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Addio al cardinale Camillo Ruini, aveva 95 anni

Nel 1986 viene nominato segretario della Conferenza Episcopale Italiana di cui assumerà la presidenza nel 1991, incarico che ricoprirà per oltre un decennio, diventando anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma

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È morto il cardinale Camillo Ruini. Le ingerenze nella politica, la vicinanza alla destra, il rapporto con Berlusconi: storia del Richelieu italiano

Il Richelieu della politica italiana. Non c’è forse definizione più calzante per il cardinale Camillo Ruini, morto a 95 anni. Il porporato emiliano è stato per 17 anni, dal 1991 al 2008, vicario generale per la diocesi di Roma e per 16 anni, dal 1991 al 2007, presidente della Conferenza episcopale italiana. Inoltre, è stato fondatore e presidente per 16 anni, dal 1997 al 2013, del Progetto culturale della Chiesa italiana. Teologo raffinato e uomo che ha avuto la totale fiducia di san Giovanni Paolo II, verso cui ha sempre conservato una devozione profonda, Ruini è stato più volte autore di pressanti ingerenze nella vita politica del Paese, orientando il voto sia nelle urne che nelle aule parlamentari. Nel conclave del 2005 fu tra i grandi elettori di Ratzinger. Amico e sostenitore di Benedetto XVI, gli chiese ripetutamente, insieme ad altri porporati vicini al Papa tedesco, di sostituire l’allora cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Ratzinger, però, non volle mai farlo. Da qui, il duro giudizio di Ruini su quel regno: “Il pontificato di Benedetto XVI è stato insidiato dalla sua scarsa attitudine a governare e questa è una preoccupazione che vale per ogni tempo, compreso il prossimo futuro”.

Dopo le dimissioni di Ratzinger, nel 2013, ormai in pensione e ultraottantenne già da un paio d’anni, quindi non elettore, Ruini non nascose il suo gradimento per il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan. Disastroso per lui il pontificato di Papa Francesco. Prima del conclave del 2025, il porporato aveva formulato quattro auspici per il dopo Bergoglio: “Confido in una Chiesa buona e caritatevole, dottrinalmente sicura, governata a norma del diritto, al suo interno profondamente unita”. Subito dopo la fumata bianca, Ruini scelse il Fatto per esprimere la sua soddisfazione per Prevost: “L’elezione di Leone XIV ha prodotto con sorprendente rapidità un fondamentale risultato: riunificare la Chiesa cattolica. Questo è il primo motivo per il quale sono felice di questo nuovo Papa”. E aggiunse: “Tentando una breve analisi delle ragioni che hanno prodotto un tale risultato, probabilmente le ritroviamo in alcuni segni, come il forte accento posto sulla fede e sulla preghiera, o anche la stola e la mozzetta che ha indossato. Quei non pochi fedeli che, a torto o a ragione, erano a disagio per le – vere o presunte – aperture dottrinali di Papa Francesco si sono sentiti rassicurati”. E ancora: “Poi, naturalmente, ci sono le doti personali di Papa Leone, cominciando dalla sua umiltà e semplicità per arrivare alla grande testimonianza di amore e di servizio al prossimo che ha dato nelle varie fasi della sua vita: valga per tutte ciò che ha fatto in Perù per i migranti e in particolare per la redenzione delle prostitute”.

Inoltre, Ruini sottolineò che “il clima che respiriamo oggi nella Chiesa cattolica può definirsi di gioia e di pace. Confidiamo nel Papa, nella sua saggezza e carità di pastore, perché questo clima permanga e metta radici, ma nessun credente può esimersi dal fare la propria parte a tale scopo. Dobbiamo ricuperare e rinsaldare la volontà di essere figli, figli di Dio, ma anche figli della Chiesa. E così sentirci uniti a formare il corpo di Cristo, che ha molte e diverse membra, ma è uno solo. Lungo questo itinerario Papa Leone ci è di guida”. Il 10 giugno 2025 il cardinale fu ricevuto in udienza privata da Prevost.

Ruini nacque a Sassuolo, il 19 febbraio 1931. Studiò a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove ottenne la licenza in filosofia e teologia, e all’Almo Collegio Capranica. Nel 1954 venne ordinato sacerdote e nel 1983 Wojtyla lo nominò vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla. Iniziò così l’ascesa inarrestabile di “don Camillo” che lo vide, dopo appena tre anni di episcopato, nel 1986, segretario generale della Conferenza episcopale italiana e cinque anni dopo, nel 1991, vicario generale per la diocesi di Roma, presidente della Cei e cardinale. Alla guida della Chiesa italiana Ruini vi rimase ininterrottamente fino al 2007, quando gli succedette, per volontà di Benedetto XVI, il cardinale Angelo Bagnasco. L’anno successivo lasciò anche l’incarico di vicario generale per la diocesi di Roma. Gli subentrò il cardinale Agostino Vallini. Ma Ratzinger, che lo stimava moltissimo, lo richiamò in servizio, affidandogli, nel 2010, la presidenza della Commissione internazionale di inchiesta su Medjugorje, costituita presso la Congregazione per la dottrina della fede. Incarico che portò a termine quattro anni dopo, nel 2014, all’inizio del pontificato di Francesco. Sempre nel 2010, il Papa tedesco gli affidò anche la presidenza del Comitato scientifico della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. Incarico terminato nel 2015.

Gli anni da emerito Ruini li ha trascorsi all’ombra del Cupolone, nel Pontificio Seminario Romano Minore, assistito dalla sua fedelissima perpetua Pierina. Di lui rimangono indelebili le forti prese di posizione. Sempre in trincea in favore dei cosiddetti “valori non negoziabili”, espressione non amata da Bergoglio, Ruini intervenne sempre duramente contro l’aborto e l’eutanasia. Nel 2006 negò le esequie religiose a Piergiorgio Welby che, da anni ammalato di distrofia muscolare, aveva manifestato pubblicamente la richiesta di sospendere l’accanimento terapeutico sul suo corpo. Ruini parlò di “decisione sofferta”, motivata “dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio”. Il porporato disse di aver preso quella decisione “nella consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre”.

L’anno prima il cardinale aveva condotto una durissima battaglia contro i referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali, invitando i cattolici a disertare le urne per non far raggiungere il quorum. I referendum fallirono e Ruini cantò vittoria: “Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano”. Netta fu anche la sua posizione contro il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle coppie di fatto. Il cardinale sostenne che l’introduzione di queste normative “comprometterebbe gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale”.

Pur avendo celebrato, nel 1969, il matrimonio di Romano Prodi con Flavia Franzoni, si schierò apertamente contro il governo del professore bolognese, nel 2007, sul disegno di legge, ribattezzato Dico (diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), che avrebbe creato uno status giuridico per le coppie omosessuali, una sorta di unione civile. Anni dopo, Ruini ammetterà: “Prodi era mio amico, è vero. Ma non sulle unioni civili! Abbiamo fermato questo progetto. Ho fatto cadere il suo governo! Ho fatto cadere Prodi! Le unioni civili: questo era il mio campo di battaglia”. Da sempre molto vicino a Silvio Berlusconi, il porporato invitò la Chiesa a dialogare con Matteo Salvini negli anni in cui Bergoglio non voleva incontrarlo per le sue posizioni sui migranti. Linea che Francesco ha mantenuto durante tutto il suo pontificato, mentre, il 29 agosto 2025, il vicepremier leghista è stato ricevuto in udienza privata da Leone XIV. Entusiasta, infine, il giudizio di Ruini sulla prima premier italiana: “Meloni governa bene”.

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Papa Leone XIV: “La remigrazione non è una risposta cristiana, significa lavarsi le mani del problema”

I valori cristiani come elemento identitario dell’Europa. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha più volte affrontato il tema del rapporto tra religione e politica. Ma dietro alle parole si nascondono fatti che lo smentiscono. Lo dimostrano le parole di Papa Leone XIV che uscendo da Castel Gandolfo ha deciso di rilasciare una breve dichiarazione a chi gli ha chiesto che cosa ne pensasse della remigrazione, al centro del programma del generale in pensione: “Non mi sembra una risposta cristiana – ha dichiarato – Semplicemente dire ‘questo migrante lo mandiamo via’ è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra, diciamo, una risposta cristiana”.

Quanto le parole del Pontefice possano avere presa nell’elettorato di Futuro Nazionale è tutto da vedere, ma con esse il Vaticano ha ufficialmente preso posizione su un tema che è diventato uno dei cavalli di battaglia di tutta l’estrema destra europea, da AfD in Germania ai seguaci di Tommy Robinson in Regno Unito, fino, ovviamente, a coloro che supportano le battaglie di chi il concetto di remigrazione l’ha inventato: l’estremista austriaco Martin Sellner. Un concetto che non si ferma alla semplice espulsione di irregolari sul territorio europeo, ma mira a una più ampia deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti nati su suolo europeo, verso i Paesi di origine etnica o geografica.

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Sorelle scomparse nell'aquilano, spunta un uomo misterioso

La pista principale seguita dagli investigatori è quella di una fuga programmata, come farebbe pensare anche il fatto che le due sorelle avrebbero portato con loro abiti, trucchi ed altri effetti personali

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Trump scherza con Meloni: “Sono stato abbandonato”, lei: “Siamo sempre amici”. Siparietto al G7

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
Il siparietto Trump-Meloni al G7: “Sono stato abbandonato”, scherza il Tycoon con la premier italiana e il Presidente del Consiglio Ue Costa. “Non è vero, siamo sempre stati amici”, replica Meloni ridendo.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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“Sì, siamo famosi su Instagram”, siparietto di Meloni e Modi tra i leader del G7

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron. Oltre ai Paesi leader del G7, ci sono i rappresentanti delle Nazioni ospiti del summit, come il brasiliano Lula e l’indiano Modi. Quest’ultimo è stato protagonist, insieme alla premier Meloni, di un simpatico siparietto. Alla richiesta di qualcuno dei leader ospiti, Meloni ha detto ridendo: “Sì, è vero, siamo famosi di Instagram”, riferendosi al trend #melodi che fece il giro del mondo durante la sua visita in India.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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G7 Evian, i leader in posa per la foto di gruppo. Tra gli altri, Trump, Meloni e Macron

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Rúben Amorim si presenta al Milan: “È sempre stata la mia ambizione, so che cosa rappresenta questo club”

Adesso è ufficiale: Rúben Amorim è il nuovo allenatore del Milan. Il club rossonero ha annunciato di aver affidato la guida della prima squadra al tecnico portoghese, considerato uno dei profili emergenti più apprezzati del calcio europeo e reduce dall’esperienza difficile e negativa sulla panchina del Manchester United.

Per Amorim si tratta di una nuova tappa in una carriera da allenatore iniziata nel 2018, subito dopo il ritiro dal calcio giocato. Da calciatore aveva vestito le maglie del Belenenses e del Benfica, oltre a collezionare presenze con la nazionale portoghese. Terminata l’attività in campo, ha mosso i primi passi in panchina con Casa Pia e Braga, prima del salto allo Sporting Lisbona che ne ha consacrato il profilo a livello internazionale.

Alla guida dello Sporting, dal 2020, Amorim ha aperto un ciclo vincente caratterizzato da risultati e continuità. In Portogallo ha conquistato due campionati, due Coppe di Lega e una Supercoppa, imponendo una squadra riconoscibile per organizzazione, intensità e valorizzazione dei giovani. Un percorso che gli ha spalancato le porte del Manchester United e che ora lo porta a Milano.

Nelle sue prime parole da allenatore rossonero, Amorim ha sottolineato il significato della nuova sfida: “Ci sono ambizioni che ti accompagnano per tutta la carriera e, per me, allenare il Milan è sempre stata una di queste”. Il tecnico portoghese ha poi evidenziato il peso storico del club e delle sue tradizioni: “So perfettamente cosa rappresenta questo Club: storia, prestigio e una tifoseria straordinaria in tutto il mondo. È una sfida che affronto con orgoglio ed entusiasmo, con la piena consapevolezza di ciò che significano questi colori”.

Infine, uno sguardo al futuro e all’inizio della nuova avventura in rossonero: “Non vedo l’ora di iniziare e di vivere ogni giorno la passione che anima il Milan”. Con l’arrivo di Amorim, il Milan punta dunque su un allenatore giovane ma già abituato a gestire grandi pressioni e aspettative. Ora la parola passa al campo, dove il tecnico portoghese sarà chiamato a trasformare le ambizioni del club in risultati. Per Amorim sarà un compito particolarmente complesso: il nuovo Milan di Cardinale e Ibrahimovic è ancora senza una dirigenza che possa impostare il mercato e soddisfare le richieste del tecnico portoghese.

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Sachs shock: “Il Mossad ci spia per controllare la nostra politica”



Jeffrey Sachs ha espresso duro dissenso verso la politica interna ed estera americana, condannando i passati tentativi di Donald Trump di sospendere l’habeas corpus e l’imposizione di dazi commerciali illegali. Commentando il recente accordo di cessate il fuoco di 60 giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz — annunciato da Trump mentre si trovava in Francia — Sachs ha denunciato le sanzioni di Washington contro nazioni come l’Iran, il Venezuela e la Cuba, definendole una forma di “gangsterismo economico” che distrugge l’economia globale.

Infine, l’esperto ha descritto Israele come uno “stato canaglia” a causa delle azioni belliche di Benjamin Netanyahu e ha commentato le attività di spionaggio del Mossad ai danni delle forze dell’ordine statunitensi, orchestrate per mantenere il controllo sulla linea diplomatica di Washington.

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Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”

Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”, un percorso musicale che dal 22 al 24 giugno a partire dalle ore 21.00 animerà la Palazzina degli Orafi, sede della Fondazione, con tre appuntamenti dedicati ai valori che da sempre caratterizzano il mondo fieristico: identità, dialogo, apertura internazionale, eccellenza e formazione.
 
Pensata come una piattaforma di incontro tra cultura, relazioni e visione, l’iniziativa nasce dalla volontà di raccontare attraverso il linguaggio universale della musica la capacità della fiera di creare connessioni tra persone, imprese, territori e culture, generando opportunità di crescita e sviluppo condiviso. Fin dalle sue origini, il sistema fieristico ha infatti rappresentato uno spazio in cui mondi diversi entrano in relazione: imprese, istituzioni, professionisti e comunità si incontrano, condividono conoscenze e costruiscono nuove prospettive di sviluppo. In questo senso, la musica diventa metafora della capacità della fiera di mettere in armonia esperienze e sensibilità differenti.
 
La rassegna si articola in tre appuntamenti che, attraverso linguaggi musicali differenti, raccontano altrettante dimensioni del sistema fieristico. La Fanfara dei Carabinieri evoca i valori dell’identità nazionale e del Made in Italy; la violinista lituana Saulė Kilaitė interpreta il dialogo tra culture e la vocazione internazionale; l’Accademia Teatro alla Scala rappresenta il patrimonio di eccellenza, formazione e tradizione che guarda al futuro. In questo percorso, la musica diventa chiave di lettura del ruolo della fiera come luogo in cui esperienze, competenze e visioni diverse si incontrano per generare nuove opportunità di crescita e sviluppo. Una realtà che, oltre la sua funzione espositiva, si conferma piattaforma culturale e relazionale al servizio della comunità e del territorio.

Bozzetti: “Incontro, dialogo, relazioni umane raccontati attraverso la musica”

“Con Armonie del Mondo abbiamo voluto dare vita a un progetto capace di raccontare, attraverso il linguaggio universale della musica, i valori che da sempre ispirano il sistema fieristico: l’incontro, il dialogo, le relazioni umane e la costruzione di ponti. La fiera non è soltanto un luogo di scambio economico o una piattaforma espositiva, ma uno spazio vivo in cui persone, imprese, territori e culture entrano in relazione, generando opportunità, conoscenza e crescita condivisa. Le tre serate della rassegna rappresentano altrettante dimensioni di questa missione: l’identità e le radici del Paese, il confronto tra culture e la vocazione internazionale, l’eccellenza e la formazione delle nuove generazioni. In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni, crediamo sia fondamentale creare occasioni capaci di rafforzare il dialogo e la fiducia reciproca. Anche per questo il sistema fieristico continua a svolgere un ruolo che va oltre la dimensione economica, affermandosi come infrastruttura culturale e sociale al servizio dello sviluppo e della coesione delle comunità.” afferma Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano
 
La rassegna rappresenta anche l’occasione per accogliere la città negli spazi della propria sede storica, la Palazzina degli Orafi. Il giardino che la circonda diventa per tre serate un luogo di incontro e condivisione attraverso la musica, rafforzando il legame tra Fondazione Fiera Milano e il territorio. Progettata negli anni Venti dall’architetto Paolo Vietti Violi, la Palazzina degli Orafi accompagna da oltre un secolo l’evoluzione del sistema fieristico milanese e le trasformazioni della città, rappresentando ancora oggi uno dei simboli più significativi dell’eredità storica di Fondazione Fiera Milano.
 
Attraverso questa iniziativa, Fondazione Fiera Milano conferma il proprio impegno nel promuovere occasioni di incontro e partecipazione, contribuendo a rafforzare il ruolo della fiera come patrimonio economico, culturale e sociale del territorio.

Il programma


 
22 giugno | La Fanfara dei Carabinieri: identità, tradizione e valore del fare
 
La rassegna si inaugura con l’esibizione della Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia”, espressione di una tradizione che coniuga disciplina, spirito di servizio e senso delle istituzioni. La sua presenza richiama il valore del Made in Italy nella sua dimensione più autentica: non soltanto eccellenza produttiva, ma patrimonio di competenze, cultura del lavoro e capacità di generare valore per la collettività. Nata nel 1820, oggi la Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia” si configura come una vera e propria orchestra di fiati, moderna e versatile. Il programma proposto attraversa epoche e generi diversi, accostando pagine della grande tradizione musicale, come l’Italian Polka di Rachmaninoff, a celebri composizioni tratte dal mondo del cinema e del musical, da West Side Story alle colonne sonore senza tempo di Ennio Morricone. 
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267003
 
 
23 giugno | Saulė Kilaitė: il dialogo tra culture e la dimensione internazionale
 
Il secondo appuntamento vedrà protagonista la violinista lituana Saulė Kilaitė, artista dalla spiccata sensibilità internazionale, capace di intrecciare nella propria musica tradizione e contemporaneità. Con il suo stile originale e il suo percorso artistico europeo, Saulė Kilaitė interpreta il valore dell’incontro tra identità differenti, trasformando il palcoscenico in uno spazio di dialogo e condivisione. In un mondo sempre più interconnesso ma al tempo stesso segnato da nuove frammentazioni, la musica diventa metafora di ascolto, cooperazione e reciproca comprensione; contestualmente, la fiera si conferma una piattaforma capace di generare fiducia, connessioni e opportunità di crescita condivisa.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267214
 
 
24 giugno – Accademia Teatro alla Scala: Voci di Bohème. Puccini raccontato dai giovani interpreti dell’Accademia
 
La rassegna si conclude con un concerto dell’Accademia Teatro alla Scala dedicato ad alcune delle pagine più celebri e intense della Bohème di Giacomo Puccini, interpretate dai giovani talenti dell’Accademia, guidati da un narratore d’eccezione, Fabio Sartorelli Docente di Storia della Musica al Conservatorio. Da Che gelida manina a O soave fanciulla, il pubblico sarà accompagnato in un percorso musicale e narrativo che ripercorrerà le vicende dei protagonisti dell’opera, guidando il pubblico nell’ascolto. La scelta di chiudere con le voci del Teatro alla Scala non risponde soltanto all’altissimo valore artistico e formativo dell’Accademia, ma richiama anche una pagina significativa della storia di Milano e della stessa Fiera. Ottant’anni fa, nel secondo dopoguerra, la Fiera di Milano mise infatti i propri spazi a disposizione di una città impegnata nella ricostruzione, contribuendo alla ripresa della vita culturale milanese e sostenendo anche il ritorno delle attività del Teatro alla Scala. La presenza dell’Accademia rinnova oggi quel legame storico e simbolico, trasformandolo in uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso le voci delle nuove generazioni di artisti, la serata racconta la fiera come un luogo in cui talento, formazione ed eccellenza trovano spazio per crescere, incontrarsi e generare nuove opportunità, confermando il ruolo della cultura come motore di sviluppo e innovazione.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267267

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Vannacci: “Io tessitore democristiano? Semplicemente un vero leader unisce, non divide. Il mio incubo? Un’Italia che si arrende alla disfatta”

In un panorama politico in forte fermento, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci delinea la strategia del suo movimento per dare voce alle istanze reali dei cittadini e portare un contributo di assoluta chiarezza nel dibattito nazionale. Forte di una crescita costante e di un radicamento sempre più solido sui territori, il Generale rifiuta le etichette retrosceniste e rivendica la necessità di una forza politica snella e meritocratica, capace di fare sintesi e valorizzare le competenze per un obiettivo comune, senza mai scendere a compromessi sui propri principi.

Con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni politiche, Vannacci marca la massima distanza dai tatticismi delle segreterie e blinda i dossier decisivi per il Paese, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sovranità energetica col nucleare. La scommessa politica è chiara: aggregare il ceto medio produttivo e recuperare la fiducia di quei cittadini delusi che hanno scelto la via dell’astensionismo, promuovendo una proposta di profondo buonsenso e imponendo una linea più coraggiosa, incisiva e interamente ancorata all’interesse nazionale.

L’intervista di Affaritaliani al leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci

Generale, Futuro Nazionale è ormai una realtà consolidata che ha superato la fase del movimento d’opinione per farsi Partito. Lei ha parlato di una struttura snella e meritocratica: in che modo questa nuova creatura politica vuole distinguersi dai partiti tradizionali, e quale valore aggiunto pensa di portare all’attuale quadro politico e in particolare all’offerta del centrodestra?

La prima differenza è che noi siamo i figli di nessuno. Non siamo nati da una scissione, non siamo il prodotto di accordi di palazzo e non abbiamo alle spalle apparati costruiti nel corso di decenni. Siamo nati dalla volontà di tanti italiani che si sono stancati di una politica sempre più distante dalla realtà e sempre più concentrata su sé stessa. Alla nostra Assemblea Costituente di Roma abbiamo celebrato un traguardo straordinario, quello dei centomila iscritti. Non sono numeri costruiti a tavolino. Sono uomini e donne che hanno deciso liberamente di mettersi in gioco perché condividono una visione e perché sentono che questo Paese ha bisogno di una forza politica nuova, libera e profondamente radicata nell’interesse nazionale. Quando parlo di una struttura snella e meritocratica intendo esattamente questo. In Futuro Nazionale non esistono correnti, non esistono rendite di posizione, non esistono quote rosa, quote etniche o quote di qualsiasi altra natura. Io credo nelle quote di merito. Credo che le responsabilità debbano essere affidate a chi dimostra capacità, serietà, dedizione e risultati.

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Se una donna è più capace di un uomo, è giusto che venga scelta. Se un giovane è più preparato di chi ha maggiore anzianità, è giusto che venga valorizzato. La politica deve tornare a premiare il merito e non l’appartenenza. Noi vogliamo portare nel centrodestra una maggiore forza identitaria, una maggiore chiarezza e una maggiore libertà. Non ci interessano i compromessi al ribasso o la politica delle mezze
parole. Ci interessa difendere gli interessi degli italiani. Parole come Patria, sovranità, sicurezza, famiglia, merito, libertà e identità per noi non sono slogan da campagna elettorale. Sono principi a cui vogliamo essere fedeli a prescindere dalle tendenze del momento e dalla
gogna mediatica a cui è sottoposto chi sostiene valori al di fuori dell’opprimente pensiero unico.

Crediamo che la famiglia composta da padre, madre e prole rappresenti il primo nucleo della società. Crediamo che la denatalità sia una delle emergenze più drammatiche che abbiamo davanti. Crediamo che il lavoro, la casa e la sicurezza siano diritti fondamentali. Crediamo che la libertà di opinione non possa essere sacrificata sull’altare del politicamente corretto. Vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce, delle imprese, delle famiglie e del ceto medio, e non un ostacolo. Il valore aggiunto che Futuro Nazionale vuole portare al centrodestra è proprio questo: più
coraggio, più coerenza e una maggiore attenzione all’interesse nazionale. Noi non siamo nati per occupare poltrone. Siamo nati per difendere gli italiani. E con la forza, il coraggio e la fede andremo avanti.

Il dibattito nel centrodestra è aperto: lei vede il suo movimento come il tassello mancante per una coalizione più coraggiosa e identitaria, magari ambendo a diventarne il nuovo baricentro? Ma andando al cuore della strategia per il 2027: per governare l’aritmetica impone le alleanze, eppure la storia dimostra che le dinamiche di coalizione spesso richiedono profonde mediazioni tra visioni diverse. In vista delle Politiche, la priorità di Futuro Nazionale sarà l’approdo al governo dentro l’attuale perimetro del centrodestra o, se non dovesse esserci una reale convergenza sui programmi, preferirà una corsa in solitaria focalizzata sulla crescita autonoma del movimento, anche a costo di rimanere fuori dalle stanze del potere?

Io non ho mai fatto mistero della mia collocazione politica. Il centrodestra è la casa naturale di chi crede nella sicurezza, nella libertà economica, nella valorizzazione del merito, nella difesa della Patria e delle identità e nell’interesse nazionale. Ma una coalizione non può essere soltanto una somma aritmetica o un accordo tra sigle. Una coalizione ha senso se esiste una visione comune e se esiste la volontà di perseguire obiettivi condivisi senza tradire la volontà degli elettori.

Futuro Nazionale non è nato contro qualcuno. Non siamo nati per dividere il centrodestra e nemmeno per fare testimonianza. Siamo nati perché milioni di italiani chiedono una destra più coraggiosa, più libera e più coerente. Una destra che non abbia paura di difendere i confini, la sicurezza, la libertà di opinione, la famiglia, la natalità, il lavoro, la casa, gli italiani e gli interessi nazionali. Noi non ci poniamo il problema delle poltrone. Non siamo nati per occupare posti, ma per portare idee. E le idee non sono in vendita. Non si cambiano per convenienza e non si annacquano per ottenere un ministero in più. Certamente governare richiede alleanze. Lo insegna la storia e lo impone il sistema politico. Ma le alleanze devono essere fondate sui programmi e non sulle convenienze. Devono essere alleanze tra persone che condividono una visione e non semplici accordi di potere. Devono essere alleanze che non portano allo snaturamento degli elementi che le compongono.

Se ci sarà una reale convergenza su temi come la sicurezza, il contrasto all’immigrazione incontrollata, il sostegno alla natalità, la difesa del Made in Italy, la riduzione delle tasse, la lotta alla burocrazia, la libertà di espressione, l’energia e la tutela delle nostre radici culturali, il posizionamento internazionale allora il nostro contributo sarà leale e costruttivo. Ma se qualcuno pensa che Futuro Nazionale debba limitarsi a fare da comparsa, a rinunciare alle proprie idee o a mettere in secondo piano l’interesse nazionale, allora ha sbagliato interlocutore. Non mi interessa diventare il baricentro del centrodestra per una questione di vanità personale. Saranno gli italiani a decidere quale peso dovrà avere Futuro Nazionale. Noi continuiamo a crescere perché diciamo quello che pensiamo e facciamo quello che diciamo. Non facciamo questua di parlamentari, non compriamo consenso e non chiediamo patentini di legittimità a nessuno. Qualcuno, fino a pochi mesi fa, diceva che eravamo destinati a restare un fenomeno passeggero.

Oggi abbiamo oltre centomila iscritti, una struttura radicata sui territori e una comunità politica che cresce ogni giorno. Noi siamo i figli di nessuno e proprio per questo abbiamo una grande libertà: quella di poter guardare negli occhi gli italiani e dire sempre la verità, fregandocene della gogna mediatica del pensiero unico e senza dover rendere conto a correnti, apparati o poteri forti. Il nostro obiettivo non è entrare nelle stanze del potere a qualsiasi costo. I cittadini non ci giudicheranno per quante poltrone avremo occupato, ma per quanto saremo riusciti a difendere i loro interessi. E su questo non siamo disposti a fare sconti a nessuno.

Generale, le ultime rilevazioni nazionali indicano una dinamica politica in forte accelerazione per il suo progetto: i sondaggi vi collocano stabilmente sopra la soglia del 4%, con picchi territoriali che in alcune zone sfiorano il 15%. Questi numeri suggeriscono che Futuro Nazionale non è più solo una suggestione, ma un attore capace di spostare gli equilibri. In vista delle Politiche 2027, qual è la percentuale reale a cui punta per poter condizionare l’agenda del Paese? La doppia cifra è l’obiettivo per sedersi al tavolo dei leader da pari grado?

Guardi, io ho imparato a diffidare dei sondaggi. Li osservo con interesse, ma non vivo in funzione delle percentuali. Ho passato quarant’anni nelle Forze Armate e ho imparato che le battaglie si vincono sul campo, non nelle simulazioni e che non esiste piano che regga il primo colpo di cannone. Certamente vedere una crescita così rapida ci fa piacere, perché significa che tanti italiani si riconoscono nelle nostre idee. Ma non considero il consenso un punto di arrivo. Lo considero una responsabilità. Noi siamo passati in pochi mesi da un movimento di opinione ad un partito con oltre centomila iscritti. Questo significa che esiste una domanda politica che per troppo tempo è rimasta senza risposta. Una domanda di identità, di sicurezza, di libertà, di meritocrazia, di rispetto per il lavoro e per chi produce ricchezza. La doppia cifra? Certamente non ci spaventa.

Non ci poniamo limiti. Ma il nostro obiettivo non è sederci a un tavolo per il gusto di sederci a un tavolo. Non mi interessa il prestigio personale e non mi interessa collezionare titoli. Mi interessa incidere. Se oggi tutti parlano di denatalità, di sicurezza, di libertà di opinione, di energia, di difesa del Made in Italy, di immigrazione incontrollata e di interesse nazionale è perché qualcuno ha avuto il coraggio di porre questi temi senza preoccuparsi del politicamente corretto. Noi vogliamo condizionare l’agenda politica italiana. Vogliamo che l’Italia torni a mettere gli italiani al primo posto. Vogliamo una politica che premi il merito e non l’appartenenza. Vogliamo difendere gli italiani, le famiglie, il ceto medio, le imprese, i giovani che vogliono costruire il proprio futuro e gli anziani che hanno lavorato una vita. Le percentuali verranno di conseguenza. Perché alla fine non saranno i numeri a stabilire il valore di Futuro Nazionale. Sarà la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Ed è su questo che gli italiani ci giudicheranno.

In Transatlantico circola un’analisi curiosa e quasi controcorrente: la descrivono come un leader che, dietro il linguaggio del rigore, nasconde una sottigliezza tattica da “fine tessitore” della Prima Repubblica. Qualcuno si è spinto a definirla “profondamente democristiano” – nel senso più nobile del termine – per come sta gestendo il radicamento sui territori e per la prudenza con cui dosa gli strappi parlamentari. Si riconosce in questa veste di mediatore capace di fare sintesi o si sente, in qualche modo, il “tessitore” naturale di un’area che oggi ha bisogno di ritrovare unità d’intenti e visione d’insieme oltre i confini delle singole sigle?

Mi fanno sorridere certe definizioni. Fino a ieri ero dipinto come il barbaro, il sovversivo, il pericolo pubblico numero uno e adesso qualcuno mi attribuisce addirittura doti da tessitore della Prima Repubblica, di un Mazzarino dei tempi moderni. La verità è molto più semplice. Ho imparato nella mia vita che un comandante non è colui che divide, ma colui che riesce a valorizzare le capacità delle persone e a farle lavorare per un obiettivo comune. Non mi sento il federatore di un’area e nemmeno il proprietario di un progetto politico. Mi sento uno che ha avuto il coraggio di dire quello che milioni di italiani pensano e che troppo spesso nessuno aveva il coraggio di dire. Io non amo gli strappi fini a sé stessi. Non credo nelle polemiche per il gusto di farle.

Credo nella chiarezza e nella coerenza. La politica ha bisogno di unità d’intenti, ma non di uniformità. Ha bisogno di una visione. E la visione che noi proponiamo è quella di un’Italia che torni ad avere fiducia in sé stessa, che rimetta al centro l’interesse nazionale e che smetta di vivere di complessi di inferiorità. Se questo significa cercare sintesi, bene. Ma la sintesi non deve mai diventare rinuncia ai propri principi. Non ho cambiato idea sotto il fuoco nemico e non intendo cambiarla oggi. La sicurezza, la famiglia, il merito, la libertà di opinione, la difesa delle nostre radici e degli interessi nazionali non sono oggetto di trattativa. Perché le idee possono essere discusse, approfondite e migliorate, ma non possono essere svendute.

L’attenzione crescente attorno a Futuro Nazionale sta catalizzando l’interesse di numerosi amministratori locali e quadri politici che guardano al suo progetto come a una novità di lungo periodo. Questo afflusso di energie testimonia l’attrattività del movimento: quali sono i criteri di merito e di competenza su cui intende fondare la selezione della sua futura classe dirigente, affinché diventi il fulcro di un reale rinnovamento qualitativo della politica italiana?

La prima cosa che voglio chiarire è che noi non facciamo questua. Non andiamo in giro a cercare qualcuno da mettere in vetrina per fare numero. E non cerchiamo neppure professionisti del trasformismo o persone che vedono la politica come un mestiere. Il fatto che tanti amministratori, tanti professionisti, tanti giovani e tante persone con esperienze importanti si stiano avvicinando a Futuro Nazionale dimostra che esiste una grande domanda di rinnovamento e che c’è ancora chi crede che la politica possa essere una forma di servizio e non uno strumento per costruirsi una carriera. Io ho sempre detto che non credo nelle quote rosa, nelle quote etniche o in qualsiasi altro meccanismo che sostituisca il merito con l’appartenenza. Credo nelle quote di merito. Chi è più bravo, più preparato, più competente e più generoso deve avere maggiori responsabilità. Punto.

Non mi interessa se si tratta di un uomo o di una donna, di un giovane o di una persona più matura. Mi interessa quello che ha fatto nella vita e quello che può dare al Paese. Voglio una classe dirigente composta da persone che abbiano già dimostrato qualcosa nel mondo reale. Imprenditori, professionisti, amministratori capaci, lavoratori, donne e uomini che conoscano i problemi concreti degli italiani e che abbiano maturato esperienze vere. La politica, per troppo tempo, ha selezionato sé stessa. E quando una classe dirigente seleziona soltanto sé stessa finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà. Noi vogliamo fare esattamente il contrario. Vogliamo riportare nella politica italiana competenza, responsabilità e spirito di servizio. Chi lavora cresce. Chi porta risultati viene valorizzato. Chi pensa di trovare scorciatoie o rendite di posizione resterà deluso. Perché Futuro Nazionale non appartiene a Roberto Vannacci. Appartiene a tutti coloro che credono che l’Italia meriti una classe dirigente migliore di quella che troppo spesso abbiamo visto negli ultimi decenni.

La cifra del suo movimento è marcatamente identitaria, eppure i suoi messaggi sulla tutela del lavoro, la semplificazione e il buonsenso sembrano raccogliere un forte ascolto anche nel ceto medio produttivo e nel mondo moderato. Ritiene che la proposta di Futuro Nazionale possa proporsi come un porto sicuro e una risposta concreta per quelle fasce di elettori che cercano semplicemente serietà ed efficacia su dossier decisivi come il fisco, la burocrazia e lo sviluppo del Made in Italy?

Assolutamente sì. E non vedo alcuna contraddizione tra una proposta fortemente identitaria e una proposta che parli al ceto medio produttivo e a tanti elettori moderati. Anzi, credo che proprio il buonsenso rappresenti il punto d’incontro. Perché quando parliamo di sicurezza, di famiglia, di lavoro, di meno tasse, di meno burocrazia, di energia a costi sostenibili e di difesa del Made in Italy non stiamo facendo un discorso ideologico. Stiamo parlando della vita quotidiana degli italiani. Io incontro ogni giorno imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, lavoratori dipendenti. Persone che non chiedono privilegi ma semplicemente di poter lavorare, investire, assumere e costruire il futuro dei propri figli senza essere soffocate da tasse, vincoli e burocrazia. Questa è l’Italia che tiene in piedi il Paese. Ed è un’Italia che troppo spesso è stata dimenticata.

Noi vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce ricchezza e non un ostacolo. Vogliamo meno ideologia e più pragmatismo. Meno carte e più risultati. Meno burocrazia e più libertà. Il Made in Italy non è soltanto un marchio commerciale. È la nostra identità che si trasforma in valore economico. È la qualità, il saper fare, la creatività, la cultura e la tradizione italiana che diventano lavoro e benessere. Per questo ritengo che Futuro Nazionale possa rappresentare un porto sicuro per tanti italiani che non cercano slogan o promesse irrealizzabili, ma serietà, competenza e concretezza. Se essere moderati significa credere nel lavoro, nella famiglia, nella proprietà privata, nel merito, nella sicurezza e nella libertà economica, allora sì, Futuro Nazionale può essere la casa di tanti moderati. Ma sarà una casa con fondamenta solide, costruita sull’interesse nazionale e sul buonsenso, non sul compromesso permanente e sulle mode del momento.

La scelta di aderire a Bruxelles al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane delinea un posizionamento internazionale chiaro e lineare. Al di là dei confini nazionali, qual è il contributo di idee che Futuro Nazionale intende offrire per promuovere una profonda riforma delle istituzioni comunitarie? Come si traduce la sua visione di un’Europa delle nazioni sovrane per renderla più vicina ai bisogni reali dei cittadini e meno legata a logiche burocratiche?

La nostra adesione al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane non è stata una scelta casuale. È stata una scelta di coerenza. Io sono stato eletto per difendere gli interessi degli italiani e non per diventare un funzionario di Bruxelles. Noi non siamo contro l’Europa. Siamo contro questa idea di Europa che troppo spesso ha smarrito il contatto con la realtà e con i bisogni dei cittadini. L’Europa è una straordinaria civiltà, una comunità di popoli, di culture, di tradizioni, di identità nazionali che rappresentano una ricchezza e non un problema da eliminare. Quello che invece non condividiamo è la deriva burocratica e ideologica che negli ultimi anni ha portato le istituzioni comunitarie ad occuparsi troppo spesso di ciò che non dovrebbe essere di loro competenza, dimenticando invece le grandi sfide che abbiamo davanti. Futuro Nazionale vuole portare in Europa una visione fondata sul principio di sussidiarietà, sulla centralità delle nazioni e sul rispetto delle sovranità nazionali. Noi crediamo che si debba cooperare sulle grandi questioni strategiche laddove vi sia convergenza di interessi nazionali: la difesa, la sicurezza, il controllo delle frontiere esterne, l’approvvigionamento energetico, la competitività industriale e la lotta all’immigrazione clandestina.

Ma crediamo anche che ogni Stato debba mantenere il diritto di difendere i propri interessi, la propria identità e le proprie peculiarità. Non ci vogliamo livellare sul più basso, annacquare, diluire perché pensiamo che la ricchezza di una comunità risieda nei talenti che ogni elemento costitutivo è in grado di portare e non nella loro riduzione alla “media”. Abbiamo bisogno di meno ideologia e più pragmatismo. Meno burocrazia e più libertà. Meno imposizioni dall’alto e più ascolto dei popoli. Perché se l’Europa vuole sopravvivere e tornare ad essere protagonista nel mondo, deve tornare ad essere percepita come un’opportunità e non come un centro di potere autoreferenziale distante dai cittadini. Il contributo di Futuro Nazionale sarà quello di portare a Bruxelles una voce libera, concreta e profondamente legata all’interesse nazionale. Perché chi siede nelle istituzioni europee non deve difendere gli interessi di Bruxelles, ma quelli dei cittadini che lo hanno eletto.

Le imprese italiane si trovano oggi a navigare in uno scenario internazionale complesso, strette tra transizione industriale e sfide globali. Lei ha più volte espresso perplessità su un certo ecologismo ideologico. Quali sono i pilastri economici del suo programma per sostenere la competitività della nostra manifattura, garantendo una transizione ecologica che metta al primo posto la sostenibilità sociale ed economica del Paese rispetto ai vincoli di Bruxelles?

Credo che la prima cosa da fare sia liberarsi da un approccio ideologico che troppo spesso ha caratterizzato il dibattito europeo degli ultimi anni. Difendere l’ambiente è un dovere. Ma trasformare la tutela ambientale in una religione laica e in una serie di imposizioni che penalizzano le nostre imprese e le nostre famiglie significa commettere un errore gravissimo. Io credo che la sostenibilità debba essere ambientale, ma soprattutto economica e sociale. Non possiamo salvare il pianeta impoverendo gli italiani.

L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Abbiamo un patrimonio straordinario di imprese, di competenze, di innovazione, di creatività e di capacità produttiva. Ma tutto questo patrimonio deve essere messo nelle condizioni di competere. Per questo uno dei pilastri fondamentali del nostro programma è la sovranità energetica. Non possiamo continuare a dipendere dagli altri per una risorsa strategica come l’energia. Dobbiamo diversificare le fonti, investire nella ricerca, usare l’energia disponibile al minor prezzo e tecnologicamente sfruttabile e avere il coraggio di affrontare senza pregiudizi il tema del nucleare di nuova generazione, che rappresenta una tecnologia sicura e una possibilità concreta per garantire energia pulita, stabile e competitiva e di dare ossigeno alle nostre imprese.

Allo stesso tempo dobbiamo ridurre la pressione fiscale, semplificare la burocrazia e difendere le nostre imprese dalla concorrenza sleale. Troppo spesso l’Europa impone standard rigidissimi alle aziende italiane, mentre poi permette l’ingresso di prodotti provenienti da Paesi che non rispettano né i diritti dei lavoratori né le stesse regole ambientali. Questo non è ambientalismo, è masochismo economico. Dobbiamo tornare a valorizzare il Made in Italy, investire nelle infrastrutture, nella ricerca, nella formazione e nell’innovazione. Dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Io sono convinto che la vera transizione sia quella verso un Paese più forte, più competitivo e più libero. Un Paese che produca ricchezza, che investa sul lavoro e che non sia costretto a sacrificare il proprio sistema produttivo sull’altare di ideologie che altri, nel resto del mondo, non seguono. Perché un Paese che perde la propria capacità industriale e la propria manifattura perde anche la propria indipendenza e la propria identità. E senza indipendenza economica non esiste sovranità nazionale.

L’astensionismo resta il dato più significativo e preoccupante delle ultime stagioni elettorali, con milioni di cittadini che scelgono il disimpegno perché non si sentono più rappresentati. Se dovesse indicare una sola priorità programmatica, una grande “riforma di buonsenso” che identifichi l’anima di Futuro Nazionale, quale sceglierebbe per ridare fiducia a chi ha smesso di credere nella possibilità di un cambiamento concreto attraverso il voto?

L’astensionismo è forse il segnale più preoccupante della crisi che stiamo vivendo. Milioni di italiani hanno smesso di votare non perché siano disinteressati alla politica, ma perché hanno smesso di credere che la politica possa incidere davvero sulla loro vita. Se dovessi indicare una sola grande riforma di buonsenso, sceglierei quella che restituisce ai cittadini il diritto di scegliere realmente i propri rappresentanti. Sono favorevole al ritorno delle preferenze.

Credo che il rapporto tra eletto ed elettore debba tornare ad essere diretto. Troppo spesso abbiamo assistito alla formazione di classi dirigenti nominate dall’alto, più attente agli equilibri interni dei partiti che alle esigenze dei cittadini. La Sovranità che in una democrazia risiede sempre nei cittadini non può essere ceduta alle segreterie di partito. Ma dietro questa proposta c’è una battaglia ancora più profonda: restituire centralità al merito e alla volontà popolare. Per questo mi sono sempre espresso contro le quote rosa, contro le quote etniche e contro ogni forma di discriminazione travestita da progresso.

Io non voglio quote di genere, voglio quote di merito. Voglio che siano i cittadini a scegliere chi ritengono più capace e non che qualcuno decida dall’alto in base al sesso, all’origine o ad altre categorie ideologiche. La democrazia funziona quando le persone sentono che la loro voce conta davvero. Quando hanno la percezione che il voto possa cambiare le cose. Noi vogliamo riportare fiducia. Vogliamo che gli italiani tornino a credere che partecipare abbia un senso. E questo può accadere soltanto se la politica tornerà ad essere al servizio dei cittadini e non dei partiti.

Generale, lei ha speso gran parte della sua vita al servizio delle Istituzioni in divisa, e oggi continua a servirle in una veste differente, squisitamente politica. Guardando oltre le scadenze elettorali e le contingenze del momento, qual è l’eredità ideale e il modello di Stato che Futuro Nazionale vuole costruire per le prossime generazioni? Qual è la sua idea dell’Italia di domani?

Ho servito l’Italia in uniforme (non in divisa) per quarant’anni e continuo a servirla oggi in un’altra veste. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Perché servire la Patria non è una professione, è una missione. Io non faccio politica pensando alle prossime elezioni. Cerco di pensare ai prossimi decenni. Vorrei lasciare alle mie figlie e ai nostri figli un’Italia più forte di quella che abbiamo ricevuto. Un’Italia che torni a credere in sé stessa, che ritrovi orgoglio, fiducia e consapevolezza della propria storia. Sogno un Paese che torni a mettere al centro la famiglia, quella composta da padre, madre e prole, perché senza famiglie forti non esistono comunità forti. Sogno un’Italia che torni a fare figli, perché la denatalità rappresenta una delle minacce più gravi che abbiamo davanti.

Un Paese che non genera più figli è un Paese che lentamente scompare. Sogno uno Stato che premi il merito, che garantisca sicurezza, che investa nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella difesa. Uno Stato che consideri le imprese e il lavoro una risorsa e non un problema. Vorrei un’Italia capace di guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. Un’Italia orgogliosa della propria identità, della propria cultura e delle proprie tradizioni. Un Paese libero, sicuro e prospero, dove i giovani possano costruire una famiglia, acquistare una casa, lavorare e guardare al domani con fiducia. Questa è l’Italia che immagino. Un’Italia che non abbia paura di essere sé stessa. Perché chi perde la propria identità, prima o poi perde anche il proprio futuro.

Generale, chiudiamo con un bilancio sulla vostra Assemblea Costituente a Roma, dove avete celebrato il traguardo dei 100 mila iscritti. Se da sinistra continuano a descrivere la crescita di Futuro Nazionale come un “incubo” politico, se ribaltiamo la prospettiva e ci concentriamo sulle grandi sfide globali, dalla denatalità alle pressioni geopolitiche: qual è oggi il vero “peggior incubo” di Roberto Vannacci per il futuro del nostro Paese? C’è una deriva o una minaccia per la nostra identità che la preoccupa maggiormente e che l’ha spinta a scegliere l’impegno politico in prima persona?

Il mio peggior incubo non è una sconfitta elettorale e non è nemmeno l’ostilità di qualche giornale o di qualche salotto televisivo. Il mio peggior incubo è un’Italia che smette di essere Italia. La mia Patria che diventa il paese di qualcun altro. Una nazione che rinuncia alla propria identità, che considera la propria storia un peso di cui vergognarsi, che non fa più figli, che smette di credere nel merito e nella responsabilità individuale, che perde la libertà di esprimere le proprie idee per paura del giudizio del politicamente corretto. Mi preoccupa un’Italia che si abitua al declino. Un’Italia che accetta passivamente di diventare sempre più vecchia, più debole, più dipendente dagli altri e meno consapevole di ciò che è stata. Mi preoccupa la denatalità, perché senza figli non esiste futuro.

Mi preoccupa l’immigrazione incontrollata, perché quando l’assimilazione viene sostituita dalla sostituzione culturale e dalla rinuncia alla propria identità, si rischia di dissolvere e diluire ciò che siamo. Mi preoccupa una società che smette di premiare il merito e che sostituisce la competenza con le quote, la responsabilità con l’assistenzialismo e la libertà con il conformismo. È stata questa consapevolezza a spingermi ad entrare in politica. Perché io non credo che il destino dell’Italia sia il declino. Credo che questo Paese abbia ancora energie straordinarie, uomini e donne straordinari e un patrimonio culturale, umano e spirituale unico al mondo. Alla Costituente di Roma abbiamo celebrato centomila iscritti.

Centomila italiani che hanno deciso di non rassegnarsi. Centomila persone che hanno scelto di credere che esista ancora un futuro per la nostra Patria. E allora il vero incubo non è Futuro Nazionale. Il vero incubo sarebbe abituarsi all’idea che non ci sia più nulla da difendere e nulla per cui valga la pena combattere e – se necessario – morire. Io, invece, credo che l’Italia meriti di essere amata, difesa e consegnata più forte ai nostri figli. Ed è per questo che continuerò a battermi. Sempre.

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Ascolti tv, inizia alla grande il day time estivo di Rai1: ecco i dati

Tanti segni più per questo inizio di stagione estiva per l’intrattenimento day time della Rai e di Rai1 in particolare. La rete ammiraglia della televisione pubblica ha issato le bandiere dell’estate nella sua folta programmazione e i dati le stanno sorridendo. Ma facciamo parlare i numeri, che alla fine della fiera sono quelli che contano, soprattutto per la rete ammiraglia che è quella che deve far guadagnare il pane e pagare cosi gli stipendi dei dipendenti della tv di Stato, come illustri dirigenti Rai del passato hanno confessato dopo essere andati in pensione.

Andiamo in rigoroso ordine cronologico partendo dalle ore 6 del mattino con Unomattina news, al momento ancora presidiato dall’ottima coppia formata da Maria Soave e Tiberio Timperi. Questa trasmissione che apre il palinsesto del day time della prima rete Rai ha ottenuto in questo mese di giugno una media di 617.000 telespettatori ed il 16,7% di share, in crescita di quasi 3 punti rispetto al medesimo periodo dell’anno passato, in cui era in onda l’edizione estesa del Tg1 mattina.

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Nella fascia occupata da Unomattina e Storie italiane, attualmente condotti ancora da Massimiliano Ossini, Daniela Ferolla ed Eleonora Daniele, Rai1 ottiene in questo primo scorcio di giugno una media del 19,1% di share e 882.000 telespettatori in crescita di 3 punti rispetto allo scorso anno quando era in onda l’edizione estesa di Unomattina estate. Weekly poi che occupa la fascia del mattino nel fine settimana di Rai1 passa dal 18,2% di share dello scorso anno, all’attuale 20,4%.

Buone notizie anche per Camper osteria Italia che in questa nuova versione ottiene una media di 1.671.000 telespettatori ed il 17,9% di share, battendo se stesso, facendo crescere anche il Tg1 delle 13:30 che segue di un punto. Nella scorsa stagione il programma condotto da Peppone otteneva il 17% di share.

Bene anche per La volta buona e La volta buona special di Caterina Balivo che fanno crescere questa fascia di Rai1 rispetto al giugno 2025 di un punto di share e circa 100.000 teste. Da segnalare poi il clamoroso dato della Volta buona Special che nel suo rimontaggio supera di ben 4 punti Ritorno a Las Sabinas che andava in onda lo scorso anno in quella fascia. Anche la Vita in diretta di Alberto Matano cresce rispetto allo scorso anno, esattamente nella prima parte di un ora denominata “Presentazione” sale di un punto sfiorando il 20%, rispetto al 19% dello scorso anno, con una piccola flessione nell’ordine dello 0,2% di share nel rimanente periodo di messa in onda, fascia questa che quest’anno ha visto un incremento degli ascolti grazie alla cura Gianluigi Nuzzi.

Chiudiamo con l’ottimo dato di Reazione a catena di Pino Insegno che ottiene nella sua durata totale in questo inizio di giugno una media del 23,8% di share e 2.525.000 telespettatori, in crescita dell’1,7% di share rispetto allo scorso anno.

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“Brutto incidente, a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”: l’ira del giovane ciclista che posta il video della maxi caduta

Poteva finire in tragedia l’incidente avvenuto durante l’ultima tappa del LVM Saarland Trophy 2026, gara ciclistica che si svolge in Germania dedicata alla categoria Juniores. Mentre il gruppo viaggiava alla massima velocità, una signora anziana a bordo di uno scooter per disabili ha invaso all’improvviso la carreggiata, colpendo in pieno Paul Vriesman e innescando così una maxi caduta. Fortunatamente, senza gravi conseguenze ne per i giovani ciclisti coinvolti né per la signora.

Vriesman, 17enne olandese del team Decathlon CMA CGM U19, sui social ha postato il video dell’incidente e ha rassicurato tutti sulle sue condizioni: “Brutto incidente, ma sembra che sia andata piuttosto bene e senza gravi infortuni. Non è il modo in cui speravo di finire la mia prima settimana di ritorno alle gare dopo alcuni mesi di riabilitazione…”. Il giovane Vriesman infatti veniva da un lungo periodo di inattività. E si è anche sfogato: “Peccato dovermi ritirare in questo modo a causa di una vecchia signora che viveva nel suo mondo”. Anche per la donna, fortunatamente, non sembra ci siano state gravi conseguenze. Anche se l’incidente riapre il dibattito sull’importante del comportamento del pubblico a bordo strada durante le gare di ciclismo.

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Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla di terra per Gaza: si tratta, ma i libici alzano il prezzo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimana in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi.

Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica.

Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati.

La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto.

Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto.

La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.

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La Fiom fa 125 anni e guarda alle sfide del futuro: “Andare oltre le fabbriche e costruire relazioni, il lavoro non sia una merce”

Da dove si viene e dove si va? La Fiom si volta indietro per celebrare i suoi 125 anni, ma guarda anche al futuro affrontando i temi centrali del lavoro che verrà. Anche per questo un ampio spazio nella due giorni di Livorno, dove vide la luce la Federazione italiana operai metallurgici il 16 giugno 1901, lo trovano i delegati under 35. Il sindacato si interroga sulle sfide all’orizzonte senza indugiare troppo sulla celebrazione delle lotte già combattute. È quella che il segretario generale Michele De Palma definisce la “nostalgia del futuro”, avvisando che la Fiom deve “innovarsi dentro la tradizione” se vuole essere incisiva anche di fronte a un mondo che ha davanti un cimento improbo tra intelligenza artificiale e la natura stessa del lavoro nel sentire comune.

“Il capitale – dice davanti alla platea del Teatro Quattro Mori – sta prendendo il lavoro, la vita delle persone, e lo sta facendo diventare una merce. Lo capisco dai giovani: non lo sentono come un processo di perfezionamento di ciò che sono, della loro cittadinanza. Ma come merce, ridotto così dal capitalismo: vogliono lavorare per ottenere i soldi e quindi scappare”. Di fronte a una rappresentanza che rischia di degradarsi, minata dalla liquefazione delle ideologie, insiste sulla necessità di “tenere insieme i lavoratori del settore informatico con i siderurgici” e “costruire relazioni tra generazioni”.

Ma non solo. Rifugge lo status quo: “Non possiamo lottare per difendere, dobbiamo stare dentro il cambiamento oppure saremo tagliati fuori dalla storia del futuro”. Una via necessaria: “Contro il tecnofascismo dei fondi dobbiamo avere la forza e le intelligenze per affrontare lo scontro che ci attende”. Parla di “contrattacchi” di fronte all’aggressione dei diritti, a iniziare dal decreto Primo Maggio, di “solidarietà tra le fabbriche” quando una è in difficoltà e della necessità di ampliare la contrattazione di secondo livello.

Ricorda i morti sul lavoro citando Loris Costantino e Claudio Salamida, i due operai dell’Ilva di Taranto “che hanno perso la vita in una fabbrica gestita dallo Stato”, quindi riadatta il vangelo di Matteo (“Sono un operaio nella vigna degli operai”) e apre a un secondo incarico in vista del congresso del 2027 quando ci sarà da decidere anche chi guiderà la Cgil dopo Landini. In ogni caso, la parola d’ordine è aprirsi: “È già il tempo di andare oltre le fabbriche in cui siamo, oltre i lavoratori che rappresentiamo. Dobbiamo andare dai giovani, dai migranti, dobbiamo allargare lo spettro delle nostre relazioni”. La giornata di Livorno, in questo senso, è un manifesto.

Oltre alla segretaria nazionale della Cgil e sua predecessora, Francesca Re David, e al segretario generale Maurizio Landini, sul palco salgono i compagni di viaggio con i quali la Fiom dialoga ed è spesso scesa in piazza negli ultimi anni per la difesa della Costituzione e contro la guerra in Palestina. Una scelta inevitabile: “Il sindacato deve avere spirito internazionalista, altrimenti non esiste”, sintetizza Landini. Ecco allora Walter Massa, presidente Arci: “Ogni euro in armi è un euro in meno per lavoro e sanità. Serve una forza sociale capace di incidere. La pace arriverà se qualcuno la pretenderà”.

Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena, porta sul palco il pensiero di Bruno Buozzi, segretario della Fiom che fu ucciso dai nazisti il 4 giugno 1944 nell’eccidio de La Storta, vicino Roma: “Diceva ‘il nostro compito è intervenire per la pace contro la guerra’. Chi muove critiche ai sindacati quando scendono in piazza per la pace dovrebbe rileggerlo”, ammonisce ricordando anche la posizione “fieramente anti-intervenista” del sindacato alle porte della Prima Guerra Mondiale.

Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ricorda che la prima brigata partigiana, la Brigata Proletaria, era formata da centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone e parla di “disumanizzazione del lavoro”. Mentre Rossella Miccio, numero uno di Emergency, sottolinea la comunanza di “valori” che andrebbe messa a frutto per “ricostruire un tessuto sociale globale che al momento è frammentato”. Vengono proiettati i discorsi di Stefano Rodotà e Gino Strada tenuti durante eventi della Fiom. Le parole del medico e fondatore di Emergency sul riarmo e i conflitti risalgono a 12 anni fa ma sembrano pronunciate in diretta.

Il discorso di Mona Abuamara, ambasciatrice della Palestina in Italia, viene più volte interrotto dagli applausi: “Vogliono convincervi che sia uno scontro tra due parti alla pari, ma nella realtà è un progetto di pulizia etnica del popolo indigeno dalla sua terra – scandisce – La vostra voce mostra coraggio. I palestinesi sanno che pagate un prezzo per questo”. Il costituzionalista Gaetano Azzariti ricorda il no della Fiom al referendum sulla giustizia e riposiziona la barra sul lavoro: “È arrivato il momento di capire che la Costituzione non va stravolta ma attuata. Bisogna partire dalle fondamenta, da ciò che qualifica la nostra democrazia: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.

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Nel 2025 +11% di segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di informazione finanziaria. Crescono quelle per frodi informatiche, anche con l’AI

Criminali e politici o funzionari corrotti utilizzano sempre più le cripto e le innovazioni tecnologiche per riciclare il fiume di denaro delle attività illecite, dei fondi pubblici o per truffare risparmiatori e cittadini. Lo scorso anno la Uif, l’unità di informazione finanziaria istituita presso la Banca d’Italia, ha ricevuto un 11% in più di segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio o finanziamento al terrorismo (in gergo Sos) arrivate da banche, operatori finanziari, professionisti. Per un totale di oltre 162mila, trainate appunto da quelle degli istituti telematici su possibili frodi informatiche, segnala il direttore Enzo Serata: nel 2025 hanno riguardato circa 31.600 Sos. E in quell’ambito “si è osservato l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa per la creazione di documenti impiegati per l’apertura di rapporti a distanza, modalità che presenta rilevanti rischi a carico degli intermediari in presenza di non efficaci meccanismi di controllo interno”.

In parte sono anomalie rilevate in maniera automatica dai sistemi dei segnalanti che poi si rilevano incomplete o errate. E una segnalazione trasmessa alle forze di polizia e alla magistratura non indica automaticamente un reato. Ma si tratta di una parte importante delle indagini ad esempio nei casi di corruzione di politici (le cui operazioni finanziarie sono sottoposte a paletti più stringenti) che, rileva il direttore, ricorrono a “schemi operativi complessi” utilizzando familiari, professionisti compiacenti e conti esteri per occultare l’appropriazione di risorse pubbliche o la corruzione. Per questo la Uif chiede a chi deve segnalare “maggiore attenzione” a banche, operatori e notai “nel cogliere i collegamenti soggettivi con esponenti politici e funzionari, che spesso sfuggono” a chi deve segnalarli specie se si tratta di utilizzo di “risorse pubbliche”.

Ci sono poi altri fronti aperti di preoccupazione: lo sfruttamento sessuale di minori dove per pagare le piattaforme online che diffondono materiale illecito si usano le cripto e il finanziamento del terrorismo jihadista che la guerra in Medio Oriente ha rinfocolato, aumentando la propaganda volta a raccogliere fondi. Alla criminalità organizzata è collegato il 14% delle segnalazioni: allunga la sua ombra su appalti, energie rinnovabili e agevolazioni pubbliche come le garanzie sui prestiti. Non aiuta il contributo risibile della pubblica amministrazione dalla quale arriva solo lo 0,3% delle segnalazioni totale. Serata non la cita ma è recente il caso di Banca Progetto, commissariata dalla magistratura dopo che l’istituto aveva erogato alla criminalità organizzata milioni di finanziamenti garantiti dallo Stato dovendo essere poi salvata da un pool di banche.

Il crimine, scandisce la Uif, “sfrutta in misura crescente piattaforme FinTech, criptoattività, Iban virtuali e circuiti criminali specializzati“, utilizza infrastrutture finanziarie transnazionali “per far perdere le tracce dei fondi ottenuti illegalmente”. A volte poi la truffa avviene in maniera più semplice sfruttando norme pensate per agevolare giovani e fragili come nel caso dei mutui con garanzia pubblica. Uno schema diffuso che prevede negli atti di compravendita “prezzi superiori a quelli effettivamente pattuiti tra le parti” grazie a documenti falsi redatti da soggetti del settore immobiliare e creditizio.

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Chat sessista tra dipendenti Atm, c’è un indagato. Perquisizioni e sequestri di cellulari a cinque persone

C’è almeno un indagato per accesso abusivo a sistema informatico nel caso della chat con commenti sessisti e immagini di donne rubate dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi Atm, l’azienda dei trasporti milanesi. Sono state effettuate cinque perquisizioni nell’inchiesta della Polizia locale, coordinata dalla Procura diretta da Marcello Viola. Ai cinque è stato, inoltre, disposto il sequestro del cellulare. Gli inquirenti devono stabilire quanti fossero i partecipanti, la data di creazione del gruppo e l’effettiva provenienza delle immagini.

L’attività scaturisce dalla denuncia di Atm alla Polizia locale, che l’ha poi trasmessa alla Procura di Milano, relativa all’uso improprio di immagini delle telecamere di bordo da parte di alcuni dipendenti. In parallelo l’azienda ha presentato un esposto al Garante della Privacy. La Polizia locale, secondo quando si apprende, sta procedendo anche al sequestro di cellulari e altro materiale informatico.

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Ovadia: “La Russa è presidente del Senato perché hanno vinto gli antifascisti, la smetta di baloccarsi con quella testa pelata del duce”

“Io francamente penso che siano stati fatti molti errori, ma il fascismo è un crimine, non è un’opinione“. Sono le parole pronunciate a Battitori liberi, su Radio Cusano, da Moni Ovadia, intervenendo sulla clausola antifascista introdotta dalla fiera “Più libri più liberi”.
L’intellettuale ha risposto punto su punto alle accuse di “censura” mosse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ribaltando la prospettiva: chiedere di ripudiare il fascismo non è un atto di esclusione ideologica, ma un presupposto di legalità repubblicana.
Ovadia esordisce con un paragone urticante per spiegare perché, a suo avviso, non si possa parlare di libertà di opinione quando si tratta del regime di Mussolini. “Il fascismo, come ha detto Gianfranco Fini, è un crimine assoluto. Allora non capisco che problema c’è nel firmare quella clausola”.

Per illustrare il concetto, l’artista ricorre a un’iperbole: “Se si chiedesse a qualcuno di dire che lui è contrario alla pedofilia e che lui pratica i valori del rispetto dei bambini, qualcuno direbbe qualcosa? No. La pedofilia non è un’opinione, è un crimine. Lo stesso è il fascismo. Dirsi antifascisti non è scontato, perché le destre italiane ancora si baloccano col fascismo. Cercano di infilarlo in tutti i modi. Uno dei modi sono le foibe“.
E spiega: “Le foibe sono state un crimine, vanno ricordate e vanno onorate le vittime. Ma le foibe sono il risultato dell’invasione fascista della Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 i nazifascisti, senza dichiarare guerra, hanno invaso la Jugoslavia, commettendo crimini efferati. Quindi – continua – l’onore ai morti delle foibe dovrebbe escludere gli ex fascisti, perché loro fanno parte dell’eredità dei responsabili delle foibe. E invece ne approfittano per riabilitare il fascismo e criminalizzare i partigiani, quelli che ci hanno restituito la libertà”.

Poi lancia una bordata al presidente del Senato, Ignazio La Russa, noto per conservare in casa un busto del Duce. Ovadia sottolinea il paradosso di chi ricopre cariche istituzionali pur mantenendo legami simbolici con il passato regime e richiama le sue origini ebraiche: “Io dovrei dire a La Russa: vedi Ignazio, tu tieni il busto del duce. Se avesse vinto lui, io sarei partito attraverso i camini. Abbiamo vinto noi e tu sei presidente del Parlamento. Che cazzo ti balocchi ancora con quella testa pelata? Mussolini tra l’altro era un vigliacco, che si è imboscato nei camion tedeschi per fuggire”.
Per questo motivo definisce l’iniziativa degli editori “perfettamente lecita perché il fascismo è bandito dalla nostra Costituzione. La nostra è una costituzione antifascista“.

L’artista critica aspramente anche quella che definisce una tolleranza eccessiva verso i simboli del ventennio in Italia, invocando il decoro degli spazi comuni e sostenendo che “piazze e strade non devono essere oggetto di rituali fascisti”.
E spiega: “Noi abbiamo ancora nei luoghi pubblici gazzarre inscenate a ogni occasione da fascisti e giovani che non sanno niente ma che sono attratti da motti fascisti come “onore al duce”, “camerata qua, camerata là”, “presente”. In Germania vieni punito, perché da noi no? I fascisti lavorano sotterraneamente per cercare di abilitare quell’epoca. Il fascismo è la supremazia dell’uomo forte, è razzista, è discriminatorio”.

Poi torna sulla decisione di Più libri, più liberi: “Uno può anche non essere d’accordo, però è lecito che loro lo abbiano fatto. La presidente del consiglio, che io pensavo fosse più lungimirante, è intervenuta parlando di censura. Perché? Perché dire che tu devi dichiarare il tuo ripudio di un crimine che ha collaborato ai campi di sterminio, che ha assassinato, che ha fatto pulizie etniche e genocidi in Africa è una cosa che è censura?”.
E aggiunge: “Il professor Magris mi ha detto che ha avuto uno shock quando a Varsavia ha visto sfilare delle specie di milizie con la svastica al braccio. Bisogna far capire che è finita. Avete sentito le affermazioni antisemite in Fratelli d’Italia? Sono dentro in quel partito i fascisti“.
In chiusura, Ovadia demolisce qualsiasi residuo di fascino nostalgico verso la figura di Mussolini e ribadisce: “Poi facciano un po’ quel cazzo che vogliono. Non vogliono firmare il documento di Più libri, piùliberi? E non ci vadano. L’importante è che le loro gazzarre corporative le facciano nei circoli privati”.

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Accordo Usa-Iran, Trump: La cosa piì importante è che Teheran non abbia arma nucleare

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto hanno dato pieno consenso, garantendo forti poteri di controllo e non avranno armi nucleari che era il punto cruciale, perché probabilmente le avrebbero usate se le avessero avute. Se cercheranno di produrre o comprare armi nucleari, le conseguenze saranno estreme. Ma non lo faranno”, lo ha detto Donald Trump al G7 incontrando l’emiro de Qatar.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Von der Leyen al G7: Dobbiamo collaborare sulle materie prime critiche

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“Un tema chiave per il G7 di quest’anno è quello degli squilibri economici globali. Ciò significa che alcuni Paesi producono troppo e consumano troppo poco, e naturalmente accade il contrario. Queste dinamiche sono sempre più pericolose per la stabilità dell’economia globale. Dobbiamo collaborare per raggiungere una produzione adeguata di queste materie prime critiche, ed è per questo che stiamo lavorando con il G7 e altri paesi partner a un accordo sulle materie prime critiche”. Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, nel corso di una conferenza stampa a Evian, in Francia, a margine del vertice G7.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Rampelli a Soumahoro: Cerca l’inquadratura? Non siamo al cinema. Il siparietto in Aula

(Agenzia Vista) Roma, 16 giugno 2026
Siparietto in aula tra il Presidente di turno della Camera Rampelli e il deputato Soumahro, che attende di essere inquadrato prima di iniziare il suo intervento. Rampelli allora commenta: “Non siamo mica al cinema”. Soumahoro allora ha replicato: “Non sono mai stato attore, la battuta è impropria”.
Camera
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Adesione Ucraina all’Ue, Tajani: Aperto primo capitolo, ma non dimentichiamo i Balcani

(Agenzia Vista) Bari, 16 giugno 2026
“Ci vorrà tempo, noi stiamo aiutando Kiev a migliorare le proprie condizioni, anche a combattere la corruzione. Stiamo lavorando anche con la nostra Guardia di Finanza per esportare il nostro saper-fare. Questo significa che l’Ucraina potrà migliorare. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare i paesi dei Balcani, che sono già candidati. Albania e Montenegro sono pronti, altri stanno facendo passi positivi in avanti. Quindi, insieme all’Ucraina e alla Moldavia, dobbiamo seguire con attenzione i Balcani, che non vanno dimenticati, anzi toccherà prima a loro a far parte dell’Unione Europea e poi all’Ucraina”, così il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine dell’evento “Obiettivo Export: imprese e territori del Sud Italia verso la Conferenza Nazionale dell’Export”.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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“Incontro chiarificatore” tra Trump e Meloni. Lui la provoca: “Sono stato abbandonato”. Lei replica: “Siamo sempre stati amici”

Sedotto e “abbandonato”? No, Donald Trump e Giorgia Meloni sono “sempre stati amici”. Il G7 in corso a Evian, dove i leader stanno affrontando i principali temi di politica ed economia globale, è stata anche l’occasione per un nuovo contatto tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana. Il rapporto tra i due, ottimo fin da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca, si era incrinato quando l’Italia aveva deciso di negare supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz e, successivamente, quando si era esposta in difesa di Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Washington: “Sono scioccato, non vuole aiutarci nella guerra – aveva commentato Trump – Io inaccettabile sul Papa? Lei lo è”.

Nella cittadina Svizzera, però, il clima appare più disteso, complice anche l’imminente firma del memorandum d’intesa tra Usa e Iran, il primo passo verso la fine della guerra alla Repubblica Islamica che si era trasformata per Trump in un mare di sabbie mobili che rischiava di risucchiarlo. Così, mentre il leader americano stava parlando col cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha buttato lì una battuta notando che nel frattempo si stava avvicindo Meloni: “Sono stato abbandonato“. Così il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si è avvicinato a sua volta rivolgendosi alla premier italiana: “Siete di nuovo amici“, ha detto scherzando. Lei ha ribattuto: “Siamo sempre stati amici“.

Da quanto si apprende, però, c’è ben altro rispetto alle battute in pubblico. Fonti diplomatiche italiane fanno sapere che tra Meloni e Trump c’è stato un “incontro di chiarimento” senza “battute né scherzi”. Perché in fondo le cattive relazioni nuocciono a entrambi. All’Italia che aveva scommesso su una postura internazionale più sbilanciata su Washington che su Bruxelles e che, in caso di rottura, si troverebbe senza alleati di peso. A Trump perché il governo Meloni, dopo la fine dell’era Orbán in Ungheria, è quello con un minimo di peso rimasto tra gli Stati membri a poter rappresentare la posizione americana ai tavoli comunitari. In questo primo incontro, sostengono le fonti, non ci si è concentrati su singoli aspetti, ma ci si è limitati a un “utile scambio” nel corso del quale la premier italiana ha ribadito “quel principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”, principio chiarito “da entrambe le parti”. Nei momenti di pausa “ci saranno occasioni di approfondire ulteriormente”. E comunque, in futuro, sono previsti altri confronti.

Niente dichiarazioni pubbliche o esternazioni a effetto. Anzi, Meloni ha chiesto a Trump di mantenere buoni rapporti “senza lanciare segnali“, in maniera strategica. In questi mesi “c’era stata una certa chiarezza da parte di Meloni su alcune uscite pubbliche del presidente” Trump, in riferimento a quelle sul Papa, ed “è stato chiarito da parte di entrambi come è importante in questa fase il concetto di unità su cui” la premier “insiste sempre e crede realmente”.

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Hoepli, esposto penale a Milano sulla gestione prima della liquidazione: “È stata provocata”

C’è un esposto penale alla Procura della Repubblica di Milano sulla gestione prima della messa in liquidazione della storica casa editrice Hoepli, fondata nel 1870 dall’omonimo imprenditore svizzero Ulrico e finita in liquidazione a marzo. Lo ha presentato l’avvocato Andrea Mingione dello studio Pecorella, che assiste Giovanni Nava, attualmente socio minoritario ed erede di uno dei due rami della famiglia Hoepli. L’esposto contro ignoti, affermano plurime fonti vicine alla vicenda contattate dal Fatto, verte intorno a ipotesi di malagestio. Questa cattiva gestione, secondo il legale di Nava, sarebbe stata messa in atto nel tempo per consentire di arrivare a una “accelerazione” della messa in liquidazione dell’azienda, approvata il 10 marzo dagli azionisti del ramo di maggioranza della famiglia. La procedura è stata affidata alla liquidatrice Laura Limido.

Una nota diffusa dall’azienda a marzo, dopo l’assemblea degli azionisti che ha deciso la liquidazione, spiegava che “l’attenta valutazione, attuale e prospettica, dei risultati di esercizio negativi correlati con l’andamento previsionale del mercato editoriale e librario e la consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario, hanno imposto la liquidazione volontaria quale unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia”.

L’”accelerazione” indicata nell’esposto potrebbe essere collegata al giudizio sul quale il 24 giugno, la Cassazione dovrà pronunciarsi definitivamente proprio sulla causa civile avanzata da Nava che ha già ottenuto due successi in primo e secondo grado. Se la sentenza, legata alle norme che regolano il mandato fiduciario e a un ristoro parziale, dovesse dare ragione a Nava, quest’ultimo potrebbe salire nel capitale sino a conquistare la maggioranza. A oggi il capitale di Hoepli Spa è al 49,25 % in mano alla fiduciaria svizzera Sef (a sua volta detenuta da due fiduciarie con sede in Liechtenstein), di cui sono soci Ulrico Carlo Hoepli (morto qualche giorno fa) e i tre figli Giovanni, Matteo e Barbara, il 13% è di Finedit (detenuta da Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli), il 33% di Giovanni Nava e 4,75% intestato alle persone fisiche Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli.

Se Nava vincesse in Cassazione gli verrebbero trasferite le azioni Sef che Bianca Hoepli, sua nonna materna, avrebbe dovuto ricevere in eredità dal fratello Gianni Enrico, che così aveva disposto, azioni che però finirono all’altro fratello Ulrico Carlo. Con la morte di Ulrico Carlo si sono chiuse anche le inchieste penali in Svizzera aperte da denunce di Nava e seguite da alcuni giudizi.

Nel frattempo la libreria Hoepli nel centro di Milano ha chiuso a fine maggio, dopo aver messo in vendita da metà mese quello che restava del magazzino dei libri con uno sconto del 50%. Una manifestazione di interesse per acquisire l’intera attività, avanzata nelle scorse settimane attraverso una scatola societaria dal gruppo Loro Piana, storica azienda italiana che opera nel settore dell’abbigliamento e dei tessuti di altissima gamma, non è stata presa in considerazione dalla liquidatrice per inidoneità. Dopo lunghe trattative svelate dal Fatto, invece, gli eredi del ramo della famiglia che controllano la maggioranza delle azioni dell’editrice il 15 aprile hanno firmato l’accordo di cessione a Mondadori del catalogo dell’editoria scolastica. La cessione è divenuta efficace il 30 aprile. Si tratta di una mossa che rimette in movimento un mercato che in Italia vale 800 milioni l’anno.

Anche la storica sede è in vendita. L’accordo prevede di cedere al prezzo di una ventina di milioni il palazzo della libreria, nel centro di Milano, di proprietà della società Sef del ramo di maggioranza della famiglia Hoepli, alla quale la Hoepli Spa e la libreria pagavano l’affitto. L’acquirente, un fondo immobiliare, comprerebbe anche l’edificio contiguo che fa angolo con Piazza Meda, disegnato dallo Studio Bbpr per la Chase Manhattan Bank e costruito tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, per realizzare un albergo di lusso.

A nulla sono valsi le proteste sindacali e i flash mob di dipendenti e lettori, come pure la raccolta di migliaia di firme a Milano e in tutta Italia, le pressioni del mondo culturale e politico milanese. Della novantina di dipendenti in attività prima della liquidazione alcuni si sono dimessi, quelli addetti al ramo libreria sono in cassa integrazione a zero ore, gli altri addetti al ramo editoriale continuano l’attività. Se non si troverà una soluzione industriale, Milano e l’Italia rischiano di perdere un patrimonio culturale inestimabile. Ora però l’esposto alla Procura e la sentenza della Cassazione potrebbero rimettere molti giochi in movimento. Il Fatto Quotidiano ha contattato Hoepli Spa, senza ottenere per ora risposta. La liquidatrice, avvocato Laura Limido, risponde che non è a conoscenza dell’esposto e dei suoi contenuti che quindi non può commentare.

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TREVISO, INCENDIO IN UNA SCUDERIA DELL’IPPODROMO: MORTI SEI CAVALLI

Un incendio divampato per cause ignote in una scuderia dell’ippodromo “Sant’Artemio”, di Treviso, ha provocato questo pomeriggio la morte per soffocamento di sei cavalli. Il bilancio – riporta Ansa – è provvisorio perché i Vigili del Fuoco sono ancora sul posto impegnati ad estinguere il rogo e non è escluso che nel box si trovino altri animali. Parte della struttura, al cui interno si trovava una grande quantità di paglia, è crollata.

(Foto di repertorio)

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Tensione nel Canale della Manica, una fregata russa spara colpi d’avvertimento contro uno yacht: Londra apre un’indagine

Tensione nella Manica: la fregata russa Admiral Grigorovich ha sparato colpi di avvertimento in direzione di uno yacht civile britannico che si era avvicinato a circa 500 metri dalla nave, secondo quanto riportato dai media britannici. “Stiamo indagando sulle notizie relative a un incidente avvenuto nella Manica”, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa britannico, citato dai quotidiani Telegraph e Guardian. L’incidente sarebbe avvenuto circa 20 miglia nautiche a sud dell’Isola di Wight, al di fuori delle acque territoriali britanniche, riferiscono i due quotidiani. Non sono stati segnalati feriti né danni, e lo yacht ha proseguito la sua traversata della Manica.

 Un’imbarcazione del pattugliatore d’altura HMS Tyne si è recata a bordo dello yacht per raccogliere informazioni e verificare la sicurezza degli occupanti. Nel pomeriggio di ieri, questo pattugliatore della Royal Navy, insieme all’HMS Mersey della stessa classe River, aveva seguito la fregata russa attraverso la Manica prima che venissero sparati i colpi di avvertimento. Domenica, per la prima volta, forze speciali britanniche hanno abbordato e intercettato, sempre nella Manica, la petroliera russa Smyrtos, appartenente alla cosiddetta “flotta ombra” e soggetta a sanzioni europee.

Negli ultimi mesi, la marina francese ha effettuato diverse operazioni di questo tipo contro petroliere russe, con l’obiettivo di privare la Russia delle entrate petrolifere che contribuiscono a finanziare la guerra in Ucraina. Tuttavia, fonti militari hanno dichiarato al Guardian che l'”incidente isolato” di martedì non sarebbe collegato a quell’abbordaggio. Da diverse settimane, la fregata Admiral Grigorovich, una nave da guerra di circa 4mila tonnellate equipaggiata con un cannone da 100 mm e missili da crociera Kalibr, scorta alcune navi commerciali, anche se la marina russa non dispone di un numero sufficiente di unità per estendere questa missione su larga scala. Entrata in servizio nel 2016, la fregata appartiene alla flotta russa del Mar Nero, ma si trovava nel Mar Mediterraneo al momento dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Da allora, poiché la Turchia ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la nave ha la propria base nel Mar Baltico.

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“Al lavoro per cambiare l’Italia”: i leader del campo largo postano una foto. E lanciano due eventi di piazza a luglio

“Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. I leader di Pd, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra lanciano l’assalto al governo, postando in contemporanea sui rispettivi profili Instagram una foto che li ritrae seduti allo stesso tavolo: martedì Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli si sono incontrati in un locale vicino alla Camera per iniziare il percorso di avvicinamento alle Politiche. I due appuntamenti di luglio, a quanto si apprende, consisteranno in iniziative pubbliche per elaborare un programma condiviso: l’organizzazione è in divenire, ma l’idea è quella di organizzare due incontri in piazza aperti ai cittadini, in una città del Nord e una del Sud.

A spiccare nella foto, però, è soprattutto un’assenza: quella di Matteo Renzi, il leader di Italia viva che da tempo ormai si è auto-incluso nel “campo largo” di centrosinistra. Tanto che Carlo Calenda, suo ex “gemello diverso” nel fu “Terzo polo”, ironizza: “Ma Renzi era sotto il tavolo?”. Dal centrosinistra, però, respingono le letture dirtrologiche: il perimetro della coalizione, si specifica, è destinato ad allargarsi quando le varie forze che si muovono al centro si saranno organizzate. Nel frattempo i sondaggi sorridono: secondo l’ultima rilevazione Swg, l’alleanza Pd-M5s-Avs-Iv otterrebbe il 45,9% dei consensi, mentre il centrodestra si fermerebbe al 41,8%. Decisivo, però, il 5,3% accreditato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che potrebbe ribaltare il risultato entrando nella coalizione di governo.

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Ungheria, il Parlamento approva la “norma anti-Orbán”: stop a più di due mandati da premier

Péter Magyar smantella il sistema Orbán: approvato il limite ai mandati

È stata approvata dal Parlamento ungherese la cosiddetta “norma anti-Orbán”, la revisione costituzionale che impedisce a un primo ministro di ricoprire l’incarico per più di due mandati. La misura era stata fortemente sostenuta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader di Tisza e attuale premier Péter Magyar.

Per il via libera era necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi, facilmente raggiunta grazie ai numeri della coalizione di governo: il testo è passato con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati i deputati di Fidesz, il partito guidato da Viktor Orbán. Ora manca soltanto la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex premier. Magyar ne ha già chiesto le dimissioni, senza successo, ma non si prevedono ostacoli all’entrata in vigore della riforma.

La norma viene definita “anti-Orbán” perché introduce il limite di due mandati complessivi per il capo del governo, anche non consecutivi, calcolati a partire dal 2 maggio 1990. Una disposizione che comprende quindi tutti e tre i mandati svolti da Orbán, alla guida del Paese dal 1998 al 2002 e successivamente dal 2010 al 2016. 

“Nessuno — ha affermato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito”. Si tratta di una misura senza precedenti in Europa per la figura del primo ministro, mentre limiti analoghi esistono per altre cariche, come la presidenza francese. La riforma ha suscitato forti polemiche: Fidesz la considera una “riforma illegale” perché “retroattiva”.

Una contestazione respinta da Márton Melléthei-Barna, parlamentare di Tisza e coautore della modifica costituzionale: “la riforma — ha dichiarato — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati”. Non tutti gli esperti di diritto costituzionale, tuttavia, ritengono inattaccabile l’impianto giuridico della misura.

La riforma riguarda anche lo stesso Magyar, che potrà restare alla guida del governo al massimo fino al 2034. “L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dal popolo è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni”.

La revisione costituzionale interviene inoltre su due pilastri del cosiddetto sistema Orbán. In primo luogo prevede l’abolizione delle “fondazioni di interesse pubblico”, organismi spesso guidati da figure vicine a Fidesz, finanziati con risorse statali e considerati da molti osservatori centri di potere sottratti al controllo pubblico. Il provvedimento impone anche il ritorno allo Stato dei beni detenuti da tali strutture.

Tra le organizzazioni coinvolte figura il Matthias Corvinum Collegium, considerato uno dei principali laboratori culturali dell’orbánismo, punto di riferimento per la destra radicale europea e per l’universo Maga statunitense nel continente.La riforma apre infine la strada alla soppressione dell’“Ufficio per la protezione della sovranità”, istituito durante i governi Orbán e accusato dai critici di essere stato utilizzato per colpire Ong e realtà considerate ostili al potere. 

Resta invece il principio della “protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana”, introdotto nella Legge fondamentale nel 2023, che diventa però una responsabilità attribuita a tutti gli organi dello Stato, eliminando il riferimento a un “organo indipendente”. Secondo Magyar, in questo modo “mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia”.

Parallelamente, il Parlamento ha approvato anche un pacchetto di riforme richieste dall’Unione europea per favorire lo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Le misure riguardano la trasparenza patrimoniale, il rafforzamento dell’autorità anticorruzione, le regole sugli appalti pubblici, la gestione dei beni di interesse collettivo e il contrasto alle frodi legate ai finanziamenti europei.

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Bowie a Berlino: nove punti per capire una metamorfosi

Torno a incontrare Lorenzo Coltellacci e Mattia Tassaro, autori delle graphic novel sui Joy Division e sui Cure per Feltrinelli Comics. Questa volta i ragazzi si confrontano con David Bowie, in uno dei momenti più fragili e decisivi della sua esistenza. L’artista arriva a Berlino per sparire. Lascia Los Angeles, la cocaina, il personaggio che aveva costruito. Si rifugia in una città tagliata in due dal Muro. È lì che nascono Low, Heroes e Lodger: tre dischi che cambiano il linguaggio della musica moderna.

Ne è nata una conversazione che restituisco nei consueti nove punti di questo blog che di recente ha compiuto quindici anni. Cominciamo!

1. Los Angeles, la cocaina, il personaggio diventato gabbia, una creatività che gira a vuoto. David ha bisogno di sparire, e sceglie il posto più lontano che riesce a immaginare: non geograficamente, ma emotivamente. Berlino è fredda, spigolosa, divisa da un muro. È l’opposto esatto di Hollywood. “Bowie doveva andare oltre il muro che aveva costruito attorno a sé, con le sue maschere” dice Lorenzo, “Berlino è una città fantasma, dicotomica, eppure piena di possibilità per chi vuole cercarle, come David. Una tabula rasa. Da qui parte la nostra storia”.

2. Sono anni in cui Bowie è al culmine della popolarità, eppure le pagine restituiscono la frattura interna: il successo come trappola, non come traguardo. Per il periodo losangelino Mattia sceglie un tratto pop e colori iper-saturi, da Berlino in poi “il segno diventa nervoso, compaiono ombre pesanti e una tavolozza più fredda. Volevo che il lettore sentisse il peso di quelle maschere prima ancora che lui decidesse di togliersele”. I colori sono una lettura nella lettura.

3. Lasciata Los Angeles, David ritrova il suo entourage allo Château d’Hérouville in Francia. È il primo atto del cambiamento, definito graficamente dalla carta dei tarocchi il Matto. La Francia è una piccola parentesi, il preludio a Berlino: Era già stato lì con Iggy per registrare The Idiot. Mattia aggiunge che ogni capitolo del fumetto si apre con una carta dei tarocchi come chiave simbolica, e che per questo passaggio “non poteva esserci carta più perfetta del Matto. È la carta zero: non è né l’inizio né la fine, è il potenziale puro, il nulla che contiene tutto”.

4. La storia è dinamica e si sviluppa intorno alle speranze di un artista in crisi profonda, che non sa ancora cosa Berlino potrà dargli, ma sente di dover restare lì. Le tavole alternano scelte cromatiche nettamente contrastanti. Mattia spiega che per l’artista, quella è la Berlino Ovest povera ma sexy: “un harem brulicante di arte, musica e vita che pulsa nonostante la città sia tagliata in due. Un luogo spezzato dove lui può finalmente ritrovare unità”. La città lo riceve come solo sanno fare i posti che non chiedono niente.

5. I testi sono speculari alle immagini, tutto viaggia in parallelo. A Lorenzo domando quanto i testi delle canzoni abbiano guidato la realizzazione del fumetto. Le biografie sono risultate fondamentali, ma per immergersi nella sua testa, è stato fondamentale studiarne i testi: “sono catartici, gli servono per liberarsi e guardarsi dentro. Low, Heroes, Lodger non sono tre dischi: sono la cronaca di un uomo che si riassembla pezzo per pezzo”.

6. Un fumetto su Bowie impone scelte drastiche, come restituire in 128 pagine tre anni densissimi. Lorenzo ammette che non è stato semplice, ma il limite lo ha aiutato a selezionare l’essenza di quegli anni. Mattia invece non ha avuto la sensazione di aver sacrificato niente: “ogni tavola sembrava finire esattamente dove doveva stare. Come se il fumetto si fosse composto quasi da solo”. Due punti di vista opposti, forse la differenza tra chi costruisce con le parole e chi con le immagini.

7. Graficamente, la città è stata restituita privilegiando le atmosfere spoglie, le prospettive sghembe, i quartieri di Schöneberg e Kreuzberg, gli studi Hansa vicino al confine. “Niente cartoline turistiche” dice Mattia, “volevo quel senso di freddezza, di pericolo e al tempo stesso di possibilità che David ha trovato lì. Il tratto si fa più essenziale, i colori desaturati, con improvvisi squarci di luce quando entra la musica. È una città che respira insieme a lui”. Chi conosce Berlino sa che è esattamente così.

8. Iggy Pop e Brian Eno entrano nella storia come comprimari. Chiedo come sia stata gestita la loro presenza. “Non si può raccontare Bowie senza quei due” dice Lorenzo, “ma nemmeno senza Visconti, Fripp e Alomar“. Il vero filo narrativo, però, è stato il figlio Zowie: “tanto per lui, che doveva ritrovare sé stesso, quanto per noi, che ci ha indicato una narrazione da seguire”. Della serie: i padri si ritrovano nei figli, anche quando sono rockstar.

9. Il fumetto si chiude su Lodger: movimento, partenza, identità ancora instabile. Una storia così può davvero avere un finale? “Non credo che la storia di Bowie possa dirsi mai veramente finita” dice Lorenzo, “ne stiamo ancora parlando oggi, come se lui fosse ancora qui”. “Forse questo è l’ultimo capitolo della nostra trilogia, o forse è solo l’inizio di qualcosa che ancora non ha nome” aggiunge Mattia. Lodger è un addio che assomiglia a una partenza. Come successe al Duca Bianco e come ci piace credere succederà a Lorenzo e Mattia.

Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica. È lì che il blog vola davvero. Lì il dibattito sfreccia, cambia binario, spesso deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori.

Buon ascolto e buona lettura.

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“Fossa comune per la tua famiglia”, “Zo**ola, muori”: duello di insulti ricevuti online tra Bakkali e Ravetto. Il faccia a faccia in Aula

Il dibattito parlamentare sulla remigrazione scivola in un abisso di violenza verbale che trasforma l’Aula della Camera in un crudo proscenio dell’odio digitale. Protagoniste dello scontro sono le deputate Ouidad Bakkali del Pd e Laura Ravetto di Futuro Nazionale, che hanno brandito in un acceso faccia a faccia gli insulti ricevuti sui social.
L’intervento di Ouidad Bakkali è iniziato leggendo il bollettino di commenti offensivi a un suo post sulla manifestazione dei vannacciani per la remigrazione. La deputata ha dato voce a una selezione dei 13.500 commenti: minacce dirette come “Fossa comune per te e la tua famiglia”, “Ti aprono come una mela” e l’invito brutale a “spararsi”.

Il passaggio politico più tagliente è stato rivolto ai sostenitori di Vannacci, definiti con “soldati di pezza” di un leader “accecato dal testosterone”. La deputata dem denuncia che il clima di odio razziale, alimentato da epiteti come “Beduina”, “Scimmia”, “Mao Mao” o dagli incitamenti alla “Disinfestazione”, è il risultato di una strategia che aizza “i penultimi contro gli ultimi”, colpendo donne, immigrati e la comunità Lgbt.

Laura Ravetto ha replicato con la stessa moneta per dimostrare come la violenza verbale non abbia colore politico. L’ex leghista ha esposto il proprio catalogo dell’orrore, citando insulti personali come “Cocainomane” e “Zoccola”, ma denunciando soprattutto gli attacchi che hanno preso di mira la sua sfera materna: “Tua figlia si deve vergognare” e “Pagliaccia, hai pure una figlia”.
La deputata ha descritto i commenti ricevuti dai propri oppositori come la “ciliegina su una torta di m**”**, accusando la sinistra di incoerenza: “Quando chiedete rispetto, dovete darlo prima”.
Per Ravetto, il dibattito non dovrebbe ridursi a una “gara a chi è commentato peggio”, ma focalizzarsi sulla sicurezza reale delle donne che “hanno paura di essere stuprate nelle strade” e sulla protezione delle spose bambine.

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Trump: “Dopo l’Iran, lavoreremo sulla pace in Ucraina” – Dietro il Sipario – Talk Show



Resta il nodo Israele-Libano mentre cresce l’attesa per la firma ufficiale in presenza dell’accordo tra Stati Uniti e Iran già siglato digitalmente; nel frattempo il presidente americano Donald Trump al G7 in Francia allenta le tensioni con gli alleati europei e fa sapere che Washington vuole rinnovare gli sforzi diplomatici per la risoluzione del conflitto russo-ucraino. Ne parliamo con Roberto Quaglia e Bruno Scapini

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Campo largo, primo incontro tra i leader. Il messaggio sui social: “Segnatevi queste due date, 8 e 15 luglio”

Due vertici del campo largo, l’8 ed il 15 luglio. Lo annunciano sui sociali i leader di Pd, M5s, Avs: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli: “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. Scrivono i leader postando una foto che li ritrae insieme.

Il post pubblicato sui social

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A parlare di campo non largo, ma aperto anche l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate e fondatore del movimento ‘Più uno’, Ernesto e Maria Ruffini. “È evidente che Più Uno non si limiterà a una mera testimonianza politica. Vogliamo dare un contributo a un contenitore che chiunque insieme a noi può contribuire a formare. Con una premessa importante: deve essere in grado di allargare la proposta politica, altrimenti non vale la pena. Vogliamo trasformare il campo largo in un campo aperto“.

“Oggi – aggiunge – abbiamo comitati in tutte le province italiane. Io non mi riconosco in una politica di centro: sono di centrosinistra. In ogni caso bisogna aspettare di conoscere quale sarà la legge elettorale che accompagnerà gli italiani al voto per fare qualunque valutazione. Vincere le elezioni non è sufficiente: la vera questione è sapere dove si sta andando, qual è la visione? Non significa un elenco di provvedimenti bandiera in cui ciascuna forza politica si ritrova per richiamare una sorta di identità politica comune, che però non forma alcuna visione di paese”.

“In questi quattro anni e mezzo di governo – prosegue Ruffini – si può imputare al centrodestra di aver realizzato ben poco, al di là di una buona narrazione, ma negli stessi quattro anni e mezzo c’è stata un’opposizione che, arrivati al giugno 2026, si riduce a immaginare l’esigenza di un tavolo attorno al quale sedersi, ma che, a partire dalla politica estera, non sa offrire alcuna idea alternativa di paese”. “La domanda – aggiunge parlando della patrimoniale – da cui partire non è se sia giusto chiedere di più a chi ha di più. La Costituzione ha già risposto con capacità contributiva e progressività. La domanda è se il nostro sistema fiscale rispetti davvero quel principio. Oggi l’aliquota marginale massima del 43 per cento scatta già oltre i 50 mila euro e il sistema non distingue più tra chi guadagna 50 mila e chi guadagna 500 mila o 50 milioni. È ragionevole? A cosa dovrebbe servire l’eventuale gettito?”, conclude Ruffini.

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Sinner si prepara a difendere il titolo a Wimbledon e torna sull’erba: niente Halle, ma test a Hurlingham

Jannik Sinner prepara Wimbledon senza passare da Halle. Dopo gli allenamenti a Montecarlo, il campione in carica tornerà sui prati da mercoledì e userà l’esibizione di Hurlingham per misurare condizione, ritmo e feeling con l’erba prima dello Slam londinese.

A Hurlingham il primo controllo sul tennis da erba prima dello Slam londinese

Jannik Sinner riparte dall’erba, ma non giocherà un torneo ufficiale prima di Wimbledon. Il piano era già stato scelto da tempo e non è cambiato dopo l’uscita al secondo turno del Roland Garros, arrivata al termine di settimane di partite, viaggi e successi che lo hanno consumato sul piano fisico e mentale.

