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Il Marocco nel pallone. Quando il calcio è disordine creativo e non scienza esatta

Chi se lo ricorda il super santos? Quel pallone di plastica rosso granata, il compagno di giochi, di vita di tanti ragazzi italiani. Quel pallone mi è tornato in mente guardando il Marocco far girare la testa al Brasile che pure è uno squadrone. Da quando sono nate le scuole calcio, l’indottrinamento di questo sport è avanzato come fosse una specie di nuovo servizio militare, e le lezioni di tattica, l’allenatore col fischietto e bambini frastornati, inseguiti, inzuppati di promesse e di richieste. Un mondo di nuovi lavoratori del pallone, di impiegati annoiati che promuovendo la disciplina non si sono accorti di travolgere quel disordine creativo, quella gioia infinita e anche la caciara infinita di partite senza tempo e senza storie, di piccole e brevi zuffe quotidiane e di un amore totale a volte neanche ricambiato dalla palla.

Negli anni quegli spazi da noi sono andati svuotandosi di bambini, le nostre periferie sono divenute poco sicure, i paesi piegati dall’abbandono, le scuole calcio sempre invece più affollate, i papà più impazienti e più devoti alle necessità. Più tute, più tabelle, più ordine, più competizione. La fortuna dei Paesi che ancora arrancano in economia, come il Marocco, è che forse ancora si giocherà nei villaggi con un super santos africano, una palla e basta, senza linee laterali, senza arbitri e senza allenatori. Giocando a perdifiato, fin quando il sole non tramonta, fin quando ce n’è.

I marocchini ancora non hanno dismesso il loro super santos e, almeno in questo caso, il ritardo dell’economia africana rispetto a quella europea agevola il disordine creativo e non una scuola militarizzata, geometrica, competitiva già all’età della quinta elementare. Vedere i marocchini giocare così bene e tenere a distanza i giganti brasiliani dà fiducia in chi crede che la passione sopravanzi la gendarmeria, speranza a chi crede che ci si innamori senza la catene delle scuole, degli allenatori, delle tattiche.

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“Ricordati chi sei”: così Hamilton ha ritrovato il fuoco del campione e riportato in pista l’Hammer Time

Realizzare i sogni da bambino è sempre possibile. Anche se hai 41 anni. Anche se hai già vinto sette titoli mondiali e 105 gare. La giornata a Barcellona è cominciata con un profumo di giornata storica, con l’attesa e la sensazione che stesse per accadere qualcosa da inserire direttamente nella leggenda dello sport. Perché il pilota più vincente della storia della Formula 1 ha (finalmente) vinto con il team più vincente della storia della Formula 1. Lewis Hamilton lo ha detto subito dopo: “Da piccolo ho visto tante volte la Ferrari vincere”. Ora fa parte anche lui di questa lista. Il 41º pilota diverso, a 41 anni. Nella pista dove, 30 anni e 12 giorni fa, aveva trovato la sua prima vittoria con la Rossa Michael Schumacher. Segni del destino.

Le lacrime di Hamilton: “Sono 106 vittorie in carriera, ma questa ha qualcosa di unico”
L’analisi della gara: così ha vinto Hamilton
La cronaca della gara

Remember who you are. È diventato il motto di Lewis Hamilton dopo il periodo più buio della carriera nella squadra più desiderata. L’anno scorso neanche un podio, non era mai successo nella sua carriera. Da quando quel tifoso glielo ha urlato mentre era a testa bassa, una frase che gli ha riacceso il sacro fuoco del campione, ha fatto click. E oggi Hamilton si è ricordato benissimo chi è: è tornato Hammer Time. Perché la strategia è stata perfetta, il timing della Virtual Safety Car giusto, ma poi bisogna guidare così. Lewis ha fatto una gara perfetta, l’ha vinta da Lewis. Ha coccolato le sue gomme in ogni stint martellando giro dopo giro tempi perfetti. E si sono rivissute le scene, o meglio riascoltati quei messaggi dei tempi della Mercedes. Allora era Peter Bonnington in cuffia, oggi è Carlo Santi. L’ingegnere gli dava dei target e Hamilton a ogni tornata stava su quel tempo. La chirurgia che lo ha reso quello che è. La costanza, la precisione nel guidare gare così, costruirsi la vittoria in ogni metro di pista. Per tutta la gara chiedeva informazioni sul passo e il gap con Russell, dava conto dello stato delle gomme. Tutto mentre faceva danzare la sua Ferrari.

Poi il team radio della vittoria con l’urlo “Forza Ferrari” in italiano (come fece Sebastian Vettel quando vinse la sua prima gara in rosso in Malesia nel 2015) e gli occhi lucidi sul podio mentre ascoltava il suo inno e vedeva scatenarsi i meccanici su quello di Mameli qualche metro più sotto. Una vittoria che è merito del lavoro di Maranello anche e soprattutto. Un lavoro che Hamilton ha saputo indirizzare con i suoi feedback e le sue analisi. La macchina se la sente cucita addosso, lo ha detto quanto si trova a suo agio in quella che è la prima vera Ferrari su cui ha potuto lavorare anche lui dal giorno zero. Una giornata che un anno fa sembrava utopia perché proprio a Barcellona disse: “È stata la gara peggiore della mia vita per il bilanciamento”. Da una monoposto con cui non ha mai legato a una con cui ha ripreso a danzare tra le curve di tutto il mondo. Perché i secondi posti consecutivi di Canada e Monaco sono stati l’antipasto per il piatto forte: la prima vittoria in Ferrari. La numero 106 di una carriera che va profuma di leggenda. Per andare oltre, mancherebbe l’ottavo titolo mondiale, ma ora forse, Hamilton può anche sognare la rimonta.

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Trump sente Putin e Zelensky nel giorno del suo 80esimo compleanno: ha chiesto la fine della guerra in Ucraina

Prima gli auguri di Benjamin Netanyahu, poi due telefonate: una con Volodymyr Zelensky, un’altra con Vladimir Putin. Nel giorno del suo 80esimo compleanno, Donald Trump ha chiesto la fine della guerra in Ucraina, come riferisce il consigliere di Putin Ushakov. Il tycoon ha infatti prima sentito il presidente ucraino, poi quello russo. Con Putin una telefonata durata 55 minuti, come riporta la Tass. Per quanto riguarda la chiamata con Zelensky, invece, Dmytro Lytvyn, consigliere del presidente dell’Ucraina per le comunicazioni, ha affermato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace”. A riferirlo sono anche i media ucraini.

Successivamente Trump ha anche postato su Truth, parlando anche della guerra in Iran: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, ha scritto poi Donald Trump su Truth. “Israele ha il diritto di difendersi dalle minacce, ma l’attacco a cui ha risposto era di portata limitata e insignificante, nessuno è rimasto ferito o ucciso, e non dovrebbe interrompere questo importante processo – ha proseguito il presidente degli Stati Uniti -. Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, Libano compreso, e tutte le parti dovrebbero desistere. Non dovrebbero esserci più attacchi da parte di Israele in Libano, ma non dovrebbero esserci nemmeno più attacchi da parte di altre fazioni, incluso Hezbollah, contro Israele. Questo potrebbe essere l’inizio di una pace lunga e meravigliosa: non roviniamola!”, ha concluso Trump.

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Sorelle scomparse in Abruzzo da una casa-famiglia: maxi operazione di ricerca. Al vaglio i rapporti con i genitori

È passata una settimana da quando Alisya, 16 anni, e sua sorella Sarah, di 12 anni, sono scomparse dalla casa-famiglia “Ofh Hope” di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila. Le ricerche si sono concentrate nelle ultime ore nel lago di Barrea, non lontano dal luogo della sparizione: i sommozzatori dei vigili del fuoco hanno effettuato una ricognizione dello specchio d’acqua. Si sono soffermati in particolare sotto i due ponti, mentre droni e unità cinofile continuano a perlustrare il territorio dell’Alto Sangro. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore di Sulmona, Stefano Iafolla, proseguono a tutto campo, ma non hanno ancora fornito elementi utili per il ritrovamento delle due sorelle.

Le due minori, scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno, stando alle prime ricostruzioni degli investigatori, sono uscite da una porta-finestra lasciando dietro i sé i cellulari. Ad attenderle all’esterno non si esclude la possibilità che ci fosse un’auto. Le telecamere nel comune abruzzese hanno ripreso il passaggio di alcuni mezzi fra le 2 e le 5 del mattino. Gli agenti hanno aperto un fascicolo per sottrazione di minori, mentre i carabinieri stanno verificano ogni possibile pista, compresa appunto l’eventualità che qualcuno abbia aiutato le due ragazzine ad allontanarsi dalla struttura. I carabinieri della compagnia di Castel di Sangro hanno effettuato diversi sopralluoghi nella casa-famiglia, in particolare nelle camere da letto delle ragazze che sono state poste sotto sequestro. A tre giorni dalla scomparsa erano state perquisite, senza risultati, anche le abitazioni dei genitori e quella dei nonni materni.

Le due sorelle sono entrate nel circuito delle case-famiglia tre anni fa, dopo una difficile separazione dei genitori. Inizialmente la più grande, Alisya, era stata ospitata in una struttura di Cassino, per poi essere trasferita a Civitella Alfedena. Sarah invece dopo un periodo sempre a Cassino, era stata trasferita a Colli sul Velino, in provincia di Rieti. Sono state ricongiunte solo un anno fa nella struttura abruzzese da cui sono scomparse, dopo due anni di separazione. Mentre erano ospitate nelle case-famiglia, a entrambi i genitori era stata revocata la responsabilità genitoriale a causa della “conflittualità” a seguito del divorzio. A fine maggio però il Tribunale per i minori di Cassino l’aveva restituita solo al padre. L’uomo sta seguendo le operazioni di ricerca tra Barrea e Villetta Barrea accompagnato dal proprio legale, Francesco Riccardi. “Ci tengo a dire che non è vero che Alisya e Sarah non mi volevano né vedere né sentire – ha fatto sapere il padre smentendo le informazioni rivelate nei giorni passati dal legale della ex moglie -, il mercoledì precedente alla scomparsa, mi hanno contattato tramite Whatsapp e mi hanno raccontato tutto quanto avevano fatto durante la giornata”. Il padre ha anche denunciato i gestori della struttura dove le adolescenti erano ospitate in quanto “corresponsabili” della loro scomparsa, lamentando una presunta mancanza di controlli.

La madre invece ha lanciato un appello rivolto direttamente alle sue figlie: “Qualunque sia stato il motivo che vi ha portato ad allontanarvi, vi chiedo di mettervi in contatto con noi. Mamma non è arrabbiata e ricordate che tutto si sistema, ma dobbiamo farlo insieme. Mamma vi aspetta”. Questo il contenuto di un audio che la donna ha consegnato al proprio avvocato, Enrico Mastantuono. La donna, a differenza del marito, non ha mai riottenuto la responsabilità genitoriale e, stando a quanto riferito dal legale, l’ultima volta che ha visto le due minori era il 17 maggio, uno degli incontri regolari che avvenivano nella casa-famiglia. “So che le ragazze hanno sempre rifiutato di incontrare il padre – ha detto Mastantuono – erano speranzose di poter tornare con la mamma, come testimoniano le numerose lettere che scrivevano con affetto alla mia assistita”. Per questo motivo l’avvocato ha fatto sapere che il provvedimento che ha ridato la potestà al padre “è soggetto a impugnazione“. Tutte accuse smentite dal legale del padre: “La verità è che un Tribunale minorile ha disposto l’allontanamento delle minori dalla madre due anni fa – ha detto Riccardi -. Molte relazioni di esperti attestano condotte materne pericolose e inadeguate. C’è anche un tribunale civile che pronuncia la decadenza della potestà genitoriale materna e condanna la madre a risarcire il danno alle figlie e al mio assistito”.

Intanto, dalle indagini è emersa anche una vecchia lettera scritta a gennaio dalla più grande delle due ragazze, in cui spiegava quanto fosse brutto stare senza i propri genitori, a cui ricordava di volere molto bene. “Molti pensieri invadono la mia testa, è come se non ci fosse un domani”, scriveva sei mesi fa. Alisya fa le superiori, mentre la sorellina frequenta la scuola media.

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Le lacrime di Hamilton: “Sono 106 vittorie in carriera, ma questa ha qualcosa di unico”

“Da piccolo sognavo la Ferrari e di vincere un giorno con questa macchina e oggi quel giorno è arrivato“. Emozionatissimo, con le lacrime in viso. Sono le prime parole di Lewis Hamilton dopo aver ottenuto il suo 106esimo successo in carriera, il primo a bordo di una Ferrari dopo gli ultimi due podi consecutivi. Una vittoria fantastica, arrivata al termine di una gara – quella di Barcellona – condotta magistralmente dal britannico, che ha anche approfittato di una virtual safety car arrivata nel momento perfetto per un problema alla vettura di Fernando Alonso.

“Devo dire grazie a tutti alla Ferrari. Avevo iniziato con un sogno e poi ho passato un anno orribile ma non ho mai mollato. Sono 106 vittorie in carriera per me e sono tutte speciali ma questa ha qualcosa di unico”, ha spiegato Hamilton ringraziando il team per lo straordinario successo di oggi. “Devo cominciare dicendo un enorme grazie al mio team, alla Ferrari, a tutti coloro che lavorano in fabbrica. A Fred (Vasseur) per avermi portato in questo Team”, ha proseguito il pilota della rossa.

Per Hamilton è una vittoria speciale, arrivata dopo un buon momento, con due secondi posti nelle ultime due. “Il team ha cercato sempre di tenermi su di morale, abbiamo portato miglioramenti e se questo non bastasse ho i fan migliori del mondo e abbiamo raggiunto tutto quello che insieme sognavamo. Spero sia la prima di tante, ma oggi la macchina è stata fantastica“, ha aggiunto il campione britannico, che ha poi concluso: “Lotta per il campionato? Ci prendiamo questo risultato, la Mercedes è ancora molto veloce, dobbiamo migliorare, ma non è finita qui di sicuro”.

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Hamilton aveva fiutato una Mercedes più vulnerabile: così il 41enne ha riportato al trionfo la Ferrari

Rieccolo, sir Lewis Hamilton! Con una conduzione di gara magistrale, il vecchio leone di Stevenage41 anni compiuti a gennaio – si prende a Barcellona la prima vittoria con la Ferrari in un gran premio, dopo che l’unico sussulto era stato quello della Sprint di Cina 2025. Il sette volte campione del mondo è tornato, dopo una stagione scorsa passata da disperso e un inizio di 2026 più convincente seppur altalenante. Poi dal Canada il numero 44 ha alzato il ritmo e messo in difficoltà anche il compagno di box Charles Leclerc (out a pochi giri dalla fine per un problema al motore), in lotta contro Max Verstappen per tre quarti di gara prima del ritiro finale. Un weekend da incubo per il monegasco: senza quell’uscita nel Q3 sabato, con la pole a portata di mani (guasti a parte), avrebbe potuto ambire alla vittoria contro le Mercedes — che partivano con un vantaggio di solo un decimo nel passo gara — e per la prima volta più vulnerabili in questo avvio di Mondiale.

Se Verstappen l’anno scorso andò vicino al successo contro la McLaren con la strategia delle tre soste, Hamilton ha optato per la stessa scelta contro le due della Mercedes, agevolato nel finale dalla Virtual Safety Car entrata per l’out di Fernando Alonso con l’Aston Martin, all’ultimo GP di Barcellona della carriera. Per una manciata di secondi l’inglese è uscito dalla linea della corsia di box quando ancora era attiva la Virtual, altrimenti il terzo pit — usufruito quando l’inglese si trovava momentaneamente davanti dopo la seconda sosta di Russell e Antonelli — sarebbe stato conteggiato non con i tempi dimezzati del regime di Safety Car ma con i tempi normali. Insomma: Hamilton si sarebbe ritrovato secondo dietro Russell.

Una situazione che l’inglese ha però saputo costruirsi dopo aver gestito al meglio le gomme, viaggiando con tempi costanti chiesti dal team nel secondo stint. Nel finale, dopo i ritiri di Andrea Kimi Antonelli e Leclerc, ha dovuto aspettare che la seconda Virtual rientrasse prima di percorrere il giro finale. La Ferrari non vinceva dal GP del Messico 2024, per l’inglese è il successo 106 della carriera, dopo che l’ultimo era arrivato a Spa due anni fa. Una bella notizia per lui e per la Ferrari, su una pista che ben si addiceva alle caratteristiche della SF-26 di Maranello viste le tante curve di percorrenza (meno di trazione). Se il Cavallino riuscisse a recuperare cavalli sul dritto rispetto alle Power Unit delle rivali inglesi, sfruttando l’aiuto dell’Aduo — due gli sviluppi per la Ferrari contro uno della Mercedes — potrebbe dire la sua per altre vittorie in stagione.

In parte l’aveva chiamata la vittoria Hamilton: “La squadra sta lavorando duramente, l’auto è cresciuta e sono sicuro che otterremo delle vittorie in stagione”. Così è stato. L’inglese si è preso il team, lo sta aiutando a progredire con un’auto da lui sviluppata in stagione — vedasi i dischi freno scelti anche da Leclerc in questo weekend, dopo l’incidente di Montecarlo — e ha trovato quei 4 decimi in qualifica a Barcellona che fino al Q3 non era riuscito a trovare, piazzandosi secondo mentre il compagno andava a muro.

Hamilton se la gode: ora può perfino fare un pensierino alla classifica, essendo a -41 da Antonelli (156-115). Il bolognese si è fermato dopo cinque successi di fila. Ma con la consueta classe, si è congratulato con Hamilton nel parco chiuso per la vittoria. Il passato e il futuro della Mercedes. Che sfortuna per il 19enne, che aveva passato Russell nel finale, rompendo una bandella dell’ala che però non lo avrebbe fermato. A farlo è stato un problema al motore che lo ha costretto a uno ‘zero’ in classifica per la prima volta in stagione. Ne ha approfittato un George Russell più deludente del solito, secondo al traguardo nonostante i favori del pronostico alla vigilia, ora più vicino ad Antonelli in classifica (-50). Sul podio si è rivista la McLaren di Lando Norris: tre piloti inglesi nei primi tre posti non si vedevano dal 1968. Dopo Verstappen hanno chiuso la top-10: Oscar Piastri, Isack Hadjar, Liam Lawson, Arvid Lindblad, Gabriel Bortoleto e Franco Colapinto.

F1 – L’ordine di arrivo del Gp di Barcellona

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F1 – La nuova classifica piloti

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F1 – La nuova classifica costruttori

Mercedes – 262 punti
Ferrari – 190 punti (-72)
McLaren – 141 punti (-121)
Red Bull – 89 punti (-173)
Alpine – 60 punti (-202)
Racing Bulls F1 Team – 38 punti (-224)
Haas – 21 punti (-241)
Williams – 11 punti (-251)
Audi F1 Team – 2 punti (-260)
Aston Martin – 1 punto (-261)
Cadillac – 0 punti (-262)

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“Basta una frase per rovinare l’atmosfera. Mai detto che non canterò mai più con Romina, faremo altri due concerti”: Al Bano smentisce e rilancia

Al Bano interviene sui social per smentire che i rapporti professionali con l’ex moglie Romina Power si siano interrotti. L’ugola di Cellino San Marco ha tenuto a precisare che la frase apparsa sulla copertina del settimanale DiPiùTv “Con Romina non canterò più. Mai più”, non sarebbe mai stata pronunciata.

“Basta una frase per rovinare l’atmosfera”, ha specificato in un secondo momento il cantante. E poi ha aggiunto: “Mai detta questa frase, anche perché la trovo un po’ scomoda”.

E ancora: “Io farò due concerti con Romina quest’anno, e poi continuerò il tour da solo come ho sempre fatto dal 1967 fino all’altro ieri”. Dunque i due ex coniugi e partner artistici si ritroveranno ad agosto, alla Seebühne di Mörbisch, il palcoscenico sul Lago di Neusiedl, in Austria e, a seguire, a Poznan, in Polonia.

Poi l’invito finale: “Caro mio amico direttore…Non mi chiami? Siamo amici, parliamo la stessa lingua”.

Avevano fatto scalpore le parole di Power, durante il suo intervento al talk “Belve”, mentre si parlava della dolorosissima scomparsa della figlia Ylenia: “Quando pensi di avere un pilastro vicino e di colpo arriva il momento in cui vuoi appoggiarti e non c’è niente, non c’è un sostegno, allora le cose cambiano”.

Immediata la replica a “Domenica In”: “Io ho solo accettato la verità. Non passerà mai il dolore, ma non mi creo illusioni. Ylenia sta nel nostro cuore, vive lì. Io andavo in giro di notte a New Orleans a cercare nostra figlia. Sono stato nei posti più trucidi, ho visto gente con le pistole in mano, zone di spaccio. Ho visto di tutto”. E parlando ancora a Power: “Ma dov’eri tu? Come fai a dire che non c’era un sostegno? Non è vero“. Ancora: “Io ho tentato di tutto per salvare la nostra unione e la nostra famiglia. Per me la famiglia è sacra. Io ero lì, sono sempre stato lì, ma lei non mi ha neanche visto”.

In ogni caso, al momento, i due impegni professionali dell’ex coppia d’oro della musica italiana risultano confermati.

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“Leonardo DiCaprio mi rimproverò duramente: ‘non fare cazz*te!”. Stavo giocando con una pistola sul set”: Claire Danes svela un aneddoto di “Romeo And Juliet”

Claire Danes è la co-protagonista con il collega Richard Gadd, sulla cresta dell’onda per il successo HBO di “Half Man”, dell’intervista del format “Actors On Actors”, disponibile nell’app della CNN. I due attori si sono raccontati, ricordando anche le esperienze avute sul set. Danes torna indietro con la memoria nel al 1996, quando ha girato il film cult “Romeo + Giulietta” di William Shakespeare“, diretto da Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio.

“Una volta sul set – ha ricordato l’attrice – stavo giocando con una pistola di scena. Leonardo passava da lì e mi ha rimproverato a tono dicendomi: ‘non fare cazzate!’. Aveva ragione, ma stavo solo facendo la scema e la ragazzina”.

Una curiosità sul film. Se da un lato Leonardo DiCaprio è stata la prima scelta di Baz Luhrmann per interpretare Romeo, per Giulietta le cose sono andate diversamente. Infatti la prima ipotesi del regista era Natalie Portman, che ha sostenuto anche dei provini, assieme a DiCaprio.

I produttori però hanno storto il naso perché assieme la coppia non funzionava dal punto di vista ‘visivo’, lui sembrava “più adulto di lei”. Dopo diversi tentativi e prove, la scelta poi è caduta su Claire Danes.

Le vicende ripercorrono fedelmente la celebre tragedia shakespeariana, di cui vengono mantenuti integralmente i testi e i dialoghi originali. A cambiare è il contesto: la storia viene trasportata in epoca contemporanea, con Verona che si trasforma nella moderna Verona Beach. Le storiche famiglie rivali dei Montecchi e dei Capuleti vengono reinterpretate come potenti dinastie imprenditoriali in aperto conflitto tra loro, mentre le tradizionali spade lasciano il posto alle pistole.

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Femminicidio, da Avs al Pd fino a FdI: tutti contro Vannacci. Bongiorno (Lega): “Spero non gli manchi il delitto d’onore”

“Il femminicidio non esiste, non serve alcun reato specifico”. È bufera politica – e non solo, dal momento che nel dibattito è intervenuto anche il padre di Ilaria Sula – dopo le parole di Roberto Vannacci all’assemblea di Futuro nazionale. Per il leader di FnV si tratta di “un omicidio come tutti gli altri”. Dichiarazioni che arrivano nell’affollatissima conferenza stampa della giornata conclusiva dell’incontro di oggi a Roma, e ribadite successivamente, con ancora più enfasi, nell’intervento dal palco dell’auditorium della Conciliazione. “Uomini e donne sono uguali – è il suo ragionamento – non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”.

Un ragionamento che lo porta a dire pure di essere contrario alle cosiddette quote rosa, alla parità di genere, argomento sul quale il generale ha promesso un emendamento alla legge elettorale per abolirle. Immediate le repliche da parte degli esponenti delle opposizioni. Tra le prime ad accusare Vannacci è Cecilia D’Elia, senatrice del Pd che parla di “negazionismo patriarcale” da parte di chi “non vede l’esistenza della violenza maschile contro le donne, e il carattere proprio dei femminicidi”. Il leader di Fn “è intriso di quella cultura che dobbiamo cambiare e che cambieremo, con buona pace sua e dei suoi sodali”, scrive sui social.

Si alza il livello delle repliche con Michela Di Biase, sempre del Partito democratico: “Solo dalla feccia possono originare le parole gravissime pronunciate da Vannacci sui femminicidi, il femminicidio non è uno slogan ideologico, ma un fenomeno riconosciuto e studiato da istituzioni, magistratura e organismi internazionali. Non serve a stabilire che una vita valga più di un’altra, ma a descrivere delitti che maturano in dinamiche di possesso, controllo e sopraffazione”. Ma è tutto l’arco parlamentare a scagliarsi contro il generale. Lo fa Angelo Bonelli di Avs: “Oggi Giorgia Meloni ha trovato il tempo per attaccare su X una fiera dell’editoria che chiede agli espositori di sottoscrivere i valori antifascisti della nostra Costituzione. Ha parlato di censura. Ha parlato di libertà di pensiero. Ma le chiedo: perché non condanna neanche le parole di Vannacci che oggi ha dichiarato che il femminicidio non esiste? Quello che sta accadendo è chiarissimo. Meloni sa che alle prossime elezioni avrà bisogno dei voti di Vannacci e dell’estrema destra. E per non perderli è disposta a tutto: a tacere sugli slogan neofascisti e razzisti del corteo sulla remigrazione di ieri, a tacere sui ‘camerati’ in sala, a tacere su chi nega il femminicidio”.

Critiche anche da Italia viva. “Le parole di Vannacci sul femminicidio sono gravissime e offensive nei confronti delle tante donne vittime di violenza e delle loro famiglie. Negare la specificità del fenomeno significa ignorare una realtà che continua a colpire il nostro Paese e contro la quale le istituzioni hanno il dovere di intervenire con determinazione”. A dirlo sono le senatrici renziane Daniela Sbrollini, capogruppo in commissione Femminicidio, e Dafne Musolino, vicecapogruppo al Senato. “Ancora più preoccupante è vedere esponenti politici che arrivano a richiamare simboli e linguaggi che pensavamo appartenessero al passato. La cultura del rispetto, della parità e della democrazia non può essere messa in discussione né banalizzata. Sono i valori della nostra Costituzione, quella Carta che Vannacci continua negare sia antifascista”.

Da destra interviene l’avvocata e senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, che del disegno di legge sulla violenza sessuale è relatrice. “Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Futuro nazionale è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore“. Persino Fratelli d’Italia attacca Vannacci. Per l’assessora lombarda alla Cultura, Francesca Caruso “basta leggere le cronache, troppe donne vengono uccise da uomini che non accettano la fine di una relazione, un rifiuto o la loro libertà. Possiamo discutere delle leggi, ma non dei fatti. E i fatti ci dicono che esiste una forma di violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne“. E ancora: “Francamente trovo surreale che oggi ci sia ancora qualcuno che neghi questo fenomeno invece di interrogarsi su come contrastarlo. Il problema non è la parola ‘femminicidio’. Il problema sono le donne che continuano a essere vittime di violenza e di sopraffazione. Se il femminicidio non esiste, come chiamiamo le tante donne uccise semplicemente perché hanno detto ‘no’? Forse il generale dovrebbe iniziare a leggere i giornali del 2026 e non quelli del 1956”. Tra le fila di FdI è anche la senatrice Susanna Donatella Campione a redarguire Vannacci: “Il punto non è che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Il punto è riconoscere la specificità di quei delitti che maturano nell’odio, nel possesso o nel disprezzo nei confronti delle donne. Per questo sostenere che il femminicidio sia ‘un omicidio come tutti gli altri’ è una lettura fuorviante. La frequenza con la quale gli uomini uccidono le donne è diventata tale da indurre il legislatore a introdurre nell’ordinamento una fattispecie specifica. Non per creare vittime di serie A e di serie B, ma per contrastare un fenomeno che presenta caratteristiche proprie e che richiede strumenti adeguati. Mi chiedo infine se le donne che militano nel movimento di Vannacci condividano davvero questa impostazione. Sarebbe interessante sapere se ritengano anche loro che il femminicidio sia semplicemente un omicidio come un altro”.

Per Mariastella Gelmini di Noi Moderati “le dichiarazioni di Vannacci sono gravissime. Giulia Cecchettin, Ilaria Sula, Luciana Ronchi e tante altre non sono nomi astratti né casi isolati: sono donne che hanno perso la vita per mano di un uomo. Negare l’esistenza del femminicidio significa ignorare una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne. Significa voltare le spalle alle vittime, alle loro famiglie e a tutte le persone che ogni giorno si impegnano per contrastare questa piaga. Vannacci, ancora una volta, dimostra una visione arretrata e distante dalla realtà“.

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Bologna, il bus si ferma oltre la pensilina: stacca a morsi un pezzo di orecchio all’autista

Ha fermato il bus qualche metro dopo la pensilina, non accorgendosi della richiesta di fermata. È bastato questa piccola svista del conducente del mezzo per far infuriare un passeggero che, non appena salito a bordo, lo ha aggredito sputandogli addosso e staccandogli a morsi un pezzo di orecchio. L’episodio, come riporta Il Resto del Carlino, è avvenuto nella mattina del 13 giugno a Bologna, in piazza Minghetti.

Il conducente del bus 96 Tper ha cercato di allontanare il suo aggressore e da lì è nata la colluttazione. L’autista è stato medicato dai sanitari del 118 mentre il passeggero è fuggito dopo essersi accorto dell’arrivo della polizia. Gli agenti hanno acquisito le registrazioni della videosorveglianza del mezzo per identificarlo. Stando alle prime ricostruzioni si tratta di un uomo sulla sessantina, italiano e di circa un metro e 65 di altezza.

L’assessore alla mobilità del capoluogo emiliano, Michele Campaniello, ha parlato di “atto di inaudita e inaccettabile violenza” e di “un’offesa profonda a tutta la comunità civile” che “nessun disservizio, vero o presunto, potrà mai giustificare”.

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F1, capolavoro di Hamilton: vince a Barcellona, è il primo successo in Ferrari. Fuori Antonelli | Ordine d’arrivo e nuova classifica

Lewis Hamilton vince il gran premio di Spagna a Barcellona al Montmelò e ottiene il suo primo successo con la Ferrari dopo un anno e mezzo. “Oggi ci siamo messi dietro una Mercedes“, riferendosi ad Antonelli, “domani ce ne mettiamo dietro un’altra”, aveva detto il pilota britannico della Ferrari dopo il secondo tempo in qualifica di sabato. Detto, fatto. Una strategia perfetta quella della Ferrari – con un po’ di fortuna quando nella seconda metà di gara è arrivata una virtual safety car per l’incidente di Alonso – che ha permesso a Hamilton di star davanti alla Mercedes di Russell, che ha chiuso al secondo posto, e alla McLaren di Norris, terzo. Out invece l’italiano Kimi Antonelli, che a tre giri dalla fine – quando era secondo – ha avuto un problema e si è fermato.

Le lacrime di Hamilton: “Sono 106 vittorie in carriera, ma questa ha qualcosa di unico”
L’analisi della gara: così ha vinto Hamilton

Hamilton – alla sua 106esima vittoria in carriera – non trionfava dal gran premio del Belgio nel 2024. “Devo dire grazie a tutti alla Ferrari. Avevo iniziato con un sogno e poi ho passato un anno orribile ma non ho mai mollato. Sono 106 vittorie in carriera per me e sono tutte speciali ma questa ha qualcosa di unico. Da piccolo sognavo la Ferrari e di vincere un giorno con questa macchina e oggi quel giorno è arrivato”, ha dichiarato il britannico dopo il successo.

Se la virtual safety car ha avvantaggiato Lewis Hamilton, ancora tanta sfortuna per Charles Leclerc. Il monegasco si è prima fermato un giro prima della virtual safety car (perdendo un grosso vantaggio), poi ha poi avuto un problema come Antonelli negli ultimi giri e si è ritirato. Un momento da incubo per Leclerc, che dopo l’incidente a Montecarlo si ritira anche in Spagna. Tornando a Hamilton, era una vittoria che il britannico sentiva quasi nell’aria nelle ultime settimane, quando anche nelle dichiarazioni è stato molto più clemente verso la Ferrari rispetto al passato. Poi – con la virtual safety car e il primo posto lì a portata di mano – è arrivato “The Hammer time“, ovvero quel momento in cui Hamilton – sotto pressione e in lotta per la vittoria – riesce a dare il meglio di sé. Da lì è diventato imprendibile.

F1 Gp Spagna, l’ordine d’arrivo

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F1 Gp Spagna, la classifica

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Évian e Ginevra, scontri tra manifestanti e polizia alla vigilia del G7. Con la cena di lavoro dei leader inizia il summit in Francia

Scontri sono scoppiati oggi alla vigilia del vertice di Evian tra manifestanti anti-G7 e polizia nei pressi della sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera. Secondo quanto riportato dall’Afp, i manifestanti hanno lanciato bottiglie, pietre, pezzi di cemento e petardi contro la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni. Diversi edifici sono stati presi di mira, tra cui gli uffici di PricewaterhouseCoopers e la sede dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU). Gli scontri arrivano in una vigilia caratterizzata da cittadine deserte, animate quasi unicamente dalle divise della gendarmerie, per l’occasione griffate con il logo del G7. Posti di blocco, lungo tutto il percorso che da Ginevra (aeroporto di arrivo per delegazioni e cronisti stranieri) conduce sulle rive del Lago Lemano. Évian-les-Bains è pronta ad accogliere i leader delle principali economie occidentali in un clima di massima sicurezza.

La località francese affacciata sul Lago è blindata per l’apertura del vertice del G7, mentre a Ginevra, a pochi chilometri dal confine e poco distante dalla sede dei lavori, le manifestazioni di protesta erano annunciate. Temendo possibili scontri, nella città Svizzera molte vetrine dei negozi sono state coperte con barriere di legno. Il summit prende ufficialmente il via con una cena di lavoro in programma alle 19.30, intitolata “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”: all’Evian Resort arriveranno i capi di Stato e di governo dei Paesi membri del G7 insieme ai rispettivi consorti, accolti dal presidente francese.

Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali e alle sfide economiche globali: questo il programma del summit, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron. Martedì 16 giugno entrerà nel vivo il confronto politico. La mattinata si aprirà con una sessione di lavoro sulla sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa, seguita da una colazione di lavoro dedicata alle crisi e alla stabilità in Medio Oriente. Nel pomeriggio faranno il loro ingresso a Evian anche i rappresentanti dei cinque Paesi partner invitati dalla Francia (Brasile, India, Corea del Sud, Kenya ed Egitto) che parteciperanno alla sessione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e al rilancio della solidarietà globale. La giornata si concluderà con il tradizionale appuntamento di rappresentanza: il pranzo di gala offerto da Macron e dalla première dame Brigitte in onore dei capi delegazione e dei loro consorti. Mercoledì 17 giugno sarà invece dedicato ai temi economici e tecnologici. I leader discuteranno delle misure per rilanciare una crescita economica “equilibrata, condivisa e sostenibile”, uno dei pilastri della presidenza francese del G7. A seguire, una colazione di lavoro vedrà al centro l’intelligenza artificiale e le condizioni per una sua diffusione “sicura, rapida ed efficace”. La chiusura del vertice è prevista nel primo pomeriggio. Alle 15, il presidente Macron terrà la conferenza stampa finale.

La speranza di molti è che questo G7 possa diventare quello della pace in Medio Oriente, con gli europei che già guardano allo sminamento dello Stretto di Hormuz come mano tesa a Donald Trump che sarà accolto con tutti gli onori dal presidente Macron, che in extremis ha strappato al tycoon l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles.

La morte di un gendarme che stava completando i lavori di messa in sicurezza di Evian e dintorni, cominciati oltre un anno fa, ha funestato la vigilia, le prove generali della “bolla” che racchiuderà e proteggerà i leader riuniti, dal loro arrivo all’aeroporto di Ginevra, fino alla permanenza blindata nel Resort dove si svolgerà il vertice. Sono 16.000 i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazioni, moto, droni, polizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte “ai rischi di un contesto internazionale estremamente teso“, al “rischio terrorismo che resta alto in Francia” e a quello di “sabotaggio o cyberattacco”. Oltre a quello dell’ordine pubblico, che domani sarà messo alla prova dalle manifestazioni di dissenso previste a Ginevra. Si tratterà, per chi ha ancora negli occhi i gravi incidenti e i danni per le violenze durante il G8 di Evian del 2003, di far dimenticare quell’esperienza.

I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’Hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa, che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella Reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana” perché proprio lì – ricorda l’Eliseo – “fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti“. Dall’Eliseo trapela che Trump, prima di cena, visiterà la Reggia, in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio. Il giorno prima, martedì, a Evian, si potrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron, l’incontro di Trump con Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento non è confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei Volenterosi non sempre scontata. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e i leader di Qatar, Emirati arabi ed Egitto mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

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Francia in ansia per Paul Seixas: il 19enne si ritira dopo la caduta in discesa. Al Tour mancano tre settimane

L’attesa sta diventando spasmodica. Tanto che oggi il nome di Paul Seixas è già sulla homepage del sito dell’Equipe, sotto solamente alla diretta del Gp di Formula 1. Il 19enne di Lione è la grande speranza del ciclismo d’oltralpe: su di lui pesano tutte le aspettative, il sogno di tornare presto a rivedere un francese vincere il Tour. Per questo adesso la Francia è in ansia per le condizioni del suo giovane talento: Seixas si è ritirato dall’ultima tappa del Tour Auvergne-Rhône-Alpes, l’ex Giro del Delfinato.

Il fattaccio è avvenuto ieri, sabato 13 giugno, durante la tappa del Grand Colombier. Seixas è caduto malamente in discesa, poi ha fatto un mezzo miracolo per rientrare, ma nell’ultima salita è crollato per lo sforzo eccessivo e ha pagato 1’21” dal vincitore Isaac Del Toro. Oggi ha provato a onorare la corsa, ma si è dovuto arrendere dopo 34 km: già faceva fatica a stare a ruota sul Col du Pré. Segno che comunque la botta ha lasciato delle conseguenze.

L’ammiraglia della Decathlon ha deciso di fermare Seixas, per evitare altri danni. Certo, all’inizio del Tour de France mancano ancora tre settimane: la cronosquadre di Barcellona che apre la Grande Boucle 2026 è in programma sabato 4 luglio, c’è tempo per recuperare. Nel ciclismo attuale, dove la preparazione è cruciale e viene curato sotto ogni aspetto, anche un piccolo imprevisto però può avere degli effetti evidenti sulle prestazioni. In Francia tutti sperano che Seixas possa fin da subito battagliare con Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard per la maglia gialla. Può realisticamente, essendo la sua prima esperienza, potrà puntare al podio, che sarebbe già un risultato enorme. Intanto però deve pensare a guarire. E anche questa sarà una prima volta, dopo una primavera di risultati strabilianti in cui tutto era filato per il verso giusto.

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“Persino Tiziano Ferro mi inviò un messaggio bellissimo. Al Grande Fratello ho aperto il vaso di Pandora sulla salute mentale. Mediaset mi disse che mi avrebbe sostenuto, poi spariti tutti”: parla Marco Bellavia

Il caso di Marco Bellavia nella settima edizione del Grande Fratello Vip, trasmessa nel 2022, ha rappresentato uno degli episodi più controversi nella storia del programma, innescando un ampio e acceso dibattito a livello nazionale sul tema della salute mentale e sulla sua rappresentazione nei media.

L’ex conduttore del celebre programma televisivo per bambini “Bim Bum Bam”, ha manifestato nel corso della sua partecipazione al reality show segnali evidenti di malessere psicologico, tra cui crisi d’ansia, attacchi di panico e gravi disturbi del sonno. Il concorrente ha avuto il coraggio di aprirsi pubblicamente riguardo alla propria condizione di fragilità emotiva e alla depressione di cui soffre, rivolgendo ai suoi compagni di avventura una richiesta esplicita di supporto psicologico e vicinanza emotiva.

Anziché ricevere comprensione e supporto, la grande maggioranza dei partecipanti lo ha isolato, deriso e attaccato. Numerosi coinquilini hanno minimizzato la sua sofferenza con affermazioni offensive, definendolo “instabile”, “disturbato” o “pietoso”, accusandolo di fingere per ottenere visibilità.

“Non potevo prendermela con la produzione. – ha spiegato a Fanpage il conduttore – Non ci sono colpevoli. Ammetto che tutti gli altri concorrenti subirono la mia situazione. Non fu responsabilità mia e neppure loro. Il mio stato non c’entrava con la depressione. Se ti rompi un braccio, ti portano al Pronto Soccorso e ti ingessano. Se ti capita qualcosa alla testa, al contrario, è più difficile comprenderlo”.

E ancora: “Non cancellerei quell’esperienza. Ho aperto il vaso di Pandora sulla questione della salute mentale. Una volta uscito, tanta gente mi scrisse, ricevetti molto affetto. Persino Tiziano Ferro mi inviò un messaggio bellissimo. Riuscii a smuovere le acque, ebbi la possibilità di farmi sentire, molti follower mi cominciarono a seguire sui social”.

“Da Mediaset mi rassicurarono dicendomi che mi avrebbero sostenuto, – ha concluso – che sarei tornato ad essere un personaggio dell’azienda. Tuttavia, dopo qualche mese sparirono tutti. Non ci sono più contatti da anni. Un comportamento che mi ha stupito e ferito”.

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Gli auguri di Netanyahu a Trump per i suoi 80 anni: “Guida gli Stati Uniti verso un futuro di pace attraverso la forza”

“Buon compleanno signor presidente, buon compleanno Donald”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto gli auguri al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il suo 80esimo compleanno con un messaggio pubblicato su X. “Quest’anno il tuo compleanno arriva in un momento propizio“, ha scritto Netanyahu, ricordando i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti, definiti “una grande nazione costruita sulla libertà e sulla fede”. Il premier israeliano ha quindi augurato a Trump “forza ed energia” nel guidare gli Stati Uniti “verso un luminoso futuro di pace attraverso la forza“, auspicando al tempo stesso un ulteriore rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv. “Continuiamo a portare le relazioni Usa-Israele a livelli sempre più alti”, ha affermato Netanyahu.

Un messaggio arrivato proprio mentre l’accordo tra Usa e Iran rischia di saltare dopo il raid delle Israel Defense Forces sul quartiere di Dahiyeh, a Beirut, che ha causato almeno 3 morti e 15 feriti. Intorno alle 14 italiane infatti il capo negoziatore e presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato in un post su X che l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut “ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti non sono disposti o non sono in grado di rispettare i propri impegni“, accusando Washington di aver dato a Israele il “via libera”. Così ”non si ottengono vantaggi. Il gioco del poliziotto buono e poliziotto cattivo è passato di moda. Se non avete né la volontà né la capacità di adempiere ai vostri impegni, non è possibile parlare di proseguire lungo questa strada”, ha affermato.

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La scusa del caldo per vendere spazi pubblicitari: le pause per bere ai Mondiali valgono fino a 9 milioni di dollari. Scoppia la polemica

C’è un aspetto che in questi primi giorni di Mondiali sta facendo tanto discutere negli Stati Uniti e non solo: le nuove pause obbligatorie per bere (hydration break) introdotte a partire da questa edizione della Coppa del Mondo. Ufficialmente servono a tutelare la salute dei giocatori, ma molti hanno fatto notare come questi rappresentino soprattutto un’occasione commerciale. Il motivo? Durano tre minuti e le tv – in quello spazio – ne approfittano per lanciare pubblicità che valgono milioni e milioni di dollari. Michael Johnson, analista per S&P Global, ha dichiarato – come riporta La Gazzetta dello Sport – che ogni spazio pubblicitario “può raggiungere prezzi da Super Bowl, tra i 7 e i 9 milioni di dollari”.

La polemica è esplosa durante la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica. Al 24esimo minuto di gioco, con una temperatura di circa 23 gradi a Città del Messico (temperatura nella media per l’estate messicana), l’arbitro ha fermato l’incontro per consentire ai calciatori di bere. Una sosta di tre minuti che, nelle trasmissioni televisive statunitensi, si è immediatamente trasformata in uno spazio pubblicitario dedicato agli sponsor del torneo.

Secondo diversi giornalisti internazionali, il problema non è tanto l’esistenza delle pause in condizioni climatiche estreme, quanto la decisione della FIFA di renderle obbligatorie in tutte le 104 partite della Coppa del Mondo. Anche quando le temperature non sono in realtà così alte. Una scelta senza precedenti che – come sostiene anche il quotidiano The Independent, interrompe il ritmo del gioco e offre alle emittenti televisive nuove finestre pubblicitarie. L’effetto si è percepito immediatamente allo stadio Azteca. Dopo un avvio intenso e dai ritmi alti – anche divertente -, lo stop ha spezzato il ritmo della gara. I tifosi lasciavano i propri posti per qualche minuto, la musica alta interrompeva il clima agonistico presente fino a quel momento e i maxischermi proponevano contenuti d’intrattenimento in attesa della ripresa del gioco. In piena atmosfera Nba, per intenderci.

Motivo per cui in tanti nel mondo del calcio ritengono che queste soste abbiano senso soltanto in presenza di temperature particolarmente elevate. Tra loro anche il commissario tecnico degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, che ha dichiarato di considerarle inutili quando le condizioni climatiche sono normali: “Non mi piace. Mi piace solo in condizioni estreme“. Sulla stessa linea anche altri commissari tecnici, come Didier Deschamps: “Cambia completamente il calcio, magari una squadra va benissimo e tre minuti fanno perdere il ritmo”.

Infatti c’è anche chi decide di “boicottare” queste pause, come il giornalista Alejandro Berry di Telemundo (tv in lingua spagnola negli Usa), che si è rivolto così agli ascoltatori: “Noi non mandiamo in onda spot pubblicitari durante la pausa per idratarci. Unitevi a noi per godervi il football senza interruzioni”. Carli Lloyd, ex campionessa di calcio, non ha risparmiato critiche: “La detesto”. L’interruzione, s’intende.

Dietro la decisione della FIFA, secondo l’analisi pubblicata da The Independent, ci sarebbero soprattutto ragioni economiche. Le pause trasformano infatti ogni partita in una sorta di evento suddiviso in quattro segmenti (in pieno stile basket, dove tra time-out e i quattro quarti, le interruzioni sono tantissime), aumentando sensibilmente il numero degli spazi pubblicitari disponibili. Considerando che il Mondiale 2026 prevede un numero record di gare, il valore commerciale di queste interruzioni potrebbe raggiungere cifre enormi per broadcaster e sponsor.

La questione si inserisce in un dibattito più ampio sulla crescente commercializzazione del calcio. Il Mondiale del Nord America è già il più ricco della storia e, secondo la FIFA, genererà ricavi superiori ai 10 miliardi di sterline. Per questo motivo la discussione è destinata a proseguire anche oltre il torneo. Se il sistema di “hydration break” verrà confermato, le pause per bere potrebbero diventare una presenza fissa nei grandi eventi internazionali. Anche se – scrive The Independent – “non è chiaro perché qualcuno abbia bisogno di tre minuti per bere un sorso d’acqua”.

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Incidente d’auto per Giulia Belmonte, compagna di Stash dei Kolors: “Mi sono spaventata tanto, ero con le mie bimbe”

Tanta paura per Giulia Belmonte, la compagna di Stash dei The Kolors. La content creator e imprenditrice ha condiviso con una story su Instagram la paura per aver vissuto un incidente d’auto.

“Mi sono spaventata tanto. Ero in macchina con le mie bimbe, – ha spiegato Belmonte – eravamo ferme ad aspettare mia madre quando all’improvviso, un’auto uscita in retromarcia da un parcheggio vicino ci è venuta addosso”.

E ancora: “È stato un grande spavento, soprattutto perché eravamo completamente ferme e non ci aspettavamo una situazione del genere. La persona alla guida era ovviamente distratta. Ma in strada, le distrazioni non sono accettabili, un attimo di disattenzione può mettere in pericolo la vita degli altri”.

Poi l’appello: “Guidiamo con responsabilità, sempre”.

Stash e Giulia Belmonte sono legati sentimentalmente da 2017. Dal loro amore, il 3 dicembre 2020 hanno accolto la prima figlia Grace, mentre il 14 agosto 2022 la secondogenita Imagine.

Stash in una intervista a Verissimo aveva dichiarato: “Giulia è la persona più bella che abbia mai conosciuto. Lei è il miracolo della mia vita. Da quando c’è lei tutto è più bello, riesce a farmi sentire un uomo migliore. Avere un figlio è una cosa stupenda ma non è qualcosa che si decide”.

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Morti due alpinisti sul Monte Pasubio: salvato il terzo membro della cordata. Nove vittime nel weekend

Altri due giovani alpinisti sono morti mentre stavano scalando il versante vicentino del Monte Pasubio. Sono un ragazzo di 26 anni e una ragazza di 25: con loro anche un terzo compagno di cordata che è però rimasta illeso ed è stato recuperato dall’elisoccorso di Trento mentre ancora era appeso alla parete. Le due vittime si aggiungono alla lunga lista che ha segnato un fine settimana drammatico per gli escursionisti delle montagne italiane. Il 12 giugno erano morti tre alpinisti sul Gran Paradiso, mentre nella mattina di sabato altri quattro hanno perso la vita tra il versante francese del Monte Bianco, il Cervino e il ghiacciaio della Brenva.

La tragedia è avvenuta poco prima delle 12, nella zona dello Sojo d’Uderle, un’area nota agli escursionisti ma che presenta tratti esposti e impegnativi. I ragazzi che hanno perso la vita sono precitati per circa 100 metri e l’allarme è scattato poco dopo con l’immediato intervento dei soccorritori. Le operazioni di recupero e salvataggio del terzo amico che era con loro sono state rese più complesse dalle difficili condizioni meteo e dalla forte presenza di nebbia. Le salme non sono ancora state recuperate e sono in corso gli accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente.

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Il Regno Unito intercetta una petroliera nella Manica. Starmer: “Parte della flotta ombra russa, duro colpo per Mosca”

Le forze armare britanniche hanno intercettato nella acque del canale della Manica una petroliera appartenente, secondo le autorità di Londra, alla cosiddetta flotta ombra legata alla Russia. A riferirlo è stato il premier inglese Keir Starmer con un post su X: “Questa operazione, conclusasi con successo, infligge un altro duro colpo alla Russia e ricorda a coloro che alimentano la guerra di Putin in Ucraina che non permetteremo loro di nascondersi”.

Le operazioni per intercettare la nave, durate circa sei ore, sono state condotte dalla Royal Marine e da agenti delle forze dell’ordine appositamente addestrati della National Crime Agency. Come fa sapere il ministero della Difesa britannico in un nota, si tratta della prima operazione di questo genere guidata dal Regno Unito: la nave si trova ora all’ancora al largo della costa meridionale dell’Inghilterra, nei pressi della penisola chiamata Isola di Portland, dove “rimarrà monitorata per qualsiasi problema di sicurezza o ambientale”.

Il nome della petroliera battente bandiera del Camerun è Smyrtos ed era salpata dalla zona di San Pietroburgo. Sky News ha tracciato il suo percorso: dopo la partenza in Russia, l’imbarcazione ha attraversato da est a ovest il mar Baltico, per poi circumnavigare la Danimarca e proseguire nel mare del Nord. Come sostenuto dalle autorità britanniche, Mosca utilizza una rete di oltre 700 petroliere con strutture proprietarie opache per aggirare le sanzioni internazionali sulle esportazioni di petrolio. Secondo Londra, che ha già sanzionato più di 500 imbarcazioni collegate alla flotta ombra, il sistema di navi trasporta circa il 75% del greggio russo soggetto a restrizioni.

Da Kiev è arrivato un ringraziamento per l’operazione: “Sono grato al Regno Unito per aver compiuto questo importante passo contro la flotta petrolifera russa”, ha scritto su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “È stata la superbia della Russia, alimentata dagli ingenti introiti derivanti dal petrolio e dal gas, a spianare la strada a questa guerra – aggiunge – e ogni decisione dei partner che priva la Russia di risorse finanziarie limita anche la guerra stessa”. Il presidente ha poi concluso con un invito all’Europa, che dovrebbe a suo parere, “adottare urgentemente misure legislative che consentano non solo il fermo delle petroliere e le restrizioni sulle spedizioni di petrolio, ma anche la confisca del petrolio che trasportano. Questo contribuirà certamente ad avvicinare la pace”. Alle parole del presidente ucraino, ha fatto eco il suo ministro degli Esteri, Andriy Sybiga: “La flotta fantasma russa è uno strumento di guerra – ha scritto sui social -. Ogni nave fermata significa meno soldi per la macchina da guerra russa. Interrompere queste fonti di finanziamento contribuisce a ridurre la capacità della Russia di finanziare attacchi missilistici e con droni contro le città ucraine”.

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“Si sono tenuti dei colloqui. Ecco perché posso sedermi qui e dire che è la decisione giusta”: il no di Rangnick al Milan

Il ritardo si accumula: a poco più di due settimane dall’inizio della nuova stagione il Milan è ancora un enorme punto di domanda. È passato quasi un mese dal repulisti varato dal patron Gerry Cardinale, con la regia del consulente Zlatan Ibrahimovic, dopo la clamorosa uscita dalla zona Champions nell’ultima giornata di Serie A. Fuori tutti, dentro nessuno. Il candidato per assumere la regia sportiva rossonera era uno soltanto: Ralf Rangnick. L’attuale ct dell’Austria, che farà il suo esordio ai Mondiali mercoledì contro la Giordania, ha però annunciato il rinnovo con la sua nazionale fino al 2028. Un no secco al Milan, quindi, spiegato proprio tirando in ballo il caos che aleggia attorno al club: fino all’ultimo, ha dichiarato, non c’è stata “nessuna chiarezza” da parte dei rossoneri.

A fine maggio, Rangnick ha incontrato a Vienna i dirigenti del Milan, che volevano ingaggiarlo come direttore sportivo per il loro nuovo progetto. “Tre settimane fa c’è stato un primo contatto e si sono tenuti dei colloqui. Avevo chiesto chiarezza prima dell’inizio del Mondiale, per me, per la squadra, per la Federcalcio austriaca. Questa chiarezza non c’è stata“, ha detto il ct dell’Austria in conferenza stampa. Il tecnico di Salisburgo ha quindi optato per l’offerta della Federazione calcistica austriaca (ÖFB), che soddisfaceva non solo le sue richieste economiche, ma anche quelle del suo staff.

Rangnick ha sottolineato che la sua partenza non era in alcun modo subordinata alla richiesta di maggiori poteri decisionali o di un ampliamento delle sue responsabilità. Il progetto milanese avrebbe potuto essere allettante, ma proprio la mancanza di una visione chiara lo ha convinto a lasciar perdere. “Sono contento di aver preso questa decisione. È importante anche per me personalmente potermi ora concentrare completamente sui Mondiali”, ha detto Rangnick in un’intervista all’ORF, l’emittente pubblica austriaca. “Tutto lo staff è d’accordo e felice di essere qui”, ha spiegato. “Ecco perché posso sedermi qui e dire con una buona sensazione che è la decisione giusta“, ha aggiunto il tedesco.

Cardinale e Ibra per ora sono indietro con la programmazione. L’idea di affidare le sorti della rinascita del Milan a Rangnick, in qualità di super dirigente, non è andata a buon fine. E lo stesso è avvenuto sul fronte allenatore: tra una titubanza e l’altra Andoni Iraola si è accasato al Liverpool, mentre sembrano allungarsi i tempi della trattativa per l’ingaggio di Oliver Glasner. La situazione in casa Milan influisce anche sulla programmazione del Napoli, che ha già trovato l’accordo con Max Allegri, il quale – però – non riesce ad accordarsi con la sua ex società per una risoluzione del contratto. Il braccio di ferro fra il tecnico livornese e Ibra rallenta i piani di Aurelio De Laurentiis, che ora rischia di dover aspettare fino a luglio.

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“A 60 anni camminare non basta. Bisogna nuotare, correre, fare trekking. L’obiettivo non è vincere le gare di Triathlon, ma curare elasticità”: i consigli di Antonio Robecchi Majnardi

Antonio Robecchi Majnardi, fisiatra e direttore dell’Unità di Medicina Riabilitativa dell’Istituto Auxologico di Milano, non ha dubbi: “Grazie alla medicina, i 60 anni sono i nuovi 40“. E allora qual è il segreto per arrivare in forma alla soglia dei 60? “L’obiettivo non è arrivare a vincere le gare di Triathlon, ma curare elasticità muscolare e postura”, ha dichiarato a Il Corriere della Sera.

E ancora: “Camminare fa bene, ma è un’attività che utilizza sempre le stesse lunghezze muscolari. Invece, per invecchiare al meglio, bisogna esplorare ampiezze articolari diverse. E soprattutto, ricordarsi di essere dei sapiens. Nel senso di preistorici”.

“Abbiamo dimenticato che l’uomo è un animale, -ha continuato Robecchi Majnardi – evoluto ma pur sempre animale. Un tempo correva per inseguire una preda, si tuffava per pescare, si arrampicava per sfuggire al leone. Oggi, vive seduto: lavora seduto, mangia seduto, guarda la tv in poltrona. È del tutto innaturale, per questo i muscoli si accorciano e perdono forza”.

E il cibo? Al netto che un buon nutrizionista può dare consigli ad hoc, vale la regola generale: “Mangiare meno, soprattutto carboidrati. Ed essere consapevoli di ciò che si mangia, senza infilarsi qualcosa in bocca tanto per fare. Primo trucco: non portare il piatto di portata in tavola, ma prepararsi la propria porzione e limitarsi a quella”.

I pasti di Robecchi Majnarsi sono: “Tre: colazione, a pranzo un primo con verdure poco condite, a cena un secondo sempre con le verdure. La colazione serve, rompe il digiuno, avvia l’organismo”.

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Il padre di Ilaria Sula risponde a Vannacci: “Femminicidio e omicidio sono ben diversi. Porti rispetto per mia figlia e per le altre donne uccise”

Il femminicidio non esiste, non serve un reato specifico”. È uno dei cavalli di battaglia di Roberto Vannacci, che all’assemblea di Futuro nazionale, oggi a Roma, ha portato sul palco e alla conoscenza dei media. Ma alle parole dell’europarlamentare, interpellato dall’Ansa, ha risposto Flamur Sula, il papà di Ilaria Sula, la studentessa 22enne uccisa lo scorso anno a Roma dall’ex fidanzato e trovata in una valigia abbandonata in un dirupo a ridosso di una strada provinciale nel comune di Poli: “Nostra figlia ci è stata portata via senza un perché, senza un motivo. Femminicidio e omicidio sono due cose ben diverse. Le leggi devono essere severe per chi fa del male alle donne. Solo chi ci passa può capire cosa vuol dire, parlare per gli altri è troppo facile”.

Ogni settimana, racconta il papà di Ilaria, lui e la moglie tornano nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo della figlia. Lì hanno realizzato una lapide con la foto della ragazza e una dedica per lei: “Bisogna portare rispetto a mia figlia e a tutte le altre donne che per colpa di un uomo non ci sono più. Stiamo le ore a piangere e a parlare con lei. Si dice che con il tempo il dolore diminuisce ma non è così, anzi – prosegue – il dolore aumenta, si sente ancora di più la mancanza e si realizza che a casa Ilaria non tornerà mai più. Non c’è notte che mia moglie non chiama Ilaria nel sonno o che la cerca per casa. È un dolore inimmaginabile che non finirà mai”.

Alle dichiarazioni di Vannacci, a poche ore di distanza dal suo intervento dal palco, sono seguite le prese di posizione delle associazioni che si battono per i diritti delle donne. “Vannacci nega il femminicidio perché il suo obiettivo è negare ciò che il femminismo ha svelato: la violenza maschile contro le donne che è paradigma della normalizzazione della disparità di potere e della sottomissione nei privilegi di altri. L’obiettivo è disumanizzare, ritornare alla forza e agli eroi, sdoganare la violenza, confondere le persone, non avere una analisi condivisa legittimare le disparità”. A dirlo è Elisa Ercoli, presidente Differenza donna che considera “la gravità delle sue dichiarazioni totale, pari alla responsabilità di chi nega le vittime di mafia nella loro specificità”. “Un progetto disumano proprio della manosfera a servizio del necrocapitalismo – prosegue – un capitalismo senza limiti, senza mediazioni, senza umanità. Il suo disegno ci è molto chiaro e lo combatteremo tutte e tutti insieme. Donne, giovani, migranti e comunità LGBTQI+ assieme agli uomini che hanno compreso quanto il patriarcato sia orrendo anche per le loro vite, insieme ci contrapporremo a questo disegno di miseria che vuole disintegrare la nostra democrazia. La risposta più utile – conclude – è creare comunità dialoganti in cui rafforzarci e unirci contro un nemico pericoloso che con le nostre pratiche fermeremo”.

