Le crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa sollevano interrogativi cruciali sull’equilibrio transatlantico: siamo di fronte a una vera guerra dei dazi tra alleati Nato o a una strategia di pressione negoziale? Quali sarebbero le conseguenze economiche e come reagirebbe Bruxelles? A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani svela il reale obiettivo dell’amministrazione Trump: “I dazi servono a finanziare il riarmo americano in funzione di un futuro confronto con la Cina, agendo come tributi che gli alleati devono versare per pagare la protezione americana”.
Sirene spiegate dei pick-up della polizia, seguite da quelle delle ambulanze e dei mezzi dei vigili del fuoco. Questo il suono dominante nelle strade di Città del Guatemala, e periferie, […]
Valentino Garavani non c’è più. E con lui si abbassa la saracinesca su un mondo della moda che nel frattempo è cambiato per sempre, e non necessariamente in meglio. Perché la moda ha bisogno di designer che siano icone, figure riconoscibili, capaci di dare – con la sola presenza – un’aura di autorevolezza a tutto ciò che li circonda. Valentino Garavani era questo. Anche se, da tempo, non era più proprietario del marchio che porta il suo nome.
La maison Valentino ha attraversato negli ultimi decenni una lunga e complessa sequenza di passaggi di mano, passando dal controllo diretto del fondatore a quello di investitori internazionali: gruppi italiani, fondi di private equity e capitali qatarioti. Oggi il marchio è controllato da Mayhoola for Investments, società del Qatar, mentre Kering detiene una partecipazione di minoranza pari al 30%.
La storia di come un marchio che, per immaginario e identità, “parla italiano” sia passato attraverso mani diverse inizia nel 1998, quando la maison viene ceduta al gruppo Hdp, partecipato anche da Gianni Agnelli, per una cifra intorno ai 500 miliardi di lire. Nel 2002 subentra il Gruppo Marzotto, che rileva Valentino da Hdp per 240 milioni di euro. Dallo scorporo delle attività Marzotto nasce nel 2005 Valentino Fashion Group. Due anni dopo, nel 2007, il fondo Permira acquisisce la maggioranza, insieme a membri della famiglia Marzotto.
La svolta arriva nel 2012, quando Mayhoola for Investments rileva l’intero gruppo per un valore stimato tra i 700 e i 720 milioni di euro, includendo anche la licenza M Missoni, mentre MCS Marlboro Classics resta a Permira. Nel 2023 entra in scena Kering, colosso francese del lusso e uno degli attori più influenti del sistema moda globale, che acquisisce il 30% del Valentino Fashion Group per 1,7 miliardi di euro, con la possibilità di salire al controllo totale entro il 2028.
Nel settembre 2025 Mayhoola e Kering decidono però di rinviare l’esercizio delle opzioni: l’assetto azionario resta invariato (70% Mayhoola, 30% Kering) almeno fino al 2028, con opzioni di put e call posticipate tra il 2028 e il 2029. Nel novembre dello stesso anno i soci effettuano un’iniezione di capitale da 100 milioni di euro per sostenere la crescita del gruppo.
A gennaio 2026 Valentino opera sotto la holding MFI Luxury Srl, con Mayhoola come azionista di maggioranza e Kering come socio di minoranza, senza ulteriori cambiamenti recenti nell’assetto proprietario. La maison registra risultati economici solidi; dal 2024 il direttore creativo unico è Alessandro Michele, mentre dal 2025 l’amministratore delegato è Riccardo Bellini.
Gol annullati, rigori dubbi, il Senegal che abbandona il campo, BrahimDiaz che fa un cucchiaio “folle” e sbaglia il rigore decisivo. Poi il teatrino delle scuse. Pensavate di aver visto di tutto nella finale di Coppa d’Africa tra Marocco e Senegal? Invece no, perché c’è stato un episodio meno “pubblicizzato” in diretta tv ma parecchio curioso: la “guerra dell’asciugamano“. Nel corso di questa Coppad’Africa infatti il Marocco ha sviluppato una stranaabitudine: mandare i raccattapalle dietro la porta avversaria per rubare l’asciugamano che i portieri tengono solitamente appese alla rete o vicino al palo.
Il motivo? In primis per creare un disagiogenerale al portiere stesso, in secondo luogo si parla di magia e riti voodoo, ma soprattutto perché ieri – durante la finale – piovevafortissimo ed Edouard Mendy, portiere del Senegal, usava spesso l’asciugamano per tenere asciutti i guanti o il pallone, per avere più aderenza sui tiri o sui cross. Obiettivo che a un certo punto del match i giovani raccattapalle hanno preso sul serio, al punto che YehvanDiouf – secondo portiere della nazionale senegalese, zero minuti in Coppa d’Africa – è diventato un bodyguardimprovvisato.
Il secondo portiere senegalese è andato dietro la portadifesa da Mendy per proteggerel’asciugamano ed evitare che i raccattapalle o gli avversari (sì, perché anche Hakimi e Aguerd a un certo punto hanno lanciato il telo del portiere oltre i cartelloni pubblicitari) disturbassero in questo modo il compagno di squadra. E nonostante ciò i giovani ragazzi dietro la porta non hanno mollato, tanto da provare a scipparel’asciugamano dalle mani di Diouf, arrivando anche al contatto fisico. Ma non solo: in un video diventato virale sul web si vede Saibari – calciatore del Marocco – ostacolare Diouf mentre lo passa a Mendy.
Già in semifinale contro la Nigeria erano sparititre asciugamani del portiere nigeriano. Oltre al discorso pioggia, c’è appunto anche quello della scaramanzia: c’è chi addirittura sostiene che Mendy avesse scritto appunti sui rigoristi sull’asciugamano. I portieri ricorrono spesso a metodi alternativi per appuntarsi note sui rigoristi, ma magari sui parastinchi o sulle borracce. Meno comune la “stampa” su un asciugamano. E quindi l’eroe nascosto della finale farsa tra Marocco e Senegal è diventato YehvanDiouf, secondo portiere del Senegal che ha lottato con i denti contro i raccattapalle. A fine partita si è anche concesso un selfie con la coppa e appunto l’asciugamano “difeso“.
Une scène invraisemblable, le joueur du Maroc, Ismael Saibari, essaie de voler la serviette du gardien sénégalais Mendy, heureusement qu’il y’avait un joueur du Sénégal pour la garder ! Ils ont tout fait et ils ont échoué. Bravo Sénégal ???????? ❤️ pic.twitter.com/pYq8Dtm0id
Costi più che raddoppiati (+127%) rispetto alla proiezione iniziale e lievitati del 23% negli ultimi sei anni sotto il peso della pandemia, dell’invasione russa dell’Ucraina ed alcuni problemi tecnici. La Corte dei conti europea bolla il collegamento ferroviario Torino-Lione come il maggiore responsabile dell’aumento dei costi per il completamento delle infrastrutture-faro della rete transeuropea dei trasporti (Ten-T) insieme alla Rail Baltica, “regina” indiscussa dei rincari con costi iniziali quadruplicati e un aumento del 160% dal 2020.
Non solo: la relazione sottolinea che il completamento delle opere entro il termine del 2030 non è più “improbabile”, come messo nero su bianco nell’anno dell’inizio della pandemia, ma è semplicemente “impossibile” a causa di crisi impreviste, aumenti dei costi e ulteriori ritardi nell’attuazione dei progetti. In ritardo medio di 11 anni rispetto ai piani iniziali, ora arriva a 17 anni per i cinque megaprogetti di cui sono disponibili informazioni.
Sul versante italiano l’inaugurazione del collegamento Torino-Lione è adesso prevista per il 2033, contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020: un ritardo di 18 anni rispetto alle stime iniziali. Inoltre, la data più ottimistica per l’apertura della galleria di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40% rispetto alle stime iniziali, è ora il 2032, anziché il 2016 o il 2028 come previsto in precedenza: un ritardo di 16 anni, sottolineano gli auditor.
Pur riconoscendo che dal 2020 gli otto megaprogetti in questione – oltre al miliardo di euro di valore – abbiano dovuto affrontare nuove sfide economiche e geopolitiche, gli auditor della Corte sottolineano che l’aumento del costo reale oggi ammonta a un +82% contro al +47% registrato nel 2020. “Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto”, scrivono gli autori del rapporto.
Oltre alla Tav Torino-Lione, infatti, anche la linea Y basca, che avrebbe dovuto essere operativa entro il 2010 stando al calendario iniziale ed entro il 2023 secondo l’aggiornamento del 2020, dovrebbe ora essere pronta entro il 2030 secondo le stime più ottimistiche, anche se i promotori del progetto considerano il 2035 un termine più realistico, rileva la Corte dei conti europea. Il canale Senna-Nord Europa, i cui costi sono complessivamente triplicati dall’inizio dei lavori, avrebbe dovuto essere operativo nel 2010, data poi posticipata al 2028 e successivamente al 2032, che è ora considerata la più plausibile.
Gli otto megaprogetti analizzati dal rapporto di aggiornamento hanno ricevuto nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9 miliardi di euro rispetto al 2020, portando l’importo totale dei finanziamenti Ue a 15,3 miliardi di euro. E nonostante tutte queste problematiche, la Commissione europea si è avvalsa solo una volta, “e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi (ovvero l’articolo 56 del regolamento Ten-T del 2013)”, rilevano.
La Corte dei conti spiega di attendersi che la recente modifica del regolamento possa rafforzare il ruolo dell’esecutivo Ue e accrescerne i poteri in termini di controllo sul completamento della rete, fermo restando che queste misure interesseranno principalmente i megaprogetti futuri. Infine, gli auditor segnalano come l’impatto che questa modifica avrà sui prossimi progetti infrastrutturali “dipenderà in ultima istanza dall’attuazione e dal rispetto effettivi degli strumenti giuridici da parte dei Paesi dell’Ue”.
L’economia mondiale supera senza crolli l’anno del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e di un aumento senza precedenti del livello medio dei dazi. Ma l’equilibrio è instabile. Nell’aggiornamento di gennaio del World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo la crescita globale attesa per il 2026 al 3,3%, due decimi in più rispetto alle stime di ottobre, e prevede nel 2027 un rallentamento solo marginale al 3,2%. Ma mentre Stati Uniti, Spagna, Germania e Francia incassano revisioni positive, l’Italia è l’unico grande Paese dell’Unione europea a vedere una correzione al ribasso. Brutto colpo per la premier Giorgia Meloni, che ha annunciato che il tema della crescita, insieme a quello della sicurezza, è il suo “grande focus di quest’anno”.
L’Eurozona vede infatti la crescita 2026 salire all’1,3% (+0,1%), la Germania all’1,1%, la Francia all’1% e la Spagna al 2,3% (+0,3%), quest’ultima con la revisione più consistente. Alla base della revisione positiva a livello globale c’è soprattutto il boom degli investimenti tecnologici, trainati dall’intelligenza artificiale. Un fattore che, secondo il Fondo, sta compensando l’impatto negativo dello choc commerciale e dell’incertezza legata ai dazi. Il contributo maggiore arriva da Nord America e Asia, dove l’adozione dell’IA sta sostenendo produttività, mercati finanziari e fiducia delle imprese. Per gli Stati Uniti la crescita 2026 viene rivista al 2,4%, tre decimi in più rispetto alle stime precedenti, mentre la Cina sale al 4,5%.
Il capo economista del Fondo, Pierre‑Olivier Gourinchas, ha però messo in guardia da una lettura troppo ottimistica: la resilienza dell’economia globale è trainata in gran parte da pochi settori, e questo aumenta le vulnerabilità in caso di choc. Non solo: lo scenario centrale del Fondo si basa sull’ipotesi che le tariffe restino ai livelli attuali. Nelle proiezioni, la tariffa effettiva stimata per gli Stati Uniti verso il resto del mondo è attorno al 18,5% e viene assunta come stabile. Ma un’eventuale escalation commerciale cambierebbe le carte in tavola. La volatilità dei dazi tende a frenare investimenti e consumi, alimentando incertezza e risparmio precauzionale. Se le tensioni dovessero intensificarsi, l’impatto sulla crescita potrebbe diventare significativo già nel 2026. In questo quadro, pur senza fornire “raccomandazioni su quali dovrebbero essere le misure di politica commerciale” dopo la minaccia Usa di nuovi dazi nei confronti dei Paesi che sostengono la Groenlandia il capo economista del Fmi ha invitato “tutte le parti a cercare una soluzione che mantenga aperto il sistema commerciale, che garantisca regole stabili e prevedibili e che consenta alle imprese di prendere decisioni in materia di investimenti e catena di approvvigionamento con un certo grado di certezza”.
A sostenere il quadro macro contribuisce invece il fronte energetico. Secondo il Fondo, l’offerta di petrolio resta ampia e questo sta spingendo i prezzi al ribasso, con effetti disinflazionistici attesi anche nel 2026. Ma o rischi geopolitici sono rilevanti: eventuali interruzioni delle esportazioni iraniane – pari a circa l’1,5% dei consumi mondiali – o nuove tensioni in Medio Oriente potrebbero rapidamente invertire la tendenza, riaccendendo pressioni sui prezzi dell’energia.
“Il ruolo morale degli StatiUnitid’America nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta è ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politichedistruttive“. È l’affondo di tre cardinali statunitensi che, in un’insolita dichiarazione congiunta, criticano apertamente la politica estera aggressiva del presidente Donald Trump. La dichiarazione – rilanciata dai media Vaticani Osservatore Romano e Vatican News – è sottoscritta dall’arcivescovo di Chicago, Blase Joseph Cupich, dall’arcivescovo di Washington, Robert McElroy, e da quello di Newark, Joseph William Tobin. Prende spunto dal fatto che, nel nuovo anno “gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più profondo e acceso sulla base morale delle azioni dell’America nel mondo dalla fine della GuerraFredda” citando anche “gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia“, che “hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace“.
In questo senso, i tre porporati sottolineano come “il bilanciamento tra interessenazionale e benecomune viene inquadrato in termini fortemente polarizzati”. Di più, “il ruolo morale degli Stati Uniti d’America nell’affrontare il male nel mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel sostenere la libertà religiosa è sotto esame – proseguono – e la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità, viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”. Nel testo i tre cardinali valutano l’azione internazionale degli Stati Uniti alla luce dei principi espressi da PapaLeoneXIV nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio scorso. In particolare, viene citato il passaggio in cui il Pontefice afferma che “la debolezzadelmultilateralismo è motivo di particolare preoccupazione” e che “una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza, da parte di individui o gruppi di alleati” perché “la guerra è tornatadimoda e si sta diffondendo lo zelo bellico”.
Cupich, McElroy e Tobin ritengono le parole del Pontefice “una base veramente morale per le relazioni internazionali” e “una bussolaetica duratura per stabilire il percorso della politica estera americana nei prossimi anni”. In linea con le parole di Papa Prevost, i tre cardinali sottolineano poi “la necessità di un aiuto internazionale per salvaguardare gli elementi più centrali della dignità umana, che sono sotto attacco a causa del movimento delle nazioni ricche di ridurre o eliminare i loro contributi ai programmidiassistenzaumanitariaall’estero“. Perché, ribadiscono, “come pastori e cittadini, abbracciamo questa visione per l’instaurazione di una politica estera genuinamente morale per la nostra nazione”.
Da qui l’appello conclusivo dei tre cardinali. “Cerchiamo di costruire una pace veramente giusta e duratura, quella pace che Gesù ha proclamato nel Vangelo. Rinunciamo alla guerra come strumento per interessinazionalimiopi e proclamiamo che l’azione militare deve essere vista solo come ultimarisorsa in situazioni estreme, non come strumentonormale della politica nazionale. Cerchiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e il miglioramento della dignità umana in tutto il mondo, specialmente attraverso l’assistenzaeconomica“. Ad oggi, concludono, “il dibattito della nostra nazione sul fondamento morale della politica americana è afflitto da polarizzazione, faziosità e interessi economici e sociali ristretti”. Al contrario, “Papa Leone ci ha fornito il prisma attraverso il quale elevarlo a un livello molto più alto. Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e promuoveremo affinché tale livello più alto diventi possibile”, concludono.
Ricordate l’allenamento di Carlos Alcaraz con uno strano canestrino da basket? Quell’esercizio diventato virale nei giorni delle festività era propedeutico a una modifica nel servizio del numero 1 al mondo. Da quando si è presentato a Melbourne, già prima dell’inizio degli Australian Open, il nuovo servizio di Alcaraz è diventato uno dei temi caldi nel mondo del tennis. Nello specifico, lo spagnolo ha cambiato il lancio della pallina. In un modo che risulta tremendamente simile a quello utilizzato da NovakDjokovic. Che non ha mancato l’occasione per punzecchiare – con il sorriso sulle labbra, sia chiaro – il suo rivale: “Appena l’ho visto, gli ho mandato un messaggio. Gli ho detto che dovevamo parlare dei dirittid’autore“. Alcaraz, pur ammettendo una somiglianza, aveva negato di aver “copiato” il serbo. Che non si è fatto mancare l’occasione per rispondere.
“Quando l’ho visto, gli ho detto che dovevamo parlare della percentuale. Ogni ace che fa qui mi aspetto un omaggio. Vediamo se rispetterà l’accordo”, ha scherzato ancora Djokovic, confermando quindi le analogie tra la sua tecnica e quella introdotta da Alcaraz anche nella sua vittoria al primo turno contro Walton. Il 38enne serbe ne ha parlato dopo la sua vittoria al primo turno, contro PedroMartinez. Tre set a zero, senza patemi e con un servizio solidissimo: ha vinto il 93% dei punti con la prima di servizio e non ha dovuto fronteggiare nemmeno una palla break. Numeri che preoccupano l’azzurro FrancescoMaestrelli, suo prossimo avversario. Numeri che invece spesso non aveva Alcaraz: per questo ha provato a cambiare servizio.
Il nuovo servizio di Alcaraz: che cosa è cambiato
Il servizio è sicuramente un colpo in cui finora Jannik Sinner è stato superiore ad Alcaraz. Lo dicono i numeri del 2025: solo in una voce, la percentuale di prime di servizio in campo, lo spagnolo è stato superiore. Sinner infatti spesso ha fatto fatica ad essere costante al servizio. Ma per il resto l’altoatesino è davanti in ogni voce statistica: la percentuale di ace per prime palle, la percentuale di doppi falli, i punti vinti al servizio (Sinner è primo in assoluto, Alcaraz “solo” settimo), i punti vinti con la prima e con la seconda (Sinner è sempre primo). Insomma, se l’altoatesino sta lavorando sull’imprevedibilità, Alcaraz sa invece che i margini più ampi di miglioramento ce li ha nei suoi game in battuta. Sconta anche un deficit di altezza: ufficialmente è un metro e 83, otto centimetri in meno di Sinner e quindici in meno di Zverev, ad esempio. Per questo, ha bisogno di maggiore precisione.
Per avere un servizio molto preciso la pre-condizione necessaria è un lancio di pallo perfetto, il più possibile regolare e identico a se stesso. Alcaraz ha quindi introdotto un nuovo gesto nella fase di preparazione del servizio: prima di avviare il movimento porta la palla all’altezza del petto quasi fino alla gola. Una meccanica che gli consente di accorciare l’escursione del braccio nel lancio di palla, proprio come fa Djokovic. “Ho solo leggermente modificato il gesto e mi sento più a mio agio così. È più fluido, più rilassato e perfettamenteritmato. Mi aiuta enormemente a servire meglio. Non ho pensato di copiare il servizio di Djokovic. Ma ovviamente, posso vedere delle somiglianze”, ha commentato Alcaraz nella conferenza stampa prima dell’inizio del torneo. Una piccola modifica per avere un nuovo vantaggio nel costante duello con Sinner: il murciano non si è nascosto, vuole vincere l’Australian Open e completare il Career Grand Slam prima del suo amico e grande rivale.
Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.
Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità. Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.
Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.
Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.
Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?”) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.
Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.
Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.
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“Con la scomparsa di Valentino l’Italia perde uno stilista di successo, capace di guardare oltre le tendenze e le convenzioni. Il mondo della moda gli deve grandi intuizioni e splendide creazioni. Esprimo ai suoi familiari e ai collaboratori cordoglio e vicinanza”. È con queste parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio a Valentino Garavani, aprendo il coro di reazioni alla morte dello stilista, scomparso oggi a Roma a 93 anni. Il cordoglio è unanime da parte delle Istituzioni: “Valentino, maestro indiscusso di stile ed eleganza e simbolo eterno dell’alta moda italiana. Oggi l’Italia perde una leggenda, ma la sua eredità continuerà a ispirare generazioni. Grazie di tutto”, ha scritto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social. A lei fa eco il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani: “Ci ha lasciato un’icona del Made in Italy, che ha reso il nostro Paese un’eccellenza mondiale e la cui visione e la creatività hanno illuminato le sfilate in tutte le città”. E ancora: “Il suo talento ha portato il Made in Italy sulle passerelle internazionali, rendendolo simbolo di stile, creatività e prestigio”, ha aggiunto. “Maestro di eleganza, simbolo del genio italiano conosciuto in tutto il mondo. Il nostro Paese perde un protagonista assoluto dello stile e della creatività, inimitabile e insostituibile. Una preghiera”, così invece su Facebook il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini.
Alla notizia della scomparsa del fondatore della maison Valentino sono arrivate numerose dichiarazioni dal mondo politico e culturale, che ne hanno sottolineato il ruolo centrale nella costruzione dell’immagine del Made in Italy nel mondo: “Valentino Garavani ha contribuito a rendere grande la creatività italiana nel mondo, interpretando, con il suo lavoro, l’eleganza e la cultura del nostro Paese in modo unico e irripetibile”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. “Se ne va una vera leggenda, la storia del nostro stile e dell’eccellenza italiana che ha conquistato il mondo. Ciao Valentino”, le parole del presidente del M5S Giuseppe Conte.“Oggi diciamo addio a Valentino Garavani, maestro assoluto di eleganza e visione, che ha reso la moda un linguaggio senza tempo”, hanno scritto gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione Cultura. Le sue creazioni, aggiungono, “resteranno come testimonianza di grazia, rigore e arte”.
Parole di cordoglio anche da Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, che sui social ha definito la scomparsa di Garavani “una grave perdita per l’Italia e per la moda internazionale”. Quindi Alessandro Onorato, Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale: “La città di Roma piange un genio assoluto che ha contribuito in maniera decisiva a rendere la nostra città iconica nel mondo della moda”, ha detto ricordando anche l’impegno più recente dello stilista insieme a Giancarlo Giammetti: “Con Giancarlo Giammetti da poco ha regalato alla nostra città l’ennesimo atto d’amore, con la Fondazione PM23 che sta permettendo a Roma di avere appuntamenti artistici e culturali unici nel panorama internazionale”.
Dal mondo dello spettacolo è arrivato il messaggio di Simona Ventura, che ha voluto ricordare non solo lo stilista ma anche il sodalizio con Giancarlo Giammetti. “Mi mancherai immenso Valentino. Un grande abbraccio va anche al tuo socio e compagno di sempre, Giancarlo Giammetti. Siete stati LA MODA, quella vera che ci faceva sognare. Una grande tristezza”, ha scritto la conduttrice.
Un appello al voto ai diciottenni per il referendum sulla separazione delle carriere. È quello lanciato da Maurizio de Lucia, il procuratore capo di Palermo che si è rivolto agli alunni dei licei Cassarà e Cannizzaro di Palermo, Impastato di Partinico e Palmeri di Termini Imerese. “Il referendum è un appuntamento importante che riguarda anche tanti giovani, tanti neo diciottenni. Non so quanti di voi ne abbiano sentito parlare però è importante comunque la partecipazione attiva. Parliamo di un referendum, visto che abbiamo citato la Costituzione, che è un momento importante perché è proprio l’appello al popolo per decidere se il parlamento – in questo caso se il governo – ha fatto bene o no a modificare un pezzo di Costituzione“, ha detto il capo dell’ufficio inquirente siciliano durante il convegno dal titolo “Il pensiero e l’impegno di Paolo Borsellino e Rocco Chinnici per le giovani generazioni”, organizzato dalla giunta dell’Anm di Palermo nel giorno del compleanno dei due magistrati uccisi dalla mafia. De Lucia non ha dato indicazioni di voto: “Io non voglio dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato in questa sede, però una cosa è certamente giusta che se non andate a votare altri decideranno per voi. Vi dico: questo è un diritto che vi è stato concesso e lo dovete sfruttare”. Poi ha aggiunto: “La seconda cosa è che non si deve andare mai a votare con la pancia, quindi ci sono due mesi per ragionare e formarsi una propria coscienza e andare a votare nel modo che voi ritenete più corretto”.
Il procuratore capo ha aggiunto: “Oggi certamente, non mi sentirei di dire, e ci mancherebbe altro, che la magistratura è una struttura corrotta. La magistratura è una struttura sana in cui si possono individuare dei soggetti che deviano dal percorso, ma quando succede nella magistratura questi soggetti vengono individuati, processati e condannati. In altri casi, in altri sistemi in altre categorie non sempre succede”. Rispondendo a una studentessa che gli ha chiesto se oggi può esistere la magistratura corrotta, come è accaduto in passato, de Lucia replica: “Non direi che la magistratura in passato è stata corrotta e non è più corrotta oggi. Dico, però, che alcuni non hanno seguito il percorso che dovevano seguire allora e, probabilmente, anche oggi c’è qualcuno che non segue il percorso che deve seguire. Oggi, però, le cose sono diverse perché è diverso il sistema, proprio grazie al sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fu istituito un sistema di investigazione giudiziaria nei confronti della mafia che sono: la Direzione distrettuale antimafia e la Direzione nazionale antimafia, che consente di mettere insieme le cose. Per cui anche se c’è qualcuno che rallenta, e spesso c’è qualcuno che rallenta, questo qualcuno si può mettere fuori dalla strada”.
Valentino Garavani è morto oggi a Roma. Aveva 93 anni. Lo ha comunicato la Fondazione Valentino Garavani insieme a Giancarlo Giammetti, il compagno e braccio destro di tutta la vita, spiegando che lo stilista “si è spento oggi nella serenità della sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari”. Nato a Voghera l’11 maggio 1932, Valentino Garavani è stato il fondatore della maison che porta il suo nome ed è considerato uno dei principali protagonisti della moda italiana nel mondo. Nel corso di una carriera durata oltre settant’anni, ha costruito un linguaggio stilistico riconoscibile, diventando un punto di riferimento dell’alta moda internazionale.
La Fondazione ha reso note anche le modalità delle esequie. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in Piazza Mignanelli 23 a Roma, nelle giornate di mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. Il funerale si terrà venerdì 23 gennaio alle ore 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza della Repubblica.
Annuncia la sua morte un nota della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, La camera ardente, si aggiunge, sarà allestita presso PM23, in Piazza Mignanelli 23 a Roma, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio
Nel primo giorno del Forum economico mondiale 2026, il consueto raduno delle èlite globali nella località svizzera di Davos, il presidente statunitense Trump invita il collega russo Putin a unirsi al nuovo “Board of Peace” per Gaza: sarebbe una sorta di anti-Onu, secondo il Financial Times. Ne parliamo con Enzo Pennetta, Andrea Lucidi e Marco Della Luna.
Donald Trump rincara la polemica sulla mancata assegnazione del Nobel per la Pace, accusando direttamente la Norvegia di influenzare la scelta del premio, nonostante le smentite ufficiali di Oslo.
È morto oggi, all'età di 93 anni, lo stilista Valentino Garavani. "Si è spento oggi nella serenità della sua residenza romana, circondato dall'affetto dei suoi cari", si legge in una nota la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.
È morto oggi, all'età di 93 anni, lo stilista Valentino Garavani. "Si è spento oggi nella serenità della sua residenza romana, circondato dall'affetto dei suoi cari", si legge in una nota la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.
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Donald Trump rincara la polemica sulla mancata assegnazione del Nobel per la Pace, accusando direttamente la Norvegia di influenzare la scelta del premio, nonostante le smentite ufficiali di Oslo.
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Il negoziato in Ucraina riparte dalla Svizzera. Il segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale ucraino Rustem Umerov ha infatti confermato che i colloqui saranno ripresi nell’ambito del World Economic Forum, uno dei principali (se non il principale) appuntamento economico globale, apertosi oggi nella località di Davos.
Non che fino ad ora fossero bloccate. Umerov ha riferito che lui e altri alti rappresentanti di Kyiv hanno trascorso due giorni (17 e 18 gennaio) negli Stati Uniti per consultazioni con le controparti americane. Gli incontri hanno coinvolto, tra gli altri, l’inviato speciale Steve Witkoff, il genero del presidente statunitense Jared Kushner, il segretario dell’Esercito Dan Driscoll e il funzionario della Casa Bianca Josh Gruenbaum; dall’altra parte, la delegazione ucraina era composta (oltre che da Umerov) dal capo dell’Ufficio del Presidente Kyrylo Budanov e da David Arakhamia, leader parlamentare del partito Servitore del Popolo (lo stesso del presidente Volodymyr Zelensky). In questo frangente i colloqui si sono concentrati su sviluppo economico, piano di prosperità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina, con particolare attenzione ai meccanismi pratici di attuazione e di enforcement. I funzionari ucraini hanno inoltre aggiornato i partner statunitensi sui recenti attacchi russi contro le infrastrutture energetiche del Paese. Secondo quanto dichiarato da Umerov, le due parti hanno concordato di “continuare il lavoro a livello di team nella prossima fase delle consultazioni a Davos.
Sempre dagli Stati Uniti arriva anche la notizia che BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo, andrà a giocare un ruolo centrale nel “prosperity plan” da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, con l’incarico di aiutare a strutturare fondi e priorità di investimento, con un forte accento su settori ad alto rendimento come energia, infrastrutture, tecnologia e risorse minerarie.
Un coinvolgimento che solleva forti perplessità in Ucraina e, soprattutto, in Europa. In passato la società aveva già fallito nel tentativo di raccogliere capitali su larga scala per la ricostruzione, incontrando resistenze da parte dei governi europei, preoccupati che fondi pubblici finissero sotto il controllo di un gestore privato statunitense. Poiché l’Europa è destinata a sostenere la parte principale dei costi, riemergono timori su trasparenza, governance e possibili conflitti di interesse, nonché sul rischio che settori profittevoli vengano privilegiati a scapito di bisogni pubblici essenziali.
Nel frattempo qualcosa si è mosso anche in Europa. Il 18 gennaio la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” ha tenuto una riunione online a livello di capi di Stato maggiore delle forze armate per discutere le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Il comandante in capo Oleksandr Syrskyi ha affermato che la Russia non mostra alcuna volontà di porre fine al conflitto e continua il “terrorismo” contro i civili, citando in particolare gli attacchi alle infrastrutture energetiche durante l’inverno. Syrskyi ha sottolineato la necessità di rafforzare ulteriormente la pressione delle sanzioni su Mosca affinché il costo della guerra diventi insostenibile, evidenziando anche l’importanza di una cooperazione più profonda per potenziare la capacità industriale della difesa e le capacità militari in Europa.
Piergiorgio Corbetta è stato per decenni il cuore, il motore dell’Istituto Cattaneo di Bologna, che ha diretto dal 1989 al 1994 e poi dal 1997 al 2002, diventandone poi direttore […]
L’ultimo imperatore della moda ci ha lasciati: con Valentino Garavani finisce un’epoca irripetibile per la moda. Erede della grande couture degli anni Cinquanta, Valentino ha cucito l’idea di eleganza italiana addosso a first lady, dive di Hollywood, principesse, premi Oscar. E l’ha cucita a sua immagine e somiglianza: grandiosa, raffinata, sognante.
Per capire l’uomo oltre al mito, bisogna esplorare la geografia della sua vita, partendo da Voghera – quella città dell’Oltrepò pavese diventata proverbiale – dove il piccolo Garavani fantasticava su un modo di lustrini e celluloide: le dive del cinema. Nei pomeriggi al cinema con la sorella, le ombre di Hedy Lamarr, Lana Turner e Judy Garland entrarono nei suoi sogni, indicandogli la sua strada: creare abiti per le donne. Un modo per trasformare l’astrazione della bellezza in prodotti da guardare, toccare, indossare. Alimentando la mitologia di se stesso come predestinato, Garavani ha sempre sostenuto nelle interviste di non aver mai voluto fare altro che questo. Anzi: di essere terribile a fare qualsiasi altra cosa, tranne la sartoria.
Gli esordi e la nascita della Maison
E così la geografia biografica dello stilista ci porta a Parigi, la sua seconda casa, dove si traferì appena diciassettenne per studiare all’École des Beaux-Arts e alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne, prima di lavorare come apprendista nell’atelier di Guy Laroche. E poi di nuovo Roma, negli anni Cinquanta, come assistente di Emilio Schuberth, il sarto delle dive. Era l’epoca della Dolce Vita e l’epicentro del mondo era via Veneto. Qui – dove, se no? – tra i tavolini di un caffè, l’incontro che cambiò la sua vita: Giancarlo Giammetti. Per oltre mezzo secolo Giammetti è stato al fianco di Garavani come partner, socio in affari, amico, amante, consigliere, spalla, fratello. Un rapporto quasi simbiotico, 24 ore su 24, su cui è stata costruita la Maison di moda come oggi la conosciamo.
E pensare che la prima casa di moda fondata da Valentino, sul modello di quelle francesi, arrivò sull’orlo del fallimento nel giro di poco tempo. Giammetti però volle supportarlo e investire nel suo marchio: se Garavani aveva l’occhio e la mano per disegnare gli abiti, lui avrebbe vigilato sui conti e sul business. Nel 1960 fondarono la maison Valentino e si divisero i compiti. Tra le date miliari dell’impero valentiniano della moda c’è la sfilata haute couture a palazzo Pitti del 1962, e poi la collezione bianca del 1968: l’imperatore aveva conquistato gli Stati Uniti, specialmente Hollywood.
Principesse e premi Oscar: le muse di Valentino
Ci aveva visto lungo Liz Taylor, che nel 1961 comprò un abito bianco nell’atelier romano per la prima di Spartacus. Tutte volevano The Chic, come lo soprannominò la stampa americana: tutte volevano quel trionfo di romanticismo, di fiocchi, di piume, di ricami così elaborati, così complessi, che oggi sarebbero una follia. E poi le linee, i tagli, l’eleganza dei tessuti. Valentino assemblava guardaroba interi per Jackie Kennedy durante gli anni del lutto e lei lo ringraziò indossando un vestito bianco Valentino all’altare, per diventare la signora Jackie Onassis. Valentino era lo stilista delle dive, delle icone, delle principesse: da Audrey Hepburn alla vedova dell’ultimo scià di Persia Farah Diba. Pare che scappò dalla Persia avvolta da un cappotto bordato di ermellino di Valentino, e non stentiamo a crederci. Anche lady Diana, appena poté liberarsi dal protocollo di corte, corse a indossare un abito di Valentino: ovviamente rosso.
Impossibile riassumere qui l’elenco delle muse, amiche e clienti di Valentino, ma alcune sono indimenticabili: Sophia Loren, che indossava Valentino anche quando accettò l’Oscar alla carriera nel 1991, Julia Roberts, che vinse l’Oscar nel 2001 con un iconico abito bianco e nero d’archivio. E poi: Jane Fonda, Cate Blanchett, Elizabeth Hurley, Anne Hathaway.
L’addio al marchio
Come la storia insegna, più gli imperi crescono più è difficile presidiarne i confini. Negli anni Settanta la Maison era diventata enorme – sia come produzione, sia come fama – ma il mondo della moda cambiava rapidamente, sempre più rapidamente. E non di sole sfilate vive una casa di moda, anzi. Nel 1998 l’azienda fu venduta al gruppo HdP, poi nel 2002 al gruppo Marzotto Apparel. Lo stilista manteneva saldo il timone della direzione creativa, nonostante i disaccordi sui badget e sulle spese, e nel 2007 festeggiò in grande stile i 45 anni del marchio a Roma, la città dove tutto era iniziato. E, tra i fuochi d’artificio, una mostra all’Ara Pacis e una festa al Tempio di Venere, l’imperatore della moda fece l’ultimo inchino, lasciando la direzione creativa del marchio appena due mesi dopo.
L’addio di Valentino alla moda è stato brillantemente raccontato anche dal documentario Valentino: L’Ultimo Imperatore di Matt Tyrnauer. Il film ha contribuito ad aumentare la mitologia dello stilista come genio capriccioso, inflessibile e stravagante, amico di Karl Lagerfeld e orgoglioso proprietario di sei carlini. Chi lo conosceva bene lo descriveva come un uomo profondamente intelligente e ironico: fu l’unico stilista ad accettare un cameo nel film cult Il Diavolo Veste Prada, nel ruolo (ovviamente) di se stesso.
Nell’immensa eredità che Valentino ha lasciato al mondo c’è perfino un Pantone, il 2035 UP: è il famosissimo rosso Valentino, parte fondamentale delle sue collezioni. Il colpo di fulmine è arrivato in un teatro di Barcellona: lo stilista notò una donna tra il pubblico che spiccava per il colore dell’abito. Un colore vibrante e pieno di vita, perché il rosso non si può ignorare e per questo è il colore della seduzione, del pericolo, della buona fortuna e del potere. E sì, anche di re e imperatori.
Valentino dopo Valentino
La Maison che porta il suo nome gode ancora di ottima fortuna: l’ingrato compito di sostituire l’insostituibile stilista nel 2007 è ricaduto su Alessandra Facchinetti, che è uscita dopo un paio di collezioni. Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri hanno lavorato in tandem per dare una nuova direzione al marchio, prima che Piccioli ne prendesse le redini con successo da solo. Nel 2024 si è aperto un nuovo capitolo con Alessandro Michele, il visionario stilista che per affinità intellettuale ed emotiva ha riaperto gli scrigni della Maison riportando in passerella l’opulenza e il romanticismo del Valentino degli anni Sessanta e Settanta.
Con la sua scomparsa, ci lascia per sempre quella generazione di couturier che davano il proprio nome ai loro brand, di stilisti-sarti che conoscevano i segreti delle architetture di stoffa, dell’ingegneria dei tessuti, degli affreschi di perle e ricami. Ne è sempre stato perfettamente consapevole, tanto da chiudere il documentario di Tyrnauer citando il Re Sole: après moi le déluge! Dopo di lui, il diluvio. Ma mai l’oblio. Pochi uomini nella storia vengono ricordati con il loro nome di battesimo: Napoleone (Bonaparte) Michelangelo (Buonarroti) e sicuramente Valentino Garavani. Valentino, Valentino e basta: lo stilista, il mito, la moda.
“Sono arrivate minacce a me e ai negozianti iraniani in Italia, in cui viene intimato di esporre la bandiera monarchica e la bandiera di Israele. Minacciano di distruggere le vetrine”. Lo ha denunciato scrittrice italo-iraniana e professoressa di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, Farian Sabahi, durante una diretta Youtube con il direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez dedicata a ciò che sta accadendo in Iran, le manifestazioni contro il Repubblica islamica e la repressione del regime. Un’intervista in cui si è parlato anche delle mobilitazioni organizzate in Italia. La docente ha raccontato di essere bersaglio, insieme ad altri iraniani in Italia, di messaggi intimidatori mandati da attivisti europei. Un episodio non nuovo: già nel 2022 aveva presentato una denuncia alla polizia postale per aver ricevuto minacce di morte. “Il problema – spiega – è che c’è una anche una frangia violenta tra gli attivisti e le attiviste che sono in Italia. Nel momento in cui qualcuno di noi sostiene delle posizioni contro il figlio dell’ultimo scià iraniano Reza Pahlavi o contro il bombardamento israelo-americano viene preso di mira. Questo ha ben poco a che fare con il rispetto delle opinioni altrui”.
Proprio dieci anni fa, di questi tempi, stavo iniziando a scrivere un libro con il diplomatico Grammenos Mastrojeni sugli influssi dei cambiamenti climatici recenti su conflitti e migrazioni in giro per il mondo; un libro dal titolo emblematico: Effetto serra, effetto guerra. Già allora preconizzavamo una situazione di conflitto in Artico per via dei cambiamenti climatici recenti di origine antropica. Scrivevamo in particolare:
“Poiché il Polo Nord si sta fondendo – e vi sono riscontri inequivocabili – gli stati che hanno ambizioni artiche iniziano a mostrare, ancora pacatamente, i muscoli, guardando alle nuove rotte di navigazione che si apriranno, ai giacimenti di gas e di petrolio e a tanto altro. La Russia ha inviato dei sottomarini a piantare la propria bandiera sul fondale oceanico dell’Artico, mentre gli Stati Uniti e il Canada hanno avviato una disputa per decidere di chi è la sovranità sul Passaggio a Nord Ovest, la mitica via di navigazione a settentrione del continente americano che già si sta liberando dai ghiacci perenni che la rendevano impraticabile. Tutto piuttosto pacifico perché gestito da soggetti che amministrano interessi economici in maniera generalmente razionale.”
Cosa è cambiato in questi dieci anni? Ebbene, dal punto di vista climatico continua, e anzi accelera, il cambiamento in Artico. Se allora scrivevamo che la temperatura all’interno del circolo polare aumentava del doppio o poco più rispetto all’aumento di temperatura media globale, oggi ci accorgiamo che aumenta tre volte più della media. D’altro canto, i ghiacci che sono a galla sull’Oceano artico, e soprattutto quelli della Groenlandia, continuano a fondersi, e a un ritmo accelerato.
Più studiamo la dinamica dei ghiacciai, più scopriamo che esistono fenomeni di fusione della neve e del ghiaccio che “lubrificano” lo strato tra ghiaccio e rocce sottostanti e fanno “scivolare” i ghiacciai verso il mare, creando fenomeni bruschi che ce li fanno perdere più rapidamente.
Dal punto di vista geopolitico, mi sembra che i nodi che descrivevamo allora come potenziali oggi vengano al pettine, e che quella “pacatezza” e quella “razionalità” di cui scrivevamo – e che tutto sommato ci dava un po’ di tranquillità – stiano venendo meno, perché c’è chi vuol fare prevalere la legge del più forte e chiaramente non ha consapevolezza (o non vuole vedere) l’interconnessione e la fragilità del mondo attuale, dove alla lunga non vince il più forte, bensì chi riesce ad armonizzare la propria dinamica e le proprie azioni con la dinamica della natura e degli altri umani sulla Terra.
Siamo in un momento storico in cui si nasconde la complessità e la fragilità di questo mondo interconnesso, sia dal punto di vista scientifico che da quello geopolitico. In questa situazione, povera Groenlandia… e poveri noi.
Sono state svelate oggi, 19 gennaio, le DesmosediciGP della Ducati con cui MarcMárquez e FrancescoBagnaia esordiranno al GP della Thailandia il prossimo 1° marzo e correranno per l’intera stagione 2026. Per celebrare i centoanni dalla fondazione di Ducati, la moto sarà di colore rossoopaco con doppiabandabianca sulla carena della Desmosedici GP, un design che rimanda al 2007 e al titolo mondiale conquistato da CaseyStoner.
A guidarla ci saranno anche il campione del Mondo MarcMárquez e Francesco Pecco Bagnaia, in cerca di riscatto dopo una stagione deludente. L’altra particolarità sarà il rossoscuro, come quello delle origini: dal rosso della Ducati 60 del 1949, prima moto completa che segnò l’esordio della Ducati tra i costruttori motociclistici, a quello della Gran Sport “Marianna” del 1955, la prima Ducati concepita per correre. Particolarità anche sui numeri: Marquez manterrà il 93 (come sempre ha rinunciato al numero 1) di colore rosso, mentre Bagnaia – non solo avrà un font diverso dal compagno – ma avrà il suo 63 in bianco.
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“Mi lascio alle spalle un anno impegnativo, ma che ha lasciato tanti insegnamenti e fatto crescere ancora di più la mia voglia di tornare in pista il prima possibile con la nuova Desmosedici GP”, ha dichiarato Bagnaia. “La stagione 2026 avrà un valoreparticolare: una nuova opportunità per dimostrare tutto il nostro potenziale nell’anno di celebrazione del centenario di Ducati e con una livrea davvero d’impatto”, ha concluso il pilota italiano.
Una stagione2026 all’insegna del numero100 e non solo per il centenario: con le 13 vittorie del 2025, infatti, Ducati è arrivata a 99trionfi in MotoGP e la prima vittoria della nuova stagione sarà proprio la prima a tre cifre, la numero 100. La scuderia di Borgo Panigale punta a riconfermarsi campione del mondocostruttori (sarebbe il settimo consecutivo) e campionedelmondopiloti dopo il trionfo di Marquez.
“Riconfermarsi sarà ancora più difficile ma abbiamo dalla nostra la possibilità di sfruttare al massimo il pacchetto della DesmosediciGP che è il più competitivo e affidabile“, ha invece dichiarato Marc Marquez. “Riprendere confidenza alla guida dopo l’infortunio è il primo obiettivo, poi dare spettacolo in pista con il Ducati Lenovo Team di cui cercherò di onorare i colori al massimo delle miepossibilità anche quest’anno”, ha concluso il pilota campione del mondo.
“Con Marc e Pecco abbiamo due campionistraordinari, animati da motivazioni e obiettivifortissimi, pronti a cercare nuove conferme e risposte importanti – ha spiegato Claudio Domenicali, Ceo Ducati Moto Holding -. Al loro fianco c’è la Desmosedici GP, una moto nata da un’evoluzionecontinua e da scelte tecniche mirate, che rappresenta il massimo della nostra visione tecnologica e che, in questo anno speciale, abbiamo reso ancora piùiconica vestendola di un rosso che richiama la nostra storia”.
Si è trattato di un “delitto messo in atto con molta cattiveria e dolo d’impeto”. Sono le parole del procuratore di Civitavecchia, AlbertoLiguori, il giorno dopo il fermo di Claudio Carlomagno, il marito della vittima, fermato con l’accusa di omicidio aggravato dalla relazione affettiva e occultamento di cadavere. L’interrogatorio, avvenuto oggi, ha visto l’indagato avvalersi della facoltà di non rispondere. “La sua voce non l’abbiamo sentita”, ha dichiarato il procuratore che ha aggiunto: “Sui sentimenti non mi pronuncio, si tratta di una scelta difensiva rispettabilissima.” Quello che è certo, come si evince dalla lettura del decreto di fermo, è che l’uomo abbia ucciso la moglie, ha tentato di fare a pezzi il cadavere e quindi di bruciare i resti. Un’azione per ”ostacolarne il riconoscimento”.
Le tracce di sangue
“Tanto l’ispezione dell’abitazione coniugale, della sua autovettura, del deposito della Carlomagno s.r.l. e dei mezzi aziendali, hanno evidenziato la presenza di tracce ematiche latenti” si legge nel decreto. Tracce di sangue sono state trovate anche “sui suoi abiti da lavoro, rinvenuti all’interno di una asciugatrice, segno del fatto che erano stati lavati. Inoltre, è del tutto verosimile ritenere che sia stato l’indagato ad utilizzare il cellulare di Federica dopo averla uccisa proprio al fine di dissimulare l’azione criminosa”. Infine, ”nello stesso quadro si inserisce l’occultamento delle spoglie della vittima, nonché l’azione di fiamma ed il tentativo di depezzamento (risultanti dal primo accertamento esterno effettuato), volti ad ostacolare il riconoscimento. Tutti questi elementi, letti congiuntamente offrono la rappresentazione inequivoca del tentativo dell’indagato di celare l’azione criminosa”.
L’indagato secondo gli inquirenti stava per fuggire: “La dissimulazione della propria condotta, il contegno non collaborativo, il difficile contesto territoriale, consentono ragionevolmente di ritenere che un soggetto ormai privo di legami affettivi e professionali e deradicalizzato dal suo contesto abitativo, raggiunto dalla notizia del ritrovamento del corpo della vittima, sia in procinto di darsi alla fuga” scrive il pm Gianluca Pignotti, titolare dell’inchiesta insieme al procuratore Alberto Liguori. “D’altra parte, la gravità dei fatti commessi” e le azioni compiute ”al fine di dissimulare le proprie condotte – sottolineano gli inquirenti – evidenziano la capacità di organizzarsi e, quindi potenzialmente anche la capacità di mettere in essere quanto utile a rendere effettiva la latitanza”.
Il procuratore: “Arma bianca e altri strumenti”
Liguori ha parlato con preoccupazione della natura del crimine: “Sono passati appena otto giorni dal fatto, ogni ipotesi è prematura ma in astratto è assolutamente qualificabile come femminicidio“. Sull’arma del delitto il magistrato ha spiegato che “potrebbe essere un’arma bianca”, ma ha anche aggiunto che “non solo” quella: “C’è stato l’utilizzo di altri strumenti”. La violenza con cui è stato compiuto l’omicidio lascia pochi dubbi sul carattere brutale del delitto.
Sull’autopsia e le analisi scientifiche, Liguori ha spiegato: “Abbiamo dato mandato per gli accertamenti sulle tracce biologiche ed ematiche per capire il Dna e la referibilità all’indagato o a terzi.” Gli inquirenti sono ancora alla ricerca dell’arma del delitto, e stanno approfondendo le circostanze dell’omicidio, anche per verificare se ci siano state “circostanze premeditate”. “Sono circostanze che devono essere accertate”. La sua attenzione si concentra ora sulle modalità precise con cui è stato commesso l’omicidio, e sulla “premeditazione” del crimine, che potrà essere chiarita solo dopo il completamento delle indagini. Intanto è emerso che l’uomo abbia tentato di depistare le indagini dopo aver denunciato la scomparsa della donna il 9 gennaio.
“Se si è trattato di un omicidio particolarmente violento? Assolutamente sì”, ha dichiarato il procuratore, confermando la violenza con cui è stato compiuto il crimine. Il corpo della vittima è stato trovato nell’area interna della ditta di movimento terra del marito, dove è stato occultato. Secondo Liguori, il corpo “non è facile da riconoscere” e presenta evidenti segni di aggressione, tra cui “colpi al volto e in altre parti del corpo“. L’indagine sulla morte di Federica Torzullo è dunque ancora in corso, ma le circostanze rendono sempre più probabile che si tratti di un omicidio con dolo d’impeto, come ha suggerito il procuratore: “Si è trattato di un delitto messo in atto con molta cattiveria e dolo d’impeto”.
L’autopsia, che inizierà domani pomeriggio, fornirà ulteriori dettagli vitali per comprendere le cause della morte. La procura sta anche considerando l’ipotesi di un complice, ma tutte queste “ipotesi di lavoro” attendono di essere verificate man mano che il “mosaico si completi”.
Succede che Laura Pausini esce con il secondo volume di Io Canto e lancia il nuovo singolo insieme a Julien Lieb, nuovo nome della scena pop francese, finalista di Star Academy nel 2023. La cover scelta dalla cantante di Solarolo è Due vite, il brano con cui Marco Mengoni ha vinto il Festival di Sanremo nel 2023. La versione di Pausini e Lieb si intitola La Dernière chanson ed è cantata metà in italiano e metà in francese. Nulla di sorprendente: lo stesso Mengoni aveva già pubblicato una versione nella lingua d’Oltralpe. Il pezzo esce e succede qualcosa di inatteso: Laura Pausini — icona della musica italiana — viene trattata a pesci in faccia. È difficile dirlo con maggiore delicatezza, perché all’uscio della cantante arrivano offese di ogni tipo.
Lei, probabilmente poco allenata all’hating social, la prende piuttosto male, tanto da commettere l’errore — perché di errore si tratta — di far rispondere il suo staff (immaginiamo davvero lo sia, come segnalato) ad alcuni utenti. In astratto, nulla di scandaloso: chi ha deciso che un artista debba ingoiare ogni rospo fino all’indigestione? Il problema è che quelle risposte non solo alimentano la polemica, ma adottano un tono e uno stile imbarazzanti, come se a scriverle non fosse qualcuno che lavora per una star di fama mondiale, ma un fan indispettito.
C’è di più: le repliche non sono rivolte alle offese — che pure non mancano — ma a critiche vere e proprie sulla cover. La possibilità di critica è sacrosanta, quando resta entro certi limiti ed è fatta con una certa postura. Nel caso di Due Vite versione Pausini non c’è stato grande gradimento, almeno stando ai social (e quindi per quel che vale una piazza come X). Lei, dicono alcuni, “non canta ma urla”. Loro, secondo altri, “hanno trasformato un brano intimista in qualcosa di sguaiato”. Qualcuno aggiunge la battuta facile: far ridere insultando è sempre la scorciatoia più breve.
Eppure, di cover opinabili ne abbiamo sentite a pacchi. Ricordate Masini con E chi se ne frega, versione di Nothing Else Matters dei Metallica? Senza scomodare Nino D’Angelo e Gesù Crì (Let It Be), prendiamo Vasco Rossi, l’imprendibile, il più grande di tutti, che però ci ha ‘regalato’ Ad ogni costo, ovvero Creep dei Radiohead, lasciandoci basiti, catafratti, senza parole. All’epoca non c’erano i social: se la sono cavata. Non è memorabile, a essere gentili, nemmeno Le tasche piene di sassi cantata da Giorgia, passata quasi sotto silenzio. Insomma, le cover discutibili esistono da sempre.
Pausini non è stata risparmiata. Su X i commenti negativi si moltiplicano, ma basta guardare meglio per capire che una parte consistente delle critiche — e soprattutto delle risposte alle critiche — arriva dai fan (alcuni fan, meglio specificare) di Marco Mengoni e dai fan (alcuni fan, meglio specificare VOL.II) di Laura Pausini. Ed è qui che torniamo a una parola chiave: fandom.
Come ricorda Medium, “il fandom è una sottocultura composta da individui che condividono un forte interesse per un elemento della cultura popolare — una saga cinematografica, una serie televisiva, un artista musicale o una squadra sportiva. Queste comunità offrono senso di appartenenza, identità e condivisione di valori comuni, manifestandosi in forme diverse: dai fan occasionali ai ‘superfan’ altamente coinvolti“. Altro che poster in camera.
La questione è persino più complessa, tanto che esistono ricerche accademiche sui fenomeni di bullismo e aggressività che possono emergere all’interno dei fandom. Secondo il Journal of Consumer Culture — e qui tocca fare sul serio — i fandom non sono solo comunità di appassionati, ma spazi sociali e culturali in cui si negoziano valori, gerarchie, appartenenze e riconoscimento. In altre parole, l’artista smette di essere un semplice prodotto culturale e diventa un simbolo identitario, capace di incarnare stili di vita, visioni del mondo, persino posizioni morali. È per questo che una critica, una battuta o un giudizio percepito come sleale non vengono vissuti come opinioni legittime, ma come attacchi diretti alla comunità — e quindi all’identità personale dei fan.
Sta tutto qui: una critica legittima, un “non mi piace”, perfino qualcosa di più ruvido, può trasformarsi in un’aggressione identitaria. Quando l’investimento emotivo cresce e il senso di appartenenza si rafforza, il dissenso viene delegittimato e sostituito da una logica polarizzante di “noi contro loro”. I social amplificano il meccanismo, trasformando i fandom in micro-collettivi pronti a mobilitarsi, difendere il proprio idolo, attaccare l’altro campo e riscrivere il racconto pubblico degli eventi. Così, spiegano gli studiosi, il conflitto smette di riguardare musica, talento o scelte artistiche e diventa una battaglia simbolica per il riconoscimento, in cui ogni schieramento rafforza se stesso attraverso lo scontro.
Non è più “la cover di Due vite fatta da Pausini e Lieb è brutta”, ma una guerra tra fan. Ed è un copione che ritorna, spesso in forme ancora più feroci. Un giorno parleremo del fandom del Grande Fratello, dei fandom spontanei e di quelli costruiti a tavolino. Ma quel giorno non è oggi.
Il presidente cileno GabrielBoric non ha avuto neanche il tempo di dichiarare lo stato di calamità naturale, ordinando l’evacuazione di 20mila persone che gli incendi nelle due regioni del sud del Paese hanno fatto salire questo numero ad almeno 50mila, mentre i morti sono almeno 19. Lo stato d’emergenza è stato predisposto nelle province di Nuble e Biobìo, situate a circa 500 km di distanza dalla capitale Santiago del Cile. Le fiamme – come si apprende da fonti locali – avrebbero interessato soprattutto i comuni di Penco e Lirquen. Qui vivono circa 60mila persone, e si teme che il conteggio delle vittime sia destinato a salire. Il fuoco ha bruciato migliaia di ettari di foresta e distrutto centinaia di case.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, ma il loro lavoro si è rivelato complesso a seguito delle forti raffiche di vento e del caldo torrido che dovrebbe resistere fino ad almeno lunedì 19. Gran parte del Cile, in cui al momento è estate, è in allerta per le temperature estreme che nelle regioni interessate sono arrivate fino a 38gradi.
Non è la prima volta che il Paese fa i conti con gli incendi. La siccità – soprattutto nella parte meridionale – è un grave problema dello Stato della America Latina e dura ormai da diversi anni. Nel 2024 le fiamme nella costa centrale del Cile avevano causato la morte di almeno 130persone. Quell’incendio rimane il secondo peggior disastro della storia cilena dopo il terremoto del 2010. La situazione dei soccorsi dovrebbe migliorare a seguito della dichiarazione d’emergenza di domenica, che dovrebbe portare un maggior coordinamento con l’esercito.
Gli incendi, secondo l’agenzia forestale nazionale, sono più di 20 e hanno distrutto, ad ora, almeno 8.500ettari di terreno. Intanto gli Stati Uniti hanno annunciato, tramite il loro ambasciatore nella capitale sudamericana, l’invio di aiuti volti a migliorare e stabilizzare la situazione. L’ambasciatore BrandonJudd ha rimarcato l’urgenza della situazione comunicando che gli Usa stanno supportando il paese tramite “azioni concrete” utili a proteggere “le comunità, le vite e le risorse naturali”.
Oltre la sesta di reggiseno. Croce e delizia. È la storia della 28enne Summer Robert, ha raccontato al Daily Star di “avere il seno più grande del Regno Unito, essendo l’orgogliosa proprietaria di una coppa R”. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. L’ex direttrice di un ristorante, originaria di Glasgow, in Scozia, ha sempre avuto “un seno grande e continuerà a crescere”.
Summer soffre di una patologia chiamata Macromastia. Il termine medico indica un seno “anormalmente grande, che può portare a diverse complicazioni come dolori cronici a schiena, collo e spalle, mal di testa, solchi nelle spalline del reggiseno e difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane”.
“Per tutta la vita ho odiato il mio seno, ora ho imparato ad amarlo e lo gestisco meglio. Inoltre ho migliaia di follower su Instagram . ha affermato – Ho il seno più grande del Regno Unito. Ho una condizione chiamata Macromastia, che fa crescere il mio seno. È praticamente impossibile comprare reggiseni della mia taglia nel Regno Unito. Sarebbe più facile in America, ma è così difficile farlo qui. Non credo che il mio seno smetterà di crescere. Stavo pensando di ridurlo e il medico mi ha detto che non ha senso perché tornerà. Non impedirà loro di crescere“.
Summer ha ammesso che questa patologia può comportare dei problemi. Ha lavorato molto nei ristoranti e, prima di lanciarsi nella sua nuova carriera sui social come influencer, lavorava come manager. Sebbene amasse il lavoro, stare in piedi tutto il giorno le causava molto dolore. Infatti, una volta un medico le ha prescritto un corsetto speciale da indossare durante l’orario di lavoro per alleviare il mal di schiena.
E ancora: “Molte persone venivano a trovarmi per vedere il mio seno. In passato, lo sopportavo e basta. Alcuni uomini arrivavano sul mio posto di lavoro e non la smettevano di fare commenti. Dopo aver cercato di dissuaderli, alla fine sono corsa in cucina nel retrobottega e ho iniziato a piangere. Lo chef mi ha detto di creare un account OnlyFans. Non credo che facesse sul serio, stava solo cercando di farmi sentire meglio”.
Dopo essersi iscritta sulla piattaforma, ha guadagnato 800 dollari solo nel primo giorno. Alla fine la decisione di abbandonare il lavoro: Usare OnlyFans mi ha reso più sicura di me. Le persone su OnlyFans sono così gentili. Mi ha fatto cambiare la mia percezione. Ora adoro il mio seno. L’ho odiato per anni. Ho iniziato ad amarlo solo dopo aver aperto OnlyFans”.
Fiorello e Fabrizio Biggio a “La Pennicanza”, oggi 19 gennaio, hanno toccato il tema delle polemiche sul nuovo brano in francese di Laura Pausini “La Dernière Chanson” con Julien Lieb, giovane talento ed ex protagonista di Star Academy France. È la versione in francese di “Due Vite” di Marco Mengoni.
La puntata si apre con Fiorello contrariato da un titolo di giornale: “Certe canzoni non si toccano. Laura Pausini nella bufera per la cover di Marco Mengoni”. “Sono molto arrabbiato per questa notizia – commenta lo showman -. Marco Mengoni è un essere umano. Nulla contro di lui, ma i fan non possono gettare fango su chi si “permette” di cantare una canzone. Se davvero le canzoni fossero intoccabili, Frank Sinatra cosa avrebbe dovuto dire quando io ho cantato le sue? Una cover è un omaggio, un segno di stima. Mengoni avrà anche ringraziato Laura. Ricordatevi che le canzoni sono di tutti: non esiste che una canzone sia intoccabile, tutti abbiamo fatto cover di brani che sono stati pietre miliari”.
Immediato poi il collegamento con il Quirinale, dove il Presidente racconta la sua settimana: “È andata bene. Ho fatto un po’ di bed rotting. Io sono un professionista, significa “marcire a letto”. Ho persino mangiato a letto, ho ancora le lenzuola sporche di sugo dell’amatriciana. Un vero professionista del bed rotting mangia le patatine lasciando tutte le briciole”. E continua: “Adesso però devo recuperare alcuni eventi socio-culturali a cui non ho potuto partecipare. Non perché fossi impegnato… Ma perché non sono stato invitato. Mi ha scosso molto un evento di altissimo profilo sinaptico: il trentesimo anniversario della nascita di Giulia De Lellis. L’ha festeggiato a casa, come una comune mortale. Io e i corazzieri avevamo fatto anche una colletta: le avevamo comprato una cover New Martina con gli strass, completa di pellicola revolution, e sopra avevo fatto scrivere “Mattareal”. Io, tra l’altro, mi ero preparato per fare un duetto con il fidanzato della De Lellis: avevo pronto l’Inno di Mameli… in versione trap”.
La puntata prosegue con una videochiamata a sorpresa: è Milly Carlucci. “Rosario, ti chiamo perché al prossimo Ballando con le Stelle come ospiti speciali abbiamo già Belen, Federico Fashion Style e Donald Trump… Giancarlo Magalli mi ha detto no all’ultimo secondo, quindi avrei davvero bisogno di te”. Fiorello sta per rispondere quando la voce si interrompe: non è Milly, ma Giulia Vecchio, imitatrice e conduttrice di Hot Ones, dal 23 gennaio su RaiPlay, a sorpresa in studio a fine puntata.
La Guardia civil è concentrata sia sull’identificazione delle vittime dell’incidente a Adamuz sia sulla raccolta di indizi sulle possibili cause del deragliamento dei due treni. Sono arrivati sul luogo del disastro esperti specializzati in Dna e impronte digitali, tra cui alcuni che hanno partecipato alle operazioni del 2024 per identificare le vittime della devastante tempesta. “L’errore umano è praticamente escluso. Se il macchinista prende una decisione errata, il sistema stesso la corregge. Non speculiamo, aspettiamo i risultati dell’indagine”. Lo ha dichiarato Alvaro Fernandez Heredia, presidente della società ferroviaria pubblica spagnola Renfe, durante il programma ‘Las Mañanas’ della radio nazionale spagnola Rne, parlando dell’incidente ferroviario avvenuto ieri sera a Adamuz. L’inchiesta sull’incidente ferroviario di Adamuz ha stabilito che tra il deragliamento dell’Iryo e la collisione con l’Alvia sono trascorsi 20 secondi. Lo scrive il Mundo, che aggiunge come il treno Alvia diretto a Siviglia si sia scontrato con il treno Iryo Frecciarossa prima che i sistemi di sicurezza del treno e dei binari potessero attivarsi.
È morto questa mattina 19 gennaio il papà di Stefano De Martino, Enrico. Aveva 61 anni. Enrico De Martino si era ammalato e recentemente le sue condizioni sono peggiorate. Lo si apprende da fonti vicine al conduttore del programma “Affari Tuoi” in onda su Rai 1. A legarlo a suo figlio la passione per la danza.
In gioventù ballerino professionista, Enrico De Martino ha dedicato tutta la vita alla danza, collaborando con scuole e compagnie della Campania e danzando anche al Teatro San Carlo di Napoli. Nel 2025 gli era stato conferito al Teatro Verdi di Salerno il premio alla carriera nell’ambito della XXIV edizione del Premio Salerno Danza, sotto la direzione artistica di Corona Paone, étoile del San Carlo, e Luigi Ferrone, primo ballerino del Massimo partenopeo.
Enrico De Martino ricordava con orgoglio il proprio percorso artistico e la sua carriera interrotta a 25 anni, quando la moglie gli annunciò di essere incinta di Stefano. “A quel punto ho dovuto assumermi una responsabilità. La danza è diventata un hobby, ma ho fatto di tutto perché Stefano potesse vivere quella passione”, aveva spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera”. Fino ai 40 anni, Enrico De Martinp aveva combinato la danza con l’attività di ristoratore, continuando a collaborare con varie scuole della Campania.
Il rapporto tra Stefano De Martino e il padre è stato negli anni profondo e complesso. Più volte il conduttore ha raccontato come Enrico fosse inizialmente contrario alla sua scelta di intraprendere la carriera nella danza, ritenuta troppo dura e incerta. Una posizione spiegata dallo stesso Enrico in diverse interviste, nelle quali aveva sottolineato le difficoltà fisiche e mentali del mestiere. Con il tempo, il legame tra padre e figlio si è progressivamente rafforzato, trovando un nuovo equilibrio soprattutto dopo la nascita di Santiago, che ha contribuito a rendere il rapporto più disteso e consapevole.
Enrico ricordava anche la soddisfazione di vedere il figlio affermarsi come conduttore televisivo: “Ho seguito tutta la sua evoluzione, passo dopo passo. Vederlo condurre programmi importanti è una gioia enorme. Il regalo più grande è che è rimasto la persona che era, senza montarsi la testa”.
Tra i ricordi più preziosi, anche quello del primo incontro con Maria De Filippi, talent scout di Stefano ad “Amici”: “Fu un bell’incontro. Mi chiese se ero contento della carriera di mio figlio e cosa potevo rispondere? Contentissimo”. E il padre amava sottolineare come il successo di Stefano non abbia cambiato la sua umanità: “Ci ha sempre fatto bei regali, ma il dono più grande è che è rimasto il ragazzo che conoscevamo”.
Lo rende noto la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, La camera ardente, si aggiunge, sarà allestita presso PM23, in Piazza Mignanelli 23 a Roma, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio
Il capo dello Stato, al Quirinale, incontra i magistrati ordinari in tirocinio: "La magistratura è cruciale per la legge e i diritti e promuove l'attuazione dei valori costituzionali"
Lo hanno reso noto un pastore cristiano e la sicurezza delle Nazioni Unite. Il Paese più popoloso dell'Africa ha assistito a una recrudescenza dei rapimenti di massa da novembre
"I fatti acclarati si connotano per modalità esecutive di elevata gravità" ha ricostruito il gip Domenico Santoro, nell'ordinanza con cui ha disposto il carcere, per omicidio, nei confronti di Emilio Gabriel Valdez Velazco
"I contro dazi Ue verso gli Usa? E' il modo peggiore per rispondere. Innescare una gara a chi fa più male all'altro, tra alleati, non può che portare a disastri". A dirlo, commentando su X un post del senatore leghista Claudio Borghi, è il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. E' la prima volta, nelle ultime settimane, che Crosetto accontenta la Lega, bocciando l'iniziativa europea. Il partito di Matteo Salvini è contrarissimo a qualunque forma di conflitto con Donald Trump. Nelle scorse ore il presidente americano ha minacciato un nuovo pacchetto di dazi contro Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi bassi, Germania e Regno unito, e cioè i paesi europei (ad eccezione di quest'ultimo) che hanno inviato contingenti militari in Groenlandia dopo le minacce arrivate dalla Casa Bianca.
La Ue si è detta pronta a rispondere con un pacchetto da 93 di miliardi di contro dazi verso gli Stati Uniti, attualmente sospesi fino al prossimo 6 febbraio. E' a questo che Crosetto si dice contrario sottolineando come "non è il momento di fare i tifosi ultras di squadre diverse. Né di vedere chi ha più o meno orgoglio o chi è più duro. Serve ragionare su ogni cosa ricordandoci che siamo alleati da 76 anni". Eppure quella dei controdazi è solo una delle misure messe sul tavolo dalla Ue e dai suoi leader per rispondere a Trump. Come arma di dissuasione l'Unione può anche minacciara la non ratifica da parte del Parlamento europeo dell'accordo raggiunto proprio con Trump a fine luglio che azzera i dazi europei sui prodotti made in Usa (e che ha anche portato anche alla sospensione dei famosi 93 miliardi di controdazi). Ma in Europa c'è chi chiede di fare ancora di più. Come il presidente francese Emmanuel Macron che ha invitato la Commissione e i suoi colleghi capi di stato e di governo che siedono al Consiglio ad attivare, qualora Trump intendesse davvero imporre nuovi dazi contro i paesi che sono intervenuti in Groenlandia,il cosiddetto strumento anticoercizione europeo, un meccanismo Ue nato proprio per rispondere a chi (all'epoca della sua istituzione si pensava alla Cina), in modo aggressivo, utilizza il commercio come arma di pressione geopolitica. Lo strumento non prevede solo dazi, ma anche limitazioni all'accesso degli appalti pubblici Ue, restizioni sugli investimenti e misure sulla proprietà intellettuale che colpirebbero in questo caso le big tech americane.
Tutti questi argomenti saranno discussi giovedì, giorno per il quale il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, ha annunciato un Consiglio straordinario proprio allo scopo di capire come gestire, in maniera unitaria, i rapporti euro-atlantici dopo le dichiarazioni sempre più minacciose di Trump. Prima di quel giorno però il segretario della Nato, l'olandese Mark Rutte, ma probabilmente anche i leader europei incontreranno Trump nel corso dell'economic forum di Davos, in Svizzera. Sarà quella l'occasione per capire se ci sono ancora i margini per un accordo con gli Usa che passi non dalla cessione della Groenalndia agli Stati Uniti, come preteso da Trump e negato dagli europei, ma da un coinvolgimento maggiore dell'Alleanza atlantica sull'isola dell'Artico di cui si è innamorato il presidente americano.
"Landini in piazza per Maduro e non per l'Iran? È rozzo, non vede le sfumature. La Cgil ha bisogno di un grande cambiamento". Per l'ex segretario della Cisl Raffaele Bonanni è tempo di una marcia indietro: c'è bisogno che i sindacati, in primis la Cgil, tornino a fare i sindacati. "Il movimento sindacale ha una tradizione solida talmente forte che un tempo le manifestazioni di piazza in difesa della libertà non erano sono per i lavoratori, ma per per tutti e svolgevano una funzione diplomatica". Oggi non è più cosi, dice in un colloquio con il Foglio. Ed è per questo che il sindacato che egli stesso ha guidato per otto anni ha organizzato una fiaccolata davanti all'ambasciata iraniana il 23 gennaio in sostegno alla popolazione in lotta "per una svolta democratica".
