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Etna, l’Ingv: “Nuova intensa attività esplosiva dal cratere Voragine”

L’Etna, che sembrava essersi acquietato nelle ultime ore, torna a far parlare di sé dopo i disagi creati alla circolazione degli aerei a cavallo di Ferragosto. Secondo il sistema di monitoraggio in rete dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Osservatorio etneo, di Catania, una uova e intensa attività esplosiva si è manifestata a partire dal pomeriggio dal cratere Voragine. Il tremore vulcanico, che segnala l’energia presente nei condotti magmatici interni, è in risalita e staziona su valori molto alti. L’avviso per l’aviazione, il Vona (Volcano observatory notice for aviation), emesso dall’Ingv, al momento è rimasto arancione.

“Prosegue l’attività effusiva dalle bocche a quota 2750m e 1990m dell’Etna – ha comunicato l’Osservatorio -. Dai rilievi sul campo effettuati dal personale dell’INGV-OE risulta che alle ore 16.22 è ripresa l’attività stromboliana al cratere della Voragine; successivamente, si è intensificata l’attività di emissione di cenere al Cratere di Nord Est. Dal punto di vista sismico, dalla tarda serata di ieri l’ampiezza media del tremore vulcanico ha mostrato ampie oscillazioni tra valori bassi e medi, crescendo sempre più in ampiezza. Nelle ultime ore di oggi l’incremento è stato sempre più marcato e dalle ore 18 circa l’ampiezza del tremore è passata dall’intervallo dei valori medi a quelli alti. Dalle ore 18 circa l’attività infrasonica mostra un evidente incremento nel numero degli eventi infrasonici con ampiezze basse ma evidente carattere di crescita. Gli eventi risultano localizzati al cratere Voragine. Anche la stazione di Cratere del Piano mostra l’inizio di un modesto trend”.

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Europei nuoto, terzo oro per Quadarella: argenti amari per Ceccon, Pilato e le staffette. Italia seconda nel medagliere

Arriva il terzo oro per Simona Quadarella in altrettante finali agli europei di nuoto di Parigi. Dopo i trionfi negli 800 e nei 1500 metri, l’atleta romana ha vinto anche i 400 stile libero con il tempo di 4’01″34, riuscendo a rimontare nelle ultime due vasche le tedesche Isabel Gose e Maya Werner, rispettivamente argento e bronzo. Per Quadarella è l’11esima vittoria europea: “È un oro speciale, tra i più speciali. Sono molto contenta per come ho condotto la gara. Gli ultimi cinquanta non si preparano: dai tutto quello che hai. Ero una bambina nel 2018, adesso ho una consapevolezza diversa. Ci speravo, ma non me l’aspettavo. Non so se prima avrei sprintato negli ultimi cinquanta. Sento di ringraziare la mia famiglia e il mio allenatore”, ha detto la 27enne. Al termine della manifestazione l’Italia si piazza seconda nel medagliere dietro la Gran Bretagna, con un oro in meno (13 contro 14) ma molte più medaglie vinte (43 contro 26).

Ceccon e Pilato beffati per un centesimo

Nell’ultimo giorno della rassegna, infatti, sfumano per un solo un centesimo di secondo altre due medaglie d’oro per la nostra nazionale. Dopo il bronzo di mercoledì nei 100 metri rana, Benedetta Pilato ha ottenuto la medaglia d’argento nei 50 rana con il tempo di 29.94 secondi, un solo centesimo più lenta della lituana Rūta Meilutytė (titolare del record mondiale) che ha chiuso a 29.93. Poco dopo anche Thomas Ceccongià bronzo nei 200 dorso – si è arreso sempre per un centesimo ad Apostolos Christou nei 100 dorso, con 52″28 contro i 52″27 del greco campione in carica, che è riuscito a superare l’atleta veneto nell’ultimo tratto. Alle loro spalle il vuoto: il russo Pavel Samusenko ha conquistato il bronzo con 52.57, a tre decimi dal vincitore.

L’ironia di Benedetta: “Questo centesimo mi perseguita…”

Nella finale dei 50 rana femminili, tre nuotatrici più veloci sono arrivate praticamente insieme: è sempre di un centesimo, infatti, la distanza tra Pilato e la terza classificata, l’irlandese Mona McSharry con 29.95. Pilato era arrivata alla finale con il miglior tempo di qualificazione, 29.84, peggiorato di un decimo. Anche alle Olimpiadi del 2024, sempre a Parigi, Pilato aveva mancato il podio per un centesimo: “Questo centesimo mi perseguita“, ha ironizzato al microfono di Rai Sport in zona mista. “Sono comunque contenta, tre volte sotto i 30 secondi, anche se di poco, è importante. Sicuramente è l’inizio di un percorso, ovvio, mi sarebbe piaciuto vincere ma va bene così. Penso sia un punto di partenza, ho cambiato tutto quest’anno e va bene così”.

Argenti “amari” anche nella staffetta

Due argenti un po’ amari arrivano anche nelle staffette miste 4×100, le gare di chiusura della manifestazione. Il quartetto femminile formato da Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Menicucci viene beffato all’ultima vasca, finendo dieci centesimi dietro alla Gran Bretagna che vince con 3’53″50 (nuovo record dei campionati). L’oro sfuma per pochissimo anche nella staffetta maschile: il quartetto composto da Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio chiude in 3’28″86, battuto per appena 19 centesimi dalla squadra russa (atleti neutali B) che vince con 3:28.67.

Le altre gare: Razzetti quarto nei 200 misti

Niente medaglie per l’Italia, invece, nella finale dei 50 stile libero,vinta dall’ucraino Nikita Šeremet con 21″13: il nostro Giovanni Guatti, qualificato un po’ a sorpresa, ha chiuso ottavo e ultimo con 21″83. Manca il podio nei 200 misti anche Alberto Razzetti, già argento nei 400 misti: l’azzurro ha chiuso quarto a 1’56″60, ad un soffio dal record personale. L’oro è andato all’ungherese Hubert Kós in 1’54″24, l’argento allo spagnolo Hugo González de Oliveira, il bronzo al russo Mikhail Shcherbakov. Sesta Paola Borrelli nella finale dei 200 farfalla agli Europei di nuoto: la nuotatrice milanese ha chiuso in 2’08″23. Oro alla britannica Keanna Macinnes in 2’05″90, davanti alla danese Helena Bache alla spagnola Laura Cabanes Garzas.

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Finisce l’afa, arrivano i temporali: l’Italia tra grandine, vento e nuovi disagi. La mappa delle previsioni

Dal caldo estremo ai temporali. L’Italia si prepara a cambiare rapidamente scenario dopo settimane segnate da temperature elevate, afa persistente, siccità e incendi. Ma la fine dell’ondata di calore non coincide necessariamente con un ritorno alla normalità: nei prossimi giorni il rischio sarà quello di fenomeni violenti, con temporali intensi, forti raffiche di vento e locali grandinate. Il primo segnale arriva già oggi, con una sola città ancora contrassegnata dal bollino rosso del ministero della Salute: Bari. Napoli e Trieste sono invece tra le prime città a tornare nel livello verde, quello associato a condizioni di caldo nella norma stagionale.

Il cambio di circolazione atmosferica sarà più evidente da lunedì 17 agosto. Una perturbazione in transito sull’Europa centrale porterà maggiore instabilità su diverse aree del Paese. La Protezione civile ha valutato l’allerta gialla in 13 regioni. Le precipitazioni interesseranno inizialmente Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto ed Emilia-Romagna, per poi estendersi a Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo.

Non sarà, dunque, soltanto una parentesi di pioggia. I temporali potranno essere accompagnati da rovesci di forte intensità, raffiche di vento e grandinate. Fenomeni che, dopo settimane di caldo e terreni messi a dura prova dalla siccità, possono a loro volta creare disagi e problemi sul territorio. Secondo le previsioni di iLMeteo.it, dopo le precipitazioni di domani tornerà temporaneamente il sole tra martedì e mercoledì, mentre le temperature continueranno a diminuire. La tregua dovrebbe diventare più marcata nella seconda parte della settimana: da giovedì 20 agosto sono attesi nuovi temporali, soprattutto al Centro-Nord, associati a un ulteriore calo termico.

È una svolta attesa dopo un periodo nel quale il caldo ha lasciato conseguenze pesanti. Le temperature elevate e prolungate hanno favorito condizioni di siccità e contribuito ad alimentare numerosi incendi, mentre il caldo estremo ha avuto anche conseguenze sulla salute e, in alcuni casi, è stato associato a decessi. Proprio gli incendi restano uno dei fronti più delicati. Dal Trentino all’Abruzzo, dal Veneto all’Emilia-Romagna, sono ancora impegnate numerose squadre dei vigili del fuoco. La situazione più critica viene segnalata in Carnia, dove i roghi boschivi continuano da oltre una settimana. Particolarmente complessa la situazione sul monte Amariana e sul monte Amarianute, dove il fuoco è ancora attivo e in espansione.

Nell’area interessata dagli incendi resta l’indicazione di limitare l’esposizione all’aperto e, qualora fosse indispensabile sostare all’esterno, di utilizzare dispositivi di protezione delle vie respiratorie FFP2 o FFP3. Intanto, con la fine di Ferragosto, è iniziato anche il controesodo. L’Anas segnala al momento traffico scorrevole, in un’estate nella quale le abitudini di viaggio sembrano essere cambiate: molte famiglie hanno scelto di distribuire i rientri durante i giorni feriali, evitando di concentrarli nel fine settimana. Da lunedì a giovedì 20 agosto sono previsti oltre 34,7 milioni di spostamenti sulle strade italiane, con il picco atteso proprio lunedì, quando si stimano circa 8,8 milioni di viaggi.

Il caldo, dunque, sembra avviarsi verso la fine, ma l’estate non concede ancora una vera tregua. Alle temperature estreme che hanno caratterizzato le ultime settimane subentreranno temporali e grandinate, con un nuovo rischio di disagi soprattutto nelle aree più colpite dai fenomeni intensi e dagli incendi. Il passaggio da un’emergenza all’altra potrebbe essere, per molte zone del Paese, particolarmente rapido.

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La Russa attacca di nuovo Report: “Va cambiato, ma non vorrei che arrivi uno peggio di Ranucci”

Ignazio La Russa torna a mettere nel mirino Report. “Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5% dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso”, ha detto il presidente del Senato intervistato a “Bar Italia”, evento di Fratelli d’Italia in corso a Ragalna, nel Catanese, proponendo per l’ennesima volta di mettere le mani sul più importante programma di informazione della Rai. “A me non interessa se ne mettono un altro – ha proseguito la seconda carica dello Stato parlando della conduzione – ma non può essere che il giornalismo d’inchiesta si faccia per attaccare qualcuno, deve fare inchiesta a 360 gradi”. Certo, ha aggiunto, “non vorrei che ce ne mandino uno peggio di Ranucci, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo”.

L’evento del partito è un’occasione anche per fare il punto sull’operato del governo. “La terza riforma istituzionale che io amavo di più – ha spiegato La Russa -, e cioè quella per far eleggere direttamente dal popolo il capo dello Stato, o almeno il presidente del Consiglio, si è un po’ arenata perché abbiamo capito che diventava un altro strumento di falsità. Ma se facciamo questa legge elettorale, comunque il presidente del Consiglio avrà una credibilità che gli deriverà dalla scelta diretta dei cittadini. In questa legge le coalizioni devono indicare, non il nome del presidente del Consiglio, ma quello che proporranno al presidente della Repubblica che è libero di decidere. Ma quando c’è stata una vittoria chiara, non è mai successo che il presidente della Repubblica abbia scelto un nome diverso. Quindi se ci sarà una vittoria chiara, di destra o sinistra, il nome avrà una larghissima probabilità di diventare il presidente del Consiglio”. E i tempi? “Entro ottobre la chiudiamo. O la chiudiamo o non la chiudiamo, ma entro ottobre la risposta arriva”.

Le elezioni politiche del 2027 avverranno in uno scenario inedito per la politica italiana, quello in cui a destra di FdI c’è un altro partito, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, e Giorgia Meloni avrà il problema di non perdere troppi voti su quel versante. La Russa fa professione di ottimismo – “Io non sono convinto che i sondaggi siano necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo” – e infligge una stoccata all’alleato Matteo Salvini: “Il generale Vannacci ricordo che era il vicesegretario della Lega, non siamo noi che non l’abbiamo voluto nel centrodestra, lui ha deciso di uscire dal centrodestra, fondando un suo partito e votando in numerose occasioni insieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra. Io sono convinto che il centrodestra a prescindere da Vannacci avrà i numeri per governare”.

Quindi l’ex missino sale sul cavallo di battaglia delle destre non solo italiane, ma europee e mondiali: la questione migratoria. Quello che è successo a Ceuta “è stato un assalto all’Europa e qualcuno ha consentito che avvenisse, la Spagna ha enormi responsabilità nell’aver predicato l’accoglienza. L’accoglienza è una bellissima cosa ma quando è indiscriminata non è più accoglienza come quello che è avvenuto nell’enclave spagnola, con migliaia e migliaia di persone senza acqua, senza cibo, senza un luogo per dormire e vengono rispediti quasi a pedate nel loro Paese”, ha detto La Russa, come se fosse stata Madrid a lasciar entrare volontariamente oltre 80 mila migranti dal Marocco nella minuscola exclave spagnola in Nord Africa.

“Pensate se fossero arrivate a Pantelleria migliaia di migranti e noi li avessimo trattati, non dico come la Spagna, ma anche con la metà della cattiveria degli spagnoli – ha aggiunto -. Giustamente avremmo avuto manifestazioni in tutte le città in difesa dei poveri migranti”. Quindi ha concluso: “Avete sentito qualcuno dire che Sanchez ha trattato male gli immigrati? O la sinistra protestare per la remigrazione?”.

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Israele, Ben-Gvir: “A Gaza bisogna uccidere da 30 a 40 persone ogni notte”

Le sue ultime immagini che avevano fatto il giro del mondo lo avevano visto inveire contro gli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla ammanettati e inginocchiati con il volto a terra. Ora che le elezioni del 27 ottobre sono alle porte, Itamar Ben-Gvir torna a far parlare di sé anche oltre i confini di Israele. Durante un podcast in cui conversava con Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas, il ministro della Sicurezza nazionale ha sostenuto la necessità di uccidere “tra le 30 e le 40” persone ogni notte a Gaza.

Ben-Gvir e Braslavski discutevano della ripresa di Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 quando illeader el partito di estrema destra Potere Ebraico ha criticato la recente riduzione degli attacchi israeliani nella Striscia. “Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro”, ha detto Ben-Gvir. “Penso che a Gaza si dovrebbero effettuare omicidi mirati, eliminando da 30 a 40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone“, ha aggiunto. Dichiarazioni simili da parte di Ben-Gvir e di altri funzionari israeliani sono state presentate alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu come prove di intento genocida.

Nella stessa intervista, il parlamentare ha sostenuto l’emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza – una proposta che, secondo gli esperti di diritto internazionale, potrebbe equivalere a una pulizia etnica – e il reinsediamento di Gaza da parte di Israele. Vent’anni fa, Israele si è ritirato dalla Striscia, smantellando un complesso di 21 insediamenti ebraici noto come ‘Gush Katif’ e ritirando le proprie forze. “Considero tutta Gaza come nostra“, ha affermato Ben-Gvir nell’intervista. “Insediamenti non solo a Gush Katif ma in tutta Gaza, incoraggiando il maggior numero possibile di emigrazioni, rimandandoli nei loro Paesi, e per i terroristi, nessuna emigrazione, niente, solo ucciderli uno per uno“, ha dichiarato ancora.

