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Due delle quattro opere di Antonello da Messina rubate al MuMe sono state recuperate

Quattro tavole attribuite al grande pittore Antonello da Messina sono state rubate la sera di Ferragosto dal Museo regionale interdisciplinare di Messina. Due delle opere sottratte sono state ritrovate poche ore dopo sul muro esterno dell’edificio. Rimangono disperse una tavola del Polittico di San Gregorio e un piccolo dipinto bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Secondo le prime ricostruzioni, almeno tre persone con il volto coperto sarebbero entrate nel museo forzando un ingresso secondario. Le immagini della videosorveglianza, acquisite dalla polizia, indicherebbero che il furto è durato tra i due e i tre minuti.

I responsabili hanno raggiunto le sale in cui erano esposte le opere e hanno sottratto tre dei cinque pannelli superstiti del Polittico di San Gregorio, oltre alla tavoletta bifronte conservata in una teca blindata. Due pannelli del polittico sono stati successivamente abbandonati lungo viale della Libertà, sul muro che delimita il museo. Alcuni passanti li hanno notati e hanno avvertito le forze dell’ordine. Non sono invece ancora stati recuperati il terzo pannello e la tavoletta bifronte.

Le prime notizie parlavano di sistemi di sicurezza elusi, ma la direzione del museo ha poi precisato che allarmi e telecamere erano attivi. «I sistemi di sicurezza, allarme e videosorveglianza sono perfettamente funzionanti e sono in corso indagini degli organi competenti quali polizia e carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale», ha comunicato il museo. Secondo quanto emerso dalle verifiche iniziali, l’allarme sarebbe scattato quando sono state infrante le protezioni delle opere e le telecamere avrebbero registrato il furto. Gli investigatori stanno quindi cercando di stabilire perché il funzionamento dei singoli dispositivi non abbia impedito ai responsabili di allontanarsi con i dipinti. Le registrazioni della videosorveglianza sono state affidate agli inquirenti, mentre gli specialisti della polizia scientifica hanno effettuato i rilievi nell’edificio. Alle indagini partecipa anche il Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri.

Il Polittico di San Gregorio, conosciuto anche come Polittico del Rosario, è una delle opere più importanti della produzione giovanile di Antonello da Messina. Fu commissionato da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, e venne completato nel 1473. Era composto in origine da sei tavole inserite in una struttura lignea che non si è conservata. Al centro si trovava la Madonna in trono con il Bambino e gli angeli reggicorona, affiancata dai santi Gregorio e Benedetto. Nella parte superiore erano collocati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Il pannello centrale della parte più alta, probabilmente dedicato al Cristo morto sorretto dagli angeli, è andato perduto. Il polittico sopravvisse al terremoto che distrusse gran parte di Messina nel 1908, ma riportò danni provocati dai detriti, dalla polvere e dalla pioggia caduta sulla città nei giorni successivi. Nel corso del Novecento fu sottoposto a diversi restauri. Prima del furto ne rimanevano cinque pannelli, esposti insieme nel museo messinese.

L’altra opera ancora dispersa è una piccola tavola dipinta su entrambi i lati. Su una faccia raffigura la Madonna con il Bambino benedicente e un francescano in adorazione, sull’altra il Cristo in pietà. Le dimensioni e la composizione indicano che era destinata alla devozione privata. Gli studiosi la datano tra il 1465 e i primi anni Settanta del Quattrocento. Il dipinto proveniva dalla collezione di Wilhelm Soldan, nella quale si trovava dal 1930. Fu attribuito ad Antonello nel 2003 e acquistato nello stesso anno dalla Regione Siciliana attraverso la casa d’aste Christie’s.

La direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha definito le opere coinvolte tra le più importanti e conosciute dell’artista. «Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte», ha detto, auspicando che le indagini portino all’arresto dei responsabili. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha detto di avere parlato con il sindaco di Messina, Federico Basile, e con il comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Ha inoltre assicurato la disponibilità del ministero a collaborare con le autorità siciliane, competenti per la gestione dei musei regionali in virtù dell’autonomia speciale.

Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha parlato di uno «sfregio» e ha annunciato l’avvio di un’ispezione interna. L’assessore alla Cultura del Comune di Messina, Enzo Caruso, ha collegato l’attenzione recente verso Antonello all’acquisto pubblico di un Ecce Homo per diversi milioni di euro, ma al momento non sono stati indicati elementi investigativi che mettano in relazione quell’operazione con il furto.

Le opere di Antonello da Messina arrivate fino a oggi sono circa quaranta. In Sicilia sono conservati, tra gli altri, l’Annunciata di Palazzo Abatellis a Palermo, un’Annunciazione esposta a Siracusa e il Ritratto d’ignoto del Museo Mandralisca di Cefalù. Un altro Ecce Homo dell’artista, rubato nel 1974 dal museo del Broletto di Novara, non è mai stato recuperato.

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L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham

L’Italia ha chiuso al primo posto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham, con 22 podi complessivi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Il risultato è stato deciso nell’ultima gara del programma, la staffetta maschile 4×400, vinta dagli italiani davanti alla Gran Bretagna per tre centesimi. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno concluso in 2 minuti, 59 secondi e 16 centesimi, precedendo il quartetto britannico, arrivato in 2 minuti, 59 secondi e 19 centesimi. I Paesi Bassi hanno ottenuto il bronzo con 2 minuti, 59 secondi e 49 centesimi. Per l’Italia è stato il primo titolo europeo nella 4×400 maschile. In batteria la stessa formazione aveva stabilito il record italiano e il primato dei campionati con 2 minuti, 58 secondi e 10 centesimi.  La Gran Bretagna si è classificata seconda nel medagliere con nove ori, otto argenti e due bronzi, per un totale di 19 medaglie. La Germania, terza per numero di ori, ha raccolto 21 podi, con sei vittorie, dieci secondi posti e cinque terzi posti.

Il successo della staffetta maschile ha concluso una serata nella quale l’Italia aveva già ottenuto l’oro di Larissa Iapichino nel salto in lungo e il bronzo della 4×400 femminile. Iapichino ha vinto con una misura di 7 metri, realizzata al primo tentativo. Il salto è stato favorito da un vento di 2,1 metri al secondo, appena superiore al limite consentito per l’omologazione dei primati, ma valido ai fini della gara. La britannica Jazmin Sawyers si è fermata a 6,99 metri, mentre la francese Hilary Kpatcha ha conquistato il bronzo con 6,98.

È stato il primo titolo europeo all’aperto nel salto in lungo femminile per un’atleta italiana. Iapichino era arrivata seconda agli Europei di Roma del 2024. A Birmingham ha mantenuto il comando per tutta la finale, in una gara molto equilibrata: tra la prima e la quinta classificata ci sono stati appena sei centimetri. Poco dopo, Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro hanno concluso al terzo posto la 4×400 femminile in 3 minuti, 23 secondi e 57 centesimi. L’oro è andato ai Paesi Bassi, con 3 minuti, 21 secondi e 10 centesimi, davanti alla Gran Bretagna. Per la staffetta femminile italiana è stato il ritorno sul podio europeo dopo dieci anni.

Le gare dell’ultima giornata avevano già portato due argenti. Pietro Riva si era classificato secondo nella maratona maschile, completata in 2 ore, 9 minuti e 18 secondi, sette secondi dopo il tedesco Amanal Petros. Riva aveva conservato energie per il tratto conclusivo e aveva superato gli altri inseguitori negli ultimi 800 metri. Dopo la gara ha spiegato: «Sono stato per 41 chilometri superconcentrato sul come non spendere una briciola di energia in più, per preparare l’ultimo chilometro e la volata, senza preoccuparmi minimamente del distacco dai primi. Ha funzionato!».

Nella maratona femminile Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk e Giovanna Epis hanno ottenuto l’argento nella classifica a squadre. Lonedo si è piazzata sesta, Yaremchuk settima ed Epis ventunesima. La somma dei loro tempi ha collocato l’Italia dietro alla Gran Bretagna e davanti alla Spagna. La gara individuale è stata vinta dalla finlandese Alisa Vainio.