"Credo sia doveroso. Da tempo il sindacato non è più efficace nelle sue battaglie. Complice – dice Bonanni – è stato un comportamento incredibile adottato soprattutto dalla Cgil, che ha condizionato l'intero movimento". C'è stata una torsione pericolosissima, secondo il sindacalista. "Ci sono molti paesi arabi dove non c'è libertà, ma solo morte e torture. E qui si va in piazza a sostenere i tagliagola di Hamas, Hezbollah o gli Houti?". Poche settimane fa la Cgil è scesa in piazza per quanto accaduto in Venezuela. "E tutti infatti abbiamo sentito cosa ha detto Landini a proposito di Maduro…". Ma manca l'iniziativa per l'Iran. "Esatto, ma non solo. Faccio un esempio: nessuno ormai parla più di Cina, delle condizioni di schiavitù degli operai". Queste battaglie, anche oltre il nostro paese, "devono tornare all'attenzione del movimento sindacale italiano", dice Bonanni.
L'appello è perché si "ricostruisca una teoria sindacale" e si torni a discutere secondo il principio che "se si produce o si fanno interessi in paesi non liberi, le conseguenze ci sono anche da noi". Bonanni è chiaro: "Da anni si è steso un velo pietoso su certe questioni". La forza di un sindacato non si esaurisce nei confini, ma anzi: "Dobbiamo tornare agli aspetti essenziali, non dimenticandoci che l'Europa è l'unica istituzione dove la fiaccola della libertà brucia ancora".
Secondo Bonanni, se la forza delle sigle sindacali si è erosa è anche per responsabilità di Landini e della Cgil. "Hanno grandi risorse. Ma c'è bisogno di uno stravolgimento soprattutto da parte di chi solidarizza con questa realtà". Il re è pazzo? "C'è cecità su come stanno le cose a causa di interessi politici". Il sindacalista dà la colpa alla fusione tra la sigla e la politica dell'opposizione. "Queste alleanze non sono naturali. Ci sono sfumature, declinazioni che non si dovrebbero oltrepassare, ma questo Landini non lo comprende".
Ma l'ex segretario non si sente di dare consigli. "La mia rabbia è solo per lo spreco della risorsa. La nostra forza bisognerebbe impiegarla meglio". C'è bisogno di un "soccorso" alle sigle. "Avverto solitudine. Le persone vivono diverse realtà e non siamo più in grado di dare delle risposte. Tocca a noi cambiare e tornare a far riemergere quello che era il movimento operaio vero" per "giocare un ruolo positivo". L'alternativa è un'altra, più cupa: "O ci muoviamo o sprofondiamo in un pozzo non nero, nerissimo". Per queste ragioni la Cisl scenderà a fianco della popolazione iraniana. "Un primo passo dei sindacati per tornare ad avere il peso che avevano: oggi non sono neanche l'ombra di quello che erano un tempo".
Lo scontro tra Elon Musk e Sam Altman potrebbe spostarsi oltre l’orbita terrestre. Se è vero quanto afferma il patron di SpaceX, è inevitabile che sia così. Musk infatti sostiene che la sua azienda spaziale sarà in grado di trasportare enormi data center nello spazio. Una novità incredibile, a dir poco rivoluzionaria, che permetterebbe di risolvere il principale problema che ha di fronte a sé l’intelligenza artificiale: il consumo di energia. Per garantire il continuo progresso ne servirà sempre di più, soprattutto per alimentare questi centri di raccolta dati. Musk è convinto – a ben vedere – che la questione diventerà presto una grana anche per la politica, chiamata a giustificare agli elettori i costi delle bollette (e non solo) con la necessità di vincere la sfida tecnologica. L’energia che servirà sarà sempre di più, aumentando le spese per le aziende e peggiorando l’impatto sull’ambiente. Nel momento in cui però il problema viene spedito nello spazio, non sussisterebbe più.
Va da sé che la questione rimane ancora tutta da chiarire. Come scrive Axios, l’intenzione di SpaceX è di sfruttare il suo fiore all’occhiello Starship – l’unico in grado di poter trasportare i pesanti sistemi di raffreddamento per i chip – per ricreare una gigantesca costellazione di satelliti. Un po’ come attualmente ce l’ha Starlink, solo che al loro posto ci sarebbero i data center. L’energia verrebbe raccolta direttamente dalla luce solare, senza interruzioni.
Il limite che più di qualche esperto ha sollevato riguarda però in che modo raffreddare le macchine. Non proprio una banalità. Sulla Terra è facile, visto che c’è l’aria. Ma nello spazio no, per cui i computer rischierebbero di rompersi. C’è dunque chi rimane fortemente dubbioso sulla realizzazione del progetto. Ma di scettici ce n’erano parecchi anche quando SpaceX voleva riutilizzare il razzo che lanciava, recuperando alcune sue parti – alla fine ci sono riusciti e si chiama Falcon 9. Musk sostiene di avere una soluzione anche al problema del raffreddamento: dei grandi radiatori pieghevoli che si aprono quando arrivano in orbita abbassando le alte temperature.
Sulla carta dunque è tutto fattibile. Anche Altman se ne sarebbe convinto. E proprio per questo si alza il livello dello scontro.
Il patron di OpenAI ha una fissazione con lo spazio, “si illumina” quando parla dell’argomento, racconta un investitore ad Axios. La stessa che garantisce come farà di tutto pur di non rimanere indietro rispetto a Musk. E Google, altro rivale della sua startup, che possiede il 7% di SpaceX dopo l’investimento da 100 miliardi di dollari. Il giovane miliardario sarebbe già in contatto con Stoke Space per un eventuale accordo sui suoi razzi riciclabili, che dovranno fungere come flotta per trasportare i data center fuori l’atmosfera terrestre. Certo, in mano ad Altman ci sarebbe un’altra strada che potrebbe fargli risparmiare soldi e guadagnare tempo: un’alleanza con Musk sul progetto. Un’ipotesi però scartata ancor prima di formularla. Condividere il dominio tecnologico con il suo nemico non rientra tra le opzioni percorribili.
La nuova legge adottata a fine dicembre dall’Ue impone di proteggere gli interessi europei dall’uso delle forniture energetiche come arma da parte della Federazione russa. Per cui il gas naturale liquefatto russo è di fatto vietato dal primo gennaio, mentre le importazioni di gas da gasdotto verranno gradualmente eliminate entro il 30 settembre 2027. Tra le alternative spicca il gas portato in Europa dal Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian sbuca in Puglia, che è stato protagonista in questi giorni di un nuovo accordo per inviare gas in Austria e Germania. Una mossa che non solo aumenta il peso geopolitico di Tap e del governo di Baku (dove pochi giorni fa è stato in missione il viceministro degli esteri Edmondo Cirielli), ma si inserisce nella più ampia strategia europea di diversificazione delle forniture. E al contempo anche l’Italia è diventata un hub e un corridoio di transito energetico verso il nord, rafforzando in modo significativo la sicurezza energetica dell’Europa.
TAP VERSO AUSTRIA E GERMANIA
Entrando nel merito dell’iniziativa, la compagnia petrolifera statale azera Socar da questo mese invierà attraverso l’Italia ingenti volumi di gas ai mercati dell’Europa meridionale e centrale come Austria e Germania: l’accordo amplia ulteriormente la portata geografica del gas azero in Europa e al contempo porta a 16 il numero di paesi che acquistano gas azero. Il gas azero in Europa e Medio Oriente, dunque, offre la possibilità da un lato di ampliare il portafoglio di collaborazioni con acquirenti di diversi paesi e, dall’altro, di rafforzare ulteriormente la posizione dell’Azerbaigian come fornitore energetico affidabile.
Le forniture di gas dell’Azerbaigian all’Europa sono iniziate alla fine del 2020 attraverso il gasdotto Trans-Adriatico, il segmento europeo del Corridoio Meridionale del Gas, inizialmente in grado di trasportare 10 miliardi di metri cubi all’anno. Ma la capacità del Tap è espandibile fino a 20 miliardi di metri cubi all’anno e proprio per questa ragione nel luglio 2022, l’Azerbaigian e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo per raddoppiare le forniture di gas all’Europa entro il 2027. Finora Tap ha fornito all’Europa 54,3 miliardi di metri cubi di gas ed è stata una infrastruttura strategica quando, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, è iniziata la cosiddetta crisi del gas. Socar però non si ferma e ha appena siglato con il gruppo ungherese MOL un accordo per l’esplorazione e la produzione nell’area di Shamakhi-Gobustan in Azerbaijan. MOL sarà al 65%, mentre Socar al 35%.
LA STERZATA DELL’UE
Che il distacco dal gas russo sia ormai irreversibile lo dimostrano i numeri forniti da Eurostat: nello scorso novembre l’Unione europea ha pagato il livello più basso degli ultimi cinque anni per le forniture di gas russo, sia via gasdotto sia sotto forma di gnl. Al momento il gasdotto TurkStream rappresenta l’unica rotta ancora operativa per le forniture di gas russo verso l’Europa. Adesso il gnl importato in Europa arriva principalmente da Usa e Qatar dal momento che l’import di gas russo è crollato del 29% su base annua, rappresentando ora il 12% totale tra gnl e gasdotto.
Più in generale il versante euromediterraneo è stato in grado di ridefinire le proprie politiche energetiche, tramite cavi sottomarini, gasdotti che si allacciano idealmente alla geopolitica e alleanze che mutano il loro peso specifico. Di fatto la nuova agenda energetica dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo si muove nella consapevolezza che la contingenza della guerra in Ucraina ha cambiato scenari e parametri. E chi ha reagito in maniera sistemica, come l’Ue, ha di fatto investito nel medio-lungo periodo.
Negoziare, trattare, in una parola, parlarsi. Tra Stati Uniti ed Europa il voltaggio è sempre più alto, con la seconda pronta a tirare una nuova bordata di dazi all’America, per un ammontare di oltre 90 miliardi. Mentre Washington ha più volte minacciato di imporre a sua volta nuove tariffe alle merci a tutti quei Paesi che ostacoleranno un possibile intervento americano in Groenlandia. Morale, l’Artico e il suo dominio potrebbe essere il seme di una nuova guerra commerciale.
Tutto molto sbagliato secondo il Fondo monetario internazionale, che nel giorno della diffusione dell’aggiornamento del World economic outlook, ha chiarito un concetto tanto semplice, quanto importante, almeno di questi tempi: gli alleati debbono comportarsi come tali, perché se non lo fanno qualcuno si farà male. E non avrà vinto nessuno.
Per questo “una nuova esplosione delle tensioni sui dazi commerciali tra Usa e Unione europea con una spirale di occhio per occhio è un rischio rilevante che potrebbe avere ricadute sulla crescita e al Fondo monetario lo monitoriamo con attenzione”, ha messo subito in chiaro il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas nella conferenza stampa di presentazione dell’Economic Outlook.
“Gli sviluppi sulla Groenlandia, con minacce di dazi Usa e di rappresaglie Ue potrebbero provocare danni alla crescita, questa volatilità è negativa per le decisioni di imprese e consumatori, che aumentano il risparmi cautelare, ha quindi effetti al ribasso sulla crescita”. Morale, anche un po’ un avviso ai naviganti. “In una guerra commerciale non ci sono vincitori.
I crescenti dazi colpiranno sia chi li impone, sia altri: è una situazione in cui dazi e rappresaglie metteranno pressioni al ribasso sull’attività globale. Abbiamo visto un commercio globale 2025 molto resiliente e ovviamente se i dazi dovessero salire in maniera rilevante avrebbero un impatto consistente nell’economia reale”.
Insomma, non c’è da scherzare con il fuoco. Il primo elemento di rischio menzionato dal Fmi è invece quello di una “riconsiderazione delle aspettative di crescita della produttività sull’Intelligenza Artificiale che potrebbe portare a un calo degli investimenti e innescare una brusca correzione dei mercati che partendo da le imprese legate all’IA finirebbe per coinvolgere altri segmenti e eroderebbe ricchezza delle famiglie”.
Seguono le già citate tensioni sul commercio e poi “le tensioni interne o geopolitiche che potrebbero creare nuovi elementi di incertezza e danneggiare l’economia globale, tramite il loro impatto sui mercati finanziari, sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi delle materie prime. Inoltre gli ampi deficit e maggiori indebitamenti pubblici potrebbero creare pressioni sui tassi di interesse di lungo termine e di conseguenza sulle condizioni finanziarie generali”. Insomma, meglio parlarsi.
Il 13 Gennaio 2026, su iniziativa dell’onorevole Dario Nardella e con il supporto di Fuels Europe ed Ebb, si è tenuto al Parlamento europeo un importante meeting sul tema dei biocombustibili sostenibili, a cui ho avuto il piacere di partecipare come chair della Biofuture Platform. L’incontro ha visto la partecipazione della Commissione Europea dg Rtd, di aziende del settore, dell’accademia, di associazioni e di organizzazioni internazionali. Si è fatto il punto sullo stato del settore, sulle politiche relative, e su quanto è necessario per poter raggiungere gli obiettivi europei del Green deal.
Ma dove siamo, realmente, nel percorso verso la de-fossilizzazione dei trasporti e l’impiego di biocombustibili sostenibili, assieme alla elettrificazione ed alle altre soluzioni per il settore? Proviamo a riprendere il filo dagli ultimi passaggi Bruxellesi. Il 5 Novembre 2025 si è chiuso un importante accordo al Consiglio europeo relativamente alla legge Clima. L’accordo ha mantenuto l’obiettivo della riduzione del 90% delle emissioni serra al 2040 rispetto ai livelli del 1990. Tra gli elementi di particolare rilievo, riportiamo l’apertura ai combustibili rinnovabili, la possibilità di utilizzare sino al 5% di crediti di carbonio internazionali di elevata qualità, ed il ruolo di rimozioni di carbonio permanenti e domestiche nel sistema Eu Ets, oltre ad altri rilevanti elementi. Il Parlamento Ue ha adottato sostanzialmente lo stesso testo pochi giorni dopo.
In parallelo a questo importante passaggio, la Commissione europea, dg Clima, ha predisposto e quindi presentato (16/12/2025) la proposta di revisione della cosiddetta CO2 Regulation, regolamento che riguarda i costruttori di veicoli ed in generale il trasporto stradale. In tale proposta la Commissione abbassa dal 100% al 90% l’obiettivo di riduzione delle emissioni da cars e vans al 2035 rispetto al 2021, mantenendo quindi l’ambizione a livelli estremamente elevati. Ed è previsto solo un limitatissimo uso di combustibili rinnovabili ed efuel (tecnicamente, Rfnbo: Renewable Fuels Of Non Biological Origin), pari al 3% (con ulteriori vincoli sottostanti).
Si consente infine ai costruttori di veicoli di coprire un ulteriore 7% (CO₂ credit) realizzando i mezzi attraverso l’impiego di acciaio verde EU-made, misura da comprendere meglio nei suoi aspetti operativi, in quanto sostanzialmente diversa dal rimanente 93% (impiego di elettricità e combustibili alternativi). Non è infatti ancora del tutto chiaro come questo 7% debba essere conteggiato nel bilancio di emissioni. essendo relativo alla costruzione del veicolo mentre il restante 93% è riferito all’impiego di combustibili sostenibili. Si tratta quantomeno di una formulazione complessa e di una scelta regolatoria di compensazione che tuttavia solleva interrogativi tecnici rilevanti anche per gli esperti del settore.
Preso atto di questo, è però inevitabile chiedersi: perché i fuel credits derivanti da biocombustibili sostenibili ed e‑fuels sono limitati a un massimo del 3% del target di riferimento 2021, nel momento in cui la legge clima riconosce il ruolo dei biocombustibili sostenibili e degli e-fuels (assieme ad elettrico, idrogeno, ammoniaca) nel percorso verso la decarbonizzazione? Quale è la ratio tecnica che ha portato una quota così contenuta assegnata ai combustibili rinnovabili, a fronte del riconoscimento del loro ruolo nella legislazione climatica europea?
Non è certo la disponibilità di biomassa a determinare questa limitazione, come illustrato nell’incontro al Parlamento Europeo. La Commissione, nel corso del citato incontro al Parlamento Europeo, ha infatti presentato i risultati di due recenti studi di scenario e di analisi tecno-economica e sociale, condotti da partenariati di cui il Politecnico di Torino è stato il coordinatore scientifico. I risultati di questi lavori sono nella sostanza congruenti con altre analisi similari condotte in precedenza da Ec Jrc ed Imperial College, e convergono nel mostrare chiaramente come di biomassa sostenibile (secondo la definizione della RED) ve ne sia a sufficienza, almeno per gli obiettivi Europei. Anzi, i biocombustibili sostenibili rappresentano piuttosto un serbatoio di “riserva” nel caso alcune delle
altre misure previste dovessero realizzarsi più lentamente del previsto, consentendo di compensare eventuali carenze. Gli studi concludono come ila domanda di biocombustibili sostenibili debba crescere di circa 2.5 volte al 2030 rispetto al 2021 seguendo gli obiettivi e le direttive Eu, crescendo da 16.5 Mtoe al 2021 sino a 42.8 Mtoe al 2030.
La stessa Iea ha recentemente presentato un rilevante studio, dal titolo Delivering Sustainable Fuels, che mostra come l’attuazione delle politiche esistenti (non di nuove politiche, cioè, ma di quelle su cui sé già in essere un accordo) comporterà un aumento di 4 volte del volume di combustibili sostenibili al 2035 rispetto al 2024. E per la parte biocombustibili sostenibili la Iea ha stimato all’incirca lo stesso fattore 2.5-3 precedentemente rilevato dalla Commissione.
Questo report Iea ha quindi coagulato l’azione di alcuni Paesi nel “Belém 4x Pledge”. Su iniziativa di Brasile, Italia, Giappone ed India, 27 Paesi si sono impegnati a realizzare le proprie politiche e quindi il fattore 4x, con la IEA che dovrà procedere nel monitoraggio del Pledge. Il Pledge ha avuto il supporto della Clean Energy Ministerial (CEM) Biofuture Platform (presieduta dal nostro Paese attraverso il Mase). Andranno adesso sviluppate le relative Roadmaps.
Analogamente, non sono certo le prestazioni in termini di riduzione di gas serra, a giustificare il cap del 3% della CO2 regulation. È infatti documentato e certificato come le filiere, anche quelle convenzionali, siano sempre più performanti in termini di capacità di riduzione di gas serra. Se ne ha evidenza persino nel citato documento IEA e nella ricerca dove anche il nostro Paese è all’avanguardia. Sono ormai industrialmente possibili e realizzate filiere addirittura Carbon Negative, dove grazie alla fotosintesi, che cattura naturalmente la CO2, ed alla nostra capacità tecnologica di “imbrigliare” e fissare questo Carbonio in forme quali il biocarburanti od altre, si ottengono rimozioni permanenti (come a breve sarà certificato dalla Carbon Removal and Carbon Farming di DG Clima). Questa capacità di rimozione avviene per vie che combinano soluzioni naturali con innovazione tecnologica, e che sono pronte per essere impiegate (o che sono già impiegate) a piena scala. Da subito, oggi. E promuovere filiere secondo criteri di premialità rispetto alla capacità di ridurre le emissioni serra, od addirittura in grado di essere negative, dovrebbe essere un elemento su cui tutti gli attori si trovano evidentemente d’accordo.
Una letterina intensa ma allo stesso tempo ironica. Così durante lo speciale “Ornella senza fine”, andato in onda sul Nove, Luciana Littizzetto ha voluto omaggiare Ornella Vanoni, definendola “unica”.
“Siamo tutti qui per te, qui e a casa, le persone che ti hanno voluto bene, i tuoi colleghi, il tuo teatro la tua città”, ha esordito la comica. Littizzetto ha voluto cominciare con una confessione alla cantante, scomparsa lo scorso 21 novembre. “Ti ricordi quando sono stata male l’anno scorso e tu mi chiamavi per darmi consigli di dieta? Molto yogurt, biscotti, parmigiano, olive, quelle grosse. Ornella, ora te lo posso dire, i consigli non funzionavano, avevi tanti talenti ma quello medicopropriono. Però le tue chiamate mi hanno fatto meglio di tante medicine”.
Littizzetto nella letterina definisce “un privilegio” poter parlare con Vanoni, che era capace, con le sue canzoni di “sollevare morali, salvare serate, far ballare e piangere, innamorare e tradire”. Una voce, ha ricordato ancora l’attrice e scrittrice, che è “passata per onde lunghe e medie, dal vinile alla cassettina, dalla cassettina al cd, dal cd al digitale rimanendo sempre la stessa”.
“Poi tu facevi ridere Ornella, come sanno fare solo le persone che vivono con i piedi in questo pianeta, ma col cervello gironzolano in dimensioni sconosciute“, continua ancora Littizzetto, sottolineando che la cantante ha “dimostrato che si può invecchiare dicendo la verità senza chiedere scusa per ogni ruga, intensa e volubile, libera e disinibita”.
“Non avevi paura di morire Ornella, avevi paura di annoiarti perché eri appassionata di vita. Ti piaceva il giallo perché ti dava gioia, il gelato perché ti consolava, la marijuana perché ti stuonava e così riuscivi a dormire. Ma soprattutto te ne fregavi delle apparenze, dei modi a modo, delle carinerie da salotto del bon ton fasullo e delle maniere ipocrite di stare davanti al pubblico per questo ti amavamo e lo facciamo ancora”, dice ancora Littizzetto.
“Non ti disturbo più Ornella, non vorrei che questa letterina diventasse come una tua chiamata – conclude – però voglio ricordare di te un’ultima cosa, il tuo hobby, guardare il mare, e la tua passione, Venezia, che è una malinconia che galleggia senza mai affondare, un po’ come te”
Poi il saluto finale: “Grazie di tutto Ornella, sappi che qui noi continuiamo ad ascoltarti, un po’ commossi un po’ malinconici. Ah se lassù fai fatica a dormire, chiedi, qualcuno che sa rollare lo trovi di sicuro”.
La notizia è oramai nota. Il Collegio del Garante Privacy è stato investito da una burrasca mediatica che si è trasformata il 15 gennaio anche in una tempesta giudiziaria, attraverso l’avvio di un procedimento penale con capi di imputazione provvisori, a carico dei componenti del Collegio, di peculato ( per le spese “pazze”) e di corruzione (per presunti favoritismi nell’emissione o, all’opposto, di omissione di provvedimenti).
Il procedimento ha debuttato con l’adozione di misure cautelari reali di sequestro, conseguenti a perquisizione. La prima – e più ovvia – cosa e che gli indagati avranno presentato una richiesta di riesame della misura cautelare reale (cioè dei dispositivi, pc, telefoni, documenti) reperiti nel corso della perquisizione presso gli Uffici del garante e le abitazioni private, lamentando l’inesistenza dei presupposti per procedere alla misura.
E’ una mossa che si adotta sempre in questo caso, anche se non vi sono i presupposti per farlo, perché in questo modo il Pubblico Ministero ha l’obbligo di trasmettere gli atti su cui si fondano le indagini, al Tribunale della libertà (del Riesame), in tempi brevissimi, consentendo agli indagati di poter accedere agli atti che altrimenti sarebbero disponibili dopo molti mesi solo a fine indagine. In proposito si adotta la formula della “richiesta di riesame con riserva di motivi”.
Una volta avuto accesso agli atti, si formulerà l’impugnazione vera e propria ed il Tribunale, ed eventualmente la Corte di Cassazione, potranno confermare o revocare il sequestro. Si parla di un periodo temporale di due settimane (tenendo presenti gli impegni del Tribunale di Roma) massimo.
Nel caso specifico del Garante c’è un fatto importante su cui però riflettere.
Poiché i componenti del Garante, con l’eccezione di Scorza, hanno deciso in blocco di rimanere al loro posto, si verificherà la situazione in cui il Collegio, ovvero l’organo sovraordinato, che intende proseguire le proprie funzioni, verrà a conoscere, e a poter concretamente operare, nel bene e nel male, nei confronti dei dipendenti che sono stati ascoltati dalla Procura di Roma, con i rischi per i lavoratori che non è difficile immaginare.
Sono questi i motivi tra gli altri che, in presenza di ipotesi di reati contro le pubbliche amministrazioni, consigliano di solito i vertici nel fare un passo indietro, anche al fine di evitare che maturino, magari inconsapevolmente, i presupposti per l’applicazione di misure più gravi quali le misure coercitive personali della custodia cautelare o, per i reati specifici contestati, la sospensione dall’esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale, disposta dal pubblico Ministero in base all’art 289 del codice di procedura penale.
In casi come questi la formula di compromesso per non fare un definitivo passo indietro è l’auto-sospensione, seguita dall’assoluta mancanza di contatti con gli altri co-indagati, e, elemento imprescindibile il silenzio degli indagati, inteso come contegno necessario per poter raggiungere poi l’obiettivo di superare questa delicatissima fase processuale.
Successivamente, quando il procedimento verrà definitivamente incardinato, ed i capi di imputazione diverranno definitivi, si potrà passare ad una difesa nel merito, che a quanto filtra da alcune ipotesi riportate dalla stampa, si concentrerebbe preliminarmente, sulla natura di spese “autorizzate”, quanto alle accuse di peculato, sulla genericità delle imputazioni quanto all’accusa di corruzione, e sull’acquisizione di documenti e testimonianze (in senso tecnico nel corso dell’inchiesta giornalistica) avvenute al di fuori dei meccanismi di acquisizione delle fonti di prova previste dal codice di procedura penale.
Come questo stato di cose, soprattutto dal punto di vista della continuità amministrativa possa adattarsi al lavoro di un organo istituzionale di quel rilievo, ai rapporti che devono intercorrere tra i dipendenti e i componenti del Collegio, alla tutela dei cittadini e come questo possa garantire una qualche forma di “sopravvivenza” dell’organo, prima della naturale scadenza del 2027, è una domanda che dovrebbero porsi tutti coloro che sono coinvolti in questa vicenda, e che sembrano invece in tutt’altro affaccendati.
“Si può rivoluzionare qualunquedisciplina e intervenire sulle regole più antiche, direi medievali”: Gerard Pique vuole cambiare tutto. Probabilmente trascinato dal momento che sta vivendo la sua KingsLeague, con un Mondiale da record in Brasile, l’ex difensore del Barcellona – ideatore del torneo calcistico che oggi appassiona tantissimigiovani – vuole adesso riformare diversediscipline.
A partire dal tennis, sport in cui Pique è già entrato con la CoppaDavis (organizzata fino al 2023): il nuovo format è stato però un fallimento e ora si sta cercando di tornare indietro. L’ex difensore ha già proposto pure altri cambiamenti, come eliminare la seconda di servizio. E ora pensa a un torneo tutto suo: “Perché non creare una KingsLeague di tennis?”. Un format con regole più “veloci” (per esempio quelle viste durante le Next Gen Finals), diverse dal classico tennis, con creator e youtuber protagonisti, come nel calcio. Ma il tennis è solo uno degli sport che Pique vorrebbe cambiare. “Ci sono altri sport, come il calcio, la boxe, l’MMA, anche le freccette. Si possono aggiungere creatori di contenuti, nuove regole, usare piattaforme di streaming, Twitch, TikTok o YouTube, in modo da raggiungere un nuovo pubblico. Tutto il mondo è connesso al cellulare e ai social“.
Tante idee, tra cui una nel basket, tra gli sport precursori del divertimento e dello spettacolo grazie all’Nba. “Anche lì si divertono, ma le cose possono cambiare. Si potrebbe giocare 3 contro 3, inserire i tiri da 10 punti, oltre a quelli da 2 e 3. Ma non solo”. Pique provoca, molti storceranno il naso. Parla senza conoscere bene le altre discipline.
Sul calcio invece è più cauto: “È uno sport con più di 100 anni di storia, resta lo sport più bello del mondo. È come una religione. Se entrassi nel pallone, non cambierei le regole. Piccolecose. Perché funziona ancora. Ma una fetta di pubblico vuole altro”.
Velocità, pochi tempimorti, show pre e post match, tra un tempo e l’altro, coinvolgimenti di artisti e personaggi del mondo dello spettacolo. È questo in sostanza ciò che chiede Pique: “Io propongo un prodotto per una generazione che chiede velocità, interazione. Dicono che i giovani siano la generazione ‘tutto e ora’, ma forse vogliono solo essere ascoltati. Vogliono interagire”. E alla base dei cambiamenti c’è la volontà di far decidere il pubblico, proprio come accade in KingsLeague: “Fifa e Uefa non ascoltano il pubblico, non gli si chiede cosa vuole. Noi lo facciamo: abbiamo fatto scegliere i colori del campo, hanno preferito il nero al verde, scegliere l’evento, il tempo di gioco, i giorni. Chiediamo e facciamo decidere. Perché alla fine dei conti siamo ciò che siamo grazie a quelli che ci seguono”.
La prima udienza del processo penale sul naufragio di Cutro del 14 gennaio è stata immediatamente rinviata al 30 gennaio 2026, dopo la formalizzazione dell’assegnazione del procedimento a un nuovo collegio giudicante. In attesa che di svolga vale la pena sentire gli audio originali dei finanzieri coinvolti, alcuni imputati nel processo come Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo Aeronavale di Taranto e Alberto Lippolis, a capo del Roan di Vibo Valentia. Nelle telefonate si cerca di mettere a punto una strategia comune per tentare di evitare che dal processo ne escano con l’accusa di procurata strage. Era il 25 febbraio del 2023, durante il governo Draghi , quando 94 persone tra le quali oltre 30 bambini profughi soprattutto da Pakistan e Afghanistan annegarono a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, in Calabria, dopo il ribaltamento del caicco Summer Love che ne portava almeno 180. Molte vittime non sono mai state ritrovate.
“Cominciare a pensare a una exit strategy”, un vero e proprio “brainstorming” per concordare una linea comune per giustificare i ritardi nei soccorsi al caicco. È il contenuto di alcuni messaggi tra ufficiali della Guardia di Finanza rivelati nel corso della trasmissione di Rai 3 “Il Cavallo e la Torre”, andata in onda venerdí sera.
L’inchiesta ha diffuso i contenuti di una chat e di messaggi audio del 3 marzo 2023, acquisiti dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Crotone, intercorsi tra il comandante del Gan – Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza di Taranto – Nicolino Vardaro (imputato nel procedimento sui ritardi nei soccorsi) e il vicecomandante Pierpaolo Atzori (non imputato).
Messaggi contenuti in una nota di sintesi del 16 novembre 2023 fatta dai carabinieri e messa agli atti dell’indagine. Al centro del colloquio la necessità di giustificare il lungo lasso di tempo intercorso tra l’allarme dato da Frontex (agenzia Ue per il pattugliamento delle frontiere marittime e terrestri) e l’intervento italiano, e perchè non fosse stato mandato un mezzo a monitorare dal cielo. Atzori riferisce a Vardaro di aver parlato con Alberto Lippolis, comandante del Roan di Vibo Valentia, ora indagato nel processo. (Il Roan è una sezione della Guardia di Finanza con sede a Vibo Valentia che opera con compiti di polizia giudiziaria e di vigilanza, specialmente nel settore aeronavale) . Lippolis nel vocale avrebbe suggerito “a titolo di amicizia” di prepararsi alle indagini suggerendo di trovare una linea comune per una exit strategy. Atzori dice a Valdaro: “Mi suggeriva ( Lippolis ) di cominciare a pensare a una exit strategy… in modo poi da essere pronti a confermarlo, su due punti”. I due punti critici evidenziati da Lippolis nelle conversazioni sono, per l’appunto, il “perché dopo l’allarme dato dall’Eagle di Frontex, alle 23:26, il nostro mezzo navale d’altura è uscito solo alle due e mezza” e il motivo per cui “non è stato mandato un mezzo ad ala rotante almeno a monitorare dall’alto”.
Il comandante del ROAN suggerisce ancora ad Atzori : “Cominciate a fare un brainstorming su queste due ipotesi perché poi quelli vanno, andranno a guardare tutto”, è il monito riportato nella trascrizione dei messaggi agli atti del processo. Per giustificare il “delay” del pattugliatore d’altura Barbarisi della Guardia di Finanza – quantificato dagli investigatori in 2 ore e 40 minuti – la linea ipotizzata da Lippolis nella chat era di sostenere che l’uscita fosse stata ritardata per varie ragioni tra cui valutare per bene le condizioni meteo in atto e quelle future perchè il mare era di traverso all’unità. Inoltre Vardaro, rispondendo al collega Atzori, conferma di non aver fatto uscire subito il mezzo basandosi su un “calcolo cinematico” dell’arrivo del caicco e per non “stressare gli equipaggi mettendo anche a repentaglio la sicurezza dell’unità navale e degli equipaggi il meno possibile, riducendo diciamo i rischi” dato il mare grosso. Per quanto riguarda il mancato invio dell’elicottero, Vardaro fornisce questa motivazione: “L’aeroporto di Grottaglie di notte è chiuso, l’equipaggio non c’era e comunque noi abbiamo la piazzola in manutenzione”. Ma nella stessa chat dice che aveva tutti i mezzi ad ala rotante a terra, ovvero li aveva tutti a disposizione. Giustificazioni che tuttavia non hanno convinto i magistrati.
Il Gip contesta a Vardaro di aver ordinato la navigazione solo alle 02:05 anziché immediatamente, definendola una “precisa e negligente scelta operativa” che ha impedito di intercettare il target in sicurezza, lasciando che si dirigesse verso un “approdo insicuro”. C’è anche un aspetto politico della vicenda che coinvolgerebbe la Guardia Costiera. Questa ha negato categoricamente che la mail risalente a giugno 2022, firmata dal capitano di vascello Gianluca D’Agostino – capocentro operativo nazionale e dell’Imrcc- e inviata a tutte le capitanerie locali, in cui si faceva riferimento a nuove disposizioni impartite da un “livello politico” relative alla gestione degli eventi migratori in Italia, abbia avuto un qualche effetto sulla strage di Cutro. Il documento mostrato in esclusiva dalla trasmissione di Damilano sembrerebbe invece assegnare una priorità alle operazioni ‘di polizia’ della Guardia di finanza, rispetto a quelle della Guardia costiera. Quella mail insomma sembra riferirsi in modo molto chiaro a quelle famose “regole d’ingaggio”, menzionate dal comandante della Capitaneria di Crotone Vittorio Aloi. Cioè che l’intervento della Guardia Costiera avrebbe dovuto limitarsi ai soli casi classificati come eventi Sar: ricerca e soccorso.
Almeno cinque topi che, uno dopo l’altro, si arrampicano in su e in giù lungo l’asta porta flebo. Sono le immagini scioccanti che arrivano da un ospedale pubblico dell’India. La clip è stata girata nel reparto di ortopedia del Gonda Medical College, nello stato dell’Uttar Pradesh: vicino ai ratti si possono vedere anche i pazienti stesi sui letti ospedalieri.
Le immagini risalgono a pochi giorni fa e hanno generato panico e preoccupazione per il rischio legato all’igiene e alla sicurezza all’interno della struttura sanitaria. Dopo le immagini, circolate grazie a dei pazienti, la direzione sanitaria ha avviato una disinfestazione utilizzando prodotti specifici contro i roditori.
Intanto però le immagini hanno fatto scalpore. Il caso non sarebbe isolato: pochi giorni dopo nella stessa struttura sono state riprese altre scene particolari che mostrerebbero alcuni cani, presumibilmente randagi, dormire su un letto dell’ospedale.
La Bohème di Giacomo Puccini detiene, assieme probabilmente a La Traviata di Giuseppe Verdi e la Carmen di Bizet, il primato di opera più “popolare” e rappresentata nel mondo. Facile ipotizzare come tale status derivi in primo luogo dall’esemplarità romanzesca del tema: l’opera viene composta alla fine di un secolo che aveva visto la nascita e la celebrazione dello stile di vita bohémien tra Romanticismo e Decadentismo ed è dunque divenuta sinonimo nell’immaginario collettivo della tragica teatralità operistica.
Il merito del successo imperituro va, però, attribuito al suo squisito valore musicale, al pregevole equilibrio compositivo, alle arie memorabili, all’abilità pucciniana di evocare vivida commozione nelle scene madri. Si potrebbe scrivere un libro sulla storia, già di per sé rocambolesca, della composizione dell’opera: la sfida, stravinta, col rivale Ruggero Leoncavallo (i due decisero di comporre contemporaneamente un’opera sullo stesso tema); la complessa gestazione del libretto scritto dagli autori, già collaudati nel connubio del loro stile complementare, Illica e Giacosa, tratto dal romanzo a puntate Scènes de la vie de Bohème (1851) di Henri Murger, adattato teatralmente con Théodore Barrière, una serie di quadri autobiografici sulla giovinezza artistica parigina; i continui ripensamenti di Puccini nei più di due anni di composizione (dal marzo 1893 alla fine del 1895) testimoniati da uno spartito originale tormentato, per la delizia dei filologi, da cancellature, sbianchettature e continue riscritture; la prima torinese del febbraio 1896, con un giovane Arturo Toscanini alla direzione, che incontrò il favore del pubblico, accompagnata dalla solita miope perplessità antiprofetica dei critici (“non lascerà traccia nel nostro teatro lirico”, scriverà Beserzio su La Stampa); una successiva, ulteriore revisione dell’incontentabile perfezionista Puccini, messa a punto per le rappresentazioni palermitane (prima al Politeama e poi al Teatro Massimo)… e da lì il trionfo.
Non è dunque facile portare in scena un’opera del genere: la scommessa è reinterpretare, sì, ma con intelligenza. Scommessa vinta da questa edizione, in scena al Costanzi fino al 25 gennaio, per la direzione di Jader Bignamini. A quanto pare, leggendo alcune recensioni e commenti a caldo tendenzialmente negativi, sono condannato a essere mio malgrado controcorrente: spesso sono stato severo nei confronti degli allestimenti “moderni”, in questo caso ho apprezzato molto l’utilizzo del videomapping, a cura di D-woke, nell’allestimento firmato da Davide Livermore.
I quattro Quadri (non atti, come da definizione originale) dell’opera sono raccontati da sette quadri, sette opere altamente significative dell’Impressionismo; una scelta semplice, pertinente, suggestiva. Vedere la Notte Stellata di Van Gogh come sfondo del duetto operistico amoroso più celebre (“Che gelida manina”/”Sì, mi chiamano Mimì”), quasi come una proiezione della tela dell’amico coinquilino Marcello, è un’intuizione innovativa ma pertinente: vivaddio, la dimostrazione che si può fare qualcosa di nuovo, senza stravolgimenti a caso. Tutto ciò mantenendo l’atmosfera umanamente calda (pur nel gelo fatale) della più proverbiale soffitta parigina.
Bellissima la restituzione, festosa e vivacissima, del Quartiere Latino nel breve e folgorante secondo Quadro, con consuete e meritate lodi al Coro diretto dal maestro Ciro Visco.
Ben giocato il contrasto, nel terzo, agghiacciante non solo per l’ambientazione ma per la tragica rivelazione sul destino dell’amata protagonista, tra l’amore leggiadro, vitale, “litigarello” di Marcello e Musetta e la profondità tragica del legame tra Rodolfo e Mimì. Un plauso alla straordinaria alchimia degli interpreti: l’ultimo Quadro, inevitabilmente straziante, viene interpretato con plausibile commozione da tutti i protagonisti in scena, verrebbe quasi voglia di salire sul palco e unirsi al pianto e all’abbraccio collettivo per quanto spontanea e credibile è l’empatia destata nel pubblico.
Mi riferisco al cast del 17 gennaio, di cui citerò Saimir Pirgu (un Rodolfo gioviale quanto capace di commossa tenerezza), la stella pucciniana Carolina Lopez Moreno (una degna Mimì), Nicola Alaimo, Alessio Arduini e William Thomas (bravi nel restituire goliardia e solidarietà nei panni di Marcello, Schaunard e Colline), Desirée Rancatore (una Musetta seducente quanto empatica) e Matteo Peirone (sdoppiato in Benoit e Ancildoro). Che bello vedere, ogni tanto, un’opera allestita con stile e rispetto.
L’iniziativa ha raccolto sostegno dal capoluogo fino alle aree interne della provincia. In rappresentanza di questi territori, è intervenuto il sindaco civico di Capracotta Candido Paglione: “Qui il diritto alla salute è sistematicamente negato ed è il risultato di scelte politiche precise”. In Molise la sanità pubblica “è stata smantellata, gli ospedali pubblici indeboliti fino allo stremo e nelle aree interne restano solo le guardie mediche come ultimo, fragile presidio”. Il primo cittadino del comune dell’Alto Molise ha poi criticato le politiche del governo Meloni, che “non corregge le ingiustizie, le rende strutturali”, introducendo “ospedali di terzo livello e ospedali elettivi senza pronto soccorso”. Le Case della salute, invece, vengono descritte come “lo strumento per cancellare anche gli ultimi presìdi territoriali”, come l’ospedale di Agnone.
Una strategia che, secondo Paglione, a livello politico è stata venduta con degli artifizi, come “usare parole nuove per giustificare vecchi tagli”. Lo scopo finale è quello di “smantellare pezzo dopo pezzo la legge 833 del 1978″ che ha istituito il Servizio sanitario nazionale. In questo modo, ha continuato il sindaco di Capracotta, “chi vive nelle aree interne viene trasformato in cittadino di serie B, costretto a scegliere tra rinunciare alle cure o spostarsi per decine di chilometri”. E ha chiuso: “Difendere il diritto alla salute non è una concessione: è un dovere costituzionale. E questa battaglia non si fermerà qui”.
Sulla fiaccolata si è espressa anche la consigliera regionale Micaela Fanelli (Pd): “Da Isernia è partito un segnale chiaro indirizzato a tutta la politica, regionale e nazionale. Un segnale che interpella chi ha il compito di decidere e di assumersi scelte non più rinviabili”, chiedendosi se gli amministratori saranno “capaci di trasformare questa voce forte e unitaria in atti concreti, capaci di garantire davvero il diritto alla salute e un futuro a questo territorio”. Angelo Primiani (M5S) è stato più polemico, in un post pubblicato su Facebook, il consigliere ha scritto: “Oggi a fare rumore non è solo la presenza di chi era in piazza, ma anche qualche assenza che pesa e che domani dovrà essere spiegata ai cittadini”.
Lo scorso 16 gennaio, durante l’incontro “Il grande malato” a Termoli, il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva definito “critica” la situazione della sanità locale. Nella stessa occasione, il segretario generale della Cgil Molise, Paolo De Socio, aveva denunciato il legame tra la sanità privata e la classe dirigente in Regione: “Gli interessi dei cittadini non coincidono con quelli di chi dalla sanità trae profitto e che in Molise hanno nomi e cognomi: Patriciello e Angelucci“. Il riferimento era all’eurodeputato leghista Aldo Patriciello, proprietario clinica Neuromed di Pozzilli, e del parlamentare del Carroccio Antonio Angelucci, patron della Casa di Cura San Raffaele.
“Dal punto di vista etico e morale Trump e Khamenei sono sullo stesso piano. Sono due criminali politici. Il massacro dei palestinesi è stato reso possibile grazie al presidente Usa”. Lo ha detto il professore Alessandro Orsini, intervistato da Luca Sommi ad Accordi&Disaccordi, sul Nove, commentando l’arresto di Maduro da parte di Washington. “Sottolineo anche come l’attuale situazione di sofferenza della popolazione iraniana nasca proprio dalle politiche della Casa Bianca contro l’Iran. Fa tutto parte di una strategia politica Usa per impoverire il Paese e rovesciare il regime”.
Buona notizia per gli italiani: nonostante il fuso orario, JannikSinner esordirà agli AustralianOpen in un orario comodo. L’azzurro (il suo tabellone) scende in campo nel primoturno dello Slam australiano non prima delle 9 italiane. L’avversario è HugoGaston, numero 93 del ranking Atp e giocatore più da terra rossa che da cemento. Esordio nella notte invece per Lorenzo Musetti.
Capitolo italiani: fin qui il bilancio non è stato positivo. L’unico a superare il primo turno è stato FrancescoMaestrelli, che ha battuto Atmane. Eliminati Cobolli, Nardi e Bellucci. Oggi però tocca agli ultimi sei rimasti in corsa Oltre a Sinner e Musetti, la giornata azzurra si completa con Luciano Darderi, Lorenzo Sonego, Luca Nardi ed Elisabetta Cocciaretto, impegnati nei rispettivi esordi al primo turno.
Sinner-Gaston, i precedenti
Quello degli AustralianOpen tra JannikSinner e HugoGaston sarà il terzoscontro totale. Sono infatti due i precedenti tra i due tennisti, ma entrambi risalenti al 2021, quando sia Gaston che Sinner erano due tennisti totalmente diversi. A vincerli però fu sempre Jannik Sinner: il primo risale all’Atp250 di Marsiglia, su cemento indoor, vinto da Sinner per 6-4, 6-1. Il secondo – sempre su cemento, ma outdoor – risale al Masters1000 di Miami e Sinner vinse in modo ancora più netto: 6-2, 6-2. E adesso, più del 2021, Sinner partirà strafavorito.
Dove vedere Sinner-Gaston in tv e streaming
Sinner arriva alla competizione forte delle due vittorie negli ultimi due anni, nel 2024 e nel 2025, in finale rispettivamente contro DaniilMedvedev e AlexanderZverev. L’azzurro mira al tris e arriva al torneo senza aver giocato nessuna partitaufficiale nel 2026: ha infatti giocato un match d’esibizione contro Alcaraz, un altro contro Felix Auger–Aliassime e in mezzo il Million Dollar 1 Point Slam. L’Australian Open è un’esclusiva di WarnerBros. La sfida tra Jannik Sinner e Hugo Gaston – prevista per martedì 20 gennaio non prima delle 9 italiane – così come tutto l’AustralianOpen sarà visibile su discovery+ e HBOMax. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili su Dazn e TimVision.
Musetti sfida Collignon: quando gioca e dove vederlo
Il terzo giorno degli Australian Open sarà anche quello dell’esordio di LorenzoMusetti, attuale numero cinque al mondo che ha cominciato la stagione da numero 3 live. Musetti sfiderà Raphael Collignon, numero 72 del ranking Atp contro cui non ha mai giocato. I due giocheranno il primo match della sessionediurna, all’1:30italiane, sulla Margaret Court Arena: l’obiettivo minimo di Musetti sono i quarti di finale. A differenza degli altri tre Slam, infatti, in Australia non li ha mai raggiunti. Come per Sinner, anche il match di Musetti sarà visibile su discovery+ e HBOMax. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili su Dazn e TimVision.
Australian Open, gli italiani in campo martedì
Nel terzo giorno del torneo entrano in scena sei italiani: Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Luciano Darderi, Lorenzo Sonego, Luca Nardi ed Elisabetta Cocciaretto. Sinner fa il suo esordio sul palcoscenico più prestigioso, la Rod Laver Arena, nella sessione serale di Melbourne. Musetti è invece di scena alla Margaret Court Arena, mentre Darderi parte dalla 1573 Arena contro l’esperto Garin. Ci sono anche Errani e Paolini, che aprono il loro torneo in doppio sul Court 7 contro Lumsden/Tang.
Ore 1:00: Lorenzo Sonego (ITA) – Carlos Taberner
Ore 1:00: Cristian Garin – Luciano Darderi [22] (ITA)
Ore 1:30: Lorenzo Musetti [5] (ITA) – Raphael Collignon
Dopo le ore 2:00: Luca Nardi (ITA) – Y. Wu (Q)
Dopo le ore 2:00: Julia Grabher – Elisabetta Cocciaretto (ITA)
Ore 9:00: Hugo Gaston – Jannik Sinner [2] (ITA)
Australian Open, il programma completo di martedì
ROD LAVER ARENA – dall’1:30
O. Oliynykova – Madison Keys [9]
non prima delle 3:30
Ben Shelton [8] – Ugo Humbert
non prima delle 9:00
Hugo Gaston – JannikSinner [2]
a seguire
Naomi Osaka [16] – Antonia Ruzic
MARGARET COURT ARENA – dall’1:30
Lorenzo Musetti [5] (ITA) – Raphael Collignon
Elena Rybakina [5] – Kaja Juvan
non prima delle 9:00
Katie Boulter – Belinda Bencic [10]
a seguire
Shintaro Mochizuki – Stefanos Tsitsipas [31]
JOHN CAIN ARENA – dall’1:00
Tereza Valentova – Maya Joint [30]
Karen Khachanov [15] – Alex Michelsen
non prima delle 7:00
V. Royer – Taylor Fritz [9]
a seguire
Maddison Inglis (Q) – Kimberly Birrell
KIA ARENA – dall’1:00
Shuai Zhang – T. Preston (WC)
Karolina Pliskova – Sloane Stephens (Q)
Dane Sweeny (Q) – Gael Monfils
Grigor Dimitrov – Tomas Machac
Leylah Fernandez [22] – J. Tjen
Chris O’Connell (WC) – Nishesh Basavareddy (Q)
Hubert Hurkacz – Zizou Bergs
Daria Kasatkina – N. Bartunkova (Q)
COURT 7 – dall’1:00
Lumsden / Tang – Errani / Paolini [2] (doppio femminile)
X. Wang – Anhelina Kalinina (Q) Luca Nardi (ITA) – Y. Wu (Q)
V. Kopriva – Jan-Lennard Struff
COURT 13 – dall’1:00
Lorenzo Sonego (ITA) – Carlos Taberner
Lulu Sun – Linda Fruhvirtova (Q)
Anna Kalinskaya [31] – Sonay Kartal
Sorana Cirstea – Eva Lys
COURT 15 – dall’1:00
Alexander Golubev / Aleksandr Nedovyesov – Tomas Martin Etcheverry / Camilo Ugo Carabelli (doppio maschile)
Julia Grabher – ElisabettaCocciaretto (ITA)
“La sentenza sul Pandoro Gate dimostra anche quale ‘giustizia’ ha in mente il nostro sgoverno: un sistema che salva i colpevoli, purché potenti, ricchi e famosi, con mille trucchetti, così che possano spacciarsi per innocenti perseguitati”. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, ha commentato il caso di Chiara Ferragni e il pandoro Balocco. Il 14 gennaio infatti il Tribunale di Milano ha prosciolto l’influencer dall’accusa di truffa aggravata per oltre 2 milioni di euro nella vicenda della pubblicità ingannevole legata alla beneficenza e alle vendite del ‘Pandoro Pink Christmas‘ di Balocco del Natale 2022 e delle Uova di Pasqua ’21-22 di Dolci Preziosi. “La sentenza Ferragni – ha spiegato Travaglio nel suo Passaparola – dimostra che non c’è bisogno di separare le carriere per trovare dei giudici che contraddicono i pm. I pm di Milano accusavano la Ferragni di truffa aggravata, perseguibile d’ufficio; il giudice ha declassato il reato a truffa semplice, perseguibile solo a querela delle vittime grazie alla schiforma Cartabia. E,s iccome la Ferragni aveva risarcito le vittime delle sua truffa e il Codacons aveva ritirato la querela in cambio dei soldi, è scattata l’improcedibilità” e il reato si è estinto. Cioè: il reato c’era eccome ed era procedibilissimo quando fu commesso, nel novembre-dicembre 2022. Quindi non è vero che “il processo non si doveva fare”. Purtroppo poi il 30 dicembre 20220 il governo Meloni varò il Dl Nordio attuativo della legge delega Cartabia e cambiò le regole a partita in corso”.
Assenti Danimarca e Iran. Domani gli interventi di Von der Leyen e Macron, mercoledì parlerà il presidente degli Stati Uniti, che vorrebbe la cerimonia di firma del Board of Peace. Previsto un bilaterale con Zelensky
Stamane nel carcere della città ligure si è svolta l'udienza preliminare. Zouhair Atif ha 19 anni, è di origine marocchina, è reo confesso dell'omicidio di Abanoud Youssef, 18 anni
Il giudice del lavoro di Torino ha dato ragione a Cr7che non dovrà restituire i soldi ricevuti durante il Covid. Il club risarcirà le spese legali: 50.000 euro
Continua ad intensificarsi la mareggiata che sta interessando le coste orientali della Sicilia. Alla Marina di Marzamemi le onde s'infrangono con violenza sui frangiflutti del porto
Domani l'autopsia sul corpo trovato nell'azienda del marito, che si è avvalso della facoltà di non rispondere. Sangue in casa, nell'auto e sui vestiti dell'uomo, accusato di omicidio aggravato dalla relazione affettiva e di occultamento di cadavere
Sempre in Spagna, nel 2013, il deragliamento in curva di un altro treno ad alta velocità causò 79 morti a Santiago de Compostela. La tragedia ferroviaria più mortale su linee veloci è quella di Eschede, in Germania, nel 1998: 101 vittime
Il Canone Rai resta anche nel 2026 una voce di spesa fissa per milioni di famiglie italiane. L’importo è confermato a 90 euro l’anno, addebitati direttamente nella bolletta dell’energia elettrica dell’abitazione principale. Tuttavia, la normativa prevede importanti esenzioni, in...
Goffredo Bettini cambia rotta sul referendum sulla giustizia. "Non posso sostenere una contrapposizione così pesante alla sinistra e al Pd". Questa mattina, rispondendo alle critiche che gli ha rivolto Paolo Mieli su Radio24, Bettini ha spiegato: "Molti sanno che sono figlio di un avvocato penalista repubblicano. Sono un garantista e considero sempre l’imputato in una posizione di debolezza di fronte alla forza dello stato. Mi sono espresso più volte a favore della separazione delle carriere. La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni".
Secondo Bettini – che benché non guidi una corrente è un pezzo da 90 dei dem – il confronto sul referendum si è trasformato in "una polemica astiosa, non veritiera, aggressiva e destabilizzante". Per questo motivo, dice, aveva scelto di non esprimersi pubblicamente fino a oggi. Tuttavia, ribadisce che il suo voto sarà coerente con la difesa del Pd e delle forze democratiche: "Con loro, in un clima diverso, ci sarà occasione di affrontare i problemi della giustizia, dalla lunghezza dei processi alla condizione delle carceri". Insomma, Bettini voterà no, non tanto perché contrario alla riforma Nordio in sé ma in quanto contrario al governo Meloni,alla politicizzazione del referendume all’uso strumentale della questione da parte dei sostenitori del Sì, giudicati "contro la sinistra e il Pd".
Questa posizione segna un evidente retrofront rispetto al passato. Lo scorso settembre, al Congresso delle Camere Penali a Catania, Bettini aveva chiaramente espresso il suo favore alla separazione delle carriere, sottolineando il valore del garantismo e l’importanza di tutelare l’imputato di fronte allo stato. Interventi successivi lo collocavano tra i sostenitori del Sì alla riforma, insieme ad altre personalità della sinistra del Pd, come Cesare Salvi e Claudio Petruccioli, pure specificando che la riforma andava ancorata a un piano complessivo di riforme anche per il sistema delle carceri.
Intanto, la segretaria del Pd, Elly Schlein, mantiene una posizione di cautela, ribadendo che il no al referendum non è un voto contro il governo e sottolineando che la riforma "non risolve i problemi endemici della giustizia, come la lunghezza dei processi, e quindi non va incontro ai cittadini e alle imprese".
Centinaia e centinaia di pescherecci che d’improvviso abbandonano le loro normali attività, iniziano a muoversi in modo simultaneo e coordinato e formano quella che a tutti gli effetti è una vera e propria “muraglia galleggiante”. Per ben due volte, nel corso delle ultime quattro settimane, questo particolare fenomeno ha preso forma in quella parte del Mar Cinese Meridionale compresa tra l’entroterra cinese, Taiwan e l’isola giapponese di Okinawa. E ad essere protagonisti sono stati, come si può facilmente presumere, dei vascelli di Pechino.
Il primo episodio risale al giorno di Natale. In quell’occasione circa 2.000 pescherecci cinesi si sono riuniti in due lunghe formazioni parallele, ciascuna delle quali si estendeva per 290 miglia, che andavano a formare una sorta di “L” rovesciata. Pochi giorni fa, l’11 gennaio, nello stesso tratto di mare circa 1.400 navi da pesca hanno compiuto simili manovre formando un rettangolo che si estendeva per oltre 200 miglia, costringendo alcune navi mercantili in avvicinamento a compiere delle manovre di aggiramento.
Facile vedere le implicazioni militari dietro queste manovre. Diversi esperti di questo settore, riporta il New York Times, hanno affermato che le manovre suggeriscono che la Cina stia rafforzando la propria milizia marittima, e che tali manovre dimostrano come Pechino sia in grado di radunare rapidamente un gran numero di imbarcazioni nei mari contesi. Capacità che, in caso di crisi, potrebbe rivelarsi estremamente utile per intasare le rotte marittime e complicare le operazioni militari e di rifornimento dei suoi avversari.
Non a caso queste manovre hanno avuto luogo in un’area da cui, qualora si verificasse un’escalation militare rispetto a Taiwan, passerebbe una delle principali arterie di rifornimento della coalizione guidata dagli Stati Uniti, che dalle basi su territorio giapponese andrebbe a raggiungere direttamente Formosa. Pur essendo troppo piccoli per imporre efficacemente un blocco totale nei confronti di navi avversarie, i pescherecci cinesi potrebbero comunque ostacolare i movimenti delle navi da guerra avversarie, come ha affermato l’ex ufficiale della marina statunitense e analista del Center for a New American Security Thomas Shugart, che sottolinea anche come questa moltitudine di imbarcazioni di piccole dimensioni potrebbe anche fungere da “esca per missili e siluri, sovraccaricando i radar o i sensori dei droni con un numero eccessivo di bersagli”.
Interessante notare anche la tempistica di queste manovre, che hanno avuto luogo pressoché in parallelo con le esercitazioni condotte dalla People’s Liberation Army nei pressi di Taiwan, suggerendo uno stretto collegamento tra i due (apparentemente distinti) fenomeni. Fenomeni che a loro volta si inseriscono in un più ampio momento di tensione tra la Cina e gli altri attori regionali, in particolare il Giappone, che si protrae dallo scorso novembre e che è culminata in diversi episodi di relativa tensione, tra cui la violazione dello spazio aereo giapponese o l’agganciamento radar di alcuni F-15 di Tokyo in volo nei pressi di Okinawa.
Se i tradizionali punti di forza dell’Italia come potenza scientifica si uniranno al Dna fondamentale della Repubblica di Corea come leader tecnologico, i due Paesi saranno in grado di generare grandi sinergie. Questo l’assunto usato dal presidente Lee Jae-Myung per raccontare l’oggi, ma soprattutto il domani, delle relazioni tra Roma e Seoul. La visita del presidente del consiglio Giorgia Meloni è un segnale molto chiaro che si accende su vari dossier: politica, geopolitica e relazioni industriali che si apprestano a vivere una stagione di profondità strategica su quattro direttrici di marcia, la cultura, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e i minerali essenziali.
Tre le priorità cerchiate in rosso da Meloni. In primis il partenariato economico e industriale, in ragione del fatto che la Corea è il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite.
Dati che mettono in risalto sia il peso specifico del made in Italy sia l’alto potenziale in campi considerati dall’alto valore aggiunto. Gli investimenti reciproci con il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese è anticamera anche per superare alcune barriere non tariffarie all’ingresso per i prodotti.
In secondo luogo Meloni parla di cooperazione per rendere le catene del valore più forti e più sicure, “in un’ottica di resilienza e sicurezza per le nostre economie”. Il riferimento è ai semiconduttori, che rientrano nel Memorandum siglato a Seoul tra i due leaders al fine di valorizzare i rispettivi know-how e potenziare le sinergie tra i sistemi industriali.
A supporto di ciò ecco il ruolo della ricerca scientifica, con il dialogo tra imprese, università e centri di ricerca che rappresenta una leva positiva per costruire una cooperazione nel medio-lungo termine. Cita la Banca Mondiale la premier, quando dice che l’80% della ricchezza delle nazioni più avanzate è immateriale, è cioè una ricchezza rappresentata dal sapere. Infine il coordinamento politico sui grandi temi internazionali, primo fa tutti l’IndoPacifico, la guerra in Ucraina, l’Africa, il Piano Mattei.
La visita è stata la prima di un primo ministro italiano in 19 anni, la prima di un leader europeo da quando Lee ha assunto l’incarico lo scorso giugno e la prima di un leader straniero da quando l’ufficio presidenziale è tornato a Cheong Wa Dae alla fine dell’anno scorso, ma due leader si erano già incontrati al vertice del G7 in Canada nello scorso giugno e a New York durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.
Nel breve periodo Meloni e Lee hanno concordato di rendere maggiormente costante il dialogo strategico, mettendo in cantiere un nuovo piano d’azione bilaterale per il 2026-2030 per guidare la cooperazione tra tra i due paesi. Anche lo sport è al centro delle future relazioni, promuovendo importanti eventi internazionali, tra cui i Giochi olimpici e paraolimpici invernali del 2026 a Milano e Cortina.
Ma non è tutto, perché dalla lontana Corea giungono gli echi di analisi e riflessioni su un altro tema molto controverso come l’Artico, che nelle ultime ore è stato al centro della telefonata tra la presidente del Consiglio italiana e il presidente degli Stati Uniti. Anche il governo tedesco ha espresso apprezzamento per la mossa, come spiegato dal portavoce dell’esecutivo di Berlino, Stefan Kornelius: “Quando molti Stati sono coinvolti in questo dibattito è sempre utile. La presidente del Consiglio italiana ha parlato anche con il presidente degli Stati Uniti. Questo è sempre molto utile”.
Mentre le due sponde dell’Atlantico attraversano una fase di tensione nei rapporti transatlantici, alimentata anche dalle iniziative del presidente americano Donald Trump – non ultima quella legata alla volontà di rafforzare il controllo statunitense sulla Groenlandia – da Trieste arriva un segnale di segno opposto. Un progetto concreto di connessione tra Italia e Stati Uniti che passa dalla logistica, dai traffici marittimi e dal ruolo strategico del porto giuliano.
Dalle prossime settimane, il terminal container del Molo Settimo dello scalo triestino entrerà stabilmente nella rotazione del servizio “Dragon”, il collegamento oceanico del gruppo che unisce Asia, Europa e costa orientale degli Stati Uniti. Una notizia rilevante per il porto di Trieste, che rafforza la propria presenza sulle principali rotte intercontinentali in una fase delicata per i traffici.
Stando alle informazioni fornite da MSC, questa è la rotazione: Busan, Ningbo, Shanghai, Nansha, Yantian, Singapore, Trieste, Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Sines, New York, Boston, Norfolk, Charleston, Freeport, Grand Bahama-Busan. Il servizio Dragon migliorerà gli attuali tempi di transito di cinque giorni e garantirà un accesso senza interruzioni anche a Koper (Capodistria; Slovenia), Rijeka (Fiume; Croazia), Venezia, Ravenna e Ancona: ossia sarà un’ulteriore dimostrazione di come Trieste rappresenti un accesso più fluido anche ad altri scali dell’alto Adriatico e dell’Europa balcanica. Una potenzialità evidente, che si riflette anche nelle analisi di implementazione del corridoio Imec verso Medio Oriente e India, attraverso l’aggancio operativo con la Three Seas Initiative che coinvolge parte dell’Europa orientale e settentrionale.
Come spiega il neopresidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Marco Consalvo, il valore del nuovo servizio sta soprattutto nella sua struttura: “Il collegamento diretto con Trieste si concretizzerà con una nave settimanale fissa dai primi di aprile. L’obiettivo di rilancio dei container rispetto ai dati 2025 è concreto; l’introduzione del servizio Dragon va nella direzione di un progressivo recupero dei volumi degli anni passati”.
Una scelta che potrebbe dunque consentire allo scalo giuliano di recuperare centralità dopo un 2025 chiuso con una movimentazione di 681 mila TEU, in calo del 19 per cento rispetto all’anno precedente. Le navi impiegate sul servizio Dragon avranno una capacità compresa tra 15 e 19 mila TEU e, a regime, garantiranno un volume di traffico – solo da MSC – stimato tra i 500 e i 650 mila TEU. Un livello che apre la prospettiva di colmare il gap accumulato rispetto al 2024 e di immaginare un 2026 in forte crescita.
Non solo, perché c’è anche una prospettiva più ampia, legata alla dimensione geopolitica: da un lato il link con l’Asia, dall’altro il collegamento diretto con il Nord America. L’inclusione di Trieste nel servizio rafforza inoltre le prospettive industriali e produttive del Nord-Est italiano, offrendo una nuova e più efficiente via di export verso gli Stati Uniti. Con Washington che guarda alla dimensione economico-commerciale come motore delle relazioni politico-diplomatiche.
La prima nave del servizio, la MSC Thais, inaugurerà la rotazione con arrivo a Busan il 18 febbraio, lungo una rotta che tocca i principali hub asiatici, mediterranei e della East Coast americana. Un avvio che coincide, peraltro, con la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel Paese, una missione in cui torna centrale anche la dimensione marittima — sia sul piano della sicurezza sia come ulteriore convergenza che “non è frutto di una coreografia studiata, ma di una serendipità significativa”, come ha scritto Vas Shenoy a proposito di un altro incrocio, a Muscat, tra Meloni e la nave indiana Kaundinya.
Dal mondo degli operatori, il giudizio è complessivamente positivo, pur con alcune cautele. Francesco Parisi, presidente della storica casa di spedizioni Parisi e alla guida di Trieste Summit, sottolinea come il ritorno di un servizio oceanico diretto dall’Asia-Pacifico rappresenti un passaggio chiave: “Trieste torna ad avere due servizi su tre diretti, come prima dello smantellamento del consorzio 2M nella primavera del 2025”. Parisi evidenzia anche il valore simbolico e operativo di un collegamento diretto con la costa orientale degli Stati Uniti, il primo dopo molti anni, pur segnalando come la circumnavigazione dell’Africa, anziché il passaggio da Suez, resti un limite strutturale.
Una valutazione condivisa anche da Stefano Visentin, presidente di Aspt Astra — l’associazione degli spedizionieri del porto di Trieste — e vicepresidente di Trieste Summit. Visentin auspica che al miglioramento dei transit time verso gli Stati Uniti si accompagnino noli competitivi rispetto ai porti del Nord Europa e che il servizio possa tornare a transitare dal Canale di Suez. “La rotta africana, infatti, continua a penalizzare il servizio sia in westbound sia in eastbound, dove permangono uno o due trasbordi”.
Nel complesso, il segnale che arriva da Trieste è chiaro: mentre la politica transatlantica attraversa una fase di incertezza, la logistica costruisce ponti concreti. E il porto giuliano, già candidato a essere uno dei nodi chiave della geoeconomia italiana, si rafforza con la ricostruzione di una relazione economica Italia–Stati Uniti che passa sempre più dal mare.
C’è inoltre un ulteriore elemento: “La sicurezza nazionale oggi si gioca anche sulla tenuta delle infrastrutture e delle catene logistiche”, ha detto il viceministro Edoardo Rixi nel suo intervento all’incontro “Shield, sicurezza e difesa per l’Italia e l’Europa”, organizzato oggi da Sda Bocconi. “Le minacce ibride impongono un cambio di paradigma: investire in porti, trasporti e grandi opere significa rafforzare la sicurezza e la competitività del Paese. Il lavoro avviato con il G7 a Milano e il contributo di un’istituzione come la SDA Bocconi dimostrano quanto sia strategica l’alleanza tra Governo, accademia e sistema produttivo”.
Il primo volo automatizzato di Proteus, l’elicottero senza pilota sviluppato da Leonardo per la Royal navy, rappresenta un passaggio chiave nella trasformazione dell’aviazione navale britannica.
Il test, condotto presso il Predannack airfield in Cornovaglia, ha dimostrato la capacità di un elicottero di grandi dimensioni di decollare e volare seguendo un profilo prestabilito senza intervento diretto umano. Non si tratta solo di un successo tecnologico, ma di un segnale strategico in un contesto segnato dal ritorno della competizione marittima e dall’esigenza di aumentare presenza e persistenza operativa con risorse limitate.
Un programma orientato alla maturità operativa
Proteus nasce all’interno del programma Rotary wing uncrewed air system (Rwuas) del ministero della Difesa britannico. La scelta industriale è indicativa e punta non a un drone progettato da zero, ma all’adattamento di una piattaforma elicotteristica esistente, di classe media, dotata di sistemi di controllo autonomo, sensori avanzati e un’architettura di missione modulare.
Il valore del dimostratore non risiede in un salto futuristico, bensì nella dimostrazione di maturità dell’autonomia di volo supervisionata, della capacità di gestire l’ambiente circostante e del potenziale di integrazione con le operazioni navali reali.
Il Nord Atlantico come banco di prova operativo
Il contesto strategico spiega perché questa capacità sia rilevante. Il Nord atlantico è tornato centrale per la sicurezza euro-atlantica, con una rinnovata attenzione alla sorveglianza marittima e alla guerra antisommergibile. In questo scenario, elicotteri e pattugliatori con equipaggio restano essenziali, ma sono costosi e vincolati dalla disponibilità di personale. Un Rwuas come Proteus consente di estendere la bolla sensoriale di una nave, svolgere missioni ripetitive o rischiose e aumentare la continuità operativa senza moltiplicare equipaggi. È il principio della hybrid air wing, in cui sistemi pilotati e autonomi cooperano anziché sostituirsi.
Costi, industria e nuove sfide tecnologiche
Anche il razionale economico è centrale. Un elicottero navale tradizionale comporta costi elevati lungo tutto il ciclo di vita, dall’addestramento alla logistica. Un sistema autonomo di classe media, pur non essendo economico come un piccolo drone, può ridurre in modo significativo il costo per ora di volo nelle missioni persistenti, rendendo sostenibile una presenza prolungata in mare. Sul piano industriale, Proteus valorizza una filiera elicotteristica europea già matura, ma apre nuove sfide legate a certificazione software, cyber-resilienza e integrazione sicura con i sistemi di combattimento di bordo.
Limiti operativi e valore strutturale del programma
I limiti restano evidenti, con un’autonomia e un carico utile inferiori rispetto agli Uav ad ala fissa e una forte dipendenza da collegamenti di comunicazione robusti. Tuttavia, per missioni Isr e Asw a corto e medio raggio, il compromesso è favorevole. In questa prospettiva, Proteus va letto non come una rivoluzione improvvisa, ma come un tassello coerente di una trasformazione strutturale. Se le prossime fasi di test confermeranno affidabilità e integrazione operativa, il programma potrà diventare un modello credibile per il futuro equilibrio tra piattaforme autonome e con equipaggio nella potenza marittima occidentale.
È arrivata la conferma: il Giappone andrà al voto anticipato. In una conferenza stampa, il primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, ha annunciato lo scioglimento delle Camere, previsto per la sessione parlamentare di questo venerdì.
Per superare in maniera definitiva l’instabilità politica del Paese, la premier ha confermato che le elezioni saranno anticipate al prossimo 8 febbraio, quando inizialmente erano in programma per l’estate del 2028. Tra una settimana, invece, comincerà la nuova campagna elettorale.
La decisione non è inusuale. Secondo la stampa internazionale, è molto comune che i primi ministri giapponesi che arrivano al potere grazie alle primarie scelgono di convocare elezioni generali all’inizio del mandato per sfruttare la loro popolarità e rafforzare la legittimità politica.
L’ultimo sondaggio del quotidiano giapponese Asahi Shimbun, riferito dall’Abc, indica che Takaichi gode di più del 67% del consenso elettorale, anche se ha avuto poco tempo per dimostrare le sue capacità in quanto a gestione del bilancio e dell’economia interna. Il suo obiettivo sarà migliorare le condizioni economiche del Paese, seguendo le linee guide del suo maestro, Shinzo Abe.
