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XPENG P7+ arriva in Italia: prezzi e autonomia

XPENG avvia in Italia le vendite della P7+: fastback elettrica prodotta in Europa, con 800 Volt, AI e prezzi da 46.170 euro.

XPENG porta in Italia la nuova P7+, fastback elettrica che segna un passaggio importante nella strategia europea del costruttore cinese: non solo per il debutto commerciale di un nuovo modello, ma perché la vettura viene assemblata a Graz, in Austria, negli stabilimenti Magna Steyr. Dopo i SUV G6 e G9, già presenti nella rete italiana, P7+ diventa così il terzo veicolo XPENG prodotto in Europa, rafforzando il tentativo del marchio di accreditarsi nel mercato premium elettrico con una filiera più vicina ai clienti europei.

L’arrivo della P7+ conta perché si inserisce in uno dei segmenti più delicati della transizione auto: quello delle elettriche di fascia medio-alta, dove tecnologia, autonomia, tempi di ricarica, software e prezzo determinano la capacità di competere con marchi europei, Tesla e nuovi costruttori asiatici. XPENG prova a giocare questa partita con un modello che punta su architettura a 800 Voltintelligenza artificiale, ricarica ultrarapida e dotazioni di bordo molto ricche già nelle versioni di ingresso.

In Italia la distribuzione è affidata ad ATFlow, importatore e distributore ufficiale del marchio. La P7+ affianca i SUV G6 e G9 e amplia l’offerta verso una carrozzeria più bassa e filante, pensata per chi cerca una grande elettrica da viaggio senza scegliere necessariamente un SUV. È una scelta di prodotto interessante, perché il mercato europeo resta dominato dai crossover, ma una fastback spaziosa può intercettare clienti business, famiglie e utenti ad alto chilometraggio interessati a efficienza aerodinamica, comfort e autonomia.

La gamma italiana si apre con la P7+ RWD Standard Range, dotata di batteria LFP da 61,7 kWh, architettura a 800 Volt e autonomia dichiarata fino a 455 km WLTP, con prezzo chiavi in mano di 46.170 euro. La versione RWD Long Range sale a una batteria LFP da 74,9 kWh e porta l’autonomia fino a 530 km WLTP, con listino da 52.170 euro. Al vertice si colloca la AWD Performance, con doppio motore, trazione integrale, 370 kW, pari a 503 CV, batteria da 74,9 kWh e autonomia fino a 500 km WLTP, proposta a 57.170 euro.

Il posizionamento è aggressivo se letto in rapporto a potenza, autonomia e contenuti tecnologici. XPENG punta a offrire molto equipaggiamento a un prezzo competitivo, una strategia già vista tra i costruttori cinesi che cercano spazio in Europa. La differenza, in questo caso, è il messaggio industriale: l’assemblaggio europeo presso Magna Steyr serve a rafforzare la percezione di qualità e affidabilità, oltre a ridurre la distanza tra produzione, logistica e mercato finale.

La P7+ viene presentata come una vettura “definita dall’IA”, formula che va letta soprattutto attraverso la sua architettura elettronica. Il sistema è basato sul chip proprietario AI Turing, capace di raggiungere 750 TOPS di potenza di calcolo. Questo hardware è pensato per sostenere le funzioni attuali del veicolo e le evoluzioni future tramite aggiornamenti OTA, cioè da remoto. È uno degli elementi più rilevanti per il settore: l’auto non viene più venduta come prodotto statico, ma come piattaforma software aggiornabile durante il ciclo di vita.

Sul fronte della ricarica, XPENG dichiara il supporto alla tecnologia 5C, con passaggio dal 10% all’80% della batteria in circa 12 minuti alle colonnine ad alta potenza. È un dato centrale per il consumatore europeo, perché il tempo di rifornimento resta uno degli ostacoli psicologici più forti all’acquisto di un’elettrica. A questo si aggiunge la partnership tra ATFlow ed Electrip, che per i modelli XPENG immatricolati nel 2026 include 3.020 kWh di ricarica gratuita e tariffe agevolate del 15% per cinque anni, con interoperabilità dichiarata del 95% con i principali operatori nazionali.

L’attenzione al post-vendita è un altro punto strategico. La rete potrà contare su un hub europeo per i ricambi e su un centro dedicato in Italia, con consegne indicate entro 24/48 ore sul territorio nazionale. Per un marchio nuovo, la questione non è secondaria: la fiducia dei clienti non dipende solo dal prezzo o dalla tecnologia, ma dalla capacità di garantire assistenza, ricambi e tempi certi in caso di manutenzione o riparazione.

L’abitacolo della XPENG P7+ punta su spazio e comfort da vettura da viaggio. Il bagagliaio offre 573 litri in configurazione a cinque posti e arriva fino a 1.931 litri con i sedili abbattuti. A bordo trovano posto materiali premium, sedili in pelle Nappa traforata sulle versioni Long Range e AWD Performance, rivestimenti eco-friendly e un lavoro di insonorizzazione articolato su 62 punti, con materiali fonoisolanti e fonoassorbenti pensati per ridurre il rumore in marcia.

La plancia è dominata da tre interfacce: monitor centrale touch da 15,6 pollici, quadro strumenti digitale da 8,8 pollici e W-HUD con proiezione interattiva sul parabrezza. La parte meccanica adotta sospensioni anteriori a doppio braccio oscillante e posteriori multilink a cinque bracci, una scelta tecnica che segnala la volontà di lavorare non solo sulla tecnologia digitale, ma anche sulla qualità dinamica dell’auto.

Sul fronte sicurezza, la P7+ integra di serie il sistema XPILOT 2.5, basato su radar e telecamere ad alta precisione. Il pacchetto comprende 14 tecnologie di sicurezza attiva, pensate per rilevare rischi stradali, supportare i cambi di corsia e facilitare le manovre di parcheggio. La sicurezza passiva passa invece da una scocca rinforzata con acciaio ultraresistente da 2.000 MPa e da un sistema multilivello di protezione della batteria.

Per XPENG, la P7+ è più di un nuovo modello: è un banco di prova per misurare quanto un marchio cinese possa entrare nel mercato italiano con una proposta elettrica tecnologicamente avanzata, prodotta in Europa e sostenuta da servizi di ricarica e assistenza. La partita si giocherà sulla fiducia, sulla rete commerciale e sulla capacità di tradurre l’elevato contenuto digitale in un’esperienza d’uso semplice e affidabile. In un mercato elettrico ancora selettivo, la P7+ prova a inserirsi con una formula chiara: prezzo competitivo, software evoluto, ricarica rapida e posizionamento europeo.

Scheda

Modello: XPENG P7+
Carrozzeria: fastback 100% elettrica
Mercato: Italia
Produzione europea: Magna Steyr, Graz, Austria
Importatore italiano: ATFlow
Versioni: RWD Standard Range, RWD Long Range, AWD Performance
Prezzi: da 46.170 a 57.170 euro chiavi in mano
Batterie: LFP da 61,7 kWh e 74,9 kWh
Architettura: 800 Volt
Autonomia WLTP: da 455 a 530 km
Potenza massima: 503 CV sulla AWD Performance
Ricarica: 10-80% in circa 12 minuti con tecnologia 5C
Chip AI: AI Turing da 750 TOPS
Bagagliaio: da 573 a 1.931 litri
ADAS: XPILOT 2.5 con 14 tecnologie di sicurezza attiva
Garanzia veicolo: 5 anni o 120.000 km
Garanzia batteria: 8 anni o 160.000 km
Ricarica inclusa: 3.020 kWh gratuiti per immatricolazioni 2026

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Norvegia, trapianto di polmoni riuscito per la principessa ereditaria Mette-Marit

Mette-Marit di Norvegia operata d’urgenza: salvata da un trapianto di polmoni

La principessa ereditaria norvegese Mette-Merit si è sottoposta con successo a un trapianto di polmoni. A comunicarlo il palazzo reale.

“Il trapianto di polmoni si è rivelato finora un successo”, ha reso noto Arnt Fiane, primario del reparto di chirurgia toracica dell’Ospedale Nazionale di Oslo. Alla principessa, 52 anni, è stata riscontrata una rara forma di fibrosi polmonare, una patologia che provoca problemi respiratori e che può rendere necessario un complesso intervento di trapianto, poiché i medici stimano un’aspettativa di vita di uno o due anni in assenza dell’operazione.

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Pizza Hut venduta a LongRange Capital per 2,7 miliardi: l’obiettivo è rilanciare la pizza americana nel mondo

Yum Brands vende Pizza Hut alla società di private equity LongRange Capital per 2,7 miliardi di dollari. L’operazione chiude anni di difficoltà per la catena, frenata negli Stati Uniti dal cambio delle abitudini dei consumatori e dalla crescita dei rivali. La cessione separa Pizza Hut dal gruppo che controlla anche Kfc e Taco Bell.

Pizza Hut venduta LongRange Capital: Yum Brands lascia un marchio storico

Pizza Hut cambia proprietario dopo anni complicati. Yum Brands ha annunciato la vendita della catena a LongRange Capital per 2,7 miliardi di dollari, una mossa che ridisegna il perimetro del gruppo e chiude una lunga stagione di risultati sotto le attese.

Negli Stati Uniti, Pizza Hut ha pagato il passaggio da un modello basato su ristoranti tradizionali, servizio al tavolo e buffet di insalate a un mercato dominato da consegne a domicilio e asporto. La trasformazione non è stata abbastanza rapida. I consumatori hanno iniziato a ordinare sempre più spesso da casa, scegliendo piattaforme digitali, offerte immediate e tempi di consegna più prevedibili.

Domino’s ha approfittato prima e meglio di questo spostamento. La rivale ha investito in tecnologia, ordini online, tracciamento delle consegne e un’identità più legata al delivery. Pizza Hut, pur restando un marchio conosciuto a livello globale, ha perso terreno proprio nel mercato in cui era nata e cresciuta.

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Anche le app di consegna hanno cambiato gli equilibri. DoorDash e gli altri operatori hanno ampliato l’offerta disponibile per i consumatori, mettendo Pizza Hut in concorrenza non solo con le grandi catene di pizza, ma anche con ristoranti locali, dark kitchen e marchi nati per il digitale. Il risultato è stato un calo della forza commerciale del brand nel mercato domestico.

La vendita a LongRange Capital apre ora una nuova fase per Pizza Hut. Il fondo di private equity dovrà decidere come rinnovare il marchio, quanto investire sul digitale e come rafforzare delivery e asporto senza cancellare l’identità costruita in quasi settant’anni.

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Culla vuota, futuro incerto: Roma smette di fare figli, i numeri parlano chiaro

Se a Tor Bella Monaca si registra la natalità più alta, il Centro storico è un fanalino di coda. Nel 2025 sono stati registrati all’anagrafe 15961 nuovi nati: oltre mille in meno rispetto all’anno precedente. L’anno scorso, poi, nella Capitale si è registrato un tasso di natalità di circa 5,7 nascite ogni mille abitanti. Ben al di sotto dell’ultimo dato nazionale, del 2024, di 6,3. Il Municipio VI ha il numero maggiore di nascite, seguito dal V. Se queste sono le statistiche, poi, anche a Roma, molte donne ricorrono al Social Freezing, cioè il congelamento dei propri ovuli in giovane età.

Oltre l’orologio biologico: il potere di scegliere quando essere madri

Single, o per esigenze di carriera, programmano una gravidanza a data da destinarsi, facendo estrarre e conservare, congelandole, le proprie cellule riproduttive femminili, da conservare inalterate nel tempo e da utilizzare in futuro. Molte donne rimandano, arrivando tardi all’idea di avere un bambino e i dati parlano chiaro. Infatti l’Italia è il Paese che in Europa ha l’età media più alta di donne con il primo figlio.

La scienza incontra l’autonomia femminile

Il Italia il Social Freezing è una pratica legale, ma non coperto dal Servizio Sanitario Nazionale, se è richiesta solo per motivi personali o sociali. Eseguibile in molte cliniche specializzate in Procreazione Medicalmente Assistita-PMA-è una pratica sempre più diffusa anche nella Capitale, il processo dura dalle 2 alle 3 settimane e si articola in 4 fasi, una visita e valutazione, stimolazione ovarica con farmaci ormonali, prelievo di ovociti e congelamento in azoto liquido a -196° C tramite un processo che ne preserva intatte le caratteristiche. L’età consigliata va dai 30 ai 35 anni e i costi variano tra i 2500 e i 4000 euro, ai quali va aggiunto il costo annuo per il mantenimento in crioconservazione. Sulla base dell’attività dei centri romani e dell’aumento delle richieste registrate sino al 2025, gli esperti ritengono che il numero delle donne che ogni anno ricorrono al congelamento degli ovociti nel Lazio sia nell’ordine di alcune centinaia, non ancora delle migliaia. Ma è una stima dedotta dall’attività dei centri e non un dato ufficiale certificato.

Il domani nel ghiaccio: speranze, paure e consapevolezza della maternità rimandata

Dal punto di vista psicologico, se questa pratica dona serenità alle donne, potrebbe dare l’illusione di una garanzia di gravidanza, quando, invece, le percentuali di successo dipendono da tanti fattori. Può, infatti, capitare che gli ovuli congelati restino inutilizzati perché la donna sceglie, poi di non avere figli, o concepisce naturalmente, o cambia le prospettive della sua vita.

Il labirinto delle adozioni

Alla fine resta un dubbio: con tutte le case famiglia, gli orfanotrofi e le associazioni che accolgono i bambini senza genitori, perché non agevolare le pratiche di affido e di adozione? La maternità non equivale solo al concepimento naturale di un figlio, ma alla sua crescita. E voi, cosa ne pensate?

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Milan, Amorim vuole Gonçalo Ramos: Leao resta in uscita e il mercato cambia ancora…

Il Milan riparte da Ruben Amorim e da un’idea chiara per l’attacco: serve un centravanti. Il nome che piace di più è Gonçalo Ramos, oggi al Psg. Per arrivarci servono soldi, formule creative e probabilmente anche una cessione pesante: Leao resta tra i possibili partenti.

Ramos costa 40 milioni, Mendes può lavorare sulla formula. Leao aspetta offerte

Il primo Milan di Ruben Amorim partirà da un centravanti. Il nome più attuale è Gonçalo Ramos, attaccante del Psg che il nuovo allenatore rossonero conosce bene dai tempi del portogallo. Amorim lo ha affrontato da tecnico dello Sporting nei derby contro il Benfica e lo considera un profilo adatto per guidare l’attacco. Il Milan ha bisogno di una punta vera e Ramos può diventare il primo grande obiettivo della nuova gestione tecnica. L’operazione, però, non è semplice. Il Psg valuta il portoghese circa 40 milioni di euro, dopo averlo acquistato nel 2023 per 65 milioni più 15 di bonus. Sono cifre alte per un club che non giocherà la Champions League e dovrà tenere sotto controllo ogni movimento economico. L’operazione deve passare da una formula meno rigida. Un prestito con diritto di riscatto, oppure con obbligo condizionato, permetterebbe al Milan di spostare l’eventuale acquisto definitivo più avanti. In questo può contare il lavoro di Jorge Mendes, agente di Ramos e figura centrale in molte operazioni del mercato portoghese. L’ingaggio resta un altro passaggio da sistemare: con i bonus l’attaccante sfiora i 5 milioni netti a stagione.

Ramos compirà 25 anni sabato. A Parigi ha vinto quasi tutto nelle ultime due stagioni, ma senza essere un titolare fisso. Luis Enrique lo stima, ma il minutaggio non gli ha dato il ruolo che un centravanti della sua età cerca. Un anno fa il giocatore aveva fatto sapere di stare bene al Psg. Dopo un’altra stagione passata spesso in seconda o terza fila, la sua posizione può cambiare.

Capitolo Rafa Leao: l’attaccante portoghese ha comunicato più volte la sua voglia di lasciare Milano e il Milan ascolterà eventuali proposte. Per ora, però, nessun club ha bussato davvero alla porta di via Aldo Rossi. Il costo del cartellino e l’ingaggio alto rendono l’operazione complicata anche per le società più ricche. Il rapporto tra Leao e Amorim non basta. Un allenatore portoghese non significa automaticamente un Leao più vicino alla permanenza. Anzi, se il Milan decidesse di costruire una squadra più vicina alle idee del nuovo tecnico, la cessione del numero 10 potrebbe finanziare parte del mercato in entrata. Amorim ha firmato il contratto con il Milan dopo l’ufficialità arrivata sul sito del club. L’accordo è triennale, con opzione per una quarta stagione. La durata del contratto dice quanto Gerry Cardinale voglia affidare al portoghese una ricostruzione lunga, non solo una stagione di transizione.

Il primo commento dell’allenatore ha rimarcato la voglia di allenare i rossoneri: “Ci sono ambizioni che ti accompagnano per tutta la carriera e, per me, allenare il Milan è sempre stata una di queste”. Poi Amorim ha aggiunto: “So perfettamente cosa rappresenta questo club: storia, prestigio e una tifoseria straordinaria in tutto il mondo. È una sfida che affronto con orgoglio ed entusiasmo, con la piena consapevolezza di ciò che significano questi colori. Non vedo l’ora di iniziare e di vivere ogni giorno la passione che anima il Milan”. Le parole ora devno lasciare spazio al lavoro sulla rosa. Amorim ha già parlato con Cardinale e considera il Milan una base valida, ma chiede innesti mirati. Il centravanti è la priorità. Poi ci sono altri nomi legati al suo percorso e al calcio portoghese.

A centrocampo può tornare d’attualità Manuel Ugarte, oggi al Manchester United e già allenato da Amorim a Lisbona. Allo Sporting c’è anche Morten Hjulmand, ex Lecce, ma la valutazione è molto alta. In difesa il preferito sarebbe Gonçalo Inacio, considerato però difficile per prezzo. Per questo resta viva la pista Antonio Silva del Benfica. Sugli esterni piace Francisco Trincao, altro giocatore cresciuto nel lavoro di Amorim allo Sporting. Più giovane il profilo di Can Uzun, classe 2005 dell’Eintracht Francoforte, club da cui il Milan vorrebbe portare a Milano anche Markus Krösche come Ceo of football e Timmo Hardung come suo braccio destro. Uzun sogna l’Italia, ma ha già una proposta importante dal Galatasaray.

Il mercato in uscita sarà altrettanto importante. Modric è vicino all’addio. Il Milan dovrà capire anche cosa vogliono fare giocatori come Maignan e Rabiot, soprattutto senza Champions League. Loftus-Cheek e Fofana restano in bilico. Amorim valuterà anche Tomori e altri elementi della rosa prima di dare indicazioni definitive alla società. Le prossime mosse dipendono dalle offerte in uscita e dalla formula che il Psg sarà disposto ad accettare per il suo centravanti.