Il bilancio italiano è stato costruito in più discipline. Leonardo Fabbri aveva aperto la serie degli ori nel getto del peso, gara in cui Zane Weir aveva conquistato l’argento. Nadia Battocletti aveva poi vinto sia i 5.000 sia i 10.000 metri, accompagnata sul podio dei 5.000 dal bronzo di Micol Majori. Dariya Derkach ha conquistato il titolo nel salto triplo femminile, Gianmarco Tamberi quello nel salto in alto, con Matteo Sioli terzo. Nel salto triplo maschile Andy Diaz ha vinto con 18,15 metri e Andrea Dallavalle ha ottenuto il bronzo. Fausto Desalu è arrivato terzo nei 200 metri.

Un contributo rilevante è arrivato anche dalle prove di marcia. Massimo Stano e Sofia Fiorini hanno vinto le due maratone, con Fiorini capace di stabilire il record mondiale in 3 ore, 15 minuti e 11 secondi. Francesco Fortunato ha conquistato l’argento e Andrea Cosi il bronzo nella mezza maratona maschile, mentre Alexandrina Mihai è arrivata seconda nella prova femminile. Sara Fantini ha completato il gruppo degli argenti con il secondo posto nel lancio del martello.

Non tutte le gare più attese hanno avuto un esito favorevole. Marcell Jacobs si è fermato durante la finale dei 100 metri per un problema all’adduttore sinistro. Mattia Furlani si è infortunato durante le qualificazioni del salto in lungo. La staffetta maschile 4×100 è stata squalificata dopo la perdita del testimone, mentre quella femminile ha concluso al quarto posto. Nell’ultima serata l’Italia non ha completato neppure la nuova 4×100 mista, a causa di un errore nel secondo cambio tra Vittoria Fontana e Fausto Desalu. La gara è stata vinta dalla Gran Bretagna con il record europeo di 39 secondi e 97 centesimi. Nei 3.000 siepi il migliore degli italiani è stato Osama Zoghlami, undicesimo, mentre Matteo Oliveri ha concluso tredicesimo nel salto con l’asta e Ludovica Cavalli dodicesima nei 1.500 metri.

L’Italia ha vinto anche la classifica a punti, con 226, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, e ha eguagliato il proprio record di 45 finalisti. È il secondo successo consecutivo nel medagliere europeo dopo quello ottenuto a Roma nel 2024, quando la squadra italiana aveva raccolto 24 medaglie, comprese undici d’oro. A Birmingham i podi sono stati due in meno, ma sono bastati per confermare il primo posto davanti alla nazionale padrona di casa.

Domenica l’Italia ha ottenuto altre cinque medaglie agli Europei di nuoto di Parigi. Simona Quadarella ha vinto i 400 metri stile libero in 4 minuti, 1 secondo e 34 centesimi, nuovo primato personale e record dei campionati, completando la tripletta iniziata con i successi negli 800 e nei 1.500 metri. Thomas Ceccon ha conquistato l’argento nei 100 dorso, preceduto per un centesimo dal greco Apostolos Christou. Anche Benedetta Pilato è arrivata seconda nei 50 rana, a un centesimo dalla lituana Rūta Meilutytė.

Gli altri due argenti sono arrivati dalle staffette 4×100 miste. Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Menicucci hanno stabilito il record italiano nella prova femminile, mentre Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio si sono classificati secondi in quella maschile. L’Italia ha chiuso al secondo posto sia il medagliere generale degli sport acquatici, con 43 podi e un bilancio di 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, sia quello del nuoto in vasca, con sei ori, otto argenti e sei bronzi. In entrambe le classifiche il primo posto è andato alla Gran Bretagna.

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L’esplosione nella fabbrica di Colleferro, e l’esultanza dei propagandisti del Cremlino

A helicopter drops water over the scene of an explosion at an ammunition plant in Colleferro, near Rome, Thursday, Aug. 13, 2026. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Prima un incendio, poi un boato violento. Una colonna di fumo e fuoco si è alzata giovedì pomeriggio sopra lo stabilimento di Knds Ammo Italy a Colleferro, alle porte di Roma. L’esplosione è stata sentita a chilometri di distanza e ha fatto ricadere detriti incandescenti nell’area dell’impianto. Per fortuna non ci sono stati morti né feriti: i ventiquattro dipendenti presenti sono stati messi in sicurezza prima della deflagrazione.

