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Tg2 Dossier - Le facce del lavoro - Puntata del 18/01/2026

L'Italia del lavoro che cambia, tra fragilità, contraddizioni e domande aperte sul domani. Dall'educatrice precaria che vive di chiamate quotidiane senza certezze, alle fabbriche dell'auto che fanno i conti con la cassa integrazione. Dalla lavoratrice licenziata per aver scioperato, ai giovani che s'inventano un lavoro e poi vanno all'estero. Fino all'impatto dell'intelligenza artificiale e al paradosso degli stranieri pronti a lavorare, ma bloccati dalla burocrazia.

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Le facce del lavoro

Un approfondimento sull’Italia del lavoro che cambia tra fragilità, contraddizioni e domande aperte sul domani

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Sardegna, 53enne accoltellato e dato alle fiamme in un parco a Carbonia: si cerca il killer

Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di Giovanni Musu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.

Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.

L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi mesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerosi testimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.

Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.

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Lituania: Legge sulla sicurezza calpesta diritti civili assicurando lo strapotere dei servizi



L’emendamento alla Legge sull’intelligence, approvata con 68 voti favorevoli, 8 astenuti e nessun voto contrario, conferisce enormi poteri ai servizi, riducendo a lumicino diritti civili. Tra i nuovi poteri concessi ai piedipiatti: ottenere segretamente impronte digitali, campioni vocali, odore e altri prelievi da una persona; utilizzare materiali o altri metodi di marcatura di esseri umani ai fini della loro identificazione; e acquisire equipaggiamento speciale, esplosivi e materiali esplosivi oltre alle armi d’ordinanza. Tutto ciò senza alcuna autorizzazione di un giudice, la quale potrebbe essere concessa a posteriori, 24 ore dopo. La procedura non riguarda solo i cittadini lituani, o extracomunitari, ma è applicabile anche a tutti i cittadini dell’UE residenti, soggiornanti o semplicemente in transito sul territorio lituano.

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“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue

L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.

“Il personale sta lasciando gli uffici”

Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.

“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”

Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.

Rischio per processi su diritto di asilo

Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.

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Studente ucciso a La Spezia, la protesta di parenti e amici: “La scuola dovrebbe essere un posto sicuro”

Parenti, amici e compagni di Abanoub Youssef, lo studente ucciso venerdì scorso in un istituto professionale di La Spezia, hanno dato vita una protesta spontanea questa mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice“, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” alcune delle frase scritte sui cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore. La manifestazione poi si è spostata in prefettura.

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Perde una mano a Capodanno per l’esplosione di un petardo artigianale: muore dopo 18 giorni a Vercelli

Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina Bruno Savoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.

Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.

Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.

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Iran, cade il regime? Stabilità e prosperità economica per tutta l'area del Golfo Persico, anche per Europa e Italia. Ecco perché

Consapevoli della drammaticità del momento che sta attraversando quel grande Paese asiatico, sforziamoci di adottare una prospettiva positiva e proviamo a immaginare un Iran democratico, modernizzato e aperto al mondo: uno scenario che oggi sembra lontano, ma che merita di essere esplorato per comprendere... Segui su affaritaliani.it

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Minacce a Tescaroli, trovato un proiettile dove il magistrato ha presentato il suo libro: indagano i carabinieri

Un proiettile calibro 9, sparato da una pistola. È quello che hanno trovato i carabinieri nei pressi dell’ingresso del Palazzo di Città a Fasano, in provincia di Brindisi, la mattina di domenica 18 gennaio. Un ritrovamento inquietante, visto che in quel luogo sarebbe passato dopo pochi momenti Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato. Il magistrato era atteso per la presentazione del suo libro, Il biennio di sangue, edito da Paperfirst, prevista per le ore 11. I militari hanno subito collegato il ritrovamento del proiettile all’arrivo del magistrato, chiedendo l’immediato intervento degli artificieri.

Le indagini, affidate ai carabinieri della compagnia di Fasano e a quelli del comando provinciale di Brindisi, sono in corso. Gli investigatori stanno verificando la presenza di telecamere sul luogo del ritrovamento, per capire chi ha abbandonato il proiettile nel luogo dove Tescaroli era atteso. L’altra ipotesi è che qualcuno abbia esploso il colpo di pistola nei pressi del Palazzo di Città. La presentazione del libro del magistrato si è comunque svolta come da programma.

Tescaroli vive sotto scorta da molti anni, a causa delle minacce ricevute in passato. “Ti faremo saltare con il tritolo. Finiremo quello che abbiamo iniziato”, c’era scritto in una lettera di minacce spedita al magistrato nel luglio del 2024. L’anno precedente, invece, un pacco sospetto era stato ritrovato davanti casa di Tescaroli a Firenze: conteneva un pacco batterie per la ricarica di microcar elettriche da cui fuoriuscivano fili neri. Già giovannissimo pm a Caltanissetta e poi procuratore aggiunto a Roma e a Firenze, negli anni il magistrato ha indagato – tra le altre cose – sulla strage di Capaci e su quella di via d’Amelio, sull’omicidio del banchiere Roberto Calvi, su Mafia Capitale e sulle bombe del 1993. Nell’esperienza da aggiunto della città toscana ha coordinato l’inchiesta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (fino alla sua morte), indagati per concorso nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. Da quando è stato nominato al vertice della procura di Prato, invece, Tescaroli ha puntato i riflettori sulle faide interne ai clan cinesi: una spirale di violenza fatta di omicidi, pestaggi e incendi.

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Allarme chimico nelle crocchette per cani Eurospin: “Livelli di aflatossina superiori ai limiti”. Ecco il lotto ritirato dal Ministero della Salute

Scatta l’allarme per le crocchette per cani della marca Radames, commercializzata nei supermercati Eurospin. Il Ministero della Salute ha disposto il richiamo del prodotto venduto nel pacco da 10 chili, con lotto di produzione 5286 e con scadenza datata 13 aprile 2027 (le crocchette in questione sono prodotte da Gheda Mangimi S.r.l., presso la sede stabilimento Ostiglia -Mantova, Via Comuna Santuario, 1). Nel cibo, infatti, è stata rilevata la presenza di “aflatossina B1” oltre i limiti della legge. L’avviso è stato pubblicato lo scorso 9 gennaio sul portale del Ministero, che ha specificato che coloro che hanno acquistato il prodotto sono tenuti a non consumarlo e a riconsegnarlo presso il punto vendita.

Crediti: Eurospin

Che cos’è l’aflatossina? Si tratta di un agente chimico prodotto dalla muffa Aspergillus flavus, che prolifera sui cereali spesso utilizzati come ingredienti per i mangimi degli animali domestici. È bene sottolineare che l’aflatossina è un componente presente in maniera naturale all’interno dei cibi composti da cereali. Tuttavia, come nel caso delle crocchette di Radames, se la quantità della tossina supera i limiti di legge il cibo non deve essere ingerito. L’assunzione di livelli elevati di aflatossina può provocare vomito, diarrea, perdita di appetito, ittero e, nei casi più estremi, la morte dell’animale. I nostri amici a quattro zampe sono più vulnerabili a questo agente chimico perché, a differenza degli esseri umani che seguono una dieta variegata, si nutrono degli stessi alimenti per lunghi periodi.

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Iran, una ong smentisce Israele sulla notizia della morte di Erfan Soltani: “È vivo”. Ancora accesso filtrato di internet

Mentre dentro e fuori l’Iran la tensione rimane altissima, lo scontro è anche sulle informazioni che arrivano da un Paese dove le comunicazioni sono ancora molto complicate dopo il blackout imposto dal regime. Nelle scorse ore, l’ong Hengaw, specializzata in difesa dei diritti umani, ha smentito la notizia diffusa da Israele sulla morte di Erfan Soltani, giovane diventato un simbolo delle ultime proteste contro gli ayatollah. L’organizzazione umanitaria infatti, ha diffuso su X un comunicato con la foto del ragazzo dove si dice che alla famiglia “è stata concessa una breve visita di persona oggi” e si conferma “che è attualmente vivo e in condizioni fisiche stabili”. L’aggiornamento arriva dopo che un account ufficiale su X del governo israeliano in farsi aveva reso noto che secondo alcune fonti Soltani sarebbe stato “brutalmente ucciso mentre era in custodia della Repubblica islamica”.

Accesso “fortemente filtrato” a internet

Intanto, secondo i media locali, le autorità iraniane stanno valutando di ripristinare “gradualmente” l’accesso a internet dopo il blocco delle comunicazioni. L’agenzia Afp ha anche fatto sapere di esser riuscita a connettersi a internet dall’ufficio di Teheran, sebbene la maggioranza dei provider web e mobili restino interrotti. I dati sul traffico indicano un ritorno significativo di alcuni servizi online, tra cui Google, il che suggerisce che sia stato abilitato un accesso fortemente filtrato, a conferma delle segnalazioni degli utenti su un ripristino parziale” della rete, ha spiegato NetBlocks in un post sui social. Le chiamate internazionali sono possibili da martedì 13 e la messaggistica di testo è stata ripristinata ieri 17 gennaio. L’Iran avvierà il ripristino “graduale” dell’accesso a Internet, bloccato dall’8 gennaio 2026 a causa delle proteste nazionali iniziate il 28 dicembre, ha riferito all’Ansa una fonte informata. Anche i social network Instagram, Telegram, X, Facebook e YouTube erano stati vietati in Iran alcuni anni fa, spingendo gli utenti a utilizzare le Vpn, ma anche le Vpn sono state vietate dall’8 gennaio.

Media: “Potrebbero essere più di 16mila i morti”

Secondo un rapporto redatto da medici iraniani e citato dal Sunday Times, “le vittime nella repressione delle proteste in Iran supererebbe i 16.500 morti”. Il rapporto afferma nello specifico che la maggior parte delle vittime sono giovani sotto i 30 anni e che altre 330.000 persone sono rimaste ferite, con gran parte delle uccisioni avvenute nell’arco di due giorni. “Questo è un livello di brutalità completamente nuovo”, ha dichiarato al Times il professor Amir Parasta, chirurgo oculista iraniano-tedesco che ha contribuito a creare la rete di medici che ha messo a punto il documento. “Questa volta stanno usando armi di livello militare e quello che stiamo vedendo sono ferite da arma da fuoco e da schegge alla testa, al collo e al torace”. Il rapporto afferma che i dati sono stati raccolti dal personale di otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso in tutto l’Iran. Afferma che i medici sono stati in grado di comunicare utilizzando la tecnologia vietata Starlink durante il blocco di Internet. Il rapporto segnala anche un elevato numero di lesioni agli occhi: le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso anche a fucili da caccia, con almeno 700 persone che hanno perso la vista.

EXCLUSIVE – Hengaw

Hengaw has learned that the family of Erfan Soltani has been granted a brief in-person visit with him today, Sunday, January 18, 2026, and has confirmed that he is currently alive and in stable physical condition.

This development comes after days of extreme… pic.twitter.com/kwcSHVeVMG

— Hengaw Organization for Human Rights (@Hengaw_English) January 18, 2026

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Così l’Italia rafforza il suo ruolo nel cuore dell’Asia orientale

La missione asiatica di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud si inserisce in una traiettoria strategica chiara. L’Italia sceglie di collocarsi in modo stabile nel nuovo baricentro globale dell’Indo-Pacifico, rafforzando la propria proiezione internazionale in sintonia con Washington e con i partner del G7. In questo percorso, la tappa coreana assume un ruolo centrale perché condensa alcune delle principali dinamiche del sistema internazionale contemporaneo. Il rapporto con la Cina, il de-risking tecnologico europeo e la riorganizzazione della sicurezza in Asia nord-orientale trovano qui un punto di convergenza strategica.

Tokyo, il partenariato “speciale” e una visione condivisa

A Tokyo, nel corso della sua terza visita in Giappone da quando è alla guida del governo, la Presidente Meloni incontra per la prima volta in un vertice bilaterale la premier giapponese Sanae Takaichi, diventando il primo leader europeo a visitare il Paese dopo il suo insediamento. La visita si colloca nel contesto del centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, un passaggio simbolico scelto per elevare il rapporto bilaterale a partenariato strategico speciale e per dare impulso al Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, definito in occasione del G7 di Hiroshima.

Il linguaggio adottato dai due governi riflette una visione condivisa. Al centro vi sono l’idea di un Indo-Pacifico libero e aperto, il rispetto dello stato di diritto, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e una crescente interoperabilità in ambito difensivo. In questo quadro, Italia e Giappone sviluppa una convergenza anche su Africa e Mediterraneo allargato. Tokyo riconosce in Roma un ponte verso l’Europa e il Nord Africa, mentre Roma individua nel Giappone un partner capace di rafforzare le proprie capacità industriali e tecnologiche in settori chiave come spazio, cyber e difesa.

Seul, un equilibrio diverso e il peso della Cina

A Seoul il contesto assume caratteristiche differenti. Per Meloni questa è la prima visita a Seoul, mentre per il presidente Lee Jae-myung rappresenta una delle prime visite ufficiali di un leader straniero dall’avvio del ritorno della presidenza alla Blue House, una scelta simbolica volta a marcare una discontinuità politica rispetto al predecessore Yoon Suk-yeol. Lee esprime una leadership progressista, caratterizzata da una diplomazia pragmatica e orientata all’equilibrio. Il recente dialogo di Seul con Pechino segnala una volontà di riaffermare un ruolo centrale della presidenza nella definizione della politica estera e di gestire con maggiore flessibilità le dinamiche regionali, con la consapevlozze di cercare spazi di maggiore autonomia.

Sul piano strategico, la Corea del Sud valorizza un equilibrio calibrato. L’alleanza militare con gli Stati Uniti resta un pilastro, anche nel quadro della deterrenza verso Pyongyang, mentre il mantenimento di un canale politico con la Cina contribuisce alla stabilità regionale, e completa a livello diplomatico la gestione del dossier nordcoreano.

L’attenzione di Seul verso la Cina si inserisce in una strategia volta a favorire la stabilità nella penisola coreana e a mantenere margini negoziali ampi. Con una Corea del Sud più cauta rispetto agli orientamenti normativi del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), l’Italia considera il fattore cinese come una variabile da gestire con pragmatismo. In questo contesto, il lessico adottato privilegia il riferimento alla cooperazione regionale e a un approccio graduale, capace di tenere insieme sicurezza e stabilità economica.

Economia reale, tecnologie critiche, difesa

La cooperazione economica tra Italia e Corea del Sud poggia su basi solide. Nel 2024 l’interscambio ha raggiunto circa 11,4 miliardi di euro, all’interno del quadro regolatorio dell’Accordo di Libero Scambio UE-Corea in vigore dal 2011. Seul rappresenta oggi il primo partner asiatico dell’Italia in termini pro capite, con catene del valore particolarmente integrate nei settori dell’automotive, della meccanica di precisione, della chimica fine, della moda e dell’agroalimentare di alta gamma.

La visita è accompagnata dalla definizione di una dichiarazione congiunta su commercio, investimenti e partenariati industriali, affiancata da intese operative su protezione civile e tutela del patrimonio culturale. Questi ambiti rafforzano la dimensione bilaterale e contribuiscono a proiettare l’immagine dell’Italia come partner tecnologicamente affidabile e culturalmente attrattivo, capace di coniugare competenze industriali e soft power.

Semiconduttori e de-risking, perché Seul conta

Tuttavia, il baricentro politico del vertice riguarda principalmente la cooperazione tecnologica avanzata, in particolare nel settore dei semiconduttori. L’Italia guarda con interesse alla Corea del Sud come attore di primo piano nella produzione di chip di memoria e negli impianti di nuova generazione. In un contesto europeo orientato al de-risking, Roma individua in Seoul un partner affidabile per diversificare fornitori e rafforzare la resilienza delle filiere industriali strategiche.

Questa cooperazione si inserisce in modo coerente nel perimetro euro-atlantico e risulta compatibile con le dinamiche della Chip 4 Alliance, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Per Seoul, un rafforzamento strutturato dei rapporti con l’Italia favorisce l’accesso ai mercati europei e accresce il peso politico a Bruxelles. Per Roma, la partnership contribuisce a consolidare la competitività industriale e la sicurezza tecnologica in settori strategici.

Difesa, GCAP e nuove sinergie industriali

Accanto alla dimensione tecnologica civile, la cooperazione in ambito difesa si afferma come un vettore strutturale di convergenza tra Italia e Asia orientale. L’esperienza maturata dall’Italia nel Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato insieme a Giappone e Regno Unito, ha rafforzato in modo significativo il posizionamento nazionale nel segmento più avanzato dell’industria aerospaziale e militare. Il GCAP è un programma congiunto per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di nuova generazione, centrato su una piattaforma di sesta generazione integrata con droni, sensori avanzati, intelligenza artificiale, capacità di comando e controllo multi-dominio e architetture digitali aperte. Si tratta di un ecosistema tecnologico che connette difesa, spazio, cyber e manifattura avanzata.

La partecipazione italiana al GCAP ha accresciuto la credibilità del Paese come partner tecnologico di lungo periodo. Questo posizionamento ha suscitato un interesse crescente anche in Asia, dove il modello di cooperazione trilaterale viene osservato come riferimento per nuove forme di partenariato industriale e tecnologico.

In questo contesto si inserisce il dialogo con la Corea del Sud, che dispone di un’industria della difesa dinamica e fortemente orientata all’export, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale e dei sistemi avanzati. Con Seul si esplorano possibili collaborazioni industriali in ambito aerospaziale e navale, con particolare attenzione ai sistemi anti-drone, ai sensori di nuova generazione, alle piattaforme a duplice uso e all’integrazione tra componenti hardware e software ad alta intensità digitale. La complementarità tra le capacità italiane nei sistemi, nell’elettronica avanzata e nella cantieristica navale, le tecnologie europee in ambito missilistico e di comando e controllo, e le competenze coreane nella produzione, nell’automazione e nella scalabilità industriale apre spazi concreti per iniziative congiunte.

Una partnership che funziona perché pragmatica

Questa sinergia offre prospettive operative non limitate al perimetro bilaterale. La possibilità di sviluppare soluzioni integrate e competitive consente di guardare a mercati terzi in modo strutturato, valorizzando una presenza industriale congiunta.

Tutto mentre “Mediterraneo globale”, per usare un’espressione di Meloni, Africa e Indo-Pacifico emergono come aree coerenti con la proiezione marittima e industriale di lungo periodo dell’Italia, dove la domanda di sicurezza, sorveglianza, protezione delle infrastrutture critiche e controllo degli spazi marittimi è in costante crescita.

Pertanto, la cooperazione in ambito difesa assume una valenza che va oltre la dimensione industriale. Essa contribuisce a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia all’interno del quadro euro-atlantico, consolida relazioni di fiducia con partner tecnologicamente avanzati e proietta il sistema industriale nazionale in una rete indo-pacifica sempre più centrale negli equilibri globali di sicurezza.

La relazione italo-coreana si fonda quindi su interessi convergenti e risultati tangibili. Commercio, investimenti, tecnologie critiche, difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento costituiscono un terreno comune solido.

Proprio questa dimensione pragmatica rafforza la credibilità della partnership. Per l’Italia rappresenta uno strumento efficace di ancoraggio all’Indo-Pacifico e di rafforzamento dell’autonomia strategica all’interno del quadro euro-atlantico. Per la Corea del Sud costituisce una leva per ampliare la propria presenza in Europa, diversificare le relazioni economiche e accrescere il peso nei grandi dossier globali di sicurezza economica e tecnologica.

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Olimpiadi, in gara anche l'assistenza

1300 operatori sanitari all'opera nei 6 villaggi olimpici, medici, infermieri, fisioterapisti e pure dentisti. Altri 3000 nella rete di strutture di alta specializzazione e territoriali nelle regioni coinvolte

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Federica Brignone iscritta al gigante di Plan de Corones: “Deciderà al mattino se gareggiare o meno”

Si avvicina il rientro di Federica Brignone, ferma dallo scorso aprile per il grave infortunio rimediato alla gamba – frattura del piatto tibiale e del perone e lesione del legamento crociato anteriore – durante i campionati italiani. L’azzurra infatti risulta iscritta al gigante di Coppa del Mondo di sci in programma martedì a Plan de Corones e dovrebbe quindi tornare a gareggiare a poco più di due settimane dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina.

“La detentrice della sfera di cristallo prenderà parte alla sciata in pista del mattino e poi deciderà se gareggiare o meno – fa sapere la Fisi – Per lei si tratterebbe del rientro agonistico a distanza di 292 giorni dal terribile infortunio occorsole lo scorso 3 aprile in Val di Fassa”. La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche Sofia Goggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma alle 10.30, la seconda alle 13.30.

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L’indignazione del comitato per il Nobel dopo che Machado ha consegnato la medaglia a Trump: “Non si può condividere il premio”

“Un vincitore del Premio Nobel per la Pace non può condividere il premio con altri, né trasferirlo una volta annunciato”. Il Comitato per il Premio Nobel per la Pace ha espresso forte indignazione in merito al gesto di María Corina Machado, che ha consegnato la sua medaglia a Donald Trump, definendo l’atto come una violazione delle norme che regolano il premio. La dichiarazione ufficiale del Comitato ha sottolineato con fermezza che un vincitore del Premio Nobel non può trasferire il premio ad altre persone né condividerlo, e che una volta che il premio è stato assegnato, esso non può essere revocato. Nonostante non abbia fatto riferimento esplicito né a Machado né a Trump, il Comitato ha ribadito che la decisione è definitiva e non può essere modificata dalle azioni del vincitore. Il 3 gennaio il blitz Usa, voluto da Trump, ha portato alla cattura di Nicola Maduro.

Il Comitato ha poi specificato che la medaglia, il diploma e il premio in denaro che accompagnano il Nobel sono simboli che appartengono al vincitore, ma che, sebbene questi oggetti possano essere donati o venduti, l’identità del destinatario del premio rimane immutata nella storia. Tra i vari esempi, il comitato ha citato il caso di Kofi Annan, che ha donato la propria medaglia all’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, e quello del giornalista Dmitry Muratov, che ha venduto la propria medaglia per sostenere i bambini ucraini. Gesti molto diversi da quelli dell’attivista e con un valore totalmente differente.

Il gesto di Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è stato visto come un “momento emozionante” e simbolico, in quanto, secondo le sue parole, ha deciso di donare la medaglia a Trump per riconoscere il suo impegno a favore della libertà in Venezuela e in tutta la regione. Tuttavia, la sua spiegazione non ha placato le polemiche. Donald Trump, dal canto suo, ha espresso un tono di rispetto nei confronti di Machado, definendola una “donna molto gentile” e sottolineando che l’atto di ricevere la medaglia è stato per lui un “gesto molto carino”. Il presidente statunitense – che più volte ha sostenuto di meritare il premio (che Barack Obama ottenne “sulla fiducia” nel 2009, ndr) ha affermato di essere rimasto colpito dal suo impegno e ha voluto esternare la sua gratitudine per aver ricevuto il premio.

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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono

“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970.

Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva.

“Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione.

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Cuba, l’omaggio dell’Avana ai 32 militari uccisi nel raid Usa in Venezuela: decine di migliaia in marcia sul lungomare

Decine di migliaia di cubani hanno partecipato alla lunga marcia per rendere omaggio ai 32 militari uccisi in Venezuela durante l’operazione militare degli Usa e per mandare un messaggio alla Casa Bianca e al presidente Donald Trump. È avvenuto venerdì 16 gennaio all’Avana, in un corteo organizzato in “difesa della sovranità di Cuba e della Rivoluzione”. “Honor y gloria”, lo slogan scelto per chiamare le persone a raccolta nella “Marcia del popolo combattente”, snodatasi dalla Tribuna Antimperialista lungo il Malecón, il lungomare avanero.

I cittadini hanno cominciato a riempire le strade della città sin dalle prime ore del mattino. Il palco della manifestazione è stato montato in un luogo simbolico: alle spalle all’ambasciata statunitense. Da qui il presidente della Repubblica e segretario generale del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel Bermúdez, nella classica tenuta verde oliva, si è scagliato contro “l’aggressione terrorista” compiuta a Caracas lo scorso 3 gennaio dalle forze speciali Usa. “Cuba è terra di pace” ha detto. “Non minaccia né sfida, ma se aggrediti siamo in milioni disposti a
combattere con la stessa fierezza dei nostri compatrioti caduti”.

In prima fila i 32 cartelli con impressi i nomi e i volti dei soldati impegnati nel Paese bolivariano alleato dell’Avana, tumulati nelle varie province di provenienza, dove si sono svolte altrettante celebrazioni di massa nei giorni scorsi. Un discorso pronunciato sotto un cielo grigio, tra gli applausi e le risposte corali dei presenti. Fra loro militari, studenti, lavoratori, cittadini comuni, giovani e anziani. Alcuni “spinti” dal Partito comunista che controlla il Paese, altri sinceramente fedeli al socialismo e alla Revolución, nonostante la grave crisi economica che attanaglia l’isola ormai da molti anni. “Qui non si arrende nessuno”, il grido ripetuto durante il corteo, quando il serpentone umano stretto tra i cordoni di sicurezza ha riempito il lungomare di bandiere cubane e venezuelane. Qualcuno ha il vessillo rosso con la falce e il martello, altri il volto di Fidel Castro, accostato a José Martí (eroe della Patria cubana nella lotta d’indipendenza contro gli spagnoli) e a Hugo Chávez, alla cui figura risale il legame venticinquennale tra il socialismo cubano e quello venezuelano.

Tra gli obiettivi principali degli slogan scanditi dai manifestanti ci sono Trump e soprattutto Rubio, figlio di cubani dal dente particolarmente avvelenato nei confronti del governo dell’isola. “Cuba è sovrana e
decide da sola il proprio destino“, è il concetto gridato al passaggio davanti all’ambasciata Usa, riaperta nell’era Obama in un clima di speranza e tornata oggi cupa sede dell’imperialismo “Yanqui”, come viene definito qui.

Volti seri, corrucciati ma anche sorridenti, tra tamburi e cori di scherno. Come quello di Mijaín López, pentacampione olimpico di lotta greco-romana che ha salutato il corteo al fianco del presidente, stringendo
mani e regalando selfie. Dopotutto per molti la manifestazione, scioltasi tra le strade verdi del Vedado, è stata anche una festa.

Nonostante il clima di tensione che ha spinto le autorità dell’isola ad attivare esercitazioni militari, la vita in questi giorni scorre in modo tranquillo, con le difficoltà ormai croniche dettate da una crisi che non accenna a dare tregua. Carenze energetiche in primis. Una situazione deflagrata con lo scoppio della pandemia, che ha falcidiato l’economia cubana, già colpita da centinaia di sanzioni statunitensi. Una lotta quotidiana imposta a buona parte della popolazione, divisa tra difesa della bandiera e una ricerca di ossigeno che spinge anche a emigrare.

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L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1, auto danneggiate

L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i viola, valido per la Serie A.

Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie A, in programma alle ore 18.

La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto. Tutto sarebbe cominciato al vicino autogrill del Cantagallo, dove un gruppo di tifosi della Fiorentina (diretti a Bologna per la partita del Dall’Ara) hanno incontrato un gruppo di romanisti che stavano andando a Torino per la partita con i granata in programma alle 18. Gli scontri sono avvenuti qualche chilometro dopo, dove molte auto e alcuni minibus si sono fermati nella corsia d’emergenza e nelle piazzole. I tifosi sono scesi dalle auto e si sono affrontati con mazze, martelli, spranghe e caschi. Il tutto è durato pochi minuti, poi le auto sono ripartite, prima dell’intervento delle forze di polizia, avvertite dalle auto in transito.

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Terre rare, chi tifa per dividere Usa e Ue?

Un altro motivo per cui l’Ue deve accelerare su materie prime e terre rare è che a Cina non si ferma nel suo progetto di restare monopolista mondiale. Infatti il gigante dell’acciaio Baowu riceve per la prima volta minerale di ferro dalla Guinea, tramite una spedizione dalla miniera di Simandou: un fatto che segna un passo strategico per la sicurezza energetica della Cina, ma che al contempo testimonia (una volta di più) tutta la difficoltà del vecchio continente di farsi autonomo quanto ad approvvigionamento. Anche in questo senso vanno lette le relazioni del governo Meloni in aree altamente strategiche come Corea del Sud e Taiwan, “dense” di materie prime e elementi come i semiconduttori che sono vitali per le imprese italiane.

Il più grande investimento minerario realizzato in Africa riguarda il progetto realizzato in collaborazione tra il governo guineano e il consorzio Winning Consortium Simandou, Baowu, Chinalco e Rio Tinto. Si tratta di 600 chilometri di ferrovia transguineana e nuove infrastrutture portuali che consentiranno di esportare fino a 120 milioni di tonnellate di ferro all’anno. Ma al di là del singolo progetto in questione spicca il dato, generale e geopolitico, dato dalla forte volontà di Pechino di restare in cima alla classifica mondiale: i diciassette metalli che compongono le terre rare sono di fatto nelle mani di Pechino, ovvero i lantanidi e lo scandio che possono essere utilizzati in vari ambiti industriali, tutti strategici per le economie mondiali.

Il ritardo accumulato dall’Ue, sommato ad una regolamentazione asimmetrica, è un dato oggettivo su cui si stanno concentrando le iniziative di alcuni governi come quello di Roma che hanno compreso come tale gap sia deleterio per il futuro stesso della sopravvivenza di interi comparti industriali. Non bisogna dimenticare, infatti, che un caccia F-35 contiene centinaia di chili di terre rare e al contempo missili, radar, satelliti e sistemi di comunicazione sono fatti con leghe ad hoc derivate dalle terre rare, di cui la Cina detiene l’80% delle miniere mondiali. La Cina a partire dagli anni ’80 ha avviato quella che è stata ribattezzata la “dittatura monopartitica” sull’investimento nell’estrazione e nella capacità di lavorazione. E il vantaggio cinese nel settore non è dato esclusivamente dalla dotazione di risorse, ma dalla sua capacità di integrare estrazione, lavorazione e produzione su larga scala.

Al momento altri giacimenti significativi esistono negli Stati Uniti, in Australia, in Brasile, in India e anche nell’Artico. Per cui gli Stati Uniti e i suoi alleati lavorano per stemperare il predominio di Pechino che, di fatto, stringe la morsa cinese sulle terre rare: la prima iniziativa messa in campo è quella di accelerare i progetti sulle terre rare e diversificare la loro fornitura in risposta alle restrizioni alle esportazioni della Cina. Ma non è facile, anche perché tra gli alleati degli Usa non mancano Paesi molto contigui al regime cinese.

Pochi giorni fa a Washington si è tenuto un vertice con i ministri delle finanze del G7 e altri alleati, tra cui Australia, India, Corea del Sud e Ue, per affrontare le vulnerabilità nella catena di approvvigionamento delle terre rare. Un altro momento in cui assumere la consapevolezza che, al di là delle singole mosse della Casa Bianca su dazi, Artico e Iran, serve una maggiore unità di intenti anche da parte dell’Ue che deve capire la difficoltà geopolitica del momento. Cavalli di troia in questa fase sarebbero non solo pericolosi, ma un cappio al collo del vecchio continente.

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A fuoco gli addobbi sul soffitto per le candele pirotecniche: chiusa discoteca a Crema. Stop anche a un locale di Cremona

Due discoteche di Crema e Cremona sono state chiuse temporaneamente a seguito di alcune violazioni in materia di sicurezza e ordine pubblico. Il provvedimento è stato disposto dal questore di Cremona, Carlo Ambra, che sulla base dell’articolo 100 del TULPS ha attuato due sospensioni di licenza. I locali coinvolti sono il “Moma Club” di Crema (chiuso per 8 giorni) la discoteca “Juliette” di Cremona (chiusa per 15 giorni). I controlli sono stati eseguiti nei primi giorni di gennaio, e si inseriscono in una tipologia di controlli resi necessari probabilmente anche in reazione alla strage di Crans-Montana e al rinnovato interesse pubblico sulla questione sicurezza nei luoghi chiusi. Proprio domenica da Roma è arrivata la notizia, invece, del sequestro preventivo del Piper club di Roma.

Tra gli episodi contestati spiccano due avvenimenti: il 6 gennaio scorso, nella discoteca di Cremona, un giovane è stato aggredito alla gola con la lama di un taglierino. La ferita, fortunatamente superficiale, ha richiesto comunque l’intervento sanitario. Nella discoteca Moma Club, invece, nei giorni scorsi si è verificato un principio d’incendio di alcuni addobbi posizionati sul soffitto del locale causato dalle fontane pirotecniche installate sulle bottiglie. Una dinamica che ricorda fortemente quanto avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno. Il locale è intervenuto su Facebook per precisare che “l’episodio relativo a un principio di incendio di alcuni addobbi natalizi, causati dai flambé, è avvenuto antecedentemente alla tragedia successa in Svizzera. Mettere in relazione i due eventi è scorretto, fuorviante e falso”. E, continua ancora la nota, dopo quanto avvenuto e dopo i fatti di Crans-Montana “i flambé sono stati completamente eliminati”.

Oltre a questi due avvenimenti, sono stati segnalati sia ripetuti episodi violenti – all’interno e all’esterno dei locali – sia la somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. I controlli sono stati effettuati a Cremona il 16 gennaio e a Crema il 17 e sono stati compiuti dalla Polizia di Stato con la collaborazione dei Vigili del Fuoco, della Polizia Locale, dell’ATS Valpadana e dell’Ispettorato del Lavoro.

Tra le criticità del locale “Juliette” si segnalano: mancato documento di valutazione rischi, irregolarità nella licenza, presenza di materiali non ignifughi nei pressi delle fonti di calore e mancata omologazione – sempre rispetto alla reazione al fuoco – di alcuni arredamenti. Inoltre, assente la documentazione relativa alla formazione dei lavoratori e preoccupanti le condizioni delle uscite di sicurezza – bloccate o per lo meno compromesse da tavolini e sedie.

Nel “Moma Club” invece il controllo ha fatto emergere, oltre al già citato principio di incendio, anomalie come la presenza di minorenni in serate esclusive ai maggiorenni, la mancata verifica dei documenti d’identità e l’occultamento delle – anche qui – due uscite di sicurezza, coperte da delle tende. Inoltre, come nelle discoteca Juliette è stata riscontrata la presenza di materiali non classificati alla reazione al fuoco. Nel corso dell’ispezione sono stati infine individuati dieci lavoratori in nero, il mancato aggiornamento del documento di valutazione dei rischi e la presenza di soli due operatori antincendio rispetto ai quattro previsti.

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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti

Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo.

L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ”

L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00.

La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“.

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Referendum, Alessandro Barbero spiega perché voterà No: “Si rischiano magistrati agli ordini del governo. Peso della politica superiore nei Csm”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Inizia così l’intervento con cui Alessandro Barbero spiega pubblicamente le ragioni del suo voto no al referendum sulla separazione delle carriere. Sono 4 minuti e mezzo di video, inviato dallo storico al Comitato “Società civile per il no”, guidato da Giovanni Bachelet, che lo ha pubblicato sul suo canale Youtube. Barbero mette in fila i motivi che lo hanno spinto a schierarsi contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Parte da un elemento: “Il referendum non è sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudic. La separazione di fatto c’è già. Già adesso il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare e può cambiare una sola volta nella vita e pochissimi lo fanno”, spiega lo storico, riferendosi al fatto che oggi i passaggi di ruolo tra pm e giudici avvengano con percentuali da prefisso telefonico (Nel 2023 8giudici su 6.665, lo 0,12%, diventati pm. Ventisei pm su 2.186, l’1,19%, diventati giudici).

E infatti il cuore della questione, dice il professore, è un altro. Al centro della riforma “c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente. E allora spieghiamoci: il Csm è l’organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, cioè fa qualcosa che prima sotto il regime fascista faceva il ministro della Giustizia. Quindi, era il governo, cioè la politica, che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”. Con il suo inconfondibile tono, reso celebre da centinaia di puntate di podcast storici, Barbero improvvisa una lezione di storia costituente: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia, che il cittadino non è sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo. Per questo la Costituzione prevede che il Csm sia composto per due terzi da magistrati ordinari eletti dai colleghi e per un terzo da professori di giurisprudenza e avvocati di grande esperienza, i cosiddetti membri laici eletti dal Parlamento”. Il Csm, dunque, “è la garanzia che la magistratura sarà sì in contatto col potere politico, ascolterà le ragioni del governo, ma sarà libera nelle sue scelte, non dovrà obbedire agli ordini”.

Se passerà il Sì, avverte Barbero, la riforma indebolirà il Csm con il rischio di una deriva autoritaria. “Intanto perché prevede che sia sdoppiato, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e che al di sopra dei Csm ci sia un altro organo disciplinare separato, anch’esso composto da rappresentanti dei magistrati e da membri di nomina politica. Ma soprattutto la riforma prevede che in tutti questi organi i membri togati, cioè quelli che rappresentano i magistrati e che finora erano eletti dai colleghi, siano tirati a sorte. La giustificazione di questa misura pazzesca che non si usa in nessun organo di grande responsabilità, è che la magistratura e politicizzata, cosa considerata orribile, e che quando vota la magistratura elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti e questo si vorrebbe evitarlo”. Il vero nodo, dunque, è rappresentato dal sorteggio ibrido: puro per i componenti togati dei Csm, cioè i rappresentanti dei magistrati, temperato per i laici, gli esponenti della politica, che saranno sorteggiati sulla base di un elenco compilato dal Parlamento. Solo che di questa lista non si è ancora specificata la consistenza numerica, che potrà essere di poco superiore (o addirittura identica) al numero di posti da coprire. Di fatto quindi la politica – a differenza della magistratura – continuerà a scegliere in qualche modo i propri rappresentanti al Consiglio superiore. Dunque avremo due Csm “dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui“, sintetizza Barbero. “A me sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore. Dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni. Ora, naturalmente, chi è favorevole alla riforma può benissimo dire, come infatti molti dicono, che va bene così. È proprio questo che vogliamo. Uno stato moderno ed efficiente deve funzionare così. Io la penso diversamente e per questo voterò no. E alla fine ho deciso che poteva aver senso che provassi a spiegare pubblicamente le ragioni per cui lo farò”.

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Bologna-Fiorentina, l’omaggio a Rocco Commisso. De Gea: “Come se fosse qui con noi”

Momenti di commozione al Dall’Ara prima del match della 21esima giornata di Serie A tra Bologna e Fiorentina. Dopo l’inno usuale, le squadre in campo hanno osservato il minuto di silenzio per la morte di Rocco Commisso: i Viola giocano con il lutto al braccio e in fase di riscaldamento hanno indossato una maglia celebrativa con “Grazie Rocco” sul petto e una foto del presidente scomparso a 76 anni che palleggia. Sulla schiena invece il numero 1 e la scritta Rocco al posto del proprio cognome.

I funerali di Commisso saranno celebrati a New York mercoledì prossimo, nella cattedrale di San Patrizio. “Vorrei mandare un grande abbraccio alla famiglia Commisso da parte di tutta la squadra e la società e ringraziarli per quello che hanno fatto per la Fiorentina e per il calcio. Oggi anche lui è qui con noi in partita“, ha detto il capitano viola David De Gea ai microfoni di Dazn ricordando Rocco Commisso, scomparso ieri all’età di 76 anni. “Abbiamo una responsabilità ancora più grande nel fare qualcosa di importante quest’anno – ha aggiunto – Sappiamo qual è l’obiettivo, si parte da oggi, vero che abbiamo fatto buoni risultati nelle ultime partite, dobbiamo dare continuità“.

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Ucraina, la Lega alza la voce: "Aiuti sì, ma stop alla retorica bellicista. L'Europa impari a dialogare con tutti"

"La Lega ha votato sì al sostegno all’Ucraina perché abbiamo avuto ampie rassicurazioni dal governo che saranno rafforzati gli aiuti civili e umanitari, che la fornitura di mezzi e materiali sarà di carattere difensivo in una logica di difesa e deterrenza e che ci sarà coerenza con il percorso diplomatico intrapreso in grado di... Segui su affaritaliani.it

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Diplomazia italiana e rotte indo‑mediterranee si incrociano a Mascate

Mentre la presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, arrivava a Mascate per una visita ufficiale, la capitale omanita accoglieva con una cerimonia solenne anche l’INSV Kaundinya, al termine di uno storico viaggio di 18 giorni dal Gujarat all’Oman. Due arrivi paralleli, due traiettorie diverse — una politica, l’altra marittima — che si sono incrociate nello stesso luogo e nello stesso momento, proiettando sull’Oceano Indiano una narrazione che unisce passato e futuro, memoria e strategia.

L’India guarda all’Indo-Mediterraneo e a rotte come il Corridoio Economico India–Medio Oriente–Europa non soltanto attraverso infrastrutture moderne e corsie di navigazione contemporanee. Esiste anche una dimensione culturale e simbolica che affonda le radici nella storia antica e contribuisce a dare profondità strategica alle scelte del presente. L’INSV Kaundinya si colloca esattamente in questo spazio: non una semplice unità navale, ma una ricostruzione vivente della tradizione marinara indiana.

Ispirata alle navi a fasciame cucito raffigurate nei murali del V secolo delle grotte di Ajanta, l’imbarcazione è stata concepita come un ponte tra l’India contemporanea e il suo passato oceanico, ben precedente all’era dei motori e degli scafi in acciaio. A promuovere il progetto è stato Sanjeev Sanyal, economista e storico, oggi membro del Consiglio Economico Consultivo del Primo Ministro, con l’obiettivo dichiarato di restituire visibilità a una civiltà marittima spesso sottovalutata nella narrazione globale.

A differenza delle navi moderne, l’INSV Kaundinya è stata costruita senza l’impiego di chiodi o componenti metallici. Le tavole di legno sono state cucite a mano con corde di fibra naturale di cocco e sigillate con resine organiche, seguendo tecniche tradizionali tramandate nei secoli e ancora vive in alcune aree costiere dell’India, in particolare nel Kerala. Un sapere artigianale antico, integrato con competenze ingegneristiche moderne, che restituisce un’idea di continuità più che di nostalgia.

Il progetto è nato da una collaborazione tripartita tra il Ministero della Cultura indiano, la Marina e il cantiere navale di Goa Hodi Innovations (OPC) Pvt Ltd. La posa della chiglia nel settembre 2023 ha dato avvio a quasi due anni di lavoro, resi ancora più complessi dall’assenza di progetti tecnici originali. Il team ha dovuto affidarsi a fonti iconografiche, testi storici e test idrodinamici condotti presso l’IIT di Madras per garantire la navigabilità oceanica dell’imbarcazione.

Dopo il varo nel febbraio 2025, la nave è stata ufficialmente incorporata nella Marina indiana il 21 maggio 2025 presso la base di Karwar, nel Karnataka. Il nome Kaundinya richiama l’antico navigatore che, secondo la tradizione, avrebbe raggiunto il Sud-Est asiatico creando legami culturali duraturi: un riferimento che rafforza il messaggio di lungo periodo insito nell’intera iniziativa.

Il primo viaggio internazionale ha preso il via il 29 dicembre 2025 da Porbandar, in Gujarat, con destinazione Mascate. Una rotta che ricalca gli antichi itinerari commerciali tra il subcontinente indiano e la Penisola Arabica, molto prima che la navigazione coloniale ridefinisse i flussi globali. Porbandar è anche la città natale di Mohandas Karamchand Gandhi, ulteriore elemento simbolico in un percorso che intreccia storia, identità e diplomazia.

Durante la traversata del Mar Arabico, Sanyal ha condiviso aggiornamenti regolari sui social, raccontando i ritmi lenti della navigazione a vela, l’influenza dei venti e le sfide quotidiane di una traversata che riecheggia le esperienze dei marinai di oltre duemila anni fa. In uno dei passaggi più evocativi, ha descritto l’avvistamento lontano di una moderna portaerei: un contrasto che rende visibile, nello stesso orizzonte, la stratificazione del potere marittimo nel tempo.

L’approdo a Mascate, inaugurato ufficialmente alla presenza delle autorità locali e diplomatiche, ha assunto così un valore che va oltre la celebrazione storica. L’Oman è da secoli un nodo centrale delle reti dell’Oceano Indiano e oggi si conferma spazio di incontro tra diplomazia, commercio e sicurezza marittima. In questo contesto, la concomitante visita di Giorgia Meloni ha aggiunto una dimensione ulteriore.

Se la Kaundinya rappresenta la storia millenaria dell’India come civiltà marittima, Meloni incarna il futuro dell’Italia: prima donna a guidare il Paese come Presidente del Consiglio, ha riportato Roma a rivendicare un ruolo più assertivo in Europa e nel Mediterraneo allargato, con uno sguardo crescente verso l’Indo-Pacifico. In Oman, India e Italia si sono ritrovate simbolicamente riunite come due pilastri complementari dell’Indo-Mediterraneo, uno spazio che non è più soltanto geografico, ma strategico.

Questa convergenza non è frutto di una coreografia studiata, ma di una serendipità significativa. In un momento di forte instabilità globale, il viaggio della Kaundinya ricorda che i mari — un tempo ponti di scambio e connessione — continuano a modellare le relazioni internazionali. Tra memoria storica e proiezione strategica, l’Indo-Mediterraneo torna così a raccontare una storia antica, ma sorprendentemente attuale.

 

(Foto: X, @sanjeevsanal)

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TG2 Motori del 18/01/2026

Direttore Antonio Preziosi. Responsabile Rocco Tolfa. A cura di Maria Leitner

© RaiNews

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Macron torna a minacciare l’uso dello “Strumento anti-coercizione” contro i dazi di Trump: che cos’è

E un’opzione mai sperimentata ed è sta ribattezzata, nei corridoi di Bruxelles, il “bazooka” delle misure commerciali. Il suo obiettivo primario è la deterrenza, prevenendo l’uso stesso dello strumento: ecco perché spesso viene definita come “l’opzione nucleare” dell’Ue. Lo Strumento anti-coercizione (Aci) torna oggi ad essere rievocato dal presidente francese Emmanuel Macron, dopo l’annuncio da parte di Donald Trump di imporre dazi al 10% dal primo febbraio agli 8 Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia. “Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, ha minacciato il presidente Usa sottolineando che riguarderanno tutte le merci spedite negli Stati Uniti e saranno in vigore fino a quando “non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“.

Macron aveva evocato l’utilizzo dello strumento già lo scorso luglio in piena guerra dei dazi da parte degli Usa. Arma disinnescata poco dopo, quando l’Ue ha raggiunto l’intesa con Trump. Adesso però l’opzione torna sul tavolo. Macron, che sarà “in contatto con i suoi omologhi europei per tutto il giorno”, chiederàl’attivazione dello strumento anti-coercizione Ue” se le minacce di dazi per la Groenlandia brandite da Donald Trump saranno attuate, fanno sapere fonti dell’entourage del presidente francese. Inoltre, aggiungono le fonti, le minacce commerciali americane “sollevano la questione della validità dell’accordo” sui dazi doganali raggiunto lo scorso luglio tra Stati Uniti e Unione Europea.

L’Anti-Coercion Instrument – la cui attuazione richiede una maggioranza qualificata dei Paesi della Ue – consiste in una risposta dell’Unione europea alla coercizione economica da parte di Paesi terzi, ovvero ad interferenze indebite tramite misure o minacce che colpiscono il commercio o gli investimenti per condizionare scelte politiche. È stato approvato dalle istituzioni europee nel 2023 come arma di deterrenza nei confronti della Cina che aveva “punito” con restrizioni commerciali la Lituania colpevole di aver rafforzato i legami con Taiwan.

Le contromisure economiche sono considerate solo come ultima risorsa, soggette a condizioni di necessità e proporzionalità. Sono progettate per essere mirate, temporanee e con impatto minimo sull’economia dell’Ue. La gamma di opzioni è ampia. Una volta attivato, quello strumento pensato per “scoraggiare l’intimidazione economica” consentirebbe di adottare misure che vanno ben oltre i contro-dazi. Per esempio si potrebbe limitare l’accesso dei gruppi Usa ai mercati finanziari europei, escluderli da appalti pubblici, revocare loro licenze di importazione e persino introdurre restrizioni sui diritti di proprietà intellettuale. Bruxelles potrebbe – potenzialmente – arrivare a vietare ai gruppi statunitensi di monetizzare in Europa servizi digitali come le piattaforme di streaming o l’utilizzo di software. Divieti e limiti possono colpire un intero Paese ma anche singoli individui o aziende.

La fase di determinazione di un atto di coercizione spetta al Consiglio, che agisce su proposta della Commissione. La successiva adozione di misure di risposta è di competenza della Commissione, assistita da un comitato di Stati membri. In specifici casi (per esempio norme di origine) si utilizzano atti delegati, coinvolgendo anche il Parlamento Europeo. Il processo prevede il coinvolgimento delle parti interessate per valutare l’impatto delle misure e un obbligo di informazione costante del Parlamento e del Consiglio.

Le possibili misure da mettere in campo sono pertanto tante e molto potenti, per questo l’Aci è considerata un’opzione estrema. E bisogna considerare i rischi. Oltre alle eventuali reazioni del Paese terzo (in questo caso gli Usa) c’è il timore che a pagare siano i consumatori e le imprese Ue. In primis con una riduzione dei servizi, considerato che quasi tutti i gruppi che li offrono sono statunitensi, o un aumento dei costi. C’è poi l’aspetto politico. Per attivarlo su proposta della Commissione – che deve attestare l’esistenza di un tentativo di “coercizione economica” – serve un voto a maggioranza qualificata in Consiglio: devono esprimersi a favore 15 Paesi su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Quindi serve la convergenza tra le principali capitali europee, cosa ovviamente non scontata.

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Crans Montana, “Jacques Moretti condannato in Svizzera nel 2016 per lavoro nero”

Jacques Moretti, proprietario del bar Le Constellation di Crans-Montana e ora in carcere, “è stato condannato nel 2016 in Svizzera per aver impiegato lavoratori illegalmente”. La notizia viene riportata dal quotidiano NZZ am Sonntag. Il passato di Moretti e di sua moglie da ormai due settimane viene scandagliato dai cronisti, che hanno puntato i fari sul business e sull’ascesa finanziaria della coppia. Questo episodio – riportato dal quotidiano tedesco che ha una versione svizzera – ha sollevato interrogativi sull’opportunità di concedergli un permesso per la gestione di un’attività commerciale, considerando la legge vallesana che limita tali permessi a chi ha precedenti.

Tuttavia, il passato di Jacques Moretti è segnato da altri inciampi con la giustizia. Nel 2008, infatti, era stato condannato a dodici mesi di carcere in Francia per sfruttamento della prostituzione, legato a un centro massaggi a Ginevra. L’indagine, avviata dalla polizia francese dopo una segnalazione su giovani donne reclutate in Francia, aveva portato alla sua condanna. Nonostante Moretti avesse sempre respinto le accuse, sostenendo di aver gestito il locale solo per pochi mesi e di non aver costretto le lavoratrici, la pena fu sospesa grazie alla condizionale.

Nel 2015, Moretti, insieme alla moglie Jessica, ha preso in gestione il bar Le Constellation, che in breve tempo è diventato uno dei punti di riferimento della vita notturna di Crans-Montana. Nel 2022, la coppia ha acquisito l’immobile del locale per oltre 1,5 milioni di franchi svizzeri, come riportato dai cronisti di insideparadeplatz.ch. Ma tra ipoteche e mancati introiti dovuti alla chiusura degli altri locali della coppia i Moretti sarebbero “senza redditi”. Tanto che, tra le polemiche, la cauzione fissata per la libertà è stata fissata in poco più di 400mila franchi svizzeri.

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“Inviteremo Valentino al matrimonio, ma sarà impegnato. L’altra figlia a 28 anni chiede ancora l’assegno di mantenimento”: le accuse di Ambra Arpino, compagna di Graziano Rossi

“Apriremo le porte a tutti i parenti, a partire da Valentino”. Ambra Arpino sceglie la provocazione per rompere il silenzio sulla vicenda che la vede al centro della denuncia presentata da Valentino Rossi per circonvenzione d’incapace. La compagna di Graziano Rossi, 54enne dirigente di un ente pubblico e legata all’ex pilota da oltre quindici anni, intervistata da Il Resto del Carlino respinge ogni accusa e rivendica il proprio ruolo accanto a Graziano, compresa la decisione sul matrimonio ormai imminente: “Dalla famiglia di Graziano mi sono sentita umiliata e offesa, ho subìto episodi gravissimi. Eppure sono la compagna del papà di Valentino da quasi vent’anni”. E aggiunge: “Purtroppo per loro sono una donna vera, sana, trasparente”.

Sul nodo dei circa 200mila euro finiti al centro della denuncia, la donna fornisce la sua versione. I primi 100mila euro sarebbero legati al mutuo della sua abitazione: “Graziano mi ha detto che voleva aiutarmi a pagare il mutuo residuo pari a 100mila euro. Così mi ha versato due bonifici da 50mila euro come prestito infruttifero”. Gli altri 100mila, secondo Arpino, sarebbero invece transitati da una carta di credito ottenuta da Valentino Rossi quando era amministratore di sostegno del padre: “Sono soldi serviti a gestire le spese della casa e di tutto quello che riguarda il mio compagno. Ogni uscita è documentata”.

La compagna di Graziano parla apertamente di un clima ostile e collega la denuncia alle imminenti nozze: “Ci sposiamo e lo faremo entro pochissimo tempo. Temono che possa sconvolgere l’asse ereditario”. Difficile crederlo, almeno per quanto riguarda Valentino Rossi, che di certo non ha problemi economici e che anzi ha contribuito direttamente alle ricchezze del padre. Ambra Arpino difende anche le condizioni di salute del compagno, sostenendo che i problemi sarebbero stati causati da terapie sbagliate: “Le medicine che gli erano state prescritte gli facevano danni gravissimi. Io mi sono assunta la responsabilità di bloccarle”.

Il passaggio più duro riguarda però la famiglia di Graziano Rossi. Arpino afferma che nessuno, a parte lei, si sarebbe preso cura dell’ex pilota: “Valentino non è mai venuto a verificare le condizioni del padre. Come lui tutti gli altri, compresa l’altra figlia che a 28 anni chiede ancora l’assegno di mantenimento. Quando Graziano è stato ricoverato c’ero io vicino al suo letto, non altri”. Un’affermazione che viene però smentita da fonti vicine alla famiglia Rossi, secondo le quali Clara Rossi, la figlia 28enne di Graziano avuta dal secondo matrimonio, sarebbe stata a lungo presente in ospedale accanto al padre durante i ricoveri. Clara, che mantiene rapporti stretti con Valentino, oggi non vedrebbe più il padre, come confermato dallo stesso Graziano e dalla compagna, che appunto ha sottolineato nell’intervista la volontà del suo futuro marito di togliere l’assegno di mantenimento.

Nell’intervista, Arpino conferma infine i preparativi per il matrimonio e lancia un invito che suona come una provocazione: “Apriremo le porte a tutti i parenti, a partire da Valentino. Ma sono convinta che sarà molto impegnato e non riuscirà ad esserci”. Intanto l’indagine della procura di Pesaro va avanti e dovrà chiarire se i movimenti di denaro siano stati frutto di una libera scelta di Graziano Rossi o se, come sostiene il figlio Valentino, qualcuno abbia approfittato di una sua condizione di fragilità.

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“Ornella senza fine”, tutti gli ospiti dello speciale sul Nove dedicato a Vanoni. Fazio: “Sento il bisogno di ascoltare la sua voce”

Un appuntamento, proprio come quello che lei cantava. Senza parole d’attesa e disillusione, come nel brano. Solo con amore vero. Quello della famiglia, degli amici e dei colleghi artisti che stasera 18 gennaio, alle 20.30 in diretta sul canale Nove (e in streaming su Discovery +) con una puntata speciale di Che tempo che fa, ricorderanno Ornella Vanoni. “Vuole essere una festa. O almeno ci proviamo, perché ci manca tantissimo”, ha dichiarato a Repubblica Fabio Fazio, che condurrà l’evento insieme a Luciana Littizzetto. Saranno presenti il figlio dell’artista Cristiano Ardenzi, persona molto riservata (“ai funerali non ha detto una parola”), e i nipoti Camilla – che aveva omaggiato la nonna su Tik Tok cantando “Senza fine” – e Matteo. Ospiti di “Ornella senza fine” e interpreti della sua musica saranno anche Gianni Morandi, Fiorella Mannoia, Marco Mengoni, Toquinho, Loredana Bertè, Virginia Raffaele, Diodato, Elisa, Emma, Mahmood, Annalisa, Arisa, Noemi, Giuliano Sangiorgi, Francesco Gabbani e Malika Ayane. Un cast messo insieme dal padrone di casa Fazio: “Erano tutti felici e disponibili. Le canzoni le ho attribuite io, ho cercato di abbinare le voci ai brani”. Ancora, interverranno Vincenzo Mollica, Pacifico, Filippa Lagerbäck, Mara Maionchi, Mario Lavezzi e il sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Un’artista amata da tutti

Le dediche, canzoni e ricordi, saranno tutti per la grande artista, scomparsa lo scorso 21 novembre a 91 anni. In un giorno, la domenica, che “mi fa sempre una gran tristezza”, raccontava lei. Ma che aveva imparato ad apprezzare proprio diventando ospite fissa di Che tempo che fa, dove aveva il suo spazio e parlava senza filtri di quello che voleva. Sempre elegante, spiritosa, pungente. A volte spiazzante. E leggera, anche se “le sembrava ingiusto parlare di cose leggere quando succedevano le tragedie – ha raccontato Fazio sempre al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari –. Provavamo a convincerla che quella leggerezza era un dono”. Amata in studio (“le sue foto sono appese nei corridoi”) e dai più adulti, la Vanoni era riuscita a costruire un ponte con le nuove generazioni. A farsi amare anche dai giovani. “In Ornella hanno trovato l’originalità, l’anticonformismo. Noi da ragazzi eravamo omologati dalla tv, voleva dire avere una finestra comune, ovunque fossimo potevamo parlare di tutto. Ora ci sono i social, i ragazzi ascoltano le stesse cose, si scambiano gli stessi meme e filmati – ha spiegato ancora Fazio –. Ornella non era omologata e oggi è un lusso: era un contenuto dei social, non era social”.

Il ricordo di Fabio Fazio

Negli ultimi anni era diventata una star della tv e del web, ma prima ancora Ornella Vanoni era amata esponente di una generazione di artisti che traeva ispirazione “dalla poesia dei primi del ‘900: la Liguria da una parte e Trieste dall’altra con Endrigo”, ha sottolineato Fazio. Che ha ricordato anche il suo rapporto con la sua amica e ospite fissa. Fatto di consigli, dialogo, prese in giro: “È stata più importante di quello che pensassi. Mi trovo a cercare Ornella quotidianamente, sento il bisogno di ascoltare la sua voce”.

La dedica dell’aiuola

Questa sera, durante l’evento a lei dedicato, ci sarà anche l’occasione per intitolarle un’aiuola nella sua città. “Devo dire grazie, per l’impegno e la velocità, al sindaco di Milano Beppe Sala e all’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, perché riusciremo a esaudire il desiderio che Ornella aveva manifestato e cioè che le venisse intitolata un’aiuola nella sua Milano – ha specificato Fazio in un video pubblicato sui profili social di Che tempo che fa – Non vi dico dov’è, ma è in un posto perfetto di cui sono sicuro sarebbe orgogliosa”.

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“Mio figlio ha tentato il suicidio in carcere bevendo sette bottiglie di metadone. Sono stati periodi difficili”: così Martina Colombari a “Verissimo”

“Sono sempre positiva, cerco sempre di avere un sorriso sul volto, a volte vero, altre forzato” ha raccontato Martina Colombari, ospite di Silvia Toffanin a “Verissimo”. L’attrice si è soffermata sul figlio Achille Costacurta. Il ragazzo soffre di problemi neuro degenerativi, diagnosticati dopo 7 Tso. Il giovane, figlio di Martina e Alessandro Costacurta, ha scontato oltre un anno di carcere per spaccio di droga: lì, Achille ha tentato il suicidio bevendo 7 bottiglie di metadone. Colombari ha parlato del periodo complicato: “Sono stati periodi difficili, non sono una madre coraggio. Ho fatto ciò che ogni madre avrebbe fatto, ho cercato di tenerlo per mano”. E ancora: “L’obiettivo è mettere tuo figlio in sicurezza, fortunatamente è stato bloccato in questo modo. Rischiava di farsi male e farlo agli altri. È stato un periodo duro”. Attualmente, tra madre e figlio c’è un bel rapporto, come svelato da Colombari: “Il nostro rapporto è migliorato, sono orgogliosa di essere la sua mamma“.

Nelle difficoltà, Martina Colombari ha potuto contare sull’appoggio del marito Alessandro. A breve i due festeggeranno i 30 anni di relazione. L’ex Miss Italia ha raccontato così il loro amore: “Siamo molto diversi, ma se duriamo c’è amore. C’è stata una crisi al settimo anno, ci siamo allontanati, ma siamo tornati insieme. La vita di coppia va coltivata. Certo, se due persone non sono felici insieme fanno bene a separarsi. Noi non abbiamo mai dovuto affrontare questo tema. Le difficoltà di Achille ci hanno unito, in quel momento siamo stati l’uno il supporto dell’altro”. Colombari ha concluso facendo un augurio a sé stessa: “Mi auguro di avere il sorriso sul volto, un viso che sorride conta tanto. Ognuno nella vita merita almeno un periodo di serenità. La vita è tutta una sorpresa, e forse anche questo è il bello”.

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Prima il dito rotto, ora il furto da mezzo milione: il difficile inizio di Füllkrug al Milan

Disavventura per Niclas Füllkrug, la nuova punta del Milan. Mentre era in trasferta a Como con i compagni l’attaccante tedesco ha subito un furto da mezzo milione di euro.

L’ambientamento del tedesco, ex Borussia Dortumund e West Ham, è stato più difficile del previsto. Arrivato da poco, l’esperto numero 9 non ha ancora trovato una sistemazione fissa e si è dovuto temporaneamente “accontentare” di una stanza nell’albergo Hotel Melià in Zona Fiera, vicino San Siro. Il 13 gennaio Füllkrug si rompe un dito del piede in uno dei primi allenamenti in maglia rossonera. In casa Milan c’è emergenza, l’attaccante parte comunque a Como per dare manforte alla squadra nel recupero del 15 gennaio della sedicesima giornata. Il Milan vincerà 3 a 1 e il tedesco giocherà mezz’ora, guadagnandosi i complimenti dell’allenatore.

“È venuto con un mezzo dito infrazionato, è voluto venire per forza e si è messo a disposizione. Giocatori così trascinano anche gli altri” aveva detto Allegri su di lui a fine partita. Peccato che mentre lui era nel capoluogo lariano, nella sua camera gli scassinatori agivano sottraendo, dalla cassaforte, diversi oggetti di valore per una somma di circa 500mila euro. In particolare, gioielli e orologi di lusso. Il furto è avvenuto verosimilmente nella giornata del 15 gennaio, ma è stato scoperto solo nella giornata di ieri, sabato 17 gennaio, durante la mattina.

Sul posto sono intervenuti gli agenti di polizia e della Scientifica della questura di Milano: le indagini sono in corso. La denuncia è arrivata, su delega del nazionale tedesco, da un dirigente del Milan. Oggi Füllkrug sarà in panchina contro il Lecce perché ancora dolorante al dito, sperando di entrare e cambiare – magari con un gol – la sua (per ora sfortunata) avventura milanese.

Primo acquisto del calciomercato invernale, il classe 1993 è arrivato alla corte di Allegri per sopperire alla fragilità dei centravanti e delle ali rossonere che – quasi a rotazione – sono state interessate da settembre da diversi infortuni: Pulisic, Leao, Nkunku per non parlare del lungodegente Gimenez. Il numero 9 è arrivato in prestito oneroso fino al termine della stagione con diritto di riscatto fissato a 5 milioni di euro.

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Il Patronage di Odessa come snodo della strategia italiana in Ucraina

Come nel resto del mondo anche l’Italia è stata colta di sorpresa dall’invasione russa del febbraio 2022, ma rispetto ad altri paesi ha seguito un percorso più lungo per elaborare una strategia sull’Ucraina, anche perché sei mesi dopo lo scoppio del conflitto, ci sono state le elezioni politiche con il passaggio di governo da Mario Draghi a Giorgia Meloni.

Definire la strategia italiana in Ucraina

La definizione di una strategia nazionale italiana per l’Ucraina è stata complessa anche per ragioni storiche. Francia e Germania erano state coinvolte direttamente fin dal 2014 nei negoziati di pace tra Russia e Ucraina, a seguito dell’occupazione militare russa della Crimea e del Donbas,attraverso il “Normandy Format”, cioè un tavolo a 4 con i due contendenti. Questo significa che sia a Parigi che a Berlino(come naturalmente a Washington) c’era già un “dossier Ucraina” sul tavolo con risorse diplomatiche dedicate. Altri paesi come il Regno Unito, i Paesi scandinavi e quelli Baltici hanno adottato subito una posizione di sostegno aperto all’Ucraina, perché storicamente più sensibili e preoccupatidall’aggressività militare russa fin dalla nascita dell’Unione Sovietica.

A differenza di oggi, l’Ucraina non era una priorità per la politica estera italiana. Kiev è sempre stata per i diplomatici italiani una destinazione meno prestigiosa e con meno risorse rispetto a Mosca, che era molto importante anche per l’export delle aziende italiane. Questo ha creato un dissidio interioremolto rilevante per la politica estera italiana, perché la scelta di sostenere attivamente l’indipendenza dell’Ucraina ha comportato il deterioramento della lunga relazione amichevole con la Russia.

Come spesso succede, ci sono dei fattori esterni che fungono da catalizzatori del cambiamento. E questi furono uno stranoinciampo diplomatico a Lugano e un attacco drammatico aOdessa.

Lo schiaffo diplomatico di Lugano

Agli inizi di luglio 2022, pochi giorni prima delle dimissioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si tenne la conferenza di Lugano per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’illusione che la guerra sarebbe finita presto. A questo incontro il Primo Ministro ucraino Denis Shmigal presentò al pubblico di esperti internazionali una grande mappa con le regioni e le grandi città dell’Ucraina contrassegnate da bandierine dei paesi che avrebbero dovuto prendersi la responsabilità dei progetti nei vari territori. Praticamente, era una proposta di lottizzazione della ricostruzione in base agli interessi nazionali.

La cosa che lasciò gli addetti ai lavori italiani a bocca aperta fu l’assegnazione all’Italia di Rivne, una piccola città vicino al confine con la Bielorussia, e di Donetsk, nel Donbas. Se non era chiaro quale potesse essere l’interesse dell’Italia per Rivne, per Donetsk si trattava di un’ipotesi del tutto irreale, data l’occupazione russa dal 2014. Sulle città più importanticome Kiev, Odessa, Dnipro, Leopoli, Zaporizhzja e Karkhiv, sventolavano altre bandiere nazionali. Curiosamente, su Odessa, città nota per il legame con l’Italia, c’erano labandierina svizzera e quella francese.

Questa concessione all’Italia delle ultime caselle vuote e, in particolare, di una città non disponibile, era il segno di una scarsa considerazione del ruolo economico e diplomatico dell’Italia, e della priorità data agli altri Paesi (USA, UK, Germania, Francia, Svizzera, Canada, Polonia e Turchia). La poco esperta diplomazia ucraina aveva elaborato uno strumento di indirizzo non privo di stimoli intellettuali, ma senza un vero approfondimento preliminare con tutti i paesicoinvolti.

Ma la mancata attribuzione di Odessa all’Italia, era piuttostoimbarazzante, se si tiene conto non solo del legame storico-culturale, ma anche delle eccellenze italiane in settori come la cantieristica, la logistica marittima e le infrastrutture portuali, che non erano state considerate dal piano ucraino.

Per sanare questo schiaffo diplomatico si mosse l’ambasciatore a Kiev Pierfrancesco Zazo, che si era guadagnato l’ammirazione degli ucraini per essere stato l’ultimo capo diplomatico europeo ad abbandonare una Kiev semicircondata dai Russi. Inoltre, nell’aprile 2022, fu uno dei primi a riaprire un’ambasciata nella capitale ucraina. Fu lui a sensibilizzare il Governo ucraino sulle grandi opportunità che offriva una partnership italo-ucraina con perno sulla città di Odessa. Nel 2023, a sottolineare questo legame tra il porto del Mar Nero e l’Italia, fu inaugurata la sede del nuovo Console onorario italiano. Era dalla Seconda Guerra Mondiale che mancava un consolato dell’Italia a Odessa.

L’attacco alla cattedrale ortodossa di Odessa

Il secondo fatto catalizzatore avvenne il 23 luglio del 2023: l’attacco missilistico notturno alla Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, che distrusse il tetto e gli internidell’edificio. A poche ore dall’evento che traumatizzò tutta la città, sia il Presidente del Consiglio Meloni che il Ministro degli Esteri Tajani dichiararono che l’Italia si sarebbe occupata del restauro della chiesa. Curiosamente proprio quel giorno era in visita a Odessa una delegazione di Deputati italiani della Commissione Esteri della Camera, che furonotestimoni oculari delle macerie fumanti dopo l’attacco.

Da quella decisione del Governo italiano, nata da un moto di solidarietà, è partito un percorso che ha portato alla definizione di una strategia più strutturata sull’Ucraina. Nel settembre del 2023 ci fu a Odessa la prima visita dell’inviato speciale per l’Ucraina Davide La Cecilia, già ambasciatore a Kiev fino al 2020, insieme alla responsabile dell’UNESCO a Kiev Chiara Dezzi Bardeschi, e due esponenti della cultura italiana: il presidente del Museo MAXXI di Roma Alessandro Giuli (oggi Ministro italiano della Cultura) e il presidente del Museo La Triennale di Milano arch. Stefano Boeri.

Dal quel primo incontro partì il processo di definizione del piano che approdò l’11 giugno 2024 a Berlino alla firma del Memorandum sul Patronage italiano per la ricostruzione di Odessa e della sua regione tra il Ministro degli esteri Antonio Tajani e il Ministro ucraino per lo Sviluppo delle Infrastrutture Vasyl Shkurakov, alla presenza del sindaco diOdessa, Gennadiy Trukhanov. Qualche mese prima di quella firma era stato aperto l’ufficio a Kiev dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), per coordinare gli aiuti umanitari in Ucraina e controllarne l’efficacia.

Il MoU delineava la nuova strategia italiana in Ucraina, che oltre agli aiuti militari, comprendeva un programma articolato di progetti umanitari, culturali e di sviluppo economicofocalizzati su Odessa e la sua regione. La finalità complessiva di questo piano era la creazione di un ecosistema favorevole agli investimenti italiani e alle partnership industriali per la ricostruzione nel dopoguerra.

L’Ucraina riscopre l’Italia

Parallelamente a questo sviluppo della politica estera italiana, cresceva la relazione Italia-Ucraina, come testimoniato dalle crescenti visite a Roma di Zelensky per incontrare Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e i due Papi Francesco e Leone XIV. Inoltre, se l’ex Ministro degli Esteri ucraino Kuleba aveva vissuto per anni in Italia, tuttora nell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina alcuni responsabili sono stati nell’ambasciata a Roma e sono esperti nelle relazioni diplomatiche con l’Italia.

L’Italia è divenuta per l’Ucraina un paese di riferimento stabile, in confronto alle continue crisi di governo in Francia, Germania e Regno Unito. Inoltre, le relazioni molto amichevoli tra il governo Meloni e la nuova amministrazione Trump offre all’Italia un ruolo di moderatore nelle difficili relazioni ucraino-americane. Inoltre, è importante notare che gli ambasciatori dei Paesi del G7 a Kiev svolgono un ruolo rilevante nel processo di riforme per modernizzare e stabilizzare l’Ucraina. Infatti hanno incontri regolari con i ministri ucraini e monitorano i provvedimenti legislativi con il diritto di parola. Un caso unico al mondo di influenza del G7, e quindi anche dell’Italia, in una crisi internazionale.

Dopo il mandato di Pierfrancesco Zazo, a luglio 2024 l’Italia ha nominato nel luglio 2024 a Kiev l’ambasciatore Carlo Formosa, un diplomatico con esperienza di servizio in paesi difficili come l’Iran e l’Afghanistan, e in passatovicepresidente del gruppo Leonardo, il cluster italiano della difesa. Una competenza utile per la partnership militare italiana con l’Ucraina.

Perché Odessa?

La scelta di Odessa è stata ispirata da un riferimento storico-culturale. La città fu fondata nel 1794 dal comandante napoletano Josè de Ribas al servizio di Caterina La Grande, e gli immigrati italiani del Regno delle Due Sicilie furono la prima classe dirigente della città. Le maggiori realizzazioni architettoniche della città portano la firma di architetti italiani.

Ma la scelta della capitale marittima dell’Ucraina è spinta anche dagli interessi nazionali italiani. L’importanza di Odessa, obiettivo prioritario della strategia militare russa, è data da molte ragioni:

Economia. I 7 porti della regione di Odessa sono il cancello del 90% dell’export ucraino. Chi controlla Odessa ha il controllo dell’economia ucraina. L’Italia è un importatore di materiali ferrosi e candidata a diventare la prima porta d’ingresso per l’export dell’acciaio “verde” ucraino. Inoltre ci sono diversi settori italiani che dipendono dalle importazioni di derrate alimentari ucraine. Durante il blocco navale russo dei porti ucraini nel 2022, il settore dell’allevamento (zootecnia) fu colpito duramente dalla mancanza di mais ucraino usato nell’alimentazione degli animali, come l’arresto delle importazioni di grano dall’Ucraina penalizzò i produttoridi pasta italiana.

Cultura. Odessa è la città ucraina più famosa al mondo grazie al cinema, alla letteratura, alla musica e all’arte contemporanea. La parola “Odessa” è un potente brand usato nel design e nel marketing industriale. Tra tutte le città ucraine Odessa è un palcoscenico di grande visibilità internazionale.

Politica. Dalla sua fondazione Odessa è la città della tolleranza culturale e linguistica. Rappresenta il modello multiculturale di sviluppo dell’Ucraina, contrapposto al modello nazionalistico mono-linguistico. Il luogo ideale del dialogo per la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale del Paese.

Sicurezza. La proiezione militare ucraina sul mare per proteggere il traffico maritimo ha reso Odessa il guardiano del Mar Nero, obliterando il ruolo Sebastopoli, che è stata abbandonata dalla flotta russa. La città è oggi il laboratorio più avanzato al mondo di nuove tecnologie militari navali.

Carriera marittima e arte militare: grazie a Odessa l’Ucraina impara a navigare e a combattere. Le sue accademie navali formano la più alta percentuale al mondo di ufficiali di marina mercantile di etnia europea. Inoltre, alla scuola militare di Odessa si sono diplomati in generali Zaluzhny e Budanov.

La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC2025)

L’Italia ha scelto di occuparsi di alcuni dei simboli dei luoghi che compongono il mosaico identitario della Nazione ucraina: quel luogo è Odessa”. Così disse Giorgia Meloni all’apertura della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Per l’Italia la diplomazia culturale e della cooperazione non profit svolge un ruolo importante per aprire la strada alle imprese nazionali. In effetti, alcuni campioni industriali nazionali presero parte al gioco.

Durante la URC2025 a Roma la Fincantieri, il più grande gruppo europeo di cantieristica navale, annunciò un progetto pilota per la difesa del porto di Odessa con tecnologie innovative, sia di superficie che subacquee. Un progetto in linea con l’importanza della città nella sicurezza del Mar Neroe con le ambizioni industriali navali dell’Italia. È utile menzionare che proprio nel gennaio del 2025, Fincantieri aveva acquisito dal gruppo Leonardo la società UAS Underwater Business per la protezione di infrastrutture portuali da sottomarini, droni navali e siluri.

Il più grande costruttore italiano Webuild, firmò tre accordi: 1) 2 miliardi con Automagistral, azienda di Odessa specializzata nella costruzione di strade; 2) 600 milioni con l’azienda Ukrhydroenergo per produzione di energia; 3)cooperazione con l’Agenzia ucraina per la ricostruzione e le infrastrutture.

Gli interessi stranieri a Odessa

Ma l’Italia arriva in una piazza già in parte occupata da altri investimenti esteri, che si concentrano in prossimità dei suoi maggiori porti (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny). Ecco i paesi protagonisti:

Germania. Il più grande investimento infrastrutturale tedescoin Ucraina è il CTO-Container Terminal Odessa, del gruppo HHLA, il principale operatore portuale tedesco, la cui azionista di maggioranza è il Comune di Amburgo. HHLA ha anche un terminal nei porti di Tallinn e Trieste.

Dubai. Il campione della logistica portuale degli Emirati Arabi Uniti (Dubai) DP World controlla TIS Group, il maggiore operatore privato del primo porto dell’Ucraina, Yuzhny (a nord di Odessa).

Usa. Il maggiore investimento logistico statunitense (150 milioni di dollari) è il Neptune Grain Terminal del gruppoCargill di Minneapolis, completato nel 2018 dentro il porto di Yuzhny.

Cina. Uno dei primi partner commerciali dell’Ucraina. Primoimportatore di mais e orzo ucraino (20% dell’esportazione totale nel 2021) e il secondo di olio di girasole (15%), dopo l’India (30%). È anche il principale esportatore in Ucraina di prodotti di largo consumo (USD 8,25 miliardi nel 2020).

Svizzera. La Confederazione elvetica vanta in Odessa la presenza di due grandi aziende: Risoil S.A., holding agroindustriale e principale operatore del porto di Chornomorsk; e la Mediterranean Shipping Company (MSCS.A.), la più grande compagnia di shipping al mondo. Le due società hanno sede legale a Ginevra (anche se in entrambe i capitali non sono svizzeri).

Italia: il maggiore investimento italiano diretto è l’azienda di comunicazione unificata Wildix, anche se la sopra menzionata MSC appartiene alla famiglia napoletana Aponte.

Singapore. Il principale investimento diretto della città-stato asiatica è Delta Wilmar Group, una società ucraina parte della multinazionale agroindustriale Wilmar International. Il gruppo comprende due stabilimenti nella regione di Odessa per la lavorazione di semi oleosi e oli tropicali.

Paesi Bassi. La Louis Dreyfus Company (LDC) possiede un grande terminal nel porto storico di Odessa. L’antica holding mercantile francese, che si occupa di agricoltura, finanza,trasformazione alimentare e spedizioni internazionali, ha sede ad Amsterdam e un ufficio operativo a Rotterdam. Inoltre, la Dutch Entrepreneurial Development Bank (controllata al 51% dallo Stato olandese) ha una quota nella Alseeds Black Sea, uno dei più grandi esportatori privati di olio di girasole in Ucraina, che gestisce un nuovissimo terminal di carico di olio vegetale nel porto Yuzhny.

Il luogo ideale per gli investimenti italiani

La strategia elaborata dall’Italia sull’Ucraina mostra un cambiamento rispetto alle consuetudini della sua politica estera. Innanzitutto, non ha paura di esplicitare gli interessi nazionali, mobilitando grandi aziende. Questo nuovo stile della diplomazia italiana è coerente con il nuovo “Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue” varato a maggio 2025. L’Ucraina rientra in questa categoria.

In secondo luogo, la scelta di un territorio come la città/regione di Odessa, rappresenta qualcosa di nuovo, dai tempi lontani in cui le potenze europee prendevano in concessione città in altri paesi (come Tientsin in Cina per l’Italia). L’aspetto interessante è che Odessa, per la sua posizione geografica e il suo ambiente economico-sociale, offre alla diplomazia dei progetti culturali e degli aiuti umanitari, combinata con gli interessi nazionali, le condizioni ideali per gli obiettivi strategici dell’Italia.

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Quando Zouhair Atif disse “mi piacerebbe uccidere una persona”. Il padre: “Voglio chiedere scusa, il coltello non lo ha preso a casa”

L’omicidio di Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola all’interno di un istituto professionale della Spezia, ha sollevato non solo un acceso dibattito politico sulla sicurezza nelle scuole, ma anche perplessità su una frase espressa dall’accoltellatore. Ai giornalisti viene riferito un episodio che coinvolge un’insegnante dell’istituto accusata di aver ignorato una dichiarazione di Zouhair Atif, mesi prima delle coltellate.

Secondo quanto riferito da alcuni compagni di scuola e testimoni, l’insegnante avrebbe chiesto agli studenti di esprimere un sogno durante un incontro in classe. Quando fu il turno di Zouhair, l’adolescente avrebbe pronunciato una frase che ha lasciato tutti senza parole: “Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona“. La dichiarazione, definita disturbante da chi era presente, non avrebbe suscitato, secondo alcuni, reazioni adeguate da parte dell’insegnante, che non avrebbe intrapreso alcuna azione per segnalare l’incidente o per affrontare il tema con il giovane.

Le polemiche sulla gestione della sicurezza e la reazione delle istituzioni

Questo nuovo particolare, che getta luce su un episodio preoccupante mai affrontato a dovere, si aggiunge alla già complessa situazione riguardante la gestione della sicurezza nelle scuole. Se da un lato le forze politiche e i sindaci si confrontano sull’approccio giusto per prevenire simili tragedie, dall’altro emergono interrogativi sulle modalità con cui le istituzioni scolastiche affrontano la crescita del disagio giovanile. La sindaca di Genova, Silvia Salis, in una intervista, ha accusato il governo di ridurre il fenomeno della violenza giovanile a semplici slogan, proponendo misure punitive che non risolvono le problematiche profonde. “Cosa risolvi con multe alle famiglie in difficoltà?“, ha dichiarato, sollecitando un approccio più integrato, che includa politiche sociali e di sostegno psicologico, piuttosto che punizioni generiche.

Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha invece elogiato il coraggio dell’insegnante che ha affrontato l’aggressore, ma ha anche fatto un passo indietro rispetto all’uso esclusivo di misure repressive come metal detector nelle scuole. “Serve una rivoluzione culturale“, ha affermato, indicando che la violenza non può essere fermata solo con il controllo fisico, ma richiede un cambiamento nelle mentalità degli studenti e nelle dinamiche scolastiche.

Le scuse

“Io sono padre e penso ad un altro padre che ha perso suo figlio. Voglio chiedere scusa a lui, alle sorelle del ragazzo, a tutta la sua famiglia. Proprio perché padre capisco il loro dolore. Mi dispiace tantissimo per quello che è successo – dice in un’intervista al Corriere della Sera Boulkhir Atif, il padre del 19enne – Per noi era un ragazzo tranquillo. Ogni mattina si alzava, prendeva l’autobus, andava a scuola. Poi il sabato e la domenica ma anche durante l’estate, prendeva nuovamente il pullman, per andare a Lerici dove faceva il cameriere. Lo faceva per portare i soldi a casa e una parte poi li dava alla sua mamma”. In merito al coltello usato dal figlio, Boulkhir Atif spiega: “Noi in casa abbiamo solo questo per tagliare il pane e poi altri più piccoli per mangiare. Non ci sono altri coltelli in giro. Se lui lo ha portato a scuola sicuramente non lo ha preso qui in casa. Forse l’ha comprato da qualche altra parte. Giuro che io non l’ho mai visto con un coltello in mano in casa. Me ne sarei sicuramente accorto. Questa è una casa piccola. Dove poteva andarlo a nascondere? Qui in casa di coltelli non ne ha mai avuti. Questo è sicuro”.

La protesta

Parenti, amici e compagni della vittima hanno inscenato una protesta spontanea domenica mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice”, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” si legge su alcuni dei cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore.

oggi è intervenuta anche la ragazza che frequentava Zouhair Atif: “Chiederei di non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo che tra l’altro ho fatto il possibile per evitare litigi fra i due. Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo anzi non gli ho rivolto parola (come giusto che sia) sono stata sottoposta ad altro [il riferimento sarebbe ad un interrogatorio della polizia – ndr]. È stato sconvolgente anche per me. Chi ha visto parli, chi sa mi scriva, ogni testimonianza è importante. Sentirò tutti appena posso, sono l’unica che può fare qualcosa, e combatterò fino all’ultimo per lui e la sua famiglia. Le mie più grandi condoglianze alla famiglia, che cercherò di contattare al più presto“.

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“Una storia molto brutta, mio figlio ha fatto di tutto per riallacciare i rapporti con Graziano”: parla la mamma di Valentino Rossi

“Se Graziano avesse fatto il falegname, Ambra sicuramente non era lì”. Dopo l’iniziale silenzio, nella vicenda che vede contrapposti Valentino Rossi e il padre Graziano interviene anche Stefania Palma, mamma del nove volte campione del mondo ed ex moglie di Rossi senior. Le sue parole, riportate da Il Resto del Carlino, aggiungono un nuovo tassello a una storia familiare diventata ormai di dominio pubblico: “Una storia molto brutta e devo dire che mio figlio ha fatto di tutto per riallacciare i rapporti con il padre”.

La madre di Valentino insiste soprattutto sul tema della frattura familiare, che a suo dire non esisteva fino a pochi anni fa: “Per Natale ci si è sempre visti tutti quanti assieme a tavola. Tutto questo è terminato quando quella donna è entrata in casa di Graziano”, dice riferendosi alla compagna dell’ex pilota, la 54enne Ambra Arpino, oggi al centro della denuncia per circonvenzione d’incapace presentata da Valentino Rossi.

Un passaggio che rafforza la linea già raccontata dal campione di Tavullia, che ha parlato di una rottura improvvisa e inspiegabile con il padre. Stefania Palma sottolinea anche il legame costante con il figlio: “Se sento Valentino? Certamente e tutti i giorni”, spiegando di condividere il suo dolore: “Di questa vicenda dico che la trovo veramente molto brutta”. Alla domanda se questa sia “una storia dove le donne dettano legge”, Palma chiude con una risposta netta: “Questa è una domanda che dovete rivolgere ad Ambra”.

Le sue parole arrivano mentre la procura di Pesaro valuta se archiviare l’indagine sulla compagna di Graziano Rossi. Intanto, il fronte familiare appare sempre più compatto attorno a Valentino: oltre alla notizia del matrimonio tra Graziano Rossi e la compagna Ambra Arpino, infatti, è diventata di dominio pubblico anche la volontà del padre di interrompere l’assegno di mantenimento che attualmente versa all’altra figlia, la 28enne Clara Rossi, avuta in secondo nozze. La ragazza è in ottimi rapporti con Valentino Rossi. Anche lei, però, non vede più il padre, come hanno confermato lo stesso 71enne e la compagna.

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Meloni ufficializza la presenza dell’Italia nel Board per Gaza: “Siamo stati invitati”

“Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ai giornalisti riuniti per il punto stampa a Seul ha confermato l’invito dell’Italia a far parte del Board of peace per Gaza. La notizia era stata anticipata già ieri da diversi giornali ma la premier aveva sottolineato come mancasse ancora l’ufficialità. “Mi pare” che l’Italia, ha aggiunto Meloni, sia “un attore molto attivo nella regione, in buoni rapporti con tutti gli altri attori regionali, e quindi siamo contenti e faremo del nostro meglio per dare il nostro contributo, che pensiamo possa fare la differenza”

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Meloni a Seoul, tra geopolitica, semiconduttori e made in Italy

Prima la visita di Giorgia Meloni al cimitero di Seul che onora i soldati caduti per la Nazione, in particolare durante la Guerra di Corea. Poi un punto stampa sul tema della Groenlandia e quindi l’incontro con le imprese italiane, in attesa del bilaterale con il presidente Lee Jae Myung. Dopo 19 anni un premier italiano torna a Seoul, a dimostrazione di una spiccata attenzione verso l’Indopacifico, per una serie di ragioni geopolitiche, economiche, commerciali (e anche personali).

Non è una novità il fatto che Giappone e Corea del Sud nelle logiche di Palazzo Chigi siano visti come due attori non solo affidabili, ma con cui rafforzare il livello delle relazioni di medio-lungo periodo. Si tratta ovviamente di un fazzoletto di mondo gravido di sfide e opportunità: accanto al macro tema geopolitica rappresentato dalle mire cinesi su Taiwan, spicca il link tra Mare Cinese e Mediterraneo e la questione delle terre rare accanto a chip e semiconduttori. Un paniere di temi altamente strategici che il capo del governo intende affrontare di petto, a maggior ragione dopo l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta, senza dimenticare un elemento di supporto oggettivo: le società giapponesi e sudcoreane presentano numerose affinità con l’Italia sotto molteplici punti di vista (economici, commerciali e demografici), oltre a condividere i medesimi valori.