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Fed, prima prova per Warsh. La decisione è già prezzata, ma le dichiarazioni no

La Fed deluderà Trump? Il commento

Si prevede che la Federal Reserve (Fed) mantenga invariati i tassi di riferimento nell’intervallo obiettivo del 3,50%-3,75%. L’elemento di sorpresa principale dovrebbe provenire dalla prima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) e dalla conferenza stampa di Kevin Warsh in qualità di presidente della Fed.

A prima vista, l’economia statunitense non sembra giustificare un ciclo di allentamento. Gli indicatori congiunturali indicano una crescita del PIL intorno al 3,3% nel trimestre in corso, suggerendo una possibile riaccelerazione dell’attività economica. Nel frattempo, l’inflazione complessiva si attesta al 4,2% su base annua, mentre l’inflazione di fondo è al 2,9% su base annua. Inoltre, sono passati più di cinque anni dall’ultima volta che l’inflazione ha raggiunto o è scesa al di sotto dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. Il mercato del lavoro rimane resiliente, con una crescita dell’occupazione che negli ultimi tre mesi ha registrato una media di quasi 190.000 posti di lavoro al mese. Inoltre, l’indice ISM dei servizi si sta avvicinando a 55,4, un livello storicamente associato a periodi di solida espansione economica.

Eppure la crescita statunitense poggia sempre più su basi ristrette: gli investimenti nel settore tecnologico e l’ascesa dei mercati azionari (quest’ultima è un riflesso della corsa all’intelligenza artificiale). I due fattori sono strettamente interconnessi ed entrambi rimangono vulnerabili a rendimenti obbligazionari elevati (o in aumento), sia attraverso un aumento del costo del capitale sia attraverso pressioni sulle valutazioni azionarie già elevate.

In questo contesto, la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz giunge in un momento opportuno (sebbene dall’inizio del conflitto sia stato affermato più di 15 volte in altrettante settimane che sarebbe stato riaperto a breve). Infatti, i prezzi del petrolio sono scesi di 44 dollari al barile (-35%) dall’ultima riunione del FOMC di aprile. Ciò offre un gradito sollievo, poiché i rischi legati all’energia hanno aumentato significativamente l’incertezza sull’inflazione. Inoltre, gli effetti indiretti sull’inflazione rimangono motivo di preoccupazione data la forza della domanda interna, e sia le indagini sull’inflazione tra le imprese che quelle tra le famiglie indicano un aumento delle aspettative di inflazione.

Alla luce di quanto sopra, dovrebbe prevalere lo status quo. I mercati si sono in gran parte adeguati a questa realtà. Dall’inizio del conflitto con l’Iran, le aspettative di tagli dei tassi sono state drasticamente ridimensionate. Gli investitori sono ora divisi quasi equamente tra la prospettiva di un ulteriore inasprimento e quella di un allentamento della politica monetaria, scontando di fatto una Fed stabile fino alla fine dell’anno. Con una crescita del PIL nominale attestata intorno al 6%, un simile esito potrebbe essere considerato, a ben vedere, accomodante. Il nuovo presidente della Fed si è dimostrato un critico schietto sia delle indicazioni prospettiche (forward guidance) che del «dot plot». Ciononostante, quest’ultimo dovrebbe assumere un tono meno accomodante, con la mediana delle proiezioni dei membri del FOMC che attualmente prevede un solo taglio dei tassi nel 2026 e due ulteriori tagli entro la fine del 2027.

In questo contesto, la conferenza stampa potrebbe rivestire maggiore importanza rispetto alla decisione di politica monetaria in sé. Al di là delle opinioni di Kevin Warsh sull’intelligenza artificiale, la produttività e il mercato del lavoro, gli investitori cercheranno indizi per capire se il nuovo presidente della Fed rimarrà ancorato alla sua storica linea da falco o si trasformerà in una colomba di stampo machiavellico nominata da Trump.

In questo scenario, il livello dei rendimenti statunitensi a lungo termine rimane piuttosto sconcertante. Nonostante la robusta crescita economica, l’inflazione persistente, gli ingenti disavanzi di bilancio e la perdurante incertezza sulla credibilità del prossimo presidente della Fed, i rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni continuano ad apparire sorprendentemente contenuti.

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Urbanistica Milano, e ora che succede? L’impatto della sentenza di Torre Milano sulle altre inchieste

La vera domanda, dopo l’assoluzione degli otto imputati per la Torre Milano di via Stresa, non è se il grattacielo fosse bello, brutto, troppo alto o urbanisticamente discutibile. La domanda, molto più insidiosa per la Procura, è un’altra: si può trasformare in reato una prassi edilizia seguita per anni dal Comune, avallata dagli uffici e messa realmente in discussione solo quando la giurisprudenza ha iniziato a cambiare rotta?

È questo il punto che rischia di riverberarsi su buona parte delle inchieste milanesi sull’urbanistica. Il Tribunale, assolvendo gli imputati del caso Torre Milano, ha di fatto indicato una possibile chiave di lettura destinata a pesare anche altrove: per condannare progettisti, costruttori e funzionari non basta dimostrare che un intervento oggi possa apparire illegittimo o comunque non conforme agli orientamenti più recenti. Bisogna dimostrare che, quando i titoli edilizi furono presentati, istruiti e rilasciati, quella illegittimità fosse chiara, percepibile, non ragionevolmente equivocabile.

Da una parte c’è la Milano edilizia costruita sulle prassi precedenti al 2024, quando Palazzo Marino autorizzava molti interventi seguendo una determinata lettura delle norme. Dall’altra c’è la Milano successiva, quella delle nuove cautele, delle verifiche più rigide, delle tabelle aggiornate, del cambio di rotta amministrativo arrivato dopo le indagini e dopo le pronunce più restrittive di giudici amministrativi e penali. Per gli altri processi, il tema diventa allora stabilire da quale lato della frattura collocare i fatti contestati. È la linea che, in termini generali, emerge anche dalle valutazioni espresse dalle difese: il verdetto sulla Torre Milano potrebbe diventare un punto di riferimento per tutti i casi in cui gli imputati hanno agito confidando in un quadro amministrativo allora ritenuto legittimo.

Questo non cancella le differenze tra i singoli fascicoli. Anzi, le rende decisive. Ogni procedimento dovrà essere misurato sui propri atti, sui propri tempi, sui propri titoli edilizi. Ma da ieri la Procura ha un problema in più: non deve solo convincere i giudici che una certa interpretazione urbanistica sia oggi preferibile. Deve dimostrare che quella opposta, adottata allora dagli uffici, fosse già penalmente insostenibile.

Park Towers, il dossier più esposto alla reazione a catena

Il caso che guarda più da vicino alla Torre Milano è quello delle Park Towers di via Crescenzago, in zona Parco Lambro. Anche qui si parla di un intervento rilevante per dimensioni, due torri di 81 e 59 metri, realizzate da Bluestone al posto di un deposito-magazzino. Anche qui il nodo riguarda la qualificazione come ristrutturazione edilizia e l’assenza di un piano attuativo. Anche qui l’iter si colloca tra il 2019 e il 2020, cioè nel pieno della stagione amministrativa che il Tribunale ha ritenuto caratterizzata da prassi consolidate e da un quadro interpretativo non ancora univoco.

Per questo Park Towers potrebbe diventare il primo vero test dell’effetto Torre Milano. Se il ragionamento sull’affidamento nelle procedure comunali dovesse essere ritenuto trasferibile anche a via Crescenzago, l’accusa dovrebbe superare un ostacolo molto alto: provare che gli imputati non si siano limitati a seguire un percorso amministrativo allora ordinario, ma abbiano consapevolmente aggirato la legge.

Il procedimento, peraltro, non vive solo nel penale. C’è un contenzioso economico tra Bluestone e Comune sulle monetizzazioni degli standard urbanistici, per oltre un milione di euro, e c’è il fronte della Corte dei Conti per tre funzionari dello Sportello unico edilizia, chiamati a rispondere di un possibile danno erariale. Ma proprio l’intreccio tra responsabilità penale, responsabilità contabile e prassi amministrative rende il verdetto Torre Milano particolarmente rilevante: se gli uffici applicavano criteri ritenuti normali, dove finisce l’errore amministrativo e dove comincia il reato?

Via Fauchè, quando l’abuso amministrativo non basta da solo

Il processo sul palazzo di via Fauchè è diverso e per certi versi più scivoloso. Qui non ci sono funzionari comunali imputati, l’accusa è limitata all’abuso edilizio e il tema del piano attuativo non è centrale, anche perché l’edificio non supera i 25 metri. Inoltre il fronte amministrativo è già molto avanzato: il Consiglio di Stato ha dichiarato abusivo l’edificio, il Comune ha ordinato la demolizione e il Tar ha confermato la linea dell’abbattimento.

Ma anche questo procedimento può essere toccato dal principio affermato per via Stresa. Un’opera può essere irregolare, può dover essere rimossa, può essere incompatibile con le norme urbanistiche; ma resta da dimostrare che chi l’ha realizzata abbia commesso un reato, con l’elemento soggettivo richiesto dalla legge. La sentenza attesa a luglio dirà quanto questo ragionamento potrà spingersi anche nei casi in cui l’illegittimità amministrativa sia già stata riconosciuta.

Bosconavigli e il terreno diverso delle monetizzazioni

Bosconavigli si muove su un piano differente. Il progetto firmato da Stefano Boeri non è stato trattato come una ristrutturazione, ma come nuova costruzione autorizzata con permesso di costruire. Il problema, per l’accusa, è soprattutto economico-urbanistico: la monetizzazione degli standard. Secondo la Procura, i poco meno di 2,9 milioni versati, calcolati a 434 euro al metro quadrato, sarebbero stati insufficienti rispetto al valore reale delle aree da destinare a servizi pubblici. La ricostruzione dei consulenti del pm porta a una cifra potenziale molto più alta, circa 6,1 milioni, applicando i valori poi recepiti dalle nuove tabelle comunali tra fine 2024 e inizio 2025.

Qui la sentenza Torre Milano non incide tanto sulla distinzione tra ristrutturazione e nuova costruzione. Incide però sul metodo. Se i valori applicati erano quelli accettati dagli uffici nel momento in cui l’operazione è stata autorizzata, anche per Bosconavigli il punto diventa la prevedibilità del diverso calcolo preteso oggi. La domanda, ancora una volta, è se gli imputati potessero sapere allora che la monetizzazione sarebbe stata considerata non solo bassa o contestabile, ma penalmente rilevante.

Hidden Garden e gli altri cantieri nel cono d’ombra

Poi c’è il resto della mappa, più frastagliata e meno facilmente riconducibile a un solo schema. Hidden Garden di piazza Aspromonte, altro progetto Bluestone, è ancora in udienza preliminare ed è stato uno dei primi fascicoli a segnare la nuova stagione investigativa sull’urbanistica milanese. In quel procedimento alcuni cittadini si sono costituiti parte civile in sostituzione del Comune, che nei processi finora non ha chiesto danni, ritenendo corretto l’operato dei propri dipendenti.

Attorno a Hidden Garden si muove una costellazione di altri dossier: Giardino Segreto Isola in via Lepontina, Residenze Lac in via Cancano, The Nest in via Fontana, via Serlio, Scalo House tra via Valtellina e via Lepontina, il caso della cosiddetta demolizione virtuale per lo studentato vicino a Scalo Farini, Unico Brera in via Anfiteatro, Papiniano48, via Zecca Vecchia. Alcuni sono più vicini al modello Torre Milano, altri riguardano profili diversi. Ma tutti entrano ora in una fase nuova. La sentenza non li travolge automaticamente. È però un precedente che costringe a cambiare la domanda. Ovvero: nel momento in cui l’operazione fu avviata, esisteva davvero una regola chiara, tale da fondare una responsabilità penale?

Il primo effetto pratico riguarda la strategia della Procura. È possibile che i pm impugnino la sentenza Torre Milano, attendendo le motivazioni per capire su quali punti intervenire. Ma nel frattempo gli altri procedimenti avanzano e le difese potranno usare il verdetto come argomento processuale e culturale.

Il fronte corruzione resta separato, ma il clima cambia

Un discorso a parte riguarda le inchieste per corruzione e le vicende legate alla Commissione paesaggio. Quel filone non coincide con i processi per abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Ha presupposti diversi e non viene cancellato da una sentenza che riguarda la regolarità penale di un intervento edilizio. Tuttavia il clima generale cambia. L’assoluzione Torre Milano indebolisce l’idea di un sistema urbanistico penalmente evidente in ogni sua componente. Se le vecchie prassi comunali erano discutibili ma non penalmente rimproverabili, diventa più difficile raccontare l’intera stagione edilizia milanese come un blocco unico di illegalità. Le indagini per corruzione dovranno camminare sulle proprie gambe, senza essere trascinate dall’onda generale degli abusi urbanistici.

La Procura perde in aula, ma Milano ha già cambiato regole

Il paradosso è che la Procura, pur sconfitta nel primo processo arrivato a sentenza, ha già inciso profondamente sulla città. Dal febbraio 2024 Palazzo Marino ha cambiato prassi su ristrutturazioni, piani attuativi, oneri e monetizzazioni. Le regole sono diventate più caute, gli importi più alti, le procedure più rigide.
In questo senso l’inchiesta ha già prodotto un risultato quantomeno politico-amministrativo.

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Audi sfida i Suv con la nuova A6 allroad elettrificata

Audi A6 allroad 2026 cambia passo: più larga, più tecnologica e per la prima volta anche plug-in hybrid da 367 CV.

La nuova Audi A6 allroad arriva alla quinta generazione con una scelta tecnica che pesa anche sul posizionamento commerciale del modello: per la prima volta nella sua storia sarà disponibile anche in versione plug-in hybrid. È una novità rilevante perché sposta una delle wagon più riconoscibili del marchio dei quattro anelli dentro la fase più delicata della transizione premium, quella in cui elettrificazione, prestazioni, comfort e versatilità devono convivere senza trasformare ogni proposta di fascia alta in un Suv.

Audi continua così a presidiare una nicchia storica ma ancora strategica: quella delle familiari rialzate, pensate per chi cerca capacità di carico, trazione integrale e guida su fondi difficili senza rinunciare all’impostazione stradale di una grande wagon. La nuova A6 allroad quattro nasce sulla piattaforma termica premium PPC e affianca al tradizionale Diesel elettrificato un powertrain ricaricabile da 367 CV, confermando una strategia di transizione graduale, non ancora totalmente elettrica, ma sempre più orientata all’efficienza.

Il modello cambia innanzitutto nelle proporzioni. Rispetto alla Audi A6 Avant, la nuova allroad è più larga di 11,1 centimetri, una differenza significativa che serve a darle un’identità più autonoma e meno derivativa. Anche il confronto con la generazione precedente racconta un salto visivo e tecnico: la larghezza aumenta di 8,4 centimetri, mentre l’altezza minima da terra cresce rispetto alla Avant di 3,4 centimetri. Il risultato è una vettura più muscolare, con carreggiate ampliate, protezioni sottoscocca, passaruota marcati, mancorrenti specifici e cerchi fino a 21 pollici.

Il cuore tecnico resta però l’assetto. Le sospensioni pneumatiche adattive allroad sono di serie e hanno una taratura specifica per alternare guida su asfalto e percorsi meno regolari. L’escursione massima arriva a 55 millimetri, con la possibilità di abbassare la vettura alle alte velocità per migliorare aerodinamica e comportamento dinamico, oppure rialzarla nelle modalità offroad e lift. È una soluzione che mantiene il modello dentro la tradizione allroad: non un fuoristrada puro, ma una grande familiare capace di affrontare terreni difficili con maggiore libertà rispetto a una wagon convenzionale.

La gamma motori fotografa bene il momento industriale di Audi. Da un lato resta il V6 3.0 TDI mild-hybrid plus a 48 Volt da 299 CV, una motorizzazione ancora centrale per chi percorre molti chilometri e cerca coppia, autonomia e capacità di traino. Dall’altro debutta la A6 allroad e-hybrid, con un quattro cilindri 2.0 TFSI a ciclo Miller abbinato a un motore elettrico sincrono a magneti permanenti. La potenza complessiva è di 367 CV, la coppia raggiunge 500 Nm e lo scatto da 0 a 100 km/h richiede 5,5 secondi.

La batteria della plug-in ha una capacità nominale di 25,9 kWh, pari a 20,7 kWh effettivi, e consente fino a 95 chilometri in modalità elettrica nel ciclo WLTP. La ricarica in corrente alternata arriva a 11 kW, con un tempo dichiarato di 2,5 ore per il ripristino completo dell’energia. Per il mercato, questo dato è rilevante perché permette alla nuova allroad di coprire molti spostamenti quotidiani senza usare il motore termico, mantenendo però la flessibilità di una vettura da viaggio.

Anche il Diesel evolve in chiave elettrificata. Il sistema MHEV plus utilizza un powertrain generator con batteria dedicata da 1,7 kWh, capace di supportare il motore termico con fino a 24 CV e 230 Nm. A questo si aggiunge la sovralimentazione a due stadi, con turbocompressore e compressore elettrico, pensata per ridurre i ritardi di risposta e migliorare la prontezza ai bassi regimi. La versione TDI accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi, confermando che Audi non vuole leggere l’efficienza come rinuncia alle prestazioni.

La trazione integrale quattro ultra è di serie su entrambe le motorizzazioni. Il sistema privilegia l’efficienza, scollegando il retrotreno quando non serve e trasferendo coppia alle ruote posteriori in modo predittivo quando le condizioni di guida lo richiedono. È una scelta coerente con il posizionamento dell’auto: ridurre consumi e attriti senza intaccare la percezione di sicurezza e motricità che il cliente Audi associa da sempre alla trazione quattro.

La trasformazione della A6 allroad passa anche dalla digitalizzazione. L’architettura elettronica E3 1.2 integra cinque piattaforme informatiche di controllo, abilita l’interazione tra intelligenza artificiale, assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. L’abitacolo è dominato dall’Audi Digital Stage, composto dal virtual cockpit da 11,9 pollici, dal display OLED curvo MMI da 14,5 pollici e, sulle versioni più ricche, dallo schermo passeggero da 10,9 pollici. È il segnale di una premiumizzazione sempre più legata al software, non solo ai materiali o alla meccanica.

