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Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai

L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.

Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 – 2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.

Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca svilita da molti.

Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999. Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.

Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star) c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi, e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.

Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze, quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.

D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele, curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.

Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana, ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒ a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo. Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).

Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del “contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa esperienza.

Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce, ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.

Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi). Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri e ruvidi mai prodotti.

Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e, di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un simile racconto.

La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come affrontarle e sfruttarle.

Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui Agatha ha lasciato un segno.

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Il concorso di Venezia è un affare da uomini

A lla presentazione dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Alberto Barbera ha detto una cosa che meritava di restare al centro della conversazione più di ogni altra: nel concorso principale, su venti film, ce n’è uno solo diretto da una donna. È Woman Unknown, opera seconda della regista danese di origini egiziane May el-Toukhy. Il direttore della Mostra, incalzato dai giornalisti, ha ammesso di essere stato tra i primi a rimanerne colpito, di aver sperato fino all’ultimo di trovare altri film “al femminile” di qualità sufficiente per il concorso e, alla fine, di essersi dovuto arrendere. L’anno scorso le registe in gara erano sei: Kaouther Ben Hania, Kathryn Bigelow, Valérie Donzelli, Ildikó Enyedi, Mona Fastvold, Shu Qi. Quest’anno una su venti.

Il dato salta agli occhi soprattutto per un evidente contrasto. La giuria che assegnerà il Leone d’Oro è presieduta da Maggie Gyllenhaal. La sezione Orizzonti si apre con La ragazza con la Leica di Alina Marazzi. Le Giornate degli autori, la sezione parallela e indipendente diretta da Gaia Furrer, schierano quattordici titoli su venticinque diretti da donne (quattordici su venticinque!) con dieci di questi in concorso e decidono di assegnare il proprio premio principale tramite una giuria interamente femminile. Una scelta di posizionamento politico. Il concorso maggiore, invece ‒ quello che decide il palmarès, quello che ricordano e ricorderanno tutte e tutti ‒, resta un’anomalia isolata rispetto al resto del festival. E soprattutto smentisce, con la forza dei numeri, l’argomento più comune usato per giustificare selezioni sbilanciate: che non ci sarebbero abbastanza film di qualità firmati da donne pronti per la vetrina principale. Se la sezione a fianco ne trova quattordici su venticinque, il problema, evidentemente, non è la scarsità dell’offerta.

C’è un secondo livello di dati, meno commentato nelle prime cronache ma più interessante per chi voglia ragionare sulla natura strutturale del problema e non solo sul sintomo. Nella presentazione ufficiale della Mostra sono state diffuse le cifre sulle iscrizioni complessive: su 4.740 titoli presentati quest’anno, 3.095 risultano a regia maschile (65,29%), 1.545 a regia femminile (32,59%) e 100 catalogati come “a regia non dichiarata o altro” (2,11%). Questa terza categoria, magari marginale nei numeri, ma rivelatrice nella sua stessa esistenza, è il punto da cui vale la pena ripartire. Un festival che si limita a dividere il mondo del cinema in due colonne, maschi e femmine, e poi aggiunge una terza casella residuale per tutto ciò che eccede la griglia, sta involontariamente certificando quanto quella griglia sia già insufficiente a descrivere la realtà che pretende di rappresentare. Non è semplicemente un dettaglio statistico: è la prova che anche questa importantissima istituzione, quando si tratta di misurare la propria rappresentanza, non ha ancora gli strumenti teorici e concettuali per farlo fino in fondo. E dovrebbe lavorare per acquisirli.

Un festival che aspira a raccontare il cinema contemporaneo dovrebbe interrogarsi non solo su “quante donne” partecipano ‒ cosa che in realtà neanche fa ‒ ma su quali altre forme di esclusione o invisibilità la propria griglia di lettura lascia fuori campo.
Prima ancora che uno strumento tecnico, ciò che manca è probabilmente un cambio di sguardo: continuare a pensare la parità come una questione che si esaurisce nel rapporto tra due poli, uomini e donne, significa restare ancorati a una visione del mondo che fa parte di un tempo non più nostro. Un festival che aspira a raccontare il cinema contemporaneo dovrebbe interrogarsi non solo su “quante donne” partecipano ‒ cosa che in realtà neanche fa ‒ ma su quali altre forme di esclusione o invisibilità la propria griglia di lettura lascia fuori campo: e questo richiede innanzitutto una disponibilità culturale a complicare le categorie, non a semplificarle per renderle più facili da misurare. Si tratta di un lavoro che riguarda la formazione di chi organizza questi eventi, il dialogo con chi vive quotidianamente l’esperienza di non riconoscersi nelle caselle esistenti, e la volontà di accettare che la rappresentanza sia un processo in continua ridefinizione.

Il problema non riguarda solo Venezia, ovviamente. L’edizione 2026 di Cannes ha selezionato cinque registe su ventidue film in concorso, un dato che la stampa internazionale aveva già definito un arretramento rispetto agli impegni pubblici presi dal festival negli anni del movimento 5050×2020: la carta di intenti per la parità di genere firmata da decine di festival europei, Venezia e Cannes comprese, a partire dal 2018. Quella carta chiedeva trasparenza nei dati di selezione (esattamente le percentuali che Barbera ha reso pubbliche quest’anno) e un impegno, non vincolante, verso comitati di selezione paritari. Otto anni dopo, il risultato più tangibile di quell’impegno sembra essere proprio la raccolta dei dati che è utile, senz’altro, perché rende quantomeno visibile il problema.

Ma c’è un limite strutturale che nessuna di queste iniziative ha ancora affrontato, ed è quello su cui vale la pena insistere: l’intero impianto di monitoraggio della parità nei festival ‒ 5050×2020 in Europa, l’Inclusion Rider adottato da alcuni festival americani, i report annuali del Center for the study of women in television and film ‒ è costruito su una tassonomia binaria. Si contano uomini e donne. Punto. La ricerca sui film festival studies, il campo accademico che da un decennio analizza i festival come istituzioni culturali e non solo come vetrine, ha iniziato a segnalare il problema: studiose come Marijke de Valck e Skadi Loist, tra le voci più citate della disciplina, hanno mostrato come i festival funzionino da gatekeeper, capaci di definire, attraverso i propri criteri di selezione e i propri strumenti di misurazione, cosa conta come cinema rilevante e cosa no. Se lo strumento di misurazione è binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria, indipendentemente da quante donne si riescano a far entrare nella colonna giusta.

L’intero impianto di monitoraggio della parità nei festival è costruito su una tassonomia binaria. Si contano uomini e donne. Se lo strumento di misurazione è binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria, indipendentemente da quante donne si riescano a far entrare nella colonna giusta.
Il punto non è archiviare la battaglia per la parità numerica come superata o secondaria, che è vitale, e i dati di Venezia lo dimostrano platealmente. Il punto è che quella battaglia, da sola, non basta più a descrivere ciò che un festival dovrebbe rappresentare quando si propone come specchio del presente.

Come sappiamo, il femminismo contemporaneo ha smesso da tempo di ragionare per coppie oppositive rigide, e sembra assurdo doverlo stare ancora a sottolineare. Facendo un brevissimo ripasso, Judith Butler ha smontato l’idea che il genere sia un dato naturale binario piuttosto che una costruzione performativa, storicamente situata, aperta a molteplici configurazioni. Jack Halberstam ha mostrato quanto la stessa categoria di “mascolinità” non coincida necessariamente con i corpi maschili, complicando ulteriormente ogni conteggio binario. Kimberlé Crenshaw, alla fine degli anni Ottanta, ha coniato il termine intersezionalità ‒ termine oggi fin troppo abusato anche dagli stessi movimenti ‒ proprio per denunciare l’insufficienza di un’analisi che isoli il genere da razza, classe, orientamento sessuale, provenienza geografica, mostrando come le forme di esclusione si sovrappongano e si moltiplichino. Più di recente, Paul B. Preciado ha portato la propria voce di uomo trans proprio durante una conferenza nell’Istituto Lacaniano di Parigi, rendendo pubblico quanto gli spazi culturali “progressisti” restino spesso strutturalmente impreparati a includere soggettività che eccedono la griglia uomo-donna:The body is a living political archive, diceva Preciado. Il testo integrale di questa conferenza è stato pubblicato da Fandango e si chiama Sono un mostro che vi parla (2021).

Se il pensiero femminista e queer ha da tre decenni e oltre gli strumenti per pensare oltre il binario, e se il mondo che i festival dichiarano di voler raccontare, un mondo plurale e di fratture, è esso stesso irriducibile a quella griglia, allora continuare a misurare la rappresentanza cinematografica solo in termini di “quante donne” diventa un esercizio importante ma parziale, quasi anacronistico nella sua semplicità.

Ma c’è un modo più interessante di porre la domanda, ed è quello che la teoria femminista del cinema ha elaborato fin dagli anni Settanta, per poi correggersi e ampliarsi negli anni successivi. Fin dai suoi testi fondativi degli anni Settanta, questa teoria ha identificato lo sguardo cinematografico dominante come strutturalmente maschile, un modo di inquadrare, montare, desiderare l’immagine che colloca lo spettatore in una posizione di potere codificata al maschile, indipendentemente da chi sta dietro la macchina da presa. Negli anni Novanta questa tesi è stata messa in discussione attraverso il concetto di sguardo oppositivo: lo sguardo delle spettatrici nere, storicamente escluse tanto dalla posizione di chi guarda quanto da quella di chi viene rappresentato con dignità, inteso come atto di resistenza critica capace di rimettere in discussione l’intero impianto.

Il vero criterio da interrogare non è il sesso anagrafico di chi firma la regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione.
Il punto che emerge da questa genealogia ‒ che ho qui soltanto sintetizzato ‒ è che il vero criterio da interrogare non è il sesso anagrafico di chi firma la regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione. Un regista uomo può costruire uno sguardo che decentra il maschile; una regista donna può, altrettanto legittimamente, riprodurre gli stessi schemi narrativi e visivi che si vorrebbero superare. Ridurre la questione della rappresentanza al conteggio anagrafico rischia di trasformare una battaglia culturale complessa in un esercizio di quote che, per quanto necessario come correttivo strutturale nel breve periodo, non garantisce da solo la pluralità di sguardi che un festival internazionale dovrebbe restituire. Detto questo, ed è la parte che chi leggerà distrattamente rischierà di saltare, la scarsità di registe nel Concorso di Venezia non va derubricata a semplice questione di categorie superate. Per almeno tre ragioni.

La prima è strutturale: il concorso di un grande festival internazionale non è solo una vetrina, è un dispositivo di consacrazione culturale. Determina chi ottiene successo e distribuzione internazionale, chi accede ai finanziamenti per il film successivo, insomma, rappresenta una forma di riconoscimento culturale necessaria. Se quel dispositivo continua a selezionare in stragrande maggioranza uno stesso tipo di autorialità, l’effetto non è neutro, ma finisce con autoalimentarsi, perché i registi che oggi hanno accesso ai budget, alle produzioni internazionali e alle reti di distribuzione capaci di portare un film pronto per Venezia sono in larghissima parte uomini, in un circolo che si perpetua.

La seconda ragione riguarda proprio l’obiezione anticipata da Barbera, quella della “qualità adeguata”: è un argomento che la storia della critica femminista al canone cinematografico conosce bene, perché è lo stesso, oggi inaccettabile, che per decenni ha giustificato l’assenza delle donne da ogni lista di grandi autori. Non significa che la sua versione 2026 sia in malafede, ma significa che questa affermazione deve essere problematizzata con altre domande: quali sono le condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia? Le sezioni collaterali, con la maggioranza di opere prime e produzioni non sempre ma spesso distaccate dalla filiera mainstream, suggerisce una risposta: più il livello produttivo si abbassa e si avvicina all’esordio, più la parità si avvicina. È nel passaggio dal debutto alla produzione di fascia alta che le donne spariscono, un dato che riguarda l’industria, non il talento.

Bisogna problematizzare ponendosi domande: quali sono le condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia?
La terza ragione è che l’intersezionalità non rende il dato di genere irrilevante: lo complica, lo aggrava. Una regista sola su venti è già un segnale eloquente, ma il dato numerico da solo non basta. Il concorso, che pure ha sempre mostrato la consueta apertura ad Asia e Medio Oriente, resta uno spazio in cui l’intersezione fra genere, provenienza non occidentale e accesso ai grandi budget produttivi si restringe drasticamente, fino quasi a scomparire. La domanda giusta non è più soltanto “quante donne”, ma quali donne, da dove vengono, con quali mezzi produttivi alle spalle.

Quanto è stato detto, naturalmente, andrà verificato sullo schermo a partire dal 2 settembre. Ed è anche possibile che il concorso restituisca comunque l’immagine di un mondo in frattura. Ma è proprio per questo che la composizione della selezione conta. Uno sguardo sul presente costruito per il 95% da uomini, per quanto sofisticato e autoriale, resta uno sguardo parziale su un presente che parziale non è. La contraddizione tra la promessa, raccontare la complessità del reale, e lo strumento scelto per mantenerla, un concorso quasi interamente maschile, non è un dettaglio da relegare o da surclassare, ma è il punto da cui dovrebbe partire qualunque analisi di Venezia 83.

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Un gruista in paradiso spiega l’essenza del Cristianesimo

L a letteratura ultimamente parla di due cose: Dio e l’io. Che spesso possono essere la stessa cosa. Di sicuro lo sono per Pirjeri Ryynänen, il protagonista dell’ultimo libro di Arto Paasilinna pubblicato da Iperborea. S’intitola Un gruista in paradiso, è del 1989 ma è stato tradotto in italiano da Nicola Rainò soltanto ora.

Pirjeri per alcuni mesi sarà trasformato da un operaio comune a sostituto di Dio nel paradiso cristiano. Si trova all’improvviso costretto ad avere coscienza della specie umana cui appartiene: proprio quello che Ludwig Feuerbach individua come presupposto per l’affermazione della religione cristiana. Feuerbach apre L’essenza del Cristianesimo (1841) stabilendo che la differenziazione dell’uomo dagli altri animali sia il primo requisito per la nascita della religione. Che cosa distingue l’uomo dagli altri animali? La coscienza di sé non come individuo ma come membro della specie. L’uomo si rende conto di essere parte di un gruppo più esteso, cioè ha modo di avere contezza della propria essenza. Procedendo nel suo trattato, il filosofo spiegherà che, se per avere coscienza di qualcosa l’uomo ha bisogno di oggetti cui riferirsi, il divino è un oggetto insito nell’uomo stesso. Dio è ciò che l’uomo ha di più vicino e intimo; quindi “la coscienza che l’uomo ha di Dio è la conoscenza che l’uomo ha di sé” e, viceversa, conoscendo sé stesso, egli raggiunge Dio.

Ecco che Pirjeri Ryynänen, il gruista in paradiso di Paasilinna, incarna perfettamente le caratteristiche dell’uomo intorno a cui Feuerbach costruisce il proprio trattato. Diventa responsabile della sua intera specie, e quindi è costretto a conoscerla, e fa confluire Dio con sé ‒ perché ne assume il ruolo. Ha le due caratteristiche fondamentali per portare avanti, con Feuerbach, la riflessione sull’essenza del cristianesimo e sulla natura della religione. C’è, infine, un ultimo aspetto che rende Pirjeri Ryynänen l’uomo perfetto su cui far ruotare la riflessione: secondo Feuerbach la religione diventa possibile negli uomini proprio perché essi non sono consapevoli della coincidenza fra Dio e sé stessi. Come scrive il filosofo: “Il non essere consapevole che la coscienza che l’uomo ha di Dio è la stessa autocoscienza del proprio essere è il fondamento della vera e propria essenza della religione”. Il personaggio di Paasilinna rovescia questo assunto: rende possibile la coscienza del rispecchiamento fra il sé dell’uomo e Dio e si fa portavoce tra i lettori dell’intuizione di Feuerbach per cui Dio non è altro dall’uomo, ma una sua creazione.

Il gruista in paradiso di Paasilinna incarna perfettamente le caratteristiche dell’uomo intorno a cui Feuerbach costruisce il proprio trattato. Diventa responsabile della sua intera specie, e quindi è costretto a conoscerla, e fa confluire Dio con sé perché ne assume il ruolo.
In questo senso, Un gruista in paradiso porta a compimento quello che Feuerbach si poneva come compito: “mostrare che la distinzione fra il divino e l’umano è illusoria, cioè che null’altro è se non la distinzione fra l’essenza dell’umanità e l’uomo individuo, e che per conseguenza anche l’oggetto e il contenuto della religione cristiana sono umani e nient’altro che umani”. Fin dall’esordio del suo romanzo il Dio di cui parla Paasilinna è “umano e nient’altro che umano”. Lo scrittore mescola Dio e l’uomo, partendo proprio dalle conclusioni di Feuerbach, e apre il suo romanzo con un’irriverente descrizione di Dio prima che ammettesse la sua stanchezza e richiedesse l’elezione di un sostituto. La prima lapidaria definizione che ne viene data è, appunto, quella di uomo.
Dio è un bell’uomo. Alto uno e settantotto, leggermente robusto, ma ben proporzionato e di portamento fiero. Ha tratti fini, naso dritto, fronte alta. Lo sguardo è amabilmente risoluto, anche se un po’ stanco. Le orecchie non sono a sventola e non rivelano cerume. Dio non ha né barba né baffi. Ha i capelli scuri, lisci e corti, pettinati con la riga a destra per chi guarda e appena brizzolati alle tempie. Tutto sommato non dà l’impressione di essere molto vecchio.

Con il tono sarcastico e umoristico che contraddistingue tutta la produzione dello scrittore finlandese ‒ già in dialogo con la religione in altri romanzi come L’allegra apocalisse, Aadam ed Eeva o Professione angelo custode ‒, Un gruista in paradiso consegna fin dall’inizio ai lettori una dimensione umana del divino. Lo scopo sembra duplice: provocare sulla reale esistenza del Dio cui sottostà la religione; stimolare l’uomo a essere consapevole della responsabilità che gli appartiene in quanto Dio di sé stesso e della propria specie. Il romanzo è una prova del nove di quella piccola storia del Grande Inquisitore che troviamo dentro la grande storia dei Fratelli Karamazov: se veramente l’uomo fosse lasciato libero di essere e fare tutto ‒ addirittura reso Dio ‒ saprebbe valorizzare quella libertà e coglierne le sue sfide?

O sapere di essere governati da qualcuno con il dovere di essere più buono, migliore e più giusto, solleva l’uomo dalla responsabilità di essere, a sua volta, buono, ottimo e giusto? Per Pirjeri Ryynänen non c’è scelta: nel giro di poche settimane gli angeli Gabriele e Pietro lo eleggono sostituto di Dio e a lui spetta il compito di far funzionare il mondo e accettare la sfida di poter scegliere, da uomo-dio libero, tra tutte le possibilità umane e divine. Quella di Paasilinna sembra una speranza sotto forma di romanzo: che tutti gli uomini a turno possano passare alcuni mesi al posto di Dio per ridurne il potere e distribuirne i doveri umani tra l’intera specie.

Diventa vero, in Un gruista in paradiso, che “tutte le qualificazioni dell’essere divino sono qualificazione dell’essere umano”. Mentre Feuerbach sostiene che “l’essere divino non è altro che l’essere dell’uomo liberato dai limiti dell’individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà”, Paasilinna mette in atto questa intuizione rendendo un gruista qualsiasi della sua Finlandia un Dio capace di spostarsi con la forza del pensiero, compiere miracoli, controllare gli agenti atmosferici, intervenire sui conflitti mondiali. Sottrae all’uomo Pirjeri i limiti materiali dell’essere umano e gli attribuisce i doveri di cura, attenzione e responsabilità degli altri uomini che, nel pensiero religioso, spettano a Dio.