A intervenire anche Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Dopo decenni passati a spiegare la natura della violenza maschile alle donne, dobbiamo ancora leggere dichiarazioni come questa. Vannacci è ovviamente libero di pensare quello che vuole. La questione che ci preoccupa è che una fetta della società ascolta le sue parole e le fa proprie. La deriva fascista della società, pericolosa per le libertà di tutte e tutti, è una vera maledizione per la libertà delle donne, per il contrasto alla violenza e per un futuro in cui i diritti siano effettivamente rispettosi delle differenze”.

Carelli prova a spiegare a Vannacci che “definire femminicidio l’uccisione di una donna motivata dal suo essere donna non significa attribuire un valore diverso alla vita delle vittime, né creare gerarchie nel dolore. Significa, al contrario, riconoscere una specifica matrice culturale e sociale della violenza di genere, individuata da studi, organismi internazionali e istituzioni come un fenomeno distinto che richiede strumenti di prevenzione e contrasto adeguati. Per questo la scelta di utilizzare il termine femminicidio rappresenta una decisione politica consapevole: riconoscere che esiste una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne e che tale violenza affonda le proprie radici in rapporti di potere, discriminazioni e stereotipi ancora presenti nella nostra società. Negare l’importanza di questa definizione significa oscurare la natura del fenomeno e indebolire il percorso culturale che negli ultimi anni ha contribuito a portare nel dibattito pubblico e politico una violenza per anni chiusa nel privato”.

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“Oggi il pubblico ha lo stesso ego degli artisti. Per questo voglio fermare questa macchina”: Cesare Cremonini replica sull’organizzazione del concerto all’Ippodromo La Maura

Si riapre il dibattito sui grandi concerti nelle enormi arene o spazi, come il caso dell’Ippodromo Snai La Maura, croce e delizia per gli amanti della musica live. La location non è comoda da raggiungere, i mezzi ci sono ma la camminata per arrivare alla location dura tra i 20 e i 30 minuti, a seconda del passo. Insomma tutti temi che abbiamo già trattato lo scorso anno su FqMagazine.

Il dibattito si è riaperto in occasione del grande evento di Cesare Cremonini all’Ippodromo che si è tenuto il 10 giugno scorso. Il cantautore ha ringraziato i fan. “Ieri sera l’ippodromo di Milano sembrava Knebworth Park 86. Stamattina mi hanno chiamato per dirmi che è stato tra i concerti con più pubblico di sempre in questa location. – ha scritto – Ho dato tutto quello che ho sul palco, sentivo che sarebbe stato l’ultimo concerto a Milano di queste dimensioni per un po’ di tempo! So che voglio tornare a far parlare di musica e dischi e del cuore, slegandoli dai numeri. Non so quando e dove ci rivedremo Milano, ma sarà molto presto e occhi negli occhi, perché tu sei il punto di partenza e mai di arrivo. Vi amo”.

Tra i tanti complimenti anche qualche critica sull’organizzazione e la scelta della location, il cantautore ha personalmente risposto: “Pensa che questi concerti li facevano anche 50 anni fa senza schermi, senza una passerella da 100 metri e con la tecnologia audio dei nostri nonni. Il pubblico non sentiva un cazzo ma capiva cosa stava accadendo. Oggi il pubblico ha lo stesso ego degli artisti. Per questo voglio fermare questa macchina. Il concetto di ‘grande evento’ è stupendo ma porta fuori strada rispetto alla musica attuale”.

In occasione dell’incontro stampa al Circo Massimo di Roma che si è tenuto lo scorso 6 giugno il cantautore aveva già dichiarato: “C’è una ossessione, quella dei numeri. Nel mio caso devo dire che vince e vincerà la voglia di evolvermi dal punto di vista umano, artistico e dal punto di vista discografico. Cosa che oggi sembra un po’ stramba da dire, ma nel mio caso è un orgoglio. Per il prossimo progetto ho chiesto di non suonare negli stadi perché non c’entrano niente con quello che sto per fare. Credo nella coerenza con quello che fai artisticamente e musicalmente. Chiudo coi lustrini e apro al rock ‘n’ roll”.

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VIGEVANO (PV), NAS SEQUESTRANO UNA PENSIONE PER ANIMALI

I Carabinieri di Vigevano, con NAS e Ispettorato del Lavoro, hanno scoperto gravi irregolarità in una struttura per servizi agli animali che operava anche come pensione abusiva. L’attività è stata sospesa, la struttura posta sotto fermo sanitario e circa trenta cani messi in sicurezza e in parte già restituiti ai proprietari. Un controllo straordinario condotto dai Carabinieri – riporta Ntw Press – ha portato alla scoperta di una struttura per animali che operava in modo irregolare nel territorio della Compagnia di Vigevano. L’intervento, effettuato con il supporto del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Pavia e del Nucleo Antisofisticazione e Sanità di Cremona, ha fatto emergere una serie di violazioni amministrative e carenze strutturali che hanno portato alla sospensione immediata delle attività.

(Foto di repertorio)

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Euro digitale, servizi di base gratuiti e accessibili anche a chi non ha un conto. O è colpito da sanzioni (come quelle Usa su Albanese)

L’euro digitale assume una forma sempre più definita. Tra gli elementi emersi dalla bozza del testo del Parlamento europeo sulla proposta di regolamento della futura moneta elettronica dell’Unione figurano secondo l’Ansa la gratuità dei servizi di pagamento di base per i cittadini, un’ampia accessibilità e anche alcune norme contro le sanzioni imposte da Paesi terzi. Il testo degli “emendamenti di compromesso”, composto da un centinaio di pagine, è frutto dell’accordo politico raggiunto fra i gruppi alla Commissione Affari economici del Parlamento Ue. Si tratta comunque di una bozza e andrà al voto della Commissione Econ il 23 giugno e in plenaria ai primi di luglio. Secondo alcune indiscrezioni soddisfa le aspettative della Bce. L’adozione definitiva dovrebbe avvenire entro fino anno, facendo partire il progetto pilota nel 2028. Il lancio definitivo è atteso l’anno successivo.

La nuova moneta non sostituirà le banconote, ma sarà “complementare”. Funzionerà sia online che offline, permettendo di pagare anche senza connessione dal telefono e senza un limite specifico alla massima giacenza sul wallet di euro digitali (inizialmente si erano ipotizzati 3mila euro). Oltre a questo, tra gli elementi chiave spicca la gratuità dei servizi di pagamento di base in euro digitale, con il divieto ai fornitori di adottare pratiche commerciali che aggirino tali diritto. “Le transazioni non devono essere soggette a commissioni eccessive da parte dei fornitori di servizi di pagamento”, spiega il testo.

Si aggiunge l’obbligo di accettazione nei negozi della valuta. Le transazioni “non devono essere soggette a commissioni eccessive da parte dei fornitori di servizi di pagamento”, che “possono addebitare ulteriori servizi oltre le funzionalità di base” ma “non imporre pratiche commerciali per aggirare il diritto degli utenti ad avere gratuitamente servizi di pagamento di base in euro digitale”. Altra grande novità sarà l’accesso universale per anziani, persone con disabilità, cittadini con limitate competenze digitali e soggetti privi di conto bancario. Per questi soggetti “è essenziale – si legge nella bozza – che enti pubblici, autorità locali, o uffici postali, distribuiscano l’euro digitale“, con riferimento specifico ai “distributori di ultima istanza” per garantire l’accesso a tutti. In tutta l’area euro poi qualsiasi utilizzatore della nuova valuta avrà garantita la possibilità di pagare chiunque a prescindere dal provider di pagamenti e dai servizi che ha sottoscritto.

Dalla bozza di proposta di regolamento emergono anche novità sulla sicurezza e sulla protezione dei dati. I wallet europei di identità digitale, come ad esempio l’app Io nel caso italiano, “possono facilitare le transazioni digitali”, sottolinea il testo. Gli utenti, se vorranno, potranno “integrare e autorizzare i pagamenti con l’euro digitale utilizzando i portafogli di identità digitale europea”, rendendo l’accesso ancora più universale. Per quanto riguarda la sicurezza, la banca centrale non può identificare l’utente chi effettua una transazione: si delinea così una grande novità per tutti i soggetti sottoposti a sanzioni finanziarie da Paesi terzi o organizzazioni internazionali. Esemplare è il caso delle recenti sanzioni che gli Stati Uniti hanno inflitto ad alcuni membri della Corte penale internazionale e dell’Onu, come Francesca Albanese. La relatrice speciale è sottoposta a restrizioni da parte di Washington da luglio 2025: a maggio un giudice americano le aveva sospese per poi essere reintrodotte poco dopo a seguito del ricorso dell’amministrazione Trump. Nel caso in cui l’Unione non avvalli le imposizione estere, una situazione del genere non potrà replicarsi perché nessuno potrà impedire l’accesso ai servizi di base dell’euro digitale.

Infine, dalla proposta emerge anche un grande potenziale rappresentato dai pagamenti tra diverse valute che “contribuirebbe ulteriormente a promuovere l’uso internazionale dell’euro“. I servizi di euro digitale per utenti residenti o domiciliati in Paesi terzi saranno regolati da accordi fra le autorità monetarie. Su questa linea si inserisce l’obiettivo generale della nuova valuta, pensata per rafforzare la “sovranità digitale” dell’Europa nell’era dei pagamenti digitali, riducendo la “dipendenza dai fornitori non europei” come carte di credito Usa o PayPal. Con l’euro digitale prenderà infatti vita un opzione di pagamento “sovrana, sicura, efficiente ed accessibile”.

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Giorgio Bassani o dell’artista che voleva essere uomo. Al Biografilm 2026 il vibrante documentario sulla vita del romanziere antifascista, autore di Il giardino dei Finzi Contini

“So bene che l’arte si oppone alla vita, che l’arte non serve a niente, che è pura bellezza, puro ritmo, ma non mi ci rassegno, perché vivaddio sono vivo, sono pur sempre un uomo. Vorrei quindi che i miei atti e gesti servissero a qualcosa. Ed è in questa tensione verso il contrario dell’arte che mi differenzio dagli altri. Io desidero non essere un poeta, pur sapendo inevitabilmente purtroppo di esserlo, non mi rassegno ad essere tale, e voglio disperatamente essere un uomo”.

La folgorante riflessione che lo scrittore Giorgio Bassani offre in un vecchio filmato Rai anni settanta, e che apre così in un blocco unico, in bianco e nero, In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani, documentario visto nelle scorse ore al Biografilm di Bologna 2026, sistemerebbe il recente dibattito sollevato da De Gregori & soci in pochi secondi chiudendo l’annosa questione tra arte e politica a doppia mandata.

La citazione bassaniana ve la offriamo nella sua armoniosa sgorgante completezza, anche se ovviamente antigiornalistica (l’attacco, mi raccomando l’attacco), per capire come è generosamente impastato questo sconosciuto e prezioso lavoro di ricostruzione storico letteraria diretto da Toni Trupia. Vita, pensiero e poetica dell’autore di Il Giardino dei Finzi Contini, Gli occhiali d’oro, L’airone, morto ad 84 anni nel 2000, vengono ricomposti teneramente da una sorta di rallentato viaggio nella memoria e nei luoghi familiari dai due anziani figli dello scrittore, Enrico e Paola. Sollecitati al ricordo tra foto, strade, case, alberi, lapidi, i due “protagonisti” attraversano l’esistenza paterna congiungendo spazi e tracce di Ferrara, Bologna e Roma, immergendoci in una sorta di humus letterario che risuona solenne e intramontabile.

È spesso la voce di papà Giorgio ad affiorare tra i fotogrammi di In gran segreto, mentre legge stralci dei suoi romanzi o poesie, con una gravità che vibra di una bellezza classica e mai spenta. C’è il Bassani intimo e privato (il tennis, i giochi nella casa romana); c’è quello impegnato fino a rischiare l’osso del collo nel suo strenuo impegno antifascista (per il quale fu anche incarcerato prima di darsi alla macchia nel 1943); c’è quello lucido e finemente provocatorio sulla questione ebraica che suona nuovamente così: “La tragedia vera degli ebrei ferraresi (i Bassani erano di origine ebraica e vennero perseguitati dal fascismo ndr) come di quelli italiani è stata quella di essere dei borghesi coinvolti nel fascismo e finita, senza rendersene conto, nel nulla dei campi di sterminio senza sapere in fondo perché”.

Questa osservazione bassaniana è uno dei tanti fili spessi e vibranti di una ricostruzione biografica che se da un lato è “spinta” verso incontri, piste, ospiti (con tutto il piacere ma Paolo Di Paolo e Nadia Terranova sono un po’ fuori luogo), dall’altro sa evocare con serietà, rispetto e spigliatezza lo spirito di un’epoca e di un’idea pulsante di mondo letterario e intellettuale (Giorgio Morandi, Pasolini, Mario Soldati, Rossellini) probabilmente formalmente antimoderna ma umanamente terribilmente coriacea, vitale, sensibile.

Prova ne è in quell’istante in cui i figli osservano come sia cresciuta più del doppio la magnolia nel giardino della casa della giovinezza ferrarese dello scrittore piantata proprio pochi mesi dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938. Filo vegetale che sembra ricondursi ad una mansione nuovamente etica e nazionale di Bassani, oltre alla vicepresidenza Rai, quell’invenzione parapasoliniana di Italia Nostra che lo vide protagonista fin dal 1965 assieme all’amico Fulco Pratesi. E insomma, dopo quasi due ore di documentario che filano lisce, ondose e nodose, come un vecchio romanzo dalle pagine ingiallite dall’odore intenso della storia, quella speranza di Bassani di essere “disperatamente uomo”, “nonostante l’essere poeta”, sembra pienamente compiuta.

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Referendum in Svizzera, vince il no: respinta la proposta anti-immigrazione per frenare la crescita demografica

Gli elettori svizzeri hanno respinto alle urne l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dall’Unione democratica di centro (Udc) per limitare la crescita demografica del Paese. Secondo i risultati definitivi riportati dai media svizzeri, al referendum per istituire un limite alla popolazione in Svizzera ha vinto il ‘no’ con il 54,8% dei voti. Decisivo, secondo gli analisti, il netto voto contrario espresso nella Svizzera francese e nei principali centri urbani, mentre in diversi cantoni della Svizzera tedesca e in Ticino i favorevoli risultano in vantaggio.

L’iniziativa, nota anche come “Iniziativa per la sostenibilità“, chiedeva di fissare un tetto di 10 milioni di residenti permanenti entro il 2050 e prevedeva misure restrittive in materia di asilo e ricongiungimento familiare una volta raggiunta la soglia di 9,5 milioni di abitanti. I promotori sostenevano che l’immigrazione fosse all’origine di problemi come la carenza di alloggi e la pressione sui servizi pubblici. Governo, Parlamento e mondo economico avevano invece invitato a respingere la proposta, avvertendo che avrebbe potuto danneggiare il mercato del lavoro, il sistema sanitario e i rapporti con l’Unione europea.

Nel caso in cui avesse vinto il e nel caso in cui la popolazione avesse superato la soglia dei 9,5 milioni prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero stati obbligati ad adottare provvedimenti nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare e a invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali che contribuiscono alla crescita demografica. Attuazione di queste misure che avrebbe messo in discussione la partecipazione svizzera agli accordi di Schengen e di Dublino con l’Ue, compromettendo la cooperazione su sicurezza e accoglienza.

Prima del voto, gli oppositori del progetto avevano soprannominato la proposta “iniziativa del caos“, sostenendo che il disegno antiimmigrazione avrebbe potuto avere ricadute economiche gravi. In primis nel mondo imprenditoriale, preoccupato per l’aggravarsi della carenza di manodopera e per un possibile deterioramento dei legami economici con l’Europa. E poi anche gli operatori sanitari, secondo cui una riduzione del numero di immigrati avrebbe potuto indebolire i servizi, considerando che quasi la metà dei medici in Svizzera è di nazionalità straniera.

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Congedo di maternità, come funziona nel 2026: i mesi coperti, l’indennità economica e le tutele per la lavoratrice

Il congedo di maternità rappresenta il baricentro del sistema di welfare italiano a sostegno della genitorialità, una misura che il legislatore ha inteso non come un beneficio discrezionale, ma come un pilastro fondamentale della salute pubblica e della stabilità sociale.

Disciplinato dal Testo Unico 151/2001, ma integrato dalle leggi di Bilancio degli ultimi anni, si tratta di un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro della durata complessiva di cinque mesi. La natura imperativa di questo diritto è tale che la lavoratrice non può rinunciarvi, né il datore di lavoro può permettere la prestazione lavorativa durante i periodi protetti, pena sanzioni penali e amministrative. Nel 2026, la gestione di questo tempo è diventata estremamente flessibile, permettendo alle donne di conciliare con strumenti più snelli rispetto al passato.

Congedo di maternità, la nuova flessibilità operativa

La ripartizione classica del congedo di maternità prevede storicamente l’astensione dai due mesi precedenti la data presunta del parto fino ai tre mesi successivi all’evento. Tuttavia, le modifiche normative hanno ampliato notevolmente il raggio d’azione della lavoratrice. Oggi è possibile optare per la formula “uno più quattro”, posticipando l’inizio dell’astensione all’ottavo mese di gravidanza, oppure per l’opzione “zero più cinque”. Quest’ultima permette di rimanere in servizio fino al nono mese compiuto, fruendo dell’intero ciclo di cinque mesi dopo la nascita del bambino. Per percorrere questa strada, la legge richiede un passaggio formale rigoroso: è necessaria una certificazione medica rilasciata da uno specialista del Servizio Sanitario Nazionale e dal medico competente per la sicurezza sul lavoro. Nel 2026, gran parte di questa procedura è stata digitalizzata, con lo scambio automatico dei certificati tra ASL e INPS, riducendo l’onere burocratico a carico della gestante.

Quale trattamento economico spetta

Uno degli aspetti più rilevanti del congedo di maternità riguarda la garanzia del reddito. L’Inps garantisce un’indennità economica pari all’80% dell’ultima retribuzione media giornaliera, ma la realtà del 2026 vede una protezione ancora più robusta. Per molte categorie di lavoratrici, e specialmente nei settori coperti da contrattazione collettiva rinnovata, l’integrazione al 100% da parte del datore di lavoro è ormai lo standard.

Inoltre, le recenti riforme hanno migliorato il trattamento del congedo parentale facoltativo che segue quello obbligatorio: oggi i primi mesi di astensione facoltativa godono di un’indennità progressivamente innalzata, arrivando a coprire il 100% della retribuzione per il primo mese e l’80% per il secondo mese, a patto che vengano fruiti entro il sesto anno di vita del bambino.
Complessivamente, la coppia può beneficiare di un totale di nove mesi di congedo indennizzato, dove i periodi successivi ai primi due mesi sono pagati con una quota pari al 30% dello stipendio. Durante tutto il periodo di congedo di maternità maturano regolarmente l’anzianità di servizio, le ferie, la tredicesima e il trattamento di fine rapporto.

Obblighi burocratici e procedure digitali nel 2026

L’accesso al congedo di maternità richiede un iter procedurale che oggi si avvale della piena interoperabilità delle banche dati pubbliche. La domanda deve essere presentata esclusivamente per via telematica tramite il portale dell’INPS o attraverso i servizi di patronato. Grazie alle ultime semplificazioni, una volta che il medico del SSN invia il certificato telematico di gravidanza all’istituto, la piattaforma pre-compila gran parte della domanda per la lavoratrice. Resta l’obbligo di confermare l’invio prima dell’inizio del periodo di astensione. Un passaggio fondamentale avviene dopo la nascita: entro trenta giorni dal parto, la madre deve comunicare il codice fiscale del neonato. Nel 2026, questo processo è spesso automatizzato grazie ai flussi di dati provenienti dalle anagrafi comunali, ma è sempre opportuno verificare la corretta ricezione del dato sul proprio fascicolo previdenziale per evitare ritardi nei pagamenti delle indennità residue.

Protezione legale e divieto di licenziamento

La forza del decreto 151/2001 risiede nelle tutele giuslavoristiche poste a difesa della continuità occupazionale. Il congedo di maternità è protetto da un divieto di licenziamento assoluto che decorre dall’inizio della gestazione e si protrae fino al compimento del primo anno di età del figlio. Durante questo lasso di tempo, il rapporto di lavoro è considerato intoccabile, salvo casi limite di colpa grave, esito negativo della prova o cessazione definitiva dell’attività d’impresa. Al termine dell’astensione obbligatoria, la lavoratrice ha il diritto inalienabile di rientrare nella stessa unità produttiva e di mantenere le medesime mansioni.

Tuttavia, nel 2026, la tutela non è più solo formale: le nuove normative hanno trasformato il rispetto del congedo di maternità in un obbligo di conformità che, se violato, può determinare il dissesto economico dell’impresa. Le aziende che tentano di ostacolare il rientro o che operano discriminazioni salariali post-maternità – come la negazione dei premi di produzione o il demansionamento – rischiano oggi sanzioni amministrative fino a 50.000 euro. A queste si aggiunge la “sanzione accessoria” più temuta: la revoca totale degli sgravi contributivi INPS goduti nell’anno solare e l’inserimento in una “black list” ministeriale che preclude la partecipazione a gare d’appalto pubbliche per 24 mesi.

Il monitoraggio è diventato ferreo grazie all’incrocio dei dati dell’Ispettorato del Lavoro. Se un’azienda nega ingiustificatamente lo smart working al rientro o falsifica i dati nel rapporto biennale sulla parità di genere, subisce non solo multe pecuniarie tra i 5.000 e i 15.000 euro, ma anche la sospensione della Certificazione di Parità. Questo meccanismo garantisce che il rientro dopo il congedo di maternità non sia più una zona grigia, ma un processo monitorato dove la discriminazione ha un costo certo, immediato e superiore a qualsiasi presunto risparmio aziendale.

Adozioni e nascite premature

Il congedo di maternità non riguarda esclusivamente le madri biologiche. Il Testo Unico parifica pienamente i diritti delle lavoratrici che hanno adottato o ricevuto in affidamento un minore. In questi casi, i cinque mesi di astensione decorrono dal momento dell’ingresso del minore in famiglia. Anche in questa circostanza, l’indennità economica e le tutele contro il licenziamento restano identiche. In caso di parto prematuro, la legge prevede che i giorni di congedo obbligatorio non goduti prima del parto vengano interamente recuperati nel periodo successivo alla nascita, garantendo così che il legame tra madre e figlio venga tutelato per l’intero arco dei cinque mesi previsti, indipendentemente dalla data effettiva dell’evento. Questa flessibilità assicura che il diritto alla cura sia sempre prevalente sulle contingenze biologiche o amministrative.

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La mossa di Roberto Mancini: lascia il suo incarico all’Al Saad, ora è libero per la panchina della Nazionale

L’Al Sadd Sports Club ha annunciato l’addio di Roberto Mancini. Il tecnico aveva preso il posto di Felix Sanchez appena otto mesi fa, ma ha deciso di liberarsi subito del ricco contratto con il club qatariota. Un messaggio chiaro: io per la panchina della Nazionale ci sono. Mancini vuole tornare ct e ad oggi, un po’ a sorpresa, è in pole position per riprendersi la guida dell’Italia. Tutto sarà più chiaro dopo il voto del 22 giugno, quando si deciderà chi tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete sarà il nuovo presidente Figc. Intanto però l’unico sfidante di Mancini pare Antonio Conte, che a lungo era parso l’unica reale opzione per il prossimo ct.

Mancini aveva lasciato la Nazionale dopo l’Europeo vinto, ma anche dopo la seconda mancata qualificazione ai Mondiali, nell’estate del 2023: aveva dato le dimissioni ed era fuggito in Arabia Saudita a suon di petroldollari. Ufficialmente, aveva parlato di profondi dissapori con Gabriele Gravina. L’avventura da ct a Riad però è stata fallimentare ed è terminata a ottobre 2024. Mancini ha poi tentato di riappacificarsi con Gravina e con il mondo azzurro, ma nel frattempo in questa stagione ha preso la guida dall’Al Sadd, portandola alla vittoria della Qatar Stars League e alla finale della Coppa dell’Emiro.

Nonostante quella fuga, il 61enne Mancini evidentemente è un nome che piace a Malagò, segno che le incomprensioni con Gravina sono davvero alle spalle. Certo, si tratterebbe di un ritorno. Ma questo discorso vale anche per Conte, che a sua volta è già stato sulla panchina della Nazionale e ha ottenuto risultati peggiori (un quarto di finale agli Europei, prima di scappare a sua volta). Sullo sfondo resta l’ipotesi di confermare il ct ad interim Silvio Baldini, che negli ultimi giorni ha ritrovato grande entusiasmo (e due vittorie) con i giovani.

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Ancelotti contro la Fifa: “È una mancanza di rispetto”. Cosa è successo dopo Brasile-Marocco

Sarà anche per la mancata vittoria, sarà per il dominio per lunghi tratti da parte del Marocco nella gara d’esordio, ma il Carlo Ancelotti visto nel post BrasileMarocco si è mostrato poco sereno ai microfoni dei giornalisti. Risposte con monosillabi, sintetiche, il commissario tecnico non ha nascosto il proprio fastidio dopo il pareggio per 1-1 del Brasile contro il Marocco all’esordio in Coppa del Mondo, ma a irritare il commissario tecnico della Seleção non è stata soltanto la prestazione opaca della squadra, ma anche la gestione organizzativa del post-partita da parte della FIFA. “È una mancanza di rispetto“, ha detto a un funzionario Fifa incontrato per strada.

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Prima di raggiungere la sala conferenze, infatti, è stato fatto passare attraverso la mixed zone, uno spazio generalmente riservato ai giocatori. Una circostanza che non si aspettava e che lo ha portato a chiarire subito la propria posizione: “Non parlerò con tutti”. Nessun confronto acceso, ma un evidente segnale di insofferenza per una situazione che ha reso ancora più pesante una serata già complicata.

A peggiorare ulteriormente il clima è stata l’organizzazione della conferenza stampa. L’incontro con i media si è svolto sotto un tendone, in condizioni acustiche giudicate inadeguate. Tra problemi di amplificazione e il rumore proveniente dai generatori esterni, Ancelotti ha avuto difficoltà a comprendere persino le domande dei giornalisti. Dopo aver chiesto supporto a un membro del proprio staff, ha manifestato apertamente il proprio disappunto rivolgendosi ai rappresentanti della FIFA presenti sul posto: “Questa è una mancanza di rispetto“, ha ripetuto.

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Tornando sul piano tecnico, il ct brasiliano ha riconosciuto le difficoltà della sua squadra, ma non ha fatto drammi. “Non è un cattivo risultato“, ha spiegato, ricordando che un Mondiale non si decide alla prima partita. Ha però ammesso che il primo tempo disputato dal Brasile è stato decisamente insufficiente e che saranno necessari miglioramenti nelle prossime uscite, senza escludere possibili cambiamenti nella formazione titolare.

Il nervosismo di Ancelotti era già emerso pochi minuti dopo la partita, durante le interviste a bordo campo. Alle domande sulle modifiche necessarie a livello tattico, il tecnico ha risposto in modo estremamente sintetico: “Dobbiamo migliorare“. Quando gli è stato chiesto di indicare un aspetto specifico su cui intervenire, ha chiuso rapidamente la conversazione con un secco: “No”. Lo stesso atteggiamento si è ripetuto quando i media brasiliani hanno insistito sul mancato impiego di Endrick. Anche in quel caso Ancelotti ha evitato qualsiasi approfondimento individuale: “Non sono qui per parlare di un solo giocatore”. Una risposta netta, con cui ha ribadito la volontà di concentrarsi sulla prestazione collettiva piuttosto che sulle scelte riguardanti i singoli.

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Il vannacciano Sasso: “O con noi o contro di noi. Quando andremo al potere, faremo davvero le cose”. Bagarre a Omnibus

Tensione alle stelle a Omnibus, su La7, dove va in scena lo scontro tra Rossano Sasso, deputato passato dalla Lega a Futuro Nazionale, e Gino Zavalani, content creator e direttore editoriale di Esperia Italia, progetto media digitale vicino a Fratelli d’Italia. Zavalani, di origine albanese e con cittadinanza italiana da oltre 20 anni, pone una domanda semplice e provocatoria: quali sono i criteri “scientifici” per restare in Italia senza rischiare la remigrazione? Sasso, in collegamento da Roma prima della chiusura dell’assemblea di Futuro Nazionale, parte subito all’attacco con un interrogatorio marziale: “Si è integrato nella nostra società?”, “Ha un lavoro?”, “Ha mai infranto le nostre leggi?”, “È rispettoso del popolo che lo ha accolto?”.
Ogni domanda arriva secca, quasi a mitraglietta. La giornalista Ludovica Ciriello prova a inserirsi: “Ma chi lo decide?”. Sasso la ignora olimpicamente e continua la sua check-list. Quando Zavalani risponde sì a tutto (lavoro, rispetto, gratitudine), Sasso concede magnanimo: ” Allora, lei non solo è il benvenuto, ma rappresenta la stragrande maggioranza di immigrati che è ben accetto qui”. Ciriello commenta ironica: “Il tribunale Sasso”. Risposta piccata del deputato: “No, è il tribunale dei cittadini italiani stanchi dell’immigrazione clandestina fuori controllo”.

Il tono sale ulteriormente quando viene evocata la tragedia di Modena. Gaia Tortora ricorda che El Koudri è un cittadino italiano, ma l’ex leghista ribatte: “Non è un cittadino italiano, è marocchino. Marocchino“. Tutto lo studio rumoreggia dissentendo, ma Sasso è irremovibile: “Dovremmo rivedere qualche criterio per revocare la cittadinanza a dei criminali. Le nostre strade e le nostre piazze sono piene di criminali che non dovrebbero restare un giorno in più sul suolo patrio. Chi è contrario è complice. O con noi o contro di noi!“.
Zavalani ironicamente rilancia: “Allora revochiamo la cittadinanza anche agli italiani che guidano ubriachi e rischiano di ammazzare qualcuno”. Sasso, visibilmente infastidito dal contropiede, lo liquida: “Complimenti per l’approfondimento e la satira di questo signore che evidentemente lavora per qualcuno. Chiami i suoi amici parlamentari del centrodestra moderato e avanzi questa proposta”.
Gaia Tortora prova a mediare, ma Sasso è ormai lanciato, chiudendo il suo intervento in modalità “comizio” e con toni decisamente poco eleganti nei confronti di Ludovica Ciriello: “Noi di Futuro Nazionale, quando andremo al potere, le cose le faremo davvero. Con buona pace della “dottoressa Ludovica”, degli influencer e della splendida dottoressa Tortora”.

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Jannik Sinner e Laila Hasanovic insieme al supermercato: la spesa del tennista | Video

Giorni di allenamento e relax per Jannik Sinner a Montecarlo. Il tennista numero 1 del mondo ha scelto di rimanere a casa per preparare il torneo di Wimbledon, in programma da lunedì 29 giugno. Nessun torneo di preparazione, per prepararsi al meglio dopo la delusione del Roland Garros e gli esami a Milano sul suo stato di salute. Sinner è stato pizzicato insieme alla compagna Laila Hasanovic mentre fa la spesa al supermercato: il video, ça va sans dire, è diventato subito virale.

In realtà le immagini postate da un utente su TikTok mostrano un momento di normale vita quotidiana: Sinner e Hasanovic camminano tra le corsie, si sente la modella parlare di granola e di succo d’arancia, evidentemente graditi per la colazione. La coppia si sta godendo gli ultimi attimi insieme, prima di un altro periodo intenso. Se il tennista tra poco più di una settimana volerà a Londra, proprio per cominciare a saggiare l’erba di Wimbledon, Laila Hasanovic invece è già attesa domani, 15 giugno, a Milano: secondo i rumors, sfilerà al concerto di Achille Lauro a San Siro, un evento-show che unirà moda e musica.

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L’interprete massacrato in casa a Milano: l’agguato durante un incontro intimo e le indagini su chat e app

Era riverso in terra in posizione supina, con il cranio fracassato mentre nell’appartamento erano presenti numerose tracce di sangue. Roberto Guerrino, il 60enne interprete internazionale di conferenza, è stato trovato così sabato nell’abitazione dove viveva, al quarto piano di uno stabile nel quartiere NoLo di Milano, in via Nino Oxilia poco distante da piazzale Loreto. Era seminudo. Addosso aveva solo delle calze a rete, un bustier e un paio di scarpe con i tacchi. Dettagli che hanno subito indirizzato gli investigatori su una pista: Guerrino è stato ucciso, con ogni probabilità, durante o al termine di un incontro intimo.

Non ci sarebbero però segni di rapina nell’appartamento. Guerrino – che avrebbe compiuto 61 anni esattamente fra un mese – è stato colpito alla testa con un corpo contundente che i carabinieri del Comando Provinciale di Milano stanno ancora cercando. Un grosso oggetto, forse un soprammobile presente in casa. Un omicidio avvenuto probabilmente a notte fonda, anche se nessuno dei vicini avrebbe sentito le urla. Il cadavere del 60enne è stato ritrovato nel primo pomeriggio di sabato, ma era già morto da almeno dodici ore.

Secondo quanto si apprende, Guerrino era in ottimi rapporti con il suo ex, originario come lui di Genova e lì residente, tanto da sentirsi tutti i giorni. Sarebbe stato lui ad allertare i parenti visto che non aveva notizie di lui da venerdì. Così anche la nipote del 60enne ha provato più volte a contattarlo, senza però ricevere risposta. Da lì la chiamata al 112 e l’intervento dei carabinieri e dei vigili del fuoco. Non è stato necessario però forzare la porta dell’appartamento: un’anziana vicina di casa, che spesso aiutava la vittima a innaffiare le piante di casa quando lui era in viaggio, aveva una copia delle chiavi. Porta blindata che è risultata chiusa con diverse mandate: si ipotizza che il killer abbia utilizzato e portato via il mazzo di chiavi di Guerrino dopo l’omicidio.

Gli investigatori stanno analizzando le telecamere di videosorveglianza della zona, un quartiere che però è molto movimentato nel weekend. Si cercando anche eventuali tracce biologiche da rapporto sessuale mentre, in contemporanea, sono in corso verifiche anche sulle app di incontri: chat che potrebbero essere fondamentali per ricostruire quanto accaduto.

La vittima era un noto interprete internazionale: nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete per nomi nazionali e internazionali come l’ex presidente americano Bill Clinton, re Carlo d’Inghilterra, i presidenti Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Dalle parole di alcune residenti nello stesso edificio “era un brava persona, gentile con tutti” e “nessuno aveva mai avuto problemi con lui”. La notizia della sua morte violenta ha creato forte choc nel condominio.

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La lirica e la guerra continua tra gli ultrà delle regie: moderna o tradizionale? Falso problema. Le opere non vanno rese attuali: lo sono già. Una guida al dibattito (che non avrà una fine)

Nel luglio del 1976, al Festival di Bayreuth, il pubblico accolse il nuovo Ring di Richard Wagner con una tempesta di fischi. Per molti spettatori era uno scandalo intollerabile. Niente foreste germaniche, niente eroi romantici, niente mitologia nordica come la tradizione imponeva. Il regista francese Patrice Chéreau aveva trasformato la Tetralogia in un racconto sulla rivoluzione industriale, sul capitalismo e sulla nascita della modernità. Gli dèi sembravano industriali dell’Ottocento, i Nibelunghi operai sfruttati, il Reno una metafora della ricchezza e del potere. Oggi quello stesso spettacolo viene considerato uno dei momenti più importanti della storia della regia d’opera. È una scena che vale la pena ricordare ogni volta che, in un teatro, scoppia l’ennesima polemica per una Butterfly ambientata nel presente, per un Don Giovanni trasformato in magnate della finanza o per un Rigoletto che abbandona il Rinascimento per ritrovarsi in una periferia contemporanea. Perché la grande illusione che accompagna ogni dibattito sulle regie operistiche è che esista un momento originario di purezza da difendere. Una sorta di età dell’oro in cui le opere venivano rappresentate “come volevano gli autori”. In realtà, quell’età dell’oro non è mai esistita.

La sopravvivenza della lirica? Passa dal suo cambiamento continuo

L’opera ha attraversato quattro secoli non perché sia stata conservata sotto una campana di vetro, ma perchè ogni generazione l’ha tradita un po’. La sua sopravvivenza dipende precisamente da questo paradosso: cambiare continuamente per restare uguale a se stessa. È questa la vera questione che attraversa oggi i teatri di tutto il mondo. Non il confronto tra tradizione e modernità: formula ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. Piuttosto, una domanda molto più sottile: dove finisce l’interpretazione e dove comincia la sostituzione dell’opera? Quando una regia illumina un capolavoro e quando invece lo usa semplicemente come pretesto per parlare d’altro? Le controversie che agitano oggi il mondo lirico non sono, come spesso si racconta, una conseguenza delle “guerre culturali contemporanee”. Quelle guerre hanno semmai reso più visibile una tensione che esiste da decenni. Già negli anni Settanta e Ottanta il cosiddetto Regietheater (“teatro di regia”) tedesco aveva messo in discussione il rapporto tra testo e rappresentazione. Registi come Chéreau, Harry Kupfer, Ruth Berghaus o Peter Konwitschny partivano da un presupposto rivoluzionario: il compito della regia non era illustrare l’opera, ma interpretarla. Da allora, nulla è stato più come prima e il fenomeno ha progressivamente conquistato l’Europa. Oggi figure come Barrie Kosky, Katie Mitchell, Dmitri Tcherniakov, Robert Carsen, Calixto Bieito o Damiano Michieletto appartengono a quella geografia stabile della grande opera internazionale. Piacciano o meno, sono loro ad aver definito il linguaggio visivo dell’opera del XXI secolo.

Avanguardia vs conservazione? Macché!

Eppure sarebbe un errore ridurre tutto a una contrapposizione tra avanguardia e conservazione. Prendiamo Madama Butterfly. Per oltre un secolo, quest’opera di Giacomo Puccini è stata rappresentata attraverso l’immaginario esotico costruito dall’Occidente sulla cultura giapponese: ventagli, ciliegi in fiore, eleganza orientale filtrata da uno sguardo europeo. Oggi molti registi leggono invece quell’opera come una storia di dominio coloniale, di sfruttamento economico e sessuale, di squilibrio tra culture. La nota produzione di Damiano Michieletto per il Regio di Torino nel 2010, ha spinto questa interpretazione fino alle sue conseguenze più radicali. Cio Cio-san non è più una figura sospesa in un Oriente da cartolina, ma una giovane donna schiacciata da rapporti di forza che il pubblico contemporaneo riconosce immediatamente. Il punto qui non è modernizzare Puccini: è chiedersi se quei temi non fossero già presenti nell’opera. E se, semplicemente, per decenni non li avessimo voluti vedere.

Non solo nostalgia: il problema è se la regia divora l’opera

La stessa domanda attraversa molte delle produzioni più discusse degli ultimi anni. Quando Robert Carsen ambienta un’opera in un universo dominato dal consumismo contemporaneo, quando Kosky legge il repertorio attraverso le ossessioni della memoria europea o quando Tcherniakov trasforma drammi storici in claustrofobiche vicende familiari, il loro obiettivo non è necessariamente provocare. È rendere visibile qualcosa che ritengono già contenuto nel testo. Naturalmente non sempre funziona. Esistono produzioni in cui il concetto registico finisce per divorare l’opera stessa. E il pubblico se ne accorge subito. Non perché sia conservatore, ma perché percepisce una frattura. Quando il significato imposto dall’esterno diventa più forte della struttura drammatica concepita da compositore e librettista, il meccanismo si inceppa. È qui che nasce gran parte delle contestazioni contemporanee. Raccontare le contestazioni come la reazione di un pubblico incapace di accettare la modernità significa fraintendere il problema. Certo, esiste una componente di nostalgia. Esiste una parte di spettatori che desidera ritrovare in teatro esattamente ciò che ha già visto decine di volte.

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La "Carmen" diretta da Damiano Michieletto, uno dei più apprezzati registi al mondo, in questi giorni in scena alla Scala Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

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Evgenij Onegin di Robert Carsen, regista canadese tra i più visionari e acclamati nel mondo, in una recita all'Opera di Roma

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Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich che ha aperto la stagione scaligera a dicembre. La regia era affidata al giovane Vasily Barkhatov

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Il rivoluzionario e (all'epoca contestatissimo) Ring di Richard Wagner con la regia di Patrice Chereau

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Il Don Giovanni di Mozart in una storica rappresentazione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito, celebre per le sue regie "radicali"

Ma esiste anche un’altra realtà. Molti tra gli spettatori più “severi” conoscono il repertorio meglio di chiunque altro. Il loro bersaglio non è l’innovazione, ma ciò che percepiscono come un’interpretazione arbitraria. Non rifiutano le regie contemporanee: rifiutano le regie che, ai loro occhi, smettono di dialogare con l’opera per sovrapporsi ad essa. Un esempio interessante riguarda alcune recenti produzioni di Dmitri Tcherniakov. Tcherniakov è uno dei più grandi registi viventi, ma una parte della critica gli rimprovera occasionalmente di rileggere opere molto diverse tra loro attraverso una medesima lente psicologica. Lente che spoglia i grandi affreschi storici, politici o epici di castelli e battaglie, focalizzandosi sulle nevrosi, sui trami repressi e sulle dinamiche tossiche all’interno di nuclei ristretti (spesso borghesi o aristocratici). Quando funziona, e spesso funziona magnificamente, il risultato è straordinario. Quando funziona meno, può nascere la sensazione che sia l’opera ad adattarsi al vocabolario registico di Tcherniakov, e non il contrario. In altre parole, il problema non sarebbe la radicalità delle sue letture, ma il rischio che lo spettatore riconosca prima Tcherniakov che Wagner, Verdi o Bizet.

La ricetta segreta? Il legame tra passato e presente

Ora, oggi nessuno si scandalizza per il Ring di Chéreau. Nessuno considera sovversive le regie di Giorgio Strehler o le intuizioni teatrali di Luca Visconti. Eppure, al loro apparire, suscitarono reazioni violentissime. Ciò che all’inizio viene percepito come provocazione, spesso col tempo entra nel canone. E la storia dell’opera è piena di questi rovesciamenti. Franco Zeffirelli, oggi elevato a simbolo della tradizione, fu a sua volta un innovatore radicale. Le sue produzioni spettacolari modificarono profondamente il gusto del pubblico internazionale. Anche quella era una forma di reinterpretazione. Soltanto che, con il passare dei decenni, l’innovazione si è trasformata in consuetudine e la consuetudine in tradizione. Il vero tema, allora, non è stabilire se una regia debba essere moderna o tradizionale. È capire se riesca a creare una relazione autentica tra il passato e il presente. Perché l’opera vive precisamente in questo spazio ambiguo. Nessuno mette in scena Shakespeare come nel Seicento. Nessuno pretende che il teatro di prosa ricostruisca fedelmente ogni convenzione dell’epoca elisabettiana. Eppure nel mondo lirico continua a riaffiorare periodicamente l’idea che esista una fedeltà assoluta da preservare. Ma la fedeltà, in arte, non è mai una fotografia. È una forma di traduzione. Ogni regia traduce. Ogni allestimento seleziona, enfatizza e interpreta. Persino la più filologica delle produzioni è il risultato di una scelta culturale contemporanea. La differenza è che oggi quella traduzione è diventata più visibile. Viviamo in una società che discute continuamente di identità, potere, genere, colonialismo,ambiente o tecnologia. È inevitabile che i registi rileggano Verdi, Wagner, Mozart o Puccini attraverso queste lenti. Sarebbe strano il contrario.

Le grandi regie? Non fanno la morale: aprono una domanda

La vera sfida, dunque, consiste nel non ridurre le opere a semplici veicoli di messaggi contemporanei. Le grandi regie non impongono mai una morale, ma aprono una domanda. Quando funzionano, riescono a creare una strana sensazione di inevitabilità. Lo spettatore esce dal teatro con l’impressione che quell’opera fosse sempre stata così e che soltanto adesso ne abbia compreso un aspetto nascosto. Quando non funzionano, invece, rimane soltanto il gesto. Questo discrimine sarà probabilmente decisivo per il futuro dell’opera. Perché dietro il dibattito estetico si nasconde una questione molto concreta: la sopravvivenza stessa del repertorio. I teatri si trovano di fronte a una trasformazione generazionale senza precedenti. Il pubblico storico invecchia, le abitudini culturali cambiano e le nuove generazioni crescono in un contesto dominato dalle immagini e dalla frammentazione dell’attenzione. Pensare che l’opera possa affrontare questa trasformazione limitandosi a conservare se stessa è un’illusione. Ma è altrettanto illusorio immaginare che possa salvarsi inseguendo il presente a ogni costo.

Rendere attuali le opere? Non c’è bisogno: lo sono già

Ogni volta che si discute di una regia contemporanea si assume implicitamente che il problema sia come rendere attuale un’opera di due o tre secoli fa. Ma le opere non hanno bisogno di essere attualizzate: sono già contemporanee. L’ambizione di un regista come Chéreau non era rendere Wagner più vicino agli anni Settanta; quella di Michieletto non è rendere Puccini più vicino agli anni Duemila; l’ambizione di Carsen, Kosky o Tcherniakov non consiste nel trasportare artificialmente il repertorio nel presente. Consiste nel dimostrare che il presente era già lì: dentro quelle partiture, dentro quei libretti, dentro quelle storie. Quando una regia funziona davvero, produce un fenomeno curioso. Non abbiamo la sensazione di assistere a un’opera reinterpretata. Abbiamo la sensazione che l’opera ci stesse aspettando. Come se Mozart, Verdi o Wagner (e i loro librettisti) avessero previsto qualcosa che soltanto ora siamo in grado di riconoscere. Per questo il dibattito sulla fedeltà è spesso fuorviante. La fedeltà letterale interessa relativamente poco. Nessun direttore d’orchestra pensa che Mozart possa essere ascoltato oggi esattamente come veniva ascoltato nel Settecento. Nessun interprete si esprime secondo le stesse convenzioni vocali che dominavano i teatri dell’Ottocento. Ogni esecuzione è già una traduzione. La vera fedeltà riguarda un’altra cosa: la capacità di preservare la forza di una domanda. Le grandi opere non ci consegnano risposte: ci consegnano conflitti. Potere e desiderio in Don Giovanni. Violenza e marginalità in Rigoletto. Colonialismo e sopraffazione in Madama Butterfly. Denaro, dominio e distruzione nel Ring. Le epoche cambiano, le domande restano. Forse il destino dell’opera dipenderà proprio da questo equilibrio delicatissimo. Non dalla conservazione nostalgica di un passato idealizzato e nemmeno dall’ossessione di rendere ogni titolo uno specchio dell’ultima battaglia culturale del momento. Dipenderà dalla capacità di continuare a produrre interpretazioni abbastanza audaci da riaprire il significato delle opere e abbastanza umili da riconoscere che quel significato non appartiene al regista, ma all’opera stessa.

In fondo, un classico non è un testo che resiste al tempo. È un testo che costringe il tempo a misurarsi continuamente con lui. Ed è per questo che, a mezzo secolo dai fischi di Bayreuth, la lezione di Chéreau continua a parlare al presente. Il problema non è decidere se un’opera debba essere tradita. Il problema è capire se quel tradimento sia abbastanza intelligente da rivelarne una verità che ancora non avevamo visto.

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“Amanda Lear si vede lontano un chilometro che è trans e ho le prove. Era gelosa di me. Quando battevo al Parco Ravizza si è fermato Alain Delon col taxi e siamo finiti a letto”: parla Maurizia Paradiso

“Sono un ragazzo con la fi*a e le tette. Me le sono fatte nel 1978, tu dovevi ancora nascere”. Parola di Maurizia Paradiso attrice e conduttrice popolarissima nelle tv private dagli Anni 80 e ospite in diverse trasmissioni nazionali. Tra i suoi lavori “Colpo Grosso” e incursioni nel mondo hard.

“Fino a quando sono stato maschio uso il maschile, dopo l’operazione uso il femminile. – ha raccontato a FanpageMi sono fatta seno e vulva per averle a portata di mano e non chiederle mai più a nessuno. L’unica donna al mondo a cui ho chiesto qualcosa è stata Moana Pozzi. Di lei ero davvero innamorato e innamorata, sia prima che dopo le operazioni. A me piaceva baciarla”.

Poi le rivelazioni: “Nel periodo in cui battevo al Parco Ravizza si è fermato Alain Delon che passava col taxi. Io 20 anni e bellissima, lui stupendo, sono salita e siamo finiti a letto. Ma sono stata amata anche da Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio e Walter Chiari, che è morto sulla poltrona di casa mentre guardava la mia trasmissione su Rete A”.

E sul contenzioso con Amanda Lear ha dichiarato: “Continua a dire che è donna ma si vede lontano un chilometro che è trans e ho le prove. Il suo manager Luciano Tosetto, che è stato anche il mio, una volta mi ha fatto vedere il documento d’identità di Amanda dove c’era scritto Alain Maurice, il suo vero nome alla nascita, nato a Saigon nel 1939. Poi deve aver cambiato sesso come ho fatto io. Lei nega e dice che denuncia chi lo sostiene, ma poi non denuncia mai. Infatti sono anni che lo dico e non mi ha mai mandato nessuna querela. Perché io ce l’ho la foto di quel documento. Con Amanda ci ho lavorato ed era gelosa di me perché ero più bella. Lei era stuzzicante perché ambigua, io invece ero una bellezza più classica, alla Virna Lisi”.

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Trump festeggia 80 anni alla Casa Bianca con un maxi evento di arti marziali: sullo sfondo la pace con l’Iran e i sondaggi in calo

È tutto pronto alla Casa Bianca, dove questa notte Donald Trump festeggerà il suo 80esimo compleanno con un evento senza precedenti. Il cuore della celebrazione è l’Ufc Freedom 250: combattimenti in una gabbia sul prato sud della residenza presidenziale. Sette incontri di arti marziali miste, oltre 4mila spettatori e 60 milioni di dollari spesi per l’organizzazione dell’evento. Formalmente lo spettacolo rientra nelle celebrazioni per i 250 anni dall’indipendenza americana, ma sovrapponendosi con il compleanno del presidente si è trasformato in uno show personale.

L’evento alla Casa Bianca diventerà il primo evento sportivo professionistico in assoluto ad essere ospitato nella residenza presidenziale degli Stati Uniti. Le oltre 4mila persone ospitate nel prato sud potranno accedere solo tramite invito ufficiale, mentre altre 85mila saranno presenti a poche centinaia di metri, sull’Ellipse e nell’area del National Mall, per seguire lo spettacolo sui maxischermi. Nei giorni scorsi lo studio legale Public Integrity Project ha intentato una causa per bloccare l’evento definito da loro “profondamente corrotto”.

Lo spettacolo è però riuscito a resistere: bisognerà vedere se reggerà anche contro il meteo. La pioggia prevista questa sera su Washington potrebbe smorzare l’enfasi degli scontri, tutti all’aperto: i combattimenti infatti si svolgeranno nella “Claw“, una struttura metallica alta 28 metri e di 600 tonnellate. Tutto inizierà alle 20.00 ora locale (24.00 ora italiana) ma il main event sarà l’incontro tra il peso leggero georgiano-spagnolo Ilia Topuria e l’americano Justin Gaethje. Sarà trasmesso in esclusiva su Paramount+, piattaforma gestita dall’amico di Trump, David Ellison, nonostante l’anno scorso, come riporta Bbc, l’Ufc abbia siglato un accordo da 7,7 miliardi di dollari con il servizio di streaming concorrente di Netflix.

L’evento evoca il modello “panem et circenses” dell’antica Roma: grandi spettacoli per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà politiche ed economiche del Paese. Gli Stati Uniti in effetti si avvicinano alla grande serata in una fase particolarmente complessa. Innanzitutto Washington è impegnata in delicati negoziati con l’Iran per cercare di mettere fine al conflitto in corso: sembra che le due parti non siano mai state così vicine alla firma, pare digitale, ma l’incertezza rimane alta. Trump è poi alla prese con le divisioni interne e un disperato bisogno di mantenere alto il gradimento nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato a novembre. A questo si è aggiunto nelle ultime ore anche un duro colpo per l’orgoglio del tycoon, perché, in ottemperanza all’ordine di un tribunale, il Kennedy Center di Washington è tornato a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald. L’edificio, da cui è stata rimossa la scritta con il nome di Trump a caratteri cubitali, era stato dedicato anche al presidente in carica appena sei mesi fa.

Negli Stati Uniti, proprio in occasione della festa, si è riaperto anche il tema sulla salute di Trump. A 80 anni, è già il presidente eletto in età più avanzata nella storia americana, superando Joe Biden, a cui il tycoon aveva rivolto aspre critiche in campagna elettorale, e non solo, proprio per la sua anzianità. Alcuni sondaggi, come riporta Associated Press, mostrano dubbi crescenti sulla lucidità mentale e sulla tenuta fisica del 47esimo presidente Usa. Tutte accuse che la Casa Bianca ha respinto citando i recenti controlli medici a cui il festeggiato si è sottoposto nelle scorse settimane: “eccellente salute”, sarebbe l’esito delle visite. Il confronto con il suo predecessore dem però rimane inevitabile, non solo sulla condizione fisica, ma anche sul modo di festeggiare. Biden aveva infatti celebrato i suoi 80 anni nel 2022 con un brunch privato in famiglia, lontano dai riflettori.

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Botte, schiaffi e urla scoppia la rissa in spiaggia tra due massaggiatrici: “Questo cliente è mio, non toccarlo”. Il video diventa virale, ma poi viene rimosso

Una vera e propria rissa in spiaggia è stata immortalata da un video che è diventato virale, poi però l’utente su Instagram si è reso conto della portata delle immagini e ha rimosso tutto. In ritardo però perché le immagini sono state salvate dagli altri utenti social con frame mentre la clip è stata scaricata ed è circolata lo stesso.

In spiaggia, un una località non definita della Toscana, come riporta Il Mattino, due massaggiatrici si sono lanciate in una vera e propria rissa per un cliente. Nel video si vede una donna intenta a massaggiare la schiena di un cliente sdraiato sul lettino del lido, attorno lui un gruppetto di amici distratti al cellulare, a leggere un libro o a fare una pennichella.

D’un tratto è arrivata un’altra massaggiatrice che ha offerto i suoi servizi agli amici di ombrellone. Ma uno di questi ha risposto che hanno già pagato 30 euro per due massaggi e, in quel momento, la donna stava servendo il primo cliente. La seconda massaggiatrice si è offerta lo stesso, proponendo 15 euro a testa.

Ma la prima massaggiatrice che ha sentito la contrattazione si è alterata e ha urlato alla “concorrente” che ormai stava facendo lei il servizio e che la paga sarebbe andata tutta a lei. Da qui botte da orbi, schiaffi e urla ed è il caos tra i bagnanti che hanno cercato di riportare la calma.

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Futuro nazionale, Vannacci chiude l’assemblea: “Femminicidio? Non esiste, non serve reato specifico”. Sul palco lotta alla “dittatura Lgbtq” e alla “islamizzazione dell’Italia”

Dal palco “ne ho per tutti”, e via di attacchi alla stampa, al centrodestra, alla “sinistra”. Ma in sala stampa è più accomodante: prende tutte le domande dei giornalisti, e nel secondo giorno, quello che all’Auditorium Conciliazione di Roma chiude l’assemblea di Futuro nazionale, ammorbidisce i toni anche coi – potenziali – futuri alleati. Dà ragione a Giorgia Meloni sulla polemica di Più libri più liberi e il cosiddetto “patentino di antifascisti”. E ha parole al miele per Matteo Salvini, che ieri non ha mai citato: “Lui al Viminale? Perché no, lo ha già fatto. Ci sono tante persone che potrebbero farlo, Salvini è tra queste”. Per precisare, infine, che “non voglio fare implodere il centrodestra“.

Remigrazione e femminicidio

Roberto Vannacci, anche oggi, parla di sé in terza persona. Come mettere in pratica la remigrazione, il suo cavallo di battaglia? Basta un atto di fede: “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”. Poi aggiunge: “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali laddove non ci fossero con gli Stati di origine, ma ce ne sono quasi con tutti”. Naturalmente la retorica bellicista è sempre presente. Per le elezioni del 2027, “siamo già in trincea. Siamo pronti anche domani, Meloni decida la data e noi ci siamo”. In sala stampa, un altro cavallo di battaglia: “Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”: E ancora: “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri“.

Lotta alla “ideologia gender”, “presente” e Almirante

Sul palco, prima di lui, il deputato di FnV, Domenico Furgiuele, ex Lega, che saluta i “camerati che ritornate a casa con me”, che cita Bobby Sands e Sergio Ramelli, al cui nome si avvertono in sala i “presente“. “Continueremo a essere tempesta e assalto” dice. A prendere la parola c’è anche Rossano Sasso, che chiede di mostrare le – nuove – bandiere di Futuro nazionale e fa uso della retorica bellicista per dire che “siamo in lotta contro l’islamizzazione dell’Italia”, contro “l’ideologia gender“, contro la “dittatura Lgbtq”, “Lottiamo contro l’egemonia culturale della sinistra nelle scuole”, tanto che addirittura propone “test psicoattitudinali per gli insegnanti”. Perché “ce ne sono tanti che hanno rovinato i ragazzi”, penalizzando chi “non frequenta i centri sociali o non canta Bella ciao”.

Sul palco sale anche Massimo Arlechino, presidente del Movimento Indipendenza di Gianni Alemanno, che è confluito in FnV. “Lui sta in una cella in condizioni inumane” dice Arlechino, seguito dai cori in platea “Gianni, Gianni”. E legge il messaggio dell’ex sindaco di Roma, commuovendosi: “È l’età”. Lettera che si apre con un “fare politica controcorrente costa caro, e io ho pagato con la libertà”. Poi gli attacchi agli “immigrati che cancellano la nostra identità nazionale. Grazie a Roberto Vannacci che ha il coraggio di combattere”.

Prima di Vannacci, prende la parola il responsabile nazionale per il programma di FnV, Lorenzo Gasperini, già candidato alla Camera per il centrodestra e un passato nella Lega. “Il nostro è un programma in italiano, senza asterischi e senza schwa – dice – Non ci sarà l’interruzione volontaria di gravidanza, ma l’aborto; non ci sarà la gestazione per altri, ma parleremo di utero in affitto; non il suicidio assistito, ma l’omicidio volontario di un consenziente. La politica è la continuazione della guerra e della difesa della patria ma con altri mezzi”, aggiunge Gasperini, parafrasando la massima del generale prussiano Carl von Clausewitz, che affermava che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Gasperini cita più volte Giorgio Almirante: “L’Europa o va a destra o non si fa”. Ma “vale anche per il centrodestra. O si mette in testa di andare a destra, o non si fa”.

Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni anticipa che “il programma di FnV verrà pubblicato domani e sarà composto da 140 pagine” e spiega che i “comitati costituenti andranno avanti e si rafforzeranno. Ci porteranno alle elezioni del 2027, facendo anche attività culturali e sportive” (Vannacci li definisce “avanguardie futuriste”). Qui la citazione di Giovenale (“Mens sana in corpore sano”) e l’attacco alla “cultura della sinistra, pervasiva, che ha distrutto il Paese”. Poi la presentazione della mozione (approvata per acclamazione): “L’assemblea nazionale viene allargata da cento a 120 membri per premiare i territori”. Con l’ampliamento anche dell’esecutivo “da 15 a 30 persone”, coi nuovi 15 nomi che “verranno stabiliti nei prossimi giorni in base al merito”. I coordinatori regionali e locali verranno eletti più avanti.

L’intervento di Vannacci tra Matrix, i longobardi e Lucio Dalla

“Non ha bisogno di presentazioni” dice il deputato Edoardo Ziello prima dell’intervento di Vannacci. E scandisce insieme alla platea “generale, generale”. Vannacci, finalmente dietro al microfono, tira in ballo Via del Campo di Fabrizio De André (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”) per nobilitare “la sporca dozzina”, dopodiché attinge ancora dal “campo militare”, paragonando il programma politico al “piano d’azione” e citando di nuovo Carl von Clausewitz. Ancora un riferimento al film Matrix per dire che “non esiste una nazione prospera in cui l’essere umano non fa una mazza dalla mattina alla sera” e “che non possiamo stare seduti sul divano ad aspettare la paghetta di Stato“. “Siamo la speranza dell’Italia vera, del popolo italiano che finalmente si sta svegliando”.