LO SHOWROOM HIGH STREET ITALIA

Il made in Italy a quelle latitudini è particolarmente apprezzato, ciò si trasforma in potenziali nuove opportunità legate al nostro export che può contare su questo valore aggiunto rispetto alla produzione di altri paesi. Le filiere interessate sono la moda, la pelletteria, il calzaturiero, il settore alimentare e vitivinicolo, senza dimenticare l’interior design. A proposito di prodotti e fiere, a Seoul nel 2019 ha visto la luce l’High Street Italia, uno showroom di quattro piani aperto in una delle zone più frequentate dello shopping della capitale, nella Garosu-gil, che rappresenta una vetrina per le aziende italiane che qui possono presentare la vasta gamma dei propri prodotti al mercato coreano. Realizzato dall’ICE col supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e in collaborazione con l’ambasciata d’Italia, l’iniziativa rientra nel piano più generale della promozione straordinaria del Made in Italy nella Corea del Sud, che include anche della diffusione di cultura e lifestyle italiani

Le relazioni tra Roma e Seoul sono iniziate nel 1884 e hanno visto da poco il 140° anniversario, celebrato con un Anno dello Scambio Culturale. A tal fine infatti lo scorso 26 giugno l’ambasciata in Italia della Corea del Sud ha illuminato il Colosseo per celebrare le relazioni diplomatiche con Italia.

IL RUOLO DELLA COREA DEL SUD

Oltre a essere un player mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica, la Corea è famosa in tutto il mondo anche per la cultura popolare legata a videogiochi, gruppi musicali e film. Settori spesso sottovalutati ma che possono contribuire, in nome della soft diplomacy, a rafforzare intese e cooperazioni. Cultura, conoscenza e qualità sono i tratti in comune tra i due paesi. La Corea del Sud incamera l’1% dell’export italiano per un valore di oltre 5 miliardi di euro, è il terzo mercato in Asia.

Corea del Sud fa rima con semiconduttori, per questa ragione il governo pensa di fare un ulteriore passo in avanti con la costruzione di una fonderia da 3 miliardi di dollari per incrementare la produzione e quindi confermare la propria posizione di leader globale nel settore dei chip grazie a marchi come Samsung Electronics e SK Hynix.

(Foto: Governo.it)

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Dal Trattato del 1920 alla Nato, l’evoluzione della presenza italiana nell’Artico. Scrive Caffio

“L’Italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. Questo il punto centrale del messaggio inviato dalla premier Giorgia Meloni alla conferenza di presentazione del documento dedicato alla Politica Artica Italiana in cui si indicano le linee strategiche che il nostro Paese intende seguire, come osservatore nel Consiglio Artico, sostenitore del diritto internazionale del mare e membro della Ue e della Nato.

La posizione italiana ha radici antiche che risalgono alle missioni di esplorazione scientifica del secolo scorso ed all’adesione al Trattato delle Svalbard. L’accordo del 1920 contiene infatti clausole che, nel riconoscere la sovranità della Norvegia, stabiliscono il suo impegno a preservare l’ambiente naturale, non installare basi navali e fortificazioni, favorire la ricerca scientifica, consentire la presenza delle Parti contraenti.

Il regime di smilitarizzazione delle Svalbard è ritornato di attualità ora che la Russia ne pretende il rispetto. Esso va però inteso nella sua giusta accezione: non rinuncia ad esercitare difesa e deterrenza nell’Arcipelago da parte della Norvegia (e della Nato) ma impegno a non farne un uso offensivo. Questa è proprio la chiave per comprendere il senso della politica italiana che considera l’Artico “regione strategica, dove si intrecciano economia, ambiente, ricerca, energia e – oggi più che mai – sicurezza e difesa”. Ma l’aderenza della visione del nostro Paese alla realtà del Grande Nord è confermato da altri elementi.

Mentre per il territorio antartico esiste uno specifico trattato che ne stabilisce l’uso per fini pacifici proibendo appropriazioni di aree, installazioni e manovre militari, l’Artico non è governato da alcuno specifico accordo. Ad esso, si applica infatti l’ordinario diritto del mare come specifica la Dichiarazione di Ilulissat (Groenlandia) del 2008: il testo esprime la visione dei Paesi fondatori del Consiglio Artico, Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti (da notare che la Cina strumentalmente si definisce “Near-Arctic State”).

Nell’Oceano Artico gli Stati costieri sono quindi titolari di diritti nelle aree di piattaforma continentale e Zee come accade in altri regioni marine; sotto i ghiacci del Polo ci sono invece spazi di mare libero. I Paesi artici e quelli come l’Italia che hanno lo status di “osservatori” nel Consiglio si sono tuttavia impegnati a cooperare tra loro per la protezione del fragile ecosistema marino.

Ecco quindi che considerare l’Artico una zona di pace è un’esigenza connessa alla tutela degli habitat, ad evitare i rischi di inquinamento della navigazione commerciale e dello sfruttamento incontrollato delle risorse. Questo, in linea con la Convenzione del diritto del mare del 1982 che stabilisce l’uso pacifico dei mari come bene comune.

Non a caso l’Italia vede nella Norvegia il suo partner ideale per realizzare la sua strategia (come dichiarato anche da Eni): Oslo interpreta infatti al meglio i principi di cooperazione pacifica nel campo ambientale, scientifico ed economico che dovrebbero garantire la tutela degli spazi artici.

Ma che dire della Russia che sin dal tempo degli Zar considera l’Artico uno spazio che le appartiene sino al Polo come prolungamento delle terre emerse? E come non temere la sua massiccia militarizzazione delle coste e dei mari adiacenti o il controllo navale della Rotta a Nord Est (ora Northern Sea Route) che attraversa la sua Zee? Naturale quindi che Il sostegno italiano alla presenza della Nato nell’Artico vada visto come misura per “prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori”.

La minaccia militare russa nell’Artico è una realtà incontestabile, non foss’altro perché Mosca deve difendere nel Circolo Polare Artico un enorme sviluppo costiero di circa 25.000 km. con risorse naturali ricchissime. È bene ricordare che nel momento in cui l’ex Urss si stava dissolvendo, Gorbashev lanciò nel 1987, con la Murmansk Initiative, una serie di proposte per fare dell’Artico una zona denuclearizzata e demilitarizzata. Non si trattava però di un piano di pace. A Mosca interessava soltanto allontanare dalle regioni polari le Forze occidentali sì da farne un proprio mare chiuso.

Con lo scioglimento dei ghiacci le zone polari si stanno ora aprendo alla navigazione internazionale ed alla competizione energetica: tra non molto sarà inevitabile per l’Occidente confrontarsi con la Russia per l’uso pacifico e condiviso dell’Artico.

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Organizzare un viaggio a gennaio costa meno rispetto agli altri mesi: cos’è e come funziona la tecnica “early bird”, prima prenoti e meno spendi

Gennaio è il mese perfetto per prenotare una vacanza. L’influenza del Blue Monday (il giorno più triste dell’anno) spinge le persone a iniziare a programmare i viaggi estivi. Nel settore del turismo è radicata la promozione “early bird”, che permette di organizzare una vacanza a prezzi vantaggiosi. Dunque, prima prenoti e meno spendi. Tale promozione, pensata per stimolare la domanda in un periodo di bassa attività, incoraggia ad agire tempestivamente per ottenere vantaggi sul prezzo. Il modello soddisfa tanto i viaggiatori, che possono risparmiare, quanto i tour operator, che hanno modo di organizzarsi in anticipo e di ridurre il rischio di posti invenduti.

La tecnica dell’early bird non riguarda, però, solo i viaggi. Tra i tour operator che offrono più vantaggi ci sono WeRoad e la compagnia aerea Turkish Airlines, che propongono sconti fino a 300 euro se si prenota in anticipo la propria vacanza estiva. Alla compagnia turca si aggiunge Ryanair, che propone importanti sconti per volare nelle principali città europee. Il meccanismo è stato copiato anche dalla Biennale di Venezia, che ha appena messo in vendita i biglietti per la Biennale Arte del 2026.

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Proteste in Iran, un testimone all’Afp: “Un inferno, ho visto migliaia di corpi senza vita”

La testimonianza raccolta dall’Afp di Kiarash, 44 anni. L’uomo ora si trova in Germania, dove vive ed è tornato all’inizio di questa settimana, dopo aver assistito, racconta, alla violenta repressione delle proteste in Iran.”È stato il momento più drammatico della mia vita”, ricorda, descrivendolo come “un inferno”. Una mossa sbagliata, dice, e sarebbe morto, quando un uomo armato ha aperto il fuoco su di lui e una folla di manifestanti a Teheran, durante un’ondata di proteste, repressa con violenza. Il sangue ha ricoperto la strada dopo che una persona che indossava un velo integrale, comunemente indossato dalle donne religiose in Iran, ha aperto il fuoco su una grande folla radunata nel nord di Teheran sabato scorso. La protesta si era formata nel mezzo di crescenti manifestazioni antigovernative, innescate dalle difficoltà economiche in aumento di dimensioni e intensità dall’8 gennaio. “Ho sentito pop pop”, ha detto Kiarash. “E ho visto, con i miei occhi, tre persone crollare contemporaneamente“.

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Diego Baroni scomparso da Verona. Il telefono del 14enne agganciato a Milano e i video su TikTok

Di Diego Baroni, 14 anni, non si hanno notizie da lunedì. L’adolescente, studente dell’istituto tecnico Giorgi di Verona e scomparso ormai da sei giorni, è originario di San Giovanni Lupatoto – nel Veronese – ma a seguito di alcune segnalazioni le ricerche del giovane si stanno concentrando anche su Milano. Le ricerche sono condotte dal nucleo operativo di Verona in contatto con i colleghi del comune veneto e di quello meneghino, anche se per il momento la scomparsa di Baroni è avvolta nel più totale mistero.

Il telefono

Il cellulare del ragazzino ha agganciato due volte un’antenna nel centro del capoluogo lombardo, ma il dispositivo – a quanto riferiscono gli agenti – non è acceso da lunedì. Un avvistamento importante è quello avvenuto lo stesso giorno nella stazione di Porta Nuova di Verona, dove Diego, prima di partire, avrebbe confessato a due ex compagne della scuola media incontrate casualmente di star prendendo un treno per Milano. Quella mattina del 12 gennaio il ragazzo ha quindi saltato scuola, ha preso regolarmente il bus delle 6.45 che ogni mattina lo portava nel plesso, poco distante dal centro cittadino.

La descrizione

Per adesso, le ipotesi degli investigatori vanno verso la direzione della fuga volontaria. Diego è alto un metro e ottanta, gioca a basket, ha i capelli corti e castani e indossava – almeno quando è uscito di casa lunedì – un berretto di lana scuro, un giubbino blu con il cappuccio, pantaloni scuri di tuta e scarpe sportive nere. Dalle parole della madre – Sara Agnolin, che ha postato appelli condivisi anche da Luca Zaia – Diego avrebbe condiviso dopo la scomparsa tre video su TikTok. Che farebbero pensare all’utilizzo di un altro dispositivo dal suo o l’accensione a intermittenza del suo cellulare, forse in modalità aereo.

Proprio sullo stesso social intanto aumentano i contenuti dei suoi amici e coetanei, preoccupati per la potenziale fuga del giovanissimo. Possibili testimoni o amici informati sono monitorati dall’Arma per avere anche un minimo dettaglio che possa aiutare le indagini. La famiglia Baroni intanto afferma che – dalle loro informazioni – il ragazzo non avrebbe contatti a Milano. Questo rende le indagini ancora più complesse, in mancanza di un qualsiasi punto di riferimento dal quale partire. Intanto la prefettura di Verona ha diffuso a livello nazionale il protocollo di ricerca avviato mercoledì, mentre la Procura dello stesso comune ha aperto un fascicolo d’indagine ad ora senza ipotesi di reato.

L’angoscia della famiglia

I genitori, che vivono al momento grandi momenti di angoscia, affermano: “è stato un fulmine a ciel sereno”. La madre Sara ha scritto su Facebook: “Non ho più notizie di mio figlio Diego da lunedì, non è andato a scuola e il telefono risulta spento, ho già fatto denuncia dai carabinieri. Ho bisogno di aiuto per ritrovarlo. Contattatemi se l’avete visto o condividete”. Anche il comune di San Giovanni Lupatoto si è unito alla preoccupazione degli ultimi giorni, e ha annunciato che “chiunque possa fornire informazioni utili è invitato a rivolgersi alle Forze dell’Ordine: ogni segnalazione può essere determinante per il ritrovamento del ragazzo. L’Amministrazione comunale esprime la propria vicinanza alla famiglia e ringrazia tutti coloro che stanno collaborando con responsabilità e senso civico”.

Appelli condivisi anche da molte pagine sportive dedicate al basket. Il ragazzo, cestista e grande appassionato, milita nella squadra dei Sangio Wolves. Intanto lunedì 19 gennaio nell’orario serale è prevista una camminata silenziosa e di preghiera da parte della comunità cittadina di San Giovanni e della famiglia di Diego. Il ritrovo è davanti al campo da calcio Battistoni, e il corteo proseguirà lungo via XXIV Maggio fino alla chiesa di Pozzo. Qui vi sarà un momento di raccoglimento guidato dal parroco Don Michele Zampieri.

Il sindaco Attilio Gastaldello afferma che “l’auspicio è che Diego possa tornare a casa prima, e che questo momento diventi un’occasione di ringraziamento per il suo ritrovamento ma – aggiunge – qualora così non fosse, oltre alla preghiera rivolta al Cielo, l’incontro vuole mantenere alta l’attenzione sulla sua scomparsa e testimoniare la vicinanza della comunità alla famiglia”.

Foto diffusa dal comune di San Giovanni Lupatoto con l’invito di collaborazione

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Paolo De Chiesa: “La mia ex mi ha sparato in faccia, sono vivo per miracolo. Ho mentito per coprire tutti e per tre anni ho vissuto nell’incubo”

Un anno dopo aver rotto un silenzio durato più di quarant’anni, Paolo De Chiesa torna a raccontare lo sparo che gli ha cambiato la vita. Se dodici mesi fa, al Corriere del Trentino, l’ex campione di sci e storico commentatore Rai aveva ammesso di aver “insabbiato tutto e coperto tutti”, oggi, in una lunga intervista al Corriere della Sera, ricostruisce nei dettagli quella notte dell’ottobre 1978 che interruppe bruscamente la sua carriera agonistica.

All’epoca De Chiesa aveva 22 anni ed era uno dei talenti più brillanti dello sci mondiale. “Ero fidanzato da quattro anni con una ragazza di Cortina, ma il nostro amore stava finendo. Scoprii solo dopo che aveva una storia con un pilota di motocross”, racconta. La sera dello sparo si trovavano a cena a casa di amici, vicino a Busto Arsizio. “Avevo deciso di chiudere, aspettavo la fine della serata per dirglielo. A tavola c’era un tizio che non conoscevo, che a un certo punto tirò fuori una pistola e la mise sul tavolo”. Un’arma vera, carica. “Era una Smith & Wesson calibro 38, un’arma devastante. Gli dissi di non fare lo stupido e di metterla via. Solo dopo scoprii che era il fratello di quel pilota di motocross”. De Chiesa, allora nella Guardia di Finanza, capì subito il pericolo. “Conoscevo le armi, ci stavo attento. Ma la mia ragazza prese in mano la pistola e mi disse: ‘Che, hai paura?’”.

Un attimo dopo, lo sparo. “La padrona di casa mi chiamò, io mi girai, e quel piccolo spostamento mi ha salvato la vita. Perché la mia ragazza mi ha sparato in faccia”. La pallottola gli attraversò il lato sinistro del collo, sfiorando punti vitali. “Era passata a quindici millimetri dalla carotide e a quattordici dalla spina dorsale. Sono vivo per miracolo”. Il ricordo di quei minuti è ancora vivido: “Portai la mano sinistra alla nuca e la ritirai sporca di sangue. Mi accasciai a terra, realizzai che avevo un foro nel collo. Mi si fermò il respiro e pensai: sto morendo”. Fu lui stesso a mettersi in macchina per raggiungere l’ospedale di Gallarate. “Entrai al pronto soccorso urlando: ‘Aiutatemi, mi hanno sparato, sto morendo!’”.

Come già raccontato un anno fa, De Chiesa scelse di coprire tutto. Al poliziotto che lo interrogò al risveglio disse che “era partito un colpo mentre stavo pulendo la pistola”. Una versione che nessuno approfondì davvero: “Mi rispose: ‘Sono convinto che qualcuno le abbia sparato e lei ora lo voglia coprire. Ma siccome dall’alto arriva l’ordine di chiudere il caso, faccio finta di non capire’”.

Da quel momento iniziò una discesa lunga e dolorosa. “La versione ufficiale parlava di un esaurimento nervoso. E io stavo male davvero. Non riuscivo più a parlare, a studiare, a dormire; figuriamoci ad allenarmi”. Perse dodici chili e si allontanò dalle gare di sci. “Il momento peggiore era la notte: incubi, angoscia, emicranie. Ti giri e ti rigiri fino a entrare in una specie di limbo. Poi il dolore torna, lacera, toglie il respiro”. Una condizione che oggi De Chiesa chiama senza esitazioni con il suo nome: “Si chiama sindrome da stress post-traumatico. Parli e ti sembra che stia parlando un altro. Ti isoli dal mondo. Ero ridotto a una larva d’uomo”. Per tre anni visse con una paura che non conosceva: “Mi ritrovavo a pensare: meglio morire che vivere così”.

La risalita fu lenta: “Nessuno sapeva cosa mi era capitato, non volevo che pensassero che fossi finito”. Nel dicembre 1981, più di tre anni dopo lo sparo, arrivò il ritorno sul podio in una gara di Coppa del Mondo di sci: terzo a Madonna di Campiglio, alle spalle di Stenmark e Phil Mahre: “Sul podio mi sciolsi in un pianto liberatorio, tra le braccia di Piero Gros”. Un anno dopo aver raccontato per la prima volta quella vicenda, Paolo De Chiesa aggiunge nuovi dettagli a una storia rimasta troppo a lungo sepolta. E ribadisce il peso di una scelta che ancora oggi lo accompagna: “Non feci denuncia, non volli rovinarle la vita. Ma quella notte ha rovinato la mia”.

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“48 ore prima dell’ennesimo referto medico, la mia mente vaga verso scenari negativi”: Giovanni Allevi confida ai fan l’ansia per la malattia

Un corridoio d’ospedale, una risonanza magnetica da affrontare, l’attesa di un referto. Giovanni Allevi torna a mostrarsi sui social con uno scatto che lo ritrae poco prima di un nuovo esame diagnostico e affida a poche righe un aggiornamento sul momento che sta vivendo. Il pianista, 56 anni, convive infatti dal 2022 con un mieloma multiplo. Da allora ha scelto di rendere pubblico il suo percorso, alternando periodi di silenzio a momenti di condivisione molto personale, nei quali racconta terapie, pause forzate e il peso emotivo dei controlli clinici. Anche questa volta il post pubblicato su Instagram nasce in un momento di attesa. “48 ore prima dell’ennesimo referto medico, tutti i muscoli del mio corpo si irrigidiscono, il respiro si fa affannoso, il dolore si intensifica e la mia mente vaga verso scenari negativi”, scrive Allevi, descrivendo in modo puntuale l’ansia che precede ogni esame. Parole che restituiscono la dimensione quotidiana della malattia, fatta non solo di cure ma anche di tensione psicologica.

Subito dopo, il musicista spiega come cerca di reagire a quello stato di allarme: “Per riprendere il controllo, mi ripeto: ‘La sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo’”. Una frase che negli ultimi anni è diventata una sorta di riferimento costante nel suo modo di raccontare la malattia, non come negazione del dolore, ma come tentativo di non lasciarsene definire. Nella foto condivisa, Allevi appare visibilmente dimagrito, il volto segnato dalle terapie, ma il sorriso è smagliante: l’immagine è stata scattata, come lui stesso spiega, poco prima di sottoporsi a una nuova risonanza magnetica, uno degli esami chiave nel monitoraggio della patologia.

Sotto al post, nel giro di poche ore, sono arrivati migliaia di messaggi. Fan, colleghi e semplici utenti hanno espresso vicinanza e incoraggiamento, commentando le sue parole più che l’immagine. Un sostegno che Allevi ha spesso riconosciuto come parte importante del suo percorso, insieme alla musica, che negli ultimi mesi è tornato a portare sul palco nonostante le difficoltà fisiche.

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“Vogliamo solo giustizia, 9 anni tragici e logoranti”. La madre di una vittima nel giorno della commemorazione per la tragedia di Rigopiano

Il 18 gennaio 2017, una valanga di circa 120.000 tonnellate travolse e distrusse l‘hotel Rigopiano, un resort situato a 1.200 metri di altitudine nel versante pescarese del Gran Sasso. Il disastro provocò la morte di 29 persone, tra cui 28 ospiti e 12 dipendenti, mentre solo 11 riuscirono a salvarsi. Oggi, a distanza di nove anni, la memoria di quella tragedia è ancora viva e i familiari delle vittime tornano sul luogo della sciagura per ricordare i propri cari.

Ma, a nove anni dalla tragedia, il percorso giudiziario legato a questa vicenda non è ancora concluso. Il prossimo 11 febbraio si attende la sentenza dell’appello bis. In primo grado, il tribunale di Pescara aveva inflitto cinque condanne e 25 assoluzioni, mentre in appello, ad Aquila, le condanne erano salite a otto. Tuttavia, la Cassazione aveva annullato quelle condanne e riaperto le posizioni di sei dirigenti regionali accusati di disastro colposo per non aver predisposto la Carta valanghe, un documento che avrebbe potuto, forse, prevenire la tragedia.

L’appello bis

Il procuratore generale di Perugia, Paolo Barlucchi, lo scorso novembre, ha chiesto di confermare le condanne a 3 anni e 4 mesi per due dirigenti della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, e di 2 anni e 8 mesi per l’allora sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e per il tecnico comunale Enrico Colangeli. Questi imputati sono accusati di lesioni e omicidio colposo, reati che secondo la Cassazione sono già prescritti. Tuttavia, il procuratore ha avanzato l’ipotesi che i termini della prescrizione possano essere rideterminati in aumento, facendo riferimento a quelli previsti per i reati dolosi. In questo contesto, la conclusione del processo appare ancora lontana: la sentenza di appello potrebbe infatti essere impugnata e portare la vicenda di nuovo in Cassazione. Per i dirigenti regionali, la richiesta è di una condanna di 3 anni e 10 mesi.

Il 2 febbraio ci sarà una nuova udienza, seguita, probabilmente, da un’altra, il 5 febbraio. Poi la sentenza. “Siamo fiduciosi, dobbiamo esserlo per forza – avevano detto i rappresentanti del comitato vittime di Rigopiano – Abbiamo ascoltato le difese, abbiamo assistito al solito scaricabarile. Noi abbiamo sempre sostenuto che la Regione avesse delle responsabilità. Ora la parola passa al giudice”.

La valanga

L’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017 fu travolto e distrutto da una valanga poche ore dopo il terremoto che si registro in Centro Italia. L’indagine fu molto complessa: si indagò sulle responsabilità di Comune e provincia e Regione, sull’omessa pianificazione territoriale di una Legge del 1992 e la carta valanghe approntata in ritardo. Accertamenti sulla strada provinciale n.8 che non era stata liberata dalla neve impedendo agli ospiti dell’hotel, che avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di terremoto, di andare via perché era rotta una turbina spazzaneve. Si indagò sull’allarme dato in ritardo e quello che era stato ignorato. Secondo gli ermellini sarebbe stato possibile prevenire il disastro. Le 29 vittime vittime erano ospiti della struttura e dipendenti, undici i superstiti tirati fuori dalla neve e dalle “macerie” della struttura dai soccorritori che lavorarono giorno e notte per salvare più persone possibile, mentre l’Italia teneva il fiato sospeso. Sul nuovo processo, il cui verdetto potrebbe essere nuovamente impugnato davanti alla Suprema corte, incombe la prescrizione.

La madre di una vittima

“Vogliamo solo giustizia, io la voglio, speriamo che questa volta sia così perché nove anni sono stati veramente tragici e logoranti: ce la devono dare perché non hanno fatto nulla per salvare quei ragazzi che hanno telefonato fino all’ultimo momento” dice Loredana Lazzari, la madre di Dino Di Michelangelo, il poliziotto morto nove anni fa con la moglie Marina Serraiocco nel crollo dell’hotel Rigopiano, tragedia dalla quale si salvò il figlio della coppia, Samuel. I due, originari di Chieti, risiedevano a Osimo. “Ci spero ancora nella giustizia – ha aggiunto Lazzari – però la voglio come anche le altre mamme: c’erano delle turbine libere, per una competenza non le hanno volute perché la turbina era dell’Anas, ne erano due, li avrebbero salvati tutti. L’Anas sarebbe andata, una era a Penne, è tutto accertato”.

“Penso che la verità su quanto accaduto quel tragico pomeriggio di nove anni fa sia emersa, in questi anni, dalle varie aule di tribunale – ha sottolineato Alessandro Di Michelangelo – le responsabilità sono state individuate e i giudici di Cassazione hanno evidenziato che più di una catastrofe naturale, a causare la tragedia è stata la negligenza di molti su vari livelli. Ora spetta ai giudici di Perugia scrivere la parola fine. Accertata la verità ora ci aspettiamo giustizia per le 29 vittime e per tutte le altre che in questi anni ci hanno lasciato, penso a mio padre fino al povero Gianni Colangeli. La giustizia è per loro oltre che per noi, per me. Spero di chiudere presto il cerchio di questa vita che ci è stata cambiata radicalmente nove anni fa. Il mio pensiero alle mamme e ai papà delle vittime di Crans Montana, solo chi ha vissuto questo dolore può capire e dare loro forza per sopravvivere a tutto ciò che dovranno vivere da adesso in poi. Un grazie alla Polizia di Stato , la mia seconda famiglia e penso che senza di essa non mi sarei mai più rialzato”.

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“Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo tutti un po’ così…”. Le parole di Belen fanno infuriare Bassetti: “Chi fa spettacolo si occupi di quello”

Tre giorni a letto, febbre alta e tosse persistente. È da qui che nasce il botta e risposta tra Belen Rodriguez e Matteo Bassetti, esploso dopo un racconto affidato ai social dalla showgirl argentina e la successiva replica del medico all’Adnkronos Salute. Rodriguez ha spiegato di aver appena superato una forma influenzale particolarmente intensa. “Ora mi sono ripresa, ma sono stata completamente ko, con 39 di febbre e tosse”, ha raccontato ai suoi follower. Nel messaggio, però, ha aggiunto un’osservazione che ha attirato l’attenzione: “Molti miei amici stanno passando la stessa cosa. Sono una di quelle persone che pensa che dopo il vaccino ci sentiamo tutti un po’ così…”. Un riferimento lasciato volutamente generico, senza specificare se parlasse del vaccino antinfluenzale o di quello anti-Covid.

A intervenire è stato Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’ospedale San Martino di Genova, che all’Adnkronos Salute ha risposto in modo diretto. “Chi fa spettacolo si occupi di quello e lasci a medici e sanitari le questioni sanitarie”, ha detto l’infettivologo. Poi ha aggiunto un passaggio netto sul piano pratico: “Se Belen avesse fatto il vaccino dell’influenza, probabilmente avrebbe avuto meno problemi”. L’infettivologo ha poi affrontato il punto più delicato, chiarendo il tema dei vaccini anti-Covid. “Se si riferisce a quello, quando parla di vaccini, è un’uscita infelice”, ha spiegato, sottolineando che “è dimostrato che il vaccino anti-Covid ha cambiato in meglio la vita di tutti noi, senza nessun aumento di patologie”.

Il medico ha comunque voluto distinguere il piano personale da quello del messaggio pubblico: “Sono da sempre un estimatore di Belen, una donna molto capace e anche intelligente. Spero che le sia semplicemente scappata questa affermazione”, ha precisato. Ma il richiamo finale resta fermo: “In un momento come questo non si devono confondere le idee alle persone, altrimenti si ottengono risultati al contrario”.

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Solo senza escalation si giunge a un’intesa sulla Groenlandia. L’invito di Meloni

Pragmatismo è, anche o soprattutto, capire i tempi della politica e delle crisi in atto. Quando Giorgia Meloni da Seoul dice che solo senza escalation si va (tutti) a dama in Groenlandia, chiede in primis di abbassare i toni, avviare una discussione “tra di noi” e usare il “luogo” della Nato al fine di lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che “ci coinvolge tutti”. Ovvero che attori ostili possano avere la meglio su un interesse comune.

In questo senso va letta, secondo la presidente del Consiglio, la volontà di alcuni Paesi europei di essere parte attiva all’interno di un progetto che miri ad una maggiore sicurezza in Artico, anche con l’invio di truppe. Inoltre dice chiaramente ciò che pensa sui dazi (“un errore”). Ma su questo secondo elemento secondo Meloni c’è stato un problema di comprensione e di comunicazione. Per cui il primo messaggio che giunge dalla Corea del Sud è fermare tutte quelle azioni che potrebbero innescare un quadro di altissima tensione e, piuttosto, avviare un dialogo costruttivo per meglio comprendere i parametri di analisi e di azioni. Il tutto tenendo ben presente un passaggio che, secondo Meloni, è nevralgico: da parte americana c’è la preoccupazione per l’eccessiva ingerenza esterna su una zona strategica e, al contempo, da parte europea vi è la volontà di contribuire ad affrontare questo problema. Per cui, è il sunto dell’analisi, si può e si deve trovare un punto di incontro tra Ue e Usa.

Un problema che investe, gioco forza, i destini europei per una serie di ragioni geopolitiche come emerso due giorni fa dalla presentazione da parte del governo di Roma del corposo documento programmatico sull’Artico, che vuole definire un percorso progettuale tramite il rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Sull’ipotesi di una possibile partecipazione militare italiana come segnale di unità con gli europei alla missione nell’isola Meloni fuga ogni dubbio: “Ora è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare al dialogo”.

Per questa ragione la premier ha parlato al telefono con Donald Trump (“al quale ho detto quello che penso”) e ho con il segretario generale della Nato (“che mi conferma un lavoro che l’Alleanza Atlantica sta iniziando a fare da questo punto di vista”). Ma non finisce qui, dal momento che ci sarà anche un contatto tra leader europei in occasione di una riunione a livello di Coreper dell’Unione europea. C’è anche spazio per una precisazione a uso interno quando Meloni spiega per l’ennesima volta che non c’è un problema politico con la Lega sui nuovi dazi annunciati da Trump contro i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia.

Meloni cita la postura del premier finlandese, Alexander Stubb, che ha specificato come tra alleati serva dialogo e non pressioni. Il riferimento è alla necessità di un’azione coordinata dagli alleati al fine di ribadire “i principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. La costante del ragionamento di Meloni tocca un caposaldo della strategia euro-atlantica, ovvero il ruolo della Nato: è solo quello “il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili”. Il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare in tale direzione è certamente una buona notizia.

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“Hanno guadagnato più di 250 mila euro su Onlyfans senza dichiararli al Fisco”: due influencer italiane nel mirino della Finanza

OnlyFans promette guadagni facili e immediati, spesso lontani dai circuiti tradizionali del lavoro. Ma quando i compensi crescono e diventano continui, anche il fisco entra in gioco. È quanto emerge dall’indagine conclusa dalla Guardia di Finanza di Lodi su due creator italiane, entrambe poco più che ventenni, diventate popolari sulla piattaforma di contenuti per adulti. Secondo gli accertamenti delle Fiamme Gialle, le due influencer avrebbero incassato complessivamente oltre 250 mila euro tra il 2021 e il 2025 senza mai dichiararli. I soldi arrivavano dagli abbonamenti mensili pagati dai follower per accedere ai contenuti e da ulteriori somme versate come “donazioni”, accreditate direttamente sui conti correnti personali tramite bonifico.

I finanzieri del Gruppo di Lodi sono riusciti a ricostruire nel dettaglio i flussi di denaro, mettendo in evidenza quella che viene definita una condotta “totalmente evasiva”: entrate regolari e consistenti, ma nessuna traccia nelle dichiarazioni dei redditi. Per questo sono state contestate violazioni relative alle imposte dirette e all’Iva. Non solo. Nell’ambito dei controlli è stata applicata anche la cosiddetta “ethic tax”, un’addizionale introdotta nel 2006 che prevede un aumento del 25% delle imposte sui redditi per chi produce, distribuisce o vende materiale pornografico, anche se questa attività non è svolta in modo esclusivo. Secondo la Guardia di Finanza, i contenuti pubblicati su OnlyFans dalle due ragazze rientrano pienamente in questa categoria.

Le verifiche fanno parte di un filone sempre più frequente di controlli sulle attività digitali e sui redditi generati online, un settore in forte crescita ma spesso percepito, soprattutto dai più giovani, come distante dagli obblighi fiscali tradizionali. In questo caso, spiegano gli investigatori, l’analisi dei movimenti bancari è stata decisiva per ricostruire con precisione i guadagni accumulati in cinque anni.

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Federica Pellegrini criticata sui social per gli allenamenti in palestra al settimo mese di gravidanza, lei replica: “Li faccio tenendo conto di 3 cose specifiche”

Hanno fatto discutere le immagini di Federica Pellegrini che si allena in palestra al settimo mese di gravidanza. La campionessa olimpica è a pochi mesi dal parto della seconda genita. Il sesso della nascitura è già noto (sarà una femmina), mentre Federica e il marito Matteo Giunta non hanno ancora rivelato il nome della bimba. Nell’attesa della nascita, Pellegrini continua a tenersi in forma con gli allenamenti in palestra. La sportiva ha condiviso un video su Instagram, attirando critiche e scatenando il dibattito nei commenti. Un utente ha scritto: “Non esagerare, puoi fare qualcosa di più leggero”, mentre un altro ha commentato così: “Concordo con l attività fisica, ma alcuni esercizi personalmente non li farei in gravidanza”.

Tanto che la Divina ha deciso di replicare, spiegando di aver concordato gli esercizi con un personal trainer che le ha indicato come allenarsi senza correre rischi. In una storia di Instagram Pellegrini ha chiarito: “Bisogna tenere conto di tre specifiche molto importanti. La prima: cosa è stato abituato a fare il corpo della donna in passato, la seconda è la tipologia di parto che si andrà a fare e la terza è la situazione corrente a livello ginecologico e fisiologico della donna in gravidanza. Quindi, tenendo conto di questi tre aspetti, abbiamo impostato un determinato tipo di preparazione atletica“. Insomma, la nuotatrice ha assicurato di allenarsi in completa sicurezza.

L’annuncio della gravidanza

Lo scorso dicembre, Federica Pellegrini ha annunciato sui social la seconda gravidanza. La campionessa olimpica ha postato una foto della pancia, stretta tra le mani del marito Matteo Giunta e della prima figlia Matilde, insieme alla frase: “Inaspettata come le cose più belle. Ti aspettiamo piccolina”.

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Massimo Cacciari si è sposato a 81 anni: le nozze segrete con Chiara Patriarca dopo 30 anni insieme

Massimo Cacciari si è sposato. Il filosofo, 81 anni, ha pronunciato il suo sì nella prima metà di dicembre, a Milano, con Chiara Patriarca, 52 anni, compagna di una relazione lunga oltre trent’anni. La notizia, confermata in questi giorni, è stata tenuta volutamente lontana da qualsiasi esposizione pubblica: non è noto se la cerimonia sia stata religiosa o civile, né il luogo preciso delle nozze. A riportare i dettagli è il Corriere della Sera, che ricostruisce una love story rimasta a lungo fuori dalla cronaca. Fino a poche settimane fa infatti, lo stesso Cacciari aveva smentito l’esistenza di un matrimonio, nonostante a fine ottobre fosse comparso online un atto di pubblicazione nei registri dei Comuni di Venezia e Milano. “Fake news”, aveva liquidato la questione. Oggi, invece, arriva la conferma che quelle pubblicazioni corrispondevano a una scelta reale, maturata nel massimo riserbo.

Cacciari e Patriarca si sono conosciuti a Venezia negli anni Novanta, quando lei era studentessa di Filosofia e lui già professore di Estetica allo Iuav, oltre che figura centrale del dibattito culturale italiano. Secondo quanto ricostruito dal Corriere, la loro relazione è iniziata in quel contesto accademico e si è sviluppata nel tempo senza mai diventare pubblica. Patriarca, descritta da chi l’ha conosciuta come una studentessa molto rigorosa e oggi come una donna di grande cultura, ha sempre mantenuto un profilo lontano dai riflettori. La relazione ha attraversato fasi diverse, ma non si è mai interrotta. La svolta sarebbe arrivata durante la pandemia, quando i due hanno iniziato a convivere stabilmente a Milano. Secondo persone a loro vicine, sarebbe stata la prima convivenza della vita di Cacciari. Da allora il legame si è rafforzato fino alla decisione di sposarsi.

Patriarca, originaria di Trieste e figlia di un medico noto in città, dopo gli studi veneziani si è trasferita a Milano, dove oggi lavora nel settore della formazione cooperativa. Non ha una presenza pubblica né sui social, scelta coerente con l’estrema riservatezza che ha sempre caratterizzato il rapporto con il filosofo. Due volte sindaco di Venezia, intellettuale di riferimento e presenza fissa nei talk politici, Cacciari ha sempre difeso la propria vita privata da indiscrezioni e voci, arrivando a smentire pubblicamente relazioni mai esistite.

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“Buen camino” di Zalone è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano ma non è quello più visto, anzi: ecco come stanno davvero i numeri al box office

Buen camino è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano (ma non è quello più visto, anzi). L’ultimo balzo per la ditta Zalone/Nunziante è stato quello di sabato 17 gennaio 2026 con un altro milione e 325mila e rotti euro messi in cassa. Cifretta mica da ridere, a quasi un mese dall’uscita del film, che ha permesso a Buen Camino di raggiungere 68milioni 823mila 069 euro e superare definitivamente Avatar (2009). Il film evento mondiale in 3D di James Cameron con i suoi 68milioni 675mila 722 euro è rimasto imbattuto di fronte a più attacchi zaloniani per quasi vent’anni: Quo Vado? (2016) che ha incassato 65.365.722 euro; Sole a catinelle (2013) con 51.936.318 euro; e il povero Tolo Tolo (2020) il film più “complesso” e riuscito di Zalone che si fermò addirittura a 46milioni208mila 356 euro.

Saranno contenti i produttori di Indiana Production (Marco Cohen, Benedetto Habib, Fabrizio Convito, Daniel Capos Pavoncelli) che hanno raccolto il testimone della Taodue di Pietro Valsecchi, colui che ha inventato e puntato sulla comicità zaloniana al cinema per poi scansarsi proprio in quest’ultima trionfale tornata nelle sale, recuperando Luca Medici da quello che sembrava il binario morto di Tolo Tolo. Vanno comunque rimarcati un paio di dati, come del resto stiamo facendo da quasi un mese, ovvero fin dai giorni di Natale quando Buen Camino è uscito. Per un evidente aumento del prezzo del biglietto del cinema, spesso ad hoc – in alcune sale vedere Buen Camino costa anche 15 euro – quest’ultimo titolo di Zalone non è il film più visto della storia del cinema italiano.

Ad ora, battuto il record d’incassi assoluto, Buen Camino veleggia sugli 8 milioni e mezzo di spettatori. Numero che supera gli 8 milioni e duecentomila di Avatar (con gli occhialini 3D all’epoca il prezzo del biglietto era maggiorato rispetto alla media ndr) ma ancora lontano dai quasi 10 milioni di Quo Vado? e da oltre altri 60 titoli (da Trinità con Bud Spencer e Terence Hill al Decameron di Pasolini, dai film di Leone a quelli di Bertolucci) che nella classifica SIAE sopravanzano Buen Camino di parecchi milioni di spettatori. Se anche solo, vista la media ancora robusta di spettatori dopo un mese di programmazione, Buen Camino registrasse, stando larghissimi, altri due milioni di paganti si posizionerebbe al 30esimo posto sui 10 milioni e mezzo di spettatori tra ET di Spielberg (1982) e Serafino (1968) di Germi con Adriano Celentano. Nelle ore del trionfo di Buen Camino va anche registrato, in proporzione, il notevole risultato di La Grazia di Paolo Sorrentino che raccoglie quasi un milione e 900mila euro per quasi 230mila spettatori, piazzandosi al secondo posto nella classifica di sabato 17 gennaio davanti ad Avatar 3.

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“Mio papà soffriva di depressione, è una cosa che temo molto. Mia mamma invece era molto ansiosa e mi ha trasmesso l’ansia”: le confessioni di Nicola Savino a Ciao Maschio

“Ho una vena di malinconia che tengo a bada”. Nicola Savino parte da qui per raccontarsi a Ciao Maschio, ospite di Nunzia De Girolamo nella puntata andata in onda sabato 17 gennaio su Rai 1. L’attore spiega la sua storia familiare: “Avendo avuto un papà che ha sofferto di depressione, è una cosa che temo molto”. E aggiunge un altro tassello: “Avevo una mamma molto ansiosa. Quell’ansia me l’ha trasmessa”.

Il racconto si sposta poi all’infanzia, che definisce “solitaria“, trascorsa spesso da solo, tra giochi e costruzioni: “Stavo in cameretta, con i Lego”, ricorda. Il motivo principale era l’assenza del padre, legata al lavoro: “Mio papà era un ingegnere, lavorava sui pozzi petroliferi”, racconta. Un impiego che comportava però lunghi periodi lontano da casa: “Io ero sempre senza il papà”. Alla domanda diretta di De Girolamo — quindi avevi un papà assente? — Savino risponde senza polemica: “Diciamo di sì. Per motivi di lavoro. Una cosa che un bambino capisce poco“.

Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda gli ultimi momenti di dialogo con il padre. Savino ricorda una domanda che gli fu rivolta poco prima della morte: “Sono stato un buon padre?”. La risposta, racconta, fu immediata e senza esitazioni: “No, tu sei stato un padre meraviglioso“. Un confronto che per Savino ha avuto un valore decisivo: “È importante dirsi le cose”, sottolinea, lasciando intendere quanto quel dialogo abbia chiuso un capitolo rimasto aperto per anni. Nel racconto trova spazio anche il lato più leggero, quando Savino parla degli anni da dj e smonta uno stereotipo diffuso: “Ho avuto poche, pochissime donne. Sono stato un dj atipico“, dice. E con un sorriso aggiunge: “Un bravo guaglione. O almeno mi dipingo così”.

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Referendum giustizia, SI' alla riforma al 63%. Forza Italia: "Dal fronte del NO solo slogan con attori e cantanti radical chic"

"È fondamentale continuare, come noi di Forza Italia stiamo facendo, a spiegare punto per punto la riforma. Entrando nel merito, approfondendo le ragioni dell'attuale sfiducia dei cittadini del sistema giustizia. Siamo profondamente convinti della assoluta serietà di questa riforma, che non è un fulmine a ciel sereno, ma... Segui su affaritaliani.it

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Groenlandia, responsabilità tra Usa e Ue per evitare di favorire Russia e Cina

“Ho sentito il presidente americano Donald Trump ed ho espresso le mie perplessità”, dice questa mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un momento di particolare tensione nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa attorno al dossier “Groenlandia”. Il messaggio, che arriva dalla Corea del Sud, chiede di evitare l’escalation abbassando i toni. Un lavora che l’Italia sta cercando di spingere anche in sede Ue.

La convocazione di una riunione straordinaria degli ambasciatori dell’Unione Europea nel tardo pomeriggio di oggi, domenica 18 gennaio, per valutare una risposta coordinata all’annuncio statunitense di nuove tariffe contro alcuni Paesi membri, segna l’ingresso della crisi sulla Groenlandia in una nuova fase. Non più soltanto uno scontro retorico o una disputa diplomatica, ma un dossier che incrocia commercio, sicurezza economico (e non solo) e coesione transatlantica, costringendo Bruxelles a una risposta “intelligente, coordinata e possibilmente non ulteriormente incendiaria” a Washington, dice una fonte dai corridoio europei.

Il detonatore è stato l’annuncio di Trump, che sabato ha fatto sapere che nuovi dazi colpiranno una serie di Paesi alleati – tra cui Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito – accusati di aver rafforzato la propria presenza militare in Groenlandia come forma di deterrenza contro gli Stati Uniti. Una misura che riapre una frattura commerciale che l’Europa riteneva superata dopo la tornata di dazi di inizio presidenza, e che collega esplicitamente il terreno economico a quello strategico, nel momento in cui l’Artico torna a essere uno spazio di competizione crescente e la Groenlandia gioca un ruolo per l’asse transatlantico e per il Western Hemisphere che Trump intende proteggere come missione identitaria della “sua” National Security Strategy.

Da Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha parlato della necessità di una risposta comune, ribadendo che l’Unione europea difenderà il diritto internazionale e l’integrità territoriale dei suoi Stati membri – nel caso la Danimarca, che p sovrana sulla Groenlandia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha avvertito che una spirale tariffaria rischia di danneggiare la prosperità condivisa e di indebolire il fronte occidentale, messaggio arrivato anche della Hr/Vp Kaja Kallas, che ha citato esplicitamente Cina e Russia come i favoriti dalle divisioni transatlantiche. Diversi leader europei hanno sottolineato come la sicurezza della Groenlandia possa e debba essere affrontata all’interno dei meccanismi Nato, che racchiude sia gli Usa che diversi Paesi europei.

Il dato politico, tuttavia, va oltre la contingenza. La riunione degli ambasciatori segnala che la questione groenlandese non è più un tema periferico, ma un banco di prova per la capacità dell’Occidente di gestire divergenze strategiche senza trasformarle in crisi sistemiche. È su questo crinale – tra deterrenza, dialogo e interessi divergenti – che si gioca ora la partita più delicata.

La Groenlandia non è un dossier complesso, ma…

Sul piano analitico, la narrativa che giustifica un cambio di status dell’isola regge poco. Come ha osservato Richard Fontaine, Ceo del Anas, la Groenlandia non è un dossier intrinsecamente complesso: lo diventa solo se lo si carica di obiettivi che esulano dalla realtà dei fatti. Gli Stati Uniti dispongono già, grazie agli accordi con la Danimarca, di ampi margini operativi in termini di basi, tra radar e presenza militare di ogni possibile genere. La difesa dell’Artico e il monitoraggio delle attività di Cina e Russia possono essere rafforzati senza bisogno di “possedere” il territorio, spiega l‘esperto americano. L’idea che la sicurezza richieda l’annessione statunitense, o che la deterrenza passi dall’invio simbolico di piccoli contingenti multinazionali come quelli europei, finisce per produrre l’effetto opposto: politicizzare e radicalizzare un dossier che potrebbe essere gestito in modo pragmatico.

Anche l’argomento secondo cui la Groenlandia rischierebbe di “cadere” sotto l’influenza di potenze rivali appare debole se non accompagnato da scelte coerenti. Secondo Fontaine, se davvero Mosca e Pechino rappresentassero una minaccia imminente, la risposta più lineare sarebbe rafforzare i dispositivi esistenti e il coordinamento Nato, non aprire un contenzioso politico con Copenaghen e con gli alleati europei. Le alleanze, ragiona, si fondano proprio sulla difesa reciproca di territori che non si possiedono: è questa la logica che ha retto l’ordine post-1945 e che continua a garantire stabilità.

Un’ulteriore chiave di lettura arriva dall’intervista pubblicata sabato dal Corriere della Sera con protagonista l’ex ambasciatrice statunitense in Danimarca Carla Sands. Sands, forte della sua esperienza diretta sul dossier groenlandese e attualmente nel team dell’America First Policy Institute, ha ricordato come l’interesse americano sia legato soprattutto alla sicurezza e alle risorse strategiche, non a una conquista formale. Le sue parole aiutano a distinguere tra l’obiettivo sostanziale – evitare che l’isola finisca sotto un’influenza ostile di Cina o Russia – e la retorica che rischia di irrigidire le posizioni. In questo senso, l’accento posto sul possibile percorso di lungo periodo verso una maggiore autonomia groenlandese suggerisce che il nodo non sia “a chi appartiene” il territorio, ma come garantirne stabilità e sviluppo senza forzature.

Alla ricerca della responsabilità

È in questo spazio che si inserisce la posizione italiana, improntata a responsabilità e controllo, con le perplessità espresse da Meloni. Durante la presentazione del Documento strategico sull’Artico, il 16 gennaio 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo in guardia contro approcci frammentati e simbolici, osservando che l’idea di piccoli contingenti europei dispiegati sull’isola non somiglia a una strategia credibile. Il punto, ha sottolineato, è tenere unito il mondo occidentale e preservare il quadro di cooperazione. A posteriori, quelle parole suonano quasi profetiche: il giorno dopo, l’annuncio dei dazi americani contro quei contingenti ha mostrato quanto rapidamente una gestione muscolare possa produrre contraccolpi politici ed economici.

Il paradosso è che entrambe le strade estreme – l’idea di “conquistare” la Groenlandia e quella di usarla come palcoscenico per segnali di deterrenza – finiscono per alimentarsi a vicenda. Il rischio è che l’una legittimi l’altra, in una dinamica che favorisce solo gli attori interessati a dividere l’Occidente. Fonti diplomatiche spiegano che la via d’uscita è più sottile, ma anche più realistica: un dialogo strutturato che consenta a Washington di rivendicare un rafforzamento della sicurezza artica, e a Trump di ottenere “qualcosa che possa essere raccontato come una vittoria”, e all’Europa di mantenere lo status quo, garantendo al tempo stesso che l’isola resti saldamente ancorata allo spazio euro-atlantico.

In quest’ottica, il compromesso non è una resa, ma uno strumento politico. Permette a Trump di presentare un risultato tangibile al proprio elettorato – maggiore attenzione all’Artico, più investimenti in sicurezza, tagliare fuori i rivali dell’emisfero occidentale – e agli europei di evitare una deriva che metterebbe in discussione sovranità e alleanze cruciali come quella con gli Usa. La Groenlandia è strategica, e proprio per questo va sottratta alla logica della provocazione. Meno benzina sul fuoco, più diplomazia: è l’unico modo per spegnere una scintilla prima che diventi crisi.

Il rischio del confronto è anche racchiuso nel messaggio che emerge da alcuni recenti sondaggi, come quello di Ecfr. Gli scontri – verbali, postulali, pratici – legati alle posizioni complicate prese da Trump rischiano di allontanare le opinioni pubbliche europee dagli Stati Uniti, con un riflesso ancora più problematico: creare spazi dove la narrazione e la disinformazione cinese si nuove per piegare gli europei e altri alleati statunitense verso Pechino.

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Sulla Groenlandia si possono abbassare i toni. Fontaine spiega perché

La politica estera è spesso complessa, stratificata, ambigua. La Groenlandia, no. È da questa premessa che parte Richard Fontaine, Ceo del Center for New American Security di Washington, analizzando punto per punto le argomentazioni circolate a Washington e Bruxelles sull’idea che gli Stati Uniti debbano prendere il controllo dell’isola artica. Non per minimizzare la sua importanza strategica, ma proprio per ricondurla a una dimensione realistica, la lettura di Fontaine è lucida e soprattutto aggiornata con le discussioni sia a DC che tra i corridoio Ue.

Il primo nodo riguarda la difesa americana. Secondo Fontaine, è innegabile che la Groenlandia sia rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti: radar, basi, sistemi di allerta precoce e, oggi, anche l’architettura di difesa missilistica rientrano pienamente nell’equazione. Ma da qui a sostenere che Washington debba possedere il territorio, il salto logico è enorme. Gli Stati Uniti, ricorda, possono già fare praticamente tutto ciò che desiderano sul piano militare senza esercitare alcuna sovranità diretta. L’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951 – e aggiornato nel 2004 – consente presenza militare, infrastrutture e operazioni. La sicurezza, dunque, non richiede annessione.

La seconda argomentazione che Fontaine contesta è quella dell’urgenza geopolitica: la Groenlandia sarebbe sul punto di cadere sotto l’influenza di Russia o Cina, e gli Stati Uniti dovrebbero intervenire prima che sia troppo tardi. Qui l’analisi diventa quasi banale nella sua semplicità. Se davvero esistesse una minaccia imminente – ipotesi che Fontaine giudica infondata – la risposta più logica sarebbe rafforzare la presenza americana. Un tempo, sull’isola stazionavano fino a 10.000 soldati statunitensi; oggi sono circa 200. Se la preoccupazione è reale, perché non partire da lì?

Il terzo punto riguarda la dimensione marittima. Se navi russe e cinesi stessero realmente “brulicando” intorno alla Groenlandia, osserva Fontaine, la Marina statunitense avrebbe piena capacità di pattugliare l’area in modo massiccio e immediato. Non lo sta facendo. Anche questo dato suggerisce che la narrativa dell’assedio non corrisponde ai fatti operativi.

Segue poi uno degli argomenti più evocativi, ma anche più fragili: “Non si difendono i territori che si affittano”. L’idea è che, anche concedendo pieno accesso militare, esisterebbe una differenza qualitativa tra possesso e uso. Fontaine liquida questa impostazione come una versione caricaturale delle relazioni internazionali – la teoria secondo cui “nessuno lava un’auto a noleggio”. Nella realtà, spiega, gli Stati Uniti difendono costantemente territori che non possiedono. È il senso stesso delle alleanze. Washington ha appena difeso Israele; difende Paesi Nato; nessuno di questi è territorio americano.

Il quinto passaggio è forse il più delicato sul piano politico: l’idea che la Danimarca sia un cattivo alleato e che, per questo, dovrebbe cedere la Groenlandia. Fontaine ribalta completamente la prospettiva. La Danimarca, ricorda, è stata un alleato esemplare. In Afghanistan, in proporzione alla popolazione, ha subito perdite superiori a quelle di molti altri partner. In altre parole, i danesi hanno combattuto per la sicurezza americana, pur non possedendo alcun territorio degli Stati Uniti.

C’è poi la dimensione ideologica, quella che richiama un nuovo “destino manifesto”. L’idea di un’America naturalmente espansiva, destinata ad allargarsi incorporando nuovi territori. Qui Fontaine richiama un principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto di acquisizione territoriale tramite coercizione. L’Iraq non può prendersi il Kuwait, la Russia non può avere l’Ucraina, il Canada non diventa il 51° Stato. E, allo stesso modo, gli Stati Uniti non possono costringere la Groenlandia a entrare nella propria orbita sovrana. Il mondo in cui la conquista è la norma, avverte, è il mondo della legge della giungla.

Infine, l’ultima ipotesi: tutto questo non sarebbe reale, ma semplice trolling politico nei confronti di alleati europei eccessivamente nervosi. Anche questa lettura viene respinta. Anche se fosse solo provocazione, resta una distrazione significativa dai dossier che dovrebbero occupare il centro dell’agenda transatlantica: Russia, Ucraina, Iran, Cina. E soprattutto mina un bene strategico fondamentale: la fiducia degli alleati nella parola e nelle intenzioni americane.

Fontaine torna così al punto di partenza. Molte questioni di politica estera sono difficili. La Groenlandia non lo è. È diventata tale solo perché è stata trasformata artificialmente in una crisi. E, conclude, prima questa crisi costruita svanisce, meglio è per tutti.

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Groenlandia, Meloni: “L’aumento dei dazi Usa è un errore. Ho sentito Trump, va evitata una escalation. Incomprensione sull’invio di militari”

Aumentare i dazi sarebbe “un errore“, ma tra Washington e Bruxelles c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione“. La premier Giorgia Meloni torna a intervenire sul tema della Groenlandia e parlando coi giornalisti a Seul spiega di avere sentito Donald Trump proprio in queste ore, ovvero dopo l’annuncio da parte del presidente Usa di voler introdurre dazi al 10% per i Paesi europei che hanno deciso di inviare militari nell’Artico. Sull’argomento la stessa presidente del Consiglio ieri era rimasta tiepida: “Valutiamo la nostra presenza insieme agli alleati della Nato“. Mentre le altre cancellerie europee hanno risposto duramente a Trump: “Non ci faremo intimidire”, il messaggio di Berlino, Parigi e Stoccolma. Oggi è convocata una riunione di emergenza degli ambasciatori dei 27 Paesi dell’Unione Europea (l’inizio è previsto per le 17) proprio sul tema dell’isola danese e sulle sanzioni di Trump. Il governo italiano prova a mediare e già dal ministro della Difesa Guido Crosetto era arrivato un invito al dialogo e alla cautela.

È la linea ribadita stamani da Meloni. La premier precisa: “La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido“. A suo avviso, c’è stato “un problema di comprensione e comunicazione” sull’iniziativa di alcuni Paesi Ue che non va letta in chiave “anti-americana“. Ma, avverte Meloni, bisogna “riprendere il dialogo ed evitare una escalation“. Da qui la sua telefonata a Washington. “Ho sentito il presidente Usa Donald Trump, gli ho detto quello che penso e mi pare fosse interessato ad ascoltare. E il segretario della Nato, Mark Rutte, che mi conferma che un lavoro che l’Alleanza sta iniziando a fare”, spiega la premier.

Meloni poi sottolinea: “Chiaramente nel corso della giornata sentirò anche i leader europei. Credo che in questa fase sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation perché si può lavorare insieme per raggiungere un obiettivo che è utile e necessario“. Ma le tensioni tra Stati Uniti ed Europa restano alte, tanto che fonti informate vicine alla presidenza francese riferiscono come il presidente Emmanuel Macron sia pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo“. Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.

L’incomprensione tra Usa e Ue secondo Meloni

Ma a cosa sarebbe dovuta questa incomprensione tra le due sponde dell’Atlantico? “Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili“, spiega Meloni. Che però aggiunge: “Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni paesi europei di inviare le truppe, di partecipare, a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori“. “Chiaramente – prosegue – mi pare che su questo ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione, per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato e la Nato è il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico”.

Se la premier Meloni ha definito comunque “un errore” i dazi annunciati ieri da Trump, diversa è stata la posizione di una parte della maggioranza di centrodestra. Nello specifico la Lega, che in una nota ha parlato di “deboli d’Europa” che hanno la “smania” di inviare soldati e raccolgono i loro “frutti amari“, ovvero le sanzioni americane. A una domanda sull’argomento, Meloni ha minimizzato: “Non c’è un problema politico con la Lega su questo punto”.

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“Controllate le etichette dei cibi e fate attenzione a queste sostanze ‘invisibili’ nascoste in moltissimi alimenti: aumentano il rischio di cancro e diabete”: l’allarme in due nuovi studi

In moltissimi alimenti che consumiamo quotidianamente si celano sostanze “invisibili”, il cui consumo prolungato può aumentare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e alcune forme di cancro. Si tratta di alcuni conservanti alimentari, ingredienti comuni nelle nostre dispense che permettono agli alimenti di sopravvivere per periodi di tempo più o meno lunghi. Si identificano sulle etichette degli alimenti con sigle alfanumeriche che sembrano codici fiscali, ma pur essendo fondamentali nella conservazione di alcuni alimenti, possono essere pericolosi per la salute sul lungo periodo. A evidenziare l’impatto due studi appena pubblicati sulle riviste Nature Communications e BMJ.

Sebbene siano necessari ulteriori approfondimenti, secondo i ricercatori, i risultati dovrebbero portare a una rivalutazione delle normative che regolano l’uso di conservanti da parte delle aziende in prodotti come gli alimenti ultra-processati, in modo da migliorare la tutela dei consumatori in tutto il mondo. Già precedenti studi sperimentali hanno dimostrato che alcuni conservanti possono danneggiare le cellule e il Dna, ma le prove concrete che colleghino i conservanti al diabete di tipo 2 o al rischio di cancro sono ancora scarse. In entrambi gli studi, i ricercatori si sono prefissati di esaminare l’associazione tra l’esposizione ai conservanti e il rischio di diabete di tipo 2 e cancro negli adulti, utilizzando dati su dieta e salute relativi a un periodo che va dal 2009 al 2023. I risultati si basano su oltre 100.000 francesi arruolati nello studio NutriNet-Santé. Oltre all’effetto complessivo dei conservanti, sono stati analizzati 17 additivi singolarmente.

Lo studio sul cancro: l’effetto dei conservanti

Nello studio sul cancro pubblicato sul BMJ, dei 17 conservanti studiati, 11 non sono stati associati all’incidenza della malattia e non è stato trovato alcun collegamento tra i conservanti in generale e il cancro. Tuttavia, i maggiori consumatori di diversi conservanti sono risultati avere un rischio più alto di cancro rispetto ai non consumatori o ai consumatori più bassi. Ad esempio, il sorbato di potassio è stato associato a un aumento del 14% del rischio di cancro in generale e del 26% del rischio di tumore al seno, mentre i solfiti sono stati associati a un aumento del 12% del rischio di cancro in generale. Il nitrito di sodio, invece, è stato associato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla prostata, mentre il nitrato di potassio è stato associato a un aumento del rischio di cancro in generale (13%) e di tumore al seno (22%). Gli acetati totali sono stati associati a un aumento del rischio di cancro in generale (15%) e di tumore al seno (25%), mentre l’acido acetico è stato associato a un aumento del rischio di cancro in generale del 12%.

Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere meglio questi potenziali pericoli, i ricercatori hanno osservato che molti di questi composti potrebbero alterare i percorsi immunitari e infiammatori, innescando potenzialmente lo sviluppo del tumore. Si è trattato di uno studio osservazionale, quindi non è stato possibile trarre conclusioni definitive su un rapporto di causa ed effetto. I ricercatori non hanno potuto escludere la possibilità che altri fattori non misurati potessero aver influenzato i loro risultati. Tuttavia, si è trattato di uno studio di ampia portata basato su registri dietetici dettagliati collegati a database alimentari nell’arco di 14 anni e i risultati sono coerenti con i dati sperimentali esistenti che suggeriscono effetti avversi di molti di questi composti sul cancro. “Questo studio fornisce nuove informazioni per la futura rivalutazione della sicurezza di questi additivi alimentari da parte delle agenzie sanitarie, considerando il rapporto tra benefici e rischi per la conservazione degli alimenti e il cancro”, hanno scritto i ricercatori. Nel frattempo, gli scienziati hanno invitato i produttori a limitare l’uso di conservanti non necessari e raccomandano alle persone di consumare alimenti freschi e minimamente lavorati.

Il diabete di tipo 2: quali conservanti temere

Nello studio sul diabete di tipo 2 pubblicato su Nature Communications, un maggiore consumo complessivo di conservanti, di conservanti non antiossidanti e di additivi antiossidanti è stato associato a un aumento dell’incidenza del diabete di tipo 2, rispettivamente del 47%, 49% e 40%, rispetto ai livelli più bassi di consumo. Dei 17 conservanti studiati singolarmente, un consumo maggiore di 12 di essi è stato associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2. “Questo è il primo studio al mondo sui legami tra additivi conservanti e incidenza del diabete di tipo 2”, sottolinea Mathilde Touvier, coordinatrice della ricerca. “Sebbene i risultati debbano essere confermati, sono coerenti con i dati sperimentali che suggeriscono gli effetti nocivi di molti di questi composti”, conclude.

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“Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello ‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme della British Heart Foundation

In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation, gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in 22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”.

Un problema europeo, non britannico
Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che raramente percepiamo come “salati”.

Il sodio come disturbatore sistemico
Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi -. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco, favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”.

Effetti silenziosi e “sale travestito”

Effetti silenziosi su cervello e metabolismo
Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica, ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo. “Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti, perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo subito”.

Perché l’industria ama il sale
Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto di sale è spesso il primo segnale di junk food”.

Il sale che non riconosciamo
Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti, alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio da specialisti.

I bambini e il sale: quale rischio corrono?

Piccoli gesti, grandi effetti
Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi.

Educazione precoce e scelte collettive
Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare “normale”.

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Federica Torzullo, trovato un cadavere nell’azienda del marito: riaffiorata una mano durante gli scavi. L’uomo sotto interrogatorio

Gli investigatori, che indagano per omicidio dopo la scomparsa della 41enne Federica Torzullo, hanno trovato un corpo nell’azienda del marito che è indagato. La donna è scomparsa ad Anguillara Sabazia, vicino Roma, l’8 gennaio. I carabinieri sono all’interno della sede operativa della ditta. Dalle prime informazioni, al momento, emergerebbe solo il ritrovamento di una parte del cadavere. Sabato la procura di Civitavecchia aveva diffuso una nota in cui si informava che erano state trovate tracce di sangue ovunque: sui vestiti, sul luogo di lavoro e sulla macchina di Claudio Agostino Carlomagno. L’uomo, che aveva denunciato la scomparsa della moglie, era stato sentito dagli inquirenti ma le sue dichiarazioni erano apparse subito contraddittorie.

L’uomo si trova nella caserma dei carabinieri. Gli investigatori sono tornati nell’azienda dell’uomo ad Anguillara e si è iniziato a scavare in un determinato punto. Quando è affiorata una mano sono state interrotte le operazioni in attesta dell’arrivo degli esperti del Ris per i rilievi tecnico-scientifici. Intanto un’ambulanza a sirene spiegate è arrivata a via Caduti di Nassirya, dove ha sede la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia. L’intervento è stato reso necessario per il malore di un carabiniere.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza, che presidiano anche la villetta della coppia, era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile alla donna risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolineava nella nota il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”. Alcuni testimoni avevano visto nelle settimane precedenti litigare la coppia che era in via di separazione, tanto che era stata già fissata l’udienza davanti al giudice. La donna aveva una nuova relazione e gli investigatori avevano raccolto immediatamente anche la sua testimonianza. “L’invito” è “a chi si è reso responsabile del grave fatto, di rivolgersi” a carabinieri e procura “e collaborare per porre fine, innanzitutto, allo strazio di parenti e amici che vivono appesi alla speranza di ritrovare Federica e anche per fruire di futuri trattamenti sanzionatori più miti previsti dalla legge” aveva detto il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori. La Procura di Civitavecchia “coglie l’occasione per sensibilizzare chiunque abbia notizie utili sulla vicenda a fornirle ai Carabinieri di Anguillara Sabazia e di Ostia” .

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Rogo di Crans-Montana: i “caschi” e i travestimenti dello staff. I testimoni: “È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti”

Mentre i coniugi Moretti attendono – tra le polemiche – che un “amico misterioso” versi la cauzione di 430.000 euro per garantirne la liberazione, fissata dalla procura di Sion, continuano a emergere contraddizioni significative tra la loro versione dei fatti e quella dei testimoni del devastante incendio che, nella notte di Capodanno, ha causato la morte di 40 persone e il ferimento di 116. L’indagine della procura elvetica si concentra soprattutto sui momenti che hanno preceduto il rogo, scatenato dalle scintille delle candele accese sulle bottiglie di champagne.

Le dichiarazioni discordanti

Durante uno degli interrogatori, Jessica Moretti aveva accusato lo staff del Constellation, e in particolare Cyane Panin, la “ragazza con il casco” apparsa in un video mentre veniva portata sulle spalle da un collega e che ha perso la vita nell’incendio, di aver organizzato l’uscita “pirotecnica” delle bottiglie, con l’intento di creare un’atmosfera speciale. “Per il servizio quella sera, il team aveva voglia di fare spettacolo, e quindi i caschi. Ci prendono la mano”, ha dichiarato la Moretti.

Tuttavia, la versione dei camerieri e delle altre persone coinvolte nella vicenda sembra contrastare nettamente con quella fornita dai titolari del locale. Louise Leguistin, una delle cameriere in servizio quella notte, ha raccontato agli inquirenti che, contrariamente a quanto detto dalla Moretti, fu proprio Jessica a ordinare lo staff di indossare i travestimenti. “È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti“, ha affermato. Una discordanza che non può essere interpretata come una semplice coincidenza o distrazione.

La testimonianza di Jessica Moretti

La stessa indagat, nel corso del suo interrogatorio, ha ammesso di essere stata presente con il suo staff durante l’uscita delle bottiglie. “Ero con loro, e ho filmato”, ha confermato la titolare del Constellation. Le testimonianze di Leguistin e degli altri camerieri sembrano dunque rivelare una versione dei fatti che mette in discussione le dichiarazioni dei coniugi Moretti. Poco prima che scoppiasse l’incendio, infatti, secondo i racconti dello staff, la titolare sembrava già in fuga, diretta verso l’uscita, mentre i dipendenti cercavano di salvare i clienti. “Sono corsa dai miei figli”, ha dichiarato la stessa Jessica, giustificando il suo allontanamento improvviso dal locale. Allontanamento avvenuto con i soldi incassati durante la serata.

Le indagini

Il tragico incidente di Crans-Montana ha avuto una forte eco anche in Italia, dove si sono intensificati i controlli sulla sicurezza nei locali pubblici. E che oggi hanno portato al sequestro del Piper di Roma. Le indagini vallesane sono focalizzate su un possibile inquinamento delle prove e sulle responsabilità legate alla gestione del locale. Oltre ai gravi errori strutturali, emerge il dubbio sull’effettiva preparazione dello staff e sulla consapevolezza della pericolosità delle scelte fatte quella sera, tra cui l’uso delle candele accese su bottiglie di champagne, un gesto che in un ambiente affollato e con scarse misure di sicurezza si è rivelato fatale.

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“Mi sono scelto questo mestiere per evitare la profondità. Non la riesco a gestire”: Stefano De Martino si commuove a “C’è posta per te” per la storia di Francesco e Chiara, orfani di padre e con la mamma malata

Stefano De Martino non è riuscito a trattenere le lacrime durante la puntata di C’è posta per te”, andata in onda ieri, 17 gennaio. Il conduttore e ballerino è stato invitato da Maria De Filippi per fare una sorpresa a Francesco e Chiara. I due giovani hanno accettato l’invito della madre Antonietta, che ha voluto regalare un momento di spensieratezza ai figli. Nel 2023, la vita della famiglia si è spezzata. In appena due settimane, i ragazzi hanno affrontato la morte del papà Paolo, stroncato da un infarto, e la notizia del tumore della mamma. Antonietta ha parlato dei suoi limiti emotivi, promettendo ai figli di cambiare per loro. La signora ha detto: “Il mio carattere mi limita, ma per voi voglio cambiare, perché siete tutta la mia vita”. La donna ha aggiunto di non essere spaventata dalla morte, ma dal pensiero di lasciare soli Francesco e Chiara.

A sorpresa, è entrato in studio Stefano De Martino, amatissimo dai due ragazzi. Il conduttore di “Affari Tuoi” ha parlato con la voce rotta, ammettendo le sue difficoltà nel gestire le emozioni. Il presentatore ha detto: “Per me è una faticata venire qui ogni anno, perché io mi sono scelto questo mestiere per evitare la profondità. Non la riesco a gestire“. De Martino ha aggiunto di essere certo di conoscere Paolo, il padre dei ragazzi, dopo tutti i racconti ascoltati durante la serata. Stefano ha dichiarato: “Sono sicuro di conoscere vostro padre dopo tutti i racconti di stasera. Io sono un figlio e provo a fare il papà nel migliore dei modi. Dietro certi abbracci e certi gesti so cosa si spera di ottenere. Guardando voi tre insieme, mi sembra che abbia fatto un ottimo lavoro”. Infine, il ballerino ha consegnato a Francesco e Chiara alcuni regali: al ragazzo una macchina fotografica in vista del suo viaggio in Lapponia, mentre alla giovane un casco e un corso di equitazione. I due hanno deciso di aprire la busta e hanno abbracciato la mamma.

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La madre di uno dei figli di Elon Musk fa causa a Gork: “L’intelligenza artificiale ha creato mie foto fake seminuda, ho provato dolore e disagio mentale”

La madre di un figlio di Elon Musk fa causa alla IA di X per le immagini deepfake di Grok. Ashley St Clair, madre del figlio di Musk, Romulus, ha querelato X per “dolore e disagio mentale” causate dalle false immagini di intelligenza artificiale generate dal chatbot Grok, in quanto avrebbe permesso agli utenti di generare immagini deepfake a scopo di sfruttamento sessuale che la ritraevano seminuda, causandole umiliazione e sofferenza emotiva. Come riporta Al Jazeera, la causa è stata intentata poco prima che il procuratore generale della California Rob Bonta inviasse una lettera di diffida alla società AI di Musk, chiedendole di interrompere la creazione e la distribuzione di immagini sessualizzate non consensuali generate da Grok.

“La valanga di segnalazioni che descrivono dettagliatamente questo materiale, che a volte raffigura donne e bambini coinvolti in attività sessuali, è scioccante e, come ha stabilito il mio ufficio, potenzialmente illegale”, ha affermato Bonta poche ore fa parlando con la stampa USA. Secondo quanto riportato dai legali della donna, i responsabili della piattaforma hanno risposto che le immagini non violavano le propria policy, ma St.Clair ha ribattuto che non avrebbe consentito l’utilizzo o la modifica di immagini che la ritraevano senza il suo consenso. A quel punto la piattaforma social ha reagito rimuovendo il suo abbonamento premium X e il segno di spunta di verifica, continuando quindi a consentire la pubblicazione di immagini false e degradanti che la ritraevano. “Ho sofferto e continuo a soffrire di gravi dolori e disagio mentale a causa del ruolo di xAI nella creazione e distribuzione di queste immagini alterate digitalmente di me”, ha sottolineato St Clair.

In un’intervista rilasciata ai media statunitensi all’inizio di questa settimana, la donna ha ricordato che la sua battaglia con Grok “non riguardava solo me”. “Si tratta di costruire sistemi, sistemi di intelligenza artificiale in grado di produrre, su larga scala, e abusare di donne e bambini senza ripercussioni. E non ci sono davvero conseguenze per quello che sta succedendo in questo momento”.

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Sequestro preventivo per il Piper di Roma: irregolarità nella sicurezza e modifiche strutturali non autorizzate

Il Piper, uno dei locali storici della vita notturna della Capitale, è stato sottoposto a sequestro preventivo. Il provvedimento, che dovrà essere convalidato dall’autorità giudiziaria, arriva al termine di una serie di controlli accurati e in seguito a irregolarità riscontrate nelle strutture del locale di via Tagliamento.

Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine, all’interno della discoteca sono state trovate gravi carenze sotto il profilo della sicurezza. Tra le principali problematiche, gli agenti hanno segnalato modifiche non autorizzate all’impianto strutturale del locale, che potrebbero compromettere l’incolumità dei frequentatori in caso di emergenza. Le irregolarità riscontrate riguardano anche il sistema di evacuazione, che sarebbe insufficiente per garantire un’uscita sicura in caso di necessità. Inoltre, sono emerse carenze legate alla mancanza di certificazioni obbligatorie e la presenza di un numero di persone superiore rispetto a quello consentito per la capienza del locale.

Il sequestro preventivo è stato effettuato nell’ambito di un’operazione che si inserisce in un più ampio piano di verifica e monitoraggio della sicurezza nei locali pubblici di Roma. I controlli, infatti, sono stati intensificati dalla Questura dopo Crans-Montana, ma già da mesi l’attenzione era alta sulle norme di sicurezza dei locali.

All’interno della discoteca sarebbero state riscontrate anche pessime condizioni igienico-sanitarie. La struttura è sottoposta a sequestro preventivo, che quindi necessita di convalida dell’autorità giudiziaria. I controlli della Questura nei locali vanno avanti da tempo e proseguiranno in una logica di continuità. Lo scorso anno sono stati chiusi circa 60 esercizi commerciali. Negli ultimi mesi, infatti, la Questura ha intensificato i controlli in tutta la città dopo una serie di incidenti e il crescente allarme legato alla sicurezza nei luoghi di aggregazione. Oltre agli aspetti strutturali e alla gestione delle emergenze, le forze dell’ordine stanno monitorando anche il rispetto delle normative sul numero di persone ammesse all’interno e sulle condizioni igieniche dei locali.

L’incidente di Crans-Montana, che ha messo in luce le gravi lacune nei controlli di sicurezza dei locali pubblici, ha avuto un forte impatto anche sulle istituzioni italiane, spingendo le autorità a una maggiore vigilanza. Con l’entrata in vigore di nuove disposizioni e controlli più stringenti, le discoteche e i locali pubblici di Roma dovranno adeguarsi a standard sempre più elevati per garantire la sicurezza e la protezione dei propri clienti. Per quanto riguarda il Piper i sigilli della polizia, in passato, sono scattati già più volte: nel novembre del 2024 questore aveva decretato la sospensione della licenza a causa di “criticità riscontrate sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”.

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Oroscopo, le previsioni segno per segno: “Vergine, è il momento di sistemare le questioni lavorative in sospeso. Cancro: le relazioni diventano un banco di prova”

Gennaio inizia con un ritmo lento ma deciso, che invita alla consapevolezza, alla scelta ponderata, alla costruzione di basi solide. La prima parte del mese è attivata dall’energia del Capricorno e dalla Luna Nuova del 18 gennaio, che apre un nuovo ciclo concreto e realistico. Dal 20, il Sole passa in Acquario, si guarda verso il futuro: idee, relazioni e progetti iniziano a prendere una direzione più libera e innovativa. Con Giove e Urano retrogradi per tutto il mese, la crescita passa attraverso una revisione emotiva e dei valori di sicurezza. Il 26 gennaio, l’ingresso di Nettuno in Ariete segna l’avvio di una fase più dinamica, in cui i sogni chiedono di essere tradotti in azione.

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Cacciari sul Nove: “Trump sta smantellando ogni ordine: l’ingiustizia trionfa ovunque e si sfascia tutto”

“Giustificare l’omicidio di una persona perché ‘radicale’? Neanche nei momenti peggiori del fascismo“. Così Massimo Cacciari ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, ha commentato le parole del presidente Trump su Renee Good, freddata da un agente dell’Ice a Minneapolis lo scorso 7 gennaio. Perché non solo il presidente americano, ma anche il vicepresidente JD Vance e altri esponenti di spicco dell’amministrazione Trump hanno definito la donna di Minneapolis una “violenta”, “radicale”, persino “terrorista”, giustificando l’operato dell’agente dell’Ice che ha subito ottenuto l’immunità federale. Secondo Cacciari “dal punto di vista del diritto, prendere un oppositore, metterlo in galera, processarlo, magari anche impiccarlo dopo un processo farsa è una cosa diversa da quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dove Trump sta smantellando ogni ordine“. Il risultato? “È l’ingiustizia che trionfa in ogni campo. Si sfascia tutto“, secondo l’ex sindaco di Venezia.

Il filosofo ha proseguito: “Fintanto che dall’altra parte c’è un’autorità che non opera secondo il diritto e la giustizia, ma ha un ordine logico suo, organizzare una forma politica di opposizione è assai più semplice che trovarsi di fronte a battute o personaggi come quelli che abbiamo appena visto, che dicono: ‘Ha sparato in faccia a una persona, che vuoi che sia, è radicale!’. Cosa dici a una persona del genere? Cosa fai, le spari? Se la logica è che chi domina è il più forte, i dominati faranno di tutto per diventare loro i più forti e così si innescano meccanismi di conflitto sociale che alla fine diventano ingovernabili. Con personaggi come Trump, con politiche come quelle che stanno facendo gli europei, si accendono focolai, correnti, processi di conflitto sociale e culturale che diventano ingovernabili”, ha concluso Cacciari.

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“Se mi togli il lavoro sono un vecchietto che accompagna in giro il cane. La fine del matrimonio con Sebastiano? È sciocco rimanere ancorati a una idea, si crepa”: parla Filippo Timi

La paura della solitudine, il matrimonio finito con lo scrittore Sebastiano Lombardi, il sogno di recitare con Sabrina Ferilli diretto a Pedro Almodóvar. Filippo Timi concede poche interviste ma quando lo fa si apre a cuore aperto, raccontandosi tra lavoro e vita privata, inclusi inquietudini e graffi più profondi, rivelando al Corriere della Sera di essere in fondo ancora quel bambino super sensibile, un “animaletto brado” che non amava essere catalogato. Anche oggi che è un uomo, un artista affermato e continua a conquistare il pubblico con I delitti del BarLume, la serie di Sky tratta dai gialli di Malvaldi.

FILIPPO TIMI, TRA IL SUCCESSO E LA PAURA DELLA SOLITUDINE

Mentre sogna un film con Sabrina Ferilli – “Vorrei lavorare con lei e Miguel Bosé diretti da Almodòvar” –, di essere diretto da Paolo Sorrentino e di debuttare come regista, Filippo Timi si divide tra tv e teatro. Mentre sta per terminare la nuova stagione de I delitti del BarLume, si prepara a tornare in scena al Franco Parenti di Milano con Amleto². Ed è proprio con il teatro, ammette, che è riuscito a superare i suoi limiti e i suoi mostri. Tutti, o quasi, tranne la solitudine. “Prima pensavo: quando diventerò famoso non mi sentirò più solo. Non è così. Anzi, a volte è peggio quando succede e sei in mezzo a una folla che ti apprezza, perché comunque torni a casa e non hai un affetto, una famiglia, per l’aver sacrificato tutto per il tuo lavoro”, ammette a cuore aperto. Però, secondo Timi, il gioco vale la candela. Tanto da sentirsi obbligato a fare arte: “Se mi levi l’arte mi trasformo in un vecchietto che accompagna in giro il cane. Che va anche bene, ma i miei lavori, i miei film, sono i miei figli, le mie propaggini”.

QUANDO INTERPRETÒ MUSSOLINI

Tra i suoi lavori più celebri c’è Vincere, il film di Marco Bellocchio che lo scelte per interpretare Benito Mussolini. “Ero giovane, avevo 34 anni. Come il giovane Mussolini avevo quella fame, quella spregiudicatezza. Poi io, ringraziando l’universo, sono sempre stato spontaneamente buono. Dissi a Bellocchio che vedevo Mussolini come uno attraversato da un fiume nero”, spiega al Corriere. Ma oltre a Bellocchio, ringrazia “tutti quei registi che mi hanno fatto lavorare anche senza che io avessi fatto una scuola. Ci fu un insegnate di canto, in particolare, che mi vide e riconobbe che forse avevo qualcosa, così mi propose di partecipare ai suoi laboratori gratis. Una roba incredibile per me ragazzo”. Per questo, rivela che da quando ha cominciato a fare laboratori di recitazione ha voluto fossero tutti gratis: “Con me non paghi mai”.

LA RVELAZIONE SUL MATRIMONIO FINITO CON SEBASTIANO LOMBARDI

Nella lunga intervista al Corriere c’è anche spazio per un’incursione nella sua vita privata, in particolare quando parla del matrimonio finito con il scrittore Sebastiano Lombardi (rivelò la fine dell’unione civile proprio a FqMagazine, nel 2022). Confessa che quando si sposò credeva nel “per sempre”, poi le cose andarono diversamente:“Ci credevo tantissimo, mi sembrava un sogno. Poi le cose evolvono ed è sciocco rimanere ancorati a una idea: lì è la volta buona che si crepa. La vita è movimento. La differenza è come reagisci al cambiamento”.

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Crans Montana, i pc dei Moretti sequestrati solo il 14 gennaio. Gli avvocati di parti civili e i dubbi sull’amico garante per la cauzione

I dubbi dei legali delle famiglie delle vittime dello spaventoso rogo di Crans-Montana, con i suoi 40 morti e con i tantissimi feriti ricoverati in condizioni gravissime, si moltiplicano e diventano sempre più pesanti man mano che emergono nuovi atti dell’inchiesta. A partire da una circostanza che gli avvocati definiscono “sconcertante”: il sequestro di cellulari e computer dei coniugi Moretti – considerati senza redditi dai pm – avvenuto molti giorni dopo l’incendio del Constellation. Un dettaglio che, per chi rappresenta le famiglie delle vittime, riporta al centro la questione del potenziale inquinamento delle prove. Su questo punto l’avvocato Sébastien Fanti, che difende le famiglie di sette vittime, specifica che i computer di Jacques e Jessica Morreti, i titolare del bra indagati, sono stati sequestrati il 14 gennaio e il telefonino della donna solo al termine del suo interrogatorio, il 9 gennaio. Peraltro su richiesta di un altro avvocato di un gruppo di vittime, Romain Jordan.

Le mancate autopsie

Il tema dei sequestri eseguiti a distanza di molti giorni dal disastro è solo uno dei numerosi punti messi sotto accusa dai legali delle famiglie, che stanno inondando la Procura cantonale vallesana di istanze e richieste. Tra queste figura anche la contestazione per la mancata esecuzione delle autopsie. Un insieme di elementi che, secondo i difensori delle vittime, rafforza i timori legati alla conservazione e alla genuinità delle prove. Gli inquirenti di Roma hanno disposto gli esami per le viNel frattempo, negli studi legali continuano ad arrivare segnalazioni di ogni tipo.

Ogni giorno persone offrono aiuto, informazioni, mezzi. A partire da un miliardario che ha messo a disposizione delle famiglie il proprio aereo personale per la spola casa-ospedali. C’è anche chi insiste per dare un contributo diretto alle indagini: gente che dice di aver visto, saputo, sentito, o che afferma di essere in possesso di documenti e prove su presunti illeciti o reticenze che riguarderebbero Jacques Moretti o il Comune di Crans-Montana.

Una di queste email, per esempio, arriva da una persona con nome e cognome reali, che giura di avere documenti in grado di provare una disponibilità economica di Jacques Moretti pari a diversi milioni di franchi, attraverso conti che finora non sarebbero stati individuati dagli inquirenti. “Quando avrò verificato presenterò tutto in Procura”, promette l’avvocato che ha ricevuto la segnalazione.

La polemica sulla cauzione

È in questo contesto che si inserisce la polemica sulla cauzione e sulle misure alternative alla detenzione. Una soluzione che non convince gli avvocati delle famiglie delle vittime, anche perché – sottolineano – la procura non avrebbe mai preso seriamente in considerazione il pericolo di inquinamento delle prove. In un commento che riassume il punto centrale della loro posizione, un legale della parte civile afferma: “La giurisprudenza esige che i legami con l’amico garante e la situazione finanziaria siano rigorosamente istruiti. Immagino che sia stato così. A quanto pare, il rischio di inquinamento delle prove non è ancora stato trattato. Non si sa quali misure, oltre al segreto, siano state adottate. È preoccupante!”.

A difesa del radicamento della famiglia a Crans-Montana è intervenuta anche Jessica Moretti, che ha raccontato ai magistrati la storia della sua relazione con il marito, iniziata nel 2013, e il percorso di vita che li ha portati a stabilirsi nel Vallese. “Mio marito ha avuto un’infanzia caotica, è finito per strada all’età di 14 anni. Ha conosciuto la fame. Quando ci siamo incontrati, abbiamo desiderato fin da subito la stabilità». Una stabilità cercata proprio scegliendo Crans-Montana: “Abbiamo fondato qui la nostra famiglia. I nostri figli sono nati qui e il nostro nucleo è “radicato in questo luogo. I miei migliori amici sono qui, così come quelli di mio marito”.

La posizione della procura

La posizione della Procura resta però ferma. Per la procuratrice aggiunta del Vallese Catherine Seppey, titolare dell’inchiesta sulla strage del Constellation, i 400mila franchi di cauzione – 200mila ciascuno per i due indagati – non sono affatto una cifra modesta. L’importo, si legge negli atti, “deve essere sufficientemente elevato da dissuadere l’imputato dal darsi alla fuga”, dal momento che Jacques Moretti presenterebbe “un rischio concreto di fuggire dalla Svizzera per sottrarsi alla procedura e alla sanzione prevedibile”, anche perché “allo stato attuale, non sembra avere alcuno sbocco per il futuro nel Canton Vallese”.

Secondo la procura, l’improvviso azzeramento degli introiti dei tre locali dei coniugi, il mutuo da 1,3 milioni di franchi sull’abitazione e le ipoteche che gravano sui ristoranti rendono la cauzione un deterrente reale. La somma è stata nel frattempo versata da un anonimo amico sul conto dell’avvocato Patrick Michod, pronta a essere utilizzata nel caso in cui il Tribunale delle misure coercitive decidesse di liberare Jacques Moretti, mentre cresce l’attesa per la decisione del tribunale sulla congruità della cauzione fissata per i due indagati.