Quella di Paasilinna sembra una speranza sotto forma di romanzo: che tutti gli uomini a turno possano passare alcuni mesi al posto di Dio per ridurne il potere e distribuirne i doveri umani tra l’intera specie.
L’auspicato effetto-contagio che emerge dalla lettura di Un gruista in paradiso trova ampio riscontro anche nella letteratura più recente. Se Paasilinna ha scritto questo romanzo sul Dio finlandese che “si è fatto uomo” sperando che tutta l’umanità possa essere divinità di sé stessa già 35 anni fa, oggi la presenza del divino è ricorrente in molti titoli contemporanei. Fabrizio Sinisi ha pubblicato a settembre un romanzo intitolato Il prodigio, che racconta la comparsa in una città di un misterioso volto nel cielo da cui scaturiscono culti, profusioni mistiche, anche isterismi e venerazioni più disparate. Qualche anno fa Carola Susani ha dato il via alla trilogia di Italo Orlando, un bambino dalla pelle giallastra trovato in un fiume che pare essere la controfigura di Gesù e attraversa le fasi dell’umanità con fare divino, santo, immacolato. Nel 2005 Marcos y Marcos ha pubblicato un romanzo del 1964 iconicamente intitolato È difficile essere un dio: scritto dai fratelli russi Arkadij e Boris Strugackij, è una storia di fantascienza in cui il protagonista Don Rumata, al pari di Pirjeri, da osservatore di un pianeta alieno scoperto nell’universo vive il dramma di testimoniare e supervisionare, come fosse Dio, lo sviluppo e le tragedie della società aliena che sta studiando. La casa editrice Utopia nel 2022 ha iniziato a tradurre i romanzi di Scholastique Mukasonga (Kibogo è salito in cielo; Sister  Deborah) che problematizzano la relazione tra religione e mito, culti e credenze, credenze locali africane e religione cattolica.

Sono esempi che raccolgono la tensione perturbante e sconvolgente della società come facevano Giro di vite di Henry James o Teorema di Pier Paolo Pasolini. Se per James erano i fantasmi e per Pasolini il sesso, per il nostro decennio l’elemento che manda in tilt l’umanità sembra essere la religione, il soggetto divino per cui provare culto. Porta all’ennesimo grado tutte le pulsioni, le tensioni, le paure e gli entusiasmi che gli esseri umani tengono latenti o nascoste nella vita quotidiana – proprio come la famiglia pasoliniana a contatto con l’Ospite, o la giovane istitutrice di Giro di vite davanti alle minacce dall’aldilà. La figura divina ora possiede questo ruolo rovesciatore, sublime nel senso di terrificante e attraente allo stesso tempo di sacro, e la grandezza di Paasilinna è stata proprio quella di intuire che questo sentimento di fascino e timore per la figura divina dipendesse dalla natura ibrida tra Dio e uomo che la religione ha oscurato e mistificato nel tempo.

L’essenza sfumata che permette a ogni Dio di essere uomo (e quindi a ogni uomo di essere potenzialmente Dio) è il perno intorno cui ruota Un gruista in paradiso e probabilmente la traiettoria filosofico-esistenziale alla base di tutte le esperienze letterarie che sono nate negli anni e si sono moltiplicate nell’ultimo nostro decennio. Tutte tornano all’idea di Feuerbach per cui “l’uomo non può uscire dalla propria natura” e anche volesse immaginare individui divini diversi da lui “mai può astrarre dalla propria specie, dal proprio essere”. Ne consegue che “le qualificazioni essenziali che egli conferisce a questi altri individui sono sempre qualificazioni attinte dalla sua propria natura, e non sono in realtà che la sua propria immagine”. Per quanto l’uomo voglia credere che in cielo vivano altri esseri diversi da sé, in realtà starà sempre desiderando l’esistenza di più esseri come o simili a sé.

Se Paasilinna ha scritto questo romanzo sul Dio finlandese che “si è fatto uomo” sperando che tutta l’umanità possa essere divinità di sé stessa già 35 anni fa, oggi la presenza del divino è ricorrente in molti titoli contemporanei.
A proposito di questo mistero del divino che si fa attuale a partire dalla similarità tra l’uomo e Dio, su cui si costruisce Un gruista in paradiso, è eloquente un passaggio del romanzo Il prodigio di Fabrizio Sinisi che è ispirato, guarda caso, proprio al periodo della pandemia come momento in cui il mistero, il divino, e la precarietà umana sono stati concetti tanto scossi quanto mai interconnessi fra loro.
Le cose come sono, ecco cosa vedi, e la cosa peggiore è che non lo puoi neanche raccontare, se ne parli in giro nessuno ti capisce, per capire una cosa come quella non basta descriverla, devi avere anche la stessa temperatura di quello che vuoi capire, devi esserci dentro, capisci, come dicono gli attori, per capire qualcosa devi esserci dentro, andarci tutto dentro fino all’osso, per vedere il mondo devi avere anche tu questo buco nel petto, altrimenti non lo puoi capire – o ce l’hai o non ce l’hai, non c’è niente da fare, e se non ce l’hai ti guardi bene dal procurartelo, il buco nel petto è una cosa orribile, però solo da lì puoi vedere il mondo com’è veramente.

Il buco nel petto causato dal cecchino di cui parla Sinisi che, a caso nell’universo, si fissa su un punto, spara, e lascia per sempre una ferita viva e aperta nel corpo che viene colpito, assomiglia molto al concetto di culto intorno cui si aggregano gli uomini. Il mistero della fede può essere capito solo da chi condivide la ferita di aver accettato il peso di quel mistero da cui, però, si ha l’accesso esclusivo alla conoscenza del mondo “com’è veramente”. Allo stesso tempo, per comprendere Dio bisogna avere la sua “stessa temperatura”, ossia essere tutti Pirjeri Ryynänen per almeno un giorno della vita e vedere con chiarezza di essere esattamente ‒ come diceva Feuerbach ‒ talmente identici a Dio da poter finire, un giorno, a caso, designati come suoi sostituti.

Più in generale, negli ultimi anni si è reso evidente il bisogno, attraverso la letteratura e il cinema, di guardare il nostro mondo dall’alto, da fuori, da sopra. Lo confermano il successo straordinario di Orbital (2023) di Samantha Harvey, un viaggio astronomico ed esistenziale capace di far amare la Terra proprio nel momento in cui la si guarda da lontano; ma anche l’entusiasmo per Il Dio dei nostri padri (2024) la rilettura contemporanea di Aldo Cazzullo delle principali vicende bibliche. Forse è questo il filo rosso che accomuna Paasilinna agli esempi appena citati: rendere Dio un uomo è un modo per rendere altro gli uomini e, in quella dimensione altra, provocarli sulla conoscenza di sé e auspicare lo sviluppo di una coscienza più umana e una bontà talmente possibile da essere divina. È come se questi esempi cercassero di rendere tridimensionale il gioco a due dimensioni di Flatlandia, il capolavoro di Edwin Abbott del 1884: in quel caso gli enti geometrici, guardando dal proprio universo una dimensione diversa dalla propria, scoprivano la relatività e conoscevano con più coscienza le regole del proprio mondo.

La provocazione di Abbott con Paasilinna si incarna nell’uomo-divino e cerca, con l’umorismo e con la leggerezza di cui è capace, di far vestire a tutti i lettori i panni di Dio, giocare tutti a essere Dio per riuscire davvero a guardare dall’alto il nostro mondo, i nostri simili, le altre specie e ‒ forse ‒ diventare migliori di come, ciechi e indifferenti, siamo sempre più destinati a diventare. Un gruista in paradiso riassume tutti i tentativi letterari di dare forma alla filosofia di Simone Weil quando, nel saggio La persona e il sacro, esordisce con: “‘Lei non m’interessa’. Un uomo non può rivolgere queste parole a un altro uomo senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia”. Pirjeri Ryynänen nel suo periodo da Dio non può dire “lei non m’interessa” e questa forzatura gli impedisce di essere crudele e ingiusto.

Rendere Dio un uomo è un modo per rendere altro gli uomini e, in quella dimensione altra, provocarli sulla conoscenza di sé e auspicare lo sviluppo di una coscienza più umana e una bontà talmente possibile da essere divina.
Rovesciando quest’ultima affermazione e molto di quanto detto fino a questo punto, si potrebbe dire che Un gruista in paradiso, mettendo un uomo qualsiasi al posto di Dio, intende dimostrare anche l’assoluta pochezza, superficialità e imperfettibilità della divinità. Non solo perché si accontenta di far scegliere ai suoi funzionari l’uomo che ha rivolto al cielo la preghiera più interessante nella settimana del suo piano di fuga, ma anche e soprattutto perché se ‒ anche solo per un periodo ‒ Dio è un uomo, allora nei compiti e nelle azioni divine non potrà assolutamente esserci nulla di perfetto e giusto. L’essere umano, infatti, anche il migliore fra essi, non sarà mai solo perfetto e giusto, tanto che verso la metà del romanzo Pirjeri, prendendo atto della sua posizione e dell’operato di chi lo ha preceduto in paradiso, affermerà: “come si è visto nel corso dell’evoluzione umana, neanche un Dio esperto è esente da fallimenti nel processo creativo”. Quel fallimento nella creazione cui si riferisce Pirjeri è la specie umana e se ‒ assecondando il cortocircuito che si crea nella religione guardandola dalla prospettiva di Feuerbach ‒ Dio può essere solo un uomo, allora ammettere un errore sugli uomini vuol dire ammetterlo su sé stesso.

Cos’è, allora, che rende divino un Dio? Nel romanzo di Paasilinna Pirjeri Ryynänen viene posto a capo del paradiso da un’urgenza estemporanea che ‒ forse a causa del suo rapporto ravvicinato con il cielo, lavorando in cima alle gru ‒ lo fa notare da Gabriele e Pietro. Il suo merito? Aver chiesto, in un’intenzione di preghiera, che la sua compagna fosse diversa per non dover litigare così spesso con lei.

Feuerbach dedica larga parte del suo trattato filosofico-religioso a chiedersi cosa renda divino il Dio dei cristiani. In un passaggio conclude che, nel Cristianesimo, non è il soggetto a essere divino, bensì il suo attributo. Ossia, dire che Dio è Dio rende automaticamente quel soggetto un soggetto divino: ecco in che modo Arto Paasilinna ha potuto rendere Pirjeri Ryynänen Dio. “Se ‒ per dirla con Feuerbach ‒ è pacifico che l’essere o il soggetto riposa unicamente nelle qualificazioni, ossia che l’attributo è il vero soggetto, resta anche dimostrato che se gli attributi divini sono attributi della natura umana, il loro soggetto, Dio, è pure un essere umano”. Quelli che Feuerbach chiama attributi, ossia le qualità che gli uomini attribuiscono a Dio, dice il filosofo che appartengono alla gamma di infinite possibili qualità umane, perché sono gli uomini a descriverle, pensarle, ammirarle e quindi attribuirle a Dio ‒ rendendo maiuscola la lettera “d”. Di conseguenza se le qualità di Dio sono umane e ciò che le rende Dio sono le sue qualità, allora Dio è uomo. Così anche un gruista qualsiasi, Pirjeri nel nostro caso, può diventare con i suoi attributi tanto divino quanto Dio.

Si potrebbe anche dire che Un gruista in paradiso, mettendo un uomo qualsiasi al posto di Dio, intende dimostrare anche l’assoluta pochezza, superficialità e imperfettibilità della divinità.
L’arbitrarietà dell’elezione di Dio è anche la caratteristica del culto e del sacro che più si sintonizza con le esperienze contemporanee di cui parlavo poco fa. Tornando al libro di Sinisi, infatti, in Il prodigio è presente una latente ma costante riflessione sulle tante religioni che possono condizionare la vita di un uomo, gli infiniti dei che ognuno di noi ha per la propria vita. Addirittura il protagonista, un prete di nome don Luca, innamorato di una giovane donna problematica, dirà di usare per Marta il linguaggio “che non ho mai azzardato per nessun elemento della Trinità”. E confermando quella connessione fra il sacro e il turbamento che Pasolini affidava al sesso in Teorema, si spingerà fino a dire “ogni orgasmo, per qualche attimo, istituisce un dio”: questa è la sensibilità del mondo contemporaneo e l’abbattimento del muro invalicabile che rendeva inaccessibile la figura divina ha fatto accorgere di quante cose potrebbero costruire una religione relativizzando e sminuendo così quella cristiana. Se tutto si fa potenzialmente divino, compreso il gruista di Paasilinna, automaticamente si smaschera l’univocità e l’inaccessibilità inarrivabile di quella religione cristiana approfondita da Feuerbach.

Proseguendo su questo ragionamento, si svela anche il modo in cui Paasilinna fa la sua critica più o meno velata alla religione. Feuerbach spiega, infatti, che nonostante le caratteristiche divine siano sostanzialmente umane, la religione e la teologia, per affermarsi, hanno bisogno di instaurare una distanza incolmabile tra l’uomo e quelle caratteristiche divine. “Per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla” ‒ scrive il filosofo; Paasilinna invece contrasta questa curva inversamente proporzionale e, ponendo un gruista qualunque allo stesso livello di Dio, dà agli esseri umani la possibilità di recuperare la propria dignità divina ‒ nel senso di completa, totale e manchevole di nulla.

Perché mentre nella religione “ciò che l’uomo sottrae a sé stesso, lo gode in Dio in misura incomparabilmente maggiore”, in Un gruista in paradiso Pirjeri (e tutti gli uomini) si riappropria di quello che la storia ha sottratto all’umanità, dimostrando che gli esseri umani possono raggiungere quell’inaccessibile condizione divina – resa tale proprio dal principio dell’inaccessibilità. Ancora Sinisi, in un passo del romanzo scrive “da un giorno all’altro la gente di questa città ha alzato gli occhi al cielo e ha cominciato a desiderare”: così appare il Volto fra le nuvole di una città qualsiasi, e così la religione nasce dal desiderio e poi si installa talmente bene nella vita quotidiana da far credere agli uomini che il fine ultimo di quel desiderio sia un Dio. Il desiderio precede la divinità, questo dicono da Feuerbach a Sinisi passando per Paasilinna ‒ non viceversa.

Un gruista in paradiso è la storia di una riappropriazione culturale allora, il racconto di un Prometeo che non è stato accusato di tracotanza, ma anzi lo smascheramento della religione e il tentativo di depotenziare l’idea di Dio. Dissacrando dall’interno la figura e il ruolo di Dio, l’uomo può non temere di fare la fine di Prometeo perché sa che il frutto proibito è un’invenzione che protegge Dio dall’evidenza di essere troppo uguale all’uomo e, quindi, senza alcuno scarto che lo pone più in alto, dal non avere potere su di lui. Un tentativo di vendicare quella che Antonio Banfi, nella prefazione a L’essenza del Cristianesimo, definisce “la più grave forma di schiavitù cui l’uomo soggiace”, ossia “la schiavitù religiosa che tarpa le sue forze vitali”.

La religione nasce dal desiderio e poi si installa talmente bene nella vita quotidiana da far credere agli uomini che il fine ultimo di quel desiderio sia un Dio. Il desiderio precede la divinità, questo dicono da Feuerbach a Sinisi passando per Paasilinna non viceversa.
Perché se, come scrive Banfi, il problema sta nel fatto che questa schiavitù religiosa è “il risultato deviato e irrigidito dello slancio più generoso dell’uomo”, Paasilinna riposiziona la generosità dagli uomini agli uomini e per gli uomini. Pirjeri sa essere generoso come un Dio senza il bisogno di attribuire a un ente divino la generosità di cui l’uomo si convince di essere non all’altezza. Pirjeri non facendosi violenza e non sminuendosi davanti a Dio in un certo senso vendica tutti gli uomini che, nella religione, si sono subordinati a un’idea pensata a misura d’uomo e creata con una dinamica sabotatrice di sé stessi.

Un gruista in paradiso sta alla religione come la filosofia marxista ‒ guarda caso proprio ispirata a quella di Feuerbach ‒ sta alla schiavitù capitalista. Nel materialismo storico di Marx il processo svilente dell’uomo che Feuerbach adduce alla religione viene trasferito alle dinamiche di classe. L’alienazione della classe operaia consiste proprio nella privazione del valore umano – deposto nella forza lavoro di cui ognuno è capace ‒ che automaticamente pone la classe capitalista in una posizione di potere maggiore. Alla classe proletaria rispetto ai capitalisti manca quella stessa cosa di cui l’uomo di fede incoscientemente si priva per far esistere Dio. La pervasività del capitalismo, così come la logica subdola della religione, ha fatto sì che ‒ lo rileva Marcuse all’inizio del Saggio sulla liberazione ‒ l’uomo soddisfacendo i propri bisogni danneggia se stesso e “perpetua la sua servitù”: esattamente come l’uomo religioso, secondo Feuerbach, trovando ristoro nella religione rafforza le sue regole e aumenta il divario ‒ inesistente, come dimostra Pirjeri ‒ tra gli uomini e Dio.

Anche guardandolo dal punto di vista politico, il romanzo di Arto Paasilinna può essere visto come un tentativo di scardinare l’ordine prestabilito. Nel saggio citato di Herbert Marcuse il filosofo ripone nell’immaginazione la speranza di bloccare il cortocircuito capitalista e liberare davvero l’uomo dalle schiavitù della società in cui è immerso. Scrive che “unificando sensibilità e ragione l’immaginazione diventa ‘produttiva’ e nel mentre diventa pratica: una forza guida nella ricostruzione della realtà”. Arto Paasilinna cavalca solo e soltanto gli strumenti di quest’immaginazione politica, ribelle e antirepressiva di cui parla Marcuse e, rendendo Dio un gruista, libera gli uomini intenti a costruire la Torre di Babele dalla colpa della tracotanza e dall’inaccessibilità del cielo.

In un gioco rende un gruista, che costruisce cose stando in alto come in quel racconto della Genesi, il capo del paradiso e il gestore di tutti gli affari della Terra, e dà forma all’utopia pensata da Marcuse. Se, alla fine del romanzo, il Dio del paradiso penserà di non avere più bisogno di un supplente e, anzi, chiuderà di nuovo le porte del suo regno, sarà soltanto per confermare una delle tesi più illuminanti di Aristotele che riprende Marco D’Eramo all’inizio del saggio Dominio (2020): “i dominati si ribellano perché non sono abbastanza eguali, i dominanti si rivoltano perché sono troppo eguali”. Pirjeri rivendicherà con una piccola rivoluzione la sua legittima capacità di sostituire Dio; Dio reclamerà il suo titolo per paura che un uomo si accorga troppo di poter prendere il suo posto.

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I dubbi sul biocarburante del Kenya

U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.

Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.

Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.

Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.

Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.

Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.

Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.

Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.

Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.

Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.

Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.

Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.

La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.

Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.

Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.

Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.

“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.

La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.

Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.

Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.

Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.

Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.

Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.

L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.

Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.

L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.

Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.

Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.

Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.

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Sacro o sacrificabile

L a Val d’Orcia è uno di quei luoghi che riconosciamo prima ancora di averli visti. Un’unica immagine: le file di cipressi sul crinale, le colline color pane, il casale isolato in fondo alla strada bianca. È l’icona per eccellenza della campagna toscana, quella che vende il Brunello e riempie i social media. Nel 2004 l’UNESCO l’ha iscritta nella Lista del Patrimonio mondiale come paesaggio culturale, per i criteri quarto e sesto: il ridisegno del paesaggio secondo gli ideali di buon governo e l’influenza sui pittori senesi del Rinascimento. Il testo attraverso il quale viene presentata contiene già la contraddizione che quel riconoscimento alimenta.

La Val d’Orcia è un eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel Rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo nei secoli XIV e XV della città-stato italiana e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione.

Ridisegno. La motivazione che consacra il territorio lo definisce esplicitamente un artefatto: un territorio “riscritto” dall’uomo per rappresentare un’idea politica, quella della città-stato senese e del suo governo.

La cartolina che non c’era
L’antropologo Mariano Fresta, in “La Val d’Orcia: ovvero l’invenzione di un paesaggio tipico toscano” uscito su Lares nel 2011, ha definito quelle motivazioni “arbitrarie e inventate”. La sua lettura poggia su una storia documentata. Fino agli anni Trenta del Novecento la Val d’Orcia era tutt’altro che il dolce paesaggio mezzadrile che conosciamo: una distesa argillosa di calanchi e biancane, quasi disabitata e improduttiva, un deserto di crete che i viaggiatori del Grand Tour attraversavano con sgomento. Nel 1739 il “Presidente” De Brosses vi vedeva scheletri di roccia calcinata senza un filo di verde; l’anno dopo il poeta Thomas Gray parlava di colline orrende e inutili. Ancora nel 1924 Iris Origo, arrivando alla Foce, trovava un paesaggio lunare e disumano, arido come un deserto.