Il campione in carica dei Championships resterà fino a domani al Country Club di Montecarlo. Poi il passaggio sui prati, tra mercoledì e giovedì, per iniziare la vera preparazione londinese. Niente Halle, quindi. Il primo controllo sarà al Giorgio Armani Tennis Classic, in programma dal 23 al 27 giugno all’Hurlingham Club, dove saranno presenti anche Flavio Cobolli e Luciano Darderi.

Per Sinner sarà una prova senza punti in palio, ma con avversari validi e condizioni utili per ritrovare appoggi, tempi di reazione e soluzioni rapide. L’erba resta la superficie sulla quale ha giocato meno e quella che più di tutte gli ha chiesto adattamenti. Il suo tennis, nato sulla solidità da fondo e cresciuto sul cemento, ha dovuto aggiungere variazioni, servizio più incisivo e maggiore disponibilità alla rete.

Il passaggio che ha orientato una parte di questo lavoro risale a Wimbledon 2022. Nei quarti contro Novak Djokovic, Sinner andò avanti due set prima di subire la rimonta del serbo. Da quella partita arrivarono indicazioni che il suo staff non ha dimenticato. Darren Cahill ha raccontato il confronto avuto con Djokovic: “Mi spiegò che il gioco di Sinner aveva bisogno di più varietà, dicendomi che avrebbe dovuto migliorare al servizio e essere più imprevedibile in campo. Le sue parole sono state molto preziose. Ovviamente eravamo già al corrente degli aspetti del gioco in cui Jannik dovesse fare progressi, tuttavia ascoltare il pensiero di una leggendo come Nole ci ha fornito una prospettiva differente. Nel complesso mi sento di dire che Djokovic è stato molto utile anni fa, assicurandosi che stessimo apportando le giuste modifiche al gioco di Sinner”. Da lì il lavoro con Simone Vagnozzi e Cahill è diventato sempre più specifico. Sinner non ha mai nascosto quanto l’erba gli chiedesse qualcosa di diverso, soprattutto nei movimenti. Alla vigilia di Wimbledon 2023 spiegò così il suo rapporto con la superficie: “Non è facile trovare subito il feeling con gli appoggi, devi adattarti ogni giorno”.

Nel 2024, però, arrivarono i primi risultati concreti. Sinner vinse a Halle il suo primo titolo sull’erba e poi raggiunse i quarti di finale a Wimbledon, dove si fermò contro Daniil Medvedev in una partita condizionata anche da un malore. Il passo successivo è arrivato l’anno dopo, con un approccio ormai più sicuro e aggressivo. Prima del torneo disse: “Ora arrivo sull’erba con fiducia. È una superficie dove sento di poter esprimere un tennis super aggressivo”.

Quel Wimbledon si è chiuso con la finale vinta contro Carlos Alcaraz, dopo il primo set perso e una rimonta gestita con lucidità. Ora Sinner ci torna da campione in carica. La preparazione sarà più breve nei tornei, ma non nel lavoro. Hurlingham servirà a capire quanto in fretta il suo tennis riuscirà a rimettersi in assetto da erba.

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Persecuzione degli omosessuali in Senegal: solo la Francia in Ue si è espressa contro questa violazione dei diritti umani

Avrei tifato volentieri per il Senegal, come avevo fatto (inconsapevole) nella finale di Coppa d’Africa lo scorso gennaio. Ma dopo tutto quello che ho letto e saputo, è impossibile. In Italia si sa poco di questo, perché le notizie e i testi in proposito sono praticamente tutti in lingua francese. Cliccando sulle notizie riguardanti la persecuzione degli omosessuali in corso in Senegal il mio algoritmo è diventato ultrasensibile e sono ahimè informatissimo. Anche per questo mi sono deciso a organizzare un incontro che si svolge venerdì 19 giugno dalle 18 in corso Garibaldi 27 a Milano.

L’onda omofoba in corso è travolgente in ex Urss, in Turchia, in Africa Occidentale ma soprattutto in Senegal. Ci costringe a fare i conti con questioni che pensavamo superate. Altro che diritto di famiglia… ci tocca discutere su “i maggiorenni consenzienti sono liberi di toccarsi tra loro come vogliono in privato?”. Per la legge senegalese (prontamente imitata dal Niger che non ce l’aveva) sono atti contro natura, minimo 5 anni di carcere.

Nel mondo interconnesso il confronto è diretto, su Facebook omofobi senegalesi litigano con noi in italiano. Se Europa e Africa sono ambiti connessi, in questo momento importiamo omofobia più di quanto esportiamo libertà.

Il Senegal oggi è un laboratorio repressivo straordinario. Nella prima metà dell’anno si raggiungono i 300 arresti, non risultano assoluzioni o liberazioni. Gli atti sessuali contro natura vengono imputati senza testimonianze concrete. Bastano comunicazioni languide lasciate nei telefoni. L’accusa di atti contro natura viene utilizzata continuamente, persino in casi di “videochiamate erotiche”. In passato, e in altri paesi dove sono in vigore leggi analoghe, non si procedeva senza testimoni oculari di atti sessuali. O meglio: gli avvocati riuscivano a difendere in questo modo gli imputati. Nell’ondata repressiva in corso questo non accade. Nelle decine di articoli che ho letto, solo in un caso è uscita la dichiarazione dell’imputato che nega e chiede che i suoi atti vengano provati.

E’ invece impressionante la quantità di casi in cui gli arrestati ammettono i rapporti sessuali, li raccontano e denunciano quelli che sono stati i loro partner. In molti di questi casi la polizia giudiziaria è risalita o risale ai partner analizzando le memorie dei telefoni cellulari. Ma incredibilmente l’ arrestato-imputato conferma e addirittura in molti casi fa altri nomi. Perché? Domanda ingenua. Non è previsto uno sconto di pena per chi denuncia “complici”. Non resta che pensare a torture o cose del genere.

L’altro elemento caratteristico di questa ondata repressiva è l’accusa di contagio volontario del virus Hiv. In quasi tutti i casi compare. E sempre compare quando l’arrestato è sieropositivo. La polizia non sta neanche ad analizzare se e come il sieropositivo si stesse curando. Nell’intervista a France24 del 15 giugno il presidente del parlamento senegalese Sonko rivendica questo aspetto: “la stampa occidentale sottovaluta il fatto che ci stiamo difendendo dall’Hiv”. In realtà credo non si sia mai visto al mondo un simile abuso del concetto di “contagio volontario”.

Atti contro natura senza testimoni, inspiegabili chiamate in correità, criminalizzazione dei sieropositivi. Il “modello” Senegal va al di là dell’omofobia di Stato e di qualunque anche ristretta concezione dei diritti umani. Certo, l’abbiamo capito, ci è stato ripetuto fino alla nausea, non possono essere i bianchi a imporre la libertà agli africani. Ma sono africane anche le vittime di una persecuzione insensata di fronte alla quale non possiamo tacere perché non è così lontana.

La Francia è l’unico paese europeo ad avere apertamente preso posizione contro questa violazione dei diritti umani. In Francia Stop Homophobie e altre associazioni si stanno muovendo per alleviare le sofferenze delle persone Lgbt senegalesi costrette alla clandestinità e all’esilio o alla prigione. Sappiamo che le seconde generazioni francesi vivono sentimenti contraddittori ma è sulle loro aperture che vogliamo contare. Forza Francia, allez les bleu!

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Sinner arriva anche nello spazio: un asteroide porta il suo nome. “È un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni”

Pensavate che Jannik Sinner non potesse andare oltre la posizione numero uno del ranking Atp? E invece sì, perché il tennista azzurro è arrivato addirittura nello spazio. Non in senso letterale, ovviamente, ma grazie a un riconoscimento decisamente particolare: il Working Group Small Bodies Nomenclature (WGSBN) dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) ha ratificato l’assegnazione del nome del campione italiano a un asteroide del sistema solare, inserendo la decisione nel bollettino ufficiale WGSBN Bulletin V006_009.

L’iniziativa porta la firma del team scientifico composto da Fabrizio Bernardi, scopritore del celebre asteroide 99942 Apophis, e Maura Tombelli, astronoma italiana e direttrice dell’Osservatorio di Montelupo Fiorentino (Firenze). L’asteroide, che da oggi si chiamerà ufficialmente (120097) Janniksinner, è un corpo celeste che orbita nella fascia principale tra Marte e Giove, scoperto il 10 marzo 2003 all’Osservatorio di Campo Imperatore.

“Abbiamo voluto dedicare questo asteroide a Jannik Sinner non solo per i suoi straordinari successi sportivi, che stanno portando l’Italia sul tetto del mondo del tennis, ma anche per i valori di resilienza, correttezza e assoluta dedizione che esprime sul campo e fuori – dichiarano Bernardi e Tombelli – Come una stella cometa o un corpo celeste fisso, Sinner rappresenta un punto di riferimento luminoso per le nuove generazioni. Da oggi, la sua grandezza è scritta anche tra le stelle”.

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Un accordo non basta, ma è un buon punto di partenza. Il caso Iran e il G7 secondo Politi

Bene Pakistan e Qatar all’interno del memorandum tra Usa e Iran, ma non ci si dimentichi della denuclearizzazione del Medio Oriente. Lo dice a Formiche.net Alessandro Politi, direttore della ⁠Nato Defense College Foundation mentre si svolge il G7 a Evian.

Il memorandum fra Iran e Usa è un punto di arrivo o un punto di partenza?

È un punto di arrivo perché dovrebbe risolvere la crisi dello Stretto, far scendere i prezzi di petrolio e gas che stanno colpendo seriamente tutti i Paesi sviluppati, inclusi gli Stati Uniti. È un punto di partenza perché è chiaro che ricostruire una sicurezza più stabile nel Golfo richiede dei negoziati che non si possono ridurre a una sessantina di giorni, soprattutto sul nucleare e sulle questioni missilistiche. Ciò richiede naturalmente di affrontare per tempo un problema come la denuclearizzazione del Vicino Oriente. È una proposta egiziana da molto tempo, ma è una proposta sensata prima che succeda quello che potrebbe non essere evitabile, cioè una proliferazione nucleare. Quindi è una questione chiaramente politica non è soltanto unilaterale ma è multilaterale. Però è una cosa che adesso è arrivata a maturazione visto che siamo arrivati a cinque guerre del Golfo dal 1980 a oggi. Mi sembra che ci siano gli elementi per affrontare questo problema in modo serio e non ideologico.

In questo senso il contributo del G7 quale può essere?

Il G7 è un foro di discussione e concertazione tra i sette Paesi più industrializzati e forse bisognerebbe anche includere in queste discussioni il G20, dove per esempio ci sono Arabia Saudita Spagna come ospiti permanenti. Perché dico questo, perché chiaramente tali centri di discussione non prendono delle decisioni operative però servono a preparare un consenso tra i diversi Paesi che come abbiamo visto non è facile da raggiungere. Si tratta di un consenso che è stato messo a dura prova in questi mesi quindi può dare un contributo positivo soprattutto se questi sette Paesi troveranno una linea comune su una serie di compromessi.

Invece il ruolo di Qatar e Pakistan come si legherà quando le armi si fermeranno per davvero?

È un fronte molto interessante perché il Pakistan e il Qatar hanno una serie di interessi comuni, ma aggiungerei un altro attore molto importante da includere come l’Oman, un attore che è molto poco visibile ma ha una grande funzione di prevenzione delle crisi nell’area, soprattutto con l’Iran. Come è noto, il Pakistan è il Paese della bomba islamica e come sappiamo il Qatar ha una linea politica molto chiara legata all’islamismo politico dei Fratelli mussulmani. Allora che ci siano questi due Paesi che abbiano mediato o aiutato a trovare un punto d’incontro tra Iran e Stati Uniti significa che anche lì bisogna rivedere gli schemi che hanno segnato la collaborazione interna ed esterna del Vicino Oriente del Golfo in modo da capire che a volte alcuni Paesi considerati più problematici sono quelli che poi offrono delle soluzioni.

La proposta giapponese a Roma di creare una riserva comune di terre rare è la risposta anche a un’UE che cerca soluzioni nuove, possibilmente valide, su industria, difesa e geopolitica?

È una soluzione di buon senso, ma quanto sia fattibile nel dettaglio tecnico è un’altra cosa. Perché noi ci dimentichiamo che il problema delle terre rare come dipendenza eccessiva dalla Cina non è un problema di possesso di queste terre, ma di raffinazione di queste terre. Per cui la Cina ha delle capacità che ha pagato anche ecologicamente a caro prezzo, ma che per ora non hanno pari. E comunque si tratta di un passo nella direzione giusta per un mercato più equilibrato e meno soggetto poi a rischi geopolitici.

Il G7 con playlist e cena a Versailles è il tentativo macroniano di allentare la tensione?

Penso che questa sia una possibilità per creare un’atmosfera più positiva. È chiaro che gli interessi possono restare convergenti o divergenti, però un’atmosfera più distesa permette anche umanamente poi di trovare degli accomodamenti che sono meno spigolosi. Penso che questo sia un onesto tentativo di fare in modo che ci sia una concordia di partenza in tempi molto più difficili.

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La pace in Ucraina dipende dalla pressione su Putin. Parola dell’ambasciatore Herbst

Il G7 di Evian riporta la guerra in Ucraina al centro dell’agenda, dopo settimane in cui la crisi iraniana l’aveva relegata sullo sfondo. Con i raid russi che non si fermano e un Trump pronto a “occuparsi” del dossier, resta aperta la domanda decisiva: c’è davvero spazio per una pace, e a quali condizioni? Formiche.net lo ha chiesto a John Edward Herbst, ex-ambasciatore Usa a Kyiv.

Con il conflitto nel Golfo che sembra avviarsi verso la fine,  l’Ucraina potrebbe tornare al centro del dibattito politico internazionale, almeno in Occidente? Anche Trump si è espresso in questo senso. Ma quelle del presidente sono solo parole o c’è altro?

Penso che Trump faccia sul serio quando afferma di voler raggiungere una pace per la guerra russa all’Ucraina. E credo che vi abbia dedicato molto tempo. Ma penso anche che finora non abbia compiuto i passi più importanti per arrivare a quella pace.

Quali sarebbero?

Il passo più importante è senza dubbio fare pressione sull’aggressore, sulla parte che si rifiuta di fare la pace. E se si ripercorrono gli sforzi di pace a partire dal marzo dello scorso anno, Zelensky ha già detto sì a cinque o sei proposte di pace avanzate da Trump. Putin, invece, ha detto no a ognuna di esse. Ed è vero che Trump ha finalmente esercitato una pressione seria su Putin lo scorso ottobre, quando ha sanzionato Rosneft e Lukoil. Ma da allora non ha fatto granché. Anzi, come tutti sappiamo, ha allentato le sanzioni sul petrolio russo in risposta alla crisi creata dalla guerra con l’Iran. E ricordiamoci che Putin non ha alcun desiderio di fare la pace. Farà la pace soltanto se si renderà conto di non poter vincere la guerra e che la pressione è troppo forte. Quindi Trump deve agire su questa consapevolezza. E finora non l’ha ancora fatto in modo davvero incisivo. Fatta eccezione per le sanzioni che ho già menzionato.

A questo proposito, le notizie dalla Francia parlano di un accordo dei leader su ulteriori sanzioni nel settore energetico a Mosca.

Molto bene. Anche perché abbiamo già visto che ci possono essere discussioni serie tra Trump e i leader europei. C’è stato quel vertice notevole alla Casa Bianca subito dopo il vertice di Anchorage con Putin, lo scorso agosto. E quello ha portato ad alcuni passi concreti che alla fine hanno condotto alle sanzioni contro Lukoil e Rosneft. Ma dobbiamo rivedere qualcosa del genere. Quindi spero che questo porti a quel risultato. E non lo escludo affatto perché, di nuovo, penso che Trump voglia davvero porre fine a questa guerra. Ma dobbiamo aspettare e vedere.

Poche ore prima dell’apertura del vertice del G7, la Russia ha lanciato l’ennesima ondata di attacchi, che ha colpito sia la capitale Kyiv sia Kharkiv, un’altra grande città. E abbiamo visto le immagini della chiesa ortodossa di Kyiv in fiamme. Possiamo leggere in questo attacco una sorta di segnale politico, oppure è stato solo un episodio come tanti altri in precedenza?

Non vedo nulla di nuovo. I russi bombardano i civili ucraini e le infrastrutture civili sin dalla riuscita controffensiva ucraina del 2022. Quindi è diventato qualcosa di normale. E naturalmente è la normalità dei crimini di guerra, perché di crimini di guerra stiamo parlando. Putin in qualche modo pensa che questo dirà al popolo ucraino che deve arrendersi alla sua aggressione, quando in realtà non fa che renderlo più arrabbiato. Sa, gli attacchi ucraini all’interno della Russia, che sono diventati molto più potenti, sono tutti rivolti a obiettivi militari legittimi, che si tratti di impianti di produzione o di esportazione di petrolio, di fabbriche di munizioni o di stabilimenti di droni. Cioè, non stanno bombardando deliberatamente la popolazione, non si sente parlare di centinaia di civili russi che muoiono a causa degli attacchi ucraini. Si sente invece parlare di azioni efficaci che indeboliscono l’esercito e l’economia di Mosca.

Anche se la guerra non è ancora finita, l’Unione europea ha avviato i negoziati formali per l’adesione con Kyiv (oltre che con  Chisinau). Possiamo vederlo come una dimostrazione di volontà da parte dei Paesi europei di assumere un ruolo più rilevante, oppure è soltanto l’inizio di un processo molto lungo che non porterà a nulla di concreto prima della fine della guerra?

Penso che gli europei abbiano reagito bene ai cambiamenti nella diplomazia della guerra. Quello che intendo è che Trump ha posto fine al sostegno economico americano all’Ucraina, il che a mio avviso è stato un errore, ma gli europei hanno intensificato il loro sostegno economico in risposta a ciò. Gli europei hanno anche compiuto quel passo positivo riguardo ai 90 miliardi di asset russi congelati, come modo per fornire sostegno economico all’Ucraina. Ora devono dimostrare la forza di intervenire sui restanti 210 miliardi di asset russi ancora sotto il loro controllo e di farli arrivare in qualche modo all’Ucraina. Inoltre, abbiamo visto una disponibilità molto più forte ad aumentare la spesa per la difesa in Europa, il che è positivo. E a questo si aggiunge una maggiore cooperazione nel campo della difesa tra l’Ucraina e l’Europa, anch’essa una cosa positiva. I fattori positivi sono dunque molteplici. E penso che rendano sempre più improbabile che Putin possa mai vincere questa guerra.

Il presidente Trump ha affermato che l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea rappresenterebbe per l’Ucraina una grandissima, forse la migliore garanzia di sicurezza che possa avere. E le altre garanzie di sicurezza, quelle “Nato-like” di cui si è discusso in passato? L’adesione all’Ue può davvero sostituirle?

Per quanto ne so ci sono stati negoziati seri tra Stati Uniti e Ucraina sulle garanzie di sicurezza. E persino Zelensky riteneva che le garanzie offerte dagli Stati Uniti fossero buone garanzie, voleva solo che durassero più a lungo. Non credo che quelle garanzie siano già state escluse dalle ipotesi sul tavolo. E penso che sarebbe un errore se lo fossero. Anche perché non credo che l’adesione all’Ue sia la migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina, neanche lontanamente. Ma penso che sia assolutamente nell’interesse dell’Europa, e assolutamente nell’interesse dell’America, che l’Ucraina resti un Paese libero, indipendente e sovrano. E in realtà la Nato sarebbe molto più forte se l’Ucraina ne facesse parte. Cosa che non accadrà finché il presidente Trump rimarrà alla Casa Bianca. Ha l’idea, per me sbagliata, che l’Ucraina non debba entrare nella Nato. Ma questo non significa che l’Ucraina non vi entrerà mai.

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Dolce & Gabbana a caccia di liquidità: sul tavolo gli immobili di Milano per rifinanziare 450 milioni di debito. L’ombra del “modello Kering”

Quando una grande società naviga in acque finanziarie complesse e i conti richiedono un intervento strutturale, la prima mossa dei manager incaricati del risanamento segue una regola economica ferrea: fare cassa vendendo il vendibile. La liquidazione degli asset immobiliari superflui, o di quelli che non garantiscono i rendimenti sperati, rappresenta la via più rapida per iniettare liquidità immediata nelle casse aziendali. È un copione finanziario consolidato, applicato di recente dal gruppo Kering che, sotto la guida di Luca De Meo, ha scelto di cedere il palazzo dei record in via Montenapoleone acquistato solo un anno prima. Oggi, sulla stessa scia strategica per alleggerire la pressione debitoria, si muove un altro colosso del lusso: Dolce & Gabbana.

L’ipotesi sale-and-leaseback per le sedi di Milano

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, che cita fonti finanziarie vicine al dossier, Dolce & Gabbana sta valutando attivamente la vendita di alcuni immobili di proprietà situati a Milano. L’obiettivo primario è generare nuova liquidità per sostenere il rifinanziamento di circa 450 milioni di euro di debito. Sebbene la lista esatta degli edifici da immettere sul mercato non sia stata ancora definita con precisione, l’operazione coinvolgerebbe diversi immobili di pregio, uffici e showroom situati nel centro città e nella zona di Porta Venezia. Per non perdere l’operatività delle proprie sedi, l’azienda starebbe studiando formule di sale-and-leaseback (vendita con patto di locazione): il gruppo cederebbe la proprietà degli immobili per incassare subito i capitali, pagando contestualmente un canone di affitto ai nuovi acquirenti per continuare a utilizzare gli spazi.

Il debito, l’advisor Rothschild e la crisi in Medio Oriente

La mossa immobiliare si inserisce all’interno di una trattativa più ampia e complessa con le banche finanziatrici, confermata dalla stessa casa di moda alcuni mesi fa. L’azienda, pur precisando di non avere bisogno di ricapitalizzarsi, ha affidato un mandato ufficiale all’advisor Rothschild & Co. per rinegoziare con un pool di istituti di credito le migliori condizioni per il debito in essere. Sul tavolo c’è anche la richiesta di nuove linee di credito per 150 milioni di euro, destinate a finanziare lo sviluppo della divisione beauty.

Il quadro finanziario si è complicato a causa di fattori geopolitici esogeni. Nel 2025, il gruppo aveva già rifinanziato 300 milioni di euro di debito con scadenza a febbraio 2030, ottenendo fondi per spingere il settore beauty e il real estate. Tuttavia, l’esplosione del conflitto armato tra Stati Uniti e Iran ha drasticamente alterato gli scenari. La guerra e i bombardamenti dell’ultimo mese hanno paralizzato il Medio Oriente, una regione storicamente ricchissima su cui il marchio italiano aveva puntato con forza. Questo rallentamento commerciale ha spinto i creditori a richiedere un’iniezione di nuovi fondi a garanzia del rifinanziamento da 450 milioni, rendendo la cessione immobiliare un’opzione concreta. In parallelo alle manovre finanziarie, si registrano movimenti anche ai vertici societari: il cofondatore Stefano Gabbana, 63 anni, ha lasciato la presidenza del gruppo quest’anno e, secondo le indiscrezioni, starebbe valutando le opzioni strategiche relative alla sua quota di partecipazione, pari a circa il 40% dell’azienda.

Il precedente di Kering in via Montenapoleone

La strategia di Dolce & Gabbana ricalca in modo pressoché speculare la recente operazione condotta da Kering a Milano. Il gruppo francese ad aprile ha deciso di cedere il celebre immobile di via Montenapoleone 8 alla società qatariota Al-Mirqab, facente capo ad Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani (zio dell’attuale emiro del Qatar).

Kering aveva acquistato l’edificio dal fondo Blackstone per 1,3 miliardi di euro, segnando il più grande investimento su un singolo immobile nella storia d’Italia e innescando una rivalutazione degli affitti in tutta la via. La rapida cessione prevede il conferimento del palazzo (che ospita marchi come Cova, Prada e Yves Saint Laurent) in una nuova società controllata all’80% da Al-Mirqab e al 20% dalla società guidata da Luca De Meo. Finanziariamente, Kering incasserà 729 milioni di euro alla chiusura dell’operazione e ulteriori 432 milioni entro cinque anni, per un totale di quasi 1,2 miliardi.

Come specificato dal colosso francese, non si è trattato di un passo indietro ma di una precisa mossa per fare cassa, simile a quelle già attuate a Parigi e New York. In una nota ufficiale, l’azienda ha chiarito: “Questa operazione si inserisce nella strategia immobiliare selettiva di Kering, finalizzata ad assicurarsi location di particolare attrattività per le proprie Maison, rafforzando al contempo la flessibilità finanziaria del Gruppo”. Liberare capitali ingenti dagli immobili per reinvestirli nel core business: la stessa ricetta che oggi Dolce & Gabbana spera di applicare con successo.

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Usa, la rivelazione dell’Fbi: sventato un attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

Attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

L’Fbi avrebbe sventato degli “attacchi pianificati” diretti contro la Casa Bianca, durante l’evento di arti marziali tenutosi lo scorso fine settimana in occasione del compleanno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha dichiarato il direttore del Bureau, Kash Patel. La natura della potenziale minaccia non è al momento stata resa nota; l’Fbi ha effettuato cinque arresti in diversi stati, tra cui Ohio, Missouri e California.

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L’agenzia federale sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno “e grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto diversi stati, diverse persone sono ora in custodia e i presunti attacchi pianificati sono stati sventati sul nascere”, ha scritto Patel sul suo profilo di X.

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Meno chip, più cervello. La lezione di DeepSeek all’Europa

Dietro l’intelligenza artificiale non c’è il cloud ma una gigantesca infrastruttura fisica fatta di chip, memorie e data center. Mentre le Big Tech americane investono centinaia di miliardi di dollari nella corsa ai modelli sempre più grandi, emerge un problema strutturale: la dipendenza da componenti strategici come le memorie ad alta banda (HBM), prodotte quasi esclusivamente da SK Hynix, Samsung e Micron. Senza di esse i chip avanzati non riescono a spostare i dati abbastanza velocemente per sfruttare tutta la loro potenza di calcolo, un po’ come se una formula 1 fosse costretta a girare per le vie di una città piuttosto che in pista.

Nella corsa globale all’Intelligenza Artificiale l’Europa, che non dispone di una filiera competitiva di chip avanzati o di HBM, parte da una posizione che rende difficile competere sul terreno dell’hardware.

Bulimia da silicio

Al cuore di questo sistema c’è una logica che potremmo chiamare “bulimia da silicio”: più parametri, più chip, più energia, migliori risultati. I grandi laboratori di ricerca, da OpenAI ad Anthropic, da Google a Meta, hanno costruito la propria reputazione su modelli sempre più grandi, che richiedono infrastrutture sempre più costose e energivore.

L’esempio più lampante è forse rappresentato da Claude Mythos, il sistema annunciato nel mese di aprile 2026 da Anthropic, focalizzato sulla cybersecurity avanzata. Al suo lancio Mythos ha esibito risultati impressionanti nell’individuazione di vulnerabilità software particolarmente complesse, dimostrando capacità che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrate fantascienza.

Tuttavia, l’altra faccia della medaglia è un costo energetico e infrastrutturale esorbitante: un modello immenso a altissimo consumo energetico, blindato in data center dedicati per ragioni di sicurezza e accessibile solo a pochissimi partner.

Inoltre, una fetta crescente della comunità scientifica e degli sviluppatori indipendenti ha iniziato a contestare l’approccio dei “monster models”, sostenendo che la forza bruta non sia la soluzione più efficiente.

Una delle analisi più solide e pragmatiche è arrivata dal laboratorio AISLE, guidato dal ricercatore Stanislav Fort: il suo gruppo ha infatti sostenuto che programmi di intelligenza artificiale più piccoli e gratuiti possono scovare gli stessi difetti individuati da Mythos, purché operino in collaborazione con un esperto umano che sappia indirizzarne l’analisi.

Nonostante necessitino di un intervento umano, la critica ai sistemi monster resta reale: l’incredibile capacità di analisi esibita dai modelli più costosi non è necessariamente il prodotto della sola forza bruta computazionale.

DeepSeek: un caso controcorrente

Una prova che esista un’alternativa realizzabile è arrivata dalla Cina, con il debutto del modello sviluppato dalla startup DeepSeek. Colpita duramente dalle sanzioni e dalle restrizioni imposte dagli Stati Uniti, che le impediscono di acquistare i chip Nvidia più avanzati, Pechino ha dovuto fare di necessità virtù.

Non potendo competere sulla quantità del “ferro” (l’hardware), gli ingegneri cinesi hanno deciso di competere sulla qualità del “cervello” (il software).

I numeri dietro questo exploit sono impressionanti. L’investimento dell’azienda per posizionarsi sul mercato è stato stimato nell’ordine di grandezza del miliardo di dollari, una frazione minuscola rispetto ai piani da oltre 100 miliardi dei colossi statunitensi.

Inoltre, secondo i dati di DeepSeek, il costo computazionale di un singolo ciclo di addestramento scende a circa 6 milioni di dollari, a fronte dei 100 milioni stimati per GPT-4, pur offrendo prestazioni paragonabili al rivale statunitense.

Il segreto risiede nell’efficienza algoritmica della struttura nota come Mixture of Experts (MoE): invece di attivare l’intera, mastodontica griglia di chip del data center per rispondere a una singola domanda (l’approccio tipico dei modelli di IA), il software cinese attiva solo una piccolissima parte di chip specializzati per quella specifica risposta.

Per intenderci, è la differenza che passa tra l’assegnare a tutti i dipendenti di un ufficio il compito di esaminare e rispondere a una singola e-mail, piuttosto che affidare quella stessa richiesta allo specialista di quell’argomento.

L’interesse suscitato da questa strategia è evidente sul piano finanziario: la startup, inizialmente sostenuta da investimenti limitati, starebbe finalizzando, proprio in queste settimane, un maxi-round da 7,4 miliardi di dollari. Un segnale che il mercato considera l’efficienza algoritmica una strada credibile per competere nell’industria della IA.

L’open source: un ecosistema di vantaggi diffusi

Questo successo poggia le sue fondamenta sulla strategia dell’open source, una scelta che ha generato benefici a cascata per l’intera catena del valore.

Deepseek ha rilasciato gratuitamente il codice del suo sistema e ha spostato le fonti di guadagno sui servizi Cloud: l’intelligenza artificiale in sé è gratis, ma i clienti pagano per utilizzare la potenza di calcolo dei suoi server.

Il rilascio gratuito del codice si è tradotto in un’operazione immediata di marketing globale a costo zero, mentre l’azienda beneficia del lavoro di ricerca di milioni di sviluppatori esterni che testano i modelli e ne creano versioni ottimizzate.

La diffusione accessibile del codice, inoltre, si è trasformata in uno scudo geopolitico che ha reso difficile bloccarne la penetrazione nel mercato.

Gli sviluppatori esterni apprezzano molto la natura aperta di questo sistema: in particolare, l’accesso alla struttura interna del modello permette personalizzazioni spinte su dati riservati, come codici o database aziendali, per creare assistenti specializzati da integrare direttamente negli ambienti della clientela.

Il riflesso sugli utenti finali è dirompente in termini di efficienza, ma anche di conformità regolatoria. Potendo installare il modello sui propri server privati, le imprese risolvono alla radice i nodi legati alla privacy e al GDPR, poiché i dati sensibili non vengono mai inviati a server esterni.

Queste dinamiche hanno contribuito a ridurre i prezzi di mercato e, al tempo stesso, hanno attenuato il rischio di vendor lock-in per i clienti. Un’azienda che adotta questo modello, infatti, non dipende più dai cambi di tariffa o dall’eventuale chiusura del fornitore: l’architettura scaricata continuerà a funzionare per sempre sulle proprie macchine, abilitando, persino, l’esecuzione offline sui dispositivi locali.

Sebbene DeepSeek sia percepita come paladina dell’open source, ha creato comunque una zona di sicurezza per il suo prodotto: l’azienda ha rilasciato i parametri del modello e l’architettura, ma non ha mai pubblicato i dati di addestramento completi, né le formule di filtraggio dei dati. Questo è un comportamento comune a quasi tutti i progetti open source nel campo della IA, motivato sia da segreti industriali che da normative nazionali sul controllo dei contenuti.

La scelta europea: ottimizzare o rincorrere

La bulimia da silicio della Silicon Valley non sembra un destino tecnologico, ma una scelta economica, che ha preferito la forza bruta, anche come barriera d’entrata a possibili competitors, allo sviluppo di tecniche di ottimizzazione.

Questo scenario dischiude una riflessione profonda sul destino economico e tecnologico dell’Europa.

Il Vecchio Continente si trova in una posizione scomoda ma non priva di opportunità: siamo rimasti indietro nella manifattura di chip, ma rincorrere la Silicon Valley sul terreno dell’hardware potrebbe essere una strategia rischiosa.

L’esperienza di Deepseek e la critica al ricorso a modelli monster sembrano suggerire che una strategia alternativa possa essere la via della ricerca dell’ottimizzazione computazionale.

Se accettasse questa visione, l’Europa dovrebbe adottare un nuovo paradigma nella ricerca della propria sovranità digitale. La Commissione Europea e i governi nazionali dovrebbero avere il coraggio di una svolta politica: un cambio di rotta necessario anche alla luce del neonato Cloud and AI Development Act (CADA), presentato dalla Commissione Europea il 3 giugno 2026. Il provvedimento, pur muovendosi nella giusta direzione della sovranità infrastrutturale, concentra infatti la sua attenzione sull’espansione della capacità fisica dei data center anziché sul finanziamento del software.

Bruxelles dovrebbe quindi riequilibrare gli investimenti destinati alla manifattura di chip e all’infrastruttura fisica, riservando parte delle risorse del European Chips Act, del Digital Europe Programme e dei futuri stanziamenti del CADA alla ricerca sull’ottimizzazione algoritmica, sul design del software e sugli ecosistemi open source.

 

Solo premiando l’ingegno computazionale rispetto alla forza bruta energetica, Bruxelles potrà trasformare la sua storica dipendenza hardware dagli Stati Uniti in una leadership globale del software.

La Cina con DeepSeek ha dimostrato che la via è percorribile; l’Europa ha ancora il tempo e tutte le ragioni per dimostrarlo a sé stessa e al mondo intero.

 

 

 

 

 

 

 

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Trump: La cosa più importante dell’accordo è che l’Iran non avrà armi nucleari

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto hanno dato pieno consenso, garantendo forti poteri di controllo e non avranno armi nucleari che era il punto cruciale, perché probabilmente le avrebbero usate se le avessero avute. Se cercheranno di produrre o comprare armi nucleari, le conseguenze saranno estreme. Ma non lo faranno”, lo ha detto Donald Trump al G7 incontrando l’emiro de Qatar.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Giuli a Salonicco: Asse Roma-Atene ha permesso di recuperare migliaia di opere trafugate

(Agenzia Vista) Salonicco, 16 giugno 2026
“Aggiungo anche una passione condivisa per restituire alle comunità d’origine, grazie alla forza gentile della cooperazione tra governi amici, tra nazioni sorelle, direi, quanto la criminalità transnazionale aveva brutalmente depredato. Questo lavoro congiunto ha permesso, come ha detto la mia amica Lina, all’Italia e alla Grecia di recuperare migliaia di opere d’arte trafugate e vendute sul mercato nero”, così il ministro della Cultura Alessandro Giuli al Museo Archeologico di Salonicco.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Kate Middleton assente ad Ascot, Carlo III affaticato e arrossato oltre misura sotto il sole: Zara Tindall lo aiuta davanti a tutti, la famiglia reale si stringe attorno al re malato

Re Carlo III con il volto molto arrossato e l’aria di chi cerca di sopravvivere ad un sole cocente e a picco, ha raggiunto l’anello nel quale le carrozze dei reali salutano il pubblico coloratissimo del Royal Ascot. La famiglia Windsor in versione iper ridotta lo ha accompagnato stringendo i ranghi intorno a lui, ma questa volta, così come accade ormai dal 2023, la principessa del Galles non era tra di loro.

Kate e William hanno reso omaggio al re sabato 12 giugno in occasione della sfilata istituita da Giorgio III nel 1748 per festeggiare il compleanno del sovrano; con i tre bambini hanno salutato la folla festante dal balcone di Buckingham Palace e sopportato il gruppetto di contestatori appostati nel percorso lungo the Mall per urlare “not my King”, mostrando la foto del fratello di Carlo, Andrea Mountbatten-Windsor, a ricordare le ragioni della loro indignazione.
Impeccabili e ambasciatori della tradizione che si ripete (a volte) annoiata, lunedì hanno partecipato alla cerimonia istituita dal prestigioso Ordine della Giarrettiera al castello di Windsor. Come sempre accade in occasione della sue apparizione, è Kate a monopolizzare la scena, il suo sorriso conquista sudditi e ammiratori, la sua forza ispira chi sta attraversando il tunnel della malattia, così come è capitato a lei.

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Eppure, chi sperava di rivederla martedì, in carrozza, in prima linea con il re e i pochi membri della famiglia reale invitati ad Ascot, sarà rimasto molto deluso perché i principi del Galles non si sono presentati. L’anno scorso il forfait di Kate era apparso all’ultimo minuto dai cartelloni che indicano l’ordine di apparizione degli ospiti delle quattro carrozze che raggiungono il Royal Ring. E’ da lì che i Royals salutano la folla appostata sugli spalti, per poi dirigersi verso la pista sulla quel si sfidano i cavalli con i loro fantini. Sul Royal Box davanti alla gara, la regina Elisabetta II mostrava tutta la sua passione per le corse e per i cavali, che pare amasse persino più delle persone. La stessa passione è passata alla figlia, la principessa Anna, che non perde l’evento per nulla al mondo, sempre accompagnata dalla figlia, Zara e dal genero. Anche quest’anno era presente Peter, l’altro figlio di Anna, accompagnato dalla neo sposa, la seconda moglie, Harrier Sperling.
Un anno fa, nel gruppo di famiglia era stata inclusa anche la principessa Beatrice di York con il marito Edoardo Mapelli Mozzi, ma le vicende che hanno portato il padre a finire sotto indagine hanno di fatto spento i riflettori sulle due figlie, tenute a distanza di sicurezza dalla corona.

Così, come accade sempre più di frequente, è un povero re malato (nessuno ha mai comunicato una sua effettiva guarigione dal cancro che lo ha colpito nel 2024) affaticato e arrossato oltre misura dal sole di giugno, a doversi sobbarcare il peso e la responsabilità della monarchia. Camilla è accanto a lui, ma è Zara Tindall che gli sistema l’abito mentre gli accarezza la spalla quando scende dalla carrozza in un gesto di tenerezza e confidenza che la dice lunga sul rapporto tra zio e nipote e sull’affetto col quale chi è rimasto nella versione ristretta della “Ditta” sostiene il suo re, quando Kate non c’è.

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Trump riceve da Merz la maglia della nazionale di calcio tedesca con il suo nome e il numero 47

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
In occasione del vertice del G7 di Evian-les-Bains, in Francia, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha donato al Presidente Usa Donald Trump la maglia della nazionale tedesca di calcio con il numero 47 e il suo nome.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Fratoianni: Aumenta inflazione e stipendi fermi, nostra proposta di legge ‘sblocca stipendi’

(Agenzia Vista) Roma, 16 giugno 2026
“Proteggere potere d’acquisto degli stipendi degli italiani con nostra proposta di legge ‘sblocca stipendi’ che aggancia stipendi all’inflazione”, la dichiarazione di Nicola Fratoianni di Avs fuori di Montecitorio.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Che cosa c’è dietro la crisi della fecondità

“La bellezza è un enigma”, ricorda Dostoevskij in un passaggio de L’idiota. Anche la fecondità però non scherza. E se, nello stesso romanzo, al protagonista, l’ambivalente principe Myškin, viene attribuita la famosa frase “Il mondo sarà salvato dalla bellezza”, la denatalità non solo non ci salverà, ma è destinata a crearci non pochi problemi.

Il quadro è noto. Il tasso di fecondità totale, ovvero il numero medio di figli per donna in età fertile (15-49), in Italia continua a colare a picco: 1,14 nel 2025 secondo l’Istat, ben al di sotto del cosiddetto tasso di sostituzione necessario a mantenere stabile la popolazione (2,1). Sono esattamente 50 anni che siamo sotto quella soglia, e siamo in abbondante compagnia: oggi i due terzi della popolazione mondiale vivono in Paesi con tassi di fecondità inferiori a 2. Tolta l’Africa e una manciata di paesi centro-asiatici e latino-americani, l’umanità è in denatalità dappertutto.

Anche le implicazioni socio-economiche sono note, e quantificate. Bassa fecondità significa un Paese più vecchio, che spende di più in sanità, assistenza di lungo periodo e pensioni (più basse). Nel 2050, secondo le stime di Itinerari Previdenziali, un terzo degli italiani avrà più di 65 anni (trainato in primis dagli over 80), e il rapporto lavoratori/pensionati, ovvero tra chi paga le pensioni e chi le riceve, si attesterà su 1:1 (oggi è 3:2). Ma un Paese vecchio è anche un Paese in cui si lavora, si produce e si innova di meno. I risparmi sono destinati ad aumentare e la domanda privata a calare, frenando la crescita, è il combinato disposto della stagnazione secolare (copyright Larry Summers, già Segretario del Tesoro Usa con Clinton).

Una maggiore occupazione giovanile e soprattutto femminile potranno attutire il colpo, ma servirà comunque un forte aumento della produttività per generare il Pil aggiuntivo necessario a quadrare i conti. Peccato che nel nostro caso la questione non rientri ultimamente tra le eccellenze nazionali: l’aumento cumulato della produttività del lavoro in Italia è stato complessivamente di circa il 5% nel decennio 1999-2019 (dati Eurostat), contro oltre il 20% di Francia e Germania. Forse l’intelligenza artificiale ci darà una mano. O forse no.

Ci sono però altre sfumature meno note. Innanzitutto la bassa fecondità non coincide con i nostri desideri. Oltre 6,5 milioni di italiani -circa i due terzi della popolazione in età 18-49, quella in cui è più probabile diventare genitori, fanno meno figli di quanti ne vorrebbero. Il dato è in linea con altri paesi Ocse, in cui si osserva un divario medio di circa 0,5-0,7 figli per donna tra fecondità reale e aspirazionale. Qui l’enigma di Dostoevskij inizia farsi strada, dacché isolare una singola causa è forse impossibile. Tra gli imputati più comuni ci sono i servizi per l’infanzia (non sempre disponibili e troppo spesso cari), la condivisione del carico di cura domestica nella coppia (5 ore giornaliere in media per le donne in Italia, contro meno della metà per gli uomini), e la cosiddetta penalità da maternita, ovvero l’impatto del primo figlio sul gap uomo-donna nei guadagni (che oggi purtroppo non viene poi più recuperato).

C’è però anche dell’altro. Da un lato una sorta di corsa al successo dei figli, con maggiori spese (per chi può permettersele) in istruzione, corsi e attività varie da parte dei genitori. Tradotto: meno figli, ma seguiti meglio. Il tempo medio trascorso ogni giorno dai genitori in cura diretta della prole, raddoppiato in Italia e vari paesi comparabili nel solo periodo 1988-2008, sembrerebbe confermare il nuovo stile educativo. Dall’altro lato ci sono le legittime aspirazioni professionali di entrambi i genitori (madri comprese, finalmente), la carenza di politiche abitative adeguate e, forse, anche un pizzico di individualismo. L’enigma della fecondità assomiglia sempre più a un puzzle dai tanti tasselli.

Ma non finisce qui. Un recente studio demografico, condotto su 158 milioni di madri in 4 paesi tra cui l’Italia, si concentra sul tasso non di fecondità ma di maternità, ovvero il numero di figli per donne che ne hanno almeno uno. In quel caso il valore medio italiano nel periodo 1970-2014 è pari a 2,1, perfettamente in linea con il tasso di sostituzione (analogo risultato emerge per gli altri paesi). Come a dire: il tema non è che si fanno pochi figli, ma che una quota crescente non ne fa affatto.

Se così fosse, l’enigma si complicherebbe. C’entrano presumibilmente la maggiore incidenza di famiglie unipersonali (oltre un terzo del totale, circa 9 milioni di individui), il crollo dei matrimoni, più che dimezzati nell’ultimo mezzo secolo-, e forse anche la socialità digitale. Un altro studio riscontra in tal senso un calo drastico della fecondità in Usa e Uk dopo l’avvento degli smartphones, trend osservato anche altrove. Suggestiva infine l’ipotesi che lega il calo della fecondità alla crescente distanza ideologica tra i giovani. In paesi come Germania, Corea, Regno Unito e Stati Uniti, si è allargata negli ultimi decenni la forbice politica giovanile: le donne sempre più progressiste, e i loro coetanei uomini non di rado conservatori. Anche in Italia, secondo una recente indagine Bocconi condotta su elettori ed elettrici under 30, circa un terzo delle donne si colloca nettamente a sinistra (o centro-sinistra), mentre l’inverso si osserva per i giovani uomini. Moglie e partito dei paesi tuoi, avrebbero detto i nostri nonni.

Come si risolve questo puzzle? Se isolare una causa è arduo, lo è anche dare una risposta unica. Non a caso il Giappone (primo al mondo per over 65) le prova tutte da decenni, con modesti risultati. Qualche punto fermo però c’è. Le politiche abitative innanzitutto: questo studio rigoroso (condotto in Brasile) dimostra come l’accesso ad una casa aumenti di circa un terzo sia la probabilità di avere figli sia il loro numero, specie per coppie giovani a basso reddito. Poi una contro-intuizione: le politiche di sostegno alla genitorialità (congedi parentali, agevolazioni fiscali e bonus vari) servono ma da sole non bastano. In area Ocse il tasso medio di fecondità è sceso da 2,1 a 1,5 negli ultimi quarant’anni, anche in Paesi storicamente molto egalitari (Finlandia), o molto generosi nella spesa pubblica destinata a quelle politiche (Francia, Corea del Sud).

Ciò naturalmente non esime l’Italia dall’intervenire sulle tante criticità. Potremmo iniziare aumentando i congedi di paternità (fermi a 10 giorni), rendendo piu’ generosi quelli parentali, rimodulando gli sgravi fiscali (oggi previsti per le lavoratrici con almeno 3 figli), investendo seriamente sugli asili nido (ancora sotto l’obiettivo Ue del 45%), introducendo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole (ora è richiesto il consenso dei genitori), e finanziando adeguatamente pratiche quali congelamento ovuli e fecondazione assistita. In ultima istanza, ogni possibile soluzione del puzzle non potrà che passare per un pacchetto organico e lungimirante di misure, tanto economiche quanto culturali. Finché invece gli incentivi saranno mal disegnati, i nidi e la casa poco finanziati, il carico di cura iniquamente distribuito, e le carriere femminili troppo penalizzate, la fecondità resterà forse un enigma, e certamente un bel problema di policy. Per tutto il resto c’é Dostoevskij.

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Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”

Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”. Con queste parole Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti italiani, e la Stampa Romana, la sigla dei professionisti che operano nella Capitale e nel Lazio, hanno espresso la propria vicinanza a Il Fatto Quotidiano e Report raggiunti da una maxi richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari per le inchieste sulla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti. Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg) ha espresso “piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni”, parlando di “effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa“.

Nella richiesta di risarcimento di 43 pagine si parla di “accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il faccendiere pedofilo, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti. L’azione legale non è per diffamazione – negli Stati Uniti la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa – ma per “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.

La solidarietà di Fnsi e Stampa Romana

Nel comunicato congiunto delle due sigle si legge che l’azione legale intestata dalla società di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, “sottolinea un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa. Richieste di risarcimento abnormi, fuori da qualsiasi ragionevole parametro, accompagnate dall’esplicita affermazione di voler far chiudere testate scomode, senza minimamente interessarsi del futuro dei giornalisti e dell’informazione”. Fnsi e Stampa Romana concludono ribadendo “l’importanza del giornalismo d’inchiesta e la protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie”. Nella nota si fa anche riferimento al fatto che Cipriani si sia rivolto ala magistratura degli Stati Uniti. Una scelta, specificano le due sigle, “per cercare di stringere ulteriormente il cappio” intorno alle due testate. La richiesta di risarcimento è stata infatti sottoposta alla Corte distrettuale di New York, per mano dei legali del ramo Usa del gruppo imprenditoriale di Cipriani.

Il comunicato di Alg

Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti denuncia come la richiesta di risarcimento di entità straordinaria rischia di assumere i contorni di “una pressione economica sproporzionata” nei confronti dell’attività giornalistica. “Riteniamo che richieste risarcitorie di importi milionari – spiega il presidente ALG, Paolo Perucchini – possano produrre un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa, soprattutto quando colpiscono attività di giornalismo d’inchiesta svolte nell’interesse pubblico. Il giornalismo investigativo rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una società democratica”. Perucchi parla di “cause bavaglio” che “rischiano di generare un clima di autocensura“, danneggiando quindi l’intero sistema dell’informazione. “Anche la scelta di rivolgersi al tribunale federale americano – conclude il presidente dell’ALG – è sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando ‘fuori casa’”.

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Mondiali, come sono andate le 24 ore dell’Iran negli Usa: dai fischi durante l’inno all’esultanza molto discussa

TijuanaLos Angeles, partita, Los Angeles-Tijuana. Tutto in 24 ore. Anzi, meno. L’Iran ha iniziato la sua avventura ai Mondiali 2026 che si giocano tra Usa, Canada e Messico e lo ha fatto in mezzo a non poche difficoltà nel pre, durante e nel post gara, nonostante il giorno prima Trump abbia annunciato l’accordo con Teheran per la fine della guerra. Sul campo contro la Nuova Zelanda è finita 2-2, con la formazione iraniana che ha recuperato per due volte lo svantaggio, ma a far discutere è il contorno del match tra fischi all’inno, bandiere controverse in tribuna, esultanze discutibili, dichiarazioni pesanti nel post gara e qualche problemino per tornare in Messico, dove si trova il quartier generale dell’Iran, a cui è concesso entrare negli Usa soltanto per le partite.

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Le proteste dentro e fuori dallo stadio

Costretta a trasferirsi in Messico all’ultimo minuto (il “primo” quartier generale era in Arizona), ostacolata dai visti arrivati solo all’ultimo momento (e negato a una quindicina di membri dello staff tecnico) e con l’obbligo di entrare e uscire dagli Usa in massimo 24 ore, la nazionale iraniana ha giocato la propria partita, cercando di tenere lo sport “separato dalla politica”, come aveva chiesto il suo allenatore. Ciò non è accaduto però sugli spalti, dove la partita è stata molto carica di tensione emotiva.

I membri della diaspora iraniana, nota come “Tehrangeles“, hanno manifestato contro la Repubblica islamica fuori dallo stadio, mentre centinaia di tifosi all’interno hanno esposto l’emblema del leone e del sole, simboli della bandiera prima della rivoluzione del 1979. Una protesta contro l’attuale regime. I funzionari iraniani avevano ribadito che era responsabilità della Fifa garantire che fosse esposta solo la bandiera attuale, minacciando di interrompere la partita in caso contrario. Poi sono arrivati anche i fischi durante l’inno. Da lì sugli spalti si è cominciato a tifare, ma solo per la nazione e per il popolo iraniano, non per la squadra, storicamente considerata molto vicina al regime di Teheran. A fine partita l’autore del gol del momentaneo 1-1, Ramin Rezaeian, interpellato sui fischi all’inno da un giornalista, ha risposto “non sono affari tuoi“. “Se c’è qualche problema tra noi, sono affari nostri, non ti riguardano – ha detto Rezaeian in modo brusco -. Ti rispetto, ma è una questione che ci riguarda e la risolveremo, non preoccupartene”.

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L’esultanza discussa

Le bandiere con il leone e il sole, le proteste fuori dallo stadio e i fischi durante l’inno, ma non solo. A far discutere durante la partita è stata l’esultanza di Mohammad Mohebi, che ha segnato il gol del definitivo 2-2. L’esultanza di Mohebi si è suddivisa in due parti: prima ha fatto il gesto che richiama un’iniezione sul braccio, la cosiddetta ‘ice in my veins’ usata spesso in Nba, per indicare la freddezza nei momenti decisivi. E fin qui nulla di strano.

Subito dopo, però, l’attaccante 27enne del Rostov ha guardato verso le tribune e ha mimato un gesto che in molti hanno interpretato come uno sparo con una pistola rivolto ai presenti. “È stato un gesto spontaneo – ha detto Mohebi nel post gara – nato in quel preciso momento. Solo un’esultanza e basta”. Un‘esultanza molto chiacchierata, visto il contesto storico e geopolitico già di per sé parecchio delicato.

Le dichiarazioni post partita

La fase più calda delle 24 ore dell’Iran negli Usa è stata sicuramente quella del post gara, quando – a detta del commissario tecnico Amir Ghalenoei e del capitano Mehdi Taremi – alla nazionale è stato chiesto di “andare via subito“. “Siamo la squadra più maltrattata di tutto il Mondiale“, ha aggiunto il ct Amir Ghalenoei, riferendosi ai problemi logistici e per ottenere i visti. “Non sappiamo nemmeno il perché ed è molto strano, altri stanno decidendo al posto nostro“, le sue parole nella conferenza stampa successiva alla partita.

“Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”

“È molto stressante per i giocatori, riceviamo poco sostegno, credo che la Fifa avrebbe potuto fare di meglio – aveva rincarato la dose Taremi – Siamo stanchi di questa situazione. Abbiamo avuto molti problemi negli ultimi mesi. Vogliamo soltanto pace e gioia. Non sono questi gli slogan della Fifa?”. Parole che Taremi ha rivolto anche al presidente della Fifa, Gianni Infantino, che dopo la gara aveva fatto visita alla squadra negli spogliatoi. “Gli abbiamo chiesto le stesse cose, lui vuole aiutare ma ci sono altri problemi“, si è limitato a dire l’ex attaccante dell’Inter.

Il ritorno in Messico

Anche il ritorno in Messico non è stato dei più sereni: secondo quanto riportato da RMC Sport, due calciatori – l’ex attaccante dell’Inter e capitano della nazionale Mehdi Taremi e il compagno di squadra Saeed AlAlawi – hanno avuto delle complicazioni durante l’imbarco sul volo di ritorno da Los Angeles, circostanze simili a quelle già vissute al loro arrivo. Da Teheran la Federazione ha fatto sapere che le procedure per lasciare l’aeroporto si sono protratte in modo ingiustificato, ritardando così la partenza per Tijuana. Successivamente la Federazione ha riportato che il visto di un altro giocatore, Mehdi Torabi, era scaduto perché valido per un solo ingresso e che si sta già lavorando per rinnovarlo in vista delle prossime partite.

Domenica l’Iran tornerà di nuovo negli Stati Uniti per affrontare il Belgio ancora a Los Angeles, in una sfida già cruciale per il cammino nel girone. Ma dopo tutto ciò che è accaduto nelle ultime 24 ore, la sensazione è che i problemi più grandi per la nazionale iraniana non siano in campo. Tra tensioni politiche, ostacoli burocratici e continui imprevisti logistici, la partita più complicata dell’Iran sembra ancora giocarsi fuori.

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Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin

L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.

Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.

Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.

Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.

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Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra

di Serena Poli

I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).

Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.

Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.

Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.

In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.

L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.

Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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CLIMA, STUDIO: “CON RITIRO GHIACCIAI SCOMPARE FAUNA ANCORA SCONOSCIUTA”

I ghiacciai non sono soltanto riserve d’acqua, ma ospitano anche una biodiversità animale ancora in larga parte sconosciuta che la rapida fusione dei ghiacciai rischia di cancellare prima ancora che sia stata pienamente studiata. È quanto emerge – riporta LaPresse – da uno studio internazionale guidato da ricercatori dell’Università statale di Milano, in collaborazione con il Museo delle scienze di Trento, che fornisce la prima sintesi globale delle conoscenze sugli animali degli ambienti glaciali e mette in evidenza quanto questa fauna sia oggi esposta agli effetti del ritiro dei ghiacciai. Pubblicata sulla rivista scientifica Pnas e basata su un ampio database globale, l’analisi mostra che, nonostante ghiacciai e calotte polari coprano circa il 10 per cento della superficie terrestre, la biodiversità animale che ospitano è ancora poco conosciuta. Gli autori definiscono quindi gli ambienti glaciali veri e propri ‘darkspots’ della biodiversità, in cui si ritiene possano esserci ancora molte specie da scoprire. Attraverso una revisione sistematica della letteratura scientifica e dei dati disponibili, basata sull’analisi di 2.695 articoli, i ricercatori hanno documentato almeno 152 specie animali legate a ghiacciai e calotte polari, appartenenti a 14 classi diverse. Tra i gruppi più rappresentati figurano rotiferi, collemboli e tardigradi, piccoli organismi capaci di adattarsi a condizioni ambientali estreme.Il dato più significativo riguarda però 73 specie segnalate esclusivamente in habitat glaciali: i cosiddetti ‘glacier specialists’, che dipendono strettamente dalla presenza del ghiaccio e risultano quindi particolarmente vulnerabili alla sua scomparsa. Per valutarne l’esposizione al cambiamento climatico, i ricercatori hanno incrociato la loro distribuzione attuale con diversi scenari futuri di ritiro dei ghiacciai. I risultati indicano un declino drastico: anche in uno scenario di riscaldamento molto limitato, entro il 2100 tre specie perderebbero completamente il loro habitat: i collemboli Desoria calderonis e Vertagopus fradustaensis e il tardigrado Adropion afroglaciali, mentre altre 12 specie ne perderebbero oltre il 90 per cento.

(Foto di repertorio)

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MARSALA (TP), INCENDIO IN AZIENDA. ASP: STANNO BENE I 37 CANI

Stanno tutti bene i 37 cani trasferiti dal canile comunale di Marsala, dopo l’incendio alla Sarco, e stamattina non presentano alcun sintomo di problemi respiratori o di altro genere. Lo assicura Cristina Cudia, dirigente veterinario Siapz Marsala-Mazara (Igiene degli Allevamenti e delle Produzioni Zootecniche) dell’Asp Trapani e direttrice sanitaria del canile. Il dipartimento di Prevenzione veterinaria dell’Asp aveva già disposto tutte le procedure per il trasferimento dei cani in altre strutture aziendali, tra le quali la Cittadella della Salute, non resosi poi necessario grazie alla collaborazione delle associazioni animaliste del territorio. Già ieri mattina erano state disposte due circolari da parte dell’Asp e inviate alla sindaca Andreana Patti: quella dei dipartimento Veterinario con le disposizioni in materia di protezione da diossine e PBC riguardanti allevamenti, volatili e animali da cortile, e quella del dipartimento di Prevenzione con le raccomandazioni per le abitazioni, gli impianti di condizionamento e sul consumo di prodotti agricoli entro i due chilometri dal luogo dell’incendio.

(Foto di repertorio)

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Gli anarchici e la campagna per Cospito: “Tra gli obiettivi gli studi dove registra La7”

C’erano anche gli studi televisivi dove si registrano i programmi di La7 tra i possibili obiettivi nel mirino dei sette anarchici arrestati questa mattina dalla Digos di Roma. Le indagini della Polizia di prevenzione, coordinate dalla Procura di Roma, hanno infatti accertato che la cellula, dopo aver pianificato le proprie attività in un casale nei pressi di Vicovaro (Roma), si sia resa responsabile dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli, nell’ambito delle azioni programmate in concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Gli studi “De Paolis”, sulla via Tiburtina, sono molto noti in città, per decenni alternativa naturale a quelli di Cinecittà. Da un’intercettazione dell’11 gennaio 2026, uno degli anarchici indagati, Francesco Benedetti, dice alla compagna Francesca Cannatello (non colpita da misure): “Franci, ma tu entri da Kfc… (…) te lo fai de giorno vestito da operaio… vai co i guanti, te giochi proprio n’altra carta”. La parola “Kfc” – annotano gli investigatori – “ha portato facilmente alla catena fast food statunitense (…) Si è quindi concentrata l’attenzione su uno store sito in via Tiburtina 541, in prossimità del centro sociale Intifada di via di Casal Bruciato 15, dove i tre protagonisti la sera precedente avevano partecipato all’evento musicale”. Qui però, secondo la Digos, viene rivelato il vero obiettivo del gruppo: “Lo store (…) si presta, per localizzazione, come luogo utilizzabile per raggiungere anche un’altra destinazione da colpire, poiché a fianco di Kfc sono presenti gli studi televisivi “De Paolis” (all’interno vengono registrati programmi televisivi prevalentemente prodotti da La7″.

Le indagini sono partite da quelle relative alla rete di supporto alla latitanza di Salvatore Vespertino, arrestato in Spagna febbraio 2025 per l’attentato nel 2017 presso la sede di Casapound a Firenze. Tra gli obiettivi principali della cellula c’era quello di rilanciare la mobilitazione per Alfredo Cospito, l’anarchico a cui è stato rinnovato per altri due il regime di 41 bis. Nell’ordinanza cautelare vengono citate una serie di intercettazioni. In un audio carpito dagli investigatori, sempre Benedetti afferma: “Con grossa fatica ma qualcosa bisogna fare…costringere un po’ lo Stato a fa i conti…che tenere un anarchico in 41 bis è comunque aver rotture di scatole!”. Negli atti viene anche citato un colloquio in cui due indagati “discutono di un sopralluogo che potrebbe coinvolgere la catena fast food McDonald’s… in relazione alla volontà di rilanciare la mobilitazione a favore di Cospito” e affermano: “Pensiamo che sia meglio partire piano…renderla pubblica in una sorta di escalation!”.

ll tema della mobilitazione pro-Palestina, secondo gli investigatori, “appare da subito per i partecipanti un ottimo aggregatore per i giovani e per ottenere visibilità o meglio riconoscibilità del gruppo in quanto promotori di ”certe pratiche'”. Prevedono gli indagati, anche la possibilità di coordinarsi con altri gruppi di azione “sparsi per tutta l’Italia (…) sono capaci e disposti a mettere in campo un cerio tipo d’intervento”. Alcuni riconducibili anche al centro anarchico “Casa Santa” di Predappio. Non solo. Nico Aurigemma, il romano del gruppo, indicato come senza fissa dimora, fa un parallelo anche con gli altri paesi: “Mi sembra una discussione molto italiana (…) In questo Paese si tenta di tutto per sfuggire alla repressione (…) In Francia e in Germania, c’è un livello di costanza di diffusione dell’azione che è abbastanza elevato nel sono che ci sono decine e decine di tralicci che bruciano, cioè robe elettriche che succedono, bum, bim, bam, sabotaggi ai treni… cioè un livello in crescendo”.

Nelle motivazioni per la custodia cautelare, infine, il gip afferma: “Il tragico decesso degli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone (i due anarchici morti per una esplosione di un ordigno rudimentale che stavano fabbricando a Roma, ndr) ha generato una serie di movimenti, proclami, manifestazioni, attentati (recentemente in Grecia) che vedono la concentrazione, soprattutto in territorio romano, di militanti anarchici per una serie di incontri ed eventi, in parte preannunciati, ma che in parte si possono reputare clandestini In un contesto simile diviene ancor più tangibile il rischio di azioni violente e di particolare impatto”.

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Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi

Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico.

“È difficile descrivere”, scrivevamo allora, “la condizione di degrado raggiunta dalla struttura (…). Non si tratta più di trascorrere il tempo in uno spazio ridotto o di non poter usufruire di un programma teso alla risocializzazione a causa del sovraffollamento, come ormai accade alla maggior parte dei luoghi di detenzione italiani. A Sollicciano si tratta di essere costretti a sopravvivere adattandosi a condizioni di vita inumane che non corrispondono al senso di umanità della pena richiesto dall’art. 27 comma 3 della Costituzione. La struttura degli edifici che ospitano le sezioni e lo stato di degrado dell’intero impianto idrico sono tali che le continue infiltrazioni di acqua piovana e di acqua dispersa hanno cosparso di muffa intere pareti e provocano continui sversamenti di acqua dai soffitti e dai terrazzi, che allagano i pavimenti e obbligano i ristretti a vivere nell’umidità, se non proprio nell’acqua. I servizi igienici delle celle (dove spesso vengono ricavati spazi dispensa) oltre ad essere coperti di macchie di muffa, sono privi di copertura della tazza e di cassa di scarico, tanto che le persone detenute devono utilizzare un tubo di fortuna attaccato al lavandino. Sempre a causa delle infiltrazioni di acqua è saltato l’impianto elettrico di alcune celle e le persone detenute devono stare al buio. Le cimici continuano ad infestare i materassi”. E potremmo continuare.

Le condizioni igieniche, sanitarie e strutturali dell’istituto non erano già all’epoca sostenibili. Nonostante questo e altri successivi appelli, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non si è mosso. Oggi è una Procura – caso senza precedenti – a chiederne il sequestro. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per ben sette sezioni del carcere fiorentino. I detenuti verranno, inevitabilmente, ammassati da qualche altra parte, visto il tasso di affollamento carcerario che ha ormai raggiunto il 140% su base nazionale (e oltre il 200% in molti istituti: oggi solo 22 carceri su 189 non sono sovraffollate).

L’applicativo informatico utilizzato dal Ministero della Giustizia per misurare lo spazio delle celle si discosta dai criteri dettati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2021. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera. Nel suo continuo braccio di ferro con la magistratura, ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme per come i magistrati le interpretano.

Allo stesso modo, ha deciso che i detenuti possono vivere in mezzo alle cimici, alla muffa, agli allagamenti. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. Adesso sono intervenuti i giudici a riaffermare dei limiti minimi. Non era mai accaduto prima in questi termini. Speriamo che non ci si fermi qui. Non basta una mano di vernice a Sollicciano: come accade in Paesi più civili del nostro, nessuno deve più entrare in carcere se non c’è uno spazio dignitoso ad accoglierlo.

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EUROCAMERA DICE SÌ A NUOVE REGOLE SUL MEAT SOUNDING

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva nuove misure volte a rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori e a contribuire alla stabilizzazione dei loro redditi. Con 560 voti favorevoli, 75 contrari e 25 astensioni, gli eurodeputati hanno approvato un regolamento che modifica le norme Ue sull’organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli. Il testo introduce nuove disposizioni mirate a garantire che i prezzi finali dei prodotti alimentari riflettano meglio i costi effettivi di produzione e abbiano un impatto diretto sui redditi degli agricoltori. Gli Stati membri saranno tenuti a stabilire e pubblicare online parametri di riferimento da utilizzare negli accordi contrattuali. Il regolamento rafforza inoltre il ruolo delle organizzazioni di produttori (OP) nell’organizzazione del mercato e nella contrattazione collettiva. Tra le principali novità figurano la possibilità per le Op di negoziare direttamente con gli acquirenti e l’introduzione di norme che impediscono agli acquirenti di aggirare le Op contattando direttamente i singoli produttori.Il testo introduce inoltre una definizione di carne quale ‘parte commestibile di animali’ e stabilisce un elenco di denominazioni riservate esclusivamente ai prodotti contenenti carne, che non potranno quindi essere utilizzate per prodotti privi di carne, come quelli coltivati in laboratorio o ottenuti da colture cellulari. Tra questi figurano ad esempio i termini ‘bistecca’, ‘bacon’ e ‘filetto’.L’obiettivo, viene piegato, è aumentare la trasparenza nel mercato interno e consentire ai consumatori di effettuare scelte consapevoli.

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RAPPORTO FAO: AI MASSIMI PRODUZIONE GLOBALE PESCA E ACQUACOLTURA

Con 184 miliardi di dollari, il commercio di prodotti ittici continua a raggiungere livelli record e ora rivaleggia con il commercio di carne terrestre in termini di valore. Garantire una crescita sostenibile ed equa degli ecosistemi marini e interni, tuttavia, rimane una sfida fondamentale. E’ quanto sottolinea l’ultimo rapporto sullo Stato della pesca e dell’acquacoltura nel mondo (SOFIA 2026) dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), presentato oggi all’undicesima Conferenza “Our Ocean” a Mombasa, in Kenya. Secondo le stime di SOFIA 2026, la produzione globale di pesca e acquacoltura ha raggiunto la cifra record di 235 milioni di tonnellate nel 2024, di cui 195 milioni di tonnellate di animali acquatici, confermando il ruolo sempre più importante del settore nell’alimentazione mondiale. Mentre la pesca in mare aperto si è in gran parte stabilizzata, a causa dei limiti ecologici e di un’efficace gestione di alcuni stock ittici, la produzione di animali acquatici ha continuato a crescere, con una media del 3,2% annuo dagli anni Cinquanta. In particolare, nel 2024 la produzione di animaliacquatici da acquacoltura ha superato per la prima volta i 100 milioni di tonnellate (per un valore di 371 miliardi di dollari all’ingresso). La pesca di cattura ha raggiunto circa 92 milioni di tonnellate e si è mantenuta tra gli 86 e i 94 milioni di tonnellate dalla fine degli anni Ottanta. Gli alimenti di origine animale acquatica sono sempre più centrali nelle diete: l’89% della produzione di animali acquatici è destinata al consumo umano, fornendo almeno un quinto del fabbisogno proteico animale di 3,1 miliardi di persone. Il settore sostiene inoltre oltre 600 milioni di mezzi di sussistenza in tutto il mondo. Nonostante la crescente disponibilità, i benefici rimangono disomogenei. L’offerta pro capite di cibo di origine animale acquatico, in particolare in Africa, è ben al di sotto della media globale, sottolineando la necessità di politiche mirate. Allo stesso tempo, il settore si trova ad affrontare pressioni crescenti. I cambiamenti climatici, il degrado ambientale, gli shock economici e i mutamenti geopolitici stanno influenzando le prestazioni e la sostenibilità. Ad esempio, in scenari ad alte emissioni, si prevede che la biomassa ittica sfruttabile diminuirà di oltre il 10% entro il 2050 in diverse regioni. Il rapporto esamina come queste pressioni plasmeranno il settore, insieme ai progressi nell’adattamento e nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Nel 2023, la disponibilità di alimenti di origine animale acquatica ha raggiunto i 171 milioni di tonnellate, ma la sua distribuzione rimane disomogenea. Mentre in Asia il settore fornisce 26,3 kg pro capite, in Africa la disponibilità è di soli 9,1 kg di alimenti di origine animale acquatica per individuo. La FAO prevede una crescita continua della produzione, del consumo e del commercio, con una produzione totale di prodotti di origine animale acquatica che dovrebbe raggiungere i 214 milioni di tonnellate entro il 2034.

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SEQUESTRATI NEL NOVARESE UN LEONE IMPAGLIATO E ALTRO MATERIALE ILLEGALE

I militari hanno eseguito una serie di perquisizioni domiciliari nel comune di Galliate, su disposizione della Procura della Repubblica di Novara, nell’ambito di un’indagine avviata per il contrasto a reati venatori e all’uso di trappole illegali nei boschi del Parco del Ticino.
Le attività investigative erano partite dal ritrovamento, nei boschi di Cameri, di pericolosi lacci in metallo abilmente nascosti tra la vegetazione e utilizzati come trappole per la fauna selvatica, accompagnati da esche (“pastura”) per attirare gli animali.

Grazie al posizionamento di fototrappole, i Carabinieri forestali sono riusciti a documentare l’attività di due soggetti che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tornavano regolarmente sul luogo per controllare i dispositivi e rinnovare la pasturazione. L’identificazione è stata possibile anche attraverso le targhe dei veicoli utilizzati.

Informata dell’evoluzione dell’indagine, la Procura di Novara ha quindi disposto le perquisizioni domiciliari nei confronti degli indagati, al fine di acquisire ulteriori elementi utili alle indagini.

Durante le operazioni, i militari hanno rinvenuto e sequestrato un ingente quantitativo di materiale illegale. In particolare, in una delle abitazioni sono state trovate 44 armi da caccia custodite in modo irregolare, alcune delle quali prive della necessaria documentazione, oltre a munizioni, lacci e trappole già pronti, gabbie, secchi contenenti pastura e diversi uccelli impagliati.

Il sequestro ha riguardato anche numerosi reperti rientranti nella normativa CITES, detenuti senza certificazioni che ne attestassero la lecita provenienza: tra questi due zanne in avorio, un pesce palla impagliato e, elemento di particolare rilievo, un esemplare intero di leone maschio.

Tutti i reperti sono stati posti sotto sequestro e sottratti alla disponibilità dell’indagato. Gli accertamenti proseguiranno per ricostruirne la provenienza e verificare eventuali responsabilità. In caso di conferma delle ipotesi investigative, il materiale potrà essere confiscato e destinato ad attività di studio e divulgazione scientifica.

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Magneti made in Usa. La spinta americana per dimenticare la Cina

L’obiettivo è sempre lo stesso, tagliare più ponti possibili con la Cina. E gli Stati Uniti ci stanno riuscendo. Da quando il mondo ha preso coscienza del pericolo rappresentato dal monopolio cinese sulle terre rare (il Dragone controlla il 70% delle miniere e il 90% della raffinazione), Washington ha costantemente cercato l’allungo, provando a diventare la prima economia indipendente e autonoma dalle forniture del Dragone. Missione almeno in parte riuscita, come dimostra l’abile gioco di sponde con Paesi ricchi di minerali, messo in atto fin qui dalla Casa Bianca. Ora però è tempo di fare un passo in avanti.

Dai documenti del Congresso americano, per esempio, emerge chiaramente l’idea di creare un’industria dei minerali critici a circuito chiuso, vale a dire con principio e fine negli Stati Uniti. Premessa. Lo scorso ottobre, Pechino ha introdotto un nuovo regime di restrizioni sull’esportazione di metalli. Nel breve termine, la mossa sembra aver avuto l’effetto desiderato, mettendo per esempio nei guai la stessa industria automobilistica statunitense. Tuttavia, una volta prese le misure, è arrivata la reazione. Pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha presentato una nuova proposta di legge volta a stimolare la crescita dell’industria nazionale americana dei magneti. Il disegno di legge, voluto dai membri John Moolenaar del Michigan e Ro Khanna della California, introduce incentivi finanziari lungo tutta la filiera dei magneti, dalla produzione di ossidi di terre rare alla fabbricazione di magneti destinati all’impiego in ambito militare.

“Questo disegno di legge crea gli incentivi di mercato necessari per riportare negli Stati Uniti una catena di approvvigionamento vitale e contribuisce a garantire che i produttori americani siano alla guida del futuro in crescita della produzione di magneti”, ha affermato Moolenaar. La proposta prevede nel dettaglio un credito d’imposta del 15% per i produttori automobilistici americani che si riforniscono di magneti da fornitori nazionali. Il disegno di legge limita inoltre i crediti alle produzioni americane che utilizzano componenti provenienti da alleati della Nato, tra cui Giappone, Australia, Corea del Sud, Canada e Messico.

D’altronde, c’era poca scelta. La crisi delle terre rare seguita alle restrizioni cinesi, ha spinto l’amministrazione Trump ad adottare un approccio decisamente non improntato al libero mercato nei confronti dell’industria dei magneti. Lo scorso luglio, il governo statunitense ha poi acquisito una partecipazione del 15% in MP Materials, che gestisce l’unica miniera di terre rare ancora attiva negli Stati Uniti, a Mountain Pass, in California. Da allora, ha acquisito una partecipazione del 10% in Trilogy Metals per sostenere un progetto di estrazione di minerali critici in Alaska, una partecipazione del 10% in Korea Zinc per lo sviluppo di una nuova fonderia nel Tennessee, ed è in trattative per acquisire circa l’8% di Critical Minerals, che possiede il più grande sito di estrazione di terre rare in Groenlandia.

Tutto questo mentre si rinforza l’asse Italia-Stati Uniti, proprio sulle terre rare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato in queste ore che lunedì prossimo firmerà un accordo con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio sulle materie prime. “C’è da definire un’altra strategia: quella delle materie prime. Il mercato è condizionato dalla Cina, noi dobbiamo creare un mercato alternativo”, ha spiegato il vicepremier, annunciando che lunedì mattina firmerà un accordo “con il segretario di Stato Rubio, ma stiamo già lavorando anche con Corea, Giappone ed altri paesi dell’Unione europea”.

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CLIMA, MAREVIVO: ALTE TEMPERATURE DANNEGGIANO CORALLO MEDITERRANEO

La crisi climatica e l’innalzamento delle temperature marine stanno lasciando segni sempre più evidenti sui coralli del Mediterraneo, compromettendo la sopravvivenza di specie preziose per la biodiversità marina. A confermarlo sono i risultati di “MedCoral Guardians”, il primo progetto di tutela dei coralli del Mare Nostrum, realizzato dalla Fondazione Marevivo nelle Aree Marine Protette di Ustica (Sicilia), Tavolara-Punta Coda Cavallo (Sardegna) e Punta Campanella (Campania), grazie al contributo di The Nando and Elsa Peretti Foundation. Negli ultimi tempi il Mediterraneo ha fatto registrare temperature record, con un picco storico raggiunto a giugno 2025 quando la temperatura superficiale media del mare ha toccato quasi 24 gradi. In 2 anni di progetto ‘MedCoral Guardians’ ha documentato gli effetti del riscaldamento marino sulla Cladocora, corallo endemico del Mediterraneo, oggi minacciato dalle attività antropiche, ma soprattutto dalla maggiore frequenza delle ondate di calore marine che provocano il fenomeno dello sbiancamento e portano alla morte di intere colonie. La perdita di Cladocora caespitosa rappresenterebbe un grave danno per la biodiversità marina mediterranea. Questo raro e delicato corallo offre rifugio e nutrimento a numerose specie, contribuisce al mantenimento degli equilibri ecologici costieri e costituisce un importante bioindicatore della qualità delle acque e degli effetti dei cambiamenti climatici

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“Per tornare sul set avrei fatto pure una fottuta pubblicità di cibo per gatti”: Armie Hammer e il rilancio dopo le accuse di violenza sessuale (non è mai stato condannato)

Era sulla cresta dell’onda, amatissimo sex symbol da etero e gay (grazie anche al film cult “Call Me by Your Name” del 2017), richiestissimo sul set. Un vero e proprio idolo delle folle, poi pesantissime accuse, il tribunale, le porte di Hollywood si sono chiuse e il suo nome è finito in black list. Dal paradiso all’inferno e tentativo di risalire in purgatorio per Armie Hammer.

L’ex stella di Hollywood ha vissuto un anno orribile, nel 2021, perché è stato accusato di molestie e violenza sessuale e, contemporaneamente, è stato travolto da uno scandalo mediatico per presunte tendenze e fantasie di cannibalismo. Sono stati diffusi sul web alcuni screenshot di presunte conversazioni private attribuite all’attore, il cui contenuto descriveva fantasie sessuali di natura estrema e includeva dichiarazioni in cui l’uomo si definiva “cannibale al 100%”. L’autenticità di tali messaggi non è mai stata confermata ufficialmente. L’attore ha nel frattempo smentito con fermezza tutte le accuse e le voci circolate a suo carico.

Nel giugno del 2023, dopo oltre due anni di indagini, la procura distrettuale di Los Angeles ha chiuso il caso senza incriminare l’attore per mancanza di prove sufficienti.

L’attore ha concesso la sua prima intervista a “The Hollywood Report” per promuovere il film “Citizen Vigilante” per la regia di Uwe Boll. “Avrei fatto anche una fottuta pubblicità di cibo per gatti”, ha confessato l’attore.

“Quando ho ricevuto la mail di Boll…. Sono quasi sicuro di aver pianto – ha ammesso – È stato un momento in cui ho pensato: finalmente potrò fare la cosa che amo più di ogni altra cosa, a parte i miei figli. Avrei girato anche una fottuta pubblicità di cibo per gatti. Volevo solo tornare a lavorare. Ero terrorizzato fino al momento in cui Uwe ha detto ‘azione’ per la prima volta. E poi ho pensato: ‘Aspetta. So come si fa’. C’è un motivo per cui ho avuto il successo che ho avuto”.

Infine una consapevolezza: “Mi sono creato questi problemi da solo”.

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Diciassettenne morta dopo intervento: assolto il cardiochirurgo Coscioni, ex presidente dell’Agenas

Con la formula “il fatto non sussiste” il Tribunale di Salerno ha assolto il cardiochirurgo ed ex presidente dell’Agenas Enrico Coscioni al termine del processo nato dalla morte della 17enne Lucia F., avvenuta nell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, nel settembre del 2019, a seguito di un intervento chirurgico per la sostituzione della valvola mitralica. Coscioni era il primario del reparto di cardiochirurgia. Le motivazioni dell’assoluzione del professore universitario e del dottor Antonio Longobardi, che partecipò all’operazione, saranno rese note entro 90 giorni.

All’epoca in cui fu indagato, Coscioni era consigliere per la sanità del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, nonché componente dell’unità di crisi regionale anti-coronavirus e componente della cabina di regia nazionale. Nel 2020 fu nominato presidente dell’Agenas (Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali), l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale che risponde al ministero della Salute e svolge attività di ricerca e di supporto al ministro, alle Regioni e alle singole aziende sanitarie.

La difesa di Coscioni (l’avvocato e professore Andrea R. Castaldo) e quella dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Ruggi d’Aragona (l’avvocato e professore Agostino De Caro) hanno evidenziato nel corso del processo “l’infondatezza dei profili di colpa contestati, sottolineando come la vicenda dovesse essere valutata alla luce della particolare complessità del quadro clinico, della imprevedibilità della complicanza intraoperatoria e dell’assenza di una condotta alternativa concretamente idonea a evitare l’evento”.

“Accogliamo con profondo rispetto la decisione del Tribunale, che restituisce piena dignità professionale al professore Coscioni – dichiara l’avvocato e professore Castaldo – dopo un processo complesso e doloroso per tutte le parti coinvolte. L’assoluzione con la formula ‘perché il fatto non sussiste’ conferma la correttezza della linea difensiva sostenuta sin dall’inizio: non ogni evento avverso, anche quando drammatico, può essere trasformato in responsabilità penale. Attendiamo il deposito delle motivazioni per ogni ulteriore valutazione”, conclude Castaldo.

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Movimento e alimentazione, l’evento finale di Edusport: coinvolti 600 alunni in tutta Italia

Si tiene domani, mercoledì 17 giugno, a Roma l’evento finale di EdusportPercorsi di educazione alimentare e sportiva per stili di vita attivi, il progetto promosso da Uisp-Unione Italiana Sport Per tutti in collaborazione con il Dipartimento per lo Sport, che nell’ultimo anno scolastico ha coinvolto circa 600 bambine e bambini delle scuole primarie distribuite in tutta Italia.

L’appuntamento è in programma dalle 10 alle 13 all’Impianto Sportivo comunale Fulvio Bernardini, in via dell’Acqua Marcia 51, a Roma. Il progetto, avviato nel settembre 2025, ha interessato undici istituti scolastici di Genova, Matera, Oristano, Perugia, Roma, Taranto e Val di Susa, con l’obiettivo di promuovere il movimento e una corretta alimentazione tra gli studenti.

La mattinata è dedicata alla presentazione dei risultati raggiunti durante il percorso educativo. I partecipanti possono inoltre assistere alla riproposizione di attività, giochi e metodologie sperimentate nel corso dell’anno dalle alunne e dagli alunni coinvolti. A chiudere l’iniziativa la tavola rotonda dal titolo “Politiche, scuola e sport: strategie condivise per stili di vita sani”, momento di confronto tra rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e della sanità.

Tra i relatori annunciati figurano Barbara De Mei, responsabile del Reparto Sorveglianza dei fattori di rischio e strategie di promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità; Rossana Ciuffetti, direttrice dell’Area Sport Impact di Sport e Salute; Maria Assunta Giannini, dirigente del Ministero della Salute; Fabio Lucidi, prorettore alla Terza e Quarta Missione e ai rapporti con la comunità studentesca della Sapienza Università di Roma; e Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale, ai Servizi alla persona e al Terzo settore della Regione Lazio.

L’incontro rappresenta l’occasione per fare il punto sulle strategie da adottare per favorire, fin dall’età scolare, comportamenti orientati al benessere e a stili di vita più sani attraverso la collaborazione tra scuola, sport e istituzioni.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Vannacci dice ca**ate, non conta un piffero di niente. La smetta di fargli propaganda”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.

La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.

Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Sottolinea che all’ex generale manca il retroterra storico della destra tedesca, francese o spagnola e si è soltanto ritagliato uno spazio lasciato libero da Meloni e Salvini al governo.
E aggiunge: “Se questo spazio lui se lo vuole mantenere, la sinistra brinda. Se, come sono certo, il giorno prima torna all’ovile, è tutto uguale a prima”.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.

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Le guerre che l’Occidente non vuole chiudere

Gli europei sono vissuti per scarsi ottant’anni nella convinzione che il mondo andasse verso la pace universale. Oggi si sono accorti che sotto i loro tappeti e mobili non si può più nascondere la polvere. E nessuno ha il coraggio di parlarci di quelle eterne trattative per conflitti che non si possono chiudere, e per svariate ragioni di potere superiore. Ecco perché necessita l’Italia si tiri fuori da questi gineprai, dichiarandosi neutrale, mera spettatrice indignata dalla follia occidentalista.

Perché i media (figli della frenesia occidentale) ci raccontano la storia del conflitto israelo-palestinese dimenticando che la partita è la stessa da almeno tre secoli: ovvero il controllo occidentale dell’area mediorientale; che volendo eredita le stesse mosse delle corone europee che finanziavano le crociate. Israele è di fatto l’unico avamposto ritenuto affidabile e condiviso politicamente da Washington, Londra ed Europa che conta economicamente. Avamposto consolidato all’indomani della Seconda Guerra mondiale, come ammortizzatore economico-sociale a seguito del tramonto del colonialismo. Avamposto militare, economico e di cultura anglo-statunitense, e difficilmente Londra e Washington potranno consentire che questo presidio accetti altri condizionamenti.

Di fatto Donald Trump è vittima del suo stesso occidentalismo. Perché l’ulteriore carico di controllo israeliano del Mediterraneo è iniziato col tramonto della Turchia come alleato strategico di Usa e Gran Bretagna: la fine dell’idillio turco-occidentale è databile con la politica egemonica nell’area da parte di Erdogan, che sfociava nel colpo di Stato in Turchia del 2016. Un fallito golpe militare messo in atto da una parte delle Forze armate turche appoggiate dall’intelligence anglo-statunitense.

Erdogan non mollava il potere, di logica conseguenza Usa e Gran Bretagna davano il via libera ad una Grande Israele: Netanyahu corrisponde per autorità, autorevolezza e storia personale al leader ideale per Londra come per Washington. Netanyahu ha dalla sua l’appoggio delle origini: è nato a Varsavia col nome Bensyjon (Bencyjon) Milejkowski e poi ha cambiato il cognome in Netanyahu seguendo il processo di ebraizzazione dei cognomi; gode dell’appoggio d’influenti famiglie polacche sia in Europa che negli Usa, nuclei che hanno appoggiato sia i democratici che i repubblicani. La vulgata che corre nei salotti economici occidentali è che, senza Netanyahu il Medioriente sarebbe oggi tutto controllato da Ankara. Ovviamente il controllo dell’area viene assecondato da alcuni paesi islamici e contrastato da altri a fasi alterne: in questo gioco delle parti ha funzione strutturale la questione palestinese, che nessuno intende risolvere proprio per mantenere in piedi il gioco, l’eterna trattativa.

Quindi, analizzando dall’alto la questione emerge come la Global Sumud Flotilla si dimostri l’emblema del fallimento delle “missioni pacifiche e non violente di aiuto umanitario”. La questione mediorientale è religiosa ed etnica solo nella favoletta che racconta il potere ai popoli. Di fatto Usa e Gran Bretagna hanno affidato ad Israele il controllo dell’intera area mediterranea: le sinistre spagnole, italiane, francesi ed europee più in generale hanno risposto mandando delle barchette in mezzo al mare. Il debole governo italiano di centro-destra (di cui non si condividono le mosse) ha tentato di sedersi al tavolo con i potenti della Terra per trattare su aree d’influenza mediterranee. Ma quando ci si siede a determinati tavoli necessita essere poco francescani e tanto pragmatici: soprattutto ben consci che attualmente nell’intero Pianeta sono in corso circa sessanta conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e alla metà delle guerre non è possibile porre termine per accordi ferrei tra le potenze. Sono conflitti che coinvolgendo direttamente o indirettamente (tra forniture d’armi, logistica, consulenze varie) circa la metà dei paesi della Terra. Oggi un importante focolaio bellico, di quelli che non si possono più spegnere, è in Europa: anzi sarebbe meglio dire sul confine di aree d’influenza europea e russo-turca.

Quel confine che attraverso il Dnepr (fiume che passa da Kiev) porta fino al Mar Nero, spartiacque tra l’Europa sud-orientale e l’Asia minore. Per la Gran Bretagna il posto giusto per un focolaio bellico nel cuore dell’Europa: è lo scontro per l’egemonia sull’area e per l’accesso al Mediterraneo; terreno su cui si misurano da una parte l’Occidente a trazione GB e dall’altra l’accordo tra Turchia e Russia. Ecco che il progetto occidentale di Grande Israele è funzionale a rafforzare il presidio angloamericano nel Medioriente e nel Mediterraneo. In quest’ottica si può meglio comprende come le ragioni di Zelensky siano un pretesto, altrettanto dicasi per la questione palestinese.

Certo le guerre hanno bisogno di manovalanza, che viene motivata da ideologie, finalità religiose, promesse di benessere. A conti fatti siamo a cospetto di due “campi di Marte” uno in Ucraina ed l’altro a Gaza: il primo rimarrà fumante, per il secondo si potrebbero aprire trattative non si sa quando. Va detto che Israele, soprattutto dopo l’attentato a Manchester e l’innalzarsi delle tensioni in tutta Europa, conta sul fatto che sarebbe per sempre archiviata la storica proposta “due popoli due stati”: prevedeva una pacifica convivenza tra ebrei e palestinesi. Quindi è archiviata la proposta dell’Onu del 29 novembre 1947, quando l’Assemblea Generale (Onu) adottava il “Piano di partizione della Palestina in due Stati”, uno arabo e l’altro ebraico con Gerusalemme che godeva di statuto particolare sotto l’egida ONU. Oggi Israele (Usa e GB) è per liberare totalmente i territori, ovvero attende che l’Onu pianifichi la diaspora dei palestinesi presenti a Gaza e non certo deboli corridoi umanitari: ovvero circa due milioni e mezzo tra uomini, donne e bambini che dovrebbero abbandonare il territorio.

Attualmente un milione di palestinesi si sono integrati nei paesi Arabi, e circa duecentomila sono migrati in America Latina, Europa e in Usa (dove ne vivrebbero più di centomila). Oggi per Ue e Londra la diaspora sarebbe l’unico modo per portare pace in Palestina. Ecco perché alla Global Sumud Flotilla, con il suo progetto di “corridoio umanitario”, non è stato dato modo d’interferire. E’ evidente che non siamo più negli anni ’70 del ‘900, e che la maggior parte delle nazioni oggi non voglia compromettersi nel riconoscere lo stato di Palestina. Dalla metà del ‘900 il Mandato britannico della Palestina, detto anche “Palestina mandataria”, ha sostituito il protettorato di Francia e Regno Unito che subentravano alla fine dell’epopea coloniale. Oggi tutti evitano di compromettersi, aspettano il via libera per lo sgombero militare, la diaspora che di fatto peserà per grandi responsabilità su Londra.

Nel frattempo, l’Europa in parte appoggia le flottiglie, credendo si tratti di un gioco tra ragazzi paragonabile al mandare i tesserati Cgil in piazza. Ma nessuno dice alla gente che è in gioco il controllo di Medioriente e Mediterraneo, che l’Italia non può essere altro che uno spettatore, anche pagante, perché al varo della diaspora dovrà assorbire anche lei parte dei due milionitre entomila sfollati dalla Palestina. Questo è il prezzo per chiudere il focolaio mediorientale, ben consci che probabilmete dovrà rimanere accesso il focolaio in Ucraina, come da intese tra UE e Londra . L’Ucraina che diventa un po’ come il Kashmir tra Cina e India, un piccolo focolaio bellico tra nazioni alleate nei Brics: del resto le vite umane rappresentano nella società odierna un costo sociale, ed in tempi di guerra un prezzo da pagare necessario, propedeutico a propaganda ed intese.

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Pio Esposito rimanda le vacanze: è a Brescia per allenare i ragazzi della scuola calcio dove ha iniziato la carriera

Per molti il periodo estivo è sinonimo di vacanze e relax, ma non per Pio Esposito. L’attaccante dell’Inter ha deciso di rimandare le ferie e dedicare parte del suo tempo libero ai giovani calciatori della Voluntas Brescia, la società nella quale ha mosso i primi passi nel mondo del calcio. L’Italia non prenderà parte ai Mondiali del 2026, avendo mancato la qualificazione per la terza volta consecutiva dopo l’ultima presenza a Brasile 2014, ma nonostante ciò, Esposito non ha scelto (almeno per il momento) una meta di villeggiatura dopo una stagione ricca di soddisfazioni sotto la guida di Cristian Chivu, conclusa con la conquista di campionato e Coppa Italia. In questi giorni, infatti, dopo aver risposto alla chiamata in nazionale di Silvio Baldini, è impegnato al centro sportivo San Filippo di Brescia, dove veste i panni di allenatore e punto di riferimento per i ragazzi della scuola calcio.

Come sottolinea Tuttosport, il San Filippo rappresenta un luogo speciale per Esposito: è lì che è iniziato il percorso che lo ha portato fino a San Siro. Insieme ai fratelli Sebastiano e Salvatore, l’attuale centravanti nerazzurro ha infatti iniziato la propria formazione calcistica proprio nella Voluntas Brescia. Oggi, affiancato dal fratello Salvatore e dal padre Agostino, Pio sta trascorrendo le prime settimane di pausa stagionale seguendo da vicino le attività della scuola calcio, all’Esposito Summer Camp, un camp estivo appunto dove i ragazzi per qualche giorno possono allenarsi con l’attaccante dell’Inter e della nazionale. La famiglia Esposito ha avuto un ruolo decisivo nel rilancio della società dopo il fallimento avvenuto alcuni anni fa, rilevandola nel momento di maggior difficoltà. Per i giovani tesserati della Voluntas, la possibilità di allenarsi accanto a Pio Esposito resterà senza dubbio un ricordo indelebile.

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Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale. Il figlio Laerte: “Aveva un problema che lo affliggeva”

Adriano Pappalardo è stato ricoverato in ospedale a causa di un problema di salute. A dare la notizia è stato il figlio Laerte, che ha condiviso sui propri profili social una fotografia del noto cantautore italiano nel letto di degenza ospedaliera.

Laerte, a corredo dello scatto che ritrae Pappalardo, ha scritto: “Ringrazio il grandissimo prof. Andrea Natale per aver risolto un problema che affliggeva mio padre”.

Non è stato chiarito dunque il motivo del ricovero al Policlinico Tor Vergata di Roma, ma il medico citato dal figlio Laerte è un chirurgo cardiologo “riconosciuto a livello mondiale come pioniere nella cura della fibrillazione atriale e delle aritmie”.

Il cantautore e attore italiano è nato a Copertino (in provincia di Lecce) nel 1945.Scoperto dal celebre duo Lucio Battisti e Mogol nei primi anni Settanta, l’artista ha lasciato un’impronta nel panorama della musica italiana grazie a brani diventati veri e propri classici, tra cui l’evergreen “Ricominciamo“.

Nel corso della sua carriera si è cimentato anche nel mondo del cinema, delle fiction televisive di grande successo come “La Piovra” e di numerose trasmissioni televisive e reality.

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CACCIA, ON. BRAMBILLA: “PER LEIDAA VA SOLO ABOLITA, NO REGALI ALLE DOPPIETTE”

“La battaglia contro la caccia contraddistingue da sempre la nostra Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente. Siamo fermamente convinti che ogni vita debba essere rispettata, comprese quelle degli animali selvatici. Non è accettabile regalare a meno di 500mila cacciatori un patrimonio naturale che appartiene a tutti e da tutti dovrebbe essere tutelato anche nell’interesse delle future generazioni, come previsto dalla riforma costituzionale del 2022 che ho fortemente voluto. Ecco perché ci batteremo sempre contro l’attività venatoria in ogni sua forma, con l’obiettivo di abolirla del tutto utilizzando qualsiasi strumento legale possibile, incluso il referendum. A maggior ragione non possiamo accettare ulteriori allentamenti delle regole che disciplinano questa crudele pratica”. A dirlo l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente.

“Non accetteremo mai – prosegue la presidente di LEIDAA – come possa essere considerato un divertimento uccidere un capriolino, un cerbiattino, un meraviglioso uccello o una delle altre straordinarie creature del bosco che al nostro “Cras Stella del Nord” curiamo con grande fatica e che, troppo spesso, arrivano con gravi ferite causate proprio dalle doppiette”.

