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Trump scherza con Meloni: “Sono stato abbandonato”, lei: “Siamo sempre amici”. Siparietto al G7

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
Il siparietto Trump-Meloni al G7: “Sono stato abbandonato”, scherza il Tycoon con la premier italiana e il Presidente del Consiglio Ue Costa. “Non è vero, siamo sempre stati amici”, replica Meloni ridendo.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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“Sì, siamo famosi su Instagram”, siparietto di Meloni e Modi tra i leader del G7

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron. Oltre ai Paesi leader del G7, ci sono i rappresentanti delle Nazioni ospiti del summit, come il brasiliano Lula e l’indiano Modi. Quest’ultimo è stato protagonist, insieme alla premier Meloni, di un simpatico siparietto. Alla richiesta di qualcuno dei leader ospiti, Meloni ha detto ridendo: “Sì, è vero, siamo famosi di Instagram”, riferendosi al trend #melodi che fece il giro del mondo durante la sua visita in India.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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G7 Evian, i leader in posa per la foto di gruppo. Tra gli altri, Trump, Meloni e Macron

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”

Fondazione Fiera Milano presenta “Armonie del Mondo. La musica che unisce popoli, culture e storie”, un percorso musicale che dal 22 al 24 giugno a partire dalle ore 21.00 animerà la Palazzina degli Orafi, sede della Fondazione, con tre appuntamenti dedicati ai valori che da sempre caratterizzano il mondo fieristico: identità, dialogo, apertura internazionale, eccellenza e formazione.
 
Pensata come una piattaforma di incontro tra cultura, relazioni e visione, l’iniziativa nasce dalla volontà di raccontare attraverso il linguaggio universale della musica la capacità della fiera di creare connessioni tra persone, imprese, territori e culture, generando opportunità di crescita e sviluppo condiviso. Fin dalle sue origini, il sistema fieristico ha infatti rappresentato uno spazio in cui mondi diversi entrano in relazione: imprese, istituzioni, professionisti e comunità si incontrano, condividono conoscenze e costruiscono nuove prospettive di sviluppo. In questo senso, la musica diventa metafora della capacità della fiera di mettere in armonia esperienze e sensibilità differenti.
 
La rassegna si articola in tre appuntamenti che, attraverso linguaggi musicali differenti, raccontano altrettante dimensioni del sistema fieristico. La Fanfara dei Carabinieri evoca i valori dell’identità nazionale e del Made in Italy; la violinista lituana Saulė Kilaitė interpreta il dialogo tra culture e la vocazione internazionale; l’Accademia Teatro alla Scala rappresenta il patrimonio di eccellenza, formazione e tradizione che guarda al futuro. In questo percorso, la musica diventa chiave di lettura del ruolo della fiera come luogo in cui esperienze, competenze e visioni diverse si incontrano per generare nuove opportunità di crescita e sviluppo. Una realtà che, oltre la sua funzione espositiva, si conferma piattaforma culturale e relazionale al servizio della comunità e del territorio.

Bozzetti: “Incontro, dialogo, relazioni umane raccontati attraverso la musica”

“Con Armonie del Mondo abbiamo voluto dare vita a un progetto capace di raccontare, attraverso il linguaggio universale della musica, i valori che da sempre ispirano il sistema fieristico: l’incontro, il dialogo, le relazioni umane e la costruzione di ponti. La fiera non è soltanto un luogo di scambio economico o una piattaforma espositiva, ma uno spazio vivo in cui persone, imprese, territori e culture entrano in relazione, generando opportunità, conoscenza e crescita condivisa. Le tre serate della rassegna rappresentano altrettante dimensioni di questa missione: l’identità e le radici del Paese, il confronto tra culture e la vocazione internazionale, l’eccellenza e la formazione delle nuove generazioni. In una fase storica caratterizzata da profonde trasformazioni, crediamo sia fondamentale creare occasioni capaci di rafforzare il dialogo e la fiducia reciproca. Anche per questo il sistema fieristico continua a svolgere un ruolo che va oltre la dimensione economica, affermandosi come infrastruttura culturale e sociale al servizio dello sviluppo e della coesione delle comunità.” afferma Giovanni Bozzetti, Presidente di Fondazione Fiera Milano
 
La rassegna rappresenta anche l’occasione per accogliere la città negli spazi della propria sede storica, la Palazzina degli Orafi. Il giardino che la circonda diventa per tre serate un luogo di incontro e condivisione attraverso la musica, rafforzando il legame tra Fondazione Fiera Milano e il territorio. Progettata negli anni Venti dall’architetto Paolo Vietti Violi, la Palazzina degli Orafi accompagna da oltre un secolo l’evoluzione del sistema fieristico milanese e le trasformazioni della città, rappresentando ancora oggi uno dei simboli più significativi dell’eredità storica di Fondazione Fiera Milano.
 
Attraverso questa iniziativa, Fondazione Fiera Milano conferma il proprio impegno nel promuovere occasioni di incontro e partecipazione, contribuendo a rafforzare il ruolo della fiera come patrimonio economico, culturale e sociale del territorio.

Il programma


 
22 giugno | La Fanfara dei Carabinieri: identità, tradizione e valore del fare
 
La rassegna si inaugura con l’esibizione della Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia”, espressione di una tradizione che coniuga disciplina, spirito di servizio e senso delle istituzioni. La sua presenza richiama il valore del Made in Italy nella sua dimensione più autentica: non soltanto eccellenza produttiva, ma patrimonio di competenze, cultura del lavoro e capacità di generare valore per la collettività. Nata nel 1820, oggi la Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia” si configura come una vera e propria orchestra di fiati, moderna e versatile. Il programma proposto attraversa epoche e generi diversi, accostando pagine della grande tradizione musicale, come l’Italian Polka di Rachmaninoff, a celebri composizioni tratte dal mondo del cinema e del musical, da West Side Story alle colonne sonore senza tempo di Ennio Morricone. 
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267003
 
 
23 giugno | Saulė Kilaitė: il dialogo tra culture e la dimensione internazionale
 
Il secondo appuntamento vedrà protagonista la violinista lituana Saulė Kilaitė, artista dalla spiccata sensibilità internazionale, capace di intrecciare nella propria musica tradizione e contemporaneità. Con il suo stile originale e il suo percorso artistico europeo, Saulė Kilaitė interpreta il valore dell’incontro tra identità differenti, trasformando il palcoscenico in uno spazio di dialogo e condivisione. In un mondo sempre più interconnesso ma al tempo stesso segnato da nuove frammentazioni, la musica diventa metafora di ascolto, cooperazione e reciproca comprensione; contestualmente, la fiera si conferma una piattaforma capace di generare fiducia, connessioni e opportunità di crescita condivisa.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267214
 
 
24 giugno – Accademia Teatro alla Scala: Voci di Bohème. Puccini raccontato dai giovani interpreti dell’Accademia
 
La rassegna si conclude con un concerto dell’Accademia Teatro alla Scala dedicato ad alcune delle pagine più celebri e intense della Bohème di Giacomo Puccini, interpretate dai giovani talenti dell’Accademia, guidati da un narratore d’eccezione, Fabio Sartorelli Docente di Storia della Musica al Conservatorio. Da Che gelida manina a O soave fanciulla, il pubblico sarà accompagnato in un percorso musicale e narrativo che ripercorrerà le vicende dei protagonisti dell’opera, guidando il pubblico nell’ascolto. La scelta di chiudere con le voci del Teatro alla Scala non risponde soltanto all’altissimo valore artistico e formativo dell’Accademia, ma richiama anche una pagina significativa della storia di Milano e della stessa Fiera. Ottant’anni fa, nel secondo dopoguerra, la Fiera di Milano mise infatti i propri spazi a disposizione di una città impegnata nella ricostruzione, contribuendo alla ripresa della vita culturale milanese e sostenendo anche il ritorno delle attività del Teatro alla Scala. La presenza dell’Accademia rinnova oggi quel legame storico e simbolico, trasformandolo in uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso le voci delle nuove generazioni di artisti, la serata racconta la fiera come un luogo in cui talento, formazione ed eccellenza trovano spazio per crescere, incontrarsi e generare nuove opportunità, confermando il ruolo della cultura come motore di sviluppo e innovazione.
 
