieri da cocktail, la bellezza sfiorisce, la ricchezza si disperde, il cemento si sgretola, i bei film finiscono, i cinema chiudono… Siamo venuti dopo di voi, è vero, e abbiamo dovuto preoccuparci delle macerie che avete lasciato. Insomma, Gekko: non è mai una questione di soldi. È una questione di sopravvivenza e del potere che può garantirla. E l’unico, vero potere è la finanza».

Il sigaro dell’Americano si è spento, tra le sue dita, come se lo avesse stretto con troppa forza, o come se la sala rispondesse a proprie regole chimiche, che non permettono la combustione troppo a lungo.

Dalla penombra, sento Gekko dire: «Quelli come te sono una condanna all’immobilità. Se non ci foste e gli uomini fossero liberi da inganni e manipolazioni, allora le possibilità di ripartire si sarebbero già date. Saremmo già in un futuro diverso. Sei convinto di guadagnare tempo, Max, invece lo stai bruciando. Gli uomini non cambieranno mai, e tenerli prigionieri nelle maglie del controllo… semplicemente, non è giusto. L’avidità – non trovo una parola migliore – è giusta. L’avidità funziona, rende chiaro, fa suo lo spirito evolutivo. L’avidità in ogni forma: avidità di vita, d’amore, di sapere, di denaro… ha impostato lo slancio in avanti del genere umano. E sarà solo l’avidità a salvare l’Occidente, e il mondo intero. Il nostro tempo non è mai finito».

Chiudo gli occhi. Ho bisogno di una pausa, di un fotogramma nero. Controllo la respirazione.

Non appena sollevo di nuovo le palpebre intuisco che Gekko è scomparso, prima ancora di mettere a fuoco lo spazio vuoto. Nello stesso momento sono improvvisamente, terribilmente sicuro di aver vissuto un film. E che davvero è l’ultimo film andato in scena qui – in questa sala, in questo cinema che tanti anni fa, quand’ero soltanto un ragazzino, chiamavo mio.

Questo racconto di Guido Maria Brera è tratto dal nono numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato al cinema. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2024. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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Quello che il satellite vede a Gaza, e che la ricostruzione non racconta

Gaza

Il 7 agosto il Board of Peace ha assegnato il suo primo contratto: una base militare, non un ospedale, non alloggi per gli sfollati. È l’organismo voluto da Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza, che lui stesso presiede e la cui gestione operativa ha affidato al genero Jared Kushner e a Steve Witkoff. La base misura 100 metri per 120 ed è pensata per 150 soldati della forza di stabilizzazione internazionale. La costruisce la Arkel International, un’azienda della Louisiana che ha già lavorato per l’esercito americano in Iraq. Secondo l’anticipazione del Guardian, il contratto non è ancora formalmente chiuso, ma è alle battute finali.

Il punto di partenza è metodologico: il satellite non ha opinioni, misura. Da ottobre a oggi il contesto politico è cambiato. C’è un cessate il fuoco, c’è un piano in quindici punti, c’è un organismo internazionale con un nome che promette pace. La traiettoria fisica sul terreno, a giudicare dai dati che seguono, non è cambiata. L’analisi che segue non si limita a citare le fonti satellitari pubblicate da altri: per questo articolo sono state scaricate due immagini PlanetScope, datate l’8 gennaio e il 3 marzo 2026, sullo stesso punto della Striscia. Il confronto è la sintesi più chiara di questi sei mesi.

La Linea Gialla, spiegata
Con il cessate il fuoco di ottobre 2025 è stata tracciata una linea di demarcazione, chiamata informalmente Yellow Line, che segna il limite fino a dove le forze israeliane si sono ritirate dalle posizioni di massima avanzata. Doveva essere una linea temporanea, il primo passo di un ritiro progressivo. Da allora quella linea non è arretrata: secondo le analisi satellitari raccolte da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify, si è invece consolidata in un confine fisico, permanente, che oggi delimita una fascia compresa fra il 55 e il 60 per cento del territorio della Striscia sotto controllo israeliano diretto. A fine maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dato indicazioni di voler estendere il controllo militare fino al 70 per cento del territorio.

Wikipedia le ha dedicato una voce propria, «Yellow Line (Gaza)». È un indicatore di quanto la linea sia diventata un oggetto di cronaca permanente, non più un dettaglio tecnico di un cessate il fuoco.

Cosa documentano le fonti open source
Tre organizzazioni indipendenti, con metodo dichiarato e immagini datate, hanno seguito l’evoluzione della linea gialla mese per mese.

La Al Jazeera Open Source Unit ha pubblicato il 3 giugno un’analisi che, su dati satellitari fino a maggio 2026, identifica 40 avamposti militari israeliani distinti entro i confini di Gaza. Il dato più rilevante non è il totale, ma la scomposizione: otto di queste basi sono state costruite interamente dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre 2025, una era ancora in costruzione attiva al momento della pubblicazione. Tra i siti documentati: una base costruita sulle rovine di un cimitero a Khan Younis, con lavori iniziati a novembre 2025 e «completamente equipaggiata» con piazzali per veicoli entro maggio; una struttura interamente recintata a Beit Lahiya; un ampliamento del 70 per cento della superficie di un sito a est di Gaza City tra ottobre 2025 e maggio 2026. Il 23 luglio Al Jazeera è tornata sul tema con un’analisi dedicata a un terrapieno con fossato lungo oltre 23 chilometri (la Striscia ne misura circa 40 in tutta la sua lunghezza), costruito nei mesi precedenti e documentato da un’immagine Planet Labs del 1° luglio, distribuita anche tramite Associated Press. In alcuni punti il terrapieno supera la linea gialla concordata: di circa 400 metri a Khan Younis, fino a 1.300 metri a Rafah.

Forensic Architecture, il centro di ricerca spaziale dell’Università di Londra Goldsmiths che da anni applica alla ricostruzione di eventi di conflitto la stessa logica di evidenza fisica usata nelle analisi Sentinel, mantiene sulla piattaforma Frames un monitoraggio continuativo della linea gialla: non un singolo pezzo, ma un archivio di verifiche datate e georeferenziate. Le loro misurazioni, aggiornate a fine maggio, parlano di 25 chilometri complessivi di nuovi terrapieni, con un singolo tratto continuo di 11 chilometri che corre da Wadi Gaza fino a Khan Younis, il tratto più lungo mai documentato finora. Avevano già seguito, da dicembre 2025, la costruzione di una base a Jabalia, nel nord della Striscia, progressivamente fortificata nei mesi successivi.

BBC Verify, la squadra di verifica satellitare della BBC, ha pubblicato il 29 luglio un pezzo firmato dalla corrispondente Yolande Knell insieme a Emma Pengelly e Benedict Garman, in cui le immagini satellitari analizzate mostrano, secondo la sintesi della stessa BBC, che «in alcune aree il terrapieno di terra sposta di fatto il confine» più addentro nella Striscia rispetto alla linea gialla nominale. Solo nel mese di luglio, secondo l’articolo, decine di edifici in più sono stati demoliti oltre la linea gialla nell’area di Khan Younis e Deir al-Balah. Andreas Krieg, del King’s College London, ha commentato lo spostamento dei blocchi di cemento gialli che segnano fisicamente il confine definendolo, in dichiarazioni riportate dalla stampa, uno strumento di pressione territoriale. Reuters, il 28 luglio, ha raccontato la stessa dinamica dal punto di vista dei residenti del quartiere di Zeitoun, a Gaza City, che si ritrovano i blocchi gialli spostati durante la notte.

Vale una precisazione, perché il tema del «confine mobile» e della Linea Gialla ricorre anche altrove: Bellingcat ha pubblicato a maggio un’analisi satellitare rigorosa su una Yellow Line, ma è quella del Libano meridionale, una zona di sicurezza israeliana distinta che ha danneggiato o distrutto almeno 46 città e villaggi libanesi. È lo stesso lessico militare israeliano applicato a due teatri diversi, non lo stesso confine. Chi scrive di questo tema dovrebbe tenerli separati con cura: per questo qui non viene citato come fonte su Gaza, ma segnalato come nota a margine sul metodo.

La mappa che segue (fig. 1) riassume in forma semplificata i punti citati sopra: l’andamento della linea gialla e le posizioni approssimative dei siti documentati da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify.

Schema semplificato, non in scala geografica esatta, della Yellow Line e dei principali avamposti e terrapieni documentati dalle fonti open source citate nel testo. Elaborazione dell’autore su dati Al Jazeera Open Source Unit, Forensic Architecture, BBC Verify

Cosa mostrano le nuove immagini
Tutte le fonti citate sopra usano gli stessi strumenti satellitari impiegati per l’analisi di questo articolo, Planet Labs e in alcuni casi Sentinel Hub, ma restano fonti di seconda mano finché i dati non vengono verificati direttamente. Le due acquisizioni PlanetScope usate qui, datate 8 gennaio e 3 marzo 2026 (le più recenti disponibili al momento della scrittura), non riguardano l’intera Striscia ma un’area ristretta in cui le fonti citate sopra segnalavano nuova attività.

Il confronto (fig. 2) è netto. L’8 gennaio, sul lato orientale dell’area osservata, c’è un piccolo avamposto quadrato, recintato, isolato su un cumulo di terra spoglia: una struttura modesta, con un solo accesso visibile. Il 3 marzo, nello stesso punto, quella struttura è diventata un forte circolare. Un terrapieno ovale di un centinaio di metri di diametro racchiude una struttura fortificata centrale, e una rete di piste per veicoli si irradia verso l’esterno a raggiera. In meno di due mesi, un avamposto è diventato una posizione fortificata permanente.

Stesso punto, due date. L’8 gennaio 2026 (sinistra) c’è un piccolo avamposto quadrato su un cumulo di terra spoglio. Il 3 marzo (destra) è diventato un forte circolare con terrapieno perimetrale e piste di accesso a raggiera. Planet Labs PBC / Piero Boccardo

Il dato più interessante non è la crescita del forte in sé: è già documentata, in altre aree, dalle fonti citate sopra. Più utile è osservare un secondo punto, a poca distanza dal primo (fig. 3). Nell’immagine dell’8 gennaio l’area è tessuto urbano e agricolo continuo, attraversato solo da una strada preesistente in diagonale. Nell’immagine del 3 marzo, nello stesso punto, un corridoio di terra sgomberata affianca quella strada, con margini netti e rettilinei, incompatibili con un canale naturale. Una rete di piste per veicoli si irradia a raggiera da un punto centrale dove a gennaio non c’era nulla. È una fascia sgomberata ex novo, con le caratteristiche di un’area di transito o di sosta per mezzi, comparsa nella stessa finestra temporale in cui si sviluppa il forte descritto sopra.

Un secondo punto della stessa area, a poca distanza dal primo. L’8 gennaio 2026 (sinistra) il tessuto urbano e agricolo è continuo, attraversato solo da una strada preesistente. Il 3 marzo (destra, con l’evidenziazione in rosso) un corridoio di terra sgomberata affianca la strada e una rete di piste per veicoli si irradia da un punto centrale prima assente. Planet Labs PBC / Piero Boccardo

A scala di intera Striscia il confronto è meno conclusivo. Un’immagine del febbraio 2023 e una del marzo 2026, alla risoluzione necessaria per coprire tutto il territorio, non permettono di distinguere con certezza un nuovo terrapieno da una strada già esistente prima della guerra: un’opera larga pochi metri richiede di restringere il campo per essere identificata. Le immagini panoramiche mostrano il contesto, quelle a maggiore dettaglio come le due sopra mostrano la prova.

Il conto che non torna
Mettiamo insieme questi piani. La Fondazione Leone Moressa e altre stime indipendenti collocano il costo della ricostruzione di Gaza fra i 70 e i 75 miliardi di dollari, quasi 200.000 edifici da ricostruire secondo le stime circolate a più riprese nei mesi scorsi. Il Board of Peace, l’organismo che dovrebbe amministrare quei fondi e quel processo, ha aperto la sua attività assegnando un contratto per una base militare. Il disarmo di Hamas, intanto, non è nemmeno cominciato: Israele lo pone come condizione al proprio ritiro, Hamas pone il ritiro israeliano come condizione al proprio disarmo. Le case mobili per centinaia di migliaia di sfollati restano, a oggi, fuori dalla Striscia.

Ciò che si muove, con una regolarità che i comunicati ufficiali non hanno, sono i terrapieni, i blocchi di cemento giallo e le piste che collegano un vecchio posto di blocco a un nuovo forte, come mostra il confronto PlanetScope qui sopra su un singolo punto della Striscia osservato in meno di due mesi.

Cosa il satellite non può dire
Vale un avvertimento metodologico, oggi come sempre. Un’immagine satellitare dice che una struttura non c’era e poi c’è, che un terrapieno si è allungato di alcuni chilometri, che una fascia di terreno è stata spianata. Non dice chi ha deciso di costruirla, con quale catena di comando, né se sia parte di un piano di annessione permanente o di una misura di sicurezza temporanea che nessuno, nei fatti, ha più intenzione di rimuovere. Quella è una valutazione politica e giuridica che spetta ad altri: analisti come Andreas Krieg si stanno già esprimendo apertamente su questo. Il satellite misura. Il resto, la ricostruzione del significato, resta un lavoro umano, e va fatto con i dati alla mano, non con gli annunci.

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Jafar Farah: «Il voto palestinese è nel mirino: minacce ai seggi e ai candidati»

Storico attivista per i diritti degli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana, che rappresentano circa il 21% della popolazione di Israele, Jafar Farah è da anni direttore della ong di […]

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Cina, Ai e fame d’energia: i data center finiscono sigillati in fondo al mare

Per raffreddare i computer che alimentano l’intelligenza artificiale servono sempre più energia e acqua. La Cina prova a cambiare l’equazione: invece di portare l’acqua ai server, porta i server nell’acqua. […]

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Calabria, Occhiuto: «Chi sta con Vannacci è fuori dalla coalizione di centrodestra»

Tra il presidente Occhiuto (Fi) e il generale Vannacci ormai è duello quotidiano. In Calabria il vicepresidente di Forza Italia prova a sperimentare una Fi moderata, con l’imprinting di Marina. […]

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“Ridurre la popolazione mondiale a 4 miliardi entro il 2200”. Nuovo studio sulla sostenibilità



Un nuovo studio scientifico auspica il dimezzamento della popolazione mondiale – dagli 8 miliardi stimati attuali, ai 4 miliardi entro l’anno 2200 – per soddisfare le esigenze della sostenibilità. Ne parliamo con Davide Rossi

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Un anno dopo Anchorage, la pace in Ucraina resta un miraggio. Conversazione con Di Liddo (Cesi)

Si celebra in queste ore l’anniversario dell’incontro di Anchorage tenutosi nel 2025, durante il quale il presidente statunitense Donald Trump e quello russo Vladimir Putin si sono incontrati faccia a faccia in un bilaterale che avrebbe dovuto permettere di affrontare diversi dossier sul tavolo. A partire, ovviamente, dalla guerra in Ucraina. Eppure, nonostante le speranze e le speculazioni, dodici mesi dopo al situazione nel Paese dell’Est Europa non sembra essere cambiata più di tanto, con il conflitto che continua a mietere vittime su base quotidiana. Cosa resta di quell’incontro? E che prospettive ci sono oggi per la guerra in Ucraina? Formiche.net lo ha chiesto a Marco Di Liddo, direttore del Cesi ed esperto di spazio post-sovietico.

Un anno fa Putin e Trump si incontravano in Alaska. A un anno di distanza cosa rimane di quell’incontro?