Sul fronte sicurezza, Audi continua a investire sull’illuminotecnica. I proiettori Matrix LED digitali evoluti e i gruppi ottici posteriori OLED 2.0 trasformano le luci in strumenti di comunicazione con la strada e con gli altri utenti. Le funzioni di luce di corsia, orientamento e segnalazione lavorano insieme ai sistemi di assistenza, mentre la tecnologia Car-to-X permette di proiettare avvisi sull’asfalto o mostrare simboli di pericolo nella parte posteriore della vettura.

Le dimensioni confermano l’impostazione da grande familiare premium: 5,02 metri di lunghezza, 1,99 metri di larghezza, 1,51 metri di altezza e passo di 2,93 metri. Il bagagliaio varia da 466 a 1.497 litri, mentre sulla plug-in la capacità scende a 404-1.423 litri per l’ingombro del sistema ibrido. La massa rimorchiabile arriva a 2.500 kg sulla versione TDI e a 2.000 kg sulla e-hybrid.

In Italia la nuova Audi A6 allroad è attesa nelle concessionarie nel quarto trimestre 2026, con allestimenti Business, Business Advanced ed S line. Il listino parte da 82.350 euro per la 3.0 TDI quattro S tronic e da 88.650 euro per la e-hybrid quattro S tronic. Prezzi che la collocano nella fascia alta del mercato premium, dove l’obiettivo non è inseguire i volumi, ma difendere margini, immagine e una clientela ancora interessata a soluzioni alternative al Suv.

Scheda

Modello: nuova Audi A6 allroad quattro
Generazione: quinta
Piattaforma: PPC premium termica
Motori: 3.0 TDI MHEV plus da 299 CV ed e-hybrid da 367 CV
Autonomia elettrica plug-in: fino a 95 km WLTP
Batteria plug-in: 25,9 kWh nominali, 20,7 kWh effettivi
Ricarica AC: fino a 11 kW, 2,5 ore
Trazione: quattro ultra di serie
Sospensioni: pneumatiche adattive allroad di serie
Lunghezza: 5,02 metri
Bagagliaio: 466-1.497 litri; 404-1.423 litri per plug-in
Arrivo in Italia: quarto trimestre 2026
Prezzi: da 82.350 euro per TDI, da 88.650 euro per e-hybrid

Audi sfida i Suv con la nuova A6 allroad elettrificata
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Mondiali 2026, Mbappé manda un messaggio a tutti: doppietta al Senegal. La Francia fa paura

La Francia parte con una vittoria, ma non senza brividi. Contro un buon Senegal, i Bleus cambiano passo nella ripresa e vincono 3-1 con la doppietta di Mbappé e il gol di Barcola. Il capitano francese entra ancora di più nella storia dei Mondiali.

Olise al centro cambia la ripresa, poi Mbappé chiude i conti con una prodezza da lontano

La Francia comincia il suo Mondiale con una vittoria netta . Il 3-1 al Senegal mette subito i Bleus in una posizione forte, ma consegna a Didier Deschamps anche una partita piena di correzioni da fare. Nel primo tempo la Francia ha sofferto, nella ripresa ha accelerato, nel finale il Senegal ha riaperto per qualche minuto una gara che sembrava già chiusa.

A prendersi la scena è ancora Kylian Mbappé. Due gol, il primo per sbloccare la partita, il secondo da lontano per spegnere la reazione senegalese. Con questa doppietta il capitano francese sale a 14 reti nella storia dei Mondiali e aggancia Gerd Müller. Davanti restano Ronaldo a quota 15 e Miroslav Klose a 16 e, dopo stanotte, anche Leo Messi.

La Francia ha iniziato male. Nel primo tempo ha faticato a uscire pulita, ha perso diversi palloni e ha lasciato campo al Senegal, aggressivo nelle pressioni e rapido nelle ripartenze. Nicolas Jackson ha colpito un palo che avrebbe potuto cambiare la partita, Ismaila Sarr ha trovato troppo spazio sulla destra e Sadio Mané ha messo in difficoltà la retroguardia francese tatticamente. Il problema dei Bleus era soprattutto nella distribuzione degli spazi. Il 4-2-3-1 di partenza non ha funzionato. Dembélé si allargava senza legare con Mbappé, Rabiot saliva troppo nella zona offensiva, Tchouameni restava spesso isolato e sulle fasce Olise e Doué non riuscivano a incidere. Il Senegal non ha dominato, ma ha costretto la Francia a giocare una partita scomoda, costringendola ad errori tecnici e uscite lente.

Deschamps ha sistemato la squadra nella ripresa. Olise è stato portato in posizione più centrale, Dembélé è finito a destra e Rabiot ha smesso di occupare la trequarti con troppa frequenza. La Francia ha trovato subito più ordine. Il Senegal ha perso metri e per oltre mezz’ora non è più riuscito ad arrivare con continuità dalle parti di Maignan. Il vantaggio nasce proprio dalla nuova posizione di Olise, bravo a trovare il filtrante per il taglio di Mbappé. Il portiere Mendy ha tenuto in piedi il Senegal per lunghi tratti, ma non ha potuto evitare il gol dell’1-0. Poco dopo è arrivato anche il raddoppio di Barcola, servito da una verticalizzazione di Rabiot e freddo davanti alla porta. La Francia ha abbassato attenzione e ritmo, ha perso qualche pallone di troppo e il Senegal ha riaperto la gara con Ibrahim Mbaye, classe 2008 del Psg. Una rete che ha dato energia agli africani e ha riportato qualche tensione nella difesa francese. Mbappé ha cancellato subito il rischio remuntada con un destro dalla distanza. Un gol bellissimo, per esecuzione e scelta del momento.

Il Senegal esce senza punti, ma resta in corsa per la qualificazione. Ha messo in difficoltà la Francia nel primo tempo, ha creato occasioni e ha trovato il gol nel finale. I Bleus partono con tre punti e con un Mbappé già decisivo, ma Deschamps dovrà correggere errori in uscita, distrazioni difensive e cali di concentrazione.

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Roma, Soulé può finanziare l’attacco: nel mirino di Gasperini ci sono Greenwood e Tel

Matias Soulé può lasciare la Roma per finanziare un nuovo colpo offensivo. Greenwood è il nome più costoso, Tel quello più giovane e difficile da strappare. La cessione dell’argentino può generare plusvalenza e dare ossigeno al bilancio giallorosso.

Soulé-Roma, l’argentino è sul mercato: servono 35-40 milioni

La Roma valuta il futuro di Matias Soulé. Il club lo ha preso dalla Juventus nel 2024 e oggi può trasformarlo in una cessione utile per rifare l’attacco. Quotidiano Sportivo ha scritto che l’argentino è verso l’addio e che Greenwood viene considerato il possibile sostituto.

Transfermarkt valuta Soulé circa 35 milioni di euro e ricorda che il contratto è in scadenza al 30 giugno 2029.

La Roma non può svendere. Una cessione tra 35 e 40 milioni permetterebbe di incassare liquidità e registrare una plusvalenza, al netto della quota residua a bilancio legata all’acquisto dalla Juventus. Le ricostruzioni estere parlano di costo iniziale vicino ai 30 milioni e valore attuale intorno ai 40, cifra che darebbe margine contabile e spazio per muoversi su un attaccante già pronto. Per Soulé si parla di un’offerta da parte del Borussia Dortmund che potrebbe soddisfare le richieste giallorosse.

Calciomercato Roma: Greenwood costa tanto, Tel intriga ma il Tottenham comanda

Greenwood è il nome che scalda di più nella Capitale. Transfermarkt assegna all’inglese un valore di 55 milioni di euro. Il giocatore, poi, è legato al Marsiglia fino al 30 giugno 2029.

È un affare caro. Per avvicinare il club francese servirebbe una proposta pesante, probabilmente non lontana dalla valutazione del giocatore. Su un contratto quinquennale, un cartellino da 50 milioni genererebbe un ammortamento da 10 milioni l’anno. Con l’ingaggio lordo, il costo annuale potrebbe salire in modo sensibile.

La trattativa per Tel è invece molto diversa. Il francese ha 21 anni, gioca nel Tottenham, ha contratto fino al 2031 e Transfermarkt lo valuta 22 milioni. Il prezzo reale però può essere più alto. Il Guardian ha ricordato che nel 2025 il passaggio definitivo di Tel al Tottenham dal Bayern Monaco era costato circa 35 milioni di euro, dopo un prestito oneroso da 10 milioni.

Per la Roma sarebbe un investimento di prospettiva, non un saldo. Il Tottenham non ha urgenza di venderlo e il contratto lungo dà forza agli Spurs.

Detto questo, Gasperini ha bisogno di attaccanti che corrano, attacchino lo spazio e reggano ritmo alto. Greenwood darebbe tiro, strappo, gol. Tel porterebbe profondità, età e margine. Soulé è il sacrificio che può aprire la porta del mercato. Il bilancio infatti decide quanto si può sognare. Una vendita a 40 milioni può finanziare parte dell’assalto a Greenwood oppure una proposta più sostenibile per Tel. Senza quell’incasso, la Roma dovrebbe costruire l’operazione con prestiti, obblighi e bonus, lasciando meno libertà al mercato. Per la difesa l’obiettivo è Lucumì del Bologna, ma anche il colombiano costa caro.

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Pensione in Albania senza tasse, quanto si guadagna e chi rischia controlli dal Fisco italiano

I pensionati italiani del settore privato possono incassare la prestazione al lordo se trasferiscono davvero la residenza fiscale in Albania. Per gli ex dipendenti pubblici, invece, la tassazione italiana resta. Tirana applica un’aliquota dello 0% sui redditi da pensione percepiti da cittadini stranieri residenti fiscalmente nel Paese. La misura riguarda chi sposta lì la propria vita per oltre metà dell’anno e rispetta le regole previste dalla Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Albania.

Pensione in Albania: assegno al lordo, ma la regola vale solo per i privati

La differenza tra pensionati privati e pubblici cambia tutto. Chi ha lavorato in aziende private, come commerciante, artigiano, professionista o iscritto a casse autonome può rientrare nell’articolo 18 della Convenzione. In quel caso, se la residenza fiscale viene trasferita in Albania, la pensione viene tassata solo nel Paese di residenza. Con aliquota zero, l’assegno arriva senza Irpef italiana.

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QuiFinanza ha fatto alcune stime sui guadagni con alcune simulazioni. Su una pensione lorda annua da 22mila euro, il risparmio può arrivare a circa 5.060 euro l’anno, pari a circa 420 euro al mese. Con 35mila euro lordi annui, il vantaggio sale a circa 8.890 euro, cioè circa 740 euro al mese. Con 60mila euro lordi annui, la differenza può toccare circa 18.440 euro l’anno.

Per gli ex dipendenti statali, insegnanti, militari, dipendenti di ministeri o enti locali, il percorso cambia. L’articolo 19 della Convenzione lascia la tassazione allo Stato che paga la pensione, quindi l’Italia. Chi rientra in questa categoria non ottiene l’azzeramento dell’Irpef solo trasferendosi a Tirana, Durazzo, Valona o Saranda.

Pensione in Albania e residenza fiscale: i controlli non guardano solo i documenti

Il trasferimento non può restare sulla carta. Bisogna vivere in Albania per oltre metà dell’anno, iscriversi all’Aire, spostare il centro degli interessi personali ed economici e presentare all’Inps la domanda di detassazione con il modello EP-I/1, vidimato dalle autorità fiscali albanesi.

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QuiFinanza segnala anche gli elementi che possono far scattare contestazioni. Una casa in Italia sempre disponibile, consumi domestici costanti, medico di base mantenuto e famiglia rimasta stabilmente nel Comune italiano possono indebolire la posizione del contribuente. Il Fisco può ricostruire la presenza effettiva attraverso registri di frontiera, documenti, utenze e legami familiari.

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Il percorso amministrativo richiede un alloggio stabile in Albania, permesso di soggiorno, documenti tradotti e una copertura sanitaria privata. L’iscrizione all’Aire va formalizzata entro 90 giorni dal trasferimento tramite il portale Fast It del Ministero degli Esteri.

Il vantaggio fiscale esiste, ma riguarda chi trasferisce davvero la propria vita. Chi pensa di ottenere la pensione lorda restando di fatto in Italia rischia accertamenti retroattivi, recupero delle imposte e sanzioni.

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Dl Accise, cancellate le norme “fuori tema”: stop all’estensione del divieto di telemarketing nelle Tlc

Via quattro norme “esorbitanti” dal Dl Accise: ora il testo rischia di tornare al Senato

La maggioranza fa marcia indietro su alcune delle disposizioni inserite al Senato nel decreto recante misure urgenti in materia di prezzi petroliferi legati al protrarsi della crisi dei mercati internazionali. Alla Camera sono stati infatti presentati quattro emendamenti soppressivi con l’obiettivo di eliminare norme considerate “esorbitanti” rispetto al contenuto del provvedimento. Tra le misure destinate a essere cancellate figura anche l’estensione alle telecomunicazioni del divieto di telemarketing aggressivo, introdotto con il decreto bollette e approvato in commissione Finanze del Senato. La maggioranza aveva già tentato di inserire la disposizione nel precedente decreto accise, salvo poi ritirarla per estraneità di materia.

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Secondo quanto emerso dopo alcune interlocuzioni con gli uffici legislativi del Quirinale, la scelta è stata quella di procedere con emendamenti soppressivi per rimuovere dal testo le norme ritenute non coerenti con l’oggetto del decreto. Il governo e la relatrice del provvedimento hanno espresso parere favorevole ai quattro emendamenti della commissione. Oltre alla disposizione sul teleselling, le modifiche riguardano anche interventi sulla mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico e norme sulla tutela delle minoranze linguistiche. Qualora gli emendamenti venissero approvati dall’Aula di Montecitorio, il decreto dovrebbe tornare al Senato per una terza lettura prima della conversione definitiva in legge.

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Usa-Iran, da Hormuz al nucleare: ecco i 14 punti dell’intesa che dovrà congelare la guerra

Da Hormuz al nucleare, la roadmap che congela la guerra tra Usa e Iran

Stati Uniti e Iran mettono in pausa il confronto militare e aprono una finestra negoziale di 60 giorni. L’accordo, raggiunto il 15 giugno e celebrato da Donald Trump alla Casa Bianca, si fonda su un articolato piano in 14 punti che Washington e Teheran, con la mediazione del Pakistan, sarebbero riuscite a definire dopo settimane di contatti complessi e trattative riservate.

Le diverse versioni del testo circolate nelle ultime ore condividono alcuni pilastri fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz, un allentamento del regime sanzionatorio nei confronti della Repubblica islamica e l’avvio di un confronto più ampio sul programma nucleare iraniano

A fornire il quadro più dettagliato dell’intesa è stata l’agenzia di stampa statale iraniana Mehr. Secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, il memorandum tra Iran e Stati Uniti si articolerebbe in 14 punti e partirebbe dalla “fine definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso”. Il documento prevederebbe inoltre l’impegno americano a non intromettersi nelle questioni interne della Repubblica islamica e a riconoscerne pienamente sovranità e integrità territoriale.

Stop alle ostilità

Il primo capitolo dell’accordo sancirebbe la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso quello libanese. Iran, Stati Uniti e i rispettivi alleati si impegnerebbero a non avviare nuove azioni ostili, a non minacciarsi reciprocamente e a rinunciare all’uso della forza.

Garanzie sulla sovranità

Il secondo punto riguarderebbe il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale. Le due parti si impegnerebbero inoltre a non intervenire negli affari interni dell’altra. Per Teheran si tratta di una clausola particolarmente rilevante, alla luce dei mesi di tensione e delle pressioni militari subite.

Sessanta giorni per trovare l’accordo

Il memorandum aprirebbe poi una fase negoziale della durata di 60 giorni, prorogabile con il consenso di entrambe le parti. L’intesa avrebbe dunque carattere transitorio: congelare il conflitto per creare le condizioni politiche necessarie a un accordo più ampio e strutturato.

Via al superamento del blocco navale

Tra gli impegni previsti figurerebbe anche la progressiva rimozione del blocco navale. Gli Stati Uniti dovrebbero avviare il processo subito dopo la firma del memorandum, con il ritorno alla piena operatività della navigazione entro 30 giorni. Nella bozza compare anche il ritiro delle forze americane dall’area del Golfo Persico entro un mese dalla firma dell’accordo definitivo.

Riapertura di Hormuz

Sul fronte iraniano, il quinto punto prevederebbe il ripristino del traffico commerciale tra il Golfo Persico e il Mare dell’Oman attraverso lo Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe riportare i flussi ai livelli precedenti al conflitto entro 30 giorni, compatibilmente con le operazioni necessarie per eliminare eventuali ostacoli e ordigni presenti nell’area.

Un piano da 300 miliardi di dollari

La bozza includerebbe anche un vasto programma di ricostruzione e rilancio economico dell’Iran. Secondo il testo, Stati Uniti e partner regionali metterebbero a disposizione almeno 300 miliardi di dollari, mentre modalità e tempi di attuazione verrebbero definiti nell’accordo finale.

Alleggerimento delle sanzioni

Uno dei passaggi più delicati riguarda il graduale smantellamento delle sanzioni che gravano sull’economia iraniana. Il documento farebbe riferimento sia alle misure approvate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e dagli organismi dell’Aiea, sia alle sanzioni unilaterali statunitensi. La revoca avverrebbe secondo un calendario da definire durante i negoziati conclusivi.

Il capitolo nucleare

L’ottavo punto affronta il dossier più sensibile. L’Iran riaffermerebbe l’impegno a non sviluppare armi nucleari, in linea con il Trattato di non proliferazione. Contestualmente, Washington e Teheran discuterebbero del futuro delle attività di arricchimento dell’uranio, delle scorte esistenti e degli altri aspetti legati al programma atomico iraniano.

Congelamento dello status quo

Durante la fase negoziale, entrambe le parti dovrebbero mantenere l’attuale situazione. Teheran non modificherebbe il proprio programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si impegnerebbero a non introdurre nuove sanzioni né ad aumentare la propria presenza militare nella regione.

Deroghe per petrolio e petrolchimica

La bozza prevede inoltre deroghe immediate da parte del Dipartimento del Tesoro americano per consentire l’esportazione di greggio, prodotti petrolchimici e derivati iraniani. Le autorizzazioni riguarderebbero anche servizi collegati come assicurazioni, trasporti e transazioni bancarie e resterebbero valide fino alla completa eliminazione delle sanzioni.

Sblocco degli asset congelati

Un altro capitolo centrale riguarda la liberazione dei fondi iraniani bloccati all’estero. Le cifre restano controverse. Bloomberg riferisce che la versione visionata non indica alcun importo specifico; Reuters parla di 25 miliardi di dollari, mentre Mehr quantifica in 24 miliardi le risorse da rendere disponibili durante i 60 giorni di trattativa. Secondo la ricostruzione iraniana, metà della somma dovrebbe essere trasferita prima dell’avvio dei colloqui finali.

