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Polemiche sulla nuova pubblicità di iPhone. Ma a uscirne vincitrice è sempre Apple

di Marco Marangio

Il marketing non va mai in vacanza. Soprattutto a Milano e soprattutto quando si tratta di Apple. La vicenda è ormai nota a tutti: la Casa del “melafonino” è uscita in comunicazione con un maxi-cartellone in via Melchiorre Gioia. Il claim della campagna è uno dei suoi più noti: “Relax, it’s iPhone” che in italiano è da sempre stato tradotto con “Tutto ok, è un iPhone”.

Fin qui non ci sarebbero stati problemi. Eppure il punto critico della campagna non è tanto nel claim, quanto piuttosto nella sua controparte visual: un bambino tiene in mano un iPhone, visivamente sporco perché “vissuto” proprio tra le mani di un “infante”.

È proprio in questo contesto che si è sviluppata tutta la vicenda di critica e di contestazione. A muoversi, prima fra tutte, è stata Marina Terragni, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Milano. Terragni ha dapprima accolto le segnalazioni dei cittadini e poi si è mobilitata in via ufficiale segnalando lo spot alle autorità competenti, come Agcom.

Il resto si sa. La prima percezione sociale che si è avuta, si è soffermata sul suo aspetto più evidente: la nocività del “baby sitting elettronico”. Mettere un bambino di due anni dinanzi ad uno schermo vuol dire normalizzare un processo, di per sé, discutibile e controverso. Come controversa è stata la scusa ufficiale di Apple, il cui intento non era comunicare una forma di baby sitting elettronico, quanto piuttosto evidenziare una delle caratteristiche fondamentali del marchio: la robustezza del dispositivo.

Qui risiede uno dei punti fallaci della comunicazione di Apple. Veicolare un messaggio è uno dei punti più importanti e delicati di una campagna marketing di questo tipo. Soprattutto quando la campagna è legata in modo indissolubile alla sua controparte visuale, oltre che al suo claim.

La pubblicità non viene interpretata soltanto sulla base degli intenti dell’azienda, ma anche attraverso il contesto sociale e culturale nel quale viene esposta. Questo perché una pubblicità di tale livello non è solo una semplice pubblicità: è una pubblicità che entra nella società.

Nonostante tutto e al netto delle polemiche, anche eccessive, che sono state mosse, chi ne esce ugualmente vincitrice è sempre Apple. Grazie alle discussioni nate attorno alla vicenda, la campagna è passata dalla sua dimensione fisica e cartellonistica ad una dimensione social, divenendo virale. Insomma, “nel bene e nel male, purché se ne parli” per dirla alla Wilde. Per tutto il resto, potremmo parafrasare lo stesso claim Apple, affermando che è “tutto ok: è marketing!”.

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Litiga con i genitori e dà fuoco alla casa, poi fugge: 28enne fermato a Genova

Un uomo di 28 anni è stato fermato durante la notte dai carabinieri di Genova per il reato di strage, poi derubricato a incendio doloso. L’indiziato, originario di Torino, nel pomeriggio del 16 agosto aveva appiccato il fuoco all’appartamento dei genitori a Pino Torinese dopo una lite e poi era fuggito.

L’incendio aveva raggiunto anche l’appartamento al piano di sotto, dove era presente una coppia di anziani che è stata trasportata in ospedale per una lieve intossicazione. I vigili del fuoco avevano raggiunto l’abitazione e l’avevano dichiarata inagibile a causa dei danni provocati, costringendo i genitori del 28enne a trasferirsi in un’altra casa.

L’uomo ha poi interrotto la sua fuga in piazzale Kennedy, a Genova, luogo da cui ha chiamato i carabinieri: i militari del capoluogo ligure sono intervenuti in seguito alle ricerche diramate dai colleghi di Torino, identificandolo e fermandolo. Il 28enne è stato poi trasferito nel carcere di Marassi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Secondo una prima ricostruzione, la lite è scaturita dopo il rifiuto da parte dei genitori di dare al figlio dei soldi per comprare droga, ma adesso i carabinieri della compagnia di Chieri dovranno accertare la dinamica esatta dei fatti.

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“La notte è il momento peggiore. Siamo svegliati continuamente dalle scosse”. Il racconto da Flores dopo il terremoto che ha devastato l’Indonesia

Il boato, il grido della terra e poi quella scossa interminabile: questo è il giorno da dimenticare a Flores, isola dell’Indonesia. Il terremoto di magnitudo 7,7 che ha fatto tremare tutta l’isola noi l’abbiamo vissuto in prima persona, a circa 104 chilometri dall’epicentro. Io sto bene. Sono con il mio compagno nella città di Ruteng e ci trovavamo qui nel momento in cui è arrivata la scossa. Prima abbiamo sentito un rumore fortissimo, subito dopo ha iniziato a tremare tutto. Si sono gonfiate le porte del terrazzo e hanno cominciato a cadere gli oggetti. La sensazione era che tutto si muovesse, con una violenza difficile da descrivere. Eravamo nella stanza di un piccolo hotel con sole 4 stanze e attorno un giardino. Per questo nel giro di pochi secondi siamo riusciti a uscire e a metterci in uno spazio aperto, lontano da qualsiasi cosa potesse caderci addosso. Anche gli altri sei turisti presenti si sono catapultati fuori, alcuni con addosso le coperte per proteggersi. È durato circa un minuto, ma in quei momenti il tempo sembra fermarsi. La struttura principale ha tenuto, ma sono cadute tegole, coperture dei terrazzi e altri materiali. E subito sono arrivate le notizie, insieme a una grande preoccupazione per le vittime, le case dilaniate e il gran numero di sfollati. L’allerta tsunami ha fatto temere, ma poi è rientrata lasciandoci tirare un sospiro di sollievo. Noi abbiamo scelto di rimanere ancora a Ruteng e di non metterci subito in viaggio. Dopo una scossa di questa intensità, infatti, ci preoccupavano anche le possibili frane sulle strade.

Quello che continua ad alimentare l’ansia sono le scosse successive. Secondo l’ente sismologico indonesiano BMKG sono state registrate centinaia di scosse di assestamento, con magnitudo tra 1,3 e 6,2. Di queste, una ventina hanno avuto una magnitudo attorno a 5 e le abbiamo percepite in modo forte. Molte delle scosse che abbiamo avvertito sono state molto vicine a noi, a distanze comprese indicativamente tra i 34 e i 104 chilometri. Sentire continuamente la terra tremare sotto i piedi, dopo aver appena vissuto una scossa di magnitudo 7,7, mantiene inevitabilmente alta la tensione. La paura è soprattutto quella di nuovi terremoti forti e dei possibili crolli di strutture già danneggiate. Anche le notizie di scosse in altre isole dell’Indonesia vicine destano molta ansia. La notte è il momento peggiore. Ci svegliamo continuamente per le forti scosse e spesso dobbiamo correre fuori, all’aperto. Per ogni evenienza abbiamo preparato uno zaino con il necessario e i documenti, che teniamo vicino al cuscino.

La situazione nelle zone più colpite rimane molto difficile. Le operazioni di soccorso continuano e migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Molte dormono ancora all’aperto o in strutture provvisorie per paura di nuovi crolli. Le frane e i blocchi stradali rendono inoltre più complicati i collegamenti con alcuni villaggi e città. Allo stesso tempo, però, quello che stiamo vedendo qui è un popolo straordinariamente accogliente e solidale. Non passa giorno senza che le persone attorno a noi ci invitino a stare da loro o a condividere un pasto in una delle tante comunità di famiglie e amici.

Riceviamo a ogni passo una stretta di mano, un saluto, un abbraccio e un sorriso sincero. La macchina dei soccorsi è operativa anche grazie alla grande reattività degli indonesiani. I viaggiatori che abbiamo conosciuto ci raccontano di scene da film, con persone che spostano a mani nude i massi caduti dalle montagne sulle strade o che creano ponti di fortuna con assi di legno per superare uno dei tanti blocchi. Ci sono pochi turisti in giro. In moltissimi sono corsi a Labuan Bajo per prendere il primo volo disponibile.

Lungo le strade si vedono edifici crollati e tante persone che dormono sotto tendoni allestiti vicino alle risaie. Sono immagini che rendono concreto quello che, visto da lontano, può sembrare soltanto un numero o una notizia. Durante una commemorazione per le vittime abbiamo avuto modo di parlare con l’assistente del Ministro, con il servizio civile e con alcuni giornalisti, anche per capire quali fossero le informazioni più affidabili e, soprattutto, quali fossero i canali ufficiali e più sicuri. Essere qui e vivere un terremoto di questa intensità cambia completamente la percezione di quello che normalmente leggiamo. Non è soltanto un numero, una magnitudo o un dato su una mappa: è il boato che arriva all’improvviso, è vedere le persone correre fuori dalle case e cercare uno spazio sicuro. E poi è la paura che continua anche dopo, ogni volta che arriva una nuova scossa.

Nella foto: i soccorsi sull’isola di Flores

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Da Battocletti a Curtis: le 65 medaglie in 17 giorni di atletica e nuoto, un’Italia femminile e multiculturale

Sara Curtis è nata a Savigliano da madre nigeriana e padre italiano. Nadia Battocletti è nata a Cles da padre italiano e madre marocchina. Sono i due volti dietro le 65 medaglie in diciassette giorni che hanno colorato di azzurro l’estate dello sport europeo. L’Italia ha chiuso gli Europei di atletica di Birmingham al primo posto nel medagliere e quelli degli sport acquatici di Parigi al secondo, dietro alla Gran Bretagna ma davanti a tutti nella classifica per nazioni. Due risultati che confermano una trasformazione maturata negli anni nelle discipline considerate regine dello sport olimpico. Nell’atletica sono arrivati 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi, oltre al primato nella classifica a punti e al record eguagliato di 45 finalisti. Nel nuoto e nelle altre discipline acquatiche il bottino è stato ancora più ampio: 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, per un totale di 43 podi. Il filo che unisce Birmingham e Parigi è la profondità dei movimenti, capaci di mescolare campioni affermati e nuove generazioni.

E questa nuova Italia ha soprattutto il volto delle donne. Delle 58 medaglie conquistate in gare esclusivamente maschili o femminili, 33 sono arrivate dalle azzurre contro le 25 degli uomini, mentre altre sette sono state vinte in competizioni miste. Ancora più netto il dato degli ori: 14 titoli femminili, sette maschili e due misti. Da Nadia Battocletti a Chiara Pellacani, da Simona Quadarella a Ginevra Taddeucci, da Sara Curtis a Larissa Iapichino, passando per Dariya Derkach e Sofia Fiorini, sono soprattutto loro ad aver dato un volto alle due settimane che hanno riportato l’Italia ai vertici europei. Una generazione di campionesse che racconta anche un Paese diverso: più femminile, multiculturale e abituato ormai a competere per vincere nelle discipline regine dello sport.

Non sono state ovviamente loro le uniche protagoniste. Nell’atletica quattro ori sono arrivati dai salti: oltre a Derkach e Iapichino, non si possono dimenticare le imprese di Andy Diaz e Gianmarco Tamberi. Mentre la marcia ha celebrato ancora una volta la grandezza di Massimo Stano accanto alle rivelazione Fiorini. E poi l’oro di Leonardo Fabbri nel peso e il magnifico trionfo nella 4×400 maschile, la gara del miglio vinta proprio davanti ai britannici, beffati così anche nel medagliere complessivo. A Parigi tra i protagonisti assoluti c’è stato anche Nicolò Martinenghi, doppio oro nella rana. E meritano una citazione anche le tre medaglie vinte da Filippo Pelati nel nuoto sincronizzato.

È soprattutto l’atletica però a offrire anche l’immagine di un’Italia nuova e multiculturale: tra i trenta medagliati di Birmingham ci sono atleti di seconda generazione arrivati nel Paese da bambini, come Derkach, Alexandrina Mihai ed Eseosa Desalu, e altri arrivati successivamente, come Zane Weir, Andy Diaz e Sofiia Yaremchuk. Nadia Battocletti ne è uno dei simboli. Accanto a loro avanzano ragazzi come Mohamed Soudassi. Nel nuoto la rivoluzione ha radici diverse ma altrettanto profonde: a Parigi, in una squadra di 48 atleti, convivevano i 33 anni della capitana Silvia Di Pietro e i 15 di Alessandra Mao. Veterani e adolescenti, italiani con storie familiari differenti, campioni consolidati e talenti appena arrivati: dietro quelle 65 medaglie c’è soprattutto questo cambio di dimensione dello sport italiano.

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Napoli, impiantato l’embrione di un’altra coppia: “Qualcuno ha il nostro figlio biologico?”. Quattro famiglie chiedono risposte al San Paolo

Il dubbio è sorto quando i genitori hanno scoperto che il gruppo sanguigno della loro bambina non corrispondeva né a quello della madre né a quello del padre. Gli accertamenti successivi, compreso il test del Dna, hanno confermato i sospetti: la piccola non è biologicamente figlia loro. Dopo lo scambio di embrioni avvenuto al San Raffaele di Milano, un nuovo caso scuote la procreazione medicalmente assistita in Italia. Questa volta il possibile errore di impianto sarebbe avvenuto all’ospedale San Paolo di Napoli: una bambina nata il 3 giugno 2025 dopo un percorso di fecondazione in vitro non è biologicamente figlia della coppia che l’ha avuta. E dopo la prima denuncia, ora sono quattro le coppie che chiedono chiarimenti sulla tracciabilità dei propri embrioni crioconservati all’ospedale napoletano.

“Quando abbiamo scoperto lo scambio di embrioni siamo entrati in un vortice di emozioni, ci siamo chiesti se i nostri erano stati impiantati a un’altra coppia” e “ciò che ci tormenta è l’idea che possa esistere da qualche parte un nostro figlio biologico“. A parlare è il 41enne, protagonista della vicenda insieme alla moglie 36enne. L’anno scorso hanno deciso di sottoporsi alla fecondazione in vitro per avere un secondo figlio, utilizzando uno dei loro cinque embrioni congelati. E a giugno è nata la bimba. “Ci sono stati momenti di disperazione – racconta il 41enne -, notti in cui non riuscivamo a dormire, giorni in cui il pensiero tornava continuamente”.

A luglio 2025 i genitori hanno quindi presentato una denuncia alla Procura di Napoli, che ha aperto un fascicolo tuttora pendente per lesioni colpose. Gli accertamenti sono stati affidati ai Nas che hanno effettuato verifiche nel centro di procreazione medicalmente assistita dell’ospedale di Fuorigrotta. L’ipotesi contenuta nell’esposto è che durante il percorso di fecondazione possa essersi verificato uno scambio di embrioni. Ma il timore dei due genitori non riguarda soltanto quanto accaduto alla bambina che hanno riconosciuto e che oggi stanno crescendo. Dei cinque embrioni che risultavano crioconservati per la coppia, quattro sono quelli di cui oggi chiedono di conoscere la collocazione. “Siamo passati dallo scambio in culla a quello nell’utero”, ha commentato il loro legale, l’avvocato Francesco Petruzzi, secondo cui dovrà essere quantificato anche il possibile danno psicologico subito dai genitori.

Nel frattempo, però, la vicenda si è allargata. Secondo quanto emerso, altre coppie che avevano affidato i propri embrioni al centro di procreazione medicalmente assistita del San Paolo hanno iniziato a chiedere informazioni sulla loro tracciabilità. In totale sono ora quattro le coppie che sollecitano chiarimenti all’ospedale. Per due di loro mancherebbero all’appello rispettivamente due e tre embrioni. Il timore è che alcuni di questi possano essere stati utilizzati nel percorso di pma di altre famiglie. Una delle coppie ha già chiesto un provvedimento al giudice civile, che dovrebbe pronunciarsi a settembre. “Siamo ostaggio dell’azienda ospedaliera in quanto non sappiamo che fine abbia fatto il nostro materiale biologico crioconservato“, hanno denunciato i genitori.

Sulla vicenda della prima coppia è intervenuta anche la Asl Napoli 1, che si considera parte lesa. Secondo l’azienda sanitaria, non c’è stato alcuno scambio di embrioni. Si sarebbe trattato di un errore nella procedura di impianto. Alla 36enne sarebbe stato trasferito l’embrione di un’altra coppia, mentre i loro non sarebbero stati utilizzati. Una ricostruzione che, se confermata, escluderebbe l’ipotesi che possa esistere un loro figlio biologico nato da un’altra gravidanza.

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Morto Alex Fiorio, leggenda del rally e protagonista dei trionfi della Lancia Delta: aveva 61 anni

È morto AlessandroAlexFiorio. L’ex campione del mondo del gruppo N di rally nel 1987 è deceduto a 61 anni dopo un lotta contro il tumore allo stomaco. A darne comunicazione è stato l’Aci: “L’Automobile Club d’Italia ed il suo Presidente Geronimo La Russa esprimono cordoglio per la scomparsa di Alex Fiorio, si stringono con affetto attorno alla sua famiglia e ai suoi cari in segno di lutto”, si legge nella nota.

E ancora: “Alex è tra i personaggi più amati nel mondo dei rally, figura di riferimento per una generazione di appassionati e simbolo dell’automobilismo italiano. Nato a Torino il 10 marzo 1965, Alessandro ”Alex” Fiorio, figlio di Cesare, è stato un pilota di grande talento e protagonista di una brillante carriera. Alex Fiorio si è spento all’età di 61 anni, dopo aver lottato con coraggio contro la malattia comunicata di recente attraverso i suoi profili social“, conclude la nota.

La sua è stata una vita dedicata allo sport iniziata con il titolo di campione italiano di discesa libera e gigante, a 17 anni, con i colori dello Ski Club Cervino dove aveva superato le prove per essere anche maestro di sci. La passione per la velocità lo ha fatto avvicinare al mondo delle quattro ruote e dei rally in particolare. Fiorio ha iniziato la sua carriera di pilota rally nei primi anni ’80 del secolo scorso partecipando al Panda Ice Trophy, poi al Campionato Fiat Uno.

Successivamente è stato uno dei protagonisti degli anni mitici dei trionfi della Lancia Delta, sempre con a fianco, come navigatore, Gigi Pirollo. Proprio al volante di una Delta del Jolly Club si era laureato Campione del Mondo Gruppo N al Rally 1000 Laghi (ora Rally di Finlandia) al termine di un testa a testa con Tommy Makinen, pilota che vinse poi ben quattro titoli mondiali WRC. E in WRC Alex nel 1989 ha conquistato il secondo posto alle spalle di Miki Biasion mentre in carriera è andato a podio ben nove volte con sei secondi posti e tre terzi posti. Lascia papà Cesare e mamma Francesca, il fratello Cristiano con i figli Cesare jr. e Milla, la sorella Giorgia, la moglie Oxana e le figlie Mariapaola e Francesca che lo avevano seguito quando si era trasferito in Puglia alla Masseria Camarda, la nuova residenza di Cesare Fiorio.

Dopo il ritiro dalle competizioni della Lancia e una breve esperienza nei rally con la Ford, nel 2000 è stato team manager del team Honda Benetton Playlife Racing Team nella classe 125 del motomondiale, con i piloti Masao Azuma, Mirko Giansanti e Stefano Bianco, vincendo il titolo costruttori. Dal 2001 al 2004 è stato team manager del BMW Cibiemme Team nel campionato FIA Super Produzione e Turismo con piloti Gianni Morbidelli, Paolo Ruberti, Stefano Gabellini, Salvatore Tavano, Sandro Sardelli e Michele Rugolo in Formula Nissan. A lui si deve la creazione della Fiorio Cup, giunta oramai alla quinta edizione con tre successi del pluri campione italiano Andrea Crugnola, uno di Andrea Mabellini e nell’edizione 2024 di Kalle Rovanpera, campione del Mondo rally nel 2022 e 2023

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Con la fusione tra Sea e Sagat si rischia la finanziarizzazione della gestione aeroportuale

La fusione tra Sea, che gestisce Malpensa e Linate e detiene il 30% di Sacbo, società che gestisce l’aeroporto di Orio al Serio, e Sagat, società di gestione dell’aeroporto di Torino, non è stata ancora sottoposta al vaglio dell’Agcm né a quello del Consiglio comunale di Milano. Il Comune di Torino, invece, non è più azionista di Sagat dal 2023.

L’operazione, tuttavia, presenta già oggi un elemento di forte concentrazione proprietaria: F2i controlla il 100% di Sagat e detiene una partecipazione significativa in Sea, con un ruolo che da tempo le consente di incidere sulla governance della società. Inoltre, attraverso i propri diritti di governance e di nomina, F2i potrebbe avere un peso rilevante nella futura azienda aeroportuale.

La concentrazione della proprietà e del controllo di più aeroporti nella stessa area geografica rappresenta un potenziale rischio per la concorrenza, con possibili effetti negativi sulle compagnie aeree e, di conseguenza, sui passeggeri. Se la fusione si concretizzasse, sarebbe quindi necessario verificarne attentamente l’impatto sia davanti all’Agcm sia, qualora ricorrano i presupposti, davanti alla Commissione europea.

Esiste un precedente significativo nel Regno Unito. Nel caso della Baa, allora controllata dal gruppo spagnolo Ferrovial, le autorità britanniche per la concorrenza imposero la cessione di Gatwick, Stansted ed Edimburgo, ritenendo che la proprietà concentrata dei principali aeroporti londinesi, insieme a Heathrow, Luton e London City, potesse ridurre la concorrenza a danno delle compagnie aeree e dei passeggeri. L’autorità britannica stimò che la proprietà comune dei tre aeroporti comportasse costi aggiuntivi per circa 63 milioni di sterline.

La fusione Sea-Sagat creerebbe un grande polo aeroportuale con circa 940 milioni di euro di fatturato e 47 milioni di passeggeri. Le economie di scala e di scopo annunciate, però, sono tutte da dimostrare. È inoltre evidente la sproporzione tra Milano e Torino: 42,3 milioni di passeggeri contro circa 5 milioni. Una differenza di queste dimensioni rischierebbe di rendere Sagat subordinata a Sea, riducendo progressivamente il ruolo e l’autonomia dello scalo piemontese.

A preoccupare sono anche la scarsa trasparenza del progetto, l’assenza di un confronto preventivo con i territori e con le organizzazioni sindacali e una governance che affida a F2i un peso strategico ancora maggiore.

Il rischio è quello di una finanziarizzazione strisciante della gestione aeroportuale, fino a mettere sotto scacco il ruolo dell’azionista pubblico milanese. Una logica che, peraltro, presenta analogie con quanto sta accadendo in A2A, dove la logica finanziaria sembra prevalere sulle esigenze della transizione ecologica e sulla tutela del costo finale dell’energia per i consumatori.

Prima di qualsiasi fusione servirebbero, dunque, un vero piano industriale pubblico, un’analisi trasparente degli effetti sulla concorrenza e sui territori e garanzie verificabili sugli investimenti, sull’occupazione e sullo sviluppo dei singoli scali. Senza queste condizioni, il rischio è che le promesse rimangano sulla carta e che, più che un progetto di sviluppo industriale, si realizzi un’operazione di natura prevalentemente finanziaria.

Non è infatti dimostrato che la fusione produca vantaggi per la collettività. È invece evidente che potrebbe rafforzare ulteriormente il potere di F2i – Fondi Italiani per le Infrastrutture, uno dei principali operatori italiani nel settore dei fondi infrastrutturali, che controlla o partecipa anche alla gestione degli aeroporti di Napoli, Trieste e Salerno, oltre a essere coinvolta nella nuova holding degli aeroporti sardi.

Il punto, quindi, non è soltanto se la fusione sia finanziariamente conveniente per gli azionisti, ma se produca un beneficio reale per i territori, per i lavoratori, per le compagnie aeree e soprattutto per i passeggeri e non faccia sfuggire il controllo al Comune di Milano già messo in discussione.

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“Abbiamo fatto un’offerta in busta chiusa senza pensarci troppo, non pensavamo sarebbe diventata nostra”: comprano una chiesa del 1800, la ristrutturano e la trasformano in una casa vacanze da 700 mila euro:

Avevano lasciato Londra per cercare una vita più tranquilla nelle Cotswolds. Invece di limitarsi a godersi la pensione, Geoff e Julie Bolam hanno deciso di trasformare una vecchia chiesa di 160 anni in una casa vacanze di lusso. L’edificio, acquistato per 175mila sterline, oggi ne vale circa 700mila. Come riprotato dal Daily Mail, la protagonista della loro nuova vita è la Old Mission Church, nel villaggio di Paxford, nel Gloucestershire. Un edificio costruito nel 1866, nato inizialmente come scuola per bambini e trasformato poco dopo anche in luogo di culto. Nel tempo la frequentazione era diminuita, mentre i costi di manutenzione erano diventati sempre più pesanti, fino alla decisione di mettere la chiesa in vendita nel 2018. La storia dell’edificio e la successiva trasformazione sono documentate anche dal sito ufficiale della proprietà.

L’idea di acquistare proprio quella costruzione nacque quasi per caso. Dopo aver venduto la loro casa a High Wycombe e essersi trasferiti nella zona, Geoff e Julie stavano cercando un piccolo immobile da utilizzare come casa vacanze da affittare ai turisti. Poi un vicino indicò loro la chiesa. Geoff andò a visitarla e vide immediatamente delle possibilità: “Sono andato a dare un’occhiata quel fine settimana. Ho pensato che fosse interessante e che forse avrebbe potuto funzionare. In pratica era in vendita tramite offerte a busta chiusa, così ho fatto alcuni schizzi, ho annotato qualche idea sul retro di una busta e abbiamo presentato la nostra offerta. Poi ci hanno telefonato per dirci che eravamo quelli che avevano offerto di più”. Il prezzo dell’acquisto fu di 175mila sterline. Ma quello che sembrava essere l’inizio di un semplice investimento si trasformò rapidamente in un’impresa molto più complessa.

Dal luogo di culto alla casa vacanze

Il primo problema era burocratico: la chiesa non aveva l’autorizzazione necessaria per essere trasformata in abitazione. Inoltre, pur non essendo formalmente un edificio vincolato, era considerata un bene storico e quindi il progetto doveva rispettare precise esigenze di tutela. Anche il progetto architettonico fu modificato più volte per preservare il carattere originario dell’edificio: “Una delle cose che abbiamo dovuto fare è stata chiedere il cambio di destinazione d’uso, da chiesa ad abitazione. Questo comporta già un certo rischio, perché non sai mai chi potrebbe presentare delle obiezioni. Però penso che la chiesa avesse ormai esaurito tutte le possibilità di continuare a essere utilizzata come luogo di culto e, in realtà, venisse usata molto poco. Vi si tenevano brevi funzioni a Pasqua e a Natale e veniva speso molto denaro per la sua manutenzione”.

La coppia aveva però pensato anche a un’alternativa nel caso in cui il progetto abitativo fosse stato respinto: “Dovevamo anche avere un piano alternativo. Ci siamo chiesti: ‘Beh, se non riusciamo a ottenere il permesso per trasformarla in una casa, cos’altro possiamo fare?’ Così abbiamo dovuto elaborare un piano B: trasformarla in una galleria d’arte o qualcosa del genere'”. Per ottenere il via libera definitivo furono necessari circa due anni di progettazione, autorizzazioni e confronti con il responsabile della tutela.

La camera sospesa nella vecchia chiesa

Uno degli elementi contestati furono i lucernari che Geoff avrebbe voluto inserire per aumentare la luminosità degli ambienti. La loro posizione, però, li avrebbe resi visibili dalla strada e per questo furono respinti. Anche la disposizione interna e la posizione del camino per la stufa a legna dovettero essere riviste. Il primo progetto prevedeva una camera da letto nel presbiterio. Ma per realizzarla sarebbe stata necessaria una grande parete divisoria, una soluzione che secondo il responsabile della conservazione avrebbe compromesso proprio ciò che rendeva speciale l’edificio: la percezione dello spazio originario della chiesa.

A quel punto Geoff si rivolse a un secondo architetto, che propose una soluzione radicalmente diversa. La camera principale sarebbe diventata un pod di vetro sospeso, collocato nella parte alta dell’edificio, mentre sotto avrebbe trovato spazio il soggiorno. La cucina sarebbe stata invece sistemata nell’antica aula scolastica sul retro. Il risultato è stato una casa di due camere da letto che conserva la grande navata e diversi elementi storici, combinandoli con interventi contemporanei. Il progetto finale ha infatti puntato a mantenere aperto il volume principale della chiesa, evitando di dividerlo in tanti piccoli ambienti.

Le sorprese erano nascoste sotto il pavimento

Ottenuto il permesso, Geoff e Julie pensavano di aver superato il momento più difficile. Non era così. Sotto l’aspetto esterno relativamente integro della chiesa si nascondevano problemi strutturali importanti. Uno dei più seri era l’umidità di risalita. Il pavimento originale in legno era stato sostituito anni prima con una superficie in cemento. Il risultato era stato quello di intrappolare l’umidità e spingerla verso le pareti in pietra. Il pavimento dovette quindi essere completamente rimosso fino alla terra. Anche le stuccature a base di cemento e il vecchio intonaco interno furono eliminati e sostituiti con materiali traspiranti a base di calce.

Poi arrivò il turno del tetto. Geoff inizialmente pensava che fosse sufficiente conservare la copertura esistente e costruire un nuovo soffitto. Durante i lavori, però, emerse che il soffitto era parte integrante della struttura del tetto e che rimuoverlo avrebbe provocato la caduta delle tegole. Quando la copertura venne aperta, furono scoperte travi marcite. Il tetto dovette quindi essere parzialmente ricostruito e completamente ricoperto di nuove tegole. La coppia riuscì a salvare quasi tutte quelle originali, ma fu comunque necessario procurarsene altre per rispettare le normative contemporanee.

Un cantiere che diventa un lavoro a tempo pieno

La maggior parte dei lavori fu affidata a un’impresa edile locale. Geoff, tuttavia, decise di occuparsi personalmente di una parte consistente del progetto: circa il 5-10% dei lavori, comprese le decorazioni. Nel fine settimana arrivavano anche amici e vicini a dare una mano. Ma il vero risparmio, secondo Geoff, fu la gestione diretta del cantiere. Un’attività che gli permise di risparmiare circa 20mila sterline, ma che finì per trasformarsi quasi in un secondo lavoro: “Arrivavo lì quando i ragazzi iniziavano, verso le otto del mattino, poi andavo a pranzo, tornavo e rimanevo fino alle quattro. Ero lì tutto il giorno, tutti i giorni, a tenere d’occhio le cose, rispondere alle domande, assicurarmi che i materiali arrivassero quando servivano, procurare le forniture… È un ottimo modo per risparmiare denaro: gestire personalmente il progetto. Però, wow, è praticamente un lavoro a tempo pieno”. La trasformazione complessiva richiese circa tre anni: due dedicati a progettazione e autorizzazioni e poco più di un anno per i lavori veri e propri.

Alla fine, i numeri raccontano bene la portata della scommessa. Ai 175mila sterline necessari per comprare la chiesa si aggiunsero circa 370mila sterline di ristrutturazione, per un investimento complessivo di circa 545mila sterline. Quando i lavori terminarono, nell’ottobre 2021, la proprietà fu valutata circa 700mila sterline.

Una casa vacanze per persone e cani

Oggi la vecchia chiesa è una casa vacanze di lusso con due camere da letto. La proprietà ospita soprattutto visitatori per il fine settimana e soggiorni di una settimana. Dall’apertura delle prenotazioni, nel novembre 2021, ha accolto 750 ospiti attraverso 276 prenotazioni. E non soltanto esseri umani: nella struttura sono arrivati anche 213 cani: “Siamo molto amichevoli con i cani!”.
Le recensioni sono state quasi tutte entusiastiche: la struttura ha ottenuto una lunga serie di valutazioni a cinque stelle, con una sola recensione negativa. A lamentarsi era stato un ospite costretto a parcheggiare dall’altra parte della strada, una circostanza che Geoff ha precisato essere comunque indicata nella descrizione dell’alloggio.

Il prezzo varia in base alla stagione: circa 850 sterline per un weekend in bassa stagione, fino a circa 1.100 sterline in alta stagione. Nel 2025 la proprietà ha inoltre ricevuto un riconoscimento ai Muddy Stilettos Awards, conquistando il premio come Best Boutique Stay in Gloucestershire and Worcestershire.

Ciò che conta

Ma, a quanto pare, il giudizio più importante resta quello degli ospiti: “Di solito la prima cosa che senti quando gli ospiti entrano dalla porta è: “Wow”. E dicono: ‘Oh, è ancora più bella di quanto sembri nelle foto’. Abbiamo salvato un edificio”. Nonostante l’aumento dei costi e le difficoltà incontrate durante il cantiere, per Geoff il valore dell’operazione non si misura soltanto con la differenza tra i 545mila sterline investiti e le 700mila di valutazione finale.

Il vero risultato, per lui, è aver impedito che la vecchia chiesa andasse perduta: “In un certo senso abbiamo salvato un edificio che era in condizioni piuttosto precarie”. La trasformazione ha così restituito una funzione a un edificio che per decenni era stato parte della vita della comunità di Paxford. Il progetto ha conservato la navata, elementi storici e la struttura caratteristica della chiesa, adattandoli a un nuovo utilizzo. E Geoff guarda già molto più lontano del valore immobiliare raggiunto dopo la ristrutturazione: “Pensiamo che ora la chiesa abbia davanti a sé altri 100 anni circa di vita. E di questo siamo piuttosto orgogliosi”.

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Il grido silenzioso di Kabul: il nostro dovere di fronte al dramma delle donne afghane

Afghanistan, cinque anni di oscurantismo talebano: il dovere morale di non abbandonare le donne

A cinque anni dal ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan si è trasformato in un laboratorio di segregazione di genere unico e agghiacciante. Se per la leadership di Kabul il tempo sembra essersi fermato a un’interpretazione oscurantista del passato, per milioni di donne e ragazze afghane la realtà quotidiana è diventata un incubo a occhi aperti. Le notizie descrivono una cancellazione pianificata della figura femminile da ogni spazio pubblico.

È vietato studiare oltre le elementari, esercitare quasi ogni professione, frequentare i parchi, fare sport o accedere alle cure mediche se non si è accompagnate da un uomo. I decreti più recenti impongono abiti volti a nascondere la persona e proibiscono persino di far sentire la propria voce in pubblico. Di fatto, le donne afghane oggi non sono soltanto prigioniere nelle loro case; sono state letteralmente cancellate dal punto di vista internazionale e della dignità umana.

Di fronte a questa deriva autocratica, l’Occidente non può permettersi il lusso dell’indifferenza. La nostra non è solo una scelta di politica estera, ma un profondo dovere morale e, per la radice profonda della nostra civiltà, un preciso imperativo cristiano di solidarietà e di protezione verso i più indifesi. Il Vangelo ci esorta a non restare inerti, a dar voce a chi non può gridare e a difendere la dignità di ogni essere umano quando questa viene calpestata dai moderni tiranni. Voltarsi dall’altra parte in questo momento storico significa rendersi complici di un’ingiustizia epocale.

La risposta a questo immenso dramma umanitario non deve però passare attraverso la forza militare, i cui fallimenti storici sul territorio afghano sono sotto gli occhi di tutti. La comunità internazionale ha invece il dovere di agire con assoluta fermezza utilizzando le armi legittime della diplomazia e delle relazioni commerciali.

È indispensabile che i governi occidentali mantengano una linea di totale chiusura: nessun riconoscimento ufficiale deve essere concesso alle autorità di Kabul senza il previo ripristino dei diritti civili fondamentali e dell’istruzione femminile. Occorre applicare sanzioni commerciali ed economiche mirate, capaci di colpire i flussi di denaro dei leader del regime, congelandole le risorse all’estero e bloccando i canali di finanziamento, senza però soffocare gli aiuti umanitari diretti e i beni di prima necessità destinati a una popolazione civile già stremata dalla povertà e dalla fame.

Gli strumenti diplomatici e le forti leve economiche rappresentano l’unico argine rimasto per forzare l’autocrazia a fare marcia indietro. Isolare politicamente un governo che sfida la legalità globale è un atto di giustizia urgente e dovuto a chi, ancora oggi a Kabul o a Herat rischia la vita gestendo scuole clandestine o intonando un semplice canto di libertà. Non possiamo permettere che il silenzio definitivo cada sulle donne afghane.