Resta davvero poco, ma qualcosa resta. A partire da una visione comune del mondo che hanno il presidente degli Stati Uniti e il presidente della Russia, una visione incentrata sulla preminenza, almeno formale, delle grandi potenze, e quindi una loro fiducia nella politica di potenza a livello globale. In generale resta un tentativo di sinergia su tutta una serie di dossier: a cominciare dal rifiuto delle politiche di resilienza contro il cambiamento climatico, arrivando a una vicinanza rispetto a imporre la politica delle rispettive capitali nei principali teatri regionali e in generale la ricerca di intese tra i grandi della terra che devono creare un nuovo sistema di norme, una nuova governance globale che poi deve essere imposta a tutti quanti, andando a negare quello che è l’assetto costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo il 1991. Oltre a questo però le grandi visioni sull’Africa, sull’Europa, sull’Asia restano soltanto carta a straccia.

Proprio di una “divisione del mondo in sfere di influenza” tra i due leader si era parlato nell’immediato. Anche lei crede che fosse plausibile?

Assolutamente. I due leader continuano a credere in un mondo diviso in sfere di influenza. Ma dei due quello che avrebbe una struttura economica e una potenza militare, almeno sulla carta, in grado di promuovere questo tipo di visione è soltanto Trump. Putin non può che sfruttare circostanze positive che si creano nelle pieghe delle crisi internazionali, ma non è in grado più di imporre in maniera unilaterale la visione e l’interesse della Russia a livello globale soltanto con l’uso della forza, quindi deve portare avanti una politica internazionale basata sostanzialmente sul principio del contropiede, reattiva e non proattiva, volta a sfruttare le occasioni. C’è da dire però che anche gli Stati Uniti, soprattutto con i pessimi risultati della campagna militare e politica in Medio Oriente per quanto riguarda il conflitto con l’Iran, hanno dimostrato che anche il loro ventaglio di capacità non è infinito, e che neppure una macchina bellica così preparata come quella americana può essere sempre vincente. Parafrasando Darth Vader in Guerre Stellari, non bisogna andare troppo fieri del terrore tecnologico che si è costruito, perché la capacità di distruggere un pianeta è insignificante rispetto alla potenza della forza. In questo caso la capacità di fare operazioni a lungo raggio, di avere la flotta più potente del mondo, di bombardare per settimane un avversario è insignificante di fronte alla resilienza di un sistema politico, in questo caso quello iraniano, che invece si è dimostrato molto più coriaceo di quella capacità militare americana e israeliana che li si oppone.

Per quel che riguarda la guerra in Ucraina, che prospettive abbiamo oggi? Quanto è lontana una sua fine?

La guerra in Ucraina è ancora lontana da una soluzione, sia che si tratti di una soluzione sbilanciata, sia ancora più lontana che una situazione concertata, nel senso non c’è margine oggi che Kyiv e Mosca possano sedersi al tavolo e trovare un accordo, perché gli interessi sono ancora divergenti. Gli ucraini, nonostante le difficoltà legate alla mancanza di personale e soprattutto alla coperta cortissima per quanto riguarda la difesa aerea, lotteranno fino alla fine per la propria indipendenza, per il ripristino della propria integrità territoriale e in ultima istanza per la propria dignità di popolo. Dall’altra parte i russi sanno che non possono scendere a un compromesso che non possa essere venduto internamente e internazionalmente come vittoria, perché altrimenti il loro sistema di potere potrebbe avere l’ennesima crepa e quindi andare incontro a tumulti, a scossoni dagli esiti imprevedibili dal punto di vista interno, mentre dal punto di vista internazionale ciò risulterebbe in un ridimensionamento ulteriore di Mosca. Quindi per motivi diversi siamo di fronte a una guerra di sopravvivenza, una guerra di sopravvivenza nazionale per Kyiv, una guerra di sopravvivenza di un sistema preciso di potere per Mosca, e quindi tutti e due andranno avanti fino ad esaurire l’ultima carta a disposizione. E di conseguenza questa guerra finirà soltanto finché uno dei due non avrà esaurito tutte le carte e non sarà più fisicamente dal punto di vista militare o dal punto di vista politico in grado di continuare a combattere.

La crisi dello stretto di Hormuz pesa sulle dinamiche diplomatiche relative al conflitto? E come?

Indubbiamente le dinamiche dello stretto e in generale la guerra ad Hormuz influenza in maniera diretta tutto il mondo dal punto di vista economico e politico, e quindi anche la guerra in Ucraina. Sia la Russia che l’Ucraina proiettano quelle che sono le proprie reti di influenza, le proprie necessità e le proprie capacità nel Golfo Persico. Ed è ovvio che Putin spalleggi l’Iran, perché ha bisogno che l’Iran entro certi limiti invii dei sistemi d’arma, e soprattutto perché aiutando l’Iran mette in difficoltà gli Stati Uniti, fornendo intelligence per aiutare il targeting iraniano contro obiettivi sensibili degli Stati Uniti o degli alleati degli Stati Uniti e quindi questo si trasforma in capitale politico che Putin può mettere sul tavolo del conflitto in Ucraina. Come riesce a farlo? Innanzitutto se aumenti la pressione sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, costringi inevitabilmente gli Stati Uniti a dover fare una scelta sulle forniture dei sistemi antiaerei, e quindi se devi proteggere in modo prioritario l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati,  Kyiv deve aspettare. E se Kyiv deve aspettare il ratio di successo dei bombardamenti russi aumenta perché l’Ucraina non ha Patriot a sufficienza. Naturalmente questo è il circolo materiale, poi c’è il circolo politico.

Cosa intende?

Putin può presentarsi agli Stati Uniti sostenendo che, se Washington vuole che Mosca eserciti la propria influenza sull’Iran per convincerlo ad assumere una posizione più moderata sullo Stretto di Hormuz, sul programma missilistico o su quello nucleare, allora gli Stati Uniti dovrebbero concedere alla Russia qualcosa sul dossier ucraino. In pratica, Washington dovrebbe lasciare a Mosca più margine di manovra su Kyiv, ad esempio spingendo gli ucraini a interrompere gli attacchi contro le infrastrutture critiche russe o ad accettare condizioni di pace più favorevoli al Cremlino. Questo è il tipo di scambio strategico che Mosca cerca di proporre. Tuttavia, non si tratta di un meccanismo automatico e non è affatto detto che gli altri attori siano disposti ad accettarlo. La grande lezione dell’ultimo decennio è che la politica dei blocchi funziona sempre meno, e che le grandi potenze non hanno più la capacità di imporre unilateralmente la propria volontà ai rispettivi alleati. Le medie potenze hanno acquisito maggiore peso politico e autonomia decisionale, dando vita a un multilateralismo frammentato, in cui i tradizionali punti di riferimento si indeboliscono e la gestione delle crisi diventa molto più complessa e imprevedibile.

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Così la convergenza tra IA e biologia cambia la partita della sicurezza

Intelligenza artificiale sempre più potente e biologia sintetica in rapida evoluzione. Sono i progressi che promettono di accelerare la scoperta di nuovi farmaci, migliorare la diagnostica e rendere più rapida la risposta alle emergenze sanitarie. Ma che stanno anche modificando il perimetro dei rischi biologici, abbassando alcune delle barriere tecniche che finora separavano la progettazione digitale dalla sperimentazione in laboratorio.

Per trasformare una sequenza digitale in un agente biologico funzionante servono ancora competenze specialistiche, infrastrutture, materiali e numerosi passaggi sperimentali. Non bisogna, dunque, immaginare che un chatbot possa improvvisamente progettare un patogeno pandemico pronto all’uso. È però la direzione di marcia a richiedere attenzione, poiché strumenti sempre più avanzati possono rendere accessibili capacità che fino a pochi anni fa erano appannaggio di gruppi di ricerca molto specializzati.

Lo studio Rand

Un segnale dell’evoluzione delle capacità arriva anche dai test utilizzati per valutare i modelli più avanzati. Un nuovo rapporto della Rand Corporation, basato sull’analisi di oltre ottomila quesiti sottoposti a 45 modelli di frontiera, rileva che nei test biologici dual use sviluppati da SecureBio i sistemi migliori raggiungono prestazioni comparabili a quelle dei migliori esperti coinvolti nella valutazione, mostrando progressi anche nella capacità di diagnosticare errori e risolvere problemi complessi. La stessa Rand invita però alla cautela: questi risultati non dimostrano che le capacità misurate nei test possano essere automaticamente tradotte in attività di laboratorio.

Anche sul fronte delle protezioni restano diversi limiti. Un secondo studio della Rand ha testato alcune barriere inserite direttamente nei software di biologia computazionale, utilizzati per attività come la progettazione di proteine o la previsione di mutazioni virali capaci di sfuggire alla risposta immunitaria. L’obiettivo era verificare se queste protezioni riuscissero a impedire agli agenti di intelligenza artificiale di utilizzare i programmi o di guidare un utente nel loro impiego. Nessuna delle soluzioni analizzate si è dimostrata pienamente affidabile.

Dall’IA al laboratorio

Cosa succede, dunque, quando invece la capacità computazionale incontra il laboratorio? Lo studio recentemente pubblicato su Science, nel quale ricercatori di Stanford e dell’Arc Institute hanno utilizzato modelli di intelligenza artificiale per progettare nuovi batteriofagi, offre un esempio di questa evoluzione. E sebbene non dimostri che l’AI sappia costruire un virus pandemico, dimostra che l’intelligenza artificiale può già contribuire alla progettazione di genomi virali completi che, una volta sintetizzati e testati in laboratorio, risultano biologicamente funzionanti. È qualcosa di più circoscritto, ma sicuramente rilevante.

Francesco Branda, professore e ricercatore presso l’Unità di statistica medica ed epidemiologia del Campus Bio-Medico di Roma, aveva sottolineato su Formiche.net come la macchina agisca in questi processi più da architetto che da creatore autonomo. Il salto, tuttavia, resta significativo perché una parte della progettazione biologica può diventare più rapida, scalabile e accessibile. “Questo cambia radicalmente il nostro approccio alla biologia sintetica: non più soltanto leggere e correggere il Dna, ma scriverlo da zero con un partner computazionale capace di esplorare spazi di possibilità per noi troppo vasti, combinando frammenti evolutivi con una logica che sfida la nostra intuizione”.

Un tema di sicurezza

In questa compressione delle distanze si inserisce necessariamente il tema della sicurezza. “L’intelligenza artificiale sta comprimendo la distanza tra curare una malattia e costruirne una. È una frontiera straordinaria per la medicina, ma senza governance e responsabilità chiare diventa un rischio sistemico”, sottolinea Federica Onori, deputata e rappresentante speciale dell’Assemblea parlamentare dell’Osce per l’intelligenza artificiale, sentita da Healthcare Policy. Un rischio che non riguarda soltanto l’eventuale uso intenzionale delle nuove tecnologie, ma anche la capacità dei sistemi sanitari di riconoscere e contenere rapidamente una nuova minaccia biologica. “Dopo il Covid non possiamo permetterci di farci trovare di nuovo impreparati”, aggiunge Onori.

La questione della preparedness torna così centrale, poiché, se la capacità di progettare sistemi biologici accelera, deve crescere con la stessa velocità anche quella di individuarle e sviluppare contromisure. Da questo punto di vista la stessa intelligenza artificiale che amplia il rischio può diventare parte della risposta.

I programmi di Google e OpenAi

Google DeepMind ha recentemente annunciato l’avvio di un programma dedicato alla bioresilienza, con strumenti rivolti alla prevenzione, al rilevamento e alla risposta alle minacce biologiche. OpenAI ha lanciato lo scorso maggio Rosalind Biodefense, iniziativa costruita attorno al principio della “defensive acceleration”: utilizzare modelli avanzati per rafforzare sorveglianza, diagnostica, preparedness e sviluppo di contromisure. Il principio comune su cui si fondano è che la sicurezza non possa dipendere esclusivamente dal limitare le capacità dei sistemi, ma debba anche aumentare la velocità e la qualità della risposta.

Il fattore geopolitico

E se nell’Annual threat assessment 2026, la comunità di intelligence statunitense avverte che i progressi nelle biotecnologie dual use – dalla bioinformatica alla biologia sintetica, fino alle nanotecnologie e al genome editing – potrebbero generare nuove minacce biologiche o aumentare il rischio di incidenti con rilascio involontario di patogeni, la convergenza tra intelligenza artificiale e biotecnologie non può che rientrare sempre più anche nelle valutazioni di sicurezza nazionale. Nello stesso rapporto, Washington valuta che alcuni attori statali mantengano probabilmente conoscenze e capacità per produrre e impiegare patogeni e tossine biologiche tradizionali e segnala, in particolare, che Pyongyang continuerebbe a perseguire lo sviluppo di patogeni altamente infettivi o contagiosi.

Europa: il nodo delle regole

Più aumenta la possibilità di progettare, più diventa importante controllare i passaggi che permettono a una sequenza digitale di diventare materiale biologico, e anche l’Europa comincia a costruire una risposta a questa convergenza. L’AI Act inserisce tra i rischi sistemici dei modelli più avanzati anche la possibilità di abbassare le barriere allo sviluppo di armi chimiche o biologiche. La proposta di European biotech act va nella stessa direzione, introducendo un’attenzione specifica al rischio biologico associato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle applicazioni biotech. Ma l’architettura regolatoria presenta ancora dei punti ciechi.

“L’AI Act riconosce i rischi per la salute pubblica tra gli esempi di ‘rischio sistemico’ associati ai modelli di intelligenza artificiale per finalità generali. Tuttavia, la soglia prevista dal regolamento per identificare questo rischio dipende oggi in larga misura dalla potenza di calcolo impiegata per l’addestramento del modello, misurata in floating point operations”, osserva Malwina Wójcik-Suffia, research fellow e co-coordinatrice della linea di ricerca AI & Health presso l’Information society law centre, parlando con Healthcare Policy. Un criterio che, secondo la ricercatrice, potrebbe non essere sufficiente a seguire l’evoluzione della tecnologia: “È un limite sia di fronte alla rapida evoluzione delle capacità dei modelli, sia perché anche modelli più piccoli ma maggiormente specializzati potrebbero generare rischi analoghi”. “La forte attenzione regolatoria riservata ai fornitori dei modelli di IA per finalità generali, a fronte di obblighi comparativamente più limitati per i fornitori dei sistemi che li utilizzano (ovvero chi li integra in sistemi e applicazioni specifiche, ndr), solleva interrogativi sui rischi che possono emergere a livello di sistema”, ha aggiunto.

La questione, alla fine, è abbastanza concreta: di fronte a capacità nuove sono richiesti strumenti nuovi per valutarne e contenerne i rischi, ma anche per sfruttarne le opportunità. Senza trasformare ogni avanzamento in una minaccia, ma senza nemmeno aspettare la prossima emergenza per accorgersi che controlli e sistemi di risposta sono rimasti indietro.

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Pakistan, quando l’identità religiosa diventa strategia

Mentre gran parte del mondo insiste che l’unica soluzione possibile in Medio Oriente sia quella dei due Stati, ricorre l’anniversario di quando, quasi ottant’anni fa, la soluzione dei due Stati fu applicata in un’altra parte del mondo. Il risultato fu il Pakistan.

Per comprendere meglio il Pakistan di oggi, uno Stato nel quale l’esercito esercita da decenni un’influenza politica e istituzionale eccezionale e che recentemente ha acquisito nuova rilevanza internazionale grazie al ruolo di intermediario tra Stati Uniti e Iran, bisogna tornare alle circostanze della sua nascita. Il Pakistan ha contemporaneamente firmato alla Mecca, il luogo più sacro dell’Islam, un patto di difesa che lo lega ad Arabia Saudita e Turchia, due potenze sunnite che, in modi diversi, rivendicano la leadership del mondo musulmano.

Per un Paese nel quale la definizione dell’identità nazionale è stata a lungo intrecciata alla rivalità con l’India, è motivo di grande orgoglio. Il Pakistan può presentarsi come mediatore, potenza militare e, soprattutto, unico Stato musulmano dotato di armi nucleari. Il suo arsenale diventa così non soltanto il deterrente contro l’India, ma potenzialmente una risorsa strategica per l’intero mondo islamico.