Sulla politica estera, Takaichi ha confermato una nuova alleanza con gli Stati Uniti e si è avvicinata positivamente alla Corea del Sud. Con la Cina, invece, è partita con buon piede ma negli ultimi mesi l’intesa iniziale è svanita a causa dell’ipotetica risposta del Giappone in caso di un’invasione cinese a Taiwan e la reazione del governo cinese.
Lo scenario elettorale di febbraio in Giappone presenta da una parte il Partito Liberale Democratico (Pld) con 199 seggi, nel quale Takaichi ha vinto le primarie, e il premier uscente Shigeru Ishin (con 34 seggi), mentre dall’altra parte c’è il Partito Costituzionale Democratico del Giappone (Pdc) con 148 e i buddisti conservatori Komeito con 24 seggi.
La scorsa settimana entrambe le formazioni politiche hanno creato l’Alleanza del Centro Riformista, in risposta alla svolta verso destra della politica giapponese. Al centro, il Partito Democratico per il Popolo (Pdpp) con 27 seggi.
Sta facendo il giro del web, riscuotendo molto successo, il video pubblicato da Meghan Markle per partecipare, a suo modo, al trend che sta spopolando sui social che consiste nel rivivere alcuni momenti del 2016. La duchessa del Sussex ha pubblicato una breve clip in bianco e nero in cui balla con il marito, Harry, a piedi nudi in giardino. Il video, in realtà, è del 2026 ed è stato ripreso dalla secondogenita della coppia reale, Lilibet. “Quando il 2026 sembra proprio il 2016… dovevate esserci”, ha scritto Meghan nella didascalia del video pubblicato insieme a una foto scattata proprio nel 2016 in Botswana, durante il loro terzo appuntamento.
La Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame che, il 17 novembre scorso, aveva annullato il decreto di sequestro dei dispositivi elettronici di Mario Venditti, ex procuratore di Pavia, indagato nel filone dell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari legata al caso Garlasco. Con il “rigetto totale” del ricorso della Procura di Brescia, la Corte ha ribadito la propria posizione in merito alla mancanza di una giustificazione adeguata per procedere con un sequestro così esteso e generico, che avrebbe riguardato telefoni, pc, tablet e altri dispositivi elettronici di Venditti. I giudici della Libertà di Brescia, per tre volte, hanno bocciato le istanze della procura di Brescia.
La difesa
Il ricorso dei pm bresciani mirava a contestare la decisione del Riesame che, il mese scorso, aveva già annullato un sequestro precedente, eseguito il 24 ottobre, dei dispositivi appartenenti all’ex procuratore. “Non vi è nessuna ragione di opportunità concreta ed effettiva che imponga la conoscenza di una mole così vasta di informazioni sulla altrui vita privata”, ha sottolineato l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Venditti, nelle sue osservazioni a sostegno della restituzione dei beni. Secondo la difesa, la Procura aveva “tentato l’indiscriminata apprensione di tutti i devices telematici ed elettronici in uso all’indagato”, senza aver selezionato preventivamente i dati rilevanti, “indubbiamente estranei alle finalità investigative”. Aiello ha anche precisato che l’intervallo temporale proposto per le ricerche – ben 11 anni, dal 2014, anno in cui Venditti divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025 – era “talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”. Per il legale: “L’ipotesi di corruzione contestata non coinvolge né i legali della famiglia Sempio, né i suoi consulenti tecnici, né la polizia giudiziaria in servizio all’epoca, sicché non si comprendono le ragioni, concrete ed effettive, per cui debbano scandagliarsi milioni di dati contenuti nei pc, telefoni, tablet del dott. Venditti“.
L’argomentazione della Procura
In risposta alla decisione del Riesame, la Procura di Brescia aveva sostenuto che “pretendere una puntuale individuazione di specifiche ‘parole chiave’ determinerebbe un gravissimo ed irrecuperabile ‘vulnus’ alla completezza dell’indagine”. Secondo i pm, infatti, senza un accesso libero e completo ai dispositivi elettronici di Venditti, l’inchiesta sulla presunta corruzione, che coinvolge anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea Sempio, sarebbe stata compromessa. L’ipotesi accusatoria sostiene che Venditti, in cambio di denaro, abbia influenzato l’archiviazione del caso relativo all’omicidio di Chiara Poggi, un delitto che coinvolge Andrea Sempio. Tuttavia, i giudici del Riesame, e ora la Cassazione, hanno ritenuto che le argomentazioni della Procura non fossero sufficienti a giustificare un’indagine così invasiva sulla vita privata di Venditti, e hanno quindi confermato la restituzione di tutti i dispositivi elettronici. “Non basta fornire limiti di tempo all’estrazione dei dati di interesse, se l’intervallo proposto è talmente esteso da rendere la perimetrazione richiesta sostanzialmente inesistente”, ha osservato Aiello, sottolineando che la Procura non aveva nemmeno indicato “parole chiave” per circoscrivere le ricerche.
Il contesto del caso Garlasco
Il caso Garlasco, che ha visto la condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, continua a essere al centro di nuove indagini. Sebbene l’inchiesta sull’omicidio sia quasi conclusa, le indagini che riguardano Mario Venditti e Giuseppe Sempio, incentrate sulla corruzione per favorire l’archiviazione di Sempio nel 2017, sembrano non trovare i fondamenti giuridici necessari per sostenere l’accusa. La difesa di Venditti ha fatto presente che l’inchiesta avrebbe dovuto concentrarsi sui fatti specifici legati alla corruzione e non su un’analisi esplorativa della vita privata dell’ex procuratore. “L’intento esplorativo di chi indaga, pur dinanzi ad una ipotesi delittuosa chiara e circoscritta, è evidente”, ha dichiarato Aiello.
La decisione della Cassazione potrebbe avere implicazioni rilevanti per la Procura bresciana, che dovrà rivedere le modalità di conduzione dell’indagine. Venditti, infatti, continua a respingere le accuse di corruzione e la sua difesa ha sempre sostenuto che non esistano prove concrete a suo carico. “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima”, hanno dichiarato i legali dell’ex procuratore, che hanno criticato l’attività della Procura bresciana, ritenendola “pretestuosa” e senza base solida.
“Tutti gli storici hanno interpretazioni diverse dei fatti. Anche alcune più eccentriche. Ascolti bene: anche le più eccentriche…”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in loden scuro e passo veloce, commenta così al Fatto Quotidiano la posizione dello storico Alessandro Barbero per il “No” alla riforma sulla separazione delle carriere. Lo storico, seguitissimo anche dai più giovani per il suo podcast e le lezioni di storia, domenica aveva registrato un video per esprimere la sua contrarietà alla riforma spiegando che il rischio è quello di avere magistrati “che prendono ordini e che possono essere puniti dal governo” e che il governo “potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
Una posizione che non è piaciuta al Guardasigilli definendola “eccentrica”, arrivando a Montecitorio per partecipare al convegno “Giustizia Giusta” organizzato dal comitato “Giustizia Sì” e “Unione italiana forense”. Il ministro prima di prendere l’ascensore per arrivare nella sala della Regina risponde anche a chi gli chiede dei pochi provvedimenti disciplinari che in questi anni sono stati comminati nei confronti dei magistrati: “L’Alta Corte disciplinare introdotta con la riforma serve a questo: potrà decidere senza subire il correntismo dell’attuale Csm”.
“Senza neanche attendere di valutare le indagini svolte in questo ultimo anno vengono ventilati, nelle sedi mediatiche, asseriti nuovi elementi determinanti a carico del condannato-eterno processato”, Alberto Stasi, “che in nessun caso potrebbero essere utilizzabili processualmente” contro di lui “e che, viceversa, manifestano una significativa presa di posizione” dichiara Giada Bocellari, l’avvocata che da sempre difende Stasi commentando la richiesta di nuova consulenza informatica sul pc di Alberto chiesta dai legali della famiglia Poggi. Da parte dei quali, scrive Bocellari, “assistiamo un continuo tentativo (…) di ricerca, mediante pubblici annunci, di asserite nuove prove contro un condannato che in nessun caso potrà essere processato nuovamente”.
Il difensore – a cui si deve l’impulso della nuova inchiesta a carico di Sempio che era stato già archiviato, osserva inoltre che qualora fossero “davvero” determinanti “ai fini della verità” tali elementi di prova “dovrebbero essere offerti, senza indugio” ai pm pavesi, affinché possano essere valutati “nell’indagine in corso a carico di Sempio: questa difesa è fermamente convinta che i nuovi elementi, come le azioni giudiziarie, proprio in considerazione della delicatezza” della fase del procedimento, “vadano depositati nelle sedi competenti, come peraltro, nel silenzio, ha già fatto, sta facendo e farà la difesa Stasi (sia per quanto riguarda i nuovi elementi, sia per quanto riguarda le azioni giudiziarie). Si resta comunque fiduciosi nelle indagini in corso – chiude la nota – con la certezza che le stesse continueranno con la medesima serietà dimostrata sinora e con l’unico scopo di ricerca di una verità effettiva ed oggettiva nell’interesse della giustizia e di Chiara, anche in relazione ai tanti aspetti peculiari di questa tragica vicenda”.
Il 16 gennaio 2026, i componenti del team legale della parte civile – gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna – con una nota hanno infatti sottolineato la necessità di un approfondimento informatico, che si sarebbe concentrato su alcuni file rinvenuti sul computer di Stasi. Secondo i consulenti informatici incaricati dalla famiglia Poggi, la sera prima dell’omicidio, Chiara Poggi avrebbe aperto una cartella chiamata “Militare” contenente file pornografici, un dettaglio che non era mai stato completamente chiarito. Stasi è stato assolto dalla Cassazione nel 2014, per detenzione di frammenti di materiale pedopornografico. Ma vale la pena ricordare che in una relazione del 2024 agli atti del Tribunale di Sorveglianza si parla di una “ossessiva catalogazione e la abituale visione di materiale pornografico anche raccapricciante e violento” e di una persona che cerca il piacere in modo “non convenzionale”.
In particolare, i legali della famiglia Poggi hanno evidenziato che circa “settemila file pornografici” erano catalogati in quella cartella, e che Chiara avrebbe interagito con essa poco prima di essere uccisa. “Abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi”, ha spiegato Tizzoni, ribadendo che la cartella “Militare'”, così come altre prove emerse, è fondamentale per comprendere meglio il movente dell’omicidio. Gli avvocati ritengono che la consultazione di questi file possa fornire una chiara spiegazione del conflitto che, secondo loro, si sarebbe sviluppato tra Alberto e Chiara.
Queste informazioni sono considerate cruciali per la parte civile, che sta cercando di evitare che le prove raccolte nel processo precedente vengano ignorate nel tentativo di rivedere la condanna di Stasi. “Abbiamo sempre denunciato il tentativo di riabilitare l’assassino, senza prendere in considerazione le prove già raccolte nel processo, incluse quelle relative al famoso incidente probatorio riguardante l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto”. La parte civile ha anche chiesto che l’incidente probatorio venga promosso con un perito terzo, per cristallizzare le prove informatiche riguardanti il computer di Stasi, in particolare l’apertura della cartella contenente file pornografici e la consultazione di una “nuova cartella”. Questi sviluppi sono stati accertati grazie all’utilizzo di software avanzati da parte dei consulenti Paolo Reale, Nanni Bassetti e Fabio Falleti, che hanno analizzato la copia forense del pc di Stasi. I risultati di questa analisi hanno rafforzato la convinzione della parte civile sulla rilevanza del contenuto di quella cartella per comprendere meglio il movente del delitto.
“Un quadro geopolitico schizofrenico” e di “imbarbarimento del clima geopolitico”. Gli analisti finanziari fotografano così la situazione che si è creata in seguito all’annuncio del presidente Trump di dazi supplementari verso otto Paesi europei, per la loro difesa della Groenlandia tanto bramata dal tycoon. Il piano della Casa Bianca è quello di imporre nuove tariffe del 10% sulle merci provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia a partire dal 1° febbraio, per poi salire al 25% dal 1° giugno. Gli occhi sono puntati anche sulla Corte Suprema americana che domani potrebbe pronunciarsi sull’utilizzo di Trump dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per imporre dazi reciproci. Lo stesso presidente ha anticipato: se i giudici dovessero imporgli limiti sarebbe “un completo disastro”.
Lo stesso pensiero lo fanno in Europa, ma al contrario: il disastro avverrà se Trump non troverà ostacoli nell’imposizione dei dazi. Le prospettive non sono buone. L’andamento delle Borse è lo specchio della situazione: calano petrolio e gas, volano oro e argento. Il dollaro si indebolisce sulle principali valute. L’indice stoxx 600 cede l’1,3%. Perdono terreno Milano (-1,8%), Parigi (-1,5%), Francoforte (-1,4%), Madrid (-0,9%) e Londra (-0,6%). L’euro sale a 1,1623 sul biglietto verde.
In questo panorama le azioni del settore della difesa europea sono in rialzo: Rheinmetall (Germania) è salita di circa il 3%, BAE Systems (Regno Unito) del 2%, Leonardo (Italia) del 3% Il Fondo monetario internazionale ritiene che le tensioni geopolitiche e la guerra dei dazi potrebbero incidere sulla crescita economica globale nel 2026. Si spera, dunque, che i leader mondiali riuniti a Davos (19-23 gennaio) per l’incontro annuale del World Economic Forum riusciranno ad evitare una rottura delle relazioni internazionali tra alleati occidentali. Il primo ministro inglese Keir Starmer stamattina ha dichiarato che una guerra commerciale “non interessa a nessuno. Dobbiamo trovare un modo pragmatico, sensato e duraturo per affrontare questa situazione, in modo da evitare conseguenze che saranno molto gravi per il nostro paese”.
Gli esperti di Goldman Sachs hanno formulato una stima circa il potenziale impatto economico dell’ultima minaccia tariffaria arrivata da Washington: la banca d’affari ritiene che se Trump procedesse con dazi del 10%, ciò avrebbe un impatto sul Pil dello 0,1%-0,2% nei paesi interessati, compreso il Regno Unito. Paul Dales (Capital Economics) mette in guardia sul fatto che Londra rischi la recessione con una riduzione del Pil tra 0,3%-0,75%. Ma c’è chi invita a mantenere il sangue freddo. Richard Rumbelow, direttore dell’associazione dei produttori britannici Make UK, al programma Today su Bbc 4 ha affermato: “Ciò che conta è che il Regno Unito abbia una diplomazia commerciale efficace. Non credo che questo sia il momento di adottare misure di ritorsione immediate contro gli Stati Uniti”.
Per gli analisti di Mps Market Strategy “il fine settimana ci ha regalato un nuovo episodio del drammatico imbarbarimento del clima geopolitico” e ora molto dipenderà da “quale sarà la risposta dell’Ue. Diverse opzioni sono sul tavolo: rispolverare la lista di beni (93 miliardi) di export Usa da sottoporre a dazi preparata dopo il Liberation Day, utilizzo dell’anti-coercion instrument, la cui attivazione richiede però un processo lungo e complicato”. Di sicuro la questione geopolitica ritorna centrale, “questa volta con le potenziali distorsioni che arrivano da un mix di politica estera ed interna”, spiega Luca Simoncelli, Investment strategist di Invesco. L’annuncio dei dazi da parte di Trump e l’Europa che valuta le contromisure segnano un “punto di svolta nelle relazioni transatlantiche, con i governi europei che si preparano a una risposta unitaria, rafforzando potenzialmente la coesione in materia di politica commerciale. Il potenziale contraccolpo sulle esportazioni determina un aumento di volatilità sui mercati, proprio alle porte di una stagione degli utili aziendali che sta iniziando in maniera convincente”.
L’apertura del 2026 ci consegna un “quadro che definire schizofrenico sarebbe un eufemismo, una dissonanza cognitiva dove il frastuono dei titoli di giornale si scontra con l’assordante silenzio della volatilità sui mercati azionari”, aggiunge Gabriel Debach, market analyst di eToro. Gli operatori, che fino a ieri sembravano ossessionati dalla caccia alla bolla dell’intelligenza artificiale, hanno “bruscamente spostato l’attenzione. Il nuovo fronte non è più una disputa commerciale classica sui sussidi o sull’acciaio, ma si chiama Groenlandia. La mossa di Trump segna un salto di qualità brutale, l’uso delle tariffe come strumento di annessione territoriale su un alleato storico”.
Le misure cautelari sono state eseguite il 27 dicembre scorso, l'impianto accusatorio ha ceduto in modo significativo a partire dal piano dell'utilizzabilità del materiale israeliano
L'incidente nei pressi di Adamuz, nella provincia di Córdoba, ha provocato almeno 39 morti e oltre 150 feriti. Il presidente di Renfe esclude l’ipotesi di un errore umano
Secondo il generale Cesare Dorliguzzo, il mancato intervento statunitense in Iran segnala una presa di posizione forte da parte di Russia e Cina, a difesa dell’alleato di Teheran.
Ho aspettato ore, anzi giorni, per commentare la morte di un ragazzo a scuola, durante le ore di lezione alla Spezia. Perchè, di fronte a un fatto così enorme e sconvolgente, qualsiasi parola rischia di essere di troppo. Però, ci provo. Perchè ho fatto il tifo tutto il giorno, venerdì, perché...
Paradosso sovranista: l'estrema destra europea fa fronte comune contro i dazi minacciati da Donald Trump. La Lega invece gongola. Nelle scorse ore il presidente americano ha annunciato strette commerciali per i paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La quota annunciata è del 10 per cento, ma potrebbe salire al 25 per cento fino alla conclusione di un accordo per l'acquisto dell'isola. A rischiare sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. La minaccia di nuovi dazi ha spinto alcuni esponenti della destra (finora molto vicina al tycoon) a esporsi pubblicamente contro la mossa della Casa Bianca. "Le minacce pronunciate da Donald Trump contro la sovranità di uno stato, a maggior ragione europeo, non sono accettabili", ha scritto su XJordan Bardella, presidente del Rassemblement National ed eurodeputato del gruppo Patrioti per l'Europa. "Il ricatto commerciale è altrettanto intollerabile", ha proseguito il politico francese, invitando l'Unione europea a sospendere l'accordo concluso lo scorso luglio, che aveva fissato un dazio statunitense del 15 per cento per la maggior parte dei beni dell'Ue.
Dello stesso avviso anche Alice Weidel, leader di Afd. Dopo aver bollato il ritiro delle truppe tedesche nell'artico come una "palese ammissione che il governo tedesco ha completamente perso la direzione della sua politica estera", la politica tedesca ha evidenziato la necessità di porre il dialogo come obiettivo principale "per evitare una guerra commerciale e trovare una soluzione". Dall'Inghilterra, anche Nigel Farage, numero uno di Reform Uk e fra i più strenui promotori della Brexit, si è detto molto preoccupato e inquieto sulle strette commerciali trumpiane, giudicando "sbagliati, negativi e molto, molto dannosi" i nuovi dazi minacciati. "Parlerò con l'amministrazione statunitense mercoledì, quando sarò a Davos. Dirò che questo non è il modo in cui si tratta il proprio migliore amico", ha annunciato in un'intervista. Per poi rimarcare su X: "Non sempre siamo d'accordo con il governo degli Stati Uniti e in questo caso certamente non lo siamo. Questi dazi ci danneggeranno".
C'è chi invece non si sente affatto minacciato dalle ennesime misure ritorsive di Trump, anzi. Il Carroccio parla degli stati europei oggetto dei nuovi dazi come i "deboli d’Europa", dal cui "bellicismo" l'Italia ha fatto bene a chiamarsi fuori. "Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti", si legge in un post pubblicato dal profilo ufficiale del partito.
A fare più clamore è stato il senatore leghista Claudio Borghi, che nella sua quotidiana fiumana di tweet si è detto pronto a "festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania". Attirando così le critiche del ministro della Difesa, Guido Crosetto: "Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali – ha scritto rivolgendosi direttamente al senatore leghista – Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso. In un mondo polverizzato dove si torna alla logica 'ognuno per sé e Dio per tutti' od a quella della potenza militare e delle risorse naturali noi non siamo un vaso di ferro". Un piccolo scontro istituzionale, e una più grande frattura fra i sovranisti europei. Che mai come prima scoprono quanto fare fronte comune sia essenziale.
Pubblichiamo per intero l'intervento dell'ex premier e senatore di Italia viva all'Assemblea nazionale del partito
Siamo alla 14 esima Assemblea nazionale di Italia Viva, è una strada incredibile. 14 assemblee nazionali e non c'è stato mai un momento di pace. Abbiamo iniziato, poi subito crisi di governo. Ci abbiamo messo anche del nostro, ovviamente, poi l'avvento di Draghi al posto di Conte, l'invasione russa in Ucraina, le elezioni anticipate, l'assurda rottura del Terzo polo. Se c'è una cosa buona è che tutti hanno capito chi è che ha rotto e perché. Anzi no, il perché no. Ma chi sì. Poi abbiamo scelto il principio giusto degli Stati Uniti d'Europa per le Europee e la grande desolazione di non riuscire a fare il quorum, quindi successi e sconfitte. Poi la cosa più difficile, il posizionamento nel centrosinistra proprio alla luce del fallimento di questo disegno degli Stati Uniti d'Europa, e con tanti mal di pancia di tanti nostri amici. Alcuni se ne sono andati anche per questo. Eppure io penso di poter dire che questo tipo di posizionamento politico ci consente oggi di fare tre cose. La prima: essere orgogliosi del fatto che dipenderà da noi, anche da noi, se il centrosinistra riuscirà ad essere credibile e a vincere le prossime elezioni. La partita è aperta, i numeri sono a nostra alla nostra portata. Non è vero che è una partita impossibile e giorno dopo giorno ce ne stiamo accorgendo. Ma perché questo tipo di partita sia giocabile, occorre andare in una direzione più ampia rispetto a Italia Viva. Occorre costruire una Casa Riformista che sia in grado di accogliere anche storie diverse e occorre avere l'intelligenza politica di far partire questo processo senza pensare di governarlo in modo esclusivo.
Le altre due considerazioni sono che questo tipo di lavoro aiuta a capire che cosa vogliamo fare dell'Italia in Europa, ma aiuta soprattutto la politica a capire come avere un orizzonte diverso rispetto al caos di questi mesi. Per tutto questo periodo, ogni volta che facevamo un'assemblea nazionale c'era un'emergenza e ogni volta toccava buttarsi sulla tattica. Non che a noi dispiaccia Machiavelli o che dispiacciano i giochi tattici. Ci si diverte anche. Ma, per una volta, ecco l'obiettivo della riunione di oggi a Milano: possiamo provare a mettere da parte la tattica. Per una volta possiamo mettere in secondo piano gli schemi, quelle cose che tanto ci piacciono e anche un po' ci riescono. E proviamo a immaginare un'assemblea meno emergenziale e più valoriale. Chi siamo davvero? Chi vogliamo essere davvero? Quelli che quando c'è una crisi di governo, quando c'è da costruire una coalizione ci mettono del loro? Sì, va bene, la politica è anche questo, è incidere, altrimenti è mera testimonianza e non serve a niente. Ma mi propongo di abbandonare per un attimo la discussione sul giorno dopo giorno e provare a lanciare una riflessione tra di noi. È l'ultima assemblea prima di quella che segnerà il lancio della campagna elettorale, anche perché io credo che Meloni anticiperà di qualche mese le politiche, le farà nella primavera del 2027, dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti d'America e, vicino alle elezioni presidenziali francesi che saranno uno spartiacque per l'Europa, quindi la prossima Assemblea saà quella già che ci darà il rush finale, e possiamo utilizzare questa per fermarci un attimo e per dire chi vogliamo essere
Ecco per capire chi vogliamo essere dobbiamo provare a tirar fuori la bussola. La bussola oggi dove ci posiziona rispetto a questo mondo impazzito? Perché l'ago della bussola oggi ha totalmente perso qualsiasi punto di riferimento e questo è accaduto innanzitutto perché il 24 febbraio del 2022 Vladimir Vladimirovic Putin ha invaso l'Ucraina cancellando qualsiasi dibattito su quello che era accaduto negli anni precedenti. In quel momento lì è iniziato un domino, che riguarda naturalmente i cittadini ucraini che stanno combattendo con grande coraggio e onore per difendere la loro patria, e che noi vogliamo ringraziare e non soltanto aiutare come stiamo facendo. Ma è come se fosse finito l'ordine di Yalta, è iniziato un mondo nuovo. Giuliano da Empoli ha scritto in un pregevole librettino che è uscito adesso, "la guerra è tornata di moda". È un'espressione che ha utilizzato anche Papa Leone, non credo copiando da Empoli. Ora, è vero che da Empoli sta facendo grande successo, ma non credo sia arrivato a fare anche il ghostwriter del Papa. La guerra è tornata di moda e questo ha provocato un sistema in cui ciascuno si sente in condizioni di poter fare quello che vuole, sia dove i media si preoccupano di seguire, sia dove i media non seguono, a cominciare dall'Africa, che è il buco nero del mondo da questo punto di vista e dove paradossalmente il ruolo dei russi è persino più pervicace e penetrante di tutte le discussioni sull'influenza in Europa.
La guerra è tornata di moda e questo ha provocato un sistema in cui ciascuno si sente in condizioni di poter fare quello che vuole
Tutta questa discussione non la fa nessuno. Noi facciamo le discussioni di politica estera senza approfondire quello che sta accadendo, dal Sud-Est asiatico fino al Sud America. C'è gente che pensa che per fare la politica estera bastino viaggi, tatuaggi e miraggi. La politica estera è qualcosa in più, è tentare di leggere dove sta andando il mondo e in questo scenario la prima domanda da farsi è: l'Europa che fa e l'Italia che fa? Perché noi abbiamo un presidente del Consiglio che tutti i giorni ci dice, "io governiamo più di tutti". Ed è vero. Anche perché il centrosinistra nel 2022 l'ha aiutata facendo di tutto per farla vincere. E poi Giorgia Meloni ha avuto la buona suerte di avere tutti gli altri suoi colleghi in difficoltà, la Germania in difficoltà, la Francia che ne ha combinate una più di Bertoldo, e la Spagna che si regge su qualche voto con degli accordi molto complicati e precari. In questo scenario qui è chiaro che la Meloni è la più solida di tutti e continua a dire "sono quattro anni che sono al Governo" e penso che questo sia un plus per lei, ma alla fine della campagna elettorale qualcuno dirà "scusa, l'Europa non è più il tuo grande alibi". "Noi volevamo cambiare la nostra nazione, la patria, ma avevamo i burocrati europei". Ma sei tu l'Europa! L'Italia dovrebbe avere l'ambizione di guidare l'Europa ad essere un soggetto attivo nel mondo. Non lo siamo, non lo siamo per tanti motivi. Intanto perché l'Europa ha smesso di crederci. Lo aveva detto benissimo Papa Ratzinger "c'è un odio di sé dell'Occidente che è strano e si può considerare solo come qualcosa di patologico". L'Europa è come se si fosse messa a farsi del male, a cancellare quella grande storia che l'aveva portata ad essere centrale nel mondo. Poi ci sono anche degli elementi tecnici. Siamo meno di prima, siamo in crisi demografica, abbiamo meno ricchezza di prima. La ricchezza va soprattutto verso Oriente. Siamo meno attrattivi, la gente va più volentieri a studiare in America.
Un tempo l'Europa aveva il 7% della popolazione mondiale, il 25% del PIL e il 50% del welfare. Stiamo andando sotto il 5% della popolazione mondiale. Stiamo andando sotto il 20% del PIL. E il welfare, che era la nostra forza, è in crisi perché mancano anche le risorse oltre che per un fatto demografico. Ma l'elemento chiave dell'Europa sono i valori, la cultura, l'identità. E c'è una tendenza a considerare, a definire i valori, la cultura, l'identità con l'espressione "democrazia" che in parte è vero. La democrazia, diceva Winston Churchill, è il sistema peggiore eccetto tutti gli altri. Ma io affermo che l'elemento qualificante dell'Europa non è la democrazia. L'elemento qualificante dell'Europa, che fa la differenza, è la bellezza, cioè l'elemento che porta l'Europa ad essere credibile nel mondo e che ha fatto della bellezza con la B maiuscola un fattore politico nella costruzione delle cattedrali, nella costruzione delle università, nella costruzione della ricerca di senso della vita che la politica non può sostituire ma che deve in qualche modo accompagnare. L'Europa è questa roba qua, e noi vogliamo essere quelli che richiamano l'Italia a giocare un ruolo su questa partita, non a discutere di clausole e regolamenti. Ecco perché noi come Europa stiamo dimenticando chi siamo. La cultura. Abbiamo un sistema nel quale l'Europa valorizza tutto ciò che è esattamente l'opposto di ciò che la rende grande.
L'elemento qualificante dell'Europa, che fa la differenza, è la bellezza, cioè l'elemento che porta l'Europa ad essere credibile nel mondo
E allora, se questo è il punto di partenza, cioè che noi dobbiamo rendere l'Europa forte, bisogna capire che tipo di ruolo l'Europa può giocare nella nuova dinamica di politica estera in termini di politica internazionale. Vogliamo parlare di Iran? Io ci sto, a me va bene parlare di Iran per bene e seriamente. La Persia prima che l'Iran merita serietà. Qualcuno, mi pare fosse Luciano Canfora, non ovviamente diciamo il mio uomo di cultura preferito, ha fatto notare che in Persia, prima che in Grecia, è nata la democrazia. È un tema molto affascinante. Qual è il vero pericolo esistenziale che incombe sul mondo? Per me il vero pericolo di questi ultimi 25 anni ha un nome e un cognome: estremismo islamico. Se voi volete guardare quello che è successo nell'ultimo quarto di secolo, non chiamatelo con i nomi della quotidianità, dell'ultimo tweet. Vedo gente che dice che il nostro problema è l'America di Trump. Anche. Ma la minaccia esistenziale al pianeta in questi 25 anni non è arrivata né dal climate change né dall'intelligenza artificiale. È arrivata dall'estremismo islamico che ha cominciato il secolo buttando giù le Torri gemelle. Che ha continuato portando Boko Haram, che dice "proibito leggere", che cioè ha attaccato l'educazione, la cultura, la scuola, la bellezza. Nel cuore dell'Africa, facendo strage soprattutto di cristiani, nel silenzio della comunità internazionale che non ha avuto il coraggio di dire che quella era una strage di cristiani voluta scientificamente.
Che è proseguita con gli attentati nelle città europee. Ora va di moda ricordare dov'eravamo dieci anni fa. Noi eravamo al governo, ovviamente tanti bei ricordi, ma avevamo tutti i giorni la preoccupazione di quello che stava succedendo, che ogni giorno c'era una città che saltava in aria, c'era una stazione che saltava in aria. Noi ricordiamo Parigi. Sì, certo, il Bataclan, Charlie Hebdo. E Barcellona, e Nizza, prima ancora Madrid con la strage dei treni, e Londra. Sono le città della Germania, un insieme di attentati che nascono dopo che Daesh e lo Stato Islamico hanno lanciato l'assalto al cuore dei paesi arabi, puntando all'Arabia Saudita. Partono dall'Iraq, partono dalla Siria, e vanno a tentare di distruggere e di prendere il controllo del mondo musulmano.
E lo fanno in una dimensione di aggressione all'Occidente ma soprattutto di aggressione al mondo islamico riformista. Questa è stata la minaccia esistenziale. Se volete parlare di quello che sta accadendo in Iran con un po' meno superficialità di quella che ci regalano i nostri amici quando si fanno i dibattiti in Parlamento, dovete avere il coraggio di dire che l'Iran è il simbolo di tutto questo. Perché gli strumenti attraverso i quali l'Iran faceva la guerra al mondo islamico prima che a noi erano le tre H: Hamas Hezbollah e gli Houthi. E quando io dico che nessuno come Hamas ha ucciso tanti palestinesi o quando dico che Hezbollah e che gli Houthi sono stati i primi ad aggredire il mondo islamico, voglio dire che non è una guerra di civiltà. È una guerra che il mondo musulmano ha combattuto in prima persona. E quando sono emerse delle leadership riformiste nel mondo musulmano, queste leadership riformiste hanno bloccato l'estremizzazione almeno della parte sunnita. Allora su questi temi sarebbe affascinante stare a discutere con qualcuno che ha voglia di farlo. Ecco l'argomento su cui a me piacerebbe impostare il dibattito sull'Iran, perché l'Iran è il frutto di un errore dell'Occidente e dell'Europa. Nel 1979 l'Ayatollah Khomeini viene coccolato dall'Europa. Anzi no, diciamo le cose come stanno. Coccolato dai francesi, coccolato dall'intellighenzia culturale francese, coccolato persino da Jean-Paul Sartre o da Foucault, viene coccolato quando arriva nel febbraio 1979 a Teheran. Ha una stampa amica o comunque non ostile nel mondo europeo. Anche in America, a dirla tutta, quell'errore tragico di non aver capito che bisognava bloccarlo lì comporta tutta una serie di conseguenze a catena. La guerra Iraq-Iran dall'ottanta all'88 comporta la successione di Khomeini con Khamenei e attenzione anche ai tentativi di riforma dentro l'Iran, che noi abbiamo sostenuto, perché l'Italia ha sempre fatto politica estera e non è un caso che siano stati due Presidenti del Consiglio che sono andati in Iran a parlare nei due momenti in cui sembrava che si aprisse uno spazio, uno spazio per una prospettiva riformista.
Il primo è stato Romano Prodi, il secondo il nostro Governo nel 2015 o 16 non mi ricordo, io ho incontrato l'Ayatollah, la guida suprema, perché sembrava che si potesse aprire una stagione di riforma dall'interno ma in realtà questa prospettiva è miseramente fallita a seguito del fatto che in Iran non sta governando una famiglia reale con 100 persone, ma governano dei gruppi di potere con sette-otto milioni di persone che hanno benefici dal fatto che stanno lì e quindi possono permettersi di ammazzare i ragazzi come vogliono. Quello che sta accadendo in queste ore in Iran, ecco il punto, purtroppo non è una novità perché già quando io ero sindaco di Firenze appena eletto, sarà stato giugno o luglio del 2009, c'era una grande manifestazione, una delle cinque ondate di protesta dei giovani, tutte finite con le impiccagioni che sappiamo. E noi mettemmo l'onda verde, lo striscione verde sopra Palazzo Vecchio. Oggi siamo in presenza di una ribellione dei giovani, e mi fa arrabbiare chi utilizza le manifestazioni per dire "poi vediamo se il centrodestra reagisce", cioè strumentalizza a fini interni una discussione esistenziale. Abbiamo visto Paesi arabi, a cominciare dall'Arabia Saudita, dare un grande segnale di riforme, di innovazione nei loro territori ma anche l'Iran essere il punto di riferimento del male assoluto, molto più debole perché Hamas è fortunatamente in condizioni ben diverse da quelle in cui era qualche anno fa, perché Hezbollah è in condizioni diverse a quelle che era qualche anno fa. Ecco, su tutti questi temi sta la politica estera e voi immaginate che la possa fare Tajani? Però anche dal nostro lato bisogna avere la forza di dire che è inutile parlare di laicità se poi non si capisce che gli Ayatollah sono davvero il male assoluto.
Per vincere queste partite l'ideale è che ci sia qualcuno dall'interno Purtroppo in Iran ora non è l'argomento di discussione ma sono divisi. L'opposizione iraniana è molto divisa, sia quella che è presente sul territorio sia quella che è all'estero e quindi questo è un pezzo del problema. Perché non si fa una manifestazione? Perché tutto il tema diventa chi fa la manifestazione, perché ormai in Italia funziona così, la politica estera è considerata come un argomento per il quale qualcuno si alza e dice "voglio fare la manifestazione" e inizia a chiamare tutti dicendo voglio vedere chi non aderisce. Questo è un meccanismo di posizionamento di politica interna. Allora faccio una proposta molto semplice: oggi noi abbiamo aderito alla manifestazione del Partito Radicale, siamo andati ieri in piazza a Roma. Andiamo in tutte le manifestazioni perché noi siamo da questa parte contro la vergogna del regime iraniano che continua a ammazzare i ragazzi in quel modo. Però l'avete vista quella immagine stupenda di quella ragazza che bella ragazza che prende una sigaretta, si mette a fumare e accende con l'immagine della Guida suprema la sua sigaretta? Beh, una cosa semplice. Martedì, senza chiamare gli altri partiti, senza fare manifesti, martedì alle sei e mezzo si va all'ambasciata iraniana. Portatevi un pacchetto di sigarette, non chiamate i giornalisti. Qualcuno porta gli accendini. E facciamola a Roma con chi c'è nelle singole città. Scegliete un luogo, amici di Firenze. Andate a fumare una sigaretta semplicemente come atto, non per coinvolgere qualche altro partito politico. Non invitate nessuno dei partiti politici, ma andate all'università e dite ragazzi, c'è una ventenne come me che viene uccisa in questo modo.
Lo vogliamo dare un segnale che noi non siamo diventati dei robot che se ne fregano? A Firenze, a Bologna, a Milano dove volete, nei luoghi simbolici che profumano di libertà. Portatevi un pacchetto di sigarette, accendete il fiammifero e date fuoco bene a quell'immagine 10 minuti senza problemi, vi fate una foto e noi vi seguiremo in diretta con Radio Leopolda per capire tra di noi se riusciamo, non a portare un altro partito a posizionarsi, ma se riusciamo a portare un ragazzo nuovo, a dire che è una tragedia che distrugge il cuore delle persone ed è impossibile non farsi sentire pronti a dare un segnale. Detto questo, è evidente che poi c'è il dibattito politico e il dibattito politico su questi temi va in televisione, ti arriva lo scienziato, che magari è un presunto scienziato che si è riciclato come esperto di politica internazionale e, siccome deve fare il video che gli funziona, gli parte "Trump è come Maduro". Perché? Perché questa cosa funziona, piace alla gente. Come quell'altro che dice "Netanyahu è come Hamas". La semplificazione finalizzata al consenso spiccio e tu sei lì, in televisione e, a quello che ti dice "Trump e come Maduro" provi a spiegare "guarda che Trump non è come Maduro" e ti arrivano i messaggi dicendo "hai difeso Trump". Allora io penso che noi dobbiamo criticare soprattutto i nostri amici, le democrazie, l'Occidente. Mi riferisco agli Stati Uniti d'America, mi riferisco a Israele. Gli Stati Uniti Israele sono il simbolo di tutto questo. Per quello che è successo in questi mesi dobbiamo criticarli seriamente e io parlerò per qualche istante poi di Trump e di che cosa va fatto secondo me in quella complicata situazione che stiamo vivendo.
Il dibattito politico su questi temi va in televisione, ti arriva lo scienziato, che magari è un presunto scienziato che si è riciclato come esperto di politica internazionale e, siccome deve fare il video che gli funziona, gli parte "Trump è come Maduro
Però lasciatemelo dire. Se affermate il principio che Trump è come Maduro, state facendo venir meno l'idea di fondo di politica estera che ho cercato di affermare che è una cosa seria mettere sullo stesso piano il presidente degli Stati Uniti, che certo non è quel che si dice un custode delle istituzioni democratiche. Ma gli Stati Uniti, quella roba lì, hanno sempre fatta perché 36 anni prima di andare a prendersi Maduro si son presi Noriega esattamente nello stesso modo, un Capo di Stato. Anzi, in quel caso col Vaticano che gli ha pure dato una mano, giustamente per evitare lo spargimento di sangue. Il Vaticano, quando può, dà sempre una mano. Allo stesso modo attenzione sulla questione di Israele, perché quello che noi pensiamo del governo di Bibi Netanyahu è chiaro, forte e detto con straordinaria efficacia. Fa anche un po impressione leggere nei giorni scorsi che i paesi arabi e Israele hanno suggerito a Trump di essere moderato. È veramente il mondo alla rovescia. Però attenzione, una cosa è criticare il governo democratico di Israele, una cosa è passare all'antisemitismo. Si è verificato in questi giorni un atteggiamento di follia, di ubriacatura collettiva per una donna che, intrisa di ideologia, ha osato mettersi sullo stesso piano e poi attaccare una gigante del pensiero. La donna intrisa di ideologia si chiama Francesca Albanese, la gigante si chiama Liliana Segre. Io da Milano voglio ribadire con forza che noi stiamo dalla parte di Liliana, che quello che ha sofferto Liliana Segre è un monito per questo Paese e per le future generazioni. Lo dico da Milano città della Segre. Chi attacca la Segre non merita la cittadinanza onoraria, merita un corso di recupero a settembre.
Così come voglio dire con forza che facciamo molto bene a criticare il governo di Bibi Netanyahu. Ma quando un sindaco della mia Toscana dice che lui nelle sue farmacie blocca i farmaci israeliani, vorrei sommessamente far notare che i farmaci israeliani sono quelli che a Crans Montana hanno aiutato più di ogni altro sulle bruciature, fatevelo spiegare da Lucia Annibali come funziona questa roba se non credete a me. E allora c'è un limite alla stupidità. Poi naturalmente Trump va criticato con molta forza e guardate che Trump sta ferendo il multilateralismo per esigenze interne. Lui ha fatto partire l'operazione Maduro dopo che per una settimana sui giornali stavano uscendo i file di Epstein. Sto dicendo una cosa che è brutta, ma nel mondo americano, di Maduro, dell'Ucraina, dell'Europa, di chi volete voi, di Gaza, non gliene frega niente alla stragrande maggioranza. Ci sono tre punti su cui Trump vince o perde le elezioni di midterm. Secondo me le perde a prescindere perché un Presidente uscente di solito le perde, se continua così. Il primo è l'economia, lui ha messo i dazi che sono un aumento di tassazione per il cittadino americano perché una parte la buttano su quello che esporta ma siamo riusciti a ridurlo il più possibile quindi quell'oggetto che prima costava X oggi costa x più 10%, più 20% e lo paga il consumatore.
Poi naturalmente Trump va criticato con molta forza e guardate che Trump sta ferendo il multilateralismo per esigenze interne. Lui ha fatto partire l'operazione Maduro dopo che per una settimana sui giornali stavano uscendo i file di Epstein
E non è un caso che l'inflazione negli Stati Uniti stia tornando a crescere. E non è un caso che allora lui se la prende con quello della Federal Reserve e lo fa denunciare penalmente. Lo dico ai ragazzi più giovani, questa è la politica. Non c'è niente da fare. Se non ci sono i soldi in tasca gli americani ti mandano a casa. Secondo punto, lui ha una base che è riuscito a portare a votare che fa la differenza perché noi immaginiamo che le elezioni americane milioni e milioni di voti. Poi noi siamo abituati a chi dice che quelli che hanno il 3% non li considero nemmeno. Ma le elezioni americane nei singoli Stati finiscono con lo 0,5% di scarto, e in alcuni stati, con l'affluenza che si abbassa, vince chi riesce a portare la propria base. La base Maga Make America Great Again è una base che crede a Trump su tutto, tranne una cosa. Ha detto "Io posso scendere dalla mia Trump Tower, andare in città, ammazzare uno, risalire e dire con un video social che non ho fatto niente e i miei mi credono". È così, ma non credono agli alibi sui complotti che loro stessi alimentano. Il tema di Epstein, che lì per lì può sembrare una cosa banale, in realtà non lo è. Ovviamente si tratta di violenza sessuale ai danni di giovani ragazze, ma il punto centrale è che Trump ha sempre detto rilasceremo tutti i documenti, questi file Trump ha promesso di descriverli quando è arrivato e li ha visti, poi ha detto "Cambiamo discorso".
E avendo cambiato discorso, piano piano la sua base ha iniziato a far casino. Il 26, 27, 28, 29 dicembre i giornali americani erano pieni di argomenti sui Philip Epstein, con naturalmente le foto che la casa Bianca aveva rilasciato, casualmente tutte di Clinton, di Bill Gates e di altri, ma con tutti che dicevano ora arriva la botta, e zac, Maduro e poi la Groenlandia. Sono argomenti diversivi, straordinari, distrazione di massa. Poi è capace di far tutto. Io non faccio previsioni, ma se questo è Trump che nel frattempo sta arricchendo se stesso. Una cosa allucinante. Mai vista un'esperienza come questa di arricchimento personale. In questo ragionamento qua è chiaro che noi dobbiamo attaccare Trump, ma Trump lo attaccano gli americani se tirano fuori dei candidati credibili alle midterm. Sto passando le serate a guardare i candidati più brillanti, questo James Talarico mi piace un sacco in Texas. Speriamo che ce la faccia. È uno della middle class, figlio di persone assolutamente normali, che sta menando come un matto in Texas. Se vince lui vuol dire che c'è una chance per andare intanto sulla giustizia sociale, mettere un tetto ai milionari e compagnia bella, ma c'è una lettura da sinistra sulla situazione sociale e contemporaneamente molto conservatrice sui valori. Ma noi che cosa dobbiamo dire a Trump? La Meloni cosa deve dire a Trump? Io non credo che la Meloni faccia bene a rompere con Trump o contemporaneamente appiattirsi su Trump. La vedo molto prudente. Cerca di pattinare, è passata dal bacio ricevuto sulla fronte da Biden, al bacio della pantofola di Trump.
C'è una cosa però che chiedo da Milano a Giorgia Meloni: perché a un certo punto Donald Trump ha detto, "io non so se, nel caso noi avessimo bisogno, i nostri alleati europei sarebbero pronti a darci una mano. Io sono uno che si emoziona quando va al cimitero americano dei Falciani nella mia Firenze, perché vedo questi ragazzi che manco sapevano cosa fosse l'Italia, morti per noi, per la nostra libertà e ce ne sono dappertutto, in tutta. E a loro va il nostro grazie. Grazie a quella generazione. Ma pretendo da Giorgia Meloni che, quando il Presidente degli Stati Uniti dice "non so se loro sarebbero disponibili", la Presidente del Consiglio ricordi al Presidente degli Stati Uniti d'America che ci sono 54 italiani che sono caduti in Afghanistan e che io ho avuto l'onore e il dolore di andare a omaggiare nel sacrario di Herat. Ci sono non soltanto i dodici di Nassiriya, ci sono decine di persone morte in Iraq ci sono centinaia di italiani feriti perché, su richiesta degli Stati Uniti d'America, siamo andati a combattere per la libertà nel mondo. Meloni faccia sapere a Trump che non ha bisogno di dubitare perché i nostri hanno perso la vita per questi valori e l'Italia merita rispetto. E la Meloni deve dare rispetto prima all'Italia e poi a Trump. E i sovranisti devono dire che di fronte a della gente che muore in divisa ci si toglie il cappello e si ha il coraggio di dire che si sta con l'Italia. Non si accontenta il Trump di turno che dice "chissà cosa faranno". Io me le ricordo certe conversazioni con Obama che dice "si deve andare a sistemare la diga di Mosul. C'è un'azienda italiana, ci servono 500 persone italiane" e poi capivi che dovevi farlo perché era giusto. Andavi in Parlamento e c'era da prendersi l'opposizione che diceva no, noi non andiamo a morire per Mosul. Questo tema di Minneapolis, non credo che sia una guerra civile, la guerra civile è una cosa diversa, una cosa devastante per tanti aspetti ma non credo che il racconto di Trump come uomo che sta costruendo la guerra civile in America sia un racconto che funziona.
Meloni faccia sapere a Trump che non ha bisogno di dubitare perché i nostri hanno perso la vita per questi valori e l'Italia merita rispetto
Io sono rimasto sconvolto dalle immagini, sia le immagini della uccisione della trentasettenne che le immagini del giorno dopo, forse di due giorni dopo, quando una ragazza disabile è stata tolta, strappata con le cinture dalla macchina e arrestata e non aveva fatto assolutamente niente. Minneapolis è una città complicata, è quella in cui in questi anni è successo di tutto. C'è un sindaco che mi piacerebbe definire riformista, cioè non è un sindaco estremista, è uno che ha detto delle frasi straordinarie, ha detto "ora basta levatevi dalle palle" e ha detto che c'è sicuramente un tentativo di far passare il messaggio che è tutta colpa di immigrati o presunti tali. Segnalo una straordinaria audizione in commissione al Campidoglio, quando a un certo punto la ministra dell'interno, anche lei una figurina notevole, viene interrogata da un deputato che le dice: "dietro di lei c'è un signore che è un veterano della guerra in Iraq, sua moglie è una cittadina irlandese venuta qui che aveva nove anni, è stata quarant'anni qui non ha mai fatto niente. Ha preso due multe per eccesso di velocità da 80 dollari, due multe in quarant'anni. È da quattro mesi che è in carcere perché le vostre leggi l'hanno mandata in carcere in attesa di essere rimandate in Irlanda. Lei non sente il dovere di scusarsi con il veterano e con sua moglie. Questo sta succedendo, questo, ma non la definisco guerra civile.
Occhio a non esagerare. Noi abbiamo bisogno di costruire l'alternativa a Trump. Noi siamo la sinistra mondiale, prendendo non il lato dello scontro ideologico, ma il lato dell'economia e della sicurezza, che poi sono i due punti su cui arrivo rapidamente sull'Italia. L'Europa sta un po' perdendo l'idea che l'aveva caratterizzata che è quella della libertà. Vi racconto un fatto. Undici anni fa, gennaio 2015, io sono andato ad Abu Dhabi, dal Crown Prince di allora, che poi adesso è il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan. organizzò una cena piacevolissima. Mi disse "noi stiamo vivendo una guerra civile". Erano gli anni del caos del Bataclan, di Charlie Hebdo, gli anni della e delle stragi, gli anni del Daesh, gli anni dei musulmani, di quelli che che vi ricordavo prima, gli anni delle esecuzioni, gli anni di Palmira dove venivano uccise dai tagliagole le persone nel modo che ricordiamo, noi stiamo vivendo la stessa stagione che i cristiani hanno vissuto sei sette secoli fa. 15 secoli dopo Cristo voi avete avuto un grande momento di tensioni tra cattolici e protestanti. Noi, 15 secoli dopo il profeta Maometto, stiamo vivendo una guerra civile tra i nostri mondi. Per noi l'Europa è faro e modello. L'Europa, con le sue università, con le sue cattedrali, con le sue idee, con le sue opere d'arte, è un modello. Lui è quello che ha fatto il Louvre dd Abu Dhabi.
Oggi quello stesso leader ha fatto un documento rilasciato dal ministero degli Esteri. Un documento con cui invita gli studenti emiratini a non andare più a studiare nelle università inglesi. A me questa è una cosa che mi sconvolge. Perché? Perché dice che nelle università inglesi il rischio di radicalizzazione è troppo forte e, quando io vedo che una giovane donna di cui non condivido nulla che si chiama Eva che è una donna del Make America Great again, sposata con un italiano ma che fa l'influencer e la politica su contenuti, che io non condivido, molto di destra che viene bannata dal Governo Starmer, bannata cioè Starmer dice "non entri nel Regno Unito perché perché le tue idee non mi piacciono", io dico che noi abbiamo un problema con noi stessi perché le nostre università diventano il luogo dove ci si radicalizza più facilmente, e non facciamo entrare quelli che non la pensano come noi. Altra cosa è contestarli, criticarli, sconfiggerli, accusarli. Se dicono il falso, denunciarli. Tutto legittimo, ma impediamo l'ingresso nel Regno Unito a una che ha criticato Starmer, cioè replichiamo il modello che Trump fa peggio negli Stati Uniti, noi stiamo perdendo il senso dell'Europa. La prima parola che l'Europa deve utilizzare, la nostra parola, è libertà. Se l'Europa non è libertà l'Europa non è. Dostojevski diceva "bisogna rieducare un'intera generazione per renderla degna dell'idea di libertà". Devo tornare su questioni un po' meno ideali e un po' più concrete che sono quelle dei tre punti su cui a mio giudizio Casa riformista può, alla luce della prima parte sui valori, fare la differenza e portare il centrosinistra alla vittoria.
La prima parola che l'Europa deve utilizzare, la nostra parola, è libertà. Se l'Europa non è libertà l'Europa non è.
Il primo lo collego a questo ragionamento sulla libertà e il rapporto tra cultura e sicurezza. 1€ in cultura 1€ in sicurezza. È vero che ne ho parlato tante volte, però quando Trump o gli inglesi o chi volete voi attaccano le università, da noi abbiamo un Governo a cui non frega della laurea, per loro quelli che si laureano fanno schifo, sembra quasi che non si rendono conto che, meno la gente studia più le città sono prive di studenti. È un principio che persino Salvini in un momento di debolezza potrebbe vagamente intuire. Però, proprio per dare un segnale di apertura al mondo leghista padano, vorrei partire dal Barbarossa. Barbarossa, nel maggio 1155 si ferma Bologna e in qualche modo incontra una delegazione di studenti e scolari dell'Università di Bologna. E alla domanda dell'imperatore sui motivi del perché scelgono Bologna quale sede di studio, gli studenti rispondono, stiamo bene ci fanno studiare.
Tutte cose che potremmo traslare nove secoli dopo, magari nella Milano che accoglie studenti universitari, come sappiamo, con università che sono attrattive per tutti. Allora per me si deve partire dal mettere l'educazione al centro. Lo dico perché recuperare il tema della cultura e dell'università e della scuola è fondamentale e non è slegato dalla prima parte. Lei si chiamava Rubina Amin, è la prima ragazza iraniana uccisa. È uno dei simboli di questa ondata di impiccagioni e esecuzioni sommarie. Aveva 23 anni, studiava moda. Sapete cosa scriveva Rubina e cosa diceva agli amici? Che lei voleva andare a studiare moda a Milano. Che il suo sogno era andare a vivere a Milano. Quella ragazza iraniana vedeva in questa città il modello dei suoi sogni, la speranza della sua vita. Questa è l'Italia. Questa è Milano. Lo dico facendo un'unica intrusione sulle vicende locali. Mi scuseranno gli amici qui presenti. Milano è stata in questi anni un baluardo e un faro per l'Italia, pur con tutti i problemi. Le discussioni ce ne siamo fatte anche tra di noi. Arriverò dopo a parlare anche di sicurezza, ma Milano è stata un baluardo incredibile. Quello che è successo a Milano in questi anni non ha paragoni se non con la Barcellona del post Olimpiadi, con la Berlino del post muro ragionando di città europee. Allora, mi permetto di sussurrare agli amici, e soprattutto ai compagni, che in queste ore hanno pensato di iniziare il dibattito in vista del 2027. Il centrosinistra ha vinto tre volte a Milano, una volta con Giuliano e due volte con Beppe e vi garantisco che vincere tre volte di fila non è stato così scontato. Il centrosinistra ha vinto tre volte, ha governato, ha fatto l'Expo quando non ce lo volevano far fare, ha preso le Olimpiadi quando a Roma gli hanno detto di no, ha portato un fracco di gente a vivere nelle università milanesi. Pensare di iniziare il dibattito su Milano chiedendo discontinuità è roba da dilettanti della politica. La discontinuità a Milano di cognome fa Salvini. La discontinuità per la sinistra è perdere a Milano. Poi cambiare è normale ma parlare di discontinuità come valore, non ci vuole una laurea per prendere atto che se noi ce la chiamiamo in casa questa roba ci facciamo del male. Poi ci sono dei problemi, certo. Oggi su Il Corriere c'è un articolo che dice che a Milano c'è un sacco di milionari. Molti di questi sono arrivati con la legge che abbiamo fatto noi. Beppe l'ha saputa bene utilizzare. Abbiamo fatto una legge dopo la Brexit che ha portato qui un sacco di gente che spende tanto, ma il problema è che aumenta il costo delle case quindi il rischio è che le case siano solo per i ricchi.
So che il Sindaco Sala con l'assessore competente Conte fa delle cose buone. Faranno nei prossimi giorni un importante passaggio per dimostrare che qui il Piano casa lo fanno con i soldi del Comune perché, se aspettano Salvini, fanno prima ad arrivare i Frecciarossa che i soldi di Salvini. Altra grande promessa della Meloni: metteremo 15 miliardi sul piano casa. È evidente che questa legge della flat tax ha prodotto anche dei problemi ma la bravura è quella poi di riuscire a costruire qualcosa. Si può cambiare tutto. Ma Milano è la città di Rubina, è la città di quelli che vogliono venire a portare un sogno qua. E allora noi dobbiamo far sì che le città siano più simili a Milano, le città italiane. Non dobbiamo immaginare di fare la guerra alle città che riescono a creare qualche anno di università. Certo, c'è un tema sulla sicurezza e vengo a parlare di sicurezza anche perché sono andato a letto sconvolto ieri quando abbiamo letto la notizia della Spezia, un ragazzo di 18 anni che a scuola con un coltello ha ucciso un suo compagno di classe per una storia legata a una foto di una fidanzata. Il tema sicurezza è molto più grave di quello che sembra. Loro sulla sicurezza sono convinti di aver fatto tutto bene. E la buttano addosso ai sindaci e la buttano addosso all'ideologia della sinistra. Ma loro sono lì da quattro anni, noi li abbiamo incalzati in Parlamento. E Piantedosi si attacca alle statistiche, e lui è uno dei migliori. Dopodiché però gli agenti qui non arrivano e gli agenti rimangono in Albania. Fanno dei decreti che servono semplicemente ad alimentare la fuffa e la propaganda. Ecco, se devo dire uno degli argomenti su cui noi vinciamo le prossime elezioni, è la sicurezza. "Ma voi avete fatto entrare un sacco di gente". Allora vediamo di dirla bene questa cosa perché io mi sto un pochino innervosendo. Noi siamo orgogliosi di aver salvato la gente in mare, perché un pezzo dell'identità italiana è che se uno sta affogando lo prendi e lo salvi senza chiedergli la fedina penale, perché sei un uomo.
Fanno dei decreti che servono semplicemente ad alimentare la fuffa e la propaganda. Ecco, se devo dire uno degli argomenti su cui noi vinciamo le prossime elezioni, è la sicurezza
E voglio, tra gli altri, salutare Pietro Bartolo che poi prenderà la parola, che ringrazio di essere insieme a noi. E questa non è una roba di sinistra, questa è una roba italiana. Il comandante della Regia Marina che rispondeva al re e al duce è quello che è andato a salvare un intero equipaggio dei belgi. Figuriamoci se noi possiamo lasciare qualcuno in mare. Dunque, parliamoci molto, molto chiaro, la debolezza dello Stato non è quando salva gli immigrati in mare, non è quando prende qualcuno che sta morendo e gli dà un salvagente. Lì sta la civiltà di uno Stato. La debolezza dello Stato è quando prende uno che ha stuprato come il 57 enne che poi ha ucciso Aurora. La debolezza dello Stato è quando prende uno che ha già dato noia a tante persone, come il 36 enne che a Bologna ha ucciso il povero Alessandro, e lo lascia libero in attesa di processo, o lo scarcera senza alcun riguardo alla certezza della pena e quello esce, stupra un'altra e l'ammazza. Lì c'è la debolezza dello Stato la civiltà dello Stato è salvare la gente in mare. La forza dello Stato è tenerli in carcere quando delinquono. La stupidità è non capire la differenza. Ecco perché su questo bisogna toglierci di dosso la paura. Se il governo fa un decreto e dice meno coltelli, meno possibilità di prendere i coltelli, ma è ovvio che voto a favore.
È una delle leggi che noi abbiamo sempre voluto. Il problema è che è tutta fuffa quella del governo. Il problema è che fanno una legge in cui dicono che se ti vado a prendere un portafoglio in stazione c'è un reato più grave che se lo vado a prendere fuori dalla stazione. E poi lasci che quel ragazzo di 34 anni sia ucciso in quel modo? Caro centro sinistra sulla sicurezza non è il momento di essere timidi. Ho letto qualcuno che ha detto: adesso il centro destra non strumentalizzi i coltelli di La Spezia. Non è questa la risposta. La risposta è: adesso il centrodestra ci spieghi perché dopo quattro anni ci sono i coltelli a scuola, adesso ci spieghi perché non ci sono i poliziotti a Bologna. Adesso ci spieghi perché a Palermo si ammazzano quelli dello Zen. Andiamo all'attacco sulla sicurezza. Basta timidezze. Sono loro che sono lì da quattro anni e che devono giustificare quello che non hanno fatto. Poi noi ci mettiamo un elemento. Ne parlavo l'altro giorno con Cacciari a Otto e mezzo, che è quello del valore culturale che c'è in 1€ in cultura 1€ in sicurezza, che la nostra grandezza è mettere una scuola, una palestra, un teatro in periferia, andare a insegnare la bellezza dei valori come elemento costitutivo dell'italianità. Ma noi sfidiamo il Governo di Giorgia Meloni sulla sicurezza, il Governo degli sciacalli che hanno preso tutti i casi di cronaca per aumentare i reati e le pene e che continuano a tenere 500 poliziotti e carabinieri in Albania quando sanno che non servono a nulla. Noi siamo quelli della libertà, della cultura, siamo quelli della sicurezza. Siamo quelli della parte economica.
Questa cosa della parte economica è incredibile. Noi abbiamo un Governo che è imbarazzante, abbiamo al Governo Urso. Non c'è un imprenditore che non si metta a ridere quando gli si dice "Urso". Si sganasciano dalle risate, poi vedono i conti e piangono. 33 mesi su 37 di produzione industriale negativa. Amici delle associazioni di categoria. Ma come fate a continuare a fare le standing ovation a chi vi sta impoverendo l'azienda, a chi sta prosciugando i soldi dal conto corrente? Ma come fate a non svegliarvi, a credere a due moine? Ma come fate a non chiedere che arrivi il decreto sull'energia? Sono quattro anni che stanno lì, quattro anni. Essere stati così tanto tempo non può essere la loro forza. Ecco, a fronte di questo io non entro sulle questioni economiche da Milano però penso che vada detto: il Governo ha sempre avuto il nostro rispetto sulle questioni economiche, bancarie, finanziarie. Non abbiamo mai messo bocca perché pensiamo che sia meglio non mettere bocca. Abbiamo detto soltanto a Giorgetti, sovranista dei miei stivali, che mettere il golden power contro una banca italiana per consegnare BPM ai francesi è un'operazione che resterà negli annali come il capolavoro del sovranismo all'incontrario. È una cosa che si giustifica soltanto se c'è qualcosa sotto che io non voglio pensare che ci sia. Giorgetti, il padano che mette il golden power contro Unicredit a favore dei francesi. Se Bossi lo vede dà un cazzotto.
Dico soltanto una cosa al governo, chi ha orecchi per intendere intenda e gli altri in Consob siccome la partita finanziaria non è chiusa tutti stiano fuori. Lasciamo che gli agenti, gli operatori, gli imprenditori giochino la loro partita. Vade retro governo. Perché se il governo pensa di continuare a intervenire su tutto e compra e sistema e raccoglie e raccatta e dà i soldi al garante della privacy, salvo poi dire che il Garante della privacy è contro di loro. Salvo dire, "vogliamo metterne due di CSM con i referendum". Sta pagando tutti, la Meloni ha aumentato le spese di tutto, ha raddoppiato i costi di Palazzo Chigi, ha triplicato i soldi dei servizi segreti. Nel silenzio dei media sta accadendo questo. Oggi in Italia tutte le burocrazie romane sono entusiaste del governo Meloni, salvo poi tra sei mesi, quando capiscono l'aria, cambiare. Ecco, voglio dare un messaggio ai naviganti, noi su questa storia ovviamente guardiamo quello che accadrà con grande rispetto. Ma siccome è un Paese in cui 33 mesi di produzione negativa industriale su 37 si fanno sentire, per la gente normale la spesa al carrello costa il 25% in più, 2€ sui pacchi, aumento del gasolio. Siccome c'è questa situazione, il Governo si occupi degli italiani normali e lasci fare le partite finanziarie a chi le deve fare.
La Meloni ha aumentato le spese di tutto, ha raddoppiato i costi di Palazzo Chigi, ha triplicato i soldi dei servizi segreti. Nel silenzio dei media sta accadendo questo
La partita per me è aperta. Se noi portiamo libertà, cultura, sicurezza, in nostri valori costitutivi. Sull'economia guardiamo i numeri. Siamo sotto, secondo i sondaggi peggiori, tra i 3 e 4 punti, altri dicono che siamo pari. Intanto c'è un primo punto: per me nasce qualcosa a destra. Vannucci? Può darsi. Non è Vannucci, è il novax che in Veneto fa il 5%, è Giordano, Cruciani, è quel mondo culturale che continua a dire che la Meloni non ha fatto niente sulle case o sulle tasse. Non lo so da dove parte, ma so che parte qualcosa. Se parte qualcosa porta via almeno tre punti percentuali alla destra. E siccome la partita è aperta vorrei ricordare a tutti quelli del centrosinistra che nessuno si può permettere di mettere veti, nemmeno noi. Perché in ballo c'è innanzitutto la scelta del prossimo governo. E poi, tra tre anni, c'è la scelta del garante delle istituzioni di questo Paese. Noi siamo orgogliosi, undici anni fa, di avere indicato proprio in questi giorni Sergio Mattarella. Allora qualcuno mi disse: "Non è detto che lui ci sarà quando tu avrai bisogno". Io ricordo di aver risposto a questa persona: "il Presidente della Repubblica si sceglie pensando non a quando avrai bisogno tu, ma quando avrà bisogno l'Italia". E quando l'Italia ha avuto bisogno, Sergio Mattarella è stato il garante delle istituzioni.
Italia viva può andare da sola? Sì, volendo sì. Noi ci siamo, Siamo pronti, faremo battaglia. Non è questo il punto. Avete visto i risultati? Anzi fatemi fare intanto un applauso a tutti i consiglieri regionali che sono stati eletti, a tutti i consiglieri regionali che non sono stati eletti, a tutti quelli che hanno dato una mano: nelle Marche siamo riusciti a far scattare un consigliere nonostante la sconfitta, in Calabria siamo passati al 5%, in Toscana abbiamo portato quattro consiglieri. Fatemi dire grazie anche a chi non è entrato, prendo un nome per tutti: Tommaso Pellegrino. Tommaso Pellegrino, che non è entrato perché non è scattato il suo seggio, è quel chirurgo che avete visto su tutti i giornali in questi giorni. Si è messo a operare l'altro giorno perché è tornato a fare il suo lavoro, perché questa è Italia viva, una comunità di persone che va avanti, che ha consenso, che è forte, che ha coraggio e che è pronta a allargare questo spazio senza pretendere di governarlo. Questo è un passaggio importante. Che nasca una Margherita 4.0, che nasca una cosa diversa, non so come si chiamerà. È fondamentale il protagonismo dei sindaci, è fondamentale il protagonismo di chi vuole venire via dal centrodestra, magari da Forza Italia, è fondamentale il protagonismo di chi non crede più nello stare in questo Pd. È fondamentale il protagonismo delle altre forze politiche.
Noi non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Le chiavi di casa di Casa Riformista ce le devono avere tutti. C'è solo un punto però: non si sta alla finestra in questa casa riformista, chi viene viene a dare una mano non viene a dire io pretendo, io voglio, io esigo, se mi fai fare il capo, io vengo. Questa è la casa riformista che fa vincere o perdere le elezioni, che fa scegliere se al Quirinale ci va uno normale o ci va Giorgia Meloni. Questa è la partita.
Sulla giustizia abbiamo detto "libertà", c'è già chi ha preso posizione, libertà totale. Partendo dall'assunto che quello che noi dobbiamo dire sulla riforma l'abbiamo detto in Aula e, attenzione, mica solo sulla giustizia, ma sulla riforma perché qui c'è un clima di cui nessuno parla, il PNRR. Stiamo perdendo i soldi per la giustizia civile, continuiamo a aumentare i reati ma abbiamo uno strumento di certezza della pena che non esiste, finché l'edilizia carceraria è in mano a Delmastro. Abbiamo un sistema in cui, prima ancora di ragionare di separazione delle carriere tra pm e giudice, noi abbiamo un Governo che è governato dai magistrati: da Alfredo Mantovano, dalla dottoressa Bartolozzi, ci sono le toghe brune che stanno governando. La prima separazione dei poteri è la separazione del potere politico, la separazione del potere giudiziario. Il governo di questo paese è in mano a dei magistrati che stanno vivendo questo periodo come occasione per fare la rivincita.
La sede nuova è aperta a Roma tutti i giorni abbiamo un programma presentazioni di libri, incontri con i ragazzi, scuola di formazione. Noi vogliamo che questa sede fisica sia vissuta ovviamente dai romani. C'è bisogno di aprire sedi anche altrove, e c'è bisogno di aprire una sede virtuale molto più di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Noi vogliamo che Radio Leopolda con Giachetti diventi la sede virtuale. Ci sarà un mio podcast, che partirà dal prossimo mese. Ci sarà un lavoro di Radio Leopolda di diverso palinsesto che faremo nei prossimi giorni. Però ci sono dei territori in cui si sta giocando troppo a taglia fuori, cioè Italia viva dice a tutti gli altri che Casa riformista è aperta a tutti, ma vale anche per noi, questo vuol dire che bisogna allargarsi, che bisogna fare entrare gente nuova, che il problema non è chi fa il coordinatore. Il problema è se noi portiamo della gente per andare ad aiutare il centrosinistra a vincere le elezioni o no, perché la Schlein sta facendo un lavoro prezioso. Non è la mia best friend ma è una che sta facendo un lavoro tenace di costruzione di una coalizione e questo va riconosciuto e va aiutato.
Il problema è se noi portiamo della gente per andare ad aiutare il centrosinistra a vincere le elezioni o no, perché la Schlein sta facendo un lavoro prezioso
Però dall'altro lato noi dobbiamo portare gente nuova e gente in grado di lavorare in modo anche diverso. La Leopolda si terrà il due tre e quattro ottobre a Firenze. Il quattro di giugno, 2 giorni dopo gli ottant'anni della Repubblica, ci sarà questo evento a Roma dove lanceremo un business plan per l'Italia dei prossimi anni. Io sono consapevole dei miei limiti e sono consapevole del fatto di essere stato per voi in alcuni momenti un peso. Intanto mi faccio l'assist per poi schiacciare tranquillo. In questi anni io sono stato oggetto di un'aggressione che la Commissione antimafia ha messo nero su bianco per la prima volta. C'è voluto una presidente di Fratelli d'Italia per scriverlo. Il sistema Striano è partito per distruggere me. Dobbiamo avere questa consapevolezza, ma anche la tranquillità di chi dice con Hammarskjöld: "nell'intimo regni sempre la serenità e la sicurezza che non ha bisogno di soccorso dal di fuori, non ha cioè bisogno di quella specie di tranquillo consenso che gli altri possono procurare". Io credo molto in questa frase. Non ho quindi da fare la vittima, ma quello che è accaduto contro di noi dimostra che ci avevano messo nel mirino. Noi oggi dobbiamo avere l'intelligenza per capire che, se abbiamo dimostrato che avevamo ragione e abbiamo vinto quella battaglia, da soli non bastiamo. Noi dobbiamo essere consapevoli che allargare le porte e fare anche qualcosa di nuovo, se serve, è il nostro modo per rendere tutto il ragionamento sugli ideali che ho fatto all'inizio. Concretezza. E allora dice la gente che si vede bene la nave quando è nel porto, la nave nel porto sta bene, ma le navi sono fatte per stare in mare, non per stare in porto. Italia viva ha questo compito qui nei prossimi mesi: dare una grande mano perché, a fronte di un governo che sta impoverendo l'Italia, l'opposizione smetta di piangersi addosso e abbia la forza di provarci, facendolo non sugli scontri ideologici, non giustificando i dittatori, non giustificando le violenze in stazione, ma su una prospettiva di contenuti che partano da libertà, cultura, sicurezza, economia.
Se saremo in grado di farlo, la Meloni va a casa. Se falliamo noi ci troviamo altri cinque anni. Questa gente alla guida del Paese. Penso che si possa fare e per questo credo che sarà fondamentale aprirsi subito.