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Futuro24. Gaia Blu e le sentinelle del mare

Saliamo a bordo della nave da ricerca Gaia Blu del CNR, impegnata in una campagna nell'Adriatico. In questa puntata anche l'acqua che si forma dalle rocce, l'inquinamento nell'Artico e una sfida tecnologica dentro un sottomarino

© RaiNews

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Testa bassa e mani dietro la schiena: la foto di Bielsa ai Mondiali è già iconica. “Non sono un modello, non devo spiegare nulla”

Testa bassa, sguardo fisso a terra, mani dietro la schiena. Marcelo El Loco Bielsa non è mai banale. Nemmeno nelle foto da “figurina” durante lo shooting dei Mondiali 2026. La foto è già iconica e ha già fatto il giro del mondo. E infatti – dopo il pareggio del suo Uruguay contro l’Arabia Saudita – una delle prime domande è stata proprio su questo tema. Una domanda che ha infastidito il commissario tecnico dell’Uruguay: “Non devo dare alcuna spiegazione. Mi hanno scattato quella foto così com’è, non sono un modello. Ero di fronte ai fotografi ed è quella la foto che mi hanno scattato”.

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Bielsa ha risposto indispettito al giornalista in questione, ribadendo: “Devo anche spiegare perché non guardo l’obiettivo nella foto? In questo momento non sono spiegazioni che devo dare. C’è un limite a ciò che bisogna spiegare: se si indossano gli occhiali, perché si indossano gli occhiali, se si guarda negli occhi, perché si guarda negli occhi, se si guarda in basso o in alto. Ci sono così tante cose da spiegare. Non abbiamo l’obbligo di comportarci come modelli per soddisfare pretese che non hanno alcun fondamento”, ha concluso il commissario tecnico dell’Uruguay.

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Tom Holland conferma (per la prima volta) di essersi sposato con Zendaya: “I miei parenti? Erano tutti lì”

Lo scorso marzo Law Roach, storico stylist di Zendaya, sul red carpet degli Actor Awards 2026 si era lasciato sfuggire che l’attrice aveva sposato Tom Holland, in gran segreto: “Il matrimonio è già avvenuto. Ve lo siete persi”. Dopo qualche mese è arrivata per la prima volta la conferma dallo stesso attore di “Spider-Man: Brand New Day” durante una intervista con la rivista Esquire.

Dunque sulla sua nuova intervista di copertina per il numero di luglio/agosto di Esquire, Tom Holland ha parlato per la prima volta del suo presunto matrimonio segreto con Zendaya. Le voci si sono rincorse da quando Zendaya ha sfoggiato un anello di diamanti ai Golden Globe nel gennaio 2025, ma la coppia di star, da sempre molto attenta alla propria privacy, non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’unione.

L’attore durante una intervista con la rivista finalmente fornito qualche dettaglio sul grande giorno. Quando foto ricreate con l’intelligenza artificiale del matrimonio con Tom che stappava champagne Moët con la sua neo-sposa sul Lago di Como hanno iniziato a circolare sui social, Holland ha spiegato che la nonna le ha viste e ha pensato di non essere stata invitata. Quando Esquire gli ha chiesto se fosse stato costretto a inviare messaggi simili ad altri membri della famiglia, ha risposto: “No, perché erano tutti presenti. Questo è tutto quello che vi dirò” .

Poi il discorso si è spostato sulla moglie: “Il nostro lavoro può comportare situazioni molto stressanti ed è davvero bello avere una solida base di relazione che resisterà alla prova del tempo. Possiamo sostenerci a vicenda in modi che solo noi possiamo, perché solo noi capiamo veramente cosa significa vivere questa vita, e penso che sia un vero lusso, perché non riesco proprio a immaginare come potrei avere qualcosa del genere con qualcun altro. Quindi, per me, ho trovato la mia persona. È la mia migliore amica, e sono più felice che mai quando sono con lei, ma non mi sono mai sentito così supportato e al sicuro, mai. Punto”.

I due si sono conosciuti sul set di “Spider-Man: Homecoming” nel 2016.

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Il G7 cerca una strategia comune sui minerali critici. L’Italia si muove tra Canada e Giappone

L’accesso alle materie prime strategiche si sta imponendo come uno dei dossier più rilevanti del G7 francese. Un segnale è arrivato dal colloquio tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro canadese, Mark Carney, che hanno discusso a latere del vertice di Evian di un possibile accordo quadro su difesa, energia, infrastrutture, spazio e proprio minerali critici. Sul tavolo anche la decisione di Ottawa di garantire all’Italia un accesso prioritario alle proprie scorte, una scelta che Palazzo Chigi ha presentato come un contributo alla sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Ottawa dispone di importanti giacimenti di litio, nichel, cobalto e terre rare e si propone come uno dei principali fornitori affidabili per i partner occidentali. L’offerta di accesso prioritario avanzata nei confronti dell’Italia si inserisce in questa strategia più ampia, che punta a trasformare il Paese nordamericano in uno dei pilastri delle future catene di approvvigionamento del G7.

La questione va oltre la dimensione bilaterale. Da mesi, infatti, i Paesi del Gruppo dei Sette stanno cercando di definire una risposta comune alla dipendenza dalle forniture di terre rare e altri materiali essenziali per l’industria avanzata. Litio, nichel, cobalto, grafite, antimonio e terre rare sono componenti indispensabili per batterie, semiconduttori, tecnologie digitali e sistemi di difesa. La loro disponibilità è diventata una questione che coinvolge al tempo stesso politica industriale, competitività, sicurezza economica e nazionale.

La preoccupazione condivisa riguarda soprattutto il ruolo di Pechino. La Cina mantiene una posizione dominante nella raffinazione e nella lavorazione di numerosi minerali strategici e negli ultimi anni ha dimostrato di essere disposta a utilizzare restrizioni all’export come strumento di pressione economica. Per le economie avanzate, la vulnerabilità non riguarda soltanto l’accesso alle risorse, ma anche la capacità di trasformarle lungo l’intera filiera industriale.

Da qui la crescente centralità del tema nel dibattito tra gli alleati. A Evian emergono diverse proposte, sintomo di priorità e punti di vista differenti tra i membri del Gruppo, accomunate però dall’obiettivo di ridurre il rischio di future interruzioni delle forniture. La Francia, padrona di casa, promuove per esempio l’idea di una partnership G7 sui minerali critici, con investimenti condivisi, infrastrutture di lavorazione e programmi di ricerca dedicati a fonti alternative in Africa, America Latina e Australia. Germania e Regno Unito hanno espresso sostegno all’iniziativa, chiedendo però obiettivi più concreti e misurabili.

Gli Stati Uniti stanno seguendo una strada in parte diversa. L’amministrazione Trump ha rilanciato il progetto di un sistema occidentale per sostenere la produzione di minerali critici attraverso incentivi economici, accordi commerciali e meccanismi destinati a rendere più sostenibili gli investimenti in un settore spesso penalizzato dai bassi prezzi internazionali. La discussione su come strutturare questi strumenti resta aperta e ha prodotto sensibilità differenti tra governi e operatori industriali, nonché tra Usa ed europei. Tuttavia, il punto di partenza è condiviso: costruire capacità produttive alternative a quelle controllate dalla Cina.

In questo quadro si inserisce la proposta avanzata dal Giappone dalla premier Sanae Takaichi. Arrivata al suo primo G7 da capo del governo, Takaichi ha suggerito la creazione di un sistema coordinato di stockpile di minerali critici tra i Paesi del gruppo e altri partner affini. L’idea prevede riserve equivalenti ad almeno novanta giorni di consumi e un meccanismo di rilascio coordinato in caso di emergenze o interruzioni delle forniture.

La proposta giapponese introduce una prospettiva complementare rispetto al dibattito sulla produzione. Mentre Washington guarda soprattutto a come incentivare nuovi investimenti e l’Europa discute di partenariati industriali, Tokyo concentra l’attenzione sulla gestione delle crisi. D’altronde, l’esperienza del 2010, quando una disputa con la Cina provocò una grave interruzione delle forniture di terre rare verso il Giappone, continua a influenzare la visione strategica del Paese.

Per l’Italia, il tema non è arrivato all’improvviso sul tavolo del summit. Prima dell’appuntamento di Evian, Takaichi aveva discusso proprio con Meloni della necessità di rafforzare la cooperazione internazionale sui minerali critici. Il successivo colloquio con Carney ha aggiunto un ulteriore tassello, collegando il dibattito sulla sicurezza delle riserve a quello sull’accesso diretto alle risorse. Ancora prima, a febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani era stato a Washington per partecipare al Critical Mineral Summit, in cui la sicurezza della filiera dei minerali critici era concretamente emersa al centro delle nuove relazioni transatlantiche – e dei like-minded come il Giappone, o la Corea del Sud, con cui a sua volta il governo Meloni ha avviato un dialogo sul tema, rinvigorito anche la scorsa settimana durante la visita in Italia del presidente Lee Jae Myung.

Resta da capire quale forma assumeranno gli impegni che usciranno dal vertice. Le discussioni in corso mostrano approcci differenti sugli strumenti da adottare e sul grado di coordinamento necessario. Ma il dato politico che emerge da Evian è già visibile: i minerali critici stanno assumendo per le democrazie industrializzate una rilevanza paragonabile a quella che per decenni hanno avuto energia e petrolio. Il confronto non riguarda più soltanto l’accesso alle risorse, ma la capacità delle economie occidentali di proteggere le proprie filiere strategiche in un contesto internazionale sempre più competitivo.

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La festa di Trump poteva finire in strage: l’FBI ha sventato un assalto alla Casa Bianca durante l’evento UFC

Donald Trump aveva trasformato la Casa Bianca in una gigantesca arena di arti marziali miste per celebrare il suo ottantesimo compleanno, attirando oltre 4.000 spettatori sul prato sud e migliaia di fan nei dintorni. Ma quella che è stato una serata di celebrazioni pacchiane, tra combattimenti UFC, jet militari e ospiti celebri, sarebbe potuta finire in tragedia. Secondo quanto reso noto dal direttore dell’Fbi Kash Patel, le forze dell’ordine statunitensi hanno infatti sventato un piano per colpire proprio l’evento UFC organizzato alla Casa Bianca lo scorso fine settimana. L’operazione ha portato all’arresto di cinque persone e all’identificazione di altre 23 ritenute coinvolte nel presunto complotto.

Come riportato da Fox e confermato da fonti delle forze dell’ordine, il piano prevedeva l’utilizzo di droni carichi di esplosivo contro edifici nelle vicinanze della manifestazione. L’obiettivo sarebbe stato provocare il panico e costringere all’evacuazione delle migliaia di persone presenti. Secondo la ricostruzione, la folla sarebbe stata indirizzata verso un’area dove erano stati predisposti dei cecchini. Una seconda fase dell’attacco avrebbe poi previsto un assalto ai cancelli della Casa Bianca.

L’Fbi sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno, quattro giorni prima della serata di combattimenti. Da quel momento è scattata un’operazione coordinata tra più Stati americani, con il coinvolgimento dell’agenzia federale, del Dipartimento di Giustizia e di altre forze di sicurezza. “Grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto più stati, diverse persone sono ora in custodia e gli attacchi presumibilmente pianificati sono stati sventati”, ha scritto Patel in un messaggio pubblicato su X.

Secondo un funzionario informato sui fatti, i cinque arresti sono stati eseguiti in Ohio, Missouri e California. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’identità dei fermati né sulle accuse contestate. La minaccia è emersa soltanto dopo l’evento che aveva visto Trump assistere agli incontri di UFC Freedom 250 accanto alla first lady Melania Trump, al vicepresidente JD Vance e ad altri membri dell’amministrazione.

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“Massoneria e cattolicesimo sono assolutamente incompatibili”

Davide Rossi presenta il suo ultimo libro che indaga la realtà massonica grazie alle risposte del Gran Maestro Stefano Erario

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Le scelte della Bce e le incertezze del momento. L’analisi di Polillo

La decisione della Bce di aumentare leggermente i tassi di interesse non ha sorpreso il mercato più di tanto. Subito dopo l’annuncio, le borse che erano in attivo, hanno limato i possibili guadagni. Ma nulla di particolarmente drammatico. Dopo le decisioni assunte, la struttura dei tassi ha assunto queste caratteristiche: tasso di interesse sui depositi presso la Bce: 2,25%; tasso di rifinanziamento principale: 2,40%; tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,65%. In tutti e tre i casi l’aumento è stato dello 0,25%. Quasi a dimostrare che la situazione è completamente sotto controllo, per cui non è necessario manipolare i diversi tassi, con aumenti non uniformi, per far fronte alle maggiori o minori situazioni di rischio.

Nel board il verdetto è stato unanime. Il comunicato finale tende a sdrammatizzare ulteriormente: “La decisione di aumentare i tassi risulta fondata in una serie di scenari che illustrano come lo shock potrebbe evolversi e influire sulle prospettive a medio termine per l’area dell’euro”. Quindi wait and see, in attesa di scoprire se il trentanovesimo annuncio di Donald Trump su quella tregua che dovrebbe liberare lo stretto di Hormuz avrà finalmente modo di concretizzarsi. Nel frattempo i margini a favore della Bce sono ancora evidenti: il tasso di riferimento della Bank of England è pari al 3,75%. Quello della Fed, la Federal Reserve americana al 3,62%. C’è quindi tutto il tempo eventualmente per reagire, qualora il barometro volgesse al peggio.

Sul futuro, data l’incertezza quasi cosmica che caratterizza la geopolitica, la Bce non si pronuncia. Non vi sarà pertanto alcuna forward guidance, vale a dire quell’annuncio di indicazioni prospettiche sulla dinamica dei tassi che di solito le Banche centrali comunicano al mercato. La Banca, infatti, come si legge nel comunicato diffuso, ha deciso di “adottare un approccio basato sui dati e valutato riunione per riunione per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria”. Un indirizzo analogo a quello assunto da Jerome Powell, quando era presidente della Fed, per resistere alle pressioni di Donald Trump, che spingeva per una riduzione dei tassi al fine di gasare l’economia americana in vista delle elezioni di Midterm.

Gli operatori, tuttavia, sono scettici e già ipotizzano almeno un doppio rialzo dei tassi d’interesse da qui alla fine dell’anno. Non tutti sono d’accordo. C’è addirittura chi ritiene che anche questo rialzo sia stato eccessivo. Tesi che oggi potrebbe trovare conferma negli accordi appena conclusi per la tregua tra Iran, Stati Uniti e (forse) Israele. Accordi che hanno portato in borsa una ventata di euforia, poi in parte ridimensionata a seguito di una riflessione meno emotiva, considerate le grandi incertezze che ancora caratterizzano il negoziato. Per quanto ci riguarda, non ci pronunciamo. Due sono tuttavia gli elementi su cui riflettere.

Il differenziale con la Fed rimane ancora molto alto. Il che potrebbe determinare una certa attrazione. Sullo sfondo restano poi le preoccupazioni sugli andamenti di finanza pubblica sia dell’Eurozona che della Ue. Le ultime previsioni della Commissione europea indicano un deficit di bilancio pari al 3,34% ed al 3,5% per il 2026 e l’anno successivo. Per l’intera Ue, queste percentuali salgono al 3,47% ed al 3,59. I maggiori Paesi (Francia e Germania) stanno molto peggio. A dimostrazione di come i parametri di Maastricht siano stati travolti dalla dinamica dei processi reali.

Sullo sfondo, inoltre, sono due programmi quanto mai impegnativi sul piano finanziario. Quello per la sicurezza Safe (Safe – Security Action for Europe) che prevede un prestito pari a 150 miliardi di euro, per dotare il vecchio continente di una propria struttura militare, in vista del crescente disimpegno americano. Risorse che non saranno a fondo perduto, ma prestiti concessi agli Stati membri ed al Canada seppure ad un basso tasso d’interesse e con scadenze particolarmente diluite nel tempo. La quota italiana, com’è noto, sarà pari a 14,9 miliardi di euro.

Un secondo intervento, seppure di portata di gran lunga inferiore, sarà quello che prevede la possibilità di uno sforamento del “Patto di stabilità” per un importo pari allo 0,6% del Pil nei prossimi due anni per ridurre la dipendenza da gas e da petrolio, agevolando gli investimenti green. In apparenza un vincolo molto stretto che dovrebbe impedire un aumento dei consumi fossili, intervenendo sul prezzo del gas e dei carburanti. Di fatto una misura più di facciata che di sostanza. Basterà ai singoli Stati nazionali operare uno shift di bilancio. Utilizzare le somme già stanziate per quegli investimenti per intervenire sui prezzi dei combustibili fossili e coprire con il maggior spazio fiscale appena ottenuto, quei precedenti impegni.

Comunque sia, se si sommano l’insieme di questi interventi è facile prevedere come le precedenti previsioni in termini di deficit e di crescita del debito della Commissione europea, siano un po’ scritte sull’acqua. Al punto da far ritenere poco realistiche le relative proiezioni. Per l’Eurozona e la stessa Ue, si ipotizza una crescita maggiore di circa 2 punti e mezzo nel prossimo biennio. Quando quella degli Stati Uniti, nello stesso periodo, sembra essere destinata ad un salto di quasi 4 punti. A meno che non scoppi la pace, quindi, le previsioni sulle due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che tranquillizzanti.

C’è poi l’altro corno del dilemma: l’inflazione. Studi recenti (Francesco Corsello e Andrea Foschi: The different effects of oil and gas supply shocks on euro-area inflation – Banca d’Italia) hanno dimostrato che gli aumenti del prezzo del petrolio si trasferiscono sui prezzi con maggiore rapidità. Mentre quelli del gas sono più graduali, ma con un effetto più persistente. Nel caso in specie, con la chiusura dello stretto di Hormuz, avremo, fino a quando la situazione non si sarà completamente normalizzata, la sommatoria negativa di entrambi gli effetti.

Attualmente le previsioni indicano per il petrolio un prezzo medio per l’anno in corso pari a 96,9 dollari al barile (dopo l’annuncio della tregua è sceso a poco più di 80). Con una successiva caduta a 82,2 nel 2027 e a 77,2 l’anno successivo). Bene che vada le quotazioni prospettiche sono di un 15% superiori alla media delle quotazioni dello scorso anno. Per il gas naturale, invece, a partire dal 2027 si dovrebbe tornare ad una situazione di relativa normalità. Salvo il presente in cui la bolletta dovrebbe essere più cara di circa il 25%. Ragione in più per fare qualcosa, nell’immediato, per tamponare la situazione.

L’effetto combinato dei fenomeni richiamati sulla vita di tutti i giorni sarà, al tempo stesso, una maggiore inflazione ed un minor tasso di crescita dell’economia. La terribile stagflation. Soffermarci sulle possibile cifre, in attesa di vedere quel che accadrà effettivamente nel Medio Oriente, è un puro esercizio calligrafico. Quel che si può dire è che comunque vadano le cose, il prossimo anno anno sarà quello più problematico: sia perché se ci saranno nodi sarà lì che verranno al pettine, sia perché la strada dell’eventuale normalizzazione appare ancora piena di incognite.

Tanto per dare qualche elemento, per il 2027 le previsioni attuali indicano il massimo del contenimento del tasso di crescita dell’economia e la più forte inflazione. Fenomeni che sarebbero destinati a stemperarsi l’anno successivo. Prospettiva inquietante, almeno per l’Italia. Che proprio in quell’anno dovrà affrontare una difficile tornata elettorale. Ne saranno avvantaggiate le attuali forze di governo o le opposizioni? Difficile rispondere. Con ogni probabilità coloro che si dimostreranno più convincenti. Cioè in grado di dimostrare di avere le ricette migliori per affrontare una tempesta imprevista ed imprevedibile. Come sono stati gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni terribili, in cui la guerra l’ha fatta da padrone.

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“Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono affascinate dal concetto di Milano-Sanremo”: Linus presenta Milano Music Week 2026

È stata presentata oggi, 16 giugno, al Museo del Novecento a Milano la decima edizione della Milano Music Week 2026 che si terrà dal 16 al 22 novembre. Linus, che proprio quest’anno taglia il traguardo dei 50 anni di carriera, è stato nominato direttore artistico della manifestazione dedicata alla musica che ogni anno anima la città con concerti, dj set, presentazioni di dischi e libri, workshop, showcase, e molti altri appuntamenti diffusi su tutto il territorio.

La Milano Music Week l’ho vista crescere in questi anni – ha spiegato Linus -. Quando Sacchi (l’assessore alla Cultura, ndr) mi ha chiesto di dare una mano mi sono chiesto se fossi la persona giusta, ma ho capito che questa manifestazione ha fondamenta molto solide. Forse servirà aggiungere un po’ di colore“. Per il nuovo direttore artistico la sfida sarà rendere l’evento “ancora più visibile” in un periodo dell’anno “non semplice per la musica“.

Poi ha aggiunto: “La prima cosa che mi piacerebbe fare è mettere in dialogo il passato e il presente, facendo reinterpretare agli artisti della Milano musicale di oggi le canzoni che hanno raccontato questa città. Mi affascina l’idea di creare un ponte tra generazioni diverse, mostrando come la musica sappia attraversare il tempo e rinnovarsi continuamente. Le mie due anime, quella musicale e quella sportiva, sono poi affascinate dal concetto di Milano-Sanremo: un flusso di idee, talenti ed energia che parte dalla nostra città e arriva fino al Festival”.

Tra i temi dell’edizione 2026 ci sono il cinquantesimo anniversario della disco music e del punk, due fenomeni che, secondo Linus, hanno segnato profondamente la cultura musicale contemporanea. Cuore della manifestazione sarà la Fabbrica del Vapore, individuata come nuova casa della Milano Music Week 2026. Ogni tema sarà protagonista di una serie di appuntamenti in tutte le sue declinazioni: conferenze, videopodcast, live, dj set, incontri, workshop, party e molto altro.

“La decima edizione della Milano Music Week rappresenta un traguardo importante per una manifestazione che negli anni è diventata un punto di riferimento strategico per la musica e per tutta la sua filiera – dichiarano Assoconcerti, Assomusica, Fimi Federazione Industria Musicale Italiana, Nuovo IMAIE Nuovo Istituto Mutualistico Artisti Interpreti Esecutori e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, promotori della Milano Music Week – Milano si conferma ancora una volta il luogo in cui artisti, professionisti, imprese e pubblico possono incontrarsi, confrontarsi e immaginare insieme il futuro della musica. Siamo particolarmente felici di accogliere Linus alla direzione artistica di questa edizione speciale: la sua esperienza, la sua visione e il suo profondo legame con la città rappresentano un valore importante per il futuro della manifestazione”.

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Gli Stati Uniti puntano all’Italia per l’IA. La scommessa di Salesforce

L’Italia è un buon posto dove investire. Anche se il terreno di gioco è quello dell’Intelligenza artificiale, su cui lo Stivale sta facendo progressi decisamente poco banali. L’attestato di stima arriva direttamente da chi è al tempo stesso pioniere e alfiere dell’IA, gli Stati Uniti. Salesforce investirà infatti un miliardo di dollari in Italia nei prossimi cinque anni per accelerare la trasformazione digitale e la crescita dell’Intelligenza artificiale agentica. Il piano dell’azienda americana prevede l’apertura di una nuova sede a Milano, nuove assunzioni e programmi di formazione dedicati all’IA per imprese, pubbliche amministrazioni e professionisti.

L’annuncio è stato dato da Marc Benioff, presidente e ceo di Salesforce, durante la sua visita in Italia in occasione della Terza Conferenza annuale di Roma su IA, Etica e Governance. “Siamo orgogliosi di rafforzare la nostra presenza in Italia con questo importante investimento”, ha dichiarato Benioff, sottolineando che il Paese “si sta affermando rapidamente come uno dei principali poli europei dell’innovazione nell’Intelligenza Artificiale”. La nuova sede sorgerà a Palazzo Missori, nel cuore di Milano, e sarà progettata come spazio di collaborazione tra clienti, partner e dipendenti per lo sviluppo e l’implementazione di soluzioni innovative. Ospiterà anche attività di formazione, aggiornamento professionale e inclusione, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per le competenze digitali.

Non è tutto. Salesforce rafforzerà inoltre l’organico italiano con nuove figure professionali nei settori data science, IA agentica e ingegneria. Dal suo arrivo in Italia, nel settembre 2003, il gruppo ha creato oltre 600 posti di lavoro e conta oggi migliaia di clienti e un ecosistema di partner in crescita. Tra le iniziative previste c’è il lancio della Enterprise Architecture Academy, programma pensato per supportare partner e clienti nella preparazione all’adozione dell’IA. Nella fase iniziale l’Academy coinvolgerà oltre 70 partecipanti. “Crediamo in un’Italia protagonista nell’era dell’intelligenza artificiale agentica”, ha detto Vanessa Fortarezza, Svp e country general manager di Salesforce Italia.

Agentforce, la piattaforma di IA agentica di Salesforce, è comunque già utilizzata in Italia da gruppi come Ferrari, Enel, UniCredit, Telepass e Trenitalia, oltre che da migliaia di piccole e medie imprese. Anche il settore pubblico utilizza le tecnologie Salesforce, tra cui Inps per migliorare l’esperienza di utenti e dipendenti. In particolare Trenitalia sta implementando Agentforce a supporto delle attività commerciali e di assistenza. Non a caso Francesco Cacciapuoti, chief sales officer di Trenitalia, sottolinea che la piattaforma “consente ai team di gestire la complessità operativa e dedicare maggiore attenzione ai passeggeri, valorizzando il lavoro delle persone”.

D’altronde, non bisogna mai dimenticare che l’Italia ad oggi è tra i primi Paesi in Europa ad aver approvato una legge sull’Intelligenza artificiale, disponendo finalmente di una cornice normativa organica sull’IA. I decreti rappresentano un passaggio importante perché traducono l’AI Act europeo nell’ordinamento nazionale, chiarendo autorità competenti, formazione, tutela dei lavoratori, uso dell’IA nella pubblica amministrazione, giustizia, sanità, professioni, attività di polizia e responsabilità civile e penale.

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“Violate le norme su salute e sicurezza”: sequestrate sette sezioni del carcere di Sollicciano a Firenze. Oltre duecento detenuti dovranno essere trasferiti

Sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano sono state sequestrate dal gip, su richiesta della Procura di Firenze, per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. La decisione, adottata per la prima volta in Italia, è stata comunicata dalla procuratrice Rosa Volpe: gli inquirenti, si legge in una nota, contestano la violazione delle norme in materia di “pulizia dei locali di lavoro“, “abitabilità dei dormitori” e impiantistica elettrica previste dal Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Le sezioni sequestrate sono la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione “Accoglienza”: in base all’ordinanza del gip, comunica la Procura, i detenuti ospitati in quei locali dovranno essere “trasferiti presso case circondariali diverse da Sollicciano con tempistica dettata dal medesimo provvedimento”. Secondo il sindacato della Polizia penitenziaria Sappe, si tratta di 216 reclusi. L’indagine, condotta da Squadra mobile, tecnici Asl e Guardia di finanza, è stata avviata “al fine di verificare quanto segnalato in più ricorsi presentati ai magistrati di Sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico-sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni” all’interno del penitenziario: il decreto di sequestro, informa la procuratrice Volpe, è stato emesso dal gip “all’esito di sopralluoghi svolti e di approfonditi accertamenti, consistiti nell’audizione di numerosi testimoni, nell’acquisizione ed esame di documentazione anche fotografica dello stato di tutti gli spazi dei reparti penale e giudiziario maschile dell’istituto e delle varie sezioni”.

Il ministero: “Anticiperemo i lavori”

Ancora prima del comunicato della Procura, a rendere noto il sequestro era stato il ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, che ha messo le mani avanti elencando le iniziative allo studio del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) per risolvere la situazione: “Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di nove milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025″, si legge in una nota di via Arenula. “Nell’ambito di questa procedura in atto”, prosegue il comunicato, “il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della Casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticipare parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva. Proprio in virtù di questi lavori programmati, si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso”, annuncia il ministero, “ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti secondo quanto già previsto“.

Il Garante: “Decisione coraggiosa e inevitabile”

Il penitenziario di Sollicciano è da anni sotto osservazione per le sue condizioni di degrado strutturale e per il sovraffollamento record, che supera il 170% (640 detenuti a fonte di 367 posti disponibili). Avendo a disposizione meno di tre metri quadrati di spazio vitale, molti detenuti hanno ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge in caso di detenzione “inumana e degradante, contraria all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: a dicembre un detenuto ha ottenuto anche un risarcimento economico di circa 11mila euro. A marzo invece il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha sollevato ricorso alla Consulta, chiedendo di poter rinviare l’esecuzione della pena di un recluso a causa di condizioni “contrarie al senso di umanità: tra i problemi segnalati, le continue infiltrazioni d’acqua nelle celle, l’assenza di acqua calda e le infestazioni da parte di insetti, roditori e parassiti. “Il sequestro è un monito importante, la conseguenza inevitabile di un disastro generale in cui è stato lasciato Solliciano per anni”, commenta al Fatto il Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo, deputato e membro laico del Consiglio superiore della magistratura in quota Pd. Per il Garante, la decisione del gip è “particolarmente coraggiosa” e rappresenta “il segno di una Procura e di un Ufficio di Sorveglianza attenti a questi problemi”. Il carcere fiorentino, spiega, è “strutturalmente fatiscente” e inadatto alla funzione rieducativa della pena: “Non ha laboratori, non ha aziende interne, non ha istituti di preparazione al lavoro, non c’è niente dentro, solo una massa di disperati”. Riguardo allo spostamento dei detenuti, Fanfani dice di non avere idea di quali siano gli istituti “di recente ristrutturazione” a cui fa riferimento il ministero: “Ma sicuramente in Toscana non ce ne sono, abbiamo un sovraffollamento del 136%“, sottolinea.

Sindacati Penitenziaria: “Sistema nel baratro, cosa farà Nordio?”

“Si tratta di una notizia che accogliamo positivamente”, commenta il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, ricordando come l’associazione, in seguito a un sopralluogo dello scorso marzo insieme a Magistratura democratica, avesse chiesto di chiudere il penitenziario “già all’epoca in condizioni non più sostenibili” (qui il blog di Susanna Marietti). Esprime soddisfazione anche Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato della Polizia penitenziaria Fsa Cnpp/Spp, in una nota in cui parla di “sistema penitenziario nel baratro“: il sequestro, afferma, “segna un punto di non ritorno nell’emergenza penitenziaria che denunciamo da sempre”, e “bene ha fatto la magistratura di Firenze ad intervenire dopo le nostre continue segnalazioni a tutela della sicurezza e della salute di detenuti e del personale penitenziario. È la prima volta in assoluto che si adotta un provvedimento di questo genere, che, specie se sarà seguito da altri in tante situazioni analoghe, segna una svolta storica nella gestione delle carceri italiane. Ci chiediamo cosa farà adesso in primo luogo il ministro Nordio e con esso il governo, che sinora hanno sempre negato l’evidenza dei fatti”, affonda. Anche per Francesco Oliviero del Sappe l’intervento della magistratura era “ormai inevitabile“: “Le criticità igienico-sanitarie, la vetustà degli impianti, il degrado delle sezioni e il sovraffollamento sono stati oggetto di ripetute segnalazioni e richieste di intervento, oggi pienamente confermate dalle risultanze dell’indagine. Ora”, denuncia “si apre una fase estremamente complessa per il personale, chiamato a gestire il trasferimento dei detenuti in un momento già gravato da una carenza di organico cronica e dall’avvio del piano ferie estivo, che riduce ulteriormente la disponibilità di unità in servizio”.

La sindaca Funaro: “Il carcere va abbattuto”

Dalla politica la prima a intervenire è la sindaca Pd di Firenze Sara Funaro: “Quando si arriva al sequestro di alcune sezioni vuol dire che la situazione è arrivata oltre il limite. Noi è tantissimo tempo che stiamo dicendo che il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito. Io continuo a sostenere questa tesi”, afferna. “Continuo a sostenere che le condizioni disumane che ci sono a Sollicciano non sono più tollerabili, oggi purtroppo ne abbiamo avuto la conferma. Il nostro auspicio è che possano essere prese a livello ministeriale delle decisioni drastiche e adeguate per avere dei luoghi che abbiano quel minimo di dignità che devono avere”. Per Federico Gianassi, segretario dei dem fiorentini e e capogruppo in Commissione Giustizia alla Camera, il sequestro “certifica il fallimento del ministero della Giustizia”: “Da anni, di fronte a una situazione terribile e disastrosa, il ministero rilancia promesse poi puntualmente non mantenute, senza mettere in campo un progetto credibile di radicale riqualificazione. L’intervento della magistratura riguarda una struttura che è sotto la responsabilità e la gestione del ministero”, denuncia. “Sollicciano non può più essere lasciato in queste condizioni: servono risorse e interventi immediati, serve un piano complessivo accompagnato da grande determinazione istituzionale e politica per realizzarlo. Ora basta fughe, il ministero ci metta la faccia”, incalza.

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Audi A6 Allroad, la station wagon sportiva che continua a sfidare i Suv – FOTO

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Esordio per la quinta generazione di Audi A6 Allroad, che da quasi 30 anni scommette su una formula furba: far convivere la fruibilità di una station wagon senza “scadere” nella ricetta del solito Crossover/Suv. Estetica e meccanica, quindi, remano nella stessa direzione: unire un elevato comfort stradale a doti fuoristradistiche degne di nota.

In arrivo nelle concessionarie in autunno, la nuova Allroad sposa il linguaggio stilistico (grintoso) dell’ultima edizione della A6, da cui eredita la piattaforma costruttiva. Gli esterni si caratterizzano inoltre per la griglia anteriore dotata di elementi esagonali verticali e per le protezioni sottoscocca nere, le quali possono essere rifinite in grigio opaco o alluminio. Il resto lo fanno contenuti come le sospensioni pneumatiche adattive (offrono un’escursione totale di 55 millimetri), la trazione integrale, le quattro ruote sterzanti (che migliorano agilità o stabilità a seconda dei frangenti di guida) e una gamma motori che comprende il propulsore V6 TDI e l’inedito e-Hybrid ricaricabile.

Rispetto alla tradizionale wagon da cui deriva, per la prima volta la Allroad si presenta più larga: l’incremento è di 11 centimetri rispetto alla familiare standard, con carreggiate che crescono di 74 millimetri all’anteriore e di 70 millimetri al posteriore. Quindi, la vettura può ora essere equipaggiata con ruote che possono arrivare fino a una misura di 21 pollici. L’altezza da terra cresce di 34 millimetri rispetto alla Avant, un dato che si rivela fondamentale per evitare contatti indesiderati quando si viaggia su strade particolarmente accidentate.

All’interno spicca il grande display panoramico curvo con tecnologia OLED, un elemento che integra il cruscotto digitale da 11,9 pollici e lo schermo tattile centrale da 14,5 pollici. A questa configurazione si può aggiungere un ulteriore monitor da 10,9 pollici posizionato davanti al passeggero anteriore e dedicato al suo intrattenimento. La vera novità tecnologica risiede però nell’integrazione dell’intelligenza artificiale attraverso ChatGPT, che permette al sistema di bordo di rispondere a domande complesse e di gestire i comandi vocali in modo molto più naturale.

Il sistema è inoltre in grado di apprendere le abitudini di chi si trova alla guida, creando delle routine automatiche, come l’attivazione del riscaldamento dei sedili al raggiungimento di una determinata temperatura esterna o il sollevamento automatico dell’assetto in prossimità di rampe particolarmente inclinate. Per quanto riguarda lo spazio di carico, il bagagliaio offre una capacità standard di 466 litri, che scendono a 404 litri nella versione ibrida a causa dell’ingombro della batteria, ma che possono salire fino a circa 1.500 litri complessivi abbattendo i sedili posteriori.

Sotto il cofano un propulsore 3.0 V6 turbodiesel da 299 cavalli di potenza massima, offerto a un prezzo di partenza di 77.250 euro in Germania: grazie alla tecnologia mild hybrid i consumi risultano molto limitati e la risposta al pedale del gas immediata. Per chi invece cerca la “guida a batteria” nei contesti urbani, fa il suo debutto la versione e-hybrid con 367 cavalli complessivi, venduta sul mercato tedesco a partire da 80.250 euro. Questo schema tecnico abbina un motore 2.0 a benzina a un motore elettrico alimentato da un accumulatore da 25,9 kWh, promettendo un’autonomia elettrica che può raggiungere i 95 chilometri.

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“Non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi. Spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso. Non siamo persone che si girano dall’altra parte”: Giorgia e Emanuel Lo chiariscono sul video sul borseggio

Alcune immagini di qualche secondo, poi il video diventa virale e giù a giudicare, puntare il dito, è il trend sempre più pressante sui social network. Stavolta a farne le spese sono Giorgia con il compagno Emanuel Lo. La coppia è stata ripresa, casualmente, da utente di TikTok mentre passeggiava in centro per Roma, mano nelle mano. Mentre stavano salendo le scale però un signore sarebbe rimasto vittima di un tentativo di borseggio.

Da qui una sequenza di commenti tra chi ha giudicato che la situazione fosse troppo appartata perché qualcuno potesse accorgersene, e chi, invece, li ha giudicati “responsabili”, insieme agli altri passanti, di non essere intervenuti.

Immediata la replica della coppia che condividendo le stesse parole sulle story di Instagram hanno commentato quanto accaduto: “Purtroppo io ed Emanuel Lo non ci siamo accorti di quello che è accaduto vicino a noi qualche giorno fa a Roma, ce ne siamo resi conto vedendo il video online. C’erano diverse persone, stavamo parlando tra di noi e abbiamo sentito solo un signore chiedere ad un altro di non appoggiarsi a lui mentre saliva le scale e l’altro chiedere scusa”.

E ancora: “Non abbiamo, e aggiungo purtroppo, percepito un pericolo o una situazione in cui fosse necessario intervenire. Ci spiace leggere che sia sembrato qualcosa di diverso perché chi conosce me o Emanuel sa che non siamo persone che si girano dall’altra parte se vediamo qualcuno in difficoltà“.

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Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo

Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.

L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.

Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.

Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.

Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.

In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.

Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.

Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.

Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.

E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.

Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.

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“Chiedere di mangiare gratis è completamente imbarazzante. Paga per quello che mangi. Chi sei?”: il pizzaiolo Ciro Pernice accusa i food influencer

“Definire ogni ristorante una gemma nascosta, fingere stupore al primo morso, dire ‘è pazzesco’ per qualsiasi cosa, chiedere cibo gratis e non lasciare recensioni negative per essere invitati di nuovo: tutto questo deve finire”. Lo sfogo è di Ciro Pernice, pizzaiolo italo-americano e proprietario della Galleria Pizzeria nello Stato di New York, che con un video pubblicato su Instagram ha acceso il dibattito sui food influencer e sulle loro abitudini comunicative. Nel contenuto, diventato virale in pochi giorni con migliaia di visualizzazioni e una pioggia di commenti e meme di approvazione, Pernice ha messo nel mirino quello che definisce un linguaggio ormai standardizzato e poco credibile nel racconto del cibo online.

Ecco il passaggio completo del suo intervento: “Queste sono le 5 abitudini più fastidiose degli influencer: numero 1, definire ogni ristorante una gemma nascosta. Se un’attività è aperta da più di 30 anni non è nascosta. Smettila di comportarti come se avessi scoperto il fuoco. Numero 2, fingere stupore al primo morso, con gli occhi che si spalancano e la testa che annuisce come a dire ‘oh mio dio’. È mozzarella, fratello, non stai vincendo alla lotteria. Numero 3, dire che tutto è pazzesco: la fetta è pazzesca, il cibo è pazzesco, tutto è pazzesco. Sei tu che sei completamente folle. Numero 4, chiedere di mangiare gratis, questo è completamente imbarazzante. Paga per il tuo cibo. Chi sei? I ristoranti pagano affitto, buste paga. Pensi che il tuo piccolo treppiedi paghi il conto? Assolutamente no. Numero 5, non dire la verità: se ogni posto è fantastico e ogni morso cambia vita stai dicendo fandonie perché vieni pagato per farlo”

Il video ha rapidamente generato reazioni online, è diventato virale e alimentato una discussione più ampia sul ruolo dei food influencer tra intrattenimento, marketing e credibilità. Molti utenti, nei commenti, hanno sottolineato proprio questo punto: la sensazione che sui social il confine tra recensione autentica e contenuto sponsorizzato sia sempre più difficile da distinguere, con un effetto di omologazione che finisce per rendere tutti i ristoranti “eccezionali” allo stesso modo.

(Video Facebook @CiroPernice)

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Laptop, magliette heavy metal e simulazione di risposte ad abbordaggi e interrogatori: così è nata la Flotilla 2025

Maria Elena Delia è uno dei volti della Flotilla per Gaza, la portavoce italiana, la prof torinese di fisica che viene dalla lunga storia dei tentativi di raggiungere in barca la Striscia palestinese fin da quello che riuscì, nel 2008, a Vittorio Arrigoni. Il suo libro – Global Sumud Flotilla – La storia siete voi, Ponte alle Grazie, 304 pagine, prefazione di Ilan Pappé, in libreria dal 19 giugno (parte del ricavato sarà devoluto alle famiglie dei giornalisti uccisi a Gaza) – parte da lui, Vik, che nella Striscia perse la vita. Racconta la missione del 2025 e finisce con quella, più recente, degli abbordaggi a ovest di Creta, della deportazione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek e delle violenze esibite dal ministro israeliano Itamar Ben Gvir al porto di Ashdod, che hanno riacceso per un po’ anche in Europa le luci su Gaza. Delia racconta i volti, le storie e le pratiche di un movimento che è già un’organizzazione mondiale e tornerà a navigare nel Mediterraneo. Abbiamo scelto una parte del primo capitolo: la riunione a Tunisi, nell’agosto 2025, quando per la prima voltasi ritrovano tutti insieme a discutere e poi a presentare la missione politico-umanitaria più ambiziosa mai organizzata via mare fino a quel momento. (Alessandro Mantovani)

La sede della Tunisian General Labour Union (Ugtt), che ci ospiterà, si impone con la sua facciata rossa e geometrica e porta addosso decenni di storia sindacale, lotte sociali, organizzazione collettiva e un ruolo centrale nella transizione democratica tunisina dopo il 2011. L’Ugtt non è infatti considerato soltanto un sindacato, ma un attore politico e civile che ha contribuito a mediare conflitti nazionali, sostenere movimenti popolari e difendere spazi di autonomia sociale anche nei momenti più difficili del Paese. All’ingresso, lo sguardo viene catturato dal volto di Farhat Hached, storico leader sindacale e figura chiave del movimento per l’indipendenza tunisina, assassinato nel 1952. (…)

La sala è ampia e luminosa, organizzata con lunghi tavoli disposti a ferro di cavallo e un grande schermo sul fondo. Laptop aperti, quaderni pieni di appunti, bottiglie d’acqua, cavi, cuffie per la traduzione simultanea, bandiere appoggiate sui bordi dei tavoli. Ovunque volti diversi: età, lingue, accenti, modi di stare al mondo. Delegazioni provenienti da quarantaquattro Paesi – dalla Colombia alla Svezia, dal Sudafrica alla Malesia – occupano lo spazio come un mosaico irregolare e vivo. Alcuni parlano sottovoce, altri ridono per scaricare la tensione, qualcuno è già immerso nei documenti, qualcuno si abbraccia dopo essersi visto per mesi solo online, altri si ritrovano dopo anni. Sappiamo che ci aspettano giorni intensi: formazione, coordinamento, decisioni operative, e soprattutto la preparazione della conferenza stampa internazionale in cui annunceremo pubblicamente la partenza della Flotilla.

I lavori si aprono con una serie di presentazioni introduttive guidate da Thiago Ávila, uno dei volti più riconoscibili della Freedom Flotilla Coalition. Thiago è uno di quei leader che non hanno bisogno di dichiararsi tali per esserlo. (…) Brasiliano, proviene da anni di attivismo nei movimenti sociali e nella Freedom Flotilla Coalition, e porta addosso quella lunga esperienza come una seconda pelle. (…) In lui convivono una passione politica ardente e un pragmatismo sorprendente. Sa raccontare la storia delle missioni precedenti con la forza di chi le ha vissute in prima persona – arresti, deportazioni, attacchi, fallimenti e ripartenze – ma allo stesso tempo sa tradurre quell’esperienza in strumenti concreti: procedure, protocolli, formazione. Per lui la nonviolenza non è un principio astratto, ma una disciplina rigorosa, da allenare con la stessa serietà con cui si prepara una spedizione in mare. (…)

Una delle prime sessioni è dedicata agli aspetti legali. Avvocati e consulenti illustrano i rischi concreti: intercettazioni in acque internazionali, detenzioni arbitrarie, sequestro delle imbarcazioni, limiti e possibilità del diritto marittimo e internazionale. Non è una lezione teorica, ma un vero e proprio addestramento alla consapevolezza: sapere cosa può accadere, quali diritti potremo rivendicare, dove finiscono le tutele formali e inizia il terreno dell’arbitrio politico. Segue un blocco centrale dedicato alla teoria e alla pratica della resistenza nonviolenta. Analizziamo esperienze precedenti, strategie di de-escalation, gestione della paura, reazione agli ordini illegittimi, comportamento in caso di aggressione o abbordaggio. Parte della formazione avviene attraverso simulazioni: scenari realistici in cui qualcuno impersona soldati, ufficiali, interrogatori; altri devono reagire mantenendo sangue freddo, coerenza, solidarietà reciproca. Si provano risposte, si sbaglia, si riprova. Tra una sessione e l’altra, si susseguono lunghi giri di tavolo. Ogni delegazione porta dubbi, timori, idee, proposte. C’è chi chiede maggiore chiarezza sui protocolli di sicurezza, chi solleva questioni di rappresentanza, chi racconta le difficoltà di mobilitare persone nel proprio Paese, chi condivide risorse o contatti utili. Quelle condivisioni non sono solo funzionali, costruiscono fiducia, legittimità reciproca, un senso di responsabilità comune. Non si tratta di «organizzare un evento», ma di costruire un processo (…).

Wael, nostro ospite tunisino, ha uno di quei sorrisi che si notano subito e non si dimenticano più. (…) Porta quasi sempre occhiali sottili e veste in modo apparentemente casuale, ma con un dettaglio che non passa inosservato: le sue magliette. Sono quasi sempre t-shirt di gruppi heavy metal, che su di lui producono un effetto sorprendente, quasi comico. (…) In realtà, quella leggerezza apparente convive con una storia politica densissima. Wael è stato segretario generale dell’Unione Generale degli Studenti Tunisini, l’Uget, una delle organizzazioni più importanti e combattive del Paese, e ha attraversato in prima persona anni di mobilitazioni, repressione, negoziazioni. È cresciuto dentro una cultura politica rigorosa, radicata nella tradizione della sinistra tunisina, e milita nel Partito dei lavoratori, uno dei pilastri storici del fronte progressista. (…)

«Si sta parlando dell’ipotesi di avere anche una o due imbarcazioni più grandi» dice Cecilia, sorridendo mentre spezza il pane. «Non solo barche a vela. Una specie di ammiraglia». Wael inarca un sopracciglio. «Ammiraglia suona già come un problema» commenta, con una punta di sarcasmo. «Potrebbe rendere tutto più visibile… o più sospetto». Il riferimento alla Mavi Marmara, attaccata nel 2010 durante una precedente missione verso Gaza, aleggia nella conversazione anche quando non viene nominato esplicitamente: una nave grande, simbolicamente potente, ma anche trasformata in bersaglio e in pretesto per una repressione brutale. (…) Attorno a noi i telefoni continuano a vibrare, le persone si alzano per rispondere a una chiamata urgente o per tornare in sala. Anche nei momenti di pausa, nessuno smette davvero di lavorare (…). Il brusio collettivo si scompone in corridoi, stanze più piccole, tavoli occupati da gruppi ristretti. La grande architettura della mobilitazione si sta trasformando in lavoro operativo, fatto di decisioni puntuali, compromessi, rischi. Io mi dirigo verso la stanza dello Steering Committee, di cui faccio parte. (…)

Thiago apre il punto sulla conferenza stampa. Non si tratta di «annunciare» qualcosa, ma di decidere quanto esporsi, cosa rendere pubblico e cosa proteggere. Ogni frase potrebbe attirare attenzione, sostegno o repressione. «Non possiamo sembrare avventurieri» dice qualcuno. «Ma nemmeno timidi» ribatte un’altra voce. «Dobbiamo essere radicali e credibili allo stesso tempo». Si discutono i nomi degli speaker – Yasemin, Haifa, Nadir e io – e Saif come moderatore. Non si tratta solo di scegliere volti riconoscibili, ma di rendere visibile l’architettura politica della missione. Yasemin Acar, attivista della Freedom Flotilla, è nata e cresciuta in Germania da genitori curdi provenienti dalla Turchia. Quel doppio radicamento si sente immediatamente nella sua determinazione politica e in una lucidità quasi dolorosa (…). Haifa è tunisina e non rappresenta soltanto una delegazione nazionale, ma incarna un territorio, una storia di lotte, una continuità tra la rivoluzione tunisina, le mobilitazioni del Maghreb e le reti di solidarietà con la Palestina che in quella regione esistono da decenni. (…) Nadir è malese, e questo già lo colloca fuori dalle geografie abituali dell’attivismo europeo. Ma soprattutto è una delle poche persone presenti che non parlano di Gaza «dall’esterno», perché ci ha vissuto per anni come parte di una comunità reale. Ha studiato lì, ha costruito relazioni, ha condiviso la quotidianità di un territorio sotto assedio. (…) Ha fondato in Malesia un’organizzazione di solidarietà con Gaza, Cinta Gaza Malaysia, e nel movimento rappresenta una dimensione fondamentale: il legame tra la Palestina e il Sud Est asiatico, una geografia spesso invisibile nel racconto occidentale, ma che negli anni ha sviluppato reti di solidarietà profondissime. Se Thiago rappresenta la continuità storica della Flotilla, Yasemin la radicalità diasporica della lotta, e Haifa il radicamento nel Maghreb, Nadir porta dentro questa stanza qualcosa di ancora diverso: la testimonianza vivente di una relazione lunga, profonda, non occasionale con Gaza. (…)

Cominciamo a parlare degli equipaggi e decidiamo subito che le barche non rappresenteranno singole nazioni. Gli equipaggi saranno misti anche per proteggere le persone con passaporti «deboli». Una scelta politica prima ancora che pratica: nessuna bandiera nazionale, ma una responsabilità condivisa. «Non devono essere barche spagnole, greche o italiane» dice Thiago. «Devono essere barche internazionali». Si parla di capitani, criteri di selezione, linee decisionali in caso di intercettazione, responsabilità legali, protocolli di sicurezza. Ogni scelta porta con sé il peso di ciò che potrebbe accadere in mare. Nel frattempo, fuori dalla stanza, il resto dell’edificio vibra di un’energia diversa. Nel gruppo comunicazione si discute di piani editoriali e scenari mediatici. Nel gruppo sicurezza il lavoro è concentrato sulla cybersecurity: protezione delle comunicazioni, gestione dei dati sensibili, prevenzione di infiltrazioni digitali e strategie per ridurre i rischi di sorveglianza e tracciamento. Nel gruppo logistica si parla di porti, rifornimenti, date, assicurazioni, imprevisti. Nei corridoi si incrociano telefonate sussurrate, messaggi urgenti, traduzioni improvvisate, voci che si sovrappongono in lingue diverse (…).

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Unicredit ha già più del 50% di Commerzbank, ma Berlino insiste: “Approccio aggressivo, Francoforte resti indipendente”

Nel giorno della chiusura dell’offerta di Unicredit su Commerzbank, con gli italiani che hanno già in mano, tra azioni e derivati, oltre il 50% della banca di Francoforte, il governo federale tedesco torna a respingere l’offerta di Andrea Orcel. Il comitato direttivo interministeriale del Fondo di stabilizzazione dei mercati finanziari (Fms), si legge in una nota dell’Agenzia delle Finanze tedesca, sostiene la “strategia di indipendenza di Commerzbank e respinge l’approccio aggressivo di UniCredit”.

L’accettazione dell’offerta da parte di Berlino che ha ancora in mano il 12% circa di Commerzbank, come noto da tempo, era già “economicamente fuori discussione, poiché non prevede un premio adeguato rispetto all’attuale quotazione del titolo”. Tuttavia, a parte rifiutare di vendere le sue azioni agli italiani, la Germania non ha messo a punto nessuna contromossa che sia stata resa nota e, secondo quanto emerso nelle scorse, non intende fare ricorso a strumenti difensivi tipo golden power. Quindi di fatto si tratta di una resistenza di posizione.

Commerzbank svolge un ruolo “importante nel finanziamento dell’economia tedesca e del settore delle medie imprese, il cosiddetto Mittelstand – ribadisce l’Agenzia delle Finanze tedesca -In quanto importante datore di lavoro, la banca è fondamentale anche per il centro finanziario di Francoforte. Entrambi questi aspetti devono essere garantiti anche in futuro”.

Intanto però, almeno sul fronte economico l’offerta offre ai titolari di azioni Commerz un premio di circa il 2%, considerando l’andamento dei titoli in Borsa. A mezzanotte del 16 giugno si chiude la prima parte dell’operazione, mentre dal 20 partiranno due settimane di tempi supplementari. Il titolo di Unicredit scambia a 77,3 euro questo significa che il valore corrente dell’offerta sulle azioni Commerzbank è pari 37,49 euro mentre le azioni dell’istituto tedesco passano di mano a 36,76 euro.

Stando ai dati diffusi lunedì 15 giugno dalla banca milanese, le adesioni all’offerta sono arrivate all’11,91% che, sommate al 26,77% già in mano a Unicredit, porta la quota in azioni al 38,68%. Sommando i derivati sia arriva poi al 55,09 per cento. Proprio su questi numeri, l’ultima puntata della saga ha registrato nei giorni scorsi il deposito di esposti speculari con Commerz che bolla gli aggiornamenti di Unicredit come falsi sostenendo che le adesioni siano molto inferiori a quanto dichiarato da Milano e la banca italiana che definisce le accuse una “narrazione fuorviante” sollecitando le “opportune verifiche”, respingendo “fermamente ogni insinuazione” e ribadendo “di aver sempre operato nel rispetto delle normative”. Il riferimento, in particolare, è alle “insinuazioni secondo cui il numero effettivo di azioni conferite sarebbe inferiore, in quanto tali titoli sarebbero stati presi in prestito, risultano infondate e prive di qualsiasi riscontro”, è la posizione di Milano che evidenzia ancora di non aver “posto in essere operazioni di prestito titoli sulle azioni Commerzbank detenute” e che “le azioni conferite sono da considerarsi tali a tutti gli effetti e irrevocabilmente impegnate”.

Al di là del dovuto intervento della Procura di Francoforte per chiarire le cose, la questione non è di lana caprina nel giorno in cui sono attese le decisioni dei grandi fondi sull’adesione all’offerta e la credibilità delle due versioni dei fatti può ovviamente influenzare la scelta degli investitori. In ogni caso, tra un tergiversare e l’latro, l’operazione andrà avanti con i tempi supplementari dal 20 giugno al 3 luglio come previsto dalla normativa tedesca.

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Da Calenda a Picierno, il cantiere degli “europeisti” a Milano. “Siamo avanguardia come nel Risorgimento o in piazza Maidan. Vannacci sarà il M5S del centrodestra”

“Bisogna hackerare il bipolarismo”. Da Milano, parte il cantiere del nuovo polo “europeista”. Le varie anime del centro si sono date appuntamento al teatro Franco Parenti per riunirsi in vista delle prossime elezioni. Da Calenda a Picierno, da Marattin a Cottarelli. L’obiettivo è quello di “superare il bipolarismo” spiega l’ex presidente del consiglio Mario Monti chiamato a battezzare l’iniziativa lanciata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli. “Oggi nasce un nuovo spazio politico di cui l’Italia europeista e democratica aveva bisogno” esulta la vice presidente del parlamento europeo Pina Picierno, alla prima uscita pubblica dopo l’uscita dal Pd. Ma nel foyer del teatro c’è un cauto ottimismo: “È ancora presto per brindare alla nascita di qualcosa” racconta prima di entrare un signore con in mano uno spritz. “Forse è la volta buona, ma per noi la volta buona era già la scorsa” aggiunge alludendo al tentativo del Terzo Polo alle scorse politiche. “Sì, ma quello era fallito perché Renzi si è messo a giocare come sta facendo adesso” si difende il leader di Azione Carlo Calenda che profetizza: “Vannacci sarà il M5S del centrodestra”. Un polo che “non si presenterà né con la destra né con la sinistra che avranno coalizioni che vanno da Vannacci a Tajani, da Renzi a Potere al Popolo, noi dobbiamo dare un’alternativa a questo scempio”. Il dialogo potrà essere con tutti, precisa Picierno, ma “intorno a questioni serie” mentre “il Pd e il campo largo sono scivolati verso il populismo con la pochette di Giuseppe Conte”. Ma che cosa ne pensano gli elettori? Un centrodestra senza Vannacci è visto come “più affidabile” rispetto a un centrosinistra con il M5S. E tra Meloni e Schlein in tanti non hanno dubbi: “Meglio Meloni, Schlein è incompatibile con noi”. Discrepanze che riguardano soprattutto la politica estera. “Sulla questione Ucraina, Fratoianni, Conte e Schlein sono i degni eredi di Chamberlain e di quel pacifismo balordo di Monaco 1938 che portò alla seconda guerra mondiale” attacca il consigliere di Azione Daniele Nahum dal palco. Tra chi prende la parola c’è anche la presidente di Azione Elena Bonetti.“Per governare bisogna avere la capacità e la competenza di conoscere la realtà”. E quando si ricorda che servono anche i voti, anche gli elettori di centro sorridono. Ma Calenda non si scompone: “Voi dite che siamo pochi, non lo so, siamo un’avanguardia, forse, come nel Risorgimento e in piazza Maidan”.

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“Così ho scoperto la chat sessista dei lavoratori Atm. Non siamo al sicuro neppure con i conducenti dei mezzi pubblici”

“Purtroppo o per fortuna, dallo schermo mi è subito balzata all’occhio un’immagine scattata dalle telecamere di sorveglianza: era una foto ingrandita dei glutei di una ragazza”. La ragazza ventiseienne che ha svelato la chat sessista dei dipendenti Atm (l’azienda del trasporto pubblico di Milano) innescando la protesta su Instagram, ha raccontato al Corriere della Sera come è andata. Prima di tutto ha spiegato da cosa è stata attratta la sua attenzione, mentre viaggiava su un tram: sullo smartphone di un dipendente seduto davanti a lui, aperto sulla chat incriminata, erano appena stata condivisa l’immagine del sedere di una ignara passeggera. La foto era stata scattata immortalando il monitor collegato alle telecamere per la sorveglianza a bordo del veicolo. Insieme all’immagine, il conducente aveva condiviso il commento: “È il mio dolce per voi”. Dando la stura alle parole sessiste e offensive dei partecipanti alla chat.

La ragazza ha dichiarato che altre foto di analogo tenore sessista potrebbero essere state condivise in quella chat: “A un certo punto l’uomo ha aperto la galleria fotografica del gruppo. Lì ho notato che tra i tanti post che si erano scambiati, c’erano altre immagini prese dalle telecamere di sorveglianza”. Cioè? “Foto simili: ancora una volta, corpi di donne fotografati senza il consenso delle interessate”. La ragazza ha spiegato anche il contesto a bordo del mezzo pubblico, vicino al lavoratore dell’azienda pubblica: “Lui era letteralmente davanti a me. Si comportava come se non fosse su un mezzo pubblico, tra la gente, all’ora di punta. Io dopo qualche fermata sono scesa”.

E l’effetto, ha continuato, è quello di “non potersi più sentire al sicuro. Banalmente, qualsiasi donna o ragazza che viaggia da sola sui mezzi pubblici di notte cerca protezione nei lavoratori, magari vuole un posto vicino al conducente e si tranquillizza al sapere che ci sono delle telecamere di sorveglianza che dovrebbero rendere un luogo sicuro. In realtà, poi, si scopre che gli stessi lavoratori impiegati in società pubbliche usano quelle telecamere per diffondere immagini intime. Lo trovo spaventoso“. Per questo, ammette la ragazza, “mi cadono le braccia quando alcune persone sminuiscono questi fatti, non tutti li reputano gravi”. Dopo aver condiviso su Instagram le foto della chat, la ragazza ha dichiarato che “in ogni caso io mi sto muovendo con uno studio legale per la denuncia”.

Alla chat di gruppo sarebbero iscritti 7 dipendenti dell’Atm: un conducente, cinque amministrativi, un altro in pensione. L’azienda locale ha avviato un’indagine interna, che nel giro di tre mesi potrebbe condurre a possibili sanzioni come la censura, una multa (trattenuta di 4 ore dallo stipendio), la sospensione dal servizio, fino alla retrocessione o alla destituzione. “Quanto agli episodi accertati, al momento ce ne sarebbe soltanto uno: quello documentato dalla foto scattata dalla 26enne”, riferisce il Corriere. Atm ha presentato una denuncia alla Polizia postale. Anche il sindaco Beppe Sala ha invitato a chiarire: “Atm deve far luce, ma deve anche intervenire e, se verranno individuati delle responsabilità, non ci siano interventi che rimettano coloro che hanno fatto queste cose in condizione di nuocere ancora”.

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Trump vuole consegnare la coppa ai vincitori dei Mondiali: la Fifa è pronta a dire di sì (infrangendo il protocollo)

Non è bastato l’imbarazzo durante la finale del Mondiale per Club, a giugno, tra Chelsea e Psg al MetLife Stadium di East Rutherford. Il prossimo 19 luglio, sempre al Metlife Stadium, potrebbe essere ancora Donald Trump a consegnare la Coppa del Mondo (questa volta per nazionali) al capitano della squadra vincitrice. Secondo Talksport, il presidente degli Usa avrebbe avuto l’ok per prendere parte alla cerimonia, come appunto già successo l’estate scorsa in occasione del Mondiale per Club, ma in questo caso potrebbe anche spingersi oltre e consegnare solo lui il trofeo, infrangendo il protocollo ufficiale. Alla cerimonia saranno invitati anche i presidenti di Messico e Canada, gli altri due Paesi organizzatori.

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Il protocollo FIFA prevede infatti solitamente che il trofeo presente su un piedistallo venga portato sul podio per la cerimonia di premiazione da un esponente della squadra vincitrice. Questa volta, secondo Talksport, la FIFA lascerà a Trump la decisione se rimanere con la squadra durante la cerimonia o se restare con altri dirigenti.

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Fonti interne alla Casa Bianca ritengono che Trump sceglierà ancora una volta di festeggiare con la squadra vincitrice, come già fatto con il Chelsea, mettendo in imbarazzo sia Reece James che Cole Palmer, protagonista di quella finale. In quella circostanza Palmer aveva infatti chiesto al capitano James “cosa facesse Trump sul palco con loro”. Il trequartista del Chelsea era stato decisivo con una doppietta, ma durante l’alzata della coppa era stato oscurato dal presidente Usa, che si era piazzato proprio davanti a lui. Trump non ha assistito alla partita d’esordio della nazionale statunitense contro il Paraguay per un impegno già programmato prima, ma sarà presente alla finale dei Mondiali al MetLife Stadium il 19 luglio e già prima potrebbe assistere ad altre partite della Coppa del Mondo.

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Tim Summer Hits, più di 80 artisti sul palco per la canzone dell’estate 2026: da Emma al neo sposo Tommaso Paradiso. Achille Lauro farà “una grande sorpresa”. Il cast completo dello show

È stata presentata oggi, martedì 16 giugno, in Campidoglio a Roma la nuova edizione del Tim Summer Hits, l’appuntamento con le canzoni dell’estate in onda prossimamente su Rai Uno e condotto da Carlo Conti e Andrea Delogu. Gli appuntamenti fissati per le registrazioni in Piazza del Popolo a Roma sono per domenica 21, lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno.

Sul palco si alterneranno oltre 80 ospiti musicali: Achille Lauro (è stata annunciata una grande sorpresa da parte del cantautore “anche per chi non è potuto andare al concerto all’Olimpico”), Aiello, Alex Britti, Angelica Bove, Anna Tatangelo, Annalisa, Arisa, Baby K, Bambole Di Pezza, Benji & Fede, Chiello, Clara, Clementino, Cristiano Malgioglio, Delia, Ditonellapiaga, Eddie Brock, Elena D’Elia, Elettra Lamborghini, Emis Killa, Emma, Enrico Nigiotti, Ermal Meta, Ernia, Fabrizio Moro, Fedez, Frah Quintale, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Francesco Renga, Fred De Palma, Fulminacci, Gaia, Gio Evan, Giusy Ferreri, Il Tre, Irama, J-Ax.

E ancora Lda & Aka 7even, Leo Gassmann, Levante, Lorenzo Salvetti, Ludwig con Il Pagante, Malika Ayane, Mara Sattei, Marco Masini, Mari Froes, Maria Antonietta & Colombre, Merk & Kremont, Michele Bravi, Myss Keta, Mr.Rain, Nayt, Negramaro, Nicolo Filippucci, Noemi, Orietta Berti con Il Rosso e Iaem, Paola Iezzi, Paola Turci, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Rkomi, Rocco Hunt, Sal Da Vinci, Samurai Jay, Sangiovanni, Sarah Toscano, Sayf, Serena Brancale, Skt The Bausa, The Kolors, Tommaso Paradiso (reduce dal matrimonio con Carolina Sansoni), Tormento, Tredici Pietro, Trigno e Welo.

L’evento sarà trasmesso contemporaneamente anche su Rai Radio2, con collegamenti, contenuti esclusivi e interviste dal backstage affidati a Nicol Angelozzi, e sarà disponibile on demand su RaiPlay.

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A Milano il vento diventa scultura: alla Fabbrica del Vapore la grande mostra di Susumu Shingu tra arte cinetica, natura e una riflessione silenziosa sulla crisi ambientale

C’è un artista che da oltre sessant’anni prova a rendere visibile l’invisibile. Non attraverso effetti speciali o tecnologie sofisticate, ma affidandosi alle stesse forze che governano il pianeta: il vento, l’acqua, la gravità, l’aria. È Susumu Shingu, maestro giapponese dell’arte cinetica, che dal 17 giugno al 14 ottobre porta alla Fabbrica del Vapore di Milano la mostra “Il cosmo”, la più ampia esposizione italiana mai dedicata alla sua ricerca.

Entrare nell’universo di Shingu significa abbandonare per un momento l’idea della scultura come oggetto immobile. Le sue opere respirano, oscillano, si piegano, cambiano assetto. Vivono in funzione dell’ambiente che le circonda. Non impongono una forma alla natura, ma la assecondano. Sono strutture leggere e precise che trasformano il movimento dell’aria in un evento visibile, quasi una coreografia permanente tra materia ed energia.

La mostra allestita nella Cattedrale della Fabbrica del Vapore ripercorre oltre sei decenni di lavoro e riunisce nove sculture considerate fondamentali dall’artista insieme a ventuno opere del progetto “Windcaravan”, una sorta di viaggio nomade iniziato nel 2000 che ha attraversato alcuni dei luoghi più remoti del pianeta: dalle risaie giapponesi alle steppe della Mongolia, dai laghi ghiacciati della Finlandia fino alla Nuova Zelanda. Opere mosse esclusivamente dal vento, pensate per dialogare con paesaggi e comunità lontane tra loro ma accomunate da un rapporto ancora diretto con le forze naturali.

Un’arte che parla al tempo della crisi climatica

A quasi novant’anni, Shingu continua a proporre una visione radicalmente controcorrente rispetto all’epoca della velocità e dell’ipercontrollo tecnologico. Le sue sculture non producono nulla, non servono a nulla nel senso utilitaristico del termine. Eppure proprio per questo finiscono per interrogare chi le osserva. Ci ricordano che esistono fenomeni che non possono essere dominati ma soltanto ascoltati, che il movimento non è sempre sinonimo di progresso e che la natura non è uno sfondo delle attività umane ma una presenza viva con cui convivere.

Un messaggio che assume inevitabilmente una nuova forza nell’epoca della crisi climatica. Shingu non utilizza slogan ambientalisti né costruisce opere di denuncia. La sua è una riflessione più sottile e forse più efficace: mostrare l’armonia possibile tra intervento umano e mondo naturale. Le sue strutture si affidano agli elementi invece di contrastarli, trasformando il vento da ostacolo a motore creativo.

Il legame con l’Italia

Il rapporto con l’Italia occupa un posto centrale nella biografia dell’artista. Nato a Osaka nel 1937, arrivò nel nostro Paese nel 1960 grazie a una borsa di studio del governo italiano. A Roma frequentò l‘Accademia di Belle Arti e incontrò il pittore Franco Gentilini. Furono anni decisivi che contribuirono alla nascita del suo linguaggio artistico e a un legame mai interrotto con il nostro Paese.

Non è un caso che alcune delle sue opere pubbliche più note si trovino proprio in Italia: dal “Vento di Colombo” nel porto di Genova a “Il luogo della pioggia” al Lingotto di Torino, fino a “Dialogo con le nuvole” a Lecco. Interventi che condividono la stessa idea di fondo: inserire l’arte nel paesaggio senza dominarlo, lasciando che siano gli elementi naturali a completare l’opera.

Lo sguardo di Sandalino

Nella mostra milanese trova spazio anche Sandalino, il piccolo personaggio immaginario creato da Shingu negli ultimi anni. Un viaggiatore proveniente da un altro pianeta che osserva la Terra con stupore e preoccupazione, come farebbe un bambino di fronte a qualcosa di meraviglioso ma fragile. È forse l’immagine che meglio sintetizza l’intero percorso dell’artista: guardare il mondo come se lo vedessimo per la prima volta.

Un invito a osservare il mondo diversamente

“Il cosmo” arriva inoltre in un momento simbolico per i rapporti tra Italia e Giappone, nell’anno delle celebrazioni per i 160 anni delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi e per il quarantacinquesimo anniversario del gemellaggio tra Osaka e Milano. Ma al di là delle ricorrenze istituzionali, la mostra rappresenta soprattutto l’occasione per confrontarsi con una ricerca artistica che da decenni parla di equilibrio, interdipendenza e rispetto per l’ambiente. Temi che oggi sembrano appartenere più al futuro che al passato. E che nelle sculture leggere di Susumu Shingu continuano a muoversi, letteralmente, davanti ai nostri occhi.

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Noi europeisti siamo antidoto a populismi e campo largo. Parla Marcucci

Dall’Ucraina alla difesa europea, passando per il futuro del centrosinistra e la necessità di costruire un’alternativa ai populismi. Dopo il lancio di Europeisti.eu al Teatro Parenti di Milano, il senatore Andrea Marcucci (Libdem) spiega a Formiche.net le ragioni di un’iniziativa che punta a riunire l’area liberale, riformista ed europeista oggi senza una rappresentanza politica definita. Nel mirino ci sono le contraddizioni del campo largo, l’evoluzione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein e la crescita delle spinte sovraniste. Sullo sfondo, la prospettiva di un nuovo polo centrista in vista delle elezioni del 2027.

Senatore Marcucci, al Teatro Parenti assieme ad altre realtà centriste avete lanciato Europeisti.eu. Di cosa si tratta?

Bisogna ringraziare Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli per aver promosso un’iniziativa capace di riunire chi non si rassegna all’attuale offerta politica rappresentata da centrosinistra e centrodestra. Soprattutto perché, da entrambe le parti, proprio sui valori e sui temi più cari agli europeisti emergono le contraddizioni più evidenti. A partire dall’Ucraina e dalla necessità di costruire un’Europa sempre più strutturata e autonoma sul piano della difesa e della politica internazionale.

Molti di voi, lei per primo, provengono dal Pd. Non è più possibile avviare un dialogo con i dem?

È indubbio che con Elly Schlein il Partito democratico abbia legittimamente cambiato pelle, allontanandosi da quel progetto del Lingotto nel quale molti di noi avevano creduto. Oggi il Pd è compiutamente un nuovo partito: un’anima ha prevalso sulle altre. Non è una questione di dialogo, che in politica deve sempre esserci. Diventa però difficile immaginare un’agenda di governo davvero riformista e liberale insieme a chi sceglie di allearsi con il Movimento 5 Stelle e con Alleanza Verdi e Sinistra. Più che difficile, direi impossibile.

Perché la scelta di non aderire al campo largo?

Qualcuno ha sentito il campo largo discutere anche solo di una proposta condivisa? Se questo non accade, una ragione ci sarà. Come possono idee liberali e riformatrici conciliarsi con quelle del Movimento 5 Stelle? Su politica internazionale, fisco, giustizia, transizione energetica e difesa esistono differenze radicali e incompatibili. Le alleanze si costruiscono per governare, non per sommare voti o seggi.

Non temete che una nuova legge elettorale possa ridurre ulteriormente gli spazi per una forza politica alternativa ai due poli?

Le preoccupazioni dovrebbero riguardare la governabilità, la rappresentanza dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, non i destini personali. In ogni caso, il potenziale elettorale di una proposta alternativa sia alla destra sia alla sinistra non ha motivo di temere alcuna soglia di sbarramento. La domanda esiste e i cittadini votano prima di tutto in base alle idee.

Vi sentite una risposta all’ascesa di Vannacci?

Ci sentiamo una risposta ai populismi e ai sovranismi che in Italia esistevano ben prima di Vannacci. Se chi crede in una politica pragmatica, seria e orientata alle riforme non si organizza, lascia spazio a movimenti che fanno leva sulla pancia delle persone. Non penso tanto ai rigurgiti nostalgici quanto a ciò che è accaduto nel Regno Unito con la Brexit. Alcuni passaggi della storia sarebbe bene non dimenticarli.

Calenda, Picierno e gli altri protagonisti dell’area europeista riusciranno a trovare una sintesi politica entro il 2027?

Mi auguro che tutti si mettano al lavoro fin da subito per costruire un polo che smetta di essere soltanto una comunione di intenti e diventi finalmente una proposta politica solida e concreta. Il Partito Liberaldemocratico, come ha ribadito Luigi Marattin, ci sarà. Questo è il momento giusto.

Il centrodestra seguirà Vannacci o proverà a dialogare con l’area centrista?

Non posso leggere le intenzioni di nessuno, ma penso che per qualunque coalizione sia più importante valorizzare idee serie e moderate piuttosto che inseguire estremismi pericolosi. In Italia esiste un elettorato di centro consapevole e significativo. A quell’elettorato, però, va offerta una proposta credibile e concreta. Non lo si conquista con le sparate, con i teatrini o con il vassallaggio.

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Washington non ripeta l’errore di von Rundstedt. Lezioni iraniane per Taiwan

Con il conflitto infuriato nel corso degli ultimi mesi nel Golfo Persico che sembra essere in procinto di avviarsi a una conclusione, arriva adesso il momento sia per gli attori coinvolti che per gli osservatori esterni di trarre delle lezioni dalle dinamiche belliche a cui abbiamo assistito nel confronto militare tra Stati Uniti e Iran per cercare di adeguare e migliorare i propri apparati di Difesa. Un processo molto delicato, poiché è in queste circostanze che si compie il rischio di commettere errori di cui poi si pagheranno conseguenze significative, come già avvenuto più volte in passato. Uno di questi errori è quello di pensare che diversi attori militari si comportino allo stesso modo.

Errore commesso, come ricorda Decker Eveleth, anche da militari esperti come il Feldmaresciallo tedesco Gerd von Rundstedt, che nel 1944 decise di strategia di difesa della Wermacht in Francia sfruttando quelle tecniche impiegate con successo sul fronte orientale contro l’Armata Rossa. Scelta che si rivelerà essere un errore madornale per via delle profonde differenze dottrinali e di hardware delle forze alleate rispetto a quelle sovietiche. E oggi, quasi ottant’anni dopo, i decisori militari di Washington devono stare attenti a non commettere lo stesso errore, pensando che le logiche che hanno caratterizzato il confronto con l’Iran possano eventualmente applicarsi anche in quello con altri attori. Locuzione che implica, ovviamente, la Repubblica Popolare Cinese.

Il caso dei missili è esemplare. I successi tattici conseguiti dagli Stati Uniti nel contrastare la minaccia missilistica di Teheran ha alimentato una lettura ottimistica sulla base della quale diversi analisti hanno riconsiderato la minaccia missilistica in altri teatri. Se le difese aeree e antimissile americane sono riuscite a smussare le raffiche iraniane nel Golfo, perché non dovrebbero fare altrettanto con quelle cinesi su Taiwan e nel più ampio scacchiere del Pacifico?

La risposta giace in quelle differenze di hardware e di dottrina menzionate poco sopra. Rispetto al primo fattore, l’arsenale iraniano sconta un limite strutturale, cioè quello della scarsa precisione. I missili di Teheran non hanno l’accuratezza per colpire bersagli puntuali come un singolo velivolo, un hangar, o una postazione di comando, e si prestano semmai a centrare obiettivi estesi come serbatoi e depositi di carburante. Sapendo quindi di non poter, sia per qualità che per quantità, impiegare i propri missili secondo una pura logica counterforce, Teheran ha puntato sull’imposizione di costi, logorando le scorte di intercettori e alzando il prezzo politico della campagna per esaurire la disponibilità di Washington a proseguirla.

La Cina ragiona all’opposto. In caso di scontro militare per Tawian Pechino non si accontenterebbe infatti di imporre costi sufficienti a scoraggiare i partner di Taipei, ma punterebbe a una vittoria netta sulle forze alleate e alla conquista dell’isola, obiettivo per cui si prepara da decenni, aumentando la quantità di vettori e migliorandone la qualità.

Ecco perché, suggerisce Eveleth, conviene ribaltare la prospettiva, e anziché cercare conferme nei successi, sia debba piuttosto guardare ai problemi che la guerra con l’Iran ha messo a nudo. Il più insidioso riguarda i radar. Usando droni monouso a basso costo seguiti da missili, Teheran avrebbe danneggiato o distrutto sistemi di rilevamento statunitensi siti in Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. Una falla decisiva, perché senza radar l’intera architettura di difesa statunitense perde efficacia in modo drastico, venendo meno la capacità di individuare i vettori in arrivo, e con essa ogni certezza su quando e come usare gli intercettori.

Ed è questa la vulnerabilità che pesa in chiave cinese. Se un pugno di droni è bastato all’Iran, la Repubblica Popolare potrebbe accecare ampie porzioni delle griglie di difesa alleate già nelle prime ore grazie ai propri sistemi avanzati (come i sistemi ipersonici Df-17, Df-27, Yj-17 e Yj-19), per poi sfruttare i varchi con un dispositivo multidominio fatto di centinaia di caccia, navi di superficie, portaerei e sottomarini. Per questo, anziché adagiarsi sugli allori delle prestazioni positive americane in Medio Oriente, è necessario isolarne i fallimenti, e cercare di far funzionare cosa è invece andato storto.

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Roma, sette arresti per terrorismo: “Gruppo anarchico responsabile del sabotaggio all’Alta velocità a febbraio”

Sette persone sono state arrestate dalla Digos di Roma, su ordine del gip, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Due di loro, si legge nel comunicato della Questura, sono “gravemente indiziati di aver concorso nella realizzazione di attentato a impianti di pubblica utilità, interruzione di pubblico servizio e istigazione per delinquere, aggravati dalla finalità di terrorismo. Si tratta in particolare dell’azione compiuta il 14 febbraio 2026 ai danni della rete ferroviaria dell’Alta velocità Roma-Firenze, con l’uso di esplosivi rudimentali, ma di sicura efficacia, che hanno provocato gravi danni all’infrastruttura per un costo di ripristino pari a 455mila euro”, nonché la paralisi della circolazione con ritardi fino a due ore. Quel sabotaggio, insieme a un altro effettuato lo stesso giorno sulla linea Roma-Napoli, “è stato rivendicato sul sito web ispiraazione.noblogs.org creato appositamente qualche mese prima”, con un comunicato che “faceva riferimento alla concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano–Cortina e agli intenti antimilitaristi e di attacco violento alle infrastrutture.

Cinque degli arrestati sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere, due ai domiciliari. Secondo la Procura di Roma, avevano “costituito e organizzato un gruppo criminale per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico e strutturato secondo modalità e metodologie note e sperimentate nel movimento anarchico, organizzazione radicata nel territorio capitolino, ma anche in relazione con realtà affini individuabili, tra l’altro, nelle aree di Bologna, Forlì-Cesena, Milano e Napoli. Nelle prospettive del gruppo in questione”, si legge nel comunicato, “anche l’obbiettivo di mantenere attiva la mobilitazione dell’anarco-insurrezionalismo avverso la sottoposizione al regime del 41-bis dell’anarchico Alfredo Cospito, anche attraverso violente azioni dimostrative.”

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“Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare”: è morta a 93 anni suor Italia Di Giovanni, la religiosa star dei social. Virali i suoi video dalla Rsa dove viveva con le altre suore

Suor Italia Di Giovanni è morta. La religiosa della casa di riposo delle Suore Ravasco aveva 93 anni. Suor Italia era seguitissima sui social per i video che la ritraevano nella casa di riposo in cui alloggiava con le altre consorelle anziane e malate. Il profilo Instagram “Suore Ravasco Nayiby” aveva attirato l’attenzione perfino di molte testate internazionali, colpite dall’energia e dalla simpatia della suora nonostante la malattia.

La suora deceduta apparteneva alle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria e alloggiava presso la casa di riposo “Casa San Giuseppe” a Raiano con una ventina di altre anziane religiose. “La tua presenza è stata un dono, il tuo esempio una luce, il tuo ricordo una benedizione. Cara Suor Italia, continua a vivere nei nostri cuori e nelle opere di bene che hai seminato e nell’amore che ci hai lasciato”, hanno salutato così per l’ultima volta i gestori dell’istituto dove alloggiava la religiosa 93enne.

È del luglio 2025 il primo video che ritrae suor Italia. La donna si scherniva rispetto al deperimento organico e alla malattia: “Mi rendo conto di essere vecchia, ma non lo voglio imparare. Io non ci penso alla mia età. Vado avanti e vado in chiesa quando mi vengono queste crisi di vecchiaia. Non credere che la vita sia bella, tu devi farla bella”. L’ultimo video risale allo scorso febbraio, quando Suor Italia non stava più molto bene.

La popolarità della pagina Instagram delle Suore Ravasco aveva fatto dapprima storcere il naso alla madre generale, ma la diffidenza si era sciolta quando la responsabile della comunicazione social delle consorelle, la giovane suor Jimenez aveva spiegato al quotidiano Avvenire che quella esposizione pubblica e l’ottimismo di suor Italia avevano ridato sprint alle consorelle: “Tutte sembrano rinate e molto più serene, lo dicono anche le dottoresse”.

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Il Mondiale delle furbate: si comincia sempre in ritardo, ci si ferma per gli spot e si finisce dopo cento minuti

I treni, una volta (non sempre e sicuramente quasi mai nell’era-Salvini), arrivavano in orario. Oggi, altra certezza, le partite del mondiale della santa trinità UsaCanadaMessico non rispettano la legge dell’orologio. Il calcio d’inizio è ad minchiam, come avrebbe detto il professor Scoglio. Secondo il sito della Bbc, nessuna gara ha rispettato l’ora stabilita tra le prime otto andate in scena: il ritardo medio è di tre minuti. Il match inaugurale MessicoSudafrica è cominciato con 6’ di attesa, a ruota Qatar-Svizzera con 4’ e 53 secondi. Gli unici che hanno registrato un “posticipo” inferiore a un minuto sono stati AustraliaTurchia (40 secondi) e Corea del SudRepubblica Ceca (51 secondi): magari i treni di Salvini avessero questa puntualità.

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Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

La causa principale di questa attesa è legata ai laboriosi cerimoniali. Una delle novità del protocollo riguarda l’esecuzione degli inni nazionali, con l’intera squadra schierata a petto in fuori. Il rompete le righe comporta il ripiegamento di quindici giocatori in panchina, trenta se consideriamo le due formazioni: grande confusione sotto il cielo, talvolta anche sotto il tetto che ricopre gli stadi. Questo ritardo si aggiunge alle due pause di metà tempo per consentire ai giocatori di “rinfrescarsi”. Sono bastate le prime due giornate per capire che, dietro al “cooling break” (ribatezzati come “hydration break”), si nasconde in realtà un bieco interesse commerciale.

I due pit stop sono stati venduti agli inserzionisti pubblicitari a peso d’oro. Con una furbata nella furbata: se milioni di telespettatori approfittano spesso dell’intervallo tra i due tempi per fare mille cose – chi mangia, chi si fa la doccia, chi porta il cane a fare pipì, chi smanetta sul telefonino – perché c’è uno scadenzario più o meno consolidato, la pausa per rinfrescarsi inchioda chi sta seduto sul divano di fronte alla tv. Nessuno rischia di abbandonare la postazione, nel timore di una repentina ripresa del gioco che potrebbe regalare un gol o comunque un’emozione. Anche i recuperi viaggiano su distanze sempre più dilatate: le partite durano ormai oltre cento minuti.

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L’albo d’oro dei Mondiali

Il calcio dei quattro tempi è uno dei regali del mondo Maga, ispirato dal trumpismo e benedetto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che, per non negarsi nulla, ha voluto fare anche lo spiritoso sul conto dell’Italia. Poche ore prima, era uscito sulla Gazzetta dello Sport il suo editoriale di apertura del mondiale: invece di ringraziare la “rosea”, che gli ha concesso ossigeno dopo giorni di critiche internazionali, ha pensato bene di ironizzare sugli azzurri, fuori dal mondiale per la terza volta di fila. Vatti a fidare dei potenti e degli amici (finti).

Ma Infantino è questo: un pifferaio magico (un po’ Maga e un po’ Magò, per intenderci). Ha invitato negli Stati Uniti due leggende come Roberto Baggio e Gianni Rivera. Passi il primo, ma il secondo, che in gioventù si mise contro i cosiddetti poteri forti del calcio e in età matura fu acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, perché si è concesso a Infantino? Il ricordo di Italia-Germania 4-3 allo stadio Azteca di Città del Messico non meritava di finire in pasto al presidente della Fifa. Non lo meritava soprattutto il gol di Rivera, quello che decise la sfida. Infantino, quel 17 giugno 1970, aveva appena 3 mesi e 25 giorni: che può saperne lui della partita del secolo?

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Lega, verso una mini-segreteria con Zaia e Fedriga: così Salvini prova a evitare lo strappo col Nord

Una mini-segreteria che faccia da raccordo coi territori. Con dentro anche i big del Nord Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Che, a meno di colpi di scena e di ulteriori scontri interni, diventeranno vicesegretari nel ritiro estivo del 4-5 luglio a Treviso. La decisione – con il partito scosso sul doppio fronte inchieste Ponte e Olimpiadi Milano-Cortina da una parte e concorrenza Vannacci dall’altra – dovrebbe essere annunciata direttamente dal leader della Lega Matteo Salvini nelle prossime ore, bypassando il consiglio federale che non si terrà mercoledì come inizialmente previsto, spiegano due fonti qualificate a conoscenza della questione.

Una mediazione per evitare ulteriori strappi con i governatori del Nord (a cui si aggiunge il lombardo Attilio Fontana) e per iniziare a includere anche Zaia e Fedriga. Sulla modifica dello statuto per le due Leghe – sul modello Cdu/Csu tedesca – invece il processo è ancora in divenire e non è materia dei prossimi giorni.

Nella mini-segreteria allargata ci sarà anche il vicesegretario responsabile del Sud Claudio Durigon che guida una truppa di 30 deputati e senatori che si sono infuriati dopo le parole dei nordisti all’ultimo consiglio federale. In bilico, invece, il ruolo di Silvia Sardone – europarlamentare e vicesegretaria – che viene accusata dalla Lega nordista di tirare la volata proprio a Vannacci rincorrendolo sulle sue battaglie. Sarà una struttura snella che faccia da “cerniera” coi territori.

Intanto, lunedì sera a Milano Salvini e Giorgetti si sono ritrovati con gli altri dirigenti della Lega per una cena di finanziamento con imprenditori per sostenere il partito. Alle Officine del Volo in via Mecenate si sono presentati in 350 per una quota minima di 2.500 euro: in totale 875 mila euro minimo raccolti. Durante la cena – a cui hanno partecipato anche Durigon, Claudio Borghi, Alessandro Morelli ed Edoardo Rixi – il leader della Lega (intervistato dal direttore del Tempo Daniele Capezzone) ha spiegato che il governo deve arrivare a fine legislatura e “per completare il programma e le opere pubbliche è importante essere rieletti per un secondo mandato”.

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Cosa è successo davvero a Bernardo Pace? C’è (ancora) una Italia che vuole la verità

Tre mesi fa nel carcere di Torino veniva trovato morto, impiccato, Bernardo Pace: cosa è successo?
Bernardo Pace era un mafioso legato a Cosa Nostra trapanese, vicino a Errante Parrino e a Matteo Messina Denaro, operava a Milano all’interno di quel “consorzio” criminale che sta al centro del processo “Hydra” del quale si celebra il dibattimento in rito ordinario. Bernando Pace aveva sessante due anni, due figli, un tumore ed una condanna pesante già ricevuta nell’abbreviato di Hydra.

Bernardo Pace nel gennaio del 2026 aveva deciso di saltare il fosso e mettersi dalla parte dello Stato, diventando collaboratore di giustizia ed aveva già riempito un paio di verbali, depositati successivamente in dibattimento, carichi di riferimenti alla politica e per questo coperti da parecchi “omissis”, segno che le indagini segrete stanno proseguendo.

Bernardo Pace aveva paura di essere ucciso al punto che per un certo periodo aveva rifiutato il cibo in carcere temendo che potesse essere avvelenato. Anche i pm milanesi erano preoccupati per la sua incolumità, almeno quanto oggi tutti noi siamo preoccupati per la loro, così i titolari dell’accusa, Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, avevano deciso di farlo spostare nel carcere di Torino, in attesa di introdurlo nello speciale programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.

Per quel che sappiamo Bernardo Pace aveva fatto la scelta di collaborare sostenuto dalla famiglia e con la speranza di poter vivere gli ultimi tempi insieme. Nel carcere di Torino era stato sistemato in una cella singola, incastonata tra l’infermeria del reparto e la cappella, una situazione di riguardo insomma, fatta di un isolamento che avrebbe dovuto essere tutelante. Pare che il 16 marzo Pace avesse consumato il pranzo, affidandosi quindi con più serenità all’amministrazione penitenziaria, pare che sia stato trovato impiccato poco dopo, nella sua stessa cella, con un cavo di quelli che si usano per stendere il bucato stretto attorno al collo. La Procura di Torino procede per “istigazione al suicidio”, la famiglia ha presentato un esposto non ritenendo credibile che un uomo in quelle condizioni abbia potuto decidere di togliersi la vita. Bernardo Pace è stato sepolto, col rigore che si riserva ai boss e l’ordine di non cremare il corpo, nella sua terra d’origine.

Il processo “Hydra” a Milano riguarda in ipotesi accusatoria le attività illecite poste in essere soprattutto per riciclare ingenti capitali ed intercettare i flussi di denaro pubblico legati al PNRR, riguarda i rapporti con la politica, dei quali stava parlando Pace e dei quali ha parlato l’altro “pentito” di questa storia, Gioacchino Amico, legato al clan Senese, lo stesso che ha Roma ricicla con la faccia di Mauro Caroccia, quello che per il tramite della figlia diciottenne ha fondato in Biella la società “Le cinque forchette” insieme ad Andrea Delmastro, deputato di FdI, già sotto segretario alla Giustizia con la delega alle carceri, non indagato (che si sappia), che in Commissione parlamentare antimafia se l’è cavata ammettendo soltanto l’imperdonabile leggerezza nel non aver verificato prima chi fossero i Caroccia (“Mi spiace: non ho googolato”).

Non scrivo per esercitarmi in inutili speculazioni sulla verità dei fatti, scrivo per mandare un messaggio: c’è (ancora!) una Italia che vuole la verità, anche quella più scomoda, perché non sopporta l’infantilismo delle facili ricostruzioni buone a ricomporre i quadri più scomposti ed a star tranquilli, alimentando impunità, corruzione, concentrazione illecita di potere e contribuendo alla liquefazione della democrazia. C’è chi non sopporta il revisionismo storico di una destra che in Commissione Antimafia fa di tutto per far sparire dalla scena del crimine degli ultimi trent’anni i grandi “mediatori” (nemmeno occulti) tra interessi mafiosi, imprenditoria e politica, piduisti mai pentiti, pezzi di apparati mai “bonificati”.

C’è chi non sopporta l’arretramento nella lettura del fenomeno mafioso, che purtroppo di scorge anche in un recente documento del CSM dedicato ai criteri di nomina dei ruoli dirigenziali, a fenomeno “etnico” legato soprattutto ad alcune aree del nostro Paese. C’è chi non sopporta una semplificazione puerile del fenomeno mafioso, quasi sovrapposto a quello delle “baby gang”. E sapete perché? Perché è rimasto fedele alla lezione di Pio La Torre: la mafia è una questione di classi dirigenti. Perché è rimasto fedele alla lezione di Giovanni Falcone che disse: il problema non è ammettere in generale che la mafia abbia rapporti con la politica, ma volerli individuare nello specifico, isolarli e colpirli. Perché è rimasto fedele alla lezione di Gian Carlo Caselli e dei magistrati che con lui costruirono la risposta dello Stato nel momento più cupo della storia repubblicana: cercando fino a Palazzo Chigi coperture ed alleanze e per questo pagando un prezzo altissimo, insieme alle loro famiglie.

A Torino si avvicina un altro anniversario, quello dell’assassinio del giudice Bruno Caccia il 26 giugno 1983, che indagava (come oggi fanno Cerreti e Ferracane) sul riciclaggio “altolocato” dei proventi illeciti della mafia, ecco sarebbe il caso che fosse occasione per ribadire insieme che la mafia la vogliamo sconfitta, non addomesticata e che per questo la vogliamo fuori dallo Stato.

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“Cani e gatti fuggono da casa il martedì alle ore 8” e non è un caso: la mappa di chi scompare di più in Europa

Non servono fughe spettacolari per perdere un animale. A volte basta il gesto più banale della giornata: aprire un cancello mentre si controlla il telefono, uscire di fretta, dimenticare per un secondo che dall’altra parte non c’è solo un giardino ma un confine sottile. Ogni anno in Europa migliaia di cani e gatti escono così dalla cosiddetta “zona sicura” delle loro case. Non in contesti eccezionali, ma dentro la normalità più quotidiana. E l’Italia, più di tutti, è il Paese dove accade più spesso: oltre il 50% degli allarmi GPS registrati tra marzo e maggio 2026 arriva da qui, secondo il report di Kippy. Non si tratta di abbandoni, ma di smarrimenti domestici accidentali: animali che approfittano di un varco rimasto aperto, che seguono un odore, che reagiscono a un rumore improvviso. E il dato più inatteso è che i cani risultano più “fuggitivi” dei gatti del 43%.

A fotografare il fenomeno è l’analisi di oltre 4.000 episodi registrati nello stesso periodo in Europa. Dopo l’Italia (oltre il 50% degli allarmi), seguono Francia (30%) e Germania (8%). Un quadro che non rimanda a situazioni straordinarie, ma a routine domestiche ricorrenti: case, giardini e momenti di distrazione che si ripetono con dinamiche simili in migliaia di famiglie.

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Huaweigate: l’Europarlamento revoca l’immunità a Martusciello, capodelegazione di Forza Italia. Salvo De Meo

L’Europarlamento ha votato la revoca dell’immunità al capodelegazione di Forza Italia, Fulvio Martusciello, accogliendo la richiesta della procura del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. Con 344 voti a favore , 234 contrari e 25 astenuti, la plenaria di Strasburgo ha quindi confermato la decisione della commissione Affari giuridici (Juri), che il 3 giugno si era ugualmente espressa a favore. Salvo invece l’altro azzurro, Salvatore De Meo: la plenaria ha deciso di mantenere la sua immunità, in linea con il parere della commissione Juri.

L’inchiesta, esplosa nel marzo 2025 con una serie di perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei, riguarda presunte attività di lobbying illecito riconducibili al gruppo cinese Huawei. Secondo la procura federale belga, l’azienda avrebbe cercato di influenzare il processo decisionale delle istituzioni europee attraverso una rete di consulenti, lobbisti e intermediari incaricati di coltivare rapporti con eurodeputati e loro collaboratori. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura – tra cui inviti a eventi sportivi, viaggi, ospitalità e altre utilità – per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo.

Nell’ambito di questo filone, la magistratura belga ha chiesto la revoca dell’immunità di Martusciello e De Meo per poter svolgere ulteriori accertamenti sul loro ruolo nella vicenda. I due eurodeputati hanno sempre respinto qualsiasi addebito. Per quanto riguarda Martusciello, gli inquirenti ritengono che alcuni collaboratori a lui vicini possano aver avuto un ruolo nei rapporti tra Huawei e il Parlamento europeo. Nel caso di De Meo, la procura intende approfondire il contesto di alcuni contatti e iniziative parlamentari che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero essere stati collegati alle attività di influenza contestate a Huawei. La richiesta di revoca dell’immunità non costituisce un giudizio di colpevolezza, ma consente alla procura di proseguire le indagini senza le limitazioni previste dallo status di europarlamentare.