Qui emerge una contraddizione. Il giorno in cui il deterrente nucleare pakistano dovesse realmente essere utilizzato per difendere un altro Stato sarebbe anche il giorno in cui il Pakistan rischierebbe la propria distruzione. Il feldmaresciallo Asim Munir ha costruito un sistema che garantisce enorme prestigio in tempo di pace ma potrebbe imporre una scelta impossibile in guerra. Non rispettare l’impegno significherebbe perdere credibilità. Rispettarlo in un conflitto esistenziale potrebbe significare l’annientamento.

È una contraddizione stranamente familiare. Lo stesso Pakistan nacque da una soluzione politica destinata a risolvere un conflitto comunitario apparentemente inconciliabile.

Le origini precedono di molto il 1947. La All-India Muslim League fu fondata a Dhaka nel 1906, inizialmente non per chiedere uno Stato musulmano separato, ma per tutelare gli interessi politici dei musulmani nell’India britannica. La politica coloniale contribuì a istituzionalizzare la divisione. Gli elettorati separati introdotti dalle riforme Morley-Minto del 1909 spinsero sempre più gli indiani a rapportarsi allo Stato coloniale come comunità religiose anziché come cittadini di una futura India.

Neppure Muhammad Ali Jinnah fu inizialmente il profeta della Partizione. Uno sciita gujarati finì per diventare il fondatore di uno Stato sunnita. Per buona parte della sua carriera sostenne la cooperazione tra indù e musulmani e garanzie costituzionali per questi ultimi. Nel 1940, però, la Muslim League approvò a Lahore la risoluzione che divenne la base politica del Pakistan, chiedendo che le regioni a maggioranza musulmana del nord-ovest e dell’est fossero raggruppate in entità politiche indipendenti.

Nei sei anni successivi l’ambiguità divenne una richiesta precisa. La Muslim League si presentò sempre più come unica rappresentante politica dei musulmani indiani e il successo nei collegi musulmani alle elezioni del 1945-46 rafforzò enormemente Jinnah.

Ma i musulmani indiani non erano affatto unanimi. Importanti organizzazioni e autorità religiose si opposero alla Partizione. Gran parte dell’establishment deobandi respinse la teoria delle due nazioni e sostenne un nazionalismo indiano condiviso. Al contrario, settori degli ulema, influenti pir e soprattutto reti barelvi appoggiarono la Muslim League. Il Pakistan stava diventando una patria musulmana.

La successiva escalation portò quindi a uno degli episodi più oscuri che precedettero la Partizione. La Muslim League proclamò il 16 agosto 1946 “Direct Action Day” per dimostrare la determinazione musulmana a ottenere il Pakistan.

Le conseguenze furono catastrofiche. Calcutta precipitò nella violenza comunitaria, poi estesasi al Bengala, Bihar, Punjab e altrove. Indù, musulmani e sikh furono vittime e carnefici in una spirale crescente di vendette. Gandhi continuò a tentare di impedire la divisione dell’India. Voleva preservare la convivenza. Ma Gandhi fallì.

Nehru e Patel, accettando la Partizione, non erano necessariamente convinti che fosse definitiva. Nehru parlò pubblicamente della possibilità che la divisione potesse, un giorno, ricondurre all’unità. Resta controverso anche il ruolo di Lord Mountbatten. Accelerò il ritiro britannico, previsto entro giugno 1948, trasferendo invece il potere nell’agosto 1947. Un subcontinente di quasi 400 milioni di persone fu diviso in pochi mesi da Cyril Radcliffe, un avvocato britannico che non aveva mai visitato l’India. Ebbe appena cinque settimane per dividere Punjab e Bengala. Il confine definitivo fu reso pubblico soltanto dopo l’indipendenza. Una Brexit rapida.

Il Pakistan nacque il 14 agosto 1947. L’India divenne indipendente il giorno successivo. Poi arrivò la catastrofe umana. Treni raggiunsero le stazioni carichi di cadaveri invece che di passeggeri. Donne furono rapite, violentate e convertite forzatamente all’Islam. Famiglie che vivevano fianco a fianco da generazioni si ritrovarono improvvisamente ai lati opposti di una frontiera internazionale.

Il numero esatto dei morti probabilmente non sarà mai conosciuto. Le stime più alte arrivano a circa due milioni in pochi mesi, mentre tra dieci e quindici milioni di persone furono sradicate. Fu una delle più grandi e rapide catastrofi umane del XX secolo. La soluzione dei due Stati.

All’epoca le cifre raccontavano una storia molto più piccola. Lo stesso Nehru ammise pochi mesi dopo che i dati militari sulle vittime erano una grave sottostima. La normalizzazione della tragedia iniziò quasi contemporaneamente agli eventi. Mountbatten, ormai governatore generale dell’India, Nehru e gli altri leader avevano bisogno di una narrativa. Il nuovo Stato pakistano doveva costruire una propria narrativa fondativa. La Gran Bretagna aveva interesse a raccontare un ritiro ordinato dall’Impero. Nessuno aveva interesse a sottolineare che la soluzione politica appena adottata aveva prodotto una catastrofe umanitaria su scala continentale.

Il Pakistan sopravvisse. Ma non rimase integro. Nel 1971, dopo discriminazioni politiche, repressione e infine guerra, il Pakistan orientale si separò diventando Bangladesh. L’identità musulmana che aveva giustificato la Partizione non bastò a tenere insieme bengalesi e pakistani occidentali, divisi da lingua, cultura, interessi economici e geografia.

La separazione del Bangladesh mostrò i limiti dell’identità religiosa come unico collante nazionale. Decine di milioni di musulmani erano rimasti in India dopo il 1947, mentre nel Pakistan orientale lingua, cultura, rappresentanza politica e interessi economici finirono per prevalere sull’appartenenza religiosa comune.

Il problema dell’identità pakistana emerse subito nella scelta della lingua. L’urdu divenne lingua nazionale pur non essendo la lingua madre maggioritaria di nessuna delle principali regioni del Pakistan. Il suo centro culturale era nell’India settentrionale, soprattutto Uttar Pradesh, Delhi e Lucknow, e arrivò con l’élite politica e burocratica muhajir.

La contraddizione era massima nel Pakistan orientale, dove i bengalesi costituivano il più grande gruppo linguistico del Paese. Eppure nel 1948, proprio a Dhaka, Jinnah dichiarò che l’urdu sarebbe stata l’unica lingua dello Stato. Nel 1971 il Bangladesh dimostrò i limiti della religione come sostituto di lingua, cultura e identità.

Un’ironia simile riguardava la religione. Il movimento deobandi, destinato a esercitare un’enorme influenza sulla vita religiosa pakistana e successivamente afghana, era nato a Darul Uloom Deoband, nell’Uttar Pradesh. Ancora più significativamente, importanti deobandi come Husain Ahmad Madani e la Jamiat Ulema-e-Hind avevano respinto la teoria delle due nazioni e si erano opposti alla Partizione.

Il paradosso è evidente. La nuova patria musulmana adottò una lingua nazionale il cui cuore culturale rimaneva in India e subì la crescente influenza di una tradizione religiosa nata anch’essa in India, mentre le identità punjabi, sindhi, pashtun, balochi e bengalese esistevano da secoli. Una comune identità nazionale pakistana doveva essere costruita sopra identità linguistiche, culturali e regionali molto più antiche.

Gli strumenti più efficaci furono l’Islam e l’esercito. Il vuoto fu progressivamente occupato dall’istituzione dotata della maggiore organizzazione, gerarchia e continuità: i militari, destinati a diventare uno degli attori determinanti della vita politica pakistana. L’Islam fornì la legittimità ideologica, i militari la continuità istituzionale.

È qui che si comprende il momento di Asim Munir. La mediazione tra Washington e Teheran ha restituito al Pakistan rilevanza internazionale, mentre l’accordo di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Turchia permette al Paese nato come patria dei musulmani indiani di immaginarsi oggi garante militare e nucleare di una ummah molto più vasta, uno spazio strategico islamico.

Eppure proprio la storia del Pakistan dovrebbe suggerire prudenza verso grandi progetti politici fondati sull’identità religiosa. La soluzione dei due Stati del 1947 non pose fine all’ostilità tra indù e musulmani. Né produsse un’identità nazionale capace di superare tutte le divisioni linguistiche, culturali e politiche: il Pakistan si spezzò in due appena ventiquattro anni dopo.

Quasi ottant’anni dopo, il Pakistan lega nuovamente la propria sicurezza a un’ambiziosa idea politica costruita in parte sulla solidarietà musulmana. Per Asim Munir, la Mecca è un trionfo diplomatico. Un deterrente nucleare ha un valore straordinario quando serve a garantire che non venga mai utilizzato. Il Pakistan acquista prestigio suggerendo che il proprio potere protegga una comunità più vasta, ma nel momento in cui quella promessa venisse realmente messa alla prova dovrebbe scegliere tra credibilità e sopravvivenza. È il paradosso al centro del successo di Asim Munir.

La storia possiede uno sgradevole senso dell’ironia. La prima soluzione dei due Stati non pose fine al conflitto che avrebbe dovuto risolvere. La seconda, quella che oggi viene proposta per la Terra Santa, non sarà migliore. Mentre il Pakistan celebra la propria indipendenza e una rinnovata centralità internazionale, l’anniversario della Partizione ricorda anche i milioni di indù, musulmani e sikh travolti dalla nascita di un nuovo ordine politico. Tutti indiani nell’ultimo giorno dell’India unita. È una memoria che dovrebbe accompagnare qualsiasi nuovo progetto che cerchi di trasformare la solidarietà religiosa in architettura strategica.

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BOLOGNA, LASCIA CANE SENZ’ACQUA E CIBO: DENUNCIATO

Ululati e latrati di disperazione che rimbombavano nel vano scale di via Luigi Rasi, nel quartiere San Donato-San Vitale a Bologna. È stato questo grido d’aiuto, proveniente dal secondo piano di un condominio, ad allarmare i residenti e far scattare l’intervento degli agenti della Polizia locale, che hanno così salvato “Ares”, un giovane meticcio-husky prigioniero da oltre 72 ore, abbandonato a se stesso senza acqua e cibo. L’allarme è scattato ieri pomeriggio attorno alle 15.30. Raggiunto il pianerottolo, le pattuglie del reparto Navile e del Pronto Intervento hanno compreso la gravità della situazione e rintracciato subito il proprietario: un 26enne che si trovava fuori città. Ottenuto l’ingresso grazie al via libera del Pubblico ministero di turno e alle chiavi consegnate da una parente del giovane fatta arrivare nell’appartamento, gli agenti e i veterinari dell’Ausl hanno trovato l’animale visibilmente stremato, disidratato e in uno stato di profonda sofferenza psico-fisica. Liberato dalla sua prigione domestica, il quattrozampe (che ha lo stesso nome dell’unità cinofila del Corpo dei vigili urbani) è stato preso in custodia dagli operatori del canile di Castel Maggiore, dove è stato curato e rifocillato. Per il padrone ventiseienne, rintracciato dalle forze dell’ordine, è scattata l’immediata denuncia a piede libero per il reato di maltrattamento di animali. (foto di repertorio)

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L’attualità politica e culturale della sinistra Dc. Il commento di Merlo

Il ruolo della sinistra democristiana è stato importante e decisivo nella storia politica del nostro Paese. E non solo all’interno della Democrazia Cristiana. E questo per tre ragioni di fondo.

Innanzitutto perché la sinistra democristiana – sia quella “sociale” di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini e sia quella “politica” dei vari Ciriaco De Mita, Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Mino Martinazzoli – è stata un laboratorio politico e culturale di straordinaria levatura. E questo non solo perché la sinistra Dc ha sempre privilegiato la progettualità politica rispetto alla sola gestione del potere. Ovvero, per dirla con altre parole, con la sinistra democristiana la politica con la P maiuscola ha sempre avuto il sopravvento in qualunque tornante della vita democratica del nostro Paese. Insomma, parliamo di una concreta esperienza politica, culturale ed intellettuale che rappresenta quasi un “unicum” nelle vicende democratiche italiane.

In secondo luogo la sinistra democristiana ha confermato che, al di là dei numeri congressuali che di volta in volta regolavano le vicende all’interno della Democrazia Cristiana, si può condizionare pesantemente l’evoluzione del partito di appartenenza e dell’intera politica italiana anche attraverso la strada della costruzione di un progetto politico. E la conferma arriva proprio dalla concreta esperienza della sinistra Dc.

Basti pensare, per fare un solo esempio, alla storia della sinistra sociale di Forze Nuove guidata dal leader piemontese Donat-Cattin. Attraverso le sue riviste, i suoi tradizionali convegni settembrini e la concreta ed attiva partecipazione al dibattito politico, quella corrente era in grado di condizionare il cammino della politica italiana. Certo, molto dipendeva anche dalla autorevolezza e dal peso di quelle leadership. Ma è altrettanto indubbio che non tutto dipende dai numeri che vengono messi di volta in volta in campo. Molto, anzi, moltissimo, dipende anche e soprattutto dalla intelligenza politica di chi sa interpretare un ruolo e giocarlo nella contesa politica più generale. Era così per la sinistra sociale di Forze Nuove di Donat-Cattin ma lo era altrettanto per la sinistra politica di De Mita, Bodrato, Martinazzoli e Galloni.

Insomma, parliamo di una esperienza politica che ha saputo ritagliarsi un ruolo specifico non solo nella Dc ma nella politica italiana. Un ruolo che era riconosciuto da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. E anche, e soprattutto, dalla cosiddetta società civile nelle sue multiformi e variegate articolazioni sociali, culturali, professionali ed economiche.

In terzo luogo, per fermarsi solo a queste tre indicazioni, la sinistra Dc è stata forse la più alta espressione della iniziativa poltica, della progettualità politica e della elaborazione culturale ed ideale dell’area cattolica italiana. Certo, anche la sinistra Dc non rappresentava e non esauriva l’intera galassia cattolica italiana. Ma è indubbio che nel corso degli anni proprio la sinistra democristiana ha saputo interpretare e tradurre politicamente le istanze, le domande, gli interessi e le richieste che provenivano da larghi settori dell’area cattolica italiana. Una esperienza e una modalità che non si sono più ripetuti nella storia politica del nostro Paese.

Ecco perché, e per fermarsi a queste tre sole indicazioni, l’esperienza e la storia della sinistra Dc non possono e non devono essere archiviati banalmente. Semmai, e al contrario, occorre farne tesoro anche oggi. Soprattutto per quei cattolici impegnati in politica che ritengono ancora importante e decisivo l’apporto di questa cultura nelle dinamiche concrete della politica contemporanea.

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Il ritorno del centro? Da Calenda a Gori, le grandi manovre dell’area riformista

Nella Repubblica delle ciminiere mute e delle alchimie d’apparato, il Centro non è mai stato un luogo geometricamente definito, quanto piuttosto un arcipelago di ego e ambizioni. Al centro della scena torna a muoversi, con la consueta tempesta di tweet e riunioni riservate, Carlo Calenda, deciso a riaprire i battenti di quel “Terzo Polo” che in passato ha conosciuto la gloria effimera delle urne e la rapidità bruciante delle scissioni. Il leader di Azione batte il ferro finché è caldo, tesse la tela e tende la mano alla galassia centrista, provando a intercettare quel malessere diffuso che attraversa le forze moderate e i corpi intermedi, alla ricerca di una sponda politica autonoma, equidistante tanto dal sovranismo di governo quanto dal massimalismo pseudo-progressista.

Le grandi manovre centriste si scontrano, tuttavia, con le resistenze interne e con i veti incrociati dei potenziali alleati. A partire da Luigi Marattin e dal suo Partito Liberaldemocratico, che frenano sulle modalità dell’operazione: la linea dei libdem è chiara nel pretendere un percorso paritetico, non un’incorporazione nei ranghi di Azione. Sulla stessa lunghezza d’onda si registrano le freddezze di chi, come Alessandro Onorato, avverte che un’aggregazione costruita esclusivamente sui vecchi schemi parlamentari finirebbe per regalare un ulteriore vantaggio elettorale a Giorgia Meloni, frammentando lo spazio delle opposizioni senza incidere sui reali flussi dell’elettorato d’opinione.