È possibile iscriversi al seguente link: https://buytickets.at/fondazionefieramilano/2267267

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Vannacci: “Io tessitore democristiano? Semplicemente un vero leader unisce, non divide. Il mio incubo? Un’Italia che si arrende alla disfatta”

In un panorama politico in forte fermento, il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci delinea la strategia del suo movimento per dare voce alle istanze reali dei cittadini e portare un contributo di assoluta chiarezza nel dibattito nazionale. Forte di una crescita costante e di un radicamento sempre più solido sui territori, il Generale rifiuta le etichette retrosceniste e rivendica la necessità di una forza politica snella e meritocratica, capace di fare sintesi e valorizzare le competenze per un obiettivo comune, senza mai scendere a compromessi sui propri principi.

Con lo sguardo rivolto alle prossime elezioni politiche, Vannacci marca la massima distanza dai tatticismi delle segreterie e blinda i dossier decisivi per il Paese, dal contrasto all’immigrazione clandestina alla sovranità energetica col nucleare. La scommessa politica è chiara: aggregare il ceto medio produttivo e recuperare la fiducia di quei cittadini delusi che hanno scelto la via dell’astensionismo, promuovendo una proposta di profondo buonsenso e imponendo una linea più coraggiosa, incisiva e interamente ancorata all’interesse nazionale.

L’intervista di Affaritaliani al leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci

Generale, Futuro Nazionale è ormai una realtà consolidata che ha superato la fase del movimento d’opinione per farsi Partito. Lei ha parlato di una struttura snella e meritocratica: in che modo questa nuova creatura politica vuole distinguersi dai partiti tradizionali, e quale valore aggiunto pensa di portare all’attuale quadro politico e in particolare all’offerta del centrodestra?

La prima differenza è che noi siamo i figli di nessuno. Non siamo nati da una scissione, non siamo il prodotto di accordi di palazzo e non abbiamo alle spalle apparati costruiti nel corso di decenni. Siamo nati dalla volontà di tanti italiani che si sono stancati di una politica sempre più distante dalla realtà e sempre più concentrata su sé stessa. Alla nostra Assemblea Costituente di Roma abbiamo celebrato un traguardo straordinario, quello dei centomila iscritti. Non sono numeri costruiti a tavolino. Sono uomini e donne che hanno deciso liberamente di mettersi in gioco perché condividono una visione e perché sentono che questo Paese ha bisogno di una forza politica nuova, libera e profondamente radicata nell’interesse nazionale. Quando parlo di una struttura snella e meritocratica intendo esattamente questo. In Futuro Nazionale non esistono correnti, non esistono rendite di posizione, non esistono quote rosa, quote etniche o quote di qualsiasi altra natura. Io credo nelle quote di merito. Credo che le responsabilità debbano essere affidate a chi dimostra capacità, serietà, dedizione e risultati.

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Se una donna è più capace di un uomo, è giusto che venga scelta. Se un giovane è più preparato di chi ha maggiore anzianità, è giusto che venga valorizzato. La politica deve tornare a premiare il merito e non l’appartenenza. Noi vogliamo portare nel centrodestra una maggiore forza identitaria, una maggiore chiarezza e una maggiore libertà. Non ci interessano i compromessi al ribasso o la politica delle mezze
parole. Ci interessa difendere gli interessi degli italiani. Parole come Patria, sovranità, sicurezza, famiglia, merito, libertà e identità per noi non sono slogan da campagna elettorale. Sono principi a cui vogliamo essere fedeli a prescindere dalle tendenze del momento e dalla
gogna mediatica a cui è sottoposto chi sostiene valori al di fuori dell’opprimente pensiero unico.

Crediamo che la famiglia composta da padre, madre e prole rappresenti il primo nucleo della società. Crediamo che la denatalità sia una delle emergenze più drammatiche che abbiamo davanti. Crediamo che il lavoro, la casa e la sicurezza siano diritti fondamentali. Crediamo che la libertà di opinione non possa essere sacrificata sull’altare del politicamente corretto. Vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce, delle imprese, delle famiglie e del ceto medio, e non un ostacolo. Il valore aggiunto che Futuro Nazionale vuole portare al centrodestra è proprio questo: più
coraggio, più coerenza e una maggiore attenzione all’interesse nazionale. Noi non siamo nati per occupare poltrone. Siamo nati per difendere gli italiani. E con la forza, il coraggio e la fede andremo avanti.

Il dibattito nel centrodestra è aperto: lei vede il suo movimento come il tassello mancante per una coalizione più coraggiosa e identitaria, magari ambendo a diventarne il nuovo baricentro? Ma andando al cuore della strategia per il 2027: per governare l’aritmetica impone le alleanze, eppure la storia dimostra che le dinamiche di coalizione spesso richiedono profonde mediazioni tra visioni diverse. In vista delle Politiche, la priorità di Futuro Nazionale sarà l’approdo al governo dentro l’attuale perimetro del centrodestra o, se non dovesse esserci una reale convergenza sui programmi, preferirà una corsa in solitaria focalizzata sulla crescita autonoma del movimento, anche a costo di rimanere fuori dalle stanze del potere?

Io non ho mai fatto mistero della mia collocazione politica. Il centrodestra è la casa naturale di chi crede nella sicurezza, nella libertà economica, nella valorizzazione del merito, nella difesa della Patria e delle identità e nell’interesse nazionale. Ma una coalizione non può essere soltanto una somma aritmetica o un accordo tra sigle. Una coalizione ha senso se esiste una visione comune e se esiste la volontà di perseguire obiettivi condivisi senza tradire la volontà degli elettori.

Futuro Nazionale non è nato contro qualcuno. Non siamo nati per dividere il centrodestra e nemmeno per fare testimonianza. Siamo nati perché milioni di italiani chiedono una destra più coraggiosa, più libera e più coerente. Una destra che non abbia paura di difendere i confini, la sicurezza, la libertà di opinione, la famiglia, la natalità, il lavoro, la casa, gli italiani e gli interessi nazionali. Noi non ci poniamo il problema delle poltrone. Non siamo nati per occupare posti, ma per portare idee. E le idee non sono in vendita. Non si cambiano per convenienza e non si annacquano per ottenere un ministero in più. Certamente governare richiede alleanze. Lo insegna la storia e lo impone il sistema politico. Ma le alleanze devono essere fondate sui programmi e non sulle convenienze. Devono essere alleanze tra persone che condividono una visione e non semplici accordi di potere. Devono essere alleanze che non portano allo snaturamento degli elementi che le compongono.