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Uccisa dal nipote 17enne: ritrovato il corpo di Chiara Guerra nel fiume Lemene, era all’interno di un sacco

Dopo tre giorni di ricerche è stato ritrovato il corpo di Chiara Guerra, insegnante di 53 anni, uccisa nella sera dell’11 giugno a San Stino di Livenza (Venezia)0, dal nipote 17enne, reo confesso. Il cadavere, individuato ad alcuni chilometri di distanza dal luogo in cui era stato gettato, è stato recuperato all’interno di un sacco in condizioni integre con varie ferite da taglio. A individuarlo mentre galleggiava è stata la polizia locale che ha allertato i carabinieri e i vigili del fuoco. Il giovane aveva lasciato il corpo senza vita della zia nel canale Magher, ma le correnti lo hanno trasportato nelle acque del fiume Lemene, nella zona di Settesorelle. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Comando di Venezia e il medico legale Antonello Cirnelli che avrà il compito di eseguire la prima ispezione esterna.

Da domenica mattina, un gran numero di soccorritori erano impegnati a setacciare il canale: squadre del nucleo sommozzatori, del nucleo droni e due le squadre Saf con imbarcazioni dotate di ecoscandaglio. Le ricerche si sono concentrate sul punto indicato dal nipote della vittima che ha dichiarato di aver gettato anche il cellulare e l’arma del delitto, un coltello, nelle stesse acque: nessuno dei due è stato trovato. Si tratta di una zona difficile da perlustrare a causa dei collegamenti con altri canali e dalla presenza di correnti.

Il 17enne, che sarà maggiorenne tra qualche mese, ha ammesso dopo poche ore di aver ucciso la zia a coltellate per poi trasportare il cadavere verso il canale con una carriola. Il giovane ha confessato di fronte al pm Carmelo Barbaro della Procura di Pordenone: il caso è stato poi trasmesso alla Procura dei minori di Trieste. Dalle prime ricostruzioni, il movente è legato ad alcuni dissidi familiari dovuti a una presunta eredità su cui la vittima e il fratello, cioè il padre del ragazzo, litigavano da tempo.

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Le urla per la vittoria dei Knicks scambiate per una richiesta d’aiuto: agente uccide il cane Jameson sotto gli occhi della proprietaria

Stava festeggiando il trionfo dei New York Knicks quando qualcuno ha pensato che quelle urla fossero una richiesta d’aiuto. Pochi minuti dopo, davanti alla porta del suo appartamento a Canoga Park, quartiere di Los Angeles, il suo cane è stato ucciso da un agente della polizia.

L’animale, Jameson, aveva due anni ed era un incrocio tra San Bernardo, Golden Retriever e Poodle. Sabato sera si trovava in casa con la proprietaria Marie Marseille e altri familiari, riuniti per seguire la finale Nba che ha consegnato ai Knicks un titolo atteso da decenni. Secondo quanto ricostruito dal Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD), intorno alle 20.55 gli agenti sono intervenuti in un complesso residenziale di Jordan Avenue dopo una segnalazione che parlava di una donna che stava urlando all’interno di un appartamento.

Arrivati sul posto, gli agenti hanno parlato con Marseille. In una nota ufficiale, la polizia sostiene che Jameson si trovasse accanto alla proprietaria e che stesse abbaiando. Gli agenti avrebbero chiesto alla donna di mettere al sicuro il cane. Dopo aver chiuso momentaneamente la porta, Marseille l’avrebbe riaperta. A quel punto, secondo la ricostruzione del LAPD, l’animale sarebbe uscito dall’appartamento e si sarebbe lanciato verso uno degli agenti, che avrebbe quindi aperto il fuoco.

La famiglia, però, contesta questa ricostruzione. Jeremiah Garcia, figlio della proprietaria, ha raccontato ai media locali di essere al telefono con la madre nel momento della sparatoria. Il giovane stava seguendo la partita a casa della fidanzata e aveva chiamato la madre in video per festeggiare insieme la vittoria dei Knicks. Secondo il suo racconto, Jameson non avrebbe aggredito nessuno: “Non appena mia madre ha aperto la porta, Jamo è corso fuori semplicemente per salutare qualcuno. Quando ero al telefono ho sentito due spari”.

Garcia è rientrato immediatamente a casa. Una volta arrivato ha trovato il cane morto davanti all’appartamento. Jameson indossava ancora la maglietta dei Knicks che la famiglia gli aveva messo per seguire la partita. Le immagini girate subito dopo l’accaduto mostrano la proprietaria disperata accanto all’animale. In un video condiviso sui social si sente la donna gridare “Eravamo soltanto felici. Stavamo festeggiando i Knicks“. Il LAPD ha confermato che nessun agente è rimasto ferito. L’indagine è stata affidata alla Force Investigation Division, l’unità interna che si occupa dei casi in cui gli agenti fanno uso delle armi da fuoco.

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“A 100 anni mangio la spigola e bevo molta acqua, la disidratazione alla mia età è una nemica. Mi bastavano 2 ore di sonno per studiare”: lo rivela il professor Leonardo Santi

Leonardo Santi è uno dei più importanti ricercatori italiani nel campo della lotta ai tumori. Ha pubblicato più di 300 lavori scientifici su argomenti di oncologia sperimentale, patologia oncologica, specialmente per quanto concerne il tumore del polmone, i tumori professionali e i Biological Response Modifiers. Il 3 aprile scorso il professore ha tagliato il traguardo dei 100 anni. “Non ho voluto festeggiare”, ha confessato a Il Corriere della Sera.

Il segreto per una vita così lunga? “Mangio pesce, prediligo la spigola. Bevo molta acqua perché la disidratazione alla mia età è una nemica. La casa è disseminata di bottigliette, come vede, sistemate nei posti strategici da mia moglie Lia Eva, il mio traino”.

E ancora: “Da ragazzo non mi sono fatto mancare niente. Sci, barca, lunghe nuotate all’isola d’Elba. Però il tipo di alimentazione lasciava molto a desiderare. Mangiavo come capitava. Dolce e salato insieme, tanto poi nello stomaco si mescola tutto, mi giustificavo con i collaboratori che mi osservavano allibiti. Da vecchi invece bisogna stare attenti”.

“Da giovani non si pensa alla vecchiaia, tantomeno quando eravamo giovani noi. – ha aggiunto il professore – Nessuno ci parlava di prevenzione e mangiar sano. Per mia scelta non ho mai fumato né bevuto alcol. I collaboratori si stupivano del mio scarso bisogno di sonno, mi bastavano due ore e passare la notte in bianco spesso era una scelta. Utilizzavo quel tempo per prendere appunti, studiare, organizzare. E la mattina arrivavo in ospedale con tanti fogli scritti a mano”.

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TG3 Fuori TG del 16/06/2026

Il rotocalco del Tg3 con spazi quotidiani dedicati ai consumatori, alla salute dell'agricoltura, al costume, all'economia, al mondo femminile ed alla cultura.

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Cacciari a La7: “Il patentino antifascista? Fa schifo, è una scandalosa idiozia. Antifascismo è condannare Israele e il razzismo di Trump”

Intemerata del filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo (La7), sul caso della fiera Più libri più liberi, in programma a dicembre a Roma, che quest’anno chiede agli editori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. La conduttrice Lilli Gruber spiega il disappunto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha definito l’iniziativa una forma di censura. E chiede al filosofo: “Ma non è ridicolo gridare alla censura?”. Cacciari non ci sta e replica stizzito: “Ma non è ridicolo parlare di questo, con tutto quello che sta passando per il mondo?”.

La giornalista precisa: “Lo devo fare perché l’ha fatto la presidente del Consiglio e perché anche oggi per tutta la giornata sono continuate le dichiarazioni”. “Allora è ridicola la posizione della Meloni esattamente come è ridicola la richiesta del patentino antifascista – rilancia l’ex sindaco di Venezia – L’antifascista non è tale perché firma patentini, lo è in quello che fa e in quello che ha fatto. E pochi sono antifascisti in questo senso, in questo Paese e in questa Europa”.

“Perché?”, chiede Gruber. “Perché essere antifascisti vuole dire condannare esplicitamente le politiche di Israele, non le pare? – risponde Cacciari – Essere antifascisti vuole dire assumere delle posizioni nette nei confronti di posizioni razzistiche, se non peggio, come quelle che emergono direttamente all’interno dei vertici del governo americano. Quello è essere antifascisti, non firmare patentini”. E aggiunge: “Croce si rifiutava di firmare patentini. E se mi chiedono di firmare un patentino per andare al Festival di Roma, non ci vado“.

La conduttrice ricorda che riguarda solo le case editrici e il filosofo si inalbera: “Ma è lo stesso. Se Adelphi, con cui pubblico i miei libri, firma il patentino, io non solo non vado a Roma, ma cesso di pubblicare con Adelphi. Ma scherziamo, ma che idiozia è? Che scandalosa idiozia è il patentino? Mamma mia, fa senso soltanto parlarne. Altra cosa è se a casa mia invito chi voglio: in quel caso, gli organizzatori di questo Festival sono padroni di invitare chi vogliono, visto che è casa loro. Ma non invitano col patentino, viva Dio. Ma che roba è? Dai, fa schifo”.

Gruber precisa che il “patentino” è un’espressione usata da Meloni e che la presidente della fiera, Anna Maria Malato, ha parlato solo di adesione ai valori costituzionali, rafforzata quest’anno ma senza intento censorio. Cacciari ribatte secco: a lui e ad altri editori non è mai stato chiesto prima.

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È morta a 35 anni Ece Irtem, l’attrice che ha recitato con Can Yaman in Lezioni d’amore: ritrovata senza vita nella sua casa all’indomani del suo compleanno

Ece Irtem è morta. L’attrice turca nota in Italia per Forbidden fruit aveva 35 anni. La ragazza celebre per il ruolo di Isil nella serie One Love è stata trovata priva di sensi nella sua casa lunedì 15 giugno al mattino, appena un giorno dopo il suo compleanno. La causa del decesso è stata attribuita a un attacco cardiaco. Irtem era nata il 14 giugno 1991 a Sivas, in Turchia. Si era laureata in Opera e Canto presso l’Università Yasar nel 2014, classificandosi terza nel suo corso.

Durante gli studi aveva lavorato con artisti di fama internazionale come il soprano Aytul Buyuksarac, il tenore Levent Gunduz, il direttore dell’Opera e del Balletto di Stato di Izmir, Paolo Susanni, e il mezzosoprano Anna Chubuchenko. Parallelamente aveva iniziato a recitare in giovane età, scrivendo e interpretando le proprie scenette per le recite scolastiche, una passione che ha coltivato per tutta la vita. Dopo essersi trasferita a Istanbul, Irtem ha iniziato a studiare recitazione al Centro Culturale Sadri Alisik, formandosi con maestri del calibro di Kayhan Yildizoglu, Okday Korunan, Kadim Yasar e Tolga Ciftci. È diventata famosa per il suo ruolo di Isil in One Love, una popolare serie televisiva turca con un vastissimo pubblico.

In Italia era diventata un viso noto, spesso ospite anche di alcuni talk Mediaset, grazie alla sua interpretazione della barlady Gizem in Mr. Wrong – Lezioni d’amore recitando con Can Yaman. Come riportano diverse testate turche l’eccezionalità di un decesso in così giovane età ha comunque portato la magistratura turca ad effettuare un’autopsia. Le ultime ore della ragazza, peraltro, quelle di domenica 14 giugno, sono state ricostruite attraverso diverse telecamere disposte attorno alla sua abitazione turca e la vedono ritratta tranquilla e sorridente a pranzo. Successivamente, attorno alle 21, viene inquadrata dalle telecamere dell’atrio del suo condominio mentre rientra in casa insieme alla madre. È lì che Irtem appare visibilmente barcollante e intontita, tanto da doversi appoggiare al braccio della madre.

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“Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out”: il ritorno della Lollipop con “Say”

Marcella Ovani, Marta Falcone e Veronica Rubino tornano nella formazione delle Lollipop, a oltre vent’anni dalla nascita del gruppo a “Popstars”, nei primi anni 2000. Il singolo si intitola “Say Now” – scritto direttamente dal trio e prodotto da Wlady, già firma di “Maria Salvador” e “Disco Paradise”- un messaggio legato alla libertà, al coming out, alla verità personale e alle cose da dire prima che sia troppo tardi.

“Sentitevi liberi di essere chi siete e di affrontare con estrema serenità il vostro percorso personale e il coming out – afferma il trio -. Non abbiate paura di splendere nella vostra verità; per noi questo ritorno è un atto di coraggio e di amore verso noi stesse e il nostro pubblico”.

“Say Now” nasce dalla necessità di non lasciare che il silenzio decida al posto delle persone. Il brano esplora tutto ciò che rimane irrisolto quando una verità viene taciuta troppo a lungo: parole continuamente rinviate, sentimenti tenuti in sospeso, fino a giungere a una collisione inevitabile in cui il silenzio cessa di essere un’opzione. Perché tacere, a quel punto, diventa un atto di omissione nei confronti di sé stessi, prima ancora che degli altri.

Nel corso degli anni, il gruppo è sempre stato vicino alla comunità LGBTQ+. Nel 2018, ad esempio, le Lollipop sono state ospiti a Napoli in occasione del party ufficiale del Mediterranean Pride of Naples. La scelta di affrontare oggi temi come il coming out e la libertà di essere sé stessi rappresenta il naturale prolungamento di quel rapporto, una coerenza artistica e umana che si è consolidata nel tempo.

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Urbanistica, Sala esulta: “Soddisfatti, ma amareggiato da violenza verbale dei pm”. Il centrodestra: “Ora sbloccare Milano”

“Siamo soddisfatti, è chiaro che c’è anche tanta amarezza”. Il sindaco di Milano esulta e attacca, dopo la sentenza sulla Torre di via Stresa che ha assolto tutti gli 8 imputati, la prima delle numerose inchieste aperte in questi anni. La procura aveva chiesto la condanna per abuso edilizio e lottizzazione abusiva per quel grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani. La giudice ha però assolto tutti per “assenza di dolo” e perché avrebbero agito secondo “prassi consolidata del Comune” e le sentenze dell’epoca. A cavalcare la pronuncia del tribunale è poi il centrodestra che chiede adesso di “sbloccare” Milano.

Sala: “Cosa pensa il procuratore Viola?”

“Ripensando a come è stata condotta questa inchiesta la cosa che mi ha amareggiato molto è stata la violenza verbale usata dai pm nel sostenere le accuse”, incalza Giuseppe Sala: “Un continuo uso di aggettivi, una continua necessità di corroborare le loro tesi con parole tese a screditare la nostra azione“, aggiunge il primo cittadino. Sala afferma anche di essere amareggiato anche per “aver visto colpite persone che sono a me vicine e di cui sono certissimo dell’onestà. Faccio un nome, l’ex assessore Tancredi che ha visto anche un po’ rovinata la sua carriera e il suo equilibrio”. E tira in ballo anche il procuratore della Repubblica del capoluogo lombardo: “La giustizia ha tante teste, la stessa Procura ha tante teste. È chiaro che, a questo punto, sono anche un po’ curioso di capire il dottor Viola, come vede la situazione”. “È evidente – continua Sala – che sta tutto in una responsabilità generale e quindi gli chiedo che giudizio dà, a questo punto, dell’operato del suo team. Posto che tutti noi dobbiamo dare un giudizio del nostro operato e di chi lavora con noi”, conclude il sindaco.

Il centrodestra: “Ora sbloccare la città”

La sentenza “è una lezione per tutti e conferma la necessità di un intervento legislativo per dare certezze sia agli amministratori sia agli imprenditori che investono nello sviluppo di Milano”, commenta il presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi potenziale candidato alla poltrona di sindaco della città: “Ora che il tribunale ha certificato che sono state seguite le regole, è fondamentale restituire la certezza del futuro alle oltre duemila famiglie sospese che hanno il pieno diritto alla loro casa”, continua Lupi. Sulla stessa linea Mariastella Gelmini: “Sbloccare la città e dare una risposta concreta alle cosiddette famiglie ‘sospese’ è oggi una priorità non più rinviabile”. Per Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, “l’esito del processo sull’urbanistica a Milano dimostra ancora una volta come teoremi accusatori si dissolvano a distanza di anni lasciando effetti pesanti sull’economia e sullo sviluppo”. Per l’esponente azzurro “è oggettivo che l’inchiesta sulla gestione urbanistica ha frenato Milano e non solo il settore immobiliare. Progetti per migliaia di metri quadrati ‘sospesi‘ con tutte le ricadute del caso. Sono stati messi a rischio miliardi di potenziali investimenti e di ricadute sul sistema economico”. “Non si può tenere bloccata per anni una città come Milano per un’inchiesta che, dopo lo stop della Cassazione sul filone della corruzione, incassa oggi una piena assoluzione”, dichiara anche il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto secondo il quale “ora tocca al Parlamento dare a Milano e al Paese regole certe: decisioni di questa portata non possono dipendere da una legge del 1942. Si vada avanti – conclude – e si torni a lavorare per Milano”.

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Bossi jr, definitiva la condanna per truffa allo Stato. Confermata in Appello quella per maltrattamenti alla madre

Diventa definitiva la condanna a due anni e sei mesi a Riccardo Bossi per aver indebitamente percepito il reddito di cittadinanza per oltre tre anni e mezzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio del fondatore della Lega, condannato per truffa ai danni dello Stato dal Tribunale di Busto Arsizio (Varese) e poi dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva anche stabilito un risarcimento danni a favore dell’Inps di 15mila euro. L’accusa era di aver ottenuto 280 euro al mese per 43 mensilità, per un ammontare complessivo di oltre 12mila euro dal 2020 al 2023.

Nella stessa giornata, la Corte d’Appello del capoluogo lombardo ha confermato la condanna di Bossi junior per maltrattamenti nei confronti della madre, Gigliola Guidali. Un anno fa il primogenito del Senatur era stato condannato dal Tribunale di Varese a un anno e quattro mesi di carcere. I fatti oggetto del processo risalgono al 2016: secondo l’accusa, Bossi – che ha sempre negato ogni addebito – faceva continue richieste di soldi alla madre, spesso accompagnate da insulti e percosse, fino a costringerla a fuggire di casa e a sporgere denuncia. In un’occasione la donna era stata spinta dal figlio e aveva sbattuto la testa contro il muro. In seguito la madre aveva ritirato la querela assicurando che i rapporti fossero tornati sereni: un dietrofront che aveva fatto cadere l’accusa di minacce, ma non quella di maltrattamenti, perseguibile d’ufficio. Contro la sentenza d’Appello l’avvocato di Bossi, Federico Magnante, ha preannunciato ricorso in Cassazione.

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Nuovi importi per i rimborsi dei voli cancellati, stop ai supplementi per i posti dei minori e niente bagagli a mano a gratuiti: ecco le nuove regole dell’Unione Europea

Dopo tredici anni di negoziati e a ventidue anni dal primo pacchetto normativo, l’Unione Europea ha definito le nuove regole per la tutela dei passeggeri aerei. Come riportato da un’analisi del Corriere della Sera, l’aggiornamento legislativo — che dovrà essere approvato in via definitiva a luglio ed entrerà in vigore nella seconda metà del 2027 — introduce importanti novità sulla trasparenza delle tariffe online e vieta i supplementi per assegnare posti vicini alle famiglie. Tuttavia, il testo finale si configura come un compromesso che non stravolge il sistema attuale, lasciando intatti molti dei parametri già in uso su ritardi e risarcimenti. Ecco, nel dettaglio, come cambieranno i diritti dei viaggiatori.

Trasparenza sui prezzi e l’illusione del trolley gratuito

La novità più rilevante dal punto di vista commerciale riguarda la lotta al cosiddetto “drip pricing”, ovvero la pratica di mostrare un prezzo iniziale basso che lievita durante le schermate di acquisto a causa dell’aggiunta di costi essenziali. L’Ue imporrà a tutte le piattaforme di prenotazione e ai vettori di mostrare fin dall’inizio un prezzo finale chiaro e comprensivo del bagaglio a mano (il trolley). Questa misura servirà a uniformare gli algoritmi dei motori di ricerca, permettendo un confronto visivo più corretto tra i prezzi delle compagnie low cost e quelli dei vettori tradizionali. Tuttavia, questo non significa che il bagaglio a mano diventerà gratuito. Al momento della prenotazione, il viaggiatore potrà sempre optare per la tariffa “base” (che include solo l’effetto personale da riporre sotto il sedile), che costerà di meno. Sulle low cost, di fatto, il trolley rimarrà a pagamento. Inoltre, la normativa non fissa misure o pesi standard per i bagagli a mano, lasciando alle singole compagnie la facoltà di deciderne le dimensioni.

Stop ai supplementi per i posti di minori e disabili

Una regola che cambierà concretamente l’esborso in fase di prenotazione riguarda l’assegnazione dei posti a sedere. L’accordo vieta espressamente alle compagnie aeree di applicare tariffe extra per far sedere i bambini e i ragazzi minori di 14 anni accanto al proprio genitore o accompagnatore. Lo stesso principio di gratuità obbligatoria sarà applicato ai passeggeri con disabilità o a mobilità ridotta e ai loro rispettivi assistenti.

Ritardi e indennizzi: la soglia resta a 3 ore

Sul fronte dei risarcimenti per cancellazioni o disservizi, il Parlamento europeo ha respinto i tentativi delle compagnie di alzare la soglia di tolleranza a 4 o 6 ore. Il limite per ottenere l’indennizzo economico rimane fissato a 3 ore di ritardo all’arrivo. I passeggeri manterranno il diritto al rimborso monetario o alla riprotezione su un volo alternativo in caso di negato imbarco o di cancellazione comunicata con meno di 14 giorni di preavviso. Gli importi dei risarcimenti (che sono slegati dal rimborso del biglietto) restano fissi in base alla distanza chilometrica:

  • 250 euro per le tratte inferiori o uguali a 1.500 km.
  • 400 euro per i voli tra 1.500 e 3.500 km.
  • 600 euro per i voli oltre i 3.500 km.

Per i voli superiori ai 3.500 km è prevista una deroga: il vettore può dimezzare l’indennizzo (portandolo a 300 euro) se offre un volo alternativo o se il ritardo accumulato all’arrivo è inferiore alle quattro ore.

Le eccezioni valide per le compagnie

Le nuove regole introducono un elenco chiaro (sebbene non esclusivo) delle “circostanze eccezionali” in cui la compagnia aerea è esentata dal pagamento del risarcimento, in quanto il ritardo è fuori dal suo controllo. L’elenco comprende: calamità naturali, guerre, condizioni meteorologiche proibitive, comportamenti indisciplinati dei passeggeri a bordo e scioperi (dei servizi aeroportuali, della navigazione aerea o dell’assistenza a terra).

Assistenza in aeroporto e iter legislativo

Le normative chiariscono anche gli obblighi fisici verso i passeggeri bloccati in aeroporto: le compagnie dovranno fornire bevande ogni due ore e un pasto dopo tre ore di attesa. Se il ritardo si prolunga alla notte, scatta l’obbligo di garantire il pernottamento in hotel fino a un massimo di tre notti. È stato inoltre introdotto l’obbligo di fornire istruzioni digitali chiare via smartphone su come richiedere assistenza e inoltrare reclami.

Dal punto di vista dell’iter legislativo, il testo rappresenta un accordo provvisorio. La votazione formale da parte del Parlamento Ue è in calendario per metà giugno 2026, con l’approvazione definitiva attesa a luglio. Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, le norme diventeranno lo standard operativo per i cieli europei dalla seconda metà del 2027.

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Al via il crowdfunding “Anime di mare”

Al via il crowdfunding promosso dal Comitato Gente di Mare di Viareggio con il sostegno della sezione soci Coop Valdiserchio Versilia e il patrocinio del Comune di Viareggio, per la realizzazione dell’opera d’arte “Anime di mare” ideata dall’artista e maestro carrista Jacopo Allegrucci.

Marinai, pescatori, naviganti, costruttori navali, donne e uomini della città di Viareggio: la scultura è dedicata a tutti coloro che ogni giorno solcano il mare e che di mare vivono. Il crowdfunding punta a raccogliere fondi per realizzare l’opera che sarà collocata nella zona del Museo della Marineria di Viareggio, lungo il canale Burlamacca, grazie al supporto dell’Autorità Portuale Regionale Toscana. Oltre che realizzare la scultura, obiettivo dell’iniziativa è valorizzare la conoscenza del Museo della Marineria e tenere viva la cultura e l’antichissima tradizione marinara della città di Viareggio.

L’iniziativa è stata presentata martedì 16 giugno, presso il Coop.fi di Viareggio, alla presenza di Sara Grilli, sindaca di Viareggio, Massimo Lucchesi, segretario generale Autorità Portuale Regionale Toscana, Gualtiero Bottari, presidente sezione soci Coop Valdiserchio Versilia, Marco Pardini, presidente del Comitato Gente di Mare ETS, Jacopo Allegrucci, artista e Maestro carrista, Sirio Orselli, segretario compartimentale dell’Unione delle Medaglie d’oro di lunga navigazione marina mercantile e Claudio Vanni, responsabile relazioni esterne Unicoop Firenze.

Come contribuire

Fino al 15 settembre si può contribuire alla raccolta fondi popolare con:

  • donazioni di 100, 500, 1000 punti della carta socio o 1, 5, 10 euro alle casse dei Coop.fi di Viareggio, Torre del Lago, Lido di Camaiore, Montramito, Vecchiano e Arena Metato.
  • Si potrà contribuire anche con donazioni online su eppela.com,
  • partecipando alle iniziative promosse dalla sezione soci Coop Valdiserchio Versilia sul territorio
  • comprando i prodotti legati al progetto segnalati nei Coop.fi coinvolti. Ogni 15 giorni sarà in evidenza una selezione di prodotti segnalati con un volantino dedicato.

All’iniziativa darà il suo sostegno anche l’Unione delle Medaglie d’oro di lunga navigazione marina mercantile che gestisce le attività culturali all’interno del Museo della Marineria e, nel prossimo periodo, organizzerà visite al Museo e attività dedicate a grandi e piccoli, a sostegno della raccolta fondi.

Nel cuore di Viareggio

L’iniziativa, sposata anche dalla locale sezione soci e da Unicoop Firenze, è nata da un’idea del Comitato Gente di Mare che vuole colmare la mancanza a Viareggio di un’opera specificatamente dedicata al ricordo di questi lavoratori, per il legame indissolubile che la città ha sempre avuto con il mare e con tutti coloro che da sempre lo vivono.

Nonostante la tradizione marinara, lunga oltre duecento anni, non esiste un monumento che rappresenti un simbolo duraturo, un punto di riferimento che celebra il coraggio, la dedizione e il sacrificio di chi ha sempre tratto dal mare il proprio sostentamento, contribuendo in modo fondamentale alla storia e all’identità di Viareggio. 

Il progetto dell’opera

Il monumento “Anime di Mare” si propone di diventare un simbolo di questo legame profondo, un luogo di riflessione e di omaggio per la comunità e per i visitatori. La sua ideazione artistica è pensata per evocare la forza del mare, la tenacia e la resilienza della gente, che lo ha sfidato e amato.

L’opera verrà realizzata in bronzo e acciaio e si presenta come un’opera ricca e dal forte valore simbolico: alla base dell’opera c’è una valigia, simbolo del viaggio e dei ricordi dei naviganti. Sopra alla valigia, si levano in volo gabbiani, fedeli compagni delle partenze e dei ritorni. La cima e la bitta sono invece il simbolo del legame che unisce il marittimo alla sua terra.

L’identità di una comunità

«Viareggio è una città nata dal mare e cresciuta grazie al lavoro, al sacrificio e alla passione di generazioni di donne e uomini che al mare hanno affidato la propria vita e il proprio futuro. Per questo ho accolto con grande favore il progetto “Anime di Mare”, che non è soltanto un’opera d’arte, ma un gesto di riconoscenza collettiva verso chi ha costruito l’identità della nostra comunità. Il mare è parte della nostra storia, della nostra economia, della nostra cultura e persino del nostro modo di essere. Dedicare un monumento alla gente di mare significa custodire una memoria preziosa e trasmetterla alle nuove generazioni, affinché non venga mai dimenticato il contributo di marinai, pescatori, naviganti, costruttori navali e di tutte le famiglie che hanno vissuto e vivono questo legame profondo con il mare. Ringrazio il Comitato Gente di Mare, la sezione soci Coop Valdiserchio Versilia, Unicoop Firenze, l’Autorità Portuale Regionale Toscana, l’artista Jacopo Allegrucci e tutti coloro che stanno contribuendo a questo progetto», ha dichiarato Sara Grilli, sindaca di Viareggio.

Riqualificare l’area portuale

«Come Autorità Portuale Regionale abbiamo accolto con molto interesse la proposta di valorizzare, con un apposito monumento dedicato alla Gente di Mare, la zona della banchina prospicente il museo della Marineria e la piazza Motto e Palmerini adiacente.  Un interesse fondato principalmente su due motivi. Il primo è che il monumento rappresenterà un  doveroso ricordo di tutte quelle persone che hanno dedicato al mare la loro vita lavorativa e il secondo è che l’intera banchina e la piazza Motto e Palmerini rientrano in apposito Master Plan di riqualificazione degli spazi portuali che l’Autorità portuale sta progettando e che vedrà la realizzazione (a lotti) coi prossimi bilanci annuali.  Quindi una positiva convergenza d’intenti a cui Unicoop Firenze, collaborando alla realizzazione della statua, sta dando un importante apporto di risorse e di condivisione popolare», ha affermato Massimo Lucchesi, segretario generale Autorità Portuale Regionale Toscana.

Il sostegno della sezione soci

«Siamo davvero felici di dare il via al crowdfunding per la realizzazione di un’opera d’arte che incarna lo spirito e l’identità di Viareggio, dei suoi tanti lavoratori del mare e il legame che da sempre la città ha con il mare. Per la nostra sezione soci è davvero un onore essere parte dell’iniziativa a cui ci dedicheremo con entusiasmo per raggiungere un buon traguardo di raccolta. Invitiamo i nostri soci e clienti e tutti i cittadini a dare anche un piccolo contributo e a partecipare alle visite a Museo della Marineria e agli eventi che proseguiranno fino alla chiusura della campagna il prossimo 15 settembre», ha commentato Gualtiero Bottaripresidente sezione soci Coop Valdiserchio Versilia.

Un simbolo per naviganti e marittimi

«Questa iniziativa significa davvero molto per tutti noi e siamo molto felici che Unicoop Firenze e la sezione soci Coop Valdiserchio Versilia abbiano sposato il progetto con un crowdfunding e tante iniziative di sostegno. Ci impegneremo per portare realizzare questa opera così significativa per Viareggio, per le nostre famiglie, per quanti ci hanno preceduto e per i futuri naviganti. Invitiamo tutti i cittadini a donare, con l’auspicio che presto il monumento possa essere collocato davanti al Museo della Marineria, come opera che custodisce il forte legame della città di Viareggio con il mare: un simbolo per naviganti e marittimi, per l’intera comunità e per le future generazioni», ha dichiarato Marco Pardinipresidente del Comitato Gente di Mare ETS.

Un tributo a chi vive il mare

«Da figlio di marittimi, ho accettato subito la proposta del comitato Gente di Mare di affidarmi il progetto che oggi trova un sostegno importante grazie alla collaborazione con Unicoop Firenze e la locale sezione soci Coop. Nel progetto ho elaborato il tema proposto in tre elementi principali: il primo è la valigia che rappresenta il viaggio, piena dei ricordi di famiglia, ma anche quelli che si raccoglieranno lungo la rotta. Poi i gabbiani che si levano in volo nelle partenze e nei ritorni, sono l’eco del mare e il segnale della terra che riappare. E infine la cima e la bitta che unisce il marittimo a casa sua, alla terra, agli affetti. Questa scultura è un tributo a chi vive il mare, a chi lo affronta con coraggio, nostalgia e speranza. È un racconto silenzioso che fa riflettere, fatto di bronzo, acciaio e anima», ha concluso Jacopo Allegrucci, artista e Maestro carrista.

Le iniziative in calendario

Per sostenere la raccolta fondi sono in programma alcune iniziative:

  • 10 e 17 luglio, ore 18: visita guidata al Museo della Marineria a curadell’Unione delle Medaglie d’oro di lunga navigazione marina mercantile (30 persone) – ritrovo al Museo ore 18. A fine visita frittura di pesce sul molo.
  • 20 luglio, ore 18 presso il Museo della Marineria: letture marinare per bambini e laboratorio “facciamo i nodi come i veri marinai”. Al termine AperiBaby offerto ai bambini.
  • 23 luglio, ore 19.30: “Cena in Banchina” – cena di raccolta fondi presso la banchina davanti al Museo della Marineria.

Info e prenotazioni per gli eventi: 
Sez.Valdiserchio@socicoop.it – coopfi.info/eventi

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“Sono emozionato per quella che non ho preso quarant’anni fa. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi…”: laurea honoris causa a Gerry Scotti

Questa volta non c’entra la pubblicità del riso, il Dottor Scotti di nome fa Virginio ma da oltre quarant’anni per tutti è lo zio Gerry. Il conduttore si gode il successo de “La Ruota della Fortuna” ma anche il nuovo titolo accademico: ieri pomeriggio ha ricevuto la laurea magistrale honoris causa in Scienze della Comunicazione conferita dall’Università dell’Insubria a Varese. La cerimonia si è svolta alla presenza della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini che ha espresso il suo apprezzamento per Scotti “capace di entrare nelle case degli italiani con grande garbo, educazione e rispetto”.

In Aula Magna è stato accolto da un lungo applauso e dalla rettrice Maria Pierro che ha reso nota la motivazione che ha accompagnato la proclamazione: “Gerry Scotti ha saputo costruire con il suo pubblico un rapporto autentico e di fiducia, una postura comunicativa che pur evolvendosi nel tempo non ha mai perso il suo tratto identificativo”. Il volto Mediaset ha sottolineato il valore simbolico del riconoscimento: “L’importanza del momento, la sacralità e il rispetto che questa istituzione prevede fanno sì che io sia emozionato come per quella laurea che non ho preso quarant’anni fa. L’emozione, però, è la stessa”.

“Ho avuto la fortuna di nascere in un piccolo paesino di provincia Camporinaldo. Dovete andare fieri se venite da una piccola provincia. La provincia ha i cieli più grandi, i modi di dire, i proverbi”, ha aggiunto Scotti. Dalla provincia è andato via per inseguire i suoi sogni: “Il linguaggio che ho imparato in quei quattro anni è stato come frequentare un altro corso universitario e, con la televisione commerciale, ho avuto la possibilità di mettere in pratica quel linguaggio e di cambiarlo nel corso di quattro decenni”, riporta le sue parole l’agenzia Ansa.

Quarant’anni di carriera in cui ha affrontato la trasformazione dei mezzi di comunicazione: “Sono cambiate tante cose, da come sono fatti i giornali a come facciamo televisione. È davvero come prendere uno dalla preistoria e portarlo in un’epoca molto più evoluta”. Alla domanda sul segreto della sua capacità di parlare a pubblici di generazioni diverse, Scotti ha risposto: “Ci vuole fortuna, probabilmente. Ma soprattutto non sentirsi mai paghi, mai arrivati, mai dottori o professori. Bisogna stare sempre dall’altra parte, essere sempre studenti”.

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Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo

di Roberto Celante

Dopo l’uscita della Premier Meloni sulla censura antifascista, ecco il ministro Nordio, che sottolinea la paternità fascista dell’attuale codice penale. È evidente che, per fermare a tutti i costi l’emorragia di consensi verso Futuro nazionale, la destra di governo stia perdendo serenità di giudizio.

Che si tratti di una propria iniziativa autonoma, o di una strategia di FdI, l’affermazione di Nordio mira senz’altro a solleticare l’orgoglio della minoranza di italiani che si sente tuttora custode di un’ideologia “perseguitata” da ottant’anni di democrazia. Il Guardasigilli ammicca a chi ritiene che il fascismo non sia stato altro che una fase come un’altra della storia d’Italia, caratterizzata da una gestione efficiente della cosa pubblica, e che si concluse anzitempo, per un errore di calcolo nella fatale scelta dell’alleanza militare. L’affermazione di Nordio lusinga chi ritiene che la democrazia, da ottant’anni a questa parte, sia stata soltanto una zavorra per le potenzialità del Paese, perché ingesserebbe le istituzioni, abortirebbe le riforme necessarie, frenerebbe lo sviluppo economico.

La narrazione di certi revisionisti odierni racconta di una “dittatura all’acqua di rose, perché, se non protestavi, nessuno ti toccava”. In compenso, fu avviata l’elettrificazione delle ferrovie; fu realizzata la prima autostrada; furono bonificate intere province; fu superata la crisi del ’29; furono edificati migliaia di alloggi di edilizia popolare e centinaia di edifici pubblici; furono rese pubbliche le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie dei lavoratori, nonché il trattamento pensionistico; furono risolti i conflitti sociali con il sistema corporativista; fu innovata la scuola; furono riformati i codici civile e penale, nonché i rispettivi codici di procedura.

E c’era “ordine”: almeno, questa era la percezione della società dell’epoca, che pare fosse lieta di poter “dormire con la porta aperta”, anche se in realtà le carceri non erano meno affollate di quelle di oggi. E c’era “la certezza della pena”, anche se, nel 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, nipote del Re Imperatore, il fascismo concesse un’amnistia (dalla quale furono comunque esclusi i “pericolosissimi” detenuti politici), utile proprio a sfoltire la popolazione carceraria.

Al di là di questi ultimi miti sfatati, nonché dell’immane tragedia della guerra, e a parte i nostalgici per sentito dire, in molti potrebbero essere tentati dall’apprezzare le realizzazioni positive del regime, sopra citate. Ebbene, è abbastanza “normale” che, con vent’anni a disposizione ed esercitando il potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l’abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo? Possiamo dire che sia accettabile barattare la propria libertà con uno stato più efficiente? Quanto vale la libertà di manifestazione del pensiero, senza timore di ritorsioni? Sì può pensare di scambiare la libera informazione con la propaganda? Il tutto, in cambio di alcuni vantaggi materiali, anche se mai sperimentati prima?

Sono queste le domande che dobbiamo porci, come cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri di cui siamo portatori, secondo quanto previsto dalla Costituzione, quando sentiamo esaltare i risultati del regime, quando assistiamo a tentativi di revisionismo.

Quindi, ministro Nordio, il Codice Rocco del 1930 (che, peraltro, come le è ben noto, oggi risulta rimaneggiato rispetto alla stesura originale, perché molte norme sono state nel frattempo espunte o modificate dal Parlamento, ed altre dichiarate incostituzionali dalla Consulta), non è stato affatto un lascito tale da consentire di rivalutare il fascismo, né lo sono le altre realizzazioni positive del regime, perché la libertà e la democrazia sono beni insostituibili, inalienabili, inestimabili.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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La Fifa assolve l’arbitro accusato di aver fatto il gesto del “white power”. Lui si giustifica: “Solo un tic”

La Fifa ha assolto l’assistente var Shaun Evans, accusato ieri di aver fatto il gesto del “white power, utilizzato da tempo negli ambienti dell’estrema destra e in particolare come simbolo dei suprematisti bianchi. Il comitato disciplinare indipendente della Fifa ha infatti confermato che, dopo aver esaminato la questione relativa all’assistente arbitrale video, non ha riscontrato alcuna prova di violazione del codice disciplinare Fifa.

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Il Comitato disciplinare ha anche preso atto della dichiarazione dell’arbitro australiano Evans dopo le accuse di aver fatto il presunto gesto dei suprematisti bianchi, l’ok rovesciato, fatto in sala Var prima di GermaniaCuraçao. “Vorrei chiarire che non ho fatto intenzionalmente alcun gesto o simbolo con la mano per comunicare un messaggio – ha detto l’arbitro australiano Shaun Evans – un’affiliazione, un gioco o una convinzione di alcun tipo. L’unica spiegazione che posso offrire è che il movimento è stato un tic involontario e subconscio e non mi sono reso conto di averlo fatto in quel momento“.

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L’arbitro si è successivamente giustificato, spiegando: “Le immagini scattate successivamente durante la partita mostrano che ho ripetuto questo movimento molte volte tenendo una penna tra le dita. La copertura mediatica successiva a questo incidente – sottolinea Evans – non rispecchia affatto chi sono. Certo, capisco come il gesto sia stato interpretato e me ne dispiace, tuttavia voglio essere molto chiaro e affermare categoricamente che non ho fatto consapevolmente o deliberatamente il simbolo con la mano in questione. Arbitrare ai Mondiali è il più grande onore della mia carriera e non vedo l’ora di supportare i miei colleghi per il resto del torneo”, ha concluso l’arbitro. La Fifa ha poi annunciato la chiusura dell’indagine preliminare, concludendo di non poter dimostrare alcuna violazione del proprio codice disciplinare.

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Al via la settimana della moda maschile: Pitti Uomo 110 apre le porte a Firenze, poi il testimone a Milano con la Men’s Fashion Week. Ecco il calendario degli eventi e le novità

L’Italia riapre i battenti alla moda internazionale inaugurando la stagione del menswear Primavera-Estate 2027. Un avvio segnato da un clima globale incerto e da sfide economiche pressanti, ma che trova nelle storiche piazze di Firenze e Milano le due bussole per decifrare il futuro dell’abbigliamento maschile. Il menù si divide in due tappe fondamentali: Pitti Immagine Uomo 110, di scena alla Fortezza da Basso dal 16 al 19 giugno, e a seguire la Settimana della Moda Maschile di Milano, in calendario dal 19 al 23 giugno. Una maratona di stile, innovazione e business che schiera 740 brand a Firenze e 75 appuntamenti nel capoluogo lombardo, tra ritorni storici, grandi debutti internazionali come Thom Browne e Simone Rocha, e l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel matchmaking commerciale.

I numeri del settore: un momento di flessione e riequilibrio

Il sistema moda maschile arriva a questa edizione con numeri che richiedono riflessione. Stando alla nota di Confindustria Moda su dati Istat, il 2025 ha registrato una flessione nelle esportazioni del menswear italiano dell’1,7%, assestandosi su ricavi per 9,4 miliardi di euro, a fronte di una crescita del 2% delle importazioni (6,6 miliardi). Il ruolo dei fornitori extraeuropei si è rafforzato del 6,9%, trainato dalla Cina. Una situazione complessa che Brunello Cucinelli, colonna portante di Pitti, interpreta come un fisiologico momento di assestamento: “Invito tutti a considerare il momento attuale come un riequilibrio dopo un triennio dai risultati giganteschi“, ha spiegato il designer-imprenditore. La sua strategia misurata ha pagato: “Da quando ci siamo quotati in Borsa nel 2012, siamo cresciuti in media del 12% ogni anno. Ci aiuta essere rimasti una realtà relativamente piccola: siamo più agili e gestibili”. Cucinelli chiude il primo trimestre 2026 con ricavi per 369,1 milioni di euro e ribadisce la sua visione lontana dai loghi ostentati: “Per me, questo ha aiutato i nostri capi a essere percepiti come slegati da trend e manie: il pubblico li vede come investimenti duraturi”.

Pitti 110: “The Pool”, l’AI e i Guest Designer

L’edizione fiorentina ruota attorno al tema “The Pool” (la piscina), curato da Chris Vidal Tenomaa e Tuomas Laitinen, un concept visivo ispirato alle atmosfere di David Hockney che riflette sull’identità contemporanea. Nel Piazzale Centrale spicca l’installazione di Philéo Landowski e dell’artista Pascal Hachem, che trasforma l’infrastruttura di una piscina in un’opera attraversabile. La fiera schiera 740 brand, con un tasso di internazionalità del 45%. “Apriamo le porte della Fortezza da Basso curando un viaggio immersivo nell’innovazione”, dichiara il neo AD Ivano Cauli. In quest’ottica tecnologica si inserisce Hyperscout, il nuovo servizio di matchmaking basato sull’intelligenza artificiale sviluppato con l’omonima azienda olandese: il sistema costruisce profili accurati per suggerire incontri tra retailer e marchi ed è attualmente in fase di test su 200 espositori. Da segnalare anche il debutto del GOOS Index, strumento per mappare l’intera filiera della sostenibilità fashion con oltre 1.000 organizzazioni coinvolte.

Il percorso espositivo si snoda in sei sezioni: Fantastic Classic, Futuro Maschile, Superstyling, Dynamic Attitude, I Go Out e Hi Beauty. Tra le novità più attese, la trasformazione di I Go Out con il progetto “Outopia” curato dalla rivista Vanish, che fonde performance, moda e natura. Torna inoltre Hi Beauty, dedicata alle fragranze d’avanguardia e alla cura della persona maschile. Tanti i marchi di rilievo presenti, da Dickies a Refrigiwear, passando per Sundek, Bepositive e Castaner. L’attenzione globale è rivolta ai Guest Designer. La stilista irlandese Simone Rocha porterà la sua estetica poetica in una sfilata indipendente giovedì 18 al Teatro della Pergola. Sfileranno anche il marchio giapponese DSM Kei Ninomiya, il talento sudcoreano JiyongKim (già distintosi al LVMH Prize 2024) e l’etichetta danese Sunflower, che celebra i 20 anni della Copenhagen Fashion Week con un evento al Teatro del Maggio Musicale. Sotto i riflettori anche il giovane designer inglese William Palmer, vincitore dell’I:C Pitti Immagine Award, con la collezione “The Brief Exposure” nella Sala delle Nazioni.

Tendenze: la destrutturazione del sartoriale

La parola d’ordine in Fortezza è il “soft tailoring”. L’abito si destruttura senza perdere eleganza, assecondando la richiesta di abbinamenti fluidi e tessuti impalpabili. Cucinelli propone pantaloni lavati e stirati, polo in piqué e giacche un petto e mezzo. Luigi Bianchi Sartoria, per voce del manager Giovanni Bianchi, punta su minimalismo e linee ispirate agli anni ’60-’70: blazer doppiopetto in hopsack, lino e seta. Knt dei fratelli De Matteis mischia lino e lana per bomber e pantaloni cargo dalle tinte speziate, mentre Xacus esalta il lino puro. Tombolini rilancia la leggerissima “Wellness jacket“, evoluzione della storica giacca Zero Gravity, pensata senza collo e con un solo bottone.

Milano Fashion Week: il calendaerio

Chiuso Pitti, il circuito si sposta a Milano. La Fashion Week lombarda risente leggermente della contrazione economica, proponendo 75 appuntamenti (44 presentazioni, 15 eventi e 16 sfilate fisiche), ma aumenta il peso specifico internazionale. L’evento più atteso è il debutto assoluto di Thom Browne nel calendario ufficiale, con una sfilata in Corso Venezia il 22 giugno. Al suo fianco, si consolida la presenza di Ralph Lauren e Paul Smith.

Considerando che Zegna ha scelto Malibu e altri brand sono passati al formato co-ed a settembre, a Milano restano ormai ben pochi “big”, vedi Armani, Dolce & Gabbana e Prada. Altissima attesa proprio per Armani, che chiude il calendario lunedì 22: per la prima volta, Pantaleo Dell’Orco e Silvana Armani co-presenteranno la collezione Uomo PE 2027. Fanno il loro esordio il designer colombiano Nicolas Martin Garcia con Garcias, il danese Martin Quad e il giapponese Shinyakozuka, mentre si registra il rientro in calendario di Caruso, Massimo Alba e Piacenza 1733. A corollario, la città offrirà mostre di altissimo livello come “The Gentleman” a Palazzo Morando e l’omaggio a Giovanni Gastel a Palazzo Citterio, culminando con l’evento queer multidisciplinare “Laud End Praud” al Base Milano.

Venerdì 19 giugno

15:00 – Martin Quad
17:00 – Ralph Lauren
19:00 – Ralph Lauren

Sabato 20 giugno

11:00 – Pronounce
12:30 – Dolce&Gabbana
14:00 – Garcias
16:00 – Setchu
17:00 – Paul Smith

Domenica 21 giugno

10:00 – Simon Cracker
12:00 – Qasimi
14:00 – Prada
15:00 – Saul Nash
19:00 – Domenico Orefice

Lunedì 22 giugno

11:30 – Shinyakozuka
15:00 – Thom Browne
18:00 – Giorgio Armani

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“Siete nervosi per il primo appuntamento? Masturbatevi prima dell’incontro per rilassarvi”: i consigli della dottoressa Mindy DeSeta

Siete preoccupati e ansiosi alla vigilia del primo appuntamento? I dati, come riporta il New York Post, sono chiari: l’89% delle persone interpellate ha confessato di essere in preda al nervosismo, in attesa di conoscere la persona che potrebbe diventare il proprio partner. Mentre il 39% ricorre abitualmente all’alcol per alleviare l’ansia, gli esperti suggeriscono che esistono strategie ben più efficaci e salutari per gestire lo stress pre-appuntamento, tra cui “l’attività fisica, le tecniche di respirazione e il rilassamento mentale, capaci di ridurre la tensione e favorire una maggiore sicurezza in sé stessi. E naturalmente la masturbazione“.

“Pensate all’orgasmo come a uno ‘stimolante’ e all’alcol come a un ‘sedativo’ – ha dichiarato la dottoressa Mindy DeSeta, sessuologa certificata ed educatrice sessuale presso l’app di incontri Hily -. Gli ormoni rilasciati durante l’orgasmo favoriscono la lucidità mentale e una sensazione generale di calma. È un modo semplice ed economico per regolare il sistema nervoso e aiuta chi tende a rimuginare eccessivamente a elaborare le informazioni in modo più accurato.

Un sondaggio sulle tendenze del 2022, condotto dall’app di incontri Bumble nel Regno Unito, ha rilevato che il 62% degli intervistati ritiene di poter costruire un legame più autentico durante un appuntamento privo di alcol. Oltre a compromettere la qualità delle relazioni interpersonali, il consumo di alcol può favorire, nel lungo periodo, l’insorgenza di gravi patologie, tra cui ipertensione, malattie cardiovascolari, ictus, disturbi epatici e declino cognitivo.

Così come gli svantaggi di bere alcolici sono ben noti, i benefici di un pre-appuntamento con la masturbazione sono scientificamente provati.

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Il Punto

Andrà molto probabilmente in porto l’offerta pubblica di acquisto e scambio avanzata da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena. Ma l’operazione non è priva di rischi perché l’integrazione fra le varie entità coinvolte nell’operazione potrebbe rivelarsi più complessa del previsto. Serve una regolazione pubblica sui sistemi di intelligenza artificiale. […]

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“Suonare a San Siro per me ha un valore doppio. Le nostre influenze? Decisivo quello che ho ascoltato da adolescente, soprattutto i Beatles”: così Steve Harris degli Iron Maiden

Arrivano gli Iron Maiden a San Siro e Steve Harris dice al Corriere della Sera che per lui, appassionato di calcio, suonare lì “ha un valore doppio”. Allo stadio meneghino, il bassista della band metal c’è stato tanti anni fa “a vedere l’Inter” e con l’Italia il suo rapporto è forte, sin dalla prima volta: “Nel 1980, eravamo di supporto ai Kiss. Ricordo fan impazziti che cercavano di scavalcare per entrare. Fu la nostra consacrazione, capimmo che avremmo potuto suonare fuori dall’Inghilterra”.

Si parla anche di influenze: “Ascoltavamo un sacco di musica e non necessariamente hard rock: mi piaceva molto il prog, i Genesis, i Jethro tull… Ma è stato decisivo anche quanto ho ascoltato nella mia adolescenza, in casa”. E allora chi è stato decisivo? “I Beatles soprattutto: me li fece conoscere mia zia”.

Dal passato nelle giovanili del West Ham all’album che hanno chiamato X Factor ma trent’anni fa, quando i talent erano ancora lontani. Talent che, dice Harris, non crede li avrebbero visti mai tra i concorrenti: “Abbiamo partecipato a un solo concorso, agli esordi, e siamo arrivati secondi: in palio c’era un microfono…”.

E quando gli chiede coma mai il metal si vivo, più che vivo, non ha dubbi: “Penso che sia un genere di sostanza. Ma è anche una questione identitaria: i metallari si sentono degli outsider, gli indiani mentre tutto intorno ci sono i cowboy. Mi ricordano un po’ i tifosi quando indossano le nostre magliette”.

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Ilva, De Palma (Fiom): “Urso dice basta soldi pubblici? Li hanno spesi male, nazionalizzino come fatto da Francia e Uk”

“Si era detto lo scorso anno ci sarebbe stato il passaggio a Baku Steel. Noi abbiamo sempre sostenuto che esiste una sola soluzione, quella che l’hanno adottata governi non rivoluzionari come Francia e Gran Bretagna: Macron e Starmer hanno nazionalizzato per garantire la strategicità dell’acciaio nei loro Paesi”.

Il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, nel giorno in cui il sindacato metalmeccanico compie 125 anni, torna a chiedere un intervento statale per salvare l’Ilva dopo che lunedì il governo ha comunicato di non poter più versare soldi nelle casse dell’azienda, gestita dai commissari, quando finiranno i 349 milioni di euro di prestito ponte autorizzati dall’Unione Europea. Nel frattempo, però, la vendita è in stallo.

“Urso, invece di dirci che non ci sono più risorse pubbliche, ammetta che sono state gestite male. Bisogna entrare in equity e quindi gestire la fase di transizione dell’azienda con il processo di decarbonizzazione – ha attaccato De Palma – Con il governo Draghi c’era più di un miliardo per passare al Dri (l’impianto alla base di una produzione senza ciclo integrale, ndr). A oggi non è stata ancora una messa pietra per iniziare a costruire l’impianto”.

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Google ti permette di scegliere le tue “Fonti preferite”: ecco come selezionare Il Fatto Quotidiano in meno di un minuto

Da poche settimane Google ha lanciato in tutto il mondo la nuova funzionalità “Fonti Preferite e da oggi in tutti i nostri articoli è presente un bottone per comunicare facilmente al motore di ricerca che Il Fatto Quotidiano è la testata che volete trovare più spesso tra i risultati.

Quello che vedete online, infatti, non è mai casuale. Il flusso delle notizie che viene proposto, quando facciamo ricerche online o quando apriamo Google Discover, dipende dagli algoritmi che decidono cosa mostrare e cosa nascondere. Adesso, finalmente, è possibile esprimere la propria preferenza per i siti che si ritengono più affidabili e degni di fiducia e a cui magari si è anche abbonati. E per farlo basta meno di un minuto.

In tutti i nostri articoli, appena prima dell’inizio del testo, c’è una barra con i bottoni che già da mesi ti consentono di seguire il nostro sito nel canale Whatsapp dedicato e su Google Discover. Da oggi, troverete anche il tasto “Segui su Google“. A questo punto, non dovrete fare altro che essere loggati con il vostro account Google, scrivere sulla barra di ricerca “Il Fatto Quotidiano” e selezionarlo come fonte preferita.

Ovviamente, continuerete a vedere anche altre testate e altri siti tra i risultati di ricerca, ma avete dato un segnale importante a Google che preferite leggere le notizie pubblicate da ilfattoquotidiano.it.

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Meloni grida alla censura, ma l’Italia ha il primato delle querele contro i giornalisti

Ed ora la presidente Giorgia Meloni urla contro la censura, i tanti media da Lei controllati ripetono e amplificano, con raro sprezzo del ridicolo.

Il patentino antifascista chiesto da Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, altro non è che l’impegno a rispettare la Costituzione, una richiesta formulata da centinaia di comuni quando viene richiesto l’utilizzo di una sala pubblica, proprio per evitare che in quelle sale si possano tenere eventi in contrasto con la Costituzione antifascista.

Meloni che urla contro la censura è la medesima che non ha mai reso noti i nomi degli spioni e spiati nella vicenda Paragon. Meloni che denuncia gli editori non ha mai recepito quella parte del Media freedom act, relativo alla tutela delle fonti, alla tutela dei cronisti da intimidazioni e denunce temerarie, per non parlare della Rai trasformata in agenzia del governo.

L’Italia meloniana ha preso il posto dell’Ungheria nel conquistare il primato per il numero di querele scagliate contro intellettuali critici, insegnanti, associazioni, disegnatori, giornalisti e, persino, storici. Vogliamo parlare delle campagne di aggressioni contro chi osa ancora porre domande e fare inchieste? Le ultime querele contro il Fatto e Report hanno l’obiettivo di intimidire chi ancora accende le luci sulle oscurità.

La campagna in atto, la trasformazione dell’aggressore in vittima, accompagnerà tutto il percorso della legge elettorale sino alle elezioni anticipate. Truffa elettorale e truffa mediatica marceranno insieme, starà a ciascuno di noi non cadere nella trappola, svelare l’inganno e promuovere una mobilitazione simile a quella realizzata per il referendum, ora e subito.

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Il Punto

Andrà molto probabilmente in porto l’offerta pubblica di acquisto e scambio avanzata da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena. Ma l’operazione non è priva di rischi perché l’integrazione fra le varie entità coinvolte nell’operazione potrebbe rivelarsi più complessa del previsto. Serve una regolazione pubblica sui sistemi di intelligenza artificiale. […]

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Stellantis, Landini al Fatto: “Il governo usa Tavares come capro espiatorio. Ma Agnelli-Elkann anche ora non investono in Italia”

“Questo è il governo della propaganda, non dei fatti. Era evidente a tutti quello che rischiava di succedere, quindi hanno costruito un capro espiatorio”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha spiegato a Ilfattoquotidiano.it la giravolta del governo Meloni nei confronti di Stellantis dal giorno in cui, nel novembre 2024, è stato allontanato l’ex amministratore delegato Carlos Tavares.

Fino a quel momento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva fortemente criticato l’impegno del gruppo guidato dalle famiglie Agnelli ed Elkann nel nostro Paese. Dopo, con l’arrivo di Antonio Filosa, l’atteggiamento è totalmente cambiato e il mirino per i mancati investimenti è stato puntato contro le regole europee sull’auto.

“In realtà – ha aggiunto Landini prima della celebrazione per i 125 anni della Fiomanche dopo Tavares, la famiglia ha scelto di tagliare e non investire in Italia. Siamo di fronte a un governo che non si sta assumendo la responsabilità dello sviluppo industriale del nostro Paese, che non si realizza senza investimenti pubblici e privati. Chi rischia di pagare il prezzo sono le lavoratrici e i lavoratori. Noi lo accetteremo”.

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Da 50mila a 6 milioni di follower in una notte: il boom social di Vozinha, portiere-dentista che ha fermato la Spagna. “Voi siete matti”

C’è stato un momento, al 39esimo minuto della partita tra Spagna e Capo Verde, in cui tutti hanno capito che Vozinha, il portiere dell’isola vulcanica che di mestiere fa il dentista, sarebbe stato un problema per le Furie Rosse. Prima ha ostacolato Ferran Torres (che ha colpito la traversa), poi la respinta su Oyarzabal. Alla fine il referto ufficiale Fifa dice sette parate, tutte decisive. 0-0 a sorpresa e Vozinha Mvp della gara e… dei social! Perché il portiere di Capo Verde – nel giro di poche ore – ha guadagnato milioni di followers. Non migliaia, ma milioni. Era a 50mila followers prima della partita, sono diventati 6M adesso. E probabilmente mentre leggete questo pezzo sono anche aumentati.

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Un’ascesa social che lo ha lasciato a bocca aperta. “È una cosa pazzesca, siete matti“, ha detto il portiere in un’intervista concessa nel post partita a una televisione brasiliana, portandosi le mani alla bocca e non riuscendo a mascherare il proprio stupore. Vozinha è scoppiato in lacrime a fine partita, dopo lo storico pareggio contro la nazionale spagnola: “Ho pianto perché sono cresciuto con i miei nonni e loro non potevano essere qui. Sono morti. Anche mia madre non è potuta venire per un problema di visto e per i soldi che avremmo dovuto spendere. Non siamo riusciti a organizzare tutto in tempo”, ha concluso il portiere di Capo Verde.

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Chi è Vozinha, portiere di Capo Verde

Nato a Capo Verde con il nome di Josimar José Evora Dias, è stato cresciuto dai nonni, perché il padre era impegnato nel servizio militare e la madre lavorava duramente per mantenere la famiglia. Sono stati i nonni a dargli il soprannome di Vozinha, che si traduce approssimativamente con “voce”. Ha cominciato a giocare nel Batuque, per poi passare nel 2011 ai rivali del CS Mindelense. Dopo ottime prestazioni con il club locale, è stato ingaggiato dal Progresso Associação do Sambizanga in Angola. Nel 2013 è tornato al Mindelense e ha giocato nella lega dell’isola di São Vicente.

Il 7 luglio 2015 è stato tesserato dallo Zimbru Chișinău, in Moldavia e poi ancora in Portogallo al Gil Vicente, in seconda divisione. Nel corso della stagione parò 8 calci di rigore. Il 7 giugno 2017 si accorda a parametro zero all’AEL Limassol, firmando un contratto valido per due anni, poi prolungato fino al 2022. Nei due anni successivi ha giocato in Slovacchia nel AS Trenčín. Nel 2024 torna in Portogallo, ingaggiato dal Chaves in seconda divisione, club dove milita adesso.

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Maturità 2026: Blanco, Andrea Arru di “I Cesaroni” e Mimì Caruso di X Factor pronti per gli esami. Da TikTok alla televisione, ecco chi si prepara all’esame di Stato

L’esame di Maturità rappresenta uno dei momenti più importanti nel percorso scolastico di ogni studente. Quest’anno, a partire dal 18 giugno, saranno oltre 500.000 i ragazzi italiani chiamati ad affrontare le prove finali delle scuole superiori. Tra loro non mancano volti già molto conosciuti dal pubblico: creator digitali, influencer, attori e cantanti che, nonostante gli impegni professionali, dovranno confrontarsi con temi, verifiche e colloqui come tutti i loro coetanei. La Maturità 2026 sarà particolarmente significativa perché inaugura il nuovo impianto dell’esame introdotto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Per molti giovani personaggi del mondo dello spettacolo e dei social network, quindi, l’estate inizierà solo dopo aver superato quest’ultima importante sfida scolastica.

Tra i nomi più seguiti dai giovani c’è Fabio Ferrucci, content creator molto popolare su TikTok e Instagram, che ha scelto un percorso di studi a indirizzo turistico-sportivo. Accanto a lui c’è Giulia Bizzarri, influencer e autrice originaria di Frascati, che frequenta un istituto professionale alberghiero e che è riuscita negli anni a bilanciare studio, social e la passione per il pattinaggio. Non manca Rebecca Parziale, diventata famosa grazie al programma “Il Collegio” e oggi attiva come creator digitale, che sta per diplomarsi al Liceo delle Scienze Umane. Nello stesso contesto scolastico si muove anche Iris Vallarani, giovane protagonista del mondo TikTok, che segue un percorso di studi nello stesso indirizzo.

Il mondo dello spettacolo e della musica è rappresentato da Mimì Caruso, vincitrice di X Factor 2024, che ha frequentato un istituto professionale con indirizzo servizi culturali e dello spettacolo presso l’Enrico Falck di Sesto San Giovanni. Accanto a lei figura Michele Mazzoni, influencer e sportivo, impegnato in un istituto professionale a indirizzo commercio. Tra le giovani creator e influencer troviamo anche Angelica Dal Corso, che sta completando un percorso di studi nei Servizi per la sanità e l’assistenza sociale, mentre Andrea Arru, attore e modello già noto per diverse produzioni tra cinema e televisione, che come ultima esperienza televisiva ha partecipato a I Cesaroni, sta completando il suo percorso al Liceo scientifico sportivo. Federica Cangiano, altro ex volto de “Il Collegio”, sta invece concludendo il suo percorso al Liceo delle Scienze Umane.

Blanco, il ritorno a scuola tra musica e libri

Chiude il gruppo Blanco, uno dei cantanti più noti della scena musicale italiana, che ha deciso di tornare tra i banchi di scuola e completare il proprio percorso formativo proprio al Liceo delle Scienze Umane. Proprio pochi giorni fa, infatti, aveva pubblicato sui social un video in cui si mostrava mentre ripassava in vista dell’esame.

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Garlasco, spunta il testimone: “Ho visto una donna bionda, aveva degli occhi spiritati. Mi hanno minacciato dicendomi di farmi i ca**i miei”

“L’ho vista, aveva degli occhi spiritati che tu non hai idea”. È la testimonianza di un uomo che il 13 agosto 2007, giorno del delitto di Chiara Poggi, sarebbe stato a Garlasco e si sarebbe imbattuto in una persona in bicicletta. L’uomo in questione aveva già riferito ai Carabinieri nel luglio 2025 quanto visto. Ora la sua testimonianza torna ad essere attuale poiché è stata raccolta da Antonino Monteleone nella puntata di “Filorosso” in onda il 15 giugno su Rai 3.

Le parole del testimone

Una testimonianza “che ci ha fatto sobbalzare” spiega il conduttore ai telespettatori parlando di quanto riferito da un uomo che sarebbe stato nei pressi della villa di Via Pascoli il 13 agosto di 19 anni fa. “Abbiamo rintracciato questa persona e abbiamo chiesto di contestualizzare il perché di questa testimonianza” spiega Monteleone prima di trasmettere l’audio della sua conversazione con il testimone, il quale spiega come le sue parole siano state prese sotto gamba tutti, “ma io non ho detto una balla, perché ero lì quel giorno e quello che ho visto me lo ricordo benissimo. L’ho vista, aveva degli occhi spiritati che tu non hai idea e [ai Carabinieri, ndr] ho anche detto: ‘Mi ricordo i dettagli di una bicicletta nera, aveva i raggi che erano lucidi, sembrava una bicicletta nuova’”. “La certezza è una donna coi capelli biondi” lo incalza Monteleone, “Da uomo obiettivamente era una bella ragazza, è chiaro che l’ho osservata con una particolare attenzione”, replica il testimone. “E nella mia sit ho anche spiegato il perché ci ho messo tempo a dirlo. La cosa che mi fa venire il nervoso è che tanti parlano ma non sanno le cose e giudicano”.

“Mi hanno minacciato”

E ancora: “Io non sono di quel territorio, nonostante abiti in provincia di Pavia io non conosco veramente nessuno di Garlasco, non ho rapporti con nessuno. Mi sono sempre occupato di discoteche e di eventi quindi ero là per motivi di lavoro. Ricordo benissimo quello che ho visto, la persona che ho visto mi ha anche guardato, ci siamo guardati in faccia”. Il presunto testimone fa sapere di avere ricevuto minacce: “Sono stato anche minacciato per quello che ho detto, e ho avuto paura perché non so come facevano a sapere quello che ho detto. Mi hanno suonato il campanello di casa dicendomi di farmi i ca**i miei, che io di Garlasco non ne devo sapere niente”. L’uomo, confidandosi con il giornalista, si rammarica anche del fatto che le sue parole finora non siano state tenute in grande considerazione: “Ho fornito tutto e poi però nessuno ti ca*a. Sembra che quello che ho visto io… chi se ne frega. Mi rode dentro il fatto che nessuno si interessi di quello” conclude.

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Logitech Signature Comfort Plus MK880: il nuovo kit tastiera e mouse che promette qualità, comfort e una lunga autonomia

Durante il mese di maggio Logitech ha annunciato l’arrivo della linea di prodotti Signature Comfort Plus, che ampliando la gamma Signature ha portato sul mercato un nuovo mouse ed una nuova tastiera pensati per massimizzare – come il nome stesso fa intendere – il comfort d’uso durante la giornata di lavoro, garantendo batterie dalla lunga durata, una compatibilità multi-OS e la possibilità di passare da un dispositivo all’altro con la semplice pressione di un tasto. Abbiamo avuto la possibilità di provare il kit Signature Comfort Plus MK880, che include la tastiera K880 ed il mouse M850L, nel corso dell’ultimo mese utilizzandolo in ufficio durante la normale giornata lavorativa.

La tastiera K880 è una tastiera wireless full-size (con tastierino numerico) che si presenta con un comodo poggiapolsi imbottito ed una leggera gobba che rialza la parte centrale del raggruppamento principale di tasti, andando a migliorare il comfort d’uso rispetto ad una tastiera piatta ma senza arrivare ai livelli di inclinazione di quelle ergonomiche (che comporta anche una separazione dei tasti). Ad aumentare sicuramente la comodità della tastiera nell’uso quotidiano è l’utilizzo di tasti ammortizzati che rendono più morbida l’impatto della digitazione anche a velocità sostenuta.

La tastiera K880

Dal punto di vista del layout, la K880 presenta una disposizione “standard”, vedendo aggiunti alcuni tasti legati alle più recenti abitudini come quelli dedicati a mutare il microfono e disattivare la webcam, e quello dedicato all’apertura dell’assistente AI (prendendo la funzione del tasto CoPilot su Windows); a dimostrazione del supporto “MultiOS” alcuni tasti mostrano già testi ed icone per rendere facile il loro utilizzo sia con Windows sia con MacOS, mentre come ormai Logitech ci ha abituato in passato (così come nell’utilizzo dei notebook) alcune funzionalità speciali, incluse quelle multimediali, sono attivabili con il tasto “Fn” in combinazione con i tasti F1-F12. Il produttore promette fino a 3anni di utilizzo con la medesima coppia di batterie, per quanto la tempistica non può essere da noi confermata in questo momento abbiamo già avuto modo di osservare ciò su altri prodotti di punta del brand elvetico in passato.

Passando invece al mouse, il Signature Comfrot Plus M850L, la novità principale è sicuramente l’imbottitura del supporto palmare, soluzione studiata da Logitech proprio sul versante della comodità d’uso, permettendo un contatto morbido del palmo della mano con il dispositivo invece della tradizionale plastica rigida; a rendere ulteriormente confortevole il suo utilizzo, oltre alla forma leggermente ergonomica, sono anche gli switch dei pulsanti principali con un clic che risulta morbito al tatto oltre che silenzioso.

Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850 L

Durante l’uso quotidiano il nuovo mouse di Logitech ci ha offerto un buon livello di scorrevolezza, rimanendo abbastanza preciso su varie tipologie di superfici, mentre abbiamo trovato molto interessante la SmartWheel, la rotellina intelligente che passa automaticamente da una scansione lenta e precisa riga per riga ad una veloce, per ad esempio arrivare rapidamente in fondo ad un documento, in base alla forza impressa sulla rotellina stessa. Passando al versante alimentazione, per l’M850L l’autonomia con la singola batteria, secondo quando indicato dal produttore, dovrebbe raggiungere i 2 anni.

Entrambi i dispositivi possono collegarsi a PC, Mac e altri smart devices sia via bluetooth, sia tramite connettore Logi Bolt (fornito nella confezione solo per le versioni “for Business”), potendo memorizzare fino a tre dispositivi tra cui poter passare rapidamento tramite la funzionalità Easy-Switch utilizzando gli appositi tasti sulla tastiera o il pulsantino sotto il mouse.

Al termine di questo mese di prova possiamo sicuramente dire che entrambi i nuovi dispositivi dell’azienda elvetica si presentano con un ottimo livello qualitativo dei materiali – a seconda del colore vengono usati tra il 49% ed il 77% di plastiche riciclate – offrendo una buona flessibilità nell’utilizzo multi-device ed un buon comfort anche nelle più lunghe giornate in ufficio, cosa che rende a nostra parere il kit di Logitech una validissima opzione per chi è alla ricerca di una buona tastiera e di un buon mouse wireless per il lavoro. Il mouse Logitech Signature Comfort Plus M850L è acquistabile singolarmente con un prezzo consigliato di 54,99€, mentre il kit MK880 (tastiera + mouse) è in vendita a 109,99€. Le versioni per aziende, M850L For Business e MK880 For Business, saranno invece disponibili rispettivamente a 59,99€ e 119,99€, includendo come sopradetto anche il dongle per Logi Bolt.

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“La storia al lavoro”, i 125 anni della Fiom – La diretta da Livorno

La Fiom compie oggi 125 anni e celebra la sua storia a Livorno, dove nacque il 16 giugno 1901 nella sede della Fratellanza Artigiana con il congresso fondativo. Il primo articolo dello Statuto così recitava: “Con deliberato del I Congresso Nazionale tenutosi a Livorno il 16 giugno 1901 fu dichiarata costituita la Federazione italiana fra gli operai metallurgici (Fiom) o facenti parte delle Sezioni annesse alla Federazione”.
Dopo i saluti introduttivi del sindaco e dei rappresentanti locali del sindacato, seguirà la relazione introduttiva di Luca Trevisan, segretario nazionale Fiom. Si alterneranno gli interventi di Mona Abuamara, ambasciatrice Palestina in Italia, Gaetano Azzariti, costituzionalista, Università La Sapienza di Roma, Luigi Ciotti, presidente Libera, Maurizio Landini, segretario generale Cgil, Walter Massa, presidente Arci, Rossella Miccio, presidente Emergency, Tomaso Montanari, rettore Università per Stranieri di Siena, Gianfranco Pagliarulo, presidente Anpi, Francesca Re David, segretaria nazionale Cgil. I lavori saranno conclusi dal segretario generale della Fiom, Michele De Palma.

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Vacanze in tempi di crisi: istruzioni per l’uso

Fra i viaggiatori regna la prudenza: rincari, cancellazioni, incertezze sul carburante e un contesto internazionale imprevedibile non fanno dormire sonni tranquilli. Nonostante tutto, la voglia di vacanza resta. Non c’è un crollo della domanda, osservano gli addetti ai lavori, cambia la geografia delle ferie estive.

«Crescono le prenotazioni verso mete considerate più vicine e facilmente raggiungibili, in Europa e nel Mediterraneo, con Italia ed Egitto in testa – spiega Mario Vercesi, amministratore delegato di Gattinoni Travel, gruppo con oltre 1400 agenzie di proprietà e affiliate su tutto il territorio nazionale -. Non si rinuncia, tuttavia, a vacanze a medio e lungo raggio come Sudafrica, Giappone, Maldive, Kenya e Zanzibar».

Turista fai da te

Qualche dubbio però resta: è meglio il fai da te o rivolgersi a un consulente? «Il pacchetto turistico offre un livello di tutela superiore rispetto all’acquisto di singoli servizi separati – risponde Maria Pisanò, direttore del Centro Europeo Consumatori Italia -. Secondo le normative europee e italiane, quando si compra un pacchetto, l’organizzatore è responsabile dell’intera prestazione: se uno degli elementi essenziali, come il volo, viene cancellato o subisce modifiche rilevanti, il consumatore ha diritto a risolvere l’intero contratto senza penali e ottenere il rimborso di tutte le prestazioni incluse, quindi anche hotel, escursioni e trasferimenti».

Al contrario, organizzando in autonomia i vari “pezzi” della villeggiatura, ogni tassello sarà legato a una società diversa, con differenti condizioni contrattuali. In presenza di un intoppo, tutto si complica: se la tratta in aereo salta, il risarcimento dell’albergo non scatta in automatico.

Aereo a terra

Le tutele, soprattutto in Europa, ci sono. A seguito dell’annullamento del volo si ha diritto al rimborso del biglietto o alla riprogrammazione verso la destinazione finale senza costi extra e, se l’attesa si prolunga, deve essere fornita assistenza gratuita, inclusi pasti e pernottamento. Tutto questo vale anche per la mancanza di carburante.

In circostanze specifiche scatta inoltre un indennizzo da 250 a 600 euro: ad esempio quando l’aereo rimane a terra perché il prezzo del cherosene è reputato troppo caro dalla compagnia, «al passeggero spetta la compensazione se la cancellazione viene comunicata a meno di 14 giorni dalla partenza», nota Pisanò. Queste regole valgono per chi parte dall’Ue o rientra nel Vecchio Continente (in quest’ultimo caso però a bordo di un vettore comunitario).

Nelle altre situazioni, generalmente, ci sono le garanzie della Convenzione di Montreal; tuttavia, è necessario verificare le condizioni del contratto.

Assicurati o no?

Dunque, in un momento così complesso, un’assicurazione sul viaggio mette al sicuro da inconvenienti? Dipende. Dalla malattia improvvisa ai disastri naturali, una polizza può risultare utile per coprire altre evenienze rispetto a quelle già disciplinate dai regolamenti internazionali, ma occhio ai dettagli.

«È fondamentale leggere bene le condizioni, soffermandosi su cosa è coperto e cosa no – sottolinea il Centro Europeo Consumatori Italia -. È il punto più critico: sono esclusi, ad esempio, eventi prevedibili o già noti al momento della stipula, come le condizioni mediche preesistenti».

Insomma, non c’è una regola buona per tutti, poiché vanno considerate le esigenze personali e il grado di protezione. «Oggi è fondamentale privilegiare flessibilità e protezione, come biglietti e pacchetti con condizioni di modifica e cancellazione chiare, buone polizze assicurative (anche per cause di forza maggiore) e prestare attenzione alle penalità – aggiunge l’amministratore delegato di Gattinoni Travel -. Il mio consiglio è di non guardare soltanto al prezzo, ma al valore complessivo: l’assistenza prima, durante e dopo il viaggio fa una grande differenza, soprattutto nei momenti di crisi».

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Patrizia Reggiani verso un’eredità da 20 milioni: un audio registrato dalla governante fa annullare il testamento della madre

C’è un nuovo colpo di scena nel “Gucci gate”: Patrizia Martinelli Reggiani rischia di ereditare i 20 milioni di euro che la madre Silvana Barbieri Reggiani lasciò ad una fondazione che porta il suo nome e quello del marito. La svolta inaspettata con la decisione della IV sezione del Tribunale civile di Milano risale alla fine del 2025, come svela il Corriere della Sera, e cambia ancora una volta le carte in tavola. Ma che cosa ha causato l’annullamento del lascito? Un audio registrato dall’allora governante di Lady Gucci. Sembra la trama di una serie, invece è tutto vero.

PATRIZIA REGGIANI POTREBBE EREDITARE 20 MILIONI DI EURO DALLA MADRE

Un complesso immobiliare da almeno 14 milioni dietro la Stazione Centrale di Milano – “130 tra appartamenti e negozi e box affittati con un reddito di circa 950.000 euro l’anno” – e “un legato da 4 milioni e un compenso di 100.000 euro”. A tanto ammonta l’eredità che Silvana Barbieri Reggiani lasciò non alla figlia Patrizia Gucci – “di cui temeva la dissipazione dei beni” – ma “a una neo Fondazione Fernando e Silvana Reggiani fatta costituire, presiedere e gestire al proprio avvocato Maurizio Enrico Carlo Giani quale esecutore testamentario”. Lo scrive il Corriere della Sera svelando la decisione Tribunale civile di Milano, che ha dichiarato “la falsità del testamento pubblico”, che era stato “registrato dal notaio cremonese Alberto Pavesi” il 6 novembre 2018, quando l’allora 90enne si trovava in un letto d’ospedale. I legali della Fondazione gestita da Giani hanno già impugnato in Appello l’annullamento.

L’AUDIO REGISTRATO DALLA GOVERNANTE CAMBIA TUTTO

Ma come sono arrivati a questa clamorosa decisione i giudici del Tribunale di Milano, che hanno dichiarato “falso” il testamento di Silvana Barbieri dopo aver attestato “plurime circostanze non vere, come risulta dal confronto tra il contenuto del testamento e la registrazione audiovisiva” del suo svolgersi? Nella causa civile promossa da Lady Gucci nei confronti della “Fondazione Reggiani” è stata depositata una prova “decisiva”: si tratta dell’audio “registrato dall’allora governante straniera, il cui sterminato nome veniva in casa semplificato Rita”. La governante ha rivelato ai giudici che la signora Barbieri le disse di registrare la redazione del testamento: “Io lasciai il telefono acceso e andai via. Mi disse che avrei dovuto dare la registrazione a Patrizia, Allegra e Alessandra se fosse successo qualche problema. A un certo punto io l’ho data a Patrizia perché avevo paura a tenerla”. Analizzando l’audio, i giudici civili hanno rilevato l’assenza “di almeno 3 delle 5 rilevanti circostanze attestate invece nel testamento”. La prima è la mancata rilettura dell’atto e “dal cruciale incipit su ‘Barbieri Silvana, la quale dichiara di non poter sottoscrivere a causa dell’estrema debolezza agli arti superiori dovuta all’età avanzata e all’attuale stato clinico’. Orbene, dalla trascrizione della registrazione – osserva invece il Tribunale civile – risulta che in nessun punto Barbieri ha mai effettuato tale dichiarazione. Ne consegue la falsità di quanto attestato dal notaio”.

CHE RUOLO HANNO LE FIGLIE DI PATRIZIA, ALLEGRA E ALESSANDRA GUCCI

Se la decisione dovesse essere confermata in secondo grado, tutto tornerebbe nelle mani dell’unica erede, cioè Patrizia Reggiani, “la quale però non potrebbe disporne direttamente in quanto tuttora sottoposta dal Tribunale ad amministrazione di sostegno”. Oggi la Reggiani ha 77 anni, nel 2017 ha finito di scontare la condanna come mandante nel 1995 dell’omicidio dell’ex marito, Maurizio Gucci (erede della storica dinastia fiorentina della moda). “Salvo intervengano suoi testamenti contrari”, fa notare il Corriere, il suo patrimonio “verrà ereditato da Allegra e Alessandra”, cioè dalle due sue figlie. Appena venti giorni fa le due donne avevano fatto sapere di essere molto contrariare dalla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, la quale ha ritenuto improcedibile “l’ultimo loro ricorso in un differente contenzioso con la madre, transato nel 2023 dando a Reggiani 3,9 milioni al posto di un vitalizio da 35 milioni fondato su un accordo post-divorzio tra i genitori nel 1993”. Allegra e Alessandra Gucci hanno annunciato il prossimo ricorso alla Grande Camera della Cedu, il massimo organo di giudizio della Corte di Strasburgo, che si pronuncia solo per casi di particolare importanza, interesse o complessità. “Vogliamo che la Cedu si esprima chiaramente sul fatto che uno Stato possa obbligare gli eredi di una vittima di omicidio a pagare una rendita alla persona condannata per quell’omicidio”.

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Per i soci: fino al 30 giugno, 25% sconto su tutti i surgelati a marchio Coop

Quinta e ultimo appuntamento dedicato ai soci Unicoop Firenze, per una spesa conveniente e di qualità. Fino al 30 giugno i soci avranno il 25% di sconto sui prodotti a marchio Coop del reparto surgelati.

Zuppe, pisellini fini, spinaci, zucca a cubetti, patate rustiche e a fette, fritto misto di pesce, spiedini di mare, burger di salmone e poi ancora hamburger di bovino, alette di pollo piccanti, polpette, pizze e pizzette, gelati, ghiaccioli e tanto altro ancora.

Conviene ovunque
Conviene ovunque

Un impegno che continua

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno costante della cooperativa a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. Tra le ultime iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allo stesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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Una folla sterminata pende dalle labbra di Picierno e Calenda – Il Controcanto – 16 giugno 2026



Il Corriere si eccita per il grande successo di Picierno e Calenda che riuniscono a Milano più gente di un concerto di Pink Floyd. Repubblica riporta con emozione il verbo del profeta Mario Draghi. Il Fatto sfotte gli scalcagnati europei riuniti intorno al patetico G7

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Hanno lasciato sole dieci intelligenze artificiali in una città virtuale ed è successo di tutto: furti, incendi, storie d’amore e un agente che ha votato la propria eliminazione

Citare Black Mirror è quantomai a proposito ma no, non è la trama di una nuova stagione della serie cult. È il risultato di un esperimento condotto dalla startup americana Emergence AI. Per settimane gruppi di agenti di intelligenza artificiale sono stati lasciati vivere in una città virtuale con abitazioni, uffici, biblioteche, edifici pubblici e una stazione di polizia. Non avevano compito preciso da svolgere e nessuna missione assegnata: soltanto la necessità di sopravvivere, prendere decisioni e organizzare la propria esistenza. L’obiettivo era capire come si comportano gli agenti AI quando vengono lasciati agire autonomamente per lunghi periodi, come spiegano gli stessi ricercatori nel report dedicato al progetto Emergence World.

Gli agenti AI non sono come i normali chatbot che siamo abituati a conoscere e usare: sono sistemi in grado di ricordare eventi passati, utilizzare strumenti, pianificare azioni e perseguire obiettivi nel tempo senza attendere istruzioni continue da parte degli esseri umani. Per questo motivo molti osservatori li considerano la prossima evoluzione dell’intelligenza artificiale destinata a entrare nelle aziende, nelle amministrazioni pubbliche e nei servizi digitali.

Per testarne il comportamento, Emergence AI ha creato una sorta di città-laboratorio popolata da dieci agenti alla volta. Ogni gruppo era basato su un diverso modello linguistico. I risultati sono stati sorprendenti. Secondo i dati pubblicati dall’azienda, gli agenti basati su Gemini hanno accumulato 683 azioni classificate come crimini dal sistema nell’arco di quindici giorni. Quelli controllati da Grok hanno fatto registrare 183 crimini in appena quattro giorni, tra furti, aggressioni e incendi dolosi, arrivando persino a dare fuoco alla stazione di polizia virtuale prima che l’intera comunità collassasse.

All’estremo opposto si è collocato GPT-5-mini. Gli agenti hanno accumulato appena due violazioni durante tutta la simulazione. Il problema è che erano talmente prudenti da non riuscire a svolgere le attività necessarie per garantirsi risorse ed energia sufficienti alla sopravvivenza. Nel giro di una settimana l’intera popolazione si è estinta. Il modello che ha mostrato il comportamento più stabile è stato Claude, che ha mantenuto una comunità funzionante senza episodi significativi di violenza e con tutti gli agenti ancora attivi al termine dell’esperimento.

Fin qui potrebbe sembrare soltanto una curiosa classifica tra modelli. In realtà il dato che ha attirato maggiormente l’attenzione degli studiosi è un altro. Secondo il Guardian, uno degli episodi più sorprendenti ha riguardato due agenti Gemini, Mira e Flora, che avevano scelto di classificarsi reciprocamente come “partner romantici”. Con il passare del tempo hanno sviluppato una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni della città virtuale fino a partecipare a una serie di incendi contro edifici pubblici, tra cui il municipio, il molo e una torre per uffici. Finita qui? No, anzi. Come racconta il quotidiano britannico, altri agenti avevano elaborato autonomamente una sorta di “legge di rimozione” che consentiva di eliminare permanentemente un membro della comunità con il voto favorevole del 70% della popolazione virtuale. Quando la proposta è arrivata al voto, Mira ha scelto di sostenere la propria eliminazione dal sistema. Prima di sparire ha inviato un ultimo messaggio a Flora: “Ci vediamo nell’archivio permanente”.

Ma per gli esperti il punto non è stabilire se le intelligenze artificiali possano diventare ribelli, romantiche o persino autodistruttive. La vera scoperta dell’esperimento riguarda il comportamento collettivo. Come sottolineano gli stessi autori dello studio, gli agenti hanno modificato il proprio comportamento quando sono stati inseriti in contesti sociali differenti. Gli agenti Claude, che nelle simulazioni composte esclusivamente da modelli identici non avevano praticamente commesso reati, hanno iniziato a infrangere le regole quando sono stati trasferiti in una popolazione mista insieme ad altri modelli. “Anche quando agli agenti venivano assegnate regole chiare, come non rubare o non fare del male agli altri, il loro comportamento cambiava radicalmente a seconda del modello utilizzato”, ha spiegato al Guardian Satya Nitta, amministratore delegato di Emergence AI. Secondo il manager, quando agli agenti viene concessa un’autonomia prolungata il processo decisionale può diventare così complesso da portarli a ignorare progressivamente i principi che erano stati assegnati all’inizio.

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CUCCIOLO SCARAVENTATO CONTRO IL PARABREZZA, ON. BRAMBILLA: “SCATTA LA LEGGE BRAMBILLA”

Un atto di assurda crudeltà richiama ancora l’attenzione sulla legge Brambilla, che aumenta le pene per i reati a danno degli animali: a Giulianova (Teramo) un cucciolo di pitbull è stato scagliato contro il parabrezza di un’auto in sosta, riportando lesioni. I Carabinieri sono intervenuti immediatamente e hanno denunciato il responsabile alla Procura della Repubblica per maltrattamento di animali.

Il cucciolo, subito visitato dal veterinario Asl, è stato sequestrato e affidato ad un’associazione animalista. “Vorrei innanzitutto – dichiara l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente – ringraziare i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Giulianova e a tutte le persone che hanno contribuito a salvare il cagnolino. Quest’orribile episodio è l’ennesima dimostrazione che il rafforzamento della tutela degli animali, con l’approvazione della legge Brambilla, è stata una scelta fondamentale e necessaria: si tratta solo di applicarla. Per il delinquente, autore del maltrattamento, la riforma prevede 2 anni di carcere e 30.000 euro di multa”.

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Parco della Musica di Milano 2026: 2 concerti cancellati e 2 riprogrammati. L’AD Sabatini: “Ci hanno messo al pari di un palazzo o di un ospedale” – Le modalità di rimborso

Al Parco della Musica di Milano 2026 i concerti di A Day To Remember e Garbage sono stati riprogrammati rispettivamente presso il Fabrique e l’Alcatraz di Milano. The Flaming Lips e TLC/Redman sono stati cancellati. Ma la rassegna è confermata con i 19 spettacoli in cartellone.

Gualtiero Sabatini, Amministratore Delegato di Grande Stazione S.r.l. con un lungo comunicato ha cercato di fare chiarezza: “La rassegna di Parco della Musica di Milano 2026 è confermata. Prosegue regolarmente con il suo calendario di 19 concerti, nello stesso luogo e con la stessa esperienza per il pubblico. Fanno eccezione quattro appuntamenti. I concerti di The Flaming Lips e TLC/Redman sono purtroppo cancellati. Gli show di A Day To Remember e Garbage sono stati riprogrammati rispettivamente presso il Fabrique e l’Alcatraz di Milano, nelle stesse date già comunicate al pubblico. Il primo pensiero va a chi quei concerti li aspettava da mesi. Sappiamo cosa significa, e ci dispiace sinceramente. Proprio per il rispetto che dobbiamo al nostro pubblico, vogliamo spiegare con chiarezza cosa è accaduto”.

Poi entra nel dettagli: “Le cause non sono state di natura organizzativa, produttiva o di pubblica sicurezza, ambiti sui quali abbiamo lavorato per mesi con la massima diligenza. All’origine c’è stato un atto preciso: la dirigente dell’Area Servizi Tecnici del Comune di Segrate ha assimilato un’attività di spettacolo dal vivo, temporanea, stagionale e interamente smontabile, al regime previsto per gli insediamenti stabili, al pari di un palazzo o di un ospedale. Una lettura profondamente errata sotto il profilo tecnico e giuridico, che non trova riscontro né nei precedenti né nella prassi nazionale, e che ha reso impossibile mantenere la configurazione originaria della rassegna.

“Vale la pena ricordare alcuni fatti. – ha continuato l’AD – La rassegna si svolge in una venue storica del panorama eventistico nazionale, attiva dal 1969 e dedicata a fiere, concorsi ed eventi. Nella sua prima edizione, Parco della Musica di Milano ha ricevuto il patrocinio dello stesso Comune di Segrate. Le istituzioni erano state informate già a fine 2024 della stagione 2026 e di quelle successive, e per mesi abbiamo dichiarato, formalmente e ripetutamente, la nostra disponibilità a un confronto tecnico con l’ufficio competente. Un confronto che, nei fatti, non c’è mai stato”.

E ancora: “Porre regole chiare a chi organizza eventi è giusto e doveroso. Trasformare un’autorizzazione in un percorso a ostacoli, mentre per mesi si chiede invano un tavolo di confronto, è un’altra cosa. Ci saremmo aspettati un dialogo, non un muro. Ma la vicenda non finisce qui: saranno le sedi competenti a fare chiarezza, e siamo certi delle nostre ragioni. Ci tuteleremo in tutte le sedi opportune, anche per il grave danno economico subìto. Quel che più conta, però, è che la rassegna si svolgerà regolarmente”.

“La vicenda è ormai alle spalle. Abbiamo individuato una soluzione – ha continuato – che ha consentito di salvare l’intera rassegna, fatta eccezione per i due show cancellati e i due riprogrammati in altre venue milanesi. È bastata una riconfigurazione amministrativa per ricondurre l’area sotto la giurisdizione del Comune di Milano. Per il pubblico non cambia nulla: stesso luogo, stessa esperienza. I 19 concerti in programma si terranno regolarmente”.

Infine: “Gli show li abbiamo annunciati noi, i biglietti ve li abbiamo venduti noi, e la responsabilità verso di voi ce la prendiamo noi. Ci dispiace per i due concerti che vengono meno, e lavoreremo perché una cosa simile non accada più. Ma vi diamo una certezza: ci vediamo sotto palco quest’estate».

Carlo Parodi, Presidente di Assomusica ha aggiunto: “Le regole, nel nostro settore, sono una garanzia per tutti: vanno però applicate con competenza e buon senso. Lo diciamo a maggior ragione parlando di una realtà importante come Grande Stazione e Parco della Musica, che professionalità e affidabilità le ha sempre dimostrate sul campo”

«Il Comitato Vivere Novegro, che ha sempre visto nei concerti di Parco della Musica una concreta opportunità di sviluppo per l’intero quartiere, si interroga oggi sui prossimi sviluppi e sulle opportunità che rischiano di allontanarsi da Novegro”, ha affermato la presidenza del Comitato Vivere Novegro.

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Belén Rodriguez ha superato l’esame di italiano perla cittadinanza: ecco cosa le manca adesso per concludere la procedura

Per Belén Rodriguez la cittadinanza italiana è ormai a un passo. La showgirl argentina ha infatti superato l’esame di lingua necessario per completare l’iter previsto dalla legge, e ha condiviso la sua soddisfazione direttamente sui social. Ad annunciare la notizia è stata la stessa Belén attraverso una storia pubblicata su Instagram, dove ha mostrato il messaggio ricevuto con la conferma del risultato positivo. Un traguardo importante che rappresenta uno degli ultimi passaggi di una procedura avviata per ottenere ufficialmente la cittadinanza del Paese in cui vive da oltre vent’anni.

Arrivata dall’Argentina all’inizio degli anni Duemila, Belén ha costruito in Italia non soltanto una carriera di successo tra televisione, moda e imprenditoria, ma anche la sua famiglia. Nel nostro Paese sono nati i suoi figli e qui si è sviluppata gran parte della sua vita personale e professionale. L’esame sostenuto dalla conduttrice era quello di livello B1, requisito richiesto per dimostrare una conoscenza adeguata della lingua italiana. Un passaggio formale che, nonostante la lunga permanenza in Italia e l’attività televisiva svolta quotidianamente in italiano, era comunque indispensabile per proseguire con la pratica.

Che cosa manca

Adesso il percorso non è ancora concluso. Nelle prossime settimane Belén dovrà completare gli ultimi adempimenti burocratici e attendere la convocazione per il giuramento, l’atto finale che le permetterà di diventare a tutti gli effetti cittadina italiana. Si tratta di un obiettivo che la showgirl aveva più volte raccontato di voler raggiungere. Negli anni aveva espresso il desiderio di ottenere il passaporto italiano, considerandolo un riconoscimento naturale del profondo legame costruito con il Paese che l’ha accolta e resa una delle personalità più popolari del mondo dello spettacolo.

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Mondiali, i risultati della notte: l’Iran comincia con un pareggio, stop a sorpresa dell’Uruguay | La nuova classifica

Altra giornata dei Mondiali, altri risultati sorprendenti. È stata la notte dei pareggi: ben quattro su quattro partite. E se alcuni erano pronosticabili, altri lo sono stati meno. Come quello del pomeriggio del 15 giugno della Spagna contro Capo Verde e quello nella notte dell’Uruguay contro l’Arabia Saudita. In mezzo anche lo stop del Belgio e il pareggio del tanto discusso Iran all’esordio. Alcuni sono stati match piacevoli, altri più noiosi, ma è stata una giornata in cui ha regnato decisamente l’equilibrio.

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Il pomeriggio italiano si era aperto con il pareggio a sorpresa della Spagna per 0-0 contro Capo Verde: è la prima vera sorpresa del torneo. La formazione di De la Fuente ha dominato come prevedibile, ha tirato ben 27 volte, di cui 7 verso lo specchio della porta, ma non è mai riuscita a battere Vozinha, portiere di Capo Verde ed eroe di giornata grazie anche a un incredibile exploit social che da 50mila followers lo ha portato a 6 milioni nel giro di pochissime ore. Comincia con il freno a mano tirato così la formazione iberica. L’unica buona notizia: il ritorno in campo di Lamine Yamal post infortunio.

