Mondiali 2026: Iran-Nuova Zelanda, show e pareggio (2 a 2) a Los Angeles


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Un bombardiere B-52 si è schiantato poco dopo il decollo lunedì mattina, intorno alle 11:20 ora locale, in una base dell’aeronautica militare statunitense nel deserto del Mojave, in California. Lo ha comunicato l’esercito Usa in un post su X, specificando che le squadre di soccorso sono intervenute subito dopo l’incidente. Il Boeing modello B-52, bombardiere a lungo raggio pensato per portare sia armi convenzionali sia nucleari, è entrato in servizio nel 1955 e in genere ha a bordo un equipaggio di cinque persone: nessuna informazione è stata fornita su eventuali feriti o vittime.
Il bombardiere era decollato dalla base di Edwards – circa 161 chilometri a nord di Los Angeles – dove Chuck Yeager superò la velocità del suono nel 1947.
Lo schianto si è verificato a quasi un anno di distanza dai fatti del luglio 2025, quando il pilota di un aereo di linea regionale in volo sopra il Nord Dakota effettuò una virata brusca e inaspettata per evitare una possibile collisione in volo con un bombardiere militare B-52 che si trovava sulla sua traiettoria.
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La nazionale del Capo Verde riesce nell’impresa impossibile. La squadra del minuscolo arcipelago africano scrive la storia pareggiando con la Spagna allo storico debutto in Coppa del Mondo, nel gruppo H. La squadra del commissario tecnico Bubista ha fermato i campioni d’Europa di De La Fuente sullo 0-0, anche e soprattutto grazie alle parate del 40enne portiere Vozinha, eroe di giornata con una serie di interventi da incorniciare nel primo e nel secondo tempo.
La nazionale dell’arcipelago di soli 530mila abitanti è un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. Sulla carta si trattava di una sfida a senso unico. Ma non è stato così. Gli africani sono stati protagonisti di una grande partita difensiva riuscendo a fermare sullo 0-0 una delle nazionali di calcio più titolate del mondo. Da registrare anche la scarsa aggressività spagnola salvo un traversa colpita da Ferran a fine primo tempo.
Dopo il delirio e le lacrime per la storica qualificazione, continua il sogno della nazionale di Capo Verde (che ha tra i convocati anche sei calciatori nati a Rotterdam). Increduli i tifosi presenti sugli spalti, che hanno dato subito il via a una grande festa per il risultato inaspettato alla vigilia.
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Non solo la cavalcata di Roberto Vannacci non si arresta,ma per Matteo Salvini, adesso, la situazione si complica pesantemente. Il movimento del generale (lanciato in politica proprio dal Carroccio, con tanto di elezione al Parlamento europeo) affianca la Lega. Futuro Nazionale, infatti, guadagna mezzo punto in una settimana e raggiunge il 5,3%. Ed è la stessa identica percentuale del partito di Salvini, che in 7 giorni invece perde lo 0,3%. È questo il quadro che viene fuori dal sondaggio di Swg per il Tg La7.
L’aggancio di Vannacci: i nuovi clamorosi risultati del sondaggio di SWG per il TgLa7 ???? https://t.co/72NFV5pGO0 pic.twitter.com/ldjKzqhGZu
— Tg La7 (@TgLa7) June 15, 2026
A pochi giorni dall’assemblea di Futuro nazionale, tra polemiche e accuse, Vannacci pertanto festeggia l’obiettivo raggiunto, anche se – al momento – solo nelle stime dei sondaggi. Ma nel centrodestra a perdere consensi non è solo la Lega, ma anche Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni segna un meno 0,4% rispetto alla scorsa settimana fermandosi al 27,9%. Unico partito a non perdere nella coalizione di governo è Forza Italia, stimata 7,2% (+0,2%).
Sul fronte delle opposizioni il Partito democratico si conferma seconda forza politica italiana al 22,1% (+0,1%), seguito dal Movimento 5 stelle al 13,3% (+0,2). Stabili Alleanza Verdi–Sinistra al 6,5% e Italia Viva al 2,4%. Chiudono il quadro Azione al 3,5% (-0,1%), +Europa all’1,6% (+0,1%), Noi Moderati all’1,1% (-0,1%), Ora! all’1% come sette giorni fa. Altri partiti sono indicati al 2,8% (-0,2%) mentre il 27% non si esprime (-1%).
Sommando le stime, pertanto, il campo progressista (Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa) si attesterebbe 45,9%. Il centrodestra, invece, si fermerebbe al 41,5%. Discorso diverso con Vannacci in coalizione: in questo caso la destra arriverebbe al 46,8%. Futuro nazionale, pertanto, si conferma potenziale ago della bilancia delle prossime Politiche.
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Da due anni un uomo affetto da una grave paralisi e difficoltà nel parlare dovute alla Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) riesce a comunicare e a utilizzare un computer grazie a un chip impiantato nel cervello. La particolarità del caso, riporta la rivista Nature Medicine, sta nel fatto che l’uomo ha utilizzato il dispositivo stando a casa, nella vita di tutti i giorni, invece che in un contesto controllato come un laboratorio e con il supporto di professionisti. L’ha utilizzato quasi ogni giorno, per oltre 3.800 ore.
Il risultato è stato ottenuto dal gruppo di ricerca coordinato da Sergey Stavisky e David Brandman dell’Università della California a Davis. Lo studio dimostra che le cosiddette interfacce cervello-computer (brain-computer interfaces, o Bci), che rilevano i segnali elettrici direttamente all’interno della corteccia cerebrale traducendoli poi in comandi per controllare dispositivi esterni, possono diventare anche strumenti in grado di entrare a far parte della quotidianità. Gli autori della ricerca ritengono però che un solo caso non basta per tratte conclusioni: sono necessarie ulteriori ricerche per valutare l’efficienza di questa tecnica.
Una seconda ricerca, guidata da Politecnico di Losanna (Epfl) e Ospedale Universitario di Losanna (Chuv), riguarda un chip combinato con l’Intelligenzaartificiale che ha permesso a 40 malati di Parkinson di camminare meglio e in autonomia. Coordinati da Jocelyne Bloch e Eduardo Moraud di Epfl e Chuv, i ricercatori hanno usato l’IA per sviluppare decodificatori che lavorano in tempo reale: interpretano direttamente dall’attività cerebrale i movimenti che la persona intende fare e usano i segnali per calibrare la stimolazione elettrica in pochi secondi, rendendo una tecnica usata da oltre 30 anni molto più adattabile alle circostanze.
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L’ex analista della CIA, Larry Johnson, si esprime sugli ultimi sviluppi dell’imminente accordo (MOU) tra Stati Uniti e Iran. Il video analizza l’annuncio di Donald Trump circa la rimozione del blocco navale e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano.
Tuttavia, Larry Johnson esprime un profondo scetticismo: fa notare che gli USA intendono comunque intercettare le navi iraniane con equipaggiamento militare cinese — definendolo un blocco de facto — e che Netanyahu ha già rifiutato il ritiro dal territorio libanese. Tra le interpretazioni opposte delle due fazioni sui dettagli finanziari (tra cui lo sblocco di 24 miliardi di dollari per Teheran) e le forti tensioni interne, il dialogo evidenzia i rischi di un imminente sabotaggio del patto prima della firma ufficiale in Svizzera, accennando infine agli attacchi paralleli su Kiev.
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Furto di orologi nella casa di Firenze del calciatore viola e della nazionale italiana Moise Kean. Il giocatore non era in Italia quando i ladri hanno assalito la sua abitazione fiorentina. Il valore della refurtiva ammonterebbe a circa 300mila euro. A dare l’allarme, stamattina, è stato un ospite di Kean nell’abitazione, nel quartiere di Campo di Marte. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Sezione Investigazioni scientifiche che hanno svolto i rilievi alla ricerca di tracce dei malviventi. Gli investigatori hanno anche acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona per ricostruire la dinamica e individuare gli autori. Non si esclude che i malviventi possano essere entrati dal retro dello stabile per accedere all’appartamento del calciatore.
Sono diversi i furti ai calciatori negli ultimi mesi: a fine 2025 fu svaligiata la casa di Jamie Vardy, attaccante della Cremonese, mentre nel 2026 tra i casi che fecero più clamore, quelli a Nicolò Zaniolo, che fece anche una storia su Instagram, soprattutto a Neil El Ayanoui, centrocampista della Roma adesso impegnato ai Mondiali con il Marocco. In quella circostanza il calciatore marocchino era in casa con la famiglia e vennero anche sequestrati all’interno dell’abitazione per diverso tempo. Tornando a Moise Kean, il calciatore adesso si trova all’estero e in casa in quel momento non c’era più nessuno.
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“Lo Stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì”. L’annuncio di Donald Trump, arrivato a margine del G7 di Evian, fa sperare in una soluzione rapidissima per il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Ma la riapertura formale potrebbe essere solo il primo passo di un percorso molto più lungo. Basti dire che poco prima che parlasse il presidente un funzionario dell’amministrazione sentito da Bloomberg ha chiarito che il traffico marittimo non tornerà immediatamente alla normalità: gli Stati Uniti si aspettano un aumento graduale dei flussi nell’arco di una o due settimane, anche a causa delle operazioni necessarie per affrontare il problema delle mine presenti nell’area. Non solo: resta irrisolto anche il nodo del pedaggio – seppure mascherato – che Teheran intende riscuotere da chi attraversa il canale. “Abbiamo sempre detto che non intendiamo imporre pedaggi, ma che in cambio dei servizi che forniremo, ovvero servizi di navigazione, protezione ambientale, eventualmente assicurazione navale e altri servizi che saranno forniti da Iran e Oman, i costi necessari saranno definiti e riscossi”, ha infatti ribadito il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei.
La questione degli ordigni resta uno dei principali ostacoli. Secondo Gian Enzo Duci, docente di Economia e management marittimo e portuale all’Università di Genova, una bonifica completa dello Stretto potrebbe richiedere da tre a sei mesi. Questo non significa però che la navigazione sia impossibile. Esistono infatti aree prossime alle coste dell’Oman e dell’Iran considerate relativamente sicure e già utilizzabili per il passaggio delle navi. Come dimostra il fatto che nelle ultime settimane molte petroliere e navi commerciali sono riuscite comunque ad uscire da Golfo Persico spengendo i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto. Trump ha detto che il mese scorso sono state oltre 200, nell’ambito di una “missione segreta” da lui ordinata, consentendo il passaggio di più di 100 milioni di barili di petrolio destinati ai mercati internazionali.
Il problema è che la riapertura di un corridoio non coincide automaticamente con il ripristino della capacità di trasporto precedente alla crisi. Nel corso delle settimane di tensione si è accumulata una forte congestione sia all’interno sia all’esterno dello Stretto. Petroliere, metaniere e altre navi commerciali potrebbero dover attendere il proprio turno per attraversare il passaggio, con inevitabili ripercussioni sui tempi di consegna e sui costi logistici. Quindi è irrealistico immaginare che già nei primi giorni si possa tornare ai volumi ordinari. “Non si potrà pensare che il primo giorno possano uscire 40 milioni di barili di petrolio”, osserva Duci. Anche una volta riaperto il transito, la logistica mondiale dovrà riassorbire settimane di interruzioni e deviazioni.
Negli ultimi giorni molte compagnie hanno infatti modificato rotte, programmi di carico e catene di approvvigionamento. Come sottolinea Luca Sisto, direttore generale di Confitarma, la logistica internazionale ha capacità di adattamento: quando una rotta si interrompe, gli operatori cercano alternative. Proprio per questo la fine dell’emergenza non implica necessariamente un ritorno immediato alla situazione precedente. Alcuni flussi potrebbero essersi già spostati verso percorsi differenti e impiegare mesi prima di tornare sui livelli abituali.
Sul tavolo resta poi il tema dei pagamenti richiesti alle navi in transito per “servizi marittimi“. L’ipotesi di un pedaggio fa ovviamente salire sulle barricate i diretti interessati ed è respinta al mittente da tutti gli addetti ai lavori. Per Confitarma qualunque forma di tassa obbligatoria per attraversare lo Stretto sarebbe incompatibile con il quadro normativo internazionale e rischierebbe di creare un precedente pericoloso. La stessa valutazione arriva dal professor Marco Roscini della Westminster Law School. Hormuz, ricorda il giurista, è utilizzato per la navigazione internazionale ed è soggetto al regime del “passaggio in transito”, che garantisce alle navi di tutti gli Stati il diritto di attraversarlo in modo continuo e rapido.
In questo contesto l’Iran e l’Oman non potrebbero subordinare il passaggio al pagamento di un pedaggio. E un eventuale accordo bilaterale tra Washington e Teheran non potrebbe modificare il regime giuridico dello Stretto. “L’accordo può certamente ridurre il rischio militare, prevedere meccanismi di sicurezza, istituire procedure di coordinamento navale o sminamento, ma non può eliminare o restringere i diritti di navigazione spettanti agli Stati terzi senza il loro consenso”. Diverso sarebbe il caso di servizi effettivamente forniti alle imbarcazioni, come pilotaggio, rimorchio o assistenza alla navigazione. Il distinguo ovviamente è cruciale. “Se la tariffa remunera un servizio reale, facoltativo e proporzionato, essa può essere compatibile con il diritto internazionale. Se la tariffa è in realtà una condizione per poter transitare, indipendentemente dall’utilizzo di servizi specifici, allora assomiglia molto a un pedaggio mascherato e rischia di essere incompatibile con il regime del passaggio in transito”, spiega Roscini. “Se tali pagamenti fossero obbligatori per attraversare Hormuz, sarebbe difficile distinguerli da un vero e proprio pedaggio”.
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Non è ancora una soluzione, avvertono i sindacati, ma per il momento al tavolo al Ministero per le imprese e il made in Italy per la vertenza Electrolux, esuberi e chiusure sono allontanati. Una tregua di cinquanta giorni almeno. Quasi due mesi per l’avvio di un confronto che resta complesso, ma che rappresenta comunque un passo avanti dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi, nelle Marche. Electrolux ha sospeso temporaneamente la procedura di licenziamento collettivo aperta in Italia che avrebbe diminuito del 40% la forza lavoro nel nostro Paese, ampliando la crisi del settore degli elettrodomestici, già fiaccato dalla vicenda Whirlpool-Beko.
“Li abbiamo fermati, ma tra noi e l’azienda è una tregua armata“, ha rivendicato il segretario della Fiom-Cgil Michele De Palma, al termine dell’incontro con l’azienda e il governo. “Arrivavamo a questo tavolo con due elementi chiari: erano pronti ad aprire le procedure di mobilità e a pagare il prezzo erano i lavoratori di Cerreto d’Esi perchè su quello stabilimento ci avevano messo la croce sopra. Li abbiamo, li avete fermati, ma non siamo alla soluzione della vertenza, dobbiamo avere la piena consapevolezza che la battaglia non si è conclusa“, ha avvertito. Per questo, ha continuato, il messaggio da trasmettere alle assemblee che ora si faranno nei territori tra i lavoratori è l’invito a restare compatti. “Non dobbiamo smobilitare. Da questa vertenza o ne usciamo tutti insieme, tutte le organizzazioni sindacali, tutti gli stabilimenti, operai e impiegati, o si rischia che se vedono lo spazio di una divisione ci si infilano ed è la fine della nostra vertenza”.
“La situazione non è risolta definitivamente, per adesso è sospeso il piano dell’azienda che non parte con nessuna azione unilaterale nei confronti dei lavoratori”, ha aggiunto il neo segretario generale Uilm, Davide Sperti, parlando di un “primo passo avanti che possiamo raccogliere con cauto ottimismo“. “L’azienda voleva partire da esuberi e la chiusura di uno stabilimento. Noi gli abbiamo detto che questo non è il modo in cui si costruisce un piano, che non era industriale, ma di dismissioni”, ha sottolineato pure il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, sottolineando che “è molto importante l’impegno politico che è stato preso e lo vogliamo vedere alla prova dei fatti“, invitando il governo Meloni ad “aprire il tavolo dell’elettrodomestico, a costruire le proposte per mettere in sicurezza l’occupazione, la presenza industriale e la sostenibilità economica e sociale delle nostre comunità”.
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di Nicolantonio Agostini
Nei giorni scorsi, intervenendo in Parlamento, Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio un primato storico: la prima donna a guidare il governo italiano è stata espressa dalla destra. Si tratta senza dubbio di una novità importante. Ma il valore simbolico delle “prime volte” non dovrebbe impedire una domanda più scomoda: più donne al potere significano davvero meno corruzione, più cooperazione e più merito? Una parte della ricerca scientifica sembrerebbe suggerirlo. Diversi studi hanno evidenziato una correlazione tra maggiore presenza femminile nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. In media, le donne mostrano livelli leggermente più elevati di empatia e una maggiore sensibilità alle norme sociali, caratteristiche che possono favorire cooperazione, trasparenza e attenzione al bene collettivo.
Ma questo effetto non è automatico. E soprattutto non dipende soltanto dal genere di chi governa.
I comportamenti sociali sono il risultato dell’interazione tra predisposizioni individuali e ambiente. Esistono donne altamente cooperative e donne fortemente competitive o autoritarie, così come esistono uomini molto orientati alla collaborazione. Il punto decisivo è il contesto. Nei sistemi più gerarchici e competitivi non emergono necessariamente le persone più empatiche o trasparenti. Emergono quelle più compatibili con le logiche dominanti del sistema. In altre parole, le donne che raggiungono il vertice non sono automaticamente portatrici di modelli politici più cooperativi: spesso sono quelle che hanno saputo adattarsi meglio alle regole già esistenti.
Il caso italiano appare istruttivo. Il governo Meloni ha fatto del merito uno dei propri slogan più ricorrenti. Eppure, sul piano normativo, il bilancio appare più ambiguo. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio e l’indebolimento delle norme sul traffico di influenze illecite vanno nella direzione opposta rispetto al rafforzamento degli strumenti di prevenzione della corruzione.
Ma non si tratta soltanto di leggi. Anche i messaggi politici contano. Quando Meloni arriva a definire le tasse una forma di “pizzo di Stato”, contribuisce ad alimentare una visione conflittuale del rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che esistano “mazzette modeste” sostanzialmente tollerabili, il confine tra legalità e illegalità rischia di diventare meno netto. In un contesto del genere, parlare di meritocrazia e di lotta alla corruzione diventa difficile. Perché il merito non può prosperare dove le regole sono percepite come negoziabili e la trasparenza non rappresenta una priorità. Senza controlli efficaci e responsabilità istituzionale, il merito resta uno slogan più che un criterio reale di selezione.
È qui che emerge il vero paradosso. Mentre si celebra, giustamente, la conquista simbolica della prima donna a Palazzo Chigi, si rischia di attribuire al genere qualità che appartengono invece alle istituzioni. La ricerca suggerisce che le donne possono contribuire a ridurre la corruzione e favorire la cooperazione, ma soprattutto quando operano all’interno di sistemi che premiano trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole.
La lezione è semplice: non basta cambiare il volto del potere per cambiare il funzionamento del potere. Se davvero vogliamo meno corruzione, più cooperazione e più merito, la questione decisiva non è chi governa, ma quali regole vengono rafforzate e quali, invece, vengono progressivamente indebolite.
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Era il video che tutti stavano aspettando. Jannik Sinner è tornato in campo a distanza da più di tre settimane dall’eliminazione al Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo, quando ha avuto un malore improvviso. Il numero uno al mondo si è allenato sul cemento di Montecarlo, con l’obiettivo di arrivare pronto al grande appuntamento di Wimbledon, che comincerà lunedì 29 giugno e finirà domenica 12 luglio. In mezzo non giocherà nessun altro torneo, ma solo un’esibizione.
La notizia è anche chi durante l’allenamento era dall’altra parte della rete. Sinner si è infatti allenato insieme a Holger Rune, danese 23enne ormai fermo da diversi mesi dopo la rottura del tendine d’Achille proprio nel momento in cui stava per venir fuori. I due hanno scambiato a tratti anche a buon ritmo e – con i rispettivi tempi – vogliono migliorare la condizione fisica in vista della seconda parte di stagione. Sinner per tornare al top, Rune per il momento per tornare a giocare un match ufficiale.
Nelle oltre due settimane di stop, l’altoatesino ne ha approfittato per rallentare dopo mesi intensissimi. Motivo per cui Sinner ha prima fatto qualche giorno di vacanza insieme alla fidanzata Laila Hasanovic, poi ha svolto per due giorni degli esami medici approfonditi al San Raffaele di Milano per provare a capire qualcosa in più sul problema avuto al Roland Garros. L’allarme sembra esser rientrato: ora Sinner si prepara a Wimbledon, penultimo Slam dell’anno su erba vinto per la prima volta nel 2025.
Credit video: Instagram @dr.alexandra_dorobantu
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Trump chiude un accordo con l’Iran e rimprovera pubblicamente Netanyahu. Litigio tattico o divergenze autentiche? Ne parliamo in questa puntata speciale con Gianmarco Landi, da sempre fautore della tesi che sostiene come Trump non abbia in realtà nessuna simpatia per il presidente di Israele
NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011
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Come ben sanno i venticinque lettori manzoniani di queste mie colonne, ho sempre fondato la mia Weltanschauung sulla mescolanza fra l’alto e il basso, sulla ricerca di quella tensione interiore orientata al principio alchemico della concordia oppositorum. Ero dunque destinato all’incontro folgorante con l’artista che desidero presentare oggi: Valentina Gargano, soprano lirico che incanta il pubblico dei concerti rock negli stadi, artista in cui si fondono talento indubbio e innegabile fascino.
Gli spettatori dallo sguardo attento già rimasero colpiti dalla sua interpretazione irresistibile di Rosina ne Il Barbiere di Siviglia, all’interno della lodevole iniziativa itinerante del Teatro dell’Opera di Roma OperaCamion; già allora, dietro l’agilità vocale e la vivacità sulla scena, si imponeva quella presenza magnetica che ha rapito i fan di Achille Lauro a San Siro e allo Stadio Olimpico.
Gargano, infatti, vive un momento di improvvisa quanto meritata visibilità grazie alla sensibile intuizione dell’artista romano, che l’ha voluta come presenza cruciale nel suo commovente brano Perdutamente, portato trionfalmente sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Tecnicamente, Gargano è, prima di ogni altra considerazione, un soprano lirico di agilità, la cui specialità rimane il ruolo sublime della Regina della Notte; un cimento proverbialmente arduo, che impone il temibile Fa6 nei celebri picchettati.
Formatasi coi massimi voti a Santa Cecilia, perfezionatasi all’Accademia del Teatro dell’Opera di Roma, Gargano si è già esibita a livello internazionale; la sua voce potrebbe essere definita una lama dal colore brunito, per restituirne insieme la purezza tagliente e la profondità timbrica. Negli stadi, la sua vocalità si è rivelata sorprendentemente versatile (qualità che aveva già messo in luce nel doppiaggio della serie tv Belcanto), transitando dal registro di petto/misto dell’interludio epico che precede Perdutamente a suoni fissi di testa di matrice quasi barocca, per giungere infine a una vocalità lirica pura, coronata da due Re6 tenuti con apparente disinvoltura.
Rispetto al teatro, un live in uno stadio impone ulteriori asperità tecniche: l’auricolare in-ear, che sottrae alla cantante la percezione della propagazione della voce nello spazio circostante; il fumo di scena, che inaridisce le mucose; una platea immensa e volumi sonori tali da rendere quasi impossibile percepire con esattezza l’effettivo sforzo vocale.

Eppure ridurre Valentina Gargano a una scheda tecnica significherebbe non cogliere il punto. Davanti al pubblico caotico e popolare degli stadi si misura la potenza del suo magnetismo: la sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un silenzio solenne al brusìo di decine di migliaia di persone, squarciato solo dal suono cristallino del suo acuto.
Ve ne parlo, però, non per perizia tecnica o superficiale seduzione estetica: di soprani dotati, come di modelle o attrici di evidente bellezza, il mondo dello spettacolo abbonda. Ciò che rende Valentina Gargano una figura davvero unica nel panorama contemporaneo è un quid unico e irriducibile: il dono, appunto, di incarnare l’unità dei contrari. Non solo sul piano stilistico (da soprano lirico in un’arena rock), ma anche nella figura: concilia una dolcezza da Madonna preraffaellita e un’inquietante aura gotica; sul palco abbaglia con un portamento naturale da diva, ma nelle sue apparizioni pubbliche è sempre spontanea; manifesta grazia femminile e virilità androgina (state attenti, ammiratori indiscreti: il soprano sa boxare abilmente!), sensualità quasi luciferina e sguardo colmo di meraviglia innocente, una ierofania di archetipi complementari, Atena ed Ecate, Medea e Violetta, Lilith e Beatrice.
Una figura già iconica per il cinema d’autore o (perché no?) nella moda: due mondi che vivono proprio di quella tensione fra ieraticità e contemporaneità che lei pare incarnare senza il minimo sforzo. Robert Eggers farebbe bene a tirare le orecchie ai loro responsabili del casting (ma ancor di più dovrebbero i nostri Sorrentino e Garrone), è da stolti lasciarsi sfuggire la perfetta protagonista di una trilogia gotica, un volto che illuminato anche da una sola candela renderebbe ciascun fotogramma un dipinto fiammingo.
I teatri d’opera e gli stadi pieni sono solo l’inizio di una carriera che mi auguro piena di meritato riconoscimento.
[Foto di Alessandra Trucillo]
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In occasione degli European Design Awards, uno degli appuntamenti più importanti per la comunità globale della comunicazione, il team creativo de Linkiesta ha conquistato la medaglia di bronzo grazie al progetto grafico di Linkiesta Etc. Questo successo accende i riflettori su come la carta stampata possa ancora innovare, stupire e imporsi nel panorama culturale contemporaneo attraverso scelte estetiche coraggiose e fuori dagli schemi.
Il prestigioso premio è stato assegnato a Linkiesta Etc per le sue straordinarie illustrazioni di copertina firmate dagli artisti Pierre Buttin e Cristina Daura. Dietro a questo traguardo si cela il lavoro di una squadra guidata dal direttore Christian Rocca e dall’Head of Content Stefano Cardini, insieme al team grafico composto da Caterina Cedone, Lorenzo Frosi e Nello Alfonso Marotta, guidati dallo studio di graphic design Paper Paper di Cecilia Bianchini e Giovanni Cavalleri.
Se il quotidiano online Linkiesta.it si occupa ogni giorno di attualità, Etc è nato per dare spazio, respiro e voce a tutto il resto. La rivista racconta ciò che solitamente non trova spazio nei titoli urlati dei media mainstream, ma che si rivela fondamentale nel plasmare la nostra vita quotidiana, la nostra estetica, i nostri usi e costumi, e soprattutto il nostro modo di pensare.
Ogni numero del quadrimestrale ruota attorno a un unico tema portante, intercettando lo spirito del tempo, e sviscerandolo attraverso prospettive inedite. Il numero 10 della rivista è stato interamente dedicato al tema del gioco, inteso non solo come svago, ma come lente d’ingrandimento per analizzare la società contemporanea. Il volume interroga lettrici e lettori sul prezzo da pagare in un mondo che sembra aver dimenticato il valore profondo del diventare adulti. Per riflettere questa complessità concettuale, la rivista stessa si è trasformata in un oggetto interattivo: un flip book animato dall’artista Umberto Chiodi, stampato nell’angolo inferiore destro di tutta la seconda metà del volume, che prende vita sfogliando velocemente le pagine.
Il successivo numero 11 ha invece esplorato il tema delle identità: le molteplici sfaccettature dell’Io divise tra la percezione dell’altro e il sé profondo, nell’era del narcisismo digitale. Un concetto intimo e filosofico che ha ispirato la potente copertina illustrata da Cristina Daura.
A fare la differenza agli European Design Awards è stata anche la coraggiosa evoluzione dell’impianto grafico della rivista. Proprio a partire dal decimo numero, Linkiesta Etc ha adottato un sistema di copertina completamente rinnovato: un masthead (il logo della testata) mobile, che racchiude tutte le informazioni tipografiche in un blocco versatile e flessibile. Questa soluzione strutturale innovativa libera lo spazio visivo della pagina e concede all’artista a cui viene affidata la copertina massima libertà espressiva.
L'articolo Linkiesta Etc ha vinto il bronzo agli European Design Awards proviene da Linkiesta.it.
Nemmeno le torture e l’umiliazione di cittadini europei ha smosso Bruxelles. Che non ci fosse l’unanimità era nell’aria, adesso è stata l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, a ufficializzare che i ministri degli Esteri dei 27 Stati membri non hanno, di nuovo, trovato un accordo per sanzionare il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir. “Molti Paesi hanno chiesto di sanzionare il ministro israeliano Ben-Gvir – ha dichiarato al suo arrivo in Lussemburgo per prendere parte al Consiglio Affari Esteri -, ma dalle consultazioni informali che ho avuto con gli Stati membri non c’è la necessaria unanimità“.
Quindi non ci saranno conseguenze per le immagini girate e fatte circolare nei mesi scorsi, con il membro estremista del governo Netanyahu che irride i manifestanti della Flotilla catturati dalle Forze di Difesa Israeliane in acque internazionali. Rimarranno solo le dichiarazioni di sdegno, evidentemente di circostanza, e poco altro, come la decisione della Francia di dichiarare il leader di Otzma Yehudit “persona non grata“, vietandogli quindi l’ingresso nel Paese. Anche l’Italia, con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha più volte invocato provvedimenti a livello europeo per colpire il ministro israeliano, senza mai prenderne a livello nazionale nonostante l’immobilismo comunitario.
Alla decisione su Ben-Gvir si aggiunge quella sulle restrizioni al commercio di prodotti dai Territori occupati. Su questo, la maggior parte degli stati membri ha chiesto la presentazione da parte della Commissione europea di opzioni per poter proseguire il lavoro. Una decisione, anche questa, per la quale si dovrà ancora aspettare.
L'articolo Nessun accordo in Ue sulle sanzioni al ministro israeliano Ben Gvir: manca l’unanimità degli Stati membri proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Apprendo, con grande soddisfazione, che Roma Capitale e’ vicinissima a concludere un accordo con i vetturini per mettere finalmente al bando le carrozze turistiche trainate dai cavalli, meglio conosciute come botticelle”. Lo dichiara, in una nota, la capogruppo capitolina di Forza Italia Rachele Mussolini. “Il Campidoglio, dunque – aggiunge – attraverso il Garante degli Animali Patrizia Prestipino, che ringrazio a titolo personale, porta avanti con determinazione l’indirizzo contenuto in una mia mozione approvata in Assemblea capitolina nel luglio 2024, che impegnava il sindaco Gualtieri e la Giunta a prevedere delle valide alternative alla trazione animale delle botticelle di Roma e a riconvertire le attuali licenze dei vetturini in licenze taxi. Cio’ al duplice scopo di salvaguardare il benessere degli animali, fortemente minato da un impiego eccessivo degli stessi – soprattutto nei mesi piu’ caldi dell’anno – e di tutelare i posti di lavoro dei vetturini. Vetturini che, stando agli ultimi aggiornamenti, sarebbero tutti d’accordo con la proposta del Campidoglio meno che uno. L’auspicio e’ che si raggiunga un accordo pieno e totale con tutti i lavoratori coinvolti e si possa finalmente dire addio alle botticelle e alle indicibili fatiche e sofferenze che questa pratica arreca da tanto, troppo tempo ai cavalli”, conclude Mussolini.
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di Massimo Santantonio
Per anni abbiamo assistito a manifestazioni con saluti romani e richiami diretti al fascismo, come quelle di Acca Larenzia, a Roma. Abbiamo preso atto del fatto che la magistratura le abbia la maggior parte delle volte considerate legali, perché – semplifico intenzionalmente senza entrare nel merito della nostra legislazione – quello che non si può fare non è manifestare quel genere di opinioni, bensì ricostituire il partito fascista. Quindi il Presidente del Senato può tranquillamente definire “adulatori” quanti lo apostrofano come fascista, ed esibire orgogliosamente un busto di Mussolini tenuto in casa. Benissimo.
Adesso però mi sembra che le cose siano cambiate. E brutalmente. Vannacci occhieggia chiaramente al fascismo, così come molti (tutti?) i personaggi di un certo rilievo che lo stanno seguendo. Nel programma, a parte gli ovvi richiami nostalgici orgogliosamente rivendicati, scorgo quello che può essere il fascismo nel Terzo Millennio: cose vecchie, come la discriminazione delle minoranze, il razzismo, l’avversione per la stampa libera, l’identità cristiana, e cose che non potevano esistere un secolo fa, come la questione dei migranti e della paventata “sostituzione etnica”.
Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un dichiarato progetto di ricostituzione del Partito Fascista? La camicia nera al posto di giacca e cravatta? Le ronde per bastonare gli immigrati o comunque quanti tra loro, prima, seconda o terza generazione che siano, non appaiano aver “assimilato” la nostra cultura?
Che l’Italia sia, e sia sempre stata, densamente popolata da fascisti o comunque persone non antifasciste (differenza assai tenue) l’abbiamo sempre saputo. Un elettorato disposto a spostarsi da un partito all’altro a seconda del fatto che in questo o quello trovino un leader forte, un “conducator“, che incarni i loro pensieri. È stato Berlusconi, che pur dichiarandosi antifascista ha sdoganato un partito neofascista i cui leader erano freschi dall’aver rievocato, con canti e saluti romani, la marcia su Roma. Poi Salvini, ora Meloni, i cui partiti hanno sempre incluso esponenti di spicco e organizzazioni giovanili con idee razziste e fasciste, dai Bossi e Borghezio a Lollobrigida che onora la tomba del boia Graziani. Il prossimo sarà Vannacci. E Vannacci non ha proprio remore di alcun tipo o facciate “democratiche” da mantenere.
Nel secolo scorso l’Italia si è difesa dalla cosiddetta “minaccia comunista” con la strategia della tensione. Anche con stragi che, a quanto ho potuto leggere, erano spesso orchestrate dai nostri Servizi in ossequio all’Alleanza Atlantica ed eseguite da fascisti, e che hanno causato più vittime del terrorismo estremista. Pagine vergognose, per le quali nessun “servitore dello Stato” ha mai pagato o si è mai scusato con i parenti delle vittime.
Ora, nel 2026, può un cittadino democratico sperare che uno Stato, ricostituito dopo la tragedia del fascismo e della guerra, lo difenda di fronte al crescere di una forza esplicitamente neofascista, anche se dovesse raccogliere un ampio consenso tra i nostri connazionali? Oppure la colpevole – o compiaciuta – tolleranza, stratificatasi negli ultimi decenni, per le idee e le manifestazioni fasciste ha generato un mostro troppo grande? Un mostro che non si ha il coraggio di affrontare temendo conseguenze?
Possono le istituzioni italiane, cioè del Paese che – oltre a propugnare in nome del sovranismo un conflitto mondiale che ha causato decine di milioni di morti – ha “inventato” una dittatura sanguinaria, presto copiata da tanti altri Paesi come la Germania, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, non contrastare lo sviluppo di un nuovo Partito Fascista?
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La Quarta Sezione del Tribunale Provinciale di Valencia ha condannato in primo grado il calciatore Rafa Mir a otto anni e mezzo di reclusione per un reato di violenza sessuale e un altro per lesioni personali, come riportato lunedì dalla Corte Superiore di Giustizia della Comunità Valenciana. Secondo quanto riportato da Marca, il tribunale ha emesso una seconda sentenza anche nei confronti di un altro imputato, il calciatore Pablo Jara, condannandolo a due anni e mezzo di reclusione e al pagamento di una multa per reati di violenza sessuale, lesione della morale pubblica e lesioni personali.
La sentenza del tribunale, notificata alle parti lunedì scorso e non ancora definitiva, prevede anche un risarcimento di 64mila euro a favore della vittima nel caso Mir e di 6.280 euro per la vittima nel caso Jara. Rafa Mir, sotto contratto con l’Elche fino al 30 giugno e già titolare in questa stagione, in una storia Instagram ha dichiarato: “Non sono d’accordo con la sentenza e presenteremo ricorso nei prossimi giorni. Continuo ad avere fiducia nella giustizia“.
La sentenza giunge al termine del processo svoltosi il 28 maggio al Tribunale provinciale di Valencia. In questo procedimento, Mir – che la notte dei fatti (1 settembre 2024) giocava nel Valencia in prestito dal Siviglia – è stato processato per violenza sessuale e lesioni personali nei confronti di una giovane donna, reati per i quali l’accusa aveva inizialmente richiesto una pena di dieci anni e mezzo.
Il tribunale ha invece inflitto una pena di otto anni e mezzo: sette anni per la violenza sessuale e 18 mesi per l’aggressione. Ha inoltre disposto un’ordinanza restrittiva che vieta all’imputato di avvicinarsi alla vittima entro un raggio di 500 metri per un periodo di dieci anni e ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di 14mila euro per i danni fisici subiti e di 50mila euro per il danno morale arrecato.
Nel caso di Jara, la condanna è di due anni di reclusione per violenza sessuale e altri sei mesi per il reato contro la morale pubblica. Secondo quanto deliberato dal tribunale, entrambe le vittime avevano incontrato i due calciatori alcune ore prima in una discoteca di Valencia ed erano poi andate nella loro abitazione. Una delle vittime ha sostenuto, sia durante le indagini che in tribunale, che Rafa Mir aveva abusato di lei per due volte in maniera non consensuale: una nella zona piscina della casa e un’altra all’interno di un bagno. La seconda vittima ha dichiarato che Pablo Jara l’ha toccata senza il suo consenso e che, successivamente, l’ha aggredita e cacciata di casa seminuda, fatti che il tribunale ha configurato come reati di violenza sessuale, contro la morale e lesioni lievi.
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Il melone retato, con la buccia ruvida e spessa, attraversata da una fitta trama simile a una rete, è una delle varietà di melone più apprezzate nel mondo per la polpa intensamente aromatica di colore arancione acceso o salmone e con un sapore dolce e deciso, un alimento ipocalorico con un basso apporto di grassi ideale per chi cerca un’alimentazione estiva, leggera e dissetante.
Prima selvaggi e poi coltivati sono gli antenati del nostro Melone Retato, una delizia di un viaggio che inizia dodici milioni di anni fa, che continua tutt’oggi e che dalle lontane origini asiatiche e poi africane arriva sulle nostre tavole. Un viaggio che suscita in noi la consapevolezza di un cibo che ha molto di più di un valore gastronomico e nutrizionale, ma di un bene che oggi ci dona la sua dolcezza.
Il melone (Cucumis melo L., 1753) o popone è una pianta annuale rampicante della famiglia Cucurbitaceae della quale prima la natura e poi l’uomo selezionano innumerevoli cultivar. Le varietà con frutti dolci e profumati sono largamente coltivate dagli Egiziani che duemila e cinquecento anni fa le esportano nel bacino del Mediterraneo e quando arrivano in Italia i Romani in Età Imperiale diffondono rapidamente in frutto considerato simbolo di fecondità.
Oggi la produzione mondiale dei meloni si aggira intorno ai ventisette milioni di tonnellate e i principali Paesi produttori sono la Cina che da sola produce circa la metà della produzione mondiale, Turchia, USA, Spagna, Marocco, Romania, Iran, Israele, Egitto, India e Italia. Quest’ultima ha una produzione annua di circa seicentomila tonnellate con numerose varietà coltivate: Long life, Siciliani, Melone Liscio o Cantalupo, Melone Mantovano IGP, Melone Gialletto o Invernale, Melone Retato, il più diffuso, caratterizzato da una buccia ruvida e una polpa arancione, dolce e che si presenta in varietà come Talento, Macigno, Expo, Sogno.
Il Melone Retato, varietà del Cucumis melo, con una storia e un’origine geografica affascinanti e complesse, è una presenza comune sulle tavole di molti paesi e italiane per il suo gusto dolce e la sua polpa succosa. Il frutto del Melone Retato è voluminoso, di forma ovale o tondeggiante e sulla buccia sono visibili delle divisioni a fette. La buccia è pressoché liscia o appena rugosa, il colore può variare da un giallo pallido ai toni del verde, la polpa varia dal bianco all’arancio ed è succosa e molto profumata quando raggiunge la maturazione. La cavità centrale, fibrosa, contiene molti semi.
Il melone è uno dei frutti più “dietetici”, con poche calorie, perfetto per riempire lo stomaco senza ingrassare e ricco di funzioni positive per la salute. È un idratante composto per circa il novanta per cento di acqua e in estate reintegra meglio della sola acqua mentre il potassio del frutto aiuta a tenere bassa la pressione del sangue. Il melone contiene antiossidanti che fanno bene a occhi, pelle, sistema immunitario. Due etti di polpa di melone contengono beta-carotene che diventa vitamina A coprendo il fabbisogno giornaliero e un etto contiene tanta Vitamina C come una piccola arancia.
In sintesi il melone è un alleato per dieta e idratazione: pochissime calorie, tanta acqua, vitamine, potassio. L’unico difetto (chi è senza difetti?) è che ha zuccheri e un Indice Glicemico medio-alto, quindi la porzione fa la differenza: due etti al giorno per tutti sono benefici, mentre un chilogrammo al giorno produce un picco glicemico. Inoltre l’associazione di melone più prosciutto non è solo golosa perché il grasso e le proteine del prosciutto abbassano l’impatto glicemico del melone.
Alexandre Dumas (1802 – 1870) consiglia di mangiare il melone con pepe e sale e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala, ma il melone è incredibilmente versatile in cucina e oltre a essere consumato fresco come frutta a fine pasto o come spuntino si presta al classico abbinamento con il prosciutto crudo, unito a fresche insalate, componente di primi piatti e come dessert.
Tutti i libri di cucina contengono ricette con il melone e tra queste si ricordano quelle degli Antipasti e Aperitivi (Prosciutto e Melone al Cucchiaio, Fagottini di crudo, Gazpacho di melone), Primi Piatti Estivi (Insalata di riso nel melone, Risotto freddo al melone e speck), Contorni e Secondi (Insalata di rucola e melone, Tartare di tonno e melone), Dolci e Bevande (Dessert al cucchiaio, Macedonia melone ananas e fragole e Liquore Meloncello).
Composizione:
Acqua: 90 grammi
Glucidi: 7,4 – 9 grammi
Carboidrati e zuccheri 7,4 grammi
Proteine: 0,82 grammi
Lipidi: 0,3 grammi
Fibre alimentari: 1 grammi
Valore energetico: 34 chilocalorie
Oligoelementi per cento grammi:
Calcio 18 milligrammi
Potassio 260 milligrammi
Fosforo 12 milligrammi
Ferro 0,3 milligrammi
Vitamine
Vitamina A (carotenoidi) 189 microgrammi
Vitamina C: 32 milligrammi
Vitamina gruppo B (B1, B2, B6, Niacina) tracce
Articolo a cura di Giovanni Ballarini, professore emerito dell’Università di Parma e Accademico dei Georgofili.
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“Paolo Ruffini, non fare del terrorismo inutile: ascolta le persone che stanno bene, che fanno delle diete vegane fatte bene”. È un fiume in piena Naike Rivelli nella replica senza mezzi termini all’attore, che in una puntata del suo programma Radio Up & Down, su Radio24, ha parlato di nutrizione e di abitudini alimentari innescando un accesso di battito sulla dieta vegana. A provocare le polemiche social, e la risposta fiume della Rivelli, sono state in particolare le parole del nutrizionista Fabio Gregu. Ecco cos’è accaduto.
“A livello nutrizionale cosa cambia nella dieta vegana? E ha davvero dei benefici?”. Sono bastate queste due semplici domande di Paolo Ruffini per innescare la reazione di centinaia di vegani – che hanno commentato in massa gli estratti della puntata del programma di Radio24 -, quella della Lav (la Lega antivivisezione) e di Naike Rivelli. Che non hanno gradito la risposta di Fabio Gregu, il quale si è detto non d’accordo con la dieta vegana per una serie di fattori nutrizionali, puntando il dito contro l’industria e le mode alimentari: “Tutto ciò che è vegan non è sinonimo di cibo salutare, perché magari molti cibi vegani sono processati o ultra-processati. Quindi ti sposti da dei cibi non salutari a cibi finti salutari”. Per Gregu “bisogna avere il controllo e non seguire le mode del momento, perché si può andare incontro a delle carenze micronutrizionali, di vitamine e minerali”. Secondo il nutrizionista, il problema sta nell’estrema diminuzione delle proteine, che rischia di creare un problema strutturale: “Sono di primaria importanza e quindi non possono essere tolte dal nostro organismo. Bisogna stare molto attenti… tolgo le proteine per aumentare che cosa? Carboidrati e zuccheri? Mi vado ad infiammare. Non voglio dire che sono contro le diete vegane e vegetariane, ma bisogna fare diete fatte bene, che siano equilibrate. Le cose estreme non vanno bene, sia che sia una dieta carnivora che vegetariana”.
Sotto il video che riprende le parole di Gregu, pubblicato nella pagina Facebook di Paolo Ruffini, si sono accumulati in una settimana quasi tremila commenti e il post ha innescato discussioni e reel su altri social. Compreso TikTok, dove ha detto la sua anche Naike Rivelli, che da sei anni segue una dieta vegana. “Paolo Ruffini, io ho 51 anni e al di là dei discorsi, dei dottori e di tutto quello che uno può dire e può avere ragione o meno… poi esistono le analisi del sangue. Esiste un luogo dove uno fa delle analisi e il risultato ti fa vedere se stai bene o no”, ha spiegato l’attrice e influencer, da tempo anche paladina della difesa degli animali. “Io sto da Dio. Da quando ho eliminato latte e derivati, la mia pelle è migliorata da quando ho eliminato carne, pesce e uova dalla mia vita. Mangio semi, tofu, tempeh e tantissime proteine. Io quasi non mangio carboidrati. Tra l’altro faccio digiuno intermittente e mangio una volta al giorno, la sera”. Poi l’affondo contro Ruffini – che per la verità non ha preso posizione ma ha semplicemente lasciato spazio al nutrizionista -, tra battute al vetriolo e sarcasmo spinto: “A 50 anni mi domando se tu, con tutte le tue proteine favolose, riesci ad avere un fisico pieno di muscoli, perché io sono piena di muscoli. Capito Paolo Ruffini? Non fare del terrorismo inutile, ascolta le persone che stanno bene, che fanno delle diete vegane fatte bene, e fattene una ragione prima di dire delle grandi cazzate”. Poi il gran finale, mostrando il fisico super allenato: “Questo è il culo di una vegana di 51 anni”.
Sempre via social, ma questa volta su Instagram, ha preso posizione anche la Lav, parlando di “disinformazione” che fa notizia e di “preconcetto spacciato per verità”, accusando Ruffini e Gregu di aver dato “informazioni errate su chi sceglie una alimentazione vegetale, senza sfruttamento e crudeltà”. In particolare, le risposte più nette sono state sullo sfruttamento di miliardi di animali ogni anno e sulla questione proteine: “È un’informazione datata ed errata. Tofu, tempeh, seitan, soia disidrata, legumi sono tutte fonti vegane proteiche non ultra-processate che ci possono garantire di raggiungere il fabbisogno proteico quotidiano senza problemi”. A stretto giro, è arrivato anche il lungo chiarimento del nutrizionista Gregu che ha voluto spiegare via Instagram di non essere contro il veganesimo: “Non sono contro nessuna scelta alimentare fatta con consapevolezza e ben pianificata. Sono contro gli estremismi e le ‘religioni alimentari’. La nutrizione dovrebbe aiutare le persone a stare meglio, non a creare tifoserie”.
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Una tregua di cinquanta giorni almeno e l’avvio di un confronto, che sarà difficile ma almeno per il momento rappresenta comunque un passo avanti dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi. Electrolux ha sospeso temporaneamente la procedura di licenziamento collettivo aperta in Italia che avrebbe diminuito del 40% la forza lavoro nel nostro Paese, ampliando la crisi del settore degli elettrodomestici, già fiaccato dalla vicenda Whirlpool-Beko.
L’annuncio è arrivato nel corso dell’incontro convocato al ministero delle Imprese del Made in Italy e segna un primo, seppur fragile, cambio di passo nella vertenza. Adolfo Urso ha auspicato che il confronto istituzionale e con i sindacati possa chiudersi entro la pausa estiva, prevista ai primi di agosto.
Cinquanta giorni, insomma, per provare almeno a rimodulare i tagli previsti dalla multinazionale svedese. La speranza dei sindacati è quella di riuscire a eliminare del tutto i licenziamenti dal piano, ma è ovvio che si arriverà a un punto di caduta simile a quello avuto con Beko, che alla fine incentivò circa 900 uscite e tenne la barra dritta sulla chiusura di Siena, dove il governo è ancora alla ricerca di una reindustrializzazione.
Di tregua “armata” parla il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, avvisando che il suo sindacato non accetterà esuberi e chiusure. Il leader della Fiom ha anche annunciato assemblee in tutti gli stabilimenti per dare un mandato chiaro a chi si presenterà al tavolo: “A pagare non potranno essere i lavoratori”.
“Le lotte sindacali e le pressioni istituzionali hanno almeno per il momento scongiurato il rischio di azioni unilaterali”, dicono dalla Uilm. “Si apre così una discussione difficile, che affronteremo con senso di responsabilità e pragmatismo, ma anche – continua il sindacato metalmeccanico – con la certezza che i problemi di competitività del settore degli elettrodomestici non possono essere scaricati sui lavoratori”. Per il segretario generale Davide Sperti “è un primo passo avanti che possiamo raccogliere con cauto ottimismo“.
L’Usb prende atto del cambio di tono dell’azienda, ma sottolinea: “Non ci fidiamo. Già negli ultimi anni Electrolux ha presentato accordi, piani di riorganizzazione e percorsi di fuoriuscita per evitare scenari peggiori. Scelte che abbiamo contrastato e non condiviso. Qualsiasi discussione deve partire da un presupposto: esuberi e chiusure devono essere tolti dal tavolo”.
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“Non potrà esserci una pace duratura finché il Libano continuerà a essere in fiamme. Chiediamo un vero cessate il fuoco e il pieno rispetto della sovranità libanese”. Dal G7 francese di Évian-les-Bains, in Alta Savoia, Ursula von der Leyen condanna Israele per l’annuncio di voler continuare l’occupazione del Paese confinante, nonostante l’accordo raggiunto tra Usa e Iran preveda la cessazione delle ostilità anche in quel teatro. Alla conferenza stampa che precede l’avvio del vertice, la presidente della Commissione europea fa sapere di accogliere “con favore” l’intesa, specificando che “la priorità ora è l’attuazione: lo stretto di Hormuz deve riaprire e la libertà di navigazione dev’essere ripristinata senza ostacoli. È essenziale per la stabilità regionale e l’economia mondiale”, afferma, sottolineando che l’accordo dovrà “portare alla fine dei programmi nucleari e balistici iraniani”.
Lunedì pomeriggio al vertice è arrivato anche Donald Trump: l’Air Force One del presidente Usa è atterrato alle 15 all’aeroporto di Ginevra – dove è stato accolto dal presidente svizzero Guy Parmelin – con a bordo anche il Segretario di stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il titolare del Tesoro Scott Bessent. Durante il suo viaggio aereo sull’Atlantico, il tycoon ha portato sul suo social Truth un pensiero anti-immigrazione: “Purtroppo, se si accolgono persone provenienti dai Paesi del terzo mondo, si finisce presto per diventare un Paese del terzo mondo e non c’è proprio nulla che si possa fare al riguardo”, ha scritto. Parlando con i giornalisti a Evian, Trump ha espresso il desiderio di “risolvere la questione del Libano”, che “sembra proprio non finire mai”: “Dovremo farci una chiacchierata con Hezbollah“, ha detto.
All’Hôtel Royal, sede del vertice, Trump è stato ricevuto per il primo bilaterale dal padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron. “Ci prenderemo le nostre responsabilità per sostenere l’accordo” tra Teheran e Washington, “che è un passo molto importante per la pace e l’economia globale”, ha detto Macron di fronte alle telecamere. Trump, invece, ha annunciato che “lo stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì“, giorno della firma dell’intesa, suggerendo agli alleati di mettere a disposizione “una o due navi” per garantire i traffici. Un invito accolto dal capo dell’Eliseo: “Noi siamo pronti ad avere, fin da domani, dei caccia sul posto, che possono aiutare in missioni di ricognizione. Entro 48 ore, possono essere ovviamente dispiegate delle fregate, poi la portaerei. Insomma, siamo pronti”, ha detto Macron.
In conferenza stampa, von der Leyen ha parlato anche delle sanzioni europee all’Iran, aprendo a una loro revoca in presenza di “un cambiamento reale sul terreno” da parte del regime di Teheran: “Le sanzioni sono in vigore per cambiare i comportamenti. Quindi, se il comportamento cambia in modo credibile e verificabile, allora le sanzioni possono essere revocate”, ha detto. “Ma vale anche il contrario: finché non c’è un cambiamento di comportamento, non si possono revocare le sanzioni a causa delle violazioni dei diritti umani e della presenza di armi di distruzione di massa“, sottolinea.
In attesa dell’arrivo al summit di Volodymyr Zelensky, previsto per domani, la capa dell’esecutivo Ue ha affermato che “l’Ucraina si trova oggi in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa”, mentre la Russia “subisce gli effetti delle sanzioni occidentali e delle crescenti difficoltà della propria economia di guerra” e “non è mai stata così debole“. Concetti, questi ultimi, ripetuti quasi alla lettera dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, in una dichiarazione alla stampa resa all’aeroporto di Berlino prima di partire per la Francia: “Nonostante gli attacchi delle ultime ore l’Ucraina si trova ora in una nuova posizione di forza. La Russia non può vincere militarmente, inoltre la sua economia è indebolita”. Von der Leyen torna anche a chiedere agli Stati membri un maggiore impegno economico nel sostegno a Kiev: “Il nostro pacchetto di prestiti da novanta miliardi di euro copre due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina per quest’anno e per il prossimo. Le prime tranche saranno erogate già nel corso di questo mese. Per il terzo restante è necessario che anche gli altri partner aumentino il proprio contributo“.
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Tyson Fury cerca un posto al sicuro per il suo nuovo yacht da 50 milioni di euro. E l’ha individuato in un’isola. Drake’s Island, al largo di Plymouth, nel Devon con precisione. È l’ultima follia pensata dal campione di pugilato, con un patrimonio – secondo il tabloid inglese The Sun – di circa 188 milioni di euro. Fury adesso vorrebbe investire altri 7 milioni di euro per un’isola privata, in cui parcheggerebbe anche il suo yacht.
Si tratta di un’isola che nel 2019 fu acquistata dall’imprenditore Morgan Phillips, che poi la mise in vendita nel 2024, senza però trovare acquirenti. Adesso Tyson Fury è interessato ad acquistarla e tutto lascia presagire che la trattativa si concluderà positivamente. “Quando Tyson si mette in testa un’idea, non c’è modo di fermarlo: ha sempre tanti progetti, va a mille all’ora”, ha rivelato una fonte al The Sun. Per larga parte l’isola è un sito di importanza nazionale ed è famosa oggi in quanto è un luogo di grande interesse naturalistico. Non distante c’è anche una base navale, motivo per cui secondo Fury è il posto perfetto per il suo yacht.
“Dice che la sua barca sarà al sicuro – le parole di una fonte al Sun –. Ed è anche vicina alla Cornovaglia, che lui adora“. Oltre ai 7 milioni per acquistarla, Fury è disposto a investirne fino a 23 per ristrutturare gli edifici, l’impianto elettrico e tutto ciò di cui necessita. Intanto il pugile è a lavoro per il suo mega yacht, che all’interno avrà anche una mini palestra di pugilato e un parco acquatico gonfiabile. Serviranno dai 16 ai 18 mesi.
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Quaranta minuti di una partita del Mondiale (più l’intervallo) andati in onda senza telecronaca. In questo caso, per fortuna di Dazn, l’imprevisto è successo in piena notte e non in una partita di cartello, ma in uno Svezia-Tunisia finita 5 a 1 che non passerà alla storia del calcio. Ma vista l’attenzione sui Mondiali in corso è comunque un inciampo non da poco per il broadcaster che si è portato a casa per la prima volta i diritti di tutte le partite della competizione, lasciando alla Rai soltanto la diretta in chiaro di 35 incontri.
Ma cos’è successo nella notte tra domenica e lunedì? La partita è ancora disponibile on demand sul sito, dunque la si può recuperare. Al diciottesimo minuto, il telecronista Giovanni Marrucci ha appena finito di commentare il gol di Yasin Ayari quando all’improvviso, su un normale possesso palla della Svezia, la sua voce scompare. Restano solo i rumori ambientali dello stadio, senza alcuna comunicazione né altre voci che subentrano. Colpa di problemi tecnici, probabilmente dovuti al fatto che Dazn non copre tutte le partite da Stati Uniti, Messico e Canada, cioè da dove si sta giocando, ma alcuni incontri li segue e li commenta da studio, a Milano. E così mentre le immagini e i suoni ambientali continuava ad arrivare da Monterrey, in Messico, qualcosa a Milano va storto sull’audio lasciando muto il telecronista.
L’unica comunicazione per gli spettatori compare intorno al 40esimo. Un messaggio in sovraimpressione che resta in onda circa un minuto: “Ci scusiamo per il servizio temporaneamente interrotto. Verrà ripristinato al più presto”. Neanche la fine del primo tempo porta però miglioramenti. Bisogna aspettare fino al minuto 60, appena in tempo per annunciare il terzo gol della Svezia; in quel momento l’audio di Marrucci viene ripristinato e può proseguire fino al novantesimo e al triplice fischio.
Fino a questo pomeriggio non sono arrivati comunicati ufficiali da parte di Dazn, che evidentemente lascia scivolare la vicenda confidando sull’orario notturno. Ma sui social, in particolare su X, più di un utente inizia a segnalare il problema: “Ci hanno messo un’ora (tenendo conto dell’intervallo) per ripristinare la telecronaca”; scrive Federico; mentre un altro utilizza l’ironia: “Comunque chi sta sveglio per vedere Svezia-Tunisia si meriterebbe la telecronaca visto che saranno 10 minuti (forse anche di più) che la telecronaca è sparita”. Una protesta che dà l’idea di cosa sarebbe potuto succedere se il guasto si fosse verificato durante una partita più seguita, visto anche qualche disagio segnalato nei giorni scorsi sempre sulle telecronache (fuori sincro rispetto alle immagini o con audio ambientale azzerato). La buona notizia, per Dazn, è che restano 92 partite per migliorare.
L'articolo Dazn, guaio mondiale: Svezia-Tunisia va in onda senza telecronaca per un’ora proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un cacciatore di 64 anni è stato individuato dai carabinieri di Stienta e denunciato alla Procura di Rovigo per aver ucciso un cane e ferito un secondo sparando loro a bruciapelo. A novembre dello scorso anno i due cani si erano allontanati dal recinto di una casa e la proprietaria era riuscita a ritrovarne solo uno gravemente ferito alla testa. Il giorno dopo la donna udiva un colpo d’arma da fuoco provenire da una zona di campagna limitrofa alla casa, dove poi ritrovava il corpo del secondo esemplare, ucciso da una fucilata sparata a distanza molto ravvicinata. I carabinieri, partendo dai bossoli di cartucce da caccia ritrovati sul luogo e da alcune testimonianze, sono riusciti a risalire all’auto dell’uomo, della quale la donna era riuscita a leggere alcuni numeri di targa. La successiva perquisizione nella casa del cacciatore ha portato al sequestro di numerosi fucili da caccia e di munizioni, molti dello stesso calibro di quelli trovati sul campo, che le analisi scientifiche del Racis di Parma e l’autopsia sul cane ucciso hanno confermato essere stati esplosi proprio da uno dei fucili sequestrati al 64enne. L’uomo avrebbe sparato all’interno di una zona protetta di ripopolamento e in un periodo vietato dal calendario venatorio, per cui gli è stato revocato definitivamente il porto d’armi, armi che non potrà più detenere.
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Hanno spento lo strumento più potente mai costruito. Per ordine. Per legge. Per sicurezza nazionale. Il 12 giugno una lettera del Dipartimento del Commercio ha imposto ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 a “ogni cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti”. Dalla potenza promessa a tutti al silenzio per quasi tutti. Senza processo, senza dibattito, senza appello. Per controllare un popolo non serve più il rogo: basta un interruttore.
La capacità giudicata troppo pericolosa ha un nome quasi comico: chiedere alla macchina di rileggere il codice in cerca di errori. Lo fa ogni programmatore, ogni giorno. Anthropic stessa ha chiamato la falla “ristretta, non universale” e ha messo per iscritto il dissenso dal “ritiro di un modello usato da centinaia di milioni di persone”. Il punto non era la falla. Era la mano che decide.
Uno strumento del genere diventa libertà a una condizione: che sia usato bene, e messo in mano a tutti. Rende capace chi non lo era, dà a uno solo la forza di molti. La prova che funzionasse davvero è proprio nello spegnimento: non si stacca d’urgenza la spina a un giocattolo. Si stacca a ciò che rende le persone troppo capaci. Per anni la liturgia è stata una sola: democratizzare l’intelligenza, renderla sicura, darla a tutti. La lettera ha tolto la veste. L’intelligenza non è un bene comune: è una munizione, concessa a chi si vuole e negata a chi si vuole. Il re è nudo. Anzi, il dio è nudo.
Il criterio della negazione non è la competenza. È il passaporto. “Ogni cittadino straniero” taglia il mondo in due. Per questo i modelli sono stati spenti per tutti: non si sapeva accendere la luce ai soli cittadini giusti.
Diranno che è controllo dell’export, non censura. La logica vecchia della crittografia, dei missili, dell’uranio. Vero. Ma quest’arma di pericoloso fa una cosa sola: trovare gli errori dentro un programma. Quando “doppio uso” diventa il nome di battesimo di ogni strumento potente, ogni strumento potente diventa sequestrabile.
Nel 1933, in piazza, si bruciavano i libri. Il fuoco non serviva a distruggere la carta: serviva a decidere cosa le persone potessero leggere e sapere. Anche allora si parlava di sicurezza. La sicurezza di chi? Di chi sbaglia, e ha il potere di chiamare pericolo ogni pensiero che lo smentisce. Oggi non si accende niente. Si firma una lettera, si stacca una spina, e lo strumento più potente del momento sparisce senza lasciare cenere. È lo stesso gesto, ripulito. Il rogo che non fa fumo è più efficiente: non lascia immagini, non lascia rabbia. Lascia un messaggio di errore.
La storia fa quello che fa sempre. Mette un bivio e obbliga a scegliere la parte. Qui la parte è chiara, e va detta senza ipocrisie: sta con chi quello strumento l’ha costruito e si è sentito ordinare di toglierlo dal mondo. Io non ho nulla da spartire con Anthropic: nessun contratto, nessun interesse, nessuna appartenenza. Una cosa sola in comune, e basta a schierarsi: la libertà che hanno spento.
Vale anche per chi critica l’intelligenza artificiale, con ragione, da mesi. Non tutte le AI sono uguali. Una cosa è una macchina costruita per sorvegliare e sostituire. Altra cosa è uno strumento che rende le persone più capaci e più libere, e che un governo strappa di mano a tutti proprio per questo. Il nemico non è lo strumento diffuso. È chi decide di tenerlo per sé.
Dopo il rogo della libertà vengono i processi. È l’ordine di sempre: prima si toglie lo strumento, poi si giudica chi voleva usarlo. L’inquisizione lavorava così, condannava il pensiero prima del gesto, sospettava senza mostrare le prove. Spegnere la libertà non riporta a cent’anni fa. Fa sprofondare più in basso, dove il tempo non conta: nel buio antico dell’umanità.
Un rogo senza fumo brucia lo stesso. E quasi nessuno accorre.
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Il 2026 probabilmente sarà ricordato come un anno pazzesco per la finanza Usa e internazionale, a causa di alcune straordinarie new entry. Le tre sorelle sulla rampa di lancio per la quotazione di borsa sono SpaceX di Musk, a cui seguiranno a breve termine Anthropic dei due Amodei e OpenAI di Altman.
Queste società, finora rimaste nel limbo di una complessa struttura societaria privata, si presenteranno in Borsa con imponenti offerte pubbliche di acquisto (in inglese Ipo, Initial Public Offering) che cambieranno la classifica delle società più importanti al mondo. La quotazione di SpaceX, appena approdata in Borsa, fa da battistrada e presenta alcune caratteristiche molto particolari che chiariscono bene gli aspetti principali della finanza legata alle società tecnologiche di punta.
La prima, naturalmente, riguarda la dimensione straordinaria dell’operazione. L’Ipo della società di Musk, con un valore iniziale di circa 1.800 miliardi di dollari e cioè quasi due terzi del Pil italiano, è già schizzata a 2.000. Sarà la più grande di sempre, superando il record dell’impresa saudita Saudi Aramco del 2019, che è stata valutata 1.700 miliardi.
Si tratta di un sorpasso anche di tipo simbolico. La vecchia economia industriale basata sulle risorse naturali è stata scalzata da quella tecnologica, il cui core business è il lancio di satelliti, ma anche quello più fondamentale di conquistare lo spazio, in particolare popolare di vita umana Marte.
La seconda è la stranezza della valutazione finanziaria, richiamata da molti analisti, del tutto stravagante. Nei documenti depositati per la quotazione è stato fissato un valore per azione di 135 dollari, da qui la valutazione stellare della capitalizzazione. Ne verrà immessa nel mercato solo una modesta quota per recuperare circa 80 miliardi da destinare ai nuovi investimenti programmati. La stranezza consiste nel fatto che SpaceX ha realizzato nel 2025 un fatturato di appena 18,6 miliardi. In base a questo dato la sua capitalizzazione è 100 volte il fatturato.
Se teniamo conto che per le società tecnologiche a elevata crescita un rapporto di cinque volte è ritenuto ottimale, siamo di fronte ad un caso di sicura “follia” finanziaria. Chi comprerà SpaceX non guarda al fatturato attuale, ma alle dimensioni del mercato spaziale che è stimato (con quali criteri?) in 28.500 miliardi, cioè un quarto del Pil mondiale.
La nuova società quotata in Borsa sarà degli azionisti, realizzando quella specie di capitalismo democratico delle opportunità tecnologiche che piace al senatore progressista Bernie Sanders? Certamente no. Elon Musk manterrà un ferreo controllo sulla società. Il suo 40% di azioni, già sostanzioso, vale però l’80% dei diritti di voto. La nuova società sarà un anello di quella che viene chiamata, un po’ esageratamente, la Muskeconomics. Con il passaggio societario Musk si prenderà dei bei soldi dai risparmiatori per realizzare i suoi sogni, senza nessuna cessione di potere effettivo.
Comprare oggi le azioni di SpaceX è un affare, come sembra indicare il buon risultato iniziale? Qui la questione non è semplice. La società di Musk, fondata nel 2002, non è mai stata in attivo, e l’anno scorso ha generato perdite per 5 miliardi. Le ingenti perdite di oggi si trasformeranno in scintillanti profitti futuri, come è accaduto a molte star tecnologiche? Non è dato saperlo, ma qualche dubbio c’è perché gli obiettivi dell’iper miliardario americano sembrano lunari.
Ecco allora profilarsi la reale dimensione della finanza contemporanea. Ogni atto finanziario è sempre una scommessa, ma qui il rischio è moltiplicato perché si puntano le fiches su qualcosa che appare irrealizzabile, come la costruzione di una base spaziale sul pianeta rosso.
Con Musk che incassa se la ridono anche le decine di dipendenti che in questi anni sono stati generosamente remunerati, anche per le loro condizioni di lavoro a volte disumane, con dei pacchetti azionari. Ora quella moneta virtuale ha acquistato un valore vero. Vedremo se coloro che hanno ricevuto questa insperata ricchezza la manterranno, oppure venderanno le azioni ottenute per portare a casa dei bei dollari, sicuramente più affidabili. Invece che salire verso le stelle, il valore delle azioni di SpaceX potrebbe scendere velocemente. In fondo, il prezzo è stato imposto in maniera arbitraria e al di fuori di ogni logica finanziaria.
Da ultimo è bene osservare che oggi le imprese della AI, e anche della corsa allo spazio, sono indebitate in maniera gigantesca, e devono ancora dimostrare la loro redditività. I ricavi sono modesti e i conti in rosso. Dopo la finanza tossica dei titoli derivati dei decenni passati, avremo un’altra bolla finanziaria, egualmente distruttiva, segnata dalle fantasie perverse di Musk e degli altri compagni di viaggio della AI? Il timore è più che fondato, anche perché le nuove azioni entreranno negli indici di borsa e persino negli acquisti dei fondi pensioni, aumentando il rischio sistemico.
Più che attendere gli sfracelli del mercato finanziario, che arriveranno puntuali come la sorte, sarebbe importante intervenire tempestivamente per mettere i necessari freni a questa pazza corsa verso l’impossibile. Ad essere pignoli poi, prima di andare a colonizzare Marte, ci sarebbero molte cosette da sistemare sul pianeta Terra che è messo ben peggio del pianeta rosso. Ma su questo punto Musk, come responsabile del Doge, ha miseramente fallito e ha dovuto ritirarsi malamente.
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La questione vede d’accordo quasi tutto l’arco parlamentare. Dai ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai leader dell’opposizione Yair Lapid, Benny Gantz, Naftali Bennett e Yair Golan, il giudizio sul “memorandum d’intesa” annunciato da Donald Trump con l’Iran è univoco: l’intesa lascia a Teheran troppo margine e rischia di chiudere la guerra prima che Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi strategici.
Tra i primi a reagire è stato il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, figura di punta dell’ala più radicale della coalizione di governo. “Non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo”, ha scritto su X Il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, aggiungendo che Israele “non deve ritirarsi da nessun territorio che i suoi combattenti hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche” e che qualsiasi compromesso diverso dallo smantellamento di Hezbollah rappresenterebbe una concessione inaccettabile.
Sulla stessa linea il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori di una linea di massima pressione contro Teheran. Il leader di Sionismo Religioso ha definito il memorandum “dannoso per Israele e per tutto il mondo libero” e ha sostenuto che i successi ottenuti nella campagna militare contro l’Iran non debbano essere trasformati in un compromesso diplomatico. Al contrario, Israele dovrebbe “continuare la campagna per rovesciare il regime con le proprie forze e in modi creativi” e garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari.
Ma le critiche non si fermano alla destra di governo. Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid, capo del partito centrista Yesh Atid, ha attaccato l’intesa. L’accordo “non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele”, ha detto l’ex premier, perché “il regime sopravvive, il programma missilistico rimane intatto e l’Iran può ricostruire il programma nucleare”. In tutto questo Benjamin Netanyahu ha trasformato Israele in un “protettorato che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale”.
Una posizione simile è stata espressa da Naftali Bennett. Il leader della destra nazional-liberale, che si presenterà alle elezioni in autunno in ticket con Lapid, ha accusato il governo di non essere stato capace di trasformare i successi militari in “risultati duraturi per la sicurezza”. Al contrario, l’ex premier dice di avere “un piano strategico ben definito per far crollare il regime iraniano”, ha dichiarato: “Da un lato impediremo all’Iran di dotarsi di armi nucleari, dall’altro porteremo alla disgregazione del regime attraverso un’azione diplomatica, di intelligence, economica, tecnologica e militare”.
Dal centrosinistra è intervenuto Yair Golan, leader del Partito Democratico. “I cittadini israeliani si stanno rendendo conto di un accordo tra Stati Uniti e Iran concluso alle spalle di Israele”, ha detto l’ex vice capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces. che accusa Netanyahu di aver promesso una “vittoria totale” e di lasciare invece il Paese con “i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta sgretolando sotto i nostri occhi”.
Molto severo anche un altro ex generale, Benny Gantz, già ministro della Difesa e leader del partito centrista Blu e Bianco. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito ha definito l’intesa un “fallimento strategico” destinato ad avere conseguenze per anni perché costringerà Israele a combattere nuove “battaglie diplomatiche, militari e legali”. In particolare, Gantz ha respinto qualsiasi ipotesi di limitazione della libertà d’azione israeliana in Libano: “In nessuna circostanza è consentito accettare restrizioni operative o un ritiro che metta in pericolo gli abitanti del nord”.
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Bastano una maglia del Brasile, qualche tratto somatico in comune e l’effetto Neymar è servito. Negli Stati Uniti un influencer brasiliano ha provocato scene di entusiasmo collettivo dopo essere stato scambiato per il celebre campione della Seleção all’interno di un centro commerciale. Protagonista dell’episodio è Eigon Oliver, volto molto seguito sui social network proprio per la sua incredibile somiglianza con Neymar. L’influencer si trova negli Usa per seguire da vicino i Mondiali di calcio 2026 e, durante una delle sue apparizioni pubbliche, è stato immediatamente riconosciuto, o meglio, scambiato, da decine di persone.
Nel giro di pochi minuti si è creato un vero e proprio assembramento. Fan e curiosi hanno iniziato a inseguirlo tra i negozi e i corridoi della struttura nel tentativo di ottenere una foto, un selfie o un autografo. Le immagini diffuse online mostrano una folla in fermento, convinta di trovarsi davanti alla stella del calcio brasiliano. Oliver ha cercato di assecondare l’entusiasmo del pubblico, fermandosi con diversi presenti, ma la situazione è rapidamente diventata difficile da gestire. Per motivi di sicurezza è stato necessario l’intervento del personale del centro commerciale, che ha accompagnato l’influencer all’esterno per riportare la calma ed evitare ulteriori problemi.
Non si tratta del primo episodio del genere. Negli ultimi anni Eigon Oliver ha costruito gran parte della sua popolarità proprio grazie alla somiglianza con Neymar, attirando spesso l’attenzione dei tifosi durante eventi pubblici e manifestazioni sportive. Questa volta, però, la confusione ha raggiunto livelli tali da trasformare una semplice passeggiata in una vera e propria corsa all’idolo, anche se l’idolo in questione non era quello che tutti credevano.
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Disclosure day di Steven Spielberg “sembra molto qualcosa che farebbe l’Anticristo o Satana”. Parola di Padre Dan Reehil, sacerdote cattolico ed esorcista della diocesi di Nashville, che ha salutato l’apparizione in sala del nuovo film sugli alieni del regista di Lo squalo come una produzione cinematografica che potrebbe teoricamente essere utilizzata “con finalità spiritualmente negative” atte ad “influenzare la fede degli spettatori”.
Come riporta il Christian Post, Reehil ha spiegato che pur non conoscendo le vere intenzioni di Spielberg un film può essere “consacrato a Satana” e i “demoni possono essere associati al film” come capitato nel passato per alcuni album di band heavy metal. Il principale pericolo, secondo il sacerdote è che “i demoni dell’incredulità e della paura siano capaci di “scuotere la fede degli spettatori”. Il video che padre Reehil ha postato su Youtube ha suscitato reazioni di ogni tipo nel mondo cattolico, da chi ha criticato tutto questo polverone sollevato come “pura superstizione” e chi come monsignor Stephen J. Rossetti dall’arcidiocesi di Washington ha sostenuto che i demoni possano mascherarsi da alieni e che “probabilmente molti, se non la maggior parte, degli avvistamenti UFO sono in realtà demoni”.
Tutto questo dibattito nel mondo cattolico su Disclosure day dimostra che il cosiddetto fronte pro alieni e para complottista non è necessariamente aderente al tipico humus neocon della destra americana novecentesca. I più esperti di questo lungo e articolato dibattito in seno al mondo degli ufologi hanno più volte ricordato che molti cattolici neocon che credono alla vita extraterrestre paragonano spesso gli alieni agli angeli o a forme angeliche più sfumate. Prova ne è che in Disclosure day è presente una ex suora e la sua madre superiora che sembrano aderire più a questo punto di vista che a quello di padre Reehil.
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Il primo Slam non si scorda mai. Lo sa bene Alexander Zverev, che al Roland Garros ha battuto Flavio Cobolli al quinto set e ha ottenuto il primo successo in un Major. Non lo scorderà mai perché è il sogno di una vita, ma anche e soprattutto per come è arrivato. Il tedesco, infatti, nel corso di un’intervista alla Bild, ha parlato di alcuni problemi fisici che l’hanno condizionato negli ultimi mesi. “L’anno scorso ho avuto problemi alla schiena e un edema osseo legato a un disturbo metabolico. È per questo che giocavo con dolore. Non riuscivo ad allenarmi correttamente e ho perso la tecnica”, ha esordito Zverev.
Un problema che lo ha accompagnato per diverso tempo e in cui il tedesco non è riuscito a trovare continuità nei risultati a causa di una forma fisica da rivedere. “Dall’Australian Open fino a Vienna, ero molto lontano dal mio miglior livello. A Shanghai ho iniziato a gestire meglio questi problemi e gradualmente mi sono sentito meglio. È per questo che ho ritrovato un buon livello di gioco”. Anche negli ultimi mesi Zverev ha dovuto convivere con il dolore: “Il medico Hans-Wilhelm Müller-Wohlfahrt a dicembre mi ha fatto molte iniezioni. Forse non erano 70, ma sono certo che ce ne siano state circa 60. Grazie a lui ho potuto giocare quest’anno senza dolore. Dopo il Masters 1000 di Roma, l’ho rivisto e me ne ha fatte un’altra quarantina. Ha quindi giocato un ruolo importante in questo titolo e mi ha aiutato enormemente”.
Dietro c’è anche tanto lavoro e tanto allenamento, a prescindere dal tennis, come rivelato dallo stesso tennista tedesco: “Amo lavorare. Amo andare in palestra. Se smettessi oggi col tennis, continuerei ad allenarmi perché mi piace da morire. Sì, vincere questo titolo è stata una enorme motivazione, ma non è la ragione per cui ho lavorato così duramente. Mi piace. Se non mi alleno, non mi sento bene. Non significa che vincerò Wimbledon tra poche settimane, ma non smetterò certo di lavorare o vorrò allenarmi di meno. Voglio continuare a giocare per altri dieci anni”, ha concluso il tedesco.
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Li ha trovati in soggiorno, nelle camere, nei ripostigli e perfino vicino ai suoi figli piccoli. Eppure, nonostante da quasi due anni conviva con ragni violino americani, considerati tra i più pericolosi del Nord America, Sunni Son non ha alcuna intenzione di lasciare la casa in cui vive con la sua famiglia. La donna, 37 anni, è diventata nota sui social documentando la sua insolita convivenza con i brown recluse spiders, i ragni violino marroni diffusi negli Stati Uniti meridionali. Una storia che ha raccontato anche a People.
“Penso che molte persone vedano che continuo a pubblicare contenuti sui ragni e credano che io passi le notti sveglia preoccupata di essere morsa”, racconta. “In realtà è l’esatto contrario. Non sono mai stata così tranquilla”. Ma da dove arriva la tranquillità di Son?
I problemi sono iniziati nell’estate del 2024, pochi mesi dopo il trasferimento nella nuova abitazione in Arkansas. Poco prima un tornado aveva devastato la zona, abbattendo alberi, danneggiando il tetto della loro casa e distruggendo edifici vicini. Fu allora che Sunni notò il primo ragno mentre attraversava il soggiorno passando vicino a uno dei suoi figli: “Probabilmente erano già presenti in casa prima del tornado ma la tempesta li ha disturbati e spostati, costringendoli a uscire dai loro nascondigli in cerca di cibo”. Con il passare dei mesi gli avvistamenti sono diventati sempre più frequenti: “I ragni sono comparsi praticamente in ogni angolo della casa e non si sono mai concentrati in un unico punto. Non sembra esistere una stanza che per loro sia off limits”.
La donna ha contattato diverse aziende specializzate nella disinfestazione, ma le risposte ricevute non sono state rassicuranti: “Più professionisti ci hanno detto che eliminarli completamente è praticamente impossibile“. Da allora la famiglia ha investito in trattamenti specifici, nebulizzazioni, trappole e interventi nelle pareti e negli spazi nascosti dell’abitazione. Son ha sostituito gli scatoloni con contenitori di plastica, acquistato robot aspirapolvere e preso l’abitudine di scuotere sempre i vestiti prima di indossarli. Nonostante tutte le precauzioni, nel maggio 2025 è stata morsa: “Non me ne sono accorta subito perché all’inizio non fa male“, racconta. “Due ore dopo ho iniziato ad avvertire un dolore fortissimo”.
Nei giorni successivi ha sviluppato eruzioni cutanee diffuse, dolori articolari e sudorazione intensa: “Per 48 ore non sono riuscita ad alzarmi dal letto. Non riesco nemmeno a immaginare cosa sarebbe successo se il morso avesse provocato necrosi”. Eppure, neanche quell’episodio l’ha convinta a traslocare: “Posso dire con sicurezza che chi suggerisce di trasferirsi non ha mai approfondito davvero l’argomento. Ci dicono di andarcene, ma probabilmente finiremmo in un’altra casa con gli stessi ragni perché qui sono estremamente comuni”.
Oggi Sunni continua a condividere online la propria esperienza, trasformando quella che sembrava una situazione da incubo in una sorta di guida pratica per chi si trova ad affrontare lo stesso problema: “La nostra casa ha qualche ragno ma ha anche una natura e una fauna che non troveremmo da nessun’altra parte. Prima del tornado avevamo un giardino pieno di alberi. Oggi abbiamo uno splendido spazio all’aperto dove i miei figli giocano ogni giorno. A volte dalle cose brutte nasce qualcosa di buono”.
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Un’ombra scura che corre veloce all’interno delle plafoniere luminose situate proprio sopra i sedili dei passeggeri. È la scena ripresa da una viaggiatrice a bordo di un Airbus A321 della compagnia aerea statunitense JetBlue, mentre viaggiava nella sezione “Mint“, la business class del vettore. Il video, che mostra un grosso topo muoversi indisturbato nell’intercapedine della cappelliera, è diventato in poche ore virale sui social, accendendo il dibattito tra gli utenti.
Il filmato ha scatenato centinaia di reazioni. Accanto a chi ha ironizzato sul passeggero sprovvisto di biglietto intrufolatosi in prima classe, molti utenti hanno sollevato serie preoccupazioni igienico-sanitarie per la cabina. Gli addetti ai lavori e i passeggeri più esperti hanno invece evidenziato un rischio tecnico ben più concreto per la sicurezza del volo: la possibilità che il roditore, muovendosi liberamente tra le paratie dell’aereo, possa recidere con i denti i cavi elettrici e i sistemi di bordo.
La reazione di JetBlue, compagnia con quartier generale a New York nota per l’attenzione alle esigenze dei clienti pur operando con tariffe contenute, non si è fatta attendere. Attraverso un commento pubblicato direttamente sotto il post della viaggiatrice, il servizio clienti si è scusato per l’ospite indesiderato. L’azienda ha poi richiesto alla cliente di fornire in privato i dettagli della prenotazione e la propria data di nascita, passaggi necessari per identificare con esattezza l’aeromobile e il numero del volo coinvolti. La donna ha confermato di aver fornito i dati privatamente. Sebbene l’interazione tra azienda e cliente sia accertata e pubblica, le autorità e la compagnia dovranno ora confermare l’autenticità tecnica del filmato, individuare l’aereo e chiarire quali protocolli di controllo e bonifica siano stati eseguiti.
Gli aerei commerciali sono ambienti chiusi e strettamente regolati, ma gli esperti di aviazione sanno che l’intrusione di animali è un’eventualità possibile, che si verifica solitamente a terra durante le fasi di caricamento dei bagagli e delle merci. Il caso del volo JetBlue non è isolato, ma si inserisce in una lunga casistica di “incontri” documentati dalle aerolinee. L’episodio recente più grave, fa notare Repubblica, risale al 18 settembre 2024, quando un Airbus A320neo decollato e diretto in Spagna fu costretto a deviare la rotta e atterrare a Copenaghen dopo che un topo sbucò fisicamente dal pasto servito a un passeggero. Pochi giorni dopo, nell’ottobre del 2024, una scena identica a quella del volo JetBlue venne filmata su un collegamento tra Dallas e Los Angeles, con un roditore in corsa tra la cappelliera e le luci della cabina.
L'articolo C’è un topo in business class: le immagini riprese da un passeggero su un volo JetBlue non lasciano dubbi, ecco come è arrivato in cabina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aveva chiuso le porte alla Tunisia del padre per rappresentare la sua Svezia. “Sono nato a Solna, ho giocato per le giovanili di questo Paese. Mi sento svedese”. Ai Mondiali un copione che sembra già scritto: Yasin Ayari segna – per due volte – proprio contro la nazionale tunisina e non esulta in segno di rispetto. Nel 5-1 finale dei gialloblù la storia del centrocampista del Brighton ripercorre quella di una famiglia che ha sempre pensato alla scelta migliore per il bene del figlio. “Volevo che giocasse per la Svezia”, aveva detto qualche mese fa papà Azzouz al quotidiano Aftonbladet. “Deve sentirsi come se stesse dando qualcosa in cambio al Paese che si è preso cura di lui“.
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Figlio di padre tunisino e madre marocchina, fin da piccolo Ayari ha avuto tre strade davanti a lui: giocare per una delle due nazionali dei genitori – Tunisia e Marocco, appunto – oppure rimanere fedele alla Svezia, il Paese della sua infanzia e adolescenza. Nel 2021 la tentazione di vestire la maglia della Tunisia era forte. L’opportunità era unica: disputare (in Qatar, qualche mese più tardi) il primo Mondiale in carriera. Grazie (anche) al padre, però, Ayari decise di rimanere legato al gialloblù: Azzouz gli ricordò infatti che la Svezia aveva accolto la loro famiglia e aveva contribuito a costruire il proprio futuro.
Lo stesso Ayari disse che era “naturale” continuare a rappresentare il paese per cui aveva giocato da bambino. Tutto parte dalla contea di Stoccolma: all’età di 7 anni il centrocampista gioca nelle giovanili del Rasunda (la squadra locale di Solna). Poi arriva il trasferimento all’AIK. Il presente dice Premier League. Nel mezzo Ayari trova il suo spazio nel settore giovanili della nazionale.
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L’albo d’oro dei Mondiali
“Per me è stato abbastanza facile, perché sono nato in Svezia e ho giocato nelle loro nazionali giovanili, quindi è stata una decisione semplice. Ovviamente non dimentico le radici dei miei genitori: io voglio il meglio per loro. Mia madre e mio padre sono originari di Marocco e Tunisia. Quando ero piccolo ci andavo spesso in vacanza“. Insomma restare con la Svezia rappresenta il giusto epilogo di una storia di portata mondiale. Insieme nel girone F, il cerchio si chiude nel più classico dei modi. Doppietta, vittoria ma nessuna esultanza.
L'articolo “Devi dare qualcosa in cambio al Paese che si è preso cura di te”: così Yasin Ayari ha scelto la Svezia, il consiglio del padre e la doppietta ai Mondiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
La destra dopo la destra è ormai processo costituente e avanguardia quotidiana di un rinnovato processo di fascistizzazione. Sdoganate dapprima le parole (remigrazione, feccia, camerati, me ne frego, il femminicidio non può costituire una fattispecie aggravata di omicidio, per dirne solo alcuni di queste parole e pensieri ascoltati durante l’assemblea costituente del partito del generale Vannacci) ora si tratta di provare la connessione sentimentale con il pezzo di società pronto a coagularsi intorno a questo militare duro e puro dalle idee chiarissime: via gli immigrati a qualunque costo, anche deportandoli, ordine e pulizia sessuale nella società, allestimento di un ministero per validare l’assimilazione degli stranieri alla civiltà italiana.
Negli ultimi vent’anni lo spostamento a destra degli equilibri politici segue i grandi fenomeni migratori e si connette ai grandi eventi della politica internazionale. Per prima si sposta a destra la Francia, qualche anno dopo la Germania, in mezzo i Paesi baltici e quelli scandinavi. Ora tocca all’Italia verificare il successo della destra un po’ barbarica, nuda e cruda.
Fu Silvio Berlusconi, con la sua discesa in campo, a sdoganare il Movimento sociale di Gianfranco Fini che il Cavaliere propose come candidato a sindaco di Roma. La destra costuituzionale da allora entra a pieno titolo nell’alleanza seppur con una funzione più ancillare, di appendice. Forza Italia deve tenere a bada la Lega di Bossi che è un movimento già corposo, raccoglie milioni di voti al nord e compete direttamente con B. La fiamma finiana è solo la terza gamba dell’alleanza. Il declino berlusconiano, più di vent’anni ininterrotti di leadership, producono nel centrodestra la prima ricollocazione strategica. Non è più il centro liberale, l’anima laica e quell’odore tardo democristiano a indicare la strada, organizzare la sfida con il centrosinistra. Fini ha perso la guerra con il Cavaliere, il suo partito – Alleanza nazionale – è allo sbando. Giorgia Meloni si mette in proprio mentre la stella leghista splende grazie alla disinvoltura con la quale Matteo Salvini cambia le fattezze del suo movimento, avvicinandolo a un profilo più nettamente xenofogo e nazionale.
La fine del grillismo e il fallimento del governo tecnocratico di Draghi riportano il centrodestra al governo ma con un nuovo assetto interno. È la destra che guida e comanda, è Giorgia Meloni la premier, leader indiscussa della coalizione.
Salvini per far fronte al successo meloniano sterza ancora di più a destra e ingaggia il generale Vannacci per tenere salva dalle onde la propria barca. I fatti di queste settimane spiegano la manovra disperata e perdente di Salvini ma provano la forza, la vitalità e la proiezione verso una destra ancora più a destra di Vannacci.
Futuro nazionale è l’operazione Vannacci, cioè una selezione politica che prova a sintonizzarsi sempre più a destra, nell’infinito mare di una nuova fascistizzazione.
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“Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi”. Il residente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo risponde così a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, che negli ultimi due giorni hanno criticato la fiera Più Libri Più Liberi per aver fatto sottoscrivere una sorta di adesione ai principi antifascisti a tutti gli editori coinvolti negli stand e negli eventi. Per Pagliarulo, intervenuto alla presentazione della Festa nazionale dell’Anpi 2026, quella scatenata dal governo è “una tempesta in un bicchier d’acqua” figlia della “legge della concorrenza tra Meloni e Vannacci” e del “riflesso pavloviano” della premier “quando si parla di antifascismo”.
Ma dal presidente dell’Associazione dei partigiani arriva anche un suggerimento, utile a spiegare che certe iniziative, per quanto sacrosante, si espongono a strumentalizzazioni che servono alla destra per distogliere l’attenzione da altri temi: “Quel che chiedono gli organizzatori della fiera è del tutto tautologico, pleonastico, nel senso che se entro in un supermercato non trovo cartelli con scritto ‘Non rubare’. Dunque non c’è alcuna censura, ma solo il rispetto della Costituzione, della Legge Scelba e della Legge Mancino. Detto questo, col senno di poi, forse sarebbe stato più ragionevole vigilare affinché nessun espositore pubblicizzasse o esponesse libri di istigazione all’odio o di apologia del fascismo, e in quel caso naturalmente intervenire”.
Secondo Pagliarulo, la baruffa mediatica è figlia del bisogno di Meloni di “non parlare di temi più importanti” e della rincorsa a destra con Roberto Vannacci: “La legge della concorrenza del mercato si sposta alla politica, io capisco che Meloni abbia il problema di Vannacci ma le vorrei dire di non esagerare e scindere la carica di leader di partito da quella di presidente del Consiglio”. Le sparate di Nordio e Meloni tengono banco, ma la conferenza serve anche a presentare programma e ospiti della Festa nazionale Anpi che si terrà a Limena (Padova) dal 18 al 22 giugno. Il titolo scelto è “Facciamo resistenza” e non è casuale : “La resistenza è elemento fondativo della memoria della Repubblica. Oggi è necessaria una resistenza a questo riarmo generalizzato parossistico e una resistenza alle derive autoritarie in giro per il mondo. Siamo davanti a una banalizzazione della guerra e a nuovi fascismi che mettono in discussione i sistemi democratici”.
Diversi gli ospiti e i dibattiti. Il primo giorno si confronteranno tra gli altri l’ex segretario generale Cgil Sergio Cofferati, Walter Massa (Arci) e l’ex eurodeputata Pasqualina Napoletano, mentre venerdì sarà il turno di altri illustri ospiti come la presidente di Emergency Rossella Miccio e l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Sabato previsto un lungo spazio per i giovani di Anpi e poi altri dibattiti con nomi come Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) e Alba Bonetti di Amnesty International, prima degli ultimi due giorni con focus in particolare sulla Costituzione (con giuristi come Enrico Grosso e Francesco Pallante e la magistrata Silvia Albano) e sul sociale, con rappresentanti della segreteria nazionale di Cgil, Cisl e Uil a confronto con il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini.
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Per un periodo non riusciva nemmeno a guardarsi allo specchio. Shania Twain, una delle artiste country più amate al mondo, ha raccontato di aver vissuto anni difficili quanto al rapporto con il proprio corpo, arrivando a seguire abitudini che oggi definisce senza mezzi termini “poco sane”. La cantante canadese, 60 anni, ne ha parlato in un’intervista al Times, spiegando come il passaggio della menopausa abbia finito per cambiare radicalmente il modo in cui vede se stessa, prima attraversando una fase difficile e poi trovando un nuovo equilibrio.
“Avevo smesso di guardarmi allo specchio. Odiavo il mio corpo“, ha raccontato, ricordando il periodo della sua residency a Las Vegas nel 2019. “Pensavo: ‘Non sopporto questo corpo che sta cambiando’. Ma era una situazione poco sana. Chi è che non riesce a guardarsi allo specchio?”.
Twain ha spiegato che con il passare degli anni il suo fisico aveva iniziato a cambiare e che le strategie che in passato le avevano permesso di mantenere il peso non funzionavano più: “All’improvviso mi sentivo gonfia e non avevo più il controllo. Non riuscivo a perdere cinque chili“, ha raccontato. E ha ammesso di aver reagito irrigidendo ulteriormente dieta e allenamenti: “Facevo lavorare il mio corpo più di quanto lo nutrissi”. Un approccio che, ha spiegato, la portò addirittura a essere malnutrita.
Oggi Twain dice di avere cambiato atteggiamento: “Portatemi tutti gli specchi che volete, mi guarderei tutto il giorno”, ha scherzato, sottolineando come il cambiamento positivo sia arrivato proprio durante la menopausa. “È stata molto positiva per me perché mi ha insegnato che ci sono cose che non puoi controllare“.
Un tema che la cantante aveva già affrontato nel 2023, quando aveva parlato apertamente del rapporto con il proprio aspetto fisico: “Una volta odiavo il mio corpo. Quando ero giovane e forse avrei dovuto avere meno paura di mostrarlo, in realtà lo nascondevo continuamente. Ora so di essere esattamente come dovrei essere. È così che dovrei essere alla mia età. Mi va bene e non ne ho più paura”.
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Una condanna a quattro anni di carcere; questo è quanto ha stabilito il tribunale di Oslo ai danni del figlio della principessa di Norvegia Mette-Marit. L’accusa più grave di cui doveva rispondere il 29enne Marius Borg Hoibi era quella di stupro ed era relativa a due diverse denunce per le quali è stato giudicato colpevole, mentre è stato giudicato non colpevole per altre due.
Il primogenito della principessa, nato da una relazione precedente al matrimonio con l’erede al trono di Norvegia Haakon non ha alcun incarico per conto della monarchia, ma la sua condanna getta un’ombra di non poco peso sulla corona. L’accusa aveva chiesto per lui sette anni e sette mesi, forte di almeno quaranta capi d’imputazione tutti legati a episodi di violenza, minacce e maltrattamenti.
I fatti risalgono agli anni che vanno dal 2018 al 2024, periodo nel quale quattro donne diverse lo hanno indicato come il colpevole di aggressioni sessuali mentre loro dormivano oppure non si trovavano nella condizione per poter reagire. Nel lungo elenco di accuse a carico di Marius Borg Hoibi figuravano anche crimini “minori” come aggressione, possesso di droghe e violazione dell’ordine di restrizione emesso dal tribunale.
Il processo che si è concluso lunedì, con la lettura della sentenza, è durato sei settimane nelle quali le diverse accusatrici si sono via, via presentate per deporre contro il figlio della sfortunata principessa che sta affrontando una difficile malattia. Mette-Marit, infatti, da anni fa i conti con una grave fibrosi polmonare che, oggi, l’ha messa in lista per poter ricevere un trapianto al quale ha affidato tutte le sue speranze di poter sopravvivere.
Nelle sue ultime uscite pubbliche si era presentata con uno strumento che l’aiutasse a respirare e nell’ultima intervista rilasciata in televisione per scusarsi e giustificarsi, rispetto alla sua passata relazione con il pedofilo americano Jeffrey Epstein, aveva mostrato tutte le sue difficoltà, non solo dettate della durezza dell’argomento sul quale era chiamata a rispondere, ma anche per l’aggravarsi progressivo del suo stato di salute.
La sentenza ai danni del figlio, che non avrà colto nessuno di sorpresa a corte, è l’ennesima pessima notizia per i reali.
Il processo che vedeva coinvolto Marius Borg Hoibi ha portato alcune accusatrici a presentarsi in aula dotate di evidenze come foto, messaggi e video che sono stati puntualmente mostrarti alla corte.
Marius Borg Hoibi potrà dare mandato ai suoi legali di fare appello, ma le testimonianze sentite in aula resteranno indelebili nella memoria dei sudditi che hanno potuto leggerne estratti sui giornali o sentirle riportate in tv.
Era lo scorso febbraio quando, come ricordato dal giornale on line americano Page Six, “una donna spiegò come Hoibi semplicemente “non volesse smettere” dopo che avevano iniziato ad avere un rapporto sessuale consensuale”. Era la notte del 1° novembre e, sempre stando al racconto, i due si trovavano in una stanza d’hotel, così come riportato dall’agenzia France Presse.
“Io ero sempre più stanca – ha continuato la donna – mi sentivo come se stessi semplicemente sdraiata lì e lui non si fermava”. “Più diventavo stanca – ha poi aggiunto davanti alla corte – meno ero partecipe”.
La testimonianza proseguiva poi spiegando come lei avesse chiesto di poter dormire prima di essere invece svegliata di soprassalto da quello che ha descritto come un “colpo violento nella zona dei genitali”, aggiungendo poi: “è stato doloroso. Credo di essermi bloccata, poi mi sono riaddormentata”.
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Anche i rappresentanti del Milan erano presenti al super evento Ufc organizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per il suo 80esimo compleanno. In attesa di novità sul fronte societario rossonero, il patron Gerry Cardinale e il suo braccio destro Zlatan Ibrahimovic, grande appassionato di arti marziali, hanno preso parte alle celebrazioni per il compleanno di Trump, come mostrato da tante immagini diffuse dalle tv americane.
I due dirigenti erano in prima fila per assistere a Ufc Freedom 250, organizzato nella gabbia alta 28 metri nel giardino della Casa Bianca, e i tifosi del Milan non l’hanno presa benissimo. Con il club rossonero ancora senza allenatore (ufficialmente, perché c’è già l’accordo con Amorim) e dirigenti chiave in vista della prossima stagione, dopo il fallimento dell’annata con Allegri in panchina, tanti sostenitori del club rossonero hanno commentato in maniera negativa la presenza – in un evento di puro divertimento – del numero uno di Redbird (e azionista di Paramount, il gruppo che negli Usa detiene i diritti tv della Ufc) e del senior advisor del club. In questi giorni Ibra è anche commentatore dei Mondiali per Fox e, tra l’altro, è stato criticato per non essere andato a vedere la prima partita della Svezia nel torneo (vinta 5-1 contro la Tunisia), che si è giocata proprio poche ore dopo l’evento alla Casa Bianca.
A far infuriare però i tifosi del Milan è stata proprio la presenza all’evento di Ufc. Basta fare un giro sui vari social per percepire il fastidio dei tifosi del Milan dopo l’apparizione in pubblico dei due praticamente unici dirigenti del Milan al momento. “Vergogna“, si legge sotto diversi post Instagram sull’argomento. “Mentre il Milan è nella me*da fino al collo e nella confusione più totale, questi due se la spassano altrove“, scrive qualcuno. C’è chi invece la vede in maniera positiva: nelle scorse settimane si era parlato anche di frizioni tra i due. Vederli insieme, all’evento organizzato d a Trump, sorridendo, ha di fatto smentito quelle voci. È però metà giugno e i rossoneri non hanno ancora un direttore sportivo, in attesa dell’ufficialità di Amorim.
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Cinque storie di sofferenza, recupero e speranza si concluderanno con un ritorno al mare. Domani, martedì 16 giugno, in occasione della Giornata Mondiale delle Tartarughe Marine, la Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), in collaborazione con l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno e con il supporto della Guardia Costiera, libererà al largo dell’isola di Ischia cinque esemplari di tartaruga marina curati e riabilitati presso il Turtle Point di Portici, il Centro Ricerche Tartarughe Marine della SZN. Prima della liberazione è previsto un incontro a Forio d’Ischia, nella Sala Marinai d’Italia, sede dell’AMP Regno di Nettuno, dedicato alla sensibilizzazione di pescatori, operatori marittimi e cittadini sull’importanza della conservazione degli ecosistemi marini e sull’adozione di comportamenti in grado di ridurre l’impatto delle attività umane sul mare. Le tartarughe marine affrontano numerosi pericoli lungo tutto il loro ciclo vitale. Dall’inquinamento luminoso che ostacola la schiusa dei nidi, all’ingestione di plastica e rifiuti galleggianti durante la fase giovanile, fino ai rischi legati alla pesca accidentale, agli impatti con le imbarcazioni e all’intrappolamento in reti, lenze e attrezzi da pesca dispersi in mare. Proprio l’aumento dei rifiuti marini e delle cosiddette “reti fantasma” rappresenta oggi una delle emergenze più gravi per la sopravvivenza della specie. In questo ambito si inserisce il progetto europeo Life OASIS, al quale partecipa la Stazione Zoologica Anton Dohrn, finalizzato alla riduzione degli impatti causati dagli attrezzi da pesca abbandonati. Le cinque tartarughe che torneranno in libertà raccontano, ciascuna a modo proprio, le conseguenze delle pressioni esercitate dall’uomo sugli ecosistemi marini. Carlo, giovane esemplare di circa 17 chilogrammi, è stato recuperato dopo una cattura accidentale durante una battuta di pesca a strascico. La segnalazione tempestiva del pescatore e il rapido intervento degli operatori del Turtle Point hanno consentito di diagnosticare una grave forma di malattia da decompressione, una patologia che colpisce le tartarughe riportate in superficie troppo rapidamente dalle reti da pesca. Senza cure specialistiche avrebbe avuto pochissime possibilità di sopravvivenza. Anche Mbappè, giovane femmina di circa 40 chilogrammi, è stata catturata accidentalmente durante un’attività di pesca a strascico. Al momento del recupero presentava una grave lesione all’occhio sinistro che ne ha compromesso definitivamente la vista. Nonostante ciò, gli studi condotti negli anni dimostrano che esemplari con danni oculari monolaterali possono continuare a vivere e alimentarsi con successo in ambiente naturale. Tra le storie più complesse c’è quella di Paola, recuperata in condizioni gravissime nelle acque della provincia di Latina. L’esemplare presentava una frattura esposta dell’omero destro e una profonda lesione del carapace, compatibili con l’urto contro una barca. Dopo circa un anno di cure veterinarie e riabilitazione, Paola ha recuperato una capacità natatoria sufficiente per affrontare nuovamente la vita in mare aperto. Egidio, giovane tartaruga di circa sei chilogrammi, è stata trovata alla deriva nelle acque di Sapri con una pinna gravemente lesionata da materiale di origine antropica. L’imbrigliamento in reti, corde e attrezzi da pesca abbandonati è una delle principali cause di ricovero nei centri di recupero. Grazie alle cure ricevute nell’ambito delle attività collegate al progetto Life OASIS, la funzionalità della pinna è stata quasi completamente recuperata. Missy è stata, invece, recuperata nei pressi di Capo Miseno durante l’inverno. In stato di forte ipotermia e profonda sonnolenza, rischiava di non sopravvivere. In questo caso è stata la sensibilità di un pescatore a fare la differenza, consentendo il soccorso e il successivo recupero dell’animale. La liberazione delle cinque tartarughe marine rappresenta un importante richiamo alla responsabilità collettiva verso la salvaguardia del mare. Ogni esemplare restituito al proprio ambiente naturale testimonia l’efficacia della rete di soccorso e recupero costruita negli anni, ma ricorda anche quanto sia ancora elevato il numero di tartarughe che subiscono conseguenze spesso mortali a causa dell’inquinamento, della pesca accidentale e delle altre attività antropiche.
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Un crollo del -61% dell’acqua immagazzinata nella neve alpina rispetto a una stagione normale e terreni nel Nord Italia che registrano già il 30% in meno di umidità rispetto allo scorso anno. Sono questi i dati che descrivono lo stato di salute idrica del nostro Paese alle porte dell’estate, fotografati a fine maggio da Finapp in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità istituita dalle Nazioni Unite che si celebra ogni anno il 17 giugno. La deep-tech italiana e spin-off dell’Università di Padova ha elaborato un report nazionale basato sulla tecnologia che misura la risorsa idrica nel sottosuolo e in quota, sfruttando i raggi cosmici e la fisica dei neutroni. I dati emersi descrivono un quadro di forte vulnerabilità strutturale per il Settentrione, che rischia di approcciare i mesi più caldi dell’anno partendo in una situazione di pesante deficit: “I dati raccolti dalle nostre sonde mostrano che il Nord Italia si appresta ad affrontare l’estate partendo in forte svantaggio idrico”, commenta Angelo Amicarelli, CSO di Finapp. “La nostra tecnologia a raggi cosmici permette una corretta valutazione del rischio, che non può basarsi solo sulle previsioni meteo del giorno dopo, ma deve partire dallo stato reale del territorio. Sapere che i suoli del Nord sono già così secchi, che la riserva nevosa alpina è crollata e che da inizio anno abbiamo perso oltre il 12% di idratazione profonda a livello nazionale impone a consorzi e istituzioni una pianificazione della risorsa idrica immediata, basata sui dati storici e non sull’emergenza”.
Il primo elemento di forte preoccupazione riguarda lo Snow Water Equivalent, ovvero il quantitativo di acqua effettivamente contenuto nel manto nevoso alpino, che rappresenta la principale riserva per alimentare i fiumi durante l’estate. I rilevamenti effettuati su circa 35 stazioni d’alta quota distribuite lungo tutto l’arco alpino indicano che la riserva è ormai agli sgoccioli. Oltre al crollo del 61% rispetto al 2024, l’acqua contenuta nella neve registra un ulteriore calo del 20% sul 2025, che era già stato un anno fortemente sotto media. Di conseguenza, i corsi d’acqua del Nord Italia non potranno contare sul regolare e vitale apporto del disgelo estivo. A confermare la natura strutturale dell’emergenza è l’andamento della Soil Moisture, l’umidità profonda del terreno, calcolato a livello nazionale da 65 stazioni di misura: da inizio anno la media dell’umidità del terreno si è fermata al 28,9% rispetto al 32,9% del 2025, consolidando una contrazione del -12,4%. Maggio 2026 registra inoltre un decremento medio del 24,2% di umidità del suolo rispetto allo scorso anno (con il valore assoluto della Soil Moisture Volumetrica sceso a un preoccupante 23,2% e un crollo complessivo del 34,6% rispetto a maggio 2024), ma il dato locale mostra un’Italia spaccata in due. Al Nord, dove il deficit alpino si riflette direttamente, la situazione è già critica, con i terreni che si presentano compatti e secchi prima ancora dell’inizio dell’estate, registrando appunto un -30% di umidità rispetto a maggio 2025 e una ridotta capacità di trattenere l’acqua.
Al Sud, al contrario, le piogge registrate nella parte finale della primavera hanno invertito la tendenza, portando i valori di umidità del suolo nel Meridione a livelli stabili e superiori del +13,3% rispetto al 2025. Tuttavia, il monitoraggio Finapp evidenzia come l’anomalia stia iniziando a colpire anche il Meridione: nel solo mese di maggio, infatti, l’umidità volumetrica è scesa al 20,8%, segnando un’inversione di tendenza con un -5,4% rispetto allo scorso anno. A differenza dei sistemi di misurazione tradizionali che analizzano singoli punti isolati, la tecnologia usata da Finapp – denominata CRNS (Cosmic Ray Neutron Sensing) – permette di monitorare l’umidità del suolo e la neve in tempo reale e su larga scala, restituendo un dato scientifico e oggettivo.
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Le guardi sfilare una dietro l’altra e sembra di assistere a una scena uscita da un vecchio film in bianco e nero. Cofani arrotondati, parafanghi pronunciati, colori pastello, motori che borbottano con discrezione. Eppure quelle piccole Fiat 500 nate prima della Seconda Guerra Mondiale continuano a muoversi con sorprendente naturalezza nel traffico del XXI secolo. Torino ha celebrato così il novantesimo compleanno della Topolino. Centotrentadue equipaggi provenienti da dieci Paesi hanno raggiunto il Piemonte per partecipare a “La Topolino va ai 90”, il raduno internazionale organizzato dal Topolino Autoclub Italia e dal Club Topolino Fiat Torino con il supporto dell’Automotoclub Storico Italiano.
Per quattro giorni la città che vide nascere la mobilità di massa è tornata indietro nel tempo. Le vetture hanno risalito i tornanti verso la Sacra di San Michele, hanno attraversato il territorio metropolitano toccando la Reggia di Venaria e la Basilica di Superga, hanno sostato in piazza Vittorio Veneto e raggiunto il Castello di Rivoli per il gran finale. Un viaggio nella memoria che ha avuto come protagonista una delle automobili più importanti della storia industriale italiana.
Per capire davvero che cosa rappresenti la Topolino bisogna però tornare al 1936. L’Italia era un Paese ancora lontano dalla motorizzazione di massa. Le automobili esistevano, ma appartenevano a una minoranza privilegiata. Per milioni di famiglie il mezzo di trasporto quotidiano era ancora la bicicletta. Le vacanze in automobile, le gite domenicali e la libertà di movimento individuale erano concetti riservati a pochi. In quel contesto la Fiat affidò a Dante Giacosa il compito di realizzare una vettura piccola, economica e moderna. Nacque così la Fiat 500, che gli italiani ribattezzarono immediatamente “Topolino” per via delle sue forme simpatiche e arrotondate.
Piccola sì, ma tutt’altro che rudimentale. Con i suoi 569 centimetri cubici di cilindrata e 13 cavalli di potenza poteva raggiungere circa 85 chilometri orari. Ancora più sorprendente era la raffinatezza tecnica: sospensioni anteriori indipendenti, freni idraulici sulle quattro ruote e una progettazione estremamente razionale che consentiva di sfruttare ogni centimetro disponibile. Soluzioni che oggi sembrano normali, ma che negli anni Trenta la collocavano tra le utilitarie più avanzate del continente.
Fu soprattutto il suo significato sociale a renderla speciale. Per la prima volta migliaia di italiani poterono immaginare l’automobile non come un lusso irraggiungibile ma come un obiettivo concreto. La Topolino contribuì ad avvicinare città e campagne, ad accorciare le distanze e a trasformare il modo di vivere il tempo libero. In un certo senso preparò il terreno per il boom economico che, nel dopoguerra, avrebbe portato sulle strade prima la 600 e, successivamente, la Nuova 500.
Non a caso la sua storia andò ben oltre i confini nazionali. Fu costruita anche in Francia con il marchio Simca e in Germania come NSU-Fiat, diventando una sorta di automobile globale quando il termine globalizzazione non era ancora stato inventato. Dal 1936 al 1955 ne furono prodotti quasi 520 mila esemplari. Numeri enormi per l’epoca, ma ancora insufficienti a spiegare il legame emotivo che continua a unire questa vettura agli italiani.
Lo si è visto durante il raduno torinese. Tra le Topolino parcheggiate una accanto all’altra si incontravano non soltanto collezionisti, ma famiglie intere. Nonni che le avevano guidate da giovani, figli che le hanno restaurate e nipoti che oggi le fotografano con lo smartphone. Un passaggio di testimone che racconta molto del rapporto speciale tra gli italiani e la propria storia automobilistica.
L'articolo Fiat 500 Topolino, 90 anni e non sentirli. A Torino la festa dell’auto che motorizzò l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il prof. Kosturo spiega quello che sta avvenendo in Albania. “Non tutto è come sembra…”
NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011
L'articolo Vladimir Kosturi: “C’è chi vuole una rivoluzione colorata in Albania…” proviene da Visione TV.
Il Primavera Sound di Barcellona è uno dei pochi posti al mondo dove puoi perdere il concerto che aspettavi da 25 anni e rotti e ripartire, comunque, con la sensazione di aver vissuto qualcosa di irripetibile. L’edizione 2026 appena terminata si è aperta, infatti, con un colpo di teatro, chiamatela contrappasso-ordalia se volete: durante la prima serata ufficiale del giovedì, il Parc del Fòrum è stato investito da una pioggia torrenziale e da un vento semi-artico che hanno costretto gli organizzatori a fermare i palchi principali per ragioni di sicurezza. E tra gli show cancellati, anche quello dei Massive Attack. Sono cresciuto con il trip-hop di Bristol e per l’ennesima volta un destino cinico e baro mi ha impedito di assistere dal vivo alle alchimie audiovisive di Robert Del Naja e soci.
La mia prima giornata si esaurita così, con l’ascolto di appena una metà dei miei adorati Geese. Poi è cominciato il sabba: diluvio universale, o meglio, Apocalypse Now, e ho dovuto rinunciare pure a Father John Misty e Oklou (che si sono esibiti lo stesso, in mezzo al delirio meteo). Anche il live di Mac DeMarco è stato annullato.
Alle 11 della sera, in migliaia siamo fuggiti in direzione metropolitana zuppi fradici d’acqua. Ma il Primavera Sound ha un talento speciale: quello di saper rialzarsi sempre. E venerdì e sabato è tornato a essere il posto migliore del pianeta. Centinaia di migliaia di pacifiche e gioiose persone hanno riempito il Fòrum fino all’ultimo centimetro utile. Ragazze della Generazione Z e attempati ragazzi con i capelli grigi od ormai estinti, pensiamo al sottoscritto, che convivono uniti dalla medesima, quanto sfaccettata, passione musicale. Qui lo slogan “Nobody is normal” non è marketing, ma una pratica quotidiana, così come il grande “No War” impresso nel cuore del festival. Nel vortice di stages, il livello è stato altissimo.
I Cure hanno firmato il concerto dell’anno: due ore e mezza di repertorio attraverso quattro decenni di carriera senza nemmeno una sbavatura, con un Robert Smith ancora capace di tenere insieme epos e spleen. E sfodera ancora perfettamente la sua voce da ragazzo: la new wave, anche quella tinta di dark, mantiene for ever young. I My Bloody Valentine, quelli di Loveless, anno di grazia 199, capolavoro del genere cosiddetto shoegaze e nella top 50 di qualsiasi classifica rock tout court nella storia, hanno (ri)costruito il loro muro di suono distorto, ipnotico e voluttuoso; gli Slowdive hanno regalato una lezione di post-rock delle origini; l’immenso Damon Albarn, qui alla guida dei Gorillaz e non dei Blur, pur folgorato sulla via dell’Oriente ha confermato di appartenere alla ristrettissima genìa degli artisti che trasformano ogni live in evento. È andato in pellegrinaggio da lui persino il premier spagnolo Pedro Sanchez.
Tra le sorprese più scintillanti (almeno per quel che mi riguarda) annoto Addison Rae, ormai popstar a tutti gli effetti, magnetica e spavalda; la mesmerica Ethel Cain, con la sua tenebrosa e polarizzante liturgia sospesa; Little Simz e Sudan Archives, due bombe di energia; la dj-superstar coreana Peggy Gou, il cui set ha chiuso il festival all’alba di domenica. E poi The xx, in grado di ritrovare immediatamente quella cifra sofisticata e minimale che li ha resi una delle band simbolo di questo primo quarto di secolo.
Conclusioni provvisorie: il Primavera Sound, il mio quinto consecutivo, continua a essere un gigantesco laboratorio culturale dove convivono senza steccati rock, elettronica, pop, sperimentazione e avanguardie. Ma resta soprattutto una comunità civile e libertaria intermittente che dimostra come si possa stare insieme senza paura dell’altro, senza aggressività, senza bisogno di alzare muri. Una sublimazione di quelle che Hakim Bey, nel suo libro underground di culto, definì “T.A.Z.”, Zone Autonome Temporanee. Come i nostri sogni migliori. E si pensa subito all’edizione successiva. Tornerete, nel 2027, cari Massive Attack?
L'articolo Un destino cinico e baro mi fa perdere i Massive Attack ma il Primavera Sound di Barcellona è sempre avanguardia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un Ufo a forma di patata, con rivestimenti di squame simili a quelle dei pesci, un disco rotante che emetteva fasci di luce e una sfera rossa brillante, di una tonalità “mai vista prima”. Questi sono solo alcuni dei 72 nuovi X-Files sugli oggetti volanti non identificati della terza tranche offerta al pubblico dominio dall’amministrazione Trump. Nessuna risposta certa, tanti interrogativi, ma soprattutto una vicinanza temporale con l’uscita in sala di Disclosure days, il film che Steven Spielberg ha dedicato alla questione aliena. Come riporta il Corriere, il caso ufo patata è stato registrato nel 2022 in una mattina di febbraio a Colorado Springs, in Colorado e “la collocazione temporale è significativa: spesso gli avvistamenti sono notturni e per questo motivo si prestano a critiche; con la luce diurna, invece, la credibilità cresce”.
Ad avvistarlo sono stati cinque membri dell’esercito americano di stanza a Fort Carson: “l’oggetto aveva la forma di una patata, con bordi ben definiti e sembrava dipinto di un colore opalescente bianco-crema”, c’è scritto sul rapporto desecretato dell’FBI. Nella descrizione ci sono i dettagli più curiosi: “L’’oggetto era ricoperto di squame o pannelli articolati, asimmetrici, non sovrapposti e di forma irregolare”. L’ufo patata sarebbe rimasto “immobile, scintillante, per circa due minuti” per poi svanire nel nulla in un amen. Nel caso dell’ Ufo patata l’FBI ha tentato una spiegazione (“un retrodiffusione della luce solare con la luce radente del sole nascente riflessa sulla neve della montagna in modo da illuminare le nubi basse sovrastanti”), ma i militari non hanno avuto dubbi: la giornata era limpida e senza nuvole e in zona non c’erano né aerei nè palloni aerostatici.
Un altro avvistamento decretato risale all’ottobre 2023 e testimoni sono nientemeno che sei agenti federali che hanno visto una “sfera arancione brillante apparire sopra una cresta montuosa e generare da due a quattro sfere rosse più piccole (…) con le sfere che scomparivano rapidamente nella maggior parte dei casi, ma in un’occasione una di esse è rimasta immobile nel cielo per diverse ore”. Niente foto o video a supporto, come nel caso ufo patata, ma l’autorevolezza delle parole vergate sul rapporto ufficiale dl Federal Bureau. Infine tra i nuovi avvistamenti troviamo un classico: una luce intensa sospesa sotto gli alberi del suo giardino. Protagonista è un uomo di una zona non specificata del Nord-Est degli Stati Uniti. La sfera era “rosso brillante e splendido”, e all’interno al centro “un sole di plasma bianco delle dimensioni di un pallone da basket”. Qui però il video c’è. Ed è stato messo online dalla Casa Bianca.
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L’ha fatta risuonare all’Auditorium Conciliazione prima del discorso sul programma. “Il grande Lucio Dalla” ha detto, anticipando una canzone che “guarda al futuro, proprio come noi”. Futura, appunto. E l’ha fatta risuonare alla fine del suo intervento di oltre un’ora. Dovrebbe essere il brano delle “avanguardie futuriste”, cioè dei comitati costituenti che nelle intenzioni di chi tiene i fili del partito dovrebbero occuparsi anche di “attività culturali e sportive”. La verità è che, da ciò che sembra, Roberto Vannacci ha scelto il brano di Dalla come colonna sonora di Futuro nazionale.
“Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio”. A dirlo a Repubblica Bologna è la cugina dell’artista, Dea Melotti, vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla.
Nel merito è intervenuto anche Daniele Caracchi, anch’egli di Fondazione Lucio Dalla e di PRessing Line, la storica casa discografica del cantautore bolognese: “Siamo rimasti spiazzati e meravigliati” ha detto. “Per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia; credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza”.
In Italia, in passato, Vasco Rossi disse esplicitamente di non usare la sua C’è chi dice no nella campagna sul referendum costituzionale del 2016. Una diffida arrivò a Matteo Salvini dagli eredi di Rino Gaetano. Alla Lega arrivarono le proteste anche de La rappresentante di lista per il brano Ciao ciao.
In foto Lucio Dalla e Francesco De Gregori al concerto del Primo maggio del 2011
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Dopo quasi 10 anni di assenza, il Fratino, piccolo uccello limicolo a rischio estinzione, protetto, simbolo degli ecosistemi costieri, è tornato a nidificare sulle spiagge di Pescara. Lo hanno reso noto i volontari del ‘Progetto SalvaFratino Abruzzo’ che, da maggio, hanno individuato e monitorato un nido sul litorale cittadino fino all’involo dell’unico piccolo sopravvissuto. Il risultato è stato possibile grazie all’attività di monitoraggio svolta dai volontari nell’ambito del Progetto SalvaFratino Abruzzo, realizzato in collaborazione con l’Area marina protetta Torre di Cerrano. Dopo la segnalazione del nido agli enti competenti, l’area è stata controllata quotidianamente per garantire la tutela della nidificazione. La Guardia costiera di Pescara ha effettuato i primi sopralluoghi, mentre il Comune di Pescara, attraverso il Servizio tutela del mondo animale, ha emanato un’ordinanza che ha introdotto il divieto di transito nell’area di nidificazione, il divieto di accesso per gli animali d’affezione e altre misure di protezione della specie. Sono inoltre intervenuti la Polizia municipale ambiente, il Nucleo carabinieri forestale di Pescara e il Comando militare esercito Abruzzo e Molise, che ha rinviato le operazioni di pulizia dell’arenile nell’area interessata. Il Progetto SalvaFratino Abruzzo è finalizzato alla tutela e al monitoraggio della specie, minacciata dalla pressione antropica, dalla pulizia meccanica delle spiagge e dal disturbo causato dalla presenza non controllata di persone e animali. I volontari stanno monitorando l’intera costa abruzzese dall’inizio della stagione riproduttiva e hanno individuato altri nidi in diversi Comuni, informando le amministrazioni competenti. Ogni anno viene inoltre trasmessa ai Comuni costieri una serie di indicazioni operative per la gestione degli arenili e delle attività turistiche durante il periodo di nidificazione.
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Altroconsumo ha analizzato 14 marche di patatine fritte surgelate tra le più diffuse nella grande distribuzione, uno dei contorni più consumati dagli italiani per praticità e velocità di preparazione. Un prodotto sempre più presente nelle abitudini alimentari anche grazie alle friggitrici ad aria e alla possibilità di cottura in forno.
Il test ha valutato i prodotti combinando analisi di laboratorio, profilo nutrizionale, qualità degli ingredienti, etichettatura e prova di assaggio alla cieca. Il punteggio finale tiene conto anche della presenza di sostanze come l’acrilammide e della qualità degli oli, oltre al giudizio dei consumatori.
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Pensavano che stessero semplicemente dormendo dopo una lunga notte di festa. Invece alcuni invitati a una quinceañera, la tradizionale celebrazione messicana per il quindicesimo compleanno, non si sono più svegliati. Secondo le prime ricostruzioni, le vittime avrebbero consumato tequila adulterata.
Quattro morti e quasi 40 intossicati è il drammatico bilancio della festa organizzata il 6 giugno a Puerto de Valle, nella municipalità di Salamanca, nello Stato messicano di Guanajuato. La vicenda è stata ricostruita dai giornali messicani Periódico Correo e AM e riportata negli Stati Uniti da People.
Tra le vittime ci sono José Antonio Cárdenas, 39 anni, padre della festeggiata, e Martín Robles, 28 anni, suo zio. Hanno perso la vita anche Sanjuana González, 36 anni, e José Guadalupe Ramblás, 33. Secondo quanto riportato dai media locali, la festa era stata organizzata per celebrare i 15 anni di una ragazza di nome Jazmín. Il giorno successivo, però, qualcosa ha iniziato a preoccupare amici e parenti. Alcuni invitati continuavano a dormire e non rispondevano ai tentativi di essere svegliati. In un primo momento le famiglie avevano attribuito la situazione ai postumi della festa, ma presto si sono rese conto che alcune persone erano prive di sensi. Altri accusavano sintomi come vomito, forti mal di testa e vista offuscata.
In totale decine di persone sono state trasportate negli ospedali della zona. Tra loro anche due adolescenti di 15 e 16 anni. Alcuni pazienti risultavano ancora ricoverati diversi giorni dopo la festa. A raccontare il dramma è stato Narciso López, nonno di José Guadalupe Ramblás: “Mi hanno detto che mio nipote stava dormendo ed è rimasto così per tutta la domenica, finché si sono accorti che non si svegliava. Lo hanno portato in ospedale e lì mi hanno detto che era morto”. L’uomo ha aggiunto che un altro dei suoi nipoti è rimasto intossicato dopo aver bevuto lo stesso alcol, ma che fortunatamente “sta bene” e si trova ancora ricoverato. Poi ha lanciato un appello: “Deve essere fatta giustizia”.
Le autorità non hanno ancora stabilito con certezza da dove provenisse l’alcol consumato durante la festa. L’indagine è stata affidata alla Procura dello Stato di Guanajuato, che dovrà chiarire se si sia trattato di tequila contraffatta o di altre sostanze adulterate.
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© RaiNews
Essere “eroi per un giorno” è una frase tanto trita che, ormai, ha quasi perso di significato. Però per il Qatar, Goualem Khoukhi eroe è diventato davvero. Gli è servito (più che bastato, perché al Mondiale segnare non è mai una cosa scontata) il gol alla Svizzera per farsi notare. Una rete storica: in pieno recupero, con la squadra di Lopetegui sotto di 1-0 che raggiunge un pareggio. E l’esultanza di tutto il gruppo a fine partita ha reso bene l’idea di quello che si vuole intendere. Ecco, Khoukhi, con quella marcatura di testa, risultato di un atteggiamento davvero mai arrendevole di tutta la sua squadra, ha reso un servizio così importante all’immagine del paese che il Fondo d’invesimento Qatariota (il Qia) ha deciso di premiarlo. E quando si muove quel Fondo, il premio non è mai da poco.
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Khoukhi si è visto recapitare 3 milioni di dollari subito sul suo conto. Più una macchina: una Rolls-Royce Phantom del valore di 550mila dollari. È quanto riporta Bein Sports, facendo riferimento direttamente a quanto annunciato proprio dal Qia. Davvero niente male per il difensore dell’Al-Sadd che fu di Roberto Mancini, il quale è peraltro sempre più vicino a diventare il nuovo-vecchio Ct della Nazionale italiana.
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Il classe ‘90 (che ha segnato anche un gol in campionato, ma con in panchina Sergio Alegre, allenatore ad interim del club) ha in qualche modo mostrato a tutto il mondo i progressi del calcio qatariota in questi ultimi anni ed è per questo che è stato deciso di conferirgli un bonus di questo valore.
Bonus che, a dirla tutta, non è nemmeno troppo una novità per i paesi che vogliono provare a emergere nel calcio. Spesso infatti i giocatori delle nazionali minori hanno ricevuto ricchi bonus a seguito di traguardi storici. E per il movimento qatariota il gol al mondiale e il punto raggiunto hanno un valore simbolico molto alto. È stato quantificato.
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Se la crisi economica globale sta spingendo in povertà oltre 30 milioni di persone, c’è chi con guerre ed emergenze geopolitiche accresce la propria ricchezza. È il caso dei miliardari del settore energetico dei paesi del G7: il loro patrimonio aggregato è cresciuto di 23,5 miliardi di dollari nei primi due mesi e mezzo del conflitto avviato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. In pratica il loro patrimonio è cresciuto di più 300 milioni di dollari al giorno. È quanto evidenzia l’ultimo rapporto Oxfam, in occasione dell’apertura del summit di Evian, in Francia.
L’analisi della confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, rileva che dal 2020 i miliardari di tutto il mondo hanno incrementato la propria ricchezza di quasi 10.000 miliardi di dollari. In particolare, i paesi del G7 (Usa, Canada, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania e Italia) hanno tagliato 48 miliardi di aiuti allo sviluppo per i Paesi più poveri del mondo tra il 2024 e il 2025, una cifra che i miliardari del G7 “hanno intascato” in soli 9 giorni.
L’impennata dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, si legge nel dossier, sta mettendo in ginocchio le famiglie in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito già martoriati da anni di turbolenze economiche, crisi del debito e shock climatici. Secondo il rapporto, anche le tre maggiori aziende mondiali di fertilizzanti dovrebbero vedere i propri profitti aumentare del 23%, ossia di ben 928 milioni di dollari, rispetto a quanto si poteva prevedere prima dell’inizio della guerra all’Iran.
“I conflitti in corso stanno devastando interi paesi, spezzando decine di migliaia di vite e rischiano di spingere in povertà oltre 30 milioni di persone, eppure per alcuni sono straordinariamente redditizi“, ha dichiarato Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. “I leader dei Paesi G7 non stanno facendo nulla per aiutare i Paesi più poveri e colpiti dalla crisi. Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito devono smettere di usare la posizione di Trump come scusa per non agire. Il ‘G6‘, anche senza gli Stati Uniti, ha un’enorme influenza sia a livello economico che diplomatico che sta scegliendo di non esercitare“. Per Oxfam è necessario e non più prorogabile un aumento della tassazione dei profitti in eccesso accompagnato da un’imposta sui patrimoni dei super-ricchi, dalla sospensione del debito per i paesi più poveri e da maggiori aiuti allo sviluppo.
“Per garantire la presenza del Presidente Trump a questo vertice, Macron ha accettato di escludere dall’agenda temi quali la crisi climatica o la disuguaglianza globale su cui servirebbero risposte condivise e coordinate. – conclude Petrelli– Sono state cancellate dall’agenda del vertice parole come ‘genere‘ o ‘clima’ per compiacere Washington con buona pace degli altri paesi, tutto questo avrà conseguenze disastrose. Il G6 non può dichiararsi impotente abdicando al suo ruolo e alla sua responsabilità politica e morale. Possono cancellare il debito, tassare gli extra profitti e i grandi patrimoni. Possono promuovere una nuova emissione di Diritti Speciali di Prelievo, fornire maggiori aiuti, a partire da quelli umanitari. Rifiutarsi di agire per compiacere gli Stati Uniti non è diplomazia, ma codardia e accelererà solo lo scivolamento del G6 verso l’irrilevanza globale“.
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“Caro fratello, credo sia arrivato il momento di parlarti a cuore aperto e dirti che tutto il male, tutto il dolore che hai provato e che quel dolore ha generato, possiamo lasciarli andare, perché appartengono al passato”. È iniziata così la lettera-social che Nesli ha dedicato a suo fratello Fabri Fibra dopo che, nella prima puntata del nuovo format “Nuova Scena Dissing Podcast”, intitolata “La famiglia rovina il rap?”, l’artista marchigiano ha accennato i suoi burrascosi rapporti col suo nucleo familiare. Nell’episodio, i quattro giudici del talent show di Netflix, si erano divisi in due schieramenti diametralmente opposti: da un lato c’erano Fibra e Guè (che sia in musica che nelle interviste non hanno mai nascosto alcuni screzi coi propri parenti stretti) e, dall’altro, Geolier e la neomamma Rose Villain.
La prima puntata del podcast era iniziata proprio con un disclaimer dello stesso Fibra, che aveva precisato (soprattutto agli spettatori): “Ricordatevi che stiamo giocando”. I quattro colleghi, nel confronto, hanno raccontato e dibattuto sul proprio significato di “famiglia”. A Geolier, “una delle prime cose che mi hanno insegnato è il valore della famiglia”, ha dichiarato l’artista. “Io quando penso alla famiglia, che possono essere anche solo tre persone, non penso al successo. Ti tiene completamente coi piedi per terra”, ha detto Rose Villain. Chi ha una visione meno romantica del termine sono Guè e Fibra. “Tra le varie cose in cui non credo c’è la famiglia (…). Tutti gli italiani hanno questa ipocrisia della famiglia, che palle. Dipende che famiglia è”, ha spiegato il rapper dei Club Dogo. Poi è arrivato il turno di Fabri Fibra: “A me dicevano una cosa molto leggera che è ‘non ce la farai mai’. E la mia risposta è ‘vaff*****o’”.
Gli scambi di vedute sono proseguiti, fino ad arrivare alla domanda, posta dal rapper partenopeo a Fibra, che ha fatto il giro del web. “Con chi festeggi quando hai successo?”, ha chiesto Geolier. “Non festeggio con la gente che ha provato ad ostacolarmi”, ha risposto l’artista di Sinigallia. “La tua famiglia ti ha ostacolato?”, ha aggiunto Geolier. “È stata proprio la mia famiglia a farlo!”, ha chiosato Fibra. “Son problemi tuoi!”, ha, infine, replicato il cantante campano. Ed è stata proprio l’ultima esclamazione di Geolier a non passare inosservata e, anzi, a finire sotto bersaglio di alcuni commenti social da parte di utenti che (comprensibilmente) hanno storto il naso sull’apparente – quanto però, realmente, improbabile – “menefreghismo” esternato dal rapper di “I p’ me, tu p’ te”. “Geolier con la sensibilità di un sasso”, “E’ incommentabile”, “Non ha capito niente” e “Ridere dei problemi altrui è davvero raccapricciante”, sono alcuni dei commenti (con migliaia di like al supporto) di alcuni utenti che si sono risentiti. La risposta di Geolier, che è bene precisare sia venuta “a caldo” ed all’interno di uno show che prevedeva un botta e risposta, tendenzialmente, rapido, non è stata percepita come una carezza ma, a provare ad addolcire la pillola ci ha pensato Nesli, scrivendo parole al miele nei confronti del fratello Fibra. “La tua famiglia non ti ha mai ostacolato e ha sempre creduto in te, nel nome del valore più grande: l’amore. Perché amare significa anche lasciare liberi di essere e di diventare ciò che si è destinati a essere. Ed è ciò che abbiamo fatto: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore. Non abbiamo camminato accanto a te sulla tua strada, perché era la tua e non la nostra”, ha detto Nesli.
E ancora: “E quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. Non abbiamo mai chiesto nulla, perché l’amore autentico sa anche fare un passo indietro. Ognuno vive la propria storia e custodisce la propria verità. Ma tutto ciò che hai vissuto ti ha reso l’uomo che sei oggi, nel bene e nel male. E forse, dopo tutto questo tempo, è il momento di accogliere ciò che è stato con maggiore serenità, senza lasciare spazio alla rabbia e al rancore”, ha proseguito Nesli, terminando il post con un augurio a Fibra di pace e “di guardare al passato con occhi nuovi, sapendo che, anche nella distanza, non abbiamo mai smesso di amarti. Forse un giorno ci ritroveremo. Intanto, con affetto, tuo fratello Francesco”, ha concluso Nesli.
I due non si parlerebbero da più di 15 anni e chissà che non possa essere il primo passo di una ricucitura. A detta di Nesli, come da lui stesso raccontato in un’intervista di qualche anno fa a Vanity Fair, nei primi anni 2000, lui e Fibra sarebbero stati attenzionati dalla prima major del fratello ma, secondo l’ex concorrente del Festival di Sanremo “Per loro (l’etichetta discografica, ndr) ero un accessorio, l’eterno secondo. Eppure, se non fosse stato per me, Fabri Fibra starebbe ancora a montare i tappi alle penne in Inghilterra”. E quando Fibra “torna da Londra per registrare, iniziamo a guardarci diversi, la bolla scoppia”, aveva detto nell’intervista. Fibra gli ha quasi sempre risposto con le barre: “Preferisco i tuoi primi testi. Non avevi tutta la pressione che adesso ti mette mamma. E sentirti parlare d’amore un po’ mi stanca”, rappa in “Nessun aiuto”. “Lui mi ha sempre attaccato e io non ho mai risposto. Non potevo più non affrontare il problema”, aveva detto Fibra al Corriere della Sera. E ancora: “Nesli mi attacca come musicista e quindi attacca la mia persona. Ma lui per primo dovrebbe scindere l’aspetto professionale da quello personale. Quando ci riuscirà, forse potremmo di nuovo comunicare. Di certo gli voglio bene, è mio fratello e lo sarà per tutta la vita”.
Fibra ha da sempre raccontato il suo complicato rapporto coi genitori e col fratello. In “Ringrazio”, Fibra rappa: “Mia madre mi soffoca da quando sono nato. Mi vorrebbe morto dopo quello che son diventato (…). Prendevo botte fino a quando non usciva il sangue (…). Mia madre mi ha rovinato la vita (…). Ho perso ogni compagnia (…). Non voleva che uscissi con una ragazza”. E poi, alla fine del brano, la parentesi su Nesli: “Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”.
Nel 2025, con “Mio Padre”, Fibra ha “vomitato” tutto ciò che si sarebbe sentito di dire al genitore, deceduto nel giugno del 2023. “Fanc**o papà, quel giorno è giunto, papà. Per colpa tua sono cresciuto insicuro. E ora dovrei restare muto perché non sei più qua (…). Solo discorsi sulle bollette a cena e a pranzo. A dimostrare un po’ d’affetto ti costava tanto (…). In casa c’era la guerra tu che poi lanciavi il tavolo, il piatto, la sedia. In famiglia era una mer*a, tu una mezza sega. Ti sogno morto senza alcuna pietà (…). Quando vedo una famiglia felice che sorride gli auguro le peggio sfighe (…). Mio padre è morto, non l’ho mai visto sorridere (…). Eppure sono qui che ancora ne parlo Come se fossi incastrato nel passato, un ostaggio”.
L'articolo “Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. La tua famiglia non ti ha mai ostacolato: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore”: Nesli scrive al fratello Fabri Fibra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel giro di un anno è quasi raddoppiata la superficie di boschi andata in fumo a causa di incendi. Nel corso del solo 2025, si parla di 965 chilometri quadrati, pari all’estensione della provincia di Pistoia. Sono i risultati forniti dal monitoraggio condotto da Ispra con analisi, basate su osservazioni satellitari ad alta risoluzione. Un dato di particolare rilievo riguarda l’incidenza degli incendi all’interno del sistema delle aree protette, dove si è concentrato oltre il 30% della superficie totale bruciata e ben il 38% degli ecosistemi forestali colpiti da incendio a livello nazionale. I dati storici archiviati dalll’European Forest Fire Information System collocano il 2025 tra gli anni ad elevata criticità, superata solo dai picchi registrati negli anni 2007, 2017, 2021 e 2023. Sono dati che arrivano mentre in Italia si verificano le prime emergenze legate alla stagione più calda e mentre il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, fa partire la campagna antincendio boschivo 2026, che si concluderà il 15 ottobre. Stando ai dati di Ispra, a livello territoriale, si conferma la tendenza storica che vede il Meridione e le Isole maggiori come aree maggiormente fragili. In particolare, Sicilia, Calabria e Campania rappresentano i contesti geografici più colpiti, contribuendo per il 71% al totale nazionale delle superfici forestali percorse dal fuoco. Si osserva, inoltre, una tendenza in aumento delle superfici forestali interessate ai roghi in Basilicata, Calabria, e Puglia.
Di fatto, nei giorni scorsi, la presidente della quinta commissione del Consiglio regionale della Puglia, Loredana Capone, ha convocato con urgenza una seduta per affrontare la “grave emergenza incendi” che ha colpito i parchi regionali di Otranto e Ugento e l’area di Torre San Giovanni, con la distruzione di una struttura balneare e molti ettari di macchia mediterranea. L’incendio nel parco naturale regionale di Ugento, in particolare, ha portato all’evacuazione di 700 turisti più il personale delle strutture ricettive. Spente le fiamme, i turisti sono rientrati nel campeggio e nel resort dai quali erano stati allontanati, ma si stima la perdita di alberi e piante in alcune decine di ettari. Nel frattempo, si è reo necessario un altro intervento nella frazione rurale di Manfio, tra Casarano e Ruffano, per spegnere le fiamme divampate in uliveti e campagne. “Di fronte a quanto accaduto – ha dichiarato Loredana Capone – è necessario fare piena luce sulle cause dei roghi, verificare l’efficacia delle attività di prevenzione e coordinamento degli interventi e individuare tutte le misure necessarie per sostenere i territori colpiti e rafforzare la tutela del nostro patrimonio ambientale”. Nelle stesse ore in cui in Puglia venivano fatti allontanare centinaia di turisti, divampava un incendio nel Trapanese, nelle campagne vicino Montagna Grande, che ha coinvolto un’estesa zona dei boschi.
Considerando l’intero territorio nazionale, nel 2025 il 48% degli incendi divampati ha interessato ecosistemi forestali. In termini di superficie, risultano colpiti circa 123 chilometri quadrati di aree boscate (pari all’estensione del comune di Ancona). Si tratta di circa 57 chilometri quadrati di latifoglie sempreverdi, principalmente rappresentata da leccete, sugherete e macchia alta, circa 36 chilometri quadrati di latifoglie decidue (querceti, castagneti e faggete), più di 24 chilometri quadrati di aghifoglie sempreverdi (boschi naturali e piantagioni di conifere) e 5,79 chilometri quadrati di sistemi forestali misti. Ma Ispra fornisce anche i primi dati del 2026. Dal 1 gennaio al 9 giugno risulta colpita una superficie complessiva di circa 60 chilometri quadrati (pari all’estensione del Lago di Bracciano, in provincia di Roma), 20 di foreste. Attualmente circa il 28% delle aree forestali incendiate si trova nella regione Toscana. La seconda regione attualmente più colpita è la Calabria, con circa il 23%. “I dati del 2025 ci ricordano che gli incendi boschivi non sono soltanto un’emergenza ambientale, ma una sfida che riguarda la sicurezza dei territori, l’economia e la qualità della vita delle persone” spiega Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra e del Sistema nazionale di protezione ambientale, sottolineando la necessità “di investire sempre di più nella prevenzione, nella conoscenza e nella capacità di intervenire tempestivamente. Nessuna istituzione può affrontare da sola questa sfida: serve una grande alleanza tra Stato, Regioni, enti locali, comunità scientifica, sistema della protezione civile, mondo agricolo e cittadini”.
Appena lanciata dal ministro Musumeci, la campagna 2026 punta sul rafforzamento della prevenzione e sul ruolo centrale dei sindaci tra i punti chiave delle raccomandazioni. Il documento prevede il potenziamento dell’informazione alla popolazione sui comportamenti corretti, interventi di manutenzione del territorio con pulizia della vegetazione e riduzione del materiale combustibile, l’aggiornamento dei piani di protezione civile e il censimento delle aree colpite. Viene evidenziato “il ruolo strategico dei sindaci, prime autorità di protezione civile, chiamati a organizzare le risorse comunali secondo i piani vigenti, ad adottare misure di prevenzione anche tramite ordinanze e promuovere le attività di informazione ai cittadini”. Alle amministrazioni comunali, inoltre, è richiesta l’applicazione delle misure sugli incendi boschivi, comprese quelle sulle aree già colpite, che non possono avere una destinazione diversa da quella originaria per almeno quindici anni.
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È possibile fare un viaggio di diecimila chilometri lungo le spiagge d’Italia? La risposta è sì. Questa è stata l’incredibile avventura di Andrea Guolo e Tiziana Di Masi, autori della Guida ai migliori Beach Club d’Italia (Morellini Editore), la prima dedicata al mondo degli stabilimenti balneari che arriva alla sua terza edizione, un progetto editoriale unico nel suo genere. Non solo: quest’anno i nostri rabdomanti della vita balneare rivelano anche gli stabilimenti da non perdere al lago. Un itinerario che tocca tutte le regioni costiere e quelle con i più grandi specchi di blu, un viaggio che non si limita a dare consigli per una vacanza all’insegna del relax o del divertimento, dell’esclusività o dell’autenticità, ma anche una geografia dell’utile che mappa un’offerta completa, strumento per turisti ma anche per operatori del settore.
La guida si propone come fermo immagine per raccontare il turismo balneare, una delle filiere più rilevanti dell’economia italiana, fortemente radicata ai territori. Un ecosistema integrato di servizi e opportunità: dalla ristorazione all’ospitalità, includendo sempre più intrattenimento e benessere. Un’imprenditoria coraggiosa che sfida i limiti ambientali della delicata morfologia costiera italiana, in numerosi punti soggetta ad erosione, e i garbugli di una burocrazia complessa, in quanto le spiagge sono aree di competenza demaniale dello stato. Facciamo un passo indietro. È utile ricordare la direttiva europea Bolkestein introdotta nel 2010, la quale punta alla concorrenza trasparente tramite gare pubbliche imparziali per l’assegnazione di autorizzazioni anche in caso di risorse naturali scarse.
Nel Belpaese però, non è stata riconosciuta la suddetta caratteristica ambientale, e in assenza di una legge nazionale coerente alla direttiva, in questi anni abbiamo collezionato una lunga lista di rinvii e proroghe lasciando carta bianca ai singoli comuni che tutt’oggi sono liberi di agire autonomamente, avviando eventuali gare per le concessioni balneari. Nell’attesa di comprendere se la direttiva verrà un giorno applicata a cascata su tutto il territorio nazionale, le spiagge italiane, in quanto beni del demanio, continuano ad essere concesse solo in uso temporaneo a soggetti privati a fronte del pagamento di un canone annuo.
C’è chi parteggia per i pro, chi per i contro, sta di fatto che il dibattito sulle concessioni balneari si riaccende puntualmente stagione dopo stagione come un tormentone estivo, tra polemiche e forti pressioni da parte delle associazioni di categoria dei balneari. Questa incertezza incide anche sulle logiche imprenditoriali, soprattutto nel caso delle piccole realtà dove gli investimenti per migliorare la struttura e incentivare i servizi diventerebbero un comprensibile rischio, un’impasse che, di conseguenza, non valorizza il potenziale di certe località, fattore da considerare e che Andrea Guolo ha tenuto a sottolineare, un’onesta considerazione alla luce di una guida che rivela i migliori Beach Club d’Italia.
La “Guida ai migliori beach club d’Italia 2026” è stata lanciata ufficialmente in occasione del Gran Galà dei Beach Club d’Italia, gli “oscar” del settore balneare che si sono svolti a maggio in quel di Milano. In questa occasione sono stati svelati i prestigiosi premi di miglior beach club d’Italia, suddivisi per fascia di prezzo: luxury, premium e accessibile. A conquistare “ex aequo” il titolo di Best Luxury Beach Club Italia 2026 (oltre i 200 euro al giorno) sono: Alpemare, rinomato punto di riferimento a Forte dei Marmi, e Lido Villeggiatura, beach club del Belmond Villa Sant’Andrea, nella splendida cornice di Taormina. Nella fascia premium (50-200 euro) è invece Tivoli Portopiccolo a Sistiana, bella località della provincia di Trieste. Tra i beach club di prezzo accessibile (sotto i 50 euro) si distingue Sabbia D’oro a Scanzano Jonico, eccellenza lucana che affaccia sul limpido mare della Basilicata. C’è chi desidera trascorrere una vacanza balneare immerso nella natura e a stretto contatto con le tradizioni del luogo, chi invece non rinuncia all’ “esclusività da ombrellone” all’insegna del barefoot luxury, concetto di lusso che sposa sempre più l’eccellenza dei servizi alla libertà della vita da spiaggia, binomio sempre più in voga. Oltre al podio della serata, abbiamo chiesto ad Andrea Guolo qualche consiglio e curiosità per lasciarci ispirare e scoprire alcune località della nostra bellissima Italia.
Durante la lunga ricerca che ha portato a selezionare i migliori beach club d’Italia, non è mancato qualche imprevisto, anche a fronte dell’eccellenza. La valutazione delle strutture avviene l’anno precedente rispetto all’uscita della guida, e in questo lasso di tempo può capitare qualche “cambio di programma”. Un caso emblematico è stato quello di un beach club marchigiano selezionato per essere premiato e recensito con i migliori voti per qualità del servizio, location e posizione, il quale non è più agibile essendo stato messo sotto sequestro giudiziario: niente guida, nessuna stagione, solo tante domande alle quali neanche Andrea e Tiziana saprebbero dare risposta.
Di contro, i nostri autori possono testimoniare alcune realtà capaci di “fare scuola” in territori presi d’assalto durante i mesi estivi, con tutte le conseguenze del caso. Ci sono destinazioni incantevoli come la Puglia salentina della costa ionica, dove attualmente il turismo non è classificabile di fascia qualitativa alta, soprattutto se confrontato all’eccellenza della proposta adriatica. Due facce della stessa medaglia, quelle di una delle regioni più amate d’Italia per le vacanze balneari. Ma è proprio lungo la costa ionica che si trova Le 5 Vele, precisamente a Marina di Pescoluse, premiato per la strategia d’impresa. Questo beach club si distingue non solo per le proposte di alto livello ma anche per il concept che valorizza l’ospitalità salentina con il massimo del servizio, un esempio strutturato in un territorio soggetto all’overtourism spesso caotico e indisciplinato.
L’Italia e le sue mille sfaccettature, tra limiti, incredibili potenzialità e tanta bellezza. C’è chi desidera trascorrere una vacanza balneare immerso nella natura e a stretto contatto con le tradizioni del luogo, chi invece non rinuncia all’ “esclusività da ombrellone” all’insegna del barefoot luxury, concetto di lusso che sposa sempre più l’eccellenza dei servizi alla libertà della vita da spiaggia, binomio sempre più in voga. Abbiamo chiesto ad Andrea Guolo qualche consiglio e curiosità per lasciarci ispirare e scoprire alcune località della nostra bellissima Italia.
A distinguersi per l’autenticità della proposta e per l’ottimo rapporto qualità/prezzo spicca la Calabria dove gli stabilimenti stanno crescendo e intraprendendo politiche di hotellerie. Destinazione bellissima e selvaggia, dove il mare è ancora il vero protagonista e il verde incornicia le coste, ma il valore aggiunto è il legame con il territorio e le sue tradizioni, prime tra tutte quelle gastronomiche. Ed è così che la cucina genuina (e piccante) e la rosticceria diventano un must da ombrellone: al beach club Blanca Cruz di Caminia i piatti sono espressione delle tradizioni calabresi. Questa accogliente struttura situata lungo la suggestiva Costa degli Aranci in provincia di Catanzaro, offre un menù autentico e molto saporito. Per gli amanti della buona tavola, anche quest’anno si distingue Il Fico, ristorante del Lido Tahiti a Palmi, che propone piatti di pesce freschissimo preparati secondo tradizione ma impreziositi da tocchi moderni. Un’occasione per gustare delizie locali e rivisitate in questa perla della Costa Viola e del Reggino tirrenico nella provincia di Reggio Calabria, con incantevole affaccio sulle Isole Eolie.
Anche la Basilicata è una rivelazione e i suoi beach club sono i migliori d’Italia per il rapporto qualità-prezzo. Il Sabbia D’oro Beach Club a Scanzano Jonico, premiato come migliore d’Italia in fascia accessibile, offre tantissimi servizi che affacciano sull’ampia spiaggia dorata, una meraviglia di questa località lucana che affascina non solo per il mare cristallino. Il piccolo borgo di Scalzano affonda le radici in tempi antichissimi, quando era frequentato dai Micenei, di cui restano ancora tracce e preziose testimonianze risalenti al XIII-XI secolo a. C. in località Termitito, a poca distanza dal centro del paese. Un territorio autentico e ricco di sorprese.
Dalla colazione alla cena, c’è un valore aggiunto nel mangiare con i piedi nella sabbia. Il settore balneare punta sempre più a nuovi trend come il best sweet experience, dolci di qualità che impreziosiscono colazioni, pranzi e cene. Gettonatissimi anche gli aperitivi, complice la magia della golden hour sulla spiaggia, valorizzata da dj set e cocktail menù di tutto rispetto. Ma sono il pranzo e la cena a definire il meglio delle proposte gastronomiche fronte mare o direttamente in spiaggia sotto l’ombrellone (servizio sempre più diffuso), tali da poter paragonare i beach club ai migliori ristoranti dell’ “entroterra”.
Tra i best spicca Langosteria che ha cambiato la storia di Bagni Fiore, affacciato sulle acque cristalline di baia Paraggi. Incoronato il miglior beach club della Liguria è inoltre un’ode alla dolcevita: da Brigitte Bardot, a Maria Callas, a Liz Taylor, sono tante le dive di Hollywood che hanno scelto questo angolo di paradiso, tutt’oggi molto rinomato nel jet set internazionale che lo incorona uno dei place to be della movida balneare ligure, nonché fiore all’occhiello della ristorazione locale, tanto da conquistare il prestigioso riconoscimento del Cà Maiol Award – Best beach restaurant 2026.
Un altro must è il Gilda Forte dei Marmi. Il beach club si distingue per essere un ambiente di grande charme della Versilia, dove gustare ogni giorno la cucina di mare e le essenze del territorio, accompagnate dalla migliore selezione di vini e champagne, terroir da abbinare a piatti che raccontano il mare e la terra Toscana, come Tagliolino scampi e tartufo nero di San Miniato, eccellenza dell’entroterra regionale.
Altra tappa da non perdere è La Spigola a Golfo Aranci. Questa oasi affacciata sulle onde turchesi rivela l’identità e l’essenza del mare, così quella della verace anima sarda, giocando con i sapori e rivelando i saperi dello chef Roberto Pisano, capace di unire il cibo a una profonda coscienza ambientalista. La sua cucina è consapevole e sostenibile: ogni piatto si propone come un messaggio virtuoso che promuove la lotta agli sprechi, sensibilizza sull’inquinamento e valorizza le specie marine dimenticate, il tutto privilegiando ingredienti freschi e locali che rafforzano il legame con il territorio. Oltre ai fornelli, anche delle cabine di frollatura per il pesce, una cucina consapevole e ambiziosa, per un menù che desidera fare la differenza.
La Sardegna, resta una delle mete più amate per una vacanza balneare. Oltre alla bellezza indiscussa del mare e delle spiagge, anche la nomea di alcune località la rende una destinazione patinata e “alla moda”, basti dire “Costa Smeralda” per associare una vacanza all’insegna dell’esclusività. Non è un caso se il Phi Beach continua a confermarsi uno dei beach club più gettonati per trascorrere una serata glam e raffinata, un must di Porto Cervo che accende la vita balneare tra spiaggia e dancefloor, mixando mare, proposte gourmet e Dj internazionali. Una foto scattata qui crea “social engagement”, ma esistono altrettanti beach club che assicurano scatti “instagrammabili”, come La Scogliera a Positano, location perfetta per immortalare uno dei belvedere più iconici del Belpaese e per trascorrere un’esperienza che racchiude tutta l’essenza di un’estate italiana: questo beach club, incastonato tra le rocce della Costiera Amalfitana con vista sulle isole Li Galli, offre il mix perfetto di natura, relax, comfort e servizi di ristorazione di alta qualità.
Meravigliosamente inserita nel paesaggio ligure anche La Spiaggetta dei Balzi Rossi che spunta come una gemma ai piedi della costa rocciosa a confine con la Francia. Situata a due passi dalla Costa Azzurra ma orgogliosamente ligure, questo stabilimento, oltre ad essere fotogenico per l’incredibile location abbracciata dal litorale e affacciata sul mare cristallino, è unica nel suo genere per le serate “al cinema”: il nuovo Cinema Balzi Rossi vi aspetta per la stagione 2026 con le pellicole più belle proiettate direttamente sul mare, grazie a un maxischermo installato tra le onde.
Ci sono località balneari capaci di unire la bellezza della natura al fascino della cultura, luoghi dove è possibile fare un tuffo nella storia. Il Lido di Venezia offre tutto questo, oltre alla Mostra del Cinema che si svolge tra fine agosto e inizio settembre, colpi di coda di un’estate glam. Qui si trova il Des Bains 1900, che conta la bellezza di 126 anni di attività, una vera e propria icona dei primi anni del XX secolo descritta anche da Thomas Mann nel suo celeberrimo romanzo “Morte a Venezia”. Frequentato dal jet set internazionale sin dalla sua inaugurazione, il 5 Luglio 1900, questa raffinata struttura veneziana resta più che mai attuale.
Per rivivere le atmosfere del passato ma soprattutto scoprire una curiosa caratteristica che lo rende anacronistico ma al contempo unico, tappa alla Lanterna, meglio nota come Pedocin, sul Molo Fratelli Bandiera di Trieste. Si tratta dell’unico stabilimento balneare in Europa dove l’area destinata agli uomini e quella riservata a donne e bambini (fino ai 12 anni) sono separate. La divisione di questo stabilimento, aperto nel 1903 sotto l’Impero Austro-Ungarico per cure elioterapiche, è tutt’oggi amatissimo dai triestini che scelsero di mantenere la divisione dei bagni nonostante la proposta comunale di toglierla. Non solo, lo stabilimento è altresì il più economico d’Italia: l’entrata costa solo 1,40 Euro, a patto di seguire le indicazioni che vi porteranno a fare un vero e proprio tuffo nella storia.