Se ci sarà una reale convergenza su temi come la sicurezza, il contrasto all’immigrazione incontrollata, il sostegno alla natalità, la difesa del Made in Italy, la riduzione delle tasse, la lotta alla burocrazia, la libertà di espressione, l’energia e la tutela delle nostre radici culturali, il posizionamento internazionale allora il nostro contributo sarà leale e costruttivo. Ma se qualcuno pensa che Futuro Nazionale debba limitarsi a fare da comparsa, a rinunciare alle proprie idee o a mettere in secondo piano l’interesse nazionale, allora ha sbagliato interlocutore. Non mi interessa diventare il baricentro del centrodestra per una questione di vanità personale. Saranno gli italiani a decidere quale peso dovrà avere Futuro Nazionale. Noi continuiamo a crescere perché diciamo quello che pensiamo e facciamo quello che diciamo. Non facciamo questua di parlamentari, non compriamo consenso e non chiediamo patentini di legittimità a nessuno. Qualcuno, fino a pochi mesi fa, diceva che eravamo destinati a restare un fenomeno passeggero.

Oggi abbiamo oltre centomila iscritti, una struttura radicata sui territori e una comunità politica che cresce ogni giorno. Noi siamo i figli di nessuno e proprio per questo abbiamo una grande libertà: quella di poter guardare negli occhi gli italiani e dire sempre la verità, fregandocene della gogna mediatica del pensiero unico e senza dover rendere conto a correnti, apparati o poteri forti. Il nostro obiettivo non è entrare nelle stanze del potere a qualsiasi costo. I cittadini non ci giudicheranno per quante poltrone avremo occupato, ma per quanto saremo riusciti a difendere i loro interessi. E su questo non siamo disposti a fare sconti a nessuno.

Generale, le ultime rilevazioni nazionali indicano una dinamica politica in forte accelerazione per il suo progetto: i sondaggi vi collocano stabilmente sopra la soglia del 4%, con picchi territoriali che in alcune zone sfiorano il 15%. Questi numeri suggeriscono che Futuro Nazionale non è più solo una suggestione, ma un attore capace di spostare gli equilibri. In vista delle Politiche 2027, qual è la percentuale reale a cui punta per poter condizionare l’agenda del Paese? La doppia cifra è l’obiettivo per sedersi al tavolo dei leader da pari grado?

Guardi, io ho imparato a diffidare dei sondaggi. Li osservo con interesse, ma non vivo in funzione delle percentuali. Ho passato quarant’anni nelle Forze Armate e ho imparato che le battaglie si vincono sul campo, non nelle simulazioni e che non esiste piano che regga il primo colpo di cannone. Certamente vedere una crescita così rapida ci fa piacere, perché significa che tanti italiani si riconoscono nelle nostre idee. Ma non considero il consenso un punto di arrivo. Lo considero una responsabilità. Noi siamo passati in pochi mesi da un movimento di opinione ad un partito con oltre centomila iscritti. Questo significa che esiste una domanda politica che per troppo tempo è rimasta senza risposta. Una domanda di identità, di sicurezza, di libertà, di meritocrazia, di rispetto per il lavoro e per chi produce ricchezza. La doppia cifra? Certamente non ci spaventa.

Non ci poniamo limiti. Ma il nostro obiettivo non è sederci a un tavolo per il gusto di sederci a un tavolo. Non mi interessa il prestigio personale e non mi interessa collezionare titoli. Mi interessa incidere. Se oggi tutti parlano di denatalità, di sicurezza, di libertà di opinione, di energia, di difesa del Made in Italy, di immigrazione incontrollata e di interesse nazionale è perché qualcuno ha avuto il coraggio di porre questi temi senza preoccuparsi del politicamente corretto. Noi vogliamo condizionare l’agenda politica italiana. Vogliamo che l’Italia torni a mettere gli italiani al primo posto. Vogliamo una politica che premi il merito e non l’appartenenza. Vogliamo difendere gli italiani, le famiglie, il ceto medio, le imprese, i giovani che vogliono costruire il proprio futuro e gli anziani che hanno lavorato una vita. Le percentuali verranno di conseguenza. Perché alla fine non saranno i numeri a stabilire il valore di Futuro Nazionale. Sarà la capacità di trasformare le idee in risultati concreti. Ed è su questo che gli italiani ci giudicheranno.

In Transatlantico circola un’analisi curiosa e quasi controcorrente: la descrivono come un leader che, dietro il linguaggio del rigore, nasconde una sottigliezza tattica da “fine tessitore” della Prima Repubblica. Qualcuno si è spinto a definirla “profondamente democristiano” – nel senso più nobile del termine – per come sta gestendo il radicamento sui territori e per la prudenza con cui dosa gli strappi parlamentari. Si riconosce in questa veste di mediatore capace di fare sintesi o si sente, in qualche modo, il “tessitore” naturale di un’area che oggi ha bisogno di ritrovare unità d’intenti e visione d’insieme oltre i confini delle singole sigle?

Mi fanno sorridere certe definizioni. Fino a ieri ero dipinto come il barbaro, il sovversivo, il pericolo pubblico numero uno e adesso qualcuno mi attribuisce addirittura doti da tessitore della Prima Repubblica, di un Mazzarino dei tempi moderni. La verità è molto più semplice. Ho imparato nella mia vita che un comandante non è colui che divide, ma colui che riesce a valorizzare le capacità delle persone e a farle lavorare per un obiettivo comune. Non mi sento il federatore di un’area e nemmeno il proprietario di un progetto politico. Mi sento uno che ha avuto il coraggio di dire quello che milioni di italiani pensano e che troppo spesso nessuno aveva il coraggio di dire. Io non amo gli strappi fini a sé stessi. Non credo nelle polemiche per il gusto di farle.

Credo nella chiarezza e nella coerenza. La politica ha bisogno di unità d’intenti, ma non di uniformità. Ha bisogno di una visione. E la visione che noi proponiamo è quella di un’Italia che torni ad avere fiducia in sé stessa, che rimetta al centro l’interesse nazionale e che smetta di vivere di complessi di inferiorità. Se questo significa cercare sintesi, bene. Ma la sintesi non deve mai diventare rinuncia ai propri principi. Non ho cambiato idea sotto il fuoco nemico e non intendo cambiarla oggi. La sicurezza, la famiglia, il merito, la libertà di opinione, la difesa delle nostre radici e degli interessi nazionali non sono oggetto di trattativa. Perché le idee possono essere discusse, approfondite e migliorate, ma non possono essere svendute.

L’attenzione crescente attorno a Futuro Nazionale sta catalizzando l’interesse di numerosi amministratori locali e quadri politici che guardano al suo progetto come a una novità di lungo periodo. Questo afflusso di energie testimonia l’attrattività del movimento: quali sono i criteri di merito e di competenza su cui intende fondare la selezione della sua futura classe dirigente, affinché diventi il fulcro di un reale rinnovamento qualitativo della politica italiana?

La prima cosa che voglio chiarire è che noi non facciamo questua. Non andiamo in giro a cercare qualcuno da mettere in vetrina per fare numero. E non cerchiamo neppure professionisti del trasformismo o persone che vedono la politica come un mestiere. Il fatto che tanti amministratori, tanti professionisti, tanti giovani e tante persone con esperienze importanti si stiano avvicinando a Futuro Nazionale dimostra che esiste una grande domanda di rinnovamento e che c’è ancora chi crede che la politica possa essere una forma di servizio e non uno strumento per costruirsi una carriera. Io ho sempre detto che non credo nelle quote rosa, nelle quote etniche o in qualsiasi altro meccanismo che sostituisca il merito con l’appartenenza. Credo nelle quote di merito. Chi è più bravo, più preparato, più competente e più generoso deve avere maggiori responsabilità. Punto.