Quella bellezza che oggi consideriamo eterna è un prodotto del Novecento. A partire dal 1929 il Consorzio per la trasformazione fondiaria della Val d’Orcia avviò l’opera, proseguita per tutto il secolo a colpi di mine e di ruspe: i calanchi vennero spianati, le biancane arrotondate, i corsi d’acqua imbrigliati, la valle resa finalmente coltivabile. Fu una bonifica guidata da grandi proprietari, il marchese Antonio Origo tra i primi, pensata per una conduzione mezzadrile. Il paesaggio ameno di oggi è giovanissimo: circa un secolo.

La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.
Persino l’immagine più fotografata della Toscana, la strada bianca che sale a tornanti fiancheggiata dai cipressi, appartiene a quella stagione. La compose, negli anni Venti e Trenta, la cerchia degli Origo con l’architetto inglese Cecil Pinsent, per collegare i poderi appena bonificati e per evocare deliberatamente la pittura senese del Trecento, gli affreschi del Buon governo che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1338. La motivazione dell’UNESCO chiama “rinascimentale” quel ridisegno e colloca la Scuola senese “durante il Rinascimento”. Sbaglia l’epoca due volte: il ridisegno vero è del Novecento; la Scuola Senese di Lorenzetti è del Trecento, tardo Medioevo, un secolo prima del Rinascimento che semmai annuncia.

Il rapporto va dunque corretto: un artefatto del Novecento è stato disegnato per assomigliare a dipinti trecenteschi. Il “buon governo” citato nella motivazione è l’ispirazione per un diorama a grandezza naturale, la ricostruzione moderna di un affresco del 1338. Il vincolo del 2004 ha congelato questa immagine costruita e l’ha dichiarata natura originaria. La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.

Il paesaggio come sedimento di decisioni
Proviamo a partire da più lontano. L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. Anche i cacciatori-raccoglitori modellavano l’ambiente, soprattutto con il fuoco: le bruciature a mosaico aprivano radure, orientavano la fauna, ridisegnavano la vegetazione. In questo senso, non c’è un paesaggio vergine da difendere, perché il territorio porta impronte umane da molto prima dell’agricoltura.

L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, proprietà.
Ciò che cambia con l’agricoltura stanziale è, in realtà, la tipologia di impronta. Il foraggiatore riplasmava un ecosistema che restava “mobile” e ne regolava l’accesso in forme molto varie, da territori difesi a confini fluidi, spesso senza alcuna nozione di proprietà della terra. L’agricoltore sedentario recintava, misurava, possedeva e trasmetteva: imponeva al suolo una forma stabile, parcellizzata, ereditabile. Da allora, ogni paesaggio porta inscritta una divisione della terra e un rapporto di potere. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, forma della proprietà.

Che il paesaggio agrario sia storia sedimentata, stratificata, lo aveva argomentato Emilio Sereni nella sua Storia del paesaggio agrario italiano, del 1961. Per Sereni ogni configurazione del territorio coltivato è la traccia leggibile di un modo di produzione, di un regime di proprietà, di una divisione del lavoro. La disposizione dei filari, la forma dei campi, la rete dei sentieri raccontano chi possedeva la terra e chi la lavorava. Il paesaggio è pertanto un documento e va decifrato come tale, più che contemplato. Nello stesso anno, Lucio Gambi pubblicava la sua Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, un testo radicale. Gambi contestava l’idea stessa di “paesaggio” come categoria scientifica neutra, perché quella parola tende a naturalizzare ciò che è sociale: trasforma i rapporti di potere e di classe in una forma estetica autoevidente, in un panorama.

La conseguenza è che chiamare paesaggio un assetto del territorio significa già sottrarlo alla domanda su chi lo ha voluto e a vantaggio di chi. Vent’anni dopo, Eric Hobsbawm e Terence Ranger davano un nome al meccanismo generale con The Invention of Tradition, del 1983. La loro tesi riguardava riti, bandiere e cerimonie presentati come antichissimi ma in realtà costruiti a tavolino nell’Ottocento industriale.

Nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.
Il procedimento che descrivono è valido, però, anche per i luoghi. Si sceglie un frammento del passato, lo si dichiara autentico e originario, lo si sottrae al tempo. La tradizione inventata infatti funziona anche perché nasconde la propria data di nascita.

Mettendo insieme le tre lezioni si ottiene una chiave interpretativa interessante: nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.

Attenzione: questa non è una raffinatezza da specialisti. È la premessa che rende comprensibile tutto ciò che accade oggi quando il territorio diventa terreno di scontro tra chi vuole tutelarlo e chi vuole trasformarlo. La stessa lettura circola in un fronte vivo di studi, le environmental humanities, che ha uno dei suoi centri nel Rachel Carson Center di Monaco. L’antropologo Paolo Gruppuso, sulle paludi pontine, mostra come perfino la tutela della natura possa diventare spossessamento. Con un’avvertenza: il territorio è oggetto delle nostre decisioni e insieme un soggetto che reagisce.

Lo stesso territorio, due sguardi
C’è un’inconscia simultaneità dei due atteggiamenti. Guardiamo la stessa area geografica in due modi opposti e li teniamo insieme senza avvertire la contraddizione. Da un lato il territorio è opera d’arte: intoccabile, sacro, da proteggere da qualsiasi intervento come si protegge un affresco. Dall’altro è supporto: materia grezza, superficie disponibile, riserva di risorse da mettere a reddito. La stessa collina può essere l’una o l’altra cosa a seconda dello sguardo e delle intenzioni.

Il dibattito italiano sulla transizione è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato.
La parola che tiene insieme i due punti di vista, permettendo di passare dall’uno all’altro senza dichiararlo, è “naturale”. Definire naturale un pezzo di mondo produce due effetti in un colpo solo. Se quel territorio è naturale nel senso di prezioso e incontaminato, ogni trasformazione diventa profanazione. Se è naturale nel senso di grezzo e non ancora valorizzato, ogni trasformazione diventa progresso e modernizzazione; una messa a frutto di ciò che altrimenti resterebbe inerte. In entrambi i casi la parola svolge la stessa funzione: elimina le domande su chi abbia stabilito la condizione di quel luogo e perché.

Al di là della curiosità intellettuale, l’ostacolo è concreto. Il dibattito italiano sulla transizione energetica è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Chi difende un crinale dalle pale eoliche invoca il paesaggio. Chi rivendica quelle pale come necessità energetico-climatica accetta implicitamente che il paesaggio sia un costo da pagare. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato, con confini stabiliti da qualcuno prima e altrove.

La domanda, invece, è un’altra e riguarda chi decide quale territorio è sacro e quale sacrificabile, con quali criteri e a beneficio di chi. Spostare la questione dal cosa al chi cambia la natura del problema: da estetica a politica o, più brutalmente, dalla contemplazione al potere.

Chi firma la sentenza
In Italia esiste una macchina amministrativa che decide materialmente quale suolo sia idoneo a ospitare un impianto e quale no. È la procedura di individuazione delle aree idonee e non idonee per le fonti rinnovabili, il cuore del permitting. È lì che si vede all’opera, in forma di norma, il meccanismo descritto finora. Il criterio con cui un’area viene dichiarata idonea continua a essere, dopo anni, geometrico prima ancora che qualitativo. La legge di conversione del decreto sulle aree idonee, la n. 4/2026, che ha riscritto la materia dentro il Testo unico sulle rinnovabili (d. lgs. 190/2024), impone alle Regioni fasce di rispetto misurate a compasso: tre chilometri dai beni tutelati per gli impianti eolici, cinquecento metri per il fotovoltaico. Fissa una quota massima di terreno agricolo utilizzabile. Esclude in blocco interi insiemi, come i siti UNESCO e i beni vincolati; dove l’area è idonea, invece, alleggerisce iter e controlli.

L’idoneità di un suolo non discende dalle sue caratteristiche reali, bensì dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio.
L’idoneità di un suolo non discende, dunque, dalle sue caratteristiche reali, dalla qualità agronomica, dal valore ecologico o storico di quel campo specifico. Discende dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio. L’instabilità di questi criteri ne dimostra l’arbitrarietà. Un decreto del giugno 2024 concedeva fasce di rispetto fino a sette chilometri; un anno dopo il TAR del Lazio le ha annullate. Sette chilometri o tre, cinquecento metri o mille: il confine tra idoneo e non idoneo si sposta a colpi di decreto e di sentenza, mentre il suolo su cui cade resta identico.

Le piste dell’aeroporto di Fiumicino pagano ancora oggi la storia ignorata di quel suolo: sorgono sul sedime dell’antico Stagno di Maccarese, il più grande del delta tiberino, prosciugato dalla bonifica novecentesca. Quei suoli torbosi e argillosi cedono di circa un centimetro e mezzo l’anno; da decenni le piste vanno riprofilate e ripavimentate per inseguire un terreno che sprofonda. La bonifica aveva cancellato lo stagno dalla carta ma il suolo continua a ricordarlo. Anche il territorio decide, a modo suo. Leggere la storia di un luogo prima di scegliere ha un prezzo concreto: chi salta quella lettura lo paga in cedimenti, denaro e manutenzione senza fine.

La partita giuridica degli ultimi due anni, combattuta soprattutto in Sardegna, dimostra che l’idoneità di un’area è un verdetto piuttosto che una lettura oggettiva della realtà. Nel luglio 2024 la Regione ha varato una legge che, fin dal titolo, invocava “la salvaguardia del paesaggio” per imporre diciotto mesi di moratoria a ogni nuovo impianto. Il paesaggio come scudo. La Corte costituzionale, con la sentenza 28/2025, l’ha dichiarata illegittima: una tutela che diventa divieto generalizzato contrasta con l’obbligo di diffondere le rinnovabili.

Poco dopo la moratoria, la Sardegna aveva approvato un’altra legge, la n. 20/2024, che individuava le aree idonee e non idonee classificando come non idonea la quasi totalità del proprio territorio. Anche questa è caduta. Con la sentenza n. 184/2025 la Corte costituzionale ha bocciato in gran parte quella legge, ribadendo un principio che vale ben oltre la Sardegna: la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un divieto aprioristico e assoluto di installare impianti.

La stessa logica geometrica produce un effetto analogo sul versante agricolo. Il “decreto agricoltura” del 2024 ha vietato il fotovoltaico a terra su tutti i terreni classificati agricoli, gran parte del Paese, senza distinguere il campo di pregio dal seminativo abbandonato. Il TAR del Lazio lo ha giudicato sproporzionato e lo ha rimesso alla Consulta, che si è espressa il 16 luglio dichiarandolo legittimo; nel frattempo il legislatore lo ha riproposto quasi identico. Categorie tracciate a priori, sempre indifferenti alla qualità del suolo che colpiscono. Il filo che tiene insieme la moratoria bocciata, la legge sarda sulle aree idonee, il divieto sul fotovoltaico agricolo è uno solo. In tutti questi casi “paesaggio” e “suolo agricolo” funzionano come categorie giuridiche buone a includere o escludere interi territori con un tratto di penna, prima e indipendentemente da qualsiasi esame del luogo.

La Val d’Orcia e i crinali della Basilicata
Torniamo ai due poli. Da un lato la Val d’Orcia: consacrata dal vincolo, monetizzata dal turismo e dal vino, protetta come opera d’arte e venduta come esperienza. Dall’altro i crinali della Basilicata, che i 1.567 megawatt di torri eoliche rendono la quarta regione d’Italia per potenza installata, dietro Puglia, Sicilia e Campania, secondo i dati raccolti da Legambiente nella guida Parchi del vento del giugno 2026. Un territorio consacrato e un territorio messo a reddito energetico. Occorre una concessione onesta: le pale sui crinali lucani trasformano il paesaggio davvero. Chi le difende, dicendo che non si vedono o che ci si abitua, mente o si illude. Un aerogeneratore alto come un palazzo di quaranta piani modifica lo skyline di una valle in modo irreversibile per la durata della sua vita. Il costo paesaggistico dell’eolico è reale e va ricordato.

La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.
Ma proprio qui appare l’ipocrisia del doppio sguardo. Anche la Val d’Orcia è stata trasformata dalla mano dell’uomo in modo altrettanto radicale, in tempi assai più recenti di quanto la sua aura lasci pensare. Spianare a mine e ruspe i calanchi di una valle o piantare aerogeneratori su un crinale sono due modi di “riscrivere” il territorio, entrambi novecenteschi, entrambi guidati da capitale e potere. La differenza, come spesso accade, sta tutta nel racconto: una trasformazione è stata consacrata, l’altra è additata come profanazione. Lo stesso gesto, il decidere quale forma imporre al territorio e chi ne pagherà il prezzo, può significare tutela o condanna.

Già uno studio della Fondazione Tagliolini con l’Università di Pisa, nel 2011, raccoglieva le voci di agricoltori della valle che, davanti a un grano duro sempre meno redditizio, avrebbero voluto installare pale e pannelli nei propri campi e si trovavano bloccati in un territorio che uno di loro definiva “ingessato”. La domanda di rinnovabili affiorava anche qui; a mancare era l’idoneità. La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.

Chi conosce la storia della bonifica dell’Agro Pontino ritrova qui lo stesso schema novecentesco. Le paludi a sud di Roma erano un latifondo di proprietà esclusiva. I pochi che vi abitavano vivevano di concessione ed elargizione dei padroni, lontano da qualsiasi Eden di beni comuni. La modernizzazione che le “riscrisse” fu prima un progetto dell’Italia liberale: l’intuizione elettrofinanziaria di un imprenditore lombardo, Gino Clerici, che molto prima del fascismo immaginò di prosciugare quelle terre e di fondarvi una città, proprio dove sarebbe poi sorta Littoria. Quel disegno divenne, in altre mani e con altra bandiera, la bonifica integrale del regime, che costruì le città nuove e si intestò la paternità dell’idea. In entrambe le stagioni la posta era la stessa: trasformare un territorio a vantaggio di chi ne aveva i mezzi, mentre a lavorarlo arrivavano operai e coloni-mezzadri da lontano, su terre non loro.

La rimozione funziona anche al contrario. Oggi quelle paludi vengono rimpiante in televisione come “la nostra Amazzonia”, foresta selvaggia cancellata dal cemento. Dietro quella natura perduta spariscono di nuovo il latifondo e i suoi concessionari. Con una beffa: neppure l’Amazzonia è natura vergine, plasmata com’è da millenni di presenza umana. Lo stesso vale per la wilderness americana: Yosemite e Yellowstone, icone della natura vergine, sono paesaggi costruiti espellendo le popolazioni native che li abitavano, come ha argomentato William Cronon. La bonifica pontina, la consacrazione della Val d’Orcia e il sacrificio dei crinali lucani sono, in questo quadro, una cosa sola.

Il paesaggio come alibi nella transizione
Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica. Perché il doppio sguardo rende “paesaggio” una parola-alibi: uno strumento retorico che seleziona ciò che merita indignazione e ciò che merita silenzio, secondo criteri mai dichiarati. Si invoca il paesaggio per fermare l’impianto che non si vuole vedere e lo si ignora davanti all’autostrada, al capannone, al villaggio turistico, al ponte che già occupano o occuperanno lo stesso orizzonte.

Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica.
Finché il dibattito resta impigliato nell’alternativa tra tutelare e trasformare, vince sempre chi ha ottenuto il vincolo o scritto la norma: il confine tra il sacro e il sacrificabile è tracciato a monte, da chi ha peso economico e culturale sufficiente per farlo. Restituire al tema il suo centro, ricordare che si tratta di una questione di potere sul suolo prima che di estetica, non risolve il conflitto tra energia e paesaggio. Lo sposta però sul terreno giusto. Prima di stabilire se un luogo sia intoccabile o sacrificabile andrebbe letto: ricostruite le trasformazioni che lo hanno reso ciò che è, riconosciuto chi le ha volute e a chi sono servite. Interpretare un territorio, prima di giudicarlo, è già togliergli la maschera della natura. Ed è allora che possiamo porre la domanda vera: quale interesse ha deciso che quella valle valesse più di un crinale, quando lo ha deciso e chi ci ha guadagnato.

Consacrare una valle e sacrificare un crinale sono lo stesso gesto, anche a un secolo di distanza.

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"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
 

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Maiorino (M5s): "Renzi? Ci va bene in coalizione. Ma stop alle armi a Kyiv"

"Matteo Renzi ha un passato di continui defilamenti da accordi presi, per cui è il suo curriculum che parla per lui. Ma io personalmente sono disponibile a rivedere certe posizioni". Alessandra Maiorino, senatrice del M5s, apre timidamente al leader di Italia viva: novità più che sorprendente per un partito che per l'ex premier ha sempre mostrato diffidenza. “Non lo vorrei, non si condivide una linea politica e non ci si può fidare, l’ha dimostrato in mille occasioni”, diceva a gennaio Riccardo Ricciardi, presidente del gruppo del M5s alla Camera. Complice il successo referendario, gli animi si distendono e si cerca di fare fronte comune: "C'è un pericolo che incombe a livello globale – dice oggi Maiorino – cioè questa destra nera, suprematista, ultraconservatrice, che è qualcosa veramente da rispingere con tutte le forze". Renzi compreso.

                               

Per farlo occorre estendere il raggio d'azione al massimo. "Noi vogliamo fare un programma e intercettare anche quell'elettorato che alle politiche non è andato a votare. Così come gli elettori progressisti e i giovani – spiega la senatrice –. Ma certamente qualunque persona di buon senso che possa guardare a noi con interesse, anche di centrodestra, è benvenuta".

Proprio sul programma, però, si prevedono già gli attriti più forti. Specialmente sulla politica estera. Il vicepresidente del M5s Stefano Patuanelli ha dato il là: "Con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina". Posizione "in coerenza" con la posizione del partito, secondo il leader Giuseppe Conte, oltre che per Maiorino: "Questo conflitto si trascina ormai da oltre 4 anni. È necessario trovare una soluzione diplomatica, e penso che qualunque persona di buon senso possa convenire sul fatto che adesso bisogna dire basta all'invio di armi", dice la senatrice, fiduciosa anche che nel campo largo ci sia possibilità di creare una linea comune anche su questo. Dal fronte riformista del Pd, la linea è abbastanza chiara: "Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione", ha scritto su X il dem Filippo Sensi. Maiorino relativizza: "Patuanelli è stato molto netto, ha lanciato una provocazione consapevolmente e gli hanno risposto in maniera altrettanto netta, ma fa parte del gioco delle parti". Mentre la segretaria Elly Schlein si scanza dall'imbarazzo buttando la palla in tribuna: "È difficile essere più divisi di questo governo sulla politica estera che ha tre posizioni distinte. Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto: non partiamo da zero", ha detto su su La7. 

Oltre alla fiducia c'è il dato secco e freddissimo dei numeri. I sondaggi premiano Conte come il candidato più competitivo in vista delle primarie. "Su tanti argomenti l'ultima parola dovrebbe essere del partito che ha un'attrattività maggiore. Italia viva non è fra questi", spiega dati alla mano Maiorino. L'auspicio, però, è sempre quello di trovare una sintesi tra tutte le varie forze comuni: "Io temo non si possa fare altrimenti – conclude Maiorino  –. Anche con Renzi e nonostante Renzi: ho sempre fiducia che le persone possono cambiare, poi vengo puntualmente delusa, però è una fiducia incrollabile", 

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Il (neanche troppo) sottile legame tra la legge elettorale e le primarie del centrosinistra

Il destino della leadership di centrosinistra in vista delle elezioni politiche del 2027, in parte, dipende anche da Giorgia Meloni. Uno dei punti più importanti della nuova legge elettorale, lo Stabilicum, prevede per le coalizioni l'indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale. Il che, nel caso del centrodestra, pone ben pochi problemi: la leadership della premier Meloni, nonostante lo sconquasso degli ultimi giorni, non è in discussione. 

Più complicata è la situazione del campo largo, dove le primarie di coalizione per scegliere chi andrà a Palazzo Chigi in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche sono ancora oggetto di discussioni interne. Poco dopo che il risultato del referendum era ormai consolidato, il leader del M5s Giuseppe Conte si era precipitato in conferenza stampa per festeggiare la vittoria e comunicare la sua disponibilità per le primarie. La risposta della segretaria del Pd Elly Schlein era stata inizialmente positiva, salvo poi fare un piccolo passo indietro: "Le primarie non sono una nostra priorità". Una frenata che nasconde una nuova consapevolezza: ma davvero il centrodestra riuscirà a portare a compimento la nuova legge elettorale?