Personaggi come Ben-Gvir hanno guadagnato estrema popolarità tra gli israeliani dopo il brutale attacco di Hamas del 2023, quando i militanti uccisero circa 1.200 persone e presero 251 ostaggi. Ben-Gvir non ha alcun potere sull’esercitodel Paese e non può ordinare attacchi su Gaza. Tuttavia, dopo aver operato per decenni all’interno dell’estrema destra, è ora una delle figure più influenti del Paese. Esercita un controllo sostanziale su settori chiave dell’apparato di sicurezza gestendo le carceri, dove sono detenuti migliaia di palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania, nonché le forze di polizia nazionali.

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+Europa, ora la faida è sulle primarie. Magi: “Pronto a correre”. Della Vedova: “Lo farà a nome suo, non del partito”

La faida dentro +Europa si arricchisce di un nuovo episodio. A far litigare i dirigenti del partitino di centro a Ferragosto è l’annuncio del segretario, il deputato Riccardo Magi, di essere pronto a correre alle eventuali primarie del centrosinistra, alle quali, dice, “ci dovrà essere una candidatura di +Europa”. “Io correrei con grande entusiasmo e con la convinzione di portare nella discussione il tema dei temi: il nostro futuro nell’Unione europea. E con questo, le nostre idee su diritti civili, libertà individuali ed economiche, antiproibizionismo”, dice Magi in un’intervista alla Stampa. Parole come fumo negli occhi per l’ala del partito che fa capo al deputato Benedetto Della Vedova, rappresentata dal giovane presidente Matteo Hallissey, contrarissimo alla collocazione nel campo largo (in particolare a causa della presenza del M5s). “Apprendiamo che Riccardo Magi intende presentarsi alla primarie del centro-sinistra. Auguri. Naturalmente lo farà – se lo farà – a titolo personale, non a nome di +Europa. Nel partito non è mai stata nemmeno discussa un’ipotesi del genere. E dubitiamo fortemente che un segretario che è ormai da tempo in minoranza nel partito, ancorché ostinatamente attaccato al suo incarico, possa avere il via libera per una operazione personalistica come quella che prefigura”, commentano Hallissey e Della Vedova in un comunicato congiunto.

Da mesi infatti +Europa è paralizzato dallo scontro tra le due fazioni, con il presidente che chiede di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario, mentre Magi finora si è rifiutato di farlo, non essendo mai stato sfiduciato dall’assemblea. “Il nostro partito ha sempre avuto forti frizioni interne. In questo momento ci sono lacerazioni profonde dovute anche al fatto che in diversi già guardano ad altre forze politiche. Alcuni sono attratti dal progetto di Renzi, altri da movimenti terzopolisti, esterni all’alleanza di centrosinistra”, commenta il segretario nell’intervista alla Stampa. E ventila la scissione: “Se ci si intende su quello che si vuole fare, bene. Altrimenti non è obbligatorio rimanere tutti insieme”. La sua ricostruzione però contestata da Hallissey e Della Vedova: “Magi allude anche al fatto che alcuni di noi sarebbero attratti da altri percorsi, esterni a +Europa. Questo ci sembra un riferimento autobiografico“, attaccano. “Piuttosto, c’è un’ampia maggioranza interna, ostinatamente ignorata se non irrisa dal segretario, che da mesi chiede un congresso in cui finalmente si torni a parlare di politica, che sottragga il partito all’irrilevanza e lo rilanci. Questa è la prova ulteriore della sua necessità”.

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“Luke Perry mi manca molto, ora che non c’è più ripenso spesso ai momenti sul set. Lui e io ci divertivamo un mondo a girare insieme”: Jason Priestley ricorda il collega scomparso e si commuove

A distanza di sei anni dalla morte di Luke Perry, Jason Priestley non riesce ancora a parlarne senza commuoversi. Ospite del podcast “Best With Them”, l’attore e regista canadese si è lasciato andare al ricordo di una scena che considera il suo miglior lavoro dietro la macchina da presa, girata sul set di “Beverly Hills, 902010” proprio con il collega scomparso nel 2019.

Priestley, che debuttò alla regia nella terza stagione della serie ha ripercorso l’ultimo periodo di Perry come Dylan McKay. In particolare, la puntata in cui scopriva l’omicidio della moglie Toni Marchette, uccisa in un agguato.”Il mio momento di regia preferito? Nell’ultimo episodio in assoluto girato da Luke Perry. Quando cade in ginocchio sotto la pioggia… avevamo colonne d’acqua ovunque e Luke cadeva in ginocchio, guardando verso il cielo e gridando“, ha raccontato. Una scena ripresa mentre “una grande telecamera su una gru si allontanava da lui sotto la pioggia”.

“Luke e io ci stavamo divertendo un mondo a girare quella roba. Ora che lui non c’è più ripenso spesso a quei momenti”, ha aggiunto Priestley, commosso. Quando gli è stato chiesto se il collega gli mancasse, il regista è rimasto in silenzio limitandosi ad annuire. Nei giorni successivi alla morte di Perry, nel 2019, Priestley gli aveva dedicato un post su Instagram: “Mi ci sono voluti un paio di giorni per capire come scrivere tutto questo. Il mio caro amico da 29 anni, Luke Perry, era una di quelle persone davvero speciali“.

E ancora: “Luke non era solo una star. Era una luce incredibilmente luminosa che si è spenta decisamente troppo presto ed è per questo che io, e così tanti altri, stiamo soffrendo così tanto oggi”, aveva scritto. “Se avete avuto la fortuna di conoscere Luke, o anche solo di aver incrociato il suo cammino, so che anche voi oggi siete tristi, la candela che brilla con intensità doppia brilla per metà del tempo. E tu hai brillato davvero tantissimo, Luke”.

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La pioggia sorprende piazza del Campo: il Palio di Siena rinviato di un giorno

Il Palio di Siena è stato rinviato a domani, 17 agosto. Un’improvvisa pioggia caduta su piazza del Campo ha imposto l’esposizione della bandiera verde, simbolo dell’annullamento della corsa prevista al tramonto di oggi, domenica. Anche altre volte il Palio è stato rinviato e il motivo è stato sempre lo stesso: acquazzoni che hanno reso precarie le condizioni della pista con rischi di tenuta del tufo steso in piazza del Campo e conseguenti pericoli per l’incolumità di cavalli e fantini. Oggi la pioggia ha cominciato intorno alle 14 – spiegano dal Comune – “rendendo impossibile lo svolgimento del Corteo Storico e della Carriera“. Lo stesso programma sarà replicato domani lunedì 17 agosto: Corteo Storico e Corsa si svolgeranno, sempre meteo permettendo, con i medesimi orari.

Alle 15 e alle 15,30 gli spari del mortaretto per il primo e secondo preavviso, quindi alle 16,10 l’inizio dello sgombero della pista per permettere alle 16,45 la sfilata del drappello dei Carabinieri a cavallo. Quindi alle 16,50 l’ingresso in piazza del Campo del Corteo Storico. Alle 19 l’uscita dei cavalli dal Cortile del Podestà per il Palio. Per il pubblico che vuole assistere alla corsa nel centro di piazza del Campo, dalle 16 alle 18 sarà possibile accedervi, fino alla capienza massima consentita, esclusivamente da via Dupré.

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“Nessuno vuole finanziare il mio film perché ha un cast di sole persone trans. Nella sceneggiatura ho riversato rabbia e frustrazione per ciò che sta accadendo loro nel mondo”: così Lilly Wachowski

Per spalancare le porte degli studi cinematografici americani, a quanto pare, non bastano quattro premi Oscar vinti da “Matrix“, una pietra miliare del cinema d’azione e fantascienza. E neanche decenni di successi. Se la proposta esce dagli standard e dai canoni a cui Hollywood è abituata, si alza un muro. Lo ha raccontato la regista Lilly Wachowski, 58 anni, parlando del suo nuovo film “The Hunted” in un’intervista al podcast “The Business”. “Il progetto piace, ma nessuno vuole davvero realizzarlo perché ha un cast completamente trans“, ha spiegato.

La pellicola, co-scritta con Mickey Ray Mahoney, è attualmente in fase di sviluppo. “Dovrò diventare creativa e trovare modi diversi per farla arrivare al pubblico“, ha spiegato Wachowski. Che, lo scorso weekend, ha presentato il testo di “The Hunted” al pubblico durante una lettura dal vivo al locale Dynasty Typewriter, a Los Angeles. La regista ha sottolineato anche quanto le stia a cuore il progetto: “Questa sceneggiatura è stata estremamente importante per me. È nata come risposta a ciò che sta accadendo nel mondo reale alle persone trans. Mi ha offerto un contenitore catartico in cui riversare tutta la mia rabbia, la mia furia e la mia frustrazione“.

Il film, ambientato in un’America distopica in cui le persone trans vengono brutalizzate ed lasciate ai margini della società, segue due donne trans a caccia del responsabile di un grave crimine. Il loro viaggio le condurrà in una pista di indagini fino ai più alti livelli del governo, per trasformare la vendetta personale in una rivoluzione. Insieme alla sorella Lana, anch’ella trans, Wachowski ha lavorato a film come “Bound – Torbido inganno”, la trilogia originale di “Matrix” “Cloud Atlas”, “Jupiter – il destino dell’universo” e alla serie Netflix “Sense8”. La regista non è stata coinvolta invece nel quarto film di “Matrix” (2021) e, all’epoca, aveva spiegato che la decisione di lasciare il franchise era stata “difficile”.

Non è la prima volta che il vissuto personale delle sorelle Wachowski s’intreccia con la loro produzione artistica. Lana ha rivelato di essere trans nel 2008, dopo anni di speculazioni, Lilly ha fatto coming out otto anni dopo, nel marzo del 2016. Nel 2020 la stessa regista aveva confermato la teoria secondo cui “Matrix” è una allegoria estesa dell’esperienza transgender.

Immagine: frame tratto da YouTube (@Brian Koppe)

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Soccorso ingiustificato in mare o in montagna, adesso si paga: fino a 4mila euro all’ora per un elicottero

L’episodio che si è verificato in Francia, in cui 32 alpinisti hanno dovuto pagare di tasca propria l’elisoccorso sul Monte Bianco per non aver ascoltato le raccomandazioni delle guide di non continuare la salita per il pericolo di caduta di sassi, ha riacceso la polemica anche in Italia.

Da inizio anno, infatti, lo Stato non paga più per qualsiasi intervento di soccorso: chi chiama “senza motivo” o provoca un’operazione della Guardia di finanza intenzionalmente o per una grave disattenzione deve pagare. Lo prevede la legge di bilancio 2026, con cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha introdotto un sistema di tariffe per quantificare le spese e recuperare i costi sostenuti durante le missioni di emergenza secondo un sistema di criteri oggettivi che attribuiscono un valore economico al personale e ai mezzi impiegati, oltre alla durata dell’operazione.

Per quanto riguarda il personale, il costo cambia in base al grado e alla specializzazione: 30 euro all’ora per appuntati e finanzieri, 60 euro per gli ufficiali superiori, 70 euro per reparti specializzati come quelli aeronavali. Gli interventi di durata inferiore o uguale a 60 minuti vengono conteggiati come un’ora intera, dopo la quale il prezzo cresce ogni mezz’ora.

I mezzi che pesano di più sul costo sono quelli aerei: un elicottero della guardia di finanza può costare fino a 4mila euro all’ora, un aeroplano turboelica può sfiorare i 5mila. Molto più bassi i costi dei droni per interventi rapidi in mare, in montagna e nelle aree più difficili da raggiungere, che vanno da meno di 100 euro a poche centinaia di euro in base al modello. Per quanto riguarda i mezzi di terra, il costo dipende dai chilometri percorsi e dalla tipologia di alimentazione. Gli autofurgoni diesel sono tra i mezzi più economici, mentre per veicoli a benzina o ibridi il prezzo oscilla di molto. Tra i mezzi più onerosi c’è la motoslitta, utilizzata soprattutto negli interventi in ambiente montano, con un costo che può arrivare a circa 1,50 euro per chilometro, seguita dai quad Atv e dagli altri veicoli speciali. Anche in mare i prezzi variano molto: i pattugliatori di ultima generazione superano i 1.000 euro all’ora, mentre le vedette costiere hanno costi molto inferiori.

La misura ha l’obiettivo di scoraggiare le richieste di soccorso infondate e recuperare le risorse pubbliche impiegate per quelle causate da comportamenti gravemente irresponsabili, ma non riguarderà gli interventi effettivamente necessari. Il punto è responsabilizzare i cittadini e far passare il messaggio che i soccorsi restano un servizio fondamentale per la collettività, ma richiedono molte risorse pubbliche in termini di mezzi, personale e ore lavoro che vanno tutelate, anche trasformandosi in un onere economico per chi ne abusa.

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Il cambiamento climatico ferma lo sci estivo su tutte le Alpi: stop anche sullo Stelvio

Diciassette gradi al ghiacciaio del Forni a oltre 2mila metri e 9 gradi al Passo Marinelli a circa 3mila metri di quota. Se a valle gli italiani boccheggiano, sulle vette delle montagne più frequentate non si può sciare. Il cambiamento climatico trasforma inevitabilmente anche turismo e hobby. Questa estate non è possibile sciare in Italia e la situazione è la stessa in tutte le Alpi, non solo italiane ma anche nelle stazioni svizzere, francesi e austriache e anche in Norvegia. In Europa le uniche possibilità di sciare, insomma, sono al momento solo nelle piste indoor.

Lo sci estivo ha chiuso per caldo nel comprensorio del Cervino, poi in quello di Ponte di Legno Tonale e ora anche sullo Stelvio, dove le temperature altissime che non si abbassano a sufficienza nemmeno la notte. Si tratta di condizioni che “non permettono di garantire i consueti standard di qualità e, soprattutto, di sicurezza necessari per la pratica dello sci estivo” ha spiegato la Sifas, Società Impianti Funiviari allo Stelvio, che ha chiuso dal giorno di Ferragosto le piste annunciando che “l’attività sciistica sul ghiacciaio dello Stelvio è sospesa fino a data da destinarsi. Rimane, invece, attivo il servizio delle funivie per salire al ghiacciaio”. La società continuerà a monitorare meteo e condizioni della montagna “nella speranza di un ribasso delle temperature e di un miglioramento dello stato del ghiacciaio”.

Al Cervino lo stop era arrivato il 31 luglio da Zermatt Bergbahnen, società svizzera che gestisce gli impianti sul ghiacciaio del Teodulo, a quota 3.000 metri, al confine con l’Italia. Gli impianti del versante italiano, con partenza da Breuil-Cervinia, sono rimasti aperti fino a Plateau-Rosa ma anche in questo caso solo per gli escursionisti. Mentre sul monte Bianco è stata sospesa la salita dal versante italiano e sono stati chiusi per sicurezza anche i due rifugi francesi Tête Rousse e Goûter, tanto che prima di Ferragosto 32 turisti che erano saliti al rifugio hanno dovuto prendere a loro spese un elicottero per rientrare perché il sindaco di Saint-Gervaise aveva negato loro il soccorso visto che avevano deciso di salire nonostante i divieti per il rischio frane. Una scelta che ha innescato una serie di polemiche in Francia ancora non terminate.