Non mi interessa se si tratta di un uomo o di una donna, di un giovane o di una persona più matura. Mi interessa quello che ha fatto nella vita e quello che può dare al Paese. Voglio una classe dirigente composta da persone che abbiano già dimostrato qualcosa nel mondo reale. Imprenditori, professionisti, amministratori capaci, lavoratori, donne e uomini che conoscano i problemi concreti degli italiani e che abbiano maturato esperienze vere. La politica, per troppo tempo, ha selezionato sé stessa. E quando una classe dirigente seleziona soltanto sé stessa finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà. Noi vogliamo fare esattamente il contrario. Vogliamo riportare nella politica italiana competenza, responsabilità e spirito di servizio. Chi lavora cresce. Chi porta risultati viene valorizzato. Chi pensa di trovare scorciatoie o rendite di posizione resterà deluso. Perché Futuro Nazionale non appartiene a Roberto Vannacci. Appartiene a tutti coloro che credono che l’Italia meriti una classe dirigente migliore di quella che troppo spesso abbiamo visto negli ultimi decenni.

La cifra del suo movimento è marcatamente identitaria, eppure i suoi messaggi sulla tutela del lavoro, la semplificazione e il buonsenso sembrano raccogliere un forte ascolto anche nel ceto medio produttivo e nel mondo moderato. Ritiene che la proposta di Futuro Nazionale possa proporsi come un porto sicuro e una risposta concreta per quelle fasce di elettori che cercano semplicemente serietà ed efficacia su dossier decisivi come il fisco, la burocrazia e lo sviluppo del Made in Italy?

Assolutamente sì. E non vedo alcuna contraddizione tra una proposta fortemente identitaria e una proposta che parli al ceto medio produttivo e a tanti elettori moderati. Anzi, credo che proprio il buonsenso rappresenti il punto d’incontro. Perché quando parliamo di sicurezza, di famiglia, di lavoro, di meno tasse, di meno burocrazia, di energia a costi sostenibili e di difesa del Made in Italy non stiamo facendo un discorso ideologico. Stiamo parlando della vita quotidiana degli italiani. Io incontro ogni giorno imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori, lavoratori dipendenti. Persone che non chiedono privilegi ma semplicemente di poter lavorare, investire, assumere e costruire il futuro dei propri figli senza essere soffocate da tasse, vincoli e burocrazia. Questa è l’Italia che tiene in piedi il Paese. Ed è un’Italia che troppo spesso è stata dimenticata.

Noi vogliamo uno Stato che torni ad essere alleato di chi produce ricchezza e non un ostacolo. Vogliamo meno ideologia e più pragmatismo. Meno carte e più risultati. Meno burocrazia e più libertà. Il Made in Italy non è soltanto un marchio commerciale. È la nostra identità che si trasforma in valore economico. È la qualità, il saper fare, la creatività, la cultura e la tradizione italiana che diventano lavoro e benessere. Per questo ritengo che Futuro Nazionale possa rappresentare un porto sicuro per tanti italiani che non cercano slogan o promesse irrealizzabili, ma serietà, competenza e concretezza. Se essere moderati significa credere nel lavoro, nella famiglia, nella proprietà privata, nel merito, nella sicurezza e nella libertà economica, allora sì, Futuro Nazionale può essere la casa di tanti moderati. Ma sarà una casa con fondamenta solide, costruita sull’interesse nazionale e sul buonsenso, non sul compromesso permanente e sulle mode del momento.

La scelta di aderire a Bruxelles al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane delinea un posizionamento internazionale chiaro e lineare. Al di là dei confini nazionali, qual è il contributo di idee che Futuro Nazionale intende offrire per promuovere una profonda riforma delle istituzioni comunitarie? Come si traduce la sua visione di un’Europa delle nazioni sovrane per renderla più vicina ai bisogni reali dei cittadini e meno legata a logiche burocratiche?

La nostra adesione al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane non è stata una scelta casuale. È stata una scelta di coerenza. Io sono stato eletto per difendere gli interessi degli italiani e non per diventare un funzionario di Bruxelles. Noi non siamo contro l’Europa. Siamo contro questa idea di Europa che troppo spesso ha smarrito il contatto con la realtà e con i bisogni dei cittadini. L’Europa è una straordinaria civiltà, una comunità di popoli, di culture, di tradizioni, di identità nazionali che rappresentano una ricchezza e non un problema da eliminare. Quello che invece non condividiamo è la deriva burocratica e ideologica che negli ultimi anni ha portato le istituzioni comunitarie ad occuparsi troppo spesso di ciò che non dovrebbe essere di loro competenza, dimenticando invece le grandi sfide che abbiamo davanti. Futuro Nazionale vuole portare in Europa una visione fondata sul principio di sussidiarietà, sulla centralità delle nazioni e sul rispetto delle sovranità nazionali. Noi crediamo che si debba cooperare sulle grandi questioni strategiche laddove vi sia convergenza di interessi nazionali: la difesa, la sicurezza, il controllo delle frontiere esterne, l’approvvigionamento energetico, la competitività industriale e la lotta all’immigrazione clandestina.

Ma crediamo anche che ogni Stato debba mantenere il diritto di difendere i propri interessi, la propria identità e le proprie peculiarità. Non ci vogliamo livellare sul più basso, annacquare, diluire perché pensiamo che la ricchezza di una comunità risieda nei talenti che ogni elemento costitutivo è in grado di portare e non nella loro riduzione alla “media”. Abbiamo bisogno di meno ideologia e più pragmatismo. Meno burocrazia e più libertà. Meno imposizioni dall’alto e più ascolto dei popoli. Perché se l’Europa vuole sopravvivere e tornare ad essere protagonista nel mondo, deve tornare ad essere percepita come un’opportunità e non come un centro di potere autoreferenziale distante dai cittadini. Il contributo di Futuro Nazionale sarà quello di portare a Bruxelles una voce libera, concreta e profondamente legata all’interesse nazionale. Perché chi siede nelle istituzioni europee non deve difendere gli interessi di Bruxelles, ma quelli dei cittadini che lo hanno eletto.

Le imprese italiane si trovano oggi a navigare in uno scenario internazionale complesso, strette tra transizione industriale e sfide globali. Lei ha più volte espresso perplessità su un certo ecologismo ideologico. Quali sono i pilastri economici del suo programma per sostenere la competitività della nostra manifattura, garantendo una transizione ecologica che metta al primo posto la sostenibilità sociale ed economica del Paese rispetto ai vincoli di Bruxelles?

Credo che la prima cosa da fare sia liberarsi da un approccio ideologico che troppo spesso ha caratterizzato il dibattito europeo degli ultimi anni. Difendere l’ambiente è un dovere. Ma trasformare la tutela ambientale in una religione laica e in una serie di imposizioni che penalizzano le nostre imprese e le nostre famiglie significa commettere un errore gravissimo. Io credo che la sostenibilità debba essere ambientale, ma soprattutto economica e sociale. Non possiamo salvare il pianeta impoverendo gli italiani.