Il nuovo numero del quadrimestrale esplora, a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Milano-Cortina, lo sport come linguaggio espressivo, spazio di ricerca e potente arena sociale, economica e geopolitica
È metà mattina in Italia quando Giorgia Meloni si presenta davanti ai giornalisti a Seoul, ultima tappa di un trionfale viaggio in Asia. Ma più che sui risultati portati a casa tra Oman, Giappone e Corea del Sud, le domande del giorno sono tutte sulle reazioni di Donald Trump all’iniziativa di otto Paesi europei che hanno...
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Nonostante il patibolo e la forca, nonostante il rogo inquisitorio e la rivoltella nazista, nonostante i crimini accumulati nel corso dei secoli, l’antisemitismo non può evitare di essere r... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Un invito allargato all’Unione europea, così come alla Russia di Putin, alla Turchia e al Qatar. La richiesta di adesione viene Trump ed è finalizzata all’accesso del Board of peace for Gaza che supervisionerà l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia. Ad accettare finora sono stati l’Argentina di Milei, l’Ungheria di Orban e il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev. Per essere membri permanenti, ha rivelato un funzionario Usa, il presidente avrebbe posto come condizione un contributo da un miliardo di dollari, mentre un’adesione di tre anni non prevede alcun requisito di contributo. Il denaro, ha riferito la stessa fonte a Reuters, sarà destinato alla ricostruzione di Gaza. “Abbiamo ricevuto un invito” da parte degli Stati Uniti a far parte del Board of peace Usa per Gaza “e lo apprezziamo molto”, “la presidente è in stretto contatto con tutti i leader europei su tutte le questioni geopolitiche. Ci saranno discussioni continue questa settimana. La priorità per noi è raggiungere la pace. E vogliamo contribuire a un approccio globale per porre fine al conflitto a Gaza”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Olof Gill nel briefing quotidiano con la stampa precisando che l’invito era rivolto alla presidente von der Leyen. “Gli Stati Uniti – spiega il portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna, Anouar El Anouni – ci hanno invitato a far parte del Board of peace. Apprezziamo tale invito e condividiamo l’obiettivo di raggiungere la pace. In particolare, per quanto riguarda il contributo sulla scena globale per porre fine alla guerra, e siamo pronti a discutere con gli Stati Uniti e altri partner su come raggiungere congiuntamente questo obiettivo. Inoltre, siamo in stretto contatto con i nostri partner su questo argomento, più specificamente per quanto riguarda il contributo che l’Ue potrebbe apportare in questo contesto. Disponiamo di competenze uniche e di una serie di strumenti multidimensionali, che rispondono alle esigenze multidimensionali nel contesto della situazione a Gaza. Siamo pronti a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione in termini di sicurezza, diplomatici e umanitari, per quanto riguarda le questioni di sicurezza“. Di diverso tenore la reazione della Francia. Al momento Parigi non è “favorevole” ad una eventuale adesione al cosiddetto ‘Consiglio di pace’ che “suscita interrogativi importanti”, dichiarano all’agenzia France Presse fonti vicine al presidente, Emmanuel Macron, secondo cui la Carta di questa iniziativa “supera lo stretto quadro di Gaza”, contrariamente alle attese iniziali. “Suscita importanti interrogativi, in particolare, circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite, che non possono in nessun modo venire rimessi in discussione”, avvertono le fonti a Parigi.
La reazione di Israele – E a bocciare il Board di Trump, e in particolare l’inclusione di Turchia e Qatar, è lo stesso governo Netanyahu. Nei giorni scorsi anche Tel Aviv aveva ricevuto l’invito a farne parte, ma in una dichiarazione l’esecutivo ha fatto sapere che “l’annuncio sulla composizione del comitato esecutivo di Gaza, che è subordinato al Comitato per la Pace, non è stato coordinato con Israele ed è contrario alla sua politica”, motivo per cui è stato “ordinato al ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato Usa su questa questione”. Nella dichiarazione non si spiegano le ragioni di queste obiezioni, ma in precedenza Israele si era opposta a qualsiasi ruolo della Turchia nel dopoguerra di Gaza, mentre nel comitato esecutivo siede il ministro degli Esteri turco e Trump ha invitato il presidente Recep Tayyip Erdogan nel Board of Peace, che nelle intenzioni del tycoon dovrebbe occuparsi di tutte le crisi del pianeta non solo di Gaza. Tra i più granitici oppositori all’invito a Turchia e Qatar c’è il ministro israeliano di ultradestra Bezalel Smotrich: “Abbiamo pagato tutti questi prezzi solo per trasferire Gaza da un nemico all’altro? Turchi e qatarioti ancora oggi sostengono Hamas e non sono diversi da loro nel desiderio di distruggere lo Stato di Israele. Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c’è differenza”. E ha aggiunto: “È tempo di ringraziare il presidente Trump per il suo incredibile sostegno allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, e sono convinto che stia agendo con buone intenzioni – ha aggiunto Smotrich – ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e chiedo di annullarlo. Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regimemilitare e portiamo a termine la missione. È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e di consentire ai residenti di Gaza di andarsene e cercare il loro futuro altrove, dove non metteranno a repentaglio il futuro dei nostri figli”, ha concluso il ministro.
Lo statuto del Board of Peace – La Casa Bianca ha spiegato che il piano di Trump comprende tre organismi: il Board of Peace, presieduto da Trump, il comitato palestinese di tecnocrati che hanno il compito di governare Gaza e il comitato esecutivo di Gaza che avrà un ruolo consultivo. Lo statuto del Board of Peace è stato inviato a decine di capi di Stato insieme a una lettera d’invito a far parte del Consiglio. A rivelarlo è stato il sito del quotidiano israeliano Haaretz, sottolineando che l’organismo istituito per gestire la ricostruzione di Gaza contiene misure che lo posizionano in concorrenza con le Nazioni Unite. Non a caso lo statuto si apre sottolineando la necessità di “un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace”, aggiungendo che una pace duratura richiede “il coraggio di abbandonare… istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Sempre secondo il documento, il Consiglio lavorerà per “ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto”, al posto di altre organizzazioni. E pensando che il bilancio dell’Onu sfiora appena i 4 miliardi, basterebbero 4 Paesi che desiderano essere permanenti per esercitare potere e influenza con un impatto senza precedenti sulle istituzioni internazionali. Lo statuto considera la presidenza un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli StatiUniti, affermando che “Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of peace”, senza alcun riferimento alla carica di presidente, a un mandato fisso, o a cambiamenti politici. Lo statuto inoltre lega i privilegi di appartenenza degli Stati ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori: mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a mandati triennali, lo statuto infatti stabilisce che “il mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto”, consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.
È stato attaccato da uno squalo mentre stava nuotando nel porto di Sydney e ora si trova in condizioni critiche a causa di gravi ferite alle gambe. Il ragazzo, 13 anni, è stato recuperato dall’acqua nei pressi di Shark Beach, nel parco di Nielsen Park (quartiere orientale di Vaucluse), intorno alle 16.20 di domenica 18 gennaio. In un primo momento è stato soccorso dagli agenti della polizia nautica del Nuovo Galles del Sud, che hanno applicato due lacci emostatici e prestato le prime cure. I paramedici hanno potuto proseguire l’assistenza solo una volta giunti al molo di Rose Bay.
“Le ferite sono compatibili con l’attacco di quello che riteniamo essere stato un grande squalo”, le parole della polizia. Dopo essere stato stabilizzato, il 13enne è stato trasportato al Sydney Children’s Hospital. Shark Beach è stata chiusa e le autorità hanno invitato i bagnanti a evitare l’acqua. La rete anti-squalo, danneggiata da forti mareggiate nell’aprile 2025, è stata riparata all’inizio di dicembre: secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo stava nuotando al di fuori dell’area protetta al momento dell’attacco.
“Senza più pelle, né capelli, quei ragazzi erano ancora vivi ma sembravano scheletri”. Una delle testimonianze più impressionanti di Crans-Montana fa comprendere con una sola frase, quale possa essere oggi, la condizione di molti feriti dopo lo spaventoso rogo del Constellation. E accanto alle cure primarie e salvavita – che come ha detto al FattoQuotidiano.it il chirurgo Benedetto Longo devono essere anche “ricostruttive” – c’è la necessità di restituire con il tempo ai volti e ai corpi di chi è sopravvissuto dignità e riconoscibilità. E così suscita tenerezza e attenzione l’iniziativa – partita dalla Francia – di alcuni parrucchieri che raccolgono i capelli da donare a un’associazione svizzera, Rolph Ag, che si occupa di realizzare parrucche per le persone coinvolte nell’incendio.
Tra i coiffeur che hanno accolto l’appello c’è Sabrina Yueqiong Pan che nel suo salone SP Hair Studio di Busto Arsizio ha già raccolto diverse trecce. In un video su Instagram il cuore dell’iniziativa: “Questo è un piccolo gesto per te, ma un enorme aiuto per loro. Unisciti a noi, insieme potremo ridare un’immagine, un sorriso, una speranza”. Tra i primi ad aderire all’iniziativa il negozio Beauty Corner di Occhieppo Inferiore (Biella) di Erika Schiapparelli che ha intercettato sui social i post di una collega francese L’atelier Capillaire d’Aurélie.
“L’iniziativa non è partita da me e lo vorrei specificare – dice Sabrina Yueqiong Pan – ed è tutto a titolo gratuito. Chi dona 30 centimetri di treccia di capelli non trattati, avrà taglio e piega gratis. È una giusta causa e in passato l’ho fatto per i malati oncologici. Ho scritto all’associazione svizzera che raccoglie i capelli per chiedere tutte le informazioni e nel giro di due ore mi hanno risposto”. L’iniziativa è importante perché i capelli, se non danneggiati fino al cuoio capelluto, ricrescono normalmente; altrimenti, la ricrescita potrebbe essere compromessa o persa definitivamente.
“Io ho una nipote della stessa età dei ragazzi di Crans-Montana e quando ho visto la storia ho pensato che poteva essere uno dei miei nipoti. E fino a 10 anni fa anche io andavo in discoteca – prosegue – . La cosa bella di questa iniziativa che è che mi hanno scritto persone anche da Milano o ragazze a cui non tagliavo i capelli da un anno; quella meno bella sono i post di quelli che scrivono che ‘tanto quelli sono benestanti’. Io non lo capisco e faccio quello mi sembra che sia giusto. L’importante è la divulgazione e avere la possibilità spedire direttamente tramite il loro parrucchiere. Un gesto che può sembrare semplice, ma che ha un impatto enorme sulle persone che stanno affrontando una realtà così dura”.
L’associazione, interpellata dagli stessi parrucchieri, ha spiegato che, che una volta ricevute, le trecce vengono controllate, pulite e selezionate in base alla struttura e al colore dei capelli. “La lavorazione richiede diversi mesi, a seconda della quantità. Per una protesi capillare sono necessarie diverse trecce; il numero esatto dipende dalla lunghezza e dal volume, ma nella maggior parte dei casi sono necessarie 5-6 trecce. I capelli donati sono destinati principalmente alle persone colpite dall’incendio di Crans-Montana”.
“La principessa Eugenia ha interrotto ogni contatto con il padre caduto in disgrazia in seguito allo scandalo Jeffrey Epstein”, a sganciare la “bomba” è il Daily Mail. Il principe Andrea o meglio dire ex principe perché privato dei suoi titoli reali a ottobre per i suoi legami con il finanziere pedofilo, pare sia “sconvolto” per la durissima presa di posizione della figlia minore. Eugenia, che oggi ha 35 anni, ha preso la decisione dopo che sui tabloid ma anche nelle aule del tribunali sono arrivateulteriori rivelazioni dannose per il padre circa l’ormai scandalosa amicizia con Epstein.
Si dice che Eugenie, che ha fondato l’Anti-Slavery Collective per contrastare il traffico sessuale, non veda di buon occhio il rifiuto del padre di scusarsi con le vittime di Epstein. Una fonte ha riferito al Ministero degli Interni che la frattura è simile a quella tra i Beckham: “Non c’è alcun contatto, niente. È come Brooklyn Beckham: lo ha completamente tagliato fuori”.
Nel frattempo, alcune fonti affermano che sua sorella maggiore, la principessa Beatrice, stia adottando un approccio più “soft”, cercando di rimanere in contatto con il padre e di preservare la propria reputazione all’interno della Famiglia Reale. Infatti Beatrice ha invitato Andrea al battesimo della figlia di 11 mesi, Athena, a Londra il mese scorso, poi però non ha partecipato alla festa tenutasi in un pub per evitare i paparazzi.
“Beatrice sta cercando di mantenere un equilibrio tra il non tagliare fuori il padre e il rimanere vicina alla Famiglia Reale”, ha detto la fonte. Una cosa è certa: Eugenia non sta cercando di seguire questa linea e non gli parla. La rottura dei rapporti tra Andrea ed Eugenia è fonte di grande umiliazione per l’ex principe caduto in disgrazia, che si prepara a lasciare la Royal Lodge, la sua dimora nella tenuta di Windsor per vent’anni. Un furgone per traslochi è stato avvistato la scorsa settimana. Si prevede che Andrea si trasferirà in una proprietà temporanea nella tenuta di Sandringham, nel Norfolk, nelle prossime settimane, fino al completamento dei lavori di ristrutturazione della vicina Marsh Farm, la sua nuova casa, a Pasqua.
Cosa dovrebbe fare l’Europa per respingere l’attacco di Trump alla Groenlandiae a tutta l’Europa? Dovrebbe fare la pace con la Russia e sganciarsi, prudentemente ma decisamente, dall’impero americano. Dovrebbe riconoscere che siamo in un’epoca post-UE e post-Nato: la Nato e la Ue non esistono più, almeno per come le abbiamo conosciute. Occorre una politica completamente nuova.
Il governo italiano invece fa finta di nulla: mentre Donald Trump vuole conquistare la Groenlandia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa finta che le pretese coloniali del presidente americano possano essere risolte con dei negoziati, magari a base di cene con spaghetti e mandolino. Come donna, come cristiana, come madre, Meloni non ha avuto il coraggio di condannare pubblicamente né l’omicidio della povera Renee Good da parte delle squadracce di Trump né il criminale Netanyahu, grande amico di Trump. La sua vicinanza ideologica con l’autocrate è quasi totale, e la sua qualità morale è quasi allo stesso livello di quella di Trump.
Ma oltre a questo c’è soprattutto una questione di interesse: Meloni sa che Trump è la sua principale assicurazione per mantenere la poltrona. E’ convinta che finché c’è Trump potrà continuare a governare l’Italia anche se il suo partito ha ottenuto solo il 14% degli aventi diritto al voto, e anche se l’intera coalizione di centro-destra ha raccolto 12,3 milioni di voti (26,7% del corpo elettorale), ovvero 6 milioni in meno rispetto a chi ha deciso di non votare o ha votato scheda bianca (18,4 milioni). Il suo governo di minoranza elettorale attualmente si barcamena ambiguamente tra Trump e UE, ma non potrà farlo per molto.
L’Unione Europea – trainata da Francia, Germania, Olanda, Svezia, Finlandia, e gli altri paesi che hanno voluto difendere simbolicamente la Groenlandia mandandoci qualche soldato – sembra finalmente decisa a contrastare i nuovi dazi imposti da Trump. La UE vuole ricorrere a un mezzo molto efficace, l’Anti coercion instrument. Lo strumento anti-coercizione è stato approvato dalla UE nel dicembre 2023 ma finora non è mai stato utilizzato: ha la funzione di “contrastare Paesi terzi che esercitano una pressione economica deliberata sull’Unione, o un suo Stato membro, per condizionarli nelle scelte politiche ed economiche minacciando di applicare misure che incidono sul commercio o sugli investimenti contro l’Ue o un suo Stato”.
Permette alla Commissione Europea di imporre contro l’avversario un’ampia gamma di misure di ritorsione oltre all’aumento dei dazi, come: restrizioni al commercio di servizi digitali e finanziari, restrizioni all’accesso agli appalti pubblici e agli investimenti diretti esteri (ad esempio il divieto di acquisire imprese o partecipare al capitale), l’applicazione di controlli sulle esportazioni, la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale, la limitazione degli investimenti esteri, il divieto di servizi, l’applicazione di dazi sulle piattaforme digitali.
Ma l’aspetto più importante è che la Commissione UE può applicare queste misure anche se vengono approvate solo a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo: non è dunque richiesta l’unanimità dei governi europei. Anche se Meloni vota contro, nulla può fare se – come è probabile – la maggioranza dei paesi europei approva le misure di ritorsione anti-Trump. Probabilmente il suo governo si spaccherà se verranno adottate misure anti-Trump.
Ma l’Europa ha un problema più grande: i leader dei paesi europei dovrebbero finalmente riconoscere che è l’America a volere aggredire e colonizzare l’Europa, non la Russia. Putin è un tiranno e certamente non è un santo: ma non ha alcuna intenzione e nessuno interesse a aggredire Copenaghen, Londra, Parigi e Roma. L’Europa, e soprattutto la sinistra europea, dovrebbero finalmente riconoscere che in Ucraina Putin si è difeso dall’espansione della Nato ai suoi confini.
Putin è un dittatore ma in Ucraina ha difeso la sicurezza russa messa in pericolo dai colpi di Stato americani, dai finanziamenti americani a Zelensky e ai governi corrotti di Kiev e, ovviamente, dall’impegno della Nato a inglobare l’Ucraina. La Nato in Ucraina è un pericolo mortale per la Russia perché i missili lanciati da Kiev possono colpire in pochi minuti Mosca senza potere essere intercettati. L’Europa deve dunque cambiare completamente registro con la Russia: non possiamo continuare a pagare il gas e il petrolio americano quattro volte di più di quello russo per fare piacere a Trump. Si obietterà che Putin è un dittatore: ma molti paesi con i quali abbiamo buoni rapporti commerciali, energetici e politici sono governati da sanguinosi dittatori.
Se l’Europa non vuole soccombere deve cominciare a sganciarsi dall’America e deve anche avviare una politica di disarmo bilanciato e controllato con la Russia.
Negli scorsi giorni Oppo ha lanciato la nuova gamma dei suoi smartphone di fascia media con l’arrivo sul mercato della serie Reno15, vedendo debuttare 4 nuovi modelli pensati per essere dei “travel camera phone” grazie al supporto di fotocamere da almeno 50MP potenziate da strumenti AI-based e batterie con capienza fino a 6.500mAh.
Il nuovo Reno15 Pro 5G (nella foto in apertura) arriva in un formato compatto ma resistente grazie al telaio in alluminio di grato aerospaziale, montando un display AMOLED da 6,32″ con frequenza di refresh massima di 120Hz. Spinto dal SoC MediaTek Dimensity 8450, affiancato da 12GB di RAM LPDDR5X e fino a 512GB di memoria, il Reno15 Pro monta all’anteriore una camera da 50MP con lente wide, pensata per i vlogger, mentre al posteriore un sistema a tripla fotocamera con un sensore da 200MP per la principale, affiancata da due sensori da 50MP per ultra-wide e tele, permettendo di registrare video in 4K HDR; a chiudere, da metere in evidenza la batteria da ben 6.200mAh supportata dal sistema di ricarica SUPERVOOC da 80W. Disponibile dal 15 gennaio in due colori (Aurora Blue e Dusk Black), fino al 28 febbraio sarà in vendità sullo store ufficiale di Oppo in due bundle, entrambi a 799,99€, che inclusono la Travel Case, la Travel Tag ed uno tra le cuffie Enco Buds3 Pro ed il Powerbank.
Il Reno15 5G viene invece proposto con un display da 6,59″ (sempre a 120Hz), con al cuore il chip Snapdragon 7 Gen4 di Qualcomm affiancato – sul mercato italiano – da 8GB di RAM e 512GB di Memoria, il tutto alimentato da una batteria a 6.500mAh con ricarica rapida da 80W.
Oppo Reno 15 5G
Passando al comparto fotografico, il Reno 15 all’anteriore monta la medesima camera del Pro con sensore Samsung JN5 da 50MP, mentre al posteriore troviamo sempre un sensore a tripla camera ma con sensori diversi: per la fotocamera principale Oppo ha scelto un sensore Sony LYT-600 da 50MP, per la camera Tele un sensore Samsung JN5 da 50MP mentre per la camera ultragrandangolare un sensore OV08D da 8MP. Fino al 28 febbraio Reno 15 5G sarà commercializzato al prezzo di 599,99€, offrendo due opzioni di bundle in modo simile al modello superiore: Travel Case, Travel Tag e cuffie Enco Buds3 Pro, oppure Travel Case, Travel Tag e PowerBank.
Si pongono invece nella fascia medio bassa i due nuovi Reno 15 FS 5G e Reno 15 F, due nuovi smartphone con schermo da 6,57″, chip Qualcomm Snapdragon 6 Gen1, 8GB di RAM e batteria da 6500mAh con ricarica rapida. Entrambi i modelli arrivano equipaggiati con una fotocamera frontale da 50MP (stesso sensore dei modelli di fascia superiore), e triplafotocamera posteriore (50MP principale, 8MP Ultra Wide e 2MP Macro).
Oppo Reno15 F
Sono disponibili entrambi nelle due colorazioni Aurora Blu e Twilight Black, con prezzi rispettivamente di 399,99€ per Reno 15F (con 256GB di memoria) e 469,99€ per Reno 15FS (con 512GB di memoria); anche in questo caso sono disponibili bundle simili ai precedenti due modelli, con l’unica differenza nelle cuffie Enco Buds3 presenti in questo caso nella versione base.
Tutti i nuovi smartphone arriveranno con ColorOS16, ultima release della personalizzazione di Android del brand cinese, vedendo integrati vari strumenti AI a supporto dell’utente sia per le fotografie, come AI Portrait Glow che permette di ottimizzare la luce nelle fotografie, Ai Motion Photo Popout che permette di effettuare montaggi e collage a partire dalle Motion Photo, sia nell’utilizzo quotidiano dello smartphone come AI Mind Space, che funge da hub per raccogliere informazioni da più app, AI translate, che gestisce la traduzione via intelligenza artificiale, e AI Recording che migliora la registrazione audio con il supporto dell’intelligenza artificiale.
I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco, Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi (BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare. Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Europa.
La Pac che alimenta le disuguaglianze e butta fuori le piccole aziende
La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala) subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere. “Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera, che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”.
La concentrazione dei sussidi agricoli in sei paesi Ue
L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80% dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari, perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar.
Chi intasca davvero la Pac
Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra 195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’, concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi, antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni, Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti, la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano (Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali, oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”. Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e 1.770 ettari di foreste in Romania.
Se la Pac sostenesse i piccoli agricoltori
“Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš (16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione.
“Le parole di Renzi? Sono dettate da astio e difficoltà politiche, comprendo chi guidava il primo partito d’Italia e oggi fatica a guidare l’ultimo“. Lo ha detto Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, fuori da Montecitorio, commentando le dichiarazioni del leader di Italia viva, che sabato scorso ha (ri)lanciato un progetto intitolato “casa riformista” per, tra le altre cose, “mandare al Quirinale uno normale”. In contrapposizione all’ipotesi che al Colle possa puntare Giorgia Meloni dopo le elezioni del 2027.
Si chiama Mordehay Grunberger il pasticcere morto in un incidente sul lavoro in Florida. Secondo quanto riferito dalla polizia, il 71enne sarebbe rimasto incastrato in un macchina industriale per impastare. Le autorità hanno escluso segni di violenza e ritengono che si sia trattato di un incidente. Grunberger sarebbe rimasto incastrato all’interno del macchinario per diverso tempo, senza che nessuno se ne accorgesse. Il tragico fatto è accaduto al South Florida Kosher Market, a North Miami Beach.
L’indagine è in corso con il coinvolgimento dell’agenzia federale per la sicurezza sul lavoro (OSHA). Il supermercato ha chiuso temporaneamente in seguito all’accaduto. Grunberger, indicato dal New York Postcome capo pasticcere, lascia la moglie e due figli. La moglie, Inna Gastman Moar, lo ha ricordato sui social come “il mio migliore amico” e “il padre dei miei due splendidi figli”. Il proprietario del market, Yitzie Spalter, ha parlato di una “tragedia inimmaginabile” per l’intera comunità, mentre numerosi messaggi di cordoglio hanno ricordato Grunberger come una persona dal “cuore nobile”.
No, il mercato delle auto elettriche non è pronto a reggersi sulle sue gambe. Ecco perché il governo tedesco metterà a disposizione dei suoi cittadini fino a 6.000 euro (erogati in base alla tipologia di veicolo e al reddito dell’acquirente) per promuovere l’acquisto di veicoli alla spina. Pure le automobili dotate di range extender e sistemi di propulsione ibridi plug-in potrebbero essere considerate idonee a ricevere sussidi nell’ambito del piano per aiutare le famiglie a reddito medio-basso nell’acquisto di nuove auto elettriche. L’obiettivo è rilanciare le vendite stagnanti in uno dei settori industriali chiave del Paese.
L’incentivo base ammonta a 3.000 € per i veicoli elettrici e 1.500 € per le ibride plug-in o i veicoli con range extender. Affinché i modelli PHEV (ibridi plug-in) e i range extender possano beneficiare del contributo, devono presentare emissioni di CO2 inferiori a 60 grammi per km o avere un’autonomia in modalità elettrica di almeno 80 km.
Berlino ha stanziato 3 miliardi di euro per il programma, che probabilmente coprirà 800.000 veicoli sovvenzionati fino al 2029. Il ministero ha aggiunto che le domande possono essere presentate retroattivamente per le nuove immatricolazioni effettuate a partire dal 1° gennaio. Le auto d’importazione? Non saranno escluse dal programma di sostegno finanziario, incluse quelle prodotte in Cina (principale rivale della Germania nel settore automobilistico).
Dall’altra parte dell’Atlantico, invece, la musica è totalmente diversa: l’amministrazione Trump punta ad abbassare i prezzi delle auto eliminando le normative sulle emissioni, ovvero scommette su una deregulation delle norme ambientali che devono rispettare i costruttori di automobili per migliorare l’accessibilità economica delle vetture. Secondo la società di ricerca Cox Automotive, a dicembre i prezzi medi per le auto nuove hanno raggiunto il record di 50.326 dollari: gli americani acquistano autocarri e Suv più costosi, mentre le case automobilistiche offrono sempre meno veicoli entry-level. Nonostante i cambiamenti politici e i nuovi dazi, però, le vendite di nuovi veicoli negli Stati Uniti sono aumentate del 2,2% nel 2025, raggiungendo i 16,35 milioni di unità.
Per il Segretario ai Trasporti Sean Duffy, le strategie di deregolazione ambientale “porteranno a una riduzione dei prezzi delle auto e permetteranno alle case automobilistiche di offrire prodotti che gli americani vogliono acquistare”. Duffy spiega che “questa non è affatto una guerra ai veicoli elettrici”, specificando però che gli stessi non dovrebbero essere per forza favoriti: “Non dovremmo usare la politica governativa per incoraggiare l’acquisto di elettriche penalizzando al contempo i motori a combustione”. L’amministrazione Trump ha oltretutto revocato in modo aggressivo gli incentivi – un credito d’imposta di 7.500 dollari – sui veicoli elettrici promossi dall’ex presidente Joe Biden, revocato le norme green della California e annullato le sanzioni per le case automobilistiche che non soddisfano i requisiti di efficienza precedentemente fissati.
Se da un lato la deregulation è una boccata di ossigeno per le case automobilistiche, dall’altro le stesse devono affrontare i pesanti dazi imposti da Trump sui veicoli e i componenti importati. Per il capo dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) Lee Zeldin, il governo “non dovrebbe forzare, richiedere o imporre che il mercato vada in una direzione diversa da quella richiesta dal consumatore americano”.
A dicembre, il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti (USDOT) ha proposto di revocare gli standard di efficienza dell’era Biden, che avevano spinto le aziende automobilistiche a produrre più elettriche per conformarsi alle leggi. Si prevede inoltre che l’EPA finalizzerà nelle prossime settimane una norma che eliminerà i requisiti sulle emissioni allo scarico dei veicoli. L’USDOT stima che la sua proposta ridurrebbe i costi iniziali medi dei veicoli di 930 dollari, ma aumenterebbe il consumo di carburante fino a 100 miliardi di galloni entro il 2050, costando agli americani fino a ulteriori 185 miliardi di dollari in carburante.
La buona notizia è che, nonostante The Donald sia palesemente ostile alle politiche green, tra i consumatori statunitensi l’interesse per i veicoli ibridi continua a crescere: tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo trimestre del 2025, la quota di nuove immatricolazioni di veicoli ibridi è balzata dal 3,1% al 16,3%. Nello stesso periodo, anche la quota di EV è aumentata, ma a un ritmo decisamente più lento, passando dall’1,4% all’8,6%.
“Vogliamo giustizia” è la scritta che aleggia sulle porte di scuola. Ad attaccare il foglio è stata una ragazza sulle spalle di un coetaneo, un gesto per arrivare più in alto e chiamare all’attenzione il mondo dei grandi. Nella mattina del 19 gennaio, un centinaio di giovani studenti e studentesse hanno manifestato di fronte all’ingresso dell’Einaudi-Chiodo di La Spezia per la morte di Youssef Abanoub, il 18enne accoltellato a morte nell’istituto ligure.
Dopo la tragedia c’è tensione in città. Il sindaco Pierluigi Peracchini, nonostante le iniziali riluttanze, ha proclamato lutto cittadino per il giorno dei funerali del giovane Youssef. Alla veglia organizzata dai coetanei e dalle coetanee del ragazzo non sono mancati momenti di tensione. Qualcuno ha portato cartelli che accusano direttamente il personale scolastico: “I prof sono complici”, si legge su uno di questi. Qualcun altro ha provato a bloccare l’ingresso dell’edificio, scontrandosi con un collaboratore scolastico: a placare gli animi ci ha pensato la Digos, provocando lo spavento e l’allontanamento di alcuni presenti.
La manifestazione si è conclusa al sotto al Tribunale spezzino. Dopodiché, le persone presenti si sono dirette all’obitorio, dove si trova ora Youssef: la salma del ragazzo è a disposizione della magistratura, che ne ha disposto l’autopsia. Le partecipazioni al corteo sono state centinaia: oltre che dall’istituto professionale, sono giunte presenze anche dai licei Mazzini e Fossati e da altri istituti superiori della città.
Il giorno prima, sul sito dell’istituto era stato pubblicato un comunicato scritto dalla preside Gessica Caniparoli, in cui veniva annunciato l’inizio del “percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità scolastica”, con il sostegno del supporto psicologico.
Immagini prese dalle storie pubblicate sul profilo Instagram di Unione degli studenti La Spezia: @udslaspezia
Harry alla prima udienza della causa contro il giornale accusato di aver ottenuto informazioni private di personaggi noti attraverso modi illegali. Nessun incontro previsto tra Harry e Re Carlo
Ieri sera, in un tratto ad alta velocità da poco ammodernato. Coinvolti un convoglio della linea Madrid-Huelva e uno partito da Malaga e diretto nella capitale spagnola
Scuole chiuse in Sicilia orientale e ad Agrigento. Allerta meteo per l'arrivo del ciclone Harry. Le condizioni meteorologiche più severe riguardano l'area etnea e quella dei Peloritani, in Sicilia, e le le zone meridionali e orientali della Sardegna
Claudio Agostino Carlomagno, fermato ieri per il femminicidio della moglie. La procura della Repubblica di Civitavecchia ha disposto accertamenti irripetibili sulla scatola nera dell’auto e sui telefoni.
Dopo 292 giorni dal terribile incidente, l'azzurra disputerà la gara a Plan de Corones: un passaggio importante in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Segui la diretta su Rainews.it, prima manche 10:20, la seconda alle 13:20
Il medico radiato Riccardo Szumski, a seguito della mia denuncia su queste pagine dell’inaccettabile aggressione contro la senatrice Sbrollini causata dalle critiche alla proposta assurda di istituire strutture sanitarie pubbliche dedicate a coloro che lamentano danni da vaccino in Veneto, ha deciso di rispondere anche a me. Non nel merito, intendiamoci bene; semplicemente reiterando proprio quel meccanismo di appello politico, di chiamata identitaria che ha utilizzato in precedenza contro la senatrice.
Vale la pena esaminare il suo messaggio sui social, non perché interessante per i contenuti, ma perché è un esempio didattico di come agisce la politica populista per creare consenso sui temi di sanità pubblica, che dovrebbero essere trattati in ben altro modo. Scrive dunque Szumski: “Il prof Enrico Bucci mi attacca su il Foglio per la richiesta di istituire in Veneto ambulatori per valutare i danneggiati da vaccino... Io che non sono altro che un medico di campagna gli rammento che in Italia la farmaco vigilanza attiva per qualsiasi vaccino (e non solo) non esiste, come dovrebbe essere, nemmeno per i vaccini obbligatori. Nella fattispecie del Covid poi l'obbligo era pure per poter lavorare e quindi doppiamente necessaria di vigilanza attiva... È qui mi fermo, perché uno che afferma che una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta e non un eventuale nesso causale con il vaccino, ha una visione analitica che non voglio comprendere...perché negante a prescindere! #duriaibanchi #szumskiresistereveneto“
Dunque, cominciamo – ignorando qualche sgrammaticatura dovuta evidentemente al mezzo utilizzato e alla fretta. L’apertura con “io che non sono altro che un medico di campagna” è da manuale: è una posa studiata per costruire una contrapposizione simbolica tra il medico “del popolo” e l’accademico, tra chi parla a nome di una comunità e chi rappresenterebbe un’élite distante che ignora “il popolo”. Peraltro, il cosiddetto “medico di campagna” è in politica da prima del 1994, anno in cui fu eletto infatti sindaco leghista di Santa Lucia del Piave. Politico è rimasto, visto che dopo due mandati da sindaco e una attiva militanza, oggi siede in consiglio regionale forte delle preferenze espresse per una sua lista personale; medico, invece, non lo è più, essendo radiato.
Altro che “medico di campagna”: qui abbiamo uno che da almeno tre decenni è in politica, volto noto ed eletto più volte. Ma dire “io sono un politico di lungo corso” non funzionava bene per parlare a quel “popolo” cui si rivolge il “medico di campagna”. Subito dopo la propria autodefinizione ad usum populi, compare un’affermazione che è semplicemente falsa: “in Italia la farmacovigilanza attiva non esiste”. La pagina dedicata del sito AIFA contiene la seguente frase: “Dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio, ciascun lotto di vaccino è soggetto alle stesse regole di farmacovigilanza degli altri medicinali e il monitoraggio di sicurezza viene effettuato principalmente attraverso: la vaccinovigilanza attiva e passiva”. La farmacovigilanza attiva esiste, è regolata da norme europee e nazionali, è gestita da AIFA e dalle reti regionali, ed è stata ampiamente utilizzata proprio durante la campagna Covid. Il passaggio sull’obbligo lavorativo introduce poi un altro slittamento. L’obbligo viene usato come argomento morale per suggerire una colpa istituzionale generalizzata. Ma l’obbligo non crea automaticamente un nesso causale, né giustifica la costruzione di percorsi paralleli sottratti ai criteri ordinari di valutazione clinica. Qui si mescolano deliberatamente piani diversi per rafforzare una narrazione politica. Il punto più grave riguarda però la trombosi. Nel post si sostiene che io avrei affermato che “una trombosi post vaccino deve essere considerata una trombosi e basta” e che questo equivarrebbe a “negare a prescindere” ogni possibile legame causale. È una ricostruzione scorretta di ciò che ho scritto e, soprattutto, una caricatura del metodo medico.
Nel mio articoloho detto l’esatto contrario: una trombosi potenzialmente collegata a un vaccino va trattata innanzitutto come trombosi, perché il primo dovere del medico è curare il paziente, non classificare politicamente l’evento. Come ho pure scritto, il nesso causale, se esiste, va valutato eventualmente dopo, con gli strumenti dell’epidemiologia e della farmacovigilanza. Questo è il fondamento stesso della medicina clinica, come chiunque abbia studiato da medico dovrebbe sapere. Attribuire automaticamente ogni trombosi temporalmente successiva a una vaccinazione a un effetto del vaccino è un salto logico che la medicina ha sempre evitato, proprio per non confondere coincidenza temporale e causalità. Trasformare il metodo della scienza in “visione negante” serve solo a spostare la discussione dal terreno delle prove a quello dell’accusa morale, ed è chiaramente ciò che il politico in questione intende fare per suscitare lo sdegno identitario dei suoi.
Se vi fossero dubbi, il dettaglio finale chiarisce definitivamente la funzione del post. Gli hashtag non servono a informare, servono a chiamare a raccolta. “#duriaibanchi” e “#szumskiresistereveneto” sono segnali identitari rivolti alla propria base politica. Il messaggio non è indirizzato a chiarire una questione scientifica, ma ad attivare una comunità contro un bersaglio. Il risultato è infatti immediato: nei commenti compaiono accuse di malafede, allusioni penali, insulti. È lo stesso schema già visto nel caso della senatrice Sbrollini: critica pubblica, post identitario, mobilitazione aggressiva della base. È l’uso sistematico della disinformazione e della caricatura per trasformare una discussione scientifica in uno scontro di appartenenze, nel quale l’avversario viene delegittimato e consegnato a una folla digitale. Ed è esattamente la stessa logica che attraversa la mozione sugli ambulatori per i “danneggiati da vaccino”: creare una categoria simbolica, accreditarla politicamente, usare il linguaggio della sanità per consolidare un campo identitario. Altro che “medico di campagna”: abbiamo un altro esempio di “politico in campagna”, elettorale e permanente. Ma davvero vogliamo che l’Italia sia ridotta a provincia del MAGAstan?
Giorgia Meloni ieri aveva appena finito di vantare l’onore ricevuto con l’invito al comitato che dovrebbe gestire il futuro del Medio Oriente, il famigerato «Board of peace» in cui Donald Trump avrà potere di veto su qualsiasi decisione, quando sulla stampa internazionale ha cominciato a circolare la notizia secondo cui il presidente degli Stati Uniti, a chi vorrà far parte del suddetto comitato in forma permanente, chiederà niente di meno che un miliardo, da versare entro il primo anno, pena il mancato rinnovo dell’iscrizione.
Onestamente, come palestra per l’ego della nostra presidente del Consiglio, mi pare un po’ esosa. Visto anche quello che fin qui hanno saputo fare per la pace a Gaza Trump e Netanyahu (anche lui invitato a entrare nel club), penso d’interpretare il parere di tutti gli elettori, e specialmente di tutti i contribuenti italiani, nell’auspicare che Meloni trovi altri e meno costosi modi per passare il suo tempo libero, augurandole con tutto il cuore di averne sempre di più.
Fossero stati solo i pannelli solari, sarebbe finita lì. Invece no, stavolta la posta in gioco è più alta. Dopo aver messo al bando il fotovoltaico made in China, grazie all’esempio italiano, l’Europa dà un altro giro di manovella e allarga lo spettro dei prodotti sgraditi sul suolo del Vecchio Continente. Non è un mistero, è l’onda lunga degli Stati Uniti, che da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno piano piano costruito una gabbia a protezione dell’industria americana. Chiedendo ai loro alleati di fare altrettanto, o provarci almeno.
Uno dei casi più eclatanti è Pirelli. Il produttore di pneumatici italiano entro poche settimane dovrà liberarsi dell’azionista cinese Sinochem, oggi innocuo dal punto di vista decisionale ma pur sempre presente nel capitale. Pena, la parziale estromissione dal mercato americano, che per la Bicocca vale un quinto dei ricavi (a marzo scatterà il bando statunitense che impedisce a imprese partecipate da soggetti cinesi di vendere tecnologia ai costruttori americani). Adesso, dopo i pannelli solari tagliati fuori dagli incentivi al fotovoltaico, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro, chiamando in causa altri comparti industriali, non meno strategici del poc’anzi citato.
Domani, infatti, dovrebbe finire sul tavolo della Commissione europea, la proposta di quest’ultima mirante a eliminare gradualmente le apparecchiature di fabbricazione cinese dalle infrastrutture critiche dell’Ue, come le telecomunicazioni. Dunque, escludendo aziende come Huawei e Zte dalle reti, dai sistemi di energia solare e dagli scanner di sicurezza. Un’accelerazione, piuttosto improvvisa, che arriva in un momento in cui la stessa Europa sta riconsiderando la sua dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi e dai fornitori cinesi, considerati ad alto rischio per l’utilizzo dei dati sensibili raccolti.
Secondo quanto affermato dai funzionari Ue, la proposta dovrebbe rendere obbligatorio per i Paesi membri un regime volontario, in parte già esistente, volto a limitare o escludere i fornitori ad alto rischio dalle loro reti. Attenzione, tutto è ancora sulla carta. Quello di Bruxelles, almeno per il momento, è un segnale più politico che altro, dal momento che tutto dovrà poi passare dal parere e dunque dal voto, degli stessi governi europei. Ma certamente, il nuovo colpa di gas dà la cifra circa le intenzioni dell’Europa verso la Cina, rea peraltro di aver messo sotto pressione come non mai il mercato dell’auto, in seguito all’avanzata inarrestabile di unicorni come Byd e Catl.
Questo il fronte europeo. In Cina, invece, è tempo di fare i conti. Il Pil del Dragone nel 2025 è cresciuto del 5%, centrando l’obiettivo ufficiale di Pechino di una crescita di circa il 5%. Questo nonostante la guerra commerciale innescata dal presidente americano Trump, con una forte espansione delle esportazioni. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ultimo trimestre, tuttavia, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, il Pil si è attestato a +4,5% su base annua. Si tratta di un rallentamento rispetto al 4,8% del terzo trimestre, il dato più debole dal primo trimestre del 2023, quando la crescita si era attestata anch’essa al 4,5%.
Nel quadro di un contesto internazionale fortemente segnato da crisi e transizioni strategiche, il ministero della Difesa italiano ha avviato negli ultimi mesi una serie di iniziative che, pur procedendo su binari differenti, concorrono a un medesimo obiettivo: la modernizzazione e l’efficacia complessiva dello strumento militare nazionale. Accanto alla fase costituente della riforma delle Forze armate, si registra infatti un parallelo processo di consolidamento dei meccanismi gestionali e amministrativi della Difesa.
Lo testimonia l’apertura, lo scorso 16 gennaio, dei lavori del Comitato strategico incaricato di delineare il disegno di legge (ddl) per la revisione della Difesa, promossa dal ministro Guido Crosetto. In sede di presentazione, il ministro ha chiarito l’intento di approcciare la riforma “non come la riforma del ministro, ma come una riforma delle Forze armate”, esplicitando la natura “tecnica e operativa” del percorso avviato e la pregnanza del contributo derivante dall’esperienza concreta di chi opera quotidianamente nel settore della difesa e sicurezza.
L’enfasi sulla dimensione operativa e sulla partecipazione del personale militare segnala una volontà di scostarsi da modelli puramente politico‑amministrativi per ancorare la revisione legislativa a un dialogo con le articolazioni interne più prossime alle esigenze della capacità nazionale. Per Crosetto la riforma dovrà essere “strutturata e coerente”, con l’obiettivo di migliorare capacità operative, semplificare processi amministrativi e ripensare strutture e personale.
Parallelamente a questo lavoro di natura essenzialmente normativa e strategica, si è consolidato un altro filone di modernizzazione: quello dei processi e dei sistemi di gestione interna. Il 15 gennaio, lo Stato maggiore della Difesa ha infatti annunciato che l’Ufficio generale del Centro di responsabilità amministrativa (Cra) ha ottenuto la ricertificazione UNI EN ISO 9001:2015 per il suo Sistema di gestione per la qualità, dopo un percorso iniziato nel 2022. La certificazione è stata rilasciata a seguito dell’audit condotto da Csqa Certificazioni S.r.l., organismo accreditato da Accredia e unica autorità nazionale che garantisce la competenza tecnica e l’indipendenza degli enti certificatori.
La ricertificazione di un ufficio centrale nello Stato maggiore, soprattutto nei processi di approvvigionamento a supporto dell’area tecnico‑operativa interforze e dei centri amministrativi d’intendenza nei teatri operativi, è di per sé un indicatore significativo. È il riconoscimento di una maturità organizzativa che va oltre l’adempimento formale e segnala che la gestione della qualità diventa strumento di governo dei processi, supporto alle decisioni, mitigazione del rischio e creazione di valore pubblico.
Questo risultato, pur limitato a un segmento specifico dell’apparato, si inserisce in un disegno più ampio di rafforzamento delle competenze interne della Difesa e di consolidamento di standard gestionali riconosciuti a livello internazionale. L’accento posto sull’integrazione della qualità nei processi decisionali indica una progressiva transizione da logiche tradizionali di controllo a pratiche orientate alla misurazione delle performance e alla resilienza operativa.
Ne deriva un doppio profilo di modernizzazione: da un lato, un ripensamento sistemico delle regole, delle strutture e delle capacità che trova nel ddl di riforma un punto di convergenza programmatica; dall’altro, un affinamento delle pratiche organizzative interne, come dimostrato dalla ricertificazione ISO del Cra, che rafforza la capacità dell’apparato di affrontare le complessità amministrative e operative contemporanee.
In questo senso, la Difesa italiana sembra configurarsi come un organismo in transizione strutturale, non più solo destinatario di interventi normativi, ma anche promotore di processi di gestione della qualità che, se estesi ad altri segmenti, potrebbero costituire un fattore di stabilità e di efficienza nel lungo periodo.
E così ci troviamo di fronte all’ennesimo episodio dove la manipolazione dei padroni del vapore supera il grottesco divenendo intollerabile.
Mattel, il grande produttore americano di giocattoli ha lanciato la prima bambola Barbie in versione autistica. L’«inclusione» nella linea delle Barbie era già presente: Barbie di tutte le razze vi erano già, e vi era già qualche altro esempio di bambola malata o affetta da sindrome. Ora tuttavia abbiamo una bambola psicopatologica – una Barbie con l’autismo.
La stampa dell’establishment – che è fatta, per chi non lo sapesse, da comunicati che arrivano da aziende e PR – ci fa sapere che la creazione della bambola è avvenuta con il coinvolgimento diretto della comunità autistica per oltre 18 mesi, ha spiegato l’azienda. Si tratta dell’ultima aggiunta alla serie «Barbie Fashionistas», che già comprende modelli raffiguranti: c’era la Barbie diabetica di tipo 1, la Barbie Down, la Barbie cieca.
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Fino al 2019 non vi erano praticamente modelli patologici Barbie. Ora la collezione comprende bambole con cecità, sedie a rotelle, apparecchi acustici, protesi agli arti, vitiligine, nonché modelli Ken con protesi alla gamba o sedia a rotelle. Mattel ha inoltre realizzato una bambola con hijab in omaggio all’atleta musulmana americana Ibtihaj Muhammad, prima donna statunitense a competere alle Olimpiadi indossando il velo. Anche altri produttori hanno intrapreso iniziative simili: nel 2016 Lego aveva presentato una minifigura di un bambino in sedia a rotelle nella campagna «Giocattoli come me».
Ci dicono che l’obiettivo di far sentire più bambini «rappresentati» da Barbie. Secondo l’azienda, gli occhi della bambola sono leggermente spostati di lato per simboleggiare la tendenza di alcune persone autistiche a evitare il contatto visivo diretto. Le articolazioni di gomiti e polsi sono flessibili per consentire movimenti psicopatologici ripetitivi chiamati in gergo stimming (l’autostimolazione: battere le mani, dondolarsi, ripetere parole). Tra gli accessori inclusi figurano una trottola, cuffie antirumore e un tablet con applicazioni di comunicazione a simboli. Inoltre, ci viene detto, la bambola indossa un abito ampio e confortevole, studiato per rispondere alle esigenze sensoriali.
«Si tratta di un ulteriore passo avanti nel rendere il marchio Barbie un riflesso più inclusivo dei bambini che ci giocano», ha dichiarato la multinazionale del giocattolo.
La Barbie è stata lanciata nel 1959 e fino al 2019 la linea non includeva bambole con disabilità. In risposta alle critiche di lunga data sulla scarsa rappresentatività dei modelli classici – bionde, occhi azzurri, vita sottile –, negli ultimi anni Mattel ha ampliato notevolmente l’offerta, introducendo la più ampia varietà di tonalità di pelle, tipi di capelli, corporature e caratteristiche.
Molte famiglie, che hanno magari figli autistici non verbali di trenta anni che vagano per la casa con il pannolone e vanno trattenuti dall’autolesionismo, hanno espresso la loro indignazione per il lancio della nuova bambola, con la dissidenza cognitiva dell’evidente «glamourizzazione» ad uso pediatrico di un problema tremendo che affligge la società.
Come noto, grazie ad una grande produzione hollywoodiana con la diva Margot Robbie, il marchio Barbie negli ultimi anni si è pure riposizionato su versanti femministi. Secondo alcuni critici il film ha una matrice di femminismo radicale con a tinte gnostiche. Le tendenze maschili di Ken, che ad un certo punto si avvicina a movimenti di protezione del maschio, sono derise e condannate.
Con evidenza, la Barbie, prima che una bambola, è uno strumento evidente di operazioni psicologiche, fondamentale per plasmare la mente delle nuove generazioni. Le bambine – che in poco tempo divengono donne – sono così esposte a determinati frame psicologico-valoriali a partire dalla tenera età. Sono, in breve, dispositivi di induzione di determinati zeitgeist, di concezioni del mondo che dall’alto si fanno percolare verso il basso.
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Il produttore di giocattoli in questione è già arrivato alle cronache per bambole, diciamo così, controverse.
La Mattel ha lanciato pure una bambola «Laverne Cox»; Cox è l’attore transessuale che è apparsa sulla famigerata copertina di TIME nel 2014 con il titolo «Transgender Tipping Point», il «punto di svolta transgender.
Nel 2019 Renovatio 21 riportava che il grande produttore di giocattoli lanciava, con un marchio «cugino» di quello di Barbie (Creatable Word), bamboline senza etichette, senza «stereotipi di genere», personalizzabili in tutto, dal taglio di capelli – lunghi, corti, rasati, asimmetrici – agli abiti, dalle felpe al tutù passando per minigonne e jeans, senza seno e senza spalle. In pratica, veri pupazzi gender.
«I giocattoli sono il riflesso della cultura e, dal momento che il mondo continua a celebrare l’impatto positivo dell’inclusività, abbiamo sentito che era arrivato il momento di creare una linea di bambole libera da ogni etichetta» spiegava all’epoca il senior vicepresident di Mattel Fashion Doll Design. «Attraverso la ricerca – continua Culmone – abbiamo appreso che i bambini non vogliono che i loro giocattoli siano definiti da stereotipi di genere. Per questo, questa linea che consente ai bambini e alle bambine di esprimere liberamente loro stessi, è stata da loro particolarmente apprezzata».
Con l’autismo, tuttavia, si arriva a lidi piuttosto nuovi per la questione del giocattolo.
Il motivo per cui ora venga posto l’accento sull’autismo nella bambole scatena le analisi di alcuni, che vi vedono un ulteriore prova del fatto che sulla sindrome sta venendo effettuata da anni una grande operazione psicologica di normalizzazione.
Le parole sempre più diffuse da stampa ed accademia lo rivelano già di per sé: la chiamano «neurodiversità», «neurodivergenza» – termini nuovi e dal sapore vagamente orwelliani, parole che mirano a farci percepire la psicopatologia dello «spettro» come qualcosa di sempre più normale, diffuso, addirittura positivo, forse persino un superpotere.
È evidente la tendenza a celebrare lo spettro autistico in ogni ambito. La diagnosi di sindrome di Asperger di Greta Thunberg è stata trasformata dai media in un vero e proprio complimento. Elon Musk, ospite d’onore in un episodio del celebre show satirico americano Saturday Night Live, ha dichiarato di essere il primo presentatore con Asperger nella storia del programma, e chi lo critica per i suoi modi talvolta viene redarguito per la mancanza di rispetto per le persone nello spettro.
Di recente in Italia è emerso il caso della scrittrice Susanna Tamaro, che in diverse interviste ha rivelato di essere affetta da sindrome di Asperger. «Da piccola mi sentivo in un corpo sbagliato e prendevo psicofarmaci. A 3 anni dissi a mio fratello di chiamarmi Carlo» hanno titolato i giornali riprendendo una sua recente dichiarazione.
Le rivelazioni della Tamaro del 2019 spinsero una nota rivista femminile a pubblicare un articolo virale intitolato «10 personaggi famosi con la sindrome di Asperger». Tra questi troviamo Daryl Hannah, Tim Burton, Courtney Love (un’accoppiata curiosa), Dan Aykroyd, Anthony Hopkins, Andy Warhol e persino Stanley Kubrick. Tratto in comune: tutti individui di straordinario successo.
Anche cinema e serie TV seguono la stessa linea: nel film d’azione The Predator (2018) l’alieno cacciatore si trova di fronte non a muscolosi veterani dell’esercito, bensì a un bambino autistico, descritto come un «grande guerriero». Poi c’è The Accountant (2016), action thriller in cui il protagonista (Ben Affleck) è un uomo autistico che, oltre a eccellere in combattimento, pianificazione di trappole e fughe, è ovviamente un genio della matematica, rendendolo un commercialista imbattibile.
Alcuni interpretano Reed Richards, alias Mr. Fantastic, lo scienziato elastico e geniale dei Fantastici 4, come un personaggio con autismo conclamato: chiaramente, un ulteriore superpotere del supereroe . Lo stesso vale per Billy, il Blue Ranger della serie per bambini Power Rangers: un supereroe autistico che affronta e sconfigge mostri giganteschi.
I dati oramai li conoscete: nel 2000 a 6,7 bambini su 1.000 veniva diagnosticato un disturbo dello spettro autistico (ASD). Attualmente si parla di 1 bambino su 31 negli Stati Uniti viene diagnosticato l’ASD, rispetto a 1 bambino su 150 di 20 anni fa. Si stima che in California, Stato dittatoriale dove persino le esenzioni religiose al vaccino (un tempo sacre ed intoccabili per l’ordinamento americano) sono state abolite, circa 1 bambino autistico ogni 19 (prevalenza di 53,1 casi ogni 1.000 bambini di 8 anni).
Non sono opinioni folli: sono quelle dell’attuale segretario della Salute USA Roberto F. Kennedy jr., che Renovatio 21pubblicava già sei anni fa, prima della pandemia. In un futuro molto prossimo, secondo questi numeri, qualcuno che potremo arrivare a 1 bambino ogni 4, o persino 3, nello spettro autistico.
Ciò comporterà quello che chiamano lo «tsunami dell’autismo»: il costo della società per prendersi cura della popolazione autistica in espansione e in invecchiamento raggiungerà i 5,54 trilioni di dollari entro il 2060, divenendo chiaramente insostenibile per la società. Prima che ciò avvenga, metteteci la mano sul fuoco, saranno implementate leggi di eutanasia di massa delle persone nello spettro. In pratica, il genocidio degli autistici – e il collasso della sanità e della società – potrebbe essere di qui a poco. Un’ecatombe, e prima ancora un cambiamento definitivo della morale umana.
E così ci troviamo, tra bambole, film, cartoni e leggi varie, dinanzi all’ennesimo esempio di predictive programming, un concetto che circola con sempre maggiore forza nel mondo della dissidenza. Secondo l’idea della «programmazione predittiva», il potere – sia esso governativo, finanziario oligarchico, etc. – utilizza cinema, serie e libri di narrativa, i media tutti come mezzo di controllo mentale, o meglio, di preparazione psicologica della massa: mostrando in forma di fiction ciò che sta per accadere (cioè, ciò che si vuole che accada, cioè che accade per disegno) la popolazione diviene più disposta ad accettare gli eventi futuri pianificati dal potere stesso.
Ne parlò per primo il ricercatore Alan Watt, che nei decenni scorsi ne ha parlato in diverse trasmissioni radiofoniche e podcast; solo ora molti paiono convincersi della profonda verità delle sue tesi. Per Watt «la programmazione predittiva è una sottile forma di condizionamento psicologico fornita dai media per far conoscere al pubblico i cambiamenti sociali pianificati che devono essere implementati dai nostri leader. Se e quando questi cambiamenti verranno attuati, il pubblico li conoscerà già e li accetterà come progressioni naturali, riducendo così la possibile resistenza e agitazione del pubblico».
Conosciamo esempi recentissimi, segnalati sempre su Renovatio 21: ad esempio il film Contagion (2011), che dieci anni prima dell’accaduto mostrava per filo e per segno cosa sarebbe arrivato con la pandemia: lockdown totali, panico nelle strade, la corsa al vaccino sperimentale, la punizione dei dissidenti complottisti (che per il film sono falsi e corrotti).
Il film Netflix tratto da un romanzo di Don Delillo, White Noise, dove la storia ruota intorno alle conseguenze di un catastrofico incidente ferroviario che scatenava una nuvola di rifiuti chimici tossici su una piccola cittadina dell’Ohio. A fine gennaio 2023, a East Palestine, in Ohio, un treno carico di sostanze tossiche deraglia creando il più grande disastro ambientale americano degli ultimi anni. E ancora, l’anno scorso, il film (bizzarramente prodotto dai coniugi Obama) Il mondo dietro di te, che parlava di un blackout degli USA che sfocia nel caos, e ancora Civil War, film che parla esattamente di una nuova guerra civile americana che termina con l’assassinio di un presidente trumpesco.
Comprendiamo il disegno generale: per qualche ragione (no, non sono i vaccini iniettati in quantità spropositata, e con ogni sorta di sostanza al loro interno, nei bambini, e per obbligo: no?) aumentano a dismisura gli autistici. Che non saranno più gestibili, per cui il loro massacro – a cui si aggiungeranno altre categorie della Lebensunwertes Lebens, la «vita indegna di essere vissuta» – diverrà l’unica via.
Lo avevamo detto nel lontano 2017, in una delle prime conferenze di Renovatio 21, in un hotel del centro di Reggio Emilia, all’altezza dell’entrata in vigore della legge Lorenzin che ipervaccinò i bimbi italiani, pena l’esclusione dalle scuole.
Autismo ed eutanasia infantile. Intervento di Roberto Dal Bosco dal convegno di Renovatio 21 «Vaccini fra obbligo e libertà di scelta», Reggio Emilia, 9 settembre 2017 pic.twitter.com/5aYBo27Gb8
Ci stanno preparando, in breve, ad un mondo non post-cristiano, ma anti-cristiano, dove il sacrificio umano massivo sarà inevitabile. Ci stanno preparando, una bambola alla volta, un film alla volta, una legge alla volta, al Regno Sociale di Satana.
Renovatio 21 pubblicata questo il testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò ai giovani Cattolici americani riuniti a Tampa, Florida, Stati Uniti d’America
Cristo è Re
Messaggio ai giovani Cattolici americani riuniti a Tampa (Florida)
Cari Amici,
è per me una gioia potermi rivolgere a voi, riuniti a Tampa assieme a personalità del mondo cattolico tradizionale.
Molti di voi hanno ben chiara la situazione di gravissima crisi istituzionale che stiamo vivendo tanto nella sfera civile quanto in quella ecclesiastica. È infatti dai vertici delle massime autorità dello Stato e della Chiesa che parte l’attacco contro i cittadini e i fedeli, in un capovolgimento delle finalità che sono loro proprie. Altri tra voi vivono questi momenti con sgomento, ancora increduli che chi è costituito in autorità possa consapevolmente agire per distruggere le istituzioni che essi presiedono.
Vi è, specialmente tra i cosiddetti «moderati», chi ancora pensa che l’azione dei politici e dei vescovi sia frutto di inesperienza, di ingenuità, di fraintendimenti. Eppure, a distanza di pochi anni dall’inizio della farsa psicopandemica che ha segnato una fase determinante di questo attacco, emerge l’evidenza di un unico copione sotto un’unica regia, scritto da chi non fa mistero della propria volontà di depopolare il Pianeta e schiavizzare la parte restante di umanità.
Questo copione non distingue tra mondo laico e mondo ecclesiastico: esso coinvolge due sfere della vita di ciascuno di noi che proprio il pensiero liberale e anticattolico ha artificialmente separato. Nell’ordine sociale cristiano, infatti, Chiesa e Stato sono comunque sottoposti alla suprema autorità di Dio, autore della natura e della Grazia, il Quale ha stabilito che la Chiesa si occupi della santificazione dei propri membri in ordine alla salvezza eterna e che lo Stato assicuri ai propri cittadini una vita ordinata, prospera e sicura.
È infatti Cristo stesso, mediante i propri vicari in terra, ad esercitare la propria Regalità nella società civile e il proprio Sommo Sacerdozio nella società ecclesiastica.
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La Rivoluzione ha capovolto queste finalità: ci troviamo una Gerarchia cattolica che propaga errori dottrinali e morali mettendo a rischio la vita eterna dei fedeli; e governanti che demoliscono il tessuto sociale delle Nazioni e si accaniscono sui propri cittadini, favorendo l’immigrazione, la criminalità, la perversione dei costumi con l’omosessualismo e l’ideologia LGBTQ+, l’impoverimento delle famiglie e delle imprese, il controllo delle masse.
Questo tradimento è potuto avvenire solo per una ragione, che purtroppo la mentalità contemporanea non riesce a comprendere, essendo stata indottrinata da secoli di ideologie antiumane e anticristiane. La ragione è l’abbandono di Dio in nome di una fratellanza che nega e rifiuta la Sua divina Paternità; l’abbandono di Nostro Signore Gesù Cristo, che è Re e Pontefice, al Quale le società terrene – Stato e Chiesa – hanno strappato la corona e lo scettro, nell’illusione che vi possa essere pace, concordia e prosperità dove regna Satana.
Se volete agire come Cattolici e come Americani degni di questo nome, dovete aver ben chiara la responsabilità che avete dinanzi a Dio: combattere la vostra battaglia quotidiana per conquistare il Cielo. Una battaglia in cui il Signore vi assicura le armi spirituali che vi sono necessarie per vincere: la vita in stato di Grazia, la preghiera, la frequenza dei Sacramenti, il Santo Sacrificio della Messa, le buone opere.
Fate regnare Cristo nei vostri cuori. Siate Suoi fedeli guerrieri, pronti al sacrificio per servirLo e trionfare con Lui. Non lasciatevi inquinare la mente dagli errori del mondo, né la volontà dai compromessi morali con il male.
Se apparterrete totalmente a Dio, sarà grazie a voi che Egli si degnerà di far rinascere le vostre comunità e la vostra Patria. Viriliter agite, dice il Salmo: comportatevi da uomini. Siano la vostra rettitudine e il vostro onore a rendervi degni testimoni del Battesimo che avete ricevuto.
Vi benedico tutti: In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.
Secondo quanto emerge dal testo dello statuto dell’organismo, ottenuto e verificato da diversi organi di stampa internazionali come Reuters, Bloomberg, The Times of Israel e The New York Times, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prevede che i paesi contribuiscano con almeno 1 miliardo di dollari in contanti per poter mantenere la membership nel «Board of Peace» (Consiglio per la pace) di Gaza oltre il limite iniziale di tre anni.
All’inizio di questa settimana la Casa Bianca ha ufficialmente lanciato la Fase Due dell’iniziativa di pace per Gaza sostenuta dagli Stati Uniti, istituendo il cosiddetto «Board of Peace» con il compito di supervisionare la ricostruzione dell’enclave palestinese, promuovere la stabilità, ripristinare una governance legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite da conflitti.
È stato diffuso lo statuto che definisce la struttura del consiglio e le condizioni di partecipazione, mentre sono stati inviati inviti a decine (oltre 60, secondo alcune fonti) di leader mondiali affinché si uniscano all’organismo. Tra i leader invitati figurano, secondo quanto riportato dai media, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro canadese Mark Carney, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, il presidente argentino Javier Milei (che ha già accettato e condiviso pubblicamente la lettera di invito) e altri.
«Ciascuno Stato membro rimarrà in carica per un periodo non superiore a tre anni dall’entrata in vigore della presente Carta, salvo rinnovo da parte del Presidente», si legge nel documento, come riportato tra gli altri dal Times of Israel. «Il mandato triennale non si applicherà agli Stati membri che versano più di 1.000.000.000 di dollari in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore della Carta».
«Questo Consiglio sarà unico nel suo genere, non c’è mai stato niente di simile!» ha dichiarato Trump in una copia dell’invito condivisa dal presidente argentino Javier Milei.
Es un honor para mí haber recibido esta noche la invitación para que la Argentina integre, como Miembro Fundador, el Board of Peace, una organización creada por el Presidente Trump para promover una paz duradera en regiones… pic.twitter.com/ORalzkzhlv
La Carta non fa alcun riferimento specifico a Gaza, alimentando speculazioni secondo cui Trump stia cercando di creare un’alternativa alle Nazioni Unite con un mandato potenzialmente più ampio, estendibile ad altri focolai di conflitto nel mondo. L’organismo è descritto come «un’organizzazione internazionale che cerca di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto».
Trump si è autoproclamato presidente (Chairman) del Consiglio Esecutivo del nuovo organismo, che include un gruppo controverso di diplomatici, finanziatori e alleati politici. Tra i membri più in vista figurano l’ex primo ministro britannico Tony Blair, il genero e consigliere senior del presidente Jared Kushner, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e altri come il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e il miliardario Marc Rowan.
La maggior parte degli obiettivi stabiliti nel quadro di 20 punti di Trump per Gaza devono ancora essere pienamente attuati sul campo. La fase iniziale si è concentrata sulla cessazione delle ostilità, sulla facilitazione dello scambio di prigionieri, sull’accesso umanitario, sulla riapertura del valico di Rafah con l’Egitto e sul consenso per un ritiro parziale israeliano.
Con l’avvio della seconda fase, Trump ha rinnovato gli appelli alla «completa smilitarizzazione» di Hamas e al trasferimento del potere al neo-costituito Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un’entità tecnocratica palestinese destinata a gestire le operazioni quotidiane sotto la supervisione del Board.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una risposta «unita e coordinata» dell’Europa dopo che il suo omologo statunitense Donald Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi NATO europei per la loro opposizione alla campagna di Washington volta all’acquisizione della Groenlandia.
I dazi, proclamati da Trump sabato, riguardano Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. Le misure entreranno in vigore il 1° febbraio con un’aliquota del 10%, per poi aumentare al 25% a partire da giugno, e resteranno attive fino a quando non si concretizzerà un «acquisto completo e totale» del territorio autonomo danese.
«La Francia è impegnata a favore della sovranità e dell’indipendenza delle nazioni, in Europa e altrove», ha scritto Macron su X. «Nessuna intimidazione o minaccia ci influenzerà, né in Ucraina, né in Groenlandia, né in nessun’altra parte del mondo».
«Le minacce tariffarie sono inaccettabili e prive di senso in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato qualora dovessero essere confermate. Faremo in modo che la sovranità europea sia rispettata», ha aggiunto il presidente francese.
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I paesi NATO colpiti dalle sanzioni si erano di recente uniti alla Danimarca inviando piccoli contingenti militari in Groenlandia, un gesto interpretato come un rafforzamento simbolico della sovranità attuale dell’isola. Sia il governo danese sia le autorità autonome groenlandesi hanno ribadito più volte che il territorio non è in vendita e che il suo futuro spetta esclusivamente alla sua popolazione.
Macron ha difeso con fermezza la scelta di inviare truppe sull’isola artica. «Ci assumiamo pienamente questa decisione, perché è in gioco la sicurezza nell’Artico e ai confini più remoti della nostra Europa», ha dichiarato.
Il segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha preferito non commentare la controversia interna che si sta aggravando all’interno dell’Alleanza. In precedenza Trump aveva evitato di escludere un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla NATO qualora altri membri avessero continuato a ostacolare le sue ambizioni riguardo alla Groenlandia.
Nelle scorse settimane il presidente americano ha rilanciato con maggiore intensità il progetto di riportare la Groenlandia sotto il controllo statunitense, un obiettivo che persegue sin dal suo primo mandato. Trump sostiene che l’acquisizione sia indispensabile per la sicurezza nazionale americana e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese e russa nell’Artico, una tesi che sia Pechino sia Mosca hanno categoricamente respinto.
Il Pentagono ha ordinato a circa 1.500 soldati in servizio attivo di tenersi pronti per un eventuale dispiegamento al fine di contenere i disordini in Minnesota. Lo riporta il Washington Post, che cita fonti del dipartimento della Difesa.
Le proteste contro gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) nella regione, in corso da mesi, hanno subito un’impennata all’inizio di gennaio dopo la morte per arma da fuoco di una donna a Minneapolis.
Il Pentagono ha posto in stato di allerta unità dell’11ª Divisione Aviotrasportata, con base in Alaska, nel caso in cui la violenza in Minnesota dovesse aggravarsi, ha riferito il WaPo, citando un funzionario della Difesa statunitense. Non è ancora deciso se le truppe verranno effettivamente inviate, ha precisato la fonte.
Secondo il quotidiano, il Pentagono si prepara di routine a ogni possibile decisione del presidente degli Stati Uniti.
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Giovedì, il presidente Donald Trump ha minacciato di ricorrere all’Insurrection Act del 1807 qualora i «politici corrotti» non riuscissero a impedire ad «agitatori e insorti professionisti» di attaccare gli agenti dell’ICE. Tale legge federale autorizzerebbe l’impiego di forze armate per sedare disordini civili interni o una ribellione.
Trump ha avuto ripetuti scontri con il governatore del Minnesota Tim Walz e con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey riguardo alla politica di contrasto all’immigrazione irregolare nello Stato.
Secondo diverse fonti riportate venerdì, il dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato un’indagine penale nei confronti di entrambi i funzionari. L’inchiesta, che dovrebbe includere la convocazione di testimoni, verte su una presunta cospirazione volta a ostacolare le operazioni degli agenti federali dell’immigrazione nello Stato.
Sia Walz che Frey hanno criticato con forza la scelta di Trump di inviare circa 3.000 agenti federali nelle Twin Cities a inizio gennaio. Il sindaco Frey ha pubblicamente invitato gli agenti a «tornarsene da dove sono venuti» dopo che un agente dell’ICE ha ucciso a colpi di pistola Renee Good, una donna lesbica della zona che stava ostruendo le manovre dell’agenzia e che, fermata, era partita sgommando investendo il poliziotto..
A seguito dell’omicidio, le tensioni sono esplose, dando luogo a numerosi scontri tra manifestanti e agenti dell’ICE.
La segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem ha accusato Walz e Frey di aver messo in pericolo i funzionari federali «incoraggiando» i manifestanti a ostacolarli e aggredirli.
I problemi in Minnesota erano iniziati settimane fa a seguito di un video pubblicato da uno YouTuber che dimostrava un agghiacciante sistema di frode degli immigrati somali, che, arrivati dagli anni Novanta, costituiscono un’enorme base di voto in grado di eleggere sindaci, governatori e che ha pure un suo rappresentante al Congresso, l’ultra-progressista Ilhan Omar, accusata da vari, tra cui Trump, di aver sposato suo fratello per dare lui la cittadinanza statunitense.
Lo Stato del Minnesota cinque anni fa fu teatro dei primi moti per la morte del criminale drogato afroamericano George Floyd, moti che divamparono poi in tutto il Paese. Questa volta, dopo la morte della lesbica Good, il contagio non pare essere riuscire a partire.
L’Intelligenza Artificiale potrebbe spazzare via la metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi di livello base, almeno stando alle previsioni del cofondatore di Anthropic, Dario Amodei.
Parlando con Axios, Amodei ha affermato che il tipo di Intelligenza Artificiale che la sua azienda sta sviluppando avrà la capacità di scatenare «possibilità inimmaginabili» nel mondo, sia positive che negative.