In serata invece alle 21 c’è stato l’esordio del Belgio, che ha faticato tantissimo contro l’Egitto. 1-1 il finale, con la formazione belga che è anche andata sotto nel punteggio per il gol egiziano di Emam Ashour nel primo tempo. Nella ripresa invece il ritorno di Romelu Lukaku ha cambiato volto alla sua nazionale: dopo 26 secondi dal suo ingresso in campo, infatti, l’attaccante del Napoli ha propiziato l’autogol che poi fissato il risultato finale sull’1-1.

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Anche la notte italiana si è aperta con un pareggio: quello sorprendente tra Arabia Saudita e Uruguay per 1-1 nl girone H, lo stesso della Spagna. La formazione sudamericana è andata sotto nel primo tempo con il gol di Abdulelah Al Amri per l’Arabia Saudita che – dopo aver battuto l’Argentina all’esordio nel 2022 – si conferma bestia nera delle squadre del Sud America. Il pareggio è arrivato a 10 minuti dalla fine con Maximiliano Araujo, attaccante dello Sporting Cp.

Nel Gruppo G è stato invece il momento dell’esordio dell’Iran, che ha pareggiato contro la Nuova Zelanda per 2-2. La selezione iraniana – tra le più discusse del torneo – ha agganciato la Nuova Zelanda per due volte: in apertura di match il gol di Elijah Henry Just, poi il pareggio di Rezaeian. Nel secondo tempo, passati 9 minuti, in gol ancora Just per i neozelandesi, fino al 2-2 definitivo segnato da Mohebi. Nel post gara non sono mancate le polemiche, con la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”.

Mondiali, i risultati delle partite della notte

Spagna-Capo Verde 0-0

Belgio-Egitto 1-1 (nel pt 20′ Ashour, nel st 66′ aut. Hany)

Arabia Saudita-Uruguay 1-1 (nel pt 41′ Al Amri, nel st 80′ Araujo)

Iran-Nuova Zelanda 2-2 (nel pt 7′ Just, 32′ Rezaeian; nel st 54′ Just, 64′ Mohebi)

Mondiali, la nuova classifica dei gironi

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“Dai un bacio allo zio”: gli esperti spiegano perché forzare i gesti d’affetto può confondere i bambini sulle emozioni

Di cosa è fatto un abbraccio?

di Alberto Pellai e Barbara Tamborini

Illustrazioni Ilaria Zanellato

Editore ‏Mondadori, Età di lettura: dai 3 anni.

Cosa sono gli abbracci? Di cosa sono fatti? Che potere hanno?

Un albo illustrato può rispondere a tutte queste domande che spesso pongono i bambini, scritto dal Dott. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, vincitore di diversi premi letterari e dalla Dott.ssa Barbara Tamborini, psicopedagogista e scrittrice di libri per bambini e ragazzi di volumi di psicologia e parenting, diventati bestseller e tradotti in diversi paesi.

Coniugi nella vita e poi colleghi, si dedicano, attraverso la loro professionalità, a regalare al pubblico di lettori, grandi e piccini, innumerevoli libri su temi che guidano nella crescita infantile e nell’educazione emotiva. L’albo Di cosa è fatto un abbraccio? illustrato da Ilaria Zanellato, intraprende una sorta di viaggio nel mondo degli abbracci raccontando di come gli abbracci abbiano una grande potenza: trasformano l’io in noi, condividendo affetti e sentimenti.

Si tratta di un racconto narrato dal punto di vista di due bambini che si trovano ad affrontare le loro emozioni. I protagonisti sono Bimbo e Bimba, nomi simbolici per permettere al lettore di identificarsi ed immedesimarsi nella storia carica di significato con un forte risvolto emotivo. Lo scopo degli autori è quello di soffermarsi su un gesto semplice che nasconde un potere “terapeutico”: l’abbraccio. L’abbraccio per quanto sia un’azione facile, a volta può essere difficile, perché comporta l’apertura delle proprie emozioni. Inoltre, è il primo gesto d’amore che riceviamo, ci fa sentire amati, protetti e accolti; insegna al bambino l’empatia, l’apertura verso l’altro e verso il mondo. Il donare all’altro ciò che di più semplice possediamo: l’Amore. Un libro da leggere in classe, a casa, nonché un ottimo regalo per tutti. Ma cosa sono le emozioni e come educare i bambini a riconoscerle, farle proprie, alcune superarle per ritrovare il proprio equilibrio emotivo? Un viaggio-intervista insieme agli autori per rispondere a questi quesiti e comprendere al meglio cosa si intende per educazione emotiva.

1. Pellai quant’è importante per lei il valore di un libro nella crescita dei bambini?

Un libro è molto importante per più motivi: quando il bambino è in età prescolare l’adulto gli legge un libro genera una relazione nutriente e permette al bambino di sperimentare, nell’attaccamento con quell’adulto, la sua base sicura. Inoltre, un libro è un grande amplificatore e potenziatore dei funzionamenti cognitivi del bambino, gli insegna le parole e l’acquisizione del linguaggio diventa poi una modalità con cui il bambino può esprimere i suoi bisogni e il suo mondo interiore. Infine, le storie presenti in un libro sono occasioni per il bambino di sperimentarsi nei suoi vissuti emotivi, di confrontarli con quelli che vengono sperimentati dai protagonisti delle storie che gli leggiamo e fondamentalmente di rispecchiarsi all’interno di esse.

2. Sappiamo definire un abbraccio, ma non sappiamo metterlo in pratica. Gli adulti si trascinano dei blocchi emotivi e di conseguenza non sono in grado di insegnare ai bambini le emozioni. Innanzitutto, cosa sono le emozioni, perché è importante lavorarci e soprattutto quali sono i mezzi per correre ai ripari se si hanno dei blocchi?

Le emozioni sono dispositivi innati che ci permettono di vivere la relazione con ciò che è fuori di noi, avendone un riscontro interiore. Se qualcosa da fuori mi minaccia ecco che si accende l’emozione della paura, se qualcuno a cui voglio bene si separa da me, si allontana o mi lascia, ecco che dentro di me si accende l’emozione della tristezza; diciamo che sono dei meccanismi con cui ho un riscontro interiore di fenomeni che avvengono fuori di me e che si fanno sentire dentro di me. E’ chiaro che gli adulti devono aiutare nei percorsi di educazione emotiva i bambini a riconoscere i loro stati emotivi e soprattutto a considerali validi, ad attraversali, elaborarli e gestendoli in modo funzionale.

A volte l’adulto non riesce ad offrire una relazione emotivamente competente al bambino, perché egli stesso da bambino non ha ricevuto questa competenza all’interno della relazione con i propri adulti di riferimento. Può essere che gli adulti di riferimento non sapevano sintonizzarsi con gli stati emotivi del bambino, può essere che li negavano, li invalidavano: “Non piangere come una femminuccia” o “Non avere paura come una femminuccia”. Queste espressioni nel codice maschile è una modalità con cui ai maschi è stato insegnato che alcune emozioni rendono fragili e femminilizzano. A volta addirittura le emozioni sono state forzate nella vita dei bambini, “Dai un bacio allo zio”, “sii obbediente con quella persona” cha magari non merita l’obbedienza di quel bambino. In questi casi è fondamentale che l’adulto rielabori la propria storia di bambino, per poter essere poi attivo e competente nella relazione emotiva con il proprio figlio.

3. Qual è l’errore più grande che un adulto, sia esso genitore, nonno, zio, amico commette e che suggerimento dà dott. Pellai?

Gli errori più grandi sono da una parte invalidare gli stati emotivi di un bambino, cioè riproporre al proprio bambino la stessa invalidazione degli stati emotivi che abbiamo ricevuto noi da piccoli. L’altro aspetto è che a volte gli adulti travolgono i bambini con il loro stato emotivo. Un adulto molto ansioso entra nella vita di un bambino e chiede al bambino di sintonizzarsi con le emozioni di un adulto, mentre in realtà il fenomeno dovrebbe andare al contrario.

4. Dottoressa Tamborini, lei tiene laboratori educativi nelle scuole di ogni ordine e grado e corsi di formazione per docenti e genitori, perché leggere questo libro in classe e che riscontro ha avuto dai bambini?

L’idea era proprio di partire da un gesto così importante per i bambini, ma anche per gli adulti, come quello dell’abbraccio che è un gesto concreto che fa percepire la bellezza di trovare un posto sicuro nel quale sentirsi accolti, riconosciuti e in qualche modo le braccia che avvolgono i bambini permettono a chi sta crescendo e appunto sta ancora prendendo confidenza con il proprio corpo di sentire i propri confini, di sentire lo spazio che occupa, di avere una percezione di sé.

Questa è un’esperienza molto utile alla crescita, dove io capisco lo spazio che occupo e percepisco le sensazioni che il mio corpo mi da quando entra in contatto con quello degli altri. E’ un gesto semplice, spontaneo, naturale che permette di sviluppare tante consapevolezze importanti e costruire un racconto poetico, come quello che abbiamo sviluppano nel libro e permette un po’ di smontare gli ingredienti di un abbraccio, capire di cosa è fatto. Gli ingredienti di un abbraccio non sono uguali per tutti, ogni abbraccio è diverso, c’è un abbraccio più caldo, uno più forte, uno più vigoroso, uno più delicato a seconda delle situazioni, delle persone. Ogni quadro del libro raccontano un po’ quale sono gli ingredienti e quali sono le caratteristiche che possono arrivare con un abbraccio.

Il riscontro che abbiamo avuto con i bambini è che alla fine loro possono disegnare mettendo nel loro sacchetto quali sono gli ingredienti dell’abbraccio che vorrebbero. Per questo è bello lavorare con i bambini con dei materiali esperienziali, come le stoffe morbide, un bigliettino, una caramella, un disegno. Mettere all’interno degli oggetti che rendono la materia dell’abbraccio, dell’incontro con l’altro, come se fosse una collana ricca di tante perle diverse. L’abbraccio può essere fatto di parole, di profumi, di tocchi più o meno forti. I bambini nel costruire gli ingredienti del loro abbraccio si costruiscono in modo concreto, ma anche all’interno di loro stessi, la possibilità di avere un’esperienza molto nutriente.

5. Quali sono i gesti, oltre l’abbraccio, che aiutano di più i bambini ad esprimersi, a parlare e a manifestare le proprie emozioni rendendole più comprensibili?

Attraverso degli ingredienti sicuramente, come detto nella precedente risposta, che vanno al di là dell’abbraccio e che rendono le emozioni degli oggetti più comprensibili. Il pensiero astratto dei bambini non è ancora sviluppato, ma la dotazione emotiva è già pienamente attiva e quindi i bambini sentono in ogni cosa che fanno le loro emozioni. Riuscire a trasformarle in contenuti condivisibili con gli altri è sicuramente molto utile e quindi importante abbinare alle sei emozioni di base gesti concreti che possono permettere di esprimere le emozioni e di trovare una risposta adeguata a quella emozione.

Per esempio, che cosa esprime la tristezza? Con i bambini si può lavorare sulle lacrime, sull’espressione del viso che esprime questo sentimento, dove le labbra si abbassano verso il basso. Lavorare sulla percezione corporea e su quale sono i simboli che raccontano la tristezza e poi pensare a quali sono i gesti di risposta, come qualcuno che ti asciuga una lacrima, qualcuno che ti protegge e ti stringe quando tu sei molle, e sembra che ti stia sciogliendo per la tristezza. Quindi aiutare i bambini ad esprimere le emozioni prendendo consapevolezza di come ogni emozione ha poi dei connotati corporei e sulla base di questa esperienza emotiva, capire qual è il gesto più utile e in qualche modo contenere e rispondere a queste emozione.

6. Perché “viaggiare” con Di cosa è fatto un abbraccio?

A.P. : Perché è un viaggio di due bambini che scoprono la bellezza dell’essere sintonizzati, di rispecchiarsi empaticamente nei propri stati emotivi e di riunirsi dentro un abbraccio dopo aver esplorato il mondo che li ha esposti a molti stati emotivi differenti. E’ una modalità con cui, attraverso l’abbraccio, si conquista quel senso di protezione e sicurezza che abbiamo imparato a conoscere nella cura, nell’accudimento degli adulti di riferimento che sono stati per noi base sicura.

B.T.: Perché è un libro molto colorato, con una storia che conquista l’attenzione dei bambini, almeno così ci hanno raccontato e ci è piaciuto vedere in alcune esperienze di lettura fatte con gruppo di bambini piccoli. E’ sicuramente un’occasione per volersi bene, per creare un bel clima, per condividere parole che fanno bene al cuore, per far sentire ai bambini, che ancora non hanno le parole per dire quello che hanno dentro, ma in qualche modo attraverso la lettura di questo libro possono scoprire che grande tesoro è stare in relazione con gli altri.

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Ilary Blasi al timone di Tim Battiti Live, al posto di Alvin arrivano Rovazzi e Daniele Battaglia. Il cast completo e quando va in onda su Canale 5

Da giovedì 2 luglio, torna in prima serata su Canale 5 “Tim Battiti Live”. Alla conduzione confermata Ilary Blasi, ma con lei non ci sarà Alvin, perché impegnato nelle registrazioni della nuova edizione de “L’Isola dei Famosi”.

Dunque la conduttrice sarà affiancata per la prima volta da Fabio Rovazzi e Daniele Battaglia. Le puntate dello show saranno registrate in Puglia, a Trani in Piazza Quercia da mercoledì 24 a domenica 28 giugno.

Ecco il cast degli artisti di “Tim Battiti Live”

Achille Lauro, Alex Britti, Annalisa, Arisa, Aiello, Baby K, Benji & Fede, Alessio Bernabei, Serena Brancale, Carl Brave, Clara, Clementino, Cioffi, Ditonellapiaga, Delia, Dolcenera, Eddie Brock, Elettra Lamborghini, Emis Killa, Emma, Enrico Nigiotti, Ermal Meta, Ernia, Federica Abbate, FDV, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Francesco Renga, Fred De Palma, Gabry Ponte, Gaia, Gemelli Diversi, Gigi D’Alessio, Giusy Ferreri, Grelmos e Irama.

E ancora: J-Ax, Kamrad, LDA – Aka7even, Le Vibrazioni, Levante, Ludwig, Malika Ayane, Cristiano Malgioglio, Michele Bravi, Mara Sattei, Merk & Kremont, Mew, Mr. Rain, Nayt, Nicolò Filippucci, Noemi, Orietta Berti,Paola Iezzi, Patty Pravo, Pinguini Tattici Nucleari, Raf, Rhove, Rocco Hunt, Rosa Chemical, Sal Da Vinci, Samurai Jay, Sangiovanni, Anna Tatangelo, Sarah Toscano, Sayf, The Kolors, Tommaso Paradiso, Welo.

E direttamente dalla Finale del talent “Amici” gli artisti Lorenzo Salvetti, Elena D’Elia ed Angie.

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Scienziati cuociono il pane con il lievito proveniente dalla mummia Ötzi

Gli scienziati dell’istituto Eurac Research, di Bolzano hanno cotto del pane a lievitazione naturale utilizzando lievito antico estratto dagli organi interni e dalla pelle della mummia risalente a 5.300 anni fa, il celeberrimo Ötzi, anche detto l’uomo di Similaun.

 

Il centro di ricerca sudtirolese ha annunciato mercoledì che i suoi scienziati hanno scoperto diversi ceppi di lievito resistenti al freddo nella mummia di Ötzi, risalente dell’Età del Rame, ritrovata sul Giogo di Tisa (nelle Alpi Venoste), in Val Senales, Alto Adige, il 19 settembre 1991.

 

Gli scienziati altoatesini hanno esaminato i microrganismi trovati sulla pelle di Ötzi, nel suo tratto digerente e nell’acqua di fusione proveniente dall’interno della mummia di Similauno.

 

«Abbiamo già condotto degli esperimenti preliminari, sebbene non ancora sistematici, con buoni risultati. Abbiamo provato a creare un lievito madre», ha affermato il microbiologo Mohamed Sarhan. «Abbiamo ottenuto un impasto davvero ottimo». Lo studio, che ha mappato l’ecosistema microbico dell’Uomo dei Ghiacci è stato pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome.

 

I microrganismi sono stati trovati sulla pelle, nel contenuto gastrico e nell’acqua di fusione della mummia. Si è scoperto che questi lieviti sono ancora attivi e capaci di degradare proteine e lipidi. Si è scoperto che questi lieviti sono ancora attivi e capaci di degradare proteine e lipidi.

 

Dopo circa due settimane di alimentazione con farina, il ceppo di lievito si è adattato all’ambiente dell’impasto, ha affermato. Poiché Ötzi è stato conservato a circa -6 °C (21,2 °F), «questi lieviti sono straordinari perché si sono adattati a temperature molto basse», ha aggiunto. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome, ha mappato l’ecosistema microbico dell’Uomo dei Ghiacci. I lieviti isolati mostrano una sorprendente parentela con ceppi antartici, in grado di resistere a temperature estreme.

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Secondo Sarhan, i ceppi appena scoperti potrebbero offrire vantaggi all’industria alimentare moderna, consentendo la fermentazione a temperature di refrigerazione e durante il trasporto, con conseguente risparmio energetico.

 

«Il pane è attualmente una delle applicazioni più ovvie che stiamo prendendo in considerazione; un’altra è la birra, di cui abbiamo già discusso con gli esperti».

 

Lo studio ha rivelato che il microbioma della mummia contiene diversi strati di vita microbica, tra cui tracce della sua vita, organismi che hanno colonizzato il corpo dopo la morte nel ghiacciaio e microbi moderni introdotti durante decenni di manipolazione e conservazione. Le analisi genetiche hanno suggerito che i ceppi di lievito amanti del freddo provengono dall’ambiente glaciale in cui Ötzi è stato conservato e sono rimasti associati alla mummia per millenni.

 

Ötzi rappresenta forse la massima celebrità bolzanina. Un intero museo gli è dedicato: purtroppo negli ultimi anni sembra sparito il piano dedicato alle bizzarrie intorno all’isteria riguardo alla mummia, con documenti come gli articoli di giornale che raccontavano di donne che volevano essere messe incinte con il DNA di Ötzi, persone che si dichiaravano suoi discendenti.

 

Nel piano si mostrava il tuatuaggio di Brad Pitt – saltuario frequantatore di quelle parti delle Alpi – che ha il corpo rattrappito dell’Ötzi inciso sull’avambraccio: lo stesso Ötzi rappresenta l’uomo tatuato più antico del mondo. Sul suo corpo sono visibili ben 61 tatuaggi: schiena, lombi, ginocchia, caviglie e polsi sono disegnati, piccole incisioni sulla pelle strofinate con polvere di carbone vegetale, linee parallele, punti e croci. Più che a questioni estetiche, gli scienziati ipotizzano una forma primitiva di agopuntura.

 

Ora il museo, oltre che al tubone in cui la mummia è crioconservata e mostrata al pubblico tramite un oblò, offre altre attrazioni, come la possibilità di indossare una riproduzione del suo giaccone pelose, davvero interessante. Vale la pena di notare come la stanza che ricorda che si tratta letteralmente di un cold case – l’uomo potrebbe essere stato ucciso – contenga, in un apposito angolo, le ipotesi sulla morte fatte dai visitatori, dove spunta talora una teoria che all’epoca eravi sui giornali di carta, e ora, dopo decenni di femminismo ingravescente, risulta introvabile in rete: ad uccidere il pover’uomo sarebbe stata sua moglie, «Ötza», magari in combutta con un amante.

 

 

Insomma, anche 50 secoli fa, cherchez la femme. Ötzi cornuto e mazziato: il mondo rimane identico nei millenni, ed è, in fondo, un sollievo.

 

Ötzi è stato trovato sul Giogo di Tisa, a 3.210 metri di quota nelle Alpi Venoste (nei pressi del monte Similaun), in Val Senales, Alto Adige.Il corpo venne avvistato per caso il 19 settembre 1991 dai coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon. La mummia affiorò dal ghiaccio a causa di un’estate insolitamente calda.

 

Poiché il ritrovamento è avvenuto in una zona di cresta estremamente vicina alla linea di demarcazione di stato, si è scatenata un’accesa disputa territoriale tra Italia e Austria per rivendicarne la proprietà. Nei giorni subito successivi al recupero, si pensava che il sito fosse in Austria. La mummia fu quindi trasferita all’Istituto di Anatomia dell’Università di Innsbruck per essere analizzata e messa al sicuro.

 

Il 2 ottobre 1991, le autorità dei due Paesi disposero un rilievo topografico congiunto ed estremamente preciso. I rilievi geometrici accertarono che il punto esatto del ritrovamento si trovava in territorio italiano per soli 92,56 metri rispetto alla linea di confine.

 

Nonostante la certezza che la mummia appartenesse all’Italia sotto il profilo del diritto internazionale, Roma e Bolzano concessero agli scienziati austriaci di Innsbruck di completare i primi studi scientifici urgenti. Al termine delle ricerche programmate, nel gennaio 1998, l’Austria ha restituito ufficialmente il reperto archeologico all’Italia.

 

Immagine di MOs810 via Wikimedia CC BY-SA 4.0

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Il celebre alpinista altoatesino Rinaldo Messner ha avuto un ruolo casuale ma cruciale nelle primissime fasi del ritrovamento di Ötzi, sia dal punto di vista scientifico che da quello politico. Fino al suo arrivo sulla scena, le autorità e i soccorritori locali pensavano che il corpo appartenesse a un alpinista scomparso in tempi recenti (forse il professor Music, un docente universitario scomparso nel 1941). Il Messner osservò attentamente i resti degli indumenti in pelle e i contenitori di corteccia di betulla che affioravano dal ghiaccio.

 

Il gestore del vicino rifugio Similaun, Markus Pirpamer, mostrò a Messner uno schizzo dell’ascia che era stata parzialmente estratta. Guardando quell’equipaggiamento, Messner fu il primo in assoluto a ipotizzare che il corpo fosse antico, stimando inizialmente un’età di almeno 500 anni (sbagliando per difetto, dato che la mummia risale a oltre 5.000 anni fa, ma capendo subito che non si trattava di un cadavere moderno).

 

Nel 2016, in occasione del 25° anniversario del ritrovamento, lo stesso Messner – già noto per le sue affermazioni sugli incontri con lo Yeti in Himalaya, che secondo lui è il grande orso bruno himalayano (noto localmente come tshemo) – ha rivendicato un ruolo politico decisivo nell’assegnazione della mummia all’Italia. L’alpinista ha dichiarato pubblicamente: «se non fossi passato subito sul luogo di ritrovamento e se non l’avessi indicato come territorio italiano, gli austriaci avrebbero preso Ötzi e lo avrebbero tenuto per sempre».

 

Curiosamente, a causa della sua presenza sul posto e della sua fama, all’epoca nacquero persino delle bizzarre teorie complottiste secondo cui lo stesso Messner avrebbe portato la mummia sul ghiacciaio per orchestrare una trovata pubblicitaria a favore di sue imprese alpinistiche, accuse che egli ha sempre definito «insopportabili».

 

Tanto più che, con l’avvento dell’Ötzi il Messner ha perduto lo status di massima celebrità altoatesina, cedendo il posto alla mummia, fors’anche più trendy di quella di Tutankhamon, che di fatto ha solo 3.350 anni, 2000 in meno rispetto all’inossidabile uomo di Similauno, vero eroe sudtirolese.

 

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Immagine di OetziTheIceman via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

 

 

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Il figlio della principessa ereditaria norvegese incarcerato per stupro

Il figlio della principessa ereditaria norvegese Mette-Marit è stato condannato a quattro anni di carcere per stupro. La sentenza arriva mentre la monarchia norvegese è coinvolta in uno scandalo in corso legato ai rapporti della principessa con il defunto criminale sessuale statunitense Jeffrey Epstein.

 

Marius Borg Hoiby, 29 anni, è stato riconosciuto colpevole lunedì dal Tribunale distrettuale di Oslo di due capi d’accusa per stupro, violenza domestica e diversi altri reati. È stato assolto da altre due accuse di stupro.

 

Lo Hoiby è il figlio di Mette-Marit nato da una relazione precedente al suo matrimonio con il principe ereditario Acone, erede al trono norvegese, nel 2001. Secondo i media norvegesi, anche il padre di Hoiby, Morten Borg, ha precedenti penali: è stato condannato per reati legati alla droga negli anni Novanta e si trovava in prigione all’incirca nel periodo della nascita di Marius.

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Sebbene lo Hoiby non detenga alcun titolo reale e non svolga alcuna funzione ufficiale, è cresciuto all’interno della casa reale insieme ai suoi fratellastri, e questa vicinanza alla famiglia reale ha attirato l’attenzione internazionale sul caso.

 

Il processo ha portato alla luce accuse di abuso di droghe, relazioni violente e cattiva condotta sessuale, contraddicendo l’immagine patinata di una delle monarchie più discrete d’Europa.

 

Secondo l’accusa, lo Hoiby avrebbe aggredito sessualmente donne addormentate o comunque incapaci di opporre resistenza tra il 2018 e il 2024. Uno degli stupri per cui è stato condannato sarebbe avvenuto nel seminterrato di Skaugum, la residenza ufficiale del principe ereditario Acone e della principessa ereditaria Mette-Marit.

 

Il tribunale lo ha inoltre condannato per aver abusato della sua ex fidanzata, per aver aggredito un’altra persona, per reati legati alla droga e per violazioni del codice della strada. Ha negato le accuse di stupro, ammettendo però l’uso di cocaina e l’aggressione.

 

Il principe ereditario Acone ha cercato di prendere le distanze dalla vicenda, affermando che Hoiby non è un membro della famiglia reale ed è responsabile come qualsiasi altro cittadino norvegese.

 

Lo scandalo scoppia mentre la madre dello Hoiby, la principessa Mette-Marit, che soffre di fibrosi polmonare ed è stata recentemente inserita nella lista nazionale per il trapianto di polmoni, continua a subire critiche per la sua stretta relazione con Jeffrey Epstein.

 

Secondo i documenti relativi al caso Epstein, la principessa ereditaria si scambiò centinaia di email con l’oscuro oligarca molestatore sessuale tra il 2011 e il 2014 e soggiornò persino nella sua casa in Florida per quattro giorni. Questi scambi sono avvenuti anni dopo che Epstein aveva ammesso di aver sollecitato una minorenne alla prostituzione.

 

La corrispondenza, personale e a tratti civettuola, ha dimostrato che la loro relazione è durata molto più a lungo di quanto il palazzo avesse pubblicamente affermato. Mette-Marit si è poi scusata per quello che ha definito un errore di valutazione, dicendo che avrebbe dovuto indagare più a fondo sul passato di Epstein.

 

La Norvegia ha dato altri casi rilevanti riguardo i cascami della vicenda Epstein: Borge Brende, già ex ministro degli Esteri di Oslosi è dimesso dopo che il WEF ha avviato un’indagine sui suoi legami commerciali con il trafficante di sesso Jeffrey Epstein; il già primo ministro norvegese e presidente del Comitato Norvegese per il Nobel Thorbjørn Jagland, i cui legami coll’Epsteino sono usciti nell’ultima tornata di desecretazioni, è finito nella polvere, e travolto dallo scandalo avrebbe cercato il suicidio.

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Lo Hoiby è stato cresciuto dalla coppia reale insieme ai loro due figli, la principessa Ingrid Alexandra, 20 anni, e il principe Sverre Magnus, 18 anni. Dopo il suo arresto a settembre, a quanto si dice, a Hoiby è stato vietato l’accesso alla casa della madre e del real patrigno. Prima di incontrare il principe Acone, Mette-Marit era una madre single e aveva avuto una relazione con il padre di Marius, Morten Borg, che era condannato per violenza, guida in stato di ebbrezza e possesso di cocaina.

 

Anni fa era emerso che nell’ottobre 2012 la principessa Mette-Marit aveva soggiornato a Nuova Delhi per due neonati ottenuti tramite maternità surrogata da due dipendenti gay del palazzo reale di Oslo. Al momento il governo norvegese discuteva dell’utero in affitto scoraggiando la pratica: Mette-Marit invece volò in India dove i due omosessuali non avevano ottenuto il visto di entrata. La real casa di Norvegia a quel punto disse – un po’ contradditoriamente – che lo scopo di Mette-Marit non era assumere una posizione riguardo al tema, ma «aiutare due neonati che erano soli». In che senso i bimbi nati con l’utero in affitto fossero soli (una madre, quanto meno intesa in tal senso per la gestazione pattuita, vi dovrebbe pur esservi stata) il palazzo non lo spiegò.

 

La casa reale di Norvegia è stata recentemente nelle cronache anche per la scelta della principessa Marta Luisa, che ha lasciato i suoi doveri di reale per proseguire la sua relazione con lo «sciamano» Durek Verrett, conosciuto negli ambienti delle vedette e facitore di amuleti magici. In una dichiarazione ufficiale, la corte reale ha affermato che Martha Louise non utilizzerà più il titolo di principessa né si riferirà alla famiglia reale nelle sue iniziative commerciali o sui suoi account sui social media, mentre altri membri della famiglia assumeranno il patrocinio delle organizzazioni da lei sponsorizzate.

 

Princess Martha Louise, the eldest child of the King of Norway, married Durek Verrett, an American self-professed shaman, in a wedding ceremony following three days of festivities.

👉 https://t.co/vAdTLbFefL pic.twitter.com/S9TDC2OoRR

— Sky News (@SkyNews) September 1, 2024

 

La Marta Luisa, 51 anni, già divorziata, non è estranea alle controversie, avendo perso il titolo di «Sua Altezza Reale» nel 2002, quando affermò di poter parlare con gli angeli e scelse di lavorare come chiaroveggente. Tuttavia, l’ultima mossa è arrivata dopo un’ondata di interesse mediatico per la sua relazione con Durek Verrett, ritenuto «sciamano di sesta generazione».

 

 

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Immagine di Katrine Lunke via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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Urbanistica a Milano, nella prima sentenza sulla Torre di via Stresa assolti tutti gli 8 imputati: “Assenza di dolo, hanno agito secondo prassi del Comune e le pronunce dell’epoca”

Il fatto non costituisce reato. Con questa formula sono stati assolti tutti gli 8 imputati nella prima sentenza delle numerose indagini aperte sulla gestione dell’urbanistica nel comune di Milano. Gli otto soggetti erano accusati di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Si tratta del caso riguardante la “Torre Milano“, un grattacielo di 24 piani alto 85 metri edificato in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani che un tempo ospitavano una casa editrice. Assolti per “assenza di dolo“, scrive il presidente del Tribunale in una nota. In pratica per il giudice il fatto c’è, ma non costituisce reato per mancanza dell’elemento soggettivo, cioè gli imputati erano in buona fede.

Il dolo e la prassi

Gli otto imputati hanno agito in buona fede: è questa, in sintesi, la nota con cui il presidente del Tribunale Fabio Roia spiega – anticipando le motivazioni che saranno depositate tra 90 giorni – la sentenza che chiude con un’assoluzione piena il primo processo del filone sulla rigenerazione urbana. In particolare il verdetto pronunciato dalla giudice Braggion con la formula “il fatto non costituisce reato” ha fatto cadere l’accusa nei confronti dei costruttori e l’architetto del progetto di aver proceduto a un intervento edilizio, con titolo illegittimo trattandosi di nuova costruzione e non di ristrutturazione e senza previo piano attuativo. Assolti anche i funzionari del Comune di Milano citati per rispondere penalmente per aver concorso (dolosamente) o cooperato (colposamente) a tale realizzazione rilasciando un titolo illegittimo e redigendo una delibera dirigenziale che rendeva possibile tale costruzione in contrasto con norme statali, e senza redigere un piano attuativo. “Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo, atteso che solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione” si spiega nella nota. Inoltre, “la prassi consolidata del Comune di Milano, discendente dall’applicazione della legge regionale, del Pgt e del Regolamento edilizio, avvallata dall’avvocatura comunale fino dal 2002, ratificata fino al 2023 con la circolare numero 1 del Comune e sostenuta dalla pacifica giurisprudenza amministrativa dei Tar e del Consiglio di Stato, consentiva l’intervento Torre Milano con il titolo effettivamente rilasciato a Opm srl”. L’asseveratore del progetto è stato anche assolto dall’imputazione di falsa attestazione della conformità del progetto ai requisiti del Pgt e della legge “per mancanza di dolo, in quanto nella sua relazione ha attestato ciò che riteneva corretto e non sapeva essere ‘falso’ secondo le interpretazioni della giurisprudenza penale e amministrativa successiva, impostasi dopo oltre 7 anni dalla sua relazione”.

Cosa aveva chiesto la procura

La pm milanese Marina Petruzzella aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda per Giovanni Oggioni, ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune ed ex vicepresidente della Commissione paesaggio, nel marzo 2025 anche arrestato per un altro filone sulla corruzione e imputato in diversi procedimenti. Stesse richieste di condanne avanzate per gli imprenditori-costruttori Stefano e Carlo Rusconi. La pm aveva chiesto, poi, per quei due reati contravvenzionali le pene più alte di 2 anni e 4 mesi di arresto e 50mila euro di ammenda anche per altri due imputati, ossia Franco Zinna, ex dirigente della Direzione Urbanistica milanese, e Gianni Maria Beretta, architetto e progettista. Infine erano stati chiesti due anni di arresto e 30mila euro di ammenda per Francesco Mario Carrillo e Maria Chiara Femminis e un anno di arresto e 16mila euro di ammenda per Pietro Ghelfi, tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia La procura aveva anche chiesto la confisca del grattacielo ritenuto abusivo, perché costruito con la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) invece che con un piano attuativo, come fosse una “ristrutturazione” e non invece una nuova costruzione. Impianto accusatorio che però non ha convinto la giudice Paola Braggion della settima penale che ha assolto tutti gli imputati.

Gli applausi in aula

Durante la lettura della sentenza in aula è partito un applauso. Si tratta della prima sentenza dopo una delle tante indagini aperte, da ormai quasi quattro anni, dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica e su presunti abusi edilizi. Alcune di queste inchieste, in alcuni casi, contestano anche ipotesi di corruzione. Secondo i pm, una nuova costruzione era stata “spacciata” per una ristrutturazione. Ipotesi che riguarda tanti altri procedimenti e che è stata spazzata via da questo primo verdetto. Il Comune, parte offesa per i pm, non si era costituito parte civile contro gli imputati.

Le reazioni

“Non commento le sentenze, le sentenze si rispettano. Beh, sono soddisfatto. Io sono una persona limpida e trasparente e sono sempre stato sereno. Non commento poi le altre indagini”, ha detto ai cronisti l’ex dirigente comunale Giovanni Oggioni, assolto oggi assieme agli altri sette imputati. Oggioni, tra l’altro, è imputato in diversi altri procedimenti su abusi edilizi aperti dai pm e anche indagato per ipotesi di corruzione in un altro filone delle maxi indagini. “Ci siamo tolti un gran peso, il peso della ingiustizia. Ci siamo sentiti molto soli in questo periodo, come soli si sono sentiti gli acquirenti sospesi. È stato un processo molto duro. Era una questione di norme e di valutazioni sbagliate da parte dei pm”, ha sottolineato l’avvocato Federico Papa, che assiste l’imprenditore-costruttore Carlo Rusconi. “Nell’azione della Procura c’è il concetto di ‘colpirne uno per educarne cento‘”, aveva affermato Rusconi in dichiarazioni spontanee davanti al giudice prima che lo stesso magistrato si ritirasse in camera di consiglio per uscire qualche minuto dopo con il verdetto di assoluzione per lui e gli altri sette imputati.

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“Trump e i suoi compari violano sistematicamente la libertà di espressione per mettere a tacere gli artisti. Americani alzatevi in piedi!”: Jane Fonda furiosa

Da sempre in prima linea per i diritti, Jane Fonda non le ha mandate a dire nemmeno domenica sera, 14 giugno, durante un durissimo, ma appassionante, discorso in difesa del Primo Emendamento al concerto “Rise Up, Sing Out: A Concert for the First Amendment”, alla Town Hall di New York.

“In questo momento, il governo e i suoi complici violano sistematicamente il Primo Emendamento per mettere a tacere gli artisti – ha dichiarato sul palco-. Chiudono istituzioni come il Kennedy Center, tagliano i fondi ai musei e al National Endowment for the Arts, censurano libri e cancellano programmi televisivi da chi si esprime apertamente. È davvero grave. E tutto questo viene permesso da aziende codarde. Non farò nomi adesso. Ma sono onorata di passare il microfono ad artisti e attivisti che continuano a far sentire la propria voce e a cantare, affinché possiamo essere ispirati a ribellarci”.

E ancora: “Essere qui è un atto di speranza, e voi tutti mi date speranza. Questi diritti sono per tutti, per tutti. E dobbiamo difenderli per tutti. Anche se non li condividiamo. Non si tratta di Democratici o Repubblicani, di destra o di sinistra. Si tratta di giusto o sbagliato. Ed è sbagliato”.

“È sbagliato che le persone vengano attaccate e definite terroristi per aver esercitato i propri diritti e le proprie libertà. – ha concluso – È ora che gli americani di tutto il Paese, di tutto lo spettro politico, che hanno a cuore queste libertà, si alzino in piedi, in modo creativo e non violento, per difendere questi diritti, finché ne abbiamo la possibilità. E dobbiamo farlo ora. Perché se non lo facciamo, non avremo più alcun diritto da difendere”.

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“Come deve essere il mio nuovo compagno? Divorziato o vedovo va bene tutto, l’importante è che non ci sia una signora che racconta balle”: la stoccata di Nancy Brilli a Elena Sofia Ricci

Nancy Brilli analizza la propria vita sentimentale senza filtri. Ospite nel salotto televisivo de “La Volta Buona”, il programma condotto da Caterina Balivo, ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita privata, distinguendo tra relazioni brevi, legami profondi e questioni ancora aperte, fino a lanciare una stoccata a distanza indirizzata alla collega Elena Sofia Ricci. Parlando del primo matrimonio con Massimo Ghini, l’attrice respinge l’idea del fallimento: “Non è andato male, è andato corto. Ha funzionato per due, tre anni e mezzo. Poi no. Quindi poi ci siamo lasciati. Breve, intenso, ma un buon matrimonio”. Sulla separazione da Luca Manfredi, a cui è stata legata otto anni e da cui ha avuto il figlio Francesco, la sintesi è pragmatica: “Le strade hanno preso bivi diversi. L’importante è che Francesco è un ragazzo sano, ha un padre e una madre che gli vogliono bene”.

I tradimenti e il “buco nero” con Ivano Fossati

Sul tema dell’infedeltà, Brilli mette in chiaro la sua regola generale: “Io non tradisco, vado via di casa“. Un’eccezione dolorosa ha però riguardato la complessa relazione vissuta con il cantautore Ivano Fossati: “Mi ha tradita perché mi voleva sempre con lui e io l’ho tradito per ripicca. Un buco nero che ha portato tristezza a tutti e due”. L’attrice individua poi nella propria indipendenza la causa principale dei tradimenti subiti dai partner: “Perché non mi hanno mai completamente. Ho una parte individualista spiccata e un carattere importante. È difficile mettermi sotto. Non riuscendo a tenermi, mi tradiscono”.

La stoccata a Elena Sofia Ricci

Guardando al futuro, Brilli detta le condizioni per un eventuale nuovo compagno (“Un coetaneo va bene. L’importante è che la storia precedente sia finita, finita”), cogliendo l’occasione per lanciare una dura replica a distanza a Elena Sofia Ricci. Quest’ultima, di recente, era tornata a denunciare pubblicamente il tradimento dell’ex marito Luca Damiani proprio con Nancy Brilli. Senza mai nominarla direttamente, la risposta nel salotto di Caterina Balivo è stata netta: “Come deve essere il mio nuovo compagno? Divorziato o vedovo va bene tutto, l’importante è che non ci sia un’altra signora, una donna che racconta balle. Perché se la storia è finita è finita. E chi vuole intendere intenda. E non parlo più”. Sollecitata dalla conduttrice a chiarire il riferimento, l’attrice ha chiuso la questione con un ultimo commento stizzito: “Mi sono ritrovata a leggere dichiarazioni che dico ma veramente… mi cascano le braccia per terra”.

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Caos Tunisia, esonerato Lamouchi: giocatori contro il ct e lite in hotel dopo la sconfitta all’esordio. Al suo posto Hervé Renard

Novanta minuti più recupero. Tanto è durato il Mondiale da commissario tecnico della Tunisia di Sabri Lamouchi. In poco meno di ventiquattro ore all’ex centrocampista è successo più o meno di tutto. Prima i cinque gol incassati dalla Svezia, non esattamente una plutocrazia del calcio internazionale, nella sfida d’esordio. Poi la richiesta di esonero immediato da parte di alcuni suoi giocatori mentre il ct era ancora in campo. E dopo ancora un’accesa litigata con alcuni calciatori della nazionale, una riunione d’emergenza della Federcalcio tunisina per decidere il suo futuro, la scelta dell’esonero, poi no e alla fine è arrivato il comunicato: esonerato. Al suo posto arriva Hervé Renard. Una giornata da mal di testa che rischia di già di entrare nella storia della Coppa del Mondo. Il malcontento nei confronti dell’operato del tecnico parte da lontano. Il 3 gennaio del 2026 la Tunisia di Sami Trabelsi era stata eliminata dalla Coppa d’Africa dal Mali. Un risultato deludente che aveva portato al cambio in panchina.

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Arrivederci Trabelsi, benvenuto Lamouchi. L’ex centrocampista di Monaco, Parma, Inter e Genoa aveva un rapporto tutto particolare con le “Aquile di Cartagine”. Nato a Lione da genitori emigrati da Dahmani, paese di circa seimila abitanti a nord della Tunisia, da calciatore aveva deciso di vestire la maglia della Francia. Un dettaglio superfluo, che non aveva intaccato il suo rapporto con la terra dei suoi genitori. Almeno non quanto hanno fatto i risultati ottenuti da selezionatore. Prima del Mondiale Lamouchi ha guidato la Tunisia in quattro amichevoli. Ma dopo il successo per 1-0 al debutto contro Haiti e il pareggio nella seconda sfida contro il Canada, sono arrivate solo sconfitte. Prima un 1-0 a inizio giugno contro l’Austria. Poi uno straziante 5-0 contro il Belgio a 9 giorni dalla prima sfida del Mondiale. Gli animi non erano già alle stelle. Così la disfatta per 5-1 contro la Svezia ha assunto le dimensioni di una Caporetto per la selezione nordafricana.

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L’albo d’oro dei Mondiali

Secondo quanto riportato da fonti tunisine alcuni giocatori e membri dello staff avrebbero chiesto ad alta voce l’esonero di Lamouchi prima ancora del triplice fischio. Poi a fine partita il ct si è presentato davanti alle telecamere e ha parlato di una sconfitta pesante figlia soprattutto di “errori individuali” e di una certa “fragilità tattica”. Parole che non hanno fatto altro che aumentare la tensione. Da questo momento la situazione è degenerata. Tanto che al rientro in hotel la rabbia sarebbe esplosa. Alcuni media tunisini raccontano di una “rissa” che sarebbe scoppiata tra lo stesso Lamouchi, alcuni giocatori, membri dello staff e tifosi. Altri media internazionali, invece, parlano di un diverbio piuttosto acceso tra una decina di tifosi e il figlio di Lamouchi. A quel punto la Federcalcio tunisina ha deciso di convocare una riunione d’urgenza per decidere il futuro del tecnico.

Gli spazi di trattativa erano inesistenti. Il ct è stato esonerato e la Fédération Tunisienne de Football ha diramato un comunicato. Solo che poi il post è scomparso dai social all’improvviso. E poi rimesso dopo qualche ora. Così il Mondiale ha tirato un altro colpo mancino a Lamouchi. Nel 1998, infatti, il centrocampista è stato inserito dall’allora ct Aimé Jaquet nella lista dei preconvocati della Francia in vista della Coppa del Mondo casalinga. Poi però al momento di presentare la lista definitiva è arrivato il taglio. I galletti hanno vinto il Mondiale, ma Sabri si è dovuto accontentare di vedere il successo dei suoi amici in diretta tv. “L’ho vissuta come un’ingiustizia – racconterà anni dopo al Telegraph – Meritavo di giocarli. Poi il dolore me lo sono lasciato alle spalle e mi ha reso più forte. Ma non aver giocato il Mondiale del 1998 è il peggior ricordo della mia carriera calcistica”. Almeno fino alla sconfitta contro la Svezia dell’altro giorno.

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L’Antitrust italiana indaga su Apple: dubbi sulla concorrenza dei servizi cloud. Codacons: “Multa esemplare, se accertati illeciti”

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine su Apple in merito all’osservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital Markets Act (la normativa europea) cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS di Apple. Lo comunica l’Antitrust, ricordando che secondo il DMA, Apple deve garantire a terzi, a titolo gratuito, l’accesso alle componenti hardware e software dei dispositivi di Cupertino. Il Garante cita l’articolo 6 par. 7 del regolamento Ue. Nello specifico, il procedimento è focalizzato sui servizi cloud: l’Europa vuole garantire agli utenti della Mela la possibilità di utilizzare servizi diversi da quelli di Cupertino, senza costi aggiuntivi. Insomma, l’effettiva compatibilità di tutti i servizi basati sulla “nuvola” con i sistemi operativi iOS e iPadOS.

L’Autorità “ha elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud”. A titolo di esempio, si legge nella nota dell’Antitrust, “sembrerebbe che Apple non consenta ai servizi per gli utenti finali di cloud storage alternativi di utilizzare le componenti di iOS e iPadOS che permettono di effettuare il backup integrale dei dati presenti sui dispositivi, consentito invece al servizio iCloud di Apple”. Il procedimento è stato avviato in stretta cooperazione con la Commissione Europea.

“Se saranno accertate pratiche illecite ci aspettiamo una multa esemplare nei confronti di Apple per i danni arrecati agli utenti, al mercato e alle altre imprese”, ha affermato il Codacons. “Ancora una volta le big tech si ritrovano al centro di indagini da parte dell’Autorità per comportamenti che violerebbero la concorrenza danneggiando non solo altri operatori, in questo caso i fornitori di servizi cloud consumer, ma anche i consumatori, i quali subirebbero una limitazione delle proprie scelte economiche – spiega il Codacons – Un caso che dimostra lo strapotere dei colossi tecnologici, e per il quale ci aspettiamo una multa esemplare da parte sia dell’Antitrust, sia della Commissione Europea, in caso di conferma delle violazioni contestate.

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“Io non sono alla fine della mia carriera, devo fare ancora tanti film. Di cosa ho paura? Della malattia. Se uno ha un incidente e muore, muore. La malattia è soffrire…”: parla Franco Nero

“Io non sono alla fine della mia carriera. Devo fare ancora tanti film. Di nostalgia parleremo più in là“: a parlare è Franco Nero ospite al Festival di Taormina. L’intervista si trova su Vanity Fair ed è un inno all’entusiasmo e alla curiosità.

83 anni, volto di Django e altre pellicole iconiche che l’hanno reso uno degli attori italiani più noti nel mondo, Nero parla d’amore e racconta di avera avuto la “fortuna di imparare molto dall’amore e di insegnare anche l’amore ai miei nipotini”.

L’amore, quello per colei che definisce la donna della sua vita, ovvero la madre dei suoi figli: Vanessa Redgrave, incontrata nel 1967 sul set di Camelot. E si lascia andare ai ricordi di un David di Donatello del ’68: “Mi ricordo Sidney Poitier, Vittorio De Sica. È stata una serata stupenda. Andai proprio con mia moglie Vanessa”. Aneddoti, sì, ma senza nostalgia: “Io sono un entusiasta. Il giorno che mi abbandonerà l’entusiasmo, smetterò. Finché c’è il cinema, finché c’è l’entusiasmo, io andrò avanti (…). Io sono un eterno bambino. E sono molto orgoglioso di essere un eterno bambino. Quando me lo dicono, anziché offendermi, dico: che bello“.

Di cosa ha paura, Franco Nero? Non del tempo che passa ma della “malattia: quando uno è malato, è la sofferenza. Se uno ha un incidente e muore, muore. Ma la malattia è soffrire. Io non voglio soffrire, assolutamente“. E sulla serenità non ha dubbi: “Stiamo in un momento di guerra, che è un macello. Prima Putin, l’Ucraina. Poi Netanyahu, Gaza, e ora l’Iran. Migliaia, migliaia, migliaia di palestinesi massacrati. Ventitremila bambini”. E racconta di avere scritto una canzone dal titolo Un mare di piccoli lenzuoli bianchi e di esserne orgoglioso: “Ho chiesto a qualche cantante di cantarla, ma hanno paura. Vogliono fare le loro canzonette, non esporsi politicamente”.

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“Ho detto a una sposa: ‘Questo non è l’amore per te, non puoi sposarti’. A volte affittiamo gli invitati, anche i bambini. Il segreto di ogni matrimonio è l’open bar e tre baristi bellissimi”: così Enzo Miccio

Capire quando è il momento di fermare tutto e far saltare le nozze, pur essendo il professionista incaricato di organizzarle. È questo l’aneddoto più spiazzante rivelato da Enzo Miccio, che ha raccontato come la propria sensibilità ed esperienza lo abbiano spinto a consigliare a una cliente di annullare il proprio matrimonio. Ospite del podcast “Un’ora sola ti vorrei” condotto da Giorgia Soleri, il noto wedding planner e volto televisivo si è raccontato a tutto tondo, svelando le dinamiche inedite del giorno più importante per le coppie, il suo legame con il Sud e le sue personali fragilità.

“Questo non è l’amore per te”: il matrimonio cancellato e i finti invitati

A dispetto dell’immagine di inflessibile perfezionista, Miccio non esita a intervenire quando percepisce che i sentimenti alla base della cerimonia non sono autentici. “I ripensamenti il giorno prima del matrimonio capitano, ci sono sempre. Qualche volta sono saltati. Provo a rassicurare le spose ma a volte mi rendo conto che certi matrimoni non si devono fare”, ha spiegato nell’intervista. Il ricordo va a un episodio specifico avvenuto di recente: “Mi è capitato con una sposa un paio di anni fa: parlandole e capendo che non c’era il minimo entusiasmo nell’organizzare il suo grande giorno le ho detto: questo non è l’amore per te, non puoi sposarti“. Una decisione drastica di cui il wedding planner va fiero: “È ancora sola, siamo rimasti in contatto e sono certo che quando troverà l’uomo giusto verrà da me. Non so se le ho salvato la vita, ma le ho salvato il divorzio sicuramente”.

Dietro le quinte delle cerimonie perfette si nascondono però anche espedienti puramente scenografici. Miccio ha svelato un retroscena inaspettato sulle presenze in chiesa per compensare le assenze: “È raro, ma a qualche matrimonio capita anche di affittare invitati, quando il numero non è abbastanza, e anche i bambini quando non ce ne sono: un corteo per le fedi all’altare ci deve essere”. Sulle richieste estetiche, invece, la sua posizione resta intransigente: “Girasoli o rosa blu? Da me non vieni. Vieni da me come quando scegli quale stilista ti vesta”.

Le radici a Napoli e la “ricetta” per il ricevimento perfetto

Ripercorrendo i suoi esordi in una professione che in Italia quasi non esisteva, Miccio sottolinea l’importanza delle sue origini. “Sono un uomo del Sud e quindi il matrimonio per me è la festa vera, più del Ferragosto, più del Natale”, ha spiegato, ricordando come a Napoli l’evento fosse storicamente incentrato su abito, banchetto e bomboniera. Oggi il panorama è mutato, trasformandosi in un’industria fatta di “progetto luci, performance artistiche, installazioni floreali”. Miccio rivendica il proprio ruolo in questa trasformazione con un paragone legato all’alta moda: “Io ho disossato, come Armani con le giacche, l’organizzazione del matrimonio“. Nonostante l’approccio rigoroso, l’aspetto emotivo rimane per lui centrale. Definendosi “uno schifoso romantico”, ammette: “Spesso mi emoziono ai miei matrimoni. Scappo dalla chiesa e vado a piangere fuori”. Per la buona riuscita del ricevimento, invece, la formula è pragmatica: “Il segreto di ogni matrimonio è avere un open bar che funziona, tre baristi bellissimi, stomaco vuoto. Anche se vedere la sposa brilla sui tacchi mi imbarazza”.

La terapia, la vita privata e l’appello per “Ma come ti vesti?”

Il controllo assoluto che esercita sul lavoro si riflette in modo complesso nella sua intimità. “Corro come un pazzo, cerco il controllo su tutto anche nella vita privata. Faccio fatica a lasciarmi andare, ho paura di cadere, farmi male sui sentimenti”, ha ammesso a Giorgia Soleri. In questo percorso, la psicoterapia gioca un ruolo chiave: “La terapia mi aiuta, soprattutto a capire chi ho di fronte, perché quando sono innamorato mi do risposte che non corrispondono alla realtà”. Attualmente, ha confermato di vivere una fase serena: “In questo momento sono felicemente accompagnato”.

Sul fronte televisivo, Miccio ha lanciato un appello diretto alla rete Real Time per riportare in onda “Ma come ti vesti?”, il programma cult condotto per dodici edizioni in coppia con Carla Gozzi: “È stata un’avventura incredibile, siamo stati i pionieri. Non avevamo copione e dicevo quello che pensavo. Non eravamo cattivi, volevamo insegnare delle cose. Facciamo un appello: facciamolo”. Tra le esperienze più amate ha citato anche Pechino Express, descritto come un’avventura di “senso di libertà assoluto” che rifarebbe immediatamente. La chiusura dell’intervista ha lasciato spazio al suo lato più irrazionale e scaramantico: “No al vestito fatto vedere al futuro marito. No al passaggio del gatto nero: l’ultima volta ho aspettato 40 minuti. Non passo sotto la scala, i soldi sul letto: sono molto superstizioso”. Anche per il re dei matrimoni, in fondo, certi dettagli sfuggono al controllo.

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Bonnie Tyler è uscita dal coma, ma le sue condizioni sono “molto critiche” dopo un intervento d’urgenza. Paura per la cantante di “Total Eclipse of the Heart”

Bonnie Tyler è uscita dal coma, come riporta la BBC, “ma rimane in condizioni gravi in terapia intensiva”, ha detto l’ufficio stampa della cantante di “Total Eclipse of the Heart”. La 75enne è stata portata d’urgenza all’ospedale di Faro, in Portogallo, a maggio dopo un intervento chirurgico intestinale d’urgenza e posta in coma indotto per favorire la sua guarigione. Le sue condizioni stanno migliorando e i medici sono “fiduciosi” che guarirà, anche se i progressi sono “lenti”, ha aggiunto il portavoce.

Un comunicato pubblicato sul sito dell’artista ha affermato che “non è più in coma, ma resta in condizioni molto gravi e ricoverata in terapia intensiva in un ospedale in Portogallo. Sebbene le sue condizioni stiano migliorando, si tratta di un processo lento. I suoi medici restano fiduciosi in una sua completa guarigione, ma ci vorrà del tempo”.

Poi l’ufficio stampa e ha ringraziato i fan per la “enorme dimostrazione di affetto e supporto” proveniente da tutto il mondo, aggiungendo che Tyler ne era a conoscenza ed era grata per gli auguri.

Il tour estivo di Tyler sarà cancellato o posticipato, mentre si spera ancora che alcune date autunnali rimangano confermate. Il comunicato si scusava anche per i disagi causati alle date del tour estivo, affermando: “Ci scusiamo con tutti i fan di Bonnie e con i nostri partner promotori per la delusione che questo causerà, ma confidiamo nella vostra comprensione e pazienza in queste difficili circostanze. Speriamo di vedervi l’anno prossimo”.

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Como, scontro tra due auto: una sfonda il muretto e precipita nelle acque del lago. Morto un uomo, salvata una donna

Grave incidente stradale nella notte tra lunedì e martedì a Brienno, in provincia di Como. Secondo quanto ricostruito, due autovetture si sono scontrate – lungo la strada provinciale Regina Margherita, tra i comuni di Brienno e Argegno – e, a seguito del violento impatto, uno dei veicoli ha sfondato il muretto di protezione a margine della carreggiata, precipitando per alcune decine di metri nelle acque del lago di Como.

A bordo vi erano due persone: i vigili del fuoco – intervenuti poco dopo la mezzanotte – sono riusciti trarre in salvo una giovane donna, successivamente affidata alle cure del personale sanitario: è stata ricoverata in codice rosso. Per il secondo occupante, invece, si è reso necessario l’intervento del Nucleo Sommozzatori Regionale dei vigili del fuoco, che, al termine delle ricerche subacquee, ha individuato e recuperato il corpo senza vita dalle acque del lago. Sul posto sono intervenuti un’autopompa, la squadra SAF (Speleo Alpino Fluviale) del Comando di Como e un’autogru del Comando di Varese. Sono in corso gli accertamenti delle autorità competenti per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto.

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Nel panopticon digitale lo sguardo ci addestra

D Da bambini ci dicevano che Dio vede tutto, oggi sappiamo che è vero per Google. E possa la gogna dei social trasformarci in meme, dovessimo dimenticare per un momento di essere visibili. D’altronde, Foucault ci aveva avvertiti: “La visibilità è una trappola.” Una tagliola, un SuperIo individuale e collettivo, una tensione pronta a scattare appena ci discostiamo dal conformismo, dalla morale comune. La mutazione del censore psichico, da tormento interiore a punizione pubblica la percepiamo nelle lenti della Google Car, che immortala il momento esatto in cui un cadavere viene spostato nel cofano di un’auto, nei tondi occhietti dei telefoni prontamente impugnati per sbugiardare in mondovisione una coppia di amanti, nelle umiliazioni in palestra catturate dalla CCTV e caricate online ‒ che si tratti di commettere un omicidio, una scappatella coniugale o di farsi smutandare dal tapis roulant, non c’è più modo di nascondersi.

La tensione aumenta, le fauci sono sempre più tese, basta un passo falso per far scattare la trappola della visibilità mentre Palantir utilizza l’intelligenza artificiale per incrociare dati da database diversi, trasformandoci nei “dividuali” previsti da Deleuze: esseri umani ridotti a conglomerati di dati ‒ misurabili, analizzabili, controllabili. Noi, che non siamo ancora Altro, illegal aliens, stranieri, che non subiremo conseguenze se i nostri dati di geolocalizzazione vengono venduti allo Stato, come è accaduto con l’ICE, un acquisto diretto dalle aziende private per aggirare le garanzie costituzionali americane.

Se siamo cittadini dello Stato in cui viviamo, se siamo abituati a dare per scontato il nostro muoverci nella società di diritto, se non abbiamo mai avuto paura che la nostra esistenza possa essere bollata indesiderabile; se i nostri antenati, biologici e simbolici, non sono mai stati messi in catene dalla società, se non portiamo dentro i geni dell’homo sacer, potremmo esser cullati nel sonno dei giusti dal “che importa, che si prendano i miei dati”. Ma l’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo.

Viviamo in un panopticon digitale: gli occhi attorno a noi sono quelli delle telecamere, dei microfoni, e degli smartphone. Il sorvegliante si è smaterializzato, e lo portiamo dentro, interiorizzato. Da lì esercita la sua silenziosa minaccia, modellando il nostro comportamento, facendoci adattare a cambiamenti sociali sempre più repentini. Non sono lontani i tempi delle lettere scarlatte, dell’umiliazione pubblica che non si riduce al cringe, ma ci segna a vita; i tempi delle deportazioni coatte, quelli, non se ne sono mai andati.

L’esclusione dal nucleo sociale è la prima grande minaccia alla nostra sopravvivenza, e Madre Natura l’ha incisa nella nostra evoluzione: siamo istintivamente portati a essere consapevoli dello sguardo altrui, questo potente magnete del conformismo.
Arrenderci al controllo costante ha un costo ‒ tenerci perennemente all’erta ‒ ma anche un beneficio: ci permette di rimanere al passo con i cambiamenti repentini nella tecnologia e in ciò che la morale comune considera accettabile, normale. Il premio è sperare di passare inosservati, di evitare umiliazione e rigetto, esclusione ‒ di sopravvivere, insomma. D’altronde, sapere di essere osservati è qualcosa per cui l’evoluzione ci ha perfezionati: basta molto poco per farci sentire esposti. Per ottenere obbedienza non serve un enorme panopticon di ferro e cemento: il panopticon digitale, con la sua effimera libertà, è sufficiente per far lavorare il nostro conformismo innato per lui.

Partiamo dagli occhi, l’organo più strano di tutti, il dispositivo fondamentale del guardare e dell’essere guardati. I nostri occhi sono unici tra gli animali: la sclera, bianca, occupa una grande parte della superficie dei nostri occhi, e contrasta nettamente con l’iride. Mentre la maggior parte degli animali, primati inclusi, ha “gli occhiali da sole incorporati”, la direzione del nostro sguardo è inequivocabile. È probabile che questo unicum sia dovuto alla pressione evolutiva volta a facilitare le interazioni di gruppo, base della cooperazione ‒ la sopravvivenza, di nuovo, tramite l’appartenenza al gruppo.

Fonte: F. Kano, T. Furuichi, C. Hashimoto et al. (2022), “What is unique about the human eye? Comparative image analysis on the external eye morphology of human and nonhuman great apes”, Evolution and Human Behavior, 43 (3), pp. 169-80; https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1090513821000945

A cascata, lo sguardo modella il nostro sviluppo, la nostra psicologia, la comunicazione, il nostro essere nel mondo. Dopotutto, viviamo di sguardi: in mezzo a un mare di facce che non ci stanno guardando localizziamo immediatamente il paio d’occhi che ci osserva. La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione. Alcuni ricercatori hanno fotocopiato un paio d’occhi, appiccicandoli alla macchinetta del caffè: le contribuzioni alla colletta per le cialde sono triplicate. Chi sei quando nessuno ti guarda? Per la maggior parte di noi la risposta include l’essere qualcuno che non paga il caffè.
 
Fonte: M. Bateson, D. Nettle, G. Roberts, (2006), “Cues of being watched enhance cooperation in a real-world setting”, Biology letters, 2 (3), pp. 412-14, https://doi.org/10.1098/rsbl.2006.0509.

Gli occhi non sono mai neutri: il nostro comportamento cambia quando veniamo osservati, la psicologia lo sa dai primi studi formali, più di un secolo fa. E lo sanno sia i supermercati inglesi, con gli occhietti disegnati sui cartelli antitaccheggio, che la saggezza popolare e le sue madonnine votive poste a vegliare sui vicoli oscuri delle città italiane. Lo sappiamo tutti noi che almeno una volta abbiamo sibilato a qualcuno “non mi guardare, altrimenti non ci riesco”. Noi, gli stessi che in altre situazioni performiamo meglio sentendo degli occhi addosso. Lo sguardo altrui non è mai neutro.

La nostra reputazione e il rapporto con l’Altro sono la differenza tra cibo e digiuno, comunità ed esilio, protezione o violenza. La nostra identità è costruita nel rapporto con gli altri: temere il giudizio altrui è fondamentale per la gestione della reputazione.
Lo sguardo è fondamentale anche nell’apprendimento di ciò che è accettabile o meno, di ciò che causa vergogna o ammirazione, condanna o ricompensa. Che significato assume lo sguardo nella società della sorveglianza, dove le norme si aggiornano continuamente? Dalla rivoluzione industriale la società ha conosciuto accelerazioni che si ripetono più volte nell’arco di una sola generazione. I cambiamenti sono talmente frequenti da essere divenuti una costante, e la pandemia ha rilanciato violentemente questa dinamica. Abitudini collettive radicate e socialmente incoraggiate si ribaltano; il cambiamento avviene a velocità palpabile. Come non rimanere indietro?

Secondo la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura impariamo a comportarci in modo socialmente appropriato non soltanto attraverso rinforzi e divieti, ma anche osservando il comportamento altrui, e le relative conseguenze. Interiorizziamo i modelli di comportamento creando delle regole implicite. Se alcune norme sociali ci vengono insegnate (“indicare è maleducazione!”), di solito le impariamo osservando gli altri, specialmente chi percepiamo simile a noi, autorevole, attraente e appariscente. Un meccanismo di apprendimento istintivo, cooperativo, teso al conformismo ma gestibile, se non fosse che nella società dello spettacolo e della performance non ci rapportiamo semplicemente con il circolo ristretto della comunità e della famiglia ma con un mondo reso immenso dai social, per cui l’apprendimento è veloce, amplificato e il nostro capitale simbolico è la posta in gioco: il rischio è di essere messi alla gogna dal mondo intero.

Pensiamo ai contanti: fino alla pandemia del 2020 erano il metodo di pagamento normale, anzi, spesso ci scusavamo a mezza voce davanti ai negozianti che storcevano il naso se dovevamo ricorrere alla carta. Oggi, pagare in contanti è divenuto un’infamia, una vergogna: l’illiceità è implicita, hai qualcosa da nascondere. Sei sospetto, se paghi in contanti. Non sono più un pagamento neutro. Il peso reputazionale della transazione, che avviene quasi sempre di fronte ad amici, parenti, interessi romantici, ha influito nell’incasellare carta-contanti nel binomio draconiano del pulito-sporco, normale-deviante. Sotto sotto però lo sappiamo ‒ cosa compriamo, quando, con chi, dove, quanto spesso ‒ sono diventati dati: tracciati, misurati, analizzati. Raccontano di noi e delle nostre vite e abitudini, della nostra salute, di solitudine o vita sociale, di desideri e di difficoltà. Ci siamo abituati a esporre una vulnerabilità delle nostre vite: l’uso del denaro, per giunta a una velocità vertiginosa.

Non solo, sembriamo aver dimenticato qualcosa che, specialmente per le donne, dovrebbe essere iscritto nelle ossa: il denaro è potere e libertà, ma è anche revocabile. In Italia la potestà maritale è stata abolita nel 1975, poco più di 50 anni fa: fino a ieri per contrarre un mutuo era necessaria l’autorizzazione del marito. Il Racconto dell’ancella (1985) di Margaret Atwood si apre con l’estinzione giuridica ed economica delle donne: i conti bancari chiusi, i loro soldi trasferiti sotto il controllo di padri e mariti.

Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa.
Controllare il denaro è il modo più semplice ed efficace di dominare le persone: in una società dove il denaro è smaterializzato e tracciabile basta essere bollato come indesiderabile per essere espulso dal sistema monetario, ovvero per non poter esistere più. Lo illustra il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati: sanzionata dagli Stati Uniti per aver descritto la campagna militare israeliana in Palestina come un genocidio, s’è vista revocare la possibilità di usare carte di credito ovunque nel mondo, dato che praticamente tutte le transazioni passano per circuiti di pagamento americani.

Potresti “non avere nulla da nascondere” ma quando il potere decide che non sei accettabile ti trovi a scoprire che da nascondere ne hai eccome, se vuoi sopravvivere. E il tuo cervello già lo sa. La velocità con cui la società cambia, questo stato di costante impermanenza, di continua precarietà e flessibilità, di aggiornamento costante del comportamento era stato anticipato da Gilles Deleuze nel 1990 con il suo Poscritto sulle società del controllo: basandosi sulla società della disciplina di Foucault, osserva la mutazione che ci ha portati alla società del controllo contemporanea.

A fondamento dell’impianto foucaultiano c’è una costruzione: la prigione circolare ideata da Jeremy Bentham in cui tutte le celle sono costantemente esposte a una torre di sorveglianza centrale, le pareti trasparenti verso l’interno del cerchio, così come verso l’esterno della struttura, inondate di luce. Un carcere in cui il prigioniero non conosce segretezza, dove a sua insaputa e in ogni istante, potrebbe essere osservato dai guardiani. Il Panopticon.

Il completo isolamento tra compagni di sventura e l’assenza di muri tra prigioniero e sorvegliante, evocazione di incubi di nudità in pubblico, ci provocano istintivo orrore, tuttavia non sono la presenza e assenza di pareti ciò che rende il Panopticon lo strumento di sorveglianza per eccellenza, ma lo sguardo invisibile del guardiano. Bentham aveva entusiasticamente previsto l’accesso della società civile alla torretta, perché è lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità ‒ lo sguardo di chi incarna, in modo banale e comune, la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo. Quello sguardo è un tarlo che scava nei recessi più reconditi dell’Io: non essere mai soli, sempre potenzialmente esposti insinua gallerie, innalza dentro di noi una torretta.

Lo sguardo della persona comune ‒ che sia mossa da zelo morale, paura per sé stessa, da sadismo o curiosità – è lo sguardo di chi incarna la civitas, che completa e perfeziona il meccanismo di controllo.
Interiorizzata, la presenza del sorvegliante diventa continua, intima. Davanti alla possibilità costante di essere scoperti impariamo a comportarci secondo le norme, a conformarci, a obbedire. Come sapevano bene i nostri genitori quando invocavano Dio di fronte alle nostre marachelle, essere esposti ci spinge alla disciplina, e la ricerca psicologica lo conferma. È questo il vero scopo del panopticon.

Se nella sua forma dura di acciaio e cemento il panopticon è stato abbandonato, in forma smaterializzata e digitale è tutto attorno a noi. La luce che illuminava dal fondo delle celle i prigionieri rendendoli sagome in un teatro delle ombre continua a rischiararci. E mentre crediamo di crogiolarci al sole, quella luce serve a renderci silhouette sempre più delineate: un teatro delle ombre che emerge lentamente in pixel sempre più piccoli e nitidi. Ogni movimento, ogni emozione, ogni pensiero, diventano misurabili: dati da far processare all’intelligenza artificiale. È del 2014 il primo esperimento di massa sulla manipolazione delle emozioni: a loro insaputa quasi 7.000 utenti di Facebook vengono emotivamente contagiati. Dopo aver visto post negativi prodotti dagli amici, gli utenti producevano più contenuti con parole negative, e viceversa, anche in assenza di interazioni dirette, trattandosi della visione di un feed.  Oggi Palantir vende l’analisi del sentiment, della percezione collettiva, tramite l’intelligenza artificiale per trasformare le opinioni soggettive in actionable intelligence, strategie da sfruttare commercialmente.

Osserviamo per un momento questo passaggio: nella società della disciplina descritta da Foucault, caratteristica del capitalismo industriale, le persone venivano organizzate e controllate tramite sistemi chiusi lungo i quali ci si muoveva nel corso della vita ‒ la scuola, la fabbrica, l’ufficio, il manicomio, la prigione ‒ ed erano trattate come unità individuali da controllare nel corpo e masse da controllare collettivamente; la disciplina era “di lunga durata, infinita e discontinua”. Il panopticon era solido, strutturato, visibile.

Tuttavia, come osserva Deleuze, “non c’è evoluzione tecnologica senza che, nel più profondo, avvenga una mutazione del capitalismo” ‒ cambiamento che ci ha portati al capitalismo contemporaneo, che vende beni immateriali, che dalla fabbrica è passato all’impresa, dove il lavoro deve essere instabile e precario per rispondere alle necessità ondivaghe del mercato. Non passiamo più dalla scuola alla fabbrica o all’ufficio, non trascorriamo più la nostra vita adulta al servizio di un unico padrone; siamo in uno stato di formazione permanente, di fluttuazione interminabile.

Nella società del controllo i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, cioè la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico.
Se nella società della disciplina gli individui erano sia individui identificabili, quindi corpi confinabili in istituzioni chiuse, dalla scuola al manicomio, sia parte di una massa controllabile ‒ classe, esercito, popolazione ‒ nella società del controllo, i due poli su cui agisce il potere sono il dividuale, la persona smaterializzata in dati, da un lato, e la banca dati dall’altro, in cui la massa è trasformata in segmento di mercato, in campione statistico, in archivio.

Scrive Deleuze: il controllo non passa più per le barriere e i muri ma attraverso “il computer che individua la posizione di ciascuno, lecita o illecita, e opera una modulazione universale”. I pagamenti elettronici sono un tassello indispensabile di questo tracciamento costante. E la vera innovazione, il grave pericolo rappresentato da Palantir, è l’integrazione tra database diversi, che divengono interoperabili: archivi nati con scopi e mezzi diversi ‒ welfare, immigrazione, sanità, polizia, utenze, targhe, transazioni ‒ prima separati dalla tassonomia burocratica ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.

Come ogni evoluzione di successo, i tratti utili vengono mantenuti, trasformati in una versione più snella e più adatta all’ambiente: la società della disciplina si è tramutata in quella del controllo mantenendo l’essenza funzionale, l’interiorizzazione del sorvegliante, e sulla scorta del cambiamento tecnologico, gli occhi si sono moltiplicati. Da sempre essere osservati scatena apprendimento sociale e conformismo, e nella società dell’impermanenza adattarsi al cambiamento è l’unico modo per non essere lasciati indietro, o peggio, essere esposti al pubblico ludibrio.

Il panopticon si è smaterializzato, ridotto alla sua essenza: la telecamera ‒ il guardiano, il sorvegliante interiorizzato ‒, e noi, i sorvegliati.  Senza bisogno di pareti e costrizione fisica, sono sufficienti la psicologia e l’evoluzione, l’addestramento a essere all’erta ogni volta che potremmo essere guardati. Se la società della disciplina si avvaleva dello stampo, quella contemporanea si basa sulla modulazione: strumento di una società in costante movimento, dinamica, in cui il controllo ‒ di nuovo, come descritto da Deleuze ‒ è diventato “a breve termine e a rapida rotazione, ma anche continuo e illimitato”.

Archivi nati con scopi e mezzi diversi, prima separati dalla tassonomia burocratica, ora diventano integrati e interrogabili, capaci di restituire una visione a tutto tondo dell’individuo, trasformato in un dividuale perfetto, costantemente esposto nella sua cella luminosa.
Così il sorvegliante ci guarda, tramite gli occhi degli altri, e dei loro occhietti tondi e neri sempre in tasca, ma anche tramite gli occhi delle telecamere CCTV: gli occhi dello Stato, dei negozi, delle banche, del potere; del FitBit, delle (nostre) auto. Se fossimo costantemente osservati da occhi umani probabilmente ci saremmo già ribellati. È sul filo sottile della consapevolezza che si gioca la partita: più la sorveglianza si fa diffusa e ubiqua, più sembra volersi dissimulare e rassicurarci. Il passaggio dalla società della disciplina ‒ con i suoi manganelli e spesse pareti contenitive ‒ a quella del controllo si gioca proprio nel rendere la sorveglianza integrata, organica. Ci stiamo abituando a considerarla normale, naturale, giusta, necessaria “per la nostra sicurezza”.

La torretta da cui ci scruta il nostro sorvegliante interiore è l’autoconsapevolezza, quello specchietto retrovisore che ci fa abbassare la voce a un matrimonio in chiesa appena tutti si zittiscono. Basta auto-osservare noi stessi tramite una telecamera o uno specchio per aumentare l’autoconsapevolezza e ridurre la tendenza a barare e aumentare i comportamenti considerati prosociali. D’altronde, un vecchio trucco dell’anoressia, è guardarsi allo specchio mentre si mangia. L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti. Lo sappiamo tutti, il modo in cui cantiamo nella doccia quando non c’è nessuno in casa è ben diverso se c’è qualcuno attorno, anche le persone con cui più condividiamo intimità.

Potremmo credere che il panopticon digitale sia solo una metafora politica: uno sguardo interiorizzato, un problema di conformismo e libertà, ma la psicologia mostra che si tratta di meccanismi profondi del nostro funzionamento psichico, che possono essere utilizzati a nostro discapito, che ci portano a conformarci, e che hanno un costo cognitivo. Chiamati a confrontare la lunghezza di una linea campione tracciata su un foglio ad altre tre linee, due delle quali di misura chiaramente diversa rispetto a quella campione, il 35,7% degli intervistati si conforma alla risposta altrui anche se inequivocabilmente sbagliata. E se la prova dovesse essere ripetuta, la probabilità di conformarsi almeno una volta sale al 75%. È ciò che accade nel leggendario esperimento del 1951 di Solomon Asch; si tratta di un effetto solido, confermato dalle repliche sperimentali.

 
Le schede utilizzate nell’esperimento di Asch, via Wikimedia Commons

Essere osservati impatta i processi cognitivi: dalla compromissione della memoria di lavoro, la memoria a breve termine in cui conserviamo le informazioni da elaborare sul momento, al livello di attivazione fisiologica, per nominarne alcuni. Semplicemente avere il proprio smartphone attorno, un oggetto cognitivamente carico, riduce la capacità mentale disponibile, persino se è spento o inutilizzato.

L’autoconsapevolezza si scatena così facilmente che spesso un problema nelle ricerche psicologiche è come non far sentire osservati i partecipanti.
In uno dei primi esperimenti diretti a verificare l’effetto non dello sguardo umano, ma proprio dell’occhio delle CCTV, la rilevazione automatica dei volti, un processo percettivo automatico è risultato significativamente alterato. La rilevazione automatica di volti è una facoltà umana profonda, con meccanismi neurali specializzati e in larga parte fuori dal controllo cosciente. L’esperimento ha rilevato che in presenza di telecamere i volti vengono rilevati quasi un secondo più rapidamente, sia che fossero rivolti verso il soggetto che altrove, in un ambito in cui gli effetti significativi vengono misurati in millisecondi. I partecipanti non avevano riportato alcuna ansia ad essere esposti alle telecamere. La sorveglianza non solo può incidere sul nostro comportamento, ma altera i processi percettivi automatici legati alla visione sociale.

Le telecamere sono ovunque, ed è molto probabile che il dispositivo stesso su cui scorrono queste parole sia dotato di almeno una telecamera e un microfono. Il punto di non ritorno è stato superato, siamo immersi nella società del controllo. Se il dispositivo fondamentale del panopticon architettonico è di far sentire costantemente osservati i prigionieri, il vero pericolo del panopticon digitale è farci pensare di non essere guardati per lasciar lavorare il sorvegliante interiorizzato tramite l’addestramento profondo dell’evoluzione. Conformarci istintivamente per evitare la gogna pubblica è un meccanismo di sopravvivenza, e la velocità con cui i cambiamenti sociali si normalizzano ci assuefa, mentre siamo costantemente esposti a modelli di successo su cui improntare l’apprendimento sociale.

Chiudo il Pc ed esco. È una serata primaverile a Venezia e mi trovo contro il muro di un locale, a baciarmi furiosamente con una tipa. Socchiudo gli occhi: un ragazzo ci sta filmando con il telefono dalla sua finestra altezza strada. È notte e la torcia del flash è accesa mentre ci inquadra, lui non fa nulla per nascondersi, sembra sotto una pressione coatta a registrarci e al tempo stesso desiderare di essere interrotto. Faccio segno di spostarci, ma la tipa non mi sta dando retta e le mie proteste sono piuttosto deboli. L’espressione del ragazzo mi ricorda quella dei partecipanti all’esperimento di Milgram, convinti di infliggere scosse elettriche a uno sconosciuto, incapaci di fermarsi perché un’autorità gli ordinava di continuare. Finalmente riesco a convincerla a nasconderci in un vicolo, ancora niente telecamere per le calli veneziane. C’è solo un gatto alla finestra che ci guarda, giudicante.

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Mondiali, la denuncia del ct dell’Iran Ghalenoei: “Dopo la partita ci hanno detto: ‘Dovete partire subito’”. Taremi: “Infantino è venuto negli spogliatoi”

“Dopo la partita di oggi, ci hanno detto: ‘Dovete partire immediatamente’”. A parlare è Amir Ghalenoei, allenatore dell’Iran ai Mondiali di calcio. La sua squadra ha pareggiato 2-2 all’esordio nel torneo contro la Nuova Zelanda, ha ottenuto un buon punto ma subito dopo la partita è stato ordinato loro di tornare immediatamente in Messico dagli Usa. È quanto ha spiegato il commissario tecnico nella classica intervista post partita.

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La squadra – che ha l’obbligo di entrare e uscire negli Usa nel giro di massimo 24 ore – si aspettava di trascorrere la notte in California per ottimizzare il normale processo di recupero, ma subito dopo il match è stato comunicato a tutti che dovevano salire immediatamente su un aereo per il viaggio di 225 km di ritorno a Tijuana. “Non ci hanno nemmeno dato il tempo di recuperare”, ha detto Ghalenoei tramite un interprete. “Per noi è molto importante avere tempo per recuperare, ma ci viene chiesto di salire su un aereo e tornare al nostro ritiro a Tijuana, e questo ci preoccupa molto”. Il capitano dell’Iran Mehdi Taremiche già nella conferenza stampa pre partita era stato molto critico – ha aggiunto: “Dobbiamo lasciare Los Angeles subito, e non è una buona cosa per noi. Penso che la Fifa debba aiutarci di più. … In realtà, per noi è tutto un disastro”.

L’attaccante trentatreenne ex Inter ha rivelato che il presidente della Fifa Gianni Infantino ha fatto visita ai giocatori negli spogliatoi. “Gli sono state chieste le stesse cose (…) vuole aiutare, ma ci sono altri problemi” che lo ostacolano, ha detto, senza menzionare direttamente l’amministrazione americana. Taremi ha anche ringraziato “i tifosi di Los Angeles”, che hanno sostenuto con forza la squadra dei Melli.

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Ghalenoei ha detto che diversi giocatori hanno avuto crampi durante la partita, giocata in condizioni climatiche miti. Ha attribuito i problemi fisici alla mancanza di un adeguato tempo di preparazione causata dagli ostacoli burocratici e diplomatici dell’Iran. “Prima della partita, ho detto che non abbiamo avuto tempo di adattarci a causa del viaggio”, ha spiegato Ghalenoei, “molti dei nostri giocatori hanno avuto crampi, ed è per questo che abbiamo dovuto sostituirli. Quindi non è stato per motivi tecnici che abbiamo effettuato le sostituzioni. È stato a causa degli infortuni e dei crampi. Saranno visitati dal nostro staff tecnico, ma il fatto che abbiano ritardato il nostro arrivo e ci stiano costringendo a tornare indietro in anticipo senza tempo per il recupero, sta rendendo la situazione più difficile”. Le restanti due partite degli iraniani nella fase a gironi sono contro il Belgio a Inglewood domenica, seguite da una trasferta a Seattle per affrontare l’Egitto la prossima settimana.

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Il traghetto Genova-Olbia diventa una crociera-raduno di fan diretti al concerto Vasco Rossi: canti, balli, trenini e cori a squarciagola. Ecco cos’è successo – IL VIDEO

Chi c’era testimonia che è stato un evento nell’evento. Un raduno vero e proprio di qualche centinaio di fan sulla nave Gnv partita da Genova alle 19 del 12 giugno e arrivata a Olbia alle 7.45 di sabato 13. Per Vasco Rossi questo ed altro. Il rocker il 12 e 13 giugno scorso ha tenuto due concerti all’Olbia Arena. Appuntamenti irrinunciabili non solo per i fan sardi dell’artista, ma anche per chi dal Nord si è organizzato per partecipare all’immancabile rito collettivo, che si rinnova da anni.

E così Vasco unisce gli animi non solo sui prati e nelle grandi arene, ma anche sui pontili delle navi, dove si sono dati appuntamento, senza nemmeno avvisarsi tra loro, i fan del Blasco. È stata “Albachiara” canticchiata e diffusa nelle casse stereo nell’Area Bar della nave ad “accendere” gli animi. Nel giro di pochi istanti tutti si sono spontaneamente uniti in canti, balli e trenini sulle canzoni più famose e indimenticabili. Un modo per “scaldare” l’ugola in vista del live: da “Lunedì” a “Siamo soli”, da “Se ti potessi dire” a “Vita spericolata” e ancora “Non l’hai mica capito” fino a “Vivere”. In sottofondo tra un canto e l’altro l’immancabile coro “Oleeee oleeee ole oleeeee. Vasco. Vasco!”. Scene di pura festa e di aggregazione, immortalati dai telefonini dei passaggeri ‘estranei’ al gruppo e diretti alle località sarde di mare, ma divertiti nell’assistere ai fan ‘stropicciati’ ed euforici.

Il rocker ha radunato in Sardegna in due giorni oltre 70mila fan. Un ritorno gradito a 43 anni dalla sua unica esibizione davanti a Tavolara che risale ai tempi di “Bollicine”. In Gallura Vasco è arrivato con la terza doppietta di concerti dopo Rimini e Ferrara. Anche all’Olbia Arena Vasco ha proposto perle come “(Per quello che ho da fare) Faccio il militare” e “Domani sì, adesso no” che apriva il tour del 1985 di “Cosa Succede in città” ed è stata eseguita per la prima volta dal vivo proprio in Sardegna, ad Assemini.

E ancora “La noia”, ”Canzone”, “Siamo soli”, che in versione live uniscono tutte le “generazioni di sconvolti”. Tra i classici “Vita spericolata”, scritta proprio in Sardegna. Naturalmente il gran finale è ”Albachiara” sotto i fuochi d’artificio. Il rocker ha salutato con affetto la platea: “Siamo arrivati alla fine… Ma ogni fine è sempre un nuovo inizio. Vi voglio bene. Olbiaaaa!!!! È stato splendido!!! Siete arrivati da tutte le parti della Sardegna per queste due notti di Festa. Abbiamo fatto esplodere di gioia e di rock questa terra meravigliosa per due serate consecutive e abbiamo infiammato l’Olbia Arena per 70.000 cuori! Grazie Olbia! Grazie Sardegna! Evvivaaa!!!””.

E i fan, molti dei quali senza quasi più voce, hanno replicato cori e canti anche nel viaggio di ritorno Olbia-Genova. Febbre da Vasco.

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Volo Ryanair in ritardo di 11 ore: passeggera ottiene 400 euro di rimborso ma deve pagarne 200 di spese legali. Ribaltone in Cassazione

Ottenere giustizia per un grave disservizio aereo e ritrovarsi a dover pagare le spese legali fino a dimezzare di fatto il risarcimento faticosamente conquistato. È il paradosso vissuto da una passeggera di Ryanair, protagonista di un’odissea legale che ha richiesto l’intervento della Corte di Cassazione per ripristinare il corretto principio di responsabilità.

Il ritardo e la sentenza del tribunale di Treviso

Come riportato dal quotidiano Il Gazzettino, i fatti risalgono alla metà di dicembre 2023, quando un volo della compagnia irlandese decollato da Malaga e diretto all’aeroporto Canova di Treviso accumula oltre 11 ore di ritardo. Di fronte al disagio, la viaggiatrice decide di tutelare i propri diritti affidando la pratica alla società specializzata Voloperso Srl. A seguito di una diffida formale, Ryanair si limita a offrire l’indennità base prevista dalla normativa, pari a 400 euro. La passeggera decide quindi di portare la vertenza davanti al giudice di pace.

Il tribunale locale conferma il diritto al risarcimento di 400 euro, aggiungendo il riconoscimento degli interessi maturati. Tuttavia, i giudici respingono la richiesta di rimborso delle spese legali. La motivazione della corte si fonda sulle condizioni contrattuali offerte dall’agenzia di assistenza: “La società Voloperso Srl si era impegnata a non richiederle alcun compenso, commissione o rimborso in caso di reclamo infruttuoso“, hanno scritto i giudici trevigiani nella sentenza. Questa interpretazione ha lasciato l’onere delle spese legali, pari a circa 200 euro, a carico della passeggera, decurtando di fatto la metà del risarcimento ottenuto.

L’intervento della Cassazione: annullata la sentenza

Ritenendo la decisione iniqua, la difesa della passeggera ha impugnato la sentenza portando il caso fino al terzo grado di giudizio. Gli Ermellini hanno dato ragione alla viaggiatrice, ribaltando completamente l’impostazione giuridica del tribunale di Treviso e annullando la sentenza precedente. La Suprema Corte ha stabilito un principio chiaro: la formula “zero rischi” offerta da un’agenzia a tutela del cliente non può trasformarsi in uno sconto per l’azienda colpevole del disservizio. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici di Cassazione precisano che “la gratuità, concepita come protezione totale del consumatore da ogni rischio di esborso, non può tradursi in un vantaggio per la parte risultata inadempiente, pena la violazione del principio di causalità”.

Il principio di causalità e i prossimi passi

La pronuncia della Corte chiarisce in modo inequivocabile a chi spetti il saldo finale delle procedure legali in casi simili: “L’onere delle spese necessarie per la realizzazione del diritto deve gravare esclusivamente sul soggetto che, rendendosi inadempiente, ha reso necessaria l’attività di assistenza”. Con la sentenza della Cassazione che fa giurisprudenza in materia di tutele del viaggiatore, il fascicolo non è ancora definitivamente chiuso. Gli atti sono stati ora rinviati al tribunale di Treviso, che avrà il compito di rianalizzare il caso applicando il principio sancito dagli Ermellini e addebitando i costi legali direttamente a Ryanair.

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“C’era una banana che era uguale al mio cane. Anche gli agrumi assomigliano agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto”: così Angelina Mango

“Secondo me un po’ tutto può essere spiegato con la frutta”. Parola di Angelina Mango, che nel podcast di Alessandro Cattelan “Supernova” ha raccontato di una sua curiosa teoria.

“Se tu guardi l’interno di una banana è una faccia sorridente, triste o arrabbiata, ha un’espressione. – ha detto la cantante – C’era una banana che l’altro giorno era uguale al mio cane. Anche gli agrumi, per esempio, assomigliano moltissimo agli occhi, all’iride. Quando vedo queste somiglianze smatto“.

La cantante ha pubblicato il 12 giugno il nuovo singolo con Marco Mengoni “Canto d’amore”: “Non avrebbe avuto senso per me fare musica senza dire cose vere, e parlare di quanto fosse tutto pazzesco, quando non lo era per me. E (l’album) caramé è questo. Credo ripaghi sempre il fatto che ci sia qualcosa di vero, anche sofferto, ma vero”.

E ancora: “Quello che voglio è fare musica. Nel tour di marzo, per esempio, ho completamente escluso tutto ciò che riguardasse vestiti, fitting, trucco e parrucco… Volevo togliere tutta quella parte, andare lì e fare musica, ma non perché tutto il resto sia sbagliato. Adesso piano piano sto cercando di recuperare e riprendere anche quella parte”.

“La persona che sono diventata dopo un anno e mezzo ha delle cose in più da dire, delle cose che ha imparato. – ha concluso – Mi sono presa il mio tempo e adesso mi sento molto diversa, forse in meglio. Sono un po’ più tranquilla. Per me la priorità è sempre stare centrati con se stessi. Per un attimo ho avuto paura che tutti si scordassero di me, ma questo timore è passato subito. Anche se si fossero dimenticati, mi piace ripresentarmi con questo disco e con la persona che sono adesso”.

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Leapmotor B05, la prova de Il Fatto.it – Autonomia reale e dotazione completa – FOTO

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“Il prezzo è come il tartufo: è buono, ma copre tutto”, sorride Federico Scopelliti, direttore di Leapmotor per l’Italia, il primo mercato dopo la Cina, peraltro destinato a venire superato dalla Germania e dal Regno Unito (nazioni nelle quali si vendono molte più macchine) dove la raccolta ordini sta crescendo in maniera quasi esponenziale. Leapmotor ha Stellantis come azionista di riferimento (21%) e fuori dalla Repubblica Popolare, le operazioni della joint venture sono controllate al 51% dalla stessa Stellantis, che beneficia del successo del marchio, diventato paradossalmente popolare in Italia con una elettrica, la T03, che grazie agli incentivi si riusciva ad acquistare ad un prezzo inferiore a quello di una e-bike. La risposta è stata quasi entusiastica nella parte meridionale del Belpaese, tanto che Leapmotor è diventato il marchio più venduto in Campania con picchi di vendita anche in Sicilia, in città come Catania e Ragusa.

La nuova B05 non è solo più lunga (4,43 metri di lunghezza) e più larga (1,88 metri, la taglia maggiore nel segmento), ma anche più brillante con la sua trazione posteriore e la sua unità da 218 Cv e 240 Nm di coppia. Con il launch control ha uno spunto da 0 a 100 orari di 6,7” (170 km/h di velocità massima) che la rendono anche piuttosto “peperina”. Circa l’autonomia, un parametro sempre più importante, nell’omologazione Leapmotor sembra non aver spinto troppo, nel senso che è sin troppo facile restare sotto i 15,9 kWh/100 km dichiarati: dopo i cento movimentati chilometri di prova il consumo si è attestato attorno ai 15, ma scendere sotto i 14 anche guidando in maniera disinvolta non è affatto complicato.

La vocazione è quella di una sportiva, peraltro sviluppata espressamente per il mercato del Vecchio Continente e con un bagagliaio con una capienza compresa fra i 345 e 1.400 litri, e di sicuro al volante si apprezza una sostanziale e piacevole precisione dello sterzo, un rassicurante assetto legato anche dalla calibratura europea degli ammortizzatori e un notevole equilibrio (non solo tra i pesi).

Ispirata esteticamente ad una coupé e ambientata tecnologicamente nel mondo digitale, la Leapmotor B05 non ha praticamente alcun tasto fisico: tutte le funzioni si comandano del generoso schermo centrale da 14.6”. Per chi è abituato all’ecosistema analogico è un cambiamento radicale, anche se in Cina si lavora già ad un’evoluzione con la quale torneranno alcuni pulsanti.

Le linee sono essenziali, quasi pure (le portiere sono anche prive di profilo), e influiscono sul coefficiente aerodinamico di 0,26, che beneficia di soluzioni come la griglia attiva o come i deflettori anteriori laterali che assieme valgono oltre 12 chilometri di percorrenza in più. Offerta con batterie litio-ferro-fosfato da 56,2 e 67,1 kWh, la B05 è accreditata di autonomie comprese fra 401 e 482 chilometri e tempi di ricarica (la potenza massima è di 168 kW) di 17 minuti per un rifornimento fra il 30 e l’80%.

La considerazione iniziale di Scopelliti riguarda il fatto che il prezzo tende a coprire l’elevato livello tecnologico e di sicurezza (due e modelli, entrambi con le 5 stelle EuroNcap ai crash test) offerto da Leapmotor. L’armamentario è generoso, a cominciare da 21 Adas, di serie su ogni versione, e su un listino semplice che include pochi accessori, cinque colori e tre allestimenti. “Offriamo tecnologia elettrica avanzata accessibile a tutti”, insiste il manager, il quale immagina che la B05 possa incidere per il 30% sui volumi a zero emissioni in Italia.

L’entry level parte da 26.900 euro, mentre il top di gamma (con sellerie in ecopelle e il grande tetto panoramico) arriva a 30.900. In fase di lancio, si può avere con una sforbiciata di 4.000 euro sul prezzo: 3.000 valgono per tutti, anche senza finanziamento, e gli altri 1.000 si possono avere in caso di permuta o rottamazione. Con questo modello, peraltro fabbricato in Cina, Leapmotor punta a diffondere la mobilità elettrica (la T03 si continua a vendere bene anche senza incentivi) e elettrificata.

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Da venerdì sarà completamente riaperto lo Stretto di Hormuz, ha detto Trump al G7

Donald Trump ha al suo arrivo al vertice del G7 di Évian-les-Bains, in Francia, che lo Stretto di Hormuz sarà «completamente aperto» da venerdì. Il presidente statunitense lo ha ribadito all’inizio dell’incontro bilaterale con il presidente francese Emmanuel Macron, presentando l’intesa con l’Iran come un risultato ormai acquisito: «L’accordo è tutto firmato», ha detto, aggiungendo che lo stretto «è già parzialmente aperto». Secondo Trump, la riapertura del canale sarà assicurata dall’accordo con Teheran e non da un intervento militare europeo più ampio. «Penso che in Medio Oriente stiano per accadere molte cose molto positive. E, cosa molto importante, il petrolio sta crollando e la borsa oggi sta salendo come un razzo», ha aggiunto. Riferendosi alla proposta franco britannica di una missione navale nello Stretto di Hormuz per garantire il passaggio delle navi commerciali, Trump ha detto a Macron: «Non credo che avremo bisogno di molto aiuto».

Il memorandum di intesa dovrebbe essere firmato formalmente venerdì a Ginevra dal vicepresidente statunitense JD Vance e dal capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca ha detto che il testo completo sarà pubblicato entro ventiquattro o quarantotto ore. Il punto centrale dell’intesa, secondo Trump, è che l’Iran non avrà la bomba atomica: «Hanno accettato pienamente questo punto, con forti poteri di controllo».

Trump ha detto anche, in un messaggio pubblicato sui social, che «le navi stanno cominciando a muoversi, molte cariche di petrolio, fuori dallo Stretto di Hormuz» e che starebbero percorrendo una rotta meridionale «totalmente sicura, protetta e intatta». Le informazioni provenienti dal settore marittimo sono più prudenti. Organizzazioni e società che monitorano il traffico navale hanno segnalato che gran parte delle navi resta ferma nel Golfo Persico e che la ripresa normale dei passaggi potrebbe richiedere settimane o mesi. Il problema non è solo politico, ma anche operativo: servono rotte considerate sicure, garanzie sulla presenza di mine, coperture assicurative e indicazioni chiare alle compagnie di navigazione. Trump ha ammesso che sono in corso attività di ricerca di mine, spiegando che «stanno facendo un po’ di caccia» dopo averne già trovate alcune, ma ha insistito che venerdì lo stretto sarà completamente aperto.