Verifiche sull’attuazione

Per garantire il rispetto degli impegni verrebbe istituito un meccanismo di monitoraggio incaricato di verificare l’applicazione dell’accordo definitivo e prevenire future contestazioni tra le parti.

Le condizioni per il negoziato finale

I colloqui conclusivi scatterebbero soltanto dopo l’attuazione delle prime misure previste dal memorandum: allentamento del blocco navale, riapertura di Hormuz, concessione delle deroghe petrolifere e sblocco parziale dei fondi congelati. Secondo Mehr, il tavolo finale non potrebbe aprirsi finché non sarà stata liberata almeno metà delle risorse iraniane bloccate e sospese le principali sanzioni sul petrolio.

Il passaggio all’Onu

L’ultimo punto prevede che l’intesa definitiva venga recepita attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Per Teheran rappresenterebbe una tutela politica e giuridica fondamentale contro il rischio di un futuro ritiro unilaterale dall’accordo.

Resta tuttavia aperta una questione decisiva: l’estensione del negoziato. Secondo Mehr, il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione resterebbero fuori dal perimetro delle trattative. Un aspetto destinato ad alimentare le critiche dei settori più ostili all’Iran negli Stati Uniti, contrari a concessioni considerate eccessive sul fronte delle sanzioni, degli asset congelati e delle garanzie di non aggressione.

Finora la Casa Bianca ha evitato di entrare nei dettagli dell’intesa, limitandosi a indicare come obiettivi prioritari la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un percorso negoziale più ampio tra Washington e Teheran.

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Mondiali 2026, Lionel Andrés Messi: il Dio del calcio non smette mai di incantare

Messi apre il suo sesto Mondiale con una tripletta e trascina l’Argentina al 3-0 sull’Algeria. A Kansas City aggancia Klose a quota 16 gol nella storia del torneo, festeggia la partita numero 200 con la Seleccion e poi si commuove: “Ho passato dei giorni difficili”.

Tripletta all’Algeria, 200 presenze con l’Argentina e aggancio a Klose a quota 16 gol nei mondiali

Lionel Andrés Messi. Non serve dire molto altro, basta nominarlo. Eppure chi ama il calcio non smette mai di stupirsi davanti a lui. Al sesto Mondiale, dopo aver portato un popolo intero alla gloria quattro anni fa, ricomincia così: come nessuno pensava, come nessuno immaginava, come quasi nessuno credeva fosse ancora possibile. Quasi 39 anni, la “vacanza in MLS” secondo qualcuno, e invece la Pulce ha ricordato a tutti che certi limiti umani, nel calcio, possono ancora sfiorare qualcosa di divino. Lionel Andrés Messi è una storia eterna. Una storia che vorremmo non finisse mai.

Messi ha scelto il modo più suo per ricordare al mondo che il calcio non ha ancora finito di passare dai suoi piedi. Alla prima partita del suo sesto Mondiale, a quasi 39 anni, ha segnato tre gol all’Algeria e ha lanciato l’Argentina campione in carica con un 3-0 netto a Kansas City. È stata una serata da archivio storico. Messi ha raggiunto Miroslav Klose a quota 16 gol nella classifica dei migliori marcatori di sempre ai Mondiali, ha firmato la sua prima tripletta nel torneo e ha trasformato la presenza numero 200 con l’Albiceleste in un’altra pagina della sua leggenda.

Il primo gol è arrivato al 17’, dopo un movimento da regista e finalizzatore insieme. Messi si è abbassato, ha indicato la strada e poi ha sfruttato il pallone verticale di Rodrigo De Paul. Nella giocata ha pesato anche l’incertezza di Luca Zidane, portiere dell’Algeria e figlio di Zinedine Zidane, presente in tribuna. Poi è iniziato lo show. Nella ripresa, dopo una respinta non pulita di Luca Zidane su un tiro di Mac Allister, la Pulce ha chiuso il conto da pochi passi. Al 76’ ha completato la tripletta con un tiro angolato. L’Argentina ha preso i primi tre punti del gruppo J e ha mandato subito un messaggio alle rivali.

Messi è diventato il primo giocatore nella storia dei Mondiali ad aver giocato almeno un minuto in sei edizioni: 2006, 2010, 2014, 2018, 2022 e 2026. Con la partita contro l’Algeria è salito a 27 presenze mondiali, rafforzando il primato già conquistato dopo aver superato Lothar Matthäus. Con la tripletta ha raggiunto quota 120 gol con l’Argentina. A 38 anni e 357 giorni, ha superato Roger Milla ed è diventato il giocatore più anziano di sempre a segnare più di un gol nella stessa partita di un Mondiale. Vent’anni dopo il suo primo gol iridato, il 16 giugno 2006 contro la Serbia, ha riscritto ancora la classifica.

Dopo il primo gol, Messi ha pianto. Nel post partita ha spiegato il motivo: “La verità è che, per una questione che con lo sport non c’entra niente, ho passato dei giorni difficili, complicati. Però voglio ringraziare tutta la delegazione, tutti i miei compagni perché mi sono stati sempre accanto, dandomi molta forza per farmi stare bene”.

Dentro quel pianto c’era tutto Leo. C’erano la pressione dell’ultimo grande ballo, il peso emotivo di un Mondiale giocato da campione in carica e la consapevolezza di essere ancora, vent’anni dopo, il centro tecnico e sentimentale dell’Argentina. Messi ha parlato anche del rapporto con il gruppo e del modo in cui sta vivendo questa fase della carriera: “Tutto quello che sto vivendo ora è fantastico. Ho avuto la fortuna di realizzare tutti i miei sogni e l’ho fatto a livello di gruppo, che mi ha portato a un livello più alto di quello che avrei potuto ottenere a livello individuale. Mi godo un gruppo fantastico che mi fa sentire bene, mi diverto ancora sul campo come ho sempre amato fare. Onestamente, tutto quello che ho vissuto è molto più di quanto avrei mai potuto immaginare da bambino. A me piace competere, dare il massimo: se potrò continuare a farlo e starò bene, continuerò a farlo. Il calcio mi piace, è la passione che ho da quando sono bambino e quando mi sento bene do il massimo. In questi giorni stiamo guardando la serie su Rafa Nadal e mi identifico molto in lui: credo che in questo siamo simili”. Sul record di Klose, però, resta fedele al suo modo di stare nella storia. Messi ha detto: “È un onore stare lì per quello che significa. Però per me sono statistiche: in quella classifica ci sono anche Ronaldo e Mbappé, che di goal nella sua prima partita ne ha segnati due. Sono statistiche per me, ovviamente è un lusso poter competere con loro ma sono solo statistiche. Ronaldo per me è stato il più grande goleador e non è primo. È una statistica”.

Il duello a distanza con Kylian Mbappé è già partito. Il francese ha segnato due gol contro il Senegal, Messi ha risposto con tre all’Algeria. Il Mondiale è appena iniziato, ma il richiamo al Qatar è inevitabile: l’Argentina difende il titolo, la Francia resta una delle rivali più attese e la sfida tra generazioni è già entrata nel racconto del torneo.

Anche Lionel Scaloni si è arreso all’evidenza: “Leo è inspiegabile per quello che fa. Ma lo fa da 20 anni”. Una frase semplice, quasi disarmata, per descrivere un giocatore che continua a sembrare fuori scala anche quando tutto dovrebbe suggerire il contrario.

La partita dell’Argentina non è stata perfetta in ogni momento. Dopo il vantaggio, la squadra ha gestito, ha concesso qualcosa e ha lasciato spazio a qualche iniziativa dell’Algeria. Chaibi ha provato a scuotere la nazionale africana, ma i suoi tiri non hanno davvero messo in crisi Dibu Martinez, recuperato dall’infortunio al dito. Scaloni ha mosso la squadra nella ripresa. Montiel ha lasciato il posto a Molina, Almada a Nico Gonzalez, Lautaro Martinez a Julian Alvarez. La struttura è rimasta quella di un’Argentina solida, capace di aspettare il momento giusto per colpire. E quando il momento è arrivato, Messi ha fatto quello che fa da una vita. C’è stato anche un episodio che avrebbe potuto cambiare la partita. Al 31’, dopo il primo gol, Messi è intervenuto duro da dietro su Aissa Mandi. Un fallo rischioso, con il piede tra polpaccio e tendine d’Achille del difensore algerino. L’arbitro non ha estratto nemmeno il giallo. Il pericolo è passato e la serata della Pulce è proseguita verso il record.

Il pubblico ha seguito tutto come se fosse un concerto. Sugli spalti di Kansas City c’erano circa 69mila spettatori, con una presenza argentina molto forte. In Missouri si parlava di circa 20mila tifosi arrivati per vedere ancora una volta il loro capitano, il giocatore che dopo Diego Armando Maradona è riuscito a ridare all’Argentina un’altra forma di culto calcistico. Ora l’Argentina guarda alle prossime partite del gruppo J. Dopo l’esordio con l’Algeria, la Seleccion affronterà l’Austria lunedì 22 giugno alle 19, poi la Giordania nella notte tra sabato 27 e domenica 28 giugno alle 4.

L’Argentina, si gode il suo capitano. Il calcio si gode il suo Dio. Il pallone si gode il suo migliore amico.

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Citroen cambia tono: con Omar Sy nasce la campagna “Sytroën”

Citroën sceglie Omar Sy come Special Advisor e lancia la campagna globale Sytroën su tutta la gamma del marchio.

Citroën sceglie Omar Sy per rilanciare la propria immagine globale e rafforzare il legame con un pubblico più ampio, in una fase in cui il mercato auto europeo chiede ai marchi generalisti non solo nuovi modelli, ma anche un’identità più riconoscibile. La novità non è soltanto la presenza dell’attore francese nella comunicazione del brand: Citroën lo presenta come Special Advisor, evitando la formula più tradizionale dell’ambassador e puntando su una collaborazione costruita attorno a linguaggio, accessibilità e relazione con le persone.

L’operazione ha un significato che va oltre la campagna pubblicitaria. Per un marchio storico, oggi inserito nell’ecosistema Stellantis, la capacità di distinguersi nel mercato diventa un fattore industriale e commerciale. In un settore dominato da elettrificazione, prezzi sotto pressione, concorrenza cinese e trasformazione digitale, la comunicazione non può più limitarsi a raccontare il prodotto. Deve contribuire a chiarire il posizionamento del brand, soprattutto per una casa come Citroën, che da sempre rivendica un ruolo legato alla mobilità accessibile, al comfort e a soluzioni fuori dagli schemi.

La scelta di Omar Sy risponde a questa esigenza. Attore popolare, riconoscibile a livello internazionale e percepito come figura vicina al grande pubblico, Sy porta con sé un profilo diverso rispetto al testimonial classico. La sua carriera, iniziata tra radio e televisione e poi cresciuta con il cinema, ha trovato una consacrazione internazionale con Quasi amici – Intouchables, film che gli è valso il Premio César come miglior attore. Da lì sono arrivati ruoli in produzioni globali come X-Men – Giorni di un futuro passatoJurassic World e soprattutto la serie Netflix Lupin, che ne ha consolidato la notorietà fuori dai confini francesi.

Citroën prova così a usare un volto globale per rafforzare un messaggio molto locale nella sua origine: l’idea di un’auto meno distante, meno elitaria, più quotidiana. È un territorio coerente con la storia del marchio, ma anche con le sfide attuali del mercato. I costruttori generalisti devono convincere clienti sempre più attenti al prezzo, alla semplicità d’uso e al valore percepito, mentre l’auto elettrica e i nuovi servizi di mobilità ridisegnano abitudini e aspettative. In questo quadro, la riconoscibilità del brand può pesare quanto una novità tecnica.

Il gesto più evidente della campagna è la trasformazione temporanea del nome Citroën in “Sytroën”, un gioco linguistico costruito sul cognome dell’attore. È una scelta insolita per un costruttore automobilistico, perché interviene direttamente su uno degli elementi più delicati dell’identità di marca: il nome. Proprio per questo segnala la volontà di alleggerire il tono, rendere la comunicazione più immediata e portare Citroën dentro un linguaggio meno istituzionale. Non è un cambio di identità, ma un modo per attirare attenzione su una fase nuova della comunicazione del brand.

La campagna sarà globale e coinvolgerà l’intera gamma Citroën, elemento che ne aumenta il peso strategico. Non si tratta quindi di un’operazione limitata a un singolo modello, ma di un progetto pensato per parlare dell’intero marchio. In un mercato frammentato, dove citycar, crossover, elettriche e modelli familiari competono su bisogni diversi, un messaggio trasversale può aiutare a tenere insieme prodotto, immagine e percezione del valore.

Il CEO di Citroën, Xavier Chardon, ha spiegato che l’obiettivo era andare oltre il ruolo tradizionale dell’ambassador, valorizzando la capacità di Omar Sy di entrare in connessione con il pubblico. È una lettura utile perché chiarisce il senso dell’operazione: non solo associare un volto noto al marchio, ma usare quella presenza per rafforzare un’idea di accessibilità e autenticità. Anche Olivier François, Global Chief Marketing Officer di Stellantis, insiste sul concetto di affinità tra Citroën e Sy, richiamando la capacità di parlare a tutti senza perdere individualità.

La regia della campagna è affidata a Hugo Gélin, con produzione di Soldats a Parigi. Anche questo dettaglio conferma la volontà di costruire un progetto con un respiro narrativo e non soltanto commerciale. Per Citroën, il racconto del marchio diventa parte della competizione: serve a sostenere la gamma, a differenziarsi dagli altri brand del gruppo Stellantis e a recuperare attenzione in un mercato dove la fedeltà alla marca è meno scontata rispetto al passato.

Dal punto di vista industriale, il valore dell’operazione si misurerà nella sua capacità di tradursi in maggiore visibilità per i modelli e in una percezione più forte del marchio. La comunicazione, da sola, non risolve i nodi del mercato: prezzi, elettrificazione, disponibilità prodotto e redditività restano centrali. Ma può aiutare un brand generalista a ricostruire un rapporto emotivo con il pubblico, soprattutto quando il consumatore fatica a distinguere tra offerte tecniche sempre più simili.

Con Sytroën, Citroën sceglie quindi una strada coerente con la propria tradizione: non puntare sull’esclusività, ma sulla vicinanza. L’operazione con Omar Sy non cambia la strategia industriale del marchio, ma ne aggiorna il linguaggio. E in una fase in cui l’automotive cerca nuovi modi per parlare ai clienti, anche il tono può diventare una leva competitiva.

Scheda

Marchio: Citroën
Gruppo: Stellantis
Protagonista della campagna: Omar Sy
Ruolo: Special Advisor
Nome della campagna: Sytroën
Ambito: campagna globale su tutta la gamma Citroën
Regia: Hugo Gélin
Produzione: Soldats, Parigi
Obiettivo: rafforzare identità, accessibilità e vicinanza del brand
Figure aziendali citate: Xavier Chardon e Olivier François

Citroen cambia tono: con Omar Sy nasce la campagna “Sytroën”
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ANBI, sospesa l’irrigazione nel delta del Po: l’ingressione marina supera le barriere antisale

ANBI, Giornata Mondiale contro desertificazione e siccità: sospesa l’irrigazione nel delta del Po per l’ingressione marina che supera le barriere antisale

Da un paio di giorni, al rilevamento di Pontelagoscuro nel Ferrarese, la portata del fiume Po è inferiore alla soglia critica di 450 metri cubi al secondo, oltre la quale anche le barriere antisale perdono efficacia nel contenimento del cuneo salino. Conseguentemente il Consorzio di bonifica Delta del Po comunica di dover limitare o sospendere parzialmente le derivazioni irrigue e le prese d’acqua nei tratti più esposti al fenomeno lungo i rami del Grande Fiume nel proprio comprensorio. L’intrusione marina, infatti, ha già raggiunto distanze significative nell’entroterra, superando i limiti di tollerabilità per l’uso irriguo, giacchè l’impiego di acque con elevati livelli di salinità comporta un alto rischio di contaminazione dei suoli e danni irreversibili alle colture.

Sta accadendo quanto da tempo paventato a causa del diverso manifestarsi degli eventi atmosferici, dell’insufficiente manto nevoso in quota e dell’anticipato caldo estivo con le correlate necessità colturali“, commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI). “Il timore è che quanto si sta registrando in Polesine sia prologo ad una situazione d’emergenza idrica, interessante l’importante areale dell’agroalimentare nell’Italia Settentrionale, già colpito dalla grande siccità del 2022; da allora tale fenomeno è costato annualmente 4 miliardi di euro all’economia del sistema Paese.”

La differenza rispetto a quattro anni fa è la finora buona condizione idrica dei grandi laghi, che stanno però rapidamente scendendo sotto il livello medio“, aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI. “Questo conferma, però, la determinante importanza di dare concretezza al Piano Nazionale Invasi Multifunzionali, da noi proposto con Coldiretti per aumentare la capacità di trattenere acqua sul territorio, aumentando la resilienza delle comunità. L’insufficiente numero di bacini ha quest’anno lasciato scorrere una grande quantità d’acqua, che ora rimpiangiamo”.

In una lettera alle Organizzazioni Professionali Agricole, il Consorzio di bonifica Delta del Po chiede di sensibilizzare le aziende associate, affinché adottino tutte le misure di emergenza possibili, tra cui: modificare i turni irrigui, adattandoli alle limitazioni dovute dalla contingente situazione; privilegiare, ove possibile, metodi di irrigazione localizzata e ad alta efficienza; monitorare costantemente la disponibilità d’acqua nelle prese più vicine. Il personale tecnico ed operativo dell’ente consortile sta monitorando l’evoluzione del fenomeno. ANBI, unitamente all’hub europeo Radarmeteo/Hypermeteo, presenterà in conferenza stampa, lunedì 22 Giugno prossimo nella propria sede a Roma, i dati del consolidamento di nuovi scenari climatici sull’Italia.

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Brembo punta sull’India: nuova joint venture per ABS moto

Brembo firma una joint venture con Ningbo SAFE per produrre ABS moto in India, il più grande mercato mondiale delle due ruote.

Brembo rafforza la propria presenza nel più grande mercato mondiale delle due ruote con una joint venture dedicata alla produzione locale di sistemi ABS per motociclette. L’accordo con la cinese Ningbo SAFE Brakes Systems porterà alla nascita di BRSF Active Safety Solutions, nuova società controllata al 60% dal gruppo italiano e focalizzata sull’assemblaggio e sulla fornitura di ABS per il mercato motociclistico indiano. È una mossa industriale rilevante perché intercetta una domanda in crescita di sicurezza attiva in un Paese dove circolano fino a 25 milioni di veicoli a due ruote e dove l’evoluzione normativa e tecnologica sta spingendo i costruttori verso soluzioni frenanti più avanzate.

