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Coi coltellini svizzeri fuorilegge, rischi l'arresto anche se vai a funghi

Volete fare trekking, arrampicata, andare a funghi o andare per campi a raccogliere cardi mariani? Fate pure, ma preparatevi: secondo l'ultimo Decreto sicurezza rischiate fino a tre anni di reclusione se portate con voi un coltellino pieghevole con lama oltre i 5 centimetri a punta acuta e dotati di blocco. In pratica tutti i coltellini utilizzati da escursionisti, fungaioli o raccoglitori di piante selvatiche. Certo andare a funghi e a cardi mariani non è un obbligo imposto da nessuno. Non è però nemmeno un reato, non dovrebbe esserlo almeno. Eppure si rischia l'arresto. Raccoglierli con coltellini con la lama più corta, sempre che li troviate – la maggior parte ha lama che va dai 5,5 centimetri ai 6 – può essere complicato.

Per non parlare poi della diminuzione della sicurezza di camminatori e arrampicatori che introduce il Decreto sicurezza. A sottolinearlo è stato il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella: "Questi coltelli sono utilissimi per chi si muove nella natura e possono salvare vite". Ha spiegato: "Si può tagliare in caso di bisogno un laccio, intervenire sulla ferita dopo un morso di una vipera oppure liberare un capriolo rimasto ingarbugliato in un filo di recinzione elettrica dei pascoli. Infine, sono indispensabili per tagliare i funghi alla loro base per non danneggiare il micelio sotterraneo, che garantisce poi la ricrescita". Insomma "di certo non me lo porto dietro in montagna per fare l'assassino". Certo qualche caso di omicidi o serial killer montanari c'è stato nella storia dell'umanità, ma ai coltellini di solito hanno preferito accette, motoseghe o delle semplici pistole. Strano che nel Decreto sicurezza non abbiano pensato alle pistole. Forse perché, dicono alcuni membri della maggioranza, "l'autodifesa è sempre legittima"? Chissà.

Un'assurdità che avevano già segnalato Sergio Boccadruti e Carlo Stagnaro sul Foglio: "La vera perla riguarda i coltelli pieghevoli: divieto assoluto di portare fuori casa serramanici con lama da cinque centimetri se dotati di blocco lama, apertura a scatto o apribili con una mano. Include coltelli a farfalla e quelli occultati. Pena: uno-tre anni di reclusione. Il problema? Questa categoria include praticamente tutti i multitool moderni (coltellini svizzeri) con pinze e cacciaviti, strumenti comuni da lavoro o campeggio. Persino molti cutter da cantiere hanno lama pieghevole con blocco. Migliaia di persone, inclusi professionisti ed escursionisti della domenica, rischiano di avere uno strumento criminale in tasca semplicemente lavorando o passeggiando in montagna"

L'assessora a Edilizia abitativa, Sicurezza e prevenzione della violenza della Provincia autonoma di Bolzano, ha annunciato, in un post su Facebook, di voler interloquire con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per esaminare l’attuazione della legge, perché "la lotta contro la violenza con coltelli è necessaria e giusta ma non deve andare a discapito dei cittadini onesti. Chi indossa abiti tradizionali (tipo gli Schützen, i membri di associazioni che si ispirano alle tradizioni dei bersaglieri tirolesi, che portano attaccati alla cintura un coltello e una forchetta ndr), fa escursioni, raccoglie funghi o va a caccia e porta con sé coltelli non deve essere punito per questo. Il relativo paragrafo del decreto deve essere modificato". Un ragionamento sensato, al contrario di quello nel paragrafo successivo: "Lo sappiamo: la violenza da coltello si verifica in gran parte degli autori di migranti nel corso della #migrazionedimassa e quindi è violenza in gran parte importata".

In Südtirol sono però anche gli artigiani e gli agricoltori a protestare. Molti di loro utilizzano coltelli per lavoro e non possono non portarli con sé. Eppure, nonostante questo, la Provincia autonoma di Bolzano  e più in generale il Trentino-Alto Adige – è una delle province più sicure d'Italia. Nell'indice di criminalità 2024 del Sole 24 Ore (basato sui dati del ministero dell'Interno relativi al 2023), Bolzano si colloca al 54esimo posto su 107 province, mentre Trento all'88esimo. E in Molise c'è addirittura un paese che potrebbe fallire: Frosolone (Isernia). Qui Antonio Gurrado ne raccontava la storia.