Eppure, sotto la superficie increspata delle polemiche di palazzo, il movimento tellurico non si ferma. A guardare con interesse al progetto sono la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, con il suo Spazio Pubblico, e figure come Falasca, Scalpelli e Nahum, riunite nel loro soggetto Europeisti.eu, pronte a valutare un perimetro capace di coniugare rigore europeista, cultura di governo e riformismo liberale. A rendere ancora più dinamico lo scenario contribuiscono i sussulti in casa dem, dove il disagio di una parte della minoranza riformista nei confronti di un Partito democratico ritenuto troppo sbilanciato sull’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle sembra arrivare a un punto di non ritorno.

È in questo vuoto d’aria che prende corpo l’ipotesi, sussurrata con insistenza nei transatlantici, di un possibile avvicinamento al cantiere centrista di Giorgio Gori. L’uscita dell’ex sindaco di Bergamo, oggi parlamentare europeo, figura di riferimento del riformismo democratico, rappresenterebbe l’ennesimo terremoto negli equilibri del Pd. Gori, forte di un profilo amministrativo di spessore e di una critica mai celata nei confronti del collateralismo grillino, non ha al momento un proprio soggetto politico strutturato, ma guarda a un’area di respiro nazionale che sappia incarnare i valori liberali, del garantismo e del riformismo.

Per dare casa a queste istanze, intanto, si muove la nascente Federazione dei riformatori, un contenitore pensato per accogliere sensibilità riformiste, laiche, liberali e garantiste che faticano a riconoscersi nel bipolarismo muscolare odierno. Una galassia che potrebbe rivelarsi l’incubatore ideale per far convogliare le energie di chi, come Gori, guarda con favore alla causa terzopolista. Il punto di caduta, tuttavia, dipenderà dalla capacità di superare la sindrome dell’autosufficienza e la paralisi da candidature e di costruire un progetto che non si esaurisca nell’ennesima somma di sigle, ma sappia offrire agli elettori moderati un’alternativa di governo credibile e duratura.

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Ceuta, l’ondata di disinformazione social dietro l’arrivo dei migranti

Donne che camminano con i capelli bagnati e il sorriso, soddisfatto, stampato in faccia. Il pollice alzato in segno di tranquillità. Un video pubblicato su Facebook due giorni prima dell’inizio dell’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta sosteneva (falsamente) che le porte della Spagna erano aperte ai migranti che arrivavano in maniera illegale a chi arrivava in mare. Il post è stato condiviso migliaia di volte e ha generato una cascata di commenti e repliche nella stessa linea.

Dal 30 luglio, migliaia di persone si sono buttati in mare nella speranza di raggiungere la frontiera tra il Marocco e la Spagna. Novanta persone sono morte affogate e la situazione ha scatenato una crisi politica e diplomatica in tutta Europa (inclusa l’Italia).

Per Moustafa Ayad, ricercatore dell’Institute for Strategic Dialogue, tutto è iniziato in un lampo. Al quotidiano The New York Times, l’esperto ha spiegato che quei primi post sono diventati una valanga. Per tre settimane, milioni di post su Facebook, Instagram, WhatsApp, TikTok e Telegram hanno speculato sulla decisione del tribunale spagnolo sulle condizioni dei migranti illegali in Spagna, come risulta dalle analisi di Ayad e altri ricercatori sul caso nelle piattaforme di quei giorni.

“Il contenuto ha cominciato a diffondersi in maniera organica e ha sfruttato una disperazione latente in molti in Marocco e altri posti dell’Africa per cercare opportunità economiche in Europa”, si legge sul NYT. In seguito, quella disperazione è stata sfruttata da gruppi online che organizzano il traffico di persone, con offerte su Facebook e WhatsApp per aiutare chi voleva attraversare il confine. Non è ancora chiaro se le autorità di Spagna e Marocco fossero a conoscenza di questo fenomeno.

Almeno 215 account su Facebook hanno pubblicato il 30 luglio un messaggio falso sulla decisione del Tribunale spagnolo. Uno dei post più condivisi è di Youssef Belhaissi, portavoce della Delegazione Interministeriale di Diritti Umani di Marocco, un’agenzia del governo di Rabat.

Secondo Jorgen Carling, esperto del Peace Research Institute Oslo, per molto tempo le speculazioni hanno influito nel modo in cui i migranti decidono le rotte per andare all’estero. E i social network hanno amplificato questo processo. Nel caso di Ceuta, ci sono post che offrono consigli, mappe e il materiale da portare in viaggio, per cui tutto indica che c’è stata una strumentalizzazione con fini economici.

Marcelino Madrigal, esperto di disinformazione in Spagna, ha seguito il fenomeno dell’evoluzione dei contenuti e ribadisce che la presenza di informazione logistica dimostra che si vuole monetizzare sulla crisi. Per Madrigal ancora nessuno è responsabile. Al NYT l’esperto ha avvertito: “È Zuckerberg? (il colpevole, ndr). Il governo marocchino? Il governo spagnolo? Finché non sarà identificato potrà accadere di nuovo”.

Anche l’analisi realizzata dal gruppo specializzato nel contrasto alla disinformazione “411” sostiene che contenuti diffusi da profili riconducibili alla propaganda russa hanno raggiunto centinaia di migliaia di utenti nelle ore immediatamente successive all’inizio della crisi di Ceuta. Come scritto da Formiche.net, secondo i ricercatori la campagna sarebbe partita il 1° agosto, all’indomani del tentativo di decine di migliaia di migranti di attraversare il confine tra Marocco e Spagna. I messaggi descrivevano gli eventi come un “assalto organizzato” all’Europa, argomentando che le autorità fossero complici o incapaci di reagire. In numerosi casi, tali narrazioni sono state accompagnate da contenuti islamofobi e da teorie del complotto.

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Le supply chain europee aiutano la Cina sui dazi Usa. L’accusa della Casa Bianca

La guerra commerciale degli Stati Uniti contro la Cina si sta spostando dalle tariffe all’origine delle merci. E nel nuovo fronte aperto da Washington finiscono anche alcuni dei suoi principali alleati.

La Casa Bianca ha accusato più di 40 Paesi, tra cui Canada, Messico e Giappone, oltre all’Unione europea, di consentire agli esportatori cinesi di aggirare i dazi statunitensi facendo transitare merci attraverso giurisdizioni sottoposte a tariffe inferiori.

Secondo il rapporto “The Great Transshipment Scam”, il fenomeno interesserebbe circa 60 miliardi di dollari di commercio nella stima centrale, anche se le valutazioni citate dall’amministrazione oscillano tra 40 e 303 miliardi.

L’accusa arriva sei settimane prima della prevista visita di Xi Jinping a Washington, dopo l’incontro con Donald Trump a Pechino dello scorso maggio, mentre Stati Uniti e Cina cercano di mantenere aperto il dialogo consapevoli che la competizione è sempre più serrata e meno selettiva. La tregua commerciale concordata dai due presidenti a Busan resta in vigore, ma le tensioni continuano: Washington ha sollevato dubbi sul rispetto degli impegni cinesi sulle terre rare, mentre Pechino contesta nuove restrizioni americane (export control su tecnologie, soprattutto quelle abilitanti l’ecosistema dell’intelligenza artificiale), motivate dalla sicurezza nazionale.

Il rapporto della Casa Bianca –  presentato giovedì dal consigliere per il commercio e la politica industriale della Casa Bianca e direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy, Peter Navarro, uno dei più falchi nei confronti della Cina di un’amministrazione che non ha una linea univoca con Pechino – suggerisce però che il confronto commerciale sta assumendo una dimensione più ampia. Per Washington, contenere l’accesso cinese al mercato americano significa ormai intervenire sulle supply chain dei Paesi attraverso cui passano componenti, investimenti e prodotti cinesi.

È qui che entra l’Europa

La Casa Bianca classifica l’Unione europea tra i “Tier 1 Diversified Scale Leaders” della cosiddetta “Shadow Transshipment Network”, insieme a Canada, India, Israele, Giappone, Messico, Corea del Sud e Taiwan. Sono economie caratterizzate da grandi volumi commerciali, basi industriali diversificate e importanti piattaforme di esportazione verso gli Stati Uniti, nelle quali, secondo Washington, il rischio di transshipment può essere incorporato dentro flussi commerciali per il resto legittimi.

La distinzione è rilevante. L’amministrazione non descrive l’Europa come una semplice piattaforma di contrabbando commerciale. Il problema, nella lettura americana, è precisamente la profondità delle sue catene industriali: componenti cinesi possono entrare in processi produttivi sofisticati, subire assemblaggio, finissaggio, testing o repackaging e arrivare negli Stati Uniti con un’origine diversa, senza che la trasformazione sia necessariamente sufficiente a giustificarla secondo le regole doganali americane.

Il rapporto traccia anche una geografia interna del fenomeno. Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania formerebbero una “Central and Eastern European Processing Belt”, utilizzata per finissaggio, manifattura a contratto, stoccaggio doganale e rietichettatura. Belgio e Paesi Bassi, insieme alla Svizzera extra-Ue, vengono invece classificati tra le “Developed Logistics Platforms”: economie dotate di porti, trading houses, bonded warehouses e sistemi avanzati di riesportazione.

Dietro la contestazione tecnica sulle regole d’origine emerge una divergenza politica più ampia. Washington considera la competizione con Pechino sempre più come un sistema nel quale anche le politiche commerciali degli alleati possono rafforzare o indebolire l’efficacia delle misure americane. E questa lettura del contesto è univoca, indipendente dalle sfumature interne all’amministrazione corrente o dall’approccio differente dei Democratici.

I veicoli elettrici offrono un esempio dell’asimmetria. Il rapporto osserva che i prodotti cinesi colpiti dalle tariffe statunitensi (già ai tempi dell’amministrazione Biden), come gli EV, entrano nel mercato americano in quantità molto inferiori rispetto all’Unione europea. Ma più aumenta il differenziale tariffario tra Cina e Paesi terzi, maggiore diventa anche l’incentivo economico a modificare le rotte commerciali e, nei casi illegali, l’origine dichiarata delle merci.

È una delle contraddizioni della strategia tariffaria di Trump. Differenziare i dazi permette a Washington di esercitare pressioni diverse sui propri partner, ma crea contemporaneamente opportunità di arbitraggio. Navarro, per questo, ha avvertito che il modello sviluppato dalla Cina potrebbe essere replicato da altri Paesi sottoposti a tariffe elevate, citando esplicitamente India e Vietnam – e che questi non siano rivali degli Usa, ma anzi siano più vicini all’essere alleati, nella lettura statunitense è quasi indifferente.

La questione europea assume così un significato che supera il dossier doganale. Una parte delle frizioni transatlantiche sulla Cina deriva dalla percezione americana che l’Europa non stia partecipando alla competizione economica con Pechino con la stessa intensità richiesta da Washington. Il rapporto porta questa divergenza direttamente dentro le supply chain: agli alleati non viene più chiesto soltanto un maggiore allineamento politico sulla Cina, ma implicitamente anche che le loro strutture industriali non offrano percorsi alternativi verso il mercato statunitense.

La risposta americana sarà sempre più tecnologica

La Customs and Border Protection sta iniziando a utilizzare “Detective Border”, un sistema basato sull’intelligenza artificiale che dovrebbe combinare dati sulle spedizioni, rotte commerciali, classificazioni dei prodotti, relazioni proprietarie e capacità produttiva per individuare anomalie e distinguere investimenti e nearshoring legittimi dal semplice pass-through.

L’Executive Order 14411 rafforza parallelamente responsabilità degli importatori, garanzie finanziarie, trasparenza proprietaria e strumenti sanzionatori, mentre gli Agreements on Reciprocal Trade prevedono disposizioni per impedire che i vantaggi negoziati con Washington finiscano sostanzialmente a Paesi terzi.

Per le imprese europee, la conseguenza potrebbe essere un controllo americano molto più intrusivo sull’origine economica dei prodotti destinati agli Stati Uniti. Controllo che, se affidato a sistemi di intelligenza artificiale, rischia di diventare un processo freddo e automatizzato, privo del contesto e della flessibilità che finora hanno caratterizzato i waiver discrezionali concessi agli alleati.

Per Bruxelles, il problema è più politico. Se Washington considera l’integrazione delle supply chain europee con la Cina una vulnerabilità della propria strategia commerciale, la distanza transatlantica su Pechino non riguarderà più soltanto dazi, investimenti o sicurezza economica: riguarderà sempre più la domanda di quanto cinese possa esserci in un prodotto europeo prima che Washington smetta di considerarlo europeo.

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Tra terrorismo e flussi irregolari, l’Europa accelera sulla sicurezza delle frontiere

Mentre il ministro dell’interno italiano conferma lo stop a Schengen e la presidente del Consiglio rilancia la tesi che poggia sulla “difesa dei confini”, in Europa si registra una tendenza a cascata verso posizioni più rigide nei confronti dei flussi irregolari, che vanno letti in parallelo con i rischi di infiltrazioni terroristiche sventolati dalle analisi delle intelligence. Il Parlamento francese, ad esempio, ha votato un inasprimento delle procedure, mentre aumentano gli Stati membri che seguono i puntini politici tracciati dall’asse Meloni-Frederikssen.

La difesa dei confini

Giorgia Meloni, sin dall’inizio del suo arrivo a Palazzo Chigi, ha basato l’iniziativa del governo sui flussi migratori su un preciso assunto: i confini vanno difesi. Una traccia che non è solo stata seguita relativamente i fatti di Ceuta, con le note polemiche createsi sull’asse Roma-Madrid, ma che ha caratterizzato tutti i consigli europei dove la premier ha sollecitato gli Stati membri ad una ricalibratura delle politiche comunitarie. In questa direzione vanno letti gli incontri, più o meno ristretti, avuti da Meloni con vari leader che hanno condiviso in questi quattro anni dossier e soluzioni. Così nasce l’alleanza programmatica con la premier danese Mette Frederikssen, che pur partendo da diversi trascorsi politici, ha fatto una virata sulle posizioni di Roma. Che oggi raccoglie i frutti di un metodo e di un’idea (quella dei centri in Albania), su cui altri Paesi europei si stanno già muovendo.

La tendenza europea

La difesa dei confini è una tesi sostenuta anche dal governo francese. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha parlato di “un solo principio guida: la sicurezza del popolo francese”. Parole che ha pronunciato dopo l’approvazione di una misura che inasprisce la detenzione per i migranti. Poche settimane fa infatti il Parlamento francese ha approvato un disegno di legge che estende la detenzione agli stranieri considerati “pericolosi” in centri di detenzione amministrativa (Cra) per circa sette mesi, più che raddoppiando il periodo massimo per coloro che erano stati condannati per terrorismo. Dopo il voto del Senato, l’Assemblea Nazionale ha votato con 345 voti sì e 177 no il provvedimento sostenuto dal governo, dalla destra e dal Rassemblement National. Per cui a questo punto gli immigrati senza documenti possono essere trattenuti in un centro di detenzione amministrativa in attesa di espulsione se sussiste il rischio che fuggano.

In Germania è un momento difficile per il cancelliere Friedrich Merz, già in grande difficoltà per i sussidi tedeschi alle auto elettriche che nella stragrande maggioranza vanno a marchi cinesi: il tema dell’exploit nei sondaggi di AfD lo costringe ad un giro di vite sul tema migratorio. Ma il governo italiano si rifiuta di riprendere tre migranti il ​​cui trasferimento dalla Germania era previsto per il 19 agosto, dal momento che i casi risalgono a prima del 12 giugno, giorno in cui il nuovo patto europeo su migrazione e asilo è entrato pienamente in vigore.