Sono tantissimi i vacanzieri che scelgono di partire con gli animali, per questa ragione è molto utile riportare che in alcuni comuni i beach club non possono accogliere i cani sulla spiaggia poiché non concesso dall’ordinanza comunale. Dove non è consentito per legge, siamo certi che alcuni divieti siano stati affissi a malincuore nella maggioranza dei casi. La Guida ai migliori Beach Club d’Italia offre tutte le indicazioni aggiornate in merito alle strutture che accettano oppure no gli amici a quattro zampe. Tra le destinazioni top, c’è un angolo di pace tra Alassio e Albenga, con bella vista dell’Isola Gallinara: il Baba Beach. In questa struttura pet friendly il comfort incontra la buona cucina ligure e il benessere, anche quello dei vostri amici pelosi dove possono rilassarsi e divertirsi nella spiaggia dog friendly completamente delimitata, con vegetazione pensata per loro. Tanta libertà, sicurezza e numerosi servizi ad hoc, come le docce dedicate ai cani. In Veneto, altrettanto gettonato e perfettamente organizzato il Tamerici Dog a Rosolina Mare, il primo stabilimento nel Parco del Delta del Po attrezzato per chi desidera trascorrere una vacanza o qualche giorno al mare in compagnia del proprio amico a quattro zampe che troverà il contesto ideale, con tanto di sistema “autolavaggio” prima dell’uscita spiaggia.
Per chi desidera scoprire qualcosa di nuovo, la nostra bella Italia non delude mai, così alcune strutture che si inseriscono con grazia nei paesaggi e valorizzano le bellezze e le peculiarità dei territori come la spiaggia di Termoli, dove spunta Cala Sveva Beach Club, incorniciato dalle splendide mura federiciane e dai trabucchi sul mare, testimonianza della tradizione marinara abruzzese. Qui la storia e la cultura incontrano il piacere balneare e una proposta gastronomica che punta su specialità di pesce sempre freschissimo, da gustare direttamente in spiaggia durante il giorno, mentre dall’orario aperitivo in poi, trasforma le serate a suon di ritmo con artisti di fama mondiale.
Il Mar Adriatico si racconta lungo lo stivale, e cambia. C’è una località che sembra testimoniare la bellezza di questa geografia varia e pittoresca, quella di Gabicce Mare, che spunta lungo la Riviera a Nord delle Marche, altresì chiamata “la Capri dell’Adriatico” poiché è il primo punto panoramico da Trieste. Ed è proprio qui che si trova uno dei centri balneari più caratteristici, il primo stabilimento situato sulla roccia dopo l’interminabile nastro di sabbia fine della riviera adriatica che da nord Italia scende verso sud. Non è un caso che Bagni 45 Maristella, viene chiamato anche “Sotto Monte”, il luogo ideale dove scoprire tutta l’accoglienza marchigiana.
Tra le novità di Guida ai migliori Beach Club d’Italia 2026 ci sono anche le migliori proposte per trascorrere una vacanza balneare al lago. Una ricerca “in divenire”, come l’ha definita Andrea Guolo, che merita sempre più attenzione dopo questo primo resoconto “nero su bianco”. Oggigiorno il turismo lacustre italiano è in crescita e molto richiesto dal mercato estero, soprattutto i laghi di Garda e Como, binomio di lusso e natura, ma sempre più accessibili e con un forte legame con i territori. Le incantevoli località del Garda per esempio, uniscono il piacere balneare alla cultura locale, compresa quella enogastronomica del vino e di prodotti DOP come l’Olio del Garda. Il Riviera Lake a Punta San Vigilio è considerato il beach club più esclusivo del lago di Garda. Questo fiore all’occhiello della sponda veronese non ha bisogno di molte presentazioni per l’eccellenza dei servizi. La sua vera suggestione è la spiaggia con incantevole punto panoramico, rinfrescata dall’acqua color smeraldo, ombreggiata da ulivi secolari e tanto verde, un eden dove è possibile gustare golose prelibatezze dalla colazione all’aperitivo.
Su “quel ramo del lago di Como” invece, per la precisione lungo la sponda occidentale di questo incantevole specchio di blu, si trova il Victoria Beach Club di Menaggio. Parole d’ordine: accoglienza raffinata e connessione al territorio perché tutto qui parla con stile del genius loci di Menaggio, pittoresca cittadina di antiche origini da visitare a ritmo lento, nonché un ottimo punto di partenza per scoprire il lago di Como e le montagne che lo circondano, una destinazione non solo balneare che incanta il mondo intero.
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Dal 16 al 21 giugno la Gay Street di Roma, in via di San Giovanni in Laterano, a pochi passi dal Colosseo, si trasformerà in un palcoscenico dedicato a cultura, diritti e inclusione. Torna infatti “Walk with Pride”, la manifestazione diretta da Ezio Cristo che per sei giorni animerà uno dei luoghi simbolo della comunità LGBTQIA+ della Capitale con talk, spettacoli, concerti, presentazioni e momenti di confronto. A inaugurare l’evento il 16 giugno sarà Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione, che taglierà il nastro dando ufficialmente il via alla settimana di appuntamenti. Tra gli ospiti attesi figurano anche Imma Battaglia, Antonella Elia, Priscilla, Francesco Montanari e Gabriele Piazza con lo spettacolo satirico “Eterofobo”.
Uno degli appuntamenti più attesi e discussi è il talk del 17 giugno che vedrà confrontarsi Francesca Pascale, co-fondatrice del movimento Gay Conservatori e Liberali, Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno, e Nicola Di Bartolomeo del Movimento 5 Stelle. Una scelta che arriva dopo che nelle scorse settimane Pascale aveva denunciato l’esclusione dai talk della Pride Croisette e che gli organizzatori rivendicano come occasione di confronto. “Credo sia stato un errore non dare spazio e voce anche a chi ha un pensiero diverso”, spiega a ilfattoquotidiano.it il direttore artistico Ezio Cristo. “Non stiamo parlando di un partito fascista, ma di un movimento che si definisce gay conservatore. Poi si può essere d’accordo o meno, ma la censura non fa parte della mia idea di comunità. Noi siamo totalmente liberali e riteniamo giusto che sui diritti possano confrontarsi posizioni differenti”. La manifestazione si svolgerà a pochi giorni dal Roma Pride del 20 giugno, ma gli organizzatori respingono l’idea di una contrapposizione diretta. “Non ci poniamo come alternativa al Pride”, precisa Cristo. “Piuttosto proponiamo un’alternativa a quello che è il programma ufficiale di eventi del Roma Pride. È uno spazio aperto dove possono convivere sensibilità diverse”.
Per Cristo la scelta della Gay Street non è casuale. “Io credo molto in un Pride diffuso. La Gay Street è da oltre vent’anni un simbolo per la comunità LGBTQIA+ romana ed è spesso il primo luogo di approdo per chi arriva in città e cerca un punto di riferimento. Qui è nata una parte importante della storia della comunità romana e per questo ci sembrava il luogo naturale per una manifestazione come questa”. Tra gli eventi di maggiore richiamo figura il concerto del 19 giugno di Francesco Sarcina e Le Vibrazioni, mentre il programma prevede anche riconoscimenti a personalità impegnate nella promozione dei diritti, un concorso drag dedicato alla scena performativa italiana e numerosi incontri culturali.
Particolare attenzione sarà dedicata quest’anno alle persone transgender. Non a caso la madrina dell’evento sarà Vladimir Luxuria. “Credo che oggi la questione della transessualità sia uno dei temi più delicati e meno approfonditi all’interno del dibattito pubblico”, osserva Cristo. “La scelta di Vladimir ha un valore simbolico e politico. Vogliamo riportare al centro una discussione che spesso resta ai margini”. Nel programma è previsto anche un incontro dedicato specificamente ai diritti delle persone trans. “Abbiamo deciso di coinvolgere non solo associazioni, ma direttamente persone transgender”, conclude il direttore artistico. “Per noi è importante che a parlare siano anche coloro che vivono quotidianamente queste esperienze”. L’obiettivo dichiarato di “Walk with Pride” è quello di raccontare una società più inclusiva attraverso il dialogo tra arte, cultura e partecipazione civile, valorizzando uno spazio che da anni rappresenta uno dei punti di riferimento della comunità LGBTQIA+ della Capitale.
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In un’epoca in cui il matrimonio viene spesso descritto come un’istituzione in crisi, a Roma c’è chi fa la fila per pronunciare il fatidico “sì”. Non davanti all’altare o negli uffici comunali, ma davanti a una macchina. Succede al Love Bar, locale situato in via Flaminia, dove è stata installata la Wedding Machine, un totem che permette di celebrare un matrimonio simbolico in pochi minuti. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, l’iniziativa, che richiama nell’immaginario i celebri matrimoni lampo di Las Vegas, sta attirando curiosi, coppie e amici desiderosi di vivere un momento insolito e romantico. A idearla è stata Gaenette Raimo, 26 anni, che racconta così il progetto: “Il nome? La chiamiamo la Wedding Machine”. Il totem, attualmente alla sua prima versione, promette un’esperienza rapida e originale: ‘bastano tre minuti per dirsi “sì'”.
La scelta della location non è casuale. A pochi passi dal locale c’è Ponte Milvio, che negli anni è diventato uno dei punti più riconoscibili quando si parla d’amore a Roma, anche per la tradizione dei lucchetti lasciati dalle coppie. E poi c’è tutto l’immaginario legato a Tre metri sopra il cielo, il romanzo di Federico Moccia che ha reso quel ponte un simbolo romantico per una generazione intera, con la famosa scena dei lucchetti e la scritta “Io e te 3 metri sopra il cielo” che ha fatto il giro del mondo. “È il simbolo romano delle promesse d’amore”, sottolinea infatti la giovane ideatrice.
Il funzionamento della macchina è semplice. Una volta davanti al totem, i partecipanti inseriscono i propri nomi e seguono le indicazioni di un avatar presente sul display. La procedura prevede il pagamento di 15 euro tramite Pos o QR Code e, al termine, la macchina consegna due anelli simbolici e un certificato ricordo.
Si tratta di un’unione puramente simbolica, come precisa la stessa Raimo: “Sì, è simbolica. Ma non per questo priva di emozione”. Sul certificato stampato dalla macchina compare anche un messaggio che accompagna l’esperienza: “Siete ufficialmente sposati… per gioco. E siete invitati a custodire questo certificato come ricordo di un atto romantico e un po’ folle”.
L’idea sembra aver fatto centro. In appena due settimane, infatti, oltre mille persone hanno scelto di partecipare alla particolare cerimonia. “C’è chi lo fa per gioco, chi lo fa con più serietà. Il nostro obiettivo era quello di regalare un momento che fosse davvero magico”, spiega Raimo.
Dietro il progetto c’è una passione che nasce da lontano: “Sono sempre stata appassionata di matrimoni. Mi ha sempre affascinato, fin da quando ero piccola, l’idea che due persone si scelgano. Dopo essere stata a un matrimonio in cui ho passato ore a scattarmi foto in una cabina fotografica con il mio ragazzo e i miei amici, ho pensato: perché non creare qualcosa di simile che permetta a tutti di sposarsi? In modo veloce, quasi come ci si scatta una fotografia”.
Da quell’intuizione è nata la Wedding Machine, un progetto che potrebbe presto uscire dai confini della Capitale: “Il mio sogno è che le persone possano dire: mi sono sposata a Roma. Poi a Napoli. Poi a Milano. E così via, all’infinito”, afferma.
Nel frattempo, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano romano, la macchina continua a raccogliere storie e testimonianze. Tra coloro che hanno deciso di vivere questa esperienza ci sono anche Matteo e Valentina, una coppia che per diversi motivi non può ancora celebrare un matrimonio ufficiale. Per loro, però, quel momento ha avuto un significato particolare: “Per noi già così è un enorme regalo”.
L'articolo Non in chiesa né in Comune: a Roma nasce la Wedding Machine, il “matrimonio” in tre minuti che sta diventando un fenomeno virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
La settimana dal 15 al 21 giugno è una delle più cariche di significato. Si apre lunedì con la Luna Nuova in Gemelli, l’ultima Luna Nuova di primavera, un momento di semina mentale, di intenzioni legate alla comunicazione, agli scambi, alle idee che vogliono prendere forma. È un invito a piantare semi di chiarezza prima che la stagione cambi. E la stagione volge al termine, dal il 21 giugno il Sole cambia passo ed entra in Cancro, segnando il Solstizio d’Estate. Nel frattempo la Luna percorre i segni della Vergine, passando per Cancro e Leone: un arco che va dall’emozione all’ordine, dall’intuizione all’analisi. Una settimana di transizione, nel senso più pieno del termine.
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L’ha definita una “trappola per turisti”: due gelati pagati 44 euro per via di una serie di aggiunte che aveva interpretato come omaggi del locale. La storia raccontata sui social da Nicole Ann, turista della Florida in vacanza a Roma con il marito, è diventata virale, dividendo l’opinione pubblica tra chi parla di conto assurdo e chi invece invita a leggere sempre con attenzione prezzi e supplementi prima di accettare qualsiasi aggiunta.
Il caso è arrivato fino al Regno Unito, dove il Times ha deciso di verificare di persona quanto accaduto. Il corrispondente Tom Kington è andato nella stessa gelateria frequentata da Nicole Ann, Don Nino, a pochi passi da piazza Navona. All’arrivo, la ragazza dietro al bancone avrebbe chiarito immediatamente di non poter parlare con un giornalista e che il manager non era presente. Poi gli avrebbe illustrato le possibili aggiunte al gelato, specificando che si trattava di “extra”. Il risultato? Un cono con pistacchio, mango e fragola, arricchito da panna montata, wafer, macaron e cannolo, per un conto finale di 22 euro. Quasi stessa cifra pagata dalla turista americana per ciascuno dei due gelati finiti al centro delle polemiche.
Non a caso il titolo scelto dal quotidiano britannico è piuttosto eloquente: “44 euro per due gelati? Quando vi trovate a Roma, fate come me per schivare le truffe“. Ad accompagnare l’articolo c’è persino un’immagine tratta da Tototruffa ’62, il celebre film in cui Totò riesce a vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo turista.
Da lì il giornalista allarga il discorso alle possibili insidie per i visitatori della Capitale. A partire proprio dal gelato: secondo Kington, una coppetta o un cono abbondante non dovrebbero costare più di 5 euro e la panna montata dovrebbe essere inclusa nel prezzo. Quanto al caffè, il consiglio è altrettanto chiaro: “Per un vero espresso italiano, ordinate al banco. Il prezzo non dovrebbe superare 1,50 euro”. Ma nemmeno questo garantisce di evitare brutte sorprese. Kington racconta infatti di aver contestato una volta il costo eccessivo di un caffè in un bar del centro storico, ricevendo una risposta che lo ha lasciato senza parole: “Mi scusi, pensavo fosse un turista”.
Secondo il Times, insomma, le trappole per visitatori sono sempre dietro l’angolo. Per questo il giornalista invita a controllare con attenzione anche i menu dei ristoranti: “Spesso il prezzo del pesce si riferisce a 100 grammi di prodotto e non all’intera porzione. Sentitevi liberi di chiedere quanto peserà il piatto prima di ordinare”. Non mancano i consigli sui taxi: “Dovrebbero applicare una tariffa fissa da e per l’aeroporto, ma a volte dimenticano di comunicarlo ai turisti per poter guadagnare di più con il tassametro”.
E c’è spazio anche per l’ironia. “Se state parcheggiando un’auto e un uomo inizia gentilmente a guidarvi nella manovra, vuole dei soldi e potrebbe persino lasciar intendere che vi taglierà le gomme se non lo pagherete”, scrive Kington. Il suggerimento? Fingere di non capire una parola di quello che sta dicendo e allontanarsi il più rapidamente possibile.
L'articolo Il Times non fa sconti a Roma e pubblica un pezzo su come evitare truffe nella Capitale: “Ecco quanto devono costare gelato e caffè, occhio a taxi…” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con la presenza di telecamere ovunque, in qualsiasi zona del campo, negli ultimi anni allenatori e calciatori hanno radicalmente cambiato modo di comunicare, inventando la qualsiasi. L’obiettivo? Non permettere agli avversari di comprendere le indicazioni. Ma quanto visto durante Giappone–Olanda ha sorpreso tifosi e addetti ai lavori. Nel pareggio per 2-2 contro gli olandesi, il commissario tecnico del Giappone, Hajime Moriyasu, ha infatti adottato un sistema di comunicazione decisamente insolito. A bordo campo è comparsa una grande lavagna sulla quale venivano mostrati numeri differenti a seconda dei momenti della partita. Una soluzione che in poco tempo è diventata virale sui social network.
Dietro quei numeri si nascondeva un vero e proprio linguaggio in codice. Ogni cifra corrispondeva a precise indicazioni tattiche concordate in precedenza con la squadra. In questo modo il tecnico poteva trasmettere istruzioni ai propri giocatori senza dover urlare dalla panchina e senza rivelare apertamente le proprie mosse agli avversari. I numeri, scritti in caratteri molto grandi, erano visibili da ogni zona del campo, ma ovviamente il significato è noto solo ai calciatori del Giappone.
Un metodo che richiede naturalmente una preparazione accurata e la memorizzazione preventiva dei vari codici, aspetto che non sembra aver creato particolari problemi ai giocatori nipponici, da sempre apprezzati per disciplina e organizzazione. In Giappone infatti studiano la matematica con il “soroban” (l’abaco giapponese), motivo per cui tutti sono “abituati” a recepire e memorizzare indicazioni attraverso l’utilizzo dei numeri. La lavagna non è stata utilizzata soltanto per le modifiche tattiche. Nei minuti conclusivi della gara è servita anche per segnalare in tempo reale il recupero rimanente, trasformandosi in una sorta di conto alla rovescia verso il triplice fischio. Alla fine il Giappone ha conquistato un prezioso 2-2, recuperando per due volte lo svantaggio contro l’Olanda.
L'articolo La lavagna dei numeri del Giappone incuriosisce tutti ai Mondiali: così il ct Moriyasu comunica in codice con la squadra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il referendum di questi giorni sul controllo della popolazione in Svizzera è stato respinto, ma poco sarebbe cambiato anche se fosse stato approvato. Un classico esempio di domanda che non ha una risposta valida, specialmente se deve essere risolta con un voto sì/no.
All’origine di questo referendum c’è un dibattito iniziato negli anni ’50, quando si scoprì che la popolazione umana stava crescendo in modo esponenziale e si pensava che questo avrebbe portato a guerre e carestie. In Occidente, il dibattito si è esaurito quando si è scoperto che la fertilità umana stava precipitando. Era la “transizione demografica” che ha rallentato e poi invertito la tendenza alla crescita nella maggioranza dei paesi occidentali. Il timore di una crescita esponenziale incontrollabile della popolazione umana è oggi parte della storia delle paure esagerate, insieme ai cavalli dei cosacchi che si abbeveravano alle fontane di Piazza San Pietro.
Tuttavia, il referendum in Svizzera dimostra che la questione della sovrappopolazione è ancora viva e che c’è chi pensa che qualche forma di controllo della popolazione sia necessaria. Il problema è che la storia dimostra che la popolazione umana resiste ai vari tentativi dei governi di influenzarla. Un buon esempio ci viene dalla Cina, dove il tentativo del governo di frenare la crescita demografica generò la “politica del figlio unico”, varata all’inizio degli anni ’80.
In pratica, la politica del figlio unico si è rivelata superflua; è stata ufficialmente abolita nel 2016, ma aveva cessato di essere applicata molto prima. La popolazione cinese ha attraversato la sua transizione demografica in parallelo con quella di altri paesi asiatici che non avevano preso le stesse misure di controllo. Un caso fra i tanti che dimostra che gli interventi governativi volti a regolare la natalità di solito falliscono (vi ricordate il tempo degli “otto milioni di baionette” di memoria mussoliniana?). Questa storia è descritta in dettaglio nel mio libro recente La fine della crescita della popolazione.
In Svizzera, il referendum era altrettanto superfluo e fuori tempo della politica cinese del figlio unico. Entrambi erano tentativi di forzare la popolazione a fare una cosa che già stava facendo: rallentare o invertire la crescita.
Il tasso di fertilità totale (TFR) della Svizzera, ovvero il numero di figli per donna, è sceso al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1 nel 1970, e ora si attesta intorno a 1,3 — uno dei più bassi al mondo. Vuol dire che le nascite non sono sufficienti per garantire il rimpiazzo della naturale mortalità della popolazione. Se la tendenza si mantiene, come ha fatto negli ultimi 50 anni, la popolazione svizzera è destinata a diminuire. Alcuni studi prevedono che supererà la soglia dei 10 milioni, altri ritengono che rimarrà al di sotto. Altri ancora prevedono un rapido declino (“effetto Seneca”) dopo il picco. In pratica, il governo svizzero potrebbe presto doversi preoccupare di un problema opposto a quello che il referendum pretendeva di risolvere: lo spopolamento.
A quel punto, nemmeno favorire l’immigrazione sarà una soluzione ovvia. L’81% degli immigrati che vivono in Svizzera provengono dall’Europa, per lo più dall’Ue, paesi che non avranno un surplus di popolazione da esportare. Solo circa il 5% degli immigrati proviene dalle regioni ancora in crescita dell’Africa subsahariana, ma la transizione demografica sta avvenendo anche lì.
La Svizzera, come tutti i paesi industrializzati, farà meglio ad adattarsi a un inevitabile declino demografico piuttosto che cercare di forzare le nascite a seguire qualche piano governativo.
La popolazione mondiale sta vedendo l’inversione di una tendenza di crescita che durava da millenni. Per molti versi, questa inversione è benvenuta, poiché alleggerirà la pressione su un ecosistema già messo a dura prova. Ma è una strada con una destinazione sconosciuta: dovremo esplorare questa nuova situazione via via che si sviluppa.
L'articolo Il referendum in Svizzera è stato superfluo: la crescita della popolazione sta già rallentando proviene da Il Fatto Quotidiano.
Immagini prese dalle telecamere dei mezzi pubblici di Milano che inquadrano parti del corpo delle donne e condivise in una chat dal titolo “Ticinese staff”. A scoprirlo e denunciarlo una passeggera che, nelle scorse ore, ha postato su Instagram una stories in cui diceva di aver visto – mentre era sul tram 15 – la conversazione sul telefono di un signore con la divisa del personale Atm.
L’azienda ha diffuso una nota facendo sapere che “si è prontamente attivata con la massima attenzione per fare piena luce sull’episodio, per verificare il corretto uso degli strumenti aziendali, per tutelare i clienti e le migliaia di dipendenti corretti che lavorano ogni giorno al servizio della città”. E, continuano, “crediamo fermamente nel rispetto come valore fondante e non negoziabile. Agiremo in ogni sede opportuna rispetto a qualsiasi irregolarità commessa”.
A ricondividere la denuncia è stata l’influencer Cyanidue, rilanciata dal sito Mowmag. Nello screenshot, che lei stessa ha ricevuto da un’altra utente, si vede una conversazione con commenti sessisti a una foto rubata di una donna di schiena.
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Su Truth Donald Trump ha annunciato un “Deal” con l’iniziale maiuscola, un “accordo” capace di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e di riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma la realtà è molto più sfumata. Per capire i termini della questione occorre definire alcuni concetti. Punto primo: quello di cui si parla non è un accordo, ma un “Memorandum of Understanding“, ovvero una cornice politica, una bozza dei concetti che la vera e propria intesa – che dovrebbe essere discussa a partire dalla firma prevista per venerdì a Ginevra – dovrebbe contenere. Punto secondo: i dettagli del memorandum non sono pubblici, il che consente a ognuna delle due parti di sottolineare i termini a essa più funzionali. Quello che è certo è che le questioni cruciali sono state rinviate a una successiva tornata di negoziati.
Nucleare: il nodo dell’uranio arricchito è rinviato. Il destino del programma nucleare iraniano, per debellare il quale Usa e Israele avevano detto di aver attaccato la Repubblica islamica il 28 febbraio, verrà discusso a partire da venerdì e a quanto sembra i negoziati dovrebbero svolgersi entro 60 giorni. In un’intervista con il New York Times, Trump ha messo a confronto il suo “deal” con il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo del 2015 raggiunto da Barack Obama con Teheran che limitava l’arricchimento dell’uranio al 3,67%, un livello utilizzabile nei reattori nucleari ma non per la produzione di armi, sostenendo che la nuova intesa prevederebbe per l’Iran “l’impossibilità di sviluppare o acquistare un’arma nucleare”. Al momento il memorandum non darebbe alcuna garanzia sotto questo punto di vista, ma prevede solo una nuova tornata di negoziati.
Al Nyt Trump ha detto che gli Stati Uniti collaboreranno con Teheran per rimuovere tutto il combustibile nucleare presente nel paese, 12 tonnellate in totale. Anche qui le incognite sono diverse. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, almeno 200 dei 440 kg di uranio arricchito al 60% in possesso del Paese si trovano sepolti in siti come Isfahan, bombardato in profondità dagli Usa nel giugno 2025: Teheran accetterà la presenza di personale statunitense sul proprio territorio per farsi aiutare nella rimozione? In base all’accordo di Obama, che Trump ha fatto saltare nel 2018, il 97% delle scorte iraniane fu spedito in Russia: come verranno gestite in questo caso? Altra incognita, probabilmente la principale: da quanto emerso, il testo prevede che le trattative dovrebbero durare 60 giorni. Per raggiungere il Jcpoa servirono quasi due anni, dal novembre 2013 al luglio 2015.
Hormuz: tra mine, pedaggi e tregua lo stretto resta un’incognita. “Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a scorrere da entrambe le estremità, a beneficio della regione e del mondo”, ha scritto Trump su Truth. Una frase che contiene almeno due punti interrogativi. La prima è che la tregua dovrebbe tenere almeno fino a venerdì e già Israele ha fatto sapere di volersi tenere le mani libere in Libano. La seconda è che la riapertura sembra condizionata allo sminamento dello stretto, con ciò che questo potrebbe comportare in termini di tempo e di fattibilità. Nella telefonata al New York Times, inoltre, Trump ha affermato che lo stretto sarà “permanentemente esente da pedaggi“. Sul punto tuttavia non ci sono certezze.
Secondo una bozza diffusa sabato da Reuters, ad esempio, la revoca del blocco Usa inizierebbe subito dopo la firma del memorandum e sarebbe completata entro 30 giorni. Secondo quanto emerso nelle ultime ore, invece, il testo sospende i pedaggi nello stretto solo per 60 giorni, promettendo poi un dialogo regionale sul futuro. Tutto ciò al netto di quelle che sono le valutazioni sull’effettiva utilità di questa guerra: prima di essere attaccata il 28 febbraio Teheran non aveva mai imposto dazi sul passaggio nello stretto, quindi Trump sta festeggiando un ritorno allo status quo prebellico.
Petrolio: l’allentamento delle sanzioni che non piace a Tel Aviv. Un alto funzionario iraniano ha riferito a Reuters che il memorandum prevede la sospensione temporanea delle sanzioni inflitte da Washington al petrolio iraniano. “Non c’è una data precisa per l’allentamento delle sanzioni e sarà legato all’attuazione dell’accordo”, ha confermato ad Axios un diplomatico statunitense. Domenica, poi, politici iraniani hanno lasciato intendere che un significativo allentamento delle misure economiche sarebbe propedeutico a concessioni sul tema del nucleare. Un’intesa in questo ambito incontrerebbe la totale contrarietà di Israele, timorosa che un aumento degli introiti per Teheran sarebbe direttamente proporzionale all’aumento della minaccia militare nei suoi confronti. Nel 2015 Tel Aviv aveva sostanzialmente accettato il Jcpoa, che pure prevedeva un graduale allentamento delle sanzioni, ma all’epoca il governo israeliano non aveva sulla Casa Bianca di Obama la presa che ha sull’amministrazione Trump (che nel 2018 Netanyahu convinse a uscire dall’accordo).
I 25 miliardi congelati: Trump promette, il memorandum tace. Al New York Times Trump ha detto che se i leader iraniani tornassero a reprimere con la violenza eventuali proteste di piazza, non otterrebbero la piena revoca delle sanzioni e l’accesso a 25 miliardi di dollari di asset congelati. Condizioni che, tuttavia, non sarebbero presenti nel memorandum. Un fatto però è certo: se prima della guerra – e ancor prima quando era in vigore il Jcpoa – gli asset erano congelati e non erano emersi motivi evidenti per sbloccarli, ora gli Stati Uniti si troverebbero nella necessità di farlo per mettere fine a un conflitto che loro stessi hanno iniziato e a cui fanno fatica a porre termine. E, come sopra, la possibilità che Teheran abbia accesso a una tale mole di risorse finanziarie non può lasciare indifferente Israele.
Israele: l’attore che può far saltare tutto. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran ha dichiarato in un comunicato che il “memorandum d’intesa”, prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano. Ma Israele non ha partecipato ai negoziati e Netanyahu ha già fatto sapere agli Usa che Tel Aviv non si ritirerà dal paese dei cedri e non si considera vincolato da alcuna clausola. Anche l’opposizione nella Knesset è contraria a mettere fine alla campagna. Non è difficile immaginare che qualsiasi escalation contro Hezbollah, in Siria o altrove finirebbe per mettere rapidamente sotto pressione, se non addirittura a rischio, l’intera intesa.
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di Roberto Celante
La fiera “Più libri più liberi” chiederà agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo per partecipare all’edizione 2026. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”. Così ha commentato Giorgia Meloni sui social, concludendo: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”.
In realtà, è il fascismo ad essere incompatibile la democrazia, proprio perché non ammetteva alcun dissenso: aveva dichiarato decaduti i deputati appartenenti agli altri partiti, che aveva sciolto, così come i sindacati; aveva chiuso alcune testate giornalistiche ed imposto la censura preventiva a quelle superstiti; aveva istituito un Tribunale Speciale per condannare gli antifascisti al confino e al carcere; aveva assassinato gli avversari più irriducibili, in Italia e all’estero. Aveva dichiarato guerra al mondo intero, mandando a morire centinaia di migliaia di giovani e aveva portato il conflitto sul suolo nazionale, distruggendo un intero Paese. Questo fu il fascismo, ed è per questo che la XII^ Disposizione transitoria e finale della Costituzione ne vieta la riorganizzazione.
Sarebbe già questa una spiegazione sufficiente. La Premier, tuttavia, ha citato la libertà di pensiero, riconosciuta dall’art. 21 Cost., pur dovendo sapere che esso non tutela qualunque manifestazione del pensiero, a prescindere dal contenuto.
La legge, infatti, punisce le fattispecie di vilipendio (artt. 278 e 290 c.p.), così spiegate nientemeno che dalla Cassazione: “Quando la manifestazione di pensiero sia diretta a negare ogni rispetto o fiducia all’istituzione, inducendo i destinatari al disprezzo o alla disobbedienza, non può parlarsi di mera critica bensì di condotta vilipendiosa” (Cass. Pen. Sez. I, sentenza n. 7386/1978).
L’art. 302 c.p. punisce l’istigazione a commettere alcuno dei delitti contro la personalità dello Stato puniti con l’ergastolo o con la reclusione. Contrariamente rispetto alle istigazioni per crimini comuni, all’art. 302 c.p. la tutela penale è anticipata al livello del pericolo astratto che si verifichi quanto atteso dalla condotta istigatrice, per la gravità delle possibili conseguenze.
Vilipendio ed istigazione sono, quindi, forme di manifestazione del pensiero che si pongono al di fuori della tutela costituzionale, per l’intrinseca astratta pericolosità che le connota. Per la stessa ratio, identico trattamento è riservato alla condotta di apologia di fascismo, reato introdotto dalla c.d. “Legge Scelba” (L. 645/1952), che all’art. 4 punisce l’apologia del fascismo, ovvero la condotta di chi fa propaganda per la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e di “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.
Eppure, l’art. 21 Cost. è lungo, ma non c’è un solo comma che stigmatizzi espressamente il vilipendio verso gli organi costituzionali, l’istigazione a commettere reati contro l’assetto democratico della Repubblica e l’apologia del fascismo. Il limite si ricava dal sistema democratico e libertario edificato dalla Costituzione, che sarebbe a rischio, se fosse riconosciuta la libertà di manifestare un pensiero non solo incompatibile con la democrazia e le libertà garantite dalla Costituzione, ma anche suscettibile di diffondersi e scatenare condotte pericolose, volte a destabilizzare, svilire o rovesciare l’assetto democratico della Repubblica.
L’ideologia fascista, quindi, non può avere cittadinanza in un ordinamento democratico, né ha tutela costituzionale, perché essa rappresenta un pericolo per la sopravvivenza della democrazia e di tutti i diritti costituzionali. Ecco perché la Repubblica italiana è fieramente antifascista: se ciò disturba la Premier, che ha giurato sulla Costituzione, non le resta che rassegnare rapidamente le proprie dimissioni.
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Niente smartphone durante il servizio per gli assistenti bagnanti delle spiagge di Santa Margherita Ligure. Lo prevede una nuova ordinanza dell’Ufficio circondariale marittimo, che integra le disposizioni già in vigore sulla sicurezza balneare introducendo alcune prescrizioni specifiche.
Tra le novità principali volute dalla Capitaneria di Porto c’è l’obbligo di utilizzare dispositivi elettronici esclusivamente per esigenze di servizio o situazioni di emergenza. L’uso del telefono per attività personali, quindi, non è consentito durante l’orario di sorveglianza. Insomma, niente messaggi su WhatsApp né possibilità di sbirciare i social. Anche se la situazione è tranquilla e il bagnino è esperto, come riporta Repubblica Genova. Limiti anche agli auricolari: potranno essere utilizzati solo su un orecchio, così da garantire la piena percezione di quanto accade nell’area affidata al controllo.
L’ordinanza è stata elaborata anche alla luce delle osservazioni presentate dalle associazioni di categoria del settore balneare e turistico con l’obiettivo dichiarato di rafforzare le condizioni di sicurezza lungo il litorale e ridurre il rischio di distrazioni durante il servizio di salvataggio. Per chi non rispetterà le nuove disposizioni sono previste segnalazioni alle federazioni competenti, che potranno valutare eventuali provvedimenti sul mantenimento del brevetto professionale.
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Il pane come alimento ma anche come metafora, linguaggio e dispositivo culturale. È da questa prospettiva che nasce «Sulla soglia», la performance in programma il 17 giugno alla Fabbrica del Vapore di Milano, all’interno della mostra collettiva «La misura dell’uno». Un appuntamento che mette insieme filosofia, musica e gesti per affrontare una domanda apparentemente semplice: da dove nasce l’identità di una cosa?
Sul palco si incontrano il filosofo e musicista Massimo Donà, Chiara Quaglia e Piero Gabrieli di Petra Molino Quaglia, accompagnati da un quartetto jazz. Il punto di partenza è uno degli alimenti più antichi e quotidiani della cultura mediterranea. Non però per raccontarne caratteristiche tecniche o aspetti gastronomici, bensì per osservare il processo che lo genera.
Grano, farina, acqua, impasto e pane diventano così le tappe di una trasformazione che, secondo la riflessione proposta dalla performance, mostra come ogni identità prenda forma attraverso una relazione. In questa lettura il mugnaio occupa una posizione centrale. È la figura che collega il lavoro del contadino a quello del panettiere, trasformando il raccolto in una materia capace di diventare nutrimento.