Lo stabilimento è quello che per decenni è stato conosciuto come Simmel Difesa. Oggi appartiene a Knds, il gruppo franco-tedesco che produce sistemi d’arma, carri armati, munizioni e artiglieria. A Colleferro si producono munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale e propellenti solidi per il settore aerospaziale. L’incidente, secondo le prime ricostruzioni, è partito dal reparto di pressatura delle polveri, dopo lo sviluppo di un incendio. Le cause precise, però, devono ancora essere accertate.

La Procura di Velletri ha aperto un’inchiesta per incendio. I vigili del fuoco devono ancora completare la messa in sicurezza dell’area prima di poter effettuare tutti i rilievi. Per ora gli investigatori hanno escluso una pista eversiva e un sabotaggio: non ci sono elementi pubblici che permettano di sostenere che l’esplosione sia stata provocata dall’esterno.

Non è però la prima volta che qualcosa esplode nello stabilimento di Colleferro. Nell’ottobre del 2007 un incidente alla Simmel Difesa provocò la morte di un operaio e il ferimento di altre tredici persone. La differenza, questa volta, è che nessuno è rimasto coinvolto. I sistemi di sicurezza e l’allarme hanno consentito di allontanare i lavoratori prima della deflagrazione.

La fabbrica di Colleferro è diventata uno dei nodi della nuova industria europea della difesa. Knds Ammo Italy figura tra le aziende coinvolte nei programmi europei per la produzione di munizioni da 155 millimetri, il calibro utilizzato dall’artiglieria occidentale e diventato centrale nella guerra in Ucraina. Nel 2024 la Commissione europea ha inoltre assegnato 41,39 milioni di euro a un progetto coordinato da Simmel Difesa per aumentare la capacità produttiva di munizioni, esplosivi e propellenti.

Proprio a fine giugno avevamo raccontato della decisione di Berlino di acquisire il quaranta per cento di Knds attraverso la banca pubblica KfW, portandosi a una posizione paritaria con Parigi. La Germania vuole avere un peso diretto nelle decisioni di uno dei gruppi destinati a essere centrali nel riarmo europeo (e nel pacchetto c’è anche lo stabilimento di Colleferro).

Tra l’altro, l’episodio di giovedì non è un caso completamente isolato, in Europa. Il 10 agosto, quindi appena tre giorni prima, alcune esplosioni avevano interessato un deposito di munizioni della Emco a Belitsa, in Bulgaria. Negli ultimi anni altre esplosioni e incendi hanno riguardato stabilimenti dell’industria della difesa in diversi Paesi europei. In alcuni casi si è pensato a tentativi di sabotaggio, non accertati.

C’è poi un altro elemento da aggiungere all’equazione. Mentre gli investigatori cercano ancora di capire che cosa sia successo, alcuni dei più attivi propagandisti filorussi sui social hanno accolto la notizia dell’esplosione con evidente soddisfazione. Tra gli account che hanno rilanciato la vicenda ci sono anche profili riconducibili all’ecosistema mediatico russo: Elisabeth Eliseeva, corrispondente di Sputnik, e il canale italiano Donbass Italia, curato da Vincenzo Lorusso. E questo dice qualcosa sul modo in cui la nuova guerra industriale europea viene guardata dall’altra parte del fronte.

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L’intelligenza artificiale non ha bisogno di un’anima per cambiare il mondo (o distruggerlo)

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Di intelligenza artificiale si inizia a parlare con quei toni solenni di solito associati alla religione e alla spiritualità. Le grandi aziende del settore parlano delle nuove tecnologie come della più grande invenzione della storia, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre ciò che significa essere umani. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, l’ha definita «la più importante invenzione che l’umanità farà mai». Alcuni ricercatori assegnano probabilità tutt’altro che trascurabili alla possibilità che una macchina possa arrivare a costruire da sola una versione più intelligente di sé entro pochi anni. Yann LeCun ha detto che l’enorme investimento finanziario nella corsa alla superintelligenza «è una grandissima stronzata». E per ora va benissimo così.