Amodei prevede che la crisi del lavoro si svilupperà in quattro fasi. In primo luogo, aziende come OpenAI, Google e Anthropic lavoreranno per sviluppare modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) in grado di «raggiungere e superare le prestazioni umane con un numero sempre maggiore di compiti».
Mentre ciò accade, il governo non farà nulla per «regolamentare l’IA» o avvertire l’opinione pubblica del suo potenziale. Il lavoratore medio, «ignaro del crescente potere dell’IA e della sua minaccia per il posto di lavoro», non ha idea di cosa stia succedendo.
D’improvviso, «quasi da un giorno all’altro», le aziende cambiano idea e sostituiscono in massa gli esseri umani con gli LLM. «Il pubblico se ne accorge solo quando è troppo tardi», ha dichiarato Amodei ad Axios.
Per ribadire il suo punto di vista, l’amministratore delegato ha avanzato alcune ipotesi sconcertanti, come un mondo in cui «il cancro è curato, l’economia cresce del 10% all’anno, il bilancio è in pareggio e il 20% delle persone non ha un lavoro».
«Noi, in quanto produttori di questa tecnologia, abbiamo il dovere e l’obbligo di essere onesti su ciò che ci aspetta. Non credo che la gente se ne renda conto», ha sbottato Amodei.
Vale la pena chiedersi perché – se il magnate della tecnologia crede davvero in ciò che dice – non abbandoni del tutto Anthropic e non dedichi tempo e risorse a combattere quella che definisce una terrificante minaccia per l’economia. Invece di sostenere che i benefici di un LLM rivoluzionario superano i rischi, Amodei afferma che i critici dovrebbero considerare «cosa succederebbe se avesse ragione».
Tuttavia andando un po’ più a fondo rispetto all’entusiasmo per l’intelligenza artificiale di Anthropic, è difficile immaginare un mondo in cui la visione del magnate dia i suoi frutti. Appare evidente che secondo i loro stessi parametri di riferimento, le aziende stanno teoricamente sviluppando modelli LLM «migliori» con il passare del tempo. Ma questi modelli più recenti sono anche sempre più inclini ad errori, scrive Futurism.
Mentre Amodei, che ha un interesse finanziario e politico nel vendere la narrativa di un futuro di AI onnipotente, potrebbe pensare che gli LLM a livello umano siano dietro l’angolo, la maggior parte dei ricercatori informatici più seri non è d’accordo. Semmai, sono i pezzi grossi dell’industria tecnologica come Amodei – non la Cina o il lavoratore comune – a spingere i regolatori all’inazione, proponendo scenari da incubo come questo. Convinti del pericolo mortale rappresentato dall’intelligenza artificiale, i legislatori statunitensi sono stati fin troppo ansiosi di concedere alle aziende tecnologiche il potere di autoregolamentarsi.
E molti lavoratori, contrariamente al proselitismo di costui, sono in parte consapevoli delle minacce che l’industria dell’intelligenza artificiale rappresenta. La percezione del CEO è significativa, poiché l’ansia da automazione è maggiormente avvertita dalle popolazioni vulnerabili che già subiscono discriminazioni nei livelli più bassi del mercato del lavoro.
Come già evidenziato da Renovatio 21, l’inserimento dell’Intelligenza Artificiale in vari aspetti del mondo del lavoro atte a facilitare alcune mansioni, non ha sempre avuto un riscontro positivo.
La contrapposizione di idee e di prospettive di visione futura in questo ambito sono alquanto nebulose. Ricordiamo che secondo un bollettino di ricerca pubblicato dalla Banca Centrale Europea, l’adozione diffusa dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie correlate ha portato ad un aumento dei posti di lavoro umani, ma ad una diminuzione dei salari, come già scritto sul nostro giornale.
Un rapporto recentemente pubblicato dal senatore americano socialista Bernie Sanders evidenzia che l’Intelligenza Artificiale e le tecnologie di automazione rappresentano una minaccia per circa 100 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti nei prossimi dieci anni. Questa previsione sottolinea che i disagi colpiranno in modo trasversale sia le professioni impiegatizie sia quelle manuali.
Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole. L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.
L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile FabioCiciliano ha presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al rischio idrogeologico.
Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione depressionaria proveniente dal NordAfrica che porterebbe verso l’Italia delle correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di Lipari RiccardoGullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la chiusura di alcune strade litoranee.
In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado, sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.
In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro. Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”. Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte fino ai 3,2 metri.
“Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 Guerre IN PIÙ, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, sebbene questa sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è giusto e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti, solo che un’imbarcazione è sbarcata lì centinaia di anni fa, ma anche noi abbiamo avuto imbarcazioni che sono sbarcate lì. Ho fatto più per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione, e ora la Nato dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non è sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie! Presidente DJT”. Ovvero Donald John Trump. Si tratta della lettera che il presidente degli Stati Uniti ha scritto al al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Støre, rivelata da Sky News. Trump accusa Oslo, dove ha sede il comitato del Nobel, di non avergli consegnato il riconoscimento attribuito a Corina Machado, esponente dell’opposizione venezuelana che a sua volta, nei giorni scorsi, ha deciso poi di darlo proprio al capo della Casa Bianca, nella speranza di un ruolo di primo piano (che pare non arriverà) nella transizione post-Maduro. Visto che il premio non è arrivato, dice Trump a Støre, allora gli Stati Uniti hanno tutte le ragioni per focalizzarsi sul possesso della Groenlandia, il territorio semi-autonomo danese su cui da mesi Trump insiste affinché sia controllato proprio da Washington. Alla lettera ha risposto direttamente il premier norvegese. “La posizione della Norvegia sulla Groenlandia è chiara: la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e la Norvegia sostiene pienamente il Regno di Danimarca su questo tema”, ha dichiarato Støre. “Per quanto riguarda il Nobel – ha aggiunto – ho spiegato chiaramente, anche al presidente Trump, che il premio viene attribuito da un Comitato del Nobel indipendente e non dal governo norvegese”.
“Vorrei ringraziare il grande conduttore di Report e ricordargli che mi chiamo Luca Barbareschi. Lui fa fatica a dirlo, gli costerebbe poco dire che dopo il suo programma c’è il nostro”, aveva tuonato il conduttore di “Allegro ma non troppo“ attaccando apertamente Sigfrido Ranucci. Una disputa a distanza continuata sette giorni dopo con la replica del giornalista alla sfuriata dell’ex parlamentare, deputato dal 2008 al 2013 in quota centrodestra.
In chiusura di puntata, con un blocco lungo dieci minuti, Ranucci ha ricordato che Barbareschi “si era lamentato che non l’avevamo lanciato. E fin qui è legittimo e gli chiedo anche scusa. Il problema è che poi si è lasciato anche andare ad un commento sopra le righe“. E il commento dell’attore era stato questo: “Il suo consulente commerciale è quello che mi sta spiando da due anni, l’ho letto sui giornali, per questo verrà querelato. Watch out baby. Stai attento!”.
Parole a cui il conduttore di “Report” ha replicato in modo chiaro e netto: “Questo non è vero. L’errore in buona fede di Barbareschi nasce dal fatto che si è documentato sui giornali sbagliati, quelli del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo), che hanno orchestrato una campagna di fango nei confronti di Report e del sottoscritto, strumentalizzando una disavventura che è capitata al nostro Bellavia”.
Bellavia, consulente di Report e per anni di diverse Procure, è stato vittima di furto delle sue carte e del suo materiale che, precisa Ranucci, “non ha nulla di segreto”. Tra le inchieste sottratte risulta anche il nome di Barbareschi per una vicenda del 2022, puntata in cui “Report” aveva intervistato proprio l’attore: “Vorrei tranquillizzare Luca Barbareschi: nessuno l’ha spiato, in quelle carte non c’è nulla di eversivo, se non la lettura dei bilanci dell’Eliseo, teatro tra i più importanti d’Italia, di cui lui è proprietario. Ce ne eravamo occupati nel 2022, lo ricorderà perché ci aveva anche minacciato già allora di una querela“.
Ranucci ha trasmesso nuovamente l’inchiesta che si era soffermata sui 13 milioni di euro che l’Eliseo aveva ottenuto in cinque anni come finanziamenti pubblici e soprattutto su “un emendamento bipartisan con cui il Parlamento nel 2017 aveva finanziato per 8 milioni di euro il centenario dell’Eliseo, centenario già festeggiato nel 2000”. Da qui la stoccata finale del padrone di casa: “Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura che glieli ha anche chiesti però Barbareschi si è rifiutato e ha aperto l’ennesimo procedimento questa volta in sede civile. Ora Allegro Ma Non Troppo può cominciare”.
“Ora Barbareschi dovrebbe restituire quegli 8 milioni di euro al Ministero della Cultura, che glieli ha anche chiesti, però Barbareschi si è rifiutato e ha aperto l’ennesimo procedimento, questa volta in sede civile. Ora Allegro ma non troppo può cominciare”
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La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento.
Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” – dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli Usa, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio diarmamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”.
Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale.
Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione.
Per certi versi è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse.
Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza.
Cristiano Ronaldo ha vinto. Non è una novità, visto il talento e l’ossessione del portoghese. Ma questa volta il successo arriva – o meglio si ripete – nell’aula di un tribunale. Il giudice GianLuca Robaldo del tribunale del lavoro di Torino ha infatti emesso una sentenza che respinge l’appello presentato dalla società Juventus per il caso riguardante il lodo stipendi risalente ai tempi del Covid. E così, i 9,8 milioni – che con gli interessi diventano circa 11 – decisi dall’arbitrato del 2024 rimarranno nelle pingui casse del campione di Madeira.
La Juventus dovrà provvedere anche al pagamento delle spese processuali, ma il processo e la sentenza non avranno impatto diretto nei bilanci presenti e futuri del club bianconero. Come riporta la Gazzetta dello Sport, infatti, la cifra in questione era già stata versata e immagazzinata nel bilancio 2023-24.
Il caso degli stipendi della Juventus fu portato alla luce nell’inchiesta Prisma – la stessa che portò alla famosa penalizzazione di 10 punti nel 2023 – e riguarda una manovra compiuta dal club nella stagione 2020-21. All’interno della stessa era emersa una carta, la “carta Ronaldo“, che presentava un accordo per il pagamento posticipato di 19,5 milioni di euro lordi di stipendio. La cifra riguardava il debito residuo dell’ingaggio del numero 7 ed era antecedente al suo trasferimento in Inghilterra. Secondo gli inquirenti, questo debito non sarebbe allora mai stato iscritto a bilancio e rientrerebbe nella presunta rinuncia fittizia agli stipendi da parte di alcuni giocatori.
Nella carta si parlava di un premio integrativo da consegnare a Ronaldo entro il 31 luglio 2021. Era previsto anche un “incentivo all’esodo” da liquidare qualora un trasferimento – poi avvenuto a fine agosto, al Manchester United – avesse impedito il verificarsi delle condizioni. Il documento fu trovato nel marzo del 2022 in una perquisizione nello studio legale dell’avvocato Restano, compiuta dai procuratori e dalla GdF. Nella Carta vi era la firma dell’ex Cfo del club torinese Fabio Paratici (dal prossimo 4 febbraio nuovo direttore generale della Fiorentina) ma non quella del calciatore. Nonostante alcune chat intercettate di alcuni dirigenti della Juventus che confermavano la firma del calciatore, la sigla non è mai stata riscontrata e per questo motivo la questione era stata affrontata tramite arbitrariato. Gli arbitri Gianroberto Villa, Roberto Sacchi e Leandro Cantamessa stabilirono nell’aprile del 2024 il pagamento di 9.774.166,66 euro più interessi, riconoscendo un concorso di colpa tra le parti. Sentenza confermata.
Al via oggi 19 gennaio a Londra il processo che vede il principe Harry contro l’editore del Daily Mail. Presso l’aula 76 dell’Alta Corte, il secondogenito di re Carlo, che è tornato a “casa”, affronta la causa da lui stesso intentata assieme a molti altri personaggi noti. In prima fila anche Elton John e suo marito David Furnish, Liz Hurley e Sadie Frost, Doreen Lawrence, la baronessa laburista il cui figlio Stephen è stato assassinato in un attacco razzista e l’ex politico Simon Hughes, un tempo candidato alla guida dei Liberal Democratici.
Il loro avversario è l’Associated Newspapers, l’editore del quotidiano più venduto della Gran Bretagna, il cui ex direttore, Paul Dacre, dovrebbe testimoniare. Le accuse contro il Daily Mail e il suo compagno di scuderia, il Mail on Sunday, sono gravi. Harry e gli altri ricorrenti sostengono che, oltre ad aver intercettato messaggi vocali, il Daily Mail e il Mail on Sunday hanno anche intercettato linee telefoniche fisse, hanno corrotto agenti di polizia, rubato cartelle cliniche e persino installato microspie nelle case delle celebrità.
L’Associated Newspapers ha descritto le affermazioni dei ricorrenti come “assurde” e un “affronto ai giornalisti che lavorano sodo, la cui reputazione e integrità vengono ingiustamente calunniate”. La rabbia di Harry nei confronti della stampa è radicata – ricorda il Guardian – Sua madre, Diana, principessa del Galles, morì in un incidente stradale nel 1997 mentre era inseguita dai paparazzi a Parigi. Più di recente, ha criticato il trattamento riservato alla moglie, Meghan, duchessa del Sussex. Nel 2021, un giudice ha stabilito che il Mail on Sunday aveva violato la privacy della duchessa pubblicando un estratto di una lettera che aveva scritto al padre separato, Thomas Markle.
Si prevede che lo scontro tra il principe e il Daily Mail, che dovrebbe costare 38 milioni di sterline (quasi 44 milioni di euro) se si considerano le spese legali di entrambe le parti, sarà duramente contestato in tribunale. Il caso, che sarà discusso in tribunale nelle prossime nove settimane, probabilmente metterà sotto i riflettori un cast di personaggi con un passato complicato. Nessun appuntamento previsto né incontro di Harry col padre Re Carlo.
La decisione del principe di affrontare i tabloid non è stata priva di costi personali e finanziari. Per lui si tratta di una questione di principio, che potrebbe aver contribuito alla rottura del suo rapporto con la famiglia reale. Nella sua biografia “Spare”, Harry ha ricordato che il suo rapporto con il padre, re Carlo, e il fratello, il principe William, era diventato teso a causa di quella che lui considerava la loro incapacità di denunciare presunti illeciti da parte dei giornalisti. Nel 2019, dopo una conversazione con l’avvocato David Sherborne durante una vacanza nella villa di Elton John in Francia, il principe si convinse che i giornali avrebbero dovuto rispondere in tribunale del trattamento riservatogli in passato.
Nel 2023, Harry è diventato il primo membro della famiglia reale a testimoniare in tribunale in oltre 130 anni, in una causa per violazione della privacy intentata da lui e altri contro l’editore del Mirror. Il giudice ha stabilito che il giornale aveva hackerato il suo telefono “in misura modesta”, dalla fine del 2003 al 2009, e gli ha riconosciuto un risarcimento di 140.600 sterline (circa 162.000 euro). L’anno scorso, la sua richiesta di risarcimento danni per violazione della privacy contro l’editore del Sun e dell’ormai defunto News of the World è stata risolta in tribunale per una somma non rivelata, a quanto pare pari a circa 10 milioni di sterline (11.500.000 euro).
L’editore si è scusato con Harry per l’intercettazione telefonica del News of the World e per la grave intrusione nella sua vita privata da parte del Sun, compresi “incidenti di attività illegali commessi da investigatori privati che lavorano per il Sun”.
Un pezzo di rotaia saltato via, all’altezza di una saldatura tra due tratti di binario, potrebbe spiegare la dinamica del disastro ferroviario di Adamuz, in Andalusia, nel quale si contano decine di morti. A causare il deragliamento di un treno di Iryo, compagnia ferroviaria partecipata da FS International, che ha provocato a sua volta la fuoriuscita dai binari di un convoglio di Renfe, l’operatore statale spagnolo, sarebbe stata la rottura di una saldatura di due rotaie.
C’è una frame di un video diffuso dalla Guardia Civil a testimoniare un vuoto di circa una trentina di centimetri dell’infrastruttura. È lì che il convoglio Alta Velocità di Iryo, un treno con quattro anni di anzianità e revisionato solo pochi giorni fa, è uscito dalla rotaia. Tre vagoni – dal sesto all’ottavo – sono deragliati finendo nella “corsia” opposta dove, venti secondi dopo, è arrivato il treno di Renfe provocando un devastante impatto a 200 chilometri orari.
A quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, la saldatura tra due pezzi di binario sarebbe saltata: il passaggio delle prime carrozze dell’Iryo – sulle ruote ci sarebbero dei segni – avrebbe allargato lo spazio fino a quando l’ottava non ha più avuto un “appoggio”, deragliando e portando con sé anche la sesta e la settima. Una dinamica che – per certi versi – ricorda quella dell’incidente di Pioltello.
Quel vuoto di circa 30 centimetri tra i binari rappresenta il “punto zero” dal quale è partita l’inchiesta degli investigatori spagnoli. Se l’innesco dell’incidente verrà confermato bisognerà poi procedere a ritroso, anche perché in quel tratto negli scorsi mesi erano stati eseguiti lavori. L’inchiesta dovrà accertare, nel caso, se avevano interessato la posa dei binari, soggetti a variazioni di “tiro” al cambio delle temperature, e se le saldature erano state controllate con gli ultrasuoni.
Negli ultimi mesi in quella zona erano stati segnalati diversi disguidi che avevano costretto il gestore dell’infrastruttura Adif, cioè il corrispettivo spagnolo di Rfi, a rallentare la marcia dei treni. L’ultimo risaliva al 23 dicembre, quando Adif aveva spiegato che tra Adamuz e Cordova c’era stato un “guasto a uno degli scambi”. Tutto ciò nonostante, come detto dal ministro dei Trasporti Oscar Puente, la linea fosse stata interessata da lavori a maggio con un investimento da 700 milioni di euro. Un mese dopo, il Partito Popolare aveva presentato un’interrogazione per chiedere chiarimenti riguardo ai guasti in quel tratto lungo la linea dell’Alta Velocità. Non solo: sui social circola una lettera dell’8 agosto firmata dal sindacato dei macchinisti Semaf.
Si dicono preoccupati le “vibrazioni” lungo quattro tratte dell’Alta Velocità, compreso la Madrid-Siviglia-Malaga, cioè quella del deragliamento parlando di una “degradazione profonda e veloce del materiale rotabile” a causa dell’alto numero di treni di passaggio. E aggiungevano: “I nostri colleghi di diverse compagnie ferroviarie lo hanno segnalato al Responsabile della circolazione di Adif, senza ottenere alcuna misura” per ridurre i rischi. Al momento, ovviamente, è prematuro collegare in via diretta l’allarme dei macchinisti alla causa dell’incidente. Ma la segnalazione di agosto dimostra come quella tratta fosse già stata oggetto di discussioni tra Adif, l’Agenzia per la sicurezza ferroviaria spagnola e i lavoratori.
“Nessunatleta è mai sicuro al 100% nel nostro sport di partecipare ai Giochi finché non è al cancelletto di partenza, tuttora non sono sicura. A dicembre ho rimesso gli sci da turismo. Poi quando ho messo quelli da gigante è stato un disastro. Nella seconda metà del mese ho iniziato a vedere un po’ di luce, è stata veramente tosta“, ha proseguito Brignone poi introducendo il discorso Milano-Cortina. “Dipende molto da come andrà domani a livello di dolore e sensazioni. Mi sposterò poi a Cortina per allenarmi un po’ di più sulla velocità. Dopo i due giorni a Dobbiaco ho deciso di iscrivermi qua. Finora i miei programmi sono stati sempresettimanali, non a lungo termine. Non possiamo fare altrimenti. Non ho mai fatto finora salti e dossi“.
La gara altoatesina vedrà al via per l’Italia anche SofiaGoggia, Lara Della Mea, Asja Zenere, Ilaria Ghisalberti, Giorgia Collomb, Ambra Pomarè, Alice Pazzaglia e Anna Tocker. La prima manche sulla pista Erta è in programma martedì alle 10.30, la seconda alle 13.30. “Ho solo 10 giorni all’attivo tra i pali, pochi. In Val di Fassa ho lavorato sulla velocità. Ho fatto un programma diverso dal solito. Il gigante è la prova in cui sento più dolore anche se è la gara che mi viene meglio, sulla velocità sento meno dolore. Finora ogni giorno è come se fosse un test, non ho svolto una vera preparazione. Domani voglio tornare a gareggiare, ma non ho paura di non ottenere un risultato“, ha concluso la sciatrice azzurra.
Settimana ricca di vittorie e podi per gli sport invernali azzurri. Agli Europei di short track e pattinaggiodi figura l’Italia ha conquistato 11 medaglie, a cui si aggiungono 13 podi nei circuiti di Coppa del Mondo. Per un totale di 24 che migliora il primato stagionale di 20 stabilito nella seconda settimana di dicembre, ma che non deve illudere, in quanto sia agli Europei di short track sia a quelli di pattinaggio di figura, per ovvie ragioni, mancavano alcuni atleti di calibromondiale. Rimane, però, un ottimo bilancio, a meno di tre settimane dall’inizio dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026.
Short track
Agli Europei di short track di Tilburg (Paesi Bassi) gli azzurri hanno vinto ottomedaglie, di cui due ori. AriannaFontana si è imposta nei 1.500 metri, archiviando il 15esimo titolo continentale della carriera, con bronzo per AriannaSighel. L’altro oro è stato vinto dalla staffetta maschile di PietroSighel, ThomasNadalini, Luca Spechenhauser e AndreaCassinelli, che in finale hanno regolato gli olandesi. Una doppia medaglia è arrivata anche nei 1.000 metri maschili, con Spechenhauser argento e Nadalini bronzo. Quest’ultimo è arrivato terzo pure nei 1.500 metri. Piazzamento ottenuto anche da Elisa Confortola nei 1.000 metri. Infine, nella staffetta femminile l’Italia di Martina Valcepina, ChiaraBetti, Fontana e Confortola si è presa l’argento, cedendo solo ai Paesi Bassi.
Sci alpino
Il weekend delle prime volte dello sci alpino azzurro è iniziato venerdì con il trionfo di Giovanni Franzoni nel super G di Wengen (Svizzera). Il gardenese ha conquistato il primo successo in carriera e il primo del settore maschile in questo inverno, riportando l’Italia sul gradino più alto del podio nel mitico tracciato svizzero dopo 13anni. Vittoria che poi ha condito con il terzo posto in discesa, con DominikParis, sesto a soli sei centesimi da lui. Prima volta anche per NicolDelago, che a Tarvisio ha vinto la discesa femminile, con sesta Laura Pirovano e decima Nadia Delago. Nel super G la miglior azzurra è stata SofiaGoggia, sesta. Intanto, la piacevole novità riguarda FedericaBrignone, che è iscritta al gigante di Kronplatz e tornerà in Coppa del Mondo 292 giorni dopo il terribile infortunio.
Snowboard
Lo snowboard alpino ha vissuto due tappe di Coppa del Mondo. Nella prima a Bad Gastein (Austria), l’Italia ha vinto sia al maschile che al femminile. Nello slalom parallelo, specialità non olimpica, si sono imposti Maurizio Bormolini e LuciaDalmasso. Quest’ultima si è ripetuta il giorno dopo con AaronMarch, trionfando nella prova a squadre. Gara in cui Gabriel Messner e JasminCoratti hanno chiuso terzi. Nel weekend, a Bansko (Bulgaria), Elisa Caffont ha conquistato il secondo successo stagionale e della carriera, imponendosi nel gigante parallelo, con quarta Dalmasso. Nello snowboard cross, in scena a Dongbeiya (Cina), Lorenzo Sommariva è arrivato quarto, con sesto FilippoFerrari; mentre al femminile Michela Moioli aveva chiuso quinta, ma è stata retrocessa all’ottavo posto dalla giuria per un contatto con la ceca Eva Adamczykova.
Pattinaggio di figura
Agli Europei di pattinaggio di figura di Sheffield (Gran Bretagna) l’Italia ha conquistato tre medaglie. Nella danza a coppie Charlène Guignard e Marco Fabbri hanno vinto l’argento, piazzando il primato stagionale sia nella rhythm dance sia nella routine libera. Nel singolo maschile anche Matteo Rizzo si è preso l’argento, grazie a un programma libero praticamente perfetto, con cui ha recuperato due posizioni rispetto al corto. Bronzo, invece, per Lara Naki Gutmann nella gara femminile, che ha riportato l’Italia sul podio europeo otto anni dopo Carolina Kostner.
Biathlon
Dopo 34 anni, l’Italia è tornata in testa alla classifica generale nel biathlon maschile. Merito di Tommaso Giacomel che, dopo le tre vittorie consecutive tra Le Grand Bornard e Oberhof, ha trovato il quarto podio di fila a Ruhpolding (Germania). L’azzurro, nonostante un errore al poligono, ha chiuso secondo la sprint e nell’inseguimento ha visto svanire la top-3 nel rettilineo finale, dove è stato superato da due rivali piazzandosi quinto. In classifica, Giacomel ha un vantaggio di 82 punti sul francese EricPerrot.
Due podi sono arrivati anche al femminile, con Lisa Vittozzi terza nella sprint e con la staffetta seconda, a un soffio dal successo. Le azzurre dopo una prova di squadra praticamente perfetta hanno visto svanire la vittoria nel rettilineo finale, complice la rimonta della norvegese Maren Kirkeeide su Vittozzi.
Sci di fondo
Nella sprint in pattinato di Oberhof (Germania) FedericoPellegrino ha accarezzato la vittoria. In assenza di JohannesKlaebo, il valdostano è arrivato secondo dietro all’altro norvegese LarsHeggen, abile a chiudere la porta all’azzurro nell’ultima curva. Molto bene anche Iris De Martin Pinter, che al femminile ha chiuso sesta con rimpianti, visto che in finale è caduta quando si trovava in terza piazza. L’azzurra, però, ha riportato l’Italia in finale in una sprint dopo oltre cinque anni. Ha mancato il primo podio per soli 3”, invece, EliaBarp, che nella 10km con partenza intervalli in classico è arrivato quarto, con Pellegrino ottavo e Davide Graz decimo.
Sci alpinismo
A Courchevel (Francia), nel secondo appuntamento stagionale dello sci alpinismo Giulia Murada si è confermata sul podio nella sprint, specialità che sarà olimpica a Bormio. Un terzo posto pesante perché arrivato con tutte le avversarie presenti, a differenza di dicembre, quando chiuse seconda a Solitude (Usa), nella prima tappa di Coppa del Mondo. La valtellinese, poi, è arrivata quinta nel Vertical, davanti ad Alba De Silvestro.
Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola.
Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti.
Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale.
Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo?
Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali.
Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo.
Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei.
Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi.
Sono emersi nuovi dettagli sullo scioccante arresto. L’attore avrebbe colpito a pugni un autista Uber diverse volte e avrebbe cercato di strangolarlo, secondo quanto riferito domenica 18 gennaio da fonti delle forze dell’ordine ad ABC News, citando le accuse dell’autista.
L’emittente ha anche riferito che “l’autista non ha riportato ferite tali da richiedere cure mediche”. Secondo fonti delle forze dell’ordine, l’autista ha dichiarato alla polizia di essere fuggito dal veicolo per allontanarsi da Sutherland. I presenti avrebbero anche affermato che Sutherland sembrava essere sotto l’effetto di sostanze stupefacenti durante la violenta colluttazione e che l’autista Uber avrebbe chiamato il 911 mentre cercava di scappare.
Secondo alcune fonti di ABC News, l’autista aveva una telecamerina nella sua auto che potrebbe aver ripreso parte del presunto incidente. Sebbene Sutherland non sia stato incriminato, l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Los Angeles avrebbe riferito ad ABC News che l’attore potrebbe essere incriminato il mese prossimo, in seguito a un’udienza in tribunale.
Sutherland è stato arrestato con l’accusa di minacce criminali e, secondo i registri del carcere, ha pagato una cauzione di 50.000 dollari e il suo pagamento in tribunale è previsto per il 2 febbraio. I nuovi dettagli sull’arresto di Sutherland arrivano in seguito alle segnalazioni secondo cui l’attore avrebbe minacciato di “uccidere” l’autista del servizio di ride-sharing perché si era rifiutato di accostare e di farlo scendere dall’auto.
Il rotocalco del Tg3 con spazi quotidiani dedicati ai consumatori, alla salute dell'agricoltura, al costume, all'economia, al mondo femminile ed alla cultura.
Diete di tutti i tipi o l'attività fisica sempre più diffusa a tutte le età e rilanciata dai social sembrano inchinarsi al miraggio della perdita di peso senza fatica: i nuovi farmaci anti-obesità. Si chiamano analoghi sintetici del Glp-1, stanno vivendo un vero e proprio boom di consumi e sono...
Rimane in carcere Mohammad Hannoun, 63 anni, in Italia dal 1983, accusato di aver finanziato Hamas attraverso le raccolte fondi della sua Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese
Dopo le tensioni con il Pd, il sindaco punta a completare il giro di incarichi e a nominare l’assessore alla Sicurezza. “Più problemi dentro che con l’opposizione, ma è normale per chi amministra”
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L’Europa corre verso la transizione verde; lo fa appoggiandosi sempre più a tecnologie, componenti e capitali che però non controlla pienamente. Così, la Cina è entrata nelle reti, nei dispositivi e nei nodi decisionali del sistema energetico europeo. Prima come spettatore, poi come attore strutturale.
A fare chiarezza, analizzando lo stato dell’arte della transizione energetica europea, è l’Union Institute for Security Studies, secondo il quale Pechino, da fornitore competitivo della transizione verde, è oggi un attore in grado di generare dipendenze strategiche potenzialmente weaponizzabili.
Produrre dipendenza
La prima direttrice della penetrazione cinese è quella industriale. Nel fotovoltaico, la Cina domina l’intera catena del valore, dai wafer ai pannelli. Solamente nel 2024, la nuova capacità solare installata a livello globale ha sfiorato i 600 gigawatt, una cifra che supera di gran lunga l’intera capacità europea a gas. Una scala produttiva che consente a Pechino di orientare prezzi, standard tecnologici e tempi della transizione.
Lo stesso schema si ripete nell’eolico, nell’idrogeno verde e nei carburanti sostenibili per l’aviazione. Settori in cui l’Europa era partita in vantaggio e che oggi rischiano di seguire la traiettoria già vista nel solare. Leadership sì, ma è nelle fasi iniziali, poi seguita da un sorpasso cinese basato su integrazione verticale, politiche industriali aggressive e costi energetici inferiori.
La seconda direttrice è finanziaria e infrastrutturale. Negli ultimi anni, aziende statali cinesi hanno acquisito partecipazioni rilevanti in diversi operatori di rete europei. Anche dove nuovi ingressi sono stati bloccati per ragioni di sicurezza nazionale, il “legacy effect” resta grazie alla presenza nei consigli di amministrazione, all’accesso a informazioni sensibili e all’influenza sulle decisioni strategiche, proprio mentre Bruxelles prepara investimenti miliardari per l’ammodernamento delle reti.
La terza direttrice, forse la più delicata, riguarda poi i dispositivi connessi. In particolare, gli inverter solari, dominati da produttori cinesi. Secondo l’Euiss, qui il rischio va oltre la semplice dipendenza industriale e riguarda la cybersicurezza del sistema elettrico. Le preoccupazioni emerse nel 2025 su possibili componenti di comunicazione occulta hanno riacceso un dibattito che ricorda da vicino quello già visto sulle reti 5G.
Il punto
Il punto è la combinazione di fattori. Dipendenza tecnologica, obblighi legali delle aziende cinesi verso lo Stato e crescente sovrapposizione tra infrastrutture civili ed esigenze militari. In un contesto globale segnato dalla guerra in Ucraina e dall’uso geopolitico delle interdipendenze economiche, l’insieme dei fattori rende il rischio sistemico, che richiede a Bruxelles nuove strategie di de-risking. Un punto politico, energetico, che riguarda strettamente la sicurezza nazionale degli Stati membri, che dovranno conciliare transizione energetica e sicurezza strategica, mentre Pechino tiene nelle mani gli interruttori dell’energia europea, rimanendo dentro la rete e progettando modi per continuare ad espandersi ancora.
Rimpasto nel regime chavista. La nuova leader, Delcy Rodriguez, ha deciso la rimozione di alcuni personaggi chiave del gabinetto, tra cui l’imprenditore colombiano, Alex Saab, fino a pochi giorni fa ministro dell’Industria e Produzione Nazionale. Saab è considerato dal Dipartimento del Tesoro americano il prestanome di Nicolas Maduro e su di lui pendono diverse condanne per riciclaggio ed evasione fiscale.
Saab sarebbe l’uomo finanziario più attivo del regime. È accusato di essere la mente dietro gli affari che usavano come facciata la vendita di cibo dei programmi alimentari di sussidi chiamati Clap, lo scambio di petrolio per mais e acqua e il movimento di navi petrolifere per evadere le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Per questi e altri reati è stato arrestato a giugno del 2020 a Capo Verde, quando era in attesa di un aereo privato che l’avrebbe portato in Iran. Nel 2021 si è presentato davanti ad un tribunale a Miami, ma non è stato condannato perché due anni dopo ha fatto parte di uno scambio di prigionieri negoziato tra il regime di Maduro e il governo americano nell’ambito di uno dei tanti tavoli di negoziati con l’opposizione venezuelana.
Il ritorno di Saab in Venezuela è stato molto pubblicizzato. Per il regime, è uno degli “eroi sequestrati” dell’impero nordamericano. Rientrato in Venezuela è stato messo alla guida del ministero dell’Industria e della Produzione Nazionale e di tutte le importazioni e le esportazioni del Venezuela al fronte del Centro Internazionale di Investimenti Produttivi.
Ma con l’intervento del governo di Donald Trump la favola eroica di Saab sembra essere all’epilogo. Delcy Rodriguez ha detto che l’imprenditore avrà nuove responsabilità nel suo governo, ma non ha fornito dettagli. Al suo posto è stato nominato il militare di basso profilo, Luis Antonio Villegas Ramírez.
Saab è rimasto in silenzio queste settimane dopo l’arresto di Maduro. La sua situazione davanti alla giustizia potrebbe complicarsi, anche se sarebbe protetto dall’accordo di indulto sottoscritto da Biden. Alcuni fonti sostengono che la gestione di Saab per riattivare circa 300 aziende, grazie ad accordi tra pubblico e privato, e l’arrivo di investitori internazionali, lo mette in buona luce davanti all’amministrazione Trump.
Resta invece, per ora, come viceministra per la Comunicazione internazionale la moglie romana Camilla Fabri. L’ex modella ed ex commessa è molto attiva sui social anche a favore della liberazione del suo presidente Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores. Un paio di settimane fa, Fabri e Saab hanno patteggiato pene di un anno e due mesi e un anno e sette mesi per riciclaggio.
La coppia era accusata di avere organizzato e diretto “un’associazione allo scopo di schermare, attraverso l’utilizzo di prestanome, le numerose società estere gestite da Alex Naim, o comunque a costui riconducibili, e di trasferire sui conti correnti di tali società e dai conti correnti di tali società, in modo da rendere difficile l’identificazione, le enormi somme di denaro provento dei delitti di corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici e riciclaggio commessi da Saab Moran Alex Naim in territorio estero”. Nell’inchiesta della Procura di Roma c’è un appartamento in via Condotti e numerosi quadri (qui l’articolo di Formiche.net) che però ha portato ad una rete di riciclaggio tra Dubai, Mosca, Caracas e Roma.
Provaci ancora, Stan. In fondo 40 anni cosa vuoi che siano. Ieri Venus Williams, la pantera nera, copyright Gianni Clerici, ha rischiato di vincere alla folle età di quarantaquattro anni. […]
Bruce Springsteen mentre era ospite ospite all’evento di beneficenza per malati di Parkinson Light of the Dayal Count Basie Theater a Red Bank, nel New Jersey, il 17 gennaio, ha criticato duramente l’amministrazione Trump. Nel mirino il dispiegamento dell’Ice a Minneapolis e per l’uccisione di Renee Good, alla quale ha dedicato durante lo spettacolo la sua canzone “The Promised Land”, scritta nel 1978.
“Ho scritto questa canzone come un’ode al senso di possibilità americano, per il Paese meraviglioso ma imperfetto che siamo e per il Paese che possiamo diventare. -. ha detto il Boss – Viviamo in tempi incredibilmente critici. Gli Stati Uniti, gli ideali e i valori che hanno rappresentato per 250 anni sono messi alla prova come mai prima in epoca moderna. Quei valori e quegli ideali non sono mai stati tanto in pericolo come lo sono adesso”.
“Gli ideali e i valori degli Stati Uniti sono messi alla prova come non mai. – ha affermato – Se siete contrari ad avere agenti con il viso coperto che invadono un città americana usando tattiche da Gestapo contro i cittadini, se credete che non si merita di essere uccisi per esercitare il proprio diritto a manifestare, allora mandate un messaggio a questo presidente e ditegli, come ha fatto il sindaco della città, di mandare via gli agenti dell’Ice”.
E ancora: “Come ha detto il sindaco della città: l’Ice deve levare le tende da Minneapolis. Questa canzone è per voi e per la memoria di Renee Good, madre di tre figli e cittadina americana”.
Il celebre cantautore non è la prima volta che critica Trump e i rapporti tra i due non sono di certo idilliaci. Durante il suo ultimo tour, che ha toccato anche lo stadio San Siro di Milano, ha attaccato il presidente Usa etichettandolo come un violento attacco alla democrazia e alla libertà di espressione. Dal canto suo il presidente americano ha risposto a muso duro insultando l’artista: “È una prugna secca, stia zitto”.
Le immagini dall’alto mostrano il disastro provocato dal deragliamento di due treni sulla linea dell’alta velocità Madrid-Andalusia, che ha provocato decine di vittime e centinaia di feriti. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz (Cordova). Nel video si vedono le squadre di emergenza e una quarantina di militari dell’Unità di protezione civile dell’Esercito mentre lavorano per estrarre i superstiti dalle lamiere.
Cumuli di neve alti anche tre metri, bambini che si lanciano in discese con lo slittino direttamente dai palazzi e video che sembrano quasi generati con l’intelligenza artificiale. La Kamchatka sta vivendo un inverno estremo: una violenta tempesta di neve ha letteralmente sommerso alcune città. Ecco alcune immagini.
C’è chi il 19 gennaio si sveglia come tutti gli altri giorni e chi invece sente addosso un peso indefinito, una stanchezza che non è solo fisica, un umore che fatica a rimettersi in moto dopo le feste. Da circa vent’anni questo malessere diffuso ha un nome mediatico: “Blue Monday”, indicato come “il giorno più triste dell’anno”. A fissarlo, nel 2005, fu Cliff Arnall, psicologo allora associato alla Cardiff University, che elaborò una formula capace di mescolare fattori come clima, debiti post-natalizi, calo della motivazione e buoni propositi già naufragati. Un dettaglio poco ricordato è che quella formula nacque su commissione di Sky Travel, un’agenzia di viaggi britannica, nell’ambito di un’operazione di marketing. Negli anni il Blue Monday è stato ampiamente contestato dalla comunità scientifica per l’assenza di basi empiriche e di validazione metodologica. Eppure, continua a tornare, puntuale, nel racconto pubblico. Forse perché, al di là dell’etichetta discutibile, intercetta un disagio reale che attraversa molte persone in alcuni periodi dell’anno e in alcune fasi della vita.
L’esperta: “Ufficializzare la tristezza normalizza il disagio”
Ma perché narrazioni così fragili continuano a funzionare e a essere interiorizzate come se descrivessero qualcosa di vero? “È un po’ l’effetto e di conseguenza il risultato delle narrazioni condivise. Il successo del Blue Monday risiede nella sua capacità di dare un nome a un’esperienza soggettiva comune – spiega Elisa Caponetti, psicologa -. La mente umana detesta l’incertezza e il vuoto; preferisce una spiegazione pseudoscientifica piuttosto che un’assenza di spiegazione. Sentirsi ‘giù’ a gennaio può far sentire soli o inadeguati. Sapere che esiste un giorno ‘ufficiale’ per la tristezza normalizza il disagio. Le persone pensano: Non sono io che non funziono, è la giornata. Chiunque, a metà gennaio, può vivere una malinconia invernale o vedere dei buoni propositi che vacillano. La formula di Arnall non fa altro che elencare stati emotivi in cui è statisticamente probabile rispecchiarsi”.
Il peso delle parole sull’umore
Dire pubblicamente che esiste “il giorno più triste dell’anno” può amplificare il disagio psichico? “Si, in questi casi gli stati d’animo e le emozioni si amplificano e autorinforzano e questo vale sia per quelli positive che per quelli negativi. È un po’ la profezia che si autodetermina. Definire oggi il Blue Monday può innescare nella mente umana un meccanismo di suggestione e focalizzazione selettiva: se mi sveglio convinto che oggi sarà una giornata psicologicamente pesante, il mio cervello cercherà attivamente conferme a questa tesi, ignorando i segnali positivi. Il rischio è di confondere una naturale fluttuazione dell’umore o una stanchezza stagionale con una condizione clinica. Alla fine, quando etichettiamo un’emozione fisiologica come la tristezza, rischiamo di non viverla più come un segnale da ascoltare, ma come un ‘guasto’ da riparare”.
Dall’etichetta alle risposte concrete
Al di là del Blue Monday, può avere senso usare questa giornata come pretesto per parlare in modo serio e non sensazionalistico di depressione, ansia, burnout e solitudine? Quali segnali dovrebbero spingerci a chiedere aiuto? “Sicuramente è importante spostare l’attenzione dal ‘giorno’ alla ‘durata’ e all’’intensità’ di questi stati d’animo. Dovremmo chiedere aiuto quando la tristezza non è più un episodio passeggero ma diventa una costante che compromette il funzionamento quotidiano. È sicuramente molto importante prestare attenzione alle sensazioni, imparando a leggere segnali specifici: la perdita di interesse per ciò che prima dava piacere, le alterazioni del ritmo sonno-veglia come insonnia o ipersonnia, cambiamenti significativi dell’appetito e, soprattutto, la tendenza a isolarsi drasticamente dal mondo esterno”.
Chiedere aiuto è normale
Suggerimenti pratici per affrontare questi cali d’umore? “Quando non siamo di fronte a una patologia ma a quei momenti di umore basso che caratterizzano le fasi di fragilità, una strategia efficace è quella dei micro-obiettivi: non guardiamo all’intera settimana, ma alla prossima ora. Portare a termine un compito piccolo e tangibile restituisce un senso di efficacia immediato.
Non sottovalutiamo poi l’aspetto biologico: il movimento fisico aiuta a regolare i livelli di serotonina e a contrastare l’apatia invernale. Parallelamente, suggerisco spesso una sorta di ‘igiene digitale’: nei giorni di malinconia, il confronto con le vite filtrate e perfette dei social può amplificare il senso di inadeguatezza. Meglio staccare il telefono e recuperare una dimensione relazionale autentica. Infine, è importante sdoganare l’idea che dallo psicologo si vada solo in emergenza. La psicoterapia è uno spazio di manutenzione del proprio benessere, utile anche solo per imparare a stare nelle proprie zone d’ombra senza esserne sommersi. Imparare a chiedere aiuto, insomma, non è un segno di resa, ma il primo passo verso una gestione consapevole e matura della propria vita emotiva”.
È attualmente in corso in Procura a Milano la testimonianza di Antonio Medugno. L’ex concorrente del Grande Fratello Vip sta rispondendo alle domande sulla denuncia presentata contro il conduttore Alfonso Signorini, indagato per violenza sessuale ed estorsione. Il modello e tiktoker viene sentito come testimone dai pm Letizia Mannella e Alessandro Gobbis. Al centro della denuncia ci sarebbero presunte avances da parte di Signorini avvenute nella primavera del 2021. Contatti che sarebbero iniziati prima telefonicamente e poi di persona. Medugno avrebbe però subito chiarito la sua posizione, interrompendo i contatti con il giornalista.
Al momento, non risultano altre denunce in Procura contro Signorini. “Non sono mai andato a letto con Signorini (…) Io in quel momento, purtroppo, mi sono fidato ciecamente del mio vecchio manager, quindi ho minimizzato ogni cosa, perché mi avevano manipolato facendomi pensare che fosse giusto così”, aveva raccontato Medugno, oggi ascoltato dai pm, come prevede la procedura del ‘codice rosso’ per chi denuncia violenze. Secondo la sua versione, avrebbe subito abusi e ricatti nell’abitazione milanese del conduttore. Dopo aver raccolto tutte le versioni e i dovuti accertamenti, gli inquirenti potranno fare le loro valutazioni sull’intera vicenda e capire pure semmai se allargare il quadro delle indagini e delle contestazioni.
Se n’è andato da lontano, nella sua America, con l’omaggio dei tifosi che alla fine gli hanno voluto davvero bene, e un regalo sul campo anche della squadra, che l’aveva fatto soffrire di recente. Con l’addio di Rocco Commisso si capiscono tante cose della Fiorentina, che prima non si potevano raccontare apertamente, per rispetto della persona e di dati medici sensibili. Le sue condizioni erano ormai note da tempo nell’ambiente, si sapeva che non sarebbe più tornato in Italia. Questo distacco è stato un fattore probabilmente decisivo nel tracollo della squadra: già dopo la morte di Joe Barone, il braccio operativo di Commisso, il club era rimasto senza la figura di riferimento a livello gestionale; la lontananza anche del proprietario, ormai impossibilitato a seguire da vicino la sua creatura, ha fatto il resto. La Fiorentina negli ultimi tempi aveva dato proprio l’impressione di essere una barca alla deriva, senza più timoniere. Magari l’affetto per il presidente scomparso contribuirà a destare la squadra, che già aveva dato segnali di risveglio nelle ultime giornate, e dare la sterzata definitiva al campionato, come si è visto anche a Bologna.
Metabolizzato il lutto, però, il difficile per la Fiorentina verrà adesso. A prescindere dalla salvezza ancora da conquistare in questa disgraziatastagione (anche se la classifica si è aggiustata non bisogna dare nulla per scontato), il futuro viola oggi è un’incognita. La Fiorentina era la passione personale di Rocco. Complicato immaginare che la famiglia possa raccoglierne l’eredità, che gli amministratori riescano a trovarle una collocazione all’interno dell’impero Mediacom. Più verosimile che il club finisca in vendita, come già avevano raccontato a più riprese indiscrezioni fin qui sempre smentite dalla proprietà (addirittura si dice fosse già stato conferito il mandato a un legale che segue la società nelle sue vicende calcistiche).
In questo senso, cruciale sarà la figura di FabioParatici, l’uomo forte di cui il club aveva bisogno da tempo. Paratici è sicuramente un managerapicale, ma è reduce dalla squalifica per il noto scandalo plusvalenze della Juve (non proprio la migliore delle referenze) e non ha fatto benissimo anche al Tottenham. A Firenze devono sperare nel suo rilancio per attraversare questa fase di transizione, in cui non è detto che la proprietà continui a garantire lo stesso apporto economico di quando c’era Commisso. Bisognerà capire le intenzioni della famiglia e, eventualmente, mettersi alla ricerca di un acquirenteserio. Operazione non banale per una squadra italiana. A maggior ragione una squadra che non ha e a questo punto non avrà mai – visto come sono andate le cose per il Franchi – uno stadio di proprietà, la prospettiva di business che più interessa gli investitori stranieri nel pallone (c’è il Viola Park, altro gioiellino creato da Commisso, ma non è la stessa cosa). A Firenze – come tutti – sognano gli arabi o lo sceicco di turno, ma è più facile che al club possano interessarsi fondi speculativi nella migliore delle ipotesi, faccendieri o opportunisti nella peggiore. Insomma non sarà così semplice trovare un nuovo patron. Soprattutto trovarne uno all’altezza di Commisso.
Perché Commisso, a suo modo, è stato un grandepresidente. I tifosi ogni tanto gli hanno riservato anche delle critiche, per qualche cessione di troppo e mercati non sempre all’altezza delle ambizioni forse un po’ esagerate della piazza. Sicuramente ha raccolto meno di quantoseminato, ma non si può dire che si sia risparmiato (recentemente La Gazzetta dello Sport aveva quantificato in circa mezzo miliardo l’investimento complessivo nel club), e comunque ha raggiunto due finali di Conference e una di Coppa Italia, è mancato giusto un trofeo che avrebbe meritato. Anche per il calcio italiano è stato una ventata, o meglio un ciclone d’aria fresca: un presidente vecchio stampo e profondamente innovativo al contempo. Ha ricordato alla Serie A i patron sanguigni, quelli che ci mettono la faccia e pure il proprio portafoglio, in un’epoca di proprietà distanti e invisibili, con sempre più squadre gestite da managerasettici, più o meno capaci. Seppur con modi non sempre ortodossi, le sue crociate contro la burocraziaitalica, i furbetti del quartierino e la politica del pallone, persino certa stampa sportiva, sono state largamente condivisibili. Commisso mancherà tanto alla Fiorentina. E un po’ anche alla Serie A.
“Poi è uscito un tema che lei mi ha tagliato: perché le grandi multinazionali possono scegliere dove pagare le tasse anche se vendono ovunque? Non sarebbero soldi che potrebbero mettere a posto tante situazioni? ‘Sta roba non la dice nessuno”, spiega il cantante a “La Repubblica“. Riservando parole positive per l’attuale leader del Partito Democratico: “Poi è arrivata la Schlein, ha cantato anche in un mio concerto. Per me merita attenzione, dice cose di sinistra, difende i posti di lavori e non i multimiliardari. Credo più in lei che non nel partito che rappresenta”.
Con “Italian starter pack” sarà in gara a “Sanremo 2026“, brano che ha lanciato con un look country: “Questa cosa confluirà nella canzone. L’idea è che siamo stati colonizzati dagli americani ben prima della Seconda guerra mondiale. Anche se poi, a ben guardare, il nostro cinema e la nostra musica li hanno influenzati. Non possiamo eliminare il colonialismo culturale: adesso è tutto globalizzato, basta guardare Stranger things o il K-pop. Abbiamo il melting pot ma restiamo pur sempre colonizzati”.
Non ci sarà con lui Dj Jad (“Con lui lavorare è sempre un piacere, ma gli Articolo 31 non sono messi da parte”) e non risponde sul rapporto e le vecchie litigate con Fedez: “Oggi una domanda su un personaggio così crea engagement, ma non voglio parlare di lui e non voglio prestarmi a questo gioco. Quello che dovevamo dire lo abbiamo detto”. Il cantante in passato ha raccontato i suoi periodi di buio tra droghe, alcol e depressione: “Dopo la fine degli Articolo 31 musicalmente ho temuto. Ci ho messo un bel po’ per riemergere nel mainstream. Avevo anche paura di essere troppo vecchio, l’età in questo mondo conta tantissimo, per la sintonia col pubblico che è giovanissimo”.
“Anche sul piano personale ero crollato. Ma in realtà la cosa più subdola è arrivata con la pandemia: pensavo di stare bene, ma in realtà ero depresso, non capivo più niente. Uso una metafora: non coglievo più il significato dei film. E avevo rotto molti rapporti. In più avevo un bambino e non sapevamo più se il mondo sarebbe tornato quello che conoscevamo. Con la droga almeno sai a chi dare la colpa. Oggi i ragazzi sono molto attenti alla salute mentale, noi eravamo abituati a non fermarci“, conclude J-Ax a Repubblica.
“Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo ‘sicuramente non è nato morto'”. Il caso di Chiara Petrolini, la ragazza di Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto i cadaveri di due suoi figli neonati, ha visto oggi una nuova importante testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Parma. La dottoressa Immacolata Blasi, ginecologa e consulente della difesa, ha dichiarato che non è possibile escludere la possibilità che la morte del primo figlio, partorito nel 2023, possa essere stata una morte endouterina fetale. Secondo la dottoressa, non si può affermare con certezza che il bambino non fosse morto nel grembo materno prima del parto.
La ginecologa ha sottolineato che, in base alle visite effettuate e alle sue osservazioni, non ci sono elementi certi che indichino un decesso post-nascita, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa. Il caso ha visto anche un altro punto di discordia tra le consulenze degli esperti. La dottoressa Blasi, che visitò Chiara Petrolini a fine agosto 2024 dopo la nascita del secondo figlio, ha fornito una ricostruzione differente da quella dell’accusa.
Durante la visita, la ginecologa osservò che “i genitali della ragazza sembravano quelli di una persona che non ha partorito”, suggerendo che il secondo feto fosse molto probabilmente piccolo e appartenesse a un bambino al di sotto del decimo percentile di peso. Questo, secondo la Blasi, comporta un maggiore rischio di sofferenza fetale, e potrebbe spiegare la difficoltà di portare il bambino a termine in maniera sana. La tesi difensiva sostiene dunque che anche il primo feto potesse essere piccolo e fragile, aumentando la probabilità di complicazioni durante la gravidanza.
Queste affermazioni contrastano con la relazione dei periti dell’accusa, Valentina Bugelli, medico legale, e Francesca Magli, antropologa forense. Nella loro relazione, i due esperti sostengono che il primo neonato, sebbene nato vivo, sarebbe stato successivamente ucciso. Gli inquirenti accusano Chiara Petrolini di aver causato la morte del bambino dopo il parto, contrariamente alla versione della giovane madre, che ha sempre sostenuto di aver trovato il bambino privo di vita e di non averlo mai visto respirare: “Ho provato a scuoterlo, non respirava e l’ho messo nel giardino”.
“Io non ero la denunciata da Valentino. E quello che è stato raccontato finora non è vero”. MarisaDelBianco rompe il silenzio sulla vicenda che coinvolge ValentinoRossi e il padre Graziano e racconta la propria versione dei fatti. Ex addetta alla sicurezza del circuito di MisanoAdriatico e vigiledelfuoco discontinua a Rimini, Del Bianco è la penultimacompagna di GrazianoRossi e ha rilasciato delle dichiarazioni in un’intervista a Il Resto del Carlino in una faida familiare che continua ad arricchirsi di nuoviprotagonisti.
Le sue dichiarazioni si inseriscono in una storia già segnata da forti contrapposizioni: dalla denuncia di ValentinoRossi contro l’attuale compagna del padre alla revocadell’amministrazione di sostegno, fino alle parole della madre Stefania Palma – che ha parlato di una fratturafamiliare nata con l’ingresso di Ambra nella vita di Graziano – e alla recente replica della stessa Arpino, che ha accusato la famiglia di averla isolata e provocata. Un mosaico di versioni che continua ad ampliarsi mentre l’inchiesta della procura di Pesaro resta aperta.
L’ex compagna precisa di non essere mai stata ascoltata dagli inquirenti, ma precisa: “Ha sempre avuto un grande amore per Valentino, Stefania ed anche per LorenaQuieti, la seconda moglie. Così come era legatissimo alla figlia Clara”. E aggiunge un episodiopersonale: “Fui io ad accompagnare Graziano quando la figlia Clara cantò al festival di Rimini. Fra l’altro molto brava”.
Alla domanda su quale sia oggi la sua posizione, Del Bianco risponde senza esitazioni: “Da quella di Valentino e la sua famiglia. E sono a disposizione per eventuali testimonianze”. Del Bianco ha inoltre confermato di mantenere rapporti con LorenaQuieti, seconda moglie di Graziano: “Ci siamo sentiti anche recentemente”.
Il racconto si fa più duro quando ricostruisce la fine della relazione con GrazianoRossi: “Un giorno sono rientrata a casa a Tavullia e c’era la sua attuale compagna. Alla fine mi hanno buttato fuori di casa”.
Del Bianco parla anche di una denuncia per stalking presentata da Graziano nei suoi confronti: “Sì, è vero”, racconta, sostenendo però che i fatti risalirebbero a un periodo in cui lei era ancora la sua compagna. La vicendagiudiziaria si sarebbe conclusa con una condanna: “Un processo di cui non ho mai saputo nulla e di cui sono venuta a conoscenza solo alla fine, a cose fatte”.
Si rinnova l’Oroscopo della settimana su FqMagazine con tutte le curiosità dalle stelle per la settimana dal 19 al 25 gennaio. L’ingresso del Sole in Acquario apre ufficialmente una nuova stagione: meno legata al dovere e più orientata al futuro, alle idee, alle relazioni che nascono da affinità elettive. Non è un tempo di sola disciplina, ma di visione: si comincia a guardare oltre ciò che è stato, immaginando ciò che potrebbe essere.
La Luna accompagna questo passaggio con un movimento significativo: i primi giorni in Acquario amplificano il bisogno di libertà e connessione, poi il suo transito in Pesci porta sensibilità, intuizione e un po’ di nostalgia, mentre l’arrivo in Ariete riaccende energia, iniziativa e desiderio di muoversi senza esitazioni.
Anche Mercurio e Marte entrano in Acquario, rafforzando il clima di cambiamento. Mercurio favorisce dialoghi più lucidi, originali e diretti; Marte, invece, spinge ad agire con spirito indipendente, talvolta impulsivo, ma decisamente coraggioso. È una settimana che invita a uscire dagli schemi, senza perdere di vista la realtà.
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.
I divari crescenti dell'”ereditocrazia” Italia
Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio.
Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale.
Così il governo allarga le disuguaglianze
Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima.
Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro.
Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica.
L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.
Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.
Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.
Le ricette per invertire la rotta
Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici.
Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.
Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano.
Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica.
Lo dice il capo economista del Fondo Monetario Internazionale presentando il World Economic Outlook. Crescita mondiale nel 2026 stabile al 3.3%, in Italia allo 0.7%
Gli appassionati di pattinaggio sul ghiaccio hanno affollato la sponda sud dove lo spessore del ghiaccio ha raggiunto i 15 cm. Vento e crepe rendono instabile e pericoloso il resto del lago.
Incidente aereo sfiorato per un soffio all’aeroporto internazionale di Orlando, negli Stati Uniti. Un velivolo ha perso una ruota durante la fase di atterraggio ma fortunatamente non ci sono stati feriti.
Recentemente il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury ha formulato nella newsletter di un quotidiano italiano riserve sui disegni di legge sull’antisemitismo in discussio... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
"Sono mesi che viviamo un clima irrespirabile: sono mesi che alcuni si arrogano il diritto di schernire, ridicolizzare compagni di partito e invitano 'i riformisti' a lasciare la casa che abbiamo fondato. Non è più accettabile e chiedo alla segretaria Elly Schlein di pronunciare parole di chiarezza". Con questo post su X, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha risposto a Tomaso Montanari e ha chiamato il causa la leader dem. Il terreno di scontro in questa battaglia tutta a sinistra riguarda le diverse posizioni del Partito democratico sul referendum sulla giustizia. Lo storico dell'arte, saggista e dal 2021 rettore dell'Università per stranieri di Siena, con un post sui social aveva fatto notare che, mentre il Pd si è schierato per il no, alcuni esponenti della sinistra sono sul fronte opposto e ha citato l'ex ministro Marco Minniti. Ma, è il senso del suo messaggio, almeno da lui "il Pd si è liberato" e aggiunge: "Certo, sarebbe più facile essere creduti se non ci fossero la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti e tanti altri esponenti del Pd a fare campagna per il Sì con Fratelli d'Italia". Montanari conclude il post dicendo che attende di sapere se "anche loro non fanno più parte del Pd (magari con Gentiloni, Guerini e tutti i destro-renziani che smentiscono ogni giorno la linea della segretaria)".
Immediata la risposta di Picierno che ha accusato lo storico dell'arte "da non iscritto e non votante" di voler "decidere, dal suo comodo divano di casa, chi deve essere del Pd e chi invece no, e giù la democratica listetta di proscrizione con nomi e cognomi degli indegni non allineati". L'esponente dem ha risposto dicendo che l'accusa di voler fare campagna elettorale per il Sì è soltanto una "scusa" chiarendo sia che molte delle persone chiamate in causa sono schierate per il No sia che lei stessa non la sta facendo: "Mi sono limitata a scrivere quel che penso in poche righe che il mio amico Prof Ceccanti ha letto al convegno 'La sinistra che vota Sì', perché vi piaccia o no, esiste una sinistra che vota sì, ed è pure autorevolmente rappresentata". La vicepresidente si riferisce all'evento di Firenze della settimana scorsa, organizzato da Libertà Eguale, a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera, proprio per spiegare le ragioni di una sinistra che avrebbe votato a favore del referendum.
Il vero messaggio però è rivolto alla segretaria del partito. Parlando di "clima irrespirabile", Picierno chiede una risposta: "Cara Segretaria, che gli diciamo a Montanari? Che rispondiamo a Bettini, o a chi come loro pensa che il Pd debba essere la riedizione di Rifondazione Comunista, rimuovendo venti anni di storia? Tocca innanzitutto a te rispondere, prendere posizione, fare chiarezza e sì, difendere la nostra comunità". E conclude amaramente: "Aspetto da molto, aspettiamo in tante e tanti da molto, e continuiamo ad aspettare con pazienza".
È aperto il bando della dodicesima edizione del MyLLENNIUM AWARD, il premio multidisciplinare della Fondazione Barletta pensato per dare spazio e strumenti concreti ai giovani tra i 18 e i 30 anni. Le candidature si possono presentare fino al 4 maggio 2026. La cerimonia di premiazione è prevista per l’8 luglio a Villa Medici, a Roma. Negli anni il MyLLENNIUM AWARD si è strutturato come un progetto stabile, con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a trasformare idee e competenze in percorsi professionali reali. Il premio si rivolge a chi ha un progetto in ambito artistico, culturale, imprenditoriale, giornalistico, musicale, cinematografico o sportivo, ma anche a chi cerca risorse per frequentare un master o un tirocinio.
I progetti saranno valutati da un Comitato tecnico scientifico composto da professionisti e figure autorevoli provenienti da istituzioni, mondo della cultura, media, innovazione e impresa. Tra questi il giornalista de Linkiesta Andrea Fioravanti. I vincitori otterranno premi in denaro, borse di studio, pubblicazioni, stage formativi e altre opportunità pensate per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, soprattutto in settori dove l’accesso è più complesso.
Merito e giveback sono i valori del contest 2026 che prevede anche uno Startup Day, fissato per il 25 maggio, durante il quale verranno selezionate le startup che accederanno alla fase successiva del premio. Come nelle edizioni precedenti, la proclamazione dei vincitori avverrà durante una cerimonia pubblica, alla presenza delle istituzioni e della stampa. Durante la cerimonia finale verrà assegnato anche il Premio Best Millennials, un riconoscimento ad honorem destinato a giovani under 30 che si sono distinti per risultati professionali di rilievo nel panorama italiano.
Il giornalismo e i nuovi linguaggi dell’informazione sono al centro della sezione MyREPORTAGE, rivolta a giornalisti, content creator e aspiranti storyteller under 30 e si articola in tre categorie. La categoria Giornalismo, realizzata in collaborazione con Linkiesta Magazine, invita alla produzione di articoli o reportage dedicati al tema “Sistemi sensibili. Inchiesta sull’intelligenza artificiale nella società italiana ed europea”. Il progetto vincitore riceverà un premio in denaro di 1.000 euro e la pubblicazione sia sul sito di Linkiesta.it sia sulla rivista cartacea Linkiesta Magazine nell’ottobre 2026, offrendo un’occasione concreta di accesso al circuito dell’informazione professionale.
La sezione MyREPORTAGE dedica grande attenzione all’audio con la categoria Podcast, sviluppata in collaborazione con Linkiesta Podcast. In questo caso non viene premiato un prodotto già finito, ma un progetto di sceneggiatura sul tema “L’algoritmo e la creazione: come l’intelligenza artificiale cambierà la fruizione della cultura, del mercato e dei consumi”. Il vincitore vedrà realizzata una serie podcast originale di cinque puntate, prodotta dalla factory multimediale di Linkiesta, con supporto editoriale sullo storytelling, sull’editing e la pubblicazione sui canali podcast ufficiali, con menzione dell’autore. Una vera esperienza professionale pensata per chi vuole lavorare nel mondo dell’audio narrativo.
Completa la sezione MyREPORTAGE la categoria Social Edutainment, in collaborazione con Factanza, dedicata a giovani creator interessati a sperimentare nuovi formati informativi sui social. Il premio consiste nell’accesso gratuito per un anno alla Factanza Academy e nel supporto del team editoriale per l’editing e la pubblicazione dei contenuti sui canali ufficiali del brand.
La scrittura è invece al centro della sezione MyBOOK, dedicata a saggi, graphic novel e narrativa sportiva. La categoria Saggistica premia quattro saggi inediti su due grandi temi del presente, con un premio di 1.000 euro ciascuno e la pubblicazione con Gangemi Editore. La Graphic Novel, curata da Round Robin Editrice, seleziona tre lavori sul tema dell’identità digitale e prevede un contratto di edizione e la pubblicazione in volume. La Narrativa Sportiva, in collaborazione con Lab DFG, premia il miglior racconto dedicato ai Giochi Olimpici e Paralimpici, con contratto editoriale e pubblicazione.
Accanto ai percorsi editoriali, il MyLLENNIUM AWARD investe sull’innovazione con la sezione MySTARTUP, rivolta a startup tecnologiche guidate da under 30. In palio ci sono 20.000 euro in denaro, un viaggio a Boston per un programma di accelerazione internazionale e servizi professionali del valore di 5.000 euro, oltre alla partecipazione allo Startup Day del 25 maggio.
Grande spazio è riservato anche alla formazione con la sezione MyJOB, che mette a disposizione sette borse di studio per master universitari presso alcune delle principali business school italiane ed europee, due stage retribuiti presso aziende e istituzioni e un executive programme in management sportivo con successivo stage.
Il cinema trova spazio nella sezione MyFRAME, che premia il miglior cortometraggio originale con 10.000 euro in denaro, servizi di post-produzione per un valore equivalente e la proiezione in un festival internazionale, oltre a un premio speciale Rai Cinema Channel per la diffusione web e televisiva.
Completano il premio le sezioni MySOCIALIMPACT, dedicata all’imprenditoria a impatto sociale, MyCITY, focalizzata su arte e rigenerazione urbana, MySPORT, in collaborazione con il CONI per valorizzare il tema della dual career degli atleti, e MyBRICKS, sezione ad honorem dedicata alle arti e alle maestranze.
Nel corso della sua storia il MyLLENNIUM AWARD ha ricevuto diversi riconoscimenti. Tra questi la medaglia di bronzo del Senato e, nel 2024, il Premio Campidoglio, assegnato per il sostegno offerto a oltre 300 talenti under 30 nei primi dieci anni di attività e per il contributo alla promozione di Roma come città capace di unire cultura, arte e impresa.
Tutte le informazioni su regolamento, sezioni e modalità di candidatura sono disponibili sul sito ufficiale del premio al seguente link: https://myllenniumaward.org.
La scelta è stata annunciata durante una conferenza stampa dalla leader conservatrice, decisa a sfruttare l’attuale livello di gradimento per consolidare il sostegno in Parlamento
È così che inizia l’incubo di Bianca Birleanu e Jorge García, sopravvissuti allo schianto tra i due treni in Andalusia costato la vita a decine di persone
A year of Trump? Blitz, twists and boastful, without certainties. Un anno di Trump? Blitz, colpi di scena e smargiassate a ripetizione senza certezze, ammettono a Washington.
Molto più crude, sull’onda della crescente tensione per la Groenlandia, le valutazioni prevalenti in Europa: “Un anno da Tso psichiatrico” è la valutazione più caustica.
Di certo c’è che durante il primo anno del ritorno alla Casa Bianca il tycoon ha fatto registrare il superamento del record delle cinque dichiarazioni al giorno sopra le righe o fuorvianti stabilito, secondo il Washington Post, nei 12 mesi del primo mandato. Con una media precisava il quotidiano che costrinse alle dimissioni il Presidente Nixon di 5,6 menzogne al giorno.
Il braccio di ferro al limite dell’autolesionismo con l’Europa e la Nato per la Groenlandia è soltanto il penultimo exploit delle intemperanze verbali e purtroppo anche decisionali di Trump.
I media faticano a stare dietro alla continua sovraesposizione internazionale e nazionale del 47° Presidente degli Stati Uniti.
Un Presidente double face che paradossalmente mentre ha annunciato di voler intervenire in Iran per impedire il massacro del popolo iraniano in rivolta contro il feroce regime degli ayatollah, dispone la repressione delle dilaganti proteste in corso nel Minnesota, a Washington e in altre città americane per la brutale uccisione di Renee Good a Minneapolis da parte di un agente dell’immigrazione.
Impressionante l’elenco dei fronti aperti: i dazi, la Groenlandia, Gaza, Kiev, Mosca, Pechino, Teheran, Danimarca, Venezuela, Colombia, narcos, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di Procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, caso Epstein e delirante messa in stato d’accusa del Presidente della Federal Reserve Jerome Powell.
Dodici mesi di slalom repentini che hanno fatto drizzare i capelli e prosciugato le tasche agli americani e messo all’angolo gli alleati storici degli Stati Uniti.
Un crescendo di sfide e interventi contraddittori che isolano Washington, sintetizzato dal Financial Times con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”.
L’instabilità e l’inaffidabilità di Trump, spiega il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, che per biografia e esperienza politica, si sta dimostrando di gran lunga il più saggio e astuto fra i vertici delle tre superpotenze.
“Il mondo”, conclude il Financial Times, “non è rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente è stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina”. Mentre il tycoon, nonostante il vantaggio acquisito con la cattura di Maduro e l’arrembaggio delle petroliere russe della flotta ombra, continua a corteggiare Putin, alimentando dubbi e sospetti.
L’inizio del secondo anno presidenziale si è aperto con un’agenda a dir poco imperial neo colonialista: dalle randellate militari al Venezuela alle intimidazioni alla Groenlandia, dalle minacce di dazi ai Paesi europei che si oppongono, fino al pugno di ferro contro le proteste popolari per la brutalità della caccia agli immigrati clandestini, fonte di tensioni in un’America sempre più polarizzata.
Resta da capire quanto il crescendo di tensioni e mobilitazioni e l’approccio assolutista possa reggere nel tempo, anche considerando che il Presidente compirà 80 anni a giugno.
Decisive si prospettano le elezioni di midterm di novembre, tradizionalmente considerate un referendum sulla Casa Bianca, e che quest’anno potrebbero offrire un giudizio ancora più diretto sulla sua leadership.
I sondaggi mostrano un consenso altalenante, nonostante l’amministrazione sia impegnata a dimostrare che le sue politiche economiche stanno producendo risultati tangibili, in un contesto segnato dalle preoccupazioni degli elettori per il costo della vita.
Nel suo discorso al forum di Davos, in programma da oggi al 23 gennaio, Trump si concentrerà proprio su questo, saltando a piè pari il tema del meeting: “Uno spirito di dialogo”.
Ma è sul fronte istituzionale che dovrà fare i conti con possibili limiti giuridici. La Corte Suprema potrebbe intervenire su alcuni aspetti della politica commerciale, mentre l’uso estensivo degli ordini esecutivi solleva interrogativi sulla solidità delle riforme nel lungo periodo.
“Il problema di governare per decreto è che ciò che si costruisce di giorno può essere smontato di notte”, osserva sulla France-PresseWilliam Galston della Brookings Institution, sottolineando il rischio di risultati meno duraturi. “Per gli americani la priorità resta l’economia e l’inflazione”, spiega Galston.
Mentre gli elettori che avevano creduto nello slogan dell’ “America first” si ritrovano il Presidente del “Trump first”.