La scelta dell’India non è casuale. Il mercato locale delle due ruote è il più grande al mondo per dimensioni e resta uno dei più strategici per l’intera filiera della componentistica. Motocicli e scooter rappresentano una quota essenziale della mobilità quotidiana, con volumi molto elevati e un progressivo aumento dell’attenzione verso sicurezza, qualità e affidabilità. Per un gruppo come Brembo, già presente nel Paese, rafforzare la produzione locale significa avvicinarsi ai costruttori, ridurre la dipendenza da catene logistiche esterne e posizionarsi in anticipo su una domanda destinata a crescere.

La nuova società opererà a Chakan, nell’area di Pune, uno dei principali poli industriali indiani per auto e motocicli. L’impianto sarà vicino allo stabilimento Brembo India, un dettaglio che segnala la volontà di costruire una piattaforma produttiva integrata e più efficiente. Il progetto prevede linee di assemblaggio automatizzate e dedicate, pensate per garantire qualità, ripetibilità dei processi e capacità di adattamento ai volumi. In una prima fase saranno impiegate circa 50 persone, con possibilità di crescita progressiva in base all’aumento della produzione e alla localizzazione della catena di fornitura.

L’operazione unisce competenze complementari. Brembo porta esperienza globale nei sistemi frenanti, posizionamento premium e conoscenza del mercato indiano attraverso il marchio BYBRE, già rivolto alle due ruote. Ningbo SAFE Brakes Systems, invece, aggiunge competenze specifiche negli ABS per motocicli, settore in cui è indicata come leader in Cina. L’obiettivo è offrire ai costruttori un partner unico per componenti e soluzioni frenanti avanzate, con una base industriale capace di rispondere alle esigenze locali.

La joint venture produrrà sistemi ABS a singolo canale e ABS a doppio canale, coprendo così fasce diverse del mercato. È un elemento importante in India, dove il settore delle due ruote è molto articolato: accanto ai modelli più accessibili crescono motociclette di cilindrata superiore, scooter evoluti e veicoli destinati a clienti più attenti a tecnologia e prestazioni. La capacità di offrire soluzioni differenziate può aiutare Brembo e il partner cinese a entrare in più segmenti, sostenendo sia i modelli di grande volume sia quelli a maggiore contenuto tecnico.

Dal punto di vista industriale, la scelta di produrre in India risponde a una tendenza ormai consolidata: le grandi aziende della componentistica devono localizzare tecnologie e forniture nei mercati ad alto potenziale. Non basta più esportare componenti finiti; serve costruire presenza produttiva, trasferire competenze, sviluppare fornitori locali e ridurre i costi complessivi. Questo vale ancora di più per un prodotto come l’ABS, che deve combinare sicurezza, affidabilità, controllo elettronico e compatibilità con le piattaforme dei diversi costruttori.

La sicurezza è il vero motore strategico dell’accordo. Nei mercati maturi, l’ABS è ormai una dotazione consolidata; nei Paesi ad altissimi volumi come l’India, la sua diffusione rappresenta invece un passaggio decisivo per alzare gli standard della mobilità su due ruote. Per i produttori locali, adottare sistemi più evoluti significa rispondere a normative più stringenti, migliorare la percezione dei propri modelli e aumentare il valore tecnico dell’offerta. Per i consumatori, il beneficio potenziale è diretto: maggiore controllo in frenata e riduzione del rischio in condizioni critiche.

Le parole di Andrea Paganessi, Chief Operating Officer della Motorcycle GBU di Brembo, chiariscono il senso dell’operazione: sostenere l’evoluzione degli standard di sicurezza per motocicli in India attraverso produzione locale e capacità industriali. Anche Hill Shan, fondatore di Ningbo SAFE Brakes Systems, insiste sul tema dell’operatività localizzata, indicando nella qualità e nell’affidabilità i cardini della nuova piattaforma produttiva. Sono dichiarazioni utili perché spostano l’accordo dal piano finanziario a quello industriale: l’obiettivo non è solo entrare in un mercato grande, ma costruire un presidio produttivo stabile.

Per Brembo, la joint venture può rafforzare il ruolo del marchio BYBRE nella fornitura ai costruttori di motociclette. Il gruppo italiano non guarda soltanto alla fascia alta, ma a un mercato dove la crescita dei volumi passa anche da soluzioni tecnologiche scalabili e adatte a modelli più accessibili. In prospettiva, la nuova società potrà introdurre prodotti più avanzati se il mercato e le norme lo richiederanno, mantenendo una struttura industriale flessibile.

L’accordo resta soggetto alle consuete approvazioni delle autorità competenti, ma indica già una direzione precisa. L’India è destinata a diventare sempre più centrale nelle strategie globali della componentistica per due ruote. Con questa operazione, Brembo rafforza il proprio posizionamento in un mercato ad alto volume e costruisce una base per accompagnare la crescita della sicurezza attiva nei motocicli. È un investimento industriale che lega produzione, tecnologia e filiera locale, in un settore dove la competitività si misurerà sempre più sulla capacità di rendere accessibili soluzioni avanzate a milioni di utenti.

Scheda

Aziende coinvolte: Brembo e Ningbo SAFE Brakes Systems
Nuova società: BRSF Active Safety Solutions
Tipo di operazione: joint venture
Quota Brembo: 60%
Mercato di riferimento: motociclette in India
Prodotto: sistemi ABS per motocicli
Soluzioni previste: ABS a singolo canale e doppio canale
Sede produttiva: Chakan, Pune, India
Occupazione iniziale: circa 50 persone
Obiettivo industriale: assemblaggio locale e fornitura ai costruttori
Marchio coinvolto: BYBRE
Mercato indiano due ruote: fino a 25 milioni di veicoli
Stato dell’operazione: soggetta ad approvazioni delle autorità competenti

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I centri commerciali sono le nuove piazze della socialità romana

A Roma i centri commerciali non sono più soltanto luoghi dove si va a comprare qualcosa: sono diventati spazi dove si va a stare. È un cambiamento silenzioso, quasi sotterraneo, ma evidente a chiunque osservi con attenzione i flussi, i ritmi, le nuove abitudini dei romani. La città eterna, con i suoi quartieri che si allungano e si sfilacciano, ha trovato nei mall una sorta di rifugio urbano, un luogo dove il tempo scorre in modo diverso, più controllato, più morbido, più prevedibile.

Passeggiando dentro Porta di Roma, ad esempio, si percepisce subito che la logica del “vado, compro, torno a casa” è ormai superata. Le persone non attraversano gli spazi: li abitano. Si fermano nelle piazze interne, si siedono ai tavolini, lavorano con il portatile, aspettano i figli che escono dal cinema, partecipano a un evento, guardano un’esibizione improvvisata. È come se il centro commerciale avesse assorbito una parte della vita pubblica che altrove fatica a trovare un contenitore adeguato.

Il fenomeno è ancora più evidente al Romaest, dove la presenza di palestre, centri medici, coworking e servizi alla persona ha trasformato il mall in un micro‑quartiere coperto. Qui non si viene solo per acquistare, ma per fare una visita, allenarsi, studiare, incontrare qualcuno.

Un ecosistema che si autoalimenta

È un ecosistema che si autoalimenta: più servizi ci sono, più tempo si trascorre; più tempo si trascorre, più il centro commerciale diventa un punto di riferimento quotidiano. E così, senza proclami, i mall romani hanno iniziato a somigliare “terzi luoghi”, quei luoghi informali e sociali che non sono né la casa (il primo posto) né il luogo di lavoro (il secondo posto). Sono quindi spazi dove le persone si riuniscono per socializzare, condividere idee e creare legami sociali significativi

Il cibo, poi, è diventato il vero collante di questa nuova identità. Le food court non sono più aree di passaggio, ma piazze gastronomiche dove si sperimenta, si assaggia, si socializza. Al Maximo, ad esempio, la ristorazione è ormai il cuore pulsante: cucine aperte, format internazionali, street food curato, eventi culinari che attirano pubblico anche quando i negozi sono meno affollati. Il cibo trattiene, racconta, crea atmosfera. È un linguaggio universale che trasforma il centro commerciale in un luogo di esperienza, non di semplice consumo.

Il ruolo di piattaforme digitali

Ma la vera rivoluzione, quella meno visibile, è tecnologica. I centri commerciali romani stanno diventando piattaforme digitali: app, programmi fedeltà, mappe interattive, sistemi di analisi dei flussi. Il click & collect, il servizio che permette ai clienti di acquistare prodotti online e ritirarli presso un punto vendita fisico è solo la punta dell’iceberg .Dietro c’è un lavoro di integrazione tra fisico e digitale che rende il mall un ambiente intelligente, capace di conoscere i propri visitatori, anticiparne i movimenti, personalizzare offerte e percorsi. È un modo nuovo di intendere lo spazio commerciale: non più un contenitore, ma un organismo che apprende.

E poi c’è la dimensione emotiva, forse la più sorprendente. In una città dove spesso gli spazi pubblici sono trascurati, dove la manutenzione è incerta e la sicurezza percepita è fragile, i centri commerciali offrono un senso di protezione. Famiglie con bambini, adolescenti che cercano un luogo dove stare insieme, anziani che vogliono camminare al coperto: tutti trovano nei mall un ambiente ordinato, pulito, prevedibile. È un paradosso tutto romano: per vivere la città, molti scelgono un luogo che città non è, ma che ne riproduce alcune funzioni in forma più controllata.

Nuove infrastrutture sociali

Questa nuova vita dei centri commerciali non è un ritorno agli anni d’oro del retail, ma un’evoluzione. I mall romani stanno diventando infrastrutture sociali, culturali, relazionali. Luoghi dove si intrecciano bisogni diversi: consumo, tempo libero, cura, lavoro, socialità. E mentre Roma fatica a reinventare i propri spazi pubblici, i centri commerciali lo fanno al suo posto, con una rapidità che sorprende.

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Sorelle scomparse, il falso allarme e la presunta complicità della madre. La pista del “luogo segreto”

Sono passati ormai dieci giorni dalla scomparsa di Alisya e Sarah, le due sorelline di 16 e 12 anni che hanno fatto perdere le proprie tracce. Sparite nella notte tra sabato e domenica dalla comunità in cui vivevano all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo. Gli inquirenti non escludono nessuna pista ma col passare del tempo, dopo aver scandagliato anche tutta la zona senza aver trovato segni del passaggio delle ragazze, la pista più accreditata è diventata quella della fuga volontaria. Il fidanzato di Alycia si è fatto sfuggire qualcosa parlando con gli inquirenti. Si tratta di un ragazzo 18enne egiziano che fino a pochi mesi fa era stato ospite della struttura di accoglienza di Civitella-Alfedena.

Il ragazzo è stato ascoltato nuovamente dai carabinieri nella stazione di Villetta Barrea. Il giovane, secondo quanto si è appreso, sostiene che le due si troverebbero in “un luogo segretoinsieme ad un loro parente. Nella loro cameretta, infatti, sarebbero stati trovati biglietti in codice e dagli armadi sarebbero spariti anche vestiti, trucchi ed effetti personali delle ragazze. Elementi che farebbero pensare alla fuga volontaria, ma con l’aiuto di qualcuno. Visto che le ragazze si sono allontanate in piena notte da una struttura immersa nel verde e abitata da orsi e lupi. Elemento che aveva sottolineato lo stesso fidanzato di Alisya: “Avevano paura, non si sarebbero mai allontanate da sole“. Ora si cerca di risalire a questo presunto parente, le ragazze potrebbero addirittura non trovarsi neanche più in Abruzzo, le ricerche si stanno allargando anche al Molise. Il sospetto è che ci sia la madre dietro a questa fuga organizzata. Lei infatti aveva scritto alle figlie che “avrebbe fatto di tutto per riprendersele”.

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Triste primato: Roma butta via 700 milioni di euro di cibo all’anno, mentre 250mila persone faticano a mettere insieme un pasto

Nella Capitale finiscono nella spazzatura circa 260mila tonnellate di alimenti ogni anno. Uno spreco enorme, valutato attorno ai 700 milioni di euro, che contrasta con la condizione di oltre 250mila persone alle prese con difficoltà alimentari. Il dibattito torna al centro dell’attenzione tra recupero delle eccedenze, educazione al consumo e nuove strategie contro gli sprechi.

Il paradosso della Capitale: cibo nei rifiuti e famiglie in difficoltà

Roma si trova davanti a una contraddizione difficile da ignorare. Da una parte tonnellate di alimenti ancora consumabili che ogni giorno finiscono nei cassonetti; dall’altra migliaia di persone costrette a fare i conti con una spesa sempre più cara e con pasti tutt’altro che garantiti.

Le stime parlano di circa 260mila tonnellate di cibo gettate ogni anno nella Capitale. Tradotto in termini economici significa oltre 700 milioni di euro che si trasformano in rifiuti anziché in valore. Un dato che assume un peso ancora maggiore se confrontato con la situazione di circa 250mila cittadini che vivono condizioni di insicurezza alimentare.

Uno spreco che nasce soprattutto nelle abitazioni

A sorprendere è soprattutto l’origine del fenomeno. La quota più consistente non arriva da supermercati o ristoranti, ma direttamente dalle case dei romani. Acquisti impulsivi, offerte che spingono a comprare più del necessario, cattiva conservazione degli alimenti e confusione tra data di scadenza e termine minimo di conservazione contribuiscono a riempire i sacchi dell’umido. Pane, frutta, verdura, latticini e avanzi dei pasti sono tra i prodotti che più frequentemente finiscono nella pattumiera. Una perdita che pesa non soltanto sull’ambiente ma anche sui bilanci familiari, già messi sotto pressione dall’aumento del costo della vita.

Recuperare le eccedenze per trasformare il problema in risorsa

Il tema è tornato al centro del confronto promosso da CNA Roma e Slow Food Roma, che hanno rilanciato la necessità di rafforzare il recupero delle eccedenze alimentari a dieci anni dall’introduzione della Legge Gadda.

L’obiettivo è rendere più semplice e veloce la donazione degli alimenti invenduti da parte di ristoranti, mense, mercati, aziende agroalimentari e grande distribuzione. Una rete più efficiente potrebbe infatti trasformare migliaia di pasti destinati ai rifiuti in un sostegno concreto per chi si trova in difficoltà.

Sfida economica, sociale e ambientale

Il problema non riguarda soltanto Roma. In tutta l’Unione Europea lo spreco alimentare genera costi superiori ai 130 miliardi di euro l’anno. Tuttavia nella Capitale il fenomeno assume una dimensione particolare, considerando la presenza di milioni di turisti, una vastissima rete di ristorazione e una domanda crescente di assistenza sociale.

La sfida è chiara: ridurre gli sprechi e aumentare il recupero. Per riuscirci serviranno meno burocrazia, più educazione alimentare e una collaborazione stabile tra istituzioni, imprese e terzo settore. Perché il vero paradosso romano è tutto racchiuso in una domanda semplice: come può una città che butta ogni giorno centinaia di tonnellate di cibo accettare che migliaia di persone non abbiano un pasto sicuro?

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Il 20 Giugno i monumenti si illuminano con il colore dell’energia

M’illumino D’Arancio

Torna a Roma l’appuntamento organizzato da FSHD Italia APS insieme alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e al Gruppo FSHD dell’Associazione Italiana di Miologia, in occasione della Giornata Mondiale della FSHD. Molti edifici simbolici si illumineranno di arancione, colore identitario che richiama luce, speranza ed energia, come, nella Capitale, il Colosseo, Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.

Il Convegno Nazionale e la presenza del Prof. Enzo Ricci, Direttore scientifico di FSHD Italia e responsabile del Centro FSHD del Policlinico Gemelli di Roma

All’UNA Hotels Decò — Sala Campidoglio (140 posti)-Via Giovanni Amendola – 57 Roma, adiacente alla Stazione Termini, Il programma è costruito con sessioni dedicate alla rigenerazione muscolare, con la partecipazione di alcuni dei massimi esperti mondiali, al benessere psicofisico dei pazienti, ai trial clinici in corso e all’accesso dei pazienti alle future terapie: temi di particolare rilevanza in questa fase, in cui i farmaci in fase di ricerca e sviluppo per la FSHD sono molto numerosi e la prospettiva di terapie approvate si fa sempre più concreta. Nel corso dell’appuntamento, il Prof. Enzo Ricci, Direttore scientifico di FSHD Italia e responsabile del Centro FSHD del Policlinico Gemelli di Roma, presenterà il PDTA FSHD sviluppato dalla Regione Lazio come modello di riferimento per le altre regioni italiane. Le istituzioni saranno presenti con i saluti della Presidente dell’Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, e con la moderazione della sessione istituzionale da parte della Sen. Prof.ssa Paola Binetti, neuropsichiatra e voce autorevole sui diritti delle persone con disabilità.  Il convegno è aperto a pazienti, caregiver, medici, ricercatori e istituzioni, con partecipazione gratuita, in presenza o in streaming sul canale youtube .

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Iran, Trump fa le cose in grande: il set di un film di James Bond per la firma dell’accordo. Tutto sul resort Burgenstock di Lucerna

Anche questa volta Trump ha scelto di esagerare. La location individuata dal presidente degli Stati Uniti per le storiche firme che sigleranno ufficialmente la tregua con l’Iran, in attesa del documento ufficiale e conclusivo sulla questione uranio rimandato a 60 giorni, è un luogo magico. Si tratta addirittura di un posto che è stato usato da James Bond come set di un film del più famoso 007 del mondo. Il trattato di tregua verrà infatti firmato venerdì nel resort di Burgenstock. Affacciato sulle acque del Lago dei Quattro Cantoni e arroccato a quasi 900 metri di quota, è da sempre sinonimo di massima riservatezza, essendo raggiungibile quasi esclusivamente in battello, funicolare ed elicottero.

LEGGI ANCHE: Guerra in Iran, l’aiutino di Musk a Trump. Così gli Usa hanno individuato i bersagli (grazie a Grok)

Lo ha indicato a Keystone-Ats il Dipartimento federale degli Affari esteri svizzero. Prevista la presenza del vice presidente americano Jd Vance e del capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Il complesso alberghiero aveva già ospitato nel 2024 un vertice sull’Ucraina, alla presenza del presidente Volodymyr Zelensky e dell’allora vicepresidente americana Kamala Harris. Nato nel 1873 con l’apertura del Grand Hotel, è oggi il più grande resort integrato della Svizzera: comprende hotel a cinque stelle, residenze private, due spa di lusso, campi da golf e l’iconico Hammetschwand Lift, l’ascensore panoramico all’aperto più alto d’Europa.