Sostenere la loro resistenza invisibile, premendo sui nostri rappresentanti affinché non normalizzino mai i rapporti con gli oppressori, è il primo passo per restituire speranza a un intero popolo. Significa dimostrare concretamente che i nostri valori di libertà non sono soltanto belle parole, ma impegni solenni e concreti di giustizia universale.

*Presidente dei Cristiano Riformisti

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Crosetto smentisce la “pista russa” dietro l’esplosione nella fabbrica di munizioni a Colleferro: “Non risulta a nessuno”

“Non risulta a nessuno che si possa trattare di qualcosa di diverso da un problema interno”. Una smentita secca per sgomberare il campo dalle ipotesi ventilate a quattro giorni dal boato che ha scosso la provincia di Roma: così il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scelto di intervenire sull’esplosione nella fabbrica di munizioni di Colleferro, saltata in aria alla vigilia di Ferragosto, spiegando che non c’è alcuna “pista russa”, possibilità accreditata da La Repubblica in un articolo, nel quale si spiega che gli inquirenti l’hanno presa in considerazione.

Il governo italiano, almeno per il momento, non sembra dare credito a questa possibilità per spiegare quanto avvenuta tra le mura dell’ex Simmel, oggi Knds, azienda in prima linea per il riarmo europeo. Secondo Repubblica, infatti, la procura starebbe verificando possibili collegamenti con un altro sito di munizioni saltato in aria in Bulgaria. L’esecutivo, però, respinge questa lettura: “Non risulta a nessuno che si possa trattare di qualcosa di diverso da un problema interno”, ha dichiarato Crosetto all’Adnkronos.

Le sue parole arrivano proprio nel giorno in cui il leader di Azione, Carlo Calenda, chiede al governo di prendere posizione sulla vicenda: “Il governo dovrà riferire in Parlamento immediatamente alla ripresa. Non possiamo rimanere nell’incertezza su un possibile attacco ibrido russo (le televisioni di Mosca hanno dato ampio risalto a quanto avvenuto) che si configurerebbe come il più grave mai portato a termine sul suolo italiano e uno dei più devastanti a livello europeo”, ha scritto sui social il leader di Azione.

Un allarme che, al momento, l’esecutivo non condivide. Intanto anche il Copasir sta seguendo la situazione: il Comitato è infatti in contatto con le agenzie italiane per gli eventuali aggiornamenti sull’individuazione delle cause. Da parte delle autorità c’è la giusta riservatezza visto che sulla vicenda c’è un’indagine in corso.

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Regno Unito, Politico: “Burnham ha scambiato messaggi con una finta capo staff di Trump”

Andy Burnham ha avuto uno scambio di messaggi con qualcuno che si spacciava per uno dei più stretti collaboratori di Donald Trump. Il nuovo premier britannico, riferisce Politico citando quattro funzionari che hanno accettato di parlare in cambio della garanzia dell’anonimato, ha comunicato con una persona che si spacciava per Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca, prima di insospettirsi e rendersi conto che il contatto era falso, hanno affermato i funzionari.

“Non rilasciamo commenti su questioni di sicurezza nazionale”, ha replicato Downing Street. Una persona informata sulle comunicazioni ha affermato che sono stati scambiati “alcuni messaggi” dopo l’insediamento, ma ha insistito sul fatto che fossero “privi di significato“. Non è chiaro cosa sia stato discusso nello scambio con Burnham, né quando siano stati inviati i messaggi. Burnham è diventato Primo Ministro il 20 luglio, succedendo a Keir Starmer dopo aver vinto le elezioni suppletive di Makerfield il 18 giugno.

L’ambasciata britannica a Washington, hanno rivelato ancora le fonti di Politico, ha comunque sollevato la questione con la Casa Bianca, che si è rifiutata di commentare. Lo scorso anno, l’amministrazione Trump e l’Fbi avevano avviato un’indagine dopo che qualcuno aveva inviato messaggi e fatto telefonate ad alcuni senatori, governatori e dirigenti d’azienda statunitensi dicendo di essere il capo dello staff di del presidente. Wiles – secondo il Wall Street Journal – aveva confidato ai suoi collaboratori che i suoi contatti sul cellulare erano stati hackerati.

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Sospetto caso di virus Zika a Brescia: al via tre giorni di disinfestazione straordinaria

Una possibile infezione da virus Zika è stata segnalata dall’Ats al Comune di Brescia. Dopo la comunicazione sanitaria, Palazzo Loggia ha deciso di attivare una serie di interventi straordinari di disinfestazione nella zona di via Pascoli, con l’obiettivo di ridurre al minimo il rischio di trasmissione attraverso le zanzare. Al momento si tratta di un caso sospetto. Lo Zika è infatti un’infezione virale diffusa soprattutto nelle aree tropicali e subtropicali e viene trasmessa principalmente attraverso la puntura di alcune specie di zanzare.

Tre giorni di trattamenti nella zona di via Pascoli

Il Comune ha disposto tre giorni consecutivi di disinfestazione, a partire da martedì 18 agosto e fino a giovedì 20 agosto. Le operazioni interesseranno l’area circostante via Pascoli e le strade comprese nel perimetro stabilito per gli interventi precauzionali. La misura è stata adottata proprio per intervenire rapidamente sulla presenza degli insetti potenzialmente in grado di trasmettere il virus, senza attendere ulteriori sviluppi sul caso segnalato.

Ai cittadini che abitano nelle vie coinvolte viene chiesto di consultare il sito istituzionale del Comune di Brescia, dove sono disponibili le indicazioni da seguire durante le attività di disinfestazione e l’elenco delle aree interessate. L’amministrazione ha inoltre messo a disposizione un numero telefonico dedicato per fornire chiarimenti e informazioni ai residenti.

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I dem Usa fanno autocritica – Dietro il Sipario – Talk show



La deputata di New York Alexandria Ocasio Cortez dice che il woke è stato una follia e che il Pd statunitense adesso è consapevole di doversi occupare dei problemi dei lavoratori. Nel frattempo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov punta il dito contro l’Ucraina nel Sahel: che ruolo ha oggi l’Africa nello scacchiere globale? Ne parliamo con Francesco Forciniti e Gianluca Savoini

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Lombardia travolta dal maltempo: violento nubifragio nel Lecchese e tromba d’aria nel Cremonese

L’ondata di maltempo che si è abbattuta in questi giorni sulla Lombardia ha attraversato la regione da nord a sud, lasciando dietro di sé un conto pesante tra alberi sradicati, tetti scoperchiati, strade bloccate e frane. I vigili del fuoco sono stati impegnati in decine di interventi in diverse province. E l’emergenza non è ancora archiviata: l’allerta meteo diramata da Regione Lombardia resta valida fino alla mezzanotte.

Tetti scoperchiati e alberi sradicati dal vento nel Cremonese

Nella bassa Cremonese le raffiche hanno assunto i contorni di una vera tromba d’aria. Il vento ha sradicato piante e alberi e scoperchiato i tetti di alcune abitazioni, in una zona di pianura dove nulla frena la corsa delle correnti discendenti. Pochi minuti sono bastati a trasformare la campagna in un percorso a ostacoli, con coperture da rifare e tronchi da rimuovere.

Bomba d’acqua a Premana: si stacca una frana

A Premana, in provincia di Lecco, la pioggia è caduta con l’intensità di una bomba d’acqua e il terreno ha ceduto: nel territorio comunale si è verificata una frana. Situazione critica anche sull’acqua, dove i vigili del fuoco hanno effettuato diversi interventi in soccorso di alcune imbarcazioni sorprese dal fortunale sul lago di Lecco, con il vento che in pochi minuti ha trasformato lo specchio d’acqua in una trappola per i diportisti.

Como, quattro turisti spagnoli salvati sul monte Colmegnone

L’intervento più delicato è avvenuto a Laglio, sul lago di Como, dove quattro turisti spagnoli sono rimasti bloccati sul Monte Colmegnone, sorpresi dal violento temporale che ha investito la zona. Il recupero è stato effettuato dall’elicottero dei vigili del fuoco Drago 153, che ha operato in condizioni meteorologiche definite dagli stessi soccorritori “al limite dell’operatività”, tra forte vento e pioggia battente. Nonostante il quadro proibitivo l’equipaggio è riuscito a raggiungere gli escursionisti e a trasportarli ad Argegno: visibilmente impauriti, ma tutti illesi.

Cinquanta interventi in una notte nel Varesotto: Somma Lombardo la più colpita

Anche in provincia di Varese le ore notturne sono state lunghissime: i vigili del fuoco hanno effettuato una cinquantina di interventi. I disagi maggiori si sono concentrati a Somma Lombardo, investita dalle raffiche nella serata di domenica 16 agosto. Diverse piante sono crollate e in via Per Maddalena un albero è finito di traverso sulla carreggiata, rendendo necessaria la messa in sicurezza del tratto per restituire la percorribilità alla strada. Sul posto gli addetti della Protezione civile, impegnati nella rimozione dei tronchi e nel controllo delle altre zone del territorio comunale.

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Trump entra ballando sulle note di ‘God Bless U.S.A.’ a un evento nello Stato di New York

(Agenzia Vista) Garden City, New York, 15 agosto 2026
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto il suo ingresso sulle note di “God Bless America”, accennando alcuni passi di danza, in occasione dell’evento tenutosi presso il David S. Mack Center for Training and Intelligence, centro di addestramento per le forze dell’ordine situato nel campus del Nassau Community College a Garden City, nello Stato di New York.
Courtesy: Casa Bianca
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Salvini col casco da cantiere alla Stazione in costruzione del Pigneto: Opera per unire il quartiere

(Agenzia Vista) Roma, 12 agosto 2026
“Adesso stiamo investendo 200 milioni di euro per avere, funzionante dall’inizio dell’anno prossimo, due binari merci e adesso vi portiamo 10 metri sotto terra per due binari ferroviari che collegheranno le due stazioni di Roma. Là, dove vedete quel ponte in metallo, fermata della metropolitana: ogni anno 8 milioni di pendolari, studenti e cittadini passeranno da qua, ma soprattutto, a cantieri ultimati, non ci saranno più due muri che difendono e dividono i quartieri, ma ci sarà una piazza alberata, piantumata, panchine, verde, impianti sportivi, aree per i bimbi e per i ragazzi, quindi riuniremo questi due pezzi di città. Però adesso vi portiamo sotto terra perché fra pochi mesi torneranno a passare i treni.” Così il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini in un video pubblicato sui social. Not for sale.
Courtesy: Matteo Salvini
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Willy il Coyote contro Acme, il nuovo film di Dave Green

È una delle sfide più celebri della storia dell’animazione. Ma questa volta Willy cambia strategia. Dal 2 settembre al cinema. Willy si ribella contro la sua condizione sfortunata che lo vede perennemente fallire mentre tenta di catturare Beep Beep

© RaiNews

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Phisikk du role – Vi racconto tutte le vite di Francesco Cossiga

Il 17 agosto di sedici anni fa scomparve Francesco Cossiga, uomo politico democristiano di sensibilità liberale e ottavo Presidente della Repubblica italiana. Secondo alcuni osservatori con lui si seppelliva una parte importante di storia della Repubblica non raccontata, a partire dalla complessa stagione della “guerra fredda” e ai frutti avvelenati che seppe produrre nella sua discesa verso il dissolvimento, terrorismo compreso, con il tragico episodio del rapimento e dell’uccisione di Moro, fino ai grandi enigmi italiani che tra gli anni ’70 e i ’90 restarono senza soluzione, tra cui la strage di Ustica.

Non sapremo mai se questa onniscenza cossighiana sui fatti oscuri fosse soltanto leggenda, peraltro da lui sapientemente alimentata attraverso l’ostentata predilezione per le tecnologie della cyber security, la sua predilezione per gli spiazzamenti dell’interlocutore e la sua proverbiale anglofilia, ivi comprese lMI5 (sicurezza interna e controspionaggio), lMI6 o Secret Intelligence Service (spionaggio all’estero, reso celebre da James Bond) e il Gchq (sicurezza informatica e intercettazione delle comunicazioni). Di certo quell’aura da grande sciamano delle tecnologie moderne della sicurezza l’ha accompagnato dai tempi della sua esperienza al ministero degli Interni e resterà sempre una chiave condivisa per ricordarlo.

Ma Cossiga fu molto più della sua passione per la cyber security: fu un politico colto, intellettualmente assai curioso, capace di un’espressività intrisa di sarcasmo, cosa alquanto rara per la politica italiana di ieri e di oggi, che lo allineerà a Giulio Andreotti, altro fuoriclasse democristiano che usò ironie e sarcasmi come efficacissime armi improprie. Cossiga maneggiava quelle armi come un corpo contundente che non faceva prigionieri: come dimenticare quella diretta televisiva su Sky, conduttrice Maria Latella (2008), in cui l’allora ex Presidente ebbe a distruggere il nuovo capo dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara, sostenendo che i nomi delle persone derivano dalle persone stesse e dunque avendo il magistrato una ” faccia da tonno”, il suo nome evocava giustamente la marca di un ottimo pesce commestibile.

In realtà il graffio urticante del sarcasmo fu una modalità espressiva dell’ultima parte della vita pubblica di Francesco Cossiga, diciamo all’ingrosso la terza. Ma ce ne fu una prima, che lo vide assumere il ruolo di capo dell’importante dicastero che fu di Scelba, e poi di presidente del Senato e per poco più di un anno primo ministro, ma solo dopo la lunga progressione di sei legislature (dal 1958) in cui svolse i suoi ruoli istituzionali con piglio tutt’altro che rumoroso. Non mise piede nei piani alti della politica democristiana, né aggiunse al suo curriculum i numerosi stendardi ministeriali che ornavano i petti dei suoi colleghi. Ma restò un riferimento autorevole della politica italiana, stimato e apprezzato trasversalmente.

Una svolta la si ebbe durante il suo mandato presidenziale, che gli fu dato a soli 56 anni, nel 1985, con la regia di Ciriaco De Mita e con la spinta emotiva degli eventi di qualche anno prima che lo videro dimissionario da ministro che non era riuscito a salvare Aldo Moro. Troppo poco si ricorda del suo mandato presidenziale, citato soprattutto per le sue “picconate”, esternazioni forti dal punto di vista della comunicazione istituzionale, rivolte alla politica affinché prendesse atto dell’urgenza delle riforme costituzionali necessarie a far fronte al nuovo tempo. Aveva perfettamente capito, infatti, fin dallo scoccare del 1990, che la caduta del Muro di Berlino avrebbe travolto tutta la vecchia politica e che si imponeva un nuovo modo, anche dal punto di vista delle istituzioni, di far fronte al cambiamento.

La terza vita di Cossiga fu dal 1992 al 2010: era uscito dal Quirinale a 64 anni, troppo giovane per fare il pensionato. E infatti fu tutt’altro che spettatore: fondò partiti, organizzò strategie, commentò e, in qualche misura, orientò la politica con quella lucidità che talvolta apparve luciferina. Un ricordo. Erano i primi anni ’90, quelli delle picconate. Ero un giovane deputato alla prima legislatura e piuttosto preoccupato dal conflitto che la Dc aveva aperto con il Presidente della Repubblica. Feci una dichiarazione che una grande testata nazionale volle raccogliere e titolare, forse perché un’apertura così schietta a Cossiga sembrò strana per un deputato il cui partito era in rotta col Presidente. Mi arriva una telefonata sul cellulare che all’epoca era un arnese che pesava più di un chilo, diceva di essere Cossiga ma io lo scambiai per uno scherzo e richiusi. Mi chiamò il centralino del Quirinale: era davvero il Presidente. Balbettando qualche scusa accettai l’invito a recarmi da lui l’indomani mattina alle 8 e mezzo. Precisò: “Solo per cinque minuti”. Puntuale mi presentai e fui da lui trattenuto per 35 minuti. Io non dissi una parola, ma il Presidente mi parlò delle dinamiche sociologiche ed economiche della mafia siciliana, e poi mi salutò. Me ne andai senza aver capito il perché di quella lezione alle otto e mezzo del mattino.

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L’offensiva dei droni di Kyiv porta la guerra nel cuore della Russia

Gli attacchi tra Russia e Ucraina proseguono con una nuova ondata di raid dopo la notte tra sabato e domenica, quando Kyiv ha lanciato una delle più imponenti campagne di droni contro il territorio russo dall’inizio della guerra. Le nuove offensive mostrano come la spirale di attacchi aerei continui ad alimentarsi su entrambi i fronti, con obiettivi sempre più lontani dalla linea del fronte e un numero crescente di infrastrutture civili e industriali coinvolte. Secondo le autorità russe, nelle ultime 24 ore gli attacchi ucraini hanno provocato almeno nove morti e 23 feriti, tra cui un bambino. Otto persone sono state uccise nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina, mentre una donna è morta nella regione di Astrakhan, nel sud della Russia.

Gli episodi arrivano poche ore dopo quella che Mosca ha definito la più grande offensiva ucraina con droni del 2026. L’attacco della notte tra sabato e domenica aveva infatti portato l’Ucraina a lanciare circa 822 droni contro obiettivi russi, secondo le autorità di Mosca. Di questi, circa 600 sarebbero stati diretti verso la capitale. Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha parlato di una delle più massicce incursioni mai subite dalla città negli ultimi anni. Il bilancio di quella notte è stato particolarmente pesante. Cinque persone erano morte nella regione di Rostov, mentre un uomo di 83 anni era stato ucciso da un drone precipitato su una casa nella regione di Mosca, e una donna era rimasta vittima in un attacco contro un autobus civile nella regione di Belgorod. I raid avevano provocato incendi e danni anche a un magazzino di Wildberries, il principale operatore russo dell’e-commerce diventato uno degli obiettivi della campagna ucraina in profondità. Kyiv sostiene che i centri di distribuzione dell’azienda non siano soltanto infrastrutture commerciali, ma possano essere utilizzati per trasferire equipaggiamenti e componenti destinati alle forze armate russe. Secondo il ministero della Difesa ucraino, sette dei dieci principali centri logistici di Wildberries sarebbero stati messi fuori uso dagli attacchi condotti dal mese di luglio.

A difendere la strategia ucraina è stato anche il generale Vadym Skibitski, vicecapo dell’intelligence militare di Kyiv, secondo cui le operazioni contro le infrastrutture logistiche russe sono destinate a proseguire. Skibitski ha sostenuto che la rete di distribuzione civile possa essere integrata nel sistema logistico utilizzato dalla Russia per sostenere lo sforzo bellico. Allo stesso tempo, ha negato che l’Ucraina prenda deliberatamente di mira i civili, sostenendo che parte delle vittime russe sia provocata dai sistemi di difesa aerea durante il tentativo di intercettare droni e missili.

Mentre Kyiv intensifica le operazioni contro la Russia, Mosca continua a colpire sistematicamente le infrastrutture ucraine. Nelle ultime ore due persone sono state uccise da attacchi russi nelle regioni di Donetsk e Sumy. A Sloviansk, nel Donetsk, gli attacchi hanno provocato un incendio che ha coinvolto 54 padiglioni di un mercato locale. A Kramatorsk è stata registrata un’altra vittima. Anche Odesa è stata colpita durante la notte da un attacco con droni che ha danneggiato una nave civile nel porto e provocato il ferimento di quattro persone. Il porto sul Mar Nero rappresenta uno degli snodi strategici dell’economia ucraina e da mesi è sottoposto a una crescente pressione da parte delle forze russe, nel tentativo di ostacolare le esportazioni e aumentare i costi delle attività commerciali internazionali legate all’Ucraina.

Con i droni continuano a dominare lo scontro tra Russia e Ucraina, anche Washington si prepara alla guerra unmanned. Pochi giorni fa il Central Command statunitense ha annunciato la creazione della Task Force Falcon Strike, una nuova unità multinazionale dedicata ai droni d’attacco multidominio. La struttura dovrebbe integrare sistemi senza pilota aerei, navali e subacquei e coinvolgere, oltre agli Stati Uniti, partner regionali del Medio Oriente. Il progetto nasce sulla scia della Task Force Scorpion Strike, istituita nel 2025, e punta a creare una capacità d’attacco con droni condivisa tra più Paesi.

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Tutte le date degli scioperi di settembre: treni, aerei e mezzi pubblici a rischio

Al ritorno dalle vacanze torneranno gli scioperi. Il settore più interessato a settembre sarà quello dei trasporti, dalle ferrovie agli aerei passando per i mezzi pubblici. In particolare, le date da segnare sono quelle a cavallo tra il 7 e l’8 settembre per chi viaggia in treno, il 30 settembre per chi dovrà volare, mentre il trasporto pubblico locale sarà protagonista di una lunga lista di proteste in tutta Italia, con una particolare concentrazione nella giornata del 15. Per l’intera giornata del 26 settembre la Confederazione Sindacale Lavoratori Europei ha proclamato, con l’adesione di Fi-si, uno sciopero generale per l’intera giornata, con possibili disagi in tutti i settori, dalla scuola alla sanità, dai trasporti ai benzinai al pubblico impiego.

Gli scioperi del settore ferroviario

Chi deve prendere il treno, dovrà fare i conti con lo sciopero nazionale di 24 ore, tra il 7 e l’8 settembre, in particolare dalle 21.18 del 7 alle 21.17 dell’8, quando a incrociare le braccia sarà il personale di macchina e di bordo di Gruppo Fs, Mercitalia Rail, Trenitalia e Trenitalia Tper Scarl aderente alla mobilitazione proclamata da Assemblea Nazionale Pdm/PdB. Nella stessa giornata, gli scioperi proclamati da Sgb e Cub trasporti e da Cat coinvolgeranno anche il trasporto merci e, in generale, le aziende che svolgono attività ferroviaria.

Sciopero che rischia di avere una “coda” con possibili ulteriori disagi a causa dello sciopero di 24 ore di Rfi, tra il 10 e l’11 settembre, che coinvolgerà il personale della manutenzione, amministrativo e di ingegneria di Rfi Doit a Verona (dalle ore 21 del 10 alle ore 20.59 dell’11), proclamato da Orsa Ferrovie e Slm Fast. Dal pomeriggio del 10 a quello dell’11 settembre c’è anche lo sciopero nazionale dei lavoratori di Captrain Italia, ovvero del trasporto merci su rotaia, proclamato da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti.

Due giorni di disagi per il trasporto aereo

La giornata no del trasporto aereo sarà invece quella del 30 settembre con lo sciopero nazionale di Techno Sky (la società di Enav responsabile della gestione e della manutenzione hardwaree software dell’intera gamma di impianti e sistemi utilizzati per l’erogazione dei servizi di assistenza al volo) dalle ore 13.00 alle 17.00, e lo sciopero nazionale Enav, nella stessa fascia oraria. Entrambi proclamati da Uiltrasporti. Qualche disagio potrà crearlo anche lo sciopero del 13 settembre proclamato da Usb Lavoro privato che, dalle ore 11 alle 15, coinvolgerà il personale di Toscana Aeroporti, Gh Toscana e Consulta negli scali di Pisa e Firenze. Nella stessa giornata, sciopereranno gli istituti di vigilanza di diversi scali: Roma Fiumicino, Varese e Torino.

Tutti gli stop al trasporto pubblico locale

Sul fronte del trasporto pubblico locale, sono diverse le date da segnalare. Si inizia il 4 settembre con lo sciopero di Atm a Genova che interesserà il servizio urbano ed extraurbano dalle ore 9.30 alle 17 indetto da Cub trasporti. Il 5 settembre tocca a Venezia: lo stop di 4 ore, dalle ore 16 alle 20, dei lavoratori di Atvo è stato proclamato unitariamente da Filt Cgil, Fit Cisl, Uilt Uil e Faisa Cisal. Il 7 settembre la protesta arriva a Vicenza (Cub trasporti), per l’intera giornata nel rispetto delle fasce di garanzia; il 10 settembre sarà la volta di Trento (dalle ore 11.00 alle ore 15.00) e Foggia (dalle ore 8.30 alle ore12.30 e dalle ore 15.30 alle ore 19.30). Il 14 settembre si fermerà il trasporto pubblico a Bergamo (Arriva Italia), la protesta indetta da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Faisa Cisal si svolgerà dalle ore 8.30 alle ore 12.30.

Ma la giornata nera sarà il 15 settembre. In quella stessa data la protesta interesserà Firenze Autolinee Toscana (da inizio servizio alle ore 4.15, dalle 8.14 alle 12.30 e dalle 14.29 a fine servizio); Ravenna (Start Romagna) dalle ore 8.30 alle ore 12.00; Napoli (Anm) dalle ore 12.45 alle ore 16.45 del personale area ferro; Prato (Autolinee Toscane) da inizio servizio alle ore 4.15, dalle 8.14 alle 12.30 e dalle 14.29 a fine servizio; di nuovo Venezia (Atvo) per l’intera giornata e Pisa (Autolinee Toscane) dalle ore 17.30 alle ore 21.30. Il 22 settembre la protesta di settore riguarderà invece l’Umbria (Busitalia Sita Nord), con fasce garantite a Perugia e Spoleto dalle 6.00 alle 9.00 e dalle 12.00 alle 15.00, a Terni dalle 6.30 alle 9.30 e dalle 12.30 alle 15.30, e per i servizi ferroviari dalle 5.45 alle 8.45 e dalle 11.45 alle ore 14.45.

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L’allarme di Washington su Weichai getta una nuova luce sul problema Ferretti per l’Italia

Il senatore repubblicano Jim Banks chiede al segretario alla Difesa Pete Hegseth di inserire Weichai Holding Group nella Section 1260H list del Pentagono, l’elenco delle società cinesi considerate legate all’apparato militare della Repubblica Popolare. Una richiesta motivata dalla proprietà statale del gruppo, dai suoi rapporti con l’industria della difesa e dai collegamenti con la strategia cinese di fusione militare-civile.

Nel dossier presentato da Banks c’è un elemento particolarmente sensibile. I motori Weichai vengono utilizzati dalla China North Industries Corporation, meglio conosciuta come Norinco, in un sistema lanciarazzi multiplo fornito all’Esercito popolare di liberazione. Il senatore richiama inoltre la struttura proprietaria di Weichai, controllata dalla Shandong Heavy Industry Group, impresa statale riconducibile al governo provinciale dello Shandong, e la presenza all’interno del gruppo di un comitato del Partito comunista cinese.

La lettera cita anche i rapporti di Weichai con aziende straniere e cinesi collegate al settore della difesa, tra cui la bielorussa MAZ, la russa Kamaz e Hubei Sanjiang Space Wanshan Special Vehicle, controllata dalla China Aerospace Science and Industry Corporation, società già inserita nelle blacklist statunitensi.

La questione interessa direttamente anche l’Italia. Mentre a Washington si discute se Weichai debba essere formalmente ricondotta al perimetro militare-industriale cinese, lo stesso gruppo sta infatti consolidando il proprio controllo su Ferretti Group, uno dei più conosciuti produttori italiani di yacht, dotato però anche di capacità industriali nel settore navale e di tecnologie potenzialmente dual use.

Weichai è entrata nel capitale di Ferretti nel 2012 e oggi ne possiede il 39,5%. La sua influenza sulla società, tuttavia, è ormai molto più ampia della partecipazione azionaria. Dopo un voto particolarmente combattuto degli azionisti a maggio, che secondo quanto riportato è stato vinto da Weichai con il 52% dei voti, i candidati sostenuti dall’azionista cinese hanno ottenuto otto dei nove posti nel consiglio di amministrazione.

Il risultato consegna a Weichai il controllo effettivo di uno dei marchi italiani più conosciuti nella nautica di lusso pur senza possedere la maggioranza del capitale. Un’eventuale ulteriore crescita della partecipazione, che in prospettiva potrebbe condurre anche alla piena proprietà del gruppo, renderebbe la questione ancora più sensibile.

Ferretti, del resto, non è soltanto un produttore di yacht di lusso. Le sue capacità industriali comprendono scafi ad alte prestazioni, sensori e sistemi di navigazione. La società produce inoltre unità da pattugliamento, un elemento che attribuisce ad almeno una parte delle sue tecnologie e del suo know-how industriale potenziali applicazioni che vanno oltre il mercato civile.

In passato, media cinesi hanno riferito del trasferimento di tecnologie avanzate di Ferretti verso un polo industriale nautico sviluppato da Weichai a Qingdao. La città ospita anche importanti infrastrutture della Flotta del Nord cinese. Questo, da solo, non dimostra che tecnologie Ferretti siano state trasferite alla Marina dell’Esercito popolare di liberazione. Ma un controllo cinese più esteso sull’azienda italiana aumenta il rischio potenziale che competenze navali con applicazioni dual use possano, in futuro, muoversi in quella direzione.

Al dossier industriale si aggiunge poi una questione diversa: quella dei dati. I sistemi digitali installati sugli yacht più sofisticati possono raccogliere informazioni sulla posizione delle imbarcazioni, sulle rotte percorse e sul loro utilizzo. La clientela di Ferretti comprende alcune delle persone più ricche e influenti del mondo occidentale. La possibilità che informazioni di questo tipo possano diventare accessibili attraverso una società controllata, in ultima istanza, da un gruppo statale cinese introduce quindi un’ulteriore dimensione di sicurezza.

Il caso emerge inoltre in un momento nel quale Washington sta attribuendo nuovo peso strategico alla capacità cantieristica. L’amministrazione Trump sta cercando di recuperare il terreno perduto nella costruzione navale e di rafforzare la base industriale che sostiene la potenza marittima americana. Non esiste un collegamento diretto tra questa politica e Ferretti, ma il contesto è significativo: mentre gli Stati Uniti considerano sempre più la capacità industriale marittima come un asset strategico, aumenta anche l’attenzione verso i collegamenti tra l’industria civile cinese e l’apparato della difesa di Pechino.

Per Roma, di conseguenza, diventa più difficile considerare l’identità del soggetto che sta acquisendo il controllo effettivo di Ferretti come una semplice questione di corporate governance.

Il dossier è già arrivato anche sul terreno giudiziario. KKCG Maritime, secondo maggiore azionista di Ferretti, ha contestato davanti al Tribunale di Bologna il voto di maggio, sostenendo che Weichai non avrebbe effettuato tutte le comunicazioni previste dalla normativa italiana sul Golden Power.

Il Golden Power consente al governo di imporre condizioni o intervenire sulle operazioni straniere che coinvolgono asset ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale. La controversia, quindi, va oltre la composizione del consiglio di amministrazione di Ferretti. Pone al governo italiano una questione più sostanziale: stabilire se un’azienda associata soprattutto alla nautica di lusso debba essere considerata e protetta anche come asset industriale e tecnologico per le capacità navali, il know-how e i dati che detiene.

La tempistica rende la domanda ancora più difficile da ignorare. Un eventuale inserimento di Weichai nella Section 1260H list non comporterebbe automaticamente sanzioni contro il gruppo né impedirebbe alle aziende americane di fare affari con esso. Impedirebbe però al Pentagono di assegnargli contratti e potrebbe aumentare la possibilità di ulteriori misure da parte del Tesoro statunitense, con potenziali conseguenze anche per gli investimenti americani nella quotata Weichai Power.

Roma non deve necessariamente condividere la valutazione di Banks su Weichai per prendere sul serio la sua iniziativa. Il punto per l’Italia è che l’atteggiamento di Washington verso il gruppo cinese potrebbe diventare sensibilmente più duro proprio mentre Weichai controlla ormai quasi interamente il consiglio di amministrazione di Ferretti e potrebbe cercare di aumentare ulteriormente la propria partecipazione.

I rischi relativi a un futuro trasferimento di know-how navale sensibile o all’accesso ai dati privati degli yacht restano potenziali, non accertati. Ma è precisamente in questa fase che il Golden Power acquista rilevanza: come strumento pensato per tutelare gli interessi di sicurezza nazionale prima che cambiamenti societari e industriali diventino difficili da invertire.

La questione per Roma è quindi capire se utilizzare lo spazio di intervento che ancora possiede, prima che eventuali decisioni prese a Washington contribuiscano a restringerlo.

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Fedez festeggia il primo mese del figlio Edoardo: il regalo di Leone e Vittoria per il fratellino

Una torta al cioccolato con la scritta “Edo” al centro. È così che Leone e Vittoria, figli di Chiara Ferragni e Fedez, hanno festeggiato il primo mese del fratellino, il terzo figlio del cantante e il primo nato dalla relazione con Giulia Honegger. Il rapper ha condiviso nelle Stories il dolce preparato dai due bambini, accompagnandolo con una frase semplice: “La torta che hanno fatto Leo e Vitto per il primo mese di Edo”.

Edoardo Lupo è nato il 16 luglio al San Raffaele di Milano. Per Leone, nato nel 2018, e Vittoria, arrivata nel 2021, è quindi il primo mese da fratelli maggiori. In un’altra foto condivisa da Fedez, il piccolo appare tra le braccia di Giulia Honegger davanti alla torta, con il volto coperto da un cuore bianco.

Il ricovero e poi la Sardegna

Il momento arriva dopo alcune settimane complicate per Fedez. Pochi giorni dopo la nascita di Edoardo, il rapper era stato ricoverato d’urgenza per un problema gastrointestinale e successivamente trasferito all’Humanitas di Rozzano. Dopo le dimissioni, aveva scelto di trascorrere un periodo di riposo insieme a Giulia e al neonato, allontanandosi per qualche giorno da Milano. La famiglia si è poi spostata in Sardegna, dove Fedez è stato fotografato a Porto Cervo insieme a Giulia e al neonato.

Il silenzio di Chiara Ferragni

Sul fronte Ferragni, invece, nessun commento pubblico sulla nascita di Edoardo. L’ex moglie di Fedez non ha condiviso messaggi dedicati al bambino. Leone e Vittoria, però, sembrano aver trovato il loro modo di accogliere il nuovo fratellino: prima con alcuni disegni per dargli il benvenuto condivisi sui social dal cantante e ora con una torta preparata per il suo primo mese.

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“Body shaming? Ottengo questi risultati grazie al mio fisico. Non ci si può adeguare a un unico cliché”: lo sfogo di Manila Esposito

“Quei post chiaramente non mi hanno fatto piacere, ma me li sono fatti scivolare addosso. Non ho dato ai loro autori la soddisfazione di rispondere tramite messaggi ma ho risposto sul campo e credo sia stata la reazione migliore”. Così l’azzurra della ginnastica Manila Esposito, al telefono con l’ANSA prima del rientro da Zagabria al termine degli Europei, parla degli episodi di body shaming di cui è stata oggetto nei giorni scorsi. Esposito è stata una delle protagoniste degli Europei di ginnastica, dove ha conquistato una medaglia d’oro e due d’argento. A proposito di ciò, l’atleta ha spiegato: “Io sto bene con me stessa ed è proprio grazie al mio fisico che riesco a ottenere certi risultati”.

La ginnasta italiana ha però poi sottolineato un aspetto fondamentale in questi casi: “Ma se questi comportamenti, comunque ingiusti e ingiustificati, mi toccano poco, possono invece ferire nel profondo una ragazza o un ragazzo più sensibili – prosegue Esposito – prese di mira solo per il loro aspetto. Ognuno di noi ha il proprio fisico e non è certo possibile che ci si adegui tutti ad un unico cliché, ad un presunto prototipo di bellezza, di fisicità. Tantomeno è possibile che qualcuno si permetta di offendere nascondendosi dietro l’anonimato, un comportamento che non dovrebbe essere più ammissibile“.

In ogni caso, non è stato un argomento che l’ha toccata, soprattutto durante gli Europei: “In questi giorni a Zagabria non ci ho proprio pensato troppo – spiega ancora l’azzurra – e il fatto di aver ottenuto certi risultati mi ha permesso di mettermi tutto davvero alle spalle. Non ne abbiamo parlato nemmeno troppo tra noi atlete, comunque è un tema delicato che molti preferiscono non affrontare”.