Nel lessico della politica internazionale, l’imprevedibilità è tradizionalmente considerata un fattore di instabilità, un elemento che riduce la fiducia tra gli attori e aumenta il rischio di errore di calcolo. Nel trumpismo, invece, l’imprevedibilità viene elevata a vero e proprio asset strategico. In altri termini, Donald Trump ha trasformato l’assenza di linearità, la rottura delle consuetudini diplomatiche e una comunicazione volutamente spiazzante in una leva geopolitica sistematica, utilizzata per ridefinire rapporti di forza, rinegoziare alleanze storiche e forzare compromessi che, in condizioni di normalità, sarebbero difficilmente ottenibili.
Va evidenziato che questo approccio non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in una visione del mondo marcatamente transazionale, in cui la politica internazionale non è governata da regole condivise e istituzioni multilaterali, ma da rapporti di forza, scambi asimmetrici e negoziazioni continue. Sulla base di questo schema, la prevedibilità non va vista come una virtù, bensì come una debolezza, poiché consente all’altro di prepararsi, di costruire coalizioni e di neutralizzare l’iniziativa.
Dall’ordine liberale alla diplomazia dello shock
Per oltre settant’anni, la politica estera statunitense si è fondata su un equilibrio tra potenza militare, leadership normativa e prevedibilità strategica. Anche nei momenti di massima tensione della Guerra fredda, Washington ha sempre cercato di rendere chiare le proprie linee rosse, nella convinzione che la deterrenza funzionasse meglio se l’avversario fosse in grado di anticipare le conseguenze delle proprie azioni.
Dopo decenni, Trump decide di rompere consapevolmente questo schema con un approccio dichiaratamente transazionale e anti-sistemico: ogni dossier è potenzialmente rinegoziabile, ogni alleato è anche una controparte, ogni impegno può essere rimesso in discussione se non produce un ritorno immediato per gli Stati Uniti.
Ed è esattamente in questo contest che l’imprevedibilità diventa una forma di potere negoziale. In altri termini assume la connotazione di diplomazia dello shock, che utilizza dichiarazioni improvvise, ultimatum, minacce tariffarie o militari come strumenti per alterare l’equilibrio psicologico del negoziato. Lo shock non è quindi fine a sé stesso, ma serve a creare un momento di discontinuità in cui l’altro è costretto a reagire spesso in condizioni di svantaggio.
L’incertezza come deterrenza psicologica
Uno degli elementi più discussi dell’approccio trumpiano è il ricorso a una postura che richiama la cosiddetta “madman theory”, ovvero l’idea che un leader possa trarre vantaggio dal sembrare imprevedibile, persino irrazionale, agli occhi dei propri interlocutori. Sostanzialmente, la forza non risiede tanto nell’atto compiuto, quanto nella percezione che quell’atto possa avvenire in qualsiasi momento. Sul piano della deterrenza, l’incertezza aumenta il costo del rischio per la controparte.
Se non è chiaro quale sia la soglia di reazione degli Stati Uniti, l’avversario tende a muoversi con maggiore cautela o a concedere qualcosa pur di ridurre l’esposizione. Questo vale non solo per i rivali strategici, ma anche per gli alleati. Trump ha dimostrato di comprendere molto bene la dimensione psicologica della politica internazionale, al punto tale che le sue dichiarazioni, spesso giudicate eccessive o scomposte, hanno una funzione performativa: creano un clima di instabilità controllata che sposta l’iniziativa strategica verso Washington. Al tal proposito, uno degli aspetti più controversi dell’imprevedibilità trumpiana è il suo utilizzo nei confronti degli alleati.
La Nato rappresenta il caso più emblematico. Le ripetute dichiarazioni sulla possibilità di ridimensionare l’impegno americano, o sulla condizionalità della difesa collettiva al rispetto degli obblighi di spesa, hanno messo in discussione uno dei pilastri dell’ordine euro-atlantico. L’obiettivo non è mai stato realmente quello di smantellare l’Alleanza, ma di rinegoziarne i termini. Infatti l’incertezza sull’affidabilità americana ha funzionato come una leva per spingere gli alleati europei ad aumentare la spesa militare e a farsi carico di una quota maggiore della propria sicurezza. Il paradosso è evidente: nel breve periodo, questa strategia ha rafforzato la posizione negoziale di Washington; nel lungo periodo, ha accelerato il dibattito sull’autonomia strategica europea, alimentando dinamiche che potrebbero ridurre l’influenza americana nel continente.
Commercio, dazi e coercizione economica e politica
Sul piano economico, l’imprevedibilità si traduce invece in una sistematica politicizzazione del commercio. Trump ha utilizzato i dazi non solo come strumento di protezione dell’industria nazionale, ma come vera e propria arma geopolitica, e ciò lo si evince dal fatto che le minacce tariffarie, spesso annunciate e poi sospese o rimodulate, hanno creato un clima di incertezza che ha spinto i governi e le imprese a negoziazioni in condizione di forte pressione psicologica. Il valore di queste misure non è solo economico ma soprattutto simbolico e strategico. Trasmettere l’idea che l’accesso al mercato americano non sia un diritto acquisito, ma una concessione revocabile, permette di porre il commercio in una dimensione poltica, utilizzando un linguaggio finalizzato ad ottenere allineamenti su dossier che vanno ben oltre l’economia.
Anche nei teatri di crisi l’imprevedibilità trumpiana si manifesta come una rapida oscillazione tra escalation e apertura diplomatica, una strategia che mira a disorientare l’avversario e a rompere le routine negoziali consolidate. Il caso nordcoreano, con il passaggio dalla minaccia militare al vertice diretto con Kim Jong-un, è spesso citato come esempio paradigmatico. Questa oscillazione consente a Trump di occupare il centro della scena e di presentarsi come l’unico attore in grado di sbloccare situazioni di stallo. Tuttavia, la mancanza di un follow-up strutturato limita spesso la sostenibilità dei risultati ottenuti.
Dal punto di vista strategico, l’imprevedibilità offre a Trump una serie di vantaggi concreti, come ad esempio l’incremento della leva negoziale, e soprattutto la riduzione della capacità di pianificazione dell’avversario, che consente di ottenere concessioni rapide e rafforza la narrativa interna di una leadership forte e non convenzionale. In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla reazione immediata, l’imprevedibilità diventa anche uno strumento di dominanza informativa, capace di dettare l’agenda e di marginalizzare voci alternative.
I costi sistemici e i rischi di lungo periodo
Purtuttavia, va sottolineato che l’incertezza, se spinta oltre una certa soglia, impone un costo poiché diventa rumore strategico. L’erosione della fiducia alleata, l’aumento del rischio di errori di calcolo e l’incentivo all’autonomia strategica di partner chiave sono effetti collaterali difficilmente reversibili.
Per l’Europa, il problema non è tanto Trump come individuo, quanto la possibilità che l’imprevedibilità diventi una costante strutturale della politica americana. In questo scenario, la stabilità dell’ordine internazionale risulta ulteriormente compromessa. L’imprevedibilità di Donald Trump non è caos puro, ma una diplomazia transazionale a shock. In un sistema internazionale già frammentato, questa strategia accelera la transizione verso un ordine basato su rapporti di forza negoziati caso per caso. Per l’Europa e per l’Italia, comprendere questa dinamica può significare prepararsi a governare l’instabilità come nuova normalità.
Un gatto è rimasto incastrato nel retro di un bancomat. Il fatto è successo in Malesia ed è diventato in poco tempo virale: l’allarme è scattato grazie ad alcuni dipendenti che hanno sentito dei miagolii.
Immediato l’intervento della protezionecivile: i soccorritori hanno effettuato una manovra complessa, infilandosi direttamente dentro la macchina, riuscendo dopo diversi tentativi ad estrarre il gatto.
Valeria Marini canta “La Solitudine” di Laura Pausini. L’intento della showgirl stellare era quello di usare il palco di Domenica In per fare un omaggio all’annunciata conduttrice del Festival di Sanremo, assieme al Carlo Conti. Nei fatti – e conoscendo ‘lo stile Marini’ va da sé – è stata un’esibizione con diversi scivoloni, diciamo così. Il pubblico social ha parlato di “contrappasso” (con riferimento alla cover che Laura Pausini ha fatto di Due Vite di Marco Mengoni, che a molti non è piaciuta) ma anche in studio c’è chi non ha proprio apprezzato, Teo Mammucari. Arrivato in studio con una parrucca bionda per mettere in piedi una gag con i Cugini di Campagna, il conduttore ha tuonato: “Valeria sei imbarazzante, non puoi cantare Laura Pausini”. E la Marini? “Teo basta! Teo basta!”.
Marco Mottola, uno degli imputati nel processo di Appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, ha rilasciato oggi dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, negando con forza qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio della 18enne di Arce, uccisa nel 2001. “Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone”, ha dichiarato l’imputato, cercando di ribadire la sua posizione di fronte ai giudici. Il 38enne, che risponde insieme al padre Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce, e alla madre Annamaria, per il delitto di Serena Mollicone, ha precisato che l’ipotesi accusatoria secondo cui avrebbe spinto la giovane contro la porta della caserma è “falsa” e lo sta “rovinando la vita”. Gli imputati stanno affrontando un nuovo appello dopo che la Cassazione ha annullato l’assoluzione del primo processo di secondo grado.
Mottola ha voluto esprimere la sua versione dei fatti, negando di aver avuto qualsiasi tipo di relazione con Serena Mollicone, sia sentimentale che sessuale. “Con Serena non ho mai avuto relazioni sentimentali o sessuali e non ho mai litigato con lei”, ha affermato, respingendo decisamente le accuse di un presunto conflitto con la ragazza. In merito al giorno della sua scomparsa, il 1° giugno 2001, ha dichiarato di essere sceso tardi dalla sua stanza e di aver parlato con il suo amico Davide Bove quella mattina, ma di non aver visto nessuno in caserma. “Sicuramente non sono andato al bar Chioppetelle“, ha aggiunto, contraddicendo alcune testimonianze e ipotesi investigative che lo vedevano coinvolto in una frequentazione con la giovane.
Mottola ha anche smentito le dichiarazioni di Luciano Tuzi, il carabiniere morto suicida, che in passato aveva raccontato di aver visto la 18enne in caserma. “Tuzi ha inventato una menzogna contro di me”, ha dichiarato, aggiungendo che l’uomo “aveva sicuramente qualcosa da nascondere”. Mottola ha ricordato che Tuzi si è successivamente pentito delle sue dichiarazioni, ritraendole, per poi ritrattare ancora. Ma sul punto Tuzi, ovviamente, non può replicare. Mottola ha anche spiegato di non aver saputo nulla della porta della caserma rotta, come invece era stato riportato nelle indagini, fino al 28 marzo 2008, quando suo padre gli riferì che era stato lui a romperla. La superperizia di Cristina Cattaneo nel processo davanti al Tribunale di Cassino: “Compatibilità ottimale tra il trauma cranico e la porta della caserma di Arce”. La giovane era scomparsa il 1° giugno 2001 e il suo corpo fu trovato due giorni dopo il delitto; era stato spostato nel boschetto dell’Anitrella dove poi fu trovato con mani e piedi legati dal nastro adesivo e una busta di plastica in testa.
Emilia Clarke e Haley Lu Richardson sono le protagoniste di una nuova serie tv thriller “Ponies”. Le due interpretano due donne che vivono una vita mondana nell’Unione Sovietica degli Anni 70, mentre i loro mariti sono agenti della CIA. Quando entrambe si ritrovano vedove, si ritrovano catapultate nel vivo dell’azione. Durante la presentazione alla stampa Emilia Clarke però ha confessato un aneddoto avvento sul set.
A quanto l’attrice ha avuto un’esperienza dolorosa durante le riprese di alcune scene di sesso. In una intervista con The Wra, Clarke ha dichiarato di aver baciato diversi suoi colleghi della serie.Un giorno di riprese, ha dichiarato di aver baciato tre uomini per “ore”, riportando un infortunio fisico. “Faremo finta di fare sesso. – mi avevano detto -. Quel giorno mi sono rotta una costola“.
Richardson, che era sul set quel giorno, ha confermato la versione di Clarke, aggiungendo: “L’ha fatto davvero. È un corpicino così piccolo e sensibile, che si è rotta una costola”. Clarke ha scherzato dicendo che quando è andata dal medico a causa della lesione alla costola, è stata sincera su come è successo. “Ho fatto sesso tre volte!“.
Tuttavia, Clarke ha chiarito di essersi ripresa dopo che Richardson le ha chiesto se la sua costola fosse guarita. “È quasi guarita – ha risposto -. Non si è rotta del tutto. È solo spuntata un po’ fuori”.
Clarke ha recentemente dichiarato al New York Times che la trama di “Ponies” era molto diversa dal suo ruolo più noto in “Game of Thrones”, dove interpretava la principessa esiliata della dinastia Targaryen, Daenerys. Ha recitato nella serie HBO cult dal 2011 al 2019.
“La fortuna conta nella vita in generale, se mi dicono che sono fortunato io sono contento”. Così MassimilianoAllegri dopo la vittoria del Milan per 1-0 contro il Lecce, la nona in campionato con un gol di scarto su 13 totali, che riporta i rossoneri a -3 dall’Inter e a +3 sul Napoli. A decidere la sfida è stato un gol di Fullkrug (che non aveva avuto un inizio fortunatissimo), dopo che Falcone aveva salvato il risultato un paio di volte su Pulisic e Rabiot. Un match che il Milan – statistiche alla mano – ha meritato di vincere: 3.40 xG contro lo 0.17 del Lecce, 20 tiri totali (6 in porta) contro i 4 della formazione di Di Francesco (0 in porta).
Il risultato di 1-0 però rimanda sempre all’ormai noto “cortomuso” e le famosevittorie di Allegri con un solo gol di scarto: “Si diceva che è meglio stare con quelli fortunati che con quelli bravi e se mi dicono che sono fortunato sono molto contento. Speriamo non mi abbandoni“, ha dichiarato Allegri nel post gara.
Per il Milan è la nonavittoria in campionato con un gol di scarto. Nell’ordine i rossoneri hanno battuto – partendo dalla meno recente e arrivando a quella di ieri contro il Lecce – il Bologna (1-0), il Napoli (2-1), la Fiorentina (2-1), Roma, Inter e Lazio (tutte per 1-0), Torino (2-3), Cagliari e Lecce (1-0). Nove su tredici: non poche, se consideriamo che Inter e Napoli – che hanno rispettivamente vinto 16 e 13partite – ne hanno portate a casa 7 con un gol di scarto. “È un gruppo che sa dove deve arrivare, dove deve lavorare, cioè sui nostrilimiti che sono i nostri punti di forza – spiega Allegri -. I limiti sono puntidiforza perché si lavora su quelli per andare oltre e migliorarci”, ha concluso il tecnico rossonero.
Nonostante ciò, Allegri non è contento proprio per le statistichecitate sulla gara di ieri: “Ci sono giocatori in crescita come Estupinan, Jashari che ha fatto una buona partita, lo stesso Fullkrug e poi bisogna migliorare. Cosa? Bisogna migliorare perché bisogna essere più precisi negli ultimi 20 metri e più cattivi sotto porta”.
Il processo a carico di Moussa Sangare, accusato di aver ucciso Sharon Verzeni la notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola, è stato rinviato al 25 febbraio 2024. La decisione è stata presa in seguito alla nomina di una nuova avvocata per l’imputato, Tiziana Bacicca, che ha preso in mano la difesa meno di una settimana fa dopo la revoca del mandato all’ex legale Giacomo Maj. Per l’imputato l’accusa ha chiesto l’ergastolo per un omicidio maturato, secondo l’accusa, per “noia”.
Durante l’udienza del 12 gennaio, l’imputato, che ha già confessato l’omicidio in fase di arresto e durante l’udienza di convalida, aveva ribadito la sua innocenza, ritrattando la confessione e sostenendo di essere stato vittima di incomprensioni, ma il Dna della vittima era stato rilevato sulla sua bicicletta. “Io mi sono giudicato innocente”, aveva dichiarato in aula, chiedendo di essere riportato in carcere per non ascoltare le accuse contro di lui. A causa del tempo ristretto a disposizione, l’avvocata Bacicca ha chiesto il rinvio per approfondire la documentazione e preparare una difesa adeguata. La Corte d’Assise di Bergamo, presieduta dalla giudice Patrizia Ingrascì, ha accolto la richiesta e fissato la nuova udienza per fine febbraio. La legale ha anche annunciato che, se ci saranno repliche da parte del pubblico ministero Emanuele Marchisio, presenterà una controreplica e non esclude di depositare una memoria difensiva.
Bacicca ha spiegato che, durante i colloqui con il suo assistito, lo ha trovato “molto dimesso, molto giù di morale” e ha aggiunto che “probabilmente ha preso contezza della richiesta del pm” e della gravità della sua posizione. “Mi ha chiesto se fossi disponibile a tenere la sua stessa linea difensiva”, ha continuato la legale, sottolineando che “lui si proclama innocente” e che aveva bisogno di essere assistito anche in questa fase delicata del processo. Per l’avvocata “ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”.
L’avvocato Luigi Scudieri, che rappresenta la famiglia e il compagno della vittima, ha commentato la scelta di Sangare di cambiare avvocato, dicendo che “la nomina di un nuovo avvocato non cambia la sostanza dei fatti“. “Moussa Sangare è e resta l’assassino di Sharon Verzeni”, ha aggiunto Scudieri, ribadendo la premeditazione e i motivi futili dell’omicidio. “L’imputato ha esercitato una sua facoltà, così come ha esercitato le altre facoltà di rispondere all’esame e di rendere dichiarazioni spontanee”, ha aggiunto il legale, sottolineando che il rinvio della sentenza al 25 febbraio non cambia il dolore per la perdita di Sharon, che la famiglia e il compagno vivono ogni giorno. “Un rinvio di un mese non cambia assolutamente nulla”, ha concluso Scudieri, precisando che i familiari sono ormai rassegnati a una lunga attesa della giustizia.
Ammicca alle auto sportive la nuova Clio, non solo per via dei fari posteriori e del volante di dimensioni contenute ripreso da Austral e Rafale. Ci sono anche un design distintivo e dotazioni destinate a evocare “alti livelli di tecnicità”, tipo il freno di stazionamento automatico o l’Adaptive Cruise Control, entrambi di serie a partire dalla declinazione Evolution. Inoltre, la telecamera per il parcheggio e la camera con visione a 360° si avvalgono di riprese ad alta definizione: in previsione della norma GSR2.3, Renault ne ha già inserita una interna, nel montante del parabrezza per rilevare i momenti di stanchezza e distrazione del conducente.
Una chicca? Il sistema multimediale OpenR Link con Google integrato, che in questo segmento è per ora inedito. Assieme ai due schermi da 10,1” ci sono un infotainment di livello elevato, la connettività con le mappe di Google che comprende l’assistente vocale di Mountain View (anche per i comandi di alcune funzioni del veicolo) e l’accesso a Google Play con oltre 100 App disponibili. Tra queste anche esclusive applicazioni dei partner: pratici tool di navigazione ottimizzati, le migliori radio del mondo con Radioplayer for Renault, piattaforme musicali in alta definizione come Amazon Music, i must del video streaming come Prime Video. C’è anche l’accesso diretto a internet con il browser Vivaldi. Il costruttore ha anticipato che per utilizzare le App scaricate da Google Play, la prima volta – per 3 anni o fino alla fine del contratto di noleggio del veicolo con Mobilize Financial Services – sono inclusi 2 GB/mese di dati. Che tradotto significa 40 ore di musica in audio streaming oppure 3 di video streaming.
C’è anche una crescita della qualità percepita che traspare dall’integrazione di nuovi materiali e dalla cura dedicata all’ambient lighting. A seconda degli allestimenti, il rivestimento di fronte al passeggero è in tessuto e integra una fonte luminosa LED retroilluminata la cui tinta si può selezionare tra una tavolozza di 48 colori.
Sulla variante top di gamma Esprit Alpine è stato scelto l’Alcantara, mentre le estremità della plancia hanno una colorazione Spectral Titanium ottenuta con un’innovativa tecnica di cromatura e che richiama gli scarichi delle auto da corsa.
Con i suoi 4,12 metri di lunghezza e un passo di 2,59, la nuova Clio ha nondimeno il primato di abitabilità: per questo i passeggeri sono coccolati con “sedili posteriori come nessun altro veicolo del segmento”. C’è più spazio per le ginocchia di chi viaggia dietro per effetto dell’adozione delle sedute anteriori con schienali meno “ingombranti” e comunque capaci di garantire un sostegno migliore grazie all’inserimento di un filo di acciaio all’interno dei supporti laterali, che permettono di far scivolare facilmente i piedi sul pavimento.
La sesta generazione della compatta transalpina dispone poi di più vani portaoggetti rispetto al modello precedente: la consolle centrale ha uno scompartimento chiuso da un coperchio flessibile articolato (secondo le versioni), proprio come la custodia dei tablet. L’abitacolo ospita anche due prese Usb-C all’anteriore, caricatore a induzione (in base agli allestimenti) e presa da 12 V al posteriore. In sostanza è possibile sia collegare un adattatore Usb oppure alimentare un apparecchio, tipo un piccolo frigorifero portatile o, per fare un esempio, un compressore di gonfiaggio.
Capitolo sicurezza. Oltre ai 29 sistemi di assistenza alla guida (Adas), mai così tanti anche se non tutti di serie, il tecno-armamentario della nuova Renault Clio include anche il Safety Score e il Safety Coach. Il primo, dopo ogni viaggio assegna un punteggio tra 0 a 100 sulla conduzione, il secondo personalizza i consigli per migliorare la “guida sicura”.
La citycar francese, che ha sempre ottenuto le cinque stelle (il massimo dei voti) ai crash test condotti nell’ambito del programma continentale EuroNcap, grazie a questi equipaggiamenti non avrà problemi a confermarsi nelle nuove verifiche. Anche perché i tecnici transalpini garantiscono “dotazioni di bordo delle gamme superiori di Renault”.
La nuova Renault Clio “parla” con i fari. L’inedita firma luminosa, con le grandi luci diurne che richiamano la losanga del logo, è uno degli elementi che caratterizza la sesta generazione, che esteticamente esibisce anche passaruota neri (opachi sulla variante di accesso e lucidi negli allestimenti più pregiati) che ne accentuano la sportività assieme ai generosi cerchi che possono essere anche da 18”.
E, infatti, Paula Fabregat-Andreu, direttrice dei progetti di design, parla della Clio VI come di quella “più espressiva e più dinamica che mai, sempre fedele alla sua identità con una carrozzeria, quasi liquida, che avvolge con eleganza gli elementi ultra-tecnici”, precisa.
Retrovisori esterni, fondo piatto, cerchi, spoiler e fari posteriori: sono gli elementi sui quali designer e ingegneri di Renault sono intervenuti per migliorare l’aerodinamica della Clio VI. Il relativo approfondito lavoro nella galleria del vento ha comportato ad una significativa riduzione del coefficiente di penetrazione: il Cx è sceso da 0,32 a 0,30 con un inevitabile e positivo impatto sulle emissioni che beneficiano anche dell’adozione di pneumatici a basso consumo.
Tra le varie soluzioni adottate dal c’è anche la valvola mobile situata nella presa d’aria del paraurti anteriore, che permette di regolarne l’apertura in base alla velocità. Per una migliore gestione del rollio, alla nuova Renault Clio sono state allargate le carreggiate: di 39 millimetri all’anteriore (identiche a quelle della Captur) e di 10 al posteriore. Il costruttore ha pertanto potuto ritoccare il diametro massimo delle ruote (da 17” a 18”): “L’altezza dei fianchi degli pneumatici resta invariata per preservare il comfort”, precisa tuttavia Renault.
La sesta generazione, infine, è disponibile con una tavolozza di sette colori: oltre alle confermate bianco Ghiaccio, grigio Aviation, grigio Scisto, nero Étoilé e blu Iron ci sono le inedite rosso Assoluto (con vernice colorata) e verde Assoluto.
Erede di una leggenda come la Renault 5, la Renault Clio debutta nel 1990 con un obiettivo chiaro: diventare la citycar di riferimento in Europa. Compatta, moderna e ben equipaggiata per l’epoca, centra subito il bersaglio conquistando il titolo di Auto dell’Anno 1991 e avviando una carriera commerciale straordinaria.
Negli anni Novanta e Duemila la Clio evolve senza snaturarsi. La seconda e la terzagenerazione migliorano comfort, sicurezza e qualità costruttiva, mentre l’immagine si rafforza anche grazie alle versioni sportive, dalla Williams alle successive RS, che ne consolidano il mito.
Con la quarta serie, lanciata nel 2012, arriva una svolta stilistica: linee più personali e un design coerente con il nuovo corso Renault. La quinta generazione del 2019 segna un salto tecnologico, con interni più raffinati e l’introduzione dell’ibrido E-Tech.
Ma è nel 2025 che la Clio compie un ulteriore passo avanti con la sesta generazione (nella foto): design più maturo, forte digitalizzazione dell’abitacolo, sistemi di assistenza evoluti e una gamma motori sempre più orientata all’efficienza. Anche per questo il costruttore francese assicura che “oggi Clio VI rifà la rivoluzione non solo all’interno, ma anche all’esterno”.
Già al debutto, come detto nel 1990, fu la prima citycar a soddisfare gli standard del segmento superiore e aveva “tutto di una grande”, uno slogan inossidabile che Renault ha voluto trasferire a tutte le generazioni. Si tratta, del resto, dell’auto francese più venduta di tutti i tempi: se i 17 milioni di esemplari commercializzati in questi 35 anni in 120 nazioni venissero messi in fila, si otterrebbe una colonna di 68.000 chilometri, pari a 1,7 volte la circonferenza della Terra. Per soddisfare la richiesta dei clienti, lo stabilimento di Bursa viaggia al ritmo di oltre 1.000 unità prodotte al giorno. Dopo aver collezionato record, dunque, la Clio continua a rinnovarsi restando fedele al suo ruolo chiave nel segmento B europeo.
Ad Al Bano proprio non è andata giù. La sua distanza dal Festival negli ultimi anni, se non come ospite, ha suscitato reazioni piccate e dichiarazioni molto critiche, prima destinate ad Amadeus e dallo scorso anno al direttore artistico Carlo Conti. Dopo quindici partecipazioni ribadisce di aver chiuso con Sanremo: “Nel 2017 mi cacciarono la prima sera, avevo una canzone meravigliosa. Ora basta, non propongo più niente”.
E mette nel mirino il conduttore toscano: “Da lui ho ricevuto solo scorrettezze però pazienza, la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto, ma siccome soffro di sanremite acuta lo guarderò e gli auguro un grandissimo successo. Sono un Re, non mi mischio con dei semplici Conti”, lo stoccata nel corso dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Dove non risparmia nemmeno Romina Power che nei giorni scorsi nel podcast di Alessandro Cattelan aveva dichiarato: “Felicità? Non la volevo nemmeno incidere, la trovavo banale”, provando successivamente a raddrizzare il tiro (“Etimologicamente la parola ‘banale’ deriva dal francese antico ‘banal’ e significa semplicemente qualcosa di comune, di neutro. Non è un termine offensivo“). “Meglio se sto zitto. Ingrata? Beh, è come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene, di canzoni così. Ed è tutto meno che banale: fu la mia risposta ai colleghi che, negli anni delle Br, ammiccavano a quello stato di cose”, replica Al Bano.
“Quando mi misi con lei, nella sua famiglia la parola ‘divorzio’ era la normalità. Suo padre, sua madre, i nonni, erano tutti divorziati. Sa come si dice: ‘Lu zumpu ca face la crapa lu face puru la crapetta’ (il salto che fa la capra lo fa pure la capretta). Pensai: ‘Durerà per due o tre anni’. Però non volevo perdere neanche un giorno di quella vita eccezionale“, continua il cantante di Cellino San Marco. “Lei ha detto ‘non si smette mai di amare chi si è amato’. Mah, con le parole possiamo dire tutto. L’amore c’è stato, è innegabile, come dopo la divisione. Abbiamo messo al mondo dei figli, meglio farsi la pace che la guerra. Da qui a chiamarlo amore però ce ne passa“, spiega l’artista pugliese.
“Nostalgia canaglia? Quegli anni sono passati, belli e tragici, ora non ho tempo per la nostalgia. Ero rimasto solo. Ma poi ho ritrovato la primavera. E si chiama Loredana Lecciso. Per me è ricominciata la vita. E continua da 25 anni“, chiude così il capitolo amore. Concedendosi un passaggio sul cappello che indossa sempre e sui suoi capelli: “Porto sempre il cappello da quando ho cominciato a perdere i capelli. Anche papà, che ce li aveva, lo metteva. Mi piace, è un simbolo. I capelli me li tingo? Sì, me li tingo, mbè? Non ho niente da nascondere. Non sopporto il bianco sulla mia faccia, mi sbatte”.
Il 19 gennaio 2026 sarà una data che FrancescoMaestrelli, tennista italiano di 23 anni, ricorderà per tutta la vita. L’azzurro – numero 137 nella classifica mondiale Atp, suo best ranking fino a oggi – ha infatti vinto una battaglia lunga tre ore e mezza contro TerenceAtmane (numero 64 del ranking Atp) al primoturno degli AustralianOpen, all’esordio in uno slam. 3-2 (6-4, 3-6, 6-7, 6-1, 6-1) il finale, con Maestrelli che si è lasciato andare a un’esultanza liberatoria a fine partita.
Un match che permette a Maestrelli di dare una svolta alla sua carriera, non tanto per la classifica (passerà adesso alla 111esimaposizione, guadagnando circa 40 posizioni), ma da un punto di vistaeconomico. Perché Maestrelli non ha mai giocato neanche un torneo Atp 250 (a eccezione di quello di Firenze nel 2022, quando ha ricevuto una WildCard e perso al primo turno). Solo Itf e Challenger.
E già entrare in tabellone in uno slam è una svolta per un tennista del suo calibro, considerando che solo giocando il primoturno si guadagnano circa 86milaeuro e Maestrelli ne ha guadagnati in carriera poco più di 500mila in più di setteanni. Con la vittoria contro Atmane si è invece assicurato circa 129milaeuro in una settimana. Più di un quinto di quanto ha conquistato da quando è un tennista professionista.
E con questo successo Maestrelli si è anche fatto un regalo: se tutto dovesse andare secondo i piani e quindi Djokovic dovesse battere al primo turno PedroMartinez, Maestrelli giocherebbe il secondoturno proprio contro il serbo. Magari nella RodLaverArena, il centrale di Melbourne. Un sogno a occhi aperti per il tennista italiano, che è anche il primo a qualificarsi al turno successivo nel tabellone maschile dopo le eliminazioni di Cobolli e Arnaldi e il ritiro di MatteoBerrettini.
Arnaldi out contro Rublev
A proposito di italiani in tabellone, con il ritiro di Berrettini, erano in nove al primo turno. In attesa dei big, sono scesi in campo già anche FlavioCobolli (che ha perso contro Fery nella giornata inaugurale a causa di un mal di stomaco) e MatteoArnaldi, che nella notte tra domenica e lunedì è stato eliminato come da pronostico da AndreyRublev. Non c’è stata partita tra il tennista italiano e l’avversario russo: 3-0 (6-4, 6-2, 6-3) in meno di dueore di partita. Attendendo adesso tra gli altri soprattutto Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, in campo domani.
La nuova avvocata ha chiesto tempo per studiare il fascicolo. Il legale della famiglia Verzeni: "Moussa Sangare è e resta l'assassino di Sharon. E l'ha uccisa con premeditazione e per motivi futili"
L’incidente è avvenuto nei pressi della cittadina di Adamuz, nella provincia di Cordoba. I soccorritori hanno lavorato senza sosta sotto potenti fari tra i rottami per estrarre i superstiti
Brutta avventura per un gatto ma fortunatamente a lieto fine. Il felino è rimasto incastrato nel retro di un bancomat in un supermercato in Malesia. Incapace di liberarsi da solo, è stato salvato.
Attacco hacker contro l’emittente statale iraniana IRIB: interrotte le trasmissioni per diffondere un messaggio di Reza Pahlavi e filmati delle proteste anti-regime
Grave incidente ferroviario in Andalusia: due treni ad alta velocità si scontrano ad Adamuz. Oltre 30 vittime e numerosi feriti. Linea Madrid-Andalusia sospesa
“Colpa di Donald Trump“: così Piers Morgan, scherzando, dopo una caduta. Il conduttore si trova ricoverato in ospedale, come si vede dalla foto postata sul profilo X. Nel post, Morgan racconta una successione degli eventi quasi da ‘fumetto’: “1. Sono inciampato su un piccolo gradino. 2 In un ristorante di un hotel a Londra. 3 Femore fratturato. 4. Così male che ho avuto bisogno di un’anca nuova. 5. Convalescenza in ospedale. 6. Stampelle per 6 settimane. 7. Niente spostamenti lunghi per 3 mesi. 8. Partenza scoppiettante per il nuovo anno”. Ed è qui che arriva il punto 9: “Do la colpa a Donald Trump”. La caduta ha causato a Morgan una frattura all’anca, rendendo necessario un intervento chirurgico e un periodo di recupero.
Piers Morgan è giornalista e conduttore televisivo britannico tra i più noti e controversi del panorama mediatico anglosassone. Sessant’anni, ex direttore di tabloid come Daily Mirror e News of the World, Morgan è oggi volto e ideatore di Piers Morgan Uncensored, talk show di commento politico e culturale seguito soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Negli anni è diventato una figura polarizzante anche per il pubblico internazionale per le sue posizioni su temi di attualità, costume e politica.
“Ho amato anche più del necessario, ho fatto il dovuto e lo straordinario”. Con queste parole di Ornella Vanoni ieri sera, 18 gennaio, si è concluso l’evento musicale “Ornella Senza Fine“, in onda sul Nove. Ma quello che si è consumato non è stata solo una magnifica serata di musica e parole, ma anche una lezione di vita. Ornella Vanoni ha lasciato una grande eredità con le sue canzoni, ma soprattutto con la sua vita vissuta sulle montagne russe dei sentimenti. L’elemento fondamentale per l’essere umano è e rimane la libertà. Libertà di amare, di sbagliare, di inciampare e di rialzarsi nel momento giusto. Fabio Fazio con Luciana Littizzetto e il suo team di “Che Tempo Che Fa” hanno fatto un lavoro che va al di là dei tecnicismi televisivi. È raro che una emozione abbatta la quarta parete della televisione ormai diventata asettica. E ieri è accaduto, questo anche grazie a molti dei colleghi ed amici intervenuti per rendere omaggio alla grande artista.
Sulle note di “Senza Fine” è stato Marco Mengoni ad aprire la serata. Un inizio elegante, in salsa jazz con una delle canzoni più belle della storia della musica italiana. L’accoppiata Paolo Fresu-Mengoni strepitosa. La bellezza della musica e di Ornella che commuovono sempre. “Gino questa canzone l’ha composta per me, ma non trovava le parole giuste. Un giorno è venuto da me con le mani piene di foglietti e mi ha detto ‘scegli tu’. Io ho scelto le parole che mi somigliavano di più”. Questa la spiegazione di Ornella sulla celebre canzone, letta dal nipote Matteo.
Loredana Bertè struggente già con l’incipit “è uno di quei giorni che ti prende la malinconia”. La voce potentissima di Annalisa, l’interpretazione minimal e intensa di “Una ragione di più” ad evidenziare ogni parola e l’importanza del testo scritto nel 1970, ma sempre attuale… Con il rosso che Ornella amava molto. Non poteva mancare Virginia Raffaele. Quello tra l’attrice e Ornella Vanoni è stato un intreccio artistico, al di là dell’imitazione. La Raffaele aveva colto la grande ironia e la libertà della grande artista, spingendole ancora più in altro. Da uno dei dischi più belli della storia della musica, l’omaggio di Fiorella Mannoia con Toquinho con “La voglia la pazzia”. Sia la Mannoia che la Vanoni sono accomunati dall’amore per la musica brasiliana e il Brasile “A questo punto Buonanotte all’incertezza”…
“Sant’Allegria” nella versione di Mahmood con la Vanoni è un piccolo gioiello. Ornella Vanoni era pazza di lui: “Questo ragazzo qui lo amo, è come se lo conoscessi da sempre”. Bello il momento in studio con la voce fuori campo della grande interprete. Poi il momento tanto atteso. “Cantante, artista e donna libera“. La città di Milano alla presenza del sindaco Sala e dell’Assessore Sacchi ha dedicato così con una targa l’aiuola che si trova davanti al Piccolo Teatro Strehler.
“Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già…” Paolo Fresu alla tromba ha omaggiato la sua amica Ornella su una delle sue canzoni più iconiche “L’appuntamento”. Lo aveva fatto al suo funerale e questa sera provoca la stessa emozione. Poi la preziosa Elisa ha fatto da cornice a un momento di struggente commozione.
Un addio generoso, ricco d’amore e di dolcezza. “Ti lascio una canzone” è uno dei brani più belli di Gino Paoli che solo lui e Ornella sapevano rendere magica, specie insieme. Gianni Morandi è riuscito a farne un omaggio in punta di piedi pieno di affetto. La letterina di Luciana Littizzetto tutta dedicata ad Ornella nel ricordarla per le sue interminabili telefonate, con ironia e affetto. “E se lassù non riesci a dormire, chiedi pure perché qualcuno che sa rollare, lo trovi sicuro”, ha chiosato l’attrice.
Il Piccolo Teatro Grassi, dove Vanoni ha mosso i primi passi come attrice, apre le porte per un omaggio collettivo tra attori da Lella Costa a Angela Finocchiaro con al piano Paolo Jannacci. Ovviamente la canzone scelta è “Ma Mi“. Un bellissimo gesto simbolico. “Imparare ad amarsi” è la bella canzone firmata con Bungaro e Pacifico, una delle più belle della Vanoni. Interpretazione vibrante di Emma che ne ha sottolineato l’importanza delle parole.
“Rossetto e cioccolato” è una delle canzoni più iconiche del repertorio della Vanoni. Sensuale e ironica: “La gola è soddisfatta e nella stanza il cielo. Si fa così per cominciare il gioco”. Brava Malika Ayane a farla “sua”. Non facile. Il più grande regalo che Ornella Vanoni ha ricevuto, musicalmente parlando, negli ultimi ani è stato “Un sorriso dentro al pianto”, la canzone più bella scritta da Francesco Gabbani. Molto bello il duetto con Noemi, già proposto all’evento “Una Nessuna Centomila”. L’incantevole voce di Arisa su “La musica è finita” “Un minuto è lungo da morire. Se non è vissuto insieme a te” da standing ovation. Toquinho e Sangiorgi su uno dei pezzi iconici dell’album cult “La voglia la pazzia l’incoscienza…”: “Io so che ti amerò”. Il sentimento e il feeling in ogni nota. L’eleganza e la sobrietà di Diodato e della nipote dell’artista Camilla su “Senza Fine” chiudono la carrellata delle esibizioni.
Il canale Nove con “Ornella Senza Fine” per la prima volta ha offerto un evento che nulla ha da invidiare ai diretti competitor. Una serata di alta qualità e davvero emozionante. Su tutti l’arte, la forza e la libertà di Ornella Vanoni che vivrà per sempre.
“Ornella Senza Fine” è stato il terzo programma della serata con uno share di quasi l’11% e oltre 1 milione e 700mila spettatori con un picco di share che sfiora il 16% e un picco ascolto di oltre 1 milione e 900mila spettatori.
“Ho sbagliato a dire i miei giocatori di lasciare il campo. Chiedo scusa al mondo del calcio”. Così PapeThiaw – allenatore del Senegal – a mente serena dopo la vittoria della sua nazionale in finale di Coppad’Africa contro il Marocco grazie al gol di Pape Gueye ai supplementari. Perché le scene viste sono obiettivamente inaccettabili: al 92esimo a Mané e compagni viene annullato per un fallo il gol che probabilmente sarebbe valso la vittoria. Una decisione discutibile, penso ci siano pochi dubbi. Poi qualche minuto dopo un rigoreassegnato altrettanto discutibile e lì scoppia il caos.
Perché l’arbitro sicuramente qualche errore ha commesso, ma la reazione del Senegal non ha senso. Tutti negli spogliatoi per protesta prima che si calciasse il rigore, un quarto d’ora circa d’interruzione e poi Mané – l’unico a rimanere in campo – a richiamare i compagni e invitarli a rientrare. “Gli errori di un arbitro si devono accettare, ma sul momento non ho riflettuto e li ho fatti rientrare. A volte si può reagire nel modo sbagliato nella foga del momento”, ha dichiarato Thiaw.
Anche perché da quel momento lì chiunque si è quasi sentito in diritto a fare di tutto: disordini sugli spalti, gente che ha cercato l’invasione, risse e discussioni in campo. Insomma, non uno spotbellissimo per il calcio africano. Tutto sotto gli occhi del presidente Fifa GianniInfantino, che in un primo momento ha minimizzato tutto: ha premiato i vincitori tra mille sorrisi, ha consolato BrahimDiaz, come se non fosse accaduto nulla. A distanza di ore – con una nota – ha poi attaccato il Senegal.
“Purtroppo abbiamo assistito a sceneinaccettabili sul campo e sugli spalti: condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni giocatori senegalesi e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare il campo di gioco in questo modo e – allo stesso modo – la violenza non può essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto”, ha dichiarato Infantino.
“Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle regole del gioco, perché qualsiasi comportamentocontrario mette a rischio l’essenzastessa del calcio”, ha spiegato Infantino.
È stato un peccato, perché il livellotecnico e agonistico visto in questa Coppa d’Africa è stato altissimo. Rispetto a diversi anni fa le nazionaliafricane hanno acquisito maggiorcredibilità a livello internazionale grazie a un lavoro incessante su vari fronti, che ha portato vari paesi ad avere giocatori di caraturainternazionale, a esprimere un bel calcio e a dire la sua anche ai Mondiali: “È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modoresponsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di spettatori in tutto il mondo – ha concluso Infantino -. Le bruttescene a cui abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi. Ribadisco che non hanno posto nel calcio”.
“Ero a bordo e ho sentito un impatto molto forte. Il treno è uscito dai binari e, inclinandosi di lato, tutte le valigie hanno iniziato a caderci addosso, insieme ai vetri, a tutto”. Sono drammatiche le testimonianze dei passeggeri che erano a bordo dei treni Iryo e Alvia, coinvolti in un incidente all’altezza di Cordoba che ha ucciso 39 persone nella sera del 18 gennaio. A raccontare a Cadena Ser cosa è successo è Yuri: “C’era gente gravemente ferita, a una ragazza si è aperta la testa”. La giornalista ha raccontato di essere arrivata con una delle prime ambulanze che dal luogo del disastro sono partite verso l’ospedale Reina Sofia di Cordoba, la struttura che ha ricevuto il maggior numero di feriti. “Sono molto colpita psicologicamente per tutto ciò che ho visto e per quello che ho dovuto passare in quel vagone”, ha detto la ragazza. Alla sua voce si aggiunge quella di María Jiménez che, parlando alla Radio Nacional de España, ha detto: “Sembrava un film dell’orrore”. Era a bordo della carrozza quattro dell’Iryo – e non in quelle successive che sono deragliate – e ha riferito di avere avuto un attacco di panico. “È il tipo di esperienza che pensi di non dover mai provare “.
Juan José e Gerardo sono di Huelva, città dell’Andalusia, dove era diretto il treno di Renfe, colpito dal convoglio Iryo. “Abbiamo sentito una tremenda scossa in frenata – hanno raccontato ad Abc -, siamo corsi fuori e siano riusciti a usare i nostri cellulari. Per i tre vagoni prima di noi è stato terrificante”. Secondo quanto riportato dal giornalista Francisco Poyato, i due sono riusciti a recuperare i loro effetti personali grazie ai cellulari. Il giornalista Chema Rodríguez ha descritto su El Mundouno scenario spaventoso, con immagini di sedili scaraventati via, feriti che attraversano i binari e persone che escono dai tetti e dai finestrini dei vagoni. “Ci vorrà un po’ prima che io possa salire di nuovo su un treno “, ha dichiarato una donna all’inviato del quotidiano.
“Mia figlia mi ha chiamata alle 19,45 piangendo, sconvolta, dicendo che il treno era deragliato. Al momento non c’era copertura. Io sono venuto qui in stazione, direttamente alla Renfe (l’ente di gestione ferroviario, ndr). “Non sapevano nulla. Hanno chiamato il 112 e avvisato che c’era stato un incidente. Hanno cominciato a chiamare il macchinista del treno, i controllori, nessuno rispondeva. Quello che mi ha lasciato basita è che hanno chiuso l’ufficio e sono corsi via e ci hanno lasciato qui senza notizie. Mi è sembrata una follia”, ha raccontato nella notte la madre di una ragazza che viaggiava nel vagone numero 4 del treno di lunga percorrenza Alvia. In dichiarazioni all’emittente pubblica Tve, la donna ha raccontato i drammatici momenti delle prime notizie ricevute dell’incidente dalla figlia sopravvissuta. “Mia figlia mi ha detto che erano riusciti a uscire dal vagone, ma che c’erano molti morti. I passeggeri erano soli, al buio, non erano ancora arrivati i soccorsi né la polizia. Grazie a Dio lei l’ha potuto raccontare. Ora è al centro di emergenza allestito per il triage ai feriti”.
Chissà se è un bene la condivisione ad libitum di immagini e filmati girati in autonomia e la loro visione aperta al pubblico come un tempo si faceva solo con le pellicole cinematografiche e i servizi giornalistici. Non v’è dubbio alcuno che spesso da un punto di vista probatorio, nel caso di vicende che abbiano prodotto conseguenze penali, l’utilizzo di questi file possa condurre ad un accertamento più veloce delle responsabilità. Spesso, ma non sempre. Nel caso della morte di Riccardo Magherini avvenuta a Firenze nel 2014 ad esempio, nonostante registrazioni e filmati che narravano i fatti per quelli che erano, la giustizia italiana ha preferito scegliere vie traverse piuttosto che percorrere il sentiero più semplice, quello della verità.
La cultura, la politica e tutte le sovrastrutture di una civiltà antica come la nostra sono oggi ormai lontane dai bisogni concreti che un tempo le hanno generate. Resta comunque al centro l’uomo, più lontano e in ombra, ma la sua esistenza è quella che continua ad animare i giorni e quindi la storia e soprattutto resta la sacralità che la nostra civiltà è stata in grado di tributare ad alcuni momenti della vita umana, a prescindere dal loro inquadramento in una dimensione religiosa. Anche per questo fu oltraggiosa l’incapacità di ascoltare le parole urlate da Riccardo Magherini quella notte del 3 marzo 2014, quando sotto il peso dei carabinieri che seduti su di lui lo immobilizzavano trovava la forza per gridare: “Non respiro, sto morendo, ho un figlio.”
La serata di Riccardo era stata agitata, aveva assunto cocaina e aveva creato problemi agli abitanti di Borgo San Frediano. C’erano state delle segnalazioni, l’intervento della forza pubblica si era reso necessario e si era concluso con l’immobilizzazione di Magherini da parte degli agenti, che lo avevano schiacciato sull’asfalto fino a rendergli impossibile respirare. “Non respiro, sto morendo, ho un figlio” poi il silenzio, quello più lungo, quello della morte. Parole non diverse da quelle pronunciate da George Floyd a Minneapolis, dopo l’intervento della forza pubblica conclusosi allo stesso modo, con la morte di chi doveva essere in primo luogo tutelato, se del caso anche da se stesso.
Di questi uomini restano le richieste di aiuto condivise da migliaia di cellulari, richieste che ci interrogano sul significato di ciò che siamo e che inevitabilmente ci cambiano. Gli accusati della morte di Riccardo Magherini non sono stati ritenuti responsabili della sua morte in tutti e tre i gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento. La sua famiglia vivrà per sempre una insanabile mutilazione.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a cui è stato fatto ricorso si è pronunciata tuttavia condannandolo Stato italiano, valutando all’unanimità che aver tenuto il giovane immobilizzato a terra anche dopo che aveva smesso di reagire era stato assolutamente nonnecessario.
Il padre di Riccardo ha dichiarato di aver pianto dopo la pronuncia della sentenza. Forse avrà pensato che smetteranno da ora in poi di considerarlo un folle che non comprende che le forze dell’ordine hanno agito nel miglior modo possibile e che non avrebbero potuto salvare Riccardo. Si sarà sentito riabilitato come accade ai familiari morti per mano dello Stato, troppi, sui quali finisce spesso paradossalmente per cadere la responsabilità morale della tragedia perché ritenuti responsabili in solido con i cari persi dell’esito degli eventi.
Tanti di noi avranno visionato quegli ultimi momenti di vita di Riccardo e come me si saranno chiesti cosa avrebbe potuto fare di più se non pronunciare quelle ultime parole, per comunicare che la vita lo stava abbandonando. Tanti come me avranno tentato di frenare il dolore immaginando quell’ultimo pensiero di Riccardo, quel sapere che suo figlio non lo avrebbe mai più rivisto e si saranno interrogati sul significato della vita e forse come me si saranno sentiti soli perché di fianco e dentro avranno cercato senza trovare un senso.
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Che la soglia dell’attenzione dell’utente medio delle piattaforme in streaming sia bassa, questo si sa. Una pubblicità, una notifica di Whatsapp o una mail urgente alla quale rispondere, creano la visione di un film o una serie tv frammentata. Così ci si ritrova a riprendere il filo della narrazione, una volta esauriti i compiti improvvisi e bypassate le distrazioni, senza ricordarsi cosa stesse accendendo proprio nel punto in cui si è interrotto lo streaming.
Così Netflix è corsa ai ripari e ha chiesto agli sceneggiatori dei suoi film di inserire in alcuni punti un protagonista che faccia da raccordo e ripeta, in qualche modo, la trama principale del film. A rivelarlo è stato Matt Damon, durante la presentazione del film Netflix “The Rip – Soldi sporchi”, che lo vede protagonista con il collega e amico di sempre Ben Affleck.
L’attore in una intervista al programma Joe Rogan Experience, ha tracciato un bilancio del mondo del cinema e di come esso sia cambiato proprio in virtù del proliferare delle piattaforme in streaming.
“Gli spettatori dedicano a un film a casa un livello di attenzione molto diverso rispetto alla sala cinematografica, – ha detto Damon -. Netflix tende a spostare le scene d’azione all’inizio del racconto, per catturare subito il loro interesse. Dietro le quinte, si discute della possibilità di ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi, tenendo conto del fatto che molti spettatori guardano il film mentre sono al telefono”.
E ancora: “Abbiamo imparato che il modo tradizionale di costruire un film d’azione prevede di solito tre grandi scene: una nel primo atto, una nel secondo e una nel terzo. La maggior parte del budget viene investita in quella del terzo atto, perché è il finale. Ora invece ti chiedono: ‘Possiamo farne una enorme nei primi cinque minuti? Vogliamo che la gente resti incollata’. E non sarebbe male se ripetessi la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché la gente guarda il film mentre è al telefono”.
Poi ci sono le doverose eccezioni. “Non sempre le produzioni Netflix si piegano alle regole del mercato – ha aggiunto Affleck -. Guardi Adolescence e ti accorgi che non fa niente di tutto questo. Ed è fottutamente fantastica. Ed è anche cupa: tragica e intensa. Racconta di un uomo che scopre che suo figlio è accusato di omicidio. Ci sono lunghe inquadrature della nuca dei due personaggi. Salgono in macchina, nessuno dice una parola”.
“The Rip – Soldi Sporchi”, disponibile su Netflix già dal 16 gennaio, mette al centro la fiducia tra una squadra di poliziotti di Miami che inizia a vacillare dopo aver scoperto milioni di dollari in contanti in un deposito abbandonato. Quando forze esterne vengono a conoscenza dell’entità del sequestro, tutto è messo in discussione, incluso di chi potersi fidare.
Claudio Agostino Carlomagno, 45 anni, il marito di Federica Torzullo fermato domenica per omicidio, ha cercato di depistare le indagini con una serie di bugie e versioni inventate, che hanno solo nei primi momenti ingannato gli investigatori. Ma le prove, tra cui i dati del GPS e i riscontri sui suoi spostamenti, hanno insorabilmente e svelato la verità, portando alla scoperta del corpo della 41enne, sepolto in un terreno vicino alla villetta della coppia.
Già la denuncia, formalizzata il 9 gennaio, presentava un’anomalia. L’uomo aveva raccontato che la donna era uscita di casa la mattina presto, senza prendere la macchina, che lui aveva trovato parcheggiata fuori. Una versione che ha sollevato immediatamente dei dubbi, visto che Federica, descritta come una persona precisa e puntuale, non avrebbe mai agito in modo così improvviso e senza lasciare tracce. Carlomagno ha aggiunto altri dettagli inverosimili: “Non abbiamo dormito insieme perché io russo e le impedisco di riposare, quindi lei si trasferisce in camera di nostro figlio”. Tuttavia, i primi accertamenti delle forze dell’ordine hanno subito messo in crisi questa ricostruzione. Le telecamere di sorveglianza hanno registrato l’ingresso di Federica in casa la sera dell’8 gennaio intorno alle 23 e il suo rientro non è stato seguito da alcuna uscita.
Inoltre, il comportamento di Carlomagno quel giorno ha suscitato ulteriori sospetti. Nonostante la gravità della situazione, il 45enne si è mostrato eccessivamente tranquillo. Alle 8 del mattino, Carlomagno ha preso il telefono della moglie e ha inviato un messaggio Whatsapp alla madre di Federica, cercando di depistare le indagini: “Tutto bene, non preoccuparti”. Poco dopo, mentre il caso della scomparsa di sua moglie stava per diventare di dominio pubblico, Carlomagno ha scherzato con i suoi dipendenti al lavoro, dicendo: “Abbiamo fatto delle misurazioni in giro. Poi ci vediamo lunedì. Sembrava non fosse successo nulla”.
Le indagini hanno preso una piega più chiara quando sono stati esaminati i dati GPS relativi agli spostamenti di Carlomagno. Il 9 gennaio, il 45enne aveva compiuto numerosi spostamenti tra i terreni gestiti dalla sua azienda, senza alcuna giustificazione plausibile. Inoltre, sono state trovate tracce di sanguesia nel camion utilizzato da Carlomagno, sia nella sua abitazione, e un testimone ha riferito di aver visto l’uomo lavare il cassone del mezzo il pomeriggio del 9 gennaio.
Anche la testimonianza di un’amica e collega di Federica ha contribuito a chiarire la situazione. La donna ha dichiarato che Federica era una persona “seria, precisa e ligia al dovere” e che non avrebbe mai abbandonato il lavoro senza avvisare. Inoltre, il 9 gennaio, Federica non si era presentata al lavoro come previsto e non aveva dato alcuna giustificazione. La collega ha anche sottolineato che Federica si teneva sempre in contatto con la madre e che, in quella giornata, la madre non aveva ricevuto alcuna telefonata da parte della figlia, come accadeva di solito.
Migliaia di sfollati curdi sti stanno spostando verso Qamishli, principale città curda nel nord-est della Siria, dopo che l’esercito governativo ha conquistato vaste aree del nord del Paese. L’avanzata delle forze di Damasco ha portato alla perdita di territori che per oltre un decennio erano rimasti sotto il controllo delle forze curde, garantendo di fatto un’ampia autonomia. Nella città si sono svolte manifestazioni contro l’estensione del controllo dell’esercito siriano.
Clizia Incorvaia è stata ospite a “Verissimo”, ieri 18 gennaio, e ha rivelato a Silvia Toffanin un episodio doloroso della sua vita: “Tre anni fa ho avuto un aborto in treno, mentre stavo accompagnando mia figlia Nina dal padre a Milano. Ebbi questa emorragia perché ero troppo sotto stress“. L’influencer è stata prosciolta dalle accuse di Francesco Sarcina, che l’aveva denunciata, accusandola di aver pubblicato sui social immagini della loro figlia minore per “trarne un profitto economico”.
“Questa sentenza mi ha restituito dignità come madre. – ha detto Incorvaia – Ho sempre protetto mia figlia Nina (avuta dal cantante nel 2015, ndr) , l’ho sempre preservata. Ma questa accusa aveva gettato un alone su di me come genitore. Oggi i nostri rapporti sono freddi, distaccati”.
E ancora: “Non era un rapporto sano. Per tanto tempo ho pensato di potermi accontentare di questo tipo di relazione. Poi, quando è venuto meno il rispetto della mia persona, ho capito che dovevo prendere le distanze (…) Mi bruciò 60 paia di scarpe dopo dei litigi. Non denunciai per proteggere Nina”.
Ha fatto clamore poi il presunto tradimento della Incorvaia con Riccardo Scamarcio, ex amico di Sarcina: “Eravamo separati. Ero una donna separata e potevo fare tutto quello che volevo. Ho una visione troppo bella dell’amore per prendere delle vie sotterranee”
“A marzo saremo di nuovo in udienza, – ha continuato l’ospite – verranno ristabilite delle cose sulla gestione di nostra figlia affinché non ricada tutto su un solo genitori. Oggi provvedo io alla sua scuola privata e anche ai weekend che passa con il papà. Il giudice aveva stabilito che Nina passasse due weekend con il padre su Milano a carico mio e un weekend su Roma a carico del padre perché lui dovrebbe prendere una stanza in hotel per stare con la figlia. Di weekend su Roma ne ha fatto uno in cinque anni. Mi trovo sempre io a portare Nina da lui a Milano“.
Un incidente tragico, costato la vita a 39 persone, e che ne ha lasciate ferite 152 – di cui 48 in ospedale e trenta in gravi condizioni -, avvenuto “inspiegabilmente” – dice il ministro dei Trasporti Oscar Puente – in un rettilineo, su una tratta rinnovata di recente. La Spagna indaga sull’incidente avvenuto la sera del 18 gennaio, alle 19.39, tra due treni sulla linea dell’alta velocità Madrid-Andalusia all’altezza di Adamuz (Cordova). Solo sul treno Iryo, diretto da Malaga a Madrid – che era stato revisionato il 15 gennaio, solo quattro giorni fa – ci sono stati almeno 21 morti e 22 feriti, secondo fonti della compagnia, che ha messo a disposizione un numero per i familiari dei passeggeri (900001402). Anche Renfe ha attivato un numero verde per notizie sui passeggeri del treno Alvia (900101020), che si stava dirigendo a Huelva. I vigili sono rimasti tutta la notte con le squadre di emergenza e una quarantina di militari dell’Unità di protezione civile dell’Esercito a lavorare per estrarre i superstiti dalle lamiere. Secondo quanto emerge, per i tecnici spagnoli il deragliamento potrebbe essere legato a un giunto che prima dell’incidente è saltato creando uno spazio tra due sezioni di binario che via via si è allargato al passaggio dei treni. L’ipotesi è che le prime carrozze dell’Iryo siano passate mentre lo spazio si allargava finché, arrivate all’ottava, è avvenuto il deragliamento. L’ottava carrozza avrebbe portato con sé anche la sesta e la settima. A bordo dei due convogli c’erano circa 500 persone, 300 sul treno Iryo Málaga-Madrid e 184 en sull’Alvia Madrid-Huelva. Tra i ricoverati ci sono 11 adulti e un minore in terapia intensiva. Sono invece 74 i feriti che sono già stati dimessi. Il governatore dell’Andalusia Juan Manuel Moreno Bonilla, intervistato dalla radio nazionale spagnola Rne, ha dichiarato che “la violenza dell’impatto è stata tale che abbiamo trovato persone decedute a centinaia di metri dal luogo dell’incidente ferroviario“.
Le linea rinnovata e i dubbi del ministro – Puente ha spiegato che i primi due vagoni dell’Alvia, con 63 passeggeri complessivi a bordo, “sono precipitati in un terrapieno” di circa cinque metri. “Tra i due convogli, l’Alvia è quello che ha avuto la peggio” nel deragliamento. Puente non ha dato indicazioni sulle possibili cause, ma ha rilevato che “l’incidente è stato estremamente strano”, in quanto si è verificato “su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente” e ha coinvolto un treno di Iryo “praticamente nuovo”. “Lo stato della via ferroviaria era buono”, ha ribadito. “Stiamo parlando di materiali nuovi”, ha aggiunto, ricordando che sulla tratta Andalusia-Madrid sono stati investiti “700 milioni di euro e i lavori di sostituzione dei cambi dell’infrastruttura si sono conclusi a maggio, secondo Adif“, il gestore statale delle ferrovie. “Speriamo che l’inchiesta aiuti a chiarire le case dell’incidente, ha anche detto il titolare dei Trasporti. Quanto ai tempi di ripristino della linea di alta velocità, il ministro ha avvertito che “resterà interrotta almeno domani e probabilmente per un mese”. “Non solo bisogna ritirare il materiale, ma c’è un’inchiesta” aperta sulla sciagura “che richiede di intervenire sul terreno in tutta la sua profondità”, ha segnalato. Puente ha annunciato infine la creazione di una commissione d’inchiesta “completamente indipendente” per “stabilire cosa è successo e fare in modo che non accada mai più”.
La dinamica dell’incidente – La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo, con 317 passeggeri, diretto da Malaga a Madrid stazione Puerta de Atocha, è deragliato invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto che circolava in direzione opposta, da Madrid a Huelva, deragliato a sua volta. Complessivamente sono state oltre un centinaio le persone ferite in maniera lieve medicate nell’ospedale da campo che è stato allestito ieri sera dai servizi di emergenza nel Posto Medico Avanzato in un edificio di Adif, nella stazione di Adamuz. Nella zona dell’incidente sono state mobilitate 4 unità del Dispositivo di terapia intensiva, 6 ambulanze con unità di rianimazione, due veicoli di appoggio logistico, cinque ambulanze convenzionali e 2 della Croce Rossa.
Per il 28enne, accusato di violenza sessuale, i carabinieri hanno eseguito la sospensione immediata dal pubblico servizio per un anno e l'obbligo di dimora con divieto di uscire nelle ore serali
Il premier norvegese conferma autenticità della lettera al quotidiano di Oslo VG. La notizia riportato da diverse agenzie internazionali: "Il mondo non sarà sicuro finché non avremo il controllo completo e totale della Groenlandia"
Il vento si intensifica in Calabria, dove è stata diramata un'allerta meteo arancione per la giornata di lunedì 19 gennaio. Le immagini dal lungomare di Catanzaro
L’attenzione resta concentrata sulle operazioni di salvataggio e sull’assistenza alle persone coinvolte, mentre proseguono gli accertamenti per chiarire le cause dell’incidente
I diritti di proprietà non sono immutabili ma emergono e si precisano quando il valore delle risorse aumenta. Le norme che li regolano devono però essere giuste, altrimenti diventano strumenti di esclusione e predazione. Vale anche nel caso dell’Artico.
L'agenda internazionale e i suoi risvolti interni piombano sulla missione di Giorgia Meloni in Asia. Da Seul, in Corea del Sud, per la prima volta la premier dice che il presidente degli Stati Uniti sbaglia, offrendo un titolo facile ai giornalisti che la seguono in trasferta. Ma la premier non punta a marcare una distanza con Donald Trump, che ha annunciato dazi ai paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia, semmai il contrario. "Ho sentito sia Donald Trump qualche ora fa, al quale ho detto quello che penso" sia "il segretario generale della Nato che mi conferma un lavoro che" l'Alleanza "sta iniziando a fare", ha detto durante un punto stampa ieri, tratteggiando il lavoro da pontiera che sta cercando di costruire.
Il presupposto è netto: "La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido", ha commentato senza titubanze. Ai giornalisti che hanno provato a indagare sul contenuto del colloquio telefonico con Trump ha risposto che non si può "farvi lo stenografico di quello che dico a un mio collega. Io credo – ha aggiunto – che in questa fase sia molto importante parlarsi" e che il presidente Trump "mi pare fosse interessato ad ascoltare". Tanto basta per ritagliarsi uno spazio e tentare il colpo della mediazione, nell'interesse di tutti.
In serata Meloni sentirà anche i principali leader europei e Ursula von der Leyen. A rischiare sono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia. La quota annunciata da Trump è del 10 per cento, che potrebbe salire al 25 per cento fino alla conclusione di un accordo per l'acquisto della Groenlandia.
Così, se da una parte Meloni non indugia nel definire "un errore" la possibilità americana di inasprire la guerra commerciale, dall'altra con Trump parla di incomprensione. C'è stato "un problema di comprensione e comunicazione", ha precisato, perché l'iniziativa dei paesi europei di inviare piccoli contingenti militari nell'Artico – che da parte sua Meloni può dire di aver sempre rifiutato – non va letta in chiave "anti-americana" semmai "contro altri attori" come la Cina e la Russia. Gli stessi che preoccupano gli Stati Uniti. Ora quindi è tempo di "abbassare la tensione e di tornare a dialogare", insiste Meloni, e di "lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che ci coinvolge tutti". Tutti, o quasi. Almeno in Italia.
Il risvolto interno della questione, di cui i giornalisti hanno chiesto conto a Meloni, riguarda infatti l'alleato di governo Matteo Salvini. Secondo il leader della Lega, i paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia sono i "deboli d'Europa" che hanno la "smania" di inviare soldati e raccolgono i loro "frutti amari". "Non c'è un problema politico con la Lega su questo punto", ha detto Meloni ai cronisti che le hanno sottoposto la diversità di vedute, salvo poi abbandonare frettolosamente il punto stampa: "Grazie e arrivederci".
L’ho conosciuto grazie ad Alfred Jarry. Era il 1969. Lui un personaggio noto nel mondo dell’editoria ed io poco informato su quel signore ironico, pronto a fare l’esame a quanti gli si parassero davanti. Non si prevede mai l’esito di un proprio articolo di giornale. Quella volta la recensione all’opera del papà di Ubu ebbe un risultato telefonico inaspettato. «Sono Luciano Foà. Desidero ringraziarla dell’attenzione al nostro libro. Quando viene a Milano passi a trovarmi.» Foà era il «signor Adelphi». L’opera di Jarry di cui avevo scritto era il numero 21 della Biblioteca Adelphi, avviata nel 1965 con L’altra parte di Alfred Kubin. Oggi la collana ha superato abbondantemente i cinquecento titoli.*
Immutata la sofisticata grafica discesa dal Yellow Book di Aubrey Beardsley. Allora l’Adelphi si considerava ancora una «piccola casa editrice», anche se aveva già avviato una formidabile collana di classici – Defoe, Büchner, Adams, Stendhal, Voltaire, Novalis, Butler – e iniziata la monumentale edizione del tutto Nietzsche. La sede stava in un appartamento in via San Pietro all’Orto. E fu là, in una stanza sommersa di libri, che incontrai per la prima volta Luciano Foà. Mai avrei immaginato fosse l’inizio di un’amicizia durata moltissimi anni.
Passando da lui, verso fine mattinata, era sottintesa la colazione in uno di quei ristoranti milanesi con giardino interno, spesso trasformato in serra, dove, lontano dai rumori e avvolti nella polla dei rampicanti, si ha l’illusione di vivere fuori del tempo. A Foà piaceva particolarmente una brasera dalle parti di via Mangili. In un palazzotto poco lontano aveva abitato Carlo Dossi, un autore molto amato dagli adelphiani. Con una lentezza da bradipo, la testa leggermente reclinata, fumando sottili sigarette, a tavola Foà si trasformava in un formidabile affabulatore. Aveva un volto orientale, enigmatico, attraversato da una mimica antica, ironica. Conosceva tutti. Mostrava particolare attenzione a quanti avessero ammirazione per Roberto Bazlen, suo grande amico e mito sconosciuto della cultura italiana del Novecento. Ne parlava come esibisse il proprio doppio. D’altra parte molte scelte dell’Adelphi si dovevano a quell’ostinato, raffinato e rabdomantico Bobi Bazlen che sembrava aver esplorato tutte le letterature del mondo. Il «signor Adelphi» non era da meno. Temevo sempre una sua spiazzante domanda. Penso lo supponesse. Più d’una volta tese trappole.
Impossibile dimenticare la sua sapienza per gli autori rari recanti al loro interno il mistero della vita, quell’impareggiabile forza che nello stile della scrittura fa percepire l’inesprimibile altro da sé. Non c’era traduzione che mancasse di rivedere prima di mandare un nuovo libro in tipografia. La precisione della forma era la sua ostinata vocazione. «Fondai l’Adelphi per rompere la monotonia dell’ideologismo editoriale di sinistra, per scegliere autori che uscissero fuori dai binari codificati da una visione del mondo erosa in senso deteriore.» Pubblicò una serie di libri «unici», scelti secondo un unico criterio: la profondità dell’esperienza da cui nascevano e di cui erano viva testimonianza. Erano libri del passato e della contemporaneità, «luoghi» della realtà e dell’immaginazione, del mondo degli affetti e del pensiero. Si trattava di collane ideali capaci di far scoprire o riscoprire i grandi scrittori della crisi europea, Hesse, Joseph Roth, Walser, Lernet Holenia, la spiritualità orientale, la mitologia classica, la perfezione di Nabokov e Simenon, autori «censurabili» come Jünger, hippies, surrealisti alla Daumal, vagheggiatori del mondo tipo Chatwin.
Foà raccontava che l’idea di una casa editrice come l’Adelphi era molto antica. Bisognava tornare al 1937 quando lui, giovanissimo, aveva conosciuto Bazlen che lo aveva dissuaso dal progetto di fondare una rivista letteraria. «Inoltre avrei avuto problemi per ragioni razziali. E fu Bobi a convincermi affinché mi battezzassi per mettermi al riparo dalle persecuzioni.» Allora Foà lavorava all’Agenzia letteraria internazionale fondata dal padre Augusto che traduceva romanzi stranieri e li vendeva per la pubblicazione a puntate in feuilleton. Nelle lunghe chiacchiere Luciano e Bobi, in quegli anni vagheggiavano la cultura che avrebbe dovuto affermarsi dopo la caduta del fascismo. Era come se quel tempo fosse stato per Foà la preparazione di un mondo ideale. La sorte glielo fece incontrare nel 1941. Aveva ventisei anni.
Adriano Olivetti, nel suo utopico progetto di comunità, lo chiamò a Ivrea per pensare a una casa editrice predisposta a pubblicare tutto quanto le forze dominanti avevano fino ad allora tenuto lontano. Dall’amicizia con Bazlen aveva ereditato un’ostinata curiosità per quanto stava al «di sotto delle carte»: lo interessava il giudizio sulle persone, magari basato sull’intuizione, la fisionomia, i gesti, la grafia e anche i capricci degli astri che con la loro influenza pretendono guidare l’esistenza degli uomini. L’attenzione alle premonizioni astrologiche gli veniva proprio da Bobi che del meccanismo universale e dei pronostici stellari era un cultore.
Foà si abbandonava volentieri a placide evocazioni, sottolineando l’importanza dell’esperienza fatta con Olivetti. Dovevano cercare libri da tutto il mondo. Un programma enorme che recuperasse grandi scrittori. «Ma anche Freud, Jung, Heidegger, la patristica, l’economia, le scienze politiche… Olivetti, che era un visionario illuminato, mi mandava in Svizzera per trovare libri, parlare con editori, incontrare Jung.» Presso un piccolo editore di Lucerna aveva rinvenuto un libretto con una scelta di lettere di grandi scrittori tedeschi, curato da un tale di nome Detlef Holz. «Dopo la guerra scoprii essere niente meno che Walter Benjamin.»