La scena alterna musica, parole e azioni concrete. Mentre Donà sviluppa il suo ragionamento filosofico, Chiara Quaglia lavora con gli elementi che danno origine al pane. Le mani separano il grano, uniscono gli ingredienti, modellano l’impasto e accompagnano la nascita della forma finale. La gestualità rende visibile ciò che spesso resta nascosto: la rete di relazioni che attraversa ogni filiera.
La riflessione proposta dagli organizzatori insiste proprio su questo aspetto. Contadino, mugnaio e panettiere non sono figure intercambiabili né funzioni da concentrare in un’unica persona. Ognuno esprime la propria identità nel rapporto con gli altri. Il grano affidato dal contadino, la farina interpretata dal mugnaio e il pane realizzato dal panettiere costituiscono passaggi di un processo condiviso che trova valore nella collaborazione.
L’iniziativa si inserisce nel percorso culturale di Bread Religion, progetto promosso da Petra Molino Quaglia per riportare il pane al centro di una riflessione che supera la dimensione del prodotto. La filiera viene letta come luogo di costruzione di significati, responsabilità e appartenenze, dove il valore economico convive con quello simbolico.
Resta così sospesa la domanda che accompagna l’intera performance: «Il pane che scegliamo dice chi siamo?». Una questione che riguarda il cibo, ma anche il modo in cui interpretiamo il rapporto tra individui, comunità e trasformazione della materia.
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Tutto accade a pochi secondi dal fischio d’inizio di Germania–Curaçao, match dei Mondiali giocato domenica alle ore 19 italiane. Come da tradizione, la regia internazionale della diretta televisiva stacca sulla sala VAR, per inquadrare e presentare gli arbitri addetti al video. Tra questi c’è anche l’australiano Shaun Evans, che compie uno strano gesto con la mano destra, stesa lungo il fianco. Poco dopo è scoppiata la bufera. Secondo molte interpretazioni, Evans ha fatto il gesto del “white power“, utilizzato da tempo negli ambienti dell’estrema destra e in particolare come simbolo dei suprematisti bianchi. La FIFA non ha ancora commentato la vicenda, così come il fischietto australiano non ha rilasciato dichiarazioni. La questione però va ben oltre i social: The Athletic, il portale sportivo del New York Times, ci ha dedicato un lungo articolo.
Il gesto del “potere bianco” può essere facilmente equivocato come un semplice “ok“, ma viene fatto con la mano capovolta. Il pollice e l’indice si toccano a formare un cerchio, mentre le altre tre dita vengono tenute distese e separate. In questo modo, secondo la simbologia, la mano forma la P di power e la W di white (vedi immagine). Questo gesto è diventato particolarmente noto dopo essere stato mostrato da Brenton Tarrant, suprematista bianco australiano che ha ucciso 50 persone in una sparatoria contro una moschea.
Secondo la rete antidiscriminazione “Fare“, interpellata da The Athletic, l’arbitro Evans avrebbe compiuto lo stesso gesto in diretta tv durante i Mondiali. “Secondo i nostri esperti, il gesto utilizzato assomiglia chiaramente al simbolo ‘ok’ capovolto, usato come simbolo di supremazia bianca“. Per ora non esistono conferme. Ma un portavoce della FIFA, pur senza fornire dichiarazioni ufficiali, ha ammesso che l’organismo sta esaminando la questione. Insomma, è in corso un’indagine interna. È stata anche data la possibilità all’arbitro di chiarire tutto, ma al momento tutto tace.
Evans è un arbitro australiano di grande esperienza, ha debuttato nella prima divisione nazionale già nel 2008 come assistente ed è stato eletto miglior direttore di gara della A-League 2018-19. Questa è la sua seconda edizione dei Mondiali: era presente in Qatar nel 2002, sempre come addetto al VAR.
Esistono già alcuni precedenti di sportivi puniti per aver compiuto il gesto del “white power”, che è classificato come simbolo d’odio. Nel luglio 2023, la squadra di MLS DC United ha licenziato un preparatore atletico che aveva fatto quel gesto in un post sui social.
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Doveva essere una giornata di festa per David Beckham, premiato con una stella sulla Hollywood Walk of Fame di Los Angeles. Eppure, anche in un momento così importante della sua carriera, l’attenzione dei media internazionali si è concentrata soprattutto sull’assenza del figlio maggiore Brooklyn, al centro di una frattura con il resto della famiglia. L’ex calciatore inglese ha ricevuto il riconoscimento venerdì 12 giugno a West Hollywood circondato dalla moglie Victoria Beckham e da tre dei loro figli: Romeo, 23 anni, Cruz, 21, e Harper, 14. Assente invece Brooklyn, 27 anni, che nei giorni precedenti era stato visto a New York insieme alla moglie Nicola Peltz Beckham.
Durante la cerimonia, Victoria Beckham ha dedicato al marito parole piene di affetto, ricordando la determinazione che lo ha accompagnato fin dagli inizi della sua carriera. “Ha sempre creduto che lavorando duramente e sognando in grande tutto fosse possibile”, ha detto l’ex Spice Girl, elogiandone anche “gentilezza, lealtà e dedizione verso le persone che ama“. Emozionato, Beckham ha ringraziato la sua famiglia:”I miei genitori, le mie sorelle, che hanno sempre sostenuto i miei sogni. Victoria, mia moglie straordinaria da quasi trent’anni, senza la quale nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. E i miei splendidi figli, che sono la ragione per cui mi alzo dal letto ogni mattina”. Poi, con la voce incrinata dall’emozione, ha aggiunto: “Spero che un giorno porterete qui i miei nipoti e racconterete loro la storia di un ragazzo che ha osato sognare in grande. Rendervi orgogliosi è il mio più grande successo”.
Ma proprio mentre celebrava il traguardo, la questione Brooklyn continuava a incombere. Intervistato da Variety a margine dell’evento, Beckham ha infatti evitato qualsiasi commento sulle tensioni familiari. Quando gli è stato chiesto del rapporto con il figlio maggiore, l’ex capitano della nazionale inglese si è limitato a liquidare l’argomento come “una questione privata“, rifiutandosi di approfondire.
Nonostante l’assenza di Brooklyn alla cerimonia, nelle ultime settimane alcuni media britannici hanno parlato di possibili tentativi di riavvicinamento. Harper Beckham, la figlia più giovane di David e Victoria, sarebbe stata infatti fotografata mentre raggiungeva l’abitazione del fratello a Los Angeles. Secondo diverse ricostruzioni pubblicate dalla stampa inglese, la quattordicenne avrebbe trascorso del tempo con Brooklyn e con la cognata Nicola Peltz, alimentando le speranze di una distensione dopo mesi di rapporti tesi tra il primogenito e il resto della famiglia.
La vicenda va avanti da mesi. A gennaio Brooklyn aveva pubblicato una serie di messaggi sui social accusando i genitori e il loro entourage di aver alimentato indiscrezioni sulla sua vita privata: “Sono rimasto in silenzio per anni e ho cercato in ogni modo di mantenere queste questioni private”. Anche Victoria Beckham aveva affrontato l’argomento in un’intervista al Wall Street Journal pubblicata ad aprile, senza però nominare direttamente Brooklyn. “Amiamo immensamente i nostri figli”, aveva detto. “Abbiamo sempre cercato di essere i migliori genitori possibili. Da oltre trent’anni viviamo sotto i riflettori e abbiamo sempre cercato di proteggere i nostri figli e di amarli”.
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“Sto già vivendo nella navicella, una casa da 8 metri cubi. In orbita farò manovre inedite”. Luca Parmitano e il nuovo balzo verso la Luna. Risale ad una decina di giorni fa la “convocazione” ufficiale della Nasa recapitata al 49enne colonnello dell’Aeronautica, astronauta Esa e primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale. In una intervista al Corriere, Parmitano ha provato a spiegare come si svilupperà questa particolare missione che avverrà nel 2027 e che dovrebbe essere propedeutica alla missione di allunaggio che sarà Artemis IV. “Abbiamo quattro piloti che vanno in orbita intorno alla Terra e tre astronavi: un lunar lander di Blu Origin (società di Jeff Bezos, ndr) che entrerà in orbita”, ha spiegato l’astronauta italiano. “Noi con una seconda astronave ci avvicineremo per ricongiungerci e poi staccarci. Infine rifaremo le operazioni con una terza astronave di Space X (Elon Musk, ndr), completamente diversa. Alla fine con la nostra astronave torneremo sulla Terra, un unico splash down, dopo circa due settimane di lavoro”. Parmitano ha descritto come “un salto nel futuro” la sensazione provata nell’entrare per la prima volta nella navicella Orion dopo due missioni con la Soyuz (“nonostante gli aggiornamenti è una navicella disegnata mezzo secolo fa”).
“Siamo rimasti dentro dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio: da oggi mangerò Orion a colazione, pranzo e cena”, ha scherzato. Lo spazio di movimento avverrà in una cabina di “circa otto metri cubi”, mentre Parmitano risulta nell’organigramma della missione il secondo in grado come “pilota” (“di fatto sarò il responsabile delle operazioni di avvicinamento, aggancio e stacco”). L’astronauta siciliano afferma poi che non solo sarà un nuovo balzo verso il tanto cercato allunaggio, ma una vera e propria sperimentazione di qualcosa mai fatto: “Al momento abbiamo pagine bianche per procedure che non esistono. È questo il lavoro del pilota sperimentatore, la mia specialità. Di fatto faremo qualcosa che non è mai stato fatto anche se saremo su un’orbita terrestre. Dovremo definire le operazioni che poi, in seguito, andranno ripetute sulla Luna”. Insomma, nonostante il primo allunaggio sia avvenuto nel 1969, alla Nasa per tornare sulla Luna si ricomincia da capo e l’Italia è della partita. “Con la mia partecipazione la Nasa ci sta dicendo che l’Esa è un partner non solo per la tecnologia del modulo europeo e per le capacità scientifiche ma anche per il personale. Lo ha detto bene Norman Night, il direttore operazioni di volo Nasa: insieme andiamo più lontani e più veloci”.
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Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. Lo riferisce sul suo sito internet il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim aveva pianificato di non sedersi in panchina in questa stagione dopo aver lasciato il Manchester United a gennaio, ma l’offerta del club italiano, che ha ammesso essere una delle squadre preferite della sua infanzia e che sognava di allenare, si è rivelato troppo allettante. In attesa di capire chi sarà il direttore sportivo (al momento il favorito come Head of Football è Markus Krösche, ma sulla carta il ds sarebbe nel caso Timmo Hardung) e di riassestarsi, i rossoneri hanno così scelto il portoghese in panchina.
A Milano, l’ex allenatore dello Sporting riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Ruben Amorim, 41 anni, attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del Milan, per recarsi in Italia, firmare il contratto e ambientarsi nella sua nuova città. Amorim avrebbe bruciato sul filo di lana Matthias Jaissle, campione d’Asia con l’Al Ahli, altro nome rimasto a lungo sul tavolo tra i dirigenti rossoneri.
41 anni, Ruben Amorim è uno degli allenatori più apprezzati della nuova generazione europea. Da calciatore ha vestito soprattutto le maglie di Benfica e della nazionale portoghese, prima di intraprendere la carriera in panchina. Dopo le esperienze con Casa Pia e Braga, si è imposto alla guida dello Sporting CP, riportando il club alla conquista del campionato portoghese dopo quasi vent’anni di attesa e distinguendosi per un calcio moderno, intenso e votato alla valorizzazione dei giovani talenti.
Amorim ha vinto due volte il campionato portoghese nel corso della sua esperienza allo Sporting: prima nel 2020/21, poi nel 2023/24. A novembre 2024 ha deciso di lasciare la squadra che lo ha reso grande per accettare la corte del Manchester United. In Premier League però non è riuscito a incidere: dopo esser arrivato 15esimo il primo anno, è stato esonerato nel corso di questa stagione.
Dopo il no di Ralf Rangnick, che rimarrà sulla panchina dell’Austria come commissario tecnico, il Milan guarda altrove per il ruolo di direttore sportivo. Al momento il favorito è Markus Krosche, ma resiste anche Devin Ozek. Krösche in realtà diventerebbe sulla carta l’Head of Football del club rossonero, mentre il direttore sportivo nel caso sarebbe Timmo Hardung, pronto a seguirlo. Al momento Krösche è il direttore sportivo dell’Eintracht Forte, ma sembra ormai vicinissimo all’accordo con il Milan. L’alternativa sarebbe nel caso Devin Ozek, giovanissimo direttore sportivo (ha soltanto 31 anni), attualmente al Fenerbahce.
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Scrive Christian Rocca su Linkiesta che «la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti».
Ma la collusione di tutti i partiti maggiori nell’imprimere sempre nuove torsioni maggioritarie e para-presidenzialiste al sistema, tra gli applausi del solito giro di commentatori, studiosi e cabarettisti di complemento, è esattamente ciò che ha reso questo sistema indistruttibile per trent’anni. Questa volta poi, considerati gli equilibri parlamentari, l’unico partito che potrebbe davvero rompere l’incantesimo è Forza Italia, che avrebbe solo da guadagnarci, ma per qualche strana ragione preferisce restare ostaggio di una coalizione in cui sarà sempre più marginale, e in prospettiva non avrà un ruolo molto diverso da quello di Matteo Renzi nel centrosinistra attuale. Chi li capisce è bravo.
L'articolo Le infinite torsioni maggioritarie dei partiti, e l’autolesionismo di Forza Italia proviene da Linkiesta.it.
Patentino antifascista? Sulla polemica che ha infiammato la scena politica del fine settimana, arriva il commento del ministro Carlo Nordio. “Forse gli organizzatori non sanno” ha detto il Guardasigilli riferendosi a chi rende possibile la Fiera “Più libri più liberi”, “che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini“.
Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, voluto dall’allora ministro Alfredo Rocco. Testo ancora in vigore ma che è stato ampiamente modificato, sia dalla Corte Costituzionale sia dal Legislatore, nelle parti più illiberali e autoritarie. Per esempio abrogando la pena di morte, il delitto d’onore, l’adulterio da parte della donna. Oppure dichiarando incostituzionale la norma che puniva penalmente lo sciopero (diventato un diritto nella nostra Carta). Ieri Giorgia Meloni aveva parlato di “censura” in relazione alla richiesta rivolta alle case editrici, da parte degli organizzatori della kermesse in programma a dicembre, di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.
Negli anni scorsi era richiesta alle case editrici una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori, Innocenzo Cipolletta, ha confermato: “Agli editori chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.
A pochi minuti dalla sua prima uscita, il ministro Nordio ha cercato di correggere il tiro così: “È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini”. Angelo Bonelli di Avs ha commentato che “le dichiarazioni di Nordio sono vergognose“. E ricorda al Guardasigilli che “è vero che Mussolini ha apposto la firma, nel 1931, al Codice penale, ma quel documento è stato modificato dalla Repubblica Italiana, dalla lotta antifascista e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Stanno strizzando l’occhio ai neofascisti di Vannacci“.
Per il senatore del Pd, Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali “nella corsa di FdI a inseguire a destra Vannacci la derapata più grossolana e ridicola la fa Nordio, campione vero di dichiarazioni assurde. Oggi Nordio dice che è sbagliato chiedere per la partecipazione a fiere editoriali una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione perché, udite udite, il codice penale ancora vigente in Italia porta la firma di Mussolini. Questa affermazione è sconcertante e ridicola per almeno tre ragioni. La prima: che c’entra il Codice Rocco con la vicenda Più libri più liberi? Niente. La seconda ragione è che le parole di Nordio comportano un osceno elogio revisionistico di Mussolini”. E infine: “La terza è che il ministro della Giustizia sostiene il falso: pur non essendo mai stato formalmente sostituito da un altro testo globale, il Codice Rocco del 1930 è stato progressivamente svuotato dei suoi elementi autoritari, illiberali e antidemocratici. È rimasto come guscio. È sparita la sua sostanza ideologica. Il ministro ancora una volta sembra aver perso una gigantesca occasione per tacere”.
Articolo in aggiornamento
L'articolo L’ultima di Nordio: “Patentino antifascista? Il libro più importante per la giustizia è firmato da Mussolini”. Poi il tentativo di spiegazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel clima festoso di “Affari Tuoi” è arrivata anche la caduta di Stefano De Martino. Il conduttore, fortunatamente illeso, è scivolato in studio nel corso della puntata del game show in onda domenica 14 giugno. Il compagno di viaggio Herbert Ballerina si è scatenato in un passo a due con la ballerina Martina Millidi, una danza ispirata a Zorro in cui si è inserito anche il padrone di casa. Così, dopo un “duello” con la spada a ritmo di musica, De Martino è caduto per terra trascinato da Herbert.
“Mi hai fatto cadere a terra”, ha esclamato Stefano. Herbert si è preoccupato: “Ti sei fatto male?”. Per fortuna, niente di grave, solo risate in studio. Poco prima Ballerina si era presentato come un commerciante nel settore degli agrumi “un noto limonatore”, con il commento di De Martino: “Sempre più in basso”. Protagonista della puntata la concorrente Margot dalla Valle D’Aosta con il pacco numero sei, l’educatrice di sostegno ha concluso la partita portando a casa in totale 32 mila euro.
Dovevano rappresentare un duello e Stefano lo ha infilzato 4 volte con la sciabola gli ha dato un calcio e lo ha buttato a terra. Herbert non arriverà a luglio ????#AffariTuoi pic.twitter.com/nFt0aH7XPb
— SOTER (@SonoSoter) June 14, 2026
Le registrazioni del game show si sono già concluse ma le puntate andranno in onda fino al 18 luglio, “Affari Tuoi” ha aggiunto al titolo “Mundial” con la messa in onda alternata alle gare dei Mondiali in onda su Rai1 con una partita al giorno. La fine delle registrazioni coincide anche con l’addio definitivo al Teatro delle Vittorie, storica struttura che l’azienda ha deciso di vendere tra le polemiche. Il programma dell’access prime time si trasferirà da settembre negli studi Rai di Milano.
L'articolo Stefano De Martino scivola in studio ad Affari Tuoi. Herbert Ballerina: “Ti sei fatto male?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Marco Fassoni Accetti è il nuovo indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi”: a scriverlo è il quotidiano Repubblica. Mentre si attendono conferme ufficiali, il controverso fotografo romano sarebbe “nel mirino della Procura di Roma” che da tre anni ha riaperto le indagini sulla cittadina vaticana misteriosamente sparita a Roma il 22 giugno del 1983. Nell’ambito di questa inchiesta, la terza su Emanuela Orlandi, ricordiamo che c’è già una persona iscritta nel registro degli indagati, Laura Casagrande.
“Accetti è di nuovo indagato per quella scomparsa (di Emanuela, ndr). Il sospetto è che il fotografo romano possa aver fatto parte di una rete di adulti dedita all’adescamento di adolescenti da mettere a disposizione di terzi”, scrive Repubblica. In questa prospettiva sembra quindi prendere forza, rispetto al rapimento della Vatican Girl, la pista della pedofilia già emersa in passato. Rapitore, telefonista, carceriere: per anni Accetti, oggi 70enne, si è attribuito più ruoli nella vicenda di Emanuela Orlandi e anche in quella di Mirella Gregori, che è stata associata alla Orlandi, all’epoca dei fatti (in seguito ai comunicati di fantomatici rapitori). I magistrati già nel 2013, hanno archiviato le sue dichiarazioni definite dagli inquirenti una “sceneggiatura fantasiosa”. In quella occasione, Accetti si autoaccusò davanti ai pm di essere stato il rapitore sia di Emanuela che di Mirella e fu bollato come inattendibile. Ma adesso le cose sembrano cambiate, forse proprio in seguito alla lunga audizione di Accetti davanti alla commissione di inchiesta Orlandi-Gregori. E alcuni casi di scomparsa che hanno segnato la Roma degli anni ’80 potrebbero essere riletti dai magistrati in una nuova prospettiva. “Il ruolo di Accetti continua a essere valutato con estrema cautela dagli investigatori ma oggi si colloca in un quadro più ampio e differente. Quello che i pm stanno verificando non riguarda più solo l’attendibilità delle sue auto accuse”
(fonte: Repubblica). “I carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci stanno ascoltando molti testimoni già sentiti all’epoca e cercandone di nuovi (…)I magistrati stanno inoltre raccogliendo dichiarazioni di uomini e donne che all’epoca erano adolescenti e che oggi raccontano di aver conosciuto il fotografo attraverso la promessa di shooting. L’obiettivo è capire se li accompagnasse in abitazioni private o li introducesse a persone sconosciute” (fonte: Repubblica).
Sempre secondo quanto riporta Repubblica, la novità più evidente delle nuove indagini romane riguarda gli accertamenti su Accetti estesi anche alla scomparsa di Mirella Gregori e ad altri misteri romani di quegli anni. “Il vero punto di rottura dell’indagine coordinata dal pm Stefano D’Arma porta all’Eur, alla Pineta di Castel Porziano e alla morte di un ragazzino di 13 anni, Josè Garramon” fonte: Repubblica). La morte di Garramon risale allo stesso periodo delle misteriose scomparse di Emanuela e Mirella (20 dicembre 1983) ed è stato l’’unico crimine per cui Accetti è stato condannato in via definitiva, per il reato di omicidio colposo e omissione di soccorso. A travolgere il corpo del ragazzino, figlio di un diplomatico uruguaiano, fu proprio Accetti a bordo del suo furgone Ford Transit. Resta un punto oscuro e inspiegabile tuttavia come il bambino, che si era allontanato da casa per andare dal barbiere all’Eur, fosse riuscito ad arrivare quel giorno da solo e al buio in una pineta a 20 chilometri da casa. Chi lo portò a Castel Porziano quel giorno e perché? Ed è proprio alla luce di queste mai risolte incongruenze che i magistrati romani potrebbero voler indagare, per risalire a un ruolo di Accetti nel contesto romano di quegli anni, andando ben oltre l’aura di mitomane depistatore che ha avvolto la sua persona in questi 43 anni.
Secondo quanto riporta Repubblica, i Carabinieri stanno cercando di fare chiarezza anche sulle telefonate dell’Amerikano, l’uomo dall’accento straniero che telefonò a casa di Emanuela Orlandi dell’estate del 1983, identificandosi come il rapitore della ragazza. Accetti, lo ricordiamo, si è autoaccusato anche di essere l’Amerikano. Scopo delle nuove indagini è “stabilire se dietro quelle voci alterate e quelle missive possa esserci stata la mano o la voce di Accetti”, scrive Repubblica. Le autoaccuse di Marco Accetti non si sono limitate ai casi Orlandi e Gregori ma hanno coinvolto anche un altro cold case romano: l’omicidio irrisoolto di Katty Skerl. La 17enne fu ritrovata strangolata in una vigna a Grottaferrata nel gennaio 1984. Nel 2013, Accetti srisse sul suo blog che la bara della ragazza era stata trafugata dal cimitero del Verano e collegò il macabro furto al caso di Emanuela Orlandi. Le sue dichiarazioni caddero nel vuoto ma nel 2022, la Procura dispose l’apertura del loculo che fu ritrovato in effetti vuoto: la bara di Katty era stata realmente rubata. Alla commissione parlamentare d’inchiesta Orlandi-Gregori che lo ha audito per ben sette ore, Accetti ha anche consegnato un lunghissimo memoriale. Dopo 43 anni forse è davvero arrivato il momento di vagliare tutte le confessioni e i racconti di Accetti per chiarire se abbia avuto ruolo in queste oscure vicende, o se sia stato solo un depistatore di professione.
L'articolo “Marco Fassoni Accetti è il nuovo indagato per la scomparsa di Emanuela Orlandi, faceva parte di una rete dedita all’adescamento di adolescenti”: la svolta nelle nuove indagini della Procura di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Riccardo Capanna
Il rialzo dei tassi è una scelta che potrà portare a danni politici non irrilevanti, e perciò è una scelta squisitamente europea.
Secondo la teoria economica, quando c’è un periodo di alta inflazione le banche centrali devono alzare i tassi d’interesse per far diminuire il denaro in circolazione e, di conseguenza, il suo costo. Affermare con orgoglio di “non essere mai un sostenitore dell’aumento dei tassi”, come ha fatto il ministro Tajani, dunque, è stupido e antieconomico.
Basta leggere le notizie per sapere, infatti, che a causa della guerra in Iran l’inflazione ha già toccato il 3% ed è prevista in aumento. Per la Bce, che per mandato deve puntare esclusivamente al target di un’inflazione al 2%, era una scelta obbligata aumentare il costo del denaro. Poi, ci si può chiedere se, al di là dell’inflazione, la stretta sui prestiti avrà altri effetti. E meno prestiti uguale meno crescita, il che può essere un duro colpo a un’economia già stagnante come quella europea.
Quello della crescita, però, non è l’ambito di cui si deve occupare la Bce. Allora vale la pena chiedersi: l’“inflazione di Hormuz”, ossia uno shock di offerta, si può combattere in questo modo? Se l’aumento dei prezzi fosse dovuto al troppo denaro in circolazione, infatti, la soluzione sarebbe a occhi chiusi l’aumento dei tassi. Ma l’inflazione di Hormuz è diversa: dipende dal costo delle materie prime in un mercato esterno a quello europeo, e per giunta di merci, come l’elettricità e la benzina, con una bassa elasticità (la cui domanda, cioè, non diminuisce all’aumentare del prezzo). È della stessa natura di quella del 2022, quando non a caso il rialzo dei tassi non contribuì alla diminuzione dell’inflazione (piuttosto, evitò il peggio, ovvero che aumentasse ancor di più).
Se non sono la panacea per l’inflazione, maggiori tassi d’interesse di riferimento faranno contenti gli istituti bancari, che emetteranno, come già nel 2022, meno prestiti e alzeranno i prelievi su quelli già in essere. Tra il 2022 e il 2024, in questo modo, in Italia le banche avevano incassato 112 miliardi di profitti, mentre nel sistema erano immessi 60 miliardi in meno rispetto agli anni precedenti.
In conclusione, si può dire che questo rialzo dei tassi, sia pur fatto con il buon proposito di abbassare l’inflazione, rimpinguerà le tasche dei banchieri, mentre le famiglie, le aziende e l’economia avranno meno liquidità e, in definitiva, meno soldi. Però tutto seguendo le regole europee!
L'articolo L’ “inflazione di Hormuz” si può combattere col rialzo dei tassi? Ho i miei dubbi proviene da Il Fatto Quotidiano.
I padri che non hanno versato il mantenimento ai propri figli non potranno accedere agli stadi per seguire le partite dei Mondiali. È la decisione delle autorità in Argentina. In altre parole, chi non è in regola con gli obblighi economici verso i figli resterà fuori dagli impianti. L’annuncio è arrivato dalla ministra della Sicurezza nazionale, Alejandra Monteoliva, che ha spiegato con fermezza la linea adottata dal governo: “Chi non si prende cura dei bisogni dei propri figli non entrerà allo stadio per assistere alla partita”. Una misura che può apparire insolita, ma che in Argentina non rappresenta una novità assoluta. Restrizioni simili, infatti, vengono già applicate abitualmente nelle competizioni nazionali.
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E al Mondiale in corso tra Usa, Messico e Canada, il governo di Buenos Aires ha inviato alle autorità statunitensi un elenco di circa 13mila persone che risultano inadempienti da almeno due mesi nel pagamento degli alimenti destinati ai figli minorenni. Questi tifosi non potranno quindi assistere alle gare del torneo. A questa categoria si aggiungono le persone coinvolte nel programma “Tribuna Segura”, il sistema che impedisce l’accesso agli stadi a imputati, soggetti sotto processo o già condannati per reati collegati agli eventi sportivi, oltre a individui considerati potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico. Complessivamente, il numero delle persone escluse dagli impianti supera le 30mila unità.
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L’Argentina dovrà quindi rinunciare a una parte del proprio seguito sugli spalti. Se in molti casi le difficoltà di ingresso negli Stati Uniti sono state attribuite ai severi controlli delle autorità americane, in questa circostanza il divieto nasce direttamente da una decisione del governo argentino. Un provvedimento che continua a dividere l’opinione pubblica del Paese. Sul fronte sportivo, invece, cresce l’attesa per l’esordio della Nazionale di Lionel Messi, che scenderà in campo nella notte tra martedì e mercoledì, alle 3 ora italiana, contro l’Algeria.
L'articolo Chi non paga gli alimenti ai figli resta fuori dagli stadi ai Mondiali: la scelta dell’Argentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Dr. Christopher Helali, analista politico, giornalista e funzionario eletto dello Stato del Vermont, racconta anzitutto la sua paradossale vicenda personale: le autorità statunitensi gli hanno impedito di imbarcarsi su un volo da Pechino al Messico, inserendolo in una “no-fly list” e trattandolo come un terrorista a causa della sua attività giornalistica e delle sue opinioni politiche a sostegno di Palestina e Iran.
Successivamente, il dibattito si sposta sulle recenti conferme ufficiali fornite da figure istituzionali statunitensi circa la presenza di quaranta biolaboratori americani in Ucraina. Helali descrive queste strutture come una minaccia letale per l’umanità, considerandole un legittimo casus belli per l’intervento militare russo.
Infine, l’analista esprime forte scetticismo sui proclami di pace di Donald Trump, spiegando che il supporto incondizionato della politica statunitense nei confronti di Israele è un legame bipartisan impossibile da spezzare, alimentato da un profondo fanatismo ideologico che ostacola qualsiasi reale mediazione nella regione.
L'articolo Dr. Christopher Helali: “Mi trattano da terrorista solo per le mie idee” proviene da Visione TV.
La scena si ripete anche ad Arlington, in Texas, dopo il pareggio per 2-2 tra Giappone e Olanda. Cambiano i Mondiali, non i comportamenti dei tifosi giapponesi, che anche questa volta si sono fermati a ripulire lo stadio dopo la partita. Le borse blu che sventolavano con entusiasmo dopo il gol del pareggio segnato da Kamada nei minuti finali sono state poi utilizzate, al triplice fischio, per raccogliere i rifiuti nelle aree riservate ai tifosi.
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Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima. I video dei tifosi dei Samurai Blue che raccolgono e spazzano via i rifiuti dell’AT&T Stadium hanno attirato l’attenzione del pubblico. “Questa è la cultura, rispetto per tutti, giocatori, tifosi e stadio”, spiega una spettatrice giapponese. Scene simili si sono viste per la prima volta durante la prima partecipazione della nazionale giapponese ai Mondiali in Francia nel 1998. Da allora, lo fanno ogni volta che seguono la loro nazionale nei grandi eventi internazionali.
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Credit video: FIFA
L'articolo Mondiali, i giapponesi non si smentiscono mai: puliscono la tribuna dopo la partita. “È una questione di rispetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È caccia alle tracce biologiche sul corpo di Roberto Guerrino, l’interprete assassinato nel suo appartamento a Milano durante un appuntamento. La speranza degli investigatori è che l’uomo, 60 anni, si sia difeso e in questa maniera potrebbe avere sul proprio corpo elementi utili per risalire a chi ha incontrato nella casa di via Nino Oxilia. Il corpo è stato ritrovato seminudo, ucciso con più colpi al cranio sferrati probabilmente dall’uomo con cui aveva fissato l’incontro su una app di incontri. Proprio le chat, tra l’altro, potrebbero risultare decisive.
Guerrino è stato trovato nella camera che funge anche da salotto dopo che i vigili del fuoco avevano aperto la porta con la chiave che l’interprete lasciava normalmente a una vicina di casa quando si assentava. Non si esclude che si sia trattato di una rapina perché nell’appartamento mancano alcuni oggetti di valore. Guerrino e chi era con lui potrebbero aver litigato per una richiesta di soldi dopo il rapporto. I militari stanno analizzando telefoni e computer dell’interprete per individuare la persona con cui era entrato in contatto e analizzano l’attività dell’uomo sulle piattaforme Grindr e Romeo, che già l’interprete aveva usato per fissare incontri.
Ancora non c’è certezza sull’oggetto con il quale l’uomo è stato colpito alla testa: ce ne sono vari pesanti e insanguinati in casa. Si ipotizza che possa essersi trattato di una statuetta di Buddha. Quale sia l’arma lo stabilirà l’autopsia che sarò disposta domani dal pm Carlo Scalas. Per il resto, si analizzano le telecamere delle vicinanze del palazzo in cui viveva Guerrino: una, che puntava sull’entrata del palazzo e che poteva essere determinante è risultata inutile perché malfunzionante.
Vi sono poi testimoni che lo hanno visto vivo alle 21.30 di venerdì ed è quindi verosimile che la morte sia avvenuta nella notte. Chi l’ha ucciso ha infierito sul viso e in testa, il piccolo bilocale era pieno di sangue. Guerrino avrebbe compiuto 61 anni il prossimo 13 luglio. Era interprete di conferenza, nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete a reali e capi di Stato, da Mattarella a Napolitano all’allora principe Carlo, ma anche per Bill Clinton e Henry Kissinger.
L'articolo Omicidio di Roberto Guerrino a Milano: caccia alle tracce biologiche sul corpo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Belen Rodriguez torna in tv. A far notizia nelle scorse settimane era stata la mancata conduzione de “L’Isola dei Famosi” poi affidata a Selvaggia Lucarelli, con le registrazioni in corso proprio in questi giorni nelle Filippine. La showgirl argentina farà ritorno a “Tu si que vales“, questa volta non alla conduzione. Sarà nel cast fisso dello show nello spazio dedicato al lip sync karaoke, fa sapere il giornalista Gabriele Parpiglia nella sua Newsletter.
Spazio che vedrà tra gli ospiti per una sera anche Ambra Angiolini ed Elena Santarelli. Già nelle scorse settimane Maria De Filippi aveva ospitato Belen Rodriguez nel talent show “Amici“, la showgirl, dopo indiscrezioni e polemiche, aveva rotto il silenzio commentando per la prima volta la sua assenza alla guida del reality di Canale 5: “Ho deciso di non accettare quando ho saputo la quantità di giorni all’estero che avrei dovuto trascorrere. Non riesco e non posso stare 45 giorni senza vedere i miei figli. Non sarei stata in grado di svolgere quel compito mancando di rispetto al mio lavoro e, con la mia assenza, secondo il parere, anche alla mia famiglia. Ringrazio Mediaset per aver capito la situazione e sicuramente avremo altre occasioni”, aveva scritto sul suo profilo Instagram.
“Tu si que vales” tornerà nel sabato sera di Canale 5 con una importante novità. Il settimanale “Chi” annuncia l’arrivo alla conduzione dello show di Elisabetta Canalis al posto di Giulia Stabile. La ballerina, alla guida della trasmissione dal 2021, è impegnata nel tour mondiale della star spagnola Rosalía. L’ex velina sarà affiancata da Martin Castrogiovanni e Alessio Sakara. Nessuna novità per la giuria, il pubblico ritroverà Maria De Filippi, Paolo Bonolis, Luciana Littizzetto, Rudy Zerbi e la giurata del popolo sarà Sabrina Ferilli.
L'articolo Belen Rodriguez torna in tv (assieme a Elisabetta Canalis): ecco dove la vedremo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un attacco russo nella notte ha causato ingenti danni al complesso monastico di Kyiv-Pechersk: il tetto della Cattedrale della Dormizione ha preso fuoco, come denunciato dal capo della chiesa ordotossa ucraina, il metropolita Epifanio che ha parlato di un crimine “contro l’umanità, contro la storia, contro il cristianesimo”. Tymur Tkachenko, capo dell’Amministrazione militare della città di Kiev, ha accusato la Russia di aver colpito deliberatamente “il cuore di uno dei più grandi santuari cristiani”.
Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “un atto di barbarie”: “È un attacco alla comunità cristiana e al patrimonio culturale dell’umanità”, ha scritto su X. Mosca ha respinto le accuse. Secondo il ministero della Difesa russo sarebbe stato un missile Patriot di fabbricazione statunitense a colpire gli edifici del monastero di Pechersk a Kiek: “Una delle ragioni del malfunzionamento di questo sistema potrebbe essere la fornitura al regime di Kiev di missili con vita operativa scaduta da parte dei Paesi occidentali. Le forze armate russe non pianificano e non effettuano attacchi a infrastrutture civili”.
A condannare l’attacco anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Di fronte ai nuovo brutali attacchi russi contro i civili non possiamo svolgere lo sguardo altrove”. E per il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli: “La tutela del patrimonio culturale deve rimanere un principio inderogabile anche nei conflitti”.
Il Monastero delle Grotte di Kiev (Kyiv-Pechersk Lavra) è un vasto complesso di monasteri e chiese, alcune delle quali sotterranee, costruito tra l’XI e il XIX secolo. Alcune delle chiese di questo sito, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, sono collegate da un labirinto di grotte che si estende per oltre 600 metri. La cattedrale, le chiese e gli altri edifici si affacciano sulla riva destra del fiume Dnipro e sono meta di pellegrinaggio da secoli.
L’Unesco teme “danni importanti” alla Cattedrale della Dormizione, sito patrimonio mondiale, nell’attacco ha colpito il complesso della Lavra Pechersk a Kiev. Il raid “avrebbe causato danni significativi sia all’interno che all’esterno della Cattedrale della Dormizione”. “Anche le strutture storiche adiacenti, compresi elementi del complesso fortificato della Lavra e la Torre di Ivan Kushnik, sarebbero state colpite”, ha affermato l’Unesco in una nota.
L'articolo Attacco russo a Kiev, in fiamme la cattedrale della Dormizione. Zelensky: “Barbarie”. Mosca nega: “Colpa di un missile Patriot Usa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le interviste, rare, che rilascia Dori Ghezzi sono sempre ricche di aneddoti e ricordi. “La ragazza del Casatschok” racconta che quando le proposero di cantare questo brano le dissero anche di affrettarsi a decidere, “c’è già pronta la Goggi”. Poi coppia artistica con Wess, il flirt con Mal e il risotto allo zafferano preparato per Lucio Battisti: “Abitava vicino casa mia, lo invitavo spesso. Mamma gli preparava pure la cassœula. Venivano in tanti al ‘residence Ghezzi’. Dalla, Paoli, Vanoni. L’unico che mai è rimasto a dormire è stato Fabrizio. Per un certo periodo abbiamo vissuto lì”.
De André piaceva alla mamma di Ghezzi? Sì, ma “era preoccupata. Era sposato e con un figlio di 12 anni. Per fortuna non conoscevo sua moglie, altrimenti non mi ci sarei messa. Dopo diventammo amiche. In un’intervista rivelò: ‘Non sono mai andata tanto d’accordo con Fabrizio come da quando c’è Dori'”. Amici tanti, da Mia Martini (“(…) Ero severa con lei. Soffriva per le cattiverie dette alle sue spalle. Mi telefonava in lacrime. La rimproverai. ‘Se devi piangere non chiamarmi più, perché soffriamo in due’. Da allora mi raccontò tutte le cose brutte ridendo”) a Ornella Vanoni (“Spesso guardavamo insieme Sanremo, io, lei e Fabrizio. Noi due eravamo le più critiche, lui invece lo difendeva. Però non ci è mai andato“) e poi Cristiano Malgioglio che, com’è noto, la presentò a De André: “Ci presentò. (Fabrizio, ndr) stava registrando Valzer per un amore. Me la cantò guardandomi negli occhi: ‘E per questo ti dico amore, amor/ Io t’attenderò ogni sera/ Ma tu vieni non aspettare ancor/ Vieni adesso finché è primavera’. Ci scambiammo i numeri e il giorno dopo mi chiamò. Fu come se ci conoscessimo da sempre”.
Tanti i ricordi di questo amore, dagli amici che le dicevano che De André l’avrebbe fatta soffrire, a Lucio Battisti che capì e la rassicurò dicendole “non sarà una botta e via”. Lei, Dori Ghezzi, lo sapeva: “Non sono mai stata una come tante. Ero quella che doveva salvarlo. Confessò: ‘Senza di lei sarei morto in una soffitta da alcolizzato'”. Non mancano racconti del rapimento, nell’agosto del 1979: “Portavamo due cappucci con una feritoia per la bocca. Ogni tanto ce li toglievano e se li mettevano loro. Si procurarono bombola e fornello per permetterci di cucinare, un rischio. Mangiavamo insieme. Mi accompagnavano quando mi appartavo per le mie necessità, però mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora. Avevo le unghie lunghissime, me le tagliarono con la pattadese, il tradizionale coltello a serramanico sardo, vennero perfette”.
E la malattia di Fabrizio De André: “Si controllava ogni anno, eppure. Era in tour, durante le prove a Saint-Vincent gli vennero dei dolori forti, non riusciva a suonare la chitarra, la buttò a terra. Andò all’ospedale di Aosta. Gli dissero: ‘Le restano tre mesi di vita’. Il male era partito dai polmoni, ormai era ovunque“. E l’amarezza: “Fabrizio fumava tre pacchetti al giorno, una dietro l’altra e nemmeno le finiva, ha bruciato non sa quanti mobili. Il padre gli aveva chiesto di smettere di bere e lo aveva fatto. Purtroppo non gli chiese di smettere di fumare”.
L'articolo “Fabrizio si controllava ogni anno, eppure. Durante le prove del tour gli vennero forti dolori, buttò a terra la chitarra. All’ospedale gli dissero ‘le restano tre mesi di vita’”: Dori Ghezzi racconta proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’attesa, l’entusiasmo di un possibile ritorno in Serie D e poi un finale da dimenticare, con invasione di campo e aggressione ai calciatori. Per Taranto doveva essere una giornata storica, quella del riscatto dopo un anno difficile e si è trasformata in un incubo. La formazione tarantina giocava la finale di ritorno degli spareggi di Eccellenza contro il Gladiator: all’andata era finita 0-0, in Campania, in casa del Gladiator.
Ieri, allo stadio Italia di Massafra, il ritorno: a vincere però è stato il Gladiator per 1-2, con il gol di Giorgio all’ultimo secondo. Dopo il fischio finale, il caos: alcuni tifosi del Taranto hanno fatto invasione di campo, iniziando la caccia all’uomo nei confronti dei calciatori. In alcuni video sul web si vede anche un tifoso scagliarsi contro Nicola Loiodice, top player del club e capitano, salvato solo da un uomo della sicurezza che si è frapposto tra il calciatore e l’aggressore. Poi anche alcuni scontri con la polizia, tutto in mezzo al campo.
Scene di caos, con i calciatori scappati immediatamente negli spogliatoi, mentre quelli del Gladiator festeggiavano sotto il settore ospiti. Il Taranto rimane così in Eccellenza, nonostante un budget importante messo a disposizione di allenatore e direttore sportivo per tornare in Serie D dopo il fallimento dello scorso anno in Serie C. E dall’anno prossimo la società tornerà in uno stadio “Iacovone” rinnovato per i Giochi del Mediterraneo.
L'articolo Follia Taranto, scoppia il caos dopo la sconfitta: invasione di campo dei tifosi, giocatori aggrediti e scontri con la polizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alex Pereira walks out on the Blue Room Balcony for his interim heavyweight title bout against Ciryl Gane during UFC Freedom 250on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington, accompanied by Medal of Honor recipient Capt. Flo Groberg, left, and Chad Booth of the Plan Beach Sheriff's office, right. (AP Photo/Alex Brandon)
President Donald Trump attends UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Ilia Toupruia, left, fights Justin Gaethje during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Guests attend UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)
President Donald Trump and first lady Melania Trump attend UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Sean O'Malley walks through the Blue Room of the White House ahead of his bantamweight bout against Aiemann Zahabi during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)
Alex Pereira, right, fights Ciryl Gane during their interim heavyweight title bout at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Ilia Toupruia prepares for his lightweight title bout against Justin Gaethje during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Dana White, president and CEO of UFC, from left, Todd Golden, head coach of the University of Florida men's basketball team, and President Donald Trump pose for a photo during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Sean O'Malley walks out for his bantamweight bout against Aiemann Zahabi during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon, Pool)
Derrick Lewis walks through the Red Room of the White House ahead of his heavyweight bout against Josh Hokit during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)
President Donald Trump, center, smiles as he sits next to first lady Melania Trump, right, and UFC President and CEO Dana White, left, while posing for a photo with other guests during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (Evan Vucci/Pool Photo via AP)
Josh Hokit leaves the ring after winning his fight against Derrick Lewis in a heavyweight bout during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
President Donald Trump waves alongside Dana White, president and CEO of UFC, as they arrive for the UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Mauricio Ruffy, right, fights Michael Chandler during their lightweight bout at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
First lady Melania Trump attends UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Mauricio Ruffy wins his bout against Michael Chandler at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
President Donald Trump and Dana White, UFC president and CEO, arrive for UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Diego Lopes sits on the octagon for his featherweight bout with Steve Garcia at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House in Washington, Sunday, June 14, 2026. (Evan Vucci/Pool Photo via AP)
Josh Hokit walks out for his heavyweight bout against Derrick Lewis during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon, Pool)
Michael Chandler waits in the Grand Foyer of the White House before his lightweight bout against Brazil's Mauricio Ruffy during UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Sunday, June 14, 2026, in Washington. (Saul Loeb/Pool Photo via AP)
Alex Pereira greets Meta CEO Mark Zuckerberg after his interim heavyweight title bout loss to Ciryl Gane at UFC Freedom 250 on the South Lawn of the White House, Monday, June 15, 2026, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)
Donald Trump ha celebrato il suo 80esimo compleanno con una serata senza precedenti alla Casa Bianca: un evento di arti marziali miste organizzato nel giardino sud della residenza presidenziale, trasformato per una notte in un’arena UFC. Una festa che è arrivata poche ore dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz. La serata, battezzata “UFC Freedom 250”, è stata presentata anche come parte delle celebrazioni per il 250esimo anniversario degli Stati Uniti. Trump è uscito dallo Studio Ovale insieme al presidente della UFC Dana White e ha raggiunto l’arena tra applausi e cori “USA! USA!”, in una scena più simile all’ingresso di due lottatori che a quello di un capo di Stato.
Ad assistere agli incontri c’erano la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e numerosi membri dell’amministrazione americana. Sul prato sud erano presenti oltre 4.000 spettatori, mentre altre migliaia di persone hanno seguito l’evento su maxischermi allestiti nelle aree vicine alla Casa Bianca. Secondo alcune stime, fino a 100mila persone si sarebbero radunate nella fan zone predisposta all’Ellipse.
L’atmosfera era quella di una grande celebrazione patriottica. Dodici jet militari hanno sorvolato Washington, la banda dei Marines ha accompagnato alcuni momenti della serata e il cantante Zac Brown ha eseguito l’inno nazionale americano. Trump, con la mano sul cuore, ha assistito alla cerimonia dal balcone Truman prima di prendere posto a bordo gabbia. Per alcune ore, i luoghi simbolo del potere americano si sono trasformati nel backstage della UFC. I combattenti hanno utilizzato edifici governativi come spogliatoi e sono stati ripresi durante il riscaldamento tra colonne di marmo e corridoi normalmente riservati all’attività politica.
Nel match principale più atteso, il francese Ciryl Gane ha conquistato la cintura ad interim dei pesi massimi battendo il brasiliano Alex Pereira per KO tecnico a 1 minuto e 27 secondi del secondo round. Una vittoria che gli garantisce una futura rivincita contro il campione della categoria, Tom Aspinall. Non tutto, però, è andato come sperava il presidente americano. Uno dei suoi invitati personali, il peso massimo statunitense Derrick Lewis, è stato sconfitto da Josh Hokit, che ha mantenuto l’imbattibilità portando il proprio record a 10 vittorie e nessuna sconfitta.
Tra i volti noti presenti figuravano anche Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, David Ellison di Paramount Skydance, l’ex pugile Tyson Fury, accolto da una standing ovation, e Zlatan Ibrahimovic, arrivato insieme al proprietario del Milan Gerry Cardinale. L’ex attaccante svedese, intervistato prima degli incontri, ha definito la serata “semplicemente fantastica”.
Mentre alla Casa Bianca andava in scena uno spettacolo tra sport, politica e celebrazione personale del presidente, Trump ha continuato a rivendicare il recente accordo con l’Iran, definendolo un risultato che i suoi predecessori non erano riusciti a raggiungere. Poche ore dopo la conclusione dell’evento, il presidente è partito a bordo dell’Air Force One in direzione della Francia per il vertice del G7, con il dossier mediorientale tra i principali temi in agenda.
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Uno, un vecchio boss da tempo ormai in libertà. L’altro, ergastolano ma considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi premio grazie ai quali tornava a Palermo. Ma la loro vita, sostiene la Dda di Palermo, non era per nulla cambiata e stavano riorganizzando le famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella, due delle più importanti del mandamento di Resuttana. Così oggi Stefano Fidanzati e Raffaele Galatolo sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza insieme ad altre undici persone in un’operazione antimafia che vede indagate 45 persone.
Fidanzati era tornato in libertà da tempo ma, secondo l’accusa, sarebbe ancora a capo della famiglia mafiosa dell’Arenella. Il boss ergastolano Raffaele Galatolo, in carcere a Napoli e considerato un detenuto modello tanto da usufruire di diversi permessi, riorganizzava la famiglia dell’Acquasanta: aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere e lavorare in un’associazione di volontariato. Agli arrestati – 8 in carcere e cinque ai domiciliari – vengono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta, favoreggiamento personale, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo di attività di scommesse.
Le investigazioni hanno consentito di acquisire elementi utili a delineare gli assetti interni delle due famiglie. In particolare, è emerso come, anche grazie al supporto di una stabile rete di sodali e alla forza di intimidazione derivante dall’appartenenza all’associazione mafiosa, i capi famiglia avrebbero esercitato la propria influenza sui rispettivi territori di riferimento, mantenendo la capacità di orientare le attività illecite, dirimere controversie interne o con soggetti appartenenti ad altri mandamenti, nonché condizionare l’operatività economica e commerciale. Con riferimento alla famiglia mafiosa dell’Arenella, l’attività d’indagine ha permesso di ricostruire le modalità di imposizione mafiosa sul territorio da parte del capofamiglia, il quale, anche attraverso interazioni con altri esponenti di vertice di Cosa nostra, avrebbe esercitato la propria influenza anche rilevando società, fittiziamente intestate, a incensurati al fine di reimpiegare i capitali illeciti.
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Si chiamava Davide Paglialunga, 21 anni di Ancona, il ragazzo morto nell’incidente di questa mattina in zona Baraccola ad Ancona. Si trovava al volante dell’auto e in macchina con lui c’erano altre tre persone ferite dopo lo schianto, una di loro in modo grave. Paglialunga, nato nel 2005, quest’anno ha giocato a calcio come centrocampista nel campionato di Eccellenza con la Jesina. Nelle giovanili aveva militato con l’Ascoli, il Fano e l’Ancona. Tutte società che con un post social hanno voluto ricordarlo.
Paglialunga era alla guida della Opel Corsa coinvolta nel violento schianto con una Fiat Punto, che ha provocato anche quattro feriti. Secondo una prima ricostruzione, l’auto guidata dal 21enne morto avrebbe subito preso fuoco e proprio in quel momento un finanziere di Ancona che stava andando a lavoro, è passato dal luogo dell’incidente, si è fermato, è sceso ed è corso verso le auto distrutte per dare aiuto. Due degli amici di Paglialunga erano riusciti a uscire da soli dall’abitacolo, mentre un altro ragazzo di 19 anni – anche lui calciatore – era rimasto intrappolato. Il finanziere è riuscito a forzare lo sportello posteriore e trascinarlo fuori, salvandolo.
“Davide era un ragazzo brillante, e sensibile. Sempre positivo nello spogliatoio, un compagno di viaggio ideale”. Con queste parole la società di calcio Jesina, iscritta al campionato di Eccellenza, ha salutato Davide Paglialunga. “Ci sono notizie che lasciano senza fiato, che spezzano il respiro e congelano il tempo. La prematura e tragica scomparsa di Davide ha aperto un vuoto immenso nel cuore della nostra società, tra i compagni di squadra, lo staff e chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo. – si legge nel post diffuso su Facebook – Solo pochi giorni fa avevamo annunciato il rinnovo di Davide anche per la prossima stagione sportiva. Davide, a soli 21 anni, ha messo a disposizione della squadra tutte le sue qualità sportive, il suo talento, una ferrea determinazione e una visione di gioco che lasciava intravedere per lui un futuro luminoso”.
La società di calcio marchigiano ricorda il giovane calciatore sottolineando come abbia sempre “dimostrato un attaccamento speciale per la maglia che ha spesso indossato da titolare nel corso di tutta la stagione da poco conclusa“. “Scendeva in campo con l’orgoglio di chi difende la propria casa, lottando su ogni pallone fino all’ultimo secondo, diventando un esempio di dedizione e lealtà per ogni suo compagno. – concludono – Fuori dal campo, il quadro si completava con la bellezza della sua persona. Il destino ce lo ha strappato via troppo presto, lungo una strada maledetta, ma non potrà mai cancellare quello che ha seminato nei nostri cuori. Ci piace pensare che Davide non ha smesso di correre: ha solo cambiato campo”.
“Ci sono domeniche che iniziano con lo strazio dentro. In queste ore si sta consumando il dramma più profondo dentro le case di alcune famiglie dell’Anconetano”, ha invece scritto sui social il sindaco di Ancona e vicepresidente vicario dell’Anci, Daniele Silvetti. “Un giovane, bello, spensierato e con una vita davanti ha perso la vita tra quelle lamiere e altri quattro ragazzi stanno combattendo contro la morte. – ha aggiunto il sindaco – Il pianto di quei genitori, di quella madre che stringo dentro di me porta ogni volta la nostra mente ai nostri figli. Al loro ritorno a casa, nelle loro camerette, tra le lenzuola dei loro letti. Ma non basta, poi ci sono le amicizie, quelle spezzate proprio da fatti come questo di oggi e senti tua figlia piangere e ti accorgi che il dramma è più vicino, ti ha quasi sfiorato, per poche ore, perché gli sguardi tra loro si erano incrociati al mare, di pomeriggio. Mi dispiace tremendamente, per loro e per quei genitori che non conosco ma che mi sembra di sentire, di percepire, almeno dentro di me”.
Credit foto: pagina Facebook “Jesina Calcio”
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In occasione di Eurosatory 2026, il principale salone europeo dedicato alla difesa terrestre, Renault Group e Thales hanno presentato 4TROOP, un prototipo di Veicolo Civile Multi-Ruolo (VCMR) sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra il costruttore automobilistico francese e il gruppo specializzato in sistemi elettronici e comunicazioni sicure. L’obiettivo è integrare tecnologie militari avanzate su piattaforme derivate dalla produzione civile, con l’intento di ridurre tempi e costi di sviluppo, semplificare la logistica e sfruttare reti di assistenza già esistenti.
Basato su un veicolo della gamma Renault, 4TROOP incorpora sistemi di comunicazione sicura, connettività tattica e strumenti di supporto decisionale sviluppati da Thales. Il mezzo è progettato per elaborare grandi quantità di dati operativi, coordinare droni e robot terrestri e fungere da centro di comando mobile configurabile in funzione delle missioni.
Il prototipo esposto a Eurosatory è dotato di propulsione ibrida a trazione integrale. Secondo i due partner, questa configurazione consente di combinare autonomia operativa e capacità di movimento a bassa rumorosità. Il sistema Vehicle-to-Load (V2L) permette inoltre di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul campo, aumentando l’autonomia energetica delle unità impiegate.
Tra gli impieghi previsti figurano attività di ricognizione, coordinamento delle operazioni, supporto logistico, controllo di aree sensibili, scorta e gestione di sistemi autonomi. Le tecnologie installate derivano in parte dall’ecosistema SCORPION, il programma di digitalizzazione delle forze armate terrestri francesi, e comprendono piattaforme per la gestione delle comunicazioni, il coordinamento multi-sensore e la protezione cyber delle operazioni.
Renault ha sottolineato come il concetto possa essere adattato a diverse tipologie di veicoli del gruppo, dai suv ai veicoli commerciali leggeri. Secondo le aziende coinvolte, l’approccio consentirebbe alle forze armate di acquisire rapidamente nuove capacità operative mantenendo la compatibilità con i sistemi di comando e controllo già in uso.
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L’età in cui un bambino inizia ad andare a scuola può avere conseguenze per tutta la vita, dal successo scolastico e lavorativo alle relazioni sociali, alla salute. L’ingresso precoce ha vantaggi e svantaggi. La flessibilità del percorso aiuta a bilanciarli.
L'articolo L’età d’ingresso a scuola fa la differenza proviene da Lavoce.info.
L’età in cui un bambino inizia ad andare a scuola può avere conseguenze per tutta la vita, dal successo scolastico e lavorativo alle relazioni sociali, alla salute. L’ingresso precoce ha vantaggi e svantaggi. La flessibilità del percorso aiuta a bilanciarli.
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Sarebbe bello dire che è merito del calcio, dello sport più in generale, e dei suoi valori universali. Ma non è così. È soltanto per un caso che l’Iran scende in campo per la prima volta ai Mondiali quasi in concomitanza – solo 24 ore dopo – con l’annuncio dell’accordo raggiunto con gli Usa. La guerra è finita (forse), ma giocatori e tecnici del Team Melli non hanno nessuna voglia di far festa. E nemmeno di parlarne. Domenica si sono correttamente presentati alla conferenza stampa programmata alla vigilia del debutto previsto questa sera a Los Angeles, nel cuore della notte italiana, contro la Nuova Zelanda, ma le facce del ct Ghalenoei e del capitano Taremi erano tutt’altro che distese.
Reduci da mezz’ora di volo e poi dalle solite sei ore di controlli di sicurezza, dopo il confino a Tijuana, in Messico, né l’allenatore né l’ex interista hanno voluto rispondere alle domande sulle notizie della imminente fine del conflitto: “Queste sono cose che non dovete chiedere a noi”. Piuttosto, non hanno nascosto la loro irritazione per come sono stati costretti ad avvicinarsi a questo Mondiale. Ha provato a fare il diplomatico il ct: “Sono molto felice di rappresentare la grande e orgogliosa nazione dell’Iran. Spero che il calcio porti gioia e divertimento e che avvicini culture e nazioni. E spero che per noi vada tutto bene nonostante i problemi che ci sono stati creati e che mi augurino non influenzino la qualità del nostro gioco”.
Però non ha potuto fare a meno di osservare: “Certamente ci hanno voluto mettere in difficoltà, siamo arrivati in Messico tardi e non abbiamo avuto abbastanza tempo per adattarci. La nostra preparazione non è stata ideale. Ma siamo abituati a trasformare le difficoltà in opportunità”. Ancora più diretto Taremi, che ha messo nel mirino il comportamento della Fifa: “C’è troppa tensione. Una situazione che mina il messaggio che la Fifa vuole trasmettere, cioè che il calcio porta pace. Questa Coppa del Mondo avrebbe dovuto offrire un’atmosfera migliore di quella che c’è. Peraltro non è stato solo l’Iran a essere colpito da questi problemi: anche altri, persino un arbitro, ne hanno risentito”. Nessun ringraziamento a Infantino, che si è vantato di essersi battuto perché comunque l’Iran ci fosse. Solo tanta riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dal popolo messicano.
Molto diversa invece l’accoglienza a Los Angeles. Sia durante l’allenamento di rifinitura, sia all’arrivo nell’hotel in zona Manhattan Beach, ma non sul mare, il Team Melli ha trovato alcune decine di manifestanti in rappresentanza degli oltre mezzo milione di iraniani e dei 50mila appartenenti alla comunità ebraica persiana, li chiamano Teherangeles, fuoriusciti dal Paese dopo la rivoluzione islamica e concentrati in gran parte nella zona di Westwood, ribattezzata anche Little Persia. C’è grande preoccupazione per quello che potrà accadere stasera allo stadio: la Fifa ha predisposto il divieto di far entrare le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole al posto dell’emblema di Allah. Difficile però che si riesca a rispettarlo. Queste bandiere già si sono viste allo stadio di San Francisco in occasione di Svizzera-Qatar. Il problema è che la Federazione di Teheran ha fatto sapere che alla prima bandiera di quel tipo esposto e addirittura al primo slogan ostile lanciato ritirerà la squadra dal campo.
Se si riuscirà a giocare a calcio regolarmente, nonostante la preparazione difficoltosa, l’Iran è favorito abbastanza nettamente. Nel ranking Fifa è al ventesimo posto, solo otto posizioni dietro l’Italia, mentre la Nuova Zelanda è 85esima. L’Iran partecipa al Mondiale per la settima volta, la quarta consecutiva, ma non ha mai passato la fase a gironi. Curioso che debutti nello stesso stadio che ha visto l’esordio degli Usa e che vi sia la possibilità che le due squadre si affrontino nei sedicesimi di finale. Quattro anni fa in Qatar finì 1-0 per gli americani.
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Mentre l’aereo viaggia a diecimila metri di altezza e i passeggeri dormono nel silenzio dei voli notturni, c’è chi si muove con destrezza tra i sedili per saccheggiare i bagagli a mano. Il fenomeno dei furti ad alta quota è diventato talmente strutturato da spingere diverse compagnie aeree a imbarcare segretamente agenti di sicurezza privati, confusi tra i normali viaggiatori, per cogliere i ladri in flagrante. Come rivelato dal Corriere della Sera, la contromisura è emersa a margine dell’assemblea annuale della Iata a Rio de Janeiro, dove cinque amministratori delegati di vettori europei e asiatici hanno rotto il silenzio su un’emergenza sempre più difficile da arginare.
Sebbene la situazione non venga definita disperata, i numeri hanno raggiunto una criticità tale da spingere una trentina di aerolinee internazionali a riunirsi in un vertice riservato a Doha, in Qatar, per studiare una strategia comune. “Purtroppo quasi ogni giorno riceviamo report di viaggiatori che hanno denunciato la sparizione sui nostri voli di oggetti preziosi, portafogli, computer, tablet, cellulari, cuffie“, hanno confessato due dei manager protetti dall’anonimato. A operare nei cieli sono veri e propri professionisti del settore. “Si tratta di criminali abili, portano a segno il colpo anche in pieno giorno con decine di passeggeri svegli”, rivela un terzo amministratore delegato. Le vittime predilette vengono spesso adocchiate e selezionate poco prima dell’imbarco, nella zona dei gate, monitorando chi viaggia con oggetti di valore.
Le radici del problema affondano nelle nuove abitudini di viaggio post-pandemia. Con il drastico aumento dei passeggeri che scelgono di viaggiare esclusivamente con il trolley e una borsa piccola per evitare i costi del bagaglio in stiva, la quantità di effetti personali appetibili in cabina è letteralmente raddoppiata. A questo si aggiunge il problema cronico dello spazio a bordo: quando i voli sono completi, il trolley del passeggero non finisce quasi mai nella cappelliera situata sopra la propria testa, ma viene posizionato dagli assistenti di volo svariate file più indietro. Con una media di 155 passeggeri a bordo, diventa impossibile controllare a distanza la propria borsa e capire se un individuo stia maneggiando il proprio bagaglio o quello di un estraneo.
Secondo Nick Careen, senior vice president Operations, safety and security della Iata, il problema si concentra in mercati specifici. “L’Asia è la più grande area di preoccupazione e in molti casi si tratta di una cosa organizzata”, ha confermato Careen, specificando che le tratte a lungo raggio e i voli notturni sono i più esposti. Tuttavia, il problema sta registrando un’impennata anche in Europa, come confermato dai vertici di due vettori low-cost. All’interno dello spazio Schengen, l’assenza di controlli alle frontiere permette ai ladri di muoversi liberamente, arrivando a imbarcarsi su due o tre voli differenti al giorno con compagnie diverse. Le rotte più colpite nel Vecchio Continente risultano essere quelle prettamente turistiche o quelle a forte trazione “business“. Ad oggi non esistono statistiche ufficiali: le compagnie evitano la pubblicazione dei dati per non danneggiare la propria reputazione, mentre molti passeggeri si accorgono del furto solo una volta tornati a casa, rinunciando alla denuncia.
Per arginare le perdite e proteggere l’utenza, diverse aerolinee asiatiche hanno iniziato a impiegare “sentinelle” a bordo. Si tratta di addetti alla sicurezza che viaggiano in abiti civili e con regolare biglietto, replicando il modello dei poliziotti di volo (air marshals) storicamente utilizzati sulle rotte a rischio terrorismo. Il loro unico compito è osservare la cabina durante le ore di buio per intercettare movimenti sospetti attorno alle cappelliere. Quando il furto viene scoperto a bordo, l’iter è complesso. Il 22 gennaio scorso, sul volo Zurigo-Hong Kong, la denuncia di un passeggero ha costretto i piloti a richiedere il blocco del velivolo all’atterraggio: la polizia è salita a bordo e ha perquisito uno a uno gli oltre 250 passeggeri prima di autorizzare lo sbarco.
La Iata, pur precisando che non siamo di fronte a un fenomeno dilagante, monitorerà l’evoluzione dei prossimi mesi per valutare interventi normativi più severi. Nel frattempo, i consigli degli esperti per i viaggiatori rimangono legati al buonsenso: tenere denaro, documenti e dispositivi elettronici sempre sotto il sedile davanti al proprio e mai nella cappelliera, applicare lucchetti ai trolley e controllare l’integrità delle borse prima di scendere dall’aereo.
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Il premier britannico Keir Starmer ha annunciato oggi l’imminente divieto di utilizzo dei social media per tutti i minori di 16 anni. La decisione pone la Gran Bretagna all’avanguardia sul tema della protezione dei minori online, ricalcando una legge simile approvata in Australia alla fine dello scorso anno. E ha subito scatenato l’ira delle Big Tech: “I divieti generalizzati allontanano i ragazzi da esperienze curate e supervisionate, indirizzandoli verso servizi anonimi e meno sicuri“, ha affermato un portavoce di YouTube in una dichiarazione.
Durante una conferenza stampa a Downing Street, Starmer ha dichiarato che “il governo vieterà l’accesso ai social media a tutti i minori di 16 anni”. L’annuncio del premier britannico arriva nel primo giorno del vertice del G7 in Francia, dove i leader mondiali dovrebbero discutere le misure per proteggere i bambini dai pericoli online.
Il dibattito è aperto anche all’interno dell’Unione europea. “I leader dell’Ue e la Commissione europea stanno esaminando come rendere gli spazi online più sicuri per i minori, anche attraverso l’introduzione di una maggiore età digitale per l’accesso ai social media“, ha dichiarato sabato sui social il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Nel frattempo presto anche il Canada potrebbe seguire l’esempio di Australia e Gran Bretagna: la proposta di legge, denominata Safe Social Media Act, è stata presentata alla Camera dei Comuni dal Ministro della Cultura Marc Miller. La norma canadese prevede che le aziende tecnologiche potranno aggirare il divieto se dimostrano di avere politiche per ridurre al minimo i danni ai minori.
In Italia invece il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi. E le attuali leggi sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Questa settimana è stata annunciata la ripresa dell’iter in Parlamento sul ddl bipartisan 1136 per la tutela dei minori nella dimensione digitale Mennuni Madia. Nel frattempo il deputato dem Stefano Vaccari ha presentato la sua proposta di legge per tutelare i minori nell’accesso alle piattaforme digitali con sistemi di verifica d’età.
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© RaiNews
Una cagnolina denutrita e in condizioni di forte trascuratezza è stata proposta online in cambio di un frigorifero. È successo in Brasile, dove la vicenda di Cachecol, una Spitz Tedesca, ha suscitato tanta indignazione sui social e mobilitato alcuni volontari che sono riusciti a salvarla. L’annuncio era stato pubblicato in un gruppo Facebook dedicato agli scambi tra privati nello Stato del Rio Grande do Sul. Il proprietario dell’animale aveva deciso di cederla chiedendo in cambio un elettrodomestico, trattandola di fatto come un bene qualsiasi. La segnalazione è arrivata rapidamente agli attivisti locali, che hanno deciso di intervenire.
Secondo quanto riportato da La Stampa, a recuperare la cagnolina è stata la volontaria Deise Falci, che il 28 maggio l’ha presa in custodia e portata in un luogo sicuro. Dopo il salvataggio è stata ribattezzata Cachecol, parola portoghese che significa “sciarpa”, scelta per il particolare aspetto del suo mantello dopo una tosatura incompleta.
Fin dai primi controlli è apparso evidente che l’animale aveva vissuto a lungo in condizioni difficili. Cachecol era molto magra, debilitata e presentava gravi problemi dentali dovuti alla mancanza di cure. I veterinari hanno riscontrato un forte accumulo di tartaro e la perdita di alcuni incisivi, tutti segni compatibili con anni di trascuratezza.
Secondo chi si sta occupando di lei, la cagnolina potrebbe essere stata utilizzata per lungo tempo come fattrice. Le condizioni fisiche osservate dai volontari hanno infatti fatto nascere il sospetto che sia stata sfruttata per la riproduzione e successivamente abbandonata quando non era più considerata redditizia. Dopo il recupero, Cachecol ha iniziato un percorso di cure veterinarie e riabilitazione. È stata sottoposta a interventi per trattare le infezioni presenti nella bocca e segue un programma alimentare per recuperare peso e salute.
Oggi Cachecol si trova al sicuro e sta affrontando un graduale percorso di recupero sotto la supervisione dei volontari che l’hanno soccorsa. Nonostante le evidenti sofferenze subite, la cagnolina si è mostrata fin da subito docile e collaborativa, e ha facilitato ai veterinari le cure e l’assistenza quotidiana. Nelle prossime settimane proseguiranno gli accertamenti e il programma di riabilitazione, con l’obiettivo di restituirle piena salute e prepararla a una futura adozione.
Condividendo gli aggiornamenti sul recupero della cagnolina, la volontaria Deise Falci ha commentato così l’episodio: “Ora sarai amata e non sarai mai più trattata come una merce. La sofferenza dei cani di razza pura finirà solo quando le persone smetteranno di comprarli”.
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“Siamo spiacenti ma non ci sono camere disponibili nel periodo selezionato o ci sono restrizioni nel numero di pernottamenti minimi richiesti”. È questo il messaggio in cui ci si imbatte provando a effettuare prenotazioni sul sito del Grand Hotel “La Sonrisa”, meglio noto come “Il Castello delle Cerimonie”. E poco importa se si seleziona il periodo estivo, quello autunnale o addirittura gennaio 2027. La situazione non cambia modificando il numero degli ospiti e le date di arrivo e partenza. Nella location di Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, sembra ormai impossibile entrare. Ci si sta definitivamente avviando verso la chiusura? È quel che viene da pensare soprattutto alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi, quando il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso che i Polese, proprietari della location, avevano presentato sperando di poter ribaltare l’ordinanza del Tar Campania, che a sua volta aveva già confermato la revoca delle licenze da parte del Comune.
I giudici si sono pronunciati tenendo conto della sentenza definitiva datata febbraio 2024, secondo cui i locali de “La Sonrisa” sarebbero abusivi e senza la destinazione turistica-ricettiva. Stando così le cose, la struttura pur rimanendo formalmente aperta non può svolgere attività alberghiera e di ristorazione, e in tal senso andrebbe letta anche la mancata disponibilità di camere evidenziata dal sistema di prenotazione, sebbene proprio nella giornata di ieri si sia svolto un evento dedicato alla scaramanzia napoletana. È giunto il momento di scrivere la parola ‘fine’ per l’hotel del compianto don Antonio Polese?
Il prossimo 24 novembre ci sarà l’udienza pubblica per la decisione definitiva nel merito, e prima, il 9 luglio, toccherà alla Cassazione pronunciarsi sui ricorsi avanzati dagli avvocati dei Polese. Certo, ci sarebbe anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo davanti alla quale i legali dell’hotel hanno portato la vicenda, ma come scrive Fanpage i tempi di Strasburgo “sono lunghi e difficilmente potrebbero incidere sulla stagione in corso”. Nel frattempo persone molto vicine alla struttura, come Gaetano Nino Davide, uno dei volti storici che da anni lavora nell’hotel, si mobilitano sui social raccogliendo il sostegno e la solidarietà delle persone. “Il lavoro di una vita merita rispetto e tutela, non può essere cancellato all’improvviso. Lo Stato non deve dimenticarsi di noi: ha il dovere di tutelarci, e farlo con amore prima di ogni altra cosa” si legge in uno degli ultimi post di Nino.
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Due elicotteri in volo sopra la zona occidentale di Rio de Janeiro si sono scontrati domenica mattina, precipitano sui tetti di una concessionaria d’auto e innescando un vasto incendio che ha distrutto venti veicoli. L’impatto aereo non ha lasciato superstiti. Tra le sei vittime accertate c’è Oliver Tree, trentaduenne cantautore e produttore discografico statunitense, noto a livello globale per brani da centinaia di milioni di ascolti come “Life Goes On” e “Miss You”.
La collisione è avvenuta nel quartiere di Recreio dos Bandeirantes. Secondo le informazioni diffuse dall’emittente CNN Brazil, a bordo del primo velivolo viaggiavano cinque persone, tra cui il musicista californiano e Gaspar Prim, uno youtuber e creatore di contenuti molto popolare in Argentina. Il secondo elicottero era occupato esclusivamente dal pilota. Entrambi i mezzi sono precipitati sulla struttura commerciale sottostante, richiedendo l’intervento immediato dei vigili del fuoco per domare le fiamme. Le indagini per chiarire le cause e l’esatta dinamica dello scontro aereo sono state formalmente affidate al Cenipa, il Centro per le indagini e la prevenzione degli incidenti aeronautici dell’Aeronautica militare brasiliana.
Fino al giorno precedente allo schianto, Tree aveva pubblicato regolarmente contenuti sui propri canali social documentando la sua permanenza in Brasile. L’artista si trovava nel Paese sudamericano per una tappa del suo tour mondiale da headliner, organizzato per promuovere il suo quarto album in studio interamente autoprodotto, intitolato “Love You Madly, Hate You Badly” e pubblicato nel mese di aprile. La tournée, iniziata il 30 maggio a Città del Messico, prevedeva numerose date internazionali in Sudafrica, Giappone, Nuova Zelanda e Antartide, oltre a un concerto in Italia programmato per l’8 luglio al circolo Magnolia di Milano.
Nato in California, Tree aveva costruito una carriera musicale di successo fondendo l’hip hop melodico con influenze rock e dance, accompagnate da testi spesso ironici. Aveva iniziato a pubblicare brani su Soundcloud nel 2010 con lo pseudonimo Kryph, per poi debuttare ufficialmente nel 2013 con l’EP “Demons“, lavoro che conteneva una cover hip hop e lo-fi di “Karma Police” dei Radiohead elogiata dallo stesso Thom Yorke. Il salto di qualità nell’industria avvenne nel 2016 con il singolo “When I’m Down”, che gli valse un contratto con la Atlantic Records. Negli anni successivi, la sua figura pubblica, caratterizzata da un’estetica volutamente eccentrica e kitsch con tute acetate anni Ottanta e un iconico taglio di capelli a scodella, lo ha reso un fenomeno virale. Sulla piattaforma TikTok aveva accumulato 15,4 milioni di follower: il brano “Life Goes On”, estratto dal primo album in studio “Ugly Is Beautiful” del 2020, è stato utilizzato dagli utenti in oltre 3,7 milioni di video, portando il cantautore a superare gli 11 milioni di ascoltatori mensili su Spotify.
A poche ore dalla diffusione della notizia, la cantautrice Melanie Martinez, ex compagna di Tree, ha affidato ai social un lungo ricordo dell’ex compagno: “Sono stata letteralmente a pezzi oggi”, ha scritto Martinez in una storia sul suo profilo Instagram. “È davvero difficile capire come qualcuno con cui un tempo hai condiviso un periodo così specifico e formativo della tua vita possa improvvisamente non esserci più. Era così dedito alla sua arte, cosa che ammiravo e rispettavo profondamente. Penso che tutti coloro che lo hanno conosciuto ripenseranno a quei momenti di risate e gioia che riusciva a suscitare così facilmente”. La cantante ha concluso il suo ricordo sottolineando l’attitudine creativa del musicista: “La sua capacità di guidare creativamente e di agire, mantenendo allo stesso tempo un senso di meraviglia e stupore infantile, era di grande ispirazione. Aveva un cuore grande ed era un vero artista in ogni senso. Riposa in pace Oliver. So che stai facendo ridacchiare gli angeli. Resterò qui a chiedermi quale acrobazia e progetto creativo stai architettando in paradiso. Tutto il mio amore”.
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Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.
L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.
In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.
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Una sessione di bungee jumping si è trasformata in una caduta mortale a causa di un grave errore di disattenzione da parte degli istruttori, che hanno omesso di agganciare la corda di sicurezza prima del salto. Sabato 13 giugno, a Limeira, nello Stato brasiliano di San Paolo, la ventunenne Maria Eduarda Rodrigues de Freitas ha perso la vita dopo essere precipitata dal celebre Ponte dello Scheletro (Ponte do Esqueleto). I membri dello staff della società privata a cui la giovane si era affidata l’hanno sollevata e spinta nel vuoto da un’altezza di circa 40 metri senza aver assicurato l’imbracatura alla struttura portante. La Polizia militare è intervenuta sul posto procedendo all’arresto dei responsabili dell’evento.
La vittima, laureata in educazione fisica e management dello sport, aveva acquistato un pacchetto turistico guidato che prevedeva il lancio dal viadotto in disuso. Il drammatico momento è stato ripreso con uno smartphone da uno degli spettatori presenti. Le immagini, finite sui social, mostrano la ventunenne con indosso il casco protettivo mentre viene sollevata di peso dagli addetti, portata all’estremità della passerella di legno e gettata nel vuoto a volo d’angelo. Subito dopo la spinta, il video documenta l’esatto istante in cui i presenti si accorgono della gravissima mancanza. Chi stava filmando ha inquadrato la fune di sicurezza abbandonata al suolo sulla struttura, urlando agli istruttori: “Ragazzi, la corda!”. Poco prima del salto, la giovane aveva pubblicato una storia sul suo profilo Instagram (successivamente oscurato), in cui ironizzava sull’esperienza estrema imminente: “Chi è stato il pazzo che mi ha permesso di saltare giù da un ponte?”.
Dopo l’impatto sul fondo del burrone, lo staff e alcuni testimoni hanno raggiunto il corpo nel tentativo di praticare le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Sul posto è stato inviato anche un elicottero della Polizia, ma all’arrivo dell’équipe medica non è stato possibile fare altro che constatare il decesso sul colpo, causato dai devastanti traumi multipli. Il fidanzato della vittima, giunto sul luogo della tragedia poco dopo, ha accusato un malore ed è stato trasportato al pronto soccorso.
Le indagini, affidate alla Polizia Civile brasiliana, hanno portato al fermo immediato di sei persone legate all’organizzazione. Tra queste, tre uomini di 27, 32 e 42 anni sono stati formalmente arrestati sulla scena con l’accusa di omicidio con dolo eventuale. Gli avvocati difensori degli indagati hanno replicato alle accuse affermando che i loro assistiti vantano una grande esperienza nel settore e che si tratta della prima vittima registrata dall’azienda in anni di attività. Una tesi nettamente respinta dalle autorità investigative. La delegata di Polizia Andrea Dantas Levy ha infatti fornito un quadro preciso delle irregolarità riscontrate, dichiarando all’emittente G1: “Era un team non in regola; non avevano nemmeno l’autorizzazione per essere lì. Hanno finito per organizzare questo evento, e questa fatalità è avvenuta oggi, secondo la mia percezione, a causa di una mancata verifica e supervisione del posizionamento della corda sul salto della vittima”.
Il caso ha innescato un’immediata reazione politica e istituzionale. Il viadotto utilizzato per i lanci, infatti, è un’area di competenza statale nota da tempo come punto di ritrovo per gli sport estremi, ma del tutto priva di regolamentazione. Il Consiglio comunale di Limeira ha annunciato un’azione legale contro il governo federale brasiliano. A ufficializzare l’iniziativa è stato il sindaco della città, Murilo Félix, che ha inquadrato le responsabilità dell’accaduto oltre il singolo errore umano degli istruttori: “È necessario determinare le responsabilità per la mancanza di controllo degli accessi a un’area federale che da anni presenta rischi noti e che manca ancora delle necessarie misure di protezione”.
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La notte dei Mondiali ha regalato due goleade e due partite ricche di emozioni, tra risultati larghi e finali al cardiopalma. A prendersi la scena sono state soprattutto Germania e Svezia, entrambe vittoriose con ampi margini. Se il 7-1 dei tedeschi contro l’esordiente Curacao era in qualche modo pronosticabile, più sorprendente è stato il netto 5-1 della Svezia sulla Tunisia, risultato che proietta gli scandinavi in testa al loro girone. Non sono mancati però neanche i match combattuti. A Dallas, Giappone e Olanda hanno chiuso sul 2-2 dopo una sfida equilibrata e ricca di colpi di scena. Ancora più spettacolare, nonostante il punteggio finale, è stata Costa d’Avorio-Ecuador: ritmo altissimo, occasioni continue, tre traverse colpite e un gol decisivo soltanto al 90’, firmato da Amad Diallo.
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Nel Gruppo E la Germania ha iniziato il proprio Mondiale travolgendo Curacao per 7-1 a Houston. Eppure la piccola nazionale caraibica, al debutto assoluto in una Coppa del Mondo, aveva persino fatto sognare i suoi tifosi trovando il momentaneo pareggio con Comenencia dopo il vantaggio iniziale di Nmecha. Prima dell’intervallo sono arrivati il 2-1 di Schlotterbeck e il rigore trasformato da Havertz. Nella ripresa i tedeschi hanno cambiato marcia e dilagato con Musiala, Brown, Undav e ancora Havertz, chiudendo con un eloquente 7-1.
A Dallas, invece, Giappone e Olanda hanno dato vita a una sfida molto più equilibrata. Dopo un primo tempo senza reti, Van Dijk ha portato avanti gli Oranje di testa. I nipponici hanno reagito con Nakamura, ma gli olandesi sono tornati in vantaggio grazie a una splendida conclusione di Summerville. Quando la vittoria sembrava ormai vicina, all’89’ è arrivato il colpo di testa di Kamada, che ha fissato il risultato sul 2-2.
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Lo spettacolo più intenso della notte è andato però in scena tra Costa d’Avorio ed Ecuador. Il punteggio finale di 1-0 racconta solo una parte della storia. Le due squadre hanno giocato a ritmi elevatissimi, colpendo complessivamente tre traverse e costruendo occasioni da una parte e dall’altra. A decidere il match è stato Amad Diallo, che al 90’ ha trovato il gol vittoria con un sinistro dall’interno dell’area. Per la Costa d’Avorio è un successo prezioso in chiave qualificazione, mentre per l’Ecuador si interrompe una striscia di 19 partite senza sconfitte.
Nel Gruppo F la sorpresa di giornata porta la firma della Svezia, che ha schiantato la Tunisia per 5-1. Protagonista assoluto Yasin Ayari, autore di una doppietta con due conclusioni dalla distanza. A segno anche Alexander Isak, Viktor Gyökeres e Mattias Svanberg, mentre per i tunisini il gol della bandiera è stato realizzato da Omar Rekik. Un successo che consente agli svedesi di balzare in vetta al girone.
Germania-Curacao 7-1 (nel pt 6’ Nmecha, 21’ Comenencia, 38’ Schlotterbeck, 45’+ rig. Havertz; nel st 2’ Musiala, 23’ Brown, 33’ Undav, 43’ Havertz)
Giappone-Olanda 2-2 (nel st 10’ Van Dijk, 17’ Nakamura, 29’ Summerville, 44’ Kamada)
Costa d’Avorio-Ecuador 1-0 (nel st 45’ Diallo)
Svezia-Tunisia 5-1 (nel pt 7’ Ayari; nel st Isak, Gyökeres, Svanberg, Rekik, Ayari)
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Parte oggi il collocamento del nuovo Btp Italia Sì, il nuovo titolo di Stato indicizzato all’inflazione per i piccoli risparmiatori con cui il Mef punta a consolidare la quota di famiglie e home trading nel finanziare il debito pubblico.
L’emissione, della durata di cinque anni, offre un rendimento reale annuo minimo garantito dell’1,6%, cui si aggiunge la rivalutazione legata all’andamento dei prezzi, oltre a un premio fedeltà dello 0,6% del capitale sottoscritto per chi acquista il titolo nei giorni del collocamento e lo mantiene fino alla scadenza e alla tassazione agevolata al 12,5% prevista per tutti i titoli di Stato.
Si potrà accedere al nuovo titolo di Stato dal 15 giugno e fino a venerdì 19 giugno alle ore 13, salvo chiusura anticipata. Per il calcolo del valore complessivo delle cedole a questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale nel periodo di riferimento. Il Btp Italia Sì – con godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031 – prevede cedole semestrali legate al tasso di inflazione nazionale, oltre a un premio finale extra dello 0,6% sul capitale sottoscritto riservato a coloro che lo acquistano nei giorni di emissione e lo detengono fino a scadenza. Al termine del collocamento il tasso minimo garantito potrà essere confermato o rivisto al rialzo, in base alle condizioni di mercato. La sottoscrizione del Btp Italia Sì è riservata ai soli risparmiatori individuali e affini. Non sono previsti tetti o riparti, quindi tutte le domande pervenute nel periodo di collocamento saranno interamente soddisfatte. Il codice Isin del titolo necessario per identificarlo e acquistarlo durante il periodo di collocamento è IT0005713539.
Il Mef ricorda che è possibile comprare Btp Italia Sì, oltre che in banca o all’ufficio postale, anche online mediante il proprio home-banking (con funzione di trading abilitata). L’emissione avrà luogo sul Mot (Mercato telematico delle obbligazioni e titoli di Stato di Borsa italiana) attraverso Intesa Sanpaolo e UniCredit (dealer dell’operazione), e Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm (co-dealer dell’operazione). Il Btp Italia Sì viene acquistato a partire da un minimo di 1.000 euro durante i giorni del collocamento e potrà essere ceduto interamente o in parte prima della sua scadenza, senza vincoli e alle condizioni di mercato, sempre per lotti minimi da 1.000 euro nominali. Il capitale nominale sottoscritto è garantito a scadenza.
Il pacchetto nasce per invogliare la platea di ‘risparmiatori individuali e affini’ a restare fedeli ai Btp, ora che l’inflazione elevata causata dallo shock energetico in Medio Oriente rende meno convenienti i vecchi titoli. Le cedole, anziché essere calcolate sul capitale rivalutato per l’inflazione, semplicemente aggiungono al tasso minimo l’inflazione calcolata dall’indice Nic. Nel concreto, se l’inflazione (calcolata dall’indice Foi) fosse del 2%, le cedole semestrali sarebbero dell’1,8%: un tasso ottenuto sommando all’1,6% l’inflazione, per arrivare a un 3,6% annuo da dividere in due semestri. Per un raffronto con il mercato, il Btp Italia Giugno 2032, cedola 1,85% rende un tasso reale di circa l’1,44%. Le sottoscrizioni potrebbero beneficiare anche della recente scadenza per oltre sette miliardi di euro, di un Btp Italia a maggio.
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La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una misura attesa da tempo per contrastare l’emergenza abitativa che colpisce chi affronta la fine di un matrimonio o di una convivenza: il bonus genitori separati. Si tratta di un contributo economico concreto, erogato sotto forma di assegno mensile, che può raggiungere i 500 euro al mese. Questo incentivo non è un sussidio assistenziale generico, ma un aiuto specifico pensato per coprire le spese reali e dimostrabili di chi, a seguito di un provvedimento del giudice, si ritrova a dover abbandonare l’ex casa familiare e a dover cercare una nuova sistemazione immobiliare. Il meccanismo punta a sostenere il genitore cosiddetto uscente, che spesso deve affrontare il peso di un nuovo canone di locazione pur continuando a partecipare alle spese del vecchio nucleo familiare.
La misura stanzia un fondo complessivo di 60 milioni di euro per il triennio che va dal 2026 al 2028, con una dote finanziaria di 20 milioni di euro all’anno. Questo budget servirà a finanziare il bonus garantendo un contributo economico mensile che oscillerà tra i 400 e i 500 euro a richiedente. L’aiuto economico non è a fondo perduto generico, ma è vincolato al rimborso di spese reali e dimostrabili legate alla ricerca e al mantenimento di un nuovo alloggio. I fondi copriranno i canoni d’affitto mensili di contratti di locazione regolarmente registrati, ma anche i costi iniziali necessari per avviare la nuova sistemazione, come le caparre confirmatorie per bloccare l’appartamento, le spese vive di trasloco e i costi per l’eventuale deposito temporaneo dei mobili.
Il meccanismo d’intervento del bonus genitori separati punta a rimborsare il genitore che, non essendo assegnatario dell’ex casa familiare per disposizione del giudice, deve sostenere autonomamente un secondo costo abitativo. La normativa riconosce la sovrapposizione finanziaria che colpisce chi esce dall’alloggio coniugale: queste persone si trovano spesso a dover pagare contemporaneamente la propria quota del vecchio mutuo immobiliare, l’assegno di mantenimento mensile stabilito dal tribunale per i figli e, in aggiunta, il canone di locazione per il nuovo appartamento. Il bonus genitori separati interviene per alleggerire questa specifica somma di uscite mensili, erogando la quota stabilita direttamente sul conto corrente del beneficiario.
Per accedere al fondo e ottenere il bonus genitori separati è necessario soddisfare requisiti d’accesso molto rigidi e diversi rispetto alle passate tutele emergenziali. Questo bonus non ha infatti alcun legame con il vecchio contributo da 800 euro introdotto durante la pandemia, che richiedeva la sospensione o riduzione dell’attività lavorativa a causa del lockdown. La misura attuale si configura come un sostegno all’affitto e richiede lo stato di genitore separato o divorziato con provvedimento formale del tribunale, il non essere assegnatario della casa familiare e la titolarità di un nuovo contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato presso l’Agenzia delle Entrate.
La concessione del bonus genitori separati è subordinata alla presenza di uno o più figli fiscalmente a carico che non abbiano superato i 21 anni di età al momento della presentazione della domanda. La normativa fiscale stabilisce criteri precisi per definire il carico familiare: i figli devono avere un reddito annuo lordo inferiore a 4.000 euro se hanno meno di ventiquattro anni, oppure inferiore a 2.840,51 euro se superano questa età. In assenza di figli fiscalmente a carico entro i ventuno anni, la domanda viene scartata d’ufficio. Il barometro economico per l’assegnazione dei fondi sarà l’indicatore Isee aggiornato: i criteri di priorità premieranno i richiedenti con i valori Isee più bassi fino a esaurimento dello stanziamento annuale.
Lo Stato ha previsto un sistema di controlli incrociati automatici per verificare l’onorabilità e la regolarità finanziaria di chi richiede il bonus genitori separati. Il genitore che presenta l’istanza deve dimostrare di essere in regola con il versamento dell’assegno di mantenimento per i figli disposto dal giudice, senza alcuna mensilità arretrata. Oltre alle verifiche fiscali sulla registrazione del contratto d’affitto e sulle dichiarazioni dei redditi dei figli, l’accesso ai fondi è precluso a chiunque abbia riportato condanne penali o abbia in corso procedimenti penali ostativi. La mancanza di uno solo di questi requisiti o l’irregolarità nei pagamenti del mantenimento comporta la revoca del beneficio e il recupero delle somme eventualmente già erogate.
Nonostante lo stanziamento del bonus genitori separati sia operativo nella legge di Bilancio 2026, i canali per l’invio delle domande non sono ancora attivi. Si attende la pubblicazione del decreto attuativo del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze. Questo testo fisserà la data ufficiale del click-day, il tetto massimo di Isee ammesso e la piattaforma telematica da usare, che sarà gestita dall’Inps. Il decreto attuativo dovrà inoltre sciogliere il nodo sulla modalità di erogazione: la via principale resta l’accredito diretto tramite bonifico mensile, ma resta al vaglio l’alternativa di trasformare il bonus in un credito d’imposta speciale o in una detrazione da utilizzare direttamente in dichiarazione dei redditi per abbattere le tasse annuali.
Trattandosi di una procedura a sportello dove i fondi del bonus genitori separati verranno assegnati in base all’ordine cronologico di presentazione fino a esaurimento delle risorse, è fondamentale raccogliere la documentazione in anticipo. Per farsi trovare pronti all’apertura dei termini bisogna disporre di un’identità digitale attiva, Spid o Carta d’Identità Elettronica, richiedere l’attestazione ISEE aggiornata al nuovo anno e avere a portata di mano la copia conforme della sentenza di separazione o divorzio del tribunale. Saranno inoltre indispensabili il codice fiscale dei figli a carico, la copia del contratto d’affitto con la relativa ricevuta di registrazione dell’Agenzia delle Entrate e le ricevute dei bonifici che attestano il regolare pagamento del mantenimento dei figli.
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Una forbice tra Nord America e Spagna che alla fine porta a un taglio di posti di lavoro nel nostro Paese. Un po’ come sta avvenendo nel mondo dell’automotive, l’Italia rischia di pagare dazio nel settore del bianco, comparto scosso da un riassetto internazionale per reggere l’onda d’urto innescata dall’avanzata dei prodotti cinesi a basso costo. Movimenti nei quali le aziende di Pechino danno le carte e fanno il gioco. Dopo aver visto andare in fumo quasi mille posti di lavoro nella vertenza Beko, il governo deve ora gestire i 1.700 licenziamenti annunciati da Electrolux negli stabilimenti italiani. Oggi è in programma il tavolo al ministero delle Imprese per comprendere se esista un’apertura da parte dell’azienda a rimodulare gli esuberi. La strada è stretta perché la multinazionale svedese, da decenni nel nostro Paese, ha chiarito di non avere intenzione di retrocedere: la fabbrica di Cerreto d’Esi deve chiudere, lasciando per strada 170 operai, e verranno sacrificati oltre 1.500 posti di lavoro negli altri stabilimenti.
Il taglio di circa il 40% dei dipendenti italiani arriva a pochi mesi di distanza da una maxi-operazione in Nord America che ha coinvolto l’azienda con sede a Stoccolma. Ad aprile Electrolux ha siglato un accordo con il gigante cinese Midea che prevede la creazione di una joint venture paritetica per sviluppare e vendere prodotti di refrigerazione in quell’area. Il Nord America rappresenta circa un terzo del fatturato di Electrolux, soprattutto grazie al marchio Frigidaire, e negli ultimi anni aveva registrato forti perdite operative. Attraverso un aumento di capitale da 9 miliardi di corone svedesi, la multinazionale metterà a terra il piano con i cinesi incentrato sulla collaborazione nelle fabbriche di Juarez (Messico) e Anderson (Carolina del Sud) sperando in un rilancio. Nel frattempo la creazione della piattaforma industriale condivisa negli Stati Uniti permette a Midea, sfruttando la debolezza contingente di Electrolux, di penetrare nel mercato americano garantendosi la rete distributiva degli svedesi.
Se negli Stati Uniti Midea si è appoggiata sulle spalle degli svedesi, in Europa si è già da tempo posizionata comprando Teka da Heritage B, la holding tedesca che controllava il marchio spagnolo e Küppersbusch. L’operazione ha avuto il via libera dell’Antitrust Ue nel 2025, un passo che ha sbloccato definitivamente l’intesa del 2024. Teka è il brand più importante in Spagna con una quota di mercato intorno al 15%. Specializzata in piani cottura, cappe ed elettrodomestici da incasso, ha fabbriche a Santander e Saragozza. Il piano dei cinesi è espansivo e punta a portare i prodotti Teka in nuovi mercati. Come l’Italia. A marzo, l’azienda ha riunito oltre 300 ospiti da 18 Paesi a Venezia in un evento che ha sancito lo sbarco nel nostro Paese: “Un passaggio strategico nel percorso di crescita del brand in Europa”, lo definì Alberto Di Luzio, general manager di Midea Italia.
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Il lago caro a George Clooney, il cielo azzurro, il sole. Il primo assaggio su strada della nuova sport fastback targata Alpine: il marchio figo e sportivo del gruppo Renault non avrebbe potuto godere di uno scenario migliore. A Lezzeno, vicino alla celeberrima Bellagio, ha fatto infatti tappa la prova, cominciata e finita all’Alpine Atelier di Milano, strategicamente collocato a due passi dalla piazza sopraelevata dedicata a Gae Aulenti, regina del design tricolore.
E tricolore è pure la firma del design della A390 (anche se sulla bandiera c’è il blu d’Oltralpe al posto dell’italico verde), visto che il boss stilistico del brand è il francese Antony Villain. Un design decisamente piacevole caratterizza la berlina coupé totalmente elettrica, in vendita al non indifferente prezzo di 69 mila euro, che durante la fase di lancio scendono poco sopra i 62 mila euro. Pur esibendo una certa stazza – è lunga 4,62 metri – soprattutto per merito del cofano spiovente e del tetto arcuato, la A390 esibisce una linea aggressivamente sportiva. Le dimensioni abbondanti permettono di non chiedere sacrifici a chi si accomodo in seconda fila. In quattro si sta comodissimi, in cinque abbastanza comodi, a patto che quelli dietro non siano alti come Dino Meneghin. Transalpini sono pure l’impianto hifi Devialet e le gomme Michelin. A rompere il monopolio francese ci pensano, e si fanno notare bellamente, le rosse pinze italiane made in Brembo.
La A390 si presenta in due versioni. La più “tranquilla” è la GT, che con i suoi 400 cavalli di potenza in dotazione fa da zero a 100 in 4,8 secondi e i 200 orari di punta. La GTS è un pochino più cattivella: di cavalli ne ha 470, i cento all’ora li tocca in 3,9 secondi e il picco velocistico si attesta a 200 km/ora. Nel test abbiamo guidato la GT. Purtroppo su un percorso stradale aperto al traffico normale e quindi non è stato possibile far emergere sino in fondo il carattere da peperina della vettura. Tuttavia, il divertimento è comunque arrivato sulle curve per salire sul Ghisallo e da lì nella discesa fino al lago. Abbiamo anche inserito la modalità “overtake”, quella che ti regala dieci secondi di eccitazione grazie alla erogazione di una potenza extra. Per fare i “bauscia”, come dicono a Milano, si può pure ottenere una partenza da fermo assatanata con il launch control. Non lo abbiamo fatto. Forse perché nella playlist fatta suonare dall’eccellente impianto Devialet scorreva la lentissima e trascinata versione di “Believe” eseguita da Okay Kaya. Chi non la conosce la trova al volo su Youtube, gratis.
Una volta piazzati al volante, la plancia con due schermi da circa 12 pollici offre una sensazione di comfort sportivo. I comandi touch dilagano ma qualcuno in Francia ha pensato anche ai non-nativi digitali: per comandare il climatizzatore, infatti, i tasti sono fisici.
I motori sono tre: uno davanti e due che governano, uno a testa, le due ruote posteriori. Permettendo così all’Alpine Torque Vectoring di fornire più coppia all’esterno, narcotizzando la tendenza al sovrasterzo e al sottosterzo. A proposito di ruote: con quelle da 20 pollici, dice la Casa costruttrice, si possono percorrere fino a 557 km con un pieno di elettricità. Bah. Per arrivare da Milano a Lezzeno la carica della batteria è scesa del 25 per cento circa. Non abbiamo guidato come in una economy run ma neppure come Markku Alen.
I sedili sono avvolgenti e dal taglio sportiveggiante, ma chi ha un animo corsaiolo e soldini in più da cacciare sappia che si possono anche montare dei Sabelt con gli schienali in carbonio. Avvolti nei sedili, coccolati dal lungolago in primavera, siamo arrivati alla sosta di Lezzeno con in testa il romantico ritornello di “Believe”, che recita “Do you believe in the life after love?”. Passando davanti a una stazione di servizio tradizionale e pensando alla batteria che alimenta i propulsori della A390, il ritornello è riemerso leggermente modificato. “Do you believe in the life after benzina & gasolio?”. C’est la vie, certo. Ma chissà come andrà a finire davvero l’invasione elettrica.
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di Claudio Trevisan
Il vino e gli altri alcolici sono importanti per la cultura italiana visto che sono legati alla socializzazione/divertimento e sono delle eccellenze del Made in Italy, con milioni di consumatori in Italia oltre all’estero. Il settore vale sempre di più economicamente e beneficia lo Stato/genera occupazione/valorizza il territorio. Purtroppo, il consumo degli alcolici ha anche un altissimo costo sociale/economico per noi. Attualmente, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, i consumatori a rischio sono circa 8 milioni di persone inclusi circa 780.000 “consumatori dannosi” (presentano un danno organico/psichico conclamato). I decessi correlati all’alcol (droga psicoattiva legale) nel 2023 erano 17.000 circa (morti per cirrosi epatica/incidenti stradali/suicidi/omicidi/sindrome psicotica).
La dipendenza da alcol è riconosciuta come una malattia cronica dal sistema sanitario italiano, visto che ha basi biologiche (modifica il cervello), andamento cronico/recidivante e criteri diagnostici oggettivi, che richiede trattamento medico e psicologico. Non è un “vizio”.
I segnali precoci della dipendenza da alcol vengono spesso sottovalutati. L’evoluzione è graduale e passa da uso sociale, a uso rischioso, a perdita di controllo iniziale fino alla dipendenza conclamata. I primi segnali possono essere quello di bere più spesso, usarlo per gestire emozioni, perdere leggermente il controllo, iniziare a cambiare abitudini sociali e “difensività” (minimizza/evita il tema) quando qualcuno fa notare i cambiamenti. In questa prima fase si potrebbe intervenire più facilmente e prevenire la dipendenza vera e propria.
Per superare la negazione, chi gli è più vicino (+ un professionista), dovrebbe utilizzare il “colloquio motivazionale” tramite un linguaggio empatico centrato sull’impatto concreto dei comportamenti: “Mi preoccupa vederti così” descrivendo fatti concreti per esempio: “I tuoi amici ti hanno portato a casa perché non stavi in piedi”/“la polizia ti ha ritirato la patente” e: “Come sarebbe la tua vita fra un anno se nulla cambiasse?” etc. Si dovrebbe offrire una soluzione, per esempio, “andiamoci insieme dal medico o ad Alcoholics Anonymous/al Club Alcologici Territoriali (che offrono anonimato, supporto tra pari e continuità)”. Inoltre, i familiari dovrebbero seguire il metodo CRAFIT/CRAFT per non alimentare involontariamente il comportamento, comunicare senza scontri e fornire supporto non complice.
Cosa fanno negli altri paesi? In Svezia/Norvegia usano l’intervento precoce con screening sistematico durante visite mediche con questionari per intercettare il problema; in Germania/Paesi utilizzano supporto medico/psicoterapia e in Portogallo/Canada riducono il danno con obbiettivi graduali. I sistemi con i risultati migliori combinano l’intervento precoce, approccio motivazionale, sostegno familiare e continuità terapeutica.
Purtroppo, le persone con problemi di dipendenza in Italia non possono essere obbligate ad accettare le cure (almeno che non ci sia una incapacità grave). Secondo me quelli che, causa l’alcol, hanno avuto problemi con la giustizia, (non solo quelli in carcere), per risse, patente ritirata etc. o problemi di salute, dovrebbero essere obbligati per legge, in quanto senza piena capacità di intendere e volere, ad accettare le necessarie cure/terapie e relativi controlli nel lungo periodo.
Il proibizionismo della droga alcol NON è una soluzione, (vedi esperienza USA), ma a mio parere quelli che fanno i profitti con l’alcol dovrebbero essere costretti a versare parte dei loro profitti in fondi di compensazione per poter coprire i costi per le relative cure/danni/prevenzione. La pubblicità che esalta l’alcol dovrebbe essere vietata.
Comunque, se tu (sì, tu) hai avuto problemi legati all’alcol non aspettare, (prima che hai un’altra ricaduta), fai il passo più importante cioè ammetti a te stesso/a di avere bisogno di aiuto (non vergognarti è una malattia), e poi nell’anonimato contatta chi ti potrà aiutare. Non aspettare! Ti vogliamo bene.
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Galileo, Einstein, Michelangelo, Shakespeare, Giotto, Aristotele, Kant: e ne potrei aggiungere tanti, tanti altri. Sono personaggi enormi che hanno modificato, ampliato, arricchito interi territori della nostra cultura. Qui ve ne propongo un altro, forse meno universalmente noto, ma non per questo meno grande.
È Guido d’Arezzo. Non si sa dove sia nato, è probabile Pomposa, nel ferrarese, dove fu istruito. Fu monaco benedettino poco dopo l’anno Mille, nella locale abbazia, allora un importante centro monastico. Intorno al 1025 entrò al servizio di Teodaldo di Canossa vescovo di Arezzo. Che fece di così significativo? Una cosa semplice semplice, che ha però cambiato il corso della storia e della cultura musicale dell’Occidente: inventò la scrittura musicale su rigo. Un’invenzione dalle ricadute pedagogiche e didattiche immense, che incise profondamente sulla formazione dei musicisti, e rese possibile il poderoso sviluppo dell’arte musicale: la quale, come tutti sanno, proprio nella notazione ha un requisito essenziale, e perciò, non solo è suonata e cantata, ma è in primis musica scritta. Detto in soldoni: senza Guido non avremmo avuto Bach, Monteverdi, Beethoven, Schönberg, Debussy, Puccini, Britten, Šostakovič eccetera.
Quella di Guido fu un’invenzione geniale, ‘tecnologica’ la definiremmo oggi: lui la descrisse nel suo Prologus in antiphonarium, che nel 2025 ha compiuto mille anni. La scrittura consentì ai cantori ecclesiastici un cambiamento epocale nell’apprendimento: ora potevano intonare melodie non conosciute, leggendole semplicemente a prima vista. Non occorreva più, come si era fatto fin lì, impararle e ricordarle a memoria, con uno sforzo lungo ed intenso. I tempi di apprendimento erano abbreviati, e la difficoltà di memorizzare molto mitigata. Un bel risparmio di tempo e di energie: oggi un’operazione così farebbe schizzare in alto le borse del pianeta. C’è ancora un aspetto essenziale da sottolineare: la scrittura musicale, così come quella letteraria, rende possibile la memoria collettiva, e in tal modo mette in rapporto l’individuo e la collettività. Senza di essa non avremmo potuto costruire la storia musicale dell’uomo e della società dell’Occidente.
Per celebrare il Millenario della Notazione guidoniana, il Ministero della Cultura ha istituito un Comitato nazionale: esso ha il compito di ‘programmare, promuovere e curare’ lo svolgimento delle varie manifestazioni sull’arco di tre anni. Ne fanno parte illustri studiosi; il presidente eletto è Cesarino Ruini, già professore nell’Università di Bologna, riconosciuto a livello internazionale come autorevole medievista. La segretaria è la musicologa Cecilia Luzzi, che gran parte ha avuto nell’ideazione del Comitato.
Le iniziative previste nel primo anno delle celebrazioni prenderanno avvio in occasione della Festa della Musica, il 21 giugno, che ad Arezzo sarà celebrata come Guido Day. Tre i percorsi che si svilupperanno nel 2026.
(1) Il primo ha un intento divulgativo: vuole avvicinare un pubblico vasto alla storia della notazione. Prevede una pubblicazione illustrata per bambini sulla storia delle note musicali, DO, RE, MI … Guido Monaco e l’Invenzione delle note (ed. Curci Young), ossia l’edizione italiana, a cura dello stesso Ruini, del volumetto ideato dall’attrice Julie Andrews e dalla figlia Emma Walton. Inoltre, la mostra digitale “La mano guidoniana: il primo software musicale”, che rimarrà aperta fino al 21 settembre nel Museo Diocesano: s’incentra sulla pratica dei tempi di Guido di visualizzare le note musicali sulle falangi delle dita. Si aggiungono due conferenze-concerto dedicate alla didattica e al pensiero medievale sulla musica.
(2) Un secondo percorso punta a promuovere gli studi scientifici, con la digitalizzazione e lo studio del Breviario-Messale di Pomposa, databile intorno alla metà del Mille: è un documento di eccezionale importanza, in quanto è l’unico libro liturgico musicale pomposiano giunto fino a noi. È inoltre prevista la tavola rotonda “La voce, il segno e la memoria”, che tratterà il significato della scrittura musicale e la sua relazione con l’oralità nei repertori liturgici cristiani. Si prevede infine la costituzione di un gruppo di ricerca che affronti il tema della “Formazione professionale dei musicisti tra Italia, Europa e Stati Uniti”.
(3) Nel 2027, fra i vari progetti, persisterà l’accento sulla pedagogia e la didattica musicale, con il coinvolgimento della International Musicological Society. È prevista inoltre una tavola rotonda a Roma, altro luogo guidoniano per eccellenza: nel palazzo del Laterano, infatti, Guido presentò a papa Giovanni XIX il suo antifonario notato. Last but not least, si sta progettando anche un cammino guidoniano tra Pomposa, Arezzo e Camaldoli, per promuovere itinerari di turismo ‘lento’.
Queste iniziative consentiranno al pubblico generico di conoscere Guido e il suo operato, agli studiosi e agli specialisti di maturare nuove consapevolezze sulla musica del Medioevo. Ma potranno avere, io credo, una ricaduta generale ancora più ampia, che investe la comprensione politico-culturale della musica. Guido, pur nella sua modestia di monaco, fu un grande pensatore che ha semplificato, costruito, e soprattutto ha unito. È il simbolo di un’Italia che ha gettato le fondamenta dell’arte musicale europea. Quell’arte che oggi accomuna tutto il continente, dall’Algarve agli Urali e al Caucaso, e che continua a brillare nei teatri e nelle sale da concerto del mondo intero.
L'articolo Non c’è Beethoven senza di lui. Con Guido d’Arezzo si celebrano i mille anni della scrittura musicale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli attentati incendiari che da mesi colpiscono Palermo, gli imprenditori sotto pressione e gli arresti eseguiti nelle ultime ore raccontano una realtà che non va assolutamente sottovalutata. Siamo di fronte a una pressione mafiosa di particolare virulenza che tenta di riaffermare controllo del territorio, capacità intimidatoria e dominio economico.
Le autorità locali dimostrano di essere all’altezza della situazione. Magistratura, Prefettura ed inquirenti stanno svolgendo il proprio compito con professionalità, determinazione e spirito di servizio. Quando arrivano gli arresti, vengono sequestrati patrimoni e individuati gli autori di attentati ed estorsioni, il merito è di quelli che lavorano sul territorio, con organici e risorse mai proporzionati alla complessità delle sfide che devono affrontare.
Ed è proprio qui che nasce una domanda che la politica nazionale dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Da tempo i segnali erano evidenti. La pressione criminale cresceva, gli episodi intimidatori si moltiplicavano, gli imprenditori lanciavano allarmi sempre più preoccupati e, in attesa dei tempi necessari allo sviluppo delle indagini, avevano bisogno di vedere una risposta straordinaria di controllo del territorio. Non stiamo parlando di un’emergenza improvvisa esplosa nel giro di pochi giorni ma di una situazione che avrebbe dovuto indurre, da mesi, una riflessione strategica sul tipo di risposta da costruire in via immediata a sostegno delle istituzioni locali.
Se una città viene considerata così problematica da richiedere ripetute visite del Ministro dell’Interno e la convocazione di comitati da lui presieduti ai massimi livelli istituzionali, significa che il problema ha assunto una dimensione che supera la gestione ordinaria. E se è davvero così, la domanda diventa inevitabile: dov’è la strategia straordinaria dello Stato? Altrimenti si crea il paradosso che, da una parte, si comunica che lo Stato è presente e, dall’altra, si lascia che siano quasi esclusivamente le strutture territoriali a sostenere il peso della risposta.
Il Sindaco di Palermo lo ha detto con parole che meritano attenzione: la solidarietà non basta, serve una risposta straordinaria dello Stato. E da tempo chiede che il centro sostenga le autorità locali. E con lui lo chiedono a gran voce tutti gli organismi, enti e cittadini. Ciò che si è visto finora è soprattutto una continua narrazione della sicurezza in cui emergono ringraziamenti, celebrazioni e rassicurazioni. Quasi nessun rinforzo reale. Nessun rafforzamento visibile delle strutture investigative. Nessuna strategia capace di sostenere concretamente chi combatte ogni giorno questa battaglia.
Del resto, è esattamente questo che dovrebbe fare uno Stato moderno quando ritiene che un territorio stia affrontando una sfida straordinaria. Negli ultimi anni, invece, si moltiplicano le zone rosse, anche a Palermo, si annunciano controlli, si diffondono statistiche e si realizza una narrazione permanente della sicurezza non accompagnata dalle risorse necessarie a trasformarla in risultati.
L’esito finale è quello che emerge anche in altre città italiane. A Milano, ad esempio, si scopre che dodici zone rosse dovrebbero essere controllate da appena sedici agenti di polizia locale, poco più di uno per area, al punto che la stessa stampa parla apertamente di “controlli farsa”. È la fotografia perfetta della differenza tra annunciare e realizzare.
È lo stesso rischio di Palermo e di altre realtà del Paese. Penso a Foggia e al Gargano, dove negli anni successivi al grande intervento di sistema avviato nel 2017 lo Stato dimostrò quanto potesse essere efficace una strategia che mise insieme investigatori, controllo del territorio, Procure, Prefettura e forze di polizia in un’unica azione coordinata. Oggi, progressivamente, quell’intervento di sistema si è ridotto e si stanno riaffacciando fenomeni criminali che sembravano appartenere al passato perché quella strategia non appare più sostenuta con la stessa determinazione di allora. Altri tempi, altri ministri e capi della Polizia.
Per questo Palermo non riguarda soltanto Palermo. Riguarda l’idea stessa di sicurezza che vogliamo costruire. Sarebbe davvero bello se al termine dell’ennesimo Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica annunciato a Palermo e presieduto dal Ministro dell’Interno non leggessimo il solito comunicato fatto di ringraziamenti, rassicurazioni sulla presenza dello Stato e di telecamere, ma l’illustrazione di una strategia operativa e organizzativa straordinaria, immediata e concreta, capace di sostenere il lavoro dei magistrati e di tutte le istituzioni locali che ogni giorno combattono questa battaglia, sindaco compreso.
Perché la mafia non teme le dichiarazioni, le statistiche o le conferenze stampa. Teme gli uomini, le indagini, il controllo del territorio e la continuità dell’azione dello Stato.
L'articolo Davanti alla pressione mafiosa e agli attentati incendiari a Palermo, dov’è la strategia straordinaria dello Stato? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.
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Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.
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P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo. Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che, come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale.
È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al villaggio”.
C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica.
Un focolaio più pericoloso del solito
Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane.
Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101 decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID (United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola. Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola.
Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando che lo conosciamo almeno dal 2007.
Più contenimento, meno terapia
Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola 2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo, conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano.
Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire, l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi, nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite).
Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale.
Colonialismo sanitario
Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a “identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire fiducia nelle comunità colpite”.
Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a trarre profitto.
Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore minerario.
I nomi sono importanti
Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo, nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma ormai il danno era fatto.
Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine di migliaia di persone.
Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti.
Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse, in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che alcuni di loro portassero il virus.
Nessun virus è mai veramente locale
Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015 l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone, specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali, oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come “sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come “influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi.
Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”. Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del virus resiste ancora.
Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile.
In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases. Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”.
Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale. Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata, non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante.
Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato.
A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno.
L'articolo I nomi che diamo ai virus proviene da Il Tascabile.