L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. Abbiamo un patrimonio straordinario di imprese, di competenze, di innovazione, di creatività e di capacità produttiva. Ma tutto questo patrimonio deve essere messo nelle condizioni di competere. Per questo uno dei pilastri fondamentali del nostro programma è la sovranità energetica. Non possiamo continuare a dipendere dagli altri per una risorsa strategica come l’energia. Dobbiamo diversificare le fonti, investire nella ricerca, usare l’energia disponibile al minor prezzo e tecnologicamente sfruttabile e avere il coraggio di affrontare senza pregiudizi il tema del nucleare di nuova generazione, che rappresenta una tecnologia sicura e una possibilità concreta per garantire energia pulita, stabile e competitiva e di dare ossigeno alle nostre imprese.

Allo stesso tempo dobbiamo ridurre la pressione fiscale, semplificare la burocrazia e difendere le nostre imprese dalla concorrenza sleale. Troppo spesso l’Europa impone standard rigidissimi alle aziende italiane, mentre poi permette l’ingresso di prodotti provenienti da Paesi che non rispettano né i diritti dei lavoratori né le stesse regole ambientali. Questo non è ambientalismo, è masochismo economico. Dobbiamo tornare a valorizzare il Made in Italy, investire nelle infrastrutture, nella ricerca, nella formazione e nell’innovazione. Dobbiamo sostenere le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia. Io sono convinto che la vera transizione sia quella verso un Paese più forte, più competitivo e più libero. Un Paese che produca ricchezza, che investa sul lavoro e che non sia costretto a sacrificare il proprio sistema produttivo sull’altare di ideologie che altri, nel resto del mondo, non seguono. Perché un Paese che perde la propria capacità industriale e la propria manifattura perde anche la propria indipendenza e la propria identità. E senza indipendenza economica non esiste sovranità nazionale.

L’astensionismo resta il dato più significativo e preoccupante delle ultime stagioni elettorali, con milioni di cittadini che scelgono il disimpegno perché non si sentono più rappresentati. Se dovesse indicare una sola priorità programmatica, una grande “riforma di buonsenso” che identifichi l’anima di Futuro Nazionale, quale sceglierebbe per ridare fiducia a chi ha smesso di credere nella possibilità di un cambiamento concreto attraverso il voto?

L’astensionismo è forse il segnale più preoccupante della crisi che stiamo vivendo. Milioni di italiani hanno smesso di votare non perché siano disinteressati alla politica, ma perché hanno smesso di credere che la politica possa incidere davvero sulla loro vita. Se dovessi indicare una sola grande riforma di buonsenso, sceglierei quella che restituisce ai cittadini il diritto di scegliere realmente i propri rappresentanti. Sono favorevole al ritorno delle preferenze.

Credo che il rapporto tra eletto ed elettore debba tornare ad essere diretto. Troppo spesso abbiamo assistito alla formazione di classi dirigenti nominate dall’alto, più attente agli equilibri interni dei partiti che alle esigenze dei cittadini. La Sovranità che in una democrazia risiede sempre nei cittadini non può essere ceduta alle segreterie di partito. Ma dietro questa proposta c’è una battaglia ancora più profonda: restituire centralità al merito e alla volontà popolare. Per questo mi sono sempre espresso contro le quote rosa, contro le quote etniche e contro ogni forma di discriminazione travestita da progresso.

Io non voglio quote di genere, voglio quote di merito. Voglio che siano i cittadini a scegliere chi ritengono più capace e non che qualcuno decida dall’alto in base al sesso, all’origine o ad altre categorie ideologiche. La democrazia funziona quando le persone sentono che la loro voce conta davvero. Quando hanno la percezione che il voto possa cambiare le cose. Noi vogliamo riportare fiducia. Vogliamo che gli italiani tornino a credere che partecipare abbia un senso. E questo può accadere soltanto se la politica tornerà ad essere al servizio dei cittadini e non dei partiti.

Generale, lei ha speso gran parte della sua vita al servizio delle Istituzioni in divisa, e oggi continua a servirle in una veste differente, squisitamente politica. Guardando oltre le scadenze elettorali e le contingenze del momento, qual è l’eredità ideale e il modello di Stato che Futuro Nazionale vuole costruire per le prossime generazioni? Qual è la sua idea dell’Italia di domani?

Ho servito l’Italia in uniforme (non in divisa) per quarant’anni e continuo a servirla oggi in un’altra veste. Ma lo spirito è sempre lo stesso. Perché servire la Patria non è una professione, è una missione. Io non faccio politica pensando alle prossime elezioni. Cerco di pensare ai prossimi decenni. Vorrei lasciare alle mie figlie e ai nostri figli un’Italia più forte di quella che abbiamo ricevuto. Un’Italia che torni a credere in sé stessa, che ritrovi orgoglio, fiducia e consapevolezza della propria storia. Sogno un Paese che torni a mettere al centro la famiglia, quella composta da padre, madre e prole, perché senza famiglie forti non esistono comunità forti. Sogno un’Italia che torni a fare figli, perché la denatalità rappresenta una delle minacce più gravi che abbiamo davanti.

Un Paese che non genera più figli è un Paese che lentamente scompare. Sogno uno Stato che premi il merito, che garantisca sicurezza, che investa nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella difesa. Uno Stato che consideri le imprese e il lavoro una risorsa e non un problema. Vorrei un’Italia capace di guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. Un’Italia orgogliosa della propria identità, della propria cultura e delle proprie tradizioni. Un Paese libero, sicuro e prospero, dove i giovani possano costruire una famiglia, acquistare una casa, lavorare e guardare al domani con fiducia. Questa è l’Italia che immagino. Un’Italia che non abbia paura di essere sé stessa. Perché chi perde la propria identità, prima o poi perde anche il proprio futuro.

Generale, chiudiamo con un bilancio sulla vostra Assemblea Costituente a Roma, dove avete celebrato il traguardo dei 100 mila iscritti. Se da sinistra continuano a descrivere la crescita di Futuro Nazionale come un “incubo” politico, se ribaltiamo la prospettiva e ci concentriamo sulle grandi sfide globali, dalla denatalità alle pressioni geopolitiche: qual è oggi il vero “peggior incubo” di Roberto Vannacci per il futuro del nostro Paese? C’è una deriva o una minaccia per la nostra identità che la preoccupa maggiormente e che l’ha spinta a scegliere l’impegno politico in prima persona?

Il mio peggior incubo non è una sconfitta elettorale e non è nemmeno l’ostilità di qualche giornale o di qualche salotto televisivo. Il mio peggior incubo è un’Italia che smette di essere Italia. La mia Patria che diventa il paese di qualcun altro. Una nazione che rinuncia alla propria identità, che considera la propria storia un peso di cui vergognarsi, che non fa più figli, che smette di credere nel merito e nella responsabilità individuale, che perde la libertà di esprimere le proprie idee per paura del giudizio del politicamente corretto. Mi preoccupa un’Italia che si abitua al declino. Un’Italia che accetta passivamente di diventare sempre più vecchia, più debole, più dipendente dagli altri e meno consapevole di ciò che è stata. Mi preoccupa la denatalità, perché senza figli non esiste futuro.