Ma l’incontro che di più amava raccontare era quello avuto in Svizzera durante uno dei viaggi che Olivetti gli organizzava. «Mi mandò a parlare con un misterioso personaggio. Fu una situazione paradossale.» Secondo la rievocazione di Foà, Olivetti voleva informazioni su cosa prevedessero gli Alleati sul destino dell’Italia. Era convinto che, caduto il fascismo, sarebbe stato chiamato a far parte, magari presidente del Consiglio, del primo governo dell’Italia libera. «Pensava di essere come Rathenau, un uomo di vasta cultura e di grandi interessi. Un industriale che avrebbe applicato le sue capacità e i suoi sogni alla politica.»
Il giovane che si intendeva di libri e traduzioni, il giovane colto che Olivetti aveva inviato come proprio messo, doveva descrivere al misterioso personaggio la situazione italiana. «Era un signore enorme» ricordava Foà cercando di imitarne le forme allargando le braccia «una specie di vichingo. Rappresentava gli Stati Uniti per l’Europa occupata e dell’Italia non capiva niente. Voleva soltanto sapere quando sarebbe caduto Mussolini e chi sarebbe andato al suo posto. Visto oggi mi sembra un incontro surreale.» Più tardi scoprì d’aver parlato con Allen Dulles. Da questo episodio Foà avrebbe potuto trarre un formidabile racconto. Che non scrisse mai.
Gli chiesi una volta, al di là delle traduzioni, se avesse mai pensato di dedicarsi a qualcosa di suo. Dopo una pausa confessò «il peccato». «Ho tentato. Avevo cominciato con la descrizione di un funerale. Alla seconda pagina ho smesso… per sempre.» Lui era un editore. Il suo libro il catalogo dell’Adelphi. Nel 1945, pubblicato a puntate sul Politecnico di Vittorini, Foà tradusse For Whom the Bell Tolls – Per chi suona la campana – di Ernest Hemingway. «Cercavamo di preparare la cultura per il nuovo tempo, con un grande desiderio di esistere, di far bene.» Nel 1951 era segretario generale dell’Einaudi, che abbandonò nel ’61. In quegli anni si consumava anche la sua militanza politica. Iscritto al pci ne uscì nel ’56, dopo i fatti d’Ungheria. Un giorno mi disse di non essere rimasto troppo lontano da quelle posizioni, ma di non aver mai condiviso «la filosofia e la metafisica» del partito.
Quando passava da casa mia non rinunciava alla più inveterata delle sue abitudini: il sonnellino dopo pranzo. Senza chiedere alcun permesso, con discreta confidenza, la cerimonia era prevista. Chiudeva le persiane dello studio, accostava la porta e si stendeva sul divano. Incurante di quanto poteva accadere intorno. Dopo mezz’ora riappariva riprendendo la conversazione dal punto esatto in cui l’aveva lasciata. Da Luciano Foà ho imparato a conoscere i libri. Gli devo la ricercata esclusività di molte letture. Non dimenticava mai di inviarmi edizioni fuori commercio, curate personalmente: erano sue raffinate traduzioni e ricordavano privati anniversari, un compleanno…
Nel 1980, per festeggiare il centesimo titolo della Biblioteca Adelphi, in un’edizione in cento copie, aveva scelto Il libro degli amici, di Hugo von Hofmannsthal. Per anni mi aveva dimostrato una cordiale, riservata confidenza. Poi, con mia sorpresa, quasi guardingo, un giorno mi chiese: «Da quanti anni ci conosciamo?». «Forse venticinque» risposi. Scosse la sottile sigaretta nel posacenere. «Potremmo cominciare a darci del tu.»
Martedì 20 gennaio alle ore 17:30 Ammirabili & freaks verrà presentato a Milano presso la biblioteca Sormani, in Corso di Porta Vittoria 6. In dialogo ci saranno Piero Boragina, Bruno Quaranta e Stefano Salis.
Loci communes si chiamano detti, proverbi, idee, pensieri, estratti da testi a stampa e spesso messi insieme in zibaldoni. Sono materiali raccolti da lettori attenti, quale era, ad es... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Le strade dell’Iran sono rimaste relativamente tranquille negli ultimi giorni, dopo due settimane di proteste su vasta scala che hanno scosso il Paese a causa della grave crisi economica in corso e in seguito alle minacce di intervento da parte di Washington, che ha annunciato possibili attacchi contro siti governativi.
Quando le manifestazioni e i disordini si sono trasformati in vere e proprie rivolte con scontri violenti contro la polizia, causando vittime da entrambe le parti in diverse località, le autorità di Teheran hanno imposto un blackout totale di Internet e dei servizi di messaggistica, convinte che tale misura avrebbe ostacolato o rallentato qualsiasi tentativo straniero di sfruttare le proteste a fini destabilizzanti.
Dopo otto giorni di completa interruzione della rete, l’Iran ha iniziato sabato a allentare gradualmente le restrizioni, ripristinando innanzitutto il servizio di messaggistica breve (SMS) su tutto il territorio nazionale. I media statali hanno descritto un piano progressivo per il ritorno alla normalità di Internet e dei servizi di comunicazione.
Al Jazeera riporta dichiarazioni di autorità statali secondo cui cellule terroristiche e una cospirazione straniera sono state smantellate, e la situazione è ora sotto controllo: citando funzionari, l’emittente qatarina ha riferito che la decisione di allentare il blackout è stata presa dopo la stabilizzazione della sicurezza e l’arresto di figure chiave collegate a «organizzazioni terroristiche» responsabili della violenza durante le proteste contro l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche, scoppiate il 28 dicembre in diverse città iraniane.
Le autorità hanno sostenuto che il blackout di Internet ha «indebolito notevolmente le connessioni interne delle reti di opposizione all’estero» e ha interrotto le operazioni delle «cellule terroristiche».
In questo contesto, anche la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è intervenuta, accusando attori legati agli Stati Uniti e a Israele di essere responsabili dell’uccisione di «diverse migliaia» di persone durante le proteste antigovernative.
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«Coloro che sono legati a Israele e agli Stati Uniti hanno causato danni ingenti e ucciso diverse migliaia di persone», ha dichiarato sabato. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno respinto ripetutamente le accuse iraniane di «complotto straniero». Alcuni di loro sono stati uccisi «in modo brutale e disumano», ha aggiunto Khamenei senza fornire ulteriori dettagli, durante un incontro pubblico trasmesso dalla televisione di Stato.
Si tratta della prima volta che un’alta autorità iraniana parla esplicitamente di vittime in termini di «migliaia». In precedenza, alcuni gruppi di monitoraggio con sede negli Stati Uniti e certi media americani avevano avanzato stime di 12.000 morti, una cifra ritenuta enorme e che ha suscitato scetticismo.
Riguardo all’ipotesi di un complotto straniero, il Financial Times sembra essere il primo organo di informazione mainstream a riportare testimonianze su gruppi ben organizzati e vestiti di nero che hanno alimentato caos e violenza contro la polizia durante le proteste…
«C’erano gruppi di uomini vestiti di nero, agili e veloci. Davano fuoco a un bidone della spazzatura e poi si spostavano rapidamente verso il bersaglio successivo». «Sembravano dei commando». «Erano sicuramente organizzati, ma non so chi ci fosse dietro di loro».
L’Iran ha affermato che centinaia di poliziotti e membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi o feriti, e ha diffuso video che mostrerebbero presunti «manifestanti» armati intenti a fomentare un’insurrezione contro le posizioni governative. Non sorprende che servizi di intelligence israeliani o occidentali possano tentare di infiltrare e deviare le proteste verso obiettivi di destabilizzazione del regime.
Tuttavia, dimostrare tale scenario resta estremamente difficile nel mezzo della nebbia della guerra e dell’intensa propaganda diffusa da tutte le parti coinvolte.
Sabato 10 gennaio 2026, papa Leone XIV ha inaugurato ufficialmente un Anno Giubilare speciale per celebrare l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Questa commemorazione, che si estenderà fino al 10 gennaio 2027, è proposta dalla Santa Sede come tempo di grazia e rinnovamento spirituale per la Chiesa universale.
Con decreto della Penitenzieria Apostolica, il Santo Padre ha concesso l’indulgenza plenaria ai fedeli che soddisfano le consuete condizioni, allo scopo di presentare la figura del «Poverello» come modello di santità e rifugio di pace in un contesto internazionale segnato da violenza e incertezza.
Concessione dell’Indulgenza Plenaria e Condizioni del Giubileo
L’apertura di questo periodo giubilare consente ai fedeli di ottenere la remissione della pena temporale dovuta ai peccati secondo le disposizioni canoniche: i fedeli devono recarsi in pellegrinaggio a qualsiasi chiesa conventuale francescana o a un luogo di culto dedicato al santo di Assisi; e devono partecipare ai riti giubilari prescritti o dedicarsi alla preghiera e alla meditazione.
Le condizioni richieste per ottenere questa grazia sono quelle consuete: la confessione sacramentale, la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. Coloro che, per motivi di salute, età avanzata o altre gravi cause, non possono uscire di casa, possono unirsi spiritualmente alle celebrazioni offrendo a Dio le proprie sofferenze e preghiere per partecipare ai frutti spirituali del Giubileo.
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Lettera del Papa in occasione di questo Giubileo
Nell’ambito di queste celebrazioni, papa Leone XIV ha indirizzato una lettera ai Ministri Generali della Conferenza della Famiglia Francescana. In questo documento, datato 7 gennaio 2026, il Santo Padre sottolinea che la pace non è semplicemente il frutto di sforzi umani o accordi tecnici, ma un dono divino che deve essere accolto con umiltà.
La lettera evidenzia il tradizionale saluto francescano, «La pace sia con voi», come cuore di una grazia divina che assume oggi particolare importanza.
La lettera sottolinea l’eredità di San Francesco d’Assisi e ci ricorda che la pace comprende tre dimensioni inscindibili: la pace con Dio, la pace tra le persone e la pace con il creato. Questa visione è fondamentale in un’epoca segnata da quelle che il papa definisce «guerre apparentemente infinite» e da divisioni sociali che generano sfiducia.
A questo proposito, la Santa Sede ha annunciato che, dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, il corpo di San Francesco sarà eccezionalmente traslato dalla sua cripta per facilitarne la venerazione dei fedeli durante questo centenario.
Apertura solenne delle commemorazioni ad Assisi
L’apertura ufficiale delle celebrazioni ha avuto luogo nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, alla Porziuncola, luogo in cui il santo morì nell’autunno del 1226. La cerimonia è stata presieduta da Fra’ Francesco Piloni, Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, accompagnato dai sei Ministri Generali dei diversi rami dell’Ordine:
Massimo Fusarelli (Frati Minori), Fra’ Carlos Alberto Trovarelli (Frati Minori Conventuali), Fra’ Roberto Genuin (Frati Minori Cappuccini), Tibor Kauser (Ordine Francescano Secolare), Fra’ Amando Trujillo Cano (Terzo Ordine Regolare) e Suor Daisy Kalamparamban (Conferenza Francescana Internazionale).
Al termine delle cerimonie inaugurali, il papa ha recitato una preghiera dedicata a San Francesco d’Assisi, invocandolo come intercessore affinché i cristiani diventino «artigiani di pace» e «testimoni disarmati».
La preghiera invoca il coraggio di costruire ponti laddove il mondo erige confini e ci ricorda che la vera riconciliazione è quella che abbatte tutti i muri. Attraverso questa iniziativa, la Chiesa auspica che l’ottavo centenario della morte del santo non sia solo un evento storico, ma un catalizzatore di concordia e rispetto della dignità umana nella società contemporanea.
È auspicabile che la vita del santo di Assisi, profondamente trasformata dal Cristo crocifisso e manifestata nelle stimmate, non venga dimenticata, né che venga dimenticato lo zelo apostolico e missionario della Regola francescana, in netto contrasto con il «dialogo» proposto oggi dai suoi seguaci.
Immagine: Cimabue (1240–1302), Frammento, Vergine in Maestà, con Bambino, quattro angeli e san Francesco (XIII secolo), Basilica inferiore di San Francesco, Assisi.
Gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’Unione Europea si riuniranno domenica per una riunione di emergenza, in seguito all’annuncio del presidente Donald Trump di imporre un’ondata di dazi crescenti su otto Paesi europei della NATO che si oppongono a un «acquisto totale e completo» della Groenlandia da parte degli Stati Uniti.
I colloqui straordinari seguono una ferma dichiarazione di solidarietà con la Danimarca da parte dei principali leader del blocco, i quali hanno avvertito che i dazi minacciati da Trump «minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente».
In post identici pubblicati sui social media, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno respinto qualsiasi contestazione della sovranità danese sulla Groenlandia.
«L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale», hanno dichiarato. «L’UE esprime piena solidarietà alla Danimarca e al popolo della Groenlandia».
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I dazi, annunciati da Trump sabato, colpiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, Paesi che hanno recentemente inviato piccoli contingenti militari in Groenlandia. I leader europei hanno precisato che l’esercitazione guidata dalla Danimarca è stata coordinata in anticipo e «non rappresenta una minaccia per nessuno».
«Abbiamo costantemente sottolineato il nostro comune interesse transatlantico per la pace e la sicurezza nell’Artico, anche attraverso la NATO», hanno aggiunto.
L’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato che «se la sicurezza della Groenlandia è a rischio, possiamo affrontare la questione all’interno della NATO». Ha poi osservato ironicamente che «Cina e Russia devono divertirsi», poiché traggono vantaggio dalle divisioni interne all’alleanza. Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha invece scelto di non commentare la controversia in corso.
Nelle scorse settimane, Trump ha rilanciato e intensificato i suoi sforzi per annettere o acquisire la Groenlandia, un obiettivo che persegue sin dal suo primo mandato. Sostiene che tale acquisizione sia essenziale per la sicurezza nazionale statunitense, al fine di contrastare l’influenza cinese e russa nell’Artico – un’asserzione respinta sia da Pechino che da Mosca.
La missione iniziale di 15 soldati tedeschi in Groenlandia si è conclusa, ha annunciato il portavoce delle Forze Armate tedesche, il Tenente Colonnello Peter Milevchuk, in un’intervista al gruppo mediatico Funke. Milevchuk ha sottolineato che la collaborazione con i colleghi danesi è stata «positiva e costruttiva».
Mercoledì la Danimarca ha reso nota l’organizzazione di un’esercitazione militare sull’isola. Diversi paesi europei – tra cui Germania, Francia, Svezia, Norvegia e Regno Unito – hanno confermato la loro partecipazione, inviando ciascuno un contingente compreso tra uno e 15 militari. L’iniziativa arriva dopo i recenti colloqui tra Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti, conclusisi con quello che le autorità hanno definito un «disaccordo fondamentale» tra l’amministrazione Trump e i partner europei riguardo al territorio autonomo.
«I risultati della ricognizione saranno esaminati nei prossimi giorni», ha precisato Milevchuk, confermando che la squadra tedesca ha portato a termine la propria missione.
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Nelle ultime settimane il presidente statunitense Donald Trump ha rilanciato con forza il progetto di riportare la Groenlandia sotto il controllo di Washington, un obiettivo che persegue fin dal suo primo mandato. Trump considera l’acquisizione dell’isola essenziale per la sicurezza nazionale americana, al fine di contrastare l’espansione dell’influenza cinese e russa nell’Artico – una tesi respinta con decisione sia da Pechino sia da Mosca.
Il presidente americano ha più volte deriso la presenza militare danese in Groenlandia, definendola insufficiente per la difesa della più grande isola del pianeta e ironizzando sul fatto che l’isola sarebbe protetta solo da «due slitte trainate da cani». Le tensioni sono ulteriormente aumentate all’inizio di questa settimana, quando Trump ha minacciato nuovi dazi sui partner commerciali degli Stati Uniti che non appoggeranno il suo tentativo di acquisire la Groenlandia.
La decisione ha provocato dure reazioni in Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha giudicato «inaccettabili» le minacce tariffarie e ha annunciato una risposta «unita e coordinata» da parte dell’Europa. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha avvertito che tali minacce rischierebbero di compromettere i rapporti transatlantici, riaffermando al contempo la piena solidarietà dell’Unione Europea con Danimarca e Groenlandia. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha definito i dazi «completamente sbagliati», sostenendo che indeboliscono la NATO e annunciando colloqui diretti con Washington per affrontare la questione.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che applicherà dazi doganali a otto Paesi europei membri della NATO che si oppongono ai suoi progetti di acquisizione della Groenlandia. Le sanzioni resteranno in vigore fino a quando non si concretizzerà un «acquisto completo e totale» del territorio autonomo danese, ha precisato.
Nelle scorse settimane, Trump ha più volte sostenuto che gli Stati Uniti devono annettere la Groenlandia per ragioni di «sicurezza nazionale» e per contrastare una presunta minaccia proveniente da Cina e Russia. Il presidente ha manifestato una determinazione sempre maggiore a ottenere il controllo dell’isola con ogni mezzo necessario, senza escludere l’uso della forza.
Sabato, Trump ha dato seguito alle sue minacce annunciando l’imposizione di dazi su otto nazioni europee della NATO, inclusa la Danimarca. Una tariffa del 10% scatterà il 1° febbraio e salirà al 25% a partire da giugno, rimanendo attiva finché non verrà raggiunto un «acquisto completo e totale» della Groenlandia.
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L’annuncio è stato pubblicato dal presidente sulla sua piattaforma Truth Social, dove ha rinnovato le accuse secondo cui Pechino o Mosca starebbero per impadronirsi dell’isola. Sia Russia che Cina hanno smentito categoricamente tali affermazioni, che sono state contestate anche dalle autorità locali.
«Nessuno metterà le mani su questo sacro pezzo di terra, soprattutto perché è in ballo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero. Oltre a tutto il resto, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia si sono presentati in Groenlandia per scopi misteriosi», ha scritto Trump. Tutti i Paesi citati saranno colpiti dai dazi, che resteranno «dovuti e pagabili» fino alla conclusione di un accordo.
Sebbene la maggior parte degli Stati europei della NATO abbia evitato finora uno scontro pubblico diretto con Washington sulle intenzioni di Trump, le nazioni coinvolte hanno comunque inviato un contingente militare limitato in Groenlandia come gesto di sostegno alla Danimarca.
Sia le autorità danesi sia quelle groenlandesi hanno respinto fermamente l’ipotesi di cedere l’isola agli Stati Uniti, ribadendo che il futuro del territorio spetta esclusivamente alla sua popolazione. Nel 2008 i residenti hanno votato per conservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.
Louise Leguistin, 25 anni, è una delle sopravvissute de devastante rogo del Constellation di Crans-Montana. Una serata che, per lei, segna il confine fra un prima e un dopo, un prima fatto di spensieratezza e sogni, e un dopo di trauma, rimpianti e una vita che non sarà mai più la stessa. Ma è soprattutto una testimone che ha già smentito alcune dichiarazioni dei Moretti, i due coniugi francesi indagati per la mattanza della notte di Capodanno con i suoi 40 morti e gli oltre 100 feriti, per esempio sulla controversa questioni dei caschi e dei travestimenti.
Seduta davanti agli inquirenti la 25enne, come riporta il Corriere della Sera, mette in fila gli eventi dovendo fare slalom sulle emozioni di rivivere un evento così spaventoso. “Ero completamente disorientata, sola, sopraffatta dalla portata di quello che vedevo accadere. Ho avuto l’impressione che i pompieri ci abbiano messo una vita ad arrivare… Ero nel panico… Quando ho visto tutte quelle fiamme, mi sono sentita impotente. Sentivo tutti urlare…Da quella notte ho grandi difficoltà a dormire. Vedo costantemente i volti dei morti, delle persone che ho assistito, che ho riconosciuto fuori, bruciati. L’odore mi è rimasto nel naso” spiega sottolineando che i due tagli riportati durante l’incendio non vuole non può considerarli ferite.
“Sono triste, angosciata, scioccata… Da quella sera le cose non sono andate molto bene. Mi sono incolpata molto per essere uscita illesa. Sono felice di essere viva. Ma ho dei rimpianti. Mi chiedo cosa avremmo potuto fare diversamente… Non avevo mai lavorato a Crans o per la famiglia Moretti. Avevo fatto il colloquio con Jessica una settimana e mezza prima, per telefono. Avevo fatto domanda. Volevo fare esperienza in Svizzera e mettere via un po’ di soldi, come tutti”. Era entusiasta, aveva legato subito con i colleghi, come il capobarman Gaëtan, il dj Mateo e la cameriera Cyane Panine, che sarebbe diventata una figura emblematica di quella notte tragica e che è una delle 40 vittime.
La ragazza con il casco e le candele sulle bottiglie di champagne sui cui i Moretti in qualche modo hanno cercato di scaricare la responsabilità. “Durante i festeggiamenti, quando è scoppiato l’incendio, Jessica era con noi, stava filmando quello che stava succedendo. L’ho vista salire le scale e andarsene in fretta, poi non l’ho più vista” racconta. Quando le viene chiesto dei suoi rapporti con i Moretti, risponde: “Nessuno”.
Una delle domande cruciali riguarda la formazione ricevuta in caso di emergenza: “Non mi è stato insegnato nulla su come gestire un incendio. Mi è stato semplicemente spiegato come funzionava il reparto. Tutto qui”. E quando gli inquirenti chiedono se ci fosse un estintore, la sua risposta è incerta: “Credo ce ne sia uno“. Una sensazione di inadeguatezza che sembra pervadere tutto quanto è accaduto quella notte, anche in relazione alle uscite di emergenza: “C’era un cartello, ma non è molto visibile. I clienti del locale non avevano mai notato quella porta”. Porta tra l’altro bloccata con un mobiletto come accertato dagli investigatori svizzeri.
Scontro tra due treni dell’Alta velocità in Spagna, nel sud dell’Andalusia. I morti accertati sono 39 morti e 75 i feriti – alcuni in gravissime condizioni – ma si teme una strage di dimensioni ancora maggiori. Almeno tre vagoni, infatti, sono precipitati in un terrapieno e il numero di vittime è indefinito. La tragedia è avvenuta all’altezza di Adamuz, vicino Cordova, sud dell’Andalusia: un treno Iryo diretto a Madrid, stazione Puerta de Atocha, è deragliato, invadendo un altro binario e colpendo un convoglio diretto a Huelva deragliato a sua volta.
Il Senegal ha vinto la seconda Coppad’Africa della sua storia con una spettacolarebotta all’incrocio del centrocampista PapeGueye, che al 4’ del primo tempo supplementare ha regalato una notte di dolore al Marocco intero, ma di questa finale si ricorderà ben altro: il rigorediscutibile concesso ai padroni di casa al 98’ per una caduta in area di BrahimDiaz dopo una sbracciata di Diouf, l’annullamento altrettanto discutibile al 92’ del gol firmato da Sarr per un presunto fallo di Seck su Hakimi, i sedici minuti di interruzione del match con il plateale rientro negli spogliatoi dei futuri campioni su ordine dell’allenatore PapeThiaw, il ritorno in campo grazie all’intervento di SadioMané – l’ex Liverpool ha evitato l’esclusione disciplinare dal prossimo mondiale – e, a completare il romanzone, il rigoreassurdo di Brahim Diaz, che dopo tutta questa sarabanda ha avuto la bella pensata di fare il cucchiaio e ha invece consegnato il pallone al portiere Mendy.
Tutto questo nel caos totale, con una serie di minirisse, un centinaio di persone nelle due areetecniche a spintonarsi e urlare, la confusionegenerale el’arbitro della RepubblicaDemocratica del Congo, JeanJacquesNgamboNdala, che girava comicamente per il campo alla ricerca di un giocatore da ammonire. Una farsa che non ha fatto bene al calcioafricano ed è un peccato, perché il livellotecnico negli ultimi vent’anni è decisamente migliorato, ma quando entra in scena il torneocontinentale esce fuori il peggio.
La gazzarra si è consumata sotto gli occhi del presidenteFifaGianniInfantino. Impegnatissimo negli ultimi mesi a fare da sponda al presidente Trump, con tanto di premio per la pace a un signore che sta mettendo a soqquadro il mondo, Infantino ha perso di vista la sua vera ragione di essere: il governo, possibilmente senza ombre, del calciomondiale. Un certo imbarazzo da parte di Infantino è trapelato all’inizio della premiazione, perché questa finale, seguitissima da oltre tremiliardi di persone – collegati Cina, Brasile e Giappone, buona parte dell’Europa, l’Africa intera e un pezzo consistente di Asia –, non è stata in quei sediciminuti di follia uno spotedificante, ma poi è tornato Infantino: abbracci e una buonaparola per tutti, “volemose bene” e arrivederci alla prossima. In fondo l’Africa è un serbatoio di 54voti, un quarto dell’universo Fifa.
Oltre il caos, ha vinto la squadramigliore. Il Marocco ha pagato quanto si temeva alla vigilia: la pressione asfissiante di una nazione di 38milioni di persone, l’ossessione per un successo che manca dal 1976, la responsabilità di dare un senso a investimenti economiciimponenti che hanno sottratto risorse ad altri settori vitali. Il Senegal, vincitore dell’edizione 2021, ha tenuto bene il campo. Il copione dei Leoni della Teranga è collaudato: 4-3-3, grande prestanzaatletica, uomini importanti in ogni reparto, dal portiere Mendy ai due Gueye – Idrissa e Pape – a centrocampo, il trio Mané, Jackson e Ndiaye in attacco. Il Marocco non ha mai dato l’idea di poter imporre il suo gioco. Il Senegal è stato più lineare e più agile. Ha avuto tre occasioni importanti prima del gol annullato a Sarr e del caos generale.
Il rigorefallito da Diaz, uscito al 98esimo per la disperazione dal campo e fischiato al momento delle premiazioni – lui capocannoniere con cinquegol, il connazionale Bounou miglior portiere e Mané miglior giocatore del torneo -, ha dato la svolta al match. Nel primo tempo supplementare, trovato il gol di PapeGueye su azione avviata da un pallone perso dal romanista ElAyanoui – con la fasciatura in testa dopo uno scontro aereo che gli aveva fatto perdere molto sangue -, il Senegal ha sfiorato il bis con un’azione spettacolare del diciassettenne Mbaye, ma ancora più clamoroso è stato il 2-0 mancato da CherifNdiaye, complice un miracolo del portiere Bounou.
Il Marocco ha sfiorato il pareggio colpendo la traversa con una capocciata di Aguerd, ma lentamente la squadra di casa si è spenta. Gli ultimiminuti sono scivolati attorno alla bandierina del calcio d’angolo, con i senegalesi abilissimi a ottenere sempre la rimessalaterale, fino al triplice fischio che ha consegnato ai Leoni della Teranga il titolo di campionid’Africa. Dal 2013 il torneo non veniva assegnato dal dischetto ed è un ulteriore punto a favore del Senegal, ma di questa serata si ricorderanno quei sedici minuti di follia e il rigore più lungo della storia del calcio, in cui hanno perso tutti, anche i vincitori.
Svolta storica nel nord-est della Siria, dove le fazioni agli ordini del leader siriano Ahmad Sharaa, sostenuto da Stati Uniti e Turchia, mettono la parola fine alla decennale esperienza semi-autonomista curda del cosiddetto “Rojava“, strappando senza quasi combattere alle forze curdo-siriane il controllo dei territori a est dell’Eufrate, ricchi di petrolio, acqua e grano e centrali per l’equilibrio regionale. L’offensiva delle forze di Damasco, avviata nei giorni scorsi contro le roccaforti curde di Aleppo, si è conclusa con la presa delle due principali città sull’Eufrate, Raqqa e Deir ez-Zor, nodi chiave per il controllo dei pozzi petroliferi e delle risorse idriche.
Dopo la sconfitta ad Aleppo nei primi giorni di gennaio, le forze curde non avevano opposto particolare resistenza all’avanzata verso est. Sotto forti pressioni statunitensi e dopo aver ottenuto da Damasco il riconoscimento dei diritti civili dei curdi siriani (non accadeva dal 1962 in questi termini), l’azione militare si è limitata a fare da cornice alla firma, in serata, di un accordo da più parti definito storico. Come richiesto da tempo da Washington, il governo di Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est: risorse naturali, istituzioni, confini e valichi, oltre alle prigioni dove sono detenuti circa 20mila sospetti dell’Isis e ai campi che ospitano da anni donne e minori di decine di nazionalità diverse considerati legati allo Stato islamico. La “lotta al terrorismo” quindi prosegue secondo la narrativa Usa, ma cambia il partner locale: non più le forze curdo-siriane che liberarono Raqqa e resistettero a Kobane dieci anni fa, bensì i nuovi governativi agli ordini di Sharaa, fino all’estate scorsa considerato un “terrorista” dal Dipartimento di Stato per i suoi trascorsi qaedisti.
L’accordo è stato siglato a Damasco da Sharaa, dal capo delle forze curdo-siriane Mazlum Abdi e dal mediatore Usa Thomas Barrack, che ha definito l’intesa “un punto di svolta cruciale”. Restano da chiarire numerose questioni, a partire da come avverrà l’annunciata integrazione delle forze curde nell’esercito governativo: su base individuale, senza “battaglioni curdi”. Il testo non affronta il destino delle migliaia di combattenti donne curde, che saranno probabilmente escluse da un esercito dominato dalla componente araba e culturalmente maschilista. Invariata la divisione amministrativa del nord-est, ma dopo oltre dieci anni cambiano le bandiere: via i manifesti di Ocalan e spazio ai vessilli della “Siria liberata” filo-turca. Damasco prende il pieno controllo di Raqqa e Deir ez-Zor, mentre ai curdi potrebbe restare la gestione civile del governatorato di Hasake, incastonato tra Turchia e Iraq.
Le carrozze sono precipitate lungo un terrapieno di circa quattro metri in una zona scoscesa e di difficile accesso, a quattro chilometri dal centro abitato di Adamuz. Il conto delle vittime si aggrava in continuazione
Una legge, una legge subito "prima che ci siano altre vittime. Non domani, non dopo tre-quattro vittime, subito". La chiedono il padre e lo zio di Abanoud 'Abu' Youssef, il ragazzo ucciso con una coltellata a scuola venerdì scorso alla Spezia, e la chiedono al ministro dell'Istruzione e del...
Loci communes si chiamano detti, proverbi, idee, pensieri, estratti da testi a stampa e spesso messi insieme in zibaldoni. Sono materiali raccolti da lettori attenti, quale era, ad es... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
Il Questore dispone lo stop per il “Moma Club”: alcune fontane pirotecniche hanno causato un principio di incendio, proprio come nella dinamica della strage in Svizzera
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Alle 19.39 di domenica 18 gennaio, all'altezza di Adamuz, vicino a Cordova, in Spagna, due treni ad alta velocità si sono scontrati. I morti sono almeno 39, 170 sono i feriti lievi, 24 quelli gravi, cinque di loro in condizioni critiche.
I fatti
Secondo le prime ricostruzioni, a causare la strage sarebbe stato il deragliamento del treno Iryo 6189, partito da Malaga alle 18:40 in direzione Madrid-Puerta de Atocha, agli scambi di ingresso del binario 1 della stazione di Adamuz. Il deragliamento ha portato l'Iryo 6168 sui binari della direzione, lì dove pochi istanti dopo è sopraggiunto un altro treno ad alta velocità a lunga percorrenza, l'Alvia 2384 della Renfe, che viaggiava verso sud da Puerta de Atocha a Huelva. L'impatto è stato violentissimo. La motrice dell'Alvia 2384 ha colpito le carrozze 6 e 7, sfondandole. Il macchinista di questo treno Alvia è tra le vittime dell'incidente, hanno confermato fonti di Renfe a EFE.
La velocità a cui viaggiavano entrambi i treni non è nota, ma, secondo gli inquirenti, quasi certamente viaggiavano a velocità medio bassa. Se l'Alvia 2384 fosse andato alla massima velocità, hanno fatto sapere, sarebbe stata una catastrofe con conseguenze di gran lunga peggiori, dato che almeno 317 persone viaggiavano sul treno Iryo.
L'ipotesi fatta dagli inquirenti è che l'incidente sia stato causato dalla rottura di un giunto che ha creato uno spazio tra due sezioni di binario che via via si è allargato al passaggio dei treni.
Le reazioni
Il responsabile delle infrastrutture ferroviarie spagnole, il ministro dei Trasporti e della Mobilità sostenibile, Óscar Puente, si è recato sui luoghi della strage. Dopo mezzanotte, ha tenuto una conferenza stampa alla stazione di Atocha, dove ha confermato che l'incidente è avvenuto su un tratto rettilineo dei binari, ristrutturato a maggio. "Un incidente molto strano", ha dichiarato il ministro, basandosi sui resoconti degli esperti e dei tecnici di Adif con cui si era incontrato.
Il primo ministro Pedro Sánchez ha dichiarato che l'esecutivo sta collaborando con le autorità competenti e per aumentare i servizi di emergenza per assistere i passeggeri dei due treni deragliati.
Le elezioni presidenziali in Portogallo hanno dato ragione ai pronostici che assegnavano al candidato di ChegaAndré Ventura e a quello socialista Antònio José Seguro i primi due posti e, di conseguenza, il ballottaggio dell’8 febbraio, ma il verdetto delle urne ha invertito le posizioni. Seguro ha infatti vinto con il 31,14%, incassando 1.752.325 voti, mentre Ventura, che secondo i sondaggi avrebbe dovuto stracciare la concorrenza, si è fermato al 23,48%, raccogliendo 1.321.387 preferenze. Staccati Joao Cotrim Figueiredo (Iniciativa Liberal) con il 15,99% e l’indipendente Gouveia e Melo, l’ammiraglio al quale fu affidata la gestione della vaccinazione del Covid, con il 12,34%. Umiliante la sconfitta del socialdemocratico Marques Mendes, sostenuto dal premier Luìs Montenegro, quinto con il 12,09%.
E’ stata la notte della riscossa dei socialisti, usciti con le ossa rotte dalle elezioni del 2025. Il voto delle presidenziali non ha lo stesso valore pratico di quelle legislative, ma il significato di questo voto indica che, dopo aver toccato il fondo, il PS ha rialzato la testa. Seguro ha superato la soglia del 30% ed è un risultato rilevante, considerato che la rincorsa partiva da lontano. I socialisti nel 2025 erano sprofondati al terzo posto nelle politiche, sorpassati non solo dai socialdemocratici, ma anche dall’estrema destra populista di Chega. Seguro è un socialista pragmatico, che guarda al centro, senza però dimenticare gli elementi cardine della sinistra. Ha impostato la sua campagna elettorale parlando dei problemi del paese, su tutti quelli di un servizio sanitario in grave difficoltà e di un costo della vita che sta erodendo le tasche delle persone. Ventura ha puntato invece sulla questione immigrazione, copiando dalla destra italiana uno slogan di sicuro effetto: prima i portoghesi.
Ventura, scottato da un secondo posto che lo vede ora rincorrere Seguro, ha già alzato la voce: “Questo voto è una sveglia per la destra. Dobbiamo unirci per impedire che il nuovo Presidente della Repubblica sia un socialista. Il paese mi ha dato la leadership della destra”. Dai socialdemocratici arrivano però segnali contrastanti. Ci sono spaccature. Il candidato socialista ha invitato “democratici, progressisti e umanisti a unirsi alla mia candidatura per sconfiggere l’estremismo e coloro che seminano odio e divisione. Siamo un solo popolo, una sola nazione, un solo Portogallo plurale e inclusivo, rispettoso delle libertà di tutti. Se sarò eletto, sarò il Presidente di tutto il paese, fedele alla Costituzione. Lavorerò ogni giorno affinché il popolo portoghese abbia accesso a un’assistenza sanitaria tempestiva. Mi batterò contro le disuguaglianze e contro la carenza degli alloggi”.
Il segretario generale del Partito Comunista Paulo Raimundo e il Blocco di Sinistra hanno annunciato il sostegno a Seguro. Per farcela, il candidato socialista dovrà però pescare tra i moderati che non approvano la destra reazionaria di Ventura. Il premier Montenegro ha scelto pilatescamente di non decidere: “Il partito socialdemocratico non appoggerà nessuno dei due candidati. Non daremo alcuna direttiva. Ricordo che il mio partito è stato scelto per guidare il paese e che governiamo la maggior parte dei consigli comunali. Accetto il verdetto dei portoghesi sulla nostra candidatura di Marques Mendes. Mi assumo la responsabilità di questo risultato”.
Sono parole a caldo, dopo lo spoglio dei voti e dopo le prime analisi. La battaglia vera inizia ora. Durerà tre settimane e spaccherà in due un Portogallo sballottato tra il populismo reazionario e la difesa dei valori democratici, figli del 25 aprile 1974. La partita si gioca qui, su questo terreno.
Una carriera che per 15 anni lo ha visto ai vertici dello sci di fondo, tanto da diventare l’italiano più vincente di sempre in Coppa del Mondo, con 17 successi. A cui aggiunge un oro e un totale di sette medaglie mondiali e due argenti olimpici. Federico Pellegrino si prepara a dire addio allo sci di fondo nella sua Saint-Barthelemy, dove il 28 marzo saluterà tutti con una grande festa. Prima, però, ha ancora un obiettivo davanti a sé: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Il valdostano ci arriva come uno dei quattro portabandiera dell’Italia e sfilerà con il tricolore nella cerimonia d’apertura di Milano. Ma anche con la consapevolezza di aver lasciato un segno indelebile ed essere stato il faro del movimento per 15 anni, in uno sport che nella sua storia olimpica ci ha regalato 36 medaglie.
Federico, sarà il primo portabandiera valdostano della storia tra Olimpiadi estive e invernali, cosa significa questo per lei?
Si sarò il primo nato in Valle d’Aosta, ma ci tengo a dire che saremo in due insieme a Federica Brignone, con cui ho vissuto tante esperienze. È stata un punto di riferimento nei miei primi anni e lo è ancora adesso, mi fa molto piacere condividere con lei questo traguardo. Essere stato scelto vuol dire che qualcosa nella mia carriera ho combinato, sia dal punto di vista sportivo, ma anche fuori dai campi di gara. Ho debuttato in Coppa del mondo nella prima gara dopo Vancouver 2010 e chiudere il cerchio così è bello. Dà sicuramente tanta energia, anche mentale, per provare ancora a fare qualcosa di grande nell’appuntamento più importante.
Al Tour de ski ha mostrato un’ulteriore crescita nelle distance e, paradossalmente, un passo indietro nelle sprint. Ha cercato questa cosa?
Fino a Pechino 2022 avevo obiettivi che passavano quasi esclusivamente dalle sprint. Ottenere una medaglia a Pyeongchang 2018 nella sprint in tecnica classica, piuttosto che il percorso durato otto anni, da Sochi 2014 a Pechino 2022, per cercare di vincerla in tecnica libera era il mio focus. Vivevo in funzione della prestazione, proprio per massimizzare il risultato. E sposarmi con Greta Laurent, che faceva lo stesso lavoro, è stato fondamentale. Dopo Pechino, però, ho fatto un cambio drastico di vita. In questi quattro anni ho imparato a conoscermi sotto altri punti di vista, grazie al mio allenatore Markus Kramer, e ho iniziato a credere in me anche nelle gare lunghe. Al Mondiale 2025 ho espresso il miglior Pellegrino complessivamente della mia carriera. Dieci anni fa era fantascienza essere a una manciata di centimetri da una medaglia nelle distance. Non è stata una trasformazione, ma la fiducia nel lavoro svolto e in me stesso. Ora mi sento più sicuro di fare un bel risultato nelle distance rispetto alle sprint.
Quindi crede di avere chance di medaglia nello skiathlon o magari nella 50km ai Giochi?
La 50Km arriverà dopo le gare a squadre, dove sono convinto che l’Italia possa puntare al podio, non voglio pensarci troppo. Nello skiathlon, invece, non posso nascondermi. In Val di Fiemme l’anno scorso ho fatto secondo, erano condizioni diverse e non era due giorni dopo l’emozione potentissima del portare la bandiera nell’Olimpiade in casa, però voglio esprimermi al meglio in quella gara. Anche la sprint è una bella opportunità. Con un certo tipo di neve in classico posso essere avvantaggiato, soprattutto in quel tipo di pista, però basta un niente per far saltare tutto, quindi non mi monto la testa. Ma se capiterà l’occasione dovrò coglierla, perché lasciar passare i treni senza salirci è la cosa che più mi dà fastidio.
Dal 2013 a oggi ha ottenuto almeno un podio in ogni stagione, qual è il segreto di questa costanza ad alto livello?
Non credo ci siano chissà che segreti. Conoscermi, programmare, fissare degli obiettivi ambiziosi sì, ma umili abbastanza per essere raggiunti. Questo penso sia stata la chiave, perché spesso agli atleti capita di sopravvalutarsi o sottovalutarsi e poi non raccogliere ciò che il loro potenziale offre. È tanto una questione psicologica, soprattutto rimanere ad alto livello in un tempo che dura 12-13 anni.
Johannes Klaebo è il rivale che spesso lo ha costretto ad accontentarsi del secondo posto. Come vive la sfida con una leggenda dello sci di fondo?
È uno stimolo, perché ogni gara non parto mai battuto. Cerco sempre di immaginarmi un modo per provarci, soprattutto nella sprint, dove hai tempo per cogliere segnali dall’esterno e dall’interno, per capire se oggi ci posso provare o no. D’altra parte, ogni sconfitta avvalora di più le vittorie. Sono uno dei pochi che è riuscito a batterlo. L’ultima volta nel dicembre 2022, due giorni prima che nascesse mio figlio Alexis. Era da cinque anni che nelle sprint nessuno lo batteva e l’ultimo ero stato io nella prima gara dopo Pyeongchang 2018. Quindi sì, è tosta, ma non mi sono mai messo a fare il conto delle medaglie o delle vittorie che avrei potuto ottenere senza di lui.
A proposito di Norvegia, crede che sarà possibile contrastare il loro dominio a Milano Cortina?
No, è proprio impossibile perché essere norvegese ti mette in una condizione di vantaggio nei confronti di tutti a livello di infrastrutture e preparazione. Gli unici che possono auto sabotarsi sono loro, se dovessero soffrire la pressione di dover vincere. I russi sono gli unici che nell’ultimo decennio li hanno contrastati. Quindi non credo che avranno problemi a continuare a dimostrare il valore del loro sistema. Quando ci sono così tanti atleti straordinari, probabilmente non sono tutti lo sono, è il loro sistema che è straordinario nello sci di fondo.
Ha citato la Russia, la loro assenza ormai si protrae da quasi quattro anni. Cosa pensa della loro esclusione?
Lo sport dovrebbe unire e sta alle Federazioni internazionali garantire il regolare svolgimento delle competizioni e la sicurezza degli atleti coinvolti. La FIS non si è assunta questa responsabilità e quindi non gli ha dato la possibilità di competere. Altre federazioni come il tennis, invece sì. Capisco che sia collegato alla politica e possa avere una funzione propagandistica, però penso che per il bene del mondo lo sport debba unire i popoli e non dividerli.
Come vede il futuro dello sci di fondo italiano dopo il suo ritiro e cosa manca per rivedere lo squadrone di qualche decennio fa?
Tanto dipenderà da come andranno queste Olimpiadi. Se centriamo l’obiettivo di un podio a squadre qualcuno continuerà a gareggiare con una medaglia olimpica in bacheca, che dà fiducia nei propri mezzi. Lo sci di fondo è cambiato, ci sono nuovi format, nuove distanze e nuove modalità di competere. Secondo me, c’è stata l’era pre-Northug e l’era post-Northug. Con lui hanno iniziato ad avere valore i cambi di ritmo, perché sia i materiali sia le prestazioni si sono alzate. In passato l’Italia ha fatto grandi risultati solo nei grandi eventi. In Coppa del Mondo, dopo di me il secondo che ha vinto più gare ne ha cinque. Questo fa già capire che l’approccio era diverso. Oggi bisogna essere capaci di fare tante gare ad alto livello.
In passato ha detto che Dorothea Wierer è un’ispirazione. Si sarebbe visto bene come biathleta?
Mi è stato detto di sì, quindi non lo dico io. Mi è stato anche proposto di farlo, di provarci, perché le mie caratteristiche fisiche e mentali sarebbero state giuste per quel tipo di disciplina. Ma ho sparato solo una volta e con una condizione molto particolare. Sicuramente mi sarebbe piaciuto, però a ora non ho la possibilità di riscontro.
A ridosso della scadenza della tessera sanitaria, generalmente, ne arriva una nuova all’indirizzo di residenza dell’interessato. Può capitare, però, che debba essere lo stesso contribuente ad attivarsi per riceverla: è necessario farlo quando, benché quella vecchia sia scaduta da un po’ di tempo, quella sostitutiva non è stata recapitata. In quel caso occorre recarsi all’Asl competente e accertarsi del motivo.
A cosa serve la tessera sanitaria
Documento indispensabile per accedere ai servizi messi a disposizione dal servizio sanitario nazionale, la tessera sanitaria serve anche per acquistare i farmaci da portare in detrazione e deve essere impiegata per accedere alle cure e alle prestazioni mediche che si ricevono all’estero.
La tessera sanitaria scade generalmente dopo sei anni dalla sua emissione, anche se ci sono casi particolari: chi, per esempio, cambia il medico di base scegliendone uno in una regione diversa da quella di residenza avrà un documento con una scadenza annuale. In una situazione simile si trovano i cittadini extracomunitari, la cui tessera sanitaria ha la stessa validità del loro permesso di soggiorno.
Ad ogni modo anche in caso di scadenza non si perde il diritto ad accedere alle prestazioni del servizio sanitario nazionale: chi deve recarsi all’estero ne deve deve chiedere una nuova o può farsi rilasciare un certificato sostitutivo della Team (Tessera Europea Assicurazione Malattia).
Come rinnovare il documento
Per rinnovare la tessera sanitaria è necessario recarsi all’Asl territorialmente competente o in un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, che provvederanno a rilasciare un certificato sostitutivo da utilizzare fino a quando non viene recapitato un documento in corso di validità.
Sarà direttamente l’Asl a comunicare al sistema Tessera Sanitaria la richiesta di rinnovo: quella nuova verrà recapitata all’indirizzo associato al codice fiscale.
Chi avesse la necessità di verificare lo stato della richiesta può accedere al portale del Sistema Tessera Sanitaria dove, inserendo il proprio codice fiscale, l’esito della ricerca darà i seguenti risultati: “Non sono presenti Tessere Sanitarie”, “In corso di emissione” o “Spedita”. Se appare la prima o l’ultima voce (ma non è arrivato nulla) è necessario rivolgersi all’Asl per capire cosa stia accadendo. Se, invece, è in corso di emissione si deve attendere che arrivi.
Perché non è arrivata a casa
Perché la tessera sanitaria risulta spedita, ma non è mai arrivata a casa? Il disguido potrebbe essere determinato da un errore nella comunicazione del codice fiscale, situazione che rende impossibile all’Agenzia delle Entrate individuare in modo preciso e corretto il contribuente e quindi a rinnovare tempestivamente il documento.
Altro motivo che potrebbe portare al blocco della sua emissione è la mancata iscrizione all’Asl: questo può accadere nel momento in cui nel corso dell’anno precedente sia stato modificato il medico di base per motivi di studio o lavoro. Qualche cosa nella pratica si è inceppato: per sciogliere il problema è necessario rivolgersi all’Asl.
A complicare l’invio potrebbe essersi messo di mezzo un cambio di residenza proprio a ridosso della scadenza della tessera sanitaria: il nuovo indirizzo non è stato comunicato nei tempi utili per il suo invio.
Chi non l’ha mai ricevuta
Situazione estrema e particolarmente rara è quella nella quale si trova chi non ha mai ricevuto una tessera sanitaria: anche in questo caso siamo davanti ad un’evidenza anomalia, che può essere determinata da un errore nella comunicazione dei dati o di iscrizione all’Asl.
Perché la tessera sanitaria venga emessa e inviata, infatti, si devono verificare due condizioni: il cittadino deve avere un codice fiscale corretto attribuito dall’AdE e deve essere iscritto all’Asl. Quando ci dovessero essere degli errori in una di queste voci tutto il sistema si blocca: è opportuno, quindi, controllare che tutto sia corretto per poter ricevere il documento.
Un “vecchio” farmaco potrebbe aiutare ad affrontare un problema sempre più diffuso e spesso sottovalutato, specialmente tra i più giovani, e cioè il disturbo da uso di cannabis (CUD). La vareniclina, un farmaco che da anni aiuta milioni di persone a dire addio alle sigarette, sembrerebbe in grado di ridurre anche la dipendenza da cannabis. Ma solo negli uomini, molto poco o nulla nelle donne. A metterla alla prova con successo è stato un gruppo di ricercatori della Medical University of South Carolina, in uno studio pubblicato sulla rivista Addiction.
In Italia, la dipendenza da cannabis è un fenomeno reale, con circa il 42% degli utilizzatori cronici che sperimenta sintomi di astinenza (irritabilità, ansia, insonnia) alla sospensione. Il disturbo da uso di cannabis non è solo fumare troppi spinelli: è quando il consumo interferisce con il lavoro, la vita sociale o la salute mentale, provocando ansia, psicosi o disturbi del sonno. Fino ad oggi, i medici si trovavano con le armi spuntate: non esisteva infatti alcun farmaco approvato specificamente per trattare questa dipendenza.
Per questo i ricercatori hanno deciso di testare una “vecchia” conoscenza, la vareniclina, coinvolgendo 174 partecipanti che utilizzavano cannabis almeno tre giorni a settimana. L’idea di base è semplice: se il farmaco funziona bloccando i recettori della nicotina nel cervello, riducendo il piacere di fumare e i sintomi dell’astinenza, potrebbe avere un effetto simile anche sui circuiti cerebrali legati alla cannabis. I risultati hanno dato ragione agli scienziati, ma con un “effetto sorpresa” di genere.
Qui la scienza si fa intrigante. Lo studio ha rivelato che la vareniclina è stata estremamente efficace per gli uomini. I partecipanti maschi che hanno assunto il farmaco hanno ridotto drasticamente le loro sessioni settimanali di consumo (passando da oltre 12 a circa 6-8), mostrandosi molto più capaci di resistere alla tentazione rispetto a chi assumeva un semplice placebo.
Per le donne, invece, la storia è stata diversa. Non solo il farmaco non ha ridotto il consumo, ma le donne nel gruppo vareniclina hanno riportato livelli più alti di ansia, desiderio (craving) e sintomi di astinenza. Questo ha portato a una minore costanza nell’assunzione della terapia, rendendo il trattamento inefficace.
Il perché un farmaco che aiuta entrambi i sessi a smettere con il tabacco si comporti in modo così selettivo con la cannabis non è ancora chiaro. Aimee McRae-Clark, che ha guidato lo studio, ammette che questo è il prossimo grande mistero da risolvere. Tra le ipotesi c’è quella secondo cui il sistema di “ricompensa” del cervello femminile risponda in modo diverso alla combinazione tra vareniclina e cannabinoidi, e anche quella che i fattori ormonali giochino un ruolo decisivo nella gestione dell’astinenza.
“Il disturbo da uso di cannabis è in rapida crescita negli Stati Uniti”, commenta McRae-Clark. “Le attuali opzioni di trattamento farmacologico sono molto limitate, e quindi anche la nostra capacità di aiutare le persone a ridurre il consumo di cannabis è limitata. Il nostro studio – prosegue – ha scoperto che la vareniclina, un farmaco che aiuta le persone a ridurre o smettere di fumare, può essere efficace anche nel ridurre il consumo di cannabis, ma solo per gli uomini. Il nostro prossimo passo è esplorare ulteriormente la vareniclina per il disturbo da uso di cannabis, utilizzando un campione più ampio di donne, per comprendere meglio questa differenza di genere nell’esito del trattamento. Nel frattempo, siamo incoraggiati dal fatto che la vareniclina mostri un potenziale promettente nel trattamento di questo problema in rapida crescita”.
Parte da Verona un appello alle amministrazioni comunali italiane per chiedere la messa al bando dei Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche tristemente note come gli “inquinanti eterni”. Accade nel Veneto devastato dagli effetti della produzione della Miteni di Trissino, che ha contaminato la falda, interessando tre province (Vicenza, Verona e Padova), con 350 mila utenti degli acquedotti. Decine di associazioni, comitati e gruppi organizzati di attivisti (tra cui le Mamme No Pfas, Legambiente, ISDE, Italia Nostra), si sono riunite nel coordinamento Rete Zero Pfas Veneto, avviando mesi fa una campagna mirata ad ottenere dal Parlamento italiano una legge che vieti la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo dei Pfas.
“Abbiamo visto che a Bruxelles la Commissione intima al Parlamento europeo di non porre limiti ai Pfas perché ciò comporterebbe ‘rischi per la competitività globale dell’Europa’, in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze” spiegano Luisa Aprili e Marco Corbellari, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione “Il mondo di Irene” che ha già coinvolto la quasi totalità dei consigli comunali della provincia veronese. “Contro la protezione industriale dei Pfas ad agire sono i cittadini, a partire da coloro che sono più esposti all’inquinamento. Vogliamo rivoltare il paradigma, mettendo la salute delle persone e la tutela dell’ambiente davanti agli interessi economici”.
La raccolta di adesione formale a livello amministrativo, si è attuata con il testo di una mozione inviata ai comuni del Veneto. È cominciata nel febbraio 2024 e dopo due anni sono 129 le assemblee comunali che hanno approvato il documento. Di queste, 95 si trovano nella provincia di Verona, che è stata coperta quasi totalmente (ne mancano solo 3), grazie all’impegno dell’associazione “Il mondo di Irene” che ha contattato personalmente i sindaci e gli amministratori. La stessa mozione è stata approvata anche dai consigli regionali del Veneto, del Piemonte e dell’Umbria, nonché dai consigli provinciali di Verona e Vicenza. L’adesione è venuta da alcuni comuni in Lombardia, Piemonte e Liguria, ma l’iniziativa punta ora ad allargare la copertura a tutta Italia.
“L’esperienza fatta in provincia di Verona, con la partecipazione di rappresentanti delle associazioni alle sedute dei consigli comunali in occasione dell’approvazione della mozione, ha permesso di creare una rete con gli amministratori e il progetto di un evento divulgativo rivolto a sindaci, amministratori e cittadini che verrà organizzato in collaborazione con la Provincia di Verona nelle prossime settimane” aggiungono Aprili e Corbellari. “Entriamo in una nuova fase, a livello nazionale, per identificare un comune in ogni regione d’Italia dove portare in approvazione la mozione che chiede lo sto dei Pfas. Sarebbe un gesto simbolico di unione nazionale su un problema che erroneamente viene considerato limitato ad alcune aree del paese, mentre riguarda tutti e tutte le realtà, vista la diffusione capillare di queste sostanze nell’ambiente in sul territorio nazionale”.
Dal rientro in classe dopo le vacanze di Natale, in diverse scuole superiori di Roma si fa lezione al freddo. Termosifoni non funzionanti, infiltrazioni d’acqua e aule in parte inagibili hanno spinto studenti e studentesse a scioperare. Una mobilitazione partita il 7 gennaio e che, giorno dopo giorno, sta coinvolgendo sempre più istituti della Capitale. Complice il maltempo, in molti edifici scolastici sono emerse criticità strutturali che vanno dagli allagamenti ai problemi agli impianti di riscaldamento. Ma anche ora che la pioggia si è fermata, i disagi restano. E in sempre più scuole studenti e studentesse hanno deciso di passare all’azione.
È il caso del liceo scientifico Newton, dove la protesta si è concentrata soprattutto sulla succursale di via dell’Olmata 4. Il collettivo Assange ha denunciato “termosifoni non funzionanti in diverse aule, con studenti e docenti costretti a fare lezione al gelo”, e infiltrazioni d’acqua: “Nel corridoio che porta all’aula 105 piove direttamente dal soffitto”. A ilfattoquotidiano.it uno studente racconta una situazione diventata rapidamente insostenibile: “Il freddo era pesante, a tratti insostenibile. C’era gente che stava ferma in aula con il giubbotto. Non era solo un problema di termosifoni: girando per la scuola ci siamo accorti che l’acqua cadeva dal tetto, entrava anche dalle finestre”. Una delle aule, spiega, è stata chiusa. “Ci sono due secchi che raccolgono l’acqua che gocciola, finestre rotte coperte con pezzi di cartone. Durante le vacanze di Natale i termosifoni non sono stati controllati. Ci hanno raccontato che già dal 3 gennaio, giorno di riapertura del plesso, il freddo era insopportabile: alcuni bidelli si sono chiusi tutti in una stanza con il termosifone e il condizionatore accesi, perché si stavano gelando”.
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A innescare ulteriori tensioni è stata anche la cancellazione di un murale realizzato all’interno dell’istituto, intitolato “Nous accusons”, dedicato alla denuncia del massacro dello Stato di Israele contro la popolazione palestinese. “Si è trovato il tempo di cancellare il murale – accusano gli studenti – ma non quello di verificare il funzionamento dei termosifoni o di eliminare le infiltrazioni”. Martedì 13 gennaio il collettivo ha organizzato uno sciopero con picchetto alla succursale, chiedendo “un intervento immediato delle istituzioni competenti, trasparenza e responsabilità da parte della dirigenza e, soprattutto, il rispetto delle nostre opinioni”.
Ma il Newton non è un caso isolato. Al liceo classico Pilo Albertelli e all’Enzo Rossi le proteste si sono concentrate su problemi strutturali e sul malfunzionamento degli impianti di riscaldamento. Al liceo scientifico Francesco d’Assisi il collettivo studentesco denuncia dall’8 gennaio “termosifoni non funzionanti nella sede di viale della Primavera”. “Da oltre cinque giorni cinque classi segnalano il problema”, spiega il collettivo, “ricevendo come risposta che saranno sistemati il giorno dopo. Nelle classi si gela e la situazione non è cambiata”. Alcune classi sono state spostate, “ma non c’è posto per tutte”, mentre “studenti e docenti fanno lezione al freddo”. Le criticità riguardano anche le palestre, “fredde e in parte chiuse per lavori mai conclusi”, e il cortile, giudicato inagibile. “Se non avremo risposte ce le prenderemo” avvertono.
Dopo il Newton, la protesta ha iniziato a dilagare. Dal Pilo Albertelli al Malpighi, passando per l’Enzo Rossi, fino al Pacinotti-Archimede e al liceo Primo Levi, dove studenti e studentesse hanno scelto di non entrare in classe per denunciare termosifoni spenti e aule impraticabili. E l’elenco continua ad allungarsi: segnalazioni arrivano anche dal Virgilio, dal Machiavelli e dal Plinio Seniore. Archiviata la stagione delle occupazioni, lo scontro si sposta ora sulle condizioni materiali degli edifici scolastici: aule gelide, infiltrazioni, lavori mai conclusi. Problemi strutturali che il maltempo di gennaio ha reso impossibili da ignorare e che oggi riportano gli studenti davanti ai cancelli delle scuole. Con l’avvertimento che, senza risposte concrete, la stagione delle occupazioni potrebbe non essere affatto chiusa.
L’ipotesi di nuovi dazi statunitensi contro i Paesi europei che sostengono la Groenlandia apre un fronte delicato soprattutto per l’industria automobilistica, uno dei settori più esposti nei rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti. A lanciare l’allarme è l’associazione tedesca dell’auto, la VDA, che parla di costi “enormi” per i costruttori europei, a partire dalla Germania.
Il mercato americano è infatti strategico per i grandi gruppi tedeschi. Marchi come Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz esportano ogni anno centinaia di migliaia di veicoli negli Stati Uniti, dove realizzano una quota rilevante dei loro ricavi. L’introduzione di dazi del 10%, con la minaccia di un aumento fino al 25%, inciderebbe direttamente sui prezzi finali delle auto europee, riducendone la competitività rispetto ai modelli prodotti localmente o provenienti da Paesi non colpiti dalle tariffe.
Per i costruttori tedeschi il problema non riguarda solo le vetture finite. I dazi colpirebbero anche componenti e semilavorati, con effetti a catena su tutta la filiera: fornitori, logistica e stabilimenti produttivi. In un settore già sotto pressione per la transizione verso l’elettrico e per l’aumento dei costi energetici, un ulteriore aggravio tariffario rischia di comprimere i margini e rallentare gli investimenti.
Le conseguenze si estenderebbero rapidamente oltre i confini tedeschi. L’industria automobilistica europea è fortemente integrata: molte auto esportate dalla Germania contengono componenti prodotti in altri Paesi dell’UE. Un calo delle vendite negli Stati Uniti potrebbe quindi tradursi in minori volumi produttivi anche in Francia, Italia, Europa orientale e nei Paesi nordici.
Secondo la VDA, una risposta frammentata sarebbe inefficace. Serve invece una strategia comune dell’Unione Europea (ra le possibili opzioni lo Strumento anti-coercizione evocato dal presidente francese Macron), capace di tutelare un settore che rappresenta uno dei pilastri dell’economia continentale in termini di occupazione, innovazione ed export. Ne va della tenuta dell’industria dell’auto continentale e del futuro delle relazioni commerciali transatlantiche.
L’idea del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di predisporre metal detector nelle scuole dove venga fatta richiesta non passa al vaglio dei dirigenti scolastici. A classificare come una “boutade” le parole dell’inquilino di viale Trastevere sono i capi d’istituto delle secondarie che si trovano nei quartieri più difficili del Paese. Una risposta, quella del professore leghista, che viene definita “sbagliata”, “irrealizzabile”, “fallimentare”. La stretta sui coltelli, annunciata dal governo, viene recepita come “misura repressiva” senza che sia accompagnata da altri progetti educativi. Il richiamo “alla responsabilità” e “alla maturità” fatto dal ministro leghista passa in secondo piano rispetto alla misura avanzata dei controlli agli ingressi: “Non metal detector generalizzati ovunque ma solo dove venga fatta espressa richiesta”, ha detto Valditara. A detta dei capi d’istituto nessun preside penserebbe a questa misura.
“Intanto va chiarito che non è praticabile. Sarebbe un delirio perché ogni mattina al suono della campanella ci sarebbero ragazzi che devono tirar fuori dalle tasche le chiavi, gli accendini, gli occhiali”, spiega Ludovico Arte, dirigente dell’istituto professionale “Marco Polo” di Firenze che si trova nel quartiere dell’“Isolotto”. Per il professore fiorentino il caso di La Spezia va ridimensionato e analizzato puntando gli occhi alla dimensione educativo affettiva: “Da parte di una percentuale ancora rilevante di maschi permane un atteggiamento morboso, possessivo che talvolta trova anche un certo compiacimento nelle ragazze. Dobbiamo ragionare su questo”.
Per Arte, i metal detector assolverebbero la scuola ma non la società perché quel fatto sarebbe comunque accaduto. La pensa così anche Angelo Cavallaro, dirigente dell’Istituto comprensivo “Catalfamo”, nella difficile zona di “Santa Lucia” a Messina: “Se un accoltellamento, un’aggressione non avviene nelle aule grazie ai controlli può succedere nel cortile, davanti all’ingresso. Il metal detector assolve il preside ma non la società”.
A puntare il dito contro la proposta del ministro è anche Giusto Catania che da anni guida l’istituto comprensivo “Giuliana Saladino” di via Filippo Parlatore al Cep di Palermo: “Di fronte ai vandalismi abbiamo messo le grate alle finestre ma non sono servite a nulla. La logica non può essere quella repressiva. Se un giovane pugnala un compagno per ragioni di gelosia bisogna lavorare sull’educazione affettiva. La scuola deve fare quel che sa fare: educazione. Nella mia scuola agiamo in un contesto difficile, in un’area periferica di Palermo con un alto tasso di criminalità: è capitato che si registrassero atti di violenza ma li abbiamo arginati, compresi, limitati, risolti con l’agire educativo”.
A essere delusa dalle parole di Valditara è anche Maria Rosaria Autiero, la dirigente del liceo “Amaldi” a Tor Bella Monaca, Roma: “Se arriviamo a mettere i metal detector a scuola, la società è fallita. Dobbiamo farci qualche domanda: Quali sono i modelli educativi degli adulti? Penso alla serie televisive dove la violenza è spesso l’unica soluzione delle relazioni”.
Ad intervenire sulla vicenda è anche l’Unione degli studenti: “Di fronte al moltiplicarsi di episodi di violenza legati alla presenza di armi nelle scuole, il ministro propone l’introduzione di metal detector negli istituti considerati “più problematici”, rilanciando una visione securitaria e repressiva della scuola pubblica. La violenza non si combatte trasformando le scuole in caserme – di Federica Corcione, membro dell’esecutivo nazionale dell’Unione degli Studenti –. La militarizzazione degli spazi educativi è una scelta fallimentare e pericolosa, che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona”.
Il Senegal ha vinto la Coppa d'Africa, battendo il Marocco 1 a 0. Dopo la vittoria, è scoppiata la festa per le strade di Milano, con tifosi di entrambe le squadre che si sono riversati con bandiere e fumogeni
Mario Draghi ha ricevuto il Premio internazionale Carlo Magno, uno dei riconoscimenti europei più prestigiosi, e ha colto l’occasione per lanciare l’ennesimo avvertimento all’Unione europea. In un videomessaggio, l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano ha parlato di un’Europa mai così esposta a rischi e tensioni. «In questo momento l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni», ha detto Draghi, sottolineando la necessità di una risposta comune più solida.
Secondo Draghi, per preservare il futuro dell’Unione, gli europei devono essere «più uniti che mai» e superare quelle che ha definito «le nostre debolezze autoinflitte». La ricetta è netta e ricalca le conclusioni del suo Rapporto sulla competitività europea, presentato nel 2024 su mandato della Commissione guidata da Ursula von der Leyen: «Dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente». Un messaggio che torna in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica con la Cina, dalle tensioni con gli Stati Uniti e dalla crescita delle forze euroscettiche all’interno dell’Unione.
La Fondazione internazionale Premio Carlo Magno ha motivato l’assegnazione del riconoscimento richiamando alcuni passaggi centrali della carriera di Draghi: dal ruolo decisivo avuto durante la crisi dell’euro, con il celebre «whatever it takes» del 2012, fino all’impegno più recente per rilanciare la competitività europea. Il Rapporto Draghi viene definito «un’opera eccezionale al servizio dell’Unione europea», e la sua attuazione viene indicata come urgente in una fase definita «drammatica», in cui l’Europa rischia «di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze».
A distanza di oltre un anno dalla presentazione del Rapporto, molte delle sue raccomandazioni – dalla difesa comune al completamento del mercato unico, dagli investimenti tecnologici alla transizione energetica – restano però in larga parte inattuate. Draghi continua a indicare una strada precisa: più integrazione, più capacità decisionale, più Europa. Anche a costo di una nuova cessione di sovranità.
Il premio, assegnato dal 1950 a figure che hanno contribuito in modo significativo all’integrazione europea, colloca Draghi in una lista che include personalità come Alcide De Gasperi, Winston Churchill, Jean Monnet, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky, premiato insieme al popolo ucraino. Draghi è il quinto italiano a riceverlo.
Alla Casa Bianca è stato chiarito dai vertici di Central Intelligence Agency e Pentagono che un intervento militare di vasta portata contro l’Iran difficilmente produrrebbe l’effetto di disarticolare il sistema di potere della Repubblica islamica. Al contrario, un’azione armata su larga scala rischierebbe di innescare una spirale di instabilità regionale, con conseguenze difficilmente controllabili. È proprio questo scenario, condiviso dagli altri apparati di sicurezza statunitensi e partner mediorientali, ad aver rallentato le decisioni di Donald Trump, frenato dal timore che un’operazione diretta possa precipitare l’Iran in un caos ancora più profondo.
Secondo le valutazioni presentate al presidente, una offensiva estesa richiederebbe un significativo rafforzamento del dispositivo militare americano in Medio Oriente, sia per sostenere le operazioni sia per proteggere le forze statunitensi e gli alleati, Israele in testa, da possibili ritorsioni iraniane. Gli stessi dossier avrebbero però messo in evidenza come nemmeno una campagna bellica massiccia garantirebbe la caduta del regime, aumentando invece il rischio di un conflitto allargato. L’Iran dispone di uno dei più grandi apparati militari del Medio Oriente, fondato su numeri elevati e su una forte componente ideologica. L’esercito regolare, l’Artesh, conta circa 350.000 militari attivi e 350.000 riservisti, distribuiti tra forze terrestri, marina, aeronautica e difesa aerea, con compiti di protezione del territorio e delle infrastrutture strategiche. Il centro del potere armato resta però nelle mani del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran), che schierano circa 190.000 effettivi. Al loro interno operano la componente aerospaziale, responsabile di missili balistici e droni, e laForza Quds, impegnata all’estero con 5.000-15.000 uomini. Sul piano interno il regime può inoltre contare sulla Basij, una milizia paramilitare con 1-2 milioni di membri registrati, di cui 300.000.600.000 realmente mobilitabili in tempi rapidi. Nel complesso, l’Iran dispone di circa 540.000 militari attivi e può superare 1,2-1,5 milioni di uomini in caso di mobilitazione, su una popolazione di circa 89 milioni. Un peso numerico enorme, compensazione a limiti tecnologici e addestrativi attraverso repressione interna e guerra asimmetrica.
Opzioni militari più limitate, basate su azioni circoscritte e mirate, potrebbero offrire un sostegno simbolico ai manifestanti iraniani, rafforzandone temporaneamente la determinazione. Tuttavia, secondo i consiglieri della Casa Bianca, simili iniziative non sarebbero in grado di scalfire l’apparato repressivo di Teheran né di modificarne in modo strutturale il comportamento. In questo contesto, Trump non ha ancora assunto una decisione definitiva su quale strada intraprendere. Ha però chiesto che le risorse militari necessarie siano pronte qualora optasse per un’operazione di maggiore intensità. L’amministrazione ha fatto sapere di aver trasmesso messaggi diretti al regime iraniano, avvertendo che la prosecuzione delle uccisioni dei manifestanti comporterebbe conseguenze severe. Allo stesso tempo, è stato ribadito che solo il presidente, affiancato da un ristrettissimo gruppo di consiglieri, sta valutando le opzioni sul tavolo tuttavia, dal punto di vista della comunicazione quanto accaduto fin qui è un disastro completo tra annunci roboanti e altrettante retromarcie.
Washington ha inoltre riferito di essere venuta a conoscenza di un presunto piano iraniano che prevedeva l’esecuzione di centinaia di persone, un’ipotesi che alla fine non si sarebbe concretizzata. È stata confermata anche una recente conversazione tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo fonti informate, Israele avrebbe espresso forti riserve sull’efficacia di un’azione militare diretta, temendo che non porti a un rapido collasso del regime. Nel frattempo, all’interno dell’apparato di sicurezza statunitense sarebbero circolati materiali sensibili, inclusi video riservati che documenterebbero la morte di manifestanti iraniani durante la repressione. Queste immagini sarebbero state esaminate mentre il presidente e i vertici della Casa Bianca valutavano le diverse opzioni operative. Anche se isolata Teheran ha intensificato i contatti con diversi Paesi della regione – tra cui Turchia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman – per avvertire che qualsiasi iniziativa militare contro l’Iran provocherebbe una risposta diretta contro obiettivi statunitensi. Tra i bersagli più sensibili figura la base aerea di Al Udeid, in Qatar, principale snodo militare degli Stati Uniti nel Golfo. Secondo fonti informate, proprio il rischio di una rappresaglia iraniana contro Al Udeid avrebbe spinto Washington ad adottare misure precauzionali, inclusa la temporanea ridislocazione di parte del personale militare. Nel frattempo, diversi alleati regionali degli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi diplomatici per dissuadere Trump dal ricorso alla forza. Ankara, Doha e Riad hanno espresso con forza la loro contrarietà a un’escalation armata, temendo ripercussioni destabilizzanti sull’intera area.