Prima di illustrare il programma “punto per punto”, Vannacci fa ascoltare la colonna sonora scelta per “le nostre avanguardie futuriste”: Futura di Lucio Dalla. Sulla sicurezza e sulla difesa dice che “non ci deve più essere il sentimento della paura. A casa propria ognuno deve essere sicuro. Non c’è spazio in Italia per i criminali. Per uccidere, rubare e stuprare ci saranno carceri e tolleranza zero”. Naturalmente l’elogio delle forze dell’ordine e delle forze armate: “Meritano rispetto”. Parla di “rastrellamenti delle metastasi dell’illegalità nelle nostre città” sulle quali lavoreremo. E infatti arriva la remigrazione: “Non abbiamo un programma di immigrazione, ma di remigrazione. La misura è colma. La criminalità è un effetto strutturale e fisiologico” della presenza di persone straniere.

Sul fronte della cultura “la sinistra ha cercato di convincerci che l’Italia non ci appartiene, poiché da sempre terra di immigrazione”. E allora l’excursus storico per dire che l’immigrazione storica più importante “è stata quella dei longobardi, il 4%, i saraceni erano meno dell’1%, come i normanni”. Mentre “oggi siamo al 12% di stranieri. Noi faremo il massimo perché si torni a una presenza pari a quella dei longobardi, cioè il 4%. Con il rimpatrio, la revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati. L’Italia tornerà a essere la casa degli italiani”.

Vannacci poi critica l’energia rinnovabile, elogia “il termico, che contribuisce alla nostra prosperità”, punta sul “nucleare di ultima generazione” e sulle biomasse “vero combustibile autocratico“. Via, ovviamente, la carbon tax. “Pagare le tasse non è bello ma è necessario”, tuttavia “noi vogliamo un fisco giusto e proporzionato, chi fa figli manda avanti il Paese, per questo la tassazione ne deve tenere conto”. E ancora: “La scuola deve essere dura e selettiva. Non perché vogliamo essere cattivi, ma perché la vita è dura e selettiva. La mia vita è stata così. Se i soloni della sinistra parlano di ‘disagio giovanile’ è perché la scuola buonista contribuisce a crearlo”. Ci sono corsi sui “diritti dei migranti, progetti gender”, la scuola è diventata “un laboratorio del Pd. Noi vogliamo tornare a parlare degli italiani. E ai ragazzi dico: se vi piace fare il falegname, fate il falegname. Se vi piace fare l’agricoltore, fate l’agricoltore. Non è obbligatorio fare il liceo, diventare scienziati o architetti”. Ovazione dalla platea. “La nostra proposta è portare il libretto di lavoro a 14 anni. Io sono cresciuto così, e credo anche molti di voi. Perché se un ragazzo d’estate vuole fare il cameriere, o aiutare il padre o la madre in negozio, perché non può farlo? Perché non può essere assunto?”. E il lavoro “non te lo porta a casa lo Stato, te lo devi cercare tu. Devi battere i marciapiedi, mandare i curricula. Bisogna darsi da fare”.

Quando affronta la sanità, avverte che “gli ospedali non devono essere quei posti in cui si praticano falloplastiche o altre amenità simili” o “si iniettano” farmaci “per bloccare la crescita ormonale degli adolescenti”. Perciò “parlare di sanità vuol dire anche parlare di sport, ‘mens sana in corpore sano’. Alla cultura del bivacco preferiamo la cultura dell’azione per la formazione del carattere e del fisico degli italiani“. Per quanto riguarda la demografia, Vannacci fa riferimento al panda del Wwf: “Al suo posto, oggi andrebbe messo il bambino italiano, poiché in estinzione. E non mi venite a dire che dovremmo importare i bambini stranieri, come era stato pianificato dall’Onu, l’immigrazione di sostituzione. La famiglia è la cellula fondamentale della società. Non vi è un solo italiano che non sia stato generato da un padre e da una madre italiani. Vogliamo riattivare il saldo demografico della nazione” e per questo “al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità“. La conclusione del suo intervento: “Oggi i giornalisti hanno capito che Vannacci non parla solo di sicurezza e immigrazione. Vannacci oggi ha fatto il frontman, ma Futuro nazionale non è il mio partito”, e rivolto alla platea, “è il vostro. Questo non sarà il partito dei capibastone, ma dei leader, che avranno il compito di formare altri leader. Sogno un partito in cui Vannacci è l’ultimo dei poveracci, attorniato da persone più brave, più intelligenti e più belle di lui”. Per finire con una citazione, rigorosamente in russo, de L’idiota di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La voce di Dalla chiude l’assemblea.

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Terminata la rimozione del nome di Donald Trump dalla facciata del Kennedy Center di Washington

Il nome di Donald Trump è sparito. Il Kennedy Center di Washington torna a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America assassinato il 22 novembre del 1963 a Dallas. Un duro colpo da incassare per il tycoon proprio il giorno del suo 80esimo compleanno.

Gli operai hanno rimosso completamente la scritta a caratteri cubitali con il nome del presidente Trump, che era stata applicata sull’edificio meno di sei mesi fa, in ottemperanza all’ordine del tribunale di annullare il cambio di denominazione. Un giudice aveva accolto la richiesta del Kennedy Center di ottenere più tempo per rimuovere in via definitiva il nome di Trump, concedendo alla struttura fino a mezzogiorno di sabato, dopo che l’organizzazione non aveva rispettato la scadenza delle 23:59 di venerdì. La proroga di 12 ore era stata concessa dopo che i legali del Dipartimento di Giustizia, in rappresentanza del centro, avevano riferito venerdì sera che, malgrado i lavori fossero in corso, i temporali abbattutisi sull’area di Washington avevano causato dei ritardi. Un telo bianco continua a coprire l’impalcatura costruita per consentire agli operai di rimuovere il nome di Trump.

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Nella sua sentenza, in cui ha stabilito che solo il Congresso può apportare modifiche al nome del Kennedy Center, il giudice Christopher Cooper ha anche impedito all’amministrazione di chiudere la struttura culturale e artistica per i lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto iniziare a luglio e durare due anni. Inutile, al momento, è stato il ricorso presentato dai legali di Trump e dello stesso Kennedy Center (il suo consiglio di amministrazione è composto quasi interamente da fedelissimi del presidente). “Togliere le lettere sarebbe uno spreco di denaro se poi il giudice dovesse ordinare di rimetterle”, si legge nell’appello. Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere – dopo una serie di messaggi contro il giudice – che, senza il pieno controllo sugli affari del centro, “non aveva alcun interesse a continuare quel che potrebbe essere un viaggio senza speranza verso un ‘NEVER NEVER LAND‘”.

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Knicks campioni NBA, New York in delirio dopo 53 anni: la festa che trasforma la Grande Mela in un paesino di provincia | Le immagini più belle

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Knicks in Five. Si è chiuso così il capitolo delle Finals di NBA che hanno visto trionfare i New York Knicks nella trasferta del Frost Center di San Antonio in Texas contro gli Spurs di Victor Wembanyama e compagni. Il titolo NBA mancava a New York dal 1973 e la lunga attesa ha generato il delirio in città.

È come se i New Yorkers avessero vissuto una vera e propri apnea negli ultimi dieci giorni. La bombola di ossigeno in questione si chiama OG Anunoby, che mercoledì sera aveva messo la ciliegina sulla rimonta clamorosa di 29 punti in casa al Madison Square Garden e che questa notte ha firmato gli ultimi due tiri liberi che hanno portato i Knicks sul punteggio di 94-90, dopo essere stati in svantaggio per gran parte del match.

Tra le strade di Manhattan OG è una divinità. Lui, così come Jalen Brunson, decisamente la maglia più inflazionata in giro, ma anche Hart, KAT, Mcbride e ovviamente il coach Yom Thibodeau, per tutti Thibs. Il sindaco di New York Zhoran Mamdani aveva fatto un patto con i newyorkesi, parlando così in uno dei suoi ormai celebri video social: “New York è la città più grande degli Stati Uniti, ma quando i Knicks vanno bene sembra un paesino di provincia. È come se tutti fossero ossessionati dalla stessa cosa, è semplicemente bellissimo – aggiungendo – divertitevi molto ma siate responsabili, se mai lo sarà, sarà la festa di tutti”.

Probabilmente neanche lui si sarebbe aspettato che al suo primo anno da sindaco i Knicks avrebbero riacciuffato la vittoria NBA dopo 53 anni, in quello che verrà ricordato come uno degli anni più importanti per lo sport newyorkese, tra questo evento epocale e la finale dei mondiali che si terrà proprio al MetLife NYNJ Stadium. Come inizio non male insomma. E il suo augurio, alla fine ha portato fortuna, tanto che Mamdani alla fine ha annunciato una parata pubblica il 18 giugno per festeggiare gli eroi del titolo.

La più alta concentrazione di tifosi risiede tra il West Village, Herlad Square e il Madison Square Garden. Centinaia di migliaia che gridano un solo coro. “Knicks in five”. Tutti ormai hanno imparato i codici delle Finals per le strade della grande mela. Serviva anche questo tipo di vittoria sportiva alla gente di New York per togliersi di dosso la maschera della frenesia e della perfezione, delle formalità e del rigore finanziario. Oggi New York era un piccolo paesino di provincia che esultava, senza alcun limite, per un grande traguardo.

Non risultano feriti e danni gravi, se non per le decine di auto messe a ferro e fuoco, con un alta percentuale di auto delle polizia, i celebri Schoolbus e i camion diventati carri da parata. Ma anche i New York City Cops, come direbbero gli Strokes, riescono a stento a rimanere nella loro divisa. Traspare nei loro occhi un orgoglio e un senso di appartenenza cittadino, quasi come se volessero togliersi tutto per partecipare alla festa. C’è chi tra loro proprio non resiste, e fa i video da mandare alla famiglia.

C’è da dire che da quando è arrivato Donald Trump al Madison Square Garden, lunedì scorso per gara 3, le procedure di sicurezza per transennare l’area interessata sono diventate ormai prassi, creando non pochi disagi alla viabilità cittadina. Il Garden, che i Knicks giochino in casa o fuori casa è una fortezza inaccessibile per tutti, giornalisti compresi. Lo stesso Trump ovviamente proverà a intestarsi la vittoria dato che oggi, 14 giugno compie 80 anni. Ma di questo, per adesso ai New Yorkers interessa poco. Sta per iniziare l’estate più bella di sempre in città.

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“A me dispiace moltissimo vedere attaccate artiste valide come Elodie o Emma. Per fortuna si sanno difendere molto bene anche da sole”: così Loredana Bertè

Loredana Bertè non le ha mai mandate a dire e si tiene stretta la sua etichetta di “ribelle”, che dà il nome anche al tour estivo. Nel quale canterà i suoi brani cult, ma non un nuovo tormentone da spiaggia, come rivela in un’intervista a La Stampa nella quale parla anche di De Gregori, Vasco e degli attacchi alle colleghe donne. “Ci siamo mossi in diverse direzioni, valutato diverse proposte ma purtroppo non è arrivato il pezzo ‘wow’”, confessa. In compenso sta lavorando ad un nuovo disco e ammette che se dovesse trovare la canzone giusta per Sanremo 2027 ci farebbe un pensierino.

“Mi sono sempre piaciuti gli eretici e ho combattuto i pregiudizi”

Ma che cosa pensa Loredana Bertè delle posizioni di Francesco De Gregori, che nelle scorse settimane ha fatto molto discutere dichiarandosi contrario agli artisti che sul palco si pronunciano sulle guerre in atto, perché il tema è molto complesso? “Penso che De Gregori possa essere libero di esprimere il proprio pensiero solo attraverso le sue canzoni”, risponde la cantante. Che però ha un punto di vista diverso da quello del Principe: “Essendo una persona istintiva tendo ad espormi se necessario. E quando sento di farlo non ho mai nascosto le mie posizioni, da quando ero una ‘manifestina militante’. Mi sono sempre piaciuti gli eretici e ho combattuto i pregiudizi anche a costo di essere scomoda»”. Più che la linea De Gregori, la Bertè si ritrova su quella di Vasco Rossi, che durante i suoi concerti continua a dire ciò che pensa sui fatti del mondo: “Io non le ho mandate a dire, sono molto in linea con Vasco. Siamo due rocker supervissuti”.

“Le colleghe come Emma e Elodie si sanno difendere”

Mentre passerà l’estate in giro per l’Italia per lavoro e relax, si prepara ad un’altra grande stagione tv con The Voice Senior e Kids. Prima però, l’11 settembre, sarà tra le star di Jukebox-La notte delle hit, condotto da Antonella Clerici da Torino, dove si esibiranno anche Gaetano Curreri, Anna Oxa e Patty Pravo. A proposito della Pravo, la definisce “un’amica ed artista immensa”. Ma come vive le rivalità nel mondo della musica? “Il nostro mondo rispecchia la realtà, mica possiamo starci tutti simpatici. Però sinceramente non credo di dover più dimostrare niente a nessuno e non mi sento in competizione con nessuno: anzi, amo molto le collaborazioni”. Poi confessa che le nuove generazioni dello show si muovono molto bene (“Con l’avvento dei social sono sempre molto esposte al giudizio, sicuramente non hanno vita facile in questo senso”) e che non tollera gli attacchi subiti dalle colleghe: “A me dispiace moltissimo veder attaccate artiste valide come Elodie o Emma. Per fortuna si sanno difendere molto bene anche da sole”.

“Mi è mancato il pezzo ‘wow’ per questa estate. Non è facile”

Poi la Bertè spiega perché quest’anno non parteciperà alla “gara” dei tormentoni estivi: “Ci siamo mossi in diverse direzioni, valutato diverse proposte ma purtroppo non è arrivato il pezzo ‘wow’. Sinceramente un singolo deve essere ‘wow’ per spingermi ad andare in studio. Per buttarmi in un nuovo progetto, debbo esser convinta al 100 per 100”, ammette. In compenso, sta ascoltando tanti pezzi perché vorrebbe uscire con un nuovo album: “Ne abbiamo ascoltati molti e selezionati pochi, non è affatto facile oggi trovare le canzoni giuste per me che ho lavorato con grandi autori e anche con giovani. Vediamo se arriva qualcosa di interessante, il processo creativo è impegnativo. Uscirò quando sarò pronta”. E chissà se tra questi nuovi brani c’è quello giusto per il Festival targato Stefano De Martino: “A Sanremo ho fatto di tutto. Chissà, magari se arriva la canzone giusta: ma dovrebbe proprio essere giusta, giusta, giusta”. I “figli di Loredana” sono avvisati.

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“Duce, Duce”, “musulmano pezzo di me***” e “deportiamoli”: ecco i cori e i saluti romani al corteo per la “remigrazione” a Roma

Sono alcune migliaia le persone che hanno raggiunto Roma ieri, rispondendo all’appello del ‘Comitato per la Remigrazione e Riconquista’, per sfilare proprio in favore della proposta di legge sulla remigrazione. Tra i leader del movimento Luca Marsella, già portavoce di Casapound Italia. La manifestazione si è caratterizzata per i centinaia e centinaia di tricolori sventolati tra le strade del quartiere Prati della capitale. Slogan e cori contro gli antifascisti, i comunisti e i musulmani. Intonato più volte l’inno d’Italia. Non sono mancati cori inneggianti a Mussolini – “duce, duce, duce” – alle camicie nere e alcuni saluti romani. Il corteo, da piazza della Libertà, è arrivato in piazza del Risorgimento, procedendo su via Cola de Rienzo, come da accordi

A metà percorso, verso piazza Risorgimento, i manifestanti hanno invitato una signora affacciata alla finestra della sua abitazione a fare il saluto fascista. Accolta la richiesta, i partecipanti hanno risposto a loro volta con il saluto romano e applausi per poi modificare le parole di un brano riprodotto alle casse con inni a Mussolini. Dalle finestre c’è anche chi ha contestato il corteo. Numerosi poi i negozianti che hanno momentaneamente chiuso i locali commerciali al passaggio della manifestazione.

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Scambio di provette all’Istituto dei Tumori di Milano: a una paziente somministrata la terapia sbagliata

L’Istituto nazionale dei Tumori di Milano è considerato un polo di eccellenza nella sanità lombarda. Eppure, a gennaio 2026, come riporta il Corriere della Sera, proprio nella struttura è stato commesso un errore a causa dello scambio di campioni di biopsie. Il primo prelievo era stato eseguito su un paziente ammalato gravemente, che però non è stato sottoposto a terapie e che doveva solo fare delle analisi di controllo: non ha avuto problemi in seguito all’errore. Il secondo campione è stato invece preso da una paziente ammalata ma a uno stadio meno grave: nonostante ciò, a causa dello scambio di provette, è stata sottoposta a cicli chemioterapici con maggiori effetti collaterali e un più alto indice di rischio. La paziente ha scoperto solo dopo che quelle cure non fossero necessarie. Intanto l’Ats di Milano ha fatto sapere che manderà i suoi ispettori per un controllo.

L’Istituto è corso subito ai ripari, comunicando alla paziente che non si trova in pericolo di vita. Non è escluso ora che la vittima dell’errore possa procedere legalmente contro l’ospedale, che comunque ha fatto sapere di aver già attivato l’assicurazione per quantificare il risarcimento dovuto. Per Maria Teresa Montella, direttrice generale dell’Istituto dal gennaio 2025, “il rischio zero purtroppo non esiste, malgrado la formazione sulla sicurezza che ritengo un punto nevralgico in ospedale – dice al Corriere -. In una struttura che si occupa esclusivamente di tumori, il rischio è ancora più alto”. Subito dopo si è scusata con la vittima e con la sua famiglia: “Faremo di tutto perché l’errore non accada di nuovo“.

Come procedura interna, l’Istituto, tramite il proprio Risk management, ha inviato una mail a un primario, alla direzione generale, sanitaria e medica, ad alcuni tecnici e ai medici. Nell’oggetto c’era scritto: “Evento sentinella: errata attribuzione campioni biologici” e invitava i destinatari a una riunione urgente per discutere dell’accaduto. Gli eventi sentinella sono particolarmente gravi secondo l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), e sono quelli che possono causare morte o gravi danni al paziente. Come si legge sul portale dell’Agenzia: “Determinano una perdita di fiducia dei cittadini nei confronti del Servizio sanitario“.

Un piccolo estratto del contenuto del messaggio, visionato dal Corriere, spiega di come gli operatori sanitari si siano accorti dell’errore: “La valutazione del campione operatorio rilevava un aspetto morfologico non usuale. Procedendo al confronto con il precedente campione bioptico, si osservava una differente morfologia tra biopsia iniziale e materiale operatorio”. Più semplicemente, si sono accorti che il materiale prelevato al paziente durante l’intervento era diverso da quello della prima biopsia fatta perché apparteneva a un altro paziente.

“Andremo a controllare”, ha confermato il direttore generale di Ats Milano, Silvano Casazza. All’Istituto nazionale dei Tumori arriveranno quindi gli ispettori: “Lo scopo è capire come mai si è verificato questo evento, se sono state decise azioni migliorative e se vengono rispettate”. L’episodio è stato comunque segnalato anche al ministero della Salute per evitare che questi eventi possano riaccadere. Le segnalazioni, oltre a essere utili per il risarcimento dei pazienti, sono necessarie per prendere consapevolezza dell’errore e capire dove intervenire diventando casi di studio: tutto contro una cultura che la direttrice Montella definisce del “no blame“, “nessuna vergogna”. I numeri di segnalazioni sono infatti aumentati negli ultimi anni e solo l’anno scorso, riporta il Corriere, ne sono state fatte 177 tra gli ospedali pubblici e privati lombardi.

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Mahmood è boom: diventa virale in India e guadagna più di 3,3 milioni di ascoltatori mensili su Spotify. Stupore sui social: “Tra le top allucinazioni successe a lui”

Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.

Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.

La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.

Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.

La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.

Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.

Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.

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Il mondo della moda incontra l’antica cultura egizia, e il corpo diventa un vero e proprio supporto narrativo: ecco la collezione-installazione “Hieroglam”

Nelle fitte pieghe di un tessuto che sembra avvolgersi come un serpente, nei riflessi di pietre preziose e sovrapposizioni di strati leggeri come pergamena, nel nero metallico e luccicante del sacro scarabeo e nelle forme sinuose come dune di sabbia scorre la storia millenaria di regine e faraoni. Ad animare e ispirare “Hieroglam”, collezione-installazione di moda che scandisce il percorso del Museo Egizio di Torino fino al 15 giugno, l’immaginario potente di una delle culture millenarie più affascinanti e misteriose: la civiltà egizia.

I suoi simboli, divinità, sculture, i suoi geroglifici e dipinti, i minerali dalla cui polvere si ricavavano le sfumature deicolori e persino le sue mummie e i sarcofaghi diventano il soggetto della ricerca alla base del progetto espositivo.

Una mostra che, curata da Pasquale Esposito e Francesco Maffei e firmata da un gruppo selezionato di studenti dell’Accademia di moda IUAD, accompagna il visitatore attraverso l’esposizione di una trentina di abiti ispirati all’estetica, ai rituali e all’iconografia dell’antico Egitto.

Già nel titolo, “Hieroglam”, fusione fra “hiero”, dal greco hierós, sacro, e “glam”, abbreviazione di glamour, si cela la chiave di lettura del progetto a cui i giovani designer hanno lavorato per un anno: creare un dialogo visionario tra moda contemporanea, simbolismo ancestrale e patrimonio culturale. Ma con profondità e rispetto.

Alla base della visionaria capsule collection, quindi, non i cliché e gli stereotipi che spesso costituiscono e hanno costituito l’estetica della rivisitazione pop del patrimonio culturale e identitario della civiltà egizia, ma la sua idea di trasformazione, passaggio, rinascita.

La sensibilità di ragazze e ragazzi di oggi, aspiranti stilisti, trae impulso creativo dai simboli rituali, dalle armature e amuleti, dalle geometrie e dai disegni parietali, dai volumi scultorei, dalle minuziose statuine che accompagnavano il viaggio nell’aldilà dei defunti e dalle giganti statue alla base delle piramidi.

È un’idea di sacralità e spiritualità, non di forma, a plasmare le superfici luminose e cangianti degli abiti, apenetrare nelle spirali dei tessuti stratificati, a morire e a risorgere dalle sottili pieghe bianche a ventaglio di una camicia che sbuca come luce nel nero venato da striature di un completo maschile. È l’dea di protezione ma anche di morte a insinuarsi vedendo il drappo leggero che copre il volto lasciando fuori solo gli occhi.

Sospesa tra memoria archetipica e visione futuristica la mostra è una meditazione visiva sull’archetipo: il sole, il serpente, l’occhio, le divinità ibride, la forza vitale, l’anima. Il blu del Nilo, il nero cosmico, il rosso del deserto, il giallo oro, l’impercettibile colore della polvere e il sibilo del vento. Soprattutto, è il colore lucido e cangiante dello scarabeo che impersona la divinità Khepri, simbolo di rinascita, a restituire alla mostra il suo significato profpndo: la moda come rito identitario e rappresentazione dellatrasformazione.

Accanto alle opere degli studenti, la mostra accoglie anche una selezione di capi provenienti da Archivio di Ricerca Mazzini, luogo di riferimento internazionale per la ricerca e la conservazione della moda storica, con creazioni iconiche firmate da Issey Miyake, Gianfranco Ferré, Roberto Cavalli, Alexander McQueen e altri protagonisti della couture internazionale.

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La mostra "Hieroglam"

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Curaçao, la Nazionale più piccola di sempre sfida la Germania. La Bild già esulta: “Vittoria schiacciante”. In panchina nonno Advocaat, tornato dopo la malattia della figlia

Houston, abbiamo una partita: la Germania quattro volte campione del mondo contro Curaçao, la nazionale più piccola di sempre, all’esordio assoluto. Estremi opposti anche in panchina: da una parte il trentottenne Julian Nagelsmann, dall’altra nonno Dick Advocaat, 78 anni, olandese, ribattezzato il “Piccolo generale” in virtù del passato di assistente di Rinus Michels, il generalissimo. L’Houston Stadium, inaugurato nel 2002, non è solo uno degli impianti più iconici del calcio statunitense, ma ospita anche uno dei rodei più famosi a stelle e strisce: Curaçao, scontato, farà di tutto per non farsi domare dagli Sturmtruppen tedeschi.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
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Da una parte una nazione di 84 milioni di abitanti con una delle economie più forti del pianeta, dall’altra una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi al largo delle coste venezuelane, che solo nel 2010 ha acquisito la sua parziale autonomia e, secondo il sondaggio del 2025, ha 186mila residenti: qualsiasi confronto è impensabile. Solo il mondiale di calcio, con il format a 48 squadre della riforma-Infantino, può contrapporre due realtà così lontane. La Germania, 10° posto nel ranking Fifa, ha tutto da perdere contro la numero 82. La rosa dei tedeschi, età-media 28,1 anni, è valutata 947 milioni di euro. Quella di Curaçao, in cui giocano tutti all’estero, è quotata 25,78 mln: in ventisei fanno il prezzo del cartellino di un calciatore medio. Il più “caro” è il difensore centrale Armando Obispo, 27 anni, in forza al Psv Eindhoven. I giocatori di Curaçao sono nati in Olanda, con l’eccezione dell’attaccante Tahith Chong, lanciato dal Manchester United, attualmente allo Sheffield Utd, in passato accostato alla Juventus. Dopo aver indossato la maglia delle selezioni Oranje, dall’Under 15 all’Under 21, nel 2025 ha debuttato con Curaçao: 6 presenze e 3 reti. E’ lui la star.

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Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Curaçao è la quarta giovinezza di Advocaat, una carriera da coach iniziata nel 1981 che lo ha portato a guidare otto nazionali: Olanda, Emirati Arabi, Iraq, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e, dal 2024, “l’onda blu”, trascinata al mondiale con un percorso perfetto, sette successi e tre pareggi. Un exploit sensazionale, ma con un filo di logica, considerato che la scuola comune è quella olandese. Advocaat a febbraio si è dimesso per i problemi di salute della figlia, ma, dopo tre mesi, è tornato al lavoro, sotto la spinta dello sponsor principale – la Corendon Dutch Airlines -, spaventato dai risultati negativi del sostituto, Fred Rutten: due partite e altrettanti ko.

Curaçao, scrive il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine, “non ha nulla da perdere e affronterà la Germania con tutta calma”. La squadra di Advocaat è sempre accompagnata dal suono della musica caraibica: in hotel, sull’aereo, sull’autobus, negli spogliatoi, persino in campo. La Bild esulta per il recupero del portiere titolare Neuer e scrive che “Nagelsmann ha preparato la sfida contro Curaçao con una serie di sessioni video perché i giocatori avversari sono poco conosciuti”. Il tabloid tedesco non ha dubbi: “Ci aspetta una vittoria schiacciante che proietterà la Germania verso il successo nel torneo. I tifosi tedeschi stanno contando le ore che mancano al fischio d’inizio”. Antillians Dagblad, il più antico giornale di Curaçao, racconta invece che allo stadio saranno presenti 5.800 tifosi dei Blue Wave, il 4% della popolazione. Gilbert Martina, presidente della federazione calcistica, dice: “C’è grande entusiasmo, non solo a Curaçao, ma anche nelle altre isole del nostro arcipelago e in Olanda. Per noi, comunque vada, sarà una splendida festa”.

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Meloni: “Più libri più liberi chiede agli editori il patentino antifascista. È censura”. M5s: “Rincorre Vannacci con argomenti ridicoli”

È “censura“, dice Giorgia Meloni, chiedere alle case editrici che partecipano a una fiera di firmare una dichiarazione di antifascismo. Nel mirino c’è Più libri più liberi, l’evento che si svolge a dicembre alla Nuvola dell’Eur di Roma e che l’anno scorso aveva visto un gruppo di editori protestare contro la presenza della casa editrice di destra Passaggio al Bosco il cui catalogo, aveva denunciato un gruppo di ospiti della manifestazione, si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Nei giorni scorsi Francesco Giubilei sul Giornale ha scritto che tra le novità della prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre) ci sarà appunto la necessità di firmare una “dichiarazione di antifascismo”, mentre fino all’anno scorso era richiesta una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori Innocenzo Cipolletta ha confermato: “Agli editori che intendono esporre a Più libri più liberi chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.

Meloni: “Sei libero solo se dici quello che loro ti permettono di dire”

“Per partecipare”, commenta dunque la presidente del Consiglio sui social, “le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica“.

Vannacci: “Ha perfettamente ragione”

L’uomo del momento, il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sottoscrive compiaciuto e, dall’assemblea costituente del suo partito all’Auditorium della Conciliazione, fa sapere che Meloni “ha perfettamente ragione” perché “in un Paese dove la libertà di espressione è in Costituzione questa libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di antifascismo o di anti non so che cosa”. Segue un esempio che ritiene calzante: “Se io domani volessi fare l’elogio della monarchia, non vedo perché non potrei farlo visto che è una libertà di espressione, poi sarà il popolo italiano a decidere se la monarchia o se il livello che ho intenzione di pubblicare sia opportuno o non sia opportuna sia da buttare in un cestino. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra, a me piace vivere in un Paese dove le espressioni che vengono esternate vengono giudicate sulla base delle argomentazioni e non sulla base dei divieti o della censura”.

Conte: “Nulla da dire su corruzione e flop su giustizia e sanità?”

Sui social ha replicato intanto a Meloni il leader M5S Giuseppe Conte: “Nulla da dire e da fare sull’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, con progetti fallimentari e 13,5 miliardi bloccati ma che sarebbero utili per infrastrutture, scuole, sanità. Fallite, ritirate o bocciate dai cittadini le riforme su giustizia e sanità, mentre esplodono le code sia in tribunale che in ospedale. Vertici internazionali vitali per i nostri interessi con la sedia dell’Italia che rimane vuota perché preferisce presentare un francobollo o la escludono. E allora Meloni va sull’usato sicuro: polemica domenicale surreale sulla fiera del libro e sull’antifascismo”. E continua: “Giustamente oltre all’ossessione nei miei confronti adesso ha l’ossessione per Vannacci, che cresce grazie ai suoi fallimenti e ai suoi tradimenti. Un piccolo quesito: ma quando si occupa dell’Italia, del carovita e delle aziende che chiudono? Quattro anni zero riforme”.

Pd: “Parole vergognose”

“Le parole di Giorgia Meloni sono vergognose. È comprensibile che la competizione con Vannacci renda la Presidente del Consiglio assai nervosa, ma le ricordo che ad aver giurato sulla Costituzione antifascista è anzitutto lei”, commenta il senatore del Pd Marco Meloni in una nota. “Se per inseguire l’elettorato più estremo e nostalgico intende negare le radici costitutive della Repubblica, proprio mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea costituente, dimostra di essere rimasta nell’ambiguità dalla quale del resto trae origine il suo movimento politico, simboleggiata dalla fiamma e ribadita nelle scorse settimane con la celebrazione di uno dei capi del regime di Salò come Giorgio Almirante e con l’assenza del gruppo di Fratelli d’Italia all’intitolazione a Giacomo Matteotti del banco che occupava alla Camera dei Deputati prima di essere ucciso dai fascisti. Chi rifiuta di definirsi antifascista – conclude l’esponente dem – non è degno di rappresentare l’Italia“.

“Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”

“Con tutto quello che accade in Italia e nel mondo, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che parlare di una fantomatica “censura antifascista”. Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”, sostiene dal canto suo il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini. “Il problema grosso è che lo fa da Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione, che fino a quando non verrà riscritta da Meloni o Vannacci, è e rimane antifascista. Se c’è qualcuno o qualcosa che cancellava le idee degli altri, quello era proprio il fascismo. Meloni vuole passare il tempo che le resta gareggiando con Vannacci a chi sta più a destra? Sono veramente messi malissimo”.

Aggiunge un altro tassello la vicepresidente M5S Vittoria Baldino: “”La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. Prendo nota Presidente”, scrive su Facebook. “Dunque immagino che lei voglia chiedere scusa ad Antonio Scurati e Serena Bortone perché nel 2024, alla vigilia del 25 aprile, Scurati voleva recitare nel programma di Bortone un monologo antifascista. Gli è stato impedito. Si chiama censura preventiva. Chieda scusa a Sigfrido Ranucci per aver tentato di mettergli il bavaglio, attraverso tagli di puntate, cambi di palinsesto e varie minacce di querele e richieste di non messa in onda dei suoi servizi da parte di esponenti della sua maggioranza. Anche questa si chiama censura preventiva e intimidazione. Chieda scusa a tutti i giornalisti che avete querelato per aver osato fare il loro mestiere: il cane da guardia del potere. So che non siete abituati ad accettare critiche, ma si chiama “censura indiretta” ed è oggetto di una direttiva europea, la direttiva SLAPP che il nostro Paese deve recepire entro l’anno. Ecco, se non concepisce, come dice, la censura, faccia ratificare questa direttiva al più presto per proteggere tante e tanti giornalisti che ogni giorno si vedono recapitare richieste di risarcimento sproporzionate da parte di suoi colleghi di governo”.

Avs: “Evidentemente la premier non è antifascista”

Per Nicola Fratoianni di Avs le dichiarazioni di Meloni sono la prova che “evidentemente non è antifascista”: “Oggi con il suo attacco alla Fiera “Più Libri Più Liberi” lo conferma ancora una volta. Dichiararsi antifascista in modo limpido e sereno non vuol dire censurare qualcun altro, ma rispettare i valori della nostra Costituzione. È ora che gli italiani si accorgano fino in fondo a chi hanno affidato in questi anni il nostro Paese: ai nipotini del Ventennio. È ora di accompagnarli gentilmente da dove sono venuti”.

“L’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione e quindi della nostra democrazia”, rincara Angelo Bonelli, deputato AVS, co-portavoce di Europa Verde. “Negarlo, come ha fatto la Presidente del Consiglio con il suo post su X, significa non accettare le basi costituzionali del nostro ordinamento democratico. E questo è gravissimo. Non è un caso che quel post arrivi il giorno dopo la manifestazione scandalosa sulla cosiddetta ‘remigrazione‘, organizzata da CasaPound, Fronte Skinheads e Fortezza Europa, e a ridosso del congresso di Vannacci. Con il post di oggi Giorgia Meloni ha deciso di rincorrere il voto dell’estrema destra e fascista, e per farlo non si fa scrupoli di voltare le spalle alla nostra Costituzione e a chi ha dato la vita per consegnarci la democrazia. Ieri per le strade di Roma sono risuonati slogan inascoltabili: ‘immigrato pezzo di merda’, ‘musulmano pezzo di merda’, ‘l’antifascismo è mafia’, ‘viva il Duce’. Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni ha ritenuto di non dover pubblicare alcun post, alcun comunicato, alcuna parola di condanna”. Eppure oggi trova il tempo per difendere chi non vuole sottoscrivere una dichiarazione antifascista per partecipare a una fiera dell’editoria”.

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Tutti pazzi per il principino Louis al balcone reale: fa le smorfie, si stacca dai reali e guarda gli aerei per conto suo. Mentre George riesce a trattenere lo starnuto

Sono lontani gli anni nei quali dal balcone di Buckingham Palace si affacciava una vera e propria folla di teste coronate con corollario di aristocratici e tutti i bambini in prima fila sorvegliati a vista per non fare danni. Ci fu il tempo in cui tra quei bambini c’era il principe William attratto dalle coccarde gialle esposte sul corrimano ricoperto dal velluto porpora e la principessa Diana che, da dietro, lo sorvegliava con amore.

Poi è stata la volta di Harry accoccolato sulle braccia della mamma con il dito puntato verso gli aerei, ma nessuno di loro ha mai lasciato un segno paragonabile a quelli che da anni consegna puntualmente il piccolo Louis. Il terzogenito di casa Wales è un catalizzatore dell’attenzione generale ad ogni uscita pubblica, che si tratti degli spalti dai quali “redarguiva” indisciplinato mamma Kate, ai quelli nei quali saltellava sulle ginocchia di nonno Carlo, fino alle varie annate nelle quali ha mostrato smorfie e bocche storte davanti al passaggio delle Red Arrows, durante il sorvolo di Buckingham Palace, in occasione del Trooping the Colours o per il giubileo di Platino della bisnonna Elisabetta II.

Anche quest’anno, Louis è riuscito a farsi notare nelle sue pose migliori e a nulla sono valse nel tempo le reprimende della sorellina Charlotte che lo tiene d’occhio e, in passato, lo ha anche pubblicamente redarguito durante il passaggio in carrozza sulla Ascot Landau, perché gesticolava troppo o non stava al suo posto.

Si sa, i fotografi stanno appostati proprio per riuscire a cogliere il momento di fuori programma più succulento e con Louis si vince facile perché anche questa volta è riuscito a dare il meglio di sé mentre si accasciava sul davanzale del balcone per seguire il sorvolo della pattuglia acrobatica che riversava nell’aria i colori della Union Jack.

Di tutt’altro tono lo sforzo eroico del fratello George colto dalle telecamere mentre ha fatto di tutto (riuscendoci) per trattenere uno starnuto germogliato durante l’inno nazionale ed esploso dopo l’ultima nota di God Save The King. Un sonoro “etchiù” è scoppiato dalle sue reali narici a tempo debito, guadagnando le lodi di mamma Kate, lì di fianco.

In un balcone poco popolato, l’età media era davvero piuttosto alta, spinta in avanti dal duca del Kent, orgogliosamente 90enne, che si è prestato alle rigide regole del protocollo stando ritto in piedi per salutare l’inno, la folla e poi il flypast. Rimasto vedovo da poco, nell’ultimo anno il duca ha portato a termine oltre settanta impegni per conto della corona e nella sua lunga vita può raccontare di aver assistito a ben tre incoronazioni: quella di Giorgio VI, di Elisabetta II e di Carlo III.

Lui non si è scomposto davanti all’esuberanza di Louis mentre la scenografia ufficiale vuole che i principi del Galles stiano tutti insieme sul lato destro di chi osserva la balconata piuttosto scarna.

Kate, come sempre, illumina la scena, ride di gusto e asseconda la curiosità dei suoi bambini, che nasconde gelosamente dagli occhi del pubblico centellinando le loro uscite ai momenti davanti ai quali non si può dire di no. Anche per questo motivo, i commentatori ed i sudditi non hanno potuto fare a meno di notare quanto sia cresciuto colui che in Italia era “Baby George” in una famosa parodia. All’alba dei tredici anni, il secondo in linea di successione, è ormai un ragazzino pronto ad andare a studiare nel prestigioso college di Eton, dove avrebbe già superato i test di ammissione seguendo le orme del papà e dello zio, Harry. Manca poco e lascerà il nido che Kate e William hanno creato per proteggerlo e garantirgli una vita il più “normale possibile”.

Il suo destino è scritto e a lui non sono concesse sbavature perché avrà l’arduo compito di fare sopravvivere una istituzione millenaria oggi abbacchiata dal fuoco di fila degli scandali e dai colpi lanciati dalla California. Sì, perché, in pochi lo avranno notato, ma contravvenendo alle regole non scritte di mutuo rispetto, quest’anno, mentre il regno, compreso il Commonwealth, stava a guardare il Trooping the Colour in diretta da Londra, Harry appariva on line in un video di saluto agli Invictus Germany Sports Festival 2026, mentre la moglie Meghan pubblicava una foto con in braccio il bebè figlio di un’amica.

Ma qualcuno se n’è accorto?

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Mondiali, i risultati della notte: esordio da incubo per la Turchia di Montella. Scozia, che paura con Haiti

Per l’Australia è arrivata una vittoria pesante, forse anche oltre le aspettative. Nella notte italiana tra sabato 13 e domenica 14 giugno la Nazionale dei Socceroos ha superato per 2-0 la Turchia a Vancouver, mettendo subito nei guai la squadra allenata dall’italiano Vincenzo Montella. Una serata amara per gli “italiani” Hakan Calhanoglu e Kenan Yildiz, incapaci di evitare il ko all’esordio. A decidere la sfida sono stati i gol di Nestor Irankunda al 27’ del primo tempo e di Connor Metcalfe al 75’.

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Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

La situazione del Gruppo D si fa già interessante dopo una sola giornata. In testa ci sono infatti Stati Uniti e Australia a quota tre punti, mentre Turchia e Paraguay restano ferme a zero. Proprio turchi e paraguaiani si affronteranno nella prossima giornata in una sfida che ha già il sapore dell’ultima chiamata.

Nel Gruppo C, invece, il primo sorriso è per la Scozia. La nazionale guidata in campo da Scott McTominay ha battuto Haiti per 1-0 grazie alla rete di John McGinn al 28’, conquistando così la vetta solitaria del girone. Gli scozzesi però hanno faticato molto più delle aspettative contro la Nazionale caraibica, che è andata vicinissima a sfiorare l’impresa, mettendo paura al portiere Gunn. Alle spalle della Scozia ci sono Brasile e Marocco,che hanno pareggiato 1-1 nell’altra gara della giornata. I verdeoro non sono andati oltre il pari contro la formazione nordafricana. A sbloccare il risultato è stato Saibari al 21’, prima della risposta brasiliana firmata da Vinicius Jr undici minuti più tardi. Un punto a testa che lascia tutto aperto in vista della seconda giornata.

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Grande equilibrio anche nel Gruppo B, dove nessuna squadra è riuscita a prendere il largo. Dopo l’1-1 tra Canada e Bosnia, anche Qatar e Svizzera hanno chiuso sullo stesso risultato. Gli elvetici erano passati in vantaggio al quarto d’ora con Embolo, a segno su calcio di rigore. Quando la vittoria sembrava ormai in cassaforte, al 95’ è arrivato il colpo di testa di Koukhi, che ha regalato al Qatar il primo storico punto nella fase finale di una Coppa del Mondo.

Mondiali, i risultati delle partite della notte

Australia-Turchia 2-0 (nel pt 27’ Irankunda; nel st 30’ Metcalfe)
Scozia-Haiti 1-0 (nel pt 28’ McGinn)
Brasile-Marocco 1-1 (nel pt 21’ Saibari, 32’ Vinicius Jr)
Qatar-Svizzera 1-1 (nel pt 15’ rig. Embolo; nel st 50’ Koukhi)

Le classifiche aggiornate dei gironi

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“Chi si suicida spesso non vede più un futuro possibile. Il carcere sia un luogo di riabilitazione. Si chiudono le porte alle spalle pensi che non uscirai più”: così Claudio Santamaria

Claudio Santamaria conosce bene la situazione delle carceri italiane. E lo racconta in una intervista a La Repubblica per spiegare il suo punto di vista e quali sono le cose che si devono e possono migliorare.

“Il carcere deve essere un luogo di riabilitazione. – ha affermato – È già un sistema totalitario, senza contatti con il mondo esterno. Portare il cinema, il dialogo, il dibattito, può contribuire alla sua funzione principale”.

E ancora: “Chi ha sbagliato paga un prezzo, ma bisogna anche sostenere un percorso di recupero, aiutare le persone a comprendere ciò che hanno fatto e offrire una prospettiva. Chi si suicida spesso non vede più un futuro possibile. Mi sembra che nel senso comune prevalga ancora l’idea del punire e buttare la chiave”.

“Ogni volta è un’esperienza molto forte. – ha continuato, spiegando le sensazioni ogni volta che varca la soglia di un carcere – All’inizio ti senti spaesato, impaurito. Appena si chiudono le porte alle tue spalle pensi che non uscirai più. Almeno io ho avuto questa sensazione. Però è anche un luogo di scambio molto intenso, perché chi è dentro ha una grande voglia di comunicare con l mondo esterno, di raccontarsi, di farsi comprendere”.

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“Ero pazzo a ‘Il Gladiatore’. Coperto di fango e sangue, mi facevano male le ossa, combattevo con svedesi alti 2 metri che mi colpivano con spade e asce. E una mi è davvero arrivata in faccia”: parla Russell Crowe

Russell Crowe è stato il protagonista della quarta giornata del Taormina Film Festival, dove ha ricevuto il Premio alla Carriera e ha presentato in anteprima mondiale “Bear Country”, e ha ricordato il capolavoro di Ridley Scott “Il Gladiatore”.

“Nel periodo in cui ho girato il film ero pazzo: ogni minuto che vedete nel film sono io – ha raccontato l’attore-. L’unica eccezione fu la caduta da cavallo nella battaglia iniziale, eseguita da uno stuntman che si ferì davvero. Quando ho visto il taglio sul suo naso dissi: ‘Sembra perfettò. E me lo sono fatto mettere anche io”.

L’arrivo sul set fu “uno shock”: “Venivo da film come ‘L.A. Confidential’ o ‘Insider’. Poi arrivi sul set di Ridley Scott e ti trovi davanti centinaia di cavalli, catapulte, 600-700 soldati romani, 300-400 barbari. Era gigantesco“. All’epoca aveva lavorato a produzioni da 30-40 milioni di dollari: “Quello ne aveva 103. È stato un enorme passo avanti”. Un personaggio che ha segnato la storia del cinema e gli è valso l’Oscar: “Non ci pensi. Vai al lavoro, sei coperto di fango e sangue, ti fanno male le ossa, combatti con svedesi alti due metri che ti colpiscono in faccia con spade e asce. E una mi è davvero arrivata in faccia. Pensi solo al personaggio”. La vittoria fu “una sorpresa incredibile”, accompagnata da un forte senso di inadeguatezza: “Ti siedi in una stanza con gli altri candidati (all’epoca era lo Shrine Auditorium di Los Angeles, ndr) in cui senti di non appartenere. Poi dicono il tuo nome e non capisci più nulla”.

Crowe ha parlato poi del suo amore per il mestiere: “La scoperta del personaggio, le riunioni sui costumi, sugli oggetti di scena, le visite alle location. Quando costruisco un ruolo penso solo alle esigenze del personaggio”. Nel cinema, dice, ci sono “due regole”: “Dettaglio e collaborazione”. Un film “diventa grande perché ci si sofferma sui dettagli e sulla collaborazione”. L’attore paragona il lavoro sul set alle “lezioni di ballo con un partner: lavorare in sintonia con un’altra persona affinché il film abbia successo”.

Infine un consiglio ai più giovani: “Ascoltate chi vi dà indicazioni, perché ora vivo come molti anziani: in una grande battaglia con i tendini”.

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TERAMO, SEQUESTRATO UN CUCCIOLO DI PITBULL: DENUNCIA PER MALTRATTAMENTO

I carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Giulianova (Teramo) hanno segnalato, in stato di libertà alla Procura di Teramo, un uomo del posto per maltrattamento di animali. Sul lungomare Spalato – riporta LaPresse – avrebbe scaraventato un cucciolo di pitbull di sua proprietà contro il parabrezza di un’auto in sosta, causandogli contusioni e lesioni in corso di valutazione da parte del veterinario della Asl di Teramo. L’animale, dopo le cure, è stato sottoposto a sequestro preventivo e affidato a un’associazione animalista.

(Foto di repertorio)

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Orietta Berti scoppia in lacrime al matrimonio del figlio Otis: “Era ora che si sposassero, hanno due bimbe”

Grande festa a Polesine Parmense (provincia di Parma) per il matrimonio del secondogenito di Orietta Berti, Otis Paterlini, con Lia Chiari, nella chiesa della Beata Vergine di Loreto. I due si sono uniti con il rito religioso officiato da Don Guido Colombo, che è sempre stato vicino alla Berti e a tutta la famiglia.

Poi grande festa con oltre 200 invitati. Regina del party naturalmente è stata Berti che ha cantato, bevuto, sorriso, non ha negato a nessuno un selfie ma c’è anche stato spazio per un attimo di commozione. Infatti all’usignolo di Cavriago è scesa qualche lacrima al ristorante.

La cantante poi ha commentato, come riporta Il Resto del Carlino: “È un giorno bellissimo. Sono felice per Otis e per Lia che vivono insieme da tempo e hanno due bambine meravigliose, Olivia e Ottavia, che a me e a Osvaldo hanno cambiato la vita. Era ora che si sposassero”.

Presente naturalmente anche il primogenito dell’artista Omar con il suo inconfondibile stile punk. È l’angelo custode della madre, infatti è sempre al suo fianco in qualsiasi impegno lavorativo.

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Venezia, a 17 anni uccide la zia e getta il corpo nel fiume trasportandolo su una carriola: ha confessato nella notte

Ha 17 anni, sarà maggiorenne solo tra qualche mese. Ha confessato di aver ucciso a coltellate la zia e di aver gettato il suo corpo nel fiume dopo averlo trasportato su una carriola. È accaduto a San Stino di Livenza, nel veneziano. Il giovane ha raccontato l’accaduto durante la notte messo alle strette dal pubblico ministero Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone che indaga sul caso. Il magistrato ha poi trasmesso il caso alla Procura dei minori di Trieste. Sul posto per i rilievi ci sono i carabinieri e il medico legale Antonello Cirnelli. Il movente dell’omicidio sarebbe legato a gravi dissidi familiari dovuti a una presunta eredità che stava contrapponendo la vittima e il fratello, cioè il padre del ragazzo.

Il ragazzo, cittadino italiano, originario proprio di San Stino di Livenza, avrebbe riferito al pm di aver ucciso la donna, Chiara Guerra, 53 anni, giovedì scorso e di aver poi trasportato il corpo nella zona tra via Canaletta e via Verdi, gettandolo vicino a una chiusa del canale Malgher che scorre nei pressi dell’abitazione dove è accaduto l’omicidio. Un’area intorno alla quale si stanno concentrando le ricerche dei vigili del fuoco. La scomparsa della donna era stata denunciata dai parenti nella giornata di ieri. Dopo alcune ore di indagini, gli investigatori hanno messo alle strette il giovane la cui ricostruzione dei giorni precedenti presentava alcune lacune.

Il cadavere, nonostante le ricerche siano state avviate ieri sera, non è stato ancora trovato. Sul caso stanno operando i vigili del fuoco del locale distaccamento ai quali da stamani si sono aggiunti in rinforzo i sommozzatori del reparto specializzato di Venezia. Sospese durante la notte, le ricerche sono riprese all’alba.

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Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Havertz raggiunge Balogun in testa. Tutti a caccia del record

Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

La classifica marcatori LIVE dei Mondiali 2026

1) Folarin Balogun – Stati Uniti

2 gol

United States’ Folarin Balogun celebrates scoring his side’s second goal against Paraguay during a World Cup Group D soccer match in Inglewood, Calif., near Los Angeles, Friday, June 12, 2026. (AP Photo/Marcio J. Sanchez)

1) Kai Havertz (Germania)

2 gol

2) Livano Comenencia (Curaçao)

1 gol

2) Nathaniel Brown (Germania)

1 gol

2) Deniz Undav (Germania)

1 gol

2) Jamal Musiala (Germania)

1 gol

2) Felix Nmecha (Germania)

1 gol

2) Nico Schlotterbeck (Germania)

1 gol

2) Nestory Irankunda (Australia)

1 gol

2) Connor Metcalfe (Australia)

1 gol

2) John McGinn (Scozia)

1 gol

2) Vinicius Jr- (Brasile)

1 gol

2) Ismael Saibari (Marocco)

1 gol

2) Boualem Khoukhi (Qatar)

1 gol

2) Breel Embolo (Svizzera)

1 gol

2) Giovanni Reyna – Stati Uniti

1 gol

2) Mauricio – Paraguay

1 gol

2) Cyle Larin – Canada

1 gol

Canada’s Cyle Larin (9) celebrates after scoring his sides first goal of the game in the second half of the World Cup Group B soccer match between Canada and Bosnia, Friday, June 12, 2026, in Toronto. ( (AP Photo/Sam Balkansky)

2) Jovo Lukic – Bosnia Erzegovina

1 gol

2) Hyun-Gyu Oh – Corea del sud

1 gol

2) In-Beom Hwang – Corea del sud

1 gol

2) Julian Quinones – Messico

1 gol

Mexico’s Julian Quinones (16) celebrates scoring their opening goal against South Africa during the World Cup Group A soccer match between Mexico and South Africa in Mexico City, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Eduardo Verdugo)

2) Raul Jimenez – Messico

1 gol

2) Ladislav Krejci – Repubblica Ceca

1 gol

Czechia’s Ladislav Krejci reacts after scoring against South Korea in Zapopan, near Guadalajara, Mexico, Thursday, June 11, 2026. (AP Photo/Dolores Ochoa)

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Mondiali, la classifica dei gironi: c’è la Scozia in testa al gruppo C, choc Turchia

La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.

Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta
Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Mondiali, la nuova classifica aggiornata oggi

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Il nuovo regolamento dei gironi

In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:

  • Maggiore differenza reti complessiva;
  • Maggior numero di gol segnati;
  • Punti ottenuti negli scontri diretti;
  • Migliore differenza reti negli scontri diretti;
  • Maggior numero di gol segnati negli scontri diretti;
  • Classifica fair play (conteggio delle sanzioni e dei cartellini);
  • Sorteggio finale a opera della FIFA.

Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:

  • Maggior numero di punti ottenuti in tutte le partite del girone;
  • Differenza reti risultante da tutte le partite del girone;
  • Maggior numero di gol segnati in tutte le partite del girone;
  • Punteggio di condotta di squadra più alto (giocatori e dirigenti) relativo al numero di cartellini gialli e rossi ricevuti in tutte le partite del girone;
  • Sorteggio finale a opera della FIFA

Mondiali 2026, tutti i gironi

Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama

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Tommaso Paradiso e Carolina Sansoni si sono sposati a Capalbio. Emma e Lorenzo Jovanotti tra amici e parenti. Poi party in spiaggia

Tommaso Paradiso e Carolina Sansoni si sono sposati, ieri 13 giugno, a Capalbio, nella Maremma toscana. Il cantautore romano e l’imprenditrice digitale hanno celebrato il matrimonio circondati dall’affetto di familiari, amici e numerosi volti noti del mondo della musica e dello spettacolo tra cui Lorenzo Jovanotti, Emma Marrone, Coez, Alessandro Borghi, Nicola Savino e Dario ‘Dardust’ Faini, solo per citarne alcuni. La storia d’amore è iniziata nel 2017.

La cerimonia religiosa si è svolta nella storica Pieve di San Nicola, nel cuore del centro storico del paese in provincia di Grosseto. Ad officiare il rito è stato il parroco del borgo, don Marcello Serio. Una cerimonia religiosa officiata dal parroco del borgo, don Marcello Serio. La piazza della Repubblica, nel cuore del centro storico, su cui affaccia la chiesa medievale, era gremita di invitati ma anche di curiosi e fan, che non hanno esitato a chiedere qualche selfie agli ospiti vip. All’uscita dalla chiesa, i neosposi sono stati accolti dal tradizionale lancio di riso e petali, bianchi come il bouquet della sposa e gli addobbi floreali scelti dalla coppia per la cerimonia.

Paradiso, in completo blu e inseparabili occhiali da sole a celare l’emozione, e la compagna, in abito lungo bianco molto elegante dalle linee pulite con un generoso décolleté, hanno poi accolto gli ospiti per un party in una tensostruttura sulla spiaggia di Chiarone, accanto al celebre stabilimento L’Ultima Spiaggia. Il montaggio dell’imponente tendone ha scatenato commenti polemici sul web di ambientalisti e vacanzieri per via della vicinanza all’Oasi Wwf del Lago di Burano.

Le nozze arrivano a poco più di un anno dalla nascita della prima figlia della coppia, Anna, venuta alla luce nell’aprile del 2025. Un ulteriore capitolo felice nella storia d’amore tra Paradiso e Sansoni, insieme da diversi anni.

(Photo Credit Instagram @GabrieleParpiglia)

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“Sono il primo uomo trans attore, non ho vissuto il bullismo e la mia famiglia mi ha sempre appoggiato. Il transgender in Italia viene trattato con superficialità. Necessaria l’educazione socio-affettiva nelle scuole”: parla Alessio Fiorenza della serie “In Utero”

La serie tv HBO “In Utero”, creata da Margaret Mazzantini, diretta da Maria Sole Tognazzi, che firma anche la direzione artistica, affronta il tema della procreazione e della fertilità attraverso le storie che si intrecciano nella clinica Creatividad. Tutto ruota attorno a Ruggero (Sergio Castellitto), ginecologo fondatore della clinica di fecondazione assistita e di Angelo (Alessio Fiorenza), giovane uomo trans, talentuoso biologo.

“Quando ho letto la sceneggiatura e ho ‘conosciuto’ per la prima volta Angelo, – ci ha raccontato Alessio Fiorenza – mi sono chiesto il perché di questo carattere un po’ introverso, chiuso. Nelle prime quattro puntate si vede l’Angelo embriologo che ha a che fare comunque con le relazioni lavorative e quelle relazionali, in senso stretto. È ombroso. Non si è ancora vista la sua parte ‘familiare’ che poi è quella che ha forgiato il suo carattere, come si vede dalla quinta puntata quando torna a casa in Sicilia e ha a che fare con i genitori e i fratelli. E qui si scavano le dinamiche relazionali della famiglia che ti fanno capire il perché di certi suoi atteggiamenti. Quella della sua famiglia è stata un’accettazione tra le righe, mai palesata”.

Invece nel caso della tua famiglia com’è andata?
Io dico sempre che per quanto riguarda le storie della transizione ogni famiglia è a sé, ogni ragazzo o ragazza trans ha una storia alle spalle personale. Nel mio caso sono stato fortunato.

In che modo?
I miei mi hanno sempre riconosciuto senza alcun problema. Era tutto palese. Per definire o etichettare ci vuole un po’ più di esperienza e di conoscenza, ma quella la si acquisisce col tempo. Però insomma, per loro nulla di così sconvolgente ed inaspettato sicuramente.

Vieni da Terrasini, in provicina di Palermo. Hai sofferto il pregiudizio degli altri oppure sei stato vittima di bullismo?
Sin dalla adolescenza ho avuto un carattere un po’ predisposto al non chiedere scusa né permesso in alcun modo. Quindi mi sono imposto in maniera tale da non essere neanche ‘frainteso’. Era un po’ la mia presenza a parlare, lasciavo poco spazio alle parole o i permessi. Questa è una interpretazione che mi sono dato col tempo, guardandomi un po’ indietro. Non ho mai subito nessun tipo di discriminazione diretta. Forse quella velata o magari alle spalle, probabilmente sì.

Quando hai iniziato il percorso di transizione?
Quando ho lasciato la Sicilia a 19 anni. Sono andato in Inghilterra. Le tempistiche sono le stesse della sanità italiana, ma il plus era andare in un posto dove non ti conosce nessuno. Per me è stato molto più semplice. Almeno io l’ho vissuto in questo modo: non devi dare conto e ragione a nessuno, non devi spiegare nulla.

In Italia il “trans” viene identificato nell’ambito prettamente della prostituzione o della ‘macchietta’. Hai percepito un gap culturale rispetto all’estero?
Certo. È assolutamente evidente specialmente per quanto riguarda le ragazze trans. Il transcender viene identificato come un cliché, basato sulla superficialità. Non c’è una conoscenza approfondita per quanto riguarda queste tematiche, manca la cultura. Non c’è un processo di sensibilizzazione né di conoscenza, soprattutto, del processo di transizione. Non te lo spiegano da nessuna parte né a scuola né in altre parti ed è per questo che l’educazione socio-affettiva è fondamentale.

Oltre alla scuola esiste un altro canale di “educazione”?
Se togli questo tipo di educazione nelle scuole rimane l’informazione libera che puoi trovare su Internet, sui social… Infatti credo che molti giovani si informino attraverso i video su Instagram o TikTok. Secondo me non è un approccio necessariamente sbagliato, perché molto spesso si trovano testimonianze di persone trans, LGBTQIA+ o comunque in generale, quando c’è una testimonianza, c’è tanta informazione. Quindi, in realtà, sentire testimonianze o sentire parlare di certi argomenti se sono argomenti che chiaramente provengono da persone che sanno effettivamente ciò di cui stanno parlando, ben venga.

In “In utero” Angelo va a letto con una sua collega, ma quest’ultima ignara di tutto si accorge del sesso e si blocca. A te è mai capitata una situazione del genere?
Il mio personaggio Angelo è stato preso da un momento di passione e non penso si sia fatto molte domande, in quel momento. Si è sentito rifiutato anche se è stato anche lì un ‘non detto’. A me non è mai capitato sinceramente, ma perché mi sono sempre confrontato prima con l’altra persona, prima di fare qualsiasi cosa. Non mi faccio prendere dagli impulsi improvvisi (ride, ndr).