Mi preoccupa l’immigrazione incontrollata, perché quando l’assimilazione viene sostituita dalla sostituzione culturale e dalla rinuncia alla propria identità, si rischia di dissolvere e diluire ciò che siamo. Mi preoccupa una società che smette di premiare il merito e che sostituisce la competenza con le quote, la responsabilità con l’assistenzialismo e la libertà con il conformismo. È stata questa consapevolezza a spingermi ad entrare in politica. Perché io non credo che il destino dell’Italia sia il declino. Credo che questo Paese abbia ancora energie straordinarie, uomini e donne straordinari e un patrimonio culturale, umano e spirituale unico al mondo. Alla Costituente di Roma abbiamo celebrato centomila iscritti.

Centomila italiani che hanno deciso di non rassegnarsi. Centomila persone che hanno scelto di credere che esista ancora un futuro per la nostra Patria. E allora il vero incubo non è Futuro Nazionale. Il vero incubo sarebbe abituarsi all’idea che non ci sia più nulla da difendere e nulla per cui valga la pena combattere e – se necessario – morire. Io, invece, credo che l’Italia meriti di essere amata, difesa e consegnata più forte ai nostri figli. Ed è per questo che continuerò a battermi. Sempre.

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Ascolti tv, inizia alla grande il day time estivo di Rai1: ecco i dati

Tanti segni più per questo inizio di stagione estiva per l’intrattenimento day time della Rai e di Rai1 in particolare. La rete ammiraglia della televisione pubblica ha issato le bandiere dell’estate nella sua folta programmazione e i dati le stanno sorridendo. Ma facciamo parlare i numeri, che alla fine della fiera sono quelli che contano, soprattutto per la rete ammiraglia che è quella che deve far guadagnare il pane e pagare cosi gli stipendi dei dipendenti della tv di Stato, come illustri dirigenti Rai del passato hanno confessato dopo essere andati in pensione.

Andiamo in rigoroso ordine cronologico partendo dalle ore 6 del mattino con Unomattina news, al momento ancora presidiato dall’ottima coppia formata da Maria Soave e Tiberio Timperi. Questa trasmissione che apre il palinsesto del day time della prima rete Rai ha ottenuto in questo mese di giugno una media di 617.000 telespettatori ed il 16,7% di share, in crescita di quasi 3 punti rispetto al medesimo periodo dell’anno passato, in cui era in onda l’edizione estesa del Tg1 mattina.

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Nella fascia occupata da Unomattina e Storie italiane, attualmente condotti ancora da Massimiliano Ossini, Daniela Ferolla ed Eleonora Daniele, Rai1 ottiene in questo primo scorcio di giugno una media del 19,1% di share e 882.000 telespettatori in crescita di 3 punti rispetto allo scorso anno quando era in onda l’edizione estesa di Unomattina estate. Weekly poi che occupa la fascia del mattino nel fine settimana di Rai1 passa dal 18,2% di share dello scorso anno, all’attuale 20,4%.

Buone notizie anche per Camper osteria Italia che in questa nuova versione ottiene una media di 1.671.000 telespettatori ed il 17,9% di share, battendo se stesso, facendo crescere anche il Tg1 delle 13:30 che segue di un punto. Nella scorsa stagione il programma condotto da Peppone otteneva il 17% di share.

Bene anche per La volta buona e La volta buona special di Caterina Balivo che fanno crescere questa fascia di Rai1 rispetto al giugno 2025 di un punto di share e circa 100.000 teste. Da segnalare poi il clamoroso dato della Volta buona Special che nel suo rimontaggio supera di ben 4 punti Ritorno a Las Sabinas che andava in onda lo scorso anno in quella fascia. Anche la Vita in diretta di Alberto Matano cresce rispetto allo scorso anno, esattamente nella prima parte di un ora denominata “Presentazione” sale di un punto sfiorando il 20%, rispetto al 19% dello scorso anno, con una piccola flessione nell’ordine dello 0,2% di share nel rimanente periodo di messa in onda, fascia questa che quest’anno ha visto un incremento degli ascolti grazie alla cura Gianluigi Nuzzi.

Chiudiamo con l’ottimo dato di Reazione a catena di Pino Insegno che ottiene nella sua durata totale in questo inizio di giugno una media del 23,8% di share e 2.525.000 telespettatori, in crescita dell’1,7% di share rispetto allo scorso anno.

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Accordo Usa-Iran, Trump: La cosa piì importante è che Teheran non abbia arma nucleare

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto hanno dato pieno consenso, garantendo forti poteri di controllo e non avranno armi nucleari che era il punto cruciale, perché probabilmente le avrebbero usate se le avessero avute. Se cercheranno di produrre o comprare armi nucleari, le conseguenze saranno estreme. Ma non lo faranno”, lo ha detto Donald Trump al G7 incontrando l’emiro de Qatar.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Von der Leyen al G7: Dobbiamo collaborare sulle materie prime critiche

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“Un tema chiave per il G7 di quest’anno è quello degli squilibri economici globali. Ciò significa che alcuni Paesi producono troppo e consumano troppo poco, e naturalmente accade il contrario. Queste dinamiche sono sempre più pericolose per la stabilità dell’economia globale. Dobbiamo collaborare per raggiungere una produzione adeguata di queste materie prime critiche, ed è per questo che stiamo lavorando con il G7 e altri paesi partner a un accordo sulle materie prime critiche”. Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, nel corso di una conferenza stampa a Evian, in Francia, a margine del vertice G7.
Ebs
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Rampelli a Soumahoro: Cerca l’inquadratura? Non siamo al cinema. Il siparietto in Aula

(Agenzia Vista) Roma, 16 giugno 2026
Siparietto in aula tra il Presidente di turno della Camera Rampelli e il deputato Soumahro, che attende di essere inquadrato prima di iniziare il suo intervento. Rampelli allora commenta: “Non siamo mica al cinema”. Soumahoro allora ha replicato: “Non sono mai stato attore, la battuta è impropria”.
Camera
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Adesione Ucraina all’Ue, Tajani: Aperto primo capitolo, ma non dimentichiamo i Balcani

(Agenzia Vista) Bari, 16 giugno 2026
“Ci vorrà tempo, noi stiamo aiutando Kiev a migliorare le proprie condizioni, anche a combattere la corruzione. Stiamo lavorando anche con la nostra Guardia di Finanza per esportare il nostro saper-fare. Questo significa che l’Ucraina potrà migliorare. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare i paesi dei Balcani, che sono già candidati. Albania e Montenegro sono pronti, altri stanno facendo passi positivi in avanti. Quindi, insieme all’Ucraina e alla Moldavia, dobbiamo seguire con attenzione i Balcani, che non vanno dimenticati, anzi toccherà prima a loro a far parte dell’Unione Europea e poi all’Ucraina”, così il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine dell’evento “Obiettivo Export: imprese e territori del Sud Italia verso la Conferenza Nazionale dell’Export”.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Tensione nel Canale della Manica, una fregata russa spara colpi d’avvertimento contro uno yacht: Londra apre un’indagine

Tensione nella Manica: la fregata russa Admiral Grigorovich ha sparato colpi di avvertimento in direzione di uno yacht civile britannico che si era avvicinato a circa 500 metri dalla nave, secondo quanto riportato dai media britannici. “Stiamo indagando sulle notizie relative a un incidente avvenuto nella Manica”, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa britannico, citato dai quotidiani Telegraph e Guardian. L’incidente sarebbe avvenuto circa 20 miglia nautiche a sud dell’Isola di Wight, al di fuori delle acque territoriali britanniche, riferiscono i due quotidiani. Non sono stati segnalati feriti né danni, e lo yacht ha proseguito la sua traversata della Manica.