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ASI compie 60 anni: un francobollo per il Made in Italy delle auto 

Al MIMIT celebrati i 60 anni dell’ASI con un francobollo d’autore: il motorismo storico si conferma risorsa strategica per l’economia italiana.

La recente celebrazione dei sessant’anni dell’Automotoclub Storico Italiano (ASI) presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) non rappresenta soltanto un traguardo associativo, ma sancisce formalmente il ruolo centrale del motorismo storico quale pilastro economico e industriale della nazione. L’emissione di un francobollo commemorativo dedicato a questa ricorrenza, inserito nella prestigiosa serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”, certifica come il comparto dei veicoli d’epoca non sia una semplice celebrazione nostalgica del passato, bensì una filiera produttiva ad altissimo valore aggiunto, capace di generare un impatto economico rilevante e di posizionarsi come un formidabile ambasciatore del saper fare italiano nel mondo.

Il palcoscenico scelto per la presentazione, il prestigioso Salone degli Arazzi a Palazzo Piacentini a Roma, sottolinea l’interconnessione strutturale tra le istituzioni di governo e gli attori di un mercato automotive d’epoca che in Italia vanta numeri straordinari. Alla presenza di figure chiave della politica filatelica e industriale, tra cui il Sottosegretario di Stato Fausta Bergamotto e i vertici di ASI, Poste Italiane e dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è emerso con chiarezza un messaggio fondamentale: la tutela della memoria meccanica è a tutti gli effetti una strategia industriale. I veicoli storici non sono oggetti statici da museo, ma beni mobili che alimentano un ecosistema economico complesso, fatto di alta artigianalità, turismo specializzato e innovazione tecnologica applicata al restauro conservativo.

La vera forza del settore risiede nella sua articolata filiera produttiva. Intorno al restauro e alla manutenzione delle auto e moto d’epoca orbita una galassia di micro e piccole imprese — battilastra, rettificatori, tappezzieri storici, specialisti della componente meccanica introvabile — che custodiscono competenze tecniche altrimenti destinate a scomparire. Questa sapienza artigianale costituisce un vantaggio competitivo globale per l’Italia, attirando collezionisti da ogni parte del mondo che scelgono le officine italiane per ridare vita a capolavori dell’ingegneria. L’indotto economico non si ferma alla manifattura: il motorismo storico è un motore eccezionale per il turismo di fascia alta. Eventi, raduni e rievocazioni storiche di rilevanza internazionale si traducono in migliaia di pernottamenti, valorizzazione dei territori e consumi che ossigenano le economie locali, dimostrando come la passione motoristica si trasformi in ricchezza tangibile per l’intero sistema Paese.

Da un punto di vista dell’analisi del prodotto e dell’innovazione visiva, la scelta dell’opera grafica del francobollo appare tutt’altro che casuale e racchiude una profonda valenza concettuale. Il design si rifà esplicitamente al Futurismo, il movimento artistico d’avanguardia del primo Novecento che per eccellenza ha glorificato la macchina, la velocità e la spinta verso la modernità. Questo richiamo stilistico lancia un ponte ideale tra le origini della motorizzazione e le sfide future. L’estetica futurista, caratterizzata da tratti dinamici e linee di forza, non celebra lo status quo, ma trasmette l’immagine di un motorismo storico proiettato al futuro. È la dimostrazione di come i valori estetici e ingegneristici del passato possano continuare a ispirare i designer e gli ingegneri dell’automotive contemporaneo, fornendo risposte creative e identitarie in un’epoca di profonda transizione tecnologica verso l’elettrico e la digitalizzazione.

In uno scenario competitivo globale dove la standardizzazione del prodotto automobilistico rischia di penalizzare le identità storiche dei brand, il patrimonio storico diventa la chiave di volta per difendere l’esclusività del Made in Italy. L’evoluzione della locomozione negli ultimi 150 anni ha visto l’Italia come protagonista assoluta, definendo gli standard dell’eleganza, della meccanica e del design automobilistico. Preservare questo primato significa mantenere l’autorevolezza culturale necessaria a sostenere le strategie commerciali dei grandi marchi odierni. La collaborazione tra lo Stato, rappresentato dal MIMIT e dalla Zecca, e l’ASI dimostra che la sinergia pubblico-privato è l’unica strada percorribile per proteggere questo patrimonio da speculazioni estere, garantendo che il valore generato rimanga radicato nel territorio nazionale a beneficio della collettività e delle future generazioni di professionisti del settore.

A coronamento di questa visione, le parole di Alberto Scuro, Presidente dell’ASI, offrono una sintesi perfetta del valore immateriale e materiale del comparto, definendo il francobollo commemorativo come una vera e propria “capsula del tempo in miniatura”. Questo oggetto non è semplicemente un’attestazione postale, ma si configura come un custode della memoria e un ambasciatore culturale. Per i collezionisti e gli operatori del settore, ogni veicolo certificato e ogni documento storico conservato rappresentano un frammento di storia collettiva che trasforma la mobilità quotidiana in un veicolo di cultura, identità e valori da trasmettere al resto del mondo, consolidando il brand Italia sul palcoscenico globale.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: Ronaldo e Inghilterra in campo. Orari e dove vederle in tv e streaming

Il 17 giugno per i Mondiali 2026 scendono in campo Portogallo-RD Congo e Inghilterra-Croazia, le due partite più attese della giornata per il pubblico italiano. DAZN trasmette tutte le gare del torneo, mentre Rai1 manda in chiaro la Nazionale dei tre leoni alle 22 con streaming su RaiPlay.

Mondiali 2026, le partite di oggi: orari e dove vederle in tv e streaming

Oggi 17 giugno i Mondiali 2026 chiudono la prima turnazione della fase a gironi con partite distribuite tra Stati Uniti e Canada.

Portogallo-RD Congo si gioca alle 19 italiane allo Houston Stadium,. La partita sarà visibile su DAZN, che trasmette tutte le 104 gare dei Mondiali 2026.

Alle 22 tocca a Inghilterra-Croazia, all’AT&T Stadium di Arlington, vicino Dallas. Potrete seguire la partita in chiaro su Rai1, con streaming gratuito su RaiPlay. La partita sarà disponibile anche su DAZN.

Ronaldo contro il Congo, Kane contro Modric

Portogallo-RD Congo è la partita del ritorno mondiale degli africani e la sesta partecipazione alla Coppa del Mondo per Cristiano Ronaldo. Tuttosport ricorda che la RD Congo mancava dal Mondiale dal 1974, mentre il Portogallo riparte da una rosa piena di talento, oltre a CR7 ci sono infatti anche Bruno Fernandes, Leao, Trincao e Joao Felix tra le opzioni offensive.

Le quote danno nettamente avanti il Portogallo. SportyTrader segnala il successo portoghese intorno a 1,28-1,30, il pareggio tra 5,00 e 5,50 e la vittoria della RD Congo tra 9,75 e 11,00.

Inghilterra-Croazia ha un profumo diverso. È una sfida da fase a eliminazione già dentro il girone. Gli inglesi ritrovano la squadra che li eliminò nella semifinale mondiale del 2018, mentre la Croazia resta legata al carisma di Luka Modric e alla sua capacità di addormentare o accendere una gara in pochi passaggi.

Sul mercato quote, Lottomatica propone Inghilterra vincente a 1,73, pareggio a 3,65 e Croazia a 5,00. SportyTrader indica una probabilità del 52,81% per la vittoria inglese e una quota di 1,75 su Sportbet.

Quote variabili, da verificare prima dell’eventuale giocata. Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica.

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Meteo, caldo infernale in arrivo: picchi fino a 39°. Ecco dove non si respirerà

Meteo fine settimana: l’Anticiclone Africano Cerberus porterà un’ondata di calore “mitologica” con un aumento anche di 9° rispetto alla media del periodo

Un’imponente massa d’aria subtropicale, in risalita dall’Algeria, è pronta ad espandersi verso nord arrivando incredibilmente a lambire la Danimarca: si tratta dell’Anticiclone Africano “Cerberus” che riprende il nome del mitologico cane a tre teste, custode dei Bollenti Inferi della Divina Commedia. Per l’Italia, questo si tradurrà nell’arrivo di una severa e lunghissima ondata di calore con i termometri che toccheranno i 39°C anche nelle grandi città della Pianura Padana.

Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, conferma che assisteremo ad un drammatico aumento delle temperature nell’arco di soli quattro giorni: le massime passeranno dagli attuali 30-32°C a picchi di 37-39°C, spingendosi fino a 9°C oltre la media del periodo.

A partire da venerdì e ancora di più sabato, tra le città più calde troveremo Bologna e Firenze con 39°C, Roma con 38 e Milano con 36. Dopo una fine di maggio rovente, anche il mese di giugno farà dunque sul serio. Lo zero termico schizzerà in alto fino alla quota eccezionale di 4400 metri e diversi record mensili di calore saranno a serio rischio crollo.

Non aumenteranno solo le massime, ma si registrerà un’impennata preoccupante anche delle temperature minime notturne, soprattutto dopo il weekend: entreremo nel regime delle cosiddette “notti super tropicali”, ovvero nottate in cui il termometro non scende mai al di sotto dei 25°C.

A Milano, ad esempio, si prevedono notti sudate e insonni, con la colonnina di mercurio che potrebbe non scendere mai sotto i 27-28°C! Si tratta di valori tipici dei climi tropicali, che rappresentano una criticità severa per il riposo e un forte stress termico per il nostro organismo.

Il problema principale di questa configurazione atmosferica sarà la persistenza: “Cerberus” avrà un suo primo apice bollente in concomitanza con l’inizio dell’Estate astronomica, ma non si esaurirà il 21 giugno. L’intera terza decade del mese rimarrà sotto il dominio nordafricano, con condizioni via via sempre più afose e opprimenti. Le ultime elaborazioni concedono solo la speranza di un piccolo e temporaneo break temporalesco verso metà della prossima settimana.

Se per i vacanzieri che si troveranno al mare o in montagna si prospetta un periodo eccellente per scappare dalla calura cittadina, per chi resta nei centri urbani l’imperativo è la prudenza. È fondamentale prepararsi e consultare regolarmente il bollettino sulle Ondate di Calore del Ministero della Salute: nei prossimi giorni, purtroppo, il rischio “bollino rosso” sarà molto elevato.

Meteo fine settimana nel dettaglio

  • Mercoledì 17. Al Nord: sole e caldo in aumento, qualche temporale in montagna. Al Centro: temporali di calore sui rilievi, sole e caldo altrove. Al Sud: soleggiato e caldo.
  • Giovedì 18. Al Nord: sole e caldo in aumento, qualche temporale in montagna. Al Centro: soleggiato, qualche temporale in montagna. Al Sud: soleggiato.
  • Venerdì 19. Al Nord: temporali al Nord-Ovest, variabile altrove. Al Centro: soleggiato, caldo a 37°C in Toscana. Al Sud: soleggiato e caldo. 
  • Tendenza: alta pressione subtropicale Cerberus in ulteriore rinforzo con massime fino a 39°C e notti tropicali e super tropicali; forte disagio fisiologico per il caldo e l’umidità.

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Guerra in Iran, l’aiutino di Musk a Trump. Così gli Usa hanno individuato i bersagli (grazie a Grok)

Donald Trump ed Elon Musk ultimamente sono tornati a farsi vedere insieme. Anche il patron di Tesla ed ex ministro dell’amministrazione americana era infatti presente a Pechino al vertice con Xi Jinping, un segnale di disgelo dopo il duro scontro che aveva portato all’allontanamento dalla Casa Bianca. Ora però è emerso un nuovo elemento che potrebbe chiarire il motivo di questo improvviso e repentino ritorno di Musk al fianco di Trump: il sistema Grok. In una memoria, infatti, è stato lo stesso governo statunitense ad ammetterlo. Gli Usa hanno utilizzato appunto Grok, l’intelligenza artificiale di Musk per i loro attacchi in Iran.

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Questo elemento è emerso in seguito a un documento ufficiale presentato a difesa delle turbine a gas di un gigantesco centro dati della società xAI, di proprietà del miliardario, oggetto di una causa ambientale. Il Dipartimento di Giustizia, in una memoria depositata il 15 giugno e consultata dalla France Presse, ha sostenuto che tale causa “minaccia la sicurezza nazionale, economica ed energetica” degli Stati Uniti, perché rischia di interrompere l’alimentazione di infrastrutture di intelligenza artificiale ormai utilizzate dalle forze armate.

Per sostenere questa argomentazione, il ministero ha presentato la testimonianza di Cameron Stanley, responsabile dell’Ia presso il Pentagono. Quest’ultimo ha dichiarato sotto giuramento che uno strumento derivato da Grok, il “Grok Gov Model”, è già impiegato all’interno del Project Maven, il programma militare di identificazione e selezione dei bersagli assistito dall’intelligenza artificiale, inizialmente basato sul modello Claude della società Anthropic. Secondo questa dichiarazione, i processi di Maven “hanno consentito alle forze statunitensi di impiegare oltre 2mila munizioni contro 2mila obiettivi distinti in 96 ore” durante la guerra contro l’Iran.

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Editoria in crisi, ma L’Espresso accelera: web e social spingono il rilancio e fanno crescere i ricavi. Tutti i numeri

Significativo miglioramento dei numeri de L’Espresso Media, la casa editrice che edita l’omonimo settimanale e controllata dall’imprenditore Donato Ammaturo tramite Ludoil Energy. Il bilancio del 2025, infatti, s’è chiuso sì in perdita per 837mila euro, ma il passivo è decisamente calato rispetto a quello di oltre 2,7 milioni del precedente esercizio.

Tutto merito dei ricavi editoriali che anno su anno sono saliti da 4,7 milioni ad oltre 6 milioni, in controtendenza rispetto al settore ma anche rispetto all’ultimo triennio dell’azienda. A ciò vanno sommati i contributi pubblici sotto forma di credito d’imposta e così il valore della produzione è balzato ad oltre 7,4 milioni. Tutto ciò ha portato l’azienda di Ammaturo a registrare per la prima volta un ebitda positivo per 335mila euro, margine che invece l’anno prima aveva avuto un segno negativo per oltre 1,7 milioni.

I risultati del 2025, dice la relazione sulla gestione, sono frutto della nuova strategia aziendale basato sul rilancio del web e dei social media con massicci investimenti sul digitale oltre all’ampliamento del perimetro redazionale, trainato dallo sviluppo de “Le guide dell’Espresso”.

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Auto elettriche, perché il ritardo italiano può costare caro

Motus-E stima fino a 41,5 milioni di barili di petrolio risparmiati al 2035 con la crescita dell’auto elettrica.

L’Italia potrebbe ridurre in modo significativo la propria dipendenza dal petrolio grazie alla crescita della mobilità elettrica. Secondo il nuovo Libro Bianco sulla mobilità elettrica presentato da Motus-E a Roma, al 2035 il Paese potrebbe evitare il consumo annuo di una quantità di greggio compresa tra 34,6 e 41,5 milioni di barili, con un beneficio economico stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro l’anno. È un dato che sposta il tema dell’auto elettrica dal solo terreno ambientale a quello, più strategico, della sicurezza energetica, della competitività industriale e della bilancia commerciale.

La fotografia tracciata dal rapporto arriva in una fase delicata per l’industria automobilistica europea. Le case auto sono chiamate a rispettare obiettivi sempre più stringenti sulle emissioni, mentre fornitori, reti di vendita, operatori dell’energia e consumatori si muovono in un mercato ancora condizionato da incertezze normative, prezzi elevati e una domanda italiana più debole rispetto alla media continentale. Nel primo trimestre del 2026, ricorda Motus-E, la quota di mercato delle auto elettriche in Italia si è fermata all’8%, contro il 20% medio europeo.

Il punto di partenza non è però marginale. In Italia circolano oggi circa 830.000 veicoli elettrici e ibridi plug-in, considerando auto, furgoni e camion, mentre i punti di ricarica pubblici installati superano quota 78.000. Numeri in crescita, ma ancora insufficienti a colmare il divario con i principali mercati europei. Per questo il Libro Bianco costruisce due scenari al 2035, uno più prudente e uno più dinamico, legati soprattutto alla stabilità delle regole, alla disponibilità di incentivi e alla capacità di utilizzare le risorse europee per accompagnare la transizione.

Nello Scenario Conservativo, che ipotizza la continuità dell’attuale quadro legislativo, l’assenza di nuovi incentivi statali per i veicoli leggeri e una parziale attivazione dei fondi PNRR per la ricarica, l’Italia arriverebbe al 2035 con 4,6 milioni di veicoli elettrici e 3,2 milioni di ibridi plug-in. In questo caso la rete pubblica raggiungerebbe quasi 133.000 punti di ricarica, con una prevalenza della corrente alternata, ma con una quota crescente di infrastrutture veloci e ultraveloci. A queste si aggiungerebbero circa 3,3 milioni di punti di ricarica privati, soprattutto domestici.

Lo Scenario Accelerato delinea invece una traiettoria più ambiziosa. Motus-E considera l’introduzione di un incentivo strutturale per cittadini e imprese, un mandato a zero emissioni allo scarico per le flotte aziendali, il rafforzamento dei fondi per l’elettrificazione dei veicoli commerciali e pesanti e nuovi finanziamenti europei per le infrastrutture. In questa ipotesi il parco circolante arriverebbe a 6,8 milioni di veicoli elettrici e 2,4 milioni di plug-in hybrid, mentre i punti di ricarica pubblici supererebbero quota 164.000. La rete privata salirebbe a 3,5 milioni di punti, confermando il ruolo centrale della ricarica domestica.

Per il settore automotive, la differenza tra i due scenari non è solo quantitativa. Una transizione più rapida inciderebbe sulla filiera industriale, dalla componentistica alla produzione di batterie, dall’elettronica di potenza ai servizi digitali collegati alla ricarica. Le case automobilistiche avrebbero un mercato interno più coerente con gli investimenti già avviati in Europa, mentre i fornitori italiani sarebbero chiamati ad accelerare la riconversione tecnologica. Per i consumatori, l’effetto dipenderebbe dalla combinazione tra prezzo d’acquisto, costo dell’energia, diffusione delle colonnine e disponibilità di modelli accessibili.