Ti senti un carico di responsabilità ad essere il primo attore trans in Italia?
Mi responsabilizza nella misura in cui a parlare è il mio corpo, la mia presenza stessa. Quindi non cerco un certo tipo di responsabilità che vada oltre questo. Non sento che la mia presenza debba, in qualche modo, essere giustificata o debba diventare ‘attivismo’ o debba diventare necessariamente ‘informazione’ o debba diventare necessariamente qualcos’altro. Semplicemente da questo è il mio modo di vedere. Credo che molte esperienze vadano semplicemente osservate. Poi se si vuole veramente comprendere qualcosa, lo si può fare e ci sono tutti i mezzi oggi per farlo.

Perché hai deciso di fare l’attore?
È una cosa che ho dentro da quando ero molto piccolo. È stato un momento circoscritto alle fantasie di un bambino di fatt. Poi ho abbandonato precocemente l’idea, fino a quando si è presentata poi l’opportunità concreta di poter partecipare a dei casting. E lì mi è ritornata la voglia, mi si è accesa improvvisamente una ‘lampadina’.

Hai ricevuto proposte di lavoro o sei impegnato in qualche casting?
In questo momento è tutto fermo, ma ci stiamo lavorando.

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“Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar

Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.

Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.

La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.

Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.

Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.

In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.

Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.

Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.

Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.

Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.

Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.

“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.

Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.

Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.

Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.

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Italia senza Mondiali, i problemi del calcio giovanile: “Il nodo principale riguarda i ragazzi tra 16 e 17 anni, lì emerge il divario rispetto ad altri Paesi”

Mentre l’Italia guarda l’ennesimo Mondiale dal divano, il dibattito sul futuro del nostro calcio dovrebbe ripartire ancora una volta dai settori giovanili. E c’è chi quel mondo lo osserva ogni giorno da una prospettiva internazionale. Valerio Candido, allenatore UEFA B, ha lavorato per sette anni nel vivaio dell’Inter e da un decennio fa parte dell’area tecnica dei progetti “Inter Academy”, portando metodologia, formazione e cultura sportiva in ogni angolo del pianeta. Ha allenato bambini, formato tecnici e toccato con mano realtà profondamente diverse tra loro. In Sudamerica ha visto giovanissimi vivere il calcio come possibilità di riscatto sociale, mentre negli Usa ha scoperto strutture e organizzazioni all’avanguardia. A ilfattoquotidiano.it racconta i segreti del calcio giovanile globale: un’occasione per interrogarsi sullo stato di salute del sistema italiano.

Qual è la prima cosa che nota quando osserva una partita di settore giovanile o un allenamento in Italia rispetto all’estero?
La pressione esterna rispetto a quale Paese sono di ritorno. In Sud America è molto simile alla nostra per passione, per coinvolgimento, per i genitori. Negli Stati Uniti c’è n’è meno, la partita è vista più come la possibilità da parte dei genitori di passare un weekend calcistico con le altre famiglie. C’è uno spirito un po’ meno competitivo, meno agonistico. Da noi c’è troppa esasperazione.

L’invadenza e la pressione dei genitori sulle tribune italiane sono tristemente note. Nelle sue esperienze all’estero ha riscontrato dinamiche simili o c’è un rispetto diverso per il ruolo dell’educatore/allenatore?
La competitività c’è. Negli Usa l’ho visto molto nel femminile, dove il calcio è il primo sport. C’è però abbastanza rispetto per il lavoro, per la figura dell’allenatore o dello staff. Non l’ho visto solo nel calcio, ma anche nel basket, nel baseball, nel lacrosse. C’è grande competitività perché la capacità di emergere in questi sport ti permette anche di avere un accesso al college universitario preferenziale e quindi anche un percorso, sia scolastico che sportivo, differente. Ma comunque è più sana.

Le è mai capitato di vedere un talento che in Italia sarebbe stato considerato “indisciplinato” o “ingestibile”, ma che all’estero veniva valorizzato proprio per la sua creatività?
Sì, soprattutto in Sud America, dove l’estro e la personalità vengono vissuti come caratteristiche naturali del giovane calciatore. Anche in Italia esistono ragazzi con queste qualità: la differenza sta nel contesto culturale e familiare in cui crescono. Creatività e fantasia sono fondamentali, ma devono essere accompagnate da valori educativi solidi. Un club non deve limitarsi a sviluppare l’aspetto tecnico o tattico del ragazzo, ma deve aiutarlo anche a maturare dal punto di vista umano e culturale, soprattutto se in futuro dovrà affrontare esperienze all’estero.

In Argentina ha visto bambini vivere il calcio con una competitività impressionante. Dove finisce la sana fame di emergere e dove inizia il rischio di caricare un bambino di aspettative troppo grandi?
In Sud America il contesto sociale incide moltissimo. Tante famiglie vedono nel calcio una possibilità concreta di riscatto economico e sociale: questo porta a esercitare una forte pressione sui bambini. È una mentalità che difficilmente cambierà, ma che allo stesso tempo contribuisce a formare giocatori abituati a convivere con tensione e responsabilità. Proprio questa capacità di gestire la pressione rappresenta spesso uno dei punti di forza dei calciatori sudamericani quando arrivano in Europa. Non è molto pedagogico, però è il loro punto di forza.

In Italia si parla spesso di troppa tattica e poca tecnica nei settori giovanili. Condivide questa critica?
In parte sì. L’Italia ha storicamente puntato molto sugli aspetti tattici perché erano il suo punto di forza. In altri Paesi i bambini sviluppano tecnica, creatività e furbizia giocando spontaneamente in strada o nei parchi, prima ancora di entrare in una scuola calcio. In Italia questa dimensione è quasi scomparsa. Di conseguenza il lavoro tecnico dovrebbe essere curato maggiormente nei primi anni di formazione. Per farlo servono istruttori preparati, capaci di insegnare correttamente i gesti tecnici in base all’età e al livello dei bambini. Spesso si anticipano troppo i concetti tattici, mentre la priorità dovrebbe essere mettere il pallone e il divertimento al centro del percorso formativo.

Dopo l’ennesima mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali si è tornati a parlare proprio di settori giovanili. Per lei il problema principale è davvero la formazione dei ragazzi o riguarda piuttosto la cultura calcistica degli adulti che li circondano?
Il talento in Italia non manca e continuerà a esserci. Il nodo principale riguarda la crescita dei ragazzi nella fascia d’età tra i 16 e i 17 anni, quando emerge un divario rispetto ad altri Paesi. In quella fase servirebbe un lavoro più individualizzato, costruito sulle caratteristiche tecniche, fisiche e caratteriali di ogni giocatore. Inoltre è fondamentale che i club abbiano il coraggio di lanciare i giovani nel calcio professionistico. Le seconde squadre delle società di Serie A e Serie B rappresentano uno strumento importante per accompagnare i ragazzi nel passaggio verso il calcio adulto. I risultati ottenuti dalle Nazionali giovanili italiane dimostrano che la base qualitativa esiste.

Quale Paese le sembra più vicino al giusto equilibrio tra risultati, crescita tecnica e formazione umana?
Ogni realtà presenta punti di forza e limiti. Stati Uniti e Canada sono molto avanzati dal punto di vista organizzativo: strutture moderne, grandi spazi e attrezzature di alto livello rappresentano un modello da imitare. In Sud America, invece, ci sono meno risorse e infrastrutture più datate, ma un’enorme produzione di talento. In Italia uno dei problemi principali riguarda proprio le strutture sportive, che andrebbero migliorate attraverso investimenti e incentivi adeguati. Allo stesso tempo, non dimentichiamo i punti di forza storici del calcio italiano: osservare ciò che funziona all’estero è importante, ma senza cancellare una cultura calcistica che ha portato l’Italia a vincere quattro Mondiali.

Se dovesse scegliere una singola intuizione metodologica o organizzativa vista all’estero da inserire subito nei centri federali italiani, quale sarebbe?
Ridurre l’importanza del risultato almeno fino ai 12 anni. È vero che la vittoria è spesso utilizzata come parametro di valutazione del lavoro svolto, ma credo che nelle categorie dei più piccoli la formazione debba avere la precedenza sulla competizione. Solo dagli Under 14 in avanti, quando il livello diventa più marcato, il risultato può assumere un peso maggiore. Creare mentalità vincente e imparare a gestire la sconfitta sono aspetti importanti, ma senza perdere di vista l’equilibrio educativo e la crescita del giovane calciatore.

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Infermiera in Svizzera. “In Italia mi sentivo un fantasma in reparto e non trovavo una dimensione umana”

Quando si è laureata in Infermieristica, la oggi 26enne Annalisa Bergo immaginava corsie ospedaliere dove crescere professionalmente, imparare dai colleghi più esperti e mettere in pratica ciò che aveva studiato all’università. La realtà che ha trovato entrando in un grande ospedale milanese, però, è stata molto diversa. Un ambiente segnato da gerarchie rigide, dinamiche di “nonnismo” e scarso spazio per le nuove generazioni. Tanto da spingerla a mettere in discussione la scelta della sua professione. “Ero la più giovane, una neolaureata in terapia intensiva. Mi sentivo letteralmente un fantasma che girava per il reparto”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Quello che dicevo e facevo era insignificante. Mi impegnavo al massimo, ma avevo la sensazione che non fosse mai abbastanza. Quando proponevo approcci nuovi, basati su ciò che avevo studiato all’università, la risposta era sempre la stessa: qui si è sempre fatto così, non ci interessa come faresti tu. Un clima che, più ancora della questione economica, rischia di allontanare molti giovani professionisti sanitari. “A un certo punto tornavo a casa e pensavo di aver sbagliato tutto. Mi chiedevo se quella fosse davvero la strada giusta”.

La svolta arriva quasi per caso. Tra curriculum inviati senza troppe aspettative compare un progetto particolare: coordinare l’apertura di un reparto pediatrico dedicato ai grandi ustionati presso la Zion Medical Clinic, una struttura sanitaria sul Monte Elgon, in Uganda. Annalisa si candida senza immaginare che quella scelta cambierà radicalmente il suo percorso. Partita nell’ottobre del 2025 per quello che avrebbe dovuto essere un mese di volontariato, resterà in Africa per oltre tre mesi e mezzo. “Quando sono arrivata la prima sera non c’erano nemmeno i guanti”, ricorda. “Non parliamo di farmaci sofisticati o apparecchiature avanzate: mancavano strumenti basilari. Ho comprato guanti per tutta la clinica e per loro era come se avessi donato una Lamborghini”.

In quel contesto, fatto di risorse limitate e bisogni enormi, Annalisa riscopre il significato più autentico della sua professione. La giornata iniziava con gli ambulatori per pazienti provenienti anche da centinaia di chilometri di distanza, che spesso giungevano a piedi: donne incinte, bambini da vaccinare, casi di malaria o tubercolosi. Nel pomeriggio si dedicava al reparto ustionati, gestendo visite, emergenze e organizzazione della struttura. La sera, dopo il tramonto, la comunità si ritrovava insieme. Le donne del villaggio cucinavano per tutti, volontari compresi. Nei fine settimana c’erano trekking nella foresta, visite ai villaggi e momenti di condivisione. Ma soprattutto c’erano i pazienti. Tra loro, un bambino di appena due anni destinato a lasciare in lei un segno profondo. “Era il più piccolo che avessi in cura ed era completamente solo, senza famiglia. Pensavo sinceramente che non ce l’avrebbe fatta. L’ho assistito tutte le notti, gli sono rimasta accanto continuamente”. Quel bambino si chiama Samuel. La sua storia ha portato alla nascita del “Centro Samuel”, una struttura dedicata ai minori abbandonati della zona. “Grazie a lui ho capito che la cura non è soltanto una procedura clinica. C’è una dimensione umana che è fondamentale e che in Italia avevo smesso di trovare. Mi mancava terribilmente”.

In Uganda scopre anche qualcosa che ritiene essenziale per chi lavora nella sanità: la condivisione emotiva. “Noi infermieri vediamo sofferenza e morte ogni giorno. Se non c’è uno spazio per parlarne, per confrontarsi, non si va avanti. Lì era normale condividere tutto: la stanchezza, la tristezza, le difficoltà. Questa umanità mi ha arricchita enormemente”. Il ritorno in Italia, però, è traumatico. Non soltanto per l’impatto emotivo del rientro, ma anche per il modo in cui la sua esperienza viene percepita. “Durante un colloquio in videoconferenza, mentre ero ancora in Africa, con una clinica lombarda mi dissero: ‘Adesso che è stata via così tanto, per un po’ le vacanze se le scorda’. Rimasi senza parole. Risposi che non ero in vacanza, stavo lavorando”. Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Mi dissero che a loro interessavano due cose: che non ripartissi e che non avessi una gravidanza nel breve periodo. A quel punto ho deciso di termine il colloquio”.

Parole che sintetizzano, secondo Annalisa, una difficoltà più ampia del sistema italiano nel riconoscere il valore di percorsi professionali non convenzionali. La svolta arriva poche settimane dopo dalla Svizzera. Qui la sua esperienza africana viene letta in modo completamente diverso. Durante il colloquio per una posizione in terapia intensiva cardiochirurgica, l’attenzione dei selezionatori si concentra quasi esclusivamente sul progetto ugandese. “Praticamente abbiamo parlato solo dell’Africa. Erano colpiti dall’esperienza, dalla capacità di adattamento e dalle competenze sviluppate sul campo”. Non solo. L’ospedale decide di finanziare direttamente la convalida del titolo professionale e di sostenerla economicamente in un Master internazionale in Cooperazione e Aiuto Umanitario, con percorsi formativi tra Europa e Africa orientale. “Ora posso continuare a lavorare e allo stesso tempo prepararmi per future missioni umanitarie. È esattamente la direzione che volevo dare alla mia carriera”. Guardando all’Italia, Annalisa individua un problema che va oltre gli stipendi. “Non si dà abbastanza spazio ai giovani. Spesso chi ha idee nuove e competenze aggiornate viene schiacciato da modelli organizzativi fermi da decenni. In medicina, però, la conoscenza evolve continuamente. Bisognerebbe valorizzare chi porta innovazione, non relegarlo ai margini”. E a chi oggi sogna di intraprendere la professione infermieristica dà un messaggio chiaro: “Non siamo semplici aiutanti del medico. Siamo professionisti laureati, con competenze e responsabilità precise. Dobbiamo smettere di accettare l’idea dell’infermiere come semplice ‘assistente’ e iniziare a rivendicare il nostro ruolo. È una battaglia culturale che la mia generazione ha il dovere di portare avanti”.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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Nuovi Ogm, scatta la mobilitazione in vista del voto in Parlamento Ue per dire “no” alla deregolamentazione

Si avvicina il giorno del voto che determinerà il futuro dell’agricoltura e della biodiversità in Unione Europea nei prossimi decenni. Il 17 giugno, il Parlamento Ue si esprimerà sulla proposta di regolamento relativo alle piante geneticamente modificate mediante nuove tecniche genomiche (Ngt), in Italia chiamate anche tecniche di evoluzione assistita (Tea). Una proposta che, di fatto, prevede di deregolamentare gran parte dei nuovi Ogm. Dopo l’accordo quadro raggiunto il 3 dicembre 2025 e l’approvazione delle nuove norme, ad aprile, da parte del Consiglio Europeo (con il voto positivo di 18 Paesi, Italia compresa) è l’ora del voto all’Europarlamento. Bruxelles stima che il nuovo quadro normativo entri in vigore a partire dalla metà del 2028. Ma se non attendono altro il Governo Meloni, con il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida in prima fila e i sindacati agricoli, sono contrarie diverse associazioni, tra cui Slow Food Italia, Centro Internazionale Crocevia, Legambiente, Greenpeace, Terra!, Associazione Rurale Italiana, Federbio, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica, Firab, Fairwatch, Federazione Nazionale Pro Natura, Lipu, Movimento Consumatori, Navdanya International, Verdi Ambiente e Società. Alcune associazioni europee, tra cui Centro Internazionale Crocevia hanno annunciato una mobilitazione davanti al Parlamento europeo, la mattina del 16 giugno. “Insieme a centinaia di organizzazioni europee di ogni settore chiediamo un rigetto della proposta di deregulation dei nuovi Ogm” spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Panié, campaigner del Centro Internazionale Crocevia. Secondo le associazioni, le nuove regole sono un rischio sia per la trasparenza nei confronti dei consumatori, sia per i piccoli agricoltori, le filiere convenzionali non ogm e l’agricoltura biologica.

La differenza con gli Ogm di vecchia generazione

Le nuove tecniche genomiche modificano il dna degli organismi (soprattutto vegetali) per ottenere caratteristiche specifiche. A differenza degli Ogm tradizionali, basati soprattutto sulla transgenesi (l’inserimento di materiale genetico esterno), le Ngt intervengono sul patrimonio genetico della pianta in modo più mirato, ottimizzando il patrimonio genetico già esistente, per esempio modificando o trasferendo sequenze compatibili con la specie in questione. Le metodologie più utilizzate, al momento, sono l’editing genomico che utilizza le cosiddette ‘forbici molecolari’ per tagliare il dna in punti precisi, la cisgenesi, con l’inserimento nel genoma di un gene preso da una pianta della stessa specie o naturalmente incrociabile e la mutagenesi mirata, che comporta modifiche circoscritte, con un massimo di venti variazioni.

Il nuovo regolamento e le due categorie di Ngt

L’accordo di dicembre, confermato nei mesi scorsi, introduce nel nuovo regolamento una distinzione tra piante derivate da Ngt di categoria 1 e Ngt di categoria 2. Le prime sarebbero considerate “equivalenti alle piante convenzionali” per una questione di lunghezza delle sequenze di Dna modificate (meno di 20 nucleotidi). In base a questo parametro, le piante da Ngt di categoria 1 verrebbero esentate dalle attuali norme sugli Ogm: rimane l’obbligo di etichettatura per i sementi e altro materiale riproduttivo, ma non sarà richiesta alcuna valutazione del rischio ambientale o sanitario, né ci saranno obblighi di tracciabilità lungo la filiera o di etichettatura per il consumatore finale. Le piante derivate da Ngt di categoria 2, con modifiche genomiche più complesse, rimangono soggette alla vigente legislazione europea in materia di ogm, comprese l’autorizzazione, la tracciabilità e l’etichettatura obbligatoria. Solo che circa il 94% dei nuovi Ogm allo studio rientra proprio nelle Ngt di categoria 1, quelle che verrebbero deregolamentate. “Rivendichiamo con orgoglio un risultato che permetterà di avere colture più resilienti, più produttive, con meno utilizzo di pesticidi e di acqua. Non si tratta di Ogm, ma di tecniche innovative che consentono miglioramenti mirati e naturali” dichiarava a dicembre scorso il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, commentando l’accordo raggiunto in sede europea.

I rischi del regolamento: la trasparenza e i diritti dei consumatori

Ma le associazioni contestano una serie di aspetti. Primo fra tutti la deregolamentazione su valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura, che poi porterebbe ad altri problemi, come quello legato all’agricoltura biologica. “Una deregolamentazione dei nuovi ogm – prosegue Panié – sarebbe la fine anche per il diritto dei consumatori a scegliere prodotti ottenuti senza ingegneria genetica, perché il piano è di eliminare l’obbligo di segnalarlo in etichetta. Ci scandalizza che le catene di supermercati non siano in prima linea nel difendere i loro clienti, mentre le associazioni dei consumatori gli chiedono di farlo”. In mancanza di un dibattito politico e mediatico in Italia sulle conseguenze ambientali, agricole e industriali di questo regolamento, infatti, le associazioni – tra cui Adiconsum, Adoc e Federconsumatori – hanno scritto alle più importanti catene della grande distribuzione organizzata. Per le associazioni, approvare il regolamento rappresenterebbe “un arretramento senza precedenti nel sistema di garanzie costruito in decenni a tutela del consumatore europeo: il diritto a sapere cosa si mangia e a scegliere consapevolmente verrebbe di fatto svuotato”.

I brevetti in mano alle multinazionali

E poi c’è la questione dei brevetti, una delle più controverse. Tanto da bloccare la formazione di una maggioranza qualificata in seno al Consiglio europeo, fino al raggiungimento di un compromesso. Non ci sarà un divieto sui brevetti, ma gli sviluppatori di piante Ngt-1 devono trasmettere le informazioni sui brevetti pertinenti a una banca dati pubblica e possono indicare volontariamente le intenzioni in materia di concessione di licenze a condizioni eque. Sarà istituito un gruppo di esperti per valutare l’impatto dei brevetti sulle piante Ngt. Entro un anno dall’entrata in vigore del regolamento, la Commissione pubblicherà uno studio relativo all’impatto della brevettazione sull’innovazione, sulla disponibilità delle sementi e sulla competitività del settore. Ma le Ngt sono tutte coperte da brevetti, di proprietà di poche grandi multinazionali del settore sementiero. Oggi quattro gruppi gestiscono il 60% del mercato mondiale: Bayer-Monsanto (23%), Corteva (17%), Syngenta/ChemChina (10%) e Basf (7%). Le nuove regole rischiano di creare una ulteriore dipendenza, a danno dei piccoli e medi agricoltori. Questi brevetti coprono geni simili a quelli contenuti nei semi non ogm (geni nativi) e consentiranno, quindi, a queste multinazionali di privatizzare anche i semi tradizionali che contengono tali geni.

I rischi per l’agricoltura biologica

“Senza tracciabilità – commenta Paniè – le piante ogm potranno diffondersi e contaminare i campi degli agricoltori che non le hanno acquisite, rovinando la loro reputazione ed esponendoli a cause legali per appropriazione di varietà brevettate”. Ai piccoli produttori potrebbe spettare l’onere di dimostrare di non aver utilizzato la varietà brevettata. Secondo le associazioni ambientaliste, il pericolo di contaminazione metterà gravemente a rischio le filiere convenzionali, così come quelle biologiche. Perché sarà complicato per chi coltiva biologico o convenzionale garantire l’assenza di contaminazioni provenienti da coltivazioni Ntg. “La deregolamentazione rappresenterebbe anche la fine dell’agricoltura biologica così come la conosciamo, basata su un disciplinare che vieta l’uso di organismi geneticamente modificati lungo tutta la filiera” aggiunge Paniè, secondo cui “sacrificare l’agricoltura italiana biologica e libera da Ogm agli interessi delle multinazionali agrochimiche è una pura follia che il governo italiano, insieme alla Coldiretti e alle altre grandi organizzazioni agricole, sta attivamente promuovendo”. Di fatto, spiegano, sarà impossibile per chi coltiva bio o convenzionale garantire l’assenza di contaminazioni provenienti da coltivazioni Ntg. “Se la proposta non verrà respinta durante la votazione in plenaria – è l’appello del Centro Internazionale Crocevia. chiediamo ai deputati europei di sostenere gli emendamenti che chiariscono l’attuazione della direttiva europea sui brevetti e quelli che richiedono la tracciabilità, i metodi di rilevamento, la coesistenza e l’etichettatura”.

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Abortire in Italia è un percorso a ostacoli. Se sei straniera, lo è molto di più

di Obiezione Respinta*

Negli ultimi anni con Obiezione Respinta abbiamo accompagnato persone con vario background migratorio nella loro esperienza di interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Ne è emerso un quadro chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è in grado di garantire un acceso libero, sicuro e gratuito all’aborto, tanto meno per chi vive già in condizioni di marginalità, all’incrocio di disuguaglianze di genere, provenienza, classe, salute. Ci siamo continuamente trovate all’interno di percorsi a ostacoli e corse contro il tempo.

Il problema è innanzitutto strutturale. La legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza in Italia concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare più che come un diritto da garantire. La legge lega l’accesso all’aborto a condizioni specifiche – pericolo per la salute fisica o psichica, difficoltà economiche o sociali – senza contemplare la possibilità che una persona semplicemente non desideri diventare genitore. A questo si aggiungono numerosi altri ostacoli: la “settimana di riflessione” dopo aver ottenuto il certificato IVG, l’obiezione di coscienza praticata da circa il 65% del personale medico e la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori e negli ospedali. In molte strutture vengono inoltre richiesti passaggi non previsti dalla legge, come l’ascolto del battito fetale nel momento dell’ecografia, causando ulteriori ritardi e disagi. In un percorso sanitario vincolato ai tempi come quello dell’IVG, ogni limite può compromettere concretamente l’accesso alle cure.

Per le persone straniere, questi problemi si moltiplicano. Il primo scoglio è capire a quale assistenza sanitaria si abbia diritto, orientandosi tra iscrizioni al SSN, codici sanitari, documenti amministrativi e regolamenti regionali spesso opachi.

Le persone provenienti da Paesi UE ed extra-UE che soggiornano in Italia per motivi di lavoro hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e gratuita al SSN. Chi accede con permessi di soggiorno per motivi di studio o religiosi può iscriversi al SSN, ma lo deve fare a pagamento, al costo di 700 euro, con procedure burocraticamente complesse e con la validità dei servizi per l’anno solare. Chi si trova in Italia per soggiorni di breve durata (fino a 3 mesi) per motivi di turismo, affari o altre ragioni temporanee può accedere alle prestazioni sanitarie, che sono generalmente a pagamento secondo le tariffe previste dal Servizio Sanitario Regionale, salvo il diritto alle cure urgenti ed essenziali (art. 36 del T.U. n. 286/98). Ci si può anche affidare ad un’assicurazione privata, che tuttavia non sempre copre le prestazioni relative all’IVG. L’aborto, dunque, non viene sempre riconosciuto come prestazione urgente o essenziale ai fini dell’esenzione, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si configura perciò come questione economica oltre che sanitaria.

Esistono poi codici specifici per situazioni di particolare vulnerabilità: il codice STP (“Straniero Temporaneamente Presente”) e il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”). Il codice STP garantisce alle persone straniere in condizione di irregolarità l’accesso alle cure urgenti ed essenziali e continuative, inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza secondo le modalità previste dal Servizio Sanitario Nazionale. Il codice ENI riguarda invece cittadine e cittadini dell’Unione Europea non iscritti al SSN e privi di copertura sanitaria, che si trovano in condizioni di difficoltà economica, e consente l’accesso alle prestazioni sanitarie urgenti ed essenziali.

Reperire informazioni corrette è difficile per chiunque e, per una persona straniera, orientarsi tra codici, uffici, iscrizioni e strutture può diventare quasi impossibile, data la diffusa assenza di traduttori nei presidi medici.

Crediamo che parte della soluzione risieda nella possibilità di avere sul proprio territorio consultori realmente accessibili (dovrebbe essercene uno ogni ventimila abitanti, secondo la legge 405/1975), servizi a bassa soglia, mediazione culturale e informazioni chiare e in diverse lingue sui siti ufficiali. Applicare infine le linee di indirizzo sulla RU486 (2020) anche nei consultori faciliterebbe enormemente l’accesso all’aborto alle persone straniere, al di là del loro status giuridico, del loro ISEE e della loro condizione migratoria.

Durante i nostri accompagnamenti, siamo riuscite a ovviare al problema economico attraverso raccolte fondi, grazie alla solidarietà e mutuo aiuto della nostra comunità. Abbiamo fatto da traduttrici, spiegato il senso dei documenti, accompagnato in auto alle strutture sanitarie più vicine. Tuttavia, non siamo un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le pratiche di mutuo aiuto che costruiamo servono a condividere informazioni, esperienze e strumenti concreti di supporto, trasformando l’esperienza abortiva in un terreno di rivendicazione politica. Aborto, contraccezione e salute sessuale e riproduttiva continuano a essere trattati come temi eccezionali o moralmente controversi: sono invece aspetti fondamentali della vita e dell’autonomia delle persone. È anche nostro compito rendere visibili i corpi che questo sistema lascia indietro.

*Obiezione Respinta è un’associazione transfemminista nata a Pisa che pratica accompagnamento all’IVG

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Aborto farmacologico a domicilio, il caso della clinica Mangiagalli: nel 2025 il 95% delle IVG gestito da casa

L’aborto farmacologico a domicilio fino alle 9 settimane dall’inizio di gestazione è ancora molto poco diffuso in Italia, nonostante il ministero della Salute lo indichi come via preferenziale fin dal 2020. La Clinica Mangiagalli, dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, lo consente dal 2020 e i dati relativi al servizio ne dimostrano l’efficacia, la sicurezza e il gradimento da parte delle utenti: sul totale delle IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) farmacologiche del 2025, il 95% è stato effettuato in regime domiciliare (nel 2024 era stato il 93%), secondo i dati raccolti nella relazione interna annuale che monitora il servizio.

I vantaggi evidenziati dalla de-ospedalizzazione dell’IVG farmacologica sono la riduzione dei tempi di attesa tra il rilascio del certificato ed IVG e l’incremento del numero di IVG farmacologiche, che nel 2025 sono state il 62% sul totale (la media nazionale è del 59% secondo i dati più recenti disponibili, cioè quelli del 2023, con una forte variabilità regionale). Il tasso complessivo di complicanze è stato lievemente inferiore (0,35%) rispetto a quello già noto in letteratura. Il fallimento della terapia medica (con la persistenza dell’embrione in utero e necessità di intervento chirurgico) sono stati 2 su 705, come nella media.

“La pandemia di Covid-19 ha agito come catalizzatore per l’adozione del metodo farmacologico domiciliare. Durante il periodo critico, le uniche persone in fila erano le donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza. Questa situazione ha spinto a implementare un sistema telefonico di screening e a rendere il processo più efficiente per sgravare il pronto soccorso e gestire meglio il flusso di pazienti. L’emergenza ha accelerato l’approvazione di un unico protocollo, valido anche per l’aborto spontaneo entro le nove settimane, semplificando ulteriormente le procedure” spiega a ilfattoquotidiano.it Sarah Salmona, responsabile del servizio IVG presso la Clinica.

Il modello Mangiagalli potrebbe essere adottato facilmente da qualunque ospedale. La prassi ancora largamente diffusa, infatti, è quella di far tornare la donna in struttura sia per il primo farmaco (mifepristone) che per il secondo farmaco (prostaglandine), cioè quello che provoca l’espulsione (solo nel 3-4% dei casi l’aborto avviene con il solo mifepristone entro le successive 12 ore dall’assunzione).

Nella procedura attuata dalla Mangiagalli, il primo farmaco viene somministrato nella struttura e le prostaglandine sono utilizzate dalla persona a casa propria. Un’ulteriore caratteristica positiva del servizio in Mangiagalli è che l’intera procedura è gestita non in clinica, dove si svolgono solo le IVG chirurgiche, ma al consultorio di via Pace, poco distante. Uno screening accurato, che prevede anche la mediazione interculturale, consente di verificare l’esistenza di condizioni idonee alla somministrazione domiciliare e di dare alla persona tutte le informazioni necessarie a gestire autonomamente la procedura. “Il counselling è la parte più importante del nostro lavoro – spiega Massimo Destro, ginecologo del consultorio di via Pace. – Il medico non deve essere superficiale, deve accertarsi che la paziente abbia ben compreso le istruzioni. Per esserne certo, io faccio scrivere alla paziente stessa le istruzioni di cosa fare nel secondo giorno a casa, in modo che sappia esattamente quello che succede. E deve esserci un approccio non giudicante, consapevole che la donna ha fatto la sua scelta e che sta vivendo un momento che può essere complicato”.

Facendo parte dello stesso ente, il consultorio di via Pace è collegato all’ospedale anche sotto il profilo amministrativo. Dato che la Regione Lombardia non ha approvato alcun provvedimento amministrativo per consentire a consultori e ambulatori di somministrare i farmaci – come invece hanno fatto l’Emilia-Romagna e, di recente, la Campania – abbiamo cercato di capire quale strada abbia percorso il consultorio di via Pace.

“L’attuale regolamentazione in Lombardia richiede, per la procedura IVG, la creazione di una cartella clinica ospedaliera, il che impedisce ai consultori di gestire l’aborto farmacologico” – spiega Edgardo Somigliana, primario di ginecologia presso la clinica. – “Nel nostro caso, abbiamo classificato alcune stanze del consultorio come stanze ospedaliere. In questo modo il consultorio è integrato con l’ospedale, operando formalmente in stanze ospedaliere dedicate, considerate come un day hospital clinico. Questa anomalia virtuosa ci consente di aprire la cartella clinica in consultorio ed offrire l’opzione domiciliare”.

Il principale ostacolo alla gestione consultoriale e alla possibilità di autosomministrarsi le prostaglandine a casa è, dunque, di tipo regolamentatorio. La questione dei rimborsi delle prestazioni gioca un ruolo determinante e per comprenderla bisogna addentrarsi per qualche passo nei meandri burocratici. Mentre le prestazioni ospedaliere sono rimborsate sulla base del cosiddetto “DRG”, Diagnosis-Related Group (Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi), le prestazioni erogate dai servizi territoriali sono rimborsate sulla base di un altro provvedimento amministrativo, definito “nomenclatore tariffario”. Si tratta in entrambi i casi di strumenti classificatori che attribuiscono un prezzo a ciascuna prestazione e i prezzi sono definiti periodicamente dalla giunta regionale. Se la Regione non indica nel nomenclatore tariffario le prestazioni per l’aborto farmacologico (non solo i farmaci, ma anche l’assistenza), il consultorio non ha il canale burocratico per agire. Anche se, in realtà, il quadro amministrativo già consentirebbe alle ATS, le Aziende territoriali sanitarie entro cui sono organizzati ed integrati ospedali e servizi territoriali, di prendere qualche iniziativa: “Il progetto regionale di integrazione del fascicolo socio-sanitario con la cartella clinica elettronica potrebbe rappresentare una svolta futura”, spiega la dottoressa Salmona.

Adeguarsi alle linee di indirizzo ministeriali favorendo l’IVG farmacologica in consultorio avrebbe importanti ricadute positive sulla prevenzione. “Un aspetto importante è la disponibilità della contraccezione post-aborto. Abbiamo rilevato che la contraccezione è più richiesta dalle donne che hanno vissuto l’aborto farmacologico a casa. Il modello integrato permette di fornire spirali e dispositivi sottocutanei gratuiti per le donne che rientrano nei protocolli, come le minorenni o le indigenti, e che hanno aperto la cartella consultoriale. La pillola viene somministrata il giorno stesso dell’assunzione del secondo farmaco, il misoprostolo. Questo sottolinea l’importanza di un servizio olistico che include sia l’interruzione di gravidanza che la prevenzione di future gravidanze indesiderate”, commenta Beatrice Tassis, ginecologa responsabile di struttura del consultorio di via Pace.

Un questionario predisposto dallo staff per sondare l’esperienza delle pazienti riguardo all’aborto farmacologico domiciliare ne dimostra il gradimento. “La ricerca, svolta tra il 2020 e il 2022 su circa 200 casi, ha mostrato un’ottima soddisfazione da parte del 90% delle donne, sia per il dolore fisico che psicologico. Le pazienti si sono sentite ben preparate, le informazioni ricevute hanno corrisposto alla loro esperienza e tornerebbero a scegliere questa modalità”, commenta Salmona.

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Diritti in Italia, così dieci anni di “imbuto legislativo” hanno bloccato le riforme: “Politica incapace di tradurre le domande sociali”

In Italia, negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a un “imbuto sui diritti” che, legislatura dopo legislatura, si è ristretto sempre di più. A mettere in fila i dati e ad analizzarli in chiave femminista e intersezionale, è il report “Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio effettivo dei diritti in Italia”. Promosso da Semia Fondo Delle Donne e curato da Giulia Marchese, Marta Nicolazzi, Aurora Perego e Massimo Prearo, è stato presentato il 9 giugno alla Casa internazionale delle donne di Roma, alla presenza della presidente Barbara Leda Kenny. Nei giorni in cui il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro viene indagato per violenza sessuale a Palazzo Madama e il collega di Fdi Roberto Menia aggredisce in aeroporto una coppia gay, a fare luce sullo stato del dibattito pubblico e politico sui diritti è lo studio promosso dal primo fondo femminista italiano. Che ha deciso, come raccontato dalla presidente Paola Di Leo, “di supportare il movimento con dati azionabili”: “La sensazione è che ciò che era acquisito sia tornato a essere fragile. E i dati ci mostrano un quadro ancora più preoccupante”. In questo, “l’occhio del movimento femminista è attento”. Da qui la scelta di rivolgersi all’esterno, come ribadito anche dalla consigliera di Semia Camilla Speriani: “Se c’è una forza che i populismi non sono riusciti a fermare è la società civile. Che deve presidiare i momenti in cui si formano le decisioni” e “creare una base di conoscenza condivisa là dove è terreno di contesa”.

L’imbuto normativo

All’interno del report, si analizza per la prima volta l’intero ciclo di vita di 1224 atti legislativi su tre legislature consecutive (dalla XVIIesima alla XIXesima). E il risultato è sconfortante: “Nel 2013 la conversione era intorno al 25%, nell’attuale siamo arrivati intorno all’1,4”, ha dichiarato la data scientist Marchese. “La legislazione sui diritti viene lasciata morire. L’inerzia è il meccanismo di funzionamento del sistema”. E qui emerge il paradosso, come si legge nel report: “L’Italia non mostra un drammatico deficit di consenso sui diritti e nemmeno una scarsa iniziativa legislativa”. Ma piuttosto “un deficit nella capacità di tradurre domande sociali legittime e condivise in norme effettive”.

Dei 1224 atti analizzati, solo 137 sono arrivati all’esito finale: l’11,2% del totale. Non solo: “La capacità del Parlamento di tradurre in norma le proposte si contrae nel tempo: dal 6,5% della XVII legislatura all’1,4% della XIX”, scrive il report. Diverso è l’esito dei 107 strumenti governativi: nell’oltre il 94,4 per cento dei casi (101), sono arrivati alla fine, dimostrando quella che Marchetti definisce “un’asimmetria strutturale” tra esecutivo e Parlamento.

Inoltre, continua lo studio, “il sistema non è neutro rispetto al segno politico dei provvedimenti. Gli atti restrittivi, pur essendo molto meno numerosi, arrivano più spesso all’esito finale: il 17,6% di questi diventa legge, quasi il doppio degli espansivi (10,3%). Il vantaggio dipende dal peso del canale governativo. Dei 27 provvedimenti restrittivi approvati, 25 sono decreti dell’esecutivo”. La Lega risulta il partito più attivo in proporzione ai seggi, e quello che ha fatto maggiori proposte restrittitive. Fdi e Fi occupano una posizione intermedia, mentre Pd e M5s sono quasi completamenta sul fronte espansivo. “Sotto il governo Meloni“, continua l’analisi, “il volume degli atti parlamentari raggiunge il massimo storico, mentre la capacità del Parlamento di trasformarli in legge scende a uno dei livelli più bassi”.

La situazione dell’Italia

Lo studio analizza poi, la posizione dell’Italia nei vari indici che ne misurano l’avanzamento sul fronte dei diritti. Ad esempio, per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, l’Italia ha segnato miglioramenti. Una tendenza “quasi interamente riconducibile a una dimensione formale, ovvero all’aumento del numero di donne nelle cariche di potere formale nella sfera economica (+18 punti) e sociale (+17.5), mentre la loro presenza nella sfera politica resta invariata e al di sotto della media europea”. E questo nonostante la conquista di avere due donne in posizioni apicali: la prima presidente del Consiglio (Meloni) e la prima leader del principale partito di opposizione (Schlein). Il miglioramento nell’accesso a posizioni di potere, scrivono ancora i ricercatori, “non è necessariamente associato a un miglioramento equivalente in altre dimensioni cruciali”, dal tasso di occupazione al divario retributivo.

Uno dei punti critici per l’Italia, inoltre, è la tutela della saluta sessuale e riproduttiva. Secondo l’European Abortion Policies Atlas, “tra il 2021 e il 2025 ha perso circa tredici punti nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza”. E sull’accesso alla contraccezione si è fermata al 62,7%, ben sotto Paesi come Francia (97,9%) e Germania (78,6%). Per quanto riguarda le persone migranti e rifugiate, l’Italia è “tra i dodici Paesi che hanno peggiorato le proprie politiche nel periodo considerato (2020-2023)” e a pesare soprattutto è stata l’approvazione del decreto Cutro. Viene poi definita “scoraggiante” l’analisi delle politiche LGBTQIA+. L’edizione 2025 della Rainbow Map assegna all’Italia solo 24 punti su 100, l’unico paese dell’Europa Sud e Occidentale con un indice al di sotto del 30%. Non va meglio per le persone con disabilità: gli indicatori di inclusione danno all’Italia un punteggio medio di 5,5 su 10 nel 2024 e nel 2025. E, infine, ben il 67,7% delle persone con disabilità grave tra i 15 e i 64 anni è fuori dalla forza lavoro.

Cosa pensa l’opinione pubblica

Se il sistema legislativo rallenta e arranca sui diritti, sul fronte opposto l’opinione pubblica si dimostra paradossalmente più favorevole a interventi estensivi. Anche se, come osservato da Prearo – ricercatore in Scienza politica all’università di Verona -, “non c’è un miglioramento negli anni” e varia la posizione a seconda dei temi. Ad esempio, “circa la metà della popolazione sostiene l’uguaglianza formale tra uomini e donne negli ambiti più visibili della vita pubblica”. Sull’aborto, “i dati IPSOS mostrano che il 70% è totalmente favorevole”. Ma non solo: “Un’ampia maggioranza della popolazione (70%) si dichiara per la libertà di vita delle persone LGBTQIA+. Ma, al tempo stesso, “quasi un quarto di persone hanno un atteggiamento o contrario o indifferente”. La percezione dei migranti rimane uno dei temi più problematici: tra il 40% e il 50% della popolazione ha posizioni indefinite, una quota molto più alta rispetto ad altri temi. “In linea di principio”, ha continuato Prearo in conferenza stampa, “le persone rispondono in maniera positiva, ma le cose cambiano quando si fanno domande sulla prossimità”. Nel 2023 più di un rispondente su quattro si è detto a disagio “se una persona rom avesse una carica politica di rilievo, uno su tre se fosse un collega, quasi uno su due se avesse una relazione sentimentale con la propria prole”. Seguono, in ordine decrescente di ostilità media, persone LGB, persone di fede musulmana e minoranze etniche o razziali, con percentuali dal 12% al 29% di disagio.

Le esperienze vissute e quelle (non) raccontate

Infine, per quanto riguarda i dati sulle esperienze vissute delle discriminazioni, il report ricorda la più recente indagine ISTAT (2025), secondo cui una donna su tre, tra i 16 e i 75 anni, ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. “Ma su questo”, osserva Prearo, “i dati italiani non esistono. Sono frammentati, fatti da associazioni e movimenti. Molto disparati perché le istituzioni italiane non li raccolgono in maniera massiccia, permanente e continuativa”. E’ il caso ad esempio delle persone con disabilità: “E’ molto difficile trovare rilevazioni che interrogano loro e non i caregiver”.

In generale, osserva il report, “le esperienze di marginalizzazione che emergono dai dati rivelano forme diffuse di ostilità quotidiana” e “la natura sommersa di queste forme di discriminazione le rende ardue da intercettare con gli strumenti istituzionali tradizionali”. Da segnalare anche il problema del “under-reporting”: “Il livello di discriminazione dichiarata nelle indagini generaliste è sistematicamente inferiore a quello che emerge quando si coinvolge direttamente la popolazione esposta”. Per colmare tutte queste lacune, i ricercatori e le ricercatrici hanno messo in fila e analizzato i dati. Perché, scrivono, per “superare la sospensione della cittadinanza, serve non solo un impegno legislativo, ma anche un profondo lavoro culturale e un monitoraggio indipendente capace di rendere visibili le discriminazioni che ancora oggi restano sommerse”.

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Docente e attivista di Extinction Rebellion fermata e perquisita in aeroporto per tre volte in pochi mesi. “Ma non ho precedenti”

Tre perquisizioni “casuali” in aeroporto nel giro di pochi mesi, due in entrata e una in uscita dall’Italia. È accaduto ad Annalisa, professoressa torinese e attivista di Extinction Rebellion, il movimento che manifesta per la giustizia climatica con azioni non violente. È stata lei stessa a rendere pubblico l’accaduto con un post sui social, poi diffuso da XR con un comunicato di denuncia. “Venerdì 5 giugno – racconta al fattoquotidiano.it – stavo rientrando dal Canada con mio marito, convalescente perché aveva fatto un incidente. A Malpensa abbiamo appoggiato i passaporti sul lettore digitale: con il suo il tornello si è aperto, con il mio è apparsa una x rossa sul display. Io me l’aspettavo, era la terza volta che capitava. A quel punto l’addetto aeroportuale mi ha fatto passare e mi ha detto di dare il passaporto al poliziotto che stava nel gabbiotto. L’agente ha digitato i dati sul pc, poi ha guardato lo schermo per 5 minuti buoni senza dirmi cosa stava capitando. In tutti e tre i casi mi hanno detto che era ‘un problema della macchina’”.

L’attivista ha filmato con lo smartphone sia i colloqui con i funzionari dello scalo, sia le risposte evasive degli agenti che l’hanno trattenuta per circa un’ora. “Stiamo controllando i suoi precedenti”, spiega uno di loro in un video condiviso su Instagram, rispondendo a una domanda dell’interessata, che replica: “Io non ho precedenti”. “A quel punto – prosegue Annalisa – un agente mi ha chiesto di andare con lui in ufficio. Entro e mi fanno sedere in una saletta con altre persone per lo più non italiane. Mi hanno tenuta lì altri 20 minuti, poi mi hanno chiesto di rintracciare il mio bagaglio perché dovevano controllarlo. Ci hanno accompagnati alla dogana e lì hanno chiesto a un funzionario doganale di perquisire la mia valigia. Lui era visibilmente seccato di doverlo fare e ha anche scherzato con me. Stavolta mi sono impuntata e alla fine ho ottenuto un verbale”. Si tratta di un documento della Polizia di frontiera, indirizzato alla Dogana di Malpensa, in cui si dà atto della perquisizione, mentre nelle occasioni precedenti il verbale le è sempre stato negato. “Mi è accaduta la stessa cosa alla partenza per Montréal, il 25 maggio. Ho rischiato di perdere un volo da 1.800 euro comprato d’urgenza. Per passare ho dovuto mostrare la chat con mio marito dove c’era la sua foto nel letto d’ospedale. La prima invece è stata a dicembre 2025 alle tre di notte, stavo rientrando dal Marocco dove studia mia figlia”, racconta Annalisa. Le richieste dei funzionari in quel caso sono state documentate con una registrazione audio da suo figlio, che viaggiava con lei.

Secondo Extinction Rebellion, negli ultimi due anni ci sono state “decine di segnalazioni di blocchi al controllo passaporti, in uscita e rientro nell’area Schengen, per persone che hanno anche solo occasionalmente partecipato a proteste del movimento”. Ora il documento rilasciato all’attivista è in mano agli avvocati Marino Careglio e Gianluca Vitale, che valutano iniziative per capire sulla base di quali informazioni sia stata trattenuta. Le denunce a suo carico infatti sono state tutte archiviate con formula piena (perciò non ne resta traccia sul casellario), così come la gran parte di quelle che hanno colpito gli aderenti al movimento in tutta Italia. L’unica banca dati istituzionale che potrebbe menzionare anche gli attivisti usciti indenni da inchieste e processi è il C.e.d., che raccoglie i cosiddetti precedenti di polizia. Del resto, nel report sulle attività di ordine pubblico svolte nel 2024, XR è definito “movimento ambientalista oltranzista”, da includere nel novero delle sigle dell’“estremismo di sinistra” insieme agli antagonisti e al “fronte comune di mobilitazione contro l’approvazione del Ddl 1660”, ovvero il Ddl Sicurezza. “So di altri di noi che hanno fatto accesso agli atti per capire se sono nel Ced della Polizia, ma hanno dato esito negativo”, afferma Annalisa. Una questione su cui ora il pool legale vuole vederci chiaro. “Mi fa rabbia che la gente non capisca quanto sia preoccupante”.

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Censimento dei senza fissa dimora, gli esperti bocciano il conteggio Istat: “Così si torna indietro di trent’anni”

La rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat si è svolta tra il 26 e il 29 gennaio 2026, divisa tra conteggio visivo e interviste di approfondimento. Sono state censite 10.037 persone in 14 capoluoghi. “Tutti contano”, diceva lo slogan scelto dalla Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) per la rilevazione. Ma ora, in fase di verifica del percorso, gli addetti ai lavori si confrontano sui limiti della ricerca. Esperti, operatori e la stessa fio.PSD spiegano perché, a loro modo di vedere, quel dato vada preso con le pinze: “Riguarda soprattutto persone in strada e dormitori di primo livello, non è confrontabile con le precedenti indagini e rischia di diventare un riferimento fragile per politiche, risorse e scelte amministrative”. Le perplessità sono state condivise durante il primo incontro pubblico di presentazione dei risultati in Liguria, organizzato a Genova da San Marcellino giovedì scorso.

Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia all’Università di Bologna e riferimento sull’operare con persone senza dimora da oltre trent’anni, riconosce il valore teorico dell’operazione: “Inserire le persone senza dimora nel censimento permanente significa riconoscere che quella condizione è un dato strutturale, non è un’emergenza”. Ma il risultato è a suo parere “una rappresentazione riduttiva e stereotipata” del fenomeno, “perché hanno scelto di non considerare accoglienze di secondo livello, comunità, appartamenti protetti, alloggi assistiti e percorsi abitativi”. Il risultato è “un sottodimensionamento importante” in termini numerici, ma soprattutto un passo indietro a livello culturale: “Ci abbiamo messo 30 anni per superare una definizione che limitava la condizione senza dimora alla mera assenza di una casa, a favore di una concezione più complessa”.

I numeri emersi contano 2.621 persone senza dimora a Roma, segue Milano con 1.641, poi Torino (1.036), Napoli (1.029), Genova (803), Palermo (611) e Bologna (597). L’ultima rilevazione, nel 2011, riguardava 158 città e aveva utilizzato altri criteri, i dati emersi non sono quindi confrontabili. A Genova una ricerca del 1996, riferita solo a persone italiane, contava 1.150 persone in contatto con le strutture Massoero, San Marcellino e Caritas e ne stimava altre 704 in città. Il nuovo conteggio Istat ne indica 803 in tutto, stranieri compresi. Gli addetti ai lavori si interrogano sulle ragioni di una differenza così marcata, che risulta poco plausibile.

Bergamaschi, che fa parte del comitato scientifico della Federazione, precisa che gli esperti avevano “fatto una serie di osservazioni sull’intero impianto della ricerca e in particolare sull’articolazione del questionario”, ma “nulla di quello che abbiamo proposto è stato recepito da Istat”.

Le critiche arrivano anche da fio.PSD, che pure ha reso possibile la rilevazione. Marzio Mori, membro del consiglio direttivo e direttore della Caritas diocesana di Firenze, ricostruisce così la scelta: “Istat è un gigante con le sue modalità, davvero poco flessibile. Potevamo scegliere se starci o non starci. Abbiamo scelto di starci”. Le organizzazioni che animano fio.PSD, in fase di verifica, hanno denunciato un approccio “estrattivista” nelle modalità di svolgimento della rilevazione: persone senza dimora considerate “come meri oggetti di indagine statistica”. La scelta di Istat di limitarsi alle prime due categorie Ethos, la classificazione europea dell’esclusione abitativa, “restituisce una visione stereotipata del fenomeno, appiattendo una realtà complessa e multidimensionale”. Contestati anche il questionario “lungo, invasivo” e con domande “poco rispettose”, comunicazioni deboli o tardive, criteri difformi tra città.

Per Danilo De Luise, responsabile dei servizi alla persona di San Marcellino, è una questione di sguardo. Lo mostra la storia delle donne senza dimora: “Quando non c’erano servizi dedicati sembravano pochissime; poi abbiamo cominciato a vederne molto di più”. Non erano aumentate all’improvviso: “Vuol dire semplicemente che non eravamo capaci a guardare”.

Il Comune di Genova accoglie le osservazioni e l’assessora Cristina Lodi parla di uso ponderato dei dati: “Non è solo il numero dei posti per dormire o meno, ma anche capire i profili di cui stiamo parlando, per offrire una presa in carico appropriata alle esigenze reali, che non sono omogenee”. Così Elisa Malagamba, dirigente comunale: “Istat è la più autorevole fonte italiana” e, se non si segnalano adeguatamente i limiti di quei dati, “abbiamo un problema, perché quei numeri verranno usati da qui a chissà quando”.

Le osservazioni andrebbero accolte e integrate alla lettura della rivelazione, chiude Mori, “perché da questi dati nascono le politiche”. Per questo gli addetti ai lavori chiedono a Istat di recuperare il confronto con chi lavora sul campo. Un dato fragile può essere peggio del vuoto che pretende di riempire.

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Padova e il tram da 630 milioni: il Pnrr sta per scadere ma non ci sono i treni. La storia del maxi appalto e gli incroci con il potere veneto

I binari faticosamente avanzano. Peccato soltanto che non ci siano i tram. Mentre la drammatica scadenza del Pnrr si avvicina inesorabilmente, la più grande opera di trasporto pubblico finanziata dall’Europa non è pronta: parliamo di 530 milioni (più altri cento circa messi dall’Italia). La storia infrastrutturale di Padova ne trascina con sé tante altre e ha risvolti che chiamano in causa l’intreccio tra politica ed economia, non solo nella città del Santo, ma in tutto il Veneto. Le radici sono profonde e riportano anche a vicende giudiziarie lontane. Soprattutto veneziane. A Padova c’è una città che cambia volto, appalti colossali, ricorsi Anac, il riaffacciarsi sulla scena della famiglia Baita. Il capostipite Piergiorgio era uno dei protagonisti dello scandalo del Mose e prima ancora della Tangentopoli targata Carlo Bernini e Gianni de Michelis.

Come nasce il progetto

Ma procediamo con ordine. È dal 2021 che la giunta comunale di Padova decide di puntare tutto sulla nuova rete tramviaria cittadina. Alla linea Sir1 (10,5 km), già esistente, si aggiungeranno la Sir2 (17,5 km) e la Sir3 (altri 5,5 km). Una scelta che divide: c’è il beneficio per l’ambiente e i trasporti pubblici puliti, certo, ma anche un impatto non trascurabile dei cantieri in un centro storico delicatissimo e i disagi per la vita dei cittadini provocati da anni di lavori. La giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Sergio Giordani va dritta per la sua strada. Anzi, rotaia. E, nel 2022, ottiene 621 milioni di finanziamenti (530 per il tram, di cui oltre 120 per le sole vetture): 3mila euro a testa per i 207mila abitanti. Record italiano.

Una grande vittoria politica per la giunta. Ma subito cominciano le polemiche. “Il Comune, attraverso la controllata Aps holding ha deciso di prendere una strada complicata”, racconta l’ingegner Leonardo Cetera, già presidente dell’ANCE padovana, che vent’anni fa aveva curato i lavori per la prima linea. Aggiunge: “Si è scelto di adottare lo stesso ‘sistema Lohr’ con un unico binario-guida, della vecchia Sir1. Così si potevano usare le stesse vetture, ma si tratta di una soluzione ormai obsoleta. Costa il doppio e oggi ormai esistono mezzi che vanno perfino a idrogeno”. Risultato: “Nessuno produce quel tipo di tram, così si è dovuto ricorrere alla multinazionale Alstom che nel frattempo aveva acquistato e inglobato la vecchia ditta francese Lohr. Quella che aveva vinto con noi la gara tanti anni fa”. E qui le complicazioni tecniche e finanziarie cominciano a intrecciarsi: “Per ragioni che non riusciamo bene a capire”, racconta Liliana Gori dell’associazione Padova Tram, molto critica con il progetto, “il contratto prevedeva un anticipo di oltre 40 milioni alla società realizzatrice dei vagoni”.

I treni fantasma

Gli anni, però, passano, e dall’Alsazia – dove ha sede l’impresa produttrice – i treni non arrivano: “C’era un cronoprogramma preciso, a questo punto avrebbero dovuto essere state consegnate almeno una ventina di convogli”. Invece? “Dopo tre anni e mezzo eravamo ancora fermi a uno”. Così in città comincia a montare l’inquietudine. Tanto che il sindaco Giordani e i vertici di Aps vanno in trasferta a ottobre 2025 nello stabilimento francese per valutare la situazione. Passano altri mesi e quasi nulla cambia: “I treni pronti pare siano cinque”, giurano e spergiurano in Francia. Ma uno solo è stato consegnato e comunque, anche nella migliore delle ipotesi, a poche settimane dalla scadenza del PNRR ne mancherebbero ancora 23. C’è di più, come ha dichiarato il nuovo Ceo di Alstom, Martin Sion parlando di una situazione “tra le più difficili” che ha affrontato nella sua carriera e annunciando un profondo piano di ristrutturazione.

A Padova cominciano a tremare: “In quattro anni, come ha finalmente confermato il sindaco rispondendo il 25 marzo a una mia interrogazione, fino a novembre scorso hanno realizzato un solo tram”, attacca l’opposizione con Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale. Aggiunge: “I consiglieri comunali di opposizione erano pronti ad andare a proprie spese a visitare lo stabilimento per verificare la situazione, ma l’assessore ai Trasporti, Andrea Ragona, ha preferito andare da solo”. E Lonardi manifesta tutti i suoi timori: la scadenza del termine del PNRR, tanto per cominciare. C’è, però, anche il rischio molto concreto che le linee possano essere pronte (pure su questo si vedrà), ma per i treni si debba attendere chissà quanto. Anni, forse, perché Alstom è in difficoltà e a questo punto trovare un’altra ditta in grado di produrre un tram fuori mercato sarebbe difficilissimo. “In pratica vanno costruiti ‘a mano’ uno per uno, senza catena di montaggio. Mentre le vetture nuove rischiano un fermo di anni”, spiega Cetera. Intanto l’avvocato Fabio Targa, presidente del movimento Prometeo, annuncia esposti alle autorità competenti.

L’assessore: “Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesti dieci

L’assessore Andrea Ragona si mostra sereno o, almeno, ci prova. “Non siamo preoccupati. Sulla linea 3 abbiamo già iniziato le prove con un convoglio, poi Ansfisa darà il suo giudizio. A Bologna non è arrivato neanche un tram. Il cronoprogramma è stato rinegoziato e i francesi li stanno producendo”. A che ritmo? “La consegna avverrà con un tram ogni tre settimane”. Se ne mancano 25, servono 75 settimane, quindi più di un anno e mezzo. “Se anche li avessimo tutti subito, non sapremmo dove metterli… La linea 3 può diventare operativa con i passeggeri entro l’anno. Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesto dieci”, è soddisfatto l’assessore. Già, ma la linea 2 che non sarà pronta prima del 2027. “Sul lato est la piattaforma è completata, sul lato ovest verso Rubano (Comune a ovest di Padova, ndr) all’80 per cento”. Serviranno i binari… “Con 4-5 squadre se ne posano 400-400 metri al giorno”. Servirà la linea elettrica… “I pali vanno su e poi in una notte si può installare un chilometro di fili”.

La replica di Eleonora Mosco, consigliere comunale e regionale della Lega: “Realisticamente la Sir 3 entrerà in esercizio nel 2027. Certamente Sir 2, nella sua completezza, non sarà in funzione prima di 18/24 mesi. Sui tram tutte le richieste di conoscere i dati con esattezza non hanno avuto riscontro. Uno è sicuramente finito, ad oggi forse due nuovi tram sono conclusi. Ma è un progetto vecchio e abbandonato dall’azienda che lo ha inventato, la Translohr. Infatti, mancano i pezzi di ricambio”. Non basta. “È un sistema rigido, basta un’auto mal parcheggiata e tutto il sistema si ferma. Ogni anno servirà un mese per le manutenzioni con arresto di tutta la linea. Le rotaie sono pericolose per le biciclette, come dimostrano i feriti con la Sir 1 a Padova e addirittura due morti a Venezia-Mestre”. Finora si è riusciti a metterci soltanto una piccola toppa comprando 8 tram usati da Latina, dove il vecchio sistema ormai è in disuso.

L’incubo Pnrr non fa dormire sonni tranquilli, anzi, visto che i tempi non saranno rispettati, la possibilità di ottenere i finanziamenti diventa una grande nebulosa. Alcune settimane fa il Comune ha organizzato un evento in via Morgagni per illustrare la nuova linea. Liliana Gori solleva altre perplessità: “Bisognerà vedere se i lavori saranno completati prima del termine fissato dall’Europa”. Non solo: “Ci sono molti punti non chiari, su cui attendiamo chiarimenti dal Comune e dalla controllata Aps. E i comitati non sono i soli ad avere delle perplessità, ci sono anche l’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac) e la Corte dei Conti”.