In alcuni casi il linguaggio si fa apocalittico, com’è normale che sia di fronte a una tecnologia in grado di sparare da sola e di bucare i sistemi di sicurezza di diverse aziende. Anche per questo c’è stato chi ha fondato una vera chiesa dedicata al futuro Dio dell’intelligenza artificiale. Un ingegnere di Google, dopo avere interagito con un chatbot che gli era sembrato dotato di coscienza, si è chiesto: «Chi sono io per dire a Dio dove può e dove non può mettere le anime?». E Ilya Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, è arrivato a bruciare simbolicamente un’effigie che rappresentava un’intelligenza artificiale non allineata con gli esseri umani, come in una sorta di rito medievale.

È dentro questa atmosfera che è intervenuta la Chiesa cattolica. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV difende l’idea che l’essere umano occupi una posizione irriducibile nel creato e sostiene che le macchine, per quanto sofisticate, possano soltanto imitare alcune funzioni dell’intelligenza umana. È una visione che Sebastian Mallaby – autore del libro “The Infinity Machine: Demis Hassabis, DeepMind, and the Quest for Superintelligence” – prova a scandagliare in una lunga analisi su Foreign Affairs intitolata “God From the Machine. AI and the Future of Humanity” chiedendosi: siamo davvero sicuri che distinguere tra imitare l’intelligenza e possederla sia così semplice?

Il problema risale a molto prima delle ultimissime tencologie. Nel 1980 il filosofo John Searle propose il celebre esperimento mentale della «stanza cinese»: immaginiamo un uomo chiuso in una stanza che non conosce il cinese e che riceve istruzioni per manipolare simboli cinesi secondo precise regole. Dall’esterno, le sue risposte sembrerebbero quelle di una persona che comprende perfettamente la lingua. Ma l’uomo non comprende nulla: sta semplicemente applicando un insieme di istruzioni. Per Searle, era la dimostrazione che manipolare correttamente informazioni non equivale necessariamente a capire ciò che significano.

L’argomento è diventato uno dei pilastri della distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Una macchina può produrre una risposta convincente, riconoscere un volto, tradurre una frase o scrivere un saggio senza che questo significhi che provi qualcosa o che comprenda davvero ciò che sta facendo. Il corpo umano, ricorda Mallaby riprendendo un’obiezione dello scrittore di fantascienza Ted Chiang, non è un dettaglio trascurabile: «Avere un corpo è un prerequisito per avere emozioni». La disperazione, per esempio, non sarebbe separabile dall’esperienza fisica degli ormoni dello stress che attraversano il corpo.

È una distinzione intuitiva perché gli esseri umani nascono, soffrono, amano, si ammalano, muoiono; le macchine no, non sanguinano, non provano dolore e possono essere semplicemente spente. Esistono, scrive Mallaby, non dentro un universo morale ma dentro una matrice di ottimizzazione. Da questo punto di vista, si può sostenere che anche il più sofisticato modello di intelligenza artificiale resti soltanto una macchina che esegue operazioni straordinariamente complesse.

Anche il cervello umano è una macchina fisica. È fatto di materia biologica, obbedisce alle leggi della fisica e funziona attraverso impulsi elettrici e processi di elaborazione delle informazioni. «L’idea che la massa molle dentro il cranio contenga un’essenza ineffabile e non programmabile – la coscienza, lo spirito o qualcos’altro – può essere intuitivamente seducente. Ma dal punto di vista analitico è fragile», scrive Mallaby. E più l’intelligenza artificiale migliora, più quella distinzione diventa difficile da difendere. Gli ultimi modelli di IA non si limitano a consultare un gigantesco archivio di frasi e a scegliere meccanicamente quella successiva: costruiscono rappresentazioni matematiche dei concetti e delle loro relazioni, e possono associare parole, idee, emozioni e situazioni anche quando queste non sono mai state esplicitamente collegate nei dati di addestramento. Non significa che siano coscienti. Significa però che l’argomento «la macchina sta solo seguendo delle regole, quindi non può comprendere» diventa sempre meno risolutivo.