Degli episodi di body shaming ha parlato anche il presidente della Fgi, Andrea Facci, che ha denunciato dei pesanti attacchi via social ricevuti dall’atleta italiana: “Manila è una ginnasta straordinaria, una poliziotta e un’atleta olimpica, e so che si farà scivolare addosso commenti che si dovrebbero commentare da soli – ha detto Facci, parlando dell’azzurra che torna dagli Europei con l’oro del corpo libero, l’argento alla trave e quello nella prova a squadre – Oggi c’è troppa libertà da parte dei famigerati ‘leoni da tastiera’, che non rispondono mai dei loro comportamenti, spesso lesivi della dignità delle persone, a volte anche di minori, e nel nostro caso di atlete che portano in alto i colori dell’Italia. Bisognerà capire come poter fermare questi haters che non si rendono conto dei danni che provocano a delle ragazze giovanissime“.

Il presidente della Fgi ha poi proseguito: “Ho aspettato la fine degli Europei per non distrarre le nostre atlete, cercando di proteggerle da condizionamenti esterni – ha aggiunto il presidente della Federginnastica -. Noi come federazione ginnastica, ma in generale tutto lo sport italiano, abbiamo il compito di far capire che nel 2026 non c’è più spazio per chi pensa di poter giudicare la fisicità altrui: c’è al contrario il diritto di ognuno di stare bene con il proprio corpo, anche attraverso l’allenamento. E questo lo può decidere soltanto l’atleta stesso, insieme al suo tecnico e a tutte le figure preposte dal punto di vista medico e sanitario che ci sono in federazione. Alla luce di tutto ciò le medaglie di Manila Esposito quindi valgono doppio“.

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La grande partita di Renzi nel campo largo. E se alla fine si candidasse alle primarie?

C’è un momento, nel corso delle trattative politiche, in cui la moltiplicazione dei nomi comincia a raccontare esattamente il contrario di ciò che dovrebbe raccontare. Quando un candidato non c’è, se ne mettono sul tavolo una dozzina. Quando nessuno convince davvero, si apre contemporaneamente a più ipotesi. E quando il campo è largo ma la strada resta stretta, può persino accadere che il nome più ingombrante torni improvvisamente al centro della scena.

È il caso di Matteo Renzi.

Da giorni il centrosinistra sta giocando al risiko delle primarie. Nell’area che fa capo al senatore di Rignano si moltiplicano i nomi: Silvia Salis, Giorgio Gori, Gaetano Manfredi, Ernesto Ruffini. Poi altri nomi che circolano per il ruolo di possibile federatore, le suggestioni, i “papa stranieri”, le autocandidature più o meno esplicite. Nel frattempo, Elly Schlein e Giuseppe Conte restano i due poli intorno ai quali dovrebbe organizzarsi la competizione. Un quadro ancora largamente indefinito, nel quale la domanda più semplice – chi sfiderà chi? – non ha ancora una risposta convincente.

Ed è proprio dentro questa confusione che torna a circolare un’indiscrezione destinata a far discutere: e se, alla fine, fosse proprio Renzi a scendere in campo?

Non è una candidatura annunciata. Non è una decisione presa. E sarebbe sbagliato trasformare un retroscena in una certezza. Ma l’ipotesi non sembra più soltanto una provocazione estiva. Qualche giorno fa, Il Foglio l’ha messa nero su bianco, parlando della possibilità che l’ex premier possa misurarsi direttamente alle primarie contro Schlein e Conte. Del resto, dentro Italia Viva nessuno conferma e nessuno smentisce, mentre c’è chi considera tutt’altro che casuale la circolazione della suggestione.

E forse è proprio questo il punto.

Renzi, fin qui, si è “limitato” a interpretare il ruolo del regista. Ha indicato Salis come “nome forte” per le primarie, spiegando che la sindaca di Genova potrebbe sommare il voto organizzato di Italia Viva alla propria forza personale. Ha insistito sulla necessità di costruire un’area riformista capace di stare dentro la coalizione senza farsi assorbire da Pd, Movimento 5 Stelle e Avs. Ha ripetuto che senza il centro riformista il campo largo, semplicemente, non vince.

Ma il regista, a un certo punto, potrebbe anche decidere di entrare in scena.

La logica della mossa sarebbe tutt’altro che incomprensibile. Se Renzi ritiene che il problema del centrosinistra non sia soltanto trovare un candidato, ma decidere quale idea di centrosinistra proporre agli italiani, allora candidare un altro significa delegare ad altri la battaglia che considera decisiva: quella per il profilo politico della coalizione.

E qui torna il paradosso di queste settimane. Si cercano figure capaci di unire ciò che oggi appare diviso, ma ogni nome rischia di essere “bruciato” prima ancora di essere candidato. Salis viene tirata continuamente dentro e poi, un attimo dopo, fuori. Gori e Manfredi entrano nel borsino. Ruffini viene evocato. Altri nomi vengono fatti circolare. Persino l’ipotesi di un federatore esterno viene discussa. E più aumenta il numero delle possibilità, più diventa evidente che manca ancora un punto di equilibrio.

In questo scenario, Matteo Renzi avrebbe almeno un vantaggio: non avrebbe bisogno di presentarsi agli elettori delle primarie come una sorpresa. La sua posizione è già definita, la sua rete politica è conosciuta, la sua identità riformista è riconoscibile. E soprattutto potrebbe trasformare la primaria da semplice conta tra Schlein e Conte in una vera competizione sulla direzione strategica del centrosinistra.

Sarebbe una scommessa enorme, naturalmente.

Renzi conosce bene il prezzo delle primarie. Conosce altrettanto bene il vantaggio che possono offrire a chi riesce a trasformarle in una battaglia politica comprensibile. E sa che correre significherebbe esporsi personalmente, mettendo sul tavolo non soltanto la leadership della coalizione, ma anche il futuro del suo progetto centrista e riformista.

Proprio per questo, però, la candidatura avrebbe una sua razionalità.

Perché, se il campo largo deve davvero scegliere il proprio leader attraverso le primarie, prima o poi dovrà smettere di nascondersi dietro la lista dei possibili candidati e affrontare la questione politica vera: quale maggioranza vuole costruire? Con quale programma? Con quale collocazione internazionale? Con quale rapporto con il centro? E, soprattutto, con quale idea di governo?

Renzi potrebbe essere tentato di rispondere a queste domande direttamente, senza affidare la propria battaglia a un candidato terzo.

Non sarebbe nemmeno la prima volta che l’ex premier sorprende il tavolo quando tutti stanno ancora apparecchiando. La sua storia politica è fatta di mosse che, prima di diventare realtà, sono passate attraverso il territorio più ambiguo della politica: quello delle ipotesi, delle indiscrezioni, dei sondaggi informali, dei “mai dire mai”.

Per ora, dunque, resta un retroscena. Una voce che rimbalza nelle ultime ore e che non trova ancora una conferma ufficiale. Ma forse vale la pena non liquidarla troppo rapidamente.

Perché, dopo aver messo in fila tutti i nomi possibili, dopo aver cercato il sindaco, il civico, il riformista, il federatore e persino il “papa straniero”, il campo largo d’opposizione potrebbe riscoprire una soluzione molto più semplice: che a provarci, alla fine, sia proprio Matteo Renzi.

Anche perché, diciamocelo chiaramente, con la sua Italia Viva inchiodata nei sondaggi stabilmente sotto il 3 per cento, Renzi avrebbe ben poco da perdere. Probabilmente, solo da guadagnare.

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Cossiga, l’Intelligence e una lezione di democrazia. Scrive Caligiuri

Francesco Cossiga è stato un uomo politico che ha profondamente creduto nell’Intelligence come strumento della democrazia. L’anniversario della sua scomparsa coincide con una serie di aspetti che mettono in luce l’importanza fondamentale della sicurezza nazionale.

Come avviene da quattro anni, anche ultimamente nella guerra tra Russia e Ucraina viene sistematicamente citata nei resoconti giornalistici la parola “Intelligence”. Qualche settimana fa il settimanale francese L’Express ha dedicato ampi spazi ai Servizi europei, compilando anche una classifica che ha aperto un vivace dibattito. In Germania, è stata avviata una riforma dell’Intelligence che affronta le dinamiche più significative, a cominciare dalla disinformazione. In Italia è stato recentemente approvato un disegno di legge per il rafforzamento e l’adeguamento della difesa. Il 13 agosto a Colleferro è esploso un impianto di munizioni le cui cause non sono state ancora definitivamente accertate. Sono solo alcuni degli esempi che nelle ultime settimane stanno ponendo in rilievo l’importanza dell’intelligence.

Conclusa la sua esperienza politica, Cossiga si dedicò alle sue memorie e alla promozione della cultura dell’intelligence in Italia, per farla diventare una materia di studio nelle scuole e nelle università, allargando gli spazi del dibattito culturale nel nostro Paese.

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India a 80 anni. Modi e Murmu tracciano la strada verso Viksit Bharat

Mentre l’India celebra il suo 80° Giorno dell’Indipendenza, i due principali discorsi alla nazione hanno trasmesso un messaggio largamente convergente. La presidente Droupadi Murmu, intervenuta alla vigilia dell’Indipendenza, e il primo ministro Narendra Modi, rivolgendosi al Paese sabato mattina dal Forte Rosso, hanno posto l’autosufficienza, la sicurezza, la tecnologia e lo sviluppo inclusivo al centro delle ambizioni indiane per i prossimi due decenni.

Per Modi, tuttavia, l’anniversario è stato anche l’occasione per chiedere all’India di alzare il livello delle proprie ambizioni. Parlando dopo aver issato il Tricolore al Forte Rosso, ha sostenuto che le grandi nazioni si costruiscono quando una società è capace di pensare in grande. “L’India deve sognare in grande e andare avanti” è stato uno dei messaggi centrali di un discorso fortemente concentrato sul percorso verso un’India sviluppata entro il 2047.

Il primo ministro è tornato più volte sul concetto di Atmanirbhar Bharat, presentando l’autosufficienza non semplicemente come un programma economico, ma sempre più come uno strumento di sovranità strategica. Negli ultimi dodici anni, ha ricordato, l’India ha ampliato la produzione nazionale nella difesa, nell’elettronica, nella telefonia mobile, nel settore ferroviario e in numerosi altri comparti. Nella visione delineata da Modi, la fase successiva richiederà di rafforzare ulteriormente le capacità nazionali nelle tecnologie critiche e ridurre le vulnerabilità create dalla dipendenza dall’estero.

La tecnologia e la giovane popolazione indiana hanno occupato un posto particolarmente importante nel discorso. Modi ha annunciato un’iniziativa per fornire competenze nell’intelligenza artificiale a un crore, dieci milioni, di giovani indiani nell’arco di un anno. Ha inoltre affrontato le preoccupazioni relative agli esami competitivi e al sistema del coaching, promettendo misure che comprendono corsi online gratuiti per i giovani che si preparano agli esami. Il punto sottostante è che il vantaggio demografico dell’India potrà tradursi in un vantaggio economico soltanto se i giovani saranno preparati ad affrontare un’economia in rapida trasformazione.

Semiconduttori, tecnologia digitale e innovazione nazionale costituiscono un altro elemento dello stesso ragionamento. Modi ha sottolineato i progressi dell’India nelle transazioni digitali, nei brevetti, nella diffusione di Internet e nella manifattura, indicando lo sviluppo di una capacità nazionale nel settore dei semiconduttori come parte del prossimo salto tecnologico del Paese. Dal Forte Rosso è emersa così una lettura sempre più integrata di crescita economica, autonomia tecnologica e sicurezza nazionale.

Lo stesso principio è emerso nell’enfasi posta sulla difesa e sull’autonomia strategica. Modi ha reso omaggio alle Forze Armate indiane e inserito lo sviluppo delle capacità militari nazionali nel più ampio progetto di Atmanirbhar Bharat. In una fase di forte instabilità internazionale, la linea indicata dal primo ministro è che l’India debba disporre della capacità economica, tecnologica e militare necessaria per proteggere i propri interessi riducendo le dipendenze considerate strategicamente più vulnerabili.

La presidente Murmu aveva posto molte delle basi concettuali di questo messaggio già la sera precedente.

“Il vero significato della libertà consiste nel garantire che tutti i cittadini possano utilizzare le opportunità disponibili per realizzare le proprie aspirazioni”, ha dichiarato, collegando l’indipendenza non soltanto alla sovranità nazionale, ma anche alla possibilità per ogni indiano di partecipare al progresso del Paese. L’obiettivo è altrettanto esplicito: “Stiamo avanzando verso la costruzione di Viksit Bharat entro il centenario della nostra Indipendenza nel 2047”.

Il discorso di Murmu ha posto un’enfasi molto maggiore sull’inclusione. Richiamando il principio dell’Antyodaya, la presidente ha affermato che i benefici dello sviluppo devono raggiungere ogni individuo. Citando i risultati ottenuti negli ultimi anni, ha ricordato che oltre 25 crore di persone, 250 milioni, sono uscite dalla povertà, che sono stati aperti quasi 59 crore di conti Jan Dhan e che oltre 80 crore di persone beneficiano del sostegno alimentare. Ha inoltre richiamato l’espansione della copertura sanitaria attraverso Ayushman Bharat.

Murmu ha sottolineato anche il crescente ruolo economico delle donne, ricordando il raggiungimento dell’obiettivo di tre crore di Lakhpati Didi, donne capaci di raggiungere un reddito annuo di almeno un lakh di rupie, e la nuova ambizione di crearne altri tre crore.

La presidente ha poi richiamato una delle trasformazioni più significative dell’India contemporanea: la rapida espansione della sua economia digitale. Oltre la metà delle transazioni digitali in tempo reale del mondo, ha affermato, avviene oggi in India. Infrastrutture digitali, sistemi di welfare e nuove infrastrutture fisiche hanno contribuito, secondo la lettura presentata da Murmu, ad ampliare le opportunità economiche e la fiducia degli investitori. Nonostante guerre e instabilità internazionale, ha aggiunto, l’India rimane la grande economia con la crescita più rapida al mondo, con un tasso previsto superiore a più del doppio della media globale.

Alcuni dei passaggi politicamente più significativi del discorso della presidente hanno però riguardato la sicurezza nazionale.

Murmu ha citato l’Operazione Sindoor come dimostrazione, nella lettura del governo indiano, della capacità del Paese di colpire con precisione le reti terroristiche. L’operazione, ha dichiarato, ha inviato un “messaggio chiaro e fermo” ai terroristi e a chi li sostiene: ovunque si nascondano, “dovranno affrontare le conseguenze delle loro azioni”. Ha inoltre definito la sospensione del Trattato delle Acque dell’Indo con il Pakistan una misura adottata nell’interesse nazionale dell’India, collegandola in particolare alla tutela degli agricoltori indiani.

La presidente ha descritto anche i progressi verso l’obiettivo dichiarato di un’India libera dal Naxalismo, contrapponendo decenni di insurrezione allo sviluppo e alla crescente attività culturale e sportiva in aree un tempo gravemente colpite, come il Bastar. Anche in questo caso, il tema della sicurezza è stato inserito in una più ampia narrazione di sviluppo e integrazione delle aree periferiche.

In politica estera, Murmu ha offerto una definizione sintetica della posizione indiana in un ordine internazionale sempre più frammentato. “L’interesse nazionale è il fondamento della nostra politica estera”, ha affermato, indicando allo stesso tempo pace, cooperazione, dialogo e Vasudhaiva Kutumbakam come suoi pilastri. L’India, ha aggiunto, sostiene un ordine internazionale basato sulle regole, chiede una maggiore rappresentanza per il Sud Globale e continua a promuovere la riforma delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni multilaterali.

La presidente ha dedicato particolare attenzione anche ai giovani. Con il 65 per cento della popolazione sotto i 35 anni, ha definito la gioventù “la risorsa più preziosa” dell’India. Ha elogiato l’ecosistema delle start-up e i giovani innovatori del Paese, affrontando però anche le polemiche relative agli esami pubblici. Secondo Murmu, il sistema degli esami deve diventare più trasparente, sicuro e affidabile e ogni pratica scorretta deve essere eliminata.

Considerati insieme, i due discorsi mostrano come la leadership indiana intenda impostare politicamente i prossimi ventuno anni.

Il vocabolario dello sviluppo indiano si è progressivamente ampliato. La riduzione della povertà e il welfare rimangono centrali, ma sono ormai affiancati da semiconduttori, intelligenza artificiale, produzione nazionale nel settore della difesa, infrastrutture digitali, sicurezza energetica e autonomia strategica. Atmanirbhar Bharat viene quindi presentato dalla leadership indiana non come isolamento dal resto del mondo, ma come il rafforzamento della base interna dalla quale il Paese può rapportarsi all’economia e alla competizione internazionale con maggiore autonomia.

Murmu ha espresso questo obiettivo in termini sociali: “Una nazione non è soltanto il suo territorio, una nazione è tutto il suo popolo”. Modi ha tradotto un’ambizione simile in un appello alla grandezza delle aspirazioni, alla fiducia e alla capacità nazionale.

A ottant’anni dall’Indipendenza, i due discorsi hanno quindi utilizzato la commemorazione del 1947 soprattutto per proiettare il Paese verso il 2047. Viksit Bharat costituisce la cornice politica entro cui la leadership indiana cerca di tenere insieme crescita e inclusione, ambizione tecnologica e autosufficienza, apertura internazionale e capacità di difendere autonomamente gli interessi nazionali. Resta naturalmente da vedere quanto queste diverse ambizioni potranno essere tradotte in risultati nell’arco dei prossimi due decenni. Ma i discorsi di Modi e Murmu indicano con una certa chiarezza il modello di sviluppo e di potenza attraverso cui Nuova Delhi intende definire il proprio percorso verso il centenario dell’Indipendenza.

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Schiacciato da un trattore mentre vendemmia: morto imprenditore vinicolo di 33 anni nel Lodigiano

Aveva 33 anni l’uomo morto la mattina di lunedì 17 agosto tra le colline di San Colombano al Lambro, nel Lodigiano, schiacciato dal trattore che stava conducendo durante la vendemmia. L’incidente si è verificato intorno alle 10.15 in località Malpensata, in un’area di vigneti, e si è chiuso con la constatazione del decesso sul posto nonostante l’attivazione immediata dei soccorsi. È l’ennesimo episodio di una serie che in Lombardia, secondo i dati Inail elaborati dalla Uil regionale e diffusi nelle stesse ore, ha già prodotto 75 denunce di infortunio mortale nei primi sei mesi dell’anno.

Il ribaltamento fatale tra i filari

Stando alle prime ricostruzioni, il mezzo impiegato per la raccolta dell’uva si sarebbe rovesciato all’improvviso, intrappolando sotto di sé l’uomo che si trovava alla guida. La dinamica esatta è ancora da chiarire: tra le ipotesi al vaglio figura la perdita di controllo del veicolo, ma serviranno i rilievi tecnici per stabilire cosa abbia innescato il ribaltamento.

Sul luogo dell’incidente sono arrivate le squadre dei vigili del fuoco del comando di Lodi e del distaccamento volontario di Sant’Angelo Lodigiano, con due autopompe serbatoio e un’autogrù necessaria per sollevare il mezzo e liberare il corpo. Parallelamente si è alzato in volo l’elisoccorso, affiancato a terra da un’automedica e da un’ambulanza inviate in codice rosso. I sanitari hanno prestato le prime cure, ma le lesioni riportate dall’uomo erano tali da non lasciare alcuna possibilità: il decesso è stato constatato senza che fosse possibile il trasporto in ospedale.

Rilievi dei carabinieri e verifiche dell’Ats

Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del comando provinciale di Lodi, che hanno eseguito i rilievi di legge e avviato gli accertamenti per ricostruire con precisione la sequenza dei fatti. Le verifiche coinvolgono inoltre l’Agenzia di tutela della salute, competente per gli approfondimenti sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che dovrà valutare le condizioni operative in cui si stava svolgendo la vendemmia.

Lombardia maglia nera per morti sul lavoro: un decesso ogni due giorni e mezzo

Il decesso di San Colombano si inserisce in un quadro regionale che la Uil della Lombardia definisce drammatico. Elaborando i dati Inail relativi al primo semestre, il sindacato ha contato 75 denunce di infortunio con esito mortale, una cifra che equivale a un lavoratore morto ogni 2,4 giorni.

Il capitolo mortalità è soltanto una parte del bilancio. Nei primi sei mesi la Lombardia ha superato quota ventimila denunce di infortunio, con una crescita del 6,9% che colloca la regione sopra la media nazionale. Complessivamente, considerando tutte le tipologie, le segnalazioni sfiorano le 60mila unità. Ancora più marcato l’andamento delle malattie professionali, salite dell’11,8% fino a circa 2.900 casi, con incrementi distribuiti su tutte le province senza eccezioni.

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Russia, condannato a 11 anni e un mese Lev Shlosberg: è il vicepresidente del partito di opposizione Yabloko

Undici anni e un mese di reclusione. È la pena inflitta al vicepresidente del partito liberale di opposizione russa Yabloko, Lev Shlosberg con l’accusa di aver “screditato” e diffuso “notizie false” sull’esercito russo. Shloberg – ha deciso un giudice della regione di Pskov – dovrà scontare la condanna in una colonia penale, secondo quanto riportato dall’agenzia Mediazona.

La sentenza fa seguito alla decisione del 10 agosto della Corte Suprema russa di vietare a Yabloko di partecipare alle prossime elezioni parlamentari. Nella sua dichiarazione finale al processo, riporta Amnesty International, Lev Shlosberg ha descritto come “migliaia e migliaia” di persone siano state prese di mira in Russia per le loro convinzioni “pacifiche, non violente e umanistiche”. E ha descritto la guerra in Ucraina come una catastrofe per la Russia.

“In realtà – ha aggiunto – in quest’aula di tribunale io sono la Federazione Russa, che è stata rinchiusa in una gabbia e che si vuole ridurre al silenzio”. Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, ha dichiarato che “il processo e la condanna arbitrari di Shlosberg sono una palese rappresaglia per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione e per aver chiesto la pace”. L’esclusione del partito Yabloko dalle elezioni della Duma di Stato di settembre, ha aggiunto, è “un’ulteriore prova che il pluralismo politico e le posizioni pacifiste non trovano posto nella Russia di oggi”.

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Addio Alex Fiorio: l’uomo che sfidò i grandi del rally

È morto Alex Fiorio, vicecampione WRC 1989 e protagonista dell’era Lancia Delta. Dopo le corse si era dedicato ai giovani piloti.

Alessandro “Alex” Fiorio è morto dopo una malattia che lo aveva colpito negli ultimi mesi, lasciando un vuoto profondo nel mondo dei rally italiani e internazionali. Pilota, team manager e poi riferimento per la formazione di nuove generazioni di concorrenti, Fiorio ha attraversato oltre quarant’anni di motorsport legando soprattutto il proprio nome alla stagione irripetibile della Lancia Delta nel Mondiale Rally.

La scomparsa di Fiorio chiude una storia sportiva che aveva avuto nella velocità il proprio filo conduttore fin dall’adolescenza. Prima delle automobili c’era stato infatti lo sci: a 17 anni aveva conquistato il titolo italiano nella discesa libera e nello slalom gigante con lo Ski Club Cervino, arrivando anche a superare le prove per diventare maestro.

Il passaggio alle quattro ruote avvenne all’inizio degli anni Ottanta. Dopo le prime esperienze nel Panda Ice Trophy e nel campionato dedicato alla Fiat Uno, Fiorio entrò rapidamente nel gruppo di piloti che avrebbe caratterizzato una delle fasi più importanti della storia italiana nei rally.

Fu soprattutto con la Lancia Delta e con il copilota Gigi Pirollo che costruì la parte più conosciuta della propria carriera. In un periodo nel quale Lancia dominava il Mondiale grazie a un’organizzazione tecnica e sportiva diventata un riferimento internazionale, Fiorio seppe ritagliarsi un ruolo di primo piano in una squadra popolata da piloti destinati a entrare nella storia della specialità.

Uno dei passaggi fondamentali arrivò al Rally dei 1000 Laghi, oggi Rally di Finlandia, dove al volante di una Delta del Jolly Club conquistò il titolo mondiale di Gruppo N al termine di un confronto con Tommi Mäkinen, destinato successivamente a diventare quattro volte campione del mondo WRC.

Il risultato più prestigioso nella massima serie arrivò però nel 1989, quando Fiorio concluse il Campionato del Mondo Rally al secondo posto, alle spalle di Miki Biasion. Una stagione che rappresentò il vertice della sua carriera e che lo inserì stabilmente tra i protagonisti dell’epoca d’oro del rally italiano.

Nel complesso Fiorio conquistò nove podi nel WRC, con sei secondi posti e tre terzi posti. Numeri ottenuti in un contesto tecnico particolarmente competitivo, quando le evoluzioni delle vetture, la gestione degli pneumatici e l’affidabilità meccanica potevano modificare radicalmente l’esito di una gara e il ruolo del pilota restava centrale nello sviluppo dell’auto.

Dopo il progressivo disimpegno di Lancia dai rally e una successiva esperienza con Ford, Fiorio trasferì le competenze maturate nelle competizioni verso la gestione sportiva. Nel 2000 diventò team manager dell’Honda Benetton Playlife Racing Team nella classe 125 del Motomondiale, lavorando con Masao Azuma, Mirko Giansanti e Stefano Bianco. In quella stagione arrivò anche il titolo costruttori.

Dal 2001 al 2004 passò quindi al BMW Cibiemme Team, impegnato nei campionati FIA Super Produzione e Turismo. Anche questa fase della carriera racconta la capacità di Fiorio di muoversi oltre il ruolo di pilota, portando esperienza organizzativa e conoscenza delle competizioni in categorie tecnicamente molto differenti dal rally.

Ma proprio ai rally sarebbe tornato nella parte più recente della sua vita. Dopo il trasferimento in Puglia, alla Masseria Camarda di Ceglie Messapica, Fiorio aveva trasformato la propria esperienza agonistica in un progetto rivolto ai giovani. Insieme all’ex pilota Alex Bruschetta aveva creato la Rally University, struttura nella quale aspiranti piloti potevano apprendere tecniche di guida, impostazione delle traiettorie e gestione della vettura in un ambiente dedicato alla formazione.

Dallo stesso contesto è nata anche la Fiorio Cup, competizione arrivata alla quinta edizione e capace di attirare alcuni dei nomi più importanti del rally contemporaneo. Nell’albo d’oro figurano i tre successi del pluricampione italiano Andrea Crugnola, quello di Andrea Mabellini e, nel 2024, la vittoria di Kalle Rovanperä, campione del mondo rally nel 2022 e nel 2023.

È forse proprio questa la parte più significativa dell’eredità lasciata da Fiorio. Dopo aver vissuto in prima persona una delle epoche più importanti del motorsport italiano, aveva scelto di trasformare quell’esperienza in formazione e confronto tra generazioni. Non soltanto memoria della Lancia Delta e dei grandi rally del passato, dunque, ma continuità con il presente attraverso piloti che oggi competono ai vertici nazionali e internazionali.

Alex Fiorio lascia la moglie Oxana, le figlie Mariapaola e Francesca, i genitori Cesare e Francesca, il fratello Cristiano, la sorella Giorgia e gli altri familiari. Con lui scompare uno dei protagonisti di una generazione che ha contribuito a rendere il rally italiano un riferimento mondiale, prima al volante e poi dall’altra parte del muretto, nella gestione e nella formazione sportiva.

Addio Alex Fiorio: l’uomo che sfidò i grandi del rally
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Netanyahu non cede dopo l’incontro con Kushner. “Piano di pace? Serve il disarmo di Hamas sotto la supervisione di un generale Usa”

Benjamin Netanyahu non può cedere sul piano di pace per Gaza prima delle elezioni di ottobre nonostante le diverse pressioni alle quali è sottoposto. Da una parte, deve tenere il passo degli alleati estremisti di governo sulle promesse da fare alla popolazione convinta che l’attentato del 7 ottobre 2023 rappresenti l’occasione perfetta per una definitiva occupazione dei Territori palestinesi, del Libano e della Siria. Dall’altra ha gli Stati Uniti che, nonostante il pieno sostegno garantito fino a ora, ha necessità di portare a casa risultati in termini diplomatici, ossia almeno un avanzamento del processo di pace, in vista delle elezioni di midterm. Per questo in Israele è arrivato Jared Kushner, insieme a una delegazione di Washington. A lui, sfruttando le profonde relazioni che il genero vanta nello Stato ebraico, Trump ha chiesto di convincere il primo ministro ad assecondare le necessità della Casa Bianca. Obiettivo da rimandare, al momento, dato che Tel Aviv fa resistenza in vista delle elezioni di ottobre.

Kushner, d’altra parte, non è nella posizione di arrivare allo scontro con lo Stato ebraico, visti gli strettissimi rapporti tra la sua famiglia, di origine ebraica, grande sostenitrice di Netanyahu e finanziatrice di vari progetti di colonizzazione della Cisgiordania, e le élite sioniste. Il tentativo è stato fatto, dato che prima di arrivare in Israele il fidato consigliere del presidente americano e i funzionari al suo seguito hanno tenuto un summit con i vertici di Hamas in Egitto per capire quali spiragli possano aprirsi per tentare di realizzare la fase 2 del piano di pace promosso dal Board of Peace. Pur consapevoli che le maggiori resistenze vengono esercitate proprio dal governo di Netanyahu: è stato il premier, pochi giorni fa, a cambiare posizione sul ritiro dalla Striscia di Gaza, quando ha preteso che questo non avvenisse parallelamente al disarmo completo di Hamas, ma solo al termine di questo processo. E oggi lo ha ribadito con una nota al termine dell’incontro durato 4 ore.

Eppure Trump, nella mattinata di lunedì, a Fox News aveva ribadito che Israele “non dovrebbe colpire Gaza“, dato che Hamas “ha accettato di posare le armi”. E aveva poi lanciato un messaggio criptico in vista del voto in Israele, dicendo di volersi tenere fuori dalla campagna elettorale ma, allo stesso tempo, che potrebbe dare il proprio endorsement a uno dei candidati. E non è detto che questo sia Netanyahu. Hamas è consapevole che le posizioni del governo israeliano e dell’amministrazione americana non coincidono perfettamente e cerca di inserirsi in queste fratture. Così, il portavoce del partito armato palestinese, Hazem Qassem, ha lanciato un nuovo appello a Trump, riconoscendo il suo “impegno per un cessate il fuoco“, perché continui a “fare pressione sul governo di occupazione affinché rispetti gli accordi raggiunti per l’attuazione della seconda fase del piano di pace di Trump per la Striscia di Gaza”.

Il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, continua a soffiare sul fuoco del terrorismo israeliano affermando che andrebbero uccisi almeno 30-40 palestinesi a Gaza ogni notte. È in questo clima che gli Usa chiedono a Netanyahu una svolta moderata. Ma lui stesso, rivela la Cnn, lo ha chiarito: prima delle elezioni sarebbe un problema. Più netta la lettura di Ynet, secondo cui “la parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La fonte israeliana interpellata ha aggiunto che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.

Al termine dell’incontro, il primo commento è arrivato dall’ufficio del premier israeliano. “Il primo ministro e il Board of Peace hanno avuto discussioni approfondite e costruttive – si legge in una nota – È stato concordato di istituire due gruppi di lavoro, uno sul disarmo e la smilitarizzazione di Gaza, che sia Israele sia il Board of Peace ritengono debba essere completato rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza, e un secondo gruppo di lavoro che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari, sull’acqua potabile e su altre questioni di salute pubblica per la popolazione di Gaza che hanno un impatto anche sulla popolazione israeliana”. Riguardo al disarmo, fa sapere Afp, le parti sono d’accordo che dovrà avvenire sotto la supervisione di un “generale americano”. Netanyahu e Kushner hanno “concordato che il primo passo verso la demilitarizzazione della Striscia sarà la consegna delle armi da parte di Hamas, che dovranno essere dismesse sotto la supervisione di un generale statunitense”. Netanyahu ha inoltre ribadito che Israele non ritirerà le proprie truppe da Gaza fino a quando questo passaggio non sarà completato.

Vista la portata dell’incontro, insieme a Kushner erano presenti all’incontro anche l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov e l’ex premier britannico Tony Blair, mentre per la controparte israeliana hanno partecipato anche David Zini, il capo dello Shin Bet, e Shlomi Binder, il capo dell’intelligence militare. Ma una delegazione, non è stato specificato se la stessa, vuole recarsi anche a Qusra, mentre è ancora in corso l’assedio dei coloni, sotto la protezione delle Forze di Difesa israeliane, alle famiglie del villaggio da giorni senza acqua ed elettricità, come riporta Channel 12. La tv ha spiegato che funzionari statunitensi hanno chiesto alla Difesa israeliana di unirsi a loro nel villaggio a sud di Nablus per spiegare cosa sta succedendo lì e come intendono affrontare il crescente fenomeno della violenza dei coloni ebrei. Una presa di posizione, dopo quella dell’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, che ha definito i coloni “terroristi israeliani“, che rompe con l’atteggiamento di supporto mostrato invece dall’esecutivo Netanyahu. Nessun rischio, però, che Washington e Tel Aviv arrivino a uno scontro pubblico: da entrambe le parti è stata ribadita l’intenzione di scendere a patti rimanendo i principali alleati l’uno dell’altro.

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“Sarei dovuta tornare più tardi, mi sarei dovuta prendere più settimane come mi avevano detto i medici”: Noemi torna sul palco in stampelle dopo la caduta

A quasi un mese dalla caduta dal palco di San Salvo e dopo un periodo di ricovero in ospedale, Noemi è tornata a esibirsi dal vivo a Bisacquino, in provincia di Palermo. La cantante ha raggiunto il centro del palco con l’aiuto delle stampelle e ha cantato l’intero concerto seduta. Il rientro è avvenuto in anticipo rispetto alle indicazioni dei sanitari. “Dove eravamo rimasti?”, ha scherzato l’artista all’inizio dell’esibizione, prima di rivolgersi ai fan presentandosi ancora visibilmente prova dall’infortunio: “Buonasera a tutti, sono molto contenta di essere di nuovo sul palco, di cantare per voi, devo dire che mi è mancato cantare in queste settimane. La musica ci dà sempre l’opportunità di sentirci più forti e trovare energie. Volevo ringraziare tutte le persone che mi hanno mandato tanto i messaggi su Instagram, non so se ci sono stasera tra di voi. Grazie per i messaggi d’affetto, siete stati dolcissimi”, ha dichiarato durante lo show.

La decisione di interrompere la convalescenza è stata presa contro il parere delle prescrizioni mediche originali, come spiegato dalla stessa cantante: “Avrei dovuto tornare più tardi, mi sarei dovuta prendere più settimane, ma ho pensato che sarebbe stato più bello recuperare insieme, va bene? Buon concerto”.

Il tour proseguirà senza pause: stasera l’artista si esibirà a Grisì (Monreale), per poi completare le altre dieci date previste in calendario entro la fine di agosto. La serie di live dell’artista si chiuderà con un doppio evento d’eccezione nei teatri: prima sul palco degli Arcimboldi a Milano, il 14 dicembre, e poi all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 22 dicembre.

Noemi è tornata ✨???? pic.twitter.com/QCqvWJHImQ

— Sabrina ???? (@Sabrina97196114) August 17, 2026

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Usa o Cina, Washington vuole scelte nette sull’AI. Messaggio anche per Roma

Gli Stati Uniti si preparano a dire a decine di Paesi partner che la competizione sull’intelligenza artificiale con la Cina potrebbe lasciare sempre meno spazio a chi cerca di tenere un piede in entrambi i campi.

Secondo una bozza interna del dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington intende avvertire i Paesi allineati alle sue iniziative sull’AI che la partecipazione a framework concorrenti guidati dalla Cina potrebbe comportarne l’esclusione dalla coalizione americana. Il documento è indirizzato ai 35 firmatari del Joint Statement on AI Opportunity, gruppo che comprende membri di Pax Silica e altri Paesi che hanno espresso l’intenzione di allineare la cooperazione sull’intelligenza artificiale con Washington. Tra questi c’è anche l’Italia.

“Essere parte di tutto significa non essere parte di nulla”, si legge nella bozza. L’adesione alla dichiarazione di Pax Silica, aggiunge il documento, “non è semplicemente un’iscrizione, ma un impegno”.