La tesi di Piantedosi

Se la tutela della dignità della persona rappresenta uno dei valori fondanti dell’Unione europea, allora è doveroso pretendere dai Paesi terzi un impegno effettivo e verificabile nella lotta contro le organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani. Questa la tesi che il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, affida all’Audizione al Comitato Schengen, con una serie di precisazioni di merito. Innanzitutto chiama in causa l’Ue, che deve mostrare maggior rigore nei confronti degli Stati membri che, “per scelte politiche o ideologiche, adottano decisioni suscettibili di produrre effetti su tutto il territorio dell’Unione”. In secondo luogo chiede di “proteggere le frontiere europee e garantire la tenuta del complessivo sistema di gestione dell’immigrazione è la nostra priorità. Solo su queste basi possiamo continuare a costruire una politica migratoria europea credibile, difendendo davvero lo spazio di libera circolazione, a cui il Governo italiano tiene e che difenderà sempre”. L’Italia segnala un calo degli arrivi e un aumento delle espulsioni: arrivi a meno 55% dall’inizio dell’anno rispetto al 2025. Dall’inizio dell’attuale legislatura, la diminuzione è stata ancora più marcata, pari all’82%.

Scenari

Non c’è solo Ceuta a preoccupare le intelligence europee. Giorni fa un gruppo di migranti ha attaccato le guardie di frontiera lituane dopo essere entrato nel Paese attraverso un tunnel al confine con la Bielorussia. Stesso scenario nel Sahel, che sconta i movimenti geopolitici dei super players esterni. Un allarme che sta risuonando anche al Cairo, dove il governo sta dialogando con la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD) al fine di rafforzare il blocco e sviluppare i relativi meccanismi istituzionali per consolidare la sicurezza e la stabilità nella regione. La lotta al terrorismo, il contrasto dell’immigrazione clandestina e il rafforzamento delle capacità di sicurezza sono i tre obiettivi su cui è al lavoro anche il Centro Antiterrorismo del Sahel e del Sahara al Cairo.

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L’Ungheria rivede il progetto nucleare firmato da Orbán. Ecco perché

Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar apre un nuovo fronte nei rapporti con la Russia mettendo in discussione il Paks II, progetto di espansione della principale centrale nucleare del Paese affidata alla russa Rosatom e simbolo della lunga cooperazione tra Budapest e Mosca. La svolta arriva in un momento particolarmente delicato, con l’’ondata di caldo eccezionale che sta colpendo l’Europa ha ridotto il livello del Danubio ai minimi storici, limitando drasticamente la produzione della centrale di Paks, che normalmente copre circa un terzo del fabbisogno elettrico nazionale. In questi giorni l’impianto è sceso a poco più del 10% della capacità a causa della scarsità d’acqua necessaria al raffreddamento.

Secondo Magyar, proprio gli eventi climatici dimostrano i limiti del progetto ereditato dal precedente governo di Viktor Orbán. Il premier ha criticato la scelta di realizzare una centrale con un sistema di raffreddamento fortemente dipendente dal fiume, osservando che impianti di questo tipo sono ormai raramente costruiti a livello internazionale. Le dichiarazioni arrivano poche ore dopo l’intervento dell’amministratore delegato di Rosatom, Alexei Likhachev, che al contrario aveva assicurato come i lavori procedessero regolarmente nonostante il cambio di governo. Secondo il manager russo, la preparazione del sito del quinto reattore sarebbe completata per oltre l’80%, mentre sarebbero già in produzione componenti destinati al sesto reattore. Rosatom, ha aggiunto, non avrebbe ricevuto richieste di chiarimento dal nuovo esecutivo ungherese.

Magyar ha però contestato questa ricostruzione. Ricordando che il contratto originario prevedeva l’entrata in funzione di Paks II entro il 2024, il premier ha sottolineato come, dopo una spesa di circa 1.000 miliardi di fiorini (equivalenti a circa 2,8 miliardi di euro), sul sito siano presenti soprattutto infrastrutture preliminari e grandi scavi. Per questo il governo ha avviato una revisione completa del progetto, che riguarderà sia gli aspetti finanziari sia le soluzioni tecniche adottate per il raffreddamento dei futuri reattori.

La verifica potrebbe mettere in discussione una delle iniziative più rappresentative della politica estera di Orbán. L’accordo fu firmato nel 2014 direttamente a Mosca e prevedeva la costruzione di due nuovi reattori da parte di Rosatom, sostenuti da un finanziamento statale russo fino a 10 miliardi di euro. Due anni più tardi lo stesso Orbán definì l’intesa “l’affare del secolo”. Il progetto aveva resistito anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con Budapest che aveva continuato a difendere la cooperazione nucleare con Mosca, mantenendo Paks II al riparo dalle sanzioni europee e preservando uno dei principali canali di collaborazione energetica tra un Paese dell’Unione europea e il Cremlino.

La revisione annunciata da Magyar potrebbe quindi segnare una significativa discontinuità rispetto al passato. Pur senza annunciare la cancellazione dell’opera, il nuovo governo lascia intendere che tempi, costi e modalità di realizzazione saranno riesaminati alla luce delle mutate condizioni climatiche, economiche e geopolitiche. Una scelta che potrebbe incidere non solo sulla sicurezza energetica ungherese, ma anche sul futuro della presenza industriale russa nel settore nucleare europeo.

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Ecco come gli operatori della formazione droni rafforzano il dialogo con Enac

Il rapporto tra chi forma i piloti di droni e l’autorità che ne regola l’attività punta a diventare più strutturato. Il Polo nazionale droni ha affidato ad Antonio Mazza l’incarico di referente per i rapporti tra le Entità riconosciute ed Enac, con l’obiettivo di creare un punto di raccordo dedicato alle organizzazioni impegnate nella formazione Uas. Il nuovo canale dovrà raccogliere esigenze e criticità comuni e portarle in maniera coordinata nel confronto con l’Ente nazionale per l’aviazione civile.

Un raccordo per le Entità Riconosciute

Le Entità riconosciute (Re) sono organizzazioni autorizzate da Enac a svolgere attività legate alla formazione dei piloti Uas. Il nuovo referente dovrà mettere a sistema le questioni che emergono dal loro lavoro quotidiano. Tra gli ambiti indicati dal Polo figurano la formazione dei piloti, gli standard operativi e l’applicazione delle disposizioni regolamentari.

L’obiettivo, precisa Mazza, non è creare un ulteriore livello di rappresentanza, ma offrire alle Re e all’Ente “un punto di raccordo specifico e continuativo” per affrontare problematiche operative, regolamentari e organizzative.

Il rapporto con la regolamentazione

Il tema ha una dimensione concreta perché l’attività delle Re deve adattarsi all’evoluzione delle regole europee e delle procedure Enac. Un esempio recente riguarda l’addestramento negli scenari Sts-01 e Sts-02. A dicembre 2025 Enac ha introdotto un’esenzione che consente, a determinate condizioni, di utilizzare per l’addestramento pratico anche Uas privi della marcatura C5 o C6, purché abbiano caratteristiche tecniche equivalenti, con la misura che resterà valida fino alla fine del 2027. Il nuovo raccordo dovrebbe quindi servire soprattutto a far emergere problemi condivisi prima che arrivino al confronto con l’Autorità.

Verso un confronto più coordinato

Il percorso delineato dal Polo prevede anche la condivisione delle esperienze tra le Entità riconosciute e, quando utile, una partecipazione coordinata a tavoli tecnici e incontri istituzionali.

Non viene annunciata la nascita di un nuovo organismo interno a Enac. L’iniziativa parte dal Polo nazionale droni e punta piuttosto a organizzare meglio il confronto dal lato delle Re, trasformando esigenze operative comuni in temi tecnici da sottoporre all’Autorità.

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Nasce “America First”: la scissione MAGA contro Trump

Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Joe Kent fondano un nuovo movimento politico. Alla base dei malumori la guerra in Iran, letta come il tradimento definitivo delle promesse elettorali del tycoon.

 

È nato ufficialmente “America First”, il nuovo movimento politico fondato dall’ex volto di punta repubblicano Tucker Carlson, in aperta rottura con il partito e con l’ala dei fedelissimi MAGA. Tra i suoi promotori anche la deputata Marjorie Taylor Greene e Joe Kent, ex funzionario per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, dimessosi a inizio anno. L’obiettivo dichiarato è indebolire l’establishment repubblicano in vista delle presidenziali del 2028, in un momento già delicato per il Grand Old Party, a ridosso delle midterm del 3 novembre. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la gestione della guerra in Iran da parte della presidenza Trump. Carlson, un tempo tra i più strenui sostenitori del presidente, ha dichiarato pubblicamente di provare “profondo rimorso” per averlo appoggiato in passato, scrivendo sui social: “Il movimento MAGA è stato tradito, tutti lo siamo stati. È il momento di un nuovo percorso da seguire”.

Ancora più diretta Taylor Greene: “Avevamo detto basta guerre e lo intendevamo davvero. Abbiamo sostenuto Trump perché aveva fatto questa promessa. Ma lui ci ha traditi tutti.” Parole che fotografano con precisione il nodo della rottura: l’intervento militare in Iran ha smentito clamorosamente la promessa di tirare fuori l’America da guerre insensate che rappresentano solamente un elevato costo sociale e d’immagine per il Paese, minandone gli interessi strategici. Una promessa che aveva conquistato proprio quell’elettorato isolazionista stanco dell’interventismo bellico che oggi si sente abbandonato, se non ingannato.

Non solo l’Iran

Il malcontento ha anche altre radici. C’è il sostegno pressoché incondizionato garantito a Israele. C’è il rincaro dei carburanti, già bersaglio degli attacchi di Taylor Greene contro l’amministrazione nelle scorse settimane. E c’è, più in generale, la sensazione diffusa che il movimento MAGA sia stato silenziosamente riassorbito da quello stesso establishment che prometteva di smantellare. Non a caso, per citare un esempio, qualche settimana fa Laura Loomer, attivista conservatrice storicamente vicina a Trump, ha sorpreso tutti abbracciando pubblicamente la causa di Kiev, incontrando Zelensky.

Le conseguenze politiche

Joe Kent ha chiarito che la strada verso un terzo partito resta comunque in salita: “Presentarsi come candidati di un terzo partito è complicato. Non impossibile, ma è molto difficile.” Resta però il segnale politico, tutt’altro che trascurabile: una frattura aperta nell’ala più identitaria eideologicamente motivata dell’elettorato, proprio sul tema che più di ogni altro aveva definito la campagna elettorale di Trump. Se i mal di pancia dovessero continuare, l’impatto sulle midterm di novembre e sulla tenuta stessa del Partito Repubblicano potrebbe rivelarsi tutt’altro che marginale.

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Insalata d’estate

Ingredienti

  • 400 g circa di anguria
  • 300 g circa di melone
  • 1 pomodoro costoluto
  • rucola
  • basilico fresco
  • menta
  • 180 g di formaggio fresco (primo sale o feta)
  • 6-8 taralli
  • olio extravergine d’oliva
  • un limone
  • aceto balsamico
  • sale e pepe

Procedimento

Taglia l’anguria a cubetti, eliminando buccia ed eventuali semi. Pulisci il melone, elimina semi e scorza e taglialo a cubetti più o meno della stessa dimensione dell’anguria.

Taglia anche il pomodoro a pezzi. Trita grossolanamente la rucola e spezzetta o taglia basilico e menta.Riunisci in una ciotola anguria, melone, pomodoro e tutte le erbe aromatiche.

In una ciotolina prepara il condimento mescolando olio EVO, succo di limone, sale, pepe e un goccio di aceto balsamico. Condisci l’insalata e mescola delicatamente.

Taglia il primo sale a cubetti e aggiungilo alla fine, così rimane ben integro. Trasferisci nei piatti e completa con un filo di aceto balsamico.Per il tocco croccante, sbriciola grossolanamente i taralli poco prima di servire.

Il risultato è molto fresco: dolcezza di anguria e melone, acidità di pomodoro e limone, formaggio sapido e tarallo croccante. Buona estate a tutti, la vostra Luisanna

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Sara Curtis ha vinto l’oro europeo nei 50 dorso, migliorando il record mondiale

Sara Curtis ha vinto i 50 metri dorso agli Europei di nuoto di Parigi, stabilendo per la seconda volta in due giorni il record del mondo. La nuotatrice italiana ha concluso la finale in 26 secondi e 56 centesimi, davanti alla francese Mary Ambre Moluh e alla britannica Lauren Cox. Curtis, che compirà vent’anni il 19 agosto, aveva già ottenuto il primato mondiale nella semifinale di mercoledì, nuotata in 26 secondi e 63 centesimi. Quel risultato aveva migliorato il precedente record di 26 secondi e 86 centesimi, stabilito nel 2023 dall’australiana Kaylee McKeown. In finale l’italiana ha abbassato di altri sette centesimi il proprio limite. Partita dalla corsia quattro, Curtis ha costruito il vantaggio nella fase iniziale e lo ha ampliato fino all’arrivo. Moluh ha conquistato l’argento in 27 secondi e 6 centesimi, con mezzo secondo di ritardo. Cox ha chiuso al terzo posto in 27 secondi e 15 centesimi.

Prima della gara di Parigi, nessuna atleta italiana aveva mai vinto una medaglia nel dorso femminile agli Europei. Dopo la finale, Curtis, ha spiegato che il primato stabilito il giorno precedente aveva reso più complicata la preparazione alla gara decisiva. «Sono veramente contentissima, è stata dura gestire le emozioni dal record di ieri. Ho faticato ad addormentarmi e oggi ho cercato di tenere tutto da parte e giocarmela fino alla fine», ha detto.  L’oro nei 50 dorso si aggiunge alle altre medaglie ottenute da Curtis a Parigi. L’11 agosto aveva conquistato il bronzo nei 100 stile libero, chiusi in 52 secondi e 72 centesimi. Il giorno successivo aveva partecipato alla staffetta femminile 4 per 100 stile libero, arrivata seconda con il nuovo primato italiano.

Curtis è anche caporal maggiore dell’Esercito e gareggia per il Gruppo sportivo dell’Esercito Italiano. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è congratulato con lei: «Andando oltre se stessa, Sara Curtis, atleta del Gruppo Sportivo Esercito Italiano e della Difesa, entra nella storia del nuoto italiano, battendo in soli due giorni il suo stesso record del mondo e portando l’Italia sul tetto d’Europa in questi Campionati di Parigi. Brava Sara, complimenti da tutta la Difesa!».

Nella stessa giornata un altro oro italiano è arrivato dagli Europei di atletica di Birmingham. Dariya Derkach ha vinto il salto triplo con 14 metri e 60 centimetri, misura ottenuta al quarto tentativo che vale il suo primato personale e la migliore prestazione europea della stagione. La trentatreenne italiana aveva preso il comando già con il primo salto e lo ha mantenuto per tutta la finale, precedendo la belga Saliyya Guisse, seconda con 14,46 metri, e la bulgara Aleksandra Nacheva, terza con 14,40. È il primo titolo italiano nella storia del salto triplo femminile agli Europei all’aperto.

Con questi successi l’Italia ha raggiunto le 32 medaglie complessive agli Europei di Parigi, dieci d’oro, nove d’argento e tredici di bronzo. Nove sono arrivate dalle gare di nuoto in vasca, dove il bilancio italiano è salito a tre ori, due argenti e quattro bronzi.