 Un’imbarcazione del pattugliatore d’altura HMS Tyne si è recata a bordo dello yacht per raccogliere informazioni e verificare la sicurezza degli occupanti. Nel pomeriggio di ieri, questo pattugliatore della Royal Navy, insieme all’HMS Mersey della stessa classe River, aveva seguito la fregata russa attraverso la Manica prima che venissero sparati i colpi di avvertimento. Domenica, per la prima volta, forze speciali britanniche hanno abbordato e intercettato, sempre nella Manica, la petroliera russa Smyrtos, appartenente alla cosiddetta “flotta ombra” e soggetta a sanzioni europee.

Negli ultimi mesi, la marina francese ha effettuato diverse operazioni di questo tipo contro petroliere russe, con l’obiettivo di privare la Russia delle entrate petrolifere che contribuiscono a finanziare la guerra in Ucraina. Tuttavia, fonti militari hanno dichiarato al Guardian che l'”incidente isolato” di martedì non sarebbe collegato a quell’abbordaggio. Da diverse settimane, la fregata Admiral Grigorovich, una nave da guerra di circa 4mila tonnellate equipaggiata con un cannone da 100 mm e missili da crociera Kalibr, scorta alcune navi commerciali, anche se la marina russa non dispone di un numero sufficiente di unità per estendere questa missione su larga scala. Entrata in servizio nel 2016, la fregata appartiene alla flotta russa del Mar Nero, ma si trovava nel Mar Mediterraneo al momento dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Da allora, poiché la Turchia ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la nave ha la propria base nel Mar Baltico.

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Ungheria, il Parlamento approva la “norma anti-Orbán”: stop a più di due mandati da premier

Péter Magyar smantella il sistema Orbán: approvato il limite ai mandati

È stata approvata dal Parlamento ungherese la cosiddetta “norma anti-Orbán”, la revisione costituzionale che impedisce a un primo ministro di ricoprire l’incarico per più di due mandati. La misura era stata fortemente sostenuta dal vincitore delle elezioni del 12 aprile, il leader di Tisza e attuale premier Péter Magyar.

Per il via libera era necessaria una maggioranza qualificata dei due terzi, facilmente raggiunta grazie ai numeri della coalizione di governo: il testo è passato con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni. A opporsi sono stati i deputati di Fidesz, il partito guidato da Viktor Orbán. Ora manca soltanto la firma del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex premier. Magyar ne ha già chiesto le dimissioni, senza successo, ma non si prevedono ostacoli all’entrata in vigore della riforma.

La norma viene definita “anti-Orbán” perché introduce il limite di due mandati complessivi per il capo del governo, anche non consecutivi, calcolati a partire dal 2 maggio 1990. Una disposizione che comprende quindi tutti e tre i mandati svolti da Orbán, alla guida del Paese dal 1998 al 2002 e successivamente dal 2010 al 2016. 

“Nessuno — ha affermato Magyar — può detenere il potere a tempo indefinito”. Si tratta di una misura senza precedenti in Europa per la figura del primo ministro, mentre limiti analoghi esistono per altre cariche, come la presidenza francese. La riforma ha suscitato forti polemiche: Fidesz la considera una “riforma illegale” perché “retroattiva”.

Una contestazione respinta da Márton Melléthei-Barna, parlamentare di Tisza e coautore della modifica costituzionale: “la riforma — ha dichiarato — si applica solo ai premier nominati dopo l’entrata in vigore, il 1990 è solo il parametro per il calcolo dei mandati”. Non tutti gli esperti di diritto costituzionale, tuttavia, ritengono inattaccabile l’impianto giuridico della misura.

La riforma riguarda anche lo stesso Magyar, che potrà restare alla guida del governo al massimo fino al 2034. “L’idea — ha replicato lo stesso Orbán, intervistato dal sito Index.hu — che qualcuno in Ungheria possa esser tenuto lontano dal popolo è piuttosto ridicola. Questi (il nuovo governo di Magyar) sono al potere da pochi mesi, non dovrebbero illudersi di restarci per otto anni”.

La revisione costituzionale interviene inoltre su due pilastri del cosiddetto sistema Orbán. In primo luogo prevede l’abolizione delle “fondazioni di interesse pubblico”, organismi spesso guidati da figure vicine a Fidesz, finanziati con risorse statali e considerati da molti osservatori centri di potere sottratti al controllo pubblico. Il provvedimento impone anche il ritorno allo Stato dei beni detenuti da tali strutture.

Tra le organizzazioni coinvolte figura il Matthias Corvinum Collegium, considerato uno dei principali laboratori culturali dell’orbánismo, punto di riferimento per la destra radicale europea e per l’universo Maga statunitense nel continente.La riforma apre infine la strada alla soppressione dell’“Ufficio per la protezione della sovranità”, istituito durante i governi Orbán e accusato dai critici di essere stato utilizzato per colpire Ong e realtà considerate ostili al potere. 

Resta invece il principio della “protezione dell’identità costituzionale ungherese e della cultura cristiana”, introdotto nella Legge fondamentale nel 2023, che diventa però una responsabilità attribuita a tutti gli organi dello Stato, eliminando il riferimento a un “organo indipendente”. Secondo Magyar, in questo modo “mettiamo uno dei più importanti gioielli della distruzione dello Stato di diritto da parte di Orbán là dove deve stare: nell’immondezzaio della storia”.

Parallelamente, il Parlamento ha approvato anche un pacchetto di riforme richieste dall’Unione europea per favorire lo sblocco dei fondi destinati a Budapest. Le misure riguardano la trasparenza patrimoniale, il rafforzamento dell’autorità anticorruzione, le regole sugli appalti pubblici, la gestione dei beni di interesse collettivo e il contrasto alle frodi legate ai finanziamenti europei.

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Campo largo, primo incontro tra i leader. Il messaggio sui social: “Segnatevi queste due date, 8 e 15 luglio”

Due vertici del campo largo, l’8 ed il 15 luglio. Lo annunciano sui sociali i leader di Pd, M5s, Avs: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli: “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”. Scrivono i leader postando una foto che li ritrae insieme.

Il post pubblicato sui social

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A parlare di campo non largo, ma aperto anche l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate e fondatore del movimento ‘Più uno’, Ernesto e Maria Ruffini. “È evidente che Più Uno non si limiterà a una mera testimonianza politica. Vogliamo dare un contributo a un contenitore che chiunque insieme a noi può contribuire a formare. Con una premessa importante: deve essere in grado di allargare la proposta politica, altrimenti non vale la pena. Vogliamo trasformare il campo largo in un campo aperto“.

“Oggi – aggiunge – abbiamo comitati in tutte le province italiane. Io non mi riconosco in una politica di centro: sono di centrosinistra. In ogni caso bisogna aspettare di conoscere quale sarà la legge elettorale che accompagnerà gli italiani al voto per fare qualunque valutazione. Vincere le elezioni non è sufficiente: la vera questione è sapere dove si sta andando, qual è la visione? Non significa un elenco di provvedimenti bandiera in cui ciascuna forza politica si ritrova per richiamare una sorta di identità politica comune, che però non forma alcuna visione di paese”.