Gli appalti e il tira e molla sulle interdizioni

Proviamo a districarci in questa vicenda molto complessa. La Sir3, che è partita ben prima del Sir2, è stata affidata a un consorzio guidato dalla Ferrari Ing Ferruccio, che ha come presidente Giacomo Baita, figlio di Piergiorgio. Una vicenda non certo priva di polemiche. L’ex deputato M5S Raphael Raduzzi aveva presentato un esposto all’Anticorruzione: “Una delle ditte presenti nel consorzio era stato destinatario di un provvedimento interdittivo e quindi non poteva partecipare”. Cosa succede? L’Anac dà ragione a Raduzzi, l’appalto non si poteva dare. Intanto, però, la società presenta ricorso, afferma che l’interdittiva è stata cancellata. Quindi l’appalto viene confermato – “in periodo di sospensiva”, attaccano i comitati – dalla Aps controllata dal Comune che, nella corsa del Pnrr, decide di tirare dritto nonostante i ricorsi dell’Anac ancora pendenti: “Al momento della stipula non risultavano inibizioni a carico della ditta”. Poi tutto si capovolge, come avevano raccontato il Corriere del Veneto e il Mattino di Padova: Consiglio di Stato e Tar Lazio confermano l’interdittiva. Risultato: i lavori ormai sono avviati anche se si attendono le pronunce definitive. Con il possibile esito finale che siano stati realizzati da un’impresa che non poteva partecipare. Ma ormai (forse) sarà tutto terminato.

Basta così? Neanche per sogno. C’è l’appalto della Sir2. All’inizio tre cordate manifestano la loro intenzione a partecipare per due soli posti (uno per ogni ramo della linea). Ma la terza – di cui fa parte sempre la Ferrari ing Ferruccio – non presenta l’offerta economica e così viene esclusa. Partono i lavori, ma ecco che d’un tratto gli esclusi vengono ripescati. “Tutto assolutamente regolare“, assicurano in Comune.

Il ruolo della famiglia di Piergiorgio Baita

Ma come tutte le storie dei grandi appalti italiani, anche questa ha un retroscena che racconta il vero potere cittadino. E di tutto il Veneto. Come mostrano i documenti camerali della Ferrari Ing Ferruccio, la proprietà dell’impresa – specializzata in appalti spesso pubblici – è divisa tra due soci: la finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia con il 30%, mentre il restante 70 fa capo alla Studio Impresa srl. Quest’ultima, sempre da documenti ufficiali, fa capo a Giacomo Baita (55 per cento) e Isabella Nordio (il restante 45). Che poi altri non sono che il figlio e la moglie di Piergiorgio Baita.

Niente di illecito, ma quel nome suscita tanti ricordi. Parliamo dell’ingegnere che per decenni fu il gran signore degli appalti veneti e per lungo tempo fu tutt’uno con Giovanni Mazzacurati, dal 1983 al 2013 direttore (e poi presidente) del Consorzio Venezia Nuova. Baita dopo essere stato arrestato con le sue rivelazioni scoperchiò il pentolone degli appalti per il Mose. Alla fine, grazie alla sua collaborazione con la giustizia, ne uscì con un patteggiamento a un anno e dieci mesi per false fatturazioni e frode fiscale. Il figlio e la moglie non sono toccati dalle inchieste, e oggi la famiglia Baita è ancora sulla cresta dell’onda. Perfino sponsorizzando la Reyer, la squadra di basket maschile dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, di cui la “Ferrari ing Ferruccio, tecnologie marine e grandi infrastrutture” è uno dei Main Sponsor. E qui c’è forse una questione di opportunità: la Ferrari ing Ferruccio, controllata dai Baita, risulta aver partecipato a gare delle società partecipate dal Comune di Venezia.

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Calcio bailado, ritmi alti e fantasia: sembrava il Brasile, era il Marocco

Meno che discreta la prima. Pur considerando la forza dell’avversario. Pronti, via: il Brasile di Ancelotti parte piano. Poi di strada ne farà, il percorso è lungo. Quanta ne farà, è presto per dirlo, ma certo per ora non sembra all’altezza delle grandi favorite del torneo, Francia, Spagna, Argentina… Il Marocco invece si presenta con una veste tutta nuova, più giovane e più offensiva, sbarazzina, talvolta persino troppo, ma si conferma all’altezza della nazionale che quattro anni fa stupì il mondo arrampicandosi fino alla semifinale. E’ stata comunque una partita interessante: di buon livello il primo tempo, meno brillante il secondo, e non per colpa del caldo, assolutamente accettabile, 30 gradi all’inizio, 28 alla fine, con umidità introno al 45%.

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Se non fosse stato per le magliette indossate, stavolta per fortuna quelle tradizionali, all’inizio e poi anche per altri larghi tratti della partita, il Marocco sembrava il Brasile e il Brasile sembrava il Marocco. Da una parte, calcio bailado, ritmi alti, fantasia, eccellente tecnica individuale, il tutto condito con grandi sorrisi dei giocatori che si divertivano a fare quello che stavano facendo. Era il Marocco, non il Brasile. Dall’altra parte, una squadra attendista, piuttosto lunga, più preoccupata di difendere che di attaccare, con i funamboli là davanti troppo distanti da centrocampisti e difensori, tutti persino un po’ distratti. Era il Brasile, non il Marocco. Strano, anche perché il Marocco che ci ricordavamo, quello del 2022, era una formazione che si basava soprattutto su una grandissima solidità difensiva. Evidentemente, il cambio di allenatore ha determinato un rovesciamento delle caratteristiche della squadra. Costretto alle dimissioni nonostante il successo (a tavolino) in Coppa d’Africa, anzi proprio perché non aveva vinto la finale sul campo, il ct Regragui, autore dell’impresa in Qatar, è stato sostituito da Mohamed Ouahbi, che alla guida della Under 20 marocchina aveva conquistato il titolo mondiale di categoria. Dominio del gioco, aggressività e pressing, anche alto, i suoi principi di gioco. Che si sono visti subito. Mezz’ora di ottimo calcio e bellissimo gol del vantaggio.

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Poi è apparso Vinicius, la stella che tutti aspettavano. Anche con un po’ di pressione addosso: 9 gol segnati in Nazionale in 49 presenze venivano giudicati, in Brasile e non soltanto in Brasile, troppo pochi rispetto alla qualità del giocatore. Lasciato a se stesso nelle prime battute della partita, a un certo punto ha deciso di fare da solo, è tornato sulla linea di metà campo, è partito palla al piede, ha chiesto e ottenuto un triangolo con Bruno Guimaraes, è arrivato in area quasi sulla linea di fondo, si è fermato, è tornato indietro, dribblando il romanista El Aynaoui, è rientrato sul destro e ha infilato l’incrocio dei pali. Una fiammata che ha svegliato il Brasile fin lì dormiente. Poi Vinicius si è di nuovo un po’ spento, anche per merito di Hakimi, con cui ha dato vita a una serie di duelli davvero godibili.

In realtà, a modificare l’andamento della partita è stata anche una mossa tattica di Ancelotti. Aveva cominciato con Paqueta sulla destra e Rafinha alle spalle del disastroso centravanti Igor Thiago e quando ha scambiato le posizioni dei due le cose sono andate meglio. Pure le sostituzioni decise nella ripresa (Fabinho per Casemiro e poi Cunha al centro dell’attacco) hanno consentito al Brasile di riprendere un po’ il controllo del gioco. Per quanto alla fine i dati dicono che il Marocco è riuscito ad avere il 49% di possesso palla. Che contro cotali avversari non è niente male. Addirittura al nono minuto di recupero del secondo tempo i marocchini hanno avuto la grande occasione per vincere: solo un doppio intervento salvavita di Alisson, prima su un insidiosissimo tiro da lontano e poi sul tap in successivo, ha evitato al Brasile di cominciare il suo Mondiale con una sconfitta. Particolarmente sotto tono il centrocampo brasiliano: spesso in inferiorità numerica e sempre in difficoltà contro la pressione organizzata degli avversari.

Il Marocco ha messo in evidenza anche alcune individualità che andranno seguite con attenzione nel prosieguo del Mondiale. Su tutti, Ayyoub Bouaddi, 18 anni ma personalità da trentenne, centrocampista sicuro e dominante in tutte le zolle: titolare nel Lille, esordiente in Conference League a 16 e 3 giorni, in più giovane debuttante nelle coppe europee, in marzo ancora aveva giocato nella Under 21 francese prima di scegliere il Marocco. Poi il solito Brahim Diaz, con le sue traiettorie visionarie, come quella che ha propiziato il vantaggio marocchino, chissà se Mourinho lo lascerà andare alla Juventus, peccato sia stato costretto a uscire da un infortunio, speriamo per il bene del Mondiale che non sia grave. E ancora, Ismael Saibari, goleador di serata, migliore giocatore dell’ultimo campionato olandese, 15 gol nel Psg, 19 contando anche le euro-coppe, ma giocando da trequartista, suo ruolo naturale, non da centravanti come deve fare nel Marocco.

Insomma, volevamo scoprire il nuovo Brasile e invece abbiamo (ri)scoperto un nuovo Marocco. Ancelotti, non esattamente il volto della felicità, ha ammesso che la squadra deve migliorare, appellandosi all’inevitabile tensione del debutto. Vedremo. Prossima fermata: Scozia.

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Tutti dicono che Antipov è il più leale dei gentiluomini e che mia moglie è una santa. Ma che ne sanno?

Da un racconto apocrifo di Anton Cechov. Questa è la rivoltella con la quale ucciderò Pasha Antipov, il bel Pasha, l’invidiato colonnello della Guardia: il mio amico. Lo ucciderò per tutelare il mio onore. E’ l’amante di mia moglie. Tutti dicono che Pasha Antipov è il più leale dei gentiluomini e che l’Imperatore lo ama. Tutti dicono che mia moglie è una santa donna. Ma che ne sanno, tutti?

La sposai perché non possedeva alcuna di quelle caratteristiche esteriori che rendono le donne russe così suggestive e temibili. Piccola, fragile, con due occhioni estatici, sembrava provenire da un altro continente. Quando la presentai ai miei, mio padre disse: “Dimitri, tu sarai l’uomo più felice della Russia!” E mia madre: “Dimitri, tu ti meriti tanta fortuna, poiché Dio te l’ha concessa: sappila conservare”.

Non fui né felice né fortunato. Durante i quattro anni di matrimonio, non ho tradito mia moglie che tre volte, quando ero lontano per ragioni d’ufficio, e sempre per compiacere i miei camerati. Non avevo dunque nulla da rimproverarmi. Devo rettificare. Convengo che nei primi due anni di matrimonio fui felice. La grazia di mia moglie, la sua soavità, la sua innata eleganza non venivano mai smentite neanche dagli atti più futili della comune convivenza. E il suo dolce sorriso pareva ripetere continuamente: “Ecco, ti appartengo!” A farmi gustare appieno quella felicità s’univa il consenso degli estranei. Quando apparivo a fianco di mia moglie, a teatro e ai ricevimenti, leggevo negli occhi altrui lo stesso pensiero: “Che marito fortunato!” In amore nulla ci rende più felici che accorgerci di saperlo condiviso dal desiderio degli altri.

Ma una sera… Ah, l’istinto! Quale terribile nemico possediamo dentro di noi! Una sera, mentre rincasavo, infilai un vicolo. Mi sentii stringere il cuore: all’angolo, mia moglie parlava animatamente con Pasha; contro ogni abitudine, le sue palpebre erano semichiuse. L’istinto mi rivelò subito la verità. M’avvicinai. Mia moglie arrossì. Pasha apparve sconcertato. Si congedò correttamente e mia moglie chiese una vettura. Certo, il caso poteva aver condotto entrambi in quella strada come vi aveva condotto me, ma lei durante il tragitto disse: “L’ho incontrato mentre tornavo dalle suore della Provvidenza”.

Perché aveva sentito il bisogno di giustificarsi? La gelosia non è una malattia dell’immaginazione, è un male fisico. Quando ha messo radici in noi, non è possibile sottrarsi alla sua opera di distruzione. Da quel giorno, l’idea che mia moglie fosse l’amante di Pasha mi torturò. Per due anni continui mi diedi del pazzo. Avevo vergogna di me stesso, dato che il mio unico rivale era Chika, lo splendido pappagallo che mia moglie teneva in salotto e col quale scherzava con gioia infantile.

Ma l’istinto è spietato. Un giorno fui incaricato di una missione in un villaggio vicino. Era una di quelle belle mattine che in Russia ripagano a usura le uggiose, interminabili giornate invernali. L’indomani, al ritorno, non seppi resistere. Investigai. La cameriera confermò che mia moglie le aveva concesso di dormire in famiglia. Dunque, mia moglie era rimasta volutamente libera e sola durante la mia assenza. Passò altro tempo, durante il quale gli indizi si moltiplicarono. Oggi pomeriggio ero in salotto, abbandonato sul divano carico di cuscini. Stavo pensando a come documentare i miei dubbi quando Chika, saltellando sul trespolo, ruppe il silenzio: “Pasha, non qui! Pasha, non qui!” Balzo in piedi e lo fisso: lui arruffa le penne del collo: “Pasha, non qui! Pasha, non qui!”

Corro al Circolo militare, dove apostrofo Pasha Antipov: “Tu sei l’amante di mia moglie!” Non nega: “Sono a tua disposizione”. Cavo la rivoltella. Uccido. Nessun giudice crederà alla mia prova.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: la prima volta di Curacao, poi Olanda-Giappone | Orari e dove vederle in tv

Si parte con Davide contro Golia, poi però arrivano tre sfide tutte a loro modo intriganti ed equilbrate. Questo offre il menù odierno del Mondiale 2026: da Dallas a Philadelphia, da Germania-Curaçao a Svezia-Tunisia.

Si parte alle ore 18 italiane: l’esordio della Nazionale guidata dal ct Nagelsmann contro il Paese più piccolo presente in questa Coppa del Mondo, l’isola caraibica di Curaçao. Terra di paradisi marini e fiscali, ma anche ex colonia olandese. C’è molto del calcio oranje dietro alla cenerentola dei Mondiali: il ct Dick Advocaat, oggi 78enne, guida un gruppo di giocatori in molti casi nati in Olanda e militanti in Eredivisie. Dall’altra parte, Nagelsmann deve testare il trio Sane, Musiala, Wirtz dietro all’unica punta Havertz. Se alchimia e condizione dovessero funzionare, la Germania potrebbe diventare molto pericolosa in questo Mondiale.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca alla vera Olanda sfidare il Giappone. La Nazionale guidata dal ct Koeman è in bilico tra possibile flop o sorpresa di questa edizione: tanti dubbi sul gioco finora espresso, ma anche un 11 titolare che sulla carta ha poco da invidiare. Soprattutto a centrocampo, dove combinano Gravenberch, Reijnders e De Jong. Occhio ai nipponici, che per molti hanno i gradi di outsider, ma devono scontare alcuni infortuni pesanti. Compreso il capitano Wataru Endo: il 33enne del Liverpool si è ritirato per un problema al piede.

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Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

Nella notte italiana invece gli altri due match del gruppo E e del gruppo F: rispettivamente Costa d’Avorio-Ecuador e Svezia-Tunisia. Tutte in lotta per guadagnare il secondo/terzo posto che può valere i sedicesimi. La Costa d’Avorio punta a superare i gironi per la prima volta: c’è tanta esperienza e tante conoscenze del calcio italiano in rosa, ma la stella è Yan Diomandé. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche l’Ecuador del ct Beccacece, che a centrocampo schiera Moises Caicedo. Per la Svezia invece la vera incognita è l’attacco: c’è Gyokeres, ci sarà anche Isak? Di fronte una Tunisia molto solida, che punta a scombinare i piani di un girone molto equilibrato.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 14 e 15 giugno

Germania-Curaçao (girone E)
Orario: 18:00
Houston: NRG Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Olanda-Giappone (girone F)
Orario: 22:00
Dallas: AT&T Stadium, Arlington
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Costa d’Avorio-Ecuador (girone E)
Orario: 01:00 (notte tra il 14 e il 15 giugno)
Philadelphia: Lincoln Financial Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Svezia-Tunisia (girone F)
Orario: 04:00 (notte tra il 14 e il 15 giugno)
Monterrey: Estadio BBVA
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 14 e 15 giugno, la sfida tra Olanda e Giappone di domenica sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Germania-Curaçao, Costa d’Avorio-Ecuador e Svezia-Tunisia invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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I quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara mi ricordano il corpo di Cristo

Da antica tradizione, nella festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’, è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione.

Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato, si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia, e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendolara in Calabria, il primo giorno di questo mese.

Com’è tristemente noto si tratta della strage di quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.

Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo, è riuscito ad abbandonare il veicolo.

Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O ancora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali. I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi.

Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.

L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole.

Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiere spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.

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Sono entrata in una Rsa a fare visita a una persona cara e l’ho trovata legata alla carrozzina

Questo è tutto il male di cui siamo capaci di fare a persone inermi che le famiglie hanno abbandonato in questa specie di Purgatorio. Il loro orizzonte è vicino. Aspettano il fin di vita. Si libera un posto. Avanti il prossimo.

Sono entrata in una RSA a fare visita a una signora a me cara e l’ho trovata legata alla carrozzina. Chiedo al personale se può fare due passi, siamo in due a sostenerla, lei ormai è ridotta uno scricciolo, la solleverebbe anche un bambino. Voglio solo farle sgranchire un po’ le gambe. La risposta è no, il personale non è sufficiente. Per la sua sicurezza deve rimanere legata in carrozzina.

Mi guardo intorno, tutti sono legati alla sedia a rotelle. Pur avendo alcuni di loro totale autonomia ambulatoriale. Hanno il pannolone che gli infilano la mattina e lo cambiano la sera. Li vedo muovere forsennatamente i piedini, trascinandosi dietro l’impiccio della sedia a rotelle. Sembrano tanti cigni che sotto la superficie dell’acqua muovono velocemente le zampette palmate per darsi una spinta e scivolare sull’acqua. Ma qui la realtà del “lager” di lusso è più cruda. Dalla carrozzina al letto, praticamente passano 24h legati.

La struttura è privata e costa al paziente dai 3000 euro a salire. La signora è una delle donne più chic che io abbia mai conosciuto, appartiene all’alta borghesia milanese, è stata un brillantissimo medico. Paga la sua retta con la sua pensione. Il suo unico figlio l’ha relegata lì, in un posto senza anima. Dice: è per il suo bene. Le accarezzo la mano, da quanto tempo nessuno gliela prende in mano. Le tiene strette a pugnetto, l’artrosi le sta divorando. Gliele massaggio, mi sorride, stringe gli occhi, il sole le dà fastidio, le infilo il mio paio di occhiali.

L’ho portata a fare una passeggiata nel giardino. Ha l’aria serena. Un’altra carezza e le sfioro il volto. Orrore, le fanno barba e baffi, sembra uscita dal barbiere. Un po’ di peluria nelle persone anziane è fisiologica con il calo degli estrogeni, ma arrivare al punto di raderla con il rasoio mi sembra una crudeltà, l’abnegazione di ogni sacrosanto diritto alla dignità del paziente.

La signora è entrata nella struttura un paio d’anni fa, mi informa la nipote, con un principio di demenza senile. Gli esperti sottolineano che circa in un terzo dei casi può essere tenuta a bada agendo su fattori modificabili: uno di questo è proprio un po’ di attività fisica e stimolare il cervello con nuove connessioni neurali. Cioè bisogna prevenire l’aggravamento di certe patologie e non lasciarli spegnere come lumicini. La perdita della forza vitale, dell’entusiasmo è inesorabile, ma qui mi sembra che non si faccia nulla per contrastarla. Eppure li fai felici con un piccolo gesto. Le ho portato una scatola di cioccolatini, li guarda come una golosa Alice nel paese delle meraviglie.

Ogni suo sorriso è una piccola vittoria strappata all’abbandono, all’indifferenza del personale sanitario. I pazienti sono trattati in maniera disumana, cioè senza umanità, non c’è traccia di quella antica pietas in senso filosofico riservata al Grande Anziano. Il paziente è un ammasso di carne e ossa lasciato marcire.

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REGGIO EMILIA, CUCCIOLO DI CAPRIOLO SOTTRATTO AL SUO AMBIENTE: DUE DENUNCIATI

I carabinieri forestali di San Polo d’Enza, nel Reggiano, hanno denunciato due persone per aver sottratto un cucciolo di capriolo al suo habitat naturale. Il piccolo è ora in cura al Cras-Centro Recupero Animali Selvatici ‘Rifugio Matildico’ di San Polo d’Enza. L’intervento è scattato il 9 giugno dopo una segnalazione del Cras stesso. I militari si sono recati a casa di un cittadino nel comune di Vetto, sempre nel Reggiano, dove hanno trovato il cucciolo tenuto in cattività. Dalle indagini è emerso che l’animale era stato prelevato dal bosco il giorno prima da un conoscente dell’uomo, che glielo aveva poi affidato. I due sono stati denunciati con accuse distinte: a chi ha sottratto il capriolo vengono contestati furto aggravato ai danni della fauna selvatica e prelievo illegale di piccoli mammiferi. Chi lo deteneva è chiamato a rispondere invece di ricettazione e maltrattamento di Animali. I carabinieri forestali ricordano che in primavera ed estate è comune trovare cuccioli di capriolo nascosti nell’erba: non sono abbandonati, ma lasciati dalla madre mentre si nutre nelle vicinanze. La regola è non toccarli e allontanarsi. Il contatto umano lascia sull’animale un odore che può indurre la madre a rifiutarlo. Solo in caso di animale palesemente ferito è consentito intervenire, chiamando il Cras territorialmente competente.

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FOGGIA, ESTORSIONE DOPO FURTO DI CAVALLI: TRE IN CARCERE

I carabinieri della compagnia di San Severo (FG) hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’Ufficio Gip del Tribunale di Foggia su richiesta della locale Procura, nei confronti di tre persone accusate, a vario titolo ed in concorso tra loro, del reato di estorsione aggravata. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia e condotta dalla Sezione Operativa del Nucleo Operativo e Radiomobile di San Severo con il supporto della Stazione Carabinieri di Serracapriola, e’ scaturita dal furto di due cavalli, avvenuto nell’ottobre 2025, nelle campagne di Serracapriola, piccolo centro dell’Alto Tavoliere. A seguito della denuncia, uno dei proprietari degli animali sarebbe venuto in contatto con un uomo che, offrendosi come intermediario in grado di favorire il recupero dei cavalli, avrebbe prospettato, quale condizione indispensabile per la loro restituzione, il pagamento di una somma di denaro pari a 5.000 euro. Le vittime, temendo di perdere definitivamente gli animali, avrebbero avviato una trattativa sul prezzo da corrispondere, culminata nella definitiva consegna di 3.250 euro. L’attivita’ investigativa – riferiscono gli inquirenti – ha consentito di documentare con esattezza tutte le fasi della vicenda, dalla pretesa estorsiva alle modalita’ concordate per la restituzione degli animali, fino all’individuazione del luogo in cui erano custoditi. I militari, inoltre, hanno monitorato l’incontro organizzato per lo scambio del denaro e la restituzione dei cavalli, intervenendo dopo l’avvenuta consegna. Nel corso dell’operazione, i Carabinieri hanno recuperato parte della somma versata dalle vittime, rinvenendola nella disponibilita’ di uno degli indagati.

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CINA, GOVERNO AVVERTE: “TARTARUGHE-SPIA RUBANO SEGRETI MILITARI”

Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.

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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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La falsa promessa di Roberto Vannacci sulla remigrazione

Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.

Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.

Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.

Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.

Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.

Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.

Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.

Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati. 

Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi. 

Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.

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Il plebiscito finanziario di SpaceX eleva Musk a padrone assoluto del potere globale

I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.

SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.

L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.

C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.

A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?

La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.

Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.

Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.

Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa  (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.

Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.

Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.

Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.

Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.

La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.

È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.

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Il gelato cerca il futuro e trova il burro

Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità. 

La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato. 

La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.

Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.

E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale. 

Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.

Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.

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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.

Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.

In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».

L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).

Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.

Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.

“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.

I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.

Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.

Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.

Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.

Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?

È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?

È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?

È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?

La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.

Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.

I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.

Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».

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La pedagogia dell’ascolto e la protesta nonviolenta di Danilo Dolci

C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.

Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.

Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.

Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.

Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.

Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.

Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.

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L’anatomia di una diaspora vissuta tra i silenzi di una casa sul mare

Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo. 

Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza. 

Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi. 

«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male. 

A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla. 

Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia. 

Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata. 

Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Flashlight, Cover

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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L’intelligenza artificiale ha già iniziato a progettare sé stessa

Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.

Insomma, l’intelligenza artificiale sta iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).

Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».

Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.

Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.

Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.

Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.

È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».

Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.

Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.

È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.

Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.

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Lo sfarzo di Üsküdar, la moschea più grande della Turchia, e le bambine con il velo

Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice. 

È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.

Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città. 

L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […] 

A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.

Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio. 

Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul. 

 

Tratto da “Istanbul. Cronache graffianti dalla città degli imperatori”, di Marta Federica Ottaviani, Paesi Edizioni, pp. 176, 16 euro

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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.

A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.

Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.

C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».

Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.

Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.

Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.

Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.

Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.

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L’India vuole riscrivere le regole dello spazio per il Sud globale

L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.

Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.

Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.

Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.

L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.

Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.

Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.

L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.

L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.

Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.

Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.

A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.

Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.

A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.

Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.

L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.

La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.

L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.

Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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TRENTO, 40 HUSKY PER LE SLITTE. PROCURA: “E’ MALTRATTAMENTO”

La procura di Trento ha riconosciuto il reato di maltrattamento nei confronti degli oltre 40 Alaskan husky, sfruttati per il traino delle slitte (sleddog), che erano stati sequestrati con un’operazione del Corpo Forestale Trentino nel febbraio scorso in un allevamento nella zona di Millegrobbe a Lavarone in Trentino. “Sono pronti a trovare una famiglia che li ami e li accolga per il resto della loro vita gli oltre 40 Alaskan Husky sequestrati a febbraio a Millegrobbe”. I referti veterinari avevano documentato numerosi casi di denutrizione, disidratazione, debilitazione fisica, infestazioni parassitarie, dermatiti, ferite e altre patologie riconducibili alla prolungata mancanza di cure e a condizioni di detenzione incompatibili con il loro benessere.

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BERLUSCONI, L’ON. BRAMBILLA RICORDA IL PRESIDENTE ANIMALISTA: “CI MANCHI”

“Ricordare Silvio Berlusconi vuol dire rievocare le tante vite che ha vissuto, da imprenditore geniale, da politico che ha cambiato la politica, da statista con il record della più lunga permanenza al governo del Paese, da dirigente sportivo che ha vinto più di chiunque altro. Per me sarà sempre il “mio presidente”, che con me e con milioni di italiani condivideva, tra l’altro, profondi sentimenti di amore e di rispetto per gli animali. La trasmissione che conduco su Rete 4, “Dalla parte degli animali”, è nata nel 2017 per sua ispirazione e suo desiderio. Sono orgogliosa di aver consegnato agli archivi tanti video-ricordi del Berlusconi animalista convinto, come tale, allora, poco noto al grande pubblico: il presidente che manda un saluto ai telespettatori nel 2019, che racconta “l’amore a prima vista” e la vita con Dudù (a lungo il cane più noto d’Italia), che fa appello per le adozioni nei canili, che deplora le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, che allatta l’agnellino Fiocco di Neve (le immagini fecero il giro del mondo), che presenta “Peter” il figlio di Dudù, gli altri barboncini bianchi, il chihuahua “Rambo”, Harley e Sole, uno dei cinque cani provenienti dal canile di Olbia. L’amore verso questi eterni fanciulli, ripeteva sempre, è davvero grande. Mi piace immaginare che in qualche modo lo ricordino anche loro con lo stesso affetto. Ci manchi, presidente”.

Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, ricorda Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della scomparsa.

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Il Punto

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]

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Il Punto

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]

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A cena con il dinosauro di Edward Dolnick

L ondra, novembre 1859. L’origine delle specie di Charles Darwin, il libro che cambiò per sempre la prospettiva degli esseri umani nei confronti di sé stessi e della vita sulla Terra, viene pubblicato dall’editore John Murray. Solo pochi anni prima, nel 1853 e nella stessa città, tra tavolate opulente e decori sfarzosi, un manipolo di scienziati, uomini illustri ed editori, festeggiava quello che credeva un imperituro trionfo: le numerose scoperte di fossili, che si erano avvicendate dai primi anni dell’Ottocento sino a quel momento, non erano più una minaccia per la visione di un mondo felice disegnato da un Dio buono per il suo figlio prediletto, l’Uomo.

Richard Owen, ospite d’onore di quella cena organizzata a Capodanno al Crystal Palace, era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. In quel momento, durante quella celebrazione tenutasi all’interno di un modello in scala reale di un iguanodonte, Owen godeva di quella vittoria, inconsapevole che il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana. Le scoperte, i personaggi e, soprattutto, il contesto sociale e culturale in cui quella nuova rivoluzione, forse ancora più dirompente di quella copernicana, ebbe modo di svilupparsi fino al suo atto finale sono raccontati da Edward Dolnick nel suo libro A cena con il dinosauro. Come un eccentrico gruppo di vittoriani scoprì le creature preistoriche e cambiò accidentalmente il mondo (2026).

Nel suo saggio, Dolnick illustra come scienziati, letterati, donne e uomini comuni reagirono quando scoprirono per la prima volta che, in un passato remoto, il mondo era popolato da animali dotati di dimensioni colossali e caratteristiche inedite.

Richard Owen era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. Ma presto il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana.

Nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana la natura era un rifugio allettante rispetto a una realtà di guerre, malattie e povertà. La disperazione tratteggiata dai romanzi di Charles Dickens era un resoconto veritiero della condizione dei ceti meno abbienti e l’eccezionale sviluppo industriale portava con sé anche tensioni sociali e paura. Lo scorrere regolare di giorni e stagioni, la bellezza e la perfezione animale e vegetale, dai colori dei fiori alla leggiadria delle farfalle, dal prodigio dell’occhio umano a quello del cuore di una balena, apparivano come un meraviglioso dono di un padre misericordioso che, al centro di quell’idillio, aveva posto l’essere umano. O, forse, sarebbe ancora più calzante parlare di Uomo, in un periodo storico in cui il maschio bianco, europeo e benestante era il destinatario privilegiato di qualsiasi forma di riconoscimento e attenzione.

Fu Pliny Moody, un contadino dodicenne del New England, a rinvenire nel 1802 una serie di impronte a tre dita grandi circa quanto un piatto da portata. A questa prima scoperta ne seguirono altre, che comprendevano ossa enormi e, addirittura, scheletri quasi completi. Oggi noi diamo per scontata l’origine di questi resti e troviamo difficile immaginare cosa possano aver pensato e provato le persone di quell’epoca. Il fulcro della narrazione di A cena con il dinosauro, che si diversifica così da altri saggi che parlano della storia della paleontologia, si concentra proprio su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto, tra i loro saperi e nel loro immaginario, le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui il Pianeta era dominato da creature sconosciute e terribili, in un paesaggio molto diverso da quello del presente. E su come abbiano accettato l’orrore supremo, il concetto per cui il disegno divino non fosse poi così intelligente e le esistenze di questi animali del passato a un certo punto fossero state spazzate via.

Il fulcro della narrazione si concentra su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui la Terra era dominata da creature sconosciute e terribili.

Come scrisse l’antropologo Loren Eiseley e riporta Dolnick: “Il concetto di estinzione nel passato geologico era come uno spiffero freddo da una cantina buia. Gelava l’anima. Faceva nascere sospetti sulla natura di quel mondo confortevole, il migliore di tutti i mondi, creato a misura d’uomo”. Che ne era stato dell’orologiaio onnisciente di cui scriveva William Paley nella sua Teologia naturale? L’idea che potesse aver plasmato un mondo privo dell’essere umano e poi distrutto parte della propria creazione appariva difficile da accettare. La prospettiva emersa dal ritrovamento dei fossili lasciava sgomenti e, allo stesso tempo, meravigliati. Sono sentimenti che fatichiamo a cogliere nel loro valore e nella loro intensità, ma l’autore prova a restituirli paragonando gli scienziati dell’Ottocento inglese agli attuali astronomi alla ricerca di vita extraterrestre:
Gli scienziati e cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano stupefatti.

La differenza è che gli abitanti del passato emersero all’improvviso, in modo del tutto inatteso, nell’epoca vittoriana. Al contrario, gli abitanti di altri pianeti li stiamo cercando attivamente e un loro eventuale ritrovamento difficilmente ci coglierebbe davvero di sorpresa. Già dall’antichità gli esseri umani erano venuti in contatto con le vestigia di ere geologiche lontane: da principio le incorporarono in miti e leggende e solo molto dopo, ad esempio con Robert Hooke nel Seicento, cominciarono a familiarizzare con l’ipotesi che quelle conchiglie che si trovavano in cima alle montagne fossero l’indizio che svelava che quelle terre erano state sommerse e che quei resti non erano gli avanzi di un pic-nic pietrificati con il trascorrere del tempo, come sembra avesse suggerito un incauto Voltaire.

Nell’Inghilterra del 19° secolo, nonostante la resistenza al cambiamento di uomini in cui scienza e fede cantavano lo stesso inno di celebrazione per il “mondo felice”, la natura cambia la natura e l’illusione si dirada a colpi di ritrovamenti, così copiosi per via delle intense attività di scavo legate alla rivoluzione industriale. Il racconto di Edward Dolnick scorre chiaro: non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli e i protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano quasi corpo.

Quella di Edward Dolnick non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli. I protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano corpo grazie a una penna allegra, vivida e mai pedante, in un saggio che ha il pregio della leggerezza.

Nelle prime pagine compare Mary Anning, una donna povera, ma tenace e curiosa, una cercatrice di fossili instancabile a cui dobbiamo i primi scheletri completi o quasi di ittiosauro e plesiosauro e il primo fossile di pterodattilo rinvenuto in Inghilterra; si viene introdotti nelle cene a base di animali spesso inconsueti di William Buckland, stravagante geologo di Oxford che descrisse e battezzò il megalosauro, in seguito riconosciuto come il primo dinosauro mai identificato; sembra di scorgere Gideon Mantell, medico di campagna ossessionato dai fossili sin dall’infanzia, mentre strappa a un’esistenza disgraziata la gioia per il riconoscimento dei resti da lui ritrovati e identificati di un iguanodonte, tanto più che a conferire validità alla scoperta fu Georges Cuvier, considerato la stella polare dell’anatomia e citato persino da Sherlock Holmes per le sue abilità deduttive nel racconto I cinque semi d’arancio di Arthur Conan Doyle. Questi sono solo alcuni degli studiosi descritti con una penna allegra, vivida e mai pedante da Edward Dolnick, in un saggio che ha il pregio della leggerezza.

Infine, arriva Richard Owen, l’anatomista che nel 1842 coniò il termine “dinosauro”, con il suo volto da Uriah Heep, l’antagonista di David Copperfield, tronfio per aver creduto di aver ristabilito il mondo felice con una teoria onnicomprensiva. L’autore spiega:

La sua nuova teoria manteneva Dio al comando ma sembrava lasciar spazio a qualcosa che tendeva verso l’evoluzione. (Owen cercò abilmente di eludere questa pericolosa accusa.) Nel passato preistorico, suggerì, Dio aveva sparso per il mondo un po’ di specie e stabilito regole che governavano il modo in cui sarebbero cambiate nel corso degli eoni. Poi aveva premuto “play” e si era messo a guardare soddisfatto.

Questo sforzo interpretativo non bastò e la cena con il dinosauro fu l’ultima occasione per festeggiare e credere in una storia della Terra edificante, in cui l’essere umano continuava a essere al centro della scena. I tempi – e la società – erano ormai maturi per ammettere che fosse solo una specie tra le tante, nolente o volente soggetta alle implacabili regole dell’evoluzione.

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PESTE SUINA, ABBATTUTE TRE SCROFE IN UN ALLEVAMENTO DEL REGGIANO

Nell’ambito della prevenzione della peste suina africana, i Nas hanno sequestrato?tre capi ibridi ritenuti a rischio in un allevamento?dell’Appennino Reggiano, dopo aver riscontrato gravi irregolarità su rintracciabilità e biosicurezza. Si tratta di?tre scrofe adulte per le quali il servizio veterinario?dell’azienda Usl – che ha supportato i controlli dei carabinieri?del nucleo antisofisticazioni e sanità di Parma coadiuvati dai?militari forestali – ha disposto l’abbattimento eseguito?dalla polizia provinciale competente per territorio.
Le carcasse degli animali saranno sottoposte agli accertamenti diagnostici previsti dal piano nazionale di sorveglianza, con test specifici per la ricerca del virus della Psa. Gli animali erano inoltre?detenuti all’interno di una struttura non autorizzata e?sprovvista delle necessarie recinzioni di contenimento, in?violazione delle disposizioni vigenti in materia di?biosicurezza. Al titolare dell’allevamento sono state contestate?violazioni amministrative per un importo complessivo pari a?3.400 euro.

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CACCIA, PICHETTO: “DA UE SOLO OSSERVAZIOINI PREVENTIVE”

Rispetto al tema del ddl caccia che intende modificare la legge 152/92 “si precisa che la comunicazione della Commissione europea in relazione al testo del disegno di legge sulla tutela della fauna selvatica attualmente in discussione in Senato contiene delle osservazioni preventive su disposizioni ancora in corso di esame parlamentare, che non sono da intendersi come una declaratoria di incompatibilità unionale di norme vigenti. Sono valutazioni interlocutorie su un testo non ancora approvato e per le quali non sussiste alcun tipo di omissione informativa. Inoltre, non sussiste un autonomo obbligo di trasmissione al Parlamento di una interlocuzione tecnica riferita a disposizioni non ancora definitive”. Lo ha detto durante il Question time nell’Aula della Camera, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, rispondendo a un’interrogazione di Avs sulle iniziative per il rispetto della normativa europea sulla tutela della biodiversità, degli habitat e dell’avifauna selvatica. “Tali osservazioni saranno comunque valutate nelle sedi competenti, anche attraverso il confronto con le altre Amministrazioni interessate, al fine di assicurare la coerenza del testo finale con la disciplina eurounitaria”, spiega Pichetto, “ad ogni buon conto, le osservazioni formulate dalla Commissione si concentrano in particolare: sull’estensione della CACCIA nelle aziende agrituristiche-venatorie oltre la stagione venatoria, e l’eventualità che l’attività riguardi gli esemplari di fauna selvatica presente in loco durante periodi sensibili; la possibilità di estendere i periodi di caccia oltre i limiti oggi previsti; la possibilità di usare dispositivi ottici o optoelettronici per la CACCIA selettiva degli ungulati; la modifica della disciplina sui richiami vivi”. Su tali aspetti, “è in corso un’interlocuzione tra il MASE ed il MASAF, al fine di fornire risposta a quanto evidenziato dai Servizi della Commissione”, sottolinea il ministro. Inoltre, “in ragione dell’iter legislativo in corso, sono in fase di valutazione degli approfondimenti tecnici sulle formulazioni del testo e degli emendamenti, anche allo scopo di tenere conto, ove necessario, dei profili di attenzione evidenziati, senza tuttavia pregiudicare l’autonomia del Parlamento, cui spetta la valutazione e la definizione finale del testo normativo”, conclude PICHETTO.

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NAPOLI, 8 CANI IN GABBIE PICCOLE E SPORCHE: UNA DENUNCIA

Otto cani rinchiusi in gabbie piccole e in pessimo stato igienico-sanitario: denunciato il proprietario del terreno dove insisteva un vero e proprio canile abusivo. È accaduto – riporta Ansa – a Scisciano, dove i carabinieri della stazione di San Vitaliano, insieme al personale sanitario della sezione veterinaria dell’Asl Napoli 3 Sud, sono intervenuti presso un terreno a via Molino a seguito di una segnalazione nella quale venivano evidenziati maltrattamenti agli animali. Lungo il terreno, appositamente recintato, militari e sanitari hanno trovato sette cuccioli di chihuahua e un meticcio. I cagnolinI erano rinchiusi in anguste e sporche gabbie, con il meticcio bloccato da una catena al collo. Dopo gli accertamenti del caso, l’appezzamento è stato posto sotto sequestro mentre il proprietario del terreno, un 80enne già noto alle forze dell’ordine, è stato denunciato. Gli otto cani sono stati invece affidati ad una clinica veterinaria convenzionata con l’Asl per le cure del caso.

 

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Nello specchio rosso

A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.

Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.

Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi.

Partiamo dalla metafora dello specchio. Nei tuoi saggi hai inquadrato il rapporto tra l’Occidente e la Cina da vari punti di vista: la tecnologia, il cibo, l’organizzazione sociale e del lavoro. Nello Specchio americano parli di come il governo e la società cinesi si sono relazionati alle democrazie liberali e alle società capitaliste nell’ultimo secolo, del rapporto oscillante tra fascinazione economica e cattivo giudizio morale che la conoscenza approfondita della società americana ha generato in Cina. Ho letto il tuo saggio usando, in modo un po’ inconsapevole, le mie lenti di europeo, di persona che vive in una parte di mondo dove prevale un’idea di democrazia molto diversa da quella americana, più tendente al welfare state che allo stato ultra-liberale. Sappiamo che l’Unione Europea come soggetto politico rischia di diventare un nemico degli interessi di Trump. La Cina, invece, come ci percepisce?

Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro, sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario, tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così.

Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo.


A proposito della bilateralità dei rapporti di cui parlavi, alla Cina interessa trattare gli Stati europei come soggetti singoli piuttosto che come unione? Negli ultimi mesi abbiamo assistito varie volte ai tentativi di Trump e delle destre nostrane di smontare l’unità degli Stati europei per difendere i propri interessi economici. La Cina ha lo stesso interesse?

Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante, quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su cosa siamo per voi”.

A proposito di partnership e competizione: nel contesto di guerra multipolare in cui l’Unione Europea si trova quasi trascinata a forza dagli Stati Uniti, la Cina sembra proporsi come un soggetto più stabile, meno caotico e imprevedibile, più affidabile, ad eccezione della pressione militare sui territori che considera “suoi” come Taiwan. È uno strumento di soft power ideologico?

Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA. L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio, la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli Stati Uniti.

D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine.


L’elettorato profondo americano è molto concentrato sugli affari interni del proprio Paese e poco su quello che succede all’esterno, a dispetto delle politiche interventiste dei vari governi. Anche in Cina è così?

La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero. Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente” la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane.

Parlando della tua attività di giornalista che racconta la Cina, ti do tre verbi: informare, raccontare, spiegare. Quali pensi che descrivano meglio il tuo lavoro? Quale delle tre dimensioni è più forte, magari a seconda del mezzo che usi – articoli, saggi, podcast – o dell’argomento di cui parli?

Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria, strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito comunista cinese, magari lavorando sui personaggi.

Com’è cambiata la tua percezione del pubblico italiano sugli affari cinesi da quando hai fondato China Files a oggi? Pensi che oggi rispetto a prima il pubblico generalista sia più consapevole su certi argomenti?

Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse, bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la contemporaneità.

Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni.


Nell’accademia italiana vedo un soggetto capace di produrre le forme più complesse e approfondite di cultura e allo stesso tempo inadatto a comunicare con l’esterno, raccontare la ricerca. Senti di svolgere una funzione di mediazione tra l’accademia e il pubblico?

Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica. L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio, Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro sulle forme più recenti di comunicazione. 

Con Altri orienti allarghi lo sguardo dalla Cina all’Asia intera. Quali sono i filtri che usi per raccontare i diversi Paesi dell’Asia da un punto di vista locale e non con lo sguardo occidentale? Il sistema informativo italiano ha gli strumenti per raccontare vicende di Paesi che mediamente non sono presi in considerazione dal nostro sguardo?

La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato, perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della provenienza.

Com’è cambiato il tuo lavoro quotidiano di giornalista nel passaggio dalla direzione della redazione esteri del manifesto a Chora?

La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura.

Più in generale, pensi che la forma podcast permetta un’informazione più adatta all’organizzazione della vita contemporanea?

Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile. Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a tenere un giornale, banalmente.

È uno strumento più sostenibile dal punto di vista economico?

Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News, facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a pagare la qualità.

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Frutta alla griglia con ricotta al miele

Un dessert gustoso e semplice pronto in pochi minuti. Questa ricetta e tante altre la trovi nel numero di giugno della rivista Fior Fiore in cucina, in vendita al costo di 1 euro nei punti vendita Unicoop Firenze.

La ricetta

Difficoltà: facile
Preparazione:10 minuti
Cottura:10 minuti

Ingredienti

  • 2 pesche nettarine,
  • 2 albicocche,
  • 1 manciata di ciliegie,
  • 1 rametto di menta,
  • 1 cucchiaino di vaniglia in pasta,
  • 250 g di ricotta,
  • 4 cucchiai di miele di castagno

Vino consigliato: Moscato d’Asti

La preparazione

Lavate la frutta e tagliatela a metà, poi togliete il nocciolo. Tagliate a spicchi pesche e albicocche, quindi grigliate tutta la frutta su una piastra ben calda fino a caramellarla.

Preparate lo sciroppo raccogliendo in un pentolino il miele, le foglie di menta e la vaniglia. Scaldate a fuoco basso per pochi minuti, finché il composto sarà ambrato.

Disponete la frutta grigliata nel piatto da portata e accompagnatela con la ricotta, cospargendo con lo sciroppo al miele.

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ISRAELE, INCRIMINATO IL COLONO CHE HA PICCHIATO IL CANE DI UNA FAMIGLIA PALESTINESE

E’ stato incriminato dalla polizia per maltrattamento di animali e violazione di domicilio, entrambi reati a sfondo razziale, il 16enne israeliano ripreso in video mentre prendeva a bastonate il cane di una famiglia palestinese. Il ragazzo risiede nell’insediamento di Maale Adumim, nella Cisgiordania centrale. L’episodio è venuto alla luce dopo la diffusione di un video in cui si vede un sospetto che colpisce ripetutamente un cane alla testa con due mazze fino a fargli perdere i sensi, per poi continuare a picchiarlo anche dopo.

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ORSO INSEGUITO IN VALTELLINA, ON. BRAMBILLA: “GRAVE EPISODIO DI MALTRATTAMENTO”

“E’ grave, e merita di essere punito con severità, il comportamento dell’automobilista che, nella notte di domenica, in Valtellina, ha inseguito e filmato un orso, ovviamente spaventatissimo, per le strade di Oga, frazione di Valdisotto. Si tratta di un caso evidente di maltrattamento di animale, aggravato dalla diffusione del video su internet, che avrebbe potuto mettere in pericolo anche eventuali passanti. La legge Brambilla prevede la reclusione fino a due anni e la multa fino a 30 mila euro, con l’aggravante dell’aumento della pena per aver diffuso il filmato in rete. Per non fare certe cose dovrebbe bastare il buon senso, ma fortunatamente c’è la legge che vieta di maltrattare gli animali, tutti, anche quelli selvatici”. Lo afferma l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commentando il pericolosissimo inseguimento dell’orso tra le case del Paese.

(Foto di repertorio)

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Attività per Over 70 al Parco*Prato

Partirà il 16 giugno il progetto gratuito “Un’estate di sorrisi in compagnia. Benessere e Socialità per la Terza Età” promosso dalla Cooperativa sociale Nomos con la sezione soci Coop Prato, che ospiterà fino al 15 settembre negli spazi di via delle Pleiadi attività dedicate ad over 70enni, ogni martedì e giovedì, dalle ore 9.30 alle 12.

Le attività

In programma laboratori artistici e esperienze con la realtà virtuale, attività di poesia e collage, momenti di lettura e commento delle notizie del giorno, cinema e il gioco teatrale, esercizi per allenare la memoria in modo pratico e divertente, e attività di mobilità dolce per mantenersi attivi. Il tutto con il supporto da operatori ed esperti in invecchiamento attivo. 

A chi si rivolge il servizio

Il servizio è rivolto a anziani pratesi autosufficienti o parzialmente autosufficienti che vivono condizioni di solitudine. La partecipazione è gratuita, ma a numero chiuso (massimo 20 posti) e sarà possibile accedere esclusivamente previa prenotazione obbligatoria al numero 055 6510477

Occasioni per stare insieme e sfuggire la solitudine

“Le persone hanno bisogno di persone. Proprio per questo il periodo estivo rappresenta un momento particolarmente delicato per la popolazione anziana, caratterizzato spesso da solitudine, ridotta mobilità e minori, se non limitate, occasioni di socializzazione. Con questa iniziativa intendiamo offrire occasioni concrete di benessere psicofisico, relazioni interpersonali e miglioramento della qualità della vita anche nei mesi estivi” spiega Gaia Guidotti, vicepresidente di Nomos. E prosegue: “Uno degli obiettivi centrali dell’iniziativa è la prevenzione dell’isolamento sociale e la valorizzazione della persona anziana come soggetto attivo e parte integrante della comunità. Il progetto vuole sostenere le famiglie, promuovendo una visione dell’invecchiamento come un percorso che può essere accompagnato da benessere e inclusione sociale”.

“Il Fondo di Beneficenza esprime una componente essenziale dell’impegno di Intesa Sanpaolo, ovvero restituire valore alla comunità sostenendo progetti che promuovono solidarietà, inclusione e centralità della persona. In una società che invecchia, accompagnare le persone anziane e chi se ne prende cura non è solo una priorità sociale, ma una responsabilità collettiva. Il progetto ‘Un Ponte sul Tempo’ risponde a questa sfida con un modello innovativo, integrato e di prossimità, capace di unire interventi sociosanitari ed educativi per migliorare concretamente la qualità della vita degli anziani e dei loro caregiver” afferma Giovanna Paladino, Executive Director Fondo di Beneficenza, responsabile Segreteria Tecnica di Presidenza.

“Siamo molto contenti di lanciare questa nuova iniziativa che Nomos porterà negli spazi della nostra sezione soci per costruire un’estate di socialità e benessere per gli anziani che restano in città nel periodo estivo. Grazie a questa iniziativa per gli over 70, fino al 15 settembre in sezione soci offriamo una proposta di attività pensate per favorire il benessere, la socializzazione e il divertimento dei partecipanti che potranno vivere momenti di incontro, condivisione e svago in un ambiente sicuro, accogliente e climatizzato, supportati da uno staff qualificato. Ringraziamo Nomos per la collaborazione e per il programma di attività che porterà nei nostri Coop.fi dal prossimo 16 giugno. Sarà un’occasione per vivere l’estate in compagnia, con momenti di condivisione e nuove relazioni che arricchiranno anche la nostra sezione soci”, dichiara Stefania Ermanno, presidente della sezione soci Coop di Prato.

Come partecipare

Per informazioni è possibile contattare il numero 055 6510477. La partecipazione è gratuita, previa prenotazione. È previsto un colloquio conoscitivo prima dell’iscrizione. 

Le iniziative estive sono inserite nell’ambito del progetto più ampio “UN PONTE SUL TEMPO – Supporto consapevole e attivo per tutti i tipi di invecchiamento”, sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo.

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Consigli per fare la grigliata

La grigliata è molto più di un semplice modo di cucinare: è un momento di incontro, fatto di tempi rilassati, profumi che attirano e tanta convivialità.

Preparare una brace fatta bene e scegliere con attenzione cosa portare in tavola permette di trasformare un pasto all’aperto in un’esperienza che unisce il piacere del cibo e quello dell’amicizia.

Gli ingredienti

La qualità degli ingredienti è il vero punto di partenza per una grigliata ben riuscita, perché ogni elemento contribuisce all’equilibrio finale del piatto. Le carni bianche, come pollo, coniglio e tacchino, richiedono delicatezza: una marinatura leggera a base di olio, erbe e agrumi aiuta a mantenerle morbide e profumate senza coprirne il sapore.

Le carni rosse, come manzo e maiale, danno il meglio con tagli adatti alla brace, come costate, entrecôte o costine, dove una buona infiltrazione di grasso evita che la carne si asciughi durante la cottura.

Il pesce deve essere ben assortito: orate, branzini, crostacei o anche molluschi come i calamari si prestano bene alla griglia e si esaltano con pochi aromi essenziali.

Le verdure, come zucchine, melanzane, peperoni e mais, completano il tutto con leggerezza, offrendo contrasti di consistenza e sapore, soprattutto se condite dopo la cottura con erbette.

Gli strumenti 

La scelta dello strumento incide sul risultato finale, non solo in termini di gusto ma anche di controllo della cottura.

La griglia a carbone rappresenta la soluzione più tradizionale: raggiunge temperature elevate e garantisce una rosolatura intensa, oltre al tipico aroma affumicato.

La legna aggiunge una componente aromatica più complessa e variabile in base al tipo utilizzato, come faggio o quercia, ma richiede maggiore esperienza nella gestione delle braci. Le griglie a gas offrono invece un controllo preciso della temperatura, permettendo di modulare facilmente il calore e di lavorare su diverse zone di cottura. Sono ideali per chi desidera risultati costanti e tempi ridotti di accensione.

Le griglie elettriche risultano pratiche e adatte a contesti urbani o spazi limitati: pur non raggiungendo le stesse intensità aromatiche, consentono una cottura pulita, senza fumo e con una gestione semplice.

I trucchi 

Una grigliata ben riuscita nasce soprattutto dalla gestione del calore. La brace deve essere stabile, priva di fiamme vive e con una distribuzione uniforme: cuocere su fiamma diretta rischia di bruciare l’esterno lasciando l’interno crudo.

La manipolazione degli ingredienti richiede attenzione: girare la carne troppo spesso impedisce la formazione della crosticina, mentre forarla fa fuoriuscire i succhi, rendendola asciutta.

Meglio usare le pinze e intervenire solo quando necessario. Il momento della salatura è cruciale: troppo presto può favorire la perdita di liquidi, mentre a fine cottura preserva morbidezza e sapore.

Il riposo post-cottura è un passaggio fondamentale: lasciare la carne qualche minuto lontano dalla fonte di calore permette ai succhi di redistribuirsi. Infine, marinature equilibrate ed erbe fresche possono valorizzare ogni ingrediente senza coprirne l’identità.

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Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica

La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.

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Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica

La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.

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Bilancio positivo per Unicoop Firenze: vendite a quota 3,2 miliardi di euro

Si chiude con un risultato positivo il bilancio 2025 di Unicoop Firenze. In uno scenario complesso e caratterizzato da forte instabilità, la cooperativa ha svolto la sua attività in 127 punti vendita, con ricavi per vendite lorde al dettaglio pari a 3,2 miliardi di Euro, con un incremento delle vendite del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente.

Un dato di crescita a volumi che testimonia il forte apprezzamento dei soci e clienti per la politica commerciale fatta dalla cooperativa e che è in controtendenza con quanto avvenuto sul mercato dove il commercio alimentare chiude il 2025 in calo, con una perdita dei volumi di vendita del -0,8%.

Il bilancio evidenzia un utile di esercizio di 20,4 milioni di euro, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro. In un contesto generale critico e sfavorevole, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e instabilità internazionale che ha fortemente condizionato il mondo produttivo e distributivo, la cooperativa ha continuato a conseguire importanti risultati economici e patrimoniali, garantendo comunque le migliori condizioni di acquisto e di servizio ai propri soci e alla clientela in genere.

2022: buoni propositi

Iniziative per tutelare il potere di acquisto dei soci

In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat) la cooperativa ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento.

Nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 Euro, lo sconto del 10% su una spesa di dicembre fino alle iniziative sui prodotti esclusivi per i soci, rappresentativi dei valori della cooperativa e proposti con forti sconti (fino al 60%). Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro.

L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459 mila, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Un dato che la cooperativa registra come segnale molto positivo, perché significa che la cooperativa continua a essere scelta e a rappresentare un riferimento per i consumatori in Toscana.

Patrimonio netto e prestito sciale

Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro.

Il prestito sociale, che ammonta a 1.576 milioni di euro: il prestito sociale è interamente coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa.

Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio, tenuto conto che nel corso dell’anno la cooperativa ha riconosciuto ai soci sul prestito ordinario un tasso dell’1,3% fino al 28 febbraio e dell’1% dal primo marzo, mentre sul prestito vincolato a 18 mesi un tasso del 4% fino al 28 febbraio e del 3,30% dal 1°marzo.

Interno punto vendita
Interno punto vendita

Occupazione

Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato, un indicatore importante di buona occupazione.

Rispetto al 2024 i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 812 unità, variazione principalmente dovuta all’operazione di acquisizione dei 16 punti vendita sulla costa.

Nel 2025 Unicoop Firenze ha ottenuto la certificazione di parità di genere, un riconoscimento ufficiale di un trattamento di equità e pari opportunità per le persone che lavorano in cooperativa, di cui 5.693 sono donne (67%).

Unicoop Firenze è costantemente impegnata nel ridurre il gap uomo-donna sul lavoro: un impegno portato avanti con misure che hanno ricadute concrete e positive sull’equilibrio vita-lavoro, come la conferma delle 4 settimane di congedo di paternità retribuita al 100%misura utilizzata dal 95% dei lavoratori diventati padri nel 2025.

Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MYWelfare. Nel 2025 la Cooperativa ha consolidato un modello di welfare aziendale orientato alla persona e progettato per rispondere in modo flessibile alle esigenze della comunità interna.

L’anno è stato caratterizzato da un ampliamento dell’offerta, da una forte partecipazione dei dipendenti e da un crescente apprezzamento verso i servizi disponibili. Tra i pilastri del piano, il sostegno alla famiglia è risultato ancora una volta centrale. Ampio spazio è stato dedicato anche alla salute e alla prevenzione, con l’organizzazione di iniziative gratuite rivolte ai dipendenti e alle loro famiglie.

Nel 2025 sono stati coinvolti 8.680 dipendenti in attività di formazione professionale; sono state erogate 268.379 ore di formazione, in continuità con l’anno precedente come per l’investimento complessivo pari a circa 7,8 milioni di euro.

Unicoop Firenze

Convenienza

In un anno ancora difficile, la cooperativa ha costantemente impiegato risorse per garantire un aiuto concreto alle famiglie. L’impegno per mantenere il primato della convenienza trova riscontro in diversi indicatori da fonti esterne e interne.

L’inflazione all’acquisto e alla vendita negli ultimi anni hanno subito forti accelerazioni, che la Cooperativa ha contenuto con azioni calmieranti sui prezzi. Il confronto dell’andamento pluriennale dell’inflazione cumulata 2019-2025 lo dimostra: Unicoop Firenze +21,7%, Istat Italia +28,6%, Istat Comune Firenze +24,6%.

Dalle elaborazioni Nielsen, ente terzo e indipendente, svolte nel periodo settembre-novembre 2025 (Largo consumo confezionato sia dei prodotti a marchio che dei prodotti di marca), emerge che nel 2025 la Toscana ha un indice di prezzo inferiore alla media italiana e risulta la regione con l’indice più basso: fatto 100 la media dei prezzi praticati dagli ipermercati e supermercati nazionali, la Toscana si posiziona al primo posto con un indice di 96,7.

Le prime cinque province più convenienti d’Italia sono toscane: Pistoia (94,5), Firenze (94,9), Prato (95,0), Arezzo (95,9) e Lucca (96,1), tutti territori in cui opera Unicoop Firenze. Risultati che confermano il contributo della Cooperativa nell’operare quotidianamente per tutelare il potere d’acquisto di soci e clienti attraverso la sua politica di convenienza.

L’elaborazione di Circana, ente terzo e indipendente, svolta a giugno 2025 nelle 7 province dove era presente la Cooperativa, conferma, per il 2025, il ruolo di Unicoop Firenze nel calmierare i prezzi in Toscana: la Cooperativa si posiziona su un indice di 97,9, rispetto alla media 100 dei prezzi praticati da tutti gli ipermercati e supermercati. Dati che dimostrano la leadership di convenienza della Cooperativa sui territori in cui opera.

Territorio

Il bilancio segna numeri positivi anche sul fronte della tutela del territorio e della valorizzazione dell’economia locale, con un particolare impegno nei settori dell’ortofrutta, della forneria, della gastronomia, del pesce e delle carni e dei generi vari, con lo sviluppo di prodotti a marchio Coop Fior fiore.

Nel 2025 la Cooperativa ha collaborato con 835 fornitori toscani, di prodotti alimentari e non alimentari, per un giro d’affari superiore al 25% del fatturato annuo all’acquisto della Cooperativa.

Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di Euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente dall’attività della cooperativa e dalla filiera) è di circa 14mila lavoratori.

Interventi di efficientamento energetico

Nel corso del 2025 sono stati sviluppati numerosi interventi di efficientamento energetico sull‘illuminazione e gli impianti frigo che hanno consentito un’ulteriore riduzione di consumi pari al consumo annuo di energia elettrica da parte di circa 321 famiglie. Tale riduzione di consumi ha permesso di non immettere in atmosfera circa 690 tonnellate di CO2.