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Un giudice ha respinto le accuse di antisemitismo dell’amministrazione Trump contro Harvard

Un giudice federale di Boston ha respinto la causa con cui la Casa Bianca accusava l’Università di Harvard di non aver protetto adeguatamente gli studenti ebrei e israeliani dalle molestie nel campus. Secondo il giudice Richard G. Stearns, il governo non ha fornito elementi sufficienti per dimostrare che l’università stia continuando a violare le leggi federali contro la discriminazione. La causa era stata presentata dal dipartimento di Giustizia a marzo e riguardava soprattutto gli episodi avvenuti durante le proteste per la guerra nella Striscia di Gaza nell’anno accademico 2023/2024. Il governo aveva inoltre citato alcuni fatti risalenti al marzo del 2025. Stearns ha stabilito che questi ultimi erano «troppo isolati ed episodici» per sostenere l’esistenza di una violazione persistente dei diritti civili.

Il procedimento si basava sul Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta le discriminazioni fondate su etnia, sul colore della pelle o sull’origine nazionale nei programmi che ricevono finanziamenti federali. Per il giudice, la denuncia non descriveva in modo plausibile inadempienze ancora in corso dopo il giugno del 2025, quando il governo aveva comunicato formalmente a Harvard di ritenerla non conforme alla legge.

La decisione non esclude che nel campus si siano verificati episodi preoccupanti. Stearns ha però distinto la gravità dei singoli fatti dalla possibilità di attribuire all’università una condotta istituzionale tuttora contraria al Title VI. Nel provvedimento ha scritto che, considerati separatamente o nel loro insieme, gli episodi indicati dal governo non permettevano di concludere che Harvard continuasse a violare sistematicamente la normativa.

L’amministrazione Trump sosteneva che docenti e dirigenti dell’università avessero «ha chiuso un occhio sull’antisemitismo e sulla discriminazione nei confronti degli ebrei e degli israeliani». Secondo la denuncia, durante le manifestazioni filopalestinesi alcuni studenti ebrei erano stati molestati, aggrediti, seguiti e bersagliati con sputi. Il dipartimento di Giustizia aveva inoltre accusato Harvard di aver consentito ai manifestanti di limitare l’accesso alle aule e di aver lasciato sviluppare un ambiente ostile, nel quale alcuni studenti avrebbero nascosto la kippah sotto un cappellino. Le proteste erano cominciate dopo l’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Come in molte altre università statunitensi, le manifestazioni avevano provocato forti tensioni all’interno del campus e un confronto sulla capacità degli atenei di tutelare gli studenti ebrei senza limitare la libertà di espressione e di protesta.

Harvard ha sempre respinto l’accusa di aver tollerato l’antisemitismo. In una memoria presentata a giugno, l’università aveva chiesto l’archiviazione della causa sostenendo che il governo non avesse indicato violazioni in corso o imminenti.  L’università ha detto di condannare l’antisemitismo e di voler garantire agli studenti ebrei e israeliani la possibilità di partecipare pienamente alla vita accademica senza subire molestie o esclusioni. Non ha diffuso un nuovo commento immediatamente dopo la decisione.

Il giudice ha respinto anche la richiesta di risarcimento avanzata dal governo. Secondo Stearns, la legge imponeva all’amministrazione di inviare prima una comunicazione formale che contestasse la violazione. Quella comunicazione era arrivata nel giugno del 2025, mentre la maggior parte degli episodi descritti nella causa era precedente. Il governo non poteva quindi utilizzarli come fondamento per ottenere un risarcimento. Stearns non ha esaminato un’altra argomentazione avanzata da Harvard, secondo cui la causa sarebbe stata una ritorsione contraria al Primo emendamento. Ha ritenuto sufficiente stabilire che le accuse non dimostravano una violazione ancora in corso del Titolo VI. Il dipartimento di Giustizia non ha ancora comunicato se presenterà ricorso contro l’ultima sentenza. 

La vicenda fa parte del più ampio scontro tra Harvard e l’amministrazione Trump, che ha cercato di imporre cambiamenti  nelle politiche di ammissione di alcune delle principali università statunitensi. Nei documenti giudiziari, il governo aveva spiegato di voler «recuperare miliardi di dollari di sussidi pagati dai contribuenti a un’istituzione discriminatoria». Harvard ha resistito alle richieste dell’amministrazione e ha avviato diversi procedimenti giudiziari. In un’altra causa, un giudice aveva stabilito che il governo aveva sospeso illegalmente più di 2 miliardi di dollari di finanziamenti destinati alla ricerca. La Casa Bianca ha presentato ricorso contro quella decisione. Un tribunale federale ha inoltre bloccato il tentativo di revocare a Harvard la possibilità di iscrivere studenti internazionali.

 

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Scott Ritter: “Questo patto di difesa non ha alcun senso”



In questa intervista, l’analista geopolitico ed ex ufficiale d’intelligence statunitense Scott Ritter analizza le recenti crisi internazionali tra il Medio Oriente e l’Europa dell’Est.

Ritter evidenzia come l’Iran stia agendo con pragmatismo basato sulla realtà, mentre Donald Trump dipinge scenari illusori guidati da dinamiche elettorali interne. Secondo l’analista, gli Stati Uniti hanno mostrato gravi limiti strategici e d’approvvigionamento, incapacitati nel sostenere uno scontro prolungato.

Nel corso del dialogo, Ritter smonta il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, definendolo privo di sostanza, di una dottrina militare unificata e nei fatti inapplicabile. Infine, affronta il conflitto in Ucraina, sostenendo che le mosse dell’Intelligence occidentale e le campagne propagandistiche di Kiev non stiano alterando il quadro bellico, dove la Russia mantiene il controllo strategico mentre il sostegno europeo rischia il collasso in vista dell’inverno.

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VASTO: COLONIA FELINA IN CARCERE, ACCUDITA DA POLIZIA E DETENUTI

Cinque gatti vivono liberi negli spazi della Casa lavoro di Vasto, in provincia di Chieti: a occuparsene sono agenti della polizia penitenziaria, detenuti e una volontaria. Sul cancello dell’istituto di contrada Torre Sinello sono stati sistemati due cartelli: ‘Qui vive una colonia felina’ e ‘I gatti che vivono liberi sono protetti’. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la direzione del carcere e l’assessorato competente del Comune. Non è un percorso di pet therapy: non ci sono sedute né attività terapeutiche programmate. Il progetto ruota intorno alla presenza dei gatti e alla loro cura quotidiana, anche se nel comunicato del Cnpp-Spp non vengono precisati i turni di accudimento e le modalità dell’assistenza veterinaria. Per lo psicologo Carmine Raia, intervenuto a supporto del personale, occuparsi degli animali può agire come fattore di protezione dal distress occupazionale. Dare loro da mangiare e seguirli crea occasioni di contatto tra colleghi e detenuti, alleggerendo la tensione legata ai compiti di vigilanza. La relazione dello psicologo richiama anche la possibilità, per gli agenti, di esprimere una dimensione di cura spesso compressa dal ruolo custodiale. “C’è aria nuova in contrada Torre Sinello”, afferma Mauro Nardella, segretario nazionale del Cnpp-Spp. Secondo il sindacalista, la colonia felina si inserisce nel cambiamento del clima interno registrato negli ultimi mesi. Nardella definisce quella di Vasto “una delle esperienze più belle” incontrate in oltre trent’anni di professione penitenziaria e propone di ripeterla in altri istituti.

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Fino al 26 agosto per i soci Unicoop Firenze 50% di sconto sulle pere coscia

Una spesa ancora più buona, conveniente e di qualità per i soci Unicoop Firenze. 

Fino al 26 agosto per i soci Unicoop Firenze 50% sconto sulle pere cosce nella confezione da 1,5 kg.

L’impegno di Unicoop Firenze

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno costante della cooperativa a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. Tra le ultime iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allo stesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

La Cooperativa nel corso del 2024 ha riservato sconti ai propri soci per circa 118 milioni di euro sui prodotti alimentari e per 13 milioni di euro sui prodotti extra alimentari, con uno sconto medio per socio pari a 125 euro. Nel 2024 le vendite in favore dei soci sono ammontate al 80,1% del totale dei ricavi per vendite e prestazioni, il che significa che i soci sono i primi beneficiari dell’impegno della Cooperativa a tutela del potere di acquisto.

A tali sconti si aggiunge il vantaggio, riservato ai soci, dell’accumulo dei “punti spesa” maturati sugli acquisti effettuati; questo si concretizza nella possibilità per il socio di beneficiare di un abbattimento dello scontrino pari al valore dei punti spesa maturati. Complessivamente i soci che hanno beneficiato nel 2024 di sconti a loro riservati sono stati 1.040.864.

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Weekendissimi Coop: settimo appuntamento

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 16 agosto 40% di sconto su tutti gli hamburger.

Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del macelleria.

Un impegno costante

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».

Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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Ceuta e Anchorage: i fantasmi di Ferragosto – Dietro il Sipario – Talk show



Si riaccende il dibattito sulle politiche migratorie in Europa dopo la crisi di Ceuta, di cui si teme una recrudescenza a Ferragosto: giorno peraltro del primo anniversario dell’incontro di Anchorage tra Vladimir Putin e Donald Trump. Ne parliamo con Francesco Carraro e Gianluca Savoini

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MELONI, CLIMA CAMBIA: “INVESTIRE IN TECNOLOGIA SENZA SPAVENTARE”

“Che il clima stia cambiando lo vediamo tutti, basta guardare le nostre estati. Io penso che la strada non sia spaventare la gente o punire chi già fatica ad arrivare a fine mese agitando un ambientalismo ideologico, sganciato dalla realtà. La strada deve essere pragmatica: investire in tecnologia, nella prevenzione del dissesto, in acqua ed energia pulita prodotta anche in casa nostra. L’ecologia vera non è contro il lavoro e le famiglie: l’ecologia vera li mette insieme. E su questo, l’Italia può insegnare, non solo imparare”. Lo dice la premier Giorgia Meloni in un’intervista a Chi in edicola questa settimana.

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Tutto per la scuola 

Per il suono della campanella ancora c’è tempo, l’anno scolastico in Toscana riprenderà il prossimo 15 settembre, ma intanto, mentre studenti grandi e piccoli si godono le meritate vacanze e un poco di relax, parte o prosegue insieme ai genitori la ricerca dei libri scolastici e di tutto l’occorrente per iniziare l’anno scolastico preparati, con un occhio sempre attento alla convenienza.

Silvia quest’anno andrà in seconda media. L’abbiamo incontrata alla Coop mentre faceva la spesa con il babbo. «Ho comprato il diario. Ne ho approfittato anche per comprare della cancelleria nuova, squadre e il righello, matite e pennarelli, qualche quaderno». La sorellina Alice, quest’anno andrà in quinta elementare. Anche lei come la sorella sta facendo scorta di cancelleria: matite, pennarelli, penne, evidenziatori colorati… lo zaino no, per quest’anno terrà lo stesso, ma già guarda curiosa tra gli scaffali per il prossimo anno scolastico: «Nuovo zaino. Andrò in prima media!», commenta contenta. 

Starter Kit conveniente

Tra le proposte segnaliamo anche lo starter kit a soli 9,50 euro che comprende: 10 penne a sfera Coop, 3 colle stick Coop, una gomma da cancellare Coop, 2 evidenziatori Coop, 12 pennarelli a punta fine Coop, temperamatite a due fori con serbatoio Coop, 12 matite colorate Coop, 2 matite in grafite HB Vivi Verde Coop, una confezione da 3 maxi quaderni Coop e forbici a lama 13 cm Coop.

Speciale promozione anche sui grembiuli asilo e scuola bambino e bambina, disponibili in taglie colori assortiti.

Tutti i dettagli delle offerte li trovi nel depliant sul sito coopfirenze.it

Prenotalibro

I libri scolastici sono un’altra nota dolente nel budget delle famiglie , soprattutto se con più figli in età scolare. Per i soci Unicoop Firenze il servizio Prenotalibro permette di risparmiare su questa voce di spesa prenotando i testi scolastici ed universitari sul web e ritirarli poi al box informazioni dei punti vendita andando a fare la spesa. Prenotalibro, oltre alla comodità di poter ritirare i libri – su richiesta anche con copertina, pronti per essere infilati nello zaino – andando a fare la spesa.

Per i soci Unicoop Firenze prenotando on line i libri scolastici 15% alla cassa sul prezzo di copertina dei testi delle scuole medie inferiori e superiori e 5% su quelli universitari. Inoltre, sono assegnati 500 punti sulla Carta Socio per il primo ordine effettuato sui testi per le scuole medie e superiori (accreditati dopo il 30 novembre 2026). La promozione sui testi scolastici è attiva fino al 30 novembre.
Non solo libri scolastici: Prenotalibro comprende oltre 300mila titoli non scolastici, fra cui narrativa, saggistica, manualistica, libri per bambini, guide turistiche, libri di cucina e molto altro.

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L’autoconsumo dell’Occidente – Dietro il Sipario – Talk show



Il Massachusetts legalizza l’aborto fino al nono mese di gravidanza, polarizzando lo scontro non solo politico bensì tra due visioni del mondo, negli Stati Uniti. Intanto oltreoceano avanza l’inverno demografico, con Istat e Fondazione per la Natalità che certificano: oggi in Italia la nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà per i suoi genitori. Ne parliamo con l’avvocato Simona Mangiante e l’analista finanziario Pino Cabras

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LIVORNO: UCCIDE UN’INNOCUA BISCIA, DENUNCIATO DAI CC

Prima ha ucciso una biscia, poi ha pubblicato la foto sui social e alla fine è stato segnalato all’autorità giudiizaria. I carabinieri forestali di Livorno, riferisce “Il Tirreno”, hanno identificato e denunciato un uomo di 51 anni, residente in provincia, ritenuto responsabile dell’uccisione di un esemplare di  “biscia dal collare barrata”, un relttile abbastanza comune nel nostro Paese. L’indagine è scattata dopo la diffusione sui social della foto del serpente ucciso: un’immagine che ha dato il via agli accertamenti. Il serpente era innocuo. L’accusa è uccisione di animali.

(Foto. Benny Trapp)

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PESCA DI FRODO, ALL’ELBA RECUPERATE RETI PER 22 CHILOMETRI

Nel cuore del Santuario dei Mammiferi Marini Pelagos, Sea Shepherd Italia ha operato per due settimane al fianco della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera contro la pesca di frodo, nelle acque dell’isola d’Elba, Pianosa, Montecristo e nel tratto di mare maremmano tra lo Scoglio d’Africa e Talamone. L’operazione ha portato al recupero di 21 chilometri di reti da pesca, 1.700 trappole per polpo e 66 nasse, e alla liberazione di centinaia di animali marini ancora vivi, tra cui 100 aragoste, 5 razze, rane pescatrici, scorfani e murene. Rinvenute inoltre due tartarughe Caretta caretta intrappolate in una rete: una, ancora viva e in stato di sofferenza, e’ stata salvata e affidata al Centro di Recupero dell’Acquario di Livorno per le cure.

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Di primo pelo

Che libertà, le giornate trascorse sulla spiaggia in costume! Tutto bello? Sì, se non fosse per i peli e la relativa lotta per eliminarli. La depilazione, infatti, viene considerata quasi sempre e soltanto come un procedimento estetico ma, al contrario, può avere un impatto sulla salute della pelle.

Ma cosa succede quando ci depiliamo? Molto dipende dallo strumento che usiamo. A partire dal più semplice, il rasoio: «Quando li tagliamo, la cute subisce un minimo trauma meccanico – afferma Adone Baroni, responsabile della laserterapia dermatologica dell’Uoc Clinica dermatologica dell’Università Vanvitelli di Napoli – che può dare un’irritazione transitoria, ma nessuna ripercussione nel futuro». Diverso è il caso in cui i peli li tiriamo, ad esempio con una pinzetta, provocando un traumatismo al bulbo: «Tirando, andiamo a determinare un trauma che, se reiterato nel tempo, può causare la distruzione del bulbo», spiega l’esperto.