Se così non fosse le primarie non sarebbero più un obbligo. Lo ricordava oggi in un'intervista a Repubblica il sindaco di Roma Roberto Gualtieri: "Dopo che gli italiani hanno bocciato in modo così netto l'idea che si possano cambiare le regole a colpi di maggioranza sarebbe un atto di protervia insistere su quella proposta (la legge elettorale, ndr), che non interpreta lo spirito del paese. Una strada sbagliata, non ci riusciranno". Un'ipotesi che sembra avere più di qualche argomento a suo favore, considerato l'aria che si respira al momento dentro il governo. Il ragionamento di alcuni esponenti di centrosinistra appare dunque chiaro: senza legge elettorale, non c'è bisogno di fare le primarie. E se non c'è bisogno di fare le primare, tanto vale cominciare a prendere una posizione che non le censura ma di certo non le idolatra. 

 

La segretaria del Pd però puntava sullo strumento primarie per avere la garanzia, attraverso l'acclamazione popolare, di essere la candidata premier del campo largo. Senza che i caminetti tra i maggiorenti dei partiti (compreso il suo) potessero dopo il voto invocare un "federatore" o "un papa straniero". E però ci sono almeno due cose che l'hanno convinta che questa non sia la strada giusta. Da un lato i sondaggi che in un confronto diretto tra lei e Conte danno per favorito il capo del M5s. Dall'altro alcuni dirigenti del partito che stanno sposando la sua linea: senza primarie il candidato premier sarà il leader del partito più votato. E in questo caso è molto difficile pensare che quel partito non sia il Pd. Insomma, Schlein teme manovre di palazzo (tra i due litiganti, lei e Conte, potrebbe saltare un terzo nome), ma in questo momento evitare le primarie sembra comunque per lei uno scenario più sicuro. Per Conte, invece, la strada delle primarie è l'unica che può consentirgli di contendersi con Elly Schlein la leadership. 


Ma tornando alla maggioranza: la discussione sulla legge elettorale in commissione Affari costituzionali alla Camera è stata calendarizzata per il 31 marzo, ma la strada che porta all'approvazione del testo è tutt'altro che spianata. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, per il governo le cose si sono fatte difficili e le acque non si sono ancora calmate dopo le dimissioni degli ultimi giorni. Il primo atto che farà partire l'iter della nuova legge elettorale passa dall'adozione di un testo base proposto dalla maggioranza. Ma già dal primo passo si sono presentati alcuni ostacoli, con vari esponenti di centrodestra che non hanno escluso "una valanga di emendamenti".  A ribollire è in particolar modo la Lega. Massimiliano Fedriga, presidente leghista della regione Friuli-Venezia Giulia, ha già delineato tre elementi che devono necessariamente essere presenti nel testo: "Il diritto della maggioranza di governare, la tutela delle opposizioni e la rappresentanza dei territori. Poi si possono usare strumenti diversi, ma l’equilibrio tra questi fattori è fondamentale. Fare leggi per convenienza politica, invece, porta sempre a risultati negativi”. In generale, (come abbiamo raccontato qui), dal Carroccio arrivano più lamentele che altro. "Ci vorrà un sacco di tempo per presentare i nostri emendamenti", ha detto un esponente della Lega. Mentre un altro ha posto problema differente: "È una riforma che non porta consenso".  Anche da Forza Italia, il clima non favorisce la collaborazione. I forzisti proveranno infatti ad aprire la discussione, ad abbassare il premio di maggioranza e a eliminare il ballottaggio. “Io penso che una nuova legge elettorale sia necessaria però bisogna anche dialogare con le opposizioni”, ha detto invece il viceministro della Giustizia in quota FI Francesco Paolo Sisto. Insomma, le divergenze non mancano. Se a questo si aggiunge il dossier sulla guerra e i rincari energetici che mettono in difficoltà l'esecutivo, la legge elettorale appare come un lido irraggiungibile. Almeno in tempi brevi. Inoltre sullo sfondo c'è la possibilità delle elezioni anticipate, che sbarrerebbero la strada alla legge elettorale e che metterebbe in difficoltà il campo largo

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Meloni punta a scavalcare il Cav. per l'esecutivo più longevo della storia della Repubblica

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.

 

Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).

 

Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.

 

 

Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

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Prove di campo largo. Le stoccate di Sensi (Pd) a Patuanelli (M5s) su Kyiv e l'incognita primarie

È durata una manciata di ore la pace all'interno del campo largo. Il palco post vittoria del referendum sulla giustizia con Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, prometteva finalmente un'unione di intenti precisa e spedita verso le elezioni politiche del 2027 per battere Giorgia Meloni e la coalizione di centrodestra. Ma le dichiarazioni di Stefano Patuanelli hanno riacceso lo scontro. "Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all'Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione", ha detto ieri a Radio24 il senatore e vicepresidente del M5s. Il che, dopotuttto, non è affatto un mistero. Sia nel parlamento italiano che in quello europeo, la linea pentastellata è stata sempre netta sull'interruzione del sostegno a Kyiv. Una posizione che però non è passata inosservata. Filippo Sensi, senatore del Pd, ha risposto poco dopo con un post su X: "Patuanelli crede che 'ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina'. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione". Anche qui, in realtà, nessuna verità rivelata che non si sapesse già. Il senatore dem ha sempre sostenuto l'aiuto incondizionato al popolo ucraino, così come il Pd stesso, che ha sempre votato favorevolmente all'invio degli aiuti militari in Ucraina. 

Anche Carlo Calenda, leader di Azione, ha commentato la vicenda: "Ecco, Patuanelli l'ha detto. Il campo largo al governo è uguale a 'no aiuti militari' all'Ucraina. Per Azione il primo punto è 'continuare a sostenere militarmente l'Ucraina'. Sipario".

Un battibecco che ha dovuto far intervenire la segretaria dem Elly Schlein. "Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto", ha detto.

 

Il punto è che al di là dei festeggiamenti e dei sorrisi di rito, l'unità e la credibilità della coalizione che sfiderà l'attuale maggioranza sono messe alla prova da posizioni spesso incociliabili, soprattutto in politica estera. Il punto lo ha colto Luigi Marattin, segretario del partito Liberaldemocratico: "C'è una cosa che non capisco. Ma come fanno questi di Pd e M5S anche solo a pensare di poter governare insieme l'Italia?!". Ma trovare una quadra sul programma non è più semplice della scelta del leader che guiderà la coalizione e che in caso di vittoria alle elezioni andrà a Palazzo Chigi.

 

Subito dopo gli exit poll che ormai davano per fatta la vittoria del No alla riforma Nordio, il leader del M5s Giuseppe Conte in conferenza stampa aveva parlato di primare di coalizione, aprendo alla possibilità di correre insieme alle altre forze politiche e allo stesso tempo inviando un messaggio a chi voleva seguire il modello centrodestra: chi prende più voti, guida la coalizione. Un richiesta che non è casuale. Dai primi sondaggi, il quadro mostra che Conte avrebbe più possibilità di vittoria di Schlein, che comunque aveva inizialmente risposto positivamente all'invito. Ieri la segretaria dem a La7, ospite della trasmissione Piazza Pulita, ha voluto comunque ribadire che "oggi le primarie non sono la nostra priorità. Se ci chiudiamo in un dibattito politicista tra di noi tradiamo le aspettative di chi ha votato". Ma il dibattito andrà affrontato, soprattutto perchè il tempo stringe e non è escluso lo scenario di un voto anticipato, che allontenerebbe l'ipotesi delle primarie e costringerebbe i leader del campo largo a sciogliere tutti i nodi in tempi brevi. Forse lo scenario peggiore per tutta la coalizione. È in questo contesto che si inserisce l'appello di Schlein: "In qualunque momento si voterà è nostro dovere farci trovare pronti".

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La stagione di “Open to meraviglia” non è finita. Strascichi estetici della gestione Santanché

Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.

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La stagione di “Open to meraviglia” non è finita. Strascichi estetici della gestione Santanché

Se pensate che gli strascichi estetici della gestione del ministero del Turismo da parte di Daniela Santanché si limitino al solo brutto accrocchio in AI della Venere di Botticelli sulla quale, dopo le dimissioni della ministra, vanno fiorendo meme ulteriormente manipolati e, duole dirlo, tutti meglio riusciti della famigerata pupazza della campagna pubblicitaria a favore del turismo di massa (Afrodite che sloggia carica di Birkin false, Afrodite in jeans con il trolley e lo scatolone) è perché non vi siete accorti degli atroci lasciti linguistici del claim “open to meraviglia”. Molto più pervasivi e invasivi e, temiamo, lenti a scomparire perché, come noto, nulla mette più radici del kitsch. Solo nelle ultime settimane, in settori che si vorrebbero eleganti per definizione, belli per missione e originali per forza, sono stati concepiti due messaggi che probabilmente avrebbero mandato ai pazzi il nostro indimenticato prof Tullio De Mauro, ma sicuramente fanno molto ridere. Al Cosmoprof worldwide, la fiera della cosmetica in svolgimento in queste ore a Bologna, il titolo della presentazione di riferimento è stata ricalcata sullo stesso modello lessicale dell’era-Santanché, la strizzatina d’occhio compiacente all’ italiese del manager medio (“This is bellezza, la forza di un’industria che cresce”), ma per il mese prossimo, certamente meno grave ma sempre sullo stesso filone, arriva “A matter of Salone”, si suppone inteso a valorizzare presso il pubblico internazionale quell’appuntamento che occupa militarmente la città e che gli stranieri ormai definiscono, con una locuzione sbrigativa ma molto efficace, “design week”. Convincerli ad usare la definizione originaria di Salone del Mobile, un progetto nato nell’epoca del boom economico, è opera meritoria, purtroppo destinata al fallimento. Le parole hanno una forza propria che la forza stessa non conosce. Per questo, andrebbero evitati gli accrocchi.

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Giovinezza, giovinezza. Le truppe di Marina Berlusconi, le vecchie nuove leve di Forza Italia

In Italia la giovinezza è un valore eterno, il che è già di per sé una contraddizione degna di nota. L’ultima conferma viene da Forza Italia, che ha deciso di rinnovarsi su invito di Marina Berlusconi. A tradurre ieri in pratica il giudizio estetico della figlia del Cavaliere è stato Claudio Lotito, sessantotto anni, proprietario della Lazio, parlamentare noto ai colleghi per la vivacità con cui ha animato i lavori d’Aula, almeno nei momenti in cui non si appisolava. Lotito ha raccolto le firme di quattordici senatori per rimuovere Maurizio Gasparri dalla presidenza del gruppo: troppo vecchio, troppo consumato, da troppo tempo lì. Il sostituto è Stefania Craxi, classe 1960, figlia di Bettino, in politica dal 2006. Lei prende il posto di Gasparri, e diventa capogruppo. Gasparri prende il posto di lei, e diventa presidente della commissione Esteri. La ventata di novità è percepibile.

 

L’Italia, si sa, ha con il novismo un rapporto che i clinici chiamerebbero collusivo. Tutto cominciò con una canzone dal seguito oceanico che non prometteva libertà né prosperità ma giovinezza, e giovinezza dava. Da allora il ritornello non si è mai fermato. Renzi lo riscoprì a Firenze, ci costruì sopra una carriera a Roma, e invecchiò anche lui, come fanno tutti, rottamatori compresi. Il talento, del resto, non dipende dall’età ma dalla persona. Longanesi diceva che giovani non si nasce ma si diventa, e Croce sosteneva che l’unico dovere del giovane è invecchiare.

 

Marina Berlusconi probabilmente li ha letti entrambi, Longanesi e Croce, ma ha tratto conseguenze selettive. E infatti una mente maliziosa potrebbe osservare che la stessa Marina, che chiede facce nuove in Forza Italia, è la presidente di una holding che gestisce televisioni nelle quali il concetto di novità viene applicato con una parsimonia che rasenta la virtù cardinale. “La Ruota della Fortuna” è tornata in onda con il medesimo scricchiolio di sempre: fu inventata in un’epoca in cui la televisione commerciale era essa stessa una novità, il che le conferisce lo status di reperto. Gerry Scotti sorride dagli schermi Mediaset da quarant’anni con l’imperturbabilità dei grandi monumenti e delle catene montuose. Maria De Filippi presidia da tempo immemore la prima serata con la sicurezza di chi sa che nessuno la sposterà. A riprova che non tutto ciò che è buono è nuovo, e che non tutto ciò che è nuovo è buono, e che in fondo la gente vuole vedere le stesse cose di ieri purché talvolta le si chiami con un nome diverso.

 

Sicché, alla fine, viene il sospetto che la famosa “giovinezza”, in Italia – a proposito del “giovane” Lotito che affonda il “vecchio” Gasparri – altro non sia che una patacca. Un po’ come la “Seconda Repubblica”, che non è meglio della Prima, o come la “società civile”, che ha portato al grillismo. D’altra parte la passione è trasversale, perché la patacca è – per definizione – trasversale. Anche a sinistra. Metti davanti una ragazza con le sneakers bianche di nome Elly e la piazzi sulle spalle di Dario Franceschini, che è lì da prima che le sneakers bianche esistessero. Il risultato è moderno in facciata e solido nelle fondamenta, come certi palazzi romani. Quanto al federatore nuovo, ovvero la figura fresca e inedita attorno a cui ricostruire il campo largo dopo la vittoria al referendum “dei giovani”, il nome uscito ieri sui giornali con maggiore insistenza era quello di Rosy Bindi. Giovinezza, giovinezza. Appunto.

 

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L’Ue cade nella trappola cinese

Nei giorni scorsi il maggiore generale Guo Hongtao, vicedirettore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale dell’Esercito popolare di liberazione cinese, era a Bruxelles per colloqui... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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S’è rotta l’Alleanza atlantica

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

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Il caso dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath censurata dal suo governo (c’entra Gaza)

Venezia. Elegia sudafricana in Laguna. Come nemmeno certi sceneggiatori di Netflix saprebbero fare, questa 61esima edizione della Biennale Arte di Venezia sta regalando teaser croccanti per appassionati di contemporaneo e dintorni (dintorni geopolitici, specialmente). Questa volta non c’entra la Russia, con il “Red Pavillion” della discordia tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco, ma Israele. E non solo e non tanto per la recente lettera aperta alla Biennale, finora firmata da circa 180 artisti, curatori e operatori della cultura (il più noto: Alfredo Jaar) sostenuta dalla piattaforma ANGA (che sta per Art Not Genocide Alliance) per chiedere l’esclusione di Israele dalla Biennale “mentre commette un genocidio”. Questa è notizia di una decina di giorni fa che nessuna replica istituzionale ha ricevuto: il padiglione di Israele è confermato all’Arsenale, ché lo storico spazio dei Giardini è in restauro.

Il “genocidio” però c’entra ancora, ma cambiano le coordinate geografiche. Come sempre accade quando la politica, anzi un governo, ci mette lo zampone entrando a gamba tesa in un terreno paludoso come quello dell’arte – la Biennale, poi, gioca un campionato a sé – il pasticciaccio è di nuovo servito. In sintesi: l’artista sudafricana Gabrielle Goliath (pluripremiata, si è chiusa da poco una sua personale al MoMa di NYC, già alla Biennale 2024) è stata censurata dal suo governo dopo che le era stato affidato, con grande entusiasmo, il padiglione nazionale. Bocciatura pesantissima. Poi il colpo di scena di queste ore: la sua “Elegy”, un’opera di performance art, invece si farà. Sarà esposta per tre mesi nella chiesa di Sant’Antonin nel sestiere di Castello, non troppo distante dall’Arsenale dove il Sudafrica ha il suo padiglione ufficiale (che resterà vuoto, quest’anno). Sant’Antonin è una di quelle chiese che solo a Venezia si scovano: chiusa al culto, anche se nella cappella centrale si tengono ancora delle celebrazioni, figura tra “i luoghi espositivi” della Biennale ma di fatto è ancora gestita dal Patriarcato di Venezia. Qui andrà in scena l’“elegia sudafricana”, un’opera in parte concepita da Goliath già nel 2015 per commemorare la studentessa sudafricana assassinata Ipeleng Christine Moholane. “Elegy” è composta da una serie di video dove interpreti femminili di formazione operistica emergono da uno sfondo nero e tengono una singola nota alta il più a lungo possibile, prima di ritirarsi ed essere sostituite da un’altra cantante. La versione della performance-elegia funebre concepita per Venezia commemora – recita il comunicato ufficiale – anche due donne Nama spostate e uccise dalle forze coloniali tedesche all’inizio del XX secolo, e inoltre la poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a 32 anni in un attacco aereo israeliano a Khan Younis, Gaza, nell’ottobre 2023. “In questa mostra è convocato uno spazio di incontro, una camera sacra in cui far risuonare un’opera riparatrice di amore e nostalgia”, ha detto l’artista in una dichiarazione divulgata in Italia dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano, dove è attesa a metà aprile per un’altra mostra. Ma l’opera è stata ritenuta “fortemente divisiva e polarizzante” dal ministro della Cultura sudafricano Gayton McKenzieche a gennaio scorso, dopo aver mandato una lettera in cui chiedeva una revisione, rifiutata dall’artista (“sarebbe un pericoloso precedente”, ha detto Goliath) l’ha bruscamente cancellata. E’ successo quindi – fatto già in sé clamoroso – che un ministro della Cultura ha sfiduciato all’ultimo un’artista chiamata a rappresentare internazionalmente il suo paese alla Biennale con l’accusa di una performance “correlata a un conflitto internazionale in corso che è ampiamente polarizzante” (nonostante, all’inverso, il governo precedente del Sudafrica nel 2023 avesse avviato una causa legale accusando Israele di commettere genocidio a Gaza). E poi il plot twist dell’artista che alla fine approda ugualmente in Laguna. Nota a margine: progetti come “Elegy”, in termini di realizzazione e allestimento, costano, così come costano gli affitti degli spazi. Il “padiglione sudafricano” fuori Biennale è stato reso possibile grazie a molti sostenitori e amici di Goliath, ma soprattutto grazie al generoso supporto della Bertha Foundation (organizzazione con base a Ginevra fondata dal milionario sudafricano, già ceo della Arrow Generics, Tony Tabatzik) e di Ibraaz, spazio culturale londinese della Kamel Lazaar Foundation, anche questa con sede a Ginevra, fondata da Lazaar, banchiere di investimento tunisino-elvetico.

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Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.

All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

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Pesce, carne o fusion? Oltre Delmastro, i politici si sono dati in massa alla ristorazione

Al netto della questione “Bisteccheria d’Italia”, bellissimo nome e logo, peraltro, con una costoletta tra forchetta e coltello, e al netto delle questioni giudiziarie che il ristorantino sulla Tuscolana chez Delmastro si porterà o non si porterà dietro, va detto che il caso, appunto, bisteccheria, segna anche un cambio di paradigma non solo politico ma culinario. Un tempo la questione che turbava le coscienze era dove mangiassero i politici, e si sprecavano gli articoli soprattutto nella prima e seconda Repubblica, su quali locali ospitassero a pranzo e cena i leader dei diversi schieramenti. I socialisti per esempio andavano all’Augustea o alla Rosetta per il pesce, o da Fiammetta per la pizza; i democristiani da Fortunato al Pantheon. I renziani poi piluccavano ai rutilanti localetti intorno a Piazza di Pietra, i grillini si cibavano al mesto La Base in fondo a via Cavour, vicino all’hotel di Beppe Grillo. Molti invece non ci andavano proprio al ristorante, come Berlusconi, che preferiva invitare a casa, a palazzo Grazioli, col famoso cuoco Michele (che a un certo punto mise su una pizzeria). Oggi si sa che la destra ama Romolo al Porto ad Anzio, mitico indirizzo per il pesce (amato però anche dalla sinistra gourmet, vedi Gentiloni). Ma qualcosa a un certo punto è cambiato. I politici non volevano più solo andare al ristorante, volevano andare al loro ristorante. I politici si sono fatti osti. La cosa ha ovviamente un senso, perché come diceva Boris, la ristorazione è l’unica cosa seria in Italia; e dunque non c’è ministro, viceministro, deputato semplice, che non sia ormai foodie e che non abbia, o non abbia sognato, da sé o con i suoi congiunti, il suo locale di proprietà, a Roma e non solo. Partendo dalla ex pitonessa, Santanchè come è noto insieme al compagno Kunz (talvolta d’Asburgo) hanno rilevato El Camineto di Cortina, in quello che è in fondo un quartiere di Roma. Il locale, un tempo famoso per cibi semplici come gli spaghetti alle cipolle e oggi invece per quel nuovo tipo di ristorazione cafonal con musiche altissime, durante le Olimpiadi è diventato il quartierino vip delle autorità. Ma a parte Cortina, negli altri quartieri della capitale si concentra lo sforzo e lo sfarzo culinario di lotta e di governo.