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Ferragosto ad alta tensione nelle carceri: agenti aggrediti e disordini in tutta Italia. I sindacati: “Nordio si svegli dal torpore”

È stato un Ferragosto di tensione nelle carceri italiane, sempre più invivibili a causa del sovraffollamento (che ha toccato il 141%) e del caldo insopportabile. Vari eventi critici sono stati segnalati negli ultimi giorni dalle sigle della Polizia penitenziaria, a partire da un’evasione avvenuta sabato dalla casa circondariale di Potenza: due detenuti di nazionalità tunisina, ha comunicato il sindacato Sappe, sono “riusciti a sfruttare una criticità strutturale dell’istituto, arrampicandosi e raggiungendo i tetti per poi guadagnare l’esterno”. Entrambi sono stati rintracciati in città nell’arco di poche ore. Sempre sabato, a Saluzzo (Cuneo), la vicecomandante della Polizia penitenziaria è stata aggredita da un cinquantenne detenuto in Alta sicurezza, Francesco Coffa, membro dell’omonimo clan della Sacra corona unita brindisina, che l’ha strattonata prima di essere bloccato dagli agenti. “Non è accettabile che una rappresentante dell’amministrazione penitenziaria impegnata nello svolgimento delle proprie funzioni possa essere aggredita all’interno dell’istituto”, denuncia Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp, esortando il ministro della Giustizia Carlo Nordio a farsi carico della situazione “con urgenza e senza ulteriori indugi. Servono interventi immediati, maggiori garanzie per il personale e una gestione del circuito di Alta sicurezza realmente adeguata al livello di pericolosità dei soggetti detenuti. Non possiamo aspettare che si verifichi una tragedia“, incalza.

Ancora il 15 agosto, nel penitenziario della Dozza a Bologna, un detenuto ha appiccato un incendio nella sezione Rh del reparto infermeria: poiché gli idranti non funzionavano, il personale ha dovuto spegnere le fiamme con secchi d’acqua. Due sottufficiali intervenuti, tra cui l’ispettore di Sorveglianza generale, sono rimasti intossicati dal fumo. A denunciarlo è ancora l’Osapp, segnalando che si tratta dell’ultimo di una serie di “eventi critici molto gravi” avvenuti negli ultimi giorni. Il 14 agosto, ricorda infatti il sindacato, un detenuto del reparto penale ha puntato una lametta alla gola di un agente, che ha riportato un piccolo taglio, e poi ha aggredito il personale intervenuto colpendo con un calcio al petto un altro agente. Sempre nello stesso reparto, un altro detenuto “ha cercato di aggredire un sottufficiale e gli ha sputato in faccia”. Giovedì 13 agosto, invece, quattro agenti sono stati aggrediti nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino da un detenuto italiano di 35 anni – sottoposto al regime di sorveglianza particolare – e trasportati in ambulanza al pronto soccorso. Un episodio che ha spinto l’Osapp a chiedere un intervento dell’amministrazione penitenziaria, invitando Nordio a “scuotersi dal torpore” e ad agire con tempestività.

Finora infatti l’esecutivo non ha adottato nessun provvedimento rilevante per migliorare la situazione nelle carceri, fatta eccezione per alcune misure-spot dall’impatto minimo (l’ultima è la norma per far scontare ai tossicodipendenti la pena in comunità, finanziata però con i fondi necessari per appena cinquecento persone). “Tra i molteplici fallimenti di questo governo, la situazione delle carceri è certamente tra quelli più gravi“, denuncia il senatore Pd Walter Verini, capogruppo in Commissione Antimafia, che a Ferragosto ha visitato gli istituti di Perugia e Terni. “Sovraffollamento insopportabile, grave mancanza di personale, situazioni di 40/45 gradi da sopportare in spazi troppo piccoli per più persone. E in diversi casi mancanza d’acqua, acqua razionata in questa estate torrida, scarse condizioni igienico-sanitarie. Poche le risposte ai tanti problemi sanitari che affliggono i detenuti. Pochi magistrati di sorveglianza per evadere le tante richieste. Situazioni di tensione che abbiamo toccato con mano”. A Santa Maria Capua Vetere invece la visita del deputato dem Stefano Graziano, secondo cui “occorre intervenire su due fronti: da un lato, rafforzare immediatamente gli organici e, dall’altro, ridurre il sovraffollamento attraverso misure strutturali e un miglioramento delle condizioni detentive. È necessario mettere il personale nelle condizioni di lavorare e garantire ai detenuti standard compatibili con la funzione rieducativa della pena”, afferma.

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L’Iran mette una taglia sugli americani: “30mila dollari a chiunque uccida o catturi un soldato Usa”

L’Iran mette una taglia sui soldati americani. “Visto l’elevato numero di richieste di partecipazione alla jihad finanziaria – ha affermato il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami, citato dall’agenzia Irna, in occasione di una cerimonia per la Giornata della Stampa – è stato predisposto un piano in base al quale, per ogni persona che uccide o cattura e consegna un membro delle forze aggressori americane all’Esercito della Repubblica Islamica dell’Iran, con il sostegno dei familiari che partecipano alla jihad finanziaria e sotto la propria garanzia, riceverà un premio equivalente a 30.000 dollari o 5 miliardi di toman”. “Le valorose donne iraniane che riusciranno a compiere questa azione riceveranno un premio doppio”, avrebbe aggiunto Hatami, secondo l’agenzia di stampa ufficiale dello Stato, gestita direttamente dal ministero della Cultura.

Più ristretta la formula usata dall’agenzia Tasnim, organo di informazione semi-ufficiale legato ai Guardiani della rivoluzione (che spesso sono in competizione, quando non addirittura in contrasto, con l’esercito), che nel dare la notizia riferisce che destinatario della taglia possa essere “una qualsiasi forza iraniana“, il che farebbe intendere che l’invito sia rivolto solo al personale militare. Tuttavia il fatto che Irna sia espressione diretta del regime teocratico da cui dipende in maniera diretta anche Artesh, l’esercito regolare, lascia pensare che a beneficiare della taglia possa essere ogni cittadino iraniano e non solo agli esponenti delle forze armate variamente intese.

A chi è rivolto l’invito? In Iran ufficialmente non sono presenti truppe regolari dell’esercito degli Stati Uniti: la guerra scatenata dall’amministrazione Trump insieme a Israele contro la Repubblica islamica non ha visto soldati Usa operare “boots on the ground” sul suo territorio. Quindi è plausibile che l’appello sia rivolto agli iraniani che vivono in altri paesi della regione. L’Irna dà un riferimento molto preciso parlando di “jihad finanziaria”, ovvero i complessi meccanismi e flussi monetari usati dal regime per sostenere militarmente e politicamente i propri proxy in Medio Oriente come Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite alleate in Iraq.

In alcuni paesi dell’area, inoltre, sono presenti uomini dei Pasdaran. A giugno l’agenzia Reuters riferiva, citando otto diverse fonti irachene, che i Guardiani della rivoluzione hanno creato nuove cellule segrete in Iraq, separate dalle milizie sciite irachene tradizionali e direttamente dipendenti dai Guardiani, per condurre attacchi contro i paesi del Golfo che ospitano forze americane.

La stessa Reuters il 23 luglio ha riferito che Teheran avrebbe inviato in Yemen tra 10 e 21 membri dell’Irgc, compresi comandanti e consiglieri militari, insieme a componenti per missili e droni destinati agli Houthi. “I comandanti delle Guardie Rivoluzionarie si sono recati lì per supportare le operazioni degli Houthi e fornire addestramento sui nuovi sistemi missilistici”, ha affermato una delle fonti.

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Trovano un tesoro da nove milioni mentre scavano per una fognatura: “All’inizio pensavamo fossero monete da un euro, poi abbiamo visto anche un lingotto”

Stavano lavorando per ristrutturare una casa in Belgio e, mentre scavavano per installare nuove condutture fognarie, hanno trovato un tesoro da nove milioni di euro. È successo a un gruppo di muratori e, a raccontarlo all’emittente pubblica belga VRT, come riporta la BBC, è stato uno studente di 18 anni, impegnato in un lavoro estivo. “La nostra prima reazione è stata di incredulità e stupore. All’inizio pensavo fossero monete da un euro, così abbiamo iniziato a dissotterrarle. Poi abbiamo visto anche un lingotto d’oro. Lì abbiamo capito che si trattava di qualcosa di più grande e importante di quanto pensassimo”.

Gli operai, a quel punto, hanno avvisato la polizia, spiegando che tenerlo per loro non era assolutamente un’opzione da considerare: “Ci sono così tante monete e lingotti che sarebbe stato quasi impossibile. E poi sarebbe stato un furto“, ha dichiarato il capo cantiere, come scrive la BBC. “9 milioni di euro, sarebbe stato impossibile tenerli nascosti”, gli ha fatto eco il 18enne.

Nel frattempo, le autorità hanno invitando i cittadini a non avvicinarsi alla zona e hanno precisato che tutto l’oro è stato trasferito in un luogo sicuro nella capitale, dove verrà esaminato per capirne la provenienza. Il tesoro comprende monete d’oro, pepite e lingotti ed era nascosto in una parete di mattoni della cantina, sotto una villa costruita alla fine dell’Ottocento dall’allora proprietario.

Il ritrovamento è avvenuto martedì 11 agosto a 30 chilometri a nord-ovest di Bruxelles, Fiandre Orientali, nella zona di una ex birreria. Un laboratorio che aveva cominciato la sua produzione nel 1899, portando avanti l’attività fino al 1970. Adesso, la struttura è in ristrutturazione grazie al lavoro della CAW Oost-Vlaanderen, un’organizzazione che si occupa di assistenza sociale e che voleva trasformarla in uffici e alloggi.

Secondo la legge belga, il possessore originale del tesoro ha cinque anni di tempo per rivendicarlo. Il procuratore locale ha aperto un’inchiesta, specificando che non se ne conosce l’identità. Se nessuno dovesse farsi avanti e tutto quell’oro non essere legato ad attività criminali, il codice civile stabilisce che debba essere diviso equamente tra chi l’ha ritrovato e il proprietario dell’immobile.

Immagine a scopo illustrativo generata con AI

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Un bimbo aggredito da un animale selvatico a Noicattaro (Bari), è il terzo: il sindaco chiude i parchi

La paura torna a Noicattaro, nel Barese, e questa volta a finire nel mirino di un animale selvatico è un bambino di appena 6 anni. È successo la sera di Ferragosto, intorno alle 23, in un parco cittadino tra via San Filippo Neri e via Rutigliano, dove un gruppo di famiglie si era ritrovato per trascorrere la serata. Secondo la ricostruzione diffusa attraverso una segnalazione sui social, il piccolo sarebbe stato avvicinato e azzannato da un animale selvatico, forse un lupo. Le urla degli adulti avrebbero messo in fuga l’animale. Dell’episodio è stato diffuso anche un video relativo a un presunto avvistamento, ma l’identificazione dell’esemplare resta ancora da accertare.

Il bambino è stato soccorso e trasferito all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari, dove è ricoverato nel reparto di Chirurgia pediatrica. Ha riportato alcune ferite al torace: le lesioni sono state trattate e suturate e il piccolo si trova ora sotto osservazione. È il terzo bambino coinvolto in episodi analoghi nello stesso territorio. Il primo caso risale alla sera del 4 agosto, quando due minori erano stati aggrediti. Da allora le autorità hanno avviato una serie di interventi per individuare l’animale e mettere in sicurezza le aree maggiormente esposte.

La caccia all’animale

Dopo le prime aggressioni, in Prefettura a Bari è stata istituita una task force, d’intesa con la Regione Puglia, per cercare di identificare l’animale. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella che possa trattarsi di un lupo, ma gli accertamenti non hanno ancora fornito una conferma definitiva. Il 14 agosto, con un decreto del presidente Antonio Decaro, è stato autorizzato il prelievo e la cattura dell’esemplare. La nuova aggressione ha fatto nuovamente scattare l’allarme. Domenica mattina il sindaco di Noicattaro, Raimondo Innamorato, ha convocato d’urgenza la Polizia locale, l’Asl veterinaria e i volontari per fare il punto sulla situazione e intensificare i pattugliamenti.

Il primo cittadino si è inoltre confrontato con la prefetta di Bari Rossana Riflesso, con la Regione, l’Università di Bari, il Cnr e la Polizia metropolitana.

Una pattuglia di carabinieri forestali con un drone sta monitorando dal primo pomeriggio di domenica le campagne che circondano la cittadina. La Regione Puglia ha disposto nelle ultime ore una intensificazione della presenza di fototrappole e veterinari autorizzati alla cattura. All’ospedale pediatrico di Bari dove sono stati ricoverati due bambini azzannati (il terzo non ha fortunatamente riportato lesioni), è stato inoltre chiesto di fare un tampone che è stato poi inviato all’istituto zooprofilattico per il controllo del Dna.

Parchi chiusi di notte

Nel frattempo resta in vigore l’ordinanza firmata dal sindaco, che dispone la chiusura notturna del parco comunale dalle 21 alle 8 e vieta l’accesso alle aree di verde pubblico vicine alle zone agricole su tutto il territorio cittadino. Il provvedimento scade lunedì mattina alle 8. La sua eventuale proroga sarà valutata dopo la nuova riunione della task force, convocata lunedì alle 12 in Prefettura a Bari.

Il Comune ha deciso di rafforzare i controlli. Pattuglie della Polizia locale, con il supporto delle altre forze dell’ordine, monitoreranno i parchi cittadini per impedire l’accesso alle famiglie e ai bambini e verificare il rispetto del divieto. Una misura resa necessaria anche dal fatto che nei giorni scorsi l’ordinanza non sarebbe stata sempre rispettata. Lo stesso sindaco, in un video diffuso sui social, ha ricordato che anche la zona dell’ultima aggressione rientrava tra quelle interdette. “Non è limitazione della libertà – ha detto Innamorato – , è buon senso e tutela della pubblica incolumità in presenza di un rischio serio e concreto”.

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Mosca, colonna di fumo si alza sui magazzini Wildberries: “Droni ucraini mettono fuori uso 7 centri logistici su 10”

Un’enorme nube di fumo si alza su Mosca. Nelle immagini si vedono gli elicotteri dei vigili del fuoco che si dirigono verso un magazzino appartenente a Wildberries, il colosso russo della grande distribuzione online. Nella notte la regione di Mosca è stata colpita da quello che il governatore Andrey Vorobyov ha definito “uno dei più massicci attacchi di droni ucraini degli ultimi tempi”.

Il Ministero della Difesa ucraino ha riferito che gli attacchi hanno complessivamente messo fuori uso sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries, spesso definita “l’Amazon russa”. Secondo il ministero infatti questa notte, 16 agosto, anche il centro logistico di Wildberries nel parco industriale di Koledino ha cessato le attività dopo l’attacco. Si tratta del più grande magazzino dell’azienda per superficie, con circa 250.000 metri quadrati. Sempre stanotte, anche il magazzino di Domodedovo ha sospeso le attività, nel sito infatti è divampato un vasto incendio.