I metodi per ottenere una pelle liscia sono, dunque, molteplici. Alcuni, come il rasoio, sono pressoché innocui ma, per contro, hanno un effetto di minima durata. Se optiamo per la ceretta, dobbiamo sapere che è un po’ più aggressiva e che può rischiare di causare ustioni o, eventualmente, un’iperpigmentazione (uno scurimento della pelle), soprattutto se esponiamo la zona trattata ai raggi solari. Un altro inconveniente della depilazione potrebbe essere il pelo incarnito, più frequente in caso di strappo, o la follicolite, un’infezione dei follicoli piliferi che richiede una terapia antibiotica.

Raggio laser

Fra i metodi ai quali ricorrere per eliminare in maniera sicura e progressivamente definitiva la peluria, c’è senza dubbio la laserterapia, «a patto che il laser venga usato da personale medico specializzato, dermatologo, chirurgo plastico o medico con un master in medicina estetica», mette in guardia Baroni. Insomma, una gran fatica per apparire al meglio sotto il sole, eppure proprio i raggi ultravioletti talvolta entrano in collisione con l’epilazione. «L’unico dispositivo che può essere usato anche sulla pelle abbronzata è il laser diodo – aggiunge l’esperto -; al contrario, il laser ad alessandrite, fra i più efficaci, non è praticabile nel periodo estivo e su pelle abbronzata. La differenza principale tra i due laser risiede nella lunghezza d’onda, che determina quanto profondamente il raggio penetra nella pelle e quanto viene assorbito dalla melanina. Mentre l’alessandrite è il più efficace su pelli chiare, il diodo offre una maggiore versatilità e sicurezza su pelli scure o abbronzate».

Proteggersi sempre

In ogni caso, d’estate, per evitare la temibile comparsa di macchie, è fondamentale applicare sulla zona trattata una protezione solare 50+, preferibilmente di tipo fisico con biossido di zinco o titanio, invece del più classico schermo chimico. La differenza? Il solare fisico è ideale per pelli sensibili, come quella depilata, agisce subito e ha un alto grado di protezione, ma spesso lascia un alone bianco. Il chimico, invisibile e leggero, deve essere assorbito dalla pelle prima di agire.

Infine, da quale età è possibile depilarsi?Gli esperti rassicurano: in età adolescenziale, che corrisponde per ragioni ormonali all’inizio della crescita del pelo nei ragazzi, la cute è abbastanza forte da sopportare un trattamento di epilazione laser. In età più avanzata, la cute può diventare più sensibile e fragile, ma non esistono regole fisse: ci sono casi in cui la pelle può essere delicata anche in persone giovani come, ad esempio, nei soggetti atopici, una condizione di ipersensibilità che rende la pelle meno resistente agli stimoli esterni.

In ogni caso, d’estate, per evitare la temibile comparsa di macchie, è fondamentale applicare sulla zona trattata una protezione solare 50+, preferibilmente di tipo fisico con biossido di zinco o titanio, invece del più classico schermo chimico. La differenza? Il solare fisico è ideale per pelli sensibili, come quella depilata, agisce subito e ha un alto grado di protezione, ma spesso lascia un alone bianco. Il chimico, invisibile e leggero, deve essere assorbito dalla pelle prima di agire.

Infine, da quale età è possibile depilarsi? Gli esperti rassicurano: in età adolescenziale, che corrisponde per ragioni ormonali all’inizio della crescita del pelo nei ragazzi, la cute è abbastanza forte da sopportare un trattamento di epilazione laser. In età più avanzata, la cute può diventare più sensibile e fragile, ma non esistono regole fisse: ci sono casi in cui la pelle può essere delicata anche in persone giovani come, ad esempio, nei soggetti atopici, una condizione di ipersensibilità che rende la pelle meno resistente agli stimoli esterni.

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NAPOLI, SALVATO BEAGLE ABBANDONATO IN TANGENZIALE

I suoi ‘padroni’ lo avevano abbandonato in una piazzola di sosta della Tangenziale di Napoli. Ma la polizia lo ha salvato, evitando conseguenze mortali per lui e per chi utilizza l’arteria stradale. Nel corso dei servizi di vigilanza stradale, agenti, nella serata dello scorso mercoledi’, hanno recuperato prima che arrivasse alla carreggiata un cane che vagava in evidente stato di agitazione, creando una situazione di potenziale pericolo la propria incolumita’ e quella degli utenti della strada. L’esemplare di razza beagle e di media taglia, tramite il Centro Operativo Autostradale di Napoli, andra’ ora in affidamento a una ditta specializzata nella custodia. Accertato che l’animale era privo di microchip identificativo. (

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CALDO, MORIA DI PESCI NELLO STAGNO DI PORTO SAN PAOLO (OT)

Sarebbe da attribuire alle elevate temperature e alla conseguente riduzione dell’ossigeno nell’acqua che non ha ricambio la moria di pesci che si sta verificando nello stagno di Porto Taverna, nel territorio comunale di Loiri Porto San Paolo. A lanciare l’allarme e segnalare la presenza di fauna ittica morta nel sito lacustre sono stati numerosi residenti e turisti, ai quali si e aggiunta anche l’associazione ecologica Gruppo di intervento giuridico che ha informato il Ministero dell’Ambiente, la Regione, il Comune di Loiri Porto San Paolo, la Guardia costiera, il Corpo Forestale, l’Arpas e informato la Procura del tribunale di Tempio Pausania. A spiegare le cause della morte di numerosi esemplari di fauna ittica nello stagno è l’amministrazione comunale guidata da Francesco Lai. “L’imboccatura dello stagno risulta naturalmente chiusa dal mese di aprile. Le mareggiate, i venti predominanti e le dinamiche meteomarine hanno determinato un accumulo di sabbia presso la foce, interrompendo il collegamento con il mare, che da allora non si è ripristinato naturalmente. Dalle prime valutazioni, la moria osservata appare compatibile con l’effetto combinato delle elevate temperature, e del limitato ricambio delle acque. Si tratta tuttavia di un’ipotesi preliminare, che dovrà essere verificata attraverso sopralluoghi, misurazioni, campionamenti e analisi da parte degli enti tecnicamente competenti”, si legge nella nota diffusa. La gestione dello stagno e gli eventuali interventi di apertura o modifica della foce non rientrano nelle competenze dirette del Comune, né dell’Area Marina Protetta Tavolara – Punta Coda Cavallo, che invece richiedono specifiche valutazioni tecniche e le determinazioni degli enti competenti sotto il profilo ambientale, idraulico e demaniale. I biologi dell’AMP Tavolara – Punta Coda Cavallo starebbero seguendo e monitorando l’evoluzione delle condizioni ambientali dello stagno da diverse settimane e l’amministrazione comunale ha avviato una prima attività di rimozione della fauna ittica morta, per evitarne l’accumulo lungo le sponde e limitare possibili conseguenze igienico-sanitarie.

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CLIMA: NEL 2025 RECORD GAS SERRA, LIVELLO E CALORE DEI MARI

Concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera, livello dei mari al massimo storico per il 14esimo anno consecutivo e oceani mai cosi’ caldi. E’ la fotografia scattata dal 36esimo rapporto annuale State of the Climate, redatto da 625 scienziati di 60 Paesi e pubblicato dal Bulletin of the American Meteorological Society. “I dati revisionati dai pari dipingono un quadro globale di dove ci troviamo rispetto ai parametri di riferimento e di quanto velocemente le cose stiano cambiando: consideratelo l’analogo della valutazione annuale della salute da parte del vostro medico” dichiara il presidente dell’AMS, Alan Sealls, sottolineando come il report “presenti misurazioni e tendenze critiche che informano agenzie, comunita’ e imprese per la pianificazione a lungo termine”. I tre principali gas a effetto serra – anidride carbonica, metano e protossido di azoto – hanno toccato nuovi picchi nel 2025, con la concentrazione media di CO2 salita a 425,6 parti per milione (+53% rispetto all’era preindustriale) e con emissioni da combustibili fossili stimate a 10,3 petagrammi di carbonio, un dato piu’ che triplicato rispetto agli anni ’60. A livello globale il 2025 si attesta tra i tre anni piu’ caldi dal 1850, risultando in assoluto l’anno piu’ caldo di sempre in assenza del fenomeno El Nino nonche’ l’anno piu’ caldo mai registrato in Europa, mentre gli ultimi 11 anni (2015-2025) si confermano in blocco come i piu’ caldi della storia strumentale. Gli oceani, che assorbono il 90% del calore in eccesso, hanno stabilito il record assoluto di contenuto termico fino a 2.000 metri di profondita’, portando l’87% delle superfici marine a subire ondate di calore e spingendo il livello medio dei mari a +111,2 millimetri rispetto al riferimento del 1993. Quadro critico anche ai poli, con l’Antartide al suo anno piu’ caldo dal 1979, l’Artico al secondo posto in 126 anni di rilevazioni – dove “il ghiaccio con piu’ di quattro anni e’ ormai quasi del tutto assente” – e i ghiacciai continentali in ritiro per il trentottesimo anno consecutivo. Sul fronte degli eventi estremi, infine, si sono registrate 97 tempeste tropicali nominate, tra cui l’uragano Melissa, che a ottobre ha devastato la Giamaica come Categoria 5 causando 95 vittime e oltre 12 miliardi di dollari di danni.

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STUDIO, I CANI HANNO SENSIBILITA’ SPECIFICA PER LE EMOZIONI UMANE

I cani possono associare la felicita’ umana alle aree cerebrali legate alla ricompensa, ma riescono anche a distinguere rabbia, tristezza e paura. Lo rivela uno studio, pubblicato sulla rivista ‘Cell’, condotto dagli scienziati dell’Universita’ di Vienna, dell’Universita’ Nazionale Autonoma del Messico e dell’Universita’ Eotvos Lorand. Il team, guidato da Raul Hernandez-Perez e Laura Cuaya, ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per scansionare il cervello di cani domestici mentre osservavano foto di volti umani. Inizialmente, il lavoro ha mostrato che la corteccia temporale e il nucleo caudato rispondono in modo unico alla felicita’. Grazie al machine learning, l’analisi dell’intero cervello ha mostrato pattern neurali distinti per paura, rabbia e tristezza. “L’attivita’ nel nucleo caudato – spiega Cuaya – suggerisce che i volti felici abbiano un valore emotivo per i cani. I nostri pelosi si sono evoluti con noi per capirci e cooperare, e riconoscere questa capacita’ puo’ cambiare il modo in cui ci prendiamo cura di loro”. Nei prossimi approfondimenti, concludono gli autori, sara’ interessante analizzare come i cani uniscano input diversi come segnali cerebrali, linguaggio del corpo, voce e odori per comprendere le persone, confrontando direttamente l’elaborazione emotiva del cervello canino con quello umano.

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Perché proprio a me?

Quando all’interno di una famiglia i genitori si separano, non sono solo i coniugi a vivere un cambiamento: tutto il nucleo familiare viene coinvolto sia sul piano organizzativo sia su quello emotivo. La separazione è un processo che richiede un adattamento da parte di tutti, anche dei figli, che ne sono inevitabilmente coinvolti e che devono affrontare i cambiamenti legati alla nuova organizzazione familiare. Ne abbiamo parlato con Alessandra Bettini, psicologa psicoterapeuta della Psicologia ospedaliera pediatrica dell’Aou Meyer Irccs.

Come mitigare gli effetti di una separazione?

Gli effetti della separazione sui figli non dipendono solo dall’evento in sé, ma da una serie di fattori sociali, economici, legali e psicologici che possono amplificare o attenuare lo stress connesso a questa esperienza. L’età e il livello di sviluppo emotivo del bambino giocano un ruolo fondamentale, così come il clima affettivo presente prima, durante e dopo la separazione, sia fra i genitori sia nella relazione genitori-figli.

I figli di genitori separati sono emotivamente più esposti?

È importante ricordare che i figli di genitori separati non sono, di per sé, più a rischio di difficoltà emotive rispetto ad altri bambini: ciò che incide maggiormente sul loro benessere è l’esposizione a un conflitto genitoriale intenso e protratto nel tempo. In questo senso, una separazione può persino rappresentare una scelta protettiva, se pone fine a una situazione di forte tensione e se i genitori riescono a costruire nuove modalità collaborative, limitando il coinvolgimento dei figli nei conflitti ed evitando un loro uso strumentale (ad esempio come messaggeri o alleati). È altrettanto importante evitare di parlare negativamente dell’altro genitore e non caricare i figli di preoccupazioni economiche o legali legate alla separazione. I bambini hanno diritto di restare bambini.

Come parlare ai bambini della scelta di separarsi?

Comunicare ai figli la decisione di separarsi è un momento delicato. È preferibile farlo quando la scelta è definitiva e i cambiamenti organizzativi sono imminenti, così da ridurre l’incertezza legata a situazioni sospese. Le parole devono essere adeguate all’età e al livello di sviluppo dei bambini e, quando possibile, è importante che siano entrambi i genitori a parlarne insieme. Rassicurare i figli sul fatto che continueranno a essere amati da entrambi e che non hanno alcuna responsabilità per ciò che sta accadendo è fondamentale. Ovviamente, non sempre è facile trovare le parole giuste: in caso di bisogno, può essere utile rivolgersi a professionisti competenti. Ricordiamo che, anche se la coppia può non essere più tale, i singoli rimarranno sempre i genitori di quel bambino.

Quali le reazioni possibili?

I figli hanno bisogno di tempo per elaborare il cambiamento. Possono emergere tristezza, rabbia, confusione o regressioni temporanee. È importante accogliere queste emozioni senza minimizzarle, mantenere routine prevedibili e offrire ascolto e presenza. I bambini devono sentire che, nonostante la nuova organizzazione familiare, nel cuore e nella mente di ciascun genitore c’è sempre per loro un posto sicuro.

Come presentare nuove figure o una famiglia allargata?

L’ingresso di nuovi partner o di una famiglia allargata va introdotto con gradualità. Forzare i tempi o aspettarsi legami immediati può mettere in difficoltà i bambini. È fondamentale rispettare i loro ritmi, chiarire i ruoli e permettere che le relazioni si costruiscano nel tempo, senza l’intento di sostituire le figure genitoriali.

Diritti dei bambini

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha redatto un testo guida che afferma il diritto dei figli a: continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e a mantenere i propri affetti; continuare a essere figli e a vivere pienamente la propria età; essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori; essere ascoltati ed esprimere i propri sentimenti; non subire pressioni da parte dei genitori o dei parenti; vedere condivise da entrambi i genitori le scelte che li riguardano; non essere coinvolti nei conflitti fra i genitori; veder rispettati i propri tempi; essere preservati dalle questioni economiche; ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.

Articolo in collaborazione con Aou Meyer Irccs

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AGRIGENTO, CANE AGGREDISCE VICINO CHE GLI SPARA: DUE DENUNCE

Un cane è stato ferito da due colpi di pistola dopo essersi avventato contro un vicino di casa in una traversa del viale dei Pini, a San Leone, quartiere balneare di Agrigento. I carabinieri della Compagnia di Agrigento – riporta Agi – hanno denunciato un cinquantacinquenne e la proprietaria dell’animale, una donna di 50 anni, per maltrattamento di animali. Secondo la ricostruzione dei militari, il cane sarebbe stato portato in strada senza le previste misure di sicurezza e avrebbe aggredito il vicino. Il cinquantacinquenne avrebbe quindi preso una pistola legalmente detenuta ed esploso due colpi contro l’animale. La proprietaria avrebbe successivamente riportato il cane nell’abitazione, dove i carabinieri lo hanno trovato ferito e legato. L’animale è stato affidato a una clinica veterinaria e non sarebbe in pericolo di vita. Sono in corso ulteriori accertamenti per chiarire ogni aspetto dell’episodio.