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Travaglio sul Nove: “Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Venezuela e Iran gli interessano solo per quello”

Trump misura la democrazia in barili di petrolio. Il Venezuela e l’Iran gli interessano per quello, non certo per la democrazia. Chi invoca un intervento armato in Iran è un beota”. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, ha commentato le ultime gesta del presidente Usa in materia di politica estera. “Se noi andiamo a vedere i Paesi di cui parla, i Paesi di cui si interessa e andiamo a vedere la lista dei principali produttori ed estrattori di petrolio e di gas, scopriamo che le due liste coincidono. – ha premesso il direttore del Fatto Quotidiano – E’ questa la cosa davanti alla quale ci pone. Non ci mette davanti degli schermi per dire che ‘purtroppo in Venezuela non c’è la democrazia, adesso arriviamo noi’, ha preso il dittatore, l’ha rapito con delle accuse farlocche, ha messo su la vice dittatrice. Il regime madurista è identico a quello di prima, semplicemente c’è la vice del dittatore (Delcy Rodriguez, ndr) invece del dittatore, però i barili arrivano e questo fa la differenza“.

Poi Travaglio ha attaccato quanti sostengono un intervento armato degli americani in Iran: “Noi siamo un Paese di beoti che tifano per l’intervento pensando veramente che a Trump freghi qualcosa del fatto che in Iran arrivi o meno una democrazia. Ma lo sa anche lui che quello è un impero, l’Impero persiano, più o meno negli stessi confini dura da tre millenni. Ma di che cosa stiamo parlando? – ha proseguito il giornalista – Forse gliel’hanno spiegato anche a lui che c’è un sentimento nazionalista fortissimo, che non vogliono essere liberati né da Israele, né degli Stati Uniti, né da Israele e dagli Stati Uniti insieme, né vogliono farsi torturare dallo Scià anziché farsi torturare dagli ayatollah. Non è per questo che stanno protestando. Non stanno protestando nemmeno per la democrazia. Stanno protestando perché c’è un’inflazione spaventosa dovuta a un governo e a un regime inefficiente, colpito da 46 anni di sanzioni economiche”.

Oltretutto “adesso c’è qualche genio che dice di aumentare le sanzioni così li affamiamo di più, oppure li bombardiamo dall’alto senza porci minimamente il problema di quello che succederà dopo, che è esattamente quello che hanno sempre fatto gli americani, che vanno a fare guerre in paesi di cui non sanno niente e spesso non sanno nemmeno dove stanno sulla cartina geografica, come quelli che dicono alla flottiglia di andare in Iran. L’Iran però non è sul Mediterraneo, devi passare dal canale di Suez, circumnavigare la penisola arabica o paracadutare le barche sul Mar Caspio. Cioè non sanno che cosa dicono. In più, come ricordava Cacciari, non è che l’Iran è lì, solitario, è strano, eccentrico rispetto al resto del Medio Oriente, ma è vicino a un altro impero che è la Turchia. E poi è pieno di satrapie arabe che non hanno nessuna intenzione di veder scoppiare una rivolta di successo, che butta giù una satrapia, perché poi temono il contagio”.

Perché, secondo Travaglio “le primavere arabe di 15 anni fa hanno terrorizzato tutte le satrapie e le hanno spente. Abbiamo visto come ha funzionato in Egitto. La primavera araba ha portato le elezioni, alle elezioni hanno vinto i Fratelli musulmani, noi abbiamo deciso che non ce li potevamo permettere e abbiamo patrocinato un colpo di Stato per mettere il generale Al Sisi. Trump si occupa di Iran a proposito del petrolio. Probabilmente gli hanno spiegato che è complicato bombardare dall’alto e cambiare un regime che è stratificato. Non c’è solo Khamenei che ha 87 anni e che probabilmente c’è già il successore. Se ammazzano Khamenei probabilmente cambia poco. C’è un regime molto consolidato che dura da 46 anni, dove ci sono i Pasdaran, la polizia morale, la polizia politica, la polizia ordinaria, l’esercito, una parte del popolo, che non è tutto contro gli Ayatollah. C’è una parte occidentalizzata e c’è una parte che invece non vuole minimamente il salto nel buio, il ritorno all’indietro”.

Il giornalista ha concluso: “Bisogna conoscerli i Paesi, oltre a conoscere il contesto. Probabilmente fino a questo momento, ma non sappiamo con Trump quanto duri, qualcuno gli ha portato una cartina per fargli vedere dov’è l’Iran e qualcuno che gli ha fatto un Bignami, perché la sua soglia d’attenzione dura pochi secondi, con dieci righe per spiegargli che razza di ginepraio è quella zona lì e che vaso di Pandora rischi di scoperchiare con un intervento dall’alto”.

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“Ho un buco nello stomaco”: l’incubo di Cobolli agli Australian Open, è subito fuori. Sorride solo Paolini

La prima e unica partita di Flavio Cobolli agli Australian Open 2026 è stata semplicemente un incubo. I problemi intestinali, uniti al caldo e poi al nervosismo, hanno messo ko il 23enne azzurro, eliminato a sorpresa già al primo turno dal britannico Arthur Fery, numero 186 del mondo, con il punteggio di 7-6 (1), 6-4, 6-1 in due ore e quattrordici minuti di gioco. “Il mio avversario ha meritato la vittoria, ma se fossi stato in altre condizioni sarebbe stata una partita diversa”, ha commentato Cobolli in conferenza stampa, confessando di aver iniziato a perdere liquidi già prima del match.

“Ho un buco nello stomaco”, ha urlato Cobolli durante il terzo set, quando la sua partita era ormai compromessa. Un problema intestinale è praticamente impossibile da superare agli Australian Open, dove ci pensa già il caldo a provocare disidratazioni. L’azzurro ha provato a lottare per due set, ma poi è crollato. “Durante il riscaldamento stavo bene, ma poco prima della partita ho iniziato a sentirmi male. Ho perso molti liquidi e la situazione è andata peggiorando”, ha spiegato lo stesso Cobolli.

Il sorriso di Jasmine Paolini

Tutto liscio invece per Jasmine Paolini al primo turno degli Australian Open. La tennista azzurra ha superato la russa Aljaksandra Sasnovich in due set con il risultato netto di 6-1, 6-2 in appena un’ora e dieci minuti dominando il match di fin dal primo game e piazzando un game dopo l’altro, senza concedere mai all’avversaria la possibilità di entrare in partita. Paolini, reduce dal trionfo con l’Italia in Billie Jean King Cup ma anche dall’eliminazione nella fase a gironi delle Wta Finals di Riad, riesce così a iniziare la stagione con una vittoria, che le permette di volare al secondo turno con grande fiducia. L’azzurra, numero sette del mondo, sfiderà ora la vincente del match tra la slovena Veronika Erjavec e la polacca Magdalena Frech.

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La riforma della giustizia e le ragioni democratiche del sì. Il commento di Ippolito

Il referendum costituzionale della primavera 2026 segna un passaggio fondamentale nell’evoluzione dell’architettura costituzionale italiana. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, fulcro della consultazione, non è una mera modifica tecnica, ma rappresenta un bivio ineludibile per la cultura della giurisdizione in Italia. L’obiettivo è realizzare una “democrazia compiuta”, chiudendo una lunga stagione di conflitto istituzionale e rispondendo a patologie sistemiche che hanno eroso la fiducia dei cittadini. Questa non è solo una riforma benefica, ma un intervento essenziale per invertire un declino dimostrabile nell’efficacia e nella credibilità del sistema, rendendo il voto del 2026 un punto di non ritorno.

La tesi centrale di questa analisi è che votare “Sì” significa scegliere un sistema giudiziario più equilibrato, imparziale ed efficiente, in piena coerenza con i principi del giusto processo e con una volontà popolare già espressa ma rimasta inascoltata. La riforma è l’esito di un dibattito decennale che giunge oggi a maturazione, offrendo al Paese un’opportunità irripetibile di modernizzare una delle sue funzioni sovrane più delicate e decisive.

Il principio cardine della riforma è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Questa non è una semplice riorganizzazione, ma l’attuazione più completa del principio del “giusto processo” (art. 111 Cost.), che esige un giudice terzo e imparziale di fronte a parti che si confrontano su un piano di parità. Sul piano dei principi costituzionali, la riforma sana un’anomalia del nostro ordinamento: un modello di carriera unitaria che tiene insieme, sotto lo stesso tetto, due funzioni — quella requirente e quella giudicante — che per un sano equilibrio istituzionale, ispirato alla separazione dei poteri, devono essere nettamente demarcate.

Separare le carriere non significa solo distinguere i ruoli, ma plasmare una diversa e specifica forma mentis per chi è chiamato a giudicare e per chi è chiamato ad accusare. La scelta quasi irreversibile della funzione, operata a inizio carriera, modella progressivamente una cultura professionale coerente con il proprio ruolo. Per comprendere la portata del cambiamento, è essenziale distinguere tra il sistema attuale, basato sulla distinzione delle funzioni, e quello proposto, incentrato sulla separazione delle carriere.

Questa impostazione è sostenuta da un’ampia parte del mondo giuridico e istituzionale. Come si legge nella relazione della Commissione europea, “il ministro della Giustizia ritiene che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo dei magistrati e attui il principio generale secondo cui la giurisdizione è esercitata tramite un equo processo in cui le parti sono su un piano di parità dinanzi a un giudice imparziale”. Posizioni analoghe sono state espresse dal Consiglio Nazionale Forense e dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che hanno definito la riforma “essenziale per garantire l’imparzialità dei giudici”.

La necessità di assicurare un’imparzialità non solo formale, ma anche sostanziale e percepita, si lega direttamente alle carenze strutturali che affliggono il sistema, le quali richiedono un intervento deciso e non più procrastinabile.

La riforma costituzionale non è un’esercitazione teorica, ma una risposta necessaria a disfunzioni strutturali, ampiamente documentate, che minano l’efficienza della giustizia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La Relazione sullo Stato di diritto 2025 della Commissione Europea offre un quadro impietoso delle patologie che il sistema italiano deve affrontare.

La lentezza della giustizia “costituisce tuttora un grave problema”. In particolare, i tempi per risolvere i contenziosi civili e commerciali sono “i più lunghi nell’UE”, richiedendo in media circa sei anni per una conclusione nei tre gradi di giudizio.

La percezione della corruzione nel settore pubblico “continua ad essere relativamente elevata”. I dati dell’Eurobarometro indicano che l’82% degli italiani la ritiene un fenomeno diffuso, una cifra allarmante se confrontata con la media UE del 69%.

Il sistema soffre di “lacune persistenti” nel personale. Si registra un tasso di carenza del 17% per i magistrati ordinari e del 37% per il personale amministrativo, una situazione che paralizza gli uffici giudiziari.

Questi dati non sono solo numeri, ma la negazione quotidiana del diritto a una giustizia rapida ed efficace. Una magistratura gravata da carenze di organico del 17% e da processi che durano anni non può permettersi l’inefficienza derivante da una carriera indifferenziata. La specializzazione imposta dalla separazione è una leva diretta per ottimizzare risorse scarse e aggredire le lungaggini alla radice, introducendo una logica di efficienza e chiarezza di ruoli oggi assente. Un sistema così inefficiente genera sfiducia e allontana i cittadini dallo Stato, rendendo la riforma non solo opportuna, ma strategica.

Questa urgenza di cambiamento non è avvertita solo a livello istituzionale, ma trova un forte riscontro nella volontà popolare, come dimostrato da recenti consultazioni.

Il dibattito sulla separazione delle carriere non è un’imposizione improvvisa, ma una questione che anima la discussione pubblica da decenni. Proposte di riforma sono state avanzate da commissioni parlamentari, come la “Commissione D’Alema”, e da iniziative di legge popolari, segnalando un’esigenza di cambiamento profonda e trasversale. Questo lungo percorso ha trovato la sua più chiara espressione nella volontà manifestata dai cittadini in occasione dei referendum abrogativi del 2022.

In quella consultazione, il terzo quesito proponeva di abrogare le norme che consentono il passaggio dei magistrati dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa. Il risultato, tra coloro che si recarono alle urne, fu inequivocabile.

Nel referendum del 2022, il 73,26% dei votanti si è espresso a favore della separazione delle funzioni.

Sebbene il quorum non sia stato raggiunto, impedendo l’abrogazione delle norme, il significato politico di quel voto è innegabile. Esso ha rivelato una volontà schiacciante tra i cittadini partecipanti, un orientamento netto verso un sistema in cui i ruoli di giudice e pubblico ministero siano nettamente distinti. Ignorare questa indicazione significherebbe ignorare la voce di milioni di italiani.

Il referendum costituzionale del 2026 offre finalmente l’opportunità di dare attuazione a questa chiara indicazione popolare. Votare “Sì” non significa quindi avallare una riforma imposta dall’alto, ma portare a compimento un percorso democratico che parte dal basso. È la risposta a un’esigenza di chiarezza e terzietà che i cittadini hanno già manifestato. Questa spinta riflette anche il desiderio di superare le tensioni istituzionali che hanno troppo a lungo caratterizzato la giustizia italiana.

La scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere nella primavera del 2026 è un verdetto sul futuro del nostro sistema democratico. Votare “Sì” alla riforma costituzionale significa garantire un processo equo, con un giudice veramente terzo e separato dalla parte che accusa, in piena attuazione dell’articolo 111 della Costituzione, rispondere alle disfunzioni del sistema, promuovendo la specializzazione e la chiarezza dei ruoli come leve per aggredire le intollerabili lungaggini processuali, dare seguito all’indicazione inequivocabile emersa dal referendum del 2022, onorando un’istanza democratica già espressa, chiudere una lunga stagione di conflitti e ripristinare quel clima di “rispetto reciproco fra le varie istituzioni dello Stato” che, come ricordato dalla Prima Presidente della Corte di Cassazione, è condizione indispensabile per alimentare la fiducia dei cittadini.

È importante sottolineare che la separazione delle carriere non è una misura “punitiva” nei confronti della magistratura, ma un passo evolutivo per l’intero sistema-Paese. Si inserisce in una visione organica dello Stato, in cui ogni potere esercita la propria funzione in modo autonomo ma equilibrato, con l’unico fine di tutelare i diritti dei cittadini. La riforma rafforza la magistratura stessa, consolidandone il ruolo a garanzia della legalità e della giustizia.

Per queste ragioni, il voto del prossimo referendum è molto più di una scelta tecnica: è un voto di fiducia nel futuro. Un “Sì” rappresenta un passo coraggioso verso una democrazia più forte, più giusta e un servizio giustizia finalmente più efficiente e vicino alle esigenze reali dei cittadini.

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Usa-Cina, vertice sul futuro del mondo. Gli scenari di Francesco Sisci

La Cina è economicamente e geopoliticamente debole, ma le sue capacità di pianificazione restano robuste. Gli Stati Uniti sono finanziariamente e geopoliticamente più forti, ma rapporti tesi con gli alleati e la mancanza di piani a lungo termine creano spazi di intervento. Pechino potrebbe essere nel mezzo di correzioni politiche.

L’economia cinese può essere descritta con una serie di stime approssimative. C’è quasi il 50% di disoccupazione giovanile. Circa 200 milioni di persone sono nell’economia dei lavoretti (gig economy), cioè circa il 40% dei lavoratori urbani è sottoccupato. Probabilmente ci sono 100 milioni di appartamenti invenduti. C’è sovrapproduzione di tutto. La gente risparmia su tutto perché non esiste uno stato sociale e teme eventi improvvisi e imprevedibili come le epidemie di Covid del 2020-2023, quando il Paese è stato in lockdown per quasi quattro anni. Gli impiegati hanno solo il 40% di reddito disponibile rispetto all’80% dei Paesi sviluppati. Per questo il consumo interno non riparte abbastanza in fretta. Tutti i tipi di sussidio, inclusi quelli di governo centrale, amministrazioni locali e imprese statali (Soe), potrebbe costituire il 15% del debito del bilancio statale. La crescita economica lo scorso anno è stata di circa il 5%; perciò, nel 2025, il rapporto debito/Pil potrebbe essere aumentato del 10% annuo. A questo ritmo, in 4-5 anni il debito totale della Cina potrebbe superare il Pil globale. Per annullarlo, la Cina avrebbe bisogno di crescita e inflazione, ma l’inflazione renderebbe i poveri ancora più poveri, aumentando la volatilità sociale e la propensione alle proteste.

Eppure, il Paese registra un avanzo commerciale annuo di mille miliardi di dollari, insostenibile per il commercio mondiale. È l’unica fonte di soldi/crescita reali. Dopo le recenti epurazioni, quando decine di alti ufficiali sono stati messi sotto indagine, non è chiaro se l’Esercito Popolare di Liberazione sia affidabile o capace di svolgere i suoi compiti. Ma dispone scorte di armi sufficienti a dimostrare una capacità di deterrenza. Le manovre recenti, che hanno mobilitato 1.200 e 2.000 grandi imbarcazioni da pesca in una linea di 500 km davanti al Giappone, hanno dimostrato che una flotta civile può essere mobilitata per obiettivi militari. I vascelli, talvolta grandi quanto fregate, potrebbero proteggere la propria marina militare confondendo attacchi con siluri o missili o speronando navi nemiche. In questo quadro, la guerra russa in Ucraina può essere necessaria per tenere gli Stati Uniti in guardia. Tutto ciò aumenta l’instabilità potenziale.

Esplosioni?

I dati potrebbero far sembrare che la Cina sia sul punto di esplodere. Ma Pechino mantiene un controllo saldo. Esistono massicci controlli della popolazione. L’apparato di partito sa che senza il leader supremo verrebbe delegittimato, quindi lo sostiene, pur temendolo. E lui li tiene sotto stretta sorveglianza. Molti cittadini stanno abbastanza bene, anche se non hanno più la speranza di arricchirsi come decenni fa. C’è sicurezza pubblica, e pochissima criminalità. La maggior parte ha una posizione di riserva in campagna, con una casa e un piccolo podere, e senza tasse per la prima volta in migliaia di anni.

La Cina detiene un quasi-monopolio sugli elementi delle terre rare (Ree). Su molti prodotti ha un vantaggio prezzo-qualità che gli Usa difficilmente potrebbero recuperare senza costi elevati. Centinaia o migliaia di produzioni sono in questa nicchia. La Cina è indispensabile per gli altri ma non ha una vera dipendenza dall’esterno. Potrebbe chiudersi in uno stile semi Corea del Nord, come fece la dinastia Qing prima della Prima Guerra dell’Oppio del 1840.

La Cina non ha bisogno di una vittoria a breve termine; ha bisogno di resistere. Gli Usa hanno bisogno di una strategia a lungo termine per riconquistare il mondo e vincere. Pertanto, data la struttura delle due società, aperta negli Usa e chiusa in Cina, se la Cina interrompesse le esportazioni verso gli Usa, gli Stati Uniti soffrirebbero, si lamenterebbero e protesterebbero. Se lo facessero gli Usa con la Cina, la Cina potrebbe soffrire anche di più, ma non urlerebbe né protesterebbe. La Cina può quindi chiudersi lentamente in stile “Corea del Nord”.

Tuttavia, la chiusura può durare solo per un certo tempo. Se la Cina dovesse andare in modalità “Corea del Nord” per più di un decennio, il presidente Xi Jinping, allora sopra gli 80 anni, potrebbe avere difficoltà a mantenere il Paese unito, e tutto potrebbe disgregarsi dopo la sua scomparsa. Deve trovare una soluzione relativamente presto. Il suo orizzonte, in ogni caso, non è di mesi; è di anni. Può permettersi, e potrebbe essere comodo, di aspettare di vedere come si muoveranno realmente gli Usa dopo il mandato di Donald Trump.

Pertanto, gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia a lungo termine per affrontare la Cina. Senza di essa, gli errori di valutazione sarebbero più probabili e il pericolo crescerebbe in modo esponenziale. La Cina ha destabilizzato l’ordine che gli Usa e i loro alleati avevano stabilito nel 1945 in una parte del mondo, estendendolo poi globalmente dopo la fine della Guerra Fredda nel 1989. Ora è una corsa a chi per primo svilupperà nuove regole per il gioco globale. Il vincitore deve essere complessivamente più forte ma anche offrire regole migliori per includere tutti in un ordine differente.

Ritocchi o ristrutturazione totale

Gli Usa devono reindustrializzarsi e mettere in ordine la propria società e i conti. Non è impossibile; non è nemmeno difficile. Richiede volontà politica a lungo termine e determinazione. Gli Usa stanno meglio perché dovrebbero solo ritoccare l’ordine esistente per tornare in cima. Ma ora sono nel mezzo di una crisi esistenziale; perciò potrebbero non esserne capaci. Pechino non sa come governare il mondo. Attualmente il suo modello sembra essere una ristrutturazione totale e quindi difficoltoso. Sa solo come governare la Repubblica Popolare Cinese (Prc) con il sistema presente, che teme di cambiare. Gli Usa hanno Venezuela, Iran e in parte la Russia dalla loro parte. Sono riusciti a cambiare la leadership in Venezuela, stanno scuotendo l’albero iraniano e hanno messo la Russia alle corde.

Queste sono minacce geopolitiche che potrebbero tradursi in punti di pressione per materie prime ed esportazioni di petrolio. La Cina possiede tutti i vantaggi essenziali nella sua industria d’esportazione. Pertanto, il vertice Trump-Xi di aprile potrebbe essere una pausa: geopolitica contro commercio. Ma alla fine, la Cina può fare a meno della sua geopolitica — pur potendo spingersi alla follia — mentre l’America potrebbe soffrire di più rinunciando alla catena di approvvigionamento cinese.

La Cina ha un piano a breve termine ma obiettivi a lungo termine vaghi. Gli Usa hanno il vantaggio ma mancano di un piano a breve termine, e l’uscita a lungo termine è poco chiara. Gli Usa devono rafforzare la loro economia. Ma se lo fanno a costo di lacerare alleanze e relazioni internazionali, offrono enormi vantaggi che la Cina può sfruttare. I recenti accordi cinesi con Canada ed Ue ne sono un’indicazione. Si sono sentiti sotto pressione e hanno trovato il modo di rivitalizzare il commercio con la Cina, mentre gli Usa si erano fatti più avversari.

Il Financial Times ha sostenuto che le mosse Usa rendono la Cina un modello. I dati sulle esportazioni cinesi del 2025 rappresentano chiaramente questo. Il suo avanzo commerciale ha raggiunto un record di 1,2 trilioni di dollari, nonostante una riduzione del 20% del surplus con gli Usa. Cioè, lo squilibrio commerciale globale con la Cina è peggiorato nonostante i miglioramenti statunitensi. Questo degrada la posizione complessiva degli Usa nel mondo e migliora quella della Cina.

Un’eredità di 50 anni

Negli ultimi 50 anni la Cina ha avuto una crescita e uno sviluppo senza precedenti. Il popolo cinese ha lavorato duramente, il governo ha contribuito, ma il motore principale sono stati gli Stati Uniti. Dagli anni ’70 e poi dagli anni ’80, questi hanno concesso basse tariffe alle esportazioni cinesi verso gli Usa, massicci trasferimenti tecnologici e indirizzo economico tramite consigli della Banca Mondiale. Dopo la repressione di Piazza Tiananmen nel 1989 e poi di nuovo, un decennio dopo, nonostante amare controversie sulla proprietà intellettuale, l’America rifiutò di voltare le spalle alla Cina, accelerando la diffusione della ricchezza e la creazione per la prima volta di una grande classe media cinese. Questo ha cambiato il contesto di ogni rivalità cinese.

Cinesi più ricchi e meno numerosi (a causa del drastico calo delle nascite) sono meno inclini a fare guerra. Sono diventati diversi dai vicini nordcoreani, che hanno mandato volentieri circa 50.000 volontari a morire per la Russia in Ucraina. La contrapposizione della Cina con gli Usa e i vicini cresce, ma una guerra totale sembra per ora improbabile, anche grazie al benessere accumulato negli ultimi 50 anni. In questa pausa, gli Usa avrebbero tempo per rimodellare l’ordine mondiale con piccoli aggiustamenti.

La ristrutturazione globale cinese richiederebbe uno sforzo molto maggiore. Potrebbe riuscirci o fallire, in contrasto inverso con il successo o il fallimento degli Usa. Intanto, fra un decennio circa, cinesi più poveri e più numerosi, liberati dalla politica del figlio unico e con un Paese più potente, potrebbero sentirsi diversamente riguardo alla guerra. Sarebbe il periodo in cui Xi, sugli 80 anni, potrebbe perdere presa sul potere. Il mix potrebbe diventare altamente infiammabile.

Lo stallo politico in Cina

I problemi economici cinesi hanno radici politiche. Ma è difficile affrontarli nella situazione attuale. Potrebbe esserci uno stallo tra Xi e la struttura del partito. Xi ha più potere di qualsiasi leader del partito nella Prc prima di lui. Tuttavia, il suo potere non è assoluto; dipende dalla struttura del partito, e il potere della struttura dipende dal leader supremo. C’è quindi un equilibrio di distruzione reciproca assicurata. Qui, nessuno può permettersi di apparire debole verso l’America, perché l’altra parte attaccherebbe immediatamente, accusando i deboli di tradimento. Attualmente, Xi non avrebbe potere senza la struttura, e viceversa.

Tuttavia, l’equilibrio di potere non è assoluto. Anche in teoria, la struttura non può fare a meno di un leader supremo; quindi, la loro unica via d’uscita sarebbe sostituire Xi con qualcun altro, ma non è facile. In teoria, Xi potrebbe, in parallelo, fare a meno della struttura presente e raggiungere il potere assoluto, come teorizzato da Hanfeizi (filosofo del III secolo a.C.). Non sarebbe facile, ma meno difficile in pratica che sostituire Xi.

Tuttavia, il “potere assoluto” di Hanfeizi va di pari passo con il wu wei, la non-azione — il non-intervento dell’imperatore, che stabilisce la direzione principale dell’impero ma lascia la gestione ai ministri. Hanfeizi fornì infatti il primo commento al Tao Te Ching (Dao De Jing) di Laozi, che teorizzò per primo il wu wei politico.

Ora è impossibile replicare lo schema antico di Hanfeizi, ma la riforma politica e una democrazia moderna potrebbero spezzare l’impasse politico. La struttura del partito dovrebbe essere ulteriormente destrutturata e perdere ancora più potere. Venti o trent’anni fa, quando la Cina era meno importante a livello globale e godeva di simpatia internazionale, Pechino avrebbe potuto promuovere questo tipo di riforme da sola.

Ora che il Paese è diventato più critico in un clima di sfiducia e tensioni globali, possibili cambiamenti interni cinesi impattano l’ordine mondiale e, se condotti da soli, potrebbero spaventare metà del mondo più delle riforme di fatto di Trump negli Usa. Pertanto, Pechino dovrebbe discutere il contenuto delle sue riforme con gli Usa e altri Paesi interessati. Ma al momento non c’è alcuna mossa in questa direzione a Pechino, e il punto morto persiste in mezzo a crescenti tensioni interne.

(Articolo pubblicato su Appia Institute)

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“È morto all’improvviso a 58 anni. Ha avuto incidente, ha sbattuto la testa e la caduta è stata fatale. Sarà per sempre l’uomo più importante della mia vita”: il dolore di Roberta Capua a Verissimo

“È stato l’uomo più importante della mia vita”. Con queste parole Roberta Capua ha raccontato a Verissimo il dolore per la scomparsa dell’ex marito Stefano Cassoli, morto improvvisamente nel 2025. Un lutto che, come ha spiegato la conduttrice, ha colpito profondamente lei e il figlio Leonardo, nonostante la separazione avvenuta due anni prima. Ospite del programma, Capua ha ricostruito quanto accaduto, soffermandosi soprattutto sull’impatto emotivo della perdita. “Bisogna andare avanti, la vita ci fa degli scherzi”, ha detto. “Nel 2023 ho perso mamma e papà. E nel 2025 ho perso il papà di Leonardo. Ci ha lasciato senza fiato”.

La morte di Cassoli, 58 anni, è stata improvvisa: “È accaduto tutto all’improvviso, ed è stato davvero difficile da accettare“, ha spiegato Capua. “Aveva avuto un malore, poi un incidente: cadendo ha sbattuto la testa. La caduta è stata fatale“. L’uomo è rimasto in coma per alcuni giorni prima di morire. “Nessuno era preparato a una cosa del genere”, ha aggiunto. “Era giovanissimo. Questo lutto ha sconvolto le nostre vite”.

Capua e Cassoli erano stati sposati dal 2011 al 2024 e, nonostante la separazione, avevano mantenuto un rapporto costante. “Le separazioni sono sempre conflittuali, ma noi ci siamo sempre sentiti e visti”, ha raccontato. “Sarà sempre il papà di Leo e l’uomo più importante della mia vita”. Un legame che, ha sottolineato, non si è mai spezzato nemmeno dopo la fine del matrimonio. Nel corso dell’intervista, la conduttrice ha parlato anche del percorso condiviso come genitori: “Io e lui siamo riusciti a coronare il sogno di nostro figlio, farlo studiare all’estero”, ha spiegato. Leonardo oggi vive in Spagna, dove ha iniziato una nuova fase della sua vita. “Adesso vive lì, ha iniziato una nuova vita. È più maturo”.

Alla domanda su come il figlio stia affrontando il lutto, Capua ha risposto con cautela ma lucidità: “Vive all’estero, studia in Spagna, e forse il fatto di essere andato via lo sta aiutando un pochino a superare il dolore”. Una distanza che, in questo momento, sembra offrire a Leonardo uno spazio di elaborazione personale. Capua ha concluso tornando sul significato che questa perdita ha avuto per lei: “Questo mi ha fatto capire che la vita va vissuta a pieno, perché è un attimo”, ha detto. “Devi essere felice anche per le piccole cose”.

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Australian Open 2026, notte da big a Melbourne: Gauff, Swiatek e Djokovic. In campo anche Arnaldi, Bellucci e Maestrelli | Orari e dove vedere

La seconda giornata degli Australian Open 2026 entra subito nel vivo con un programma ricchissimo nella notte italiana tra domenica e lunedì 19 gennaio. Sul Centrale di Melbourne scendono in campo Coco Gauff, poi Iga Swiatek e Novak Djokovic nella night session. Tra gli italiani, riflettori puntati soprattutto su Matteo Arnaldi e Mattia Bellucci, impegnati contro due avversari di altissimo livello come Rublev e Ruud, mentre il qualificato Maestrelli proverà a regalarsi un sogno al suo debutto nel tabellone principale di uno Slam. Spicca anche la presenza di Stan Wawrinka, tornato in campo grazie a una wild card. Per vedere in campo Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, ma anche gli altri azzurri, bisognerà invece aspettare l’alba di martedì e gli incontri che chiuderanno il primo turno degli Australian Open nel Day 3.

Australian Open 2026, gli italiani in campo oggi

Dopo un Day 1 con due presenze azzurre (vittoria di Paolini, sconfitta di Cobolli), nella seconda giornata di Melbourne aumentano gli italiani protagonisti nel primo turno. Sono tre quelli inseriti nel programma del Day 2: Matteo Arnaldi, Mattia Bellucci e Francesco Maestrelli. Arnaldi sarà impegnato in un match durissimo contro Andrey Rublev, mentre Bellucci se la vedrà con Casper Ruud. Maestrelli invece entra in scena contro il francese Atmane, 24enne numero 64 al mondo: proverà a sfruttare l’occasione.

Ore 1:00: Matteo Arnaldi (ITA) – Andrey Rublev [13]
Ore 9:00: Mattia Bellucci (ITA) – Casper Ruud [12]
Ore 1:00: [Q] Francesco Maestrelli (ITA) – Térence Atmane (FRA)

Il programma completo del secondo giorno di Australian Open

ROD LAVER ARENA – dalle 1:30

Coco Gauff [3] (USA) – Kamilla Rakhimova
non prima delle 3:30
Mackenzie McDonald – Alex de Minaur [6] (AUS)
non prima delle 9:00
Yue Yuan – Iga Swiatek [2] (POL)
a seguire
Pedro Martinez – Novak Djokovic [4] (SRB)

MARGARET COURT ARENA – dalle 1:30

Daniil Medvedev [11] – Jesper de Jong
Simona Waltert – Amanda Anisimova [4]
non prima delle 9:00
Donna Vekic – Mirra Andreeva [8]
a seguire
Mattia Bellucci (ITA) – Casper Ruud [12]

JOHN CAIN ARENA – dalle 1:00

Nuno Borges – Felix Auger-Aliassime [7]
Jessica Pegula [6] – Anastasia Zakharova
non prima delle 7:00
Yuliia Starodubtseva – Ajla Tomljanovic
non prima delle 8:30
Alexei Popyrin – Alexandre Muller

KIA ARENA – dalle 1:00

Storm Hunter – Jessica Bouzas Maneiro
Matteo Arnaldi (ITA) – Andrey Rublev [13]
Laslo Djere – Stan Wawrinka (WC)
Barbora Krejcikova – Diana Shnaider [23]

1573 ARENA – dalle 1:00

Magda Linette – Emma Navarro [15]
Juan Manuel Cerundolo – Jordan Thompson (WC)
Victoria Mboko – Emerson Jones (WC)
Jiri Lehecka [17] – Adrian Gea (Q)

ANZ ARENA – dalle 1:00

Sofia Kenin [27] – Peyton Stearns
Priscilla Hon (WC) – Marina Stakusic (Q)
Thiago Tirante – Aleksandar Vukic
Denis Shapovalov [21] – Yunchaokete Bu (WC)

Altri campi: le sfide da tenere d’occhio

Francesco Maestrelli contro Térence Atmane | Court 14

Paula Badosa [25] contro Diyas (WC)

Tomas Paul [19] contro Kovacevic

Karolina Muchova [19] contro Cristian

Roberto Bautista Agut contro Shang

Marin Cilic contro Altmaier

Dove vedere in streaming gli Australian Open 2026

Il torneo è un’esclusiva di Warner Bros e non ha una copertura tv in chiaro o sul satellite: l’Australian Open è visibile integralmente in streaming, abbonandosi alle piattaforme discovery+ e HBO Max. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili in streaming anche su Dazn, TimVision e Prime Video Channels.

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Coppa d’Africa, il Marocco sogna con Diaz: oggi contro il Senegal una finalissima di livello mondiale

In Marocco dicono grazie ai bisnonni di Brahim Diaz: è merito della loro storia di emigrazione se il bisnipote, giocatore del Real Madrid e capocannoniere della Coppa d’Africa con 5 reti, indossa la maglia dei Leoni dell’Atlante. Diaz è nato a Malaga, parla solo spagnolo e non mastica né arabo, né francese, le due principali lingue del Marocco. Conosce poco anche del paese, scelto nel calcio dopo essere stato snobbato dalla Roja. Ma in Marocco badano al sodo e sono pazzi di lui: è la grande speranza di rivedere la nazionale campione d’Africa 50 anni dopo l’unico successo nel torneo continentale, nel lontano 1976. La realizzazione del sogno e la giustificazione di investimenti pesanti, che hanno privato di risorse importanti altri settori vitali, passano attraverso la finale di oggi (Rabat, ore 20) contro il Senegal. Un ultimo atto di assoluto livello: il ranking Fifa certifica che si tratta delle migliori nazionali africane. Il Marocco è , il Senegal 14°.

Tremila chilometri la distanza via auto, tra le rispettive capitali, Rabat e Dakar. Bisogna attraversare tutto il Marocco fino all’estremità meridionale, poi il Sahara Occidentale – conteso tra Marocco e la popolazione locale dei Saharawi -, poi ancora la Mauritania. È un passaggio simbolico tra una nazione che guarda all’Europa e il paese più occidentale del continente, uno dei più stabili nella tormentata realtà africana. Due nazioni in cui il calcio scorre nelle vene della cultura moderna. Quella senegalese è stata la prima nazionale a raggiungere i quarti mondiali, nel 2002. Quella marocchina, nel 2022, la prima ad approdare in semifinale.

Diaz e l’ex Liverpool Sadio Mané, decisivo con il gol rifilato all’Egitto nella semifinale del 14 gennaio, sono gli uomini copertina. Mancherà una vecchia conoscenza del nostro calcio, l’ex difensore napoletano Koulibaly, squalificato e uscito per infortunio nel match contro i Faraoni. Non è l’unica assenza pesante del Senegal: fuori, sempre per squalifica, anche il capitano, Habib Diarra. I sostituti dovrebbero essere il centrale Mamadou Sarr dello Strasburgo e Lamine Camara del Monaco. Il Marocco non ha problemi di formazione e la crescita di forma di Hakimi, tornato a pieno regime dopo l’infortunio in Champions, è un valore aggiunto a una squadra che fa dell’equilibrio complessivo e della solidità difensiva i suoi punti di forza.

La vigilia è stata segnata dai timori del Senegal sul versante della sicurezza, espressi dalla federazione di Dakar. I giocatori sono arrivati in treno a Rabat e sono stati assaliti dai tifosi per i selfie, senza il filtro di un cordone di polizia. “Quello che è accaduto non è normale. I miei giocatori avrebbero potuto essere in pericolo. Queste cose non dovrebbero accadere tra due paesi fratelli”, le parole del commissario tecnico del Senegal, Pape Thiaw. La FSF si è lamentata anche dell’hotel, del numero di biglietti riservati ai propri tifosi e del campo di allenamento. L’altro tema caldo in casa Senegal, campione d’Africa nel 2021, è il futuro di Mané. L’attaccante ha annunciato l’addio al torneo continentale dopo l’1-0 sull’Egitto in semifinale. Mané, con 52 gol in 123 gare, è il miglior bomber all time della nazionale di Dakar. “Penso che abbia preso questa decisione a caldo, ma il Senegal non è d’accordo. Anche io, come responsabile della nazionale, non lo sono – ha detto Thiaw -. La decisione non spetta solo a Sadio. C’è un intero popolo dietro di lui e vorrebbe vederlo continuare”.

Il suo collega marocchino, Walid Regragui, ha messo in guardia i suoi: “IL Senegal ha giocato quattro finali di Coppa d’Africa e ha un’enorme esperienza in questo tipo di partite. Sarà una sfida bellissima e speriamo di essere all’altezza del compito. Dobbiamo essere bravi a reggere la pressione perché giochiamo in casa, affrontiamo una squadra fortissima e abbiamo alle spalle una nazione che reclama questa vittoria”.

I cancelli dello stadio Principe Moulay Abdellah di Rabat apriranno cinque ore prima il calcio d’inizio per favorire l’afflusso dei tifosi ed evitare pericolosi assembramenti. Un sicuro trionfatore del torneo è il business: ha generato il più elevato numero di profitti della storia del calcio africano. La Confederazione Africana di Calcio (CAF) ha spiegato che la performance è stata prodotta da una serie di fattori chiave: aumento degli sponsor, crescita dei ricavi derivanti dai diritti di trasmissione televisiva e apertura a nuovi mercati. A livello tv, il torneo ha riscosso successo in Cina, Giappone e Brasile: una platea di 1,752 miliardi di spettatori. Sul fronte degli sponsor, dai 17 dell’edizione 2023 si è saliti a quota 23. Le tasche del calcio continuano a ingrossarsi, anche in Africa.

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“Il divorzio da Gisele Bündchen mi ha messo alla prova, è stato difficile”: lo sfogo di Tom Brady

“Il divorzio da Gisele Bündchen mi ha messo alla prova, è stato difficile. Ora voglio dedicarmi ai miei figli”. È il grande campione di football americano Tom Brady ha confessato difficoltà e patimenti del post separazione dalla ex moglie. Il 48enne ha divorziato dalla ex top model brasiliana nel 2022. Nello stesso anno, dopo 7 Super Bowl vinti, dopo essere diventato leggenda della NFL, Brady si è anche ritirato dallo sport attivo. “La mia ultima stagione è stata dura”, ha spiegato a MLFootball. “Avevo molti problemi in famiglia. Ed è stata una sfida, mi ha messo molto alla prova”.

Dopo venti stagioni giocate con i New England Patriots e infine l’ultima fase della carriera con i Tampa Bay Buccaneer, Brady ha giocato fino ai 45 anni. “Avevo alle spalle 23 anni di carriera, ho pensato che ritirandomi non avrei perso nulla. Volevo passare del tempo con i miei figli, è arrivato il momento di assistere alle loro partite, loro hanno sempre assistito alle mie”. Il campione di football ha tre figli: i due avuti durante il matrimonio con Giselle Bundchen (Benjamin e Vivian) e un figlio precedente, l’oramai 18enne Jack, avuto dall’ex fidanzata, l’attrice Bridget Moynahan.

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Una svolta per l’alfa-sarcoglicanopatia: una ricerca tutta italiana apre alla prima terapia mirata

Per anni è rimasta una diagnosi senza risposte. Una di quelle malattie rare che colpiscono soprattutto i bambini, progrediscono rapidamente e lasciano famiglie e medici senza armi terapeutiche reali. Ora, però, una ricerca italiana pubblicata su Brain apre uno spiraglio concreto: per le forme più gravi di alfa-sarcoglicanopatia potrebbe esistere, per la prima volta, una strategia farmacologica in grado di rallentare la malattia e migliorare la qualità della vita.

La notizia arriva da uno studio tutto italiano. La ricerca, la più ampia mai condotta sull’alfa-sarcoglicanopatia, è stata coordinata da Lizzia Raffaghello, responsabile del Laboratorio di Oncologia Molecolare e Angiogenesi dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, e da Claudio Bruno, responsabile del Centro Traslazionale di Miologia e Patologie Neurodegenerative dell’IRCCS Istituto Giannina Gaslini, con la collaborazione di Adriana Amaro, ricercatrice del Laboratorio della Regolazione dell’Espressione Genica dell’IRCCS San Martino, per le analisi genomiche e bioinformatiche. La ricerca ha coinvolto ricercatori e clinici di nove centri italiani, un francese e un tedesco e ha permesso di raccogliere i dati di 16 pazienti con alfa-sarcoglicanopatia.

L’alfa-sarcoglicanopatia è una rara distrofia muscolare a trasmissione genetica recessiva, caratterizzata da esordio precoce, spesso in età infantile, e da una progressione rapida che porta alla perdita dell’autonomia motoria. Nei casi più severi, il danno muscolare coinvolge anche la respirazione, compromettendo in modo significativo la qualità e l’aspettativa di vita. Fino a oggi, però, non esisteva alcuna terapia mirata: solo interventi riabilitativi e di supporto.

“L’alfa-sarcoglicanopatia è una distrofia muscolare rara, a trasmissione genetica recessiva, che appartiene a un gruppo molto eterogeneo di distrofie muscolari che coinvolgono i muscoli dei cingoli pelvico e scapolare. Queste distrofie possono però intaccare anche muscoli differenti, andando a colpire la muscolatura respiratoria – spiega Claudio Bruno, responsabile clinico –. Nello specifico, l’alfa-sarcoglicanopatia è causata dal difetto della proteina sarcoglicano di tipo alfa, che si trova nella membrana della cellula muscolare e il cui ruolo è quello di conferirle stabilità e protezione dai danni che si sviluppano durante la contrazione muscolare. Quando questa proteina viene a mancare, la membrana diventa fragile e basta poco per romperla e attivare il sistema immunitario, scatenando l’infiammazione”.

Proprio sull’infiammazione si concentra lo studio. Analizzando le biopsie muscolari dei 16 pazienti tramite sequenziamento genomico e analisi bioinformatiche – curate da Adriana Amaro, ricercatrice dell’IRCCS San Martino – il team ha osservato una netta differenza tra forme lievi e forme gravi della patologia. Nei casi più severi emerge una forte attivazione di geni legati ai processi infiammatori, con un’elevata presenza di cellule immunitarie pro-infiammatorie.

“È la prima caratterizzazione molecolare così approfondita dell’infiammazione nell’alfa-sarcoglicanopatia”, sottolinea Lizzia Raffaghello. “Nelle distrofie muscolari l’infiammazione è un motore fondamentale della progressione della malattia, ma finora questo aspetto non era mai stato studiato in modo sistematico nelle sarcoglicanopatie. Il nostro lavoro colma questo vuoto”. Il dato più rilevante emerge dal confronto con altre patologie neuromuscolari: il profilo genetico delle forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia risulta sorprendentemente simile a quello della distrofia muscolare di Duchenne, per la quale da anni si utilizzano corticosteroidi come terapia di riferimento. Al contrario, i pazienti con forme lievi mostrano una firma molecolare simile a quella di soggetti sani.

Questa somiglianza consente “di considerare – aggiunge Raffaghello – una terapia antinfiammatoria per le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia simile a quella di riferimento per la Duchenne, basata su corticosteroidi, che potrebbe aiutare a rallentare la progressione della malattia. Inoltre, aver identificato dei biomarcatori che distinguano le forme gravi da quelle lievi permette anche di personalizzare meglio le terapie e suggerire il trattamento solo ai pazienti con forma grave ed escludere invece quelli con manifestazioni moderate, che non ne trarrebbero beneficio”.

Un ulteriore risultato riguarda l’identificazione di biomarcatori capaci di distinguere con precisione le forme gravi da quelle lievi. Un passaggio cruciale per una medicina personalizzata: “Aver identificato dei biomarcatori che distinguano le forme gravi da quelle lievi permette anche di personalizzare meglio le terapie e suggerire il trattamento solo ai pazienti con forma grave ed escludere invece quelli con manifestazioni moderate, che non ne trarrebbero beneficio”, aggiunge Raffaghello.

Ad oggi, le alternative terapeutiche sono state limitate. “È una distrofia su cui sono stati svolti pochi studi e che ad oggi non ha un protocollo terapeutico specifico. Esistono solamente trattamenti riabilitativi volti a evitare i danni più gravi associati alla malattia, ma che non curano la malattia. Sono stati condotti tre trial clinici, ad oggi tutti terminati, che hanno studiato come limitare la progressione della malattia inserendo il gene dell’alfa-sarcoglicano in vettori adenovirali per reintrodurre il gene mancante e ripristinarlo, ma mancano ancora i dati completi sull’efficacia e sulla sicurezza – afferma Bruno –. Il nostro lavoro rappresenta dunque il primo passo per un possibile trattamento farmacologico dell’alfa-sarcoglicanopatia, che potrebbe rallentare la progressione della malattia dei pazienti, molto spesso bambini. Per raggiungere questo importante risultato è stata determinante la stretta collaborazione tra clinici, biologi cellulari e molecolari e bioinformatici, nonché la disponibilità di tutti i centri collaboranti di fornire prezioso materiale bioptico”.

Lo studio

Valentina Arcovio

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“In Olanda ho trovato lavoro a 40 anni, pentito di non essere partito prima. Qui senso di civiltà e gentilezza che in Italia mancano”

“In questi anni ho visto tanti italiani venire qui in Olanda con l’idea di trasferirsi o con buoni propositi. Non mi sento di consigliare un Paese in particolare, ma sono sicuro che in nord Europa ci siano grandi opportunità”. Quando guarda indietro, tira il fiato e capisce come si è realizzato in Olanda, dove Mauro è arrivato a 40 anni e per questo spesso si rammarica di “non esser partito prima”. Dopo dieci anni ad Amsterdam il confronto è inevitabile: “Mi fa tristezza vedere il nostro come un Paese che regredisce. Forse avremmo bisogno di un bagno di umiltà”.

Originario di Pescara, Mauro Rizzello inizia la sua storia lavorativa nel ‘97, con quella che lui definisce, un’occasione unica: il primo impiego, da neodiplomato, come perito tecnico industriale in un’azienda farmaceutica della città, che aveva appena concluso una joint venture con un una multinazionale Usa. “Ero giovane, i turni non erano un problema, anzi, mi concedevano molto tempo libero”, ricorda. I primi cinque anni passano senza problemi e, grazie all’ottimo contratto e stipendio, a 25 anni compra casa. Le cose cambiano il sesto anno, quando, tra turni rimescolati, concorrenza globale e colleghi disperati per l’ambiente sempre più teso, Mauro decide di dare le dimissioni: lascia quello che tutti i suoi amici vedono come un lavoro sicuro, una miniera d’oro, per cambiare vita. È il 2009 quando parte per il Canada. “Avevo 35 anni, età massima per accedere al working holiday visa di sei mesi – racconta –. Un’esperienza che mi segnò profondamente”.

Quando rientra in Italia allo scadere del visto, a Mauro sembra di tornare indietro nel tempo. L’idea era quella di affrontare la scalata burocratica che lo avrebbe riportato in Canada ma, grazie a un amico che gli segnala un nuovo progetto a Brescia si apre subito una porta interessante come responsabile di magazzino per la privatizzazione delle cucine all’interno agli Spedali civili di Brescia. “Era la prima struttura al mondo, in un centro grandi cotture, a sperimentare la cucina sottovuoto”. Un’ottima posizione con molti benefici a seguito. Eppure, nei cinque anni di lavoro a Brescia per Mauro il pensiero per il Canada non viene mai meno. “Mi mancava quel senso di civiltà, quell’integrazione sociale, quella gentilezza delle persone che in Italia mi sembravano lontane anni luce”. Così nel 2015 arriva la decisione di lasciare l’Italia nuovamente: partendo da Brescia con “la macchina carica”, a dicembre, a 40 anni, Mauro è ad Amsterdam.

La capitale olandese è una città “multiculturale” e lui si sentire subito a casa. “Certo, all’inizio non è stato facile, su questo devo essere onesto”, ricorda. “La carenza di abitazioni in Olanda è il problema più grande, ma dopo un anno e mezzo avevo già comprato casa”. Dopo essersi iscritto a una scuola ROC (l’equivalente del “nostro istituto professionale”), Mauro comincia a studiare l’olandese; contestualmente, i funzionari statali lo aiutano a inserirsi nel mondo del lavoro con la traduzione del curriculum e, “fondamentale qui in Olanda”, con la creazione del profilo su Linkedin. Nel settore tecnico sicuramente questo “è il mezzo migliore per trovare lavoro – continua Mauro –. Ricevo proposte quasi ogni giorno”. Ed è proprio grazie alla piattaforma che Mauro approda in un brand di automotive particolarmente innovativo: “Sono stati loro a trovarmi”, racconta. I primi cinque anni lavorando come servizio tecnico sono “incredibili”: “Dopo un mese ho potuto comprare casa, a 7 minuti di bici dalla sede di lavoro e con un bonus di 90 euro al mese come incentivo a utilizzare la bicicletta”. Dopo tre anni è accettata la richiesta di lavorare quattro giorni alla settimana invece di cinque.

In Olanda è cosa piuttosto normale poter scegliere quante ore lavorare, aggiunge. “Ho sempre trovato grande rispetto negli ambienti lavorativi, avvertendo la volontà di creare spazi multiculturali e piacevoli. Una cosa che, paradossalmente, mi ha messo in difficoltà è rispondere alla fatidica domanda ‘qual è la tua richiesta di stipendio?’, oltre che abituarmi a un confronto aperto o all’avanzare delle richieste all’azienda”.

Certo, il costo della vita in Olanda può sembrare più caro, ma vanno fatte le dovute proporzioni. In primis, il Paese produce ed esporta energia, quindi utilizzare l’elettrico “conviene molto rispetto al gas”. In Olanda, inoltre, continua, “non esistono canone TV, bollo auto, pedaggio autostradale e tassa sui passaggi di proprietà”. I datori di lavoro spesso coprono le spese di viaggio e se usi la bici si riducono notevolmente. Ma la vera differenza sono gli stipendi che “qui sono decisamente più alti e ogni anno c’è l’aumento in base all’inflazione”.

Oltre all’arricchimento delle conoscenze, lavorare per la multinazionale di automotive è stata anche un’opportunità economica considerando che l’azienda rilascia azioni ai suoi dipendenti in diverse momenti dell’anno. “Avevo 44 anni: spesso pensavo che in Italia a quell’età ero fuori dal mercato del lavoro già da tempo. Mi sembrava di aver fatto un balzo nel futuro”. Poi, visto il coinvolgimento politico del fondatore, cresce il malcontento in azienda, e Mauro si dimette come molti atri suoi colleghi. La decisione di lasciare non è stata molto difficile. “Continuavo a ricevere giornalmente proposte molto interessanti e Bianca, (la sua compagna, recruiter), mi faceva notare come fosse normale qui in Olanda rimettersi in gioco a qualsiasi età”. Oggi, a 51 anni, Mauro lavora per un’azienda giovane che si occupa di trasformare barche e veicoli industriali da diesel a elettrico. L’ambiente è disteso, rilassato, “ci divertiamo molto”, diversi investitori “si sono recentemente avvicinati”. Insomma, nessun pensiero di cambiare aria.

In Italia ci torna volentieri in vacanza. Anzi, il prossimo anno lui e Bianca si sposeranno in Puglia, a Polignano a Mare. Ma ogni volta che torna, spiega Mauro, non riesce a non far caso ai problemi, alle strade piene di buche, alla sporcizia, alla maleducazione. “Bisogna prendere atto che non siamo più i migliori produttori di auto e moto, non siamo più i migliori nel campo della moda, non siamo più i grandi costruttori dell’antica Roma. L’Olanda – conclude – mi ha cambiato molto: dopo dieci anni, oggi credo di sentirmi più olandese che italiano”.

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Sepoltura per i cittadini musulmani, ancora ostacoli in Italia. E in assenza di aree resta solo il rimpatrio della salma

Morire e non essere sepolti. I corpi adagiati in una cella frigorifera, in un obitorio o su una barella che nessun Comune sa dove collocare. Succede oggi, in Italia, soprattutto ai cittadini di fede islamica, per i quali il diritto alla sepoltura dipende dal luogo in cui si muore, dalla disponibilità di un sindaco o da una deroga concessa all’ultimo momento. Negli ultimi giorni del 2025, il decesso di tre persone ha riportato alla luce un tema che da anni resta ai margini della cronaca. La Regione non è competente. I Comuni sono autonomi. Lo Stato si limita a fissare le regole generali. Nel mezzo, il problema resta: i morti di fede islamica non trovano un luogo dove essere sepolti, mentre le istituzioni si rimpallano le responsabilità.

L’ultimo rimpallo di responsabilità si registra in Lombardia. Dopo l’appello lanciato nei mesi scorsi da Abdullah Badinjki, assessore del Comune di Paullo, l’ufficio del presidente Attilio Fontana, interpellato da ilfattoquotidiano.it, ha risposto tramite la Direzione generale Welfare: Il riferimento è al DPR 285 del 1990, regolamento nazionale di polizia mortuaria. “La norma assegna ai Comuni la responsabilità della costruzione dei cimiteri attraverso i piani cimiteriali. La regione Lombardia non ha contezza degli spazi dedicati alle sepolture, perché parte integrante dei piani comunali definiti autonomamente dai sindaci”. Una risposta formalmente corretta, ma politicamente elusiva. La legge italiana prevede infatti che una persona possa essere sepolta esclusivamente nel Comune di residenza o in quello in cui è avvenuto il decesso. L’Islam, inoltre, vieta la cremazione e la tumulazione: il corpo deve essere inumato, con il volto rivolto verso la Mecca. Quando mancano aree dedicate, l’unica alternativa diventa il rimpatrio della salma. Anche quando la volontà del defunto e della famiglia è opposta.

È da qui che nasce l’appello di Badinjki, che non contesta la norma statale, ma il suo effetto concreto. “Il richiamo al DPR 285/1990 è corretto, ma va collocato nel suo perimetro reale. Il regolamento individua nei Comuni i soggetti attuatori, ma non esaurisce il ruolo delle Regioni, che possono integrare la disciplina attraverso indirizzo, coordinamento e programmazione”, replica l’assessore. “La sepoltura non è un servizio tecnico: è un diritto fondamentale che la Regione è chiamata a garantire, intervenendo dove c’è una mancanza dei comuni. Questa non è una battaglia politica né ideologica”. Secondo Badinjki, ridurre la questione a un problema di competenze significa ignorare il nodo politico: “Affermare che la Regione non abbia responsabilità perché i piani cimiteriali sono comunali significa trasformare il DPR in una norma di esclusione. Quando emerge una criticità strutturale, il governo del sistema impone un’assunzione di responsabilità, non un arretramento”.

Il dibattito istituzionale, però, ha conseguenze molto concrete. Negli ultimi giorni dello scorso anno, nel Sud-Est milanese, tre cittadini musulmani sono morti senza che fosse immediatamente disponibile un luogo di sepoltura. In un caso, la salma è stata rimpatriata solo grazie a una colletta della comunità, che ha raccolto tra i cinque e i seimila euro necessari. In un secondo caso, la sepoltura è avvenuta a San Donato Milanese esclusivamente perché il decesso è avvenuto nell’ospedale del Comune, uno dei pochi dell’area metropolitana di Milano ad aver adeguato il piano cimiteriale. Nel terzo caso, la salma è rimasta ferma per giorni prima di trovare posto a Bergamo, grazie a una deroga. “È inaccettabile che la morte diventi un problema logistico”, denuncia Badinjki. “Il diritto alla sepoltura non può dipendere dalla casualità di un ricovero o dal Comune in cui si muore”.

Il problema non riguarda solo la Lombardia. Secondo i dati di Fondazione ISMU, in Italia vivono circa 1,7 milioni di musulmani; 368mila risiedono in Lombardia, pari al 26% e il problema è diffuso da nord a sud. “Parliamo di seconde e terze generazioni”, sottolinea Badinjki. “Continuare a considerare il rimpatrio come soluzione ordinaria è semplicemente irreale. A livello nazionale lo conferma Yassine Baradai, presidente dell’Ucoii. “Abbiamo casi di salme ferme nelle celle frigorifere da venti giorni, tra gli ultimi uno di questi giorni in provincia di Padova, perché non si sa dove seppellirle. Succede in tutta Italia”, racconta. “Non è una questione religiosa o ideologica: è il diritto al lutto. Un figlio deve poter piangere suo padre vicino a casa”. Il quadro normativo, osserva Baradai, già consentirebbe soluzioni: “Il DPR del 1990 prevede la possibilità di individuare spazi per i defunti di altre confessioni. I requisiti sono minimi, non servono lavori né costi aggiuntivi. Spesso manca solo la volontà politica”.

La richiesta è sostenuta anche da una petizione pubblica, lanciata nel 2022 sempre da Badinjki , “Musulmani, la fatica di morire ed essere seppelliti in Italia”, che ha raccolto quasi 15 mila firme. Voci che non sembrano essere riconosciute. “Questo tema viene rimosso dal dibattito pubblico perché non porta consenso”, conclude Badinjki. “Ma è destinato a diventare esplosivo. Le seconde e terze generazioni sono già qui. Continuare a ignorarlo significa accettare che, nel 2026, in Italia si possa ancora morire senza sapere dove essere sepolti”. Un segnale che la domanda sociale esiste. Resta la risposta delle istituzioni. Per ora affidata a un rimpallo di competenze che, mentre si discute di chi deve fare cosa, continua a lasciare qualcuno senza un posto dove essere sepolto.

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Denunciò in una intervista le difficili condizioni delle carceri, agente sospeso per sei mesi. Ma il Tar sospende il provvedimento

Sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio per aver rilasciato un’intervista in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. È quanto accaduto a un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: lo si apprende dall’ordinanza con cui il Tar ha sospeso l’efficacia della sanzione disciplinare, accogliendo il suo ricorso cautelare in attesa del giudizio di merito. Per i giudici potrebbe trattarsi di un caso di whistleblowing, perché l’agente ha segnalato “violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica”.

La vicenda parte ad agosto 2024, quando l’agente scelto rilascia al TG5 un’intervista con il volto oscurato (per garantirsi l’anonimato), in cui ripercorre i disordini avvenuti in carcere dall’inizio dell’anno, denunciando la cronica carenza di unità nel personale penitenziario e il sovraffollamento dell’istituto. Sono i giorni immediatamente successivi alle rivolte scoppiate in simultanea nel carcere delle Vallette e nel penitenziario minorile Ferrante Aporti, quest’ultimo messo a ferro e fuoco da una decina di detenuti, poi condannati a pene fino a 4 anni e 8 mesi per devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

Alla fine ci sono sei poliziotti feriti, arredi danneggiati e interi padiglioni dichiarati inagibili. Il servizio va in onda il 7 agosto e di lì a poco il Dap avvia un procedimento disciplinare nei confronti dell’intervistato, dopo averlo identificato. Come? “L’Amministrazione – si legge nel provvedimento – è stata messa in condizione di riconoscere il dipendente a seguito dell’invio, da parte dell’emittente televisiva, del video in forma integrale (senza alterazione della voce), nel corso del quale il ricorrente, seppur per un breve istante, mostra il volto”.

Nella missiva inviata alla redazione per chiedere il filmato, il Dap accampa “esigenze di rito”. Al termine dell’iter, al poliziotto viene inflitta la sospensione nel massimo previsto (il range va da 1 a 6 mesi), nonostante fosse alla prima contestazione in diversi anni di carriera. Inoltre, secondo il suo avvocato, Maria Immacolata Amoroso, l’Amministrazione non avrebbe nemmeno tenuto conto delle condizioni di salute dell’agente, che al momento delle rivolte e dell’intervista era da poco tornato in servizio dopo un lungo periodo di malattia per problemi cardiaci da stress lavoro-correlato.

Ora la decisione del Dap è andata incontro a una prima censura, sebbene prudenziale. Esulta l’Osapp, sindacato che da tempo denuncia il sovraffollamento, la carenza di organico, i rischi per l’incolumità e le mancate manutenzioni nelle carceri. “La pronuncia costituisce un passaggio significativo nel rafforzamento delle tutele per i lavoratori pubblici che, nell’interesse collettivo, scelgono di segnalare disfunzioni e situazioni di rischio all’interno dell’amministrazione, anche mediante forme di divulgazione pubblica, in assenza di riscontri adeguati dai canali istituzionali”, si legge in una nota. L’avvocato dell’agente (che assiste anche l’Osapp), dal canto suo, ha espresso “soddisfazione per il provvedimento adottato, che rappresenta un’importante affermazione del principio di legalità, trasparenza e responsabilità nel pubblico impiego, nonché una garanzia fondamentale per la libertà e la dignità dei dipendenti pubblici”. Interpellata da ilfattoquotidiano.it, aggiunge: “Il Dap ha agito anche in malafede, acquisendo un video che non avrebbe mai potuto acquisire senza un provvedimento dell’autorità giudiziaria. È inammissibile”. Nel 2025 al Lorusso e Cutugno di Torino si sono verificati quattro suicidi, il tasso di sovraffollamento è attestato intorno al 130% e l’ultimo bilancio parla di una quarantina di agenti feriti a seguito di aggressioni o disordini.

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“Per i ragazzi oggi avere una lama in tasca è normale come prima la sigaretta. È un completamento disfunzionale della maschilità”

“Non si era mai vista così tanta violenza prima d’ora tra i ragazzi. È venuta a mancare la percezione del senso del limite oltre ad esserci un vuoto etico spaventoso. Oggi avere una lama in tasca è normale e glamour”. A parlare, dopo gli ultimi episodi di aggressioni che hanno coinvolto dei giovani è Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, uno dei maggiori esperti del mondo adolescenziale in Italia. Da oltre vent’anni si occupa di ragazzi, di famiglie, dell’età evolutiva. Basti citare i titoli di alcuni suoi libri: “La vita accade. Una storia che fa luce sulle emozioni maschili”; “Allenare alla vita. I dieci principi per ridiventare genitori autorevoli” e l’ultimo “Pronti per il grande salto. Come vivere la scuola media e gestire ansia, emozioni e nuove sfide” (tutti Mondadori). Di fronte all’omicidio per accoltellamento del 18enne in una scuola a La Spezia, al ferimento di un 17enne a Sora davanti al liceo artistico e al 16enne colpito con un’accetta da un coetaneo a Perugia, Pellai analizza le radici del fenomeno.

Siamo davvero di fronte a un nuovo fenomeno che deve preoccuparci o è solo la reiterazione di un atteggiamento che gli adolescenti hanno sempre avuto, amplificato dai media?
La violenza è sempre stata un canale di espressione, di affermazione disfunzionale di sé ma oggi ci sono modalità mai viste. C’è una normalizzazione dell’uso delle armi bianche che non abbiamo mai registrato negli ultimi quarant’anni. Tempo fa per una ragazza si faceva a botte non si adoperava un coltello per ammazzare.

A cosa è dovuto questo smoderato uso di armi da taglio? Tutta colpa delle serie televisive, dei social?
Dobbiamo riflettere sul fatto che le lame sono tutte in mano ai maschi. Possedere una lama è una prosecuzione o un completamento chiaramente disfunzionale della propria maschilità. Ma chi gliel’ha insegnato? Dove hanno imparato che mettere una lama nello zaino è normale o persino desiderabile? Il cosiddetto “ferro” così raccontato nelle serie TV è un concetto che è entrato a far parte degli adolescenti. Altro aspetto da considerare: quando un ragazzo mette un coltello nello zaino non lo fa pensando che lo userà ma quella lama è una protesi come un tempo lo era la sigaretta in bocca. Quando penso che in tre secondi, un giovane scarica tutta la sua rabbia trasformando la sua esistenza in anni di galera, credo che oggi vi sia una crescita dove l’emozione diventa azione senza alcun filtro valoriale, etico. Manca un lavoro sulla significazione, sulla riflessione intorno alle implicazioni e alle conseguenze dei propri gesti.

Quei coltelli li hanno con sé per difendersi, perché hanno paura o per attaccare, per aggredire?
La lama è solo un costruttore di significati. Vale sempre la pena di citare tre processi importanti: la desensibilizzazione, la normalizzazione, la glamourizzazione. La sensibilità fisiologica, la paura di un coltello è il primo fattore di protezione. Se non c’è più questa sensibilità diventa normale avere un’arma bianca in tasca. Non solo. E’ così comune da diventare desiderabile, glamour. A questo punto nessuno più urla al mondo se un compagno di classe ha un coltello con sé. Dovremmo davvero fare un profondo lavoro sulla cultura associata ai ruoli di genere tra i maschi.

Manca anche la percezione delle regole e delle conseguenze del non rispetto di esse?
È così, non c’è più il senso del limite e c’è un vuoto etico spaventoso. Un tempo quel comandamento “Non uccidere” seppur non lo sceglievi ti veniva imposto, entrava nella psiche. Prima di togliere la vita a qualcuno c’era una barriera tra la pulsione e l’azione. Ora per alcuni sottogruppi tutto ciò non esiste più.

Il governo è pronto a mettere in campo un pacchetto sulla sicurezza che prevede tolleranza zero sui coltelli. Può bastare?
Quella è la prevenzione secondaria o terziaria: un lavoro sul soggetto ad alto rischio. Serve anche l’educazione emotiva, affettiva, civica, etica, valoriale, empatica. E’ urgente un’educazione preventiva che renda la competenza più appetibile della prepotenza.

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Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini

L’aggressione a Chiara Poggi potrebbe essere iniziata in cucina e non sull’ingresso della villetta di via Pascoli a Garlasco. È questa la conclusione preliminare di una nuova consulenza tecnica commissionata dalla famiglia della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi vent’anni e sull’inchiesta condotta dalla procura di Pavia nel tentativo di riscrivere il delitto. Un’ipotesi quello dell’assalto alla giovane su cui il team legale, che da sempre assiste la famiglia della 26enne, aveva già formulato nel 2009. Quando era ancora lontana la sentenza definitiva ad Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima.

L’elaborato, che sarà consegnato la prossima settimana agli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali di madre, padre e fratello della vittima, è stato realizzato da Dario Redaelli, ex poliziotto ed esperto di analisi della scena del crimine. La consulenza ribadisce una tesi sostenuta dalla parte civile fin dal primo processo ad Alberto Stasi, celebrato nel 2009: il litigio culminato nell’omicidio non sarebbe avvenuto sull’uscio dell’abitazione, come ricostruito all’epoca dal Ris dei carabinieri, ma all’interno della cucina. Lì dove è stato recuperato un sacchetto della spazzatura con rifiuti di una colazione che non erano stati analizzati prima. I test genetici, condotti dalla perita Denise Albani nominata dalla giudice per le indagini preliminari, hanno confermato che su quei resti c’è il Dna di Chiara e di Alberto Stasi, in particolare sulla cannuccia del brick dell’Estathé.

La rimasterizzazione

Il lavoro di Redaelli si fonda su una nuova analisi Bpa (Bloodstain Pattern Analysis) delle macchie e degli schizzi di sangue presenti sulla scena del crimine, rianalizzata nella nuova indagine ancora dai carabinieri. L’elemento di novità risiede nella cosiddetta “rimasterizzazione” delle immagini: fotografie scattate nel 2007 sono state rielaborate con software di ultima generazione, in grado di migliorare la definizione e la leggibilità dei dettagli.

Questi dati sono stati poi incrociati con alcuni elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli e svoltosi tra maggio e dicembre scorsi. Incidente probatorio che ha concluso, per quanto riguarda il materiale sulle unghie, per una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio. Un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità” il cui risultato “non è consolidato” e che per la difesa del 37enne indagato “vale zero”.

Colazione con l’assassino

Gli inquirenti pavesi ritenevano già da mesi i rifiuti, non analizzati precedentemente, i resti della colazione fatta da Chiara con l’assassino: la colazione della mattina del delitto e non alla sera precedente o ai giorni prima, quando Chiara Poggi e Stasi avevano consumato due pizze d’asporto. Nei verbali del 2007, Stasi aveva dichiarato di aver bevuto una birra portata da casa, poi ritrovata ancora parzialmente piena nel frigorifero.

Un altro filone di approfondimento riguarda i gioielli indossati da Chiara Poggi il giorno dell’omicidio. Si tratta di quattro braccialetti, due orecchini con perla, una collana con ciondolo, una cavigliera e un orologio, restituiti alla famiglia solo nel 2019, dodici anni dopo il delitto, su disposizione della Corte d’assise d’appello di Milano. Anche su questi oggetti la famiglia Poggi ha commissionato specifiche analisi, nel tentativo di chiarire ulteriormente la dinamica dell’aggressione. Gli esiti della nuova consulenza, per ora preliminari, non sono stati ancora depositati. I legali Tizzoni e Compagna valuteranno in una fase successiva se produrli formalmente alla conclusione delle indagini preliminari su Andrea Sempio, i cui termini scadono il 24 gennaio, salvo eventuale richiesta di proroga da parte della Procura di Pavia. In alternativa, il materiale potrebbe confluire in una eventuale istanza di revisione del processo che la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio – potrebbe presentare nei prossimi mesi alla Corte d’appello di Brescia.

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“Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore”

“Le sentenze su Alberto Stasi rimangono granitiche, non sono state scalfite dall’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non si limita a metterle in discussione ma mira a demolirle, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che, in qualche modo, attribuiscono alla Procura di Pavia determinati risultati, determinate indagini”. A pochi giorni dall’attesa chiusura delle indagini sul delitto di Garlasco che vede iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi, risponde alle domande del FattoQuotidiano.it sulle fasi finali dell’inchiesta penale più mediaticamente seguita degli ultimi anni.

In questa intervista, l’avvocato ripercorre i momenti cruciali dell’inchiesta, analizza l’impatto dell’incidente probatorio e riflette sulla gestione del caso da parte delle istituzioni, sottolineando la solitudine della famiglia Poggi di fronte a un sistema giudiziario che, secondo lui, ha spesso ceduto alla pressione pubblica. Un giudizio durissimo quello del legale sugli ultimi mesi: “Si è preferito, quindi, la via breve del ‘golpe giudiziario per via mediatica‘, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide”.

Avvocato, in vista della fase finale dell’indagine bis su Andrea Sempio, cosa vi aspettate in relazione all’incidente probatorio?
Ci riserviamo di fare ulteriori considerazioni, ma ci sembra di capire che, purtroppo, la Procura di Pavia stia ancora cercando di mettere in discussione la sentenza di condanna di Stasi, nonostante sia passata in giudicato. Il lavoro della Procura, che sta andando avanti da oltre tre anni e mezzo, ha dato l’impressione di cercare un percorso alternativo rispetto alla responsabilità di Stasi, incentrato sulla figura di Andrea Sempio. Quest’ultimo, ricordiamolo, fu indagato e archiviato nel 2017, nel 2020 citato in altra indagine a carico di ignoti pure archiviata. Dico questo per dire che sostanzialmente il signor Sempio è sotto l’occhio della Procura Pavese dal dicembre del 2016 ad oggi. Tutto sommato un record per quanto riguarda l’indagine su un singolo soggetto per un delitto per il quale lo Stato ha già accertato il colpevole. Ricordiamo poi che la Corte d’Appello di Brescia ha sostanzialmente sempre respinto le istanze di revisione di Stasi e nel secondo caso, nel 2020-21, anche la Cassazione.

La parte civile come procederà?
A fronte di tutto ciò, noi non possiamo fare altro che fare riferimento agli elementi concreti che emergono dall’incidente probatorio. Non abbiamo alcuna visibilità diretta su come la Procura di Pavia stia gestendo il caso, ma, da quanto emerge dalle dichiarazioni pubbliche e dalle veline, è evidente che ci sia una sorta di incomprensione della posizione della famiglia Poggi, che ha sempre sostenuto la colpevolezza di Alberto Stasi sulla base di elementi concreti. Non sono mai stati messi in discussione i tre pilastri a carico di Stasi, cioè l’impronta sul dispenser portasapone, la bicicletta e le tracce di DNA di Chiara Poggi sui pedali scambiati e il falso racconto di Stasi quale scopritore del corpo della fidanzata. Gli elementi a carico di Stasi rimangono immutati, solidi e assolutamente non messi in discussione.

Il tema dei pedali e del falso racconto dello scopritore sono stati cruciali.
Il tema dei pedali, sì. Si capisce che la difesa Stasi e i media non hanno, ancora una volta, saputo aggirare questo pilastro che porta Stasi alla sua condanna, ma soprattutto ogni volta sorrido perché nessuno menziona mai un dato statistico, cioè lo 0,000002% di probabilità che avrebbe avuto Stasi di attraversare la scena del crimine ed in particolare la zona vicino alla scala che conduce in cantina senza lasciare le tracce della scarpa Lacoste.

Ha fatto riferimento a “veline”: cosa intende?
Si è assistito in maniera assolutamente inusitata da marzo a oggi a una sistematica fuga di notizie che vanno dall’aver annunciato al TG1 la famosa impronta 33 (data per insanguinata, ma che non lo è, ndr) fino all’altro giorno: ancora il TG1 che diceva che gli investigatori avrebbero fatto delle verifiche sul computer di Chiara Poggi avvedendosi dell’inserimento di una password. Come abbiamo più volte denunciato si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione. Per questo motivo abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi sollecitando un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del PC di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca. Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio, come già successo per l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto e risultato a sua volta riferibile ad Alberto Stasi. Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile ad una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia.

In merito alla consulenza sulla scena del crimine, come si sposa la vostra teoria secondo cui l’aggressione sarebbe iniziata in cucina, e cosa ne pensate dei risultati genetici riguardanti Alberto Stasi?
Già nel 2009, quando ci siamo occupati del caso, avevamo ipotizzato che l’aggressione fosse iniziata in cucina e poi si fosse spostata nel breve corridoio che conduce alla scala dove Chiara è stata scaraventata. La scena del crimine, secondo noi, ha avuto uno sviluppo in questo modo e il DNA di Stasi sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore che colloca Stasi nella casa quella mattina. Per quanto riguarda i risultati genetici, i dati sono chiari. Non si tratta di un’ipotesi, ma di una certezza processuale. Il DNA di Stasi è stato trovato sulla cannuccia dell’Estathè, confermando che era presente la mattina del 13 agosto 2007 nel luogo del crimine e non si tratta di una fantasia. L’elemento più significativo dell’incidente probatorio è proprio questo. Allegheremo intercettazioni, fotografie, riscontri documentali. Siamo quindi di fronte a un ulteriore elemento che conferma la veridicità della sentenza di condanna, nonostante quanto detto nei media e nelle varie trasmissioni.

Come si sente la famiglia Poggi in questo momento, alla fine dell’incidente probatorio e in vista di una possibile richiesta di rinvio a giudizio?
La famiglia Poggi si trova in una situazione complessa. Dopo tanti anni di battaglie legali, la fine dell’incidente probatorio non porta a una vera e propria ‘chiusura’, ma segna un momento decisivo. La famiglia è ovviamente sollevata dal fatto che i principali indizi contro Stasi restino solidi e inconfutabili, ma anche amareggiata per come sono andate le cose. Nonostante l’incidente probatorio abbia confermato molte delle evidenze già emerse, la famiglia non può fare a meno di sentirsi delusa dal modo in cui la giustizia è stata gestita, soprattutto in relazione alle fughe di notizie e al continuo accavallarsi di voci non verificate. Quello che però ha sempre sorpreso in questa vicenda è che la Procura di Pavia abbia in più occasioni voluto rappresentare come non comprensibile la posizione procedurale della famiglia Poggi, dimenticando che le sentenze su Stasi sono passate in giudicato, che sono state emesse in nome del popolo italiano, e che non sono state minimamente scalfite dall’incidente probatorio e neanche dalle rivelazioni giornalistiche.

Infine, una riflessione generale: come valuta la gestione della giustizia in questo caso, anche alla luce della pressione mediatica che ha accompagnato l’intero processo?
La giustizia in questo caso ne esce malissimo. È stato preferito dare in pasto al pubblico l’idea di un’indagine, che per sua natura dovrebbe essere segreta, filtrata tramite veline, suggerimenti e illazioni. La Procura di Pavia, ha scelto di non contrastare la strada della visibilità mediatica, limitandosi a pochi comunicati stampa, contribuendo così a distorcere la percezione della verità. In tutto questo si inserisce anche l’assiduo intervento mediatico del Giudice Vitelli che assolse Stasi in primo grado. Il dottor Vitelli ha diritto di difendere la sua sentenza di assoluzione. I Poggi hanno il diritto, ma anche il dovere quali cittadini di difendere le sentenze di condanna perché sono definitive e emesse dopo un giusto processo come anche riconosciuto dalla CEDU. Triste constatare che lo Stato abbia lasciato da soli i Poggi in questa difesa che è anche la difesa del principio della “vincolatività del giudicato”. Purtroppo, all’opinione pubblica è stato lasciato credere che sia preferibile o sarebbe preferibile, anzi sarebbe addirittura doveroso per la famiglia Poggi, credere a un’indagine che per definizione dovrebbe essere segreta e secretata o a quella che è l’opinione che viene espressa da vari commentatori sui media.

Cosa intende?
La verità giudiziaria è quella che emerge dalle sentenze e dai dati processuali, non quella creata dai media. Eppure, ci siamo trovati a fronteggiare continue speculazioni, come quelle del comico Lino Banfi, che parlava di una possibile colpevolezza femminile, o quelle dell’avvocata Bernardini De Pace, che ha indicato Sempio come il colpevole. E non parliamo delle trasmissioni televisive, come quella delle Iene, che hanno alimentato teorie senza alcuna base concreta. Questo è un vulnus, perché ci si è allontanati dalla giustizia, preferendo fare affidamento sulle opinioni espresse dai media piuttosto che sulle prove processuali. Sarebbe stato molto più utile rispettare le procedure legali e lasciare che la Corte di Appello di Brescia e la Cassazione affrontassero correttamente le richieste di revisione, senza intervenire attraverso il filtro dei media. La giustizia non può essere determinata dai commenti di persone che non hanno avuto accesso alle aule di tribunale e non hanno letto le 40.000 pagine del fascicolo, ma solo dalle evidenze che emergono dal processo e dal lavoro dei periti e dei giudici.

Fatti, prove, sentenze non opinioni
Questo, secondo me, è un vulnus, nel senso che ci sarebbe dovuti aspettare in primis dalle istituzioni la pretesa della protezione di una sentenza emessa in nome del popolo italiano che può e deve, se nel caso, essere messa in discussione, ma nelle opportune sedi, che sono quelle della Corte di Appello di Brescia, quale organo preposto per affrontare le richieste di revisione delle sentenze emesse nel distretto della Corte di Appello di Milano. Tutto questo non è avvenuto, si è preferito, quindi, la via breve del “golpe giudiziario per via mediatica”, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide. Per quanto ci riguarda le sentenze su Stasi rimangono granitiche, non sono state minimamente scalfite da quelle che sono le attività dell’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non le ha sapute mettere in discussione, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che in qualche modo attribuiscono alla Procura della pubblica di Pavia determinati risultati e determinate indagini.

L'articolo “Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Bragagna: “Volevo chiudere con Milano-Cortina, le Olimpiadi a casa mia: non mi è stato concesso. Con Tortu non un bel rapporto, Tamberi è uno vero”

Sessanta discipline commentate, 17 edizioni dei Giochi Olimpici totali, tra estive e invernali. Dal primo gennaio 2026 Franco Bragagna – storica voce Rai dell’atletica e di tanti altri sport – è in pensione. “Mi sarebbe piaciuto fare i mondiali di atletica di Tokyo per chiudere un cerchio o le Olimpiadi di Milano-Cortina, che saranno praticamente a casa mia”, ha dichiarato in una lunga intervista a ilfattoquotidiano.it. Parole che nascondono amarezza e delusione per un epilogo che sperava fosse diverso dopo i tanti successi storici commentati.

Dal trionfo di Fabrizio Mori ai mondiali di Siviglia del 1999 (“la mia gara preferita”) fino a quelli di Jacobs e Tamberi alle Olimpiadi di Tokyo 2021 (“con Bizzotto capimmo subito che Jacobs avrebbe potuto vincere”), sono tanti i momenti storici dello sport italiano accompagnati dalla sua voce. E dopo la pensione non vuole fermarsi: “Mi rivedrete in tv, ora in qualche modo voglio raccontare le Olimpiadi di MilanoCortina, sarebbe da sciocco non farlo”. E nel corso della sua carriera non sono mancati attriti con sportivi come Fiona May e Alex Schwazer (“era un amico, poi ha abbandonato tutte le sue vecchie conoscenze”), ma anche bei rapporti costruiti nel tempo con altri atleti come Massimo Stano e Gianmarco Tamberi (“ho capito fosse un uomo vero a Pechino 2015”).

Come sta?
Diciamo che uno se ne fa una ragione. Sai per tempo di arrivare vicino ai 67 anni che sono il capolinea. Poi sono uno sempre molto ottimista, per cui sostanzialmente va bene. La cosa che mi sarebbe piaciuta sarebbe stata quella di arrivare fino a Milano-Cortina con la possibilità di fare il mio mestiere. I Giochi sono dietro casa mia. Non riuscire a farla mi dà proprio un po’ di malinconia, ma insomma passa in fretta.

È stata una scelta quella di lasciare prima delle Olimpiadi?
Mi sono ritrovato ad avere una mia popolarità che non pensavo di avere, anche perché io non sono un grande cultore della mia personalità e anche la petizione popolare per chiedere di farmi commentare i campionati mondiali di atletica mi ha un po’ imbarazzato, intimamente mi ha fatto un piacere mostruoso. Finire con i mondiali di atletica o le Olimpiadi invernali sarebbe stata per me la ciliegina sulla torta. E poi mi piaceva anche l’idea di chiudere il cerchio da Tokyo a Tokyo, dove c’è stato il punto più alto dell’atletica italiana. Non l’hanno consentito, amen. Faccio in fretta a farmene una ragione. Certo, mi sarebbe piaciuto finire così.

Ok, quindi non è stata una scelta.
Il 31 dicembre è nato da tutta una serie di cose. Ma è stata una presa in giro. A un certo punto ho pensato: “Cosa sto qui a fare? A continuare a fare le ferie?”. Almeno questa parte di ferie che non faccio fino a luglio credo che mi verrà pagata. Ma non tanto perché sto qui a fare calcoli, perché uno che rinuncia alle ferie non sta a farli. Ma mi sembrava sostanzialmente una continua presa in giro.

Anche su Milano-Cortina era nell’aria l’ipotesi di partecipare a trasmissioni come opinionista, ma io ho detto “sono dipendente Rai, sono telecronista, questo è il mio mestiere”. Ciò non toglie che io all’interno delle mie trasmissioni abbia sempre fatto anche un po’ l’opinionista dell’evento che commentavo. Ma ho detto “se torno in servizio, devo farlo facendo le cose che facevo prima”. Su questa cosa ci siamo lasciati un po’ così, ma mi è stato segnalato da fonti interne che chi ha in mano l’organizzazione dell’evento Rai per i Giochi Olimpici deve mettersi al petto una coccarda per ragioni del partito di riferimento. È chiaro che se ci fosse stato Bragagna a fare la cerimonia di apertura o la cerimonia di chiusura avrebbe fatto un po’ d’ombra.

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Poliziotto ammanetta emù

Un veterano di 25 anni in servizio presso un dipartimento di polizia della Florida ha vissuto una situazione decisamente fuori dal comune quando, a seguito di una chiamata per un animale vagante, si è trovato costretto ad ammanettare un emù.

 

L’ufficio dello sceriffo della contea di St. Johns ha raccontato l’episodio sui propri canali social, spiegando che il caporale Keisler è intervenuto venerdì dopo la segnalazione di un emù in libertà.

 

«Keisler ha provato a catturare l’emù, ma il grosso uccello non ha obbedito ai suoi ordini, ha scalciato ripetutamente con i suoi potenti artigli e si è dato alla fuga correndo in modo sconsiderato», si legge nel comunicato.

 

Alla fine il poliziotto è riuscito a bloccare l’animale con un lazo e ha utilizzato le manette per immobilizzargli le zampe.

Policing teaches you to expect the unexpected.

Even a handcuffed emu! pic.twitter.com/fuxKgzg3mr

— Bill Bratton (@CommissBratton) January 16, 2026


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«In 25 anni di carriera non ho mai ammanettato un emù», ha commentato Keisler, riportato dalle parole dell’ufficio dello sceriffo. «Questa è proprio una prima volta.»

 

L’emù non ha riportato ferite ed è stato regolarmente riconsegnato al legittimo proprietario. «Tutte le accuse penali nei confronti dell’emù sono state ritirate», ha concluso con ironia il post.

 

Gli emù (Dromaius novaehollandiae) sono uccelli ratiti originari dell’Australia, secondi per altezza dopo lo struzzo: raggiungono i 190-200 cm e un peso di 30-55 kg.

Tale specie di pennuti dispone di un piumaggio doppio con struttura particolare (due rachidi per ogni stelo), occhi di grandi dimensioni, zampe molto lunghe e muscolose. Le creature raggiungono una velocità massima di circa 50 km/h, con falcate fino a 3 metri. Il maschio incuba le uova per circa 56 giorni senza alimentarsi, perdendo fino al 25% del peso corporeo. L’emù possiede una sacca tracheale che produce suoni gravi e rimbombanti.

 

Normalmente riservati, tali uccelloni possono diventare aggressivi se si sentono minacciati, durante il periodo riproduttivo o in difesa della prole. I calci, inferti con zampe dotate di artiglio centrale affilato e forza notevole, provocano ferite lacero-contuse gravi, fratture o, in casi estremi, lesioni potenzialmente letali, sebbene gli incidenti mortali restino rari – per il momento.

 

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Immagine di Sean Keller via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Uomo condannato a 6 anni per aver acquistato parti del corpo rubate da una donna incontrata su Facebook

Un uomo della Pennsylvania è stato condannato a sei anni di carcere per aver acquistato parti del corpo rubate da una donna di Little Rock, Arkansas, e da altri individui. Il giudice ha stabilito che il condannato dovrà anche pagare una multa di 2.000 dollari e scontare tre anni di libertà vigilata.

 

Jeremy Lee Pauley, 43 anni, di Thompson, Pennsylvania, è stato condannato a dicembre con l’accusa di associazione a delinquere e trasporto interstatale di beni rubati. Sconterà i sei anni e poi sconterà altri tre anni di libertà vigilata.

 

La donna di 38 anni dell’Arkansas, Candace Chapman Scott, che lavorava in un obitorio, aveva contattato Pauley su Facebook per vendergli le parti del corpo. Secondo il Dipartimento di Giustizia, Pauley aveva acquistato una serie di parti del corpo da Scott dopo essersi unito a un gruppo Facebook chiamato «oddities». Scott è stata condannata a 15 anni di carcere.

 

«I resti includevano un cranio, diversi cervelli, un braccio, un orecchio, diversi polmoni, diversi cuori, diversi seni, un ombelico, testicoli e altre parti. Durante un mandato di perquisizione eseguito presso l’abitazione di Scott a Little Rock, gli investigatori hanno trovato numerose parti del corpo rubate che la donna ha ammesso di aver trasportato in sacchi della spazzatura dal suo lavoro. Scott ha ricevuto un totale di 10.625 dollari dall’acquirente in Pennsylvania per i resti umani», si legge in un comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia.