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AVVERTE PROPRIETARIA DI UN TUMORE: A JOY IL PREMIO “FEDELTA DEL CANE”

Il premio ‘Primus inter pares’ della 64esima edizione del premio internazionale ‘Fedeltà del cane’ è stato conferito a Joy, labrador di due anni. La sua insistenza su un punto preciso del corpo della sua proprietaria ha dato un segnale che l’ha portata, a seguito di controlli medici, alla diagnosi di tumore al pancreas, salvandole la vita. Ora, grazie a Barbara e Joy, l’Azienda ospedaliera di Treviso ha una stanza dedicata all’incontro tra il paziente e il proprio animale da compagnia e con il progetto sperimentale ‘Compagnia che cura’, permette ai pazienti oncologici di avere accanto il proprio animale domestico durante le sedute di chemioterapia. Premio speciale al progetto ‘Gimme Five!’ con Cloè, Eevee, Google, Happy e Lana, rispettivamente golden retriever di 12 e di 4 anni, jack russel terrier di 7 anni, golden retriever di 7 e 3 anni. Questi sono i cani impiegati nel progetto ideato e realizzato da Il Porto dei piccoli e rivolto ai piccoli pazienti dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. Un progetto che vede oggi coinvolti 19 reparti dell’Istituto in modo continuativo per tutto l’anno. ‘Gimme Five! – Qua la zampa’ è un progetto di Interventi assistiti con gli animali (Iaa), ideato e realizzato dalla Fondazione Il Porto dei piccoli e rivolto – dal 2016 ad oggi – ai bambini ricoverati presso l’Istituto pediatrico genovese. L’équipe multidisciplinare de Il Porto dei piccoli, in sinergia con il personale dell’Istituto Gaslini, porta ai piccoli pazienti, per due giorni a settimana per tutto l’anno, cani appositamente formati. Tra esami, terapie e lunghe attese, i bambini vivono spesso momenti di paura e solitudine: con i cani arrivano risorse che fanno la differenza, la dolcezza di una zampa che si avvicina, uno sguardo gentile, una presenza rassicurante, attimi di normalità, giochi e sorrisi. La cerimonia di premiazione è prevista per questo pomeriggio a san Rocco di Camogli. (Foto di repertorio)

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Spidercam precipita da 20 metri durante la partita di calcio e sfiora un operatore

Si è sfiorata la tragedia durante l’amichevole di calcio tra Ungheria e Kazakistan. Durante la partita a Debrecen una telecamera è precipitata da circa 20 metri, sfiorando un operatore a bordo campo. La spidercam aveva iniziato a emettere fumo, mentre era sospesa sui cavi. L’incidente ha costretto l’arbitro a interrompere l’incontro per alcuni minuti.

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Malta, media: “15enne italiano detenuto ha rapporti con la rete 764, che spinge gli adolescenti ad autolesionismo e violenza”

Le motivazioni con le quali è stato fermato riguardano un falso allarme bomba nella sua scuola. Ma la posizione del 15enne italiano originario di Bari detenuto dal 25 maggio a Malta potrebbe essere anche più complessa: le autorità locali, riferisce il Times of Malta citando fonti vicine all’indagine, sospettano che abbia legami con “764”, la rete internazionale accusata di adescare minori online spingendoli ad atti di autolesionismo, violenza e sfruttamento sessuale.

Sui dispositivi elettronici del ragazzo – scrive il giornale a tre giorni dall’udienza per la richiesta di libertà su cauzione – gli investigatori avrebbero trovato alcuni video che hanno fatto emergere il possibile collegamento ed una partecipazione attiva nel gruppo. In carcere il 15enne sarebbe stato quindi tenuto separato dagli altri giovani detenuti per il timore che potesse rappresentare un rischio per loro agendo come reclutatore.

Il padre del ragazzo la settimana scorsa ha denunciato condizioni “illegali” della detenzione. Il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield ha dichiarato che il ragazzo è “accusato di una vasta gamma di reati gravi, tra cui associazione a delinquere, partecipazione e coinvolgimento attivo in un’organizzazione criminale, reati relativi alla produzione, distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, diffusione di false informazioni, minacce aggravate e intimidazione”. I genitori non contestano le accuse contro il figlio, ma denunciano il trattamento ricevuto in carcere, sostenendo che sia stato “trattato come un terrorista“.

La rete internazionale “764”, alla quale sarebbe collegato è considerata da Europol una “seria minaccia“. In un rapporto reso pubblico lo scorso novembre, Europol ha descritto il “764” (numero che richiama l’area telefonica della città di Stephenville, negli Stati Uniti, di cui il fondatore della rete è originario) come un network online decentralizzato e coinvolto nello sfruttamento dei minori, nell’estorsione informatica e in attività con modalità terroristiche.

Il gruppo adescherebbe soprattutto adolescenti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e comunità online, inducendoli a inviare immagini intime poi utilizzate per ricattarli. Le vittime verrebbero spinte a filmare atti di autolesionismo e, nei casi più estremi, attuare suicidi. Come nel caso di una 13enne del Mato Grosso, suicida su istigazione di una banda di 5 minori arrestati in 5 alti stati del Brasile.

Secondo Europol, alcune vittime finiscono successivamente per diventare a loro volta autori di abusi, alimentando un “ciclo del trauma”. La rete avrebbe inoltre legami ideologici con l’Order of Nine Angles, organizzazione occultista neonazista che promuove violenza ed estremismo.

L’avvocato difensore del quindicenne, Arthur Azzopardi, non ha fatto commenti. I genitori attendono l’esito dell’udienza del 19. Nei giorni scorsi i genitori hanno spiegato di aver notato cambiamenti nei comportamenti del ragazzo a partire da febbraio-marzo. E che ritengono sia stato adescato mentre giocava, una vittima che “è pur sempre un quindicenne che non deve essere solo isolato, ma semmai aiutato a reinserirsi”.

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“Avevo 40mila euro di debiti e due figli piccoli da crescere. Mi sembrava di lavorare gratis, dello stipendio non rimaneva niente. Oggi sono milionaria”: la storia di Lisa Johnson

Un divorzio nel 2014, due gemelli da crescere da sola e un conto in rosso da 35mila sterline (41mila euro). La storia di Lisa Johnson, 49enne del Bedfordshire, sembrava la parabola di una delle tante famiglie schiacciate dal carovita britannico. Oggi, invece, è un’imprenditrice milionaria e la sua società ha generato 20 milioni di sterline di vendite (24 milioni di euro). Lo racconta il Daily Mail.

La sua storia, però, è iniziata molto più in basso: dopo essersi separata dal marito si è ritrovata con i debiti sulle spalle e due figli da mantenere. All’epoca lavorava come assistente personale in un’azienda informatica, con uno stipendio di 28.000 sterline all’anno (32mila euro). Una cifra che non bastava nemmeno a coprire le spese base: solo la retta dell’asilo nido superava il suo reddito annuale. Invece di lasciare il lavoro e affidarsi ai sussidi statali, Johnson ha scelto di prosciugare le carte di credito pur di non pesare, come ha spigato lei stessa, “sul sistema”.

Si era imposta un tetto massimo di 40 sterline a settimana per la spesa alimentare, un limite reso ancora più stringente dal fatto che uno dei due gemelli aveva bisogno di un latte speciale e l’altro aveva sviluppato l’asma. “Era tutto raddoppiato, ogni volta. Uno dei due era malato e aveva bisogno di un tipo di latte diverso. Poi, quando sono cresciuti, uno ha sviluppato l’asma e c’erano visite mediche continue. C’era sempre qualcosa a cui dovevo cercare di porre rimedio“.

Rinunciava ai caffè, quasi mai un aperitivo dopo il lavoro. “Dal punto di vista mentale, mi ha distrutta – ha rivelato -. Tanto per cominciare, mi sembrava di lavorare gratis, perché non mi rimaneva nulla dal mio stipendio. Ma dovevo andare avanti, altrimenti sarei stata un peso per la collettività, e non lo volevo. Ogni mese finivo un po’ più indebitata. C’era sempre qualcosa in più sulla carta di credito”.

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Bus si ribalta di ritorno da un pellegrinaggio a Međugorje: 12 morti e 10 feriti. Arrestato l’autista

Dodici passeggeri sono morti e altri dieci sono rimasti feriti nell’incidente di un autobus che trasportava pellegrini polacchi di ritorno da Međugorje lungo un’autostrada in Ungheria, la M3. L’incidente è avvenuto nella zona di Mezokeresztes, a circa 140 chilometri a Est di Budapest. Sul pullman erano 59 tra passeggeri e autisti. Secondo una prima ricostruzione il bus è uscito di strada ed è finito in un fosso, ribaltandosi. La prima ipotesi delle cause porta a un colpo di sonno dell’autista, che al momento è posto in stato di fermo. Secondo quanto riferito dal governo regionale polacco di Rzeszów in un post su Facebook, l’autobus trasportava persone provenienti dalla regione sud-orientale polacca dei Podkarpazia che stavano tornando da un pellegrinaggio in Bosnia-Erzegovina.

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

An aerial photo taken by drone shows the emergency services as they attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

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Bus si ribalta in autostrada in Ungheria

Emergency services attend the scene after a passenger bus went off the road and overturned in a ditch along a highway between Mezokeresztes and Mezonagymihaly in Hungary, Sunday, Aug. 16, 2026. (Zoltan Mathe/MTI via AP)

Il primo ministro ungherese, Péter Magyar, ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e ha ringraziato i soccorritori intervenuti sul posto. Il presidente polacco Karol Nawrocki ha espresso il suo “profondo cordoglio” per l’incidente, scrivendo in un post su X: “Mi unisco alle famiglie e ai cari delle vittime nella preghiera e nella profonda solidarietà”. La Polonia, ha dichiarato il primo ministro Donald Tusk, invierà un aereo d’emergenza.

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Uomo morto in casa dopo un litigio a Stignano (Reggio Calabria): fermata la moglie. Attesa per l’autopsia

È stata sottoposta a fermo la moglie di Franco Fava, l’operaio edile di 55 anni trovato morto nella sua abitazione di Stignano, nel Reggino, la sera di Ferragosto. La donna, 47 anni, era in casa con il marito al momento del decesso. I due, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, stavano litigando da tempo quando l’uomo sarebbe caduto nella cucina dell’abitazione, battendo violentemente la parte posteriore della testa sul pavimento. La dinamica, però, non è ancora stata chiarita. È proprio su questo punto che si concentrano gli accertamenti dei carabinieri della Compagnia di Roccella Ionica e della Procura di Locri: bisogna stabilire se Fava abbia perso l’equilibrio durante il litigio oppure se sia stato spinto dalla moglie. Al momento sarebbe stata esclusa l’ipotesi che l’uomo sia stato colpito con un corpo contundente.

Dopo la caduta, Fava avrebbe perso conoscenza quasi subito. I vicini, allarmati dalle urla provenienti dall’abitazione, hanno chiamato i soccorsi. Quando il personale del 118 è arrivato, l’uomo era già in condizioni disperate. I sanitari hanno tentato di rianimarlo, ma Fava è morto nel giro di pochi minuti. Nell’abitazione i carabinieri hanno trovato alcune tracce di sangue. I militari hanno effettuato i rilievi per ricostruire quanto accaduto e verificare l’origine delle tracce. La casa è stata successivamente posta sotto sequestro.

Fava viveva a Stignano con la moglie e le loro due figlie gemelle di 14 anni. Le ragazze si trovavano in casa al momento dei fatti, ma non avrebbero assistito alla caduta del padre. Dopo essere state prese in carico dai servizi sociali, sono state affidate temporaneamente ad alcuni familiari della coppia. La moglie, secondo quanto si è appreso, non avrebbe fornito dichiarazioni agli investigatori né ai magistrati. Dopo i primi accertamenti, la Procura ha disposto nei suoi confronti il fermo.

Resta ora da stabilire con esattezza la causa della morte e, soprattutto, che cosa abbia provocato il trauma alla testa. L’ipotesi investigativa è che la lesione sia stata provocata dalla caduta sul pavimento della cucina, ma saranno gli accertamenti medico-legali a fornire elementi decisivi. L’autopsia dovrà chiarire l’entità del trauma e se sia compatibile con una caduta accidentale o con una spinta. Compagnia di Roccella Jonica, impegnati negli accertamenti per ricostruire quanto accaduto.

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BOLOGNA, LASCIA CANE SENZ’ACQUA E CIBO: DENUNCIATO

Ululati e latrati di disperazione che rimbombavano nel vano scale di via Luigi Rasi, nel quartiere San Donato-San Vitale a Bologna. È stato questo grido d’aiuto, proveniente dal secondo piano di un condominio, ad allarmare i residenti e far scattare l’intervento degli agenti della Polizia locale, che hanno così salvato “Ares”, un giovane meticcio-husky prigioniero da oltre 72 ore, abbandonato a se stesso senza acqua e cibo. L’allarme è scattato ieri pomeriggio attorno alle 15.30. Raggiunto il pianerottolo, le pattuglie del reparto Navile e del Pronto Intervento hanno compreso la gravità della situazione e rintracciato subito il proprietario: un 26enne che si trovava fuori città. Ottenuto l’ingresso grazie al via libera del Pubblico ministero di turno e alle chiavi consegnate da una parente del giovane fatta arrivare nell’appartamento, gli agenti e i veterinari dell’Ausl hanno trovato l’animale visibilmente stremato, disidratato e in uno stato di profonda sofferenza psico-fisica. Liberato dalla sua prigione domestica, il quattrozampe (che ha lo stesso nome dell’unità cinofila del Corpo dei vigili urbani) è stato preso in custodia dagli operatori del canile di Castel Maggiore, dove è stato curato e rifocillato. Per il padrone ventiseienne, rintracciato dalle forze dell’ordine, è scattata l’immediata denuncia a piede libero per il reato di maltrattamento di animali. (foto di repertorio)

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VASTO: COLONIA FELINA IN CARCERE, ACCUDITA DA POLIZIA E DETENUTI

Cinque gatti vivono liberi negli spazi della Casa lavoro di Vasto, in provincia di Chieti: a occuparsene sono agenti della polizia penitenziaria, detenuti e una volontaria. Sul cancello dell’istituto di contrada Torre Sinello sono stati sistemati due cartelli: ‘Qui vive una colonia felina’ e ‘I gatti che vivono liberi sono protetti’. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la direzione del carcere e l’assessorato competente del Comune. Non è un percorso di pet therapy: non ci sono sedute né attività terapeutiche programmate. Il progetto ruota intorno alla presenza dei gatti e alla loro cura quotidiana, anche se nel comunicato del Cnpp-Spp non vengono precisati i turni di accudimento e le modalità dell’assistenza veterinaria. Per lo psicologo Carmine Raia, intervenuto a supporto del personale, occuparsi degli animali può agire come fattore di protezione dal distress occupazionale. Dare loro da mangiare e seguirli crea occasioni di contatto tra colleghi e detenuti, alleggerendo la tensione legata ai compiti di vigilanza. La relazione dello psicologo richiama anche la possibilità, per gli agenti, di esprimere una dimensione di cura spesso compressa dal ruolo custodiale. “C’è aria nuova in contrada Torre Sinello”, afferma Mauro Nardella, segretario nazionale del Cnpp-Spp. Secondo il sindacalista, la colonia felina si inserisce nel cambiamento del clima interno registrato negli ultimi mesi. Nardella definisce quella di Vasto “una delle esperienze più belle” incontrate in oltre trent’anni di professione penitenziaria e propone di ripeterla in altri istituti.