Il testo potrebbe ancora essere modificato e Reuters non è stata in grado di stabilire quando verrà inviato. La direzione politica, tuttavia, appare difficile da ignorare. Washington sembra passare dalla costruzione di un ecosistema tecnologico concorrente a quello cinese alla definizione delle condizioni necessarie per farne parte.

Al centro della questione c’è il Kazakhstan. Washington aveva accolto con favore il suo ingresso in Pax Silica a giugno, anche per le significative riserve di minerali critici del Paese. Astana ha però successivamente aderito anche alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization lanciata a luglio dal presidente cinese Xi Jinping.

Il Kazakhstan è finora l’unico Paese noto ad aver aderito a entrambe le iniziative. Per Washington sembra così essere diventato il primo test di una questione molto più ampia: un Paese può essere considerato un partner affidabile all’interno di un ecosistema tecnologico e, contemporaneamente, partecipare a un’iniziativa concepita per promuoverne uno concorrente? La risposta che emerge dal dipartimento di Stato è sempre più vicina a un “no”.

Il punto conta perché Pax Silica va ben oltre i modelli di intelligenza artificiale. Lanciata da Washington lo scorso anno, l’iniziativa lega semiconduttori, minerali critici, AI, investimenti e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Alla base c’è l’idea che la sovranità tecnologica non richieda a ogni Paese di replicare sul proprio territorio l’intero stack dell’intelligenza artificiale. I partner considerati affidabili possono invece contribuire con capacità complementari a un’architettura comune.

La Cina sta sviluppando una proposta alternativa. Alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, a luglio, Pechino ha lanciato la World AI Cooperation Organization, sostenuta da 29 Paesi, insieme a un’offerta costruita attorno a tecnologie open-weight, capacity-building, standard tecnici e accesso per le economie in via di sviluppo.

La competizione, quindi, si sta spostando oltre la corsa a chi produce il modello più avanzato. Riguarda sempre più chi riuscirà a definire le reti attraverso cui circolano capacità di calcolo, minerali, semiconduttori, standard, investimenti e sistemi di intelligenza artificiale.

E queste reti si fondano sulla fiducia. Le implicazioni erano già visibili prima che emergesse l’ultima bozza americana. Interpellata da Decode39 sul progressivo restringimento dello spazio per l’ambiguità nella governance dell’AI, Zineb Riboua, Research Fellow dell’Hudson Institute, aveva sostenuto che il margine che i governi ritenevano di conservare tra gli ecosistemi americano e cinese fosse in larga misura illusorio. “Lo spazio che i governi credono di avere è un’illusione sostenuta dall’intervallo tra l’acquisto e le sue conseguenze, e quell’intervallo si sta chiudendo”, aveva spiegato.

Il suo ragionamento era che decisioni apparentemente commerciali o tecniche finiscano per condizionare le scelte strategiche quando le tecnologie vengono integrate nelle infrastrutture, nelle regole per gli appalti e nelle istituzioni. I framework di governance possono rivelarsi persino più duraturi di un vantaggio temporaneo nella capacità di calcolo, perché stabiliscono come i sistemi interagiscono, come vengono valutati i modelli e secondo quali criteri le amministrazioni pubbliche acquistano e utilizzano tecnologie.

La bozza riportata da Reuters suggerisce che Washington possa ora prepararsi a trasformare questa logica strategica in un requisito diplomatico più esplicito.

Per l’Italia, la distinzione conta. Roma non deve più decidere a quale architettura aderire. Il 30 luglio l’Italia è entrata formalmente in Pax Silica, dopo aver già firmato il Joint Statement on AI Opportunity. La decisione si affianca alla partecipazione italiana alla Call to Action for 6G Leadership and Security guidata dagli Stati Uniti, all’impegno con Washington sui minerali critici e al dialogo bilaterale sulle Trusted Technologies.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’adesione a Pax Silica come la conferma della “volontà politica di lavorare con gli Stati Uniti e con gli altri partner” sullo sviluppo delle tecnologie produttive, rafforzando al tempo stesso la sicurezza e “l’unità dell’Occidente”.

La direzione strategica è dunque relativamente chiara. Più complessa è la questione dell’implementazione. Il tema era già emerso dopo la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale, AgID, alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, poco dopo l’adesione di Roma al Joint Statement on AI Opportunity promosso dagli Stati Uniti. L’episodio non ha impedito il successivo ingresso dell’Italia in Pax Silica. Il messaggio che arriva ora da Washington suggerisce però che ambiguità simili potrebbero diventare più difficili da sostenere con il consolidarsi delle due architetture dell’AI.

La distinzione resta importante. Partecipare alla conferenza di Shanghai non equivale ad aderire alla nuova organizzazione cinese e l’Italia non si trova nella posizione del Kazakhstan. Ma la direzione della politica americana conta proprio perché potrebbe progressivamente aumentare il peso politico di interazioni che i governi hanno finora considerato tecniche, commerciali o parte della normale attività istituzionale.

Martijn Rasser, vicepresident for Tech Leadership dello Special Competitive Studies Project, aveva già indicato nell’implementazione la prossima sfida al momento dell’ingresso dell’Italia in Pax Silica. “Il test sarà capire se i suoi membri riusciranno a tradurre l’allineamento politico in un’azione coordinata”, aveva spiegato a Decode39, sostenendo che l’Italia si stesse muovendo nella direzione giusta ma dovesse ancora fare di più per individuare le dipendenze inaccettabili, proteggere tecnologie critiche e diversificare le catene di approvvigionamento.

La rivelazione di Reuters aggiunge una nuova dimensione a quel test. L’Italia ha scelto da che parte stare nell’architettura emergente dell’intelligenza artificiale. Se Washington darà seguito all’impostazione contenuta nella bozza, per Roma la questione sarà sempre più assicurarsi che quella scelta trovi un riflesso coerente nelle diverse articolazioni dello Stato.

L’era dell’hedging sull’AI potrebbe non essere ancora finita. Ma Washington sta rendendo sempre più chiaro che, per chi fa parte della sua coalizione tecnologica, lo spazio per praticarlo si sta chiudendo.

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Il pronostico di La Russa: “Alle elezioni il centrodestra a prescindere da Vannacci batterà la sinistra”

“Non sono convinto che i sondaggi sono necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo sulle previsioni”. A parlare così è Ignazio La Russa che a ‘Bar Italia: servono i fatti non le chiacchiere’ rassegna di eventi estiva di Fratelli d’Italia, interviene sull’ascesa, nei sondaggi, di Futuro Nazionale guidata da Roberto Vannacci.

“Il Generale Vannacci non siamo noi che non lo abbiamo voluto nel centrodestra. Lui era il vicepresidente della Lega, ha deciso di uscire dal centrodestra, ha deciso di fare un suo partito votando in numerose occasioni assieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra, sperare eh, che grazie a lui si possa battere il centrodestra. Sono assolutamente convinto che il centrodestra, a prescindere da Vannacci, avrà i numeri per battere la sinistra”.

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Benati si rasa a zero dopo l’impresa agli Europei di atletica: “Ho fatto una scommessa”. Il video sui social

“Ho fatto una scommessa con Sibilio, se avessimo vinto avrei dovuto tagliare i capelli a zero, penso proprio che nella prossima gara mi vedrete pelato”. Detto, fatto. In un video diffuso sul suo account Instagram in collaborazione con la federazione italiana atletica, Lorenzo Benatiuno dei quattro eroi della 4×400, lui nello specifico ha corso l’ultima frazione – ha mostrato il momento in cui ha dovuto tagliare i capelli dopo la scommessa fatta con il collega Alessandro Sibilio, ostacolista e velocista italiano, medaglia d’argento nei 400 metri ostacoli ai campionati europei di Roma 2024.

Lo ha fatto proprio dopo lo storico trionfo agli Europei di Birmingham nella 4×400 in cui l’Italia ha conquistato la medaglia d’oro e il medagliere. Un’impresa memorabile: 10 ori, 6 argenti, 6 bronzi, in totale 22 medaglie. Più ori di tutti, più medaglie di tutti. Impresa possibile grazie alla fantastica staffetta con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati in 2:59.16. “È straordinario – le parole di Benati – un po’ tutti sapevamo che potesse accadere. Il britannico dietro mi metteva un po’ di pressione e infatti alla fine ha provato ad attaccare, ma sono rimasto in piedi. Ovviamente sono molto contento“, ha spiegato prima di rivelare la scommessa con il collega Sibilio.

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“Se ti raccontassi tutto quello che mi è successo mi prenderesti per pazzo”: Valensole 1965 – Cronaca di un incontro ravvicinato, il film sull’apparizione di un Ufo e di due alieni in Francia

“Se ti raccontassi tutto quello che mi è successo mi prenderesti per pazzo”. Valensole 1965 non è un film, ma un atto di fede. L’epifania cinematografica di un credo ufologico come ha cercato di fare Steven Spielberg recentemente con Disclosure Day, dimenticando poi nel ripostiglio la tavolozza di colori e ispirazione usati per Incontri ravvicinati del terzo tipo. A tal proposito in Valensole 1965, la palette cromatica è immersa nel viola lavanda dei lunghi e armoniosi filari di cui è zeppa la località omonima della Provenza francese. Proprio tra quei filari, nella penombra dell’alba, il 1 luglio del 1965 il contadino Maurice Masse (Matthias Van Khache) viene attirato dall’apparizione improvvisa di uno strano piccolo oggetto volante atterrato tra le piante di lavanda. La macchina da presa segue subito il protagonista di spalle, come a coprire in un parziale fuori vista lo sfondo misterioso alieno. Poi uno scavalcamento di campo, la cicca che cade dalla bocca di Masse, di nuovo una soggettiva del contadino ed ecco per pochi istanti l’astronave piantata ben salda a terra. Valensole 1965 – Cronaca di un incontro ravvicinato, diretto da Dominique Filhol, ha un incipit da thriller soprannaturale, poi si sdraia su una classica drammaturgia socio familiare (la moglie fedele che fatica a credere a Maurice; i compaesani bonaccioni e i gendarmi che lo sfottono; giornali, tv e curiosi che ne affollano e distruggono i campi) e infine cerca di trasmettere con una certa intonsa e commovente grazia proprio quell’idea di fiducia nella confessione granitica del protagonista di cui abbiamo parlato in apertura. Come dire, Valensole 1965 è un film in cui non solo si allude alla veridicità delle incursioni aliene sulla Terra, ma dove si vuole rendere giustizia alla bonaria genuinità della versione Masse (morto, quello vero, nel 2004 senza mai modificare di una virgola il racconto di ciò che vide quella mattina).

Nonostante l’impianto di regia e messa in scena abbia il vago sentore delle riduzioni tv, Filhol adopera la macchina cinema in maniera pulita, franca e finanche autoironica (il super8 regalato dal protagonista al figlio piccolo). Regista, peraltro, avvezzo al cinema a tema alieno con in carnet un corto, I nove miliardi di nomi di Dio (2018), e il documentario Oggetti volanti : un segreto di stato (2020) che ne hanno consacrato l’inusuale e provocatoria posizione politica. Filhol non ha interesse a ingigantire l’episodio – tra i pochissimi in Francia classificati dagli studiosi specializzati come “inspiegabile” – magari stupendo con effetti speciali (i due alieni con la grossa testona ci sono, tranquilli); semmai cerca di elevare l’incontro ravvicinato ad emblema di verità attraverso la costruzione della onesta figura di Masse che viene perfino immersa stella tra le stelle in un flusso di immagini cosmico naturalistiche alla Godfrey Reggio.

Nessuno in fondo gli crede ed anzi, molti si approfittano di lui, tanto che Maurice comincia a soffrire di ipersonnia, seppellisce il suo orologio da polso dalle lancette che girano impazzite, e nonostante gli alieni gli abbiano sparato pure un laser per immobilizzarlo mentre gli erano di fronte, il protagonista ci tiene a voler comunicare alla moglie che quell’incontro che gli ha sconvolto l’esistenza “è stato bello”. Curioso, infine, che Valensole 1965 abbia un legame diretto con lo Spielberg di Incontri… , grazie alla figura dello scienziato e ufologo francese Jacques Vallée: in Incontri ravvicinati del terzo tipo era il Lacombe interpretato da Francois Truffaut; qui diventa un individuo con cappello e codino più simile all’originale che piomba a casa di Masse chiedendo di raccontargli di nuovo la sua storia perché sui rapporti di polizia dove sono stati raccolti i dettagli dell’avvistamento Ufo manca una cosa: “la parte emozionale”. Postilla: nel campo di lavanda dove si posò la presunta astronave, infilando un tubo nel terreno, per oltre dieci anni non è mai più cresciuto un rametto che uno. Nelle sala italiane dal 20 agosto grazie a Madison Picture.

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Elezioni in Brasile, è iniziata la corsa presidenziale

Per i brasiliani quella di ieri è stata una domenica importante. È ufficialmente partita la campagna elettorale per le elezioni presidenziali previste per il 4 ottobre. In caso di pareggio, il secondo turno ci sarà pochi giorni dopo, il 25 ottobre.

Il candidato della sinistra, attuale presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, cerca il suo quarto mandato nonostante abbia 80 anni. Il suo comizio di inaugurazione della campagna è stato nello Stadio Municipale Primero de Mayo, a São Bernardo do Campo, poco distante dalla città di São Paulo, dove si è formato come personaggio politico, leader dei sindacati e giovane oppositore della dittatura militare degli anni ’60, ’70 e ’80. Il capo del Partito dei Lavoratori ha centrato l’inizio della campagna elettorale sull’importante di combattere la criminalità e garantire la sicurezza dei brasiliani.

Stella linea per il progetto politico di Flávio Bolsonaro, primo figlio dell’ex presidente di estrema destra, Jair Bolsonaro, che ha scelto però lo scenario delle spiagge di Copacabana a Rio de Janeiro per iniziare la sua campagna.

“Finché sarò vivo, non mi lascerò governare, non permetterò che la destra governi di nuovo”, ha detto Lula da Silva secondo il resoconto del comizio dell’agenzia Efe. Il socialista ha promesso una vera e propria battaglia contro i femminicidi in Brasile e lo smantellamento delle organizzazioni criminali e le loro finanze. Il Brasile è diventato il bastione di due delle principali organizzazioni criminali del Sudamericana: Primeiro Comando da Capital (PCC) e Comando Vermelho (CV).

Per Lula è anche importante frenare l’ingerenza degli Stati Uniti nei processi elettorali e bloccare qualsiasi tentativo di sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Non ha mai nominato il rivale Bolsonaro (né padre, né figlio).

Flávio Bolsonaro, invece, ha scelto di attaccare durante tutto il discorso Lula. Ha anche parlato della violenza di genere e del crimine organizzato e delle reti di narcotraffico che regnano in Brasile. Il candidato del Partito Liberal ha anche promesso programmi sociali a favore dei più svantaggiati, la castrazione chimica per i pedofili e le condanne di “minimo otto anni” per chi ruba un cellulare. Come l’alleato americano Donald Trump, vuole considerare “terroristi” i narcotrafficanti. Secondo il primogenito di Bolsonaro, è lui l’unico capace di sedersi a negoziare accordi commerciali sia con la Cina, sia con gli Usa.

E cosa dicono i sondaggi? Ad oggi, tutti i sondaggi indicano che la corsa finale sarà tra Lula e Flávio Bolsonaro con uno stretto margine di differenza. L’ultimo report pubblicato venerdì da Quaest, sostiene che ci sarà un pareggio tecnico in un eventuale ballottaggio, ma che Lula gode del 43 % e Flávio il 40 %. Circa 4 % di brasiliani è ancora indeciso su chi votare.

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Sinner è a Torino: gli allenamenti e la nuova visita al J Medical, poi deciderà se giocare gli Us Open

Sono passate ormai due settimane da quel controllo a Milano di martedì 4 agosto, quando Jannik Sinner si fece visitare alla “Physioclinic” di via Fontana per un problema al ginocchio rivelatosi giorno dopo giorno un infortunio sempre più grave. Il numero 1 al mondo ha scelto giustamente di non giocare anche il Masters 1000 di Cincinnati, dopo aver già saltato il Canada, per concentrarsi sul pieno recupero in vista degli Us Open, che cominciano domenica 30 agosto. Ora però sono giorni decisivi per capire se Sinner potrà volare a New York per giocare l’ultimo Slam stagionale sul cemento.

Il tennista altoatesino ieri, domenica 16 agosto, ha festeggiato il suo 25esimo compleanno. Oggi però è stato avvistato a Torino, per la precisione sui campi del circolo della Stampa Sporting, quelli dove solitamente si allena quando lì a pochi metri si giocano le Atp Finals. Sinner dorme al J Hotel ed è prevista una nuova visita al J Medical, il centro specializzato della Juventus a cui ha scelto di appoggiarsi per risolvere il suo problema al ginocchio. Ci era già stato l’8 agosto scorso, prima di annunciare definitivamente il suo forfait a Cincinnati.

I test a Torino, sia sul campo che negli studi medici, saranno quindi decisivi per decidere se partecipare agli Us Open. Sinner, lo dice la sua carriera, ha sempre scelto la strada della prudenza: partirà per New York solo se e quando si sentirà quasi completamente guarito. Inutile forzare il recupero e rischiare di peggiorare la situazione.

Nel frattempo, d’altronde, anche il grande rivale Carlos Alcaraz non ha ancora sciolto le riserve. Lo spagnolo è fermo dal 14 aprile, quando a Barcellona si fece male al polso destro. Negli ultimi giorni si è allenato nella sua Academy di El Palmar insieme ad Holger Rune, che a proposito di infortuni non gioca da quasi un anno (si è rotto il tendine d’Achille). Alcaraz sta alzando il ritmo in allenamento per provare a farsi trovare pronto a New York. La sua presenza agli Us Open però non è ancora certa al 100%. Lo spagnolo, che è campione in carica, ci sta provando. Ma alla fine è sempre il corpo l’ultime giudice.

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Amodei (Anthropic) ammette: “Abbiamo alimentato illusioni sull’IA. Ora c’è sfiducia”. E cresce il timore di una nuova bolla

Le aziende di intelligenza artificiale hanno promesso più di quanto siano riuscite finora a mantenere. E questa distanza tra attese e risultati alimenta un clima di sfiducia verso l’IA sul piano tecnologico e sociale, accompagnata da crescenti dubbi sulla sostenibilità finanziaria degli investimenti nel settore, sempre in crescita. A denunciare lo stato di difficoltà del mondo dell’IA è uno dei suoi protagonisti, Dario Amodei, l’amministratore delegato della statunitense Anthropic.

Lo ha fatto in una serie di messaggi pubblicati sul social X: l’ex vicepresidente della ricerca di OpenAI ha sottolineato come la critica più fondata che si possa muovere oggi alle aziende IA sia quella di aver alimentato molte illusioni riguardo all’impatto positivo che avrebbe avuto questa tecnologia. “La responsabilità è interamente nostra”, ha spiegato, aggiungendo che è su questo, e non sui messaggi di marketing, che si dovrebbe concentrare lo sviluppo delle soluzioni di IA.

Il punto debole è, per l’ad, continuare a fare parallelismi con strumenti che attualmente non esistono, non pubblicamente almeno, come quelli per alcune importanti applicazioni mediche. “L’unica cosa che funzionerà davvero sarà curare il cancro“, ha ribadito, “con le sole promesse, molti pensano che l’IA sia solo un inganno”. A tal proposito, Anthropic sta accelerando gli sforzi in biologia e medicina, con i “primi segnali tangibili” previsti nei prossimi mesi.

Amodei è intervenuto rispondendo all’investitore Gavin Baker, secondo cui i toni allarmistici del manager sui rischi dell’IA – soprattutto quelli derivanti dall’Agi, la prossima intelligenza artificiale “generale”, che potrebbe pensare e agire come e meglio degli uomini – avrebbero contribuito alla sfiducia pubblica verso la tecnologia. L’ad ha respinto l’accusa, parlando di una crisi più ampia.

Ammissioni simili sono arrivate negli ultimi dodici mesi anche da altri vertici del settore. L’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, lo scorso agosto aveva paragonato il clima attuale a quello della bolla delle “dot-com” di fine anni novanta, definendo “non razionale” il fatto che startup di poche persone raccolgano finanziamenti miliardari e prevedendo che “qualcuno perderà somme ingenti di denaro”. Nonostante l’ammissione, OpenAI ha confermato piani di spesa per trilioni di dollari in infrastrutture.

A conclusioni simili era arrivato l’amministratore delegato di Alphabet, Sundar Pichai, che in un’intervista alla Bbc aveva riconosciuto “elementi di irrazionalità” nel ciclo di investimenti sull’IA, proprio come agli albori di internet. Pichai aveva ammesso che nessuna azienda sarebbe immune, Google compresa, in caso di scoppio della bolla. Quattro anni fa, Big G spendeva meno di 30 miliardi di dollari l’anno in IA. Quest’anno, la cifra ha superato i 90 miliardi di dollari. Peraltro, in un suo recente articolo, la Bce ha sottolineato come il “rally innescato dall’intelligenza artificiale nel settore tecnologico”, abbia portato le valutazioni di Borsa a livelli “che non si vedevano dalla bolla delle dot-com”, esponendo le famiglie europee alla tecnologia statunitense, “valutata in 440 miliardi di euro”.

Il tema di fondo, secondo molti analisti, riguarda lo scarto tra le promesse comunicate al pubblico e i risultati finora verificabili. L’indagine 2026 AI-Powered Consumer Report, dei ricercatori di Prophet, segnala che l’uso dell’IA generativa tra i consumatori è salito al 73%, dal 45% del 2024, ma con un calo del 30% nell’entusiasmo verso la tecnologia. Per il Pew Research Center, il 50% degli adulti statunitensi si dice più preoccupato che ottimista per la diffusione dell’IA nella vita quotidiana, contro il 10% di pareri favorevoli. Nel 2021 la quota dei timorosi era al 37%.

E per le aziende non va meglio: se in passato si pensava che l’uso dell’intelligenza artificiale potesse permettere alle imprese di incrementare produttività e ricavi, una ricerca del Mit ha capovolto le attese, dimostrando come solo il 5% dei progetti basati sull’IA raggiunga un impatto significativo. Stessa sorte di un report di S&P Global Market Intelligence, per il quale il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior parte delle proprie iniziative di IA nel 2025, in aumento rispetto al 17% del 2024. Il 46% dei progetti viene scartato prima ancora di arrivare in produzione a causa di costi elevati, problemi di sicurezza e difficoltà nel gestire la privacy dei dati condivisi.

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Addio a Linda Pani e Greta Zuccarello, L’Eredità cerca le nuove “Professoresse”: aperti i casting della Rai

Il prossimo capitolo de L’Eredità comincia a prendere forma. Sul portale Rai Casting è stata pubblicata la ricerca di nuove “professoresse “del quiz di Rai 1, chiamate ad affiancare Marco Liorni nella prossima stagione televisiva. L’annuncio arriva mentre l’edizione estiva del programma è ancora in corso e porta con sé anche un’indicazione sul futuro di Linda Pani e Greta Zuccarello. Le due, che hanno affiancato Liorni per due stagioni, non saranno infatti confermate al ritorno del programma in autunno. Resteranno però in video fino al 5 settembre, quando si concluderà L’Eredità Summer. Dopo quella data si chiuderà il loro percorso nel quiz, iniziato nel 2024 e durato due stagioni.

L’annuncio del casting rende dunque di fatto ufficiale anche il cambio di squadra. Non c’è stato un comunicato dedicato all’uscita di scena di Greta Zuccarello e Linda Pani: è stata la pubblicazione della nuova selezione a chiarire che le due non saranno confermate per la prossima edizione.

Il cambio di cast non arriva dunque all’improvviso, ma segue una dinamica già vista negli anni nel programma: le professoresse hanno spesso lasciato il posto a nuovi volti dopo un periodo di permanenza più o meno lungo. Per Linda Pani e Greta Zuccarello, però, il passaggio arriva dopo due stagioni durante le quali sono diventate una presenza riconoscibile del programma accanto a Marco Liorni.

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Il debito Usa e la lezione ignorata dalla politica italiana. L’analisi di Polillo

Il prossimo 31 agosto si vedrà se il debito pubblico degli Stati Uniti, secondo le previsioni del Joint Economic Committee, avrà raggiunto la fantastica cifra di 40.000 miliardi di dollari. Un record mai visto prima. In termini di Pil quella livella ha già superato il 120%. Calma e gesso: direbbe un analista italiano, considerando la dinamica del debito nostrano: 3.200 miliardi lo scorso giugno. Oltre il 137 per cento all fine dello scorso anno ed ancora in crescita. Ma gli Stati Uniti non sono l’Italia. Un loro semplice raffreddore può alimentare una polmonite planetaria.

Preoccupazioni giustificate, quindi. Anche perché il trend ascensionale del debito pubblico americano è un fenomeno relativamente recente. Era rimasto pari al 60% del Pil, fino al 2008, per poi salire gradualmente fino a raggiungere il 100% alla fine del 2019. Infine la grande epidemia di Covid aveva rotto gli argini. Un balzo di quasi 20 punti e il tracciamento di un nuovo trend. Da allora variazioni marginali lungo quella linea di tendenza. Grande attenzione quindi al deficit di bilancio che è uno degli elementi chiave della crescita del debito. Contrastato o supportato dalla dinamica del Pil nominale, che agisce in senso contrario, e da quella degli interessi sullo stock che opera per allungarne la corsa.

In questi ultimi mesi il deficit mensile è progressivamente aumentato. A luglio è balzato all’impressionante cifra di 432,3 miliardi di dollari, segnando un drammatico incremento del 48% rispetto all’analogo mese del 2025 e riportando il disavanzo ai livelli massimi dal marzo 2021, epoca in cui l’economia americana era ancora profondamente segnata dagli straordinari stimoli fiscali legati all’emergenza pandemica. Nei primi dieci mesi dell’anno fiscale (iniziato tradizionalmente il primo ottobre) il deficit ha sfiorato i 1.800 miliardi di dollari superando ampiamente il dato del corrispondente periodo dell’anno precedente.

Il maggior tiraggio si deve ai costi di Medicare, il programma federale di assicurazione sanitaria destinato prevalentemente agli over 65 e alle categorie più fragili, le cui spese a luglio hanno toccato il record di 174 miliardi di dollari, in nettissimo rialzo rispetto ai 103 miliardi di giugno, portando il totale oltre la soglia di 955 miliardi. Questo esborso ha reso Medicare la singola voce di spesa più consistente del mese, capace di oscurare persino i 141 miliardi destinati alla previdenza sociale e i 104 miliardi assorbiti dagli interessi netti sul debito pubblico.

In una situazione già particolarmente stressata sono intervenuti due fattori contingenti che hanno alzato il livello di allarme. Per effetto del calendario, si è avuto un aggravio tecnico di spesa per 99 miliardi di dollari, dovuto alle anticipazioni concesse per vari sussidi, inclusi quelli per la Supplemental Security. Il rimborso dei dazi è costato, invece, altri 33 miliardi al netto dei possibili rimborsi che l’Amministrazione dovrà erogare sui prelievi precedenti, dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema.

Gli ultimi dati, come detto in precedenza, indicano un deficit annuo pari a 1.799 miliardi di dollari. Rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente l’incremento è del 10,46%. Ciò significa che il 28,62% delle spese nell’anno fiscale 2026 non è stato coperto dalle entrate e che per ogni dollaro di entrate incassato dal governo federale, ne sono stati spesi 1,40. Le più recenti proiezioni di bilancio decennali del CBO prevedono che il deficit totale sarà di 1.853 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2026, 1.887 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2027 e 2.080 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2028.

Altro elemento preoccupante è la forte crescita della spesa per gli interessi sul debito pubblico. Negli ultimi 12 mesi le relative uscite sono state pari a più di 1.000 miliardi, con un aumento rispetto al periodo precedente del 14,5%. Un importo che è superiore a quello delle spese militari che è risultato pari a poco più di 948 miliardi di dollari. In larga misura per rispettare gli impegni NATO. La maggior spesa per interessi dimostra che il sistema finanziario americano è destinato ad essere sempre di più un mercato dei compratori. Saranno quindi questi ultimi, con la loro domanda di titoli, a dettare le condizioni per il mantenimento di un debito che per una percentuale intorno al 25% è in mano ad investitori esteri.

I dati appena illustrati forniscono una spiegazione logica di alcuni comportamenti illogici di Donald Trump. Che l’economia, ma sarebbe meglio dire la società, americana non sia più quella di una decina di anni fa è del tutto evidente. I costi della sua egemonia sul piano internazionali sono enormemente cresciuti. Ma gli alleati occidentali hanno fatto finta di niente. Eppure le richieste di aiuto, si pensi solo all’aumento del contributo per le spese Nato, erano state più volte avanzate dai Presidenti pro-tempore: da Barack Obama, allo stesso Trump nel suo primo mandato, per giungere fino a Joe Biden. Risultato? Un niente di fatto.

Anzi, oggi, specie a sinistra si assiste ad una vera e propria levata di scudi, all’insegna dello slogan: “Neppure un cent di aumento per le spese militari”. La zuppa rancida che propone soprattutto Giuseppe Conte, che non esita a taroccare le cifre dell’intervento: 500 miliardi da qui al 2035, quando la cifra reale, da spalmare in 10 anni, sarebbe, alla fine, di poco superiore agli 80 miliardi di euro. Cifra ovviamente ragguardevole. Ma quanto vale la libertà di una Nazione? Quanto la difesa di un patrimonio politico-culturale irripetibile? Una domanda alla quale dovrebbe rispondere soprattutto Elly Schlein uscendo dalla modalità “sfinge”.

E invece nel silenzio degli ignavi prosperano le tesi più stravaganti. Come quelle raccolte da Il Fatto quotidiano secondo il quale gli Stati Uniti d’America sarebbero solo imperialismo. Ovviamente lo sarebbero stati anche nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, quando traversarono l’Atlantico per contribuire a sconfiggere in Europa quella deriva illiberale, ch’era stata il parto delle contraddizioni del Vecchio continente. Altro che imperialismo! Ma che la relativa accusa possa avere l’onore – si fa per dire – delle pagine di un quotidiano nazionale, la dice lunga sul grado di confusione che alberga nel cuore della sinistra italiana.

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“Ha preso fuoco il castello”: lo spettacolo dei fuochi d’artificio di San Rocco scatena un incendio, scoppia il panico ad Ortona. Alcuni feriti tra il pubblico

A mezzanotte in punto, il cielo di Ortona si è illuminato a giorno, ma lo spettacolo pirotecnico si è trasformato rapidamente in un’emergenza. I fuochi d’artificio, lanciati direttamente dall’interno del Castello Aragonese per celebrare la notte di San Rocco e la fine della Sagra degli Antichi Sapori, hanno sprigionato una densa pioggia di lapilli. Le scintille incandescenti sono cadute inesorabilmente sulle sterpaglie secche del costone a strapiombo sul mare situato alle spalle della fortificazione, innescando un rogo immediato.

Mentre nel cielo i fuochi continuavano a esplodere in modo surreale, a terra le fiamme si espandevano fino a intaccare la struttura. Tra le centinaia di persone assiepate nel centro storico per assistere all’evento è esploso il panico, culminato nel grido di allarme collettivo: “Ha preso fuoco il castello”.

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Il primo responsabile della tragedia del prof Arday è il sistema distorto di valutazione delle università

Il 5 agosto scorso il Prof. Jason Arday, da tre anni professore di Sociologia dell’Educazione all’università di Cambridge in Inghilterra si è dimesso dalla sua posizione e dopo 9 giorni, il 14 agosto scorso, è stato trovato morto nella sua abitazione; è possibile, ma non certo, che si tratti di suicidio. La storia triste di questo studioso quarantenne solleva molti interrogativi e merita di essere raccontata.

L’università di Cambridge è un centro di assoluta eccellenza su scala mondiale e appare sempre nelle primissime posizioni nelle valutazioni comparative mondiali. Il prestigio di cui gode ha anche un riscontro economico perché permette all’università di esigere tasse di iscrizione di decine di migliaia di sterline dai suoi studenti. Mantenere prestigio e posizione in classifica non è facile e richiede di ottenere punteggi elevati in molti ambiti, uno tra i quali è l’inclusività.

Nel 2023 l’università assume il Prof. Jason Arday, un candidato che aveva già insegnato in altre università del regno, preferendolo a candidati più anziani e in possesso di titoli scientifici più prestigiosi. Perché l’università fa questa scelta? Non lo sappiamo, ma certamente Arday consente di mettere una crocetta in molte caselle del portfolio dell’istituzione: Arday è nero, figlio di immigrati ghanesi (crocetta su inclusività rispetto alle origini etniche); riferisce una storia di autismo e dislessia (crocetta su inclusività rispetto alle disabilità); ha un discreto curriculum di ricerca e riferisce una eccellente storia di attività sportive finalizzate a raccogliere fondi di beneficenza (crocetta su eccellenza scientifica e morale); è il più giovane professore di colore mai assunto dall’ateneo. In pratica Arday rappresenta la prova provata delle politiche di inclusione dell’università di Cambridge.

Dopo appena tre anni un altro professore, Nathan Cofnas, già licenziato dall’università di Cambridge per le sue idee discriminatorie (si definisce “race realist”) e attualmente in ruolo presso l’università di Gent in Belgio, si mette a studiare i titoli accademici di Arday e lo accusa di aver plagiato la tesi di dottorato e anche alcuni articoli.

La stampa britannica riprende e amplifica le accuse di Cofnas con un notevole accanimento (in due mesi appaiono sui giornali oltre 200 articoli su Arday). Inizialmente Arday prova a difendersi rivolgendosi ad uno studio legale prestigioso; poi cede, si dimette e meno di dieci giorni dopo muore.

A questo punto è superfluo chiedersi se le accuse rivolte ad Arday siano vere o false (l’università di Liverpool, nella quale Arday aveva conseguito il dottorato, ha negato che la tesi fosse plagiata): Arday è la vittima di uno scontro tra ideologie e poteri che si trovano ben al di sopra di lui.

Il primo responsabile della tragedia di Arday è il sistema distorto di valutazione delle università, intorno al quale ruotano interessi economici molto grandi. L’università di Cambridge, stretta all’interno del sistema e vittima del suo stesso prestigio, è responsabile di aver assunto Arday e di averne fatto una bandiera senza rendersi conto della sua fragilità e dell’implausibilità di molte parti del suo curriculum.

Gli accusatori di Arday erano a loro volta parte, consapevole o inconsapevole, di un pregiudizio nei confronti di uno straniero nero che aveva raggiunto un ruolo di assoluto prestigio in una istituzione blasonata; più ancora avversavano le politiche di inclusione, responsabili – secondo loro – di abbassare ogni standard valutativo di fronte al membro del gruppo discriminato.

Arday, infine, è stato vittima di se stesso, di una fragilità psico-emotiva che lo ha spinto a gonfiare in misura ridicola il suo curriculum, anche in relazione ad eventi sportivi non inerenti alla posizione per la quale concorreva, e che si sono rivelati in gran parte falsi. Poteva succedere in Italia?

Il nostro sistema è relativamente protetto da questi rischi, in primo luogo grazie al fatto che la normativa concorsuale e di finanziamento dei nostri atenei non ci costringe a inseguire l’eccellenza ad ogni costo, un mito pericoloso e fuorviante: possiamo lamentarci di altri difetti del nostro sistema, ma se non altro non ammazza nessuno.

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Addio a Rossella Diaco, la voce di Isoradio morta a 65 anni

È morta questa mattina dopo una breve malattia Rossella Diaco, 65 anni, una delle voci di Isoradio. Lo comunica la Rai in una nota, in cui si legge: “Programmista multimediale in organico da oltre quindici anni a Isoradio, precedentemente al CIS e a Rai International, è stata una professionista che si è sempre dedicata con passione al suo lavoro nei canali di pubblica utilità. Anche negli ultimi mesi di malattia ha saputo essere la donna forte, coraggiosa e determinata che negli anni i suoi colleghi hanno conosciuto”. L’azienda conclude facendo le condoglianze ed esprimendo vicinanza a tutta la famiglia della giornalista e in particolare alla figlia Federica.