Impianti fotovolatici

Dal 2007 ad oggi Unicoop Firenze ha realizzato 60 impianti fotovoltaici: con la produzione di tali impianti viene coperto circa il 10% dei consumi della rete vendita e dei magazzini. L’autoproduzione di energia elettrica per l’anno 2025 è stata di circa 12 milioni di kWh, in aumento rispetto alla produzione dell’anno precedente.

L’energia elettrica prodotta corrisponde al consumo annuo di 4.400 famiglie equivalenti e si caratterizza per una riduzione di CO2 immessa in atmosfera pari a circa 6.000 tonnellate.

Olii esausti e raccolta differenziata

Grazie ai 27 punti di raccolta di olii esausti, nel 2024 sono stati recuperate 245 tonnellate di olio che, dopo un successivo processo di rilavorazione, torna materia prima per nuovi biocombustibili.

La raccolta differenziata effettuata presso i punti vendita ed i magazzini della Cooperativa ha ormai superato l’82% del totale dei rifiuti prodotti.

Presso i punti vendita della cooperativa sono stati installati 24 punti di raccolta delle bottiglie alimentari in PET, grazie all’accordo stipulato con Coripet. A fine anno sono state raccolte circa 24 milioni di bottiglie, grazie al contributo di soci e clienti che hanno aderito al progetto.

Ambiente e cura della persona

Tre le iniziative più significative, nel 2025 la cooperativa ha avviato la realizzazione di 7 Fabbriche dell’Aria negli ospedali di Arezzo San Donato, Firenze Careggi, Pisa Cisanello, Pistoia San Jacopo, Prato Santo Stefano, Siena Azienda Ospedaliero Universitaria Senese.

Risultato raccolta alimentare

Solidarietà e impegno sociale

Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.

Sul fronte della solidarietà internazionale, anche grazie alle raccolte fondi e alimentari, la cooperativa ha donato 305mila euro per finanziare 15 borse di studio per studenti palestinesi in Toscana, 200mila euro per sostenere l’attività di Medici Senza Frontiere a Gaza e 20 tonnellate di prodotti alimentari destinati alla popolazione palestinese.

Grazie alle due raccolte alimentari del 2025, promosse in collaborazione con la Fondazione Il Cuore si scioglie e oltre 200 associazioni di volontariato del territorio, sono state donate 393 tonnellate di prodotti, a cui si aggiungono 169mila confezioni di materiale donato con la raccolta scolastica di settembre.

Lotta allo spreco alimentare: l'impegno di Coop

Da spreco a risorsa

Con il progetto Buon Fine, nel 2025 la cooperativa ha recuperato oltre 495 tonnellate e 786mila prodotti idonei al consumo ma non più vendibili, donati a 87 associazioni toscane impegnate nella lotta alla povertà.

Contro la violenza sulle donne

Grazie all’iniziativa lanciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con la vendita del pane dedicato, sono stati raccolti 52mila Euro donati ai centri antiviolenza toscani.

Prevenzione e salute

Dopo l’accordo e i progetti di prevenzione e salute promossi con Regione Toscana (prevenzione oncologica con Ispro, Casa sicura, Punti Digitale Facile), nel 2025 la cooperativa ha avviato una serie di convenzioni con i soggetti del privato sociale (Misericordia, Anpas Toscana, Croce Rossa Comitato regionale Toscana) per favorire servizi sanitari con vantaggi per i soci Unicoop Firenze.

Scuola

Nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza consapevole, nell’anno scolastico 2025/2026, nel complesso, sono state coinvolte 1500 classi.

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Da Platone al Vangelo

Noi abbiamo meno infamia sulle spalle di quanta non ne abbiate voi in cuore, membra flaccide di una società bacata
(Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1835)

I n una delle scene finali di Resistere non serve a niente (2012) di Walter Siti, il protagonista Tommaso, un abile e milionario speculatore che investe capitali mafiosi sui mercati mondiali, porta il narratore Walter/Siti a incontrare Morgan, capo riconosciuto della mafia di nuova generazione. Morgan è un uomo elegante, raffinato, poliglotta, che scherza volentieri sui vecchi mafiosi appostati con la lupara tra i fichi d’India ed è consapevole di avere realizzato il sogno dei padri ignoranti che finivano in galera per omicidio. È ricco, colto, rispettato, al di sopra di ogni sospetto. È un dominatore tra i dominatori, e anzi i dominatori del passato (la vecchia borghesia liberale e la classe politica) sono spesso debitori o clienti della sua Miracle Field con sede a Cuba. Nel corso di un lungo colloquio Morgan rivela a Walter/Siti che la nuova Rete, salvo eccezioni dovute a cause di forza maggiore, ha preso le distanze dall’uso della violenza e si dedica quasi esclusivamente alla finanza criminale: “bisogna tradire i padri per realizzare i loro obiettivi”.

La stessa cosa, quanto ai padri e agli obiettivi, potrebbe essere detta per il romanzo: Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della narrazione rivela l’intreccio criminale tra economia e politica, la speculazione visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta dietro la facciata democratica un nuovo progetto di dominio sociale e “Si delinea un potere a doppio fondo, in cui chi comanda davvero si occulta dietro le chiassate dei media”. Pasolini indagò, o cercò di indagare, l’ENI di Eugenio Cefis e la nuova élite borghese trasnazionale, l’omicidio Mattei, la P2 e l’architettura fantasma di “soci internazionali, in altri luoghi […] come il Liechtenstein, il Lussemburgo o il Principato di Monaco: si trattava di soci in funzione di accomandanti, quali la ‘Pentavalor Trust Reg.’ di Eschen (?), la ‘Universoil Investment Trust’ di Coira, la ‘Abat Finance Établissement’ di Triesen […]: tutte società entrate appunto come accomandanti per le fideiussioni e le obbligazioni a terzi” (Petrolio, “Lampi sull’ENI”, il capitolo che Pasolini scrisse usando il pamphlet di Giorgio Steimetz). Walter/Siti si fa raccontare da Tommaso il capitalismo finanziario d’assalto sui mercati globali, il nodo che stringe legalità e criminalità, la ragnatela delle transazioni anonime e dei camuffamenti.

La risposta del nuovo secolo: non più corazzate e blocchi ma strutture agili, nodi collegati da ragnatele. Il rimedio alla crisi erano i SIV, veicoli di investimento strutturato, e poi le dark pool, piattaforme da cui i soldi passano senza lasciare traccia del passaggio; lì la titolarità dei fondi sfuma in un polverio di sigle, di società inscatolate, di azzardi da far sparire e di denaro che si autogenera mediante successive operazioni in leva.

Ma nel realizzare e aggiornare gli obiettivi del padre, Siti lo tradisce per due motivi. Intanto perché della borghesia Tommaso non è un esponente, ma un antagonista: viene dalla borgata, ha un padre mafioso (un basso manovale del crimine in prigione per omicidio) e ha dovuto lottare per emanciparsi dalle tare sociali e personali (“il salto che mio padre avrebbe sempre sognato”). Si trova a disagio nel mondo dei padroni, conduce con loro una sorda lotta di posizione e il suo unico amico è il compagno d’infanzia Nando. Inoltre, nell’orizzonte pasoliniano, la borghesia padrona profanava cinicamente la sacralità del mondo: per Siti l’élite del passato ha un ruolo secondario nella nuova oligarchia digitale, accetta la propria subalternità, e a muoversi dalle parti del sacro sono proprio i nuovi dominatori del capitalismo digitale globale.
Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della narrazione rivela l’intreccio tra economia e politica, la speculazione visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta un nuovo progetto di dominio sociale.
Non che Siti ripeta con questo l’orizzonte dei libri precedenti, il possesso come sogno di sovranità dello schiavo: la consapevolezza acquisita in Autopsia dell’ossessione (2010) non viene meno perché Tommaso non è un piccolo-borghese dotato di “potere d’acquisto” che gode delle merci alla portata della sua classe sociale. È invece il burattinaio del potere d’acquisto, è uno di quelli che da dietro le quinte fanno cadere i governi, provocano le rivolte dei cereali in Mozambico e, a scapito degli schiavi sognanti, influenzano il costo della forza-lavoro: “in realtà il bello dei soldi è non usarli… o considerarli come quelli del monopoli”. Per questo, in Resistere, il denaro-onnipotenza della finanza digitale, “denaro senza padrone, pura nominalità senza origine”, ha qualità divina: è astrazione, simultaneità, flusso, potenza che plasma la materia.
consultando grafici e cartine, calcolando percentuali, è come se percorressero un sentiero da catecumeni, il loro cammino delle stelle – lungo l’ascetica via lattea del dominio disincarnato […]
Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione […]
in millesimi di secondo, nell’etere, si spostano capitali e si invertono fortune; un clic del mouse e sorgono palazzi di vetro in periferie desolate – palazzi che resteranno vuoti perché la loro unica funzione è riciclare l’immaginario. Neonate metropoli cinesi condizionano lo squallore di antichi centri siderurgici; non più centro né periferia, segni urbani disarticolati si fanno beffe di patria e territorio.

Il narratore è insieme intimidito e affascinato dalla figura che, pagina dopo pagina, vede emergere dai racconti di Tommaso e ammira la grandiosità metafisica della finanza digitale corsara: al punto che se Pasolini aveva attaccato il “fascismo in guanti bianchi” della Democrazia cristiana nei suoi gangli anche criminali, Walter/Siti riconosce alla mafia una qualità mistica e sembra schierarsi con chi, in guanti altrettanto bianchi, persegue un ideale di gerarchia sociale definito dallo stesso narratore “piuttosto fascista”. Mano a mano che apprende la verità dai racconti di Tommaso, Walter contempla quasi devotamente la potenza dei nuovi superuomini che si fanno demiurghi dei destini globali e piegano le democrazie al proprio volere, in ogni senso, privo di confini. Gioisce vicariamente, lui piccolo-borghese e stipendiato, della loro risolutezza guerriera (il vecchio “un maschio non chiede permesso”), inscena compiaciuto un mondo in cui le donne sono naturalmente inferiori (“gli occhi supplicosi che fanno le donne col cazzo in bocca”; “ci sono donne che sembrano nate segretarie, glielo leggi dalla contentezza che provano a occuparsi di stronzate”). Potere, maschio, possesso, misoginia è uno dei nodi profondi della personalità del Siti/Occidente: le femministe hanno “la mania di proclamarsi libere, come se qualcuno ci tenesse a occuparle”. La donna di potere viene degradata per via sessuale: “Naomi sta in menopausa… vecchia per vecchia allora mi faccio fare un bocchino dalla Merkel” (la stessa donna fu degradata in quegli anni da Berlusconi, inscenato più di una volta nel romanzo come capo carismatico e sessualmente instancabile).

Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per quadri.
Il repertorio stilistico mira alla rappresentazione della finanza divina: mobilità, rapidità, “non più centro né periferia”. Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per quadri. Tornano la “chiacchiera ambientale” resa per accumulo di battute, il flusso di coscienza, la sintassi da parlato, la battuta assoluta, il discorso indiretto libero. La narrazione in terza persona sviluppa moduli già parzialmente sperimentati in Autopsia dell’ossessione: il continuo e vertiginoso passaggio dall’io del flusso di coscienza del protagonista al lui del narratore, la rapida alternanza tra presente narrativo, passato e futuro, la sovrapposizione di considerazioni irrelate che non sappiamo se attribuire al narratore o al personaggio.
Solo Nando può parlargli così, qualunque cosa succeda Tommaso sa che non si separeranno mai.
Invece la separazione era in agguato, sotto forma di un blocco degli sfratti rifiutato dal TAR; mamma Irene ha cercato di nasconderglielo finché poteva, aveva paura che la notizia lo destabilizzasse ancora di più – e non sarà facile trovare un tugurio qualsiasi dentro Roma, con gli affitti di adesso […] Per lui a dir la verità una casa valeva l’altra […]
È tipico delle mantenute adeguare i propri orizzonti al profilo di chi le mantiene. Tutto sembra facile e impossibile allo stesso tempo, dovremmo essere la gioventù dorata ma chissà perché stiamo a boccheggiare in questo schifo. Beati i poveracci che gli basta uno scooter e il Lido di Ostia.

L’“effetto di realtà” è perseguito come nei libri precedenti da un racconto pieno di cose, fatti, episodi: l’incipit delle frasi risponde a domande non formulate (“La gavetta c’è stata eccome”, “Il primo anno benissimo”) oppure abolisce articolo e copula (“Equazione terribile”, “Energia dei vent’anni”) per evitare le inutili eleganze della “letteratura”. Negli ultimi capitoli, quelli che rivelano la rete finanziaria globale, lo stile assume cadenze da inchiesta (“Grazie all’intuizione di Giuseppe Portello, sostituto procuratore di Rho, fu attenzionato nell’ottobre 1999 un summit di quella che veniva sbrigativamente definita come ‘ndrangheta del Nord’ – a esso parteciparono esponenti del clan Guttaduro”). Viene inoltre tentata un’autofiction che potremmo definire di secondo grado: Walter/Siti, ormai accettato dal proprio pubblico come autore anagraficamente esistente, annuncia in apertura il proprio ritiro dalla scena e dichiara che indosserà nel seguito i panni di un onnisciente classico. Poi però, con frequenti incursioni nel testo e note a fondo pagina, si fa garante della veridicità della narrazione. Conosce Tommaso a una festa alla quale viene portato da Sergio di Troppi paradisi (2006), va a parlare con Edith su richiesta di Tommaso e nel finale (quello del lungo colloquio con Morgan) torna pienamente personaggio e coprotagonista. Nell’autofiction di secondo grado Walter/Siti non parla più esplicitamente di sé; all’altezza di Resistere (lo vedremo più avanti) Siti ha cominciato a “morire alla vita” per dare la propria vita ai personaggi.

Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove, irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino.
Tornano anche i temi dei libri precedenti: come già nel Contagio (2008), ma alzando il tiro, il crimine si presenta come ultima possibilità di salvezza, affermazione della libertà dell’individuo in un sistema crescentemente totalitario e massificante; l’eroe proletario Tommaso che si fa strada appoggiandosi alla mafia è erede narrativo di Mauro. Di nuovo l’intellettuale progressista viene raccontata come una scema e ipocrita, che si nasconde dietro le frasi fatte del suo ambiente di intellettuali di sinistra, di nuovo l’amore-eros tra Tommaso e Gabriella (la escort che insegue il lusso e i provini in televisione) viene contrapposto all’amore-agape, il “sesso a bassa intensità e senza fantasmi” offerto dalla inutile e noiosa Edith. Il sesso mercenario è di nuovo surrogato d’onnipotenza (“voglio trombarmi il cielo”) e la classe media suscita in Tommaso come nel narratore solo ripugnanza (“non come i farlocchi topi di fogna che saranno anche onesti ma ti fanno venire sonno solo a guardarli, lo stipendiuccio la mogliettina il capufficio”).

Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove, irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino; non a caso è un termine tecnico delle dottrine gnostiche quello che usa quando scrive che per Tommaso il calcolo probabilistico è un veicolo spaziale capace di trasportarlo in un’orbita “pneumatica” (spirituale). Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra, poi quella del Denaro divinizzato perché universale, anarchico e onnipotente.

Questa nuova metafisica, moderna e borghese, nega la realtà dello spirito ma trova una porzione residua di essere nella cieca volontà di potenza che soggioga il mondo incarnandosi in un nuovo tipo umano, dai tratti titanici. È un uomo che disprezza la morale comune ed è destinato a spazzare via le vecchie e decadenti istituzioni borghesi. Come già in Scuola di nudo (1994, dove Walter aveva riconosciuto la propria religione dei Nudi come strategia consolatoria, dettata da una rancorosa inferiorità nello scontro per il potere), anche in Resistere si percepisce la presenza di Nietzsche che nella “trasvalutazione di tutti i valori” cercò una via d’uscita dal nichilismo: “si sta arrampicando su vette innevate dove arrivano a stento gli echi dei mortali”, “l’onnipotenza è lo scherzo di un bambino”, “costruire su intercapedini di vuoto”.

Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra.
Tommaso è un superuomo che balla sul nulla e vola alto sopra il gregge appoggiandosi a una morale da dominatore: “a Milano ho imparato che opprimere è un piacere, essere primi un imperativo, e che il possesso è l’unica misura del valore”; nell’ultimo capitolo, praticando l’infamia come sfida prometeica e indifferenza alla morale comune, ottiene da un debitore la figlia dodicenne. “Forse la grandiosità è possibile solo nell’infamia […],” gli fa sponda il narratore, “sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori dall’umano ci fosse qualcosa”. In Resistere, riconoscendo gnosticamente al Male lo stesso rango ontologico del Bene, Siti percepisce il primo come una forma d’essere in ogni caso più affidabile e meno elusiva: la sola trascendenza ancora presente, percepibile, indagabile. È anche di sé che il narratore parla quando commenta che “senza distinzione di ceto o di classe, la pura esistenza del male e dell’inganno sembra ormai l’ultimo disperato tentativo del mondo per apparire reale. […] Come se tutti peccando gridassero ‘ci siamo!’”.

Ma Siti conserva di Nietzsche anche l’ambiguità: nemico della borghesia che calcola e investe, adepto della volontà di potenza che si magnifica nel superuomo come prototipo di una nuova arcaizzante aristocrazia, il filosofo non si avvide che la sua critica della modernità era alla radice profondamente moderna. Fu Benjamin il primo ad accorgersene nel frammento Capitalismo come religione (1921):

La trascendenza di Dio è caduta. Ma Dio non è morto, è incluso nel destino degli uomini. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della disperazione nella solitudine assoluta della sua traiettoria è l’ethos che definisce Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che riconoscendo la religione capitalista comincia ad adempirla.

Nietzsche abbozzò con il superuomo una metafisica dell’homo oeconomicus, la figura che nasceva in quegli stessi anni a opera di John Stuart Mill; tanto che nella Genealogia della morale (1887), rendendo universali e primordiali tratti borghesi emersi nella modernità, poté scrivere: “stabilire prezzi, misurare valori, escogitare equivalenti, scambiare – ciò ha preoccupato il primissimo pensiero dell’uomo in una tale misura, che in un certo senso è il pensare […] l’uomo si caratterizzava come l’essere che misura valori, stima e misura, come l’animale valutante in sé”.

È vero, più di una volta, contro l’odiata borghesia, il narratore Walter/Siti dichiara la propria solidarietà di classe all’eroe proletario (“sembra che siano onesti e puliti solo loro, i vecchi borghesi liberali con le eredità stratificate e il culo al caldo”): ma Tommaso è eroe di virtù borghesi come lo erano i protagonisti del “realismo formale” settecentesco. “Al tempo dell’high-frequency trade e della globalizzazione istantanea nessuna aristocrazia di sangue è più possibile, ma solo quella dell’acume e dell’audacia”. Calcolo, intraprendenza, compravendita, affermazione di sé, desiderio di ascesa e di comando. Il possesso come “unica misura del valore”. Nel 2017, nel corso di un colloquio con Christian Raimo (“Dal problema del male alla questione della punteggiatura”), Siti ha dichiarato: “la cosa che ho provato intensamente anche in modo passionale è stato l’odio per i ricchi. Nel senso che li avrei proprio volentieri spazzati via dalla faccia della terra”: il suo odio però è l’altra faccia dell’amore. Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.

Icona mediatica di questa nuova oligarchia è oggi Elon Musk che, di fronte alla folla giubilante, alza il braccio nel saluto nazista, e solo grazie alla sua impressionante ambiguità Siti poté dichiarare in un intervento pubblico del 2012 (anno di pubblicazione di Resistere) “intere generazioni occidentali si sono educate nel mito del piacere e del sesso obbligatorio […] ora dovrebbero riconvertirsi al senso del limite, regredire dall’orgia del consumo ma senza diventare fascisti”. Come intellettuale e critico di sé stesso Siti è illuminista, come scrittore è un anarchico reazionario. Al punto che nel dare rilievo metafisico al superhomo oeconomicus – come se gli speculatori finanziari di oggi fossero tutti eroi proletari anziché figli dei capitalisti di ieri – calca la mano e arriva a raccontare il capo mafioso Morgan come un filosofo-mistico che “intuisce con Dio” un rapporto e si sente investito da una missione: “la prosecuzione del destino di crescita e di conoscenza del genere umano, di fronte alle minacce di recessione intellettuale”.

Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.
Ma a causa della medesima, feconda ambiguità, Resistere è anche un grande romanzo che ci offre, come già Troppi paradisi, una pacata contemplazione della rovina. È di nuovo la spina nel fianco, di nuovo la scissione. All’esaltazione del denaro-onnipotenza e del superuomo si affianca la nostalgia del sacro, la consapevolezza che il Denaro è un ben misero surrogato dell’Assoluto: il corpo di Gabriella “si iscrive senza volere negli spazi dettati da una mente eterna”, nella raffaellesca Liberazione di San Pietro dal carcere:
le grandi ali e l’abito vaporoso sono imbevuti di rosa perché il rosa proviene da una sfera superiore che condanna al grigio sia i custodi che il prigioniero; i colori sono soltanto due perché l’opposizione è elementare, tutto è già stato detto. […] Senza angeli il mondo sarebbe un carcere oscuro; […] I carcerieri dormono non tanto perché è notte e sono stanchi quanto perché la vita di quaggiù, considerata dal punto di vista del rosa, non è che ignoranza e sonno.

Lo stesso Tommaso, del resto, è quanto Auerbach chiamò un “eroe di tanta debolezza”. Il superuomo è al tempo stesso troppo umano. “Gli si allarga il cuore” quando vede pieno di clienti il bar dei due ragazzi aiutati con un prestito, è timido con le donne che gli piacciono, si imbarazza se sua madre flirta con i vicini di casa. Ha crisi di panico, soffre di disturbi affettivi, va in cura da uno psicoanalista. Innamorato non corrisposto che vuole nonostante tutto la fiaba (“metà del mio regno a chi mi farà battere il cuore”), Tommaso è il sogno impossibile di Siti: è borghese e antiborghese, è il nichilismo che riduce l’essere a “quadro” matematico (“Amore e amicizia non contengono più intimità di quanta ne contenga un diagramma di volatilità storicizzate”), ma anche personaggio di inquietudine mistica. È un “feroce bankster” che sogna l’Assoluto: è colui che distrugge ciò che ama, colui che anela a quanto nega. Per questo motivo il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei libri precedenti e che ricorre peraltro con frequenza nella stessa speculazione gnostica: un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché ormai soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure il narratore non può fare a meno di ammirare.
Il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei libri precedenti: un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché ormai soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure il narratore non può fare a meno di ammirare.
L’ex mistico che non è giunto alla contemplazione della Bellezza in sé diventa una specie di teologo incanaglito, con rigurgiti di rancore. Walter/Siti spera che la catastrofe arrivi presto, ne studia i sintomi con impazienza ed è contento quando può appurare che la rovina è ubiqua e totale. Nel Contagio la presunta brava ragazza del quartiere ha tracce di metadone nel sangue, la cultura vive una “progressiva impotenza”, la letteratura mondiale “finisce in sborra” (il professore vende i propri libri per pagare l’amante). In Autopsia dell’ossessione il politico dell’Italia dei Valori frequenta i locali sadomaso di Bruxelles, in Exit strategy (2014) “i comici sono i nuovi maîtres à penser perché l’idea stessa del pensare è diventata comica”. Se in Scuola di nudo poteva ancora immaginare di dover presto “combattere per le libertà più elementari”, in Resistere – fin dallo stesso titolo – Walter/Siti dichiara che tutto è perduto e che lui, in ogni caso, sta dalla parte della rovina. È come una speranza di vendetta cosmica contro la società che ha sfolgorantemente conquistato e distrutto il mondo. Una piccola antologia da Resistere:
Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un buon dialogo coi genitori […]
prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il crollo previsto è inevitabile […] si sente come un profeta […]
non ho mai capito perché, ma quando posso constatare che un panorama è senza vie d’uscita ne provo un piacere quasi sessuale… come in occasione delle calamità naturali, terremoti e tsunami… le navi mercantili buttate a riva come fuscelli […]
Se c’è qualcosa che ancora li accomuna è il divertimento per tutto ciò che esorbita e che incoraggia il mondo a finire […]
forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore […]
il sogno di un governo popolare sfuma come una generosa illusione di irraggiungibile maturità; anzi come una digressione, un inciso.

Nel finale del romanzo il narratore annuncia la prossima fine della finanza trascendentale come estremo titanico tentativo di paradiso artificiale: “prima della modestia concentrazionaria e obbligatoria. Dio sta morendo anche nei suoi surrogati”. Ed è proprio il fallimento del paradiso artificiale a far emergere – in consonanza con il finale di Exit strategy – la possibilità di un riscatto nella pietà e nella solidarietà tra compagni di pena. “Forse invece è proprio nella palude mediana che Tommaso e Gabriella troverebbero un po’ di silenzio e di pietà per se stessi; quel respiro di rassegnazione che serve a tendersi la mano”, aveva anticipato il narratore nel corso del romanzo; nel finale i due si rivedono dopo la trucida separazione e fanno progetti di una nuova vita in comune (“l’inferno l’abbiamo escluso, mi pare… non ci resta che tentare l’altra direzione”).
La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica. Senza bisogno di mediazioni.
La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica. Senza bisogno di mediazioni. Siti lo ha dichiarato anche esplicitamente nella menzionata conversazione con Christian Raimo: “la cosa che manca in tutto il filone dello gnosticismo – e io lo seguo proprio alla ricerca di qualcosa di assoluto, di perfetto, etc… – quello che manca completamente è la pietà. La miseria, che è anche l’unica cosa che noi possediamo e che ci rende fratelli”. Proprio questa fratellanza nella comune miseria verrà esplorata da Siti nei due romanzi successivi, ed è nel senso della solidarietà tra reietti e compagni di pena che va inteso “l’infinito umano” menzionato nel finale di Exit strategy. Il dio ignoto (“senza sapere Chi”) ricorda invece quello di cui parlò Dietrich Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti e citato da Siti in epigrafe a Bruciare tutto (2017):
Einen Gott, den es gibt, gibt es nicht. Un Dio che c’è non c’è.

La membrana
Il mostro eroico e disadattato diventa microbo tra i microbi. Il grande, opprimente, umiliante Poeta diventa antagonista ad armi pari. Borgata, dialetto, omologazione culturale, contagio delle classi sociali. Pasolini glissa sulla questione del denaro e del sesso mercenario, in Scuola di nudo Walter proclama “è finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro dritto negli occhi” (“non vergognarsi / di guardare il denaro” aveva scritto Pasolini nel “Pianto della scavatrice”). Un romanzo-verità indaga i segreti della nuova oligarchia, e va bene. Si può anche fare il conto delle citazioni implicite, delle derivazioni stilistiche, delle posture esistenziali: il già visto “maledetta cretina ti vuoi muovere?” (Scuola di nudo) echeggia il “maledetta cretina” indirizzato da Pasolini a una giornalista (Poesia in forma di rosa, 1964, “Una disperata vitalità”); Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca: “lo sforzo intero della sua vita (e del suo stile) è per tirarsi fuori da questo infame stato intermedio, verso l’alto o verso il basso”, scrive Siti a proposito di Pier Paolo Pasolini in un saggio del 1998 su cui torneremo tra poco.

Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca.
Nell’opera di Pasolini c’è però un altro elemento, costante e tanto sotterraneo da essere rimasto ignoto a Pasolini stesso, che ci permette di vedere le strutture formali e psicologiche sitiane in modo più decisivo delle citazioni e dei calchi. Questo elemento venne evidenziato da Siti, già nel 1972, nel saggio “L’endecasillabo di Pasolini”: esaminando le Ceneri di Gramsci, il saggio mostra come Pasolini guardi con amore alla metrica pascoliana, ma al tempo stesso provi il bisogno di disturbarne la regolarità. Per esempio parte da un endecasillabo classico e poi lo deforma foneticamente, in eccesso o in difetto, perché la ricerca della quiete classica è preliminare a un’azione di disturbo. Il poeta ha bisogno di conservare una presenza nella latenza: la regola sillabica è ancora riconoscibile, il verso però segnala una manchevolezza. Era un endecasillabo.
Atteggiamento che si può riassumere in breve come un desiderio di violazione, il che evidentemente non esclude un’attrazione costante e non eliminabile verso l’oggetto da violare; così come è necessaria una presenza continua della norma perché possa prendere forma un desiderio di trasgressione. L’endecasillabo puro, nelle Ceneri, è una misura accettata con convinzione e affetto, ma la più profonda ragione del suo essere consiste nell’essere turbata.

Alla fine dell’indagine, ricalcando l’impostazione di un saggio pasoliniano del 1955 sullo stesso Pascoli, Siti avanza l’ipotesi che il fenomeno stilistico muova da un profondo elemento psichico di Pasolini, “un desiderio figlio-madre non risolto e continuamente rinnovantesi in un circolo aggressivo”. Sul tema dell’elemento psichico centrale Siti tornerà nel 1989 (“Sull’espressionismo di Pasolini”) per scrivere che la poesia del Pasolini espressionista, in quanto tentativo di afferrare il reale aggredendolo verbalmente (“ricerca di possesso continuamente frustrata e quindi rinnovata continuamente: che è poi la modalità del suo erotismo”), è sintomo stilistico di un doppio sentimento di esclusione: una “membrana” separa Pasolini dal mondo (“reietto di un raduno / di altri: tutti gli uomini, senza distinzione, / tutti i normali, di cui è questa vita”, Poesia in forma di rosa, 1964) ma anche dai “Padri”, i borghesi che dominano la società e sono con questo i padroni della lingua anche letteraria: “e quindi l’io violando il codice si esilia da loro”.
una doppia dicotomia. La prima è quella tra espressione e realtà: la realtà sta davanti al poeta che vuole esprimerla, il quale quindi non appartiene a quella realtà, ne è stato esiliato – e immagina di potervi rientrare forzando (al limite, annullando) l’espressione. […] La seconda dicotomia è quella tra “io” e “loro”; loro sono i padroni del codice linguistico […]
Nella rete profonda che sottostà alla poesia di Pasolini c’è un punto in cui l’amore è semplicemente l’altro nome della paura. […] paura di che? Paura di non esistere, di essere quello che Penna ha pur accettato di essere, un mostro da niente. […] Il senso, il significato del mondo, è in loro potere.

Per dirla altrimenti, Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che Giorgio Agamben ha descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di esclusione includente. Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori segnali di disturbo. L’esclusione includente si risolverebbe solo se l’escluso si allontanasse dalle mura della città per non tornare mai più: questo però, per Pasolini che voleva essere il poeta di quella città, sarebbe equivalso al silenzio e alla morte spirituale. Dall’esterno delle mura Pasolini continuò dunque a gridare a chi lo aveva escluso in quanto diverso; negli scritti come negli scandali non smise mai di parlare, letteralmente provocandoli, ai borghesi, ai Padri Farisei. Eterno figlio, perché mai osò odiare la madre che l’aveva castrato né sfidare apertamente il padre violento (proprio la viltà nei confronti dei produttori cinematografici ebbe a rimproverargli Elsa Morante), poteva vedersi solo con gli occhi della società degli adulti che lo condannava: “La modalità non è quella della rottura definitiva col padre, diventando per il padre un Altro incomprensibile, ma piuttosto quella di far pagare al padre il dolore di una rottura che continua a consumarsi”  (“Sull’espressionismo di Pasolini”, 1989).
Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che Giorgio Agamben ha descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di esclusione includente. Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori segnali di disturbo.
Percependosi come diverso perché così lo volevano loro, Pasolini sottolineò per tutta la vita l’anormalità della propria condizione (si vedano il suo disinteresse per i movimenti gay, la dichiarata e paradossale percezione degli omosessuali come uomini inferiori) e nel corso degli anni imparò a dare scandalo con quell’amore fauve che era in realtà amore per chi lo aveva marchiato, e con tale marchio continuava a decidere cosa dovesse essere. Per questo, con una strategia di autoinganno che Siti chiama “fumo negli occhi”, Pasolini elaborò una propria angosciosa mitologia omosessuale freudiana (grande amore per la madre vista come fonte di vita e mai come agente della castrazione, odio le parole del padre-rivale, situazione edipica) e rifiutò in ogni modo di pensarsi normale proprio negli anni in cui Alberto Arbasino metteva in scena un’omosessualità ironica, emancipata e senza complessi. La volontà di scandalo si gioca all’interno di una medesima classe sociale: per mezzo dell’offesa lo scandaloso escluso ribadisce la propria essenziale intimità a chi lo esclude, che a sua volta, scandalizzandosi, la riconosce. I figli possono scandalizzare solo i padri.

Nel corso degli anni, nel suo lungo confronto con l’opera di Pasolini, Siti ha ampliato la prospettiva sopra esposta indicando il trauma originale che ha fatto sorgere la “membrana” separativa: un desiderio (ma Siti usa anche il termine “delirio”) di onnipotenza-possesso del reale che, sempre frustrato dal ritrarsi della realtà renitente, alterna l’assalto euforico e la devastante sconfitta (nichilismo e senso di vuoto). Pasolini si muove lungo un asse bipolare, maniaco-depressivo: se per essere devo impossessarmi del reale, il mancato possesso mette in dubbio la mia stessa esistenza.

la spudoratezza infantile, l’arroganza adolescente, la sicurezza dell’amore materno non sono in realtà che pallidi eufemismi per alludere a una certezza ben più abbagliante e segreta – quella di essere onnipotente. Nell’intimo lago dell’anima, dove le contraddizioni non arrivano, Pasolini è convinto di poter fare tutto, di poter piegare tutti alla propria volontà, di poter essere il salvatore del mondo […]. Tutte le oscillazioni intorno alla parola “mistico” (che è la parola-amuleto dei suoi vent’anni) non fanno che giocherellare col concetto di onnipotenza e col suo immediato, inevitabile rovesciamento, lo spossessamento assoluto, il percepirsi come vuoto e puro nulla. […]
La realtà, investita dalla furia d’onnipotenza d’un unico individuo, si ritrae per legittima difesa, per non rischiare d’essere inghiottita e fagocitata. Di fronte a chi pretende d’esaurirla completamente in sé, la realtà ribadisce la propria esistenza ed espelle l’individuo colpevole di quel sogno sconsiderato […]. Direi che nella dinamica psichica pasoliniana, contro la logica superficiale e contro ciò che lui stesso ha sempre creduto, l’esclusione precede la diversità: Pasolini non è escluso in quanto diverso, ma non può che sentirsi diverso perché si sente escluso – escluso dalla realtà che si sottrae a un’esagerata libido. Più e più volte, nei versi, Pasolini si confessa colpevole di troppo amore. La pulsione erotica originaria […] sta proprio in un’indistinzione mistica in cui il soggetto desiderante non si distingue dall’oggetto desiderato. […] Quando l’illusione d’onnipotenza crolla e il mondo si rivela inassimilabile, il sesso viene percepito come sproporzionato e grottesco annaspare, surrogato meccanico, movimento compulsivo che cerca di supplire all’avvenuto distacco.
(W. Siti, “Tracce scritte di un’opera vivente”, 1998)

Siti è stato severamente criticato per la sua opera di curatore critico dell’opera omnia di Pasolini: è stato accusato di parzialità, malignità, è stato detto che il suo è uno sguardo da epigono-emulo-sfidante. Uno sguardo invidioso. Discutano pure gli specialisti di Pasolini il valore delle sue ipotesi critiche: qui esse sono importanti perché ci permettono di capire meglio Siti stesso. In particolare l’ipotesi sul desiderio di onnipotenza che si getta famelico sul reale, lo costringe a ritrarsi “per legittima difesa” e fa sorgere con ciò la “membrana” che separa Pasolini dalla “vita” e dalla società borghese dei padri. Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo diretto – più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni verbali – per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal suo nascondimento. Il “sacro” è secondo Siti un nuovo depistaggio rispetto a quel nodo originario (il delirio di possesso/onnipotenza) sul quale Pasolini non farà mai chiarezza; la fissità e la lentezza delle inquadrature pasoliniane sono un tentativo di immobilizzare il mondo, fermare il tempo (ignorare la Storia per arrivare all’Essere), e raggiungere l’irraggiungibile: un tentativo di prendere possesso della realtà forando la membrana. Con il cinema, come in precedenza con la poesia espressionista, Pasolini cerca di ricostituire l’unità originaria bramata dal suo desiderio d’onnipotenza, l’“indistinzione mistica in cui il soggetto desiderante non si distingue dall’oggetto desiderato”.
Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo diretto – più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni verbali – per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal suo nascondimento.

Tenendo d’occhio l’opera di Siti, un soggetto poetante-desiderante che vuole fagocitare la realtà fino a non distinguersi più può significare solo una cosa. La presenza massiccia dell’autore Pier Paolo Pasolini nello spazio mediatico dell’epoca, l’intenzione di corredare Petrolio con foto personali scattate apparentemente a sua insaputa e di inserire nel testo pezzi di realtà (appunti di lavoro non svolti, testi in giapponese senza traduzione, articoli di giornale, discorsi di politici, lettere private); il Pasolini-attore che si fa proiettare sul corpo Il vangelo secondo Matteo, la costante autocritica abiura in pubblico che lo rivelava protagonista implicito di ogni sua opera, l’uso “contaminante” del paratesto (“la persona a cui mi rivolgo nei primi versi della seconda parte è Giorgio Bassani”, dice una nota in coda alla Religione del mio tempo, 1961) furono un caso ante litteram di letteratura che scavalca la soglia, irrompe nella realtà “annullando l’espressione”: letteratura che abolisce sé stessa contaminando vita e rappresentazione fino a renderle indistinguibili. Un caso di autofiction. Lo stesso cinema di Pasolini contaminava di realtà la copia: nell’Edipo re non è l’attore Franco Citti che viene reso somigliante al personaggio, è Edipo che deve somigliare a un sottoproletario; nel Decamerone Giotto ha la faccia di Pasolini e il pubblico sa che si tratta di Pasolini. Come accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella “artigianale” e istintiva di Pasolini – estranea a quella tradizione del realismo formale che abbiamo visto in precedenza – fu invasione e appropriazione del reale da parte di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne sentiva escluso.

Pasolini offendeva i padri e volle fino alla fine offendere proprio loro, non altri. Per mancanza di chiarezza con sé stesso continuò a rovesciare l’onnipotenza euforizzante in impotenza angosciante. Quando però la salvifica divisione del mondo in vittime e padroni non resse più, quando finì la solidarietà tra il Poeta e gli umili (ormai corrotti e borghesi), il suo sistema immaginario e cognitivo si disfece. Non poteva più oscillare, restava solo il polo della perdita e del non essere niente. Ossessione e autofiction presero in lui la via della “scissione schizofrenica”, dell’“esibizionismo distruttivo”, della “perdita dell’io”: “il vuoto dentro di sé a cui si può rispondere soltanto con la santità o l’autoderisione”. Un vicolo cieco nichilista. Per tutti questi motivi quella di Pasolini è un’opera “con la bocca aperta, malata di ansia e di insoddisfazione”; Petrolio è un magma irrisolto anche perché Pasolini stesso, quando morì, non sapeva più come procedere nella letteratura e nella vita.

o carnefice o vittima – o possedere (il mondo) o esserne posseduto, tertium non datur. […] O servo o superuomo; escludeva dal proprio sistema immaginario che si potesse essere padroni e perdenti, padroni limitati. L’odio dichiarato per la borghesia era in realtà una rimozione dell’uomo: dell’uomo che tira la carretta, possidente rassegnato, condomino compromissorio. […] ovvio che quell’insieme autocontraddittorio che è l’opera-vita pasoliniana oscilli continuamente tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra la pienezza e il vuoto, tra l’euforia e la disperazione nichilista. (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003).

Siti invece, che cova nei primi libri il rancore dell’escluso, e in Troppi paradisi aveva scritto al proprio pubblico “questo volevo che sapeste” a proposito dell’amore con Marcello, arriva a vedere con quella “buona dose di cinismo” che mancò a Pasolini “le coincidenze formali tra il proprio (intimo, struggente) eros e l’odiata società dei consumi” (“La seconda vittoria di Pasolini”, 1982). Tra Scuola di nudo e Troppi paradisi Walter/Siti riconosce dietro al proprio odio un amore non corrisposto e decide di appartenere alla borghesia che compra e possiede; tra Autopsia dell’ossessione e Exit strategy smette di credere che essere sia avere e “si ritira” dal possesso, dal mercato, dal consumo dei corpi. Inventa compromissoriamente il tertium che a Pasolini non era dato ed evade dal meccanismo psicologico e letterario che portò Pasolini alla rovina, perché demistificandolo gli mette fine. Basta orge con i culturisti, basta con i corpi-merce prodotti dai padroni per via di ottimizzazioni farmacologiche e come fantasmi mediatici iperreali. Basta con la venerazione pasoliniana della madre castratrice, via libera all’odio e al sogno del matricidio.
Come accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella “artigianale” e istintiva di Pasolini fu invasione e appropriazione del reale da parte di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne sentiva escluso.
Ma soprattutto, basta con l’autofiction che in quanto tentativo di fagocitare il reale occupandolo è sintomo di un desiderio di possesso/onnipotenza non smascherato, meccanismo mimetico nel senso di René Girard (menzionato spesso da Siti nei saggi su Pasolini ma anche in relazione alla propria opera): il desiderio non è “autentico” come volevano i romantici, perché non ha nulla di originario. Non nasce autonomamente nel soggetto. A partire dalla modernità, che abolendo la volontà divina ha dato a ogni individuo la facoltà di scegliersi autonomamente e di desiderare, lo sgomento di fronte alla nuova libertà è così grande che ciascuno desidera quanto vede desiderare all’altro, al “mediatore”. Caratteristiche principali del romanzo moderno sono secondo Girard proprio la scoperta e la descrizione del “triangolo del desiderio” (soggetto, oggetto, mediatore); caso riuscito di demistificazione, analizzato da Girard e più volte menzionato da Siti, è per esempio Marcel Proust: “Pasolini non assimila da Proust proprio la cosa fondamentale, ovvero l’analisi dell’inautenticità del desiderio; mentre Proust la fa finita col desiderio e muore alla vita per dare vita all’opera, Pasolini continua disperatamente a desiderare” (“Descrivere, narrare, esporsi”, 1998).

In questo senso le opere da Scuola di nudo a Exit strategy sembrano lo svolgimento quasi premeditato di un percorso “girardiano”: “la venerazione più sottomessa e il rancore più intenso. È il sentimento che chiamiamo odio” (è Walter in Scuola di nudo); “il romanziere supera solo lentamente, duramente il romantico che è stato in precedenza e che si rifiuta di finirla col desiderio per morire alla vita e dare vita all’opera. Questo superamento si compie nell’opera romanzesca e solo in essa. È dunque sempre possibile che il vocabolario astratto del romanziere, e perfino le sue ‘idee’, non lo rispecchino esattamente” (citazione da Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, 1981). Abbiamo visto come il vocabolario e le idee di Siti pieghino inizialmente verso una nozione neoavanguardistica di letteratura come impegno formale sulla realtà (“Del modo di formare come impegno sulla realtà” si chiamava un saggio di Umberto Eco che valse in qualche modo come manifesto del Gruppo 63); abbiamo visto gli andirivieni di Walter/Siti che a fatica e solo in corso d’opera si libera dall’illusione “romantica” di autonomia desiderante del soggetto. L’io-Occidente è duro a morire: i finali replicati perché sempre insoddisfacenti, le smentite al “se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me”, il fatto stesso che il primo tentativo di romanzo non autofittivo, Resistere non serve a niente, riesce solo parzialmente perché pagina dopo pagina Walter/Siti diventa personaggio tra gli altri e non riesce a tacere la propria vertigine del denaro.

Due conclusioni. Per quanto riguarda la genealogia delle forme letterarie, l’autofiction di Siti è solo in parte sofisticata operazione d’avanguardia (la menzogna perfetta) ispirata dal dibattito teorico francese. Nella zona profonda della mente, nel buio e rognoso “corpo a corpo” con Pasolini, essa è invece sul serio verità ultima: autobiografia totale come irruzione oltre la membrana, esigenza di invadere il separato Reale per afferrarlo, prenderne possesso, desiderio di onnipotenza che prepotentemente (in questo caso sessualmente) inscena l’ego in pubblico come fece Pasolini a suo tempo e come faceva Berlusconi negli anni dell’autofiction sitiana. Siti – l’abbiamo visto – non ha mai nascosto la propria ammirazione-desiderio di emulazione nei confronti di Berlusconi che comprava tutto, aumentò la propria potenza sessuale con un’operazione chirurgica e da capo politico dello Stato divenne anche maschio alfa e icona mediatica del priapismo (il nome stesso di Silvio Berlusconi, lascia cadere in una parentesi l’io narrante di Exit strategy, è “anagramma di ‘l’unico boss virile’”).

Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque.
È questa convergenza di due autofiction, sofisticata e “barbara”, accademica e profonda, a rendere così complessa quella di Siti, e certo anche a questa convergenza si riferiva Siti quando scrisse nel 1994 “non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”. Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque. “Credo davvero che il personaggio più potente che la letteratura di Pasolini abbia mai creato sia Pasolini stesso”, “aveva l’ambizione di far finire la letteratura”, “la vera opera di Pasolini è l’insieme delle sue opere, dai cui interstizi figurali traspare il volto stesso dell’autore”; “un nuovo tipo di espressione […] in cui la persona dell’autore sia una componente del significante”, “la vita stessa dell’autore diventerebbe allora […] parte integrante del segno”; “Pasolini è sempre sulla scena”, “il ‘personaggio Pier Paolo’ non riesce a essere un altro, staccato dalla vita del signor Pasolini”.

Per quanto riguarda invece i percorsi letterari dei due autori, le loro basi psichiche profonde e la valenza politica della forma, l’interpretazione sitiana di Pasolini inserisce anche quest’ultimo in quel paradigma occidentale che fu incipiente negli anni Sessanta, accelerò nei Novanta per poi dispiegarsi – tolti i freni di sicurezza agli investimenti, aperti i mercati globali – all’inizio del nuovo millennio: vertigine mistico-metafisica del possesso, immagine mediatica iperreale, confusione tra il mondo e la copia. Una linea sottile, a detta di Siti, unisce non solo Siti stesso a Berlusconi, ma Pasolini alle multinazionali: sotto sotto – nel senso letterale dell’abisso più profondo, sconosciuto allo stesso poeta – Pasolini era un nichilista omologo al regime. Per lui essere si identificava con avere, doveva possedere per avere la certezza di essere. Se il desiderio è girardianamente mimetico, nel possedere i corpi dei ragazzi il poeta desiderante imitava ieri il padre borghese capitalista e imita oggi “l’investitore”.

Il nuovo potere consumistico basa il proprio appeal su una inestricabile commistione di messaggi finzionali e di empiria, di vita e di forma: il nuovo potere consumistico, dunque, “funziona come il Poeta”. […] come il Poeta ha per estremo obiettivo il vuoto, l’anestesia. L’immaginata onnipotenza dell’Occidente non è che il delirio poetico d’onnipotenza, proiettato e diventato nemico. Che deve dunque fare il Poeta, se si accorge di questa agghiacciante parentela? (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003)
“Usava” la cultura, rubacchiava qua e là. A causa della propria ossessione erotica, non ha preso sul serio la cultura facendola diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue. […] per lui la cultura era una pellicola che si poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del consumismo, ne era un seguace omologo se non addirittura un modello (W. Siti, “Il mito Pasolini”, 2006)

Conviene ripeterlo: le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a ragione – disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo secolo successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio, poeta evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto. È certamente un bene che Pasolini venga sottratto alla dimensione mitica e riportato a quella stilistico-psicologica con un gesto contestualizzante; le tesi sitiane però non sono esenti da punti deboli e dal sospetto di forzature intese alla vittoria sull’Antagonista. Per dirne una: quella sorta di “imperialismo girardiano” per cui un romanzo non è riuscito se non inscena la demistificazione del desiderio. Per dirne un’altra: Pasolini ama i ragazzi per desiderio mimetico e “invece di identificare nei padri borghesi i ‘mediatori’ (direbbe Girard) del suo desiderio, preferisce proiettarli davanti a sé come nemici” (“Pasolini e Proust”, 1996). Ma i “padri borghesi”, in quanto tali, non desiderano sessualmente i corpi dei ragazzi. È vero che il loro desiderio è volontà di potenza come quello di Pasolini, ma il desiderio mimetico di Girard non è nulla di così generico: Don Chisciotte persegue il desiderio cavalleresco di Amadigi, Emma Bovary quello romanzesco delle eroine romantiche, Julien Sorel “apprende dalle Confessioni di Rousseau il desiderio di mangiare alla tavola dei padroni”.
Le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a ragione – disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo secolo successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio, poeta evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto.
Ciononostante il Pasolini letto da Siti, proprio perché nasce dal corpo a corpo tra due autori e dal corpo a corpo di entrambi con la propria epoca (che è anche la nostra, di ieri e di oggi), apre prospettive preziose. Il cupio dissolvi di Pasolini l’escluso precedette di mezzo secolo quello dei “padri borghesi”: se la sua autofiction finì allora – oltre che nel sangue – nell’affanno convulso dello stile e in uno stato di crisi permanente, oggi la società occidentale diventata reality-show affonda nell’afasia, nella violenza e nello stato di emergenza. Siti invece, dopo avere percorso in proprio la parabola metafisica d’Occidente dalla ricerca dell’Essere al nichilismo, si è fermato a un passo dal precipizio. In Resistere e nei libri successivi Il cupio dissolvi non scavalca nel reale, non brucia la carne. È, appunto, “divertimento per tutto ciò che esorbita e che incoraggia il mondo a finire”. È come se Siti avesse capito che la letteratura per essere vera non ha bisogno di essere vera. Il successo dell’operazione terapeutica, la demistificazione del desiderio e l’accettazione della “membrana” separante lo hanno salvato facendolo diventare romanziere che “muore alla vita” per dare vita eventualmente anche ai propri fantasmi, attraverso i personaggi però. I fantasmi peraltro sono cambiati. A un passo dal precipizio ci sono il depotenziamento dell’ego e la ricerca di una solidarietà tra umani. Lo scrivere torna a essere, come era stato in Scuola di nudo prima dell’avvento del capitalismo iperreale, anche ricerca di quanto d’ora in poi Siti chiamerà il Reale.

 

Leggi qui la Prima parte e la Seconda parte

 

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Il Punto

È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]

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Il Punto

È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]

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Presente assente

È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita.

La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”

La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che

ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di guerra, ma quotidianamente.

Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del delitto commesso.
A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.

Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.

È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto.

È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo.

C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale.

È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli.

Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.

In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale.

Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco.

Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.

Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”.

È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.

Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.

Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli.

Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”.

Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.

Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.

Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro.

Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme.

Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.

Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.

Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero.

A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”.

Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.

Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima,

e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto di Fato e Stato.

Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa.

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CONSIGLIO DI STATO: ILLEGITTIMO DIVIETO DEI CANI IN AREE VERDI DEI PICCOLI COMUNI

“A fronte della vigenza di ordinanze del Ministero della salute prescriventi l’obbligo per chiunque conduca il cane in ambito urbano di raccoglierne le deiezioni e avere con sé strumenti idonei alla raccolta delle stesse (rafforzate in taluni casi dai regolamenti di polizia urbana), effettivamente un’ordinanza che vieta, in assenza di ragioni specifiche, l’introduzione nelle aree verdi di animali non appare legittima”. Così il Consiglio di Stato – riporta Ansa – in una sentenza con la quale ha ribaltato una decisione del Tar delle Marche che nel luglio dello scorso anno diede torto all’associazione Earth che contestava un’ordinanza del Comune di Mercatello sul Metauro, borgo medievale marchigiano di poco più di mille abitanti, che ha disposto, tra l’altro, il divieto d’introduzione di animali nelle aree verdi urbane a tutela della sicurezza, igiene ambientale e fruibilità delle stesse aree. I giudici di Palazzo Spada, premettendo che il divieto oggetto del ricorso “è stato introdotto in una piccola realtà urbana, con poco più di mille abitanti, e caratterizzata da un centro edificato che per estensione territoriale è inferiore ad un parco delle città metropolitane” e che “allo stesso tempo tali dimensioni si riflettono sulla struttura organizzativa dell’ente e sul personale disponibile per lo svolgimento dell’attività di sorveglianza, che potrebbe essere soluzione alternativa all’imposizione del divieto”, hanno osservato che “non è tanto controvertibile l’assunto sulle dimensioni del Comune, quanto piuttosto non appartiene al notorio, neppure in via induttiva, l’affermazione sul sottodimensionamento della struttura organizzativa dell’ente, e dunque anche del personale disponibile all’attività di controllo”.

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CINQUE TERRE IN PERICOLO PER L’INNALZAMENTO DEL MARE

Le coste di Monterosso e Vernazza, nel Parco Nazionale delle Cinque Terre, in Liguria, risultano sempre piu’ esposte agli effetti dell’innalzamento del livello del mare. E’ quanto emerge dallo studio ‘The First Relative Sea Level Rise and Storm Surges Scenarios up to 2150 CE for the Coasts of Monterosso and Vernazza, Cinque Terre National Park (Liguria, Italy)’, recentemente pubblicato sulla rivista Remote Sensing da un team internazionale di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (Igag) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), del Dipartimento di Ingegneria dell’Universita’ degli Studi della Basilicata (Unibas), dell’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, dell’Universita’ Aristotele di Salonicco, dell’Osservatorio astronomico Lesia di Parigi e dell’Universita’ olandese Radboud. Combinando dati topografici e batimetrici ad alta risoluzione, rilievi geodetici, serie storiche mareografiche e modellazione numerica delle mareggiate, il lavoro propone una prima valutazione integrata dei possibili scenari di allagamento costiero fino al 2150, nell’ambito delle proiezioni climatiche dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). L’analisi evidenzia che il settore ligure considerato presenta un trend di innalzamento del livello del mare non stazionario, confermando una crescente vulnerabilita’ dei tratti costieri a bassa quota e delineando scenari utili alla pianificazione territoriale e alla riduzione del rischio costiero.

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SCHILLACI: LA BUONA SALUTE DEGLI UOMINI E’ LEGATA A QUELLA DEGLI OCEANI

“La salute umana e quella degli oceani sono legate in maniera assai stretta e rappresentano dimensioni inseparabili di un medesimo equilibrio. Solo con questa prospettiva integrata possiamo promuovere e salvaguardare la salute delle generazioni presenti e di quelle future alle quali dobbiamo certamente lasciare un mondo migliore e non peggiore. Per questo, mettere gli oceani e la salute al centro dei dialoghi sulla politica sanitaria è una sfida ma anche e soprattutto una grande opportunità, che gli esponenenti della comunità scientifica oggi presenti qui stanno dimostrando di po”. Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, al Forum internazionale sugli oceani e la salute umana in corso all’Istituto superiore di sanità in occasione della giornata mondiale degli oceani. “L’Italia ha riconosciuto qualcosa che pochi governi hanno già tradotto in ambizione e visione concreta, cioè che la salute umana e la salute degli oceani sono la stessa storia, lo stesso presente e, soprattutto, lo stesso futuro – ha sottolineato Schillaci -. Sulla base di questo criterio è stato istituito, ad esempio, il Sistema Nazionale Prevenzione Salute dai rischi ambientali e climatici (Snps), che salda formalmente il sistema della Salute con quello per la protezione dell’Ambiente, in un’ottica One Health e guardando alla sua evoluzione più ambiziosa, quella della Planetary Health”. Il ministro evidenzia inoltre come “in questa visione, si inserisce anche il progetto Sea-Care, che, unico nel suo genere nel panorama internazionale, grazie alla sinergia tra l’Istituto superiore di sanità, la Marina Militare e altri centri di ricerca nazionali e internazionali, ha raccolto campioni da tutti gli oceani portando evidenze importanti ad esempio sul tema della resistenza agli antibiotici e sulla presenza di sostanze nocive per l’uomo e tracciando persino il virus del Covid in acque ben lontane dalle nostre”. Schillaci ha infine ricordato che “una quota delle risorse del Pnrr e del Piano Nazionale Complementare sono destinate al programma ‘Salute, Ambiente, Clima’, che assume la qualità ambientale come determinante e fondamentale per garantire il diritto alla salute”. (

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CLIMA: COLTURE INVERNALI SEMPRE PIU’ A RISCHIO GRANDINE

La geografia e la stagionalita’ della grandine sta mutando a causa del riscaldamento globale, aumentando il rischio per le zone temperate e per le relative colture invernali. E’ quanto emerge da uno studio guidato dall’Universita’ del Nuovo Galles del Sud (Unsw) e pubblicato su ‘Nature Climate Change’. Tim Raupach, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Istituto per il rischio climatico e la risposta alle emergenze dell’Unsdw, afferma che questo fenomeno fa parte di uno spostamento generale della frequenza delle grandinate verso i poli: “Secondo i modelli che ipotizzano un riscaldamento globale di 2 C e 3 C, osserviamo uno spostamento generale verso un maggior rischio nelle zone piu’ fredde e nei periodi piu’ freddi dell’anno – spiega – quindi, il rischio aumenta in inverno e spesso diminuisce in estate: si tratta di uno spostamento dalle regioni e dalle stagioni piu’ calde a quelle piu’ fredde. Queste regioni piu’ fredde includono non solo parti dell’Australia meridionale e della Nuova Zelanda, ma anche il Nord America settentrionale e l’Europa. Si registrano diminuzioni, sebbene con ancora molta incertezza, nelle zone subtropicali e in alcune parti delle medie latitudini. Cio’ include gran parte dell’Australia, nonche’ regioni dell’India, della Cina e gran parte dell’Africa”.

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La promessa tradita della chimica

Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge, “l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero universo.

La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato: è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali”

Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana, aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della storia del nostro Paese.

La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni, grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici, plastiche.

Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento.
Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica, che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse durare per sempre.

Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e fame.

C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi, quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono”.

C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica: gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale.
Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.

La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato. Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle persone che ci vivono e dell’ecosistema.

Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva: “La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche (Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).

Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.

Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese.
L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3% in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il negazionismo istituzionale.

La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le indagini, quando va bene i processi.

Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che, svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.

Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche, direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la proprietà della fabbrica.

Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.
Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino) Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi, contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un tumore alla vescica.

Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva deciso di farne.

Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso che verso gli altri.

C’è un prima e un dopo IPCA nella storia delle tutele sul lavoro in Italia. Il dibattimento dimostrò una lunga catena di omissioni, inefficienze, sabotaggi e insabbiamenti, complici morali di quelle morti. Era la prima volta che, in Italia, il sindacato si costituiva parte civile. Quel processo è stato il primo in cui una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto mentre lavorava, ma perché la fabbrica in quanto tale era stata letale per almeno 168 (questi i casi che era stato possibile conteggiare) operai.

Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale, con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad ammalarsi, a morire.

Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni. Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano, ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero, un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non si scaldassero nell’afa della laguna.

Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.

L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania, nella regione della Ruhr.
Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont). Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500 ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro zero” inizialmente auspicato.

Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere. L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè, era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica, ma la centralità dell’interesse pubblico.

Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica è diventata una voce attiva del PIL.

La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza. 

A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione.
La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.

E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.

Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10, tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto alcun intervento.

C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come condizione minima per qualunque decisione.

Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base: non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è la precondizione della transizione.

La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo ereditato.

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Brillare di Silvia Dai Pra’

G li anni Venti del Ventunesimo secolo sembrano vivere un lungo e a tratti stanco post Novecento, là dove la letteratura contemporanea italiana tenta più che di rinnovare il proprio linguaggio, di inseguire stilemi passati recuperandone, e a volte con più o meno fortuna reinterpretandone le forme. All’interno di questa dinamica diviene fondamentale il ruolo che la letteratura ha assunto negli ultimi anni, da un lato meno centrale, ma non per questo più periferico nel momento in cui le forme di narrazione si moltiplicano dando luogo a una frantumazione del discorso che si declina a tratti in maniera specialistica, ma spesso anche in maniera superficiale non riuscendo più a indagare nel profondo il carattere dell’umano e del suo tempo. Nell’ambito di quella che può essere dichiaratamente definita come una crisi ha un ruolo sicuramente il ritorno al genere che ormai accompagna da decenni il nuovo secolo, quindi tutto il filone della letteratura gialla e noir e poi i romanzi storici che però non sempre mantengono la promessa di una visione critica e postmoderna, ma il più delle volte si risolvono all’interno di un romanticismo un po’ posticcio e un po’ troppo didascalico, per quanto efficace sui banchi delle librerie.