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Fino al 26 agosto per i soci Unicoop Firenze 50% di sconto sulle pere cosce

Una spesa ancora più buona, conveniente e di qualità per i soci Unicoop Firenze. 

Fino al 26 agosto per i soci Unicoop Firenze 50% sconto sulle pere cosce nella confezione da 1,5 kg.

L’impegno di Unicoop Firenze

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno costante della cooperativa a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. Tra le ultime iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allo stesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

La Cooperativa nel corso del 2024 ha riservato sconti ai propri soci per circa 118 milioni di euro sui prodotti alimentari e per 13 milioni di euro sui prodotti extra alimentari, con uno sconto medio per socio pari a 125 euro. Nel 2024 le vendite in favore dei soci sono ammontate al 80,1% del totale dei ricavi per vendite e prestazioni, il che significa che i soci sono i primi beneficiari dell’impegno della Cooperativa a tutela del potere di acquisto.

A tali sconti si aggiunge il vantaggio, riservato ai soci, dell’accumulo dei “punti spesa” maturati sugli acquisti effettuati; questo si concretizza nella possibilità per il socio di beneficiare di un abbattimento dello scontrino pari al valore dei punti spesa maturati. Complessivamente i soci che hanno beneficiato nel 2024 di sconti a loro riservati sono stati 1.040.864.

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Weekendissimi Coop: settimo appuntamento

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 16 agosto 40% di sconto su tutti gli hamburger.

Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del macelleria.

Un impegno costante

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».

Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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MELONI, CLIMA CAMBIA: “INVESTIRE IN TECNOLOGIA SENZA SPAVENTARE”

“Che il clima stia cambiando lo vediamo tutti, basta guardare le nostre estati. Io penso che la strada non sia spaventare la gente o punire chi già fatica ad arrivare a fine mese agitando un ambientalismo ideologico, sganciato dalla realtà. La strada deve essere pragmatica: investire in tecnologia, nella prevenzione del dissesto, in acqua ed energia pulita prodotta anche in casa nostra. L’ecologia vera non è contro il lavoro e le famiglie: l’ecologia vera li mette insieme. E su questo, l’Italia può insegnare, non solo imparare”. Lo dice la premier Giorgia Meloni in un’intervista a Chi in edicola questa settimana.

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LIVORNO: UCCIDE UN’INNOCUA BISCIA, DENUNCIATO DAI CC

Prima ha ucciso una biscia, poi ha pubblicato la foto sui social e alla fine è stato segnalato all’autorità giudiizaria. I carabinieri forestali di Livorno, riferisce “Il Tirreno”, hanno identificato e denunciato un uomo di 51 anni, residente in provincia, ritenuto responsabile dell’uccisione di un esemplare di  “biscia dal collare barrata”, un relttile abbastanza comune nel nostro Paese. L’indagine è scattata dopo la diffusione sui social della foto del serpente ucciso: un’immagine che ha dato il via agli accertamenti. Il serpente era innocuo. L’accusa è uccisione di animali.

(Foto. Benny Trapp)

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PESCA DI FRODO, ALL’ELBA RECUPERATE RETI PER 22 CHILOMETRI

Nel cuore del Santuario dei Mammiferi Marini Pelagos, Sea Shepherd Italia ha operato per due settimane al fianco della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera contro la pesca di frodo, nelle acque dell’isola d’Elba, Pianosa, Montecristo e nel tratto di mare maremmano tra lo Scoglio d’Africa e Talamone. L’operazione ha portato al recupero di 21 chilometri di reti da pesca, 1.700 trappole per polpo e 66 nasse, e alla liberazione di centinaia di animali marini ancora vivi, tra cui 100 aragoste, 5 razze, rane pescatrici, scorfani e murene. Rinvenute inoltre due tartarughe Caretta caretta intrappolate in una rete: una, ancora viva e in stato di sofferenza, e’ stata salvata e affidata al Centro di Recupero dell’Acquario di Livorno per le cure.

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NAPOLI, SALVATO BEAGLE ABBANDONATO IN TANGENZIALE

I suoi ‘padroni’ lo avevano abbandonato in una piazzola di sosta della Tangenziale di Napoli. Ma la polizia lo ha salvato, evitando conseguenze mortali per lui e per chi utilizza l’arteria stradale. Nel corso dei servizi di vigilanza stradale, agenti, nella serata dello scorso mercoledi’, hanno recuperato prima che arrivasse alla carreggiata un cane che vagava in evidente stato di agitazione, creando una situazione di potenziale pericolo la propria incolumita’ e quella degli utenti della strada. L’esemplare di razza beagle e di media taglia, tramite il Centro Operativo Autostradale di Napoli, andra’ ora in affidamento a una ditta specializzata nella custodia. Accertato che l’animale era privo di microchip identificativo. (

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CALDO, MORIA DI PESCI NELLO STAGNO DI PORTO SAN PAOLO (OT)

Sarebbe da attribuire alle elevate temperature e alla conseguente riduzione dell’ossigeno nell’acqua che non ha ricambio la moria di pesci che si sta verificando nello stagno di Porto Taverna, nel territorio comunale di Loiri Porto San Paolo. A lanciare l’allarme e segnalare la presenza di fauna ittica morta nel sito lacustre sono stati numerosi residenti e turisti, ai quali si e aggiunta anche l’associazione ecologica Gruppo di intervento giuridico che ha informato il Ministero dell’Ambiente, la Regione, il Comune di Loiri Porto San Paolo, la Guardia costiera, il Corpo Forestale, l’Arpas e informato la Procura del tribunale di Tempio Pausania. A spiegare le cause della morte di numerosi esemplari di fauna ittica nello stagno è l’amministrazione comunale guidata da Francesco Lai. “L’imboccatura dello stagno risulta naturalmente chiusa dal mese di aprile. Le mareggiate, i venti predominanti e le dinamiche meteomarine hanno determinato un accumulo di sabbia presso la foce, interrompendo il collegamento con il mare, che da allora non si è ripristinato naturalmente. Dalle prime valutazioni, la moria osservata appare compatibile con l’effetto combinato delle elevate temperature, e del limitato ricambio delle acque. Si tratta tuttavia di un’ipotesi preliminare, che dovrà essere verificata attraverso sopralluoghi, misurazioni, campionamenti e analisi da parte degli enti tecnicamente competenti”, si legge nella nota diffusa. La gestione dello stagno e gli eventuali interventi di apertura o modifica della foce non rientrano nelle competenze dirette del Comune, né dell’Area Marina Protetta Tavolara – Punta Coda Cavallo, che invece richiedono specifiche valutazioni tecniche e le determinazioni degli enti competenti sotto il profilo ambientale, idraulico e demaniale. I biologi dell’AMP Tavolara – Punta Coda Cavallo starebbero seguendo e monitorando l’evoluzione delle condizioni ambientali dello stagno da diverse settimane e l’amministrazione comunale ha avviato una prima attività di rimozione della fauna ittica morta, per evitarne l’accumulo lungo le sponde e limitare possibili conseguenze igienico-sanitarie.

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STUDIO, I CANI HANNO SENSIBILITA’ SPECIFICA PER LE EMOZIONI UMANE

I cani possono associare la felicita’ umana alle aree cerebrali legate alla ricompensa, ma riescono anche a distinguere rabbia, tristezza e paura. Lo rivela uno studio, pubblicato sulla rivista ‘Cell’, condotto dagli scienziati dell’Universita’ di Vienna, dell’Universita’ Nazionale Autonoma del Messico e dell’Universita’ Eotvos Lorand. Il team, guidato da Raul Hernandez-Perez e Laura Cuaya, ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per scansionare il cervello di cani domestici mentre osservavano foto di volti umani. Inizialmente, il lavoro ha mostrato che la corteccia temporale e il nucleo caudato rispondono in modo unico alla felicita’. Grazie al machine learning, l’analisi dell’intero cervello ha mostrato pattern neurali distinti per paura, rabbia e tristezza. “L’attivita’ nel nucleo caudato – spiega Cuaya – suggerisce che i volti felici abbiano un valore emotivo per i cani. I nostri pelosi si sono evoluti con noi per capirci e cooperare, e riconoscere questa capacita’ puo’ cambiare il modo in cui ci prendiamo cura di loro”. Nei prossimi approfondimenti, concludono gli autori, sara’ interessante analizzare come i cani uniscano input diversi come segnali cerebrali, linguaggio del corpo, voce e odori per comprendere le persone, confrontando direttamente l’elaborazione emotiva del cervello canino con quello umano.

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AGRIGENTO, CANE AGGREDISCE VICINO CHE GLI SPARA: DUE DENUNCE

Un cane è stato ferito da due colpi di pistola dopo essersi avventato contro un vicino di casa in una traversa del viale dei Pini, a San Leone, quartiere balneare di Agrigento. I carabinieri della Compagnia di Agrigento – riporta Agi – hanno denunciato un cinquantacinquenne e la proprietaria dell’animale, una donna di 50 anni, per maltrattamento di animali. Secondo la ricostruzione dei militari, il cane sarebbe stato portato in strada senza le previste misure di sicurezza e avrebbe aggredito il vicino. Il cinquantacinquenne avrebbe quindi preso una pistola legalmente detenuta ed esploso due colpi contro l’animale. La proprietaria avrebbe successivamente riportato il cane nell’abitazione, dove i carabinieri lo hanno trovato ferito e legato. L’animale è stato affidato a una clinica veterinaria e non sarebbe in pericolo di vita. Sono in corso ulteriori accertamenti per chiarire ogni aspetto dell’episodio.

(Foto di repertorio)

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SICCITÀ METTE IN CRISI LA PRODUZIONE DI ENERGIA IDROELETTRICA

La crisi idrica è un problema per il sistema energetico europeo Le minime portate di grandi fiumi come Po e Danubio costringono molti paesi a spegnere impianti idroelettrici e fermare reattori nucleari privi del raffreddamento necessario. Mentre la domanda di elettricità continua a salire – riporta Ppn Adi – la paralisi delle centrali mostra la crescente vulnerabilità delle forniture continentali di fronte al caldo e alla siccità. La crisi idrica colpisce ancora e questa volta non mette a dura prova solo il settore agricolo o l’acqua potabile, ma sta provocando danni serissimi al sistema energetico continentale. Senza acqua a sufficienza nei bacini e nei grandi fiumi, infatti, si riduce drasticamente la capacità di produrre energia elettrica, sia attraverso le centrali idroelettriche sia tramite i reattori nucleari, che necessitano del flusso dei fiumi per i propri impianti di raffreddamento. In Italia il punto critico è rappresentato dal Po. La portata del fiume ha toccato livelli persino inferiori a quelli registrati durante la storica siccità del 2022. Secondo i rilevamenti dell’Osservatorio sugli utilizzi idrici dell’area del Po, a Cremona il fiume registra un flusso di appena 193 metri cubi al secondo, contro una media stagionale di 602. La scarsità d’acqua, unita ai ridotti volumi dei laghi prealpini come il Lago Maggiore, ha costretto la centrale idroelettrica di Isola Serafini a sospendere la produzione. La situazione dell’idroelettrico italiano è confermata dai dati di Terna, il gestore della rete elettrica nazionale: se da un lato la domanda di elettricità a giugno è cresciuta dell’1,8% rispetto all’anno precedente (segnando il decimo mese consecutivo di aumento), dall’altro la produzione idroelettrica ha subito crolli verticali. In aree ad alta vocazione come il Trentino, la produzione idroelettrica del primo semestre 2026 ha registrato un calo del 37% a causa di un deficit di accumulo nivale arrivato all’87% già in primavera, spingendo operatori come Dolomiti Energia ad accelerare gli investimenti verso fotovoltaico ed eolico per diversificare le fonti.

(Foto di Donovan Kelly su Pexels)

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PISA, CARROZZELLE IN SERVIZIO CON 37 GRADI: TURISTA SPAGNOLA SEGNALA

La polemica sulle carrozze trainate da cavalli, note anche come ‘botticelle’, si riaccende dopo la denuncia di una turista spagnola che, il 5 agosto scorso, ha segnalato la situazione critica a Pisa. A 12:20 – riporta Ntw Press – con la temperatura che raggiungeva i 37 gradi in Piazza dei Miracoli, la donna ha contattato il Nucleo Operativo Guardie Rurali Ausiliarie a difesa degli Animali di Pisa (Nogra) e la polizia municipale per denunciare le condizioni in cui operavano le carrozze.

Il presidente dell’associazione Italian Horse Protection, Sonny Richichi, ha evidenziato che la risposta ricevuta dalla turista mette in luce le lacune del regolamento comunale per la tutela degli equidi. Infatti, in quella zona di Pisa, le carrozze erano in funzione nonostante il caldo torrido, sollevando interrogativi sulla loro sicurezza e benessere.

Stando a quanto riportato, il Nogra ha spiegato che nei pressi delle carrozze è sempre presente una pattuglia della polizia municipale, che può intervenire solo su richiesta verbale e in caso di “evidente malessere” degli Animali. Tuttavia, la temperatura rilevata all’ombra era di 34 gradi, mentre la soglia per sospendere il servizio è di 35 gradi, pertanto non si è potuto intervenire. La turista ha quindi continuato a stigmatizzare la situazione, affermando che il calore al sole superava sicuramente i 40 gradi.ù

Richichi ha ulteriormente sottolineato come il regolamento navighi in una zona grigia, dal momento che fa riferimento a temperature ufficiali registrate in un specifico sito della città, senza considerare le condizioni reali dove gli Animali operano. Non si tiene conto, quindi, dell’effetto del calore accumulato nei pavimenti asfaltati e dal carico trasportato. Questo porta a una situazione in cui, nonostante i 37 gradi, nessuno sembri in grado o disposto a intervenire.

Il comandante del Nogra, Michele Mennucci, ha dichiarato che non basta la sola osservazione per valutare lo stato di salute dei cavalli, essendo necessaria la visita di un veterinario della ASL. Le temperature devono essere rilevate dalle stazioni ufficiali, senza che il benessere degli Animali venga preso in considerazione.

Il risultato è che, mentre a Pisa i termometri segnavano 37 gradi e i cavalli continuavano a lavorare sotto il sole, le istituzioni competenti sembrano impotenti a garantire il rispetto delle normative.

(Testo Ihp riportato da Ntw Press. frame e video Ihp)

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CATANIA, CAVALLO E PULEDRO IN UNA STALLA ABUSIVA: MULTA DA 6MILA EURO

La Polizia di Stato, Squadra a Cavallo, ha effettuato a Picanello, a Catania, un controllo specifico insieme ai medici del Servizio Veterinario del Dipartimento di Prevenzione dell’ASP di Catania, individuando una stalla abusiva. Nei giorni scorsi – riporta LaPresse – i poliziotti delle Volanti, insieme ai medici veterinari, hanno controllato la struttura, trovando due equidi in buone condizioni di salute. Il cavallo adulto risultava già identificato, ma la normativa prevede che gli animali debbano vivere in locali attrezzati e autorizzati a garantirne il benessere. Il puledro, di sei mesi, era invece privo di microchip identificativo, che è stato installato sul posto dal medico veterinario. Il gestore è stato sanzionato per entrambe le violazioni, per un importo complessivo di 6mila euro.I controlli delle stalle effettuati dalla Polizia di Stato negli ultimi due anni sul territorio catanese, in particolare dai cavalieri dell’UPGSP della Questura di Catania, interessano tutte le zone della città a tutela del benessere degli animali e proseguono attraverso progetti di legalità realizzati in sinergia con gli altri enti preposti al controllo.