Lo scorso 27 luglio Diaco aveva deciso di raccontare la sua malattia con un post sul suo profilo Facebook, in cui scriveva: “Terapie andate male, forze che diminuiscono, la mia vita mi manca, il vostro affetto si sente sempre, lo sento anche se non scrivo”. I funerali si svolgeranno mercoledì mattina alle 10.30 a Roma presso la parrocchia Sacri Cuori di Gesù e Maria.

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Ranucci, le nuove dichiarazioni. Il legale di Lavitola: “Affranto per quanto fatto a un fratello”

Ranucci, le nuove dichiarazioni

“Il dottor Lavitola vive una condizione psicologica non facile perche’, per una sua scelta autonoma, ha provocato dei guai a due persone che per lui sono come un figlio, Gomez, e un fratello, il dottor Ranucci. E’ molto affranto”. Lo ha dichiarato ai cronisti l’avvocato Arturo Cola al termine del colloquio nel carcere di Rebibbia con Valter Lavitola.

“Si sente in colpa per aver messo nei guai persone a cui tiene in ragione di una scelta esclusivamente sua. Per quanto riguarda Gomez, per averlo coinvolto in un’azione delittuosa della quale era a conoscenza; per Ranucci, per averlo messo alla merce’ delle note ipotesi di questa vicenda. Quanto alle decisioni di Gomez, saranno sue scelte personali su cui Lavitola non influira’”, ha aggiunto.

Ranucci, il legale di Lavitola: “Scelta attentato e’ solo sua”

“La scelta dell’attentato e’ solo sua, una iniziativa solo sua”. Lo ha ribadito l’avvocato Arturo Cola, legale di Valter Lavitola, rispondendo ai cronisti fuori dal carcere di Rebibbia sull’eventuale presenza di ulteriori mandanti per l’attentato contro Sigfrido Ranucci.

Ranucci, legale Lavitola: “Per riesame chiede di essere in aula”

“Abbiamo parlato del Riesame che verra’ fissato la settimana prossima e abbiamo stabilito che il dottor Lavitola rendera’ dichiarazioni spontanee al tribunale. Auspico che venga tradotto in aula e non in videoconferenza, come ho formalmente chiesto”. Lo ha annunciato l’avvocato Arturo Cola all’uscita dal carcere di Rebibbia parlando con i cronisti dopo l’incontro con Valter Lavitola.

“Abbiamo ripercorso tutti i passaggi dell’ordinanza cautelare anche rispetto al movente e agli elementi che riscontrano delle dichiarazioni rese durante l’interrogatorio di garanzia – ha aggiunto – si tratta di dichiarazioni che sono a precisazione di alcune circostanze che sono state interpretate in un certo modo nel provvedimento di rigetto della richiesta di arresto domiciliare”.

“Tecnicamente non esistono esigenze cautelari che possano giustificare la permanenza in carcere. Il fatto che quattro arrestati ora vogliano parlare non lo allarma piu’ di tanto: e’ un reo confesso, quindi nulla potrebbe aggiungersi rispetto a quello che e’ gia’ stato detto”, ha concluso.

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L’allarme di Oxford Economics sull’energia: “Le scorte di gas sono ai minimi, l’Europa tema l’inverno”

Più che il caldo, è il freddo a preoccupare l’Europa. La prossima stagione invernale potrebbe essere la più difficile dal 2021 per le forniture energetiche. È l’allarme lanciato dagli analisti di Oxford Economics, secondo cui “la nuova ondata di calore è poca cosa rispetto a quello che succederà il prossimo inverno”. A pochi mesi dall’arrivo del freddo, infatti, le scorte di gas sono su livelli storicamente bassi e diversi rischi sul fronte delle forniture si sono già materializzati.

Lo scenario potrebbe avere conseguenze anche sull’inflazione: secondo Oxford Economics, un inverno particolarmente rigido potrebbe spingere il tasso oltre il 3,5% a fine anno, mantenendolo sopra il 3% anche nel 2027. Le riserve di gas stanno diminuendo in tutta Europa. Al 13 agosto, gli stoccaggi italiani risultavano pieni al 78,22%, contro l’84% circa dello stesso periodo dell’anno scorso. In Germania il livello era al 49%, rispetto al 65,77% del 2025. Nell’insieme dell’Unione europea le scorte si attestavano al 59,92%, contro il 72,9% di fine 2025. Il quadro tuttavia è diverso da quello dell’inverno 2021-2022. La possibilità di una vera e propria carenza fisica di gas viene considerata dagli analisti un rischio remoto, grazie a un’offerta globale più ampia di gas naturale liquefatto (Gnl) e alla maggiore disponibilità di terminali di importazione. Restano però diversi fattori di rischio. “Lo stretto di Hormuz rimane effettivamente chiuso” osservano gli analisti, mentre sono aumentate le interruzioni della produzione norvegese di gas. Allo stesso tempo, il gas naturale ha dovuto compensare la minore produzione idroelettrica e nucleare.

Negli ultimi anni l’Unione europea ha ridotto i consumi di gas del 15-20%, ma il continente resta fortemente esposto all’andamento delle temperature nei mesi invernali. Una stagione più fredda della norma potrebbe quindi provocare un’impennata dei prezzi. A rendere più incerto lo scenario c’è anche la Russia, che rappresenta ancora circa il 15% delle importazioni europee di gas. Un nuovo taglio unilaterale delle forniture, sul modello di quanto accaduto nel 2021-2022, potrebbe innescare “una nuova spirale dei prezzi” alimentando i timori di una carenza materiale di gas. In uno scenario estremo, l’Ue potrebbe essere costretta a riconsiderare anche l’embargo sul gas russo. Tra le economie europee, l’Italia è quella che secondo Oxford Economics risulta maggiormente esposta a improvvisi rincari del gas, anche per il peso che il combustibile continua ad avere nel sistema energetico nazionale. A fare la differenza sarà anche la velocità con cui gli aumenti all’ingrosso si trasferiranno sulle bollette e sui prezzi al consumo. In Europa, infatti, i tempi di trasmissione sono molto diversi da Paese a Paese. “La struttura prevalente del mercato – spiegano gli analisti – è caratterizzata da una predominanza di contratti a prezzo fisso a 12 o 24 mesi” che consentono di trasferire gli aumenti con un ritardo anche di un anno, come avviene in Austria e Germania. In Francia, Italia e Spagna, invece, i prezzi al dettaglio si adeguano nell’arco di circa un mese. Nei Paesi Bassi infine la risposta è quasi immediata.

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Turista bloccato a 2.550 metri “senza caschetto e kit da scalatore”, un’alpinista “sospesa nel vuoto” su uno strapiombo e gli escursionisti aggrediti dai cani da guardia: la rabbia del Soccorso Alpino per gli interventi evitabil

Un escursionista incrodato a 2.550 metri “senza caschetto e kit da scalatore”, un’alpinista rimasta “sospesa nel vuoto” su uno strapiombo e due ragazzi precipitati in falesia dopo aver deciso di “arrampicare senza corde”. È il bilancio di una giornata di superlavoro per le squadre del Soccorso Alpino e per gli equipaggi degli elicotteri Falco 1 e Falco 2.

Una sequenza ininterrotta di chiamate di emergenza che ha alternato gravi imprudenze in quota a incidenti imprevedibili, come l’aggressione da parte di cani da guardia o gravi reazioni allergiche, costringendo i soccorritori a un dispiegamento di forze su tutto l’arco dolomitico e prealpino.

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Cosa accade se si è colpiti da un fulmine e come evitarlo: le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità

Se si è malauguratamente colpiti da un fulmine, i rischi possono essere vari, partendo da paralisi, amnesie e perdita di conoscenza per periodi compresi fra pochi minuti e varie ore. Se la corrente del fulmine passa però per il cuore, può provocare un arresto cardiaco, mentre se attraversa i centri nervosi o respiratori può portare alla morte per arresto respiratorio. A causare la morte o ferite gravi possono essere anche le bruciature.

Lo spiega l’Istituto superiore di sanità (Iss) in una pagina web dedicata. Sull’Etna una turista di 30 è morto colpito proprio da un fulmine, stesso esito per un escursionista in Alto Adige. Alcuni giorni fa uno scout era stato colpito sul Monte Livata, nel Lazio, ed è ancora ricoverato al Policlinico Gemelli ma in miglioramento.

Disturbi alla vista e all’udito

Il bagliore del fulmine (il lampo) può causare poi disturbi alla vista, e l’onda d’urto danni all’udito. Altri effetti indiretti dei fulmini possono essere gli incendi e la caduta di alberi. “In Italia cadono in media circa 1,6 milioni di fulmini all’anno, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, ma il fenomeno può verificarsi, più raramente, anche d’inverno. Le aree più colpite sono il Friuli, la regione dei laghi lombardi, la zona di Roma e in genere i rilievi prealpini e appenninici. Comunque, più in generale, non ci sono in Italia zone esenti dal rischio dei fulmini. Non esistono comunque studi relativi al numero di vittime e ai danni alle persone causati da fulmini”, avverte l’Iss.

I consigli

L’Iss dà anche indicazioni per la prevenzione. Per minimizzare il rischio di essere colpiti da un fulmine durante un temporale, quando si è in montagna o all’aperto bisogna evitare di ripararsi sotto un albero o in un bosco. “Gli alberi sono particolarmente esposti ai fulmini. Se poi l’albero è isolato, il rischio di essere colpiti è ancora maggiore – sottolinea l’Iss – Oltre che dagli alberi, è consigliabile stare lontano dai pali (anche quelli delle fermate degli autobus) e dai muri: un fulmine li può far crollare, del tutto o in parte. La cosa migliore, se non è possibile mettersi al coperto, è stare in uno spazio aperto, lontano da oggetti appuntiti o metallici (compresi ombrelli, bastoni e piccozze). La posizione migliore da assumere è stare accovacciati, mentre è più pericoloso stare sdraiati o in piedi. Non praticare passatempi che comportano l’uso di oggetti appuntiti, come la pesca o il golf. Meglio evitare di parlare al cellulare, soprattutto se l’apparecchio ha l’antenna”.

Se si è al mare

Al mare o al lago è pericoloso invece fare il bagno durante un temporale perché l’acqua è un buon conduttore elettrico. “La cosa migliore è abbandonare la spiaggia e mettersi al riparo. Se non è possibile, meglio rimanere accovacciati all’aperto, senza ombrello e lontani da oggetti appuntiti o metallici”. La casa “è un posto sicuro in caso di temporali, ma occorre stare attenti a determinati comportamenti: è meglio evitare di fare il bagno o la doccia e di lavare i panni. Meglio anche staccare gli elettrodomestici, che possono bruciarsi se la casa viene colpita da un fulmine. Meglio evitare anche di parlare al telefono fisso poiché la carica potrebbe propagarsi attraverso i fili”.

I posti sicuri

L’automobile risulta essere un posto sicuro per ripararsi, grazie all’effetto noto come “gabbia di Faraday“: l’auto infatti, che di fatto è una gabbia metallica, scarica l’eventuale fulmine sulle gomme. Bisogna però evitare di toccare l’autoradio e le parti metalliche dell’abitacolo. Se ci si trova in barca e si è vicini a un porto, è consigliabile cercare di attraccare. Altrimenti può convenire cercare di allontanarsi: spesso i temporali sono circoscritti ad aree relativamente piccole. In generale, l’albero di una barca è esposto ai fulmini, quindi è meglio tenersene lontani. Per far scaricare in acqua un eventuale fulmine è consigliabile collegare l’albero con il mare, per esempio buttando in mare l’ancora dopo aver attorcigliato il cavo intorno all’albero.

Per quanto riguarda altri mezzi di trasporto non si corrono particolari rischi. L’aereo è un mezzo sicuro dotato di vari dispositivi di sicurezza, e comunque di solito vola al di sopra delle nuvole temporalesche. In treno non si corrono rischi. Mentre la funivia, il camper e la roulotte si comportano come l’auto. In campeggio meglio stare fuori della tenda piuttosto che dentro e, soprattutto, evitare di toccare i paletti metallici.

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Il Pentagono sceglie D-Orbit per “ripulire” l’orbita bassa. Contratto da 24 milioni di dollari

D-Orbit Space, la filiale statunitense della comasca D-Orbit, è stata selezionata per un contratto da 24 milioni di dollari assegnato da due enti governativi americani, la Defense innovation unit (Diu) e la Space development agency (Sda), per realizzare una dimostrazione del servizio di deorbitazione dei satelliti in orbita bassa. L’annuncio è arrivato nell’ambito del programma Deorbit-as-a-Service (DaaS), pensato per dare a Washington un accesso flessibile e su richiesta alla logistica orbitale evitando i costi e i tempi legati al possesso e alla gestione diretta di un veicolo spaziale per questo tipo di attività. 

La commessa

Il contratto individua D-Orbit Space come contraente principale, affiancata da due partner statunitensi: TransAstra, specializzata in soluzioni per il trasporto spaziale e la cattura orbitale, e Falcon Exodynamics, che sviluppa veicoli e sistemi spaziali reattivi. Il team dovrà realizzare un prototipo capace di dimostrare le manovre chiave della missione, rendez-vous e attracco su tutte. La base tecnologica è quella già collaudata da D-Orbit con i veicoli di trasferimento orbitale Ion, impiegati finora per il rilascio di carichi utili in posizione, il riposizionamento orbitale e i servizi di hosting in abbonamento.

Il modello DaaS

Dietro la sigla DaaS c’è un cambio di approccio che il Pentagono sta portando avanti da tempo nel settore. La Diu, braccio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dedicato ad accelerare l’adozione di tecnologie commerciali e dual use, lavora su questo dossier in tandem con la Sda, divisione della Space Force incaricata di velocizzare la fornitura delle capacità spaziali necessarie ai Guardiani e alle altre Forze armate. Insieme, le due agenzie stanno “comprando” un servizio, ripetibile e attivabile su richiesta, per smaltire in modo controllato i satelliti militari giunti a fine vita in orbita bassa, senza dover possedere e gestire direttamente la flotta necessaria a farlo. Se la dimostrazione avrà successo, potrebbe essere l’inizio di una collaborazione ancora più strutturata. La stessa piattaforma potrebbe infatti essere proposta al governo statunitense per missioni ulteriori logistiche, dal rifornimento di carburante alla riparazione, dall’ispezione al riposizionamento dei satelliti in orbita.

“Essere stati selezionati dalla Defense Innovation Unit per DaaS è una forte conferma della nostra convinzione che la logistica spaziale debba essere fornita come un servizio, non solo come hardware”, ha dichiarato Mike Cassidy, amministratore delegato di D-Orbit Space. Il manager ha sottolineato come il team intenda dimostrare “un modo più rapido, flessibile ed economico per spostare e supportare i carichi utili in orbita”.

Gli altri player in campo

Il contratto va letto anche alla luce di un contesto più ampio. Lo stesso pacchetto Deorbit-as-a-Service ha coinvolto anche Firefly Aerospace, chiamata a sviluppare una revisione progettuale del proprio veicolo Elytra, e Katalyst Space Technologies, già impegnata in una missione di servicing per la Nasa su un osservatorio in orbita. Nessuna delle tre aziende aveva partecipato ai precedenti bandi della Space Development Agency sul tema. È un segnale che il Pentagono sta allargando la platea dei fornitori rispetto al primo giro di gara, quando a gennaio 2026 era stata la statunitense Starfish Space ad aggiudicarsi un contratto da 52,5 milioni di dollari per il proprio veicolo Otter, con lancio atteso nel 2027. Al termine delle attività di progettazione e riduzione del rischio, l’Sda e la Diu selezioneranno una sola delle tre aziende in gara per una dimostrazione operativa completa in orbita.

Perché conta

La ragione di fondo che spinge il Pentagono a investire in questo tipo di servizi ha a che fare con la crescente congestione dell’orbita bassa, che oggi è popolata da circa 16-18mila satelliti. Di questi, 450 appartengono alla Proliferated Warfighter Space Architecture della Sda, che continuerà a crescere nei prossimi anni e che richiederà verosimilmente di sviluppare sempre più capacità per il mantenimento dell’infrastruttura. Il vecchio approccio, che affidava lo smaltimento dei veicoli dismessi al lento decadimento orbitale naturale, non è più sufficiente in uno scenario dove le costellazioni, militari e commerciali, si contano ormai a decine di migliaia. Un satellite inattivo può restare in orbita per decenni prima di rientrare in atmosfera, aumentando nel frattempo il rischio di collisioni ad alta velocità con altri oggetti o sistemi orbitanti.

Lo scenario per l’Italia

Per D-Orbit, l’ingresso nella filiera della difesa statunitense rappresenterebbe un salto di qualità rispetto al percorso seguito finora, costruito soprattutto sui contratti dell’Agenzia Spaziale Europea, dalla missione Rise per l’estensione della vita dei satelliti geostazionari al programma Iride per l’osservazione della Terra e sul dimostratore nazionale di in-orbit servicing finanziato con i fondi del Pnrr. Questo contratto colloca per la prima volta un’azienda di origine italiana, seppur attraverso la propria filiale americana, dentro l’ecosistema degli appalti della difesa spaziale Usa. Si tratta di un mercato storicamente presidiato dai fornitori nazionali e oggi in piena espansione per effetto della competizione con Cina, Russia e India e, se la dimostrazione tecnica confermerà le attese, la vicenda potrebbe diventare un nuovo caso di studio interessante.

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Trump difende i rincari della benzina: Non mi scuso, servono a fermare l’Iran

(Agenzia Vista) Garden City, New York, Usa 15 agosto 2026
“Quindi vi dico solo questo: se vi trovate a pagare un pochino di più per la vostra benzina, ricordatevi solo che lo state facendo affinché un Paese molto malvagio non possa avere… un Paese che è davvero il primo sponsor statale del terrorismo al mondo. Non vogliamo che abbiano armi nucleari, quindi ricordatevelo. Quando dovete pagare un po’ di più e siete a 4 dollari, va bene, voglio dire… Non chiederò mai scusa, ho fatto la cosa giusta.” Così il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante un evento a Garden City nello Stato di New York.
Courtesy: Casa Bianca
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Trump: Tra non molto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio Usa

(Agenzia Vista) Garden City, New York, Stati Uniti 15 agosto 2026
“E dopo che avremo finito di sconfiggere l’Iran, che sta venendo sconfitto molto duramente… Tra non molto dichiarerò lo Stretto di Hormuz un territorio degli Stati Uniti. In sostanza è questo. Abbiamo il blocco, nessuna nave passa a meno che non lo vogliamo noi. E che mi dite del Venezuela? Il Venezuela è stata una guerra di un giorno. E ora lavoriamo benissimo con loro, abbiamo preso milioni e milioni di barili di petrolio”. Così il Presidente degli Stati Uniti Donald a un evento a Garden City, nello Stato di New York.
Courtesy: Casa Bianca
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Incendi nell’Aquilano e nel Chietino, proseguono le operazioni dei Vigili del Fuoco

(Agenzia Vista) L’Aquila, 17 agosto 2026
Proseguono da diversi giorni le operazioni del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco per il contenimento e lo spegnimento di numerosi incendi di vegetazione in territorio abruzzese.
Courtesy: Vigili del Fuoco
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Incendio a Civitella di Romagna, Vigili del Fuoco in azione per domare le fiamme

(Agenzia Vista) Cesena, 17 agosto 2026
Dalle ore 10:00 di questa mattina 17 agosto, i Vigili del Fuoco sono impegnati nelle operazioni di spegnimento di un incendio di vegetazione sviluppatosi in località Montevecchio, nel comune di Civitella di Romagna (Forlì-Cesena).
Courtesy: Vigili del Fuoco
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Insulti sui social per le previsioni meteo non azzeccate, Mario Giuliacci dice basta: “Ora denuncio gli hater per diffamazione, non autorizzo le accuse false”

Nell’era dei social, persino l’aggiornamento di una mappa meteorologica può trasformarsi in un pretesto per scatenare l’odio online. È quanto sta accadendo a Mario Giuliacci, volto storico della meteorologia in Italia e seguitissimo divulgatore sul web, che dopo giorni di attacchi gratuiti ha deciso di prendere provvedimenti.

Nessuna tolleranza per i “leoni da tastiera“: il colonnello ha annunciato azioni legali contro chi ha riempito i suoi canali di insulti a causa di una semplice variazione nelle tempistiche sull’attesa tregua dal caldo africano.

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La pioggia non dà tregua: il Palio di Siena rinviato per il secondo giorno consecutivo, Piazza del Campo è ancora impraticabile

La maledizione del maltempo colpisce per il secondo giorno consecutivo il Palio di Siena. È stata esposta anche oggi, lunedì 17 agosto, intorno alle ore 14.30, la bandiera verde alle trifore di Palazzo Pubblico in piazza del Campo e così è stato nuovamente rimandato il Palio dell’Assunta del 16 agosto a causa delle avverse condizioni meteo. La pioggia ha interessato Piazza del Campo fin dalla mattinata e ha ancora una volta reso impraticabile il tufo dopo il primo slittamento della Carriera deciso domenica 16 agosto. Se le condizioni atmosferiche lo consentiranno, domani, martedì 18 agosto, il programma rimarrà lo stesso: alle ore 15 e alle ore 15.30 gli spari del mortaretto per il primo e secondo preavviso; alle ore 16.10 l’inizio dello sgombero della pista per permettere alle ore 16.45 la sfilata del drappello dei Carabinieri a cavallo; quindi, alle ore 16.50, l’ingresso in piazza del Campo del Corteo Storico; alle ore 19 l’uscita dei cavalli dal Cortile del Podestà per il Palio.

Dalle ore 16 alle ore 18 sarà possibile accedere alla Piazza, fino al numero massimo consentito, esclusivamente da via Dupré, mentre l’accesso ai palchi sarà possibile fino alle ore 16.30. Già nel 2024 il Palio subì due giorni di rinvio a causa del maltempo e a memoria d’uomo in precedenza un ritardo di due giorni si registrò anche nel 1976. Già ieri degli acquazzoni avevano reso precarie le condizioni della pista con rischi di tenuta del tufo steso in piazza del Campo e conseguenti pericoli per l’incolumità di cavalli e fantini.

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La maturità sorride, Invalsi molto meno. Le contraddizioni della scuola italiana secondo Zecchini

La pubblicazione dei risultati degli ultimi esami di maturità ripropone molti interrogativi tanto sul significato da dare a questi esami, quanto sulle lezioni da trarre alla luce degli inadeguati apprendimenti risultanti da altri test più introspettivi condotti da Invalsi e dall’Ocse. In via di principio, questi esami dovrebbero servire a verificare il livello di conoscenza delle discipline di base per poter affrontare il mondo del lavoro, o le attività artistiche, oppure gli studi universitari e quelli più avanzati, quali la ricerca scientifica. In realtà, per il modo in cui sono condotti, per i loro contenuti e per le valutazioni individuali che risultano dicono poco sugli apprendimenti effettivi degli studenti e contrastano con gli esiti di altri esami.

La premessa è data dalla riduzione del tasso di dispersione scolastica esplicita al 7,3% stimato da Invalsi per il 2026 rispetto al 13,5% del 2019, l’anno pre-pandemia. Va sottolineato che questa quota di studenti che abbandonano anzitempo il percorso scolastico diminuisce più dell’obiettivo stabilito nel Pnrr, un risultato che potrebbe spiegarsi col maggior impegno profuso dal Paese per non disperdere il suo capitale umano dietro il pungolo dell’aiuto ricevuto dall’Ue. Allo stesso impegno potrebbe attribuirsi anche la riduzione al minimo dal 2019 del tasso di dispersione implicita (6,3%), che misura la quota di studenti che hanno concluso il secondo ciclo di istruzione secondaria senza aver acquisito le competenze minime.

Gli esiti degli esami di maturità di quest’anno presentano un quadro apparentemente in miglioramento. La quota degli ammessi agli esami ha raggiunto il 96,8%, con poco più della metà (51,9%) proveniente dal percorso liceale e il 32% dagli istituti tecnici. La quasi totalità degli ammessi ha conseguito il diploma (99,8%), un dato che farebbe apparire la selezione all’ammissione come un indicatore già attendibile di chi è in grado di superare la prova. Questa impressione è rafforzata dalle valutazioni numeriche agli esami e dal confronto con quelle dello scorso anno. In particolare, aumenta di poco la quota degli studenti che hanno ottenuto il massimo punteggio di 100+ (2,9%) e si riducono le quote di quanti hanno ricevuto solo 100 punti e di coloro che hanno raggiunto la sufficienza o poco più (30,1%). Si ingrossano, invece, le quote dei punteggi intermedi tra 70 e 90/100, che raggiungono quasi la metà (49,8%).

In breve, la fascia di valutazione di punta rimane stabile ed esigua, mentre gran parte dei punteggi si è spostata sui giudizi intermedi. Questo quadro è coerente con la conclusione delle prove Invalsi, secondo cui rispetto al 2019 si è ampliata la popolazione scolastica che arriva al diploma di maturità o qualifica professionale (92,7%). Ma con queste percentuali così elevate di ammessi e promossi si potrebbe sostenere la tesi opposta, ovvero che la scuola secondaria non svolge né una funzione di verifica degli apprendimenti effettivi, né di selezione sulla base di questa verifica degli studenti che hanno raggiunto i diversi gradi del sapere. Non si tratta di propugnare un sistema finalizzato a coltivare soprattutto le eccellenze, quanto a preparare bene i discenti secondo le loro capacità o ad affrontare gli studi più avanzati, quali quelli universitari, oppure a intraprendere altri percorsi in linea con i loro talenti e potenziale.

Il risultato di una riforma in tal senso sarebbe fare della certificazione di maturità non un titolo avente valore legale per rivendicare posizioni nel sistema lavoro, ma solo un lasciapassare verso percorsi di specializzazione propedeutici all’inserimento nel mondo del lavoro. Compito dei docenti sarebbe altresì impegnarsi anno dopo anno sia a innalzare i livelli di apprendimento, sia ad ampliare a un numero sempre più grande la platea degli studenti preparati. Su questa base andrebbe valutata la performance di ciascun insegnante e di riflesso la sua ricompensa, superando in tal modo l’attuale appiattimento delle retribuzioni, che non poca parte ha sulla demotivazione di molti docenti.

Indubbiamente questa valutazione deve tener conto di alcuni limiti non imputabili alla classe docente. Primo, la popolazione degli studenti è divenuta molto più eterogenea con l’ingresso di quelli di provenienza estera per lingua e cultura. Questi ultimi non sono sufficientemente padroni della lingua e cultura italiana e in parte provengono dagli strati sociali meno istruiti. Secondo, i programmi scolastici risentono troppo di un modello culturale antico, che mal si adatta a mettere i giovani in grado di affrontare l’evoluzione in corso della società. Terzo, i rappresentanti della classe docente con diverse motivazioni si son espressi in maggioranza contro la differenziazione delle remunerazioni sulla base della performance.

Nondimeno, l’esperienza degli ultimi sette anni mostra che il sistema italiano non riesce a colmare il distacco dai valori pre-pandemia, né a raggiungere i livelli dei paesi europei avanzati o di quelli dell’Ocse. La distribuzione di frequenza dei punteggi della maturità 2026, analogamente agli esiti dei test Invalsi e di quelli dell’Ocse, confermano diversi interrogativi sulla validità del sistema d’istruzione italiano. Nelle regioni del Sud e in Sicilia abbondano i punteggi da 81 a 100+ a confronto con quelle settentrionali, superando le rispettive medie nazionali, e scarseggiano quelli più bassi, ovvero da 60 a 80 su 100. In questi raffronti non si nota nulla di nuovo rispetto agli anni precedenti: nel 2025 le proporzioni erano sostanzialmente le stesse. A spiegarne le cause possono formularsi ipotesi alternative: a) effettivamente al Sud vi è una concentrazione relativamente maggiore di cervelli; b) difformità territoriali nei parametri di valutazione degli esaminatori; c) difformità nelle modalità di conduzione delle prove; d) prevalenza numerica degli studenti nei licei rispetto agli istituti tecnici e ai professionali; e) nell’ambito dei licei, alti punteggi più frequenti nei licei classici seguiti da quelli artistici, linguistici, internazionali, e di indirizzo europeo; e f) diversità di composizione degli esaminati per sesso, retroterra socio-culturale, o paese di origine.

Le prove Invalsi e quelle dei programmi Pisa contribuiscono a gettare luce sulle possibili cause. Dagli ultimi test Invalsi risulta che i risultati eccellenti sono concentrati per il 56% nelle aree settentrionali, pur se la grande distanza esistente tra queste e quelle centro-meridionali, incluse le isole, si è accorciata. In queste ultime continua ad addensarsi la dispersione scolastica implicita malgrado i miglioramenti rispetto al 2019. Scendendo nei particolari delle prove, sia in italiano che in matematica i livelli di apprendimento restano sotto quelli del 2019, ma lievitano lentamente con un’accelerazione nell’anno in corso. Soltanto poco più della metà degli studenti (rispettivamente 54,1% e 52,1%) ha acquisito le conoscenze richieste nelle due materie, con differenziazioni persistenti a seconda del territorio. Al Nord le percentuali raggiunte sono comparativamente più alte, mentre declinano man mano che si scende lungo la Penisola. Ovviamente, soltanto nei licei scientifici la buona conoscenza della matematica si riscontra nell’85% degli studenti, contro meno della metà negli altri indirizzi. Nella conoscenza dell’inglese i progressi sono stati più rapidi fino a superare tanto le quote del 2019 in tutte le macroaree, quanto la metà degli studenti, con l’eccezione della prova di ascolto al Centro-Sud. Molto positivo, invece, il livello di competenze digitali, con divari ridotti tra territori, genere e indirizzi di studio.

Complessivamente, il Paese deve prendere atto che poco meno della metà degli esaminati non ha ancora acquisito conoscenze adeguate, realtà che smentisce il quadro ottimistico dei punteggi assegnati alla maturità di quest’anno. Le differenze di performance su base territoriale sono importanti e al tempo stesso conseguenza e causa del ritardo socio-economico. Su questi territori gli interventi migliorativi devono intensificarsi. I deficit nell’apprendimento della matematica sono estesi, ad eccezione degli studenti nell’indirizzo scientifico, e anche al Centro-Nord le percentuali di apprendimento adeguato variano appena sopra la metà, tra il 52% e il 65%. Le differenze di genere si riflettono sulle performance a seconda degli indirizzi, con prevalenza dei ragazzi in matematica e dell’altro genere in italiano ed inglese. Nella digitalizzazione queste differenze cambiano a seconda del tipo di attività e sono molto contenute. In generale, le carenze di apprendimento interessano soprattutto le aree meridionali e toccano tutti gli indirizzi. Le disparità territoriali non sono immutabili nel tempo e di fatto ultimamente mostrano di contrarsi gradualmente. L’azione di contrasto, tuttavia, non è semplice perché chiama in causa misure su più lati del problema.

L’esame dettagliato dei risultati permette di compararli con quelli dei paesi Ocse, benché il confronto non sia del tutto omogeneo, perché gli esaminati nelle prove dell’Ocse-Pisa sono soltanto i quindicenni che frequentano la scuola secondaria di secondo grado, ma non l’ultima classe. Per la coerenza temporale, si potrà fare un confronto aggiornato soltanto il mese prossimo, quando si conosceranno i risultati dei test effettuati nel 2025. Guardando, invece, al periodo dal 2009 al 2022, le quote di studenti italiani con un livello di conoscenza inadeguato in matematica e scienze sono aumentate, mentre è rimasta stabile quella relativa alla lingua madre. Non consola, tuttavia, che in media la loro performance in matematica non differisce statisticamente da quella media dell’area Ocse e in specie di Germania, Francia e Usa, in quanto risulta inferiore a quelle di Austria, Svizzera, Est-Ue, Uk, Olanda e paesi scandinavi, oltre a quelli asiatici. Performance migliore nella conoscenza della lingua, ovvero appena sopra la media Ocse, ma risultati sotto la media nel campo delle scienze.

Le carenze di apprendimento in età scolare non dovrebbero essere sottovalutate dalla società a causa delle ripercussioni che hanno nel lungo periodo e delle difficoltà che i giovani incontrano nel colmarle negli anni di lavoro. Il riscontro di questo fenomeno si può trovare in un’altra indagine dell’Ocse, il Piaac, che nel 2023 ha esaminato le competenze degli adulti dai 16 ai 65 anni di età. I parametri di valutazione sono incentrati sulla comprensione di testi, la conoscenza e l’utilizzo di informazioni numeriche e matematiche, e la capacità di risolvere problemi in un contesto in evoluzione in cui si richiede flessibilità mentale. Gli italiani si collocano tra le ultime posizioni della graduatoria internazionale secondo tutti e tre i parametri. Si ripresentano, inoltre, le medesime disparità sul territorio, di genere e di contesto socio-economico rilevate nei test Pisa. Peraltro, si osserva il paradosso che i giovani ottengono risultati migliori di quelli delle classi successive di età. In conclusione, il Paese ha un grande bisogno di impegnarsi massicciamente nell’elevazione degli apprendimenti, piuttosto che ritenere che basti spendere di più per risolvere il problema.

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Massimo Boldi ricoverato in ospedale a Livorno, parla la figlia Micaela: “Papà si stava godendo le vacanze in famiglia. È inciampato e ha battuto il viso a terra”

Le indiscrezioni allarmistiche circolate nelle ultime ore sulle condizioni di salute di Massimo Boldi non trovano riscontro nella realtà. A rassicurare il pubblico e a ridimensionare l’entità dell’accaduto è la figlia dell’attore, Micaela Boldi, intervenuta in un’intervista esclusiva rilasciata al settimanale Chi per chiarire l’esatta dinamica dell’incidente avvenuto a Forte dei Marmi il pomeriggio del 13 agosto.

Smentendo le prime ricostruzioni diffuse online, secondo cui l’attore si trovasse in strada in compagnia di alcuni amici, Micaela Boldi ha ripristinato la centralità del contesto familiare in cui si è verificato l’episodio. “Non era con amici ma stava con mia sorella Manuela”, ha precisato la figlia, “quindi papà si stava godendo le vacanze in famiglia con noi tutti a Forte dei Marmi”. Secondo il racconto fornito a Chi, l’attore, 81 anni, stava passeggiando insieme alla figlia Manuela quando è inciampato accidentalmente, cadendo e battendo il viso a terra.

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Juventus, arriva Vicario: così un’estate di trattative ha portato al portiere che voleva Spalletti

E alla fine arriva il numero 1 italiano. L’occasione da cogliere al momento giusto. La quiete dentro a una tempesta che si stava gonfiando sempre di più. Perché la Juve, dopo aver sistemato attacco e difesa, aveva assolutamente bisogno di un portiere. Da sempre. Spalletti l’ha detto più volte e più volte l’ha confermato: “Non abbiamo mai cambiato idea: il portiere ci serve, pur con tutta la stima per Di Gregorio”. Di facciata, evidentemente, visto che il giocatore è fuori dal progetto tecnico ed è in trattativa con il Monza per un romantico ritorno tutto da mettere in piedi. Ma questa è un’altra storia. Il nuovo portiere della Juve sarà Guglielmo Vicario. Senza sorprese, senza ulteriori aggiornamenti da dare. È già a Torino.

Attesa premiata

Voleva tornare in Italia, Vicario, e al Tottenham l’aveva fatto capire. Aveva già dato il suo assenso all’Inter per un trasferimento che a maggio sembrava cosa fatta, ma che poi per volontà di Oaktree si era bloccato, vista la rinnovata fiducia a Martinez (con Provedel come suo vice). E quindi ha dovuto ricominciare ad aspettare. La Juve c’era sempre stata, ma era rimasta molto spaventata dai costi dell’operazione che per il Tottenham erano alti. Molto più alti rispetto agli accordi finali: prestito gratuito, 8 milioni di diritto di riscatto e 2 di bonus molto facili da raggiungere. Un’operazione da 10 milioni insomma, che Carnevali è riuscito a mettere in piedi e a chiudere con urgenza, una volta capita la strada che stavano prendendo le altre trattative per i pali. Vicario non è un ripiego, ma è l’opportunità che andava colta ora sapendoci ricamare un po’ intorno. Mentre tutte le altre opzioni cadevano a una a una.

