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Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

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Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

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