(Foto di repertorio)

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SICCITÀ METTE IN CRISI LA PRODUZIONE DI ENERGIA IDROELETTRICA

La crisi idrica è un problema per il sistema energetico europeo Le minime portate di grandi fiumi come Po e Danubio costringono molti paesi a spegnere impianti idroelettrici e fermare reattori nucleari privi del raffreddamento necessario. Mentre la domanda di elettricità continua a salire – riporta Ppn Adi – la paralisi delle centrali mostra la crescente vulnerabilità delle forniture continentali di fronte al caldo e alla siccità. La crisi idrica colpisce ancora e questa volta non mette a dura prova solo il settore agricolo o l’acqua potabile, ma sta provocando danni serissimi al sistema energetico continentale. Senza acqua a sufficienza nei bacini e nei grandi fiumi, infatti, si riduce drasticamente la capacità di produrre energia elettrica, sia attraverso le centrali idroelettriche sia tramite i reattori nucleari, che necessitano del flusso dei fiumi per i propri impianti di raffreddamento. In Italia il punto critico è rappresentato dal Po. La portata del fiume ha toccato livelli persino inferiori a quelli registrati durante la storica siccità del 2022. Secondo i rilevamenti dell’Osservatorio sugli utilizzi idrici dell’area del Po, a Cremona il fiume registra un flusso di appena 193 metri cubi al secondo, contro una media stagionale di 602. La scarsità d’acqua, unita ai ridotti volumi dei laghi prealpini come il Lago Maggiore, ha costretto la centrale idroelettrica di Isola Serafini a sospendere la produzione. La situazione dell’idroelettrico italiano è confermata dai dati di Terna, il gestore della rete elettrica nazionale: se da un lato la domanda di elettricità a giugno è cresciuta dell’1,8% rispetto all’anno precedente (segnando il decimo mese consecutivo di aumento), dall’altro la produzione idroelettrica ha subito crolli verticali. In aree ad alta vocazione come il Trentino, la produzione idroelettrica del primo semestre 2026 ha registrato un calo del 37% a causa di un deficit di accumulo nivale arrivato all’87% già in primavera, spingendo operatori come Dolomiti Energia ad accelerare gli investimenti verso fotovoltaico ed eolico per diversificare le fonti.

(Foto di Donovan Kelly su Pexels)

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PISA, CARROZZELLE IN SERVIZIO CON 37 GRADI: TURISTA SPAGNOLA SEGNALA

La polemica sulle carrozze trainate da cavalli, note anche come ‘botticelle’, si riaccende dopo la denuncia di una turista spagnola che, il 5 agosto scorso, ha segnalato la situazione critica a Pisa. A 12:20 – riporta Ntw Press – con la temperatura che raggiungeva i 37 gradi in Piazza dei Miracoli, la donna ha contattato il Nucleo Operativo Guardie Rurali Ausiliarie a difesa degli Animali di Pisa (Nogra) e la polizia municipale per denunciare le condizioni in cui operavano le carrozze.

Il presidente dell’associazione Italian Horse Protection, Sonny Richichi, ha evidenziato che la risposta ricevuta dalla turista mette in luce le lacune del regolamento comunale per la tutela degli equidi. Infatti, in quella zona di Pisa, le carrozze erano in funzione nonostante il caldo torrido, sollevando interrogativi sulla loro sicurezza e benessere.

Stando a quanto riportato, il Nogra ha spiegato che nei pressi delle carrozze è sempre presente una pattuglia della polizia municipale, che può intervenire solo su richiesta verbale e in caso di “evidente malessere” degli Animali. Tuttavia, la temperatura rilevata all’ombra era di 34 gradi, mentre la soglia per sospendere il servizio è di 35 gradi, pertanto non si è potuto intervenire. La turista ha quindi continuato a stigmatizzare la situazione, affermando che il calore al sole superava sicuramente i 40 gradi.ù

Richichi ha ulteriormente sottolineato come il regolamento navighi in una zona grigia, dal momento che fa riferimento a temperature ufficiali registrate in un specifico sito della città, senza considerare le condizioni reali dove gli Animali operano. Non si tiene conto, quindi, dell’effetto del calore accumulato nei pavimenti asfaltati e dal carico trasportato. Questo porta a una situazione in cui, nonostante i 37 gradi, nessuno sembri in grado o disposto a intervenire.

Il comandante del Nogra, Michele Mennucci, ha dichiarato che non basta la sola osservazione per valutare lo stato di salute dei cavalli, essendo necessaria la visita di un veterinario della ASL. Le temperature devono essere rilevate dalle stazioni ufficiali, senza che il benessere degli Animali venga preso in considerazione.

Il risultato è che, mentre a Pisa i termometri segnavano 37 gradi e i cavalli continuavano a lavorare sotto il sole, le istituzioni competenti sembrano impotenti a garantire il rispetto delle normative.

(Testo Ihp riportato da Ntw Press. frame e video Ihp)

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CATANIA, CAVALLO E PULEDRO IN UNA STALLA ABUSIVA: MULTA DA 6MILA EURO

La Polizia di Stato, Squadra a Cavallo, ha effettuato a Picanello, a Catania, un controllo specifico insieme ai medici del Servizio Veterinario del Dipartimento di Prevenzione dell’ASP di Catania, individuando una stalla abusiva. Nei giorni scorsi – riporta LaPresse – i poliziotti delle Volanti, insieme ai medici veterinari, hanno controllato la struttura, trovando due equidi in buone condizioni di salute. Il cavallo adulto risultava già identificato, ma la normativa prevede che gli animali debbano vivere in locali attrezzati e autorizzati a garantirne il benessere. Il puledro, di sei mesi, era invece privo di microchip identificativo, che è stato installato sul posto dal medico veterinario. Il gestore è stato sanzionato per entrambe le violazioni, per un importo complessivo di 6mila euro.I controlli delle stalle effettuati dalla Polizia di Stato negli ultimi due anni sul territorio catanese, in particolare dai cavalieri dell’UPGSP della Questura di Catania, interessano tutte le zone della città a tutela del benessere degli animali e proseguono attraverso progetti di legalità realizzati in sinergia con gli altri enti preposti al controllo.

(Foto di repertorio)

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CATANIA: LASCIA IL CANE SUL BALCINE, DENUNCIATO 50ENNE

Una pattuglia della Stazione dei Carabinieri di Mascali, nel Catanese, è intervenuta in un’abitazione del centro a seguito di una segnalazione giunta al 112, relativa a un cane in difficoltà. Giunti sul posto, i militari hanno visto sporgere la testa dell’animale dal balcone del secondo piano. Dopo aver suonato invano al citofono, i Carabinieri sono riusciti ad accedere all’androne del condominio e, da una finestra del vano scale, hanno potuto osservare l’animale. Il cane era stato lasciato su un balconcino esposto al sole, senza una cuccia e con le ciotole di acqua e cibo vuote. I militari si sono quindi attivati per rintracciare il proprietario, intimandogli di rientrare immediatamente a casa per verificare le condizioni di salute dell’animale, lasciato al sole senza possibilità di ripararsi dal caldo. Per l’uomo, un 50enne del posto, è scattata la denuncia all’Autorità Giudiziaria per abbandono di animali domestici e loro detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura.

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INCENDIO SUL MOREGALLO, IN AZIONE I VOLONTARI DEL CRAS “STELLA DEL NORD” DELLA LEIDAA

Mentre le fiamme divorano le pendici del monte Moregallo, tra Valmadrera e Mandello sul Lario (Lecco), i volontari del CRAS “Stella del Nord” della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente sono impegnati nelle aree prossime al rogo per cercare e soccorrere animali selvatici in difficoltà.

Un’attività faticosa e pericolosa, ma assolutamente necessaria: tra tutti i danni causati (di solito) dall’uomo all’ambiente, l’incendio è l’evento più catastrofico per gli animali del bosco, che vedono letteralmente distrutta la loro casa e fuggono in ogni direzione, anche verso le strade e i centri abitati, in stato di completo disorientamento. In questo contesto è essenziale la collaborazione dei cittadini: le probabilità di incontrare un animale ferito e spaventato sono molto più elevate, occorre guidare con prudenza e segnalare ogni incontro, anche al numero del CRAS (375/5278883), per consentire il pronto intervento delle autorità e degli operatori.

Il video dell’intervento dei volontari del Cras Stella del Nord è scaricabile al link https://drive.google.com/drive/folders/1GKtgPdgZqLqO06AlsRyvesBpId_0osKY?pli=1 e visibile al link https://youtu.be/IfNBQUoqiG8

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Il Punto

Chiuso ufficialmente a fine giugno, per il Pnrr è tempo di primi bilanci. Lo stato di avanzamento lavori non è brillante, ma si può contare su alcune proroghe per portare a termine i cantieri. Resta il compito più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini. Il ripristino dei controlli alle frontiere per chi […]

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Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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Il Punto

Chiuso ufficialmente a fine giugno, per il Pnrr è tempo di primi bilanci. Lo stato di avanzamento lavori non è brillante, ma si può contare su alcune proroghe per portare a termine i cantieri. Resta il compito più difficile: trasformare gli investimenti in servizi per i cittadini. Il ripristino dei controlli alle frontiere per chi […]

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Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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Diari alfabetici di Sheila Heti

N ulla può essere considerato più intimo e anomalo ‒ quale testo letterario ‒ di un diario. Nato per ordinare pensieri privati in forma privata, scevro solitamente di riferimenti che possano includere altri lettori all’infuori di chi lo scrive il diario è da sempre una materia ambigua, difficile da decifrare e interpretare. Oggetto dunque estremo concepito da un autore che ne è allo stesso tempo l’unico possibile lettore.

Sheila Heti ha deciso di far saltare questo schema facendo letteralmente brillare il suo diario, trasformandolo così in un testo inedito ‒ anche per lei ‒ con una finalità ora principalmente letteraria. Ispirandosi ai grandi giocolieri novecenteschi dell’Oulipo, Georges Perec e Raymond Queneau, Heti ha smontato il suo diario, composto quotidianamente per dieci anni, e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature inedite al punto che la prima curiosità che apre questo bizzarro e raffinato libro, Diari alfabetici (2026, nella puntuale e accurata traduzione di Federica Aceto) sarebbe proprio sapere che effetto ha fatto alla sua stessa autrice, quale sentimento ha provocato in lei rileggersi in una versione ricomposta secondo la cronologia dell’alfabeto.

Quello che colpisce è prima di ogni altra cosa l’assertività delle frasi, quasi delle sentenze lapidarie. Ovviamente tutto parte dall’io, dal tentativo di scavare dentro al proprio sé, gesto che Sheila Heti ha già perseguito efficacemente, almeno letterariamente con Colore puro (2024) e con La persona ideale, come dovrebbe essere? (2013). Diari alfabetici appare così come la prima connessione possibile tra l’io e il mondo, ma al tempo stesso anche come l’esaurimento del contatto con l’altro: tutto appare possibile fino al punto in cui si conferma sempre come parte separata dal sé, dalla possibilità di esistere diversamente se non imponendo sé stessi, le proprie convinzioni nelle amicizie come in amore: “Come si fa indovinare cosa c’è nella testa di un’altra persona? Come si fa a non detestare se stessi? Come si fa a spostare il proprio asse? Come si fa a vivere se non si considera, in certo senso, la vita come un gioco, con l’idea che si vince e si perde, e che ci sono strategie per vincere, e regole che valgono anche per gli altri giocatori?”.

Heti ha smontato il suo diario e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature inedite.
La lotta è data fin dalle prime pagine, in particolare verso il maschile a cui l’autrice tende fortissimamente tra passione e rabbia, ma anche tra delusione e paura. I sentimenti espressi in queste frasi ‒ per quanto volutamente estrapolate ‒ testimoniano sempre un’energia in presa diretta, un alto voltaggio dentro al quale le ascese e le ricadute appaiono all’ordine del giorno. Non sono considerate e del resto non possono essere possibili vie di mezzo, la materia è subito esposta e la temperatura è quella di lava incandescente. Il movimento è obbligatoriamente centripeto, tutto quello che è esterno diventa interno e all’interno di un’agitazione emotiva che prova a scardinare e a trovare nuovi appigli, nuove forme di comprensione, ma finisce spesso per ricadere nei medesimi errori.

Diari alfabetici contiene in pari numero fallimenti e successi fino a un’equivalenza che cancella in sostanza il valore degli uni e degli altri. Non c’è differenza all’interno dello scorrimento veloce e spesso frenetico degli eventi perché nulla conta per davvero se non il rimanere, l’ostinazione a restare che spesso è però facilmente ascrivibile più a una resistenza controvoglia che a un’opposizione reale. Non esistono motivi precedenti, ma solo fatti e le relative reazioni che si mischiano le une con le altre all’interno di un impasto psicologico che, seppur con lievi variazioni, riporta sempre alle medesime cadute. E anche le scoperte appaiono come luci tanto improvvise e accecanti quanto fatue, oltre che rapidissime all’esaurirsi: “Per la maggior parte, non posso negare certi sentimenti, e non posso fingere di provarne altri”.

Diari alfabetici è così attraversato da una pulsazione di vita frenetica, da un’esigenza di felicità spesso elisa e inevitabilmente ridotta a margine occasionale, a fatto così imprevisto da essere ritenuto sostanzialmente irrilevante: “Ovviamente in ogni felicità c’è una cecità tremenda. Ovviamente non sono riuscita a scrivere molto. Ovviamente sto ignorando un sacco di cose negative, ma quando ci siamo abbracciati e salutati c’era tanta alchimia tra di noi, calore e una sensazione molto bella».

Il libro di Sheila Heti appare non solo come una naturale evoluzione del discorso letterario dell’autrice canadese, ma va anche oltre la banale definizione di autobiografia, cosa che in parte si rivela per ovvi motivi d’essere nella sua sostanza. Diari alfabetici propone infatti un doppio sguardo su di sé così radicalmente privato da divenire uno specchio potenziale dentro cui qualunque lettore può ritrovarsi; l’apparente eccentricità dei temi risulta infatti solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del fuoco che si palesa solo per un istante e poi va subito ritrovato.

Un’indagine sul passato delle cose e di sé stessi, su chi si era, o meglio su chi si credeva di essere e chi invece si è, ora in quel preciso istante, prima che il tempo passi e con lui si muti fino a diventare nuovamente esseri estranei da osservare con stupore, tristezza e malinconia davanti allo specchio: “Le persone che prima mi sembrano a posto ora hanno qualcosa di minaccioso; non ho cuscinetti di protezione, non ho un uomo, non ho nessuno che mi difenda. Le persone generano altre persone. Le persone hanno bisogno di una personalità da abbinare a un dato libro, ma siccome a me nessuno mi conosce non esiste nessuna personalità da abbinare ai libri”.

L’apparente eccentricità dei temi risulta solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del fuoco.
Lo scandalo non sta nel movimento, ma nella sua osservazione, nel tentativo di leggerlo frenandolo e poi interpretandolo. Lo scandalo è così totalmente letterario ed è questa la strada che persegue Sheila Heti esponendosi totalmente, ma al tempo stesso recuperando quel velo così necessario alla forma letteraria. Diari alfabetici ha la medesima forza delle opere di Sophie Calle, in particolare nell’elaborazione della struttura, ma con la differenza di una forza liberatoria che sta tutta nella pagina scritta.

Una piccola opera estremamente densa e capace di mostrare l’energia della letteratura, spesso costretta dentro forme considerate più consone ‒ dal romanzo al racconto ‒ e che probabilmente in questo secolo sono più che altro utili a conformare e a limitare la forza letteraria dentro scatole ormai desuete: “Sviluppare una filosofia dell’esistenza. Svuota i cassetti, gli armadi, il vano laterale delle scale, butta i vestiti che non ti piacciono, che non ti metti più”. Una forma di abbandono dalle cose e dall’immagine di sé che non corrisponde più al vero, al necessario e anche all’utile, un modo per abbracciare tutto quello che ancora non è noto e offre una nuova possibilità di vita da assaporare fino in fondo. Un diario che sono più diari, che rimontati ora in maniera cronologica si presentano come un romanzo totalmente nuovo. L’unico vero romanzo morale possibile dei nostri tempi.

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