All’Esquilino per esempio l’estrema destra legata a Casa Pound ha da anni investito nel settore con trattorie e locali, bistrot di cucina francese e napoletana, anche con tavolate celebrative della Marcia su Roma.

La sinistra risponde con lo “street food” dell’assessore ai grandi eventi Alessandro Onorato, lo Hugh Grant del comune di Roma, che a un certo punto è diventato socio di “Mercerie”, locale dalle parti di Largo Argentina, “format innovativo”, recitano i comunicati, un ex negozio di stoffe (così coerentemente si degustano “praline, bottoni e lasagnette”). Anche Lorenzo Marinone, giovane del Pd in consiglio comunale, dove è presidente della Commissione Bilancio, è proprietario di non uno ma ben due locali, a Roma Nord: Petra, vicino a San Pietro, per aperitivi in giardino, e Pizzeria Fleming nell’omonimo quartiere romanordissimo. La famiglia Verdini non si è fatta guardare dietro, e il fratello della attuale fidanzata di Matteo Salvini, Tommaso Verdini, si è impegnato in “Pastation”, catena di ristoranti specializzati in pasta fresca, con sedi anche a Firenze e Londra. Fuori porta c’è invece l’agriturismo della coppia Monica Cirinnà-Esterino Montino, si presume pet-friendly, con tutta la storia dei soldi nella cuccia. E a Monteverde il mitico faccendiere e direttore dell’Avanti Valter Lavitola aprì “Cefalù” specializzato in crudi. Al Pigneto sorge l’enoteca Brillo, gestita dai figli di Albino Ruberti detto “Rocky”, erede a sua volta del ministro dell’Università primissima repubblica. Così chiamato per i modi robusti con cui si rapporta agli avversari, già capo di gabinetto di Gualtieri, Rocky fu beccato a farsi una magnata di pesce in terrazzo durante il Covid, e oggi è “city manager” di Roma Capitale.

Difficile dire se nasce prima la politica o la ristorazione, difficile pure fare una distinzione tra destra e sinistra: un tempo si sarebbe detto che la bistecca è di destra, e la pasta di sinistra, ma il “fusion bar” e l’enoteca rinforzata dove li mettiamo? Forse, a voler essere a tutti i costi sociologi, si può dire che la destra investe su ristoranti classici, appunto pasta e bistecche, la sinistra più su enoteche e street food. Ma sono distinzioni che lasciano il tempo che trovano, del resto tutto crollò nel 2018 quando uno dei punti di riferimento fortissimi della sinistra, Gianfranco Vissani, annunciò che avrebbe votato Salvini. Comunque tutto questo impegno ristorativo da parte dei politici è abbastanza una novità. Forse dipende dal fatto che ormai l’unico settore trainante e sicuro è quello. Un tempo si raccomandava del resto ai figli di studiare giurisprudenza; e i politici venivano soprattutto dal mondo delle professioni legali (quanti avvocati). Oggi, con l’intelligenza artificiale, meglio fare gli osti. Oppure perché il politico è il nuovo calciatore: un lavoro dove dopo un po’ devi smettere. E infatti i calciatori sono dei classici ristoratori dalla vocazione adulta; e se lì la fine della professione è determinata dal decadimento muscolare o dall’infortunio, qui ci sono una serie di fattori più o meno imprevedibili, dimissioni, inchieste, ciclo della politica sempre più velocizzato. O semplicemente sfiga. In ogni caso, meglio avere una cucina pronta. Per esempio un tal Sergio Battelli, grillino, al dimezzamento dei parlamentari deciso dalla riforma di qualche anno fa, disse che avrebbe aperto un chiringuito a Barcellona. “Lo chiamerò Montecitorio beach”, disse, poi non se n’è saputo più niente. Invece, vicino a Tirana, un tizio aprì veramente una “Trattoria Meloni”, dopo le frequenti visite della nostra presidente in quel paese, nel 2024. E’ tappezzata di sue foto e ha ottime recensioni online. Poi succede anche l’inverso, ci sono ristoratori che si danno alla politica, come Paolo Trancassini, di Fratelli d’Italia, la cui famiglia gestisce la trattoria della Campana dietro via della Scrofa, secondo alcuni il più antico ristorante di Roma e pure del mondo, con 500 anni di storia; adesso Trancassini si è preso cura anche di migliorare la ristorazione delle mense parlamentari. E poi c’è Riccardo Zucconi, deputato Fdi da Camaiore, proprietario e gestore di lidi e ristoranti tra cui il Gran Caffè Margherita a Viareggio, uno dei papabili tra l’altro per il posto di Santanché al ministero del Turismo. Per concludere col dessert, a Milano a palazzo Lombardia si è insediata come assessora al Turismo la Santanchè bresciana, Debora Massari, figlia del leggendario pasticcere Iginio.

In questo affollamento di bisteccherie, baretti, pizzerie, fusion o non fusion, vedendo i coniugi Trevallion, giunti a Roma l’altro giorno, lui con l’abito della festa e lei col cesto di vimini, accolti dal presidente del Senato La Russa (i cui figli avevano un locale, il Parea Bistrot, ma a Milano) in una delle scene più surreali degli ultimi anni, qualcuno avrà pensato: perché non mettono su un bel ristorantino pure loro? Km zero, biologico, non devono pensare neanche a un marchio, “La famiglia nel bosco” va già benissimo così, vabbè.

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Meloni assume l'interim al ministero del Turismo lasciato da Santanchè

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri. 

"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

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Da "prima gli italiani" a Bucarest: Salvini ora corteggia la comunità romena in Italia

Tre righe per un milioni di voti. Alla Camera va in scena il Matteo Salvini amico delle comunità internazionali. In mattinata il leader della Lega e ministro dei Trasporti ha tenuto una conferenza stampa per presentare una proposta di legge che riconosce il romeno come minoranza linguistica nazionale. "È la comunità più popolosa d'Italia", dice il vicepremier.
 

Il disegno di legge si compone di un solo articolo. Il testo è firmato dalla senatrice Tilde Minasi e dal deputato Francesco Bruzzone, entrambi della Lega. Presenti all’incontro diversi cittadini italo romeni e anche due esponenti della Lega di Prato, anche loro con doppia cittadinanza: il vicepresidente del Consiglio comunale di Prato e promotore dell’iniziativa Claudiu StanaselStefan Stanasel, presidente del Coordinamento nazionale cittadini romeni in Italia.
 

"Non è più la Lega nord", ci dice Stefan Stanasel. Entrambi gli esponenti, sentiti dal Foglio, si sono detti a favore di una proposta rilanciata dal Carroccio dell’ultimo periodo. La remigrazione: "Ma solo per gli stranieri che commettono reati gravi, non chi ruba un pezzo di pane".
 

 

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La Cina fa come la Russia

Mentre l’Unione europea s’interroga sulle fughe di informazioni verso Mosca – dopo che si è scoperto che esponenti del governo ungherese passavano informazioni al Cremlino durante i vertici europei... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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I buoni risultati di Ita: 3,2 miliardi di euro di ricavi

Ita Airwaysla compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitaliaha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.

Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

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Il potere di veto dell’Anm

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

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La via dell’Ue in un mondo in caos

 

All’incertezza economica dilagante l’Ue risponde con accordi di libero scambio. Negli ultimi mesi Bruxelles ha concluso intese commerciali con Indonesia, India, e adesso anche l’Aust... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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L’Indonesia mette “in pausa” le Forze di Pace. È una questione economica

   

Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato tra i primi leader a sostenere l’iniziativa del Board of Peace promossa da Donald Trump, ed è stato finora tra i pochi leader del quadrante asiatico e di un paese a maggioranza musulmana (il più popoloso del mondo) a essere riuscito a costruire un consenso interno su un dossier particolarmente sensibile. L’Indonesia aveva scelto di partecipare  offrendo la disponibilità a contribuire con forze di peacekeeping, ma ieri Prabowo è stato costretto a specificare che il miliardo di dollari da mettere sul tavolo per entrare nel Board of Peace non ci sarà: “Ci viene richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari”, ha detto il presidente, “ma io non ho mai detto che fossimo disposti a pagarlo”.

 

La scorsa settimana, dopo una riunione del Consiglio dei ministri, il segretario di stato Prasetyo Hadi aveva annunciato il rinvio “a tempo indeterminato” del dispiegamento del contingente di circa ottomila soldati indonesiani a Gaza, a causa “dell’aggravarsi della situazione di sicurezza nella regione”. Secondo diversi osservatori, la decisione di Prabowo di mettere in pausa il coinvolgimento nel piano di pace di Trump è legato non a un ripensamento, ma alle conseguenze della guerra in Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto l’Indonesia a una vulnerabilità strutturale: circa il 25 per cento delle sue importazioni energetiche dipende da quel passaggio. Le riserve nazionali, secondo i dati ufficiali, coprono appena 20-25 giorni di consumo. I prezzi del petrolio che aumentano e l’indebolimento della valuta si traduce in una pressione immediata sull’inflazione e pure sulla (fragile) stabilità sociale indonesiana. Prima di lanciarsi in una vera operazione internazionale di pace, il governo di Prabowo è costretto a parare i colpi di un’economia che rischia di mettere in pericolo la tenuta interna del paese. Perché nessuna architettura di sicurezza internazionale può prescindere dalla capacità degli attori coinvolti di sostenere, nel tempo, i costi della propria partecipazione.

   

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Farsi curare solo dalla Cina fa male

 

C’è un numero nel rapporto sulla competitività 2026 dell’Istat sul quale è giusto soffermarsi. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentati del 933,7 per cento. In dodici mesi, le importazioni sono passate da 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi. La spiegazione tecnica è nota: i dazi americani sulla Cina hanno deviato flussi commerciali verso l’Europa e l’Italia ne ha assorbito una quota rilevante. Ma il problema vero è un altro: cosa significa, in termini di sicurezza di sistema dipendere in misura così da un unico paese fornitore per i princìpi attivi che alimentano la produzione farmaceutica? La risposta  è scomoda. La quota della Cina sulle importazioni farmaceutiche italiane è balzata in un anno di 11,6 punti percentuali, raggiungendo il 13,4 per cento del totale. Nello stesso periodo, la quota della Germania si è ridotta di 4,7 punti. Il riequilibrio è avvenuto come effetto collaterale di dinamiche geopolitiche decise altrove, non da una scelta strategica del paese. Il rapporto colloca la farmaceutica tra i settori da monitorare per vulnerabilità strategica. Circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da paesi a rischio politico medio o alto. Paracetamolo, metformina, amoxicillina: molti dei farmaci essenziali dipendono da catene di fornitura che passano per l’Asia. Quando quella catena si inceppa – per una guerra, una crisi geopolitica, per una decisione di Pechino – il problema non è astratto. È il farmaco che manca sullo scaffale, è il paziente cronico che non trova la terapia. La pandemia aveva già mostrato questa fragilità con chiarezza brutale. I lockdown cinesi interruppero forniture in tutto il mondo. Quella lezione avrebbe dovuto tradursi in una strategia di diversificazione. In larga misura, non è accaduto. E il rapporto Istat 2026 certifica che la dipendenza dalla Cina non è diminuita. Ignorare questo campanello d’allarme sarebbe un lusso che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi.

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Una gondola con la gigantografia di Navalny a Venezia: chi dice sì alla flotilla fogliante

Sul Foglio di sabato scorso Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista hanno scritto una lettera-appello “solo per comunicare ai lettori del Foglio che il 9 maggio, a Venezia, lo stesso giorno dell’apertura del Padiglione russo alla Biennale, avremmo intenzione di affittare una gondola Uber con a bordo, in bella evidenza, una gigantografia di Navalny, assassinato dagli scherani di Putin. Chi volesse unirsi a questa modesta testimonianza a favore della libertà d’espressione e della libertà della cultura e dell’arte censurate darebbe più forza alla nostra piccola e pacifica flotilla”. Il direttore del Foglio Claudio Cerasa è stato il primo a aderire all’iniziativa (“Vengo anche io!”). Molti altri se ne sono aggiunti in queste ore scrivendo a lettere@ilfoglio.it. Ecco un primo elenco.


Caro direttore, aderisco con sollievo alla “gondola per Navalny”, proposta da Ferrara e Battista. La Biennale è per il dissenso.
Antonio Polito


Aderisco appello Pigi. Tutti in gondola.
Carlo Calenda


Anch’io aderisco convintamente alla iniziativa in oggetto.
Davide Corniolo


Aderisco all’iniziativa segnalatami dall’amico Pierluigi Battista. Con stima.
Chiara Viale


Ci sarei anch’io se non fossi altrove.
Andrea Graziosi


Aderisco.
Ferdinando Adornato


Aderisco con grande piacere all’iniziativa di Pigi e Ferrara!
Simone Lenzi


Aderisco con entusiasmo. Non so se potrò essere fisicamente con voi (mi farebbe molto piacere) ma SLAVA UKRAINI.
Roberto Burioni


Caro direttore, per il 9 maggio mi riservi un posto sulla gondola Navalny. Liberi loro di esporre, liberi noi di protestare: la differenza tra Venezia e San Pietroburgo, dove non si potrebbe fare né una cosa, né l’altra. 

Ivan Scalfarotto, senatore di Italia Viva


Buongiorno, voglio esserci anche io… sono felice della iniziativa.
Patrizia Baldi


Buongiorno, aderisco volentieri all’iniziativa per Navalny. Grazie. 
Flaminia Sabatello


Ricordare Aleksej Anatol’evic Naval’nyj è un dovere per tutti coloro che si battono per la democrazia e la libertà.
Cristiano Kucich

Aderisco alla proposta di Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista per il 9 maggio. 
Michele Magno


Aderisco all’appello lanciato sabato da Pierluigi Battista e Giuliano Ferrara.
Alfredo Nazzaro


Gentili amici, aderisco all’iniziativa della gigantografia di Navalny sulla gondola. Cordiali saluti.
Massimo Marongiu 


Il 9 maggio, a Venezia, lo stesso giorno dell’apertura del Padiglione russo alla Biennale, l’idea di far navigare una gondola Uber con a bordo, in bella evidenza, una gigantografia di Navalny, assassinato dagli scherani di Putin, è meravigliosa. Voglio unirmi a questa modesta testimonianza a favore della libertà d’espressione e della libertà della cultura e dell’arte censurate darebbe più forza alla nostra piccola e pacifica flotta. Ci sarò anche io!
Riccardo Musmeci


Buonasera, vengo anche io! Ci sarò! 
Tiziana Della Rocca


Aderisco!
Lorenzo Zunino, Comitato Giustizia Sì Marche


Aderisco all’iniziativa del 9 maggio contro la partecipazione russa alla Biennale di Venezia 2026.
Silvia Pian


W  Navalny. Grazie al Foglio. 
Monica Mondo

Aderisco all’iniziativa della Gondola con la gigantografia di Navalny a Venezia. Un cordiale saluto.
Gustavo Micheletti


Aderisco con entusiasmo.
Gabriele Tagliaventi


Ottima idea… Sottoscrivo!
Marco Mei

Aderisco.
Roberto Trovato


Io ci sono.
Pierpaolo Achilli


Aderisco all’iniziativa di Battista e Ferrara per la gondola con la gigantografia di Navalny a Venezia.
Alessandro Agostinelli


Sono una lettrice del Foglio e ho apprezzato la vostra iniziativa di organizzare una manifestazione di dissenso durante la Biennale di Venezia con Aleksei Navalny come icona principale. Qualora l’iniziativa dovesse andare in porto, e me lo auguro, vorrei offrire una illustrazione a matita che realizzai nel 2021 (il 22 aprile, probabilmente accadde a Navalny qualcosa che ora non ricordo; a quell’epoca ero immersa in una specie di serie di ritratti politici sulla base delle notizie del giorno). L’illustrazione è mia e originale, ispirata a una sua fotografia; mi colpisce per quell’espressione tra il severo e lo spaventato, lì in fondo agli occhi, sentimento di consapevolezza ben celato (fino alla morte) dietro tanta fermezza ed ironia. Spero di fare cosa gradita.
Federica di Lascio

 

Aderisco.
Mario Taddeucci Sassolini

 
Aderisco alla gondola per Navalny.
Orietta Breschi

  
Confermo che se mi sarà possibile sarò o in presenza o idealmente sulla gondola di Ferrara e Battista a Venezia.
Enrico Vanzina

 
Io ci sto, alla grande!!!!
Angelo Filisetti

 

Lodevole iniziativa. Una gondola davanti alla riva prospicente i padiglioni però sarebbe pericolosamente esposta al moto ondoso, bisognerebbe trovarle una posizione adeguatamente protetta.
Mario Piovesan

       

Al direttore - Aderisco con convinzione alla gondola del dissenso proposta da Ferrara e Battista. Per Aleksei Nalvalny, per Anna Politkovskaja e per Boris Nemcov, ammazzato per strada nel 2015 perché aveva osato criticare la politica di Putin contro l’Ucraina.
Nicoletta Tiliacos

   
Al direttore - Aderisco! Cordialmente.
Piero Parvopassu

 

Al direttore - Desidero esprimere la mia adesione alla manifestazione. Sono un veneziano. E vostro abbonato.
Gaetano Fabbri

  

Al direttore - Aderisco molto volentieri all’iniziativa per Navalny. Cordiali saluti.
Giuseppina Pavesi

  
Al direttore - Aderisco con vivo piacere all’iniziativa riguardante la gigantografia di Navalny.

Giuliana Colombo Gattei

 

Al direttore - Buonasera, vengo anch’io per la flottiglia del 9 maggio per Navalny. 

Florentina Hotca

  

Al direttore - Flottiglia con foto di Navalny? CI STO! Viva.

Wladimir Zaleski

 

Al direttore - Aderisco con molto piacere all’iniziativa di Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista in ricordo di Navalny.
Stefano Gattei

 

Al direttore - Approvo con entusiasmo la proposta per la gondola con la gigantografia di Navalny. 
Maria Grazia Mirti Roatta 

 

Al direttore - Aderisco all’iniziativa gondola, e complimenti.

Franco Barbolini

 
Al direttore - Che bella iniziativa!  Una gondola per manifestare contro un regime odioso e assassino.  Come sempre siete in prima linea in difesa delle libertà, bravi! 
Clemente Biondi

 

Al direttore - Aderisco!
Giuseppe Morano

  

Al direttore -  Il 9 aprile tutti a Venezia con la flottiglia di gondole con la gigantografia di Navalny! 
Adriano Buoso


Al direttore - Sono invidioso di non avere avuto per primo l’idea della gigantografia di Navalny, in gondola, sono vergognoso per non essere tra i primi  che hanno espresso la loro adesione. Ma l’esibizione e il ricordo per l’omicidio politico rimarranno nella memoria e nel giudizio di quanti si battono per la democrazia e la libertà.
Franco Debenedetti

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Chi dice yiddish

“Io venni educato sulla base di tre lingue morte – l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) – e di una cultura che si sviluppò in Babilonia: il Talmud. Lo ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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“Tra Leonardo e Freud”: creatività, sublimazione, velature simboliche. Un saggio a più voci

Il fil rouge che attraversa tutti i testi del volume Tra Leonardo e Freud (a cura di Anna Maria Pedullà, Ets, 232 pp., 20 euro) è un interrogativo: la sublimazione è un promemoria del nostro destino? Che cos’è esattamente? Il percorso proposto dalla Pedullà si muove in un territorio metafisico: tale sentiero parallelo e allucinato è erotico ed estatico al contempo. Il volume raccoglie i contributi di filosofi, storici dell’arte e psicoanalisti. Il punto di partenza è il saggio Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, in cui Freud prende in esame un singolare episodio riferito dal genio rinascimentale, ravvisando, nell’accadimento, i primi indizi di una omosessualità latente, poi meravigliosamente sublimata nell’opera. Ancora in fasce, l’autore della Gioconda venne colpito sulle labbra e percosso più volte, dentro la bocca, dalla coda di un nibbio.