 

Pauley ha anche ammesso il suo ruolo «in una rete nazionale di individui che hanno acquistato e venduto resti umani rubati dalla Harvard Medical School e da un obitorio dell’Arkansas», ha affermato il Dipartimento di Giustizia.

 

«Il traffico di resti umani rubati tramite la posta statunitense è un atto inquietante che colpisce famiglie già in lutto, creando al contempo una situazione potenzialmente pericolosa per i dipendenti e i clienti delle poste», ha dichiarato Christopher Nielsen, ispettore responsabile della divisione di Filadelfia del Servizio di Ispezione Postale. «Spero che i nostri sforzi e queste condanne portino una certa serenità a coloro che sono stati colpiti da questo terribile crimine».

 

Come riportato da Renovatio 21, il commercio di parti di cadaveri dalla prestigiosa università di Harvard aveva avuto negli scorsi anni diversi sviluppi.

 

Non si tratta del primo caso di orrori e cadaveri delle università

 

Come riportato da Renovatio 21tre anni fa un grande scandalo colpì l’Università di Paris-Descartes: il più grande centro di anatomia europeo presso la scuola di medicina dell’Università di Paris-Descartes fu chiuso a causa di gravi carenze nello stato di conservazione dei cadaveri, locali fatiscenti e sospetti che i corpi venissero mercificati.

 

I corpi di «migliaia di persone» che avevano donato i loro corpi alla scienza sono stati tenuti in «condizioni indecenti»: e, si scoprì, per decenni.

 

«I corpi sono stati lasciati marcire, mangiati dai topi, al punto che alcuni dovevano essere inceneriti senza essere sezionati» scrisse L’Express. «Corpi accatastati l’uno sull’altro, senza alcuna dignità e contrari a qualsiasi regola etica».

 

L’Ispettorato generale per gli affari sociali scrisse un rapporto in cui fiutò, anche qui, il traffico di cadaveri: «utilizzatori e potrebbero essere stati in grado di impegnarsi in un’attività redditizia all’interno del CDC [Centro di Donazione del Corpo, ndr]». In altre parole, anche lì vi poteva essere mercificazione delle parti dei cadaveri.

 

Come riportato da Renovatio 21, secondo varie testimonianze, in Nigeria è possibile acquistare resti umani al mercato, al fine di utilizzarli per fini esoterici.

 

«Le ricerche – scrive ancora il quotidiano nigeriano Vanguard – dimostrano che le parti femminili sono più richieste di quelle maschili. Ciò avviene a causa di quello che è descritta come la “potenza” di alcuni organi come i seni e i genitali all’interno di money ritual da parti di herbalist [erborista, sciamano, NdR] o gruppi occulti». Tanto per tenere a mente la storia della vagina sparita di Pamela.

 

«Abbiamo visto che una testa umana fresca può andare da 60.000 naira (circa 135 euro) in su, mentre un teschio è venduto per 20.000. Le gambe fresche sono vendute per 30.000 ciascuna, mentre una gamba decomposta viene venduta per 20.000. Un dito fresco viene venduto per 5.000, se decomposto o per 3.000. Gli intestini freschi sono venduti per 20.000 mentre quelli secchi sono venduti per 5000. Pezzi di ossa fresche sono venduti per 2.000 e oltre».

 

I traffici nigeriani di resti umani si sviluppa su due filoni: quello degli omicidi rituali (per i quali c’è stata addirittura una richiesta di stato di emergenza in Parlamento), e quello dei cimiteri, dove guardiani fanno affari riesumando i cadaveri poche ore dopo la sepoltura e sezionandone le parti che interessano a chi prepara le pozioni.

 

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Immagine di East Pennsboro Township Police Department, via Twitter, rielaborata per adattamento al formato.

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La pallavolo, la Jugoslavia, l’Italia, Djokovic, i vaccini, le Olimpiadi: Renovatio 21 intervista la leggenda del Volley Nikola Grbic

Nikola Grbić è una leggenda della pallavolo serba e mondiale. Palleggiatore olimpionico, ha conquistato l’oro a Sydney 2000 e numerosi titoli internazionali con la nazionale jugoslava/serba. Il suo palmarès comprende anche un ricco bottino di trofei con i club, tra cui due scudetti e due Champions League.

 

Il suo percorso sportivo, durato quasi vent’anni in Italia, è stato continuo e di altissimo profilo. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Grbić si è affermato come allenatore di grande prestigio, apprezzato per leadership, competenza tecnica e mentalità vincente.

 

Oggi è commissario tecnico della Polonia, con cui ha conquistato la medaglia d’argento agli ultimi Giochi Olimpici di Parigi. Serbo – jugoslavo… – di nascita, italiano d’adozione e cittadino del mondo, Nikola Grbić si racconta in questa intervista a Renovatio 21, parlando di pallavolo, famiglia e valori sportivi, e offrendo uno sguardo su una disciplina che oggi gode di grande visibilità e partecipazione di pubblico, soprattutto in Italia, sede di uno dei campionati più prestigiosi al mondo.

 

La pallavolo è una questione di famiglia per te, perché tuo padre è stato un giocatore di pallavolo. Hai eredito questa passione che poi è diventata una professione.

Sono cresciuto in un paesino di 2.500 abitanti. Ho vissuto un’infanzia belli ssima, perché eravamo sempre fuori a giocare a pallacanestro, a calcetto e a pallavolo. L’attività fisica era sempre presente, nonostante non avessimo una palestra. Avevamo a disposizione una vecchia casa tedesca – ereditata dalla seconda guerra mondiale – dove in un soggiorno enorme avevano messo due attrezzi per fare una sorta di ginnastica in inverno.

 

Non abbiamo avuto la possibilità di fare educazione fisica in una palestra vera e propria. Solo negli anni Novanta, quando già ero andato via, l’hanno finita di costruire. A me piaceva molto giocare a calcetto e calcio, ed ero molto bravo, almeno penso [ride]. Quando però è arrivato il momento di scegliere, papà mi ha detto: «Tu giochi a pallavolo». A me piaceva, sia chiaro, però il suo è stato più che un suggerimento, diciamo così. Devo dire che ha fatto molto bene, perché conoscendo il mio carattere e conoscendo il mondo del calcio, soprattutto in Serbia, è stata una scelta e una decisione più che giusta.

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Tra le righe leggo comunque un ottimo rapporto tra te e tuo padre.

Sono quello che sono grazie a lui, perché ha avuto una grande influenza su di me, anche se non è mai stato un padre troppo affettuoso. La sua vita è stata caratterizzata da molte difficoltà. I suoi genitori, dopo la Seconda Guerra Mondiale, furono portati con i treni in Voivodina dalle zone rurali dell’Erzegovina, della Bosnia e del Montenegro. Quelle zone un tempo appartenevano all’Impero Austro-Ungarico e poi alla Germania. Una volta terminato il conflitto bellico hanno cercato di cancellare ogni traccia residuale di quel brutto periodo e c’era bisogno di popolare zone semi disabitate. Per incentivare ciò veniva dato un pezzo di terra e una casa a molte famiglie.

 

Tutto ciò avvenne quando mio padre era adolescente e di conseguenza è cresciuto in povertà. Non avevano niente. Mio babbo mi ha cresciuto con una disciplina rigida, ma giusta. Diceva sempre: «Se vuoi fare una cosa, falla e falla bene, sennò lascia perdere». Mi ha trasmesso questa mentalità. Non sarei quello che sono, non avrei vinto quello che ho vinto, se non fosse per questo tipo di educazione che mi ha impartito. Un approccio mentale e una disciplina ferrea e decisa. 

 

Il tuo primo contatto col professionismo avviene proprio in Serbia.

Era il 1991. C’era una doppia licenza al tempo: alcuni giocatori giovani ingaggiati da una società di serie A, avevano la possibilità di giocare in un campionato di tre divisioni più basso. Se io mi allenavo con la squadra, essendo molto giovane, avrei avuto zero possibilità di giocare le partite. Usando questa metodologia hanno dato la possibilità ai ragazzi che si allenavano con la prima squadra, di giocare in categorie minori.

 

Giocavo nella squadra del paese dove andavo a scuola, in quarta divisione, e ogni tanto mi aggregavo con la prima squadra. Quando ho compiuto i diciotto anni ho firmato un contratto professionistico di due anni più due. Ho giocato lì due anni, ho fatto un anno di militare e poi son venuto in Italia. 

 

A ventun anni vieni ingaggiato dalla squadra di Montichiari, la Gabeca Pallavolo. Squadra nuova e nazione straniera: che impatto hai avuto, vista anche la tua giovane età?

È stato un sogno che si è avverato, perché in quel periodo il campionato italiano era il più forte in assoluto. Tutti i giocatori di altissimo livello di tutte le nazionali quali Russia, Brasile, Olanda, giocavano in Italia. La cosa complicata è che al tempo c’era la possibilità di avere solo due stranieri per squadra e non quattro come adesso. Sono stato fortunato, perché quella squadra e quella dirigenza hanno scommesso su di me.

 

Considera che non avevo nemmeno esperienze di nazionale. Quella squadra aveva tutte le premesse per fare qualcosa di importante, quantomeno di entrare tra le prime quattro in campionato. Fu una possibilità clamorosa che mi si prospettò e ho cercato di impegnarmi al massimo. All’inizio fu difficile, perché non parlavo una parola di italiano e il mio inglese non era fluente.

 

In televisione tutti parlavano in italiano, andavo al supermercato e tutti parlavano italiano e non c’era Google Translate [ride]! Ho impiegato quattro mesi per imparare la lingua e iniziare a capire. Non ho preso nemmeno una lezione d’italiano in tutta la mia vita. Tutto quello che so l’ho imparato vivendo, ascoltando e conversando con la gente. È stato un impatto non facile, sotto tutti i punti di vista: emotivo, di maturità e di solitudine, perché ero lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra.

 

Pensa che nell’appartamento dove alloggiavo, essendo nuovo, non avevano ancora istallato il telefono fisso e per chiamare i miei familiari andavo in una cabina telefonica lungo la strada e con una scheda da cinquemila lire parlavo qualche minuto con casa mia. 

 

Immagino che la tua famiglia ti abbia appoggiato in questa tua scelta professionale.

Assolutamente! Ho avuto sempre il massimo supporto.

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La tua carriera da giocatore è prevalentemente in Italia, ma il tuo ultimo anno – stagione 2013/2014 – lo giochi in Russia. Che ambiente hai trovato rispetto al campionato italiano? 

Ero un giocatore maturo, avevo quarant’anni e padre di due figli. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di giocare nel Volejbol’nyj klub Zenit-Kazan’ che è a tutt’oggi una delle squadre più forti al mondo. È una società con grandi ambizioni che investe molti danari. Ha giocatori di livello altissimo, allenatore e staff tecnico non ti dico. Tutti al top.

 

Non è un club come tanti, e se non fosse arrivata una richiesta da un club così importante forse sarei rimasto a Cuneo e finito la mia carriera lì. Successe che si fece male un titolare che doveva stare fermo per sei mesi e mi contattarono all’improvviso. Una città bellissima, un allenatore con cui ancora oggi sono in buoni rapporti, il suo secondo era Tom Totolo che chiamai quando allenai la Serbia nel mio ultimo anno. È stata un’esperienza bellissima sotto tanti punti di vista, al di là dell’aspetto economico.

 

La tua carriera pare non conoscere pause. Nella primavera del 2014 ti ritiri da giocatore e inizi subito ad allenare.

Ho avuto cinque giorni di pausa!

 

Come è avvenuto questo cambio di ruolo? È stata una scelta meditata quella di intraprendere la carriera di allenatore?

Mi chiama Slobodan Kovač, che aveva firmato come CT dell’Iran, e mi dice che la nazionale non gli permetteva il doppio incarico e lui era costretto a lasciare la Sir Safety Perugia. Nel frattempo Gino Sirci [presidente della Sir Safety Perugia, ndr] aveva preso informazioni su di te tramite Kovač. La domenica gioco la mia ultima palla e il lunedì mi chiama Gino. Gli ho chiesto due giorni per pensarci e nel frattempo mi sono confrontato col mio procuratore per chiedergli se potesse trovarmi un altro ingaggio [ride]!

 

Avevo appena vinto il campionato in Russia, ed è vero che avevo quarant’anni, però vista la vittoria potevo ambire ad un altro anno di contratto. In realtà ci fu concretamente questa possibilità, perché la squadra di Cuneo sembrava che dovesse spostarsi a Torino con un nuovo sponsor molto importante, ma la piazza di Cuneo protestò e non permise questo cambio di location. Il presidente mi voleva in quella squadra e ambivo a due anni di contratto. Sarebbe stata una chiusura perfetta per la mia carriera per poi decidere con calma sul futuro.

 

Non se ne fece nulla e così richiamai Sirci e accettai il mio primo incarico da allenatore. È stato difficile perché io in quel momento, appena finito di giocare, pensavo di sapere tutto con la mia lunga esperienza da giocatore costellata di tante vittorie. Invece non sapevo nulla! Conoscevo benissimo la pallavolo, questo è chiaro, ma non avevo contezza di quelle cose legate all’organizzazione, alla preparazione, ai video, alla comunicazione, ad organizzare lo staff e alla gestione di quattordici giocatori. È un altro mondo.

 

Quell’anno mi ha subito maturato. Dopo ho firmato per la Serbia. Se ti chiama la tua nazionale e non ci vai? A tutt’oggi a Gino ancora non piace condividere l’allenatore e decise di non prolungarmi il contratto in quanto mi ero impegnato con la Serbia. Da lì in poi è stata una progressione in crescendo; ogni anno imparavo qualcosa di più e tutto quel percorso mi ha aiutato a diventare quello che sono oggi. 

 

Immagino che la giornata tipo del giocatore e quella dell’allenatore siano sostanzialmente diverse.

Certo che sono diverse. Da giocatore pensi solo a te stesso, hai il tuo tempo libero e non ti preoccupi di nulla, quando arrivi all’allenamento c’è qualcuno che ti dice quello che devi fare e come ti devi allenare. Un allenatore invece si preoccupa di preparare e fare di tutto perché tutti i giocatori siano al loro massimo per affrontare al meglio la gara: tecnicamente, tatticamente, fisicamente e mentalmente. Da giocatore avevo la possibilità di cambiare il risultato, di cambiare qualcosa con il mio gioco, con una mia azione, che sia un muro, una battuta, una schiacciata.

 

Ero coinvolto nel match da protagonista. Da allenatore guardo diciotto partite, preparo la tattica, preparo la squadra in base anche agli avversari, come giocano, quello che fanno e di conseguenza hai un approccio diverso alla partita. Faccio degli schemi che dovranno eseguire e se tutto va per il verso giusto e vincono, quanto siamo bravi. Se si perde, quanto sono scarso come allenatore perché non li ho guidati bene. Se la squadra non va il primo che si sostituisce è l’allenatore. Se le cose non vanno è chiaro che l’allenatore ha le sue colpe e le sue responsabilità, ci mancherebbe, ma essendo stato giocatore lo so come funzionano certi meccanismi.

 

Gli ultimi anni della mia carriera da giocatore, oramai riuscivo ad avere una visione a tutto tondo della situazione e se avessi voluto far cambiare l’allenatore, lo potevo fare tranquillamente. Fare l’allenatore, rispetto al giocatore, è una posizione più a rischio: in caso di troppe sconfitte viene esonerato il coach e difficilmente vengono sostituiti i giocatori. È prassi infatti che gli allenatori firmino contratti della durata media di due anni. 

 

Questa è stata ed è una sfida ulteriore che ti si pone nella tua vita sportiva e professionale.

Da allenatore sono stato licenziato tre volte, e tutte e tre le volte, a posteriori, le società si sono pentite di quella scelta, ma fa parte del gioco. Oramai ho gli anticorpi, so che è parte del nostro lavoro e io sono tranquillo, perché prima di iniziare un’avventura con chiunque, io dico: «Queste sono le condizioni per cui io possa lavorare bene. Ho bisogno di queste cose…».

 

E non è mai una questione di soldi, anzi, i soldi non sono in cima alla scala delle mie priorità. Se una società riesce a darmi ciò di cui necessito, allora instauriamo un rapporto professione. Se invece, ad esempio, vi è una dirigenza, un presidente che pretende di fare la formazione, decidere chi gioca e chi no, allora non se ne fa nulla.

 

Altri miei colleghi, pur di allenare un top team farebbero di tutto, io no. Ho le mie regole e una mia etica di lavoro. Se devo prendermi una responsabilità deve essere come dico io, non perché io penso di essere più importante del presidente o il più bravo del mondo, ma semplicemente vorrei delle condizioni in cui possa svolgere bene il mio lavoro. Se ci sono le condizioni bene, altrimenti non se ne fa nulla e va bene così. A volte i risultati arrivano, altre volte meno. Le variabili sono molteplici: gli infortuni, la sfortuna, lo scarso rendimento di qualche giocatore…

 

Può succedere che un tuo giocatore di punta possa attraversare un momento personale difficoltoso e riversarlo nel suo modo di giocare andando a inficiare le sue performance e di conseguenza quelle della squadra?

Ti potrei parlare di tanti di quei momenti che incidono nel risultato finale che sono al di fuori dal mio controllo. Nell’ultimo anno che ho allenato a Perugia [2022, ndr] abbiamo giocato quasi tutta la stagione senza Roberto Russo che è il miglior centrale italiano da anni. Abbiamo giocato con Stefano Mingozzi e Fabio Ricci, che con tutto il dovuto rispetto non sono dei top player come Russo. Wilfredo León scoprì una calcificazione al ginocchio che poi ha dovuto operare e con la testa non era al cento per cento.

 

Oleh Plotnyc’kyj ha avuto una stagione stupenda, ma a fine febbraio scoppia la guerra in Ucraina [2022, ndr] e lui essendo ucraino, era fortemente preoccupato per la situazione e stava sempre al telefono con i suoi cari e di fatto in quel periodo era inutilizzabile. Ce ne sono tante di situazioni così di cui io, come allenatore, non posso avere il controllo. La mancata vittoria in quell’anno e la firma per la nazionale polacca hanno sancito il mio addio alla Sir Safety Perugia. 

 

Nel ruolo di allenatore, quanto sono importanti le tecniche e le tattiche e quanto gli aspetti psicologici nei rapporti con gli atleti?

È tutto molto importante. Io ti posso preparare mentalmente e tu fai tutto quello che c’è da fare, ma se non ce la fai tecnicamente è del tutto inutile. Se tu tecnicamente e fisicamente sei pronto, ma hai paura nei momenti importanti, non raggiungi comunque il risultato. Io preferisco che uno abbia carattere. Un carattere forte – ovviamente parliamo di giocatori che possono giocare in un top club come Perugia ad esempio – può superare ogni ostacolo, anche con qualche carenza tecnica. Al come devo scegliere un giocatore per la mia squadra mi sono ispirato a Željko Obradović, ex allenatore di basket che ha vinto nove Coppa dei Campioni – Eurolega con cinque squadre diverse.

 

Lui chiama cinque persone di cui si fida e che hanno lavorato col giocatore in questione; se una di queste cinque persone gli dice una cosa negativa, non lo prende. Io cerco di usare il medesimo sistema, preoccupandomi soprattutto del carattere del giocatore, senza seguire in maniera rigida le statistiche sportive. Mi interessa sapere se è disciplinato e se sa stare nel gruppo. Se hai una testa calda nel gruppo che non riesce a capire l’importanza della squadra, ti crea più problemi che altro. 

 

C’è un allenatore che ti ha particolarmente ispirato?

Tanti! Ho avuto la fortuna di lavorare con molti allenatori di altissimo livello quali Julio Velasco, Gian Paolo Montali, Daniele Bagnoli, Vladimir Alekno… Ognuno mi ha insegnato qualcosa, perché sono diversi tra loro. Uno è più management della squadra e dei giocatori, un altro ha un approccio psicologico maggiore, da un altro ho appreso la disciplina, da un altro la tattica. Altri allenatori mi hanno insegnato come non bisogna fare assolutamente, ed è importante anche quell’aspetto. per cui, nel bene e nel male, ho appreso da diversi coach. Apprendere come una cosa non la si deve fare, è un grande aiuto comunque.

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Come gestisci e come hai gestito, nel corso del tempo, la famiglia e la professione?

È una grande difficoltà. Mi è capitato nel corso della mia carriera di dovere essere staccato dalla famiglia, come quando andai a giocare in Russia. Mia moglie è rimasta con i nostri due figli piccoli a Cuneo. Eravamo divisi e non riuscivamo a vederci spesso, perché la Russia non è proprio dietro l’angolo e anche con l’aereo ci vuole il suo tempo. Due giorni liberi non bastavano, perché le distanze sono enormi. Stesso discorso quando giocavo in Polonia. Abbiamo cercato sempre di stare insieme a prescindere e alcune scelte della mia carriera sono dovute alla situazione di famiglia. Magari sarei potuto andare non so dove, perché sarebbe stato importante per la mia carriera, ma avrei avuto notevoli difficoltà con i miei cari.

 

A volte i soldi non sono tutto. La ragione per cui io adesso non prendo un club da allenare è perché ho voluto stare di più con i miei figli. Fare il commissario tecnico di una nazionale mi concede più tempo libero. Negli ultimi quattro anni sto di più a casa e faccio il babbo. Li porto i ragazzi agli allenamenti… gli faccio da tassista [ride]! Se allenassi un club sarei impegnato quasi tutto l’anno e tutti i giorni della settimana. È un momento della nostra vita che sto abbracciando con grande calore perché mi permette di passare del tempo con i miei figli che vivono un momento – che è l’adolescenza – dove hanno bisogno del padre. Vivo un tempo qualitativo che non ho mai avuto fino ad ora. È una cosa importante questa, perché so quanto sia difficile per i giocatori che hanno la famiglia spostarsi, scegliere i contratti sulla base di come è la città in cui si trova il club, capire se la moglie vuole o meno trasferirsi. Sono tante le variabili.

 

Nel 2019, per due anni, alleni i polacchi dello Zaksa. Grandi vittorie e grandi soddisfazioni con la conquista della Champions League. Ci racconti quell’esperienza?

Ero al mio secondo anno quando abbiamo vinto la coppa. Il primo anno sono arrivato e il giocatore più forte che avevano, Sam Deroo, andò alla Dinamo Mosca, ma quando firmai il contratto ancora era presente in rosa. Ciò comportò che alla scadenza del mercato dovemmo cercare, in fretta e furia, un sostituto alla sua altezza, ma invano. È venuto Simone Parodi, con cui ho giocato quando aveva ventitré anni, vincendo tanto insieme.

 

È un ragazzo che adoro, però al tempo arrivò che aveva trentasei anni e di fatto era a fine carriera. Quella prima stagione fu interrotta a marzo a causa della pandemia COVID, però nel corso di quei mesi ho potuto scegliere i giocatori per l’anno successivo. Con quella squadra abbiamo vinto quando era più difficile di quanto lo sia ora, perché una volta scoppiata la guerra in Ucraina le squadre russe sono state estromesse dalle competizioni europee.

 

Lo Zaksa ha vinto tre Champions League: la prima contro Kazan, la seconda sarebbero dovuti andare a giocare la semifinale contro la Dinamo Mosca, che era fortissima, proprio nella capitale, ma il match fu annullato causa conflitto bellico. Poi hanno vinto la coppa, ma quella semifinale sarebbe stata veramente dura da superare sul campo. Non voglio assolutamente sminuire nulla, anche perché hanno vinto tre coppe consecutive con tre allenatori diversi. Evidentemente la squadra c’era. Mi ricordo che al sorteggio di quella Champions speravo di non beccare né Civitanova, né Kazan.

 

Quarti di finale Lube Civitanova e semifinale Kazan [ride]! La prima partita con Kazan perdevamo 2 a 0 a casa loro, ma abbiamo vinto. Fu un cammino tutto in salita e in finale incontrammo Trento. Abbiamo vinto una Champions League quarantasei anni dopo l’ultima vittoria di una coppa da parte di una squadra polacca. È stato un successo imparagonabile! Il mio primo trofeo internazionale da allenatore. 

 

Tu e la tua famiglia vivete da tempo a Perugia. È stata una scelta di cuore?

È stata una scelta di mia moglie [ride]! A me piace, abbiamo tanti amici qua, ma per quanto mi riguarda è lontana dall’aeroporto di Roma e per me che viaggio spesso, non è una grande comodità. È una città dove si vive bene, è tranquilla. Mia moglie ci sta bene. Aggiungo un’altra cosa: prima della vittoria di Champions con lo Zaksa avevo firmato un prolungamento del contratto con loro.

 

Abitavamo con la mia famiglia a Katowice e per raggiungere la sede degli allenamenti mi facevo un’ora di macchina tutti i giorni. Vista la logistica non troppo comoda un po’ per tutti, ci eravamo promessi che io sarei rimasto lì e i miei familiari sarebbero tornati in Serbia. Mi richiamano da Perugia e io per forza ho preso in considerazione la proposta, cosa che non avrei fatto per nessun’altro club. E così prendemmo la decisione di tornare a Perugia che è una scelta di vita. Ovviamente a livello professionale era un grande stimolo, perché Perugia ha una squadra molto forte.

 

Però allo Zaksa stavo benissimo con tutti: con il presidente, con lo staff e con i giocatori. Quando mi arrivò l’offerta da Perugia – significativamente più alta rispetto a quella dello Zaksa – Sebastian Świderski fece carte false pur di trattenermi. Lo ringrazio sentitamente perché fece di tutto per tenermi, ma la scelta di Perugia è stata una scelta per la famiglia, per stare finalmente insieme. Lui ha capito la situazione. 

 

Ti piacerebbe tornare a vivere in Serbia in futuro?

A vivere no, perlomeno ancora no.

 

Come vedi dall’esterno la situazione politica nel tuo paese?

Adesso è difficilissimo dal punto di vista politico e dal punto di vista della vita. La gente è polarizzata: o sei pro o sei contro. Non c’è una via di mezzo. Purtroppo non è un ambiente dove io vorrei crescere i miei figli. Per quanto mi riguarda io potrei tornare a casa mia, nella mia cittadina dove ci sono duemila cinquecento abitanti, sto bene lo stesso.

 

Ne abbiamo parlato in famiglia, ma al momento non ci sono i presupposti. Se ne parla spesso, perché è il nostro paese, perché anche mia moglie è serba. Abbiamo una bella casa a Belgrado. Volendo potremmo, però al momento va bene così. Mai dire mai in futuro.

 

La Serbia ha tanti campioni importanti nel mondo dello sport. Su tutti il campionissimo di tennis Novak Djokovic che pochi anni fa fu al centro di una polemica – in piena era pandemica – quando tenne il punto e non retrocedendo di un millimetro riguardo la sua legittima scelta di non sottostare all’imposizione vaccinale dimostrando un carattere molto determinato. Questa determinazione caratteriale è una caratteristica del vostro popolo?

Adesso è un eroe, mentre ai tempi fu crocifisso. Credo che noi serbi abbiamo questa prerogativa, che non è un capriccio, non è semplice orgoglio di per sé, ma un misto di sensazioni. Quando ci troviamo in una situazione dove il mondo è contro di noi, o quando l’avversario è più forte di noi, noi abbiamo una forza interiore che non riesco a spiegare.

 

Gli americani si stupiscono per i vari colpi che abbiamo in campo quando affrontiamo un match, e pensano che facciamo degli esercizi particolari per crearli. In realtà non è così, noi giochiamo sin da piccoli e sin dall’infanzia abbiamo questa sana competizione: fare di tutto per battere l’avversario, non importa se ci giochiamo il gelato o uno scudetto. È uguale, io voglio batterti. Quanto una competizione è difficile, tanto più sale la motivazione di superare le difficoltà.

 

Novak in questo è stato incredibile. Non credo ci sia un altro esempio nella storia di questo tipo. Lui è rimasto stoico quando tutto il mondo gli andava contro. Lo deridevano chiamandolo anziché col suo nome, Novak, lo apostrofavano chiamandolo «NoVax», per prenderlo in giro. Tutte le forze massmediatiche erano contro di lui. Arrivarono a segregarlo in quell’albergo squallido, non so se ti ricordi, quando andò in Australia. Delle cose mai viste.

 

Oggi quando si scopre cosa fa questo vaccino – una truffa mai vista – per molti è diventato un eroe. Mi ricordo quei momenti. Non era semplice prendere una decisione. Ricordo alcuni amici che decisero di non vaccinarsi e tutti quanti gli andavano addosso che non ti dico. È stato un periodo che spero non si ripeta mai più. 

 

In quel periodo una personalità così forte come Djokovic ha saputo rimanere con la schiena diritta nonostante tutto il mondo lo criticasse. Per molti credo sia stato da esempio, non pensi?

Assolutamente sì! 

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Un passo indietro. Olimpiadi di Sidney 2000. Con la nazionale jugoslava vincete l’oro olimpico dopo il bronzo conquistato ad Atlanta ’96. In semifinale giocate contro l’Italia e in finale contro la Russia. L’oro olimpico è la vittoria più ambita da ogni sportivo.

Per la pallavolo si, mentre per il calcio non è così ad esempio. Noi progressivamente stavamo crescendo dopo il bronzo alle Olimpiadi. Quando siamo partiti per Sidney c’era la possibilità per noi di vincere una medaglia, non si diceva, però eravamo tra i papabili. Purtroppo la persona che ha organizzato il nostro rientro da Sidney non pensava andasse così e ci prenotò il volo la sera del giorno della finale. Andammo a giocare la finale olimpica portandoci appresso tutti i nostri bagagli e una volta terminata la partita il responsabile ci disse: «Va bene ragazzi, abbiamo vinto l’oro, ma dobbiamo sbrigarci sennò perdiamo l’aereo!». Non abbiamo avuto neanche un momento per celebrare o andare in giro a festeggiare.

 

Il nostro sponsor tecnico ci aveva organizzato una nave tutta per noi per fare festa, ma non se ne fece nulla. Tornati in Serbia troviamo Belgrado sotto le barricate per i tumulti politici che c’erano al tempo e ci sconsigliarono di andare in centro città a festeggiare. È stato un periodo complicato per il mio popolo, ma a me egoisticamente dispiacque, perché dopo aver vinto la medaglia più prestigiosa, non potemmo neanche celebrare questa vittoria per il timore che qualcuno potesse approfittare di quella festa per scopi politici.

 

Andammo così a Novi Sad, dove anche lì c’era un meeting di protesta, ma quando arrivammo tolsero tutti gli striscioni e le bandiere politiche e ci accolsero con grande calore. Fu una celebrazione sincera, almeno per quella mezz’ora! Dopo le olimpiadi di Atlanta, quattro anni prima, dove conquistammo il bronzo, tornammo in patria in agosto e c’erano trecentocinquanta mila persone in centro città ad applaudirci. Fu meraviglioso! Per l’oro anche il clima ci fu avverso, perché era ottobre, pioveva e faceva freddo. 

 

A Sidney fu più difficile per voi la semifinale contro l’Italia o la finale con la Russia?

I quarti di finale contro l’Olanda che vincemmo 3 a 2. Quello fu uno spartiacque per noi. Gli incontri successivi li giocammo contro le due squadre con le quali perdemmo nel girone! Perdemmo nel primo match 3 a 1 contro la Russia e 3 a 2 contro l’Italia, ma in semifinale e in finale fu tutta un’altra storia. Pensa che ancora non ho rivisto le partite. La prima volta che ho visto quella finale in televisione fu quindici anni dopo.

 

Ero allenatore della nazionale serba e alle tre di un pomeriggio la federazione organizzò una festa per i quindici anni dalla vittoria olimpica. Dopo la festa salimmo sul bus per andare in Bulgaria a giocare delle amichevoli. Nel pullman apro il portale delle news e vedo un articolo riguardo la nostra vittoria con un link video. Pensavo fosse un reportage, invece c’era la partita per intero! Un’ora e sette minuti. Me la sono guardata tutta e non sapevo che fosse finita in così poco tempo. Pensavo fosse durata di più. Il resto delle altre partite non le ho mai riviste. Mi piacerebbe prima o poi riguardarle. 

 

I ricordi più veri e più nitidi li hai dentro di te.

Eh sì!

 

Gli anni della guerra in Jugoslavia, te come li hai vissuti?

Ero in Italia per fortuna. La guerra nella ex Jugoslavia era partita in Slovenia e piano piano stavano cercando di buttare fuori le forze del regime e le armate della Jugoslavia per sostituirli con i militari sloveni o croati. In questa ritirata, chiamiamola così per intenderci, la guerra si è trattenuta più a lungo in Bosnia e in alcuni luoghi della Croazia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Tito aveva incoraggiato la gente a coabitare, a fare dei matrimoni misti tra musulmani e croati, tra serbi e croati e così via. Si sceglievano le donne di un’altra etnia per rinforzare la coesione tra i popoli slavi.

 

Specie in Bosnia potevi trovare un paesino che era musulmano e pochi chilometri più in là trovare tutti serbi e più in là ancora tutti croati. Era poi difficile rivendicare le proprie terre a quel punto. Fortunatamente il conflitto vero e proprio non è mai arrivato in Serbia. I miei genitori vivevano sotto embargo. C’era la benzina che era pesantemente razionata: avevano un buono di trenta litri al mese e aspettavi in fila al distributore per giorni interi. Momenti difficilissimi. 

 

Tornando allo sport, prima hai fatto un accenno al bronzo di Atlanta ’96. Che emozione fu per te quella prima importante medaglia? Eri molto giovane.

Avevo ventitré anni. mi ricordo che per quell’olimpiade ci furono diverse polemiche perché erano i cento anni dalla prima edizione e tutti pensavano che fosse naturale assegnare la sede ad Atene, ma probabilmente alcuni fecero forti pressioni affinché si assegnassero agli Stati Uniti. Mio padre è stato capitano della nazionale e il massimo che aveva vinto fu un bronzo agli Europei.

 

Quando ci siamo qualificati per le olimpiadi posso dire di averlo superato, perché lui non riuscì in questa impresa. Aver vinto poi nei quarti di finale contro il Brasile, che erano i campioni olimpici in carica, fu un risultato clamoroso ed eravamo in zona medaglia. Dall’eccitazione agonista non riuscii a dormire, te lo giuro!

 

Quando abbiamo battuto la Russia per la seconda volta – 3 a 1 nella finale terzo e quarto posto – faccio fatica a spiegarti l’emozione che avevo. Ero ad inizio carriera e capisci che quelle emozioni sono state veramente intense. Potevo anche smettere di giocare a pallavolo dopo questo incredibile inizio di carriera! Fu un flash questa sensazione, ma racchiude l’intensità di quello che provavo per la conquista di un bronzo olimpico. 

 

Faccio un salto temporale di molti anni. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 tu sei il commissario tecnico della Polonia. Vincete la medaglia d’argento. Un’altra medaglia, ma stavolta in un ruolo diverso. Che ricordi hai?

È diverso. Io sono diverso.

 

Vivendo le Olimpiadi da sportivo, hai visto dei cambiamenti nel corso delle varie edizioni in cui hai preso parte?

Tante cose sono sempre uguali e alcune cose sono cambiate, di solito in meglio. Noi arrivammo al villaggio olimpico di Parigi nel pomeriggio e per cena siamo scesi alla mensa più vicina a noi e abbiamo aspettato quaranta minuti come tutti gli altri, perché era il giorno antecedente alla festa di apertura. In Francia fu la prima volta che non partecipai alla cerimonia di apertura, perché giocavamo il giorno dopo e dovevamo rimanere concentrati in vista dell’esordio. Va bene che la prima era contro l’Egitto, ma è sempre un incontro che non deve essere preso alla leggera. 

 

Ogni Olimpiadi si porta appresso uno strascico di polemiche e Parigi non fece di certo eccezione.

Le polemiche ci sono sempre. Quello che a me non è piaciuto è stata la cerimonia di apertura. C’era quella parte della celebrazione dell’amore o che ne so – non ho niente contro – però vedendola dalla tv non mi piacque per niente. Qualche cosa che non va c’è sempre, dall’alloggio, ai pasti… però ricordo una sala pesi molto ben attrezzata e a disposizione della nostra squadra e di quella femminile.

 

Mi ricordo che dissi ai ragazzi: «Come è per noi è per tutti quanti, quindi concentrati, perché i futuri campioni mangiano dove mangiate voi e dormono negli alloggi come i vostri. È così per tutti». Quando sei giocatore è diverso come esperienza, perché come ti ho detto anche prima, sei protagonista vero in campo. Come allenatore ho un ruolo senz’altro importante, però sto fuori dal campo di gioco. 

 

Ti viene la voglia, ogni tanto, di varcare quella linea e tornare a giocare?

All’inizio si! Adesso no. 

 

Nel 2001 vinci l’oro ai Campionati Europei con la Jugoslavia battendo l’Italia in finale. In quell’edizione sei stato nominato anche miglior palleggiatore. Una doppia soddisfazione.

Credo di avere vinto diverse volte il premio di miglior palleggiatore, ma non ho mai badato a questo tipo di riconoscimento. Abbiamo vinto gli Europei ed è quello che conta veramente. 

 

Fu complicata quella finale contro i ragazzi italiani?

Finimmo in un’ora. 3 a 0. Non c’è stata partita. La Russia fu un avversario più difficile, però anche a loro rifilammo un 3 a 0. Abbiamo dominato quell’Europeo, soprattutto verso la fine, perché eravamo ancora più forti dell’anno prima a Sidney. Eravamo più maturi e avevamo una grande forza agonistica. 

 

Passando alle squadre di club, con il Treviso vinci la Coppa dei Campioni nella stagione 1999/2000.

A Treviso è stata la più difficile esperienza della mia carriera professionale. Sono stato malissimo, anche se è stato l’anno in cui ho vinto di più con un club. Vincemmo la Coppa Italia che non vincevano da sette anni, poi partecipammo alla Supercoppa Europea che se la giocavano ai tempi le finaliste della Coppa Campioni, della CEV e della Coppa delle Coppe. Un torneo importante.

 

Purtroppo perdemmo Lorenzo Bernardi per infortunio e conseguente operazione – infatti saltò le Olimpiadi di Sidney – e Samuele Papi che si infortunò prima del primo match. Vista la situazione emergenziale giocammo in recezione con Alberto Cisolla, che generalmente giocava come secondo opposto, e Marcos Milinković che giocava in nazionale come opposto e a Treviso come centrale.

 

C’era Daniele Bagnoli come allenatore, una figura carismatica e io come giocatore ero più debole caratterialmente. Avevo quattro anni di contratto, ma mi hanno mandato via senza pagare una lira. Milano, con cui ho poi firmato, ha dovuto pagare una penale di qualche migliaio di euro. È stata un’esperienza difficile, per non dire altro. 

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Hai giocato con tanti campioni talentuosi come te. Visto che lo hai citato, Lorenzo Bernardi a detta di tutti è un campione senza tempo. Me lo confermi?

Non è facile amarlo, perché non si fa amare, però credo abbia una forza agonistica senza pari e tutti, io compreso, se dovessimo giocare una finale lo vorremmo in squadra. 

 

Nel 2007 passi al Trentino Volley e vinci il tuo primo scudetto contro Piacenza. L’anno dopo arrivi secondo sempre contro Piacenza in un match tiratissimo al quinto set e all’ultimo punto.

Non ci ho dormito per sei mesi! Abbiamo avuto tre contrattacchi, 13 a 11 per noi, ma alla fine perdiamo.

 

Nonostante fossi un giocatore esperto e maturo, una sconfitta così lascia il segno. Alla fine anche le sconfitte fanno parte della vita.

 

È vero! Quando vinco, non ti dico come se fosse normale, però la grande emozione e l’euforia durano poco, perché già mi proietto alla prossima gara. Invece quando subisco una sconfitta, come quest’ultima in semifinale al Mondiale, nonostante abbiamo vinto il bronzo, faccio molta fatica a metabolizzare le sconfitte anche se ho la tranquillità di aver fatto tutto il possibile per vincere.

 

Le sconfitte sedimentano in noi in maniera diversa rispetto alle vittorie.

Se tu pensi quante volte ho perso in semifinale e quante finali ho perso tra club e Nazionale, sono tante le sconfitte. Ho due ori e ho giocato sedici anni in Nazionale. Ho venti medaglie, ma solo due d’oro. Vedi quante volte sono arrivato vicino al traguardo finale. Spessissimo l’ultimo ostacolo era la Nazionale italiana! Quando tu vinci, crei delle aspettative per te stesso e nella gente intorno a te, e più vinci e meno si parla della vittoria, mentre se perdi si amplifica il clamore dopo la sconfitta. Quando una squadra non ha vinto niente e si consacra con una vittoria importante, al primo successo si crea una gioia incredibile, ma se avessi perso all’ultimo, visto che non era abituata a vincere, la sconfitta sarebbe stata compresa e ben metabolizzata.

 

Con le vittorie anche i giocatori acquisiscono consapevolezza di essere forti, ma al contempo le aspettative si alzano notevolmente. La gente comune e i tifosi non hanno contezza di quello che c’è dietro a ogni partita. Magari vedono una squadra a cui manca un titolare importante, ci giochi contro e vinci 3 a 0 per loro è scontato, ma non è sempre così, specie se di fronte hai un avversario forte come lo è l’Italia. Ogni partita fa storia a sé. Se il primo match vinci 3 a 0, dopo due giorni, con gli stessi giocatori, è molto difficile che riesci a ribadire quel risultato. È completamente un’altra partita. 

 

Scorrendo il tuo nutrito palmarès vedo che ti manca solo una vittoria ai Mondiali.

La vittoria al Mondiale è l’unica che mi manca in carriera. 

 

Ma arriverà prima o poi.

Spero di vincerlo con la Polonia nella prossima edizione.

 

Hai vissuto tante partite al tie-break. È un equilibrio molto sottile, una questione a volte di centimetri per un pallone che cade di qua o di là dalla riga. Come gestisci, da allenatore, queste situazioni che si giocano sul filo di lana?

Come gestisci una situazione dove fino al 22 pari del primo set Kamil Semeniuk ha avuto il 100 per cento di attacco efficiente in parallela in tutto il torneo? Contro l’Italia ha tirato una parallela fuori di un niente. Io quello che gli insegno è di pensare alla palla successiva, quella oramai è andata. Una volta finita la partita puoi ripensarci quanto vuoi, ma in quel momento non c’è il tempo per ripensare al punto sbagliato. I ragazzi devono subito concentrarsi sulla prossima azione. Se ti lasci influenzare dall’errore che hai fatto, poi non sarà solo uno, ma saranno due, tre o di più, finché non ritrovi l’equilibrio e continui a giocare, ma poi è tardi.

 

L’aspetto mentale è importante.

Moltissimo! C’è da dire anche questo: molte squadre hanno ottimi allenatori, ottimi giocatori, ottimo staff, ottime condizioni di lavoro. E lì non è che c’è un vantaggio per qualcuno, tutti sono allo stesso livello. Il vantaggio è solo come i giocatori interpreteranno il finale dei set e che rapporto avranno con un eventuale errore e con la pressione. 

 

Nel tuo mestiere di commissario tecnico, quanto è importante la disciplina e la meticolosità nei dettagli per preparare una gara? La pretendi la disciplina dai tuoi giocatori?

Si parla spesso di disciplina e di motivazione. Sono due cose diverse, perché la motivazione è una cosa che dura molto poco. Se ti motivo ora sei carico, ma l’effetto non è duraturo. La disciplina invece ti mantiene a un certo livello nel lungo termine. Se tu non hai disciplina, non riesci a superare le difficoltà. Quando sei motivato puoi fare delle cose straordinarie, ma se il giorno dopo non hai la stessa carica agonistica o motivazione, non arriverai neanche vicino all’obiettivo. Invece la disciplina ti mantiene sempre lì. E non ti parlo della disciplina di ripetere le cose sempre alla stessa maniera tecnicamente, ma di una disciplina mentale. Dimenticare quello che c’è stato e concentrarti su quello che devi fare in quel momento lì.

 

Io sto cercando in tutte le maniere possibili di preparare i miei giocatori a fare queste cose qua, ad avere questo approccio, ma quando arrivi al finale dei set quello che devi fare è essere in grado di adattarti. Ai quarti di finale, in semifinale e in finale le squadre che incontri sono tutte molto forti, il meglio del meglio, con dei campioni che sono in grado di cambiare le carte in tavola istantaneamente. Tu prepari una cosa e loro iniziano con una cosa completamente diversa. L’avversario ci studia allo stesso modo e cercherà strategie alternative. Noi dobbiamo essere adattabili, adattarsi a quello che stanno facendo gli avversari. 

 

L’allenamento alla disciplina mentale che insegni oggi ai tuoi atleti ha avuto una sua evoluzione rispetto a trent’anni fa?

Prima era un po’ diverso e oltretutto il nostro sport è cambiato. Se guardi le regole, è cambiato più di tutti gli altri sport messi insieme. Ti faccio un esempio delle cose che sono cambiate da quando io ho cominciato. Ai tempi si giocava con il cambio palla e quindi si poteva giocare all’eternità, perché se c’era un cambio palla continuo il punteggio rimaneva invariato. Alla lunga la preparazione fisica era determinante.

 

La tecnica aveva una sua importanza, perché se tu mantieni un certo livello di gioco per un lungo periodo di tempo, le squadre che non sono abituate o tecnicamente non eccelse, prima o poi sbagliano. Il 90% delle volte vinceva la squadra favorita. Era molto importante la pazienza. Adesso ci sono squadre che non sono tra le prime quindici al mondo che con una palla buona, se tu non batti bene, hanno un attacco straordinario. Loro attaccano, noi attacchiamo e in un attimo si arriva sul 23 pari e poi è un attimo perdere la partita. Questo adattamento oggi è diventato molto più importante, perché in un attimo può cambiare l’andamento del match. 

 

È meglio come oggi oppure torneresti alle vecchie regole?

Oggi è molto più stressante, molto più complicato. I valori si sono avvicinati.

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Tu hai giocato quasi tutta la tua carriera nel campionato italiano. C’è un giocatore italiano con cui hai giocato che ti ha impressionato con il suo talento?

Ci sono dei giocatori che mi hanno impressionato. Ho giocato due anni con Samuele Papi, un anno con Gardini, un anno con Gravina, con Lorenzo Bernardi, con Pippi, con Giretto, con Simone Rosalba, con Bovolenta… Ho giocato con Andrea Gardini quando era a fine carriera e aveva già trentotto anni. Se proprio devo sceglierne uno ti direi Lorenzo. Anche Papi un fenomeno, però Lorenzo con la sua mentalità è stato uno dei più forti con cui ho giocato. 

 

Il «divismo», peraltro vacuo, che c’è nel calcio, nella pallavolo non c’è. Oggi con i social e con la sovraesposizione mediatica il calcio gode di un overbooking di popolarità che sfocia nel gossip, nel pettegolezzo e a volte nel ridicolo. Nel vostro sport mi pare si avverta una purezza, un’integrità e una semplicità genuina.

In Polonia la pallavolo è sport nazionale ed è seguita più del calcio, ma rimane un mondo più sano. Non c’è paragone. Tu porti i figli a una gara di pallavolo ed è una festa. Sono rimasto sorpreso dalle tifoserie polacche: a fine partita si scambiano le sciarpe e c’è un momento di comunione. A memoria mia in Italia ricordo solo due brutti episodi con degli incidenti. Non c’è una minima preoccupazione nel portare i figli piccoli a una partita. Ci si insulta tra tifoserie, certo, ma finisce tutto lì. È quel tifo che potrei definire una sana terapia [ride]!

 

Visto che hai allenato la Sir di Perugia, oggi come la vedi?

Credo che adesso sia la squadra più forte al mondo, senza dubbio. È coperta in tutti i ruoli. Angelo Lorenzetti è un allenatore che ha vinto tutto, ha autorità, è preparato e la squadra lo segue, che ti devo dire di più? Ha dei grandissimi giocatori che oramai potrebbero giocare ad occhi chiusi. Vedremo Trento come arriverà alla fine della stagione o la Lube se torna a giocare come ha giocato fino a qualche mese fa, ma per ora Perugia è la squadra più solida.

 

Che consiglio daresti ai ragazzi che vorrebbero affacciarsi a questo sport? 

Prima viene il divertimento. Se non ti diverti non va bene. Non puoi obbligare un ragazzino a fare un’attività fisica. Mi dici la percentuale dei ragazzini che amano andare a scuola? Molto bassa, anzi, io non ne conosco neanche uno.

 

Perché? Perché la scuola non è divertente, è un obbligo. Alcuni genitori vivono la loro ambizione tramite i figli. Se tu fai diventare l’attività fisica del figlio un obbligo, come alcuni genitori fanno magari per vantarsi con gli altri perché il proprio figlio fa quello sport in quella squadra, non va bene. I figli così si sentono soffocati, non gli piace, non si divertono.

 

Prima il divertimento, però è chiaro che a un certo punto questo viene trasformato, perché se vuoi continuare a livelli alti, c’è molto meno da divertirsi e molto più sacrificio. C’è la possibilità del trasferimento in un’altra città, lontano dalla famiglia e dagli amici oppure andare direttamente in un altro paese e avere difficoltà con la lingua. Più cresci e più questo divertimento si trasforma in lavoro – passami il termine – però pensa che bellissimo lavoro è. Giochi e ti diverti, perché questo sport, come altri del resto, è un gioco e ti pagano anche bene per farlo.

 

Facciamo un esempio: tu guadagni ottantamila euro l’anno, che per la pallavolo è un contratto normale. Dimmi che tipo di lavoro devi fare nella vita normale per guadagnare questa cifra. Forse un direttore di banca. 

 

Se sei parsimonioso in dieci o quindici anni di carriera puoi accumulare un discreto tesoretto.

La problematica di questo mestiere è che non ti dà la pensione. Oggi forse qualche regola è cambiata, ma prima non avevi nulla dopo il termine della tua carriera. Devi essere bravo e indipendente nel saper investire i tuoi guadagni per il tuo futuro. Inoltre c’è da aggiungere che non tutti i giocatori diventano allenatori o manager e possono proseguire la loro carriera in questo sport. Lo sport è bellissimo.

 

Le sfide non finiscono in campo, ma proseguono anche dopo.

La vita è sempre in salita, prima accetti questo fatto e prima riesci a vivere meglio. Ma la vita è bella anche per questo. Noi siamo qua dove siamo ora, perché abbiamo dovuto combattere nella nostra quotidianità. Questo combattimento ci ha reso più forti. Se non avessi avuto tutte queste sfide nella vita – private e professionali – non sarei la persona che sono adesso. Le ho abbracciate e le ho accolte con grande soddisfazione. Si va sempre avanti, perché tutti i giorni puoi incontrare delle difficoltà e delle battaglie da combattere che sono tue e sono personali. 

 

Grazie, Nikola!

Grazie a te!

 

Francesco Rondolini

 

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Le stazioni, i non-luoghi dell’anarco-tirannia

Il recente crimine verificatosi alla Stazione Termini e perpetrato da una ghenga di immigrati che ha lasciato in fin di vita un funzionario statale, non è altro che uno dei tanti episodi di violenza e spudorata prevaricazione che ormai da alcuni anni si verificano su treni e stazioni.

 

Le stazioni di treni, metro ed autobus in particolare possono ormai essere definite «non luoghi» per usare un concetto coniato dall’antropologo francese Marc Augé (1935-2023) ossia spazi privi d’identità, di valore relazionale e di storia. Non-luoghi dell’anarco-tirannia e gangli grandi suoi motori nel contesto urbano europeo, aggiungiamo noi.

 

Pensiamo alle grandi stazioni attorno alle quali gravitano in Italia e in tutta Europa, ceffi e genghe di ogni sorta pronte ad avventarsi sullo studente o sul pendolare di turno ma anche a piccole stazioni di paese, prive di personale ferroviario, fornite di biglietterie automatiche e sostanzialmente non sottoposte ad alcun tipo di controllo.

 

Pensiamo anche al fatto che molti di noi prendono il treno per andare a lavorare, per ragioni personali o anche solo per una gita fuoriporta. Quasi tutti prima o poi passano da una stazione o prendono un mezzo pubblico.

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Per cui il pendolare, spesso e volentieri esponente di una classe media lavoratrice oppressa da tasse, balzelli e multe di ogni genere si trova a dover temere per la vita sua o dei suoi cari, a causa di un vero e proprio percorso di guerra giornaliero in cui può incappare in belve su due gambe che anche lui mantiene con i suoi contributi.

 

Quindi potremmo definire le stazioni non-luoghi fondamentali dell’anarcotirannia, spazi in cui si ricorda al cittadino onesto che la sua vita è esposta ad un pericolo inimmaginabile fino a qualche anno fa, tanto nelle grandi città quanto in quella che abbiamo più volte definito «provincia sonnacchiosa».

 

Molte stazioni, soprattutto durante gli orari notturni appartengono ormai anche alle cosiddette «no go-zone», quei luoghi in cui lo Stato anarcotirannico abdica a sè stesso, non riesce a controllare o decide scientemente di non farlo, dicendo praticamente ai cittadini «lasciate ogni speranza voi che entrate».

 

Ed ecco che la stessa libertà di movimento, di uscire di casa e vivere la propria vita, sparisce completamente ed ecco che molti pianificano viaggi che non arrivino a destinazione la notte per evitare guai con conseguente dispendio di denaro e di tempo.

 

Sappiamo bene che il potere anarcotirannico non è alieno a ciò, basti pensare ai lockdowns della dittatura biotica di cui abbiamo parlato negli anni passati, considerando che anche alle bestie selvatiche si lascia la libertà di andarsene in giro per la foresta. Oggi anche le belve hanno più libertà e più importanza di noi basti pensare a quanti lupi scorrazzino indisturbati fuori dalle nostre case.

 

Lo abbiamo scritto più volte, il problema ha ormai risvolti di controllo, reale, pratico del territorio, quindi di tipo militare, sembra però che nessuno sia disposto a farsene carico.

 

E torniamo a parlare anche di necrocultura, perché l’anarcotirannia è intimamente collegata ad essa, ne è parte integrante. Come sempre le vittime da sacrificare, le vittime designate siete voi. Qualcuno, da qualche parte vi vuole morti, vuole la vostra rovina.

 

Ancora una voltra: siete disposti ad accettarlo?

 

Victor García

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Immagine di AMANO Jun-ichi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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La FDA chiede un avvertimento sui vaccini antinfluenzali riguardo al rischio di convulsioni febbrili nei bambini

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il mese scorso, il Centro per la Valutazione e la Ricerca sui Prodotti Biologici della FDA ha inviato avvisi a diverse aziende produttrici di vaccini, tra cui Sanofi, AstraZeneca, GSK e CSL Seqirus, chiedendo loro di aggiungere l’avvertenza. L’agenzia ha citato studi che mostrano un aumento del rischio di convulsioni febbrili il giorno successivo alla vaccinazione.

 

La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti vuole che i vaccini antinfluenzali riportino un’avvertenza che le iniezioni possono causare convulsioni febbrili nei bambini piccoli.

 

La scorsa settimana, il Center for Biologics Evaluation and Research (CBER) dell’agenzia ha inviato avvisi a diversi produttori di vaccini, tra cui Sanofi, AstraZeneca, GSK e CSL Seqirus, chiedendo loro di aggiungere l’avvertenza.

 

Il CBER ha citato due studi osservazionali post-marketing da lui condotti, dai quali è emerso che i bambini di età compresa tra 6 mesi e 4 anni hanno un rischio maggiore di convulsioni febbrili il giorno successivo alla vaccinazione.

 

La FDA ha proposto questa formulazione per le etichette dei vaccini:

 

«In due studi osservazionali post-marketing separati, è stato osservato un aumento del rischio di convulsioni febbrili durante il primo giorno successivo alla vaccinazione con vaccini antinfluenzali trivalenti (2024-2025) e quadrivalenti (2023-2024) a dose standard nei bambini di età compresa tra 6 mesi e 4 anni».

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L’avvertenza verrebbe aggiunta alle etichette dei vaccini FluMist di AstraZeneca, Fluarix di GSK, FluLaval di ID Biomedical, Fluzone di Sanofi Pasteur e Afluria e Flucelvax di Sequiris.

 

I produttori di vaccini hanno 30 giorni di tempo per accettare l’aggiornamento dell’etichetta proposto, proporre modifiche o presentare una confutazione.

 

Un portavoce di Sanofi ha dichiarato a Fierce Pharma che le convulsioni febbrili si sono verificate solo in un «sottogruppo limitato di pazienti» e che l’azienda include già informazioni su tali convulsioni nell’etichetta di Fluzone.

 

GSK ha dichiarato a Fierce Pharma che l’azienda sta esaminando la richiesta della FDA e che è «fiduciosa» nel «profilo di sicurezza ed efficacia» dei suoi vaccini antinfluenzali.

 

«Ogni crisi è brutta, punto e basta»

Le convulsioni febbrili sono convulsioni spesso causate da febbre scatenata da infezioni correlate a comuni malattie infantili. Le convulsioni si verificano in genere nei bambini di età compresa tra 6 mesi e 5 anni, quando la temperatura supera i 38 °C.

 

La maggior parte delle convulsioni febbrili dura meno di 15 minuti e non è pericolosa per la vita. Secondo Medpage Today, «non causano danni permanenti e non hanno effetti duraturi».

 

Brian Hooker, Ph.D., direttore scientifico di Children’s Health Defense (CHD), non è d’accordo. «Qualsiasi crisi epilettica è negativa, punto e basta», ha affermato.

 

«Le convulsioni febbrili “lievi” possono raddoppiare le probabilità che un bambino riceva una diagnosi di epilessia, mentre le convulsioni febbrili ‘complesse’, che durano più di 15 minuti, possono aumentare tale rischio fino a 10 volte», ha affermato Hooker.

 

Karl Jablonowski, Ph.D., ricercatore senior del CHD, ha affermato: «L’intera teoria a sostegno dell’ammissibilità delle convulsioni febbrili post-vaccinazione si basa su un’idea: che siano innocue».

 

Jablonowski ha affermato che alcuni studi, tra cui una revisione del 2023 pubblicata su Frontiers in Cell and Developmental Biology, indicano che potrebbe non essere così. La revisione ha dimostrato che “le convulsioni febbrili che si verificano durante lo sviluppo neurologico… possono ‘in ultima analisi portare alla malattia'”, ha affermato.

 

La revisione «mette in evidenza in particolare l’ADHD [disturbo da deficit di attenzione/iperattività], l’epilessia e il declino cognitivo in età adulta», ha affermato.

 

Hooker ha suggerito che affermare che le convulsioni febbrili sono innocue aiuta a normalizzare un infortunio che può causare danni più ampi ai bambini, in particolare a quelli con altri problemi di salute.

 

«È disgustoso come le reazioni ai vaccini vengano minimizzate e normalizzate dalle grandi aziende farmaceutiche», ha detto Hooker. »Troppi bambini vengono danneggiati – il tasso di convulsioni nelle persone autistiche può raggiungere il 20% – e il danno viene nascosto sotto il tappeto».

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Diversi tipi di vaccini sono collegati a un tasso più elevato di convulsioni febbrili

Il CBER ha valutato i vaccini antinfluenzali per due stagioni di raffreddore e influenza tra il 2023 e il 2025. L’agenzia ha analizzato i dati delle compagnie assicurative per confrontare l’incidenza delle convulsioni febbrili nei bambini dai 6 mesi ai 4 anni nel primo giorno successivo alla vaccinazione, con l’incidenza di tali convulsioni tra gli 8 e i 63 giorni successivi alla vaccinazione.

 

Secondo il CBER, i dati indicavano un tasso di eccesso stimato di 21,2 convulsioni febbrili per milione di vaccini antinfluenzali quadrivalenti a dose standard e 44,2 convulsioni extra a seguito della somministrazione di vaccini trivalenti.

 

Uno studio del 2012 condotto su bambini di età compresa tra 6 mesi e 2 anni ha rilevato un aumento del rischio di convulsioni febbrili nelle 24 ore successive alla somministrazione concomitante di un vaccino antinfluenzale inattivato e del vaccino pneumococcico coniugato 13-valente (PCV13 o polmonite) o del vaccino contro difterite, tetano e pertosse acellulare (DTaP).

 

La dottoressa Meryl Nass, ex medico internista e fondatrice di Door to Freedom, concorda sul fatto che i vaccini antinfluenzali comportino un rischio di convulsioni febbrili. Tuttavia, ha affermato, altri vaccini, tra cui quello contro morbillo-parotite-rosolia (MPR), presentano un rischio ancora maggiore.

 

L’anno scorso, il Comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione (ACIP), che fornisce consulenza ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) in materia di politica vaccinale, ha votato per non raccomandare più il vaccino MMRV (morbillo-parotite-rosolia-varicella) per i bambini di età inferiore ai 4 anni.

 

Il voto dell’ACIP è seguito a una presentazione contenente prove di un aumento del rischio di convulsioni febbrili in seguito alla somministrazione del vaccino MMRV.

 

In uno studio del 2024 pubblicato su JAMA Network Open, i ricercatori della FDA hanno rilevato un segnale di sicurezza per le convulsioni nei bambini piccoli a seguito della vaccinazione mRNA contro il COVID-19. La maggior parte delle convulsioni era febbrile.

 

Un segnale di sicurezza è un segnale che un evento avverso potrebbe essere causato dalla vaccinazione, ma sono necessarie ulteriori ricerche per verificare tale collegamento.

 

In una pre-stampa pubblicata all’inizio del 2024, i ricercatori della FDA hanno scoperto che i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni che avevano ricevuto il vaccino mRNA contro il COVID-19 presentavano un rischio maggiore di convulsioni febbrili subito dopo la vaccinazione.

 

Nass ha messo in dubbio l’utilizzo da parte del CBER di studi osservazionali per trarre le sue conclusioni.

 

«Ciò di cui abbiamo bisogno sono alcuni studi prospettici di sorveglianza attiva per ottenere dati reali sui tassi di convulsioni febbrili e altri problemi nei bambini piccoli». Ha affermato che questi problemi spesso non vengono rilevati negli studi retrospettivi sulle cartelle cliniche.

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La comunicazione del CBER ai produttori di vaccini antinfluenzali è arrivata pochi giorni dopo che il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha apportato modifiche radicali al calendario delle vaccinazioni infantili, riducendo il numero di vaccini raccomandati per tutti i bambini da 17 a 11.

 

Nell’ambito di tali cambiamenti, i vaccini antinfluenzali non sono più raccomandati per tutti i bambini. Al contrario, il CDC ora raccomanda la condivisione delle decisioni cliniche tra medici e genitori.

 

L’anno scorso, l’ACIP ha votato per non raccomandare più i vaccini antinfluenzali contenenti timerosal, un conservante a base di mercurio associato a disturbi dello sviluppo neurologico.

 

Uno studio condotto dalla Cleveland Clinic su 53.402 adulti lo scorso anno ha scoperto che le persone che si erano vaccinate contro l’influenza durante la stagione del raffreddore e dell’influenza dell’anno precedente avevano il 27% di probabilità in più di contrarre l’influenza.

 

Michael Nevradakis

Ph.D.

 

© 16 gennaio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Il primo ministro canadese menziona il «Nuovo Ordine Mondiale» mentre elogia la partnership con la Cina

I parlamentari conservatori stanno attaccando duramente il primo ministro canadese Mark Carney dopo che, durante un viaggio nella Cina comunista, ha dichiarato di essere «rincuorato dalla leadership» del presidente Xi Jinping e che la collaborazione tra le due nazioni prepara il terreno per un «Nuovo Ordine Mondiale». Lo riporta LifeSite.

 

Giovedì il Carney, insieme ai suoi principali ministri, ha incontrato il premier cinese Li Qiang e ha commentato che le due nazioni possono essere «partner strategici» su questioni come la «sicurezza».

 

«Credo che i progressi compiuti nella partnership ci preparino bene per il Nuovo Ordine Mondiale».

 

WATCH: Today in Beijing, PM Mark Carney says he is “heartened by the leadership” of the Chinese dictator, that Canada and Communist China can be “strategic partners” – including on “issues of security” – and invokes the “New World Order.” pic.twitter.com/D5ROsBbqJA

— Juno News (@junonewscom) January 15, 2026

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La reazione online ai commenti di Carney è stata immediata da parte dei conservatori canadesi. Barbara Bal, candidata conservatrice alle ultime elezioni, ha osservato come le osservazioni di Carney dimostrino che i teorici della «cospirazione» sul Nuovo Ordine Mondiale potrebbero aver avuto ragione fin dall’inizio.

 

Non si tratta ad ogni modo del primo politico che cita il Nuovo Ordine Mondiale in un discorso ufficiale.

 

Molti politici hanno pronunciato la locuzione «Nuovo Ordine Mondiale» («New World Order») nei loro discorsi, quasi sempre in senso geopolitico e non cospirativo.

 

Il caso più celebre resta George H.W. Bush (1990-91), che la usò ripetutamente per descrivere la cooperazione internazionale post-Guerra Fredda e la risposta all’invasione del Kuwait: «un mondo in cui le nazioni si riuniscono per difendere la legge».

 

In epoca recente l’ex segretario di Stato USA Henry Kissinger (1923-2023) ha dedicato libri e interventi proprio al tema del Nuovo Ordine mondiale, inteso come riorganizzazione degli equilibri tra grandi potenze.

 

Tra i leader europei e italiani l’espressione è apparsa sporadicamente, spesso legata a crisi globali o assetti post-1989. I primi ministri italiani Giuseppe Conte e Mario Draghi hanno parlato di «Nuovo Ordine Mondiale» in chiave economica-finanziaria durante la pandemia e la guerra in Ucraina, evocando la necessità di riformare governance globale e multilateralismo.

 

Anche il premier magiaro Viktor Orbán ha usato l’espressione in chiave critica, attaccando élite globaliste. In Italia la formula resta rara tra i big (Berlusconi, Renzi, Meloni, Prodi non risultano averla usata in modo centrale), ma circola nei dibattiti di politica estera.

 

Come riportato da Renovatio 21, di Nuovo Ordine Mondiale parlarono apertis verbis, usando proprio questa espressione in accezione chiaramente positiva, l’esponente del PD di origine ebraica Emanuele Fiano e pure il capo sindacalista Landini.

 

🟦1 MAGGIO 2022.

Landini parla di NUOVO ORDINE MONDIALE spudoratamente…non riesco a crederci… pic.twitter.com/z6ye0x0iH6

— Jack Doson (@JacPr4185774) May 2, 2022


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L’espressione fu usata, forse con significati opposti, anche da Joseph Ratzinger, sia quando era cardinale che quando poi divenne romano pontefice.

 

Di «Nuovo Ordine Mondiale» ha parlato di recente anche il servizio segreto estero tedesco (BND) per descrivere i piani della Russia «nostro nemico».

 

L’argomento è stato trattato in vari discorsi ed omelie dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che condanna il diabolico progetto arrivando poi a parlare di una chiesa di Roma «concubina del Nuovo Ordine Mondiale» e con una gerarchia divenuta sua serva per l’instaurazione di una Religione dell’Umanità massonica. Per il monsignore, la «sinodalità» della nuova chiesa è una menzogna al servizio del piano ordinovista.

 

«Opponiamo il Vangelo all’ideologia di morte del Nuovo Ordine Mondiale. Rifondiamo gli Stati sulla roccia che è Cristo Signore» ha detto due anni fa al al Secondo Congresso del Movimento Russofilo Internazionale. In altre occasione ha accusato «la Sinarchia massonica del Nuovo Ordine Mondiale» e la storica infiltrazione del Vaticano».

 

Viganò ha definito la vittoria elettorale di Trump come una «battuta d’arresto per il piano criminale del Nuovo Ordine Mondiale», una vera «controrivoluzione» contro la tirannide ordinovista, mentre l’Europa delirante e guerrafondai si muove verso il Nuovo Ordine.

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Trump: «mi sono convinto da solo» a non bombardare l’Iran

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sottolineato con fermezza che la scelta di non procedere con il bombardamento dell’Iran è stata esclusivamente sua e non ha subito pressioni da parte di alcun Paese terzo.

 

Trump aveva lanciato ripetute minacce di intervento militare contro la Repubblica Islamica nel pieno delle violente proteste che stanno attraversando l’Iran. I disordini sono esplosi a fine dicembre, inizialmente scatenati dalle gravi difficoltà economiche e dall’inflazione galoppante, per poi evolversi in un movimento di protesta antigovernativa su scala nazionale, con un bilancio di centinaia di morti. Rivolgendosi direttamente ai manifestanti all’inizio della settimana, il presidente aveva dichiarato: «Gli aiuti stanno arrivando».

 

Mercoledì l’agenzia Reuters aveva riportato che un attacco statunitense contro l’Iran appariva «imminente». L’operazione, tuttavia, non si è mai concretizzata e, in seguito, vari media americani hanno riferito che alti rappresentanti di Qatar, Arabia Saudita, Oman, Egitto e Israele avevano chiesto a Trump di rinunciare al piano.

 

Interpellato venerdì dai giornalisti su tali indiscrezioni, Trump ha replicato: «Nessuno mi ha convinto. Mi sono convinto da solo».

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Secondo quanto affermato dal presidente, un fattore decisivo è stato il «grande impatto» prodotto dall’inversione di rotta da parte dell’Iran, che aveva inizialmente annunciato processi sommari e impiccagioni rapide per alcuni dei manifestanti più violenti arrestati, salvo poi annullare tutto.

 

«Ieri avevate programmato oltre 800 impiccagioni. Non hanno impiccato nessuno. Hanno annullato le impiccagioni», ha spiegato Trump. «Rispetto molto il fatto che abbiano annullato tutto», ha aggiunto.

 

Mercoledì il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Fox News, aveva dichiarato che non ci sarebbero state «impiccagioni né oggi né domani». Araghchi ha inoltre sostenuto che la calma è tornata nelle città iraniane, con il governo che mantiene il pieno controllo della situazione, e ha attribuito i disordini a Israele e a interferenze esterne.

 

Alla domanda se la sua promessa di sostegno ai manifestanti iraniani resti ancora valida, Trump ha risposto: «Vedremo».

 

Nonostante la rinuncia all’attacco aereo, gli Stati Uniti hanno comunque inviato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato venerdì da Fox News sulla base di fonti militari. Secondo l’emittente, Washington dispone già nella regione di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

 

All’inizio della settimana gli Stati Uniti hanno inoltre varato nuove sanzioni contro l’Iran, colpendo cinque funzionari della sicurezza accusati di aver partecipato alla «violenza e alla crudele repressione» dei manifestanti, una prigione del Paese e altri 18 individui ed entità sospettati di aver aiutato Teheran a aggirare le restrizioni sul commercio di petrolio.

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India: nessuna tregua per i cristiani a Natale

Con l’arrivo del nuovo anno in India, la comunità cristiana si trova ad affrontare una crescente ondata di persecuzioni, caratterizzata da episodi di violenza e arresti arbitrari. Secondo recenti resoconti pubblicati dai media cattolici, gli attacchi contro i cristiani sono aumentati, in particolare la domenica e durante le festività natalizie.

 

La «tregua di Natale» non ha avuto luogo sulle rive del Gange… Nell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell’India, la polizia ha arrestato dieci cristiani, tra cui diverse donne, il 14 dicembre 2025, durante un incontro di preghiera domenicale nel distretto di Mirzapur.

 

Il motivo? Una presunta violazione della legge anti-conversione dello Stato, che prevede fino a vent’anni di carcere per le conversioni effettuate con coercizione o induzione. Le autorità hanno sequestrato Bibbie, quaderni e telefoni cellulari. Nel vicino distretto di Jaunpur, altri due cristiani sono stati arrestati lo stesso giorno e posti in custodia cautelare.

 

Nel Rajasthan (Nord-Ovest del Paese), attivisti indù hanno interrotto una messa – sempre il 14 dicembre – celebrata nella chiesa cattolica di San Giuseppe a Bichhiwara, nel distretto di Dungarpur. Gli estremisti hanno accusato il sacerdote, padre Rajesh Sarel, di aver convertito con la forza gli indiani delle caste inferiori.

 

Questa intrusione avviene dopo l’adozione, il 9 settembre 2025, di una legge anti-conversione ancora più severa nel Rajasthan, che inverte l’onere della prova e incoraggia azioni legali abusive contro le minoranze.

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La Conferenza episcopale cattolica indiana (CBCI) ha espresso il suo «profondo sgomento» per questo «allarmante aumento» degli attacchi, in una dichiarazione pubblicata il 23 dicembre. I prelati indiani hanno denunciato la violenza come un attacco alla libertà religiosa, teoricamente garantita dalla Costituzione indiana.

 

Tra i fatti riportati nella dichiarazione della conferenza episcopale c’è un incidente avvenuto a Jabalpur, nel Madhya Pradesh, dove Anju Bhargava, vicepresidente locale del BJP (il partito nazionalista al governo), ha molestato un fedele ipovedente pochi giorni prima di Natale.

 

La violenza ha raggiunto il culmine durante le celebrazioni natalizie. Il 24 dicembre, nello stato nord-orientale dell’Assam, una ventina di uomini affiliati al Vishwa Hindu Parishad (VHP) e al Bajrang Dal – gruppi nazionalisti indù – hanno invaso e vandalizzato la scuola cattolica St. Mary a Panigaon, nel distretto di Nalbari.

 

Questi eventi sono in netto contrasto con i gesti ufficiali del primo ministro Narendra Modi, che ha partecipato alla funzione natalizia il 25 dicembre presso la Cattedrale della Redenzione a Nuova Delhi. Il giorno X, il capo del governo nazionalista indù ha persino augurato ai cristiani un Natale pieno di speranza e gentilezza.

 

Il cardinale Baselios Cleemis, arcivescovo maggiore della Chiesa cattolica siro-malankarese, ha criticato questa dissonanza: «da una parte, Modi scambia saluti con i rappresentanti cristiani; dall’altra, gli attacchi persistono», ha affermato l’alto prelato, che ha segnalato altri incidenti, come l’aggressione a un gruppo di cantori di canti natalizi in Kerala da parte di un militante indù, e gli inviti all’odio contro i cristiani in Chhattisgarh.

 

I cristiani, che rappresentano meno dell’1% della popolazione nell’Uttar Pradesh e nel Rajasthan (dove gli indù sono la maggioranza, con oltre l’80%), si sentono vulnerabili: «essere cristiani è diventato difficile; si può essere arrestati per una semplice preghiera o per il possesso di una Bibbia», racconta un credente.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Prime Minister’s Office, Government of India via Wikimedia pubblicata su licenza Government Open Data License – India (GODL); immagine tagliata

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Putin parla con il presidente iraniano Pezeshkian

Il presidente russo Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, mentre la Repubblica Islamica è ancora attraversata da vaste proteste popolari scoppiate nelle ultime settimane.

 

I disordini sono iniziati verso la fine del mese scorso, provocati principalmente dall’impennata dell’inflazione e dal crollo verticale del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono presto trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine, con un bilancio – secondo diverse fonti – di centinaia di vittime. Le autorità di Teheran hanno accusato Stati Uniti e Israele di essere i veri artefici delle rivolte.

 

In una nota diffusa venerdì dal Cremlino si legge che Pezeshkian «ha informato Vladimir Putin sui continui sforzi del governo iraniano per normalizzare la situazione nel Paese».

 

I due capi di Stato hanno concordato sulla necessità di una «de-escalation delle tensioni in Iran e nella regione nel suo complesso il prima possibile», sottolineando che «ogni problema emergente deve essere risolto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici».

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Putin e Pezeshkian hanno inoltre riaffermato «il loro reciproco impegno a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico tra Russia e Iran», con particolare attenzione ai progetti economici congiunti in corso.

 

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, intervenendo questa settimana, ha dichiarato che Mosca «condanna fermamente le interferenze straniere destabilizzanti» negli affari interni iraniani. Secondo la diplomatica, alcune potenze estere avrebbero cercato di trasformare una protesta inizialmente pacifica in «disordini crudeli e insensati», con l’obiettivo di provocare un cambio di regime a Teheran.

 

La Zakharova ha definito «assolutamente inaccettabili» le minacce statunitensi di ricorrere alla forza contro la Repubblica Islamica, avvertendo che un intervento militare contro l’Iran rischierebbe di destabilizzare l’intero Medio Oriente.

 

La stessa portavoce ha inoltre attribuito le attuali difficoltà economiche iraniane principalmente alle sanzioni imposte dall’Occidente.

 

Negli ultimi giorni il presidente statunitense Donald Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, esortando i manifestanti a impadronirsi delle istituzioni statali. All’inizio della settimana il leader americano ha dichiarato che la sua amministrazione stava «valutando alcune opzioni molto forti» per intervenire contro Teheran.

 

L’Iran rappresenta da lungo tempo un alleato strategico della Russia: i due Paesi hanno formalizzato un accordo di partenariato strategico in occasione della visita di Pezeshkian a Mosca lo scorso gennaio.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Portaerei statunitense diretta in Medio Oriente

Gli Stati Uniti hanno dispiegato almeno una portaerei verso il Medio Oriente, come riportato da Fox News citando fonti militari anonime. La mossa segue le minacce velate lanciate negli ultimi giorni dal presidente Donald Trump contro l’Iran.

 

La Repubblica Islamica è scossa da proteste di massa iniziate alla fine di dicembre, scatenate dal malcontento popolare per l’inflazione galoppante e il crollo del valore del rial iraniano. Le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in scontri violenti con le forze di sicurezza, con un bilancio che, secondo varie fonti, ammonterebbe a centinaia di morti. Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di essere i responsabili dell’agitazione.

 

Giovedì, Fox News ha indicato che la nave da guerra diretta nella regione potrebbe essere la USS Abraham Lincoln o una delle due portaerei salpate di recente da Norfolk e da San Diego. L’emittente ha precisato che, al momento, gli Stati Uniti dispongono già nella zona di tre cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee.

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Fonti anonime hanno riferito al network che Washington intende probabilmente rafforzare ulteriormente la propria presenza militare intorno all’Iran, con l’invio di capacità di attacco aereo e terrestre, oltre a sistemi di difesa missilistica, nei prossimi giorni e settimane. Funzionari non identificati hanno descritto l’operazione come un «rafforzamento della forza», che metterebbe il presidente in condizione di autorizzare un’azione militare «offensiva» se lo ritenesse opportuno.

 

Sempre giovedì, la NBC, basandosi su diverse fonti informate, ha riportato che Trump stava considerando l’ipotesi di un colpo rapido e decisivo contro il governo iraniano, preferendolo a un coinvolgimento prolungato in un conflitto. Poiché i suoi consiglieri non sarebbero in grado di assicurare che un intervento armato porterebbe a un immediato rovesciamento delle autorità di Teheran, il presidente si è finora mostrato cauto nel dare l’ordine di attacco, secondo quanto riferito dalla rete.

 

Come riportato da Renovataio 21, diversi Paesi del Golfo avrebbero contattato privatamente Trump per cercare di dissuaderlo da un’azione militare contro l’Iran, temendo un’instabilità regionale più ampia e gravi ripercussioni sul mercato globale del petrolio.

 

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I premi italiani agli European Film Academy

Greta Scarano si aggiudica il premio 'young audience' con 'Vita da grandi', film coprodotto da Rai Cinema, sul complesso tema dell'autismo. Ad Alice Rohrwacher va un riconoscimento speciale, per il suo contributo al cinema europeo

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TG2 Cinematinée del 17/01/2026

I film della settimana, i consigli, le classifiche i protagonisti dello spettacolo si presentano al pubblico della notte. Direttore Antonio Preziosi. Vicedirettore Maria Antonietta Spadorcia. A cura di Cinzia Terlizzi

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TG2 Achab Libri del 17/01/2026

Le novità in libreria, le classifiche e le segnalazioni per una buona lettura: ospite ogni settimana un autore. Direttore Antonio Preziosi. Vicedirettore Maria Antonietta Spadorcia. A cura di Carola Carulli

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TG2 Mizar del 17/01/2026

Direttore Antonio Preziosi. Vicedirettore Maria Antonietta Spadorcia

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Nuova piramide alimentare made in Usa: cosa dice davvero la scienza su carne, grassi e cereali

Negli Stati Uniti è stata recentemente pubblicata una rivoluzione nelle linee guida nutrizionali federali che capovolge il tradizionale modello dietetico, ponendo le proteine e gli alimenti ricchi di nutrienti al centro dei pasti e relegando i cereali integrali “in fondo” alla vecchia piramide alimentare. E’ importante valutare criticamente i messaggi positivi e le possibili criticità di questo cambiamento.

I ‘pro’ delle nuove indicazioni

– Ridurre gli alimenti ultraprocessati è un obiettivo salutare. Molti studi scientifici concordano che un consumo elevato di alimenti ultraprocessati (ossia prodotti industriali ricchi di additivi, zuccheri e grassi poco salutari) si associa a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Invitare la popolazione a preferire cibi “veri”, preparati in casa, con ingredienti freschi, è un messaggio coerente con la promozione di una dieta salutare basata su alimenti minimamente lavorati.

– Valorizzare frutta, verdura e grassi “buoni”. Le linee guida mantengono il consiglio di includere 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, insieme a grassi insaturi da olio d’oliva, avocado, frutti di mare e frutta secca. Indicazioni solide supportate da molte evidenze epidemiologiche.

– Moderazione degli zuccheri aggiunti. Ridurre lo zucchero aggiunto e le bevande zuccherate è un punto condivisibile e utile per contrastare le patologie metaboliche diffuse.

I ‘contro’ delle nuove indicazioni

– Ruolo eccessivo attribuito alla carne rossa e ai latticini interi. Posizionare in cima alla piramide alimentare bistecche, formaggi e latte intero senza distinguere chiaramente tra qualità e quantità può inviare messaggi fuorvianti. La ricerca suggerisce che un consumo elevato di carne rossa lavorata, ad esempio, è associato a un aumento del rischio di alcune malattie croniche. È fondamentale bilanciare le fonti proteiche, privilegiando anche pesce, legumi e carni bianche, e mantenere i grassi saturi sotto controllo. Chiara mano tesa nei confronti dei grandi produttori americani di carne rossa, latticini e formaggi.

– Ridimensionare i cereali integrali può non essere vantaggioso. Posizionare i cereali integrali “in fondo” è un cambiamento discutibile: cereali integrali ben scelti (come farro, avena, riso integrale) sono fonti importanti di fibre, micronutrienti e sostengono la salute intestinale e cardiometabolica. La loro marginalizzazione rischia di indebolire uno degli aspetti più solidi delle raccomandazioni nutrizionali basate sull’evidenza.

– Interpretazione dei grassi saturi e dei grassi “sani”. La nuova guida sembra promuovere grassi saturi (come il burro) a favore di alcuni oli di semi. Tuttavia, la comunità scientifica internazionale raccomanda di privilegiare grassi insaturi (olio d’oliva, frutta secca) per il benessere cardiovascolare, pur mantenendo i grassi saturi sotto una soglia moderata.

– Controversie sull’applicabilità e l’evidenza scientifica. Alcuni esperti nutrizionisti hanno sollevato dubbi sulla solidità scientifica di certe raccomandazioni, soprattutto quelle legate all’attribuzione di “peso” ai macronutrienti (proteine, grassi, carboidrati) senza un chiaro consenso internazionale. È fondamentale che le linee guida siano radicate su evidenze robuste e non su ideologie o pressioni politiche.

Le nuove linee guida americane contengono intuizioni valide, soprattutto nella lotta contro gli alimenti ultraprocessati e nel promuovere alimenti freschi e nutrienti. Tuttavia, alcune prescrizioni, come la centralità delle proteine animali e il minor ruolo attribuito ai cereali integrali, devono essere interpretate con cautela e adattate alle esigenze individuali e ai principi di una dieta equilibrata. Per chi si ispira alla dieta mediterranea, la chiave resta sempre la varietà, la qualità delle scelte alimentari e l’equilibrio tra nutrienti, piuttosto che l’adesione a modelli troppo rigidi.

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È Andrea Iervolino il capro espiatorio degli scandali sul tax credit cine-televisivo?

Il sistema mediale italiano sta vivendo una brutta fase: la vicenda della cessione delle maggiori testate giornalistiche del Gruppo Gedi (la Repubblica in primis) al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou (nel cui capitale c’è al 30 % anche Mbc Group, il principale broadcaster del Medio Oriente) conferma quanto ormai la stampa quotidiana non sia ritenuta – da gruppi finanziari e industriali come Exor (controllato dalla famiglia Agnelli) – granché rilevante, nel nuovo ecosistema della comunicazione, ormai dominato da TikTok e piattaforme analoghe… E che dire delle nuove notizie relative all’uso ed abuso dello strumento del “tax credit” a favore del cinema e della fiction televisiva, mentre è iniziato a Montecitorio l’iter per una ipotetica nuova legge di settore?!

Grande effervescenza e grande confusione, ma al tempo stesso grande assenza di vera “politica culturale” (e mediale).

In questo scenario, emerge come emblematica la figura controversa del giovane produttore italo-canadese Andrea Iervolino, che spazia dal cinema all’editoria: ha sottoposto a Gedi una proposta di acquisto per il quotidiano La Stampa (che non interessa il gruppo greco Antenna), con un’offerta di 22,5 milioni di euro, confermando l’intenzione di entrare in modo deciso nel business della stampa, nel quale sta per affacciarsi anche attraverso un nuovo quotidiano affidato alla direzione di Rocco Casalino, il cui lancio in edicola era previsto per metà gennaio, ma slitta di qualche settimana…

Martedì 13 gennaio Andrea Iervolino ha ricevuto un’altra brutta sorpresa: il Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura Giorgio Carlo Brugnoni ha firmato un decreto che esclude la Sipario Movies spa dai contributi del Mic per 5 anni (cinque), invocando la norma secondo la quale, in caso di “dichiarazioni mendaci” in sede di richiesta del credito di imposta, la società viene esclusa dai contributi pubblici per cinque anni.

Si tratta di una vicenda intricata che si trascina da quasi due anni. A fine aprile 2024 il Ministero della Cultura ha chiesto a Iervolino documenti su 38 produzioni tra il 2018 e il 2022, ed in quei mesi scoppiava una guerra interna alla società, con un furente scontro tra Iervolino e la sua allora socia Monika Bacardi nella Iervolino Lady Bacardi Entertainment (Ilbe), poi divenuta Sipario… Il 14 luglio 2025 il caso esplode: la Guardia di Finanza invia al pm romano Antonino Di Maio una informativa su Ilbe/Sipario e nelle stesse ore l’allora Direttore Generale Cinema del Mic, Nicola Borrelli, dimissionario, firma la revoca di 66 milioni di euro di “tax credit” a Sipario. E sempre lo stesso giorno la Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni annunciava la mossa del Mic a mo’ di azione esemplare. Come scrivevano allora Nicola Borzi e Thomas Mackinson su il Fatto: “una tempistica che tradisce la logica politica: mostrarsi inflessibili dopo il caso di Francis Kaufmann, il killer di villa Pamphili che ha ricevuto 860mila euro di tax credit per film mai prodotti, usando Iervolino come capro espiatorio”…

A distanza di mesi, il Ministero continua a mantenere congelati i crediti di Iervolino, anche se, allo stato attuale dei fatti, sono soltanto in corso delle indagini, non esiste certo alcuna condanna, ma soltanto una contestazione dell’Agenzia delle Entrate nell’ordine di 744mila euro, ovvero una somma ben lontana da quei 66 milioni di euro della revoca integrale. Il Ministero ha invece deciso di rinnovare il blocco di tutti i crediti di Iervolino. Presunzione di innocenza? Bye bye. Certezza del diritto? Addio. Resta senza risposta anche l’interrogazione parlamentare Atto Camera A.C. n. 4/06603 di Alfredo Antoniozzi (Fratelli d’Italia).

In verità, secondo alcuni analisti Andrea Iervolino è di fatto divenuto il “capro espiatorio” dei non pochi produttori che hanno approfittato della gestione del “tax credit” non adeguatamente sottoposta a controlli: organizzando una grancassa su Iervolino, l’attenzione mediatica non è andata a verificare tante altre anomalie, a cominciare da quanto abbiano beneficiato del “tax credit” molte società di produzione controllate da multinazionali straniere, in primis la Fremantle del gruppo tedesco-lussemburghese Rtl ovvero Bertelsmann… In sostanza, il “caso Iervolino” ha consentito di alzare una cortina fumogena sulle tante magagne del credito d’imposta, sulle quali sta peraltro indagando la Procura di Roma attraverso più indagini.