“In questi quattro anni e mezzo di governo – prosegue Ruffini – si può imputare al centrodestra di aver realizzato ben poco, al di là di una buona narrazione, ma negli stessi quattro anni e mezzo c’è stata un’opposizione che, arrivati al giugno 2026, si riduce a immaginare l’esigenza di un tavolo attorno al quale sedersi, ma che, a partire dalla politica estera, non sa offrire alcuna idea alternativa di paese”. “La domanda – aggiunge parlando della patrimoniale – da cui partire non è se sia giusto chiedere di più a chi ha di più. La Costituzione ha già risposto con capacità contributiva e progressività. La domanda è se il nostro sistema fiscale rispetti davvero quel principio. Oggi l’aliquota marginale massima del 43 per cento scatta già oltre i 50 mila euro e il sistema non distingue più tra chi guadagna 50 mila e chi guadagna 500 mila o 50 milioni. È ragionevole? A cosa dovrebbe servire l’eventuale gettito?”, conclude Ruffini.

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Sinner si prepara a difendere il titolo a Wimbledon e torna sull’erba: niente Halle, ma test a Hurlingham

Jannik Sinner prepara Wimbledon senza passare da Halle. Dopo gli allenamenti a Montecarlo, il campione in carica tornerà sui prati da mercoledì e userà l’esibizione di Hurlingham per misurare condizione, ritmo e feeling con l’erba prima dello Slam londinese.

A Hurlingham il primo controllo sul tennis da erba prima dello Slam londinese

Jannik Sinner riparte dall’erba, ma non giocherà un torneo ufficiale prima di Wimbledon. Il piano era già stato scelto da tempo e non è cambiato dopo l’uscita al secondo turno del Roland Garros, arrivata al termine di settimane di partite, viaggi e successi che lo hanno consumato sul piano fisico e mentale.

Il campione in carica dei Championships resterà fino a domani al Country Club di Montecarlo. Poi il passaggio sui prati, tra mercoledì e giovedì, per iniziare la vera preparazione londinese. Niente Halle, quindi. Il primo controllo sarà al Giorgio Armani Tennis Classic, in programma dal 23 al 27 giugno all’Hurlingham Club, dove saranno presenti anche Flavio Cobolli e Luciano Darderi.

Per Sinner sarà una prova senza punti in palio, ma con avversari validi e condizioni utili per ritrovare appoggi, tempi di reazione e soluzioni rapide. L’erba resta la superficie sulla quale ha giocato meno e quella che più di tutte gli ha chiesto adattamenti. Il suo tennis, nato sulla solidità da fondo e cresciuto sul cemento, ha dovuto aggiungere variazioni, servizio più incisivo e maggiore disponibilità alla rete.

Il passaggio che ha orientato una parte di questo lavoro risale a Wimbledon 2022. Nei quarti contro Novak Djokovic, Sinner andò avanti due set prima di subire la rimonta del serbo. Da quella partita arrivarono indicazioni che il suo staff non ha dimenticato. Darren Cahill ha raccontato il confronto avuto con Djokovic: “Mi spiegò che il gioco di Sinner aveva bisogno di più varietà, dicendomi che avrebbe dovuto migliorare al servizio e essere più imprevedibile in campo. Le sue parole sono state molto preziose. Ovviamente eravamo già al corrente degli aspetti del gioco in cui Jannik dovesse fare progressi, tuttavia ascoltare il pensiero di una leggendo come Nole ci ha fornito una prospettiva differente. Nel complesso mi sento di dire che Djokovic è stato molto utile anni fa, assicurandosi che stessimo apportando le giuste modifiche al gioco di Sinner”. Da lì il lavoro con Simone Vagnozzi e Cahill è diventato sempre più specifico. Sinner non ha mai nascosto quanto l’erba gli chiedesse qualcosa di diverso, soprattutto nei movimenti. Alla vigilia di Wimbledon 2023 spiegò così il suo rapporto con la superficie: “Non è facile trovare subito il feeling con gli appoggi, devi adattarti ogni giorno”.

Nel 2024, però, arrivarono i primi risultati concreti. Sinner vinse a Halle il suo primo titolo sull’erba e poi raggiunse i quarti di finale a Wimbledon, dove si fermò contro Daniil Medvedev in una partita condizionata anche da un malore. Il passo successivo è arrivato l’anno dopo, con un approccio ormai più sicuro e aggressivo. Prima del torneo disse: “Ora arrivo sull’erba con fiducia. È una superficie dove sento di poter esprimere un tennis super aggressivo”.

Quel Wimbledon si è chiuso con la finale vinta contro Carlos Alcaraz, dopo il primo set perso e una rimonta gestita con lucidità. Ora Sinner ci torna da campione in carica. La preparazione sarà più breve nei tornei, ma non nel lavoro. Hurlingham servirà a capire quanto in fretta il suo tennis riuscirà a rimettersi in assetto da erba.

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Usa, la rivelazione dell’Fbi: sventato un attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

Attacco alla Casa Bianca durante il compleanno di Trump

L’Fbi avrebbe sventato degli “attacchi pianificati” diretti contro la Casa Bianca, durante l’evento di arti marziali tenutosi lo scorso fine settimana in occasione del compleanno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: lo ha dichiarato il direttore del Bureau, Kash Patel. La natura della potenziale minaccia non è al momento stata resa nota; l’Fbi ha effettuato cinque arresti in diversi stati, tra cui Ohio, Missouri e California.

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L’agenzia federale sarebbe venuta a conoscenza della possibile minaccia il 10 giugno “e grazie alla rapida azione dell’Fbi, dei nostri partner e del Dipartimento di Giustizia in un’operazione che ha coinvolto diversi stati, diverse persone sono ora in custodia e i presunti attacchi pianificati sono stati sventati sul nascere”, ha scritto Patel sul suo profilo di X.

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Trump: La cosa più importante dell’accordo è che l’Iran non avrà armi nucleari

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
“La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto hanno dato pieno consenso, garantendo forti poteri di controllo e non avranno armi nucleari che era il punto cruciale, perché probabilmente le avrebbero usate se le avessero avute. Se cercheranno di produrre o comprare armi nucleari, le conseguenze saranno estreme. Ma non lo faranno”, lo ha detto Donald Trump al G7 incontrando l’emiro de Qatar.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Giuli a Salonicco: Asse Roma-Atene ha permesso di recuperare migliaia di opere trafugate

(Agenzia Vista) Salonicco, 16 giugno 2026
“Aggiungo anche una passione condivisa per restituire alle comunità d’origine, grazie alla forza gentile della cooperazione tra governi amici, tra nazioni sorelle, direi, quanto la criminalità transnazionale aveva brutalmente depredato. Questo lavoro congiunto ha permesso, come ha detto la mia amica Lina, all’Italia e alla Grecia di recuperare migliaia di opere d’arte trafugate e vendute sul mercato nero”, così il ministro della Cultura Alessandro Giuli al Museo Archeologico di Salonicco.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Trump riceve da Merz la maglia della nazionale di calcio tedesca con il suo nome e il numero 47

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
In occasione del vertice del G7 di Evian-les-Bains, in Francia, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha donato al Presidente Usa Donald Trump la maglia della nazionale tedesca di calcio con il numero 47 e il suo nome.
WhiteHouse
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Fratoianni: Aumenta inflazione e stipendi fermi, nostra proposta di legge ‘sblocca stipendi’

(Agenzia Vista) Roma, 16 giugno 2026
“Proteggere potere d’acquisto degli stipendi degli italiani con nostra proposta di legge ‘sblocca stipendi’ che aggancia stipendi all’inflazione”, la dichiarazione di Nicola Fratoianni di Avs fuori di Montecitorio.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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