Si stacca da questa tendenza una letteratura di recupero che ricerca nel Novecento le radici di un discorso e le reinterpreta in chiave contemporanea, una letteratura che non nega le origini storiche e culturali e prova a ridefinirle con uno sguardo dell’oggi. A questo ipotetico filone partecipano autrici come Rosella Postorino, Raffaella Romagnolo, Marta Barone e Nadia Terranova e non è da meno Silvia Dai Pra’, che con Brillare (2026) offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni. Si deve infatti a libri come Brillare la capacità di offrire non una banale e fittizia soluzione, ma uno sguardo ampio e inclusivo di fronte a fatti che fanno parte della storia più drammatica dell’Italia, come le terribili pagine del nazifascismo, che molte volte non hanno trovato una verità storica e giuridica a causa di una connivenza che ha preferito alla giustizia un paludoso e ambiguo quieto vivere.

Brillare offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni.
Brillare parte da una storia partigiana, quella di una militanza comunista nella Resistenza, quella di un padre che scompare nel nulla e di una mattanza nazifascista che ha lasciato sul campo settantasette morti nel paese (tutto letterario) di Greto, un piccolo centro splendidamente isolato sulla Alpi Apuane: “Da noi nessuno veniva a spaccare le lapidi o a disegnarci sopra le svastiche, come succedeva da altre parti: e vorrei pure vedere, dicevano gli uomini, e si ficcavano le mani in tasca, ma si intuiva che muovevano le dita come se le stringessero attorno a un collo”.

La protagonista, Bianca, figlia di Argo, si ritrova nuovamente al paese dove è nata, ma da dove è scappata, fuggita in cerca di fortuna, di una carriera, di una professione che la potesse portare lontano, là dove i desideri di una Repubblica liberata sembravano dover portare i figli di quella che è stata la Resistenza. Le cose non sono andate come si credeva e come si voleva, il precariato e una nuova povertà diffusa ‒ seppur mascherata da molta tecnologia ‒ si è piano piano rivelata nelle poche occasioni disponibili e nei troppi disservizi di uno Stato sempre più fragile e mal funzionante.

Bianca ritorna a Greto costretta dalle poche opportunità che la vita le ha concesso e dagli errori che non riesce mai per davvero a perdonarsi: torna a casa ‒ là dove non avrebbe mai voluto essere ‒ da sconfitta e da fallita.

Bianca torna però anche da e per Viola, la sorella che dopo la morte della madre ha deciso di autosegregarsi in casa, annullando ogni possibilità di vita e di felicità. Bianca ripensa alle sue scelte, a una relazione ora in parte abbandonata e lasciata appesa a un filo come panni ad asciugare. Lui è rimasto a Firenze come la possibile carriera accademica di Bianca, ovviamente sempre precaria. I ricordi le si sovrappongono, c’è la sua infanzia e c’è la mitologia, quella di Argo, ma nel mezzo ecco il regno della madre ovvero quello della cura che ora sembra mancare a lei come a sua sorella, al paese di Greto come a tutta l’Italia.

Brillare è un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica come forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone.
Brillare è infatti un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica in una quotidianità capace di abbattere ogni differenza sociale, ogni distanza tra la provincia e la città. La cura è la forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone. Greto ovviamente rivela tutti i ganci e i grovigli di una provincia faticosissima, fatta di rimpianti, occasioni mancate e di una povertà sentimentale quanto economica, ma è proprio per quella sua posizione magica sulle Alpi fatte di roccia dura che Greto si offre come una base perfetta per ogni ripartenza.

“Le donne, sul nostro monumento ai caduti, avevano sempre quella strana espressione vagamente fuori luogo, un’espressione tra l’orrore e l’orgasmo”: lo sguardo di Silvia Dai Pra’ è dissacrante, ma mai ingenuamente cinico, coglie l’ironia dei tempi e la loro tragedia perché ne è pienamente all’interno. L’autrice sviluppa così una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica, lo fa con irriverenza e anche con la durezza di chi si sta giocando tutto della vita. Ecco allora i tipi strani, le madri accudenti e anche chi la strada l’ha persa per sempre e chi invece non si è mai curato di cercarne una diversa.

Bianca si ritrova immersa in quella che è stata la sua infanzia e che ora le mostra la faccia adulta di un tempo tanto tragico quanto comico. La narrazione intreccia gli anni universitari le scelte fatte ma ancora cariche di dubbi e le scorribande in paese. Due mondi che improvvisamente appaiono più affini di quanto potesse mai immaginare prima Bianca, come se l’assenza dalle cose, la scomparsa delle persone improvvisamente offrissero un panorama più chiaro e definito: “Ma ero così sicura di quello che facevo che non vedevo l’ora di saltare su un regionale perché mi riportasse verso Massa, di correre nel piazzale della stazione per infilarmi nella macchina di Orlano, di sentire il brivido che si prova accanto a un corpo che ci attrae, di rilassare i muscoli sul sedile del passeggero, come se solo lì potessi smettere di stare all’erta”.

L’autrice sviluppa una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica.
La fuga non appare più come una sconfitta, ma come l’inseguimento della libertà e dei propri desideri. Ecco che improvvisamente quello che si voleva un tempo si rivela essere solo quello che volevano gli altri. Una cosa imposta da poca fantasia e da molte costrizioni e anche dalla paura di finire come molti a vivere da adolescenti consunti i propri trenta, quaranta e magari anche cinquanta anni e così fino alla morte. Brillare è il romanzo di un’esplosione, di un ritorno: non al paese, non alla provincia e alla sua vita démodé e non agli amori dell’infanzia, ma alla pratica della liberazione. Un ritorno a sé stessi e ai propri desideri che passa da quella lotta quotidiana che richiede non di superare gli altri, ma di prendersi sempre cura del prossimo.

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Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica

L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle degli hippie prima e degli hacker poi.

E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni radio li trasmettevano gratuitamente.

Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone ironica: He’s Gone!”.

I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.
I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico, un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità hippie.

Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.

I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un drop out:

il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on), sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente realizzando te stesso (drop out).

Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero”.
Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica.
Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio agricolo.

Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era, secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio necessari per bilanciare le carenze interne.

Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.

La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.

Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un “comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza hippie.

Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.

La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne valore appare sconfinato o quasi.

Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente, negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi della Grateful Dead economy.

In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro.

Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale “piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate: ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte dal servizio alla collettività.

La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta, potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle, volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975 scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva”.

La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono per ciò stesso recintate e privatizzate.
Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.

In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale, mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro, rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.

Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo, nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama “psichedelia finanziaria”.

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Raccontare il carcere

È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.

A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa).

Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).

In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.

Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali.
AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute.

In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”?

Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale.

La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno.

La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.
Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.

La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia.

Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.

Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”.

Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da narrazioni mainstream in cui il criminale” è definito univocamente come cattivo”.
Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”.

Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”.

Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti.

I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.

Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva come espressione di ordine sociale.
In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”.

Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva.

Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.

La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento.

Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile.
Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”.

Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.

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Il corpo calcolato

O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.

Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.

Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni, soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.

Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. 
Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.

Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle raccomandazioni mediche.

È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante. Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.

L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.

Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali.
Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità” che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.

In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo più sano, città progettate per le auto, stress cronico.

Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche, le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza sociale.

Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto nei Paesi anglofoni.

Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.
All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare. Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso, in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di obesità.

Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.

Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.

Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio sistema di valori e significati culturali sul corpo.

L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare l’impatto reale sulla salute.

La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano del termine.

La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity, grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.

Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura, controllo e sobrietà.
Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura, controllo e sobrietà.

Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione, tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso (“gluttonynella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e “adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata della fisicità femminile nera.

Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria “conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta, ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più spesso è una questione di status.

Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.
Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma estetizzata, levigata e controllata.

Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo, comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una relazione impulsiva con il cibo.

E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale estetico e sociale.

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L’inquietudine dell’immaginario di Pietro Bianchi

A lle immagini la filosofia attribuisce, fin quasi dai suoi inizi, una forza ragguardevole e controversa: schermo, esca, apparenza, inganno, qualcosa la cui realtà consiste nel farci mancare quello che realtà è per davvero. Per i tipi di Orthotes appare il volume L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo (2026). L’autore è Pietro Bianchi, critico cinematografico e teorico del cinema, attivo nell’Università della Florida. Bianchi colloca la sua interrogazione di immaginario e sguardo al crocevia di filosofia, cinema e teoria psicoanalitica lacaniana. In questo modo non soltanto tocca snodi fondamentali dei discorsi di cui si serve, ma interviene anche su un nervo scoperto del presente. L’immagine sembra rappresentare infatti nuovamente un’inquietudine per la vita pubblica. La preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali. Che cosa ci offrono il cinema e il pensiero per orientarci nel campo del vedere e nei suoi mutamenti?

Il volume inquadra fin dall’inizio e giustamente la questione nei termini del mutamento storico e tecnologico, termini che rimangono peraltro decisivi fino alle conclusioni. È possibile ragionare sui temi dello sguardo, dell’immaginario, della visione, dell’immagine, dell’immaginazione come di campi e facoltà astratte ed essenzialmente astoriche, come di puri eventi e regioni mentali; così come è possibile aggiungere a questi oggetti, occasionalmente, qualche merletto culturale, per esempio come quando affermiamo che il linguaggio si sedimenta e influisce sulle percezioni (uno di quei tipici motti midcult certamente veri ma non per questo conclusivi). Al contrario, Bianchi non si limita all’idea che tecnologia e cultura materiali generano prodotti e linguaggi che finiscono per dirigere gli apparati percettivi. La posta in gioco è piuttosto l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo.

Assumendo questa prospettiva, i modi in cui si articola la visione in un determinato mondo cessano di rappresentare l’incrostatura di una facoltà mentale; e possono essere interrogati invece come le cifre più proprie della visione in quel determinato mondo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre, eccetera.

Questo approccio all’oggetto di indagine permette di metterne a fuoco tanto le caratteristiche salienti quanto, e altrettanto essenzialmente, le tendenze di sviluppo. Permette cioè di rispondere a due domande contemporaneamente: cos’è la visione? Come si sta trasformando? E lo fa includendo la possibilità che quello che oggi chiamiamo visione e sguardo forse diventerà un giorno se non del tutto almeno in parte irriconoscibile per animali che tuttavia condividono la nostra anatomia e la nostra tradizione. Detto altrimenti, per sottolineare un’altra peculiarità metodologica, assumere questo approccio significa includere di principio che vi sia un’irriconoscibilità possibile nell’oggetto di indagine, cioè che l’oggetto di indagine custodisca un’inquietudine che gli è propria e può essere analizzata.

La posta in gioco è l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre, eccetera.
Questo potenziale di irriconoscibilità interno alla visione non si dà tuttavia soltanto fra umani possibili, differenti e distanti nel tempo e nello spazio; ma anche nello stesso sguardo della stessa persona. Per un verso, infatti, alla vista si imputa l’autorevolezza di un rapporto al mondo distaccato, non in balia delle preferenze individuali, oggettivo, veridico. Per l’altro, nel campo della visione si collocano anche l’illusione e l’allucinazione: un rapporto al mondo troppo individuale, soggettivo, non più verificabile da secondi o da terzi. Ci sono anche esperienze più quotidiane che testimoniano della tensione interna al vedere: l’intensità del desiderio che si esprime nel fissare, così come il fastidio dell’essere oggetto di qualcuno che ci fissa; i colori vivi con cui dipingiamo un ricordo gioioso, ma anche l’eccessivo distacco nel quale percepiamo un’improvvisa estraneità, un’alienazione, e le cose ci appaiono lontane, indifferenti o addirittura ripugnanti; le immagini dei sogni. Sono tutti esempi di un’individualità che si apre nel mezzo di un rapporto visivo che è anche, o altrimenti perlopiù, oggettivo.

Ora, il cinema è o almeno è stato, per Bianchi, l’istituzione preposta all’articolarsi di questa inquietudine, le sale cinematografiche sono state “il luogo in cui un’intera comunità rifletteva su sé stessa, sulle proprie memorie rimosse, sui propri desideri inconsci, sui propri traumi e sui propri enigmi, attraverso le immagini”. Perché questo? Le ragioni si trovano secondo Bianchi proprio nella materialità del cinema e delle componenti (anche) tecnologiche che lo caratterizzano.

L’argomento si sviluppa a partire dal concetto di “inconscio ottico” discusso da Walter Benjamin.  Fotografia e cinepresa permettono di “scavare un buco nel visibile”: se la visione quotidiana è caratterizzata da determinati pattern percettivi, fotografia e cinepresa permettono di rendere visibile, di concentrarsi su ciò che nella visione quotidiana è o ignorato o addirittura invisibile. Senza, non avrei prestato attenzione a questo particolare, non sarebbe possibile osservare la serie dei movimenti di un corpo, tantomeno questi organismi che vivono sulla mia pelle, o il calore dei corpi.  Determinati apparati tecnici ci permettono di vedere ciò che, nella visione quotidiana, non viene altrimenti all’attenzione. Non si tratta tanto di piccole percezioni – elementi minimi e ignorabili – quanto dell’emergere di un rapporto, interno al campo della visione, a qualcosa di inatteso.

Proprio in virtù di questa caratteristica, la visione cinematografica sarebbe analoga all’operazione del fantasma, nozione psicoanalitica, compreso come per un verso “la scena in cui il soggetto inscrive il proprio desiderio” e per l’altro “lo spazio in cui soggettivo e oggettivo cessano di essere distinguibili”. Un punto chiave di questa riflessione piuttosto interna alla teoria psicoanalitica lacaniana e al vocabolario della filosofia francese degli anni Sessanta è che nel campo della visione la dimensione fantasmatica emerge in maniera particolarmente apprezzabile quando all’articolarsi di un desiderio la distanza e la differenza che caratterizzano il vedere quotidiano – un rapporto distaccato e oggettivo al mondo – si trasformano in una indifferenziazione fra soggettivo e oggettivo, investita eroticamente. Bianchi prende qui a riferimento il film Il vaso di Pandora (1928) di Georg Wilhelm Pabst. Scrive:

Il film […] racconta l’ascesa e la rovina di Lulu […]. La parabola tragica di Lulu è segnata dalla forza seduttiva del suo corpo e dal modo in cui esso mette in crisi le convenzioni morali e sociali […]. La scena centrale […] è quella in cui Schön, il rispettabile editore che ha sposato Lulu, sopraffatto dalla gelosia e dall’angoscia per la sua irrefrenabile vitalità erotica, estrae una pistola. Ne segue una colluttazione convulsa, quando all’improvviso… parte un colpo, e sullo schermo dall’avvinghiarsi dei corpi sale una nuvola di fumo. Per diversi secondi lo spettatore non sa chi sia stato colpito, né chi abbia sparato. […] In questa indeterminatezza […] si apre una dimensione propriamente fantasmatica: non ci sono più soggetti e oggetti chiaramente distinti che interagiscono in modo causale, ma un cortocircuito in cui attivo e passivo collassano l’uno sull’altro.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici. Sebbene questa possibilità non sia esclusiva dell’operazione cinematografica, è fuor di dubbio che il cinema ne sia il luogo elettivo.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici.
In questo snodo concettuale – in cui si articolano tecnicità e materialità, dimensione fantasmatica e campo generale della visione – si ritrova dal mio punto di vista la torsione dialettica più decisiva e più interessante del testo. Bianchi riesce a mostrare come la tranquillità distante della visione quotidiana, che si comprende distaccata e metterebbe al riparo dalle intensità allucinatorie dell’individuo e delle sue fantasie, non solo è già composta da un mélange di oggettivo e soggettivo; ma soprattutto viene ribaltata di segno, una volta che l’apparato tecnico e lo sviluppo storico e materiale vengono messi a fuoco. Il preteso distacco e la pretesa spontaneità della visione quotidiana si rivelano speciosi, mentre l’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.

Questo guadagno teorico viene poi elaborato nel testo in diverse direzioni. Una scelta interessante di Bianchi consiste nel mobilitare l’apparato concettuale lacaniano in sinergia con la filosofia di Gilles Deleuze (e la sua ricezione di Henri Bergson). Spesso i due pensatori vengono opposti in modo ingenuo e piuttosto manualistico: enfatizzando le critiche mosse da Deleuze alla psicoanalisi, sottolineando l’eredità hegeliana in Lacan, opponendo le rispettive teorie del desiderio. Bianchi opta piuttosto per un dialogo fra i due pensatori e, in un certo senso, per le tradizioni di cui vengono fatti segnaposti (un dialogo già tentato).

Due teoremi in particolare vengono articolati uno sull’altro. Per un verso, l’idea di Lacan di una sostanziale incompletezza della realtà come insieme ordinato, idea espressa nella definizione di reale come “ciò che l’intervento del simbolico rigetta dalla realtà”. Seguendo l’analogia con il campo della visione, possiamo comprendere il concetto di “inconscio ottico” in questi termini. Abbiamo a che fare con un campo costituito essenzialmente da un’esclusione o, detto in altri termini, con una realtà “fratturata, divisa, […] antagonistica”. Personalmente, non credo che la tesi dell’incompletezza sia equivalente alla tesi dell’antagonismo, un argomento che mi sembra debba molto al lacanismo di Ljubljana, né che dalla prima si derivi immediatamente la seconda, ma lascio questo problema in disparte. Quel che conta è l’assunto che la realtà, anziché costituirsi come tutto ordinato, in cui ogni elemento ha il suo posto proprio, sia caratterizzata da un’inerente instabilità: non è fissata una volta per tutte ed è attraversata da antagonismi.

Per l’altro verso, questo supporto speculativo viene specificato nei termini di un’equazione fra divenire e immagine, seguendo qui la linea deleuziana: tutto ciò che diviene, diviene esprimendosi e imprimendosi, agendo e reagendo. Mettersi in immagine non è altro, secondo questa seconda linea, che il processo e flusso continuo di espressione e impressione di ogni cosa sulle altre cose: la realtà viene compresa come un costante mettersi in immagine di ogni cosa e su ogni cosa. Il rischio di una concezione del genere è naturalmente quello di rappresentarsi la realtà come un processo omogeneo, una gran melassa. La determinazione e la molteplicità devono essere integrate, e ciò avviene nel senso di “micro-intervalli” che “tutti gli esseri viventi” istanziano. Ogni essere vivente rifrange il divenire immagine della realtà e così facendo evita il collassare delle determinazioni e delle fratture – dimensioni care a Bianchi – nell’oceano di una presupposta unità-flusso primigenia.

L’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.
Il cinema e la macchina da presa rendono possibili proprio il cristallizzare, l’articolare e l’emergere di queste rifrazioni, interruzioni e divisioni, per le caratteristiche di cui sopra abbiamo già parlato. Scrive Bianchi: “Il cinema non è rappresentazione. Il visibile non è questione di rivelazione, di svelamento o di disvelamento […]. Il visibile è piuttosto questione di abitare la dimensione del ‘non-tutto’. E la macchina da presa, in questo senso, è forse uno degli strumenti per mantenere viva e possibile tale utopia.” La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione etico-politica.

Torniamo però alle due linee guida che si trovano nel percorso di Bianchi: l’incompiutezza sostanziale e la realtà come flusso. I due paradigmi sono tenuti insieme da un problema metafisico classico: il rapporto fra l’uno e i molti. Problema non facile da risolvere e, non necessariamente risolto dall’affermazione che ogni vivente rappresenta un micro-intervallo: questa rischia o di essere una proposta puramente nominalistica, che chiama alcuni flussi intervalli senza mostrare esattamente in cosa i secondi si distinguerebbero dai primi; o di presupporre la determinazione nell’uno-flusso, rendendo a questo punto vacuo il concetto di realtà come divenire generale.

Sottolineo questa tensione non per puntiglio metafisico, che sarebbe un capriccio inutile, perché Bianchi non sta scrivendo in primo luogo un trattato di metafisica, pur adoperandone alcune categorie fondamentali. Lo faccio per allacciarmi alla tensione stessa che anima il libro e che si lega, a sua volta, alla tensione che caratterizza il cinema oggi come istituzione storica e, a un tempo, come campo dell’esperienza estetica. Questa tensione è identificata da Bianchi con molta acutezza e credo che sia, questo davvero, il senso più proprio in cui il testo riesce ad abitare il divenire come dimensione del non-tutto: cioè non come macro-flusso micro-intervallato dai viventi (e per esempio perché non intervallato proprio dall’apparato tecnico, che mai è stato vivente?); ma proprio come trasformazione, caratterizzata da delle tendenze, ma senza un risultato predeterminato.

Mi spiego meglio, in riferimento alle letture che Bianchi stesso fa di due film, La Bête di Bertrand Bonello e Aggro Dr1ft di Harmony Korine, apparsi nel 2023. Prendo i due film come rappresentativi della tensione che si riscontra nel libro: quella fra i paradigmi dell’incompiutezza e della fratturazione, per un verso, e del divenire come flusso per l’altro. Entrambi questi film fanno i conti con i cambiamenti sociali e tecnologici che inevitabilmente raggiungono anche il cinema e il suo regime estetico: la visione e lo sguardo sono sempre meno delegati all’istituzione cinematografica, alla voce di una critica autoriale, all’esperienza della sala buia; l’audiovisivo viene letto su dispositivi digitali, il testo si adatta alla formattazione da social media, l’intervento interpretativo si spande nel raccoglitore di recensioni; l’immagine diventa sempre meno il luogo di un’interpretazione evocata con il testo e sempre più il luogo di processi di azione e reazione, non interrogazione ma operazione.

In La Bête, vediamo un mondo in cui l’intelligenza artificiale ha permesso di stabilire l’immaginario come campo di “visibilità assoluta”, in cui ogni emozione disturbante o inquietudine viene espunta dall’individuo: “la paura e la bestia sono stati igienizzati, e quindi non sono più nulla”, scrive Bianchi, chiedendosi allo stesso tempo, e riferendosi a una scena del film: “Sarà allora il grido finale di Léa Seydoux l’ultima resistenza alla catastrofe?”, al “vuoto che il digitale lascia dietro di sé”?  E risponde: “Forse. Ma è nel finale del finale che avviene il colpo di genio di Bonello, che al posto dei credits mette un QR-code […] e che così sfonda la quarta parete e ci mostra quello che implicitamente era già stato profetizzato nelle due ore e mezza precedenti: un pubblico fatto di smartphone che guardano lo schermo del cinema e che poi si incamminano verso l’uscita del cinema assorti nei propri schermi digitali”.

La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione etico-politica.
Ancora più intensamente, l’operazione di Aggro Dr1ft è un abbandono delle categorie interpretative, nella lettura di Bianchi, per abbracciare e tuffarsi nello sviluppo tecnologico e sociale che il digitale ha portato nel campo del vedere. L’immagine non è più un centro di interrogazione, interpretazione, interruzione, ma diventa il concatenamento di cause ed effetti, dove la visione diventa “espansione diffusa”: immagini che generano immagini che generano immagini. Commenta Bianchi: “La pura immanenza del mondo delle superfici scivola via senza resistenza né arresto, perché non esiste alcun ‘fuori’, tanto meno lo sguardo. Il mondo, ci dice Korine, è questo: resta solo decidere se abbiamo il coraggio – e la giusta dose di disperazione – per stare al gioco. Magari fino ad abbracciare del tutto il regime delle immagini operative, che però immagini, ormai, non lo sono più.”

Con queste ultime parole si chiude L’inquietudine dell’immaginario. Il binomio offerto da La Bête e Aggro Dr1ft, e dalle letture puntuali che ne dà Bianchi, rappresenta al meglio, per me, l’altro cuore pulsante del libro: il suo abitare la trasformazione del cinema partecipandovi. In effetti, una trasformazione è tanto più tale quanto più ciò che si trasforma oscilla sul bordo della sua fine: si è trasformato meno ciò che assomiglia a sé stesso, si è trasformato di più ciò che si allontana da com’è stato. Il cinema si trova su questa soglia: il mezzo tecnico, la pratica sociale, il codice culturale lo portano alla soglia della sua dissoluzione: l’immagine che non è più immagine, come formula Bianchi. Un paradigma – quello incarnato dal film di Korine – che è emblematicamente vicino proprio alla metafora del macro-flusso, dove i micro-intervalli certo ci sono, fra un’immagine e l’altra, ma le cristallizzazioni e le interruzioni non operano come spazi di domanda e interrogazione, ma come altri rimbalzi, altra immagine.

È per questo motivo che il libro di Bianchi abita la stessa trasformazione che viene discussa e che a sua volta si riflette nelle tensioni teoriche interne al libro. Nell’incertezza del divenire del cinema ritroviamo quell’inquietudine e quell’irriconoscibilità dell’immagine che non sono solo un tema fra gli altri, che un’indagine può discutere o anche esaurire. Ma si tratta finalmente anche dell’inquietudine, se posso dir così, del soggetto dell’enunciazione: che abita le trasformazioni sociali, tecnologiche, erotiche e culturali che cambiano il cinema e la visione. Un cambiamento che rischia di (tra)sfigurare il cinema così tanto da farne apparire il mutamento quasi come sparizione. Il libro di Bianchi non ha soltanto il merito di puntare il dito su questa tensione, ma di incarnarla: di dirci di guardare i film sapendo che e come possono sparire. In questo senso, L’inquietudine dell’immaginario risponde alla preoccupazione sulla realtà delle immagini: non afferrandone una sostanza – come mondo, flusso, viralità o interruzione che siano – ma ponendosi nelle tendenze della trasformazione storica e, per quanto possibile, tentando di dirigerne un passo o offrirne una lettura.

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Per Gualtieri, papà del Superbonus, la prudenza di Meloni sui conti pubblici è una colpa

"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte.
 

"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
 

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Maiorino (M5s): "Renzi? Ci va bene in coalizione. Ma stop alle armi a Kyiv"

"Matteo Renzi ha un passato di continui defilamenti da accordi presi, per cui è il suo curriculum che parla per lui. Ma io personalmente sono disponibile a rivedere certe posizioni". Alessandra Maiorino, senatrice del M5s, apre timidamente al leader di Italia viva: novità più che sorprendente per un partito che per l'ex premier ha sempre mostrato diffidenza. “Non lo vorrei, non si condivide una linea politica e non ci si può fidare, l’ha dimostrato in mille occasioni”, diceva a gennaio Riccardo Ricciardi, presidente del gruppo del M5s alla Camera. Complice il successo referendario, gli animi si distendono e si cerca di fare fronte comune: "C'è un pericolo che incombe a livello globale – dice oggi Maiorino – cioè questa destra nera, suprematista, ultraconservatrice, che è qualcosa veramente da rispingere con tutte le forze". Renzi compreso.

                               

Per farlo occorre estendere il raggio d'azione al massimo. "Noi vogliamo fare un programma e intercettare anche quell'elettorato che alle politiche non è andato a votare. Così come gli elettori progressisti e i giovani – spiega la senatrice –. Ma certamente qualunque persona di buon senso che possa guardare a noi con interesse, anche di centrodestra, è benvenuta".

Proprio sul programma, però, si prevedono già gli attriti più forti. Specialmente sulla politica estera. Il vicepresidente del M5s Stefano Patuanelli ha dato il là: "Con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina". Posizione "in coerenza" con la posizione del partito, secondo il leader Giuseppe Conte, oltre che per Maiorino: "Questo conflitto si trascina ormai da oltre 4 anni. È necessario trovare una soluzione diplomatica, e penso che qualunque persona di buon senso possa convenire sul fatto che adesso bisogna dire basta all'invio di armi", dice la senatrice, fiduciosa anche che nel campo largo ci sia possibilità di creare una linea comune anche su questo. Dal fronte riformista del Pd, la linea è abbastanza chiara: "Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione", ha scritto su X il dem Filippo Sensi. Maiorino relativizza: "Patuanelli è stato molto netto, ha lanciato una provocazione consapevolmente e gli hanno risposto in maniera altrettanto netta, ma fa parte del gioco delle parti". Mentre la segretaria Elly Schlein si scanza dall'imbarazzo buttando la palla in tribuna: "È difficile essere più divisi di questo governo sulla politica estera che ha tre posizioni distinte. Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto: non partiamo da zero", ha detto su su La7. 

Oltre alla fiducia c'è il dato secco e freddissimo dei numeri. I sondaggi premiano Conte come il candidato più competitivo in vista delle primarie. "Su tanti argomenti l'ultima parola dovrebbe essere del partito che ha un'attrattività maggiore. Italia viva non è fra questi", spiega dati alla mano Maiorino. L'auspicio, però, è sempre quello di trovare una sintesi tra tutte le varie forze comuni: "Io temo non si possa fare altrimenti – conclude Maiorino  –. Anche con Renzi e nonostante Renzi: ho sempre fiducia che le persone possono cambiare, poi vengo puntualmente delusa, però è una fiducia incrollabile", 

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Il (neanche troppo) sottile legame tra la legge elettorale e le primarie del centrosinistra

Il destino della leadership di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027, in parte, dipende anche da Giorgia Meloni. Uno dei punti più importanti della nuova legge elettorale, lo Stabilicum, prevede per le coalizioni l'indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale. Il che, nel caso del centrodestra, pone ben pochi problemi: la leadership della premier Meloni, nonostante lo sconquasso degli ultimi giorni, non è in discussione. 

Più complicata è la situazione del campo largo, dove le primarie di coalizione per scegliere chi andrà a Palazzo Chigi in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche sono ancora oggetto di discussioni interne. Poco dopo che il risultato del referendum era ormai consolidato, il leader del M5s Giuseppe Conte si era precipitato in conferenza stampa per festeggiare la vittoria e comunicare la sua disponibilità per le primarie. La risposta della segretaria del Pd Elly Schlein era stata inizialmente positiva, salvo poi fare un piccolo passo indietro: "Le primarie non sono una nostra priorità". Una frenata che nasconde una nuova consapevolezza: ma davvero il centrodestra riuscirà a portare a compimento la nuova legge elettorale?

Se così non fosse le primarie non sarebbero più un obbligo. Lo ricordava oggi in un'intervista a Repubblica il sindaco di Roma Roberto Gualtieri: "Dopo che gli italiani hanno bocciato in modo così netto l'idea che si possano cambiare le regole a colpi di maggioranza sarebbe un atto di protervia insistere su quella proposta (la legge elettorale, ndr), che non interpreta lo spirito del paese. Una strada sbagliata, non ci riusciranno". Un'ipotesi che sembra avere più di qualche argomento a suo favore, considerato l'aria che si respira al momento dentro il governo. Il ragionamento di alcuni esponenti di centrosinistra appare dunque chiaro: senza legge elettorale, non c'è bisogno di fare le primarie. E se non c'è bisogno di fare le primare, tanto vale cominciare a prendere una posizione che non le censura ma di certo non le idolatra. 

 

La segretaria del Pd però puntava sullo strumento primarie per avere la garanzia, attraverso l'acclamazione popolare, di essere la candidata premier del campo largo. Senza che i caminetti tra i maggiorenti dei partiti (compreso il suo) potessero dopo il voto invocare un "federatore" o "un papa straniero". E però ci sono almeno due cose che l'hanno convinta che questa non sia la strada giusta. Da un lato i sondaggi che in un confronto diretto tra lei e Conte danno per favorito il capo del M5s. Dall'altro alcuni dirigenti del partito che stanno sposando la sua linea: senza primarie il candidato premier sarà il leader del partito più votato. E in questo caso è molto difficile pensare che quel partito non sia il Pd. Insomma, Schlein teme manovre di palazzo (tra i due litiganti, lei e Conte, potrebbe saltare un terzo nome), ma in questo momento evitare le primarie sembra comunque per lei uno scenario più sicuro. Per Conte, invece, la strada delle primarie è l'unica che può consentirgli di contendersi con Elly Schlein la leadership. 


Ma tornando alla maggioranza: la discussione sulla legge elettorale in commissione Affari costituzionali alla Camera è stata calendarizzata per il 31 marzo, ma la strada che porta all'approvazione del testo è tutt'altro che spianata. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, per il governo le cose si sono fatte difficili e le acque non si sono ancora calmate dopo le dimissioni degli ultimi giorni. Il primo atto che farà partire l'iter della nuova legge elettorale passa dall'adozione di un testo base proposto dalla maggioranza. Ma già dal primo passo si sono presentati alcuni ostacoli, con vari esponenti di centrodestra che non hanno escluso "una valanga di emendamenti".  A ribollire è in particolar modo la Lega. Massimiliano Fedriga, presidente leghista della regione Friuli-Venezia Giulia, ha già delineato tre elementi che devono necessariamente essere presenti nel testo: "Il diritto della maggioranza di governare, la tutela delle opposizioni e la rappresentanza dei territori. Poi si possono usare strumenti diversi, ma l’equilibrio tra questi fattori è fondamentale. Fare leggi per convenienza politica, invece, porta sempre a risultati negativi”. In generale, (come abbiamo raccontato qui), dal Carroccio arrivano più lamentele che altro. "Ci vorrà un sacco di tempo per presentare i nostri emendamenti", ha detto un esponente della Lega. Mentre un altro ha posto problema differente: "È una riforma che non porta consenso".  Anche da Forza Italia, il clima non favorisce la collaborazione. I forzisti proveranno infatti ad aprire la discussione, ad abbassare il premio di maggioranza e a eliminare il ballottaggio. “Io penso che una nuova legge elettorale sia necessaria però bisogna anche dialogare con le opposizioni”, ha detto invece il viceministro della Giustizia in quota FI Francesco Paolo Sisto. Insomma, le divergenze non mancano. Se a questo si aggiunge il dossier sulla guerra e i rincari energetici che mettono in difficoltà l'esecutivo, la legge elettorale appare come un lido irraggiungibile. Almeno in tempi brevi. Inoltre sullo sfondo c'è la possibilità delle elezioni anticipate, che sbarrerebbero la strada alla legge elettorale e che metterebbe in difficoltà il campo largo

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Meloni punta a scavalcare il Cav. per l'esecutivo più longevo della storia della Repubblica

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.

 

Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).

 

Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.

 

 

Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

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Prove di campo largo. Le stoccate di Sensi (Pd) a Patuanelli (M5s) su Kyiv e l'incognita primarie

È durata una manciata di ore la pace all'interno del campo largo. Il palco post vittoria del referendum sulla giustizia con Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, prometteva finalmente un'unione di intenti precisa e spedita verso le elezioni politiche del 2027 per battere Giorgia Meloni e la coalizione di centrodestra. Ma le dichiarazioni di Stefano Patuanelli hanno riacceso lo scontro. "Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all'Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione", ha detto ieri a Radio24 il senatore e vicepresidente del M5s. Il che, dopotuttto, non è affatto un mistero. Sia nel parlamento italiano che in quello europeo, la linea pentastellata è stata sempre netta sull'interruzione del sostegno a Kyiv. Una posizione che però non è passata inosservata. Filippo Sensi, senatore del Pd, ha risposto poco dopo con un post su X: "Patuanelli crede che 'ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina'. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione". Anche qui, in realtà, nessuna verità rivelata che non si sapesse già. Il senatore dem ha sempre sostenuto l'aiuto incondizionato al popolo ucraino, così come il Pd stesso, che ha sempre votato favorevolmente all'invio degli aiuti militari in Ucraina. 

Anche Carlo Calenda, leader di Azione, ha commentato la vicenda: "Ecco, Patuanelli l'ha detto. Il campo largo al governo è uguale a 'no aiuti militari' all'Ucraina. Per Azione il primo punto è 'continuare a sostenere militarmente l'Ucraina'. Sipario".

Un battibecco che ha dovuto far intervenire la segretaria dem Elly Schlein. "Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto", ha detto.

 

Il punto è che al di là dei festeggiamenti e dei sorrisi di rito, l'unità e la credibilità della coalizione che sfiderà l'attuale maggioranza sono messe alla prova da posizioni spesso incociliabili, soprattutto in politica estera. Il punto lo ha colto Luigi Marattin, segretario del partito Liberaldemocratico: "C'è una cosa che non capisco. Ma come fanno questi di Pd e M5S anche solo a pensare di poter governare insieme l'Italia?!". Ma trovare una quadra sul programma non è più semplice della scelta del leader che guiderà la coalizione e che in caso di vittoria alle elezioni andrà a Palazzo Chigi.

 

Subito dopo gli exit poll che ormai davano per fatta la vittoria del No alla riforma Nordio, il leader del M5s Giuseppe Conte in conferenza stampa aveva parlato di primare di coalizione, aprendo alla possibilità di correre insieme alle altre forze politiche e allo stesso tempo inviando un messaggio a chi voleva seguire il modello centrodestra: chi prende più voti, guida la coalizione. Un richiesta che non è casuale. Dai primi sondaggi, il quadro mostra che Conte avrebbe più possibilità di vittoria di Schlein, che comunque aveva inizialmente risposto positivamente all'invito. Ieri la segretaria dem a La7, ospite della trasmissione Piazza Pulita, ha voluto comunque ribadire che "oggi le primarie non sono la nostra priorità. Se ci chiudiamo in un dibattito politicista tra di noi tradiamo le aspettative di chi ha votato". Ma il dibattito andrà affrontato, soprattutto perchè il tempo stringe e non è escluso lo scenario di un voto anticipato, che allontenerebbe l'ipotesi delle primarie e costringerebbe i leader del campo largo a sciogliere tutti i nodi in tempi brevi. Forse lo scenario peggiore per tutta la coalizione. È in questo contesto che si inserisce l'appello di Schlein: "In qualunque momento si voterà è nostro dovere farci trovare pronti".

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La stagione di “Open to meraviglia” non è finita. Strascichi estetici della gestione Santanché

Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.

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La stagione di “Open to meraviglia” non è finita. Strascichi estetici della gestione Santanché

Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.

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Giovinezza, giovinezza. Le truppe di Marina Berlusconi, le vecchie nuove leve di Forza Italia

In Italia la giovinezza è un valore eterno, il che è già di per sé una contraddizione degna di nota. L’ultima conferma viene da Forza Italia, che ha deciso di rinnovarsi su invito di Marina Berlusconi. A tradurre ieri in pratica il giudizio estetico della figlia del Cavaliere è stato Claudio Lotito, sessantotto anni, proprietario della Lazio, parlamentare noto ai colleghi per la vivacità con cui ha animato i lavori d’Aula, almeno nei momenti in cui non si appisolava. Lotito ha raccolto le firme di quattordici senatori per rimuovere Maurizio Gasparri dalla presidenza del gruppo: troppo vecchio, troppo consumato, da troppo tempo lì. Il sostituto è Stefania Craxi, classe 1960, figlia di Bettino, in politica dal 2006. Lei prende il posto di Gasparri, e diventa capogruppo. Gasparri prende il posto di lei, e diventa presidente della commissione Esteri. La ventata di novità è percepibile.

 

L’Italia, si sa, ha con il novismo un rapporto che i clinici chiamerebbero collusivo. Tutto cominciò con una canzone dal seguito oceanico che non prometteva libertà né prosperità ma giovinezza, e giovinezza dava. Da allora il ritornello non si è mai fermato. Renzi lo riscoprì a Firenze, ci costruì sopra una carriera a Roma, e invecchiò anche lui, come fanno tutti, rottamatori compresi. Il talento, del resto, non dipende dall’età ma dalla persona. Longanesi diceva che giovani non si nasce ma si diventa, e Croce sosteneva che l’unico dovere del giovane è invecchiare.

 

Marina Berlusconi probabilmente li ha letti entrambi, Longanesi e Croce, ma ha tratto conseguenze selettive. E infatti una mente maliziosa potrebbe osservare che la stessa Marina, che chiede facce nuove in Forza Italia, è la presidente di una holding che gestisce televisioni nelle quali il concetto di novità viene applicato con una parsimonia che rasenta la virtù cardinale. “La Ruota della Fortuna” è tornata in onda con il medesimo scricchiolio di sempre: fu inventata in un’epoca in cui la televisione commerciale era essa stessa una novità, il che le conferisce lo status di reperto. Gerry Scotti sorride dagli schermi Mediaset da quarant’anni con l’imperturbabilità dei grandi monumenti e delle catene montuose. Maria De Filippi presidia da tempo immemore la prima serata con la sicurezza di chi sa che nessuno la sposterà. A riprova che non tutto ciò che è buono è nuovo, e che non tutto ciò che è nuovo è buono, e che in fondo la gente vuole vedere le stesse cose di ieri purché talvolta le si chiami con un nome diverso.

 

Sicché, alla fine, viene il sospetto che la famosa “giovinezza”, in Italia – a proposito del “giovane” Lotito che affonda il “vecchio” Gasparri – altro non sia che una patacca. Un po’ come la “Seconda Repubblica”, che non è meglio della Prima, o come la “società civile”, che ha portato al grillismo. D’altra parte la passione è trasversale, perché la patacca è – per definizione – trasversale. Anche a sinistra. Metti davanti una ragazza con le sneakers bianche di nome Elly e la piazzi sulle spalle di Dario Franceschini, che è lì da prima che le sneakers bianche esistessero. Il risultato è moderno in facciata e solido nelle fondamenta, come certi palazzi romani. Quanto al federatore nuovo, ovvero la figura fresca e inedita attorno a cui ricostruire il campo largo dopo la vittoria al referendum “dei giovani”, il nome uscito ieri sui giornali con maggiore insistenza era quello di Rosy Bindi. Giovinezza, giovinezza. Appunto.

 

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L’Ue cade nella trappola cinese

Nei giorni scorsi il maggiore generale Guo Hongtao, vicedirettore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale dell’Esercito popolare di liberazione cinese, era a Bruxelles per colloqui... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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S’è rotta l’Alleanza atlantica

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

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Il caso dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath censurata dal suo governo (c’entra Gaza)

Venezia. Elegia sudafricana in Laguna. Come nemmeno certi sceneggiatori di Netflix saprebbero fare, questa 61esima edizione della Biennale Arte di Venezia sta regalando teaser croccanti per appassionati di contemporaneo e dintorni (dintorni geopolitici, specialmente). Questa volta non c’entra la Russia, con il “Red Pavillion” della discordia tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco, ma Israele. E non solo e non tanto per la recente lettera aperta alla Biennale, finora firmata da circa 180 artisti, curatori e operatori della cultura (il più noto: Alfredo Jaar) sostenuta dalla piattaforma ANGA (che sta per Art Not Genocide Alliance) per chiedere l’esclusione di Israele dalla Biennale “mentre commette un genocidio”. Questa è notizia di una decina di giorni fa che nessuna replica istituzionale ha ricevuto: il padiglione di Israele è confermato all’Arsenale, ché lo storico spazio dei Giardini è in restauro.

Il “genocidio” però c’entra ancora, ma cambiano le coordinate geografiche. Come sempre accade quando la politica, anzi un governo, ci mette lo zampone entrando a gamba tesa in un terreno paludoso come quello dell’arte – la Biennale, poi, gioca un campionato a sé – il pasticciaccio è di nuovo servito. In sintesi: l’artista sudafricana Gabrielle Goliath (pluripremiata, si è chiusa da poco una sua personale al MoMa di NYC, già alla Biennale 2024) è stata censurata dal suo governo dopo che le era stato affidato, con grande entusiasmo, il padiglione nazionale. Bocciatura pesantissima. Poi il colpo di scena di queste ore: la sua “Elegy”, un’opera di performance art, invece si farà. Sarà esposta per tre mesi nella chiesa di Sant’Antonin nel sestiere di Castello, non troppo distante dall’Arsenale dove il Sudafrica ha il suo padiglione ufficiale (che resterà vuoto, quest’anno). Sant’Antonin è una di quelle chiese che solo a Venezia si scovano: chiusa al culto, anche se nella cappella centrale si tengono ancora delle celebrazioni, figura tra “i luoghi espositivi” della Biennale ma di fatto è ancora gestita dal Patriarcato di Venezia. Qui andrà in scena l’“elegia sudafricana”, un’opera in parte concepita da Goliath già nel 2015 per commemorare la studentessa sudafricana assassinata Ipeleng Christine Moholane. “Elegy” è composta da una serie di video dove interpreti femminili di formazione operistica emergono da uno sfondo nero e tengono una singola nota alta il più a lungo possibile, prima di ritirarsi ed essere sostituite da un’altra cantante. La versione della performance-elegia funebre concepita per Venezia commemora – recita il comunicato ufficiale – anche due donne Nama spostate e uccise dalle forze coloniali tedesche all’inizio del XX secolo, e inoltre la poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a 32 anni in un attacco aereo israeliano a Khan Younis, Gaza, nell’ottobre 2023. “In questa mostra è convocato uno spazio di incontro, una camera sacra in cui far risuonare un’opera riparatrice di amore e nostalgia”, ha detto l’artista in una dichiarazione divulgata in Italia dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano, dove è attesa a metà aprile per un’altra mostra. Ma l’opera è stata ritenuta “fortemente divisiva e polarizzante” dal ministro della Cultura sudafricano Gayton McKenzieche a gennaio scorso, dopo aver mandato una lettera in cui chiedeva una revisione, rifiutata dall’artista (“sarebbe un pericoloso precedente”, ha detto Goliath) l’ha bruscamente cancellata. E’ successo quindi – fatto già in sé clamoroso – che un ministro della Cultura ha sfiduciato all’ultimo un’artista chiamata a rappresentare internazionalmente il suo paese alla Biennale con l’accusa di una performance “correlata a un conflitto internazionale in corso che è ampiamente polarizzante” (nonostante, all’inverso, il governo precedente del Sudafrica nel 2023 avesse avviato una causa legale accusando Israele di commettere genocidio a Gaza). E poi il plot twist dell’artista che alla fine approda ugualmente in Laguna. Nota a margine: progetti come “Elegy”, in termini di realizzazione e allestimento, costano, così come costano gli affitti degli spazi. Il “padiglione sudafricano” fuori Biennale è stato reso possibile grazie a molti sostenitori e amici di Goliath, ma soprattutto grazie al generoso supporto della Bertha Foundation (organizzazione con base a Ginevra fondata dal milionario sudafricano, già ceo della Arrow Generics, Tony Tabatzik) e di Ibraaz, spazio culturale londinese della Kamel Lazaar Foundation, anche questa con sede a Ginevra, fondata da Lazaar, banchiere di investimento tunisino-elvetico.

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Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.

All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

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Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.

All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

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Meloni assume l'interim al ministero del Turismo lasciato da Santanchè

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri. 

"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

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Da "prima gli italiani" a Bucarest: Salvini ora corteggia la comunità romena in Italia

Tre righe per un milioni di voti. Alla Camera va in scena il Matteo Salvini amico delle comunità internazionali. In mattinata il leader della Lega e ministro dei Trasporti ha tenuto una conferenza stampa per presentare una proposta di legge che riconosce il romeno come minoranza linguistica nazionale. "È la comunità più popolosa d'Italia", dice il vicepremier.
 

Il disegno di legge si compone di un solo articolo. Il testo è firmato dalla senatrice Tilde Minasi e dal deputato Francesco Bruzzone, entrambi della Lega. Presenti all’incontro diversi cittadini italo romeni e anche due esponenti della Lega di Prato, anche loro con doppia cittadinanza: il vicepresidente del Consiglio comunale di Prato e promotore dell’iniziativa Claudiu StanaselStefan Stanasel, presidente del Coordinamento nazionale cittadini romeni in Italia.
 

"Non è più la Lega nord", ci dice Stefan Stanasel. Entrambi gli esponenti, sentiti dal Foglio, si sono detti a favore di una proposta rilanciata dal Carroccio dell’ultimo periodo. La remigrazione: "Ma solo per gli stranieri che commettono reati gravi, non chi ruba un pezzo di pane".
 

 

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La Cina fa come la Russia

Mentre l’Unione europea s’interroga sulle fughe di informazioni verso Mosca – dopo che si è scoperto che esponenti del governo ungherese passavano informazioni al Cremlino durante i vertici europei... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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I buoni risultati di Ita: 3,2 miliardi di euro di ricavi

Ita Airwaysla compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitaliaha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.

Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

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Il potere di veto dell’Anm

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

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La via dell’Ue in un mondo in caos

 

All’incertezza economica dilagante l’Ue risponde con accordi di libero scambio. Negli ultimi mesi Bruxelles ha concluso intese commerciali con Indonesia, India, e adesso anche l’Aust... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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L’Indonesia mette “in pausa” le Forze di Pace. È una questione economica

   

Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato tra i primi leader a sostenere l’iniziativa del Board of Peace promossa da Donald Trump, ed è stato finora tra i pochi leader del quadrante asiatico e di un paese a maggioranza musulmana (il più popoloso del mondo) a essere riuscito a costruire un consenso interno su un dossier particolarmente sensibile. L’Indonesia aveva scelto di partecipare  offrendo la disponibilità a contribuire con forze di peacekeeping, ma ieri Prabowo è stato costretto a specificare che il miliardo di dollari da mettere sul tavolo per entrare nel Board of Peace non ci sarà: “Ci viene richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari”, ha detto il presidente, “ma io non ho mai detto che fossimo disposti a pagarlo”.

 

La scorsa settimana, dopo una riunione del Consiglio dei ministri, il segretario di stato Prasetyo Hadi aveva annunciato il rinvio “a tempo indeterminato” del dispiegamento del contingente di circa ottomila soldati indonesiani a Gaza, a causa “dell’aggravarsi della situazione di sicurezza nella regione”. Secondo diversi osservatori, la decisione di Prabowo di mettere in pausa il coinvolgimento nel piano di pace di Trump è legato non a un ripensamento, ma alle conseguenze della guerra in Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto l’Indonesia a una vulnerabilità strutturale: circa il 25 per cento delle sue importazioni energetiche dipende da quel passaggio. Le riserve nazionali, secondo i dati ufficiali, coprono appena 20-25 giorni di consumo. I prezzi del petrolio che aumentano e l’indebolimento della valuta si traduce in una pressione immediata sull’inflazione e pure sulla (fragile) stabilità sociale indonesiana. Prima di lanciarsi in una vera operazione internazionale di pace, il governo di Prabowo è costretto a parare i colpi di un’economia che rischia di mettere in pericolo la tenuta interna del paese. Perché nessuna architettura di sicurezza internazionale può prescindere dalla capacità degli attori coinvolti di sostenere, nel tempo, i costi della propria partecipazione.

   

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Farsi curare solo dalla Cina fa male

 

C’è un numero nel rapporto sulla competitività 2026 dell’Istat sul quale è giusto soffermarsi. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentati del 933,7 per cento. In dodici mesi, le importazioni sono passate da 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi. La spiegazione tecnica è nota: i dazi americani sulla Cina hanno deviato flussi commerciali verso l’Europa e l’Italia ne ha assorbito una quota rilevante. Ma il problema vero è un altro: cosa significa, in termini di sicurezza di sistema dipendere in misura così da un unico paese fornitore per i princìpi attivi che alimentano la produzione farmaceutica? La risposta  è scomoda. La quota della Cina sulle importazioni farmaceutiche italiane è balzata in un anno di 11,6 punti percentuali, raggiungendo il 13,4 per cento del totale. Nello stesso periodo, la quota della Germania si è ridotta di 4,7 punti. Il riequilibrio è avvenuto come effetto collaterale di dinamiche geopolitiche decise altrove, non da una scelta strategica del paese. Il rapporto colloca la farmaceutica tra i settori da monitorare per vulnerabilità strategica. Circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da paesi a rischio politico medio o alto. Paracetamolo, metformina, amoxicillina: molti dei farmaci essenziali dipendono da catene di fornitura che passano per l’Asia. Quando quella catena si inceppa – per una guerra, una crisi geopolitica, per una decisione di Pechino – il problema non è astratto. È il farmaco che manca sullo scaffale, è il paziente cronico che non trova la terapia. La pandemia aveva già mostrato questa fragilità con chiarezza brutale. I lockdown cinesi interruppero forniture in tutto il mondo. Quella lezione avrebbe dovuto tradursi in una strategia di diversificazione. In larga misura, non è accaduto. E il rapporto Istat 2026 certifica che la dipendenza dalla Cina non è diminuita. Ignorare questo campanello d’allarme sarebbe un lusso che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi.

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Una gondola con la gigantografia di Navalny a Venezia: chi dice sì alla flotilla fogliante

Sul Foglio di sabato scorso Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista hanno scritto una lettera-appello “solo per comunicare ai lettori del Foglio che il 9 maggio, a Venezia, lo stesso giorno dell’apertura del Padiglione russo alla Biennale, avremmo intenzione di affittare una gondola Uber con a bordo, in bella evidenza, una gigantografia di Navalny, assassinato dagli scherani di Putin. Chi volesse unirsi a questa modesta testimonianza a favore della libertà d’espressione e della libertà della cultura e dell’arte censurate darebbe più forza alla nostra piccola e pacifica flotilla”. Il direttore del Foglio Claudio Cerasa è stato il primo a aderire all’iniziativa (“Vengo anche io!”). Molti altri se ne sono aggiunti in queste ore scrivendo a lettere@ilfoglio.it. Ecco un primo elenco.


Caro direttore, aderisco con sollievo alla “gondola per Navalny”, proposta da Ferrara e Battista. La Biennale è per il dissenso.
Antonio Polito


Aderisco appello Pigi. Tutti in gondola.
Carlo Calenda


Anch’io aderisco convintamente alla iniziativa in oggetto.
Davide Corniolo


Aderisco all’iniziativa segnalatami dall’amico Pierluigi Battista. Con stima.
Chiara Viale


Ci sarei anch’io se non fossi altrove.
Andrea Graziosi


Aderisco.
Ferdinando Adornato


Aderisco con grande piacere all’iniziativa di Pigi e Ferrara!
Simone Lenzi


Aderisco con entusiasmo. Non so se potrò essere fisicamente con voi (mi farebbe molto piacere) ma SLAVA UKRAINI.
Roberto Burioni


Caro direttore, per il 9 maggio mi riservi un posto sulla gondola Navalny. Liberi loro di esporre, liberi noi di protestare: la differenza tra Venezia e San Pietroburgo, dove non si potrebbe fare né una cosa, né l’altra. 

Ivan Scalfarotto, senatore di Italia Viva


Buongiorno, voglio esserci anche io… sono felice della iniziativa.
Patrizia Baldi


Buongiorno, aderisco volentieri all’iniziativa per Navalny. Grazie. 
Flaminia Sabatello


Ricordare Aleksej Anatol’evic Naval’nyj è un dovere per tutti coloro che si battono per la democrazia e la libertà.
Cristiano Kucich

Aderisco alla proposta di Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista per il 9 maggio. 
Michele Magno


Aderisco all’appello lanciato sabato da Pierluigi Battista e Giuliano Ferrara.
Alfredo Nazzaro


Gentili amici, aderisco all’iniziativa della gigantografia di Navalny sulla gondola. Cordiali saluti.
Massimo Marongiu 


Il 9 maggio, a Venezia, lo stesso giorno dell’apertura del Padiglione russo alla Biennale, l’idea di far navigare una gondola Uber con a bordo, in bella evidenza, una gigantografia di Navalny, assassinato dagli scherani di Putin, è meravigliosa. Voglio unirmi a questa modesta testimonianza a favore della libertà d’espressione e della libertà della cultura e dell’arte censurate darebbe più forza alla nostra piccola e pacifica flotta. Ci sarò anche io!
Riccardo Musmeci


Buonasera, vengo anche io! Ci sarò! 
Tiziana Della Rocca


Aderisco!
Lorenzo Zunino, Comitato Giustizia Sì Marche


Aderisco all’iniziativa del 9 maggio contro la partecipazione russa alla Biennale di Venezia 2026.
Silvia Pian


W  Navalny. Grazie al Foglio. 
Monica Mondo

Aderisco all’iniziativa della Gondola con la gigantografia di Navalny a Venezia. Un cordiale saluto.
Gustavo Micheletti


Aderisco con entusiasmo.
Gabriele Tagliaventi


Ottima idea… Sottoscrivo!
Marco Mei

Aderisco.
Roberto Trovato


Io ci sono.
Pierpaolo Achilli


Aderisco all’iniziativa di Battista e Ferrara per la gondola con la gigantografia di Navalny a Venezia.
Alessandro Agostinelli


Sono una lettrice del Foglio e ho apprezzato la vostra iniziativa di organizzare una manifestazione di dissenso durante la Biennale di Venezia con Aleksei Navalny come icona principale. Qualora l’iniziativa dovesse andare in porto, e me lo auguro, vorrei offrire una illustrazione a matita che realizzai nel 2021 (il 22 aprile, probabilmente accadde a Navalny qualcosa che ora non ricordo; a quell’epoca ero immersa in una specie di serie di ritratti politici sulla base delle notizie del giorno). L’illustrazione è mia e originale, ispirata a una sua fotografia; mi colpisce per quell’espressione tra il severo e lo spaventato, lì in fondo agli occhi, sentimento di consapevolezza ben celato (fino alla morte) dietro tanta fermezza ed ironia. Spero di fare cosa gradita.
Federica di Lascio

 

Aderisco.
Mario Taddeucci Sassolini

 
Aderisco alla gondola per Navalny.
Orietta Breschi

  
Confermo che se mi sarà possibile sarò o in presenza o idealmente sulla gondola di Ferrara e Battista a Venezia.
Enrico Vanzina

 
Io ci sto, alla grande!!!!
Angelo Filisetti

 

Lodevole iniziativa. Una gondola davanti alla riva prospicente i padiglioni però sarebbe pericolosamente esposta al moto ondoso, bisognerebbe trovarle una posizione adeguatamente protetta.
Mario Piovesan

       

Al direttore - Aderisco con convinzione alla gondola del dissenso proposta da Ferrara e Battista. Per Aleksei Nalvalny, per Anna Politkovskaja e per Boris Nemcov, ammazzato per strada nel 2015 perché aveva osato criticare la politica di Putin contro l’Ucraina.
Nicoletta Tiliacos

   
Al direttore - Aderisco! Cordialmente.
Piero Parvopassu

 

Al direttore - Desidero esprimere la mia adesione alla manifestazione. Sono un veneziano. E vostro abbonato.
Gaetano Fabbri

  

Al direttore - Aderisco molto volentieri all’iniziativa per Navalny. Cordiali saluti.
Giuseppina Pavesi

  
Al direttore - Aderisco con vivo piacere all’iniziativa riguardante la gigantografia di Navalny.

Giuliana Colombo Gattei

 

Al direttore - Buonasera, vengo anch’io per la flottiglia del 9 maggio per Navalny. 

Florentina Hotca

  

Al direttore - Flottiglia con foto di Navalny? CI STO! Viva.

Wladimir Zaleski

 

Al direttore - Aderisco con molto piacere all’iniziativa di Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista in ricordo di Navalny.
Stefano Gattei

 

Al direttore - Approvo con entusiasmo la proposta per la gondola con la gigantografia di Navalny. 
Maria Grazia Mirti Roatta 

 

Al direttore - Aderisco all’iniziativa gondola, e complimenti.

Franco Barbolini

 
Al direttore - Che bella iniziativa!  Una gondola per manifestare contro un regime odioso e assassino.  Come sempre siete in prima linea in difesa delle libertà, bravi! 
Clemente Biondi

 

Al direttore - Aderisco!
Giuseppe Morano

  

Al direttore -  Il 9 aprile tutti a Venezia con la flottiglia di gondole con la gigantografia di Navalny! 
Adriano Buoso


Al direttore - Sono invidioso di non avere avuto per primo l’idea della gigantografia di Navalny, in gondola, sono vergognoso per non essere tra i primi  che hanno espresso la loro adesione. Ma l’esibizione e il ricordo per l’omicidio politico rimarranno nella memoria e nel giudizio di quanti si battono per la democrazia e la libertà.
Franco Debenedetti

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Chi dice yiddish

“Io venni educato sulla base di tre lingue morte – l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) – e di una cultura che si sviluppò in Babilonia: il Talmud. Lo ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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“Tra Leonardo e Freud”: creatività, sublimazione, velature simboliche. Un saggio a più voci

Il fil rouge che attraversa tutti i testi del volume Tra Leonardo e Freud (a cura di Anna Maria Pedullà, Ets, 232 pp., 20 euro) è un interrogativo: la sublimazione è un promemoria del nostro destino? Che cos’è esattamente? Il percorso proposto dalla Pedullà si muove in un territorio metafisico: tale sentiero parallelo e allucinato è erotico ed estatico al contempo. Il volume raccoglie i contributi di filosofi, storici dell’arte e psicoanalisti. Il punto di partenza è il saggio Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in cui Freud prende in esame un singolare episodio riferito dal genio rinascimentale, ravvisando, nell’accadimento, i primi indizi di una omosessualità latente, poi meravigliosamente sublimata nell’opera. Ancora in fasce, l’autore della Gioconda venne colpito sulle labbra e percosso più volte, dentro la bocca, dalla coda di un nibbio.