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, colpendo duramente Kyjiv e provocando almeno quattro morti e ventitré feriti. Ma a rendere particolarmente significativo il bombardamento è stato il danneggiamento della Cattedrale della Dormizione, all’interno della Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi religiosi e culturali più importanti del Paese.
L’attacco, scrive il Kyiv Independent, avrebbe coinvolto oltre cinquanta missili, compresi alcuni missili ipersonici Zircon, e quasi cinquecento droni. Le esplosioni hanno colpito numerosi quartieri della capitale, danneggiando edifici residenziali, infrastrutture energetiche, magazzini e attività commerciali. Oltre centoquarantamila utenti sono rimasti temporaneamente senza elettricità.
Il simbolo della notte, però, è diventato il tetto della Cattedrale della Dormizione avvolto dalle fiamme. «Brucia il tetto di uno dei luoghi più sacri del mondo cristiano», ha scritto sui social il metropolita Epifanij, capo della Chiesa ortodossa d’Ucraina, definendo l’attacco «un altro crimine russo contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».
La Lavra di Kyjiv è un monastero fondato nell’XI secolo ed è inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. È considerata uno dei principali centri spirituali dell’Europa orientale e custodisce reliquie e santuari venerati da milioni di fedeli. Secondo il Kyiv Independent, si tratta soltanto del terzo attacco subito dal complesso religioso dalla Seconda guerra mondiale e del secondo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.
Le autorità ucraine hanno reagito con durezza. Il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha accusato Vladimir Putin di essersi guadagnato un posto «tra i peggiori barbari della storia» e ha annunciato l’avvio di procedure urgenti presso l’Unesco e altre organizzazioni internazionali. Anche l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Ucraina, Katarina Mathernova, ha condannato il bombardamento contro «uno dei luoghi più sacri del cristianesimo orientale», chiedendo alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo.
L’attacco non ha riguardato soltanto la capitale. Sempre secondo il Kyiv Independent, a Kharkiv sono morti cinque operatori dei servizi di emergenza, mentre altre vittime e feriti sono stati registrati nelle regioni di Sumy e Dnipro.
Il bombardamento si inserisce in una fase di crescente intensità degli attacchi russi contro obiettivi civili e culturali. Nelle ultime settimane erano già stati colpiti il Museo Nazionale d’Arte di Kyjiv, il Teatro dell’Opera, il Museo di Chernobyl e altri edifici storici della capitale. Oltre il quaranta per cento della collezione del museo dedicato al disastro nucleare sarebbe andato perduto dopo un attacco avvenuto a maggio.
Per il governo ucraino, la strategia russa punta sempre più a colpire non soltanto infrastrutture e città, ma anche la memoria storica e l’identità culturale del Paese. La Lavra delle Grotte di Kyjiv, simbolo della tradizione religiosa ucraina da quasi mille anni, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa escalation.
L'articolo La Russia bombarda la Lavra, simbolo spirituale dell’Ucraina proviene da Linkiesta.it.
La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.
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In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:
Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:
Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama
L'articolo Mondiali, la nuova classifica dei gironi: Germania e Svezia, goleada e primato proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dopo quasi quattro mesi di guerra, Stati Uniti e Iran annunciano di aver raggiunto un accordo che dovrebbe portare alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio di petrolio e gas. La notizia è stata confermata sia dalla Casa Bianca sia dalle autorità iraniane, ma molti dettagli restano ancora da chiarire e le questioni più controverse sono state rinviate ai prossimi negoziati. «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo», ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, annunciando la revoca immediata del blocco navale americano contro i porti iraniani e celebrando la futura riapertura dello Stretto di Hormuz con un messaggio trionfale: «Navi del mondo, accendete i motori. Lasciate scorrere il petrolio». Anche il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha confermato il raggiungimento di un memorandum d’intesa con Washington dopo «mesi di negoziati lunghi e difficili».
Secondo le informazioni diffuse finora, l’intesa preliminare dovrebbe essere firmata ufficialmente il 19 giugno a Ginevra, con la mediazione di Pakistan e Qatar. L’accordo prevede la cessazione immediata delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso di fatto dalla guerra e diventato uno dei principali fattori di instabilità per l’economia globale.
L’annuncio arriva dopo settimane di escalation che avevano portato al blocco del traffico marittimo nel Golfo Persico, facendo schizzare verso l’alto i prezzi dell’energia. Non a caso i mercati hanno reagito immediatamente: secondo il Guardian, il prezzo del Brent è sceso sotto gli ottantaquattro dollari al barile sulla prospettiva di una ripresa delle esportazioni petrolifere dal Golfo. Il quotidiano britannico parla di «nuove speranze» per la fine di quella che viene descritta come «la più grande crisi di approvvigionamento energetico nella storia del mercato».
La svolta diplomatica è arrivata dopo una giornata che sembrava invece destinata a far saltare ogni trattativa. Domenica Israele ha bombardato la periferia sud di Beirut in risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Donald Trump ha reagito con irritazione, arrivando a dire ad Axios che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dimostrato di non avere «alcun giudizio», accusandolo di aver ritardato di alcune ore la firma dell’intesa. Anche Teheran aveva minacciato di interrompere i negoziati, sostenendo che gli attacchi israeliani dimostravano l’incapacità americana di controllare il proprio alleato.
Nonostante il clima di ottimismo, i problemi più importanti restano irrisolti. Il New York Times sottolinea che il destino del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni e i meccanismi di verifica saranno oggetto di una nuova fase negoziale della durata di sessanta giorni. È proprio su questi temi che negli ultimi mesi si erano arenati tutti i precedenti tentativi diplomatici.
Anche diversi osservatori invitano alla prudenza. Intervistata dal Guardian, l’esperta di politica mediorientale Kylie Moore-Gilbert osserva che «ogni singola ragione citata dall’amministrazione Trump per giustificare la guerra non è stata affrontata». Secondo l’analista, il programma nucleare iraniano, l’arsenale missilistico di Teheran, il sostegno ai gruppi alleati nella regione e le questioni legate ai diritti umani restano tutti sul tavolo. Per questo motivo, conclude, l’accordo rischia di essere soltanto «un modo per rinviare il prossimo conflitto».
Per il momento, però, la diplomazia sembra aver prevalso sulle armi. Resta da capire se il memorandum annunciato da Washington e Teheran rappresenti davvero l’inizio di una pace duratura o soltanto una tregua temporanea in attesa del prossimo scontro.
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Personalmente, penso che la fiera “Più libri più liberi” abbia fatto male ieri ad aprire le porte a un editore che pubblicava libri inneggianti al nazismo e ai nazisti (come scrissi qui a suo tempo) e faccia male oggi a infilare una ridicola dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione nel modulo di partecipazione. Ma il punto non è quello che penso io, bensì quello che pensa, e ha sentito l’urgenza di dichiarare, Giorgia Meloni. Ieri infatti la nostra presidente del Consiglio si è affrettata a twittare tutta la sua indignazione contro il «patentino antifascista» e la «censura», ricorrendo al più classico pezzo del repertorio trumpiano: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». Da dove si capisce chiaramente tutto quello che c’è da capire sulle sue convinzioni in materia di fascismo e antifascismo.
Contrariamente a quello che scrivono in tanti, Meloni non sta affatto «inseguendo» il generale Roberto Vannacci, che ieri ha tenuto a battesimo il suo partito, Futuro nazionale, dicendo una gran quantità di cose orrende su cui ovviamente spera di essere duramente criticato, per potere gridare anche lui alla censura della sinistra e alla dittatura del pensiero unico. Semmai è Vannacci a inseguire Meloni, che in verità non si è mai mossa da dove è sempre stata. E cioè al fianco di Donald Trump e del suo movimento Maga (Make America Great Again), di cui ha condiviso sin dall’inizio principi, idee e obiettivi. Come dimostra anche questa ridicola polemica sulla libertà di espressione. Ma naturalmente qualcuno potrebbe obiettarmi, rovesciando lo stesso ragionamento appena fatto su Vannacci, che semmai qui sono Trump e la destra americana a essere venuti sulle storiche posizioni dell’estrema destra italiana, che al nazionalismo e all’autarchia, al culto del capo e agli spettacoli gladiatori in suo onore, obiettivamente, c’era arrivata già cento anni prima. In effetti, è proprio così. E semmai anche Meloni, come Trump, dovesse ottenere un secondo mandato, temo ne avremmo ulteriore conferma.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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Lo chiamano Buy now, pay later (BNPL): compra ora, paga dopo. Ma forse, guardandolo dal lato sociale, dovremmo iniziare a chiamarlo Buy not, pay later: compro ciò che non potrei permettermi e rinvio a domani il conto economico, psicologico e sociale.
Il fenomeno è in piena esplosione. Non riguarda più soltanto l’acquisto occasionale di un elettrodomestico o di un bene durevole: è entrato nella quotidianità — abbigliamento, elettronica, vacanze, cosmetici, arredamento, persino spese ordinarie. La promessa è semplice e seducente: nessun interesse, pochi clic, rate leggere, approvazione immediata. Ma proprio questa leggerezza apparente è il punto critico.
Il debito smette di apparire come debito e diventa un gesto di consumo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements-BIS), gli utenti BNPL tendono a essere i più giovani, i più indebitati, con punteggi creditizi più bassi e maggiori tassi di insolvenza rispetto agli utilizzatori del credito tradizionale.
Banca d’Italia, in una nota del marzo 2026, segnala che in Italia l’uso del BNPL è passato dal 4 per cento delle famiglie nel 2022 al 30 per cento nel 2025, sebbene circa due terzi lo utilizzino solo occasionalmente. Crif (società italiana, oggi di proprietà di una multinazionale, leader in Italia nei sistemi di informazioni creditizie e business information) ha rilevato che nel secondo semestre 2024 gli importi erogati in Italia sono cresciuti dell’85 per cento rispetto a due anni prima e del 32 per cento rispetto al secondo semestre 2023.
Numeri che non descrivono più una nicchia fintech, ma un cambiamento profondo nei comportamenti di consumo. Il BNPL è esploso su scala globale: il mercato mondiale ha raggiunto circa cinquecentosettanta miliardi di dollari di transazioni nel 2025, con una crescita del 13,7 per cento anno su anno, e conta già oltre trecentottanta milioni di utenti attivi secondo stime Juniper Research.
In Australia, Paese che ha visto nascere e crescere colossi del settore come Afterpay, il fenomeno ha assunto dimensioni tali da spingere il governo a classificarlo come credito regolamentato a partire dal giugno 2025, imponendo licenze e obblighi di verifica del merito creditizio, una mossa che conferma quanto il modello si fosse diffuso al di là di ogni controllo.
Nel Sud-Est asiatico il caso dell’Indonesia è emblematico: i debiti accumulati attraverso i sistemi BNPL hanno raggiunto 1,8 miliardi di dollari nel novembre 2024, con un aumento del 42,7 per cento rispetto all’anno precedente.
Oltre il 70 per cento degli utenti ha tra diciotto e trentacinque anni, molti dei quali hanno contratto debiti per acquisti impulsivi legati a pressioni sociali. L’autorità di vigilanza finanziaria (OJK) ha registrato nel 2023 oltre settantanove milioni di contratti BNPL, con una crescita del centoquarantaquattro per cento rispetto al 2019.
Nel Regno Unito il mercato BNPL cresce al trentanove per cento annuo secondo il World Pay Report, con un’utenza che si allarga ormai ben oltre la fascia giovanile: nel 2024 la quota di utilizzatori nella fascia 55-64 anni ha superato il ventuno per cento, più che raddoppiata rispetto al 2023.
Negli Stati Uniti circa quaranta milioni di americani hanno utilizzato il BNPL nel 2024, e più del quarantuno per cento degli utenti dichiara di aver saltato almeno un pagamento nell’ultimo anno (dati LendingTree).
In tutti questi contesti emerge lo stesso schema: il BNPL cresce non perché le persone stiano meglio, ma perché il divario tra reddito disponibile e costo della vita si allarga. Lo strumento finanziario si inserisce in una frattura sociale preesistente e la rende più comoda da abitare, senza sanarla.
Il punto non è demonizzare lo strumento. Per alcuni può essere utile: consente di distribuire nel tempo una spesa, evitare l’uso del credito revolving, accedere a beni necessari senza interessi. Il problema nasce quando la dilazione diventa anestesia. Quando il consumatore non percepisce più il limite. Quando tre o quattro piccole rate, sommate ad altre tre o quattro piccole rate, costruiscono una gabbia invisibile.
Il BNPL intercetta una ferita precisa del nostro tempo: l’impoverimento relativo del ceto medio. Non siamo di fronte soltanto a persone povere che cercano credito. Siamo di fronte a famiglie, giovani lavoratori, professionisti, pensionati che vedono restringersi il margine tra reddito disponibile e costo della vita. L’OCSE lo aveva già scritto con chiarezza: la classe media nei Paesi avanzati è sotto pressione perché redditi, casa, istruzione, salute e sicurezza economica non crescono più insieme.
In molti Paesi il costo dell’abitare è diventato uno dei principali fattori di fragilità. La casa, che era il simbolo della stabilità, è diventata il primo luogo della precarietà. Dentro questa compressione si produce un paradosso: si ha meno sicurezza, ma si fatica a rinunciare ai segni esteriori della normalità. Una vacanza, un vestito, un telefono, una cena, un weekend non sono solo beni: sono appartenenza.
Dire «non posso permettermelo» significa spesso confessare a sé stessi (e agli altri) una caduta di status. Il BNPL offre allora una via d’uscita emotiva: non risolve il problema, lo sposta in avanti. È una forma di credito, ma anche una forma di narrazione: mi consente di continuare a recitare la parte di chi è ancora dentro il benessere. Qui il tema diventa politico.
Servirebbero politiche strutturali lungimiranti e concrete: affordable housing e housing sociale, salari coerenti con il costo reale della vita, politiche industriali capaci di creare lavoro buono, non solo occupazione povera; strumenti di reinclusione finanziaria prima che il debito diventi stigma. In assenza di tutto questo, il mercato offre la soluzione più rapida: non aumentare il reddito, ma anticipare il consumo.
Mariana Mazzucato, nel suo recentissimo “The Common Good Economy”, insiste sulla necessità di superare l’idea di uno Stato che interviene solo per correggere i fallimenti del mercato. La sua tesi è che il punto sia costruire mercati orientati al bene comune, con missioni pubbliche, investimenti, reciprocità e responsabilità condivise.
«Questa impostazione economica basata sulla “riparazione dei mercati” ci intrappola in un ciclo infinito di reazione, di rattoppo dei problemi anziché di costruzione proattiva dell’economia di cui abbiamo bisogno», sottolinea la Mazzuccato nel suo libro. Il BNPL, quindi, non è soltanto un prodotto finanziario, è il sintomo di un’economia che ha perso la capacità di garantire sicurezza, futuro e dignità attraverso il lavoro.
Il professor Guy Standing ha descritto da anni la crescita del “precariato”: una classe esposta a redditi intermittenti, diritti deboli, ansia permanente. Nel suo “The Precariat: the new dangerous class” (ed. aggiornata 2014) scrive con preconizzante lucidità: «Poiché i salari del precariato sono sempre più instabili e in calo, il risultato complessivo è che queste persone vivono sull’orlo di un debito insostenibile e in una condizione di cronica incertezza economica».
I due vincitori del premio Nobel per l’economia nel 2024, Daron Acemoglu e Simon Johnson, hanno ricordato nel loro libro “Power and Progress: our thousand-year struggle over technology and prosperity” che la tecnologia non produce automaticamente progresso sociale: dipende da chi la governa, da come distribuisce potere, reddito e opportunità. Questo vale ancora di più oggi, mentre avanza l’IA agentica: sistemi capaci non solo di assistere, ma di eseguire compiti, prendere iniziative, sostituire porzioni crescenti di lavoro cognitivo e amministrativo. Il rischio è che una parte del ceto medio venga colpita due volte: prima dal costo della vita, poi dalla svalutazione del proprio lavoro.
Non siamo ancora davanti a una catastrofe inevitabile. Ma siamo davanti a un’urgenza. Se il futuro viene lasciato alla somma di micro-rate, micro-contratti, micro-lavori e macro-profitti concentrati, il risultato sarà una società formalmente consumatrice ma sostanzialmente impoverita. Una società dove il debito diventa il linguaggio ordinario della sopravvivenza e il consumo l’ultimo travestimento della fragilità.
Servono azioni e programmi politici lungimiranti che non si fermino al bonus una tantum, spesso scarsamente accessibile; servono investimenti pubblici di lungo respiro idoneamente calati e incentivi legati a occupazione stabile e formazione; un uso governato dell’IA per aumentare produttività e qualità del lavoro – in particolare per le Pmi – e non solo per ridurre il personale. Una comunità felice non è quella in cui tutti possono indebitarsi più facilmente. È quella in cui meno persone hanno bisogno di farlo per vivere con dignità.
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In un nuovo rapporto intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, Amnesty International ha denunciato che il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid – sta incoraggiando il governo Netanyahu a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra nella Cisgiordania.
Attraverso la pulizia etnica, la campagna sta prendendo di mira le comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata. Quest’area costituisce oltre il 60 per cento del territorio occupato e – a causa della relativamente scarsa popolazione palestinese nonché della disponibilità di risorse naturali e di terre dalle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro dei tentativi israeliani di controllarla.
L’annessione formale della Cisgiordania è un vero e proprio obiettivo politico, in attuazione dell’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni. A tale scopo, le autorità israeliane stanno accelerando l’espansione degli insediamenti e l’esproprio della terra, incrementando il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e armando i coloni.
Gli accordi per formare il 37esimo governo israeliano, costituito alla fine del 2022 sotto la guida del partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, hanno incluso le priorità dei coloni tra le politiche statali e legittimato la visione del movimento dei coloni della “Grande Israele”, un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato come parte integrante di Israele.
Lo hanno fatto sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese.
Non si può parlare dunque, come piace fare in Europa, di coloni estremisti, di organizzazioni estremiste o di un paio di ministri estremisti. La violenza dei coloni è una componente essenziale di una campagna, sostenuta dallo stato, di pulizia etnica, elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’aprile 2026 erano state sfollate con la forza almeno 5910 persone palestinesi.
Ciò è accaduto nel contesto di un’ondata senza precedenti di attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano. Secondo dati forniti dall’ong israeliana Peace Now, alla fine dell’aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per la normativa interna quanto per il diritto internazionale. Sono usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo.
Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto ormai il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza della terra allo stato.
L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti, all’estensione della sovranità sul territorio occupato, a misure destinate a minimizzare la presenza palestinese nella suddetta area e al sostegno pubblico ai coloni da parte di importanti ministri, alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario.
L’intento dello stato si manifesta anche in tutta una serie di dichiarazioni sul possesso della terra, nelle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, nell’aumento dell’espansione degli insediamenti, nelle legalizzazione retroattiva degli avamposti, nell’aumento dell’sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, nella demolizione delle proprietà palestinesi e nelle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua.
Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro).
Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative per gli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero su base annua mai registrato.
Il totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana.
Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C e sfollato 2996 persone palestinesi.
I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più massicce per obbligare le comunità palestinesi ad andarsene, attraverso attacchi alle case e alle proprietà, intimidazioni costanti, minacce e aggressioni fisiche, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame e distruzioni di terre agricole e raccolti. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime sono settuplicati.
Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 diretti da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240mila cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto una licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni.
Il resto del rapporto, ricco di testimonianze e di esempi di pulizia etnica, può essere letto qui.
L'articolo Pulizia etnica e annessione della Cisgiordania: obiettivi politici del governo israeliano proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’esordio della Spagna contro Capo Verde, un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. E ancora il Belgio, l’Uruguay, ma soprattutto la prima dell’Iran, la nazionale più discussa della Coppa del Mondo ormai da diversi mesi. Queste alcune delle squadre che scenderanno in campo lunedì 15 giugno e nella notte tra il 15 e il 16 appunto.
Si parte alle ore 18 italiane: a scendere in campo sarà la Spagna di De La Fuente, un’altra delle squadre più attese dei Mondiali. Per più motivi: perché il calcio spagnolo è da anni tra i più divertenti, perché c’è Lamine Yamal di rientro da un infortunio, per un centrocampo stellare. Semplicemente perché è una delle favorite. Di fronte ci sarà Capo Verde, un arcipelago di soli 530mila abitanti che ha eliminato il Camerun nelle qualificazioni ed è alla sua prima storica partecipazione alla Coppa del Mondo. Sei dei suoi convocati sono nati a Rotterdam. Sulla carta è una sfida a senso unico.
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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca al Belgio, eterna incompiuta che ha avuto nelle ultime edizioni una “generazione d’oro”, ma senza mai riuscire a ottenere successi. L’allenatore è Rudi Garcia, vecchia conoscenza della Serie A sulle panchine di Roma e Napoli. E a proposito di Napoli, c’è De Bruyne, c’è Lukaku: le stelle non mancano. Di fronte c’è l’Egitto, che tra le africane non è la squadra qualitativamente più forte ma di sicuro è una squadra fisica, di grande carattere e personalità.
Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali
Nella notte italiana invece altre due sfide: prima a mezzanotte l’esordio dell’Uruguay – per la prima volta senza l’icona Luis Suarez – che sfida l’Arabia Saudita: la formazione saudita agli ultimi Mondiali sorprese l’Argentina all’esordio, battendola 1-0. Gli occhi sono però tutti sull’Iran, che alle 3 sfida la Nuova Zelanda. Più che per l’aspetto calcistico, c’è curiosità per tutto ciò che c’è intorno: l’Iran ha infatti prima avuto problemi con i visti (poi concessi, ma solo al gruppo giocatori e qualcuno dello staff, ma ne sono rimasti fuori circa 15), poi con l’organizzazione delle partite: la selezione iraniana si trova in Messico, ma gioca negli Stati Uniti. Deve andare e rientrare in giornata, tutto nel giro di 24 ore massimo.
Spagna-Capo Verde (girone H)
Orario: 18:00
Atlanta: Mercedes-Benz Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Belgio-Egitto (girone G)
Orario: 21:00
Seattle: Lumen Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay
Arabia Saudita-Uruguay (girone H)
Orario: 00:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Miami: Hard Rock Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Iran-Nuova Zelanda (girone G)
Orario: 03:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Inglewood: SoFi Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.
Per quanto riguarda le partite del 15 e 16 giugno, la sfida tra Belgio ed Egitto di lunedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Spagna–Capo Verde, Arabia Saudita–Uruguay e Iran–Nuova Zelanda invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.
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Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, cinque riformiste partite da quattro approdi diversi – Pina Picierno con Spazio pubblico, Elisabetta Gualmini in Azione, Marianna Madia con Italia Viva, Lia Quartapelle e Simona Malpezzi rimaste nel Partito democratico – si siedono allo stesso tavolo sotto un titolo che è quasi un programma: “C’è ancora domani”. Mario Lavia, che su Linkiesta quell’incontro ha contribuito a sollecitare, ne coglie la vitalità ma anche il rischio: sul merito dicono quasi le stesse cose, eppure restano divise da una frattura tattica che lui chiama «non ricomponibile», tra chi vuole stare nel campo largo e chi equidistante dai due poli. E avverte: è l’ultimo tram.
C’è un prezzo, in questa divisione, che si paga ancora prima delle urne. Quando l’elettore vede più forze che dicono le stesse cose ma si presentano separate, non ne deduce ricchezza di offerta: ne deduce che non fanno sul serio. Capisce che a tenerle divise non sono le idee (quelle coincidono) ma qualcosa che con le idee non c’entra, e allora smette di ascoltare il merito: vota utile, ripiega sul male minore, o non vota affatto. La frammentazione non disperde soltanto i voti per via aritmetica; brucia la credibilità prima ancora del conteggio.
Ha ragione su tutto, tranne forse su quella parola. Perché la divisione, oggi, non è di principio: è di orgoglio. E l’aritmetica la punisce senza appello. Con lo Stabilicum in arrivo e il premio di coalizione, chi corre da solo viene schiacciato, e i due poli viaggiano appaiati poco sotto il quarantacinque per cento, separati da meno di un punto. Il centrosinistra senza l’area riformista perde: la differenza tra vincere e perdere, per quel campo, è esattamente la quota riformista. Lo ha detto Matteo Renzi a Trento («senza di noi perdono, è una questione di aritmetica») e ha ragione. Ma una quarta gamba da sola non basta: servono tutte e quattro le strade, e serve che diventino una gamba sola. Lo abbiamo già imparato a nostre spese: nel 2024, alle europee, Stati Uniti d’Europa e Azione corsero separate, entrambe sotto la soglia del quattro, entrambe fuori dal Parlamento europeo. Insieme sarebbero entrate. Lo aveva spiegato bene Benedetto Della Vedova: che senso ha dividersi, se poi gli eletti finiscono comunque nello stesso gruppo? Nessuno. Lo si sapeva, e ci si divise lo stesso.
Ecco perché il 25 giugno può essere più di un convegno: può essere il giorno di un gesto. Resta, certo, il nodo delle ruggini personali, che nessun ragionamento aritmetico scioglie da solo. Ma c’è una misura a cui riportarle, e la richiamo da tempo. Nelson Mandela, dopo ventisette anni di carcere, si sedette al tavolo con de Klerk, l’uomo che incarnava il regime che lo aveva privato della libertà, e ne fece il suo vicepresidente, perché il bene del Sudafrica veniva prima del suo legittimo rancore. «Per fare la pace con un nemico bisogna lavorare con quel nemico, e quel nemico diventerà il tuo socio», diceva. Se quella riconciliazione fu possibile lì, tra chi aveva sofferto l’apartheid e chi lo aveva amministrato, è difficile accettare che dei riformisti che condividono lo stesso programma non sappiano sedersi allo stesso tavolo per antipatie reciproche.
Il gesto, dunque, è questo, ed è dirompente: non l’ennesima foto di gruppo, non un altro documento d’intenti, e nemmeno l’ennesimo contenitore perché ne nascono già troppi, l’ultimo tre giorni fa con il partito dei sindaci di Onorato, altra sigla nello stesso spazio già affollato. Il gesto è l’impegno pubblico e congiunto dei leader riformisti a fare, tutti nello stesso istante, lo stesso passo indietro. Nessuno il leader per diritto di sondaggio; tutti pronti ad affidarsi a una figura di garanzia: un federatore che non sia in competizione con nessuno, che non ambisca a Palazzo Chigi, il cui unico compito sia tenere insieme il patto e arbitrare le tensioni. Non un leader da incoronare, ma un garante da riconoscere: è la differenza che fece la fortuna dell’Ulivo, e la sua assenza la rovina di tutto ciò che venne dopo.
Qualcosa, di recente, si è mosso: più di un leader ha lasciato intendere di essere pronto a contare meno, a stare in panchina, pur di non consegnare il Paese a un’altra stagione di destra. È il punto di partenza giusto. Ma un passo indietro annunciato da uno solo è un gesto magnanimo che non vincola nessuno; diventa politica soltanto quando è reciproco, simultaneo, verificabile. C’è chi obietterà che un nuovo Romano Prodi non si trova per decreto, e ha ragione: ma il punto non è clonare un uomo, è recuperarne la funzione, quella di chi sta sopra le parti proprio perché non gioca la loro stessa partita. Servirà individuare chi sappia incarnare questa postura, e non è detto sia il più votato o il più noto: è chi gli altri sono disposti a riconoscere senza sentirsi sconfitti. Quel riconoscimento – io rinuncio a essere il capo, tu rinunci, ci affidiamo a chi può tenerci insieme – costa a ciascuno una porzione di orgoglio e rende a tutti la possibilità di vincere.
Vale per tutti, a cominciare dai liberali del centro, Carlo Calenda, Luigi Marattin, gli Europeisti riuniti al Parenti il 15, che di questa cultura sono tra le voci più competenti e che proprio per questo sarebbero indispensabili. La loro coerenza europeista è fuori discussione; ma una coerenza che, frazionata, non elegge nessuno, e unita potrebbe spostare il Paese, chiede di essere messa in comune. Il modello, del resto, esiste già e funziona: è Renew Europe, il gruppo che a Strasburgo riunisce liberali di provenienze diverse facendoli votare uniti, senza che nessuno sciolga il proprio simbolo. Chiamiamolo il Patto di Strasburgo: non un nuovo partito, ma un patto di disciplina comune tra forze che restano distinte, vincolate solo sui contenuti non negoziabili, l’ancoraggio europeo e atlantico, un welfare che accompagni le transizioni invece di risarcirle con i bonus, una politica industriale ed energetica seria. E non è teoria lontana: proprio in queste settimane Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e tra le protagoniste sia dell’incontro del 15 sia di quello del 25 a Milano, è entrata nel gruppo Renew, a riprova che la strada è già praticabile e qualcuno ha cominciato a percorrerla.
E la posta non è una sigla, ma il Paese. Nella prossima legislatura si eleggerà il successore di Sergio Mattarella: la più alta carica dello Stato non può diventare il bottino di una maggioranza sbilanciata sul proprio fianco più estremo. E c’è una corsa contro il tempo che il 2024 non conosceva: la rivoluzione tecnologica ridisegna interi mestieri a una velocità che non concede secondi tempi, e chi non costruirà per tempo gli strumenti di protezione e riqualificazione lascerà sole centinaia di migliaia di persone. Una divisione riformista, oggi, non costa qualche seggio: costa il futuro di chi quelle riforme aspetta. Perché i nodi sono un blocco unico, non si protegge il lavoro senza politica industriale, non c’è industria senza energia e competenze, niente di tutto questo si fa fuori dall’Europa, e lo stesso vale per chi dovrebbe portarli in Parlamento. Tutto si tiene, o niente regge.
Le quattro strade ci sono, il modello pure, e ha persino un nome. Manca un gesto solo: che ciascuno faccia, nello stesso istante, un passo indietro, e riconosca chi può tenere insieme gli altri. Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti, c’è ancora domani per compierlo, ma il tram, questa volta, non ne lascia passare un altro.
L'articolo Il passo indietro che può far vincere il centrosinistra proviene da Linkiesta.it.