La superiore necessità del genio sembrerebbe generarsi da una particolare pulsione, molto simile, negli effetti, a quella che il padre della psicoanalisi chiama capacità di sublimazione. Per Freud, che ne parla per la prima volta nel 1892, in una lettera all’amico Wihelm Fliess, essa è un meccanismo di difesa psichico che trasforma le pulsioni considerate inaccettabili in attività socialmente accolte e celebrate, come l’arte, il lavoro o la religione. E se, invece, tale dirottamento delle energie pulsionali non fosse solo un processo di conversione, ma possedesse una spinta più originaria? Innanzitutto – considera la Pedullà – non è una rimozione, giacché non de-sessualizza il moto istintivo, ma, anzi, esige l’introiezione, ovvero una maggiore consapevolezza narcisistica: la pulsione sessuale o aggressiva ritorna al mittente, che la può così reinventare.

Per Freud, la creazione di un’opera non scaturisce ex abrupto dall’inconscio, ma passa attraverso una velatura simbolica. In Psicologia delle masse e analisi dell’io, leggiamo: “La psicologia individuale è, fin dall’inizio, psicologia sociale”. Ma questa intuizione di Freud vale anche per l’uomo di genio? Qual è il luogo in cui inventa la sua arte? Inventare, etimologicamente, deriva dal latino “invenio” e significa “trovare”. Sublimare permette di ritrovare qualcosa che eccede la pulsione e che sembra smarrito. Questo qualcosa è simile a un fuoco, una potenza antica che ripara (per dirla con Melanie Klein), di volta in volta, l’oggetto d’amore perduto: per la psicoanalista austriaca, la creazione è sempre una riparazione, poiché libera dall’angoscia.

L’incandescenza, questa potenza segreta, non è mai del tutto rappresentabile. Tuttavia, il processo di sublimazione attinge le sue invenzioni nella camera oscura dei destini individuali, sviluppando il negativo di fotografie mai scattate che sembrano provenire da una terra lontana. Questa operazione è tanto più urgente per il genio, che spesso cerca le tracce di un tempo perduto e che, forse, non è stato mai. Quale coperta stendono i ricordi sul vissuto e sull’esperienza infantile? Come nota Fabbri, citando Ricordi di copertura di Freud, l’inconscio “opera” una dialettica: comunica creativamente “formando” memorie. Ma le res gestae del genio non hanno né luogo né tempo, semplicemente sono già, da sempre, sublimate. Proprio laggiù, in un altrove, dove il desiderio vaga senza oggetto, nel luogo segreto del rinvenimento dei brandelli di una storia, il genio si riconosce. Laggiù, nella Terra Lontana in cui Eros e Thanatos sono stati introiettati, là dove le “crisi di irrealtà” (Max Blecher) sono prossime alla follia, egli fonda la propria autonomia creativa e la salute sui lacerti che trova e che non smette di riparare.

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“La mano mozza” di Blaise Cendrars

Primavera 1916. Parigi, esterno giorno. Un uomo spunta in fondo alla strada. Cammina incerto, una sigaretta appiccicata alle labbra. L’ospedale militare l’ha sbattuto fuori da qualche settimana e a... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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"Non tocca alla Biennale inventare o aggiungere sanzioni", dice l'ex presidente della fondazione Baratta

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".

In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua -  i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

 

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Il difficile casting per rendere “accettabile” il pantheon culturale della destra

La cellula comunista dell’Einaudi allestiva un carro allegorico per il Primo maggio, scrive Andrea Minuz in “Egemonia senza cultura” (Silvio Berlusconi Editore). Incredibile ma vero, verrebbe da dire. Se non avessimo letto, in “Mutandine di chiffon” di Carlo Fruttero, della traduzione impossibile di un comunicato firmato dalla casa editrice, da inviare all’Onu. Doveva esprimere una “ferma condanna”, non disgiunta da una “fiduciosa speranza” (ma vale anche l’inverso, prima la speranza e poi la condanna): i carri armati sovietici erano arrivati a Praga. La retorica fece ostacolo ai tentativi di traduzione – l’inglese ha un vocabolario più ricco del nostro, ma con le formule vuote annaspa. L’egemonia culturale di Gramsci, da prima dell’incidente einaudiano fino all’altro ieri, è stata invocata e stiracchiata in tutte le direzioni. La politica non basta, serve anche la cultura: la formula viene via via invocata da chi la cultura non l’ha, e anzi la considera “roba per signorine” – usiamo questo fraseggio per non cedere alla volgarità. La sinistra la possiede, la destra la rincorre – spiega l’egemonica sinistra.

 

Noi di mezzo – intesi come spettatori soprattutto – siamo stati censurati ai tempi del primo “Rambo”: Sylvester Stallone era solo un solitario veterano di guerra, vessato dallo sceriffo della cittadina. Ma i berretti verdi avevano una pessima fama, colpa di John Wayne, e Rambo la ereditò. Divenne subito “fascio”, e guai a farne un eroe. Anche l’applauso andava fatto senza testimoni. Del resto si andava di nascosto anche a vedere i film di James Bond, oggi sulla via di diventare da “commovente scoperta” a “da sempre patrimonio della sinistra”.

  

La scala dell’accettabilità (la dobbiamo a Mattia Feltri) parte dal grado zero: “stronzata di destra”. Ognuno ha i suoi esempi da citare, e se ne stanno preparando molti altri. A Sanremo e fuori. Clint Eastwood da vietato è diventato obbligatorio, senza che facesse il minimo movimento. Ma di destra era, e lì rimane pur essendo un grande regista. Checco Zalone sta silenziosamente salendo nella lista di quelli bravi, per lo scatto finale gli serve qualcuno che lo definisca “commovente scoperta”. Il nostro incondizionato applauso, iniziato con “Cado delle nubi”, anno 2009, non è bastato. L’iniezione di danaro ai botteghini non è però passata inosservata, e forse “popolare” smetterà di essere un insulto, a sinistra. Delle masse proprio non vi importa più nulla? Volete crescerle con Karlheinz Stockhausen (che definì il crollo dalle Torri gemelle “opera d’arte definitiva”) o con i film di Sharunas Bartas? (son quelli dove “si vede la pittura asciugare”, parola di Gene Hackman nel film “Bersaglio di notte”, regista Arthur Penn).

   

Andrea Minuz ha una penna sempre brillante, come sanno i suoi lettori sul Foglio. Cita Robert Hughes e la sua “Cultura del piagnisteo” con una lunga lista di aventi diritto alla cultura perché hanno tanto sofferto, personalmente o come gruppo sociale. I libri servono a rivendicare, lamentarsi, o semplicemente sono scritti da una donna, salendo subito nella considerazione sociale e letteraria. Per questo siamo circondati da memoir, e ora da romanzetti rosa distinti in precise categorie come prodotti al supermercato. Un tempo era considerato indecente leggere gli Harmony, roba da serve. Ora sono dappertutto, e hanno cacciato dagli scaffali i romanzi dove lo scrittore bravo inventa – e non conosce solo drammi amorosi con il bel tenebroso che fa palpitare (le donne emancipate, soprattutto: lo dicono le ricerche di mercato). “Lotta Continua passerà alla storia come l’unico ascensore sociale che ha funzionato in Italia”, scrive Andrea Minuz e chiosa: “Non solo in Italia non possiamo fare una rivoluzione perché ci conosciamo tutti. Il fatto è che siamo conosciuti tutti dentro Lotta Continua”. Andrea Minuz, classe 1973, non c’era e ha scansato il contagio. Fortunati i suoi studenti, che però non vogliono studiare la storia del cinema “per non lasciarsi influenzare”, quando gireranno il loro film.

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Il cristo velato visto da chi non vede. Così l'arte diventa accessibile a tutti

La Cappella Sansevero di Napoli ha organizzato un’apertura straordinaria dedicata a persone non vedenti e ipovedenti, prevista per martedì 17 marzo. In questa occasione speciale, circa ottanta visitatori avranno la possibilità di partecipare a una visita tattile gratuita all’interno del museo. L’iniziativa consente di esplorare attraverso il tatto le principali opere esposte, dal celebre Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, considerato uno dei più affascinanti capolavori della scultura di tutti i tempi, ai bassorilievi della Pudicizia e del Disinganno.

Ad accompagnare i visitatori saranno guide anch’esse non vedenti, che in questi giorni stanno seguendo una formazione specifica per imparare a descrivere e raccontare le opere attraverso un approccio tattile. L’obiettivo è rendere l’arte accessibile a tutti, offrendo un’esperienza coinvolgente anche a chi non può vederla.

Durante l’anteprima dell’iniziativa verranno presentate anche le diverse fasi che hanno portato alla realizzazione del progetto: dalla progettazione dei contenuti alla valutazione finale, fino alla formazione del personale e delle guide del museo.

Chiara Locovardi, una delle accompagnatrici, racconta quanto sia sorprendente il Cristo velato. Secondo lei, il velo che ricopre il corpo di Cristo è qualcosa di incredibile, quasi impossibile da spiegare: è talmente realistico da sembrare un vero tessuto appoggiato sul corpo. Attraverso il tatto si riescono perfino a percepire dettagli molto precisi, come le vene sotto il velo.

La Cappella Sansevero, situata nel centro di Napoli, accoglie normalmente circa duemila visitatori al giorno. Tuttavia, per questa giornata speciale è stato organizzato un percorso diverso dal solito. Come spiega Maria Alessandra Masucci, presidente del Museo Cappella Sansevero, le guide hanno studiato attentamente le opere per individuare il metodo migliore per presentarle ai visitatori con disabilità visive. Inoltre, sarà disponibile anche una brochure in braille. L’idea alla base dell’iniziativa è che ogni persona abbia esigenze diverse e che il museo debba offrire strumenti adatti a tutti. La diversità, infatti, non dovrebbe essere considerata qualcosa di eccezionale, ma semplicemente parte della normalità.

Anche Giuseppe Ambrosino, presidente a Napoli dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, ha sottolineato quanto sia importante poter entrare in contatto diretto con le opere d’arte. Secondo lui, il tatto permette di percepire la tridimensionalità della scultura e di comprendere meglio ciò che l’artista voleva esprimere. Oggi molte opere vengono descritte grazie alla tecnologia, ma poterle toccare rappresenta un’esperienza molto più concreta e significativa. Quando manca la vista, infatti, il tatto si sviluppa maggiormente, così come accade per il gusto e l’olfatto.

Ambrosino ha inoltre espresso il desiderio che iniziative di questo tipo possano essere organizzate più spesso, e non solo in occasioni isolate. Il museo sta infatti valutando la possibilità di ripetere questa esperienza almeno una volta all’anno.

Il Cristo velato è una celebre scultura in marmo realizzata nel 1753 dallo scultore napoletano Giuseppe Sanmartino. L’opera si trova nella Cappella Sansevero di Napoli ed è considerata uno dei massimi capolavori della scultura barocca. La statua rappresenta Gesù Cristo morto, disteso su un letto e coperto da un sudario trasparente, scolpito nello stesso blocco di marmo della figura. Ciò che rende il Cristo velato così straordinario è proprio il velo: il marmo è lavorato con tale precisione da sembrare un tessuto leggerissimo appoggiato sul volto e sul corpo di Cristo. Attraverso questo velo si distinguono chiaramente i lineamenti del viso, le ferite della crocifissione e i dettagli anatomici. Per la sua incredibile resa tecnica e per la forte emozione che trasmette, il Cristo velato è oggi una delle opere d’arte più ammirate e visitate di Napoli.

 

Questo articolo è stato scritto durante il periodo di alternanza scuola-lavoro. 

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A Travaglio serve un rebranding urgente

La svolta era nell’aria. Da un po’ di tempo, nelle pagine delle lettere del Fatto quotidiano comparivano dei messaggi che invitavano il giornale a chiedere il finanziamento pubblico. La saggezza dei lettori, che evidentemente avevano dato un occhio ai conti del giornale, alla fine ha prevalso sulla linea del direttore Marco Travaglio che a dicembre respingeva l’idea: “Preferiamo ampliare la nostra comunità di abbonati piuttosto che far pagare il Fatto a chi non lo legge”. In un comunicato la Società editoriale il Fatto (Seif) ha annunciato che, proprio mentre Travaglio scriveva quelle righe, a dicembre scorso, ha fatto domanda per il contributo straordinario dall’editoria per i giornali cartacei (0,10 euro per copia venduta): “Seif è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, ma data la crisi del settore in generale e la difficoltà nello specifico di Seif a “garantire la continuità aziendale”, la richiesta è stata fatta. La società precisa, però, che il contributo è stato sì assegnato – anche se non dice quanto (si tratta di 752 mila euro) –  ma l’intenzione “rimane quella di non percepirlo”. Non si capisce bene cosa significhi, ma due cose si capiscono.  

  

Non è vera la  tesi di Travaglio secondo cui percepire il finanziamento pubblico è “schiavitù di stampa” perché costringe i giornali ad “andare sotto Palazzo Chigi con il cappello in mano”. Non è questa la procedura che ha adottato Travaglio, come nessun altro gruppo editoriale. Anzi, nel caso del Fatto il finanziamento pubblico serve a tenere in vita una voce fortemente critica del governo, senza necessità di un cambio di linea editoriale. Questa svolta, però, necessita ora di un cambiamento grafico rilevante. Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

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Bruno Contrada si porta nella tomba i segni di una tortura più crudele di un ergastolo

Quando vi parlano di giustizia, pensate a Bruno Contrada, l’ex capo della Squadra mobile di Palermo stritolato da un ingranaggio che lo ha tenuto in croce per quarant’anni senza che le sue colpe fossero state mai accertate oltre ogni ragionevole dubbio. E se vi parlano di processo giusto o di equilibrio fra accusa e difesa, pensate a un uomo che, con tutta la sua storia, i suoi meriti e le tante medaglie appese al muro, è stato costretto per quarant’anni a salire e scendere le scale dei tribunali e delle Corti di appello, a inseguire la Cassazione e pure la Corte di giustizia europea ma è riuscito a ottenere un risarcimento che però non gli ha restituito l’onore e non ha neppure sancito la sua innocenza. E poi, per completare la vostra idea e i vostri convincimenti sulla fantastica giustizia italiana, pensate anche all’antimafia chiodata, al dire e non dire dei pentiti e alle tante “boiate pazzesche” montate per smascherare trame oscure e regie occulte, tavoli ovali e servizi deviati. Contrada, che al tempo delle stragi di mafia ha avuto la malasorte di diventare il numero tre del Sisde, è stato uno dei tanti investigatori sospettati di doppio gioco, presi e appesi all’albero della gogna e incriminati – tenacemente, testardamente – per complicità coi boss. Solo che, a differenza del generale Mario Mori e degli altri ufficiali dei Carabinieri colpiti dagli stessi furori giudiziari, non ha avuto nemmeno l’attenuante di una imputazione a piede libero. E’ finito immediatamente – siamo nel 1992 – dietro le sbarre del carcere militare di Boccea. Condannato in primo grado a dieci anni ma assolto in Appello, nel 2007 fu rispedito in galera dalla Cassazione con sentenza definitiva e non gli è bastata una vita per liberarsi dalle nefandezze che gli sono state attribuite. Morto giovedì scorso, all’età di 94 anni, si porta nella tomba i segni di una tortura che forse è stata più crudele di un ergastolo. Nel 2015 la Corte di giustizia europea ha riconosciuto che i processi a suo carico erano stati illegittimi perché all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro” e ha costretto l’Italia a risarcirlo con 285 mila euro, pari – secondo una penosa contabilità – a 440 giorni di carcere e a 1.540 giorni di arresti domiciliari. Ma la sua carriera e la sua esistenza erano state già bruciate, sciolte nell’acido dei sospetti e delle umiliazioni. Pensate: gli avevano persino revocato la pensione di vicequestore.

 

Altro che calvario. Segnato a dito come un malacarne venduto alle cosche, era stato trascinato pure tra le maglie del processo sulla strage di via D’Amelio e accusato di avere sottratto, nell’inferno provocato dal tritolo mafioso, la misteriosissima agenda rossa dove il giudice Paolo Borsellino, straziato dall’esplosione, aveva annotato le tracce di un ipotetico patto scellerato tra i boss di Cosa nostra e alcuni apparati dello stato, ovviamente corrotti e deviati. Ma nel 2023 – altra amara consolazione – i giudici di Caltanissetta, quelli che da venticinque anni cercano di fare luce sui mandanti e i complici di quel terribile attentato, hanno scritto in sentenza che la presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio era stata solo una invenzione nata dal caos delle prime indagini. Una bugia, insomma. Un’altra crosta infamante appiccicata gratuitamente alla sua pelle e alla sua immagine. Ma – e veniamo al punto – come è possibile, nell’Italia dello stato di diritto, finire in una trappola così intrigata e cespugliosa, in un martirio così lungo e impietoso? Chiedetelo a Gaspare Mutolo, un picciotto della sanguinaria cosca dei corleonesi, che Contrada aveva arrestato nel 1997 al ristorante “Il gabbiano” dopo un inseguimento rocambolesco lungo i viali e la spiaggia di Mondello. Quando ’Asparino, un killer cresciuto alla scuola criminale di Totò Riina, capisce che la sua pacchia di latitante è finita, non ci pensa su due volte e si offre all’antimafia come pentito “a disposizione”: pronto cioè per tutte le rivelazioni e per tutti i teoremi. E, manco a dirlo, come primo atto del suo ravvedimento firma un verbale con il quale scarica, sullo sbirro che l’aveva ammanettato, una raffica di rancori, di insinuazioni, di accuse vere e verosimili, comunque tutte da verificare.

Nel frattempo alla procura di Palermo prende piede, cresce e si afferma un nucleo di “magistrati coraggiosi”, tutti duri e puri, che oltre a ripulire la Sicilia di ogni violenza e di ogni collusione con la mafia vogliono anche e soprattutto riscrivere la storia d’Italia. E Contrada diventa l’anello ideale per legare le ipotesi investigative più fascinose e gli scenari più allettanti per il circo mediatico-giudiziario. Ha un passato nei servizi segreti e appartiene quindi alla famigerata “zona grigia”, quella sospesa tra legalità e illegalità. Le menti raffinatissime dell’antimafia non se lo lasciano sfuggire. Lo interrogano, lo spremono, lo sfregiano e lo trasformano nell’imputato perfetto, nel manovratore occulto di ogni mistero, di ogni intrigo, di ogni complicità e ogni trattativa, sotterranea e scellerata, tra uno stato corrotto e una cupola mafiosa che vuole appropriarsi della politica, dell’economia e, addirittura, delle istituzioni. Non smetteranno di perseguitarlo.

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Coi coltellini svizzeri fuorilegge, rischi l'arresto anche se vai a funghi

Volete fare trekking, arrampicata, andare a funghi o andare per campi a raccogliere cardi mariani? Fate pure, ma preparatevi: secondo l'ultimo Decreto sicurezza rischiate fino a tre anni di reclusione se portate con voi un coltellino pieghevole con lama oltre i 5 centimetri a punta acuta e dotati di blocco. In pratica tutti i coltellini utilizzati da escursionisti, fungaioli o raccoglitori di piante selvatiche. Certo andare a funghi e a cardi mariani non è un obbligo imposto da nessuno. Non è però nemmeno un reato, non dovrebbe esserlo almeno. Eppure si rischia l'arresto. Raccoglierli con coltellini con la lama più corta, sempre che li troviate – la maggior parte ha lama che va dai 5,5 centimetri ai 6 – può essere complicato.

Per non parlare poi della diminuzione della sicurezza di camminatori e arrampicatori che introduce il Decreto sicurezza. A sottolinearlo è stato il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella: "Questi coltelli sono utilissimi per chi si muove nella natura e possono salvare vite". Ha spiegato: "Si può tagliare in caso di bisogno un laccio, intervenire sulla ferita dopo un morso di una vipera oppure liberare un capriolo rimasto ingarbugliato in un filo di recinzione elettrica dei pascoli. Infine, sono indispensabili per tagliare i funghi alla loro base per non danneggiare il micelio sotterraneo, che garantisce poi la ricrescita". Insomma "di certo non me lo porto dietro in montagna per fare l'assassino". Certo qualche caso di omicidi o serial killer montanari c'è stato nella storia dell'umanità, ma ai coltellini di solito hanno preferito accette, motoseghe o delle semplici pistole. Strano che nel Decreto sicurezza non abbiano pensato alle pistole. Forse perché, dicono alcuni membri della maggioranza, "l'autodifesa è sempre legittima"? Chissà.