(Foto di repertorio)

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CATANIA: LASCIA IL CANE SUL BALCINE, DENUNCIATO 50ENNE

Una pattuglia della Stazione dei Carabinieri di Mascali, nel Catanese, è intervenuta in un’abitazione del centro a seguito di una segnalazione giunta al 112, relativa a un cane in difficoltà. Giunti sul posto, i militari hanno visto sporgere la testa dell’animale dal balcone del secondo piano. Dopo aver suonato invano al citofono, i Carabinieri sono riusciti ad accedere all’androne del condominio e, da una finestra del vano scale, hanno potuto osservare l’animale. Il cane era stato lasciato su un balconcino esposto al sole, senza una cuccia e con le ciotole di acqua e cibo vuote. I militari si sono quindi attivati per rintracciare il proprietario, intimandogli di rientrare immediatamente a casa per verificare le condizioni di salute dell’animale, lasciato al sole senza possibilità di ripararsi dal caldo. Per l’uomo, un 50enne del posto, è scattata la denuncia all’Autorità Giudiziaria per abbandono di animali domestici e loro detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura.

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INCENDIO SUL MOREGALLO, IN AZIONE I VOLONTARI DEL CRAS “STELLA DEL NORD” DELLA LEIDAA

Mentre le fiamme divorano le pendici del monte Moregallo, tra Valmadrera e Mandello sul Lario (Lecco), i volontari del CRAS “Stella del Nord” della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente sono impegnati nelle aree prossime al rogo per cercare e soccorrere animali selvatici in difficoltà.

Un’attività faticosa e pericolosa, ma assolutamente necessaria: tra tutti i danni causati (di solito) dall’uomo all’ambiente, l’incendio è l’evento più catastrofico per gli animali del bosco, che vedono letteralmente distrutta la loro casa e fuggono in ogni direzione, anche verso le strade e i centri abitati, in stato di completo disorientamento. In questo contesto è essenziale la collaborazione dei cittadini: le probabilità di incontrare un animale ferito e spaventato sono molto più elevate, occorre guidare con prudenza e segnalare ogni incontro, anche al numero del CRAS (375/5278883), per consentire il pronto intervento delle autorità e degli operatori.

Il video dell’intervento dei volontari del Cras Stella del Nord è scaricabile al link https://drive.google.com/drive/folders/1GKtgPdgZqLqO06AlsRyvesBpId_0osKY?pli=1 e visibile al link https://youtu.be/IfNBQUoqiG8

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ESTATE, BOOM DI VACANZE CON CANI E GATTI: +650% DI RICERCHE SUI VIAGGI CON I FELINI

Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche quello dedicato agli amici a quattro zampe, con la Giornata mondiale del gatto in calendario l’8 agosto – e quella del cane (26 agosto). In questo contesto cresce il fenomeno del “pet travel”: cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia e viaggiano insieme ai loro proprietari. Secondo studi di settore ripresi da Dogster – informa una nota riportata da Adnkronos Salute – il 54% dei proprietari prevede di partire con il proprio animale e il 58% afferma di preferirne la compagnia a quella di amici o familiari. Una tendenza che influenza anche il turismo: il 52% dei viaggiatori sceglie la destinazione in base alla possibilità di portare con sé il proprio pet. Di conseguenza, circa il 75% degli hotel, dalle strutture economiche ai resort di lusso, offre oggi servizi pet-friendly. L’auto resta il mezzo di trasporto preferito dal 64% dei proprietari, grazie alla maggiore flessibilità. Non mancano però episodi curiosi: il 10% degli intervistati ammette di aver nascosto almeno una volta il cane per aggirare i divieti delle strutture ricettive, mentre il 3% ha tentato di farlo passare per un neonato per imbarcarlo su un aereo. Se il viaggio con il cane è ormai una realtà consolidata, cresce anche quello con i gatti. Secondo Google Trends – si legge nella nota – nel 2026 le ricerche legate ai viaggi con i felini sono aumentate del 650% a livello globale rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, realizzato su un ampio panel di testate internazionali e ricerche di mercato. L’Italia si conferma tra le principali destinazioni mondiali per i trasferimenti internazionali di animali domestici, classificandosi all’ottavo posto. Il Global Pet Travel Data Report 2026 di Starwood, basato su oltre 41 mila trasferimenti, evidenzia una netta prevalenza dei cani rispetto ai gatti e una crescente complessità organizzativa, dovuta anche all’aumento delle famiglie che viaggiano con più di un animale. Pianificare con anticipo documenti sanitari, certificazioni e requisiti di ingresso diventa quindi sempre più importante.

(Foto di Jusdevoyage Lyly pubblicata su Pexels)

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MAMMA DELFINO PORTA IL CUCCIOLO MORTO SUL DORSO: L’IMMAGINE COMMUOVE IL WEB

Il suo video ha commosso il web: Fraggle una femmina di delfino, ha trasportato per sei giorni sul dorso il cadavere del suo cucciolo, seguita dal resto del suo ‘pod’ in quella che sembra quasi una marcia funebre. Le immagini – riporta Agi – sono state girate da un drone del Geographe Marine Research, un’organizzazione australiana per la conservazione della natura. Il tursiope aveva già perso tre figli, hanno riferito gli studiosi, e ciò rende ancora più struggente questa nuotata nell’estuario di Leschenault, vicino alla città di Bunbury, lungo la costa dell’Australia Occidentale. Gli etologi invitano però a non “umanizzare” quelle immagini: il comportamento è infatti di natura ‘epimeletica’, una forma di assistenza a un individuo in difficoltà molto comune tra i cetacei, dai tursiopi alle stenelle e alle orche. Possibile però che in questo mammifero la motivazione materna si sia intrecciata con la componente socioemotiva.

(Frame e video The Independent)

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ESTATE 2026, STUDIO: POTREBBE DIVENTARE LA PIÙ CALDA DI SEMPRE

L’estate 2026 si conferma come una delle più roventi di sempre, mettendo in discussione il primato storico del 2003: sebbene i dati definitivi saranno disponibili solo a fine stagione, le anomalie termiche attuali viaggiano su valori vicinissimi a quelli del 2003 in molte zone della penisola, e potrebbero superarli. Finito il gran caldo, persistente almeno fino a metà agosto, potremmo poi attenderci nubifragi violenti dovuti al riscaldamento del Mediterraneo. A tracciare il quadro è Lorenzo Giovannini, fisico dell’atmosfera dell’Università di Trento. “Quello che era eccezionale 20 anni fa, purtroppo sta diventando la normalità”, ha spiegato all’ANSA Giovannini.

Il 2003, ha aggiunto, “fu un evento fuori scala non solo in Italia ma anche in Francia, e in questi anni più volte ci siamo avvicinati a quei record. In questo 2026, nonostante non sia ancora finito, potremmo superarli. Il problema è che ci saranno altri record peggiori, questa di adesso sembra possa essere la nuova norma”. Mentre nel 2003 il caldo estremo fece scalpore per la sua unicità, i cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno reso queste ondate di calore una costante che si ripresenta con regolarità quasi annuale. Particolarmente colpita in modo anomalo è la zona del Nord Italia, dove la persistenza del caldo sta riscrivendo la storia climatica locale.

In Val d’Adige, ad esempio, le giornate con temperature superiori ai 35 gradi hanno già superato la decina, arrivando in alcuni casi oltre le 15, un dato un tempo impensabile per le regioni alpine. Ancora più preoccupante è il fenomeno delle “notti tropicali”, ovvero quando la minima non scende sotto i 20 gradi, impedendo il raffreddamento degli edifici.

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STUDIO: OLTRE 700MILA PERSONE MORTE A CAUSA DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA

Oltre 700.000 persone muoiono ogni anno nel mondo a causa delle infezioni resistenti agli antibiotici. Un nuovo studio condotto nelle Isole Galápagos mostra che le acque reflue stanno diventando un serbatoio di batteri resistenti, trasformando l’ambiente in un luogo dove la resistenza antimicrobica può emergere, evolvere e diffondersi anche lontano dagli ospedali. La scoperta amplia il problema: la lotta ai super-batteri non riguarda più soltanto l’uso appropriato degli antibiotici in medicina, ma anche la gestione delle acque reflue, degli ecosistemi e delle infrastrutture ambientali. L’Antibiotico-resistenza diventa una sfida ambientale. Per anni il problema è stato affrontato quasi esclusivamente all’interno degli ospedali. Oggi emerge con sempre maggiore evidenza che anche fiumi, impianti di depurazione e reflui urbani possono favorire la selezione e la diffusione di geni di resistenza.

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SICILIA, TARTARUGHE MARINE: OLTRE 130 DEPOSIZIONI DI UOVA

Sono saliti a circa 130 i nidi segnalati quest’anno in Sicilia, regione che al momento detiene il primato di deposizioni, di cui 115 monitorati dal Wwf: il maggior numero si trova ancora lungo le coste sud orientali dell’isola. Le ricerche delle tracce – racconta l’associazione – rigorosamente svolte all’alba lungo le spiagge, continuano senza sosta così come la sorveglianza dei nidi giorno e notte per permettere alle piccole tartarughe di nascere in sicurezza. Ad oggi sono poco più di 550 i piccoli fuoriusciti dai nidi seguiti dal Wwf in Sicilia: in alcuni casi è stato necessario traslocare le uova in punti della spiaggia più sicuri poiché quelli troppo vicini alla battigia, ad esempio, rischiavano di essere sommersi dall’acqua con la compromissione della schiusa. L’erosione costiera, infatti, colpisce non solo le attività di balneazione ma rappresenta anche un fattore di rischio per le deposizioni. Considerando alcune possibili perdite dovute ai tanti fattori di rischio, il potenziale di nascite della sola Sicilia è di 8000 piccoli. Nelle altre regioni le deposizioni monitorate dal Wwf sono salite a 28: 17 in Calabria, 11 nell’arco Ionico tra Puglia e Basilicata. I volontari sorvegliano le schiuse anche per mitigare un’altra minaccia: le luci artificiali notturne. I piccoli, una volta usciti dalla sabbia, ne vengono spesso attratti poiché scambiate per il chiarore del mare. Il compito dei volontari è quello di evitare che vadano in direzioni pericolose e opposte al mare. Un’altra accortezza che il Wwf chiede ai gestori dei lidi è quella di rimuovere ostacoli come lettini e boe dalla battigia, lasciando però gli ombrelloni fissi (che altrimenti al mattino rischierebbero di danneggiare eventuali nidi non segnalati).

(Testo Wwf riportato da Adnkronos. Foto di repertorio)

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Weekendissimi Coop: sesto appuntamento

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 9 agosto 40% di sconto su tutti i cocomeri.

Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del reparto ortofrutta o macelleria.

Un impegno costante

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».

Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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CACCIA, WWF ITALIA SCRIVE ALLE REGIONI: SOSPENDERLA NEL MESE DI SETTEMBRE

Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.

(Testo Wwf riportato da Dire)

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GOVERNO: CONSULTAZIONE PER TRASFORMARE PLASTICHE IN RISORSE

Al via la consultazione pubblica sullo schema di regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) delle plastiche accidentalmente pescate e volontariamente raccolte in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune. L’iniziativa – riporta Energia Oltre – consentirà di raccogliere osservazioni e contributi da parte di istituzioni, operatori e stakeholder per arrivare alla versione finale del provvedimento. “Rafforziamo il percorso verso un’economia sempre più circolare. Vogliamo trasformare le plastiche recuperate nelle nostre acque da rifiuto a risorsa, garantendo regole chiare, sicurezza e tutela dell’Ambiente. Il confronto con i soggetti interessati ci permetterà di arrivare a un testo condiviso ed efficace”, ha commentato il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava.

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CIBO PER ANIMALI, LA SPAGNOLA COTECNICA ACQUISTA LIFE PET CARE

La cooperativa agroalimentare spagnola Cotecnica, proprietaria del marchio Ownat e specializzata in alimenti naturali per animali domestici, ha perfezionato l’acquisizione di Life Pet Care srl, azienda con sede a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), proprietaria del marchio Life Natural. La società aretina nel 2025 ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro. Per Cotecnica l’acquisizione è un passo per consolidare la propria presenza nel mercato italiano, considerato area di sviluppo prioritaria, pere creare nuove sinergie commerciali a livello internazionale. Life Pet Care manterrà il marchio, le attività operative e l’intero team, garantendo continuità al progetto aziendale. L’azienda italiana è presente su mercati esteri come Emirati Arabi Uniti, Polonia, Grecia e Lettonia, ma il mercato principale resta quello nazionale italiano. Con l’acquisizione Cotecnica rafforza il proprio percorso di crescita nel settore del pet food: la cooperativa spagnola nel 2025 ha registrato ricavi superiori a 169 milioni di euro, con la divisione internazionale che rappresentava il 66% delle vendite. “Questa acquisizione è in linea con il nostro piano strategico di crescita internazionale e ci consente di compiere un significativo passo avanti in Europa”, ha dichiarato l’ad di Cotecnica David Sánchez, sottolineando il valore dell’integrazione di un marchio specializzato in alimenti naturali e complementari per animali. Fondata nel 1982 e con sede a Bellpuig, in Spagna, Cotecnica opera nella nutrizione animale, ha 190 dipendenti e propone oltre 250 prodotti nella divisione pet food.

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CACCIA ALLE BALENE, 21 ATTIVISTI ESPULSI DALL’ISLANDA

Le autorità islandesi hanno ordinato l’espulsione dei 21 passeggeri di una nave appartenente alla fondazione dell’attivista per i diritti degli animali Paul Watson, abbordata la scorsa settimana durante una protesta contro la caccia alle balene. Lo ha riferito oggi la polizia islandese all’Afp. La Bandero è stata abbordata nella notte tra giovedì e venerdì scorsi al largo delle coste islandesi, con 21 persone a bordo, dopo aver tentato di ostacolare la Hvalur 9, una delle ultime baleniere ancora operative nel Paese. “Tutti i membri dell’equipaggio della Bandero sono stati informati di un ordine di espulsione con divieto di ritorno”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Gunnar Runar Sveinbjörnsson. Secondo l’elenco fornito all’Afp dalla fondazione, a bordo della Bandero si trovavano cinque americani, quattro brasiliani, tre francesi, due spagnoli, un australiano, un belga, un canadese, un tedesco, un britannico, uno svizzero e un cittadino di Trinidad e Tobago.

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“Un fiore per il Prato”, una cena solidale per riqualificare il centro

Una cena di beneficenza per contribuire alla riqualificazione del Centro “Il Prato”, realtà livornese impegnata quotidianamente al fianco di persone con disabilità, anziani e famiglie. È questo l’obiettivo di “Un fiore per il Prato”, l’iniziativa promossa dalla Sezione Soci Unicoop Firenze di Livorno insieme all’associazione Reset Livorno.

L’appuntamento è per venerdì 4 settembre 2026, a partire dalle 19.15, presso i Bagni Lido, in viale Italia 126 a Livorno. Il ricavato della serata sarà destinato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione del Centro “Il Prato”, in viale Carducci 31.