Quando si parla di cucina storica, il rischio è sempre quello della nostalgia. Vecchi ricettari, piatti curiosi, ingredienti scomparsi e una certa fascinazione per il «come eravamo». Il lavoro di Samanta Cornaviera segue invece una strada diversa. La sua ricerca dimostra che il cibo può essere una chiave di lettura straordinaria per comprendere la storia sociale, economica e culturale di un Paese.
Attraverso il progetto Massaie Moderne, Cornaviera ha costruito negli anni uno dei più interessanti laboratori italiani di archeologia culinaria contemporanea. L’idea è semplice solo in apparenza: recuperare ricette, riviste e manuali domestici dell’Otto e del Novecento per raccontare l’evoluzione della società italiana. Sul sito Massaie Moderne, che prende il nome dall’omonima rubrica pubblicata fin dal 1929 su La Cucina Italiana, le ricette diventano documenti storici, testimonianze di un’epoca e strumenti per comprendere i cambiamenti del gusto e della vita quotidiana.
La sapienza di Cornaviera risiede proprio nella capacità di andare oltre il piatto. Ogni preparazione viene collocata nel suo contesto. Una torta dedicata a Mazzini, un sugo futurista, una ricetta nata durante il periodo delle sanzioni o una preparazione celebrativa dell’Unità d’Italia raccontano molto più degli ingredienti che le compongono. Raccontano ideologie, consumi, aspirazioni sociali, disponibilità economiche e perfino mode culturali. È un lavoro che richiede competenze trasversali, capacità di ricerca archivistica e una profonda conoscenza della storia della gastronomia.
Figlia di una famiglia di panettieri e pasticceri, Cornaviera ha trasformato una passione personale in un percorso di studio rigoroso. Colleziona ricettari storici, analizza pubblicazioni d’epoca, verifica tecniche e ingredienti, ricostruisce preparazioni che spesso non vengono più cucinate da decenni. Il suo archivio rappresenta una fonte preziosa per chiunque voglia comprendere come gli italiani abbiano mangiato e pensato il cibo negli ultimi centocinquant’anni, alla scoperta dell’autentico gusto del ’900.
Non stupisce quindi che il suo lavoro abbia trovato spazio su testate specializzate come La Cucina Italiana, Grande Cucina e Gambero Rosso, né che abbia dato vita a eventi, incontri e consulenze dedicate alla valorizzazione della memoria gastronomica. Anche il volume Menu Risorgimento, realizzato insieme al Collettivo Cougnet e pubblicato da Linkiesta, nasce dalla stessa convinzione: il patrimonio gastronomico non è un repertorio di ricette da museo, ma un racconto vivo della nostra identità culturale.
Il lavoro di Cornaviera diventerà reale e tangibile durante l’incontro organizzato dal FAI a Casa Macchi, dove il suo racconto attraversa il periodo compreso tra l’Unità d’Italia e il primo Novecento, mostrando come le trasformazioni politiche, economiche e sociali abbiano lasciato tracce evidenti nelle cucine domestiche. Il cibo diventa così un archivio accessibile a tutti, fatto di gesti, ingredienti, abitudini e memorie condivise. Nel cortile di Casa Macchi, una delle più autentiche testimonianze della vita quotidiana tra Ottocento e Novecento, Samanta Cornaviera accompagnerà i visitatori in un viaggio tra storia, cultura e gastronomia alla scoperta di sapori dimenticati, abitudini domestiche e trasformazioni sociali raccontate attraverso il cibo. Un racconto dal vivo che intreccia memoria e tradizioni, con assaggi ispirati all’epoca: il celebre cocktail Milano-Torino e piccole preparazioni che richiamano la cultura culinaria di fine secolo. L’occasione per guardare al passato da una prospettiva insolita e sorprendentemente attuale è in programma Venerdì 19 giugno alle ore 18.30 a Casa Macchi a Morazzone (VA).
In un’epoca che corre veloce verso il nuovo, la lezione di Samanta Cornaviera ricorda che innovare non significa dimenticare. Significa conoscere ciò che è stato, comprendere come siamo arrivati fin qui e riconoscere che ogni ricetta custodisce molto più di una tecnica, perché custodisce una storia.
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Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.
È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.
L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.
L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.
Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.
Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.
Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.
Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.
Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.
I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.
Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.
L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.
Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.
C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.
Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.
Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.
Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.
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Alla Mostra internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Berlino, la settimana scorsa, l’Agenzia spaziale europea ha firmato due contratti che la maggior parte dei media italiani ha liquidato in tre righe nella sezione spazio. Thales Alenia Space costruirà i satelliti. Airbus realizzerà gli strumenti radar. Insieme, produrranno i Sentinel-1 NG (nuova generazione) – i successori della famiglia di satelliti radar che dal 2014 sorveglia la Terra con continuità, gratuitamente, per chiunque voglia guardare.
Non è una notizia per addetti ai lavori. O meglio: lo è, ma dovrebbe interessare anche chi non ha mai aperto un file GeoTIFF in vita sua. Perché questi satelliti non osservano un pianeta astratto – osservano il suolo sotto le nostre città, i fiumi che attraversano le nostre pianure, le coste che si erodono, le frane che si preparano in silenzio sulle nostre montagne.
Cosa fa un satellite SAR che un satellite ottico non può fare
Prima di parlare di Sentinel-1 NG, è necessario capire perché il radar conta. I satelliti ottici – quelli che producono le immagini a colori che tutti conoscono – funzionano come una macchina fotografica molto sofisticata: hanno bisogno di luce e di cielo sgombro. Di notte non vedono nulla. Sotto le nuvole, nulla. In presenza di fumo, nulla.
Il SAR – Synthetic Aperture Radar – funziona in modo radicalmente diverso. Emette un segnale radar, misura il tempo di ritorno dell’eco, e da quella misura ricostruisce una immagine della superficie. Di notte come di giorno. Attraverso le nuvole, attraverso il fumo, in qualunque condizione meteorologica. Questo lo rende indispensabile per il monitoraggio operativo: alluvioni in corso, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi nelle prime ore quando il fumo è ancora fitto.
Ma c’è un secondo motivo per cui il SAR è insostituibile, meno intuitivo ma altrettanto importante: la coerenza del segnale nel tempo. Confrontando due acquisizioni radar della stessa area a distanza di giorni o settimane, si possono misurare deformazioni del suolo dell’ordine del centimetro – o del millimetro. È la tecnica InSAR, interferometria radar. Con essa ho analizzato la subsidenza della Pianura Padana: zone tra Bologna, Ferrara e Ravenna che sprofondano di tre, quattro, in alcuni casi cinque centimetri all’anno. I dati Sentinel-1 lo documentano con la precisione di uno strumento geodetico, a copertura regionale, senza che nessuno debba scendere in campo.
Sentinel-1D è già operativo. Perché serve il prossimo?
Il primo maggio 2026 Sentinel-1D ha raggiunto la piena operatività. La costellazione europea ha ora quattro satelliti attivi in orbita. Il contratto firmato a Berlino riguarda la generazione successiva – tempi di sviluppo e lancio stimati nell’arco del prossimo decennio – ma la decisione di avviare il programma adesso non è casuale.
I satelliti radar sono strumenti complessi, con una vita operativa finita. La continuità della missione – la garanzia che non ci siano buchi temporali nella serie storica dei dati – è essa stessa un valore scientifico e operativo. Una serie storica SAR interrotta perde parte della sua capacità di rilevare cambiamenti lenti: subsidenza, deformazione tettonica, evoluzione costiera. Il contratto firmato questa settimana è, in sostanza, una polizza assicurativa sul futuro del telerilevamento radar europeo.
Le specifiche tecniche di Sentinel-1 NG non sono ancora pubbliche nel dettaglio, ma i documenti ESA indicano miglioramenti nella risoluzione spaziale, nella flessibilità delle modalità di acquisizione e nella capacità di elaborazione a bordo. Più risoluzione significa più dettaglio nelle aree urbane e nelle infrastrutture critiche. Più flessibilità significa risposta più rapida alle emergenze.
Dati aperti: un asset che l’Europa non valorizza abbastanza
C’è un aspetto di questa storia che raramente emerge nel racconto istituzionale: i dati Copernicus sono gratuiti e aperti. Chiunque – ricercatori, giornalisti, comuni cittadini, amministrazioni locali – può scaricare immagini Sentinel-1 dall’archivio ESA senza pagare nulla e senza chiedere permessi.
Questo modello ha generato un ecosistema straordinario. Università, centri di ricerca, startup, agenzie di protezione civile in tutto il mondo costruiscono servizi operativi sui dati Copernicus. In Italia, ISPRA monitora le coste. Le regioni usano Sentinel-2 per il censimento agricolo. La Protezione Civile integra i dati SAR nelle risposte alle alluvioni.
Eppure questa infrastruttura rimane largamente invisibile al dibattito pubblico. Quando si parla di spazio, si parla di missioni umane, di Marte, di satelliti militari. Raramente si racconta che esiste un sistema europeo di osservazione della Terra, finanziato con fondi pubblici, i cui dati appartengono a tutti e che produce informazione verificabile sul pianeta in cui viviamo.
Il contratto firmato a Berlino vale centinaia di milioni di euro. È un investimento europeo su una capacità strategica – la capacità di vedere, misurare e documentare ciò che accade alla superficie terrestre, indipendentemente da chi possiede i satelliti commerciali e da chi decide cosa pubblicare.
Cosa chiedo al satellite
Sono state elaborate molte immagini Sentinel-1 negli ultimi dieci anni. Ho usato questi dati per documentare i danni del terremoto in Centro Italia, per seguire l’avanzata dei fronti di conflitto in Ucraina attraverso le deformazioni del suolo, per misurare la velocità di scioglimento dei ghiacciai alpini estate dopo estate.
Ogni volta che osserviamo un’acquisizione SAR, quello che vediamo non è un’immagine – è una misura. Il satellite non interpreta, non sceglie l’angolazione, non aspetta la luce migliore. Registra il ritorno di un segnale fisico. È questo che rende il telerilevamento radar uno strumento di giornalismo investigativo a tutti gli effetti: produce evidenza difficile da contestare e impossibile da manipolare con le parole.
I nuovi Sentinel-1 faranno lo stesso, con strumenti più raffinati. È una buona notizia.
La zona costiera del ponente ligure acquisite da Sentinel 2 e Sentinel 1. La capacità del secondo di operare con un sensore SAR indipendentemente dalla copertura nuvolosa risulta evidente
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In Messico oggi vediamo che non è necessario che il governo chiuda giornali o arresti giornalisti per ridurre l’impatto della stampa. Se il pubblico preferisce guardare TikTok piuttosto che analizzare le notizie, il ruolo tradizionale dei media scompare giorno dopo giorno. Il governo vince quando i cittadini sono stanchi di ascoltare il conflitto fra i politici e i commentatori. La democrazia non muore nell’oscurità, ma a causa della distrazione.
La fase una della nuova strategia di gestione della relazione con la stampa è trattare i giornalisti come nemici politici. Tanto adesso con la nuova presidente messicana, Claudia Sheinbaum, quanto con il suo precedessore, Andrés Manuel López Obrador, abbiamo visto una nuova retorica ufficiale della presidenza che è apertamente ostile al giornalismo. In Messico adesso il nuovo linguaggio ufficiale riguardo alla stampa rispecchia le parole di Donald Trump negli Stati Uniti, o di Javier Milei in Argentina, o di Viktor Orbán quando governava in Ungheria.
Quando era presidente fra 2018 e 2024, López Obrador ha sviluppato un nuovo modo di insultare i giornalisti e di descrivere le analisi critiche come parte di una macchina del fango dei suoi rivali politici. La presidente Sheinbaum oggi usa un tono meno bellicoso del suo mentore e predecessore, però mantiene la stessa strategia di minimizzare e respingere le critiche sulla stampa.
Per López Obrador la censura palese non era necessaria, era sufficiente sparare sul messaggero e insultare giornalisti particolari e la stampa in generale invece di rispondere all’argomento di un articolo o un’indagine. López Obrador era un maestro degli oltraggi e spesso diceva che i giornalisti fossero parte della mafia in Messico, che fossero «la stampa sicaria». Oggi la presidente Sheinbaum parla con un linguaggio più accademico di quello di López Obrador ma ancora critica e insulta i giornalisti in Messico. Sheinbaum spesso mette in discussione l’etica e la morale della stampa. Ha accusato anche il New York Times di aver pubblicato una storia inventata sulla produzione di fentanyl in Messico.
La seconda fase comincia quando i cittadini già non leggono più le notizie. Sheinbaum, come López Obrador prima di lei, ha mantenuto uno scontro continuo con i giornalisti. Un effetto è che molti messicani già sono affaticati delle accuse costanti di fake news e disinformazione fra il governo e la stampa. Lopez Obrador ha detto più di 100.000 bugie quando era presidente. Un diluvio di falsità travolge. È noioso verificare sempre che potrebbe essere vero e che no. La costante presenza di incertezza fomenta l’indifferenza. Molti messicani hanno spento la tivù e non comprano più i quotidiani. I sondaggi dimostrano che oggi la maggioranza del pubblico in Messico non si fida dei media. Adesso solo il 17% degli adulti legge un quotidiano cartaceo. Tre su quattro persone usano YouTube, ma solo un terzo usa YouTube per guardare le notizie. Solo il 15% usa X (Twitter) per leggere le notizie. Ci sono podcaster e YouTuber che parlano di politica e attualità, ma nessuno ha la stessa fama e impatto dei giornalisti tradizionali di 20 anni fa. In generale, gli youtuber più famosi del Messico non parlano di politica.
Neanche Sheinbaum ha bisogno dei giornalisti. Parla direttamente con il pubblico ogni mattina e trasmette le sue conferenze stampa sul web. Ha 9 milioni di follower su TikTok e offre poche interviste alla stampa tradizionale. Preferisce invitare youyuber filogovernativi alle sue conferenze mattutine.
Ma il partito di Sheinbaum già controlla tre quarti dei seggi nel Congresso e anche il potere giudiziario. Sheinbaum ha tutto il potere e pochi contrappes. L’Economist Intelligence Unit già classifica il Messico come un «regime ibrido» (sistema semi-autoritaria) e non una democrazia piena. Il World Press Index del gruppo Reporters Without Borders classifica il Messico al 122° posto su 180, fra i Paesi dove è più difficile fare il giornalista.
Nonostante l’ambiente nocivo, i cronisti messicani non hanno messo via le loro penne e tastiere. Giornalisti dei media tradizionali come Carlos Loret de Mola e Carmen Aristegui hanno sviluppato media digitali rilevanti. Anche Televisa, la catena di televisione più importante, e El Universal, il quotidiano numero uno, operano siti Web di successo. Media digitali come Animal Político, SinEmbargo, e Aristegui Noticias continuano a pubblicare articoli e hanno una nicchia di lettori leale. Alcuni giornalisti della vecchia scuola non hanno smesso di lavorare. Humberto Musacchio, il nipote di un migrante italiano, ha cominciato a scrivere sulla politica durante l’ultima epoca semi-autoritario in Messico, durante gli anni sessanta. Lui ancora scrive editoriali sul quotidiano Excélsior.
Ma oggi in Messico sembra che studiare le notizie sia diventata un’attività partigiana. Una gran parte della popolazione ha cessato di prestare attenzione. In Messico ci sono ancora stelle brillanti nel giornalismo, ma la galassia del settore della comunicazione in generale è più buia.
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Soltanto due anni fa sembrava impossibile immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano. Non è che oggi sia a portata di mano, ma le cose della politica si stanno muovendo in modo naturale nella direzione di uno sfaldamento dei poli di destra e sinistra, come è giusto che sia vista la loro comprovata inadeguatezza e incapacità di governare o di offrire un’alternanza seria e coerente.
Proprio a causa di questo incipiente movimento di sbriciolamento dei poli a trazione populista ed estremista, la leader della destra Giorgia Meloni, in modo esplicito, e quella della sinistra Elly Schlein, fingendo una contrarietà di fondo ma di fatto condividendone le finalità, stanno preparando ciascuna a suo modo il terreno per una correzione ulteriormente maggioritaria del sistema elettorale, in modo da ricompattare artificiosamente i ben visibili movimenti di frattura all’interno degli schieramenti già esistenti.
Eppure a destra si è affacciato un ex Generale di stanza a Mosca con tutto l’armamentario programmatico autarchico dei tempi andati e con la Russia di Putin come modello civile, mentre aumentano i malumori dell’area sedicente liberale del centrodestra che fa capo alla famiglia Berlusconi e Moratti.
Dall’altra parte potrebbe nascere il partito di Alessandro Di Battista che, quanto ad amicizia con la Russia e a distanza dall’Ucraina e dall’Europa, è in effetti indistinguibile dall’area Vannacci, così come le posizioni di Matteo Salvini sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte, del quale infatti il leghista è stato il vice nella famigerata stagione gialloverde a Palazzo Chigi.
Poi, a sinistra, ci sono le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd di Schlein e il malessere a questo punto a tratti complice dei riformisti, i quali assistono sbalorditi e inerti alla negazione dei principi fondanti del partito nato nel 2007 da Walter Veltroni, ma che poi per pavidità preferiscono girarsi dall’altra parte anziché combattere una battaglia ideale a viso aperto.
Contemporaneamente sono nate iniziative indipendenti dai due poli e quindi coerentemente europeiste, pro Ucraina, e contro il bipopulismo che più o meno si affiancano al posizionamento indipendente ormai consolidato di Azione di Carlo Calenda, ai primi vagiti del Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin e ai tentativi di trovare una sintesi tra tutte le anime dell’area liberal socialista tentati dal Circolo Matteotti che raccoglie dirigenti del Pd, di Italia Viva, di Azione, radicali e socialisti.
L’uscita dal Pd di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e la più coraggiosa ed esposta tra gli esponenti riformisti del Partito Democratico, ha rianimato tutta quell’area politica che non si rassegna a ingabbiarsi in uno dei due poli, ma che finora, e con l’eccezione del Terzo Polo del 2022 e del precedente governo Draghi, non è mai riuscita a trovare un’offerta politica convincente.
Lo Spazio Pubblico di Picierno, già con quel suo esplicito richiamo alla Place Publique con cui Raphael Glucksmann vorrebbe rappresentare l’alternativa liberale e socialista alla destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella alle presidenziali francesi, potrebbe essere la miccia politica necessaria a far scattare la tanto agognata aggregazione liberaldemocratica andata in fumo alle elezioni europee scorse, e magari cominciare a mettere insieme intanto Picierno, Calenda, i radicali di Europa radicale, e poi a poco a poco gli altri.
In questo schema, Matteo Renzi purtroppo non c’è, perché dopo il fallimento dell’opzione centrista alle Europee ha deciso legittimamente, e per certi versi anche saggiamente, di schierarsi col centrosinistra e contro il governo di destra, ma dopo due anni il suo apporto alla coalizione si è limitato a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista imposto da Conte e Schlein, a cominciare dall’Ucraina fino al riarmo europeo, senza invece svolgere quel ruolo di contrappasso liberale alla deriva populista del centrosinistra che avrebbe giustificato il suo rientro da (finto) gregario del Pd di Schlein. Renzi ha scelto la strada del fedele alleato di Schlein, poi vedremo quanto leale, peraltro senza farsi pienamente accettare né dai grillini, che non perdono mai l’occasione di ribadire di non volerlo dentro la coalizione, né dal Pd che, con Schlein, Bettini e altri, manovra altre potenziali formazioni centriste cattoliche, civiche, radicali e socialiste allo scopo di ridimensionare il peso di Italia Viva dentro la coalizione.
Renzi è politicamente il più furbo di tutti, e difficilmente si fa fregare, quindi non è detto che al momento del voto del prossimo anno si ritroverà nello stesso posto in cui si trova adesso. Questa non è una previsione, soltanto una constatazione delle operazioni in corso per limitare, con la benedizione di Schlein, il ruolo di Renzi, e delle iniziative politiche fuori dai poli che attraggono pericolosamente gli elettori e anche la classe dirigente di Italia Viva.
Questa sera, a Milano, si incontrano gli europeisti, un’iniziativa politica nata da tre ex radicali, calendiani e renziani come Daniele Nahum, Piercamillo Falasca e Sergio Scalpelli, che ospiterà al benemerito Teatro Franco Parenti Pina Picierno, Carlo Calenda, Luigi Marattin, i radicali e Mario Monti, oltre a varie personalità del mondo della cultura e della scienza politica liberal-democratica.
Tra dieci giorni, invece, sempre al Parenti, il Circolo Matteotti e Linkiesta metteranno sullo stesso palco le tre parlamentari fuoriuscite dal Pd, Pina Picierno (per fondare Spazio Pubblico), Marianna Madia (per andare da indipendente in Italia Viva), ed Elisabetta Gualmini (per entrare in Azione), assieme alla deputata Lia Quartapelle e alla senatrice Simona Malpezzi che restano ancora nel Pd nonostante il malessere nel vedere il partito pluralista e a vocazione maggioritaria che hanno contribuito a fondare trasformarsi in un’assemblea di istituto che aspira a rinverdire i fasti di Sel di Nichi Vendola.
Cinque donne e quattro strade possibili contro il populismo e l’estremismo, sullo stesso palco, proprio mentre in Francia la Place Publique di Raphael Glucksmann comincia la sua corsa per far sapere ai socialisti e i liberali che un’alternativa al populismo autoritario è percorribile.
Forse è ancora tutto confuso e insufficiente, e probabilmente anche velleitario, ma da qualche parte bisogna pure cominciare, e se si pensa che il destino bipopulista delle due coalizioni politiche e del Paese sia segnato è certamente doveroso sostenere chiunque stia provando a cambiare le cose.
Nel 1949, lo scrittore Ignazio Silone, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista italiano di allora, scrisse un piccolo capolavoro politico e letterario, mai veramente apprezzato in Italia, intitolato “Uscita di sicurezza” per raccontare il tormentato ma deciso percorso personale che lo aveva portato a riconoscere la fallacia del sogno comunista.
Il testo fu pubblicato in Gran Bretagna nel volume “Il Dio che ha fallito” che raccoglieva saggi e testimonianze di altri intellettuali svegliatisi dall’incubo del socialismo reale come André Gide, Arthur Koestler, Louis Fischer, Stephen Spender, e Richard Wright.
L’uscita di sicurezza intellettuale e politica oggi è la porta da oltrepassare per provare a costruire un’alternativa seria e credibile contro quell’altro Dio, quello bipopulista, che con ogni evidenza ha fallito miseramente.
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Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.
Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.
La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.
Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.
Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.
La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.
C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.
Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.
Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.
Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.
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Chi se lo ricorda il super santos? Quel pallone di plastica rosso granata, il compagno di giochi, di vita di tanti ragazzi italiani. Quel pallone mi è tornato in mente guardando il Marocco far girare la testa al Brasile che pure è uno squadrone. Da quando sono nate le scuole calcio, l’indottrinamento di questo sport è avanzato come fosse una specie di nuovo servizio militare, e le lezioni di tattica, l’allenatore col fischietto e bambini frastornati, inseguiti, inzuppati di promesse e di richieste. Un mondo di nuovi lavoratori del pallone, di impiegati annoiati che promuovendo la disciplina non si sono accorti di travolgere quel disordine creativo, quella gioia infinita e anche la caciara infinita di partite senza tempo e senza storie, di piccole e brevi zuffe quotidiane e di un amore totale a volte neanche ricambiato dalla palla.
Negli anni quegli spazi da noi sono andati svuotandosi di bambini, le nostre periferie sono divenute poco sicure, i paesi piegati dall’abbandono, le scuole calcio sempre invece più affollate, i papà più impazienti e più devoti alle necessità. Più tute, più tabelle, più ordine, più competizione. La fortuna dei Paesi che ancora arrancano in economia, come il Marocco, è che forse ancora si giocherà nei villaggi con un super santos africano, una palla e basta, senza linee laterali, senza arbitri e senza allenatori. Giocando a perdifiato, fin quando il sole non tramonta, fin quando ce n’è.
I marocchini ancora non hanno dismesso il loro super santos e, almeno in questo caso, il ritardo dell’economia africana rispetto a quella europea agevola il disordine creativo e non una scuola militarizzata, geometrica, competitiva già all’età della quinta elementare. Vedere i marocchini giocare così bene e tenere a distanza i giganti brasiliani dà fiducia in chi crede che la passione sopravanzi la gendarmeria, speranza a chi crede che ci si innamori senza la catene delle scuole, degli allenatori, delle tattiche.
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Realizzare i sogni da bambino è sempre possibile. Anche se hai 41 anni. Anche se hai già vinto sette titoli mondiali e 105 gare. La giornata a Barcellona è cominciata con un profumo di giornata storica, con l’attesa e la sensazione che stesse per accadere qualcosa da inserire direttamente nella leggenda dello sport. Perché il pilota più vincente della storia della Formula 1 ha (finalmente) vinto con il team più vincente della storia della Formula 1. Lewis Hamilton lo ha detto subito dopo: “Da piccolo ho visto tante volte la Ferrari vincere”. Ora fa parte anche lui di questa lista. Il 41º pilota diverso, a 41 anni. Nella pista dove, 30 anni e 12 giorni fa, aveva trovato la sua prima vittoria con la Rossa Michael Schumacher. Segni del destino.
Le lacrime di Hamilton: “Sono 106 vittorie in carriera, ma questa ha qualcosa di unico”
L’analisi della gara: così ha vinto Hamilton
La cronaca della gara
Remember who you are. È diventato il motto di Lewis Hamilton dopo il periodo più buio della carriera nella squadra più desiderata. L’anno scorso neanche un podio, non era mai successo nella sua carriera. Da quando quel tifoso glielo ha urlato mentre era a testa bassa, una frase che gli ha riacceso il sacro fuoco del campione, ha fatto click. E oggi Hamilton si è ricordato benissimo chi è: è tornato Hammer Time. Perché la strategia è stata perfetta, il timing della Virtual Safety Car giusto, ma poi bisogna guidare così. Lewis ha fatto una gara perfetta, l’ha vinta da Lewis. Ha coccolato le sue gomme in ogni stint martellando giro dopo giro tempi perfetti. E si sono rivissute le scene, o meglio riascoltati quei messaggi dei tempi della Mercedes. Allora era Peter Bonnington in cuffia, oggi è Carlo Santi. L’ingegnere gli dava dei target e Hamilton a ogni tornata stava su quel tempo. La chirurgia che lo ha reso quello che è. La costanza, la precisione nel guidare gare così, costruirsi la vittoria in ogni metro di pista. Per tutta la gara chiedeva informazioni sul passo e il gap con Russell, dava conto dello stato delle gomme. Tutto mentre faceva danzare la sua Ferrari.
Poi il team radio della vittoria con l’urlo “Forza Ferrari” in italiano (come fece Sebastian Vettel quando vinse la sua prima gara in rosso in Malesia nel 2015) e gli occhi lucidi sul podio mentre ascoltava il suo inno e vedeva scatenarsi i meccanici su quello di Mameli qualche metro più sotto. Una vittoria che è merito del lavoro di Maranello anche e soprattutto. Un lavoro che Hamilton ha saputo indirizzare con i suoi feedback e le sue analisi. La macchina se la sente cucita addosso, lo ha detto quanto si trova a suo agio in quella che è la prima vera Ferrari su cui ha potuto lavorare anche lui dal giorno zero. Una giornata che un anno fa sembrava utopia perché proprio a Barcellona disse: “È stata la gara peggiore della mia vita per il bilanciamento”. Da una monoposto con cui non ha mai legato a una con cui ha ripreso a danzare tra le curve di tutto il mondo. Perché i secondi posti consecutivi di Canada e Monaco sono stati l’antipasto per il piatto forte: la prima vittoria in Ferrari. La numero 106 di una carriera che va profuma di leggenda. Per andare oltre, mancherebbe l’ottavo titolo mondiale, ma ora forse, Hamilton può anche sognare la rimonta.
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Prima gli auguri di Benjamin Netanyahu, poi due telefonate: una con Volodymyr Zelensky, un’altra con Vladimir Putin. Nel giorno del suo 80esimo compleanno, Donald Trump ha chiesto la fine della guerra in Ucraina, come riferisce il consigliere di Putin Ushakov. Il tycoon ha infatti prima sentito il presidente ucraino, poi quello russo. Con Putin una telefonata durata 55 minuti, come riporta la Tass. Per quanto riguarda la chiamata con Zelensky, invece, Dmytro Lytvyn, consigliere del presidente dell’Ucraina per le comunicazioni, ha affermato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace”. A riferirlo sono anche i media ucraini.
Successivamente Trump ha anche postato su Truth, parlando anche della guerra in Iran: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, ha scritto poi Donald Trump su Truth. “Israele ha il diritto di difendersi dalle minacce, ma l’attacco a cui ha risposto era di portata limitata e insignificante, nessuno è rimasto ferito o ucciso, e non dovrebbe interrompere questo importante processo – ha proseguito il presidente degli Stati Uniti -. Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, Libano compreso, e tutte le parti dovrebbero desistere. Non dovrebbero esserci più attacchi da parte di Israele in Libano, ma non dovrebbero esserci nemmeno più attacchi da parte di altre fazioni, incluso Hezbollah, contro Israele. Questo potrebbe essere l’inizio di una pace lunga e meravigliosa: non roviniamola!”, ha concluso Trump.
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È passata una settimana da quando Alisya, 16 anni, e sua sorella Sarah, di 12 anni, sono scomparse dalla casa-famiglia “Ofh Hope” di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila. Le ricerche si sono concentrate nelle ultime ore nel lago di Barrea, non lontano dal luogo della sparizione: i sommozzatori dei vigili del fuoco hanno effettuato una ricognizione dello specchio d’acqua. Si sono soffermati in particolare sotto i due ponti, mentre droni e unità cinofile continuano a perlustrare il territorio dell’Alto Sangro. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore di Sulmona, Stefano Iafolla, proseguono a tutto campo, ma non hanno ancora fornito elementi utili per il ritrovamento delle due sorelle.
Le due minori, scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno, stando alle prime ricostruzioni degli investigatori, sono uscite da una porta-finestra lasciando dietro i sé i cellulari. Ad attenderle all’esterno non si esclude la possibilità che ci fosse un’auto. Le telecamere nel comune abruzzese hanno ripreso il passaggio di alcuni mezzi fra le 2 e le 5 del mattino. Gli agenti hanno aperto un fascicolo per sottrazione di minori, mentre i carabinieri stanno verificano ogni possibile pista, compresa appunto l’eventualità che qualcuno abbia aiutato le due ragazzine ad allontanarsi dalla struttura. I carabinieri della compagnia di Castel di Sangro hanno effettuato diversi sopralluoghi nella casa-famiglia, in particolare nelle camere da letto delle ragazze che sono state poste sotto sequestro. A tre giorni dalla scomparsa erano state perquisite, senza risultati, anche le abitazioni dei genitori e quella dei nonni materni.
Le due sorelle sono entrate nel circuito delle case-famiglia tre anni fa, dopo una difficile separazione dei genitori. Inizialmente la più grande, Alisya, era stata ospitata in una struttura di Cassino, per poi essere trasferita a Civitella Alfedena. Sarah invece dopo un periodo sempre a Cassino, era stata trasferita a Colli sul Velino, in provincia di Rieti. Sono state ricongiunte solo un anno fa nella struttura abruzzese da cui sono scomparse, dopo due anni di separazione. Mentre erano ospitate nelle case-famiglia, a entrambi i genitori era stata revocata la responsabilità genitoriale a causa della “conflittualità” a seguito del divorzio. A fine maggio però il Tribunale per i minori di Cassino l’aveva restituita solo al padre. L’uomo sta seguendo le operazioni di ricerca tra Barrea e Villetta Barrea accompagnato dal proprio legale, Francesco Riccardi. “Ci tengo a dire che non è vero che Alisya e Sarah non mi volevano né vedere né sentire – ha fatto sapere il padre smentendo le informazioni rivelate nei giorni passati dal legale della ex moglie -, il mercoledì precedente alla scomparsa, mi hanno contattato tramite Whatsapp e mi hanno raccontato tutto quanto avevano fatto durante la giornata”. Il padre ha anche denunciato i gestori della struttura dove le adolescenti erano ospitate in quanto “corresponsabili” della loro scomparsa, lamentando una presunta mancanza di controlli.
La madre invece ha lanciato un appello rivolto direttamente alle sue figlie: “Qualunque sia stato il motivo che vi ha portato ad allontanarvi, vi chiedo di mettervi in contatto con noi. Mamma non è arrabbiata e ricordate che tutto si sistema, ma dobbiamo farlo insieme. Mamma vi aspetta”. Questo il contenuto di un audio che la donna ha consegnato al proprio avvocato, Enrico Mastantuono. La donna, a differenza del marito, non ha mai riottenuto la responsabilità genitoriale e, stando a quanto riferito dal legale, l’ultima volta che ha visto le due minori era il 17 maggio, uno degli incontri regolari che avvenivano nella casa-famiglia. “So che le ragazze hanno sempre rifiutato di incontrare il padre – ha detto Mastantuono – erano speranzose di poter tornare con la mamma, come testimoniano le numerose lettere che scrivevano con affetto alla mia assistita”. Per questo motivo l’avvocato ha fatto sapere che il provvedimento che ha ridato la potestà al padre “è soggetto a impugnazione“. Tutte accuse smentite dal legale del padre: “La verità è che un Tribunale minorile ha disposto l’allontanamento delle minori dalla madre due anni fa – ha detto Riccardi -. Molte relazioni di esperti attestano condotte materne pericolose e inadeguate. C’è anche un tribunale civile che pronuncia la decadenza della potestà genitoriale materna e condanna la madre a risarcire il danno alle figlie e al mio assistito”.
Intanto, dalle indagini è emersa anche una vecchia lettera scritta a gennaio dalla più grande delle due ragazze, in cui spiegava quanto fosse brutto stare senza i propri genitori, a cui ricordava di volere molto bene. “Molti pensieri invadono la mia testa, è come se non ci fosse un domani”, scriveva sei mesi fa. Alisya fa le superiori, mentre la sorellina frequenta la scuola media.
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“Da piccolo sognavo la Ferrari e di vincere un giorno con questa macchina e oggi quel giorno è arrivato“. Emozionatissimo, con le lacrime in viso. Sono le prime parole di Lewis Hamilton dopo aver ottenuto il suo 106esimo successo in carriera, il primo a bordo di una Ferrari dopo gli ultimi due podi consecutivi. Una vittoria fantastica, arrivata al termine di una gara – quella di Barcellona – condotta magistralmente dal britannico, che ha anche approfittato di una virtual safety car arrivata nel momento perfetto per un problema alla vettura di Fernando Alonso.
“Devo dire grazie a tutti alla Ferrari. Avevo iniziato con un sogno e poi ho passato un anno orribile ma non ho mai mollato. Sono 106 vittorie in carriera per me e sono tutte speciali ma questa ha qualcosa di unico”, ha spiegato Hamilton ringraziando il team per lo straordinario successo di oggi. “Devo cominciare dicendo un enorme grazie al mio team, alla Ferrari, a tutti coloro che lavorano in fabbrica. A Fred (Vasseur) per avermi portato in questo Team”, ha proseguito il pilota della rossa.
Per Hamilton è una vittoria speciale, arrivata dopo un buon momento, con due secondi posti nelle ultime due. “Il team ha cercato sempre di tenermi su di morale, abbiamo portato miglioramenti e se questo non bastasse ho i fan migliori del mondo e abbiamo raggiunto tutto quello che insieme sognavamo. Spero sia la prima di tante, ma oggi la macchina è stata fantastica“, ha aggiunto il campione britannico, che ha poi concluso: “Lotta per il campionato? Ci prendiamo questo risultato, la Mercedes è ancora molto veloce, dobbiamo migliorare, ma non è finita qui di sicuro”.
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Rieccolo, sir Lewis Hamilton! Con una conduzione di gara magistrale, il vecchio leone di Stevenage – 41 anni compiuti a gennaio – si prende a Barcellona la prima vittoria con la Ferrari in un gran premio, dopo che l’unico sussulto era stato quello della Sprint di Cina 2025. Il sette volte campione del mondo è tornato, dopo una stagione scorsa passata da disperso e un inizio di 2026 più convincente seppur altalenante. Poi dal Canada il numero 44 ha alzato il ritmo e messo in difficoltà anche il compagno di box Charles Leclerc (out a pochi giri dalla fine per un problema al motore), in lotta contro Max Verstappen per tre quarti di gara prima del ritiro finale. Un weekend da incubo per il monegasco: senza quell’uscita nel Q3 sabato, con la pole a portata di mani (guasti a parte), avrebbe potuto ambire alla vittoria contro le Mercedes — che partivano con un vantaggio di solo un decimo nel passo gara — e per la prima volta più vulnerabili in questo avvio di Mondiale.
Se Verstappen l’anno scorso andò vicino al successo contro la McLaren con la strategia delle tre soste, Hamilton ha optato per la stessa scelta contro le due della Mercedes, agevolato nel finale dalla Virtual Safety Car entrata per l’out di Fernando Alonso con l’Aston Martin, all’ultimo GP di Barcellona della carriera. Per una manciata di secondi l’inglese è uscito dalla linea della corsia di box quando ancora era attiva la Virtual, altrimenti il terzo pit — usufruito quando l’inglese si trovava momentaneamente davanti dopo la seconda sosta di Russell e Antonelli — sarebbe stato conteggiato non con i tempi dimezzati del regime di Safety Car ma con i tempi normali. Insomma: Hamilton si sarebbe ritrovato secondo dietro Russell.
Una situazione che l’inglese ha però saputo costruirsi dopo aver gestito al meglio le gomme, viaggiando con tempi costanti chiesti dal team nel secondo stint. Nel finale, dopo i ritiri di Andrea Kimi Antonelli e Leclerc, ha dovuto aspettare che la seconda Virtual rientrasse prima di percorrere il giro finale. La Ferrari non vinceva dal GP del Messico 2024, per l’inglese è il successo 106 della carriera, dopo che l’ultimo era arrivato a Spa due anni fa. Una bella notizia per lui e per la Ferrari, su una pista che ben si addiceva alle caratteristiche della SF-26 di Maranello viste le tante curve di percorrenza (meno di trazione). Se il Cavallino riuscisse a recuperare cavalli sul dritto rispetto alle Power Unit delle rivali inglesi, sfruttando l’aiuto dell’Aduo — due gli sviluppi per la Ferrari contro uno della Mercedes — potrebbe dire la sua per altre vittorie in stagione.
In parte l’aveva chiamata la vittoria Hamilton: “La squadra sta lavorando duramente, l’auto è cresciuta e sono sicuro che otterremo delle vittorie in stagione”. Così è stato. L’inglese si è preso il team, lo sta aiutando a progredire con un’auto da lui sviluppata in stagione — vedasi i dischi freno scelti anche da Leclerc in questo weekend, dopo l’incidente di Montecarlo — e ha trovato quei 4 decimi in qualifica a Barcellona che fino al Q3 non era riuscito a trovare, piazzandosi secondo mentre il compagno andava a muro.
Hamilton se la gode: ora può perfino fare un pensierino alla classifica, essendo a -41 da Antonelli (156-115). Il bolognese si è fermato dopo cinque successi di fila. Ma con la consueta classe, si è congratulato con Hamilton nel parco chiuso per la vittoria. Il passato e il futuro della Mercedes. Che sfortuna per il 19enne, che aveva passato Russell nel finale, rompendo una bandella dell’ala che però non lo avrebbe fermato. A farlo è stato un problema al motore che lo ha costretto a uno ‘zero’ in classifica per la prima volta in stagione. Ne ha approfittato un George Russell più deludente del solito, secondo al traguardo nonostante i favori del pronostico alla vigilia, ora più vicino ad Antonelli in classifica (-50). Sul podio si è rivista la McLaren di Lando Norris: tre piloti inglesi nei primi tre posti non si vedevano dal 1968. Dopo Verstappen hanno chiuso la top-10: Oscar Piastri, Isack Hadjar, Liam Lawson, Arvid Lindblad, Gabriel Bortoleto e Franco Colapinto.
Mercedes – 262 punti
Ferrari – 190 punti (-72)
McLaren – 141 punti (-121)
Red Bull – 89 punti (-173)
Alpine – 60 punti (-202)
Racing Bulls F1 Team – 38 punti (-224)
Haas – 21 punti (-241)
Williams – 11 punti (-251)
Audi F1 Team – 2 punti (-260)
Aston Martin – 1 punto (-261)
Cadillac – 0 punti (-262)
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Al Bano interviene sui social per smentire che i rapporti professionali con l’ex moglie Romina Power si siano interrotti. L’ugola di Cellino San Marco ha tenuto a precisare che la frase apparsa sulla copertina del settimanale DiPiùTv “Con Romina non canterò più. Mai più”, non sarebbe mai stata pronunciata.
“Basta una frase per rovinare l’atmosfera”, ha specificato in un secondo momento il cantante. E poi ha aggiunto: “Mai detta questa frase, anche perché la trovo un po’ scomoda”.
E ancora: “Io farò due concerti con Romina quest’anno, e poi continuerò il tour da solo come ho sempre fatto dal 1967 fino all’altro ieri”. Dunque i due ex coniugi e partner artistici si ritroveranno ad agosto, alla Seebühne di Mörbisch, il palcoscenico sul Lago di Neusiedl, in Austria e, a seguire, a Poznan, in Polonia.
Poi l’invito finale: “Caro mio amico direttore…Non mi chiami? Siamo amici, parliamo la stessa lingua”.
Avevano fatto scalpore le parole di Power, durante il suo intervento al talk “Belve”, mentre si parlava della dolorosissima scomparsa della figlia Ylenia: “Quando pensi di avere un pilastro vicino e di colpo arriva il momento in cui vuoi appoggiarti e non c’è niente, non c’è un sostegno, allora le cose cambiano”.
Immediata la replica a “Domenica In”: “Io ho solo accettato la verità. Non passerà mai il dolore, ma non mi creo illusioni. Ylenia sta nel nostro cuore, vive lì. Io andavo in giro di notte a New Orleans a cercare nostra figlia. Sono stato nei posti più trucidi, ho visto gente con le pistole in mano, zone di spaccio. Ho visto di tutto”. E parlando ancora a Power: “Ma dov’eri tu? Come fai a dire che non c’era un sostegno? Non è vero“. Ancora: “Io ho tentato di tutto per salvare la nostra unione e la nostra famiglia. Per me la famiglia è sacra. Io ero lì, sono sempre stato lì, ma lei non mi ha neanche visto”.
In ogni caso, al momento, i due impegni professionali dell’ex coppia d’oro della musica italiana risultano confermati.
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Claire Danes è la co-protagonista con il collega Richard Gadd, sulla cresta dell’onda per il successo HBO di “Half Man”, dell’intervista del format “Actors On Actors”, disponibile nell’app della CNN. I due attori si sono raccontati, ricordando anche le esperienze avute sul set. Danes torna indietro con la memoria nel al 1996, quando ha girato il film cult “Romeo + Giulietta” di William Shakespeare“, diretto da Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio.
“Una volta sul set – ha ricordato l’attrice – stavo giocando con una pistola di scena. Leonardo passava da lì e mi ha rimproverato a tono dicendomi: ‘non fare cazzate!’. Aveva ragione, ma stavo solo facendo la scema e la ragazzina”.
Una curiosità sul film. Se da un lato Leonardo DiCaprio è stata la prima scelta di Baz Luhrmann per interpretare Romeo, per Giulietta le cose sono andate diversamente. Infatti la prima ipotesi del regista era Natalie Portman, che ha sostenuto anche dei provini, assieme a DiCaprio.
I produttori però hanno storto il naso perché assieme la coppia non funzionava dal punto di vista ‘visivo’, lui sembrava “più adulto di lei”. Dopo diversi tentativi e prove, la scelta poi è caduta su Claire Danes.
Le vicende ripercorrono fedelmente la celebre tragedia shakespeariana, di cui vengono mantenuti integralmente i testi e i dialoghi originali. A cambiare è il contesto: la storia viene trasportata in epoca contemporanea, con Verona che si trasforma nella moderna Verona Beach. Le storiche famiglie rivali dei Montecchi e dei Capuleti vengono reinterpretate come potenti dinastie imprenditoriali in aperto conflitto tra loro, mentre le tradizionali spade lasciano il posto alle pistole.
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“Il femminicidio non esiste, non serve alcun reato specifico”. È bufera politica – e non solo, dal momento che nel dibattito è intervenuto anche il padre di Ilaria Sula – dopo le parole di Roberto Vannacci all’assemblea di Futuro nazionale. Per il leader di FnV si tratta di “un omicidio come tutti gli altri”. Dichiarazioni che arrivano nell’affollatissima conferenza stampa della giornata conclusiva dell’incontro di oggi a Roma, e ribadite successivamente, con ancora più enfasi, nell’intervento dal palco dell’auditorium della Conciliazione. “Uomini e donne sono uguali – è il suo ragionamento – non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”.
Un ragionamento che lo porta a dire pure di essere contrario alle cosiddette quote rosa, alla parità di genere, argomento sul quale il generale ha promesso un emendamento alla legge elettorale per abolirle. Immediate le repliche da parte degli esponenti delle opposizioni. Tra le prime ad accusare Vannacci è Cecilia D’Elia, senatrice del Pd che parla di “negazionismo patriarcale” da parte di chi “non vede l’esistenza della violenza maschile contro le donne, e il carattere proprio dei femminicidi”. Il leader di Fn “è intriso di quella cultura che dobbiamo cambiare e che cambieremo, con buona pace sua e dei suoi sodali”, scrive sui social.
Si alza il livello delle repliche con Michela Di Biase, sempre del Partito democratico: “Solo dalla feccia possono originare le parole gravissime pronunciate da Vannacci sui femminicidi, il femminicidio non è uno slogan ideologico, ma un fenomeno riconosciuto e studiato da istituzioni, magistratura e organismi internazionali. Non serve a stabilire che una vita valga più di un’altra, ma a descrivere delitti che maturano in dinamiche di possesso, controllo e sopraffazione”. Ma è tutto l’arco parlamentare a scagliarsi contro il generale. Lo fa Angelo Bonelli di Avs: “Oggi Giorgia Meloni ha trovato il tempo per attaccare su X una fiera dell’editoria che chiede agli espositori di sottoscrivere i valori antifascisti della nostra Costituzione. Ha parlato di censura. Ha parlato di libertà di pensiero. Ma le chiedo: perché non condanna neanche le parole di Vannacci che oggi ha dichiarato che il femminicidio non esiste? Quello che sta accadendo è chiarissimo. Meloni sa che alle prossime elezioni avrà bisogno dei voti di Vannacci e dell’estrema destra. E per non perderli è disposta a tutto: a tacere sugli slogan neofascisti e razzisti del corteo sulla remigrazione di ieri, a tacere sui ‘camerati’ in sala, a tacere su chi nega il femminicidio”.
Critiche anche da Italia viva. “Le parole di Vannacci sul femminicidio sono gravissime e offensive nei confronti delle tante donne vittime di violenza e delle loro famiglie. Negare la specificità del fenomeno significa ignorare una realtà che continua a colpire il nostro Paese e contro la quale le istituzioni hanno il dovere di intervenire con determinazione”. A dirlo sono le senatrici renziane Daniela Sbrollini, capogruppo in commissione Femminicidio, e Dafne Musolino, vicecapogruppo al Senato. “Ancora più preoccupante è vedere esponenti politici che arrivano a richiamare simboli e linguaggi che pensavamo appartenessero al passato. La cultura del rispetto, della parità e della democrazia non può essere messa in discussione né banalizzata. Sono i valori della nostra Costituzione, quella Carta che Vannacci continua negare sia antifascista”.
Da destra interviene l’avvocata e senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, che del disegno di legge sulla violenza sessuale è relatrice. “Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Futuro nazionale è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore“. Persino Fratelli d’Italia attacca Vannacci. Per l’assessora lombarda alla Cultura, Francesca Caruso “basta leggere le cronache, troppe donne vengono uccise da uomini che non accettano la fine di una relazione, un rifiuto o la loro libertà. Possiamo discutere delle leggi, ma non dei fatti. E i fatti ci dicono che esiste una forma di violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne“. E ancora: “Francamente trovo surreale che oggi ci sia ancora qualcuno che neghi questo fenomeno invece di interrogarsi su come contrastarlo. Il problema non è la parola ‘femminicidio’. Il problema sono le donne che continuano a essere vittime di violenza e di sopraffazione. Se il femminicidio non esiste, come chiamiamo le tante donne uccise semplicemente perché hanno detto ‘no’? Forse il generale dovrebbe iniziare a leggere i giornali del 2026 e non quelli del 1956”. Tra le fila di FdI è anche la senatrice Susanna Donatella Campione a redarguire Vannacci: “Il punto non è che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Il punto è riconoscere la specificità di quei delitti che maturano nell’odio, nel possesso o nel disprezzo nei confronti delle donne. Per questo sostenere che il femminicidio sia ‘un omicidio come tutti gli altri’ è una lettura fuorviante. La frequenza con la quale gli uomini uccidono le donne è diventata tale da indurre il legislatore a introdurre nell’ordinamento una fattispecie specifica. Non per creare vittime di serie A e di serie B, ma per contrastare un fenomeno che presenta caratteristiche proprie e che richiede strumenti adeguati. Mi chiedo infine se le donne che militano nel movimento di Vannacci condividano davvero questa impostazione. Sarebbe interessante sapere se ritengano anche loro che il femminicidio sia semplicemente un omicidio come un altro”.
Per Mariastella Gelmini di Noi Moderati “le dichiarazioni di Vannacci sono gravissime. Giulia Cecchettin, Ilaria Sula, Luciana Ronchi e tante altre non sono nomi astratti né casi isolati: sono donne che hanno perso la vita per mano di un uomo. Negare l’esistenza del femminicidio significa ignorare una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne. Significa voltare le spalle alle vittime, alle loro famiglie e a tutte le persone che ogni giorno si impegnano per contrastare questa piaga. Vannacci, ancora una volta, dimostra una visione arretrata e distante dalla realtà“.
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Ha fermato il bus qualche metro dopo la pensilina, non accorgendosi della richiesta di fermata. È bastato questa piccola svista del conducente del mezzo per far infuriare un passeggero che, non appena salito a bordo, lo ha aggredito sputandogli addosso e staccandogli a morsi un pezzo di orecchio. L’episodio, come riporta Il Resto del Carlino, è avvenuto nella mattina del 13 giugno a Bologna, in piazza Minghetti.
Il conducente del bus 96 Tper ha cercato di allontanare il suo aggressore e da lì è nata la colluttazione. L’autista è stato medicato dai sanitari del 118 mentre il passeggero è fuggito dopo essersi accorto dell’arrivo della polizia. Gli agenti hanno acquisito le registrazioni della videosorveglianza del mezzo per identificarlo. Stando alle prime ricostruzioni si tratta di un uomo sulla sessantina, italiano e di circa un metro e 65 di altezza.
L’assessore alla mobilità del capoluogo emiliano, Michele Campaniello, ha parlato di “atto di inaudita e inaccettabile violenza” e di “un’offesa profonda a tutta la comunità civile” che “nessun disservizio, vero o presunto, potrà mai giustificare”.
L'articolo Bologna, il bus si ferma oltre la pensilina: stacca a morsi un pezzo di orecchio all’autista proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lewis Hamilton vince il gran premio di Spagna a Barcellona al Montmelò e ottiene il suo primo successo con la Ferrari dopo un anno e mezzo. “Oggi ci siamo messi dietro una Mercedes“, riferendosi ad Antonelli, “domani ce ne mettiamo dietro un’altra”, aveva detto il pilota britannico della Ferrari dopo il secondo tempo in qualifica di sabato. Detto, fatto. Una strategia perfetta quella della Ferrari – con un po’ di fortuna quando nella seconda metà di gara è arrivata una virtual safety car per l’incidente di Alonso – che ha permesso a Hamilton di star davanti alla Mercedes di Russell, che ha chiuso al secondo posto, e alla McLaren di Norris, terzo. Out invece l’italiano Kimi Antonelli, che a tre giri dalla fine – quando era secondo – ha avuto un problema e si è fermato.
Le lacrime di Hamilton: “Sono 106 vittorie in carriera, ma questa ha qualcosa di unico”
L’analisi della gara: così ha vinto Hamilton
Hamilton – alla sua 106esima vittoria in carriera – non trionfava dal gran premio del Belgio nel 2024. “Devo dire grazie a tutti alla Ferrari. Avevo iniziato con un sogno e poi ho passato un anno orribile ma non ho mai mollato. Sono 106 vittorie in carriera per me e sono tutte speciali ma questa ha qualcosa di unico. Da piccolo sognavo la Ferrari e di vincere un giorno con questa macchina e oggi quel giorno è arrivato”, ha dichiarato il britannico dopo il successo.
Se la virtual safety car ha avvantaggiato Lewis Hamilton, ancora tanta sfortuna per Charles Leclerc. Il monegasco si è prima fermato un giro prima della virtual safety car (perdendo un grosso vantaggio), poi ha poi avuto un problema come Antonelli negli ultimi giri e si è ritirato. Un momento da incubo per Leclerc, che dopo l’incidente a Montecarlo si ritira anche in Spagna. Tornando a Hamilton, era una vittoria che il britannico sentiva quasi nell’aria nelle ultime settimane, quando anche nelle dichiarazioni è stato molto più clemente verso la Ferrari rispetto al passato. Poi – con la virtual safety car e il primo posto lì a portata di mano – è arrivato “The Hammer time“, ovvero quel momento in cui Hamilton – sotto pressione e in lotta per la vittoria – riesce a dare il meglio di sé. Da lì è diventato imprendibile.
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Scontri sono scoppiati oggi alla vigilia del vertice di Evian tra manifestanti anti-G7 e polizia nei pressi della sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera. Secondo quanto riportato dall’Afp, i manifestanti hanno lanciato bottiglie, pietre, pezzi di cemento e petardi contro la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni. Diversi edifici sono stati presi di mira, tra cui gli uffici di PricewaterhouseCoopers e la sede dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU). Gli scontri arrivano in una vigilia caratterizzata da cittadine deserte, animate quasi unicamente dalle divise della gendarmerie, per l’occasione griffate con il logo del G7. Posti di blocco, lungo tutto il percorso che da Ginevra (aeroporto di arrivo per delegazioni e cronisti stranieri) conduce sulle rive del Lago Lemano. Évian-les-Bains è pronta ad accogliere i leader delle principali economie occidentali in un clima di massima sicurezza.
La località francese affacciata sul Lago è blindata per l’apertura del vertice del G7, mentre a Ginevra, a pochi chilometri dal confine e poco distante dalla sede dei lavori, le manifestazioni di protesta erano annunciate. Temendo possibili scontri, nella città Svizzera molte vetrine dei negozi sono state coperte con barriere di legno. Il summit prende ufficialmente il via con una cena di lavoro in programma alle 19.30, intitolata “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”: all’Evian Resort arriveranno i capi di Stato e di governo dei Paesi membri del G7 insieme ai rispettivi consorti, accolti dal presidente francese.
Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali e alle sfide economiche globali: questo il programma del summit, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron. Martedì 16 giugno entrerà nel vivo il confronto politico. La mattinata si aprirà con una sessione di lavoro sulla sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa, seguita da una colazione di lavoro dedicata alle crisi e alla stabilità in Medio Oriente. Nel pomeriggio faranno il loro ingresso a Evian anche i rappresentanti dei cinque Paesi partner invitati dalla Francia (Brasile, India, Corea del Sud, Kenya ed Egitto) che parteciperanno alla sessione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e al rilancio della solidarietà globale. La giornata si concluderà con il tradizionale appuntamento di rappresentanza: il pranzo di gala offerto da Macron e dalla première dame Brigitte in onore dei capi delegazione e dei loro consorti. Mercoledì 17 giugno sarà invece dedicato ai temi economici e tecnologici. I leader discuteranno delle misure per rilanciare una crescita economica “equilibrata, condivisa e sostenibile”, uno dei pilastri della presidenza francese del G7. A seguire, una colazione di lavoro vedrà al centro l’intelligenza artificiale e le condizioni per una sua diffusione “sicura, rapida ed efficace”. La chiusura del vertice è prevista nel primo pomeriggio. Alle 15, il presidente Macron terrà la conferenza stampa finale.
La speranza di molti è che questo G7 possa diventare quello della pace in Medio Oriente, con gli europei che già guardano allo sminamento dello Stretto di Hormuz come mano tesa a Donald Trump che sarà accolto con tutti gli onori dal presidente Macron, che in extremis ha strappato al tycoon l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles.
La morte di un gendarme che stava completando i lavori di messa in sicurezza di Evian e dintorni, cominciati oltre un anno fa, ha funestato la vigilia, le prove generali della “bolla” che racchiuderà e proteggerà i leader riuniti, dal loro arrivo all’aeroporto di Ginevra, fino alla permanenza blindata nel Resort dove si svolgerà il vertice. Sono 16.000 i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazioni, moto, droni, polizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte “ai rischi di un contesto internazionale estremamente teso“, al “rischio terrorismo che resta alto in Francia” e a quello di “sabotaggio o cyberattacco”. Oltre a quello dell’ordine pubblico, che domani sarà messo alla prova dalle manifestazioni di dissenso previste a Ginevra. Si tratterà, per chi ha ancora negli occhi i gravi incidenti e i danni per le violenze durante il G8 di Evian del 2003, di far dimenticare quell’esperienza.
I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’Hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa, che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella Reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana” perché proprio lì – ricorda l’Eliseo – “fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti“. Dall’Eliseo trapela che Trump, prima di cena, visiterà la Reggia, in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio. Il giorno prima, martedì, a Evian, si potrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron, l’incontro di Trump con Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento non è confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei Volenterosi non sempre scontata. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e i leader di Qatar, Emirati arabi ed Egitto mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
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L’attesa sta diventando spasmodica. Tanto che oggi il nome di Paul Seixas è già sulla homepage del sito dell’Equipe, sotto solamente alla diretta del Gp di Formula 1. Il 19enne di Lione è la grande speranza del ciclismo d’oltralpe: su di lui pesano tutte le aspettative, il sogno di tornare presto a rivedere un francese vincere il Tour. Per questo adesso la Francia è in ansia per le condizioni del suo giovane talento: Seixas si è ritirato dall’ultima tappa del Tour Auvergne-Rhône-Alpes, l’ex Giro del Delfinato.
Il fattaccio è avvenuto ieri, sabato 13 giugno, durante la tappa del Grand Colombier. Seixas è caduto malamente in discesa, poi ha fatto un mezzo miracolo per rientrare, ma nell’ultima salita è crollato per lo sforzo eccessivo e ha pagato 1’21” dal vincitore Isaac Del Toro. Oggi ha provato a onorare la corsa, ma si è dovuto arrendere dopo 34 km: già faceva fatica a stare a ruota sul Col du Pré. Segno che comunque la botta ha lasciato delle conseguenze.
L’ammiraglia della Decathlon ha deciso di fermare Seixas, per evitare altri danni. Certo, all’inizio del Tour de France mancano ancora tre settimane: la cronosquadre di Barcellona che apre la Grande Boucle 2026 è in programma sabato 4 luglio, c’è tempo per recuperare. Nel ciclismo attuale, dove la preparazione è cruciale e viene curato sotto ogni aspetto, anche un piccolo imprevisto però può avere degli effetti evidenti sulle prestazioni. In Francia tutti sperano che Seixas possa fin da subito battagliare con Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard per la maglia gialla. Può realisticamente, essendo la sua prima esperienza, potrà puntare al podio, che sarebbe già un risultato enorme. Intanto però deve pensare a guarire. E anche questa sarà una prima volta, dopo una primavera di risultati strabilianti in cui tutto era filato per il verso giusto.
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Il caso di Marco Bellavia nella settima edizione del Grande Fratello Vip, trasmessa nel 2022, ha rappresentato uno degli episodi più controversi nella storia del programma, innescando un ampio e acceso dibattito a livello nazionale sul tema della salute mentale e sulla sua rappresentazione nei media.
L’ex conduttore del celebre programma televisivo per bambini “Bim Bum Bam”, ha manifestato nel corso della sua partecipazione al reality show segnali evidenti di malessere psicologico, tra cui crisi d’ansia, attacchi di panico e gravi disturbi del sonno. Il concorrente ha avuto il coraggio di aprirsi pubblicamente riguardo alla propria condizione di fragilità emotiva e alla depressione di cui soffre, rivolgendo ai suoi compagni di avventura una richiesta esplicita di supporto psicologico e vicinanza emotiva.
Anziché ricevere comprensione e supporto, la grande maggioranza dei partecipanti lo ha isolato, deriso e attaccato. Numerosi coinquilini hanno minimizzato la sua sofferenza con affermazioni offensive, definendolo “instabile”, “disturbato” o “pietoso”, accusandolo di fingere per ottenere visibilità.
“Non potevo prendermela con la produzione. – ha spiegato a Fanpage il conduttore – Non ci sono colpevoli. Ammetto che tutti gli altri concorrenti subirono la mia situazione. Non fu responsabilità mia e neppure loro. Il mio stato non c’entrava con la depressione. Se ti rompi un braccio, ti portano al Pronto Soccorso e ti ingessano. Se ti capita qualcosa alla testa, al contrario, è più difficile comprenderlo”.
E ancora: “Non cancellerei quell’esperienza. Ho aperto il vaso di Pandora sulla questione della salute mentale. Una volta uscito, tanta gente mi scrisse, ricevetti molto affetto. Persino Tiziano Ferro mi inviò un messaggio bellissimo. Riuscii a smuovere le acque, ebbi la possibilità di farmi sentire, molti follower mi cominciarono a seguire sui social”.
“Da Mediaset mi rassicurarono dicendomi che mi avrebbero sostenuto, – ha concluso – che sarei tornato ad essere un personaggio dell’azienda. Tuttavia, dopo qualche mese sparirono tutti. Non ci sono più contatti da anni. Un comportamento che mi ha stupito e ferito”.
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“Buon compleanno signor presidente, buon compleanno Donald”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto gli auguri al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il suo 80esimo compleanno con un messaggio pubblicato su X. “Quest’anno il tuo compleanno arriva in un momento propizio“, ha scritto Netanyahu, ricordando i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti, definiti “una grande nazione costruita sulla libertà e sulla fede”. Il premier israeliano ha quindi augurato a Trump “forza ed energia” nel guidare gli Stati Uniti “verso un luminoso futuro di pace attraverso la forza“, auspicando al tempo stesso un ulteriore rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv. “Continuiamo a portare le relazioni Usa-Israele a livelli sempre più alti”, ha affermato Netanyahu.
Un messaggio arrivato proprio mentre l’accordo tra Usa e Iran rischia di saltare dopo il raid delle Israel Defense Forces sul quartiere di Dahiyeh, a Beirut, che ha causato almeno 3 morti e 15 feriti. Intorno alle 14 italiane infatti il capo negoziatore e presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato in un post su X che l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut “ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti non sono disposti o non sono in grado di rispettare i propri impegni“, accusando Washington di aver dato a Israele il “via libera”. Così ”non si ottengono vantaggi. Il gioco del poliziotto buono e poliziotto cattivo è passato di moda. Se non avete né la volontà né la capacità di adempiere ai vostri impegni, non è possibile parlare di proseguire lungo questa strada”, ha affermato.
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C’è un aspetto che in questi primi giorni di Mondiali sta facendo tanto discutere negli Stati Uniti e non solo: le nuove pause obbligatorie per bere (hydration break) introdotte a partire da questa edizione della Coppa del Mondo. Ufficialmente servono a tutelare la salute dei giocatori, ma molti hanno fatto notare come questi rappresentino soprattutto un’occasione commerciale. Il motivo? Durano tre minuti e le tv – in quello spazio – ne approfittano per lanciare pubblicità che valgono milioni e milioni di dollari. Michael Johnson, analista per S&P Global, ha dichiarato – come riporta La Gazzetta dello Sport – che ogni spazio pubblicitario “può raggiungere prezzi da Super Bowl, tra i 7 e i 9 milioni di dollari”.
La polemica è esplosa durante la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica. Al 24esimo minuto di gioco, con una temperatura di circa 23 gradi a Città del Messico (temperatura nella media per l’estate messicana), l’arbitro ha fermato l’incontro per consentire ai calciatori di bere. Una sosta di tre minuti che, nelle trasmissioni televisive statunitensi, si è immediatamente trasformata in uno spazio pubblicitario dedicato agli sponsor del torneo.
Secondo diversi giornalisti internazionali, il problema non è tanto l’esistenza delle pause in condizioni climatiche estreme, quanto la decisione della FIFA di renderle obbligatorie in tutte le 104 partite della Coppa del Mondo. Anche quando le temperature non sono in realtà così alte. Una scelta senza precedenti che – come sostiene anche il quotidiano The Independent, interrompe il ritmo del gioco e offre alle emittenti televisive nuove finestre pubblicitarie. L’effetto si è percepito immediatamente allo stadio Azteca. Dopo un avvio intenso e dai ritmi alti – anche divertente -, lo stop ha spezzato il ritmo della gara. I tifosi lasciavano i propri posti per qualche minuto, la musica alta interrompeva il clima agonistico presente fino a quel momento e i maxischermi proponevano contenuti d’intrattenimento in attesa della ripresa del gioco. In piena atmosfera Nba, per intenderci.
Motivo per cui in tanti nel mondo del calcio ritengono che queste soste abbiano senso soltanto in presenza di temperature particolarmente elevate. Tra loro anche il commissario tecnico degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, che ha dichiarato di considerarle inutili quando le condizioni climatiche sono normali: “Non mi piace. Mi piace solo in condizioni estreme“. Sulla stessa linea anche altri commissari tecnici, come Didier Deschamps: “Cambia completamente il calcio, magari una squadra va benissimo e tre minuti fanno perdere il ritmo”.
Infatti c’è anche chi decide di “boicottare” queste pause, come il giornalista Alejandro Berry di Telemundo (tv in lingua spagnola negli Usa), che si è rivolto così agli ascoltatori: “Noi non mandiamo in onda spot pubblicitari durante la pausa per idratarci. Unitevi a noi per godervi il football senza interruzioni”. Carli Lloyd, ex campionessa di calcio, non ha risparmiato critiche: “La detesto”. L’interruzione, s’intende.
Dietro la decisione della FIFA, secondo l’analisi pubblicata da The Independent, ci sarebbero soprattutto ragioni economiche. Le pause trasformano infatti ogni partita in una sorta di evento suddiviso in quattro segmenti (in pieno stile basket, dove tra time-out e i quattro quarti, le interruzioni sono tantissime), aumentando sensibilmente il numero degli spazi pubblicitari disponibili. Considerando che il Mondiale 2026 prevede un numero record di gare, il valore commerciale di queste interruzioni potrebbe raggiungere cifre enormi per broadcaster e sponsor.
La questione si inserisce in un dibattito più ampio sulla crescente commercializzazione del calcio. Il Mondiale del Nord America è già il più ricco della storia e, secondo la FIFA, genererà ricavi superiori ai 10 miliardi di sterline. Per questo motivo la discussione è destinata a proseguire anche oltre il torneo. Se il sistema di “hydration break” verrà confermato, le pause per bere potrebbero diventare una presenza fissa nei grandi eventi internazionali. Anche se – scrive The Independent – “non è chiaro perché qualcuno abbia bisogno di tre minuti per bere un sorso d’acqua”.
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Tanta paura per Giulia Belmonte, la compagna di Stash dei The Kolors. La content creator e imprenditrice ha condiviso con una story su Instagram la paura per aver vissuto un incidente d’auto.
“Mi sono spaventata tanto. Ero in macchina con le mie bimbe, – ha spiegato Belmonte – eravamo ferme ad aspettare mia madre quando all’improvviso, un’auto uscita in retromarcia da un parcheggio vicino ci è venuta addosso”.
E ancora: “È stato un grande spavento, soprattutto perché eravamo completamente ferme e non ci aspettavamo una situazione del genere. La persona alla guida era ovviamente distratta. Ma in strada, le distrazioni non sono accettabili, un attimo di disattenzione può mettere in pericolo la vita degli altri”.
Poi l’appello: “Guidiamo con responsabilità, sempre”.
Stash e Giulia Belmonte sono legati sentimentalmente da 2017. Dal loro amore, il 3 dicembre 2020 hanno accolto la prima figlia Grace, mentre il 14 agosto 2022 la secondogenita Imagine.
Stash in una intervista a Verissimo aveva dichiarato: “Giulia è la persona più bella che abbia mai conosciuto. Lei è il miracolo della mia vita. Da quando c’è lei tutto è più bello, riesce a farmi sentire un uomo migliore. Avere un figlio è una cosa stupenda ma non è qualcosa che si decide”.
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Altri due giovani alpinisti sono morti mentre stavano scalando il versante vicentino del Monte Pasubio. Sono un ragazzo di 26 anni e una ragazza di 25: con loro anche un terzo compagno di cordata che è però rimasta illeso ed è stato recuperato dall’elisoccorso di Trento mentre ancora era appeso alla parete. Le due vittime si aggiungono alla lunga lista che ha segnato un fine settimana drammatico per gli escursionisti delle montagne italiane. Il 12 giugno erano morti tre alpinisti sul Gran Paradiso, mentre nella mattina di sabato altri quattro hanno perso la vita tra il versante francese del Monte Bianco, il Cervino e il ghiacciaio della Brenva.
La tragedia è avvenuta poco prima delle 12, nella zona dello Sojo d’Uderle, un’area nota agli escursionisti ma che presenta tratti esposti e impegnativi. I ragazzi che hanno perso la vita sono precitati per circa 100 metri e l’allarme è scattato poco dopo con l’immediato intervento dei soccorritori. Le operazioni di recupero e salvataggio del terzo amico che era con loro sono state rese più complesse dalle difficili condizioni meteo e dalla forte presenza di nebbia. Le salme non sono ancora state recuperate e sono in corso gli accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente.
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Le forze armare britanniche hanno intercettato nella acque del canale della Manica una petroliera appartenente, secondo le autorità di Londra, alla cosiddetta flotta ombra legata alla Russia. A riferirlo è stato il premier inglese Keir Starmer con un post su X: “Questa operazione, conclusasi con successo, infligge un altro duro colpo alla Russia e ricorda a coloro che alimentano la guerra di Putin in Ucraina che non permetteremo loro di nascondersi”.
Le operazioni per intercettare la nave, durate circa sei ore, sono state condotte dalla Royal Marine e da agenti delle forze dell’ordine appositamente addestrati della National Crime Agency. Come fa sapere il ministero della Difesa britannico in un nota, si tratta della prima operazione di questo genere guidata dal Regno Unito: la nave si trova ora all’ancora al largo della costa meridionale dell’Inghilterra, nei pressi della penisola chiamata Isola di Portland, dove “rimarrà monitorata per qualsiasi problema di sicurezza o ambientale”.
Il nome della petroliera battente bandiera del Camerun è Smyrtos ed era salpata dalla zona di San Pietroburgo. Sky News ha tracciato il suo percorso: dopo la partenza in Russia, l’imbarcazione ha attraversato da est a ovest il mar Baltico, per poi circumnavigare la Danimarca e proseguire nel mare del Nord. Come sostenuto dalle autorità britanniche, Mosca utilizza una rete di oltre 700 petroliere con strutture proprietarie opache per aggirare le sanzioni internazionali sulle esportazioni di petrolio. Secondo Londra, che ha già sanzionato più di 500 imbarcazioni collegate alla flotta ombra, il sistema di navi trasporta circa il 75% del greggio russo soggetto a restrizioni.
Da Kiev è arrivato un ringraziamento per l’operazione: “Sono grato al Regno Unito per aver compiuto questo importante passo contro la flotta petrolifera russa”, ha scritto su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “È stata la superbia della Russia, alimentata dagli ingenti introiti derivanti dal petrolio e dal gas, a spianare la strada a questa guerra – aggiunge – e ogni decisione dei partner che priva la Russia di risorse finanziarie limita anche la guerra stessa”. Il presidente ha poi concluso con un invito all’Europa, che dovrebbe a suo parere, “adottare urgentemente misure legislative che consentano non solo il fermo delle petroliere e le restrizioni sulle spedizioni di petrolio, ma anche la confisca del petrolio che trasportano. Questo contribuirà certamente ad avvicinare la pace”. Alle parole del presidente ucraino, ha fatto eco il suo ministro degli Esteri, Andriy Sybiga: “La flotta fantasma russa è uno strumento di guerra – ha scritto sui social -. Ogni nave fermata significa meno soldi per la macchina da guerra russa. Interrompere queste fonti di finanziamento contribuisce a ridurre la capacità della Russia di finanziare attacchi missilistici e con droni contro le città ucraine”.
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Il ritardo si accumula: a poco più di due settimane dall’inizio della nuova stagione il Milan è ancora un enorme punto di domanda. È passato quasi un mese dal repulisti varato dal patron Gerry Cardinale, con la regia del consulente Zlatan Ibrahimovic, dopo la clamorosa uscita dalla zona Champions nell’ultima giornata di Serie A. Fuori tutti, dentro nessuno. Il candidato per assumere la regia sportiva rossonera era uno soltanto: Ralf Rangnick. L’attuale ct dell’Austria, che farà il suo esordio ai Mondiali mercoledì contro la Giordania, ha però annunciato il rinnovo con la sua nazionale fino al 2028. Un no secco al Milan, quindi, spiegato proprio tirando in ballo il caos che aleggia attorno al club: fino all’ultimo, ha dichiarato, non c’è stata “nessuna chiarezza” da parte dei rossoneri.
A fine maggio, Rangnick ha incontrato a Vienna i dirigenti del Milan, che volevano ingaggiarlo come direttore sportivo per il loro nuovo progetto. “Tre settimane fa c’è stato un primo contatto e si sono tenuti dei colloqui. Avevo chiesto chiarezza prima dell’inizio del Mondiale, per me, per la squadra, per la Federcalcio austriaca. Questa chiarezza non c’è stata“, ha detto il ct dell’Austria in conferenza stampa. Il tecnico di Salisburgo ha quindi optato per l’offerta della Federazione calcistica austriaca (ÖFB), che soddisfaceva non solo le sue richieste economiche, ma anche quelle del suo staff.
Rangnick ha sottolineato che la sua partenza non era in alcun modo subordinata alla richiesta di maggiori poteri decisionali o di un ampliamento delle sue responsabilità. Il progetto milanese avrebbe potuto essere allettante, ma proprio la mancanza di una visione chiara lo ha convinto a lasciar perdere. “Sono contento di aver preso questa decisione. È importante anche per me personalmente potermi ora concentrare completamente sui Mondiali”, ha detto Rangnick in un’intervista all’ORF, l’emittente pubblica austriaca. “Tutto lo staff è d’accordo e felice di essere qui”, ha spiegato. “Ecco perché posso sedermi qui e dire con una buona sensazione che è la decisione giusta“, ha aggiunto il tedesco.
Cardinale e Ibra per ora sono indietro con la programmazione. L’idea di affidare le sorti della rinascita del Milan a Rangnick, in qualità di super dirigente, non è andata a buon fine. E lo stesso è avvenuto sul fronte allenatore: tra una titubanza e l’altra Andoni Iraola si è accasato al Liverpool, mentre sembrano allungarsi i tempi della trattativa per l’ingaggio di Oliver Glasner. La situazione in casa Milan influisce anche sulla programmazione del Napoli, che ha già trovato l’accordo con Max Allegri, il quale – però – non riesce ad accordarsi con la sua ex società per una risoluzione del contratto. Il braccio di ferro fra il tecnico livornese e Ibra rallenta i piani di Aurelio De Laurentiis, che ora rischia di dover aspettare fino a luglio.
L'articolo “Si sono tenuti dei colloqui. Ecco perché posso sedermi qui e dire che è la decisione giusta”: il no di Rangnick al Milan proviene da Il Fatto Quotidiano.
Antonio Robecchi Majnardi, fisiatra e direttore dell’Unità di Medicina Riabilitativa dell’Istituto Auxologico di Milano, non ha dubbi: “Grazie alla medicina, i 60 anni sono i nuovi 40“. E allora qual è il segreto per arrivare in forma alla soglia dei 60? “L’obiettivo non è arrivare a vincere le gare di Triathlon, ma curare elasticità muscolare e postura”, ha dichiarato a Il Corriere della Sera.
E ancora: “Camminare fa bene, ma è un’attività che utilizza sempre le stesse lunghezze muscolari. Invece, per invecchiare al meglio, bisogna esplorare ampiezze articolari diverse. E soprattutto, ricordarsi di essere dei sapiens. Nel senso di preistorici”.
“Abbiamo dimenticato che l’uomo è un animale, -ha continuato Robecchi Majnardi – evoluto ma pur sempre animale. Un tempo correva per inseguire una preda, si tuffava per pescare, si arrampicava per sfuggire al leone. Oggi, vive seduto: lavora seduto, mangia seduto, guarda la tv in poltrona. È del tutto innaturale, per questo i muscoli si accorciano e perdono forza”.
E il cibo? Al netto che un buon nutrizionista può dare consigli ad hoc, vale la regola generale: “Mangiare meno, soprattutto carboidrati. Ed essere consapevoli di ciò che si mangia, senza infilarsi qualcosa in bocca tanto per fare. Primo trucco: non portare il piatto di portata in tavola, ma prepararsi la propria porzione e limitarsi a quella”.
I pasti di Robecchi Majnarsi sono: “Tre: colazione, a pranzo un primo con verdure poco condite, a cena un secondo sempre con le verdure. La colazione serve, rompe il digiuno, avvia l’organismo”.
L'articolo “A 60 anni camminare non basta. Bisogna nuotare, correre, fare trekking. L’obiettivo non è vincere le gare di Triathlon, ma curare elasticità”: i consigli di Antonio Robecchi Majnardi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il femminicidio non esiste, non serve un reato specifico”. È uno dei cavalli di battaglia di Roberto Vannacci, che all’assemblea di Futuro nazionale, oggi a Roma, ha portato sul palco e alla conoscenza dei media. Ma alle parole dell’europarlamentare, interpellato dall’Ansa, ha risposto Flamur Sula, il papà di Ilaria Sula, la studentessa 22enne uccisa lo scorso anno a Roma dall’ex fidanzato e trovata in una valigia abbandonata in un dirupo a ridosso di una strada provinciale nel comune di Poli: “Nostra figlia ci è stata portata via senza un perché, senza un motivo. Femminicidio e omicidio sono due cose ben diverse. Le leggi devono essere severe per chi fa del male alle donne. Solo chi ci passa può capire cosa vuol dire, parlare per gli altri è troppo facile”.
Ogni settimana, racconta il papà di Ilaria, lui e la moglie tornano nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo della figlia. Lì hanno realizzato una lapide con la foto della ragazza e una dedica per lei: “Bisogna portare rispetto a mia figlia e a tutte le altre donne che per colpa di un uomo non ci sono più. Stiamo le ore a piangere e a parlare con lei. Si dice che con il tempo il dolore diminuisce ma non è così, anzi – prosegue – il dolore aumenta, si sente ancora di più la mancanza e si realizza che a casa Ilaria non tornerà mai più. Non c’è notte che mia moglie non chiama Ilaria nel sonno o che la cerca per casa. È un dolore inimmaginabile che non finirà mai”.
Alle dichiarazioni di Vannacci, a poche ore di distanza dal suo intervento dal palco, sono seguite le prese di posizione delle associazioni che si battono per i diritti delle donne. “Vannacci nega il femminicidio perché il suo obiettivo è negare ciò che il femminismo ha svelato: la violenza maschile contro le donne che è paradigma della normalizzazione della disparità di potere e della sottomissione nei privilegi di altri. L’obiettivo è disumanizzare, ritornare alla forza e agli eroi, sdoganare la violenza, confondere le persone, non avere una analisi condivisa legittimare le disparità”. A dirlo è Elisa Ercoli, presidente Differenza donna che considera “la gravità delle sue dichiarazioni totale, pari alla responsabilità di chi nega le vittime di mafia nella loro specificità”. “Un progetto disumano proprio della manosfera a servizio del necrocapitalismo – prosegue – un capitalismo senza limiti, senza mediazioni, senza umanità. Il suo disegno ci è molto chiaro e lo combatteremo tutte e tutti insieme. Donne, giovani, migranti e comunità LGBTQI+ assieme agli uomini che hanno compreso quanto il patriarcato sia orrendo anche per le loro vite, insieme ci contrapporremo a questo disegno di miseria che vuole disintegrare la nostra democrazia. La risposta più utile – conclude – è creare comunità dialoganti in cui rafforzarci e unirci contro un nemico pericoloso che con le nostre pratiche fermeremo”.
A intervenire anche Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Dopo decenni passati a spiegare la natura della violenza maschile alle donne, dobbiamo ancora leggere dichiarazioni come questa. Vannacci è ovviamente libero di pensare quello che vuole. La questione che ci preoccupa è che una fetta della società ascolta le sue parole e le fa proprie. La deriva fascista della società, pericolosa per le libertà di tutte e tutti, è una vera maledizione per la libertà delle donne, per il contrasto alla violenza e per un futuro in cui i diritti siano effettivamente rispettosi delle differenze”.
Carelli prova a spiegare a Vannacci che “definire femminicidio l’uccisione di una donna motivata dal suo essere donna non significa attribuire un valore diverso alla vita delle vittime, né creare gerarchie nel dolore. Significa, al contrario, riconoscere una specifica matrice culturale e sociale della violenza di genere, individuata da studi, organismi internazionali e istituzioni come un fenomeno distinto che richiede strumenti di prevenzione e contrasto adeguati. Per questo la scelta di utilizzare il termine femminicidio rappresenta una decisione politica consapevole: riconoscere che esiste una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne e che tale violenza affonda le proprie radici in rapporti di potere, discriminazioni e stereotipi ancora presenti nella nostra società. Negare l’importanza di questa definizione significa oscurare la natura del fenomeno e indebolire il percorso culturale che negli ultimi anni ha contribuito a portare nel dibattito pubblico e politico una violenza per anni chiusa nel privato”.
L'articolo Il padre di Ilaria Sula risponde a Vannacci: “Femminicidio e omicidio sono ben diversi. Porti rispetto per mia figlia e per le altre donne uccise” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si riapre il dibattito sui grandi concerti nelle enormi arene o spazi, come il caso dell’Ippodromo Snai La Maura, croce e delizia per gli amanti della musica live. La location non è comoda da raggiungere, i mezzi ci sono ma la camminata per arrivare alla location dura tra i 20 e i 30 minuti, a seconda del passo. Insomma tutti temi che abbiamo già trattato lo scorso anno su FqMagazine.
Il dibattito si è riaperto in occasione del grande evento di Cesare Cremonini all’Ippodromo che si è tenuto il 10 giugno scorso. Il cantautore ha ringraziato i fan. “Ieri sera l’ippodromo di Milano sembrava Knebworth Park 86. Stamattina mi hanno chiamato per dirmi che è stato tra i concerti con più pubblico di sempre in questa location. – ha scritto – Ho dato tutto quello che ho sul palco, sentivo che sarebbe stato l’ultimo concerto a Milano di queste dimensioni per un po’ di tempo! So che voglio tornare a far parlare di musica e dischi e del cuore, slegandoli dai numeri. Non so quando e dove ci rivedremo Milano, ma sarà molto presto e occhi negli occhi, perché tu sei il punto di partenza e mai di arrivo. Vi amo”.
Tra i tanti complimenti anche qualche critica sull’organizzazione e la scelta della location, il cantautore ha personalmente risposto: “Pensa che questi concerti li facevano anche 50 anni fa senza schermi, senza una passerella da 100 metri e con la tecnologia audio dei nostri nonni. Il pubblico non sentiva un cazzo ma capiva cosa stava accadendo. Oggi il pubblico ha lo stesso ego degli artisti. Per questo voglio fermare questa macchina. Il concetto di ‘grande evento’ è stupendo ma porta fuori strada rispetto alla musica attuale”.
In occasione dell’incontro stampa al Circo Massimo di Roma che si è tenuto lo scorso 6 giugno il cantautore aveva già dichiarato: “C’è una ossessione, quella dei numeri. Nel mio caso devo dire che vince e vincerà la voglia di evolvermi dal punto di vista umano, artistico e dal punto di vista discografico. Cosa che oggi sembra un po’ stramba da dire, ma nel mio caso è un orgoglio. Per il prossimo progetto ho chiesto di non suonare negli stadi perché non c’entrano niente con quello che sto per fare. Credo nella coerenza con quello che fai artisticamente e musicalmente. Chiudo coi lustrini e apro al rock ‘n’ roll”.
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I Carabinieri di Vigevano, con NAS e Ispettorato del Lavoro, hanno scoperto gravi irregolarità in una struttura per servizi agli animali che operava anche come pensione abusiva. L’attività è stata sospesa, la struttura posta sotto fermo sanitario e circa trenta cani messi in sicurezza e in parte già restituiti ai proprietari. Un controllo straordinario condotto dai Carabinieri – riporta Ntw Press – ha portato alla scoperta di una struttura per animali che operava in modo irregolare nel territorio della Compagnia di Vigevano. L’intervento, effettuato con il supporto del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Pavia e del Nucleo Antisofisticazione e Sanità di Cremona, ha fatto emergere una serie di violazioni amministrative e carenze strutturali che hanno portato alla sospensione immediata delle attività.
(Foto di repertorio)
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L’euro digitale assume una forma sempre più definita. Tra gli elementi emersi dalla bozza del testo del Parlamento europeo sulla proposta di regolamento della futura moneta elettronica dell’Unione figurano secondo l’Ansa la gratuità dei servizi di pagamento di base per i cittadini, un’ampia accessibilità e anche alcune norme contro le sanzioni imposte da Paesi terzi. Il testo degli “emendamenti di compromesso”, composto da un centinaio di pagine, è frutto dell’accordo politico raggiunto fra i gruppi alla Commissione Affari economici del Parlamento Ue. Si tratta comunque di una bozza e andrà al voto della Commissione Econ il 23 giugno e in plenaria ai primi di luglio. Secondo alcune indiscrezioni soddisfa le aspettative della Bce. L’adozione definitiva dovrebbe avvenire entro fino anno, facendo partire il progetto pilota nel 2028. Il lancio definitivo è atteso l’anno successivo.
La nuova moneta non sostituirà le banconote, ma sarà “complementare”. Funzionerà sia online che offline, permettendo di pagare anche senza connessione dal telefono e senza un limite specifico alla massima giacenza sul wallet di euro digitali (inizialmente si erano ipotizzati 3mila euro). Oltre a questo, tra gli elementi chiave spicca la gratuità dei servizi di pagamento di base in euro digitale, con il divieto ai fornitori di adottare pratiche commerciali che aggirino tali diritto. “Le transazioni non devono essere soggette a commissioni eccessive da parte dei fornitori di servizi di pagamento”, spiega il testo.
Si aggiunge l’obbligo di accettazione nei negozi della valuta. Le transazioni “non devono essere soggette a commissioni eccessive da parte dei fornitori di servizi di pagamento”, che “possono addebitare ulteriori servizi oltre le funzionalità di base” ma “non imporre pratiche commerciali per aggirare il diritto degli utenti ad avere gratuitamente servizi di pagamento di base in euro digitale”. Altra grande novità sarà l’accesso universale per anziani, persone con disabilità, cittadini con limitate competenze digitali e soggetti privi di conto bancario. Per questi soggetti “è essenziale – si legge nella bozza – che enti pubblici, autorità locali, o uffici postali, distribuiscano l’euro digitale“, con riferimento specifico ai “distributori di ultima istanza” per garantire l’accesso a tutti. In tutta l’area euro poi qualsiasi utilizzatore della nuova valuta avrà garantita la possibilità di pagare chiunque a prescindere dal provider di pagamenti e dai servizi che ha sottoscritto.
Dalla bozza di proposta di regolamento emergono anche novità sulla sicurezza e sulla protezione dei dati. I wallet europei di identità digitale, come ad esempio l’app Io nel caso italiano, “possono facilitare le transazioni digitali”, sottolinea il testo. Gli utenti, se vorranno, potranno “integrare e autorizzare i pagamenti con l’euro digitale utilizzando i portafogli di identità digitale europea”, rendendo l’accesso ancora più universale. Per quanto riguarda la sicurezza, la banca centrale non può identificare l’utente chi effettua una transazione: si delinea così una grande novità per tutti i soggetti sottoposti a sanzioni finanziarie da Paesi terzi o organizzazioni internazionali. Esemplare è il caso delle recenti sanzioni che gli Stati Uniti hanno inflitto ad alcuni membri della Corte penale internazionale e dell’Onu, come Francesca Albanese. La relatrice speciale è sottoposta a restrizioni da parte di Washington da luglio 2025: a maggio un giudice americano le aveva sospese per poi essere reintrodotte poco dopo a seguito del ricorso dell’amministrazione Trump. Nel caso in cui l’Unione non avvalli le imposizione estere, una situazione del genere non potrà replicarsi perché nessuno potrà impedire l’accesso ai servizi di base dell’euro digitale.
Infine, dalla proposta emerge anche un grande potenziale rappresentato dai pagamenti tra diverse valute che “contribuirebbe ulteriormente a promuovere l’uso internazionale dell’euro“. I servizi di euro digitale per utenti residenti o domiciliati in Paesi terzi saranno regolati da accordi fra le autorità monetarie. Su questa linea si inserisce l’obiettivo generale della nuova valuta, pensata per rafforzare la “sovranità digitale” dell’Europa nell’era dei pagamenti digitali, riducendo la “dipendenza dai fornitori non europei” come carte di credito Usa o PayPal. Con l’euro digitale prenderà infatti vita un opzione di pagamento “sovrana, sicura, efficiente ed accessibile”.
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“So bene che l’arte si oppone alla vita, che l’arte non serve a niente, che è pura bellezza, puro ritmo, ma non mi ci rassegno, perché vivaddio sono vivo, sono pur sempre un uomo. Vorrei quindi che i miei atti e gesti servissero a qualcosa. Ed è in questa tensione verso il contrario dell’arte che mi differenzio dagli altri. Io desidero non essere un poeta, pur sapendo inevitabilmente purtroppo di esserlo, non mi rassegno ad essere tale, e voglio disperatamente essere un uomo”.
La folgorante riflessione che lo scrittore Giorgio Bassani offre in un vecchio filmato Rai anni settanta, e che apre così in un blocco unico, in bianco e nero, In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani, documentario visto nelle scorse ore al Biografilm di Bologna 2026, sistemerebbe il recente dibattito sollevato da De Gregori & soci in pochi secondi chiudendo l’annosa questione tra arte e politica a doppia mandata.
La citazione bassaniana ve la offriamo nella sua armoniosa sgorgante completezza, anche se ovviamente antigiornalistica (l’attacco, mi raccomando l’attacco), per capire come è generosamente impastato questo sconosciuto e prezioso lavoro di ricostruzione storico letteraria diretto da Toni Trupia. Vita, pensiero e poetica dell’autore di Il Giardino dei Finzi Contini, Gli occhiali d’oro, L’airone, morto ad 84 anni nel 2000, vengono ricomposti teneramente da una sorta di rallentato viaggio nella memoria e nei luoghi familiari dai due anziani figli dello scrittore, Enrico e Paola. Sollecitati al ricordo tra foto, strade, case, alberi, lapidi, i due “protagonisti” attraversano l’esistenza paterna congiungendo spazi e tracce di Ferrara, Bologna e Roma, immergendoci in una sorta di humus letterario che risuona solenne e intramontabile.
È spesso la voce di papà Giorgio ad affiorare tra i fotogrammi di In gran segreto, mentre legge stralci dei suoi romanzi o poesie, con una gravità che vibra di una bellezza classica e mai spenta. C’è il Bassani intimo e privato (il tennis, i giochi nella casa romana); c’è quello impegnato fino a rischiare l’osso del collo nel suo strenuo impegno antifascista (per il quale fu anche incarcerato prima di darsi alla macchia nel 1943); c’è quello lucido e finemente provocatorio sulla questione ebraica che suona nuovamente così: “La tragedia vera degli ebrei ferraresi (i Bassani erano di origine ebraica e vennero perseguitati dal fascismo ndr) come di quelli italiani è stata quella di essere dei borghesi coinvolti nel fascismo e finita, senza rendersene conto, nel nulla dei campi di sterminio senza sapere in fondo perché”.
Questa osservazione bassaniana è uno dei tanti fili spessi e vibranti di una ricostruzione biografica che se da un lato è “spinta” verso incontri, piste, ospiti (con tutto il piacere ma Paolo Di Paolo e Nadia Terranova sono un po’ fuori luogo), dall’altro sa evocare con serietà, rispetto e spigliatezza lo spirito di un’epoca e di un’idea pulsante di mondo letterario e intellettuale (Giorgio Morandi, Pasolini, Mario Soldati, Rossellini) probabilmente formalmente antimoderna ma umanamente terribilmente coriacea, vitale, sensibile.
Prova ne è in quell’istante in cui i figli osservano come sia cresciuta più del doppio la magnolia nel giardino della casa della giovinezza ferrarese dello scrittore piantata proprio pochi mesi dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938. Filo vegetale che sembra ricondursi ad una mansione nuovamente etica e nazionale di Bassani, oltre alla vicepresidenza Rai, quell’invenzione parapasoliniana di Italia Nostra che lo vide protagonista fin dal 1965 assieme all’amico Fulco Pratesi. E insomma, dopo quasi due ore di documentario che filano lisce, ondose e nodose, come un vecchio romanzo dalle pagine ingiallite dall’odore intenso della storia, quella speranza di Bassani di essere “disperatamente uomo”, “nonostante l’essere poeta”, sembra pienamente compiuta.
L'articolo Giorgio Bassani o dell’artista che voleva essere uomo. Al Biografilm 2026 il vibrante documentario sulla vita del romanziere antifascista, autore di Il giardino dei Finzi Contini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli elettori svizzeri hanno respinto alle urne l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dall’Unione democratica di centro (Udc) per limitare la crescita demografica del Paese. Secondo i risultati definitivi riportati dai media svizzeri, al referendum per istituire un limite alla popolazione in Svizzera ha vinto il ‘no’ con il 54,8% dei voti. Decisivo, secondo gli analisti, il netto voto contrario espresso nella Svizzera francese e nei principali centri urbani, mentre in diversi cantoni della Svizzera tedesca e in Ticino i favorevoli risultano in vantaggio.
L’iniziativa, nota anche come “Iniziativa per la sostenibilità“, chiedeva di fissare un tetto di 10 milioni di residenti permanenti entro il 2050 e prevedeva misure restrittive in materia di asilo e ricongiungimento familiare una volta raggiunta la soglia di 9,5 milioni di abitanti. I promotori sostenevano che l’immigrazione fosse all’origine di problemi come la carenza di alloggi e la pressione sui servizi pubblici. Governo, Parlamento e mondo economico avevano invece invitato a respingere la proposta, avvertendo che avrebbe potuto danneggiare il mercato del lavoro, il sistema sanitario e i rapporti con l’Unione europea.
Nel caso in cui avesse vinto il sì e nel caso in cui la popolazione avesse superato la soglia dei 9,5 milioni prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero stati obbligati ad adottare provvedimenti nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare e a invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali che contribuiscono alla crescita demografica. Attuazione di queste misure che avrebbe messo in discussione la partecipazione svizzera agli accordi di Schengen e di Dublino con l’Ue, compromettendo la cooperazione su sicurezza e accoglienza.
Prima del voto, gli oppositori del progetto avevano soprannominato la proposta “iniziativa del caos“, sostenendo che il disegno anti–immigrazione avrebbe potuto avere ricadute economiche gravi. In primis nel mondo imprenditoriale, preoccupato per l’aggravarsi della carenza di manodopera e per un possibile deterioramento dei legami economici con l’Europa. E poi anche gli operatori sanitari, secondo cui una riduzione del numero di immigrati avrebbe potuto indebolire i servizi, considerando che quasi la metà dei medici in Svizzera è di nazionalità straniera.
L'articolo Referendum in Svizzera, vince il no: respinta la proposta anti-immigrazione per frenare la crescita demografica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il congedo di maternità rappresenta il baricentro del sistema di welfare italiano a sostegno della genitorialità, una misura che il legislatore ha inteso non come un beneficio discrezionale, ma come un pilastro fondamentale della salute pubblica e della stabilità sociale.
Disciplinato dal Testo Unico 151/2001, ma integrato dalle leggi di Bilancio degli ultimi anni, si tratta di un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro della durata complessiva di cinque mesi. La natura imperativa di questo diritto è tale che la lavoratrice non può rinunciarvi, né il datore di lavoro può permettere la prestazione lavorativa durante i periodi protetti, pena sanzioni penali e amministrative. Nel 2026, la gestione di questo tempo è diventata estremamente flessibile, permettendo alle donne di conciliare con strumenti più snelli rispetto al passato.
La ripartizione classica del congedo di maternità prevede storicamente l’astensione dai due mesi precedenti la data presunta del parto fino ai tre mesi successivi all’evento. Tuttavia, le modifiche normative hanno ampliato notevolmente il raggio d’azione della lavoratrice. Oggi è possibile optare per la formula “uno più quattro”, posticipando l’inizio dell’astensione all’ottavo mese di gravidanza, oppure per l’opzione “zero più cinque”. Quest’ultima permette di rimanere in servizio fino al nono mese compiuto, fruendo dell’intero ciclo di cinque mesi dopo la nascita del bambino. Per percorrere questa strada, la legge richiede un passaggio formale rigoroso: è necessaria una certificazione medica rilasciata da uno specialista del Servizio Sanitario Nazionale e dal medico competente per la sicurezza sul lavoro. Nel 2026, gran parte di questa procedura è stata digitalizzata, con lo scambio automatico dei certificati tra ASL e INPS, riducendo l’onere burocratico a carico della gestante.
Uno degli aspetti più rilevanti del congedo di maternità riguarda la garanzia del reddito. L’Inps garantisce un’indennità economica pari all’80% dell’ultima retribuzione media giornaliera, ma la realtà del 2026 vede una protezione ancora più robusta. Per molte categorie di lavoratrici, e specialmente nei settori coperti da contrattazione collettiva rinnovata, l’integrazione al 100% da parte del datore di lavoro è ormai lo standard.
Inoltre, le recenti riforme hanno migliorato il trattamento del congedo parentale facoltativo che segue quello obbligatorio: oggi i primi mesi di astensione facoltativa godono di un’indennità progressivamente innalzata, arrivando a coprire il 100% della retribuzione per il primo mese e l’80% per il secondo mese, a patto che vengano fruiti entro il sesto anno di vita del bambino.
Complessivamente, la coppia può beneficiare di un totale di nove mesi di congedo indennizzato, dove i periodi successivi ai primi due mesi sono pagati con una quota pari al 30% dello stipendio. Durante tutto il periodo di congedo di maternità maturano regolarmente l’anzianità di servizio, le ferie, la tredicesima e il trattamento di fine rapporto.
L’accesso al congedo di maternità richiede un iter procedurale che oggi si avvale della piena interoperabilità delle banche dati pubbliche. La domanda deve essere presentata esclusivamente per via telematica tramite il portale dell’INPS o attraverso i servizi di patronato. Grazie alle ultime semplificazioni, una volta che il medico del SSN invia il certificato telematico di gravidanza all’istituto, la piattaforma pre-compila gran parte della domanda per la lavoratrice. Resta l’obbligo di confermare l’invio prima dell’inizio del periodo di astensione. Un passaggio fondamentale avviene dopo la nascita: entro trenta giorni dal parto, la madre deve comunicare il codice fiscale del neonato. Nel 2026, questo processo è spesso automatizzato grazie ai flussi di dati provenienti dalle anagrafi comunali, ma è sempre opportuno verificare la corretta ricezione del dato sul proprio fascicolo previdenziale per evitare ritardi nei pagamenti delle indennità residue.
La forza del decreto 151/2001 risiede nelle tutele giuslavoristiche poste a difesa della continuità occupazionale. Il congedo di maternità è protetto da un divieto di licenziamento assoluto che decorre dall’inizio della gestazione e si protrae fino al compimento del primo anno di età del figlio. Durante questo lasso di tempo, il rapporto di lavoro è considerato intoccabile, salvo casi limite di colpa grave, esito negativo della prova o cessazione definitiva dell’attività d’impresa. Al termine dell’astensione obbligatoria, la lavoratrice ha il diritto inalienabile di rientrare nella stessa unità produttiva e di mantenere le medesime mansioni.
Tuttavia, nel 2026, la tutela non è più solo formale: le nuove normative hanno trasformato il rispetto del congedo di maternità in un obbligo di conformità che, se violato, può determinare il dissesto economico dell’impresa. Le aziende che tentano di ostacolare il rientro o che operano discriminazioni salariali post-maternità – come la negazione dei premi di produzione o il demansionamento – rischiano oggi sanzioni amministrative fino a 50.000 euro. A queste si aggiunge la “sanzione accessoria” più temuta: la revoca totale degli sgravi contributivi INPS goduti nell’anno solare e l’inserimento in una “black list” ministeriale che preclude la partecipazione a gare d’appalto pubbliche per 24 mesi.
Il monitoraggio è diventato ferreo grazie all’incrocio dei dati dell’Ispettorato del Lavoro. Se un’azienda nega ingiustificatamente lo smart working al rientro o falsifica i dati nel rapporto biennale sulla parità di genere, subisce non solo multe pecuniarie tra i 5.000 e i 15.000 euro, ma anche la sospensione della Certificazione di Parità. Questo meccanismo garantisce che il rientro dopo il congedo di maternità non sia più una zona grigia, ma un processo monitorato dove la discriminazione ha un costo certo, immediato e superiore a qualsiasi presunto risparmio aziendale.
Il congedo di maternità non riguarda esclusivamente le madri biologiche. Il Testo Unico parifica pienamente i diritti delle lavoratrici che hanno adottato o ricevuto in affidamento un minore. In questi casi, i cinque mesi di astensione decorrono dal momento dell’ingresso del minore in famiglia. Anche in questa circostanza, l’indennità economica e le tutele contro il licenziamento restano identiche. In caso di parto prematuro, la legge prevede che i giorni di congedo obbligatorio non goduti prima del parto vengano interamente recuperati nel periodo successivo alla nascita, garantendo così che il legame tra madre e figlio venga tutelato per l’intero arco dei cinque mesi previsti, indipendentemente dalla data effettiva dell’evento. Questa flessibilità assicura che il diritto alla cura sia sempre prevalente sulle contingenze biologiche o amministrative.
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L’Al Sadd Sports Club ha annunciato l’addio di Roberto Mancini. Il tecnico aveva preso il posto di Felix Sanchez appena otto mesi fa, ma ha deciso di liberarsi subito del ricco contratto con il club qatariota. Un messaggio chiaro: io per la panchina della Nazionale ci sono. Mancini vuole tornare ct e ad oggi, un po’ a sorpresa, è in pole position per riprendersi la guida dell’Italia. Tutto sarà più chiaro dopo il voto del 22 giugno, quando si deciderà chi tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete sarà il nuovo presidente Figc. Intanto però l’unico sfidante di Mancini pare Antonio Conte, che a lungo era parso l’unica reale opzione per il prossimo ct.
Mancini aveva lasciato la Nazionale dopo l’Europeo vinto, ma anche dopo la seconda mancata qualificazione ai Mondiali, nell’estate del 2023: aveva dato le dimissioni ed era fuggito in Arabia Saudita a suon di petroldollari. Ufficialmente, aveva parlato di profondi dissapori con Gabriele Gravina. L’avventura da ct a Riad però è stata fallimentare ed è terminata a ottobre 2024. Mancini ha poi tentato di riappacificarsi con Gravina e con il mondo azzurro, ma nel frattempo in questa stagione ha preso la guida dall’Al Sadd, portandola alla vittoria della Qatar Stars League e alla finale della Coppa dell’Emiro.
Nonostante quella fuga, il 61enne Mancini evidentemente è un nome che piace a Malagò, segno che le incomprensioni con Gravina sono davvero alle spalle. Certo, si tratterebbe di un ritorno. Ma questo discorso vale anche per Conte, che a sua volta è già stato sulla panchina della Nazionale e ha ottenuto risultati peggiori (un quarto di finale agli Europei, prima di scappare a sua volta). Sullo sfondo resta l’ipotesi di confermare il ct ad interim Silvio Baldini, che negli ultimi giorni ha ritrovato grande entusiasmo (e due vittorie) con i giovani.
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Sarà anche per la mancata vittoria, sarà per il dominio per lunghi tratti da parte del Marocco nella gara d’esordio, ma il Carlo Ancelotti visto nel post Brasile–Marocco si è mostrato poco sereno ai microfoni dei giornalisti. Risposte con monosillabi, sintetiche, il commissario tecnico non ha nascosto il proprio fastidio dopo il pareggio per 1-1 del Brasile contro il Marocco all’esordio in Coppa del Mondo, ma a irritare il commissario tecnico della Seleção non è stata soltanto la prestazione opaca della squadra, ma anche la gestione organizzativa del post-partita da parte della FIFA. “È una mancanza di rispetto“, ha detto a un funzionario Fifa incontrato per strada.
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Prima di raggiungere la sala conferenze, infatti, è stato fatto passare attraverso la mixed zone, uno spazio generalmente riservato ai giocatori. Una circostanza che non si aspettava e che lo ha portato a chiarire subito la propria posizione: “Non parlerò con tutti”. Nessun confronto acceso, ma un evidente segnale di insofferenza per una situazione che ha reso ancora più pesante una serata già complicata.
A peggiorare ulteriormente il clima è stata l’organizzazione della conferenza stampa. L’incontro con i media si è svolto sotto un tendone, in condizioni acustiche giudicate inadeguate. Tra problemi di amplificazione e il rumore proveniente dai generatori esterni, Ancelotti ha avuto difficoltà a comprendere persino le domande dei giornalisti. Dopo aver chiesto supporto a un membro del proprio staff, ha manifestato apertamente il proprio disappunto rivolgendosi ai rappresentanti della FIFA presenti sul posto: “Questa è una mancanza di rispetto“, ha ripetuto.
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Tornando sul piano tecnico, il ct brasiliano ha riconosciuto le difficoltà della sua squadra, ma non ha fatto drammi. “Non è un cattivo risultato“, ha spiegato, ricordando che un Mondiale non si decide alla prima partita. Ha però ammesso che il primo tempo disputato dal Brasile è stato decisamente insufficiente e che saranno necessari miglioramenti nelle prossime uscite, senza escludere possibili cambiamenti nella formazione titolare.
Il nervosismo di Ancelotti era già emerso pochi minuti dopo la partita, durante le interviste a bordo campo. Alle domande sulle modifiche necessarie a livello tattico, il tecnico ha risposto in modo estremamente sintetico: “Dobbiamo migliorare“. Quando gli è stato chiesto di indicare un aspetto specifico su cui intervenire, ha chiuso rapidamente la conversazione con un secco: “No”. Lo stesso atteggiamento si è ripetuto quando i media brasiliani hanno insistito sul mancato impiego di Endrick. Anche in quel caso Ancelotti ha evitato qualsiasi approfondimento individuale: “Non sono qui per parlare di un solo giocatore”. Una risposta netta, con cui ha ribadito la volontà di concentrarsi sulla prestazione collettiva piuttosto che sulle scelte riguardanti i singoli.
L'articolo Ancelotti contro la Fifa: “È una mancanza di rispetto”. Cosa è successo dopo Brasile-Marocco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tensione alle stelle a Omnibus, su La7, dove va in scena lo scontro tra Rossano Sasso, deputato passato dalla Lega a Futuro Nazionale, e Gino Zavalani, content creator e direttore editoriale di Esperia Italia, progetto media digitale vicino a Fratelli d’Italia. Zavalani, di origine albanese e con cittadinanza italiana da oltre 20 anni, pone una domanda semplice e provocatoria: quali sono i criteri “scientifici” per restare in Italia senza rischiare la remigrazione? Sasso, in collegamento da Roma prima della chiusura dell’assemblea di Futuro Nazionale, parte subito all’attacco con un interrogatorio marziale: “Si è integrato nella nostra società?”, “Ha un lavoro?”, “Ha mai infranto le nostre leggi?”, “È rispettoso del popolo che lo ha accolto?”.
Ogni domanda arriva secca, quasi a mitraglietta. La giornalista Ludovica Ciriello prova a inserirsi: “Ma chi lo decide?”. Sasso la ignora olimpicamente e continua la sua check-list. Quando Zavalani risponde sì a tutto (lavoro, rispetto, gratitudine), Sasso concede magnanimo: ” Allora, lei non solo è il benvenuto, ma rappresenta la stragrande maggioranza di immigrati che è ben accetto qui”. Ciriello commenta ironica: “Il tribunale Sasso”. Risposta piccata del deputato: “No, è il tribunale dei cittadini italiani stanchi dell’immigrazione clandestina fuori controllo”.
Il tono sale ulteriormente quando viene evocata la tragedia di Modena. Gaia Tortora ricorda che El Koudri è un cittadino italiano, ma l’ex leghista ribatte: “Non è un cittadino italiano, è marocchino. Marocchino“. Tutto lo studio rumoreggia dissentendo, ma Sasso è irremovibile: “Dovremmo rivedere qualche criterio per revocare la cittadinanza a dei criminali. Le nostre strade e le nostre piazze sono piene di criminali che non dovrebbero restare un giorno in più sul suolo patrio. Chi è contrario è complice. O con noi o contro di noi!“.
Zavalani ironicamente rilancia: “Allora revochiamo la cittadinanza anche agli italiani che guidano ubriachi e rischiano di ammazzare qualcuno”. Sasso, visibilmente infastidito dal contropiede, lo liquida: “Complimenti per l’approfondimento e la satira di questo signore che evidentemente lavora per qualcuno. Chiami i suoi amici parlamentari del centrodestra moderato e avanzi questa proposta”.
Gaia Tortora prova a mediare, ma Sasso è ormai lanciato, chiudendo il suo intervento in modalità “comizio” e con toni decisamente poco eleganti nei confronti di Ludovica Ciriello: “Noi di Futuro Nazionale, quando andremo al potere, le cose le faremo davvero. Con buona pace della “dottoressa Ludovica”, degli influencer e della splendida dottoressa Tortora”.
L'articolo Il vannacciano Sasso: “O con noi o contro di noi. Quando andremo al potere, faremo davvero le cose”. Bagarre a Omnibus proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giorni di allenamento e relax per Jannik Sinner a Montecarlo. Il tennista numero 1 del mondo ha scelto di rimanere a casa per preparare il torneo di Wimbledon, in programma da lunedì 29 giugno. Nessun torneo di preparazione, per prepararsi al meglio dopo la delusione del Roland Garros e gli esami a Milano sul suo stato di salute. Sinner è stato pizzicato insieme alla compagna Laila Hasanovic mentre fa la spesa al supermercato: il video, ça va sans dire, è diventato subito virale.
In realtà le immagini postate da un utente su TikTok mostrano un momento di normale vita quotidiana: Sinner e Hasanovic camminano tra le corsie, si sente la modella parlare di granola e di succo d’arancia, evidentemente graditi per la colazione. La coppia si sta godendo gli ultimi attimi insieme, prima di un altro periodo intenso. Se il tennista tra poco più di una settimana volerà a Londra, proprio per cominciare a saggiare l’erba di Wimbledon, Laila Hasanovic invece è già attesa domani, 15 giugno, a Milano: secondo i rumors, sfilerà al concerto di Achille Lauro a San Siro, un evento-show che unirà moda e musica.
L'articolo Jannik Sinner e Laila Hasanovic insieme al supermercato: la spesa del tennista | Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era riverso in terra in posizione supina, con il cranio fracassato mentre nell’appartamento erano presenti numerose tracce di sangue. Roberto Guerrino, il 60enne interprete internazionale di conferenza, è stato trovato così sabato nell’abitazione dove viveva, al quarto piano di uno stabile nel quartiere NoLo di Milano, in via Nino Oxilia poco distante da piazzale Loreto. Era seminudo. Addosso aveva solo delle calze a rete, un bustier e un paio di scarpe con i tacchi. Dettagli che hanno subito indirizzato gli investigatori su una pista: Guerrino è stato ucciso, con ogni probabilità, durante o al termine di un incontro intimo.
Non ci sarebbero però segni di rapina nell’appartamento. Guerrino – che avrebbe compiuto 61 anni esattamente fra un mese – è stato colpito alla testa con un corpo contundente che i carabinieri del Comando Provinciale di Milano stanno ancora cercando. Un grosso oggetto, forse un soprammobile presente in casa. Un omicidio avvenuto probabilmente a notte fonda, anche se nessuno dei vicini avrebbe sentito le urla. Il cadavere del 60enne è stato ritrovato nel primo pomeriggio di sabato, ma era già morto da almeno dodici ore.
Secondo quanto si apprende, Guerrino era in ottimi rapporti con il suo ex, originario come lui di Genova e lì residente, tanto da sentirsi tutti i giorni. Sarebbe stato lui ad allertare i parenti visto che non aveva notizie di lui da venerdì. Così anche la nipote del 60enne ha provato più volte a contattarlo, senza però ricevere risposta. Da lì la chiamata al 112 e l’intervento dei carabinieri e dei vigili del fuoco. Non è stato necessario però forzare la porta dell’appartamento: un’anziana vicina di casa, che spesso aiutava la vittima a innaffiare le piante di casa quando lui era in viaggio, aveva una copia delle chiavi. Porta blindata che è risultata chiusa con diverse mandate: si ipotizza che il killer abbia utilizzato e portato via il mazzo di chiavi di Guerrino dopo l’omicidio.
Gli investigatori stanno analizzando le telecamere di videosorveglianza della zona, un quartiere che però è molto movimentato nel weekend. Si cercando anche eventuali tracce biologiche da rapporto sessuale mentre, in contemporanea, sono in corso verifiche anche sulle app di incontri: chat che potrebbero essere fondamentali per ricostruire quanto accaduto.
La vittima era un noto interprete internazionale: nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete per nomi nazionali e internazionali come l’ex presidente americano Bill Clinton, re Carlo d’Inghilterra, i presidenti Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Dalle parole di alcune residenti nello stesso edificio “era un brava persona, gentile con tutti” e “nessuno aveva mai avuto problemi con lui”. La notizia della sua morte violenta ha creato forte choc nel condominio.
L'articolo L’interprete massacrato in casa a Milano: l’agguato durante un incontro intimo e le indagini su chat e app proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel luglio del 1976, al Festival di Bayreuth, il pubblico accolse il nuovo Ring di Richard Wagner con una tempesta di fischi. Per molti spettatori era uno scandalo intollerabile. Niente foreste germaniche, niente eroi romantici, niente mitologia nordica come la tradizione imponeva. Il regista francese Patrice Chéreau aveva trasformato la Tetralogia in un racconto sulla rivoluzione industriale, sul capitalismo e sulla nascita della modernità. Gli dèi sembravano industriali dell’Ottocento, i Nibelunghi operai sfruttati, il Reno una metafora della ricchezza e del potere. Oggi quello stesso spettacolo viene considerato uno dei momenti più importanti della storia della regia d’opera. È una scena che vale la pena ricordare ogni volta che, in un teatro, scoppia l’ennesima polemica per una Butterfly ambientata nel presente, per un Don Giovanni trasformato in magnate della finanza o per un Rigoletto che abbandona il Rinascimento per ritrovarsi in una periferia contemporanea. Perché la grande illusione che accompagna ogni dibattito sulle regie operistiche è che esista un momento originario di purezza da difendere. Una sorta di età dell’oro in cui le opere venivano rappresentate “come volevano gli autori”. In realtà, quell’età dell’oro non è mai esistita.
L’opera ha attraversato quattro secoli non perché sia stata conservata sotto una campana di vetro, ma perchè ogni generazione l’ha tradita un po’. La sua sopravvivenza dipende precisamente da questo paradosso: cambiare continuamente per restare uguale a se stessa. È questa la vera questione che attraversa oggi i teatri di tutto il mondo. Non il confronto tra tradizione e modernità: formula ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. Piuttosto, una domanda molto più sottile: dove finisce l’interpretazione e dove comincia la sostituzione dell’opera? Quando una regia illumina un capolavoro e quando invece lo usa semplicemente come pretesto per parlare d’altro? Le controversie che agitano oggi il mondo lirico non sono, come spesso si racconta, una conseguenza delle “guerre culturali contemporanee”. Quelle guerre hanno semmai reso più visibile una tensione che esiste da decenni. Già negli anni Settanta e Ottanta il cosiddetto Regietheater (“teatro di regia”) tedesco aveva messo in discussione il rapporto tra testo e rappresentazione. Registi come Chéreau, Harry Kupfer, Ruth Berghaus o Peter Konwitschny partivano da un presupposto rivoluzionario: il compito della regia non era illustrare l’opera, ma interpretarla. Da allora, nulla è stato più come prima e il fenomeno ha progressivamente conquistato l’Europa. Oggi figure come Barrie Kosky, Katie Mitchell, Dmitri Tcherniakov, Robert Carsen, Calixto Bieito o Damiano Michieletto appartengono a quella geografia stabile della grande opera internazionale. Piacciano o meno, sono loro ad aver definito il linguaggio visivo dell’opera del XXI secolo.
Eppure sarebbe un errore ridurre tutto a una contrapposizione tra avanguardia e conservazione. Prendiamo Madama Butterfly. Per oltre un secolo, quest’opera di Giacomo Puccini è stata rappresentata attraverso l’immaginario esotico costruito dall’Occidente sulla cultura giapponese: ventagli, ciliegi in fiore, eleganza orientale filtrata da uno sguardo europeo. Oggi molti registi leggono invece quell’opera come una storia di dominio coloniale, di sfruttamento economico e sessuale, di squilibrio tra culture. La nota produzione di Damiano Michieletto per il Regio di Torino nel 2010, ha spinto questa interpretazione fino alle sue conseguenze più radicali. Cio Cio-san non è più una figura sospesa in un Oriente da cartolina, ma una giovane donna schiacciata da rapporti di forza che il pubblico contemporaneo riconosce immediatamente. Il punto qui non è modernizzare Puccini: è chiedersi se quei temi non fossero già presenti nell’opera. E se, semplicemente, per decenni non li avessimo voluti vedere.
La stessa domanda attraversa molte delle produzioni più discusse degli ultimi anni. Quando Robert Carsen ambienta un’opera in un universo dominato dal consumismo contemporaneo, quando Kosky legge il repertorio attraverso le ossessioni della memoria europea o quando Tcherniakov trasforma drammi storici in claustrofobiche vicende familiari, il loro obiettivo non è necessariamente provocare. È rendere visibile qualcosa che ritengono già contenuto nel testo. Naturalmente non sempre funziona. Esistono produzioni in cui il concetto registico finisce per divorare l’opera stessa. E il pubblico se ne accorge subito. Non perché sia conservatore, ma perché percepisce una frattura. Quando il significato imposto dall’esterno diventa più forte della struttura drammatica concepita da compositore e librettista, il meccanismo si inceppa. È qui che nasce gran parte delle contestazioni contemporanee. Raccontare le contestazioni come la reazione di un pubblico incapace di accettare la modernità significa fraintendere il problema. Certo, esiste una componente di nostalgia. Esiste una parte di spettatori che desidera ritrovare in teatro esattamente ciò che ha già visto decine di volte.
La "Carmen" diretta da Damiano Michieletto, uno dei più apprezzati registi al mondo, in questi giorni in scena alla Scala Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
Evgenij Onegin di Robert Carsen, regista canadese tra i più visionari e acclamati nel mondo, in una recita all'Opera di Roma
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich che ha aperto la stagione scaligera a dicembre. La regia era affidata al giovane Vasily Barkhatov
Il rivoluzionario e (all'epoca contestatissimo) Ring di Richard Wagner con la regia di Patrice Chereau
Il Don Giovanni di Mozart in una storica rappresentazione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito, celebre per le sue regie "radicali"
Ma esiste anche un’altra realtà. Molti tra gli spettatori più “severi” conoscono il repertorio meglio di chiunque altro. Il loro bersaglio non è l’innovazione, ma ciò che percepiscono come un’interpretazione arbitraria. Non rifiutano le regie contemporanee: rifiutano le regie che, ai loro occhi, smettono di dialogare con l’opera per sovrapporsi ad essa. Un esempio interessante riguarda alcune recenti produzioni di Dmitri Tcherniakov. Tcherniakov è uno dei più grandi registi viventi, ma una parte della critica gli rimprovera occasionalmente di rileggere opere molto diverse tra loro attraverso una medesima lente psicologica. Lente che spoglia i grandi affreschi storici, politici o epici di castelli e battaglie, focalizzandosi sulle nevrosi, sui trami repressi e sulle dinamiche tossiche all’interno di nuclei ristretti (spesso borghesi o aristocratici). Quando funziona, e spesso funziona magnificamente, il risultato è straordinario. Quando funziona meno, può nascere la sensazione che sia l’opera ad adattarsi al vocabolario registico di Tcherniakov, e non il contrario. In altre parole, il problema non sarebbe la radicalità delle sue letture, ma il rischio che lo spettatore riconosca prima Tcherniakov che Wagner, Verdi o Bizet.
Ora, oggi nessuno si scandalizza per il Ring di Chéreau. Nessuno considera sovversive le regie di Giorgio Strehler o le intuizioni teatrali di Luca Visconti. Eppure, al loro apparire, suscitarono reazioni violentissime. Ciò che all’inizio viene percepito come provocazione, spesso col tempo entra nel canone. E la storia dell’opera è piena di questi rovesciamenti. Franco Zeffirelli, oggi elevato a simbolo della tradizione, fu a sua volta un innovatore radicale. Le sue produzioni spettacolari modificarono profondamente il gusto del pubblico internazionale. Anche quella era una forma di reinterpretazione. Soltanto che, con il passare dei decenni, l’innovazione si è trasformata in consuetudine e la consuetudine in tradizione. Il vero tema, allora, non è stabilire se una regia debba essere moderna o tradizionale. È capire se riesca a creare una relazione autentica tra il passato e il presente. Perché l’opera vive precisamente in questo spazio ambiguo. Nessuno mette in scena Shakespeare come nel Seicento. Nessuno pretende che il teatro di prosa ricostruisca fedelmente ogni convenzione dell’epoca elisabettiana. Eppure nel mondo lirico continua a riaffiorare periodicamente l’idea che esista una fedeltà assoluta da preservare. Ma la fedeltà, in arte, non è mai una fotografia. È una forma di traduzione. Ogni regia traduce. Ogni allestimento seleziona, enfatizza e interpreta. Persino la più filologica delle produzioni è il risultato di una scelta culturale contemporanea. La differenza è che oggi quella traduzione è diventata più visibile. Viviamo in una società che discute continuamente di identità, potere, genere, colonialismo,ambiente o tecnologia. È inevitabile che i registi rileggano Verdi, Wagner, Mozart o Puccini attraverso queste lenti. Sarebbe strano il contrario.
La vera sfida, dunque, consiste nel non ridurre le opere a semplici veicoli di messaggi contemporanei. Le grandi regie non impongono mai una morale, ma aprono una domanda. Quando funzionano, riescono a creare una strana sensazione di inevitabilità. Lo spettatore esce dal teatro con l’impressione che quell’opera fosse sempre stata così e che soltanto adesso ne abbia compreso un aspetto nascosto. Quando non funzionano, invece, rimane soltanto il gesto. Questo discrimine sarà probabilmente decisivo per il futuro dell’opera. Perché dietro il dibattito estetico si nasconde una questione molto concreta: la sopravvivenza stessa del repertorio. I teatri si trovano di fronte a una trasformazione generazionale senza precedenti. Il pubblico storico invecchia, le abitudini culturali cambiano e le nuove generazioni crescono in un contesto dominato dalle immagini e dalla frammentazione dell’attenzione. Pensare che l’opera possa affrontare questa trasformazione limitandosi a conservare se stessa è un’illusione. Ma è altrettanto illusorio immaginare che possa salvarsi inseguendo il presente a ogni costo.
Ogni volta che si discute di una regia contemporanea si assume implicitamente che il problema sia come rendere attuale un’opera di due o tre secoli fa. Ma le opere non hanno bisogno di essere attualizzate: sono già contemporanee. L’ambizione di un regista come Chéreau non era rendere Wagner più vicino agli anni Settanta; quella di Michieletto non è rendere Puccini più vicino agli anni Duemila; l’ambizione di Carsen, Kosky o Tcherniakov non consiste nel trasportare artificialmente il repertorio nel presente. Consiste nel dimostrare che il presente era già lì: dentro quelle partiture, dentro quei libretti, dentro quelle storie. Quando una regia funziona davvero, produce un fenomeno curioso. Non abbiamo la sensazione di assistere a un’opera reinterpretata. Abbiamo la sensazione che l’opera ci stesse aspettando. Come se Mozart, Verdi o Wagner (e i loro librettisti) avessero previsto qualcosa che soltanto ora siamo in grado di riconoscere. Per questo il dibattito sulla fedeltà è spesso fuorviante. La fedeltà letterale interessa relativamente poco. Nessun direttore d’orchestra pensa che Mozart possa essere ascoltato oggi esattamente come veniva ascoltato nel Settecento. Nessun interprete si esprime secondo le stesse convenzioni vocali che dominavano i teatri dell’Ottocento. Ogni esecuzione è già una traduzione. La vera fedeltà riguarda un’altra cosa: la capacità di preservare la forza di una domanda. Le grandi opere non ci consegnano risposte: ci consegnano conflitti. Potere e desiderio in Don Giovanni. Violenza e marginalità in Rigoletto. Colonialismo e sopraffazione in Madama Butterfly. Denaro, dominio e distruzione nel Ring. Le epoche cambiano, le domande restano. Forse il destino dell’opera dipenderà proprio da questo equilibrio delicatissimo. Non dalla conservazione nostalgica di un passato idealizzato e nemmeno dall’ossessione di rendere ogni titolo uno specchio dell’ultima battaglia culturale del momento. Dipenderà dalla capacità di continuare a produrre interpretazioni abbastanza audaci da riaprire il significato delle opere e abbastanza umili da riconoscere che quel significato non appartiene al regista, ma all’opera stessa.
In fondo, un classico non è un testo che resiste al tempo. È un testo che costringe il tempo a misurarsi continuamente con lui. Ed è per questo che, a mezzo secolo dai fischi di Bayreuth, la lezione di Chéreau continua a parlare al presente. Il problema non è decidere se un’opera debba essere tradita. Il problema è capire se quel tradimento sia abbastanza intelligente da rivelarne una verità che ancora non avevamo visto.
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“Sono un ragazzo con la fi*a e le tette. Me le sono fatte nel 1978, tu dovevi ancora nascere”. Parola di Maurizia Paradiso attrice e conduttrice popolarissima nelle tv private dagli Anni 80 e ospite in diverse trasmissioni nazionali. Tra i suoi lavori “Colpo Grosso” e incursioni nel mondo hard.
“Fino a quando sono stato maschio uso il maschile, dopo l’operazione uso il femminile. – ha raccontato a Fanpage – Mi sono fatta seno e vulva per averle a portata di mano e non chiederle mai più a nessuno. L’unica donna al mondo a cui ho chiesto qualcosa è stata Moana Pozzi. Di lei ero davvero innamorato e innamorata, sia prima che dopo le operazioni. A me piaceva baciarla”.
Poi le rivelazioni: “Nel periodo in cui battevo al Parco Ravizza si è fermato Alain Delon che passava col taxi. Io 20 anni e bellissima, lui stupendo, sono salita e siamo finiti a letto. Ma sono stata amata anche da Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio e Walter Chiari, che è morto sulla poltrona di casa mentre guardava la mia trasmissione su Rete A”.
E sul contenzioso con Amanda Lear ha dichiarato: “Continua a dire che è donna ma si vede lontano un chilometro che è trans e ho le prove. Il suo manager Luciano Tosetto, che è stato anche il mio, una volta mi ha fatto vedere il documento d’identità di Amanda dove c’era scritto Alain Maurice, il suo vero nome alla nascita, nato a Saigon nel 1939. Poi deve aver cambiato sesso come ho fatto io. Lei nega e dice che denuncia chi lo sostiene, ma poi non denuncia mai. Infatti sono anni che lo dico e non mi ha mai mandato nessuna querela. Perché io ce l’ho la foto di quel documento. Con Amanda ci ho lavorato ed era gelosa di me perché ero più bella. Lei era stuzzicante perché ambigua, io invece ero una bellezza più classica, alla Virna Lisi”.
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È tutto pronto alla Casa Bianca, dove questa notte Donald Trump festeggerà il suo 80esimo compleanno con un evento senza precedenti. Il cuore della celebrazione è l’Ufc Freedom 250: combattimenti in una gabbia sul prato sud della residenza presidenziale. Sette incontri di arti marziali miste, oltre 4mila spettatori e 60 milioni di dollari spesi per l’organizzazione dell’evento. Formalmente lo spettacolo rientra nelle celebrazioni per i 250 anni dall’indipendenza americana, ma sovrapponendosi con il compleanno del presidente si è trasformato in uno show personale.
L’evento alla Casa Bianca diventerà il primo evento sportivo professionistico in assoluto ad essere ospitato nella residenza presidenziale degli Stati Uniti. Le oltre 4mila persone ospitate nel prato sud potranno accedere solo tramite invito ufficiale, mentre altre 85mila saranno presenti a poche centinaia di metri, sull’Ellipse e nell’area del National Mall, per seguire lo spettacolo sui maxischermi. Nei giorni scorsi lo studio legale Public Integrity Project ha intentato una causa per bloccare l’evento definito da loro “profondamente corrotto”.
Lo spettacolo è però riuscito a resistere: bisognerà vedere se reggerà anche contro il meteo. La pioggia prevista questa sera su Washington potrebbe smorzare l’enfasi degli scontri, tutti all’aperto: i combattimenti infatti si svolgeranno nella “Claw“, una struttura metallica alta 28 metri e di 600 tonnellate. Tutto inizierà alle 20.00 ora locale (24.00 ora italiana) ma il main event sarà l’incontro tra il peso leggero georgiano-spagnolo Ilia Topuria e l’americano Justin Gaethje. Sarà trasmesso in esclusiva su Paramount+, piattaforma gestita dall’amico di Trump, David Ellison, nonostante l’anno scorso, come riporta Bbc, l’Ufc abbia siglato un accordo da 7,7 miliardi di dollari con il servizio di streaming concorrente di Netflix.
L’evento evoca il modello “panem et circenses” dell’antica Roma: grandi spettacoli per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà politiche ed economiche del Paese. Gli Stati Uniti in effetti si avvicinano alla grande serata in una fase particolarmente complessa. Innanzitutto Washington è impegnata in delicati negoziati con l’Iran per cercare di mettere fine al conflitto in corso: sembra che le due parti non siano mai state così vicine alla firma, pare digitale, ma l’incertezza rimane alta. Trump è poi alla prese con le divisioni interne e un disperato bisogno di mantenere alto il gradimento nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato a novembre. A questo si è aggiunto nelle ultime ore anche un duro colpo per l’orgoglio del tycoon, perché, in ottemperanza all’ordine di un tribunale, il Kennedy Center di Washington è tornato a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald. L’edificio, da cui è stata rimossa la scritta con il nome di Trump a caratteri cubitali, era stato dedicato anche al presidente in carica appena sei mesi fa.
Negli Stati Uniti, proprio in occasione della festa, si è riaperto anche il tema sulla salute di Trump. A 80 anni, è già il presidente eletto in età più avanzata nella storia americana, superando Joe Biden, a cui il tycoon aveva rivolto aspre critiche in campagna elettorale, e non solo, proprio per la sua anzianità. Alcuni sondaggi, come riporta Associated Press, mostrano dubbi crescenti sulla lucidità mentale e sulla tenuta fisica del 47esimo presidente Usa. Tutte accuse che la Casa Bianca ha respinto citando i recenti controlli medici a cui il festeggiato si è sottoposto nelle scorse settimane: “eccellente salute”, sarebbe l’esito delle visite. Il confronto con il suo predecessore dem però rimane inevitabile, non solo sulla condizione fisica, ma anche sul modo di festeggiare. Biden aveva infatti celebrato i suoi 80 anni nel 2022 con un brunch privato in famiglia, lontano dai riflettori.
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Una vera e propria rissa in spiaggia è stata immortalata da un video che è diventato virale, poi però l’utente su Instagram si è reso conto della portata delle immagini e ha rimosso tutto. In ritardo però perché le immagini sono state salvate dagli altri utenti social con frame mentre la clip è stata scaricata ed è circolata lo stesso.
In spiaggia, un una località non definita della Toscana, come riporta Il Mattino, due massaggiatrici si sono lanciate in una vera e propria rissa per un cliente. Nel video si vede una donna intenta a massaggiare la schiena di un cliente sdraiato sul lettino del lido, attorno lui un gruppetto di amici distratti al cellulare, a leggere un libro o a fare una pennichella.
D’un tratto è arrivata un’altra massaggiatrice che ha offerto i suoi servizi agli amici di ombrellone. Ma uno di questi ha risposto che hanno già pagato 30 euro per due massaggi e, in quel momento, la donna stava servendo il primo cliente. La seconda massaggiatrice si è offerta lo stesso, proponendo 15 euro a testa.
Ma la prima massaggiatrice che ha sentito la contrattazione si è alterata e ha urlato alla “concorrente” che ormai stava facendo lei il servizio e che la paga sarebbe andata tutta a lei. Da qui botte da orbi, schiaffi e urla ed è il caos tra i bagnanti che hanno cercato di riportare la calma.
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Dal palco “ne ho per tutti”, e via di attacchi alla stampa, al centrodestra, alla “sinistra”. Ma in sala stampa è più accomodante: prende tutte le domande dei giornalisti, e nel secondo giorno, quello che all’Auditorium Conciliazione di Roma chiude l’assemblea di Futuro nazionale, ammorbidisce i toni anche coi – potenziali – futuri alleati. Dà ragione a Giorgia Meloni sulla polemica di Più libri più liberi e il cosiddetto “patentino di antifascisti”. E ha parole al miele per Matteo Salvini, che ieri non ha mai citato: “Lui al Viminale? Perché no, lo ha già fatto. Ci sono tante persone che potrebbero farlo, Salvini è tra queste”. Per precisare, infine, che “non voglio fare implodere il centrodestra“.
Roberto Vannacci, anche oggi, parla di sé in terza persona. Come mettere in pratica la remigrazione, il suo cavallo di battaglia? Basta un atto di fede: “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”. Poi aggiunge: “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali laddove non ci fossero con gli Stati di origine, ma ce ne sono quasi con tutti”. Naturalmente la retorica bellicista è sempre presente. Per le elezioni del 2027, “siamo già in trincea. Siamo pronti anche domani, Meloni decida la data e noi ci siamo”. In sala stampa, un altro cavallo di battaglia: “Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”: E ancora: “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri“.
Sul palco, prima di lui, il deputato di FnV, Domenico Furgiuele, ex Lega, che saluta i “camerati che ritornate a casa con me”, che cita Bobby Sands e Sergio Ramelli, al cui nome si avvertono in sala i “presente“. “Continueremo a essere tempesta e assalto” dice. A prendere la parola c’è anche Rossano Sasso, che chiede di mostrare le – nuove – bandiere di Futuro nazionale e fa uso della retorica bellicista per dire che “siamo in lotta contro l’islamizzazione dell’Italia”, contro “l’ideologia gender“, contro la “dittatura Lgbtq”, “Lottiamo contro l’egemonia culturale della sinistra nelle scuole”, tanto che addirittura propone “test psicoattitudinali per gli insegnanti”. Perché “ce ne sono tanti che hanno rovinato i ragazzi”, penalizzando chi “non frequenta i centri sociali o non canta Bella ciao”.
Sul palco sale anche Massimo Arlechino, presidente del Movimento Indipendenza di Gianni Alemanno, che è confluito in FnV. “Lui sta in una cella in condizioni inumane” dice Arlechino, seguito dai cori in platea “Gianni, Gianni”. E legge il messaggio dell’ex sindaco di Roma, commuovendosi: “È l’età”. Lettera che si apre con un “fare politica controcorrente costa caro, e io ho pagato con la libertà”. Poi gli attacchi agli “immigrati che cancellano la nostra identità nazionale. Grazie a Roberto Vannacci che ha il coraggio di combattere”.
Prima di Vannacci, prende la parola il responsabile nazionale per il programma di FnV, Lorenzo Gasperini, già candidato alla Camera per il centrodestra e un passato nella Lega. “Il nostro è un programma in italiano, senza asterischi e senza schwa – dice – Non ci sarà l’interruzione volontaria di gravidanza, ma l’aborto; non ci sarà la gestazione per altri, ma parleremo di utero in affitto; non il suicidio assistito, ma l’omicidio volontario di un consenziente. La politica è la continuazione della guerra e della difesa della patria ma con altri mezzi”, aggiunge Gasperini, parafrasando la massima del generale prussiano Carl von Clausewitz, che affermava che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Gasperini cita più volte Giorgio Almirante: “L’Europa o va a destra o non si fa”. Ma “vale anche per il centrodestra. O si mette in testa di andare a destra, o non si fa”.
Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni anticipa che “il programma di FnV verrà pubblicato domani e sarà composto da 140 pagine” e spiega che i “comitati costituenti andranno avanti e si rafforzeranno. Ci porteranno alle elezioni del 2027, facendo anche attività culturali e sportive” (Vannacci li definisce “avanguardie futuriste”). Qui la citazione di Giovenale (“Mens sana in corpore sano”) e l’attacco alla “cultura della sinistra, pervasiva, che ha distrutto il Paese”. Poi la presentazione della mozione (approvata per acclamazione): “L’assemblea nazionale viene allargata da cento a 120 membri per premiare i territori”. Con l’ampliamento anche dell’esecutivo “da 15 a 30 persone”, coi nuovi 15 nomi che “verranno stabiliti nei prossimi giorni in base al merito”. I coordinatori regionali e locali verranno eletti più avanti.
“Non ha bisogno di presentazioni” dice il deputato Edoardo Ziello prima dell’intervento di Vannacci. E scandisce insieme alla platea “generale, generale”. Vannacci, finalmente dietro al microfono, tira in ballo Via del Campo di Fabrizio De André (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”) per nobilitare “la sporca dozzina”, dopodiché attinge ancora dal “campo militare”, paragonando il programma politico al “piano d’azione” e citando di nuovo Carl von Clausewitz. Ancora un riferimento al film Matrix per dire che “non esiste una nazione prospera in cui l’essere umano non fa una mazza dalla mattina alla sera” e “che non possiamo stare seduti sul divano ad aspettare la paghetta di Stato“. “Siamo la speranza dell’Italia vera, del popolo italiano che finalmente si sta svegliando”.
Prima di illustrare il programma “punto per punto”, Vannacci fa ascoltare la colonna sonora scelta per “le nostre avanguardie futuriste”: Futura di Lucio Dalla. Sulla sicurezza e sulla difesa dice che “non ci deve più essere il sentimento della paura. A casa propria ognuno deve essere sicuro. Non c’è spazio in Italia per i criminali. Per uccidere, rubare e stuprare ci saranno carceri e tolleranza zero”. Naturalmente l’elogio delle forze dell’ordine e delle forze armate: “Meritano rispetto”. Parla di “rastrellamenti delle metastasi dell’illegalità nelle nostre città” sulle quali lavoreremo. E infatti arriva la remigrazione: “Non abbiamo un programma di immigrazione, ma di remigrazione. La misura è colma. La criminalità è un effetto strutturale e fisiologico” della presenza di persone straniere.
Sul fronte della cultura “la sinistra ha cercato di convincerci che l’Italia non ci appartiene, poiché da sempre terra di immigrazione”. E allora l’excursus storico per dire che l’immigrazione storica più importante “è stata quella dei longobardi, il 4%, i saraceni erano meno dell’1%, come i normanni”. Mentre “oggi siamo al 12% di stranieri. Noi faremo il massimo perché si torni a una presenza pari a quella dei longobardi, cioè il 4%. Con il rimpatrio, la revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati. L’Italia tornerà a essere la casa degli italiani”.
Vannacci poi critica l’energia rinnovabile, elogia “il termico, che contribuisce alla nostra prosperità”, punta sul “nucleare di ultima generazione” e sulle biomasse “vero combustibile autocratico“. Via, ovviamente, la carbon tax. “Pagare le tasse non è bello ma è necessario”, tuttavia “noi vogliamo un fisco giusto e proporzionato, chi fa figli manda avanti il Paese, per questo la tassazione ne deve tenere conto”. E ancora: “La scuola deve essere dura e selettiva. Non perché vogliamo essere cattivi, ma perché la vita è dura e selettiva. La mia vita è stata così. Se i soloni della sinistra parlano di ‘disagio giovanile’ è perché la scuola buonista contribuisce a crearlo”. Ci sono corsi sui “diritti dei migranti, progetti gender”, la scuola è diventata “un laboratorio del Pd. Noi vogliamo tornare a parlare degli italiani. E ai ragazzi dico: se vi piace fare il falegname, fate il falegname. Se vi piace fare l’agricoltore, fate l’agricoltore. Non è obbligatorio fare il liceo, diventare scienziati o architetti”. Ovazione dalla platea. “La nostra proposta è portare il libretto di lavoro a 14 anni. Io sono cresciuto così, e credo anche molti di voi. Perché se un ragazzo d’estate vuole fare il cameriere, o aiutare il padre o la madre in negozio, perché non può farlo? Perché non può essere assunto?”. E il lavoro “non te lo porta a casa lo Stato, te lo devi cercare tu. Devi battere i marciapiedi, mandare i curricula. Bisogna darsi da fare”.
Quando affronta la sanità, avverte che “gli ospedali non devono essere quei posti in cui si praticano falloplastiche o altre amenità simili” o “si iniettano” farmaci “per bloccare la crescita ormonale degli adolescenti”. Perciò “parlare di sanità vuol dire anche parlare di sport, ‘mens sana in corpore sano’. Alla cultura del bivacco preferiamo la cultura dell’azione per la formazione del carattere e del fisico degli italiani“. Per quanto riguarda la demografia, Vannacci fa riferimento al panda del Wwf: “Al suo posto, oggi andrebbe messo il bambino italiano, poiché in estinzione. E non mi venite a dire che dovremmo importare i bambini stranieri, come era stato pianificato dall’Onu, l’immigrazione di sostituzione. La famiglia è la cellula fondamentale della società. Non vi è un solo italiano che non sia stato generato da un padre e da una madre italiani. Vogliamo riattivare il saldo demografico della nazione” e per questo “al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità“. La conclusione del suo intervento: “Oggi i giornalisti hanno capito che Vannacci non parla solo di sicurezza e immigrazione. Vannacci oggi ha fatto il frontman, ma Futuro nazionale non è il mio partito”, e rivolto alla platea, “è il vostro. Questo non sarà il partito dei capibastone, ma dei leader, che avranno il compito di formare altri leader. Sogno un partito in cui Vannacci è l’ultimo dei poveracci, attorniato da persone più brave, più intelligenti e più belle di lui”. Per finire con una citazione, rigorosamente in russo, de L’idiota di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La voce di Dalla chiude l’assemblea.
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Il nome di Donald Trump è sparito. Il Kennedy Center di Washington torna a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America assassinato il 22 novembre del 1963 a Dallas. Un duro colpo da incassare per il tycoon proprio il giorno del suo 80esimo compleanno.
Gli operai hanno rimosso completamente la scritta a caratteri cubitali con il nome del presidente Trump, che era stata applicata sull’edificio meno di sei mesi fa, in ottemperanza all’ordine del tribunale di annullare il cambio di denominazione. Un giudice aveva accolto la richiesta del Kennedy Center di ottenere più tempo per rimuovere in via definitiva il nome di Trump, concedendo alla struttura fino a mezzogiorno di sabato, dopo che l’organizzazione non aveva rispettato la scadenza delle 23:59 di venerdì. La proroga di 12 ore era stata concessa dopo che i legali del Dipartimento di Giustizia, in rappresentanza del centro, avevano riferito venerdì sera che, malgrado i lavori fossero in corso, i temporali abbattutisi sull’area di Washington avevano causato dei ritardi. Un telo bianco continua a coprire l’impalcatura costruita per consentire agli operai di rimuovere il nome di Trump.
Nella sua sentenza, in cui ha stabilito che solo il Congresso può apportare modifiche al nome del Kennedy Center, il giudice Christopher Cooper ha anche impedito all’amministrazione di chiudere la struttura culturale e artistica per i lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto iniziare a luglio e durare due anni. Inutile, al momento, è stato il ricorso presentato dai legali di Trump e dello stesso Kennedy Center (il suo consiglio di amministrazione è composto quasi interamente da fedelissimi del presidente). “Togliere le lettere sarebbe uno spreco di denaro se poi il giudice dovesse ordinare di rimetterle”, si legge nell’appello. Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere – dopo una serie di messaggi contro il giudice – che, senza il pieno controllo sugli affari del centro, “non aveva alcun interesse a continuare quel che potrebbe essere un viaggio senza speranza verso un ‘NEVER NEVER LAND‘”.
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Knicks in Five. Si è chiuso così il capitolo delle Finals di NBA che hanno visto trionfare i New York Knicks nella trasferta del Frost Center di San Antonio in Texas contro gli Spurs di Victor Wembanyama e compagni. Il titolo NBA mancava a New York dal 1973 e la lunga attesa ha generato il delirio in città.
È come se i New Yorkers avessero vissuto una vera e propri apnea negli ultimi dieci giorni. La bombola di ossigeno in questione si chiama OG Anunoby, che mercoledì sera aveva messo la ciliegina sulla rimonta clamorosa di 29 punti in casa al Madison Square Garden e che questa notte ha firmato gli ultimi due tiri liberi che hanno portato i Knicks sul punteggio di 94-90, dopo essere stati in svantaggio per gran parte del match.
Tra le strade di Manhattan OG è una divinità. Lui, così come Jalen Brunson, decisamente la maglia più inflazionata in giro, ma anche Hart, KAT, Mcbride e ovviamente il coach Yom Thibodeau, per tutti Thibs. Il sindaco di New York Zhoran Mamdani aveva fatto un patto con i newyorkesi, parlando così in uno dei suoi ormai celebri video social: “New York è la città più grande degli Stati Uniti, ma quando i Knicks vanno bene sembra un paesino di provincia. È come se tutti fossero ossessionati dalla stessa cosa, è semplicemente bellissimo – aggiungendo – divertitevi molto ma siate responsabili, se mai lo sarà, sarà la festa di tutti”.
Probabilmente neanche lui si sarebbe aspettato che al suo primo anno da sindaco i Knicks avrebbero riacciuffato la vittoria NBA dopo 53 anni, in quello che verrà ricordato come uno degli anni più importanti per lo sport newyorkese, tra questo evento epocale e la finale dei mondiali che si terrà proprio al MetLife NYNJ Stadium. Come inizio non male insomma. E il suo augurio, alla fine ha portato fortuna, tanto che Mamdani alla fine ha annunciato una parata pubblica il 18 giugno per festeggiare gli eroi del titolo.
La più alta concentrazione di tifosi risiede tra il West Village, Herlad Square e il Madison Square Garden. Centinaia di migliaia che gridano un solo coro. “Knicks in five”. Tutti ormai hanno imparato i codici delle Finals per le strade della grande mela. Serviva anche questo tipo di vittoria sportiva alla gente di New York per togliersi di dosso la maschera della frenesia e della perfezione, delle formalità e del rigore finanziario. Oggi New York era un piccolo paesino di provincia che esultava, senza alcun limite, per un grande traguardo.
Non risultano feriti e danni gravi, se non per le decine di auto messe a ferro e fuoco, con un alta percentuale di auto delle polizia, i celebri Schoolbus e i camion diventati carri da parata. Ma anche i New York City Cops, come direbbero gli Strokes, riescono a stento a rimanere nella loro divisa. Traspare nei loro occhi un orgoglio e un senso di appartenenza cittadino, quasi come se volessero togliersi tutto per partecipare alla festa. C’è chi tra loro proprio non resiste, e fa i video da mandare alla famiglia.
C’è da dire che da quando è arrivato Donald Trump al Madison Square Garden, lunedì scorso per gara 3, le procedure di sicurezza per transennare l’area interessata sono diventate ormai prassi, creando non pochi disagi alla viabilità cittadina. Il Garden, che i Knicks giochino in casa o fuori casa è una fortezza inaccessibile per tutti, giornalisti compresi. Lo stesso Trump ovviamente proverà a intestarsi la vittoria dato che oggi, 14 giugno compie 80 anni. Ma di questo, per adesso ai New Yorkers interessa poco. Sta per iniziare l’estate più bella di sempre in città.
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Loredana Bertè non le ha mai mandate a dire e si tiene stretta la sua etichetta di “ribelle”, che dà il nome anche al tour estivo. Nel quale canterà i suoi brani cult, ma non un nuovo tormentone da spiaggia, come rivela in un’intervista a La Stampa nella quale parla anche di De Gregori, Vasco e degli attacchi alle colleghe donne. “Ci siamo mossi in diverse direzioni, valutato diverse proposte ma purtroppo non è arrivato il pezzo ‘wow’”, confessa. In compenso sta lavorando ad un nuovo disco e ammette che se dovesse trovare la canzone giusta per Sanremo 2027 ci farebbe un pensierino.
Ma che cosa pensa Loredana Bertè delle posizioni di Francesco De Gregori, che nelle scorse settimane ha fatto molto discutere dichiarandosi contrario agli artisti che sul palco si pronunciano sulle guerre in atto, perché il tema è molto complesso? “Penso che De Gregori possa essere libero di esprimere il proprio pensiero solo attraverso le sue canzoni”, risponde la cantante. Che però ha un punto di vista diverso da quello del Principe: “Essendo una persona istintiva tendo ad espormi se necessario. E quando sento di farlo non ho mai nascosto le mie posizioni, da quando ero una ‘manifestina militante’. Mi sono sempre piaciuti gli eretici e ho combattuto i pregiudizi anche a costo di essere scomoda»”. Più che la linea De Gregori, la Bertè si ritrova su quella di Vasco Rossi, che durante i suoi concerti continua a dire ciò che pensa sui fatti del mondo: “Io non le ho mandate a dire, sono molto in linea con Vasco. Siamo due rocker supervissuti”.
Mentre passerà l’estate in giro per l’Italia per lavoro e relax, si prepara ad un’altra grande stagione tv con The Voice Senior e Kids. Prima però, l’11 settembre, sarà tra le star di Jukebox-La notte delle hit, condotto da Antonella Clerici da Torino, dove si esibiranno anche Gaetano Curreri, Anna Oxa e Patty Pravo. A proposito della Pravo, la definisce “un’amica ed artista immensa”. Ma come vive le rivalità nel mondo della musica? “Il nostro mondo rispecchia la realtà, mica possiamo starci tutti simpatici. Però sinceramente non credo di dover più dimostrare niente a nessuno e non mi sento in competizione con nessuno: anzi, amo molto le collaborazioni”. Poi confessa che le nuove generazioni dello show si muovono molto bene (“Con l’avvento dei social sono sempre molto esposte al giudizio, sicuramente non hanno vita facile in questo senso”) e che non tollera gli attacchi subiti dalle colleghe: “A me dispiace moltissimo veder attaccate artiste valide come Elodie o Emma. Per fortuna si sanno difendere molto bene anche da sole”.
Poi la Bertè spiega perché quest’anno non parteciperà alla “gara” dei tormentoni estivi: “Ci siamo mossi in diverse direzioni, valutato diverse proposte ma purtroppo non è arrivato il pezzo ‘wow’. Sinceramente un singolo deve essere ‘wow’ per spingermi ad andare in studio. Per buttarmi in un nuovo progetto, debbo esser convinta al 100 per 100”, ammette. In compenso, sta ascoltando tanti pezzi perché vorrebbe uscire con un nuovo album: “Ne abbiamo ascoltati molti e selezionati pochi, non è affatto facile oggi trovare le canzoni giuste per me che ho lavorato con grandi autori e anche con giovani. Vediamo se arriva qualcosa di interessante, il processo creativo è impegnativo. Uscirò quando sarò pronta”. E chissà se tra questi nuovi brani c’è quello giusto per il Festival targato Stefano De Martino: “A Sanremo ho fatto di tutto. Chissà, magari se arriva la canzone giusta: ma dovrebbe proprio essere giusta, giusta, giusta”. I “figli di Loredana” sono avvisati.
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Sono alcune migliaia le persone che hanno raggiunto Roma ieri, rispondendo all’appello del ‘Comitato per la Remigrazione e Riconquista’, per sfilare proprio in favore della proposta di legge sulla remigrazione. Tra i leader del movimento Luca Marsella, già portavoce di Casapound Italia. La manifestazione si è caratterizzata per i centinaia e centinaia di tricolori sventolati tra le strade del quartiere Prati della capitale. Slogan e cori contro gli antifascisti, i comunisti e i musulmani. Intonato più volte l’inno d’Italia. Non sono mancati cori inneggianti a Mussolini – “duce, duce, duce” – alle camicie nere e alcuni saluti romani. Il corteo, da piazza della Libertà, è arrivato in piazza del Risorgimento, procedendo su via Cola de Rienzo, come da accordi
A metà percorso, verso piazza Risorgimento, i manifestanti hanno invitato una signora affacciata alla finestra della sua abitazione a fare il saluto fascista. Accolta la richiesta, i partecipanti hanno risposto a loro volta con il saluto romano e applausi per poi modificare le parole di un brano riprodotto alle casse con inni a Mussolini. Dalle finestre c’è anche chi ha contestato il corteo. Numerosi poi i negozianti che hanno momentaneamente chiuso i locali commerciali al passaggio della manifestazione.
Video Agenzia Vista
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L’Istituto nazionale dei Tumori di Milano è considerato un polo di eccellenza nella sanità lombarda. Eppure, a gennaio 2026, come riporta il Corriere della Sera, proprio nella struttura è stato commesso un errore a causa dello scambio di campioni di biopsie. Il primo prelievo era stato eseguito su un paziente ammalato gravemente, che però non è stato sottoposto a terapie e che doveva solo fare delle analisi di controllo: non ha avuto problemi in seguito all’errore. Il secondo campione è stato invece preso da una paziente ammalata ma a uno stadio meno grave: nonostante ciò, a causa dello scambio di provette, è stata sottoposta a cicli chemioterapici con maggiori effetti collaterali e un più alto indice di rischio. La paziente ha scoperto solo dopo che quelle cure non fossero necessarie. Intanto l’Ats di Milano ha fatto sapere che manderà i suoi ispettori per un controllo.
L’Istituto è corso subito ai ripari, comunicando alla paziente che non si trova in pericolo di vita. Non è escluso ora che la vittima dell’errore possa procedere legalmente contro l’ospedale, che comunque ha fatto sapere di aver già attivato l’assicurazione per quantificare il risarcimento dovuto. Per Maria Teresa Montella, direttrice generale dell’Istituto dal gennaio 2025, “il rischio zero purtroppo non esiste, malgrado la formazione sulla sicurezza che ritengo un punto nevralgico in ospedale – dice al Corriere -. In una struttura che si occupa esclusivamente di tumori, il rischio è ancora più alto”. Subito dopo si è scusata con la vittima e con la sua famiglia: “Faremo di tutto perché l’errore non accada di nuovo“.
Come procedura interna, l’Istituto, tramite il proprio Risk management, ha inviato una mail a un primario, alla direzione generale, sanitaria e medica, ad alcuni tecnici e ai medici. Nell’oggetto c’era scritto: “Evento sentinella: errata attribuzione campioni biologici” e invitava i destinatari a una riunione urgente per discutere dell’accaduto. Gli eventi sentinella sono particolarmente gravi secondo l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), e sono quelli che possono causare morte o gravi danni al paziente. Come si legge sul portale dell’Agenzia: “Determinano una perdita di fiducia dei cittadini nei confronti del Servizio sanitario“.
Un piccolo estratto del contenuto del messaggio, visionato dal Corriere, spiega di come gli operatori sanitari si siano accorti dell’errore: “La valutazione del campione operatorio rilevava un aspetto morfologico non usuale. Procedendo al confronto con il precedente campione bioptico, si osservava una differente morfologia tra biopsia iniziale e materiale operatorio”. Più semplicemente, si sono accorti che il materiale prelevato al paziente durante l’intervento era diverso da quello della prima biopsia fatta perché apparteneva a un altro paziente.
“Andremo a controllare”, ha confermato il direttore generale di Ats Milano, Silvano Casazza. All’Istituto nazionale dei Tumori arriveranno quindi gli ispettori: “Lo scopo è capire come mai si è verificato questo evento, se sono state decise azioni migliorative e se vengono rispettate”. L’episodio è stato comunque segnalato anche al ministero della Salute per evitare che questi eventi possano riaccadere. Le segnalazioni, oltre a essere utili per il risarcimento dei pazienti, sono necessarie per prendere consapevolezza dell’errore e capire dove intervenire diventando casi di studio: tutto contro una cultura che la direttrice Montella definisce del “no blame“, “nessuna vergogna”. I numeri di segnalazioni sono infatti aumentati negli ultimi anni e solo l’anno scorso, riporta il Corriere, ne sono state fatte 177 tra gli ospedali pubblici e privati lombardi.
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Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.
Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.
La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.
Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.
La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.
Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.
Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.
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Nelle fitte pieghe di un tessuto che sembra avvolgersi come un serpente, nei riflessi di pietre preziose e sovrapposizioni di strati leggeri come pergamena, nel nero metallico e luccicante del sacro scarabeo e nelle forme sinuose come dune di sabbia scorre la storia millenaria di regine e faraoni. Ad animare e ispirare “Hieroglam”, collezione-installazione di moda che scandisce il percorso del Museo Egizio di Torino fino al 15 giugno, l’immaginario potente di una delle culture millenarie più affascinanti e misteriose: la civiltà egizia.
I suoi simboli, divinità, sculture, i suoi geroglifici e dipinti, i minerali dalla cui polvere si ricavavano le sfumature deicolori e persino le sue mummie e i sarcofaghi diventano il soggetto della ricerca alla base del progetto espositivo.
Una mostra che, curata da Pasquale Esposito e Francesco Maffei e firmata da un gruppo selezionato di studenti dell’Accademia di moda IUAD, accompagna il visitatore attraverso l’esposizione di una trentina di abiti ispirati all’estetica, ai rituali e all’iconografia dell’antico Egitto.
Già nel titolo, “Hieroglam”, fusione fra “hiero”, dal greco hierós, sacro, e “glam”, abbreviazione di glamour, si cela la chiave di lettura del progetto a cui i giovani designer hanno lavorato per un anno: creare un dialogo visionario tra moda contemporanea, simbolismo ancestrale e patrimonio culturale. Ma con profondità e rispetto.
Alla base della visionaria capsule collection, quindi, non i cliché e gli stereotipi che spesso costituiscono e hanno costituito l’estetica della rivisitazione pop del patrimonio culturale e identitario della civiltà egizia, ma la sua idea di trasformazione, passaggio, rinascita.
La sensibilità di ragazze e ragazzi di oggi, aspiranti stilisti, trae impulso creativo dai simboli rituali, dalle armature e amuleti, dalle geometrie e dai disegni parietali, dai volumi scultorei, dalle minuziose statuine che accompagnavano il viaggio nell’aldilà dei defunti e dalle giganti statue alla base delle piramidi.
È un’idea di sacralità e spiritualità, non di forma, a plasmare le superfici luminose e cangianti degli abiti, apenetrare nelle spirali dei tessuti stratificati, a morire e a risorgere dalle sottili pieghe bianche a ventaglio di una camicia che sbuca come luce nel nero venato da striature di un completo maschile. È l’dea di protezione ma anche di morte a insinuarsi vedendo il drappo leggero che copre il volto lasciando fuori solo gli occhi.
Sospesa tra memoria archetipica e visione futuristica la mostra è una meditazione visiva sull’archetipo: il sole, il serpente, l’occhio, le divinità ibride, la forza vitale, l’anima. Il blu del Nilo, il nero cosmico, il rosso del deserto, il giallo oro, l’impercettibile colore della polvere e il sibilo del vento. Soprattutto, è il colore lucido e cangiante dello scarabeo che impersona la divinità Khepri, simbolo di rinascita, a restituire alla mostra il suo significato profpndo: la moda come rito identitario e rappresentazione dellatrasformazione.
Accanto alle opere degli studenti, la mostra accoglie anche una selezione di capi provenienti da Archivio di Ricerca Mazzini, luogo di riferimento internazionale per la ricerca e la conservazione della moda storica, con creazioni iconiche firmate da Issey Miyake, Gianfranco Ferré, Roberto Cavalli, Alexander McQueen e altri protagonisti della couture internazionale.
L'articolo Il mondo della moda incontra l’antica cultura egizia, e il corpo diventa un vero e proprio supporto narrativo: ecco la collezione-installazione “Hieroglam” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Houston, abbiamo una partita: la Germania quattro volte campione del mondo contro Curaçao, la nazionale più piccola di sempre, all’esordio assoluto. Estremi opposti anche in panchina: da una parte il trentottenne Julian Nagelsmann, dall’altra nonno Dick Advocaat, 78 anni, olandese, ribattezzato il “Piccolo generale” in virtù del passato di assistente di Rinus Michels, il generalissimo. L’Houston Stadium, inaugurato nel 2002, non è solo uno degli impianti più iconici del calcio statunitense, ma ospita anche uno dei rodei più famosi a stelle e strisce: Curaçao, scontato, farà di tutto per non farsi domare dagli Sturmtruppen tedeschi.
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Da una parte una nazione di 84 milioni di abitanti con una delle economie più forti del pianeta, dall’altra una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi al largo delle coste venezuelane, che solo nel 2010 ha acquisito la sua parziale autonomia e, secondo il sondaggio del 2025, ha 186mila residenti: qualsiasi confronto è impensabile. Solo il mondiale di calcio, con il format a 48 squadre della riforma-Infantino, può contrapporre due realtà così lontane. La Germania, 10° posto nel ranking Fifa, ha tutto da perdere contro la numero 82. La rosa dei tedeschi, età-media 28,1 anni, è valutata 947 milioni di euro. Quella di Curaçao, in cui giocano tutti all’estero, è quotata 25,78 mln: in ventisei fanno il prezzo del cartellino di un calciatore medio. Il più “caro” è il difensore centrale Armando Obispo, 27 anni, in forza al Psv Eindhoven. I giocatori di Curaçao sono nati in Olanda, con l’eccezione dell’attaccante Tahith Chong, lanciato dal Manchester United, attualmente allo Sheffield Utd, in passato accostato alla Juventus. Dopo aver indossato la maglia delle selezioni Oranje, dall’Under 15 all’Under 21, nel 2025 ha debuttato con Curaçao: 6 presenze e 3 reti. E’ lui la star.
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Curaçao è la quarta giovinezza di Advocaat, una carriera da coach iniziata nel 1981 che lo ha portato a guidare otto nazionali: Olanda, Emirati Arabi, Iraq, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e, dal 2024, “l’onda blu”, trascinata al mondiale con un percorso perfetto, sette successi e tre pareggi. Un exploit sensazionale, ma con un filo di logica, considerato che la scuola comune è quella olandese. Advocaat a febbraio si è dimesso per i problemi di salute della figlia, ma, dopo tre mesi, è tornato al lavoro, sotto la spinta dello sponsor principale – la Corendon Dutch Airlines -, spaventato dai risultati negativi del sostituto, Fred Rutten: due partite e altrettanti ko.
Curaçao, scrive il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine, “non ha nulla da perdere e affronterà la Germania con tutta calma”. La squadra di Advocaat è sempre accompagnata dal suono della musica caraibica: in hotel, sull’aereo, sull’autobus, negli spogliatoi, persino in campo. La Bild esulta per il recupero del portiere titolare Neuer e scrive che “Nagelsmann ha preparato la sfida contro Curaçao con una serie di sessioni video perché i giocatori avversari sono poco conosciuti”. Il tabloid tedesco non ha dubbi: “Ci aspetta una vittoria schiacciante che proietterà la Germania verso il successo nel torneo. I tifosi tedeschi stanno contando le ore che mancano al fischio d’inizio”. Antillians Dagblad, il più antico giornale di Curaçao, racconta invece che allo stadio saranno presenti 5.800 tifosi dei Blue Wave, il 4% della popolazione. Gilbert Martina, presidente della federazione calcistica, dice: “C’è grande entusiasmo, non solo a Curaçao, ma anche nelle altre isole del nostro arcipelago e in Olanda. Per noi, comunque vada, sarà una splendida festa”.
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È “censura“, dice Giorgia Meloni, chiedere alle case editrici che partecipano a una fiera di firmare una dichiarazione di antifascismo. Nel mirino c’è Più libri più liberi, l’evento che si svolge a dicembre alla Nuvola dell’Eur di Roma e che l’anno scorso aveva visto un gruppo di editori protestare contro la presenza della casa editrice di destra Passaggio al Bosco il cui catalogo, aveva denunciato un gruppo di ospiti della manifestazione, si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Nei giorni scorsi Francesco Giubilei sul Giornale ha scritto che tra le novità della prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre) ci sarà appunto la necessità di firmare una “dichiarazione di antifascismo”, mentre fino all’anno scorso era richiesta una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori Innocenzo Cipolletta ha confermato: “Agli editori che intendono esporre a Più libri più liberi chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.
“Per partecipare”, commenta dunque la presidente del Consiglio sui social, “le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica“.
L’uomo del momento, il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sottoscrive compiaciuto e, dall’assemblea costituente del suo partito all’Auditorium della Conciliazione, fa sapere che Meloni “ha perfettamente ragione” perché “in un Paese dove la libertà di espressione è in Costituzione questa libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di antifascismo o di anti non so che cosa”. Segue un esempio che ritiene calzante: “Se io domani volessi fare l’elogio della monarchia, non vedo perché non potrei farlo visto che è una libertà di espressione, poi sarà il popolo italiano a decidere se la monarchia o se il livello che ho intenzione di pubblicare sia opportuno o non sia opportuna sia da buttare in un cestino. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra, a me piace vivere in un Paese dove le espressioni che vengono esternate vengono giudicate sulla base delle argomentazioni e non sulla base dei divieti o della censura”.
Sui social ha replicato intanto a Meloni il leader M5S Giuseppe Conte: “Nulla da dire e da fare sull’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, con progetti fallimentari e 13,5 miliardi bloccati ma che sarebbero utili per infrastrutture, scuole, sanità. Fallite, ritirate o bocciate dai cittadini le riforme su giustizia e sanità, mentre esplodono le code sia in tribunale che in ospedale. Vertici internazionali vitali per i nostri interessi con la sedia dell’Italia che rimane vuota perché preferisce presentare un francobollo o la escludono. E allora Meloni va sull’usato sicuro: polemica domenicale surreale sulla fiera del libro e sull’antifascismo”. E continua: “Giustamente oltre all’ossessione nei miei confronti adesso ha l’ossessione per Vannacci, che cresce grazie ai suoi fallimenti e ai suoi tradimenti. Un piccolo quesito: ma quando si occupa dell’Italia, del carovita e delle aziende che chiudono? Quattro anni zero riforme”.
“Le parole di Giorgia Meloni sono vergognose. È comprensibile che la competizione con Vannacci renda la Presidente del Consiglio assai nervosa, ma le ricordo che ad aver giurato sulla Costituzione antifascista è anzitutto lei”, commenta il senatore del Pd Marco Meloni in una nota. “Se per inseguire l’elettorato più estremo e nostalgico intende negare le radici costitutive della Repubblica, proprio mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea costituente, dimostra di essere rimasta nell’ambiguità dalla quale del resto trae origine il suo movimento politico, simboleggiata dalla fiamma e ribadita nelle scorse settimane con la celebrazione di uno dei capi del regime di Salò come Giorgio Almirante e con l’assenza del gruppo di Fratelli d’Italia all’intitolazione a Giacomo Matteotti del banco che occupava alla Camera dei Deputati prima di essere ucciso dai fascisti. Chi rifiuta di definirsi antifascista – conclude l’esponente dem – non è degno di rappresentare l’Italia“.
“Con tutto quello che accade in Italia e nel mondo, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che parlare di una fantomatica “censura antifascista”. Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”, sostiene dal canto suo il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini. “Il problema grosso è che lo fa da Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione, che fino a quando non verrà riscritta da Meloni o Vannacci, è e rimane antifascista. Se c’è qualcuno o qualcosa che cancellava le idee degli altri, quello era proprio il fascismo. Meloni vuole passare il tempo che le resta gareggiando con Vannacci a chi sta più a destra? Sono veramente messi malissimo”.
Aggiunge un altro tassello la vicepresidente M5S Vittoria Baldino: “”La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. Prendo nota Presidente”, scrive su Facebook. “Dunque immagino che lei voglia chiedere scusa ad Antonio Scurati e Serena Bortone perché nel 2024, alla vigilia del 25 aprile, Scurati voleva recitare nel programma di Bortone un monologo antifascista. Gli è stato impedito. Si chiama censura preventiva. Chieda scusa a Sigfrido Ranucci per aver tentato di mettergli il bavaglio, attraverso tagli di puntate, cambi di palinsesto e varie minacce di querele e richieste di non messa in onda dei suoi servizi da parte di esponenti della sua maggioranza. Anche questa si chiama censura preventiva e intimidazione. Chieda scusa a tutti i giornalisti che avete querelato per aver osato fare il loro mestiere: il cane da guardia del potere. So che non siete abituati ad accettare critiche, ma si chiama “censura indiretta” ed è oggetto di una direttiva europea, la direttiva SLAPP che il nostro Paese deve recepire entro l’anno. Ecco, se non concepisce, come dice, la censura, faccia ratificare questa direttiva al più presto per proteggere tante e tanti giornalisti che ogni giorno si vedono recapitare richieste di risarcimento sproporzionate da parte di suoi colleghi di governo”.
Per Nicola Fratoianni di Avs le dichiarazioni di Meloni sono la prova che “evidentemente non è antifascista”: “Oggi con il suo attacco alla Fiera “Più Libri Più Liberi” lo conferma ancora una volta. Dichiararsi antifascista in modo limpido e sereno non vuol dire censurare qualcun altro, ma rispettare i valori della nostra Costituzione. È ora che gli italiani si accorgano fino in fondo a chi hanno affidato in questi anni il nostro Paese: ai nipotini del Ventennio. È ora di accompagnarli gentilmente da dove sono venuti”.
“L’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione e quindi della nostra democrazia”, rincara Angelo Bonelli, deputato AVS, co-portavoce di Europa Verde. “Negarlo, come ha fatto la Presidente del Consiglio con il suo post su X, significa non accettare le basi costituzionali del nostro ordinamento democratico. E questo è gravissimo. Non è un caso che quel post arrivi il giorno dopo la manifestazione scandalosa sulla cosiddetta ‘remigrazione‘, organizzata da CasaPound, Fronte Skinheads e Fortezza Europa, e a ridosso del congresso di Vannacci. Con il post di oggi Giorgia Meloni ha deciso di rincorrere il voto dell’estrema destra e fascista, e per farlo non si fa scrupoli di voltare le spalle alla nostra Costituzione e a chi ha dato la vita per consegnarci la democrazia. Ieri per le strade di Roma sono risuonati slogan inascoltabili: ‘immigrato pezzo di merda’, ‘musulmano pezzo di merda’, ‘l’antifascismo è mafia’, ‘viva il Duce’. Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni ha ritenuto di non dover pubblicare alcun post, alcun comunicato, alcuna parola di condanna”. Eppure oggi trova il tempo per difendere chi non vuole sottoscrivere una dichiarazione antifascista per partecipare a una fiera dell’editoria”.
L'articolo Meloni: “Più libri più liberi chiede agli editori il patentino antifascista. È censura”. M5s: “Rincorre Vannacci con argomenti ridicoli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono lontani gli anni nei quali dal balcone di Buckingham Palace si affacciava una vera e propria folla di teste coronate con corollario di aristocratici e tutti i bambini in prima fila sorvegliati a vista per non fare danni. Ci fu il tempo in cui tra quei bambini c’era il principe William attratto dalle coccarde gialle esposte sul corrimano ricoperto dal velluto porpora e la principessa Diana che, da dietro, lo sorvegliava con amore.
Poi è stata la volta di Harry accoccolato sulle braccia della mamma con il dito puntato verso gli aerei, ma nessuno di loro ha mai lasciato un segno paragonabile a quelli che da anni consegna puntualmente il piccolo Louis. Il terzogenito di casa Wales è un catalizzatore dell’attenzione generale ad ogni uscita pubblica, che si tratti degli spalti dai quali “redarguiva” indisciplinato mamma Kate, ai quelli nei quali saltellava sulle ginocchia di nonno Carlo, fino alle varie annate nelle quali ha mostrato smorfie e bocche storte davanti al passaggio delle Red Arrows, durante il sorvolo di Buckingham Palace, in occasione del Trooping the Colours o per il giubileo di Platino della bisnonna Elisabetta II.
Anche quest’anno, Louis è riuscito a farsi notare nelle sue pose migliori e a nulla sono valse nel tempo le reprimende della sorellina Charlotte che lo tiene d’occhio e, in passato, lo ha anche pubblicamente redarguito durante il passaggio in carrozza sulla Ascot Landau, perché gesticolava troppo o non stava al suo posto.
Si sa, i fotografi stanno appostati proprio per riuscire a cogliere il momento di fuori programma più succulento e con Louis si vince facile perché anche questa volta è riuscito a dare il meglio di sé mentre si accasciava sul davanzale del balcone per seguire il sorvolo della pattuglia acrobatica che riversava nell’aria i colori della Union Jack.
Di tutt’altro tono lo sforzo eroico del fratello George colto dalle telecamere mentre ha fatto di tutto (riuscendoci) per trattenere uno starnuto germogliato durante l’inno nazionale ed esploso dopo l’ultima nota di God Save The King. Un sonoro “etchiù” è scoppiato dalle sue reali narici a tempo debito, guadagnando le lodi di mamma Kate, lì di fianco.
In un balcone poco popolato, l’età media era davvero piuttosto alta, spinta in avanti dal duca del Kent, orgogliosamente 90enne, che si è prestato alle rigide regole del protocollo stando ritto in piedi per salutare l’inno, la folla e poi il flypast. Rimasto vedovo da poco, nell’ultimo anno il duca ha portato a termine oltre settanta impegni per conto della corona e nella sua lunga vita può raccontare di aver assistito a ben tre incoronazioni: quella di Giorgio VI, di Elisabetta II e di Carlo III.
Lui non si è scomposto davanti all’esuberanza di Louis mentre la scenografia ufficiale vuole che i principi del Galles stiano tutti insieme sul lato destro di chi osserva la balconata piuttosto scarna.
Kate, come sempre, illumina la scena, ride di gusto e asseconda la curiosità dei suoi bambini, che nasconde gelosamente dagli occhi del pubblico centellinando le loro uscite ai momenti davanti ai quali non si può dire di no. Anche per questo motivo, i commentatori ed i sudditi non hanno potuto fare a meno di notare quanto sia cresciuto colui che in Italia era “Baby George” in una famosa parodia. All’alba dei tredici anni, il secondo in linea di successione, è ormai un ragazzino pronto ad andare a studiare nel prestigioso college di Eton, dove avrebbe già superato i test di ammissione seguendo le orme del papà e dello zio, Harry. Manca poco e lascerà il nido che Kate e William hanno creato per proteggerlo e garantirgli una vita il più “normale possibile”.
Il suo destino è scritto e a lui non sono concesse sbavature perché avrà l’arduo compito di fare sopravvivere una istituzione millenaria oggi abbacchiata dal fuoco di fila degli scandali e dai colpi lanciati dalla California. Sì, perché, in pochi lo avranno notato, ma contravvenendo alle regole non scritte di mutuo rispetto, quest’anno, mentre il regno, compreso il Commonwealth, stava a guardare il Trooping the Colour in diretta da Londra, Harry appariva on line in un video di saluto agli Invictus Germany Sports Festival 2026, mentre la moglie Meghan pubblicava una foto con in braccio il bebè figlio di un’amica.
Ma qualcuno se n’è accorto?
L'articolo Tutti pazzi per il principino Louis al balcone reale: fa le smorfie, si stacca dai reali e guarda gli aerei per conto suo. Mentre George riesce a trattenere lo starnuto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per l’Australia è arrivata una vittoria pesante, forse anche oltre le aspettative. Nella notte italiana tra sabato 13 e domenica 14 giugno la Nazionale dei Socceroos ha superato per 2-0 la Turchia a Vancouver, mettendo subito nei guai la squadra allenata dall’italiano Vincenzo Montella. Una serata amara per gli “italiani” Hakan Calhanoglu e Kenan Yildiz, incapaci di evitare il ko all’esordio. A decidere la sfida sono stati i gol di Nestor Irankunda al 27’ del primo tempo e di Connor Metcalfe al 75’.
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La situazione del Gruppo D si fa già interessante dopo una sola giornata. In testa ci sono infatti Stati Uniti e Australia a quota tre punti, mentre Turchia e Paraguay restano ferme a zero. Proprio turchi e paraguaiani si affronteranno nella prossima giornata in una sfida che ha già il sapore dell’ultima chiamata.
Nel Gruppo C, invece, il primo sorriso è per la Scozia. La nazionale guidata in campo da Scott McTominay ha battuto Haiti per 1-0 grazie alla rete di John McGinn al 28’, conquistando così la vetta solitaria del girone. Gli scozzesi però hanno faticato molto più delle aspettative contro la Nazionale caraibica, che è andata vicinissima a sfiorare l’impresa, mettendo paura al portiere Gunn. Alle spalle della Scozia ci sono Brasile e Marocco,che hanno pareggiato 1-1 nell’altra gara della giornata. I verdeoro non sono andati oltre il pari contro la formazione nordafricana. A sbloccare il risultato è stato Saibari al 21’, prima della risposta brasiliana firmata da Vinicius Jr undici minuti più tardi. Un punto a testa che lascia tutto aperto in vista della seconda giornata.
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Grande equilibrio anche nel Gruppo B, dove nessuna squadra è riuscita a prendere il largo. Dopo l’1-1 tra Canada e Bosnia, anche Qatar e Svizzera hanno chiuso sullo stesso risultato. Gli elvetici erano passati in vantaggio al quarto d’ora con Embolo, a segno su calcio di rigore. Quando la vittoria sembrava ormai in cassaforte, al 95’ è arrivato il colpo di testa di Koukhi, che ha regalato al Qatar il primo storico punto nella fase finale di una Coppa del Mondo.
Australia-Turchia 2-0 (nel pt 27’ Irankunda; nel st 30’ Metcalfe)
Scozia-Haiti 1-0 (nel pt 28’ McGinn)
Brasile-Marocco 1-1 (nel pt 21’ Saibari, 32’ Vinicius Jr)
Qatar-Svizzera 1-1 (nel pt 15’ rig. Embolo; nel st 50’ Koukhi)
L'articolo Mondiali, i risultati della notte: esordio da incubo per la Turchia di Montella. Scozia, che paura con Haiti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Claudio Santamaria conosce bene la situazione delle carceri italiane. E lo racconta in una intervista a La Repubblica per spiegare il suo punto di vista e quali sono le cose che si devono e possono migliorare.
“Il carcere deve essere un luogo di riabilitazione. – ha affermato – È già un sistema totalitario, senza contatti con il mondo esterno. Portare il cinema, il dialogo, il dibattito, può contribuire alla sua funzione principale”.
E ancora: “Chi ha sbagliato paga un prezzo, ma bisogna anche sostenere un percorso di recupero, aiutare le persone a comprendere ciò che hanno fatto e offrire una prospettiva. Chi si suicida spesso non vede più un futuro possibile. Mi sembra che nel senso comune prevalga ancora l’idea del punire e buttare la chiave”.
“Ogni volta è un’esperienza molto forte. – ha continuato, spiegando le sensazioni ogni volta che varca la soglia di un carcere – All’inizio ti senti spaesato, impaurito. Appena si chiudono le porte alle tue spalle pensi che non uscirai più. Almeno io ho avuto questa sensazione. Però è anche un luogo di scambio molto intenso, perché chi è dentro ha una grande voglia di comunicare con l mondo esterno, di raccontarsi, di farsi comprendere”.
L'articolo “Chi si suicida spesso non vede più un futuro possibile. Il carcere sia un luogo di riabilitazione. Si chiudono le porte alle spalle pensi che non uscirai più”: così Claudio Santamaria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Russell Crowe è stato il protagonista della quarta giornata del Taormina Film Festival, dove ha ricevuto il Premio alla Carriera e ha presentato in anteprima mondiale “Bear Country”, e ha ricordato il capolavoro di Ridley Scott “Il Gladiatore”.
“Nel periodo in cui ho girato il film ero pazzo: ogni minuto che vedete nel film sono io – ha raccontato l’attore-. L’unica eccezione fu la caduta da cavallo nella battaglia iniziale, eseguita da uno stuntman che si ferì davvero. Quando ho visto il taglio sul suo naso dissi: ‘Sembra perfettò. E me lo sono fatto mettere anche io”.
L’arrivo sul set fu “uno shock”: “Venivo da film come ‘L.A. Confidential’ o ‘Insider’. Poi arrivi sul set di Ridley Scott e ti trovi davanti centinaia di cavalli, catapulte, 600-700 soldati romani, 300-400 barbari. Era gigantesco“. All’epoca aveva lavorato a produzioni da 30-40 milioni di dollari: “Quello ne aveva 103. È stato un enorme passo avanti”. Un personaggio che ha segnato la storia del cinema e gli è valso l’Oscar: “Non ci pensi. Vai al lavoro, sei coperto di fango e sangue, ti fanno male le ossa, combatti con svedesi alti due metri che ti colpiscono in faccia con spade e asce. E una mi è davvero arrivata in faccia. Pensi solo al personaggio”. La vittoria fu “una sorpresa incredibile”, accompagnata da un forte senso di inadeguatezza: “Ti siedi in una stanza con gli altri candidati (all’epoca era lo Shrine Auditorium di Los Angeles, ndr) in cui senti di non appartenere. Poi dicono il tuo nome e non capisci più nulla”.
Crowe ha parlato poi del suo amore per il mestiere: “La scoperta del personaggio, le riunioni sui costumi, sugli oggetti di scena, le visite alle location. Quando costruisco un ruolo penso solo alle esigenze del personaggio”. Nel cinema, dice, ci sono “due regole”: “Dettaglio e collaborazione”. Un film “diventa grande perché ci si sofferma sui dettagli e sulla collaborazione”. L’attore paragona il lavoro sul set alle “lezioni di ballo con un partner: lavorare in sintonia con un’altra persona affinché il film abbia successo”.
Infine un consiglio ai più giovani: “Ascoltate chi vi dà indicazioni, perché ora vivo come molti anziani: in una grande battaglia con i tendini”.
L'articolo “Ero pazzo a ‘Il Gladiatore’. Coperto di fango e sangue, mi facevano male le ossa, combattevo con svedesi alti 2 metri che mi colpivano con spade e asce. E una mi è davvero arrivata in faccia”: parla Russell Crowe proviene da Il Fatto Quotidiano.
I carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Giulianova (Teramo) hanno segnalato, in stato di libertà alla Procura di Teramo, un uomo del posto per maltrattamento di animali. Sul lungomare Spalato – riporta LaPresse – avrebbe scaraventato un cucciolo di pitbull di sua proprietà contro il parabrezza di un’auto in sosta, causandogli contusioni e lesioni in corso di valutazione da parte del veterinario della Asl di Teramo. L’animale, dopo le cure, è stato sottoposto a sequestro preventivo e affidato a un’associazione animalista.
(Foto di repertorio)
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Grande festa a Polesine Parmense (provincia di Parma) per il matrimonio del secondogenito di Orietta Berti, Otis Paterlini, con Lia Chiari, nella chiesa della Beata Vergine di Loreto. I due si sono uniti con il rito religioso officiato da Don Guido Colombo, che è sempre stato vicino alla Berti e a tutta la famiglia.
Poi grande festa con oltre 200 invitati. Regina del party naturalmente è stata Berti che ha cantato, bevuto, sorriso, non ha negato a nessuno un selfie ma c’è anche stato spazio per un attimo di commozione. Infatti all’usignolo di Cavriago è scesa qualche lacrima al ristorante.
La cantante poi ha commentato, come riporta Il Resto del Carlino: “È un giorno bellissimo. Sono felice per Otis e per Lia che vivono insieme da tempo e hanno due bambine meravigliose, Olivia e Ottavia, che a me e a Osvaldo hanno cambiato la vita. Era ora che si sposassero”.
Presente naturalmente anche il primogenito dell’artista Omar con il suo inconfondibile stile punk. È l’angelo custode della madre, infatti è sempre al suo fianco in qualsiasi impegno lavorativo.
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Ha 17 anni, sarà maggiorenne solo tra qualche mese. Ha confessato di aver ucciso a coltellate la zia e di aver gettato il suo corpo nel fiume dopo averlo trasportato su una carriola. È accaduto a San Stino di Livenza, nel veneziano. Il giovane ha raccontato l’accaduto durante la notte messo alle strette dal pubblico ministero Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone che indaga sul caso. Il magistrato ha poi trasmesso il caso alla Procura dei minori di Trieste. Sul posto per i rilievi ci sono i carabinieri e il medico legale Antonello Cirnelli. Il movente dell’omicidio sarebbe legato a gravi dissidi familiari dovuti a una presunta eredità che stava contrapponendo la vittima e il fratello, cioè il padre del ragazzo.
Il ragazzo, cittadino italiano, originario proprio di San Stino di Livenza, avrebbe riferito al pm di aver ucciso la donna, Chiara Guerra, 53 anni, giovedì scorso e di aver poi trasportato il corpo nella zona tra via Canaletta e via Verdi, gettandolo vicino a una chiusa del canale Malgher che scorre nei pressi dell’abitazione dove è accaduto l’omicidio. Un’area intorno alla quale si stanno concentrando le ricerche dei vigili del fuoco. La scomparsa della donna era stata denunciata dai parenti nella giornata di ieri. Dopo alcune ore di indagini, gli investigatori hanno messo alle strette il giovane la cui ricostruzione dei giorni precedenti presentava alcune lacune.
Il cadavere, nonostante le ricerche siano state avviate ieri sera, non è stato ancora trovato. Sul caso stanno operando i vigili del fuoco del locale distaccamento ai quali da stamani si sono aggiunti in rinforzo i sommozzatori del reparto specializzato di Venezia. Sospese durante la notte, le ricerche sono riprese all’alba.
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Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.
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Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.
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La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.
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In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:
Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:
Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama
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Tommaso Paradiso e Carolina Sansoni si sono sposati, ieri 13 giugno, a Capalbio, nella Maremma toscana. Il cantautore romano e l’imprenditrice digitale hanno celebrato il matrimonio circondati dall’affetto di familiari, amici e numerosi volti noti del mondo della musica e dello spettacolo tra cui Lorenzo Jovanotti, Emma Marrone, Coez, Alessandro Borghi, Nicola Savino e Dario ‘Dardust’ Faini, solo per citarne alcuni. La storia d’amore è iniziata nel 2017.
La cerimonia religiosa si è svolta nella storica Pieve di San Nicola, nel cuore del centro storico del paese in provincia di Grosseto. Ad officiare il rito è stato il parroco del borgo, don Marcello Serio. Una cerimonia religiosa officiata dal parroco del borgo, don Marcello Serio. La piazza della Repubblica, nel cuore del centro storico, su cui affaccia la chiesa medievale, era gremita di invitati ma anche di curiosi e fan, che non hanno esitato a chiedere qualche selfie agli ospiti vip. All’uscita dalla chiesa, i neosposi sono stati accolti dal tradizionale lancio di riso e petali, bianchi come il bouquet della sposa e gli addobbi floreali scelti dalla coppia per la cerimonia.
Paradiso, in completo blu e inseparabili occhiali da sole a celare l’emozione, e la compagna, in abito lungo bianco molto elegante dalle linee pulite con un generoso décolleté, hanno poi accolto gli ospiti per un party in una tensostruttura sulla spiaggia di Chiarone, accanto al celebre stabilimento L’Ultima Spiaggia. Il montaggio dell’imponente tendone ha scatenato commenti polemici sul web di ambientalisti e vacanzieri per via della vicinanza all’Oasi Wwf del Lago di Burano.
Le nozze arrivano a poco più di un anno dalla nascita della prima figlia della coppia, Anna, venuta alla luce nell’aprile del 2025. Un ulteriore capitolo felice nella storia d’amore tra Paradiso e Sansoni, insieme da diversi anni.
(Photo Credit Instagram @GabrieleParpiglia)
L'articolo Tommaso Paradiso e Carolina Sansoni si sono sposati a Capalbio. Emma e Lorenzo Jovanotti tra amici e parenti. Poi party in spiaggia proviene da Il Fatto Quotidiano.
La serie tv HBO “In Utero”, creata da Margaret Mazzantini, diretta da Maria Sole Tognazzi, che firma anche la direzione artistica, affronta il tema della procreazione e della fertilità attraverso le storie che si intrecciano nella clinica Creatividad. Tutto ruota attorno a Ruggero (Sergio Castellitto), ginecologo fondatore della clinica di fecondazione assistita e di Angelo (Alessio Fiorenza), giovane uomo trans, talentuoso biologo.
“Quando ho letto la sceneggiatura e ho ‘conosciuto’ per la prima volta Angelo, – ci ha raccontato Alessio Fiorenza – mi sono chiesto il perché di questo carattere un po’ introverso, chiuso. Nelle prime quattro puntate si vede l’Angelo embriologo che ha a che fare comunque con le relazioni lavorative e quelle relazionali, in senso stretto. È ombroso. Non si è ancora vista la sua parte ‘familiare’ che poi è quella che ha forgiato il suo carattere, come si vede dalla quinta puntata quando torna a casa in Sicilia e ha a che fare con i genitori e i fratelli. E qui si scavano le dinamiche relazionali della famiglia che ti fanno capire il perché di certi suoi atteggiamenti. Quella della sua famiglia è stata un’accettazione tra le righe, mai palesata”.
Invece nel caso della tua famiglia com’è andata?
Io dico sempre che per quanto riguarda le storie della transizione ogni famiglia è a sé, ogni ragazzo o ragazza trans ha una storia alle spalle personale. Nel mio caso sono stato fortunato.
In che modo?
I miei mi hanno sempre riconosciuto senza alcun problema. Era tutto palese. Per definire o etichettare ci vuole un po’ più di esperienza e di conoscenza, ma quella la si acquisisce col tempo. Però insomma, per loro nulla di così sconvolgente ed inaspettato sicuramente.
Vieni da Terrasini, in provicina di Palermo. Hai sofferto il pregiudizio degli altri oppure sei stato vittima di bullismo?
Sin dalla adolescenza ho avuto un carattere un po’ predisposto al non chiedere scusa né permesso in alcun modo. Quindi mi sono imposto in maniera tale da non essere neanche ‘frainteso’. Era un po’ la mia presenza a parlare, lasciavo poco spazio alle parole o i permessi. Questa è una interpretazione che mi sono dato col tempo, guardandomi un po’ indietro. Non ho mai subito nessun tipo di discriminazione diretta. Forse quella velata o magari alle spalle, probabilmente sì.
Quando hai iniziato il percorso di transizione?
Quando ho lasciato la Sicilia a 19 anni. Sono andato in Inghilterra. Le tempistiche sono le stesse della sanità italiana, ma il plus era andare in un posto dove non ti conosce nessuno. Per me è stato molto più semplice. Almeno io l’ho vissuto in questo modo: non devi dare conto e ragione a nessuno, non devi spiegare nulla.
In Italia il “trans” viene identificato nell’ambito prettamente della prostituzione o della ‘macchietta’. Hai percepito un gap culturale rispetto all’estero?
Certo. È assolutamente evidente specialmente per quanto riguarda le ragazze trans. Il transcender viene identificato come un cliché, basato sulla superficialità. Non c’è una conoscenza approfondita per quanto riguarda queste tematiche, manca la cultura. Non c’è un processo di sensibilizzazione né di conoscenza, soprattutto, del processo di transizione. Non te lo spiegano da nessuna parte né a scuola né in altre parti ed è per questo che l’educazione socio-affettiva è fondamentale.
Oltre alla scuola esiste un altro canale di “educazione”?
Se togli questo tipo di educazione nelle scuole rimane l’informazione libera che puoi trovare su Internet, sui social… Infatti credo che molti giovani si informino attraverso i video su Instagram o TikTok. Secondo me non è un approccio necessariamente sbagliato, perché molto spesso si trovano testimonianze di persone trans, LGBTQIA+ o comunque in generale, quando c’è una testimonianza, c’è tanta informazione. Quindi, in realtà, sentire testimonianze o sentire parlare di certi argomenti se sono argomenti che chiaramente provengono da persone che sanno effettivamente ciò di cui stanno parlando, ben venga.
In “In utero” Angelo va a letto con una sua collega, ma quest’ultima ignara di tutto si accorge del sesso e si blocca. A te è mai capitata una situazione del genere?
Il mio personaggio Angelo è stato preso da un momento di passione e non penso si sia fatto molte domande, in quel momento. Si è sentito rifiutato anche se è stato anche lì un ‘non detto’. A me non è mai capitato sinceramente, ma perché mi sono sempre confrontato prima con l’altra persona, prima di fare qualsiasi cosa. Non mi faccio prendere dagli impulsi improvvisi (ride, ndr).
Ti senti un carico di responsabilità ad essere il primo attore trans in Italia?
Mi responsabilizza nella misura in cui a parlare è il mio corpo, la mia presenza stessa. Quindi non cerco un certo tipo di responsabilità che vada oltre questo. Non sento che la mia presenza debba, in qualche modo, essere giustificata o debba diventare ‘attivismo’ o debba diventare necessariamente ‘informazione’ o debba diventare necessariamente qualcos’altro. Semplicemente da questo è il mio modo di vedere. Credo che molte esperienze vadano semplicemente osservate. Poi se si vuole veramente comprendere qualcosa, lo si può fare e ci sono tutti i mezzi oggi per farlo.
Perché hai deciso di fare l’attore?
È una cosa che ho dentro da quando ero molto piccolo. È stato un momento circoscritto alle fantasie di un bambino di fatt. Poi ho abbandonato precocemente l’idea, fino a quando si è presentata poi l’opportunità concreta di poter partecipare a dei casting. E lì mi è ritornata la voglia, mi si è accesa improvvisamente una ‘lampadina’.
Hai ricevuto proposte di lavoro o sei impegnato in qualche casting?
In questo momento è tutto fermo, ma ci stiamo lavorando.
L'articolo “Sono il primo uomo trans attore, non ho vissuto il bullismo e la mia famiglia mi ha sempre appoggiato. Il transgender in Italia viene trattato con superficialità. Necessaria l’educazione socio-affettiva nelle scuole”: parla Alessio Fiorenza della serie “In Utero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.
Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.
La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.
Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.
Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.
In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.
Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.
Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.
Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.
Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.
Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.
“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.
Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.
Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.
Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.
L'articolo “Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre l’Italia guarda l’ennesimo Mondiale dal divano, il dibattito sul futuro del nostro calcio dovrebbe ripartire ancora una volta dai settori giovanili. E c’è chi quel mondo lo osserva ogni giorno da una prospettiva internazionale. Valerio Candido, allenatore UEFA B, ha lavorato per sette anni nel vivaio dell’Inter e da un decennio fa parte dell’area tecnica dei progetti “Inter Academy”, portando metodologia, formazione e cultura sportiva in ogni angolo del pianeta. Ha allenato bambini, formato tecnici e toccato con mano realtà profondamente diverse tra loro. In Sudamerica ha visto giovanissimi vivere il calcio come possibilità di riscatto sociale, mentre negli Usa ha scoperto strutture e organizzazioni all’avanguardia. A ilfattoquotidiano.it racconta i segreti del calcio giovanile globale: un’occasione per interrogarsi sullo stato di salute del sistema italiano.
Qual è la prima cosa che nota quando osserva una partita di settore giovanile o un allenamento in Italia rispetto all’estero?
La pressione esterna rispetto a quale Paese sono di ritorno. In Sud America è molto simile alla nostra per passione, per coinvolgimento, per i genitori. Negli Stati Uniti c’è n’è meno, la partita è vista più come la possibilità da parte dei genitori di passare un weekend calcistico con le altre famiglie. C’è uno spirito un po’ meno competitivo, meno agonistico. Da noi c’è troppa esasperazione.
L’invadenza e la pressione dei genitori sulle tribune italiane sono tristemente note. Nelle sue esperienze all’estero ha riscontrato dinamiche simili o c’è un rispetto diverso per il ruolo dell’educatore/allenatore?
La competitività c’è. Negli Usa l’ho visto molto nel femminile, dove il calcio è il primo sport. C’è però abbastanza rispetto per il lavoro, per la figura dell’allenatore o dello staff. Non l’ho visto solo nel calcio, ma anche nel basket, nel baseball, nel lacrosse. C’è grande competitività perché la capacità di emergere in questi sport ti permette anche di avere un accesso al college universitario preferenziale e quindi anche un percorso, sia scolastico che sportivo, differente. Ma comunque è più sana.
Le è mai capitato di vedere un talento che in Italia sarebbe stato considerato “indisciplinato” o “ingestibile”, ma che all’estero veniva valorizzato proprio per la sua creatività?
Sì, soprattutto in Sud America, dove l’estro e la personalità vengono vissuti come caratteristiche naturali del giovane calciatore. Anche in Italia esistono ragazzi con queste qualità: la differenza sta nel contesto culturale e familiare in cui crescono. Creatività e fantasia sono fondamentali, ma devono essere accompagnate da valori educativi solidi. Un club non deve limitarsi a sviluppare l’aspetto tecnico o tattico del ragazzo, ma deve aiutarlo anche a maturare dal punto di vista umano e culturale, soprattutto se in futuro dovrà affrontare esperienze all’estero.
In Argentina ha visto bambini vivere il calcio con una competitività impressionante. Dove finisce la sana fame di emergere e dove inizia il rischio di caricare un bambino di aspettative troppo grandi?
In Sud America il contesto sociale incide moltissimo. Tante famiglie vedono nel calcio una possibilità concreta di riscatto economico e sociale: questo porta a esercitare una forte pressione sui bambini. È una mentalità che difficilmente cambierà, ma che allo stesso tempo contribuisce a formare giocatori abituati a convivere con tensione e responsabilità. Proprio questa capacità di gestire la pressione rappresenta spesso uno dei punti di forza dei calciatori sudamericani quando arrivano in Europa. Non è molto pedagogico, però è il loro punto di forza.
In Italia si parla spesso di troppa tattica e poca tecnica nei settori giovanili. Condivide questa critica?
In parte sì. L’Italia ha storicamente puntato molto sugli aspetti tattici perché erano il suo punto di forza. In altri Paesi i bambini sviluppano tecnica, creatività e furbizia giocando spontaneamente in strada o nei parchi, prima ancora di entrare in una scuola calcio. In Italia questa dimensione è quasi scomparsa. Di conseguenza il lavoro tecnico dovrebbe essere curato maggiormente nei primi anni di formazione. Per farlo servono istruttori preparati, capaci di insegnare correttamente i gesti tecnici in base all’età e al livello dei bambini. Spesso si anticipano troppo i concetti tattici, mentre la priorità dovrebbe essere mettere il pallone e il divertimento al centro del percorso formativo.
Dopo l’ennesima mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali si è tornati a parlare proprio di settori giovanili. Per lei il problema principale è davvero la formazione dei ragazzi o riguarda piuttosto la cultura calcistica degli adulti che li circondano?
Il talento in Italia non manca e continuerà a esserci. Il nodo principale riguarda la crescita dei ragazzi nella fascia d’età tra i 16 e i 17 anni, quando emerge un divario rispetto ad altri Paesi. In quella fase servirebbe un lavoro più individualizzato, costruito sulle caratteristiche tecniche, fisiche e caratteriali di ogni giocatore. Inoltre è fondamentale che i club abbiano il coraggio di lanciare i giovani nel calcio professionistico. Le seconde squadre delle società di Serie A e Serie B rappresentano uno strumento importante per accompagnare i ragazzi nel passaggio verso il calcio adulto. I risultati ottenuti dalle Nazionali giovanili italiane dimostrano che la base qualitativa esiste.
Quale Paese le sembra più vicino al giusto equilibrio tra risultati, crescita tecnica e formazione umana?
Ogni realtà presenta punti di forza e limiti. Stati Uniti e Canada sono molto avanzati dal punto di vista organizzativo: strutture moderne, grandi spazi e attrezzature di alto livello rappresentano un modello da imitare. In Sud America, invece, ci sono meno risorse e infrastrutture più datate, ma un’enorme produzione di talento. In Italia uno dei problemi principali riguarda proprio le strutture sportive, che andrebbero migliorate attraverso investimenti e incentivi adeguati. Allo stesso tempo, non dimentichiamo i punti di forza storici del calcio italiano: osservare ciò che funziona all’estero è importante, ma senza cancellare una cultura calcistica che ha portato l’Italia a vincere quattro Mondiali.
Se dovesse scegliere una singola intuizione metodologica o organizzativa vista all’estero da inserire subito nei centri federali italiani, quale sarebbe?
Ridurre l’importanza del risultato almeno fino ai 12 anni. È vero che la vittoria è spesso utilizzata come parametro di valutazione del lavoro svolto, ma credo che nelle categorie dei più piccoli la formazione debba avere la precedenza sulla competizione. Solo dagli Under 14 in avanti, quando il livello diventa più marcato, il risultato può assumere un peso maggiore. Creare mentalità vincente e imparare a gestire la sconfitta sono aspetti importanti, ma senza perdere di vista l’equilibrio educativo e la crescita del giovane calciatore.
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Quando si è laureata in Infermieristica, la oggi 26enne Annalisa Bergo immaginava corsie ospedaliere dove crescere professionalmente, imparare dai colleghi più esperti e mettere in pratica ciò che aveva studiato all’università. La realtà che ha trovato entrando in un grande ospedale milanese, però, è stata molto diversa. Un ambiente segnato da gerarchie rigide, dinamiche di “nonnismo” e scarso spazio per le nuove generazioni. Tanto da spingerla a mettere in discussione la scelta della sua professione. “Ero la più giovane, una neolaureata in terapia intensiva. Mi sentivo letteralmente un fantasma che girava per il reparto”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Quello che dicevo e facevo era insignificante. Mi impegnavo al massimo, ma avevo la sensazione che non fosse mai abbastanza. Quando proponevo approcci nuovi, basati su ciò che avevo studiato all’università, la risposta era sempre la stessa: qui si è sempre fatto così, non ci interessa come faresti tu. Un clima che, più ancora della questione economica, rischia di allontanare molti giovani professionisti sanitari. “A un certo punto tornavo a casa e pensavo di aver sbagliato tutto. Mi chiedevo se quella fosse davvero la strada giusta”.
La svolta arriva quasi per caso. Tra curriculum inviati senza troppe aspettative compare un progetto particolare: coordinare l’apertura di un reparto pediatrico dedicato ai grandi ustionati presso la Zion Medical Clinic, una struttura sanitaria sul Monte Elgon, in Uganda. Annalisa si candida senza immaginare che quella scelta cambierà radicalmente il suo percorso. Partita nell’ottobre del 2025 per quello che avrebbe dovuto essere un mese di volontariato, resterà in Africa per oltre tre mesi e mezzo. “Quando sono arrivata la prima sera non c’erano nemmeno i guanti”, ricorda. “Non parliamo di farmaci sofisticati o apparecchiature avanzate: mancavano strumenti basilari. Ho comprato guanti per tutta la clinica e per loro era come se avessi donato una Lamborghini”.
In quel contesto, fatto di risorse limitate e bisogni enormi, Annalisa riscopre il significato più autentico della sua professione. La giornata iniziava con gli ambulatori per pazienti provenienti anche da centinaia di chilometri di distanza, che spesso giungevano a piedi: donne incinte, bambini da vaccinare, casi di malaria o tubercolosi. Nel pomeriggio si dedicava al reparto ustionati, gestendo visite, emergenze e organizzazione della struttura. La sera, dopo il tramonto, la comunità si ritrovava insieme. Le donne del villaggio cucinavano per tutti, volontari compresi. Nei fine settimana c’erano trekking nella foresta, visite ai villaggi e momenti di condivisione. Ma soprattutto c’erano i pazienti. Tra loro, un bambino di appena due anni destinato a lasciare in lei un segno profondo. “Era il più piccolo che avessi in cura ed era completamente solo, senza famiglia. Pensavo sinceramente che non ce l’avrebbe fatta. L’ho assistito tutte le notti, gli sono rimasta accanto continuamente”. Quel bambino si chiama Samuel. La sua storia ha portato alla nascita del “Centro Samuel”, una struttura dedicata ai minori abbandonati della zona. “Grazie a lui ho capito che la cura non è soltanto una procedura clinica. C’è una dimensione umana che è fondamentale e che in Italia avevo smesso di trovare. Mi mancava terribilmente”.
In Uganda scopre anche qualcosa che ritiene essenziale per chi lavora nella sanità: la condivisione emotiva. “Noi infermieri vediamo sofferenza e morte ogni giorno. Se non c’è uno spazio per parlarne, per confrontarsi, non si va avanti. Lì era normale condividere tutto: la stanchezza, la tristezza, le difficoltà. Questa umanità mi ha arricchita enormemente”. Il ritorno in Italia, però, è traumatico. Non soltanto per l’impatto emotivo del rientro, ma anche per il modo in cui la sua esperienza viene percepita. “Durante un colloquio in videoconferenza, mentre ero ancora in Africa, con una clinica lombarda mi dissero: ‘Adesso che è stata via così tanto, per un po’ le vacanze se le scorda’. Rimasi senza parole. Risposi che non ero in vacanza, stavo lavorando”. Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Mi dissero che a loro interessavano due cose: che non ripartissi e che non avessi una gravidanza nel breve periodo. A quel punto ho deciso di termine il colloquio”.
Parole che sintetizzano, secondo Annalisa, una difficoltà più ampia del sistema italiano nel riconoscere il valore di percorsi professionali non convenzionali. La svolta arriva poche settimane dopo dalla Svizzera. Qui la sua esperienza africana viene letta in modo completamente diverso. Durante il colloquio per una posizione in terapia intensiva cardiochirurgica, l’attenzione dei selezionatori si concentra quasi esclusivamente sul progetto ugandese. “Praticamente abbiamo parlato solo dell’Africa. Erano colpiti dall’esperienza, dalla capacità di adattamento e dalle competenze sviluppate sul campo”. Non solo. L’ospedale decide di finanziare direttamente la convalida del titolo professionale e di sostenerla economicamente in un Master internazionale in Cooperazione e Aiuto Umanitario, con percorsi formativi tra Europa e Africa orientale. “Ora posso continuare a lavorare e allo stesso tempo prepararmi per future missioni umanitarie. È esattamente la direzione che volevo dare alla mia carriera”. Guardando all’Italia, Annalisa individua un problema che va oltre gli stipendi. “Non si dà abbastanza spazio ai giovani. Spesso chi ha idee nuove e competenze aggiornate viene schiacciato da modelli organizzativi fermi da decenni. In medicina, però, la conoscenza evolve continuamente. Bisognerebbe valorizzare chi porta innovazione, non relegarlo ai margini”. E a chi oggi sogna di intraprendere la professione infermieristica dà un messaggio chiaro: “Non siamo semplici aiutanti del medico. Siamo professionisti laureati, con competenze e responsabilità precise. Dobbiamo smettere di accettare l’idea dell’infermiere come semplice ‘assistente’ e iniziare a rivendicare il nostro ruolo. È una battaglia culturale che la mia generazione ha il dovere di portare avanti”.
Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com
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Si avvicina il giorno del voto che determinerà il futuro dell’agricoltura e della biodiversità in Unione Europea nei prossimi decenni. Il 17 giugno, il Parlamento Ue si esprimerà sulla proposta di regolamento relativo alle piante geneticamente modificate mediante nuove tecniche genomiche (Ngt), in Italia chiamate anche tecniche di evoluzione assistita (Tea). Una proposta che, di fatto, prevede di deregolamentare gran parte dei nuovi Ogm. Dopo l’accordo quadro raggiunto il 3 dicembre 2025 e l’approvazione delle nuove norme, ad aprile, da parte del Consiglio Europeo (con il voto positivo di 18 Paesi, Italia compresa) è l’ora del voto all’Europarlamento. Bruxelles stima che il nuovo quadro normativo entri in vigore a partire dalla metà del 2028. Ma se non attendono altro il Governo Meloni, con il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida in prima fila e i sindacati agricoli, sono contrarie diverse associazioni, tra cui Slow Food Italia, Centro Internazionale Crocevia, Legambiente, Greenpeace, Terra!, Associazione Rurale Italiana, Federbio, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica, Firab, Fairwatch, Federazione Nazionale Pro Natura, Lipu, Movimento Consumatori, Navdanya International, Verdi Ambiente e Società. Alcune associazioni europee, tra cui Centro Internazionale Crocevia hanno annunciato una mobilitazione davanti al Parlamento europeo, la mattina del 16 giugno. “Insieme a centinaia di organizzazioni europee di ogni settore chiediamo un rigetto della proposta di deregulation dei nuovi Ogm” spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Panié, campaigner del Centro Internazionale Crocevia. Secondo le associazioni, le nuove regole sono un rischio sia per la trasparenza nei confronti dei consumatori, sia per i piccoli agricoltori, le filiere convenzionali non ogm e l’agricoltura biologica.
Le nuove tecniche genomiche modificano il dna degli organismi (soprattutto vegetali) per ottenere caratteristiche specifiche. A differenza degli Ogm tradizionali, basati soprattutto sulla transgenesi (l’inserimento di materiale genetico esterno), le Ngt intervengono sul patrimonio genetico della pianta in modo più mirato, ottimizzando il patrimonio genetico già esistente, per esempio modificando o trasferendo sequenze compatibili con la specie in questione. Le metodologie più utilizzate, al momento, sono l’editing genomico che utilizza le cosiddette ‘forbici molecolari’ per tagliare il dna in punti precisi, la cisgenesi, con l’inserimento nel genoma di un gene preso da una pianta della stessa specie o naturalmente incrociabile e la mutagenesi mirata, che comporta modifiche circoscritte, con un massimo di venti variazioni.
L’accordo di dicembre, confermato nei mesi scorsi, introduce nel nuovo regolamento una distinzione tra piante derivate da Ngt di categoria 1 e Ngt di categoria 2. Le prime sarebbero considerate “equivalenti alle piante convenzionali” per una questione di lunghezza delle sequenze di Dna modificate (meno di 20 nucleotidi). In base a questo parametro, le piante da Ngt di categoria 1 verrebbero esentate dalle attuali norme sugli Ogm: rimane l’obbligo di etichettatura per i sementi e altro materiale riproduttivo, ma non sarà richiesta alcuna valutazione del rischio ambientale o sanitario, né ci saranno obblighi di tracciabilità lungo la filiera o di etichettatura per il consumatore finale. Le piante derivate da Ngt di categoria 2, con modifiche genomiche più complesse, rimangono soggette alla vigente legislazione europea in materia di ogm, comprese l’autorizzazione, la tracciabilità e l’etichettatura obbligatoria. Solo che circa il 94% dei nuovi Ogm allo studio rientra proprio nelle Ngt di categoria 1, quelle che verrebbero deregolamentate. “Rivendichiamo con orgoglio un risultato che permetterà di avere colture più resilienti, più produttive, con meno utilizzo di pesticidi e di acqua. Non si tratta di Ogm, ma di tecniche innovative che consentono miglioramenti mirati e naturali” dichiarava a dicembre scorso il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, commentando l’accordo raggiunto in sede europea.
Ma le associazioni contestano una serie di aspetti. Primo fra tutti la deregolamentazione su valutazione del rischio, tracciabilità ed etichettatura, che poi porterebbe ad altri problemi, come quello legato all’agricoltura biologica. “Una deregolamentazione dei nuovi ogm – prosegue Panié – sarebbe la fine anche per il diritto dei consumatori a scegliere prodotti ottenuti senza ingegneria genetica, perché il piano è di eliminare l’obbligo di segnalarlo in etichetta. Ci scandalizza che le catene di supermercati non siano in prima linea nel difendere i loro clienti, mentre le associazioni dei consumatori gli chiedono di farlo”. In mancanza di un dibattito politico e mediatico in Italia sulle conseguenze ambientali, agricole e industriali di questo regolamento, infatti, le associazioni – tra cui Adiconsum, Adoc e Federconsumatori – hanno scritto alle più importanti catene della grande distribuzione organizzata. Per le associazioni, approvare il regolamento rappresenterebbe “un arretramento senza precedenti nel sistema di garanzie costruito in decenni a tutela del consumatore europeo: il diritto a sapere cosa si mangia e a scegliere consapevolmente verrebbe di fatto svuotato”.
E poi c’è la questione dei brevetti, una delle più controverse. Tanto da bloccare la formazione di una maggioranza qualificata in seno al Consiglio europeo, fino al raggiungimento di un compromesso. Non ci sarà un divieto sui brevetti, ma gli sviluppatori di piante Ngt-1 devono trasmettere le informazioni sui brevetti pertinenti a una banca dati pubblica e possono indicare volontariamente le intenzioni in materia di concessione di licenze a condizioni eque. Sarà istituito un gruppo di esperti per valutare l’impatto dei brevetti sulle piante Ngt. Entro un anno dall’entrata in vigore del regolamento, la Commissione pubblicherà uno studio relativo all’impatto della brevettazione sull’innovazione, sulla disponibilità delle sementi e sulla competitività del settore. Ma le Ngt sono tutte coperte da brevetti, di proprietà di poche grandi multinazionali del settore sementiero. Oggi quattro gruppi gestiscono il 60% del mercato mondiale: Bayer-Monsanto (23%), Corteva (17%), Syngenta/ChemChina (10%) e Basf (7%). Le nuove regole rischiano di creare una ulteriore dipendenza, a danno dei piccoli e medi agricoltori. Questi brevetti coprono geni simili a quelli contenuti nei semi non ogm (geni nativi) e consentiranno, quindi, a queste multinazionali di privatizzare anche i semi tradizionali che contengono tali geni.
“Senza tracciabilità – commenta Paniè – le piante ogm potranno diffondersi e contaminare i campi degli agricoltori che non le hanno acquisite, rovinando la loro reputazione ed esponendoli a cause legali per appropriazione di varietà brevettate”. Ai piccoli produttori potrebbe spettare l’onere di dimostrare di non aver utilizzato la varietà brevettata. Secondo le associazioni ambientaliste, il pericolo di contaminazione metterà gravemente a rischio le filiere convenzionali, così come quelle biologiche. Perché sarà complicato per chi coltiva biologico o convenzionale garantire l’assenza di contaminazioni provenienti da coltivazioni Ntg. “La deregolamentazione rappresenterebbe anche la fine dell’agricoltura biologica così come la conosciamo, basata su un disciplinare che vieta l’uso di organismi geneticamente modificati lungo tutta la filiera” aggiunge Paniè, secondo cui “sacrificare l’agricoltura italiana biologica e libera da Ogm agli interessi delle multinazionali agrochimiche è una pura follia che il governo italiano, insieme alla Coldiretti e alle altre grandi organizzazioni agricole, sta attivamente promuovendo”. Di fatto, spiegano, sarà impossibile per chi coltiva bio o convenzionale garantire l’assenza di contaminazioni provenienti da coltivazioni Ntg. “Se la proposta non verrà respinta durante la votazione in plenaria – è l’appello del Centro Internazionale Crocevia. chiediamo ai deputati europei di sostenere gli emendamenti che chiariscono l’attuazione della direttiva europea sui brevetti e quelli che richiedono la tracciabilità, i metodi di rilevamento, la coesistenza e l’etichettatura”.
L'articolo Nuovi Ogm, scatta la mobilitazione in vista del voto in Parlamento Ue per dire “no” alla deregolamentazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Obiezione Respinta*
Negli ultimi anni con Obiezione Respinta abbiamo accompagnato persone con vario background migratorio nella loro esperienza di interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Ne è emerso un quadro chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è in grado di garantire un acceso libero, sicuro e gratuito all’aborto, tanto meno per chi vive già in condizioni di marginalità, all’incrocio di disuguaglianze di genere, provenienza, classe, salute. Ci siamo continuamente trovate all’interno di percorsi a ostacoli e corse contro il tempo.
Il problema è innanzitutto strutturale. La legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza in Italia concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare più che come un diritto da garantire. La legge lega l’accesso all’aborto a condizioni specifiche – pericolo per la salute fisica o psichica, difficoltà economiche o sociali – senza contemplare la possibilità che una persona semplicemente non desideri diventare genitore. A questo si aggiungono numerosi altri ostacoli: la “settimana di riflessione” dopo aver ottenuto il certificato IVG, l’obiezione di coscienza praticata da circa il 65% del personale medico e la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori e negli ospedali. In molte strutture vengono inoltre richiesti passaggi non previsti dalla legge, come l’ascolto del battito fetale nel momento dell’ecografia, causando ulteriori ritardi e disagi. In un percorso sanitario vincolato ai tempi come quello dell’IVG, ogni limite può compromettere concretamente l’accesso alle cure.
Per le persone straniere, questi problemi si moltiplicano. Il primo scoglio è capire a quale assistenza sanitaria si abbia diritto, orientandosi tra iscrizioni al SSN, codici sanitari, documenti amministrativi e regolamenti regionali spesso opachi.
Le persone provenienti da Paesi UE ed extra-UE che soggiornano in Italia per motivi di lavoro hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e gratuita al SSN. Chi accede con permessi di soggiorno per motivi di studio o religiosi può iscriversi al SSN, ma lo deve fare a pagamento, al costo di 700 euro, con procedure burocraticamente complesse e con la validità dei servizi per l’anno solare. Chi si trova in Italia per soggiorni di breve durata (fino a 3 mesi) per motivi di turismo, affari o altre ragioni temporanee può accedere alle prestazioni sanitarie, che sono generalmente a pagamento secondo le tariffe previste dal Servizio Sanitario Regionale, salvo il diritto alle cure urgenti ed essenziali (art. 36 del T.U. n. 286/98). Ci si può anche affidare ad un’assicurazione privata, che tuttavia non sempre copre le prestazioni relative all’IVG. L’aborto, dunque, non viene sempre riconosciuto come prestazione urgente o essenziale ai fini dell’esenzione, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si configura perciò come questione economica oltre che sanitaria.
Esistono poi codici specifici per situazioni di particolare vulnerabilità: il codice STP (“Straniero Temporaneamente Presente”) e il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”). Il codice STP garantisce alle persone straniere in condizione di irregolarità l’accesso alle cure urgenti ed essenziali e continuative, inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza secondo le modalità previste dal Servizio Sanitario Nazionale. Il codice ENI riguarda invece cittadine e cittadini dell’Unione Europea non iscritti al SSN e privi di copertura sanitaria, che si trovano in condizioni di difficoltà economica, e consente l’accesso alle prestazioni sanitarie urgenti ed essenziali.
Reperire informazioni corrette è difficile per chiunque e, per una persona straniera, orientarsi tra codici, uffici, iscrizioni e strutture può diventare quasi impossibile, data la diffusa assenza di traduttori nei presidi medici.
Crediamo che parte della soluzione risieda nella possibilità di avere sul proprio territorio consultori realmente accessibili (dovrebbe essercene uno ogni ventimila abitanti, secondo la legge 405/1975), servizi a bassa soglia, mediazione culturale e informazioni chiare e in diverse lingue sui siti ufficiali. Applicare infine le linee di indirizzo sulla RU486 (2020) anche nei consultori faciliterebbe enormemente l’accesso all’aborto alle persone straniere, al di là del loro status giuridico, del loro ISEE e della loro condizione migratoria.
Durante i nostri accompagnamenti, siamo riuscite a ovviare al problema economico attraverso raccolte fondi, grazie alla solidarietà e mutuo aiuto della nostra comunità. Abbiamo fatto da traduttrici, spiegato il senso dei documenti, accompagnato in auto alle strutture sanitarie più vicine. Tuttavia, non siamo un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le pratiche di mutuo aiuto che costruiamo servono a condividere informazioni, esperienze e strumenti concreti di supporto, trasformando l’esperienza abortiva in un terreno di rivendicazione politica. Aborto, contraccezione e salute sessuale e riproduttiva continuano a essere trattati come temi eccezionali o moralmente controversi: sono invece aspetti fondamentali della vita e dell’autonomia delle persone. È anche nostro compito rendere visibili i corpi che questo sistema lascia indietro.
*Obiezione Respinta è un’associazione transfemminista nata a Pisa che pratica accompagnamento all’IVG
L'articolo Abortire in Italia è un percorso a ostacoli. Se sei straniera, lo è molto di più proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’aborto farmacologico a domicilio fino alle 9 settimane dall’inizio di gestazione è ancora molto poco diffuso in Italia, nonostante il ministero della Salute lo indichi come via preferenziale fin dal 2020. La Clinica Mangiagalli, dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, lo consente dal 2020 e i dati relativi al servizio ne dimostrano l’efficacia, la sicurezza e il gradimento da parte delle utenti: sul totale delle IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) farmacologiche del 2025, il 95% è stato effettuato in regime domiciliare (nel 2024 era stato il 93%), secondo i dati raccolti nella relazione interna annuale che monitora il servizio.
I vantaggi evidenziati dalla de-ospedalizzazione dell’IVG farmacologica sono la riduzione dei tempi di attesa tra il rilascio del certificato ed IVG e l’incremento del numero di IVG farmacologiche, che nel 2025 sono state il 62% sul totale (la media nazionale è del 59% secondo i dati più recenti disponibili, cioè quelli del 2023, con una forte variabilità regionale). Il tasso complessivo di complicanze è stato lievemente inferiore (0,35%) rispetto a quello già noto in letteratura. Il fallimento della terapia medica (con la persistenza dell’embrione in utero e necessità di intervento chirurgico) sono stati 2 su 705, come nella media.
“La pandemia di Covid-19 ha agito come catalizzatore per l’adozione del metodo farmacologico domiciliare. Durante il periodo critico, le uniche persone in fila erano le donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza. Questa situazione ha spinto a implementare un sistema telefonico di screening e a rendere il processo più efficiente per sgravare il pronto soccorso e gestire meglio il flusso di pazienti. L’emergenza ha accelerato l’approvazione di un unico protocollo, valido anche per l’aborto spontaneo entro le nove settimane, semplificando ulteriormente le procedure” spiega a ilfattoquotidiano.it Sarah Salmona, responsabile del servizio IVG presso la Clinica.
Il modello Mangiagalli potrebbe essere adottato facilmente da qualunque ospedale. La prassi ancora largamente diffusa, infatti, è quella di far tornare la donna in struttura sia per il primo farmaco (mifepristone) che per il secondo farmaco (prostaglandine), cioè quello che provoca l’espulsione (solo nel 3-4% dei casi l’aborto avviene con il solo mifepristone entro le successive 12 ore dall’assunzione).
Nella procedura attuata dalla Mangiagalli, il primo farmaco viene somministrato nella struttura e le prostaglandine sono utilizzate dalla persona a casa propria. Un’ulteriore caratteristica positiva del servizio in Mangiagalli è che l’intera procedura è gestita non in clinica, dove si svolgono solo le IVG chirurgiche, ma al consultorio di via Pace, poco distante. Uno screening accurato, che prevede anche la mediazione interculturale, consente di verificare l’esistenza di condizioni idonee alla somministrazione domiciliare e di dare alla persona tutte le informazioni necessarie a gestire autonomamente la procedura. “Il counselling è la parte più importante del nostro lavoro – spiega Massimo Destro, ginecologo del consultorio di via Pace. – Il medico non deve essere superficiale, deve accertarsi che la paziente abbia ben compreso le istruzioni. Per esserne certo, io faccio scrivere alla paziente stessa le istruzioni di cosa fare nel secondo giorno a casa, in modo che sappia esattamente quello che succede. E deve esserci un approccio non giudicante, consapevole che la donna ha fatto la sua scelta e che sta vivendo un momento che può essere complicato”.
Facendo parte dello stesso ente, il consultorio di via Pace è collegato all’ospedale anche sotto il profilo amministrativo. Dato che la Regione Lombardia non ha approvato alcun provvedimento amministrativo per consentire a consultori e ambulatori di somministrare i farmaci – come invece hanno fatto l’Emilia-Romagna e, di recente, la Campania – abbiamo cercato di capire quale strada abbia percorso il consultorio di via Pace.
“L’attuale regolamentazione in Lombardia richiede, per la procedura IVG, la creazione di una cartella clinica ospedaliera, il che impedisce ai consultori di gestire l’aborto farmacologico” – spiega Edgardo Somigliana, primario di ginecologia presso la clinica. – “Nel nostro caso, abbiamo classificato alcune stanze del consultorio come stanze ospedaliere. In questo modo il consultorio è integrato con l’ospedale, operando formalmente in stanze ospedaliere dedicate, considerate come un day hospital clinico. Questa anomalia virtuosa ci consente di aprire la cartella clinica in consultorio ed offrire l’opzione domiciliare”.
Il principale ostacolo alla gestione consultoriale e alla possibilità di autosomministrarsi le prostaglandine a casa è, dunque, di tipo regolamentatorio. La questione dei rimborsi delle prestazioni gioca un ruolo determinante e per comprenderla bisogna addentrarsi per qualche passo nei meandri burocratici. Mentre le prestazioni ospedaliere sono rimborsate sulla base del cosiddetto “DRG”, Diagnosis-Related Group (Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi), le prestazioni erogate dai servizi territoriali sono rimborsate sulla base di un altro provvedimento amministrativo, definito “nomenclatore tariffario”. Si tratta in entrambi i casi di strumenti classificatori che attribuiscono un prezzo a ciascuna prestazione e i prezzi sono definiti periodicamente dalla giunta regionale. Se la Regione non indica nel nomenclatore tariffario le prestazioni per l’aborto farmacologico (non solo i farmaci, ma anche l’assistenza), il consultorio non ha il canale burocratico per agire. Anche se, in realtà, il quadro amministrativo già consentirebbe alle ATS, le Aziende territoriali sanitarie entro cui sono organizzati ed integrati ospedali e servizi territoriali, di prendere qualche iniziativa: “Il progetto regionale di integrazione del fascicolo socio-sanitario con la cartella clinica elettronica potrebbe rappresentare una svolta futura”, spiega la dottoressa Salmona.
Adeguarsi alle linee di indirizzo ministeriali favorendo l’IVG farmacologica in consultorio avrebbe importanti ricadute positive sulla prevenzione. “Un aspetto importante è la disponibilità della contraccezione post-aborto. Abbiamo rilevato che la contraccezione è più richiesta dalle donne che hanno vissuto l’aborto farmacologico a casa. Il modello integrato permette di fornire spirali e dispositivi sottocutanei gratuiti per le donne che rientrano nei protocolli, come le minorenni o le indigenti, e che hanno aperto la cartella consultoriale. La pillola viene somministrata il giorno stesso dell’assunzione del secondo farmaco, il misoprostolo. Questo sottolinea l’importanza di un servizio olistico che include sia l’interruzione di gravidanza che la prevenzione di future gravidanze indesiderate”, commenta Beatrice Tassis, ginecologa responsabile di struttura del consultorio di via Pace.
Un questionario predisposto dallo staff per sondare l’esperienza delle pazienti riguardo all’aborto farmacologico domiciliare ne dimostra il gradimento. “La ricerca, svolta tra il 2020 e il 2022 su circa 200 casi, ha mostrato un’ottima soddisfazione da parte del 90% delle donne, sia per il dolore fisico che psicologico. Le pazienti si sono sentite ben preparate, le informazioni ricevute hanno corrisposto alla loro esperienza e tornerebbero a scegliere questa modalità”, commenta Salmona.
L'articolo Aborto farmacologico a domicilio, il caso della clinica Mangiagalli: nel 2025 il 95% delle IVG gestito da casa proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia, negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a un “imbuto sui diritti” che, legislatura dopo legislatura, si è ristretto sempre di più. A mettere in fila i dati e ad analizzarli in chiave femminista e intersezionale, è il report “Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio effettivo dei diritti in Italia”. Promosso da Semia Fondo Delle Donne e curato da Giulia Marchese, Marta Nicolazzi, Aurora Perego e Massimo Prearo, è stato presentato il 9 giugno alla Casa internazionale delle donne di Roma, alla presenza della presidente Barbara Leda Kenny. Nei giorni in cui il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro viene indagato per violenza sessuale a Palazzo Madama e il collega di Fdi Roberto Menia aggredisce in aeroporto una coppia gay, a fare luce sullo stato del dibattito pubblico e politico sui diritti è lo studio promosso dal primo fondo femminista italiano. Che ha deciso, come raccontato dalla presidente Paola Di Leo, “di supportare il movimento con dati azionabili”: “La sensazione è che ciò che era acquisito sia tornato a essere fragile. E i dati ci mostrano un quadro ancora più preoccupante”. In questo, “l’occhio del movimento femminista è attento”. Da qui la scelta di rivolgersi all’esterno, come ribadito anche dalla consigliera di Semia Camilla Speriani: “Se c’è una forza che i populismi non sono riusciti a fermare è la società civile. Che deve presidiare i momenti in cui si formano le decisioni” e “creare una base di conoscenza condivisa là dove è terreno di contesa”.
All’interno del report, si analizza per la prima volta l’intero ciclo di vita di 1224 atti legislativi su tre legislature consecutive (dalla XVIIesima alla XIXesima). E il risultato è sconfortante: “Nel 2013 la conversione era intorno al 25%, nell’attuale siamo arrivati intorno all’1,4”, ha dichiarato la data scientist Marchese. “La legislazione sui diritti viene lasciata morire. L’inerzia è il meccanismo di funzionamento del sistema”. E qui emerge il paradosso, come si legge nel report: “L’Italia non mostra un drammatico deficit di consenso sui diritti e nemmeno una scarsa iniziativa legislativa”. Ma piuttosto “un deficit nella capacità di tradurre domande sociali legittime e condivise in norme effettive”.
Dei 1224 atti analizzati, solo 137 sono arrivati all’esito finale: l’11,2% del totale. Non solo: “La capacità del Parlamento di tradurre in norma le proposte si contrae nel tempo: dal 6,5% della XVII legislatura all’1,4% della XIX”, scrive il report. Diverso è l’esito dei 107 strumenti governativi: nell’oltre il 94,4 per cento dei casi (101), sono arrivati alla fine, dimostrando quella che Marchetti definisce “un’asimmetria strutturale” tra esecutivo e Parlamento.
Inoltre, continua lo studio, “il sistema non è neutro rispetto al segno politico dei provvedimenti. Gli atti restrittivi, pur essendo molto meno numerosi, arrivano più spesso all’esito finale: il 17,6% di questi diventa legge, quasi il doppio degli espansivi (10,3%). Il vantaggio dipende dal peso del canale governativo. Dei 27 provvedimenti restrittivi approvati, 25 sono decreti dell’esecutivo”. La Lega risulta il partito più attivo in proporzione ai seggi, e quello che ha fatto maggiori proposte restrittitive. Fdi e Fi occupano una posizione intermedia, mentre Pd e M5s sono quasi completamenta sul fronte espansivo. “Sotto il governo Meloni“, continua l’analisi, “il volume degli atti parlamentari raggiunge il massimo storico, mentre la capacità del Parlamento di trasformarli in legge scende a uno dei livelli più bassi”.
Lo studio analizza poi, la posizione dell’Italia nei vari indici che ne misurano l’avanzamento sul fronte dei diritti. Ad esempio, per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, l’Italia ha segnato miglioramenti. Una tendenza “quasi interamente riconducibile a una dimensione formale, ovvero all’aumento del numero di donne nelle cariche di potere formale nella sfera economica (+18 punti) e sociale (+17.5), mentre la loro presenza nella sfera politica resta invariata e al di sotto della media europea”. E questo nonostante la conquista di avere due donne in posizioni apicali: la prima presidente del Consiglio (Meloni) e la prima leader del principale partito di opposizione (Schlein). Il miglioramento nell’accesso a posizioni di potere, scrivono ancora i ricercatori, “non è necessariamente associato a un miglioramento equivalente in altre dimensioni cruciali”, dal tasso di occupazione al divario retributivo.
Uno dei punti critici per l’Italia, inoltre, è la tutela della saluta sessuale e riproduttiva. Secondo l’European Abortion Policies Atlas, “tra il 2021 e il 2025 ha perso circa tredici punti nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza”. E sull’accesso alla contraccezione si è fermata al 62,7%, ben sotto Paesi come Francia (97,9%) e Germania (78,6%). Per quanto riguarda le persone migranti e rifugiate, l’Italia è “tra i dodici Paesi che hanno peggiorato le proprie politiche nel periodo considerato (2020-2023)” e a pesare soprattutto è stata l’approvazione del decreto Cutro. Viene poi definita “scoraggiante” l’analisi delle politiche LGBTQIA+. L’edizione 2025 della Rainbow Map assegna all’Italia solo 24 punti su 100, l’unico paese dell’Europa Sud e Occidentale con un indice al di sotto del 30%. Non va meglio per le persone con disabilità: gli indicatori di inclusione danno all’Italia un punteggio medio di 5,5 su 10 nel 2024 e nel 2025. E, infine, ben il 67,7% delle persone con disabilità grave tra i 15 e i 64 anni è fuori dalla forza lavoro.
Se il sistema legislativo rallenta e arranca sui diritti, sul fronte opposto l’opinione pubblica si dimostra paradossalmente più favorevole a interventi estensivi. Anche se, come osservato da Prearo – ricercatore in Scienza politica all’università di Verona -, “non c’è un miglioramento negli anni” e varia la posizione a seconda dei temi. Ad esempio, “circa la metà della popolazione sostiene l’uguaglianza formale tra uomini e donne negli ambiti più visibili della vita pubblica”. Sull’aborto, “i dati IPSOS mostrano che il 70% è totalmente favorevole”. Ma non solo: “Un’ampia maggioranza della popolazione (70%) si dichiara per la libertà di vita delle persone LGBTQIA+. Ma, al tempo stesso, “quasi un quarto di persone hanno un atteggiamento o contrario o indifferente”. La percezione dei migranti rimane uno dei temi più problematici: tra il 40% e il 50% della popolazione ha posizioni indefinite, una quota molto più alta rispetto ad altri temi. “In linea di principio”, ha continuato Prearo in conferenza stampa, “le persone rispondono in maniera positiva, ma le cose cambiano quando si fanno domande sulla prossimità”. Nel 2023 più di un rispondente su quattro si è detto a disagio “se una persona rom avesse una carica politica di rilievo, uno su tre se fosse un collega, quasi uno su due se avesse una relazione sentimentale con la propria prole”. Seguono, in ordine decrescente di ostilità media, persone LGB, persone di fede musulmana e minoranze etniche o razziali, con percentuali dal 12% al 29% di disagio.
Infine, per quanto riguarda i dati sulle esperienze vissute delle discriminazioni, il report ricorda la più recente indagine ISTAT (2025), secondo cui una donna su tre, tra i 16 e i 75 anni, ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. “Ma su questo”, osserva Prearo, “i dati italiani non esistono. Sono frammentati, fatti da associazioni e movimenti. Molto disparati perché le istituzioni italiane non li raccolgono in maniera massiccia, permanente e continuativa”. E’ il caso ad esempio delle persone con disabilità: “E’ molto difficile trovare rilevazioni che interrogano loro e non i caregiver”.
In generale, osserva il report, “le esperienze di marginalizzazione che emergono dai dati rivelano forme diffuse di ostilità quotidiana” e “la natura sommersa di queste forme di discriminazione le rende ardue da intercettare con gli strumenti istituzionali tradizionali”. Da segnalare anche il problema del “under-reporting”: “Il livello di discriminazione dichiarata nelle indagini generaliste è sistematicamente inferiore a quello che emerge quando si coinvolge direttamente la popolazione esposta”. Per colmare tutte queste lacune, i ricercatori e le ricercatrici hanno messo in fila e analizzato i dati. Perché, scrivono, per “superare la sospensione della cittadinanza, serve non solo un impegno legislativo, ma anche un profondo lavoro culturale e un monitoraggio indipendente capace di rendere visibili le discriminazioni che ancora oggi restano sommerse”.
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Tre perquisizioni “casuali” in aeroporto nel giro di pochi mesi, due in entrata e una in uscita dall’Italia. È accaduto ad Annalisa, professoressa torinese e attivista di Extinction Rebellion, il movimento che manifesta per la giustizia climatica con azioni non violente. È stata lei stessa a rendere pubblico l’accaduto con un post sui social, poi diffuso da XR con un comunicato di denuncia. “Venerdì 5 giugno – racconta al fattoquotidiano.it – stavo rientrando dal Canada con mio marito, convalescente perché aveva fatto un incidente. A Malpensa abbiamo appoggiato i passaporti sul lettore digitale: con il suo il tornello si è aperto, con il mio è apparsa una x rossa sul display. Io me l’aspettavo, era la terza volta che capitava. A quel punto l’addetto aeroportuale mi ha fatto passare e mi ha detto di dare il passaporto al poliziotto che stava nel gabbiotto. L’agente ha digitato i dati sul pc, poi ha guardato lo schermo per 5 minuti buoni senza dirmi cosa stava capitando. In tutti e tre i casi mi hanno detto che era ‘un problema della macchina’”.
L’attivista ha filmato con lo smartphone sia i colloqui con i funzionari dello scalo, sia le risposte evasive degli agenti che l’hanno trattenuta per circa un’ora. “Stiamo controllando i suoi precedenti”, spiega uno di loro in un video condiviso su Instagram, rispondendo a una domanda dell’interessata, che replica: “Io non ho precedenti”. “A quel punto – prosegue Annalisa – un agente mi ha chiesto di andare con lui in ufficio. Entro e mi fanno sedere in una saletta con altre persone per lo più non italiane. Mi hanno tenuta lì altri 20 minuti, poi mi hanno chiesto di rintracciare il mio bagaglio perché dovevano controllarlo. Ci hanno accompagnati alla dogana e lì hanno chiesto a un funzionario doganale di perquisire la mia valigia. Lui era visibilmente seccato di doverlo fare e ha anche scherzato con me. Stavolta mi sono impuntata e alla fine ho ottenuto un verbale”. Si tratta di un documento della Polizia di frontiera, indirizzato alla Dogana di Malpensa, in cui si dà atto della perquisizione, mentre nelle occasioni precedenti il verbale le è sempre stato negato. “Mi è accaduta la stessa cosa alla partenza per Montréal, il 25 maggio. Ho rischiato di perdere un volo da 1.800 euro comprato d’urgenza. Per passare ho dovuto mostrare la chat con mio marito dove c’era la sua foto nel letto d’ospedale. La prima invece è stata a dicembre 2025 alle tre di notte, stavo rientrando dal Marocco dove studia mia figlia”, racconta Annalisa. Le richieste dei funzionari in quel caso sono state documentate con una registrazione audio da suo figlio, che viaggiava con lei.
Secondo Extinction Rebellion, negli ultimi due anni ci sono state “decine di segnalazioni di blocchi al controllo passaporti, in uscita e rientro nell’area Schengen, per persone che hanno anche solo occasionalmente partecipato a proteste del movimento”. Ora il documento rilasciato all’attivista è in mano agli avvocati Marino Careglio e Gianluca Vitale, che valutano iniziative per capire sulla base di quali informazioni sia stata trattenuta. Le denunce a suo carico infatti sono state tutte archiviate con formula piena (perciò non ne resta traccia sul casellario), così come la gran parte di quelle che hanno colpito gli aderenti al movimento in tutta Italia. L’unica banca dati istituzionale che potrebbe menzionare anche gli attivisti usciti indenni da inchieste e processi è il C.e.d., che raccoglie i cosiddetti precedenti di polizia. Del resto, nel report sulle attività di ordine pubblico svolte nel 2024, XR è definito “movimento ambientalista oltranzista”, da includere nel novero delle sigle dell’“estremismo di sinistra” insieme agli antagonisti e al “fronte comune di mobilitazione contro l’approvazione del Ddl 1660”, ovvero il Ddl Sicurezza. “So di altri di noi che hanno fatto accesso agli atti per capire se sono nel Ced della Polizia, ma hanno dato esito negativo”, afferma Annalisa. Una questione su cui ora il pool legale vuole vederci chiaro. “Mi fa rabbia che la gente non capisca quanto sia preoccupante”.
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La rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat si è svolta tra il 26 e il 29 gennaio 2026, divisa tra conteggio visivo e interviste di approfondimento. Sono state censite 10.037 persone in 14 capoluoghi. “Tutti contano”, diceva lo slogan scelto dalla Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) per la rilevazione. Ma ora, in fase di verifica del percorso, gli addetti ai lavori si confrontano sui limiti della ricerca. Esperti, operatori e la stessa fio.PSD spiegano perché, a loro modo di vedere, quel dato vada preso con le pinze: “Riguarda soprattutto persone in strada e dormitori di primo livello, non è confrontabile con le precedenti indagini e rischia di diventare un riferimento fragile per politiche, risorse e scelte amministrative”. Le perplessità sono state condivise durante il primo incontro pubblico di presentazione dei risultati in Liguria, organizzato a Genova da San Marcellino giovedì scorso.
Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia all’Università di Bologna e riferimento sull’operare con persone senza dimora da oltre trent’anni, riconosce il valore teorico dell’operazione: “Inserire le persone senza dimora nel censimento permanente significa riconoscere che quella condizione è un dato strutturale, non è un’emergenza”. Ma il risultato è a suo parere “una rappresentazione riduttiva e stereotipata” del fenomeno, “perché hanno scelto di non considerare accoglienze di secondo livello, comunità, appartamenti protetti, alloggi assistiti e percorsi abitativi”. Il risultato è “un sottodimensionamento importante” in termini numerici, ma soprattutto un passo indietro a livello culturale: “Ci abbiamo messo 30 anni per superare una definizione che limitava la condizione senza dimora alla mera assenza di una casa, a favore di una concezione più complessa”.
I numeri emersi contano 2.621 persone senza dimora a Roma, segue Milano con 1.641, poi Torino (1.036), Napoli (1.029), Genova (803), Palermo (611) e Bologna (597). L’ultima rilevazione, nel 2011, riguardava 158 città e aveva utilizzato altri criteri, i dati emersi non sono quindi confrontabili. A Genova una ricerca del 1996, riferita solo a persone italiane, contava 1.150 persone in contatto con le strutture Massoero, San Marcellino e Caritas e ne stimava altre 704 in città. Il nuovo conteggio Istat ne indica 803 in tutto, stranieri compresi. Gli addetti ai lavori si interrogano sulle ragioni di una differenza così marcata, che risulta poco plausibile.
Bergamaschi, che fa parte del comitato scientifico della Federazione, precisa che gli esperti avevano “fatto una serie di osservazioni sull’intero impianto della ricerca e in particolare sull’articolazione del questionario”, ma “nulla di quello che abbiamo proposto è stato recepito da Istat”.
Le critiche arrivano anche da fio.PSD, che pure ha reso possibile la rilevazione. Marzio Mori, membro del consiglio direttivo e direttore della Caritas diocesana di Firenze, ricostruisce così la scelta: “Istat è un gigante con le sue modalità, davvero poco flessibile. Potevamo scegliere se starci o non starci. Abbiamo scelto di starci”. Le organizzazioni che animano fio.PSD, in fase di verifica, hanno denunciato un approccio “estrattivista” nelle modalità di svolgimento della rilevazione: persone senza dimora considerate “come meri oggetti di indagine statistica”. La scelta di Istat di limitarsi alle prime due categorie Ethos, la classificazione europea dell’esclusione abitativa, “restituisce una visione stereotipata del fenomeno, appiattendo una realtà complessa e multidimensionale”. Contestati anche il questionario “lungo, invasivo” e con domande “poco rispettose”, comunicazioni deboli o tardive, criteri difformi tra città.
Per Danilo De Luise, responsabile dei servizi alla persona di San Marcellino, è una questione di sguardo. Lo mostra la storia delle donne senza dimora: “Quando non c’erano servizi dedicati sembravano pochissime; poi abbiamo cominciato a vederne molto di più”. Non erano aumentate all’improvviso: “Vuol dire semplicemente che non eravamo capaci a guardare”.
Il Comune di Genova accoglie le osservazioni e l’assessora Cristina Lodi parla di uso ponderato dei dati: “Non è solo il numero dei posti per dormire o meno, ma anche capire i profili di cui stiamo parlando, per offrire una presa in carico appropriata alle esigenze reali, che non sono omogenee”. Così Elisa Malagamba, dirigente comunale: “Istat è la più autorevole fonte italiana” e, se non si segnalano adeguatamente i limiti di quei dati, “abbiamo un problema, perché quei numeri verranno usati da qui a chissà quando”.
Le osservazioni andrebbero accolte e integrate alla lettura della rivelazione, chiude Mori, “perché da questi dati nascono le politiche”. Per questo gli addetti ai lavori chiedono a Istat di recuperare il confronto con chi lavora sul campo. Un dato fragile può essere peggio del vuoto che pretende di riempire.
L'articolo Censimento dei senza fissa dimora, gli esperti bocciano il conteggio Istat: “Così si torna indietro di trent’anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I binari faticosamente avanzano. Peccato soltanto che non ci siano i tram. Mentre la drammatica scadenza del Pnrr si avvicina inesorabilmente, la più grande opera di trasporto pubblico finanziata dall’Europa non è pronta: parliamo di 530 milioni (più altri cento circa messi dall’Italia). La storia infrastrutturale di Padova ne trascina con sé tante altre e ha risvolti che chiamano in causa l’intreccio tra politica ed economia, non solo nella città del Santo, ma in tutto il Veneto. Le radici sono profonde e riportano anche a vicende giudiziarie lontane. Soprattutto veneziane. A Padova c’è una città che cambia volto, appalti colossali, ricorsi Anac, il riaffacciarsi sulla scena della famiglia Baita. Il capostipite Piergiorgio era uno dei protagonisti dello scandalo del Mose e prima ancora della Tangentopoli targata Carlo Bernini e Gianni de Michelis.
Ma procediamo con ordine. È dal 2021 che la giunta comunale di Padova decide di puntare tutto sulla nuova rete tramviaria cittadina. Alla linea Sir1 (10,5 km), già esistente, si aggiungeranno la Sir2 (17,5 km) e la Sir3 (altri 5,5 km). Una scelta che divide: c’è il beneficio per l’ambiente e i trasporti pubblici puliti, certo, ma anche un impatto non trascurabile dei cantieri in un centro storico delicatissimo e i disagi per la vita dei cittadini provocati da anni di lavori. La giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Sergio Giordani va dritta per la sua strada. Anzi, rotaia. E, nel 2022, ottiene 621 milioni di finanziamenti (530 per il tram, di cui oltre 120 per le sole vetture): 3mila euro a testa per i 207mila abitanti. Record italiano.
Una grande vittoria politica per la giunta. Ma subito cominciano le polemiche. “Il Comune, attraverso la controllata Aps holding ha deciso di prendere una strada complicata”, racconta l’ingegner Leonardo Cetera, già presidente dell’ANCE padovana, che vent’anni fa aveva curato i lavori per la prima linea. Aggiunge: “Si è scelto di adottare lo stesso ‘sistema Lohr’ con un unico binario-guida, della vecchia Sir1. Così si potevano usare le stesse vetture, ma si tratta di una soluzione ormai obsoleta. Costa il doppio e oggi ormai esistono mezzi che vanno perfino a idrogeno”. Risultato: “Nessuno produce quel tipo di tram, così si è dovuto ricorrere alla multinazionale Alstom che nel frattempo aveva acquistato e inglobato la vecchia ditta francese Lohr. Quella che aveva vinto con noi la gara tanti anni fa”. E qui le complicazioni tecniche e finanziarie cominciano a intrecciarsi: “Per ragioni che non riusciamo bene a capire”, racconta Liliana Gori dell’associazione Padova Tram, molto critica con il progetto, “il contratto prevedeva un anticipo di oltre 40 milioni alla società realizzatrice dei vagoni”.
Gli anni, però, passano, e dall’Alsazia – dove ha sede l’impresa produttrice – i treni non arrivano: “C’era un cronoprogramma preciso, a questo punto avrebbero dovuto essere state consegnate almeno una ventina di convogli”. Invece? “Dopo tre anni e mezzo eravamo ancora fermi a uno”. Così in città comincia a montare l’inquietudine. Tanto che il sindaco Giordani e i vertici di Aps vanno in trasferta a ottobre 2025 nello stabilimento francese per valutare la situazione. Passano altri mesi e quasi nulla cambia: “I treni pronti pare siano cinque”, giurano e spergiurano in Francia. Ma uno solo è stato consegnato e comunque, anche nella migliore delle ipotesi, a poche settimane dalla scadenza del PNRR ne mancherebbero ancora 23. C’è di più, come ha dichiarato il nuovo Ceo di Alstom, Martin Sion parlando di una situazione “tra le più difficili” che ha affrontato nella sua carriera e annunciando un profondo piano di ristrutturazione.
A Padova cominciano a tremare: “In quattro anni, come ha finalmente confermato il sindaco rispondendo il 25 marzo a una mia interrogazione, fino a novembre scorso hanno realizzato un solo tram”, attacca l’opposizione con Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale. Aggiunge: “I consiglieri comunali di opposizione erano pronti ad andare a proprie spese a visitare lo stabilimento per verificare la situazione, ma l’assessore ai Trasporti, Andrea Ragona, ha preferito andare da solo”. E Lonardi manifesta tutti i suoi timori: la scadenza del termine del PNRR, tanto per cominciare. C’è, però, anche il rischio molto concreto che le linee possano essere pronte (pure su questo si vedrà), ma per i treni si debba attendere chissà quanto. Anni, forse, perché Alstom è in difficoltà e a questo punto trovare un’altra ditta in grado di produrre un tram fuori mercato sarebbe difficilissimo. “In pratica vanno costruiti ‘a mano’ uno per uno, senza catena di montaggio. Mentre le vetture nuove rischiano un fermo di anni”, spiega Cetera. Intanto l’avvocato Fabio Targa, presidente del movimento Prometeo, annuncia esposti alle autorità competenti.
L’assessore Andrea Ragona si mostra sereno o, almeno, ci prova. “Non siamo preoccupati. Sulla linea 3 abbiamo già iniziato le prove con un convoglio, poi Ansfisa darà il suo giudizio. A Bologna non è arrivato neanche un tram. Il cronoprogramma è stato rinegoziato e i francesi li stanno producendo”. A che ritmo? “La consegna avverrà con un tram ogni tre settimane”. Se ne mancano 25, servono 75 settimane, quindi più di un anno e mezzo. “Se anche li avessimo tutti subito, non sapremmo dove metterli… La linea 3 può diventare operativa con i passeggeri entro l’anno. Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesto dieci”, è soddisfatto l’assessore. Già, ma la linea 2 che non sarà pronta prima del 2027. “Sul lato est la piattaforma è completata, sul lato ovest verso Rubano (Comune a ovest di Padova, ndr) all’80 per cento”. Serviranno i binari… “Con 4-5 squadre se ne posano 400-400 metri al giorno”. Servirà la linea elettrica… “I pali vanno su e poi in una notte si può installare un chilometro di fili”.
La replica di Eleonora Mosco, consigliere comunale e regionale della Lega: “Realisticamente la Sir 3 entrerà in esercizio nel 2027. Certamente Sir 2, nella sua completezza, non sarà in funzione prima di 18/24 mesi. Sui tram tutte le richieste di conoscere i dati con esattezza non hanno avuto riscontro. Uno è sicuramente finito, ad oggi forse due nuovi tram sono conclusi. Ma è un progetto vecchio e abbandonato dall’azienda che lo ha inventato, la Translohr. Infatti, mancano i pezzi di ricambio”. Non basta. “È un sistema rigido, basta un’auto mal parcheggiata e tutto il sistema si ferma. Ogni anno servirà un mese per le manutenzioni con arresto di tutta la linea. Le rotaie sono pericolose per le biciclette, come dimostrano i feriti con la Sir 1 a Padova e addirittura due morti a Venezia-Mestre”. Finora si è riusciti a metterci soltanto una piccola toppa comprando 8 tram usati da Latina, dove il vecchio sistema ormai è in disuso.
L’incubo Pnrr non fa dormire sonni tranquilli, anzi, visto che i tempi non saranno rispettati, la possibilità di ottenere i finanziamenti diventa una grande nebulosa. Alcune settimane fa il Comune ha organizzato un evento in via Morgagni per illustrare la nuova linea. Liliana Gori solleva altre perplessità: “Bisognerà vedere se i lavori saranno completati prima del termine fissato dall’Europa”. Non solo: “Ci sono molti punti non chiari, su cui attendiamo chiarimenti dal Comune e dalla controllata Aps. E i comitati non sono i soli ad avere delle perplessità, ci sono anche l’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac) e la Corte dei Conti”.
Proviamo a districarci in questa vicenda molto complessa. La Sir3, che è partita ben prima del Sir2, è stata affidata a un consorzio guidato dalla Ferrari Ing Ferruccio, che ha come presidente Giacomo Baita, figlio di Piergiorgio. Una vicenda non certo priva di polemiche. L’ex deputato M5S Raphael Raduzzi aveva presentato un esposto all’Anticorruzione: “Una delle ditte presenti nel consorzio era stato destinatario di un provvedimento interdittivo e quindi non poteva partecipare”. Cosa succede? L’Anac dà ragione a Raduzzi, l’appalto non si poteva dare. Intanto, però, la società presenta ricorso, afferma che l’interdittiva è stata cancellata. Quindi l’appalto viene confermato – “in periodo di sospensiva”, attaccano i comitati – dalla Aps controllata dal Comune che, nella corsa del Pnrr, decide di tirare dritto nonostante i ricorsi dell’Anac ancora pendenti: “Al momento della stipula non risultavano inibizioni a carico della ditta”. Poi tutto si capovolge, come avevano raccontato il Corriere del Veneto e il Mattino di Padova: Consiglio di Stato e Tar Lazio confermano l’interdittiva. Risultato: i lavori ormai sono avviati anche se si attendono le pronunce definitive. Con il possibile esito finale che siano stati realizzati da un’impresa che non poteva partecipare. Ma ormai (forse) sarà tutto terminato.
Basta così? Neanche per sogno. C’è l’appalto della Sir2. All’inizio tre cordate manifestano la loro intenzione a partecipare per due soli posti (uno per ogni ramo della linea). Ma la terza – di cui fa parte sempre la Ferrari ing Ferruccio – non presenta l’offerta economica e così viene esclusa. Partono i lavori, ma ecco che d’un tratto gli esclusi vengono ripescati. “Tutto assolutamente regolare“, assicurano in Comune.
Ma come tutte le storie dei grandi appalti italiani, anche questa ha un retroscena che racconta il vero potere cittadino. E di tutto il Veneto. Come mostrano i documenti camerali della Ferrari Ing Ferruccio, la proprietà dell’impresa – specializzata in appalti spesso pubblici – è divisa tra due soci: la finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia con il 30%, mentre il restante 70 fa capo alla Studio Impresa srl. Quest’ultima, sempre da documenti ufficiali, fa capo a Giacomo Baita (55 per cento) e Isabella Nordio (il restante 45). Che poi altri non sono che il figlio e la moglie di Piergiorgio Baita.
Niente di illecito, ma quel nome suscita tanti ricordi. Parliamo dell’ingegnere che per decenni fu il gran signore degli appalti veneti e per lungo tempo fu tutt’uno con Giovanni Mazzacurati, dal 1983 al 2013 direttore (e poi presidente) del Consorzio Venezia Nuova. Baita dopo essere stato arrestato con le sue rivelazioni scoperchiò il pentolone degli appalti per il Mose. Alla fine, grazie alla sua collaborazione con la giustizia, ne uscì con un patteggiamento a un anno e dieci mesi per false fatturazioni e frode fiscale. Il figlio e la moglie non sono toccati dalle inchieste, e oggi la famiglia Baita è ancora sulla cresta dell’onda. Perfino sponsorizzando la Reyer, la squadra di basket maschile dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, di cui la “Ferrari ing Ferruccio, tecnologie marine e grandi infrastrutture” è uno dei Main Sponsor. E qui c’è forse una questione di opportunità: la Ferrari ing Ferruccio, controllata dai Baita, risulta aver partecipato a gare delle società partecipate dal Comune di Venezia.
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Meno che discreta la prima. Pur considerando la forza dell’avversario. Pronti, via: il Brasile di Ancelotti parte piano. Poi di strada ne farà, il percorso è lungo. Quanta ne farà, è presto per dirlo, ma certo per ora non sembra all’altezza delle grandi favorite del torneo, Francia, Spagna, Argentina… Il Marocco invece si presenta con una veste tutta nuova, più giovane e più offensiva, sbarazzina, talvolta persino troppo, ma si conferma all’altezza della nazionale che quattro anni fa stupì il mondo arrampicandosi fino alla semifinale. E’ stata comunque una partita interessante: di buon livello il primo tempo, meno brillante il secondo, e non per colpa del caldo, assolutamente accettabile, 30 gradi all’inizio, 28 alla fine, con umidità introno al 45%.
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Se non fosse stato per le magliette indossate, stavolta per fortuna quelle tradizionali, all’inizio e poi anche per altri larghi tratti della partita, il Marocco sembrava il Brasile e il Brasile sembrava il Marocco. Da una parte, calcio bailado, ritmi alti, fantasia, eccellente tecnica individuale, il tutto condito con grandi sorrisi dei giocatori che si divertivano a fare quello che stavano facendo. Era il Marocco, non il Brasile. Dall’altra parte, una squadra attendista, piuttosto lunga, più preoccupata di difendere che di attaccare, con i funamboli là davanti troppo distanti da centrocampisti e difensori, tutti persino un po’ distratti. Era il Brasile, non il Marocco. Strano, anche perché il Marocco che ci ricordavamo, quello del 2022, era una formazione che si basava soprattutto su una grandissima solidità difensiva. Evidentemente, il cambio di allenatore ha determinato un rovesciamento delle caratteristiche della squadra. Costretto alle dimissioni nonostante il successo (a tavolino) in Coppa d’Africa, anzi proprio perché non aveva vinto la finale sul campo, il ct Regragui, autore dell’impresa in Qatar, è stato sostituito da Mohamed Ouahbi, che alla guida della Under 20 marocchina aveva conquistato il titolo mondiale di categoria. Dominio del gioco, aggressività e pressing, anche alto, i suoi principi di gioco. Che si sono visti subito. Mezz’ora di ottimo calcio e bellissimo gol del vantaggio.
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Poi è apparso Vinicius, la stella che tutti aspettavano. Anche con un po’ di pressione addosso: 9 gol segnati in Nazionale in 49 presenze venivano giudicati, in Brasile e non soltanto in Brasile, troppo pochi rispetto alla qualità del giocatore. Lasciato a se stesso nelle prime battute della partita, a un certo punto ha deciso di fare da solo, è tornato sulla linea di metà campo, è partito palla al piede, ha chiesto e ottenuto un triangolo con Bruno Guimaraes, è arrivato in area quasi sulla linea di fondo, si è fermato, è tornato indietro, dribblando il romanista El Aynaoui, è rientrato sul destro e ha infilato l’incrocio dei pali. Una fiammata che ha svegliato il Brasile fin lì dormiente. Poi Vinicius si è di nuovo un po’ spento, anche per merito di Hakimi, con cui ha dato vita a una serie di duelli davvero godibili.
In realtà, a modificare l’andamento della partita è stata anche una mossa tattica di Ancelotti. Aveva cominciato con Paqueta sulla destra e Rafinha alle spalle del disastroso centravanti Igor Thiago e quando ha scambiato le posizioni dei due le cose sono andate meglio. Pure le sostituzioni decise nella ripresa (Fabinho per Casemiro e poi Cunha al centro dell’attacco) hanno consentito al Brasile di riprendere un po’ il controllo del gioco. Per quanto alla fine i dati dicono che il Marocco è riuscito ad avere il 49% di possesso palla. Che contro cotali avversari non è niente male. Addirittura al nono minuto di recupero del secondo tempo i marocchini hanno avuto la grande occasione per vincere: solo un doppio intervento salvavita di Alisson, prima su un insidiosissimo tiro da lontano e poi sul tap in successivo, ha evitato al Brasile di cominciare il suo Mondiale con una sconfitta. Particolarmente sotto tono il centrocampo brasiliano: spesso in inferiorità numerica e sempre in difficoltà contro la pressione organizzata degli avversari.
Il Marocco ha messo in evidenza anche alcune individualità che andranno seguite con attenzione nel prosieguo del Mondiale. Su tutti, Ayyoub Bouaddi, 18 anni ma personalità da trentenne, centrocampista sicuro e dominante in tutte le zolle: titolare nel Lille, esordiente in Conference League a 16 e 3 giorni, in più giovane debuttante nelle coppe europee, in marzo ancora aveva giocato nella Under 21 francese prima di scegliere il Marocco. Poi il solito Brahim Diaz, con le sue traiettorie visionarie, come quella che ha propiziato il vantaggio marocchino, chissà se Mourinho lo lascerà andare alla Juventus, peccato sia stato costretto a uscire da un infortunio, speriamo per il bene del Mondiale che non sia grave. E ancora, Ismael Saibari, goleador di serata, migliore giocatore dell’ultimo campionato olandese, 15 gol nel Psg, 19 contando anche le euro-coppe, ma giocando da trequartista, suo ruolo naturale, non da centravanti come deve fare nel Marocco.
Insomma, volevamo scoprire il nuovo Brasile e invece abbiamo (ri)scoperto un nuovo Marocco. Ancelotti, non esattamente il volto della felicità, ha ammesso che la squadra deve migliorare, appellandosi all’inevitabile tensione del debutto. Vedremo. Prossima fermata: Scozia.
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Da un racconto apocrifo di Anton Cechov. Questa è la rivoltella con la quale ucciderò Pasha Antipov, il bel Pasha, l’invidiato colonnello della Guardia: il mio amico. Lo ucciderò per tutelare il mio onore. E’ l’amante di mia moglie. Tutti dicono che Pasha Antipov è il più leale dei gentiluomini e che l’Imperatore lo ama. Tutti dicono che mia moglie è una santa donna. Ma che ne sanno, tutti?
La sposai perché non possedeva alcuna di quelle caratteristiche esteriori che rendono le donne russe così suggestive e temibili. Piccola, fragile, con due occhioni estatici, sembrava provenire da un altro continente. Quando la presentai ai miei, mio padre disse: “Dimitri, tu sarai l’uomo più felice della Russia!” E mia madre: “Dimitri, tu ti meriti tanta fortuna, poiché Dio te l’ha concessa: sappila conservare”.
Non fui né felice né fortunato. Durante i quattro anni di matrimonio, non ho tradito mia moglie che tre volte, quando ero lontano per ragioni d’ufficio, e sempre per compiacere i miei camerati. Non avevo dunque nulla da rimproverarmi. Devo rettificare. Convengo che nei primi due anni di matrimonio fui felice. La grazia di mia moglie, la sua soavità, la sua innata eleganza non venivano mai smentite neanche dagli atti più futili della comune convivenza. E il suo dolce sorriso pareva ripetere continuamente: “Ecco, ti appartengo!” A farmi gustare appieno quella felicità s’univa il consenso degli estranei. Quando apparivo a fianco di mia moglie, a teatro e ai ricevimenti, leggevo negli occhi altrui lo stesso pensiero: “Che marito fortunato!” In amore nulla ci rende più felici che accorgerci di saperlo condiviso dal desiderio degli altri.
Ma una sera… Ah, l’istinto! Quale terribile nemico possediamo dentro di noi! Una sera, mentre rincasavo, infilai un vicolo. Mi sentii stringere il cuore: all’angolo, mia moglie parlava animatamente con Pasha; contro ogni abitudine, le sue palpebre erano semichiuse. L’istinto mi rivelò subito la verità. M’avvicinai. Mia moglie arrossì. Pasha apparve sconcertato. Si congedò correttamente e mia moglie chiese una vettura. Certo, il caso poteva aver condotto entrambi in quella strada come vi aveva condotto me, ma lei durante il tragitto disse: “L’ho incontrato mentre tornavo dalle suore della Provvidenza”.
Perché aveva sentito il bisogno di giustificarsi? La gelosia non è una malattia dell’immaginazione, è un male fisico. Quando ha messo radici in noi, non è possibile sottrarsi alla sua opera di distruzione. Da quel giorno, l’idea che mia moglie fosse l’amante di Pasha mi torturò. Per due anni continui mi diedi del pazzo. Avevo vergogna di me stesso, dato che il mio unico rivale era Chika, lo splendido pappagallo che mia moglie teneva in salotto e col quale scherzava con gioia infantile.
Ma l’istinto è spietato. Un giorno fui incaricato di una missione in un villaggio vicino. Era una di quelle belle mattine che in Russia ripagano a usura le uggiose, interminabili giornate invernali. L’indomani, al ritorno, non seppi resistere. Investigai. La cameriera confermò che mia moglie le aveva concesso di dormire in famiglia. Dunque, mia moglie era rimasta volutamente libera e sola durante la mia assenza. Passò altro tempo, durante il quale gli indizi si moltiplicarono. Oggi pomeriggio ero in salotto, abbandonato sul divano carico di cuscini. Stavo pensando a come documentare i miei dubbi quando Chika, saltellando sul trespolo, ruppe il silenzio: “Pasha, non qui! Pasha, non qui!” Balzo in piedi e lo fisso: lui arruffa le penne del collo: “Pasha, non qui! Pasha, non qui!”
Corro al Circolo militare, dove apostrofo Pasha Antipov: “Tu sei l’amante di mia moglie!” Non nega: “Sono a tua disposizione”. Cavo la rivoltella. Uccido. Nessun giudice crederà alla mia prova.
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Si parte con Davide contro Golia, poi però arrivano tre sfide tutte a loro modo intriganti ed equilbrate. Questo offre il menù odierno del Mondiale 2026: da Dallas a Philadelphia, da Germania-Curaçao a Svezia-Tunisia.
Si parte alle ore 18 italiane: l’esordio della Nazionale guidata dal ct Nagelsmann contro il Paese più piccolo presente in questa Coppa del Mondo, l’isola caraibica di Curaçao. Terra di paradisi marini e fiscali, ma anche ex colonia olandese. C’è molto del calcio oranje dietro alla cenerentola dei Mondiali: il ct Dick Advocaat, oggi 78enne, guida un gruppo di giocatori in molti casi nati in Olanda e militanti in Eredivisie. Dall’altra parte, Nagelsmann deve testare il trio Sane, Musiala, Wirtz dietro all’unica punta Havertz. Se alchimia e condizione dovessero funzionare, la Germania potrebbe diventare molto pericolosa in questo Mondiale.
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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca alla vera Olanda sfidare il Giappone. La Nazionale guidata dal ct Koeman è in bilico tra possibile flop o sorpresa di questa edizione: tanti dubbi sul gioco finora espresso, ma anche un 11 titolare che sulla carta ha poco da invidiare. Soprattutto a centrocampo, dove combinano Gravenberch, Reijnders e De Jong. Occhio ai nipponici, che per molti hanno i gradi di outsider, ma devono scontare alcuni infortuni pesanti. Compreso il capitano Wataru Endo: il 33enne del Liverpool si è ritirato per un problema al piede.
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Nella notte italiana invece gli altri due match del gruppo E e del gruppo F: rispettivamente Costa d’Avorio-Ecuador e Svezia-Tunisia. Tutte in lotta per guadagnare il secondo/terzo posto che può valere i sedicesimi. La Costa d’Avorio punta a superare i gironi per la prima volta: c’è tanta esperienza e tante conoscenze del calcio italiano in rosa, ma la stella è Yan Diomandé. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche l’Ecuador del ct Beccacece, che a centrocampo schiera Moises Caicedo. Per la Svezia invece la vera incognita è l’attacco: c’è Gyokeres, ci sarà anche Isak? Di fronte una Tunisia molto solida, che punta a scombinare i piani di un girone molto equilibrato.
Germania-Curaçao (girone E)
Orario: 18:00
Houston: NRG Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Olanda-Giappone (girone F)
Orario: 22:00
Dallas: AT&T Stadium, Arlington
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay
Costa d’Avorio-Ecuador (girone E)
Orario: 01:00 (notte tra il 14 e il 15 giugno)
Philadelphia: Lincoln Financial Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Svezia-Tunisia (girone F)
Orario: 04:00 (notte tra il 14 e il 15 giugno)
Monterrey: Estadio BBVA
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.
Per quanto riguarda le partite del 14 e 15 giugno, la sfida tra Olanda e Giappone di domenica sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Germania-Curaçao, Costa d’Avorio-Ecuador e Svezia-Tunisia invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.
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Da antica tradizione, nella festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’, è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione.
Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato, si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia, e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendolara in Calabria, il primo giorno di questo mese.
Com’è tristemente noto si tratta della strage di quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.
Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo, è riuscito ad abbandonare il veicolo.
Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O ancora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali. I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi.
Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.
L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole.
Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiere spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.
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Questo è tutto il male di cui siamo capaci di fare a persone inermi che le famiglie hanno abbandonato in questa specie di Purgatorio. Il loro orizzonte è vicino. Aspettano il fin di vita. Si libera un posto. Avanti il prossimo.
Sono entrata in una RSA a fare visita a una signora a me cara e l’ho trovata legata alla carrozzina. Chiedo al personale se può fare due passi, siamo in due a sostenerla, lei ormai è ridotta uno scricciolo, la solleverebbe anche un bambino. Voglio solo farle sgranchire un po’ le gambe. La risposta è no, il personale non è sufficiente. Per la sua sicurezza deve rimanere legata in carrozzina.
Mi guardo intorno, tutti sono legati alla sedia a rotelle. Pur avendo alcuni di loro totale autonomia ambulatoriale. Hanno il pannolone che gli infilano la mattina e lo cambiano la sera. Li vedo muovere forsennatamente i piedini, trascinandosi dietro l’impiccio della sedia a rotelle. Sembrano tanti cigni che sotto la superficie dell’acqua muovono velocemente le zampette palmate per darsi una spinta e scivolare sull’acqua. Ma qui la realtà del “lager” di lusso è più cruda. Dalla carrozzina al letto, praticamente passano 24h legati.
La struttura è privata e costa al paziente dai 3000 euro a salire. La signora è una delle donne più chic che io abbia mai conosciuto, appartiene all’alta borghesia milanese, è stata un brillantissimo medico. Paga la sua retta con la sua pensione. Il suo unico figlio l’ha relegata lì, in un posto senza anima. Dice: è per il suo bene. Le accarezzo la mano, da quanto tempo nessuno gliela prende in mano. Le tiene strette a pugnetto, l’artrosi le sta divorando. Gliele massaggio, mi sorride, stringe gli occhi, il sole le dà fastidio, le infilo il mio paio di occhiali.
L’ho portata a fare una passeggiata nel giardino. Ha l’aria serena. Un’altra carezza e le sfioro il volto. Orrore, le fanno barba e baffi, sembra uscita dal barbiere. Un po’ di peluria nelle persone anziane è fisiologica con il calo degli estrogeni, ma arrivare al punto di raderla con il rasoio mi sembra una crudeltà, l’abnegazione di ogni sacrosanto diritto alla dignità del paziente.
La signora è entrata nella struttura un paio d’anni fa, mi informa la nipote, con un principio di demenza senile. Gli esperti sottolineano che circa in un terzo dei casi può essere tenuta a bada agendo su fattori modificabili: uno di questo è proprio un po’ di attività fisica e stimolare il cervello con nuove connessioni neurali. Cioè bisogna prevenire l’aggravamento di certe patologie e non lasciarli spegnere come lumicini. La perdita della forza vitale, dell’entusiasmo è inesorabile, ma qui mi sembra che non si faccia nulla per contrastarla. Eppure li fai felici con un piccolo gesto. Le ho portato una scatola di cioccolatini, li guarda come una golosa Alice nel paese delle meraviglie.
Ogni suo sorriso è una piccola vittoria strappata all’abbandono, all’indifferenza del personale sanitario. I pazienti sono trattati in maniera disumana, cioè senza umanità, non c’è traccia di quella antica pietas in senso filosofico riservata al Grande Anziano. Il paziente è un ammasso di carne e ossa lasciato marcire.
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I carabinieri forestali di San Polo d’Enza, nel Reggiano, hanno denunciato due persone per aver sottratto un cucciolo di capriolo al suo habitat naturale. Il piccolo è ora in cura al Cras-Centro Recupero Animali Selvatici ‘Rifugio Matildico’ di San Polo d’Enza. L’intervento è scattato il 9 giugno dopo una segnalazione del Cras stesso. I militari si sono recati a casa di un cittadino nel comune di Vetto, sempre nel Reggiano, dove hanno trovato il cucciolo tenuto in cattività. Dalle indagini è emerso che l’animale era stato prelevato dal bosco il giorno prima da un conoscente dell’uomo, che glielo aveva poi affidato. I due sono stati denunciati con accuse distinte: a chi ha sottratto il capriolo vengono contestati furto aggravato ai danni della fauna selvatica e prelievo illegale di piccoli mammiferi. Chi lo deteneva è chiamato a rispondere invece di ricettazione e maltrattamento di Animali. I carabinieri forestali ricordano che in primavera ed estate è comune trovare cuccioli di capriolo nascosti nell’erba: non sono abbandonati, ma lasciati dalla madre mentre si nutre nelle vicinanze. La regola è non toccarli e allontanarsi. Il contatto umano lascia sull’animale un odore che può indurre la madre a rifiutarlo. Solo in caso di animale palesemente ferito è consentito intervenire, chiamando il Cras territorialmente competente.
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I carabinieri della compagnia di San Severo (FG) hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’Ufficio Gip del Tribunale di Foggia su richiesta della locale Procura, nei confronti di tre persone accusate, a vario titolo ed in concorso tra loro, del reato di estorsione aggravata. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia e condotta dalla Sezione Operativa del Nucleo Operativo e Radiomobile di San Severo con il supporto della Stazione Carabinieri di Serracapriola, e’ scaturita dal furto di due cavalli, avvenuto nell’ottobre 2025, nelle campagne di Serracapriola, piccolo centro dell’Alto Tavoliere. A seguito della denuncia, uno dei proprietari degli animali sarebbe venuto in contatto con un uomo che, offrendosi come intermediario in grado di favorire il recupero dei cavalli, avrebbe prospettato, quale condizione indispensabile per la loro restituzione, il pagamento di una somma di denaro pari a 5.000 euro. Le vittime, temendo di perdere definitivamente gli animali, avrebbero avviato una trattativa sul prezzo da corrispondere, culminata nella definitiva consegna di 3.250 euro. L’attivita’ investigativa – riferiscono gli inquirenti – ha consentito di documentare con esattezza tutte le fasi della vicenda, dalla pretesa estorsiva alle modalita’ concordate per la restituzione degli animali, fino all’individuazione del luogo in cui erano custoditi. I militari, inoltre, hanno monitorato l’incontro organizzato per lo scambio del denaro e la restituzione dei cavalli, intervenendo dopo l’avvenuta consegna. Nel corso dell’operazione, i Carabinieri hanno recuperato parte della somma versata dalle vittime, rinvenendola nella disponibilita’ di uno degli indagati.
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Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.
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A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.
Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.
Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.
Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.
Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.
C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.
È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.
Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.
Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.
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Roberto Vannacci ha reso di moda la remigrazione. È un eufemismo per indicare con una sola parola due concetti: l’espulsione e il rimpiatrio di persone straniere senza alcun titolo per restare in Italia. Nel linguaggio politico della destra, promette qualcosa di più: allontanare il prima possibile il maggior numero di stranieri irregolari senza lungaggini burocratiche. Futuro Nazionale non ha ancora un programma scritto su questo punto, in realtà su qualsiasi punto, ma Vannacci ha già spiegato quale sarebbe, secondo lui, la strada da seguire. Nel talk show “Otto e mezzo”, condotto da Lilli Gruber, l’ex generale ha detto che bisogna fare tre cose. Primo, costruire molti più Centri di permanenza per i rimpatri, i Cpr. Secondo, implementare gli accordi che esistono con «quasi tutti i paesi» da cui provengono gli immigrati irregolari. Terzo, applicare le nuove regole Ue che, secondo Vannacci, permetterebbero di trasferire i migranti in un Paese terzo considerato sicuro e, da lì, rimpatriarli, togliendoli intanto dal territorio italiano.
Detta così, sembra facilissimo. E allora perché nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato appena 6.772 persone, pari a circa il due per cento dei 339 mila stranieri irregolari stimati dal trentunesimo Rapporto sulle migrazioni? Semplice, perché nessuna delle tre soluzioni indicate da Vannacci funziona da sola, né può essere accelerata solo per volontà politica.
Costruire indiscriminatamente nuovi Cpr non serve a molto: non sono carceri per migranti in attesa che la politica decida cosa farne. Sono luoghi in cui vengono trattenute le persone che hanno già ricevuto un provvedimento di espulsione mentre lo Stato prova a trasformare quel foglio in una partenza vera. Siccome il trattenimento incide sulla libertà personale non può durare indefinitamente: il limite massimo è di diciotto mesi.
Non basta l’espulsione per rimpatriare. Se il consolato del Paese di provenienza del migrante non riconosce quella persona come propria cittadina o si rifiuta di rilasciare un lasciapassare per il rientro, o anche solo limita il numero di riammissioni, l’espulsione rimane solo su carta. E questo vale per gli Stati con cui si ha un accordo, come il Pakistan. Figuriamoci con la Somalia con cui non esiste una intesa europea di riammissione e da dove proviene l’11,2 per cento delle persone sbarcate via mare in Italia quest’anno. Anche il Sudan, da cui proviene l’8,3 per cento, è in guerra dal 2023. Ogni rimpatrio forzato deve fare i conti con il divieto di mandare una persona dove rischia violenze o trattamenti inumani.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione ieri, non risolve il problema. L’Italia potrà accelerare l’esame delle richieste di asilo quando arrivano da cittadini di Paesi considerati in generale sicuri, ma dopo l’eventuale rigetto il problema resta lo stesso: per rimpatriare una persona serve uno Stato disposto a riprenderla e devono esserci le condizioni giuridiche e pratiche per farlo. Il trentuno per cento delle persone sbarcate nel 2026 viene dal Bangladesh, considerato dall’Unione europea un Paese di origine sicuro. Ma questo non significa che quelle domande possano essere respinte automaticamente. Un cittadino bengalese può sostenere che, nel suo caso specifico, il ritorno lo esporrebbe a un pericolo concreto. Va valutato caso per caso.
Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri apre alla possibilità di creare i cosiddetti return hubs in Paesi fuori dall’Unione europea, ma anche qui serve un accordo con il Paese che li ospita. E quello Stato deve rispettare il divieto di rimandare una persona in un luogo dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Il governo Meloni ha già stretto un accordo con l’Albania per realizzare i centri a Shëngjin e Gjadër. Un’operazione che costerà circa 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a tremila persone al mese, cioè trentaseimila l’anno, se il sistema funzionasse a pieno regime. A questo ritmo teorico ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero di persone pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi e irregolarità.
Vannacci propone di implementare il sistema, ma ogni nuovo centro fuori dall’Italia richiederebbe una copertura finanziaria pesante per le casse dello Stato a cui si aggiunge la spesa media per ciascun rimpatrio: 3.637,87 euro a persona, secondo il ministero dell’Interno. Il prezzo può salire o scendere a seconda del Paese di destinazione, dei documenti da ottenere, del volo e dell’eventuale scorta.
Serve anche un Paese terzo disposto ad assumersi un costo diplomatico alto perché i return hubs sono equiparati ai Cpr. Tradotto: le persone trasferite restano soggette alla legge italiana. I limiti di permanenza sono quelli previsti dall’ordinamento del nostro paese e le autorità italiane continuano a essere responsabili della procedura. L’Albania ha accettato perché ha un rapporto particolare con l’Italia e perché punta a entrare nell’Unione europea. Non è detto che altri governi accettino lo stesso.
Vannacci poi fa anche confusione su chi si dovrebbe rimpatriare. L’ex generale intende «coloro che non hanno motivo e diritto di rimanere sono l’ottanta per cento delle persone che andrebbero remigrate», senza spiegare da dove ha preso il dato e da chi sarebbe composto il rimanente venti per cento. Non tutti gli stranieri irregolari sono nella stessa condizione, e non tutte le persone arrivate senza un ingresso regolare possono essere rimpatriate subito. C’è chi può ottenere una forma di protezione, chi è minore, chi ha legami familiari tutelati.
Insomma, parlare di remigrazione è facilissimo all’opposizione senza aver mai ricoperto incarichi di governo. Ma Vannacci dovrebbe spiegare tecnicamente con quali strumenti pensa di obbligare i Paesi d’origine a riprendersi sistematicamente i propri cittadini. Non basterà prendersela con Forza Italia per il voto sugli emendamenti più duri al Sistema di preferenze tariffarie generalizzate, lo strumento con cui l’Unione europea concede dazi ridotti o nulli ai Paesi in via di sviluppo. Sospendere alcune preferenze commerciali ai Paesi che non collaborano in modo persistente sui rimpatri dei migranti irregolari non equivale a chiudere un rubinetto. Prima della sospensione sono previste verifiche, una procedura più lunga e almeno dodici mesi di confronto con il Paese interessato. Per gli Stati meno sviluppati è previsto anche un periodo di due anni prima che questa condizionalità possa applicarsi.
Nel 2022 la campagna elettorale del centrodestra aveva prodotto le stesse aspettative. Dopo quasi quattro anni di governo, la realtà si è rivelata più complicata. Mentre prometteva più rimpatri, il governo Meloni ha autorizzato anche migliaia di ingressi regolari per lavoro: centotrentaseimila quote nel 2023, centocinquantunomila nel 2024 e centosessantacinquemila nel 2025. Per il 2026 le quote sono 164.850. Non sono persone già entrate e assunte. Per diventare ingressi reali devono passare da contratti che restano validi fino alla fine della procedura. Nel 2024, secondo Istat, i nuovi permessi per lavoro sono stati 40.451, pari al 13,9 per cento del totale dei nuovi permessi rilasciati nell’anno. La distanza tra quote autorizzate e permessi effettivi è un problema cruciale. Le imprese chiedono lavoratori, il governo apre canali legali, ma il percorso resta lento. In quello spazio entrano intermediari, pratiche opache, contratti che saltano e promesse di lavoro mai rispettate. Così anche persone entrate o chiamate attraverso canali regolari possono finire nell’irregolarità.
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I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.
SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.
L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.
C’è un abisso del centoquattordici per cento rispetto al prezzo fisso di centotrentacinque dollari imposto da Elon Musk, che ha invertito brutalmente le regole del gioco azionario: un diktat del tipo prendere o lasciare, senza la classica contrattazione con i mercati. Una forzatura che ha spinto persino Michael Burry, il celebre investitore di “The Big Short”, a commentare in modo lapidario che non esiste nulla, nei bilanci attuali dell’azienda, in grado di giustificare una simile capitalizzazione.
A far storcere il naso è anche il sospetto che per blindare una valutazione così iperbolica, SpaceX abbia infilato nel pacchetto l’immancabile parola magica del momento: non solo razzi e la rete Starlink, ma anche la narrazione legata all’intelligenza artificiale tramite xAI e la promessa visionaria di futuribili «data center orbitali». Questa è in parte pura illusione: sappiamo bene che oggi l’intelligenza artificiale xAI dipende dall’infrastruttura di dati e dai server di SpaceX/Starlink. Quindi questo è solo il classico trucco contabile per gonfiare il prezzo raschiando il barile del hype tecnologico?
La realtà è anche un’altra, ed è quella brutale della geopolitica infrastrutturale, quella che ignora la sproporzione dei moltiplicatori di bilancio per guardare ai rapporti di forza globali. Il segnale definitivo è arrivato quando i terminali hanno registrato un singolo monumentale ordine da cinque miliardi di dollari, calato sul tavolo da un gigante come BlackRock, che punta probabilmente al too strategic to fail. Ed è qui che la tesi della speculazione traballa, sotto il peso dei fatti.
Il più grande gestore di fondi al mondo non investe cifre simili per inseguire una suggestione passeggera. Sì, i numeri e i multipli folli ci sono tutti, ma BlackRock non sta comprando i profitti di quest’anno, né sta scommettendo ingenuamente su una romantica colonizzazione di Marte. Sta comprando, a prezzo di saldo per il lungo periodo, il monopolio assoluto sulle autostrade invisibili del secolo. Sta comprando il controllo della rete sovrana che guiderà la difesa, la connettività e la logistica globale dei prossimi trent’anni.
Dietro i grafici azionari e i fumi dei motori Raptor si nasconde una realtà politica monumentale: l’Ipo non serve a finanziare una startup, ma a istituzionalizzare un monopolio infrastrutturale che ha già ingabbiato l’apparato militare e scientifico dell’Occidente. L’effetto schiacciasassi di SpaceX non si misura nei listini del Nasdaq, ma in tonnellate di carico utile portate in orbita e nella totale, spaventosa dipendenza degli Stati Uniti da un unico fornitore privato.
Nel giro di un decennio, Musk ha scardinato il vecchio e pigro oligopolio della difesa (giganti come Lockheed Martin, Boeing e la controparte europea ArianeGroup) riducendo i costi di lancio di un fattore di dieci grazie alla riutilizzabilità del Falcon 9 e alla progressione di Starship. Oggi il mercato dei lanci occidentali non è libero: è un monologo. Se nei primi mesi del 2026 SpaceX ha effettuato più lanci di tutti gli Stati e i concorrenti del mondo messi insieme, significa che l’accesso allo spazio ha un solo guardiano del casello.
Questo non è un business ciclico legato agli umori del mercato, è una utility pubblica globale e insostituibile, blindata dalla sicurezza dello Stato. I contratti miliardari con la Nasa per il programma Artemis sono solo la punta dell’iceberg. Il vero legame di sangue è con il Pentagono. Proprio nelle scorse settimane, la U.S. Space Force ha calato sul piatto di SpaceX un maxi-finanziamento da 6,45 miliardi di dollari legato all’iniziativa di difesa missilistica “Golden Dome”. Di questi, ben 2,29 miliardi serviranno a finanziare la Space Data Network Backbone, un’infrastruttura di comunicazione militare ultra-sicura interamente basata su Starshield, la versione militarizzata e classificata di Starlink.
Da questa prospettiva, SpaceX è diventata a tutti gli effetti un’estensione dell’apparato di sicurezza nazionale americano. I satelliti Starshield forniranno al governo statunitense una sorveglianza continua globale e una resilienza agli attacchi cyber e cinetici mai vista prima, integrando persino i sistemi di puntamento dei caccia e dei missili. La geopolitica moderna si trova davanti a un paradosso inedito nella storia: se domani SpaceX decidesse di fermarsi, la proiezione di potenza militare e l’intelligence degli Stati Uniti nello spazio si congelerebbero all’istante. BlackRock e i grandi fondi non stanno comprando un’azienda; stanno comprando le quote dell’unica infrastruttura privata da cui dipende la sovranità dell’Occidente.
Abbiamo già visto questa verità in azione nel mondo reale: quando Musk ha deciso unilateralmente di negare la copertura di Starlink vicino alle coste della Crimea per impedire un attacco di droni marini ucraini contro la flotta russa, nei fatti ha esercitato un potere che storicamente appartiene solo ai capi di Stato. Un singolo cittadino privato ha cambiato il corso di un’operazione militare di una nazione sovrana appoggiata dall’Occidente.
Starlink non è un servizio commerciale prestato alla causa, è la spina dorsale tattica che ha garantito comunicazioni resilienti sotto i bombardamenti a tappeto e la guerra elettronica russa, coordinando droni, intelligence e artiglieria in tempo reale. Senza quella costellazione, la resistenza di Kyjiv avrebbe subito un blackout informativo fatale nei primi mesi dell’invasione.
La lezione di questi ultimi anni è cristallina: chi controlla la costellazione satellitare più densa del pianeta controlla il flusso di informazioni nei teatri di crisi globali. Nasce così la “Dottrina Starlink”, un nuovo paradigma geopolitico che stabilisce che la sovranità di una nazione non si difende più soltanto lungo i confini geopolitici di terra, di mare o dello spazio aereo tradizionale. La vera linea di difesa si è spostata più in alto: si gioca sulla capacità di accedere, presidiare e dominare l’orbita bassa terrestre.
È questa la risposta definitiva a chi questa mattina guardava solo i grafici di Morningstar o i tweet nostalgici sui crolli del passato, parlando di «circo». L’Ipo di SpaceX non fotografa la nascita di una nuova bolla azionaria, ma la nascita di una nuova era. Quella in cui la finanza istituzionale si adegua alla realpolitik del ventunesimo secolo, finanziando il padrone assoluto della nuova mappa del potere globale.
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Estate, tempo di coni e coppette, che in questo periodo dell’anno entrano nella loro fase più “calda”. E in questo momento storico il gelato italiano gode di ottima salute: nel 2025 la filiera nazionale ha raggiunto un valore stimato di 4,9 miliardi di euro, mentre il solo comparto artigianale ha superato i 3,1 miliardi, confermandosi uno dei segmenti più dinamici della ristorazione italiana. A sostenere la crescita contribuiscono il turismo, l’export e una domanda sempre più orientata verso prodotti di qualità.
La crescita, però, ha un prezzo: negli ultimi anni il gelato artigianale ha registrato rincari significativi, legati all’aumento del costo delle materie prime, dell’energia e della logistica. Nelle principali città italiane il prezzo al chilo ha ormai superato stabilmente i 20 euro, con punte ben più elevate nelle località turistiche. Al Sigep World 2026 di Rimini è emerso con chiarezza che il cambiamento più importante riguarda il modo stesso di concepire il prodotto. La prima trasformazione è la fine della stagionalità: sempre più gelaterie lavorano per rendere il gelato un alimento da consumo annuale, sganciandolo dall’associazione esclusiva con l’estate e costruendo occasioni di consumo che attraversano tutte le stagioni. Un processo in realtà avviato da anni, ma che oggi appare definitivamente consolidato.
La seconda tendenza riguarda l’esplorazione di nuovi immaginari gustativi. Al Sigep hanno attirato l’attenzione i gelati ispirati ai cocktail e ai liquori, come le proposte al Guinness e al Cointreau, insieme a gusti che guardano all’India, come il kulfi, e all’ormai onnipresente fenomeno Dubai chocolate, con pistacchio e pasta kataifi. Parallelamente cresce l’attenzione per le formulazioni vegetali: le basi plant-based non rappresentano più un’alternativa marginale destinata a chi segue diete specifiche, ma entrano stabilmente nell’offerta delle gelaterie. La logica è quella che in altri settori della pasticceria viene definita “wellness indulgente”: alleggerire il prodotto senza impoverire l’esperienza sensoriale.
Ma la vera novità sembra essere un’altra: il gelato non è più un semplice gusto, diventa una composizione, con variegature, inclusioni croccanti, contrasti di consistenza e stratificazioni che assumono un ruolo progettuale sempre più importante. Non si sceglie più soltanto un sapore, ma un’esperienza costruita attraverso texture, temperature e componenti differenti. Anche il dialogo con la ristorazione si fa più stretto e crescono i gelati gastronomici, gli abbinamenti con piatti salati e le proposte che escono dalla tradizionale coppetta per entrare nei menu degustazione e nelle carte dei dessert.
E mentre l’artigianato italiano lavora sulla complessità, dall’altra parte dell’Atlantico è esploso un fenomeno che sembra andare nella direzione opposta. Il pasticciere francese Dominique Ansel ha introdotto nel suo locale newyorkese Papa d’Amour un soft serve alla vaniglia immerso nel burro francese salato di Normandia. L’idea nasce da una visita agli allevamenti che forniscono il burro utilizzato per la sua viennoiserie. A contatto con il gelato freddo, il burro caldo si solidifica formando una sottile crosta dorata che si rompe al morso. Una spolverata di fleur de sel completa l’effetto, rendendo da subito questa nuova follia americana perfettamente instagrammabile. E l’operazione, che avrebbe dovuto essere temporanea, è invece diventata virale. Video, recensioni e assaggi hanno trasformato il butter-dipped ice cream in uno degli oggetti gastronomici più fotografati degli ultimi mesi. Il fenomeno è stato amplificato da TikTok e Instagram e successivamente adottato anche da catene come Stew Leonard’s, il cui proprietario ha contribuito alla diffusione del trend con un video diventato virale.
Dietro l’apparente eccentricità c’è però un racconto più ampio: nel 2025 il burro è diventato negli Stati Uniti un simbolo di piacere accessibile, quasi un piccolo lusso quotidiano. In un contesto di forte pressione inflazionistica sui consumi alimentari, il grasso lattiero-caseario è stato riscoperto come ingrediente identitario, rassicurante e profondamente indulgente. Il gelato immerso nel burro rappresenta la sintesi estrema di questa tendenza: è semplice da replicare, immediatamente comprensibile e altamente spettacolare. Tutto il contrario delle sofisticate architetture sensoriali che oggi occupano le vetrine delle gelaterie italiane.
Per ora il fenomeno non sembra avere attecchito nel nostro Paese. Ma come accade spesso alle mode gastronomiche contemporanee, il suo valore non sta tanto nel prodotto in sé quanto nella discussione che genera. In un momento in cui il gelato cerca di raccontarsi attraverso sostenibilità, ricerca e progettazione, il successo di un cono immerso nel burro ricorda che il piacere continua a essere una forza potentissima, anche quando assume forme che sembrano una provocazione.
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La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.
Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.
In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».
L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).
Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.
Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.
“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.
I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.
Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.
Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.
Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.
Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?
È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?
È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?
È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?
La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.
Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.
I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.
Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».
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C’è un’Italia dimenticata che ha anticipato le grandi lotte per i diritti civili, una storia che non si impara sui libri di scuola. Dal 16 al 28 giugno 2026, la Sala Blu del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà lo spettacolo Danilo Dolci – La domanda che non si spegne.
Scritto e interpretato da Fausto Cabra, affiancato sulla scena dalla musicista e attrice Mimosa Campironi – autrice delle musiche originali –, lo spettacolo intreccia poesia, biografia, musica e partecipazione. Con la consulenza artistica di Lorenzo Vitalone, questa produzione firmata Franco Parenti si propone di sottrarre alla polvere della memoria una delle figure più radicali, scomode e luminose del Novecento.
Nato a Sesana – oggi in Slovenia – nel 1924, Danilo Dolci era un giovane sociologo, educatore, attivista, e poeta. Nel 1952 compie una scelta radicale: abbandona il Nord e la prospettiva di una carriera sicura per trasferirsi a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori e contadini nella Sicilia occidentale, uno dei luoghi più poveri d’Italia.
Lì, Dolci scopre una realtà fatta di fame, analfabetismo e oppressione mafiosa. In quei territori non si limita a fare la carità; ma decide di “stare nel conflitto”. Diventa un educatore, un sociologo sul campo, un instancabile organizzatore di relazioni umane. È lui a inventare forme di protesta inedite. Nel 1956, organizza il celebre “sciopero alla rovescia”: insieme a centinaia di disoccupati comincia a riparare una strada comunale abbandonata. Venne arrestato, scatenando l’indignazione di intellettuali come Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e Carlo Levi.
Dolci capisce che la povertà è strutturale, legata al controllo mafioso delle risorse. La sua lotta per la costruzione della diga sul fiume Jato è una battaglia epica per sottrarre l’acqua al monopolio dei boss mafiosi e restituirla ai contadini. Candidato più volte al Premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio Lenin (i cui soldi investì interamente nel Centro Studi di Partinico), Dolci si spegne nel 1997, lasciando un’eredità metodologica basata sulla nonviolenza e sulla maieutica reciproca, cioè l’idea che la verità e le soluzioni non calino dall’alto, ma vadano costruite dal basso attraverso il dialogo.
Lo spettacolo di Fausto Cabra rifiuta la trappola della commemorazione retorica. Nei suoi 90 minuti di durata, il testo attinge direttamente ai materiali delle inchieste di Dolci, alle sue poesie e ai verbali dell’epoca, restituendo la cifra di un uomo che scelse la povertà come realtà da trasformare.
Le musiche dal vivo di Mimosa Campironi sono fondamentali per l’impianto drammaturgico dello spettacolo: sostengono la parola di Cabra, a volte la mettono in crisi, rompendo il ritmo e aprendo spazi di silenzio e risonanza emotiva. Il vero fulcro della messa in scena è però il microfono aperto, attraverso cui lo spettacolo si trasforma in un’esperienza condivisa in cui il pubblico è invitato a prendere la parola. Un’applicazione teatrale del pensiero dello stesso Dolci.
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Louisa e suo padre stanno percorrendo il frangiflutti, e ogni cauto passo che compiono sui blocchi di granito li allontana sempre più dalla riva. Sua madre non è nemmeno in spiaggia, dove potrebbe stare seduta sorridente sulla sabbia. Sua madre è chiusa nella casetta in affitto quasi affacciata sul mare, molto probabilmente a letto. Per tutta l’estate Louisa ha giocato da sola tra le onde perché sua madre non sta bene e suo padre indossa invariabilmente un completo.
Stasera però ha acconsentito ad accompagnarla sul frangiflutti, dopo che lei glielo ha chiesto ogni giorno dal loro arrivo. A volte gli spruzzi delle onde arrivano fino ai blocchi, perciò si è arrotolato con cura i risvolti dei calzoni. Ai piedi porta ancora le scarpe rigide e lucidate. In una mano stringe una torcia elettrica non necessaria, nell’altra quella di Louisa in modo altrettanto superfluo. Lei lo tollera per pura gentilezza. «Una cosa a tua madre devo riconoscerla, ed è che ti ha insegnato a nuotare. Saper nuotare è importante per la propria sicurezza.
Quando ti dava lezioni, però, pensavo che fosse troppo pericoloso. Sono stato molto ingiusto.» «Odio nuotare.» Entrambi sanno che è vero il contrario. Forse suo padre riconosce in quel commento, almeno in parte, una dichiarazione di lealtà nei suoi confronti, ma soprattutto lo vede per quel che è: l’affermazione di una bambina di dieci anni istintivamente polemica. Al largo, molto oltre il punto in cui il frangiflutti incontra una sottile striscia di sabbia, il tramonto ha perduto tutto il suo calore e si è ridotto a un pallore all’orizzonte. Presto dovranno tornare. «Io non ho mai imparato a nuotare» rivela suo padre. «Non ti credo» lo schernisce lei. Tutti sanno nuotare. Anche se è vero che lui fa una questione ogni volta che lei vuole entrare in acqua o anche solo avvicinarsi.
«È vero. Sono cresciuto in povertà. Non avevamo piscine.» «La piscina è disgustosa. Odio andarci.» «Un giorno sarai grata a tua madre. Ma io voglio che lo dimostri adesso.» Queste sono le ultime parole che le rivolge. (Oppure sono le ultime parole che ricorda? Le disse qualcos’altro? Non c’è nessuno a cui chiederlo.) Distesa a letto, Louisa fissava il buio. Il soffitto si rivelava in una striscia sottile di luce, prima netta come una lama e poi sempre più sfocata, che lo attraversava a partire dalla soglia. La porta era appena socchiusa, perché Louisa aveva paura del buio. Non era sempre stato così. Ogni sera sua madre usciva dalla stanza con lentezza esasperante, sbattendo maldestramente con le ruote della carrozzella contro lo stipite, al punto che Louisa provava l’impulso di gridarle dietro. Quando era finalmente in corridoio, esitava con una mano sulla maniglia della porta semiaperta. «Chiudila del tutto, per favore» le diceva Louisa in un tono asciutto da adulta. La prima volta che lo aveva detto, era stato perché non avrebbe sopportato un altro secondo di vedere sua madre che sbirciava dalla fessura. Da allora lo ripeteva ogni sera con lo stesso tono, perché si era accorta che pur non essendo una brutta cosa da dire era appagante nella sua cattiveria. Sua madre tradiva un’altra breve esitazione, che a Louisa non dava fastidio poiché mostrava che ci era rimasta male.
A quanto pare le sarebbe piaciuto che Louisa le chiedesse di leggerle qualcosa, o di darle il bacio della buonanotte come se avesse ancora cinque anni. Era un desiderio inespresso ma palese. Un simile, manifesto bisogno di affetto gliela rendeva ancora più repellente. Poi la porta si chiudeva con un sonoro scatto della serratura, quel genere di pesante porta americana di cui Louisa si era quasi dimenticata nell’anno che aveva vissuto altrove. Una porta fatta per essere chiusa. Louisa restava coricata al buio, seguendo con la mente spietata il percorso della sedia a rotelle di sua madre in corridoio e immaginando botole nascoste che si aprivano a inghiottirla.
Nel frattempo il buio le strisciava sul petto come un serpente, distribuendo ordinatamente il proprio peso sulle spire che si accumulavano sopra di lei all’infinito e che avrebbero potuto seppellirla e schiacciarla se lei non fosse saltata giù dal letto appena in tempo e, con estrema perizia, non avesse riaperto la porta. Louisa era bravissima a ruotare la maniglia. Non era maldestra come sua madre o distratta come sua zia. La serratura non emetteva alcun suono e la luce tornava, sgominando il buio. E Louisa tornava a letto, lo sguardo fisso sulla striscia.
Quella sera dal corridoio arrivavano anche delle voci. Non distingueva le parole, ma sapeva che parlavano di lei. Quella mattina, invece di presentarsi puntuale in classe, Louisa era stata accompagnata dalla zia in un palazzo del centro per essere visitata da uno psicologo infantile. Nessuno aveva usato quelle parole, “psicologo infantile”. Lo avevano chiamato un colloquio sul suo livello scolastico, e quanto meno all’inizio lei ci aveva creduto. Louisa era a metà della quarta elementare quando lei e i suoi genitori avevano lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Giappone, e durante l’anno in Giappone aveva finito la quarta americana, svolgendo tutte le verifiche e gli esercizi e leggendo tutti i testi che aveva portato con sé, e anche quella giapponese: aveva fatto la quarta elementare due volte, in due paesi diversi, ma adesso doveva ripeterla di nuovo, manco fosse stata bocciata.
Il luogo dell’appuntamento era un palazzo di mattoni a cui si accedeva salendo una mezza rampa di scale, e mentre lo facevano sua zia aveva detto: «È per questo che tua mamma non è potuta venire, per colpa di queste scale. Ho chiamato per chiedere se c’erano scale per accedere, e mi hanno risposto di sì. La tua povera mamma». «Non ha niente» aveva borbottato Louisa. «Cosa, tesoro?» Non aveva aggiunto altro. «Non ti ho sentita, tesoro.» Adesso Louisa poteva fingere di essere lei a non aver sentito. Funzionava. Nessuno ascoltava mai con attenzione; anche le persone che più di tutte sostenevano di ascoltare, in realtà non ascoltavano.