Un'assurdità che avevano già segnalato Sergio Boccadruti e Carlo Stagnaro sul Foglio: "La vera perla riguarda i coltelli pieghevoli: divieto assoluto di portare fuori casa serramanici con lama da cinque centimetri se dotati di blocco lama, apertura a scatto o apribili con una mano. Include coltelli a farfalla e quelli occultati. Pena: uno-tre anni di reclusione. Il problema? Questa categoria include praticamente tutti i multitool moderni (coltellini svizzeri) con pinze e cacciaviti, strumenti comuni da lavoro o campeggio. Persino molti cutter da cantiere hanno lama pieghevole con blocco. Migliaia di persone, inclusi professionisti ed escursionisti della domenica, rischiano di avere uno strumento criminale in tasca semplicemente lavorando o passeggiando in montagna"

L'assessora a Edilizia abitativa, Sicurezza e prevenzione della violenza della Provincia autonoma di Bolzano, ha annunciato, in un post su Facebook, di voler interloquire con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per esaminare l’attuazione della legge, perché "la lotta contro la violenza con coltelli è necessaria e giusta ma non deve andare a discapito dei cittadini onesti. Chi indossa abiti tradizionali (tipo gli Schützen, i membri di associazioni che si ispirano alle tradizioni dei bersaglieri tirolesi, che portano attaccati alla cintura un coltello e una forchetta ndr), fa escursioni, raccoglie funghi o va a caccia e porta con sé coltelli non deve essere punito per questo. Il relativo paragrafo del decreto deve essere modificato". Un ragionamento sensato, al contrario di quello nel paragrafo successivo: "Lo sappiamo: la violenza da coltello si verifica in gran parte degli autori di migranti nel corso della #migrazionedimassa e quindi è violenza in gran parte importata".

In Südtirol sono però anche gli artigiani e gli agricoltori a protestare. Molti di loro utilizzano coltelli per lavoro e non possono non portarli con sé. Eppure, nonostante questo, la Provincia autonoma di Bolzano  e più in generale il Trentino-Alto Adige – è una delle province più sicure d'Italia. Nell'indice di criminalità 2024 del Sole 24 Ore (basato sui dati del ministero dell'Interno relativi al 2023), Bolzano si colloca al 54esimo posto su 107 province, mentre Trento all'88esimo. E in Molise c'è addirittura un paese che potrebbe fallire: Frosolone (Isernia). Qui Antonio Gurrado ne raccontava la storia.

La sintesi perfetta l'ha data all'Ansa il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella: "Ancora una volta si decidono delle cose, senza saperle e senza ascoltare gli esperti". E ha aggiunto: "Capisco il divieto per i ragazzi a scuola, è fuori discussione. Ancora una volta il legislatore esagera, come è successo con l'obbligo di portare con sé la pala e l'Arva quando si va con le ciaspole. Per determinate gite e condizioni meteorologiche è semplicemente ridicolo metterli nello zaino, ma - in via teorica - potrei essere multato se non lo faccio".

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È morto Bruno Contrada, un servitore dello stato tradito dallo stato

Bruno Contrada è morto a 94 anni. Nato a Napoli il 2 settembre 1931, era stato capo della Squadra mobile di Palermo e numero tre del Sisde negli anni più sanguinosi della guerra di mafia. La sua vicenda giudiziaria – iniziata con l'arresto alla vigilia di Natale del 1992 e conclusa, in un certo senso, soltanto con la morte – è diventata emblema di uno dei capitoli più controversi della storia giudiziaria italiana.

 

Condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada aveva trascorso anni tra carcere e domiciliari, in condizioni di salute sempre più precarie, prima che nell'aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo stabilisse che il reato per cui era stato condannato non era, all'epoca dei fatti contestati, "sufficientemente chiaro e prevedibile". Nel 2017 la Cassazione ne dichiarò la sentenza "ineseguibile e improduttiva di effetti penali". Poi arrivò il risarcimento per ingiusta detenzione, prima fissato dalla Corte d'appello di Palermo in 667mila euro, poi ridotto dalla Cassazione a 285mila. "Non c'è somma che possa riparare il male che mi è stato fatto", aveva detto lui.

  

 

"Sono frastornato, non direi sollevato", raccontò al Foglio nel luglio del 2017, poco dopo la sentenza della Cassazione. "Mi hanno devastato la vita, di che cosa dovrei rallegrarmi?". Raccontò dell'arresto all'alba del 24 dicembre, davanti alla moglie Adriana e al figlio poliziotto; del carcere militare di Palermo riaperto apposta per lui, dove era rimasto unico detenuto con venticinque guardie a sorvegliarlo; del cancello blindato che sbatteva ogni sera. "Ancora oggi, se sento una porta blindata che batte o un cancello che stride, sono sopraffatto dall'angoscia".

  

Giuliano Ferrara lo aveva paragonato a Joseph K., l'eroe kafkiano che "doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto".

 

Indro Montanelli, nel suo libro sull'Italia di Berlusconi scritto con Mario Cervi, aveva sollevato la questione nei termini che ancora oggi restano i più lucidi: si possono applicare agli uomini che lavorano nelle fogne del crimine le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? E comunque, aveva scritto, "una carcerazione preventiva che duri quanto quella inflitta a Contrada è una barbarie indegna di un paese che pretende d'essere la culla del diritto."

      

Quando nel giugno del 2023 la Cassazione confermò definitivamente il suo diritto al risarcimento, rigettando i ricorsi della procura generale di Palermo e del ministero dell'Economia – che avevano avuto, scrisse il Foglio, "persino la protervia di opporsi" – nessuno si scusò. I giornali che per anni lo avevano dipinto come un'ombra malvagia sulla Sicilia delle stragi tacquero, o peggio. All'epoca Contrada aveva 91 anni, e aveva detto che avrebbe voluto una Finanziaria per essere risarcito davvero, ma era una battuta soffocata dall'amarezza.

Muore da incensurato, come aveva sempre voluto. "Presto o tardi passerò all'altro mondo", disse, "e lo farò da incensurato, con un casellario giudiziale intonso, come si addice a un onesto servitore dello stato. A futura memoria." Se la memoria ha un futuro.

   

Per approfondire

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La clamorosa disfatta in tv del pm Woodcock

Ma è lei o il suo gemello?”. Quando Giorgio Mulè, di fronte alle evidenti contraddizioni, ha posto il quesito a un balbettante Henry John Woodcock, incapace di articolare una risposta di senso compiuto, a un certo punto ci è venuto il sospetto che non si trattasse di una domanda retorica ma di un interrogativo reale. Il trionfo dialettico di Mulè nel confronto sulla riforma costituzionale della giustizia, che ormai è entrato di diritto sul podio delle vittorie fuori casa dopo Berlusconi vs Travaglio e Caiazza vs Davigo, è sembrato persino troppo facile rispetto alle premesse. Un deputato di Forza Italia contro un professionista del diritto, un ex giornalista contro uno dei magistrati più famosi della storia italiana recente. Impossibile che il temibile Woodcock abbia fatto una figura così barbina, arrivando – dopo tanti farfugli e frasi smozzicate – a sostenere l’opportunità della separazione delle carriere e a sottolineare le responsabilità del centrosinistra nella mancata riforma della magistratura. Mancava solo che uscisse dallo studio insieme a Mulè cantando “Meno male che Silvio c’è!”.

Ma al di là delle frasi sospese o incomprensibili, a far sospettare che Corrado Formigli avesse in realtà invitato a “Piazzapulita” il gemello sono stati i pochi concetti che Woodcock è stato in grado di articolare. Tre in particolare. Il primo quando ha detto che lui da pubblico ministero ha sempre cercato, come prevede la legge, anche le prove a favore dell’indagato: “Io cerco le prove a carico e a discarico” . Il secondo concetto è quello riferito alla libertà di criticare le sentenze dei magistrati: “Le sentenze e i provvedimenti devono essere criticati, in una democrazia è giusto e sacrosanto, ma dopo che sono stati adottati ed emessi”, ha detto. Woodcock intendeva censurare il comportamento della premier Giorgia Meloni, e di altri ministri, che – molto inopportunamente – nel caso degli incidenti di Torino non si sono limitati a criticare le decisioni ma hanno indicato quale reato i magistrati avrebbero dovuto contestare (tentato omicidio): “Tu presidente del Consiglio stai consumando un’invasione, perché dall’altra parte puoi trovare un giovane magistrato”.

Il terzo concetto, collegato al secondo, è quello sugli interventi a gamba tesa del potere politico che finiscono per spaventare i magistrati: “Mi fa molta paura l’autocensura, che questo condizionamento politico-mediatico induca il magistrato medio ad autocensura... Per indagare e giudicare bisogna essere sereni, se stai con la paura per l’Alta corte...”. Ecco, sulla base di questi tre principi-cardine del nuovo Woodcock-pensiero, tutti condivisibili, è chiaro che a parlare in tv era il gemello. Perché Henry John Woodcock, quello noto alle cronache, nella sua vita professionale, ha praticato l’esatto contrario.

Prendiamo la ricerca delle prove a favore degli indagati. Servirebbe troppo spazio per elencare tutti i flop giudiziari del pm anglo-napoletano dai tempi di Potenza, ma si può citare un caso che è emblematico. Non i famosi e famigerati Umberto di Savoia o Fabrizio Corona, ma un cittadino comune. Un piccolo imprenditore, di nome Massimiliano D’Errico, che Woodcock mandò in carcere con prove che poi si sono rivelate inesistenti, e quindi inventate. D’Errico è un imprenditore casertano del settore alimentare, che venne arrestato nel 2015 nell’inchiesta Cpl Concordia sulla metanizzazione di Ischia con l’accusa di riciclaggio aggravato internazionale. La sua colpevolezza derivava da una prova schiacciante: un bonifico, effettuato attraverso un’operazione estero su estero, dalla Tunisia verso un conto a San Marino. C’era, insomma, la pistola fumante. E così Woodcock e colleghi chiesero e ottennero l’arresto. Il problema è che era tutto falso: il bonifico non esisteva, non era stato mai trovato né cercato. D’Errico provò a spiegarlo, ma il gip credette al pm, e così si fece 22 giorni di galera. Verrà poi archiviato, su richiesta del pm, e infine risarcito per ingiusta detenzione con 5.188 euro. Altro che cercare le prove a carico e a discarico, Woodcock non ha trovato né le une né cercato le altre: così ne ha usata una inventata.

Questa storia porta a smentire anche la seconda tesi del gemello Woodcock, quella secondo cui è doveroso criticare le sentenze e i provvedimenti dei magistrati dopo averli letti. E’ esattamente quello che facemmo sul Foglio, raccontando la persecuzione subita dal sig. D’Errico. Ma il pm Woodcock, insieme alle colleghe Celestina Carrano e Giuseppina Loreto, querelò il sottoscritto e il Foglio per “calunnia” e “diffamazione a mezzo stampa aggravata”: venimmo addirittura accusati di aver “minato il legame sociale sul quale si regge l’affidabilità dell’Autorità giudiziaria in generale e quella delle persone offese in particolare”.  A un passo dall’eversione dell’ordine costituzionale. La querela fu archiviata perché, come riconobbero pm e giudici, avevamo semplicemente scritto la verità.

La querela introduce la terza tesi esposta dal gemello Woodcock a Piazzapulita: la preoccupazione che i magistrati possano sentirsi intimiditi dalle invasioni della politica e, quindi, “avere paura” dell’Alta corte disciplinare tanto da essere indotti all’”autocensura”. E’ una tesi davvero singolare, che non sembra mai aver guidato l’azione del pm Henry John almeno rispetto al cosiddetto “quarto potere”, il più malandato di tutti, ovvero il giornalismo. Woodcock ad esempio denunciò anche la giornalista Annalisa Chirico e la casa editrice Rubbettino, chiedendo un risarcimento di 260 mila euro, per un’intervista su Panorama al politologo Edward Luttwak e per un brano del libro “Condannati preventivi” in cui venivano criticate le inchieste dal pm.

Ma questo è il minimo. E’ da pubblico ministero nell’esercizio delle sue funzioni che Woodcock ha fatto pesanti invasioni nei giornali. Non in senso metaforico, ma letterale. Ne sa qualcosa Nicola Porro. Nel 2010, con un’operazione degna della cattura di Matteo Messina Denaro, attraverso una ventina di uomini del Noe del Capitano Ultimo, Woodcock fece perquisire la redazione del Giornale e le case del direttore Alessandro Sallusti e di Porro: tutti i pc e telefoni sequestrati, inclusi i dvd dei cartoni animati dei bambini. Cercavano un “dossier”: l’ipotesi era che il giornalista minacciasse la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Le intercettazioni di Porro, quelle più private, ovviamente finirono immediatamente sul sito del Fatto quotidiano (giornale su cui ora Woodcock scrive). Naturalmente non c’era nulla: né “dossier” né ricatti. Dopo sei anni la posizione di Sallusti venne archiviata e dopo altri due anni Porro venne assolto su richiesta del nuovo pm a cui era arrivato il fascicolo.

Nel curriculum di Woodcock non si può non menzionare la storia che ha riguardato Giorgio Mulé, peraltro ricordata dal diretto interessato nel confronto da Formigli con il gemello: l’allora direttore di Panorama, e vari altri giornalisti, vennero intercettati (24 utenze telefoniche) e indagati con l’accusa di corruzione per aver dato una notizia che, evidentemente, al pm non piaceva. Non c’era alcun elemento concreto per poter indagare per corruzione e usare uno strumento invasivo come le intercettazioni (alcune conversazioni penalmente irrilevanti tra Mulè e Marina Berlusconi sul governo Letta finirono sui giornali).

Insomma, nonostante tutto, i giornalisti hanno continuato a fare liberamente il loro lavoro anche dopo le intimidazioni e le invasioni del pm Woodcock. Il suo gemello che ora gira per i talk può stare tranquillo: i magistrati italiani, formati a combattere mafiosi e terroristi (qualcuno persino i giornalisti), non avranno “paura” di un’Alta corte disciplinare composta a maggioranza da loro colleghi.

 

 

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Forze dell’ordine, più pensionamenti e organici ancora sottodimensionati. Il governo corre ai riparti

Il sistema della sicurezza italiana continua a fare i conti con una doppia pressione: da un lato l’aumento dei pensionamenti, dall’altro una carenza strutturale di personale che resta significativa nonostante il rafforzamento delle assunzioni avviato negli ultimi anni. A fornire una fotografia dei numeri è stato oggi il sottosegretario al Mase Claudio Barbaro, rispondendo alla Camera a un’interpellanza urgente del Pd sulla consistenza degli organici, sulla programmazione del reclutamento e sul numero delle scuole di formazione delle forze di polizia.

Uno dei nodi principali riguarda l’ondata di uscite dal servizio. Negli ultimi anni il ritmo dei pensionamenti è cresciuto sensibilmente. “Le cessazioni dal servizio per le tre forze (polizia, carabinieri e guardia di finanza) dal 2014 al 2022 sono state relativamente contenute, con circa 63.911 uscite”, ha spiegato Barbaro. Diversa la situazione più recente: “Il triennio 2023-2025 ha visto una situazione di partenza gravata dallo squilibrio tra ingressi e uscite e da un’elevata concentrazione temporale di cessazioni dal servizio, che nel solo triennio 2023-2025 sono state 35.492”. Il confronto con gli anni precedenti evidenzia il cambio di ritmo. “I governi succedutisi dal 2014 al 2022 hanno avuto molti meno pensionamenti del Governo in carica”, si è giustificato il sottosegretario. “In media infatti mentre questo governo ha fatto fronte a circa 12 mila pensionamenti l’anno, in quelli precedenti la media era di 7.100”.

Alla base dell’attuale situazione, secondo il governo, pesa anche l’effetto delle riforme degli anni passati. “L’ultima grande riforma del settore, la 124 del 2015, cosiddetta riforma Madia, ha previsto un taglio drastico agli organici delle forze di polizia”, ha ricordato Barbaro. In applicazione di quella norma, nel 2017 la polizia di stato è passata da 117.291 a 106.256 unità, con “un taglio netto di 11.035 unità”. L’anno successivo anche la guardia di finanza ha registrato “un abbattimento di 5.339 unità”, mentre la pianta organica dei carabinieri è rimasta sostanzialmente invariata grazie all’assorbimento del corpo forestale dello Stato. Il risultato è uno scarto ancora ampio tra organici teorici e personale effettivamente in servizio. “Se ora consideriamo lo scostamento tra pianta organica e consistenza effettiva delle tre forze di polizia, vediamo che nel 2014 era di 38.833 unità, nel 2023 lo scostamento è stato 27.279 unità”, ha spiegato Barbaro, aggiungendo che si tratta di “un valore sostanzialmente confermato anche nei due anni seguenti”. 

Per ridurre questo divario il governo punta soprattutto sul rafforzamento del reclutamento. “Il Governo, nella sua entrata in carica, ha già assunto 42.500 operatori e circa 39 mila nuovi ingressi sono programmati entro il 2027”, ha detto il sottosegretario. L’obiettivo, ha aggiunto, è che “vi sia un’ulteriore progressiva riduzione dello scostamento e più forze di polizia in campo”.

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Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

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Referendum in tv: TeleMeloni non esiste e lo squilibrio più forte è su La7 a favore del "No"

Finalmente, dopo una lunga attesa e diversi rinvii, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha pubblicato i primi dati sulla campagna referendaria. Il monitoraggio dei tempi di argomento e dei tempi di parola sulla riforma costituzionale della giustizia, relativo al periodo 12–21 febbraio, smentisce alcuni luoghi comuni e conferma qualche impressione consolidata.

Innanzitutto i dati non mostrano l’esistenza di TeleMeloni, la formula con cui si indica una Rai schierata a favore del governo. Anzi, se si prendono in considerazione i telegiornali – generalmente considerati più “politicizzati” e monitorati dai partiti – nel periodo di riferimento è stato dato più spazio alle ragioni dell’opposizione che a quelle del governo. Il Tg1, ritenuta l’ammiraglia di TeleMeloni, ha dato il 52,3 per cento di spazio al No e il 47,7 al Sì. 

Il dato non si riferisce al minutaggio in valore assoluto, ma al cosiddetto “tempo di parola riparametrato”, che è calcolato dall’Agcom con una ponderazione che tiene conto della fascia oraria e degli indici di ascolto. Il Tg2 ha dato il 53 per cento di spazio al No e il 47 al Sì. Numeri analoghi per il Tg3: 52,9 per cento per il No e 47,1 per il Sì. Il rapporto complessivo sulla programmazione della rete, quindi tenendo conto dei programmi di informazione extra–tg, si inverte per Rai 1 (52,2 per cento Sì e 47,8 No) e Rai 3 (51,5 Sì e 48,5 No), ma si tratta di un sostanziale equilibrio considerando che la differenza in valore assoluto è di pochi minuti. E’, in ogni caso, uno scarto che sta abbondantemente dentro la soglia di tolleranza del 10 per cento che, automaticamente, esenta da qualsiasi addebito o rilievo in considerazione della libertà editoriale delle testate e delle variabili della cronaca.

Le cose cambiano quando si passa agli altri gruppi televisivi, Mediaset e La7. Nel caso della tv della famiglia Berlusconi, che si è espressa pubblicamente a favore del referendum, in realtà c’è una differenziazione fra le tre reti. Italia 1 non si è praticamente occupata del referendum (4 minuti in tutto, 3 dei quali a favore del No). Canale 5 mantiene un sostanziale equilibrio, sia nel Tg5 che nella programmazione complessiva, con un tempo di parola riparametrato a favore del Sì al referendum del 53,4 per cento e del 46,6 per cento a sostegno del No. Siamo sempre all’interno della fascia di tolleranza, ma se si considerano i valori assoluti la differenza è davvero trascurabile: il fronte del Sì ha avuto 48 secondi in più di tempo di parola. Diverso è il discorso per Rete 4, il canale di informazione e approfondimento del gruppo. Qui il Sì è nettamente sovrarappresentato, con un tempo di parola riparametrato pari al 64,2 per cento, di contro il No ha avuto a disposizione il 35,8 per cento del tempo: circa 30 punti di differenza. Si tratta di quello che polemicamente viene definito “retequattrismo”, ovvero l’informazione che fa agenda setting sui temi che piacciono alla destra (sicurezza e immigrazione, ad esempio), e che ha come conduttori di punta Nicola Porro (Quarta Repubblica e 10 minuti), Paolo Del Debbio (Dritto e Rovescio) e Mario Giordano (Fuori dal coro), ma ci sono anche Bianca Berlinguer (E’ sempre Cartabianca) e Tommaso Labate (Realpolitik) in quota sinistra.