Nonostante queste pressioni, il Pentagono starebbe predisponendo il trasferimento di una portaerei statunitense dal Pacifico al Medio Oriente, segnale che indica come l’opzione militare resti comunque aperta. I tempi tecnici suggeriscono che un’eventuale offensiva richiederebbe diversi giorni di preparazione. Le discussioni interne alla Casa Bianca mostrano tutta la complessità di tradurre la linea dura annunciata da Trump in una strategia efficace. È proprio il timore che un intervento contro l’Iran finisca per aggravare il disordine interno e incendiare l’intero Medio Oriente ad aver imposto una pausa alle decisioni della Casa Bianca, congelando per ora le scelte più drastiche.
Per anni il Venezuela ha investito massicciamente in hardware militare di fabbricazione cinese, etichettando con orgoglio le proprie difese come le più moderne del Sud America. Il cuore del progetto di difesa aerea costruito in Cina e poi venduto al regime di Nicolás Maduro era imperniato sui cosiddetti radar anti-stealth, progettati per localizzare e contrastare i cacciabombardieri stealth (invisibili) statunitensi. Era stato immaginato fin dall’inizio come un efficace «scudo cinese» in grado di proteggere il regime di Maduro da un attacco aereo statunitense. Quando, però, all’inizio dell’anno, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione Absolute Resolve, con la clamorosa cattura del dittatore, la linea difensiva venezuelana è crollata in pochi minuti.
L’azione militare statunitense ha messo in luce la clamorosa discrepanza esistente fra la narrazione cinese sull’efficacia dei propri sistemi di armamento e la realtà sul terreno. Il Venezuela aveva acquisito il sistema radar a lungo raggio JY-27 Wide Mat, di fabbricazione cinese, per proteggersi esattamente da operazioni offensive come quella di inizio gennaio. E sono proprio i radar cinesi i primi asset della difesa venezuelana a essere stati neutralizzati nelle fasi iniziali dell’operazione militare.
Da tempo i media cinese esaltavano i radar JY-27, come veri e propri «cacciatori di velivoli invisibili» in grado di rilevare in anticipo gli spostamenti degli F-22 e degli F-35 a distanze di centinaia di chilometri. La propaganda cinese, accompagnata dalle massicce azioni di disinformazione nei confronti di governi e opinione pubblica occidentale, ha raccontato di traguardi tecnologici inesistenti nel settore militare: il millantato «aggancio» da parte dei radar cinesi dei caccia americani, verso cui poter poi guidare i missili terra-aria, si è rivelato essere una grande illusione.
I velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler hanno saturato l’etere fin dai primi muniti dell’azione militare, accecando i sensori di produzione cinese e nel giro di poche ore. I missili antiradar statunitensi hanno individuato e distrutto tutti i siti radar in territorio venezuelano.La difesa «cinese» non è stata in grado di rilevare neppure un singolo velivolo statunitense. L’accecamento dei sensori venezuelani ha lasciato paralizzata l’intera rete di comando della difesa aerea fornita dalla Cina nella fase iniziale dell’operazione. Un vasto blackout elettrico ha ulteriormente aggravato il caos, interrompendo nodi di comando e controllo e collegamenti dati in tutto il Paese. Il Venezuela disponeva anche dei sistemi missilistici terra-aria forniti dalla Russia (batterie S-300V e Buk-M2), che avrebbero dovuto operare in tandem con i radar cinesi, formando una difesa aerea stratificata. La «formidabile» difesa russo-cinese è stata messa fuori combattimento in pochi minuti determinando così la superiorità aerea statunitense che ha permesso a quasi 150 velivoli di operare indisturbati nel cielo venezuelano. Secondo fonti dell’opposizione venezuelana, oltre il 60% dei siti radar di Caracas erano già fuori servizio a causa della carenza di pezzi di ricambio e di un supporto tecnico «minimo» fornito dalla Repubblica popolare cinese.
Una volta stabilita la superiorità aerea statunitense, le forze terrestri venezuelane equipaggiate con mezzi cinesi non hanno avuto miglior sorte: prive di copertura aerea e di sorveglianza in tempo reale, sono diventate bersagli facili. Molte delle attrezzature militari fornite da Pechino al regime di Maduro si sono rivelate inefficaci: i carri leggeri anfibi VN-16 e i veicoli da combattimento per la fanteria VN-18 della cinese Norinco; i sistemi lanciarazzi multipli SR-5, molto pubblicizzati in Cina; i missili antinave cinesi C-802A non hanno retto l’impatto tecnologico dell’offensiva statunitense e sono stati neutralizzati in poche ore.
Ma accanto al flop delle forniture belliche cinesi che hanno reso sempre meno credibile la capacità di Pechino di proporsi come fornitore di armamenti «alternativo» all’Occidente, la breve azione militare statunitense e la cattura di Maduro hanno rappresentato un duro colpo geopolitico e militare all’intero asse delle autocrazie. Il Venezuela di Hugo Chávez e Maduro da oltre vent’anni rappresentava il vero pilastro latino-americano del sempre più assertivo network delle dittature. Una delegazione di alto livello cinese era a Caracas per incontrare Maduro nella notte del blitz americano e la Repubblica popolar cinese, accanto alle forniture belliche, importava oltre l’80% del greggio venezuelano con l’acquisizione di 764.000 dei 921.000 barili di petrolio che ogni giorno venivano prodotti nel Paese. Il meccanismo cinese, fissato fin dai tempi di Chávez, era quello dei loans for oil: ingenti prestiti, valutati in oltre 60 miliardi di dollari fra il 2010 e il 2025, garantiti dalle future esportazioni di petrolio.
L’accordo con la Russia era il secondo pilastro della politica estera della repubblica boliviana del Venezuela: nel maggio del 2025 il patto strategico fra i due paesi era stato rinnovato con un rafforzamento della cooperazione in settori chiave come energia, difesa, tecnologia, commercio e sicurezza. Mosca ha spesso usato Caracas per le sue spericolate operazioni diplomatiche, come accaduto dopo la breve guerra Georgia del 2008, quando l’azione militare russa fece nascere dal territorio georgiano le due auto proclamate repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, prontamente (e unicamente) riconosciute da Caracas.
Infine, l’Iran per il quale Caracas rappresentava un luogo sicuro per una molteplicità di attività covert dal riciclaggio, al narcotraffico, al commercio di armamenti, alle forniture di petrolio, alla condivisione di intelligence. Senza dimenticare la pluralità di rapporti fra il Venezuela e la rete dei proxy di Teheran, a cominciare da Hezbollah, fortemente radicato nel Paese con campi di addestramento e numerose azioni di fund-raising illegale.
«C’erano molte parole che non sopportavo di sentire e alla fine solo i nomi e i luoghi avevano dignità». Il regista ucraino Mstyslav Chernov affida a quest’epigrafe firmata da Ernest Hemingway nel 1929 il senso del suo ultimo lavoro documentaristico sul conflitto in corso in Ucraina, “2000 metri ad Andriivka”.
Già vincitore dell’Oscar per miglior documentario con “20 Days in Mariupol”, Chernov spinge ancor più in là le leve della ripresa in diretta, con questa sua potente e straziante testimonianza dalla prima linea del fronte, durante la controffensiva ucraina dell’estate del 2023. Il documentario, tra i candidati all’Oscar di quest’anno, e trasmesso dalla PBS in Usa, ora esce anche da noi, in sala per pochi giorni, dal oggi (19 gennaio, ndr) – merito della distribuzione indipendente Wanted.
Fedele allo stile asciutto della prosa di Hemingway, il suo racconto della battaglia infinita per liberare il villaggio occupato di Andriivka, preciso e senza retorica, procede grazie a una troupe che filma all’interno di una piccola squadra d’assalto. Anche quando Chernov ritaglia alcuni momenti di sparute conversazioni con i militari, il tono rimane pacato, le poche domande rivolte negli angusti spazi di buchi scavati nel terreno per ripararsi dai cecchini russi, sono dirette, essenziali, nessun giro di parole.
Il comando militare affida dunque a una piccola squadra l’ennesimo tentativo di attraversare un lembo di terra che porta ad Andriivka, per liberarla e issarvi la bandiera ucraina. Il lembo di terra consiste in una foresta ormai incenerita e distrutta che taglia in due i campi minati, unica via per arrivare al villaggio. I militari, tutti giovani volontari, ne parlano come di una foresta maledetta, perché troppi uomini sono caduti tra quei rovi spolpati dal fuoco delle munizioni. «È come arrivare in un altro pianeta, dove tutto vuole ucciderti», e Chernov: «Ma non è un altro pianeta, siamo nel cuore dell’Europa». Durante i preparativi della spedizione, si rimane impressi da una frase del regista: «Indossare il gilet blu da giornalisti non è più un’opzione, rende bersagli prioritari». Sono 2.000 metri quelli della striscia da percorrere, «35 secondi per il volo di un proiettile di mortaio, due minuti di macchina, dieci minuti di corsa. Ma qui il tempo non conta, conta la distanza e si misura dalle pause tra le esplosioni». Gli raccontano che per tre volte hanno tentato di attraversarla, la foresta maledetta, e a metà strada venivano falciati dai russi. I blindati non possono passare, si può solo andare a piedi. Tre mesi – giugno, luglio, agosto –, un villaggio. Questa volta, se la troupe è fortunata, potrà filmare il momento in cui Fedya, nome in codice del capo squadra che attende in postazione avanzata, isserà la bandiera ucraina ad Andriivka. «Sono arrivate le matite», così viene accolta la troupe di Chernov al posto di comando, nel caso i russi siano in ascolto con i loro sistemi di comunicazione. Una guerra ibrida, metà nel fango e l’altra metà davanti a schermi e tastiere che manovrano e guidano i movimenti sul campo, occhi e orecchie che hanno il suono fastidioso e persistente dei droni.
Il documentario restituisce tutto questo, anche quando fa vedere che anche la più avanzata tecnologia non riesce a salvare gli uomini nel fango. Insieme alla squadra d’assalto la troupe procede e filma i primi feriti, gli ucraini urlano ai russi di uscire dalle loro buche, qualcuno viene trascinato fuori, «Cosa siete venuti a fare qui?», la rabbia per una guerra imposta dall’aggressore russo. Ma c’è qualche minuto di pausa in cui Chernov ci presenta il militare di collegamento con Fedya. Il suo nome in codice è Freak, 22 anni, ex studente del Politecnico, arruolato volontario, rimarrà ferito in una battaglia cinque mesi dopo, il suo corpo mai ritrovato. A metà strada, a mille metri dalla meta, un’altra pausa e uno scambio di battute in un buco della foresta, Chernov: «Sono ritornato nei luoghi della Kharkiv liberata, ma sono tutti spariti, si cammina su rovine e tombe. Sembra che stiano liberando casa ma sono solo rovine. Quindi stanno liberando i nomi dei luoghi, e issano la bandiera affinché tutto il Paese sappia che questo nome è stato liberato». Fedya accoglie la troupe con un esuberante «Benvenuti a Ground Zero!». Perché combattere per dei luoghi dove non c’è più nulla? «Perché tutto verrà ricostruito, si ricomincia da zero, senza l’influenza dei russi». Lo scetticismo dolente di Chernov è palpabile davanti a tanta fiducia.
Il cinema americano ci ha abituati ai film di guerra, ma anche i più realistici, quelli girati con le tecniche più sofisticate, e attori memorabili, non arrivano alla forza di un documentario come questo: nessuna concessione spettacolare, nessun esercizio di stile, solo quello che è, una guerra in diretta, subita e combattuta nonostante tutto. E tremendamente vicina a noi.
Andriivka, un cumulo di macerie, vede di nuovo la bandiera ucraina, issata su un rudere, il 16 settembre 2023, dopo mesi di tentativi e una scia di vite umane perdute. «E se questa guerra durasse tutta la vita?», si chiede Sheva, 46 anni, preoccupato per la moglie e il figlio piccolo, ma anche per un pozzo da riparare che ormai non dà più acqua pulita. L’obiettivo della troupe è compiuto. Ma il villaggio della foresta maledetta e altri territori conquistati durante la controffensiva del 2023 passeranno di nuovo nelle mani dei russi.
Davanti agli ennesimi dazi usati come minaccia-ricatto da Donald Trump, questa volta ai Paesi alleati che hanno deciso di inviare truppe per difendere la Groenlandia dalle mire dello stesso presidente degli Stati Uniti, l’Unione europea sta valutando diverse risposte. La palla è nel campo di Bruxelles, perché la competenza in materia è esclusiva della Commissione europea, che può avviare contenziosi, imporre controdazi o attivare strumenti di difesa commerciale e anti-coercizione, con misure valide per l’intero mercato unico. E se una reazione ci sarà, sarà con ogni probabilità coordinata con il Regno Unito, uno dei Paesi colpiti dai dazi al 10% dal 1° febbraio (e al 25% dal 1° giugno).
I due principali partiti al Parlamento europeo hanno chiesto la sospensione dall’accordo di Turnberry siglato a luglio dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal presidente Trump dopo che questi aveva finito una partita nel suo golf club scozzese. Manfred Weber e Iratxe García Pérez, presidenti rispettivamente di popolari e social-democratici, hanno fatto la prima mossa. E sono stati seguiti a stretto giro da Valérie Hayer, presidente del centrista Renew, quarto partito al Parlamento europeo (con un seggio in meno dei conservatori).
In ballo c’è, oltre alla sospensione dell’intesa, anche l’utilizzo dello strumento anticoercizione, ovvero il regolamento europeo che l’Unione europea ha adottato per reagire a misure di coercizione economica da parte di Paesi terzi, nato anche dopo le restrizioni cinesi contro la Lituania. La coercizione è definita come misure commerciali volte «a impedire o ottenere la cessazione, la modifica o l’adozione di un determinato atto da parte dell’Unione o di uno Stato membro», interferendo nelle scelte sovrane.
La Commissione può avviare la procedura d’ufficio o su richiesta di uno Stato membro e deve agire «con sollecitudine». Se la valutazione legale conferma la coercizione, la proposta viene inviata agli Stati membri e l’attivazione richiede una maggioranza qualificata; anche gli Stati devono agire rapidamente. Lo strumento, soprannominato trade bazooka, autorizza misure di ritorsione come dazi, controlli alle esportazioni e restrizioni su accesso al mercato, investimenti, servizi e appalti pubblici.
Finora non è mai stato usato: la sua efficacia e rapidità sono quindi incerte. Finora è servito soprattutto da deterrente, ma la mancanza di attivazioni (anche contro i dazi di Trump e le restrizioni cinesi sulle terre rare) ha fatto discutere sulla volontà dell’Union europea di applicarlo concretamente. Inoltre, pur non essendoci veti individuali, serve forte sostegno politico: riserve di Paesi come Germania e Italia hanno già indebolito la posizione della Commissione.
Ma il contesto attuale sembra diversa: se l’uso dei dazi del 10% fosse ritenuto volto a interferire nella sovranità della Danimarca o di altri Stati per le truppe inviate a difesa della Groenlandia, lo strumento offrirebbe una via legale per reagire. Ma la decisione finale dipenderebbe dalla coesione politica e dalla disponibilità a sostenere eventuali costi economici.
Intanto, ieri i 27 ambasciatori di Paesi dell’Unione europea hanno discusso anche altre misure ritorsive elaborate per dare ai leader un peso negli incontri cruciali con il presidente degli Stati Uniti al World Economic Forum di Davos questa settimana. A rivelarlo è stato il Financial Times: le capitali europee starebbero valutando un pacchetto di 93 miliardi di euro di dazi come rappresaglia agli annunci arrivati dagli Stati Uniti o della possibilità di escludere le aziende americane dal mercato dell’Unione. L’elenco dei dazi, si spiega, era stato preparato lo scorso anno, ma sospeso fino al 6 febbraio per evitare una guerra commerciale a tutto campo.
Volevo scriverlo da tempo, e in qualche modo devo averlo fatto di sicuro, ma per fornire una compiuta elaborazione della mia teoria aspettavo l’occasione giusta, che si è presentata sabato, con il seguente post sul profilo X della Lega (tra i numerosi crimini per cui spero un giorno Elon Musk venga processato dovrebbe esserci anche l’averci costretti a questa interminabile perifrasi, laddove fino a ieri bastava dire «tweet»): «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». Ci sarebbero molte cose da osservare su una simile dichiarazione: dalla scarsa padronanza delle concordanze e della lingua italiana in genere al disprezzo riservato ai «deboli d’Europa» (lo sentite anche voi, vero, l’inconfondibile retrogusto anni Trenta?), ma non è su questo che volevo concentrarmi, bensì sull’uso, in tale contesto, ma anche in qualsiasi altro contesto, della parola «bellicista». Infallibile indicatore, non voglio dire di malafede o stupidità – sebbene la statistica non scoraggi certo questa interpretazione – ma di una precisa forma di manipolazione, consistente nel rovesciamento del nesso causale, della realtà e delle responsabilità. Che si tratti della guerra in Ucraina, dove «bellicista» non è mai riferito ai russi che l’hanno invasa, ma sempre agli europei che vogliono aiutarla a difendersi, o appunto della Groenlandia minacciata d’invasione da Trump, come nell’esemplare post appena citato, il giochetto è sempre lo stesso.
Ora però la questione non riguarda più qualcun altro. Ora tocca a ciascuno di noi far sentire la propria voce e dire da che parte vogliamo vedere schierato il nostro paese. Giorgia Meloni continua infatti a recitare la parte della grande mediatrice, un ruolo che per troppo tempo e con troppa facilità in tanti le hanno riconosciuto, incoraggiandola e legittimandola, da Ursula von der Leyen al fior fiore della politica e della stampa europea. Una furbizia che si è ritorta contro di loro e presto si ritorcerà anche contro di noi, a mano a mano che i leader europei decideranno di averne abbastanza dei giochi di parole e dei doppiogiochismi italiani, come quando ieri Meloni è arrivata a spiegare la tensione con un «problema di comprensione e comunicazione» tra Unione europea e Stati Uniti.
Come scrive Carmelo Palma su Linkiesta, «nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo». Naturalmente le parole di Meloni si possono anche interpretare in modo più benevolo, come un estremo tentativo di offrire a tutti i contendenti un modo di salvare la faccia e trovare un punto d’intesa, così da evitare il peggio. Ma il punto è proprio questo: ormai è evidente che continuare sulla linea della cosiddetta mediazione è la via più breve verso la fine dell’Unione europea e la totale sottomissione dei suoi membri alla legge del più forte. Nell’ultimo anno i leader dell’Ue, nota Gideon Rachman sul Financial Times, «hanno provato con l’appeasement e l’adulazione. Ed è qui che questa strategia li ha portati. Devono cambiare rotta immediatamente». Una replica del penoso spettacolo di volontario asservimento e inconsapevole autolesionismo andato in scena nella trattativa sui dazi, anche grazie all’impegno della nostra grande mediatrice, sarebbe il colpo di grazia, per l’Alleanza Atlantica e per la stessa Unione europea.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
I fiancheggiatori della mafia e i consumati uomini di mondo a rimorchio o contratto del potere mafioso irridono gli sfigati che fanno i fenomeni e rifiutano di pagare il pizzo agli esattori del capo mandamento. E se poi succede loro qualcosa di brutto, non si può dire che non se la siano cercata. Allo stesso modo, la destra politico-giornalistica, in Italia, di fronte alla notizia dei nuovi dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump contro i Paesi contrari all’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, censura la «stupida provocazione» (Mario Sechi, direttore di Libero) dell’Europa, quando non festeggia direttamente (Claudio Borghi, senatore della Lega) la punizione inflitta ai Paesi disobbedienti e i vantaggi immaginari che le barriere tariffarie contro Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e la recalcitrante Danimarca procurerebbero all’economia italiana.
Come c’era da aspettarsi, i più moderati e prudenti e i meno fessi della compagnia ora propongono la linea della responsabilità, che nella neolingua sovranista e para-sovranista significa cercare di aggiustare le cose e minimizzare le conseguenze di breve periodo dell’ira americana, senza metterne minimamente in questione la legittimità e la direzione e senza preoccuparsi delle conseguenze di medio e lungo periodo della progressiva e accelerata distruzione dell’ordine politico occidentale.
Fanno penosamente testo le parole con cui Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere la scelta americana, ma di addebitarne la causa a un equivoco – «un problema di comprensione e di comunicazione» – circa le vere intenzioni dei Paesi Ue che avevano annunciato di volere rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia. Non di opporsi all’annessione americana – non sia mai, garantisce Meloni – ma di collaborare con gli Stati Uniti alla difesa dell’Artico.
Nella geopolitica della malafede, Meloni ha dovuto, per l’ennesima volta, mostrare di credere a qualcosa che non esiste, cioè alle presunte preoccupazioni di sicurezza americane, per eludere l’unico problema che è sul tavolo e che è costituito dall’ordine di Trump che gli si consegni, senza tante storie, l’isola più grande del mondo.
C’è una ragione per cui la destra italiana deve continuare a fingere che Trump abbia molte ragioni per pretendere un’estensione della sovranità americana sulla Groenlandia e comunque non abbia tutti i torti nell’addebitare agli alleati europei la sottovalutazione dei rischi della penetrazione russa e cinese tra i ghiacci del Polo.
Non c’entra niente la realtà. La sovranità sull’isola non avrebbe alcun effetto sull’operatività militare americana, che già oggi non è subordinata ad alcun limite, se non a quelli derivanti dalla comune appartenenza di Stati Uniti e Danimarca all’Alleanza Atlantica. La chiusura di molte installazioni americane e la riduzione da molte migliaia ad alcune centinaia di unità dei contingenti presenti in Groenlandia dopo la fine della Guerra Fredda sono state decise dagli Usa in modo libero e sovrano e non sono state loro imposte da nessuno. Le stesse minacce militari russe e cinesi sono molto meno incombenti di come siano rappresentate (si veda, sul punto, l’analisi di Giorgio Orio Stirpe).
La ragione per cui nello schieramento governativo bisogna in ogni caso dare tutta o molta ragione a Trump e fingere di credere che le sue reazioni dipendano da qualche increscioso e risolvibile equivoco è che la destra italiana è in parte persuasa e in parte assuefatta all’idea che il trumpismo, con tutto quello che porta con sé, sia il nuovo reale e il nuovo razionale della Storia e l’inevitabile contrappasso della pretesa di imprigionare gli stati nazione nella gabbia delle regole multilaterali, che hanno guidato negli ultimi decenni tutti i processi di integrazione economica e politica, a partire da quello europea.
Per la destra italiana – tutta, senza eccezioni – Trump è il messia di cui aveva invocato la venuta o la Nemesi che attendeva si sarebbe abbattuta sulla hybris dell’Occidente. L’amore e il timore per il capo dei capi del mondo è una paranoia escatologica, proprio come la mafioseria di quella Sicilia, a cui il potere dei mammasantissima continua ad apparire giusto o comunque inappellabile destino e in cui l’unico auspicio legittimo è che la violenza sia benevola e non faccia troppe vittime.
Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali, da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la “cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.
“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia, pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un dollaro, un voto”.
Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia”.
Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone (il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258 milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura sanitaria universale è in una fase di stallo.
L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari, mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare, che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al 2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.
Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.
Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica – scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre 142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano” comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già avvantaggiati”.
Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la maggior parte degli americani.
La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha restituito un princepsfolle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea.
Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che cercavano riparo dalle fiamme.
La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le conquiste di nuovi territori.
Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione tanto radicale.
Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo indietro.
Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa.
Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo di sterminio nazista.
Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde mercato che insegue se stesso.
La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri.
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Quando i cittadini di un paese sono costretti a scegliere fra curarsi o mangiare, significa che il sistema paese ha fallito e a questo punto ci sono solo due soluzioni:
1 – Chi lo governa questo paese deve creare un piano strutturale per aiutare le persone in difficoltà. 2 – Se chi ci governa non è in grado, o non vuole per scelte politiche o personali di cambiare l’importanza delle priorità di questo paese deve riconoscere il proprio fallimento e lasciare spazio ad altri.
Come ho già detto più volte nei miei articoli, far politica significa mettersi al servizio dei cittadini: non è certo facendo pagare gli ausili alle famiglie delle persone disabili o dando 400 € al mese alle persone che assistono un proprio caro che si supporta e si tutela chi è in difficoltà, o mi sbaglio? Non è assolutamente vero che non ci sono i soldi e che non si poteva fare di più, perché se l’interesse a investire in un determinato settore, porta dei vantaggi politici ed economici le coperture economiche si trovano.
Da molti anni mi occupo di tematiche sociali e sinceramente non ho mai capito perché il settore del welfare è uno degli ambiti più penalizzati a livello di copertura economica. Investire nel sociale può avere due vantaggi:
– Il popolo vive meglio E se sta meglio, produce di più;
– Se chi governa fa realmente star bene il popolo ne guadagna a livello di voti e di consensi.
Anni fa mi confrontavo molto spesso con gli uffici che collaborano con il ministero dell’Economia e Finanza perché ritenevo che 256 € al mese di invalidità civile fossero una cosa scandalosa. Quando il Comitato 16 novembre organizzava proteste sotto il ministero dell’Economia e Finanza, da Bassano del Grappa via telefono, tenevo i rapporti con i manifestanti che erano fuori al freddo e intubati e contemporaneamente dialogavo con gli uffici del ministero affinché i rappresentanti del Comitato fossero ricevuti e soprattutto ascoltati. Grazie anche alla sensibilità dei funzionari del Ministero che ci hanno aiutato a far sentire la nostra voce, siamo riusciti ad avere qualche piccolo aumento nella pensione di invalidità, il ministro dell’epoca se non sbaglio era Giulio Tremonti.
Speravo il governo Meloni riuscisse a dare una svolta epocale a questo paese, come effettivamente aveva annunciato, ma purtroppo non è così, anzi, mi sembra stia facendo come li icneumone che paralizza la propria preda senza ucciderla, ha lasciato il popolo con misure rivolte al sostegno per chi è in difficoltà ridotte al minimo.
Io continuerò sempre a dare voce al popolo e ai bisogni reali del paese, vi invito a non arrendervi mai.
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
Dal 2024 è in corso in Kuwait una campagna di revoca della cittadinanza di dimensioni mai viste nella storia del paese. In un anno e mezzo, secondo l’organizzazione Women Journalist Without Chains (Giornaliste senza catene), oltre 50.000 persone sono state arbitrariamente private della cittadinanza: si tratta di oltre il tre per cento della popolazione totale.
Questa campagna va inserita nel contesto di una serie di sviluppi politici che hanno interessato la monarchia del Golfo, tra i quali il 10 maggio 2024 lo smantellamento dell’Assemblea nazionale e, di fatto, la sospensione della Costituzione.
Tali misure hanno consentito al governo di emendare la Legge sulla cittadinanza senza un dibattito parlamentare e all’oscuro dell’opinione pubblica. Sono stati ampliati i poteri del ministero dell’Interno e del Comitato supremo per la cittadinanza.
La privazione della cittadinanza, sui cui motivi storici abbiamo già scritto in questo blog, ha riguardato interi gruppi e famiglie, andando a penalizzare figli e nipoti ma anche, in maniera retroattiva, generazioni precedenti. Di questa sorta di “morte civile” stanno pagando il prezzo anche persone dissidenti e attiviste.
Le conseguenze? Perdita dei documenti, licenziamenti, congelamento dei conti bancari ed esclusione dai servizi pubblici fondamentali come ad esempio le cure mediche, isolamento sociale.
A essere colpite, a seguito dell’abolizione dell’articolo 8 della Legge sulla cittadinanza, sono state soprattutto le donne che avevano acquisito la cittadinanza kuwaitiana tramite matrimonio e, naturalmente, i loro figli, con conseguenze gravi per l’accesso all’istruzione: non si contano le espulsionidalle scuole pubbliche.
Nel 2025 è stato istituito un comitatoper i reclami ma si tratta di un organismo meramente amministrativo privo di indipendenza. L’accesso ai rimedi giudiziari è dunque praticamente nullo.
A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del leader, tollera i chavisti ancora al potere.
In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India, Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi cambiarlo in yuan, rupie, dirham.
Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino, CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.
Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve “garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.
Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il suo stesso portafoglio.
E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv. Il capitalismo dell’ipocrisia.
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Nell'incidente coinvolti un treno Iryo da Malaga a Madrid, con a bordo 317 passeggeri, e uno che, con oltre 200 persone a bordo, transitava in direzione opposta, direzione Huelva. Meloni: "Italia vicina alla Spagna"
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Una formazione specializzata e di alto livello è una dote preziosa per il mercato del lavoro. Vale soprattutto in una fase storica in cui i numeri sull’occupazione non sono del tutto incoraggianti, e ancora di più per le persone che hanno trascorso una parte della propria vita in carcere. Un passaggio non semplice da superare, che lascia tracce oltre che sulla fedina penale anche e soprattutto sulla capacità e possibilità, una volta concluso il periodo di detenzione, di recuperare una quotidianità fatta di casa, lavoro, socialità.
Si parla spesso, ma evidentemente non abbastanza, di come le condizioni di detenzione nelle carceri del nostro Paese siano degradanti. Il tasso di affollamento è del 122 per cento secondo l’ultimo dato del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), 138,5 per cento a fine novembre 2025 secondo l’Associazione Antigone, mentre la media europea a fine 2024 era del 94,9 per cento. E secondo i dati del Cnel sei condannati su dieci sono già stati in carcere almeno una volta, ma sempre il Cnel stima che il tasso di recidiva possa calare fino al due per cento per i detenuti che hanno avuto la possibilità di una collocazione professionale.
Dunque lavoro e formazione sono un potente strumento di reinserimento sociale e rendono la detenzione ciò che deve essere secondo l’articolo 27 della nostra Costituzione: un periodo di limitazione della libertà personale che non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che deve tendere alla rieducazione del condannato.
Di nuovo però i numeri diffusi dal Cnel non sono incoraggianti: 7,2 per cento è la quota (comunque in crescita) di detenuti che nel 2024 ha preso parte a forme di formazione professionale (con “cucina e ristorazione” in testa tra le tipologie di corsi frequentati, 24,3 per cento degli iscritti sul totale) e solo il 34,3 per cento dei detenuti è stato impegnato in attività lavorative.
Per questo meritano attenzione e sostegno tutti quei progetti, voluti sia dagli istituiti penitenziari che da associazioni e fondazioni esterne, che si occupano di realizzare possibilità concrete di studio, preparazione e pratica che un domani possano tradursi in un lavoro. Ne abbiamo descritti molti, su queste pagine (InGalera a Bollate, Idee in fuga e Pausa Café ad Alessandria, la Brigata del Pratello nel carcere minorile di Bologna, Giotto a Padova, 300Mila a Lecce), ovviamente tutti focalizzati sul mondo della ristorazione e della gastronomia, ma anche il settore enologico presenta opportunità e iniziative interessanti ed efficaci.
Gorgona, come vi abbiamo raccontato in questo approfondimento, ospita ad esempio una colonia penale ma anche le vigne di Frescobaldi, che accolgono i detenuti e si lasciano curare e vendemmiare per produrre vini e possibilità lavorative che matureranno una volta lasciata l’isola toscana.
Sempre in Toscana, ma ancora più professionalizzante, è il nuovo progetto “Vite Libera” realizzato dall’Associazione Italiana Sommelier (Ais) Toscana con il supporto di Ais Italia e dalla casa circondariale “Santo Spirito” di Siena, diretta da Graziano Pujia. Per la prima volta, sei detenuti potranno seguire il corso d’alta formazione da sommelier, fino al conseguimento del titolo professionale. Venticinque lezioni intensive, la prima prevista lunedì 19 gennaio, copriranno tutti e tre i livelli della didattica Ais; i partecipanti studieranno materie come viticoltura, enologia e tecniche di servizio, con il supporto di dispense e materiale audiovisivo così come di esercitazioni pratiche, come avviene per i frequentanti esterni, e il 24 giugno sosterranno la prova finale, scritta e orale, il cui superamento garantirà il rilascio del diploma di sommelier Ais.
In occasione della presentazione ufficiale del progetto, tenuta il 13 gennaio al Palazzo Berlinghieri di Siena, il delegato Ais Siena Marcello Vagini, che ne è stato ideatore assieme al direttore di Santo Spirito Graziano Pujia, ha espresso grande soddisfazione: «Andremo a offrire un vero percorso educativo; oltre l’aspetto tecnico, subentrano valori come la dignità e la voglia di riscatto che arricchiranno tutta la nostra associazione». Il presidente nazionale Ais Sandro Camilli ha a sua volta posto l’accento sulla capacità del percorso di stimolare anche il senso di responsabilità delle persone coinvolte e l’attenzione al rispetto e al lavoro di squadra: «Vogliamo rendere il mondo del vino sempre più inclusivo e volto al sociale e questo progetto sarà uno strumento di crescita personale e di consapevolezza», mentre il presidente di Ais Toscana Cristiano Cini ha evidenziato l’orgoglio di essere la prima regione a organizzare un progetto di questo tipo: «Offrire a un detenuto la possibilità di diventare sommelier non è solo un atto formativo: è un atto di fiducia nella possibilità di rinascita, nel potere educativo del sapere, e nel valore sociale del vino come cultura e mestiere».
Cini ha infine dichiarato la disponibilità di Ais a collaborare con enoteche regionali, consorzi di tutela, fondazioni e sponsor del settore vitivinicolo, enti pubblici e con il ministero della Giustizia per eventuali estensioni di “Vite Libera”, «certi che questo progetto per i detenuti racchiude in sé la speranza di un futuro migliore».
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L'interesse per il pianeta rosso non si ferma e continua ad affascinare non solo gli scienziati, ma anche l'opinione pubblica. Negli ultimi decenni Marte è stato esplorato da sonde, orbiter, lander e rover come Spirit, Opportunity, Curiosity e Ingenuity, protagonisti di una straordinaria avventura scientifica. Gli Stati Uniti restano tra i più ottimisti: Elon Musk punta a raggiungere Marte con i suoi razzi e prevede una presenza umana stabile entro il 2055. Anche il presidente Donald Trump ha promesso di piantare la bandiera americana sul pianeta rosso, nonostante i recenti tagli ai fondi della NASA. A raccontare ciò che sappiamo oggi su Marte e ciò che la scienza sta ancora cercando di scoprire intervengono esperti di primo piano: Paolo Ferri, ex direttore dell'ESA, l'astronauta Luca Parmitano, i divulgatori Amedeo Balbi ed Emilio Cozzi, il presidente dell'ASI Teodoro Valente, l'amministratore delegato di Alenia Space Giampaolo Di Paolo e Massimo Comparini, direttore della divisione Spazio di Leonardo. Un viaggio che passa anche attraverso i progetti della NASA e dell'ESA che simulano la vita su Marte, mettendo alla prova gli astronauti in ambienti estremi come deserti, grotte e habitat completamente isolati, in preparazione alle future missioni sul pianeta rosso. A Speciale Tg1 il racconto di Elisabetta Mirarchi.
Lo studio è stato coordinato dall'Università Statale di Milano in collaborazione con l'Università di Bologna e l’Università di Parma sostenuto da Fondazione Airc
Grave incidente ferroviario lungo la linea dell’alta velocità che collega Madrid e la regione meridionale dell’Andalusia, in Spagna. Due treni si sono scontrati nei pressi della stazione di Adamuz, vicino Cordoba, provocando 39 morti e 112 feriti, di cui 24 gravi e cinque minorenni.
Secondo una prima ricostruzione fornita da Adif, le infrastrutture ferroviarie spagnole, l’incidente si è verificato alle 19:39, quando un treno della compagnia Iryo in servizio tra Malaga e Madrid Puerta de Atocha, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz. Secondo alcune indiscrezioni raccolte da ilfattoquotidiano.it, tutto è successo in corrispondenza di uno scambio che potrebbe non aver funzionato correttamente. Al momento, fanno sapere, è solo un’ipotesi. L’ottavo vagone del treno Iryo è uscito dai binari e avrebbe fatto deragliare anche il sesto e il settimo. Proprio in quel momento passava un treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe) nell’altra direzione – proveniente da Madrid e diretto a Huelva – che ha travolto il convoglio Etr 1000 di fabbricazione italiana (era entrato in servizio appena due anni fa) e gestito dalla società Iryo. Iryo è il marchio dei treni operati da Ilsa, consorzio composto da Ferrovie dello Stato International (51%), Air Nostrum e Globalvia. Come scrive El Pais, l’operatore Iryo è il secondo per quota di mercato in Spagna e dispone di 20 treni di ultima generazione ETR-1000 prodotti da Hitachi.
La circolazione ferroviaria fra Madrid e la regione Andalusia è stata immediatamente sospesa, con pesanti disagi per migliaia di utenti per il rientro domenicale, mentre le autorità della regione, che hanno attivato il livello 1 di emergenza di Protezione Civile, parlano di un bilancio “molto grave” e ancora provvisorio. “L’impatto è stato terribile provocando quindi il deragliamento dei due primi vagoni del treno (Alvia) di Renfe”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti, Oscar Puente, in un messaggio su X. “Il numero di vittime non può essere confermato in questo momento”, ha detto.
Intorno alle 23 del 18 gennaio, il responsabile dei vigili del fuoco di Adamuz ha detto all’emittente pubblica Tve: “Stiamo dando priorità alle persone vive, lavoriamo nei vagoni cercando superstiti sotto un ammasso di poltrone, lamiere e bagagli”. A raccontare le scene di panico e caos numerosi testimoni, tra cui il giornalista di Radio Nacional de Espana (Rne), Salvador Jimenez, che viaggiava sul treno partito da Malaga e ha testimoniato in diretta l’accaduto. “Siamo partiti da Malaga alle 18:40 in orario. Alle 19:45 c’è stato un impatto, è sembrato un terremoto che ha scosso tutti i vagoni. Io ero nel primo”, ha raccontato Jimenez. Il personale ha utilizzato martelli di emergenza per rompere i finestrini, per cercare di far evacuare i passeggeri.
Decine di morti e un centinaio di feriti, alcuni molto gravi. Tre vagoni precipitano in un terrapieno. Difficili i soccorsi nelle carrozze accartocciate
L'incidente è stato causato dal deragliamento di un convoglio che si è scontrato con uno in direzione contraria. Un numero imprecisato di persone è ancora intrappolato tra i rottami
In un’epoca in cui la retorica dell’archivio inizia risultare stantia e tutto sembra pericolosamente già detto, il weekend della Milano Fashion Week maschile ha agito da sismografo. Tra un calendario rarefatto e una marea di presentazioni, la distanza tra l’identità reale e la mera sovrastruttura comunicativa non è mai stata così netta. La sfida oggi non è più inventare l’inedito, ma capire come rendere rilevante il “già visto” senza scadere nel nostalgico. Se Zegna ha affrontato il dilemma attingendo all’armadio del fondatore Ermenegildo, lavorando su un sapore retrò sapientemente attualizzato, è Prada a consegnarci, come sempre, la griglia di lettura definitiva del nostro tempo. Miuccia Prada e Raf Simons sono andati dritti al punto, manipolando i capispalla iconici del brand per dimostrare che ciò che conosciamo può essere rassicurante e desiderabile proprio perché “scomodamente” trasformato.
Dall’altra parte della barricata, c’è chi ha cercato di infiocchettare il vuoto con narrazioni scricchiolanti: è il caso di Dolce & Gabbana, dove il manifesto contro gli stereotipi è affogato in una passerella che di quegli stessi stereotipi ha fatto un catalogo, per giunta poco inclusivo. Anche Lessico Familiare ha tentato di alzare la voce, finendo però per rifugiarsi in un “famolo strano” che rischia di confondere la ricerca stilistica con l’eccesso fine a se stesso. È sul crinale anche Dsquared2, che come sempre ha puntato tutto sugli effetti scenici che fanno dire wow e rendono virali sui social, facendo per un attimo dimenticare lo stato di crisi in cui versa il brand. Ecco allora che, mentre attendiamo con il fiato sospeso la prima vera sfilata di Giorgio Armani senza re Giorgio, abbiamo provato a stilare il bilancio dei top & flop di questo fashion week(end), tra chi abita la moda e chi prova solo a impacchettarla.
Prada – top
La domanda che attraversa l’uomo Prada per l’autunno/inverno 2026 è essenziale: è ancora possibile costruire qualcosa di nuovo partendo da ciò che esiste già? La risposta di Miuccia Prada e Raf Simons non è nostalgica né provocatoria, ma profondamente razionale. La sfilata al Deposito della Fondazione Prada, trasformato in un cantiere di un palazzo storico svuotato e in attesa di ricostruzione, rende fisica l’idea di un presente in cui nulla può essere cancellato, ma tutto deve essere rielaborato. Miuccia Prada lo dice chiaramente: questo è un tempo “scomodo”, in cui l’incertezza impone chiarezza, precisione, rispetto per il passato senza rinunciare al cambiamento. Gli abiti traducono questo pensiero: trench e cappotti sottili, camicie abbottonate sul dorso, polsini allungati e doppi, giacche strette, pantaloni asciutti, cappelli compressi e quasi inglobati nei capispalla. Tutto è riconoscibile, ma nulla produce déjà-vu. Raf Simons insiste sul valore del metodo Prada: non distruggere i paradigmi, ma ribaltarli dall’interno. È così che elementi storici del marchio tornano “nuovi” proprio perché inseriti in un sistema coerente, che rifiuta l’effetto sorpresa fine a sé stesso. È la metafora perfetta di una cultura che preserva per modificare, che rincorre la sicurezza nel passato per non affogare in un futuro imprevedibile. Cosa dice del mercato? Che oggi il lusso non deve stupire, ma orientare. Che la riconoscibilità è un valore solo se accompagnata da pensiero. E che il cliente cerca solidità culturale prima ancora che novità estetica.
Montecore – top
Se Prada rappresenta il pensiero, Montecore rappresenta l’applicazione concreta di quel pensiero al prodotto e al mercato. Fabio Peroni lavora con un metodo quasi ingegneristico: pochi modelli di base, sartoriali e codificati, pensati per tipologie precise di uomo professionista. Non è un caso che Montecore sia scelto da figure istituzionali come Sergio Mattarella o Antonio Conte. La collezione si costruisce per categorie chiare: capospalla imbottiti, piumini, outerwear tecnici, cappotti lunghi, modelli a camicia o bomber. Su questa struttura stabile, stagione dopo stagione, Peroni lavora su tessuti, filati, linee, comfort ed efficacia. Il risultato è un prodotto che evolve senza tradire il cliente, mantenendo un equilibrio rigoroso tra qualità e prezzo: il capo più costoso resta sotto i 2.000 euro. Ma il vero punto distintivo è il rapporto con il consumatore: Montecore offre una sorta di garanzia a vita, con servizi di riparazione e rimessa in forma dei capi. Un modello che restituisce senso alla parola “durata” e che trasforma l’acquisto in una relazione continuativa. La lezione? Che oggi il valore sta nel servizio, nella fiducia e nella coerenza. Che il cliente non vuole essere sorpreso, ma rispettato. E che il lusso contemporaneo passa anche da modelli industriali intelligenti, non solo da narrazioni aspirazionali.
Etro – top
Marco De Vincenzo gioca d’azzardo con gli “Animuomini“. Poteva essere un flop bizzarro, i suoi “animali fantastici” 2.0 sono un trionfo di “Etrosità”. Lo stilista lavora su un’operazione più sottile: riattivare il senso del vestire oggi attraverso la memoria visiva del brand. La collezione uomo riprende consapevolmente una campagna Etro del 1997 e una collezione storica di Kean, riportando in passerella le iconiche teste animalesche di allora. Il risultato non è citazionismo, ma un esercizio di traduzione temporale. De Vincenzo costruisce una collezione che sembra dialogare con l’attuale ossessione per il “ripostare” immagini del 2016, ma lo fa andando ancora più indietro, al 1996-1997. Paisley su velluto, jacquard animalier, vestaglie, pigiami, piume, maglie compatte e palette dense danno vita a un guardaroba che non è travestimento, ma linguaggio. Insomma, l’archivio funziona solo se diventa strumento critico.
Tod’s – top
A movimentare la presentazione (pur solida, centrata sul Winter Gommino e sul progetto Pashmy) dell’A/I 2027 di Tod’s ci si è messo Report, che proprio nel pomeriggio di domenica ha diffuso le anticipazioni del servizio in onda la sera sull’inchiesta riguardante il marchio, finito sotto indagine dalla Procura di Milano, con tre suoi manager, in relazione ad ipotesi di caporalato nella catena di subappalti della produzione. E così Diego Della Valle sposta il discorso sul punto che pesa su tutta la filiera: “Per prima cosa bisogna tutelare i lavoratori”, dice, e insiste: “Se vogliamo risolvere queste cose dobbiamo parlarne… il piccolo artigiano non può controllare 5 punti di filiera… bisogna sedersi… fare in un mese una legge che tuteli tutti”. E ancora: “Non possiamo far raccontare in giro per il mondo che siamo persone che non hanno a cuore il lavoro degli altri, perché non è vero”.
Dolce & Gabbana – flop
Il problema non è la sartorialità – che qui resta un terreno dominato con sicurezza – ma il dispositivo narrativo. La collezione “The Portrait of a Man” dichiara “archetipi lontani da qualsiasi stereotipo”, ma l’impianto è esattamente l’opposto: tutte le figure messa in passerella (lo sportivo, l’uomo di casa in pigiama, il dandy da smoking, ecc.) funzionano come stereotipo per definizione, perché procedono per etichette immediate. Ogni uscita, insomma, finisce per essere la rappresentazione didascalica e cristallizzata dello stereotipo stesso. A questo si aggiunge il dato polemico circolato sui social: la passerella composta da modelli tutti bianchi, caucasici, bellissimi neanche fossero stati creati dall’intelligenza artificiale, elemento che – in un progetto che pretende di parlare di “individualità” – diventa un limite visibile, non un dettaglio. La sfilata pretende di essere un manifesto: ma quando il manifesto è più insistito dei vestiti, qualcosa si sbilancia.
Harmont & Blaine – top
Il progetto Re-Loved / New Love è uno dei pochi esempi in cui la sostenibilità esce dalla formula e diventa metodo: upcycling creativo di capi d’archivio e materiali in esubero, senza produzione extra; capi rimodellati sui codici della main collection (palette e accostamenti), maniche e bordature dei piumini sostituite con inserti in maglia, maglie che nascono dall’unione di due modelli, righe pop con ricami artigianali. È interessante perché non “romanticizza” lo scarto: lo tratta come materiale progettuale.
Lessico Familiare – flop
Qui il rischio è l’eccesso di “bolla” concettuale. Il brand lavora sul recupero e sulla trasformazione del già esistente – un metodo nato nel lockdown e diventato identitario – ma la collezione “New Age” accumula segni e personaggi fino a rendere meno chiara la destinazione. Gonne a sbuffo, tulle addensato, strascichi, sottovesti, paillettes, high/low dichiarato, ready-made e spostamenti (colletti che diventano t-shirt, calzini che diventano abiti), corone e diademi, tacchi e babbucce, Madonna come colonna sonora: l’idea c’è, la mano pure, ma la lettura si disperde. Il progetto resta interessante sul piano concettuale, ma alla lunga il gioco di accumulo e citazione rischia di diventare autoreferenziale. L’upcycling funziona quando genera nuove funzioni, meno quando si trasforma in linguaggio chiuso. Peccato…
Kiton e Brioni – top
Per Kiton “Verità del fare” non è uno slogan, è un posizionamento che diventa leggibile nella struttura della collezione per capitoli (diverse occasioni d’uso, guardaroba contemporaneo), nella ricerca tessile sviluppata dal lanificio di Biella e nel lavoro sui volumi per una vestibilità confortevole ma proporzionata. Il punto forte è il rifiuto della monocromia rigida: accenti misurati, abbinamenti sofisticati, più carattere senza perdere misura. In un mercato nervoso, è una scelta di solidità. Il “Grand Tour” di Brioni funziona perché non diventa cartolina: qui resta un’idea di guardaroba H24 naturalmente morbido, con palette che richiama tramonto e pietra romana e grigi dal fumo ai riflessi metallici. Interessante il dialogo formale/informale: completo da ufficio con giacca militare e cravatta in maglia; Principe di Galles che alza il casual; denim che entra nel sartoriale senza forzature. La capsule montagna e l’abito da sera (micro-paillettes effetto mélange) chiudono un racconto coerente: non cerca di stupire, cerca di durare.
Stone Island – top (ma prezzo flop)
Top per ricerca vera: la Prototype Research_Series 09 introduce la maglieria con laminazione ad aria, con membrana HDry® accoppiata in 3D su un manichino gonfiabile ad aria calda. Il risultato tecnico (increspature, trama visibile, zip tagliate a mano dopo la membrana) è esattamente il tipo di innovazione che ha senso nel menswear. Nota a margine: il prezzo comunicato (1.000 euro) rende il progetto desiderabile ma sovraprezzato. Dietro c’è il tentativo di riposizionamento del brand sul mercato, ma il pubblico di riferimento resta quello dei giovani o giovanissimi a cui così non risulta proprio accessibile.
Brett Johnson – top
È un esempio di lusso “sensibile” che non cade nel vago: la collezione nasce dal ricordo di Parigi e lo dichiara con una frase concreta (“Parigi mi ha insegnato che il viaggio non finisce quando torni a casa”), poi lavora su palette (grigio nebbia, verde, celeste, nocciola, introduzione del nero) e materia (pellami di cervo accoppiati a cashmere, shearling, suede impalpabile, lane effetto denim). Il punto sta nella costruzione: volumi fluidi/strutturati, asimmetrie, sovrapposizioni calibrate, dettagli (bottoni in corno non tinto, zip bagno palladio). Non è solo atmosfera: è prodotto.
Evelina Sgarbi, figlia di Vittorio, ha scritto una lettera a Valentino Rossi. Come riportato da Il Resto del Carlino lo scorso 16 gennaio, l’ex pilota della MotoGp ha denunciato la compagna del papà Graziano per circonvenzione di incapace, accusandola di aver prelevato dal conto del padre circa 200mila euro in 12 mesi di relazione. Evelina ha paragonato la sua situazione a quella del pilota. La 25enne ha scritto: “La situazione di Valentino Rossi è molto simile alla mia, in entrambi i casi c’è un genitore fortemente indebolito (anche se credo che suo padre non sia mai arrivato a pesare 50 kg, e ad essere ricoverato denutrito e in stato confusionale come accaduto a Vittorio Sgarbi) che guarda caso viene isolato per volontà della compagna dal resto della famiglia e dalle sue amicizie storiche”.
Evelina ha aggiunto: “Sarà interessante vedere se, essendo Valentino Rossi campione di fama internazionale, i commentatori e gli improvvisati postini che hanno provato a crocifiggere me, faranno lo stesso con lui. O se invece, spaventati dal peso del suo nome, faranno inversione a U”. La donna ha proseguito la lettera facendo riferimento alla sua infanzia: “Il grande campione, da piccolo un padre sempre presente che lo ha anche indirizzato con successo nella carriera ce lo ha avuto e la sottoscritta no”. La 25enne ha specificato: “Ma in entrambi i casi ci sono indizi simili e ricorrenti che per chi indaga potrebbero facilmente costituire una prova della circonvenzione di incapace”.
“Sto cercando in tutti i modi di salvare mio padre”
Evelina Sgarbi si sta impegnando per salvare il padre. La ragazza ha scritto: “Da figlia che sta cercando in tutti i modi di salvare il proprio padre da chi pensa di mal gestirlo e abbandonarlo alla sua sorte, posso tranquillamente dire che comprendo perfettamente cosa Valentino Rossi stia vivendo, il suo stato d’animo, l’ansia e il pensiero di doversi pentire un giorno di non aver provato tutto ma proprio tutto per cercare di difendere gli interessi del padre da chi lui teme se ne sia già approfittato e vorrebbe approfittarsene ancora”.
La figlia di Vittorio ha augurato a Valentino Rossi ogni bene. La ragazza ha dichiarato: “Auguro ogni bene e soprattutto di non dover patire quello che ho subito io per cercare di conoscere la verità sulla salute di mio padre”. In conclusione, Evelina ha scritto: “Ps: per la cronaca. Ancora non si è vista una cartella clinica. Ma di che cosa hanno veramente paura i cattivi consiglieri di Vittorio Sgarbi?”.
I servizi di emergenza dell'Andalusia hanno riferito su X che il bilancio dell'incidente avvenuto nella provincia di Cordova è di almeno cinque vittime e 25 feriti gravi. Un numero imprecisato di passeggeri è ancora intrappolato tra le lamiere
Almeno due vagoni sono precipitati in una scarpata. Il bilancio provvisorio è di 24 morti e 70 feriti, di cui 30 in condizioni disperate. Per l'assessore alla Sanità della Regione Andalusia, Antonio Sanz la situazione è gravissima
Nella notte tragica di Capodanno ci sono voluti 7 minuti per abbandonare il locale, con una vera uscita d’emergenza il tempo sarebbe sceso a 4 minuti o a 2 minuti con l’apertura della porta al piano terra
Un uomo è stato investito da un treno nella stazione di Firenze Campo di Marte dopo le 19 al binario 3. Secondo quanto appreso, si tratta di un gestoautonomo, di un tentato suicidio. Sul posto è intervenuta la Polfer per gli accertamenti di polizia giudiziaria. L’incidente ha provocato ritardi per molti convogli nel nodo di Firenze, in particolare sulla linea Firenze-Roma e sulle lunghe percorrenze Roma-Milano.
“La circolazione permane fortementerallentata per accertamenti dell’Autorità Giudiziaria a seguito dell’investimento non mortale di una persona a Firenze Campo Marte”, si legge sul di Trenitalia. Il treno coinvolto è un Frecciarossa partito da Napoli e diretto a Gorizia. “I treni Alta Velocità e Intercity, alcuni dei quali instradati sulla linea convenzionale, e Regionali possono registrare un maggior tempo di percorrenza fino a 60 minuti“, scrive ancora Trenitalia.
Da Tajani appello al dialogo: "Insieme, essendo tutti parte della Nato, possiamo lavorare per garantire la sicurezza della Groenlandia". Schlein attacca Meloni: "Ci aspettavamo una posizione netta in difesa della Groenlandia"
Finora gennaio è stata la terza punta di un triangolo che vede la moda maschile e l’Italia come gli altri due vertici: tra la 109esima edizione di Pitti Uomo e la MilanoFashion Week, la nostra Penisola ha svolto il ruolo di palcoscenico per la moda maschile mondiale cercando di aprire e mantenere i ponti con l’estero e sostenere il mercato italiano. Nelle giornate tra fiera, sfilate ed eventi divisi tra Firenze e Milano assieme al menswear è da notare anche tutto il settore degli accessori e della pelletteria, proprio quest’ultimo l’unico segmento italiano in crescita con un +5,6% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Tra scarpe, sciarpe e accessori da viaggio, vediamo quali sono stati i brand che hanno partecipato alle kermesse di moda maschile, tra storici nomi italiani e proposte provenienti da tutto il mondo.
Partiamo da uno dei prodotti di punta della pelletteria in generale, quello delle calzature, accessorio su cui è importante l’innovazione tecnica tanto quanto il mantenimento di strutture e forme tradizionali. Fratelli Rossetti, marchio meneghino fondato negli anni Sessanta, ricerca proprio il connubio tra silhouette classiche e sperimentazione costruttiva con la loro autunno-inverno 26/27 presentata nella cornice di casa della Milano Fashion Week: il brand accende i riflettori principalmente sul loro tradizionale mocassino Brera, che vede la rivisitazione grazie a macro cuciture a contrasto su tutta la tomaia, restituendo un pattern geometrico simil trapuntato. Anche l’altra nuova variante Brera Cut non è solo estetica, ma una sfida alla costruzione della scarpa, scomponendo la tomaia rivelando diverse possibilità in fatto di accostamento di colori.
Sceglie il palcoscenico della settimana della moda milanese anche Santoni, marchio di calzature marchigiano, presentando la autunno-inverno Aurora: ispirata alla luce che precede le albe invernali, la collezione prende forma su modelli sia tradizionali che sportivi del brand come lo stivaletto Carlo, il Chelsea Easy Nova e la sneaker Easy Bounce Mountain. Focus della collezione sulla Velatura, tecnica di colorazione a mano realizzata applicando strati su strati di colore ottenendo variazioni sottili su tonalità invernali come marrone, rosso, verde e arancione.
Anche Doucal’s, brand di calzature nato nel 1973 da Mario Giannini, italiano ma molto influenzato dalla cultura dell’abbigliamento anglosassone, attinge alle atmosfere invernali per la sua nuova collezione. La collezione autunno-inverno 26/27 dal nome Gentle Winter si fonda non solo sull’estetica ma anche sull’atmosfera di calore dei mesi più freddi: colori e forme rassicuranti per trasmettere comfort in ogni forma e per ogni occasione. La mission del brand sia dalle sue origini è tenere ben saldo il rispetto per il know-how e per le forme tradizionali senza mai far mancare l’innovazione, valore che l’ha portato ad essere presente in ogni angolo del mondo.
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Portabandiera della tradizione calzaturiera in Italia anche Antica Cuoieria, nato ufficialmente nel 2018 ma che affonda le sue origini fino al 1945 nel CalzaturificioSoldini di Arezzo. La loro fall-winter 26/27 presentata a Pitti Uomo si concentra sul mantenere la tradizione attraverso materiali e tendenze attuali: focus principale della collezione sono i mocassini, tra variazioni di forme classiche e altre più importanti, tutti realizzati con pellami e materiali in grado di garantire comfort. Rimaniamo nel regime delle scarpe sportive con Guardiani, marchio di calzature che a Pitti Uomo porta la sua nuova autunno-inverno grazie alla acquisizione da parte di Bi&Do, azienda italiana che cura il processo di creazione dal design al brand management. La collezione vede la sneaker come protagonista, realizzata con materiali come pelle e suede in colorazioni calde e profonde come l’antracite, il blu navy e il burgundy.
Con un’anima atletica sin dalla sua nascita a Padova nel 1920 anche Valsport, imponendosi da subito come marchio di articoli e scarpe sportive raggiungendo poi gli apici di produzione e status negli anni Sessanta e Settanta, quando le loro scarpe verranno indossate dai più grandi campioni dell’atletica, calcio, ciclismo e Formula Uno. Per la autunno-inverno 26-27 Valsport ripropone i loro modelli sportivi iconici come la Davis e la Olimpia per il lifestyle sia maschile che femminile, accostando materiali più tradizionali a ad altri più tecnici come il nylon, non tralasciando lavorazioni come pelli invecchiate a mano.
Oltre ai nomi italiani, il nostro paese è diventato la vetrina delle nuove autunno-inverno 26/27 per brand di calzature provenienti da tutti i continenti: In occasione di Pitti Uomo 2026, il brand statunitense di calzature Sebago spegne ottanta candeline dalla sua fondazione, cercando con la collezione autunno-inverno 26/27 di espandere il proprio universo con un abbigliamento ispirato al mondo preppy ma anche alla natura, dalla pesca ai paesaggi rurali “western” degli USA. Il loro settore di punta rimane però il footwear, costituito da conferme iconiche del brand come i mocassini e le scarpe da barca ma ampliato anche da stivali texani, in pelli e costruzioni fatte per durare.
Viaggiando dal “far west” all’estremo oriente, Flower Mountain, brand di sneakers fondato a quattro mani nel 2015 dal giapponese Keisuke Ota e dal pechinese Yang Chao, fonde lo spirito urban con gli utilizzi in natura. L’ultima linea di sneakers del brand presentata a Pitti Uomo espande la loro proposta con nuovi modelli e materiali, come le nuove Sanchia e Ranya pensate per il contesto urbano e la Asuka 3 dal look più vintage. I materiali utilizzati spaziano dai più invernali come lana e tartan fino a quelli dedicati alla capsule “Harmony of Traditions”, cotoni, tele e ricami tipici della tradizione giapponese
Anche il marchio danese Ecco, nato dalla coppia marito-moglie Karl e Birte Toosbuy nel 1963, ha portato a Pitti Uomo le novità in fatto di calzature: ispirata al concetto di “rewilding”, la riscoperta della connessione tra uomo e ambiente, diventano protagonisti per l’uomo modelli ispirati ai paesaggi artici grazie a colori come il marrone, il viola e il teal, mentre per la donna il brand si è ispirato al lavoro della pittrice danese Mie Olise Kjærgaard. Oltre al ritorno dei modelli classici di Ecco come la Walker e la Joke, è stata presentata al Pitti anche la collaborazione con lo stilista Craig Green e il brand giapponese White Mountaineering.
Se si parla di pelletteria è impossibile non citare anche gli accessori da viaggio, rappresentati a Pitti Uomo dal brand italiano Piquadro, forte della sua esperienza nel settore con un approccio orientato al design, alla funzionalità e alla sostenibilità dei suoi prodotti tra cui il pellame certificato come sostenibile in ogni passaggio della filiera e i tessuti interamente riciclati. La collezione autunno-inverno 26/27 di Piquadro mette la tecnica e la ricerca al servizio dell’esperienza d’uso e all’identità specifica dei singoli prodotti: la linea PQLM con focus sui diversi utilizzi grazie alla modularità così come la linea Rover pensata per gli utilizzi urbani. Ancora la linea Corner arricchita oltre che nella gamma colori anche nelle funzioni con una tasca riscaldante e cavo di ricarica integrato e la linea Sync, che utilizza l’impronta digitale del proprietario come sistema di sicurezza.
Per gli accessori non sono mancate nemmeno sciarpe, stole e foulard, in particolare quelle di FalieroSarti, brand che affonda le sue radici nell’omonimo lanificio fondato da nel 1949. Si tratta di un vero punto di riferimento per grandissimi stilisti, da GiorgioArmani a VivienneWestwood, che si affidava per la sua comunicazione a fotografi del calibro di Steven Meisel. Oggi alla sua terza generazione la linea Accessorio è sotto la guida della nipote del fondatore Monica, che con la autunno-inverno 26/27 rilancia tessuti stampati provenienti dall’archivio del lanificio, arricchisce la proposta con sciarpe di nuove misure e tessuti – modal lana seta -, mentre la palette stagionale si tinge di colori caldi tra vinaccia, terra e blu profondo. Proseguono anche le collaborazioni del marchio come quella con l’artista Paolo Fiumi e i suoi skyline delle città o con il brand di calzature Taji Shoes tramite una capsule di sabot in tessuti d’archivio.
L'Italia del lavoro che cambia, tra fragilità, contraddizioni e domande aperte sul domani. Dall'educatrice precaria che vive di chiamate quotidiane senza certezze, alle fabbriche dell'auto che fanno i conti con la cassa integrazione. Dalla lavoratrice licenziata per aver scioperato, ai giovani che s'inventano un lavoro e poi vanno all'estero. Fino all'impatto dell'intelligenza artificiale e al paradosso degli stranieri pronti a lavorare, ma bloccati dalla burocrazia.
Erano intervenuti dopo essere stati chiamati per spegnere un incendio nel Parco Rosmarino di Carbonia, in Sardegna. Non immaginavano che sotto al rogo di sterpaglie si nascondesse un cadavere. Proprio in questo modo, invece, i vigili del fuoco scoperto il corpo di GiovanniMusu, disoccupato 53enne, con alcuni precedenti penali. Le fiamme avevano raggiunto il cadavere alle gambe. Secondo quanto emerso finora, Musu sarebbe stato colpitoripetutamente con un’arma da taglio: una delle ferite, inferta alla gola, potrebbe essere stata mortale. Musu è stato ritrovato sanguinante e con le gambe avvolte dalle fiamme. L’incendio sarebbe un tentativo di cancellare le tracce.
Erano le 4 del mattino. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Carbonia insieme al nucleo investigativo di Cagliari e poi anche il Ris. A coordinare le indagini il pm della procura del capoluogo sardo Danilo Tronci. La zona del ritrovamento è stata delimitata e sul corpo del 53enne è stato eseguito un primo esame dal medico legale, in attesa della dell’autopsia, disposta dallo stesso pm.
L’indagine si muove negli ambienti dello spaccio e del consumo di droga. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimimesi di vita dell’uomo e la rete di relazioni. L’ipotesi è che il delitto possa essere maturato al termine di un litigio degenerato o come conseguenza di contrasti legati a dinamiche criminali, anche se al momento nessuna pista viene esclusa. Sono già stati ascoltati numerositestimoni e sono scattate diverse perquisizioni. I controlli hanno riguardato l’abitazione della vittima e le case di persone ritenute potenzialmente coinvolte, nel tentativo di raccogliere elementi utili a individuare il responsabile.
Da capire se l’aggressione sia avvenuta nel parco o in un luogo esterno. Le indagini si concentrano – oltre che sui motivi dell’omicidio e sulla ricerca del colpevole – anche sul passato recente di Musu. Non si esclude una possibile assunzione di droghe prima di essere ucciso, dato il ritrovamento di alcune siringhe – che sembrerebbero confermare anche la pista legata al mondo delle sostanze stupefacenti.
Protezione Civile ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse: allerta rossa su gran parte della Sardegna per lunedì 19 gennaio (criticità idrogeologica elevata), arancione su settori di Sardegna, Sicilia e Calabria
Trump annuncia tariffe maggiorate al 10% dal 1° febbraio e al 25% dal 1° giugno per i Paesi che ostacolano l'annessione. Meloni: "Un errore". Nbc: "Il Canada nel mirino di Trump"
L’emendamento alla Legge sull’intelligence, approvata con 68 voti favorevoli, 8 astenuti e nessun voto contrario, conferisce enormi poteri ai servizi, riducendo a lumicino diritti civili. Tra i nuovi poteri concessi ai piedipiatti: ottenere segretamente impronte digitali, campioni vocali, odore e altri prelievi da una persona; utilizzare materiali o altri metodi di marcatura di esseri umani ai fini della loro identificazione; e acquisire equipaggiamento speciale, esplosivi e materiali esplosivi oltre alle armi d’ordinanza. Tutto ciò senza alcuna autorizzazione di un giudice, la quale potrebbe essere concessa a posteriori, 24 ore dopo. La procedura non riguarda solo i cittadini lituani, o extracomunitari, ma è applicabile anche a tutti i cittadini dell’UE residenti, soggiornanti o semplicemente in transito sul territorio lituano.
L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati.
“Il personale sta lasciando gli uffici”
Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personalePnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”.
“Nessun bando pubblicato per assumere funzionari”
Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.
Rischio per processi su diritto di asilo
Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L’Associazione ricorda che la stessa relazione dell’Unità di Missione per il Pnrr per la Giustizia evidenzi come i tribunali e le corti italiani abbiano “raggiunto con ampio anticipo rispetto al termine del progetto (30 giugno 2026) il target della riduzione del 25% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi penali nei tre gradi di giudizio e sono prossimi a raggiungere nei tempi concordati l’abbattimento dell’arretrato dei procedimenti civili di durata ultra-triennale”. A questo punto, dunque, resta “invece incerta la possibilità di raggiungere l’ultimo target, ossia la riduzione del 40% del Disposition Time (rispetto alla baseline del 2019) dei processi civili nei tre gradi di giudizio”.
Parenti, amici e compagni di Abanoub Youssef, lo studente ucciso venerdì scorso in un istituto professionale di La Spezia, hanno dato vita una protesta spontanea questa mattina di fronte all’obitorio dell’ospedale cittadino. Un centinaio di persone ha occupato il marciapiede e la sede stradale esponendo cartelli per chiedere il massimo della pena nei confronti dell’assassino e l’impegno delle istituzioni nel rendere sicure le scuole. “La scuola è complice“, “Giustizia per Abu”, “Vogliamo una giustizia veloce”, “Abbiamo paura a tornare a scuola” alcune delle frase scritte sui cartelli mostrati dai manifestanti. Nessun momento di tensione, ma piuttosto di commozione per i parenti straziati dal dolore. La manifestazione poi si è spostata in prefettura.
Aveva perso la mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo artigianale durante la notte di Capodanno e da allora era ricoverato in gravissime condizioni al Sant’Andrea di Vercelli. È morto questa mattina BrunoSavoia, 43 anni. A riportare la notizia è il quotidiano La Stampa. Troppo gravi le ferite ricevute a seguito dell’esplosione del botto – autoprodotto – che lo aveva colpito anche all’addome. Sul corpo dell’uomo erano presenti diverse ustioni.
Savoia abitava a Vercelli, in via Leopardi 11. Viveva assieme alla compagna Grazia, che la notte dell’incidente ha subito raggiunto l’uomo, ferito. E che oggi denuncia: “ho chiamato l’ambulanza 18 volte, non arrivava mai”. La Notte di San Silvestro la coppia ha trascorso il veglione con degli amici. Dopo la mezzanotte, Savoia era sceso con loro nel cortile del palazzo e aveva acceso il petardo. Il rumore dell’esplosione era stato forte, tanto da aver attirato l’attenzione di tutti gli inquilini dello stabile.
Immediatamente trasportato al pronto soccorso da un’auto della compagnia, le sue condizioni erano immediatamente apparse gravi tanto che i medici non erano riusciti a ricostruire l’arto nonostante un delicato intervento chirurgico. Le indagini dei carabinieri di Vercelli intanto proseguono, ed è possibile che verrà disposta un’autopsia.
Consapevoli della drammaticità del momento che sta attraversando quel grande Paese asiatico, sforziamoci di adottare una prospettiva positiva e proviamo a immaginare un Iran democratico, modernizzato e aperto al mondo: uno scenario che oggi sembra lontano, ma che merita di essere esplorato per comprendere...
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Un proiettile calibro 9, sparato da una pistola. È quello che hanno trovato i carabinieri nei pressi dell’ingresso del Palazzo di Città a Fasano, in provincia di Brindisi, la mattina di domenica 18 gennaio. Un ritrovamento inquietante, visto che in quel luogo sarebbe passato dopo pochi momenti Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato. Il magistrato era atteso per la presentazione del suo libro, Il biennio di sangue, edito da Paperfirst, prevista per le ore 11. I militari hanno subito collegato il ritrovamento del proiettile all’arrivo del magistrato, chiedendo l’immediato intervento degli artificieri.
Le indagini, affidate ai carabinieri della compagnia di Fasano e a quelli del comando provinciale di Brindisi, sono in corso. Gli investigatori stanno verificando la presenza di telecamere sul luogo del ritrovamento, per capire chi ha abbandonato il proiettile nel luogo dove Tescaroli era atteso. L’altra ipotesi è che qualcuno abbia esploso il colpo di pistola nei pressi del Palazzo di Città. La presentazione del libro del magistrato si è comunque svolta come da programma.
Tescaroli vive sotto scorta da molti anni, a causa delle minacce ricevute in passato. “Ti faremo saltare con il tritolo. Finiremo quello che abbiamo iniziato”, c’era scritto in una lettera di minacce spedita al magistrato nel luglio del 2024. L’anno precedente, invece, un pacco sospetto era stato ritrovato davanti casa di Tescaroli a Firenze: conteneva un pacco batterie per la ricarica di microcar elettriche da cui fuoriuscivano fili neri. Già giovannissimo pm a Caltanissetta e poi procuratore aggiunto a Roma e a Firenze, negli anni il magistrato ha indagato – tra le altre cose – sulla strage di Capaci e su quella di via d’Amelio, sull’omicidio del banchiere Roberto Calvi, su Mafia Capitale e sulle bombe del 1993. Nell’esperienza da aggiunto della città toscana ha coordinato l’inchiesta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (fino alla sua morte), indagati per concorso nelle stragi di Firenze, Roma e Milano. Da quando è stato nominato al vertice della procura di Prato, invece, Tescaroli ha puntato i riflettori sulle faide interne ai clan cinesi: una spirale di violenza fatta di omicidi, pestaggi e incendi.