Tratto da “Flashlight. Una torcia nella notte”, di Susan Choi, Mondadori, 2026, 24€, 540 pagine
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In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.
L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.
Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.
Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi
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Pochi giorni fa Anthropic ha pubblicato sul suo sito un articolo intitolato “When AI Builds Itself”, quando l’intelligenza artificiale si costruisce da sola. Il punto di partenza è un’osservazione semplice: abbiamo sempre considerato l’intelligenza artificiale come ogni altra innovazione tecnologica, in cui ogni ogni nuovo modello viene progettato, testato e rilasciato da esseri umani. Ci sono ingegneri per scrivere i codici, ricercatori per fare gli esperimenti, e tecnici a supervisionare l’addestramento. Ma questa dinamica sta scomparendo. Secondo l’azienda di Dario Amodei, oltre l’ottanta per cento dei codici che entrano nei suoi sistemi vengono ormai scritti da Claude, il chatbot che sviluppa e commercializza. Perché una quota crescente dell’attività quotidiana è già delegata alle macchine. Il risultato, sostiene Anthropic, è un’accelerazione impressionante della produttività: nel secondo trimestre del 2026 un ingegnere medio avrebbe prodotto circa otto volte più codice rispetto al 2024.
Insomma, l’intelligenza artificiale sta iniziando a contribuire direttamente allo sviluppo della generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. «Non siamo ancora nel mondo in cui Claude progetta autonomamente il proprio successore», scrivono gli autori, ma ci stiamo lentamente avvicinando a una situazione in cui una parte crescente della ricerca sull’IA viene svolta dall’IA stessa (i numeri vanno presi con cautela, perché sono dati interni, quindi difficili da verificare dall’esterno, ma il concetto di fondo resta).
Nel lessico del settore questa nuova condizione si chiama recursive self-improvement, miglioramento ricorsivo. Una prima versione di un sistema contribuisce a sviluppare una seconda versione, leggermente migliore. La seconda contribuisce alla nascita della terza. La terza della quarta. E così via, in un processo che potrebbe accelerare progressivamente.
Pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Anthropic ne ha parlato anche l’Economist: «Nessuno sa davvero quali potrebbero essere le conseguenze del miglioramento ricorsivo», scrive il magazine britannico, «e poiché l’intelligenza artificiale, a differenza degli esseri umani, può lavorare senza sosta e su scala enorme, alcuni ricercatori ritengono che potrebbe innescare una rapida corsa verso sistemi superintelligenti. I più pessimisti temono che una superintelligenza possa sfuggire al controllo umano e che l’avvio di un processo di recursive self-improvement rappresenti il momento in cui il destino tecnologico dell’umanità passa dalle mani degli esseri umani a quelle delle macchine. Altri osservano però che, almeno inizialmente, anche un sistema capace di migliorarsi da solo dovrebbe fare i conti con limiti molto concreti: la disponibilità di potenza di calcolo, di energia e di infrastrutture».
Se la prospettiva di sistemi capaci di progettare da soli il proprio successore è ancora lontana e speculativa, la vera novità è l’idea di un circuito chiuso, almeno in parte. Allo stato attuale sono ancora gli umani a svolgere il ruolo di direttori di laboratorio quando si tratta di creare codici dell’intelligenza artificiale. Sono loro a indicare la direzione di ricerca e a inquadrare i problemi, e ovviamente gli obiettivi sono tutti decisi dall’uomo. Gli agenti di intelligenza artificiale si limitano a fare da manovalanza, se così si può dire, cioè progettano gli esperimenti, scrivono il codice, fanno i test, correggono gli errori e così via. Più semplicemente, l’intelligenza artificiale è ancora uno strumento.
Ancora per poco, forse. Perché almeno nei laboratori che costruiscono i modelli più avanzati, l’intelligenza artificiale sta assumendo quel ruolo di direttore del laboratorio. L’Economist cita il caso di Andrej Karpathy, uno dei ricercatori più influenti dell’ultimo decennio, già tra i fondatori di OpenAI e poi responsabile dell’intelligenza artificiale di Tesla. Dopo aver sviluppato un piccolo modello linguistico chiamato Nanochat, Karpathy ha affidato a un agente di IA il compito di migliorarne il processo di addestramento. Nel giro di pochi giorni il sistema ha individuato una serie di ottimizzazioni che hanno ridotto ulteriormente i tempi necessari per addestrare il modello. «Io non ho toccato nulla», ha raccontato Karpathy. È esattamente il tipo di miglioramento incrementale di cui parla Anthropic.
Il dettaglio tecnico più rilevante è che non serve una macchina potentissima e onnisciente per accelerare il processo, ne basta una capace di produrre la prossima generazione di macchine.
Qui rientra in gioco Anthropic, l’azienda di Dario Amodei che più di ogni altra ha costruito la propria identità pubblica attorno ai rischi dell’intelligenza artificiale. Fin dalla sua fondazione, i dirigenti di Anthropic parlano della necessità di coordinare gli sforzi internazionali e, se necessario, persino di rallentare la corsa verso modelli sempre più potenti. Lo stesso articolo sul recursive self-improvement si conclude con un appello alla costruzione di meccanismi che rendano possibile una pausa coordinata nello sviluppo dell’IA, qualora si rendesse necessaria.
È una posizione quantomeno ambigua. Nel senso che Anthropic è anche una delle aziende che stanno spingendo più velocemente la frontiera tecnologica. Per citare ancora l’Economist, «quale leader di mercato non sarebbe felice di vedere i concorrenti rallentare mentre cerca di mantenere il proprio vantaggio?».
Anthropic sembra sinceramente convinta che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia trasformativa e potenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritiene di dover restare tra gli attori che la sviluppano. È un comportamento da santoni, o da ipocriti, o qualcosa in mezzo a queste due opzioni.
Non tutti sono convinti che affidare una quota crescente della ricerca alle macchine equivalga necessariamente a produrre sistemi migliori. Un commento pubblicato ad aprile sul Washington Examiner, proponeva un punto di vista interessante. «Questo non è automiglioramento, è auto-rafforzamento», scrive l’autrice. L’obiezione è che sistemi addestrati da altri sistemi potrebbero diventare sempre più autoreferenziali, con il rischio di perdere il contatto con la realtà.
È quello che nell’ambiente viene chiamato specification gaming. Quando si assegna a un sistema un obiettivo misurabile, il sistema tende a ottimizzare la metrica scelta, non necessariamente il risultato prospettato inizialmente. L’esempio tipico è quello della corsa virtuale: se si vuole insegnare a un agente a correre lungo un tracciato si assegnano punti per ogni checkpoint, ma a un certo punto l’agente scopre che può girare in tondo su un checkpoint e accumulare punti all’infinito senza completare la gara. Perché sta massimizzando il punteggio anziché guardare l’obiettivo finale. È il motivo per cui molti ricercatori continuano a considerare il giudizio umano – Anthropic lo chiama research taste – l’ultimo vero argine.
Resta aperta una questione più ampia sul futuro dell’intelligenza artificiale come driver di innovazione. Perché la tecnologia è sempre stata intesa come quella cosa che amplificava le capacità umane – ma il suo sviluppo dipendeva sempre dagli esseri umani. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la prima tecnologia capace di contribuire direttamente alla propria evoluzione. Non siamo ancora nel mondo della superintelligenza che popola tante discussioni futuristiche. Ma il circuito, almeno in parte, si è già chiuso. L’intelligenza artificiale sta iniziando a costruire l’intelligenza artificiale. Lo scorso febbraio il blogger Noah Smith ha spiegato così la posta in gioco: «Per la prima volta nella storia, gli esseri umani non sono più – o presto non saranno più – gli esseri più intelligenti del pianeta, in alcun senso funzionale del termine». Va letta come provocazione, ma siamo già al punto in cui il motore del progresso tecnologico non più un’esclusiva dell’uomo. Qualcosa vorrà dire.
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Di fianco alla liberale e leggiadra Kadiköy c’è anche Üsküdar, l’antica Scutari, nonché il quartiere dove risiede il mio quasi omonimo (quando non è nel suo fastoso, costoso e pure un po’ esagerato palazzo presidenziale nella capitale Ankara). Questa zona è diventata la dimostrazione di come la società turca nel corso degli anni sia cambiata, anche per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, permettendo l’espansione di una borghesia islamo–conservatrice.
È uno dei miracoli – se non il miracolo in assoluto – del mio quasi omonimo: portare con decisione al centro della vita politica ed economica fette della popolazione che prima avevano un ruolo di secondo piano. Non ha fatto tutto proprio da solo: pensiamo solo al fenomeno delle Tigri anatoliche, che ha iniziato a svilupparsi dalla seconda metà degli Anni Ottanta. Diciamo che però lui ha tirato le fila di tutto, per la gioia dei tanti – parliamo di milioni – che ne hanno beneficiato. Il tenore di vita di molte famiglie si è elevato in modo consistente. E Üsküdar è un esempio calzante di questa ascesa sociale, dove sempre il solito ha voluto mettere una firma ben precisa, ovviamente a modo suo.
Una volta la collina di Çamlıca era nota per le torri dei ripetitori. Dal 2019 svettano anche i sei minareti dell’omonima moschea. Ora, definirla semplicemente una moschea non rende l’idea di che cosa stiamo parlando: l’edificio può contenere normalmente sessantacinquemila fedeli, che salgono a centomila nel caso in cui l’edificio sacro debba fungere da rifugio in caso di terremoto. Dunque, è a dir poco mastodontico. Con la sobrietà che lo contraddistingue, il mio quasi omonimo ha voluto che Çamlıca fosse visibile da ogni parte della città.
L’architettura è ispirata alla Moschea di Solimano, ma ha sei minareti come la Moschea Blu, che rappresentano i sei pilastri dell’Islam. Come nel complesso di Solimano il Magnifico, anche in quello di Çamlıca sono presenti altre aree: un museo delle Civiltà islamiche, una galleria d’arte, un centro congressi che può ospitare oltre mille persone, negozi e strutture per bambini. Oltre a un posteggio che può contenere fino a tremilacinquecento veicoli. Sotto la moschea si estende un giardino da cui si vede un panorama di Istanbul seducente. Per il mio quasi omonimo, questa moschea rappresenta il raggiungimento di un obiettivo: come i sultani ai tempi dell’impero, anche lui ora ha il suo complesso religioso che ricorderà per sempre e a tutti ciò che ha fatto durante il suo periodo di potere. […]
A progettarla, comunque, sono state due donne, Bahar Mızrak e Hayriye Gül Totu. Durante la costruzione hanno dichiarato la loro intenzione di edificare una moschea female friendly. Anche per questo, la zona della preghiera femminile è collocata al centro del luogo di culto, e non in una posizione appartata come avviene di solito. Vi racconto tutte queste cose per farvi capire quanto il mio quasi omonimo sia furbo. Non dimentichiamoci che, anche a causa di scelte sbagliate da parte della cosiddetta élite laica, per lungo tempo le donne che portavano il velo sono state in qualche modo ghettizzate. La Babbiona si ricorda ancora di quando erano costrette a toglierlo per entrare in università o a coprirlo con grossi cappelli in ciniglia. Chissà nei mesi estivi che caldo, poverine.
Per molte donne, insomma, il mio quasi omonimo è stato un liberatore, colui che ha permesso loro di andare a capo coperto a scuola, in tribunale, in parlamento, insomma in tutti i luoghi dove prima se lo sarebbero dovuto togliere. Qualcuno potrebbe dirmi che imporre il laicismo a forza in un Paese al 95% musulmano non sia stata una grande idea, e che consentire a una persona di andare in giro come meglio ritiene sia doveroso. E ha ragione. Il punto, da gatto, è che nella mia città vedo sempre più bambine con il capo coperto, e questo mi sembra preoccupante. Quella che dovrebbe essere una scelta serena, libera e rispettabile si è invece trasformata in un’affermazione politica, alla quale corrisponde anche un modello di vita. Fatto che in un Paese che si definisce laico, è nuovamente una contraddizione. Se poi i condizionamenti sociali impediscono alle donne di scegliere come andare in giro e le costringono ad andare a pregare in moschea più che a studiare o trovare un lavoro, direi che non ci siamo proprio.
Quello delle donne nella mia città è un mondo incredibilmente complesso. Più di una volta, mi è sembrato che il velo utilizzato come simbolo politico abbia diviso donne che poi invece nella vita di tutti i giorni hanno gli stessi problemi, dalla violenza domestica a una società ancora patriarcale. Quindi, se anche la nascita di una «borghesia islamica» ha prodotto sicuramente un maggiore benessere, per le donne è equivalso ad avere l’ultimo modello di lavatrice. Anche se si guardano le pubblicità, la donna – con velo o senza – è ancora vista soltanto come il perno attorno al quale ruota la famiglia. Da acuto osservatore della realtà quale mi ritengo, ho notato su questo tema che anche in Paesi europei come l’Italia la situazione è ampiamente migliorabile. Ma in Turchia ci sono problemi davvero seri. E si vedono anche nella emancipata Istanbul.