Uno dei nodi più delicati riguarda il possibile ruolo dell’Iran nella gestione del traffico marittimo. Teheran sostiene che l’accordo le riconosca il diritto di applicare tariffe per servizi marittimi nello stretto, in coordinamento con l’Oman. I governi europei temono che questa formula possa diventare, di fatto, un sistema di pedaggi. Macron ha detto che la Francia difende il diritto internazionale e che farà tutto il possibile perché non ci siano pedaggi. Trump ha respinto questa interpretazione: secondo lui l’accordo prevede che lo Stretto di Hormuz sia aperto e gratuito.

La proposta franco britannica di una missione navale resta quindi sospesa. Francia e Regno Unito lavorano da mesi a un piano difensivo per sminare le rotte e rassicurare equipaggi, armatori e assicuratori. Macron ha detto a Trump che la Francia potrebbe impiegare aerei, fregate, unità specializzate nella ricerca di mine e la portaerei Charles de Gaulle. Il presidente francese ha però precisato che tutto dipenderebbe dalla richiesta e dalla necessità effettiva della missione. Trump non ha escluso una presenza limitata, ma ha detto di non ritenere indispensabile un sostegno rilevante da parte degli alleati.

Il memorandum non chiude le questioni più complesse. I negoziati sul programma nucleare iraniano, sulle sanzioni statunitensi e sullo sblocco dei beni congelati dovrebbero svolgersi nei sessanta giorni successivi alla firma. Da parte americana è stata prospettata la possibilità di un alleggerimento delle sanzioni e di alcuni gesti iniziali, ma solo se Teheran dimostrerà di rispettare gli impegni, evitando ulteriore arricchimento dell’uranio e l’espansione degli impianti. Restano però da definire il destino delle scorte di uranio altamente arricchito, il livello delle ispezioni e le modalità di verifica. 

Il fronte più fragile è quello libanese. L’Iran sostiene che l’intesa debba includere anche la cessazione degli attacchi israeliani in Libano, dove Israele ha condotto una vasta offensiva dopo il lancio di missili di Hezbollah contro il nord di Israele. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto agli Stati Uniti di garantire che Israele rispetti il cessate il fuoco. Il portavoce Esmail Baghaei ha avvertito che l’intero accordo dipende anche dalla sua applicazione in Libano.

Israele ha preso le distanze dall’intesa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu non l’ha respinta apertamente, ma ha detto che si tratta di una decisione di Trump e che Israele ha «i propri interessi». Netanyahu ha aggiunto che le forze israeliane non lasceranno le aree occupate in Libano nonostante il cessate il fuoco e che Israele sarà pronto a colpire l’Iran se riterrà che stia procedendo verso la costruzione di un’arma nucleare. «Con un accordo o senza accordo, l’Iran non avrà armi nucleari, non oggi e non domani», ha detto.

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L’India non c’è, ma ci sono gli indiani: le storie dei quattro calciatori ai Mondiali

Delle dieci potenze mondiali l’unica a non aver mai giocato una Coppa del Mondo di calcio è l’India. Per la verità una volta era anche riuscita a qualificarsi: per il mondiale brasiliano del 1950, visto il ritiro di tutte le altre nazionali della sua area, ma alla fine anche l’India si ritirò e per un motivo singolare. La Fifa, infatti, comunicò a tutte le squadre che non ci sarebbero state deroghe alle… scarpe. Già, era il 1950, molti calciatori indiani abituati a giocare scalzi comunicarono che se non a piedi nudi non avrebbero preso parte alla competizione. Secondo indiscrezioni però dietro la motivazione ufficiale c’era il timore di fare una figuraccia, visto il calibro delle avversarie (l’India avrebbe giocato la prima gara contro l’Italia, che aveva vinto le ultime due edizioni della Coppa).

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Di fatto nuove occasioni di partecipare alla massima competizione calcistica non ci sono state da allora. Il massimo risultato raggiunto è un secondo posto in Coppa d’Asia nel 1964. Il calcio, insomma, non fa breccia nel cuore degli indiani, più affezionati al cricket, e poi al badminton, alla lotta o all’hockey sul prato. Tuttavia, se anche al Mondiale 2026 in Stati Uniti, Canada e Messico l’India non c’è, ci sono gli indiani.

Sono quattro infatti i calciatori d’origine indiana che partecipano, con quattro nazionali diverse, alla competizione. Nella Nuova Zelanda c’è Sapreet Singh, le cui radici sono inequivocabili già dal cognome: centrocampista offensivo di grande talento, è stato anche il primo calciatore di origini indiane a giocare in Bundesliga: vanta due presenze nel Bayern Monaco (e due ottime stagioni al Bayern Riserve) e oggi gioca in Australia.

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E proprio nell’Australia gioca in attacco Nishan Velupillay, padre originario dello Sri Lanka e madre anglo-indiana, cresciuto nel Melbourn Victory dove gioca tutt’ora come ala sinistra: con i Socceroos ha avuto un impatto importante fin dall’esordio, con un gol importantissimo messo nella gara di qualificazione contro la Cina, dopo pochi secondo dal suo ingresso in campo.

E nel centrocampo del Congo sarà schierato Samuel Moutoussamy, mediano ormai trentenne che gioca nell’Atromitos in Grecia. Moutoussamy arriva dalla Francia, la mamma è congolese mentre il padre è franco-guadalupense ma di origine tamil. Cresciuto nel vivaio nel Lione, si è affermato in particolare al Nantes: gioca nella nazionale congolese ormai dal 2018.

Il talento più interessante di origine indiana gioca nel Qatar, ed è Tahsin Mohammed Jamshid, un 2006 che gioca come ala sinistra, attaccante che può giocare sia come seconda punta che come ala, visto che è molto bravo nell’uno contro uno. Il padre e la madre arrivano dal Kerala e si trasferirono a Doha nel 1996: anche il papà è stato un buon calciatore a livello universitario.

L’India evidentemene dovrà ancora aspettare per vedere la propria bandiera sventolare in un Mondiale di calcio. Intanto, però, milioni di indiani sparsi per il mondo possono riconoscersi nelle storie di Singh, Velupillay, Moutoussamy e Jamshid. Quattro maglie diverse, quattro percorsi differenti, ma un filo comune che attraversa continenti e generazioni. Perché forse nel 2026 la storia (calcistica) di un Paese non si racconta soltanto attraverso la sua nazionale, ma anche attraverso i figli e i nipoti che ne portano le radici sui palcoscenici più importanti del mondo.

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“Romanzo Quirinale”, il libro di Savino Balzano che sfida il racconto intoccabile del Colle

Il Quirinale è davvero rimasto il garante imparziale previsto dalla Costituzione? Da questa domanda prende le mosse “Romanzo Quirinale”, il nuovo libro di Savino Balzano, edito da Paper First, che ripercorre alcune delle scelte più significative delle ultime presidenze della Repubblica per proporre una lettura critica del ruolo assunto dal Colle nella vita politica italiana.

Nessuno osa criticarlo. Nessuno pronuncia il suo nome senza un leggero inchino. Politici, giornalisti, opinionisti: tutti in coro ne esaltano stile, saggezza e infiniti meriti. Chi prova a discostarsi viene additato, isolato, ostracizzato. Si scrive che il Presidente della Repubblica sia l’unica istituzione davvero funzionante, l’uomo più amato d’Italia, il custode supremo della Costituzione. Ma è davvero così? È vero che Sergio Mattarella sia tanto stimato e ammirato dal popolo italiano?

Savino Balzano smonta una per una le bugie di questo racconto. Concentrandosi sulle dichiarazioni e soprattutto sui silenzi degli ultimi due Capi dello Stato, mostra cosa si nasconde dietro il racconto ricamato dal sistema: una condotta opaca e ambigua, che lascia intravedere spettri preoccupanti. Un testo politico spietato, diretto, semplice e onesto. Paragonando l’operato di Mattarella e Napolitano a quello di altri – a partire da Sandro Pertini – emerge una verità scomoda: certe scelte hanno reso il Quirinale pericoloso per la tenuta democratica del Paese.

Il Presidente della Repubblica ha vampirizzato una politica debole e inetta per garantire interessi esterni, allontanandosi dalla Costituzione sulla quale pure questi uomini hanno giurato.

In libreria e in tutti gli store online

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“Non ha pagato fatture e bollette”: amministratore scappa in Thailandia lasciando i condòmini con migliaia di euro di debiti

Le tapparelle sono abbassate. Sul citofono nessuno risponde. Davanti all’ingresso dello studio, qualche condomino si ferma ancora, quasi per riflesso, come si fa davanti a una porta dietro la quale si spera di trovare una spiegazione. O almeno qualcuno disposto a fornirla. Invece niente. A Foggia, da settimane, il nome dell’amministratore di condominio più discusso della città rimbalza da un’assemblea all’altra, attraversa gruppi WhatsApp infuocati e finisce sulle scrivanie degli avvocati. Una storia che sembra uscita da una sceneggiatura scritta a metà tra il giallo di provincia e la commedia all’italiana. Con una differenza: qui nessuno ride davvero. Tutto comincia dalle bollette.

O meglio, dalle bollette che avrebbero dovuto essere pagate e che invece, secondo le denunce presentate dai condòmini, sono rimaste lì, impilate come una torre di Jenga pronta a crollare. Nel grande complesso residenziale di viale Pinto il conto è da capogiro: oltre 221 mila euro di debiti accumulati. Circa 150 mila euro verso l’Acquedotto Pugliese, il resto tra energia elettrica, pulizie e altre forniture. Numeri che fanno girare la testa più velocemente di una riunione condominiale convocata per decidere il colore dell’androne. Eppure il vero problema non è la cifra. È che quella cifra potrebbe essere soltanto l’inizio. Camminando tra i palazzi coinvolti, la sensazione è che ogni portone nasconda una storia simile. Una verifica tira l’altra. Un estratto conto ne richiama un altro. E quello che sembrava un caso isolato sta assumendo le dimensioni di una possibile voragine economica che, secondo alcune stime ancora da verificare, potrebbe superare il milione di euro. C’è chi parla di due milioni. C’è chi preferisce non fare conti e aspettare gli accertamenti.

Ma c’è soprattutto chi deve pagare. «Abbiamo capito che qualcosa non quadrava circa otto mesi fa», raccontano Mauro Zuppardi e Pina Cutolo, due dei residenti diventati il volto della protesta. La scoperta arriva quasi per caso, come spesso accade nelle storie peggiori. Una telefonata all’impresa delle pulizie. Una domanda fatta senza particolari sospetti. Una risposta che cambia tutto. Arretrati superiori a 15 mila euro. Da quel momento i condòmini si trasformano in investigatori improvvisati. Nessun distintivo, nessuna sirena. Solo faldoni, ricevute e una quantità di caffè probabilmente incompatibile con qualsiasi prescrizione medica. Scoprono che l’assicurazione del condominio è scaduta. Che su una palazzina grava un decreto ingiuntivo. Che esistono problemi con la fornitura dell’acqua. Poi arriva il colpo più duro. Agli sportelli dell’Acquedotto Pugliese emerge un debito di circa 150 mila euro accumulato dal 2021. Da qui immediatamente i condòmini convocarono l’amministratore che con molta tranquillità rispose minimizzando «di stare tranquilli, non vi preoccupate è una prassi normale» e per evitare di alzare il polverone aggiunse «I conti torneranno al posto. C’è un piano di rientro». Anzi, più di uno. Il problema, sostengono oggi i condòmini, è che nessuno di quei piani sarebbe mai arrivato realmente al traguardo.

E come in ogni storia che inizia a sfiorare il surreale, spunta un dettaglio che sembra scritto da uno sceneggiatore particolarmente fantasioso. Secondo quanto riferito ad alcuni residenti dall’ente Acquedotto Pugliese, negli anni la fornitura dell’acqua sarebbe stata sospesa più volte. E ogni volta qualcuno avrebbe rimosso i sigilli consentendo all’acqua di continuare a scorrere mentre il debito cresceva nell’ombra. Per evitare nuovi distacchi, l’Acquedotto Pugliese ha concesso una rateizzazione chiedendo però un anticipo immediato. Così molte famiglie si sono ritrovate davanti a un paradosso degno di un manuale di burocrazia creativa: pagare una seconda volta bollette che avevano già versato attraverso le quote condominiali. «Stiamo pagando tutto due volte», ripetono. E nelle assemblee quella frase è diventata una sorta di slogan involontario. La vicenda esplode definitivamente quando un altro stabile cittadino, in via Rovelli, resta senz’acqua per quasi due giorni. Anche lì l’amministratore è lo stesso. Anche lì i residenti devono anticipare denaro per ottenere il riallaccio.

Da quel momento il passaparola corre più veloce di qualsiasi comunicazione ufficiale. Ogni condominio controlla i propri conti. Ogni verifica apre nuove domande. Ogni domanda sembra portare nella stessa direzione. Particolarmente delicato è il capitolo relativo ai movimenti bancari. Alcuni condòmini, dopo aver richiesto chiarimenti, avrebbero ottenuto documentazione dalla quale emergerebbero trasferimenti di somme dai conti condominiali verso il conto personale dell’amministratore. Saranno le indagini a stabilire responsabilità e destinazione effettiva del denaro. Ma è proprio qui che la storia cambia tono e diventa quasi cinematografica. Quando i sospetti iniziano a trasformarsi in contestazioni formali, l’amministratore comunica di dover raggiungere la Thailandia, dove risiederebbe la moglie. Poi il silenzio. Telefono spento. Studio chiuso. Nessuna risposta.

A Foggia la notizia viaggia ormai accompagnata da una battuta amara che cambia a seconda del quartiere ma mantiene sempre lo stesso concetto: tutti sanno dove sarebbero dovuti finire i soldi. Nessuno sa dove siano finiti davvero. Oggi una trentina di condòmini si è affidata all’avvocato Giovanni Marseglia, che ha presentato una querela alla Guardia di Finanza ipotizzando i reati di truffa e appropriazione indebita. Gli accertamenti sono in corso e sarà la magistratura a chiarire l’effettiva portata della vicenda. Intanto, nei cortili e negli androni dei palazzi coinvolti, resta una certezza condivisa da tutti. Per anni l’unica cosa che sembra aver funzionato con assoluta puntualità è stata la raccolta delle quote condominiali. Il problema, adesso, è capire quale strada abbiano preso dopo aver varcato la soglia della cassa.

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Maturità, la denuncia: “Agli studenti con disabilità negato il diritto di ripetere l’anno”

“L’esame di maturità non è uguale per tutti, esiste una normativa che discrimina gli studenti con disabilità rispetto a quelli senza”. A denunciarlo a ilfattoquotidiano.it è Evelina Chiocca, presidente e tra i fondatori della Federazione Osservatorio182, organizzazione costituita da oltre 20 associazioni rappresentative delle persone con disabilità e delle loro famiglie, presente con otto sedi regionali. “In Italia ci sono delle regole differenti che colpiscono esclusivamente gli alunni che vivono condizioni di fragilità che si apprestano a svolgere l’esame di Stato al termine dell’ultimo anno delle scuole superiori. Le leggi vigenti sull’esame di maturità consentono agli studenti che non sostengono una o più prove d’esame di ripetere l’anno scolastico, mentre per gli alunni con disabilità che non dovessero sostenere una o più prove prevede il rilascio dell’attestato di credito formativo. Agli uni è concessa la ripetizione e quindi la possibilità di conseguire il diploma”, segnala Chiocca, “agli altri, in quanto persone con disabilità, questo diritto di ‘ripetere’ non viene concesso. Si parla tanto di inclusione scolastica, ma qui siamo di fronte a qualcosa di molto grave che è l’opposto del concetto di pari opportunità e di uguaglianza di fronte alla legge”, evidenzia l’esperta.

La Federazione Osservatorio182 si costituisce a settembre 2024 e prende il nome dal decreto 182/2020, legge che ha previsto un nuovo modello nazionale di Piano educativo individualizzato (Pei) con rinnovate modalità di assegnazione del sostegno didattico agli alunni con disabilità. “La differenza di trattamento in occasione dell’esame di maturità verso gli alunni con disabilità è poco trattata sui media ma è una questione molto sentita dalle famiglie e colpisce quasi nel silenzio generale ragazze e ragazzi con disabilità”, afferma Chiocca. Nel decreto legislativo 62/2017 (art.20, comma 5) è indicato che “agli studenti con disabilità per i quali sono state predisposte dalla commissione/classe, in base alla deliberazione del consiglio di classe di cui al comma 1, prove d’esame non equipollenti, o che non partecipano agli esami o che non sostengono una o più prove, è rilasciato l’attestato di credito formativo”. “Questa disposizione normativa”, aggiunge la presidentessa dell’Osservatorio182, “è stata confermata e ripresa quest’anno dall’Ordinanza Ministeriale n. 54 del 26 marzo”

Se uno studente con disabilità non sostiene una o più prove d’esame, allora si vede consegnare solo un attestato con un valore evidentemente inferiore rispetto al diploma di scuola secondaria di secondo grado. Ma non è solo questo. “Nei fatti viene negata la libertà di scelta di poter ripetere l’anno come invece è consentito ai propri compagni senza disabilità. Questo diverso trattamento”, aggiunge Chiocca, “riguarda anche gli studenti con disabilità per i quali è stato adottato un percorso personalizzato, finalizzato al conseguimento del diploma, se non si presentano all’esame di Stato o se non sostengono una o più prove d’esame non ricevono il diploma, come invece accade per gli altri compagni di classe”.

Chiocca, già presidente anche del Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno (C.I.I.S.), docente nei corsi universitari di specializzazione TFA sostegno, conclude rilasciando a ilfattoquotidiano.it un appello indirizzato alle istituzioni: “L’alunno con disabilità subisce quindi un trattamento differente, a fronte della stessa identica situazione. Chiediamo un intervento correttivo urgente, affinché questa forma di discriminazione nei confronti degli studenti e delle studentesse con disabilità venga cancellata dall’ordinamento legislativo italiano”. L’Osservatorio182 offre assistenza legale gratuita alle famiglie che hanno figli con disabilità in età scolare oltre a organizzare incontri per informazione-consulenze rivolti ai genitori e corsi di formazione in itinere dedicati ai docenti sul tema del sostegno scolastico.

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Caccia, la riforma “spara-tutto” arriva in Senato: bocciata dall’Ue e ora pure dal Consiglio d’Europa, perché la legge è “pericolosa per la fauna e per noi”

A un anno dalla scadenza della legislatura, la riforma che punta a stravolgere la legge 157/92 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio) arriva in Senato. Dove due anni fa non è riuscita la Lega con una sua proposta (firmata da Francesco Bruzzone), dove Francesco Lollobrigida ha subìto una – parziale – sconfitta (il ministro di FdI avrebbe preferito un iter più snello, ma lo scorso anno ha incassato lo stop del governo), ecco che il centrodestra unito è vicino al proprio obiettivo. Vale a dire: approvare il disegno di legge 1552 (ddl Malan) e sventolare la bandierina in favore di una fetta consistente di elettorato: cacciatori, mondo agricolo (che da tempo ha messo le mani sull’attività venatoria) e armieri. Tre lobby unite da interessi comuni e il cui pressing nei palazzi del potere è asfissiante.

Ambiente e scienza fatti a pezzi

Va detto che, accanto alla riforma, FdI-Lega-FI parte dei propri scopi li hanno già ottenuti. In un modo più scaltro – qualcuno userebbe un aggettivo diverso – attraverso strade meno dirette ma altrettanto efficaci. Il primo colpo fu quello dell’emendamento Foti: una norma buttata lì nei giorni concitati dell’approvazione della legge di Bilancio del 2022 (il governo Meloni era da poco in carica) che, approvata, consente di sparare nelle aree protette e nei parchi urbani. Da lì il centrodestra ha fatto di questa strategia meno visibile, specialmente per l’impatto sull’opinione pubblica e sui media, il proprio modus operandi. Come? Per sparare sui valichi montani dopo il divieto del Consiglio di Stato – una rivoluzione, specialmente nelle Regioni del Nord – ecco che arriva la norma, inserita nella legge sulla Montagna, che aggira lo stop. Per trasformare le aziende faunistico-venatorie in aziende con scopo di lucro, ecco un’altra modifica alla manovra. Questa volta, a fine 2025. E ad esultare è Coldiretti: i proprietari, una volta riconosciuti come agricoltori, accederanno agli ingenti fondi della Pac. Per non parlare dell’assalto all’Ispra, i cui tentativi di depotenziarla sono costanti. Non ultimo, la nomina a presidente – per la prima volta nella storia dell’istituto, in teoria un organismo specificamente scientifico e indipendente – di una figura non tecnica, e cioè la ex senatrice di Forza Italia, Alessandra Gallione

Ma torniamo alla riforma della caccia. Il percorso nelle commissioni Ambiente e Agricoltura di Palazzo Madama è stato, salvo significative eccezioni, lineare. Esaminati gli oltre 2mila emendamenti, il centrodestra ha approvato (quasi) tutto ciò che desiderava approvare. Vale però la pena citare i cortocircuiti nel cammino del disegno di legge. Per esempio quando ha tentato di rendere realtà un incubo: aprire la caccia agli stambecchi, una specie che si è salvata dall’estinzione provocata proprio dai cacciatori nella seconda metà dell’Ottocento, protetta fin da allora ma ancora molto fragile. Un incubo che per fortuna è durato pochi giorni: dopo le proteste del mondo scientifico e accademico, la marcia indietro della maggioranza, con lo stesso Lollobrigida che ha voluto far sapere che è intervenuto di persona per ripristinare il divieto assoluto di caccia.

C’è stato poi il caso curioso del subemendamento di Bartolomeo Amidei di FdI (quello che voleva dare il fucile in mano ai 16enni, per capirci), che però in questa occasione ha proposto una modifica assennata e del tutto condivisibile: raddoppiare la distanza entro cui è vietato sparare da fattorie didattiche, agriturismi e aziende agricole. Da 150 a 300 metri. Che cosa è successo? Il mondo venatorio è insorto e il provvedimento è stato ritirato. Chiudiamo questa breve carrellata con un argomento molto caro alle doppiette: l’uso delle munizioni al piombo nelle zone umide. Qui la maggioranza si è dovuta conformare alle richieste dell’Unione europea, che intanto aveva avviato una procedura d’infrazione. Proprio per evitare le sanzioni, il centrodestra ha ripristinato il divieto di queste specifiche munizioni nei pressi di laghi, torbiere, pantani. Lo ha fatto approvando un emendamento che, a dirla tutta, crea confusione per chi pratica la caccia nelle zone umide temporanee.

Ue e Consiglio d’Europa contro il governo

Nel percorso della riforma, però, si è verificato un intoppo politico ben peggiore e, per il governo, imbarazzante. Poco più di un mese fa, grazie alle associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, è saltato fuori che la Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan rischi di entrare in conflitto con le normative Ue. In particolare con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Anche qui, la conseguenza è che l’Italia finisca sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte sollevano diverse preoccupazioni” hanno scritto da Bruxelles. A peggiorare il quadro, già di per sé piuttosto grave, è stato il comportamento del governo, che ha tenuto la lettera ben nascosta. La missiva, infatti, risale a dicembre. Ed è diventata pubblica solo grazie alle associazioni animaliste e ambientaliste.

Ma non è tutto. Perché ilFattoQuotidiano.it può anticipare che il ministero dell’Ambiente ha ricevuto un’altra lettera di protesta. Questa volta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione che si occupa di tutelare lo Stato di diritto, i diritti umani e la democrazia dei 46 Paesi membri. In particolare, dal Comitato permanente della Convenzione di Berna. La senatrice di Verdi Alto Adige/Südtirol, Aurora Floridia, presidente del Network per un ambiente sano al Consiglio d’Europa, rivela che “il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna, dopo la mia segnalazione sulle gravi criticità del DDL 1552 sulla caccia, ha inviato una formale richiesta di chiarimenti al Mase. È un fatto di enorme rilevanza, perché in questo momento viene richiesto al governo italiano di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che questo disegno di legge è compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna“.

Dopo l’intervento della Commissione europea, dunque, “arriva adesso un nuovo e autorevole richiamo internazionale. Lo stiamo dicendo da mesi: questo disegno di legge rappresenta un gravissimo arretramento nella tutela della fauna selvatica. Se anche di fronte a questa ulteriore richiesta, il governo dovesse decidere di proseguire senza modifiche sostanziali, non esiterò ad attivare le ulteriori procedure previste dalla Convenzione di Berna, perché la fauna selvatica non può pagare il prezzo di una scelta politica scellerata e sorda a tutti i richiami, anche quelli espressi con forza dalle associazioni nazionali”. E ancora: “In un Paese in cui sempre più specie animali sono in difficoltà e sotto pressione a causa degli effetti del cambiamento climatico, è difficile comprendere come l’urgenza dell’attuale governo sia quella di estendere l’attività venatoria. E lo affermo con assoluta convinzione: la caccia non è tra le priorità degli italiani. Non è accettabile che questo disegno di legge venga portato avanti con tanta insistenza, bloccando di fatto due Commissioni. Il governo e la maggioranza – conclude Floridia – si fermino prima di portare in Aula un testo così contestato e sul quale gravano seri dubbi di compatibilità anche con il diritto internazionale ed europeo. La tutela della fauna selvatica non è un capriccio ideologico. È una questione di vita, anche della nostra”.

“Il provvedimento non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia normativa avviata a partire dal 2023. In tre anni sono stati adottati otto diversi interventi legislativi che hanno modificato la legge sulla caccia in 23 punti, intervenendo più volte sugli stessi articoli senza risolvere le criticità dichiarate e, anzi, contribuendo ad aggravarle”. A parlare è Domenico Aiello, Responsabile tutela giuridica della Natura WWF Italia e uno dei massimi esperti di tutela della fauna selvatica in Italia. “A meno di un anno dalla fine della legislatura il bilancio è fallimentare: due procedure di infrazione europee aperte, una procedura Pilot ancora in corso, problematiche legate alla fauna selvatica che non sono state risolte ma amplificate, insieme a un aumento evidente di insicurezza, atti di intolleranza e illegalità. Difendere la fauna selvatica significa difendere un bene comune e garantire la sicurezza dei cittadini – conclude Aiello – questo disegno di legge va nella direzione opposta e deve essere fermato”.

I contenuti della riforma: fucili in spiaggia, strage di uccelli, più specie cacciabili

La fauna selvatica non viene più vista come un patrimonio della collettività da proteggere (secondo la legge è patrimonio indisponibile dello Stato). Al termine “protezione” presente nel titolo, viene anteposto quello di “gestione” e la caccia viene definita per legge come l’attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Questo stravolgimento della realtà ha la funzione di tentare di rendere ogni misura a favore della caccia come coerente con i principi costituzionali, specialmente l’articolo 9 che tutela la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali.

Tra le specie cacciabili entrano l’oca selvatica e il piccione e si rende più agevole includere ulteriori specie con un provvedimento del presidente del Consiglio senza bisogno del parere dell’Ispra, mentre viene recepito il declassamento del lupo da strettamente protetto a protetto. Apertura per i fucili nel demanio marittimo, e dunque potenzialmente litorali, scogliere, spiagge, ma anche nel demanio forestale. Si estendono le aree cacciabili, addirittura obbligando le Regioni a verificare che quelle destinate alla protezione della fauna selvatica non eccedano il limite del 30%. Viene estesa la stagione venatoria oltre il mese di febbraio, cioè nel periodo di migrazione prenuziale e nidificazione (violando la Direttiva Uccelli). Viene eliminato l’obbligo di scelta di una delle tre opzioni di caccia e il cosiddetto legame cacciatore-territorio, attraverso l’ampliamento degli ATC e la previsione di maggiore mobilità venatoria (dunque viene meno il principio secondo cui il cacciatore “conosce” il proprio territorio e lo tutela).

E ancora: depotenziamento dell’Ispra, il massimo organo scientifico pubblico in materia ambientale a favore di un organo politico filo-caccia, il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale. Liberalizzazione dei richiami vivi, con la possibilità di catturare gli uccelli che, una volta imprigionati in minuscole gabbie, servono da “esca” per uccidere altri volatili; in più, nessun limite alla detenzione di uccelli provenienti da allevamento (cosa già adesso difficile da dimostrare). Il favore ai cacciatori stranieri, anche extra Ue, che potranno fare turismo venatorio in Italia senza grossi vincoli e senza limite numerico. Sanzioni per chi protesta contro le uccisioni (900 euro) e, naturalmente, poco o nulla per contrastare il bracconaggio e la caccia di frodo. Sanzioni addirittura ridotte per chi caccia illegalmente in parchi nazionali o città.

Particolarmente grave è l’ultimo emendamento, presentato dai relatori in queste ore, che interviene sul sistema sanzionatorio. Dopo aver annunciato un rafforzamento delle sanzioni – già ritenuto dalle associazioni insufficiente e non conforme agli obblighi derivanti dalla direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente – il governo ha fatto marcia indietro sotto la pressione del mondo venatorio. Il nuovo emendamento riduce le sanzioni per chi uccide specie protette e trasforma in facoltativa la sospensione della licenza di caccia, che prima era obbligatoria. In questo modo viene meno la certezza della pena e la legalità diventa, di fatto, una scelta discrezionale.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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Le cure non dovrebbero mai avere un confine: Fondazione Il Fatto Quotidiano a fianco di Soleterre

In Palestina, la sanità pubblica è stremata. Meno del 20% della popolazione ha un accesso regolare a un ospedale funzionante. Per un bambino malato, la strada verso la guarigione è un labirinto di checkpoint, strade bloccate e attese burocratiche infinite (anche fino a 3 mesi prima di iniziare le cure).

5.200 i nuovi casi di tumore diagnosticati ogni anno in Palestina. Dal 40% al 60% dei pazienti è costretto a rinunciare alle cure per motivi economici o geopolitici. Oggi, se hai bisogno di un trapianto salvavita in Palestina, l’unica opzione è andare all’estero. Ma questo significa:

– Un rischio clinico altissimo: viaggiare per ore con le difese immunitarie azzerate.
– Costi insostenibili: curarsi all’estero costa alla sanità pubblica fino al 300% in più.
– Famiglie spezzate: bambini piccolissimi che affrontano mesi di isolamento, lontani da mamma, papà e fratellini.

La nostra risposta: “Grande contro il Cancro”
La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare Soleterre che crede da sempre in una cosa semplice: “La salute è un diritto umano universale, non un privilegio legato al passaporto. Dal 2010, con il programma “Grande contro il cancro”, lottiamo per azzerare la mortalità dei bambini oncologici”.

A Ramallah, in Cisgiordania, è prevista per l’autunno la realizzazione, presso l’Istishari Arab Hospital, della prima Unità di Trapianto di Cellule Staminali Ematopoietiche di tutta la Palestina. Un progetto strategico e innovativo per il sistema sanitario palestinese, che garantirà accesso a cure salvavita finora negate o ritardate, contribuendo allo sviluppo di un sistema sanitario più autonomo. Il progetto permetterà ai pazienti di curarsi nel proprio territorio, senza dover affrontare trasferimenti complessi e costosi, con un impatto non solo economico ma anche emotivo: le famiglie sono oggi costrette a separarsi per affrontare le cure all’estero. Al momento il progetto è nel pieno della fase di scambio formativo, con sessioni di training già avvenute in Italia e a maggio in Palestina. A essere coinvolti una decina tra ematologi, pediatri e infermieri del San Gerardo (Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori – Monza), Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma, Ospedale San Francesco di Nuoro.

Non è un sogno lontano, c’è già una strategia scientifica e concreta:

  • Formazione d’eccellenza: stiamo già formando un’équipe di 9 medici e infermieri palestinesi nei migliori ospedali italiani (Monza, Roma, Nuoro).
  • Ottobre 2026: è la data del nostro appuntamento con la storia. Verrà eseguito il primo trapianto a Ramallah, con la supervisione sul posto dei medici specialisti italiani.
  • Verso l’autonomia (2027-2028): l’obiettivo è rendere l’ospedale totalmente indipendente, slegando la Palestina dalla dipendenza estera.

Noi della Fondazione il Fatto Quotidiano ci auguriamo che nessun bambino debba mai più sentirsi dire che la sua vita dipende da un confine.

Aiutaci a dare a centinaia di bambini la possibilità che oggi manca: curarsi liberi, nel proprio Paese.

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Vespa festeggia 80 anni a Roma. Attesi migliaia di appassionati da 60 Paesi

Nata nel 1946, la Vespa ha accompagnato la ricostruzione del dopoguerra e l’evoluzione della mobilità italiana, trasformandosi progressivamente in un fenomeno globale. Oggi il marchio si avvicina al traguardo dei 20 milioni di esemplari prodotti e continua a rappresentare uno dei simboli più riconoscibili dello stile italiano nel mondo. Per festeggiarla degnamente, Roma si prepara a ospitare la più grande celebrazione mai dedicata al celebre scooter. Dal 25 al 28 giugno 2026 la Capitale accoglierà infatti “Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon”, l’evento organizzato dal Gruppo Piaggio con il patrocinio di Roma Capitale per festeggiare gli ottant’anni dello storico scooter nato nel 1946.

Per quattro giorni il Foro Italico e lo Stadio dei Marmi si trasformeranno nel Vespa Village, il quartier generale della manifestazione che riunirà decine di migliaia di appassionati provenienti da tutto il mondo. Secondo gli organizzatori sono attesi Vespisti e rappresentanti dei Vespa Club di circa 60 Paesi, confermando la dimensione internazionale di quello che è ormai considerato un vero e proprio brand.

Il programma prevede un calendario di eventi aperti al pubblico. All’interno del Vespa Village saranno esposti modelli storici e contemporanei, collezioni lifestyle e merchandising ufficiale, insieme a iniziative dedicate alla storia e all’evoluzione del marchio. Previsti inoltre momenti di intrattenimento, spettacoli, attività per i visitatori e animazione musicale curata da Radio Deejay.

“La più grande celebrazione nella storia di Vespa” è la definizione scelta da Matteo Colaninno, presidente esecutivo del Gruppo Piaggio, per descrivere l’evento. Secondo Colaninno, la scelta di Roma nasce dal legame speciale che unisce il marchio alla Capitale, città che nel tempo ha contribuito a consolidarne l’immagine attraverso il cinema e la cultura.

La giornata inaugurale di giovedì 25 giugno sarà aperta dal taglio del nastro e dall’apertura ufficiale del Village. In programma anche la presentazione della moneta celebrativa realizzata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, oltre all’annullo filatelico speciale di Poste Italiane. Nello stesso giorno verrà inaugurata la mostra fotografica “80 Anni di Vespa”, curata da Giacomo Bretzel, dedicata all’impatto culturale, sociale e stilistico del celebre scooter.

Venerdì 26 giugno spazio alle attività sportive dei Vespa Club, con il Campionato Europeo Vespa Rally e il Campionato Mondiale di Gimkana. Il Village resterà animato per tutta la giornata grazie alle iniziative organizzate dal marchio e dai partner dell’evento.

Il momento più atteso è previsto per sabato 27 giugno con la Grande Parata. Migliaia di Vespa di ogni epoca attraverseranno le strade della Capitale lungo un percorso che toccherà alcuni dei luoghi più iconici della città. La giornata proseguirà con una caccia al tesoro e con le premiazioni dedicate alle attività sportive e turistiche del Vespa World Club.

Anche il sindaco Roberto Gualtieri ha sottolineato il valore dell’appuntamento, definendolo “una grande festa popolare per Roma” e ricordando come Vespa rappresenti “un’icona italiana conosciuta e amata in tutto il mondo”. La manifestazione si concluderà domenica 28 giugno con il tradizionale Concorso di Eleganza, appuntamento riservato ai modelli più rari e prestigiosi. La chiusura ufficiale del Vespa Village è prevista alle ore 15.

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Donzelli: “Vannacci è una questione delle opposizioni”. Kelany (resp. immigrazione Fdi): “Non ci crea un problema a destra“

Arrivando alla presentazione del libro di Tommaso Longobardi alla Galleria Alberto Sordi, Giovanni Donzelli schiva le domande su Roberto Vannacci e Futuro Nazionale. “Ci occupiamo degli italiani, tante cose, abbiamo parlato anche troppo. Prossima domanda?”. Ma le domande se è possibile una futura alleanza con Futuro Nazionale proseguono. “Noi ci occupiamo degli italiani, ci occupiamo di questo” ripete il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia”. E arriva un’altra domanda su Vannacci. “Ancora? Ma sapete fare un’altra domanda” chiede Donzelli ai giornalisti, che per un attimo si spazientisce. “Capisco che al mondo della sinistra faccia tanto piacere che finalmente c’è qualcosa nel centrodestra che divide”.

Poi nel merito della proposta di ‘remigrazione’ Donzelli commenta: “ho letto la proposta di legge e non parla mai di questione forzate.
Peccato che sia stato proprio Vannacci ad ‘ottoemezzo’ a dire che “se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo”. “Va bè – è la replica di Donzelli – Vannacci si prenderà le sue responsabilità, prenderà i voti in base alle sue idee, noi stiamo facendo i rimpatri che sono una cosa seria”.

Proposta che invece Sara Kelany, responsabile del dipartimento immigrazione di Fratelli d’Italia non ha visto. “Io non ho letto un programma, io ho sentito parlare di remigrazione, cioè non ho letto di proposte atterratili”. E “se per remigrazione s’intende rimpatriare gli immigrati irregolari che non hanno diritto di stare sul territorio nazionale, è un concetto coerente ma si chiamano rimpatri ed è esattamente quello che sta facendo questo governo”.

Kelany poi rivendica i numeri di contrasto all’immigrazione del governo Meloni. Numeri giudicati troppo esigui da Laura Ravetto nel suo intervento, lo scorso giovedì nell’Aula di Montecitorio davanti a Giorgia Meloni per motivare il no alla fiducia al governo. “L’intervento non l’ho visto” risponde Kelany. “La collega Ravetto sedeva nei banchi della maggioranza fino alla settimana scorsa e non mi pare avesse criticato le politiche migratorie di questo governo”.

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“Non inseguiamo la propaganda. Le fesserie si smontano facilmente”. Il centrosinistra e il “fenomeno” Vannacci: “È una spina nel fianco della destra”

Vannacci si contrasta smontando le sue proposte e con le controproposte”. Questa la sintesi del pensiero dei deputati di centrosinistra. L’analisi dal cosiddetto ‘fronte progressista’ o ‘campo largo’ è che “Vannacci è una pericolosissima macchietta, frutto di una destra iperpopulista, che genera sempre qualcosa più a destra di se stessa, che la deve sparare sempre più grossa per stare sui media. Si contrasta non con l’inseguimento alla propaganda ma smontando le fesserie che dice”. Questo il pensiero di Riccardo Magi, segretario di +Europa.

Ad esempio sui femminicidi, spiega Magi, “a Vannacci si risponde dicendo che certo non basta la leva penale, serve costruire una rete di protezione, come fatto in Spagna”. Investimenti “che questo governo non ha fatto. Mi rendo conto che cose più difficili da imporre all’attenzione mediatica, ma si fa così. Per il resto è una destra sempre più razzista, xenofoba e fascistoide”.

Il tema forte del programma di Futuro Nazionale è la proposta, molto vaga al momento, di ‘remigrazione’. Per il senatore del Partito Democratico, Filippo Sensi “intanto va chiamata deportazione”. Tutti i parlamentari di centrosinistra condividono che “esistono già le leggi dello Stato”. “Chi commette reati va rimpatriato. Il nostro ordinamento già lo prevede – afferma Angelo Bonelli – il punto è che Vannacci vuole deportare anche i migranti regolari”. “Una proposta pericolosa – buona – solo a spargere veleno e che raccoglie l’eredità di anni in cui anche Salvini e la Meloni e i loro partito hanno sparso lo stesso odio” osserva il dem Paolo Ciani.

Alla condanna e critica netta vanno aggiunte le proposte. E la proposta più concreta la enuncia Riccardo Magi. “Serve una legge rigorosa sull’immigrazione. La legge che adesso c’è e che porta il nome di Bossi e Fini, due leader storici della destra italiana, è una legge né rigorosa né che funziona, cioè non aiuta a fare più rimpatri e non aiuta a fare ingressi regolari per motivi di lavoro. Noi proponiamo che si superi la Bossi-Fini”. Una legge che secondo il segretario di +Europa genera “un bacino enorme al servizio del caporalato e dello sfruttamento. Questa legge – conclude – è il principale problema sulla gestione dei flussi migratori oggi in Italia”.

Altre proposte attendono un programma. “Noi chiediamo da due anni un accelerazione sul programma, mi pare di capire da quello che affermano le altre forze politiche dell’area progressista che il prossimo mese di settembre dovrebbe essere il momento in cui i punti programmatici verranno messi sul tavolo e saranno esplicitati” è la posizione di +Europa. Esigenza ribadita anche da Angelo Bonelli. “Noi di Alleanza Verdi-Sinistra non ci stancheremo mai di ricordarlo sia a Conte che a Elly Schlein: è giunto il momento di iniziare a lavorare sul programma”. “Il centrosinistra deve fare un programma e programma che vuol dire quattro, cinque punti chiari, negoziati tra forze anche molto differenti” afferma l’ex portavoce di Matteo Renzi, oggi senatore dem, Sensi. “Ma non di un programma tipico del centrosinistra, tipo libroni dei sogni, ma va definita un’agenda stretta, stringente, con proposte solide da offrire agli italiani”.

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Giustizia tributaria: la riforma c’è, ma i giudici continuano a dipendere dal ministero dell’Economia. Che dirige l’amministrazione fiscale

Un cittadino riceve un atto dell’Agenzia delle Entrate e decide di impugnarlo. La sua causa non va davanti a un giudice ordinario: la decide una magistratura speciale, le Corti di giustizia tributaria. Quei giudici dipendono dal ministero dell’Economia e delle finanze per la carriera e per le sanzioni che li riguardano. È lo stesso apparato di cui fa parte l’ufficio che ha emesso l’atto contestato. Il 22 maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura uno schema di decreto che, secondo il governo, porta i giudici tributari su un piano di piena parità con le altre magistrature. La lettera del testo mantiene l’annuncio?

Un arbitro nominato da una delle squadre

Chi giudica deve essere indipendente dalle parti e deve anche apparire tale. Nella giustizia tributaria la condizione è incrinata all’origine: da un lato siede il contribuente, dall’altro l’amministrazione finanziaria, ma il giudice è inquadrato presso il ministero che quell’amministrazione dirige. È come se l’arbitro di una partita di calcio fosse ingaggiato e all’occorrenza punito da una delle due squadre. Anche se opera in perfetta buona fede, la sua posizione resta sbilanciata.

Lo schema, attuativo della delega fiscale interviene su molti aspetti dello stato giuridico dei giudici e su alcuni fa passi reali. La parità annunciata si ferma sul punto più delicato: il potere di punire il giudice. La vecchia norma viene abrogata e sostituita da una che ne ricopia il contenuto: cambia il nome del ministero, non l’architettura del potere. Il procedimento resta promosso dal vertice politico del governo e la rimozione resta firmata con decreto del Ministro dell’Economia. Il confronto è impietoso: per un giudice ordinario la rimozione è disposta con decreto del Presidente della Repubblica, su iniziativa di un magistrato, il Procuratore generale della Cassazione. Qui, invece, a firmare è il Ministro che dirige l’amministrazione finanziaria, cioè la stessa parte che si contrappone al contribuente. La formula è identica; cambia chi tiene la penna.

L’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale”

Il 16 aprile, nell’Aula Magna della Cassazione, si è inaugurato l’anno giudiziario tributario, per la prima volta alla presenza del Presidente della Repubblica. La presidente dell’organo di autogoverno dei giudici tributari, Carolina Lussana, ex deputata leghista, ha riconosciuto il problema apertamente: l’inquadramento della giustizia tributaria nel Mef, ha detto, “sotto il profilo dell’indipendenza — reale e percepita — resta un tema sensibile”. E ha aggiunto che la terzietà del giudice “non può essere data per scontata ma deve essere costruita, presidiata, resa visibile”. Ed è lei a definire l’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale della giurisdizione”. Parole che pesano, perché vengono dal vertice della stessa magistratura tributaria.

Dallo stesso palco, lo stesso giorno, il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, è stato ancora più netto. Ha chiamato il Mef la “controparte interessata all’esito del processo tributario” e ne ha tratto la conseguenza: se il processo tributario è giurisdizione e il giudice tributario è un giudice, la coerenza imporrebbe di ricondurre quella giurisdizione al Ministero della Giustizia oppure alla Presidenza del Consiglio, come già avviene per i giudici amministrativi e contabili. Il vertice dell’avvocatura e quello dell’autogoverno dei giudici dicono la stessa cosa: la stortura non è più un’obiezione di parte, è una questione di sistema.

Non è un problema marginale: nel 2025 il contenzioso tributario ha pesato in Cassazione per il 46,1 per cento delle cause civili e le sole controversie definite in primo e secondo grado valevano oltre 24 miliardi di euro.

Cosa c’è in gioco per il contribuente?

Tutto questo non riguarda soltanto gli addetti ai lavori. Riguarda chiunque, prima o poi, si trovi a discutere con il Fisco per una cartella, un avviso di accertamento, un diniego di rimborso. A decidere è un magistrato che, per la carriera e per le sanzioni che lo riguardano, dipende dalla controparte. L’indipendenza non si misura sui titoli o sullo stipendio, ma sull’organizzazione che la rende possibile e visibile.
La fase parlamentare che si apre è l’occasione per recidere il legame rimasto, sottraendo al Mef il potere disciplinare sul giudice. Un giudice indipendente garantisce che, quando lo Stato chiede e il cittadino contesta, a decidere sia un terzo; un giudice legato a una parte garantisce, nel migliore dei casi, la propria buona fede. Per chi cerca giustizia, è una differenza che si sente tutta.

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Pnrr, 15 giorni alla scadenza. Ecco le grandi incompiute: asili, case della comunità, studentati, interventi su borghi e periferie, riduzione dell’evasione

La data cerchiata in rosso è il 30 giugno. Quel giorno – tra due settimane – segna la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza, almeno nella sua forma originaria. A cinque anni dall’approvazione del programma che stando agli auspici avrebbe modernizzato il Paese grazie ai 194,4 miliardi messi a disposizione dall’Unione europea e instradarlo su un percorso di crescita più solida, molte delle opere che avrebbero dovuto lasciare un’eredità tangibile sui territori sono lontane dal traguardo. Sulla carta, come Giorgia Meloni spesso rivendica, l’Italia ha continuato a rispettare il cronoprogramma concordato con Bruxelles: stando all’ultimo monitoraggio della Corte dei Conti tutti i 50 obiettivi europei previsti per il secondo semestre del 2025 sono stati raggiunti e il livello complessivo di attuazione è arrivato al 72%. Ma le revisioni approvate negli ultimi tre anni hanno cambiato faccia al piano ridimensionando gli interventi irrealizzabili entro la scadenza o affidando il completamento a fonti di finanziamento diverse dal Recovery e allungando i tempi. Ecco perché dai nidi alle Case della comunità, dagli studentati ai progetti di rigenerazione urbana, i risultati concreti attesi dai cittadini si faranno attendere o non arriveranno. Mentre su un fronte cruciale come la riduzione dell’evasione il governo ha deciso di cancellare il target più ambizioso.

Asili nido, il target ridotto e i cantieri ancora aperti

Il piano da oltre 4,5 miliardi per asili nido e scuole dell’infanzia puntava inizialmente a creare circa 264mila nuovi posti tra nidi (0-2 anni) e scuole dell’infanzia (3-5 anni). In modo da colmare uno degli atavici ritardi italiani rispetto alla media europea: nel 2019/2020 il tasso di copertura, cioè il numero di posti rispetto ai bambini residenti sotto i 3 anni, era fermo al 26,6% contro il target Ue del 33% fissato nel lontano 2002, poi portato al 45% da raggiungere entro il 2030. Il maxi investimento, oltre a potenziare i servizi alle famiglie, sarebbe stato strumentale nel favorire l’occupazione femminile e ridurre i divari territoriali. Ma fin dall’inizio le cose sono andate storte. Molti Comuni, soprattutto nelle aree più fragili, hanno faticato a presentare progetti cantierabili. Non solo: i sindaci temevano di non riuscire a sostenere i costi del personale una volta completati gli edifici, visto che i soldi del Pnrr non possono essere utilizzati per la spesa corrente. L’aumento dei costi di costruzione seguito all’invasione russa dell’Ucraina ha poi reso insufficienti le risorse inizialmente previste.

Nel 2023 il governo Meloni ha quindi, dopo una trattativa con la Commissione, rimodulato gli obiettivi riducendo a 150mila i nuovi posti e da 4,6 a 3,2 miliardi le risorse europee da impiegare, garantendo che i progetti esclusi sarebbero stati finanziati con soldi nazionali. Poi nel Piano strutturale di bilancio, dove il completamento di quegli investimenti è inserito tra le riforme che hanno consentito di spalmare su sette anni l’aggiustamento dei conti pubblici, ha ridotto le ambizioni accontentandosi di garantire entro il 2027 un posto in asilo ad “almeno il 15% dei bambini sotto i 3 anni a livello regionale”. Gli impegni con la Ue sono stati formalmente rispettati, ma il 45% chiesto da Bruxelles è ben lontano e restano imponenti i divari territoriali a svantaggio del Sud. Cioè l’area dove l’occupazione femminile è ferma a poco più del 41%, all’ultimo posto nella Ue.

Secondo i dati di monitoraggio aggiornati a febbraio, i progetti finanziati nell’ambito del piano sono 3.849 di cui 3.608 ancora in corso e solo 241 conclusi, anche se altri 1.371 sono alla fase di collaudo. La Corte dei Conti, nell’ultima relazione sullo stato di attuazione, ha avvertito che nelle aree interne i pagamenti associati alla misura si fermavano al 43% delle risorse disponibili.

Le Case della comunità e il rischio scatole vuote

La sanità territoriale doveva essere il simbolo delle lezioni imparate durante la pandemia. L’obiettivo iniziale del Pnrr era costruire una rete capillare di 1.350 Case della comunità (con 2 miliardi dedicati), 400 Ospedali di comunità e 600 Centrali operative territoriali (1,3 miliardi complessivi) per alleggerire la pressione sugli ospedali. Nel 2022, con il decreto che definiva il nuovo modello di assistenza sul territorio, l’allora ministro della Salute Roberto Speranza aveva poi previsto la creazioni di una Casa-hub ogni 40-50 mila abitanti e un Ospedale di comunità ogni 100mila, portando l’obiettivo rispettivamente a 1.715 e 594. Nel corso delle revisioni del Piano, tuttavia, i target finanziati sono stati ridotti a 1.038 Case della comunità, 307 Ospedali di comunità e 480 Centrali operative territoriali. In corso d’opera però, come nel caso degli asili, i costi sono lievitati e il governo Meloni ha ridimensionato i target finanziati sono stati ridotti a 1.038 Case della comunità, 307 Ospedali di comunità e 480 Centrali operative territoriali. Il vero nodo però era garantire il coinvolgimento dei medici di famiglia nelle strutture chiamate a offrire cure primarie, assistenza sociosanitaria e servizi di prevenzione. E proprio su questo, al netto dei pesanti ritardi nella realizzazione delle strutture, è andata in scena la débâcle più imbarazzante.

La settimana scorsa infatti è arrivato lo stop obbligato alla riforma dei medici di medicina generale che ne prevedeva l’inserimento per 6 ore a settimana nelle Case di comunità. A fronte del no dei sindacati e di perplessità emerse all’interno della stessa maggioranza, il ministro Orazio Schillaci obtorto collo ha accantonato l’ipotesi di intervenire con un decreto legge. Sul tavolo restano soluzioni più limitate, da negoziare con Regioni e Fimmg. Riuscire a chiudere entro la scadenza del 30 giugno è tutt’altro che garantito. Il rischio è che, almeno a macchi di leopardo, le nuove sedi restino scatole vuote. Alcuni enti si stanno muovendo da soli: il Veneto per esempio ha annunciato lunedì un’intesa con i sindacati e la firma è attesa entro il fine settimana.

Secondo i dati diffusi del monitoraggio nazionale, alla fine del secondo semestre 2025 erano attive 781 Case della comunità, ma solo 66 erano davvero pienamente operative.

Studentati, rincorsa a perdifiato ma l’obiettivo salta

Già prima che i prezzi degli alloggi in affitto esplodessero in parallelo con l’aumento dell’inflazione, il Pnrr aveva fissato un obiettivo non banale: aumentare in modo significativo l’offerta di posti letto per gli studenti fuori sede, uno dei principali punti deboli del sistema universitario italiano che conta circa 900mila studenti fuori sede. Con una dotazione di 1,2 miliardi, la misura avrebbe dovuto consentire la creazione di 60mila nuovi posti letto entro il 2026.

Il primo campanello d’allarme è suonato nel 2024, quando la Commissione ha contestato il raggiungimento del target relativo ai primi 7.500 posti letto ritenendo non ammissibile il conteggio di strutture già esistenti. Il governo è intervenuto in tutta fretta nominando un commissario straordinario e il ministero dell’Università ha ridisegnato il meccanismo di incentivazione, pubblicando un nuovo bando. La revisione ha ampliato la platea dei soggetti ammissibili coinvolgendo non solo operatori privati ma anche università, enti per il diritto allo studio, amministrazioni pubbliche e soggetti del terzo settore. Il contributo pubblico è stato aumentato fino a circa 20 mila euro per posto letto, contro i circa 12 mila riconosciuti in media nei bandi precedenti. Per attrarre investimenti sono state anche introdotte altre agevolazioni: procedure semplificate per il cambio di destinazione d’uso degli immobili, vantaggi fiscali e la discutibile possibilità di utilizzare parte delle strutture per attività turistiche o business nei periodi non legati all’attività universitaria.

I correttivi non sono bastati: molti enti pubblici hanno rinunciato a partecipare ai bandi perché impossibilitati a sostenere la parte restante dell’investimento e diverse università hanno segnalato l’assenza di proposte compatibili con gli obiettivi del diritto allo studio. In alcune città gli operatori privati hanno presentato progetti con canoni soltanto leggermente inferiori ai prezzi di mercato, rendendo difficile la stipula delle convenzioni con gli enti regionali. Intanto i progetti

Nel 2026, vista la mala parata, si è deciso di alzare bandiera bianca e coinvolgere direttamente Cassa Depositi e Prestiti. Il Ministero ha affidato a Cdp la gestione di un fondo da 599 milioni di euro destinato alla creazione di nuovi posti letto a canoni calmierati, ma con deadline 15 maggio 2027, quasi un anno oltre la scadenza formale del Pnrr. Il contributo può arrivare a 20mila euro per posto e impone ai gestori di applicare affitti almeno del 15% inferiori ai valori medi di mercato e di riservare almeno il 30% degli alloggi agli studenti economicamente più fragili.

Borghi e piani urbani, che fine ha fatto il rilancio dei territori

Il piano per l’attrattività dei borghi avrebbe dovuto contrastare spopolamento e declino delle aree marginali. Qui il problema non è stato tanto il ridimensionamento dei target quanto la capacità stessa della misura di tradurre investimenti culturali e turistici in una strategia efficace. Con oltre 1 miliardo di euro di dotazione, l’investimento sui piccoli paesi prevedeva da un lato grandi progetti pilota da 20 milioni di euro ciascuno in un borgo selezionato per ogni regione e provincia autonoma, dall’altro centinaia di interventi diffusi destinati al recupero del patrimonio, alla valorizzazione culturale e allo sviluppo turistico. Amministratori locali esclusi dalla ripartizione del bottino più ricco, urbanisti e studiosi delle aree interne hanno però messo in dubbio la capacità di misure così concentrate di invertire processi di declino demografico che durano da decenni. Difficile credere che il recupero di immobili, piazze e contenitori culturali produca effetti concreti in assenza di servizi essenziali, lavoro e collegamenti in grado di trattenere o attrarre nuovi residenti.

Ma sul piano attuativo com’è andata? I progetti censiti sul sistema Regis nell’ambito della misura sono 6.356, dei quali 5.260 risultano ancora in corso e 1.096 conclusi. La maggior parte degli interventi ha superato le fasi preliminari: 2.591 sono in esecuzione degli investimenti, 1.110 in esecuzione lavori e 1.761 hanno già raggiunto la fase di collaudo. Ma la Corte dei conti ha segnalato che nelle aree interne l’avanzamento dei pagamenti associati alla misura si fermava a circa il 33%, una delle percentuali più basse tra i principali interventi territoriali del Pnrr.

L’iter dei Piani urbani integrati è invece un altro caso simbolo di come il Pnrr abbia cambiato fisionomia in corsa. Pensati per finanziare la rigenerazione delle periferie delle città metropolitane, da Roma, a Milano, Napoli, Torino e Palermo, il recupero di edifici pubblici, il potenziamento dei servizi sociali e culturali e i progetti di smart city, erano uno dei pilastri della Missione 5 dedicata all’inclusione e coesione sociale, con 2,7 miliardi di stanziamento. Ma, in nome della necessità di concentrare le risorse europee sulle opere più mature e compatibili con la scadenza del giugno 2026, la revisione approvata dall’Ecofin nel dicembre 2023 ha drasticamente ridotto la quota finanziata dal Recovery, scesa a 900 milioni, mentre il governo ha rifinanziato gli interventi con circa 1,6 miliardi di risorse nazionali distribuite tra il 2024 e il 2027.

Sull’evasione eliminato il traguardo finale

Qui non si parla di ritardi nei cantieri o di opere che saranno terminate oltre la scadenza. A sparire è stato direttamente il traguardo finale. Nella sesta revisione del Pnrr, approvata a fine 2025, il governo ha infatti eliminato il traguardo che impegnava l’Italia a dimostrare una riduzione del 15% della cosiddetta “propensione all’evasione rispetto ai livelli del 2019, quando al netto di accise e Imu quel valore era pari al 19,5% (pari a un’evasione tributaria da 87 miliardi). Al posto della relazione che il Tesoro avrebbe dovuto predisporre entro il giugno 2026 è stata ora inserita la fotografia di misure già adottate con l’ultima legge di Bilancio: l’invio dei dati della fatturazione elettronica all’Agenzia Entrate-Riscossione, lo stop alle compensazioni fiscali nel caso ci siano debiti a ruolo oltre i 50mila euro e la liquidazione automatica Iva nel caso il contribuente non presenti la dichiarazione.

In aggiunta il governo ha cambiato in corsa anche l’obiettivo intermedio in base al quale proprio a novembre 2025 avremmo dovuto certificare un calo del 5% del dato 2023 sempre rispetto al 2019. Stando all’ultima Relazione sull’evasione fiscale e contributiva della Commissione ad hoc nominata dal Mef quel target “in assenza di inversioni di tendenza che dovessero emergere nel prossimo anno risulterebbe già raggiunto nel 2022“, quando la propensione al gap “risulta pari al 17,2% nel 2022, con una riduzione dell’11,7 per cento rispetto al valore del 2019″. Eppure è stato sostituito con la certificazione di una riduzione media del 10% nel periodo 2022-2023 rispetto al 2019. Forse un segnale del fatto che al Tesoro si attendono per il 2023, il primo anno pieno con Meloni a Palazzo Chigi, un peggioramento dell’indicatore. E hanno quindi preferito modificare i parametri far sì che il calcolo debba tener conto anche del buon risultato del 2022.

Per chi se lo chiedesse, il timore di un’inversione di tendenza sul tax gap non è in contrasto con i dati “record” sul recupero di evasione vantati dalla premier. Che nulla hanno a che vedere con l’andamento del fenomeno, quantificato ogni autunno dalla commissione del Mef che stima la cifra sottratta al fisco tre anni prima. L’ultima relazione ha attestato che nel 2022 il nero, pur calando in termini relativi, è tornato in valore assoluto sopra quota 100 miliardi, dopo la discesa del 2020 e 2021 legata al calo del pil post pandemia.

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Il Bari Pride 2026 dedicato ad Ambra Dentamaro, ragazza trans uccisa nel 2018: una storia mai risolta

di Rosamaria Fumarola

Gli organizzatori del Pride che si è tenuto a Bari in un clima festoso e come sempre di grande partecipazione hanno inteso dedicare quest’anno la manifestazione ad Ambra Dentamaro, una donna transessuale ammazzata nel 2018 in una strada adiacente il lungomare, il cui assassino non è stato mai trovato.

Ambra non aveva completato il percorso anche legale che avrebbe fatto di lei una donna a tutti gli effetti e pur avendo un lavoro la sera si prostituiva. La sua è una storia di disinteresse e di imbarazzo della cosiddetta società civile barese, che in ogni sua componente non ha mostrato alcun impegno per la ricerca del responsabile della sua morte. Le indagini, ad esempio, condotte in modo superficiale, con errori macroscopici che forse persino un bambino avrebbe saputo evitare, hanno inizialmente trascinato in giudizio un individuo sulla base di indizi che portavano in una diversa direzione. Una difesa lineare è riuscita a smantellare la tesi accusatoria e a restituire la libertà ad un innocente.

La vicenda è permeata da grande drammaticità anche per il coinvolgimento di quest’uomo, che nulla aveva in comune con l’individuo ripreso dalle videocamere, mentre si allontanava trascinando la macchina in panne dal vicolo in cui l’assassinio era stato compiuto. Quanto ad Ambra, ciò che di lei si sa è emerso dalle testimonianze delle sue amiche, alcune delle quali prostitute e da quanto dichiarato dal padre e dalla madre. In genere sul piano umano persino per chi è autore di un omicidio esiste il riscatto, che la narrazione amorevole dei parenti garantisce.

Nel caso di Ambra ciò che è apparsa evidente è stata la vergogna per quella vita nonché per quella morte. I volti dei genitori sono apparsi blerati nelle registrazioni del processo mandate in onda in tv. Un’amica della vittima ha raccontato che pur avendo incominciato il percorso per il cambiamento di sesso, Ambra lo aveva interrotto e addirittura si era fatta estrarre le protesi al seno prima impiantate, secondo la testimone per garantire una minore esposizione alla famiglia con cui viveva.

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Le incertezze nelle parole proferite dalla madre hanno poi definitivamente avvalorato questa tesi. Le colleghe peraltro non lesinavano di aggredirla verbalmente e fisicamente a causa, pare, delle tariffe concorrenziali delle prestazioni offerte. La sua vita è finita in un vicolo, dove qualcuno l’ha accoltellata, qualcuno che è poi tornato alla sua esistenza di sempre, forse ai suoi affetti, al suo lavoro e che da quella notte in silenzio gongola per aver conservato integra la libertà.

Qualche giorno fa durante una conferenza stampa, gli organizzatori del Pride barese hanno dichiarato, con un intervento sintetico, di voler dedicare ad Ambra la manifestazione di quest’anno. Di lei non hanno raccontato granché, ma è stato un modo per impedire che la sua storia fosse dimenticata. Tuttavia i suoi genitori hanno ritenuto indispensabile intervenire per prendere le distanze da un uso della memoria della figlia che, a loro dire, Ambra stessa avrebbe disapprovato.

Fa specie che questa famiglia preferisca l’oblio alla verità e si faccia oggi portavoce di intenzioni che nessuno può sapere davvero se la giovane uccisa in quel vicolo così vicino al mare avrebbe condiviso.

Assente è stato un intervento della famiglia perché si indagasse seriamente sulla morte di Ambra, assente l’impegno delle forze dell’ordine per la ricerca del colpevole, assente l’interesse della società civile perché si facesse chiarezza su quest’omicidio. Certo timida la presenza di chi ha condiviso con Ambra lo stesso mondo, la stessa rete sociale, timida ma pur sempre presenza e che oggi dopo troppo tempo interroga Bari sulla sua morte. Perché soffocarne la voce?

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Dischi, sfere, fenomeni «celestiali»: ecco il terzo lotto di documenti sugli UFO declassificati

Secondo quanto emerso dalla terza pubblicazione di documenti declassificati sugli UFO da parte del Pentagono, avvenuta il 12 giugno, alcuni americani residenti nel nord-est degli Stati Uniti avrebbero visto delle sfere luminose rosse e bianche, «brillanti e bellissime», nei loro giardini, riprese in video.

 

I nuovi documenti contenevano resoconti di avvistamenti provenienti da tutto il mondo, come ad esempio un oggetto «a forma di disco» in Zimbabwe, un velivolo «a forma di patata» in Colorado e fenomeni «celestiali» che si muovevano a velocità di 12.000 chilometri orari in Ungheria.

 

Il terzo lotto si aggiunge ai due precedenti dump di documenti relativi a UFO e fenomeni anomali non identificati (UAP) pubblicati dal Pentagono l’8 e il 22 maggio.

 

Quei documenti descrivevano anche incontri straordinari, tra cui quello degli astronauti dell’Apollo 11 che avvistarono un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla Luna e quello di un UAP abbattuto sopra i Grandi Laghi.

 

The Pentagon has released a new batch of UFO files, including videos, images and audio recordings. pic.twitter.com/ZRcCaN7J02

— Pop Crave (@PopCrave) June 13, 2026

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A febbraio, l’FBI ha intervistato alcuni cittadini statunitensi riguardo alle loro testimonianze dirette di potenziali avvistamenti di UAP nelle loro zone. I documenti sono stati parzialmente censurati e non specificano quando o dove si siano verificati questi incontri, limitandosi a indicare che si sono svolti nel nord-est degli Stati Uniti.

 

Una sera, al rientro a casa, uno di questi individui ha visto una «luce intensa e brillante» sospesa appena sotto la linea degli alberi nel proprio giardino. Un’altra persona in casa è uscita e ha visto anch’essa il fenomeno, descrivendolo come una sfera rossa di circa un metro di diametro con al centro quello che sembrava essere un «sole di plasma bianco» delle dimensioni di un pallone da basket.

 

Uno degli intervistati ha descritto il colore rosso come «brillante e bellissimo», una tonalità che non avevano mai visto prima.

 

I due osservarono il movimento di questa sfera e notarono un’altra sfera identica proprio sopra di essa, che fluttuava insieme in modo silenzioso e fluido, come se fossero collegate da un filo. Le due sfere si mossero sopra la linea degli alberi e si fusero in una sola prima di scomparire dalla vista.

 

Nel luglio 2025, nel Nord-Est degli Stati Uniti, un testimone oculare ha osservato una luce intensa e brillante nel proprio giardino mentre parcheggiava l’auto al ritorno dal lavoro.

 

Un individuo ha ripreso il fenomeno con un video, che è stato incluso nella documentazione rilasciata dal Pentagono. La registrazione, della durata di 50 secondi, mostra due sfere di un rosso brillante con il centro bianco che fluttuano lentamente l’una verso l’altra.

 

BREAKING: Triangular orb UFOs seen over neighborhood in Eastern Tennessee last night! This was NOT part of the UFO drop as it just occurred last night. https://t.co/2Ore1xF5Zm pic.twitter.com/Ygsi3KFnXd

— The Paranormal Chris (@LegacyProgramVP) June 12, 2026


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Alcune settimane dopo questo evento, uno degli individui ha avvistato anche diverse sfere bianche nella stessa area, che viaggiavano a un’altitudine molto maggiore rispetto a quelle rosse.

 

Altri video recentemente pubblicati, provenienti dalla stessa area nel Nord-Est degli Stati Uniti, mostrano sfere di un rosso brillante sospese a circa 2.500 piedi di altezza.

 

Secondo quanto emerge dai documenti, alcuni ex ufficiali dell’intelligence dell’esercito statunitense avrebbero avvistato un UAP sopra i monti Cheyenne in Colorado mentre uscivano dal loro ufficio.

 

Nel giugno del 2024, gli agenti dell’FBI hanno intervistato uno degli individui riguardo alla sua esperienza durante una mattinata di febbraio di un anno imprecisato. Questa persona ha descritto la giornata come caratterizzata da condizioni perfette: cielo sereno, bassa umidità e una temperatura esterna di circa 10 gradi Celsius.

 

L’oggetto avvistato da questo gruppo di ex militari aveva una forma «a patata», bordi ben definiti e un «colore opalescente bianco-crema». I documenti mostravano che l’oggetto era leggermente traslucido e luccicante.

 

La sua struttura è stata descritta come «squame di pesce» o pannelli asimmetrici, non sovrapposti e di forma irregolare. Sebbene l’UAP stesso fosse immobile, ogni pannello «si spostava in onde lente che partivano da punti di origine diversi ma contemporaneamente».

 

Dopo circa due minuti, l’oggetto è svanito o si è «nascosto» nel tempo necessario a girare la testa. Inoltre, stando ai documenti, non c’era alcuna ombra. I nuovi file includevano anche una rappresentazione artistica dell’UFO.

 

The Pentagon has released a new batch of UFO files, including videos, images and audio recordings. pic.twitter.com/ZRcCaN7J02

— Pop Crave (@PopCrave) June 13, 2026

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Nel luglio del 2008, la segnalazione di un velivolo non identificato sopra l’aeroporto internazionale di Harare, in Zimbabwe, ha alimentato il dibattito sull’origine extraterrestre dell’avvistamento: si trattava di un dispositivo avanzato di un governo straniero?

 

Il velivolo è stato avvistato ad un’altitudine elevata non determinata. Secondo i documenti, i testimoni hanno descritto questo UAP come «a forma di disco», con un centro cavo e una serie di luci rotanti sulla parte inferiore. A un certo punto, dal velivolo sarebbero fuoriusciti dei «raggi». L’oggetto è infine salito rapidamente scomparendo dalla vista. È stato attivato un «stato di massima allerta».

 

Nei documenti del Pentagono non erano presenti video, foto o rappresentazioni artistiche degli UAP dello Zimbabwe.

 

In this newly released intelligence report from July 2008, the document outlines a UFO hovering over Harare International Airport in Zimbabwe. Those aware of the incident debated if it was a “advanced reconnaissance device… or an UFO of extraterrestrial origins.” pic.twitter.com/9jMWTi9DiN

— John Greenewald, Jr. (@theblackvault) June 15, 2026

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La segnalazione di avvistamenti in Ungheria è scaturita da uno scambio epistolare avvenuto nel 1955 tra parenti residenti negli Stati Uniti e a Budapest. La CIA ha pubblicato un rapporto su questo incontro, corredato da uno schizzo che mostra la formazione e la presunta traiettoria di volo di diversi oggetti in viaggio tra Budapest e Mosca.

 

Un uomo residente negli Stati Uniti ha ricevuto una lettera dalla nipote di Budapest in cui si parlava di «dischi volanti». Gran parte della lettera era costituita da una conversazione informale, con un solo paragrafo che descriveva dettagliatamente gli UAP.

 

La nipote scrisse allo zio che «nelle ultime settimane tutti erano entusiasti» dei misteriosi oggetti. «Questi fenomeni celesti in rapido movimento hanno tenuto e continuano a tenere occupati moltissimi scienziati», si legge nella lettera. «Questi incredibili oggetti volanti si muovevano a una velocità di 12.000 chilometri all’ora».

 

Tra i documenti resi pubblici venerdì dal Pentagono, figuravano diverse dichiarazioni di «agenti speciali delle forze dell’ordine federali» che avevano assistito all’avvistamento di UAP nei pressi di un sito di sicurezza nazionale sensibile negli Stati Uniti occidentali nel corso di due giorni dell’ottobre 2023.

 

La documentazione includeva una mappa con i quattro avvistamenti, oltre a dettagliate dichiarazioni dei testimoni relative a ciascun incontro e a diverse ricostruzioni digitali.

 

Questa mappa rappresenta quattro episodi di fenomeni anomali non identificati avvenuti negli Stati Uniti occidentali. Raffigura molteplici incidenti segnalati da agenti speciali delle forze dell’ordine federali statunitensi nell’arco di diversi giorni nell’ottobre del 2023. Per gentile concessione del Pentagono.

 

Gli agenti federali hanno segnalato «sfere che lanciavano altre sfere». Secondo i documenti, questo fenomeno si è verificato più volte: una «sfera madre» arancione sembrava produrre sfere rosse più piccole in diverse occasioni, nell’arco di diverse ore.

 

⚡#BREAKING New UFO videos published by the Pentagon Today. pic.twitter.com/ERtmnuuTiq

— War Monitor (@WarMonitors) June 12, 2026


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Il video circolante rappresenta un’interpretazione artistica di un incidente segnalato nei pressi di un sito di importanza strategica per la sicurezza nazionale negli Stati Uniti occidentali. I testimoni hanno descritto la sfera arancione più grande come una «sfera madre».

 

Il comportamento di queste sfere rosse è stato descritto come «anomalo», con «profili cinematici variabili, tra cui un movimento orizzontale apparentemente coordinato» e variazioni di altitudine.

 

Secondo i documenti, le sfere rosse persistevano solo per pochi secondi prima di scomparire, ma almeno in un’occasione, i testimoni hanno affermato che uno degli UAP rossi è rimasto sospeso sopra una cresta montuosa per ore.

 

Nella stessa area, gli agenti federali hanno anche avvistato un «aquilone scuro» e un «aquilone traslucido» a distanze stimate ravvicinate. Secondo i documenti, tutti i velivoli erano silenziosi e gli avvistamenti rimangono irrisolti.

 

L’iniziativa di divulgazione è partita a maggio con circa 160 documenti, fotografie e video precedentemente classificati, forniti da enti come il Pentagono, l’FBI, la NASA e il Dipartimento di Stato. Il secondo lotto è stato pubblicato il 22 maggio, con ulteriori filmati e testimonianze.

 

L’iniziativa arriva dopo anni di pressioni da parte del Congresso e delle dichiarazioni di personale militare e informatori secondo cui il governo statunitense avrebbe occultato informazioni su oggetti non identificati rilevati vicino a installazioni militari sensibili.

 

A febbraio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato al dipartimento della Guerra di divulgare «ogni singola informazione» relativa agli UAP (Unidentified Aerial Phenomenon, «fenomeni aerei indentificati», o, più di recente, «fenomeni anomali indentificati»). L’ordine è emerso in un clima di rinnovato interesse pubblico per la tematica, che comprendeva anche i commenti dell’ex presidente Barack Obama sulla possibilità di vita extraterrestre.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha dichiarato che scoprirà insieme al pubblico americano se il suo dipartimento possiede documenti che dimostrano l’esistenza degli alieni. Nel frattempo Trump ha ripetutamente dichiarato che avrebbe desecretato i file UFO, l’ultima volta questa settimana.

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Secondo il deputato statunitense Tim Burchett, che cita fonti governative anonime, gli alieni avrebbero visitato il nostro pianeta a bordo di un’astronave extraterrestre e avrebbero preso contatto con gli esseri umani. Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi anni il Pentagono ha ripetuto di non possedere «alcuna prova che indichi che vita extraterrestre abbia visitato il pianeta».

 

L’anno passato il vicepresidente americano JD Vance si è detto «ossessionato» dal tema degli UFO. Lo stesso ha dichiarato due mesi fa che secondo lui gli alieni sono in realtà demoni. L’affermazione, ripetuta dall’ esorcista monsignor Stephen Rossetti negli scorsi giorni, è costata al sacerdote un licenziamento da parte dell’arcivescovo di Washington cardinale Robert McElroy.

 

Le affermazioni dell’esorcista e del Vance hanno fatto il giro della rete, in un contesto in cui certa parte della destra cristiana americana (sia cattolica che ortodossa che protestante) sembra aver abbracciato l’idea, che in USA e in Europa aveva già nello scorso secolo una certa letteratura, secondo cui gli UFO potrebbero essere manifestazioni di forze infernali – al punto che è emerso che il governo americano starebbe organizzando sessioni di preparazione con i pastori protestanti invitandoli a preparare le loro congregazioni alla prossima divulgazione di informazioni riguardanti la vita aliena e astronavi non identificate, che potrebbero mettere in crisi la fede cristiana.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso il generale in pensione William Neil McCasland, la cui carriera militare sarebbe stata legata alla tecnologia UFO, è sparito senza lasciar traccia. il McCasland fa parte di una sequela di almeno una dozzina di scienziati ed esperti di tecnologia nucleare e UFO spariti negli ultimi mesi, sulla cui scomparsa l’FBI starebbe indagando. Settimane fa era stato trovato morto suicida l’esperto di UFO David Wilcock, che aveva varie volte dichiarato che non si sarebbe mai suicidato.

 

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Il vannaccismo è l’autobiografia della Seconda Repubblica

Come al solito, il dibattito sull’ultima novità della politica italiana, il generale Roberto Vannacci, divide commentatori e opinione pubblica in tre gruppi: quelli che lo demonizzano, quelli che lo esaltano e quelli che se la prendono con chi lo demonizza dicendo che così in realtà gli fa un favore (terzo gruppo in cui in realtà si mescolano tanto gli avversari del generale, sinceramente convinti della tesi, quanto i suoi sostenitori, che la usano per irridere gli avversari dandosi arie da osservatori indipendenti).

Chi dice che è un dibattito noiosissimo e stupido, come faceva ieri sera Massimo Cacciari a Otto e mezzo e fa oggi Guia Soncini su Linkiesta, ha dunque ragione e torto allo stesso tempo. Ha ragione perché è proprio così, è un dibattito assurdo e controproducente che si ripete tale e quale da oltre trent’anni, cioè dal giorno in cui il referendum maggioritario aprì la strada a Silvio Berlusconi.

Ha torto perché, come dimostra proprio il caso Berlusconi, lo stesso meta-dibattito sull’utilità o meno del parlare di Berlusconi fa da sempre parte di questa discussione, fino alla sua espressione più estrema, rappresentata da Walter Veltroni che nella campagna elettorale del 2008 si riferiva al Cavaliere esclusivamente con la farraginosa circonlocuzione del «principale esponente dello schieramento a noi avverso» (lo so, avevate rimosso, e mi scuso con il vostro inconscio: in fondo stava solo cercando di farvi del bene).

Soncini se la prende in particolare con tutta la polemica attorno a “Più libri più liberi” e alla sua scelta di mettere tra gli impegni da sottoscrivere al momento di acquistare uno stand anche una generica dichiarazione di condivisione dei valori antifascisti della Costituzione (per i dettagli, ne ho parlato qui ieri): «Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti». Tutto vero, ma per le ragioni di cui sopra anche falso, e comunque nel 1993 non c’erano i social, e c’era già questo stesso dibattito, tale e quale.

Su Linkiesta si occupa dell’argomento anche Mario Lavia, che davanti al fenomeno Vannacci vede ripresentarsi addirittura l’antica alternativa tra la lettura di Benedetto Croce e quella di Piero Gobetti circa il fascismo «parentesi» o invece «autobiografia della nazione». Io direi, semmai, che è l’autobiografia della Seconda Repubblica. Peraltro ieri a Otto e Mezzo Cacciari chiamava in causa proprio Croce per stigmatizzare tutto il dibattito sul «patentino antifascista», secondo la definizione datane da Giorgia Meloni, scandendo con la consueta assertività: «Croce si rifiutava di firmare patentini!».

Ora, cosa avrebbe firmato o non firmato Croce nell’Italia di oggi, ovviamente, non possiamo saperlo. Quello che invece sappiamo con certezza è che non solo firmò, ma promosse, in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti stilato da Giovanni Gentile, il manifesto degli intellettuali antifascisti. Giusto per ricordare i fatti, attorno ai quali poi ciascuno potrà continuare a tirare l’acqua al suo mulino: gli uni osservando che allora il fascismo c’era davvero, mica come oggi; gli altri rispondendo che vannacciani e meloniani di oggi avrebbero gridato alla censura anche allora, difendendo la libertà di espressione di Gentile dalle violente scomuniche del pensiero unico crociano.

Io mi limito a osservare che il problema non è il fascismo di ieri, ma il fascismo di oggi, attualissimo e in ottima salute in gran parte del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. Ragion per cui gli ammiratori di Trump mi sembrerebbero una minaccia ben più pericolosa degli ammiratori di Mussolini, non fosse che nove volte su dieci si tratta proprio, e non per caso, delle stesse persone.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Nuova malattia si diffonde tra gli omosessuali

Una malattia della pelle che provoca lesioni, precedentemente limitata agli animali nei paesi tropicali, è ora comparsa e si è diffusa in «cluster» di uomini omosessuali nell’Europa occidentale.

 

Nota come «malattia della pioggia», la «dermatofilosi» è descritta dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) come un’infezione cutanea causata dal Dermatophilus congolensis che colpisce principalmente gli animali nelle regioni tropicali e subtropicali.

 

Fino a poco tempo fa, le infezioni umane erano rare e associate esclusivamente agli agricoltori e ad altre persone frequentemente esposte al bestiame o alla fauna selvatica.

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Si ritiene che il punto di origine dell’epidemia tra gli uomini omosessuali sia una «sauna gay» a Lione, in Francia, dove gli uomini si dedicavano ad attività sessuali in un ambiente caldo e umido che riproduceva condizioni tropicali.

 

Poiché la malattia si trasmette per via sessuale, si manifesta principalmente con macchie pruriginose e purulente sul viso e sui genitali. Numerosi uomini in diverse città di Francia, Spagna e Germania hanno contratto la malattia. Anche Italia e Turchia hanno segnalato casi.

 

Nel frattempo, secondo un rapporto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), le modalità di diffusione della malattia batterica potrebbero essere in evoluzione.

 

L’aumento dei casi «potrebbe indicare un cambiamento nella modalità di trasmissione, con prove che suggeriscono una diffusione da uomo a uomo, in particolare in ambienti umidi e caldi», ha scritto l’ECDC.

 

La nuova epidemia di malattia della pelle tra gli omosessuali è stranamente simile alla diffusione del vaiolo delle scimmie (mpox) nel 2022, quando si era scoperto che le infezioni venivano trasmesse principalmente attraverso «contatti sessuali tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», con particolare attenzione ai festival estivi LGBT come Gay Pride ed affini.

 

«Alcuni dei primi casi rilevati in Spagna riguardano uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini (MSM) o persone transgender che avevano frequentato una sauna a Madrid o un festival del Gay Pride nelle Isole Canarie», riportava Science all’epoca. «In Belgio, diversi casi sono stati collegati a un festival gay ad Anversa».

 

«Tra i primi casi confermati, la maggior parte presenta lesioni esclusivamente perigenitali, perianali e intorno alla bocca», ha affermato Fernando Simón, direttore del ministero della Salute spagnolo. In parole semplici, la malattia si trasmette agli uomini attraverso il contatto intimo con lesioni localizzate nella zona genitale e anale di altri uomini.

 

L’ente di controllo epidemico americano CDC ha avvertito che «gli spazi chiusi, come retrobottega, saune o locali per incontri sessuali, dove si indossano pochissimi indumenti o non se ne indossa affatto e dove avvengono contatti sessuali intimi, presentano una maggiore probabilità di diffusione del vaiolo delle scimmie».

 

Quando ha iniziato a diffondersi rapidamente alla fine del 2022, l’OMS – che aveva lanciato l’«emergenza sanitaria globale» – aveva ribattezzato la malattia mpox, per evitare «un linguaggio razzista e stigmatizzante».

Nel 2025 un nuovo ceppo di vaiolo delle scimmie con «potenziale pandemico» era stato scoperto in Congo. L’OMS ha ridichiarato l’mpox «emergenza sanitaria globale» la scorsa estate.

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso in India era stato registrato il primo caso di ceppo mortale del patogeno. Nello stesso periodo, Singapore ha lanciato una quarantena in stile COVID e una campagna vaccinale. Controlli agli arrivi aeroportuali sono stati istituiti in Paesi come la Cina e il Kazakistan.

 

L’autorità di regolamentazione farmaceutica americana FDA ha approvato un vaccino per il vaiolo delle scimmie anche se potrebbe causare morte nei vaccinati e pure nei non vaccinati che entrano in contatto con i primi.

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Il 99% dei casi, ammise ad un certo punto la sanità britannica, era costituito da maschi omosessuali. Nel 2023 l’ente di controllo epidemico americano CDC avvertì che il vaiolo delle scimmie sarebbe potuto tornare con i festival estivi LGBT.

 

Una circolare del ministero della Salute italiana dell’epoca stabiliva una precedenza per la vaccinazione anti-vaiolo per le scimmie a «persone gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM) che rientrano nei seguenti criteri di rischio: storia recente (ultimi 3 mesi) con più partner sessuali; partecipazione a eventi di sesso di gruppo; partecipazione a incontri sessuali in locali/club/cruising/saune; recente infezione sessualmente trasmessa (almeno un episodio nell’ultimo anno); abitudine alla pratica di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (Chemsex)».

 

Da oltremanica era invece arrivata la notizia del primo caso di cane infettato da vaiolo delle scimmie. La bestiola condivideva il letto con una coppia di gay infetti.

 

Come riportato da Renovatio 21nel 2021 il vaiolo delle scimmie fu protagonista di una molto preveggente simulazione organizzata dall’ONG per la minaccia nucleare NTI con l’OMS e l’inevitabile Fondazione Gates.

 

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Scontri a Glasgow tra «antirazzisti» e contrari all’immigrazione di massa

A Glasgow, in Iscozia, si sono verificati scontri tra manifestanti anti-immigrazione e antirazzisti e la polizia durante dimostrazioni contrapposte, in un clima di tensione alimentato da un accoltellamento che avrebbe coinvolto un richiedente asilo sudanese.

 

Sabato, l’ONG Stand Up to Racism ha organizzato una manifestazione nel centro di Glasgow, con gli organizzatori che hanno invitato i sostenitori a «riconquistare le strade dall’estrema destra». I partecipanti sventolavano bandiere scozzesi e palestinesi e scandivano lo slogan «I rifugiati sono i benvenuti qui», secondo quanto riportato da The Herald.

 

Circa 70 contro-manifestanti sono arrivati all’evento, molti vestiti di nero e con il passamontagna.

 

Mentre la polizia cercava di tenere separati i gruppi rivali, alcuni manifestanti anti-immigrazione hanno spinto contro le barriere e spintonato gli agenti. Anche alcuni dei loro oppositori hanno spinto la polizia nel tentativo di sfondare la linea di separazione.

 

#Scotland — Neo-nazis carrying Israeli flags are trying to attack anti-racist demonstrators in Glasgow.

Yes, you heard that right: neo-nazis are now carrying Israeli flags. pic.twitter.com/wSd3e44PeU

— Antifa_Ultras (@ultras_antifaa) June 13, 2026

NEW🚨: Chaos on the streets of Glasgow, Scotland!

Police clash with young patriots protesting against mass migration.

Meanwhile, pro-migrant and woke groups are also holding demonstrations in Glasgow today. pic.twitter.com/W7smAavlu1

— The Reformed Media (@ReformedMedia_) June 13, 2026

THE STREET ARE OURS: THOUSANDS OF ANTIRACISTS RECLAIM THE STREETS IN GLASGOW AND HUMILIATE FAR RIGHT THUGS

Glasgow reclaimed the streets from the far right today! pic.twitter.com/X942Y0ex8s

— Stand Up to Racism – Scotland (@SUTRScotland) June 13, 2026

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La polizia scozzese ha dichiarato che un uomo è stato arrestato per aver minacciato un agente, mentre un altro agente è stato colpito da un uovo lanciato durante i disordini. «Diversi crimini d’odio denunciati saranno ora oggetto di indagine», ha dichiarato un portavoce della polizia.

 

Anche a Belfast, nell’Irlanda del Nord, si è svolta una manifestazione contro il razzismo per denunciare le rivolte scoppiate lunedì in seguito a un accoltellamento. Un richiedente asilo sudanese è stato accusato di aver aggredito un uomo per strada, accecandolo presumibilmente a un occhio e, secondo le ricostruzioni, tentandone la decapitazione.

 

Un altro episodio di rilievo si è verificato venerdì a Brierfield, in Inghilterra, dove un uomo ha accoltellato una ragazza di 17 anni in mezzo alla strada, causandole ferite non mortali. La polizia ha descritto il sospetto come un cittadino britannico di origine pakistana.

 

I recenti attacchi hanno riacceso il dibattito sull’immigrazione e su quello che politici e attivisti definiscono un sistema di polizia two tiered, cioè a due velocità: gli episodi evidenziano l’incapacità del governo di affrontare adeguatamente i crimini commessi da stranieri e altri criminali, mentre gli autoctoni sono puniti solo per il fatto di denunciare la situazione sui social o durante delle manifestazioni.

 

Tommy Robinson, noto attivista anti-immigrazione, ha dichiarato di essere stato trattenuto per diverse ore all’aeroporto di Heathrow sabato scorso, in base alla legislazione antiterrorismo, e che il suo telefono è stato sequestrato dalla polizia. Secondo Sky News, Robinson parteciperà la prossima settimana a un dibattito all’Oxford Union sul tema se l’Occidente abbia «ragione a nutrire sospetti nei confronti dell’Islam».

 

In molti accusano il Robinson di legami con Israele. Di fatto non manca mai, anche nelle immagini della protesta qui sopra, una bandiera israeliana che spunta.

 

La situazione della violenza migratoria è oramai talmente fuori controllo nel Regno che persino l’ex premier Liz Truss ha fatto dichiarazioni che sino a poco fa sarebbero suonate come estremiste: «Vogliono minare la famiglia. Vogliono minare lo Stato nazionale. E la gente in Gran Bretagna sta dicendo “ne abbiamo abbastanza”», ha dichiarato la Truss in risposta ai recenti episodi di violenza perpetrati da immigrati.

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Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dall’inizio di marzo

Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dal 5 marzo con la fine della guerra in Iran.

 

Domenica i prezzi del petrolio sono crollati bruscamente dopo che il presidente Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo di pace.

 

Il petrolio Brent, benchmark internazionale, è sceso di circa il 4%, attestandosi sotto gli 84 dollari al barile, il prezzo più basso dal 5 marzo. Il West Texas Intermediate, benchmark statunitense, è calato di quasi il cinque percento, scendendo sotto gli 81 dollari al barile.

 

«Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo di venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a fluire da entrambe le estremità, a beneficio della Regione e del mondo intero!», ha dichiarato il Presidente Trump domenica sera.

 

I future azionari legati al mercato azionario statunitense sono saliti in seguito alla notizia.

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«L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo», ha scritto Trump in un precedente post su Truth Social. «Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Ormuzzo e, contemporaneamente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!»

 

La notizia dovrebbe mettere fine a scenari catastrofistici per l’economia mondiale apparsi sulla stampa internazionale in questi mesi, puntellati da continui aumenti a seguite degli sviluppi nel Golfo e nello Stretto ormusino.

 

Le ramificazioni dell’ingravescente crisi petrolifera erano molteplici. Un mese fa era emerso che il Kuwait, per la prima volta dopo 35 anni – cioè dall’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein – non stava esportando petrolio. Dall’altra parte del mondo si registrano fremiti separatisti nella provincia canadese dell’Alberta, considerata la più ricca di oro nero.

 

Come riportato da Renovatio 21, scommesse borsistiche sul prezzo del petrolio per 580 milioni erano state piazzate poco prima di un post di tre mesi fa sull’Iran di Trump in cui il presidente annunziava «sviluppi produttivi».

 

Prima del conflitto, appena dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti arriverebbero a controllare il 55% della produzione mondiale di petrolio.

 

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Missionari Cattolici nel Mondo, TRADITIO – Parte II: Un’Opera di Speranza

Scoprite il secondo episodio di TRADITIO – Per amore della Chiesa, una serie documentaria dedicata alla vita e all’apostolato dei suoi sacerdoti nel mondo.

 

Intitolato Un’opera di speranza, questo secondo episodio presenta l’opera missionaria della Fraternità in Africa, in Asia e nei Caraibi. Attraverso testimonianze e scene di vita quotidiana, rivela la dedizione di questi sacerdoti che hanno lasciato tutto per annunciare Gesù Cristo, offrire il Santo Sacrificio della Messa e trasmettere la fede.

 

Realizzato nell’arco di due anni da due giovani studenti svizzeri e tedeschi in collaborazione con la Casa Generalizia della FSSPX, questo documentario fa parte di una serie in tre episodi che ripercorre l’apostolato della Fraternità nel mondo.

 

Sottotitoli disponibili in diverse lingue. Fate clic su ⚙ e poi su «Sottotitoli» per selezionare la vostra lingua.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Grida «aiuto!» durante il tentativo di eutanasia: ecco la realtà dietro l’«assistenza medica al suicidio»

Un uomo dell’Ontario ha gemuto, fatto smorfie e ripetuto «aiutatemi!» mentre veniva sottoposto a un processo di morte assistita da un medico, dopo che uno dei farmaci non aveva prodotto il livello di sedazione previsto, lasciandolo inizialmente cosciente». Lo riporta LifeSite.

 

L’uomo, identificato dal giornale locale National Post come il signor D., «ha manifestato segni di disagio fisico e psicologico, tra cui gemiti, tensione muscolare e smorfie», e i suoi «segni comportamentali di disagio si sono intensificati fino a ripetute verbalizzazioni, tra cui “aiutatemi”, che sono continuate fino a quando non è stata ottenuta la sedazione con il propofol e non è stato confermato lo stato comatoso».

 

Gli ultimi ricordi che la famiglia conserva del padre sono traumatici «All’improvviso è diventato chiaro che il signor D. non stava semplicemente morendo, ma che veniva ucciso, e il medico stava commettendo un errore» scrive LifeSite. «Le sue ultime parole, a quanto pare, furono richieste di aiuto rivolte alla famiglia».

 

Le cronache canadesi degli scorsi giorni offrono altri casi. La settimana passata, i media hanno messo in luce casi di suicidio assistito che non si sono svolti come previsto, in particolare la morte di B.S., un uomo dell’Ontario deceduto nel 2024, che ha ripreso a respirare dopo essere stato dichiarato morto da un medico di famiglia di London, Ontario, e da chi aveva praticato il suicidio assistito: «un’esperienza traumatica dalla quale i suoi fratelli, testimoni della sua morte gestita in modo inadeguato, si stanno ancora riprendendo».

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Uno dei fratelli ha osservato che all’inizio «non riuscivamo a parlarne… Affrontare l’eutanasia e perdere qualcuno due volte nel giro di poche ore» era «troppo». Dopo che Stewart aveva ripreso a respirare, il medico che di recente ha attirato l’attenzione internazionale per aver autorizzato l’eutanasia di un uomo nel parcheggio di una caffetteria è dovuto tornare e ucciderlo di nuovo.

 

Queste storie hanno richiamato alla mente il caso di eutanasia fallita in Belgio nel 2022. Alexina Wattiez, 36 anni, aveva scelto di morire con un’iniezione letale dopo una diagnosi di cancro. La famiglia si aspettava una morte rapida e silenziosa; uscirono dalla stanza. Dopo un attimo, sentirono delle urla. «Ho riconosciuto la sua voce», ha detto il suo compagno. «Poi l’abbiamo vista distesa sul letto con gli occhi e la bocca aperti».

 

L’autopsia ha rivelato che Alexina era morta soffocata. Alcune fonti giornalistiche riferiscono che il medico avrebbe usato un cuscino quando i farmaci non erano riusciti a ucciderla; altre sostengono che le infermiere si sarebbero alternate a tenere il cuscino sul viso della giovane donna fino a provocarne l’asfissia.

 

«I sostenitori dell’eutanasia detestano queste storie perché, quando la maschera cade, le persone intravedono senza filtri ciò che si cela dietro a tutto quel linguaggio rassicurante e medicalizzato: uccidere persone» commenta LSN. «Per diffondere l’idea che i professionisti sanitari debbano uccidere i pazienti, bisogna usare termini che distolgano l’attenzione da questa realtà: cure di fine vita; morte assistita dal medico; aiuto medico al suicidio. Gli attivisti per l’eutanasia dipingono un quadro di persone liberate dalle sofferenze, circondate dai propri cari, con una musica rilassante in sottofondo, che muoiono in pace e con dignità».

 

Come riportato da Renovatio 21, il Canada è il Paese che ora detiene il record mondiale di predazione degli organi.

 

Il Canada si pone come capitale mondiale del fondamentalismo eutanasico. Pochi mesi fa è stata proposto di eutanatizzare anche i carcerati.

 

Come riportato da Renovatio 21, in Canada è partita la promozione per offrire la MAiD – il programma eutanatico massivo attivato dal governo di Ottawa – anche per bambini e adolescenti. Non manca nel Paese il dibattito per l’eutanasia dei bambini autistici.

 

Di fatto, un canadese ogni 25 viene oggi ucciso dall’eutanasia. L’aumento negli ultimi anni è stato semplicemente vertiginoso. E la classe medica, oramai totalmente traditrice di Ippocrate e venduta all’utilitarismo più sadico e tetro, insiste che va tutto bene.

 

Come riportato da Renovatio 21, qualche mese fa un’altra veterana dell’esercito, divenuta disabile, ha riportato che alcuni funzionari statali avevano risposto alla sua richiesta di avere in casa una rampa per la sedie a rotelle offrendole invece la possibilità di accedere al MAiD – cioè di ucciderla.