Quindi forse non arriveremo mai stabilire con certezza se una macchina abbia una coscienza. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di risolvere questo problema per decidere come governarla. E anzi, concentrarsi troppo sulla domanda potrebbe farci perdere di vista quelle che sono già oggi le questioni più urgenti.

La Chiesa, nelle parole di Leone XIV, secondo Mallaby, ha ragione su una cosa fondamentale: l’intelligenza artificiale deve essere regolata. Può amplificare le disuguaglianze economiche, trasformare il mercato del lavoro, modificare il modo in cui impariamo, alterare le relazioni umane e rendere più facile l’uso della forza militare. Può perfino rendere più difficile stabilire chi sia responsabile di una decisione quando una parte crescente del processo viene affidata a una macchina.

Ma il Papa non inquadra per intero lo scenario. Magnifica Humanitas trascura alcuni elementi fondamentali. Ad esempio, invoca una gestione dei dati come «bene comune o condiviso», mentre il problema più urgente dovrebbe essere impedire che i dati vengano sottratti e utilizzati senza autorizzazione. E sul terreno militare l’enciclica afferma che «la decisione di usare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati», una posizione moralmente comprensibile ma che Mallaby nel suo breve saggio su Foreign Affairs considera difficile da applicare quando le macchine saranno in grado di prendere decisioni sul campo di battaglia più rapidamente e accuratamente degli esseri umani.

Per questo Mallaby trova almeno tre lacune nell’attuale risposta politica all’intelligenza artificiale. La prima lacuna riguarda la proliferazione. Se i modelli di IA più potenti finiranno per essere capaci di compiere attacchi informatici sofisticati, progettare nuove armi biologiche o svolgere altre attività oggi accessibili soltanto a Stati e grandi organizzazioni, il problema non sarà più soltanto chi controlla le aziende che li sviluppano: sarà che cosa succederà quando quelle capacità diventeranno disponibili in tutto il mondo, anche a criminali e terroristi. Per questo servirebbe arrivare a qualcosa di simile a un trattato di non proliferazione nucleare dell’intelligenza artificiale: un accordo internazionale che stabilisca che cosa gli Stati siano disposti a fare quando i modelli più pericolosi non saranno più nelle mani di pochi laboratori.

La seconda lacuna è economica. I sistemi fiscali dei Paesi occidentali sono costruiti anche sull’idea che il capitale serva a rendere più produttivo il lavoro umano. Per questo i governi hanno storicamente tassato il lavoro più del capitale. Ma se l’IA dovesse cominciare a sostituire i lavoratori anziché semplicemente aiutarli, questa impostazione rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: tassare pesantemente il lavoro renderebbe infatti ancora più conveniente per le aziende sostituirlo con le macchine, proprio mentre diminuirebbero le entrate fiscali necessarie per sostenere chi perde il proprio impiego. Per ovviare a questo problema si potrebbe spostare una parte della pressione fiscale dal lavoro al capitale, introdurre forme di assicurazione salariale per chi viene sostituito e perfino distribuire ai cittadini una piccola quota della ricchezza generata dalle aziende di intelligenza artificiale.

La terza lacuna è quella che riporta Mallaby al punto da cui era partito: non sappiamo ancora abbastanza di ciò che accade dentro i modelli di intelligenza artificiale. È il problema dell’interpretabilità. I laboratori stanno cercando di capire come le reti neurali arrivino alle loro conclusioni, ma la ricerca è ancora lontana dal fornire una spiegazione completa dei processi interni dei sistemi più avanzati. E qui Mallaby rovescia l’argomento della Chiesa. Magnifica Humanitas sostiene che non possiamo conoscere il pensiero delle macchine perché nelle macchine non c’è un pensiero da conoscere. Ma forse è vero il contrario: se vogliamo controllarle, dobbiamo capire che cosa stanno facendo.

È probabilmente questo il punto più interessante dell’articolo di Foreign Affairs. Possiamo discutere all’infinito se le macchine abbiano una coscienza, ma nel frattempo l’intelligenza artificiale continuerà a entrare nel lavoro, nella finanza, nella guerra e nelle istituzioni. Non serve sapere se abbia un’anima per capire che ha già abbastanza potere da richiedere regole. «Le macchine non entreranno mai nel nostro universo morale – scrive Mallaby in conclusione del suo articolo – ma se gli esseri umani aspirano a controllarle, dobbiamo prima di tutto comprenderle».