La domanda che sorge spontanea è: perché soltanto Iervolino è stato “attenzionato”? E come commentare alcune notizie degli ultimi giorni: è stato il quotidiano La Verità (diretto da Maurizio Belpietro) ad aver acceso i riflettori su anomalie come gli 800mila euro di credito d’imposta concessi dal Mic per la produzione della serie tv Netflix “Io sono notizia” sul “giornalista” (pregiudicato) Fabrizio Corona? E sono stato io a porre per primo – su questo blog – il quesito se ha un senso (di politica culturale) la concessione di ben 8 milioni di euro di “tax credit” al film di Checco Zalone, “Buen Camino”.

La questione di fondo resta il deficit di un (buon) governo della “politica culturale” italiana: alle carenze di adeguati controlli amministrativi nelle procedure ministeriali, si associa la totale assenza di valutazioni di impatto (culturali e socio-economiche), che consentano di comprendere i risultati dell’intervento dello Stato… Martedì 13 in Commissione VII della Camera (presieduta da Federico Mollicone, FdI) è iniziato l’iter per una prospettata nuova legge sul cinema e l’audiovisivo: ad essere audite per prime – non a caso – le lobby grandi e piccole della produzione (Anica, Apa, Cna, Agici, Itaca…), ognuna delle quali ha implorato che lo Stato non riduca il proprio intervento.

Nessuno ha avuto il coraggio di chiedere (pretendere) analisi e studi e valutazioni… perché, se questa strumentazione tecnica venisse finalmente attivata, si andrebbero a scoprire tanti altarini e tante (altre) magagne, nella gestione di quei 700 milioni di euro di danari pubblici che lo Stato ha messo a disposizione nel 2025, pur ridotti a 610 milioni per l’anno 2026. Il problema vero non è il “quantum” dell’intervento dello Stato nel settore, ma il “come”.

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Il pontificato di Prevost comincia adesso, finito il Giubileo

Il pontificato di Prevost comincia adesso. Chiusa la Porta Santa, e senza più la pletora degli appuntamenti giubilari, Leone XIV può dedicarsi ai grandi obiettivi del suo governo: il rilancio della curia nel suo ruolo di istituzione-guida di una realtà molto variegata comprendente un miliardo e quattrocento milioni di fedeli, la razionalizzazione delle riforme di papa Francesco, la ricucitura delle spaccature prodottesi durante la lunga guerra civile scatenata dagli ultraconservatori anti-Bergoglio, l’impegno a far sì che il cattolicesimo mantenga una capacità “attrattiva” (copyright Benedetto XIV) in un mondo in rapidissima trasformazione tecnologica, sociale e culturale.

Nei mesi passati Leone ha preso alcune decisioni importanti. Ha nominato a capo della commissione vaticana sugli abusi una personalità rigorosa come il vescovo Thibault Verny, già responsabile del medesimo organismo in Francia. Ha scelto come prefetto del dicastero dei Vescovi l’arcivescovo Filippo Iannone con una solida esperienza giuridica e gestionale: esprimendo la volontà di procedere con grande cura alla nomina dei futuri vescovi. Infine Prevost ha nominato suor Tiziana Merletti segretario del dicastero per i Religiosi (Istituti di vita consacrata), proseguendo la linea di Francesco: donne in funzioni apicali nella curia romana.

Non c’è dubbio che ora inizia la fase in cui Prevost comincerà gradualmente a scegliere la sua squadra ai vertici della curia. In cima ai suoi pensieri sta tuttavia l’urgenza di modellare una comunità ecclesiale capace di muoversi con convinzione e senza estreme divisioni nell’epoca attuale.

Il 6 gennaio è terminato il Giubileo, il 7 e l’8 gennaio Leone XIV ha riunito i cardinali di tutto il mondo in un concistoro straordinario, una “riunione di lavoro” che d’ora in poi avrà carattere annuale potendo anche durare tre-quattro giorni. L’iniziativa nasce da una precisa richiesta emersa durante le riunioni precedenti il conclave del maggio scorso. Proprio perché Francesco aveva ampliato in maniera considerevole il ventaglio dei paesi da cui provengono i porporati, costoro avevano domandato di partecipare di più alle scelte dei pontefici rimediando alla conduzione verticistica di Bergoglio.

La cosa notevole è che i temi scelti direttamente dai 170 cardinali presenti sono stati “Evangelizzazione e missionarietà della Chiesa” e “Sinodo e sinodalità”. In altre parole due temi fondamentali del pontificato bergogliano con un esplicito e insistito riferimento (sia da parte dei porporati sia da parte di Leone) al primo documento di indirizzo del governo di Francesco: l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Mai era accaduto nei pontificati del passato che un nuovo papa ponesse in maniera così esplicita come base programmatica del suo governo un documento del predecessore. Segno che il progetto di una “Chiesa in uscita”, inclusiva, non clericale e fortemente partecipativa – quale è stato posto sul tavolo da Francesco – corrispondeva e corrisponde alle esigenze dei tempi.

Lo stesso vale per le tematiche relative a “Sinodo e sinodalità”, termini certamente ostici per l’uomo della strada ma che esprimono l’esigenza di trasformare la Chiesa cattolica da organismo centralizzato di tipo autoritario, quasi militaresco, in una comunità in cui decisioni e indirizzi e governo non vengono affidati esclusivamente a papi-monarchi e vescovi-principi ma sono frutto di un impegno comunitario a cui partecipano tutte le componenti del “popolo di Dio”: sacerdoti e religiosi, diaconi e laici, uomini e donne.

Che papa Leone imposti il suo pontificato su questo progetto, destinato a culminare nel 2028 (come auspicava Francesco) in una Assemblea ecclesiale mondiale è il segno più evidente della sconfitta in conclave delle forze conservatrici, che oggi annaspano in mancanza di valide idee-guida e di “rimproveri” da poter scagliare contro Leone, che nel suo agire rivela una forte spiritualità, un forte senso delle istituzioni, un forte desiderio di lavoro collegiale superando polarizzazioni. “Sono qui per ascoltare e per imparare a lavorare insieme”, ha detto Prevost aprendo il concistoro straordinario. Difficile quindi accusare il papa (come accadeva ai tempi di Bergoglio) di procedere “per strappi” e prendendo decisioni solitarie.

Una nuova riunione generale dei cardinali di tutto il mondo è già stata programmata per il 27-28 giugno. Probabilmente lo strumento andrà affinato. Questa volta è stato seguito il metodo degli ultimi sinodi. Venti tavoli a cui erano seduti i porporati (11 tavoli di cardinali non elettori, 9 tavoli di cardinali elettori). Tre minuti concessi ad ognuno per un intervento iniziale e altri tre minuti per un intervento di ritorno. Un’ottima maniera per conoscersi e per esprimersi tutti quanti, un metodo valido per setacciare i problemi ed arrivare ad una prima cernita, ma che non può sostituire la dinamica assembleare. La parola Chiesa viene dal greco “ekklesia”, l’assemblea, e sinodi e i grandi concili – a partire da quello di Nicea – sono stati il frutto di un dibattito, anche rovente, di fronte alla platea riunita dei votanti.

E’ una prima critica emersa nel mondo cattolico. Insieme alla richiesta che i documenti dei gruppi di lavoro siano resi pubblici. “Sinodo” è un’altra parola greca, significa camminare insieme e sempre più nel laicato cattolico è diffusa la richiesta di “conoscere insieme” ciò di cui si discute agli alti livelli.

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Deglobalizzazione? No, è solo una riorganizzazione: ecco come cambiano le catene produttive

Negli ultimi anni la parola deglobalizzazione è diventata una scorciatoia narrativa tanto comoda quanto pericolosa: l’idea che il mondo stia tornando indietro verso economie chiuse e catene produttive domestiche. Ma, a guardare bene, questa lettura è fuorviante: non stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, bensì a una sua ricomposizione, ossia un riassetto delle interdipendenze, guidato soprattutto dalla distribuzione globalizzata delle catene del valore (Global Value Chains, GVC) e dall’impossibilità economica, tecnica e politica di riportarle principalmente dentro i confini nazionali.

Se la deglobalizzazione fosse un processo reale e strutturale, vedremmo almeno tre segnali robusti e persistenti: contrazione durevole del commercio internazionale, non solo rallentamenti ciclici; ritiro stabile degli investimenti transfrontalieri in attività produttive (non solo riallocazioni); accorciamento generalizzato delle filiere, con sostituzione domestica degli input e riduzione delle reti fornitrici.

Certo, è ancora presto per questo, ma intanto i dati e le analisi convenzionali più recenti raccontano altro: il commercio globale mostra capacità di resistenza e di adattamento rispetto ai terremoti politici in atto. Questo non significa che le multinazionali e i relativi investimenti non stiano subendo conseguenze, ma la reazione non è la “chiusura”, ovvero il “ritiro”, bensì una riorganizzazione e diversificazione delle filiere su larga scala.

L’Unctad descrive il 2024 come un anno di espansione record del commercio mondiale, trainato dai servizi. Riguardo agli Investimenti Diretti Esteri, sebbene l’Unctad sempre nello stesso anno ne segnali un calo, questo non indica un “ritorno all’autarchia” quanto una riorganizzazione e ricomposizione per aree e settori, con divergenze regionali.

In altri termini, le imprese e gli Stati non stanno abbandonando le filiere internazionali ma cercano di ridurre rischi (concentrazione, dipendenze critiche, vulnerabilità geopolitiche) reindirizzando flussi e investimenti verso paesi “affini” o più vicini.

Basti pensare che le catene produttive moderne sono il frutto di decenni di specializzazione, standardizzazione, logistica avanzata e divisione internazionale del lavoro. In moltissimi settori gli input critici sono prodotti in pochi paesi, la manifattura è modulare e distribuita, la progettazione, il software e la proprietà intellettuale viaggiano separati dall’assemblaggio, il valore è “scomposto” tra più giurisdizioni e società (con effetti anche fiscali e regolatori). Ragione per cui dati ancor più recenti, in particolare quelli relativi al primo semestre del 2025, mostrano non solo diversi segni negativi sugli Investimenti Diretti Esteri ma anche andamenti contrastanti che non consentono di trarre delle conclusioni più o meno significative per un fenomeno nel pieno della sua manifestazione, spinto anche dalle trasformazioni indotte dalla nuova industria tecnologica dell’IA.

Ciascuna potenza mondiale sta giocando le proprie carte, mosse e contromosse sono in corso di evoluzione e la riallocazione del capitale privato dipende e dipenderà principalmente da questo.

Ciò che deve preoccupare è che tanto maggiore è l’eterogeneità degli interventi dei governi, tanto maggiore è il rischio che un riassetto delle catene di produzione globale produca crisi sistemiche, paradossalmente non soltanto nei paesi meno “accomodanti”.

Le scelte dei governi saranno probabilmente, o meglio necessariamente, sempre più polarizzate. Da un lato verso un maggiore controllo pubblico dell’economia e un ridimensionamento del potere del capitale straniero come sta accadendo in Cina, basti pensare alla riforma del 2020 sul controllo delle holding nei settori strategici pur mantenendo l’apertura agli investimenti esteri. Il governo Usa sta invece seguendo la direzione di un allentamento dei vincoli regolatori sull’economia interna, mentre riguardo al commercio estero tenta di favorire gli interessi statunitensi non interferendo direttamente sulla proprietà privata ma con leve strategiche “esterne” come i dazi.

Questa polarizzazione sta mettendo a dura prova la governance politica europea. Negli ultimi anni i burocrati di Bruxelles hanno lavorato – si potrebbe dire ossessivamente – per portare a regime un sistema di regole molto dettagliato sul funzionamento e sul controllo delle grandi aziende, con la previsione di sistemi di monitoraggio dall’enorme valore politico. A ciò si aggiungano le regole sull’IA, che non piacciono per nulla agli Usa, oppure quelle sul lavoro nelle piattaforme tecnologiche, stavolta in un’ottica di maggiore tutela per i lavoratori.

In pratica, rispetto alle polarizzazioni in atto, l’Ue si trova a dovere fare i conti con un faticoso equilibrismo, che ancor prima di essere regolatorio è ideologico: se si vuol istituire un sistema di controllo pubblico sui movimenti di capitale e una maggiore difesa del lavoro, significa ammettere che l’approccio neoliberista seguito sino a ora sia stato fallimentare.

Ci sono tutti i presupposti per una tempesta perfetta, insomma.

Senza uno studio rigoroso sul reale funzionamento delle catene di produzione globale, ovvero delle multinazionali, il riassetto in corso della globalizzazione rischia di tradursi in una crisi sociale e politica profonda, perché i nuovi equilibri verranno decisi dalle filiere e dalle strategie societarie orientate a difendere i propri profitti, non dalle istituzioni.

Credo che il mio studio sulle multinazionali possa essere decisivo per leggere questo riassetto: gli indicatori oggi utilizzati—produttività, valore aggiunto, profitti, flussi commerciali—non colgono il funzionamento reale delle catene infragruppo e delle filiere globali, e senza nuovi indicatori capaci di misurare dove si formano davvero ricchezza e rischio, continueremo a scambiare per “crescita” ciò che può invece portare a una crisi.

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Il riarmo per l’Italia equivale a prepararsi ad una guerra sociale

di Francesca Carone*

Dopo il conflitto tra Russia e Ucraina e il sangue sparso su Gaza, ora l’America attacca il Venezuela. E il cerchio (forse) si chiude.
Nella narrazione corrente ci sono aggressori e aggrediti. In quella filosofico-religiosa di matrice cristiana ci sono buoni e cattivi, potenti e deboli che prosperano o soccombono (a seconda del lignaggio, della ricchezza, del ruolo sociale o semplicemente di pura fortuna) nelle democrazie e nelle moderne dittature e “democrature”.

Si dice tutto e il contrario di tutto. Putin e Zelensky sono i due attori bellici “interscambiabili”: nel gergo metaforico più elementare, sono “double face”: aggressori (russi) per alcuni, aggrediti (ucraini) per altri e viceversa, a seconda della narrazione filorussa o filoucraina. Poi ci sono alcune autorevoli voci che, attraverso fondate e incontrovertibili argomentazioni storiche, hanno osato illustrare le radici del conflitto russo-ucraino e l’affossamento dei negoziati, misteriosamente delegittimati ancora prima di nascere.

La democratura russa di Putin rimane tale nel panorama politico mondiale. Le mosse belliche dello zar sull’Ucraina sono tuttavia il risultato di azioni pregresse di natura storico-territoriale in cui è coinvolta anche l’Ucraina. A fronte della guerra intestina russo-ucraina, costellata da azioni di forza da entrambe le parti, l’unica soluzione rimanevano i cosiddetti negoziati per scongiurare una guerra che da diversi anni continua a mietere un numero altissimo di vittime innocenti.

Se nella narrazione cosiddetta filorussa la parola chiave è negoziato, nella narrazione filo-ucraina la parola chiave è riarmo: protagonista di questa propaganda bellico/difensiva il famoso slogan sdoganato dall’Europa (della Von der Leyen, della Kallas e di Mertz ): “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”.

Ma prepararsi ad una guerra da scongiurare anche in un lontanissimo “Futuro”, per molte nazioni come l’Italia, significa prepararsi ad una guerra sociale in cui si riapre in modo inesorabile la forbice delle disuguaglianze, della povertà, del malessere e di una pericolosa instabilità generazionale collettiva che declina sempre più verso il disinteresse politico, verso la non partecipazione e quindi verso la perdita della “libertà”, come affermava Giorgio Gaber nel suo celebre brano, “Libertà è partecipazione”.

In Italia il numero di persone in povertà si è portato a livelli record. L’Italia, così come la Grecia, è l’unico Paese ad avere un segno rosso rispetto alla crescita degli stipendi; il reddito reale delle famiglie risulta in calo rispetto a vent’anni fa, con un impatto diretto sul potere d’acquisto. Nel 2024, quasi un italiano su 10 ha rinunciato a cure necessarie. Nel “Rapporto annuale 2025” dell’Istat, è il dato più alto degli ultimi anni: si passa infatti dal 6,3% nel 2019 al 9,9% di oggi con un balzo di oltre due punti nell’ultimo anno. Le cause sono le liste d’attesa lunghe e costi proibitivi, che colpiscono in modo diseguale a seconda del reddito, del territorio e del genere.

I dati relativi alla disoccupazione sono ancora fiacchi, soprattutto per il Mezzogiorno. Accanto alla disoccupazione cresce un fenomeno sempre più diffuso: “il lavoro povero”: secondo i dati dell’Istat del 2023, esiste “un’elevata percentuale di lavoratori che, nonostante siano occupati, rischiano di cadere in povertà a causa di retribuzioni orarie troppo basse, o perché svolgono lavori precari o a tempo parziale”. Sono i cosiddetti working poor: la Caritas conferma che a chiedere aiuto è “quasi un beneficiario su quattro” appartenente alla categoria del “lavoro povero”. A decretarne la diffusione è la stagnazione dei salari.

Il cosiddetto riarmo progettato e attuato dall’Europa e il corposo supporto economico elargito all’Ucraina dall’Italia definiscono le nuove priorità del nostro Paese. L’Italia, una nazione a vocazione democratica che sostiene l’uguaglianza e la partecipazione. E celebra il lavoro nel primo articolo della Costituzione può e deve restituire dignità, libertà e voce a tutti coloro che la stessa Costituzione difende e tutela nei sui articoli.

*Insegnante

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L’autorità della resistenza comincia sempre dai no: la lezione su gloria e potere dal Vangelo secondo Matteo

Nel Vangelo secondo Matteo si racconta una delle tentazioni alla quale sarebbe stato sottoposto Cristo. Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. I regni del mondo con la loro gloria. Il potere e la gloria non è solo il titolo del noto e straordinario romanzo dello scrittore inglese Graham Greene ma anche la cifra della storia umana contemporanea. Il potere del popolo per il popolo e con il popolo sono momenti particolari, squarci, feritoie di un mondo che passa in fretta di moda. Persino papa Leone, tutt’altro che scevro di potere, ha recentemente ricordato agli ambasciatori riuniti in Vaticano che anche “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Tutto gira attorno a due elementi citati, il potere e la gloria.

Se prostrandoti mi adorerai, afferma perentoriamente il diavolo, simbolo della divisione e della menzogna. Il potere adora la gloria e la gloria il potere. Uno cammina con l’altro da buoni compagni di destino o meglio di strategia. Proporre questo abbinamento è interpretato dal Vangelo come ‘demoniaco’ e cioè potenzialmente menzognero e divisivo. Sappiamo per esperienza personale e storica quanto il potere in realtà possieda chi l’esercita. Coloro che vivono nel e del potere e la gloria sono dei ‘posseduti’. Capiamo anche perché, nella gestione politica del potere, da ogni parte e con modalità differenti, si è sempre cercato di limitare o ‘controllare’ il potere. Non è vero che il potere logora solo chi non ce l’ha, come disse un noto politico. Il potere sempre corrompe e quello senza argini corrompe ‘assolutamente’. Sarebbe sufficiente pensare alle dittature, civili o militari.

Ciò succede perché si opera una scissione tra chi ha l’autorità, intesa come autorevolezza, legittimità e capacità di far crescere e migliorare gli altri e potere, definito come capacità di determinare la condotta di altri e ottenerne l’obbedienza. Lo slittamento o tentazione di tradurlo in dominazione di matrice necrofila appare fin troppo evidente e di fatto conseguente.

Se prostrandoti mi adorerai, afferma il divisore e menzognero simbolo del potere. Il potere è infatti tentato di prostrarsi ai demoni della gloria, dell’effimero impero del denaro o del successo di cui i cimiteri sono perenne testimonianza. Quando l’autorità si istituzionalizza diventa a sua volta espressione del potere. Lo stato, le religioni, l’amministrazione pubblica, i partiti, i sindacati, la scuola e financo la famiglia possono trasformarsi in potere e dunque attuare come mero strumento per dominare i ‘sudditi’.

Dal Vangelo citato conosciamo pure la risposta al tentatore. Dai segni del potere al potere dei segni. Solo Dio adorerai, risponde Cristo secondo la spiritualità biblica. Ciò significa ed esprime la scelta di non piegare le ginocchia davanti a nessun altro che non sia l’origine e la fonte della vita. Solo l’appartenenza alla gratuità radicale del trascendente assicura e libera da ogni sottomissione al potere della gloria. Non casualmente il Cristo dei vangeli non si è piegato dinnanzi a nessuna forma di potere, sociale, economico, politico e religioso. Erano infatti un tutt’uno con l’impero romano dominante. Etienne de La Boétie avrebbe forse evitato di scrivere il suo ‘Discorso sulla servitù volontaria’.

Possono prosperare tiranni, dittatori e furfanti resi ebbri dall’arroganza del potere solo perché c’è gente che piega le ginocchia davanti alla loro finta gloria. L’autorità della resistenza incomincia sempre dai no.

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Il cadavere trovato è di Federica Torzullo, fermato il marito

Carlomagno è stato fermato dopo l'interrogatorio nella caserma dei Carabinieri, il legale: "Voleva consegnarsi ma è stato arrestato prima". Tracce di sangue della donna erano state ritrovate in casa, sull'auto e sugli abiti da lavoro dell'uomo

© RaiNews

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In Edicola sul Fatto Quotidiano del 18 Gennaio: Balle sul Ponte militare: smentiti Salvini e

Il documento

Ponte sullo Stretto, ecco il documento in cui Crosetto smentì le balle di Salvini sull’opera militare

Fantasie. “Riduce gli attacchi? Ponti colpiti per primi”

Indietro, marsch! di Marco Travaglio

Alla manifestazione per gli iraniani repressi dal regime hanno partecipato Conte, Bonelli, Fratoianni e Schlein, cioè i leader accusati di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime, mentre quelli che li accusavano di non partecipare a manifestazioni per gli iraniani repressi dal regime non hanno partecipato. Comunque mi hanno convinto. Ora ne […]

Mire americane

Proteste danesi e canti inuit Gli Usa replicano con i dazi

In migliaia nelle piazze di Copenaghen e Nuuk, ma il tycoon punisce “chi ha inviato i soldati in Groenlandia”

Privacy nei guai authority in crisi

Inchiesta sul Garante, Scorza si dimette: “Serve credibilità”

Salta l’unico che non votò la multa a Report: “Non ho colpe, ma è giusto così. I colleghi volevano che restassi”

Rottura con Israele

Gaza, con il “Board” Trump liquida l’Onu e s’incorona re

Invitati nel nuovo Consiglio anche Erdogan, Fidan e Al Sisi Netanyahu: “Contro di noi”. Haaretz: “Bibi sapeva tutto, protesta per l’immagine”

di fq
Destra

Referendum giustizia, il comitato del “Sì” cerca influencer: ora punta a Fedez

Il rapper “Non dirò nulla per interposta persona”

Soldi e politici

Il pio Angelucci leva l’ipoteca. Le ville ritornano ai Verdini

L’editore presta 10 milioni a Denis, allora coordinatore del Pdl, garantiti da un’ipoteca su un immobile di 1.000 mq. Nel maggio 2023 la cancellazione

Il dossier

Ice senza freni 6.852 arresti e 31 morti in sette mesi

Indagini aperte contro governatore e sindaco di Minnesota e Minneapolis “per aver ostacolato l’azione degli agenti federali”

Olimpiadi invernali

Boldi rimosso dai tedofori: “Mi sono pentito sulla figa”

L’attore escluso dai Giochi dopo l’intervista al Fatto e le battute sulla sua passione (poco) sportiva. “Sono pronto a chiedere scusa”

La Spezia

“Atif veniva in aula armato Noi ragazzi lo sapevamo”

Ammissione “È vero, l’ho colpito, ma non volevo ucciderlo”

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Tg2 Storie. I racconti della settimana - Puntata del 17/01/2026

A Tg2 Storie Adriana Pannitteri incontra il cast della fiction La Preside e la vera preside di Caivano, Eugenia Canfora. In primo piano anche l'attualità dall'Iran, il successo e le preoccupazioni di Mariana Rodriguez, storie di ritorno e riscatto dal Sud a Venezia, l'impegno contro il bullismo di Luigi Busà e il racconto che ha ispirato il brano Papà dove sei.

© RaiNews

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Trump dichiara guerra all’Europa, e Meloni mangia il gelato

Mentre i fessi, specie italiani, celebravano la mai avvenuta liberazione del Venezuela e abboccavano come pesci all’idea del sostegno americano alla popolazione iraniana, Donald Trump ha provveduto a cancellare l’Alleanza Atlantica, a dichiarare guerra all’Europa e a imporre ulteriori dazi a una manciata di Paesi europei e quindi anche ai contribuenti americani, almeno quelli cui non fa sparare in faccia celebrando poi l’eroismo degli assassini.

I Paesi europei seri, tra cui purtroppo non c’è l’Italia, non sanno più che cosa fare con il boss mafioso della Casa Bianca: hanno provato a blandirlo con tutti i vossiabinirica possibili, a corteggiare il suo narcisismo extra large, a girarsi dall’altra parte di fronte alle sue mattane, ma sabato sono arrivati al punto di non ritorno: Trump ha ribadito che vuole prendersi con la forza un pezzo della Danimarca, quindi dell’Europa e della Nato, senza alcuna ragione logica se non quella di voler mettere le sue piccole mani sulla più grande isola del mondo.

Trump è fatto così, è un mammasantissima adolescente, «governa da alcolista» (parole della sua capo di gabinetto Susie Wiles), vuole vantarsi di possedere l’isola che sul mappamondo gli sembra gigantesca ma solo per ragioni di ego patologico e forse anche per far dimenticare agli americani tutte quelle volte che, invece, è stato ospite nell’isola piccina piccina dei Caraibi del suo best friend Epstein.

Non c’è nessuna (altra) ragione plausibile che possa spiegare la volontà predatoria di annettersi la Groenlandia, un’operazione speciale che un secolo fa i tedeschi hanno fatto diventare virale col nome Anschluss. La Groenlandia fa parte della Nato, e fino a poco tempo fa ospitava sedici basi militari americane che gli stessi americani unilateralmente hanno smantellato fino a lasciarne soltanto una, ma che potrebbero riaprire quando e come vogliono, perché stando a quanto stabilisce il trattato tra i due Paesi a Trump basterebbe inviare una lettera al Regno di Danimarca per installare basi e inviare soldati ed equipaggiamenti e garantire all’emisfero occidentale la protezione che sostiene di voler assicurare.

A parte l’ego adolescenziale, potrebbe esserci anche un’altra spiegazione dietro la dichiarazione di guerra di Trump agli alleati europei, una guerra dichiarata perché gli europei hanno inviato qualche soldato in Groenlandia, come concordato nel vertice di Washington con J.D. Vance e Marco Rubio, anche per rispondere alla critica trumpiana di scarsa protezione danese dell’isola.

Quest’altra spiegazione è che Trump sia un asset del Cremlino, come gli “Americans” della serie tv, il cui compito primario è quello di cancellare l’Alleanza Atlantica che per quasi un secolo ha tenuto a bada l’imperialismo russo e di smontare l’Unione europea democratica che attrae le popolazioni orientali colonizzate fino a poco tempo fa dalla Russia, e ora terrorizzate dall’idea che Mosca possa tornare a opprimerle.

Trump sta facendo tutto questo alla luce del sole, esattamente come Putin non nasconde le sue mire, e quindi indebolisce l’Europa, rende inutile la Nato e fa apertamente il tifo per i partiti eversivi di estrema destra, ma gli vanno bene anche quelli dell’altra parte purché eversivi, tutti insieme impegnati a chiudere la società aperta, a reprimere il dissenso e a trasformare le democrazie in autocrazie illiberali.

Lo avete letto soltanto qui, e non da ieri, ma dal giorno numero uno: Trump è il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e sta realizzando tutte le sue promesse elettorali, molto sentite nel collegio di Mosca. State certi che Trump non accetterà di perdere le elezioni di metà mandato di novembre, figuriamoci quelle del 2028, come già ha provato a cancellarle, fallendo, il 6 gennaio 2021 istigando l’assalto armato al Congresso, e poi graziando al primo giorno del secondo mandato tutti i golpisti, alcuni dei quali si sono arruolati nell’Ice, il gruppo paramilitare con cui ora terrorizza gli americani con i metodi dei collectivos venezuelani, dei basij iraniani, della Gestapo nazista e aprendo inchieste giudiziarie di stampo staliniano contro i suoi oppositori (nell’ultima settimana: contro il presidente della Fed, peraltro nominato da lui, contro i vertici istituzionali del Minnesota e proprio ieri minacciando di procedere contro tutta l’ex amministrazione Biden).

Vedremo che cosa faranno adesso i leader europei con la testa sulle spalle: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk, i leader baltici e Volodymyr Zelensky, a cominciare ovviamente dalla sospensione dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti siglato qualche mese fa sempre per compiacere il capo mandamento di Washington.

Ma a questo punto è anche la tenuta democratica dell’Italia a preoccupare, con una premier trumpiana e orbaniana, e di riflesso quindi putiniana come ai bei tempi andati, che mentre l’Europa e la Nato stanno morendo lei mangia il gelato. Con una maggioranza di governo ancora più impresentabile, e un’alternativa democratica altrettanto ambigua e grottesca.
Resistono i soliti cinque o sei parlamentari del Pd, Carlo Calenda e qualche eroe solitario qua e là, nella totale indifferenza di stampa e televisione. Siamo nei guai.

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Si è dimesso Guido Scorza, componente del Garante della Privacy

Si è dimesso Guido Scorza, membro del Collegio del Garante per la Privacy. Lo ha annunciato lo stesso Scorza in un video pubblicato sui suoi profili social. Insieme agli altri componenti dell'Autorità, Scorza è indagato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Roma che indaga per peculato e corruzione, nata dopo alcuni servizi della trasmissione Report. "Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell'interesse dell'istituzione anche se, permettetemi di pensarlo, non posso che ritenerla ingiusta nella sostanza e nelle modalita' che mi hanno portato ad assumerla. Non ho nessuna remora ne' imbarazzo nel confessare che e' stata una delle decisioni piu' sofferte della mia vita", ha scritto Scorza sul suo sito per motivare le dimissioni. Scorza era membro del collegio eletto in quota M5s (per questo l'indicazione del sostituto spetterebbe proprio al partito di Conte). 

Come abbiamo raccontato oggi sul Foglio, le dimissioni dei componenti del collegio del Garante vengono considerate dalla maggioranza "uno scalpo" per Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report che ha ingaggiato contro l'Autority una specie di campagna personale (la trasmissione Rai venne sanzionata dal Garante per aver trasmesso alcuni audio privati dell'allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano)

Già a novembre, sul Foglio, avevamo scritto dei possibili sostitui all'interno del collegio del Garante: i giuristi Ida Nicotra, Tommaso Frosini e Nicolò Zanon (nel frattempo diventato presidente del comitato "Sì separa" a favore del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo). 

Il caso del Garante della Privacy si inserisce in un più complessivo ragionamento sulla tutela delle autorità indipendenti, su cui molto spesso nel corso degli anni si sono focalizzate le mire dei partiti. 

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Dimissioni di Guido Scorza, ecco il discorso di addio: “Preziose l’inchiesta giornalistica e giudiziaria, non il sensazionalismo”

Dopo aver interloquito con i suoi colleghi e funzionari del Garante, Guido Scorza affida a un video sulla sua pagina Facebook il racconto delle motivazioni per cui la sera del 17 gennaio si è dimesso dal suo incarico dopo cinque anni. Motivazione che vanno dall’assunzione di responsabilità verso l’istituzione, ma negando di averne rispetto alle accuse che gli vengono mosse. Pur riconoscendo l’importanza delle inchieste giornalistiche e del lavoro della magistratura, chiama in causa non chi fa le inchieste ma “quelli che le raccontano in maniera acritica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese”.

Il testo integrale del discorso e le ragioni del “passo indietro”

“Prima la notizia e poi le motivazioni e i commenti. Ho appena trasmesso al presidente, al segretario generale del garante per la protezione dei dati personali le mie dimissioni irrevocabili da componente del collegio. Ho deciso di fare un passo indietro. Credo si tratti di una decisione giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione. Non ho nessuna remora, né imbarazzo nel confessare che è stata una delle decisioni più sofferte della mia vita. Lascio, ne sono convinto, uno dei lavori più belli che a una persona possa capitare. Lascio un lavoro che ho fatto con più determinazione e passione di qualsiasi altro fatto sin qui. Lascio un lavoro che non ho mai considerato tale, ma invece una missione civile prima che professionale e istituzionale.

Un’occasione unica di fare nel mio piccolo la mia parte per promuovere e difendere un diritto che non è mai stato tanto centrale e irrinunciabile nella vita delle persone e della società. Una missione alla quale ho dedicato ogni giorno degli ultimi 5 anni. Lascio un incarico che per me ha sempre rappresentato anche un modo per restituire almeno parte di ciò che mi ha dato ad un paese che mi ha dato tantissimo, consentendomi di acquisire competenze ed esperienze importanti, di realizzarmi nella dimensione personale e professionale e di credere in un futuro migliore del passato da lasciare alle mie figlie. Lascio un incarico che avevo sognato da quando 30 anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli che stavano lavorando a quella che sarebbe diventata la prima legge italiana sulla protezione dei dati personali.

Lascio e vengo alle motivazioni di una scelta così tanto difficile, principalmente per rispetto di quel sogno, quello di Stefano e quello di Giovanni, ma anche delle tante donne, dei tanti uomini che con loro hanno dato vita a quello che sarebbe poi diventato il garante per la protezione dei dati personali. Un sogno che negli anni, ben prima di essere eletto, è diventato anche il mio Pendere forte un diritto fragile e garbato come il diritto alla privacy, un sogno reso possibile anche grazie al lavoro svolto da un’autorità indipendente e autorevole, capace di garantirne promozione e protezione. Quell’autorità che all’epoca muoveva i primi passi, poi cresciuta e diventata una delle più prestigiose e rispettate autorità di protezione dei dati personali al mondo, sta vivendo oggi uno dei momenti più difficili della sua trentennale esistenza.

Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o omissioni di chi ci ha lavorato, di chi ci lavora, di chi continuerà a lavorarci e non è dovuto per quel che mi riguarda a ciò che ho fatto o non ho fatto, fermo restando naturalmente che fare meglio e fare di più è sempre possibile, ma è dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che, dobbiamo dircelo, non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri tutti egualmente centrali e irrinunciabili nella vita democratica del nostro paese. Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è lontano, non lo si può sfortunatamente aspettare oltre.

Il Paese ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che prima di avere autorità, abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita. E le persone, a cominciare dal personale del garante hanno bisogno e diritto a che niente sia lasciato di intentato, perché il garante riconquisti il prima possibile quella fiducia percepita, senza la quale un diritto già fragile, perché poco noto, poco noto nel suo valore ai più deboli e invece in viso ai più forti è pressoché impossibile da promuovere e proteggere. È per questo, è solo per questo che oggi ho deciso di fare un passo indietro. Lascio nell’assoluta certezza di non avere, come ho già spiegato ieri in un video al quale mi limito a rinviare, nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse, anche se non c’è dubbio che restare sarebbe stata la scelta eisticamente migliore, quella più comoda, forse quella più saggia, sarebbe anche stata una scelta incompatibile con ciò in cui credo, con la mia storia, con il mio modo di essere, di rispettare le istituzioni. Sono cresciuto in una famiglia dove ho imparato che il senso dello Stato non si dichiara solo a parole, ma si dimostra i fatti e io voglio poter insegnare anche con la forza dell’esempio gli stessi principi e gli stessi valori alle mie figlie.

Il garante l’istituzione che ho servito negli ultimi 5 anni e mezzo e alla quale sono visceralmente legato, viene prima di me e dei miei interessi. Benché sino ieri abbia detto il contrario, la calma che segue anche da vicino, talvolta la concitazione degli eventi oggi mi ha suggerito questa scelta in maniera definitiva, ma se queste sono le motivazioni delle mie dimissioni, credo sia importante condividere con la stessa trasparenza anche quelle che mi hanno dato la forza di arrivare sin qui, di vederla diversamente qui. Ho detto e ho scritto decine di volte dall’inizio di questa vicenda che considero giuste, considero utili, considero democraticamente preziose sia l’inchiesta giornalistica che quella giudiziaria che hanno interessato ed interessano il Garante e ne resto convinto e però in tutta sincerità io non credo che in un sistema democratico sano, solido, maturo, delle legittime inchieste giornalistiche e giudiziarie debbano poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’autorità indipendente chiamata a promuovere e proteggere un diritto fondamentale, pietra angolare della nostra democrazia e la responsabilità non credo onestamente sia né dei giornalisti che fanno le inchieste né tantomeno dei giudici che fanno il loro lavoro e adempiono ai loro doveri e alla legge, ma è nostra e delle persone, dell’opinione pubblica, della società, di una parte dei media, non quelli che fanno le inchieste, ma quelli che le raccontano in maniera critica e sensazionalistica a caccia di lettori e di visualizzazioni, degli algoritmi dei social network che amplificano i messaggi più radicali e sacrificano l’audience di quelli più pagati e ponderati e di una parte della politica, quella con la P minuscola, più a caccia di facile visibilità e di consenso che di riflessioni e idee per migliorare la vita delle persone e le condizioni del paese.

Confesso che questo a me pare un enorme elemento di fragilità del nostro sistema democratico che trascende evidentemente questa vicenda, ma sul quale credo sia necessario interrogarsi con urgenza. Mi fermo qui, ma non prima di alcuni necessari ringraziamenti. Il primo va alle donne e agli uomini dell’autorità, senza i quali nulla del poco che spero di aver fatto sarebbe stato possibile. Grazie poi alla mia segreteria, una squadra unica che auguro a chiunque di avere a fianco. Un ringraziamento alla comunità internazionale dei garanti, delle autorità di protezione dei dati personali, ai colleghi dello European Data Protection Board, a quelli dello European Data Protection Supervisor, a quelli della Global Privacy Assembly. Senza questa rete internazionale difendere la privacy nella società globale nella quale viviamo sarebbe semplicemente impossibile. Grazie ai colleghi del collegio, quali va il mio in bocca al lupo per la prosecuzione del lavoro e a tutti i rappresentanti delle istituzioni della società civile e dell’industria con i quali ho avuto il privilegio di lavorare.

L’ultimo ringraziamento alla mia famiglia che ha pagato il prezzo più alto prima della mia scelta di vivere il mio incarico come una missione per le mie essenze e poi negli ultimi mesi per la sofferenza che le inchieste gi e l’indagine della magistratura hanno loro inevitabilmente arrecato. Grazie per la pazienza, grazie per la vicinanza, grazie per l’affetto. Arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, quella delle libertà, quella della democrazia, anche se con ruoli e con responsabilità diversa”.

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Groenlandia – Parigi, Berlino e Stoccolma contro i nuovi dazi di Trump: “Non ci faremo intimidire”. Ue: “Spirale discendente”

Le nuove minacce di dazi annunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in relazione alla Groenlandia aprono un nuovo fronte di tensione tra Washington e l’Europa, intrecciando commercio, sicurezza e sovranità territoriale, nel giorno in cui in Danimarca e nella stessa capitale del territorio preteso dal tycoon della Casa Bianca migliaia di manifestanti sono scesi in piazza. Al centro dello scontro c’è sempre l’isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca, da settimane al centro delle dichiarazioni aggressive del leader americano, che torna a evocare l’ipotesi di una sua acquisizione da parte degli Stati Uniti. Trump ha annunciato l’introduzione, a partire dal 1° febbraio, di dazi del 10% contro otto Paesi europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Finlandia – accusati di aver “osato” inviare contingenti militari in Groenlandia. Le tariffe, secondo quanto scritto dal presidente su Truth, resteranno in vigore fino a quando non verrà raggiunto un accordo per «l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Bruxelles parla di “pericolosa spirale discendente”, Parigi, Berlino, Londra e gli paesi protestano.

La reazione della Francia e l’unità europea

Parole definite “inaccettabili” dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affidato a X una dura replica. “Le minacce tariffarie non hanno alcun posto in questo contesto – ha scritto –. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate. Garantiremo il rispetto della sovranità europea”. Macron ha ribadito che la decisione francese di partecipare all’esercitazione militare avviata dalla Danimarca in Groenlandia resta ferma, perché “è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini della nostra Europa”. Il capo dell’Eliseo ha collegato la vicenda groenlandese alla più ampia difesa del principio di sovranità nazionale, lo stesso che guida, ha ricordato, il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa. “Nessuna intimidazione o minaccia può influenzarci”, ha concluso.

Svezia e Germania: “Non ci lasceremo intimidire”

Anche dalla Svezia è arrivata una risposta netta. Il premier Ulf Kristersson ha respinto ogni pressione americana, sottolineando che “solo Danimarca e Groenlandia decidono le questioni che le riguardano” e definendo la vicenda “una questione europea”. “Non ci lasceremo intimidire”, ha dichiarato. Più prudente, ma sulla stessa linea di coordinamento comunitario, la posizione della Germania. Il governo federale, ha fatto sapere il portavoce della cancelleria Stefan Kornelius, “è in stretto contatto con i partner europei” e valuterà insieme a loro “le risposte adeguate al momento opportuno”.

La minaccia del presidente Usa Donald Trump di imporre dazi alle nazioni europee che non gli permetteranno di acquisire la Groenlandia “arriva come una sorpresa“, ha detto il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, in una dichiarazione inviata all’Afp. “Lo scopo della maggiore presenza militare in Groenlandia, a cui fa riferimento il presidente, è proprio quello di migliorare la sicurezza nell’Artico”, ha detto Rasmussen. “Siamo in stretto contatto con la Commissione Europea e gli altri nostri partner sulla questione”, ha aggiunto. Pochi giorni fa Rasmussen ha partecipato a colloqui alla Casa Bianca sulla Groenlandia.

L’Ue: “Dialogo rimane essenziale”

“L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale. Sono essenziali per l’Europa e per la comunità internazionale nel suo complesso. I dazi doganali comprometterebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente. L’Europa rimarrà unita, coordinata e impegnata a difendere la propria sovranità” dichiarano in una nota congiunta Antonio Costa e Ursula von der Leyen. “Abbiamo costantemente sottolineato il nostro interesse transatlantico condiviso per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la Nato. L’esercitazione danese pre-coordinata, condotta con gli alleati, risponde alla necessità di rafforzare la sicurezza nell’Artico e non rappresenta una minaccia per nessuno. L’Ue è pienamente solidale con la Danimarca e il popolo della Groenlandia. Il dialogo rimane essenziale e siamo impegnati a portare avanti il processo avviato già la scorsa settimana tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti”. “Il Ppe è favorevole all’accordo commerciale UE-USA, ma, viste le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia, l’approvazione non è possibile in questa fase. I dazi dello 0% sui prodotti statunitensi devono essere sospesi” scrive su X il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber.

La Gran Bretagna: “Completamente sbagliati”

Il premier britannico Keir Starmer ha definito “completamente sbagliati” i dazi ribadendo che l’isola artica “fa parte del Regno di Danimarca” e che “il suo futuro riguarda i groenlandesi e i danesi”. “La nostra posizione sulla Groenlandia è molto chiara – ha dichiarato Starmer, sottolineando che la sicurezza dell’Artico – è una questione che riguarda l’intera Nato” e che gli alleati “devono fare di più insieme per affrontare la minaccia russa nelle diverse aree della regione”. Secondo il premier, “imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato”, assicurando che Londra “affronterà direttamente la questione con l’amministrazione Usa”.

L’Italia: cautela e invito al dialogo

L’Italia, pur avendo firmato la dichiarazione europea a sostegno della sovranità danese, non figura tra i Paesi colpiti dalle tariffe. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che Roma si muoverà esclusivamente in ambito Nato. Sul fronte interno, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso preoccupazione per l’escalation, criticando l’idea di “fare il tifo” per l’indebolimento economico degli alleati. “In un mondo che torna alla logica dell’ognuno per sé o della potenza militare – ha scritto su X – noi non siamo un vaso di ferro. Serve dialogo e buon senso”. Il riferimento è alla dichiarazione del senatore della Lega, Claudio BorghI “Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania”.

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“Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo

Tracce di sangue in casa e sui mezzi del marito. La Procura di Civitavecchia, che procede per omicidio nella vicenda della scomparsa di Federica Torzullo, 41 anni, sparita dalla sera dell’8 gennaio dalla sua abitazione di Anguillara Sabazia, in provincia di Roma, in una nota fa sapere che sono attesi gli esiti del Dna. Nel registro degli indagati è stato iscritto, subito la sparizione nel nulla, il marito da cui la donna si stava separando. Gli accertamenti disposti dall’autorità giudiziaria hanno portato a una “copiosa repertazione di tracce ematiche” rinvenute in più luoghi riconducibili al marito della donna, Claudio Agostino Carlomagno.

Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, in una lunga, nota ricostruisce le tappe dell’indagine e spiega come i primi elementi raccolti abbiano “varcato la soglia della gravità indiziaria” nei confronti del coniuge, pur ribadendo che la sua responsabilità resta da accertare e che vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

La denuncia e le ultime ore di Federica

La scomparsa viene denunciata venerdì 9 gennaio, nel primo pomeriggio. È il marito a rivolgersi ai carabinieri dopo essere stato contattato dai colleghi della moglie, impiegata presso l’ufficio di smistamento delle Poste all’aeroporto di Fiumicino, che non l’avevano vista presentarsi al lavoro. L’uomo riferisce di aver visto Federica per l’ultima volta intorno alle 23 di giovedì 8 gennaio, dopo una cena consumata in casa insieme al figlio. Il bambino, secondo quanto dichiarato, era stato poi accompagnato dai nonni materni. Carlomagno racconta anche che la moglie aveva preparato una valigia perché il giorno successivo avrebbe dovuto partire con il figlio e i genitori verso la Basilicata, per partecipare a un evento religioso, viaggio al quale lui non avrebbe preso parte. Nella denuncia parla inoltre di “normali problemi di coppia” e riferisce che quella notte i due coniugi non avevano dormito insieme.

Le immagini e le incongruenze

Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza che presidiano anche la villetta della coppia era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle 7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.

I sequestri e le tracce di sangue

Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare. Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio decisivo per chiarire quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

Federica Torzullo, al momento, non è stata ritrovata. L’ultimo messaggio apparentemente riconducibile a lei risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini proseguono – sottolinea il procuratore Liguori – per riscontrare le dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente ed eventuali responsabilità di altre persone”.

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Garante della Privacy, Guido Scorza si è dimesso. Gli altri tre restano invece al loro posto

Si è dimesso Guido Scorza, il componente del collegio del Garante della Privacy indagato insieme agli altri tre membri del collegio con l’accusa di peculato e corruzione. Scorza avrebbe comunicato al Presidente, ai colleghi e al segretario generale Luigi Montuori la sua decisione.

Scorza era stato nominato nel 2020 su indicazione dei Cinque Stelle, fu l’unico membro del Collegio a non votare la famosa multa a Report da 150mila euro, da cui è partita la slavina delle inchieste giornalistiche condotte da Report e dal Fatto. E tuttavia è stato travolto lo stesso per la sospetta contiguità tra il suo ruolo di Garante e lo studio legale E-Lex che lui stesso aveva fondato, per via di pratiche e istruttorie per reclami di clienti dello studio presso il quale lavora ancora la moglie.

“Ho deciso di fare un passo indietro – scrive sulla bacheca Fb – nell’interesse dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Sono stati cinque anni e mezzo bellissimi dalla parte giusta del mondo. Per ora grazie a tutte e a tutti ma arrivederci dalla stessa parte, quella dei diritti, delle libertà e della democrazia. In questo video le ragioni di una scelta difficile e sofferta”.

Da regolamento il Collegio può operare anche con tre soli membri, ma già lunedì il presidente Stanzione e il segretario Montuori dovranno notificare ai presidenti di Camera e Senato per avviare le dimissioni di Scorza e per avviare l’iter per la nomina di un quarto membro da integrare al suo posto. E dunque, cosa faranno gli altri?

Da quanto apprende il Fatto, Scorza prima dell’annuncio e delle comunicazioni ufficiali aveva avvertito telefonicamente tutti i colleghi della sua decisione, ma alla sua comunicazione non sono seguite analoghe decisioni. E questo vuol dire che probabilmente non si dimetteranno, non a breve.

E questo dipenderà molto dalle strategie suggerite nelle scorse ore dai rispettivi legali, che hanno tentato rapidamente di valutare le accuse e se rispetto a queste sono più tutelati rimanendo nell’incarico o lasciando. I legali della vice presidente Cerrina Feroni, contattati a caldo da Fatto, dicono che “allo stato non è cambiato nulla” e che ne parleranno nei prossimi giorni.

Nel suo discorso di dimissioni, Scorza descrive la scelta di fare un passo indietro come “giusta e necessaria nell’interesse dell’istituzione”, pur ammettendo senza remore che si tratta di una delle decisioni “più sofferte della mia vita”. La motivazione principale “è la necessità di preservare la credibilità dell’Ente”. Scorza afferma che il Paese ha bisogno di un Garante che possieda “autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita” e che, senza questa “fiducia percepita”, diventa impossibile promuovere e proteggere un diritto fragile come la privacy,,,. Dichiara esplicitamente: “L’istituzione… viene prima di me e dei miei interessi”.

Scorza ci tiene a precisare che lascia l’incarico nell’assoluta certezza di non avere… nessuna responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Una scelta etica: “Rimanere al suo posto sarebbe stata la scelta egoisticamente migliore, più comoda e forse più saggia, ma incompatibile con la sua storia, i suoi valori e il suo senso dello Stato, che impone di dimostrare il rispetto per le istituzioni con i fatti e non solo a parole”.

Attribuisce il momento difficile dell’Autorità non a errori interni, ma a “fattori estranei” e a “patologie e derive di un sistema”. Pur definendo le inchieste giornalistiche e giudiziarie “giuste, utili, democraticamente preziose”, lamenta il fatto che in questo sistema “esse possano compromettere il funzionamento di un’autorità indipendente prima ancora che venga accertata una responsabilità”. La colpa di ciò, secondo Scorza, ricade su un “circuito mediatico sensazionalistico, sugli algoritmi social e su una “politica con la P minuscola” a caccia di visibilità”.

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Artemis 2, dopo 50 anni l’uomo torna a orbitare attorno alla Luna

Con la missione Artemis 2 il genere umano si prepara a tornare, dopo mezzo secolo, nell’orbita della Luna. Non si tratterà ancora di un allunaggio, ma di un passaggio storico: per la prima volta dall’epoca delle missioni Apollo, astronauti viaggeranno oltre l’orbita terrestre bassa e raggiungeranno il sistema Terra-Luna, inaugurando una nuova fase dell’esplorazione spaziale umana.

La Nasa ha avviato il percorso di avvicinamento al lancio di Artemis 2, primo volo con equipaggio del programma Artemis. Il 17 gennaio è previsto il trasferimento del razzo Space Launch System (Sls) e della navetta Orion verso la rampa di lancio 39B del Kennedy Space Center, in Florida. La prima finestra utile per il decollo è fissata a partire dal 6 febbraio, anche se la data definitiva dipenderà dall’esito dei test ancora da completare. “Abbiamo ancora importanti passi da compiere nel nostro percorso verso il lancio, e la sicurezza dell’equipaggio rimarrà la nostra massima priorità in ogni fase”, ha dichiarato Lori Glaze, amministratore associato facente funzione per il Direttorato per lo sviluppo di missioni di esplorazione della Nasa, presentando la tabella di marcia della missione.

Il trasferimento del razzo verso la rampa rappresenta una tappa cruciale. L’intero sistema di lancio sarà spostato in posizione verticale per circa 6,4 chilometri dall’edificio di assemblaggio Vab (Vehicle Assembly Building) utilizzando il Crawler-Transporter 2, un mezzo speciale progettato per trasportare carichi di dimensioni e peso eccezionali. L’operazione potrà richiedere fino a 12 ore e segnerà l’inizio di una fase intensa di verifiche.

Tra i test più importanti figura la cosiddetta “prova generale bagnata”, durante la quale verranno caricati nei serbatoi del razzo circa 2,65 milioni di litri di propellente criogenico. Questa simulazione consentirà di verificare il comportamento dell’intero sistema in condizioni il più possibile simili a quelle reali del lancio. Le prove includeranno anche la simulazione completa della sequenza di decollo e, in alcune fasi, la presenza degli astronauti a bordo della capsula Orion.

La missione Artemis 2 avrà una durata complessiva di circa dieci giorni. A bordo voleranno Reid Wiseman e Victor Glover per la Nasa, insieme a Christina Koch (Nasa) e all’astronauta canadese Jeremy Hansen, dell’Agenzia Spaziale Canadese. L’equipaggio compirà un sorvolo della Luna, entrando in orbita lunare prima di fare ritorno sulla Terra. L’obiettivo non è l’atterraggio, ma la validazione dei sistemi di supporto vitale, di navigazione e di comunicazione necessari per le future missioni che porteranno nuovamente l’uomo sul suolo lunare.

Dal punto di vista orbitale, il lancio di Artemis 2 è vincolato a finestre temporali molto precise. La traiettoria è stata progettata per ottimizzare i consumi di carburante sia nel viaggio di andata sia in quello di ritorno, limitando così i margini di flessibilità. Le opportunità di lancio sono concentrate in pochi giorni all’interno di tre periodi compresi tra il 31 gennaio e il 10 aprile. Il primo intervallo utile prevede date possibili il 6, 7, 8, 10 e 11 febbraio; in caso di rinvio, la successiva finestra si aprirebbe non prima del 6 marzo.

Con Artemis 2, dunque, l’umanità tornerà a spingersi oltre l’orbita terrestre, riaffacciandosi sullo spazio cislunare. È un passaggio intermedio ma fondamentale: un ritorno intorno alla Luna che segna il ponte tra le imprese dell’era Apollo e le ambizioni future di una presenza umana sostenuta sul nostro satellite e, più avanti, su Marte.

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“Tutto per colpa della frase sulla f**a”, Massimo Boldi rimosso dalla lista dei tedofori delle Olimpiadi dopo l’intervista al Fatto Quotidiano

Il Comitato organizzatore di Milano Cortina 2026 ha deciso di rimuovere l’attore Massimo Boldi dalla lista dei tedofori della staffetta olimpica. La scelta, annunciata in un comunicato ufficiale, arriva in seguito a un’intervista pubblicata oggi su il Fatto Quotidiano, nella quale Boldi ha espresso opinioni “giudicate incompatibili con i valori del Movimento Olimpico”. Il comico – con la sua verve – si è definito “un grande atleta” della “figa”. Una battuta, uno scherzo da attore comico, che è andato di traverso ai componenti della Fondazione. Boldi ha anche dichiarato di non essere propriamente uno sportivo ma di amare moltissimo Cortina.

Secondo quanto spiegato dalla Fondazione Milano Cortina 2026, la decisione non riguarda il profilo artistico dell’attore, ma il ruolo simbolico che accompagna il gesto di portare la Fiamma Olimpica. “Portare la Fiamma Olimpica rappresenta un privilegio e una responsabilità”, sottolinea il Comitato, ricordando che i tedofori sono chiamati a incarnare e promuovere principi come rispetto, unità e inclusione, considerati fondamenti irrinunciabili dello spirito olimpico.

La staffetta della Torcia non è infatti solo un evento cerimoniale, ma uno dei momenti più identitari dei Giochi, pensato per unire territori, comunità e persone diverse attorno a un messaggio universale. Proprio per questo, spiega la nota, le opinioni espresse da Boldi nell’intervista “sono state ritenute non in linea con i valori che il Comitato organizzatore intende rappresentare nel percorso verso i Giochi invernali del 2026″

Nel comunicato viene anche chiarito che la nomina dei tedofori può avvenire attraverso diversi canali: dalla Fondazione Milano Cortina 2026 alle città di tappa, dagli sponsor del progetto olimpico ai Comitati olimpici regionali, fino agli enti territoriali e al Comitato Olimpico Internazionale. Si tratta quindi di un processo ampio e condiviso, ma sempre subordinato al rispetto dei principi etici che guidano l’organizzazione dell’evento.

Con un amico l’artista si è sfogato: “Tutto per colpa della frase sulla figa. Mi dispiace moltissimo. Io volevo fare il tedoforo. Ovviamente scherzavo. Mi hanno chiamato in mille per quell’intervista. È scoppiato un gran casino.
Ora bisogna metterci assolutamente una pezza perché io il tedoforo lo volevo proprio fare“.

In serata Boldi “ha dichiarato di aver fatto una battuta che, nelle sue intenzioni, voleva essere leggera e ironica, ma che si è rivelata inopportuna e offensiva nei confronti delle donne e non in linea con i principi di rispetto e inclusione che ispirano il movimento olimpico. Per questo ha voluto chiedere scusa a tutte le persone che si sono sentite ferite e al Comitato Organizzatore”. Boldi ribadisce oggi la sua stima per l’evento e per il suo significato di unità e condivisione, auspicando che le sue “scuse possano contribuire a chiudere una vicenda che lo ha profondamente amareggiato. L’artista conferma il proprio impegno a promuovere messaggi di rispetto e sensibilità, riconoscendo l’importanza del ruolo pubblico e della responsabilità che ne deriva”.

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Sbatte con la minimoto e precipita da 4 metri: grave un 11enne a Napoli

Un bambino di 11 anni è in prognosi riservata dopo essere precipitato da un’altezza di 4 metri con la sua piccola moto da cross. L’incidente è avvenuto nel primo pomeriggio di oggi 17 gennaio, a seguito dell’impatto contro un parapetto al secondo piano del parcheggio del centro commerciale La Birreria, a Miano, in provincia di Napoli.

Il ragazzino guidava il suo LEM, piccola moto da cross a scoppio, ed è ora ricoverato in prognosi riservata presso l’ospedale Santobono: non si hanno ancora notizie precise sulla gravità delle sue condizioni. A intervenire sul posto i carabinieri della compagnia Stella, che ora indagano sulla dinamica precisa dell’incidente e cercano di stabilire possibili responsabilità esterne.

Foto d’archivio

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Trump annuncia dazi al 10% per i Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia: “Da loro gioco pericoloso”

Prima la minaccia, adesso arriva l’annuncio. Donald Trump conferma che dal primo febbraio gli Stati Uniti imporranno dazi del 10% a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia per tutte le merci spedite negli Usa. “Potrei imporre dazi doganali ai paesi ostili” al piano americano sulla Groenlandia, aveva anticipato ieri Trump. E oggi passa ai fatti. “Si sono recati” sull’isola “per scopi ignoti“, scrive su Truth social il presidente Usa facendo riferimento all’invio di personale militare da parte di diversi Paesi europei: “Stanno giocando a questo gioco molto pericoloso. Hanno messo in gioco un livello di rischio che non è sostenibile“, avverte. Tra i Paesi europei citati da Trump non c’è l’Italia che non ha inviato nessun militare: opzione non esclusa ma solo se prevista in ambito Nato, ha sottolineato la premier Giorgia Meloni.

“Dazi fino a quando non acquisteremo la Groenlandia”

“Dal primo giugno 2026 queste tariffe saliranno al 25%“, rimarca Trump sottolineando che i dazi “saranno dovuti e pagabili fino al momento in cui sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia“. “Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni“, continua il tycoon: “Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della Cupola Dorata e dei moderni sistemi d’arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante”.

Costa: “Sto coordinando risposta comune dei 27”

“Oggi siamo in Paraguay in un momento storico, felice e importante. Siamo qui non solo per firmare l’accordo per la più grande zona economica del mondo ma anche per lanciare un messaggio chiaro: non servono conflitti ma pace e cooperazione. Per quanto riguarda l’annuncio di Trump, posso dire che l’Ue sarà sempre molto ferma nella difesa del diritto internazionale, ovunque a ancor di più nel suo territorio. A questo proposito sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri su questo tema”, ha replicato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.

“La Danimarca ricambi il favore”

Il presidente Usa si rivolge anche direttamente alle autorità di Copenaghen, dove oggi sono scesi in piazza contro Trump migliaia di cittadini (così come nella stessa Groenlandia): “Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, e tutti i Paesi dell’Unione Europea e altri ancora, per molti anni, non applicando dazi o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca ricambi il favore: è in gioco la pace mondiale“. Secondo Trump, “Cina e Russia vogliono la Groenlandia e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo”. Il presidente Usa ha ribadito inoltre che l’isola dispone attualmente di “due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente”. “Solo gli Stati Uniti d’America, sotto la guida del presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo”, ha proseguito il capo della Casa Bianca, aggiungendo che “nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra“, soprattutto perché “è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero”.

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Ha 2 stelle Michelin, ma solo una su cinque per le condizioni igieniche: il ristorante Ynyshir diventa un caso. Il proprietario ammette: “Forse non hanno tutti i torti…”

In Galles ha fatto scalpore una segnalazione contro il famoso ristorante Ynyshir, primo e unico locale nella storia della ristorazione gallese premiato con una doppia stella Michelin. La prestigiosa cucina (dove il prezzo per una cena parte da 540 euro) è, però, al centro di un caso. Lo scorso 5 novembre, il locale è stato ispezionato dalla Food Standards Agency (Fsa), l’ente che esegue controlli sulla pulizia dei ristoranti. Ynyshir ha ricevuto una stella su cinque, un risultato che stride con il doppio riconoscimento Michelin. Lo chef e proprietario del ristorante, Gareth Ward, ha respinto ogni accusa. Alla Bbc, l’uomo ha dichiarato: “Ho 27 anni di esperienza in questo lavoro. La cucina è a vista, tutti possono vedere tutto, il locale è impeccabile“. Secondo il report della Fsa, il ristorante richiederebbe importanti miglioramenti tanto nella gestione della sicurezza alimentare, quanto nella pulizia e nelle condizioni delle strutture e dell’edificio.

In particolare, l’ente si è detto scettico sul trattamento del sashimi. A riguardo, Ward ha risposto così: “Acquisto pesce di qualità sashimi dal Giappone e loro si chiedono: ‘Non conosciamo quelle acque, quindi come facciamo a sapere che è davvero sashimi grade?’ “. La Fsa ha giudicato negativamente il ristorante per i piatti a base di pesce crudo. Lo chef ha replicato dicendo: “Questo pesce viene consumato crudo in tutto il mondo e solo perché le nostre regole non coincidono con le loro, lo mettono in discussione”. Il cuoco ha respinto ogni accusa, dichiarando di essere stato punito per aver “cercato di fare qualcosa di diverso” rispetto agli altri locali. Ward, ex concorrente di “MasterChef: The Professionals” ha sottolineato che il ristorante dispone di un congelatore da 50 mila sterline in grado di raggiungere la temperatura di -80 gradi, per conservare nella maniera più opportuna il cibo. Il pesce utilizzato da Ynyshir è stato sottoposto a esami in laboratorio, che hanno dato esito completamente negativo a qualsiasi criticità.

L’ammissione di colpa

Gareth Ward ha ammesso alcuni errori. Alla Bbc lo chef ha detto che la Fsa “non aveva torto al cento per cento”. A seguito del controllo, il ristorante ha apportato alcune migliorie. In primis è stata installata una postazione aggiuntiva per il lavaggio delle mani nell’area di preparazione del pesce. Il proprietario ha anche riconosciuto alcuni errori e mancanze nei documenti del locale. Ward ha dichiarato: “Parte della nostra burocrazia non era corretta, ed è colpa nostra. Avrei bisogno di una persona in ufficio a tempo pieno solo per la burocrazia per essere perfetti ogni volta”. Nonostante la valutazione di una stella su cinque per l’igiene, il cuoco ha detto di restare fiducioso. “Non sono turbato, le persone che pensano fuori dagli schemi devono sempre affrontare questo tipo di situazioni” ha concluso chef Ward.

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Un cristiano su sette è vittima di persecuzione

Il 14 gennaio 2026, la ONG Open Doors ha pubblicato la sua World Watch List sulla persecuzione dei cristiani. I risultati sono inequivocabili: con 388 milioni di persone colpite, la libertà religiosa dei cristiani si sta erodendo sotto la pressione combinata della violenza jihadista e dell’autoritarismo statale.

 

La cifra è impressionante: 388 milioni. È la popolazione complessiva di diversi importanti paesi europei che oggi subiscono discriminazioni o violenze a causa della loro fede cristiana. Secondo il rapporto annuale di Open Doors, la situazione continua a peggiorare, con un aumento costante dal 2014. Ora, a livello globale, un cristiano su sette è direttamente esposto a persecuzioni.

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Una spirale di violenza mortale

L’anno 2025 è stato segnato da un’estrema brutalità. Dei 4.849 cristiani uccisi per la loro fede in tutto il mondo, la Nigeria (al settimo posto) da sola conta quasi il 72% delle vittime, con 3.490 morti. Il Paese rimane l’epicentro di una crisi multiforme in cui gruppi terroristici come Boko Haram e le milizie radicali Fulani compiono incursioni mortali, prendendo di mira specificamente villaggi e chiese durante le funzioni domenicali e le festività religiose.

 

Anche il Medio Oriente, un tempo rifugio sicuro, sta sprofondando nell’instabilità. In Siria (al sesto posto), sotto la guida di Ahmed al-Charaa, i cristiani si trovano intrappolati in una morsa. L’attacco alla chiesa di Sant’Elia a Damasco nel giugno 2025, costato la vita a 22 fedeli, ha lasciato una comunità traumatizzata, ora convinta che nessun luogo sia più sicuro.

 

La morsa legislativa: la persecuzione «silenziosa»

Sebbene gli omicidi siano scioccanti, l’Indice 2026 evidenzia un’altra minaccia, più insidiosa: l’erosione delle libertà fondamentali attraverso la legislazione. In India (12° nella lista): il Rajasthan è diventato il 12° stato ad adottare una legge anti-conversione nel settembre 2025. Queste leggi vengono spesso utilizzate impropriamente per giustificare l’arresto arbitrario di pastori e leader comunitari.

 

In Cina (17°): Pechino sta rafforzando il controllo sociale attraverso strumenti digitali. Oltre a prendere di mira più di 1.000 chiese, il regime sta ora drasticamente limitando la libertà di espressione del clero su Internet, isolando i fedeli dal resto del mondo.

 

L’Africa subsahariana sotto la minaccia dei jihadisti

Infine, Open Doors sottolinea l’«effetto di diffusione» del jihadismo nell’Africa occidentale. In Mali (15° posto) e Burkina Faso (16° posto), intere fasce di territorio sono cadute sotto il controllo di gruppi affiliati ad al-Qaeda (JNIM) o allo Stato Islamico (ISGS). In queste aree, l’imposizione della Sharia trasforma la vita quotidiana dei cristiani in una corsa a ostacoli di tasse religiose forzate, molestie quotidiane ed esecuzioni sommarie.

 

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Macron all’Eliseo con gli occhiali da sole per un problema alla vista: “Mi scuso, dovrò indossarli per un po’”

“Vedete i miei occhiali da sole scuri, ho avuto un piccolo problema alla vista. Vi prego di scusarmi per gli occhiali da sole, ma dovrò indossarli per un po’”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, che si è presentato con gli occhiali scuri ai colloqui al Palazzo dell’Eliseo con la presidente dell’Assemblea Nazionale Yael Braun-Pivet, il presidente del Senato Gérard Larcher e i rappresentanti di diversi gruppi politici del Congresso della Nuova Caledonia. Già nei giorni scorsi, al discorso di inizio anno con le forza armate Macron aveva parlato del suo occhio arrossato

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Trovato il cadavere di una donna in un edificio abbandonato di Monza

Il cadavere di una donna è stato ritrovato a Monza, poggiato su di un materasso nei pressi della sede (abbandonata da anni) dell’ex Enel in via Galvani. La vittima aveva 31 anni ed era una cittadina ucraina senza fissa dimora, con precedenti per droga e reati contro il patrimonio. A scoprire il corpo un passante, l’8 gennaio scorso.

Il personale paramedico, dopo la segnalazione del ritrovamento, è intervenuto, inviato dall’Agenzia Emergenza Urgenza insieme a una pattuglia della polizia. A nulla però sono servite le cure prestate dai medici, che hanno constatato la morte della 31enne.

Sul viso della donna, rannicchiata sul materasso in un giaciglio di fortuna, sono state ritrovate alcune ferite e alcuni segni. Potrebbero essere riconducibili – dato lo stato del luogo e alla corrispondenza morfologica – a morsi di animali selvatici. L’opzione non è stata esclusa dall’autopsia, disposta dal pubblico ministero.

La zona, intanto, è stata circoscritta e diversi rilievi sono stati effettuati dal personale della Questura di Monza e della Brianza. A condurre le indagini la Squadra Mobile, coordinata dall’autorità giudiziaria e in attesa di ottenere novità sulle cause della morte della donna. Sono ancora attesi ulteriori esami per stabilire con precisione le cause del decesso.

Foto di archivio

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Su ChatGpt arriva la pubblicità: al via le prime sperimentazioni. Ecco quanto bisogna pagare per non averla

La pubblicità arriva anche su ChatGpt. L’azienda madre, OpenAi, ha presentato il suo piano mensile economico che prevede l’introduzione di inserzioni pubblicitarie, finalizzate a sostenere l’accesso all’intelligenza artificiale. Al momento, la novità riguarda solo ChatGpt Go. Progressivamente anche gli utenti che utilizzano ChatGpt in versione gratuita saranno raggiunti dai banner pubblicitari. Quindi, chi si salva dai pop-up che compariranno sulla schermata? Le inserzioni non saranno introdotte nelle versioni Plus, Entreprise, Pro e Business. Open Ai ha dichiarato che gli annunci saranno guidati dai cosiddetti “principi pubblicitari”, presentati dall’azienda all’introduzione di ChatGpt. Come sottolineato da Open Ai, uno dei principi cardine è quello di garantire che l’intelligenza artificiale sia accessibile e vantaggiosa per tutta l’umanità.

L’azienda di Sam Altman ha dichiarato che gli annunci non influenzeranno le risposte fornite dal chatbot. Inoltre, l’introduzione della pubblicità non cambia le politiche di protezione della privacy. Open Ai ha sottolineato che le conversazioni rimarranno private e che i dati non saranno né visualizzabili né vendibili agli inserzionisti. La pubblicità arriverà nelle prossime settimane. I primi a visualizzare i banner saranno gli adulti registrati negli Stati Uniti a un piano gratuito o che hanno sottoscritto un piano ChatGpt Go. In questa prima fase, le pubblicità saranno in fondo alle risposte e gli annunci saranno pertinenti alla conversazione. Le inserzioni non compariranno al termine delle risposte che riguardano la salute o sulla politica. I minorenni saranno esclusi dai piani pubblicitari.

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“Make Fiorentina Great Again”: il pensiero stupendo di Rocco Commisso e quella poltrona d’onore nella storia viola

Quando non tornava a Firenze da mesi, la sua assenza si sentiva. Soprattutto nei momenti difficili della squadra o se c’era un giocatore un po’ troppo “chiacchierato” sul mercato. Poi arrivava l’annuncio: “Domani arriva Rocco”. E tutto sembrava calmarsi, tornare alla normalità, se può davvero esistere una “normalità” a Firenze quando si parla di calcio. Arrivava dagli Stati Uniti (la sua vera casa), rassicurava e incoraggiava la squadra, allenatori e dirigenti. Stimolava la Fiesole facendo sognare i tifosi: coppe da vincere, obiettivo Champions, perfino scudetto. E tutto rientrava, tutto l’ambiente ne giovava. Anche nei momenti più difficili, come la terribile scomparsa di suo “fratello” Joe Barone, vera anima della nuova proprietà a stelle e strisce, e del capitano Davide Astori.

In questi 7 anni, Rocco Commisso è stato una guida fondamentale per i tifosi della Fiorentina. Così importante che, con la sua assenza per la malattia, in pochi mesi la società è sprofondata nel baratro: cacciati allenatori e direttore sportivo, squadra dritta verso la serie B. Eppure, non si è mai dato per vinto, nonostante la distanza. Ha respinto le voci (sempre più insistenti) di voler vendere, ha continuato a investire sul mercato e non ha mollato il suo progetto – seppur totalmente rivisto – del nuovo stadio. Avrebbe voluto ancora di più. Avrebbe voluto puntare ancora più in alto. Più del Viola Park, tanto bistrattato da alcuni tifosi, ma diventato il gioiellino della sua proprietà: il centro sportivo più innovativo d’Europa, dicono.

“Chiamatemi Rocco”, disse nell’estate 2019, appena sbarcato a Firenze con quel sorriso sornione e il suo tipico “okay” da americano a Roma. E questo bastò a far tornare a sognare i tifosi, ormai sfibrati da un rapporto logoro con la famiglia Della Valle. Capì subito quali tasti toccare: il nuovo stadio, il viscerale odio per la Juventus (“Sono già più bravi di noi, non hanno bisogno degli aiuti arbitrali. Sono disgustato”, gridò a favore di telecamere nel 2020), i grandi acquisti (Ribery, Nico Gonzalez, Kean, De Gea). Poi arrivarono i risultati: dopo i primi due anni travagliati, il triennio di Italiano, le notti europee, le tre finali (perse), una squadra sempre tra le prime sette del campionato e che, soprattutto, faceva divertire anche con il suo successore Raffaele Palladino. Fino alla malattia, all’assenza e allo sfacelo degli ultimi mesi.

Sapeva anche farsi sentire (il sindaco Dario Nardella ne sa qualcosa, sullo stadio) e non gli ho mai perdonato – in evidente conflitto d’interessi, lo so – gli attacchi ai giornalisti che osavano (rarità) criticare la squadra e la società quando i risultati non arrivavano. Chi lo faceva veniva considerato da Rocco un “anti fiorentino”. Un errore di cui voglio credere si sia pentito quando, negli ultimi mesi, gli mancava tanto fare una pesseggiata sul Lungarno o mangiare una fiorentina ai 13 gobbi.

Commisso in 7 anni ha avuto un solo obiettivo, a suo modo trumpiano (senza averne i difetti): “Make Fiorentina Great Again”. La città, che ormai è rassegnata, in un brutto incubo, a subire un lutto all’anno, glielo riconoscerà ad agosto, quando celebrerà il centenario della nascita della Fiorentina. Questa grande storia viola, caro Rocco, è anche tua. E te ne saremo sempre grati.

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La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria”

Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la più grande villa romana mai scoperta nella regione.

Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam, a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere” sotto il terreno senza muovere una zolla.

Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben definito”.

La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati. Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli.

Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici – assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del Galles nel primo millennio.

Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff. Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere, questa sì, una parte importante del passato romano del Galles.

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Graziano Rossi risponde a Valentino: “Mi ha fatto firmare un foglio, mi sono fidato. Io e Ambra abbiamo deciso di sposarci”

La battaglia legale tra Valentino Rossi e il padre Graziano si trasforma in un botta e risposta a mezzo stampa. Raggiunto dal Corriere della Sera, il campione delle moto aveva espresso tutta la sua preoccupazione per le condizioni del padre, raccontando i suoi timori e le motivazioni dietro la sua scelta di arrivare alla denuncia verso la compagna. Graziano Rossi, oggi 71 anni, ha risposto con una serie di accuse, raccolte in un’intervista a Il Resto del Carlino. La principale: il figlio Valentino gli avrebbe fatto firmare un foglio a tradimento: sarebbe questo il modo in cui era diventato amministratore di sostegno, fino alla revoca disposta dal tribunale nel marzo scorso.

“Non ci vediamo spesso, ma spero che faccia un passo verso di me per colmare questa distanza”. Il fatto che il rapporto tra Valentino e Graziano sia ormai inesistente è l’unica cosa in comune nelle versioni dei due Rossi. Perché per il resto, i padre racconta la sua versione: “Valentino e i suoi collaboratori mi hanno convocato per farmi firmare un foglio, dicendomi che era una cosa che facevano tutti e non avrebbe avuto nessuna conseguenza. Uscivo da quattro ricoveri e due operazioni e fidandomi di mio figlio firmai senza sapere quali sarebbero state le conseguenze”. Così Graziano Rossi avrebbe fatto diventare il figlio suo amministratore di sostegno: “Valentino si è presentato qui, a casa mia, con altre persone. Ha presentato il foglio ed io ho firmato”.

Valentino Rossi ha invece spiegato: “La sua relazione sentimentale ha portato a una frattura totale con la famiglia. Niente, tagliati fuori, tutti, come se fossimo portatori di chissà quale minaccia”. “Un atteggiamento, se penso al mio babbo, che non riesco a spiegare e che mi porta a cercare di sapere come sta, che è successo per arrivare sino a questo punto”, ha proseguito il campione di Tavullia, giustificando così il suo tentativo di rimanere amministratore di sostegno. Dopo la revoca, è arrivata quindi la denuncia della compagna del padre, Ambra Arpino, per circonvenzione d’incapace.

Graziano Rossi invece difende la sua compagna e accusa gli altri familiari: “Nessuno della mia famiglia mi è stato mai di supporto. L’unica persona che si è preso cura di me è sempre solo stata la mia compagna Ambra”. E quindi l’annuncio: “Sì, abbiamo deciso di sposarci, non abbiamo ancora fissato il giorno ma sarà prima dell’estate. Io inviterò tutti, e spero che vengano a far festa”. Un invito che sa di provocazione. Anche perché poi arriva un’altra accusa: “A mio avviso la denuncia è maturata dal fatto che la mia famiglia, sempre assente con me, si sarebbe vista limitare le aspettative ereditarie”. Una circostanza che Valentino Rossi, stando alla sua versione, nega: “Il denaro, in questa storia, non ha alcuna rilevanza, per fortuna mia e anche di Graziano. Questa è una vicenda dettata dall’amore, non da altro. Una situazione che rende me, tutti noi, molto tristi“.

Il padre Graziano però tiene il punto, anche rispetto ai soldi usciti dal suo conto corrente, sarebbero 176mila euro: “Non devo assolutamente giustificare se ho contribuito al pagamento di una parte del mutuo della casa della mia compagna nella quale spesso vivo. Oggi con fiducia attendo che la magistratura possa valutare i fatti con serenità e completezza facendo emergere la verità”.

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Ritorno dei vitalizi in Basilicata, i cittadini chiedono il referendum: “È un privilegio inaccettabile”

I cittadini della Basilicata di mobilitano per cancellare i vitalizi, reintrodotti con un emendamento approvato dal Consiglio regionale a pochi giorni dal Natale. Prima sono state lanciate due petizioni online, adesso è nato un comitato – composto anche da sindacati e associazioni – per avviare formalmente l’iter per richiedere il referendum abrogativo contro quello che definiscono “un privilegio inaccettabile“. “A decidere saranno i cittadini”, assicurano i promotori anche se, al momento, ci sono alcuni problemi di carattere giuridico che impedirebbero l’attivazione di un percorso referendario in Basilicata.

Come anticipato dal Fatto Quotidiano, il Consiglio regionale ha modificato il trattamento previdenziale dei suoi ex componenti introducendo una pensione da circa 600 euro al mese, al compimento dei 65 anni, a fronte del versamento di 570 euro di contributi al mese per i 5 anni di mandato. E le somme arriveranno dal fondo di solidarietà introdotto nel 2017 (finanziato con la decurtazione del 10% della indennità dei consiglieri) che era destinato però a finalità sociali. È stata chiamata “indennità differita” e il provvedimento è stato approvato dalla maggioranza di centrodestra, col voto contrario del Movimento 5 stelle e dei civici cattolici di Basilicata casa comune. Astenuto il consigliere di Avs mentre non hanno partecipato al voto i consiglieri del Pd.

“Con un atto grave, opaco e moralmente inaccettabile – si legge nella nota diffusa dai firmatari della proposta di referendum – il Consiglio regionale della Basilicata ha reintrodotto i vitalizi mascherandoli sotto un nuovo nome: indennità differita. Lo ha fatto nel silenzio delle festività natalizie, attingendo persino a fondi destinati alla beneficenza. Un privilegio dal costo enorme, mentre migliaia di famiglie lucane faticano ad arrivare alla fine del mese. È una scelta irresponsabile – continuano – che colpisce al cuore il patto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Chi lavora per tutta la vita lo fa per costruire la propria pensione, non per garantire rendite anticipate e privilegiate a una classe politica già ampiamente tutelata”. L’obiettivo è abrogare gli articoli 16 e 17 della legge regionale 30 dicembre 2025, n. 57. “Sarà una grande mobilitazione della società civile contro il ritorno di una politica che vorrebbe farsi casta. La Basilicata merita di più. E questa volta, a decidere, saranno i cittadini”, rimarcano i promotori.

Secondo quanto previsto dallo Statuto della Regione Basilicata, servono almeno 5mila firme di elettori per richiedere il referendum. Se ammessa, la consultazione popolare è valida se partecipa alla votazione almeno il 33 per cento degli aventi diritto e diventa efficace se raggiunge la maggioranza dei voti validamente espressi. Il problema, come spiegano le due consigliere regionali del Movimento 5 stelle, Alessia Araneo e Viviana Verri, è che “al momento non esistono le condizioni giuridiche per attivare un percorso referendario”. La consultazione popolare è sì prevista ma non è normata. “Nei mesi scorsi, insieme a tutte le forze di opposizione, abbiamo presentato una proposta di legge per disciplinare gli istituti di partecipazione democratica previsti dallo Statuto regionale ma di fatto ancora inattuabili”, spiega a ilfattoquotidiano.it la consigliere Araneo. Il testo è stato approvato in commissione ma adesso deve essere integrato con le indicazioni arrivate dalla Consulta di garanzia statutaria. Solo dopo la proposta potrà approdare in Consiglio regionale.

Proprio per questo le consigliere regionali del M5s annunciano che si apprestano “a depositare una proposta di legge per l’abrogazione dei vitalizi”, la cui introduzione “ha generato un’ondata di indignazione diffusa e trasversale, che attraversa territori, famiglie, lavoratori, amministratori locali, associazioni”. “Non si tratta”, spiegano, “di una polemica di parte, ma di una reazione collettiva a una decisione percepita come distante, ingiusta e moralmente inaccettabile. Questa scelta arriva mentre la Regione è alle prese con crisi industriali drammatiche, licenziamenti, un sistema sanitario sempre più fragile, uno spopolamento che svuota intere comunità e un’emergenza idrica che mette a rischio diritti fondamentali. In questo contesto, il messaggio che passa è devastante: mentre ai cittadini si chiedono sacrifici, la politica si garantisce tutele e benefici”. “Per questo abbiamo votato contro quella norma” e “rifiutiamo di aderire all’indennità differita“, sottolineano Araneo e Verri. “In queste ore – continuano – emerge con forza una richiesta di partecipazione democratica: molti cittadini invocano strumenti come il referendum, segno evidente di una distanza che non può più essere ignorata. Anche se al momento non esistono le condizioni giuridiche per attivare un percorso referendario, la politica ha il dovere di intercettare questa domanda di coinvolgimento e trasformarla in un’azione concreta“.

Dopo che i suoi consiglieri non hanno partecipato al voto, anche il Partito democratico contesta la decisione. Per il senatore Daniele Manca, commissario regionale del Pd Basilicata, “questa maggioranza ha smarrito il senso di marcia, guarda esclusivamente al potere e introduce misure utili agli eletti anziché alle famiglie e alle imprese. Una vergogna che chiediamo al governo di rimuovere”. Per l’esponente dem l’emendamento “presenta molte difformità rispetto al contesto costituzionale a partire dall’utilizzo parziale di un fondo istituito per finalità sociali. Anche la retroattività è insostenibile e priva di conformità costituzionale”. Per questo chiede al governo “di impugnare la norma e rimuovere un provvedimento truffaldino sotto il profilo della trasparenza e del metodo legislativo, sostenuto dal presidente Bardi e dalla sua maggioranza”.

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Il latitante “dimenticato” in Turchia rientra in Italia: Luciano Camporesi atteso a Fiumicino

Sta rientrando in Italia il latitante Luciano Camporesi, dopo aver trascorso mesi in un centro di accoglienza in Turchia in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità. È il suo avvocato Gioacchino Genchi ad annunciare che Camporesi, accompagnato dalla polizia turca, è stato imbarcato a Istanbul in un volo per l’Italia e atterrerà oggi a Fiumicino dove sarà preso in consegna dalla polizia italiana.

Qualcosa, evidentemente, si è mosso dalle parti del ministero degli Esteri e del ministero della Giustizia. Nei giorni scorsi la vicenda è stata raccontata dal Fatto Quotidiano: l’Italia si è “dimenticata” di estradare Camporesi, rimasto bloccato in Turchia senza documenti, libero ma in “confinamento amministrativo”. Nato 51 anni fa a Rimini, era ricercato dal 2018 quando è sfuggito all’operazione “Pollino” dove, su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip aveva disposto un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico internazionale di droga gestito dalle cosche della Locride. Condannato in primo grado a 22 anni e 9 mesi di carcere, Camporesi deve adesso essere processato in secondo grado. La sua posizione è stata stralciata da quella degli altri imputati coinvolti nella maxi-inchiesta antidroga.

Durante la sua latitanza, il presunto trafficante di droga era stato arrestato in Turchia perché trovato in possesso di un documento di identità falso. Scontato un anno e mezzo di carcere, nel penitenziario di massima sicurezza ad Ankara, è stato trasferito in un centro per migranti irregolari, prima ad Antalya e poi di nuovo ad Ankara.
Mentre in Italia, la Dda di Reggio Calabria lo aspettava per processarlo, Camporesi è stato per 14 mesi l’unico italiano recluso in una delle 82 strutture per migranti finanziate dall’Unione Europea, pagate anche dalla collettività italiana.

Il tutto “in attesa del rilascio, da parte delle competenti autorità consolari, di un valido documento di identità”, ha spiegato il suo legale Genchi in una memoria inviata nelle settimane scorse alla Procura generale di Reggio Calabria, anticipando l’intenzione del suo assistito di costituirsi. Cosa che dovrebbe avvenire da qui a poco. Quando Camporesi scenderà dall’aereo, sarà arrestato dalla polizia di stato e accompagnato in carcere.

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Mattarella: “Preoccupa il ritorno di strategie predatorie. Cultura è strumento di dialogo e pace”

“L’immenso valore della cultura risalta ancor di più in questo periodo storico che ci porta molteplici motivi di preoccupazione, dove strategie predatorie sono riapparse con il loro carico di morte e devastazione. La cultura è strumento principe di dialogo e quindi di pace“. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di inaugurazione dell’Aquila capitale italiana della cultura 2026

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Referendum, Renzi evita le domande: “Ho già risposto”. Poi ai suoi dà “libertà totale” e dice: “Oggi governano le toghe brune”

A Milano Matteo Renzi apre l’assemblea nazionale di Italia Viva con un discorso di settanta minuti che spazia dall’Iran all’economia. Ma prova a tenersi lontano dal tema della giustizia e del referendum. Almeno fino a quando dalla platea, uno dei suoi sostenitori, invoca una parola sull’argomento. “Libertà totale sul referendum. C’è già chi ha preso posizione e chi no” spiega Renzi che nei giorni scorsi aveva dichiarato che annuncerà la sua scelta a una settimana dal voto. E si innervosisce quando glielo si chiede in qualità di “esperto di referendum costituzionali”. “Vuoi uno schemino? Parliamo d’altro, di Milano”, dice a ilfattoquotidiano.it. Dal palco però, il leader di Italia Viva non può sottrarsi allo stimolo del suo sostenitore e torna all’attacco: “Finché noi abbiamo un sistema in cui prima ancora di ragionare di separazione di carriere tra pm e giudici, noi abbiamo un governo governato dai magistrati, da Mantovano dalla dottoressa Bartolozzi – spiega Renzi – ci sono le toghe brune che stanno governando, la prima separazione delle carriere è quella tra il del potere politico da quello giudiziario”.

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“Hanno ritrovato mio papà, sono devastata. Questo è il viaggio più difficile che abbia mai fatto”: Helena Prestes vola dal papà disperso dopo un incidente in Brasile

Helena Prestes ha ritrovato il padre, dato per disperso dopo un incidente in Brasile. L’ex concorrente del Grande Fratello ha raccontato la storia su Instagram. L’uomo ha avuto un incidente ed è stato trasportato in ospedale. Tuttavia, non avendo i documenti con sé, lo staff medico e le autorità brasiliane non hanno avuto modo di identificarlo. La svolta è arrivata grazie a un cugino di Helena, che ha visto su un giornale locale, il Jornal Butantã, la foto dello zio in barella e con un collare cervicale. Il signor Prestes è caduto davanti a una macelleria di San Carlos e ha perso i sensi. Il cugino di Helena si è recato in ospedale dove ha confermato l’identità dello zio.