La sintesi perfetta l'ha data all'Ansa il presidente del Cai Alto Adige, Carlo Alberto Zanella: "Ancora una volta si decidono delle cose, senza saperle e senza ascoltare gli esperti". E ha aggiunto: "Capisco il divieto per i ragazzi a scuola, è fuori discussione. Ancora una volta il legislatore esagera, come è successo con l'obbligo di portare con sé la pala e l'Arva quando si va con le ciaspole. Per determinate gite e condizioni meteorologiche è semplicemente ridicolo metterli nello zaino, ma - in via teorica - potrei essere multato se non lo faccio".

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È morto Bruno Contrada, un servitore dello stato tradito dallo stato

Bruno Contrada è morto a 94 anni. Nato a Napoli il 2 settembre 1931, era stato capo della Squadra mobile di Palermo e numero tre del Sisde negli anni più sanguinosi della guerra di mafia. La sua vicenda giudiziaria – iniziata con l'arresto alla vigilia di Natale del 1992 e conclusa, in un certo senso, soltanto con la morte – è diventata emblema di uno dei capitoli più controversi della storia giudiziaria italiana.

 

Condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada aveva trascorso anni tra carcere e domiciliari, in condizioni di salute sempre più precarie, prima che nell'aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo stabilisse che il reato per cui era stato condannato non era, all'epoca dei fatti contestati, "sufficientemente chiaro e prevedibile". Nel 2017 la Cassazione ne dichiarò la sentenza "ineseguibile e improduttiva di effetti penali". Poi arrivò il risarcimento per ingiusta detenzione, prima fissato dalla Corte d'appello di Palermo in 667mila euro, poi ridotto dalla Cassazione a 285mila. "Non c'è somma che possa riparare il male che mi è stato fatto", aveva detto lui.

  

 

"Sono frastornato, non direi sollevato", raccontò al Foglio nel luglio del 2017, poco dopo la sentenza della Cassazione. "Mi hanno devastato la vita, di che cosa dovrei rallegrarmi?". Raccontò dell'arresto all'alba del 24 dicembre, davanti alla moglie Adriana e al figlio poliziotto; del carcere militare di Palermo riaperto apposta per lui, dove era rimasto unico detenuto con venticinque guardie a sorvegliarlo; del cancello blindato che sbatteva ogni sera. "Ancora oggi, se sento una porta blindata che batte o un cancello che stride, sono sopraffatto dall'angoscia".

  

Giuliano Ferrara lo aveva paragonato a Joseph K., l'eroe kafkiano che "doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto".

 

Indro Montanelli, nel suo libro sull'Italia di Berlusconi scritto con Mario Cervi, aveva sollevato la questione nei termini che ancora oggi restano i più lucidi: si possono applicare agli uomini che lavorano nelle fogne del crimine le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? E comunque, aveva scritto, "una carcerazione preventiva che duri quanto quella inflitta a Contrada è una barbarie indegna di un paese che pretende d'essere la culla del diritto."

      

Quando nel giugno del 2023 la Cassazione confermò definitivamente il suo diritto al risarcimento, rigettando i ricorsi della procura generale di Palermo e del ministero dell'Economia – che avevano avuto, scrisse il Foglio, "persino la protervia di opporsi" – nessuno si scusò. I giornali che per anni lo avevano dipinto come un'ombra malvagia sulla Sicilia delle stragi tacquero, o peggio. All'epoca Contrada aveva 91 anni, e aveva detto che avrebbe voluto una Finanziaria per essere risarcito davvero, ma era una battuta soffocata dall'amarezza.

Muore da incensurato, come aveva sempre voluto. "Presto o tardi passerò all'altro mondo", disse, "e lo farò da incensurato, con un casellario giudiziale intonso, come si addice a un onesto servitore dello stato. A futura memoria." Se la memoria ha un futuro.

   

Per approfondire

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