Ma rispetto a La7, il vituperato “retequattrismo” è caratterizzato da maggiore equilibrio. La rete di Urbano Cairo è infatti quella più squilibrata in assoluto, fra tutti i gruppi e tutti i canali: lo spazio dato ai contrari alla riforma Nordio è infatti più del doppio di quello concesso ai favorevoli. Il tempo di parola riparametrato su tutta la programmazione, dal 12 al 21 febbraio, è stato per il Sì del 29,6 per cento e per il No del 70,4 per cento: 40 punti di differenza. D’altronde basta guardare i programmi di Lilli Gruber (Otto e mezzo), Giovanni Floris (diMartedì), Corrado Formigli (Piazzapulita), Diego Bianchi (Propaganda live), Marianna Aprile e Luca Telese (In onda), Massimo Gramellini (In altre parole) per rendersi conto non solo che le ragioni del Sì sono sottorappresentate ma spesso sono del tutto assenti.

Lo squilibrio nella tv di Cairo è peraltro superiore a quello di Rete 4 rispetto a quanto le percentuali mostrino. Perché il rapporto 64/36 di Rete 4 è riferito a 5 ore e 33 minuti di tempo di parola riparametrato complessivo: significa che il Sì ha parlato per circa 3 ore e 33 minuti, mentre il No circa 2 ore (con una differenza di circa un’ora e mezza). Nel caso di La7, invece, il rapporto 70/30 è riferito a un tempo di parola “riparametrato” complessivo di 15 ore e 41 minuti: significa che il Sì ha parlato per 4 ore e 39 minuti, mentre il No per 11 ore e 2 minuti (con una differenza di circa 6 ore e 20 minuti). Vale a dire che, in valore assoluto di tempo riparametrato, lo squilibrio de La7 a favore dell’opposizione è quattro volte più grande dello squilibrio di Rete 4 a favore del governo.

L’Authority ha il dovere di far rispettare la legge sulla par condicio e dovrebbe richiamare le reti a un maggiore equilibrio informativo, come prevede la sua delibera. Ma non l’ha ancora fatto. D’altronde l’Agcom ha rilasciato in ritardo questi primi dati riferiti al 12–21 febbraio e, inspiegabilmente, non ha contemporaneamente pubblicato quelli della settimana successiva 22-28 febbraio. Il 22 marzo, giorno del referendum costituzionale, è alle porte: senza dati aggiornati né richiami tempestivi non c’è possibilità di par condicio.

 

 

 

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Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

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In morte di Nitto Santapaola. Storia del boss della mafia catanese

C’è una storia, tra tutte le storie di quella bestia passata ieri sera a miglior vita, che dice più di ogni altra chi era davvero Nitto Santapaola, detto ‘u licantropo, il boss della mafia catanese, vassallo sanguinario di Totò Riina e dei Corleonesi. Una storia che non riguarda carabinieri, né poliziotti, né giornalisti assassinati. Una storia che riguarda quattro bambini di San Cristoforo, quartiere incastonato nel ventre del centro storico di Catania, un quartiere abbandonato dove, tra i banchi dei macellai direttamente sul marciapiede e le interiora appese davanti alle botteghe, si impara presto che bisogna arrangiarsi.

I ragazzini si chiamavano Giovanni La Greca e Lorenzo Pace, di quattordici anni, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro, di quindici anni. Una mattina d’estate del 1976 scomparvero. E questa era una di quelle storie che le mamme raccontavano ai figli, per fare loro paura. In una città nella quale, fino alla primavera degli anni Novanta, non si usciva nemmeno la sera. Qualche giorno prima di sparire, uno di loro aveva commesso l’errore più grave della sua breve vita: aveva scippato la madre del Licantropo. Gli uomini di Santapaola li prelevarono, li torturarono, li trasportarono a cento chilometri da Catania. Furono strangolati con delle corde e gettati in un pozzo. I corpi non furono mai trovati. Le famiglie credevano fossero fuggiti di casa. La città, che tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta contava un morto ammazzato al giorno, inghiottì anche quella storia, come aveva inghiottito tutto il resto. Come finì con l’inghiottire anche l’omicidio di Pippo Fava, voce spavalda in una città che aveva deciso di non sentire: gli spararono cinque colpi davanti al Teatro Stabile, in via dello Stadio. Fava aveva accusato il mondo imprenditoriale e politico catanese di essere legato a doppio filo con Santapaola. A quei tempi si parlò di delitto “passionale”. Ma chi non ha vissuto Catania negli anni Ottanta, anche solo nei racconti, fa fatica a capire. Pensa all’isola, al sole, al mare, al centro storico e alla sua movida allegra. Non sa. 


Un morto al giorno, con la regolarità della messa delle sette alla madonna del Carmelo, del caffè mattutino da Savia su via Etnea. Ma ieri sera è morto anche lui,  Santapaola, nel carcere dov’era rinchiuso dal 1993, a Opera. La notizia ha attraversato Catania piano, quasi sottovoce, con scarso interesse probabilmente. Sono storie vecchie, e la memoria è corta. ‘U Licantropo d’altra parte aveva ottantasette anni, e da fantasma che faceva abbassare gli occhi per il terrore s’era ormai trasformato in un vecchio fotografato in aula con i capelli bianchi. Ma quel soprannome, Licantropo, gli calzava ancora a pennello. Negli anni della mattanza aveva una doppia vita. Di giorno era un uomo rispettabile. Faceva l’ortolano, il venditore di scarpe, aveva un piccolo negozio di cucine. Poi, nel 1981, aprì la più grande concessionaria Renault della Sicilia. All’inaugurazione c’erano il prefetto e il questore. Tutta la Catania che conta seduta ai suoi tavoli, a mangiare e a brindare. Di notte era altro. Quando lo arrestarono, i poliziotti scelsero per l’operazione  il nome in codice  “Luna Piena”. Quattrocento agenti. Undici anni di latitanza finiti in un casolare nelle campagne di Mazzarino, all’alba, mentre dormiva. Accanto a lui la moglie Carmela Minniti, poi assassinata, che non lo aveva mai lasciato in tutti quegli anni. Vicino al giaciglio una pistola carica, che quella notte non usò. “Tutte le cose finiscono”, pare avesse detto Santapaola. E ieri è finita, davvero.
 

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È morto il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola

È morto oggi nel carcere di Opera, a Milano, Nitto Santapaola. Il boss di Cosa Nostra, 87 anni, era detenuto al regime del 41bis, il carcere duro. La procura di Milano ha disposto l'autopsia. Ritenuto il mandante di stragi e omicidi, incluso l'attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. L'arresto un anno più tardi, all'alba del 18 maggio 1993 in un casolare a Mazzarrone, nel catanese, dopo 11 anni di latitanza.

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Madrid: "Sul Museo dei bambini andiamo avanti. Le proteste del Mu.Basta sono un accanimento"

Siamo davanti a un paradosso, quello "di chi sostiene di difendere l’ambiente e allo stesso tempo compie probabili reati ambientali e impedisce la ripiantumazione delle alberature”. Così l'assessora alla Sicurezza di Bologna Matilde Madrid commenta le proteste che a Bologna stanno andando avanti da due mesi a opera del comitato Mu.Basta. Questa associazione si sta battendo contro la costruzione di un Museo dei Bambini – acronimo "MuBa", da cui il comitato prende il nome – che si chiamerà "Futura" e che dovrebbe sorgere all’interno del parco bolognese Mitilini Moneta Stefanini nel quartiere Pilastro. Ma il dissenso non viene espresso solo con le parole: nella scorsa notte infatti, secondo le prime ricostruzioni della polizia e della Digos, alcune persone avrebbero danneggiato una telecamera di videosorveglianza e tranciato dei cavi di un escavatore della ditta incaricata dei lavori del Museo. Questo sabotaggio ha comportato uno sversamento di olii nel terreno, inquinandolo: "E a questo punto noi siamo costretti a fare una denuncia contro ignoti e dovremmo vedere se sarà necessario fare una bonifica o meno. Poi magari è un danno molto localizzato che si risolve con poco, però è un problema in più", commenta Madrid che aggiunge: "Si può ovviamente contestare tutto, c'è libertà di critica, però sabotare un escavatore di una ditta ci sembra un accanimento. Venissero a protestare con gli striscioni in comune e la smettessero di sabotare i mezzi di un'impresa".

 

Da inizio gennaio, il comitato Mu.Basta sta organizzando pranzi sociali, presidi permanenti e assemblee pubbliche per impedire che gli alberi del parco Mitilini Moneta Stefanini  vengano tagliati per fare spazio a "un edificio di tre piani di cemento". Ma quell'area non resterà priva di alberi perché, proprio secondo il progetto, è previsto il trapianto di altri nove e in generale nel parco ne varranno piantati 38 nuovi. Parlando con il Foglio, l'assessora Madrid non solo smonta le rivendicazioni del Mu.Basta, ma precisa, facendo emergere le contraddizioni del comitato, che il riampianto delle nove alberature è per il momento rimandato perché "lo stesso comitato ha occupato quella zona e non permette di fare questa operazione in sicurezza. E soprattutto se guardiamo ai parchi vicini nello scorso anno di alberi ne abbiamo piantati 360. Quindi tutto ci si può dire tranne che non facciamo attenzione a tenere insieme la questione ambientale con quella sociale". Sulle loro pagine social e durante le manifestazioni, il comitato Mu.Basta ha inoltre lamentato che la decisione di costruire un museo dentro il parco è stata "calata dall'alto". L'assessora non ci sta: "E' assolutamente falso, è dal 2022 che facciamo dei percorsi di partecipazione a cui ovviamente queste realtà non hanno preso parte perché probabilmente l'obiettivo non era contribuire a un buon progetto, ma limitarsi a contestarlo a progetto concluso".

 

La cittadinanza bolognese dunque, diversamente da quanto sostenuto da Mu.Basta è stata coinvolta fin dall'inizio, a partire dai bambini a cui è dedicato il Museo perché, spiega l'assessora, "sono stati loro a scegliere il nome 'Futura'". Il comitato contro questo parco però è soltanto l'ultima associazione bolognese che lotta in difesa del verde: due anni fa per esempio il comitato Besta, aveva difeso il verde del parco Don Bosco impedendo la realizzazione di una scuola. Però Madrid è sicura: nonostante le proteste di questi comitati "vogliamo andare avanti con il progetto. Sono gli stessi cittadini che ci fanno sapere che sono con noi. Poi è chiaro che questi pochi che si mettono di traverso, urlano e fanno atti violenti nel dibattito pubblico sembra che siano cento volte di più. Ma noi abbiamo dalla nostra la forza di come abbiamo costruito queste idee, questi progetti: con la partecipazione di centinaia e centinaia di cittadini, di associazioni, di scuole e di bambini".

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A Milano è deragliato un tram. Ci sono morti e diversi feriti

A Milano il tram 9 proveniente da piazza della Repubblica è deragliato all'angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto. Il mezzo ha invaso il binario su cui viaggiano i tram che circolano nella direzione opposta ed è andato a schiantarsi contro un ristorante di viale Vittorio Veneto. Diversi i passeggeri a bordo. Alcune persone sarebbero rimaste incastrate sotto il mezzo. Al momento il bilancio provvisorio dell'incidente è di due morti e oltre trenta feriti. La vittima accertata è un uomo italiano di sessant'anni, non era un passeggero del 9. I vigili del fuoco hanno accertato anche una seconda vittima. Si tratta di un uomo, in precedenza in codice rosso.

L'Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) è intervenuta con 19 mezzi: 3 automediche, 1 auto infermieristica, 13 ambulanze e 2 mezzi di coordinamento maxiemergenze. Il report provvisorio dei pazienti, oltre a un decesso e a un codice rosso, indica 6 pazienti in codice giallo e 32 pazienti in codice verde.

Sul luogo del deragliamento sono arrivati il sindaco di Milano Giuseppe Sala, l'assessore ai trasporti Arianna Censi e il procuratore della Repubblica Marcello Viola. Sul posto anche il procuratore capo di Milano Marcello Viola. Si indaga per omicidio colposo e lesione colpose. Il fascicolo è affidato alla pm di turno Elisa Calanducci. 

"Abbiamo sentito qualcosa sotto, poi il tram è deragliato e siamo stati tutti sballottati", hanno raccontato i passeggeri a bordo: "Il tram ha virato, ha preso una certa velocità e ha colpito un edificio". A quanto si evince, il tram deragliato è del nuovo modello Tramlink, che ha iniziato a circolare da pochi mesi a Milano. Si tratta di tram bidirezionali capaci di invertire il senso di marcia in caso di necessità. "È difficile avventurarsi in analisi su quello che è successo, ci saranno le indagini", ha detto il sindaco Sala, spiegando poi che "il mezzo è nuovo, il conducente molto esperto e in servizio da solo un'ora, quindi non era in straordinario. La cosa un po' particolare è che ha saltato una fermata", che si trova proprio pochi metri prima del punto in cui il tram è deragliato. Il fatto che il conducente abbia saltato la fermata "aggiunge un elemento di più a quello che è successo. Però ci saranno le indagini, è inutile che mi metta io a fare ipotesi". 

La premier Giorgia Meloni ha espresso "profondo cordoglio per il grave incidente avvenuto a Milano. A titolo personale e a nome dell'intero Governo, manifesta la propria vicinanza alle famiglie delle vittime, esprime solidarietà alla città di Milano e rivolge un sentito augurio di pronta e completa guarigione ai feriti", si legge in una nota di Palazzo Chigi.

"Atm è profondamente scossa per il gravissimo incidente di questo pomeriggio in viale Vittorio Veneto a Milano". Così in una nota la società del trasporto pubblico di Milano, dopo il deragliamento del tram. "In questo momento di immenso dolore – ha scritto Atm – il pensiero dell'azienda va prima di tutto alla famiglia della persona che ha perso la vita e a tutti i feriti. A loro rivolgiamo tutta la nostra vicinanza".

 

Articolo in aggiornamento

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Le lacrimevoli balle di politica e giornali sul bosco di Rogoredo

A Rogoredo “avevamo due problemi e ne abbiamo risolto uno solo”, per usare la sintesi caustica di Filippo Facci. Un poliziotto accusato di omicidio è stato arrestato, a macchia d’olio si indaga sulle sue corruttele e violenze sugli stessi pusher e clienti della droga, forse le complicità di altri agenti (schema Serpico). Ma che si estirpino i comportamenti criminali di uno o più tutori deviati dell’ordine non risolve l’altro problema: Rogoredo rimane la zona di spaccio, violenza, degrado, abdicazione al controllo da parte dello stato della politica delle forze (sane) dell’ordine.

 

Il colpevole sarà punito, ma Rogoredo resta “la più grande piazza di spaccio d’Italia” che nessuno vuole vedere, al massimo si manda un cronista a piangerci sopra. E dopo il lampo delle Olimpiadi tornerà al suo buio. Per dirla con Facci: “Sino a prova contraria è stata Rogoredo a corrompere il poliziotto, non certo il contrario”. I media con il loro racconto non di rado distorsivo, e i politici afflitti da doppia demagogia – chi ora fa una penosa retromarcia e chi si lancia in goffi balzi in avanti – stanno invece contribuendo a nascondere la gravità del secondo problema. Annotare che  l’osmosi quotidiana nella palude della droga, della possibilità di ricatto, del denaro nero sia una tentazione difficile da respingere è il minimo. Non giustifica nulla, sono i fatti. Stupisce il finto scandalo delle anime belle.

 

Intervistato, il capo della Polizia Vittorio Pisani è stato durissimo su Carmelo Cinturrino e gli eventuali complici. “Abbiamo indagato noi”. Sul controllo che come in ogni istituzione dovrebbe essere esercitato a monte, si vedrà. Ma resta l’altro problema, Rogoredo. E qui interviene la narrazione distorsiva. Sul Corriere di martedì Nando Dalla Chiesa discettava che il bosco della droga è un “non luogo che la città evita”, “Milano rinuncia al controllo del territorio”. Chi vi rinunci, però, non lo spiega.  Nel 2016 erano arrivate le ruspe per la grande bonifica. Nel 2017 Italia Nostra si era intestata la riqualificazione green. Non è successo nulla, o molto poco. Agosto 2025: il boschetto della droga è tornato ufficialmente l’inferno che è sempre rimasto. In più, il ritorno dell’eroina. Nonostante i brillanti risultati annunciati a dicembre dal prefetto di Milano Claudio Sgaraglia: più 50 per cento di sequestri di droga, qualche dozzina di arresti. Ma continua a mancare un vero controllo del territorio la deterrenza, la bonifica di spacciatori e clienti. Dai giornali piovono lacrimevoli e a tratti surreali racconti del bosco di Rogoredo: lo scopo è raccontare il clima di violenza contro i pusher. Il metodo di Cinturrino “che era poi semplice: menare, e menare ancora”.  La casa dove abitava? “Avevano tutti paura”. Paura della delinquenza? Ai giornali non risulta. E’ un gioco non innocente, picchiare contro la Polizia. Poi c’è il consueto “psicologo ed educatore” per il contributo buonista, astratto: “Non serve un approccio repressivo, è tutta gente che ha una storia, ha una sofferenza dentro”. “Non serve disboscare, il bosco ce l’hai dentro”. Elly Schlein vuole le scuse alla famiglia del pusher ucciso. In nome di quale legalità? Nessuno risolve Rogoredo.

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Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

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Vivendi scommette sul cinema: il gruppo francese guidato da Bollorè acquisisce il 51% di Lucky Red. Ecco quanto ha sborsato 

Importante passaggio di proprietà di Lucky Red, la nota casa di produzione cinematografica fondata da Andrea Occhipinti che ne era amministratore unico e socio di controllo con l’89% tramite la Keyek, e che ora passa sotto il controllo del gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré. Segui su affaritaliani.it

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Arresti Ultras, ecco il metodo San Siro: "Decidono loro chi entra"

Emergono nuovi dettagli sull'inchiesta che ha portato all'arresto di 19 capi ultras di Inter e Milan. Dagli atti della Procura viene fuori un quadro sempre più inquietante, i capi delle curve, stando alle accuse, non tenevano sotto scacco solo le società ma tutto quello che ruotava intorno a San Siro, avevano agganci con gli steward, con i parcheggiatori nei sotterranei del Meazza e come ammesso da più persone "decidevano loro chi entrava". Dalle intercettazioni questo viene fuori in maniera chiara. "Dimmi, cosa succede?". Al telefono risponde "Renatone" Bosetti. È il re - riporta Il Corriere della Sera - dei biglietti della Nord, il "gestore occulto degli ingressi illeciti allo stadio", spiegano gli inquirenti. A chiamarlo è il delegato alla sicurezza per lo stadio dell’Inter. È preoccupato. La curva esplode di gente. Segui su affaritaliani.it

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Conte: "Il campo largo non esiste più" Il Pd tira dritto: veto su Renzi irricevibile

Giuseppe Conte, a tre settimane dalle elezioni in Liguria, mette ufficialmente fine al "campo largo". Le parole del leader del M5s sono nette: "Non sono disponibile - dice Conte ospite di Bruno Vespa su Rai1 - ad affiancare il simbolo di Italia viva in Emilia-Romagna e in Umbria". L'ex premier dopo una serie di prese di posizione contro Renzi del tipo "o lui o noi", allarga il veto già posto in Liguria, alle altre due regioni al voto in autunno. E mette la parola fine all’alleanza ampia del centrosinistra avvertendo il Pd: "Renzi è un problema politico serio di cui non c’è consapevolezza da parte del gruppo dirigente del Pd, è una bomba a orologeria. Da stasera certifichiamo che il campo largo non esiste più". Nel Pd l’accelerazione del leader pentastellato non smuove Elly Schlein dalla sua strategia di non cedere alle provocazioni: alla Camera respinge i cronisti con un "non parlo" e si allontana. Segui su affaritaliani.it

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Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere

Se ci riflettiamo un attimo troviamo una similitudine tra Internet e l’oceano: entrambi hanno uno strato superficiale maggiormente noto ed uno strato profondo ed oscuro, per la maggior parte inesplorato. In questo articolo daremo un’occhiata al Surface Web, al Deep Web ed al Dark Web e descriveremo brevemente le differenze tra loro. Cos’è il Surface… Leggi tutto »Differenze tra Deep Web e Dark Web: cosa dobbiamo sapere
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