Una raccolta fondi progettata da tempo, nell’ambito del rapporto di collaborazione costruito dalla Sezione Soci con associazioni ed enti impegnati nel sociale, nella cultura e nella solidarietà. Un’iniziativa che oggi assume un valore ancora più forte alla luce dei recenti atti vandalici subiti dal centro e dall’area circostante.

Quanto accaduto ha infatti reso ancora più urgente intervenire per restituire dignità, sicurezza e piena funzionalità a uno spazio prezioso per tutta la comunità. La Sezione Soci Coop di Livorno esprime una ferma condanna per questi gesti e la propria vicinanza alle persone che frequentano il centro, alle loro famiglie e a tutti coloro che ogni giorno vi operano con impegno.

Costruire dove è stato distrutto e ripartire da dove c’è più bisogno è il messaggio che accompagna la serata. Partecipare alla cena significherà quindi non soltanto sostenere economicamente i lavori, ma anche offrire una risposta collettiva e concreta a quanto accaduto.

Il programma prevede l’ingresso dei partecipanti alle 19.15, il brindisi di benvenuto alle 19.30 e la cena alle 20.30. Il menù comprende risotto di mare, penne cacciuccate, cartoccio di mare con verdure, cocomero, acqua e vino. Il contributo richiesto è di 20 euro, grazie alla disponibilità gratuita dei Bagni Lido (Famiglia Ganni), del Ristorante (Famiglia Cammellini) e del contributo di DIERRE Fruit.

Per prenotare è possibile contattare Alessandra al numero 338 1005399, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Al momento della prenotazione dovranno essere segnalate eventuali intolleranze alimentari.

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La disuguaglianza oltre i luoghi comuni

Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista alleconomista Maurizio Franzini, che recentemente ha pubblicato il libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni.

L’intervista

a cura di Daniele Molteni e Antonio Francesco Di lauro

Le disuguaglianze economiche che caratterizzano la nostra società non sono né un fenomeno “naturale” né un destino ineluttabile, ma il risultato di idee e istituzioni che le hanno promosse e che continuano a perpetuarle. In questa intervista a Maurizio Franzini – Professore emerito di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma e già Presidente di Istat – ragioniamo sul complesso tema delle disuguaglianze economiche e sociali e sulle possibili strade per contrastarle.

La disuguaglianza indica una disparità di risorse, condizioni di partenza e opportunità concesse a individui o gruppi, che si manifesta soprattutto in ambito sociale, economico e lavorativo. Diversamente da quanto suggerisce la sua definizione, per molti non si tratta più di una frattura da sanare, bensì di un elemento strutturale, un fatto inevitabile. Com’è stato possibile questo ribaltamento semantico?

Maurizio Franzini: Il ribaltamento della prospettiva è legato, innanzitutto, ad una diffusione sistematica di argomenti atti a giustificare la formazione delle disuguaglianze. I principali sono essenzialmente di due tipi. Il primo presenta l’accumulazione di capitale – per quanto sproporzionata – come frutto del solo “merito” individuale, rimandando alla teoria per cui la ricchezza derivi esclusivamente da capacità e da sforzi personali che hanno portato a “conquistarla”. Ma cosa si intende, in quest’ottica, per merito? Io credo che l’espressione, se usata a questi fini, subisca una pericolosa deviazione. Per la seconda tipologia di argomentazioni, le disuguaglianze sarebbero addirittura necessarie, in quanto motore di crescita economica e di sviluppo per tutta la società.

La concentrazione del reddito e della ricchezza personale, in quest’ottica, favorirebbe l’innalzamento del PIL, portando ad un maggiore benessere diffuso. Naturalmente, opporsi a queste argomentazioni non vuol dire necessariamente essere a favore di una uguaglianza “piatta”. C’è pur sempre disuguaglianza e disuguaglianza: essa, infatti, varia non soltanto in termini di intensità, ma anche in base alle modalità con cui si forma. Bisogna ragionare in questi termini se si desidera avere un approccio non viziato da qualche forma di pregiudizio ideologico a favore degli arricchimenti estremi o, all’opposto, contrario anche alla più limitata delle disuguaglianze. Il mondo in cui viviamo non consente la realizzazione di una piena uguaglianza, ma al contempo genera molte disuguaglianze che restano difficili da giustificare.

Prendiamo un esempio: i superricchi da lavoro, cioè coloro che guadagnano redditi elevatissimi come compenso per le loro prestazioni lavorative. Le categorie più diffuse che rientrano in questa fascia sono essenzialmente tre: i manager d’impresa, i professionisti dello sport – peraltro solo di alcuni sport – e le star dello spettacolo. Chiarito che non abbiamo niente contro queste categorie, è lecito interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso loro di accedere a redditi tanto elevati e molto spesso di accumulare grandi patrimoni. Sinteticamente: le remunerazioni dei manager delle grandi imprese sono cresciute vertiginosamente in concomitanza con le evoluzioni della finanza e le sue ricadute sulla proprietà dell’impresa. L’affermazione in tempi recenti dei cosiddetti fondi passivi che promettono a quanti affidano loro i propri risparmi o patrimoni nulla più che il rendimento di mercato e che sono azionisti di maggioranza di molte grandi imprese a livello globale ha favorito quella crescita vertiginosa avvenuta a danno di lavoratori e piccoli azionisti, i quali ultimi spesso vedono fortemente indebolito, e in vari modi, anche il loro diritto di voto.

Per quanto riguarda le superstar dello sport e dello spettacolo, la spiegazione va ricercata soprattutto nelle innovazioni tecnologiche. In particolare, l’incremento della potenza degli apparati fonici, che consente una buona acustica anche in un grande stadio – e quindi permette audience enormemente maggiori che in passato – così come le tecniche algoritmiche, con tutte le conseguenze in termini di allargamento dell’audience e di possibilità di sponsorizzazioni sempre più ricche. Quindi, ritornando a uno dei due argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza, la differenza non è fatta da un’improvvisa e inarrestabile esplosione di talenti individuali, ma da una rapidissima evoluzione tecnologica (e sociale) che ha nettamente privilegiato alcune categorie.

Nel suo ultimo libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), scritto con Michele Raitano, approfondisce il ruolo di luoghi comuni che nel tempo hanno plasmato in modo decisivo l’immaginario sulla disuguaglianza. Quali elementi emergono come particolarmente decisivi?

Maurizio Franzini: Nel discorso pubblico l’attenzione, già a partire dagli anni Novanta, è stata interamente rivolta alla povertà. Il leitmotiv era questo: il problema è la povertà non la ricchezza, quindi non la disuguaglianza. Ma la ricchezza può essere, di per sé, un problema, specie se è fortemente concentrata e quindi accompagnata a grande disuguaglianza. Ad attenuare ulteriormente l’attenzione per la disuguaglianza ha certamente contribuito il progressivo rafforzamento del messaggio secondo cui l’unico obiettivo è la crescita economica. Grazie ad essa tutti staranno meglio, e non c’è altro problema. Ma non è proprio così, perché non tutti stanno meglio con la crescita e perché contano anche e sotto moltissimi aspetti le distanze tra gli individui, non solo i livelli dei loro redditi.

Non vi è dubbio che non pochi siano genuinamente convinti di queste tesi, ma è ancora meno dubbio che ci siano anche interessi molto forti che perpetuano idee di questo tipo allo scopo di rendere estremamente difficile correggere la rotta che abbiamo intrapreso. Come argomentiamo nel libro, si è diffusa l’idea che ridurre le disuguaglianze è soltanto dannoso (per la crescita) e forse anche impossibile. E si sostiene, in aggiunta, che non vi sarebbe alcun bisogno di ridurre la disuguaglianza perché, negli ultimi tempi, non sarebbe cresciuta. Vi sono ben fondati motivi, indicati nel libro, per sostenere il contrario e, soprattutto, la disuguaglianza non è un problema solo se cresce. L’aspetto forse più preoccupante è che tutti questi argomenti, ripetuti con forte insistenza, finiscono per apparire inconfutabili.

Il rapporto di Oxfam Italia del 2026 evidenzia una crescita allarmante delle disparità economiche e del loro impatto sui sistemi di potere. In che misura queste dinamiche stanno incidendo oggi sugli equilibri democratici?

Maurizio Franzini: È innegabile che ci sia una stretta relazione tra le disuguaglianze e la perdita di rappresentatività nelle democrazie. Un dato che mi ha colpito molto riguarda un’indagine che ha calcolato il numero di miliardari che fanno direttamente attività politica; che non si limitano, quindi, a finanziare e a orientare le campagne elettorali indirettamente. Secondo questa indagine, un miliardario su dieci appartiene a questa categoria. Si arriva dunque alla sparizione di qualsiasi steccato tra l’essere molto ricchi e l’avere molto potere politico. Ci sono altrettanti studi sull’erosione della democrazia, cioè l’indebolimento di alcuni pilastri su cui la democrazia comunemente intesa poggia. Parlo del fatto che, grazie a questa capacità di condizionamento, si possano erodere i famosi check and balance, cioè quelle strutture basate su dispositivi costituzionali che hanno la funzione di limitare concentrazioni di potere smisurato. Ciò mi preoccupa specie perché più creiamo individui che si abituano a questo stato di cose, più perpetuiamo la diffusione di valori che poggiano interamente sul benessere materiale a scapito dell’assetto democratico. Da questo punto di vista, bisogna comprendere che siamo di fronte a un cambiamento antropologico di grande portata.

Come si intrecciano oggi le crisi globali con l’evoluzione delle disuguaglianze interne ai singoli Paesi?

Maurizio Franzini: L’aumento della spesa bellica provoca una sottrazione di risorse da investire in ambito sociale, con tagli consistenti al welfare e all’istruzione. È quasi matematico. Ma non è l’unico modo in cui i conflitti impattano sulla ricchezza. La riduzione di alcune spese sociali si traduce spesso anche in una riduzione immediata del reddito dei lavoratori impegnati in quei settori, con conseguente aumento delle disuguaglianze. Sebbene questo fenomeno riguardi molti Paesi, in alcuni casi crescite demografiche sproporzionate ne hanno ridotto la visibilità, generando comunque un incremento del PIL. In particolar modo, il fenomeno ha interessato Paesi come Cina e India, consentendo loro di accorciare rapidamente le distanze con i Paesi storicamente più sviluppati.

Tuttavia, questo processo non si è rivelato privo di conseguenze: gli squilibri di ricchezza preesistenti hanno visto un’ulteriore impennata a vantaggio di ristrettissime élite. Immaginando di calcolare la disuguaglianza tra tutti i cittadini del mondo, ciò ha provocato un effetto benefico sulla riduzione globale della disuguaglianza dei redditi medi, ma anche un effetto negativo sul livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, i super poveri sono quelli che dispongono di meno di una determinata soglia di reddito giornaliero in potere d’acquisto: nel 1990 ci fu il boom dei super poveri, che portò il loro numero a salire oltre la soglia del 30% della popolazione mondiale. In seguito, a metà del decennio scorso, questa percentuale si ridusse drasticamente al 15%, e il merito principale fu proprio delle politiche di contrasto della povertà assoluta implementate in Cina, dove i super poveri diminuirono di 740 milioni, circa la metà della riduzione complessiva di poveri estremi nel mondo.

Tra gli indicatori di povertà calcolati dalla Banca Mondiale, però, quella appena citata è la soglia giornaliera più bassa. Ce ne sono altre: si calcola quanti vivono con meno di 3 dollari, quanti con meno di 5,50 dollari e quanti con meno di 10 dollari. La cosa che mi ha colpito è che, mentre diminuiva il numero di cinesi sotto la soglia più bassa, aumentava il numero di cinesi sotto i 10 dollari. E non mi pare affatto si possa affermare che loro non siano poveri.

Venendo all’Italia: nel nostro Paese si registrano crescenti divari territoriali e un ampliamento delle condizioni di vulnerabilità. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, nel 2024 un lavoratore su dieci è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea. La povertà, quindi, non riguarda più solo chi è senza lavoro, ma anche i cosiddetti “working poor”. Qual è il legame tra povertà, qualità del lavoro e disuguaglianze?

Maurizio Franzini: Il fenomeno dei lavoratori a basso salario è sostanzialmente nuovo, ma è diventato molto consistente. Naturalmente, per dire quanti sono i working poor dobbiamo stabilire qual è la soglia al di sotto della quale il reddito del lavoratore si può considerare di povertà, e di nuovo incappiamo nella difficoltà di fissarla in modo univoco. A livello europeo, la soglia è il 60% del reddito o del salario mediano. Ma certamente non è l’unico modo di stabilirla. I lavoratori e le lavoratrici poveri sono quelli che hanno contratti a tempo determinato, sono le donne (soprattutto) soggette al part-time involontario, cioè costrette a lavorare poco senza averlo liberamente scelto; in generale, una percentuale molto rilevante di coloro che hanno un contratto d’impiego a tempo parziale vorrebbero lavorare di più ma si devono accontentare. Dunque, non necessariamente il povero è colui che guadagna poco per ogni ora di lavoro svolto, ma è soprattutto colui che, nell’arco di un anno, non riesce a lavorare abbastanza ore.

Per dare una svolta bisognerebbe, innanzitutto, intervenire sulle modalità contrattuali. Va anche ricordato che per l’istituto di statistica europeo, Eurostat, percepire un salario da povertà non equivale a essere povero. Infatti, si tiene conto del complessivo reddito familiare; se quest’ultimo è sopra il 60% del reddito mediano delle famiglie di un determinato Paese, non si è poveri, quale che sia il salario percepito come lavoratore o lavoratrice. Si utilizza quindi il reddito familiare con l’esito di attenuare la povertà lavorativa riferita al reddito del singolo individuo. Il problema di come e se tenere conto sia del reddito individuale che di quello familiare è molto delicato, ma se si intende dare piena dignità al lavoro e alle persone, la scelta di Eurostat appare insoddisfacente.

Fra i cosiddetti working poor poi molti sono giovani. Questo ci consente di analizzare un altro fenomeno, a mio avviso spesso descritto in maniera inadeguata: quello dei cosiddetti NEET (not in education, employment or training), cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. Secondo la visione nazional-popolare, infatti, si tratta quasi sempre di ragazzi ricchi di famiglia che possono permettersi di fare ciò che vogliono. Oltre gli stereotipi, anche qui c’è però un importante problema di rilevazione del fenomeno. I NEET vengono rilevati con sondaggi che cominciano con la domanda: “hai lavorato nell’ultima settimana? sei andato a qualche corso di formazione nelle ultime quattro settimane?”. Se la risposta è “nessuna delle due”, automaticamente si viene classificati come NEET. Non c’è spazio per tutto ciò che precede l’arco delle quattro settimane, né per chi sta semplicemente attraversando un periodo di momentanea difficoltà. Dunque, per moltissimi la condizione di NEET non è persistente (come lascia invece intendere l’ipotesi del fannullone privilegiato) ma temporanea. E il problema del disagio giovanile è riconducibile non al benessere della famiglia, se non per una quota molto piccola di questi giovani, ma soprattutto al fatto che il mercato del lavoro non offre possibilità ai giovani, o ne offre poche e scadenti.