Un altro passaggio centrale riguarda il sistema elettrico. Secondo il rapporto, l’aumento della domanda di elettricità per la ricarica dei veicoli sarebbe compreso tra 15,2 e 17,6 TWh al 2035, un livello giudicato compatibile con la capacità del sistema nazionale. Il tema, quindi, non è soltanto produrre più energia, ma farlo in modo coerente con lo sviluppo delle rinnovabili, delle reti e dei sistemi di accumulo. In questa prospettiva, l’auto elettrica diventa anche uno strumento per ridurre l’esposizione del Paese alla volatilità dei prezzi petroliferi.

È qui che il messaggio di Motus-E assume una valenza industriale e politica. Il presidente Fabio Pressi collega il tema della mobilità elettrica alla crisi energetica e alle tensioni internazionali, sottolineando come l’elettrificazione dei trasporti possa contribuire a rafforzare la sovranità energetica dell’Italia. Il riferimento ai 14 miliardi di euro di flessibilità concessi dall’Europa per accelerare la transizione energetica indica il nodo più concreto: scegliere se destinare queste risorse a misure frammentate o a un piano capace di incidere su infrastrutture, domanda, filiera e competitività.

La partita resta aperta. L’Italia dispone di una base industriale rilevante, ma rischia di restare in ritardo se il mercato interno non sosterrà la trasformazione tecnologica già in corso nel resto d’Europa. Il Libro Bianco di Motus-E non fotografa soltanto un obiettivo ambientale: mette in evidenza il costo potenziale dell’immobilismo. Meno petrolio importato significa maggiore sicurezza energetica, ma anche una diversa allocazione della spesa nazionale, nuove opportunità per le imprese e una spinta alla modernizzazione del sistema dei trasporti.

Scheda

Fonte: Libro Bianco sulla mobilità elettrica Motus-E
Veicoli elettrici e plug-in oggi in Italia: 830.000
Punti di ricarica pubblici oggi: oltre 78.000
Quota auto elettriche in Italia nel primo trimestre 2026: 8%
Media europea nello stesso periodo: 20%
Scenario Conservativo 2035: 4,6 milioni di elettriche e 3,2 milioni di plug-in
Scenario Accelerato 2035: 6,8 milioni di elettriche e 2,4 milioni di plug-in
Punti di ricarica pubblici al 2035: da 133.000 a oltre 164.000
Punti di ricarica privati al 2035: da 3,3 a 3,5 milioni
Domanda elettrica aggiuntiva stimata: 15,2-17,6 TWh
Petrolio risparmiato al 2035: 34,6-41,5 milioni di barili l’anno
Valore economico stimato: 2,4-2,9 miliardi di euro l’anno
Risorse Ue richiamate da Motus-E: 14 miliardi di euro

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BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium

La nuova BMW X5 sarà proposta con cinque tecnologie: benzina, diesel, plug-in, elettrica e idrogeno dal 2028.

La nuova BMW X5 entra nella fase finale di sviluppo con una scelta che va oltre il semplice rinnovo di modello: la quinta generazione del SAV tedesco sarà la prima BMW di serie proposta con cinque diverse tecnologie di propulsione. È una mossa industriale importante perché trasforma uno dei modelli più redditizi e riconoscibili del marchio in una piattaforma globale capace di coprire benzina, diesel, mild hybridplug-in hybrid, elettrico a batteria e, dal 2028, anche idrogeno. In un mercato premium ancora diviso tra elettrificazione, domanda tradizionale e nuove normative, BMW sceglie una strategia flessibile invece di puntare su una sola soluzione tecnica.

La nuova X5 sta completando gli ultimi test di calibrazione nei dintorni dello stabilimento BMW Group di Spartanburg, negli Stati Uniti, sito produttivo centrale per la gamma Suv del costruttore bavarese. Non è un dettaglio secondario: la X5 è un modello globale, rilevante per Nord America, Europa, Cina e mercati ad alto potere d’acquisto. Per BMW, aggiornarla significa intervenire su un pilastro commerciale che contribuisce a volumi, margini e immagine tecnologica del marchio.

La novità più significativa è l’arrivo della prima BMW iX5 completamente elettrica. Il modello adotterà la sesta generazione della tecnologia BMW eDrive, con architettura a 800 Volt, nuove celle cilindriche e una batteria ad alta tensione che, secondo i dati comunicati, avrà una capacità utilizzabile di 144 kWh negli Stati Uniti e 141 kWh nell’Unione europea. Si tratta della batteria più grande mai installata finora su una BMW elettrica di serie. La iX5 60 xDrive potrà contare su due motori elettrici, uno per asse, con trazione integrale elettrica BMW xDrive e una potenza di 578 CV.

Il messaggio per il mercato è chiaro: BMW vuole entrare nel segmento dei grandi Suv elettrici premium con un prodotto ad alta autonomia potenziale, prestazioni elevate e tecnologia derivata dalla Neue Klasse. La scelta di portare la Gen6 eDrive su un modello come X5 consente al marchio di trasferire innovazione su una carrozzeria ad alta domanda commerciale, senza confinare la transizione elettrica a modelli di nicchia o a berline di rappresentanza.

Ancora più strategica, anche se con orizzonte più lungo, è la BMW iX5 Hydrogen. Il suo arrivo è previsto nel 2028 e segnerà il debutto della prima BMW alimentata a idrogeno prodotta in serie. Il sistema utilizzerà celle a combustibile di terza generazione, una batteria ad alta tensione e il nuovo sistema Hydrogen Flat Storage, composto da sette serbatoi ad alta pressione in materiale composito rinforzato con fibra di carbonio. L’aspetto industrialmente più interessante è l’integrazione: BMW sottolinea che i modelli a celle a combustibile potranno essere costruiti sulla stessa linea produttiva delle altre versioni.

Questa scelta riduce il rischio industriale dell’idrogeno, tecnologia ancora condizionata dalla disponibilità di infrastrutture di rifornimento e da costi elevati. BMW non la presenta come alternativa immediata all’elettrico a batteria, ma come una possibile soluzione per clienti e mercati nei quali tempi di rifornimento, lunghe percorrenze e uso intensivo possono rendere interessante la cella a combustibile. È una strategia di copertura tecnologica, coerente con l’incertezza che ancora accompagna la transizione energetica globale.

Accanto alle versioni elettriche e a idrogeno resteranno le varianti benzina e diesel con tecnologia mild hybrid a 48 Volt, oltre ai modelli ibridi plug-in. Durante i test finali, i media hanno potuto guidare la BMW X5 40 xDrive da 400 CV, la X5 50e xDrive plug-in hybrid da 490 CV e la iX5 60 xDrive da 578 CV. Il dato conferma che BMW non intende abbandonare rapidamente le motorizzazioni tradizionali nei segmenti globali, ma affiancarle con soluzioni elettrificate in base a domanda, normative e mercati.

La nuova X5 porterà anche una forte evoluzione software. Il sistema Heart of Joy, derivato dalla Neue Klasse, integra il controllo della dinamica di guida BMW Dynamic Performance sviluppato internamente. Questa unità di controllo lavora dieci volte più rapidamente rispetto ai sistemi precedenti e coordina powertrain, freni, sterzo, recupero energetico e ricarica in pochi millisecondi. Per l’industria auto è un passaggio rilevante: la dinamica di guida diventa sempre più una questione di software, capacità di calcolo e integrazione tra componenti.

Sui modelli elettrici e a idrogeno, questa tecnologia punta a rendere più fluide le manovre di arresto e ad aumentare l’efficienza attraverso una gestione più avanzata della frenata rigenerativa. Sulle versioni termiche e plug-in, invece, il sistema lavora insieme alla gestione della dinamica trasversale di decima generazione e alla limitazione dello slittamento ruota near-actuator per sfruttare al meglio la trazione disponibile. Anche il telaio conferma l’impostazione premium: sospensioni adattive di serie, distribuzione dei pesi vicina al 50:50, cerchi fino a 23 pollici e, a richiesta, Adaptive Chassis Control Professional con sospensioni pneumatiche a due assi, Integral Active Steering e stabilizzazione attiva del rollio.

La nuova generazione introdurrà anche sistemi di assistenza alla guida SAE Livello 2 sviluppati a partire dai cluster tecnologici della Neue Klasse. BMW punta su una guida assistita che non escluda il conducente, ma lo mantenga coinvolto. Il sistema BMW Symbiotic Drive va in questa direzione: l’auto assiste, ma chi guida può accelerare, frenare o sterzare senza disattivare immediatamente l’assistenza. È un’impostazione che mira a rendere l’automazione più naturale e meno invasiva, in un momento in cui la fiducia del cliente nei sistemi ADAS è un fattore decisivo.

La X5 diventa quindi un banco di prova per la strategia BMW dei prossimi anni. Non solo un Suv premium aggiornato, ma una piattaforma industriale capace di gestire più tecnologie, più mercati e più scenari normativi. Il successo dipenderà dalla capacità di mantenere redditività e coerenza di gamma senza disperdere investimenti. In un settore che cerca ancora un equilibrio tra elettrico, ibrido e combustibili alternativi, BMW sceglie di non restringere il campo: la nuova X5 nasce per tenere aperte tutte le opzioni.

Scheda

Modello: nuova BMW X5, quinta generazione
Fase: test finali di sviluppo
Produzione: stabilimento BMW Group di Spartanburg, Stati Uniti
Strategia: cinque tecnologie di propulsione su un modello di serie
Versioni previste: benzina, diesel, mild hybrid 48V, plug-in hybrid, elettrica, idrogeno
Prima elettrica: BMW iX5
Tecnologia elettrica: Gen6 BMW eDrive, celle cilindriche, architettura 800V
Batteria iX5: 144 kWh USA, 141 kWh UE utilizzabili
BMW iX5 60 xDrive: 578 CV
Plug-in testata: BMW X5 50e xDrive da 490 CV
Versione benzina testata: BMW X5 40 xDrive da 400 CV
Idrogeno: BMW iX5 Hydrogen prevista nel 2028
Tecnologia dinamica: Heart of Joy e BMW Dynamic Performance
ADAS: sistemi SAE Livello 2 e BMW Symbiotic Drive

BMW X5, cinque motori per la nuova sfida premium
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Garlasco, Taccia: “Nella villetta solo una è la firma del killer”. Donna bionda in bici e i 21 secondi di Sempio

Il delitto di Garlasco è un caso irrisolto ormai da quasi 19 anni. Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi è stata brutalmente uccisa ma su questo efferato omicidio non c’è certezza su nulla. Soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi giudiziari, Alberto Stasi, l’unico condannato in via definitiva a 16 anni è stato scarcerato. Per il fidanzato di Chiara si va verso la revisione del processo, ma servono nuove prove per fare in modo che questo possa avvenire. Ma a distanza di così tanto tempo dal delitto e nonostante le nuove tecnologie che permettono di scoprire dettagli sfuggiti, resta comunque un compito difficile ribaltare il quadro. Gli inquirenti sono convinti che il colpevole dell’omicidio sia Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara. Ma i suoi legali credono, attraverso le perizie presentate in Procura, di poter dimostrare l’innocenza del loro assistito.

Nel mirino della difesa vi sono, oltre ai soliloqui in macchina, l’impronta 33 lasciata sul muro delle scale che conducono alla cantina, ma soprattutto le impronte delle scarpe, quelle 25 orme sparse per la casa e appartenenti a una scarpa Frau numero 42. Angela Taccia ribadisce il concetto in tv a Storie Italiane: “L’unica vera firma dell’assassino“. Secondo la legale di Sempio, sarebbe opportuno chiarire prima la riconducibilità di tali tracce e solo successivamente affrontare eventuali valutazioni sulla personalità dell’indagato. Il riferimento è alla perizia psichiatrica chiesta dalla Procura su Sempio. Anche l’altro legale Cataliotti insiste sulle impronte delle scarpe: “Le impronte delle scarpe lo salveranno” e “non si andrà a processo”. I legali sono certi che il numero di scarpe non sia compatibile con quello di Sempio (che porta un 44) e ha una pianta del piede molto larga, “incompatibile con quelle tracce”.

Ma i pm insistono anche su un altro elemento, per la Procura di Pavia, infatti, Sempio avrebbe mentito anche sulle telefonate fatte a Chiara nei giorni che precedono il delitto. Ci si concentra in particolare, non tanto sulle due chiamate di 2 e 8 secondi del 7 agosto, quanto più su quella telefonata del giorno dopo durata 21 secondi. La terza in due giorni per chiedere ancora notizie di Marco Poggi che era in montagna. I pm però non hanno elementi per dimostrare con certezza cosa si siano detti Andrea e Chiara, visto che quelle registrazioni non ci sono. A complicare le cose, poi, è spuntato anche un nuovo testimone. L’uomo ha rotto il silenzio dopo quasi 19 anni, sostenendo di non aver parlato prima in quanto minacciato. “Mi hanno suonato il campanello di casa dicendomi di farmi i fatti miei, che io di Garlasco non ne devo sapere niente”. Ecco che cosa sostiene di aver visto: “Ero in attesa di un appuntamento di lavoro fissato per le 10, stavo passeggiando e ho visto una donna con i capelli biondi in bicicletta“. Poi aggiunge: “Sono certo al 100%, ho dei flash talmente forti in mente che non me li si può cambiare”. La donna, secondo il testimone si trovava proprio nei pressi della villetta dei Poggi.

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Renault entra nella partita dei droni militari con Thales

Renault Group e Thales uniscono industria automotive e difesa per sviluppare in Francia una filiera sovrana dei droni.

Renault Group entra in un terreno industriale finora lontano dal perimetro tradizionale dell’automotive: quello dei droni militari e dei sistemi per la difesa. La partnership strategica annunciata con Thales punta a sviluppare in Francia una filiera sovrana per il settore dei droni, un ambito diventato centrale negli equilibri geopolitici e nella nuova economia della difesa europea. Per Renault non si tratta di una semplice diversificazione tecnologica, ma di un passaggio che conferma come le competenze dell’industria automobilistica  produzione su larga scala, controllo dei costi, qualità industriale e rapidità di sviluppo  possano trovare applicazione anche fuori dal mercato dell’auto.

Il progetto ruota attorno a TOUTATIS, sistema di munizioni telecomandate a corto raggio sviluppato per scenari di conflitto ad alta intensità. Il programma nasce dalla collaborazione tra un gruppo specializzato in tecnologie avanzate per difesa, aerospazio e sicurezza come Thales e un costruttore automobilistico che porta in dote capacità produttiva, ingegneria industriale e standard maturati nella produzione di massa. È questo l’elemento più rilevante per il settore: l’automotive europeo, stretto tra elettrificazione, concorrenza asiatica e pressione sui margini, guarda sempre più a comparti contigui dove la capacità manifatturiera può diventare un vantaggio competitivo.

La scelta si inserisce in un contesto nel quale i droni sono diventati una tecnologia chiave per le forze armate. I conflitti recenti hanno mostrato quanto i sistemi senza pilota, i sensori, le comunicazioni protette e l’intelligenza artificiale stiano cambiando il modo in cui si progettano mezzi, piattaforme e catene di fornitura. Per la Francia, costruire un settore nazionale dei droni significa ridurre la dipendenza da fornitori esteri e rafforzare la sovranità industriale in un comparto considerato strategico. Per Renault, significa valorizzare processi e competenze interne in un mercato dove tempi di industrializzazione e capacità di produzione possono pesare quanto l’innovazione tecnologica.

Renault sottolinea il contributo dei propri standard automotive al progetto TOUTATIS: progettazione, industrializzazione e produzione su scala più ampia, con tempi ridotti e costi contenuti. È una formula che chiarisce il ruolo del gruppo francese nella partnership. Thales presidia le tecnologie di difesa, le architetture elettroniche, le comunicazioni sicure e l’integrazione dei sistemi; Renault porta invece la cultura industriale dell’auto, cioè la capacità di trasformare un progetto complesso in un prodotto realizzabile in serie, con processi controllati e una filiera organizzata.

Il punto industriale è decisivo. La difesa europea sta entrando in una fase in cui non basta più sviluppare prototipi avanzati: serve produrre rapidamente, con volumi adeguati e costi sostenibili. In questo scenario, il know-how dell’automotive diventa una risorsa. La produzione di veicoli ha abituato i costruttori a gestire fornitori, componenti elettronici, software, qualità, logistica e tempi ciclo. Sono competenze trasferibili in parte anche a programmi militari, soprattutto quando la domanda pubblica richiede capacità di scalare la produzione.

Il sistema TOUTATIS, secondo quanto comunicato dalle aziende, è pensato per essere impiegato da truppe a terra e lanciato da diverse piattaforme, inclusi veicoli, velivoli e mezzi navali. Viene descritto come resistente alle interferenze elettromagnetiche e configurabile in base alla missione, mantenendo il controllo decisionale umano. Al di là delle caratteristiche operative, l’aspetto più significativo è l’adattabilità del sistema a scenari in rapida evoluzione, compresi quelli in cui i droni operano in contesti saturi o complessi.

La partnership ha anche un valore politico-industriale. Il CEO di Renault Group, François Provost, lega l’accordo all’impegno di difesa francese ed europeo, mentre il numero uno di Thales, Patrice Caine, parla di un passaggio coerente con le esigenze di un’economia di guerra. Sono parole che indicano il cambio di fase: la manifattura civile viene chiamata a contribuire alla capacità strategica nazionale, mentre la difesa cerca partner capaci di accelerare la produzione.

L’accordo non riguarda soltanto TOUTATIS. A Eurosatory, Renault Group e Thales hanno presentato anche 4TROOP, un veicolo tattico pensato per le nuove esigenze operative delle forze terrestri. Il mezzo integra droni, sensori, comunicazioni sicure ibride e strumenti di supporto decisionale basati sull’intelligenza artificiale. Anche qui emerge un tema che interessa direttamente il futuro dell’automotive: il veicolo non è più solo una piattaforma meccanica, ma un nodo mobile di dati, connessioni, software e sistemi intelligenti.

Per Renault, questa traiettoria può aprire nuove opportunità industriali, ma anche nuovi interrogativi. L’ingresso in un comparto legato alla difesa può rafforzare il posizionamento tecnologico del gruppo e valorizzare le competenze di ingegneria, ma impone una gestione attenta della reputazione, delle priorità produttive e dei rapporti con le istituzioni. Non sono stati comunicati investimenti, volumi produttivi o ricadute occupazionali, elementi che saranno determinanti per misurare la portata reale dell’accordo.

La partnership con Thales segnala comunque una tendenza più ampia: l’industria automobilistica europea sta cercando nuovi spazi di rilevanza strategica. Dopo anni dominati da elettrificazione, software e transizione energetica, l’automotive può diventare anche una piattaforma di competenze per la sicurezza, la mobilità tattica e la produzione avanzata. In Francia, Renault prova a collocarsi dentro questa nuova geografia industriale, dove la competitività non si misura soltanto sulle auto vendute, ma anche sulla capacità di sostenere filiere tecnologiche considerate essenziali per il Paese.