Tentativi da maggio

La prima era quella di Alisson del Liverpool. Il ds Ottolini (allora senza la guida di Carnevali, ma con quella di Comolli) si era mosso e aveva strappato un’intesa di massima. Ma i piani degli inglesi erano cambiati, e quindi si è cercato altrove. Dalla nazionale brasiliana a quella argentina, rimanendo sempre in Inghilterra: da Liverpool a Birmingham ci vogliono circa due ore, e il Dibu Martinez era lì, pronto ad aspettare i bianconeri. Lo ha fatto per mesi, anche durante il Mondiale. La Juve si avvicinava e si fermava, lo trattava ma poi non chiudeva. L’ha fatto fino a pochi giorni fa, quando ai Villans è andato Suzuki (altro obiettivo trattato a lungo, senza successo). Ma quell’infortunio al dito proprio non riusciva a convincere i bianconeri a fare l’investimento, anche perché il rischio di un’operazione è concreto. E quindi niente, si è aspettato ancora.

Di Suzuki si è scritto poco sopra: la Juve ci ha pensato eccome. Prima capendo con il Parma se potesse acquistarlo (ma il valore era superiore ai 30 milioni di euro). Poi se potesse mettere in piedi un’operazione con il Psg, che l’avrebbe preso per girarlo in prestito ai bianconeri. Alla fine nulla: il giapponese è volato in Inghilterra, dove sono rimasti sia Alisson sia Martinez. Ma da dove arriva Vicario. Che di Donnarumma è il vice e che torna in Italia dopo un’esperienza al Tottenham. Con obiettivi importanti da perseguire e con una fiducia totale di Spalletti. Quella che Di Gregorio non aveva più. Quella che serve in generale alla Juventus per rilanciarsi dopo anni tanto, troppo difficili.

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IA, la Bce avverte: rischio correzione sulle Big Tech. In ballo 440 miliardi dei risparmiatori europei

La corsa dell’intelligenza artificiale ha acceso i mercati azionari spingendo Wall Street e le borse europee verso nuovi record. Intanto cresce però l’attenzione delle autorità monetarie per il rischio di una correzione delle valutazioni raggiunte dalle grandi società tecnologiche americane. Secondo la Banca centrale europea, famiglie, compagnie assicurative e fondi pensione dell’area euro detengono infatti circa 440 miliardi di euro collegati ai titoli delle sette grandi società tecnologiche statunitensi, Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Una quota rilevante di questa esposizione passa attraverso fondi di investimento ed Etf, strumenti che incorporano automaticamente nei portafogli le società con maggiore peso negli indici internazionali.

Il timore espresso in un articolo sul blog della Banca centrale riguarda il possibile effetto domino sui mercati. Una brusca discesa delle quotazioni delle Big Tech potrebbe spingere alcuni fondi a vendere attività per far fronte alle richieste di rimborso degli investitori. Le vendite alimenterebbero ulteriori pressioni sui prezzi, amplificando la correzione iniziale. “Una correzione delle Magnifiche 7 è una questione di stabilità finanziaria per l’area euro, non solo per il settore privato”, osserva Francoforte. Il rischio maggiore emergerebbe in uno scenario in cui la correzione coincide “con una più ampia instabilità del mercato, che i responsabili delle politiche economiche non possono facilmente placare”: infatti, a differenza che nella crisi delle dot-com nel 2000, “il punto di partenza odierno lascia decisamente meno margine per tagliare i tassi di interesse o utilizzare la politica fiscale per attutire le conseguenze”. A differenza delle dot-com, ovviamente, le società protagoniste della rivoluzione dell’intelligenza artificiale sono aziende globali consolidate, con ricavi miliardari, profitti elevati e posizioni dominanti nei rispettivi mercati. La questione per gli investitori riguarda soprattutto il rapporto tra le aspettative incorporate nei prezzi e la capacità futura di trasformare l’innovazione in utili.

La Bce segnala anche le differenze tra Stati Uniti ed Europa. La corsa dell’IA ha portato le valutazioni di Wall Street su livelli elevati, con multipli prezzo/utili superiori a quelli dei mercati europei. Le borse del Vecchio continente hanno beneficiato del rialzo degli ultimi anni, ma restano caratterizzate da una maggiore presenza di settori tradizionali, dall’industria alla finanza, e da una minore concentrazione sui titoli tecnologici. Il risultato – si riconosce – è che “la trasformazione dell’IA nell’area euro sta procedendo a un ritmo costante, seppur non spettacolare” con mercati azionari ” dominati da titoli della ‘vecchia economia’, riducendo il rischio di una futura correzione”. In ogni caso, ammonisce la Bce, un calo dei titoli tecnologici negli Stati Uniti “non lascerà indenne l’area euro”. I fondi europei investono infatti in portafogli internazionali e risentono delle oscillazioni dei grandi titoli americani.

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Ecco perché la nuova mossa di Trump sulla cantieristica interessa anche l’Italia

Con la firma di un nuovo memo sulla sicurezza nazionale, la Casa Bianca sembra voler aprire un nuovo capitolo e far cadere uno degli storici tabù della Difesa Usa: costruire le proprie navi militari all’estero. Il documento, firmato da Donald Trump e indirizzato al Pentagono, tocca diversi aspetti della cantieristica militare a stelle e strisce, dalla configurazione delle future portaerei della classe Ford fino alla governance interna della Marina. Ma è, appunto, la parte dedicata all’estensione del cosiddetto “modello finlandese” a rappresentare il cambio di passo più significativo, perché per la prima volta mette sul tavolo l’ipotesi di costruire unità della US Navy fuori dal territorio americano. Una svolta che apre a scenari finora inediti e che vedrebbe tra gli attori potenzialmente coinvolti anche l’Italia.

Una filiera in crisi

Il memo nasce da un problema che l’amministrazione Trump prova ad affrontare fin dal suo insediamento: la crisi profonda della base industriale navale americana. Decenni di progetti travagliati, la carenza cronica di manodopera specializzata e la difficoltà di reperire fornitori qualificati hanno prodotto ritardi sistemici e costi fuori controllo su quasi tutti i maggiori programmi della Marina Usa. Il caso più emblematico resta quello dei cacciatorpediniere della classe Zumwalt. Pensati per sostituire in massa gli Arleigh Burke, gli ordini sono crollati da 32 unità a sole tre, mentre il costo per nave, secondo le ultime stime del Government Accountability Office, ha superato i 10 miliardi di dollari, più di sette volte la previsione iniziale. Il programma ha lasciato in eredità anche il paradosso dei cannoni Advanced Gun System mai armati, dopo che il costo dei proiettili guidati sviluppati appositamente per loro aveva raggiunto quasi un milione di dollari a colpo. Una parabola che si è ripetuta, in scala minore ma con la stessa dinamica, anche di recente con le fregate della classe Constellation, il cui contratto originario da venti unità, affidato a Fincantieri Marinette Marine, è stato ridimensionato lo scorso inverno a due sole navi dopo anni di slittamenti e un progetto modificato più volte rispetto alle specifiche iniziali Anche i programmi delle portaerei Ford hanno accumulato anni di ritardo e miliardi di sforamento di budget, mentre anche la manutenzione della flotta resta un problema strutturale, tanto da aver contribuito al ritiro anticipato di diverse unità. Per rispondere a questo scenario, l’amministrazione ha già messo in campo diversi strumenti, dal nuovo modello di “Vessel Construction Manager” pensato per accelerare i tempi di consegna fino all’apertura, sempre più esplicita, agli investimenti di partner stranieri nei cantieri statunitensi. Ma la strada è ancora tutta in salita.

Addio alle catapulte elettromagnetiche

Il documento firmato la scorsa settimana interviene su più fronti. Il più discusso sul piano tecnico riguarda le future portaerei della classe Ford, che nell’arco dei prossimi anni rimpiazzeranno totalmente le classe Nimitz. Le Ford (di cui oggi è in servizio un unico esemplare, la Gerald R. Ford, con la John F. Kennedy ancora impegnata nei test in mare e la Enterprise in costruzione) erano state inizialmente concepite per equipaggiare sistemi di lancio elettromagnetici Emals in luogo delle tradizionali catapulte a vapore. Adesso, con questa nuova direttiva, le future navi della classe Ford (a partire dalla quarta, la Doris Miller) dovranno tornare a equipaggiare i vecchi sistemi, giudicati più affidabili. La decisione d’altronde era nell’aria da tempo, visto che Trump non ha mai nascosto di considerare la tecnologia elettromagnetica eccessivamente complessa. Certo, si potrebbe opinare che una delle cause dell’attuale crisi della cantieristica a stelle e strisce sia proprio questa abitudine a modificare radicalmente i progetti a costruzione già in corso, comportando un inevitabile aumento dei costi e uno slittamento dei tempi di consegna. Nel frattempo General Atomics, produttore dell’Emals, ha fatto sapere che la decisione meriterà una “attenta riconsiderazione” vista la fase avanzata di produzione dei sistemi. È solo nella parte finale, però, che il documento tenta di fare la rivoluzione per la storia navale americana. Per accelerare i tempi di consegna e indurre i partner a investire maggiormente negli States, la Casa Bianca punta adesso ad autorizzare la costruzione di vascelli militari all’estero, optando per un’estensione del cosiddetto modello finlandese.

Il “modello finlandese”

Il riferimento è al meccanismo già sperimentato dalla Guardia Costiera statunitense per la costruzione di due classi di navi rompighiaccio, in base a un’intesa siglata con Helsinki a ottobre 2025 e che ha visto il cantiere canadese Davie (proprietario dell’Helsinki Shipyard) rilevare lo stabilimento texano di Gulf Copper dopo la costruzione delle prime unità in Finlandia. Il memo dispone ora l’estensione di questo schema fino a tre classi di navi della US Navy: unità di superficie con capacità di guerra antisommergibile, di superficie e di scorta ai convogli (tradotto: fregate), oltre a navi da carico roll-on/roll-off e petroliere per il rifornimento in mare. Il meccanismo consentirebbe agli operatori stranieri di costruire le prime due unità di ciascuna classe nei propri stabilimenti d’origine, a condizione però che il partner realizzi contestualmente un nuovo cantiere sul suolo americano, oppure acquisisca la proprietà o una quota di maggioranza in uno stabilimento già esistente, assuma e formi manodopera statunitense, trasferisca le tecnologie e le tecniche produttive del cantiere d’origine e si appoggi a una filiera di fornitura interamente americana per la costruzione e la manutenzione. Dopo la consegna delle prime due unità, tutte le navi successive dovranno essere realizzate negli Stati Uniti. È una clausola tutt’altro che scontata sul piano legale, dal momento che una legge federale prevede che le navi da guerra americane debbano essere costruite in patria per preservare l’autonomia strategica degli Stati Uniti e che solo una non meglio specificata “deroga presidenziale” possa aggirare questo divieto.

Italia e Corea già in pole position

Fincantieri, attraverso la controllata Fincantieri Marine Group con il cantiere di Marinette Marine nel Wisconsin e circa 3mila addetti, ha alle spalle un rapporto industriale con la Marina americana che risale a decenni fa e che negli ultimi anni si è tradotto in investimenti diretti per circa un miliardo di dollari nella modernizzazione degli impianti. Dopo il ridimensionamento del programma Constellation, il gruppo ha ottenuto un primo contratto da 30 milioni di dollari per l’avvio dei lavori sulle nuove Landing Ship Medium, un programma che la Marina intende estendere fino a 35 unità complessive. Accanto al gruppo nostrano, l’altro protagonista degli investimenti stranieri nella cantieristica americana è la sudcoreana Hanwha Ocean, che nel 2024 ha rilevato per cento milioni di dollari il Philly Shipyard di Filadelfia e ha annunciato un piano di investimenti da cinque miliardi di dollari per portarne la capacità produttiva da una a venti navi l’anno. Non solo, con questa mossa Hanwha si è anche inserita nella delicatissima filiera della produzione dei nuovi sottomarini a propulsione nucleare della Marina Usa che, al netto dei proclami sulle corazzate della Golden Fleet, rimangono la vera punta di diamante delle capacità navali Usa. L’operazione rientra a sua volta nella più ampia cornice dell’iniziativa Masga (Make american shipbuilding great again), sottoscritta da Washington e Seul a maggio, che prevede fino a 150 miliardi di dollari di investimenti coreani nella cantieristica statunitense su un pacchetto complessivo da 350 miliardi.

Le barricate al Congresso

Il progetto, va detto, non ha ancora la strada spianata. Il Congresso (che, ricordiamolo, tiene i cordellini della borsa) si sta muovendo in direzione opposta, con la Commissione Forze armate del Senato che ha proposto di eliminare dal Titolo 10 del Codice degli Stati Uniti proprio la deroga presidenziale che rende possibile l’acquisto di navi da guerra costruite all’estero, mentre alla Camera un emendamento del deputato democratico Jared Golden punta a impedire che i fondi stanziati per la cantieristica nazionale finiscano a finanziare l’attività di operatori stranieri. Anche l’associazione di categoria Shipbuilders Council of America ha preso posizione contro l’ipotesi, sostenendo che ogni vascello costruito all’estero sottrarrebbe domanda, occupazione e capacità industriale proprio a quell’industria nazionale che l’amministrazione dice di voler rilanciare. Tuttavia, resta il fatto che la direzione impressa dalla Casa Bianca in questi mesi è chiara e che tra i partner stranieri meglio posizionati per intercettarla, accanto ai cantieri sudcoreani e a quelli giapponesi già coinvolti in uno studio da 1,85 miliardi di dollari inserito nel bilancio 2027, c’è anche Fincantieri, che parte obiettivamente da una base industriale negli Stati Uniti che pochi altri possono vantare.

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“Vivere Neverland con Michael Jackson? Ci è stato detto in modo molto chiaro che tutte le attrazioni presenti non erano per noi. Andare in giro con una maschera per noi era normale”: parla Paris Jackson

Riconosciuta dal pubblico internazionale come la figlia di Michael Jackson, Paris Jackson — oggi musicista 28enne appassionata di astrologia e di rituali per la luna piena — ha tracciato un ritratto personale della sua infanzia durante un’intervista di oltre un’ora rilasciata al podcast Call Her Daddy. Ricordando il Re del Pop, l’artista ha sottolineato il legame profondo che li univa: “Era un uomo divertente, il mio miglior amico”.

Chiarendo la sua crescita all’interno della celebre tenuta di Neverland — venduta nel 2020 per 22 milioni di dollari, rispetto ai 100 milioni richiesti cinque anni prima —, Paris ha specificato la scansione temporale della sua permanenza: “Non ho sempre vissuto a Neverland, ma solo i primi anni”. La routine quotidiana era scandita da impegni scolastici regolari: “Mi alzavo e andavo a scuola, cioè nella stanza adibita a classe”.

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Morta dopo 25 giorni di agonia Michela Rubiu, il marito le aveva sparato e poi aveva ucciso anche il fratello

Michela Rubiu, 47 anni, è morta questa mattina intorno alle 12 nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Brotzu di Cagliari, dove si trovava ricoverata dal 23 luglio scorso. La donna è deceduta dopo 25 giorni di agonia a causa delle ferite riportate alla testa, raggiunta alla nuca da un proiettile sparato a bruciapelo dal marito Alessandro Pintus, 39 anni. L’uomo quello stesso giorno aveva ucciso il fratello Andrea a Quartu Sant’Elena.

Pintus aveva raggiunto il bar di Solanas, sulla costa sud-orientale dell’isola, che la coppia gestiva insieme, e aveva aperto il fuoco contro la moglie mentre stava aprendo il locale. Convinto di averla uccisa, si era poi diretto verso la casa dei genitori in via Asfodelo, nella frazione di Margine Rosso a Quartu Sant’Elena, dove aveva sparato e ucciso il fratello 42enne. Subito dopo la duplice aggressione, il 39enne, che deteneva regolarmente armi da fuoco, si era presentato spontaneamente nella caserma dei carabinieri confessando quanto fatto davanti ai militari e al pubblico ministero.

Con il decesso di Michela Rubiu, la posizione giudiziaria di Alessandro Pintus si aggrava: l’accusa a suo carico verrà probabilmente modificata in duplice omicidio volontario. Nel frattempo, i militari del Ris di Cagliari hanno effettuato sopralluoghi sia nel bar di Solanas che nella casa di Quartu Sant’Elena per ricostruire con esattezza la dinamica dei colpi esplosi e le posizioni delle vittime. Proseguono inoltre le indagini dei carabinieri della compagnia di Quartu Sant’Elena per chiarire il movente del delitto, tuttora incerto.

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Bollette, a settembre rincari fino al 23%: ecco quanto può costare la brutta sorpresa al rientro dalle vacanze

Il rientro dalle vacanze potrebbe portare una nuova pressione sui conti domestici. Sulla base dei prezzi energetici attesi a settembre, Nomisma Energia stima fino a 515 euro in più nell’anno per luce e gas rispetto al 2025.

Il gas può pesare 429 euro in più nell’anno e l’elettricità altri 86: la stima dipende dai prezzi all’ingrosso

La bolletta del gas rischia di assorbire la parte maggiore degli aumenti previsti per il rientro. La simulazione di Nomisma Energia indica per settembre un prezzo del gas intorno a 137 centesimi al metro cubo, contro 106 centesimi nello stesso mese del 2025. Per una famiglia tipo, la differenza porterebbe la spesa complessiva del 2026 a crescere di circa 429 euro, pari al 29%.

L’elettricità inciderebbe meno, ma continuerebbe a salire. La stima indica 31,93 centesimi per kWh a settembre, rispetto ai 28,75 centesimi di un anno prima. Su base annuale l’aggravio stimato per una famiglia tipo è di circa 85,9 euro, l’11% in più. Sommando le due componenti, il conto arriva a circa 515 euro in più nel 2026, con una crescita del 23% rispetto al 2025. La percentuale non significa che ogni singola bolletta di settembre aumenterà automaticamente del 23%: è la variazione stimata della spesa annuale sulla base dell’andamento dei prezzi all’ingrosso preso come riferimento da Nomisma Energia.

Anche le imprese sono esposte ai rincari. La stessa simulazione valuta un incremento complessivo della spesa energetica nell’ordine del 54% rispetto all’anno precedente per il profilo aziendale preso a riferimento. Ai costi di luce e gas si aggiunge il carburante. Nomisma Energia stima per settembre una benzina media sopra i 2 euro al litro e calcola, sommando energia e carburanti, un maggior esborso familiare che potrebbe avvicinarsi a 877 euro nell’intero 2026 rispetto al 2025. Le cifre restano legate ai prezzi all’ingrosso e possono quindi cambiare nelle prossime settimane. Per le famiglie, il dato da seguire al rientro è soprattutto quello del gas, che nella simulazione produce quasi quattro quinti dell’aumento complessivo attribuito alle utenze domestiche.

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Assegno unico agosto 2026, pagamenti il 18 e 19: ecco chi riceve subito l’accredito

Il conto alla rovescia è finito per le famiglie che ricevono regolarmente l’Assegno unico. Gli accrediti di agosto sono programmati per martedì 18 e mercoledì 19. Chi ha una pratica nuova o modificata può invece ricevere il pagamento più avanti.

Le famiglie con pratica invariata ricevono l’accredito per prime, gli altri pagamenti slittano a fine mese

L’Assegno unico di agosto arriva il 18 e 19 per i beneficiari con una prestazione già in corso che non ha subito variazioni rispetto al mese precedente. Il calendario 2026 è stato stabilito dall’INPS per consentire alle famiglie di conoscere in anticipo le finestre ordinarie di pagamento.

Le due date non valgono indistintamente per ogni pratica. I nuclei che hanno presentato una nuova domanda oppure sono interessati da variazioni, conguagli o ricalcoli possono ricevere l’importo nell’ultima parte del mese. Anche l’ISEE continua a incidere sull’importo. Nel 2026 l’Assegno unico può essere richiesto anche senza ISEE, ma in quel caso viene riconosciuta la quota minima. Per l’anno in corso l’importo base per un figlio minore varia in funzione della situazione economica del nucleo, con valori rivalutati dell’1,4%.

Chi non vede l’accredito nelle due giornate previste non deve quindi considerarlo automaticamente un pagamento mancato. La verifica va effettuata nel Fascicolo previdenziale o nei servizi INPS dedicati, soprattutto quando durante l’ultimo mese sono intervenute modifiche alla domanda o alla situazione familiare. Per le pratiche ordinarie senza cambiamenti, invece, 18 e 19 agosto sono le due date indicate per il pagamento della mensilità.

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Il riarmo porta sempre nuove guerre: se vogliamo la pace è necessario preparare mezzi di pace

Si è incaricata la realtà di intervenire direttamente nello stucchevole dibattito estivo, dispiegato su alcuni quotidiani, sulla necessità di costruire una “pace armata”, anziché “disarmata e disarmante” come ribadito dalla recente raccolta di scritti di papa Leone e dai movimenti per la pace: la troppo presto archiviata esplosione gigantesca nella fabbrica di Colleferro, la franco-tedesca Knds Ammo Italy, che produce munizioni per l’Ucraina finanziate dalla Commissione europea per centinaia di milioni di euro.

Solo per un caso fortuito non c’è stata una strage, in un territorio pesantemente militarizzato ed inquinato dall’industria bellica. E’ la guerra in casa – che porta con sé la militarizzazione delle città e dell’economia, della formazione e della cultura – quella che chiamano “sicurezza” fondata sulla nuova forsennata corsa al riarmo.

Il cosiddetto “realismo” della deterrenza fondato sul falso principio della preparazione della guerra per avere la pace è una gigantesca mistificazione, smentita dalla storia e dai fatti. Ogni processo di riarmo ha sempre portato nuove guerre, fino alle guerre mondiali. La corsa agli armamenti tra Nato e Patto di Varsavia durante la Guerra Fredda non ha garantito la pace, ma alimentato decine di guerre per procura con milioni di morti in Asia, Africa e America Latina.

Non ha esitato in una guerra nucleare diretta tra le superpotenze solo per il senso di responsabilità di chi si è sottratto agli automatismi della follia disobbedendo ai protocolli nucleari, come il tenente colonnello sovietico Stanislav Petrov. Ed è finita pacificamente grazie al processo di progressivo disarmo innescato dalle iniziative unilaterali avviate dal presidente Gorbaciov, che l’aveva teorizzato fin dal 1986 nella Dichiarazione di Nuova Delhi sottoscritta insieme a Rajiv Gandhi: “Grande è il pericolo che incombe sull’umanità. Ma quest’ultima dispone di ingenti forze per scongiurare la catastrofe e aprire la strada che conduce ad una civiltà senza armi nucleari. (…) E’ arrivato il momento di azioni decisive e improrogabili”.

La corsa agli armamenti attuale, che prepara la guerra con una intensità mai vista prima – come certifica la curva crescente dei dati Sipri delle spese militari mondiali (che ho documentato qui) giunte alla cifra spropositata di circa 2.900 miliardi di dollari nel solo 2025, più della metà dei quali dei paesi Nato a fronte di 190 della Russia – non ha mai visto, dal 1945, dilagare tanti conflitti armati di diversa tipologia, fino alle guerre vere e proprie: 195 ne conteggia nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program, che ha pubblicato lo scorso luglio il nuovo aggiornamento, con una curva crescente di violenza sovrapponibile a quella delle spese militari.

Ciò significa che – contrariamente a quanto ripetono ossessivamente i pifferai magici del bellicismo – quanto più si prepara la guerra, spostando risorse pubbliche dagli investimenti civili e sociali ai profitti dei produttori di armamenti (come l’azienda di Colleferro), tanto più aumentano i conflitti armati e si riduce drasticamente la sicurezza di tutti.

Come vediamo dai bollettini di guerra quotidiana dei molti fronti interconnessi stiamo andando verso la guerra totale (Vogliamo la guerra totale? è il titolo del numero di Limes in edicola) e la mobilitazione generale, che – così come vede giovani ucraini e giovani russi trascinati in guerra – presto vedrà tanti giovani europei trascinati negli eserciti, in un distorto principio di difesa.

E’ necessario dunque un salto di qualità nell’impegno per la pace, il disarmo e la nonviolenza. Lo scrive bene Valentina Pazè ne Le parole contro la guerra (2026), spiegando che serve costruire una “opposizione alla guerra ed al militarismo più strutturale, meno episodica, non giocata esclusivamente sul registro delle emozioni. Un’opposizione politica, che si pone il problema di identificare obiettivi realistici, sul breve e sul lungo periodo, e di adottare strumenti idonei a raggiungerli”.

E’ esattamente l’obiettivo della Campagna Un’altra difesa è possibile per la difesa civile, non armata e nonviolenta, necessaria a sottrarre il monopolio della difesa al riduzionismo militarista sul piano delle minacce e allo strumento militare sul piano dei mezzi, per costruire politiche attive di pace fondate su infrastrutture di nonviolenza (come ho spiegato qui e in post successivi).

Siamo entrati ormai nell’ultimo mese della raccolta firme per la legge popolare e, per raggiungere l’obiettivo, serve che quella mobilitazione straordinaria dal basso che in questi anni nelle piazze ha detto il proprio no, forte e chiaro, alla guerra nel cuore dell’Europa, al riarmo e al genocidio dei palestinesi, sappia fare adesso un’azione pro-attiva, mettendo al centro dell’agenda della politica e delle prossime elezioni il principio del vero realismo: se vogliamo la pace è necessario preparare mezzi di pace. Non lasciamoci sfuggire questa occasione.

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Pensioni, taglio del 5% anche a settembre: chi rischia e come evitarlo ora

Per alcuni pensionati il cedolino di settembre sarà ancora più basso del normale. L’INPS applica una trattenuta del 5% a chi non ha trasmesso determinati dati reddituali. Il termine per regolarizzare la posizione scade il 15 settembre.

La trattenuta colpisce agosto e settembre, poi l’INPS può revocare la prestazione e recuperare le somme

La trattenuta comparsa ad agosto torna anche sulla pensione di settembre. Riguarda i pensionati residenti in Italia titolari di prestazioni totalmente o parzialmente collegate al reddito che, nonostante i solleciti, non hanno comunicato all’INPS i dati reddituali relativi al 2022 richiesti dalla campagna RED 2023. L’Istituto applica una riduzione pari al 5% dell’imponibile pensionistico lordo del mese di luglio 2026 sia sul rateo di agosto sia su quello di settembre. Sul cedolino compare una specifica indicazione relativa alla mancata comunicazione reddituale.

Le pensioni di importo mensile fino a 100 euro non subiscono questa trattenuta. L’esenzione dalla decurtazione temporanea non elimina però il problema della mancata dichiarazione: anche per questi trattamenti l’INPS può procedere successivamente alla revoca se il pensionato non regolarizza la propria posizione. La data da segnare è 15 settembre 2026. Entro quel giorno è possibile presentare la domanda di “Ricostituzione reddituale per sospensione art. 35, comma 10-bis, D.L. n. 207/2008”, utilizzando il servizio online dell’INPS oppure rivolgendosi a un patronato.

Se il pensionato non interviene entro il termine, l’Istituto può revocare definitivamente la prestazione collegata al reddito e recuperare le somme considerate non dovute. Il controllo del cedolino e delle comunicazioni disponibili nell’area MyINPS permette di verificare se la trattenuta riguarda la propria posizione.

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Ferie, lo stipendio è più basso e la busta paga è più leggera? Ecco quando il taglio è consentito

Al rientro dalle vacanze la busta paga può essere diversa da quella di un mese lavorato normalmente. La Cassazione ha chiarito che alcune componenti variabili possono essere escluse, ma la riduzione non deve penalizzare il diritto alle ferie.

Nel caso esaminato due indennità valevano il 3,37%: per i giudici la riduzione non era dissuasiva

Uno stipendio leggermente più basso durante il periodo di ferie non è automaticamente irregolare. La Cassazione, con l’ordinanza 18529 dell’8 giugno 2026, ha confermato che la retribuzione feriale deve restare sostanzialmente paragonabile a quella ordinaria, senza imporre una coincidenza perfetta tra tutte le componenti della busta paga.

Il procedimento riguardava un macchinista di Mercitalia Rail. Il lavoratore chiedeva che durante le ferie venissero considerate integralmente anche la parte variabile dell’indennità di utilizzazione professionale e l’indennità per assenza dalla residenza. La Corte d’Appello di Torino aveva escluso il diritto alle differenze e la Cassazione ha respinto il ricorso. Nel caso specifico, le due componenti rappresentavano circa il 3,37% della retribuzione complessiva. I giudici hanno ritenuto lo scarto troppo contenuto per produrre un effetto capace di scoraggiare il dipendente dal prendere le ferie.

Quel 3,37% non diventa però una franchigia valida per ogni lavoratore. La valutazione deve tenere conto del tipo di indennità, della continuità con cui viene percepita, del suo collegamento con le mansioni e dell’effetto economico concreto prodotto dalla sua esclusione. Chi trova meno soldi nel cedolino dopo le vacanze deve quindi verificare quale voce è diminuita o scomparsa. Un’indennità occasionale legata a una condizione che durante le ferie non si verifica può avere un trattamento diverso rispetto a una componente stabilmente collegata alle mansioni o alla posizione professionale.

Il confronto utile non consiste nel guardare soltanto il totale del mese, ma nel capire quali elementi hanno prodotto la differenza e se la perdita economica incide concretamente sul diritto del dipendente al riposo.

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La prima Ferrari completamente elettrica venduta a un’asta di beneficenza per 40 milioni di dollari: è record

Il primo veicolo completamente elettrico di Ferrari ha è stato venduto per 40 milioni di dollari, diventando l’auto nuova più costosa mai venduta all’asta. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando una nota della casa automobilistica. L’asta di beneficenza di Sotheby’s si è tenuta questo weekend durante la Monterey Car Week in California. Il modello “realizzato su misura” della Luce ha infranto il record stabilito lo scorso anno, quando una una Ferrari Daytona SP3 personalizzata fu venduta per 26 milioni di dollari.

L’acquirente di entrambe le auto è il miliardario repubblicano Herbert Wertheim, che negli Stati Uniti è conosciuto come “Dr. Herbie”. Parte della sua fortuna deriva dalle sue invenzioni, come quella brevettata a fine anni Sessanta: delle tinte che assorbono la luce ultravioletta per le lenti oftalmiche in plastica, una scoperta che ha contribuito alla diffusione di occhiali con lenti a protezione UV e ha successivamente portato alla fondazione dell’azienda Brain Power Incorporated nel 1970.

Il veicolo segna una rottura con la tradizione Ferrari delle auto sportive con motore a combustione. Quando a maggio Ferrari aveva svelato la Luce, con un prezzo di 550.000 euro (636.356 dollari), aveva sollevato, oltre ad un’ondata di critiche, anche un calo del prezzo delle azioni della società, che hanno poi recuperato terreno lo scorso mese dopo che il gruppo ha alzato le previsioni sull’intero anno, ha pubblicato risultati solidi e ha spiegato che gli ordini per la Luce stanno procedendo in linea con le attese.

In una nota Ferrari ha informato che “tutti i fondi ricavati saranno devoluti a progetti formativi negli Stati Uniti e nel mondo”, elencando i “progetti più importanti” come M-TECH Alfredo Ferrari, un “centro di formazione” che aprirà a Maranello, in Italia, nel 2029, con “l’obiettivo di ispirare e formare talenti da tutto il mondo, promuovendo l’innovazione tecnologica nel settore automobilistico”. Altri progetti citati sono le collaborazioni con Save the Children per aiutare nella ricostruzione della Aveson Charter School dopo gli incendi del 2025 in California, l’ampliamento di programmi di matematica e alfabetizzazione nelle aree a basso reddito del Texas orientale, la collaborazione con la Second Round Foundation, un’organizzazione no-profit co-fondata dal campione NBA e tre volte All-Star Jalen Brunson, focalizzata sulla promozione dell’istruzione nelle aree urbane svantaggiate di New York City e, infine, il finanziamento di programmi di lettura e matematica doposcuola con The Boys and Girls Clubs, che coprono un’area a basso reddito della Florida meridionale.

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Orrore nel Veneziano: uccide l’ex compagna e poi si impicca in casa

Venezia, uccide l’ex compagna e poi si toglie la vita

Un 43enne di Dolo (Venezia), Dino Keber, è stato rinvenuto privo di vita, impiccato all’interno della propria casa, dopo aver con ogni probabilità tolto la vita all’ex partner, la 39enne Tania Terrin, trovata morta nel suo appartamento a Camponogara (Venezia).

Il ritrovo delle due salme – secondo quanto riportato dal quotidiano La Nuova Venezia – risale alla tarda serata di ieri. La notizia trova conferma nelle dichiarazioni delle forze dell’ordine, che al momento mantengono il massimo riserbo sulle modalità del gesto. In seguito alla rottura del loro rapporto, la vittima si era rivolta alle autorità per segnalare l’ex compagno, nei cui confronti era stato emesso un provvedimento di ammonimento da parte del Questore di Venezia.

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“Si sono sollevate enormi nuvole di polvere e detriti, la coda ha urtato il suolo. Le ruote si sono bloccate”: paura all’aeroporto di Monaco, rientro d’emergenza per un Boeing 787 della Vietnam Airlines – IL VIDEO

Momenti di apprensione all’aeroporto di Monaco per un Boeing 787-9 di Vietnam Airlines diretto ad Hanoi. Il volo VN-34 ha dovuto fare ritorno allo scalo tedesco dopo una fase di decollo caratterizzata da una corsa particolarmente lunga e da un successivo problema al carrello. Secondo la ricostruzione pubblicata da The Aviation Herald, l’aeromobile stava decollando dalla pista 26L quando si è verificata l’anomalia: “Un Boeing 787-9 di Vietnam Airlines, immatricolato VN-A867 e operante il volo VN-34 da Monaco (Germania) ad Hanoi (Vietnam), stava decollando dalla pista 26L di Monaco quando, a causa di una rotazione molto tardiva, si sono sollevate enormi nuvole di polvere e detriti. Quando l’aereo si è staccato da terra, la coda ha urtato il suolo”.

Il riferimento è al cosiddetto tailstrike, ovvero il contatto della parte posteriore dell’aereo con la pista durante la fase di decollo. La ricostruzione del portale specializzato contiene anche un elemento particolarmente significativo sulla traiettoria del velivolo: “Secondo le prove fotografiche disponibili all’AVH, l’aeromobile è diventato aeromobile circa 120 metri, pari a 400 piedi, oltre la fine della pista, trovandosi già sull’erba e all’altezza della prima fila delle luci di avvicinamento”. Le immagini, dunque, suggerirebbero che il Boeing abbia lasciato il terreno quando aveva già superato l’estremità della pista.

Secondo le informazioni preliminari raccolte da The Aviation Herald, inoltre, il velivolo avrebbe oltrepassato la fine della pista, danneggiando alcune delle luci presenti nell’area: “Secondo le informazioni preliminari, l’aeromobile ha oltrepassato la fine della pista e danneggiato le luci”.

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Il Tempo pubblica i costi di Report: “Stipendi faraonici”. Gli inviati: “Falso, quereliamo”. Floridia (M5s): “Atto grave, si vuol screditare il programma”

Stipendi faraonici e spese incredibili, ecco quanto ci costa Report“. Il quotidiano Il Tempo, di proprietà del deputato della Lega Antonio Angelucci, alimenta la campagna contro il programma d’inchiesta pubblicando un documento interno Rai con una serie di importi in euro, presentati come “l’elenco completo dei compensi percepiti dai trenta giornalisti e autori negli ultimi tre anni”. Sulla base di quei numeri, il giornale diretto da Daniele Capezzone afferma che alcuni di loro “preso abitualmente più di centomila euro l’anno, con casi che hanno superato facilmente i duecentomila fino a toccare i trecentomila euro”, citando volti noti come Giulia Innocenzi, Giorgio Mottola e Bernardo Iovene. Una ricostruzione smentita dagli inviati del programma, che annunciano querela contro Il Tempo e “tutte le testate che riprenderanno le informazioni false e scorrette pubblicate”: “Le somme indicate sono scorrette e artatamente aumentate e non indicano affatto la retribuzione individuale dei singoli inviati ma il totale delle spese sostenute per la realizzazione dei singoli servizi. I giornalisti e le giornaliste di Report hanno per la maggior parte contratti di lavoro autonomo a partita Iva con la Rai e, in base al modello produttivo della trasmissione, autoproducono i propri servizi, pagando dunque di tasca propria i costi di trasferta, di montaggio e tutte le altre spese vive necessarie a condurre per mesi un’inchiesta”, sottolineano in un comunicato.