Non appena ricevuta la notizia, la 36enne ha fatto la valigia e ha acquistato un biglietto aereo per San Paolo, in Brasile. L’ex gieffina ha postato una foto su Instagram dall’aeroporto, accompagnata dalla scritta: “Io amo viaggiare, ma questo viaggio è in assoluto il più difficile che abbia mai fatto”. La donna ha ringraziato i followers per il sostegno durante i giorni difficili. Helena ha scritto: “Ringrazio tantissimo tutti. Il vostro aiuto è stato importante“. La showgirl è tornata in Brasile per assistere il padre, le cui condizioni sono ancora sconosciute. Sempre su Instagram, Prestes aveva dichiarato: “Sono devastata, abbiamo la speranza che sia in chirurgia perché è stato l’unico entrato senza documenti nell’ospedale”. La ragazza si è finalmente ricongiunta col padre. Nell’ultima foto postata tra le Stories di Instagram, si vede Helena che stringe la mano dell’uomo.

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“Malen è uno forte, fondamentale il ruolo di Ryan Friedkin”: dietro le parole di Gasperini le tensioni in casa Roma

C’è un Gasperini finalmente soddisfatto. E lo è, davvero, per Malen. L’attaccante arrivato a Roma solo venerdì, sarà con ogni probabilità già impegnato contro il Torino: “Abbiamo preso uno forte e lo abbiamo preso subito. È stato fondamentale il ruolo di Ryan Friedkin”, ha detto l’allenatore nella conferenza di presentazione della gara di campionato contro i granata (appuntamento domenica alle 18). Stona qualcosa? Forse. Perché dietro la soddisfazione, che con Gasperini non è sempre di casa (pubblicamente, sia chiaro), c’è anche un piccolo segnale di come, in realtà, proprio tutto in casa Roma non sia risolto.

Prosegue la conferenza. “Con Raspadori non ho mai parlato, con Malen sì. E in tre giorni abbiamo chiuso. Io non partecipo alle trattative”. E ancora: “Malen era un’opportunità importante e l’abbiamo colta, quando invece le operazioni diventano lunghe sono difficili da realizzare”. Manca ancora qualcosa? “Parlate con chi opera sul mercato, che per fortuna non è il mio settore. Nel mercato nascono e finiscono opportunità nel giro di un’ora. Io sono un uomo di campo e credo che servano cose veloci”.

Emergono tempi, emergono prospettive. Ma non i nomi. Non un nome, anzi. Quello di Frederic Massara, direttore sportivo dei giallorossi che già nelle scorse settimane era stato oggetto di uno scontro non proprio leggero con il suo allenatore. Gasperini, allora, aveva chiesto un confronto con Ranieri e soprattutto delle rassicurazioni su un mercato che alla fine ha portato due investimenti per complessivi 50 milioni di euro (Robinio Vaz e Malen, tra prestiti e diritti) ma non nei tempi che avrebbe sperato l’ex Atalanta.

Che comunque qualche rinforzo lo aspetta ancora. Cosa manca? Forse Zirkzee, che non è stato convocato dal Manchester United (e c’è il mercato dietro, con la Roma che resta alla finestra nonostante gli arrivi), forse un esterno offensivo, forse un difensore (per Fortini della Fiorentina è stata presentata un’offerta, già rifiutata, di 7 milioni, ma si tornerà alla carica).

Ma il punto è un altro. Non citare Massara in conferenza stampa, o ringraziare solo la famiglia Friedkin, è un altro segnale di come la scollatura sia presente, ma non per forza irrisolvibile. Anzi. In casa giallorossa c’è tutta l’intenzione di crescere in maniera progressiva e armonica, in tutte le componenti. Dando a Gasperini le chiavi di una squadra che può continuare a fare bene in campionato, anche nell’ottica di riconquistare quella Champions League che manca dal 2019. Tanto, troppo tempo.

Un obiettivo che può essere alla portata e che sarà ancora più chiaro dopo il calciomercato. Quando il nervosismo, forse, sarà un po’ di meno. E ci si potrà concentrare solo e soltanto sul campo.

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Il sindaco de L’Aquila Biondi (FdI): “Io antifascista? No, al massimo anti-juventino”. Poi se la prende con il giornalista

“Io antifascista? Dico semplicemente che mi conformo ai valori della Costituzione, non sono fascista, non sono anti-nulla, neanche anti-comunista“. Così il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, di Fratelli d”Italia ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a margine della cerimonia di inaugurazione di L’Aquila Capitale cultura 2026. Il riferimento è a un’intervista rilasciata dal sindaco al Centro di ieri in cui si è definito ‘anti-juventino‘ ma non ‘anti-fascista’. “Penso – ha aggiunto il sindaco – che sia importante confrontarsi con le ideologie con la serenità di chi non è un manicheo. E io non sono un manicheo, sono un laico nonostante la mia formazione, come è noto a tutti, sia stata fatta per intero nelle fila della destra italiana”. Alla domanda di un giornalista, il primo cittadino ha risposto infastidito: “Non ha capito la battuta ironica, mi dispiace per lei”. “Un giornalista – ha detto – deve essere più attento a certe sfumature altrimenti non capisce la complessità della vita. Quindi magari la prossima volta gliela rispiego con calma in privato”. Il sindaco si è confrontato anche sulla partecipazione a eventi legati a commemorazioni legate all’estrema destra. “Lo dico liberamente – ha sottolineato – che delle persone che si riuniscono per celebrare delle vittime di cui tra l’altro non si conoscono gli assassini abbiano tutto il diritto di farlo nei limiti delle leggi e della convivenza pacifica”. Infine, una domanda sulla possibilità di togliere il simbolo della fiamma dal logo dei Fratelli d’Italia. “Non sono d’accordo“, ha concluso

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Storia e senso del Premio Letterario del Corpo Diplomatico della Santa Sede

Nel 2027, nel mese di novembre, compirà 100 anni il premio letterario Bagutta che, nato in una trattoria milanese, è il più antico d’Italia. Dal 1927 ad oggi, hanno preso vita molti altri premi, altrettanto prestigiosi, così come nel corso degli anni più volte nel dibattito pubblico si è discusso, pure con vivacità, sulla loro utilità e sulla relativa funzione. Tra questi si distingue, oltre che per il valore soprattutto per la sua origine, le proprie caratteristiche e i suoi fini, il Premio Letterario delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori presso la Santa Sede.

Anche la VII edizione di questa iniziativa, il cui bando fissa al 28 febbraio 2026 il termine ultimo per la presentazione delle candidature, si rivolge ad “autori di libri pubblicati in italiano e destinati al grande pubblico su temi relativi alla cultura e ai valori cristiani, alle relazioni tra Chiese cristiane e Stati, alla storia delle Chiese e al dialogo interreligioso”.

In proposito, eloquente è la lettera con cui, nel 2019, i promotori, presentando l’idea di premiare libri, mettevano in evidenza il privilegio di essere attori di eventi e dibattiti su questioni di base del Cristianesimo e dell’esistenza umana. Tale primo gruppo animatore (una quindicina) di ambasciatori aggiungeva poi che gli impegni ufficiali, “inseparabili dalla dimensione spirituale della Santa Sede, (l)i stimola(va)no a promuovere il Cristianesimo e a rispondere ad un bisogno generale di spiritualità attraverso l’arte della letteratura cristiana”. Parimenti, degna di nota è l’avvertenza iniziale che non sarebbe stato in competizione con premi già esistenti semmai si sarebbe focalizzato, come avvenuto, “sulla complementarità nel promuovere conoscenza nei rispettivi ambiti del sapere”.  Questo progetto di ispirazione culturale è ulteriormente apprezzabile nella scelta di non ammettere traduzioni anche da parte di autori non italiani quale atto di omaggio al nostro Paese che ospita attualmente 93 Missioni diplomatiche. Non meno rilevante è la composizione della giuria, co-presieduta dagli Ambasciatori d’Italia e dell’Unione Europea presso la Santa Sede, rispettivamente Francesco Di Nitto e Martin Selmayr, a cui partecipano tra gli altri numerosi Capi Missione.

In particolare, preme qui sottolineare come uno degli elementi distintivi sia rappresentato dal coinvolgimento (una presenza storicamente legata all’Urbe) del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, la cui esistenza “non comporta legami di ordine temporale né da parte della Santa Sede verso gli Stati, né da parte degli Stati verso la Santa Sede; non ne risultano oneri o vantaggi materiali, sia d’ordine economico, o commerciale, o militare. Si tratta essenzialmente di un dialogo, di un incontro permanente e qualificato” (Paolo VI, 1971).

Da altra angolatura, sempre nel mettere in luce la singolarità dell’iniziativa, e dunque le ragioni per seguire e raccontare il suo “cammino”, può essere interessante richiamare un passaggio dell’intervista al Decano, l’Ambasciatore (di Cipro) George Poulides, realizzata due anni fa da ACI Stampa: “Noi Ambasciatori (…) siamo consapevoli e rispettosi verso la missione pacifica della Santa Sede. Il Corpo Diplomatico che ho l’onore di rappresentare (…) dal 2018, è una grande famiglia unita che coltiva il dialogo e il rispetto reciproco (…) non siamo in competizione tra di noi (…) e cerchiamo in tutti i modi di seguire il grande desiderio del Santo Padre per la pace e la fratellanza umana”.

Ebbene, nei nostri giorni in cui il linguaggio, “nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari” (Leone XVI, 2026), questo premio è davvero speciale, nel suo essere occasione di tempo e luogo opportuno di incontro, perché ci ricorda che “per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano” (Leone XVI, 2026).

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Gaza e Nilo. Cosa significa lettera di Trump ad al-Sisi

La lettera inviata da Donald Trump al presidente egiziano Abdel Fattah al‑Sisi il 16 gennaio 2026 va letta come qualcosa di più di un ringraziamento formale per la mediazione sul cessate il fuoco a Gaza. Il testo rivela una precisa intenzione strategica: inserire il ruolo dell’Egitto nella crisi israelo‑palestinese dentro una più ampia architettura regionale, che oggi ruota attorno a tre dossier intrecciati — la tenuta della tregua a Gaza, la stabilizzazione del Mar Rosso e la crisi in corso nel Corno d’Africa. Dal Cairo, e dal contatto statunitese, passa anche il messagging strategico che Washington sta mandando all’Arabia Saudita, impegnata in un attivo riposizionamento geopolitico orientato alla costruzione di un’architettura di sicurezza regionale che coinvolge Turchia e Pakistan, ma pensa anche all’Egitto.

L’Egitto come perno della “fase due” a Gaza

Nel messaggio, Trump riconosce esplicitamente la leadership egiziana nella mediazione tra Israele e Hamas dopo il sanguinoso attacco terroristisco palestinese del 7 ottobre 2023, che ha aperto la stagione di guerra e la risposta brutale israeliana. Trump collegando correttamente la guerra israeliana a Gaza alla stabilità dell’intera regione. Questo passaggio assume particolare rilievo nel momento in cui Washington ha deciso di lanciare la “fase due” del cessate il fuoco, prevista dal cosiddetto “Trump Plan”. Ora l’obiettivo è passare dalla tregua e auspicata demilitarizzazione, alla governance tecnocratica e all’avvio della ricostruzione.

In questo schema, l’Egitto ha il ruolo cruciale del facilitatore diplomatico, perché è un attore strutturale: controlla uno dei principali accessi alla Striscia, il valico di Rafah, mantiene canali aperti con le diverse fazioni palestinesi (anche per interessi nazionali diretti al mantenimento dell’equilibrio) ed è in grado di offrire una cornice regionale alla fragile transizione post‑bellica. Il sostegno politico americano a Il Cairo risponde quindi a un’esigenza di continuità: senza l’Egitto, la “fase due” rischia di restare un esercizio di ingegneria istituzionale privo di ancoraggio sul terreno.

Dal ringraziamento su Gaza al dossier Nilo

Da qui, si apre a una contropartita. Il passaggio più significativo della lettera è infatti quello in cui Trump si dice pronto a riavviare la mediazione statunitense tra Egitto ed Etiopia sulla condivisione delle acque del Nilo e sulla diga Gerd. La questione è esistenziale: le acque del Nilo sono storicamente, da secoli, considerate fonte di vita dall’Egitto, e pensare a un taglio dell’aliquota portata dal fiume identitario – per un’infrastruttura che beneficerà la prosperità etiope – è da sempre una red-line per Il Cairo. Il riferimento al rischio di un conflitto militare esplicita come Washington percepisca questo dossier non come una disputa tecnica, ma come una minaccia potenziale alla stabilità africana e medio‑orientale.

Gaza fornisce all’Egitto capitale politico e centralità diplomatica; il Nilo rappresenta invece il cuore della sicurezza nazionale egiziana. Mettere i due piani nello stesso documento significa, da parte americana, riconoscere e rafforzare il ruolo regionale del Cairo, ma anche vincolarlo a una cornice multilaterale e negoziale, evitando soluzioni unilaterali. Ossia, mandare un segnale chiaro: Washington solo può avere modo di mediare, gli altri player rischiano destabilizzazione ulteriore.

Le parole di Trump

“Il mio team e io comprendiamo il profondo significato del fiume Nilo per l’Egitto e per il suo popolo, e desidero aiutarvi a raggiungere un esito che garantisca i fabbisogni idrici dell’Egitto, della Repubblica del Sudan e dell’Etiopia nel lungo periodo”, dice Trump, sottolineando che gli Stati Uniti affermano che “nessuno Stato della regione dovrebbe controllare unilateralmente le preziose risorse del Nilo, penalizzando nel processo i Paesi vicini”.

Ancor: “Ritengo che, con il giusto apporto di competenze tecniche, negoziati equi e trasparenti e un ruolo forte degli Stati Uniti nel monitoraggio e nel coordinamento tra le parti, sia possibile raggiungere un accordo duraturo per tutti i Paesi del bacino del Nilo”. Di più: “Un approccio di successo garantirebbe rilasci idrici prevedibili durante i periodi di siccità e negli anni di prolungata scarsità per l’Egitto e il Sudan, consentendo al contempo all’Etiopia di produrre quantità molto rilevanti di energia elettrica, parte della quale potrebbe essere ceduta o venduta all’Egitto e/o al Sudan”.

Il fattore saudita e la costruzione di una coalizione regionale

La lettera va letta anche alla luce di quel tentativo saudita di promuovere una nuova architettura di sicurezza in Medio Oriente, anche attraverso un rafforzamento dei legami con Egitto e Somalia. L’iniziativa di Riyadh risponde a una duplice esigenza: contenere l’instabilità lungo le rotte marittime strategiche e riequilibrare il peso degli Emirati Arabi Uniti in Yemen e Corno d’Africa. Vedere Sudan: Nel conflitto in Sudan, la tradizionale alleanza tra Riyadh e Abu Dhabi si è trasformata in una linea di frattura geopolitica, con l’Arabia Saudita che sostiene le Forze Armate Sudanesi e spinge per un approccio più statale alla stabilizzazione, mentre gli Emirati sono stati associati a un più marcato appoggio alle Rapid Support Forces tramite reti paramilitari e finanziarie, accentuando così le divergenze tra i due Paesi su visioni e strumenti di influenza regionale.

In questo contesto, l’Egitto diventa un partner naturale per l’Arabia Saudita: per prossimità geografica, per capacità militari e per il ruolo storico nel mondo arabo. Il sostegno saudita all’integrità territoriale somala e la crescente cooperazione con Il Cairo indicano la volontà di costruire una coalizione selettiva, meno ideologica e più funzionale, centrata su sicurezza marittima, intelligence e deterrenza regionale. Allo stesso tempo, l’Egitto mantiene solidi canali politici, economici e di sicurezza anche con Abu Dhabi, collocandosi in una posizione di cerniera strategica tra due fronti solo apparentemente contrapposti: una frattura reale sul piano operativo, ma potenzialmente ricomponibile in qualsiasi momento, data l’elevata fluidità degli attuali equilibri regionali.

La posizione di Trump: convergenza, ma con cautela

Trump non appare in disaccordo con questo orientamento. Al contrario, la presenza in copia nella lettera di leader sauditi ed emiratini segnala che Washington segue e, in parte, cerca di controllare il processo. Il tono del messaggio suggerisce un limite chiaro: gli Stati Uniti non intendono avallare un assetto regionale che possa produrre nuove fratture o escalation incontrollate.

Il richiamo al principio secondo cui nessuno Stato dovrebbe controllare unilateralmente risorse strategiche come il Nilo è indicativo di questa impostazione. Trump sembra accettare l’idea di una coalizione regionale guidata da attori arabi, ma vuole mantenerla compatibile con l’equilibrio complessivo, evitando che si trasformi in un blocco rigido o in un fattore di destabilizzazione, soprattutto in Africa orientale.

Un’unica scacchiera strategica

Gaza, il Mar Rosso e il Corno d’Africa non sono più dossier separati. La lettera a al‑Sisi mostra come l’amministrazione Trump stia cercando di gestirli come parti di un’unica scacchiera, in cui l’Egitto funge da snodo tra Medio Oriente e Africa, e l’Arabia Saudita da architetto di una nuova cooperazione regionale.

In questo quadro, la mediazione su Gaza diventa il banco di prova di un disegno più ampio: se la “fase due” reggerà, rafforzerà non solo la tregua nella Striscia, ma anche la credibilità di un assetto regionale in cui Washington resta arbitro esterno, pronto a sostenere le iniziative dei partner, ma attento a impedirne le derive.

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La cheesecake allo yogurt che nasce social

C’è una nuova cheesecake che gira sui social, ma non ha forno, non ha stampi a cerniera e soprattutto non ha bisogno di spiegazioni lunghe. Si fa con due ingredienti, yogurt e biscotti, ed è diventata, nel giro di poche settimane, uno dei food trend più replicati su Instagram e, per riflesso, su TikTok. I creator la presentano sempre allo stesso modo: «2-ingredient yogurt cheesecake, viral in Japan right now», come se la provenienza fosse parte integrante della ricetta. L’hashtag #japaneseyogurtcheesecake supera le centomila pubblicazioni su Instagram, mentre le varianti più generiche – #yogurtcheesecake, #2ingredientrecipe, #viraljapanesedessert – raccolgono milioni di visualizzazioni complessive. Non è un’esplosione isolata, ma una ripetizione costante dello stesso gesto: biscotti interi o sbriciolati, yogurt denso (di solito greco o colato), frigorifero. Fine.

A dare una cornice editoriale al fenomeno sono arrivati anche alcuni articoli, soprattutto in inglese e in giapponese. Il blog Okonomi Kitchen, molto seguito per la cucina casalinga giapponese, parla esplicitamente di una ricetta “diventata virale sui social in Giappone”, spiegando che la consistenza ricorda i dolci freddi a base di yogurt molto diffusi in Asia e che l’assenza di cottura è parte del suo successo. Nell’articolo si legge che si tratta di una preparazione “incredibilmente semplice, nata per essere condivisa e replicata”, più che per essere perfezionata. In altre parole, non è una cheesecake nel senso classico, ma una traduzione occidentale di un’abitudine già esistente, resa digeribile dal linguaggio dei Reels. Ci vogliono quattromila battute per raccontare questa preparazione, che ha l’unica difficoltà nel mettere i biscotti in verticale nello yogurt greco. Naturalmente, ci sono anche delle possibili varianti: «In Giappone si usano i biscotti sablé al cocco, ma poiché non sono facilmente reperibili all’estero, i biscotti Biscoff o gli Oreo sono ottimi! Sono leggermente dolci e perfetti per le basi di cheesecake senza cottura. Puoi anche usare altri biscotti secchi o biscotti sablé fatti in casa per un effetto simile».

Anche alcuni media giapponesi online dedicati alla cucina hanno intercettato il fenomeno. Cookpad News, una delle piattaforme più lette in Giappone, parla di una «ricetta diventata virale sui social», sottolineando come il punto non sia l’innovazione gastronomica ma la facilità estrema: per dimostrarlo, il sito propone la versione ancora più semplice e a prova di pigri. Aprite una confezione di yogurt greco, ficcateci i biscotti in verticale e se proprio siete in vena aggiungete del mango essiccato. 

Un altro sito di settore, Food Media Tenpos, descrive il dolce come una sorta di “cheesecake magica” fatta con yogurt e biscotti, diventata popolare perché chiunque può rifarla senza competenze.

È il dolce come contenuto, prima ancora che come dessert. Più che una moda giapponese, è uno specchio piuttosto fedele del nostro tempo: un tempo in cui siamo così abituati ad avere un tutorial per tutto che, per mettere insieme yogurt e biscotti, sentiamo comunque il bisogno di vedere qualcuno farlo in video. Meglio se in verticale, meglio se in 30 secondi. Anche il cucchiaio, ormai, vuole la sua regia. Immaginatevi se mai assaggiassero un tiramisù. 

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Clamoroso a Manchester: lo United affidato a Carrick stende il City di Guardiola

Dopo tre pareggi e una cocente eliminazione in FA Cup, il Manchester United risorge improvvisamente in un pomeriggio di metà gennaio all’Old Trafford: la banda dei Red Devils, affidata ad interim a Michael Carrick, batte 2 a 0 il City di Pep Guardiola nel derby. Un risultato sorprendente anche per come è maturato: lo United, pur lasciando il possesso palla ai rivali, ha di fatto dominato in quanto a produzione offensiva, con 7 tiri in porta a 1 e addirittura altri tre gol annullati per fuorigioco ravvisato dal Var. Con questo successo, la squadra di Carrick si rilancia nella lotta al quarto posto. Soprattutto, però, il City rischia di dire definitivamente addio alle ambizioni di titolo: l’Arsenal pare ormai troppo distante.

A decidere il derby di Manchester sono stati nella ripresa i gol di Mbeumo e di Dorgu (ex Lecce) al 65esimo al 76esimo. Già nel primo tempo, però, lo United aveva fatto capire di sapersi difendere con ordine ed essere pericoloso in contropiede, come dimostrano i due gol annullati a Diallo e Bruno Fernandes. Nella ripresa poi il copione di Carrick – al suo secondo debutto sulla panchina della United – ha funzionato alla perfezione, mentre le trame di Guardiola si confermano ancora sterili, come troppo volte accade al City anche in questa stagione.

Dopo l’esonero choc di Amorim a inizio anno, la stagione del Manchester United sembrava destinata a un altro tracollo. Ha salutato le due coppe nazionali, FA Cup e quella di Lega, al primo turno: non succedeva dal 1981-82. Non che la situazione sia ora cambiata drasticamente: fuori dall’Europa, è condannato a una stagione in cui l’unico obiettivo possibile è il ritorno in Champions. In questo senso, il risultato del derby è quanto meno una boccata d’ossigeno e un segnale di vita incoraggiante.

Carrick, che aveva già allenato il club per tre partite nel 2021 dopo l’esonero di Ole Solskjaer, è un ex molto amato dal popolo United. Ex centrocampista, tra i simboli dell’era-Ferguson, 44 anni, ha giocato 464 gare in tutte le competizioni con i Red Devils tra il 2006 e il 2018. Era senza lavoro da quando è stato licenziato dal Middlesbrough, club di Championship, lo scorso giugno, dopo due anni e mezzo alla guida del Boro. Ora ha l’occasione d’oro: se dovesse centrare il quarto posto, chissà che non possa essere confermato alla guida dei Red Devils.

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Crans-Montana, un 16enne ricoverato al Niguarda esce dal coma. Nel bar Costellation trovati anche petardi illegali

Esce dal coma farmacologico dopo due settimane, il sedicenne romano rimasto gravemente ferito nell’incendio scoppiato la notte di Capodanno nel bar Le Constellation di Crans-Montana, in Svizzera. Ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano insieme ad altri giovani coinvolti nella tragedia, il ragazzo è stato estubato, ha lasciato la terapia intensiva ed è stato trasferito nel centro grandi ustioni. Un passaggio clinico delicato ma fondamentale, che apre uno spiraglio di speranza dopo giorni di grande apprensione.

Al risveglio, il giovane ha pronunciato poche frasi: “Posso andare in gita con la scuola? E i miei amici dove sono?” ha mormorato ai genitori. Parole che raccontano una ripresa graduale dello stato di coscienza e che, come spiega il padre, fanno intravedere “una luce in fondo al tunnel, ma ancora con un’enorme cautela”. La prima preoccupazione del ragazzo è stata proprio per i compagni di classe: ricordava che in questi giorni era prevista una gita scolastica a Milano sui luoghi manzoniani, alla quale desiderava partecipare. Proprio durante quella trasferta, i suoi compagni hanno incontrato i genitori al Niguarda per portare il loro sostegno e consegnare messaggi e pensieri per Manfredi. “Ci ha chiesto anche dei nonni e di suo fratello” racconta ancora il padre.

Sul fronte medico, resta alta l’attenzione per il rischio di infezioni, una delle principali complicanze nei pazienti con ustioni gravi, soprattutto quando sono coinvolte le vie respiratorie per l’inalazione di fumi tossici. La Regione Lombardia si è attivata per garantire ai feriti una terapia antibiotica altamente specialistica come ha annunciato l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, spiegando che gli specialisti hanno individuato la necessità di utilizzare un antibiotico di ultima generazione che associa sulbactam e durlobactam, un farmaco non di uso comune. “Regione Lombardia si è mossa immediatamente per assicurare l’importazione del medicinale dall’estero”, ha chiarito Bertolaso, aggiungendo che, in attesa dell’arrivo, è stato avviato anche il reperimento sul territorio nazionale. Humanitas ha fornito una prima disponibilità immediata, mentre ulteriori dosi sono arrivate dall’ospedale San Martino di Genova grazie a un trasporto coordinato da AREU. L’assessore ha ringraziato la direzione di Humanitas, l’assessore ligure alla Sanità Massimo Nicolò e il professor Matteo Bassetti per la collaborazione rapida ed efficace.

Intanto, sul versante investigativo, emergono elementi sempre più inquietanti sulle cause e sulla dinamica dell’incendio che ha provocato 40 morti e oltre 100 feriti. Un primo rapporto degli inquirenti svizzeri riferisce del ritrovamento, all’interno del locale distrutto dalle fiamme, di una grande quantità di materiale pirotecnico. Tra le macerie sono state rinvenute 25 fontane pirotecniche, mentre altre 100 erano stoccate e pronte per l’utilizzo. Si tratta di dispositivi che producono scintille e fiamme con effetti anche acustici, descritti nel rapporto come involucri non metallici contenenti composizioni pirotecniche ad alto potenziale di rischio in ambienti chiusi. Nel locale sarebbero stati trovati anche petardi illegali, un dettaglio che rafforza i sospetti su una gestione estremamente pericolosa della serata di Capodanno. Le autorità stanno ora valutando il ruolo che questi materiali potrebbero aver avuto nello sviluppo e nella rapidità dell’incendio, mentre l’inchiesta procede per accertare responsabilità penali e violazioni delle norme di sicurezza.

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Iran, Renzi contro Renzi: prima critica chi organizza le manifestazioni “per posizionamento di politica interna”. E 30 secondi dopo lancia la sua

Prima critica chi organizza manifestazioni per l’Iran per “meccanismi di posizionamento politico”. Ma nemmeno trenta secondi dopo lancia un flash mob di fronte all’ambasciata iraniana. Dal palco dell’assemblea nazionale di Italia Viva di Milano, Matteo Renzi torna a parlare della crisi in Iran e delle manifestazioni contro il regime di Teheran di questi giorni e lancia un’iniziativa. “Una cosa semplice, martedì alle 18.30 a Roma davanti all’ambasciata e in tutta Italia, portatevi una sigaretta, senza chiamare gli altri partiti e senza chiamare i giornalisti” spiega dal palco mentre il suo discorso viene trasmesso in streaming in diretta e viene ripreso dalla agenzie stampa nazionale presenti. “Date fuoco a quell’immagine, dieci minuti, vi fate una foto – conclude Renzi – noi vi seguiremo in diretta su radio Leopolda”.

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Catene più corte, così Meloni e Takaichi uniscono Mediterraneo e Indopacifico. Parla Checchia

Il lungo viaggio di Giorgia Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud è un tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia globale a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del sistema Paese. Lo dice a Formiche.net Gabriele Checchia, esperto diplomatico, già ambasciatore in Libano, presso la Nato, vicedirettore dell’Unità Russia e Paesi dell’area ex-sovietica alla Direzione Generale Affari Politici e Consigliere Diplomatico di vari ministri, che identifica un preciso filo conduttore dell’azione della premier tra Muscat, Tokyo e Seul: ovvero voler diversificare le partnership e rafforzare il ruolo italiano come principale collegamento tra Europa, Golfo e Asia. Roma mostra la volontà di tenere insieme i singoli teatri perché le catene si sono accorciate: Indopacifico, Mediterraneo e Italia sono contigue.

Politica, geopolitica e relazioni commerciali: tra Oman, Giappone e Corea del Sud quale il bilancio della missione di Giorgia Meloni?

Direi che è un bilancio positivo per una serie di motivi. Il primo è che si tratta di una missione che si è collocata nell’ambito di una riflessione geopolitica da parte della presidente del Consiglio, del nostro governo e del ministro degli Esteri. Cioè non una missione di cosmetica o di puro cerimoniale, ma una missione che riflette un mondo in rapida evoluzione, nel quale l’instabilità e l’ interconnessione tra i mercati e le aree geografiche è diventata centrale. Per esempio, la tappa in Oman è una testimonianza del fatto che l’instabilità del Medio Oriente (e l’Oman è un partner affidabile in quella regione del mondo) ha implicazioni dirette per il transito navale per i flussi di energia.

Lo stesso dicasi per la tappa in Giappone e Corea?

Sì, poiché sappiamo quanto conta l’Indopacifico per l’approvvigionamento europeo ma anche per le tensioni intorno a Taiwan. Non è un caso che la presidente Meloni e il primo ministro giapponese ne abbiano posto l’accento ripetutamente anche nel loro editoriale sul Corriere della Sera e sul quotidiano giapponese Nikkei: ovvero la necessità di un Indopacifico aperto e libero nonché direi sulla connessione tra l’Indopacifico e il Mediterraneo allargato. Mi sembrano tutti segnali della consapevolezza di una crescente interdipendenza tra le varie aree geografiche e del fatto che Italia e Giappone sono due paesi legati all’Occidente, ma sempre con una politica estera responsabile e attenta agli equilibri complessivi. Questo consentirebbe anche di rafforzare la sicurezza economica di entrambi.

Perché il fronte asiatico e dell’Indopacifico è così strategico per l’Italia?

Cito un virgolettato nella parte finale di quell’editoriale a firma congiunta che lo spiega. Un elemento distintivo di questa visione comune tra Italia e Giappone è la volontà di impegnarsi attraverso il Mediterraneo allargato e l’Indopacifico, spazi geografici centrali negli equilibri globali. In questa visione condivisa, la sicurezza economica assume importanza sempre maggiore e ovviamente quando si parla di sicurezza economica si parla di sicurezza delle catene di valore, della certezza che non verranno messe a rischio e della necessità di fare tutto quanto possibile perché queste catene di valore siano regolari e prevedibili. Direi che questa è una dimensione molto importante del viaggio.

La dimensione geopolitica globale, dunque, oltre a quella bilaterale?

Esatto, quella che ci offre l’icona di una Italia sempre più globale. Il rapporto tra Italia e Giappone è antico, non è un caso che la missione della presidente Meloni sia stata anche celebrativa del 160º anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra due Paesi, lontani geograficamente ma come rilevato da Meloni molto vicini sotto tanti profili a cominciare dall’essere ambedue eredi di una grande cultura.

Tale ragionamento di visione condivisa e globale porta anche all’Africa?

Lì la strategia italiana del Piano Mattei e l’esperienza giapponese condividono molti punti in comune ovviamente con riferimento all’Africa. Penso alla cooperazione paritaria e vantaggiosa per tutti, fondata su soluzioni condivise e investimenti capaci di generare prosperità sul lungo periodo. La terza dimensione della missione, quella legata alla volontà del nostro Presidente del Consiglio, punta sulla crescita del flusso di investimenti nelle due direzioni. Se noi pensiamo al numero impressionante di imprese giapponesi attive sul mercato italiano e di imprese italiane attive sul mercato giapponese, con 8000 dipendenti, un fatturato da almeno 3 miliardi di euro, ci rendiamo conto di quale sia la posta in gioco.

In comune tra Meloni e Takaichi c’è anche (o soprattutto) una impostazione valoriale di chiara matrice occidentale. Come potrà riflettersi sui dossier maggiormente delicati?

La visione geopolitica condivisa è quella al servizio di interessi nazionali, come è giusto che sia, ma anche di una visione comune dell’Occidente confrontato a sfide importanti come quella russa e quella cinese. Non è un caso che la difesa della libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, a fronte dei tentativi di Pechino di ostacolare traffici regolari con le sue ripetute manovre minacciose intorno a Taiwan, sia stata al centro dei colloqui. Quindi il viaggio è stato all’insegna della visione geopolitica, ma anche del pragmatismo, quello che ha posto in essere Giorgia Meloni come fattore di equilibrio nello scacchiere mediorientale, tra l’altro vicino a un nodo commerciale decisivo e delicatissimo come lo Stretto di Hormuz, oltre che vicino a importanti giacimenti energetici. In questo senso i colloqui molto buoni che ha avuto la presidente Meloni col sultano dell’Oman confortano la sua scelta di rivolgere questa attenzione speciale all’area del Golfo.

Si tende così a ridurre la vulnerabilità del sistema Italia a fronte degli scossoni diretti all’ economia mondiale sottoposta a varie crisi?

Diversificare le partnership e rafforzare il ruolo dell’Italia globale come principale collegamento tra l’Europa, il Golfo e l’Asia è il centro dell’azione del governo e di viaggi come questo, che mi pare il più rilevante in assoluto dall’inizio dell’esperienza di governo. Meloni ha compiuto tale missione stabilendo anche un rapporto personale con la sua omologa giapponese e per questo ha avuto un forte riscontro di apprezzamento a livello di opinione pubblica in Giappone. Aggiungerei l’aspetto delle alte tecnologie, su cui Corea del Sud e Giappone sono in prima fascia per quanto riguarda la produzione di semiconduttori di alto livello dopo Taiwan. Quindi anche sotto questo profilo sono sicuro che i colloqui avranno portato risultati importanti nella prospettiva di collaborazioni industriali. Si tratta quindi di tentativo, ben costruito e determinato, di ancorare l’Italia a reti geopolitiche e a reti economiche affidabili. Questo a tutto beneficio del nostro sistema Paese ma c’è stata anche, mi sembra, una dimensione valoriale perché nell’editoriale a firma congiunta si fa riferimento alla comune preoccupazione per un calo della natalità in Europa e in Giappone e alla volontà comune di aiutare le famiglie.

Altro elemento in evidenza, quello della diversificazione dei mercati in un momento in cui i dazi impattano sul libero commercio. Quali i vantaggi?

Credo che questa missione rifletta anche la volontà del governo italiano, proprio in questo particolare momento, di aprirsi nuovi mercati. Basti pensare a quello che abbiamo fatto dando l’approvazione al varo del Mercosur, ma anche il Piano Mattei per l’Africa rientra in questa volontà di aprirsi a nuovi mercati. Quindi direi una missione sfaccettata, con tanti tasselli operativi che sono degni di apprezzamento. E c’è un ruolo decisivo dell’Italian Japan Business Group, del gruppo di lavoro di Business Italia Giappone che già esiste da anni ma che certamente conoscerà un rilancio. Ma sul versante squisitamente giapponese c’è poi l’aspetto difesa. Italia e Giappone collaborano in questo aereo di ultima generazione, il Global Compact Air Program, insieme con il Regno Unito e sono tutti settori strategici. Questa bella combinazione di tradizione e innovazione mi sembra essere la cifra della missione che si sta ancora svolgendo, questa volta in un altro partner fondamentale per l’Italia che è la Corea del Sud.

Da sempre l’Italia ha fatto dell’export il principale strumento di politica estera. Che cosa sta cambiando adesso rispetto al recente passato?

Sta cambiando soprattutto questa instabilità nel mondo, che sta diventando sistemica. L’export prima era sempre fondamentale per la nostra economia, essendo la nostra economia di trasformazione, ma lo è ancor più adesso quando non ci sono più certezze sui mercati. Quindi una instabilità che da eccezione diventa regola impone la necessità di aprirsi a nuove formule di cooperazione economica e ad aree del mondo come quelle che ho citato, che magari in passato sono state date per acquisite o sono state anche abbastanza trascurate. Ecco perché ho citato il Mercosur, perché l’apertura al mercato latinoamericano per le nostre merci mi sembra un’ulteriore dimostrazione di questa necessità di essere più innovativi nel creare sbocchi.

Proprio ieri il governo ha presentato il piano per l’Artico: quali i possibili benefici e quali gli intrecci con i partner internazionali?

L’impegno italiano in Artico è basato su un mix strutturato di ricerca scientifica, sicurezza e alte tecnologie. Anche lì l’Italia è portatrice, per esempio in campo energetico, di avanguardia che la centralità crescente che sta acquisendo la regione artica potrebbe mettere nuovamente in evidenza, con reali possibilità di accrescere l’export verso Paesi i nostri partner, penso alla Danimarca, ma anche agli stessi Stati Uniti in aree di altissimo livello tecnologico fino ad ora trascurate proprio perché la situazione era stabile, diciamo congelata. In questo caso nell’Artico si stanno scongelando non solo i ghiacci, ma anche possibilità importanti per il nostro sistema imprenditoriale di prima fascia. In questo senso va valorizzato anche l’impegno del ministro degli esteri Antonio Tajani sui grandi temi della nostra politica estera.

Nella sede dell’ambasciata d’Italia a Tokyo la premier ha incontrato i vertici delle principali aziende giapponesi: 17 gruppi con un fatturato di oltre mille miliardi di euro. Che prospettive si aprono?

Quelle di una crescente credibilità dell’Italia sullo scenario internazionale, che sicuramente ci aiuterà sotto tanti profili, a cominciare da quello della sicurezza. Aggiungo il nostro ruolo apprezzato di stabilizzazione in regioni del mondo, ecco perché è stata registrata con attenzione da parte giapponese anche la disponibilità italiana ad inviare unità della nostra Marina per esercitazioni nell’area dell’Indopacifico. Tutto questo mi sembra positivo, soprattutto se legato alla volontà di tenere insieme i singoli teatri. Ormai non esiste più lo spazio come elemento discriminante tra i teatri e le aree di crisi, perché le catene si sono accorciate: penso all’Indo pacifico, al Mediterraneo dove l’Italia svolge un ruolo da sempre di primo piano, sono due aree che ormai potremmo definire contigue. Ecco perché si parla di Mediterraneo allargato che, a questo punto, arriva a lambire l’Indopacifico. Le sinergie tra esigenze delle nostre imprese, del nostro sistema Paese, esigenze securitarie ed esigenze di proiezione geopolitica ormai sono sempre crescenti in un momento in cui quello che conta è essere competitivi nelle alte tecnologie, avere accesso alle materie critiche necessarie per realizzare queste altre tecnologie e stabilizzare le aree dove i commerci possono essere disturbati per esempio nel Mar Rosso, dove abbiamo subito le azioni di disturbo degli Houthi, a partire dallo Yemen.

Dunque tutto questo come si tiene assieme?

Tramite un filo rosso che riflette una visione, a mio avviso, del nostro governo, della presidente Meloni, del ministro degli Esteri, e anche con la componente difesa egregiamente guidata dal ministro Crosetto e il ministero delle Imprese del ministro Urso per fare sistema. Ma con una visione non provinciale bensì aperta alle nuove sfide che la realtà internazionale, così frammentata, ci consegna. E a cui il governo sta rispondendo con pluralità.

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I malori della 2ª settimana 2026

Ottana, provincia di Nuoro: «Tragedia a Ottana, bimbo di due anni muore nel sonno». Lo riporta L’Unione Sarda.

 

Malo, provincia di Vicenza: «Malore fatale in casa: morto volto storico del volontariato». Lo riporta L’Eco Vicentino.

 

Tunisia: «Stroncato da un malore in Tunisia, inutile ogni soccorso». Lo riporta FrosinoneToday.

 

San Daniele, provincia di Cremona: «Malore improvviso: San Daniele piange». Lo riporta Cremonaoggi.

 

 

Sant’Angelo, provincia di Lodi: «Vigilante muore nel supermercato stroncato da un malore durante il lavoro». Lo riporta Il Cittadino di Lodi.

 

Rimini: «Calciatore e insegnante, Rimini sotto choc: stroncato da un malore a soli 37 anni». Lo riporta RiminiToday.

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Roma: «Clochard morto in cassone a Roma, tra ipotesi malore per il freddo». Lo riporta l’agenzia ANSA.

 

Savigliano, provincia di Cuneo: «Malore fatale per una donna alla guida». Lo riporta Vita Diocesana Pinerolese.

 

Trieste: «Morto il migrante colto da malore». Lo riporta RaiNews.

 

Robbio, provincia di Pavia: «Malore in via Palestro a Robbio, morto il camionista». Lo riporta La Provincia Pavese.

 

Mercato San Severino, provincia di Salerno: «Ragazza si accascia al volante e muore a 21 anni: dramma nel salernitano». Lo riporta SalernoToday.

 

Varese: «Cadavere in casa. Indaga la Scientifica: ipotesi malore». Lo riporta malpensa23.

 

Armio, provincia di Varese: «Malore fatale in strada ad Armio, muore una donna di 66 anni». Lo riporta VareseNews.

 

Siena: «L’Università è in lutto. Studente di Economia, 24 anni, muore dopo un malore. Doveva dare un esame». Lo riporta La Nazione.

 

Pisa: «Malore fatale per una collaboratrice scolastica in una scuola dell’infanzia. La donna muore a 61 anni davanti ai colleghi». Lo riporta Orizzonte Scuola Notizie.

 

Torino: «Malore alla guida, auto contro un camion: muore una donna di 58 anni». Lo riporta TorinoCronaca.

 

Duino, provincia di Trieste: «La Bisiacaria piange: morta a 51 anni per un malore». Lo riporta Il Piccolo.

 

Cortina d’Ampezzo, provincia di Belluno: «Vigilante morto nel cantiere olimpico a Cortina, il malore e la telefonata ai colleghi per chiedere aiuto». Lo riporta il Corriere del Veneto.

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Lecce: «Malore dopo l’uccisione del suo cane da parte di un amstaff: donna incinta perde il figlio». Lo riporta LeccePrima.

 

Porto Cesareo, provincia di Lecce: «Porto Cesareo in lutto, malore alla guida: muore il commerciante». Lo riporta il Quotidiano di Puglia.

 

Acquaviva Picena, provincia di Ascoli Piceno: «Giovane mamma stroncata da un malore a letto: aveva solo 30 anni». Lo riporta Oggi Treviso.

 

Collepasso, provincia di Lecce: «Malore fatale durante il calcetto, vani i soccorsi per un giovane padre di 39 anni». Lo riporta Corriere Salentino.

 

Treviso: «Malore improvviso, muore a 48 anni. Due mesi fa aveva perso la sorella». Lo riporta TrevisoToday.

 

Treviso: «Malore improvviso, morto il titolare delle onoranze funebri». Lo riporta TrevisoToday.

 

Covo, provincia di Bergamo: «Malore in bici all’alba, muore a 59 anni». Lo riporta Corriere della Sera.

 

Mareno di Piave, provincia di Treviso: «Malore alla guida: camionista accosta e muore. 63 anni, trovato senza vita all’interno del suo mezzo pesante». Lo riporta Oggi Treviso.

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Casale Monferrato, provincia di Alessandria: «Casale Monferrato, stroncato da un malore giocando a calcetto, aveva 64 anni». Lo riporta La Stampa.

 

Treviso: «Malore fatale, è morta la critica d’arte. A trovare esanime la 64enne è stato il marito». Lo riporta TrevisoToday.

 

Vaiano, provincia di Prato: «Prato, muore per un malore in ambulanza: chi è la vittima». Lo riporta Il Tirreno.

 

Ponte di Piave, provincia di Treviso: «Ucciso da un malore nella sala d’attesa del dentista, stava aspettando insieme agli altri pazienti il suo turno». Lo riporta Il Gazzettino.

 

Livigno, provincia di Sondria: «Malore fatale sulle piste: muore sciatore lecchese di 68 anni». Lo riporta La Provincia Unica Tv.

 

Magenta, città metropolitana di Milano: «Malore in piscina, gravissima una ragazzina di 17 anni». Lo riporta MilanoToday.

 

Anzano del Parco, provincia di Como: «Malore improvviso in palestra: uomo di 49 anni soccorso in codice rosso». Lo riporta QuiComo.

 

Sant’Eulalia di Borgo del Grappa, provincia di Treviso: «Malore alla guida, perde il controllo del furgone e si schianta contro un muro». Lo riporta TrevisoToday.

 

Osimo, provincia di Ancona: «Crolla per strada colpito da un malore: poliziotto lo salva con il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi». Lo riporta il Corriere Adriatico.

 

Terni: «Minorenne accusa malore in locale del centro storico». Lo riporta Umbria TV.

 

Modica, libero consorzio comunale di Ragusa: «Improvvisa scomparsa: malore nel suo locale». Lo riporta Il Domani Ibleo.

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Porto Sant’Elpidio, provincia di Fermo:«Malore choc al pranzo di famiglia. il medico corre a casa: “Era in arresto cardiaco”». Lo riporta il Corriere Adriatico.

 

Varese: «Malore in strada a Varese: uomo salvato grazie all’intervento dei passanti e dei soccorsi». Lo riporta La Provincia di Varese.

 

Lecco: «Malore a Cavagiozzo: soccorso 83enne». Lo riporta Prima Lecco.

 

Senigallia, provincia di Ancona: «Malore a Senigallia, l’ambulanza arriva 13 minuti dopo: colpa del ponte che non c’è». Lo riporta Corriere Adriatico.

 

Gardone Riviera, provincia di Brescia: «Malore alla fermata dei bus: grave un uomo di 60 anni». Lo riporta Bresciaoggi.

 

Brindisi: «Anziana colta da malore soccorsa grazie a tempestivo intervento di vigilante». Lo riporta BrindisiReport.

Stagno, provincia di Livorno: «Accusa un malore mentre si trova in una tabaccheria: 61enne rianimato e portato all’ospedale». Lo riporta LivornoToday.

 

Palermo: «Emergenza freddo nelle scuole, malore per un’alunna». Lo riporta La Sicilia.

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Kennedy si dice sorpreso che Trump sia ancora vivo con le schifezza che mangia

Il ministro della Salute degli Stati Uniti, Robert F. Kennedy Jr., si è detto sinceramente sbalordito dal fatto che il presidente Donald Trump sia ancora in vita, considerando la sua dieta notoriamente sbilanciata a base di fast food e bibite gassate, nonostante lo stesso presidente continui a proclamarsi in «perfetta salute».

 

Queste dichiarazioni sono state rilasciate da Kennedy durante un’apparizione al Katie Miller Podcast. Interrogato su chi, all’interno dell’amministrazione, avesse le «abitudini alimentari più squilibrate», Kennedy ha risposto senza esitazione: «Il presidente».

 

«La cosa straordinaria del presidente è che mangia cibo davvero pessimo: McDonald’s, dolciumi e Coca-Cola Light», ha spiegato Kennedy, aggiungendo poi con stupore: «Ha la costituzione di una divinità. Non so come faccia a essere vivo, ma lo è».

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«Ti fai l’idea che si riempia di veleno tutto il giorno e non capisci come riesca a camminare, figuriamoci come possa essere la persona più energica che abbiamo mai incontrato», ha proseguito, precisando che Trump ricorre principalmente al cibo spazzatura durante i viaggi perché «si fida di quei prodotti e non vuole rischiare di ammalarsi in trasferta».

 

Pur criticando aspramente la dieta del presidente, Kennedy ha riconosciuto le sue straordinarie condizioni fisiche, definendolo in possesso di «una salute incredibile». RFK ha inoltre rivelato che il dottor Mehmet Oz, attuale amministratore dei Centers for Medicare and Medicaid Services, avrebbe accertato che Trump presenta «il livello di testosterone più alto mai registrato in un individuo sopra i 70 anni». Kennedy in precedenza aveva dichiarato di essere in una terapia di sostituzione del testosterone (TRT).

 

Le osservazioni del ministro della Salute arrivano in un momento di persistente attenzione mediatica sulla salute del presidente 79enne. In una recente intervista al Wall Street Journal, Trump ha dichiarato di assumere quotidianamente 325 milligrammi di aspirina come misura preventiva per la salute cardiaca, una dose ben superiore agli 81 milligrammi generalmente consigliati. «Dicono che l’aspirina aiuti a fluidificare il sangue, e io non voglio che il sangue denso mi scorra nel cuore», ha spiegato.

 

Trump ha più volte respinto ogni preoccupazione sulla propria salute, affermando all’inizio di questo mese che «i medici della Casa Bianca hanno appena riferito che sono in ‘PERFETTA SALUTE’ e che ho ‘superato’… per la terza volta consecutiva il mio esame cognitivo».

 

Va ricordato a questo punto la scenetta in cui Trump in campagna elettorale andò a lavorare in un McDonald’s, servendo al drive-through, una mossa di potere iconico immane che devastò ulteriormente le speranze di elezione della sfidante Kamala Harris, che pure aveva detto di aver lavorato in un McDonald’s da ragazza senza che ciò tuttavia lasciasse traccia.

 

One year ago, President realdonaldtrump became an honorary McDonald’s employee 🤣 🎥: pic.twitter.com/ayIsMydO0u

— Elizabeth (@Elizabeth_t45) January 15, 2026

 

Trump serving French Fries in McDonald’s. 🍟 pic.twitter.com/kdblZhO3Jp

— Oli London (@OliLondonTV) October 20, 2024


Come riportato da Renovatio 21, la prima transazione in Bitcoin fatta da Trump, sempre in campagna elettorale, fu fatta per acquistare un cheeseburgerro ad un evento di criptovalute.

 

Secondo varie testimonianze, Trump beve solo Coca light – è astemio, a causa della prematura morte del fratello alcolista – e praticamente mai acqua. Il podcasterro Joe Rogan ha dichiarato che durante le più di  tre ore di diretta con Trump quest’ultimo mai è andato alla toilette.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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L’equipaggio della ISS atterra dopo una misteriosa evacuazione medica: malore nel cosmo o mistero spaziale?

Giovedì quattro astronauti hanno fatto ritorno sulla Terra a bordo della capsula Crew Dragon di SpaceX, dopo aver abbandonato la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) con un mese di anticipo a causa di un problema medico che ha riguardato uno dei membri dell’equipaggio.

 

Il gruppo di quattro persone stava svolgendo attività di ricerca sulla ISS da agosto e avrebbe dovuto rimanere fino al mese successivo, al termine del normale periodo di passaggio di consegne seguito all’arrivo della missione Crew-12.

 

I membri dell’equipaggio 11 – il cosmonauta Roscosmos Oleg Platonov, gli astronauti NASA Zena Cardman e Mike Fincke e il giapponese Kimiya Yui – sono atterrati in sicurezza nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego, alle 3:41 di giovedì, concludendo un rientro durato quasi 11 ore dalla Stazione Spaziale Internazionale.

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Non è ancora noto quale membro dell’equipaggio sia stato colpito dal problema, anche se la NASA ha fatto sapere che l’astronauta, le cui condizioni risultano stabili, verrà trasportato in ospedale. L’agenzia non ha reso noti né il nome della persona né la tipologia del problema medico.

 

Al momento l’equipaggio si trova a bordo della nave di recupero che ha prelevato la capsula SpaceX dall’Oceano Pacifico dopo l’ammaraggio.

 

Tutti e quattro sono stati ripresi mentre uscivano dalla navicella sorridendo e salutando. Secondo la NASA verranno sottoposti ai consueti controlli medici di routine, procedura standard per ogni rientro dallo spazio.

 

Sebbene l’agenzia non abbia ancora chiarito le precise ragioni che hanno portato all’anticipo del rientro, mercoledì pomeriggio era stata annullata una passeggiata spaziale programmata a causa di un problema medico. L’attività, che consisteva nell’installazione di nuovi pannelli solari, avrebbe dovuto essere svolta dagli astronauti NASA Fincke e Cardman.

 

Secondo quanto riferito dai media, l’agenzia spaziale giapponese (JAXA) ha comunicato che l’astronauta Kimiya Yui non è la persona coinvolta.

 

«Non si tratta di un infortunio verificatosi durante le operazioni», ha dichiarato l’8 gennaio il dott. James Polk, responsabile sanitario e medico della NASA. Ha poi aggiunto che il problema era legato alle «difficili condizioni di microgravità» e che l’astronauta era stato riportato a terra per poter utilizzare gli strumenti diagnostici disponibili sulla Terra.

 

Nel frattempo la gestione e manutenzione della ISS saranno affidate ai cosmonauti russi Sergey Kud-Sverchkov e Sergey Mikaev, insieme all’astronauta NASA Chris Williams, arrivato alla stazione a bordo della navicella Soyuz MS-28 lo scorso novembre.

 

Non è chiaro quali interventi medici gli astronauti abbiano ricevuto negli ultimi anni, come ad esempio nel caso delle dosi del vaccino anti-COVID, per cui non è possibile speculare su un eventuale malore cosmico.

 

Tuttavia, per coloro che volessero usare la ragione e pure l’immaginazione, possiamo da una parte ricordare che non si tratta della prima volta e che le radici del silenzio della NASA potrebbero essere ben radicate.

 

Come riportato da Renovatio 21, a ottobre 2024 tre astronauti della NASA e un cosmonauta russo sono stati dirottati in un ospedale della Florida al ritorno sulla Terra dalla Stazione Spaziale Internazionale, ma i motivi del ricovero sono rimasti ignoti.

 

Va giocoforza ricordata un’antichissima paura dell’era spaziale: quella di un possibile virus extraterrestre che, riportato sulla terra, possa causare una pandemia catastrofica.

 

Di fatto, il primo grande film ad affrontare una minaccia biologica tout court per l’umanità fu nel 1971 Andromeda (in originale The Andromeda Strain). Il pluripremiato con l’Oscar regista Robert Wise (quello di Tutti insieme appassionatamente) lo trasse da un romanzo del compianto Michael Crichton del 1969.

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Il film racconta di un contagio mortale extraterrestre, seguito allo schianto di un satellite in un paesino dell’Arizona, che in una corsa contro il tempo deve essere contenuto da una squadra governativa chiamata «Wildfire».

 

La questione del virus extraterrestre non era peregrina, in quanto in quegli anni la NASA adottava procedure straordinarie per isolare tutti gli astronauti di ritorno nella struttura mobile di quarantena (MQF) dopo i loro viaggi sulla luna, a partire da Apollo 11 nel 1969.

 

Una pubblicazione del 2003 della Infectious Diseases Society of America osservava che The Andromeda Strain è il «più significativo, scientificamente accurato e prototipico di tutti i film di questo genere… dettaglia con precisione l’aspetto di un agente mortale, il suo impatto e gli sforzi per contenerlo, e, infine, l’elaborazione sulla sua identificazione e chiarimento sul motivo per cui alcune persone sono immuni ad esso».

 

Andromeda fu chiaramente un film importante che avrebbe aiutato il governo degli Stati Uniti a prendere sul serio la bio-difesa. Un anno dopo il debutto della pellicola, vi fu la firma della Convenzione sulla guerra biologica tra Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica.

 

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Immagine di NASA via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Eva Vlaardingerbroek bandita dalla Gran Bretagna

L’attivista anti-immigrazione neerlandese Eva Vlaardingerbroek è stata notificata dalle autorità britanniche di non potere entrare in Gran Bretagna.

 

Dopo averlo scritto su X, la Vlaadirgerbroek ne ha parlato nel programma War Room di Steve Bannon e in quello di Tucker Carlson, attribuendolo principalmente al post in cui criticava duramente il primo ministro britannico Keir Starmer. Secondo Eva , quel messaggio «evidentemente non è piaciuto» al premier.

 

La stessa Vlaardingerbroek ha indicato come possibile fattore aggiuntivo la sua partecipazione, lo scorso settembre, alla manifestazione «Unite the Kingdom», una protesta antigovernativa e anti-immigrazione organizzata dal controverso attivista anti-immigrazione Tommy Robinson. Le autorità britanniche avevano condannato l’evento, con Starmer che aveva accusato gli organizzatori di fomentare «divisioni» nella società del Paese.

 

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La notizia del divieto ha scatenato un’ondata di reazioni internazionali. Il parlamentare britannico Rupert Lowe ha definito la misura «vergognosa» e ha formalmente chiesto al ministero dell’Interno di revocarla. La politica olandese Lidewij de Vos ha parlato di una decisione «estremamente preoccupante», invocando un intervento diplomatico. Il primo ministro ungherese Vittorio Orban ha ritwittato il post della Vlaardingerbroek scrivendo: «Sei sempre la benvenuta in Ungheria!». Anche il consigliere presidenziale russo Kirill Dmitriev è intervenuto, qualificando il divieto come «la vendetta e la censura di Starmer in azione».

 

Il caso si inserisce in un contesto di crescenti polemiche sulle leggi britanniche contro l’incitamento all’odio e la sicurezza online. Secondo i critici, tali norme vengono utilizzate per colpire il dissenso politico e le opinioni che mettono in discussione le politiche governative, più che per contrastare effettivi contenuti dannosi.

 

Il divieto imposto a Vlaardingerbroek si aggiunge a una serie di precedenti che hanno riguardato personalità di rilievo: tra questi, lo scrittore francese (cui si deve il conio dell’espressione «Grande Sostituzione») Renaud Camus e il leader negro razzista dell’opposizione sudafricana Julius Malema, entrambi esclusi dal Regno Unito per motivi di «interesse pubblico».

 

In seguito alla notizia, la Vlaardingerbroek ha pubblicato su Instagram un commento lapidario: il suo divieto di viaggio «dimostra indiscutibilmente che il Regno Unito non è più un paese libero».

 

Holy sh*t.

I’ve been banned from traveling to the UK. They revoked my ETA.

“Your presence in the UK is not considered to be conductive to the public good.”

3 days after posting this about Starmer. https://t.co/NqWBtaTkZe pic.twitter.com/lm5lZgL2i7

— Eva Vlaardingerbroek (@EvaVlaar) January 14, 2026

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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa la Vlaardingerbroek si è convertita al cattolicesimo, venendo battezzata, coincidenza, proprio in Gran Bretagna.

 

Considerata vicina al Partito dei contadini olandesi (il BoerBurgerBeweging, o BBB), Eva è stata protagonista al Remigration Summit 25 a Gallarate, convegno internazionale che ha discusso il tema della remigrazione degli immigrati in Europa.

 

La giovane attivista ha sposato un cittadino italiano con cui ha un bambino di 13 mesi.

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Il fattore Vannacci sul centrodestra italiano

Può sembrare una storia piccola, e forse lo è, ma è la storia che probabilmente preoccupa di più il centrodestra italiano, referendum a parte. La storia riguarda lui, il generale Roberto Vannacci, colui su cui Matteo Salvini, un anno fa, ha scommesso per dare alla Lega, alle Europee, un po' di linfa, per evitare di vederla sprofondare nei consensi e alle elezioni. E la storia oggi ci dice che colui che doveva essere il simbolo di una riscossa della leadership di Salvini sta diventando lo specchio della fragilità di un leader e anche di un partito. I parlamentari vicino a Vannacci si sono resi protagonisti di un episodio poco edificante giovedì scorso alla Camera. I deputati Rossano Sasso e Edoardo Ziello, vicini al vicesegretario Roberto Vannacci, hanno votato contro la risoluzione di maggioranza relativa alla proroga dell'autorizzazione che il Parlamento dà al governo per inviare gli aiuti militari all'Ucraina e sono stati rimbrottati dal ministro Crosetto: "C'è chi si vergogna di aiutare l'Ucraina e c'è chi invece no, e io non mi vergogno". Il passaggio politico è interessante perché Vannacci sembra avere tutta l'intenzione di mettersi in proprio e di fondare un partito alternativo alla Lega. Per Salvini sarebbe naturalmente una sconfitta niente male. Ma lo scenario preoccupa il centrodestra per ragioni ulteriori: con un partito guidato da Vannacci fuori dalla Lega il centrodestra potrebbe permettersi di non allearsi un domani con questa destra estremista? E se dovesse allearsi un domani con un partito guidato da Vannacci, l'appeal del centrodestra aumenterebbe o diminuirebbe andando a vanificare i tentativi di un pezzo di centrodestra di presentarsi sulla scena politica con un profilo moderato? La scelta presente di Vannacci, sull'Ucraina, sarà importante per la Lega. Ma la scelta futura di Vannacci sarà importante per il centrodestra: può permettersi Meloni di andare sul palco un domani con il generale più filo russo d'Italia? Chissà.

   

   

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Cipro, doppia morte sospetta. Il caso Panov e l’ombra dello spionaggio russo

La morte del 47enne Anton Panov, un impiegato dell’ambasciata russa a Nicosia, si sta trasformando in un thriller internazionale, sia perché l’uomo secondo la stampa locale e internazionale non era un semplice addetto diplomatico, sia perché Cipro assieme a Grecia e Israele ha da poco deciso di cambiare il proprio profilo militare e geopolitico, attirando varie attenzioni. Panov non è morto da solo, nelle stesse ore sull’isola è stato trovato senza vita l’oligarca del potassio Vladislav Baumgartner.

SOLO UN CRITTOGRAFO?

I fatti riportano che il corpo dell’uomo è stato rinvenuto lo scorso 12 gennaio, ufficialmente per suicidio. Su blog e siti però circolano varie ipotesi circa il destino dell’uomo che, sempre secondo alcune ricostruzioni, sarebbe un crittografo. Potrebbe essere stato vittima di una frode immobiliare oppure di un’azione di spionaggio? Le indagini proseguono in tutte le direzioni, anche perché il curriculum dell’uomo lo impone. Secondo quanto pubblicato da The Insider, Panov aveva prestato servizio nell’FSB e dell’SVR dopo aver studiato presso il dipartimento di Tecnologie dell’Informazione e Sistemi di Comunicazione Speciali presso la filiale dell’Accademia FSO nella città di Voronezh (al confine con l’Ucraina). Dopo la laurea e la specializzazione in crittografia, passò all’impiego presso il Centro di Controllo Nazionale dell’FSB “Atlas” e in seguito la promozione al ministero degli Esteri. Secondo fonti citate dal ministero russo, Panov sarebbe stato assunto al ministero degli Esteri in seguito alle azioni di Ilya Sosnovsky, assistente del leader del partito LDPR, Leonid Slutsky, noto per i suoi legami con i servizi segreti.

L’OLIGARCA DEL POTASSIO

Si tratta della seconda morte sospetta in pochi giorni a Cipro: trovato senza vita anche l’oligarca russo di 56 anni Vladislav Baumgartner. Si tratta dell’ex Ceo di Uralkali, diventato famoso nel 2013, quando fu arrestato a Minsk per ordine del leader bielorusso Alexander Lukashenko durante la cosiddetta “guerra del potassio”. Era scomparso l’8 gennaio quando, in una zona marittima di Cipro, aveva praticato un’arrampicata su roccia nonostante forti venti. Ma il giorno della scomparsa di Baumgartner coincide anche con la morte Panov, che secondo gli investigatori, era collegato ai servizi di sicurezza.

C’è anche un terzo indizio: lo stesso giorno a Cipro è scoppiato uno scandalo di corruzione dopo la diffusione di un audio carpito in occasione di una riunione di alti funzionari che discutevano di piani di corruzione, tra cui l’aiuto ai russi per aggirare le sanzioni europee. Ciò ha causato le dimissioni del capo dell’amministrazione presidenziale di Cipro, Charalampos Charalambous.

IL RUOLO DI CIPRO

La presenza russa Cipro non è una novità degli ultimi anni, ma una consuetudine sia alla luce della peculiare posizione geografica dell’isola (più vicina all’Anatolia che all’Europa), sia per via del volume di affari prodotto in loco tramite una serie di società, come emerso in occasione della crisi bancaria del 2013, causata dall’eccessiva esposizione delle banche cipriote ai titoli di stato greci e dall’afflusso di depositi esteri soprattutto russi. Ma dall’avvio della guerra in Ucraina, complice il rafforzamento delle relazioni tra Nicosia e Bruxelles, il sistema di alleanze cipriota ha mutato orizzonti, posizionandosi in linea con Israele e Grecia essenzialmente a causa del dossier energetico. Se i giacimenti presenti a Cipro fossero sfruttati si accelererebbe il processo di indipendenza energetica europea dall’energia russa. Un eventuale gasdotto verso l’Ue assieme al Tap già in funzione renderebbe l’Ue molto più stabile per l’approvvigionamento di gas.

Cosa c’entra l’energia con questa morte? In linea retta nulla, ma il tema della geopolitica è strettamente connesso alla presenza sull’isola di una intensa attività di intelligence da parte di potenze straniere. Nicosia infatti è player attivo su vari fronti: il gas, alla luce dei nuovi mega giacimenti scoperti; la difesa dal momento che stanno per iniziare i lavori della nuova base per sommergibili; la politica, per il 2026 è presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, un ruolo chiave.

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Perche l’accordo sui semiconduttori Usa-Taipei non è solo commercio

Gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver accettato di ridurre al 15% i dazi doganali sui beni provenienti da Taiwan, in cambio di centinaia di miliardi di dollari di investimenti volti a incrementare la produzione nazionale di semiconduttori. Il dipartimento del Commercio ha fatto sapere giovedì che le aziende di semiconduttori e tecnologia dell’isola si sono impegnate in “nuovi investimenti diretti” per un valore monstre di almeno 250 miliardi di dollari, accompagnati da altri 250 miliardi in garanzie di credito. L’accordo prevede anche esenzioni dai dazi doganali per le aziende di semiconduttori taiwanesi che investono negli Stati Uniti.

L’incremento della produzione statunitense di chip semiconduttori, presenti in dispositivi che vanno dalle automobili agli smartphone, è una priorità per gli Stati Uniti, poiché le carenze durante la pandemia di Covid-19 hanno esposto i rischi della catena di approvvigionamento.

Il deal commerciale raggiunto questa settimana offre una fotografia nitida delle priorità strategiche di Washington nel 2026: l’economia prima della geopolitica, la sicurezza industriale come linguaggio indiretto della deterrenza. Il quadro include la creazione di poli industriali negli Stati Uniti, nuove regole tariffarie — con un tetto del 15% su componenti auto, legname e derivati del legno taiwanesi — e l’azzeramento dei dazi reciproci su una selezione di beni strategici, dai farmaci ai componenti aeronautici.

Il cuore dell’accordo riguarda i semiconduttori, con Taiwan Semiconductor Manufacturing Company — l’azienda leader globale dei chip — che diventa sempre uno dei nodi cruciali dell’economia globale, come dimostra il recente innalzamento del 5% del target price annunciato ds Morgan Stanley. Le future tariffe statunitensi premieranno le aziende taiwanesi che costruiranno capacità produttiva sul suolo americano, consentendo importazioni duty-free direttamente collegate a nuovi impianti negli Stati Uniti. Durante la fase di costruzione, le imprese potranno importare fino a 2,5 volte la capacità pianificata senza pagare dazi; una volta completati i progetti, resterà possibile importare fino a 1,5 volte la nuova produzione domestica senza tariffe. Una cornice che consolida e amplia investimenti già avviati, come quelli di Tsmc in Arizona, e che punta esplicitamente a invertire un trend storico: la quota americana della produzione globale di chip è scesa dal 37% nel 1990 a meno del 10% nel 2024.

Economia come stabilizzatore (e come messaggio)

Sul piano politico, l’intesa riflette fedelmente l’impostazione dell’amministrazione di Donald Trump nel 2026. Washington è concentrata sul riequilibrio commerciale e sulla sicurezza delle supply chain critiche, considerate ormai una componente della sicurezza nazionale. La visita di Stato di Trump a Pechino prevista per aprile e l’enfasi su accordi “America First” suggeriscono una strategia di de-escalation selettiva: evitare frizioni inutili su Taiwan che possano compromettere i negoziati economici con la Cina, senza però rinunciare a rafforzare — in modo meno visibile — i legami strutturali con Taipei.

In questo senso, il deal sui semiconduttori funziona come strumento di ambiguità strategica aggiornata. Non modifica formalmente la politica americana su Taiwan, ma consolida un’interdipendenza industriale che rafforza il valore strategico dell’isola per gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, riduce la vulnerabilità americana a shock esterni.

La lettura di Pechino

Per Pechino, Taiwan resta un “core interest”. La pressione militare — incursioni nell’ADIZ, attività navali e grandi esercitazioni — è destinata a proseguire finché il costo internazionale resterà contenuto. Le manovre “Justice Mission 2025” di fine dicembre, con la simulazione di un blocco dei principali porti taiwanesi, hanno mostrato una capacità crescente di controllo dello spazio marittimo e aereo attorno all’isola. In parallelo, la leadership cinese continua a lavorare sul piano politico e narrativo, normalizzando l’idea di una riunificazione inevitabile e cercando impegni più espliciti — o quantomeno silenzi — da parte degli Stati Uniti e degli alleati regionali.

Da questa prospettiva, l’accordo commerciale non è visto come una provocazione diretta, ma parte di un approccio incrementale americano: rafforzare Taiwan senza trasformarla nel fulcro di uno scontro aperto che potrebbe ricompattare l’opposizione internazionale contro la Cina.

Il doppio binario americano

La cautela politica non equivale a disimpegno. Sul piano militare, Washington continua a rafforzare le capacità difensive taiwanesi. A dicembre, gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo pacchetto di vendite militari da 11 miliardi di dollari, portando il totale sotto l’amministrazione Trump a quasi 34 miliardi. Il Pentagono, nel suo ultimo rapporto sulla Cina, sottolinea che l’Esercito Popolare di Liberazione — il People’s Liberation Army — sta avanzando verso gli obiettivi fissati dal Partito per il 2027, inclusa la capacità di ottenere una “vittoria decisiva” su Taiwan e di controbilanciare gli Stati Uniti nei domini strategici. Attenzione: non significa che è partito il contro alla rovescia per il momento in cui Xi Jinping ordinerà un’invasione, ma il 2027 è la data in cui il leader cinese vuole aver raggiunto la prontezza operativa (implicito riconoscimento di non averla attualmente).

Qui emerge il paradosso: meno retorica politica, più sostanza strutturale. L’amministrazione Trump evita dichiarazioni che possano essere lette come un endorsement dell’indipendenza taiwanese, ma continua a investire nella deterrenza e nell’integrazione economica.

Il nodo Taipei

Per Taiwan, il messaggio è ambivalente. L’accordo commerciale rafforza indubbiamente l’indispensabile legame con Washington e amplia lo spazio di cooperazione in settori chiave — semiconduttori, AI, difesa, telecomunicazioni, biotecnologie — ma conferma anche che Taipei non può basarsi esclusivamente sulle priorità americane, soprattutto quando queste sono dominate dal commercio.

Da qui la pressione crescente perché l’isola rafforzi il consenso interno su spesa per la difesa, capacità asimmetriche, riserve e resilienza civile. Un’agenda che trova sostegno a Washington (e a Tokyo), ma che richiede leadership politica per superare divisioni interne ancora marcate.

In sintesi

L’intesa sui semiconduttori diventa quindi un  segnale con un messaggio strategico calibrato: gli Stati Uniti scelgono di competere con la Cina sul terreno economico-industriale, riducendo la dipendenza critica e rafforzando Taiwan senza alzare il livello dello scontro politico. Per Pechino, è un promemoria che la pressione militare non ferma l’integrazione strutturale tra Washington e Taipei. Per Taiwan, è un’opportunità — e un avvertimento — su quanto conti, oggi più che mai, la capacità di reggersi anche sulle proprie forze.

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Sul referendum costituzionale serve coerenza. Polillo spiega perché

Tra i tanti motivi che spingono a votare SI al prossimo referendum sulla riforma della magistratura, ve n’è uno che taglia la testa al toro. L’esistenza di un principio costituzionale, come quello contenuto nell’articolo 111 della nostra Carta, che non ammette deroghe. Ne deriva che se prevalessero i NO, sarebbe poi necessario procedere ad una sua modifica, non essendo concepibile che in un settore così delicato, come quello dell’amministrazione della giustizia, possa verificarsi una contraddizione così netta tra i principi costituzionali e l’ordinamento giuridico vigente.

In altre parole sarebbe allora necessario abolire ogni riferimento al “giusto processo” per sostituire il modello “accusatorio”, sancito dal suddetto articolo, per tornare a quello “inquisitorio” che fu caratteristica prevalente del vecchio codice Rocco. Il sistema vigente al tempo del fascismo e non superato dalla Costituzione del 1948. Infatti il “nuovo” articolo 111 fu approvato dal Parlamento italiano solo nel novembre del 1999 con la legge costituzionale n. 2. Si tratterebbe, pertanto, di un salto indietro di quasi 100 anni. Motivato solo dall’esigenza di soddisfare le chiusure corporative di una parte della magistratura e del livore antigovernativo di alcuni gruppi della sinistra italiana.

Chi se ne assumerà la responsabilità? La domanda è pertinente. L’attuale discrasia, eventualmente rafforzata dalla vittoria del NO al referendum costituzionale, renderebbe insostenibile la situazione. Si creerebbe, infatti, una zona grigia completamente sottratta all’eventuale giurisdizione della Corte Costituzionale, impossibilitata, per ragioni oggettive, ad intervenire sulle regole effettive che sono alla base dell’attuale processo. Come sarebbe, infatti, possibile dimostrare che, in un determinato momento, il giudice non sia stato “terzo ed imparziale”? Anche nell’eventualità di una revisione dei processi più famosi – si pensi al caso Tortora – non fu possibile ricondurre l’errore giudiziario originario ad una violazione della norma costituzionale.

Non è il solo paradosso. Caratteristica della sinistra italiana è stata sempre quella di aver invocato la necessità di riformare l’ordinamento giuridico esistente per uniformarlo ai principi di carattere costituzionale. Nel caso considerato, invece, avverrebbe il contrario. Si dovrebbero rimodulare i principi d’ordine costituzionale per renderli uniformi con lo stato della legislazione esistente. Sebbene quest’ultima, dal caso Palamara in poi, abbia mostrato contraddizioni così evidenti, da risultare insostenibile.

Basterebbero queste semplici considerazioni per far emergere l’incoerenza delle posizioni assunte da settori così rilevanti della sinistra. Che ignorano o fingono di ignorare chi furono i principali artefici della legge costituzionale n. 2 del 1999. I quali non fecero altro che muoversi lungo la linea tracciata da Giuliano Vassalli. Uomo della Resistenza, quest’ultimo, era riuscito a far evadere dal carcere Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, destinati al plotone d’esecuzione. Socialista da sempre era stato candidato, insieme a Sandro Pertini ed Antonio Giolitti, alla carica di Presidente della Repubblica. Dopo essere stato membro del Parlamento, ministro di Grazia e Giustizia e presidente di commissioni parlamentari. Ed, infine, membro della Corte Costituzionale, fino a divenirne il presidente.

Giurista insigne, oltre che avvocato, i suoi primi studi sul “giusto processo” risalivano al 1986, quando in un convegno a Siracusa, si misurò con le caratteristiche del modello anglosassone, interrogandosi fino a che punto i relativi vantaggi (un processo alla Perry Mason) potessero essere inseriti nell’ordinamento italiano. Intanto contribuiva in modo determinante alla riforma del codice di procedura penale, espungendo dal vecchio ordinamento giuridico i fardelli più pesanti legati alla tradizione del codice Rocco.

La svolta si ebbe nel corso della XIII legislatura: anni caratterizzati dal tentativo di un accordo bipartisan tra maggioranza ed opposizione, purtroppo, non andato a buon fine. In quei cinque anni (dal 1996 al 2001) il dominio della sinistra fu, comunque, assoluto. Prima il governo Prodi (1996/1998), quindi il D’Alema 1 e 2 (1998/2000) ed infine, nell’ultima parte, il Governo Amato. Nel biennio 97/98 fu la bicamerale (Commissione parlamentare per le riforme costituzionali) presieduta, da Massimo D’Alema, a tenere banco. Alla fine se ne fece niente, salvo quel piccolo grande risultato che fu appunto la riforma dell’articolo 111 della Costituzione.

La nuova normativa era, infatti, già contenuta nell’articolo 130 della bozza di riforma, in cui si stabiliva, tra l’altro, che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità e davanti ad un giudice terzo”. A seguito della mancata approvazione di tutto l’impianto di revisione costituzionale (il fallimento della bicamerale) queste disposizioni furono stralciate e riprese in numerose proposte di legge, per essere poi sottoposte al vaglio del Parlamento. Dopo intense discussioni, sui vari disegni di legge, si giunse, quindi, ad un testo unificato, che fu approvato “in seconda votazione e con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna assemblea” per essere, infine, promulgato il 23 novembre 1999.

È interessante vedere le firme che ne accompagnarono la promulgazione: Carlo Azeglio Ciampi, che da qualche mese era diventato Presidente della Repubblica; Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dei ministri ed Oliviero Diliberto, guardasigilli. Dagli “azionisti” rappresentati dall’ex governatore della Banca d’Italia, ai due principali esponenti della sinistra comunista. Il primo allora Presidente dei Ds (Democratici di sinistra), il secondo Segretario nazionale del Partito dei comunisti italiani: la formazione nata dalla scissione dal Pci capeggiata da Armando Cossutta.

Se poi si guarda alle caratteristiche del governo che fece da sponda a quell’iniziativa parlamentare, basti ricordare che Sergio Mattarella ne era il vicepresidente. Ma quello che fa più impressione fu la presenza di Pier Luigi Bersani che allora era ministro delle attività produttive, con delega al turismo. Non proprio l’ultima ruota del carro. Poteva, quindi, dissentire in vari modi e far sentire la sua voce, durante il complesso iter parlamentare, invece di scoprirsi feroce oppositore dopo ventisei anni dalla sua approvazione. Episodio che merita una piccola chiosa. Nessuna crocefissione per chi cambia idea, fino a rinnegare il proprio passato. Ma anche in questo ci vuole stile. Che è un po’ come il coraggio di Don Abbondio. Visto che non tutti ce l’hanno.

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Chi potrebbe vincere le elezioni in Portogallo

Il primo appuntamento elettorale di questo 2026 è in Portogallo. Domenica 18 i cittadini sono convocati alle urne per scegliere il successore dell’attuale capo di Stato, Marcelo Rebelo de Sousa, in quelle che sono state definite le più contese elezioni del Portogallo dell’ultima decade. Il pareggio tecnico tra i candidati favoriti è quasi certo, per cui molto probabilmente si andrà al ballottaggio l’8 febbraio.

Sebbene in Portogallo il presidente non abbia funzioni esecutive, il suo ruolo di arbitro è molto importante. E, in questa occasione, il candidato di estrema destra, André Ventura, ha avvertito che in caso di vittoria sarà molto più attivo e interventista di quanto tradizionalmente lo è il presidente portoghese. Ha addirittura dichiarato che non si risparmierà nel prendere posizioni di opposizione al primo ministro, se così lo considera necessario.

Le probabilità che Ventura diventi capo dello Stato portoghese sono alte. Secondo gli ultimi sondaggi, di agenzie diverse, tra tutti gli undici candidati alla presidenza, Ventura è il favorito, anche se non è certo che vinca nel secondo turno.

Ma chi sono i candidati con più possibilità di trionfo? C’è, appunto, Ventura, leader del partito di estrema destra Chega. È giornalista, scrittore e opinionista sportivo. È stato persino in un seminario. La sua carriera politica è iniziata da poco, nel 2017, quando entrò nella lista locale del conservatore Partito Social Democrata a Loures, nella periferia di Lisbona. La sua campagna è stata segnata da un linguaggio xenofobo e provocatore contro gli zingari della zona.

In una biografia intitolata “Na cabeça de Ventura”, scritta da Vítor Matos, si legge che il neo-politico è riuscito a convincere gli astensionisti che erano stanchi del sistema e hanno visto in un uomo che ha il coraggio di dire quello che gli altri non dicono. Secondo l’autore, Ventura è un “opportunista”, con una carriera professionale indirizzata dal successo, la fama e il potere.

Come candidato c’è anche António José Seguro, ex segretario del Partito Socialista, considerato la speranza della sinistra. È professore di Teoria dello Stato e Pensiero Politico e Sociale all’Università Autonoma di Lisbona e quella sua vocazione da insegnante l’ha aiutato ad avvicinarsi molto agli elettori, specialmente quelli più giovani. Gli ultimi anni ha dedicato il suo tempo all’accademia e alla politica. È laureato in Relazioni Internazionali ed è entrato al Partito Socialista negli anni ‘90. È stato anche eurodeputato. Molti ricordano la sua opposizione alla legge di bilancio del 2012, durante gli anni della troika, per bloccare il taglio ad alcuni pagamenti extra di Natale e ferie per tutti i dipendenti.

Altri candidati sono l’ex ministro e opinionista politico conservatore Luís Marques Mendes, Henrique Gouveia e Melo e l’eurodeputato João Cotrim Figueiredo. L’unica donna candidata alla presidenza è l’eurodeputata Catarina Martins del Bloco de Esquerda. Ci sono anche il sindacalista André Pestana, il fondatore del partito dei ersi Livre Jorge Pinto; il leader comunista António Filipe; il pittore Humberto Correia e il musicista Manuel João Vieira, questi ultimi con molto meno consenso.

La campagna elettorale in Portogallo è stata segnata da due argomenti dell’agenda internazionale. Il primo, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto del leader del regime, Nicolas Maduro. Nel Paese sudamericano, infatti, vive una grande comunità di portoghesi immigrati dopo la Seconda guerra mondiale e quello che accade in Venezuela tocca da vicino l’opinione pubblica. Molti considerano un eccesso l’azione americana, un attacco contro il diritto internazionale, ma è di un parere diverso il candidato Ventura.

L’altro argomento centrale del dibattito elettorale sono le condizioni del sistema sanitario pubblico. La morte di un uomo di 78 anni, nella zona metropolitana di Lisbona, che ha aspettato per più di tre ore l’arrivo di un’ambulanza, ha accesso la discussione sul deterioramento dell’assistenza medica.

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Mons. Viganò: «l’Unione Europea va rasa al suolo»

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la questione del Mercosur, che sta provocando proteste in tutta Europa.

 

Un’élite eversiva si è impadronita dei governi di quasi tutti i Paesi occidentali. I suoi emissari nei governi considerano i propri cittadini come nemici da estinguere mediante pandemie, guerre, carestie e criminalità.

 

Sono decenni che i globalisti orgogliosamente rivendicano la paternità dei progetti di depopolamento, nel silenzio complice della stampa mainstream e di tutte le istituzioni civili e religiose. E se i crimini della farsa psicopandemica e le frodi dell’emergenza climatica sono ormai innegabili, appare ormai evidente che il comparto da eliminare è proprio quello dell’agroalimentare, oggi troppo parcellizzato e quindi poco controllabile a livello globale.

 

Il Mercosur è un trattato di libero scambio con Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguay a seguito del quale l’Europa sarà invasa da alimenti prodotti da coltivazioni o allevamenti non sottoposti alle nostre ferree regole sanitarie. La sua approvazione costituisce un attacco all’agricoltura, agli allevamenti, alla pesca e alla salute dei cittadini europei, che avrà come risultato la distruzione del tessuto socioeconomico di intere Nazioni e la dipendenza alimentare dalle multinazionali del settore, tutte riferibili ai fondi di investimento BlackRock, Vanguard e StateStreet che stanno saccheggiando le terre agricole.

 

Un’élite eversiva si è impadronita dei governi di quasi tutti i Paesi occidentali. I suoi emissari nei governi considerano i propri cittadini come nemici da estinguere mediante pandemie, guerre, carestie e criminalità. Sono decenni che i globalisti orgogliosamente rivendicano la… pic.twitter.com/Xt64ega2ms

— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) January 10, 2026

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L’asservimento dei governanti agli interessi dell’élite globalista è ancor più evidente dinanzi alla pianificazione della sostituzione etnica, perseguita allo scopo di cancellare l’identità religiosa, culturale, linguistica ed economica degli Stati e poter meglio controllare le masse. Da Starmer a Macron, da Rutte a Sanchez, dalla von der Leyen alla Meloni, la sorveglianza totale è ormai in fase di realizzazione e diventerà irreversibile con l’introduzione della valuta digitale e l’obbligo dell’ID univoco per l’accesso ai servizi essenziali.

 

Esprimo quindi il mio pieno sostegno alle manifestazioni di protesta degli agricoltori e degli allevatori europei e britannici, in queste settimane fatti oggetto di una vera e propria persecuzione spietata e ingiustificata. Auspico che i cittadini diano pieno appoggio a queste categorie particolarmente colpite, anzitutto acquistando direttamente da loro ciò che producono, perché è grazie alla loro presenza che possiamo mangiare in modo sano ed evitare alimenti ultraprocessati o geneticamente modificati. Invito a boicottare le aziende della grande distribuzione che sostengono il Mercosur e penalizzano la produzione interna.

 

L’Unione Europea è un’associazione eversiva criminale: essa non può essere «cambiata dal di dentro», va semplicemente rasa al suolo.

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Macron: l’UE ha bisogno del suo Oreshnik

Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia e i suoi partner europei intensificheranno lo sviluppo di nuove armi a lungo raggio, riconoscendo il sistema missilistico russo Oreshnik come un avanzamento tecnologico capace di alterare rapidamente gli equilibri di potere.

 

La scorsa settimana le forze armate russe hanno impiegato per la prima volta in combattimento l’avanzato missile balistico ipersonico Oreshnik, colpendo uno stabilimento aeronautico ucraino a Leopoli, dove venivano riparati caccia F-16 e MiG-29 in prossimità del confine con la Polonia.

 

«Siamo nel raggio d’azione di questi colpi», ha ammonito Macron giovedì, rivolgendosi ai militari durante un discorso pronunciato alla base aerea di Istres-Le Tube. Il presidente ha sottolineato che la Francia intende dotarsi di capacità analoghe attraverso l’iniziativa denominata European Long-Range Strike Approach (ELSA).

 

«L’iniziativa che abbiamo lanciato, nota come ELSA, acquista un senso ancora più pieno dopo che abbiamo assistito per la seconda volta al lancio di un missile a lunghissimo raggio chiamato Oreshnik», ha dichiarato Macron ai presenti.

 

«Se vogliamo mantenere la nostra credibilità, noi europei – e in particolare la Francia, che dispone di determinate tecnologie – dobbiamo equipaggiarci con queste nuove armi che modificheranno la situazione nel breve termine».

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«In particolare con i nostri partner tedeschi e britannici, dobbiamo fare progressi significativi in queste capacità di attacco a lungo raggio… per rafforzare la nostra credibilità e sostenere la nostra deterrenza nucleare», ha aggiunto.

 

Lanciato nel 2024 da Francia, Germania e Polonia (e successivamente allargato a Svezia, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi), il programma ELSA punta a condividere costi e risorse industriali europee per sviluppare sistemi convenzionali di attacco a lungo raggio, sebbene non siano ancora stati definiti piani operativi dettagliati.

 

La Russia ha impiegato per la prima volta l’Oreshnik nel novembre 2024 contro una fabbrica di armamenti nella città ucraina di Dnipro, qualificando l’azione come un «test di combattimento» riuscito. Da allora il sistema è entrato in produzione di massa e, alla fine del 2025, è stato schierato anche in territorio bielorusso.

 

Il presidente Vladimir Putin ha descritto l’Oreshnik come un’arma senza pari al mondo, paragonandone la potenza a un «meteo in caduta». Secondo Putin, il missile è in grado di trasportare decine di testate a ricerca indipendente, capaci di colpire molteplici obiettivi a velocità superiori a dieci volte quella del suono.

 

Il ministero della Difesa russo ha precisato che il secondo impiego dell’Oreshnik è avvenuto in risposta a un presunto «attacco terroristico» condotto dal regime di Kiev contro una residenza presidenziale nella regione di Novgorod.