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Sara Curtis ha vinto l’oro europeo nei 50 dorso, migliorando il record mondiale

Sara Curtis ha vinto i 50 metri dorso agli Europei di nuoto di Parigi, stabilendo per la seconda volta in due giorni il record del mondo. La nuotatrice italiana ha concluso la finale in 26 secondi e 56 centesimi, davanti alla francese Mary Ambre Moluh e alla britannica Lauren Cox. Curtis, che compirà vent’anni il 19 agosto, aveva già ottenuto il primato mondiale nella semifinale di mercoledì, nuotata in 26 secondi e 63 centesimi. Quel risultato aveva migliorato il precedente record di 26 secondi e 86 centesimi, stabilito nel 2023 dall’australiana Kaylee McKeown. In finale l’italiana ha abbassato di altri sette centesimi il proprio limite. Partita dalla corsia quattro, Curtis ha costruito il vantaggio nella fase iniziale e lo ha ampliato fino all’arrivo. Moluh ha conquistato l’argento in 27 secondi e 6 centesimi, con mezzo secondo di ritardo. Cox ha chiuso al terzo posto in 27 secondi e 15 centesimi.

Prima della gara di Parigi, nessuna atleta italiana aveva mai vinto una medaglia nel dorso femminile agli Europei. Dopo la finale, Curtis, ha spiegato che il primato stabilito il giorno precedente aveva reso più complicata la preparazione alla gara decisiva. «Sono veramente contentissima, è stata dura gestire le emozioni dal record di ieri. Ho faticato ad addormentarmi e oggi ho cercato di tenere tutto da parte e giocarmela fino alla fine», ha detto.  L’oro nei 50 dorso si aggiunge alle altre medaglie ottenute da Curtis a Parigi. L’11 agosto aveva conquistato il bronzo nei 100 stile libero, chiusi in 52 secondi e 72 centesimi. Il giorno successivo aveva partecipato alla staffetta femminile 4 per 100 stile libero, arrivata seconda con il nuovo primato italiano.

Curtis è anche caporal maggiore dell’Esercito e gareggia per il Gruppo sportivo dell’Esercito Italiano. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è congratulato con lei: «Andando oltre se stessa, Sara Curtis, atleta del Gruppo Sportivo Esercito Italiano e della Difesa, entra nella storia del nuoto italiano, battendo in soli due giorni il suo stesso record del mondo e portando l’Italia sul tetto d’Europa in questi Campionati di Parigi. Brava Sara, complimenti da tutta la Difesa!».

Nella stessa giornata un altro oro italiano è arrivato dagli Europei di atletica di Birmingham. Dariya Derkach ha vinto il salto triplo con 14 metri e 60 centimetri, misura ottenuta al quarto tentativo che vale il suo primato personale e la migliore prestazione europea della stagione. La trentatreenne italiana aveva preso il comando già con il primo salto e lo ha mantenuto per tutta la finale, precedendo la belga Saliyya Guisse, seconda con 14,46 metri, e la bulgara Aleksandra Nacheva, terza con 14,40. È il primo titolo italiano nella storia del salto triplo femminile agli Europei all’aperto.

Con questi successi l’Italia ha raggiunto le 32 medaglie complessive agli Europei di Parigi, dieci d’oro, nove d’argento e tredici di bronzo. Nove sono arrivate dalle gare di nuoto in vasca, dove il bilancio italiano è salito a tre ori, due argenti e quattro bronzi.

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Un giudice ha respinto le accuse di antisemitismo dell’amministrazione Trump contro Harvard

Un giudice federale di Boston ha respinto la causa con cui la Casa Bianca accusava l’Università di Harvard di non aver protetto adeguatamente gli studenti ebrei e israeliani dalle molestie nel campus. Secondo il giudice Richard G. Stearns, il governo non ha fornito elementi sufficienti per dimostrare che l’università stia continuando a violare le leggi federali contro la discriminazione. La causa era stata presentata dal dipartimento di Giustizia a marzo e riguardava soprattutto gli episodi avvenuti durante le proteste per la guerra nella Striscia di Gaza nell’anno accademico 2023/2024. Il governo aveva inoltre citato alcuni fatti risalenti al marzo del 2025. Stearns ha stabilito che questi ultimi erano «troppo isolati ed episodici» per sostenere l’esistenza di una violazione persistente dei diritti civili.