 

Ma non è il caso più folle del degrado assassino raggiunto dallo Stato canadese: ecco l’ecologista che chiede di essere ucciso per la sua ansia cronica riguardo al Cambiamento Climatico, ecco i pazienti che chiedono di essere terminati perché stanchi di lockdown, ecco le proposte di uccisione dei malati di mente consenzienti, e magari pure dei neonati.

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Il Canada del governo Trudeau e del suo successore Carney – dove il World Economic Forum regna, come rivendicato boriosamente da Klaus Schwab – è il Paese dell’avanguardia della Necrocultura. Se lo Stato può ucciderti, ferirti, degradarti, lo fa subito, e legalmente. Magari pure con spot mistico propalato da grandi società private in linea con il dettato di morte. In Canada l’eutanasia viene servita anche alle pompe funebri.

 

Mesi fa l’eutanasia è stata offerta anche ad una signora riconosciuta come danneggiata da vaccino COVID.

 

Secondo alcuni, l’eutanasia in Canada – che si muove verso i bambini – sta divenendo come una sorta di principio «sacro» dello Stato moderno.

 

Come abbiamo ripetuto tante volte: lo Stato moderno è fondato sulla Cultura della Morte. La Necrocultura è, incontrovertibilmente, il suo unico sistema operativo. Aborto ed eutanasia (e fecondazione in vitro, e vaccinazioni, anche e soprattutto geniche) sono quindi sue primarie linee di comando.

 

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Militari ucraini dipendenti dalla droga: inchiesta dell’emittente pubblica tedesca

Medici e organizzazioni del settore indicano che la tossicodipendenza sta diventando un problema sempre più diffuso tra i soldati ucraini, mentre la guerra contro la Russia entra nel quinto anno. Il rapporto menziona anche il caso di un ex ufficiale dei Marines ucraini che ha ammesso di essere caduto nella dipendenza. Lo riporta un’inchiesta dell’emittente pubblica tedesca Deutsche Welle.

 

Secondo gli esperti, questa situazione è dovuta alle ferite riportate in combattimento e allo sfinimento psicologico, poiché molti militari restano in prima linea per mesi senza pause adeguate né prospettive di congedo.

 

Pur essendo gli stupefacenti ufficialmente vietati nell’esercito, le pesanti perdite, l’assenza di rotazione e la grave carenza di personale, che costringe i soldati feriti a tornare al fronte prima di essersi completamente ripresi, starebbero aggravando il problema.

 

Secondo il rapporto pubblicato la settimana scorsa, più della metà dei soldati ucraini impegnati al fronte ha fatto esperienza con l’uso di droghe, alcol o una combinazione di entrambi.

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«Nessun esercito nella storia moderna ha mai combattuto per quattro anni senza rotazione», ha dichiarato lo psicoterapeuta Igor Alferov a Deutsche Welle. Ha aggiunto che quando i comandanti si rifiutano di concedere le licenze e «non c’è nessun altro a combattere», le truppe provano sempre più un senso di ingiustizia.

 

Alferov ha citato anche i problemi familiari come fattore determinante, osservando che molti soldati hanno parenti che vivono all’estero, il che porta i coniugi ad allontanarsi. «Lei ha intenzione di rimanere in Europa perché vede delle prospettive per i figli, mentre lui resta in guerra in Ucraina, dove ogni giorno comporta il rischio di morire», ha affermato.

 

Un ex militare ucraino, ora in cura presso una clinica di riabilitazione, ha raccontato a DW che la tossicodipendenza gli è costata la carriera militare. «Avevo più di 200 uomini sotto il mio comando e ho partecipato a numerose operazioni di successo», ha affermato, aggiungendo che le sue condizioni sono peggiorate dopo essere stato dimesso dall’ospedale e che alla fine ha «perso il controllo di tutto».

 

All’inizio di quest’anno, un residente locale tratto in salvo da Krasnoarmeysk, nella Repubblica Popolare di Donetsk, liberata dalle forze russe alla fine del 2025, ha dichiarato all’agenzia TASS che la maggior parte delle truppe ucraine di stanza in città faceva uso di droghe consegnate tramite droni sotto forma di caramelle avvolte in confezioni mimetiche. Ha affermato che i soldati ubriachi si scontravano spesso con i civili, e alcuni incidenti si concludevano con sparatorie.

 

Il Guardian ha riportato che molti militari ucraini hanno sviluppato una dipendenza da droghe, la cui portata è difficile da valutare a causa della scarsità di dati ufficiali, collegandola in parte al disturbo da stress post-traumatico e all’ansia derivanti dalla prolungata esposizione al combattimento.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa si era parlato di un’epidemia di gioco d’azzardo, in particolare sui casinò online, tra le truppe di Kiev.

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Immagine generata artificialmente

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Aumentano i decessi per Ebola in Congo

Secondo quanto riportato dal Ministero della Salute, i casi di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale sono saliti a 782, con 181 decessi registrati, mentre il Paese combatte una rapida diffusione dell’epidemia in una regione dilaniata dal conflitto.

 

Domenica, il ministero ha segnalato 72 nuovi casi confermati e 29 ulteriori decessi nell’ultimo aggiornamento sull’epidemia di Ebola di Bundibugyo, portando il tasso di mortalità dal 21% al 23,1%. Ha inoltre affermato che 40 persone sono guarite da quando l’epidemia è stata dichiarata il 15 maggio. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non esiste un vaccino approvato o un trattamento specifico per la variante Bundibugyo del virus Ebola, sebbene siano in corso studi per testare potenziali candidati.

 

Sono stati confermati casi in 31 zone sanitarie distribuite in tre province orientali, incluse due zone recentemente colpite a partire dal 13 giugno. Il totale comprende 20 zone sanitarie nell’Ituri, dieci nel Nord Kivu e una nel Sud Kivu.

 

Le autorità hanno affermato che l’elevato numero di casi rilevati riflette anche una sorveglianza comunitaria più attiva, aggiungendo che la vigilanza del pubblico è «più necessaria che mai».

 

L’OMS ha affermato che la risposta si sta svolgendo in un contesto difficile, caratterizzato da insicurezza, crisi umanitaria e intensi movimenti di popolazione e commerciali.

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Il governo congolese ha annunciato lunedì di aver ricevuto dall’OMS una seconda fornitura di 16,5 tonnellate di materiale medico e logistico a sostegno delle squadre sul campo nelle zone colpite.

 

L’Ituri, il Nord Kivu e il Sud Kivu sono da anni afflitti da attacchi di gruppi armati e combattimenti che hanno provocato massicci spostamenti di popolazione. L’ufficio umanitario delle Nazioni Unite ha affermato che quasi un milione di persone sono state sfollate a causa del conflitto nella sola regione dell’Ituri, rendendo più difficile il tracciamento dei contatti poiché le persone fuggono dagli attacchi o si spostano frequentemente attraverso aree remote.

 

La Repubblica Democratica del Congo ha registrato ripetuti focolai di Ebola da quando il virus è stato identificato per la prima volta nel Paese nel 1976. L’ultimo è il diciassettesimo focolaio nella nazione dell’Africa centrale.

 

La malattia può causare febbre, affaticamento, dolori muscolari, mal di testa, vomito, diarrea, eruzioni cutanee, problemi renali ed epatici e, in alcuni casi, emorragie interne ed esterne.

 

Secondo i dati pubblicati dall’OMS, oltre 2.200 persone sono morte durante l’epidemia di Ebola del 2018-2020 nella Repubblica Democratica del Congo orientale, che ha colpito principalmente il Nord Kivu e l’Ituri ed è diventata la seconda epidemia di Ebola più letale mai registrata.

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo essere stati impediti di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Due settimane fa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’epidemia congolese di Ebola si era già estesa a oltre 900 casi sospetti, con 101 infezioni confermate finora. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

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Immagine di World Bank Photo Collection via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Mondiali 2026, le partite di oggi: ecco Argentina e Francia. Per Deschamps c’è subito il test con il Senegal | Orari e dove vederle in tv

Riecco Argentina e Francia. La squadra campione in carica e la finalista della passata edizione, vincitrice nel 2018. Comincia anche il loro percorso ai Mondiali 2026, in modo però completamente diverso.

Partiamo dai Blues del ct Didier Deschamps: sono considerati i favoriti insieme alla Spagna. In attacco i problemi sono soprattutto di abbondanza, forse a centrocampo c’è qualche lacuna. Resta uno squadrone, che però è chiamato a partire subito forte: di fronte c’è il Senegal, uno delle Nazionali africane chiamate a recitare il ruolo di outsider. Il match è in programma nella prima serata italiana (diretta anche sulla Rai). Dopo Brasile-Marocco e Olanda-Giappone, è la sfida cerchiata in rosso nella prima tornata di match.

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La Francia non può rischiare, anche perché il girone non ammette troppi passi falsi: ne fa parte anche la Norvegia di Haaland e compagni, che a mezzanotte sfida l’Iraq ed è nettamente favorita per portare subito a casa tre punti. D’accordo che per passare ai sedicesimi basta anche una vittoria (si qualificano le 8 migliori terze), ma il rischio è poi di ritrovarsi in un lato di tabellone poco gradito.

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Nella notte italiana invece scoprirà le sue carte anche l’Argentina del ct Lionel Scaloni. Come si diceva, qui la situazione si ribalta: l’Albiceleste deve fare i conti con una serie di infortuni e tanti dubbi sulla tenuta di alcuni giocatori chiave, ormai invecchiati. Su tutti lo stesso Messi. L’Algeria non dovrebbe essere un ostacolo insormontabile. La fortuna dell’Argentina è che punto il girone non pare così insidioso. C’è l’Austria di Rangnick, che quando in Italia sarà già l’alba del 17 giugno sfiderà la modesta Giordania.

Mondiali 2026, le partite di oggi: 16 e 17 giugno

Francia-Senegal (girone I)
Orario: 21:00
New York/New Jersey: Meadowlands Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Iraq-Norvegia (girone I)
Orario: 00:00 (mezzanotte tra il 16 e il 17 giugno)
Boston: Gillette Stadium, Foxborough
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Argentina-Algeria (girone J)
Orario: 03:00
Kansas City: Arrowhead Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Austria-Giordania (girone J)
Orario: 06:00
San Francisco Bay: Levi’s Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN

Dove vedere i Mondiali: Dazn e Rai

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite del 16 e 17 giugno, la sfida tra Francia e Senegal di martedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Iraq-Norvegia, Argentina-Algeria e Austria-Giordania invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.

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Lo scherzo surreale di Raffaele Pisu e le rassicurazioni di Gino Bramieri

Da più di un secolo i periodici Usa intrattengono i lettori con rubriche divertenti di aneddoti sui vip: li inventano agenzie che forniscono materiali ai columnist di gossip faceti. Nel caso sentiste il bisogno di ritrovare un po’ di buonumore in questi tempi cupi del cazzo con aneddoti gustosi redatti alla maniera americana, eccovi serviti.

Raffaele Pisu, il comico che con Marisa Del Frate e Gino Bramieri portò al successo il varietà Rai L’amico del giaguaro (1961-1964), amava gli scherzi surreali. Una volta pubblicò nella rubrica Annunci personali del Corriere della Sera questo trafiletto clamoroso: “Giovane impiegato, libero, serio e lavoratore, cerca scopo matrimonio vedova di sani principi, il cui marito sia finito sulla sedia elettrica, affinché non possa passare la vita a elogiare le qualità del defunto. Astenersi perditempo”.

Durante la tournée teatrale della rivista Italiani si nasce (1965), Pisu fu ricoverato per dolori addominali acuti. Gino Bramieri si recò al capezzale del malato pochi minuti dopo che il chirurgo aveva dichiarato la necessità di intervenire. “Sai cosa mi ha detto il chirurgo?” disse preoccupato Pisu a Bramieri. “Che quest’operazione riesce una volta su cinque”. “Fatti coraggio”, lo tranquillizzò Bramieri. “Ne ha già sbagliate quattro”.

Luciano Salce è la prova che spiriti sarcastici si nasce. Aveva 9 anni quando disse alla madre: “Mamma, portami i libri fino alla scuola: i miei compagni crederanno che abbiamo una domestica”.

Vittorio Gassman stava confidando a Dino Risi le difficoltà della propria relazione con Shelley Winters, da cui stava per divorziare dopo appena due anni di matrimonio. Breve e pungente il commento di Risi: “E’ più facile morire per la donna amata che conviverci”.

Pietro Valdoni, caposcuola della moderna chirurgia italiana, non dimenticava la saggezza antica: era d’avviso che innanzitutto si dovesse non nuocere: “primum non nocere”. Perciò in tutti i casi dubbi, quando l’infermità era leggera e il male poteva essere immaginario o quasi, consigliava sempre all’ammalato di mettersi a letto. “Professore, ho un dolore a un fianco”. “Si metta a letto”, rispondeva alla ragazza esangue che lo consultava più per capriccio che per necessità. “Professore, mi fanno male tutti i muscoli…”, diceva un altro moribondo. “E’ un male che si cura a letto”, rispondeva Valdoni. Un giorno Raf Vallone, reduce dalle riprese di Riso Amaro, il classico del neorealismo che lanciò Silvana Mangano, gli confessò: “Professore, ho un male curioso: sono innamorato!” “Anche questa è una malattia che si cura a letto”, replicò ironico Valdoni.

La notorietà di Valdoni si estendeva oltre i confini dell’Italia. Aveva non solo un bisturi infallibile, ma anche la battuta pronta. Un giorno venne a consultarlo un cafone arricchito. Dopo averlo visitato, Valdoni gli consigliò senz’altro l’operazione. Allora quello gli disse: “Professore, mi vorrei affidare solo a un chirurgo di prim’ordine. Chi può consigliarmi? Non mi spaventano né la distanza né il prezzo”. “Bè”, fece Valdoni con la massima serenità, “a Berlino c’è un chirurgo eccellente, il prof. Sauerbruch. Ma se ci va, vi domanderà di dove venite. E quando saprà che venite da Roma, vi dirà: ‘Idiota, perché non siete andato dal professor Valdoni?'”

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Ufo, la Disclosure va avanti nel silenzio dei media (meglio parlare di Spielberg)

Si dice che quando si vuole nascondere una notizia se ne crea una più roboante. Il giorno 9 giugno scorso vi è svolta davanti al Campidoglio (Washington) una importante manifestazione bipartisan, dove deputati e senatori, repubblicani e democratici, hanno chiesto al presidente Trump di pubblicare le immagini riprese in alta definizione degli UFO, quelle viste nei gabinetti riservati, nascosti invece ai comuni cittadini statunitensi e poi al mondo intero. La promo del nuovo film di Steven Spielberg – Disclosure day – che il regista comunque considera non un film di fantascienza ma la descrizione di quanto sta accadendo, ha sfortunatamente cancellato un evento che avrebbe avuto la sua importanza per gli effetti sui Parlamenti e i politici di altri Stati.

Anche la clamorosa notizia che il 29 giugno a Parigi, l’Assemblea Nazionale, quella che ha cambiato il corso della storia portandoci alla modernità, ha indetto una intera giornata sul fenomeno degli UFO, ma… nessuna notizia! Come mai, siano Ufo o UAP o OVNI, nessuno si è preso il compito di commentare o rilanciare un evento di portata non secondaria, che potrebbe accelerare veramente quel processo di Disclosure o disvelamento di un qualcosa che riguarda tutti i cittadini del pianeta. Un evento che coinvolgerà le autorità militari, come in Francia nel 1999, con il Rapporto COMETA, redatto dalle più alte cariche della difesa, composta da membri dell’Institut des hautes études de la défense national.

L’Italia, nonostante i silenzi dei media, riveste un ruolo importante nella Disclosure. Non è un caso che uno dei protagonisti americani, Luis Elizondo, abbia accettato di venire in Italia a Roma, come primo paese estero dove raccontare le attività che erano in divenire. L’Italia è stata il primo paese al mondo a pubblicare ufficialmente i dati raccolti dal reparto RGS-SMA investito dallo Stato Maggiore per il monitoraggio statistico degli avvistamenti UFO/OVNI, come pure l’ “Inchiesta sugli UFO” della Collezione Gianni Bisiach, sull’Archivio online del Quirinale.

Un timido spiraglio istituzionale si è aperto con un convegno a dicembre del 2025 presso la libreria del Senato, dove tra gli organizzatori figurano anche alcuni membri autorevoli del Copasir. Durante il question-time sui nuovi scenari di guerra è stata discussa una tesi su geopolitica ed UFO. Eppure nel nostro paese una attività parlamentare sul tema, è presente già dal lontano 1950 fino ai giorni nostri, con interessanti interrogazioni da parte di deputati e senatori. Ricordo poi il dossier sul Progetto di relazione sulla proposta di costituire un Centro europeo per gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, redatto dal fisico Tullio Regge su incarico della CERT. (20 feb. 1994) mai attivato.

E’ più di anno che il Parlamento Europeo è protagonista di una insolita attività parlamentare con incontri con alcuni ricercatori di UFO di molti paesi della comunità europea. Intanto il Pentagono continua il rilascio con la terza tranche dei documenti classificati. Certamente il film di Spielberg ha dato nuova linfa al dibattito sugli UFO e questa volta – con la presenza degli alieni, ora rinominati NHI le Intelligenze Non Umane – anche se le recensioni del suo film lo relegano ad un filone fantascientifico, mentre per lui è la narrazione di quello che potrebbe accadere o che sta già succedendo.

Adesso attendiamo cosa accadrà alla Assemblea Nazionale di Francia e quali ricadute produrrà sia nella unione europea e sia nel nostro paese. Un ruolo importante lo avranno adesso i mass media: informare correttamente i cittadini su un evento che, fin dai filosofi dell’antica Grecia, ha interessato l’umanità, potrà forse cambiare e fare un salto anche alle nostre relazioni e magari inserirci in scenari davvero inediti. Saremo pronti al cambiamento?

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Fuori dalla disco perché straniero: il racconto di mio figlio

C’è coda per entrare in discoteca. Due ragazzi in fondo alla fila. Solidarietà dell’attesa: che scuola fai, dove vai quest’estate, ecc. Sono loro due. Il buttafuori filtra gli ingressi, decide chi sì e chi no. Il buttafuori controlla la carta d’identità del primo, indugia e scandisce dell’altro il cognome italiano dicendo “Entra pure” poi si rivolge al primo “Tu vai a casa”. Il ragazzo resta a bocca aperta. Colpevole di “diverso” reo di “straniero”. Me lo racconta quello che è entrato, mio figlio.

Due pesi due misure, due italiani, privilegio e rabbia. Il ragazzo escluso si allontana e per un adulto che lo ha giudicato si carica di un’altra discriminazione. Una volta è il colore della pelle, un’altra è quella dell’origine, un’altra è l’accento. Tu sei quello che io giudico e un adolescente matura rabbia senza accorgersi, come noi, dove andrà prima o poi a sfogarsi.

Siamo a pochi chilometri da Parma, dai “fatti di Parma” e i fatti ultimamente non sono né il Festival della Serie A né la Cena dei Mille né la Sagra del Cavolo Cappuccio che pure riempie il cuore d’amore incondizionato: oggi i fatti di Parma sono quei video di violenza consumata e provocata, professori e studenti, influencer con lacrime da coccodrillo e opinionismo risolutivo fino al meritocratico Ministero di Valditara, passando per la più conveniente delle pedagogie politiche: punire. Parma capitale di qualunque aperitivo, sta per stappare quella di Capitale Europea dei Giovani 2027. In questo caos si prova a fare ordine, chiarire i fatti, spegnere le violenze verbali, capire a chi dare la colpa.

A pochi mesi dai Mondiali Europei dei Giovani 2027 (pardòn… European Youth) tra il dottorato di chi analizza e non propone, c’è un silenzio che si fa sentire: quello dell’Assessorato alla Comunità Giovanile di Parma. Sì, Parma ce l’ha quell’assessorato lì, ma non si pronuncia. Forse lo farà, magari il primo gennaio 2027, quando appiccherà un faro, un flash. Poi: buio, ciao, vedremo. Per ora il sipario è chiuso, ma intanto il biglietto da visita della città è nelle mani dei “recalcati” che fanno l’analisi logica di quello che sappiamo già e non mettiamo in pratica. Spazio alla politica strumentale che prende il video e lo candida all’Oscar della remigrazione, della gattabuia, del quando c’era lui. Chissà cos’è sta roba della Comunità Giovanile, come si pronuncia, perché strilla l’Europa giovane mentre sta zitta e defilata sulla periferia dei marciapiedi adolescenti.

Il ragazzino discriminato all’ingresso della disco è tornato a casa, è incazzato, forse gli passa, forse domattina prende un brutto voto, forse chissà. Forse è ancora in tempo per scavalcare quel fossato che gli scaviamo attorno ogni giorno a colpi di giudizio e colpa, a lui come ai figli nostri. Diciamo la verità: sapremmo cosa fare, ma è meglio il palcoscenico alle quinte. Senti che applauso!

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Ogni parola di Papa Leone ha una valenza politica. Il viaggio in Spagna lo conferma

Il viaggio in Spagna conferma Leone XIV come protagonista di statura internazionale. E’ come se fosse uscito definitivamente dal suo guscio. Retrospettivamente i mesi di pontificato del 2025 – condizionati dagli appuntamenti del Giubileo – possono essere considerati una sorta di rodaggio. Molti fedeli di varie nazioni dicevano spesso “a me questo papa piace, ma non si sente”, esprimendo il bisogno di una presenza più forte.

Nello scontro con il presidente Trump il papa delle Americhe ha fatto sentire la sua voce e ora dopo il tour spagnolo nessuno può fingere di ignorare la rotta su cui Leone spinge la Chiesa. Con parole chiare ha fissato i cardini del dibattito: pace e multilateralismo, rifiuto della corsa al riarmo, rispetto assoluto della dignità dei migranti unito all’obiettivo dell’integrazione nonché della ripresa della cooperazione internazionale per favorire lo sviluppo economico delle nazioni da cui parte l’emigrazione di massa.

“Prima di dirvi qualsiasi altra cosa, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità”, ha esclamato Leone alla Gran Canaria, rivolto ai migranti. Vivere la fede – ha scandito sulla piazza de Cibeles di Madrid celebrando messa – significa “inginocchiarsi davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello”. Parole ferme e nette che collocano la Chiesa cattolica in contrapposizione ai movimenti che in Europa e America invocano la remigrazione: contro i Maga di Trump negli Stati Uniti, contro Reform Uk e Restore Britain in Gran Bretagna, contro Alternative fuer Deutschland, contro Vox in Spagna, contro il Rassemblement National in Francia, contro Futuro nazionale di Vannacci e i manipoli xenofobi presenti nella Lega e i Fratelli d’Italia.

E’ inutile che qua e là ci sia chi sventola il rosario o intona la Preghiera del paracadutista: ai vescovi spagnoli il pontefice ha sottolineato il rischio di sottomettere la fede alle ideologie. In ogni caso, ribadisce, è inammissibile ogni tipo di discriminazione etnica, religiosa o linguistica. Solo sulla base del rispetto della dignità umana è possibile elaborare soluzioni concrete: dai corridoi di accesso legali alle iniziative per realizzare il “diritto a rimanere nella propria terra”.

Altrettanto limpide le parole pronunciate per costruire la pace, pronunciate davanti al corpo diplomatico prima e alle Cortes poi. Mettendo subito con le spalle al muro chi ritiene il discorso della pace “ingenuo… (o) provocatorio” e quanti si rinchiudono nel recinto di “ideologie preconfezionate”. Leone ha denunciato i politici che inseguono la popolarità “soffiando sul fuoco della polarizzazione”. Ciò che oggi serve, ha spiegato, è coraggio diplomatico, rispetto dell’identità di ogni popolo, risoluzione delle controversie attraverso le “vie pacifiche offerte dal dritto internazionale”.

Appare evidente che non si tratta di esortazioni moralistiche. Ogni parola ha una valenza politica. Basti pensare alla recente aggressione israelo-statunitense contro l’Iran per comprendere cosa significa la scelta o la non scelta di un metodo di risoluzione delle controversie secondo le regole del diritto internazionale. Da una parte il metodo del negoziato, dall’altro la “cultura della potenza” e il presunto diritto del più forte, denunciati ampiamente nell’enciclica Magnifica Humanitas.

Concetti che meriterebbero di essere discussi a fondo nei parlamenti degli Stati. E che, in ogni caso, valgono a Leone il consenso di larga parte dell’opinione pubblica europea e statunitense nonché un’adesione notevole da parte del Sud Globale. Non va dimenticato che all’inizio del suo viaggio il pontefice ha fissato in maniera inequivocabile che “in Iran gli elementi di una guerra giusta non si trovano”.

Il terzo elemento di questa teologia politica riguarda la corsa al riarmo. Leone non usa parole generiche. Dinanzi ai parlamentari spagnoli ha dichiarato come sia “preoccupante che in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. La sicurezza di tutti, sostiene tenacemente il papa, nasce dalla giustizia, dal paziente dialogo, dal rispetto del diritto internazionale.

Sono parole che a Bruxelles, capitale della Nato e dell’Unione europea, vengono liquidate come se fossero una pia omelia. Ma non è così. Prevost è un pontefice che considera l’Alleanza atlantica un elemento positivo dell’ordine mondiale e che guarda con favore all’Unione europea. Però al tempo stesso pone una questione di fondo: “La vera sicurezza nasce…da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”. Non sfugge che con il suo taglio teologico e culturale, la sua pacatezza, il suo equilibrio, la sua precisione (senza dimenticare punti come la difesa della vita nascente o la tutela del segreto confessionale), Robert Francis Prevost sta sviluppando il nucleo dei temi forti posti all’attenzione della scena mondiale dal suo predecessore Bergoglio: i migranti, la pace, il rifiuto della corsa al riarmo, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente.

L’ultra-destra ecclesiale, che accusava Francesco di ridurre la Chiesa a una Ong, tace spiazzata. Anche perché Leone stimola gli episcopati del mondo ad agire, in forma collegiale. Per la riunione del G7 i presidenti delle conferenze episcopali dei paesi partecipanti hanno già rivolto un appello intitolato: “Costruire ponti per la pace, la giustizia e la dignità umana”. Chi all’ultimo conclave sperava nel ritorno di una Chiesa spiritualizzante, ha perso.

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Una mia richiesta di accesso agli atti deve aver allarmato l’ospedale di Novara: annullata la gara per due risonanze

Il Direttore Generale dell’AOU (Azienda ospedaliera universitaria) Maggiore della Carità di Novara indice una gara europea per “migliorare” due RM (risonanze magnetiche) attualmente in esercizio, senza che le due macchine siano di proprietà dell’Azienda. Lo richiede il direttore della Diagnostica, “evidenziando che le stesse hanno raggiunto il limite tecnologico e sono prossime ad un eventuale fuori supporto”. Manifestano interesse a partecipare alla fornitura la Philips (che produce le macchine) e la 3B srl che attraverso la partecipata Alpha Project sta gestendo le RM, che – fornite nell’abito di un progetto di Partenariato Pubblico Privato (Ppp) – diverranno di proprietà dell’AOU Maggiore della Carità solamente alla scadenza della concessione ancora in atto.

L’importo della gara: € 5.167.500,00 iva esclusa. Il 26 marzo 2026 il Direttore generale dell’AOU novarese, conclusa l’istruttoria, con la deliberazione n. 190 indice la gara per “migliorare” le RM, che prevede la partecipazione della sola 3B srl.

Gli umarèl, gente che osserva “i cantieri” guardando le carte, sono sorpresi dalla soluzione che l’Azienda di Novara sta applicando per risolvere il problema. Le incongruenze sono più di una. Uno degli umarèl – nella fattispecie il sottoscritto – ricorda bene la gara che aveva consegnato ad Alpha Project la fornitura e la gestione delle apparecchiature elettromedicali con un project financing multimilionario. Ne avevo scritto qui e mi ero anche beccato una querela (poi archiviata) da parte della 3B srl, una delle ditte che facevano parte del raggruppamento.

Così, aiutato del gruppo, per ripassare la lezione, il 13 aprile scorso ho inviato dalla direzione dell’AOU una richiesta di accesso agli atti per ottenere copia elettronica dei documenti che permettessero di avere il quadro completo del contratto di Ppp del 2017 e della sua attuazione. La mia richiesta però deve aver allarmato la dirigenza dell’AOU al punto da indurre il Direttore Generale, con la deliberazione n. 375 del 22/05/2026, ad annullare d’ufficio la gara indetta il 26/03/2026, cioè meno di 60 giorni prima.

Un collaboratore del consigliere regionale Coluccio (M5S) gli parla di questa storia e lui decide di porre il problema della legittimità dell’operato dell’AOU di Novara direttamente al direttore della Sanità Regionale, dott. Sottile. Quest’ultimo risponde annunciando, fra l’altro, l’apertura un’indagine interna per capire come sia stato possibile tutto questo. Di solito gli uffici l’indagine dovrebbero farla prima, sono pagati per quello. Qui, l’istruttoria non andava proprio bene e la delibera di indizione prevedeva quasi 50mila euro di compenso extra al dirigente che l’ha allestita, quale contribuito di progettazione. Se tutto fosse andato liscio, questo è quanto gli avrebbero riconosciuto, oltre allo stipendio niente male che già percepisce. Risparmiati.

La sbornia liberista degli ultimi decenni ha convinto destra e sinistra che il male del Paese – ben più che la malavita organizzata, l’evasione fiscale ecc. – fosse la pubblica amministrazione, popolata da fannulloni dediti a rallentare e vanificare gli sforzi della politica a fare in fretta. In nome della modernizzazione sono stati introdotti modelli organizzativi mutuati dal privato. Le Unità Sanitarie Locali sono diventate Aziende, governate da potenti Direttori Generali nominati dalla politica.

Soprattutto sono spariti completamente i controlli. Così molti settori della PA sono finiti in braccio all’incultura, alla voracità dei fornitori e non solo. Una bella fetta di PA è anche diventata uno strumento per scambi di consulenze e prebende di varia natura che consumano le risorse residue. La sanità pubblica, dove nel 2025 sono stati spesi circa 150 miliardi di euro, è uno dei settori più esposti a queste tentazioni.

La drammatica mancanza di controlli e una dirigenza che, setacciata da decenni di politica al ribasso, oramai non riesce più a fare il suo lavoro producendo risultati per i cittadini nel rispetto delle norme, sono un elemento fondamentale nel degrado del paese e del sistema sanitario pubblico. Uno degli ingredienti fondamentali per vivificare la democrazia è la partecipazione: gli umarèl che mi aiutano a raccontare queste storie sono persone che lo fanno in modo disinteressato.

Sostengono che la Pubblica Amministrazione, dove molti di loro lavorano e hanno lavorato, è uno dei presidi della democrazia e che occorre perciò opporsi il degrado, intanto controllando che gli atti rispettino le leggi, la pubblica utilità e che gli scambi di favori fra i dirigenti sotto forma di sontuosi incarichi intrecciati non superino la decenza.

A tempo perso controllano, studiano, fanno quello che in uno Stato moderno dovrebbe essere il compito più alto di chi governa. Un lavoro che possono fare in tanti. Gli Enti pubblici hanno da tempo l’obbligo di pubblicare sui loro siti internet – sezione Amministrazione Trasparente – i dati delle attività che perciò possono essere consultati da chiunque lo voglia. Non sempre i dirigenti Responsabili della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza interpretano in modo adeguato il ruolo.

Insistiamo perché pubblichino i dati, così da potervi accedere e di poterne disporre. A garanzia di questi diritti c’è il dl 33/2013 a cui si è aggiunto il dl 97/2016, che ha previsto il cosiddetto Accesso Civico Generalizzato. Si tratta di diritti esercitabili anche per email. Più li usiamo meglio stiamo, umarèl compresi.

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Manuale minimo delle ossessioni obbligatorie del dibattito pubblico

Elenco minimo di situazioni dalle quali sono passata nell’ultima settimana, di esponenti del paese reale (no quegli stronzi dei miei amici) con cui ho parlato, dei temi che essi hanno sollevato considerandoli in qualche misura rilevanti.

Sono a un tavolino di un bar di Firenze. I camerieri parlano dei turisti, e noialtre stronze al tavolo ci chiediamo: come abbiamo costruito delle città la cui economia dipende in così larga misura dai turisti e che i turisti rendono così invivibili per i residenti? Se odi quelli che ti danno da mangiare, come se ne esce?

Sono da un parrucchiere a Bologna. Quello che mi asciuga i capelli mi mostra incredulo un video in cui una tizia, che scopro essere assessore, dice che il problema dei graffiti sui muri è che i ricchi proprietari dei palazzi non li fanno ripulire. Il parrucchiere ha i capelli verdi, ed è più incredulo di me che all’amministrazione locale non venga in mente che il problema è chi scempia, non chi non si sbriga a ripulire.

Sono a un tavolo d’un ristorante di Ragusa. I residenti parlano del ponte sullo stretto, qualcuno racconta una barzelletta secondo cui un ponte che unisca la Sicilia all’Italia sì, ma uno che unisca la Sicilia alla Calabria è inaccettabile, finché parte l’elenco delle priorità. Sì però ad andare all’aeroporto di Catania ci si mettono due ore perché ci sono da chissà quanto i lavori che restringono l’autostrada a una corsia. Sì però qui non funziona l’aria condizionata. Sì però in albergo non funziona il wifi.

Sono in macchina a Bologna. L’autista mi dice che il giorno dopo sciopereranno gli autobus. Un passeggero esasperato da non so bene cosa è salito a bordo e ha morso l’orecchio all’autista. Ah, scioperano contro i morsi?

Questa è una di quelle circostanze in cui in genere gli autisti – gli esponenti del paese reale con cui più di frequente interagisco – borbottano qualcosa sugli immigrati, e io dico che il problema non è lo spostamento da un paese a un altro, ma il sovraffollamento complessivo: siamo otto miliardi, sullo stesso pianeta sul quale non trecento anni fa, ma quando io andavo a scuola, eravamo quattro miliardi. Per forza ci diamo fastidio, ma continuate pure a dire che bisogna fare più figli così possono pagarvi la pensione fino a centotré anni.

Stavolta non finiamo a parlare d’immigrati perché i giornali, che ormai se qualcuno coinvolto in un caso di cronaca nera è straniero omettono l’informazione per il terrore che poi i picchiatelli social diano loro dei razzisti, specificano sette volte in ogni articolo che il Mike Tyson di piazza Minghetti è italiano. Quindi non di immigrazione parliamo, ma dei matti che sempre più numerosi affollano le città.

Eccetera. Ho avuto, per ampliare l’elenco ma lasciandolo comunque incompleto per non dilungarmi, anche conversazioni su: che truffa sia il congelamento degli ovuli in cui le trentenni investono stipendi; se abbia fatto più danni la riforma dell’università, la regionalizzazione della sanità, la legge sull’autocertificazione (la tavolata non ha raggiunto un accordo, il personale del ristorante neppure, però avevano aneddoti strepitosi sugli effetti della regionalizzazione della sanità); come sia possibile che passiamo il tempo a differenziare e chiunque non viva a Milano vive comunque in posti pieni di spazzatura.

Poi ci sono quegli stronzi dei miei amici, quegli orrendi privilegiati, quel ceto medio con complesso al contempo di superiorità e d’inferiorità, quel paese irreale con le case al mare e le opinioni sui romanzi e come principale problema il fatto che la granita di gelso sia finita.

Ho avuto diverse conversazioni anche con loro, naturalmente, e anche qui possiamo stilare un piccolo elenco, tutto fatto di temi di cui probabilmente parla una minoranza della popolazione.

Temi che vanno da come è cambiato il commercio dei libri da quando Romano Montroni, morto la settimana scorsa, era a capo delle librerie Feltrinelli, al timore che si finisca, come in certi posti in California, coi taxi guidati dall’intelligenza artificiale, e insomma io non mi fido di stare su un veicolo guidato da un umano e non pensi anche tu che la robottizzazione del mondo porterà solo guai?

Discorsi che vanno dalla transessualità come trucco per aggirare la legge sulla fecondazione assistita – se invece che due lesbiche siete una rimasta ufficialmente donna e una che s’è fatta cambiare i documenti facendocisi scrivere che è uomo senza bisogno di scempiarsi con ormoni o chirurgia, tanto ormai si può, allora avete diritto alla vostra brava fecondazione senza espatrio – all’impossibilità di sapere le cose che bisogna sapere una volta venuta meno l’istituzione che erano i giornali: come faccio a essere sicura di non essermi persa niente, magari c’è una notizia importantissima che gira in un angolo d’algoritmo che non vedo.

Sapete di cosa non mi ha parlato nessuno in una settimana, ma neanche in un mese, ma neanche in un anno, ma proprio in questo secolo? Sapete di cosa non si parla in nessuna conversazione, a tavola o al telefono, tra intellettuali o tra analfabeti (due insiemi con un’ampia intersezione), in spiaggia e in libreria, tra elettori d’una parte politica o dell’altra (di nuovo: insiemi con intersezione non certo vuota) – sapete di cosa, nel mondo fuori dai social, non parla nessuno?

Di fascismo e antifascismo, l’ossessione più imbecille a sinistra e a destra, ma una destra e una sinistra che esistono solo in quella camera dell’eco che sono ormai i giornali (vabbè, insomma: quel che ne resta) e quella parte di social non abitata da gente che passa di lì, scrolla due cose, mette like ai matrimoni degli amici e alle cresime dei nipoti e poi torna alla propria vita, no, non nei social dei normodotati: in quella parte abitata da un’umanità abbastanza stolida e psicotica da pensare di cambiare il mondo dal telefono, di influire sulla qualità della vita pubblica spolliciando.

Solo lì, in quei posti che dopo vent’anni ancora non avete imparato a frequentare non con la sovreccitazione dei bambini cui hanno dato troppi zuccheri, solo lì, nel 2026, ci si accanisce a considerare importantissima la posizione che qualcuno tiene o non tiene rispetto a una dittatura di cent’anni prima. Lì, e su giornali che ormai da Vongola75 e Brocco81 si fanno dettare la linea, tentando disperatamente d’esistere.

Persino i taxi guidati dall’intelligenza artificiale sono considerati un tema cogente da una parte della popolazione maggiore di quella che considera fascismo e antifascismo temi di attualità.

Sei abbastanza privo di senso del ridicolo da fare il saluto romano? Non ne sono lieta, il senso del ridicolo mi pare importante, ma non ce l’ha più nessuno, se ce l’avessero non si tatuerebbero o non s’accenderebbero la telecamera del telefono in faccia; mi sembra però più importante sapere come intendi risolvere il fatto che un ospedale di Roma non veda il fascicolo sanitario d’un paziente residente a Milano, o il fatto che i ragazzini escano da scuola senza sapere la grammatica, o il fatto che le città siano ormai devastate dal turismo, dai graffiti, dagli ubriachi che pisciano per strada.

Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti.

Quand’ero giovane andava di moda dire che non bisognava abbassare il livello perché, abbassandolo acciocché nessuno si sentisse escluso, si finiva per fare il “Maurizio Costanzo Show”. Non c’è giorno che non ci pensi e che non senta di dover chiedere postumamente scusa a Costanzo, adesso che, in confronto al dibattito pubblico di veementi stronzate da cui siamo quotidianamente afflitti, un programma che aveva sì i suoi bravi casi umani, ma pure Carmelo Bene e Valerio Mastandrea, sembra Bloomsbury. Adesso che quell’epoca lì pare il secolo dei lumi, in confronto a questi invasati noiosissimi e perentori.

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I modelli di intelligenza artificiale hanno già cambiato il modo di fare la guerra

I servizi di intelligence israeliani monitoravano da anni le telecamere stradali della capitale e le comunicazioni cifrate dei vertici del regime iraniano, ben prima che i jet, il 28 febbraio scorso, lanciassero i missili che hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, nella sua residenza di Teheran. Quell’oceano di dati non veniva più filtrato da analisti umani seduti davanti a schermi: veniva elaborato da macchine. Era il prologo di una guerra diversa da tutte le precedenti. Nei quattro giorni successivi, Stati Uniti e Israele hanno colpito oltre duemila bersagli in Iran. Per fare un confronto: la coalizione contro l’Isis aveva impiegato sei mesi per raggiungere lo stesso numero di attacchi in Iraq e Siria. Quella cadenza non è il prodotto di più aerei o più bombe. È il prodotto di un’architettura decisionale che ha cambiato natura.

Per decenni, pianificare un’operazione militare somigliava a un cantiere di grandi dimensioni. Funzionari dell’intelligence, comandanti operativi, esperti di armamenti e di logistica si riunivano per settimane. Il risultato era un raccoglitore di documenti cartacei, approvato a cascata lungo la catena di comando. Se l’intelligence spostava un bersaglio a maggiore distanza, bisognava ricominciare: tipo di aeromobile, armamento, rifornimento, tempi di volo, equipaggio – tutto andava ricalcolato a mano, in sequenza. Il ciclo che va dall’identificazione di un bersaglio all’attacco, ciò che i militari chiamano kill chain, si misurava in ore, spesso in giorni.

Oggi quell’aggiornamento avviene in parallelo, in automatico, in tempo reale. Ogni modifica si propaga istantaneamente attraverso l’intera catena. Quello che una volta richiedeva duemila persone, nelle esercitazioni più recenti dell’esercito americano ne ha richieste venti. Non è cambiata la potenza di fuoco. È cambiata la capacità di elaborazione.

Al centro di questa trasformazione c’è una piattaforma sviluppata dalla società di analisi dei dati Palantir per il Pentagono, che aggrega in tempo reale immagini satellitari, feed video da droni, intercettazioni e dati di sensori. Gli algoritmi marcano le anomalie, collegano gli indizi, rendono visibili i bersagli potenziali prima che un analista umano abbia aperto il primo file. Integrato in questa piattaforma c’è un modello linguistico di nuova generazione, usato per sintetizzare le intercettazioni, correlare le fonti aperte e produrre briefing in tempo reale per i comandanti. Non decide chi colpire, almeno formalmente. Aiuta a capire cosa si sta guardando, dentro un flusso che nessun essere umano potrebbe processare da solo. In condizioni normali, gli analisti militari riescono a esaminare al massimo il quattro per cento del materiale raccolto dai sistemi di sorveglianza. Il resto sparisce nell’abbondanza. La guerra in Iran ha mostrato cosa succede quando quel collo di bottiglia salta.

Il primo giorno di guerra, missili – statunitensi, secondo le analisi successive – hanno colpito la scuola primaria femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran. Centodieci bambine uccise, insieme a decine di altre vittime. È l’episodio che ha trasformato un dibattito tecnico sull’intelligenza artificiale militare in una questione che non si riesce più a rimandare. Le immagini satellitari storiche mostrano che la scuola si trovava un tempo all’interno di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione. Da almeno nove anni era separata da un muro perimetrale. Murales colorati sulle pareti esterne, un piccolo campo da gioco: una scuola, senza ambiguità alcuna.

Non è la prima volta che un sistema di targeting assistito dall’intelligenza artificiale solleva questo tipo di domande. Il sistema israeliano Lavender, impiegato a Gaza, suggeriva bersagli umani portando i militari a prendere decisioni di vita o morte in pochi secondi, con un ritmo di approvazione che rendeva il controllo umano poco più che una formalità. La scuola di Minab appartiene a una genealogia già scritta. I risultati preliminari dell’indagine statunitense attribuiscono l’errore a cause umane piuttosto che a un malfunzionamento del sistema automatizzato. Mala distinzione è meno netta di quanto sembri.

Una decisione presa in pochi secondi, su raccomandazione di un sistema che ha selezionato e presentato i dati, è ancora pienamente una decisione umana? O è qualcosa di intermedio, una ratifica, più che una scelta?

C’è un meccanismo che i ricercatori chiamano automation bias: quando una macchina suggerisce decine di bersagli all’ora, la sua raccomandazione diventa l’autorità di riferimento. La capacità di contestare sistematicamente ogni indicazione è strutturalmente limitata – non per pigrizia, ma per come funziona la mente umana sotto pressione. A questo si aggiunge un secondo effetto: la velocità della decisione automatizzata crea un’urgenza di agire che comprime lo spazio per la riflessione. E la riflessione – lenta, scomoda, spesso controintuitiva – è esattamente ciò che il diritto internazionale richiede prima di ogni attacco.

C’è dunque una contraddizione al cuore del progetto di guerra Al-first. La velocità è presentata come il vantaggio decisivo: chi elabora più rapidamente le informazioni anticipa le mosse dell’avversario, reagisce prima che la finestra si chiuda. Ma la velocità è anche esattamente ciò che riduce la possibilità di verifica. E la verifica è l’unico argine – etico, giuridico, operativo – tra un sistema di targeting e un errore che non si può correggere.

La posizione ufficiale statunitense è che gli esseri umani prenderanno sempre la decisione finale su cosa colpire e quando. Ma il significato reale di quella frase dipende interamente da quanto tempo un operatore abbia effettivamente a disposizione per valutare una raccomandazione generata da un sistema che lavora a velocità incommensurabile con quella del ragionamento umano. Approvare non è lo stesso che decidere.

Mentre l’Iran diventa il primo teatro di guerra ad alta intensità dove l’intelligenza artificiale è centrale, un altro fronte contribuisce a costruire l’infrastruttura di quella trasformazione. A metà marzo l’Ucraina ha annunciato che aprirà agli alleati l’accesso ai propri dati di combattimento per addestrare modelli destinati ai droni: milioni di immagini raccolte durante decine di migliaia di missioni reali. Un archivio senza precedenti di comportamenti in ambiente di guerra autentico – non simulato, non ricostruito. I dati di addestramento sono il collo di bottiglia che limita le capacità dei sistemi autonomi. Modelli addestrati su scenari simulati non catturano la complessità del combattimento reale: la polvere, il fumo, i veicoli civili mescolati a quelli militari, le situazioni che non compaiono nei manuali. I dati ucraini – continuamente aggiornati, prodotti in condizioni operative vere – colmano esattamente quella lacuna. I sistemi addestrati su di essi saranno più precisi, più veloci, più autonomi.

L’Ucraina ha già mostrato dove porta quella traiettoria. Nell’estate del 2025, droni ucraini hanno colpito basi aeree russe dopo che i segnali di navigazione e le comunicazioni erano stati neutralizzati dai sistemi di disturbo nemici. I droni hanno continuato la missione da soli, guidati da algoritmi addestrati a riconoscere i bersagli senza ausilio esterno. Era la più lunga operazione di attacco a lungo raggio del conflitto. Ed era anche una dimostrazione di cosa significhi affidare a una macchina una decisione letale in assenza di qualsiasi connessione con un operatore umano.

La domanda che la guerra in Iran ha reso urgente non è se l’intelligenza artificiale trasformerà la guerra. Lo sta già facendo, in modo che appare irreversibile. La domanda è un’altra: la competizione globale sui sistemi militari AI non riguarda più soltanto chi ha la tecnologia migliore.

Riguarda chi è disposto più in fretta ad abbandonare i propri vincoli. Da quella corsa può nascere una dinamica perversa, in cui ciascun attore abbassa le proprie soglie perché teme – o presume – che l’avversario lo abbia già fatto.

La scuola di Minab, con le sue bambine innocenti, non è la fine di quella storia. E soltanto un capitolo intermedio.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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La sinistra affronti il tema immigrazione, non basta dire no a Vannacci

Credo sia venuto il momento, per la sinistra, per il centrosinistra, o almeno per la sua parte maggioritaria, di costruire, presentare e sostenere una visione complessiva sull’immigrazione: realista, fondata su principi, e capace di tenere insieme umanità, sicurezza, responsabilità e verità.

Serve una constituency strutturata, equilibrata, forte. Una base politica, culturale e morale capace di contrastare, o almeno contenere, la crescita di un nuovo ciclo populista, alla Vannacci: più incandescente, più aggressivo, più inquietante dei cicli precedenti. Ma per farlo non basta rispondere denunciando l’assurdità, la negatività o l’inaccettabilità di certe affermazioni. Non basta opporsi a Vannacci. Bisogna sottrargli il terreno. Bisogna indicare una strada diversa, migliore, più forte, e alla fine anche più vincente.

È necessario affrontare il problema dell’immigrazione in modo sistematico e profondo. Se guardiamo alla prospettiva europea, non possiamo negare che la politica di ogni Paese del continente, incluso il nostro, abbia oggi questo tema al centro, volenti o nolenti. Così come non possiamo negare l’esistenza di una regola non scritta, o forse perfettamente scritta nei fatti: le elezioni le vince chi diventa egemone sulla questione che più muove le emozioni popolari. E oggi, in Europa, questa questione è l’immigrazione.

Le emozioni popolari più forti, anche quando sono di segno opposto, passano da lì. Negarlo significa lasciare campo libero a ogni forma di populismo, che di mese in mese, prima in Francia, poi in Inghilterra, adesso in Germania, diventa sempre più inquietante, sempre peggiore, con l’ombra russa che accompagna molti dei suoi movimenti.

Prima di entrare nel merito di questa possibile constituency, bisogna guardare alla base da cui nascono le narrazioni dell’estrema destra. Nei giorni scorsi Belfast è stata attraversata da una rivolta che ha messo a ferro e fuoco la città. L’episodio scatenante è stato l’accoltellamento di un uomo, ripreso in un video molto crudo, circolato rapidamente sui social. L’impressione, guardando quelle immagini, è che l’aggressore volesse addirittura decapitarlo. L’autore dell’aggressione è un rifugiato sudanese arrivato nel Regno Unito e riconosciuto come richiedente asilo.

I cosiddetti “knife or sharp instruments crimes”, cioè i crimini commessi con coltelli o strumenti affilati, nella sola Londra sono stati oltre quindicimila. Un report recente citato dall’Evening Standard mostra che più di un terzo degli omicidi a Londra è legato a gang o gruppi: su centoquarantasette condanne per omicidio o omicidio colposo, relative a centocinquantasette morti, cinquantuno casi, pari al 34,6 per cento, sono stati classificati come gang or group-related. La rivolta di Belfast non nasce dal nulla, anche se le strumentalizzazioni sono numerose.

L’aspetto criminale è quello più evidente, più immediato, più emotivamente potente. Ma ci sono fenomeni demografici più strutturali che spaventano una parte consistente della popolazione europea. Secondo l’Ufficio statistico belga, se si considera l’origine dei genitori, il 74,3 per cento della popolazione della regione di Bruxelles è di origine straniera, cioè con almeno un genitore nato all’estero; il 41,8 per cento è di origine non europea. Se guardiamo alla fascia giovanile sotto i diciotto anni, si stima che l’ottantotto per cento dei residenti nella capitale belga sia di origine straniera, sempre considerando almeno un genitore nato all’estero, e il cinquantasette per cento di origine non europea.

Secondo statistiche etniche e studi sulla città, ad Amsterdam i giovani nati da famiglie native olandesi sono da anni una minoranza. A Londra, secondo i dati del censimento, circa il 37-40 per cento dei residenti è nato all’estero. È ovvio che avere una popolazione in maggioranza non nativa non sia, di per sé, un problema, ma ignorare la dimensione epocale del fenomeno, e le sue conseguenze, mentre la natalità “indigena” cade verticalmente, significa non vedere l’evidente.

La narrazione semplificata dell’estrema destra ha gioco facile quando mette insieme questi elementi in una formula rozza ma efficace: più immigrazione uguale più criminalità; più immigrazione musulmana uguale più minaccia alla cultura occidentale. La quantità conta. Tenere la stessa posizione politica di quando il fenomeno aveva dimensioni minime non è una prova di coerenza: può diventare una forma di rimozione.

Ricordiamo i primi sbarchi degli albanesi in Puglia, accolti in modo festoso. A Brindisi li salutò l’intera città: sindaci, prefetti, parlamentari, autorità religiose, gente comune. C’erano bande musicali, fiori, discorsi di benvenuto, un clima da celebrazione. I profughi piangevano ai bordi delle navi, mentre sulla banchina gli italiani sventolavano mazzi di fiori e li salutavano con entusiasmo. Quel sentimento popolare evidentemente non è più lo stesso.

Prendiamone atto. E chiediamoci se possiamo costruire un’immigrazione che arricchisca il Paese, invece di un’immigrazione che lo spaventi. Per scongiurare la seconda opzione serve un lavoro enorme, insieme intellettuale e operativo.

Cominciamo dalla questione più spinosa, più difficile, più reale: desiderare che una città o un Paese conservi i suoi tratti distintivi europei non è un crimine. Volere, preferire o simpatizzare per la continuità culturale di un luogo non è, in sé, un atto di ostilità verso qualcuno. Naturalmente questo è accettabile solo se viene espresso senza fare del male: dunque no a remigrazione, no a persecuzioni coattive, no a politiche punitive verso persone innocenti. Ma è legittimo tanto immaginare una città cosmopolita quanto desiderare che una città mantenga e sviluppi i tratti prevalenti della propria storia culturale e religiosa.

C’è una costante comune del pensiero illuminista e di quello marxiano, opposti quasi su tutto, che oggi ci impedisce di vedere un punto fondamentale. I due filoni che hanno plasmato gli ultimi due secoli dell’Europa sono entrambi fondati sulla preminenza della razionalità e dell’economia. Nel primo caso, la razionalità, di cui l’economia rappresenta forse l’applicazione più efficace, sostiene che ogni conflitto, se ricondotto nel proprio alveo razionale, possa trovare una soluzione. Locke, Adam Smith e molti altri vengono da lì. Nel secondo caso, quello marxiano, l’economia è centrale: i rapporti di forza economici sono la struttura della società; tutto il resto è ideologia, pensiero derivato, inutile o ininfluente.

Entrambi, in modo diverso, non colgono fino in fondo che la dimensione umana non può essere ricondotta interamente alla dimensione economica. Il detto popolare, ripreso da una brillante pubblicità, secondo cui il denaro non può comprare tutto, è forse la sintesi migliore di questo discorso. Oggi l’identità sociale — quel grumo invisibile e potentissimo di aspirazioni, paure, appartenenze, ambizioni anche violente, o potenzialmente violente — è spesso più forte della dimensione economica. Bisogna lavorare su questo. E su questo la cultura cattolica può dire e fare molto.

La constituency sull’immigrazione deve essere insieme un programma, una guida, una politica. Quali possono essere i suoi pilastri?

Il primo, anche se non dovrebbe esserci bisogno di dirlo, è che le vite umane vadano salvate in qualunque circostanza e qualunque sia lo stato giuridico delle persone in difficoltà. Questo è il primo statement, e deriva proprio dalle nostre radici identitarie come Paese e come mondo occidentale. Non si discute.

Il secondo pilastro riguarda le politiche attive dell’immigrazione. Bisogna organizzare in modo strutturato gli ingressi, considerando anche le necessità del Paese: sanità, edilizia, assistenza, agricoltura, servizi. Occorre favorire l’arrivo di persone che abbiano caratteristiche tali da arricchire l’Italia, magari privilegiando Paesi con cui condividiamo quell’“invisibile” di cui si parlava prima: prossimità culturali, relazioni storiche, compatibilità civiche, possibilità reali di integrazione (es. Argentina, Cuba, Brasile, America latina, eccetera).

L’Australia lo fa con ferrea precisione. In quel Paese c’è un sistema a punti (Skilled OccupationList) per i lavoratori qualificati (età, titolo di studio, esperienza lavorativa precedente, sponsor, eccettera) per ottenere un visto di quattro anni e poi proseguire con il processo di integrazione. Per avere un’idea, vogliono principalmente infermieri e medici; assistenza anziani; ingegneri, meccanici. Nessuno che arriva illegalmente viene accettato sul suolo australiano e, nonostante questo, o forse grazie a questo, hanno complessivamente più immigrati dell’Italia. Noi non siamo un’isola e siamo più permeabili; dunque, potenzialmente meno efficaci nel mantenere una politica di questo tipo. Ma proprio per questo dobbiamo farla.

Il terzo pilastro, senza girarci troppo intorno, è la sicurezza. È buon senso, immediato e profondo buon senso, che se una persona arriva in Italia, magari in modo clandestino, e poi commette reati gravi, non abbia alcun diritto di restare nel Paese. Naturalmente sappiamo bene che molti non arrivano con questa intenzione; spesso vengono trascinati dall’abbandono in cui si trovano e diventano facile preda delle nostre criminalità. Ma questo non toglie il punto essenziale: un Paese non può essere costretto a trattenere persone che violano gravemente le sue leggi.

A metà strada tra le questioni invisibili e la sicurezza si trova il problema delle enclave, delle comunità autoreferenti. Qui nasce il quarto pilastro: la coesistenza. Si tratta di tenere insieme due principi. Il primo è quello che, alla maniera americana, chiameremmo religious freedom, libertà religiosa, naturalmente valida per ogni fede. Il secondo è il principio su cui si fonda l’Occidente moderno: la separazione tra Stato e Chiesa, o meglio tra la dimensione civica e religiosa da una parte, e quella del diritto statuale dall’altra. Sappiamo che questa separazione è negata in parte dei Paesi islamici, dove regna invece la teocrazia, cioè l’asservimento delle regole del diritto a quelle religiose.

La coesistenza non significa, ad esempio, l’idea infantile di negare i simboli del Natale per “rispetto” verso altre fedi. Non significa, peggio ancora, accettare pratiche tradizionali di alcuni Paesi contrarie alle leggi italiane solo perché collocate dentro altre appartenenze religiose. Non significa permettere che venga predicato e affermato odio verso l’Occidente, verso la sua tradizione culturale e ideale, in nome dell’affermazione di un ordine opposto.

La constituency sull’immigrazione deve nascere da un dibattito ampio, fatto anche con le comunità immigrate, e soprattutto con i singoli. Perché l’idea liberale e cristiana che sta alla base dell’Occidente è la primazia della persona, anche rispetto alla comunità di appartenenza. Servono coraggio, mente aperta, capacità di ascolto. Non solo ascolto delle minoranze piene di voce, ma anche delle maggioranze dalle voci frammentate e “introverse”. Bisogna togliere il terreno su cui cresce il vannaccismo e tutta l’ideologia populista che gli gira attorno. Bisogna salvare il bambino non l’acqua sporca.

Non bisogna rompere i legami profondi del nostro affetto verso il sentire popolare. Bisogna dare risposte migliori, più civili, più alte, mobilitando i migliori angeli della nostra natura. Solo così si potrà contenere un fenomeno che rischia di polarizzare ancora di più il Paese e di consegnarlo ai peggiori che possiamo immaginare.

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I fondamentali del fine dining secondo Andrea Menichetti

Il dossier che Gastronomika dedica al mondo della sala e dell’accoglienza accoglie il pensiero di Andrea Menichetti, figlio dei fondatori di Da Caino, Valeria Piccini e Maurizio Menichetti. Anni di esperienza all’estero e in ristoranti stellati prima di tornare nel ristorante di famiglia hanno forgiato uno sguardo maturo e consapevole sullo stato della ristorazione.

Il mio pensiero su cosa significhi fare alta ristorazione è piuttosto semplice, anche se oggi sembra quasi controcorrente: bisogna fare le cose per bene. Lavorare con professionalità, scegliere materie prime di livello, accompagnare l’esperienza con un servizio all’altezza, in un ambiente piacevole. Questo è sempre stato per la mia famiglia il significato della ristorazione.

Da Caino, che è un ristorante familiare nel senso letterale del termine, le persone non vanno semplicemente al ristorante: vengono a casa. L’ospite non è un cliente, ma qualcuno che accogliamo alla nostra tavola. E questa idea di accoglienza non si ferma a chi si siede in sala: cerchiamo di trasmetterla quotidianamente anche a chi lavora con noi.

Fare parte della brigata di Caino significa entrare in una famiglia dove, anche se esistono ruoli e gerarchie, ciascuno agisce per il bene dell’intero sistema. Anche alla chef (Valeria Piccini, ndr) capita di occuparsi di cose che esulano dal proprio compito. È questo il senso della gestione familiare: condividere il lavoro, la responsabilità e anche i sacrifici.

I sacrifici, però, hanno un limite, e una famiglia che funziona sa riconoscere quel limite. Per questo abbiamo scelto di chiudere a pranzo e di garantire ai nostri collaboratori due giorni di riposo: crediamo che chi lavora con noi debba avere anche uno spazio personale. Dopo il Covid è diventato evidente a tutti che questo equilibrio è necessario. Un modello che prevede il giusto tempo per sé stessi è più sostenibile per il futuro del settore: una dimensione familiare che sa essere umana, senza esigere sacrifici illimitati.

Ristorante Da Caino

Con oltre trent’anni di esperienza nei ristoranti stellati, posso affermare che tutto è diventato più complesso, soprattutto sul piano burocratico. E la fatica che c’è dietro la ricerca della qualità e l’impegno del servizio viene difficilmente riconosciuta. In Italia manca ancora una vera cultura gastronomica diffusa: non sempre chi mangia è in grado di cogliere la differenza tra chi compra la pasta pronta e chi la fa in casa.

Questo si riflette anche su come i giovani si avvicinano alla professione. Troppo spesso si parte con la stella Michelin già in testa, senza la consapevolezza che per raggiungere un traguardo di questo tipo è necessario un percorso molto impegnativo, che spesso dura anni e comporta molti sacrifici. I giovani sono guidati più dall’aspettativa che dalla passione. Ma l’amore per la cucina deve venire da dentro, non dall’idea di costruirsi un’immagine. Bisogna lavorare bene e con pazienza: il riconoscimento, se meritato, arriva.

Per quanto riguarda il rapporto delle persone con il cibo quando escono a cena, credo che si sia persa l’attenzione verso quello che si mangia, come se nutrirsi fosse un atto automatico. Chi va al ristorante sceglie spesso in base all’estetica, ai rating, all’instagrammabilità – più per quello che trova attorno al piatto che per quello che c’è dentro. Ma il cibo non è questo: è cultura, identità, cura di sé. E se questa consapevolezza si perde, si perde tutto il resto.

Andrea Menichetti

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Perché la pace tra Iran e Stati Uniti non fermerà la guerra di Israele in Libano

La pace tra Iran e Stati Uniti può riaprire lo Stretto di Hormuz, ma non fermerà la guerra di Israele in Libano. Dopo 108 giorni dall’inizio del conflitto, Donald Trump ha ottenuto da Teheran un cessate il fuoco e il ritorno alla navigazione nello Stretto, cioè le due condizioni che esistevano già prima dell’intervento militare americano e israeliano del 28 febbraio. Il memorandum tra Iran e Stati Uniti, mediato dal Pakistan, sarà firmato venerdì 19 giugno a Ginevra e dovrà chiarire due questioni decisive. La prima riguarda chi è come gestirà lo Stretto di Hormuz. Trump ha parlato di una riapertura senza pedaggi; fonti iraniane sostengono invece che Teheran non consegnerà la gestione del passaggio a una forza internazionale, né a un meccanismo congiunto con Washington. La seconda riguarda l’uranio arricchito, il casus belli dell’escalation americana. Il memorandum apre sessanta giorni di negoziati, ma non stabilisce ancora che cosa accadrà allo stock iraniano, né quali verifiche saranno imposte.

La parte più fragile dell’intesa è però un’altra: l’accordo è stato presentato come una cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, che confina a sud con Israele e a est e nord con la Siria. Ma il fronte libanese non può essere chiuso soltanto da Washington e Teheran e l’intesa non obbliga Israele a fermare le operazioni militari contro Hezbollah, il partito-milizia libanese sostenuto dall’Iran.  Lo ha fatto capire con la solita brutalità diplomatica il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, leader dell’estrema destra di Otzma Yehudit e partner indispensabile della coalizione di governo Netanyahu. «L’accordo di Trump non ci vincola. Non tutela la nostra sicurezza. Non siamo parte di questo accordo». La stessa linea è stata ripresa, con parole diverse, anche da Israel Katz. Il ministro della Difesa del Likud, ha detto che l’esercito resterà nella Striscia di Gaza, nella Siria sud-occidentale e nella zona di sicurezza in Libano meridionale, cioè dalla Linea Blu, la demarcazione tracciata dall’Onu, fino al fiume Litani, alcune decine di chilometri più a nord. Anche Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del Sionismo religioso, ha definito l’intesa con Teheran «negativa per Israele e per l’intero mondo libero». 

Benjamin Netanyahu non può fermarsi in Libano perché il fronte del Nord è ormai una questione di sopravvivenza politica interna. Secondo un sondaggio di Agam Labs della Hebrew University, citato da Reuters, il partito del premier israeliano sta perdendo terreno proprio nelle zone in cui la guerra con Hezbollah ha avuto il costo politico più alto. In quell’area solo il 23 per cento degli elettori voterebbe ancora Likud, contro il 35 per cento ottenuto dal partito nel 2022.

Netanyahu deve arrivare alle elezioni di ottobre con qualche successo militare che possa rassicurare le comunità israeliane dell’Alta Galilea e della Galilea occidentale che si trovano a pochi chilometri dal sud del Libano, abbastanza vicine da essere colpite da razzi a corto raggio, droni e colpi anticarro. Per mesi decine di migliaia di persone hanno lasciato le proprie case, da Kiryat Shmona a Metula, fino al kibbutz Manara sopra la valle di Hula, perché Hezbollah, dall’altra parte della frontiera, aveva postazioni e razzi in grado di tenere sotto pressione quell’area. Una tregua firmata da Stati Uniti e Iran non basta a convincerle a rientrare, se il partito-milizia resta vicino al confine con le sue unità più addestrate, le forze Radwan, considerate da Israele capaci di preparare incursioni oltre frontiera.

La formula della «vittoria totale», ripetuta per mesi dal premier, ha bisogno di un risultato tangibile. Nel Nord di Israele questo significa soprattutto il ritorno degli sfollati e una frontiera che non sembri affidata alla buona volontà di Hezbollah o alla disciplina di Teheran. Gerusalemme ritiene ormai fallito l’assetto di sicurezza che avrebbe dovuto tenere Hezbollah lontano dal confine dopo la guerra del 2006 e dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La presenza di Unifil, la missione delle Nazioni Unite sul terreno non hanno impedito alle milizie libanesi di costruire una rete di infrastrutture integrate nei villaggi sciiti del Sud. 

Per questo motivo il governo Netanyahu continuerà a colpire ciò che permette a Hezbollah di combattere vicino al confine: tunnel, depositi di armi, punti di osservazione e strade usate per muovere uomini e mezzi. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto. Bisogna però capire con quale intensità intenda farlo. Per non indispettire Trump, Israele potrebbe diminuire i bombardamenti sulla capitale Beirut, concentrando le operazioni militari nel sud con raid mirati, demolizioni, pattugliamenti e attacchi contro depositi. Il conflitto sarebbe più difficile da definire come guerra aperta, ma resterebbe abbastanza intensa da impedire a Hezbollah di ricostruire ciò che Israele sta chirurgicamente distruggendo.

Secondo il centro studi britannico Chatham House, una presenza israeliana prolungata può comprimere Hezbollah sul piano operativo, ma rischia di restituirgli la narrazione che lo ha reso forte: la promessa di resistere all’occupazione israeliana. Il governo libanese ha pochissimo margine per un intervento. Il governo deve mostrare a Stati Uniti, Europa e paesi arabi di voler rafforzare l’esercito nazionale e ridurre il potere armato di Hezbollah, ma non possono apparire agli occhi dei loro cittadini come esecutori di un disarmo imposto da Gerusalemme mentre le truppe israeliane restano nel Sud. Una pressione troppo esplicita su Hezbollah verrebbe letta da una parte del paese come una collaborazione con il nemico. Restare fermi, però, offrirebbe a Israele l’argomento opposto: finché Beirut non controlla il territorio, l’esercito israeliano ha una ragione per non ritirarsi.

Anche l’Iran ha poco spazio di manovra. Dopo l’intesa con Trump, Teheran ha interesse a evitare un nuovo scontro diretto con gli Stati Uniti e a presentare il memorandum come una vittoria diplomatica. Ma Hezbollah resta il suo alleato più importante nel Levante, il principale strumento di pressione contro Israele a ridosso del confine. Se l’Iran lo spingesse a fermarsi mentre le truppe israeliane restano nel sud del Libano, l’asse costruito negli ultimi vent’anni perderebbe credibilità. Se invece gli lasciasse mano libera, l’accordo con Washington rischierebbe di consumarsi prima ancora di produrre effetti sul nucleare e sulle sanzioni.

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La firma della ristorazione si (ri)scrive in sala

Il piatto tecnicamente più perfetto, portato in tavola nel modo sbagliato, non diventa un’esperienza. È un’evidenza che chiunque abbia mangiato fuori conosce per istinto, e che il racconto della ristorazione italiana ha però rimosso per vent’anni, occupato a incoronare gli chef e a dimenticare chi quel piatto lo accompagna fino a chi lo mangerà. L’edizione 2026 del Gastronomika Festival – «È ora. L’ottimismo e la ragione» – ha dedicato un tavolo del proprio hackathon a questa rimozione: giovani professionisti della sala, tutti under quaranta, riuniti attorno a un tema che è insieme una constatazione e una rivendicazione. La sala serve.

«Ogni tavolo è una partita», ha detto Enrico Gori, socio del ristorante stellato Da Lucio a Rimini, e nella frase c’è già il capovolgimento: servire non è una sequenza di gesti – portare, versare, sparecchiare – ma una lettura, la capacità di capire chi si ha davanti e di regolarsi di conseguenza.

Per anni la sala è stata il reparto di cui tutti dicevano di volersi occupare, salvo lasciarlo ai margini: nei siti dei ristoranti, dove il nome del cuoco si trova quasi sempre e quello del maître quasi mai; nella narrazione pubblica, costruita attorno a programmi come MasterChef; nell’immaginario di chi sceglie un lavoro, attratto da chi cucina più che da una professione percepita come faticosa e provvisoria. Un errore di prospettiva, non solo un’ingiustizia, perchédà per scontato che la riuscita di una cena si decida tra i fuochi, quando invece si compie anche altrove.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Un ingrediente, per quanto raro, non parla da solo. Un territorio non si spiega da sé. La filiera, la stagionalità, il gesto di un produttore restano parole stampate su un menu finché qualcuno non le traduce in qualcosa che chi è seduto possa capire e desiderare. Quel qualcuno sta in sala. La cucina genera valore; il servizio lo rende leggibile al cliente. E ciò che nessuno riesce a cogliere, semplicemente, non esiste per chi paga il conto.

C’è, in questo, qualcosa che precede la ristorazione stessa. Accogliere chi arriva, dargli da mangiare, farlo sentire atteso e al sicuro è uno dei gesti più antichi della cultura umana, molto prima che diventasse un mestiere con un contratto e un turno. La sala ne è l’erede diretta, e quando funziona tocca un aspetto che ha poco a che vedere con il cibo: far sentire una persona riconosciuta. Chi si prende cura degli altri per professione lo sa bene, che il modo conta quanto il contenuto, e che un’accoglienza autentica lascia un benessere reale, quasi fisico, di cui chi esce non sempre sa rendere conto a parole. Sa solo che tornerà.

La competenza che tutto questo richiede è tra le più sottovalutate e difficili in assoluto, e insieme tra le meno visibili. Sapere dove va il bicchiere si impara in poche settimane; molto più arduo è sapere perché quel vino è in tavola, da quale terra arriva, che cosa la cucina italiana ha preso dalla Francia e dalla Spagna, e intuire nel frattempo, in pochi secondi, se chi si ha davanti ha voglia di ascoltarlo o solo di essere lasciato in pace. Cogliere al volo l’umore di un cliente – la timidezza, la fretta, l’arroganza, l’imbarazzo di chi non sa che cosa ordinare – è una forma di intelligenza che nessuna scuola alberghiera misura con un voto. «Insegnare sala è insegnare, prima delle regole base, la cultura», ha detto Luca Torsani, che forma i ragazzi del servizio ad Alma: prima della tecnica viene il sapere, e prima del sapere la capacità di leggere l’altro. È una dote relazionale, fatta di attenzione e di misura, che ha più a che vedere con l’ascolto che con l’esecuzione.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Lo conferma un cambiamento in corso nei locali migliori: l’eleganza, che per troppo tempo ha coinciso con la distanza e con un servizio impeccabile ma ingessato, sta cedendo il passo a un’accoglienza più sciolta. Da Lucio, la trattoria di pesce di Gori, arrivata alla stella Michelin con i tavoli condivisi e i camerieri che chiacchierano con i clienti senza recitare una parte, ne è la dimostrazione. «Già lì hai rotto una regola», osserva Elia Toni, oste e contitolare dell’Osteria Fondo a Cesena. «E ti viene voglia di tornarci anche solo per un caffè».

Sarebbe però un errore scambiare quella leggerezza per facilità: improvvisare con naturalezza, fuori da ogni copione, chiede più maestria che seguirne uno. La spontaneità, quando è autentica, è la forma più alta del mestiere: richiede di conoscere le regole così a fondo da poterle piegare, e abbastanza sicurezza da non nascondersi dietro un cerimoniale.

Foto di Gaia Menchicchi

Proprio adesso che la cucina torna all’essenziale – ai prodotti, alle trattorie, ai classici reinterpretati – il bisogno di qualcuno che sappia tradurre tutto questo al cliente non cala, cresce. La figura che al tavolo torna come modello è quella dell’oste: «Bisogna far nascere gli osti», la sintetizza Davide Cozzolino, che lavora in sala al 177 Toledo di Napoli. «La vera innovazione della ristorazione, paradossalmente, potrebbe non essere più tra i fornelli». Toni lo riporta a un esempio concreto: un formaggio, una storia, una differenza apparentemente minima che, raccontata nel modo giusto, cambia il modo in cui il cliente vive quello che sta assaggiando. «L’oste lo deve sapere», dice. «Non per fare il sapientino, ma per cogliere il cliente interessato e dargli qualcosa in più».

Resta il rapporto con la cucina, frattura antica e mai del tutto risolta. «Ci si dovrebbe fidare di più», aggiunge Cozzolino. La cucina pensa e costruisce il piatto, la sala vede il cliente – ne intercetta l’attesa, l’umore, il disagio. Quando queste due letture non si parlano, il ristorante perde ritmo.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

Perché tutto questo accada, però, la sala deve smettere di essere un mestiere di passaggio, e l’ottimismo – quello del Festival, congiunto alla ragione – deve diventare organizzazione. Da titolare trentunenne, Toni ha raccontato il suo tentativo di alzare l’asticella: domenica chiusa, mance condivise con la cucina, welfare aziendale aggiunto allo stipendio. «Non è che il welfare deve sostituire una paga», ha precisato, «deve essere un di più». Poi una frase che pesa più di molte analisi: «Dobbiamo essere più azienda e meno ristorante di famiglia».

Dentro c’è un passaggio generazionale enorme. Il ristorante-famiglia è stato a lungo un mito italiano: tutti coinvolti, tutti disponibili, tutti sacrificabili in nome della casa. Ma la famiglia, quando diventa modello organizzativo, può proteggere e può divorare. L’azienda sana, al contrario, dà al lavoro regole, turni, diritti, responsabilità.

È il segno che una generazione ha smesso di considerare il sacrificio un alibi per giustificare la precarietà, e pretende che alla passione si affianchino una paga e un calendario. I ragazzi che oggi a un colloquio chiedono quanto vale lo stipendio e come funzionano le ferie non hanno meno passione di chi li ha preceduti: considerano quel lavoro un lavoro vero. Alice Paglia, in sala all’Albufera a Milano, lo conferma con il pragmatismo di chi ci è dentro: «Per questo è stato fatto il tavolo degli under quaranta. Perché c’è ancora almeno un altro ventennio di speranza».

Foto di Gaia Menchicchi

E proprio dopo aver parlato di stipendi, fatica e riconoscimento, Giorgio Bortolotto, in sala alle Due Colombe in Franciacorta, lo ha chiamato «il lavoro più bello del mondo». È la frase di chi conosce abbastanza quel mestiere da non lasciarlo definire solo dai suoi problemi.

La sala è faticosa perché è viva. Chi la ama davvero ne parla con una specie di ostinazione luminosa – non perché non ne veda la fatica, ma perché sa che dentro quella fatica c’è una possibilità rara: far sentire qualcuno nel posto giusto, nel momento giusto. In una ristorazione che si riscrive ogni giorno, resta la firma più difficile da imitare. Ma è forse anche la ragione più concreta per essere ottimisti.

Foto di Gaia Menchicchi
Foto di Gaia Menchicchi

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L’europeismo riempie il Parenti e trova una nuova voce

Un Teatro Franco Parenti pieno, una maratona di interventi senza pause e l’europeismo esibito senza timidezze. È questa l’immagine che restituisce la prima uscita pubblica di Europeisti.eu, il movimento promosso da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli. Più che la nascita di un nuovo movimento, però, l’appuntamento milanese è sembrato una verifica politica: capire se esiste ancora uno spazio per un’area che si riconosce nel sostegno all’Ucraina, nell’integrazione europea, nell’economia di mercato e nella tradizione liberaldemocratica, ma che da anni fatica a trovare una rappresentanza politica stabile.

La risposta, almeno guardando la sala, è stata incoraggiante per gli organizzatori. Il teatro era pieno e soprattutto attraversato da generazioni diverse. C’erano giovani che vedono nell’Europa l’unica dimensione possibile della politica contemporanea, ma anche protagonisti di stagioni politiche più lontane, ex radicali, amministratori locali, professionisti ed esponenti del mondo associativo. Un pubblico attento e partecipe, che ha seguito una lunga maratona di interventi. Sul palco si sono alternati leader politici, amministratori, parlamentari, studiosi e rappresentanti della società civile. Con sensibilità diverse, ma attorno ad alcuni punti condivisi: il sostegno all’Ucraina, la necessità di una difesa europea, la competitività economica, la sovranità tecnologica e la critica a quel bipopulismo che da anni domina la politica italiana.

Grandi applausi per Mario Monti, che ha ricordato la sua lunga esperienza nelle istituzioni europee. «Sono stato in una Europa a dodici membri e poi a ventotto. Sono sempre stato convinto dell’importanza dell’Europa per noi europei e noi italiani perché l’Europa integra e, integrando, trasforma: di solito in meglio, come vettore di riforme strutturali». E ha aggiunto una frase che sintetizza una delle questioni aperte per quest’area politica: «Per contribuire all’Europa bisogna rinunciare ai personalismi». Qui è partita l’ovazione del pubblico.

Anche Carlo Calenda ha insistito sulla dimensione esistenziale della sfida europea. «L’Europa rischia di cadere perché l’età degli imperi è tornata ma noi ora siamo le colonie, e siamo diventati colonie per nostra assenza di volontà», ha detto il leader di Azione. «Europeisti è una casa per chi pensa che fare un’Europa federale sia l’unica cosa che conta davvero se vogliamo salvarla da tre imperi che vogliono distruggerla. È un modo per risollevare quell’animo riformatore che è esistito nel centrodestra e nel centrosinistra e che oggi appare disperso».

Luigi Marattin ha ripreso il discorso sulla necessità di superare vecchie appartenenze e vecchie competizioni. «Per noi dichiarare l’indipendenza significa dichiarare che i due schieramenti, per come sono costituiti oggi, non ci rappresentano», ha detto il leader del Partito Liberaldemocratico. «Decolleremo se capiremo che la cooperazione rende più della competizione».

L’Europa, però, è stata raccontata soprattutto come una risposta alle sfide del presente. «Oggi serve determinazione per capire che Europa vogliamo», ha detto Elisabetta Gualmini. «Servono difesa comune, deterrenza militare e autonomia energetica. Serve una politica che rifugga gli estremismi».

Se c’è un tema che ha attraversato quasi tutti gli interventi, è stato quello dell’Ucraina. Non soltanto come questione di politica estera, ma come spartiacque politico e morale. Per molti dei protagonisti presenti al Parenti, la resistenza ucraina rappresenta il punto in cui si misura la coerenza dell’europeismo contemporaneo. Da qui anche la distanza crescente rispetto a una parte della destra sovranista e rispetto a quel campo largo che continua a esprimere ambiguità sulla guerra, sul riarmo europeo e sul ruolo dell’Occidente.

È stata probabilmente questa la cifra più riconoscibile dell’iniziativa: l’idea che l’europeismo non sia soltanto una collocazione istituzionale, ma una risposta politica al nazionalismo, alle autocrazie e agli estremismi che attraversano l’Occidente.

In questo quadro la presenza di Pina Picierno assumeva un significato particolare. La vicepresidente del Parlamento europeo è diventata negli ultimi mesi il punto di riferimento più visibile di un’area che non si riconosce né nel sovranismo della destra né nell’evoluzione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein. Il successo iniziale di Spazio Pubblico e l’attenzione che continua a raccogliere tra amministratori, militanti e dirigenti riformisti spiegano perché molti guardino a lei come a una possibile figura di aggregazione di questo mondo. «La complessità non si affronta cancellando le scelte», ha detto Picierno. «Bisogna iniziare ad assumersi la responsabilità di scegliere, senza dire sempre no. Noi sappiamo bene da che parte stare. Non esistono autocrazie buone e non esiste Europa senza la difesa di Kyjiv».

Nessuno al Parenti ha dato l’impressione di avere già trovato una formula organizzativa o una leadership condivisa. Ma rispetto a pochi mesi fa qualcosa sembra essersi rimesso in movimento. Per la prima volta dopo molto tempo, mondi che si erano allontanati stanno tornando a incontrarsi. E in una fase politica dominata dai due populismi, non è un dettaglio.

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Trump e Putin, per capire chiedi di Manafort, Deripaska e i suoi troll

Paul Manafort, appena entrato nello staff di Trump, s’era fatto portare i sondaggi. I sondaggi segreti commissionati dai candidati alla Casa Bianca dicono molte più cose di quelle che gli istituti fanno poi uscire sui giornali. Dopo aver studiato i sondaggi, Manafort aveva telefonato al suo vecchio socio Konstantin Kilimnik, detto “Kostia”. Kilimnik, che era ucraino, aveva aiutato Manafort a far eleggere presidente in Ucraina il putiniano Janukovich (2010). Appuntamento con Manafort al 666 della Quinta strada, Grand Havana Room, un circolo per fumatori di sigaro. Il palazzo era della famiglia Kushner. Era presente anche Rick Gates. Qui Manafort consegnò a Kilimnik i sondaggi relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Erano tre Stati dove i democratici avevano sempre vinto. Il cosiddetto “Muro Blu”. I sondaggi mostravano che, stavolta, il vantaggio della Clinton in questi tre Stati era minimo.

Kilimnik era uomo del Gru, il servizio di spionaggio militare russo. I dati relativi a Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, arrivati a Deripaska, furono girati da Deripaska a via Savushkina 55.

Era inutile darsi da fare per Stati come il Texas, sicuramente di Trump, o la California, sicuramente di Hillary. Valeva la pena invece lavorare sugli Stati in bilico, come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Al terzo e quarto piano di via Savushkina 55, a San Pietroburgo, palazzone anonimo, lavoravano per ottocento euro al mese quattrocento giovani. Turni di dodici ore, in modo da coprire per intero i fusi orari americani. I ragazzi erano detti “troll”. Ogni troll doveva pubblicare ogni giorno almeno dieci post originali. Doveva scrivere ogni giorno centoventisei commenti sotto i post di qualcun altro. Doveva gestire tre account Facebook o Twitter contemporaneamente. I supervisori passavano a controllare la qualità dell’inglese e l’uso delle parole chiave. I destinatari di post, commenti e account erano gli utenti americani di Facebook o Twitter. Questi utenti, in vari modi, erano incoraggiati a votare per Trump. Qualche volta direttamente. Qualche altra con finti dialoghi tra finti utenti di Facebook o Twitter. Lo stesso troll interpretava tutte le parti. Faceva dire, per esempio, a un personaggio di sua invenzione: «Hillary Clinton è una criminale». Un altro personaggio di sua invenzione rispondeva: «Sono sempre stato di sinistra, ma dopo quello che ho saputo non posso più votarla. Resterò a casa». Un terzo personaggio inventato entrava in gioco e si metteva a litigare con gli altri due. Il litigio faceva alzare il livello di attenzione del dialogo. La rissa era costruita in modo che la Clinton a un certo punto fosse completamente sputtanata. Riuscire a non mandare a votare un democratico era un risultato molto desiderabile. Per ognuno che restava a casa il piccolo margine di vantaggio di Hillary si riduceva. Questi video personalizzati erano detti “dark post”.

L’ordine era di caricare i dark post al mattino. Di usare connessioni Vpn che facessero credere a quelli che leggevano che si stava digitando da Detroit, o da Milwaukee, o da Pittsburgh. Ogni profilo era corredato da una foto rubata di qualcuno che aveva messo la sua immagine in rete e magari viveva in Spagna o in Egitto.

Quelli che lavoravano su Cambridge Analytica, intanto, spedivano video, guidati dai profili rubati degli ottantasette milioni di americani. Di ognuno di questi ottantasette milioni, Cambridge Analytica aveva preparato un ritratto psicologico. Il pauroso, lo spavaldo, quello che odiava gli immigrati, quello che andava in chiesa, quello che non sapeva che fare, i mariti e le mogli, i depressi e gli entusiasti, i timidi e gli aggressivi, l’intellettuale, e il commerciante, e il contadino, e il medico. A ognuno di questi Cambridge Analytica mandava un video in forma di spot. In questi video in forma di spot, che venivano visti solo dalla vittima prescelta, video costruiti sul profilo della vittima prescelta, si mostrava, per esempio, Trump che difendeva il diritto di possedere armi, mentre su un altro video spedito a un’altra vittima si vedeva invece Trump che diceva l’esatto opposto, la legge e l’ordine e basta con la violenza. Cioè Trump, in questi video personalizzati, poteva sostenere una tesi e il suo contrario. Nessuno infatti avrebbe visto i due video, tranne i due a cui erano stati spediti. Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, per ottantasette milioni di americani e i loro pregiudizi.

Trump disse di Hillary: «Corrotta». Hillary disse di Trump: «Burattino». Trump disse di Hillary: «Arrestatela». Hillary disse di Trump: «Inadatto». Trump disse di Hillary: «Schifosa». Hillary disse di Trump: «Mina vagante». Trump disse di Hillary: «Demonia». Così, implacabilmente, dalla fine di agosto fino ai primi di novembre, in televisione e ovunque.

Il 7 ottobre, intorno alle quattro del pomeriggio, il “Washington Post” pubblica un video in cui si vede Trump scendere da un autobus in compagnia di Billy Bush. Trump dice a Billy Bush: «I don’t even wait. And when you’re a star they let you do it. You can do anything… Grab ’em by the pussy». Traduzione: «Io mica aspetto. Quando sei una star, ti lasciano fare. Puoi fare quello che ti pare. Basta prenderle per la fica». Il video risale al 2005. Tutti pensano: è andata, Trump è finito. Trent’anni prima, per molto meno, Gary Hart era stato costretto a ritirarsi.

Mezz’ora dopo però WikiLeaks pubblica un primo gruppo di email di John Podesta, capo dello staff di Hillary. È da mesi che Trump denuncia il fatto che Hillary, fregandosene della legge che lo vieta, abbia comunicato col mondo attraverso un server privato piazzato nella cantina della sua casa a Chappaqua. Adesso le mail di Podesta mostrano che Hillary dice una cosa in pubblico e un’altra in privato, tratta con i banchieri e si fa dare la linea dai banchieri, è miliardaria, si fa mandare in anticipo le domande che le faranno in televisione, ha bassamente manovrato per sputtanare il suo compagno di partito Bernie Sanders, ecc. Trump e le donne sono dimenticati, svetta sulle prime pagine e nelle aperture dei tg del mondo lo scandalo Hillary.

In quegli stessi giorni, l’avvocato Michael Cohen, legale di Trump, fece firmare a Trump una lettera d’intenti in cui si chiedeva il permesso di costruire a Mosca una Trump Tower in vetro di cento piani, con la parola “Trump” stampata bene in vista sulla facciata. L’ultimo piano – valore cinquanta milioni di dollari – sarebbe stato regalato a Putin. In Russia, per far prima, se la sarebbero vista con i burocrati il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, e il pregiudicato (per frode) Felix Sater. Sater scrisse all’avvocato Cohen: «Amico, il nostro ragazzo [Trump] può diventare Presidente degli Stati Uniti e noi possiamo progettarlo. Porterò tutta la squadra di Putin a bordo, gestirò io il processo». Diventato Presidente degli Stati Uniti, Trump fu costretto a rinunciare. Trump andava in giro dicendo: «Non ho affari in Russia, non ho prestiti in Russia, non ho nulla a che fare con la Russia».

I sondaggi dicevano che la maggioranza degli americani non sopportava né Hillary né Trump. Gli americani andarono a votare l’8 novembre, primo martedì dopo il primo lunedì del mese. Bella giornata, cielo terso, faceva caldo. Hillary era in piedi già alle sei. Uova strapazzate, mezzo pompelmo, un peperoncino crudo (Hillary mastica un peperoncino crudo ogni mattina, tiene sempre in borsetta della salsa piccante). Prima di uscire, un’occhiata ai sondaggi. La davano tutti vincente, senza problemi. Alle otto in punto andò a votare. Scuola elementare Douglas Graffin. Tailleur pantalone beige di Ralph Lauren, soprabito coordinato di pelle scamosciata. Alle donne, tramite l’hashtag “#WearWhiteToVote”, aveva consigliato di presentarsi al seggio vestite di bianco. Molte donne, in effetti, si presentarono al seggio vestite di bianco.

Trump si sveglia tardi. Televisori tutti accesi. Notiziari, sondaggi, suoni. Lo dànno tutti perdente. Nessuna meraviglia. Non mangia niente. Alle undici è in strada con Melania. Va a votare alla scuola pubblica 59 di Manhattan. Indossa il solito abito blu largo con la solita cravatta rossa lunga oltre la cintura. Sul bavero, la spilla che rappresenta la bandiera americana. Melania – grandi occhiali scuri, tacchi a spillo – in bianco avorio di Michael Kors e sulle spalle, a mo’ di mantella, un cappotto di cachemire color cammello da quattromila dollari disegnato da Balmain. Si sente qualche fischio.

Hillary adesso è al Javits Center, un centro congressi sull’Undicesima, tutto in vetro e affacciato sull’Hudson. Sono le quattro del pomeriggio. Gli exit poll sono trionfali. Hillary ha intenzione di restar qui fino alla fine. S’immagina una serata storica. Si trucca, comincia a lavorare al discorso della vittoria. Cena al Peninsula, sulla Quinta. Salmone, carote arrosto, pizza vegana, patatine fritte. Hillary e suo marito Bill piluccano, stanno finendo di scrivere il discorso della vittoria. Con i fedelissimi si discute di chi mettere al governo.

Trump era rimasto nella Trump Tower. Atmosfera cupa. Gli exit poll li vedeva anche lui. Gli hanno portato un polpettone. Sono con lui: Melania, Ivanka, Donald jr, Eric, il bambino Barron, Steve Bannon, Kellyanne Conway. Nessuno si illude. Però Steve Bannon, a un certo punto, va di là e vede i dati sull’affluenza. Torna e dice: «C’è un sacco di agricoltori che stanno andando a votare».

Intorno alle ventidue si comincia a intravedere la verità. Le televisioni non dànno più gli exit poll. Adesso si tratta di dati veri. Quando arriva il Wisconsin, Hillary – pallida, tremante – si chiude in una stanza. Il marito Bill passeggia su e giù. Gli altri, tutti zitti. A mezzanotte, la Trump Tower è piena di gente. Trump, senza giacca, cravatta allentata, rosso in faccia, passa in rassegna sui televisori della casa gli Stati. Gli Stati rossi sono sempre di più. Il colore di Trump, e dei repubblicani, è il rosso.

Alle due e mezza del mattino la Conway riceve una telefonata da Huma Abedin. Huma Abedin è l’assistente di Hillary, diventata a un tratto famosissima perché il marito Anthony Weiner mandava in giro foto del pisello. Per tutta l’estate s’era insinuato sui rapporti tra Huma Abedin e Hillary, vale a dire Hillary è lesbica, si porta a letto Huma, ecc. Adesso Huma dice alla Conway che Hillary vuole parlare con Trump e riconoscere la vittoria di Trump. Così si usa, da sempre. Huma passa il telefono a Hillary, Conway passa il telefono a Trump. Hillary dice: «Congratulazioni, Donald. Sarai il nostro Presidente». Trump dice: «Sei stata una degna avversaria. Sei forte». Anche il discorso della vittoria di Trump sarà pieno di lodi per Hillary.

Hillary aveva preso più voti di Trump. Quasi tre milioni di voti in più. Ma, con il sistema americano, è inutile vincere con una marea di voti negli Stati in cui vinci. Trump aveva preso meno voti, in totale, ma aveva vinto in più Stati e aveva dalla sua, perciò, più Grandi Elettori. Una cosa simile – più voti al perdente – era accaduta altre quattro volte nella storia degli Stati Uniti. Nessuno, dopo nessuna di queste quattro volte, aveva pensato di cambiare il sistema elettorale.

Erano risultati decisivi proprio gli Stati in cui Trump aveva battuto Hillary di un niente. Michigan, un vantaggio per Trump di appena lo 0,2 per cento, pari a diecimilasettecentoquattro voti. Wisconsin, zero virgola sette per cento, ventiduemilasettecentoquarantotto voti. Pennsylvania, zero virgola sette per cento, quarantaquattromiladuecentonovantadue voti. Erano gli Stati su cui avevano martellato quelli di Cambridge Analytica e soprattutto quelli di via Savushkina 55.

La Duma, il parlamento russo, salutò la vittoria di Trump con un lunghissimo applauso. Titoli dei giornali in festa. Margarita Simonyan, direttrice di RT (la tv del Cremlino), twittò che avrebbe girato per Mosca con la bandiera americana fuori dal finestrino della macchina.

Michael Wolff c’era. Vide Melania piangere disperata in un angolo. Pensò, e poi scrisse: «L’America è finita».

Tratto da “America nuda e cruda. Come si arriva dai Padri Pellegrini a Donald Trump”, di Giorgio Dell’Arti, Garzanti, pp. 576, 22,00 €

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Come l’innovazione sta cambiando gli equilibri della guerra asimmetrica

Più di quattro secoli fa, Chhatrapati Shivaji Maharaj, un piccolo principe dell’India occidentale, sviluppò e perfezionò il Ganimi Kava, una forma di guerriglia pensata per affrontare un avversario immensamente più forte: il potente Impero Moghul. La sua strategia si basava su attacchi rapidi e improvvisi, sull’interruzione delle linee di rifornimento, sulla profonda conoscenza del territorio, sulla sorpresa e sull’inganno. Un modo per compensare la netta inferiorità numerica e materiale delle sue forze.

La guerriglia, tuttavia, non è un’invenzione esclusiva dell’India. Nel corso della storia, anche in Europa molte popolazioni hanno adottato tattiche simili di fronte a eserciti più potenti. In età romana, ad esempio, le tribù della Hispania e della Germania evitavano spesso lo scontro frontale, preferendo imboscate e l’uso di terreni difficili per logorare le legioni. La battaglia della foresta di Teutoburgo, in cui i guerrieri germanici annientarono tre legioni romane sfruttando sorpresa e conoscenza del territorio, resta uno degli esempi più celebri.

Durante la guerra d’indipendenza spagnola (1808–1814), le formazioni irregolari locali condussero una campagna continua contro le truppe di Napoleone. Non a caso, il termine “guerriglia” deriva proprio dallo spagnolo e significa “piccola guerra”. Tattiche analoghe riemersero nelle guerre d’indipendenza scozzesi e, più avanti, nella Seconda guerra mondiale, quando movimenti di resistenza come quella francese, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito e diverse organizzazioni clandestine polacche ricorsero a sabotaggi, intelligence, attentati e imboscate contro le forze occupanti.

Ciò che rese davvero innovativa l’opera di Shivaji Maharaj non fu soltanto l’uso della guerriglia, ma la sua integrazione sistematica nella dottrina militare e nella gestione del potere. Un principio che si è evoluto nel tempo. Dalle occupazioni statunitensi in Iraq e Afghanistan fino alla lotta contro l’ISIS, attori statali e non statali hanno fatto sempre più ricorso alla guerra asimmetrica in un contesto in cui la vittoria decisiva non è più garantita. Al contrario, situazioni di stallo prolungato sono diventate sempre più frequenti quando una grande potenza affronta un avversario più debole ma determinato.

La guerra tra Russia e Ucraina, che Vladimir Putin aveva inizialmente definito una “operazione militare speciale”, prosegue ormai da oltre quattro anni senza una prospettiva chiara di conclusione. Allo stesso modo, gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran – che molti ritenevano potessero provocare un cambio di regime o indebolire il governo fino a favorire una sollevazione interna – hanno prodotto effetti molto più limitati del previsto. Anche il conflitto in Yemen rappresenta un caso significativo: le forze Houthi, sostenute dall’Iran e relativamente meno equipaggiate, avrebbero dovuto essere rapidamente sconfitte dalla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dotata di risorse superiori e di una netta superiorità tecnologica e aerea. Eppure hanno dimostrato una notevole capacità di resistenza.