“Le somme pagate per i servizi giornalistici”, spiegano, “vanno dunque solo in parte a pagare i compensi dei giornalisti, una gran parte copre le spese di produzione già sostenute dagli inviati. Grazie a questo modello produttivo, che scarica i costi vivi sui giornalisti, in questo modo li abbatte. Report è la trasmissione di approfondimento giornalistico meno costosa della prima serata Rai, con circa 150mila euro a puntata, altre nella stessa fascia e sulla stessa rete arrivano a costare il doppio. Se qualcuno intende occuparsi davvero di compensi faraonici in Rai, deve indirizzare l’attenzione ad altri giornalisti, graditi alla politica, che negli ultimi anni sono stati messi alla guida di trasmissioni rivelatesi fallimentari”, concludono gli inviati. Una replica che Capezzone definisce” scombiccherata e controproducente”: “Questi signori si arrampicano sugli specchi parlando di lordo e netto e di spese sostenute. Tutti concetti già spiegati oggi nei nostri articoli. La realtà è che molti di loro incassano più dell’appannaggio annuale spettante al presidente della Repubblica (il quale, meritoriamente, se l’è anche ridotto). Il resto non merita commenti. Solo risposte e approfondimenti in Commissione di Vigilanza”. Sulla vicenda interviene anche il conduttore Sigfrido Ranucci – nella bufera per il caso Lavitola – denunciando la “grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda, visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report. Presenteremo denuncia anche al Comitato etico su chi in Rai abbia fornito al tempo tale documentazione sensibile”, annuncia.

Sullo stesso aspetto batte il consigliere d’amministrazione Rai Roberto Natale, eletto dal Parlamento in quota centrosinistra: “I dati sui compensi dei collaboratori di Report pubblicati oggi da Il Tempo sono di straordinaria gravità. Non certo per gli importi: le cifre comprendono – come sempre per i freelance – i costi di trasferta, di ripresa e montaggio, e solo per ignoranza della materia o per malafede si può evitare di evidenziarlo. La gravità sta nel fatto che la Rai lasci uscire dati riservati che nemmeno a noi consiglieri di amministrazione viene consentito di conoscere”, denuncia. “Dall’inizio del mandato”, spiega Natale, “abbiamo ripetutamente chiesto di poter accedere ai compensi dei collaboratori Rai, ma ci è stato sempre opposto un presunto dovere aziendale di riservatezza. In presenza di questa grave violazione, chiedo all’amministratore delegato un intervento immediato e rigoroso, se necessario investendo la Commissione stabile per il Codice etico attiva in questi giorni. È urgente sapere a quale direzione sia da far risalire la fuga di dati e quali sanzioni verranno adottate. Altrimenti sarà confermato il sospetto che parti dell’azienda stiano contribuendo impunemente a una massiccia campagna di discredito“.

In difesa della trasmissione si schiera anche Barbara Floridia, ex presidente della Commissione di Vigilanza Rai dimessasi a luglio (dopo quasi due anni di boicottaggio dei lavori dell’organo da parte del centrodestra). “La pubblicazione dei costi di Report è un atto grave per due motivi”, afferma la senatrice M5s. “Il primo è che è chiaro l’intento diffamatorio portato avanti dai giornali di Angelucci con l’obiettivo di screditare una delle trasmissioni più importanti del servizio pubblico e puntare alla rimozione del suo conduttore. Ma soprattutto la domanda è: come è possibile che dati che per altre trasmissioni erano stati richiesti in via ufficiale dalla Commissione di Vigilanza Rai non siano mai stati messi a disposizione del Parlamento mentre adesso sono nelle mani di un giornale, di proprietà di un parlamentare di maggioranza, che li usa per attaccare Report? Una cosa è certa: tutta questa situazione conferma che le dimissioni in blocco da parte delle opposizioni erano l’unica strada possibile di fronte a un uso sprezzante delle istituzioni e del servizio pubblico da parte della maggioranza”. Sulla stessa linea gli altri ex rappresentanti M5s in Commissione di Vigilanza, secondo cui l’obiettivo dell’articolo del Tempo è “screditare la trasmissione e il suo conduttore per indebolire entrambi, troppo scomodi per il potere del mondo di Giorgia”.

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Migranti, dramma in mare: nave di Emergency soccorre 50 persone al largo della Libia, 29 sono minori non accompagnati. Sette morti

Sette migranti sono morti durante una traversata partita dalla Libia. La Life Support di Emergency ha soccorso 50 persone nelle acque internazionali della zona Sar libica. Due sono in gravi condizioni e tra i superstiti ci sono 29 minori non accompagnati.

Il gruppo era partito da Zuwara il 16 agosto, Bari assegnata come porto di sbarco

La Life Support di Emergency ha soccorso questa mattina 50 persone a bordo di un’imbarcazione nelle acque internazionali della zona Sar libica. Sette migranti sono morti durante la traversata, mentre altri due sono in gravi condizioni per “soffocamento”.

Il gruppo aveva lasciato Zuwara, in Libia, all’alba del 16 agosto. Emergency ha ricostruito provenienza e composizione delle persone recuperate: “I naufraghi – spiega Emergency – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne”. Tra i superstiti ci sono quindi 45 uomini e 5 donne, mentre i minori stranieri non accompagnati sono 29.

Dopo il soccorso, Emergency ha chiesto “alle autorità competenti l’assegnazione di un Pos vicino”. Il porto assegnato alla Life Support è Bari.

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Uccide l’ex compagna e si impicca, lei lo aveva denunciato. Terzo femminicidio in tre giorni

Una donna uccisa e il suo ex compagno trovato impiccato. Si lavora all’ipotesi di femminicidio-suicidio per quanto avvenuto a Dolo (Venezia). Dino Keber, 43 anni, avrebbe ucciso l’ex compagna Tania Terrin, 39 anni, per poi togliersi la vita.

Il ritrovamento dei due cadaveri è avvenuto nella tarda serata di domenica. La donna si trovava all’interno della sua casa a Camponogara, mentre il corpo dell’uomo è stato rintracciato nel suo appartamento a Dolo. Al termine della relazione tra i due, Terrin aveva presentato una denuncia contro Keber, a carico del quale il Questore di Venezia aveva emesso un ammonimento ufficiale.

Il femminicidio dovrebbe risalire a Ferragosto. La donna sarebbe stata soffocata. Keber sarebbe rientrato a Dolo, dove viveva, e si è tolto la vita. I carabinieri di Camponogara e i colleghi del reparto investigativo stanno ricostruendo la dinamica di quanto avvenuto.

L’ennesimo femminicidio segue di poco la morte di Ornella Forastefano, 46 anni, soccorsa all’esterno dell’ospedale di Trebisacce, nel Cosentino, e deceduta subito dopo l’arrivo dei medici a causa dei traumi e delle ferite riportate. I carabinieri hanno fermato nel porto di Bari il compagno della donna, E. M., cittadino albanese di 42 anni con precedenti per reati di droga, mentre tentava di imbarcarsi per l’Albania. L’uomo si trova ora nel carcere di Bari in attesa della convalida della misura da parte dell’autorità giudiziaria pugliese, che trasmetterà successivamente il fascicolo alla Procura di Castrovillari.

I due casi si aggiungono al femminicidio avvenuto nel pomeriggio di Ferragosto a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano. Faustino Cardillo, 66 anni, ha accoltellato a morte la moglie Maria D’Alessandro, sua coetanea ed ex dipendente postale, per poi ferirsi con la stessa arma nel tentativo di togliersi la vita. Operato nell’ospedale locale per le lesioni autoinflitte, l’uomo è stato dimesso e trasferito in carcere.

Una scia di violenze in contrasto con i dati diffusi dal Viminale il giorno di Ferragosto, in cui si registrava una diminuzione del 37% gli omicidi volontari con vittime di sesso femminile e i femminicidi. Nel primo semestre 2026 le vittime sono state 34, contro le 54 dei primi sei mesi del 2025 secondo il Dossier Sicurezza 2026 del ministero dell’Interno.

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Migranti, la Life Support di Emergency soccorre una barca con 50 persone: sette morti e due in gravi condizioni

Erano circa 50 le persone migranti a bordo di un’imbarcazione tratta in salvo all’alba dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency, nelle acque internazionali della zona Sar libica. Sette di loro sono morte durante la traversata. Mentre due, fa sapere la ong, sono in gravi condizioni per “soffocamento”. È l’ennesima tragedia consumatasi nelle acque del Mediterraneo centrale: “I naufraghi – spiega Emergency – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne”. Emergency ha chiesto “alle autorità competenti l’assegnazione di un Pos vicino”. Il porto assegnato è Bari.

“Alle 6 del mattino di lunedì abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli – racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support di Emergency -. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave. A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata. A metà soccorso – prosegue – il nostro team si è accorto della presenza di nove persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio. Per sette di loro non c’è stato niente da fare, due di loro sono in condizioni critiche per soffocamento”.

A causa delle condizioni dei migranti “già provati da un viaggio drammatico”, Emergency ha chiesto alle autorità competenti l’assegnazione di un porto di sbarco vicino per “evitare altre sofferenze ai sopravvissuti”. Le autorità italiane hanno assegnato Bari.

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Intesa Sanpaolo, Fideuram: oltre 8,7 miliardi di raccolta nel primo semestre 2026

Intesa Sanpaolo, Fideuram supera 8,7 miliardi di raccolta nel primo semestre: oltre 1,1 miliardi dalla consulenza evoluta

Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking chiude il primo semestre del 2026 con oltre 8,7 miliardi di euro di raccolta netta, confermando la solidità del proprio modello e il peso crescente della consulenza evoluta. A commentare i dati Assoreti è Lino Mainolfi, amministratore delegato e direttore generale di Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking.

Nel dettaglio, oltre 1,1 miliardi di euro della raccolta del semestre sono riconducibili ai servizi di consulenza evoluta sul risparmio amministrato. Secondo Mainolfi, il dato testimonia la crescente centralità di un modello di consulenza costruito sulle esigenze dei clienti e sulla qualità della relazione. Un ruolo centrale, sottolinea il manager, è svolto dalla rete di oltre 7mila Private Banker, indicati come uno degli elementi principali del modello Fideuram. Professionisti che accompagnano i clienti nelle diverse scelte finanziarie attraverso competenza, ascolto e continuità nel rapporto.

In un contesto di mercato in continua evoluzione, il nostro obiettivo è continuare a rappresentare per clienti e professionisti un punto di riferimento solido e affidabile”, ha affermato Mainolfi, evidenziando la capacità del gruppo di combinare continuità, innovazione e qualità del servizio. La solidità del modello trova riscontro anche nei risultati della Divisione Private del Gruppo Intesa Sanpaolo, che nel primo semestre ha registrato un utile netto di 868 milioni di euro e masse amministrate pari a 452,3 miliardi.

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Attentato a Ranucci, Lavitola verso una nuova confessione. Il legale: “Nessun ordine di sparare, lo avvisò un mese prima”

Caso Ranucci, la difesa di Lavitola: “Nessun ordine di sparare, avvisò il giornalista già a settembre”

Nuove precisazioni e chiarimenti in vista dell’udienza al Tribunale del Riesame. È la linea scelta dalla difesa di Valter Lavitola, reo confesso di essere il mandante dell’attentato commesso lo scorso ottobre davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. A tracciare la strategia d’attacco è l’avvocato Arturo Cola, giunto al carcere di Rebibbia per un colloquio decisivo con il proprio assistito.

Il punto centrale su cui punta la difesa riguarda la linea temporale dei contatti tra Lavitola e il giornalista. “Noi riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati prima di quanto avvenuto il 16 ottobre. C’è stato, infatti un incontro il 7 settembre nel corso del quale probabilmente Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati”, ha dichiarato il legale, sottolineando che l’avvertimento sarebbe arrivato “un mese e mezzo prima dell’attentato medesimo”. Cola ci tiene poi a ribadire l’assenza di intese dirette: “A noi interessano i fatti: in sede di interrogatorio di garanzia il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato”.

Tra i nodi ancora da sciogliere ci sono la ricostruzione dei fatti e la spinta dell’atto intimidatorio. “I punti centrali che affronteremo riguardano la modalita’ esecutiva dell’attentato e il movente”, ha spiegato il penalista, minimizzando la portata penale di quest’ultimo: “Il movente raffigura una questione certamente di rilevanza rispetto all’opinione pubblica, ma per le questioni penalistiche è una questione che secondo noi incide poco: se l’ha fatto per il bene di Ranucci, per la questione politica o per proteggerlo, cambia poco”.

Ciò che conta maggiormente per la difesa è invece la dinamica con cui si è svolta l’azione: “L’unico vero ordine era quello che non si dovesse far male a nessuno. È una cosa importantissima che emerge dagli atti in epoca non sospetta, il 2 luglio, quando uno degli esecutori ha dichiarato spontaneamente che nessuno voleva far male a nessuno”. Su questo aspetto, il legale contesta le valutazioni della magistratura: “Nell’ordinanza si sostiene che Lavitola avrebbe dato l’ordine di sparare, ma le sue dichiarazioni sono state lette e interpretate in maniera un po’ superficiale: il mandato è stato generico e chiariremo questo punto con ulteriori dichiarazioni spontanee al Riesame”.

L’obiettivo dell’imminente passaggio giudiziario è proprio quello di correggere l’impostazione finora adottata dagli inquirenti. “Sono qui oggi per parlare con Lavitola e verificare se è necessario integrare la confessione del 12 agosto in vista dell’udienza del Riesame che si terrà presumo la settimana prossima”, ha proseguito l’avvocato, precisando i tempi della procedura: “Il ricorso lo abbiamo già presentato il 15 agosto, quindi, facendo due calcoli, l’udienza si dovrebbe celebrare la settimana prossima”.

Infine, Cola esclude categoricamente qualsiasi retrofront da parte dell’ex editore: “Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse ma si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito. Questo ci è possibile perché al Riesame si possono fare dichiarazioni spontanee per chiarire quegli aspetti che la magistratura ha ritenuto imprecisi nell’ordinanza di rigetto dei domiciliari”.

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Maire, Nextchem entra nel SAF in Australia con la tecnologia NX Circular

Maire, Nextchem si aggiudica un incarico per un progetto di Sustainable Aviation Fuel in Australia

Nextchem, società del gruppo MAIRE, amplia la propria presenza internazionale con una nuova commessa in Australia nel settore dei carburanti sostenibili per l’aviazione. La società, attraverso la controllata MyRechemical, si è aggiudicata da SKY Renewables Burdekin Pty Ltd il licensing, il Process Design Package e alcuni servizi di ingegneria per la sezione dedicata al syngas di Project Lion, iniziativa prevista nella regione del Burdekin, nel North Queensland.

Il progetto punta a utilizzare residui di canna da zucchero disponibili localmente come materia prima per la produzione di gas di sintesi purificato di grado chimico. Il processo sarà basato sulla tecnologia proprietaria NX Circular Gasification di Nextchem. Il syngas ottenuto sarà successivamente utilizzato per la produzione di Sustainable Aviation Fuel, il cosiddetto SAF, e di diesel rinnovabile attraverso soluzioni tecnologiche di terze parti. Secondo quanto comunicato da MAIRE, una volta raggiunta la piena capacità operativa, Project Lion potrebbe arrivare a produrre fino a 125mila tonnellate all’anno di SAF.

L’iniziativa punta inoltre alla valorizzazione degli scarti della lavorazione della canna da zucchero. Si tratta di biomassa residua che, in alcuni casi, viene bruciata direttamente nei campi. Attraverso la tecnologia NX Circular Gasification, questi residui agricoli potranno invece essere trasformati in un intermedio destinato alla produzione di carburanti a basse emissioni di carbonio. Per Nextchem, l’operazione rappresenta anche un passo nell’espansione geografica delle proprie attività, con l’ingresso in un mercato considerato di crescente importanza per lo sviluppo delle soluzioni legate alla decarbonizzazione e ai combustibili sostenibili.

L’aggiudicazione resta subordinata al rilascio del Notice to Proceed, ad eccezione di alcuni servizi di ingegneria che non sono soggetti a questa condizione. “Questa aggiudicazione conferma la rilevanza strategica delle tecnologie proprietarie di Nextchem nell’abilitare lo sviluppo di carburanti sostenibili a partire da materie prime rinnovabili e residuali”, ha commentato Fabio Fritelli, Managing Director di Nextchem. Fritelli ha sottolineato anche l’importanza dell’Australia nella strategia del gruppo e il ruolo della tecnologia di gassificazione nella conversione dei residui di canna da zucchero in carburanti a basse emissioni di carbonio, con l’obiettivo di contribuire alla decarbonizzazione del settore dell’aviazione.

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Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit

Hyundai avvia a İzmit la produzione della IONIQ 3, primo elettrico made in Turchia, dopo un investimento di 250 milioni di euro.

Hyundai Motor Türkiye avvia ufficialmente la produzione della IONIQ 3 nello stabilimento di İzmit, un passaggio che segna l’ingresso della Turchia nella mappa produttiva europea dei veicoli elettrici Hyundai. La notizia ha un peso specifico che va oltre il singolo modello: si tratta del primo veicolo 100% elettrico assemblato in territorio turco dal gruppo coreano, un traguardo reso possibile da un investimento dedicato di 250 milioni di euro che negli ultimi due anni ha trasformato oltre il 50% dello stabilimento, storicamente dedicato a motorizzazioni termiche e ibride tradizionali.

La scelta di Hyundai va letta all’interno di una logica di diversificazione della capacità produttiva europea che i grandi costruttori stanno perseguendo per bilanciare rischi geopolitici, costi di manodopera e prossimità ai mercati di sbocco. La Turchia, con la propria collocazione geografica tra Europa e Asia, offre condizioni di costo competitive rispetto agli stabilimenti dell’Europa occidentale mantenendo comunque un accesso doganale privilegiato al mercato dell’Unione Europea, un fattore che negli ultimi anni ha spinto diversi costruttori internazionali a rafforzare la propria presenza industriale nel Paese, in un momento in cui la pressione competitiva dei produttori cinesi di veicoli elettrici sul mercato europeo si fa sempre più intensa.

Lo stabilimento di İzmit non è una new entry nella geografia industriale Hyundai: fondato nel 1997, rappresenta il primo e più longevo impianto produttivo del gruppo coreano fuori dalla Corea del Sud, con un investimento complessivo accumulato in quasi trent’anni di attività che sale ora a 1,185 miliardi di euro. Il dato racconta una strategia di investimento progressivo e non episodico, in cui la produzione della IONIQ 3 rappresenta l’ultimo tassello di un percorso di modernizzazione continua piuttosto che una discontinuità improvvisa nella storia dello stabilimento.

Sul piano occupazionale, la trasformazione ha coinvolto oltre 1.000 dipendenti, chiamati ad assumere ruoli diversi nel corso del processo di riconversione produttiva, un dato che segnala come il passaggio all’elettrico in uno stabilimento esistente comporti un impatto significativo sulla riqualificazione della forza lavoro, un tema che accomuna tutti i costruttori impegnati nella conversione dei propri impianti storici verso l’elettrificazione. Oggi Hyundai Motor Türkiye impiega complessivamente circa 2.400 persone tra lo stabilimento di İzmit e la sede di Istanbul, un bacino occupazionale che l’azienda punta a consolidare ulteriormente attraverso i futuri piani di investimento.

Il capitolo più rilevante per il posizionamento produttivo turco riguarda però il proseguimento dei piani industriali: parallelamente a IONIQ 3, Hyundai sta già preparando la produzione delle prossime generazioni di BAYON e i20, confermando İzmit come polo produttivo capace di ospitare contemporaneamente motorizzazioni elettriche e a combustione, secondo quella logica di gamma flessibile che il gruppo coreano applica sistematicamente ai propri stabilimenti europei per rispondere a una domanda di mercato ancora fortemente eterogenea tra i diversi Paesi. A questo si aggiunge un elemento di filiera particolarmente significativo: la collaborazione con Hyundai Mobis, società affiliata del gruppo, per la realizzazione di uno stabilimento dedicato all’assemblaggio dei sistemi batteria all’interno del sito di İzmit, destinato in prospettiva a supportare anche la produzione di batterie per i veicoli ibridi. È un tassello che avvicina ulteriormente la componentistica critica dell’elettrificazione al sito di assemblaggio finale, riducendo la dipendenza da fornitori esterni e i relativi rischi logistici.

Il target produttivo iniziale, secondo quanto dichiarato dal Ministro dell’Industria e della Tecnologia turco Mehmet Fatih Kacır durante la cerimonia di avvio, è di 30.000 unità IONIQ 3 all’anno, un volume che colloca il nuovo modello in una fascia produttiva significativa ma non massiccia, coerente con la fase di lancio di un modello ancora nuovo sul mercato europeo. Il ministro ha inquadrato l’operazione anche in chiave di politica industriale nazionale, presentando l’investimento Hyundai come una conferma della Turchia quale “polo produttivo affidabile e scalabile” per i grandi gruppi automotive internazionali, un posizionamento che il Paese sta costruendo da anni attraverso condizioni fiscali e logistiche favorevoli agli investimenti esteri nel settore manifatturiero.

Per Xavier Martinet, Presidente e CEO di Hyundai Motor Europe, l’avvio della produzione rafforza le capacità produttive del gruppo e aumenta la flessibilità nella risposta alla domanda europea di mobilità elettrificata, un obiettivo che si inserisce nella più ampia strategia con cui Hyundai punta a diversificare geograficamente la propria produzione europea, riducendo la concentrazione su un singolo sito e distribuendo il rischio industriale su più stabilimenti del continente. Il CEO di Hyundai Motor Türkiye, Alex Kim, ha definito IONIQ 3 un impegno di lungo periodo condiviso tra la casa madre coreana, la divisione europea e quella turca, anticipando ulteriori investimenti futuri per rafforzare la capacità produttiva del sito.

Sul piano commerciale, IONIQ 3 sarà disponibile sui mercati europei a partire da settembre, con tempistiche differenziate in base al singolo Paese, proposta in due configurazioni di batteria e motore, un dettaglio che conferma la volontà di Hyundai di offrire fin dal lancio una segmentazione di prodotto capace di intercettare fasce di clientela diverse all’interno del segmento delle compatte elettriche europee, uno dei più competitivi e affollati dell’attuale panorama automotive continentale.

Scheda 

  • Stabilimento: Hyundai Motor Türkiye, İzmit (fondato nel 1997, primo impianto Hyundai fuori dalla Corea del Sud)
  • Modello: Hyundai IONIQ 3, primo veicolo 100% elettrico prodotto in Turchia
  • Investimento dedicato: 250 milioni di euro
  • Investimento complessivo storico dello stabilimento: 1,185 miliardi di euro
  • Quota di stabilimento modernizzata: oltre il 50%
  • Dipendenti coinvolti nella trasformazione: oltre 1.000
  • Occupazione totale Hyundai Motor Türkiye: circa 2.400 persone (İzmit + sede Istanbul)
  • Target produttivo iniziale: 30.000 unità IONIQ 3 all’anno
  • Altri modelli in preparazione a İzmit: nuove generazioni di BAYON e i20
  • Partnership correlata: Hyundai Mobis, stabilimento per assemblaggio sistemi batteria
  • Disponibilità sul mercato: da settembre, due configurazioni batteria/motore
Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit
Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit
Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit
Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit
Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit
Hyundai IONIQ 3: produzione avviata in Turchia a İzmit

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Droni iraniani colpiscono l’ufficio del premier del Kurdistan iracheno. Erbil tra Usa e pasdaran: le ipotesi dietro al raid

Anche i vertici politici del Kurdistan iracheno finiscono in mezzo alla guerra tra Iran e Stati Uniti. Nel giorno in cui scade il memorandum d’intesa tra le parti sul quale si sono basati gli ultimi due mesi di tregua, due droni Hadid-110 di fabbricazione iraniana hanno colpito gli uffici del primo ministro Masrour Barzani e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Nessuna vittima è stata al momento segnalata, ma l’attacco porta la regione semi-autonoma irachena e il suo governo al centro della contesa tra Washington e Teheran.

La Direzione Generale per l’Antiterrorismo (CTD) ha condannato l’attacco notturno giudicandolo “del tutto inaccettabile” e avvertito che “i responsabili di tale azione si assumeranno la piena responsabilità delle conseguenze”. Se a un primo sguardo il raid può risultare difficile da comprendere, un’indicazione arriva dalle indiscrezioni pubblicate da Axios che, con il suo giornalista Barak Ravid, scrive che a metà maggio il presidente del Kurdistan iracheno e cugino del premier, Nechirvan Barzani, era stato contattato dall’amministrazione americana per svolgere il ruolo di messaggero tra Washington e le Guardie della Rivoluzione iraniana. Il contatto, almeno stando a quanto riferito dai vertici curdi agli americani, ci sarebbe anche stato, con il canale diplomatico che avrebbe interessato il comandante dei pasdaran Ahmad Vahidi.

Perché, quindi, l’attacco di oggi? Ravid nel suo articolo dice anche un’altra cosa. Dopo circa due mesi, gli americani hanno iniziato a sospettare che gli interlocutori individuati dai Barzani non fossero dei veri rappresentanti delle Guardie della Rivoluzione e che quindi Washington si stesse esponendo in cerca di trattative di pace con i personaggi sbagliati. Il ruolo svolto in questa vicenda dalla leadership curda ricalcherebbe quello di Baghdad, diviso tra ambizioni di alleanze con gli Stati Uniti e la necessità geografica e militare di non allontanarsi troppo dalla Repubblica Islamica. Ma quest’ultima mossa potrebbe aver disturbato i pasdaran che, secondo il Wall Street Journal, si stanno invece preparando a concentrare su se stessi ancora più potere e a dare inizio a una nuova guerra su larga scala contro gli Usa. Bombardare il tavolo dei colloqui, quindi, potrebbe essere il primo passo verso un’escalation.

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La bolletta della crisi climatica: “Il caldo estremo costa all’Europa 180 miliardi di pil in meno”. L’Italia tra i Paesi più colpiti

L’estate del 2026 non lascerà solo il segno nelle cronache meteorologiche per il suo caldo estremo e prolungato, manifestazione incontrovertibile della crisi climatica, ma si presenta come un pesante macigno sui bilanci dell’Unione Europea. Secondo un recente studio di Triodos Bank, il costo si aggira intorno a 180 miliardi di euro, oltre l’1% del Pil comunitario. In questo scenario l’Italia è uno dei Paesi più vulnerabili: “Con un danno stimato intorno ai 22 miliardi di euro, il conto del clima per il nostro Paese equivale quasi a una manovra finanziaria”, ha commentato il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli.

La produttività in ginocchio

L’analisi condotta dagli esperti di Triodos Investment Management evidenzia come l’impatto del caldo non sia uniforme, ma colpisca diversi nodi vitali dell’economia. Il fattore determinante è il crollo della produttività del lavoro. Superata la soglia dei 30 gradi, il rendimento dei lavoratori cala drasticamente e perlopiù nei settori esposti all’aperto come l’edilizia e l’agricoltura. Allianz stima infatti una perdita di circa il 3% della produzione per ogni grado che supera i 30 e sostenuto per più giorni. La bolletta climatica è però gonfiata anche dai costi dell’energia: se l’efficienza dei pannelli solari diminuisce con le temperature estreme, la domanda di elettricità per il raffrescamento tocca picchi record proprio quando la produzione idroelettrica e nucleare (quest’ultima colpita dalla scarsità d’acqua per il raffreddamento dei reattori) è più in difficoltà. Il risultato è quindi un aumento dei prezzi all’ingrosso che grava sia sulle imprese che sulle famiglie.

La geografia del danno vede la Francia come il Paese più colpito (con una perdita stimata dell’1,4% del Pil), seguita dall’Italia e dalla Spagna. Se la Polonia appare meno colpita per un numero inferiore di giornate torride, per l’Italia il peso della struttura economica e la durata dell’ondata di calore rendono la situazione molto critica. A questo poi si aggiunge un drammatico costo umano: solo nell’ultima settimana di giugno di quest’anno sono stati stimati oltre 20mila decessi legati al caldo tra Francia, Germania, Spagna e Italia.

Il circolo vizioso europeo

“Un’estate così calda avrebbe dovuto segnare la fine di ogni astrazione”, si legge nello studio. “Assistiamo a vaste aree in fiamme mentre le centrali elettriche vengono chiuse per mancanza d’acqua. Questo dovrebbe essere lo shock che spinge le persone, e le istituzioni che le rappresentano, ad agire”. Non è ancora successo. Anzi. “Il 17 luglio, all’incirca nello stesso periodo in cui l’EFFIS registrava ettari record bruciati e i ministeri della salute contavano i morti, la Commissione europea ha proposto un indebolimento del principale strumento di tariffazione del carbonio dell’UE, allentando la traiettoria del tetto massimo alle emissioni fino al 2030. La ragione dichiarata era la competitività“. Un paradosso: “La risposta politica è quella di allentare proprio le politiche volte a prevenire i danni, in nome della tutela della crescita; di conseguenza, sia le emissioni che l’esposizione aumentano; e la successiva ondata di calore, con una temperatura di riferimento più elevata, costa di più. Chiamiamo le cose con il loro nome: un circolo vizioso”.

L’allarme di Coldiretti per l’Italia

L’inazione politica rischia di alimentare quello che gli analisti definiscono un circuito vizioso o doom loop. In pratica il danno climatico rallenta l’economia e la risposta politica è spesso quella di allentare le normative ambientali in nome della crescita, accelerando così le emissioni e i danni futuri. In Italia il dibattito è acceso, con critiche rivolte al governo per il contrasto a misure come il Green Deal e la legge europea sul ripristino della natura. Secondo Coldiretti, i danni all’agricoltura italiana hanno già superato i 3 miliardi di euro.
La siccità sta mettendo a rischio intere filiere con il bacino del Po che vede la disponibilità d’acqua ridotta della metà. Le colture di mais e riso sono al collasso, con cali dei raccolti che in alcune zone raggiungono il 40-70%. Al quadro si aggiunge infine l’emergenza incendi: dall’inizio dell’anno secondo EFFIS almeno 80mila ettari di boschi e terreni sono andati in fumo, devastando pascoli e strutture agricole.

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Ultraleggero con due persone a bordo disperso nel Cosentino, ricerche in corso

Un ultraleggero con due persone a bordo – Carlo Arnulfo, 64enne residente a Roma e Angela Buccico, 55enne residente a Matera – è disperso da domenica sera nella zona di Fuscaldo, nel Cosentino. Il mezzo era partito da Capo d’Orlando (Messina) in direzione Sibari (Cosenza): a seguito della segnalazione da parte dei familiari, la Prefettura ha attivato il piano ricerca persone scomparse e i vigili del fuoco hanno avviato le ricerche tra Fuscaldo e Falconara Albanese a partire dalle 21.05 di ieri, 16 agosto.

A supporto delle squadre di terra sono stati inviati anche personale SAPR abilitato al pilotaggio da remoto dei droni, un elicottero versione SAR dell’Aeronautica Militare e l’elicottero del Reparto volo di Salerno dei Vigili del fuoco Drago VF165. I vigili del fuoco hanno effettuato dei riscontri per stabilire una zona di ricerca in base alla triangolazione delle celle telefoniche: dalle prime informazioni risulta che l’ultimo contatto è stato agganciato in località Sannati, tra Fuscaldo e Fiumefreddo. Le ricerche, che al momento non hanno dato esito, sono concentrate nell’entroterra dell’alto Tirreno cosentino e si stanno svolgendo sia via terra sia via mare, nonostante i soccorritori ritengano improbabile che il velivolo sia caduto in acqua, poiché questo tipo di mezzi viaggia vicino alla costa e sarebbe stato notato dai bagnanti.

Un residente di contrada Tavola Grande a Capo d’Orlando, da cui è partito l’ultraleggero, ha spiegato che il piccolo campo da cui è decollato è recintato solo in parte e semi-abbandonato: “È un aeroclub gestito da privati ma ormai è utilizzato raramente, saranno quattro o cinque i soci abituali. Di tanto in tanto viene qualcuno a tosare l’erba ma la struttura non è più curata come qualche anno fa”, dice. Nell’area attualmente sono in sosta due ultraleggeri.

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Colpi di pistola al pronto soccorso: ex detenuto tenta la fuga, agente spara. Indagato per tentato omicidio

Un 22enne – ex detenuto del carcere della Dogaia di Prato, liberato lo scorso giugno – è stato ferito a una gamba da un colpo di pistola esploso da un agente della polizia penitenziaria, che ora è indagato per tentato omicidio. È successo domenica 16 agosto intorno alle 16.30. A quanto si apprende, l’uomo era stato fermato nel pomeriggio mentre cercava di lanciare all’interno del carcere toscano un plico contenente sostanze stupefacenti. Sorpreso, aveva tentato la fuga, cadendo e procurandosi lievi ferite. La polizia penitenziaria lo ha quindi portato all’ospedale Santo Stefano per le medicazioni. Qui il 22enne, dopo aver scaricato un estintore nel reparto di emergenza e creato il caos, ha cercato di scappare ed è stato colpito a una gamba.

Secondo una prima ricostruzione, l’ex detenuto, di nazionalità marocchina, si trovava su una barella nell’area del pronto soccorso nella cosiddetta “camera calda“: lo spazio coperto destinato all’arrivo delle ambulanze e la sala di decontaminazione, vicino al triage. Era ammanettato e sotto la scorta degli agenti della polizia penitenziaria quando avrebbe improvvisamente dato in escandescenze. Nonostante i movimenti limitati, sarebbe riuscito ad afferrare un estintore e avrebbe iniziato a minacciare gli agenti. All’ordine di deporre l’estintore, l’uomo avrebbe azionato il dispositivo, provocando ulteriore confusione nel reparto. Nel caos avrebbe quindi cercato di raggiungere l’uscita.

Gli agenti della penitenziaria gli avrebbero intimato di fermarsi sparando prima in aria come avvertimento per poi, con il proseguire del tentativo di fuga, arrivare allo sparo che lo ha ferito ad una gamba. Immediato l’intervento dei vigilanti di Sicuritalia e subito l’arrivo di polizia e carabinieri. Sul posto anche la Scientifica per i rilievi utili a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti. Il magistrato di turno si è recato personalmente sul posto per raccogliere le prime dichiarazioni dei testimoni.

Come poi spiegato dal procuratore Luca Tescaroli, il 22enne, sorpreso mentre cercava di far entrare nel carcere un pacco contenente stupefacenti, era stato inseguito dagli agenti della polizia penitenziaria e bloccato dopo essere caduto durante la fuga. Proprio nella caduta si era procurato alcune lesioni per le quali era stato portato al pronto soccorso da dove ha poi cercato di scappare. In tutto sono stati tre i colpi esplosi.

Gli spari hanno comunque provocato momenti di forte paura tra i pazienti e il personale sanitario presenti nel pronto soccorso, pur non essendo direttamente coinvolti nella zona in cui si è verificata la colluttazione. Il pronto soccorso è stato temporaneamente chiuso per consentire la messa in sicurezza degli ambienti e lo svolgimento dei rilievi. I pazienti già presenti sono stati assistiti e messi in sicurezza, mentre le ambulanze dirette al Santo Stefano sono state deviate verso altri ospedali, in particolare quelli di Pistoia e Firenze.

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Batterie al litio tra i rischi d’incendio e il costo ambientale: ecco cosa cambia dal 2027 con le nuove regole europee

Per anni ci siamo abituati a considerare molti dispositivi elettronici quasi “usa e getta”. Quando la batteria iniziava a perdere autonomia, sostituirla era spesso difficile, costosa o addirittura impossibile, tanto che per molti la soluzione più semplice diventava acquistare un prodotto nuovo. Un meccanismo che ha alimentato sprechi, consumo di materie prime e una crescente produzione di rifiuti elettronici.