Questa condizione incide direttamente anche sulla natalità: varie indagini suggeriscono che la gran parte delle giovani coppie desidererebbe avere due figli, ma tutti questi fattori li scoraggiano notevolmente. Il problema dei giovani è molto serio, ed è aggravato anche dal fenomeno della over education: molti entrano nel mercato del lavoro troppo tardi e per svolgere mansioni rispetto alle quali le conoscenze e le competenze che hanno acquisito sono sovrabbondanti. Si parla spesso, a ragione, del fatto che in Italia mancano certe competenze, ma non si parla affatto del fenomeno opposto – che pure esiste.

Su quale modello di ragionamento e di intervento è necessario basarsi, a suo avviso, se si intende ridurre le disuguaglianze in modo concreto?

Maurizio Franzini: Si tratta di un complesso di questioni articolate, ma proverò a delineare alcune delle cose a cui bisognerebbe guardare per dare un indirizzo diverso alle politiche di contrasto di questi fenomeni, senza crogiolarsi nell’idea che il mondo offra a tutti molte opportunità e che la colpa sia di chi non le coglie o non è capace di valorizzarle. Sulle politiche predistributive ci sarebbe un lungo elenco da fare; direi però che certamente occorre accrescere le dotazioni di capitale umano di chi ne ha poco, non per demerito ma per mancanza delle condizioni di partenza necessarie per acquisirlo. Inoltre, la politica dovrebbe migliorare le condizioni concorrenziali dei mercati. È un aspetto che personalmente considero molto sottovalutato: quando ostacoliamo l’ingresso di nuovi soggetti nei mercati, non sappiamo cosa perdiamo, cioè non sappiamo chi resta fuori e cosa sarebbe capace di fare, magari chi resta fuori è più bravo di chi sta già dentro. La società deve rischiare. Sono politiche predistributive anche quelle che mirano a cambiare i rapporti di potere all’interno delle imprese; il fatto che le imprese siano più orientate al valore per gli azionisti – il cosiddetto shareholder value – piuttosto che al valore per tutti i soggetti interessati, fa una differenza rilevante.

Una delle ragioni per cui si dice che la disuguaglianza fa bene alla crescita è che si immagina che se c’è disuguaglianza, c’è risparmio, e se c’è risparmio ci sono investimenti produttivi. La realtà è che il risparmio, spesso, finisce in larghissima parte nei circuiti finanziari e non in quelli produttivi. Intervenire su questo significa, dunque, indirizzare i risparmi verso i circuiti produttivi piuttosto che verso quelli esclusivamente finanziari, ampliando la concorrenza nei mercati e le possibilità di innovazione attraverso investimenti maggiori: una serie di azioni che hanno un impatto molto rilevante sulle disuguaglianze. L’indice di Gini che misura le disuguaglianze, riferito ai redditi guadagnati nei mercati – quindi prima della redistribuzione – alla fine degli anni Ottanta, era dell’ordine del 38%; oggi, dopo una crescita rilevante e sostanzialmente continua, si attesta a più del 50%. Quello che abbiamo avuto, dunque, è che fenomeni relativi al mercato del lavoro, alla concentrazione dei beni e dei servizi e alle rendite reali hanno prodotto questo effetto. E se le cose continuano ad andare così, pensare di correggerle soltanto attraverso la ridistribuzione equivale a un’illusione. In conclusione, parlare di disuguaglianze in un altro modo è una grande sfida culturale, che coinvolge la visione del mondo, il ruolo delle persone, i valori di cui sono portatori e le ragioni da cui dipende il nostro benessere, in ogni sua forma.

(Intervista a cura di Pandora Rivista)

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ZOO DI TOKYO, ALTRI TRE LEONI GRAVI PER IL CALDO

Dopo che tre leonesse sono morte, altri tre leoni sono in condizioni critiche allo zoo di Tama, nella periferia occidentale di Tokyo, a causa di un’ondata di calore record che ha colpito nei giorni scorsi il Giappone. Altri tre animali, due maschi e una femmina, che nonostante le misure di protezione messe in essere nello zoo non riuscivano a reggersi in piedi, sono stati trasferiti dal personale affinchè trascorrano la convalescenza in un recinto interno dotato di condizionatori portatili. Tra il 28 luglio e il 2 agosto scorsi erano morte Mugi, 3 anni, Ichigo, 11 anni, e Ruena, 15 anni. Le autopsie avevano evidenziato una disidratazione grave e sistemica, con una sindrome da disfunzione multiorgano, compatibili con un colpo di calore. L’amministrazione metropolitana, che gestisce il parco, ha commissionato indagini esterne per accertare le cause definitive. La crisi, raccontano i media locali, era iniziata a metà luglio, quando due dei 16 leoni dello zoo (in totale 5 maschi e 11 femmine) hanno manifestato perdita di appetito e letargia. I sintomi si sono poi estesi a dieci animali, alcuni dei quali hanno perso conoscenza. Nonostante le cure con fluidi endovena, ventilatori e nebulizzatori, e la chiusura dell’area espositiva, le tre leonesse non sono riuscite a sopravvivere. L’evento è senza precedenti per lo zoo, che alleva ed espone i felini dal 1964. Il contesto climatico è estremo: secondo l’Agenzia meteorologica giapponese (Jma), 34 località hanno oltrepassato i 40 gradi quest’estate, superando il record di 30 casi registrati nell’intero 2025. Le temperature medie del Giappone occidentale a fine luglio sono state le più alte dal 1946.

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CAPRI, MAREVIVO: DOPO QUARANT’ANNI DIVENTA AREA MARINA PROTETTA

Dopo oltre quarant’anni di impegno portato avanti da Marevivo, l’Area Marina Protetta “Isola di Capri” è finalmente realtà. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge da parte della VIII Commissione Ambiente in sede legislativa, si è concluso alla Camera l’iter parlamentare che istituisce la nuova AMP, segnando una svolta storica per la tutela del patrimonio naturale dell’isola. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, spiega Marevivo in una nota, provvederà, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, agli adempimenti necessari per renderla operativa. Il provvedimento modifica, inoltre, la denominazione dell’area marina di reperimento “Penisola della Campanella – Isola di Capri”, distinguendo definitivamente le due realtà: “Punta Campanella” e “Isola di Capri”, ciascuna con un proprio percorso gestionale. L’istituzione dell’Area Marina Protetta di Capri colma una storica lacuna nel sistema nazionale delle aree marine protette. Pur essendo una delle isole più conosciute e visitate del Mediterraneo, nonché un patrimonio naturalistico di valore internazionale, Capri era infatti ancora priva di uno strumento di tutela dedicato. Con l’approvazione della legge questa anomalia viene finalmente superata, segnando un ulteriore passo decisivo verso gli obiettivi fissati dall’Unione Europea con la Strategia 30×30, che mira a proteggere almeno il 30% delle aree marine entro il 2030. Da sempre Marevivo, ancora la nota, richiama l’attenzione sulla necessità di ampliare e rafforzare il sistema delle Aree Marine Protette italiane, che oggi comprende 32 AMP, incluse due aree archeologiche sommerse, a fronte delle 52 previste dalla Legge quadro n.394 del 1991, che ha consolidato il sistema delle aree protette avviato con il D.P.R. 979 del 1982 sulla difesa del mare. Nel corso degli anni la Fondazione ha promosso una politica più ambiziosa per la tutela del mare e, nel 2024, in occasione degli Stati Generali delle Aree Protette organizzati dal MASE, ha presentato una proposta di riforma della legge per equiparare la disciplina delle AMP a quella dei Parchi Nazionali, riconoscendo al patrimonio marino pari dignità rispetto a quello terrestre e prevedendo risorse adeguate, una governance più efficace e strumenti più incisivi per il monitoraggio e la gestione.

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INCENDI, ASSESSORA SICILIA: IL 98% PARTE DALLA MANO DELL’UOMO

“La mano criminale è dietro agli inneschi di degli incendi. Il 98% dei roghi parte dalla mano dell’uomo: non li chiamerei piromani ma delinquenti”. Così – riporta Dire – l’assessora al territorio e ambiente della Regione Siciliana, Giusi Savarino, intervenendo all’Ars al termine della seduta dedicata a interpellanze e interrogazioni della rubrica Territorio e ambiente. “Va fatta un’azione per bloccare queste persone – ha aggiunto Savarino – ma questo non basta: bisogna capire quali sono le ragioni dietro a questi incendi”.

(Foto i repertorio)

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Per Gualtieri, papà del Superbonus, la prudenza di Meloni sui conti pubblici è una colpa

"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte.
 

"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
 

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Meloni punta a scavalcare il Cav. per l'esecutivo più longevo della storia della Repubblica

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.

 

Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).

 

Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.

 

 

Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

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L’Ue cade nella trappola cinese

Nei giorni scorsi il maggiore generale Guo Hongtao, vicedirettore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale dell’Esercito popolare di liberazione cinese, era a Bruxelles per colloqui... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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S’è rotta l’Alleanza atlantica

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

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Meloni assume l'interim al ministero del Turismo lasciato da Santanchè

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri. 

"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

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La Cina fa come la Russia

Mentre l’Unione europea s’interroga sulle fughe di informazioni verso Mosca – dopo che si è scoperto che esponenti del governo ungherese passavano informazioni al Cremlino durante i vertici europei... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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I buoni risultati di Ita: 3,2 miliardi di euro di ricavi

Ita Airwaysla compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitaliaha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.

Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

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Il potere di veto dell’Anm

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

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La via dell’Ue in un mondo in caos

 

All’incertezza economica dilagante l’Ue risponde con accordi di libero scambio. Negli ultimi mesi Bruxelles ha concluso intese commerciali con Indonesia, India, e adesso anche l’Aust... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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L’Indonesia mette “in pausa” le Forze di Pace. È una questione economica

   

Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato tra i primi leader a sostenere l’iniziativa del Board of Peace promossa da Donald Trump, ed è stato finora tra i pochi leader del quadrante asiatico e di un paese a maggioranza musulmana (il più popoloso del mondo) a essere riuscito a costruire un consenso interno su un dossier particolarmente sensibile. L’Indonesia aveva scelto di partecipare  offrendo la disponibilità a contribuire con forze di peacekeeping, ma ieri Prabowo è stato costretto a specificare che il miliardo di dollari da mettere sul tavolo per entrare nel Board of Peace non ci sarà: “Ci viene richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari”, ha detto il presidente, “ma io non ho mai detto che fossimo disposti a pagarlo”.

 

La scorsa settimana, dopo una riunione del Consiglio dei ministri, il segretario di stato Prasetyo Hadi aveva annunciato il rinvio “a tempo indeterminato” del dispiegamento del contingente di circa ottomila soldati indonesiani a Gaza, a causa “dell’aggravarsi della situazione di sicurezza nella regione”. Secondo diversi osservatori, la decisione di Prabowo di mettere in pausa il coinvolgimento nel piano di pace di Trump è legato non a un ripensamento, ma alle conseguenze della guerra in Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto l’Indonesia a una vulnerabilità strutturale: circa il 25 per cento delle sue importazioni energetiche dipende da quel passaggio. Le riserve nazionali, secondo i dati ufficiali, coprono appena 20-25 giorni di consumo. I prezzi del petrolio che aumentano e l’indebolimento della valuta si traduce in una pressione immediata sull’inflazione e pure sulla (fragile) stabilità sociale indonesiana. Prima di lanciarsi in una vera operazione internazionale di pace, il governo di Prabowo è costretto a parare i colpi di un’economia che rischia di mettere in pericolo la tenuta interna del paese. Perché nessuna architettura di sicurezza internazionale può prescindere dalla capacità degli attori coinvolti di sostenere, nel tempo, i costi della propria partecipazione.

   

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Farsi curare solo dalla Cina fa male

 

C’è un numero nel rapporto sulla competitività 2026 dell’Istat sul quale è giusto soffermarsi. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentati del 933,7 per cento. In dodici mesi, le importazioni sono passate da 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi. La spiegazione tecnica è nota: i dazi americani sulla Cina hanno deviato flussi commerciali verso l’Europa e l’Italia ne ha assorbito una quota rilevante. Ma il problema vero è un altro: cosa significa, in termini di sicurezza di sistema dipendere in misura così da un unico paese fornitore per i princìpi attivi che alimentano la produzione farmaceutica? La risposta  è scomoda. La quota della Cina sulle importazioni farmaceutiche italiane è balzata in un anno di 11,6 punti percentuali, raggiungendo il 13,4 per cento del totale. Nello stesso periodo, la quota della Germania si è ridotta di 4,7 punti. Il riequilibrio è avvenuto come effetto collaterale di dinamiche geopolitiche decise altrove, non da una scelta strategica del paese. Il rapporto colloca la farmaceutica tra i settori da monitorare per vulnerabilità strategica. Circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da paesi a rischio politico medio o alto. Paracetamolo, metformina, amoxicillina: molti dei farmaci essenziali dipendono da catene di fornitura che passano per l’Asia. Quando quella catena si inceppa – per una guerra, una crisi geopolitica, per una decisione di Pechino – il problema non è astratto. È il farmaco che manca sullo scaffale, è il paziente cronico che non trova la terapia. La pandemia aveva già mostrato questa fragilità con chiarezza brutale. I lockdown cinesi interruppero forniture in tutto il mondo. Quella lezione avrebbe dovuto tradursi in una strategia di diversificazione. In larga misura, non è accaduto. E il rapporto Istat 2026 certifica che la dipendenza dalla Cina non è diminuita. Ignorare questo campanello d’allarme sarebbe un lusso che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi.

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"Non tocca alla Biennale inventare o aggiungere sanzioni", dice l'ex presidente della fondazione Baratta

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".

In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua -  i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

 

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A Travaglio serve un rebranding urgente

La svolta era nell’aria. Da un po’ di tempo, nelle pagine delle lettere del Fatto quotidiano comparivano dei messaggi che invitavano il giornale a chiedere il finanziamento pubblico. La saggezza dei lettori, che evidentemente avevano dato un occhio ai conti del giornale, alla fine ha prevalso sulla linea del direttore Marco Travaglio che a dicembre respingeva l’idea: “Preferiamo ampliare la nostra comunità di abbonati piuttosto che far pagare il Fatto a chi non lo legge”. In un comunicato la Società editoriale il Fatto (Seif) ha annunciato che, proprio mentre Travaglio scriveva quelle righe, a dicembre scorso, ha fatto domanda per il contributo straordinario dall’editoria per i giornali cartacei (0,10 euro per copia venduta): “Seif è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, ma data la crisi del settore in generale e la difficoltà nello specifico di Seif a “garantire la continuità aziendale”, la richiesta è stata fatta. La società precisa, però, che il contributo è stato sì assegnato – anche se non dice quanto (si tratta di 752 mila euro) –  ma l’intenzione “rimane quella di non percepirlo”. Non si capisce bene cosa significhi, ma due cose si capiscono.  

  

Non è vera la  tesi di Travaglio secondo cui percepire il finanziamento pubblico è “schiavitù di stampa” perché costringe i giornali ad “andare sotto Palazzo Chigi con il cappello in mano”. Non è questa la procedura che ha adottato Travaglio, come nessun altro gruppo editoriale. Anzi, nel caso del Fatto il finanziamento pubblico serve a tenere in vita una voce fortemente critica del governo, senza necessità di un cambio di linea editoriale. Questa svolta, però, necessita ora di un cambiamento grafico rilevante. Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

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Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

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Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

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Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

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