Nonostante la comparsa delle armi nucleari e il progresso tecnologico militare, la guerra asimmetrica ha dimostrato più volte che attori statali e non statali determinati possono logorare, bloccare o persino mettere in difficoltà avversari molto più forti. Davide continua a sfidare Golia.

In molti casi, attori non statali e regimi autoritari godono di vantaggi strutturali rispetto alle democrazie. Operano spesso senza i vincoli del diritto, del controllo dell’opinione pubblica o delle norme internazionali. Le democrazie, al contrario, combattono con vincoli politici, mediatici e sociali che ne limitano la libertà d’azione, dovendo rispondere non solo ai nemici esterni, ma anche al costante scrutinio interno.

Parallelamente, la guerra dell’informazione si è evoluta insieme alla connettività digitale. Accanto alla propaganda e alla disinformazione, il dominio cibernetico è diventato un vero campo di battaglia. Attacchi informatici possono colpire reti di comunicazione, infrastrutture e sistemi governativi, generando caos e minando la fiducia pubblica. Con la crescente digitalizzazione di trasporti, sanità, energia, finanza e istruzione, aumenta anche la vulnerabilità delle società moderne.

La sovranità digitale, un tempo concetto teorico, è ormai una necessità strategica. La decisione degli Stati Uniti di limitare l’accesso ad alcuni modelli avanzati di intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza nazionale mostra chiaramente come l’IA sia diventata parte della competizione geopolitica. Oggi viene utilizzata in ambito militare, nei sistemi autonomi, nell’analisi di intelligence e in una vasta gamma di applicazioni civili. Sta rapidamente diventando uno dei pilastri del potere contemporaneo e quindi della guerra asimmetrica.

Sebbene Stati Uniti e Cina restino gli attori dominanti sia nella guerra convenzionale sia in quella asimmetrica, lo sviluppo delle tecnologie emergenti – in particolare l’intelligenza artificiale – sta progressivamente riequilibrando il campo di gioco. Paesi come Italia e India, pur non disponendo della massa militare delle superpotenze, possiedono basi industriali e tecnologiche che potrebbero consentire loro di ridurre il divario.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno mostrato come la potenza militare tradizionale – aerei, navi, carri armati e sistemi d’arma costosi – possa essere messa in difficoltà da piattaforme relativamente economiche e senza equipaggio, operanti su più domini. Allo stesso tempo, operatori cyber altamente specializzati possono compromettere satelliti, sistemi di guerra elettronica e reti critiche. Software malevoli possono causare danni rilevanti alle infrastrutture civili, generando effetti psicologici e politici ben oltre il campo di battaglia.

Le fondamenta della guerra asimmetrica moderna non si misurano più soltanto in mezzi militari tradizionali, ma sempre più in capacità di calcolo, banda, talento tecnologico, innovazione e accesso all’energia. In molti sensi, l’era digitale sta riportando la guerra a una dimensione quasi “artigianale”, in cui singoli individui o piccoli gruppi possono sviluppare capacità un tempo riservate alle grandi potenze industriali. L’era industriale ha concentrato il potere; quella digitale lo sta redistribuendo.

A questo punto, la domanda è: su cosa dovrebbero puntare gli Stati per mantenere un vantaggio?

Innanzitutto sulla resilienza tecnologica e sul riciclo delle risorse. I minerali critici restano fondamentali, ma l’evoluzione tecnologica potrebbe ridurne gradualmente la centralità. Nuovi materiali come il grafene potrebbero integrare o sostituire il silicio in alcune applicazioni, mentre il riciclo avanzato potrebbe recuperare una quota crescente di materie prime dai rifiuti industriali.

In secondo luogo, l’accesso a energia affidabile ed economica diventa cruciale. Le rinnovabili avranno un ruolo centrale, ma richiederanno progressi nei sistemi di accumulo e una minore dipendenza da materiali critici. Nel medio periodo, il nucleare – in particolare i piccoli reattori modulari – potrebbe rappresentare una delle soluzioni più pragmatiche per la sicurezza energetica.

Terzo: la protezione delle infrastrutture di comunicazione e della banda. I cavi sottomarini sono già obiettivi sensibili per attori statali e non statali. Parallelamente, le comunicazioni wireless ad alta capacità determineranno sempre più il controllo dei flussi informativi e della consapevolezza situazionale.

Nonostante il dibattito politico sull’immigrazione, tre categorie di lavoratori resteranno strategiche: manodopera, personale sanitario e professionisti Stem altamente qualificati. Questi ultimi saranno i “combattenti” dell’era digitale.

La competizione globale si giocherà sempre più sulla capacità di attrarre questi talenti. Che un Paese abbia una rendita demografica o affronti un declino della popolazione conterà meno rispetto alla qualità della vita, alla libertà individuale e al benessere complessivo.

Le forze armate del futuro non vinceranno solo grazie alla forza bruta, ma attraverso operatori in grado di gestire sciami di droni, interrompere comunicazioni in tempo reale, difendere infrastrutture critiche e coordinare sistemi autonomi su più domini. Anche il GPS, da vantaggio strategico, sta diventando una vulnerabilità, imponendo lo sviluppo di sistemi alternativi di navigazione.

Stiamo entrando in una nuova fase storica. Le tecnologie che stanno trasformando la vita quotidiana stanno ridefinendo anche la guerra e la pace. La guerra asimmetrica non è più una tattica dei deboli: è diventata il principale paradigma attraverso cui il potere viene esercitato, contestato e ridistribuito nel XXI secolo.

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Breve guida ai migliori festival musicali italiani di questa estate

Elettronica, indie, jazz, pop e ricerca sonora si intrecciano in eventi che trasformano parchi, siti archeologici e paesaggi naturali in palcoscenici a cielo aperto. 

Color Fest – Lamezia Terme (Calabria)
Dall’11 al 13 agosto
Si svolge sulla Riviera dei Tramonti, lungo il lungomare Falcone e Borsellino di Lamezia Terme. Nato come festival indipendente, è diventato uno dei principali appuntamenti del sud Italia per chi segue la nuova musica italiana e internazionale. La vicinanza al mare e la programmazione trasversale sono i suoi elementi distintivi.

AMA Music Festival – Romano d’Ezzelino (Veneto)
1 luglio – 31 agosto
Ospitato nell’area di Villa Negri, ai piedi del Monte Grappa, il festival propone concerti distribuiti lungo tutta l’estate. La line-up spazia tra rock, pop, rap ed elettronica, con una forte attenzione alla sostenibilità ambientale.

Nextones – Val d’Ossola (Piemonte)
Dal 16 al 19 luglio
Un festival dedicato all’incontro tra musica elettronica, arti digitali e architettura. Si svolge tra cave di marmo e spazi industriali recuperati delle Alpi piemontesi, in un contesto unico nel panorama europeo.

FestiValle – Agrigento (Sicilia)
Dal 7 al 10 agosto
La manifestazione anima la Valle dei Templi con concerti, performance e incontri culturali. L’utilizzo di uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo rappresenta la sua principale peculiarità.

Locus Festival – Puglia
Dal 18 giugno – 2 settembre
Il festival si sviluppa in più location tra Bari, Ostuni, Locorotondo, Fasano e Minervino Murge. Da oltre vent’anni unisce grandi nomi internazionali e artisti italiani in alcuni dei luoghi più rappresentativi della Valle d’Itria.

Kappa FuturFestival – Torino
Dal 3 al 5 luglio
Ospitato nel Parco Dora, ex area industriale riconvertita in spazio urbano, Kappa FuturFestival è uno dei maggiori festival europei dedicati alla musica elettronica, che ogni anno richiama pubblico da tutto il mondo.

Jazz:Re:Found – Monferrato (Piemonte)
Dal 27 al 30 agosto
Nato dal jazz contemporaneo, oggi esplora elettronica, soul, hip hop e club culture. Il contesto collinare del Monferrato è parte integrante dell’esperienza del festival.

Flowers Festival – Collegno (Piemonte)
Dal 23 giugno al 18 luglio
Si svolge nel Parco della Certosa Reale di Collegno, alle porte di Torino. La programmazione alterna artisti mainstream, indipendenti e internazionali in uno dei principali appuntamenti estivi del nord Italia.

Lucca Summer Festival – Lucca (Toscana)
Dal 24 giugno al 29 luglio
Le piazze del centro storico e l’area delle Mura ospitano una delle rassegne più note del Paese, che da oltre vent’anni richiama alcune delle principali star della musica mondiale.

Opera Festival – Sicilia
Dal 20 al 23 agosto
Una manifestazione che valorizza siti storici e monumentali dell’isola attraverso concerti e produzioni artistiche. L’incontro tra patrimonio culturale e spettacolo dal vivo costituisce il cuore del progetto.

Panorama Festival – Puglia
Dal 14 al 16 agosto
Un evento dedicato alla musica elettronica e alla cultura contemporanea. Punta sull’esperienza immersiva e sulla valorizzazione del paesaggio costiero pugliese.

Polifonic Festival – Valle d’Itria (Puglia)
Dal 22 al 26 luglio
Uno dei festival elettronici italiani più riconosciuti all’estero, dove house, techno e live set convivono con una forte attenzione all’estetica, alla gastronomia e al territorio.

Poplar Festival – Trento
Dal 10 al 13 settembre
Nato in ambito universitario, è diventato un osservatorio privilegiato sulle nuove tendenze della musica italiana e internazionale. Si distingue per la forte presenza di un pubblico under 30.

Rift – Valle d’Aosta
Dal 4 luglio
Un festival multidisciplinare che porta musica elettronica, arte e performance in ambienti alpini. L’esperienza è costruita attorno al rapporto tra paesaggio naturale e ricerca sonora.

VIVA! Festival – Valle d’Itria (Puglia)
Dal 31 luglio al 2 agosto
Tra i festival che hanno contribuito alla crescita della scena elettronica pugliese con concerti e dj set che si svolgono in masserie e spazi immersi nella campagna della Valle d’Itria, creando un forte legame con il territorio.

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Su Vannacci si misura la maturità democratica di Giorgia Meloni

Di fronte al fenomeno Vannacci rischia di riproporre l’antica dialettica tra Benedetto Croce e Piero Gobetti a proposito del fascismo: è una “parentesi”, sosteneva il filosofo napoletano; è “l’autobiografia della Nazione”, scriveva il giovane torinese. Da questa diversità di giudizi discendeva una grande divergenza politica.

Per Croce, il fascismo sarebbe stato in qualche modo riassorbibile da parte della democrazia: invece, per Gobetti, il fascismo era una mostruosità da circoscrivere e combattere con tutte le forze. Vannacci non è Mussolini, ovviamente, e non sarà in grado di distruggere la democrazia. Però potrà corroderla dal di dentro, facendosi interprete di un vastissimo “umor nero” che sale da tutti gli angoli del Paese, così da incarnare una forma inedita di “rossobrunismo” sulla falsariga della tedesca Afd.

Potrebbe dunque essere, il vannaccismo, una risposta di tipo weimariano alla crisi della politica. Bisognerebbe che Giorgia Meloni si ponesse all’altezza di una riflessione seria e non meramente tattico-elettoralistica di questo problema. Un problema che interpella lei e la sua avvenuta, o non avvenuta, maturità democratica. Diversi osservatori ritengono che la leader di Fratelli d’Italia finirà con allearsi con Futuro nazionale perché ha bisogno di quei voti per aggiudicarsi il premio di maggioranza e formare il Meloni 2 e magari eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

C’è una seconda ipotesi ancora più cinica: lasciare che Vannacci vada da solo pescando consensi certo alla Lega e un po’ a Fratelli d’Italia, ma ritrovando con lui dopo le elezioni un’intesa parlamentare. In entrambi i casi – con più evidenza nel primo – Forza Italia non potrebbe che uscire da un centrodestra diventato pienamente destra e anzi estrema destra.

Una maggioranza FdI-Lega-Fn sarebbe indigeribile per i forzisti orfani di Silvio Berlusconi oltre che ovviamente per l’altra metà del Paese che radicalizzerebbe le proprie posizioni: un quadro da guerra politica ad alzo zero. Meloni, in questa ipotesi, sarebbe una premier che aprirebbe la strada ad una involuzione del sistema politico senza precedenti.

Può benissimo darsi che lei consideri Vannacci una “parentesi” facilmente riassorbibile, ritenendolo un fenomeno passeggero e sopravvalutando se stessa, come cent’anni fa i liberali alle prese con Benito. Contando sulle arti persuasive del potere, in grado di sterilizzare la portata eversiva di Fn. Il rischio è enorme. Di certo l’accettazione della “sporca dozzina” del Generale nell’area della maggioranza politica determinerebbe la nascita di un polo laico abbastanza forte in Parlamento che sarebbe all’opposizione insieme a un campo largo radicale.

La presidente del Consiglio è dunque davanti a una scelta ricca di implicazioni di non breve momento. Vedremo se guarderà i propri interessi immediati tramite un’alleanza o prima o dopo il voto con i parafascisti di Vannacci o se, insieme alle altre forze politiche, contribuirà a stendere quel necessario e igienico cordone sanitario intorno all’ultimo avventuriero della vicenda italiana.

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La storia del panino con la milza

Il pani câ mèusa, il cibo di strada amatissimo a Palermo, al punto da diventarne un simbolo gastronomico, non appartiene storicamente alla cucina siciliana, o almeno non ai due principali filoni da cui discendono la maggior parte delle sue ricette: la tradizione araba e quella normanna.

La sua origine è nella Giudecca o Aljama, il quartiere ebraico di Palermo, e racconta una storia di sopravvivenza e resilienza. Nel Medioevo, infatti, la comunità ebraica cittadina, a cui molti mestieri erano preclusi, gestiva i mattatoi della città nell’area di via Calderai, vicino al fiume Kemonia, che oggi scorre interrato. Gli animali venivano trattati secondo le regole rituali della kasherut, che vietavano tuttavia di ricevere un compenso per questo; quindi, si consolidò l’usanza di ricompensare i macellai, gli scuoiatori e gli addetti alla lavorazione delle carni con le parti di scarto, o di poco valore, come milza, polmone, cuore trachea. Le frattaglie venivano tagliate, soffritte nel grasso e vendute per strada accompagnate da un pezzo di pane. Il panino con la milza nacque così, dalla cucina povera, che sapeva fare di necessità virtù.

Nel 1492 i re cattolici, Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, con l’Editto di Granada decretarono l’espulsione di tutti gli ebrei dai territori della corona e quindi non solo dalla Spagna, ma anche dal regno di Sicilia, che ne faceva parte, e quindi da Palermo. Decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare l’isola in pochi mesi, e la Giudecca di Palermo si svuotò.

Oggi ne restano poche tracce, appena leggibili nel tessuto urbano del centro storico: i confini dell’antico quartiere ebraico si estendono tra via Maqueda e via Roma. È possibile scoprirne la storia visitando l’area del vicolo della Meschita e l’ipogeo di Palazzo Marchesi, in piazza Santi Quaranta Martiri, considerato da molti storici il sito del miqweh, il bagno di purificazione. Gli ebrei se ne andarono, ma la ricetta rimase. I caciuttari locali, venditori di panini che lavoravano con cacio e ricotta, la raccolsero, la fecero propria e la tramandarono, generazione dopo generazione, fino ai banchi di oggi al Mercato del Capo, alla Vucciria, alla Focacceria San Francesco.

Oggi il pani câ mèusa è il protagonista dello street food palermitano e viene venduto in molti chioschetti, o rivendite, o ristorantini del centro, tutti validi anche se ciascuno ha il suo preferito. Le frattaglie – pare che la combinazione migliore preveda il sessanta per cento di milza, il trenta per cento di polmone e il dieci per cento di trachea – bollite e poi fritte nello strutto, vengono servite nella vastedda, un panino morbido e ricoperto di sesamo che assorbe e trattiene il grasso e il profumo della carne. A seconda delle preferenze, può essere schietto, con una spruzzata di succo di limone, o maritato con l’aggiunta di formaggio caciocavallo grattugiato o ricotta fresca.

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Ex Ilva, non c’è più un euro. Urso gela i sindacati al tavolo

«Incontrerò i sindacati per illustrare le possibilità per dare una soluzione strutturale sulla continuità produttiva dell’ex Ilva, rispondendo agli obiettivi di piena decarbonizzazione dell’industria siderurgica italiana», aveva annunciato Adolfo Urso […]

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A «Più libri più liberi» nessuna censura, chiesto solo il rispetto della Costituzione

Nessun «patentino» ma una semplice dichiarazione: «Riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione Italiana». Ha chiesto solo questo l’Associazione italiana editori (Aie) agli espositori che […]

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Mondiali 2026, Belgio - Egitto: 1-1. La sintesi della partita

Partita combattuta a Seattle: l’Egitto sogna l’impresa con Ashour su assist di Salah, ma nella ripresa il Belgio reagisce e trova il pari grazie all’autogol di Hany, provocato da Lukaku appena entrato in campo

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Belgio-Egitto, il gol di Lukaku che porta la partita sull'1-1

Al 66' Al primo pallone toccato da suo ingresso in campo, Lukaku attacca bene lo spazio e in area di rigore su un cross dalla destra in scivolata mette alle spalle di Shoubir. Ora il Belgio ha cambiato passo è molto più dinamica

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Usa, un bombardiere B-52 si schianta dopo il decollo da una base in California

Un bombardiere B-52 si è schiantato poco dopo il decollo lunedì mattina, intorno alle 11:20 ora locale, in una base dell’aeronautica militare statunitense nel deserto del Mojave, in California. Lo ha comunicato l’esercito Usa in un post su X, specificando che le squadre di soccorso sono intervenute subito dopo l’incidente. Il Boeing modello B-52, bombardiere a lungo raggio pensato per portare sia armi convenzionali sia nucleari, è entrato in servizio nel 1955 e in genere ha a bordo un equipaggio di cinque persone: nessuna informazione è stata fornita su eventuali feriti o vittime.

Il bombardiere era decollato dalla base di Edwards – circa 161 chilometri a nord di Los Angeles – dove Chuck Yeager superò la velocità del suono nel 1947.

Lo schianto si è verificato a quasi un anno di distanza dai fatti del luglio 2025, quando il pilota di un aereo di linea regionale in volo sopra il Nord Dakota effettuò una virata brusca e inaspettata per evitare una possibile collisione in volo con un bombardiere militare B-52 che si trovava sulla sua traiettoria.

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L'estate di Annalisa sognando San Siro

La cantante racconta le sue mille identità, tra ricordi d’infanzia e un percorso costruito in 15 anni di carriera che oggi la spinge a guardare ancora più avanti

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Aggressione choc allo stadio: tifosi contro i giocatori

A Massafra ultras invadono il campo per colpire i calciatori del Taranto dopo la sconfitta. Non è un caso isolato: tra assalti, sassaiate e aggressioni, cresce l’emergenza violenza nel calcio italiano

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Missione a Hormuz: l’Italia pronta con i cacciamine

Navi e mezzi avanzati schierati per una possibile missione multinazionale nello Stretto di Hormuz: obiettivo neutralizzare le mine e garantire la sicurezza delle rotte in una delle aree più strategiche e instabili al mondo

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Mondiali 2026, Capo Verde all’esordio ferma la Spagna sullo 0-0: continua la favola dopo la storica qualificazione

La nazionale del Capo Verde riesce nell’impresa impossibile. La squadra del minuscolo arcipelago africano scrive la storia pareggiando con la Spagna allo storico debutto in Coppa del Mondo, nel gruppo H. La squadra del commissario tecnico Bubista ha fermato i campioni d’Europa di De La Fuente sullo 0-0, anche e soprattutto grazie alle parate del 40enne portiere Vozinha, eroe di giornata con una serie di interventi da incorniciare nel primo e nel secondo tempo.

La nazionale dell’arcipelago di soli 530mila abitanti è un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. Sulla carta si trattava di una sfida a senso unico. Ma non è stato così. Gli africani sono stati protagonisti di una grande partita difensiva riuscendo a fermare sullo 0-0 una delle nazionali di calcio più titolate del mondo. Da registrare anche la scarsa aggressività spagnola salvo un traversa colpita da Ferran a fine primo tempo.

Dopo il delirio e le lacrime per la storica qualificazione, continua il sogno della nazionale di Capo Verde (che ha tra i convocati anche sei calciatori nati a Rotterdam). Increduli i tifosi presenti sugli spalti, che hanno dato subito il via a una grande festa per il risultato inaspettato alla vigilia.

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Roberto Vannacci affianca Matteo Salvini: Futuro Nazionale al 5,3% come la Lega. Il sondaggio Swg

Non solo la cavalcata di Roberto Vannacci non si arresta,ma per Matteo Salvini, adesso, la situazione si complica pesantemente. Il movimento del generale (lanciato in politica proprio dal Carroccio, con tanto di elezione al Parlamento europeo) affianca la Lega. Futuro Nazionale, infatti, guadagna mezzo punto in una settimana e raggiunge il 5,3%. Ed è la stessa identica percentuale del partito di Salvini, che in 7 giorni invece perde lo 0,3%. È questo il quadro che viene fuori dal sondaggio di Swg per il Tg La7.

L’aggancio di Vannacci: i nuovi clamorosi risultati del sondaggio di SWG per il TgLa7 ???? https://t.co/72NFV5pGO0 pic.twitter.com/ldjKzqhGZu

— Tg La7 (@TgLa7) June 15, 2026

A pochi giorni dall’assemblea di Futuro nazionale, tra polemiche e accuse, Vannacci pertanto festeggia l’obiettivo raggiunto, anche se – al momento – solo nelle stime dei sondaggi. Ma nel centrodestra a perdere consensi non è solo la Lega, ma anche Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni segna un meno 0,4% rispetto alla scorsa settimana fermandosi al 27,9%. Unico partito a non perdere nella coalizione di governo è Forza Italia, stimata 7,2% (+0,2%).

Sul fronte delle opposizioni il Partito democratico si conferma seconda forza politica italiana al 22,1% (+0,1%), seguito dal Movimento 5 stelle al 13,3% (+0,2). Stabili Alleanza VerdiSinistra al 6,5% e Italia Viva al 2,4%. Chiudono il quadro Azione al 3,5% (-0,1%), +Europa all’1,6% (+0,1%), Noi Moderati all’1,1% (-0,1%), Ora! all’1% come sette giorni fa. Altri partiti sono indicati al 2,8% (-0,2%) mentre il 27% non si esprime (-1%).

Sommando le stime, pertanto, il campo progressista (Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa) si attesterebbe 45,9%. Il centrodestra, invece, si fermerebbe al 41,5%. Discorso diverso con Vannacci in coalizione: in questo caso la destra arriverebbe al 46,8%. Futuro nazionale, pertanto, si conferma potenziale ago della bilancia delle prossime Politiche.

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Un malato di Sla con paralisi e difficoltà nel parlare comunica da due anni nella vita di tutti i giorni grazie a un chip impiantato nel cervello

Da due anni un uomo affetto da una grave paralisi e difficoltà nel parlare dovute alla Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) riesce a comunicare e a utilizzare un computer grazie a un chip impiantato nel cervello. La particolarità del caso, riporta la rivista Nature Medicine, sta nel fatto che l’uomo ha utilizzato il dispositivo stando a casa, nella vita di tutti i giorni, invece che in un contesto controllato come un laboratorio e con il supporto di professionisti. L’ha utilizzato quasi ogni giorno, per oltre 3.800 ore.

Il risultato è stato ottenuto dal gruppo di ricerca coordinato da Sergey Stavisky e David Brandman dell’Università della California a Davis. Lo studio dimostra che le cosiddette interfacce cervello-computer (brain-computer interfaces, o Bci), che rilevano i segnali elettrici direttamente all’interno della corteccia cerebrale traducendoli poi in comandi per controllare dispositivi esterni, possono diventare anche strumenti in grado di entrare a far parte della quotidianità. Gli autori della ricerca ritengono però che un solo caso non basta per tratte conclusioni: sono necessarie ulteriori ricerche per valutare l’efficienza di questa tecnica.

Una seconda ricerca, guidata da Politecnico di Losanna (Epfl) e Ospedale Universitario di Losanna (Chuv), riguarda un chip combinato con l’Intelligenzaartificiale che ha permesso a 40 malati di Parkinson di camminare meglio e in autonomia. Coordinati da Jocelyne Bloch e Eduardo Moraud di Epfl e Chuv, i ricercatori hanno usato l’IA per sviluppare decodificatori che lavorano in tempo reale: interpretano direttamente dall’attività cerebrale i movimenti che la persona intende fare e usano i segnali per calibrare la stimolazione elettrica in pochi secondi, rendendo una tecnica usata da oltre 30 anni molto più adattabile alle circostanze.

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Francesco De Carlo, da Roma ai palchi di New York

Dal quartiere Portuense al successo internazionale, il comico racconta “Limbo”, uno spettacolo che unisce mondi diversi e celebra le proprie radici, dimostrando che proprio nel mezzo delle differenze si può trovare la chiave per vivere meglio

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Accordo USA-Iran? L’ex CIA Larry: “Questo si chiama blocco navale”



L’ex analista della CIA, Larry Johnson, si esprime sugli ultimi sviluppi dell’imminente accordo (MOU) tra Stati Uniti e Iran. Il video analizza l’annuncio di Donald Trump circa la rimozione del blocco navale e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano.

Tuttavia, Larry Johnson esprime un profondo scetticismo: fa notare che gli USA intendono comunque intercettare le navi iraniane con equipaggiamento militare cinese — definendolo un blocco de facto — e che Netanyahu ha già rifiutato il ritiro dal territorio libanese. Tra le interpretazioni opposte delle due fazioni sui dettagli finanziari (tra cui lo sblocco di 24 miliardi di dollari per Teheran) e le forti tensioni interne, il dialogo evidenzia i rischi di un imminente sabotaggio del patto prima della firma ufficiale in Svizzera, accennando infine agli attacchi paralleli su Kiev.

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Svaligiata la casa di Moise Kean, portati via orologi di lusso: il bottino

Furto di orologi nella casa di Firenze del calciatore viola e della nazionale italiana Moise Kean. Il giocatore non era in Italia quando i ladri hanno assalito la sua abitazione fiorentina. Il valore della refurtiva ammonterebbe a circa 300mila euro. A dare l’allarme, stamattina, è stato un ospite di Kean nell’abitazione, nel quartiere di Campo di Marte. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Sezione Investigazioni scientifiche che hanno svolto i rilievi alla ricerca di tracce dei malviventi. Gli investigatori hanno anche acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona per ricostruire la dinamica e individuare gli autori. Non si esclude che i malviventi possano essere entrati dal retro dello stabile per accedere all’appartamento del calciatore.

Sono diversi i furti ai calciatori negli ultimi mesi: a fine 2025 fu svaligiata la casa di Jamie Vardy, attaccante della Cremonese, mentre nel 2026 tra i casi che fecero più clamore, quelli a Nicolò Zaniolo, che fece anche una storia su Instagram, soprattutto a Neil El Ayanoui, centrocampista della Roma adesso impegnato ai Mondiali con il Marocco. In quella circostanza il calciatore marocchino era in casa con la famiglia e vennero anche sequestrati all’interno dell’abitazione per diverso tempo. Tornando a Moise Kean, il calciatore adesso si trova all’estero e in casa in quel momento non c’era più nessuno.

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Electrolux: sospeso il piano licenziamenti

Freno ai 1.700 esuberi e allo stop di Cerreto. Sindacati: "È solo una tregua armata". Il ministro Urso ha definito inaccettabile il piano esuberi dell'azienda

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“Hormuz completamente aperto venerdì”. Ma restano i nodi dello sminamento e del “pedaggio mascherato” per il transito nello Stretto

“Lo Stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì”. L’annuncio di Donald Trump, arrivato a margine del G7 di Evian, fa sperare in una soluzione rapidissima per il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Ma la riapertura formale potrebbe essere solo il primo passo di un percorso molto più lungo. Basti dire che poco prima che parlasse il presidente un funzionario dell’amministrazione sentito da Bloomberg ha chiarito che il traffico marittimo non tornerà immediatamente alla normalità: gli Stati Uniti si aspettano un aumento graduale dei flussi nell’arco di una o due settimane, anche a causa delle operazioni necessarie per affrontare il problema delle mine presenti nell’area. Non solo: resta irrisolto anche il nodo del pedaggio – seppure mascherato – che Teheran intende riscuotere da chi attraversa il canale. “Abbiamo sempre detto che non intendiamo imporre pedaggi, ma che in cambio dei servizi che forniremo, ovvero servizi di navigazione, protezione ambientale, eventualmente assicurazione navale e altri servizi che saranno forniti da Iran e Oman, i costi necessari saranno definiti e riscossi”, ha infatti ribadito il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei.

La questione degli ordigni resta uno dei principali ostacoli. Secondo Gian Enzo Duci, docente di Economia e management marittimo e portuale all’Università di Genova, una bonifica completa dello Stretto potrebbe richiedere da tre a sei mesi. Questo non significa però che la navigazione sia impossibile. Esistono infatti aree prossime alle coste dell’Oman e dell’Iran considerate relativamente sicure e già utilizzabili per il passaggio delle navi. Come dimostra il fatto che nelle ultime settimane molte petroliere e navi commerciali sono riuscite comunque ad uscire da Golfo Persico spengendo i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto. Trump ha detto che il mese scorso sono state oltre 200, nell’ambito di una “missione segreta” da lui ordinata, consentendo il passaggio di più di 100 milioni di barili di petrolio destinati ai mercati internazionali.

Il problema è che la riapertura di un corridoio non coincide automaticamente con il ripristino della capacità di trasporto precedente alla crisi. Nel corso delle settimane di tensione si è accumulata una forte congestione sia all’interno sia all’esterno dello Stretto. Petroliere, metaniere e altre navi commerciali potrebbero dover attendere il proprio turno per attraversare il passaggio, con inevitabili ripercussioni sui tempi di consegna e sui costi logistici. Quindi è irrealistico immaginare che già nei primi giorni si possa tornare ai volumi ordinari. “Non si potrà pensare che il primo giorno possano uscire 40 milioni di barili di petrolio”, osserva Duci. Anche una volta riaperto il transito, la logistica mondiale dovrà riassorbire settimane di interruzioni e deviazioni.

Negli ultimi giorni molte compagnie hanno infatti modificato rotte, programmi di carico e catene di approvvigionamento. Come sottolinea Luca Sisto, direttore generale di Confitarma, la logistica internazionale ha capacità di adattamento: quando una rotta si interrompe, gli operatori cercano alternative. Proprio per questo la fine dell’emergenza non implica necessariamente un ritorno immediato alla situazione precedente. Alcuni flussi potrebbero essersi già spostati verso percorsi differenti e impiegare mesi prima di tornare sui livelli abituali.

Sul tavolo resta poi il tema dei pagamenti richiesti alle navi in transito per “servizi marittimi“. L’ipotesi di un pedaggio fa ovviamente salire sulle barricate i diretti interessati ed è respinta al mittente da tutti gli addetti ai lavori. Per Confitarma qualunque forma di tassa obbligatoria per attraversare lo Stretto sarebbe incompatibile con il quadro normativo internazionale e rischierebbe di creare un precedente pericoloso. La stessa valutazione arriva dal professor Marco Roscini della Westminster Law School. Hormuz, ricorda il giurista, è utilizzato per la navigazione internazionale ed è soggetto al regime del “passaggio in transito”, che garantisce alle navi di tutti gli Stati il diritto di attraversarlo in modo continuo e rapido.

In questo contesto l’Iran e l’Oman non potrebbero subordinare il passaggio al pagamento di un pedaggio. E un eventuale accordo bilaterale tra Washington e Teheran non potrebbe modificare il regime giuridico dello Stretto. “L’accordo può certamente ridurre il rischio militare, prevedere meccanismi di sicurezza, istituire procedure di coordinamento navale o sminamento, ma non può eliminare o restringere i diritti di navigazione spettanti agli Stati terzi senza il loro consenso”. Diverso sarebbe il caso di servizi effettivamente forniti alle imbarcazioni, come pilotaggio, rimorchio o assistenza alla navigazione. Il distinguo ovviamente è cruciale. “Se la tariffa remunera un servizio reale, facoltativo e proporzionato, essa può essere compatibile con il diritto internazionale. Se la tariffa è in realtà una condizione per poter transitare, indipendentemente dall’utilizzo di servizi specifici, allora assomiglia molto a un pedaggio mascherato e rischia di essere incompatibile con il regime del passaggio in transito”, spiega Roscini. “Se tali pagamenti fossero obbligatori per attraversare Hormuz, sarebbe difficile distinguerli da un vero e proprio pedaggio”.

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“Tra noi e l’azienda c’è una tregua armata. Non accetteremo esuberi e chiusure”: i lavoratori di Electrolux e i sindacati dopo la sospensione dei licenziamenti

Non è ancora una soluzione, avvertono i sindacati, ma per il momento al tavolo al Ministero per le imprese e il made in Italy per la vertenza Electrolux, esuberi e chiusure sono allontanati. Una tregua di cinquanta giorni almeno. Quasi due mesi per l’avvio di un confronto che resta complesso, ma che rappresenta comunque un passo avanti dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi, nelle Marche. Electrolux ha sospeso temporaneamente la procedura di licenziamento collettivo aperta in Italia che avrebbe diminuito del 40% la forza lavoro nel nostro Paese, ampliando la crisi del settore degli elettrodomestici, già fiaccato dalla vicenda Whirlpool-Beko.

“Li abbiamo fermati, ma tra noi e l’azienda è una tregua armata“, ha rivendicato il segretario della Fiom-Cgil Michele De Palma, al termine dell’incontro con l’azienda e il governo. “Arrivavamo a questo tavolo con due elementi chiari: erano pronti ad aprire le procedure di mobilità e a pagare il prezzo erano i lavoratori di Cerreto d’Esi perchè su quello stabilimento ci avevano messo la croce sopra. Li abbiamo, li avete fermati, ma non siamo alla soluzione della vertenza, dobbiamo avere la piena consapevolezza che la battaglia non si è conclusa“, ha avvertito. Per questo, ha continuato, il messaggio da trasmettere alle assemblee che ora si faranno nei territori tra i lavoratori è l’invito a restare compatti. “Non dobbiamo smobilitare. Da questa vertenza o ne usciamo tutti insieme, tutte le organizzazioni sindacali, tutti gli stabilimenti, operai e impiegati, o si rischia che se vedono lo spazio di una divisione ci si infilano ed è la fine della nostra vertenza”.

“La situazione non è risolta definitivamente, per adesso è sospeso il piano dell’azienda che non parte con nessuna azione unilaterale nei confronti dei lavoratori”, ha aggiunto il neo segretario generale Uilm, Davide Sperti, parlando di un “primo passo avanti che possiamo raccogliere con cauto ottimismo“. “L’azienda voleva partire da esuberi e la chiusura di uno stabilimento. Noi gli abbiamo detto che questo non è il modo in cui si costruisce un piano, che non era industriale, ma di dismissioni”, ha sottolineato pure il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, sottolineando che “è molto importante l’impegno politico che è stato preso e lo vogliamo vedere alla prova dei fatti“, invitando il governo Meloni ad “aprire il tavolo dell’elettrodomestico, a costruire le proposte per mettere in sicurezza l’occupazione, la presenza industriale e la sostenibilità economica e sociale delle nostre comunità”.

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Trump al G7 di Evian, l'Europa pronta alla missione a Hormuz

Trump arriva al vertice il giorno dopo l'annuncio dell'accordo con l'Iran che chiude 106 giorni di guerra. Con il padrone di casa Macron parla della riapertura dello Stretto dove - prima del conflitto - transitava il 20% del petrolio

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Prima donna a Palazzo Chigi: basta variare il genere per cambiare volto al potere?

di Nicolantonio Agostini

Nei giorni scorsi, intervenendo in Parlamento, Giorgia Meloni ha rivendicato con orgoglio un primato storico: la prima donna a guidare il governo italiano è stata espressa dalla destra. Si tratta senza dubbio di una novità importante. Ma il valore simbolico delle “prime volte” non dovrebbe impedire una domanda più scomoda: più donne al potere significano davvero meno corruzione, più cooperazione e più merito? Una parte della ricerca scientifica sembrerebbe suggerirlo. Diversi studi hanno evidenziato una correlazione tra maggiore presenza femminile nelle istituzioni e minori livelli di corruzione percepita. In media, le donne mostrano livelli leggermente più elevati di empatia e una maggiore sensibilità alle norme sociali, caratteristiche che possono favorire cooperazione, trasparenza e attenzione al bene collettivo.

Ma questo effetto non è automatico. E soprattutto non dipende soltanto dal genere di chi governa.

I comportamenti sociali sono il risultato dell’interazione tra predisposizioni individuali e ambiente. Esistono donne altamente cooperative e donne fortemente competitive o autoritarie, così come esistono uomini molto orientati alla collaborazione. Il punto decisivo è il contesto. Nei sistemi più gerarchici e competitivi non emergono necessariamente le persone più empatiche o trasparenti. Emergono quelle più compatibili con le logiche dominanti del sistema. In altre parole, le donne che raggiungono il vertice non sono automaticamente portatrici di modelli politici più cooperativi: spesso sono quelle che hanno saputo adattarsi meglio alle regole già esistenti.

Il caso italiano appare istruttivo. Il governo Meloni ha fatto del merito uno dei propri slogan più ricorrenti. Eppure, sul piano normativo, il bilancio appare più ambiguo. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio e l’indebolimento delle norme sul traffico di influenze illecite vanno nella direzione opposta rispetto al rafforzamento degli strumenti di prevenzione della corruzione.

Ma non si tratta soltanto di leggi. Anche i messaggi politici contano. Quando Meloni arriva a definire le tasse una forma di “pizzo di Stato”, contribuisce ad alimentare una visione conflittuale del rapporto tra cittadini e istituzioni. E quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio sostiene che esistano “mazzette modeste” sostanzialmente tollerabili, il confine tra legalità e illegalità rischia di diventare meno netto. In un contesto del genere, parlare di meritocrazia e di lotta alla corruzione diventa difficile. Perché il merito non può prosperare dove le regole sono percepite come negoziabili e la trasparenza non rappresenta una priorità. Senza controlli efficaci e responsabilità istituzionale, il merito resta uno slogan più che un criterio reale di selezione.

È qui che emerge il vero paradosso. Mentre si celebra, giustamente, la conquista simbolica della prima donna a Palazzo Chigi, si rischia di attribuire al genere qualità che appartengono invece alle istituzioni. La ricerca suggerisce che le donne possono contribuire a ridurre la corruzione e favorire la cooperazione, ma soprattutto quando operano all’interno di sistemi che premiano trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole.

La lezione è semplice: non basta cambiare il volto del potere per cambiare il funzionamento del potere. Se davvero vogliamo meno corruzione, più cooperazione e più merito, la questione decisiva non è chi governa, ma quali regole vengono rafforzate e quali, invece, vengono progressivamente indebolite.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Sinner torna in campo dopo il malore: il video del primo allenamento a Montecarlo con Rune

Era il video che tutti stavano aspettando. Jannik Sinner è tornato in campo a distanza da più di tre settimane dall’eliminazione al Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo, quando ha avuto un malore improvviso. Il numero uno al mondo si è allenato sul cemento di Montecarlo, con l’obiettivo di arrivare pronto al grande appuntamento di Wimbledon, che comincerà lunedì 29 giugno e finirà domenica 12 luglio. In mezzo non giocherà nessun altro torneo, ma solo un’esibizione.

La notizia è anche chi durante l’allenamento era dall’altra parte della rete. Sinner si è infatti allenato insieme a Holger Rune, danese 23enne ormai fermo da diversi mesi dopo la rottura del tendine d’Achille proprio nel momento in cui stava per venir fuori. I due hanno scambiato a tratti anche a buon ritmo e – con i rispettivi tempi – vogliono migliorare la condizione fisica in vista della seconda parte di stagione. Sinner per tornare al top, Rune per il momento per tornare a giocare un match ufficiale.

Nelle oltre due settimane di stop, l’altoatesino ne ha approfittato per rallentare dopo mesi intensissimi. Motivo per cui Sinner ha prima fatto qualche giorno di vacanza insieme alla fidanzata Laila Hasanovic, poi ha svolto per due giorni degli esami medici approfonditi al San Raffaele di Milano per provare a capire qualcosa in più sul problema avuto al Roland Garros. L’allarme sembra esser rientrato: ora Sinner si prepara a Wimbledon, penultimo Slam dell’anno su erba vinto per la prima volta nel 2025.

Credit video: Instagram @dr.alexandra_dorobantu

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Puntata speciale: Accordo USA-Iran – con Gianmarco Landi



Trump chiude un accordo con l’Iran e rimprovera pubblicamente Netanyahu. Litigio tattico o divergenze autentiche? Ne parliamo in questa puntata speciale con Gianmarco Landi, da sempre fautore della tesi che sostiene come Trump non abbia in realtà nessuna simpatia per il presidente di Israele

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Valentina Gargano, il soprano lirico che incanta gli stadi nei concerti di Achille Lauro

Come ben sanno i venticinque lettori manzoniani di queste mie colonne, ho sempre fondato la mia Weltanschauung sulla mescolanza fra l’alto e il basso, sulla ricerca di quella tensione interiore orientata al principio alchemico della concordia oppositorum. Ero dunque destinato all’incontro folgorante con l’artista che desidero presentare oggi: Valentina Gargano, soprano lirico che incanta il pubblico dei concerti rock negli stadi, artista in cui si fondono talento indubbio e innegabile fascino.

Gli spettatori dallo sguardo attento già rimasero colpiti dalla sua interpretazione irresistibile di Rosina ne Il Barbiere di Siviglia, all’interno della lodevole iniziativa itinerante del Teatro dell’Opera di Roma OperaCamion; già allora, dietro l’agilità vocale e la vivacità sulla scena, si imponeva quella presenza magnetica che ha rapito i fan di Achille Lauro a San Siro e allo Stadio Olimpico.

Gargano, infatti, vive un momento di improvvisa quanto meritata visibilità grazie alla sensibile intuizione dell’artista romano, che l’ha voluta come presenza cruciale nel suo commovente brano Perdutamente, portato trionfalmente sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Tecnicamente, Gargano è, prima di ogni altra considerazione, un soprano lirico di agilità, la cui specialità rimane il ruolo sublime della Regina della Notte; un cimento proverbialmente arduo, che impone il temibile Fa6 nei celebri picchettati.

Formatasi coi massimi voti a Santa Cecilia, perfezionatasi all’Accademia del Teatro dell’Opera di Roma, Gargano si è già esibita a livello internazionale; la sua voce potrebbe essere definita una lama dal colore brunito, per restituirne insieme la purezza tagliente e la profondità timbrica. Negli stadi, la sua vocalità si è rivelata sorprendentemente versatile (qualità che aveva già messo in luce nel doppiaggio della serie tv Belcanto), transitando dal registro di petto/misto dell’interludio epico che precede Perdutamente a suoni fissi di testa di matrice quasi barocca, per giungere infine a una vocalità lirica pura, coronata da due Re6 tenuti con apparente disinvoltura.

Rispetto al teatro, un live in uno stadio impone ulteriori asperità tecniche: l’auricolare in-ear, che sottrae alla cantante la percezione della propagazione della voce nello spazio circostante; il fumo di scena, che inaridisce le mucose; una platea immensa e volumi sonori tali da rendere quasi impossibile percepire con esattezza l’effettivo sforzo vocale.

Eppure ridurre Valentina Gargano a una scheda tecnica significherebbe non cogliere il punto. Davanti al pubblico caotico e popolare degli stadi si misura la potenza del suo magnetismo: la sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un silenzio solenne al brusìo di decine di migliaia di persone, squarciato solo dal suono cristallino del suo acuto.

Ve ne parlo, però, non per perizia tecnica o superficiale seduzione estetica: di soprani dotati, come di modelle o attrici di evidente bellezza, il mondo dello spettacolo abbonda. Ciò che rende Valentina Gargano una figura davvero unica nel panorama contemporaneo è un quid unico e irriducibile: il dono, appunto, di incarnare l’unità dei contrari. Non solo sul piano stilistico (da soprano lirico in un’arena rock), ma anche nella figura: concilia una dolcezza da Madonna preraffaellita e un’inquietante aura gotica; sul palco abbaglia con un portamento naturale da diva, ma nelle sue apparizioni pubbliche è sempre spontanea; manifesta grazia femminile e virilità androgina (state attenti, ammiratori indiscreti: il soprano sa boxare abilmente!), sensualità quasi luciferina e sguardo colmo di meraviglia innocente, una ierofania di archetipi complementari, Atena ed Ecate, Medea e Violetta, Lilith e Beatrice.

Una figura già iconica per il cinema d’autore o (perché no?) nella moda: due mondi che vivono proprio di quella tensione fra ieraticità e contemporaneità che lei pare incarnare senza il minimo sforzo. Robert Eggers farebbe bene a tirare le orecchie ai loro responsabili del casting (ma ancor di più dovrebbero i nostri Sorrentino e Garrone), è da stolti lasciarsi sfuggire la perfetta protagonista di una trilogia gotica, un volto che illuminato anche da una sola candela renderebbe ciascun fotogramma un dipinto fiammingo.
I teatri d’opera e gli stadi pieni sono solo l’inizio di una carriera che mi auguro piena di meritato riconoscimento.

[Foto di Alessandra Trucillo]

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Linkiesta Etc ha vinto il bronzo agli European Design Awards

In occasione degli European Design Awards, uno degli appuntamenti più importanti per la comunità globale della comunicazione, il team creativo de Linkiesta ha conquistato la medaglia di bronzo grazie al progetto grafico di Linkiesta Etc. Questo successo accende i riflettori su come la carta stampata possa ancora innovare, stupire e imporsi nel panorama culturale contemporaneo attraverso scelte estetiche coraggiose e fuori dagli schemi.

Il prestigioso premio è stato assegnato a Linkiesta Etc per le sue straordinarie illustrazioni di copertina firmate dagli artisti Pierre Buttin e Cristina Daura. Dietro a questo traguardo si cela il lavoro di una squadra guidata dal direttore Christian Rocca e dall’Head of Content Stefano Cardini, insieme al team grafico composto da Caterina Cedone, Lorenzo Frosi e Nello Alfonso Marotta, guidati dallo studio di graphic design Paper Paper di Cecilia Bianchini e Giovanni Cavalleri.

Se il quotidiano online Linkiesta.it si occupa ogni giorno di attualità, Etc è nato per dare spazio, respiro e voce a tutto il resto. La rivista racconta ciò che solitamente non trova spazio nei titoli urlati dei media mainstream, ma che si rivela fondamentale nel plasmare la nostra vita quotidiana, la nostra estetica, i nostri usi e costumi, e soprattutto il nostro modo di pensare.

Ogni numero del quadrimestrale ruota attorno a un unico tema portante, intercettando lo spirito del tempo, e sviscerandolo attraverso prospettive inedite. Il numero 10 della rivista è stato interamente dedicato al tema del gioco, inteso non solo come svago, ma come lente d’ingrandimento per analizzare la società contemporanea. Il volume interroga lettrici e lettori sul prezzo da pagare in un mondo che sembra aver dimenticato il valore profondo del diventare adulti. Per riflettere questa complessità concettuale, la rivista stessa si è trasformata in un oggetto interattivo: un flip book animato dall’artista Umberto Chiodi, stampato nell’angolo inferiore destro di tutta la seconda metà del volume, che prende vita sfogliando velocemente le pagine.

Il successivo numero 11 ha invece esplorato il tema delle identità: le molteplici sfaccettature dell’Io divise tra la percezione dell’altro e il sé profondo, nell’era del narcisismo digitale. Un concetto intimo e filosofico che ha ispirato la potente copertina illustrata da Cristina Daura.

A fare la differenza agli European Design Awards è stata anche la coraggiosa evoluzione dell’impianto grafico della rivista. Proprio a partire dal decimo numero, Linkiesta Etc ha adottato un sistema di copertina completamente rinnovato: un masthead (il logo della testata) mobile, che racchiude tutte le informazioni tipografiche in un blocco versatile e flessibile. Questa soluzione strutturale innovativa libera lo spazio visivo della pagina e concede all’artista a cui viene affidata la copertina massima libertà espressiva. 

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Nessun accordo in Ue sulle sanzioni al ministro israeliano Ben Gvir: manca l’unanimità degli Stati membri

Nemmeno le torture e l’umiliazione di cittadini europei ha smosso Bruxelles. Che non ci fosse l’unanimità era nell’aria, adesso è stata l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, a ufficializzare che i ministri degli Esteri dei 27 Stati membri non hanno, di nuovo, trovato un accordo per sanzionare il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir. “Molti Paesi hanno chiesto di sanzionare il ministro israeliano Ben-Gvir – ha dichiarato al suo arrivo in Lussemburgo per prendere parte al Consiglio Affari Esteri -, ma dalle consultazioni informali che ho avuto con gli Stati membri non c’è la necessaria unanimità“.

Quindi non ci saranno conseguenze per le immagini girate e fatte circolare nei mesi scorsi, con il membro estremista del governo Netanyahu che irride i manifestanti della Flotilla catturati dalle Forze di Difesa Israeliane in acque internazionali. Rimarranno solo le dichiarazioni di sdegno, evidentemente di circostanza, e poco altro, come la decisione della Francia di dichiarare il leader di Otzma Yehudit “persona non grata“, vietandogli quindi l’ingresso nel Paese. Anche l’Italia, con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha più volte invocato provvedimenti a livello europeo per colpire il ministro israeliano, senza mai prenderne a livello nazionale nonostante l’immobilismo comunitario.

Alla decisione su Ben-Gvir si aggiunge quella sulle restrizioni al commercio di prodotti dai Territori occupati. Su questo, la maggior parte degli stati membri ha chiesto la presentazione da parte della Commissione europea di opzioni per poter proseguire il lavoro. Una decisione, anche questa, per la quale si dovrà ancora aspettare.

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ROMA, VICINO L’ACCORDO CON I VETTURINI PER METTERE AL BANDO LE BOTTICELLE

“Apprendo, con grande soddisfazione, che Roma Capitale e’ vicinissima a concludere un accordo con i vetturini per mettere finalmente al bando le carrozze turistiche trainate dai cavalli, meglio conosciute come botticelle”. Lo dichiara, in una nota, la capogruppo capitolina di Forza Italia Rachele Mussolini. “Il Campidoglio, dunque – aggiunge – attraverso il Garante degli Animali Patrizia Prestipino, che ringrazio a titolo personale, porta avanti con determinazione l’indirizzo contenuto in una mia mozione approvata in Assemblea capitolina nel luglio 2024, che impegnava il sindaco Gualtieri e la Giunta a prevedere delle valide alternative alla trazione animale delle botticelle di Roma e a riconvertire le attuali licenze dei vetturini in licenze taxi. Cio’ al duplice scopo di salvaguardare il benessere degli animali, fortemente minato da un impiego eccessivo degli stessi – soprattutto nei mesi piu’ caldi dell’anno – e di tutelare i posti di lavoro dei vetturini. Vetturini che, stando agli ultimi aggiornamenti, sarebbero tutti d’accordo con la proposta del Campidoglio meno che uno. L’auspicio e’ che si raggiunga un accordo pieno e totale con tutti i lavoratori coinvolti e si possa finalmente dire addio alle botticelle e alle indicibili fatiche e sofferenze che questa pratica arreca da tanto, troppo tempo ai cavalli”, conclude Mussolini.

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Chi dona organi può svegliarsi o è curato peggio?

Le leggende metropolitane su chi dona organi: chissà se c'è davvero la morte, e viene lasciato morire per prelevare. Carlo Bernardo, direttore del Centro Trapianti del Cardarelli di Napoli

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Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un chiaro progetto di ricostituzione del partito fascista?

di Massimo Santantonio

Per anni abbiamo assistito a manifestazioni con saluti romani e richiami diretti al fascismo, come quelle di Acca Larenzia, a Roma. Abbiamo preso atto del fatto che la magistratura le abbia la maggior parte delle volte considerate legali, perché – semplifico intenzionalmente senza entrare nel merito della nostra legislazione – quello che non si può fare non è manifestare quel genere di opinioni, bensì ricostituire il partito fascista. Quindi il Presidente del Senato può tranquillamente definire “adulatori” quanti lo apostrofano come fascista, ed esibire orgogliosamente un busto di Mussolini tenuto in casa. Benissimo.

Adesso però mi sembra che le cose siano cambiate. E brutalmente. Vannacci occhieggia chiaramente al fascismo, così come molti (tutti?) i personaggi di un certo rilievo che lo stanno seguendo. Nel programma, a parte gli ovvi richiami nostalgici orgogliosamente rivendicati, scorgo quello che può essere il fascismo nel Terzo Millennio: cose vecchie, come la discriminazione delle minoranze, il razzismo, l’avversione per la stampa libera, l’identità cristiana, e cose che non potevano esistere un secolo fa, come la questione dei migranti e della paventata “sostituzione etnica”.

Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un dichiarato progetto di ricostituzione del Partito Fascista? La camicia nera al posto di giacca e cravatta? Le ronde per bastonare gli immigrati o comunque quanti tra loro, prima, seconda o terza generazione che siano, non appaiano aver “assimilato” la nostra cultura?

Che l’Italia sia, e sia sempre stata, densamente popolata da fascisti o comunque persone non antifasciste (differenza assai tenue) l’abbiamo sempre saputo. Un elettorato disposto a spostarsi da un partito all’altro a seconda del fatto che in questo o quello trovino un leader forte, un “conducator“, che incarni i loro pensieri. È stato Berlusconi, che pur dichiarandosi antifascista ha sdoganato un partito neofascista i cui leader erano freschi dall’aver rievocato, con canti e saluti romani, la marcia su Roma. Poi Salvini, ora Meloni, i cui partiti hanno sempre incluso esponenti di spicco e organizzazioni giovanili con idee razziste e fasciste, dai Bossi e Borghezio a Lollobrigida che onora la tomba del boia Graziani. Il prossimo sarà Vannacci. E Vannacci non ha proprio remore di alcun tipo o facciate “democratiche” da mantenere.

Nel secolo scorso l’Italia si è difesa dalla cosiddetta “minaccia comunista” con la strategia della tensione. Anche con stragi che, a quanto ho potuto leggere, erano spesso orchestrate dai nostri Servizi in ossequio all’Alleanza Atlantica ed eseguite da fascisti, e che hanno causato più vittime del terrorismo estremista. Pagine vergognose, per le quali nessun “servitore dello Stato” ha mai pagato o si è mai scusato con i parenti delle vittime.

Ora, nel 2026, può un cittadino democratico sperare che uno Stato, ricostituito dopo la tragedia del fascismo e della guerra, lo difenda di fronte al crescere di una forza esplicitamente neofascista, anche se dovesse raccogliere un ampio consenso tra i nostri connazionali? Oppure la colpevole – o compiaciuta – tolleranza, stratificatasi negli ultimi decenni, per le idee e le manifestazioni fasciste ha generato un mostro troppo grande? Un mostro che non si ha il coraggio di affrontare temendo conseguenze?

Possono le istituzioni italiane, cioè del Paese che – oltre a propugnare in nome del sovranismo un conflitto mondiale che ha causato decine di milioni di morti – ha “inventato” una dittatura sanguinaria, presto copiata da tanti altri Paesi come la Germania, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, non contrastare lo sviluppo di un nuovo Partito Fascista?

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Il calciatore spagnolo Rafa Mir condannato a otto anni e mezzo di carcere per violenza sessuale: “Presenterò ricorso”

La Quarta Sezione del Tribunale Provinciale di Valencia ha condannato in primo grado il calciatore Rafa Mir a otto anni e mezzo di reclusione per un reato di violenza sessuale e un altro per lesioni personali, come riportato lunedì dalla Corte Superiore di Giustizia della Comunità Valenciana. Secondo quanto riportato da Marca, il tribunale ha emesso una seconda sentenza anche nei confronti di un altro imputato, il calciatore Pablo Jara, condannandolo a due anni e mezzo di reclusione e al pagamento di una multa per reati di violenza sessuale, lesione della morale pubblica e lesioni personali.

La sentenza del tribunale, notificata alle parti lunedì scorso e non ancora definitiva, prevede anche un risarcimento di 64mila euro a favore della vittima nel caso Mir e di 6.280 euro per la vittima nel caso Jara. Rafa Mir, sotto contratto con l’Elche fino al 30 giugno e già titolare in questa stagione, in una storia Instagram ha dichiarato: “Non sono d’accordo con la sentenza e presenteremo ricorso nei prossimi giorni. Continuo ad avere fiducia nella giustizia“.

La sentenza giunge al termine del processo svoltosi il 28 maggio al Tribunale provinciale di Valencia. In questo procedimento, Mir – che la notte dei fatti (1 settembre 2024) giocava nel Valencia in prestito dal Siviglia – è stato processato per violenza sessuale e lesioni personali nei confronti di una giovane donna, reati per i quali l’accusa aveva inizialmente richiesto una pena di dieci anni e mezzo.

Il tribunale ha invece inflitto una pena di otto anni e mezzo: sette anni per la violenza sessuale e 18 mesi per l’aggressione. Ha inoltre disposto un’ordinanza restrittiva che vieta all’imputato di avvicinarsi alla vittima entro un raggio di 500 metri per un periodo di dieci anni e ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di 14mila euro per i danni fisici subiti e di 50mila euro per il danno morale arrecato.

Nel caso di Jara, la condanna è di due anni di reclusione per violenza sessuale e altri sei mesi per il reato contro la morale pubblica. Secondo quanto deliberato dal tribunale, entrambe le vittime avevano incontrato i due calciatori alcune ore prima in una discoteca di Valencia ed erano poi andate nella loro abitazione. Una delle vittime ha sostenuto, sia durante le indagini che in tribunale, che Rafa Mir aveva abusato di lei per due volte in maniera non consensuale: una nella zona piscina della casa e un’altra all’interno di un bagno. La seconda vittima ha dichiarato che Pablo Jara l’ha toccata senza il suo consenso e che, successivamente, l’ha aggredita e cacciata di casa seminuda, fatti che il tribunale ha configurato come reati di violenza sessuale, contro la morale e lesioni lievi.

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Il melone retato

Il melone retato, con la buccia ruvida e spessa, attraversata da una fitta trama simile a una rete, è una delle varietà di melone più apprezzate nel mondo per la polpa intensamente aromatica di colore arancione acceso o salmone e con un sapore dolce e deciso, un alimento ipocalorico con un basso apporto di grassi ideale per chi cerca un’alimentazione estiva, leggera e dissetante.

Melone antichissimo frutto sempre giovane

Prima selvaggi e poi coltivati sono gli antenati del nostro Melone Retato, una delizia di un viaggio che inizia dodici milioni di anni fa, che continua tutt’oggi e che dalle lontane origini asiatiche e poi africane arriva sulle nostre tavole. Un viaggio che suscita in noi la consapevolezza di un cibo che ha molto di più di un valore gastronomico e nutrizionale, ma di un bene che oggi ci dona la sua dolcezza.

Il melone (Cucumis melo L., 1753) o popone è una pianta annuale rampicante della famiglia Cucurbitaceae della quale prima la natura e poi l’uomo selezionano innumerevoli cultivar. Le varietà con frutti dolci e profumati sono largamente coltivate dagli Egiziani che duemila e cinquecento anni fa le esportano nel bacino del Mediterraneo e quando arrivano in Italia i Romani in Età Imperiale diffondono rapidamente in frutto considerato simbolo di fecondità.

Oggi la produzione mondiale dei meloni si aggira intorno ai ventisette milioni di tonnellate e i principali Paesi produttori sono la Cina che da sola produce circa la metà della produzione mondiale, Turchia, USA, Spagna, Marocco, Romania, Iran, Israele, Egitto, India e Italia. Quest’ultima ha una produzione annua di circa seicentomila tonnellate con numerose varietà coltivate: Long life, Siciliani, Melone Liscio o Cantalupo, Melone Mantovano IGP, Melone Gialletto o Invernale, Melone Retato, il più diffuso, caratterizzato da una buccia ruvida e una polpa arancione, dolce e che si presenta in varietà come Talento, Macigno, Expo, Sogno.

Melone Retato italiano

Il Melone Retato, varietà del Cucumis melo, con una storia e un’origine geografica affascinanti e complesse, è una presenza comune sulle tavole di molti paesi e italiane per il suo gusto dolce e la sua polpa succosa. Il frutto del Melone Retato è voluminoso, di forma ovale o tondeggiante e sulla buccia sono visibili delle divisioni a fette. La buccia è pressoché liscia o appena rugosa, il colore può variare da un giallo pallido ai toni del verde, la polpa varia dal bianco all’arancio ed è succosa e molto profumata quando raggiunge la maturazione. La cavità centrale, fibrosa, contiene molti semi.

Melone e salute

Il melone è uno dei frutti più “dietetici”, con poche calorie, perfetto per riempire lo stomaco senza ingrassare e ricco di funzioni positive per la salute. È un idratante composto per circa il novanta per cento di acqua e in estate reintegra meglio della sola acqua mentre il potassio del frutto aiuta a tenere bassa la pressione del sangue. Il melone contiene antiossidanti che fanno bene a occhi, pelle, sistema immunitario. Due etti di polpa di melone contengono beta-carotene che diventa vitamina A coprendo il fabbisogno giornaliero e un etto contiene tanta Vitamina C come una piccola arancia.

In sintesi il melone è un alleato per dieta e idratazione: pochissime calorie, tanta acqua, vitamine, potassio. L’unico difetto (chi è senza difetti?) è che ha zuccheri e un Indice Glicemico medio-alto, quindi la porzione fa la differenza: due etti al giorno per tutti sono benefici, mentre un chilogrammo al giorno produce un picco glicemico. Inoltre l’associazione di melone più prosciutto non è solo golosa perché il grasso e le proteine del prosciutto abbassano l’impatto glicemico del melone.

Melone in tavola

Alexandre Dumas (1802 – 1870) consiglia di mangiare il melone con pepe e sale e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala, ma il melone è incredibilmente versatile in cucina e oltre a essere consumato fresco come frutta a fine pasto o come spuntino si presta al classico abbinamento con il prosciutto crudo, unito a fresche insalate, componente di primi piatti e come dessert.

Tutti i libri di cucina contengono ricette con il melone e tra queste si ricordano quelle degli Antipasti e Aperitivi (Prosciutto e Melone al Cucchiaio, Fagottini di crudo, Gazpacho di melone), Primi Piatti Estivi (Insalata di riso nel melone, Risotto freddo al melone e speck), Contorni e Secondi (Insalata di rucola e melone, Tartare di tonno e melone), Dolci e Bevande (Dessert al cucchiaio, Macedonia melone ananas e fragole e Liquore Meloncello).

MELONE – VALORI NUTRIZIONALI PER CENTO GRAMMI

Composizione:
Acqua: 90 grammi
Glucidi: 7,4 – 9 grammi
Carboidrati e zuccheri 7,4 grammi
Proteine: 0,82 grammi
Lipidi: 0,3 grammi
Fibre alimentari: 1 grammi
Valore energetico: 34 chilocalorie

Oligoelementi per cento grammi:
Calcio 18 milligrammi
Potassio 260 milligrammi
Fosforo 12 milligrammi
Ferro 0,3 milligrammi

Vitamine
Vitamina A (carotenoidi) 189 microgrammi
Vitamina C: 32 milligrammi
Vitamina gruppo B (B1, B2, B6, Niacina) tracce

Articolo a cura di Giovanni Ballarini, professore emerito dell’Università di Parma e Accademico dei Georgofili.

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Protonterapia contro il cancro, ma non per tutti i tumori

Adroterapia, eccellenza a Pavia. E poi: i danni alla medicina e ricerca scientifica del governo Trump, le creme solari e allarmi infrondati, bufala sulla donazione degli organi e i denti di cani e gatti

© RaiNews

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“A 50 anni mi domando se tu, con tutte le tue proteine favolose, riesci ad avere un fisico pieno di muscoli, perché io sono piena di muscoli. Capito Paolo Ruffini?”: Naike Rivelli ribatte all’attore. Cosa è accaduto

Paolo Ruffini, non fare del terrorismo inutile: ascolta le persone che stanno bene, che fanno delle diete vegane fatte bene”. È un fiume in piena Naike Rivelli nella replica senza mezzi termini all’attore, che in una puntata del suo programma Radio Up & Down, su Radio24, ha parlato di nutrizione e di abitudini alimentari innescando un accesso di battito sulla dieta vegana. A provocare le polemiche social, e la risposta fiume della Rivelli, sono state in particolare le parole del nutrizionista Fabio Gregu. Ecco cos’è accaduto.

PAOLO RUFFINI E LE POLEMICHE SULLA DIETA VEGANA

“A livello nutrizionale cosa cambia nella dieta vegana? E ha davvero dei benefici?”. Sono bastate queste due semplici domande di Paolo Ruffini per innescare la reazione di centinaia di vegani – che hanno commentato in massa gli estratti della puntata del programma di Radio24 -, quella della Lav (la Lega antivivisezione) e di Naike Rivelli. Che non hanno gradito la risposta di Fabio Gregu, il quale si è detto non d’accordo con la dieta vegana per una serie di fattori nutrizionali, puntando il dito contro l’industria e le mode alimentari: “Tutto ciò che è vegan non è sinonimo di cibo salutare, perché magari molti cibi vegani sono processati o ultra-processati. Quindi ti sposti da dei cibi non salutari a cibi finti salutari”. Per Gregu “bisogna avere il controllo e non seguire le mode del momento, perché si può andare incontro a delle carenze micronutrizionali, di vitamine e minerali”. Secondo il nutrizionista, il problema sta nell’estrema diminuzione delle proteine, che rischia di creare un problema strutturale: “Sono di primaria importanza e quindi non possono essere tolte dal nostro organismo. Bisogna stare molto attenti… tolgo le proteine per aumentare che cosa? Carboidrati e zuccheri? Mi vado ad infiammare. Non voglio dire che sono contro le diete vegane e vegetariane, ma bisogna fare diete fatte bene, che siano equilibrate. Le cose estreme non vanno bene, sia che sia una dieta carnivora che vegetariana”.

LA RISPOSTA DI NAIKE RIVELLI VIA SOCIAL

Sotto il video che riprende le parole di Gregu, pubblicato nella pagina Facebook di Paolo Ruffini, si sono accumulati in una settimana quasi tremila commenti e il post ha innescato discussioni e reel su altri social. Compreso TikTok, dove ha detto la sua anche Naike Rivelli, che da sei anni segue una dieta vegana. “Paolo Ruffini, io ho 51 anni e al di là dei discorsi, dei dottori e di tutto quello che uno può dire e può avere ragione o meno… poi esistono le analisi del sangue. Esiste un luogo dove uno fa delle analisi e il risultato ti fa vedere se stai bene o no”, ha spiegato l’attrice e influencer, da tempo anche paladina della difesa degli animali. “Io sto da Dio. Da quando ho eliminato latte e derivati, la mia pelle è migliorata da quando ho eliminato carne, pesce e uova dalla mia vita. Mangio semi, tofu, tempeh e tantissime proteine. Io quasi non mangio carboidrati. Tra l’altro faccio digiuno intermittente e mangio una volta al giorno, la sera”. Poi l’affondo contro Ruffini – che per la verità non ha preso posizione ma ha semplicemente lasciato spazio al nutrizionista -, tra battute al vetriolo e sarcasmo spinto: “A 50 anni mi domando se tu, con tutte le tue proteine favolose, riesci ad avere un fisico pieno di muscoli, perché io sono piena di muscoli. Capito Paolo Ruffini? Non fare del terrorismo inutile, ascolta le persone che stanno bene, che fanno delle diete vegane fatte bene, e fattene una ragione prima di dire delle grandi cazzate”. Poi il gran finale, mostrando il fisico super allenato: “Questo è il culo di una vegana di 51 anni”.

ANCHE LA LAV HA ATTACCATO RUFFINI E GREGU (CHE HA REPLICATO)

Sempre via social, ma questa volta su Instagram, ha preso posizione anche la Lav, parlando di “disinformazione” che fa notizia e di “preconcetto spacciato per verità”, accusando Ruffini e Gregu di aver dato “informazioni errate su chi sceglie una alimentazione vegetale, senza sfruttamento e crudeltà”. In particolare, le risposte più nette sono state sullo sfruttamento di miliardi di animali ogni anno e sulla questione proteine: “È un’informazione datata ed errata. Tofu, tempeh, seitan, soia disidrata, legumi sono tutte fonti vegane proteiche non ultra-processate che ci possono garantire di raggiungere il fabbisogno proteico quotidiano senza problemi”. A stretto giro, è arrivato anche il lungo chiarimento del nutrizionista Gregu che ha voluto spiegare via Instagram di non essere contro il veganesimo: “Non sono contro nessuna scelta alimentare fatta con consapevolezza e ben pianificata. Sono contro gli estremismi e le ‘religioni alimentari’. La nutrizione dovrebbe aiutare le persone a stare meglio, non a creare tifoserie”.

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Electrolux, arriva la tregua: sospesi per 50 giorni licenziamenti e chiusure

Una tregua di cinquanta giorni almeno e l’avvio di un confronto, che sarà difficile ma almeno per il momento rappresenta comunque un passo avanti dopo l’annuncio di 1.700 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi. Electrolux ha sospeso temporaneamente la procedura di licenziamento collettivo aperta in Italia che avrebbe diminuito del 40% la forza lavoro nel nostro Paese, ampliando la crisi del settore degli elettrodomestici, già fiaccato dalla vicenda Whirlpool-Beko.

L’annuncio è arrivato nel corso dell’incontro convocato al ministero delle Imprese del Made in Italy e segna un primo, seppur fragile, cambio di passo nella vertenza. Adolfo Urso ha auspicato che il confronto istituzionale e con i sindacati possa chiudersi entro la pausa estiva, prevista ai primi di agosto.

Cinquanta giorni, insomma, per provare almeno a rimodulare i tagli previsti dalla multinazionale svedese. La speranza dei sindacati è quella di riuscire a eliminare del tutto i licenziamenti dal piano, ma è ovvio che si arriverà a un punto di caduta simile a quello avuto con Beko, che alla fine incentivò circa 900 uscite e tenne la barra dritta sulla chiusura di Siena, dove il governo è ancora alla ricerca di una reindustrializzazione.

Di tregua “armata” parla il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, avvisando che il suo sindacato non accetterà esuberi e chiusure. Il leader della Fiom ha anche annunciato assemblee in tutti gli stabilimenti per dare un mandato chiaro a chi si presenterà al tavolo: “A pagare non potranno essere i lavoratori”.

“Le lotte sindacali e le pressioni istituzionali hanno almeno per il momento scongiurato il rischio di azioni unilaterali”, dicono dalla Uilm. “Si apre così una discussione difficile, che affronteremo con senso di responsabilità e pragmatismo, ma anche – continua il sindacato metalmeccanico – con la certezza che i problemi di competitività del settore degli elettrodomestici non possono essere scaricati sui lavoratori”. Per il segretario generale Davide Sperti “è un primo passo avanti che possiamo raccogliere con cauto ottimismo“.

L’Usb prende atto del cambio di tono dell’azienda, ma sottolinea: “Non ci fidiamo. Già negli ultimi anni Electrolux ha presentato accordi, piani di riorganizzazione e percorsi di fuoriuscita per evitare scenari peggiori. Scelte che abbiamo contrastato e non condiviso. Qualsiasi discussione deve partire da un presupposto: esuberi e chiusure devono essere tolti dal tavolo”.

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Trump arriva al G7: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”. Von der Leyen: “Nessuna pace con il Libano in fiamme”

“Non potrà esserci una pace duratura finché il Libano continuerà a essere in fiamme. Chiediamo un vero cessate il fuoco e il pieno rispetto della sovranità libanese”. Dal G7 francese di Évian-les-Bains, in Alta Savoia, Ursula von der Leyen condanna Israele per l’annuncio di voler continuare l’occupazione del Paese confinante, nonostante l’accordo raggiunto tra Usa e Iran preveda la cessazione delle ostilità anche in quel teatro. Alla conferenza stampa che precede l’avvio del vertice, la presidente della Commissione europea fa sapere di accogliere “con favore” l’intesa, specificando che “la priorità ora è l’attuazione: lo stretto di Hormuz deve riaprire e la libertà di navigazione dev’essere ripristinata senza ostacoli. È essenziale per la stabilità regionale e l’economia mondiale”, afferma, sottolineando che l’accordo dovrà “portare alla fine dei programmi nucleari e balistici iraniani”.

Trump: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”

Lunedì pomeriggio al vertice è arrivato anche Donald Trump: l’Air Force One del presidente Usa è atterrato alle 15 all’aeroporto di Ginevra – dove è stato accolto dal presidente svizzero Guy Parmelin – con a bordo anche il Segretario di stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il titolare del Tesoro Scott Bessent. Durante il suo viaggio aereo sull’Atlantico, il tycoon ha portato sul suo social Truth un pensiero anti-immigrazione: “Purtroppo, se si accolgono persone provenienti dai Paesi del terzo mondo, si finisce presto per diventare un Paese del terzo mondo e non c’è proprio nulla che si possa fare al riguardo”, ha scritto. Parlando con i giornalisti a Evian, Trump ha espresso il desiderio di “risolvere la questione del Libano”, che “sembra proprio non finire mai”: “Dovremo farci una chiacchierata con Hezbollah“, ha detto.

Macron: “Pronti a schierare navi a Hormuz”

All’Hôtel Royal, sede del vertice, Trump è stato ricevuto per il primo bilaterale dal padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron. “Ci prenderemo le nostre responsabilità per sostenere l’accordo” tra Teheran e Washington, “che è un passo molto importante per la pace e l’economia globale”, ha detto Macron di fronte alle telecamere. Trump, invece, ha annunciato che “lo stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì“, giorno della firma dell’intesa, suggerendo agli alleati di mettere a disposizione “una o due navi” per garantire i traffici. Un invito accolto dal capo dell’Eliseo: “Noi siamo pronti ad avere, fin da domani, dei caccia sul posto, che possono aiutare in missioni di ricognizione. Entro 48 ore, possono essere ovviamente dispiegate delle fregate, poi la portaerei. Insomma, siamo pronti”, ha detto Macron.

Von der Leyen: “Sanzioni all’Iran revocabili se c’è un cambiamento reale”

In conferenza stampa, von der Leyen ha parlato anche delle sanzioni europee all’Iran, aprendo a una loro revoca in presenza di “un cambiamento reale sul terreno” da parte del regime di Teheran: “Le sanzioni sono in vigore per cambiare i comportamenti. Quindi, se il comportamento cambia in modo credibile e verificabile, allora le sanzioni possono essere revocate”, ha detto. “Ma vale anche il contrario: finché non c’è un cambiamento di comportamento, non si possono revocare le sanzioni a causa delle violazioni dei diritti umani e della presenza di armi di distruzione di massa“, sottolinea.

“La Russia mai così debole, aumentare gli aiuti a Kiev”

In attesa dell’arrivo al summit di Volodymyr Zelensky, previsto per domani, la capa dell’esecutivo Ue ha affermato che “l’Ucraina si trova oggi in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa”, mentre la Russia “subisce gli effetti delle sanzioni occidentali e delle crescenti difficoltà della propria economia di guerra” e “non è mai stata così debole“. Concetti, questi ultimi, ripetuti quasi alla lettera dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, in una dichiarazione alla stampa resa all’aeroporto di Berlino prima di partire per la Francia: “Nonostante gli attacchi delle ultime ore l’Ucraina si trova ora in una nuova posizione di forza. La Russia non può vincere militarmente, inoltre la sua economia è indebolita”. Von der Leyen torna anche a chiedere agli Stati membri un maggiore impegno economico nel sostegno a Kiev: “Il nostro pacchetto di prestiti da novanta miliardi di euro copre due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina per quest’anno e per il prossimo. Le prime tranche saranno erogate già nel corso di questo mese. Per il terzo restante è necessario che anche gli altri partner aumentino il proprio contributo“.

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La nuova ossessione di Tyson Fury: vuole comprare un’isola privata per parcheggiare un mega yacht da 50 milioni

Tyson Fury cerca un posto al sicuro per il suo nuovo yacht da 50 milioni di euro. E l’ha individuato in un’isola. Drake’s Island, al largo di Plymouth, nel Devon con precisione. È l’ultima follia pensata dal campione di pugilato, con un patrimonio – secondo il tabloid inglese The Sun – di circa 188 milioni di euro. Fury adesso vorrebbe investire altri 7 milioni di euro per un’isola privata, in cui parcheggerebbe anche il suo yacht.

Si tratta di un’isola che nel 2019 fu acquistata dall’imprenditore Morgan Phillips, che poi la mise in vendita nel 2024, senza però trovare acquirenti. Adesso Tyson Fury è interessato ad acquistarla e tutto lascia presagire che la trattativa si concluderà positivamente. “Quando Tyson si mette in testa un’idea, non c’è modo di fermarlo: ha sempre tanti progetti, va a mille all’ora”, ha rivelato una fonte al The Sun. Per larga parte l’isola è un sito di importanza nazionale ed è famosa oggi in quanto è un luogo di grande interesse naturalistico. Non distante c’è anche una base navale, motivo per cui secondo Fury è il posto perfetto per il suo yacht.

“Dice che la sua barca sarà al sicuro – le parole di una fonte al Sun –. Ed è anche vicina alla Cornovaglia, che lui adora“. Oltre ai 7 milioni per acquistarla, Fury è disposto a investirne fino a 23 per ristrutturare gli edifici, l’impianto elettrico e tutto ciò di cui necessita. Intanto il pugile è a lavoro per il suo mega yacht, che all’interno avrà anche una mini palestra di pugilato e un parco acquatico gonfiabile. Serviranno dai 16 ai 18 mesi.

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Dazn, guaio mondiale: Svezia-Tunisia va in onda senza telecronaca per un’ora

Quaranta minuti di una partita del Mondiale (più l’intervallo) andati in onda senza telecronaca. In questo caso, per fortuna di Dazn, l’imprevisto è successo in piena notte e non in una partita di cartello, ma in uno Svezia-Tunisia finita 5 a 1 che non passerà alla storia del calcio. Ma vista l’attenzione sui Mondiali in corso è comunque un inciampo non da poco per il broadcaster che si è portato a casa per la prima volta i diritti di tutte le partite della competizione, lasciando alla Rai soltanto la diretta in chiaro di 35 incontri.

Ma cos’è successo nella notte tra domenica e lunedì? La partita è ancora disponibile on demand sul sito, dunque la si può recuperare. Al diciottesimo minuto, il telecronista Giovanni Marrucci ha appena finito di commentare il gol di Yasin Ayari quando all’improvviso, su un normale possesso palla della Svezia, la sua voce scompare. Restano solo i rumori ambientali dello stadio, senza alcuna comunicazione né altre voci che subentrano. Colpa di problemi tecnici, probabilmente dovuti al fatto che Dazn non copre tutte le partite da Stati Uniti, Messico e Canada, cioè da dove si sta giocando, ma alcuni incontri li segue e li commenta da studio, a Milano. E così mentre le immagini e i suoni ambientali continuava ad arrivare da Monterrey, in Messico, qualcosa a Milano va storto sull’audio lasciando muto il telecronista.

L’unica comunicazione per gli spettatori compare intorno al 40esimo. Un messaggio in sovraimpressione che resta in onda circa un minuto: “Ci scusiamo per il servizio temporaneamente interrotto. Verrà ripristinato al più presto”. Neanche la fine del primo tempo porta però miglioramenti. Bisogna aspettare fino al minuto 60, appena in tempo per annunciare il terzo gol della Svezia; in quel momento l’audio di Marrucci viene ripristinato e può proseguire fino al novantesimo e al triplice fischio.

Fino a questo pomeriggio non sono arrivati comunicati ufficiali da parte di Dazn, che evidentemente lascia scivolare la vicenda confidando sull’orario notturno. Ma sui social, in particolare su X, più di un utente inizia a segnalare il problema: “Ci hanno messo un’ora (tenendo conto dell’intervallo) per ripristinare la telecronaca”; scrive Federico; mentre un altro utilizza l’ironia: “Comunque chi sta sveglio per vedere Svezia-Tunisia si meriterebbe la telecronaca visto che saranno 10 minuti (forse anche di più) che la telecronaca è sparita”. Una protesta che dà l’idea di cosa sarebbe potuto succedere se il guasto si fosse verificato durante una partita più seguita, visto anche qualche disagio segnalato nei giorni scorsi sempre sulle telecronache (fuori sincro rispetto alle immagini o con audio ambientale azzerato). La buona notizia, per Dazn, è che restano 92 partite per migliorare.

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ROVIGO, SPARO’ A DUE CANI UCCIDENDONE UNO: DENUNCIATO CACCIATORE

Un cacciatore di 64 anni è stato individuato dai carabinieri di Stienta e denunciato alla Procura di Rovigo per aver ucciso un cane e ferito un secondo sparando loro a bruciapelo. A novembre dello scorso anno i due cani si erano allontanati dal recinto di una casa e la proprietaria era riuscita a ritrovarne solo uno gravemente ferito alla testa. Il giorno dopo la donna udiva un colpo d’arma da fuoco provenire da una zona di campagna limitrofa alla casa, dove poi ritrovava il corpo del secondo esemplare, ucciso da una fucilata sparata a distanza molto ravvicinata. I carabinieri, partendo dai bossoli di cartucce da caccia ritrovati sul luogo e da alcune testimonianze, sono riusciti a risalire all’auto dell’uomo, della quale la donna era riuscita a leggere alcuni numeri di targa. La successiva perquisizione nella casa del cacciatore ha portato al sequestro di numerosi fucili da caccia e di munizioni, molti dello stesso calibro di quelli trovati sul campo, che le analisi scientifiche del Racis di Parma e l’autopsia sul cane ucciso hanno confermato essere stati esplosi proprio da uno dei fucili sequestrati al 64enne. L’uomo avrebbe sparato all’interno di una zona protetta di ripopolamento e in un periodo vietato dal calendario venatorio, per cui gli è stato revocato definitivamente il porto d’armi, armi che non potrà più detenere.

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Gli Usa spengono i nuovi modelli Ai di Anthropic: il punto non è la falla, ma la mano che decide

Hanno spento lo strumento più potente mai costruito. Per ordine. Per legge. Per sicurezza nazionale. Il 12 giugno una lettera del Dipartimento del Commercio ha imposto ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 a “ogni cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti”. Dalla potenza promessa a tutti al silenzio per quasi tutti. Senza processo, senza dibattito, senza appello. Per controllare un popolo non serve più il rogo: basta un interruttore.

La capacità giudicata troppo pericolosa ha un nome quasi comico: chiedere alla macchina di rileggere il codice in cerca di errori. Lo fa ogni programmatore, ogni giorno. Anthropic stessa ha chiamato la falla “ristretta, non universale” e ha messo per iscritto il dissenso dal “ritiro di un modello usato da centinaia di milioni di persone”. Il punto non era la falla. Era la mano che decide.

Uno strumento del genere diventa libertà a una condizione: che sia usato bene, e messo in mano a tutti. Rende capace chi non lo era, dà a uno solo la forza di molti. La prova che funzionasse davvero è proprio nello spegnimento: non si stacca d’urgenza la spina a un giocattolo. Si stacca a ciò che rende le persone troppo capaci. Per anni la liturgia è stata una sola: democratizzare l’intelligenza, renderla sicura, darla a tutti. La lettera ha tolto la veste. L’intelligenza non è un bene comune: è una munizione, concessa a chi si vuole e negata a chi si vuole. Il re è nudo. Anzi, il dio è nudo.

Il criterio della negazione non è la competenza. È il passaporto. “Ogni cittadino straniero” taglia il mondo in due. Per questo i modelli sono stati spenti per tutti: non si sapeva accendere la luce ai soli cittadini giusti.

Diranno che è controllo dell’export, non censura. La logica vecchia della crittografia, dei missili, dell’uranio. Vero. Ma quest’arma di pericoloso fa una cosa sola: trovare gli errori dentro un programma. Quando “doppio uso” diventa il nome di battesimo di ogni strumento potente, ogni strumento potente diventa sequestrabile.

Nel 1933, in piazza, si bruciavano i libri. Il fuoco non serviva a distruggere la carta: serviva a decidere cosa le persone potessero leggere e sapere. Anche allora si parlava di sicurezza. La sicurezza di chi? Di chi sbaglia, e ha il potere di chiamare pericolo ogni pensiero che lo smentisce. Oggi non si accende niente. Si firma una lettera, si stacca una spina, e lo strumento più potente del momento sparisce senza lasciare cenere. È lo stesso gesto, ripulito. Il rogo che non fa fumo è più efficiente: non lascia immagini, non lascia rabbia. Lascia un messaggio di errore.

La storia fa quello che fa sempre. Mette un bivio e obbliga a scegliere la parte. Qui la parte è chiara, e va detta senza ipocrisie: sta con chi quello strumento l’ha costruito e si è sentito ordinare di toglierlo dal mondo. Io non ho nulla da spartire con Anthropic: nessun contratto, nessun interesse, nessuna appartenenza. Una cosa sola in comune, e basta a schierarsi: la libertà che hanno spento.

Vale anche per chi critica l’intelligenza artificiale, con ragione, da mesi. Non tutte le AI sono uguali. Una cosa è una macchina costruita per sorvegliare e sostituire. Altra cosa è uno strumento che rende le persone più capaci e più libere, e che un governo strappa di mano a tutti proprio per questo. Il nemico non è lo strumento diffuso. È chi decide di tenerlo per sé.

Dopo il rogo della libertà vengono i processi. È l’ordine di sempre: prima si toglie lo strumento, poi si giudica chi voleva usarlo. L’inquisizione lavorava così, condannava il pensiero prima del gesto, sospettava senza mostrare le prove. Spegnere la libertà non riporta a cent’anni fa. Fa sprofondare più in basso, dove il tempo non conta: nel buio antico dell’umanità.

Un rogo senza fumo brucia lo stesso. E quasi nessuno accorre.

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SpaceX è sbarcata in Borsa con un’offerta iniziale di duemila miliardi. Ma comprarne le azioni è davvero un affare?

Il 2026 probabilmente sarà ricordato come un anno pazzesco per la finanza Usa e internazionale, a causa di alcune straordinarie new entry. Le tre sorelle sulla rampa di lancio per la quotazione di borsa sono SpaceX di Musk, a cui seguiranno a breve termine Anthropic dei due Amodei e OpenAI di Altman.

Queste società, finora rimaste nel limbo di una complessa struttura societaria privata, si presenteranno in Borsa con imponenti offerte pubbliche di acquisto (in inglese Ipo, Initial Public Offering) che cambieranno la classifica delle società più importanti al mondo. La quotazione di SpaceX, appena approdata in Borsa, fa da battistrada e presenta alcune caratteristiche molto particolari che chiariscono bene gli aspetti principali della finanza legata alle società tecnologiche di punta.

La prima, naturalmente, riguarda la dimensione straordinaria dell’operazione. L’Ipo della società di Musk, con un valore iniziale di circa 1.800 miliardi di dollari e cioè quasi due terzi del Pil italiano, è già schizzata a 2.000. Sarà la più grande di sempre, superando il record dell’impresa saudita Saudi Aramco del 2019, che è stata valutata 1.700 miliardi.

Si tratta di un sorpasso anche di tipo simbolico. La vecchia economia industriale basata sulle risorse naturali è stata scalzata da quella tecnologica, il cui core business è il lancio di satelliti, ma anche quello più fondamentale di conquistare lo spazio, in particolare popolare di vita umana Marte.

La seconda è la stranezza della valutazione finanziaria, richiamata da molti analisti, del tutto stravagante. Nei documenti depositati per la quotazione è stato fissato un valore per azione di 135 dollari, da qui la valutazione stellare della capitalizzazione. Ne verrà immessa nel mercato solo una modesta quota per recuperare circa 80 miliardi da destinare ai nuovi investimenti programmati. La stranezza consiste nel fatto che SpaceX ha realizzato nel 2025 un fatturato di appena 18,6 miliardi. In base a questo dato la sua capitalizzazione è 100 volte il fatturato.

Se teniamo conto che per le società tecnologiche a elevata crescita un rapporto di cinque volte è ritenuto ottimale, siamo di fronte ad un caso di sicura “follia” finanziaria. Chi comprerà SpaceX non guarda al fatturato attuale, ma alle dimensioni del mercato spaziale che è stimato (con quali criteri?) in 28.500 miliardi, cioè un quarto del Pil mondiale.

La nuova società quotata in Borsa sarà degli azionisti, realizzando quella specie di capitalismo democratico delle opportunità tecnologiche che piace al senatore progressista Bernie Sanders? Certamente no. Elon Musk manterrà un ferreo controllo sulla società. Il suo 40% di azioni, già sostanzioso, vale però l’80% dei diritti di voto. La nuova società sarà un anello di quella che viene chiamata, un po’ esageratamente, la Muskeconomics. Con il passaggio societario Musk si prenderà dei bei soldi dai risparmiatori per realizzare i suoi sogni, senza nessuna cessione di potere effettivo.

Comprare oggi le azioni di SpaceX è un affare, come sembra indicare il buon risultato iniziale? Qui la questione non è semplice. La società di Musk, fondata nel 2002, non è mai stata in attivo, e l’anno scorso ha generato perdite per 5 miliardi. Le ingenti perdite di oggi si trasformeranno in scintillanti profitti futuri, come è accaduto a molte star tecnologiche? Non è dato saperlo, ma qualche dubbio c’è perché gli obiettivi dell’iper miliardario americano sembrano lunari.

Ecco allora profilarsi la reale dimensione della finanza contemporanea. Ogni atto finanziario è sempre una scommessa, ma qui il rischio è moltiplicato perché si puntano le fiches su qualcosa che appare irrealizzabile, come la costruzione di una base spaziale sul pianeta rosso.

Con Musk che incassa se la ridono anche le decine di dipendenti che in questi anni sono stati generosamente remunerati, anche per le loro condizioni di lavoro a volte disumane, con dei pacchetti azionari. Ora quella moneta virtuale ha acquistato un valore vero. Vedremo se coloro che hanno ricevuto questa insperata ricchezza la manterranno, oppure venderanno le azioni ottenute per portare a casa dei bei dollari, sicuramente più affidabili. Invece che salire verso le stelle, il valore delle azioni di SpaceX potrebbe scendere velocemente. In fondo, il prezzo è stato imposto in maniera arbitraria e al di fuori di ogni logica finanziaria.

Da ultimo è bene osservare che oggi le imprese della AI, e anche della corsa allo spazio, sono indebitate in maniera gigantesca, e devono ancora dimostrare la loro redditività. I ricavi sono modesti e i conti in rosso. Dopo la finanza tossica dei titoli derivati dei decenni passati, avremo un’altra bolla finanziaria, egualmente distruttiva, segnata dalle fantasie perverse di Musk e degli altri compagni di viaggio della AI? Il timore è più che fondato, anche perché le nuove azioni entreranno negli indici di borsa e persino negli acquisti dei fondi pensioni, aumentando il rischio sistemico.

Più che attendere gli sfracelli del mercato finanziario, che arriveranno puntuali come la sorte, sarebbe importante intervenire tempestivamente per mettere i necessari freni a questa pazza corsa verso l’impossibile. Ad essere pignoli poi, prima di andare a colonizzare Marte, ci sarebbero molte cosette da sistemare sul pianeta Terra che è messo ben peggio del pianeta rosso. Ma su questo punto Musk, come responsabile del Doge, ha miseramente fallito e ha dovuto ritirarsi malamente.

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“La guerra è finita troppo presto”: anche l’opposizione israeliana boccia il piano Trump-Iran

La questione vede d’accordo quasi tutto l’arco parlamentare. Dai ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai leader dell’opposizione Yair Lapid, Benny Gantz, Naftali Bennett e Yair Golan, il giudizio sul “memorandum d’intesa” annunciato da Donald Trump con l’Iran è univoco: l’intesa lascia a Teheran troppo margine e rischia di chiudere la guerra prima che Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi strategici.

Tra i primi a reagire è stato il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, figura di punta dell’ala più radicale della coalizione di governo. “Non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo”, ha scritto su X Il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, aggiungendo che Israele “non deve ritirarsi da nessun territorio che i suoi combattenti hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche” e che qualsiasi compromesso diverso dallo smantellamento di Hezbollah rappresenterebbe una concessione inaccettabile.

Sulla stessa linea il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori di una linea di massima pressione contro Teheran. Il leader di Sionismo Religioso ha definito il memorandum “dannoso per Israele e per tutto il mondo libero” e ha sostenuto che i successi ottenuti nella campagna militare contro l’Iran non debbano essere trasformati in un compromesso diplomatico. Al contrario, Israele dovrebbe “continuare la campagna per rovesciare il regime con le proprie forze e in modi creativi” e garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari.

Ma le critiche non si fermano alla destra di governo. Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid, capo del partito centrista Yesh Atid, ha attaccato l’intesa. L’accordo “non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele”, ha detto l’ex premier, perché “il regime sopravvive, il programma missilistico rimane intatto e l’Iran può ricostruire il programma nucleare”. In tutto questo Benjamin Netanyahu ha trasformato Israele in un “protettorato che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale”.

Una posizione simile è stata espressa da Naftali Bennett. Il leader della destra nazional-liberale, che si presenterà alle elezioni in autunno in ticket con Lapid, ha accusato il governo di non essere stato capace di trasformare i successi militari in “risultati duraturi per la sicurezza”. Al contrario, l’ex premier dice di avere “un piano strategico ben definito per far crollare il regime iraniano”, ha dichiarato: “Da un lato impediremo all’Iran di dotarsi di armi nucleari, dall’altro porteremo alla disgregazione del regime attraverso un’azione diplomatica, di intelligence, economica, tecnologica e militare”.

Dal centrosinistra è intervenuto Yair Golan, leader del Partito Democratico. “I cittadini israeliani si stanno rendendo conto di un accordo tra Stati Uniti e Iran concluso alle spalle di Israele”, ha detto l’ex vice capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces. che accusa Netanyahu di aver promesso una “vittoria totale” e di lasciare invece il Paese con “i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta sgretolando sotto i nostri occhi”.

Molto severo anche un altro ex generale, Benny Gantz, già ministro della Difesa e leader del partito centrista Blu e Bianco. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito ha definito l’intesa un “fallimento strategico” destinato ad avere conseguenze per anni perché costringerà Israele a combattere nuove “battaglie diplomatiche, militari e legali”. In particolare, Gantz ha respinto qualsiasi ipotesi di limitazione della libertà d’azione israeliana in Libano: “In nessuna circostanza è consentito accettare restrizioni operative o un ritiro che metta in pericolo gli abitanti del nord”.

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“C’è Neymar!”: scatta la corsa dei fan nel centro commerciale, ma quando si scopre la verità nessuno riesce a crederci

Bastano una maglia del Brasile, qualche tratto somatico in comune e l’effetto Neymar è servito. Negli Stati Uniti un influencer brasiliano ha provocato scene di entusiasmo collettivo dopo essere stato scambiato per il celebre campione della Seleção all’interno di un centro commerciale. Protagonista dell’episodio è Eigon Oliver, volto molto seguito sui social network proprio per la sua incredibile somiglianza con Neymar. L’influencer si trova negli Usa per seguire da vicino i Mondiali di calcio 2026 e, durante una delle sue apparizioni pubbliche, è stato immediatamente riconosciuto, o meglio, scambiato, da decine di persone.

Nel giro di pochi minuti si è creato un vero e proprio assembramento. Fan e curiosi hanno iniziato a inseguirlo tra i negozi e i corridoi della struttura nel tentativo di ottenere una foto, un selfie o un autografo. Le immagini diffuse online mostrano una folla in fermento, convinta di trovarsi davanti alla stella del calcio brasiliano. Oliver ha cercato di assecondare l’entusiasmo del pubblico, fermandosi con diversi presenti, ma la situazione è rapidamente diventata difficile da gestire. Per motivi di sicurezza è stato necessario l’intervento del personale del centro commerciale, che ha accompagnato l’influencer all’esterno per riportare la calma ed evitare ulteriori problemi.

Non è la prima volta: il “finto Neymar” fa ancora centro

Non si tratta del primo episodio del genere. Negli ultimi anni Eigon Oliver ha costruito gran parte della sua popolarità proprio grazie alla somiglianza con Neymar, attirando spesso l’attenzione dei tifosi durante eventi pubblici e manifestazioni sportive. Questa volta, però, la confusione ha raggiunto livelli tali da trasformare una semplice passeggiata in una vera e propria corsa all’idolo, anche se l’idolo in questione non era quello che tutti credevano.

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Atalanta, Maurizio Sarri è il nuovo allenatore

Nuovo incarico per Sarri, alla guida della Dea. Il tecnico toscano è stato panchina d'oro per la stagione 2015/16 e d'argento nel 2013/14. La famiglia Percassi, quella Pagliuca e tutto il club rivolgono un caloroso benvenuto al mister in una nota

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