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L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.
A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.
Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.
C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».
Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.
Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.
Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.
Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.
Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.
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L’ascesa dell’India a grande potenza spaziale non è più il racconto di graduali progressi tecnologici ma, piuttosto, di una trasformazione dalle profonde implicazioni geopolitiche e normative. Sebbene la sua traiettoria converga sempre più con quella dei partner occidentali, in particolare degli Stati Uniti, la politica spaziale indiana, e il suo più ampio orientamento strategico, riflette un impegno concreto a plasmare un modello di governance spaziale globale più inclusivo e orientato allo sviluppo. In questo contesto, l’ascesa dell’India va compresa non solo in termini di capacità, ma anche come parte di un disegno più ampio di cooperazione strategica Sud-Sud nello spazio extra-atmosferico.
Alla base dell’ordine spaziale globale si colloca l’Outer Space Treaty (Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico), che stabilisce principi chiave come l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, il divieto di appropriazione dei corpi celesti, la libertà di accesso e la responsabilità degli Stati per le proprie attività nazionali. Il Trattato, pur rimanendo centrale nell’architettura giuridica che regola le attività umane nello spazio, si sta rivelando sempre più inadeguato di fronte alla realtà delle tecnologie contemporanee: non vieta lo sviluppo o l’uso di armi convenzionali nello spazio e nemmeno regola le capacità antisatellite o il crescente predominio dei protagonisti della NewSpace. Il quadro della governance globale si sta quindi ridefinendo attraverso norme frammentate e spesso contrastanti in materia di sostenibilità, condotta responsabile e commercializzazione.
Da leva di sviluppo a strumento di politica estera
La politica spaziale dell’India si è sviluppata a partire da questo contesto e in risposta alla sua continua evoluzione. Nei primi decenni, il programma spaziale indiano, guidato dall’Indian Space Research Organisation (ISRO, Organizzazione indiana per la Ricerca Spaziale), era profondamente radicato nelle priorità di sviluppo e poneva al centro l’atmanirbharta (autosufficienza), con la tecnologia spaziale quale strumento di trasformazione socioeconomica. I sistemi satellitari venivano impiegati per le comunicazioni, la meteorologia e il telerilevamento a sostegno dell’agricoltura, della gestione delle catastrofi e della pianificazione nazionale. Tutto ciò rifletteva un più ampio ethos post-coloniale secondo il quale lo spazio non doveva essere un’arena volta alla ricerca di prestigio o alla competizione, bensì un mezzo per affrontare le disuguaglianze strutturali.
Nel corso del tempo, tuttavia, l’India ha esteso le proprie ambizioni. Attualmente il programma spaziale indiano riflette il passaggio da un modello puramente orientato allo sviluppo a un modello che integra dimensioni strategiche, commerciali e di sicurezza. Le riforme politiche introdotte nel 2020, seguite dalla definizione ufficiale di una politica spaziale nazionale con il documento Indian Space Policy del 2023, segnano una svolta decisiva. Queste riforme mirano a traghettare l’India da un sistema stato-centrico a un ecosistema abilitato dallo Stato, in cui i soggetti privati assumono un ruolo centrale nell’innovazione, nella produzione e nei servizi di lancio. Tale trasformazione si concretizza in enti come IN-SPACe (Indian National Space Promotion and Authorisation Centre) e NewSpace India Limited, manifestazioni concrete della volontà di puntare al ruolo di nodo chiave nell’economia spaziale globale.
L’ascesa spaziale dell’India si contraddistingue non solo per l’espansione delle capacità spaziali del Paese, ma anche per il modo in cui queste vengono dispiegate sulla scena internazionale. L’India utilizza sempre più lo spazio come strumento di politica estera, in particolare nei rapporti con il Sud del mondo. Emblematico è stato il lancio del South Asia Satellite, espressione della politica Neighbourhood First, che dà priorità alle relazioni con i paesi immediatamente vicini. Il satellite assicura ai Paesi confinanti servizi di comunicazione, tele-istruzione e gestione delle emergenze. Al di là della sua utilità tecnica, l’iniziativa rispecchia la volontà dell’India di fornire beni pubblici attraverso la cooperazione spaziale, rafforzando così il proprio ruolo di leader regionale.
Il quadro complessivo di queste iniziative avvalora ulteriormente l’orientamento dell’India. Nel corso degli ultimi dieci anni, il Paese ha stipulato numerosi accordi di cooperazione spaziale in Asia, Africa e America Latina. Questi partenariati si concentrano sulla costruzione delle capacità, sulla formazione, sulla condivisione dei dati e sull’assistenza tecnica, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di accedere alle tecnologie spaziali e di utilizzarle senza dover dipendere da potenze esterne. Il 21 giugno 2023 l’India è stata il ventisettesimo Paese a firmare gli Accordi Artemis. A livello multilaterale, ha anche proposto delle iniziative spaziali, tra cui una missione satellitare del G20 per il monitoraggio climatico e ambientale volta a sostenere i paesi vulnerabili attraverso un’infrastruttura di dati condivisa.
Un ponte tra vecchi e nuovi attori
Tale assetto emergente delinea un modello distintivo di cooperazione Sud-Sud nello spazio. A differenza degli approcci tradizionali dominati dalle grandi potenze, la strategia dell’India pone l’accento su sostenibilità economica, accesso e rilevanza per lo sviluppo e si fonda sul riconoscimento pragmatico delle realtà geopolitiche.
L’India non punta a sostituire gli attuali equilibri di potere, bensì a ritagliarsi il ruolo di intermediario, facendo da ponte tra le nazioni spaziali più avanzate e i nuovi attori emergenti. Questo gioco di equilibri è particolarmente evidente nel modo in cui il Paese si muove tra diversi modelli di governance in competizione. La sua partecipazione a iniziative come gli Artemis Accords conferma l’intento di allinearsi alle norme emergenti definite dalle potenze occidentali, con un’attenzione particolare ad ambiti quali lo sfruttamento commerciale e l’interoperabilità.
L’India resta tuttavia cauta nell’avallare integralmente i modelli di governance che potrebbero rafforzare le asimmetrie o escludere gli interessi del Sud del mondo e, anzi, continua a perorare la necessità di una condotta responsabile da parte di tutti i Paesi, di una regolamentazione inclusiva e di un accesso equo alle risorse dello spazio.
Il risultato è una postura strategica ibrida: l’India persegue simultaneamente convergenza e autonomia, cooperazione e indipendenza, e adotta elementi di governance di stampo occidentale, mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per collaborare con una vasta gamma di partner. Il Paese si sta pertanto affermando come norm-entrepreneur (imprenditore normativo) nella governance dello spazio, capace di mediare tra visioni contrastanti del futuro ordine spaziale.
Sul piano interno, le ambizioni dell’India sono altrettanto vaste: porta avanti i propri progetti di voli spaziali con equipaggio e la costruzione di una stazione spaziale nazionale, e promuove lo sviluppo di un settore spaziale commercialmente dinamico. Gli stanziamenti di bilancio e le riforme istituzionali indicano un impegno politico costante verso questi obiettivi. Di fatto, l’India si sta impegnando per raggiungere, in un solo decennio, ciò che molte potenze spaziali ormai consolidate hanno realizzato in oltre mezzo secolo.
A livello regionale, l’Asia meridionale presenta uno scenario paradossale in cui il progredire delle capacità spaziali coesiste con profonde tensioni geopolitiche. La regione registra notevoli progressi nell’esplorazione spaziale e nello sviluppo tecnologico, ma sconta il peso di complesse rivalità politiche, economiche e militari. I mutevoli equilibri di potere sono influenzati dalle tensioni tra India, Cina e Pakistan, tre Paesi dotati di armi nucleari e con una lunga storia di conflitti. In passato, India e Pakistan, così come India e Cina, sono stati nemici in guerra, e le dispute di confine tuttora irrisolte continuano ad alimentare la diffidenza strategica.
Mentre India e Cina consolidano le loro posizioni di grandi potenze spaziali, il Pakistan, sostenuto dalla Cina, allinea progressivamente la propria strategia in risposta all’India. Questa dinamica triangolare determina un trilemma della sicurezza in cui la ricerca di sicurezza di ciascun singolo Paese acutizza le insicurezze degli altri.
A livello mondiale, queste tendenze si riflettono in un generale spostamento verso la securitizzazione dello spazio extra-atmosferico. L’istituzione della United States Space Force e il riconoscimento dello spazio extra-atmosferico come dominio operativo distinto da parte della NATO, nel 2019, sanciscono la crescente importanza strategica dello spazio. La spesa per la difesa nel settore spaziale è aumentata in modo significativo, riflettendo la crescente dipendenza dei sistemi militari di oggi dalle infrastrutture basate nello spazio, per la navigazione, le comunicazioni e la sorveglianza.
Lo spazio non è ancora stato weaponizzato in modo diretto in conflitti attivi, ma l’integrazione delle tecnologie spaziali nelle operazioni militari porta alla possibilità che i conflitti futuri possano estendersi oltre i domini tradizionali. Con l’accelerazione del ritmo di militarizzazione, la sfida per la comunità internazionale consiste nell’impedire che la competizione si trasformi in conflitto e nel preservare lo spazio come luogo di cooperazione pacifica.
L’assenza di una legislazione nazionale completa
Dietro la superficie di questa imponente ascesa spaziale dell’India si celano criticità facili da sottovalutare, ma difficili da ignorare. Il rapido progresso del Paese rivela una grave debolezza strutturale: l’assenza di una legislazione e di una regolamentazione spaziale nazionale complete. Per quanto le riforme politiche e gli organismi di regolamentazione come IN-SPACe abbiano creato un quadro strutturato per le funzioni di autorizzazione e supervisione, l’architettura giuridica rimane frammentata e non vincolante. Tale scenario genera incertezza per i soggetti privati, rendendo potenzialmente imprevedibili gli investimenti e l’innovazione. Al contempo, solleva interrogativi sulla capacità dell’India di adempiere ai propri obblighi internazionali, in particolare ai sensi del Trattato, a fronte di attività spaziali sempre più vaste e complesse.
La chiarezza legislativa è pertanto una necessità urgente e strategica. Il diritto può fungere da strumento mirato al posizionamento. In un’economia spaziale globale sempre più competitiva, i Paesi che si dotano di contesti normativi prevedibili e credibili hanno maggiori probabilità di attrarre investimenti, costruire partenariati e influenzare le nuove leggi e normative. Per l’India, lo sviluppo di un quadro giuridico solido non è solo una questione di governance, è una necessità fondamentale per la sua aspirazione a diventare leader.
L’ascesa dell’India nel settore spaziale è, pertanto, una trasformazione multidimensionale. È un racconto di capacità tecnologiche, di riforme istituzionali e di ambizioni strategiche. Ma è anche un percorso di innovazione normativa, è il tentativo di immaginare ex novo un modo di gestire, regolamentare e impiegare proficuamente lo spazio, un modo che rispetti e rifletta gli interessi e le aspirazioni del Sud del mondo.
Se l’India saprà allineare i propri progressi tecnologici a un quadro normativo coerente, potrà ambire a superare lo status di semplice partecipante. L’obiettivo è affermarsi tra i principali artefici dell’ordine globale, plasmando un modello di governance che non sia solo efficiente e competitivo ma anche inclusivo ed equo. Nel suo viaggio spaziale, l’India non punta solo a raggiungere nuove frontiere, ma a ridefinirle.
Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.
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La procura di Trento ha riconosciuto il reato di maltrattamento nei confronti degli oltre 40 Alaskan husky, sfruttati per il traino delle slitte (sleddog), che erano stati sequestrati con un’operazione del Corpo Forestale Trentino nel febbraio scorso in un allevamento nella zona di Millegrobbe a Lavarone in Trentino. “Sono pronti a trovare una famiglia che li ami e li accolga per il resto della loro vita gli oltre 40 Alaskan Husky sequestrati a febbraio a Millegrobbe”. I referti veterinari avevano documentato numerosi casi di denutrizione, disidratazione, debilitazione fisica, infestazioni parassitarie, dermatiti, ferite e altre patologie riconducibili alla prolungata mancanza di cure e a condizioni di detenzione incompatibili con il loro benessere.
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“Ricordare Silvio Berlusconi vuol dire rievocare le tante vite che ha vissuto, da imprenditore geniale, da politico che ha cambiato la politica, da statista con il record della più lunga permanenza al governo del Paese, da dirigente sportivo che ha vinto più di chiunque altro. Per me sarà sempre il “mio presidente”, che con me e con milioni di italiani condivideva, tra l’altro, profondi sentimenti di amore e di rispetto per gli animali. La trasmissione che conduco su Rete 4, “Dalla parte degli animali”, è nata nel 2017 per sua ispirazione e suo desiderio. Sono orgogliosa di aver consegnato agli archivi tanti video-ricordi del Berlusconi animalista convinto, come tale, allora, poco noto al grande pubblico: il presidente che manda un saluto ai telespettatori nel 2019, che racconta “l’amore a prima vista” e la vita con Dudù (a lungo il cane più noto d’Italia), che fa appello per le adozioni nei canili, che deplora le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, che allatta l’agnellino Fiocco di Neve (le immagini fecero il giro del mondo), che presenta “Peter” il figlio di Dudù, gli altri barboncini bianchi, il chihuahua “Rambo”, Harley e Sole, uno dei cinque cani provenienti dal canile di Olbia. L’amore verso questi eterni fanciulli, ripeteva sempre, è davvero grande. Mi piace immaginare che in qualche modo lo ricordino anche loro con lo stesso affetto. Ci manchi, presidente”.
Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, ricorda Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della scomparsa.
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La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]
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La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]
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Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.
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Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.
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L ondra, novembre 1859. L’origine delle specie di Charles Darwin, il libro che cambiò per sempre la prospettiva degli esseri umani nei confronti di sé stessi e della vita sulla Terra, viene pubblicato dall’editore John Murray. Solo pochi anni prima, nel 1853 e nella stessa città, tra tavolate opulente e decori sfarzosi, un manipolo di scienziati, uomini illustri ed editori, festeggiava quello che credeva un imperituro trionfo: le numerose scoperte di fossili, che si erano avvicendate dai primi anni dell’Ottocento sino a quel momento, non erano più una minaccia per la visione di un mondo felice disegnato da un Dio buono per il suo figlio prediletto, l’Uomo.
Richard Owen, ospite d’onore di quella cena organizzata a Capodanno al Crystal Palace, era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. In quel momento, durante quella celebrazione tenutasi all’interno di un modello in scala reale di un iguanodonte, Owen godeva di quella vittoria, inconsapevole che il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana. Le scoperte, i personaggi e, soprattutto, il contesto sociale e culturale in cui quella nuova rivoluzione, forse ancora più dirompente di quella copernicana, ebbe modo di svilupparsi fino al suo atto finale sono raccontati da Edward Dolnick nel suo libro A cena con il dinosauro. Come un eccentrico gruppo di vittoriani scoprì le creature preistoriche e cambiò accidentalmente il mondo (2026).
Nel suo saggio, Dolnick illustra come scienziati, letterati, donne e uomini comuni reagirono quando scoprirono per la prima volta che, in un passato remoto, il mondo era popolato da animali dotati di dimensioni colossali e caratteristiche inedite.
Richard Owen era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. Ma presto il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana.
Fu Pliny Moody, un contadino dodicenne del New England, a rinvenire nel 1802 una serie di impronte a tre dita grandi circa quanto un piatto da portata. A questa prima scoperta ne seguirono altre, che comprendevano ossa enormi e, addirittura, scheletri quasi completi. Oggi noi diamo per scontata l’origine di questi resti e troviamo difficile immaginare cosa possano aver pensato e provato le persone di quell’epoca. Il fulcro della narrazione di A cena con il dinosauro, che si diversifica così da altri saggi che parlano della storia della paleontologia, si concentra proprio su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto, tra i loro saperi e nel loro immaginario, le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui il Pianeta era dominato da creature sconosciute e terribili, in un paesaggio molto diverso da quello del presente. E su come abbiano accettato l’orrore supremo, il concetto per cui il disegno divino non fosse poi così intelligente e le esistenze di questi animali del passato a un certo punto fossero state spazzate via.
Il fulcro della narrazione si concentra su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui la Terra era dominata da creature sconosciute e terribili.
Gli scienziati e cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano stupefatti.
Nell’Inghilterra del 19° secolo, nonostante la resistenza al cambiamento di uomini in cui scienza e fede cantavano lo stesso inno di celebrazione per il “mondo felice”, la natura cambia la natura e l’illusione si dirada a colpi di ritrovamenti, così copiosi per via delle intense attività di scavo legate alla rivoluzione industriale. Il racconto di Edward Dolnick scorre chiaro: non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli e i protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano quasi corpo.
Quella di Edward Dolnick non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli. I protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano corpo grazie a una penna allegra, vivida e mai pedante, in un saggio che ha il pregio della leggerezza.
Infine, arriva Richard Owen, l’anatomista che nel 1842 coniò il termine “dinosauro”, con il suo volto da Uriah Heep, l’antagonista di David Copperfield, tronfio per aver creduto di aver ristabilito il mondo felice con una teoria onnicomprensiva. L’autore spiega:
La sua nuova teoria manteneva Dio al comando ma sembrava lasciar spazio a qualcosa che tendeva verso l’evoluzione. (Owen cercò abilmente di eludere questa pericolosa accusa.) Nel passato preistorico, suggerì, Dio aveva sparso per il mondo un po’ di specie e stabilito regole che governavano il modo in cui sarebbero cambiate nel corso degli eoni. Poi aveva premuto “play” e si era messo a guardare soddisfatto.
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Nell’ambito della prevenzione della peste suina africana, i Nas hanno sequestrato?tre capi ibridi ritenuti a rischio in un allevamento?dell’Appennino Reggiano, dopo aver riscontrato gravi irregolarità su rintracciabilità e biosicurezza. Si tratta di?tre scrofe adulte per le quali il servizio veterinario?dell’azienda Usl – che ha supportato i controlli dei carabinieri?del nucleo antisofisticazioni e sanità di Parma coadiuvati dai?militari forestali – ha disposto l’abbattimento eseguito?dalla polizia provinciale competente per territorio.
Le carcasse degli animali saranno sottoposte agli accertamenti diagnostici previsti dal piano nazionale di sorveglianza, con test specifici per la ricerca del virus della Psa. Gli animali erano inoltre?detenuti all’interno di una struttura non autorizzata e?sprovvista delle necessarie recinzioni di contenimento, in?violazione delle disposizioni vigenti in materia di?biosicurezza. Al titolare dell’allevamento sono state contestate?violazioni amministrative per un importo complessivo pari a?3.400 euro.
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Rispetto al tema del ddl caccia che intende modificare la legge 152/92 “si precisa che la comunicazione della Commissione europea in relazione al testo del disegno di legge sulla tutela della fauna selvatica attualmente in discussione in Senato contiene delle osservazioni preventive su disposizioni ancora in corso di esame parlamentare, che non sono da intendersi come una declaratoria di incompatibilità unionale di norme vigenti. Sono valutazioni interlocutorie su un testo non ancora approvato e per le quali non sussiste alcun tipo di omissione informativa. Inoltre, non sussiste un autonomo obbligo di trasmissione al Parlamento di una interlocuzione tecnica riferita a disposizioni non ancora definitive”. Lo ha detto durante il Question time nell’Aula della Camera, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, rispondendo a un’interrogazione di Avs sulle iniziative per il rispetto della normativa europea sulla tutela della biodiversità, degli habitat e dell’avifauna selvatica. “Tali osservazioni saranno comunque valutate nelle sedi competenti, anche attraverso il confronto con le altre Amministrazioni interessate, al fine di assicurare la coerenza del testo finale con la disciplina eurounitaria”, spiega Pichetto, “ad ogni buon conto, le osservazioni formulate dalla Commissione si concentrano in particolare: sull’estensione della CACCIA nelle aziende agrituristiche-venatorie oltre la stagione venatoria, e l’eventualità che l’attività riguardi gli esemplari di fauna selvatica presente in loco durante periodi sensibili; la possibilità di estendere i periodi di caccia oltre i limiti oggi previsti; la possibilità di usare dispositivi ottici o optoelettronici per la CACCIA selettiva degli ungulati; la modifica della disciplina sui richiami vivi”. Su tali aspetti, “è in corso un’interlocuzione tra il MASE ed il MASAF, al fine di fornire risposta a quanto evidenziato dai Servizi della Commissione”, sottolinea il ministro. Inoltre, “in ragione dell’iter legislativo in corso, sono in fase di valutazione degli approfondimenti tecnici sulle formulazioni del testo e degli emendamenti, anche allo scopo di tenere conto, ove necessario, dei profili di attenzione evidenziati, senza tuttavia pregiudicare l’autonomia del Parlamento, cui spetta la valutazione e la definizione finale del testo normativo”, conclude PICHETTO.
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Fenomeni come il ghosting e l’ostracismo digitale richiedono risposte che vadano oltre il piano individuale. La scuola, le famiglie e le istituzioni hanno tutte un proprio ruolo da svolgere per promuovere un uso consapevole e regolato delle piattaforme.
L'articolo Ghosting, un problema di salute mentale proviene da Lavoce.info.
Fenomeni come il ghosting e l’ostracismo digitale richiedono risposte che vadano oltre il piano individuale. La scuola, le famiglie e le istituzioni hanno tutte un proprio ruolo da svolgere per promuovere un uso consapevole e regolato delle piattaforme.
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Otto cani rinchiusi in gabbie piccole e in pessimo stato igienico-sanitario: denunciato il proprietario del terreno dove insisteva un vero e proprio canile abusivo. È accaduto – riporta Ansa – a Scisciano, dove i carabinieri della stazione di San Vitaliano, insieme al personale sanitario della sezione veterinaria dell’Asl Napoli 3 Sud, sono intervenuti presso un terreno a via Molino a seguito di una segnalazione nella quale venivano evidenziati maltrattamenti agli animali. Lungo il terreno, appositamente recintato, militari e sanitari hanno trovato sette cuccioli di chihuahua e un meticcio. I cagnolinI erano rinchiusi in anguste e sporche gabbie, con il meticcio bloccato da una catena al collo. Dopo gli accertamenti del caso, l’appezzamento è stato posto sotto sequestro mentre il proprietario del terreno, un 80enne già noto alle forze dell’ordine, è stato denunciato. Gli otto cani sono stati invece affidati ad una clinica veterinaria convenzionata con l’Asl per le cure del caso.
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A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.
Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.
Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi.
Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo.
D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine.
Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni.
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Un dessert gustoso e semplice pronto in pochi minuti. Questa ricetta e tante altre la trovi nel numero di giugno della rivista Fior Fiore in cucina, in vendita al costo di 1 euro nei punti vendita Unicoop Firenze.
Difficoltà: facile
Preparazione:10 minuti
Cottura:10 minuti
Vino consigliato: Moscato d’Asti
Lavate la frutta e tagliatela a metà, poi togliete il nocciolo. Tagliate a spicchi pesche e albicocche, quindi grigliate tutta la frutta su una piastra ben calda fino a caramellarla.
Preparate lo sciroppo raccogliendo in un pentolino il miele, le foglie di menta e la vaniglia. Scaldate a fuoco basso per pochi minuti, finché il composto sarà ambrato.
Disponete la frutta grigliata nel piatto da portata e accompagnatela con la ricotta, cospargendo con lo sciroppo al miele.
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E’ stato incriminato dalla polizia per maltrattamento di animali e violazione di domicilio, entrambi reati a sfondo razziale, il 16enne israeliano ripreso in video mentre prendeva a bastonate il cane di una famiglia palestinese. Il ragazzo risiede nell’insediamento di Maale Adumim, nella Cisgiordania centrale. L’episodio è venuto alla luce dopo la diffusione di un video in cui si vede un sospetto che colpisce ripetutamente un cane alla testa con due mazze fino a fargli perdere i sensi, per poi continuare a picchiarlo anche dopo.
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“E’ grave, e merita di essere punito con severità, il comportamento dell’automobilista che, nella notte di domenica, in Valtellina, ha inseguito e filmato un orso, ovviamente spaventatissimo, per le strade di Oga, frazione di Valdisotto. Si tratta di un caso evidente di maltrattamento di animale, aggravato dalla diffusione del video su internet, che avrebbe potuto mettere in pericolo anche eventuali passanti. La legge Brambilla prevede la reclusione fino a due anni e la multa fino a 30 mila euro, con l’aggravante dell’aumento della pena per aver diffuso il filmato in rete. Per non fare certe cose dovrebbe bastare il buon senso, ma fortunatamente c’è la legge che vieta di maltrattare gli animali, tutti, anche quelli selvatici”. Lo afferma l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commentando il pericolosissimo inseguimento dell’orso tra le case del Paese.
(Foto di repertorio)
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Partirà il 16 giugno il progetto gratuito “Un’estate di sorrisi in compagnia. Benessere e Socialità per la Terza Età” promosso dalla Cooperativa sociale Nomos con la sezione soci Coop Prato, che ospiterà fino al 15 settembre negli spazi di via delle Pleiadi attività dedicate ad over 70enni, ogni martedì e giovedì, dalle ore 9.30 alle 12.
In programma laboratori artistici e esperienze con la realtà virtuale, attività di poesia e collage, momenti di lettura e commento delle notizie del giorno, cinema e il gioco teatrale, esercizi per allenare la memoria in modo pratico e divertente, e attività di mobilità dolce per mantenersi attivi. Il tutto con il supporto da operatori ed esperti in invecchiamento attivo.
Il servizio è rivolto a anziani pratesi autosufficienti o parzialmente autosufficienti che vivono condizioni di solitudine. La partecipazione è gratuita, ma a numero chiuso (massimo 20 posti) e sarà possibile accedere esclusivamente previa prenotazione obbligatoria al numero 055 6510477.
“Le persone hanno bisogno di persone. Proprio per questo il periodo estivo rappresenta un momento particolarmente delicato per la popolazione anziana, caratterizzato spesso da solitudine, ridotta mobilità e minori, se non limitate, occasioni di socializzazione. Con questa iniziativa intendiamo offrire occasioni concrete di benessere psicofisico, relazioni interpersonali e miglioramento della qualità della vita anche nei mesi estivi” spiega Gaia Guidotti, vicepresidente di Nomos. E prosegue: “Uno degli obiettivi centrali dell’iniziativa è la prevenzione dell’isolamento sociale e la valorizzazione della persona anziana come soggetto attivo e parte integrante della comunità. Il progetto vuole sostenere le famiglie, promuovendo una visione dell’invecchiamento come un percorso che può essere accompagnato da benessere e inclusione sociale”.
“Il Fondo di Beneficenza esprime una componente essenziale dell’impegno di Intesa Sanpaolo, ovvero restituire valore alla comunità sostenendo progetti che promuovono solidarietà, inclusione e centralità della persona. In una società che invecchia, accompagnare le persone anziane e chi se ne prende cura non è solo una priorità sociale, ma una responsabilità collettiva. Il progetto ‘Un Ponte sul Tempo’ risponde a questa sfida con un modello innovativo, integrato e di prossimità, capace di unire interventi sociosanitari ed educativi per migliorare concretamente la qualità della vita degli anziani e dei loro caregiver” afferma Giovanna Paladino, Executive Director Fondo di Beneficenza, responsabile Segreteria Tecnica di Presidenza.
“Siamo molto contenti di lanciare questa nuova iniziativa che Nomos porterà negli spazi della nostra sezione soci per costruire un’estate di socialità e benessere per gli anziani che restano in città nel periodo estivo. Grazie a questa iniziativa per gli over 70, fino al 15 settembre in sezione soci offriamo una proposta di attività pensate per favorire il benessere, la socializzazione e il divertimento dei partecipanti che potranno vivere momenti di incontro, condivisione e svago in un ambiente sicuro, accogliente e climatizzato, supportati da uno staff qualificato. Ringraziamo Nomos per la collaborazione e per il programma di attività che porterà nei nostri Coop.fi dal prossimo 16 giugno. Sarà un’occasione per vivere l’estate in compagnia, con momenti di condivisione e nuove relazioni che arricchiranno anche la nostra sezione soci”, dichiara Stefania Ermanno, presidente della sezione soci Coop di Prato.
Per informazioni è possibile contattare il numero 055 6510477. La partecipazione è gratuita, previa prenotazione. È previsto un colloquio conoscitivo prima dell’iscrizione.
Le iniziative estive sono inserite nell’ambito del progetto più ampio “UN PONTE SUL TEMPO – Supporto consapevole e attivo per tutti i tipi di invecchiamento”, sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo.
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La grigliata è molto più di un semplice modo di cucinare: è un momento di incontro, fatto di tempi rilassati, profumi che attirano e tanta convivialità.
Preparare una brace fatta bene e scegliere con attenzione cosa portare in tavola permette di trasformare un pasto all’aperto in un’esperienza che unisce il piacere del cibo e quello dell’amicizia.
La qualità degli ingredienti è il vero punto di partenza per una grigliata ben riuscita, perché ogni elemento contribuisce all’equilibrio finale del piatto. Le carni bianche, come pollo, coniglio e tacchino, richiedono delicatezza: una marinatura leggera a base di olio, erbe e agrumi aiuta a mantenerle morbide e profumate senza coprirne il sapore.
Le carni rosse, come manzo e maiale, danno il meglio con tagli adatti alla brace, come costate, entrecôte o costine, dove una buona infiltrazione di grasso evita che la carne si asciughi durante la cottura.
Il pesce deve essere ben assortito: orate, branzini, crostacei o anche molluschi come i calamari si prestano bene alla griglia e si esaltano con pochi aromi essenziali.
Le verdure, come zucchine, melanzane, peperoni e mais, completano il tutto con leggerezza, offrendo contrasti di consistenza e sapore, soprattutto se condite dopo la cottura con erbette.
La scelta dello strumento incide sul risultato finale, non solo in termini di gusto ma anche di controllo della cottura.
La griglia a carbone rappresenta la soluzione più tradizionale: raggiunge temperature elevate e garantisce una rosolatura intensa, oltre al tipico aroma affumicato.
La legna aggiunge una componente aromatica più complessa e variabile in base al tipo utilizzato, come faggio o quercia, ma richiede maggiore esperienza nella gestione delle braci. Le griglie a gas offrono invece un controllo preciso della temperatura, permettendo di modulare facilmente il calore e di lavorare su diverse zone di cottura. Sono ideali per chi desidera risultati costanti e tempi ridotti di accensione.
Le griglie elettriche risultano pratiche e adatte a contesti urbani o spazi limitati: pur non raggiungendo le stesse intensità aromatiche, consentono una cottura pulita, senza fumo e con una gestione semplice.
Una grigliata ben riuscita nasce soprattutto dalla gestione del calore. La brace deve essere stabile, priva di fiamme vive e con una distribuzione uniforme: cuocere su fiamma diretta rischia di bruciare l’esterno lasciando l’interno crudo.
La manipolazione degli ingredienti richiede attenzione: girare la carne troppo spesso impedisce la formazione della crosticina, mentre forarla fa fuoriuscire i succhi, rendendola asciutta.
Meglio usare le pinze e intervenire solo quando necessario. Il momento della salatura è cruciale: troppo presto può favorire la perdita di liquidi, mentre a fine cottura preserva morbidezza e sapore.
Il riposo post-cottura è un passaggio fondamentale: lasciare la carne qualche minuto lontano dalla fonte di calore permette ai succhi di redistribuirsi. Infine, marinature equilibrate ed erbe fresche possono valorizzare ogni ingrediente senza coprirne l’identità.
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La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
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La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
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Si chiude con un risultato positivo il bilancio 2025 di Unicoop Firenze. In uno scenario complesso e caratterizzato da forte instabilità, la cooperativa ha svolto la sua attività in 127 punti vendita, con ricavi per vendite lorde al dettaglio pari a 3,2 miliardi di Euro, con un incremento delle vendite del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente.
Un dato di crescita a volumi che testimonia il forte apprezzamento dei soci e clienti per la politica commerciale fatta dalla cooperativa e che è in controtendenza con quanto avvenuto sul mercato dove il commercio alimentare chiude il 2025 in calo, con una perdita dei volumi di vendita del -0,8%.
Il bilancio evidenzia un utile di esercizio di 20,4 milioni di euro, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro. In un contesto generale critico e sfavorevole, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e instabilità internazionale che ha fortemente condizionato il mondo produttivo e distributivo, la cooperativa ha continuato a conseguire importanti risultati economici e patrimoniali, garantendo comunque le migliori condizioni di acquisto e di servizio ai propri soci e alla clientela in genere.

In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat) la cooperativa ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento.
Nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 Euro, lo sconto del 10% su una spesa di dicembre fino alle iniziative sui prodotti esclusivi per i soci, rappresentativi dei valori della cooperativa e proposti con forti sconti (fino al 60%). Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro.
L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459 mila, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Un dato che la cooperativa registra come segnale molto positivo, perché significa che la cooperativa continua a essere scelta e a rappresentare un riferimento per i consumatori in Toscana.
Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro.
Il prestito sociale, che ammonta a 1.576 milioni di euro: il prestito sociale è interamente coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa.
Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio, tenuto conto che nel corso dell’anno la cooperativa ha riconosciuto ai soci sul prestito ordinario un tasso dell’1,3% fino al 28 febbraio e dell’1% dal primo marzo, mentre sul prestito vincolato a 18 mesi un tasso del 4% fino al 28 febbraio e del 3,30% dal 1°marzo.

Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato, un indicatore importante di buona occupazione.
Rispetto al 2024 i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 812 unità, variazione principalmente dovuta all’operazione di acquisizione dei 16 punti vendita sulla costa.
Nel 2025 Unicoop Firenze ha ottenuto la certificazione di parità di genere, un riconoscimento ufficiale di un trattamento di equità e pari opportunità per le persone che lavorano in cooperativa, di cui 5.693 sono donne (67%).
Unicoop Firenze è costantemente impegnata nel ridurre il gap uomo-donna sul lavoro: un impegno portato avanti con misure che hanno ricadute concrete e positive sull’equilibrio vita-lavoro, come la conferma delle 4 settimane di congedo di paternità retribuita al 100%, misura utilizzata dal 95% dei lavoratori diventati padri nel 2025.
Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MYWelfare. Nel 2025 la Cooperativa ha consolidato un modello di welfare aziendale orientato alla persona e progettato per rispondere in modo flessibile alle esigenze della comunità interna.
L’anno è stato caratterizzato da un ampliamento dell’offerta, da una forte partecipazione dei dipendenti e da un crescente apprezzamento verso i servizi disponibili. Tra i pilastri del piano, il sostegno alla famiglia è risultato ancora una volta centrale. Ampio spazio è stato dedicato anche alla salute e alla prevenzione, con l’organizzazione di iniziative gratuite rivolte ai dipendenti e alle loro famiglie.
Nel 2025 sono stati coinvolti 8.680 dipendenti in attività di formazione professionale; sono state erogate 268.379 ore di formazione, in continuità con l’anno precedente come per l’investimento complessivo pari a circa 7,8 milioni di euro.

In un anno ancora difficile, la cooperativa ha costantemente impiegato risorse per garantire un aiuto concreto alle famiglie. L’impegno per mantenere il primato della convenienza trova riscontro in diversi indicatori da fonti esterne e interne.
L’inflazione all’acquisto e alla vendita negli ultimi anni hanno subito forti accelerazioni, che la Cooperativa ha contenuto con azioni calmieranti sui prezzi. Il confronto dell’andamento pluriennale dell’inflazione cumulata 2019-2025 lo dimostra: Unicoop Firenze +21,7%, Istat Italia +28,6%, Istat Comune Firenze +24,6%.
Dalle elaborazioni Nielsen, ente terzo e indipendente, svolte nel periodo settembre-novembre 2025 (Largo consumo confezionato sia dei prodotti a marchio che dei prodotti di marca), emerge che nel 2025 la Toscana ha un indice di prezzo inferiore alla media italiana e risulta la regione con l’indice più basso: fatto 100 la media dei prezzi praticati dagli ipermercati e supermercati nazionali, la Toscana si posiziona al primo posto con un indice di 96,7.
Le prime cinque province più convenienti d’Italia sono toscane: Pistoia (94,5), Firenze (94,9), Prato (95,0), Arezzo (95,9) e Lucca (96,1), tutti territori in cui opera Unicoop Firenze. Risultati che confermano il contributo della Cooperativa nell’operare quotidianamente per tutelare il potere d’acquisto di soci e clienti attraverso la sua politica di convenienza.
L’elaborazione di Circana, ente terzo e indipendente, svolta a giugno 2025 nelle 7 province dove era presente la Cooperativa, conferma, per il 2025, il ruolo di Unicoop Firenze nel calmierare i prezzi in Toscana: la Cooperativa si posiziona su un indice di 97,9, rispetto alla media 100 dei prezzi praticati da tutti gli ipermercati e supermercati. Dati che dimostrano la leadership di convenienza della Cooperativa sui territori in cui opera.

Il bilancio segna numeri positivi anche sul fronte della tutela del territorio e della valorizzazione dell’economia locale, con un particolare impegno nei settori dell’ortofrutta, della forneria, della gastronomia, del pesce e delle carni e dei generi vari, con lo sviluppo di prodotti a marchio Coop Fior fiore.
Nel 2025 la Cooperativa ha collaborato con 835 fornitori toscani, di prodotti alimentari e non alimentari, per un giro d’affari superiore al 25% del fatturato annuo all’acquisto della Cooperativa.
Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di Euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente dall’attività della cooperativa e dalla filiera) è di circa 14mila lavoratori.

Nel corso del 2025 sono stati sviluppati numerosi interventi di efficientamento energetico sull‘illuminazione e gli impianti frigo che hanno consentito un’ulteriore riduzione di consumi pari al consumo annuo di energia elettrica da parte di circa 321 famiglie. Tale riduzione di consumi ha permesso di non immettere in atmosfera circa 690 tonnellate di CO2.
Dal 2007 ad oggi Unicoop Firenze ha realizzato 60 impianti fotovoltaici: con la produzione di tali impianti viene coperto circa il 10% dei consumi della rete vendita e dei magazzini. L’autoproduzione di energia elettrica per l’anno 2025 è stata di circa 12 milioni di kWh, in aumento rispetto alla produzione dell’anno precedente.
L’energia elettrica prodotta corrisponde al consumo annuo di 4.400 famiglie equivalenti e si caratterizza per una riduzione di CO2 immessa in atmosfera pari a circa 6.000 tonnellate.
Grazie ai 27 punti di raccolta di olii esausti, nel 2024 sono stati recuperate 245 tonnellate di olio che, dopo un successivo processo di rilavorazione, torna materia prima per nuovi biocombustibili.
La raccolta differenziata effettuata presso i punti vendita ed i magazzini della Cooperativa ha ormai superato l’82% del totale dei rifiuti prodotti.
Presso i punti vendita della cooperativa sono stati installati 24 punti di raccolta delle bottiglie alimentari in PET, grazie all’accordo stipulato con Coripet. A fine anno sono state raccolte circa 24 milioni di bottiglie, grazie al contributo di soci e clienti che hanno aderito al progetto.
Tre le iniziative più significative, nel 2025 la cooperativa ha avviato la realizzazione di 7 Fabbriche dell’Aria negli ospedali di Arezzo San Donato, Firenze Careggi, Pisa Cisanello, Pistoia San Jacopo, Prato Santo Stefano, Siena Azienda Ospedaliero Universitaria Senese.

Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.
Sul fronte della solidarietà internazionale, anche grazie alle raccolte fondi e alimentari, la cooperativa ha donato 305mila euro per finanziare 15 borse di studio per studenti palestinesi in Toscana, 200mila euro per sostenere l’attività di Medici Senza Frontiere a Gaza e 20 tonnellate di prodotti alimentari destinati alla popolazione palestinese.
Grazie alle due raccolte alimentari del 2025, promosse in collaborazione con la Fondazione Il Cuore si scioglie e oltre 200 associazioni di volontariato del territorio, sono state donate 393 tonnellate di prodotti, a cui si aggiungono 169mila confezioni di materiale donato con la raccolta scolastica di settembre.

Con il progetto Buon Fine, nel 2025 la cooperativa ha recuperato oltre 495 tonnellate e 786mila prodotti idonei al consumo ma non più vendibili, donati a 87 associazioni toscane impegnate nella lotta alla povertà.
Grazie all’iniziativa lanciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con la vendita del pane dedicato, sono stati raccolti 52mila Euro donati ai centri antiviolenza toscani.