 

Le immagini delle telecamere di sorveglianza di Leopoli hanno mostrato numerosi proiettili precipitare in rapida successione dal cielo, ma le autorità ucraine non hanno ancora fornito dettagli ufficiali sull’entità dei danni subiti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente Putin ha paragonato l’azione dell’Oreshnik a quella di un meteorite, che colpisce con violenza estrema dal cielo senza possibilità di prevederlo. A dicembre 2024 la testata Bild, citando un’analisi del ministero degli Esteri tedesco, aveva scritto chele difese aeree tedesche non sono in grado di proteggere efficacemente il Paese dal nuovo missile ipersonico russo Oreshnik.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante la conferenza stampa di fine anno tenutasi fine 2024, Putin ha sfidato l’Occidente a un «duello ad alta tecnologia» del XXI secolo, che avrebbe comportato il colpo da parte della Russia di un obiettivo prestabilito a Kiev con un missile Oreshnik e il tentativo delle difese aeree occidentali dispiegate in Ucraina di abbattere il proiettile all’avanguardia.

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Putin: la situazione globale «sta peggiorando»

La situazione internazionale sta «continuando a peggiorare in modo costante», ha ammonito il presidente russo Vladimir Putin, evidenziando il riacutizzarsi di vecchi conflitti e l’emergere di nuovi focolai di crisi.

 

Queste parole sono state pronunciate giovedì durante la cerimonia di presentazione delle lettere credenziali da parte dei nuovi ambasciatori di oltre trenta Paesi, tra cui diversi considerati «ostili» da Mosca. Putin ha affrontato le principali sfide alla sicurezza globale, sottolineando che la cooperazione internazionale resta uno dei pilastri fondamentali per lo sviluppo sostenibile e la prosperità dell’umanità.

 

«La pace non nasce da sé: va costruita, ogni giorno. La pace richiede impegno, responsabilità e scelte consapevoli. La sua importanza è oggi più evidente che mai, mentre la situazione sulla scena internazionale si deteriora sempre di più – credo che nessuno possa negarlo –: i vecchi conflitti si stanno intensificando e stanno comparendo nuovi gravi focolai», ha dichiarato il presidente.

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Nel mondo attuale, ha proseguito Putin, la diplomazia e la ricerca del consenso «stanno lasciando spazio ad azioni unilaterali e piuttosto pericolose». Molti Paesi si trovano costretti a subire i diktat di chi applica il principio del «più forte ha sempre ragione».

 

«Decine di nazioni in tutto il mondo subiscono violazioni dei propri diritti sovrani, caos e illegalità, senza possedere la forza né le risorse necessarie per difendersi», ha aggiunto.

 

Il leader russo ha quindi invitato l’intera comunità internazionale a rispettare il diritto internazionale e a sostenere «l’ordine mondiale multipolare che sta emergendo e che appare più equo». Nel discorso ha fatto riferimento esplicito al conflitto in Ucraina, indicandolo come un chiaro esempio di violazione del principio di «indivisibilità della sicurezza», secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere garantita a scapito di quella altrui.

 

«Lo ha dimostrato con evidenza la crisi ucraina, che è stata la diretta conseguenza di anni in cui sono stati ignorati gli interessi legittimi della Russia e di una strategia deliberata di minaccia alla nostra sicurezza, con l’espansione della NATO verso i nostri confini in violazione delle promesse pubbliche che ci erano state fatte», ha affermato Putin, ribadendo l’impegno di Mosca a conseguire una pace stabile e duratura in Ucraina.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Londra esorta l’Europa occidentale ad armare l’Ucraina invece di parlare con la Russia

Il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha dichiarato giovedì a Politico che l’Europa occidentale dovrebbe intensificare il proprio sostegno all’Ucraina, invece di riaprire canali di dialogo diretto con la Russia.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni hanno già espresso la necessità di avviare negoziati diretti con il presidente russo Vladimir Putin. Entrambi sembrano preoccupati che gli interessi dell’Unione Europea possano essere marginalizzati nei colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti e stanno promuovendo l’istituzione di una figura di inviato speciale dell’UE per gestire i contatti con Mosca.

 

Nell’intervista, la Cooper ha affermato di non ravvisare alcuna prova concreta che «Putin desideri davvero la pace» e ha invitato a fornire maggiori armi all’Ucraina e a mantenere in vigore le sanzioni contro la Russia. L’Europa occidentale, ha aggiunto, deve «esercitare una pressione maggiore, sia economica sia militare attraverso il sostegno all’Ucraina, nei confronti della Russia».

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Funzionari russi hanno accusato il Regno Unito di contribuire a prolungare il conflitto ucraino per perseguire i propri interessi geopolitici. Mosca ha più volte ribadito la propria disponibilità a negoziare una soluzione diplomatica che tenga conto delle sue legittime preoccupazioni in materia di sicurezza, accusando i Paesi occidentali che puntano a una «sconfitta strategica» della Russia di essere i veri ostacoli alla pace.

 

In un discorso rivolto questa settimana agli ambasciatori stranieri, il presidente Vladimir Putin ha rinnovato l’impegno di Mosca per un ordine mondiale multipolare più equo, in cui le nazioni più piccole non debbano «subire violazioni dei propri diritti sovrani, caos e illegalità», come invece avviene oggi.

 

«La nostra nazione aspira a una pace duratura e sostenibile [con l’Ucraina] che garantisca la sicurezza di tutti. Questo esito non è in linea con gli obiettivi di Kiev e delle capitali che la sostengono. Ma speriamo che prima o poi si giunga alla consapevolezza che tale pace è necessaria», ha dichiarato.

 

Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha identificato nel presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj il principale impedimento a un’intesa con la Russia.

 

Mosca e Kiev erano vicine a un accordo per porre fine alle ostilità già all’inizio dell’escalation del 2022, in cambio del ritorno dell’Ucraina a uno status di neutralità. Secondo diverse fonti, l’allora primo ministro britannico Boris Johnson avrebbe convinto Kiev a rinunciare all’intesa e a puntare invece su una vittoria militare. Dopo aver lasciato l’incarico, Johnson si è lamentato del fatto che «i nostri delegati», intendendo gli ucraini, non stessero ricevendo aiuti militari sufficienti dai Paesi donatori.

 

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Documento del Cardinale Roche contro la Messa tradizionale al Concistoro

Un documento riservato del Cardinale Arthur Roche, dedicato alla liturgia e in ferma difesa di Traditionis Custodes, è stato reso pubblico il 13 gennaio dalla giornalista Diane Montagna. Distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, questo testo rivela che la Messa tradizionale era effettivamente all’ordine del giorno, anche se l’argomento non è stato scelto come uno dei principali argomenti di discussione. Si prevede che la questione verrà nuovamente sollevata in un prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV alla fine di giugno.

 

Il testo preparato dal Cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, reso pubblico dopo il Concistoro straordinario del gennaio 2026, ha il merito di una certa chiarezza. Datato 8 gennaio, questo documento conferma che per la Roma odierna la riforma liturgica derivante dal Vaticano II è irreversibile e normativa, e che il Messale del 1962 può esistere solo come concessione provvisoria, rigorosamente regolamentata, senza alcun progetto futuro stabile.

 

Non si tratta di un testo marginale né di un’iniziativa personale. Questo documento era tra i dossier sottoposti all’attenzione dei cardinali, insieme ai temi principali definiti da Ppapa Leone XIV: evangelizzazione, Curia Romana, sinodalità e liturgia. La Messa tradizionale era quindi discretamente all’ordine del giorno al più alto livello di governo della Chiesa.

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La riforma liturgica, criterio di fedeltà conciliare

Strutturato in undici punti, il testo offre una vera e propria radiografia dell’attuale approccio romano. La contestazione della riforma liturgica di Paolo VI è considerata un problema di accettazione del Concilio Vaticano II.

 

Il mantenimento del rito tradizionale è inteso non solo come fedeltà a una forma immemorabile della lex orandi, ma anche come sintomo di una più ampia resistenza all’ecclesiologia conciliare, in particolare a quella della Lumen Gentium.

 

 

Quando la riforma diventa la misura della continuità

Per giustificare questa posizione, il documento presenta un’interpretazione distorta della storia liturgica: afferma che la liturgia è stata «sempre» riformata, dai primi secoli al XX secolo, in un processo organico e continuo. Questa presentazione mira a neutralizzare qualsiasi accusa di rottura integrando la riforma di Paolo VI in una successione apparentemente omogenea.

 

Ma l’argomentazione è circolare: la riforma diventa sia il prodotto che il criterio della continuità. Se la liturgia cambia, allora il cambiamento diventa legittimo per definizione. Ogni resistenza viene liquidata come nostalgia o fissazione sul passato, senza alcun esame dottrinale della riforma stessa.

 

San Pio V invocato contro la Messa di San Pio V

Uno dei passaggi più rivelatori è l’appello a San Pio V e alla bolla Quo Primum. Il documento ricorda che, dopo il Concilio di Trento, l’unità fu ricercata attraverso l’unificazione rituale e conclude implicitamente che l’unità attuale richiederebbe anche un unico rito.

 

Il paragone è fuorviante. San Pio V non creò un nuovo rito; codificò una pratica secolare per proteggerla dalle innovazioni dottrinali. Eppure il testo romano usa questo riferimento per legittimare la politica opposta: marginalizzare la liturgia tradizionale in nome dell’unità, sebbene questa liturgia sia proprio la massima espressione della fede cattolica così come definita a Trento.

 

Tradizione ridotta a un principio malleabile

Il documento invoca una concezione dinamica della Tradizione, citando Benedetto XVI e l’immagine del «fiume vivo». Ma questo riferimento serve in realtà a consolidare una gerarchia implicita: la riforma postconciliare viene presentata come l’unica espressione autentica della Tradizione, mentre la fedeltà alla Messa tradizionale rimane sospettata di stagnazione.

 

Quello che dovrebbe essere un principio di continuità consolidato diventa uno strumento di delegittimazione. La Tradizione non è più ciò che trasmette fedelmente il deposito ricevuto, ma ciò che si identifica con l’ultimo stadio delle riforme promulgate dall’autorità.

 

«Senza riforma liturgica, non c’è riforma della Chiesa». Il testo cita esplicitamente papa Francesco: la riforma liturgica è considerata la chiave del rinnovamento ecclesiale. La liturgia non è più solo espressione di fede, ma leva di governo, di cambiamento. Il dibattito cessa di essere liturgico e diventa ecclesiologico: accettare la nuova Messa significa accettare la nuova concezione della Chiesa.

 

È qui che si rivela la vera natura del conflitto. La Messa non è semplicemente una questione disciplinare; è lo spazio teologico per eccellenza. Modificare la liturgia significa modificare la lex credendi.

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Traditionis custodes: una conseguenza logica

Il documento abbraccia pienamente la logica di Traditionis custodes. Il messale di Paolo VI è presentato come unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Il messale del 1962 è semplicemente una concessione, concessa come strategia pastorale, e soggetta a revoca qualora compromettesse l’obiettivo di unità, definito come uniformità, che è alla base del Concilio Vaticano II.

 

Questa posizione non costituisce una rottura con il passato recente, ma piuttosto il culmine coerente di una linea continua dal 1970. Indulti, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes: in ogni fase, la Messa latina tradizionale esiste solo come eccezione, mai come norma. Il fulcro della tolleranza viene semplicemente spostato per facilitare l’accettazione del Concilio e dei suoi sviluppi.

 

Conferma dell’analisi di Mons. Lefebvre

Tutto ciò che questo documento ora afferma esplicitamente era stato anticipato da Mons. Marcel Lefebvre. Già negli anni ’70, denunciò una politica di concessioni temporanee, mirata non a preservare la Tradizione, ma a neutralizzarla, esigendo in cambio l’accettazione del Concilio e della nuova Messa.

 

Gli eventi gli hanno dato ragione. Le comunità derivanti dall’Ecclesia Dei vivono ora in uno stato di permanente incertezza giuridica, costrette a giustificare la propria esistenza e a dimostrare di non utilizzare la Messa come «simbolo». Il documento del cardinale Roche conferma che questa insicurezza non è accidentale, ma strutturale.

 

Ulteriori chiarimenti

Questo testo conferma che, per la Roma odierna, non esiste e non può esistere una “pace liturgica” basata sul pieno e completo riconoscimento della Messa tradizionale.

 

Di fronte a questa realtà, la posizione della Fraternità San Pio X non appare un’opzione marginale, ma l’unica coerente. Non si tratta di preferenze liturgiche, ma di fedeltà alla fede cattolica trasmessa, protetta ed espressa dal rito immemorabile della Chiesa.

 

Il conflitto non è disciplinare. È dottrinale. E finché Roma non riconoscerà che la Messa di sempre è l’espressione normativa della lex orandi cattolica, qualsiasi soluzione di tipo «tolleranza», «pluralismo» o «riserva» rimarrà un vicolo cieco.

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Documento del Cardinale Roche

Le versioni in inglese e italiano sono disponibili sul sito web di Diane Montagna.

 

 

CONCISTORO STRAORDINARIO

(7-8 gennaio 2026)

Liturgia: approfondita riflessione teologica, storica e pastorale «per conservare la sana via ad un legittimo progresso» (SC 23).

Liturgia
Cardinale Arthur Roche

 

1. Nella vita della Chiesa la Liturgia ha sempre conosciuto interventi di riforma. Dalla «Didachè» alla Traditio Apostolica, dall’uso della lingua greca a quello della lingua latina; dai «libelli precum» ai Sacramentari e agli «Ordines», dai Pontificali alle riforme franco-germaniche; dalla Liturgia «secundum usum romana curia» alla riforma tridentina; dalle parziali riforme post-tridentine a quella generale del Concilio Vaticano II. La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo «riformarsi», in un processo di sviluppo organico.

 

2. San Pio V, nell’affrontare la riforma dei libri liturgici in osservanza del mandato del Concilio di Trento (cfr. Sessione XXV, Decreto generale, cap. XXI) fu mosso dalla volontà di custodire l’unità della Chiesa. Nella bolla Quo primum (14 luglio 1570) con la quale viene promulgato il «Missale Romanum» afferma che «come nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa» (cum unum in Ecclesia Dei psallendi modum, unum Missae celebrandae ritum esse maxime deceat).

 

3. La necessità del riformarsi della Liturgia è strettamente legata alla componente rituale, per mezzo della quale – «per ritus et preces» (SC 48) – partecipiamo al mistero pasquale: il rito è per se stesso connotato da elementi culturali che cambiano nel tempo e nei luoghi.

 

4. Inoltre, poiché «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morteù ma «è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Udienza generale, 26 aprile 2006), possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II non solo è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione, ma costituisce un modo alto di porsi a servizio della Tradizione, perché quest’ultima come un grande fiume conduca la Chiesa al porto dell’eternità (ibid.).

 

5. In questa visione dinamica, «conservare la sana tradizione» e «aprire la via ad un legittimo progresso» (SC 23) non possono essere intese come due azioni separabili: senza un «legittimo progresso» la tradizione si ridurrebbe ad una «collezione di cose morte», non sempre tutte sane; senza la «sana tradizione» il progresso rischia di diventare una patologica ricerca di novità, che non può generare vita, come un fiume il cui corso viene sbarrato separandolo dalle sue sorgenti.

 

6. Nel discorso ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per il culto divino e la Disciplina dei Sacramenti (8 febbraio 2024) Papa Francesco così si esprimeva:
«A sessant’anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, non smettono di entusiasmare le parole che leggiamo nel suo Proemio, con le quali i Padri dichiaravano la finalità del Concilio. Sono obiettivi che descrivono una precisa volontà di riforma della Chiesa nelle sue dimensioni fondamentali: far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli; adattare meglio alle esigenze del nostro tempo le istituzioni soggette a mutamenti; favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa (cfr SC 1). Si tratta di un lavoro di rinnovamento spirituale, pastorale, ecumenico e missionario. E per poterlo realizzare i Padri conciliari sapevano bene da dove dover cominciare, sapevano «di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (Ibid.). È come dire: senza riforma liturgica non
c’è riforma della Chiesa».

 

7. La Riforma liturgica è stata elaborata sulla base di «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23). Il suo scopo è stato quello di rendere più piena la partecipazione alla celebrazione del Mistero pasquale, per un rinnovamento della Chiesa, popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo (cfr. LG capp. I-II), perfezionando i fedeli nell’unità con Dio e tra di loro (cfr. SC 48). Solo dall’esperienza salvifica della celebrazione della Pasqua la Chiesa riscopre e rilancia il mandato missionario del Signore Risorto (cfr. Mt 28, 19-20) e diventa, in un mondo lacerato dalla discordia, fermento di unità.

 

8. Dobbiamo anche riconoscere che l’applicazione della Riforma ha patito e patisce un debito di formazione: è questa l’urgenza da affrontare, a partire dai Seminari, per «suscitare quella formazione dei fedeli e promuovere quell’azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra Liturgia» (Istr. Inter ecumenici, 26 settembre 1964, 5).

 

9. Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge «congelando» la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso, come ha detto Papa Francesco in Desiderio desideravi 61:
«(…) Siamo chiamati continuamente a riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, approvando i libri liturgici riformati “ex decreto Sacrosancti Ecumenici Concilii Vaticani II“, hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto “Traditionis custodes“, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità [Cfr. Paulus VI, Constitutio apostolica Missale Romanum (3 Aprilis 1969) in AAS 61 (1969) p. 222]. Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano».

 

10. L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione. Papa Francesco – pur concedendo secondo quanto stabilito in Traditionis Custodes, l’uso del Missale Romanum del 1962- ha indicato la via dell’unità nell’uso dei libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

 

11. Papa Francesco ha così sintetizzato la questione (Desiderio desideravi 31):
«(…) Se la Liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium, che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. […] ».

 

Roma, Concistoro Straordinario, 8 gennaio 2026

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Trump vuole un’azione «definitiva» contro l’Iran

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende evitare un confronto militare prolungato con l’Iran e preferirebbe invece lanciare un’operazione rapida e definitiva contro il regime, ha riferito giovedì la NBC, citando diverse fonti informate sui fatti.

 

Negli ultimi giorni Trump ha rivolto ripetute minacce all’Iran, Paese scosso da imponenti proteste di massa scoppiate alla fine di dicembre. I disordini, inizialmente scatenati dall’impennata dell’inflazione e dal crollo della moneta nazionale, hanno assunto in seguito una chiara dimensione politica. Teheran ha attribuito le violenze – che secondo alcune stime avrebbero causato centinaia di morti – a un’ingerenza diretta di Stati Uniti e Israele, nonché all’infiltrazione di elementi «terroristici» tra i manifestanti.

 

Nonostante le dichiarazioni pubbliche minacciose e gli appelli ai dimostranti in cui ha promesso che «gli aiuti sono in arrivo», Trump ha finora esitato a ordinare un attacco, secondo quanto riferito dalle fonti della NBC. I suoi consiglieri non sono riusciti a garantire che un intervento militare porterebbe a un immediato crollo del governo iraniano. Il presidente, a quanto pare, ricerca un’azione chirurgica e decisiva in grado di infliggere un colpo mortale al regime, piuttosto che un impegno bellico di lunga durata.

 

«Se decide di agire, vuole che sia definitivo», ha dichiarato una fonte all’emittente TV statunitense.

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Diversi media hanno recentemente indicato che un intervento militare statunitense contro l’Iran appariva ormai inevitabile, soprattutto dopo le notizie secondo cui il personale del Pentagono sarebbe stato evacuato dalle basi in Medio Oriente per precauzione contro possibili rappresaglie iraniane.

 

Mercoledì Reuters, citando due funzionari europei anonimi, aveva riferito che un attacco fosse «imminente» e potesse avvenire entro le successive 24 ore. Un funzionario israeliano, anch’egli anonimo, aveva confermato all’agenzia che Trump sembrava aver preso la decisione di colpire l’Iran.

 

Come riportato da Renovatio 21, i principali Paesi arabi del Golfo stanno esercitando pressioni riservate sugli Stati Uniti affinché rinuncino a qualsiasi azione militare contro Teheran, avvertendo che un simile intervento rischierebbe di scatenare un conflitto regionale su vasta scala e di provocare gravi turbolenze sul mercato petrolifero mondiale.

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Omaggio a Valeria Fedeli, donna di valore. Il ricordo di Girelli

La scomparsa di Valeria Fedeli ha suscitato profondo cordoglio anche nel mondo dell’Alta formazione artistico musicale coreutica (Afam) ai cui problemi il ministro, ovvero “la ministra”, come amava essere chiamata, ha dedicato particolare attenzione. Ne ho avuto diretta testimonianza  in due occasioni. La prima con la sua presenza da ministra dell’Istruzione alla inaugurazione dell’anno accademico, nel 2017, del Conservatorio Rossini. L’evento peraltro si  inseriva nella serie  di iniziative per il “Triennio Rossiniano” (dedicato al 150° della morte del compositore). Ascoltò con attenzione la mia relazione, della quale poi mi chiese il testo e nella quale non potevo omettere di elencare un nutrito cahiers de doléances per le tante esigenze di cui il mondo musicale soffriva. Rispose puntualmente, senza sottrarsi ad alcun tema. Docenti, studenti ed autorità presenti all’incontro espressero soddisfazione sia per i risultati della Sua azione ministeriale e sia per la convincente programmazione degli adempimenti da Lei assicurati.

L’altra circostanza riguardò l’ipotesi della istituzione dei cosiddetti Politecnici delle Arti, entità che avrebbero dovuto aggregare le varie Istituzioni Afam e che secondo il progetto di legge del senatore Claudio Martini si sarebbe tradotta in una operazione “razionalizzatrice” con notevoli risparmi di spesa. Quasi che mettere insieme istituzioni artistiche (conservatori, accademie, ISIA) tanto diverse fosse come unire le filiali di una banca. Chi conosce il comparto Afam sa che purtroppo questa prospettiva è ben lontana dalla realtà (solo gli stipendi del personale, in ogni caso ineliminabili, assorbivano il 95% della spesa). Insieme all’onorevole Londei, allora presidente della Accademia di Urbino, facemmo intensa opera di chiarimento presso diversi parlamentari per evitare la perdita di autonomia e di identità di accademie, conservatori ed ISIA, con conseguente mortificazione dei territori, delle loro prerogative artistico-culturali. Ma decisiva fu la solidarietà di Ilvo Diamanti, alla cui opinione era molto sensibile Luigi Zanda, allora capogruppo dei senatori Pd.

Diamanti intervenne pubblicamente rilevando, tra l’altro, che “vanificare l’autonomia di questi istituti, nel mio caso, dell’ISIA di Urbino, significa impedire loro di operare come è avvenuto fino ad oggi. Significa spingere al declino esperienze che attirano centinaia di studenti da tutta Italia. E da altri Paesi”. “Non capisco i motivi che spingono a imporre — e al tempo stesso a negare — confini a esperienze didattiche e formative che proprio nell’autonomia e nel rapporto con il territorio hanno la loro ragione di vita. E di successo”. Tutto ciò “solleva dissenso. E non mancherò – concludeva Diamanti – di esprimerlo ancora. Come dicevano gli studenti francesi — e non solo — nel ‘68: “ce n’est qu’un début…”. Ma il solo “début” fu sufficiente a bloccare la deriva.

Fedeli, dopo un primo momento di attenzione per il progetto Martini, si rese conto della impraticabilità  di tale proposito. E nel corso di un incontro culturale a Roma, presso l’Enciclopedia Treccani, a me che tornavo sull’argomento disse: “Tranquillo. Tutto a posto. Non se ne fa nulla”. Da parte mia assicurai che “per quanto sarà possibile, il Conservatorio si adopererà per concorrere alla valorizzazione della cultura come fattore di educazione e di promozione umana”. In ciò riconoscendosi collegato ai valori che con la sua testimonianza sociale ed istituzionale la ministra ha perseguito. Vita familiare serena (“mi sveglio molto presto al mattino, e mio marito mi porta il caffè a letto”, raccontò in una intervista), i contatti con lei non si estinsero: e così ebbi modo di manifestarle la mia vicinanza quando fu colpita dal covid, o di compiacermi per una sua brillante intervista su Emanuele Macaluso, e così via anche quando, concluso il mandato parlamentare, la incontravo in Senato che ancora talvolta frequentava.

Il non allineamento su taluni principi di fondo della Chiesa Cattolica non ha impedito a Suor Anna Monia Alfieri di affermare che “L’Italia ha perso una vera donna delle istituzioni, responsabile, seria, leale e, personalmente, amica”. La religiosa la ricorda come “sindacalista appassionata nella sua attenzione verso gli ultimi perché potessero esercitare i loro diritti in tutti i campi del vivere civile: la cosa bella è che i risultati sono stati raggiunti senza spaccature ma grazie alla sua abilità nel tessere rapporti costruttivi”.

E quando un preside rimosse da una scuola a Palermo statue di Cristo e della Madonna oltre a foto dei papi, la ministra Valeria Fedeli lo rimproverò pubblicamente durante il Festival della dottrina sociale della Chiesa, dove ebbe modo di conversare amabilmente con il presidente dei vescovi italiani, mons. Gualtiero Bassetti.

Ai microfoni di TV2000 non esitò a dichiarare: “Al papa riconosco la sua capacità di vedere nella scuola un punto fondamentale di accoglienza, inclusione e non discriminazione. Il messaggio di Francesco è la pratica che stiamo cercando di mettere in atto nella scuola italiana. Con lui c’è una profonda convergenza di obiettivi ma anche di metodi”.

Mentre ai genitori di allievi che le ponevano i problemi delle scuole paritarie fece notare che “il problema l’abbiamo sempre presente, al punto che nella legge di bilancio 2017 abbiamo equiparato la scuola paritaria a quella pubblica; tant’è che sui finanziamenti Pon (Programma Operativo Nazionale Inclusione), appena sono arrivata al ministero, ho tenuto da parte i soldi per le scuole paritarie”.

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Minerali, energia, corridoio. La missione della viceministra Gava a Riad

La missione a Riad della viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava conferma la traiettoria seguita dall’Italia sui dossier aperti con il Golfo. A margine del Future Minerals Forum, Gava ha incontrato i parigrado sauditi dell’Energia, Mohammed Alibrahim e Nasser Al-Qahtani, rafforzando un dialogo centrato su sicurezza delle forniture, diversificazione e sviluppo di nuovi corridoi energetici.

Il confronto ha toccato dossier concreti: elettrodotti, idrogeno, ammoniaca e, soprattutto, il ruolo dei corridoi come architrave della cooperazione bilaterale. In questo quadro rientrano sia l’Imec sia il porto di Trieste, indicati da Gava alle controparti saudite come possibile punto di approdo europeo delle nuove direttrici energetiche e logistiche. Un’impostazione che riflette la lettura italiana della trasformazione geoeconomica in atto: una questione di resilienza strategica prima ancora che di sostenibilità.

La visita di Gava si inserisce in una relazione Italia–Arabia Saudita ormai strutturata. Il passaggio a Riad del ministro degli Esteri Antonio Tajani, due mesi fa, e l’intesa politica promossa sotto la guida della presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso anno, hanno consolidato un partenariato che guarda a esattamente a quei temi: energia, infrastrutture e industria, insieme a sicurezza di un areale geostrategico condiviso, come elementi di una stessa strategia. Per Roma, Riad rappresenta un nodo centrale nei collegamenti tra Europa, Medio Oriente e Asia, in una fase di riorganizzazione delle catene globali del valore. E viceversa. Una relazione fondamentale in un momento in cui l’Ue cerca di strutturare il dialogo con la Regione del Golfo.

Il contesto del Future Minerals Forum (FMF) rafforza questa lettura. Inaugurata dal ministro saudita dell’Industria e delle Risorse minerarie, Bandar bin Ibrahim Al-Khorayef, la quinta edizione del Forum ha segnato un ulteriore salto di qualità: da piattaforma di confronto a spazio orientato alla definizione di politiche, investimenti e strumenti operativi lungo l’intera catena del valore dei minerali. Il tema scelto, “Dawn of a Global Cause”, si lega direttamente alla volontà di fare del settore minerario uno dei pilastri della Vision 2030. La struttura del FMF 2026 — tavole rotonde ministeriali, workshop operativi, il lancio del Future Minerals Framework e del Future Minerals Barometer — rispecchia un approccio pragmatico, focalizzato sull’esecuzione. È lo stesso approccio che emerge dai colloqui condotti da Gava: corridoi, infrastrutture e tecnologie diventano strumenti per tradurre la transizione energetica in capacità industriale e sicurezza strategica.

Un ulteriore punto di convergenza italo-saudita emerso durante il forum riguarda l’Africa. Nel corso degli incontri, pubblici o riservati, è stato ribadito il ruolo centrale del continente nella transizione energetica globale, sia in termini di risorse minerarie sia di sviluppo delle filiere. La partecipazione di numerosi Paesi africani, dalla Nigeria alla Repubblica Democratica del Congo fino al Sudafrica, riflette questa priorità saudita. Per l’Italia, significa che la visione del regno può dialogare direttamente con il Piano Mattei, che punta a costruire anche partenariati energetici e industriali più equilibrati e di lungo periodo con l’Africa.

È in questo incrocio che la missione di Gava trova la sua coerenza strategica definitiva. I progetti energetici con l’Arabia Saudita, la centralità dei corridoi (su tutti Imec), l’attenzione ai minerali critici e il focus sull’Africa convergono in una stessa direzione: rafforzare il ruolo di Roma come piattaforma di connessione tra Europa, Medio Oriente e Sud del Mondo. Il passaggio a Riad conferma quindi una linea già tracciata, che mira a legare transizione energetica, politica industriale e proiezione geopolitica in un’unica architettura operativa.

(Foto: Future Minerals Forum 2026)

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L’Iran tra collasso regionale e rivolta domestica. L’analisi di Ags

Le proteste scoppiate in Iran a partire dal 28 dicembre rappresentano, per dimensione e intensità, il più grave episodio di contestazione interna nei confronti della Repubblica Islamica dalla Rivoluzione del 1979. Una realtà che viene resa evidente da alcuni dei (pochi) dati disponibili, che delineano una crisi profonda nata da fattori prettamente economici ma rapidamente trasformatasi in una sfida politica diretta alla sopravvivenza del regime. Tali dati sono stati interpretati da Anthony Ruggiero, Sean Calabria e Rob Pierce, analisti e vicepresidenti della boutique di consulenza American Global Strategies, che sulla loro base hanno fornito una lettura della dinamica attualmente in corso nel Paese turanico.

L’innesco è stato il crollo del rial iraniano, accompagnato da una forte impennata dell’inflazione e dall’aumento dei prezzi di beni essenziali come cibo e carburante. In poche settimane, tuttavia, le rivendicazioni economiche hanno lasciato spazio a slogan e richieste esplicitamente politiche, tra cui la fine del sistema di governo clericale e la caduta della Guida Suprema Ali Khamenei. Sul piano territoriale, la mobilitazione ha raggiunto un’estensione senza precedenti. Le proteste hanno interessato tutte e 31 le province iraniane, coinvolgendo centinaia di città e centri minori. Le forme di protesta sono state molteplici: scioperi, manifestazioni di piazza, assalti a edifici governativi e atti simbolici come la distruzione e l’incendio di simboli del regime. Un livello di partecipazione che ha spinto le autorità a interpretare le manifestazioni come una minaccia esistenziale.

La risposta dello Stato si riflette in numeri altrettanto significativi. A partire dall’8 gennaio, il regime ha imposto un blackout quasi totale di internet e delle comunicazioni, con l’obiettivo di interrompere il coordinamento tra i manifestanti e limitare la diffusione di informazioni sulla repressione. Le forze di sicurezza, inclusi i Pasdaran, hanno fatto ricorso sistematico alla forza letale. Le stime più caute parlano di almeno 2.500 morti, mentre altre valutazioni indicano un numero di vittime che potrebbe superare le 12.000 persone. L’assenza di accesso indipendente al Paese e la censura rendono impossibile stabilire un bilancio definitivo.

Parallelamente, Teheran ha segnalato l’intenzione di avviare processi accelerati e di ricorrere alle esecuzioni nei confronti dei manifestanti arrestati, rafforzando il clima di deterrenza interna. Secondo le informazioni disponibili, la violenza della repressione ha avuto effetti tangibili sull’andamento delle proteste: per due notti consecutive non sono stati identificati nuovi focolai di manifestazione, un dato che appare strettamente legato al blackout informativo e alla difficoltà di organizzazione sul territorio.

Il quadro interno si intreccia con la pressione internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha minacciato conseguenze dirette in caso di ulteriori uccisioni di manifestanti e ha avviato misure di protezione delle proprie forze nella regione. Sul piano economico, il 12 gennaio il presidente ha annunciato l’intenzione di imporre una tariffa del 25% a qualsiasi Paese che continui a fare affari con l’Iran, mentre il 15 gennaio il Dipartimento del Tesoro statunitense ha colpito i responsabili della repressione e le reti finanziarie ombra dell’élite iraniana.

Dal punto di vista strategico,  evidenziano gli analisti di Ags, le proteste arrivano in una fase di particolare vulnerabilità per Teheran, già indebolita dal collasso di Hezbollah, dalla caduta del regime di Assad in Siria, dalla rimozione di Maduro in Venezuela e dalla guerra di 12 giorni con Israele, che ha compromesso difese aeree, scorte missilistiche e infrastrutture chiave, oltre ai successivi attacchi statunitensi contro siti nucleari iraniani.

I dati suggeriscono che il destino del regime dipenda ora da una variabile centrale: la tenuta delle forze di sicurezza e la loro disponibilità a continuare a usare la forza letale contro una popolazione disarmata. Se le proteste resteranno soffocate e prive di coordinamento, il regime potrebbe guadagnare tempo. Al contrario, un intervento esterno o un improvviso venir meno della lealtà interna potrebbe riattivare la mobilitazione e rendere la sopravvivenza della Repubblica Islamica sempre più incerta. Difficile però prevedere se ci sarà, e di quale tipo, un intervento da parte delle potenze estere. Stati Uniti in primis.

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La Germania sospetta che dietro le esplosioni del Nord Stream ci siano «intelligence straniere»

La Corte federale di giustizia tedesca (BGH) ha stabilito che il sabotaggio del gasdotto Nord Stream avvenuto nel 2022 è stato con ogni probabilità un’operazione condotta dai «servizi segreti» su ordine di un governo straniero, secondo quanto emerge da una sentenza che ha disposto la permanenza in custodia cautelare del principale sospettato.

 

Il documento giudiziario, datato 10 dicembre e reso pubblico giovedì, respinge il ricorso presentato contro la detenzione preventiva del sospettato di 49 anni, identificato dai media come l’ex membro delle forze speciali ucraine Sergej Kuznetsov (o Serhiy Kuznetsov).

 

«Allo stato attuale delle indagini, è altamente probabile che l’imputato sia coinvolto negli attentati all’oleodotto», ha scritto la corte, precisando inoltre che «l’immunità non si applica agli atti di violenza controllati da un servizio di intelligence».

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Secondo le accuse, il sospettato avrebbe guidato un piccolo gruppo di sabotatori ucraini che ha noleggiato uno yacht e impiegato attrezzature subacquee di tipo commerciale per collocare esplosivi sui gasdotti nel Mar Baltico. L’uomo è stato arrestato in Italia nell’agosto 2025 ed estradato in Germania a novembre. I procuratori federali lo imputano di «sabotaggio anticostituzionale» per aver interrotto una rotta energetica di fondamentale importanza.

 

La difesa aveva invocato la cosiddetta «immunità funzionale», sostenendo che, nel contesto del conflitto tra Ucraina e Russia, i gasdotti in acque internazionali rappresentassero un obiettivo militare legittimo.

 

Il BGH ha respinto con decisione tale tesi, sottolineando che il Nord Stream aveva principalmente finalità civili. La corte ha inoltre rilevato che l’operazione appariva come una missione segreta di intelligence, in cui i responsabili non erano riconoscibili come combattenti, e che erano state violate la sovranità tedesca e la «giurisdizione territoriale» della Germania.

 

«L’immunità funzionale generale dei funzionari pubblici derivante dall’immunità sovrana ai sensi del diritto internazionale non costituisce alcun ostacolo al perseguimento dell’imputato ucraino… nel caso in cui abbia partecipato all’atto di sabotaggio per conto dei servizi segreti di uno Stato straniero», ha affermato la corte.

 

Un altro sospettato, identificato come l’istruttore subacqueo Vladimir Zhuravljov, era stato arrestato in Polonia a fine settembre in base a un mandato di arresto europeo. Tuttavia, a ottobre un tribunale distrettuale di Varsavia ha respinto la richiesta di estradizione tedesca e ne ha disposto il rilascio.

 

La Russia ha manifestato profondo scetticismo riguardo alla possibilità che un piccolo gruppo indipendente potesse eseguire un’operazione tanto complessa in acque sotto controllo NATO senza un diretto coinvolgimento statale. Mosca ha inoltre criticato la scarsa trasparenza dell’inchiesta, accusando le autorità europee di servirsi di «capri espiatori» privati per occultare le reali circostanze degli attacchi del 2022.

 

Nel 2023, il veterano giornalista investigativo Seymour Hersh pubblicò un reportaggio in cui affermava che l’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva dato l’ordine di distruggere il Nord Stream. Secondo una fonte informata che parlò con il giornalista premio Pulitzer, gli esplosivi erano stati piazzati dai sommozzatori della Marina statunitense qualche mese prima, sotto la copertura di un’esercitazione NATO. La Casa Bianca all’epoca negò il rapporto, definendolo «completa finzione».

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Come riportato da Renovatio 21, la negazione della tesi di Hersh – che ha in seguito ripetuto che il vero obbiettivo della devastante operazione non era solo la Russia, ma soprattutto la Germania e di conseguenza l’intera Europa – trovò grandi sostenitori al Bundestag, dove parlamentari democristiani della CDU accusarono il partito AfD, che aveva chiesto una commissione di inchiesta sul Nord Stream, di collusione con la Russia, dicendo pure oscuramente che a Hersh nessuno crede più. La mozione per la commissione di inchiesta al Bundestaggo fu quindi bloccata, e l’allora cancelliere Scholzo andò nello Studio Ovale di Biden scodinzolando con la coda fra le gambe.

 

La stampa italiana ieri ha diffuso maggiori informazioni sul caso. Le testate Open.Online (che ha collaborato con Facebook, il social che aveva etichettato la versione di Hersh come «falsa informazione».

 

Mosca ha respinto nettamente la teoria dei subacquei ucraini dapprima diffusa dalla stampa tedescaRenovatio 21 all’epoca, di fronte alla notizia che dai media germanici rimbalzava sul New York Times, aveva definito la questione come «l’ultima barzelletta». La storia fu rimpolpata anche dal Washington Post, che disse che un alto ufficiale ucraino aveva coordinato le esplosioni. La possibile colpevolezza degli USA nel frattempo aveva scaldato anche la diplomazia cinese. Putin parlava di «terrorismo di Stato».

 

Ora, con la glasnost trumpiana in corso, non escludiamo che il Cremlino – che aveva chiesto un’indagine ONU – possa attenuare il suo scetticismo nei confronti della versione dei fatti che appariva creata apposta per scagionare Washington. La pace… val ben una narrativa alternativa?

 

Ricordiamo un significativo commento analitico di Hersh successivo allo scoop: il disastro del Nord Stream potrebbe costituire la fine della NATO.

 

Il Nord Stream, come l’avevamo definito su Renovatio 21, è l’incredibile concrezione del Mulino di Amleto, gorgo cosmico-marittimo che, nella mitologia nordica, ingoia tutto quanto. Lo stesso Patto Atlantico, quindi, potrebbe finirci dentro.

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Tra Zaia e Martella. Valzer per il nuovo sindaco di Venezia

Chi sarà il prossimo doge? Da un anno a Venezia la chiamano “la stagione buona” – o almeno il centrosinistra, che così ha ribattezzato la larghissima coalizione intenta a riconquistare la città lagunare per il dopo-Brugnaro. Tirerebbe aria nuova, insomma. E il candidato sindaco indicato al tavolo delle trattative sembra ormai Andrea Martella: senatore, segretario regionale del Pd in Veneto. Un profilo di sicura esperienza amministrativa, ma anche “un uomo di partito”, dicono gli scettici: calato dall’alto, senza primarie, e non è nemmeno veneziano (è nato a Portogruaro). Eppure l’opzione resta calda e concreta: in questi giorni i dem consulteranno la base sul territorio e gli altri partiti – dal M5s alle liste civiche – scioglieranno le riserve sull’appoggio a Martella. Se tutto andrà liscio, la fumata bianca potrebbe arrivare già in settimana.

 

Ma è un se mica da poco. Le regionali – Venezia unica roccaforte rossa in terra leghista – hanno riacceso gli entusiasmi: la partita è aperta. Molti esponenti locali, dentro e soprattutto fuori dal Pd, temono però che la candidatura di Martella sia debole e strumentalizzabile agli occhi degli elettori. Lo spettro è quello del “Baretta bis”, il vecchio militante mandato al macello – cioè alle urne nel 2020 – come estremo rimedio, poi diventato assessore al Bilancio. Ma a Napoli: le vie dei dem sono infinite, e i veneziani hanno memoria lunga. E’ vero che sulla giunta Brugnaro pende il caos dell’inchiesta Palude, ma gli strascichi dello scandalo Mose che consegnarono la città al centrodestra scottano ancora.

Non è un caso se negli altri capoluoghi veneti la sinistra ha vinto sempre grazie alla formula atipica: un civico-calciatore (Tommasi a Verona), un imprenditore (Giordani a Padova), un giovanissimo (sia pure del Pd, Possamai a Vicenza). Insomma, la benedizione di partito è un rischio. Eppure il blocco progressista ha tutte le intenzioni di andare avanti, senza aspettare gli avversari.

 

Già, e dall’altra parte? Specularmente, il dato delle regionali spaventa. Per logiche romane il candidato spetterebbe a FdI: cioè a Raffaele Speranzon, che però in città non gode di particolare popolarità. Scalpita dunque Simone Venturini, assessore-delfino di Brugnaro, che sta facendo di tutto per proporsi come civico moderato – nonostante i trascorsi nell’Udc di Ugo Bergamo e l’intesa con Stefani e i meloniani. In ogni caso, così non ci sarebbe alcuna garanzia di vittoria.

La soluzione? Quella che spazzerebbe via tutte le altre: Luca Zaia. Il doge dal Veneto a Venezia. Il suo futuro è un rebus, spaccato fra territorio e capitale. L’ex governatore è affascinato dalla laguna, è affezionato ai suoi luoghi, sa che una piazza del genere potrebbe garantirgli prestigio internazionale e tenerlo politicamente libero. L’alternativa sarebbe guidare la campagna elettorale della Lega nel 2027, per poi ottenere un ruolo di primissimo piano: un ministero chiave o la presidenza di una delle due camere. Chi gli è vicino, racconta che Zaia va ripetendo questo: “Valuterò in base a dove potrei essere più utile ai veneti”. Ci pensa. Nei prossimi giorni incontrerà Salvini. E allora ne sapremo di più. Ma se la scelta ricadrà su Venezia, fine dei giochi. Lo sa anche il Pd.

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Piombino è un boomerang per il Nimby

La nuova querelle intorno alla nave rigassificatrice Golar Tundra rischia di creare un pericoloso precedente a favore di tutti quei comitati che si oppongono pregiudizievolmente al... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Pazza riscoperta di un Léo Delibes dimenticato (ed è tutta colpa del libretto)

Di Léo Delibes (1836-1891) i ballettomani conoscono Coppélia, gli operomani Lakmé e tutti il duetto “dei fiori” che ne è tratto, perché imperversa anche negli spot televisivi. Ovviamente da riscoprire c’è molto di più. Provvedono quei pazzi geniali del Palazzetto Bru Zane, il centro franco-veneziano per la musica romantica francese. Stavolta tocca allo sconosciutissimo Jean de Nivelle, un’opéra-comique del 1880 che all’epoca ebbe una discreta diffusione, anche internazionale, poi è desaparecida. Poiché c’è del metodo nella loro follia, i Bru Zane hanno ricostruito la partitura, ne hanno stabilito anche la versione con i dialoghi cantati e non recitati com’era d’uso per le opéra-comique esportate fuori dalla Francia (lo stesso destino di Carmen, insomma) e l’hanno eseguita mercoledì al Müpa di Budapest.

 

 

Ora, non è che dopo quasi tre ore di Jean de Nivelle la nostra vita sia cambiata e d’ora in avanti non se ne possa più fare a meno. Ma non è nemmeno un’altra tacca sul nostro Winchester di collezionisti di rarità. L’opera è piacevolissima, e se non ha funzionato, anzi se ha smesso presto di funzionare, la colpa è semmai di un libretto scombiccherato, con confusi intrighi amorosi e politici all’inizio del regno di Luigi XI, Quindicesimo secolo, e relativa guerra fra francesi e borgognoni. La musica è un resumé di mezzo secolo di teatro francese. I momenti teoricamente comici sembrano uscire da qualche opéra-comique romantica, tipo Hérold oppure Auber, poi si sente molto Gounod che diventa quasi Massenet, un finale del secondo atto che è puro Meyerbeer, insomma c’è un po’ di tutto ma niente è brutto. Delibes sembra un Bizet che non ce l’ha fatta. La scrittura è sempre raffinata anche quando è meno ispirata, con un’orchestrazione tipicamente francese, elegante e senza eccessi, e dire che nel 1880 con gli effetti orchestrali si iniziava a darci parecchio dentro: infatti Saint-Saëns la trovò “exquise”. Insomma, se è abbastanza improbabile che nel futuro prossimo ci sia una fioritura di Jean de Nivelle in giro per il mondo, questa botta e via di Delibes valeva il viaggio, nonostante la neve e i meno cinque. E per queste riesumazioni non succede sempre, anche con la bella stagione.

 

 

Sono casi, però, in cui conta non solo il “cosa” ma anche il “come”. L’opera è impegnativa, intanto perché è lunga e poi perché richiede accuratezza stilistica. Il vero modus cantandi dell’Opéra-comique, intesa sia come genere sia come istituzione, è oggi da considerare estinto, specie dopo la sciagurata fusione nella sua troupe con quella dell’Opéra perpetrata dalla Terza Repubblica. Però si è ascoltata, appunto, la versione “tutta cantata”, senza i temibili parlati; e l’intera compagnia era francese o francofona, e per fortuna perché i sopratitoli in ungherese, una lingua composta di sole consonanti, non aiutano. Esecuzione convincente, a partire dall’ottima prova dell’Orchestra filarmonica nazionale ungherese e del suo Coro e dalla direzione inappuntabile di György Vashegyi, e cantanti nel complesso ottimi. Ne segnalo in particolare tre. Una è Mélissa Petit, che inizia come soprano “à roulades” però nel terz’atto ha una deliziosissima aria lirica che è stata deliziosamente cantata. La seconda è Marie-Andrée Bouchard-Lesieur, un mezzosoprano che fa Simone, una specie di Azucena da opéra-comique: la sua “ballade de la mandragore” è uno dei brani migliori del Jean de Nivelle. Infine, lui, il protagonista, ovviamente tenore in quanto un Montmorency (“i primi baroni della cristianità”) che si aggira incognito per la Borgogna al seguito di imprecisati screzi con l’Undicesimo. L’impressione è che ci vorrebbe una voce più cicciuta di quella di Cyrille Dubois, ma in ogni caso gli acuti riescono quasi tutti bene e il canto è pieno di finezze ed eleganze, compresi i trilli: e un tenore che trilla è più raro di un grillino che usa i congiuntivi. Grande successo. E adesso, per favore, vorremmo scoprire il Delibes operettista, perché i titoli promettono benissimo: L’asphyxie du bigorneau, La cour du Roi Pétaud e soprattutto L’omelette à la Follembuche.

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Donald Trump vuole fare dell’Occidente quel che Putin vuole fare dell’Ucraina

Della guerra civile ibrida scatenata dal movimento Maga negli Stati Uniti possiamo ragionevolmente ipotizzare qualunque esito, tranne quello che porti a un onorevole compromesso, a mezza strada tra trumpismo e anti-trumpismo e da cui sortisca un’America pacificamente double face: un po’ meticcia e un po’ razzista, un po’ democratica e un po’ dispotica, un po’ libera e un po’ no, un po’ rule of law e un po’ rule of power.

Il mein kampf trumpiano ha obiettivi dichiarati e una strategia definita per vendicare il pervertimento dell’ideale e il tradimento del blut und boden americano. Anche quando sembra che deliri – e magari anche quando delira veramente – Donald Trump non esagera mai. Non dice mai niente di diverso da quello che farebbe, se potesse e niente di meno di ciò che comunque proverà a fare.

Non c’è nessuna differenza tra il suo programma e la sua propaganda, perché la sua propaganda è il suo programma, la sua violenza verbale è la violenza materiale dei suoi ordini e perfino la sua faccia si specchia in quella degli sgherri mandati a terrorizzare e a sparare in Minnesota e ovunque ci si ribelli alla voce del padrone.

Vuole la soluzione finale della questione occidentale, cioè dell’equivoco di quell’alleanza euro-atlantica, che assegnerebbe agli Usa più oneri che vantaggi, depredandola dei frutti della sua grandezza, a beneficio di alleati immeritevoli, meschini e parassitari.

Pretende la completa liberazione dalla schiavitù di quei feticci – lo stato di diritto, la società aperta, la divisione e limitazione dei poteri, la cooperazione internazionale – che debilitano o usurpano la potenza americana, imbrigliandola in una rete di doveri e divieti ingiustificati.

Esige di ripulire l’America di tutti gli immigrati, cittadini o non cittadini, che non siano discendenti o emuli degli immigrati originari o non ne accettino la primazia, secondo una logica di cui i trend demografici statunitensi (tra meno di vent’anni i bianchi non ispanici saranno meno del 50 per cento della popolazione) escludono nel medio periodo la stessa compatibilità con il principio democratico.

All’America Maga tutto ciò che è stato alla base dello straordinario successo americano – a partire dal controllo di tutti i driver tecnologici, economici e culturali dei mercati globali – appare come una minaccia mortale. E i satrapi digitali che surfano sulla cresta di quest’onda vandeana accarezzano il sogno di guadagnare dall’onnipotenza di un nuovo imperatore ciò che fino ad oggi hanno incassato dall’irresistibile soft power a stelle e strisce e da un ecosistema giuridico, economico e civile in via di completo smantellamento.

Certo in America ancora resiste, sempre più sgretolata o paralizzata, una resistenza istituzionale e sociale all’esercizio di un potere puramente autoritario, ma in un sistema di checks and balances concepito per prevenire gli abusi, non per neutralizzare un eversore alla Casa Bianca.

Gli Usa non sono solo il campo di battaglia della nuova guerra civile americana, ma anche della guerra civile dell’Occidente, di cui Trump vuole fare ciò che da più di dieci anni Putin prova a fare dell’Ucraina: una terra di manovra, di ventura e di conquista, una realtà politica da asservire e di cui distruggere l’identità morale, prima ancora di quella politica.

Anche nelle forme, la guerra ibrida trumpiana contro l’Occidente è a immagine e somiglianza di quella putiniana: non ha solo l’obiettivo di piegare le resistenze morali e materiali dell’aggredito, diffondendo terrore, confusione e sfiducia sulle reali possibilità di resistere alla soverchiante forza dell’aggressore, ma anche di giustificare l’aggressione come un atto di cui, secondo un vero criterio di giustizia, pure gli aggrediti dovrebbero riconoscere la legittimità o addirittura la necessità storica.

Oggi la Russia non ha solo l’obiettivo di ripristinare il Lebensraum post-sovietico e recuperare le posizioni perse dopo il crollo del Muro di Berlino, ma in primo luogo quello di persuadere l’opinione pubblica europea che questa pretesa ha un fondamento in una dottrina coerente con un sano principio di realtà e razionalità politica, da cui è lecito attendersi in termini di pace e prosperità molto più di quanto potrà mai assicurare agli Stati europei e ai suoi cittadini lo scontro con il Cremlino.

Allo stesso modo, Trump non vuole solo estendere la sovranità degli Usa ovunque arrivi il tiro dei suoi cannoni, ma vuole persuadere gli ex alleati occidentali che questa è per loro una migliore condizione di sicurezza, oltre che di più generosa benevolenza da parte dell’imperatore americano.

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La brutale polizia anti immigrazione è il vero volto dell’America di Trump

Negli Stati Uniti non passa giorno senza che si parli dell’Ice, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle frontiere (Immigration and Customs Enforcement). Se ne parla per i metodi violenti, per i rastrellamenti nelle città, per gli arresti e le espulsioni di migranti irregolari, per le campagne di reclutamento e per l’enorme budget a disposizione. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca per un secondo mandato, un anno fa, l’Ice è diventata una presenza costante nel dibattito pubblico e nella cronaca quotidiana.

Il 2026 si è aperto con un caso che ha acceso proteste e polemiche in tutto il Paese: l’omicidio a Minneapolis, in Minnesota, di Renee Nicole Good, uccisa da un agente durante un’operazione in strada. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, Good avrebbe tentato di investire l’agente con la sua auto, costringendolo a sparare per legittima difesa. Ma questa ricostruzione è stata contestata dai testimoni e smentita anche da diversi video.

Prima ancora che emergessero elementi incriminanti, l’amministrazione Trump è corsa a difendere l’agente. Il presidente e la sua cerchia ristretta hanno descritto la vittima come una criminale e l’agente come un eroe, ribadendo che l’uso della forza era giustificato. La medaglia per la dichiarazione più inquietante l’ha vinta il vicepresidente J.D. Vance, il quale ha assicurato che l’agente gode di «immunità assoluta» per aver «semplicemente fatto il suo lavoro». Ma tutto il Dipartimento per la Homeland Security (la Sicurezza Interna) ha fatto quadrato promettendo agli agenti che nessuna autorità locale, statale o politica potrà impedirgli di svolgere i loro compiti.

È in questo contesto di totale legittimazione politica che bisogna leggere anche le recenti iniziative dell’Ice, non solo nelle operazioni di polizia, ma nella più ampia strategia di reclutamento e mobilitazione.

Lo scorso 3 gennaio, mentre il mondo guardava l’incursione degli Stati Uniti in Venezuela, l’Ice annunciava di aver reclutato più di dodicimila nuovi agenti in poco meno di un anno. «Con questi nuovi patrioti nel team, saremo in grado di realizzare ciò che molti considerano impossibile e di mantenere la promessa del presidente Trump di rendere l’America di nuovo sicura», ha scritto il Dipartimento della Homeland Security nel suo comunicato. È un aumento del centoventi per cento della forza lavoro totale dell’agenzia. Una crescita smisurata e senza precedenti. Peraltro condizionata da grossi incentivi: i nuovi contratti prevedono un bonus di cinquantamila dollari alla firma e fino a sessantamila dollari per ripagare i debiti studenteschi.

Per trovare nuovi agenti, l’Ice ha abbassato le barriere all’ingresso: ha aumentato l’età massima per fare richiesta, ha tagliato i tempi di addestramento da tredici a otto settimane, e le nuove reclute vengono subito portate in strada anche se non hanno ricevuto una formazione adeguata. Eppure si tratta di un’agenzia che fornisce ai propri dipendenti maschere, equipaggiamento antisommossa e pistole semiautomatiche SIG Sauer P320 (ma presto inizieranno a equipaggiare delle Glock 19). Non è materiale da affidare a chiunque.

Nei post diffusi sui social per il reclutamento l’enfasi va proprio sulla semplicità con cui un cittadino americano può entrare nell’Ice. «Servite il vostro Paese! Difendete la vostra cultura! Non è richiesta una laurea triennale!», scrive un utente nei commenti al post su X.

Non è escluso che una campagna di assunzione così massiccia e rapida abbia portato nell’agenzia rappresentanti di gruppi suprematisti e neonazisti che gravitano attorno al movimento Make America Great Again a sostegno di Trump. Da giorni i Democratici interrogano Kristi Noem, Segretaria per la Homeland Security, su quanti dei nuovi volti dell’Ice abbiano ricevuto la grazia da Trump un anno fa – quasi tutti condannati per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Per ora non c’è mai stata una risposta chiara.

AP/Lapresse

L’Ice ha moltiplicato le sue attività nell’ultimo anno grazie a uno stanziamento di fondi fuori scala rispetto alle altre agenzie federali. Il bilancio annuale dell’Ice è di una decina di miliardi di dollari, a cui però si sono aggiunti i settantacinque miliardi in quattro anni (su un totale di 165 destinati a tutto il Dipartimento della Homeland Security) del “One Big Beautiful Bill”. Così è diventata l’agenzia più ricca degli Stati Uniti, più dell’Fbi o della Dea, con un budget annuale totale di circa 27,7 miliardi di dollari.

Di quei settantacinque miliardi stanziati, quarantacinque sono destinati a creare centri di detenzione per aggiungere ottantamila nuovi posti. I restanti trenta miliardi servono per le assunzioni, le operazioni di espulsione e all’ammodernamento delle strutture e delle tecnologie informatiche.

L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia giovane. È nata nel 2003 per svolgere indagini legate al terrorismo e alla criminalità transnazionale. Solo col tempo il suo baricentro si è spostata verso l’immigrazione irregolare, fino a diventare progressivamente lo strumento operativo privilegiato delle politiche di espulsione. Ma non era mai stata al centro della scena politica.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Ice ha assunto un protagonismo inedito. Nel 2025, secondo i dati diffusi dall’amministrazione, cinquecentomila persone sono state espulse dal Paese – e i numeri reali potrebbero essere anche più alti.

A colpire l’opinione pubblica è la brutalità di certe operazioni. Rastrellamenti urbani, arresti sul luogo di lavoro, retate in scuole e chiese, persone ammanettate in strada. In alcuni casi sono stati fermati per errore anche cittadini statunitensi. Guardando foto e video dell’Ice in servizio sembra di assistere a scene di guerriglia urbana. Con gruppi di uomini armati in giro per le strade, apparentemente senza regole da rispettare. Solo un’eccessiva libertà di azione su mandato diretto del presidente.

AP/Lapresse

Formalmente l’Ice resta vincolata a linee guida che prescrivono l’uso minimo della forza e la de-escalation. Ma nella pratica, come dimostrano episodi come quello di Minneapolis, il messaggio politico che arriva dall’alto va in direzione opposta. Le inchieste giudiziarie faticano a tenere il passo delle operazioni, i ricorsi legali sono limitati, e diversi Stati federali hanno iniziato a contestare in tribunale la presenza massiccia di agenti sui loro territori, denunciandone l’incostituzionalità. È il segno di una frattura ormai aperta tra il potere centrale e le autorità locali.

Donald Trump sta costruendo una forza che risponde prima di tutto a lui e ai suoi collaboratori più fedeli. Nell’ultimo anno, l’Ice è sembrata sempre meno a un’agenzia federale tradizionale e sempre più una formazione paramilitare politicizzata. Non è una definizione folkloristica: l’Ice si comporta un apparato armato e finanziato ben più del dovuto, legittimato a operare in modo preventivo contro i nemici politici del presidente, protetto dall’alto da una promessa di immunità.

Sono i metodi dei peggiori regimi del pianeta. L’uso della forza come routine amministrativa, abusi di potere difesi pubblicamente dalla politica, perfino le vittime innocenti come Renee Nicole Good vengono delegittimate e screditate. È una strategia del terrore, rivolta non solo agli immigrati ma all’intera società americana sull’orlo di una guerra civile.

A questo punto non è escluso che Trump stia preparando il terreno anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Ha già evocato l’uso massiccio delle forze federali in contesti di protesta e disordine, e pochi giorni fa ha lasciato intendere che se fosse per lui non ci sarebbero le elezioni di midterm. Forse l’Ice ha non è più soltanto la polizia dell’immigrazione, è il volto di un’America più dura, più militarizzata, e sempre meno democratica.

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Le Big Tech sono meno regolamentate di una tazzina di caffè

Viviamo in un’epoca di infinite promesse tecnologiche. Giorno dopo giorno, le persone più intelligenti si inventano nuove idee che sperano saranno d’aiuto per vivere una vita migliore alle persone in tutto il mondo. C’è un flusso costante di nuove scoperte, di servizi intelligenti o prodotti ingegnosi, ognuno dei quali può essere il punto di svolta che cattura la nostra immaginazione. Amo Internet e continuo a essere stupita da come le nuove invenzioni, spinte dal desiderio di risolvere problemi, spingano il progresso in avanti: quando l’IA rende la cura dei tumori più precisa, puntuale, mirata; quando la tecnologia migliora l’efficacia dei processi agrari risparmiando acqua o usando meno pesticidi; o quando gli standard di crittografia per la tutela della privacy diventano la norma grazie alle app di messaggistica popolare come Signal. Internet ha sbloccato la conoscenza e le connessioni tra persone riducono le distanze ed espandono gli orizzonti.

Ma la dimensione umana, lo spirito comunitario della tecnologia e di Internet aperta si riducono. Queste rimarchevoli innovazioni sono invece sfruttate da una crescente fame di ricavo e profitti delle imprese. Poiché le aziende sono continuamente alla ricerca della crescita, la maggior parte delle persone online sono trattate come consumatori anziché come cittadini. E per le aziende che hanno già trasformato le loro valutazioni dall’ordine dei miliardi a quello delle migliaia di miliardi di dollari, può sembrare di essersi prese tutto il mondo online. In molti Paesi, Internet è già sinonimo di giganteschi social media e di piattaforme come Instagram, WeChat, Weibo e YouTube.

Il golpe della tecnologia che trasferisce il potere dalle istituzioni democratiche pubbliche alle aziende deve terminare. Negli strati digitali della nostra vita vediamo la privatizzazione di tutto, tutto a spese della responsabilità e della governance democratiche. Il rischio di una tirannia da parte della governance della tecnologia delle imprese è reale. I produttori di software promettono di rendere sicure le reti vitali che sono state violate con conseguenze minime. I giganti della tecnologia presentano offerte in maniera anonima per usare spazi pubblici e risorse per scopi privati. Sorprendentemente, le aziende con capacità di intelligence maggiori di quelle degli Stati sono meno regolamentate di una tazza di caffè.

Spesso sento obiezioni da parte dei tecnologi che suonano pressappoco così: se i nostri prodotti e servizi sono benevoli e risolvono alcuni dei problemi più radicati al mondo, perché dobbiamo essere regolamentati? Anche supponendo che ciò sia vero – e il dubbio è lecito – il controllo pubblico continuo di qualsiasi settore importante è un fondamento dello Stato di diritto. L’occhio vigile delle autorità di controllo garantisce che il piano di gioco sia livellato e tutti i giocatori corretti. Invece, oggi i governi democratici sono spinti ai margini, o, piuttosto, gli hanno permesso di farsi estromettere.

Questa è una tragedia per i cittadini; in sostanza, se qualcosa va male, sono loro a pagare il conto. Quando decine di milioni di posti di lavoro sono messe a rischio dall’IA, gli azionisti delle imprese ne trarranno vantaggio, mentre il prezzo della disoccupazione o della riqualificazione ricadrà sulle spalle della società. Nel momento in cui queste esternalità negative emergeranno, la borsa del pubblico sarà presto vuota. Analogamente, quando i diritti delle persone non sono tutelati mentre si usa la tecnologia, il sistema giuridico li trascura.

La discriminazione basata su categorie sensibili come età, genere, etnia, orientamento sessuale e religione è vietata nella maggior parte delle giurisdizioni democratiche, ma vengono commercializzati i nuovi sistemi di riconoscimento facciale che sono noti per la continua discriminazione. Le domande relative fino a che punto le applicazioni dell’IA rispettano le leggi antidiscriminazione non hanno ricevuto risposte soddisfacenti.

Il golpe della tecnologia sta riscrivendo il contratto sociale tra lo Stato democratico e i suoi cittadini. La digitalizzazione era un ambito della policy, ma si è rapidamente tramutata in un livello che riguarda tutto. La tecnologia ormai fa parte della politica dell’istruzione, di quella della sanità e della sicurezza nazionale. Essa cambia il modo con cui accediamo alle notizie e se quello che vediamo con i nostri occhi può essere o meno creduto. Essa influenza la sicurezza dei nostri risparmi personali e quelli dell’intera nazione. L’impatto di questa transizione di responsabilità dal pubblico al privato è di vasta portata. Esso significa che lo Stato non è più in grado da solo di produrre una politica monetaria, garantire il diritto alla privacy o di garantire la sicurezza nazionale.

Tratto da “Il colpo di stato delle Big Tech”, di Marietje Schaake, ed. FrancoAngeli, pp. 303, 36,00€

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Perché adoro guardare le ricette del New York Times (anche se non ne ho mai cucinata una)

Quando ho iniziato a fare questo lavoro, l’allora direttore (che non avrebbe mai e poi mai voluta essere definita direttrice, ma credo che questo non c’entri con il nostro tema di oggi) della Cucina Italiana pretendeva che le immagini, tutte le immagini, presenti sul suo giornale fossero scattate in analogico. Banco ottico, flash, sala posa. Parliamo di venticinque anni fa, non di mille: riccanza vera, mica pizza e fichi. Un giorno, l’improvvida stylist che sceglieva tovaglioli e piatti (all’epoca non si faceva molto più di quello) mise un grappolo di pomodori ciliegini dotati di picciolo verde su un piatto di pasta, come vezzosa decorazione a un piatto altrimenti davvero povero e banale. Le ire dell’inferno si abbatterono su di lei, che per settimane ha subito le peggiori angherie per quell’avventatezza. Niente di non commestibile va nel piatto, meno che mai una cosa cruda su una cosa cotta. Vi vedo, state sorridendo pensando a tutto quel ciarpame che vi scorre davanti all’indice ogni giorno: lei non approva di sicuro. Ma quel gesto così sconsiderato era un segno di libertà creativa, una licenza poetica, un momento di sospensione della incredulità: un piccolo tentativo sbarazzino di essere come gli americani. Questo episodio mi viene sempre in mente quando, nella mia casella di posta, arriva una newsletter del New York Times.

Tutti quelli che scrivono, di qualunque argomento, hanno un unico, enorme, solidissimo riferimento: il New York Times. È come se fosse il giornale dei giornali, è il punto fermo dell’informazione mondiale, ma è anche il veicolo dei trend, oltre che delle notizie. Se quello che dici, fai, vendi, produci è scritto sul New York Times, ha un valore per il mondo. Non è un segreto: tre quarti delle redazioni dei giornali del mondo campano copiando (male) quello che scrivono in quella redazione, e gli altri prendono spunto per costruire i propri pezzi. È il giornale che detta l’agenda, e quello che più di tutti trasforma in tendenza quello che succede. Come racconta spesso su queste pagine anche Soncini, questo giornale ha la maggior parte dei suoi lettori abituali concentrati (e paganti) su due temi: i giochi, e la cucina.

Sui giochi e l’enigmistica non ho alcuna passione, ma sulla cucina non posso rimanere indifferente, anzi. Aspetto con ansia di riceve la newsletter che mi racconta nuove ricette, e ogni volta, immancabilmente, rimango affascinata dall’estetica, dall’impiattamento, dai dettagli, dai colori, dalla nitidezza, dalla leggibilità delle immagini, che sono sempre e comunque appetitose e gustose. Le ricette, tutte, mi fanno salivare, mi procurano gioia immediata, e un desiderio irrefrenabile di provarle. Non vorrei solo gustarle, le vorrei proprio cucinare: perché sembrano elaborate ma a un occhio esperto appaiono subito facili, pratiche, dinamiche, piacevoli da realizzare. Guardandole sembra che il broccolo non puzzi mentre cuoce, che il salmone non schizzi tutto il piano cottura mentre rosola, che le verdure siano croccantissime e di colori vivaci anche in pieno inverno, e che nulla romperà l’incantesimo del mio immaginario di cucina perfetta se mi metterò all’opera per prepararle. Ci ho mai provato? Certo che no. Le leggo, le ammiro, cerco di capirne i passaggi, provo a sostituire mentalmente gli ingredienti che non troverei da questa parte dell’oceano ma alla fine desisto sempre. Ma non sono ricette da fare, sono ricette da ammirare.

E infatti, esteticamente non c’è paragone. Noi non sappiamo scattare foto così, forse non abbiamo più i soldi per farlo, forse non li abbiamo mai avuti, forse non è questione di soldi ma di attitudine, di storia, di contesto culturale, di avere Hollywood e non Cinecittà.

Ma credo che molto dipenda da un preciso contesto culturale. Loro non devono rispondere a nessun immaginario collettivo, perché li hanno interiorizzati tutti. Nessuno negli Stati Uniti si scandalizza della pasta posizionata accanto a un filetto di pesce, o della panna usata come intingolo, o delle spezie usate a caso, e altro che appropriazione culturale gastronomica. Nessuno fa una petizione alle Nazioni Unite per la pancetta nella carbonara, nessuno si sognerebbe mai di commentare se gli spaghetti non sono abbastanza cotti, o abbastanza arrotolati, o abbastanza. Vince l’estetica sull’etica. O forse, semplicemente, chi ha il pane non ha i denti, e viceversa. Le nostre ricette sono già buonissime, appetitose, mediamente facili da realizzare, con pochi ingredienti ben riconoscibili: perché dovremmo fare fatica a farle apparire addirittura belle?

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Il referendum sulla giustizia non sarà un test sul governo Meloni, conviene a tutti

Per ora non c’è, nella testa degli italiani, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Le mattane di Donald Trump o il carovita insostenibile (l’Istat ha certificato ieri che dal 2021 i prezzi sono aumentati del ventiquattro per cento) sono ben più presenti. 

Il 22 marzo è lontano, la materia è tecnica, ostica, poco adatta a trasformarsi in una discussione da bar o da social. Qui non siamo di fronte a un bivio etico immediato come furono il divorzio o l’aborto, quando la scelta si iscriveva senza troppe mediazioni nella coscienza civile del Paese, né a un chiaro contrasto politico come all’epoca del referendum sulla scala mobile. 

Stavolta il terreno è più scivoloso, e proprio per questo meno manicheo: esistono buone ragioni per votare Sì, così come argomenti seri per votare No. Anche politicamente il copione è meno scontato di quanto si possa pensare di primo acchito. Si dice che non sarà un referendum sul governo. Ed è vero. 

Non lo sarà perché né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno alcun interesse a trasformarlo in un test sull’esecutivo. A sinistra, chi coltivava l’idea di usarlo come un’arma impropria per assestare una spallata al governo è stato rapidamente ricondotto all’ordine. Anche perché, nel frattempo, lo scenario è cambiato. Votare Sì non significa automaticamente votare per la destra. E, specularmente, votare No non equivale a una professione di fede progressista. 

È una linea di frattura che attraversa gli schieramenti, li scompone, li ricombina. Lo dimostra la nascita della “Sinistra per il Sì”, promossa dall’associazione riformista Libertàeguale di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli che ha tenuto a Firenze un’iniziativa introdotta da un giurista del calibro di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, già deputato del Pci. Un fior di riformista.

Non sono soli. I dirigenti di Italia Viva stanno già facendo campagna per il Sì (Matteo Renzi, con la consueta civetteria tattica, si pronuncerà solo alla fine), e così Azione, i Liberaldemocratici, i radicali, Più Europa (dopo un’iniziale propensione per il No). Quindi un pezzo, per quanto minoritario, del campo largo non seguirà Elly Schlein. 

Questo è un fatto dovuto anche alla previsione che nella nuova legge elettorale verranno cancellati i collegi uninominali, rendendo così il vincolo di coalizione molto più debole. A destra invece nessuna defezione ufficiale ma il quadro è chiaro: in caso di vittoria del Sì, la destra non potrà rivendicarne l’esclusiva proprio perché una fetta del campo largo voterà per la conferma della legge. Certo, verrà messo agli atti che il popolo avrà approvato una riforma targata Nordio-Meloni ma una loro narrazione trionfalistica sarebbe fuori luogo. Anzi, c’è un’ipotesi divertente: un Sì che prevale di misura, grazie ai voti decisivi dei riformisti. Per la destra sarebbe un piccolo sfregio simbolico. 

E, paradossalmente, anche un regalo a Elly Schlein, che potrebbe assorbire l’urto di una sconfitta proprio appellandosi a quel rimescolamento delle carte che rende questo referendum tutto fuorché un regolamento di conti tra maggioranza e opposizione. A meno di una clamorosa vittoria dei No – al momento improbabile – politicamente non avrebbe vinto nessuno. Un referendum sterilizzato.

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Sorrentino, le corna del suo presidente e quell’eccesso di passato nelle nostre vite

Quello che gli aspiranti moralizzatori con pacchetto dati non capiscono è che «Vergogna!» non è la condanna che credono loro: nulla come vergognarci di quel che abbiamo detto o fatto o anche solo pensato ci tempra. Quello che non capiscono è che non ci si può vergognare al presente: la vergogna è fatta di senno di poi; e, adesso che di tutto resta traccia, abbiamo un eccesso di passato e quindi di vergognabilità. (Bisognerebbe dare meno valore al ricordare e più al pensare, diceva una certa Susan Sontag).

Io, per esempio, mi vergogno tantissimo ogni volta che, in quella funzione mnemonica lisergica che sono i ricordi di Facebook, appaiono i post che dodici o tredici anni fa scrivevo su “La grande bellezza”. Non perché nel frattempo abbia cambiato idea sul film (non l’ho mai rivisto, magari la cambierei, vergognandomi ancora di più): perché mi rileggo e mi trovo tragicamente ridicola, invasata, militante del «questo film mi dispiace e quindi deve dispiacere a tutti». Santiddio, non potevo limitarmi a dirlo a voce agli amici a cena? Se avessi fatto come s’era sempre fatto fino ad allora, ora godrei del lusso della rimozione. Invece è tutto lì, indelebile e perentorio, e guardami: sembro una dell’Internet.

I ricordi di Facebook sono sempre un crepaccio che si apre all’improvviso e ben che vada è uno spavento, perché i diari dovevi andare a rileggerli, e questo comportava tempo e gesti che ti preparavano al ricordo; il diario di Facebook è immateriale, non lo tiri fuori da scatole impolverate su soppalchi, ti appare all’improvviso nella pagina e sei lì, nuda, a rimirare la scemissima te di troppe incarnazioni fa.

Ho ripensato molto alla me furibonda coi fenicotteri e le altre immaginifiche e per me noiosissime trovate sorrentiniane di quell’anno lontano, mentre guardavo il Sorrentino di quest’anno, “La grazia”, che – chiedo scusa se gioco al piccolo critico cinematografico – non mi pare sia solo la combinazione delle due solite metà di Sorrentino.

I due Sorrentino abituali sono il Sorrentino di cui appunto niente m’importa, quello dell’astronauta che piange, del primo ministro portoghese al rallentatore sotto la pioggia, del presidente e del generale che parlano in quello spiazzo che sembra un qualche spot di pro loco per pubblicizzare i più bei borghi d’Italia: il Sorrentino delle immagini.

Poi c’è un altro Sorrentino, più ricevibile per chi come me s’interessa alle cose solo se qualcuno le verbalizza, per chi come me spreca il lavoro dei registi che s’inventano inquadrature, che organizzano carrelli, che usano le lenti degli occhiali.

È, quell’altro, il Sorrentino che nei casi migliori è Yasmina Reza (il dialogo a cena con la critica d’arte stronzissima che molla lì il pesce bollito e va a un’altra cena, una in cui si mangi davvero: che meraviglia), e nei casi che più piacciono al grande pubblico è il calendario di Frate Indovino. Quello che fa dire a Toni Servillo «non siamo stati bravi, siamo stati eleganti», che già ti pare di vedere la professoressa democratica che esce dall’Anteo ripromettendosi di usarla la prossima volta che litiga col cognato.

Però mi pare che “La grazia” sia innanzitutto un trattato sulla memoria, perché Paolo Sorrentino ha l’età alla quale Proust era già morto da quattr’anni, e noialtri che cominciamo per cinque sappiamo domandarci solo quella cosa lì: non «a chi appartengono i nostri giorni», ma «il tempo, il tempo, chi me lo rende?».

Non è solo il fatto che Toni Servillo passa le giornate a interrogarsi sulla moglie morta: lo aveva tradito quarant’anni prima, e lui non sa con chi; lui sta per terminare il settennato da presidente della repubblica, deve decidere se graziare due assassini e se firmare una legge sull’eutanasia, e pensa – come un ragazzino – solo al fatto che la sua bella l’ha tradito.

Succedeva – nel più brutto sceneggiato della storia della televisione, “Disclaimer” – lo stesso a Sacha Baron Coen, che passava non so quante puntate a costernarsi, indignarsi, straziarsi per aver scoperto che venti e più anni prima la moglie era stata a letto con un altro. (Ovviamente per recuperare questo riferimento ho dovuto scrivere “corna” nella ricerca di WhatsApp e trovare i messaggi sbeffeggianti mentre guardavo “Disclaimer”, perché altrimenti tutto quel che il cervello da menopausa mi permetteva di mettere a fuoco era: ma io di cornuto che non si capacita dopo secoli non ne ho visto un altro da poco?).

Ma – forse sono io che proietto – mi pare che per Servillo sia diverso, perché le corna non confessate, non analizzate, non elaborate in coppia, le corna che ti ha fatto una che ora è morta e non puoi più chiedergliene conto ma solo rimuginare, solo fare ciò che è il corrispondente, per il maschio adulto, della sedicenne che si tagliuzza le cosce, cioè chiedere a chiunque dimmi con chi mi tradiva, dimmi se mi tradiva con te, quelle corna lì sono un altro tassello del trattato: sono il ricordo che non puoi ricordare.

Nel sottofinale di “La grazia”, Servillo è su Zoom, negli occhiali gli si riflette lo schermo del computer e quindi si vedono i figli con cui è collegato. Normalmente avrei pensato che, come me, si rifiuta di pagare le lenti antiriflesso. Ma ho visto da poco “Breakdown: 1975”, in cui Martin Scorsese commenta una scena di Spielberg – una scena di “Lo squalo” in cui a un personaggio si riflette negli occhiali il giornale che sta leggendo – dicendo «That’s cinema», e quindi ora mi sento in colpa pensando alla fatica sprecata di questi poveri registi presso lo schieramento minore ma cocciuto di cui faccio parte: quello di chi fruisce i film come fossero radiodrammi.

Ci sono state – sono appena finite – un paio di terribili settimane in cui in Italia non era possibile vedere “Succession”: erano scaduti i diritti di trasmissione di Sky e non era ancora arrivata Hbo. L’ultima puntata che ho guardato prima che Sky mi sfilasse il giocattolo da sotto il naso è la stessa che ho guardato appena aperta la app di Hbo, quella su cui tutti i patiti di “Succession” sospirano da anni: il compleanno di Logan e quell’incredibile rap di Kendall.

Poiché sono sei anni più vecchia di quando la vidi la prima volta e tenni in sottofondo il rap di Kendall per settimane, stavolta di quella puntata mi ha colpita di più un’altra scena. Shiv regala al padre un album con le foto delle loro case, lui non sembra contento (quando mai Logan Roy sembra contento), neanche capisce che le case fotografate sono tutte loro. Lei è accomodante perché sta brigando per non farsi escludere dalla successione, gli dice «non ti piace granché il passato, eh?», e lui dà una risposta che con sei anni di ritardo mi ha uccisa: «Non è che non mi piaccia, è che ce n’è troppo».

Troppo perché i ricordi pesano, perché i morti mancano, o per quell’altra cosa che diceva Susan Sontag, che mentre lo vivevamo non sapevamo che era una zona sicura, ma adesso lo sappiamo – adesso che gli siamo sopravvissuti, al passato. Troppo o non abbastanza?

Servillo, all’inizio di “La grazia”, dice «io, quando ricordo, muoio», e alla fine «a me non piace dimenticare, a me piace ricordare», e io temo che siano tutte e due vere. E che avesse ragione Logan Roy, non solo perché di passato ce n’è decisamente troppo nelle vite di tutti noi, ma per quel concetto insensato eppure ovvio che aggiunge subito dopo: «Il futuro è concreto, il passato è tutto invenzione».

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Che aria tira?

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All’inizio dell’anno tutti cercano previsioni per capire, appunto, che aria tira: quella fatta di segnali concreti — ingredienti, gesti, scelte industriali e politiche — che dicono molto più dei buoni propositi di gennaio. Le cinque notizie di questa settimana arrivano da cinque fronti diversi, ma raccontano la stessa cosa: il cibo come indicatore del tempo che verrà.

Il primo indizio arriva da un ingrediente tutt’altro che nuovo. Il South China Morning Post racconta l’improvvisa centralità del cavolo, celebrato online come possibile “vegetale dell’anno”. Verza, bok choy, cavolfiore e cavolo cinese tornano protagonisti grazie a una combinazione di fattori che dice molto del presente: valore nutrizionale, adattabilità climatica, costo contenuto e forte resa visiva sui social. Un ortaggio tradizionale diventa simbolo di una cucina più vegetale, pragmatica e fotogenica. Se l’aria che tira è quella di una transizione alimentare, passa anche da ingredienti semplici riletti in chiave contemporanea.

Dall’ortaggio alla piazza politica il passo è breve. Secondo La Vanguardia, gli agricoltori belgi hanno scelto le patatine fritte come simbolo della protesta contro l’accordo commerciale UE–Mercosur. Davanti al Parlamento europeo, a Bruxelles, hanno piantato sacchi di patate e rovesciato olio usato, accusando l’Europa di sacrificare le filiere locali in nome della liberalizzazione del mercato con l’America Latina.Dietro la messinscena c’è una preoccupazione seria: l’import di prodotti agricoli a basso costo rischia di penalizzare i produttori europei, già colpiti da rincari energetici e regolamentazioni ambientali più rigide. Le frites diventano così il nuovo linguaggio del dissenso rurale: una protesta che unisce simbolismo nazionale, umorismo e disperazione economica

Il racconto cambia tono ma resta sullo stesso asse quando Vogue prova a intercettare i food trend del 2026. Più che mode passeggere, emergono direzioni già visibili: fermentazioni e salute intestinale, cucine ibride nate da contaminazioni culturali, bevande funzionali, proteine alternative che cercano nuovi formati. Il cibo, racconta il magazine, diventa così una forma di espressione personale, al pari del guardaroba. La cucina diventa un’estensione del sé, dove ogni piatto comunica valori e appartenenze: sostenibilità, salute, identità culturale, inclusione.

A rendere l’aria più densa interviene la dimensione della sicurezza. Il Financial Times analizza il ritorno globale allo stoccaggio di alimenti. Dopo anni di fiducia nel just-in-time, governi e istituzioni tornano ad accumulare cereali e beni di prima necessità, spinti da shock climatici, instabilità geopolitiche e filiere sempre più fragili. La Cina ha incrementato del 20% le riserve di grano e riso; la Francia e la Germania stanno elaborando nuovi piani nazionali di stoccaggio; anche gli Stati Uniti rivedono le proprie politiche agricole di sicurezza. Non è un ritorno al passato, ma un segnale chiaro: il cibo torna a essere una questione strategica e di sicurezza, non solo di mercato.

La chiusura arriva dal fronte dell’industria alimentare. Il The Washington Post racconta la scelta di Beyond Meat di entrare nel settore delle bevande proteiche a base di proteine del pisello. Un passaggio che segna la maturazione — e le difficoltà — del mercato plant-based: non più solo sostituti della carne, ma nuovi modi di consumare proteine, puntando su praticità e funzionalità. Il cambiamento non è tanto nell’ingrediente, quanto nel formato e nell’uso quotidiano. Un altro segnale di come il cibo stia adattandosi a stili di vita che chiedono soluzioni diverse.

Messe insieme, queste cinque notizie non fanno previsioni. Ma suggeriscono una direzione. L’aria che tira parla di cibo come simbolo, come strumento politico, come bene strategico e come prodotto da ripensare. Se l’anno che viene avrà un sapore preciso, comincia già a sentirsi adesso.

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Kerten Hospitality chiude il 2025 in crescita e definisce un piano di sviluppo tra Europa, Africa e area GCC

Kerten Hospitality archivia il 2025 con un bilancio in crescita sul piano finanziario e operativo e con un piano di sviluppo che consolida la presenza in Europa, Africa e nei Paesi del Golfo. Il gruppo irlandese di hospitality management ha registrato un incremento del 55 per cento  dei ricavi operativi rispetto all’anno precedente, una crescita del Gross Operating Profit del 69 per cento e un aumento delle management fee pari al 44 per cento. Nel corso dell’anno si è inoltre ridotta del 56 per cento la perdita del brand Nakhati, mentre le attività digitali hanno segnato un miglioramento del 104 per cento delle performance web.

I risultati sono stati sostenuti dall’espansione oltre il mercato dell’Arabia Saudita, dalla diversificazione geografica del portafoglio e dal rafforzamento delle strutture già operative. Nel 2025 Kerten Hospitality ha completato tre nuove aperture: Cloud 7 Roma, Colere 1600 by Cloud 7 Hotels e Ray Hotel by Cloud 7. Le operazioni hanno contribuito a rafforzare il presidio nell’area EMEA e a confermare la capacità del gruppo di trasformare la pipeline di sviluppo in aperture effettive.

Il mercato italiano ha avuto un ruolo centrale. Cloud 7 Roma rappresenta il primo progetto urbano del brand nel Paese, mentre Colere 1600 by Cloud 7, situato nelle Alpi lombarde, si colloca a breve distanza da Milano e si inserisce nel segmento del turismo montano e outdoor. Le aperture del 2025 si affiancano a una strategia orientata a destinazioni considerate ad alto potenziale per domanda e posizionamento.

Nel corso dell’anno è stato presentato anche The House Residence Azure Zanzibar, progetto sviluppato con Azure United Properties nella penisola di Michamvi, sulla costa sud-orientale di Zanzibar. Il resort prevede 93 ville vista oceano, di cui 16 sull’acqua, con apertura programmata nel 2026. Il progetto è stato presentato all’Arabian Travel Market di Dubai con il supporto del Ministero del Turismo di Zanzibar e segna un passaggio rilevante nell’espansione del gruppo nel continente africano.

La pipeline di sviluppo conferma l’ingresso in nuovi mercati e il consolidamento di quelli già presidiati. Tra i progetti in fase avanzata figura Cloud 7 Dersa Tetouàn, che segnerà il debutto in Marocco all’interno dello storico palazzo Dersa, nel quartiere spagnolo di Tetouan. Proseguono inoltre i lavori per il resort previsto in Francia nella tenuta di Les Bordes Estate e sono in corso valutazioni per un’espansione in Kuwait e per ulteriori asset nell’area GCC.

Nel complesso, Kerten Hospitality prevede sei aperture confermate nel 2026, con un’ulteriore operazione in pipeline. Il gruppo entra così in un triennio di sviluppo progressivo, basato su una crescita distribuita su più mercati e su differenti format alberghieri e residenziali.

Il 2025 ha segnato anche un rafforzamento della struttura organizzativa. Ramine Behnam è entrato nel ruolo di Chief Development Officer, con responsabilità sullo sviluppo del portafoglio globale, mentre Mina Anziani è stata nominata Chief Operating Officer, con focus sull’ottimizzazione delle performance operative.

A fine 2025 Kerten Hospitality conta undici strutture operative, dodici brand lifestyle proprietari e 57 progetti in pipeline distribuiti su tre continenti. In vista del 2026 il gruppo punta su basi finanziarie più solide, su una maggiore redditività e su una strategia focalizzata su Europa, Medio Oriente e Africa, con l’obiettivo di consolidare il proprio posizionamento nel segmento dell’hospitality lifestyle attraverso modelli di sviluppo e gestione orientati alla sostenibilità economica e territoriale.

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Non solo moda, quegli inglesismi raccontano bene come cambia il lavoro

Il lavoro ha sempre nuovi modi per raccontarsi. A Milano nel 2026 si tratta prevalentemente di espressioni in inglese adattate al contesto italiano. Dietro alla moda linguistica si nascondono dei cambiamenti profondi che vale la pena approfondire. Un’analisi condotta da Indeed mette in evidenza come il glossario del lavoro per il 2026 sia pieno di termini che raccontano la nuova cultura di aziende e dipendenti.

Ad esempio  il career cushioning descrive la tendenza dei lavoratori a investire autonomamente in competenze, network e opportunità alternative mentre sono impiegati in un’azienda per costruire un cuscinetto di sicurezza in un contesto percepito come precario.

Per quanto riguarda il fenomeno delle dimissioni, si registrano due tendenze opposte. Il quiet quitting indica il fenomeno per cui molti dipendenti, prima di abbandonare la scrivania, si limitano a fare esclusivamente quanto richiesto dalle loro mansioni senza svolgere attività extra non riconosciute o pagate. All’estremo opposto si colloca il loud quitting attraverso cui alcuni lavoratori rendono pubbliche le ragioni dell’addio a un’azienda, anche con toni sgraziati sui social network, trasformando le dimissioni in un atto di denuncia della cultura aziendale.