Il procedimento si basava sul Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta le discriminazioni fondate su etnia, sul colore della pelle o sull’origine nazionale nei programmi che ricevono finanziamenti federali. Per il giudice, la denuncia non descriveva in modo plausibile inadempienze ancora in corso dopo il giugno del 2025, quando il governo aveva comunicato formalmente a Harvard di ritenerla non conforme alla legge.

La decisione non esclude che nel campus si siano verificati episodi preoccupanti. Stearns ha però distinto la gravità dei singoli fatti dalla possibilità di attribuire all’università una condotta istituzionale tuttora contraria al Title VI. Nel provvedimento ha scritto che, considerati separatamente o nel loro insieme, gli episodi indicati dal governo non permettevano di concludere che Harvard continuasse a violare sistematicamente la normativa.

L’amministrazione Trump sosteneva che docenti e dirigenti dell’università avessero «ha chiuso un occhio sull’antisemitismo e sulla discriminazione nei confronti degli ebrei e degli israeliani». Secondo la denuncia, durante le manifestazioni filopalestinesi alcuni studenti ebrei erano stati molestati, aggrediti, seguiti e bersagliati con sputi. Il dipartimento di Giustizia aveva inoltre accusato Harvard di aver consentito ai manifestanti di limitare l’accesso alle aule e di aver lasciato sviluppare un ambiente ostile, nel quale alcuni studenti avrebbero nascosto la kippah sotto un cappellino. Le proteste erano cominciate dopo l’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Come in molte altre università statunitensi, le manifestazioni avevano provocato forti tensioni all’interno del campus e un confronto sulla capacità degli atenei di tutelare gli studenti ebrei senza limitare la libertà di espressione e di protesta.

Harvard ha sempre respinto l’accusa di aver tollerato l’antisemitismo. In una memoria presentata a giugno, l’università aveva chiesto l’archiviazione della causa sostenendo che il governo non avesse indicato violazioni in corso o imminenti.  L’università ha detto di condannare l’antisemitismo e di voler garantire agli studenti ebrei e israeliani la possibilità di partecipare pienamente alla vita accademica senza subire molestie o esclusioni. Non ha diffuso un nuovo commento immediatamente dopo la decisione.

Il giudice ha respinto anche la richiesta di risarcimento avanzata dal governo. Secondo Stearns, la legge imponeva all’amministrazione di inviare prima una comunicazione formale che contestasse la violazione. Quella comunicazione era arrivata nel giugno del 2025, mentre la maggior parte degli episodi descritti nella causa era precedente. Il governo non poteva quindi utilizzarli come fondamento per ottenere un risarcimento. Stearns non ha esaminato un’altra argomentazione avanzata da Harvard, secondo cui la causa sarebbe stata una ritorsione contraria al Primo emendamento. Ha ritenuto sufficiente stabilire che le accuse non dimostravano una violazione ancora in corso del Titolo VI. Il dipartimento di Giustizia non ha ancora comunicato se presenterà ricorso contro l’ultima sentenza. 

La vicenda fa parte del più ampio scontro tra Harvard e l’amministrazione Trump, che ha cercato di imporre cambiamenti  nelle politiche di ammissione di alcune delle principali università statunitensi. Nei documenti giudiziari, il governo aveva spiegato di voler «recuperare miliardi di dollari di sussidi pagati dai contribuenti a un’istituzione discriminatoria». Harvard ha resistito alle richieste dell’amministrazione e ha avviato diversi procedimenti giudiziari. In un’altra causa, un giudice aveva stabilito che il governo aveva sospeso illegalmente più di 2 miliardi di dollari di finanziamenti destinati alla ricerca. La Casa Bianca ha presentato ricorso contro quella decisione. Un tribunale federale ha inoltre bloccato il tentativo di revocare a Harvard la possibilità di iscrivere studenti internazionali.

 

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