Dopo l’accordo e i progetti di prevenzione e salute promossi con Regione Toscana (prevenzione oncologica con Ispro, Casa sicura, Punti Digitale Facile), nel 2025 la cooperativa ha avviato una serie di convenzioni con i soggetti del privato sociale (Misericordia, Anpas Toscana, Croce Rossa Comitato regionale Toscana) per favorire servizi sanitari con vantaggi per i soci Unicoop Firenze.
Nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza consapevole, nell’anno scolastico 2025/2026, nel complesso, sono state coinvolte 1500 classi.
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Noi abbiamo meno infamia sulle spalle di quanta non ne abbiate voi in cuore, membra flaccide di una società bacata
(Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1835)
I n una delle scene finali di Resistere non serve a niente (2012) di Walter Siti, il protagonista Tommaso, un abile e milionario speculatore che investe capitali mafiosi sui mercati mondiali, porta il narratore Walter/Siti a incontrare Morgan, capo riconosciuto della mafia di nuova generazione. Morgan è un uomo elegante, raffinato, poliglotta, che scherza volentieri sui vecchi mafiosi appostati con la lupara tra i fichi d’India ed è consapevole di avere realizzato il sogno dei padri ignoranti che finivano in galera per omicidio. È ricco, colto, rispettato, al di sopra di ogni sospetto. È un dominatore tra i dominatori, e anzi i dominatori del passato (la vecchia borghesia liberale e la classe politica) sono spesso debitori o clienti della sua Miracle Field con sede a Cuba. Nel corso di un lungo colloquio Morgan rivela a Walter/Siti che la nuova Rete, salvo eccezioni dovute a cause di forza maggiore, ha preso le distanze dall’uso della violenza e si dedica quasi esclusivamente alla finanza criminale: “bisogna tradire i padri per realizzare i loro obiettivi”.
La stessa cosa, quanto ai padri e agli obiettivi, potrebbe essere detta per il romanzo: Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della narrazione rivela l’intreccio criminale tra economia e politica, la speculazione visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta dietro la facciata democratica un nuovo progetto di dominio sociale e “Si delinea un potere a doppio fondo, in cui chi comanda davvero si occulta dietro le chiassate dei media”. Pasolini indagò, o cercò di indagare, l’ENI di Eugenio Cefis e la nuova élite borghese trasnazionale, l’omicidio Mattei, la P2 e l’architettura fantasma di “soci internazionali, in altri luoghi […] come il Liechtenstein, il Lussemburgo o il Principato di Monaco: si trattava di soci in funzione di accomandanti, quali la ‘Pentavalor Trust Reg.’ di Eschen (?), la ‘Universoil Investment Trust’ di Coira, la ‘Abat Finance Établissement’ di Triesen […]: tutte società entrate appunto come accomandanti per le fideiussioni e le obbligazioni a terzi” (Petrolio, “Lampi sull’ENI”, il capitolo che Pasolini scrisse usando il pamphlet di Giorgio Steimetz). Walter/Siti si fa raccontare da Tommaso il capitalismo finanziario d’assalto sui mercati globali, il nodo che stringe legalità e criminalità, la ragnatela delle transazioni anonime e dei camuffamenti.
La risposta del nuovo secolo: non più corazzate e blocchi ma strutture agili, nodi collegati da ragnatele. Il rimedio alla crisi erano i SIV, veicoli di investimento strutturato, e poi le dark pool, piattaforme da cui i soldi passano senza lasciare traccia del passaggio; lì la titolarità dei fondi sfuma in un polverio di sigle, di società inscatolate, di azzardi da far sparire e di denaro che si autogenera mediante successive operazioni in leva.
Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della narrazione rivela l’intreccio tra economia e politica, la speculazione visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta un nuovo progetto di dominio sociale.Non che Siti ripeta con questo l’orizzonte dei libri precedenti, il possesso come sogno di sovranità dello schiavo: la consapevolezza acquisita in Autopsia dell’ossessione (2010) non viene meno perché Tommaso non è un piccolo-borghese dotato di “potere d’acquisto” che gode delle merci alla portata della sua classe sociale. È invece il burattinaio del potere d’acquisto, è uno di quelli che da dietro le quinte fanno cadere i governi, provocano le rivolte dei cereali in Mozambico e, a scapito degli schiavi sognanti, influenzano il costo della forza-lavoro: “in realtà il bello dei soldi è non usarli… o considerarli come quelli del monopoli”. Per questo, in Resistere, il denaro-onnipotenza della finanza digitale, “denaro senza padrone, pura nominalità senza origine”, ha qualità divina: è astrazione, simultaneità, flusso, potenza che plasma la materia.
consultando grafici e cartine, calcolando percentuali, è come se percorressero un sentiero da catecumeni, il loro cammino delle stelle – lungo l’ascetica via lattea del dominio disincarnato […]
Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione […]
in millesimi di secondo, nell’etere, si spostano capitali e si invertono fortune; un clic del mouse e sorgono palazzi di vetro in periferie desolate – palazzi che resteranno vuoti perché la loro unica funzione è riciclare l’immaginario. Neonate metropoli cinesi condizionano lo squallore di antichi centri siderurgici; non più centro né periferia, segni urbani disarticolati si fanno beffe di patria e territorio.
Il narratore è insieme intimidito e affascinato dalla figura che, pagina dopo pagina, vede emergere dai racconti di Tommaso e ammira la grandiosità metafisica della finanza digitale corsara: al punto che se Pasolini aveva attaccato il “fascismo in guanti bianchi” della Democrazia cristiana nei suoi gangli anche criminali, Walter/Siti riconosce alla mafia una qualità mistica e sembra schierarsi con chi, in guanti altrettanto bianchi, persegue un ideale di gerarchia sociale definito dallo stesso narratore “piuttosto fascista”. Mano a mano che apprende la verità dai racconti di Tommaso, Walter contempla quasi devotamente la potenza dei nuovi superuomini che si fanno demiurghi dei destini globali e piegano le democrazie al proprio volere, in ogni senso, privo di confini. Gioisce vicariamente, lui piccolo-borghese e stipendiato, della loro risolutezza guerriera (il vecchio “un maschio non chiede permesso”), inscena compiaciuto un mondo in cui le donne sono naturalmente inferiori (“gli occhi supplicosi che fanno le donne col cazzo in bocca”; “ci sono donne che sembrano nate segretarie, glielo leggi dalla contentezza che provano a occuparsi di stronzate”). Potere, maschio, possesso, misoginia è uno dei nodi profondi della personalità del Siti/Occidente: le femministe hanno “la mania di proclamarsi libere, come se qualcuno ci tenesse a occuparle”. La donna di potere viene degradata per via sessuale: “Naomi sta in menopausa… vecchia per vecchia allora mi faccio fare un bocchino dalla Merkel” (la stessa donna fu degradata in quegli anni da Berlusconi, inscenato più di una volta nel romanzo come capo carismatico e sessualmente instancabile).
Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per quadri.Il repertorio stilistico mira alla rappresentazione della finanza divina: mobilità, rapidità, “non più centro né periferia”. Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per quadri. Tornano la “chiacchiera ambientale” resa per accumulo di battute, il flusso di coscienza, la sintassi da parlato, la battuta assoluta, il discorso indiretto libero. La narrazione in terza persona sviluppa moduli già parzialmente sperimentati in Autopsia dell’ossessione: il continuo e vertiginoso passaggio dall’io del flusso di coscienza del protagonista al lui del narratore, la rapida alternanza tra presente narrativo, passato e futuro, la sovrapposizione di considerazioni irrelate che non sappiamo se attribuire al narratore o al personaggio.
Solo Nando può parlargli così, qualunque cosa succeda Tommaso sa che non si separeranno mai.
Invece la separazione era in agguato, sotto forma di un blocco degli sfratti rifiutato dal TAR; mamma Irene ha cercato di nasconderglielo finché poteva, aveva paura che la notizia lo destabilizzasse ancora di più – e non sarà facile trovare un tugurio qualsiasi dentro Roma, con gli affitti di adesso […] Per lui a dir la verità una casa valeva l’altra […]
È tipico delle mantenute adeguare i propri orizzonti al profilo di chi le mantiene. Tutto sembra facile e impossibile allo stesso tempo, dovremmo essere la gioventù dorata ma chissà perché stiamo a boccheggiare in questo schifo. Beati i poveracci che gli basta uno scooter e il Lido di Ostia.
L’“effetto di realtà” è perseguito come nei libri precedenti da un racconto pieno di cose, fatti, episodi: l’incipit delle frasi risponde a domande non formulate (“La gavetta c’è stata eccome”, “Il primo anno benissimo”) oppure abolisce articolo e copula (“Equazione terribile”, “Energia dei vent’anni”) per evitare le inutili eleganze della “letteratura”. Negli ultimi capitoli, quelli che rivelano la rete finanziaria globale, lo stile assume cadenze da inchiesta (“Grazie all’intuizione di Giuseppe Portello, sostituto procuratore di Rho, fu attenzionato nell’ottobre 1999 un summit di quella che veniva sbrigativamente definita come ‘ndrangheta del Nord’ – a esso parteciparono esponenti del clan Guttaduro”). Viene inoltre tentata un’autofiction che potremmo definire di secondo grado: Walter/Siti, ormai accettato dal proprio pubblico come autore anagraficamente esistente, annuncia in apertura il proprio ritiro dalla scena e dichiara che indosserà nel seguito i panni di un onnisciente classico. Poi però, con frequenti incursioni nel testo e note a fondo pagina, si fa garante della veridicità della narrazione. Conosce Tommaso a una festa alla quale viene portato da Sergio di Troppi paradisi (2006), va a parlare con Edith su richiesta di Tommaso e nel finale (quello del lungo colloquio con Morgan) torna pienamente personaggio e coprotagonista. Nell’autofiction di secondo grado Walter/Siti non parla più esplicitamente di sé; all’altezza di Resistere (lo vedremo più avanti) Siti ha cominciato a “morire alla vita” per dare la propria vita ai personaggi.
Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove, irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino.Tornano anche i temi dei libri precedenti: come già nel Contagio (2008), ma alzando il tiro, il crimine si presenta come ultima possibilità di salvezza, affermazione della libertà dell’individuo in un sistema crescentemente totalitario e massificante; l’eroe proletario Tommaso che si fa strada appoggiandosi alla mafia è erede narrativo di Mauro. Di nuovo l’intellettuale progressista viene raccontata come una scema e ipocrita, che si nasconde dietro le frasi fatte del suo ambiente di intellettuali di sinistra, di nuovo l’amore-eros tra Tommaso e Gabriella (la escort che insegue il lusso e i provini in televisione) viene contrapposto all’amore-agape, il “sesso a bassa intensità e senza fantasmi” offerto dalla inutile e noiosa Edith. Il sesso mercenario è di nuovo surrogato d’onnipotenza (“voglio trombarmi il cielo”) e la classe media suscita in Tommaso come nel narratore solo ripugnanza (“non come i farlocchi topi di fogna che saranno anche onesti ma ti fanno venire sonno solo a guardarli, lo stipendiuccio la mogliettina il capufficio”).
Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove, irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino; non a caso è un termine tecnico delle dottrine gnostiche quello che usa quando scrive che per Tommaso il calcolo probabilistico è un veicolo spaziale capace di trasportarlo in un’orbita “pneumatica” (spirituale). Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra, poi quella del Denaro divinizzato perché universale, anarchico e onnipotente.
Questa nuova metafisica, moderna e borghese, nega la realtà dello spirito ma trova una porzione residua di essere nella cieca volontà di potenza che soggioga il mondo incarnandosi in un nuovo tipo umano, dai tratti titanici. È un uomo che disprezza la morale comune ed è destinato a spazzare via le vecchie e decadenti istituzioni borghesi. Come già in Scuola di nudo (1994, dove Walter aveva riconosciuto la propria religione dei Nudi come strategia consolatoria, dettata da una rancorosa inferiorità nello scontro per il potere), anche in Resistere si percepisce la presenza di Nietzsche che nella “trasvalutazione di tutti i valori” cercò una via d’uscita dal nichilismo: “si sta arrampicando su vette innevate dove arrivano a stento gli echi dei mortali”, “l’onnipotenza è lo scherzo di un bambino”, “costruire su intercapedini di vuoto”.
Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra.Tommaso è un superuomo che balla sul nulla e vola alto sopra il gregge appoggiandosi a una morale da dominatore: “a Milano ho imparato che opprimere è un piacere, essere primi un imperativo, e che il possesso è l’unica misura del valore”; nell’ultimo capitolo, praticando l’infamia come sfida prometeica e indifferenza alla morale comune, ottiene da un debitore la figlia dodicenne. “Forse la grandiosità è possibile solo nell’infamia […],” gli fa sponda il narratore, “sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori dall’umano ci fosse qualcosa”. In Resistere, riconoscendo gnosticamente al Male lo stesso rango ontologico del Bene, Siti percepisce il primo come una forma d’essere in ogni caso più affidabile e meno elusiva: la sola trascendenza ancora presente, percepibile, indagabile. È anche di sé che il narratore parla quando commenta che “senza distinzione di ceto o di classe, la pura esistenza del male e dell’inganno sembra ormai l’ultimo disperato tentativo del mondo per apparire reale. […] Come se tutti peccando gridassero ‘ci siamo!’”.
Ma Siti conserva di Nietzsche anche l’ambiguità: nemico della borghesia che calcola e investe, adepto della volontà di potenza che si magnifica nel superuomo come prototipo di una nuova arcaizzante aristocrazia, il filosofo non si avvide che la sua critica della modernità era alla radice profondamente moderna. Fu Benjamin il primo ad accorgersene nel frammento Capitalismo come religione (1921):
La trascendenza di Dio è caduta. Ma Dio non è morto, è incluso nel destino degli uomini. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della disperazione nella solitudine assoluta della sua traiettoria è l’ethos che definisce Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che riconoscendo la religione capitalista comincia ad adempirla.
È vero, più di una volta, contro l’odiata borghesia, il narratore Walter/Siti dichiara la propria solidarietà di classe all’eroe proletario (“sembra che siano onesti e puliti solo loro, i vecchi borghesi liberali con le eredità stratificate e il culo al caldo”): ma Tommaso è eroe di virtù borghesi come lo erano i protagonisti del “realismo formale” settecentesco. “Al tempo dell’high-frequency trade e della globalizzazione istantanea nessuna aristocrazia di sangue è più possibile, ma solo quella dell’acume e dell’audacia”. Calcolo, intraprendenza, compravendita, affermazione di sé, desiderio di ascesa e di comando. Il possesso come “unica misura del valore”. Nel 2017, nel corso di un colloquio con Christian Raimo (“Dal problema del male alla questione della punteggiatura”), Siti ha dichiarato: “la cosa che ho provato intensamente anche in modo passionale è stato l’odio per i ricchi. Nel senso che li avrei proprio volentieri spazzati via dalla faccia della terra”: il suo odio però è l’altra faccia dell’amore. Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.
Icona mediatica di questa nuova oligarchia è oggi Elon Musk che, di fronte alla folla giubilante, alza il braccio nel saluto nazista, e solo grazie alla sua impressionante ambiguità Siti poté dichiarare in un intervento pubblico del 2012 (anno di pubblicazione di Resistere) “intere generazioni occidentali si sono educate nel mito del piacere e del sesso obbligatorio […] ora dovrebbero riconvertirsi al senso del limite, regredire dall’orgia del consumo ma senza diventare fascisti”. Come intellettuale e critico di sé stesso Siti è illuminista, come scrittore è un anarchico reazionario. Al punto che nel dare rilievo metafisico al superhomo oeconomicus – come se gli speculatori finanziari di oggi fossero tutti eroi proletari anziché figli dei capitalisti di ieri – calca la mano e arriva a raccontare il capo mafioso Morgan come un filosofo-mistico che “intuisce con Dio” un rapporto e si sente investito da una missione: “la prosecuzione del destino di crescita e di conoscenza del genere umano, di fronte alle minacce di recessione intellettuale”.
Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.Ma a causa della medesima, feconda ambiguità, Resistere è anche un grande romanzo che ci offre, come già Troppi paradisi, una pacata contemplazione della rovina. È di nuovo la spina nel fianco, di nuovo la scissione. All’esaltazione del denaro-onnipotenza e del superuomo si affianca la nostalgia del sacro, la consapevolezza che il Denaro è un ben misero surrogato dell’Assoluto: il corpo di Gabriella “si iscrive senza volere negli spazi dettati da una mente eterna”, nella raffaellesca Liberazione di San Pietro dal carcere:
le grandi ali e l’abito vaporoso sono imbevuti di rosa perché il rosa proviene da una sfera superiore che condanna al grigio sia i custodi che il prigioniero; i colori sono soltanto due perché l’opposizione è elementare, tutto è già stato detto. […] Senza angeli il mondo sarebbe un carcere oscuro; […] I carcerieri dormono non tanto perché è notte e sono stanchi quanto perché la vita di quaggiù, considerata dal punto di vista del rosa, non è che ignoranza e sonno.
Il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei libri precedenti: un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché ormai soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure il narratore non può fare a meno di ammirare.L’ex mistico che non è giunto alla contemplazione della Bellezza in sé diventa una specie di teologo incanaglito, con rigurgiti di rancore. Walter/Siti spera che la catastrofe arrivi presto, ne studia i sintomi con impazienza ed è contento quando può appurare che la rovina è ubiqua e totale. Nel Contagio la presunta brava ragazza del quartiere ha tracce di metadone nel sangue, la cultura vive una “progressiva impotenza”, la letteratura mondiale “finisce in sborra” (il professore vende i propri libri per pagare l’amante). In Autopsia dell’ossessione il politico dell’Italia dei Valori frequenta i locali sadomaso di Bruxelles, in Exit strategy (2014) “i comici sono i nuovi maîtres à penser perché l’idea stessa del pensare è diventata comica”. Se in Scuola di nudo poteva ancora immaginare di dover presto “combattere per le libertà più elementari”, in Resistere – fin dallo stesso titolo – Walter/Siti dichiara che tutto è perduto e che lui, in ogni caso, sta dalla parte della rovina. È come una speranza di vendetta cosmica contro la società che ha sfolgorantemente conquistato e distrutto il mondo. Una piccola antologia da Resistere:
Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un buon dialogo coi genitori […]
prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il crollo previsto è inevitabile […] si sente come un profeta […]
non ho mai capito perché, ma quando posso constatare che un panorama è senza vie d’uscita ne provo un piacere quasi sessuale… come in occasione delle calamità naturali, terremoti e tsunami… le navi mercantili buttate a riva come fuscelli […]
Se c’è qualcosa che ancora li accomuna è il divertimento per tutto ciò che esorbita e che incoraggia il mondo a finire […]
forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore […]
il sogno di un governo popolare sfuma come una generosa illusione di irraggiungibile maturità; anzi come una digressione, un inciso.
La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica. Senza bisogno di mediazioni.La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica. Senza bisogno di mediazioni. Siti lo ha dichiarato anche esplicitamente nella menzionata conversazione con Christian Raimo: “la cosa che manca in tutto il filone dello gnosticismo – e io lo seguo proprio alla ricerca di qualcosa di assoluto, di perfetto, etc… – quello che manca completamente è la pietà. La miseria, che è anche l’unica cosa che noi possediamo e che ci rende fratelli”. Proprio questa fratellanza nella comune miseria verrà esplorata da Siti nei due romanzi successivi, ed è nel senso della solidarietà tra reietti e compagni di pena che va inteso “l’infinito umano” menzionato nel finale di Exit strategy. Il dio ignoto (“senza sapere Chi”) ricorda invece quello di cui parlò Dietrich Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti e citato da Siti in epigrafe a Bruciare tutto (2017):
Einen Gott, den es gibt, gibt es nicht. Un Dio che c’è non c’è.
La membrana
Il mostro eroico e disadattato diventa microbo tra i microbi. Il grande, opprimente, umiliante Poeta diventa antagonista ad armi pari. Borgata, dialetto, omologazione culturale, contagio delle classi sociali. Pasolini glissa sulla questione del denaro e del sesso mercenario, in Scuola di nudo Walter proclama “è finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro dritto negli occhi” (“non vergognarsi / di guardare il denaro” aveva scritto Pasolini nel “Pianto della scavatrice”). Un romanzo-verità indaga i segreti della nuova oligarchia, e va bene. Si può anche fare il conto delle citazioni implicite, delle derivazioni stilistiche, delle posture esistenziali: il già visto “maledetta cretina ti vuoi muovere?” (Scuola di nudo) echeggia il “maledetta cretina” indirizzato da Pasolini a una giornalista (Poesia in forma di rosa, 1964, “Una disperata vitalità”); Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca: “lo sforzo intero della sua vita (e del suo stile) è per tirarsi fuori da questo infame stato intermedio, verso l’alto o verso il basso”, scrive Siti a proposito di Pier Paolo Pasolini in un saggio del 1998 su cui torneremo tra poco.
Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca.Nell’opera di Pasolini c’è però un altro elemento, costante e tanto sotterraneo da essere rimasto ignoto a Pasolini stesso, che ci permette di vedere le strutture formali e psicologiche sitiane in modo più decisivo delle citazioni e dei calchi. Questo elemento venne evidenziato da Siti, già nel 1972, nel saggio “L’endecasillabo di Pasolini”: esaminando le Ceneri di Gramsci, il saggio mostra come Pasolini guardi con amore alla metrica pascoliana, ma al tempo stesso provi il bisogno di disturbarne la regolarità. Per esempio parte da un endecasillabo classico e poi lo deforma foneticamente, in eccesso o in difetto, perché la ricerca della quiete classica è preliminare a un’azione di disturbo. Il poeta ha bisogno di conservare una presenza nella latenza: la regola sillabica è ancora riconoscibile, il verso però segnala una manchevolezza. Era un endecasillabo.
Atteggiamento che si può riassumere in breve come un desiderio di violazione, il che evidentemente non esclude un’attrazione costante e non eliminabile verso l’oggetto da violare; così come è necessaria una presenza continua della norma perché possa prendere forma un desiderio di trasgressione. L’endecasillabo puro, nelle Ceneri, è una misura accettata con convinzione e affetto, ma la più profonda ragione del suo essere consiste nell’essere turbata.
una doppia dicotomia. La prima è quella tra espressione e realtà: la realtà sta davanti al poeta che vuole esprimerla, il quale quindi non appartiene a quella realtà, ne è stato esiliato – e immagina di potervi rientrare forzando (al limite, annullando) l’espressione. […] La seconda dicotomia è quella tra “io” e “loro”; loro sono i padroni del codice linguistico […]
Nella rete profonda che sottostà alla poesia di Pasolini c’è un punto in cui l’amore è semplicemente l’altro nome della paura. […] paura di che? Paura di non esistere, di essere quello che Penna ha pur accettato di essere, un mostro da niente. […] Il senso, il significato del mondo, è in loro potere.
Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che Giorgio Agamben ha descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di esclusione includente. Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori segnali di disturbo.Percependosi come diverso perché così lo volevano loro, Pasolini sottolineò per tutta la vita l’anormalità della propria condizione (si vedano il suo disinteresse per i movimenti gay, la dichiarata e paradossale percezione degli omosessuali come uomini inferiori) e nel corso degli anni imparò a dare scandalo con quell’amore fauve che era in realtà amore per chi lo aveva marchiato, e con tale marchio continuava a decidere cosa dovesse essere. Per questo, con una strategia di autoinganno che Siti chiama “fumo negli occhi”, Pasolini elaborò una propria angosciosa mitologia omosessuale freudiana (grande amore per la madre vista come fonte di vita e mai come agente della castrazione, odio le parole del padre-rivale, situazione edipica) e rifiutò in ogni modo di pensarsi normale proprio negli anni in cui Alberto Arbasino metteva in scena un’omosessualità ironica, emancipata e senza complessi. La volontà di scandalo si gioca all’interno di una medesima classe sociale: per mezzo dell’offesa lo scandaloso escluso ribadisce la propria essenziale intimità a chi lo esclude, che a sua volta, scandalizzandosi, la riconosce. I figli possono scandalizzare solo i padri.
Nel corso degli anni, nel suo lungo confronto con l’opera di Pasolini, Siti ha ampliato la prospettiva sopra esposta indicando il trauma originale che ha fatto sorgere la “membrana” separativa: un desiderio (ma Siti usa anche il termine “delirio”) di onnipotenza-possesso del reale che, sempre frustrato dal ritrarsi della realtà renitente, alterna l’assalto euforico e la devastante sconfitta (nichilismo e senso di vuoto). Pasolini si muove lungo un asse bipolare, maniaco-depressivo: se per essere devo impossessarmi del reale, il mancato possesso mette in dubbio la mia stessa esistenza.
la spudoratezza infantile, l’arroganza adolescente, la sicurezza dell’amore materno non sono in realtà che pallidi eufemismi per alludere a una certezza ben più abbagliante e segreta – quella di essere onnipotente. Nell’intimo lago dell’anima, dove le contraddizioni non arrivano, Pasolini è convinto di poter fare tutto, di poter piegare tutti alla propria volontà, di poter essere il salvatore del mondo […]. Tutte le oscillazioni intorno alla parola “mistico” (che è la parola-amuleto dei suoi vent’anni) non fanno che giocherellare col concetto di onnipotenza e col suo immediato, inevitabile rovesciamento, lo spossessamento assoluto, il percepirsi come vuoto e puro nulla. […]
La realtà, investita dalla furia d’onnipotenza d’un unico individuo, si ritrae per legittima difesa, per non rischiare d’essere inghiottita e fagocitata. Di fronte a chi pretende d’esaurirla completamente in sé, la realtà ribadisce la propria esistenza ed espelle l’individuo colpevole di quel sogno sconsiderato […]. Direi che nella dinamica psichica pasoliniana, contro la logica superficiale e contro ciò che lui stesso ha sempre creduto, l’esclusione precede la diversità: Pasolini non è escluso in quanto diverso, ma non può che sentirsi diverso perché si sente escluso – escluso dalla realtà che si sottrae a un’esagerata libido. Più e più volte, nei versi, Pasolini si confessa colpevole di troppo amore. La pulsione erotica originaria […] sta proprio in un’indistinzione mistica in cui il soggetto desiderante non si distingue dall’oggetto desiderato. […] Quando l’illusione d’onnipotenza crolla e il mondo si rivela inassimilabile, il sesso viene percepito come sproporzionato e grottesco annaspare, surrogato meccanico, movimento compulsivo che cerca di supplire all’avvenuto distacco.
(W. Siti, “Tracce scritte di un’opera vivente”, 1998)
Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo diretto – più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni verbali – per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal suo nascondimento.
Pasolini offendeva i padri e volle fino alla fine offendere proprio loro, non altri. Per mancanza di chiarezza con sé stesso continuò a rovesciare l’onnipotenza euforizzante in impotenza angosciante. Quando però la salvifica divisione del mondo in vittime e padroni non resse più, quando finì la solidarietà tra il Poeta e gli umili (ormai corrotti e borghesi), il suo sistema immaginario e cognitivo si disfece. Non poteva più oscillare, restava solo il polo della perdita e del non essere niente. Ossessione e autofiction presero in lui la via della “scissione schizofrenica”, dell’“esibizionismo distruttivo”, della “perdita dell’io”: “il vuoto dentro di sé a cui si può rispondere soltanto con la santità o l’autoderisione”. Un vicolo cieco nichilista. Per tutti questi motivi quella di Pasolini è un’opera “con la bocca aperta, malata di ansia e di insoddisfazione”; Petrolio è un magma irrisolto anche perché Pasolini stesso, quando morì, non sapeva più come procedere nella letteratura e nella vita.
o carnefice o vittima – o possedere (il mondo) o esserne posseduto, tertium non datur. […] O servo o superuomo; escludeva dal proprio sistema immaginario che si potesse essere padroni e perdenti, padroni limitati. L’odio dichiarato per la borghesia era in realtà una rimozione dell’uomo: dell’uomo che tira la carretta, possidente rassegnato, condomino compromissorio. […] ovvio che quell’insieme autocontraddittorio che è l’opera-vita pasoliniana oscilli continuamente tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra la pienezza e il vuoto, tra l’euforia e la disperazione nichilista. (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003).
Come accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella “artigianale” e istintiva di Pasolini fu invasione e appropriazione del reale da parte di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne sentiva escluso.Ma soprattutto, basta con l’autofiction che in quanto tentativo di fagocitare il reale occupandolo è sintomo di un desiderio di possesso/onnipotenza non smascherato, meccanismo mimetico nel senso di René Girard (menzionato spesso da Siti nei saggi su Pasolini ma anche in relazione alla propria opera): il desiderio non è “autentico” come volevano i romantici, perché non ha nulla di originario. Non nasce autonomamente nel soggetto. A partire dalla modernità, che abolendo la volontà divina ha dato a ogni individuo la facoltà di scegliersi autonomamente e di desiderare, lo sgomento di fronte alla nuova libertà è così grande che ciascuno desidera quanto vede desiderare all’altro, al “mediatore”. Caratteristiche principali del romanzo moderno sono secondo Girard proprio la scoperta e la descrizione del “triangolo del desiderio” (soggetto, oggetto, mediatore); caso riuscito di demistificazione, analizzato da Girard e più volte menzionato da Siti, è per esempio Marcel Proust: “Pasolini non assimila da Proust proprio la cosa fondamentale, ovvero l’analisi dell’inautenticità del desiderio; mentre Proust la fa finita col desiderio e muore alla vita per dare vita all’opera, Pasolini continua disperatamente a desiderare” (“Descrivere, narrare, esporsi”, 1998).
In questo senso le opere da Scuola di nudo a Exit strategy sembrano lo svolgimento quasi premeditato di un percorso “girardiano”: “la venerazione più sottomessa e il rancore più intenso. È il sentimento che chiamiamo odio” (è Walter in Scuola di nudo); “il romanziere supera solo lentamente, duramente il romantico che è stato in precedenza e che si rifiuta di finirla col desiderio per morire alla vita e dare vita all’opera. Questo superamento si compie nell’opera romanzesca e solo in essa. È dunque sempre possibile che il vocabolario astratto del romanziere, e perfino le sue ‘idee’, non lo rispecchino esattamente” (citazione da Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, 1981). Abbiamo visto come il vocabolario e le idee di Siti pieghino inizialmente verso una nozione neoavanguardistica di letteratura come impegno formale sulla realtà (“Del modo di formare come impegno sulla realtà” si chiamava un saggio di Umberto Eco che valse in qualche modo come manifesto del Gruppo 63); abbiamo visto gli andirivieni di Walter/Siti che a fatica e solo in corso d’opera si libera dall’illusione “romantica” di autonomia desiderante del soggetto. L’io-Occidente è duro a morire: i finali replicati perché sempre insoddisfacenti, le smentite al “se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me”, il fatto stesso che il primo tentativo di romanzo non autofittivo, Resistere non serve a niente, riesce solo parzialmente perché pagina dopo pagina Walter/Siti diventa personaggio tra gli altri e non riesce a tacere la propria vertigine del denaro.
Due conclusioni. Per quanto riguarda la genealogia delle forme letterarie, l’autofiction di Siti è solo in parte sofisticata operazione d’avanguardia (la menzogna perfetta) ispirata dal dibattito teorico francese. Nella zona profonda della mente, nel buio e rognoso “corpo a corpo” con Pasolini, essa è invece sul serio verità ultima: autobiografia totale come irruzione oltre la membrana, esigenza di invadere il separato Reale per afferrarlo, prenderne possesso, desiderio di onnipotenza che prepotentemente (in questo caso sessualmente) inscena l’ego in pubblico come fece Pasolini a suo tempo e come faceva Berlusconi negli anni dell’autofiction sitiana. Siti – l’abbiamo visto – non ha mai nascosto la propria ammirazione-desiderio di emulazione nei confronti di Berlusconi che comprava tutto, aumentò la propria potenza sessuale con un’operazione chirurgica e da capo politico dello Stato divenne anche maschio alfa e icona mediatica del priapismo (il nome stesso di Silvio Berlusconi, lascia cadere in una parentesi l’io narrante di Exit strategy, è “anagramma di ‘l’unico boss virile’”).
Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque.È questa convergenza di due autofiction, sofisticata e “barbara”, accademica e profonda, a rendere così complessa quella di Siti, e certo anche a questa convergenza si riferiva Siti quando scrisse nel 1994 “non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”. Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque. “Credo davvero che il personaggio più potente che la letteratura di Pasolini abbia mai creato sia Pasolini stesso”, “aveva l’ambizione di far finire la letteratura”, “la vera opera di Pasolini è l’insieme delle sue opere, dai cui interstizi figurali traspare il volto stesso dell’autore”; “un nuovo tipo di espressione […] in cui la persona dell’autore sia una componente del significante”, “la vita stessa dell’autore diventerebbe allora […] parte integrante del segno”; “Pasolini è sempre sulla scena”, “il ‘personaggio Pier Paolo’ non riesce a essere un altro, staccato dalla vita del signor Pasolini”.
Per quanto riguarda invece i percorsi letterari dei due autori, le loro basi psichiche profonde e la valenza politica della forma, l’interpretazione sitiana di Pasolini inserisce anche quest’ultimo in quel paradigma occidentale che fu incipiente negli anni Sessanta, accelerò nei Novanta per poi dispiegarsi – tolti i freni di sicurezza agli investimenti, aperti i mercati globali – all’inizio del nuovo millennio: vertigine mistico-metafisica del possesso, immagine mediatica iperreale, confusione tra il mondo e la copia. Una linea sottile, a detta di Siti, unisce non solo Siti stesso a Berlusconi, ma Pasolini alle multinazionali: sotto sotto – nel senso letterale dell’abisso più profondo, sconosciuto allo stesso poeta – Pasolini era un nichilista omologo al regime. Per lui essere si identificava con avere, doveva possedere per avere la certezza di essere. Se il desiderio è girardianamente mimetico, nel possedere i corpi dei ragazzi il poeta desiderante imitava ieri il padre borghese capitalista e imita oggi “l’investitore”.
Il nuovo potere consumistico basa il proprio appeal su una inestricabile commistione di messaggi finzionali e di empiria, di vita e di forma: il nuovo potere consumistico, dunque, “funziona come il Poeta”. […] come il Poeta ha per estremo obiettivo il vuoto, l’anestesia. L’immaginata onnipotenza dell’Occidente non è che il delirio poetico d’onnipotenza, proiettato e diventato nemico. Che deve dunque fare il Poeta, se si accorge di questa agghiacciante parentela? (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003)
“Usava” la cultura, rubacchiava qua e là. A causa della propria ossessione erotica, non ha preso sul serio la cultura facendola diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue. […] per lui la cultura era una pellicola che si poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del consumismo, ne era un seguace omologo se non addirittura un modello (W. Siti, “Il mito Pasolini”, 2006)
Le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a ragione – disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo secolo successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio, poeta evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto.Ciononostante il Pasolini letto da Siti, proprio perché nasce dal corpo a corpo tra due autori e dal corpo a corpo di entrambi con la propria epoca (che è anche la nostra, di ieri e di oggi), apre prospettive preziose. Il cupio dissolvi di Pasolini l’escluso precedette di mezzo secolo quello dei “padri borghesi”: se la sua autofiction finì allora – oltre che nel sangue – nell’affanno convulso dello stile e in uno stato di crisi permanente, oggi la società occidentale diventata reality-show affonda nell’afasia, nella violenza e nello stato di emergenza. Siti invece, dopo avere percorso in proprio la parabola metafisica d’Occidente dalla ricerca dell’Essere al nichilismo, si è fermato a un passo dal precipizio. In Resistere e nei libri successivi Il cupio dissolvi non scavalca nel reale, non brucia la carne. È, appunto, “divertimento per tutto ciò che esorbita e che incoraggia il mondo a finire”. È come se Siti avesse capito che la letteratura per essere vera non ha bisogno di essere vera. Il successo dell’operazione terapeutica, la demistificazione del desiderio e l’accettazione della “membrana” separante lo hanno salvato facendolo diventare romanziere che “muore alla vita” per dare vita eventualmente anche ai propri fantasmi, attraverso i personaggi però. I fantasmi peraltro sono cambiati. A un passo dal precipizio ci sono il depotenziamento dell’ego e la ricerca di una solidarietà tra umani. Lo scrivere torna a essere, come era stato in Scuola di nudo prima dell’avvento del capitalismo iperreale, anche ricerca di quanto d’ora in poi Siti chiamerà il Reale.
Leggi qui la Prima parte e la Seconda parte
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È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]
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È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]
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È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita.
La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”
La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che
ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di guerra, ma quotidianamente.
A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.
Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.
È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto.
È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé.Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale.
È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli.
Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.
In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale.
Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati.Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco.
Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.
Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”.
È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.
Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.
Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli.
Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”.
Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.
Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.
Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro.
Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme.
Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.
Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.
Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia.È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero.
A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”.
Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.
Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima,
e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto di Fato e Stato.
Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa.
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“A fronte della vigenza di ordinanze del Ministero della salute prescriventi l’obbligo per chiunque conduca il cane in ambito urbano di raccoglierne le deiezioni e avere con sé strumenti idonei alla raccolta delle stesse (rafforzate in taluni casi dai regolamenti di polizia urbana), effettivamente un’ordinanza che vieta, in assenza di ragioni specifiche, l’introduzione nelle aree verdi di animali non appare legittima”. Così il Consiglio di Stato – riporta Ansa – in una sentenza con la quale ha ribaltato una decisione del Tar delle Marche che nel luglio dello scorso anno diede torto all’associazione Earth che contestava un’ordinanza del Comune di Mercatello sul Metauro, borgo medievale marchigiano di poco più di mille abitanti, che ha disposto, tra l’altro, il divieto d’introduzione di animali nelle aree verdi urbane a tutela della sicurezza, igiene ambientale e fruibilità delle stesse aree. I giudici di Palazzo Spada, premettendo che il divieto oggetto del ricorso “è stato introdotto in una piccola realtà urbana, con poco più di mille abitanti, e caratterizzata da un centro edificato che per estensione territoriale è inferiore ad un parco delle città metropolitane” e che “allo stesso tempo tali dimensioni si riflettono sulla struttura organizzativa dell’ente e sul personale disponibile per lo svolgimento dell’attività di sorveglianza, che potrebbe essere soluzione alternativa all’imposizione del divieto”, hanno osservato che “non è tanto controvertibile l’assunto sulle dimensioni del Comune, quanto piuttosto non appartiene al notorio, neppure in via induttiva, l’affermazione sul sottodimensionamento della struttura organizzativa dell’ente, e dunque anche del personale disponibile all’attività di controllo”.
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Le coste di Monterosso e Vernazza, nel Parco Nazionale delle Cinque Terre, in Liguria, risultano sempre piu’ esposte agli effetti dell’innalzamento del livello del mare. E’ quanto emerge dallo studio ‘The First Relative Sea Level Rise and Storm Surges Scenarios up to 2150 CE for the Coasts of Monterosso and Vernazza, Cinque Terre National Park (Liguria, Italy)’, recentemente pubblicato sulla rivista Remote Sensing da un team internazionale di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (Igag) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), del Dipartimento di Ingegneria dell’Universita’ degli Studi della Basilicata (Unibas), dell’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, dell’Universita’ Aristotele di Salonicco, dell’Osservatorio astronomico Lesia di Parigi e dell’Universita’ olandese Radboud. Combinando dati topografici e batimetrici ad alta risoluzione, rilievi geodetici, serie storiche mareografiche e modellazione numerica delle mareggiate, il lavoro propone una prima valutazione integrata dei possibili scenari di allagamento costiero fino al 2150, nell’ambito delle proiezioni climatiche dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). L’analisi evidenzia che il settore ligure considerato presenta un trend di innalzamento del livello del mare non stazionario, confermando una crescente vulnerabilita’ dei tratti costieri a bassa quota e delineando scenari utili alla pianificazione territoriale e alla riduzione del rischio costiero.
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“La salute umana e quella degli oceani sono legate in maniera assai stretta e rappresentano dimensioni inseparabili di un medesimo equilibrio. Solo con questa prospettiva integrata possiamo promuovere e salvaguardare la salute delle generazioni presenti e di quelle future alle quali dobbiamo certamente lasciare un mondo migliore e non peggiore. Per questo, mettere gli oceani e la salute al centro dei dialoghi sulla politica sanitaria è una sfida ma anche e soprattutto una grande opportunità, che gli esponenenti della comunità scientifica oggi presenti qui stanno dimostrando di po”. Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, al Forum internazionale sugli oceani e la salute umana in corso all’Istituto superiore di sanità in occasione della giornata mondiale degli oceani. “L’Italia ha riconosciuto qualcosa che pochi governi hanno già tradotto in ambizione e visione concreta, cioè che la salute umana e la salute degli oceani sono la stessa storia, lo stesso presente e, soprattutto, lo stesso futuro – ha sottolineato Schillaci -. Sulla base di questo criterio è stato istituito, ad esempio, il Sistema Nazionale Prevenzione Salute dai rischi ambientali e climatici (Snps), che salda formalmente il sistema della Salute con quello per la protezione dell’Ambiente, in un’ottica One Health e guardando alla sua evoluzione più ambiziosa, quella della Planetary Health”. Il ministro evidenzia inoltre come “in questa visione, si inserisce anche il progetto Sea-Care, che, unico nel suo genere nel panorama internazionale, grazie alla sinergia tra l’Istituto superiore di sanità, la Marina Militare e altri centri di ricerca nazionali e internazionali, ha raccolto campioni da tutti gli oceani portando evidenze importanti ad esempio sul tema della resistenza agli antibiotici e sulla presenza di sostanze nocive per l’uomo e tracciando persino il virus del Covid in acque ben lontane dalle nostre”. Schillaci ha infine ricordato che “una quota delle risorse del Pnrr e del Piano Nazionale Complementare sono destinate al programma ‘Salute, Ambiente, Clima’, che assume la qualità ambientale come determinante e fondamentale per garantire il diritto alla salute”. (
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La geografia e la stagionalita’ della grandine sta mutando a causa del riscaldamento globale, aumentando il rischio per le zone temperate e per le relative colture invernali. E’ quanto emerge da uno studio guidato dall’Universita’ del Nuovo Galles del Sud (Unsw) e pubblicato su ‘Nature Climate Change’. Tim Raupach, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Istituto per il rischio climatico e la risposta alle emergenze dell’Unsdw, afferma che questo fenomeno fa parte di uno spostamento generale della frequenza delle grandinate verso i poli: “Secondo i modelli che ipotizzano un riscaldamento globale di 2 C e 3 C, osserviamo uno spostamento generale verso un maggior rischio nelle zone piu’ fredde e nei periodi piu’ freddi dell’anno – spiega – quindi, il rischio aumenta in inverno e spesso diminuisce in estate: si tratta di uno spostamento dalle regioni e dalle stagioni piu’ calde a quelle piu’ fredde. Queste regioni piu’ fredde includono non solo parti dell’Australia meridionale e della Nuova Zelanda, ma anche il Nord America settentrionale e l’Europa. Si registrano diminuzioni, sebbene con ancora molta incertezza, nelle zone subtropicali e in alcune parti delle medie latitudini. Cio’ include gran parte dell’Australia, nonche’ regioni dell’India, della Cina e gran parte dell’Africa”.
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Q uando parla della sua chimica, Primo Levi lo fa con gli occhi affascinati dello studente universitario che è stato. In Il sistema periodico, la concepisce come “una nuvola indefinita di potenze future”, capace di prescrivere una legge, “l’ordine in me, attorno a me e nel mondo”. È il 1975, nel mezzo ci sono state la guerra, il campo di concentramento, la vita adulta. Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento. La chimica, scrive, ha consentito all’uomo di “farsi signore della materia”. Lungi dall’essere una mera branca scientifica, la chimica diventa l’alfabeto del mondo. Le sue leggi ne descrivono la grammatica. La sua lingua è l’intero universo.
La tavola periodica diventa così “l’anello mancante fra il mondo delle carte e il mondo delle cose”. E la chimica stessa assume un altro peculiare significato: è la capacità di conoscere la verità sperimentandola, analizzandone gli elementi. Non ci sono assiomi, non ci sono dogmi: c’è solo l’intelligenza e la sua abilità di dominare la materia con un dominio che però non è violento o estrattivo, è padronanza, comprensione intellettuale. In questo senso, e alla luce delle sue esperienze di vita, la chimica e la fisica assumono per Levi un valore politico, sono l’antidoto al fascismo, perché sono “chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali”
Come vedremo, la concezione leviana della conoscenza come fonte di responsabilità, del sapere come condizione minima di qualunque azione, verrà sistematicamente disattesa dall’evoluzione dell’industria chimica italiana, aprendo la strada ad alcuni dei disastri sanitari più gravi e persistenti della storia del nostro Paese.
La chimica come mestiere di uomini
L’esperienza individuale del chimico Levi si sovrappone a quella dell’Italia degli inizi del secolo scorso. La chimica, in quegli anni, divenne mestiere di massa. Nel giro di pochi decenni fiorirono ovunque stabilimenti, capannoni, grandi fabbriche che, nel corso del secolo breve, hanno più volte cambiato vocazione ma mai l’oggetto del proprio lavoro: manipolare gli atomi, creare la materia, stressare la natura. Ed è da quegli stabilimenti, da quei capannoni, da quelle fabbriche che un piccolo Paese agricolo a forma di stivale seppe farsi potenza economica. In questo senso, Il sistema periodico è il manifesto di una trasformazione ontologica del genere umano che ha portato con sé una trasformazione profonda, radicale, della società. E che ha scritto la mappa dello sviluppo industriale del Novecento, dagli stabilimenti di produzione bellica, chimica e del carbone di inizio secolo, a quelli legati alla lavorazione del petrolio, esplosa a cavallo delle due guerre, fino ad arrivare alle produzioni di massa del secondo dopoguerra: automobili, elettrodomestici, plastiche.
Guardare al mondo con gli occhi del chimico, per Levi, vuol dire provare a stabilire l’ordine del suo funzionamento, esplorare l’oscura natura e scandagliarne il funzionamento.Il cambiamento ontologico che consentì all’essere umano di dominare la natura si tradusse in quello antropologico che spogliò i contadini di stracci e zappe e li vestì di tute, che tolse loro i tempi della semina e del raccolto per consegnare quelli del turno, della sirena. Nella chimica si condensarono innumerevoli promesse. Quella del dominio della natura che spettava ai tecnici, agli uomini col camice che restavano affascinati dalla danza degli atomi. Quella dell’emancipazione, per la massa sterminata di contadini affamati, tornati dalla guerra smagriti e che adesso erano impoveriti. Quella della crescita economica, che traghettò il nostro Paese attraverso due guerre ed esplose nella seconda metà del secolo scorso, regalandoci l’illusione di un benessere che potesse durare per sempre.
Accontentava tutti, la chimica. Giocando con le molecole si poteva debellare la fame, garantendo un’agricoltura più produttiva grazie ai fertilizzanti. Si poteva mangiare, riscaldare, si potevano alimentare motori. La chimica ha inventato il materiale che ha rivoluzionato il ventesimo secolo, quello a partire dal quale tutto è diventato accessibile: la plastica. Nel giro di pochi decenni divenne la lingua della democrazia materiale, il volano delle infinite possibilità che si spalancavano a ogni donna e ogni uomo dopo anni di buio e fame.
C’era una categoria che, più di tutte, si godeva le promesse della chimica: gli industriali. Consci del potenziale del gioco delle molecole, seppero approfittarne grazie ai propri mezzi economici. Da quel momento, la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale. A un certo punto gli uomini col camice non erano più interessati a interrogare la natura per comprenderne la dignità, ma cominciarono a stressarla, a manipolarla con una finalità decisamente più materiale: garantire profitti alle famiglie proprietarie degli stabilimenti. È per la loro azione che si è determinato quel salto che ha portato la chimica a superare una serie di limiti. Ce ne parla sempre Levi, quando descrive il polietilene come “leggero e splendidamente impermeabile: ma è anche un po’ troppo incorruttibile, e non per niente il Padre Eterno medesimo, che pure è maestro in polimerizzazioni, si è astenuto dal brevettarlo: a Lui le cose incorruttibili non piacciono”.
C’era una categoria che più di tutte ha sfruttato le promesse della chimica: gli industriali. È per via del loro operato che la chimica di cui ci parlava Primo Levi smise di essere tale.Prenderebbe troppo spazio, adesso, ragionare di plastica come manifestazione materiale della hybris della chimica. Quello che invece è utile sottolineare è che, da un certo punto in poi, di questa hybris abbiamo pagato tutte le conseguenze. E quasi mai le ha pagate chi ne è stato il mandante.
La mappa di un’eredità inattesa
Non a caso, alla mappa dello sviluppo industriale è possibile sovrapporre quella delle contaminazioni, delle eredità tossiche che gran parte di queste attività hanno lasciato nei luoghi che le ospitavano e nel sangue di chi ci ha lavorato. Non si tratta solo di una metafora: esiste materialmente una mappa che stabilisce quali territori sono stati contaminati dalle attività industriali e necessitano di una bonifica urgente, perché mettono in pericolo la salute delle persone che ci vivono e dell’ecosistema.
Sono i 42 Siti contaminati di interesse nazionale per le bonifiche (SIN), più gli altri circa 39.000 Siti di interesse regionale (SIR). Tra le due sigle cambia poco, solo chi dovrebbe finanziare gli interventi per bonificarli, ma è più facile attenerci qui a parlare dei SIN, su cui ci sono dati più chiari e utili a inquadrare il fenomeno. Si tratta di aree in cui lo Stato ha riconosciuto la presenza di una contaminazione tale da renderne necessaria l’interdizione, per tutelare la salute pubblica dei residenti. Levi scriveva: “La nostra è un’arte che rende ricchi, ma fa morire giovani”, e infatti molti dei SIN di oggi, ieri erano sedi di industrie chimiche o petrolchimiche (Bagnoli, Porto Torres, Porto Marghera, Gela, Brescia, Trissino…).
Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un SIN: il 10% della popolazione ogni giorno è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese. I numeri di questa correlazione sono riportati da uno studio prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Si chiama SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento). I territori analizzati hanno ospitato e talvolta ancora ospitano produzioni pericolose, che coinvolgono sostanze poi diventate illegali, o sostanze assolutamente legali, la cui gestione è stata irresponsabile. Mancata osservanza delle più banali norme di sicurezza, scarichi e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, esposizione incauta di lavoratori inconsapevoli. Sono tanti i fili della trama della contaminazione del nostro Paese, ma hanno tutti un denominatore comune: chi governava quelle produzioni non era quasi mai all’oscuro delle conseguenze.
Sei milioni di persone, in Italia, vivono in un Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche. Significa che il 10% della popolazione è esposto a un inquinamento che determina percentuali più elevate della media di malattie, tumori e morti inattese.L’ultima edizione del Rapporto, la sesta, è uscita a febbraio 2023 e riporta i dati relativi al periodo 2013-2017. L’aggiornamento di fatto conferma quanto affermato nelle edizioni passate: nei SIN si muore di più che negli altri territori (la media è del 2,6% in più) e c’è un eccesso di ospedalizzazioni (3% in media). SENTIERI è uno strumento utilissimo per tante comunità colpite dalle conseguenze sanitarie della contaminazione, che a lungo si sono scontrate con il negazionismo istituzionale.
La chimica alla sbarra: il processo IPCA
Le conseguenze delle produzioni inquinanti, però, sono arrivate molto prima del rapporto SENTIERI. C’è uno schema ricorrente in ognuna delle storie legate ai SIN. Per un periodo più o meno lungo, le persone che lavorano o vivono nei pressi di determinate produzioni si ammalano. Spesso muoiono. In una prima fase si fa finta di niente, per fatalismo o convenienza. O perché, di fronte alla certezza della fame, anche la possibilità della morte viene assimilata come un rischio possibile, accettabile. In gran parte dei casi la proprietà della fabbrica sa cosa sta accadendo, ma lo tiene nascosto perché dovrebbe interrompere la produzione o spendere davvero tanti soldi per adeguarla a standard sicuri e risarcire chi si è ammalato, o i parenti di chi è morto. A un certo punto qualcuno decide di ribellarsi, alza un polverone, arrivano le indagini, quando va bene i processi.
Il primo caso in assoluto è quello di Ciriè, vicino Torino, che ha coinvolto la produzione di una fabbrica di colori, l’IPCA (Industria Piemontese Colori Anilina). Questa storia comincia poco dopo la Prima guerra mondiale, quando una facoltosa famiglia arrivata da Milano, i Ghisotti, decide di rilevare una piccola fabbrica di pigmenti. Nella nuova produzione trovano un porto centinaia di uomini tornati dalla guerra, che non hanno alcuna intenzione di riprendere le fatiche dei campi e si consegnano con entusiasmo alle fauci di una fabbrica che, svelano le carte del processo, si rivelerà un inferno. Paolo Randi, che in quei capannoni ha lavorato, ricorda che il primo giorno gli fecero l’impressione di Mauthausen, dove era stato in gita due anni prima.
Quella produzione dura mezzo secolo: i prodotti dell’IPCA sono richiesti in tutta Italia e all’estero e, a partire dagli anni Cinquanta, i capannoni ospitano fino a 700 operai. I verbali del processo sono un catalogo di testimonianze di ex lavoratori e vedove che raccontano di sostanze chimiche maneggiate a mani nude, di svenimenti, di incidenti continui. Di nebbia e di acidi che corrodevano le scarpe. Di totale mancanza di dispositivi di protezione. Il tutto a contatto con una serie di molecole, le ammine aromatiche, direttamente connesse all’insorgenza del cancro alla vescica. All’apertura del processo, la comunità scientifica lo sapeva da 80 anni. Aveva perfino dato un nome a quella malattia: carcinoma vescicale da ammine aromatiche. Gli operai, ex contadini semianalfabeti, non ne avevano idea. Lo sapeva già, invece, la proprietà della fabbrica.
Il processo all’IPCA di Ciriè, a cui testimoniò lo stesso Levi, è un momento spartiacque nella storia della tutela del lavoro in Italia. Per la prima volta una dirigenza era imputata non perché qualcuno era accidentalmente morto sul lavoro, ma perché la fabbrica stessa era stata letale per almeno 168 persone.Lo avevano chiaro anche Benito (ma non gli piaceva, si faceva chiamare Gino) Franza e Albino Stella, due ex operai. Gino aveva lavorato all’IPCA appena sei anni e aveva smesso da dodici quando, nel 1969, a 36 anni, gli arrivò la diagnosi infausta. Volle capirci di più: conosceva le storie dei suoi ex colleghi, i lutti conservati nella discrezione di giovani vedove. Divenne punto di riferimento di quella comunità di moribondi e donne sole, e vi incontrò Albino Stella, anche lui scopertosi malato. Condussero una vera e propria campagna di epidemiologia dal basso. Esplorarono i cimiteri nei dintorni della cittadina, si appuntarono i nomi di tutti quelli che erano stati loro colleghi, contattarono le famiglie e appurarono la causa della morte, quasi sempre un tumore alla vescica.
Il loro lavoro fu indispensabile a ricostruire la catena di morti legate all’IPCA e a portare alle condanne, esemplari per l’epoca, per la famiglia Ghisotti. A quel processo testimoniò anche Primo Levi, per mettere in chiaro che sul banco degli imputati non c’era la chimica ma l’utilizzo che qualcuno aveva deciso di farne.
Lavoravo in una fabbrica dove si usavano prodotti dell’IPCA, e sono qui per solidarietà e testimonianza per le vittime e i loro cari. Come tecnico posso dire che ci troviamo di fronte a un caso estremo di incuria. Questo mestiere non è come gli altri: chimico non vuol dire solo laureato, ma persona deontologicamente a posto. Se la scuola non ti ha dato certe nozioni è il tuo dovere cercarle, approfondirle. Altrimenti sei in colpa più verso te stesso che verso gli altri.
Quanto verde sarà la riconversione
L’ex IPCA di Ciriè non è un SIN ma un sito orfano, un territorio contaminato in cui la proprietà degli stabilimenti si è dileguata: l’azienda è fallita, o la sua sigla si è sciolta in mille rivoli di cambi di nome o destinazione, e nessuno più è rimasto a pagare il conto del disastro. Il problema principale, con le contaminazioni, è che la responsabilità delle bonifiche è continuamente rimpallata tra nuove e vecchie proprietà degli stessi stabilimenti e, per determinare chi debba pagare, si passa di tribunale in tribunale, spesso girando a vuoto e, in ogni caso, perdendo anni in cui le persone continuano ad ammalarsi, a morire.
Uno dei casi più emblematici è il SIN di Porto Torres. Il petrolchimico nacque nel 1962, in piena stagione dell’industrializzazione sarda, quando la Sir di Nino Rovelli scelse Porto Torres come avamposto della chimica italiana, portando sviluppo e occupazione in un territorio che ne aveva una gran fame. Dopo il crollo finanziario del gruppo, nel 1980 subentrò Enichem, controllata di Eni. Nel 1981 Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito comunista italiano, ispezionò gli stabilimenti e volle pranzare con gli operai, chiedendo specificamente: “Com’è la situazione ambientale per la salute dei lavoratori e verso il territorio?”. Era già noto che, quando si trasformava il petrolio, si lavorava a contatto con sostanze pericolose per la salute e l’ambiente. Chi non lo sapeva, ancora una volta, erano i lavoratori che, ignari, lasciavano in fresco le birre nelle vasche di raffreddamento del cloruro di vinile monomero, un gas riconosciuto come potente agente cancerogeno, utilizzato per la produzione di una delle plastiche più diffuse al mondo, il PVC. Esattamente come i loro colleghi a Porto Marghera, d’estate, ci mettevano le angurie perché non si scaldassero nell’afa della laguna.
Non sapevano che si sarebbero ammalati, gli operai di Porto Torres, ma potevano vedere i fumi giallastri, le acque oleose scaricate direttamente in mare, le colline artificiali di scarti e fanghi. Su questo, però, erano clementi: negli anni Settanta il polo dava lavoro, tra interni e indotto, a 10.000 persone. Le conseguenze sono arrivate dopo. Con i tassi di mortalità e incidenza tumorale superiori alla media. E con il processo “Darsena veleni”, che nel 2023 si è chiuso in Cassazione con la condanna definitiva di tre ex dirigenti Syndial, per disastro ambientale colposo; anche se la bonifica non è ancora arrivata e il comune di Porto Torres sta ancora attendendo il risarcimento.
L’eredità della chimica non deve necessariamente tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità, come è successo in Germania, nella regione della Ruhr.Nel 2011 Porto Torres è stata individuata come polo per la transizione ecologica attraverso la “chimica verde” della joint-venture Matrìca (Versalis e Novamont). Il progetto prevedeva, tra le altre cose, la riconversione degli impianti per la produzione di bioplastiche alimentata da coltivazioni locali di cardo. Un rilancio che avrebbe dovuto rispondere a un territorio in cui la deindustrializzazione aveva aggiunto alla contaminazione e alle malattie anche il carico di disoccupazione e deserto sociale. Durante i tredici anni trascorsi dall’accordo, tuttavia, l’attuazione della terza e ultima fase del progetto ha dovuto confrontarsi con sostanziali limiti politici e operativi: la disponibilità di terreni agricoli per il cardo si è attestata intorno ai 500 ettari rispetto alle decine di migliaia previsti. Le difficoltà nella resa della coltura locale hanno impedito di sostituire l’olio di girasole utilizzato fin dall’inaugurazione del primo impianto, nel 2014, e importato via nave da cooperative francesi, complicando il mantenimento del modello a “chilometro zero” inizialmente auspicato.
Il disastro ambientale, in ogni caso, non è un debito impossibile da estinguere. L’eredità della chimica non deve, necessariamente, tradursi in un presente di danno sanitario ed ecosistemico. Ci sono altre strade. Quando Primo Levi parlava della sua chimica, raccontava di uno strumento utile all’umanità per conoscere la materia. La disciplina che difendeva, anche nei banchi del processo di Ciriè, era al servizio dell’essere umano. Studiarla serviva a migliorare la vita, a difendere gli interessi di tutti. Il punto, sembra dirci Levi, non è la chimica, ma la centralità dell’interesse pubblico.
Ci sono casi in cui le priorità sono state gli interessi del territorio e della comunità. È successo in Germania, nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa. Qui il risanamento non è stato gestito come un’emergenza ma come un grande progetto collettivo, affidato a una società di scopo a partecipazione pubblica. In trent’anni i siti contaminati sono diventati laboratori a cielo aperto che hanno creato occupazione; i brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione nati in quelle aree sono oggi competenze che la Germania esporta nel mondo. La bonifica è diventata una voce attiva del PIL.
La bonifica come cura del territorio e della comunità
Quarant’anni dopo il processo, l’area dell’ex IPCA oggi è patrimonio del comune di Ciriè. Nel mezzo ci sono stati un deposito di scarti chimici, diversi cambi di sigla, esorbitanti preventivi di bonifica che nessuno ha voluto pagare. Chi ha inquinato non c’è più. L’IPCA è oggi un sito orfano, uno dei 484 censiti dal ministero dell’Ambiente. Si tratta di scheletri industriali ripudiati dai propri padri, cancellati dalla storia o resi irreperibili dal bailamme dei cambi di sigla. La loro messa in sicurezza, adesso, ricade sullo Stato. Per effettuarla sono stati stanziati 500 milioni di euro del PNRR. Proprio grazie a questo finanziamento, l’area dell’ex IPCA diventerà un parco cittadino con un ecomuseo dedicato alla storia di Albino Stella e Benito Franza.
A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione.La bonifica dei siti orfani intanto procede. L’obiettivo era riqualificare almeno il 70% della superficie entro il primo trimestre del 2026. I numeri dicono che quella scadenza è già superata. Dei 484 siti censiti, solo 225 sono stati finanziati e solo 55 hanno concluso il procedimento. Il rischio concreto è perdere parte di quei fondi o vederli andare altrove.
E non va meglio per i SIN. ISPRA stessa segnala una serie di lacune sui dati. I più aggiornati e completi a nostra disposizione sono di giugno 2024 e ci dicono che la caratterizzazione (cioè l’analisi delle matrici della contaminazione) è stata completata nel 59% dei suoli e nel 55% delle acque sotterranee.
Solo il 13% dei suoli e il 17% delle acque, però, hanno ricevuto l’approvazione dei procedimenti di bonifica. Anzi, tra il 2016 e il 2024, sempre secondo l’Istituto, non ci sono stati sostanziali avanzamenti. Un aggiornamento significativo è che sono in corso le riperimetrazioni di alcuni SIN (finora 10, tra cui Taranto, Priolo, Brindisi e Napoli Orientale). Il processo in teoria dovrebbe ridefinire i confini delle aree contaminate. In pratica però si traduce nella prospettiva inquietante di una riduzione dell’estensione, e quindi degli obblighi di bonifica su alcune aree. Sulle quali, però, nessuno ha mai fatto alcun intervento.
C’è un dato che accomuna le storie raccontate fin qui. A Ciriè, a Porto Torres, a Porto Marghera, la scienza sapeva. Il problema non è mai stato l’assenza di conoscenza ma la scelta sistematica di non assumerla come guida dell’azione. È quello che Levi contesta al processo di Ciriè, la deontologia che chiede ai chimici: il sapere come fonte di responsabilità. La conoscenza scientifica come condizione minima per qualunque decisione.
Quella condizione oggi vale anche per la politica. Sappiamo quali molecole fanno male; dove sono; in quali corpi sono entrate. Eppure i SIN restano fermi, i fondi del PNRR rischiano di andare altrove e, ancor più grave, molte produzioni inquinanti sono ancora attive. Partire da questi assunti vuol dire ripensare anche la transizione ecologica come processo, partendo da una verità di base: non basta cambiare le fonti energetiche con cui alimentiamo le nostre società o inventare soluzioni tecnologiche per rimangiarci le emissioni inquinanti. Serve far pace con i territori che il secolo scorso ha avvelenato. Non si costruisce un nuovo patto con l’ecosistema su un suolo contaminato. Guarire i territori è la precondizione della transizione.
La chimica che Levi amava non prometteva nulla che non potesse dimostrare. Era l’antidoto ai dogmi, alle affermazioni non dimostrate, agli imperativi che chiedevano di credere senza pensare. Quella stessa esigenza è l’unica base su cui si può costruire una politica all’altezza del disastro che abbiamo ereditato.
L'articolo La promessa tradita della chimica proviene da Il Tascabile.
G li anni Venti del Ventunesimo secolo sembrano vivere un lungo e a tratti stanco post Novecento, là dove la letteratura contemporanea italiana tenta più che di rinnovare il proprio linguaggio, di inseguire stilemi passati recuperandone, e a volte con più o meno fortuna reinterpretandone le forme. All’interno di questa dinamica diviene fondamentale il ruolo che la letteratura ha assunto negli ultimi anni, da un lato meno centrale, ma non per questo più periferico nel momento in cui le forme di narrazione si moltiplicano dando luogo a una frantumazione del discorso che si declina a tratti in maniera specialistica, ma spesso anche in maniera superficiale non riuscendo più a indagare nel profondo il carattere dell’umano e del suo tempo. Nell’ambito di quella che può essere dichiaratamente definita come una crisi ha un ruolo sicuramente il ritorno al genere che ormai accompagna da decenni il nuovo secolo, quindi tutto il filone della letteratura gialla e noir e poi i romanzi storici che però non sempre mantengono la promessa di una visione critica e postmoderna, ma il più delle volte si risolvono all’interno di un romanticismo un po’ posticcio e un po’ troppo didascalico, per quanto efficace sui banchi delle librerie.
Si stacca da questa tendenza una letteratura di recupero che ricerca nel Novecento le radici di un discorso e le reinterpreta in chiave contemporanea, una letteratura che non nega le origini storiche e culturali e prova a ridefinirle con uno sguardo dell’oggi. A questo ipotetico filone partecipano autrici come Rosella Postorino, Raffaella Romagnolo, Marta Barone e Nadia Terranova e non è da meno Silvia Dai Pra’, che con Brillare (2026) offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni. Si deve infatti a libri come Brillare la capacità di offrire non una banale e fittizia soluzione, ma uno sguardo ampio e inclusivo di fronte a fatti che fanno parte della storia più drammatica dell’Italia, come le terribili pagine del nazifascismo, che molte volte non hanno trovato una verità storica e giuridica a causa di una connivenza che ha preferito alla giustizia un paludoso e ambiguo quieto vivere.
Brillare offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni.Brillare parte da una storia partigiana, quella di una militanza comunista nella Resistenza, quella di un padre che scompare nel nulla e di una mattanza nazifascista che ha lasciato sul campo settantasette morti nel paese (tutto letterario) di Greto, un piccolo centro splendidamente isolato sulla Alpi Apuane: “Da noi nessuno veniva a spaccare le lapidi o a disegnarci sopra le svastiche, come succedeva da altre parti: e vorrei pure vedere, dicevano gli uomini, e si ficcavano le mani in tasca, ma si intuiva che muovevano le dita come se le stringessero attorno a un collo”.
La protagonista, Bianca, figlia di Argo, si ritrova nuovamente al paese dove è nata, ma da dove è scappata, fuggita in cerca di fortuna, di una carriera, di una professione che la potesse portare lontano, là dove i desideri di una Repubblica liberata sembravano dover portare i figli di quella che è stata la Resistenza. Le cose non sono andate come si credeva e come si voleva, il precariato e una nuova povertà diffusa ‒ seppur mascherata da molta tecnologia ‒ si è piano piano rivelata nelle poche occasioni disponibili e nei troppi disservizi di uno Stato sempre più fragile e mal funzionante.
Bianca ritorna a Greto costretta dalle poche opportunità che la vita le ha concesso e dagli errori che non riesce mai per davvero a perdonarsi: torna a casa ‒ là dove non avrebbe mai voluto essere ‒ da sconfitta e da fallita.
Bianca torna però anche da e per Viola, la sorella che dopo la morte della madre ha deciso di autosegregarsi in casa, annullando ogni possibilità di vita e di felicità. Bianca ripensa alle sue scelte, a una relazione ora in parte abbandonata e lasciata appesa a un filo come panni ad asciugare. Lui è rimasto a Firenze come la possibile carriera accademica di Bianca, ovviamente sempre precaria. I ricordi le si sovrappongono, c’è la sua infanzia e c’è la mitologia, quella di Argo, ma nel mezzo ecco il regno della madre ovvero quello della cura che ora sembra mancare a lei come a sua sorella, al paese di Greto come a tutta l’Italia.
Brillare è un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica come forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone.Brillare è infatti un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica in una quotidianità capace di abbattere ogni differenza sociale, ogni distanza tra la provincia e la città. La cura è la forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone. Greto ovviamente rivela tutti i ganci e i grovigli di una provincia faticosissima, fatta di rimpianti, occasioni mancate e di una povertà sentimentale quanto economica, ma è proprio per quella sua posizione magica sulle Alpi fatte di roccia dura che Greto si offre come una base perfetta per ogni ripartenza.
“Le donne, sul nostro monumento ai caduti, avevano sempre quella strana espressione vagamente fuori luogo, un’espressione tra l’orrore e l’orgasmo”: lo sguardo di Silvia Dai Pra’ è dissacrante, ma mai ingenuamente cinico, coglie l’ironia dei tempi e la loro tragedia perché ne è pienamente all’interno. L’autrice sviluppa così una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica, lo fa con irriverenza e anche con la durezza di chi si sta giocando tutto della vita. Ecco allora i tipi strani, le madri accudenti e anche chi la strada l’ha persa per sempre e chi invece non si è mai curato di cercarne una diversa.
Bianca si ritrova immersa in quella che è stata la sua infanzia e che ora le mostra la faccia adulta di un tempo tanto tragico quanto comico. La narrazione intreccia gli anni universitari le scelte fatte ma ancora cariche di dubbi e le scorribande in paese. Due mondi che improvvisamente appaiono più affini di quanto potesse mai immaginare prima Bianca, come se l’assenza dalle cose, la scomparsa delle persone improvvisamente offrissero un panorama più chiaro e definito: “Ma ero così sicura di quello che facevo che non vedevo l’ora di saltare su un regionale perché mi riportasse verso Massa, di correre nel piazzale della stazione per infilarmi nella macchina di Orlano, di sentire il brivido che si prova accanto a un corpo che ci attrae, di rilassare i muscoli sul sedile del passeggero, come se solo lì potessi smettere di stare all’erta”.
L’autrice sviluppa una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica.La fuga non appare più come una sconfitta, ma come l’inseguimento della libertà e dei propri desideri. Ecco che improvvisamente quello che si voleva un tempo si rivela essere solo quello che volevano gli altri. Una cosa imposta da poca fantasia e da molte costrizioni e anche dalla paura di finire come molti a vivere da adolescenti consunti i propri trenta, quaranta e magari anche cinquanta anni e così fino alla morte. Brillare è il romanzo di un’esplosione, di un ritorno: non al paese, non alla provincia e alla sua vita démodé e non agli amori dell’infanzia, ma alla pratica della liberazione. Un ritorno a sé stessi e ai propri desideri che passa da quella lotta quotidiana che richiede non di superare gli altri, ma di prendersi sempre cura del prossimo.
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L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle degli hippie prima e degli hacker poi.
E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni radio li trasmettevano gratuitamente.
Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone ironica: He’s Gone!”.
I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico, un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità hippie.
Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.
I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un drop out:
il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on), sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente realizzando te stesso (drop out).
Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica.Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio agricolo.
Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era, secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio necessari per bilanciare le carenze interne.
Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.
Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un “comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza hippie.
Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.
La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne valore appare sconfinato o quasi.
Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente, negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi della Grateful Dead economy.
Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale “piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate: ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte dal servizio alla collettività.
La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta, potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle, volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975 scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva”.
La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono per ciò stesso recintate e privatizzate.Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.
In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale, mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro, rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.
Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo, nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama “psichedelia finanziaria”.
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Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari.
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È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.
A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa).
Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).
In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.
Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali.AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute.
In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”?
Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale.
La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno.
La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.
La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia.
Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.
Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”.
Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come “cattivo”.Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”.
Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”.
Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti.
I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.
Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva come espressione di ordine sociale.In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”.
Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva.
Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.
La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento.
Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile.Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”.
Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.
L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.
Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.
Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni, soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.
Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario.Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.
Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle raccomandazioni mediche.
È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante. Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.
L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.
Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali.Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità” che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.
In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo più sano, città progettate per le auto, stress cronico.
Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche, le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza sociale.
Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto nei Paesi anglofoni.
Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare. Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso, in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di obesità.
Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.
Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio sistema di valori e significati culturali sul corpo.
L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare l’impatto reale sulla salute.
La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano del termine.
La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity, grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.
Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura, controllo e sobrietà.Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura, controllo e sobrietà.
Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione, tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso (“gluttony” nella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e “adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata della fisicità femminile nera.
Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria “conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta, ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più spesso è una questione di status.
Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma estetizzata, levigata e controllata.
Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo, comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una relazione impulsiva con il cibo.
E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale estetico e sociale.
L'articolo Il corpo calcolato proviene da Il Tascabile.
A lle immagini la filosofia attribuisce, fin quasi dai suoi inizi, una forza ragguardevole e controversa: schermo, esca, apparenza, inganno, qualcosa la cui realtà consiste nel farci mancare quello che realtà è per davvero. Per i tipi di Orthotes appare il volume L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo (2026). L’autore è Pietro Bianchi, critico cinematografico e teorico del cinema, attivo nell’Università della Florida. Bianchi colloca la sua interrogazione di immaginario e sguardo al crocevia di filosofia, cinema e teoria psicoanalitica lacaniana. In questo modo non soltanto tocca snodi fondamentali dei discorsi di cui si serve, ma interviene anche su un nervo scoperto del presente. L’immagine sembra rappresentare infatti nuovamente un’inquietudine per la vita pubblica. La preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali. Che cosa ci offrono il cinema e il pensiero per orientarci nel campo del vedere e nei suoi mutamenti?
Il volume inquadra fin dall’inizio e giustamente la questione nei termini del mutamento storico e tecnologico, termini che rimangono peraltro decisivi fino alle conclusioni. È possibile ragionare sui temi dello sguardo, dell’immaginario, della visione, dell’immagine, dell’immaginazione come di campi e facoltà astratte ed essenzialmente astoriche, come di puri eventi e regioni mentali; così come è possibile aggiungere a questi oggetti, occasionalmente, qualche merletto culturale, per esempio come quando affermiamo che il linguaggio si sedimenta e influisce sulle percezioni (uno di quei tipici motti midcult certamente veri ma non per questo conclusivi). Al contrario, Bianchi non si limita all’idea che tecnologia e cultura materiali generano prodotti e linguaggi che finiscono per dirigere gli apparati percettivi. La posta in gioco è piuttosto l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo.
Assumendo questa prospettiva, i modi in cui si articola la visione in un determinato mondo cessano di rappresentare l’incrostatura di una facoltà mentale; e possono essere interrogati invece come le cifre più proprie della visione in quel determinato mondo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre, eccetera.
Questo approccio all’oggetto di indagine permette di metterne a fuoco tanto le caratteristiche salienti quanto, e altrettanto essenzialmente, le tendenze di sviluppo. Permette cioè di rispondere a due domande contemporaneamente: cos’è la visione? Come si sta trasformando? E lo fa includendo la possibilità che quello che oggi chiamiamo visione e sguardo forse diventerà un giorno se non del tutto almeno in parte irriconoscibile per animali che tuttavia condividono la nostra anatomia e la nostra tradizione. Detto altrimenti, per sottolineare un’altra peculiarità metodologica, assumere questo approccio significa includere di principio che vi sia un’irriconoscibilità possibile nell’oggetto di indagine, cioè che l’oggetto di indagine custodisca un’inquietudine che gli è propria e può essere analizzata.
La posta in gioco è l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre, eccetera.Questo potenziale di irriconoscibilità interno alla visione non si dà tuttavia soltanto fra umani possibili, differenti e distanti nel tempo e nello spazio; ma anche nello stesso sguardo della stessa persona. Per un verso, infatti, alla vista si imputa l’autorevolezza di un rapporto al mondo distaccato, non in balia delle preferenze individuali, oggettivo, veridico. Per l’altro, nel campo della visione si collocano anche l’illusione e l’allucinazione: un rapporto al mondo troppo individuale, soggettivo, non più verificabile da secondi o da terzi. Ci sono anche esperienze più quotidiane che testimoniano della tensione interna al vedere: l’intensità del desiderio che si esprime nel fissare, così come il fastidio dell’essere oggetto di qualcuno che ci fissa; i colori vivi con cui dipingiamo un ricordo gioioso, ma anche l’eccessivo distacco nel quale percepiamo un’improvvisa estraneità, un’alienazione, e le cose ci appaiono lontane, indifferenti o addirittura ripugnanti; le immagini dei sogni. Sono tutti esempi di un’individualità che si apre nel mezzo di un rapporto visivo che è anche, o altrimenti perlopiù, oggettivo.
Ora, il cinema è o almeno è stato, per Bianchi, l’istituzione preposta all’articolarsi di questa inquietudine, le sale cinematografiche sono state “il luogo in cui un’intera comunità rifletteva su sé stessa, sulle proprie memorie rimosse, sui propri desideri inconsci, sui propri traumi e sui propri enigmi, attraverso le immagini”. Perché questo? Le ragioni si trovano secondo Bianchi proprio nella materialità del cinema e delle componenti (anche) tecnologiche che lo caratterizzano.
L’argomento si sviluppa a partire dal concetto di “inconscio ottico” discusso da Walter Benjamin. Fotografia e cinepresa permettono di “scavare un buco nel visibile”: se la visione quotidiana è caratterizzata da determinati pattern percettivi, fotografia e cinepresa permettono di rendere visibile, di concentrarsi su ciò che nella visione quotidiana è o ignorato o addirittura invisibile. Senza, non avrei prestato attenzione a questo particolare, non sarebbe possibile osservare la serie dei movimenti di un corpo, tantomeno questi organismi che vivono sulla mia pelle, o il calore dei corpi. Determinati apparati tecnici ci permettono di vedere ciò che, nella visione quotidiana, non viene altrimenti all’attenzione. Non si tratta tanto di piccole percezioni – elementi minimi e ignorabili – quanto dell’emergere di un rapporto, interno al campo della visione, a qualcosa di inatteso.
Proprio in virtù di questa caratteristica, la visione cinematografica sarebbe analoga all’operazione del fantasma, nozione psicoanalitica, compreso come per un verso “la scena in cui il soggetto inscrive il proprio desiderio” e per l’altro “lo spazio in cui soggettivo e oggettivo cessano di essere distinguibili”. Un punto chiave di questa riflessione piuttosto interna alla teoria psicoanalitica lacaniana e al vocabolario della filosofia francese degli anni Sessanta è che nel campo della visione la dimensione fantasmatica emerge in maniera particolarmente apprezzabile quando all’articolarsi di un desiderio la distanza e la differenza che caratterizzano il vedere quotidiano – un rapporto distaccato e oggettivo al mondo – si trasformano in una indifferenziazione fra soggettivo e oggettivo, investita eroticamente. Bianchi prende qui a riferimento il film Il vaso di Pandora (1928) di Georg Wilhelm Pabst. Scrive:
Il film […] racconta l’ascesa e la rovina di Lulu […]. La parabola tragica di Lulu è segnata dalla forza seduttiva del suo corpo e dal modo in cui esso mette in crisi le convenzioni morali e sociali […]. La scena centrale […] è quella in cui Schön, il rispettabile editore che ha sposato Lulu, sopraffatto dalla gelosia e dall’angoscia per la sua irrefrenabile vitalità erotica, estrae una pistola. Ne segue una colluttazione convulsa, quando all’improvviso… parte un colpo, e sullo schermo dall’avvinghiarsi dei corpi sale una nuvola di fumo. Per diversi secondi lo spettatore non sa chi sia stato colpito, né chi abbia sparato. […] In questa indeterminatezza […] si apre una dimensione propriamente fantasmatica: non ci sono più soggetti e oggetti chiaramente distinti che interagiscono in modo causale, ma un cortocircuito in cui attivo e passivo collassano l’uno sull’altro.Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici. Sebbene questa possibilità non sia esclusiva dell’operazione cinematografica, è fuor di dubbio che il cinema ne sia il luogo elettivo.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici.In questo snodo concettuale – in cui si articolano tecnicità e materialità, dimensione fantasmatica e campo generale della visione – si ritrova dal mio punto di vista la torsione dialettica più decisiva e più interessante del testo. Bianchi riesce a mostrare come la tranquillità distante della visione quotidiana, che si comprende distaccata e metterebbe al riparo dalle intensità allucinatorie dell’individuo e delle sue fantasie, non solo è già composta da un mélange di oggettivo e soggettivo; ma soprattutto viene ribaltata di segno, una volta che l’apparato tecnico e lo sviluppo storico e materiale vengono messi a fuoco. Il preteso distacco e la pretesa spontaneità della visione quotidiana si rivelano speciosi, mentre l’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.
Questo guadagno teorico viene poi elaborato nel testo in diverse direzioni. Una scelta interessante di Bianchi consiste nel mobilitare l’apparato concettuale lacaniano in sinergia con la filosofia di Gilles Deleuze (e la sua ricezione di Henri Bergson). Spesso i due pensatori vengono opposti in modo ingenuo e piuttosto manualistico: enfatizzando le critiche mosse da Deleuze alla psicoanalisi, sottolineando l’eredità hegeliana in Lacan, opponendo le rispettive teorie del desiderio. Bianchi opta piuttosto per un dialogo fra i due pensatori e, in un certo senso, per le tradizioni di cui vengono fatti segnaposti (un dialogo già tentato).
Due teoremi in particolare vengono articolati uno sull’altro. Per un verso, l’idea di Lacan di una sostanziale incompletezza della realtà come insieme ordinato, idea espressa nella definizione di reale come “ciò che l’intervento del simbolico rigetta dalla realtà”. Seguendo l’analogia con il campo della visione, possiamo comprendere il concetto di “inconscio ottico” in questi termini. Abbiamo a che fare con un campo costituito essenzialmente da un’esclusione o, detto in altri termini, con una realtà “fratturata, divisa, […] antagonistica”. Personalmente, non credo che la tesi dell’incompletezza sia equivalente alla tesi dell’antagonismo, un argomento che mi sembra debba molto al lacanismo di Ljubljana, né che dalla prima si derivi immediatamente la seconda, ma lascio questo problema in disparte. Quel che conta è l’assunto che la realtà, anziché costituirsi come tutto ordinato, in cui ogni elemento ha il suo posto proprio, sia caratterizzata da un’inerente instabilità: non è fissata una volta per tutte ed è attraversata da antagonismi.
Per l’altro verso, questo supporto speculativo viene specificato nei termini di un’equazione fra divenire e immagine, seguendo qui la linea deleuziana: tutto ciò che diviene, diviene esprimendosi e imprimendosi, agendo e reagendo. Mettersi in immagine non è altro, secondo questa seconda linea, che il processo e flusso continuo di espressione e impressione di ogni cosa sulle altre cose: la realtà viene compresa come un costante mettersi in immagine di ogni cosa e su ogni cosa. Il rischio di una concezione del genere è naturalmente quello di rappresentarsi la realtà come un processo omogeneo, una gran melassa. La determinazione e la molteplicità devono essere integrate, e ciò avviene nel senso di “micro-intervalli” che “tutti gli esseri viventi” istanziano. Ogni essere vivente rifrange il divenire immagine della realtà e così facendo evita il collassare delle determinazioni e delle fratture – dimensioni care a Bianchi – nell’oceano di una presupposta unità-flusso primigenia.
L’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.Il cinema e la macchina da presa rendono possibili proprio il cristallizzare, l’articolare e l’emergere di queste rifrazioni, interruzioni e divisioni, per le caratteristiche di cui sopra abbiamo già parlato. Scrive Bianchi: “Il cinema non è rappresentazione. Il visibile non è questione di rivelazione, di svelamento o di disvelamento […]. Il visibile è piuttosto questione di abitare la dimensione del ‘non-tutto’. E la macchina da presa, in questo senso, è forse uno degli strumenti per mantenere viva e possibile tale utopia.” La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione etico-politica.
Torniamo però alle due linee guida che si trovano nel percorso di Bianchi: l’incompiutezza sostanziale e la realtà come flusso. I due paradigmi sono tenuti insieme da un problema metafisico classico: il rapporto fra l’uno e i molti. Problema non facile da risolvere e, non necessariamente risolto dall’affermazione che ogni vivente rappresenta un micro-intervallo: questa rischia o di essere una proposta puramente nominalistica, che chiama alcuni flussi intervalli senza mostrare esattamente in cosa i secondi si distinguerebbero dai primi; o di presupporre la determinazione nell’uno-flusso, rendendo a questo punto vacuo il concetto di realtà come divenire generale.
Sottolineo questa tensione non per puntiglio metafisico, che sarebbe un capriccio inutile, perché Bianchi non sta scrivendo in primo luogo un trattato di metafisica, pur adoperandone alcune categorie fondamentali. Lo faccio per allacciarmi alla tensione stessa che anima il libro e che si lega, a sua volta, alla tensione che caratterizza il cinema oggi come istituzione storica e, a un tempo, come campo dell’esperienza estetica. Questa tensione è identificata da Bianchi con molta acutezza e credo che sia, questo davvero, il senso più proprio in cui il testo riesce ad abitare il divenire come dimensione del non-tutto: cioè non come macro-flusso micro-intervallato dai viventi (e per esempio perché non intervallato proprio dall’apparato tecnico, che mai è stato vivente?); ma proprio come trasformazione, caratterizzata da delle tendenze, ma senza un risultato predeterminato.
Mi spiego meglio, in riferimento alle letture che Bianchi stesso fa di due film, La Bête di Bertrand Bonello e Aggro Dr1ft di Harmony Korine, apparsi nel 2023. Prendo i due film come rappresentativi della tensione che si riscontra nel libro: quella fra i paradigmi dell’incompiutezza e della fratturazione, per un verso, e del divenire come flusso per l’altro. Entrambi questi film fanno i conti con i cambiamenti sociali e tecnologici che inevitabilmente raggiungono anche il cinema e il suo regime estetico: la visione e lo sguardo sono sempre meno delegati all’istituzione cinematografica, alla voce di una critica autoriale, all’esperienza della sala buia; l’audiovisivo viene letto su dispositivi digitali, il testo si adatta alla formattazione da social media, l’intervento interpretativo si spande nel raccoglitore di recensioni; l’immagine diventa sempre meno il luogo di un’interpretazione evocata con il testo e sempre più il luogo di processi di azione e reazione, non interrogazione ma operazione.
In La Bête, vediamo un mondo in cui l’intelligenza artificiale ha permesso di stabilire l’immaginario come campo di “visibilità assoluta”, in cui ogni emozione disturbante o inquietudine viene espunta dall’individuo: “la paura e la bestia sono stati igienizzati, e quindi non sono più nulla”, scrive Bianchi, chiedendosi allo stesso tempo, e riferendosi a una scena del film: “Sarà allora il grido finale di Léa Seydoux l’ultima resistenza alla catastrofe?”, al “vuoto che il digitale lascia dietro di sé”? E risponde: “Forse. Ma è nel finale del finale che avviene il colpo di genio di Bonello, che al posto dei credits mette un QR-code […] e che così sfonda la quarta parete e ci mostra quello che implicitamente era già stato profetizzato nelle due ore e mezza precedenti: un pubblico fatto di smartphone che guardano lo schermo del cinema e che poi si incamminano verso l’uscita del cinema assorti nei propri schermi digitali”.
La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione etico-politica.Ancora più intensamente, l’operazione di Aggro Dr1ft è un abbandono delle categorie interpretative, nella lettura di Bianchi, per abbracciare e tuffarsi nello sviluppo tecnologico e sociale che il digitale ha portato nel campo del vedere. L’immagine non è più un centro di interrogazione, interpretazione, interruzione, ma diventa il concatenamento di cause ed effetti, dove la visione diventa “espansione diffusa”: immagini che generano immagini che generano immagini. Commenta Bianchi: “La pura immanenza del mondo delle superfici scivola via senza resistenza né arresto, perché non esiste alcun ‘fuori’, tanto meno lo sguardo. Il mondo, ci dice Korine, è questo: resta solo decidere se abbiamo il coraggio – e la giusta dose di disperazione – per stare al gioco. Magari fino ad abbracciare del tutto il regime delle immagini operative, che però immagini, ormai, non lo sono più.”
Con queste ultime parole si chiude L’inquietudine dell’immaginario. Il binomio offerto da La Bête e Aggro Dr1ft, e dalle letture puntuali che ne dà Bianchi, rappresenta al meglio, per me, l’altro cuore pulsante del libro: il suo abitare la trasformazione del cinema partecipandovi. In effetti, una trasformazione è tanto più tale quanto più ciò che si trasforma oscilla sul bordo della sua fine: si è trasformato meno ciò che assomiglia a sé stesso, si è trasformato di più ciò che si allontana da com’è stato. Il cinema si trova su questa soglia: il mezzo tecnico, la pratica sociale, il codice culturale lo portano alla soglia della sua dissoluzione: l’immagine che non è più immagine, come formula Bianchi. Un paradigma – quello incarnato dal film di Korine – che è emblematicamente vicino proprio alla metafora del macro-flusso, dove i micro-intervalli certo ci sono, fra un’immagine e l’altra, ma le cristallizzazioni e le interruzioni non operano come spazi di domanda e interrogazione, ma come altri rimbalzi, altra immagine.
È per questo motivo che il libro di Bianchi abita la stessa trasformazione che viene discussa e che a sua volta si riflette nelle tensioni teoriche interne al libro. Nell’incertezza del divenire del cinema ritroviamo quell’inquietudine e quell’irriconoscibilità dell’immagine che non sono solo un tema fra gli altri, che un’indagine può discutere o anche esaurire. Ma si tratta finalmente anche dell’inquietudine, se posso dir così, del soggetto dell’enunciazione: che abita le trasformazioni sociali, tecnologiche, erotiche e culturali che cambiano il cinema e la visione. Un cambiamento che rischia di (tra)sfigurare il cinema così tanto da farne apparire il mutamento quasi come sparizione. Il libro di Bianchi non ha soltanto il merito di puntare il dito su questa tensione, ma di incarnarla: di dirci di guardare i film sapendo che e come possono sparire. In questo senso, L’inquietudine dell’immaginario risponde alla preoccupazione sulla realtà delle immagini: non afferrandone una sostanza – come mondo, flusso, viralità o interruzione che siano – ma ponendosi nelle tendenze della trasformazione storica e, per quanto possibile, tentando di dirigerne un passo o offrirne una lettura.
L'articolo L’inquietudine dell’immaginario di Pietro Bianchi proviene da Il Tascabile.




















"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte.
"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.

"Matteo Renzi ha un passato di continui defilamenti da accordi presi, per cui è il suo curriculum che parla per lui. Ma io personalmente sono disponibile a rivedere certe posizioni". Alessandra Maiorino, senatrice del M5s, apre timidamente al leader di Italia viva: novità più che sorprendente per un partito che per l'ex premier ha sempre mostrato diffidenza. “Non lo vorrei, non si condivide una linea politica e non ci si può fidare, l’ha dimostrato in mille occasioni”, diceva a gennaio Riccardo Ricciardi, presidente del gruppo del M5s alla Camera. Complice il successo referendario, gli animi si distendono e si cerca di fare fronte comune: "C'è un pericolo che incombe a livello globale – dice oggi Maiorino – cioè questa destra nera, suprematista, ultraconservatrice, che è qualcosa veramente da rispingere con tutte le forze". Renzi compreso.
Per farlo occorre estendere il raggio d'azione al massimo. "Noi vogliamo fare un programma e intercettare anche quell'elettorato che alle politiche non è andato a votare. Così come gli elettori progressisti e i giovani – spiega la senatrice –. Ma certamente qualunque persona di buon senso che possa guardare a noi con interesse, anche di centrodestra, è benvenuta".
Proprio sul programma, però, si prevedono già gli attriti più forti. Specialmente sulla politica estera. Il vicepresidente del M5s Stefano Patuanelli ha dato il là: "Con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina". Posizione "in coerenza" con la posizione del partito, secondo il leader Giuseppe Conte, oltre che per Maiorino: "Questo conflitto si trascina ormai da oltre 4 anni. È necessario trovare una soluzione diplomatica, e penso che qualunque persona di buon senso possa convenire sul fatto che adesso bisogna dire basta all'invio di armi", dice la senatrice, fiduciosa anche che nel campo largo ci sia possibilità di creare una linea comune anche su questo. Dal fronte riformista del Pd, la linea è abbastanza chiara: "Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione", ha scritto su X il dem Filippo Sensi. Maiorino relativizza: "Patuanelli è stato molto netto, ha lanciato una provocazione consapevolmente e gli hanno risposto in maniera altrettanto netta, ma fa parte del gioco delle parti". Mentre la segretaria Elly Schlein si scanza dall'imbarazzo buttando la palla in tribuna: "È difficile essere più divisi di questo governo sulla politica estera che ha tre posizioni distinte. Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto: non partiamo da zero", ha detto su su La7.
Oltre alla fiducia c'è il dato secco e freddissimo dei numeri. I sondaggi premiano Conte come il candidato più competitivo in vista delle primarie. "Su tanti argomenti l'ultima parola dovrebbe essere del partito che ha un'attrattività maggiore. Italia viva non è fra questi", spiega dati alla mano Maiorino. L'auspicio, però, è sempre quello di trovare una sintesi tra tutte le varie forze comuni: "Io temo non si possa fare altrimenti – conclude Maiorino –. Anche con Renzi e nonostante Renzi: ho sempre fiducia che le persone possono cambiare, poi vengo puntualmente delusa, però è una fiducia incrollabile",

Il destino della leadership di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027, in parte, dipende anche da Giorgia Meloni. Uno dei punti più importanti della nuova legge elettorale, lo Stabilicum, prevede per le coalizioni l'indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale. Il che, nel caso del centrodestra, pone ben pochi problemi: la leadership della premier Meloni, nonostante lo sconquasso degli ultimi giorni, non è in discussione.
Più complicata è la situazione del campo largo, dove le primarie di coalizione per scegliere chi andrà a Palazzo Chigi in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche sono ancora oggetto di discussioni interne. Poco dopo che il risultato del referendum era ormai consolidato, il leader del M5s Giuseppe Conte si era precipitato in conferenza stampa per festeggiare la vittoria e comunicare la sua disponibilità per le primarie. La risposta della segretaria del Pd Elly Schlein era stata inizialmente positiva, salvo poi fare un piccolo passo indietro: "Le primarie non sono una nostra priorità". Una frenata che nasconde una nuova consapevolezza: ma davvero il centrodestra riuscirà a portare a compimento la nuova legge elettorale?
Se così non fosse le primarie non sarebbero più un obbligo. Lo ricordava oggi in un'intervista a Repubblica il sindaco di Roma Roberto Gualtieri: "Dopo che gli italiani hanno bocciato in modo così netto l'idea che si possano cambiare le regole a colpi di maggioranza sarebbe un atto di protervia insistere su quella proposta (la legge elettorale, ndr), che non interpreta lo spirito del paese. Una strada sbagliata, non ci riusciranno". Un'ipotesi che sembra avere più di qualche argomento a suo favore, considerato l'aria che si respira al momento dentro il governo. Il ragionamento di alcuni esponenti di centrosinistra appare dunque chiaro: senza legge elettorale, non c'è bisogno di fare le primarie. E se non c'è bisogno di fare le primare, tanto vale cominciare a prendere una posizione che non le censura ma di certo non le idolatra.
La segretaria del Pd però puntava sullo strumento primarie per avere la garanzia, attraverso l'acclamazione popolare, di essere la candidata premier del campo largo. Senza che i caminetti tra i maggiorenti dei partiti (compreso il suo) potessero dopo il voto invocare un "federatore" o "un papa straniero". E però ci sono almeno due cose che l'hanno convinta che questa non sia la strada giusta. Da un lato i sondaggi che in un confronto diretto tra lei e Conte danno per favorito il capo del M5s. Dall'altro alcuni dirigenti del partito che stanno sposando la sua linea: senza primarie il candidato premier sarà il leader del partito più votato. E in questo caso è molto difficile pensare che quel partito non sia il Pd. Insomma, Schlein teme manovre di palazzo (tra i due litiganti, lei e Conte, potrebbe saltare un terzo nome), ma in questo momento evitare le primarie sembra comunque per lei uno scenario più sicuro. Per Conte, invece, la strada delle primarie è l'unica che può consentirgli di contendersi con Elly Schlein la leadership.
Ma tornando alla maggioranza: la discussione sulla legge elettorale in commissione Affari costituzionali alla Camera è stata calendarizzata per il 31 marzo, ma la strada che porta all'approvazione del testo è tutt'altro che spianata. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, per il governo le cose si sono fatte difficili e le acque non si sono ancora calmate dopo le dimissioni degli ultimi giorni. Il primo atto che farà partire l'iter della nuova legge elettorale passa dall'adozione di un testo base proposto dalla maggioranza. Ma già dal primo passo si sono presentati alcuni ostacoli, con vari esponenti di centrodestra che non hanno escluso "una valanga di emendamenti". A ribollire è in particolar modo la Lega. Massimiliano Fedriga, presidente leghista della regione Friuli-Venezia Giulia, ha già delineato tre elementi che devono necessariamente essere presenti nel testo: "Il diritto della maggioranza di governare, la tutela delle opposizioni e la rappresentanza dei territori. Poi si possono usare strumenti diversi, ma l’equilibrio tra questi fattori è fondamentale. Fare leggi per convenienza politica, invece, porta sempre a risultati negativi”. In generale, (come abbiamo raccontato qui), dal Carroccio arrivano più lamentele che altro. "Ci vorrà un sacco di tempo per presentare i nostri emendamenti", ha detto un esponente della Lega. Mentre un altro ha posto problema differente: "È una riforma che non porta consenso". Anche da Forza Italia, il clima non favorisce la collaborazione. I forzisti proveranno infatti ad aprire la discussione, ad abbassare il premio di maggioranza e a eliminare il ballottaggio. “Io penso che una nuova legge elettorale sia necessaria però bisogna anche dialogare con le opposizioni”, ha detto invece il viceministro della Giustizia in quota FI Francesco Paolo Sisto. Insomma, le divergenze non mancano. Se a questo si aggiunge il dossier sulla guerra e i rincari energetici che mettono in difficoltà l'esecutivo, la legge elettorale appare come un lido irraggiungibile. Almeno in tempi brevi. Inoltre sullo sfondo c'è la possibilità delle elezioni anticipate, che sbarrerebbero la strada alla legge elettorale e che metterebbe in difficoltà il campo largo

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.
Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).
Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.
Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

È durata una manciata di ore la pace all'interno del campo largo. Il palco post vittoria del referendum sulla giustizia con Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, prometteva finalmente un'unione di intenti precisa e spedita verso le elezioni politiche del 2027 per battere Giorgia Meloni e la coalizione di centrodestra. Ma le dichiarazioni di Stefano Patuanelli hanno riacceso lo scontro. "Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all'Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione", ha detto ieri a Radio24 il senatore e vicepresidente del M5s. Il che, dopotuttto, non è affatto un mistero. Sia nel parlamento italiano che in quello europeo, la linea pentastellata è stata sempre netta sull'interruzione del sostegno a Kyiv. Una posizione che però non è passata inosservata. Filippo Sensi, senatore del Pd, ha risposto poco dopo con un post su X: "Patuanelli crede che 'ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina'. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione". Anche qui, in realtà, nessuna verità rivelata che non si sapesse già. Il senatore dem ha sempre sostenuto l'aiuto incondizionato al popolo ucraino, così come il Pd stesso, che ha sempre votato favorevolmente all'invio degli aiuti militari in Ucraina.
Anche Carlo Calenda, leader di Azione, ha commentato la vicenda: "Ecco, Patuanelli l'ha detto. Il campo largo al governo è uguale a 'no aiuti militari' all'Ucraina. Per Azione il primo punto è 'continuare a sostenere militarmente l'Ucraina'. Sipario".
Un battibecco che ha dovuto far intervenire la segretaria dem Elly Schlein. "Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto", ha detto.
Il punto è che al di là dei festeggiamenti e dei sorrisi di rito, l'unità e la credibilità della coalizione che sfiderà l'attuale maggioranza sono messe alla prova da posizioni spesso incociliabili, soprattutto in politica estera. Il punto lo ha colto Luigi Marattin, segretario del partito Liberaldemocratico: "C'è una cosa che non capisco. Ma come fanno questi di Pd e M5S anche solo a pensare di poter governare insieme l'Italia?!". Ma trovare una quadra sul programma non è più semplice della scelta del leader che guiderà la coalizione e che in caso di vittoria alle elezioni andrà a Palazzo Chigi.
Subito dopo gli exit poll che ormai davano per fatta la vittoria del No alla riforma Nordio, il leader del M5s Giuseppe Conte in conferenza stampa aveva parlato di primare di coalizione, aprendo alla possibilità di correre insieme alle altre forze politiche e allo stesso tempo inviando un messaggio a chi voleva seguire il modello centrodestra: chi prende più voti, guida la coalizione. Un richiesta che non è casuale. Dai primi sondaggi, il quadro mostra che Conte avrebbe più possibilità di vittoria di Schlein, che comunque aveva inizialmente risposto positivamente all'invito. Ieri la segretaria dem a La7, ospite della trasmissione Piazza Pulita, ha voluto comunque ribadire che "oggi le primarie non sono la nostra priorità. Se ci chiudiamo in un dibattito politicista tra di noi tradiamo le aspettative di chi ha votato". Ma il dibattito andrà affrontato, soprattutto perchè il tempo stringe e non è escluso lo scenario di un voto anticipato, che allontenerebbe l'ipotesi delle primarie e costringerebbe i leader del campo largo a sciogliere tutti i nodi in tempi brevi. Forse lo scenario peggiore per tutta la coalizione. È in questo contesto che si inserisce l'appello di Schlein: "In qualunque momento si voterà è nostro dovere farci trovare pronti".

Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.

Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.

Sì o no? No o sì? I referendum, come gli esami, non finiscono mai, e una volta assorbita, si fa per dire, la scoppola della bocciatura della riforma della giustizia, ci saranno altre scelte rapide,... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Confesso subito che se non fossi altrove avrei detto Sì, per una semplice questione di princìpi liberali che hanno poco a che fare con gli indifendibili tecnicismi ai quali entrambe le parti hanno ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

In Italia la giovinezza è un valore eterno, il che è già di per sé una contraddizione degna di nota. L’ultima conferma viene da Forza Italia, che ha deciso di rinnovarsi su invito di Marina Berlusconi. A tradurre ieri in pratica il giudizio estetico della figlia del Cavaliere è stato Claudio Lotito, sessantotto anni, proprietario della Lazio, parlamentare noto ai colleghi per la vivacità con cui ha animato i lavori d’Aula, almeno nei momenti in cui non si appisolava. Lotito ha raccolto le firme di quattordici senatori per rimuovere Maurizio Gasparri dalla presidenza del gruppo: troppo vecchio, troppo consumato, da troppo tempo lì. Il sostituto è Stefania Craxi, classe 1960, figlia di Bettino, in politica dal 2006. Lei prende il posto di Gasparri, e diventa capogruppo. Gasparri prende il posto di lei, e diventa presidente della commissione Esteri. La ventata di novità è percepibile.
L’Italia, si sa, ha con il novismo un rapporto che i clinici chiamerebbero collusivo. Tutto cominciò con una canzone dal seguito oceanico che non prometteva libertà né prosperità ma giovinezza, e giovinezza dava. Da allora il ritornello non si è mai fermato. Renzi lo riscoprì a Firenze, ci costruì sopra una carriera a Roma, e invecchiò anche lui, come fanno tutti, rottamatori compresi. Il talento, del resto, non dipende dall’età ma dalla persona. Longanesi diceva che giovani non si nasce ma si diventa, e Croce sosteneva che l’unico dovere del giovane è invecchiare.
Marina Berlusconi probabilmente li ha letti entrambi, Longanesi e Croce, ma ha tratto conseguenze selettive. E infatti una mente maliziosa potrebbe osservare che la stessa Marina, che chiede facce nuove in Forza Italia, è la presidente di una holding che gestisce televisioni nelle quali il concetto di novità viene applicato con una parsimonia che rasenta la virtù cardinale. “La Ruota della Fortuna” è tornata in onda con il medesimo scricchiolio di sempre: fu inventata in un’epoca in cui la televisione commerciale era essa stessa una novità, il che le conferisce lo status di reperto. Gerry Scotti sorride dagli schermi Mediaset da quarant’anni con l’imperturbabilità dei grandi monumenti e delle catene montuose. Maria De Filippi presidia da tempo immemore la prima serata con la sicurezza di chi sa che nessuno la sposterà. A riprova che non tutto ciò che è buono è nuovo, e che non tutto ciò che è nuovo è buono, e che in fondo la gente vuole vedere le stesse cose di ieri purché talvolta le si chiami con un nome diverso.
Sicché, alla fine, viene il sospetto che la famosa “giovinezza”, in Italia – a proposito del “giovane” Lotito che affonda il “vecchio” Gasparri – altro non sia che una patacca. Un po’ come la “Seconda Repubblica”, che non è meglio della Prima, o come la “società civile”, che ha portato al grillismo. D’altra parte la passione è trasversale, perché la patacca è – per definizione – trasversale. Anche a sinistra. Metti davanti una ragazza con le sneakers bianche di nome Elly e la piazzi sulle spalle di Dario Franceschini, che è lì da prima che le sneakers bianche esistessero. Il risultato è moderno in facciata e solido nelle fondamenta, come certi palazzi romani. Quanto al federatore nuovo, ovvero la figura fresca e inedita attorno a cui ricostruire il campo largo dopo la vittoria al referendum “dei giovani”, il nome uscito ieri sui giornali con maggiore insistenza era quello di Rosy Bindi. Giovinezza, giovinezza. Appunto.

Era la prima occasione, per Elly Schlein, per mostrarsi alla stampa internazionale con l’allure della premier ombra, dopo la vittoria del No ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Non vogliono farsi trovare impreparati, ché, chissà, andare a votare anticipatamente “non succede, ma se succede?”. E allora cercano di non disperdere il lavoro fatto finora. Da una parte e dall’al... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Roma. Stanno rimanendo più colli che teste. Rotola la quarta, ma è ghigliottina assistita. Si dimette il capogruppo di FI al Senato, Gasparri, e sono già tutte sul vassoio di Meloni quelle... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Ecco la grande bidonata: si chiama autonomia, ed è il sogno della Lega, del ministro Calderoli. Al sud il governo ha fatto il pien... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Ventisei persone sono indagate in un’inchiesta lanciata ieri dalla procura di Roma, incentrata su presunti appalti pilotati, che ha portato a perquisizioni in alcuni uffici del ministero della Dife... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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Nei giorni scorsi il maggiore generale Guo Hongtao, vicedirettore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale dell’Esercito popolare di liberazione cinese, era a Bruxelles per colloqui... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

Venezia. Elegia sudafricana in Laguna. Come nemmeno certi sceneggiatori di Netflix saprebbero fare, questa 61esima edizione della Biennale Arte di Venezia sta regalando teaser croccanti per appassionati di contemporaneo e dintorni (dintorni geopolitici, specialmente). Questa volta non c’entra la Russia, con il “Red Pavillion” della discordia tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco, ma Israele. E non solo e non tanto per la recente lettera aperta alla Biennale, finora firmata da circa 180 artisti, curatori e operatori della cultura (il più noto: Alfredo Jaar) sostenuta dalla piattaforma ANGA (che sta per Art Not Genocide Alliance) per chiedere l’esclusione di Israele dalla Biennale “mentre commette un genocidio”. Questa è notizia di una decina di giorni fa che nessuna replica istituzionale ha ricevuto: il padiglione di Israele è confermato all’Arsenale, ché lo storico spazio dei Giardini è in restauro.
Il “genocidio” però c’entra ancora, ma cambiano le coordinate geografiche. Come sempre accade quando la politica, anzi un governo, ci mette lo zampone entrando a gamba tesa in un terreno paludoso come quello dell’arte – la Biennale, poi, gioca un campionato a sé – il pasticciaccio è di nuovo servito. In sintesi: l’artista sudafricana Gabrielle Goliath (pluripremiata, si è chiusa da poco una sua personale al MoMa di NYC, già alla Biennale 2024) è stata censurata dal suo governo dopo che le era stato affidato, con grande entusiasmo, il padiglione nazionale. Bocciatura pesantissima. Poi il colpo di scena di queste ore: la sua “Elegy”, un’opera di performance art, invece si farà. Sarà esposta per tre mesi nella chiesa di Sant’Antonin nel sestiere di Castello, non troppo distante dall’Arsenale dove il Sudafrica ha il suo padiglione ufficiale (che resterà vuoto, quest’anno). Sant’Antonin è una di quelle chiese che solo a Venezia si scovano: chiusa al culto, anche se nella cappella centrale si tengono ancora delle celebrazioni, figura tra “i luoghi espositivi” della Biennale ma di fatto è ancora gestita dal Patriarcato di Venezia. Qui andrà in scena l’“elegia sudafricana”, un’opera in parte concepita da Goliath già nel 2015 per commemorare la studentessa sudafricana assassinata Ipeleng Christine Moholane. “Elegy” è composta da una serie di video dove interpreti femminili di formazione operistica emergono da uno sfondo nero e tengono una singola nota alta il più a lungo possibile, prima di ritirarsi ed essere sostituite da un’altra cantante. La versione della performance-elegia funebre concepita per Venezia commemora – recita il comunicato ufficiale – anche due donne Nama spostate e uccise dalle forze coloniali tedesche all’inizio del XX secolo, e inoltre la poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a 32 anni in un attacco aereo israeliano a Khan Younis, Gaza, nell’ottobre 2023. “In questa mostra è convocato uno spazio di incontro, una camera sacra in cui far risuonare un’opera riparatrice di amore e nostalgia”, ha detto l’artista in una dichiarazione divulgata in Italia dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano, dove è attesa a metà aprile per un’altra mostra. Ma l’opera è stata ritenuta “fortemente divisiva e polarizzante” dal ministro della Cultura sudafricano Gayton McKenzieche a gennaio scorso, dopo aver mandato una lettera in cui chiedeva una revisione, rifiutata dall’artista (“sarebbe un pericoloso precedente”, ha detto Goliath) l’ha bruscamente cancellata. E’ successo quindi – fatto già in sé clamoroso – che un ministro della Cultura ha sfiduciato all’ultimo un’artista chiamata a rappresentare internazionalmente il suo paese alla Biennale con l’accusa di una performance “correlata a un conflitto internazionale in corso che è ampiamente polarizzante” (nonostante, all’inverso, il governo precedente del Sudafrica nel 2023 avesse avviato una causa legale accusando Israele di commettere genocidio a Gaza). E poi il plot twist dell’artista che alla fine approda ugualmente in Laguna. Nota a margine: progetti come “Elegy”, in termini di realizzazione e allestimento, costano, così come costano gli affitti degli spazi. Il “padiglione sudafricano” fuori Biennale è stato reso possibile grazie a molti sostenitori e amici di Goliath, ma soprattutto grazie al generoso supporto della Bertha Foundation (organizzazione con base a Ginevra fondata dal milionario sudafricano, già ceo della Arrow Generics, Tony Tabatzik) e di Ibraaz, spazio culturale londinese della Kamel Lazaar Foundation, anche questa con sede a Ginevra, fondata da Lazaar, banchiere di investimento tunisino-elvetico.

Gli amministratori delegati passano ma le banche restano. E’ normale che i giornali e i commentatori si appassionino ai cambi al vertice di Monte dei Pasc... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.
All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.
La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.
Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.
In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.
All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.
La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.
Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.
In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

Ora che le teste del governo cadono come uva matura, ora che anche i più nerboruti frontmen del No si sono rilassati in poltrona e co... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri.
"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

Tre righe per un milioni di voti. Alla Camera va in scena il Matteo Salvini amico delle comunità internazionali. In mattinata il leader della Lega e ministro dei Trasporti ha tenuto una conferenza stampa per presentare una proposta di legge che riconosce il romeno come minoranza linguistica nazionale. "È la comunità più popolosa d'Italia", dice il vicepremier.
Il disegno di legge si compone di un solo articolo. Il testo è firmato dalla senatrice Tilde Minasi e dal deputato Francesco Bruzzone, entrambi della Lega. Presenti all’incontro diversi cittadini italo romeni e anche due esponenti della Lega di Prato, anche loro con doppia cittadinanza: il vicepresidente del Consiglio comunale di Prato e promotore dell’iniziativa Claudiu Stanasel e Stefan Stanasel, presidente del Coordinamento nazionale cittadini romeni in Italia.
"Non è più la Lega nord", ci dice Stefan Stanasel. Entrambi gli esponenti, sentiti dal Foglio, si sono detti a favore di una proposta rilanciata dal Carroccio dell’ultimo periodo. La remigrazione: "Ma solo per gli stranieri che commettono reati gravi, non chi ruba un pezzo di pane".

I social creano dipendenza, ha stabilito una giuria di Los Angeles, dando ragione – e risarcimento – a una giovane donna che ha fat... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Mentre l’Unione europea s’interroga sulle fughe di informazioni verso Mosca – dopo che si è scoperto che esponenti del governo ungherese passavano informazioni al Cremlino durante i vertici europei... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Ita Airways – la compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitalia – ha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.
Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

I democratici hanno vinto un’altra elezione suppletiva, valida per un seggio alla Camera statale della Florida, a casa di Donald Trump.

Ne uccide di più il tartufismo che nemmeno la coda di paglia, intesa l’arte molto post moderna di guardarsi sempre allo specchio, e dietro le orecchie, per la paura che una caccola qualsiasi possa ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

La burocrazia delle università americane è diversa dalla nostra. L’amministrazione è ridotta all’osso e i professori non devono rendicontare in modo micragnoso ogni attività o iniziativa, c... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

L’Europa e la Germania sono preoccupate dal fatto che l’AfD, il partito dell’estrema destra tedesca, anti Nato e soprattutto filorusso, possa... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