La superiore necessità del genio sembrerebbe generarsi da una particolare pulsione, molto simile, negli effetti, a quella che il padre della psicoanalisi chiama capacità di sublimazione. Per Freud, che ne parla per la prima volta nel 1892, in una lettera all’amico Wihelm Fliess, essa è un meccanismo di difesa psichico che trasforma le pulsioni considerate inaccettabili in attività socialmente accolte e celebrate, come l’arte, il lavoro o la religione. E se, invece, tale dirottamento delle energie pulsionali non fosse solo un processo di conversione, ma possedesse una spinta più originaria? Innanzitutto – considera la Pedullà – non è una rimozione, giacché non de-sessualizza il moto istintivo, ma, anzi, esige l’introiezione, ovvero una maggiore consapevolezza narcisistica: la pulsione sessuale o aggressiva ritorna al mittente, che la può così reinventare.

Per Freud, la creazione di un’opera non scaturisce ex abrupto dall’inconscio, ma passa attraverso una velatura simbolica. In Psicologia delle masse e analisi dell’io, leggiamo: “La psicologia individuale è, fin dall’inizio, psicologia sociale”. Ma questa intuizione di Freud vale anche per l’uomo di genio? Qual è il luogo in cui inventa la sua arte? Inventare, etimologicamente, deriva dal latino “invenio” e significa “trovare”. Sublimare permette di ritrovare qualcosa che eccede la pulsione e che sembra smarrito. Questo qualcosa è simile a un fuoco, una potenza antica che ripara (per dirla con Melanie Klein), di volta in volta, l’oggetto d’amore perduto: per la psicoanalista austriaca, la creazione è sempre una riparazione, poiché libera dall’angoscia.

L’incandescenza, questa potenza segreta, non è mai del tutto rappresentabile. Tuttavia, il processo di sublimazione attinge le sue invenzioni nella camera oscura dei destini individuali, sviluppando il negativo di fotografie mai scattate che sembrano provenire da una terra lontana. Questa operazione è tanto più urgente per il genio, che spesso cerca le tracce di un tempo perduto e che, forse, non è stato mai. Quale coperta stendono i ricordi sul vissuto e sull’esperienza infantile? Come nota Fabbri, citando Ricordi di copertura di Freud, l’inconscio “opera” una dialettica: comunica creativamente “formando” memorie. Ma le res gestae del genio non hanno né luogo né tempo, semplicemente sono già, da sempre, sublimate. Proprio laggiù, in un altrove, dove il desiderio vaga senza oggetto, nel luogo segreto del rinvenimento dei brandelli di una storia, il genio si riconosce. Laggiù, nella Terra Lontana in cui Eros e Thanatos sono stati introiettati, là dove le “crisi di irrealtà” (Max Blecher) sono prossime alla follia, egli fonda la propria autonomia creativa e la salute sui lacerti che trova e che non smette di riparare.

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“La mano mozza” di Blaise Cendrars

Primavera 1916. Parigi, esterno giorno. Un uomo spunta in fondo alla strada. Cammina incerto, una sigaretta appiccicata alle labbra. L’ospedale militare l’ha sbattuto fuori da qualche settimana e a... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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"Non tocca alla Biennale inventare o aggiungere sanzioni", dice l'ex presidente della fondazione Baratta

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".

In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua -  i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

 

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Il difficile casting per rendere “accettabile” il pantheon culturale della destra

La cellula comunista dell’Einaudi allestiva un carro allegorico per il Primo maggio, scrive Andrea Minuz in “Egemonia senza cultura” (Silvio Berlusconi Editore). Incredibile ma vero, verrebbe da dire. Se non avessimo letto, in “Mutandine di chiffon” di Carlo Fruttero, della traduzione impossibile di un comunicato firmato dalla casa editrice, da inviare all’Onu. Doveva esprimere una “ferma condanna”, non disgiunta da una “fiduciosa speranza” (ma vale anche l’inverso, prima la speranza e poi la condanna): i carri armati sovietici erano arrivati a Praga. La retorica fece ostacolo ai tentativi di traduzione – l’inglese ha un vocabolario più ricco del nostro, ma con le formule vuote annaspa. L’egemonia culturale di Gramsci, da prima dell’incidente einaudiano fino all’altro ieri, è stata invocata e stiracchiata in tutte le direzioni. La politica non basta, serve anche la cultura: la formula viene via via invocata da chi la cultura non l’ha, e anzi la considera “roba per signorine” – usiamo questo fraseggio per non cedere alla volgarità. La sinistra la possiede, la destra la rincorre – spiega l’egemonica sinistra.

 

Noi di mezzo – intesi come spettatori soprattutto – siamo stati censurati ai tempi del primo “Rambo”: Sylvester Stallone era solo un solitario veterano di guerra, vessato dallo sceriffo della cittadina. Ma i berretti verdi avevano una pessima fama, colpa di John Wayne, e Rambo la ereditò. Divenne subito “fascio”, e guai a farne un eroe. Anche l’applauso andava fatto senza testimoni. Del resto si andava di nascosto anche a vedere i film di James Bond, oggi sulla via di diventare da “commovente scoperta” a “da sempre patrimonio della sinistra”.

  

La scala dell’accettabilità (la dobbiamo a Mattia Feltri) parte dal grado zero: “stronzata di destra”. Ognuno ha i suoi esempi da citare, e se ne stanno preparando molti altri. A Sanremo e fuori. Clint Eastwood da vietato è diventato obbligatorio, senza che facesse il minimo movimento. Ma di destra era, e lì rimane pur essendo un grande regista. Checco Zalone sta silenziosamente salendo nella lista di quelli bravi, per lo scatto finale gli serve qualcuno che lo definisca “commovente scoperta”. Il nostro incondizionato applauso, iniziato con “Cado delle nubi”, anno 2009, non è bastato. L’iniezione di danaro ai botteghini non è però passata inosservata, e forse “popolare” smetterà di essere un insulto, a sinistra. Delle masse proprio non vi importa più nulla? Volete crescerle con Karlheinz Stockhausen (che definì il crollo dalle Torri gemelle “opera d’arte definitiva”) o con i film di Sharunas Bartas? (son quelli dove “si vede la pittura asciugare”, parola di Gene Hackman nel film “Bersaglio di notte”, regista Arthur Penn).

   

Andrea Minuz ha una penna sempre brillante, come sanno i suoi lettori sul Foglio. Cita Robert Hughes e la sua “Cultura del piagnisteo” con una lunga lista di aventi diritto alla cultura perché hanno tanto sofferto, personalmente o come gruppo sociale. I libri servono a rivendicare, lamentarsi, o semplicemente sono scritti da una donna, salendo subito nella considerazione sociale e letteraria. Per questo siamo circondati da memoir, e ora da romanzetti rosa distinti in precise categorie come prodotti al supermercato. Un tempo era considerato indecente leggere gli Harmony, roba da serve. Ora sono dappertutto, e hanno cacciato dagli scaffali i romanzi dove lo scrittore bravo inventa – e non conosce solo drammi amorosi con il bel tenebroso che fa palpitare (le donne emancipate, soprattutto: lo dicono le ricerche di mercato). “Lotta Continua passerà alla storia come l’unico ascensore sociale che ha funzionato in Italia”, scrive Andrea Minuz e chiosa: “Non solo in Italia non possiamo fare una rivoluzione perché ci conosciamo tutti. Il fatto è che siamo conosciuti tutti dentro Lotta Continua”. Andrea Minuz, classe 1973, non c’era e ha scansato il contagio. Fortunati i suoi studenti, che però non vogliono studiare la storia del cinema “per non lasciarsi influenzare”, quando gireranno il loro film.

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Il cristo velato visto da chi non vede. Così l'arte diventa accessibile a tutti

La Cappella Sansevero di Napoli ha organizzato un’apertura straordinaria dedicata a persone non vedenti e ipovedenti, prevista per martedì 17 marzo. In questa occasione speciale, circa ottanta visitatori avranno la possibilità di partecipare a una visita tattile gratuita all’interno del museo. L’iniziativa consente di esplorare attraverso il tatto le principali opere esposte, dal celebre Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, considerato uno dei più affascinanti capolavori della scultura di tutti i tempi, ai bassorilievi della Pudicizia e del Disinganno.

Ad accompagnare i visitatori saranno guide anch’esse non vedenti, che in questi giorni stanno seguendo una formazione specifica per imparare a descrivere e raccontare le opere attraverso un approccio tattile. L’obiettivo è rendere l’arte accessibile a tutti, offrendo un’esperienza coinvolgente anche a chi non può vederla.

Durante l’anteprima dell’iniziativa verranno presentate anche le diverse fasi che hanno portato alla realizzazione del progetto: dalla progettazione dei contenuti alla valutazione finale, fino alla formazione del personale e delle guide del museo.

Chiara Locovardi, una delle accompagnatrici, racconta quanto sia sorprendente il Cristo velato. Secondo lei, il velo che ricopre il corpo di Cristo è qualcosa di incredibile, quasi impossibile da spiegare: è talmente realistico da sembrare un vero tessuto appoggiato sul corpo. Attraverso il tatto si riescono perfino a percepire dettagli molto precisi, come le vene sotto il velo.

La Cappella Sansevero, situata nel centro di Napoli, accoglie normalmente circa duemila visitatori al giorno. Tuttavia, per questa giornata speciale è stato organizzato un percorso diverso dal solito. Come spiega Maria Alessandra Masucci, presidente del Museo Cappella Sansevero, le guide hanno studiato attentamente le opere per individuare il metodo migliore per presentarle ai visitatori con disabilità visive. Inoltre, sarà disponibile anche una brochure in braille. L’idea alla base dell’iniziativa è che ogni persona abbia esigenze diverse e che il museo debba offrire strumenti adatti a tutti. La diversità, infatti, non dovrebbe essere considerata qualcosa di eccezionale, ma semplicemente parte della normalità.

Anche Giuseppe Ambrosino, presidente a Napoli dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, ha sottolineato quanto sia importante poter entrare in contatto diretto con le opere d’arte. Secondo lui, il tatto permette di percepire la tridimensionalità della scultura e di comprendere meglio ciò che l’artista voleva esprimere. Oggi molte opere vengono descritte grazie alla tecnologia, ma poterle toccare rappresenta un’esperienza molto più concreta e significativa. Quando manca la vista, infatti, il tatto si sviluppa maggiormente, così come accade per il gusto e l’olfatto.

Ambrosino ha inoltre espresso il desiderio che iniziative di questo tipo possano essere organizzate più spesso, e non solo in occasioni isolate. Il museo sta infatti valutando la possibilità di ripetere questa esperienza almeno una volta all’anno.

Il Cristo velato è una celebre scultura in marmo realizzata nel 1753 dallo scultore napoletano Giuseppe Sanmartino. L’opera si trova nella Cappella Sansevero di Napoli ed è considerata uno dei massimi capolavori della scultura barocca. La statua rappresenta Gesù Cristo morto, disteso su un letto e coperto da un sudario trasparente, scolpito nello stesso blocco di marmo della figura. Ciò che rende il Cristo velato così straordinario è proprio il velo: il marmo è lavorato con tale precisione da sembrare un tessuto leggerissimo appoggiato sul volto e sul corpo di Cristo. Attraverso questo velo si distinguono chiaramente i lineamenti del viso, le ferite della crocifissione e i dettagli anatomici. Per la sua incredibile resa tecnica e per la forte emozione che trasmette, il Cristo velato è oggi una delle opere d’arte più ammirate e visitate di Napoli.

 

Questo articolo è stato scritto durante il periodo di alternanza scuola-lavoro. 

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A Travaglio serve un rebranding urgente

La svolta era nell’aria. Da un po’ di tempo, nelle pagine delle lettere del Fatto quotidiano comparivano dei messaggi che invitavano il giornale a chiedere il finanziamento pubblico. La saggezza dei lettori, che evidentemente avevano dato un occhio ai conti del giornale, alla fine ha prevalso sulla linea del direttore Marco Travaglio che a dicembre respingeva l’idea: “Preferiamo ampliare la nostra comunità di abbonati piuttosto che far pagare il Fatto a chi non lo legge”. In un comunicato la Società editoriale il Fatto (Seif) ha annunciato che, proprio mentre Travaglio scriveva quelle righe, a dicembre scorso, ha fatto domanda per il contributo straordinario dall’editoria per i giornali cartacei (0,10 euro per copia venduta): “Seif è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, ma data la crisi del settore in generale e la difficoltà nello specifico di Seif a “garantire la continuità aziendale”, la richiesta è stata fatta. La società precisa, però, che il contributo è stato sì assegnato – anche se non dice quanto (si tratta di 752 mila euro) –  ma l’intenzione “rimane quella di non percepirlo”. Non si capisce bene cosa significhi, ma due cose si capiscono.  

  

Non è vera la  tesi di Travaglio secondo cui percepire il finanziamento pubblico è “schiavitù di stampa” perché costringe i giornali ad “andare sotto Palazzo Chigi con il cappello in mano”. Non è questa la procedura che ha adottato Travaglio, come nessun altro gruppo editoriale. Anzi, nel caso del Fatto il finanziamento pubblico serve a tenere in vita una voce fortemente critica del governo, senza necessità di un cambio di linea editoriale. Questa svolta, però, necessita ora di un cambiamento grafico rilevante. Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

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Bruno Contrada si porta nella tomba i segni di una tortura più crudele di un ergastolo

Quando vi parlano di giustizia, pensate a Bruno Contrada, l’ex capo della Squadra mobile di Palermo stritolato da un ingranaggio che lo ha tenuto in croce per quarant’anni senza che le sue colpe fossero state mai accertate oltre ogni ragionevole dubbio. E se vi parlano di processo giusto o di equilibrio fra accusa e difesa, pensate a un uomo che, con tutta la sua storia, i suoi meriti e le tante medaglie appese al muro, è stato costretto per quarant’anni a salire e scendere le scale dei tribunali e delle Corti di appello, a inseguire la Cassazione e pure la Corte di giustizia europea ma è riuscito a ottenere un risarcimento che però non gli ha restituito l’onore e non ha neppure sancito la sua innocenza. E poi, per completare la vostra idea e i vostri convincimenti sulla fantastica giustizia italiana, pensate anche all’antimafia chiodata, al dire e non dire dei pentiti e alle tante “boiate pazzesche” montate per smascherare trame oscure e regie occulte, tavoli ovali e servizi deviati. Contrada, che al tempo delle stragi di mafia ha avuto la malasorte di diventare il numero tre del Sisde, è stato uno dei tanti investigatori sospettati di doppio gioco, presi e appesi all’albero della gogna e incriminati – tenacemente, testardamente – per complicità coi boss. Solo che, a differenza del generale Mario Mori e degli altri ufficiali dei Carabinieri colpiti dagli stessi furori giudiziari, non ha avuto nemmeno l’attenuante di una imputazione a piede libero. E’ finito immediatamente – siamo nel 1992 – dietro le sbarre del carcere militare di Boccea. Condannato in primo grado a dieci anni ma assolto in Appello, nel 2007 fu rispedito in galera dalla Cassazione con sentenza definitiva e non gli è bastata una vita per liberarsi dalle nefandezze che gli sono state attribuite. Morto giovedì scorso, all’età di 94 anni, si porta nella tomba i segni di una tortura che forse è stata più crudele di un ergastolo. Nel 2015 la Corte di giustizia europea ha riconosciuto che i processi a suo carico erano stati illegittimi perché all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro” e ha costretto l’Italia a risarcirlo con 285 mila euro, pari – secondo una penosa contabilità – a 440 giorni di carcere e a 1.540 giorni di arresti domiciliari. Ma la sua carriera e la sua esistenza erano state già bruciate, sciolte nell’acido dei sospetti e delle umiliazioni. Pensate: gli avevano persino revocato la pensione di vicequestore.

 

Altro che calvario. Segnato a dito come un malacarne venduto alle cosche, era stato trascinato pure tra le maglie del processo sulla strage di via D’Amelio e accusato di avere sottratto, nell’inferno provocato dal tritolo mafioso, la misteriosissima agenda rossa dove il giudice Paolo Borsellino, straziato dall’esplosione, aveva annotato le tracce di un ipotetico patto scellerato tra i boss di Cosa nostra e alcuni apparati dello stato, ovviamente corrotti e deviati. Ma nel 2023 – altra amara consolazione – i giudici di Caltanissetta, quelli che da venticinque anni cercano di fare luce sui mandanti e i complici di quel terribile attentato, hanno scritto in sentenza che la presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio era stata solo una invenzione nata dal caos delle prime indagini. Una bugia, insomma. Un’altra crosta infamante appiccicata gratuitamente alla sua pelle e alla sua immagine. Ma – e veniamo al punto – come è possibile, nell’Italia dello stato di diritto, finire in una trappola così intrigata e cespugliosa, in un martirio così lungo e impietoso? Chiedetelo a Gaspare Mutolo, un picciotto della sanguinaria cosca dei corleonesi, che Contrada aveva arrestato nel 1997 al ristorante “Il gabbiano” dopo un inseguimento rocambolesco lungo i viali e la spiaggia di Mondello. Quando ’Asparino, un killer cresciuto alla scuola criminale di Totò Riina, capisce che la sua pacchia di latitante è finita, non ci pensa su due volte e si offre all’antimafia come pentito “a disposizione”: pronto cioè per tutte le rivelazioni e per tutti i teoremi. E, manco a dirlo, come primo atto del suo ravvedimento firma un verbale con il quale scarica, sullo sbirro che l’aveva ammanettato, una raffica di rancori, di insinuazioni, di accuse vere e verosimili, comunque tutte da verificare.

Nel frattempo alla procura di Palermo prende piede, cresce e si afferma un nucleo di “magistrati coraggiosi”, tutti duri e puri, che oltre a ripulire la Sicilia di ogni violenza e di ogni collusione con la mafia vogliono anche e soprattutto riscrivere la storia d’Italia. E Contrada diventa l’anello ideale per legare le ipotesi investigative più fascinose e gli scenari più allettanti per il circo mediatico-giudiziario. Ha un passato nei servizi segreti e appartiene quindi alla famigerata “zona grigia”, quella sospesa tra legalità e illegalità. Le menti raffinatissime dell’antimafia non se lo lasciano sfuggire. Lo interrogano, lo spremono, lo sfregiano e lo trasformano nell’imputato perfetto, nel manovratore occulto di ogni mistero, di ogni intrigo, di ogni complicità e ogni trattativa, sotterranea e scellerata, tra uno stato corrotto e una cupola mafiosa che vuole appropriarsi della politica, dell’economia e, addirittura, delle istituzioni. Non smetteranno di perseguitarlo.

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Coi coltellini svizzeri fuorilegge, rischi l'arresto anche se vai a funghi

Volete fare trekking, arrampicata, andare a funghi o andare per campi a raccogliere cardi mariani? Fate pure, ma preparatevi: secondo l'ultimo Decreto sicurezza rischiate fino a tre anni di reclusione se portate con voi un coltellino pieghevole con lama oltre i 5 centimetri a punta acuta e dotati di blocco. In pratica tutti i coltellini utilizzati da escursionisti, fungaioli o raccoglitori di piante selvatiche. Certo andare a funghi e a cardi mariani non è un obbligo imposto da nessuno. Non è però nemmeno un reato, non dovrebbe esserlo almeno. Eppure si rischia l'arresto. Raccoglierli con coltellini con la lama più corta, sempre che li troviate – la maggior parte ha lama che va dai 5,5 centimetri ai 6 – può essere complicato.

Per non parlare poi della diminuzione della sicurezza di camminatori e arrampicatori che introduce il Decreto sicurezza. A sottolinearlo è stato il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella: "Questi coltelli sono utilissimi per chi si muove nella natura e possono salvare vite". Ha spiegato: "Si può tagliare in caso di bisogno un laccio, intervenire sulla ferita dopo un morso di una vipera oppure liberare un capriolo rimasto ingarbugliato in un filo di recinzione elettrica dei pascoli. Infine, sono indispensabili per tagliare i funghi alla loro base per non danneggiare il micelio sotterraneo, che garantisce poi la ricrescita". Insomma "di certo non me lo porto dietro in montagna per fare l'assassino". Certo qualche caso di omicidi o serial killer montanari c'è stato nella storia dell'umanità, ma ai coltellini di solito hanno preferito accette, motoseghe o delle semplici pistole. Strano che nel Decreto sicurezza non abbiano pensato alle pistole. Forse perché, dicono alcuni membri della maggioranza, "l'autodifesa è sempre legittima"? Chissà.

Un'assurdità che avevano già segnalato Sergio Boccadruti e Carlo Stagnaro sul Foglio: "La vera perla riguarda i coltelli pieghevoli: divieto assoluto di portare fuori casa serramanici con lama da cinque centimetri se dotati di blocco lama, apertura a scatto o apribili con una mano. Include coltelli a farfalla e quelli occultati. Pena: uno-tre anni di reclusione. Il problema? Questa categoria include praticamente tutti i multitool moderni (coltellini svizzeri) con pinze e cacciaviti, strumenti comuni da lavoro o campeggio. Persino molti cutter da cantiere hanno lama pieghevole con blocco. Migliaia di persone, inclusi professionisti ed escursionisti della domenica, rischiano di avere uno strumento criminale in tasca semplicemente lavorando o passeggiando in montagna"

L'assessora a Edilizia abitativa, Sicurezza e prevenzione della violenza della Provincia autonoma di Bolzano, ha annunciato, in un post su Facebook, di voler interloquire con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per esaminare l’attuazione della legge, perché "la lotta contro la violenza con coltelli è necessaria e giusta ma non deve andare a discapito dei cittadini onesti. Chi indossa abiti tradizionali (tipo gli Schützen, i membri di associazioni che si ispirano alle tradizioni dei bersaglieri tirolesi, che portano attaccati alla cintura un coltello e una forchetta ndr), fa escursioni, raccoglie funghi o va a caccia e porta con sé coltelli non deve essere punito per questo. Il relativo paragrafo del decreto deve essere modificato". Un ragionamento sensato, al contrario di quello nel paragrafo successivo: "Lo sappiamo: la violenza da coltello si verifica in gran parte degli autori di migranti nel corso della #migrazionedimassa e quindi è violenza in gran parte importata".

In Südtirol sono però anche gli artigiani e gli agricoltori a protestare. Molti di loro utilizzano coltelli per lavoro e non possono non portarli con sé. Eppure, nonostante questo, la Provincia autonoma di Bolzano  e più in generale il Trentino-Alto Adige – è una delle province più sicure d'Italia. Nell'indice di criminalità 2024 del Sole 24 Ore (basato sui dati del ministero dell'Interno relativi al 2023), Bolzano si colloca al 54esimo posto su 107 province, mentre Trento all'88esimo. E in Molise c'è addirittura un paese che potrebbe fallire: Frosolone (Isernia). Qui Antonio Gurrado ne raccontava la storia.

La sintesi perfetta l'ha data all'Ansa il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella: "Ancora una volta si decidono delle cose, senza saperle e senza ascoltare gli esperti". E ha aggiunto: "Capisco il divieto per i ragazzi a scuola, è fuori discussione. Ancora una volta il legislatore esagera, come è successo con l'obbligo di portare con sé la pala e l'Arva quando si va con le ciaspole. Per determinate gite e condizioni meteorologiche è semplicemente ridicolo metterli nello zaino, ma - in via teorica - potrei essere multato se non lo faccio".

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È morto Bruno Contrada, un servitore dello stato tradito dallo stato

Bruno Contrada è morto a 94 anni. Nato a Napoli il 2 settembre 1931, era stato capo della Squadra mobile di Palermo e numero tre del Sisde negli anni più sanguinosi della guerra di mafia. La sua vicenda giudiziaria – iniziata con l'arresto alla vigilia di Natale del 1992 e conclusa, in un certo senso, soltanto con la morte – è diventata emblema di uno dei capitoli più controversi della storia giudiziaria italiana.

 

Condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada aveva trascorso anni tra carcere e domiciliari, in condizioni di salute sempre più precarie, prima che nell'aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo stabilisse che il reato per cui era stato condannato non era, all'epoca dei fatti contestati, "sufficientemente chiaro e prevedibile". Nel 2017 la Cassazione ne dichiarò la sentenza "ineseguibile e improduttiva di effetti penali". Poi arrivò il risarcimento per ingiusta detenzione, prima fissato dalla Corte d'appello di Palermo in 667mila euro, poi ridotto dalla Cassazione a 285mila. "Non c'è somma che possa riparare il male che mi è stato fatto", aveva detto lui.

  

 

"Sono frastornato, non direi sollevato", raccontò al Foglio nel luglio del 2017, poco dopo la sentenza della Cassazione. "Mi hanno devastato la vita, di che cosa dovrei rallegrarmi?". Raccontò dell'arresto all'alba del 24 dicembre, davanti alla moglie Adriana e al figlio poliziotto; del carcere militare di Palermo riaperto apposta per lui, dove era rimasto unico detenuto con venticinque guardie a sorvegliarlo; del cancello blindato che sbatteva ogni sera. "Ancora oggi, se sento una porta blindata che batte o un cancello che stride, sono sopraffatto dall'angoscia".

  

Giuliano Ferrara lo aveva paragonato a Joseph K., l'eroe kafkiano che "doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto".

 

Indro Montanelli, nel suo libro sull'Italia di Berlusconi scritto con Mario Cervi, aveva sollevato la questione nei termini che ancora oggi restano i più lucidi: si possono applicare agli uomini che lavorano nelle fogne del crimine le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? E comunque, aveva scritto, "una carcerazione preventiva che duri quanto quella inflitta a Contrada è una barbarie indegna di un paese che pretende d'essere la culla del diritto."

      

Quando nel giugno del 2023 la Cassazione confermò definitivamente il suo diritto al risarcimento, rigettando i ricorsi della procura generale di Palermo e del ministero dell'Economia – che avevano avuto, scrisse il Foglio, "persino la protervia di opporsi" – nessuno si scusò. I giornali che per anni lo avevano dipinto come un'ombra malvagia sulla Sicilia delle stragi tacquero, o peggio. All'epoca Contrada aveva 91 anni, e aveva detto che avrebbe voluto una Finanziaria per essere risarcito davvero, ma era una battuta soffocata dall'amarezza.

Muore da incensurato, come aveva sempre voluto. "Presto o tardi passerò all'altro mondo", disse, "e lo farò da incensurato, con un casellario giudiziale intonso, come si addice a un onesto servitore dello stato. A futura memoria." Se la memoria ha un futuro.

   

Per approfondire

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La clamorosa disfatta in tv del pm Woodcock

Ma è lei o il suo gemello?”. Quando Giorgio Mulè, di fronte alle evidenti contraddizioni, ha posto il quesito a un balbettante Henry John Woodcock, incapace di articolare una risposta di senso compiuto, a un certo punto ci è venuto il sospetto che non si trattasse di una domanda retorica ma di un interrogativo reale. Il trionfo dialettico di Mulè nel confronto sulla riforma costituzionale della giustizia, che ormai è entrato di diritto sul podio delle vittorie fuori casa dopo Berlusconi vs Travaglio e Caiazza vs Davigo, è sembrato persino troppo facile rispetto alle premesse. Un deputato di Forza Italia contro un professionista del diritto, un ex giornalista contro uno dei magistrati più famosi della storia italiana recente. Impossibile che il temibile Woodcock abbia fatto una figura così barbina, arrivando – dopo tanti farfugli e frasi smozzicate – a sostenere l’opportunità della separazione delle carriere e a sottolineare le responsabilità del centrosinistra nella mancata riforma della magistratura. Mancava solo che uscisse dallo studio insieme a Mulè cantando “Meno male che Silvio c’è!”.

Ma al di là delle frasi sospese o incomprensibili, a far sospettare che Corrado Formigli avesse in realtà invitato a “Piazzapulita” il gemello sono stati i pochi concetti che Woodcock è stato in grado di articolare. Tre in particolare. Il primo quando ha detto che lui da pubblico ministero ha sempre cercato, come prevede la legge, anche le prove a favore dell’indagato: “Io cerco le prove a carico e a discarico” . Il secondo concetto è quello riferito alla libertà di criticare le sentenze dei magistrati: “Le sentenze e i provvedimenti devono essere criticati, in una democrazia è giusto e sacrosanto, ma dopo che sono stati adottati ed emessi”, ha detto. Woodcock intendeva censurare il comportamento della premier Giorgia Meloni, e di altri ministri, che – molto inopportunamente – nel caso degli incidenti di Torino non si sono limitati a criticare le decisioni ma hanno indicato quale reato i magistrati avrebbero dovuto contestare (tentato omicidio): “Tu presidente del Consiglio stai consumando un’invasione, perché dall’altra parte puoi trovare un giovane magistrato”.

Il terzo concetto, collegato al secondo, è quello sugli interventi a gamba tesa del potere politico che finiscono per spaventare i magistrati: “Mi fa molta paura l’autocensura, che questo condizionamento politico-mediatico induca il magistrato medio ad autocensura... Per indagare e giudicare bisogna essere sereni, se stai con la paura per l’Alta corte...”. Ecco, sulla base di questi tre principi-cardine del nuovo Woodcock-pensiero, tutti condivisibili, è chiaro che a parlare in tv era il gemello. Perché Henry John Woodcock, quello noto alle cronache, nella sua vita professionale, ha praticato l’esatto contrario.

Prendiamo la ricerca delle prove a favore degli indagati. Servirebbe troppo spazio per elencare tutti i flop giudiziari del pm anglo-napoletano dai tempi di Potenza, ma si può citare un caso che è emblematico. Non i famosi e famigerati Umberto di Savoia o Fabrizio Corona, ma un cittadino comune. Un piccolo imprenditore, di nome Massimiliano D’Errico, che Woodcock mandò in carcere con prove che poi si sono rivelate inesistenti, e quindi inventate. D’Errico è un imprenditore casertano del settore alimentare, che venne arrestato nel 2015 nell’inchiesta Cpl Concordia sulla metanizzazione di Ischia con l’accusa di riciclaggio aggravato internazionale. La sua colpevolezza derivava da una prova schiacciante: un bonifico, effettuato attraverso un’operazione estero su estero, dalla Tunisia verso un conto a San Marino. C’era, insomma, la pistola fumante. E così Woodcock e colleghi chiesero e ottennero l’arresto. Il problema è che era tutto falso: il bonifico non esisteva, non era stato mai trovato né cercato. D’Errico provò a spiegarlo, ma il gip credette al pm, e così si fece 22 giorni di galera. Verrà poi archiviato, su richiesta del pm, e infine risarcito per ingiusta detenzione con 5.188 euro. Altro che cercare le prove a carico e a discarico, Woodcock non ha trovato né le une né cercato le altre: così ne ha usata una inventata.

Questa storia porta a smentire anche la seconda tesi del gemello Woodcock, quella secondo cui è doveroso criticare le sentenze e i provvedimenti dei magistrati dopo averli letti. E’ esattamente quello che facemmo sul Foglio, raccontando la persecuzione subita dal sig. D’Errico. Ma il pm Woodcock, insieme alle colleghe Celestina Carrano e Giuseppina Loreto, querelò il sottoscritto e il Foglio per “calunnia” e “diffamazione a mezzo stampa aggravata”: venimmo addirittura accusati di aver “minato il legame sociale sul quale si regge l’affidabilità dell’Autorità giudiziaria in generale e quella delle persone offese in particolare”.  A un passo dall’eversione dell’ordine costituzionale. La querela fu archiviata perché, come riconobbero pm e giudici, avevamo semplicemente scritto la verità.

La querela introduce la terza tesi esposta dal gemello Woodcock a Piazzapulita: la preoccupazione che i magistrati possano sentirsi intimiditi dalle invasioni della politica e, quindi, “avere paura” dell’Alta corte disciplinare tanto da essere indotti all’”autocensura”. E’ una tesi davvero singolare, che non sembra mai aver guidato l’azione del pm Henry John almeno rispetto al cosiddetto “quarto potere”, il più malandato di tutti, ovvero il giornalismo. Woodcock ad esempio denunciò anche la giornalista Annalisa Chirico e la casa editrice Rubbettino, chiedendo un risarcimento di 260 mila euro, per un’intervista su Panorama al politologo Edward Luttwak e per un brano del libro “Condannati preventivi” in cui venivano criticate le inchieste dal pm.

Ma questo è il minimo. E’ da pubblico ministero nell’esercizio delle sue funzioni che Woodcock ha fatto pesanti invasioni nei giornali. Non in senso metaforico, ma letterale. Ne sa qualcosa Nicola Porro. Nel 2010, con un’operazione degna della cattura di Matteo Messina Denaro, attraverso una ventina di uomini del Noe del Capitano Ultimo, Woodcock fece perquisire la redazione del Giornale e le case del direttore Alessandro Sallusti e di Porro: tutti i pc e telefoni sequestrati, inclusi i dvd dei cartoni animati dei bambini. Cercavano un “dossier”: l’ipotesi era che il giornalista minacciasse la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Le intercettazioni di Porro, quelle più private, ovviamente finirono immediatamente sul sito del Fatto quotidiano (giornale su cui ora Woodcock scrive). Naturalmente non c’era nulla: né “dossier” né ricatti. Dopo sei anni la posizione di Sallusti venne archiviata e dopo altri due anni Porro venne assolto su richiesta del nuovo pm a cui era arrivato il fascicolo.

Nel curriculum di Woodcock non si può non menzionare la storia che ha riguardato Giorgio Mulé, peraltro ricordata dal diretto interessato nel confronto da Formigli con il gemello: l’allora direttore di Panorama, e vari altri giornalisti, vennero intercettati (24 utenze telefoniche) e indagati con l’accusa di corruzione per aver dato una notizia che, evidentemente, al pm non piaceva. Non c’era alcun elemento concreto per poter indagare per corruzione e usare uno strumento invasivo come le intercettazioni (alcune conversazioni penalmente irrilevanti tra Mulè e Marina Berlusconi sul governo Letta finirono sui giornali).

Insomma, nonostante tutto, i giornalisti hanno continuato a fare liberamente il loro lavoro anche dopo le intimidazioni e le invasioni del pm Woodcock. Il suo gemello che ora gira per i talk può stare tranquillo: i magistrati italiani, formati a combattere mafiosi e terroristi (qualcuno persino i giornalisti), non avranno “paura” di un’Alta corte disciplinare composta a maggioranza da loro colleghi.

 

 

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Forze dell’ordine, più pensionamenti e organici ancora sottodimensionati. Il governo corre ai riparti

Il sistema della sicurezza italiana continua a fare i conti con una doppia pressione: da un lato l’aumento dei pensionamenti, dall’altro una carenza strutturale di personale che resta significativa nonostante il rafforzamento delle assunzioni avviato negli ultimi anni. A fornire una fotografia dei numeri è stato oggi il sottosegretario al Mase Claudio Barbaro, rispondendo alla Camera a un’interpellanza urgente del Pd sulla consistenza degli organici, sulla programmazione del reclutamento e sul numero delle scuole di formazione delle forze di polizia.

Uno dei nodi principali riguarda l’ondata di uscite dal servizio. Negli ultimi anni il ritmo dei pensionamenti è cresciuto sensibilmente. “Le cessazioni dal servizio per le tre forze (polizia, carabinieri e guardia di finanza) dal 2014 al 2022 sono state relativamente contenute, con circa 63.911 uscite”, ha spiegato Barbaro. Diversa la situazione più recente: “Il triennio 2023-2025 ha visto una situazione di partenza gravata dallo squilibrio tra ingressi e uscite e da un’elevata concentrazione temporale di cessazioni dal servizio, che nel solo triennio 2023-2025 sono state 35.492”. Il confronto con gli anni precedenti evidenzia il cambio di ritmo. “I governi succedutisi dal 2014 al 2022 hanno avuto molti meno pensionamenti del Governo in carica”, si è giustificato il sottosegretario. “In media infatti mentre questo governo ha fatto fronte a circa 12 mila pensionamenti l’anno, in quelli precedenti la media era di 7.100”.

Alla base dell’attuale situazione, secondo il governo, pesa anche l’effetto delle riforme degli anni passati. “L’ultima grande riforma del settore, la 124 del 2015, cosiddetta riforma Madia, ha previsto un taglio drastico agli organici delle forze di polizia”, ha ricordato Barbaro. In applicazione di quella norma, nel 2017 la polizia di stato è passata da 117.291 a 106.256 unità, con “un taglio netto di 11.035 unità”. L’anno successivo anche la guardia di finanza ha registrato “un abbattimento di 5.339 unità”, mentre la pianta organica dei carabinieri è rimasta sostanzialmente invariata grazie all’assorbimento del corpo forestale dello Stato. Il risultato è uno scarto ancora ampio tra organici teorici e personale effettivamente in servizio. “Se ora consideriamo lo scostamento tra pianta organica e consistenza effettiva delle tre forze di polizia, vediamo che nel 2014 era di 38.833 unità, nel 2023 lo scostamento è stato 27.279 unità”, ha spiegato Barbaro, aggiungendo che si tratta di “un valore sostanzialmente confermato anche nei due anni seguenti”. 

Per ridurre questo divario il governo punta soprattutto sul rafforzamento del reclutamento. “Il Governo, nella sua entrata in carica, ha già assunto 42.500 operatori e circa 39 mila nuovi ingressi sono programmati entro il 2027”, ha detto il sottosegretario. L’obiettivo, ha aggiunto, è che “vi sia un’ulteriore progressiva riduzione dello scostamento e più forze di polizia in campo”.

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Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

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Referendum in tv: TeleMeloni non esiste e lo squilibrio più forte è su La7 a favore del "No"

Finalmente, dopo una lunga attesa e diversi rinvii, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha pubblicato i primi dati sulla campagna referendaria. Il monitoraggio dei tempi di argomento e dei tempi di parola sulla riforma costituzionale della giustizia, relativo al periodo 12–21 febbraio, smentisce alcuni luoghi comuni e conferma qualche impressione consolidata.

Innanzitutto i dati non mostrano l’esistenza di TeleMeloni, la formula con cui si indica una Rai schierata a favore del governo. Anzi, se si prendono in considerazione i telegiornali – generalmente considerati più “politicizzati” e monitorati dai partiti – nel periodo di riferimento è stato dato più spazio alle ragioni dell’opposizione che a quelle del governo. Il Tg1, ritenuta l’ammiraglia di TeleMeloni, ha dato il 52,3 per cento di spazio al No e il 47,7 al Sì. 

Il dato non si riferisce al minutaggio in valore assoluto, ma al cosiddetto “tempo di parola riparametrato”, che è calcolato dall’Agcom con una ponderazione che tiene conto della fascia oraria e degli indici di ascolto. Il Tg2 ha dato il 53 per cento di spazio al No e il 47 al Sì. Numeri analoghi per il Tg3: 52,9 per cento per il No e 47,1 per il Sì. Il rapporto complessivo sulla programmazione della rete, quindi tenendo conto dei programmi di informazione extra–tg, si inverte per Rai 1 (52,2 per cento Sì e 47,8 No) e Rai 3 (51,5 Sì e 48,5 No), ma si tratta di un sostanziale equilibrio considerando che la differenza in valore assoluto è di pochi minuti. E’, in ogni caso, uno scarto che sta abbondantemente dentro la soglia di tolleranza del 10 per cento che, automaticamente, esenta da qualsiasi addebito o rilievo in considerazione della libertà editoriale delle testate e delle variabili della cronaca.

Le cose cambiano quando si passa agli altri gruppi televisivi, Mediaset e La7. Nel caso della tv della famiglia Berlusconi, che si è espressa pubblicamente a favore del referendum, in realtà c’è una differenziazione fra le tre reti. Italia 1 non si è praticamente occupata del referendum (4 minuti in tutto, 3 dei quali a favore del No). Canale 5 mantiene un sostanziale equilibrio, sia nel Tg5 che nella programmazione complessiva, con un tempo di parola riparametrato a favore del Sì al referendum del 53,4 per cento e del 46,6 per cento a sostegno del No. Siamo sempre all’interno della fascia di tolleranza, ma se si considerano i valori assoluti la differenza è davvero trascurabile: il fronte del Sì ha avuto 48 secondi in più di tempo di parola. Diverso è il discorso per Rete 4, il canale di informazione e approfondimento del gruppo. Qui il Sì è nettamente sovrarappresentato, con un tempo di parola riparametrato pari al 64,2 per cento, di contro il No ha avuto a disposizione il 35,8 per cento del tempo: circa 30 punti di differenza. Si tratta di quello che polemicamente viene definito “retequattrismo”, ovvero l’informazione che fa agenda setting sui temi che piacciono alla destra (sicurezza e immigrazione, ad esempio), e che ha come conduttori di punta Nicola Porro (Quarta Repubblica e 10 minuti), Paolo Del Debbio (Dritto e Rovescio) e Mario Giordano (Fuori dal coro), ma ci sono anche Bianca Berlinguer (E’ sempre Cartabianca) e Tommaso Labate (Realpolitik) in quota sinistra.

Ma rispetto a La7, il vituperato “retequattrismo” è caratterizzato da maggiore equilibrio. La rete di Urbano Cairo è infatti quella più squilibrata in assoluto, fra tutti i gruppi e tutti i canali: lo spazio dato ai contrari alla riforma Nordio è infatti più del doppio di quello concesso ai favorevoli. Il tempo di parola riparametrato su tutta la programmazione, dal 12 al 21 febbraio, è stato per il Sì del 29,6 per cento e per il No del 70,4 per cento: 40 punti di differenza. D’altronde basta guardare i programmi di Lilli Gruber (Otto e mezzo), Giovanni Floris (diMartedì), Corrado Formigli (Piazzapulita), Diego Bianchi (Propaganda live), Marianna Aprile e Luca Telese (In onda), Massimo Gramellini (In altre parole) per rendersi conto non solo che le ragioni del Sì sono sottorappresentate ma spesso sono del tutto assenti.

Lo squilibrio nella tv di Cairo è peraltro superiore a quello di Rete 4 rispetto a quanto le percentuali mostrino. Perché il rapporto 64/36 di Rete 4 è riferito a 5 ore e 33 minuti di tempo di parola riparametrato complessivo: significa che il Sì ha parlato per circa 3 ore e 33 minuti, mentre il No circa 2 ore (con una differenza di circa un’ora e mezza). Nel caso di La7, invece, il rapporto 70/30 è riferito a un tempo di parola “riparametrato” complessivo di 15 ore e 41 minuti: significa che il Sì ha parlato per 4 ore e 39 minuti, mentre il No per 11 ore e 2 minuti (con una differenza di circa 6 ore e 20 minuti). Vale a dire che, in valore assoluto di tempo riparametrato, lo squilibrio de La7 a favore dell’opposizione è quattro volte più grande dello squilibrio di Rete 4 a favore del governo.

L’Authority ha il dovere di far rispettare la legge sulla par condicio e dovrebbe richiamare le reti a un maggiore equilibrio informativo, come prevede la sua delibera. Ma non l’ha ancora fatto. D’altronde l’Agcom ha rilasciato in ritardo questi primi dati riferiti al 12–21 febbraio e, inspiegabilmente, non ha contemporaneamente pubblicato quelli della settimana successiva 22-28 febbraio. Il 22 marzo, giorno del referendum costituzionale, è alle porte: senza dati aggiornati né richiami tempestivi non c’è possibilità di par condicio.

 

 

 

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Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

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In morte di Nitto Santapaola. Storia del boss della mafia catanese

C’è una storia, tra tutte le storie di quella bestia passata ieri sera a miglior vita, che dice più di ogni altra chi era davvero Nitto Santapaola, detto ‘u licantropo, il boss della mafia catanese, vassallo sanguinario di Totò Riina e dei Corleonesi. Una storia che non riguarda carabinieri, né poliziotti, né giornalisti assassinati. Una storia che riguarda quattro bambini di San Cristoforo, quartiere incastonato nel ventre del centro storico di Catania, un quartiere abbandonato dove, tra i banchi dei macellai direttamente sul marciapiede e le interiora appese davanti alle botteghe, si impara presto che bisogna arrangiarsi.

I ragazzini si chiamavano Giovanni La Greca e Lorenzo Pace, di quattordici anni, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro, di quindici anni. Una mattina d’estate del 1976 scomparvero. E questa era una di quelle storie che le mamme raccontavano ai figli, per fare loro paura. In una città nella quale, fino alla primavera degli anni Novanta, non si usciva nemmeno la sera. Qualche giorno prima di sparire, uno di loro aveva commesso l’errore più grave della sua breve vita: aveva scippato la madre del Licantropo. Gli uomini di Santapaola li prelevarono, li torturarono, li trasportarono a cento chilometri da Catania. Furono strangolati con delle corde e gettati in un pozzo. I corpi non furono mai trovati. Le famiglie credevano fossero fuggiti di casa. La città, che tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta contava un morto ammazzato al giorno, inghiottì anche quella storia, come aveva inghiottito tutto il resto. Come finì con l’inghiottire anche l’omicidio di Pippo Fava, voce spavalda in una città che aveva deciso di non sentire: gli spararono cinque colpi davanti al Teatro Stabile, in via dello Stadio. Fava aveva accusato il mondo imprenditoriale e politico catanese di essere legato a doppio filo con Santapaola. A quei tempi si parlò di delitto “passionale”. Ma chi non ha vissuto Catania negli anni Ottanta, anche solo nei racconti, fa fatica a capire. Pensa all’isola, al sole, al mare, al centro storico e alla sua movida allegra. Non sa. 


Un morto al giorno, con la regolarità della messa delle sette alla madonna del Carmelo, del caffè mattutino da Savia su via Etnea. Ma ieri sera è morto anche lui,  Santapaola, nel carcere dov’era rinchiuso dal 1993, a Opera. La notizia ha attraversato Catania piano, quasi sottovoce, con scarso interesse probabilmente. Sono storie vecchie, e la memoria è corta. ‘U Licantropo d’altra parte aveva ottantasette anni, e da fantasma che faceva abbassare gli occhi per il terrore s’era ormai trasformato in un vecchio fotografato in aula con i capelli bianchi. Ma quel soprannome, Licantropo, gli calzava ancora a pennello. Negli anni della mattanza aveva una doppia vita. Di giorno era un uomo rispettabile. Faceva l’ortolano, il venditore di scarpe, aveva un piccolo negozio di cucine. Poi, nel 1981, aprì la più grande concessionaria Renault della Sicilia. All’inaugurazione c’erano il prefetto e il questore. Tutta la Catania che conta seduta ai suoi tavoli, a mangiare e a brindare. Di notte era altro. Quando lo arrestarono, i poliziotti scelsero per l’operazione  il nome in codice  “Luna Piena”. Quattrocento agenti. Undici anni di latitanza finiti in un casolare nelle campagne di Mazzarino, all’alba, mentre dormiva. Accanto a lui la moglie Carmela Minniti, poi assassinata, che non lo aveva mai lasciato in tutti quegli anni. Vicino al giaciglio una pistola carica, che quella notte non usò. “Tutte le cose finiscono”, pare avesse detto Santapaola. E ieri è finita, davvero.
 

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È morto il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola

È morto oggi nel carcere di Opera, a Milano, Nitto Santapaola. Il boss di Cosa Nostra, 87 anni, era detenuto al regime del 41bis, il carcere duro. La procura di Milano ha disposto l'autopsia. Ritenuto il mandante di stragi e omicidi, incluso l'attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. L'arresto un anno più tardi, all'alba del 18 maggio 1993 in un casolare a Mazzarrone, nel catanese, dopo 11 anni di latitanza.

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Madrid: "Sul Museo dei bambini andiamo avanti. Le proteste del Mu.Basta sono un accanimento"

Siamo davanti a un paradosso, quello "di chi sostiene di difendere l’ambiente e allo stesso tempo compie probabili reati ambientali e impedisce la ripiantumazione delle alberature”. Così l'assessora alla Sicurezza di Bologna Matilde Madrid commenta le proteste che a Bologna stanno andando avanti da due mesi a opera del comitato Mu.Basta. Questa associazione si sta battendo contro la costruzione di un Museo dei Bambini – acronimo "MuBa", da cui il comitato prende il nome – che si chiamerà "Futura" e che dovrebbe sorgere all’interno del parco bolognese Mitilini Moneta Stefanini nel quartiere Pilastro. Ma il dissenso non viene espresso solo con le parole: nella scorsa notte infatti, secondo le prime ricostruzioni della polizia e della Digos, alcune persone avrebbero danneggiato una telecamera di videosorveglianza e tranciato dei cavi di un escavatore della ditta incaricata dei lavori del Museo. Questo sabotaggio ha comportato uno sversamento di olii nel terreno, inquinandolo: "E a questo punto noi siamo costretti a fare una denuncia contro ignoti e dovremmo vedere se sarà necessario fare una bonifica o meno. Poi magari è un danno molto localizzato che si risolve con poco, però è un problema in più", commenta Madrid che aggiunge: "Si può ovviamente contestare tutto, c'è libertà di critica, però sabotare un escavatore di una ditta ci sembra un accanimento. Venissero a protestare con gli striscioni in comune e la smettessero di sabotare i mezzi di un'impresa".

 

Da inizio gennaio, il comitato Mu.Basta sta organizzando pranzi sociali, presidi permanenti e assemblee pubbliche per impedire che gli alberi del parco Mitilini Moneta Stefanini  vengano tagliati per fare spazio a "un edificio di tre piani di cemento". Ma quell'area non resterà priva di alberi perché, proprio secondo il progetto, è previsto il trapianto di altri nove e in generale nel parco ne varranno piantati 38 nuovi. Parlando con il Foglio, l'assessora Madrid non solo smonta le rivendicazioni del Mu.Basta, ma precisa, facendo emergere le contraddizioni del comitato, che il riampianto delle nove alberature è per il momento rimandato perché "lo stesso comitato ha occupato quella zona e non permette di fare questa operazione in sicurezza. E soprattutto se guardiamo ai parchi vicini nello scorso anno di alberi ne abbiamo piantati 360. Quindi tutto ci si può dire tranne che non facciamo attenzione a tenere insieme la questione ambientale con quella sociale". Sulle loro pagine social e durante le manifestazioni, il comitato Mu.Basta ha inoltre lamentato che la decisione di costruire un museo dentro il parco è stata "calata dall'alto". L'assessora non ci sta: "E' assolutamente falso, è dal 2022 che facciamo dei percorsi di partecipazione a cui ovviamente queste realtà non hanno preso parte perché probabilmente l'obiettivo non era contribuire a un buon progetto, ma limitarsi a contestarlo a progetto concluso".

 

La cittadinanza bolognese dunque, diversamente da quanto sostenuto da Mu.Basta è stata coinvolta fin dall'inizio, a partire dai bambini a cui è dedicato il Museo perché, spiega l'assessora, "sono stati loro a scegliere il nome 'Futura'". Il comitato contro questo parco però è soltanto l'ultima associazione bolognese che lotta in difesa del verde: due anni fa per esempio il comitato Besta, aveva difeso il verde del parco Don Bosco impedendo la realizzazione di una scuola. Però Madrid è sicura: nonostante le proteste di questi comitati "vogliamo andare avanti con il progetto. Sono gli stessi cittadini che ci fanno sapere che sono con noi. Poi è chiaro che questi pochi che si mettono di traverso, urlano e fanno atti violenti nel dibattito pubblico sembra che siano cento volte di più. Ma noi abbiamo dalla nostra la forza di come abbiamo costruito queste idee, questi progetti: con la partecipazione di centinaia e centinaia di cittadini, di associazioni, di scuole e di bambini".

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A Milano è deragliato un tram. Ci sono morti e diversi feriti

A Milano il tram 9 proveniente da piazza della Repubblica è deragliato all'angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto. Il mezzo ha invaso il binario su cui viaggiano i tram che circolano nella direzione opposta ed è andato a schiantarsi contro un ristorante di viale Vittorio Veneto. Diversi i passeggeri a bordo. Alcune persone sarebbero rimaste incastrate sotto il mezzo. Al momento il bilancio provvisorio dell'incidente è di due morti e oltre trenta feriti. La vittima accertata è un uomo italiano di sessant'anni, non era un passeggero del 9. I vigili del fuoco hanno accertato anche una seconda vittima. Si tratta di un uomo, in precedenza in codice rosso.

L'Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) è intervenuta con 19 mezzi: 3 automediche, 1 auto infermieristica, 13 ambulanze e 2 mezzi di coordinamento maxiemergenze. Il report provvisorio dei pazienti, oltre a un decesso e a un codice rosso, indica 6 pazienti in codice giallo e 32 pazienti in codice verde.

Sul luogo del deragliamento sono arrivati il sindaco di Milano Giuseppe Sala, l'assessore ai trasporti Arianna Censi e il procuratore della Repubblica Marcello Viola. Sul posto anche il procuratore capo di Milano Marcello Viola. Si indaga per omicidio colposo e lesione colpose. Il fascicolo è affidato alla pm di turno Elisa Calanducci. 

"Abbiamo sentito qualcosa sotto, poi il tram è deragliato e siamo stati tutti sballottati", hanno raccontato i passeggeri a bordo: "Il tram ha virato, ha preso una certa velocità e ha colpito un edificio". A quanto si evince, il tram deragliato è del nuovo modello Tramlink, che ha iniziato a circolare da pochi mesi a Milano. Si tratta di tram bidirezionali capaci di invertire il senso di marcia in caso di necessità. "È difficile avventurarsi in analisi su quello che è successo, ci saranno le indagini", ha detto il sindaco Sala, spiegando poi che "il mezzo è nuovo, il conducente molto esperto e in servizio da solo un'ora, quindi non era in straordinario. La cosa un po' particolare è che ha saltato una fermata", che si trova proprio pochi metri prima del punto in cui il tram è deragliato. Il fatto che il conducente abbia saltato la fermata "aggiunge un elemento di più a quello che è successo. Però ci saranno le indagini, è inutile che mi metta io a fare ipotesi". 

La premier Giorgia Meloni ha espresso "profondo cordoglio per il grave incidente avvenuto a Milano. A titolo personale e a nome dell'intero Governo, manifesta la propria vicinanza alle famiglie delle vittime, esprime solidarietà alla città di Milano e rivolge un sentito augurio di pronta e completa guarigione ai feriti", si legge in una nota di Palazzo Chigi.

"Atm è profondamente scossa per il gravissimo incidente di questo pomeriggio in viale Vittorio Veneto a Milano". Così in una nota la società del trasporto pubblico di Milano, dopo il deragliamento del tram. "In questo momento di immenso dolore – ha scritto Atm – il pensiero dell'azienda va prima di tutto alla famiglia della persona che ha perso la vita e a tutti i feriti. A loro rivolgiamo tutta la nostra vicinanza".

 

Articolo in aggiornamento

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Le lacrimevoli balle di politica e giornali sul bosco di Rogoredo

A Rogoredo “avevamo due problemi e ne abbiamo risolto uno solo”, per usare la sintesi caustica di Filippo Facci. Un poliziotto accusato di omicidio è stato arrestato, a macchia d’olio si indaga sulle sue corruttele e violenze sugli stessi pusher e clienti della droga, forse le complicità di altri agenti (schema Serpico). Ma che si estirpino i comportamenti criminali di uno o più tutori deviati dell’ordine non risolve l’altro problema: Rogoredo rimane la zona di spaccio, violenza, degrado, abdicazione al controllo da parte dello stato della politica delle forze (sane) dell’ordine.

 

Il colpevole sarà punito, ma Rogoredo resta “la più grande piazza di spaccio d’Italia” che nessuno vuole vedere, al massimo si manda un cronista a piangerci sopra. E dopo il lampo delle Olimpiadi tornerà al suo buio. Per dirla con Facci: “Sino a prova contraria è stata Rogoredo a corrompere il poliziotto, non certo il contrario”. I media con il loro racconto non di rado distorsivo, e i politici afflitti da doppia demagogia – chi ora fa una penosa retromarcia e chi si lancia in goffi balzi in avanti – stanno invece contribuendo a nascondere la gravità del secondo problema. Annotare che  l’osmosi quotidiana nella palude della droga, della possibilità di ricatto, del denaro nero sia una tentazione difficile da respingere è il minimo. Non giustifica nulla, sono i fatti. Stupisce il finto scandalo delle anime belle.

 

Intervistato, il capo della Polizia Vittorio Pisani è stato durissimo su Carmelo Cinturrino e gli eventuali complici. “Abbiamo indagato noi”. Sul controllo che come in ogni istituzione dovrebbe essere esercitato a monte, si vedrà. Ma resta l’altro problema, Rogoredo. E qui interviene la narrazione distorsiva. Sul Corriere di martedì Nando Dalla Chiesa discettava che il bosco della droga è un “non luogo che la città evita”, “Milano rinuncia al controllo del territorio”. Chi vi rinunci, però, non lo spiega.  Nel 2016 erano arrivate le ruspe per la grande bonifica. Nel 2017 Italia Nostra si era intestata la riqualificazione green. Non è successo nulla, o molto poco. Agosto 2025: il boschetto della droga è tornato ufficialmente l’inferno che è sempre rimasto. In più, il ritorno dell’eroina. Nonostante i brillanti risultati annunciati a dicembre dal prefetto di Milano Claudio Sgaraglia: più 50 per cento di sequestri di droga, qualche dozzina di arresti. Ma continua a mancare un vero controllo del territorio la deterrenza, la bonifica di spacciatori e clienti. Dai giornali piovono lacrimevoli e a tratti surreali racconti del bosco di Rogoredo: lo scopo è raccontare il clima di violenza contro i pusher. Il metodo di Cinturrino “che era poi semplice: menare, e menare ancora”.  La casa dove abitava? “Avevano tutti paura”. Paura della delinquenza? Ai giornali non risulta. E’ un gioco non innocente, picchiare contro la Polizia. Poi c’è il consueto “psicologo ed educatore” per il contributo buonista, astratto: “Non serve un approccio repressivo, è tutta gente che ha una storia, ha una sofferenza dentro”. “Non serve disboscare, il bosco ce l’hai dentro”. Elly Schlein vuole le scuse alla famiglia del pusher ucciso. In nome di quale legalità? Nessuno risolve Rogoredo.

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Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

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Vivendi scommette sul cinema: il gruppo francese guidato da Bollorè acquisisce il 51% di Lucky Red. Ecco quanto ha sborsato 

Importante passaggio di proprietà di Lucky Red, la nota casa di produzione cinematografica fondata da Andrea Occhipinti che ne era amministratore unico e socio di controllo con l’89% tramite la Keyek, e che ora passa sotto il controllo del gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré. Segui su affaritaliani.it

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Arresti Ultras, ecco il metodo San Siro: "Decidono loro chi entra"

Emergono nuovi dettagli sull'inchiesta che ha portato all'arresto di 19 capi ultras di Inter e Milan. Dagli atti della Procura viene fuori un quadro sempre più inquietante, i capi delle curve, stando alle accuse, non tenevano sotto scacco solo le società ma tutto quello che ruotava intorno a San Siro, avevano agganci con gli steward, con i parcheggiatori nei sotterranei del Meazza e come ammesso da più persone "decidevano loro chi entrava". Dalle intercettazioni questo viene fuori in maniera chiara. "Dimmi, cosa succede?". Al telefono risponde "Renatone" Bosetti. È il re - riporta Il Corriere della Sera - dei biglietti della Nord, il "gestore occulto degli ingressi illeciti allo stadio", spiegano gli inquirenti. A chiamarlo è il delegato alla sicurezza per lo stadio dell’Inter. È preoccupato. La curva esplode di gente. Segui su affaritaliani.it

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Conte: "Il campo largo non esiste più" Il Pd tira dritto: veto su Renzi irricevibile

Giuseppe Conte, a tre settimane dalle elezioni in Liguria, mette ufficialmente fine al "campo largo". Le parole del leader del M5s sono nette: "Non sono disponibile - dice Conte ospite di Bruno Vespa su Rai1 - ad affiancare il simbolo di Italia viva in Emilia-Romagna e in Umbria". L'ex premier dopo una serie di prese di posizione contro Renzi del tipo "o lui o noi", allarga il veto già posto in Liguria, alle altre due regioni al voto in autunno. E mette la parola fine all’alleanza ampia del centrosinistra avvertendo il Pd: "Renzi è un problema politico serio di cui non c’è consapevolezza da parte del gruppo dirigente del Pd, è una bomba a orologeria. Da stasera certifichiamo che il campo largo non esiste più". Nel Pd l’accelerazione del leader pentastellato non smuove Elly Schlein dalla sua strategia di non cedere alle provocazioni: alla Camera respinge i cronisti con un "non parlo" e si allontana. Segui su affaritaliani.it

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Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere

Se ci riflettiamo un attimo troviamo una similitudine tra Internet e l’oceano: entrambi hanno uno strato superficiale maggiormente noto ed uno strato profondo ed oscuro, per la maggior parte inesplorato. In questo articolo daremo un’occhiata al Surface Web, al Deep Web ed al Dark Web e descriveremo brevemente le differenze tra loro. Cos’è il Surface… Leggi tutto »Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere
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