Scheda

Aziende coinvolte: Renault Group e Thales
Obiettivo: sviluppo di un settore droni sovrano in Francia
Progetto principale: TOUTATIS
Ambito: sistemi di droni e munizioni telecomandate a corto raggio
Ruolo Renault: competenze industriali, produzione, standard automotive
Ruolo Thales: tecnologie avanzate, difesa, comunicazioni e integrazione sistemi
Altro progetto presentato: 4TROOP
Tecnologie citate: droni, sensori, comunicazioni sicure, intelligenza artificiale
Evento: Eurosatory
Dati non comunicati: investimenti, volumi produttivi, ricadute occupazionali

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Tre sere in jazz trasformano una piazza in un grande salotto a cielo aperto: accadrà al Rive Gauche Festival

Roma si prepara a vivere un lungo weekend all’insegna delle note, dell’incontro e della cultura condivisa. Dal 19 al 21 giugno, infatti, Piazza Perin del Vaga, nel quartiere Flaminio, si trasformerà in un elegante palcoscenico all’aperto grazie alla prima edizione del Rive Gauche Jazz Festival, una manifestazione che punta a portare il jazz fuori dai teatri e dentro la vita quotidiana della città.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra La Maison Rive Gauche, Etablino Caffè Due Fontane e la Istituzione Universitaria dei Concerti, con il sostegno di Roma Capitale e del Municipio II. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: fare della musica un’occasione di partecipazione e valorizzazione urbana, coinvolgendo non solo il Flaminio ma anche i quartieri limitrofi come Parioli, Fleming, Vigna Clara, Corso Francia, Balduina e Prati.

Tre sere in jazz trasformano una piazza in un grande salotto a cielo aperto: accadrà al Rive Gauche Festival

Tre concerti per raccontare il jazz di oggi

Ad aprire il festival, venerdì 19 giugno, sarà il Ross Quintet guidato dal chitarrista Rosario Moricca. Una formazione giovane e premiata che mescola composizioni originali, tradizione jazzistica e ricerca contemporanea, rappresentando una delle realtà emergenti più interessanti della scena nazionale. Sabato 20 giugno toccherà all’Antonio Floris Quartet. Il progetto del chitarrista sardo propone un repertorio raffinato, costruito su melodie evocative e suggestioni letterarie. Un percorso artistico maturato negli anni e culminato con la pubblicazione dell’album Errori di Deprogrammazione.

La Festa della Musica parla cubano

Il gran finale coinciderà con la Festa della Musica del 21 giugno. Protagonista sarà il pianista cubano Ernesto Oliva, che porterà a Roma il recital De regreso a la Aldea. Un viaggio tra ritmi popolari, memoria e identità, dove la tradizione musicale cubana incontra il jazz e la musica colta in una narrazione intensa e coinvolgente.

“Porta una sedia”: l’invito che fa la differenza

Tra gli aspetti più originali dell’evento c’è l’iniziativa “Porta una sedia”. Oltre ai posti predisposti dagli organizzatori, i residenti saranno invitati a portare da casa una sedia per contribuire simbolicamente alla costruzione di uno spazio comune. Un gesto semplice che trasforma il pubblico da spettatore a protagonista.

In un’estate romana ricca di grandi eventi, il Rive Gauche Jazz Festival sceglie così una strada diversa: meno effetti speciali e più relazioni umane. Tre serate gratuite in cui una piazza diventa un salotto, la musica un linguaggio universale e il quartiere una comunità che si ritrova sotto le stelle.

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Noleggio auto, la nuova IPT rischia di frenare il mercato

ANIASA chiede al Governo di rinviare le nuove norme IPT: rischio burocrazia, contenziosi e freno agli investimenti.

La nuova disciplina sull’Imposta Provinciale di Trascrizione rischia di aprire un fronte di incertezza per il settore del noleggio veicoli, proprio mentre la mobilità italiana avrebbe bisogno di investimenti, rinnovo del parco e regole più semplici. È il punto sollevato da ANIASA, l’associazione di Confindustria che rappresenta i servizi di mobilità, in una lettera inviata al Governo per chiedere il rinvio dell’entrata in vigore della norma e l’apertura di un tavolo istituzionale.

La questione riguarda le modifiche introdotte dal DL Fiscale in materia di IPT, un tributo che pesa direttamente sulle immatricolazioni e quindi sulle scelte operative delle società di noleggio. Secondo ANIASA, il nuovo impianto normativo introduce criteri di territorialità poco chiari, con il rischio di generare contenziosi tra operatori e amministrazioni locali. Il problema non è il pagamento dell’imposta, che le aziende continueranno a versare integralmente, ma l’individuazione dell’ente territoriale competente alla riscossione.

Al centro della critica c’è il riferimento alla “gestione ordinaria in via principale” dell’attività. Una formula che, applicata a un settore organizzato su scala nazionale, rischia di diventare difficilmente gestibile. Le società di noleggio operano infatti attraverso sedi amministrative, filiali, aeroporti, stazioni ferroviarie, reti territoriali e piattaforme logistiche distribuite in più aree del Paese. Stabilire quale provincia abbia diritto a incassare l’imposta può diventare complesso, soprattutto per flotte che circolano e vengono utilizzate in territori diversi da quelli di immatricolazione o gestione amministrativa.

Il nodo è industriale prima ancora che fiscale. Il noleggio a lungo termine e il rent-a-car sono oggi una parte strutturale del mercato automotive italiano. Le flotte aziendali alimentano una quota rilevante delle immatricolazioni, sostengono il ricambio del parco veicoli e contribuiscono alla diffusione di auto più recenti, efficienti e tecnologicamente aggiornate. Qualsiasi aumento di incertezza regolatoria può rallentare decisioni di acquisto, piani di rinnovo e investimenti in veicoli elettrici, ibridi o a basse emissioni.

ANIASA segnala anche un possibile effetto amministrativo a catena. La norma, così come formulata, potrebbe alimentare controversie non solo tra imprese e amministrazioni, ma anche tra gli stessi enti territoriali. Il rischio è che più amministrazioni rivendichino competenza sullo stesso gettito, senza un meccanismo automatico di compensazione. In un settore basato su volumi elevati, tempi rapidi e gestione centralizzata delle flotte, anche un’incertezza procedurale può tradursi in costi, ritardi e maggiore esposizione legale.

Il tema tocca anche il rapporto tra fiscalità locale e mobilità reale. Secondo l’associazione, le nuove regole non risolverebbero il problema della concentrazione delle immatricolazioni in alcune aree del Paese, ma si limiterebbero a spostarlo da alcune province ad altre. Il risultato potrebbe essere una redistribuzione non necessariamente coerente con i territori nei quali i veicoli circolano davvero, utilizzano infrastrutture pubbliche e contribuiscono alla domanda di mobilità.

Per il mercato, il rischio è che la fiscalità diventi un ulteriore elemento di freno in una fase già complessa. Il settore automotive è alle prese con transizione energetica, calo della domanda privata, prezzi elevati, incertezza sugli incentivi e pressione sui margini. Le società di noleggio rappresentano per le case auto un canale fondamentale, perché consentono di pianificare volumi, introdurre nuovi modelli e accelerare la rotazione dei veicoli. Se il quadro fiscale diventa meno prevedibile, anche la strategia commerciale dei costruttori può risentirne.

Particolare attenzione viene richiamata sul noleggio a breve termine, comparto strettamente collegato al turismo. Ogni anno il rent-a-car genera circa 3,5 milioni di contratti legati a finalità turistiche, contribuendo agli spostamenti dei visitatori e alla raggiungibilità delle destinazioni. In un Paese come l’Italia, dove il turismo è una componente centrale dell’economia, eventuali complicazioni amministrative sul comparto possono avere effetti che vanno oltre l’automotive, toccando aeroporti, città d’arte, località costiere e territori meno serviti dal trasporto pubblico.

La richiesta di ANIASA al Governo è quindi duplice: rinviare l’entrata in vigore della disciplina e avviare un confronto istituzionale per individuare un sistema più stabile. L’associazione sostiene da oltre dieci anni una soluzione alternativa: la centralizzazione della riscossione dei tributi dovuti dalle società di noleggio, con successiva redistribuzione tra Regioni e Province sulla base di criteri oggettivi. Un modello che, secondo ANIASA, avrebbe il vantaggio di ridurre il contenzioso e garantire maggiore equilibrio tra territori.

Il confronto con altri Paesi europei è uno degli argomenti richiamati dall’associazione. In Francia e Germania esistono sistemi di compensazione interterritoriale pensati per evitare distorsioni e conflitti tra amministrazioni locali. Per l’Italia, l’adozione di un meccanismo simile potrebbe rappresentare una soluzione più coerente con l’evoluzione del mercato della mobilità, sempre meno legato a confini amministrativi rigidi e sempre più organizzato attraverso piattaforme nazionali.

La partita, dunque, non riguarda soltanto l’IPT. Riguarda la capacità del Paese di costruire regole compatibili con un settore che sta cambiando rapidamente. La mobilità a noleggio è ormai parte della filiera automotive, del turismo, della mobilità aziendale e della transizione ecologica. Per questo, secondo ANIASA, una norma percepita come incerta rischia di produrre l’effetto opposto rispetto alla semplificazione: più burocrazia, più contenziosi e minore capacità di investimento.

Scheda

Tema: nuove norme su IPT per il settore noleggio veicoli
Associazione: ANIASA, aderente a Confindustria
Destinatari della lettera: Presidenza del Consiglio e ministeri competenti
Norma contestata: modifiche del DL Fiscale sull’Imposta Provinciale di Trascrizione
Criticità principale: incertezza sul criterio della “gestione ordinaria in via principale”
Rischi indicati: burocrazia, contenziosi, incertezza amministrativa fino a cinque anni
Settori coinvolti: noleggio a lungo termine, rent-a-car, turismo, flotte aziendali
Dato chiave: circa 3,5 milioni di contratti rent-a-car turistici ogni anno
Richiesta: rinvio dell’entrata in vigore e tavolo istituzionale
Proposta ANIASA: riscossione centralizzata e redistribuzione tra enti territoriali

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Epstein su un una cosa non mentiva, le testimonianze di 40 detenuti ribaltano il quadro. Gli abusi al ranch Zorro

Sebbene un gran numero di persone pensi che Jeffrey Epstein non si sia suicidato, è certo che il miliardario accusato di pedofilia era, poche settimane prima di morire, molto depresso, tanto da manifestare “l’intenzione” di togliersi la vita. Lo stato emotivo di Epstein affiora da un’inchiesta approfondita del New York Times, secondo cui emerge “un chiaro atteggiamento verso il suicidio, con l’obiettivo di ‘dire addio’ a modo suo”. I suoi ultimi scritti, spiega il quotidiano statunitense, rivelavano “un deterioramento dello stato mentale“, che strideva con l’ottimista che gli psicologi del carcere si trovavano davanti.

E in un pezzo di carta alludeva alla sua intenzione di togliersi la vita. Il New York Times ha intervistato molte persone che hanno interagito con Epstein durante il suo arresto e la sua detenzione o che hanno partecipato alle indagini sulla sua morte. Sono stati intervistati anche più di 40 detenuti, dipendenti del carcere, avvocati, funzionari federali e agenti delle forze dell’ordine.

La procura del New Mexico ha ordinato a JPMorgan Chase, Google e ad altre venti società, di blindare la documentazione relativa a Jeffrey Epstein e ad alcuni suoi collaboratori. Lo rivela il Wall Street Journal sottolineando che si tratta di un segnale dell’ampliamento dell’indagine penale incentrata sull’ex proprietà del pedofilo, il ranch Zorro. La procura ha imposto alle aziende di conservare i documenti mentre il dipartimento di Giustizia statale procede con le richieste formali di acquisizione prove a seguito della riapertura dell’inchiesta avvenuta all’inizio di quest’anno. Almeno dieci tra donne e ragazze hanno dichiarato di essere state adescate o abusate nel ranch.

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Chi era il cardinale Camillo Ruini, il 95enne storico presidente della Cei e “i valori non negoziabili”

Nella tarda serata di ieri è morto il cardinale Camillo Ruini, storico Presidente della Cei. Aveva 95 anni. Ne ha dato conferma all’AGI il portavoce della diocesi di Roma, padre Giulio Albanese. Camillo Ruini è stato una delle figure più influenti della Chiesa cattolica italiana tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Teologo di formazione e pastore di lungo corso, ha occupato un ruolo centrale nel periodo dello straordinario pontificato di San Giovanni Paolo II, contribuendo in modo decisivo a ridefinire la presenza pubblica dei cattolici nella società italiana. Camillo Ruini nasce a Sassuolo (provincia di Modena) nel 1931. Dopo gli studi nel seminario diocesano, prosegue la formazione teologica a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, dove si laurea in filosofia e teologia. Viene ordinato sacerdote nel 1954 e inizia un intenso percorso accademico e pastorale, che lo porta all’insegnamento di filosofia e teologia nei seminari. Negli anni della maturità ecclesiale entra nel corpo episcopale e viene nominato vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983. Successivamente assume incarichi di crescente rilievo fino alla nomina nel 1986 a segretario della Conferenza Episcopale Italiana di cui assumerà la presidenza nel 1991, incarico che ricoprirà per oltre un decennio, diventando anche vicario generale del Papa per la diocesi di Roma.

La sua affermazione all’interno dell’episcopato avviene già negli anni della maturità pastorale, quando si distingue come giovane vescovo ausiliare a Reggio Emilia. In quella fase emerge per capacità organizzativa e visione ecclesiale, tanto da essere coinvolto nella preparazione del Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Quel passaggio viene spesso ricordato come un momento chiave per il rilancio del protagonismo dei cattolici italiani nel mondo sociale e culturale, in sintonia con l’indirizzo pastorale di Giovanni Paolo II. Negli anni successivi Ruini diventa presidente della Conferenza Episcopale Italiana, assumendo un ruolo che va oltre la dimensione strettamente ecclesiastica. La sua leadership si caratterizza per una forte attenzione alla presenza pubblica della Chiesa, soprattutto sui temi etici e antropologici. In questo contesto elabora e promuove con forza l’idea dei cosiddetti “valori non negoziabili”, riferiti in particolare alla difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa. Parallelamente, il suo rapporto con la politica italiana si sviluppa in modo complesso. Pur non identificandosi con la tradizione della Democrazia Cristiana, che riteneva ormai conclusa nella sua funzione storica, Ruini sostiene la necessità di una presenza culturale dei cattolici nella vita pubblica, autonoma e non coincidente con un unico partito.

Tuttavia, il suo nome è rimasto spesso associato a una stagione precisa della Chiesa italiana, tanto da essere talvolta richiamato — anche in modo semplificato o riduttivo — come riferimento di posizioni conservatrici. Una lettura che non sempre coglie la complessità del suo percorso, segnato anche da capacità di mediazione e da una forte intelligenza istituzionale. Nel complesso, la parabola di Ruini rappresenta una fase decisiva della storia recente della Chiesa in Italia: un periodo in cui il cattolicesimo ha cercato nuove forme di presenza pubblica dopo la fine dell’unità politica della Democrazia Cristiana e dentro un sistema politico profondamente mutato.

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Mondiali 2026, Messi ne fa tre e l’Argentina vola. Doppietta Haaland nel poker della Norvegia

L’Argentina ha battuto 3-0 l’Algeria ai Mondiali. Protagonista indiscusso della partita è stato Lionel Messi con una tripletta che ha eguagliato il record di gol in Coppa del Mondo finora appartenuto esclusivamente a Miroslav Klose. La Norvegia ha battuto l’Iraq 4-1 ai Mondiali, nella partita del gruppo 1. Protagonista della partita è stato Erling Haaland, che ha realizzato una doppietta decisiva nel primo tempo, annullando il pareggio realizzato da Hussein. Nel secondo tempo sono arrivati una rete di Leo Ostigard e un autogol di Hussein a sigillare la partita in favore della Norvegia.

L’attaccante iraniano Mehdi Torabi ha ottenuto un visto per gli Stati Uniti che gli permetterà di giocare ai Mondiali. Torabi, in panchina nella partita d’esordio finita con un pareggio contro la Nuova Zelanda, aveva ottenuto un solo permesso d’ingresso negli Usa. “Grazie agli sforzi della Federazione calcistica e del coordinamento con la Fifa, è stato rilasciato oggi un nuovo visto per ingressi multipli”, ha dichiarato un dirigente della squadra.

Torabi “non avrà problemi a restare con la nazionale iraniana nelle prossime partite e potrà viaggiare con la squadra”. L’ultima partita del girone dell’Iran sarà contro l’Egitto a Seattle il 26 giugno. La concessione dei visti ai giocatori iraniani ha risentito della guerra tra Stati Uniti e Iran. La squadra di Teheran fa base a Tijuana, in Messico. Le autorità statunitensi hanno negato completamente i visti a oltre una dozzina di membri dello staff, impedendo loro di raggiungere i campi di calcio.

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Addio a Monsignor Ruini, eccolo alla Messa di intronizzazione di Papa Leone nel 2025

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio a Monsignor Ruini, ecco Papa Leone che lo saluta dopo Messa intronizzazione nel 2025

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Addio a Monsignor Ruini, eccolo al funerale di Papa Francesco nel 2025

(Agenzia Vista) Vaticano, 16 giugno 2026
Si è spento a Roma il Cardinale Camillo Ruini all’età di 95 anni. Ha ricoperto il ruolo di vicario del pontefice per la diocesi di Roma e di arciprete della Basilica papale di San Giovanni in Laterano dal 1991 al 2008 ed è stato presidente della Conferenza episcopale italiana. L’anno scorso, 94enne, ha partecipato ai funerali di Papa Francesco e poi alla Messa di intronizzazione di Papa Leone XIV seduto in sedia a rotelle in Piazza San Pietro.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Meloni e Modi scherzano tra i leader del G7: Siamo la coppia più famosa del mondo

(Agenzia Vista) Francia, 16 giugno 2026
La foto di gruppo dei leader del G7 di Evian, in Francia. Tra gli altri, sorridono in posa Trump, Meloni e Macron. Oltre ai Paesi leader del G7, ci sono i rappresentanti delle Nazioni ospiti del summit, come il brasiliano Lula e l’indiano Modi. Quest’ultimo è stato protagonist, insieme alla premier Meloni, di un simpatico siparietto. Alla richiesta di qualcuno dei leader ospiti, Meloni ha detto ridendo: “Sì, è vero, siamo famosi di Instagram”, riferendosi al trend #melodi che fece il giro del mondo durante la sua visita in India.
Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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