La dimensione emotiva della nostra epoca è ben rappresentata dal cosiddetto rage applying: candidature inviate in massa sull’onda della frustrazione, che se da un lato possono portare a errori dettati dall’impulsività, dall’altro rivelano un diffuso bisogno di cambiamento. L’altro lato della medaglia è rappresentato dai boomerang employees: dipendenti che dopo esperienze esterne rientrano in azienda con competenze e consapevolezza rafforzate.

Le parole sono importanti è una citazione abbastanza inflazionata della nostra social era. Bisogna quantomeno ammettere che questi inglesismi raccontano la direzione intrapresa dai lavoratori nelle grandi organizzazioni  multinazionali. Non si tratta di verità assolute ma lenti con cui vedere la realtà da un punto di vista diverso. At least it is something.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. Qui per iscriversi

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Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà

L’Unione europea si interroga su come difendere la Groenlandia dalle attenzioni di Donald Trump, rinnovando il rituale dell’autocommiserazione: l’Europa è un nano politico in un mondo di superpotenze. Vero, ma per diventare giganti bisogna potenziare il bazooka economico che potrebbe far volare gli investimenti nella difesa: il miglioramento della sua economia interna. Negli ultimi giorni diversi quotidiani economici hanno ripreso e discusso un’analisi pubblicata dalla Banca centrale europea, firmata da un gruppo di suoi economisti (di cui quattro italiani), sulle barriere che ostacolano la crescita del mercato unico europeo e costano all’Unione più dei dazi imposti da Trump. È una conclusione scomoda che gli analisti ripetono da mesi e che torna ciclicamente nel dibattito pubblico. L’ha formulata in chiave politica Enrico Letta nel suo rapporto sul mercato unico e l’ha inserita in una cornice strategica più ampia Mario Draghi nella sua analisi sulla competitività europea. Documenti su cui siam costernati, indignati, impegnati, gettando poi la spugna con gran dignità.

Il problema è che il mercato unico non sta raggiungendo la sua piena maturità: esiste formalmente dal 1993, coinvolge circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, ed è spesso celebrato come uno dei pilastri dell’integrazione europea. In effetti ha funzionato. Tra il 1993 e il 2014 ha aumentato il Pil reale pro capite degli Stati membri fondatori tra il 12 e il 22 per cento, generando guadagni di benessere stimati in circa 840 euro all’anno per cittadino. Ma non basta perché è sbilanciato solo sul commercio intra europeo di beni. Vale oltre il 40 per cento del Pil dell’Unione e comprende prodotti manifatturieri fortemente integrati come automobili, componenti meccanici, macchinari industriali, prodotti chimici ed elettronica, che circolano lungo catene del valore transfrontaliere costruite negli ultimi trent’anni.

I Ventisette si scambiano benissimo questi beni, ma non riescono a fare lo stesso per il mercato dei servizi che vale solo il 16 per cento. Parliamo di aspetti concreti nella vita di tutti i giorni: costruire una casa, aprire un negozio, gestire un servizio di trasporto locale, esercitare una professione come avvocato o architetto, lavorare nella sanità o nell’assistenza alla persona. Sono settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e che nonostante il mercato unico continuano a essere regolati e forniti quasi esclusivamente su base nazionale.

Le cause sono conosciute e gli addetti ai lavori li ripetono da anni. Regole nazionali diverse, burocrazia complessa, interpretazioni non uniformi delle norme europee, tutele implicite dei mercati interni, requisiti professionali e linguistici e sistemi fiscali frammentati. Tutti elementi che rendono il commercio tra Paesi europei più costoso di quanto farebbe un vero dazio. Nei servizi questi ostacoli pesano ancora di più, anche perché la direttiva del 2006 ha lasciato fuori settori cruciali come energia, finanza, trasporti e telecomunicazioni. Il risultato è che in ambiti come edilizia, commercio al dettaglio e professioni regolamentate il mercato europeo esiste soprattutto sulla carta.

Per quantificare l’impatto di questa frammentazione, gli analisti della Bce hanno tradotto gli ostacoli interni al mercato unico in un costo equivalente a un dazio. I numeri che emergono sono difficili da ignorare. In media, scambiare beni tra Paesi dell’Unione costa come se esistesse una tassa del 67 per cento. Per i servizi il costo è ancora più elevato, intorno al 95 per cento, e in alcuni settori supera questa soglia. Certo, le stime includono anche elementi difficili da eliminare per decisione politica, come la naturale preferenza per i fornitori nazionali, ed è giusto che sia così in buona parte, ma cosa si può fare per migliorare la situazione? 

La Bce ha preso come esempio uno Stato abbastanza integrato nel mercato unico come i Paesi Bassi, che godono da sempre di una posizione geografica favorevolissima. Se gli altri Stati membri riuscissero ad avvicinarsi a quel livello di apertura e coordinamento, le barriere interne potrebbero ridursi di circa otto punti percentuali per i beni e di nove per i servizi. Secondo le simulazioni, questo si tradurrebbe in un aumento degli scambi interni del 4,4 per cento per i beni e del 14,5 per cento per i servizi, con benefici complessivi in termini di benessere dell’1,3 e dell’1,8 per cento. In un’Europa alle prese con una crescita debole, sono numeri tutt’altro che trascurabili.

Neanche la Bce sa come fare tecnicamente, ma fa notare che nel prossimo e anno e mezzo i dazi trumpiani e l’incertezza commerciale potrebbero ridurre il Pil dell’area euro di circa 0,7 punti percentuali. Quel dato negativo può essere bilanciato riducendo di appena il 2 per cento le barriere interne ai beni e ai servizi. Insomma l’Unione ha una leva importante per sollevare il suo mondo, manca solo un Archimede che spieghi come. 

A dicembre 2025 la Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo per risolvere un problema concreto: le regole finanziarie europee esistono, ma vengono applicate in modo diverso da Paese a Paese, rendendo costoso e complicato operare davvero su scala continentale. Oggi una banca, un fondo o una piattaforma di scambio che voglia lavorare in più Stati deve spesso confrontarsi con autorizzazioni duplicate, richieste aggiuntive e interpretazioni nazionali divergenti. Il risultato è che il cosiddetto “passaporto europeo”, che sulla carta dovrebbe consentire di operare ovunque con una sola licenza, funziona male. Anzi malissimo. 

La Commissione propone di semplificare le autorizzazioni: chi ottiene un via libera in un Paese dovrebbe poter operare automaticamente anche negli altri, senza dover ripetere procedure o adattarsi a regole locali aggiuntive. Questo vale soprattutto per le sedi di negoziazione, le infrastrutture di regolamento dei titoli e i grandi operatori che lavorano su più mercati europei. L’obiettivo è chiaro: meno burocrazia, più certezza delle regole, costi più bassi per chi investe e raccoglie capitali in Europa.

Il secondo pilastro riguarda la vigilanza. Oggi i mercati finanziari europei sono sorvegliati soprattutto dalle autorità nazionali, mentre l’autorità europea dei mercati, l’Esma, ha un ruolo limitato di coordinamento. La Commissione propone di dare a Esma poteri diretti di controllo su alcune realtà davvero transfrontaliere, cioè quelle che operano su più Paesi e hanno un impatto sistemico. In pratica, invece di 27 approcci diversi, ci sarebbe un’unica supervisione europea per i casi più rilevanti, sul modello di quanto già avviene per le grandi banche sotto la Banca centrale europea. Questo dovrebbe ridurre arbitraggi, disparità e concorrenza regolatoria tra Stati.

Un altro obiettivo è far circolare meglio il risparmio europeo. Oggi le famiglie dell’Unione tengono circa 10 mila miliardi di euro fermi su conti correnti o strumenti poco produttivi, anche perché investire oltreconfine è complesso e rischioso dal punto di vista regolatorio. Ripetiamo: 10mila miliardi di euro, sessanta volte il budget dell’Unione di un anno. Infine, Bruxelles riconosce che molte barriere non sono solo finanziarie ma legali. Per questo annuncia nuovi passi verso la proposta di Enrico Letta di un “28esimo regime”, un insieme di regole europee comuni che le imprese potrebbero scegliere in alternativa ai diritti nazionali. 

Il piano è ambizioso, ma non ha creato un gran dibattito tra gli Stati, in altre faccende affaccendati, e qualche giorno fa il Consiglio (l’organo che riunisce i governi dei 27 Paesi membri) ha ammesso che le priorità nazionali restano divergenti e che l’attuazione concreta di questa lista dei sogni è la parte più difficile. Ridurre le differenze significa che gli Stati devono accettare di cedere margini di controllo. Ed è proprio su questo punto che finora il completamento del mercato unico si è sempre fermato.

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Putin: “Pronti per una pace duratura in Ucraina con garanzie di sicurezza per tutti”



Vladimir Putin: “Le Nazioni Unite svolgono il ruolo chiave e fondamentale negli affari mondiali, e questo ruolo va rafforzato. La NATO ha più volte ingannato la Russia, violando le proprie promesse pubbliche di non avanzamento ad Est, rappresentando la minaccia alla sicurezza del nostro stato. La Russia ha promosso delle iniziative per costruire una nuova, affidabile e giusta architettura europea e sicurezza globale, in base alle quali potrebbe risolversi pacificamente il conflitto in Ucraina. Kiev e le potenze occidentali, i suoi sostenitori, non sono pronti alla soluzione pacifica. Le relazioni con le potenze occidentali in generale, e con l’Italia in particolare, sono ai minimi storici. La Russia è pronta al ripristino delle relazioni con esse ai massimi livelli. Il compito degli ambasciatori, compreso quello dell’Italia, di contribuire proficuamente alla normalizzazione delle relazioni bilaterali.”

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Il campo largo prova a ricompattarsi per l'Iran con un sit-in al Campidoglio

Il campo largo prova a ricompattarsi per l'Iran. Tutti i leader dei partiti d'opposizione, meno Azione, si sono ritrovati oggi pomeriggio in Campidoglio, a Roma, per un sit-in in sostegno alla popolazione iraniana in protesta. La manifestazione si è svolta dopo una settimana segnata da incertezze e divisioni politiche sul tema, con il Movimento 5 stelle che si è sfilato dalla risoluzione unitaria approvata dal Senato per poi presentarne una propria, la quale è stata votata solo da Avs e (non tutto) il Partito Democratico.
 

Gli screzi parlamentari sembrano essersi appiattiti solo oggi, in piazza. Alla dimostrazione organizzata dall'associazione Donna, vita e libertà hanno partecipato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Per Italia Viva c'era invece una delegazione di parlamentari. Quella di oggi è la prima manifestazione alla quale partecipano i leader politici da quando è in corso il massacro in Iran. Domani mattina, a Piramide a Roma, si terrà invece quella organizzata dal partito radicale. Lì andranno Carlo Calenda, Riccardo Magi, una delegazione di parlamentari Pd, ma non Avs e Movimento 5 stelle.

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Karaganov intervistato da Tucker Carlson:”La guerra finirà solo con la sconfitta totale dell’Europa”



L’influente consigliere del Cremlino Karaganov spiega la vera natura del conflitto in corso. “Non stiano combattendo contro l’Ucraina ma contro l’Europa. Il Presidente Putin è un uomo troppo cauto, ma è chiaro che a breve saremo costretti ad usare il nostro potenziale nucleare per punire Paesi come la Germania, luogo che troppo spesso ha partorito idee infami che hanno infettato il mondo”

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Dal Giappone alla Corea, tutti i tasselli della strategia italiana nel Pacifico. L’analisi di Tartaglione

Con la conclusione della breve tappa in Oman, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prosegue il proprio viaggio verso l’Asia, dove ha già incontrato il primo ministro giapponese Sanae Takaichi e incontrerà nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica di Corea Lee Jae-myung. Il viaggio, seppur rilevante per l’Italia, si inserisce in un quadro complesso, segnato dai negoziati tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, nonché dalle tensioni generate da Washington sulla Groenlandia. Anche per questo motivo, la missione asiatica si è concentrata su Giappone e Corea del Sud, Paesi con cui Roma intrattiene rilevanti interessi in materia di sicurezza economica e di sviluppo delle relazioni diplomatiche e strategiche.

Protagonista di questo viaggio appare il Giappone. I festeggiamenti per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Kantei e Palazzo Chigi rappresentano un’occasione per Meloni per consolidare i rapporti con Takaichi, alla luce delle loro affinità politiche e del fatto di essere entrambe le prime donne a capo dei rispettivi governi. Ma non solo. In tale ottica, si punta al rafforzamento dei settori coinvolti all’interno del Programma d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, firmato insieme al precedente governo Kishida, che vede i due Paesi collaborare in diversi ambiti, tra cui quelli diplomatico, securitario ed economico, sui quali è probabile Meloni concentri il suo impegno.

Riguardo la diplomazia, Roma e Tokyo intendono rafforzare i rapporti bilaterali a livello di “partenariato strategico speciale”, adottando meccanismi di consultazione attraverso la creazione di strumenti dedicati e interni ai propri ministeri degli Esteri.

Di particolare interesse risulta inoltre una possibile sinergia tra il Ticad (Tokyo International Conference on African Development) e il Piano Mattei nello sviluppo del settore dei metalli critici nei Paesi africani coinvolti, al fine di diversificare le forniture e le catene di approvvigionamento. Non a caso, la sicurezza economica — illustrata da programmi quali l’MSP (Minerals Security Partnership) e il RISE (Resilient and Inclusive Supply-chain Enhancement), sostenuti dai due Paesi — e il consolidamento dell’interscambio tra Roma e Tokyo sono divenuti sempre più centrali, tanto che nel 2025 quest’ultimo ha raggiunto i 10,4 miliardi di euro, soprattutto nell’ambito del lusso, della moda e dei beni di alta gamma. Il viaggio ha infatti l’obiettivo di rafforzare la presenza italiana in Giappone, in particolare attraverso la promozione dell’IJBG (Italy-Japan Business Group) e di joint venture nei campi dell’alta tecnologia e dell’industria ad elevato valore aggiunto, nonché di attrarre investimenti nipponici in Italia mediante la collaborazione tra Jetro (Japan External Trade Organization) e ITA (Italian Trade Agency). Meloni, a tale riguardo, ha in programma un incontro presso l’ambasciata italiana a Tokyo con alcune importanti aziende e banche giapponesi, al fine di incentivare un incremento degli investimenti verso il nostro Paese.

A ciò si aggiungono, infine, gli accordi nella sfera della difesa. Oltre al Global Combat Air Programme (Gcap) per lo sviluppo di velivoli stealth di sesta generazione, il Piano d’Azione 2024-2027 prevede altresì esercitazioni militari congiunte tra le Forze di Autodifesa giapponesi e l’Esercito italiano, nonché corsi di addestramento tra le forze aeree tramite l’International Flight Training School di Leonardo. Contatti che, con l’inaugurazione del EU-Japan Defence Industry Dialogue nel giugno 2025, potrebbero posizionare Roma in un contesto di primo piano nella partnership tra Bruxelles Tokyo in materia di sicurezza e difesa.

Incoraggiare nuovi accordi e intese sarà verosimilmente l’obiettivo di Meloni anche in Corea del Sud, dove è previsto il suo arrivo il 18 gennaio. L’Italia è il terzo esportatore verso la Corea del Sud, dopo Germania e Francia, mentre Seul rappresenta il terzo mercato di sbocco per i prodotti italiani dopo Cina e Giappone, con oltre 120 imprese attive nella moda, nella manifattura, nei trasporti e nella logistica. Con il presidente Lee, Meloni ha in programma, oltre a vari colloqui, la firma di atti di cooperazione nel mercato dei semiconduttori e di partenariati nell’economia tecnologica, nonché alcuni memorandum relativi a interscambi culturali e a iniziative per la difesa ambientale.

Il viaggio di Giorgia Meloni in Giappone e Corea del Sud si configura dunque come un tassello significativo della strategia italiana nel Pacifico. Attraverso il rafforzamento di alleanze strategiche, la diversificazione delle catene di approvvigionamento, la cooperazione tecnologica e gli accordi in ambito difensivo, Palazzo Chigi mira a consolidare il proprio ruolo di attore affidabile nello scacchiere indo-pacifico al fianco di Washington, riducendo progressivamente i rapporti con Pechino nei settori più sensibili. La missione asiatica non rappresenta quindi solo un’opportunità economica, ma anche una scelta che segnala la volontà di Roma di assumere un profilo attivo nelle dinamiche di sicurezza, sviluppo e collaborazione regionale.

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Garlasco, la nuova svolta. Consulenti Poggi: Chiara vide file a luci rosse sul computer di Alberto. La famiglia: "Stop alla riabilitazione di un assassino"

Fare chiarezza sulle false notizie circolate in questi mesi e fissare alcuni punti ritenuti decisivi. È l’obiettivo dell’ulteriore approfondimento informatico commissionato dalla famiglia Poggi, dal quale emerge un dato definito di “assoluta certezza”: la sera prima di essere uccisa,...

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L’ingorgo di sfide che costringe Trump ad abbandonare il massacro degli iraniani

Militarmente sbilanciato sull’America latina, Donald Trump continua ad assistere, senza potere intervenire efficacemente, alla macelleria iraniana di decine di migliaia di studenti e di cittadini che protestano contro il regime degli ayatollah. Una tragedia infinita che ha trasformato l’Iran in un immenso campo di sterminio a cielo aperto. Ed è l’immagine riflessa del colossale ingorgo di iniziative planetarie del tycoon: i dazi, Gaza, Ucraina, Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, contro attacco ai democratici e posizione equivoca nel caso del pedofilo Epstein e da penultima la delirante messa in stato d’accusa del presidente della Federal Reserve Jerome Powell, sono soltanto alcune delle quotidiane mattane scatenate da Trump.

Un risiko di sfide e di interventi contraddittori, interni ed internazionali, che sta destabilizzando il ruolo cardine degli Stati Uniti fra i paesi occidentali e spingendo al limite del collasso l’economia americana. In particolare una convulsa nebulosa di crisi militari impossibili da risolvere contemporaneamente, perché, come si sta constatando sulla pelle del popolo iraniano, neanche la superpotenza militare Usa può fronteggiare simultaneamente tante emergenze critiche. A meno di non rischiare un disastro come quello del fallito tentativo nel 1980 da parte del presidente Jimmy Carter di liberare i diplomatici americani tenuti in ostaggio a Teheran. Un fallimento, con 8 soldati americani morti nel deserto iraniano, che costò a Carter la rielezione.

Sul delicato scacchiere dell’economia mondiale l’imprevedibile tsunami del secondo mandato del 47° Presidente degli Stati Uniti sta provocando quello che il Financial Times sintetizza con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”. Dazi, frizzi e lazzi del tycoon, evidenzia il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, di gran lunga il più saggio e astuto per biografia e esperienza politica, fra i vertici della cosiddetta trinità delle superpotenze.

Dopo il presidente francese Macron, la presidente della Commissione Europea von der Leyen, il Premier inglese Starmer, il Cancelliere tedesco Merz e perfino l’ex arcinemico cinese, il presidente della Corea del Sud Lee Jae Myung, si è recato a Pechino anche il Premier canadese Mark Carney.
“I rapporti con la Cina sono più prevedibili di quelli con gli Usa” ha affermato il Primo ministro canadese, reduce dagli scontri verbali con Trump, annunciando l’import fino a 49.000 veicoli elettrici cinesi a tariffe doganali agevolate del 6,1%. Un’exploit che abolisce il bando imposto dagli Usa sull’import dell’automotive cinese.

E non é tutto: nei quattro giorni di visita in Cina, Carney ha sottolineato che nell’ambito di un accordo che promette molto di più per il Canada, l’obiettivo é quello di far tornare le relazioni bilaterali ai livelli pre-frizioni commerciali avute negli ultimi anni. “I Paesi che un tempo consideravano il successo americano come proprio”, commenta il Financial Times, “ora vedono gli Stati Uniti come un avversario e Pechino come un modello”. Economicamente, per la Casa Bianca l’accordo, definito storico, fra Canada e Cina per eliminare le barriere commerciali e ridurre i dazi, rappresenta un duro colpo, ma non l’unico. “Il mondo”, conclude il Financial Times, “non é rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente é stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina.”

Tutto il contrario della politica di Trump, che continua inspiegabilmente a corteggiare Putin e a maramaldeggiare con i dittatori di paesi corrotti del livello di Maduro, ma tergiversa di fronte all’irriducibile fanatismo dei pasdaran, fidandosi, quel che é peggio, dell’assicurazione di Khamanei di non impiccare più i manifestanti in rivolta. “Tanto non sopravviveranno alle torture”, é il retropensiero che si legge nel ghigno del sanguinario ayatollah.

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La Cia punta Pechino e apre al crowdsourcing dentro la grande muraglia digitale

La Central Intelligence Agency ha diffuso un video pubblico rivolto ai cittadini cinesi, invitandoli a mettersi in contatto con l’agenzia attraverso canali digitali sicuri e anonimi per “dire la verità sulla Cina”.

Il video, costruito come una guida operativa, mostra passo dopo passo come comunicare con Langley senza essere individuati. Uso del browser Tor, Vpn per nascondere l’indirizzo IP, app di messaggistica cifrata, dispositivi personali, eliminazione delle tracce digitali. Meno contatti sul terreno, più portali protetti, crittografia e dark web, il tutto accompagnato da un messaggio fondamentale, che rimane lo stesso nonostante i tempi che cambiano: “le informazioni che possiedi potrebbero essere più preziose di quanto pensi”.

Non è un debutto assoluto. Solo negli ultimi dodici mesi la Cia aveva già sperimentato modalità simili rivolgendosi a cittadini russi e iraniani. Ma il caso cinese ha un peso diverso per scala e sensibilità. Ed è qui che emerge la continuità con quanto già visto a Londra.

Stesso principio, terreno diverso

La campagna americana arriva mesi dopo Silent Courier, il canale nascosto lanciato dal servizio segreto britannico per attrarre nuove fonti nei Paesi ostili. Cambiano le modalità ma non la logica: superare la sorveglianza totale, aggirare il riconoscimento facciale e i controlli capillari, offrendo una “porta digitale” accessibile dal dark web a chi vuole parlare senza dover affrontare i pericoli dell’esporsi fisicamente. In poche parole, l’intelligence come metodo mutevole, capace di adattarsi, facendo degli strumenti digitali un canale di reclutamento e crowdsourcing globale, mediato da portali protetti invece che da incontri clandestini. La Cia si muove ora nello stesso solco, adattandolo alla competizione strategica con Pechino.

Propaganda e reclutamento

Esporre pubblicamente procedure, strumenti e finalità significa accettare un rischio operativo, strategico e politico, ma anche invitare il target ad una reazione. La Cia parla esplicitamente di “verità sulla Cina”, rivolgendosi a funzionari, tecnici, militari, insider che vivono dentro un sistema ipercontrollato. È lo stesso pubblico che Londra aveva provato a intercettare con Silent Courier. Cambia il tono, più diretto e meno istituzionale, ma non il fine: creare canali invisibili per canalizzare il dissenso in uno strumento di informazione utilizzabile.

Lo spionaggio nell’era digitale

Riconoscimento facciale, telecamere onnipresenti, tracciamento costante e stato di sorveglianza rendono sempre più impraticabili i metodi classici dello spionaggio sul campo. Da qui la migrazione verso il dark web e le infrastrutture digitali protette come necessità operativa. La mossa della Cia, letta insieme a Silent Courier, racconta la stessa storia. Quella dell’intelligence occidentale come arte antica e squisitamente umana che oggi si adatta alle evoluzioni del mondo, alle guerre ibride e alla competizione sistemica. Il grande gioco rimane lo stesso, così come gli uomini e le donne che lo abitano. L’arte dello spionaggio resta antica, gli strumenti cambiano e l’obiettivo rimane: restare un passo avanti al nemico, controllandolo da vicino per tenerlo lontano.

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Un accordo storico sui chip tra Usa e Taiwan fa infuriare la Cina

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Ecco cosa dice il piano sanitario di Trump sul modello Usa

Il Great healthcare plan presentato da Donald Trump nasce prima di tutto come un atto politico. Non tanto (o non solo) come un disegno normativo compiuto, quanto come un messaggio diretto all’elettorato su un tema che negli Stati Uniti resta strutturalmente sensibile: il costo della salute. La Casa Bianca lo presenta come un piano capace di “tagliare i prezzi dei farmaci, ridurre i premi assicurativi e massimizzare la trasparenza”. Ma la sua architettura, leggera sui dettagli e pesante sul linguaggio, segnala che l’obiettivo immediato è dimostrare che l’amministrazione sta “facendo qualcosa” sull’accessibilità, in una fase politica segnata dall’avvicinarsi delle elezioni di mid-term.

Il fil rouge: stop agli intermediari

Il cuore simbolico della proposta è lo spostamento dei flussi, volendo segnare una transizione da un modello basato su sussidi che passano da assicurazioni e intermediari, a uno che punta a vedere il denaro trasferito direttamente ai cittadini. Trump lo rivendica con toni netti: “Il governo pagherà i soldi direttamente a voi. Vanno a voi, e poi siete voi a comprare la vostra assistenza sanitaria… le grandi compagnie assicurative perdono e il popolo americano vince”. È una narrazione coerente con l’impostazione trumpiana, ossia anti-intermediazione, anti-burocrazia, anti-special interests; e politicamente efficace, perché traduce una materia complessa in una promessa semplice, più controllo individuale e più soldi in tasca.

Il ritorno della most favored nation

Il piano rilancia un altro cavallo di battaglia: l’ancoraggio dei prezzi dei farmaci statunitensi ai livelli più bassi praticati nei Paesi comparabili. “Invece di pagare i prezzi più alti al mondo, pagheremo il prezzo più basso praticato da qualsiasi altra nazione”, afferma Trump. Annunciato per la prima volta con l’ordine esecutivo dello scorso maggio, questo è un messaggio potente per i consumatori e, allo stesso tempo, uno strumento di pressione negoziale verso l’industria. Ma con il nuovo piano, arriva la richiesta esplicita di codificare per legge il principio della most favoured nation (Mfn), richiedendo un consenso congressuale che non appare scontato al momento.

Il nodo dei sussidi e le incognite tecniche

Dove il piano diventa più controverso è nella sostituzione dei sussidi dell’Affordable care act con pagamenti diretti. Gli esperti citati dalla stampa statunitense segnalano rischi evidenti: importi insufficienti, incentivi distorti, uscita dal mercato dei soggetti più giovani e sani, con conseguente aumento dei premi per chi resta. Non è un dettaglio tecnico, ma il punto su cui si misura la distanza tra promessa politica e sostenibilità del sistema. Non a caso, anche tra i repubblicani al Congresso prevale al momento la cautela e Trump su questo – probabilmente volutamente – lancia la palla alle Camere.

Innovazione: un messaggio per l’Europa

C’è però un livello di lettura meno immediato e più rilevante per l’Europa. Il piano di Trump non ignora il costo dell’innovazione, anzi lo sfida politicamente, senza mai metterne in discussione esplicitamente il valore strategico. La pressione sui prezzi viene usata come leva negoziale. Ovvero non vuol essere una rinuncia al modello americano, ma il suo rilancio – dimostrato dagli annunci di investimenti e i long-term committment delle farmaceutiche in Usa. Questo equilibrio spiega anche perché molti, anche all’interno del Congresso, possano accettare la most favored nation come strumento, ma non la sua cristallizzazione legislativa – i cui effetti a lungo termine sull’innovazione sono tutt’altro che scontati. L’industria stessa in risposta all’ordine esecutivo di maggio, aveva volutamente sottolineato le criticità legate ai Pbm e al programma 340B, piuttosto che concentrarsi sulle dinamiche della Mfn. Per l’Europa, la lezione non è copiare il modello, ma leggerne la logica. Gli Stati Uniti stanno cercando di tenere insieme tre piani: consenso elettorale, sostenibilità dei costi e primato dell’innovazione. Anche quando il messaggio è iper-politico, l’innovazione non viene mai trattata come una variabile sacrificabile. Al contrario, resta un presupposto implicito per il sistema. È un punto che il dibattito europeo spesso elude, non riuscendo a giungere a una vera sintesi, come dimostrato, fra le altre cose, dalla risposta dell’industria al recente Pharma package.

Politica oggi, sistema domani

Il Great healthcare plan sembra servire a posizionare il presidente come interprete dell’ansia economica degli elettori, a segnare il terreno del dibattito e a ricordare che, negli Stati Uniti, anche la salute è una questione di potere industriale e dunque politico. Per l’Europa, guardare oltre le semplificazioni e cogliere questa stratificazione è forse l’esercizio più utile.

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Così Trump continua a combattere la flotta ombra russa nel Venezuela post-Maduro

Il raid culminato con la cattura del (ormai ex) presidente venezuelano Nicolas Maduro non ha posto fine alle tensioni legate al Paese del Sud America. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno sequestrato una sesta petroliera collegata al Venezuela nel Mar dei Caraibi, nel quadro di una più ampia operazione volta a controllare e limitare le esportazioni di greggio venezuelano. Secondo quanto dichiarato dal Comando Sud delle forze armate statunitensi, la petroliera stava violando la “quarantena delle navi sanzionate” imposta dal presidente Donald Trump. “L’unico petrolio che lascerà il Venezuela sarà quello coordinato in modo corretto e legale”, ha affermato lo Us Southern Command, che ha diffuso anche un video dell’operazione, mostrando marines e marinai salire a bordo della nave.

Il sequestro arriva in un momento di profonda riorganizzazione del settore energetico venezuelano, dopo le recenti operazioni militari statunitensi nel Paese e la cattura di Maduro. Trump ha dichiarato l’intenzione di sfruttare le vaste riserve petrolifere del Venezuela e, secondo quanto riferito da un funzionario americano, gli Stati Uniti hanno completato la loro prima vendita di petrolio venezuelano, per un valore stimato di 500 milioni di dollari. Parallelamente, il blocco navale ha avuto un impatto significativo sulle esportazioni venezuelane. Secondo Matt Smith, responsabile dell’analisi statunitense presso la società Kpler, i carichi di greggio sono diminuiti più o meno della metà nel corso del mese, scendendo a circa 400.000 barili al giorno. Al momento, solo le navi legate a Chevron e dirette verso gli Stati Uniti continuano a operare regolarmente.

La Veronica è una petroliera di piccole dimensioni battente bandiera guyanese che, secondo i registri dell’Organizzazione Marittima Internazionale, in passato era stata registrata in Russia con altri nomi. La nave farebbe parte di un gruppo di circa 17 petroliere che avrebbero tentato di violare il blocco navale all’inizio del mese. Resta poco chiaro perché le unità della “flotta ombra” continuino a esporsi al rischio di sequestro, ma un fattore determinante sarebbe rappresentato dai costi economici dei ritardi: ogni giorno di inattività comporta perdite finanziarie significative. Il blocco imposto dagli Stati Uniti ha inoltre creato un collo di bottiglia nelle forniture, impedendo al petrolio venezuelano di raggiungere i mercati di destinazione, in particolare quello cinese. Allo stesso tempo, emergono segnali di adattamento, con alcune petroliere ora dirette verso le Bahamas per operazioni di stoccaggio.

Il sequestro della Veronica è avvenuto poche ore prima di un incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado. Trump l’ha in passato definita una “combattente per la libertà”, ma ha escluso la possibilità di affidarle la guida del Paese dopo la rimozione di Maduro, sostenendo che non goda di un sostegno interno sufficiente. Il presidente statunitense ha invece appoggiato Delcy Rodríguez, ex-vicepresidente di Maduro, come presidente ad interim, definendola un’“alleata” e lodandone la cooperazione con Washington. Secondo la Casa Bianca, Rodríguez avrebbe svolto un ruolo chiave nell’accordo energetico da 500 milioni di dollari e avrebbe confermato l’impegno del governo ad interim a rilasciare prigionieri politici. La portavoce Karoline Leavitt ha inoltre ricordato che cinque cittadini statunitensi sono stati liberati recentemente. “Il presidente apprezza ciò che sta vedendo e si aspetta che questa cooperazione continui”, ha dichiarato la portavoce.

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Dall’Ucraina all’Iran, storia di un amore ambiguo (ancora vivo) tra Lega e 5 Stelle. La versione di Quartapelle

Ucraina e Iran diventano lo specchio di un Parlamento attraversato da ambiguità e fratture che vanno oltre gli schieramenti. Nelle stesse giornate in cui passa la risoluzione sul sostegno a Kiev, due parlamentari della Lega votano contro l’invio di aiuti militari, mentre sull’Iran salta una solidarietà che avrebbe potuto essere trasversale: il Movimento 5 Stelle sceglie l’astensione sul documento a sostegno dei manifestanti contro il regime di Teheran. Votazioni che raccontano un’Italia sospesa tra responsabilità internazionali, calcoli elettorali e difficoltà a collocarsi con chiarezza nel nuovo disordine globale. Formiche.net ne ha parlato con Lia Quartapelle, deputata del Partito democratico.

Partiamo dall’Ucraina. Le votazioni in Parlamento segnano un cambio di fase e un ritorno di fiamma tra Movimento 5 Stelle e Carroccio?

Purtroppo non siamo più allo stesso stadio del 2019. Ci sono amori che non finiscono mai e una parte della Lega e del Movimento 5 Stelle non ha mai davvero reciso il legame con una certa ambiguità verso la Russia. Ma oggi il problema principale è un altro: c’è una grande ambiguità della presidente del Consiglio, che dovrebbe tutelare l’interesse nazionale. Lei stessa ha spiegato più volte che l’interesse nazionale coincide con un’Europa che funziona meglio ed è più chiara nei propri obiettivi. E invece non sta accadendo.

Si riferisce alla posizione di Giorgia Meloni nello scacchiere europeo?

Sì. Meloni fa campagna elettorale per Viktor Orbán, che è un sabotatore dell’Europa. E partecipa a iniziative elettorali insieme ad AfD, una forza che in Germania è considerata neo-nazista, apertamente antieuropeista, con legami inquietanti con regimi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare le democrazie occidentali, a partire da quella tedesca.

Come legge questa ambivalenza?

C’è una rincorsa evidente, da parte della Lega e di pezzi di Fratelli d’Italia, verso posizioni sempre più estremiste. È un modo per non alienarsi Trump e parte dell’universo Maga e per non essere scoperti a destra. Ma questa corsa ci sta lasciando ai margini dell’Europa, proprio nel momento in cui stare al centro dei processi decisionali sarebbe vitale.

Nel governo però c’è chi prova a tenere una linea più istituzionale, basti pensare al discorso pronunciato in Aula ieri dal ministro Crosetto.

Va dato atto al ministro Crosetto di cercare di tenere la barra dritta in una maggioranza sempre più inquieta. Il documento approvato lo chiarisce bene, ma anche qui emerge un problema serio: nella mozione della destra approvata ieri non si dice più esplicitamente che l’Italia presta aiuti militari all’Ucraina. C’è un passaggio lessicale, una sorta di occultamento.

Perché è così grave, secondo lei?

Perché siamo in una fase molto complessa sul fronte della sicurezza. Se in questa situazione si decide di nascondere ai cittadini la realtà dei fatti, non si rende un servizio né alla democrazia né alla sicurezza. Cambiare le parole dà l’idea di un governo in difficoltà, che non ha il coraggio di dire la verità.

Passiamo all’Iran. Qui il Parlamento ha mostrato un’altra frattura, a sinistra con l’astensione del Movimento 5 Stelle. 

Era importante che il Parlamento esprimesse solidarietà ai manifestanti iraniani in modo trasversale, sia al Senato sia alla Camera. Invece il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Conte ha provato ad argomentare questa scelta in modo maldestro, subordinando la solidarietà ai manifestanti all’approvazione di una risoluzione che condannasse l’attacco americano.

Una posizione che lei non condivide.

Gli interventi esterni spesso hanno provocato instabilità nei Paesi in cui sono avvenuti, è vero. Ma è sbagliato subordinare la solidarietà a chi lotta per i propri diritti a una condanna preventiva. Non ho condiviso l’atto dei 5 Stelle.

E oggi Conte scende in piazza per l’Iran. Non le sembra quanto meno incoerente?

Oggi va alla manifestazione dopo che ieri non ha sostenuto i manifestanti in Parlamento. Sì, una posizione quantomeno incoerente.

Che messaggio politico emerge da queste votazioni incrociate su dossier così delicati dal suo punto di vista?

Io penso che l’unica strada che abbiamo sia rafforzare l’Unione Europea. Le istituzioni di Bruxelles sono nate per favorire l’integrazione tra Stati nazionali, ma non è detto che, così come sono oggi, siano la soluzione più efficace per affrontare le nuove sfide. Serve uno sguardo lungo, e soprattutto il coraggio di scegliere. E, da questo punto di vista, una buona base di partenza potrebbe essere il gruppo dei “volenterosi”. 

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Leonardo punta sui radar meteorologici per consolidarsi nel mercato Usa

Leonardo avvia l’acquisizione di Enterprise electronics corporation (Eec), società statunitense specializzata in radar meteorologici e sistemi di ricezione satellitare. L’accordo, firmato attraverso la controllata Leonardo US Corporation, dovrebbe chiudersi nel primo trimestre del 2026 e rafforza la presenza del gruppo italiano nel settore del telerilevamento ambientale e meteorologico, sia in ambito civile sia militare.

L’operazione riguarda una realtà con sede negli Stati Uniti che opera da oltre cinquant’anni nello sviluppo, produzione e manutenzione di sistemi radar per meteorologia, idrologia, aviazione e ricerca scientifica. Eec continuerà a operare con il proprio nome e la propria identità, mantenendo la struttura organizzativa esistente, mentre l’integrazione riguarderà il posizionamento commerciale e tecnologico congiunto.

Dal punto di vista industriale, l’acquisizione si inserisce nella strategia di Leonardo di consolidamento nel dominio delle soluzioni ambientali basate su tecnologie radar, lidar e satellitari, un settore in cui il gruppo è già attivo tramite Leonardo Germany GmbH. L’obiettivo dichiarato è rafforzare un portafoglio di sensori in grado di coprire diverse esigenze operative e geografiche, facendo leva sulla complementarità delle competenze e delle reti di vendita.

“I radar meteorologici, i lidar eolici o i sistemi di rilevamento delle turbolenze sono dispositivi di misurazione ad alta precisione che costituiscono la spina dorsale per qualsiasi servizio meteorologico e di allerta meteo”, ha affermato Andrea Gaggelli, amministratore delegato di Leonardo Germany GmbH, sottolineando come la disponibilità di informazioni meteorologiche avanzate stia assumendo un valore strategico crescente per i Paesi e per gli operatori istituzionali.

Secondo Leonardo, l’operazione rappresenta anche un segnale di rafforzamento dell’impegno industriale negli Stati Uniti. L’integrazione delle competenze di Eec nel campo dei radar con le capacità produttive e tecnologiche del gruppo italiano dovrebbe consentire di ampliare l’offerta di soluzioni integrate, in particolare nei mercati ad alto potenziale e in contesti dove l’affidabilità dei sistemi di monitoraggio ambientale è un fattore critico.

Dal lato di Eec, l’acquisizione viene letta come un’opportunità di accelerazione della crescita, soprattutto nel mercato nordamericano. “I nostri sistemi radar incorporano tecnologie all’avanguardia, tra cui ricetrasmettitori completamente a stato solido e design ultracompatti ed economici”, ha dichiarato Kurt Kleess, vicepresidente vendite di Eec, evidenziando come l’integrazione con il portafoglio di Leonardo possa rafforzare ulteriormente le capacità di supporto a livello globale.

Con oltre 1.500 sistemi installati in più di 120 Paesi, Leonardo ed Eec condividono una lunga esperienza nel settore della meteorologia radar. L’operazione si colloca in un contesto in cui il monitoraggio ambientale, la gestione dei dati meteorologici e la resilienza delle infrastrutture stanno assumendo un peso crescente nelle politiche industriali e di sicurezza, rendendo il telerilevamento un segmento sempre più strategico anche in chiave geopolitica.

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Difesa, rotte, alleanze. Cosa c’è scritto nel piano-Artico del governo italiano

Non solo nuove rotte commerciali nate dal progressivo scioglimento dei ghiacci. L’Artico è tanto altro e il governo Meloni da tempo lo ha messo nel mirino come obiettivo programmatico per una serie di ragioni. In primis la collaborazione in loco con le agenzie internazionali e l’Ue, in secondo luogo per tracciare una nuova linea che da quel quadrante giunga nel Mare Nostrum e infine per ribadire che nei tavoli internazionali che contano Roma è presente. Materie prime, scambi, relazioni fra nuovi e vecchi alleati sono gli elementi prismatici che in quel fazzoletto di ghiaccio si confronteranno.

I principi del piano

Rafforzare lo status dell’Italia nell’Artico, consolidare il diritto internazionale, preservare l’ambiente unico dell’area e le attività umane presenti, garantire il coinvolgimento dell’Unione Europea in loco nella consapevolezza che l’Artico è anche un territorio europeo e che il cosiddetto asse Nord-Sud che va dall’Artico al Mediterraneo è una sorta di polizza assicurativa per l’unità del vecchio continente. Il piano la “Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”, documento programmatico presentato oggi dal governo, è una vera e propria cartina di tornasole per analizzare lo status quo dell’Artico, immaginare proiezioni lungimiranti e definire un percorso progettuale che possa portare ad una serie di risultati grazie al rafforzamento dell’impegno italiano nella regione. Durante la cerimonia di presentazione a Palazzo Madama è stato dato ampio risalto alla fase progettuale comune fra tre ministeri, Esteri, Difesa e Università con il comun denominatore rappresentato dal ruolo dell’Italia, ovvero “un attore influente e dinamico nella ricerca scientifica artica internazionale”.

Come procederà il lavoro

Nell’Artico la parola d’ordine sarà gioco di squadra, dal momento che il lavoro degli scienziati italiani sarà intrecciato al canovaccio internazionale collaborando con le istituzioni di altri Paesi operanti nella regione. Per cui sul piano scientifico i soggetti attivi e operativi sono l’International Arctic Science Committee (IASC), l’European Polar Board (EPB), il Sustaining Arctic Observation Network (SAON) e l’Arctic Science Funders Forum (ASFF). Accanto all’azione pratica ci sarà la traccia di natura economica, sui cui il piano dell’Italia riconosce fattivamente “l’importanza dell’inclusione delle popolazioni indigene, promuovendo uno sviluppo rispettoso di un ambiente delicato”. Roma ritiene l’Artico “una delle aree di maggiore interesse per una concreta applicazione tecnologica dei principi dello sviluppo sostenibile”. Per questa ragione nel documento si ribadisce che “l’integrazione del continente europeo riguarderà anche il rafforzamento dell’asse nord-sud dall’Artico al Mediterraneo” e che “i valori della cooperazione internazionale in Artico rimangono centrali per affrontare sfide complesse attraverso il dialogo tra gli Stati ed un multilateralismo attivo”.

Le parole dei ministri

“Siamo disponibili, come abbiamo fatto finora, a impegnarci come difesa perché l’asse della difesa è fondamentale per il supporto su cui fare ricerca, diplomazia ed è il basamento su cui il Paese si presenta e ci consente di far parte di consessi internazionali – ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto – In quella zona che è la terra di nessuno occorre che ci sia qualcuno che costruisca delle regole”. E ha aggiunto un elemento di prospettiva: “La difesa avrà nei prossimi anni, per gli impegni internazionali che ci siamo assunti, la necessità di avere un aumento del suo budget, un incremento. Considero l’incremento del Budget della difesa un incremento del budget a disposizione del Paese: quindi della ricerca, della diplomazia, della capacità nostra di proiezione all’estero del Paese, non soltanto della parte militare. E l’Artico sarà uno dei luoghi insieme allo spazio, insieme ai fondali marini, insieme all’Africa dove noi dovremmo fare sinergia e concentrarci, perché da questi settori da questi nuovi orizzonti dipenderà gran parte del futuro non più nostro ma dei nostri figli”.

Secondo il ministro degli esteri Antonio Tajani l’Artico è una regione sempre più strategica per gli interessi politici, economici e scientifici italiani. “Con questa Strategia, l’Italia si dota di una visione di sistema e di lungo periodo. Vogliamo approfondire le relazioni con i Paesi artici, contribuire alla sicurezza euro-atlantica, rafforzare i programmi di ricerca e promuovere nuove opportunità economiche per le nostre imprese. Ho quindi deciso – ha proseguito – di istituire un tavolo imprenditoriale dedicato all’Artico con le aziende italiane in settori chiave come difesa, energia, ambiente, spazio, anche in vista di una prossima missione di sistema nella regione”.

Rispetto all’Artico non siamo all’anno zero, ha precisato la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, “ma continuiamo un lavoro iniziato 50 anni fa da protagonisti nel mondo Artico, Antartico e Terzo polo stimolando connessioni e sinergie capaci di esplorare la nascita del nostro futuro. Per cui ecco che la ricerca anche nell’Artico avrà un ruolo primario: “Si fa con navi di ricerca oceanografiche civili e militari ma anche dall’alto tramite satelliti e droni, anche militari” che guardano anche a “sicurezza, difesa e commercio. Ciò che succede nell’Artico non riguarda solo l’Artico ma il mondo”.

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Cosa prevede la strategia dell'Italia sull'Artico. Meloni: "Quadrante strategico per Nato e Unione europea"

“Consolidare il ruolo dell'Italia come paese non artico interessato all'Artico”. Ma non solo: anche “contribuire al mantenimento dell'area di stabilità, prevenendo dinamiche di escalation e sostenendo meccanismi multilaterali di dialogo e cooperazione”. Sono questi alcuni dei principali obiettivi del nuovo documento strategico italiano sull'Artico, intitolato “La Politica Artica Italiana, L'Italia e l'Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasaformazione”. Il documento è stato presentato dai ministri degli Esteri, della Difesa e dell'Università e della Ricerca Antonio Tajani, Guido Crosetto e Anna Maria Bernini a Roma, presso Villa Madama, nelle stesse ore in cui sette paesi europei, Francia, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Norvegia, Canda e Olanda hanno deciso di inviare in Groenlandia piccoli contingenti militari per difendere Nuuk dalle mire espansionistiche di Donald Trump.

Il nuovo documento strategico, adottato a dieci anni di distanza dal primo, attualizza le politiche italiane alla fase di crescente rilevanza globale della regione e ha secondo il governo ha lo scopo di delineare una visione strategica, accompagnata da alcuni obiettivi di lungo periodo, come il rafforzamento della sicurezza collettiva euro-atlantica e l'attenzione alle possibili opportunità economiche, in grado di rafforzare l'impegno italiano nella regione. Le direttrici sono quelle della sicurezza, della ricerca scientifica e dello sviluppo economico mettendo insieme le diverse forze del paese ed è per questo motivo che alla conferenza hanno partecipato anche alcuni membri del Tavolo Artico ed esponeneti del mondo imprenditoriale.

 

Il messaggio di Meloni: “Artico quadrante strategico. Deve essere una priorità per Nato e Ue”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha potuto partecipare fisicamente alla conferenza, perché impegnata in Giappone in una missione per rafforzare i rapporti strategici dell'Italia nell'Indo-Pacifico. La premier però ha inviato comunque un messaggio: "L'italia è perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri globali, e intende continuare a fare la propria parte per preservare l'Artico come area di pace, cooperazione e prosperità". Meloni ha poi detto che l'Artico deve "essere sempre di più una priorità dell’Unione Europea e della Nato, e che l’Alleanza Atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni, preservare la stabilità e rispondere alle ingerenze di altri attori"

Meloni ha voluto sottolineare che l'attenzione italiana per la regione artica non è stata dettata dalle ultime notizie: dalla base Dirigibile Italia alle Svalbard, passando per le campagne oceanografiche della Marina Militare, “la nostra nazione svolge da molto tempo un ruolo di primo piano per tutelare un'area che è molto fragile e per assicurare uno sviluppo equilibrato e rispettoso delle istanze dei diversi popoli che vivono questi territori”. E ha spiegato gli obiettivi della nuova strategia che “punta a rafforzare il ruolo dell'Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione. Perché siamo consapevoli che ciò che accade nel 'Grande Nord' non è qualcosa di distante o che rimane confinato in quella regione del mondo, ma riguarda il futuro di tutti noi, il nostro benessere, la nostra prosperità e la nostra sicurezza".

 

Crosetto: “Invio militari di diverse nazioni sembra una barzelletta. Bisogna pensare in ottica Nato"

Sull'invio di soldati in Groenlandia Crosetto è tassativo: “Da tempo la Difesa si interessa dell'Artico, con la Marina, l'Aeronautica, l'Esercito con esercitazioni che non sono iniziate adesso e che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia, mi chiedo a fare cosa? Una gita?”. Si è domandato il ministro della Difesa, che poi ha aggiunto: “Immaginate, 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l'inizio di una barzelletta. Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, Onu. Io sono per allargare, non frazionare in nazioni un mondo già troppo frazionato''. Però Crosetto ha lanciato un avvertimento sul prossimo futuro: “Il paese che più confina con questo nuovo pezzo di mondo è la Russia e ha la più grande presenza sull'Artico. Probabilmente, il giorno che finirà la guerra in Ucraina, gran parte delle risorse militari russe saranno spostate in questo settore, come sta facendo la Nato''. Il ministro ha poi evidenziato che anche la Nato si sta spostando: "Ha posto il comando a Norfolk - nell'Inghilterra orientale - e ha concentrato tutta la politica militare del nord sempre più vicino all'Artico".

 

Tajani: "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica"

Durante la conferenza, il ministro degli Esteri Tajani ha annunciato non solo che nelle prossime settimane sarà a Washington per parlare di materie prime con il segretario di stato americano Rubio e altri partner, ma che svolgerà anche "una missione imprenditoriale italiana per l'Artico". Il vicepremier ha infatti detto che si deve "dar vita a un tavolo imprenditoriale Artico con tutti i nostri principali gruppi industriali e piccole medie imprese in settori chiave, dobbiamo sostenerli ed essere e al loro fianco. Non possiamo non tenere conto dell'importanza delle materie prime e l'Artico è ricco di materie prime", ha aggiunto, ricordando la presenza di grandi aziende della difesa e della cantieristica – come per esempio Leonardo e Fincantieri – attive nella regione. "L'Artico non è una questione tattica, ma strategica: l'Italia ha una visione a 360 gradi e non può permettersi di non avere una strategia aggiornata", ha detto Tajani, sottolineando che "la centralità della regione oggi più che mai ci impone un'azione politica, economica e di ricerca" e ribandendo l'importanza della "stabilità dell'area di interesse geostrategico" e di una maggiore presenza dell'Unione europea e della Nato nell'area artica. Tajani inoltre ha ricordato l'importantanza dell'export italiano, che dipende anche dalla sicurezza delle rotte marine la cui tutela deve diventare "una priorità fondamentale". La sicurezza dell'occidente – secondo il vicepremier – dev'essere "garantita da un'azione politica forte, anche di sicurezza, non è questione di mandare 10 o 20 soldati, ma avere in testa una strategia. E noi una visione ce l'abbiamo".

 

Bernini: "L'Italia grande protagonista nell'Artico"

"Gli studiosi dell'Artico sanno che, per sua natura, l'Artico è multidisciplinare. Quello che succede nell'Artico non rimane nell'Artico e quel che accade nel Mondo riguarda l'Artico", ha detto nel suo intervento la ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. "Abbiamo una banca dati che è fra le migliori al Mondo", ha aggiunto. L'Italia è "in grande vantaggio" e opera "da grande protagonista" nell'Artico, ha spiegato la ministra, secondo cui il Sistema Italia "è stato unito nel creare delle piattaforme di eccellenza". Berini ha poi annunciato come "il 3-4 marzo organizzeremo una iniziativa con il ministero degli Esteri e della Difesa che si chiamerà 'Artic Circle Rome Forum - Polar Dialogue' su cui convergeranno imprenditori, imprenditori della difesa, scienziati, ricercatori e politici per parlare di Artico".

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La Casa Bianca: supersoldati USA schierati nel raid contro Maduro

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt la scorsa settimana ha rilanciato le affermazioni secondo cui i membri delle forze speciali americane, definiti «super soldati», avrebbero fatto ricorso a tecnologie militari avanzate durante l’operazione di cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro.

 

Leavitt ha condiviso su X un presunto resoconto di una guardia di sicurezza del complesso di Maduro, originariamente pubblicato dall’attivista politico californiano Mike Netter – noto per la sua campagna contro il governatore della California Gavin Newsom. Il racconto descrive l’arrivo degli operatori della Delta Force in condizioni di buio totale, dopo l’improvvisa disattivazione dei sistemi radar.

 

🚨This account from a Venezuelan security guard loyal to Nicolás Maduro is absolutely chilling—and it explains a lot about why the tone across Latin America suddenly changed.

Security Guard: On the day of the operation, we didn’t hear anything coming. We were on guard, but… pic.twitter.com/392mQuakYV

— Mike Netter (@nettermike) January 10, 2026


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«Il giorno dell’operazione, non abbiamo sentito nulla arrivare. Eravamo di guardia, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. La cosa successiva che abbiamo visto sono stati droni, molti droni, che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire», ha dichiarato la guardia di sicurezza del complesso di Maduro. Questo resoconto è apparso sufficientemente credibile da indurre Leavitt a ripubblicarlo.

 

Il resoconto completo della guardia, che sottolinea l’incapacità delle forze venezuelane di fronteggiare un campo di battaglia moderno dominato da droni, armi soniche e ottiche avanzate con Intelligenza Artificiale integrate nei caschi, include la descrizione di un vero e proprio «massacro». La guardia ha affermato: «sì, ma è stato un massacro. Eravamo centinaia, ma non avevamo alcuna possibilità. Sparavano con tale precisione e velocità… sembrava che ogni soldato sparasse 300 colpi al minuto. Non potevamo fare nulla».

 

«Il giorno dell’operazione, non abbiamo sentito nulla arrivare. Eravamo di guardia, ma improvvisamente tutti i nostri sistemi radar si sono spenti senza alcuna spiegazione. La cosa successiva che abbiamo visto sono stati dei droni, molti droni, che sorvolavano le nostre posizioni. Non sapevamo come reagire» dice la guardia.

 

«E le tue armi? Non ti sono state d’aiuto?» chiede l’intervistatore.

 

«Nessun aiuto» risponde la guardia. Perché non erano solo le armi. A un certo punto, hanno lanciato qualcosa… non so come descriverlo… è stata come un’onda sonora molto intensa. Improvvisamente ho sentito come se la mia testa stesse esplodendo dall’interno. Abbiamo iniziato tutti a sanguinare dal naso. Alcuni vomitavano sangue. Siamo caduti a terra, incapaci di muoverci».

 

« E i tuoi compagni? Sono riusciti a resistere?» viene domandato.

 

«No, per niente. Quei venti uomini, senza una sola vittima, hanno ucciso centinaia di noi. Non avevamo modo di competere con la loro tecnologia, con le loro armi. Lo giuro, non ho mai visto niente del genere. Non siamo riusciti nemmeno a stare in piedi dopo quell’arma sonica o qualunque cosa fosse».

 

«Quindi pensa che il resto della regione dovrebbe pensarci due volte prima di affrontare gli americani?»

 

«Senza dubbio. Sto lanciando un avvertimento a chiunque pensi di poter combattere gli Stati Uniti. Non hanno idea di cosa siano capaci di fare. Dopo quello che ho visto, non voglio mai più trovarmi dall’altra parte. Non bisogna scherzare con loro» risponde la guardia.

 

«E ora che Trump ha detto che il Messico è nella lista, pensa che la situazione cambierà in America Latina?» viene chiesto ancora

 

«Tutti ne parlano già. Nessuno vuole passare quello che abbiamo passato noi. Ora tutti ci pensano due volte. Quello che è successo qui cambierà molte cose, non solo in Venezuela ma in tutta la regione» conclude il venezuelano intervistato.

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Secondo un articolo del New York Times che ha approfondito i dettagli dell’Operazione Absolute Resolve, nessun operatore della Delta Force ha perso la vita durante l’azione. Tuttavia, il rapporto ha precisato che «uno degli elicotteri è stato colpito» e che, secondo due funzionari statunitensi, circa una mezza dozzina di soldati americani sono rimasti feriti nell’intera operazione.

 

Non esiste al momento una verifica indipendente del post su X di Netter, e l’intera vicenda appare come parte di una guerra narrativa, amplificata dalla Casa Bianca, probabilmente finalizzata a intimorire i governi latinoamericani di orientamento socialista.

 

La rimozione di Maduro si inserisce pienamente nella strategia di difesa emisferica del presidente Trump, nota come «Dottrina Donroe» (una crasi tra Donald e Monroe), volta a riaffermare il dominio incontrastato degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale e a contrastare l’influenza cinese, russa e socialista.

 

A un livello più profondo, la Dottrina Donroe sembra estendersi oltre il Venezuela, indicando un progetto per integrare le economie dell’emisfero occidentale in un blocco fortemente allineato agli USA, che inizia a somigliare a una sorta di Superstato, scrive Zerohedge.

 

Questo potrebbe rappresentare l’obiettivo a lungo termine per una futura amministrazione guidata da figure come JD Vance.

 

Il tema dei supersoldati è emerso varie volte pubblicamente in questi anni in America.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un rapporto del Pentagono esplorava la guerra basata sulla biotecnologia parlando di «peste, cyborg e supersoldati». Cinque anni fa è stato detto che l’esercito americano stava testando sui suoi soldati pillole anti-invecchiamento.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno negli anni accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – sta lavorando alacremente da tempo alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.

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Merz cambia posizione sulla Russia e chiede dialogo

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che l’Unione Europea dovrebbe «ritrovare un equilibrio con il nostro più grande vicino europeo», segnando un evidente cambio di rotta rispetto alle sue precedenti posizioni sui rapporti con la Russia.

 

Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, la maggior parte degli Stati membri dell’UE ha adottato una linea di isolamento nei confronti di Mosca. Questo approccio ha tuttavia marginalizzato il blocco nei negoziati di pace promossi dal presidente statunitense Donaldo Trump a partire dall’anno scorso.

 

In questo contesto, negli ultimi tempi diversi Paesi europei hanno espresso la necessità di rilanciare il dialogo diplomatico con la Russia.

 

Nel corso di un discorso pronunciato mercoledì, Merz ha dichiarato: «se riusciremo, in una prospettiva a lungo termine, a ritrovare un equilibrio con la Russia, se ci sarà la pace… allora potremo guardare avanti con grande fiducia oltre il 2026».

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Le sue parole contrastano nettamente con quanto affermato in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung lo scorso giugno, quando Merz aveva escluso categoricamente contatti telefonici con il presidente russo Vladimir Putin, suggerendo che tali comunicazioni fossero prive di utilità.

 

Il mutamento di posizione del cancelliere tedesco arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni della portavoce capo della Commissione Europea Paula Pinho, la quale aveva osservato che «ovviamente, a un certo punto, si dovranno tenere colloqui anche con il presidente Putin».

 

Il mese scorso, il presidente francese Emmanuel Macron aveva già invocato la ripresa di un dialogo «degno» con Mosca sul conflitto ucraino, affermando: «Penso che tornerà utile parlare di nuovo con Vladimir Putin».

 

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha accolto positivamente l’apertura francese, confermando la disponibilità di Putin al dialogo con Macron, ma precisando che qualsiasi confronto non dovrà trasformarsi in un’occasione per «fare lezioni», bensì puntare alla «comprensione reciproca delle posizioni».

 

Venerdì scorso, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha espresso sostegno alle aperture diplomatiche di Macron verso la Russia, dichiarando: «Credo che sia giunto il momento per l’Europa di dialogare con la Russia».

 

La Meloni ha proposto la nomina di un inviato speciale dell’UE per l’Ucraina, al fine di garantire una rappresentanza più efficace del blocco al tavolo dei negoziati.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel frattempo riemerge l’idea da parte russa di effettuare lanci nucleari sull’Europa, in particolare proprio in Germania: lo ha ribadito il politologo Sergej Karaganov in una densa ed inquietante intervista recentemente condotta da Tucker Carlson.

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Immagine di European People Party via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Il vescovo Schneider chiede a papa Leone XIV un documento autorevole per proteggere la messa in latino

Il vescovo Athanasius Schneider ha affermato di aver proposto a papa Leone XIV la promulgazione di una costituzione apostolica per regolare la coesistenza della messa latina tradizionale e del rito romano postconciliare. Lo riporta LifeSiteNews.

 

Il 14 gennaio, Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, ha dichiarato in un’intervista pubblicata dalla Confraternita di Nostra Signora di Fatima di aver personalmente suggerito a papa Leone l’emanazione di una costituzione apostolica per stabilire un quadro giuridico stabile per la messa tradizionale in latino, con l’obiettivo di superare le restrizioni introdotte dal motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco del 2021 e di garantire la pacifica coesistenza tra i due usi del rito romano.

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«Suggerirei, e l’ho proposto al Santo Padre, quando l’ho incontrato , di redigere un documento più solenne di un motu proprio», ha detto Schneider. «Benedetto XVI ha redatto un motu proprio e Francesco un anti-motu proprio. Quindi, penso che non sarebbe così appropriato redigere di nuovo un anti-motu proprio contro Francesco, ma semplicemente un documento più solenne».

 

Nell’intervista, condotta da Christopher P. Wendt, Schneider ha sostenuto che un documento di maggiore peso giuridico e magisteriale sarebbe più adatto a stabilire chiarezza e stabilità a lungo termine nel diritto liturgico.

 

Secondo Schneider, una costituzione apostolica promulgata dal papa si collocherebbe «al di sopra» di un motu proprio nella gerarchia della legislazione pontificia e potrebbe quindi introdurre un nuovo quadro giuridico che regola la celebrazione del rito romano.

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Lo scopo dichiarato di tale documento sarebbe quello che egli ha descritto come una «solenne regolarizzazione» della Messa tradizionale in latino, garantendo piena libertà per la sua celebrazione e assicurando quella che ha definito una «pacifica coesistenza» tra la liturgia tradizionale e la forma postconciliare, senza limitazioni o impedimenti.

 

Un aspetto centrale dell’argomentazione di Schneider riguarda l’autorità dei vescovi diocesani. Egli sosteneva che, se il Papa stabilisse questo quadro normativo attraverso una legge pontificia vincolante, i vescovi non sarebbero più in grado di proibire o limitare la celebrazione della liturgia tradizionale quando un sacerdote desidera celebrarla legittimamente. Nell’intervista, Schneider ha inquadrato questo punto sia come giuridico che pastorale, sostenendo che una tale legge delineerebbe chiaramente l’autorità episcopale in questa materia.

 

Schneider ha inoltre proposto una modifica nel modo in cui vengono descritte le due forme del Rito Romano. Andando oltre la terminologia introdotta da papa Benedetto XVI nel motu proprio Summorum Pontificum , che faceva riferimento a una forma «ordinaria» e a una «straordinaria», Schneider ha sostenuto che entrambe dovrebbero invece essere riconosciute come forme ordinarie del Rito Romano. Secondo la sua spiegazione, questo cambiamento terminologico sottolineerebbe l’esistenza di un diritto stabile per sacerdoti e fedeli a celebrare e partecipare alla Messa latina tradizionale.

 

Egli presentò questo adattamento linguistico e giuridico come un mezzo per rafforzare l’uguaglianza tra le due forme e per impedire future interpretazioni che avrebbero potuto marginalizzare la liturgia tradizionale trattandola come un’eccezione o una concessione.

 

«Un vescovo non può proibire il novus ordo. Quindi, dovrebbe valere lo stesso principio: un vescovo non può limitare o proibire la forma tradizionale. Se ciò fosse stabilito da un documento pontificio, un vescovo non avrebbe più il diritto di imporre alcuna restrizione alla Messa del vetus ordo», ha affermato Schneider.

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Nel più ampio sforzo di ripristinare la pace liturgica sotto papa Leone XIV, e tra i tentativi del cardinale Arthur Roche – prefetto del Dicastero per il Culto Divino e ampiamente considerato il principale artefice della Traditionis custodes – di riaffermare e difendere quel motu proprio durante il concistoro straordinario del gennaio 2026, la proposta di Schneider è emersa insieme ad altre iniziative concrete volte a risolvere la controversia.

 

Tra queste, una proposta presentata da Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, che prevede l’erezione di una giurisdizione ecclesiastica dedicata – come un’amministrazione apostolica personale o un ordinariato – per i fedeli legati alla Messa del vetus ordo, basandosi su precedenti storici a partire dal 1988 e su strutture canoniche esistenti come l’Amministrazione Apostolica Personale di San Giovanni Maria Vianney in Brasile.

 

Insieme, queste proposte riflettono sforzi paralleli all’interno della Chiesa per cercare un quadro giuridico stabile in grado di affrontare le tensioni che persistono dalla promulgazione della Traditionis custodes nel 2021.

 

Nel frattempo, senza incorrere nelle pastoie della politica vaticana conciliare, i fedeli che vogliono partecipare alla Santa Messa della tradizione possono frequentare senza problemi le celebrazioni offerte, tutte le settimane e in tutto il mondo, dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Scanner cinesi in Italia e sicurezza nazionale. Il caso Nuctech e i timori Usa

La notizia arriva da Bloomberg e ha un peso politico ben più pesante degli appalti e dei contratti in questione. Secondo quanto riferito dall’agenzia, gli Stati Uniti avrebbero esercitato pressioni dirette sull’Italia per ottenere la cancellazione di appalti pubblici assegnati a Nuctech, azienda cinese specializzata in scanner per merci, bagagli e persone, ritenuta da Washington un rischio per la sicurezza nazionale.

Nel corso del 2025, diplomatici americani avrebbero presentato formali proteste a Roma per tentare di annullare l’esito di gare pubbliche, per un valore stimato intorno ai 20 milioni di euro, relative alla fornitura di macchinari di scansione destinati all’Agenzia delle Dogane. Il dossier, sempre secondo Bloomberg, sarebbe stato portato direttamente all’attenzione dell’ufficio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La preoccupazione statunitense riguarda esigenze di sicurezza nazionale ed atlantica volte a limitare la presenza cinese nelle infrastrutture critiche occidentali. L’eventualità che immagini e dati raccolti nei porti e nei punti di controllo doganali possano essere accessibili alle autorità cinesi rappresenterebbe infatti un possibile fattore di rischio sull’integrità della sicurezza italiana e per quella degli alleati Nato.

Nonostante l’impossibilità di cancellare bandi già aggiudicati, il governo ha introdotto restrizioni nelle norme sugli appalti pubblici, prevedendo una preferenza per aziende con sede in Italia, nei Paesi Nato o alleati. Una soluzione che evita strappi retroattivi e riduce, de facto, lo spazio per operatori extraoccidentali in settori considerati sensibili.

Il precedente

Il parallelo più immediato al caso Nuctech è quello con i fornitori cinesi nel settore delle telecomunicazioni, Huawei e Zte in primis, e con il lungo dibattito sul 5G. In quel frangente, il governo aveva proceduto rafforzando il Golden Power e creando il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica per mitigare i rischi legati all’adozione di tecnologie ritenute critiche.

Sugli scanner doganali, invece, la Pubblica amministrazione ha continuato a muoversi secondo criteri prevalentemente economici, favorendo offerte più competitive sul piano dei costi e dei tempi di consegna. Un approccio che ha finito per avvantaggiare, come spesso accade su scala globale – oltre che dai bandi vinti da Nuctech nell’autunno scorso – operatori cinesi.

Europa, Usa, Italia

Anche la Commissione Ue ha avviato un’indagine su Nuctech per presunti benefici derivanti da sussidi statali distorsivi della concorrenza, mentre la Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto il ricorso dell’azienda contro le ispezioni di Bruxelles. Alcuni Stati membri, come Lituania e Belgio, hanno già imposto restrizioni o divieti alle sue tecnologie.

L’Italia resta profondamente integrata nei flussi commerciali con la Cina, in un contesto in cui, dopo l’uscita italiana dalla Belt and Road Initiative nel 2023, è ormai chiara l’impossibilità di pensare differentemente economia e sicurezza nazionale.

Il caso Nuctech, come quello Pirelli-Sinochem o le precedenti controversie sul 5G, evidenziano un concetto non trascurabile: appalti pubblici e forniture tecnologiche non sono un terreno neutro, non possono essere valutati con criteri prettamente economici e rientrano pienamente nel perimetro della sicurezza nazionale.

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Il mattone servirà ancora alla Cina. Ecco perché

Una scommessa a perdere. Di quelle pericolose. La Cina è nel pieno di una transizione industriale, dove i vecchi comparti, mattone in primis, stanno via via lasciando il posto a quelli di nuova generazione: tecnologia quantistica, robotica, Intelligenza Artificiale, semiconduttori. E con tanto di sussidi. Il fiume di denaro pubblico che ha permesso a settori come l’auto di stravolgere in tutta sicurezza gli equilibri del mercato, è stato un passo alla volta deviato verso le nuove frontiere della competitività. Lo prova l’improvviso, lo scorso ottobre, stop ai finanziamenti all’industria automobilistica, decisa dal governo. O il sostanziale abbandono al suo destino del mattone, per storia e tradizione il cuore pulsante dell’economia del Dragone. Ora è tempo di andare oltre per Pechino. Ma la sensazione che sia un azzardo è forte.

Un gioco pericoloso

Il punto di caduta è più o meno questo: nonostante la spinta della mano statale in arrivo, investire sulla tecnologia e solo su essa non permetterà alla Cina di raggiungere i livelli di crescita auspicati dal governo. Vale a dire il sempre più mitologico target del 5% del Pil. Tanto che, come ha fatto notare l’agenzia americana Bloomberg, per il Dragone sarebbe già tempo di farsi un esame di coscienza e capire se davvero il gioco vale la candela. Ovvero se accantonare le vecchie sicurezze in favore di nuove sfide potrà garantire i medesimi livelli di crescita.

E qui interviene anche un’analisi del Rhodium, uno dei più autorevoli centri studi focalizzati sulla Cina. “Gli impatti a valle delle nuove industrie cinesi sono semplicemente inferiori a quelli delle industrie tradizionali. Un esempio è l’auto. Negli ultimi cinque anni, i veicoli a nuova generazione (elettrici, ndr) hanno rapidamente sostituito i veicoli a combustione interna, raggiungendo circa il 55% di tutte le vendite di auto nuove in Cina lo scorso anno. La crescita del settore dei veicoli a nuova generazione. Tuttavia, la contrazione associata della produzione di veicoli a combustione interna è stata di poco inferiore alla metà dell’espansione, attestandosi a 357 miliardi di yuan”.

Di qui una prima conclusione. “La strategia di sviluppo economico scelta dalla Cina non produrrà i tassi di crescita economica previsti da Pechino per i prossimi cinque anni. Una crescita del Pil reale del 5%, il livello obiettivo di Pechino negli ultimi anni e probabilmente il suo obiettivo per il 2026, richiederebbe almeno 2 punti percentuali di crescita da nuovi investimenti fissi ogni anno, che è più o meno quanto la Cina ha dichiarato ufficialmente negli ultimi anni”.

Tra presente, futuro e passato

Non è finita. “La Cina continuerà a dipendere ancora di più dalle esportazioni in futuro, rendendo l’economia vulnerabile a nuove restrizioni commerciali. La strategia di sviluppo e gli obiettivi di crescita economica della Cina continueranno dunque dipendere dagli investimenti e dalle esportazioni, ma non vi sono chiare prospettive che gli investimenti interni in tecnologia producano la domanda necessaria per raggiungere i tassi di crescita previsti, anche nei settori più recenti. Ciò significa che Pechino diventerà ancora più dipendente dall’acquisizione di quote di mercato nei mercati di esportazione, sia nei settori nuovi ma anche in quelli tradizionali”. Insomma, non sarà tanto facile per il Dragone gettare a mare tutti quei settori che finora l’hanno sostenuta. La sensazione è che il Dragone si sia incartato.

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Perché Vinitaly sceglie l’India. Rebughini racconta la diplomazia del vino tra Roma e New Delhi

New Delhi – Il Vinitaly India Roadshow 2026 prende il via da New Delhi dentro una cornice ampia: il vino e la sua filiera come fattore strutturale di soft power per un Paese storicamente vitivinicolo come l’Italia, primo produttore mondiale, che trova nel settore agrifood uno degli elementi di proiezione e riconoscibilità internazionale. È in questo quadro che si inserisce l’attenzione crescente verso l’India, mercato ancora giovane ma sempre più rilevante, sia per il numero dei consumatori coinvolti, sia nel contesto più specifico del rafforzamento dei rapporti tra Roma e New Delhi osservato negli ultimi tre anni.

I numeri aiutano a inquadrare la dimensione del fenomeno: nel 2023 il valore dell’import di vino in India è stato pari a 30,5 milioni di dollari, secondo l’Osservatorio Uiv–Vinitaly, una quota limitata nel commercio mondiale, ma accompagnata da un tasso di crescita medio annuo del 12% (al netto della parentesi Covid). In questo scenario l’Italia cresce al 14%, sopra la media del mercato.

È su questo scarto – tra dimensione ridotta e potenziale – che si innesta il Roadshow organizzato da Veronafiere con l’Italian Trade Agency e la collaborazione dell’ambasciata italiana in India, guidata da Antonio Bartoli. Alla tappa indiana – parte di un percorso di internazionalizzazione intrapreso da Vinitaly – partecipano oltre 30 aziende: 8 nella collettiva ITA, 9 del Consorzio Tutela Vini Valpolicella e 13 in forma diretta. L’obiettivo operativo è incontrare più di 200 importatori, distributori e operatori Horeca, ma anche selezionare buyer da invitare alla prossima edizione di Vinitaly (a Verona, dal 12 al 15 aprile 2026).

La cornice, però, è più ampia del business immediato. “Il vino non è soltanto un elemento commerciale, ma certamente un vettore di relazioni culturali, dunque internazionali, e possiamo tranquillamente parlare di diplomazia del vino”, spiega Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere. “Negli ultimi anni Vinitaly si è evoluto da marketplace di domanda e offerta in una piattaforma che unisce produttori, territori, filiere commerciali e istituzioni nazionali: da qui lo spirito di spingerci oltre, verso una dimensione sempre più internazionale”.

È una trasformazione che riflette un cambiamento di contesto. “Abbiamo sempre più caratterizzato Vinitaly come uno spazio in cui il mondo del vino dialoga con le istituzioni”, osserva Rebughini, richiamando l’esperienza dell’ultimo Vinitaly a Verona, con la partecipazione di due commissari europei impegnati su temi che vanno oltre l’acquisto del prodotto: salute, agricoltura, economia circolare, indotto. “Il vino diventa una chiave per leggere relazioni economiche più complesse”. E in un momento in cui economia e geopolitica sono sempre più interconnesse, anche il vino finisce all’interno di questo schema.

L’India rientra in questa logica come mercato giovane, ma geopoliticamente centrale. “Questa è la nostra quarta missione nel Paese”, racconta Rebughini: “Abbiamo preceduto le tappe di Delhi e Goa con una serie di preview per preparare il mercato e accompagnare un avvicinamento più strutturato”. Un processo che, secondo il direttore generale, si inserisce nel quadro dei negoziati per l’accordo di libero scambio Ue–India. “L’FTA è un fattore di fluidificazione”, afferma Rebughini: “Ridurre barriere tariffarie e fiscali è decisivo, e la firma del 27 gennaio sull’accordo sarà fondamentale per i nostri e molti altri prodotti”.

Ma c’è di più della dimensione economica-commerciale. “Noi siamo qui anche e soprattutto per fare cultura del vino. Rappresentare l’eccellenza del Made in Italy significa raccontare i territori, la diversità produttiva, la più ampia al mondo, e creare un collegamento stabile tra produzione e territorio”. Da qui l’investimento su formazione e masterclass calibrate su un mercato “ad alto potenziale, ma non ancora sofisticato”, e sullo sviluppo dell’enoturismo attraverso Vinitaly Tourism.

I numeri globali spiegano il razionale di lungo periodo. Secondo IWSR, il valore del vino al consumo in India supera oggi i 415 milioni di dollari e dovrebbe oltrepassare i 520 milioni entro il 2028. L’Italia è oggi il quarto fornitore, dietro Australia, Francia e Singapore, ma con dinamiche di crescita tra le più elevate.

Il Roadshow di New Delhi è entrato nel vivo oggi, 16 gennaio al Taj Palace, con incontri B2B, degustazioni e due masterclass: una dedicata allo spettro produttivo italiano – dal Prosecco alle varietà autoctone – e una ai grandi territori del rosso. A guidarle è Sonal C. Holland, prima e unica Master of Wine indiana. La tappa si chiude con una cena all’Ambasciata d’Italia. Il 18 gennaio il format si sposta a Goa, prima di proseguire il calendario estero 2026 in Norvegia, Polonia e Cina.

Sul fondo resta una considerazione chiave: in India il vino non è ancora un mercato di volumi, ma è già uno strumento di posizionamento. Una leva leggera, ma coerente, che accompagna la più ampia strategia italiana di presenza economica, culturale e diplomatica nel subcontinente. Una presenza che proiettata sul versante indiano segna l’asse dell’Indo-Mediterraneo, marcato da progetti futuristici come Imec così come da iniziative di ricostruzione storica come il viaggio della INSV Kaundinya, riproduzione delle antiche navi indiane del V Secolo, arrivata in Oman, appena visitato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni come prima tappa del tour asiatico che la sta portando in Giappone e Corea del Sud.

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Gli europei temono Trump e guardano alla Cina. Sondaggio Ecfr

L’Europa appare più distante dagli Stati Uniti, meno fiduciosa nel futuro e sempre più consapevole di trovarsi in un mondo che non è più a guida occidentale. La leadership americana è percepita come meno affidabile, l’ascesa della Cina come inevitabile e l’Unione europea come strategicamente fragile, chiamata a farsi carico in prima persona della propria sicurezza. È questo il quadro che emerge dall’ultimo grande sondaggio di opinione pubblica globale dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), che fotografa un’Europa più pessimista ma anche più orientata al riarmo e all’autonomia strategica.

I risultati sono contenuti nel report “How Trump is making China great again—and what it means for Europe”, basato su un’indagine condotta nel novembre 2025, a un anno dalla rielezione di Donald Trump. Il sondaggio ha coinvolto 25.949 intervistati in 21 Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Russia, India, Turchia, Brasile, Sudafrica, Corea del Sud e 13 Stati membri dell’Unione europea, ed è stato realizzato in collaborazione con l’iniziativa Europe in a Changing World dell’Università di Oxford.

In Italia, l’indagine è stata condotta su 1.501 intervistati tra il 5 e il 19 novembre 2025, nell’ambito del campione europeo.

Perché è rilevante

In tutta l’Unione europea — inclusi Paesi come l’Italia — l’opinione pubblica si sta adattando a una realtà in cui la leadership americana è percepita come meno affidabile, l’ascesa della Cina appare inevitabile e l’Europa è costretta a confrontarsi con la propria fragilità strategica. Queste percezioni influenzano direttamente i dibattiti interni su spesa per la difesa, autonomia strategica e ruolo globale dell’Europa.

L’ascesa della Cina appare inevitabile — e in gran parte non minacciosa

Nelle principali potenze medie, gli intervistati prevedono che l’influenza globale della Cina, già significativa, continuerà a crescere nel prossimo decennio. Questa convinzione è particolarmente diffusa in Sudafrica (83%), Brasile (72%) e Turchia (63%).

All’interno dell’Ue, la maggioranza ritiene che nei prossimi dieci anni la Cina diventerà leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici e nelle tecnologie per le energie rinnovabili, una percezione che si è rafforzata rispetto a due anni fa.

In diversi Paesi, Pechino è ampiamente vista come un partner necessario o un alleato: Sudafrica (85%), Russia (86%) e Brasile (73%). Pur riconoscendo il crescente peso geopolitico della Cina e la sua leadership nei settori più innovativi, pochi sembrano temere questa traiettoria.

Solo in Ucraina (55%) e in Corea del Sud (51%) la maggioranza degli intervistati considera la Cina un rivale o un avversario. Altrove, le aspettative indicano un rafforzamento delle relazioni con Pechino, in particolare in Sudafrica (71%), Brasile (52%), Russia (46%) e Turchia (46%).

Gli Stati Uniti restano influenti — ma il loro appeal è in calo

La maggior parte degli intervistati non si aspetta che gli Stati Uniti scompaiano come potenza globale. Washington è ancora ampiamente considerata influente e destinata a mantenere un ruolo rilevante.

Tuttavia, in Cina (34%), nell’Ue (37%), in Ucraina (32%) e persino negli Stati Uniti stessi (43%), non esiste una maggioranza che preveda un’ulteriore crescita dell’influenza americana nel prossimo decennio.

Circa un intervistato su quattro in Cina, Russia, Ucraina e Stati Uniti prevede un declino dell’influenza globale americana. Nell’Ue, il cambiamento è particolarmente netto: solo il 16% dei cittadini europei considera oggi gli Stati Uniti un alleato, mentre il 20% li vede come un rivale o un nemico.

Altrove, la percezione dell’America non crolla improvvisamente, ma si deteriora in modo costante. Con il miglioramento delle opinioni sulla Cina, gli Stati Uniti hanno perso terreno come alleato preferito in quasi tutti i Paesi analizzati. L’India rappresenta un’eccezione parziale, con quote simili di intervistati che considerano alleati sia gli Stati Uniti (54%) sia la Russia (46%).

La rielezione di Trump ispira meno fiducia rispetto al passato

Nella maggior parte dei Paesi, le aspettative nei confronti di Trump si sono ridimensionate. Rispetto a un anno fa, sono meno numerose le persone che ritengono la sua rielezione positiva per i cittadini americani, per i propri Paesi o per la pace globale.

In India, ad esempio, la percentuale di intervistati che considerava la vittoria di Trump positiva per il proprio Paese è scesa bruscamente dall’84% alla fine del 2024 al 53%. In diversi contesti nazionali, il sentimento è passato da un consenso ampio a una critica marcata.

Allo stesso tempo, minoranze significative in India (63%), Turchia (50%), Cina (46%) e Ucraina (43%) concordano sul fatto che Trump abbia comunque difeso con successo gli interessi americani sulla scena internazionale.

L’Europa è sempre più vista come antagonista — o come ancora

Con il mutare degli equilibri di potere globali, anche la percezione dell’Europa sta cambiando, talvolta in modo netto. Il cambiamento più radicale si registra in Russia, dove la maggioranza degli intervistati considera ora l’Europa un avversario (51%), in aumento rispetto al 42% dell’anno precedente.

Parallelamente, la percezione russa degli Stati Uniti si è ammorbidita, mentre l’amministrazione Trump ha cercato di ristabilire relazioni più distese con Vladimir Putin. Solo il 37% dei russi considera oggi gli Stati Uniti un avversario, in calo rispetto al 48% dello scorso anno e al 64% di due anni fa.

La dinamica opposta è visibile in Ucraina. Gli ucraini che un tempo vedevano Washington come principale alleato guardano ora soprattutto all’Europa. Quasi due terzi (62%) si aspettano un rafforzamento delle relazioni con l’Ue, contro il 37% che dice lo stesso degli Stati Uniti. Mentre il 39% considera l’Ue un alleato, solo il 18% attribuisce questa qualifica agli Usa.

La percezione di Washington come alleato è diminuita sensibilmente nell’ultimo anno, mentre quella dell’Ue è rimasta relativamente stabile.

La Cina vede ora l’Europa come un polo distinto

Anche in Cina la percezione dell’Europa è in evoluzione. Alla domanda se le politiche dell’Ue verso Pechino siano simili a quelle degli Stati Uniti, la maggioranza degli intervistati cinesi (55%) risponde oggi che sono diverse, mentre negli anni precedenti prevaleva l’opinione opposta.

Questa distinzione è rilevante: mentre il 61% dei cinesi considera gli Stati Uniti una minaccia, solo il 19% dice lo stesso dell’Ue. Ciò non indica disinteresse verso l’Europa. Al contrario, la Cina è uno dei pochi Paesi in cui la maggioranza (59%) considera l’Ue una grande potenza.

L’Europa è sempre più vista come un partner (46%), mentre gli Stati Uniti sono percepiti principalmente come un rivale (45%). Nella percezione pubblica cinese, l’Europa emerge come un polo autonomo in un mondo realmente multipolare, non più dominato dall’America.

La percezione americana dell’Europa resta sostanzialmente stabile

Nonostante la retorica di Trump, l’opinione pubblica americana sull’Europa non ha subito cambiamenti radicali. La visione prevalente negli Stati Uniti (40%) continua a considerare l’UE un alleato.

Quasi la metà degli americani (49%) concorda con l’affermazione secondo cui “la sicurezza europea è anche sicurezza americana”, mentre solo il 29% è in disaccordo. Più della metà (54%) considera la guerra della Russia contro l’Ucraina una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.

Europei pessimisti — e sempre più attenti alla sicurezza

Gli europei si distinguono a livello globale per il loro pessimismo sul futuro. Quasi la metà dubita che gli anni a venire porteranno benefici ai propri Paesi (49%) o al mondo nel suo complesso (51%).

Una pluralità di cittadini dell’Ue (46%) non ritiene che l’Unione sia sufficientemente forte da negoziare alla pari con Stati Uniti o Cina, una quota in aumento rispetto al 42% del 2024. La retorica ostile verso l’Europa da parte di Trump e Putin può aver contribuito a questa percezione, soprattutto quando viene ripresa da partiti populisti e nazionalisti nel continente.

Allo stesso tempo, gli europei esprimono forti preoccupazioni sul piano della sicurezza: il timore di un’aggressione russa (40%), di una grande guerra europea (55%) e dell’uso di armi nucleari (57%). Queste ansie si riflettono nelle preferenze politiche, con un ampio sostegno all’aumento della spesa per la difesa (52%), alla reintroduzione della coscrizione obbligatoria (45%) e persino allo sviluppo di una deterrenza nucleare europea (47%).

Cosa dicono gli autori

Per Ivan Krastev, presidente del Centre for Liberal Strategies, “la divisione dell’Occidente si avverte in modo più acuto in Europa e in ciò che gli altri pensano dell’Europa. Per i decisori politici europei, la sfida ora è come vivere in un mondo veramente multipolare, che molti europei hanno a lungo immaginato, ma che ora cominciano a temere”.

Secondo Mark Leonard, direttore di Ecfr, “questo sondaggio mostra come il mondo pensi che l’Occidente sia morto. Gli europei non vedono più l’America come un alleato”. “Gli ucraini – continua – ora guardano a Bruxelles piuttosto che a Washington per ottenere sostegno e i russi vedono l’Europa, e non l’America, come il loro più grande nemico”. E in definitiva: “La campagna di Trump per mettere l’America al primo posto l’ha resa meno popolare tra gli alleati e ha contribuito a mettere la Cina in pole position”.

Timothy Garton Ash, storico, spiega che “gli europei stanno finalmente aprendo gli occhi sulla dura realtà di un mondo post-occidentale. Rendendosi conto di non poter più contare sugli Stati Uniti per la loro sicurezza, sulla Cina per la loro prosperità o sulla Russia per le loro forniture energetiche, si chiedono — e dubitano — se possano contare su se stessi”.

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Il Punto

La questione salariale è tornata alla ribalta in Italia nel 2025. Nel 2026 si dovrà iniziare ad agire per migliorare la situazione: la legge delega al governo in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva potrebbe essere lo strumento per mettere ordine nel sistema. I fondi Pnrr hanno permesso di rendere più effettivo […]

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Trump scarica Zelensky per l’ennesima volta – Il Controcanto – Rassegna stampa del 16 gennaio 2026



Il pendolo Trump torna ad avvicinarsi alle posizioni di Putin lasciando sempre più nello sconforto l’oramai consunto Zelensky. Il Corriere della Sera prova a magnificare le parole del Ministro Crosetto oramai vicino ad accettare la sconfitta totale. La Repubblica commenta l’arrivo di una ventina di scalatori europei in Groenlandia con il compito di difendere l’isola dal possibile arrivo degli americani di Trump. Buona fortuna. Il Fatto sottolinea il doppiopesismo del Presidente Mattarella, silente sul massacro di Gaza ma deciso nel denunciare i presunti crimini iraniani

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