A breve qualcosa cambierà. Dal 18 febbraio 2027 entreranno in vigore le nuove regole europee sulle batterie: l’articolo 11 del Regolamento (UE) 2023/1542, il cosiddetto Batteries Regulation, punta a favorire una progettazione più orientata alla riparazione, al riuso e alla durata dei dispositivi elettronici. L’obiettivo? Ridurre la montagna crescente di rifiuti tecnologici. Per i prodotti interessati dalla normativa, la batteria dovrà poter essere sostituita senza procedure complesse né strumenti difficili da reperire. Un risultato raggiunto anche grazie alla crescente pressione esercitata da consumatori, associazioni ambientaliste e movimenti per il diritto alla riparazione, che hanno chiesto dispositivi più durevoli, trasparenti e meno legati alla logica dell’usa e getta. I produttori non potranno inoltre ostacolare tramite software l’utilizzo di batterie compatibili conformi ai requisiti di sicurezza.

Secondo Emanuela Rosio, presidente di AICA (Associazione Internazionale di Comunicazione Ambientale) e coordinatrice italiana della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti: “È una svolta importante. Rendere più semplice la sostituzione delle batterie significa evitare che un dispositivo ancora funzionante venga abbandonato solo perché un suo componente si è usurato. Una maggiore riparabilità aiuta a contrastare l’obsolescenza programmata, ridurre la produzione di rifiuti elettronici e utilizzare in modo più efficiente le risorse. Inoltre, sempre più persone potranno intervenire sui propri apparecchi senza dover necessariamente ricorrere all’assistenza tecnica”.

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Caldo torrido in fabbrica, Italpizza dice no alle pause extra: “Potete bere alla fontanella”

Non bastasse la partita relativa agli esuberi, dentro lo stabilimento della Mantua.it, azienda del gruppo Italpizza con sede a Castelbelforte, nel Mantovano, si è accesa un’altra disputa tra azienda e sindacati. Oggetto del contendere sono le temperature torride all’interno della fabbrica. I lavoratori chiedono una pausa in più, così da facilitare lo smaltimento dello stress fisico, l’azienda risponde di no. “Può bastare andare a bere quando si vuole alla fontanella dell’acqua”, il succo del pensiero.

Il caldo di queste settimane e diversi malori che si sarebbero registrati nello stabilimento hanno spinto la Flai-Cgil a chiedere tutele in tempi rapidi nell’impianto produttivo del gruppo Italpizza. In sostanza, il 6 agosto è stata avanzata una richiesta formale per introdurre – in via temporanea ed eccezionale – delle pause aggiuntive, in particolare nel turno pomeridiano e nei reparti dove alle alte temperature esterne si aggiunge il calore sprigionato dagli impianti.

“No”, ha risposto la direzione aziendale – stando alla denuncia del sindacato – richiamando anche i rilievi strumentali dell’Ats Val Padana che, il 4 agosto, non avrebbero evidenziato un “disagio termico”. Sono così rimaste le due pause standard previste per ogni turno, ma tuttavia l’azienda ha ricordato che ai dipendenti che si può andare a bere alle fontanelle in qualsiasi momento.

“Che ci si possa avvicinare a una fontanella lo davamo per scontato, bere non è mai stato il problema – è stata la risposta del sindacato, come riportato da La Gazzetta di Mantova – Quello che abbiamo chiesto è il tempo. Con queste temperature la fatica si accumula turno dopo turno e il corpo ha bisogno di tempo per smaltirla: serve staccare dalla postazione, rallentare, rientrare in condizioni di lavorare in sicurezza. Un sorso d’acqua preso senza fermare la linea non è una pausa”. Nel frattempo, continua il braccio di ferro sugli esuberi: ne sono previsti 40 ma la Flai Cgil – sindacato più rappresentativo in fabbrica – non ha firmato l’intesa che ha fatto calare gli addii di una decina di unità.

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Trump riduce le esercitazioni con Seul. Guardando a Pyongyang?

Nelle ultime ore è emersa la decisione del presidente statunitense Donald Trump di chiedere al Pentagono una riduzione “sostanziale” della scala delle esercitazioni militari con la Corea del Sud, una decisione che tocca uno dei dossier più delicati del sistema di alleanze americana in Asia e introduce nuove incognite nella strategia statunitense verso la penisola coreana. L’ordine è arrivato alla vigilia dell’avvio delle annuali esercitazioni Ulchi Freedom Shield, che coinvolgono circa 18mila militari sudcoreani e che, nonostante le dichiarazioni di Trump, sono iniziate regolarmente lunedì e dovrebbero proseguire fino al 27 agosto.

Trump ha motivato la scelta con il costo delle esercitazioni e con il comportamento di Seul, accusata dal presidente americano di non aver voluto partecipare alle operazioni statunitensi contro l’Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha definito queste esercitazioni “costose”, sostenendo al contempo che esse trasmettano alla Corea del Nord un segnale “inappropriato e ostile”. Parole che gli analisti hanno interpretato come uno strumento per creare le condizioni per una nuova apertura diplomatica. Dal canto suo Seul ha reagito con cautela, facendo sapere di essere al lavoro sulla questione e di auspicare che il rapporto tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un possa portare a un dialogo significativo, con l’obiettivo di favorire pace e stabilità nella penisola. Allo stesso tempo, il governo sudcoreano ha ribadito che i due alleati continueranno a coordinare la propria postura di difesa e le attività militari congiunte.

La mossa di Trump si inserisce in una relazione da tempo caratterizzata da oscillazioni. Già durante il suo primo mandato il presidente americano aveva manifestato l’intenzione di ridurre o cancellare le esercitazioni congiunte, mentre Washington e Seul si erano scontrate sulla ripartizione dei costi per il mantenimento delle circa 28.500 truppe americane presenti in Corea del Sud. Il problema è che qualsiasi riduzione delle esercitazioni arriva in un momento particolarmente delicato sul piano della sicurezza. Pyongyang continua a considerare le attività militari americane e sudcoreane come una preparazione a un’invasione e, nelle ultime settimane, ha effettuato nuovi lanci di missili balistici. Secondo Reuters, la Corea del Nord ha lanciato due missili dall’inizio di agosto, mentre un alto ufficiale del Northern Command americano ha recentemente avvertito che Pyongyang ha testato missili balistici intercontinentali capaci di trasportare una testata nucleare fino a qualsiasi punto del Nord America. Allo stesso tempo, i due Paesi hanno accelerato al cooperazione in temi sensibili, come ad esempio quello dei sottomarini nucleari (uno sviluppo che, volendo, si può inquadrare nella stessa lente di spending review usata da Trump).

Ma dietro la decisione americana potrebbe esserci anche un calcolo più ampio. Secondo Victor Cha del Center for Strategic and International Studies, Trump potrebbe voler aumentare la propria capacità di influenza su Kim anche alla luce del crescente rapporto tra Corea del Nord e Russia. Pyongyang ha infatti fornito sostegno militare a Mosca nella guerra contro l’Ucraina, mentre militari nordcoreani hanno acquisito esperienza sul campo combattendo al fianco delle forze russe. In quest’ottica il tentativo di riaprire un canale con Kim potrebbe avere la doppia finalità di rilanciare la diplomazia sulla questione nucleare e di cercare di limitare l’avvicinamento strategico tra Mosca e Pyongyang. È una scommessa che richiama la politica del primo mandato di Trump, quando i due leader arrivarono a incontrarsi in tre vertici senza però ottenere risultati concreti sul programma nucleare e missilistico nordcoreano.

La decisione sulle esercitazioni, dunque, non sembra essere soltanto una questione militare, e non è solo limitata ai rapporti tra Washington e Seul, ma pare riferirsi invece agli equilibri strategici nell’intera penisola coreana e oltre. Guardando anche alla concezione di grand strategy seguita da The Donald.

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Cossiga avrebbe apprezzato Meloni senza amare Trump. Il ricordo di Rotondi

Gli amici di Formiche.net mi chiedono un ricordo diverso di Francesco Cossiga, allineato all’oggi, con l’ausilio della immaginazione e dei ricordi personali. Qualche strumento ce l’ho per immaginare Cossiga nel tempo della guerra a pezzi e della destra italiana di governo. Non ho avuto con lui l’intimità di Pippo Marra o Paolo Naccarato, per citare i suoi ultimi amici viventi; tuttavia il Presidente mi ha onorato di una costante conversazione culturale, culminata nella compilazione della prefazione di tutti i miei libri.

Mi manca? È più corretto dire: ci manca. Ma vale per Cossiga ciò che il suo amico De Mita diceva di sé: “Continuerò a parlare anche dopo morto”.

E cosa dice Cossiga all’Italia di oggi? Basta interrogare i ricordi. Partiamo dagli scenari mondiali. Per alcuni il mondo è cambiato al punto da dover rivedere definizione e confini dell’Occidente: non sarebbe più l’America la mater et magistra. Cossiga non sarebbe d’accordo. Lui non si offese mai della Kappa con cui gli anarchici scrivevano il suo cognome, spesso raddoppiando la consonante denigratoria: Kossiga l’amerikano. Il Presidente non smentì né si vergognò mai di essere la voce più ascoltata oltreoceano. Non rinnegò Gladio, semmai la spiegò: nel dopoguerra il rischio comunista non era uno slogan dei democristiani, ma una minaccia concreta contro cui gli alleati americani disponevano protezioni vere. E se qualcuno oggi si scandalizzasse, Cossiga gli ricorderebbe che anche la liberazione dal fascismo ci è arrivata “sulla punta delle baionette degli americani”, per dirla con l’espressione del comune maestro, mio e di Cossiga: il primo leader della “Base”, Fiorentino Sullo.

Trump piacerebbe a Cossiga? Manco un po’, immagino. Aveva per i ricchi la diffidenza tipica dei politici antichi, orgogliosamente consapevoli di essere un potere che non doveva mai allinearsi alla ricchezza. Il solo ricco che Cossiga tollerava in politica – ma fino ad un certo punto – era il suo amico Silvio Berlusconi, a cui però rimproverava di non possedere la dote della cattiveria, necessaria a un uomo di Stato (e a Silvio questa critica piaceva moltissimo).

Diciamo che a Cossiga Trump non piacerebbe, ma suggerirebbe di conviverci al minor costo possibile, perché non si cambia fronte quando non ci piace chi lo governa. I capi di Stato passano, il destino degli Stati è scritto nella storia e nella civiltà. E il nostro destino rimane comune con quello americano.

E di Giorgia Meloni cosa direbbe? Aveva simpatia per lei quando era la mascotte del nostro governo, a maggior ragione ne avrebbe oggi, vedendola al cospetto dei grandi del mondo. Né Cossiga avrebbe pruderie verso la destra di governo, che tenne a battesimo da Capo dello Stato, nel suo primo abbozzo di Alleanza Nazionale.

Moroteo oltre Moro, Cossiga consumò la “strategia dell’attenzione” in ogni direzione, non a senso unico, come fa la pelosa storiografia della sinistra, impadronitasi di Moro facendone un santino se non un precursore del Pd. Il vero Moro era quello che raccontava Cossiga: il teorico di una democrazia compiuta in cui pure i comunisti potessero governare, e fu quello il motivo per cui Cossiga sostenne il governo D’Alema.

Non è azzardato pensare che oggi Cossiga vedrebbe nel governo Meloni il definitivo completamento, sulla sponda opposta, del sogno moroteo di una democrazia normale.

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Nuove limitazioni all’aeroporto di Catania: 10 voli all’ora in arrivo fino alle 12 di domani

A meno di 24 ore dal primo sospiro di sollievo per chi viaggia da e per la Sicilia in queste settimane, una nuova eruzione dell’Etna impone nuove limitazioni all’aeroporto di Catania Fontanarossa. Sac, la società di gestione dello scalo catanese, ha comunicato sulla sua pagina Facebook che, “a causa dell’attività eruttiva dell’Etna e contestuale emissione di cenere vulcanica in atmosfera, è stata disposta la chiusura degli spazi corrispondenti ai settori B1 e B2″.

La restrizione doveva durare fino alle 14 di oggi, 17 agosto, con cinque aerei in arrivo all’ora, ma la Sac ha diffuso un aggiornamento in cui si comunica la proroga della chiusura del solo settore B1 fino alle 12 di domani, 18 agosto, con dieci aerei all’ora in arrivo. Non ci sono restrizioni in partenza. “I passeggeri sono pregati, prima di recarsi in aeroporto, di verificare lo stato del proprio volo con le compagnie aeree. Seguiranno aggiornamenti nelle prossime ore”, conclude la nota.

L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Osservatorio Etneo (Ingv-Oe), ha infatti comunicato che questa mattina si è registrata “l’apertura di una bocca effusiva in Valle del Bove, a una quota compresa tra 2200 e 2350 m”, da cui è stata prodotta una colata lavica e che ha generato l’emissione di cenere dal cratere, che ora si sta disperdendo in direzione sud-est. Ingv-Oe ha spiegato: “Dal punto di vista sismico, dopo l’incremento di ieri pomeriggio l’ampiezza media del tremore vulcanico ha raggiunto un valore massimo intorno alle 19:40 di ieri sera e successivamente, fino allo stato attuale, con deboli oscillazioni è leggermente diminuita, rimanendo sempre all’interno dell’intervallo dei valori alti”. Sono in corso i rilievi sul campo da parte del personale Ingv-Oe, mentre in diversi Comuni del catanese – in particolare Valverde, Viagrande, San Gregorio, San Giovanni la Punta e alcune zone dello stesso capoluogo – strade, automobili e marciapiedi sono ricoperti da una coltre di cenere alta diversi centimetri.

La nuova chiusura parziale spegne l’entusiasmo di domenica, quando l’amministratore delegato della società, Nico Torrisi, aveva dichiarato: “Il ripristino delle operazioni di volo all’aeroporto di Catania rappresenta un passaggio importante verso il ritorno alla normalità dopo giorni particolarmente complessi per la nostra città”.

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Bloomberg: “Funzionari di Berlino aprono alla vendita a Unicredit della quota del governo tedesco in Commerzbank”

Alti funzionari governativi della Germania sarebbero aperti a discutere una potenziale vendita della quota del 12,7% in Commerzbank a Unicredit se i due istituti di credito riusciranno a concordare una strategia comune e con garanzie per il futuro della banca. Lo riferisce Bloomberg, pur sottolineando che questa posizione non rappresenta la linea ufficiale del governo tedesco, che come è noto è stato finora fermo nell’intenzione di preservare l’indipendenza dell’istituto salvato durante la crisi finanziaria e dire no all’offerta di Andrea Orcel.

La cessione di una quota in cambio della garanzia che Commerzbank continuerà a svolgere un ruolo “importante nel finanziamento dell’economia consentirebbe a Berlino di realizzare alcune delle sue priorità per l’istituto di credito, dopo che non è riuscita a impedire a Unicredit di assumerne il controllo”, sottolinea Bloomberg.

Un portavoce del governo tedesco ha dichiarato a Bloomberg che la posizione non è cambiata, rifiutandosi di commentare. Nessun commento anche dai rappresentanti di Commerzbank e Unicredit.

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AMBIENTE, LA PLASTICA INGERITA DAGLI UCCELLI MARINI E’ CAUSA DI MORTE

Secondo uno studio, maggiore è la quantità di plastica ingerita dai giovani esemplari di berta nera, minore è la probabilità che sopravvivano in mare e ritornino sani e salvi alla colonia da adulti riproduttori. Determinare in che modo l’ingestione di plastica da parte della fauna marina influisca sugli organismi a livello di popolazione rimane una sfida. Jennifer Lavers, Hannah Worthington e Alexander Bond hanno utilizzato 15 anni di dati di marcatura e ricattura per stimare come l’inquinamento da plastica influisca sulla demografia delle berte nere ( Ardenna carneipes ) nella colonia di Ned’s Beach sull’isola di Lord Howe, in Australia. Tra la fine di aprile e la metà di maggio, dal 2010 al 2024, i pulcini di 80-90 giorni sono stati inanellati e la quantità di plastica nei loro stomaci è stata misurata.
Tra l’inizio e la metà di ottobre, dal 2020 al 2024, sono stati registrati gli uccelli inanellati negli anni precedenti che sono tornati alla colonia da adulti riproduttori. Gli autori hanno scoperto che il 10-20% dei pulcini aveva ingerito più di un grammo di plastica. L’ingestione di oltre un grammo di plastica era associata a una riduzione di almeno l’11% della probabilità che gli uccelli sopravvivessero e tornassero a riprodursi nella colonia. Gli uccelli che avevano ingerito più di cinque grammi di plastica non venivano quasi mai più avvistati. Secondo gli autori, i risultati forniscono spunti di riflessione sul ruolo dell’inquinamento da plastica nel declino delle specie.

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“Mio marito era arrabbiato perché mi asportavano entrambi i seni per il tumore, non si preoccupava della gravità della situazione. Pensava fossi ridicola”: Sharon Stone svela la causa del divorzio

Il divorzio tra Sharon Stone e il giornalista ed editore Phil Bronstein, avvenuto nel 2004 dopo sei anni di matrimonio, è rimasto per vent’anni privo di una spiegazione ufficiale sulle cause della rottura. La loro unione aveva unito due mondi apparentemente distanti — il glamour di Hollywood e il giornalismo investigativo — regalando momenti iconici, come il red carpet degli Oscar del 1998, in cui l’attrice indossò una gonna color lavanda abbinata a una semplice camicia bianca prelevata dal guardaroba del marito.

La successiva separazione fu segnata da una complessa battaglia legale per l’affidamento del figlio adottivo Roan. Ora, all’età di 68 anni, Sharon Stone ha rivelato con esattezza quale fu la goccia che fece traboccare il vaso.

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Commerzbank, Berlino apre uno spiraglio a UniCredit: il 12,7% può finire a Orcel

Alcuni funzionari del governo tedesco sono disponibili a discutere la cessione a UniCredit del 12,7% di Commerzbank ancora controllato da Berlino. Prima serve però un’intesa tra i due istituti sulla strategia e sul futuro della banca tedesca.

Il governo chiede garanzie sul futuro della banca e un’intesa tra Orcel e l’attuale management

Berlino potrebbe vendere a UniCredit il 12,7% di Commerzbank ancora nelle mani dello Stato tedesco. L’apertura arriva da alcuni funzionari governativi, ma al momento non rappresenta la posizione ufficiale dell’esecutivo.

Una cessione viene considerata accettabile da alcuni esponenti del governo a due condizioni: un prezzo ritenuto adeguato e precise garanzie sul futuro di Commerzbank. Prima di arrivare a un eventuale confronto sulla partecipazione pubblica, UniCredit dovrebbe inoltre trovare un’intesa con l’attuale management della banca tedesca sui propri progetti.

Tra i funzionari tedeschi viene valutata anche la possibilità che UniCredit riesca comunque a ottenere il controllo di Commerzbank. Questo renderebbe più concreta l’ipotesi di una vendita della quota ancora detenuta da Berlino, purché l’operazione venga accompagnata da un accordo sulla strategia dell’istituto. Gli eventuali colloqui tra Piazza Gae Aulenti e Berlino dipenderanno quindi dal confronto tra UniCredit e i vertici di Commerzbank. Solo con il via libera del management ai progetti della banca italiana il governo tedesco prenderebbe in considerazione una trattativa sulla propria partecipazione.

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“Se fosse successo dopo il decollo sarebbe stato un disastro”: scoppia un incendio nel container pieno di bagagli pronto a essere imbarcato sull’aereo, panico a Malpensa. Nel mirino le batterie al litio

Un container carico di bagagli ha preso fuoco domenica 16 agosto all’aeroporto di Milano Malpensa, mentre si trovava a terra in attesa di essere caricato su un volo British Airways. Le fiamme sono state domate rapidamente dai vigili del fuoco, ma l’episodio (l’ennesimo nell’ultimo periodo) ha riportato l’attenzione su uno dei problemi che ultimamente preoccupano maggiormente il settore dell’aviazione: gli incendi provocati dalle batterie al litio. Quest’ultime, se danneggiate, possono entrare in una condizione di surriscaldamento incontrollato e sviluppare rapidamente fiamme difficili da gestire. Il container, utilizzato per trasportare le valigie, conteneva i bagagli destinati a un Airbus A321neo della compagnia britannica. L’incendio si è sviluppato prima della partenza del velivolo, e questo ha permesso agli operatori di intervenire direttamente sul posto, come si vede nel video girato da uno dei passeggeri presenti e diventato virale.

Al momento non è ancora stata stabilita con certezza l’origine delle fiamme. Tra le ipotesi al vaglio c’è un possibile malfunzionamento del macchinario utilizzato per movimentare il container, forse favorito dalle temperature elevate. Non viene però esclusa la possibilità che a provocare l’incendio sia stata una delle valigie presenti all’interno. In particolare, l’attenzione si concentra sulla possibile presenza di un dispositivo che potrebbe essersi surriscaldato o danneggiato.

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“Scelta attentato solo mia, pentito di aver inguaiato mio fratello Ranucci”, le parole dal carcere di Valter Lavitola tramite il suo avvocato

“La scelta dell’attentato è solo mia, sono pentito di aver inguaiato mio fratello Ranucci”. È in sintesi quanto affidato da Valter Lavitola al suo legale che lunedì lo ha visitato a Rebibbia. L’ex editore “vive una condizione psicologica certamente non facile, perché per una scelta autonoma, ha provocato dei guai a due persone che sono per lui un figlio, e parlo di Gomes e un fratello in riferimento a Ranucci. È pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene” ha spiegato l’avvocato Arturo Cola con cui ha avuto colloquio di quasi tre ore. Poco prima dell’ingresso il legale aveva spiegato che l’imprenditore – a cinque giorni dalla confessione – era pronto a nuove dichiarazioni da offrire al Tribunale del Riesame.

Non una ritrattazione, ma un chiarimento. Il faccendiere – protagonista di clamorosi casi politici dalla casa di Montecarlo al ricatto a Berlusconi – ha ammesso davanti al gip di essere il mandante dell’attentato contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, ma dopo il rigetto del gip dell’istanza per attenuare la misura cautelare, ha deciso di chiarire. La difesa quindi prepara il prossimo passaggio giudiziario. “Sono qui oggi per parlare con Lavitola e verificare se è necessario integrare la confessione del 12 agosto in vista dell’udienza del Riesame che si terrà presumo la settimana prossima” aveva detto Cola prima di entrare nel carcere romano. Il legale ha subito escluso l’ipotesi di un passo indietro. “Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse”, ha spiegato, ma di “puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito”. E proprio il Riesame offre alla difesa uno strumento per farlo: “Questo ci è possibile perché al Riesame si possono fare dichiarazioni spontanee”.

La mossa arriva appunto dopo l’interrogatorio del 12 agosto, quando Lavitola aveva riconosciuto di aver commissionato l’attentato, sostenendo però una versione molto diversa da quella ipotizzata dagli investigatori sul movente. Secondo quanto riferito dall’ex editore, l’obiettivo non sarebbe stato fare del male a Ranucci, ma provocare un episodio tale da determinare un innalzamento del livello della sua protezione. Una ricostruzione che la difesa sta cercando ora di rendere più precisa e circostanziata dopo che il giudice per le indagini preliminari di Roma ha respinto la richiesta di arresti domiciliari. Il problema, per Lavitola, è che quella confessione non gli ha aperto le porte del carcere. Dopo l’interrogatorio, la richiesta di sostituzione della custodia con gli arresti domiciliari è stata respinta. Il gip ha ritenuto non sufficientemente convincenti alcuni passaggi della versione fornita dall’indagato, definendo il movente indicato dalla difesa “inverosimile” e le dichiarazioni dell’imprenditore “prive di riscontri” e “fumose”.

“Noi riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati prima di quanto avvenuto il 16 ottobre. C’è stato, infatti, un incontro il 7 settembre nel corso del quale probabilmente Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati. Questo quindi un mese e mezzo prima dell’attentato medesimo. “A noi interessano i fatti: in sede di interrogatorio di garanzia il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato” aveva aggiunto. Uno dei passaggi sui quali Cola insisteva domenica – annunciando l’intenzione della difesa – riguardava proprio Ranucci e la sua sicurezza. La difesa dell’imprenditore ha sostenuto che “gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta”. Un elemento che, secondo i legali, sarebbe coerente con la spiegazione fornita da Lavitola: un’azione pensata come dimostrativa per provocare una reazione delle autorità e ottenere una maggiore protezione per il giornalista.

La tesi viene collegata anche alle modalità concrete dell’attentato. “Loro non avevano alcuna intenzione di far male a Ranucci, lo si vede dalle modalità dell’attentato”, aveva sostenuto Cola riferendosi ai presunti esecutori materiali. La difesa punta dunque a mettere in discussione non l’esistenza dell’azione, che Lavitola ha ammesso di aver commissionato, ma la sua finalità e soprattutto l’effettiva volontà di provocare un danno alla vittima. È un punto centrale anche perché il giudice che aveva disposto le misure cautelari nei confronti di chi avrebbe materialmente piazzato l’ordigno non aveva riconosciuto l’ipotesi di strage. Ora i difensori di Lavitola cercano di utilizzare le modalità dell’attacco per sostenere una lettura meno grave della vicenda. Resta invece sullo sfondo il tema del cosiddetto “terzo livello”. Alla domanda sull’eventuale esistenza di un livello ulteriore rispetto a Lavitola e agli esecutori, Cola aveva parlato di “congetture”. E aveva aggiunto: “È intuibile che dopo l’attentato Ranucci avesse capito chi fosse il mandante”. Una congettura che, al momento, non trova alcun riscontro negli atti.

Sono intanto attese nuove analisi del computer e del cellulare dell’ex editore, mentre Ranucci potrebbe essere ascoltato dai pm come persona informata sui fatti. C’è poi la posizione di Gomes Tavares, il cittadino camerunese indicato come factotum di Lavitola e ritenuto dagli investigatori un possibile intermediario nell’organizzazione dell’attentato. La Procura dovrebbe procedere con la richiesta di estradizione. Tavares, intervistato dal Tg1, nei giorni scorsi ha detto di essere pronto a rientrare in Italia “prestissimo”: “Dicono che all’aeroporto mi prendono però io sono testardo. E voglio tornare”.

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Lega, Fontana lancia l’assalto del nord: “Il partito va salvato dal declino. Un passo indietro di Salvini? Da non escludere”

“Chiediamo di rivedere l’impostazione del partito, perché ce n’è un gran bisogno ora”. In un’intervista al Corriere della sera, Attilio Fontana lancia l’assalto dei leghisti del nord contro la segreteria di Matteo Salvini, una rivolta covata per mesi ed esplosa nel direttivo regionale lombardo della settimana scorsa. “I nostri militanti, non solo in Lombardia ma in tutto il nord, ascoltano i cittadini e segnalano un malessere“, afferma il presidente della Regione, esponente storico del Carroccio e già sindaco di Varese. “Nel direttivo, con il segretario Massimiliano Romeo, abbiamo dato voce a questo malessere e alle esigenze di amministratori e cittadini, proponendo valutazioni politiche a partire da un dato di fatto: siamo passati dal 34% al 5% dei voti. Insomma, il problema c’è, e quindi è opportuno lavorare per trovare una via d’uscita da questo declino. E arrivare a una soluzione è utile non soltanto per la Lega, ma per tutto il centrodestra”, incalza. E alla domanda se Salvini debba fare “un passo indietro o di lato” risponde eloquente: “Nessuna soluzione va esclusa a priori. la Lega non teme il rinnovamento”.

Per il governatore lombardo, la soluzione per il rilancio del partito è “innanzitutto valorizzare le nostre ricchezze: e il nostro primo capitale sono i tanti amministratori locali, che interpretano quotidianamente la concretezza che noi chiediamo alla Lega”, spiega. Annunciando un progetto che somiglia al nucleo di una futura scissione: “Ua pluralità di persone stanno lavorando per proporre un nuovo luogo di dibattito. Un’associazione larga e aperta a discutere sui temi importanti come, per esempio, la modernizzazione dello Stato. Sono ancora più convinto che si debba andare verso il federalismo, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali, che agiscono con la concretezza che serve ai territori e che sono a contatto con il mondo economico, ricevono le domande di chi lavora e produce ricchezza e per questo chiedono una politica industriale. E vogliamo occuparci anche di diritti civili“. Un tema che sta molto a cuore anche all’altro governatore “ribelle”, il Veneto Luca Zaia, e su cui Salvini invece porta avanti una linea fermamente conservatrice.

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Indonesia, terremoto di magnitudo 7,7: strade spaccate e case crollate viste dal drone – VIDEO

Il drone sorvola le zone colpite dal terremoto in Indonesia: dall’alto la devastazione lasciata dal sisma

Le immagini riprese da un drone mostrano dall’alto la devastazione provocata dal terremoto di magnitudo 7,7 che ha colpito l’isola di Flores, nell’Indonesia orientale. Strade spaccate, edifici crollati e infrastrutture danneggiate restituiscono la dimensione dei danni provocati dal sisma, che ha causato anche numerose frane. Il bilancio è nel frattempo salito ad almeno 54 morti, mentre migliaia di persone hanno lasciato le proprie abitazioni e le operazioni di soccorso proseguono nelle aree più difficili da raggiungere. Video LaPresse.

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Fiorentina, Mastantuono gioca a calcio in spiaggia a Forte dei Marmi: palleggi sul bagnasciuga con i tifosi – VIDEO

Mastantuono in versione vacanziere a Forte dei Marmi: partita improvvisata sulla spiaggia con alcuni tifosi

Ferragosto sulla spiaggia di Forte dei Marmi per Franco Mastantuono, nuovo giocatore della Fiorentina. Il talento argentino è stato riconosciuto da alcuni ragazzi sul bagnasciuga e non si è tirato indietro quando gli hanno proposto di giocare insieme. Nel video Mastantuono si diverte tra palleggi, passaggi e tiri sulla sabbia, concedendosi una parentesi da normale vacanziere prima di tornare agli impegni con la squadra viola. Video Corriere TV.

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Russia, maxi attacco di droni ucraini: esplosioni e una colonna di fumo nella regione di Mosca – VIDEO

Centinaia di droni contro la Russia, incendio nel maxi deposito Wildberries: le immagini dalla regione di Mosca

Una delle più grandi ondate di droni ucraini contro la Russia dall’inizio della guerra ha interessato anche la regione di Mosca. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 822 droni in diverse zone del Paese, mentre nella regione della capitale un attacco ha colpito anche un grande magazzino di Wildberries a Koledino, circa 45 chilometri a sud di Mosca. Le immagini mostrano esplosioni e una densa colonna di fumo nero alzarsi dalla struttura colpita. Nella sola regione di Mosca un uomo di 83 anni è morto nell’attacco, secondo le autorità locali. Video Astra/Corriere TV.

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Il furto delle opere di Antonello da Messina solleva un’altra domanda: lo Stato sa quante opere confiscate possiede?

Il furto di quattro opere di Antonello da Messina dal Museo regionale della sua città, comprese tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, pone una domanda che va molto oltre la sicurezza dei musei: che cosa significa davvero proteggere e restituire alla collettività un patrimonio culturale?

Perché esiste un’altra enorme questione, assai meno spettacolare di un furto nella notte di Ferragosto: quella delle opere d’arte sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Qui non servono proclami sulla legalità. Servono numeri. L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, Anbsc, è diretta dal settembre 2024 dal prefetto Maria Rosaria Laganà. La delega politica sui beni confiscati al Ministero dell’Interno è della sottosegretaria Wanda Ferro. Dal maggio 2026 l’Ufficio nazionale beni mobili e immobili sequestrati e confiscati è diretto da Rossana Bellantoni.

A loro si potrebbero rivolgere alcune domande semplicissime. Quante opere d’arte confiscate definitivamente gestisce oggi lo Stato italiano? Dove sono? Quante sono esposte? Quante sono in deposito? Quante aspettano una destinazione? Da quanti anni? Qual è il loro valore complessivo? Provate a cercare le risposte. L’Anbsc pubblica relazioni, statistiche e dati sui beni confiscati. Ha costruito strumenti informatici e piattaforme per immobili e beni mobili registrati. Già dal 2021 esiste persino una “vetrina” telematica attraverso la quale vedere autoveicoli, motoveicoli, autocarri, macchine operatrici e altri mezzi confiscati.

Per un’automobile confiscata abbiamo dunque concepito una vetrina digitale. Per un Fontana, un De Chirico o un Warhol confiscato, il cittadino non dispone invece di un catalogo nazionale pubblico che permetta di ricostruire sistematicamente identificazione, provenienza, stato conservativo, luogo di custodia, destinazione e fruibilità.

L’Italia possiede il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e una delle più importanti banche dati mondiali delle opere illecitamente sottratte: oltre 1,3 milioni di file. Nel solo 2024 i Carabinieri TPC hanno recuperato 80.437 beni d’arte per un valore stimato di circa 130 milioni di euro. Sappiamo dunque costruire una formidabile macchina per cercare l’arte quando scompare. E c’è un paradosso ancora più evidente che emerge proprio dall’operazione della quale le istituzioni vanno più orgogliose: SalvArti. Dalle confische alle collezioni pubbliche.

Nel dicembre 2024 il Ministero dell’Interno annunciava trionfalmente l’esposizione a Palazzo Reale di Milano di oltre ottanta opere sottratte alla criminalità organizzata: De Chirico, Sironi, Fontana, Dalí, Warhol, Schifano, Rauschenberg.

La sottosegretaria Wanda Ferro parlò di opere “restituite alla collettività” e della necessità di rendere l’arte accessibile. Giustissimo. Ma quelle oltre ottanta opere provenivano da due sole procedure di confisca. E quindi, è precisamente questo successo a rendere gigantesca la domanda su tutto il resto. Dov’è il resto? Non si sostiene, ovviamente, che le opere siano scomparse. Si sta evidenziando, al contrario, qualcosa di amministrativamente più grave: il cittadino non dispone di uno strumento pubblico che gli consenta di misurare l’efficienza della loro restituzione.

È un problema di accountability. La direttrice Laganà ha dichiarato ancora nel dicembre 2025 che i beni confiscati rappresentano una risorsa fondamentale per le comunità. Nel marzo 2026 Anbsc e Legacoop hanno firmato un altro protocollo per la loro valorizzazione. Nel luglio 2026, alla presenza del ministro Matteo Piantedosi e della sottosegretaria Ferro, l’Agenzia ha sottoscritto un nuovo accordo con la Regione Piemonte per accelerarne destinazione e riutilizzo.

Protocolli, accordi, convegni, relazioni semestrali. Benissimo! Adesso, però, si chiede un Excel. Una riga per ogni opera d’arte definitivamente confiscata. Autore. Titolo. Procedimento. Data della confisca definitiva. Valore stimato. Luogo di custodia. Stato di conservazione. Data della destinazione. Ente destinatario. Fruibile: sì o no. Naturalmente oscurando le informazioni che possano compromettere sicurezza e indagini.

Non occorre una nuova legge, dunque. Occorre trasformare la gestione patrimoniale in una gestione misurabile. Perché esiste una differenza enorme fra confiscare un’opera e restituirla. La prima è un’attività giudiziaria. La seconda è un risultato amministrativo. E un risultato si misura. L’Anbsc dovrebbe quindi pubblicare ogni anno cinque numeri: opere prese in carico; opere catalogate; opere destinate; opere effettivamente esposte; tempo medio trascorso dalla confisca definitiva alla fruizione. E dovrebbe indicare il patrimonio ancora in attesa. Altrimenti la parola “restituzione” rischia di diventare una formula da inaugurazione.

Il furto di Messina dimostra quanto sia devastante perdere fisicamente un’opera d’arte. Ma c’è una seconda forma di sottrazione, meno cinematografica: possedere un patrimonio pubblico senza consentire al pubblico di sapere esattamente che cosa possiede, dove si trova e quando potrà vederlo. Per questo Piantedosi, Ferro e Laganà dovrebbero rispondere a una domanda che non è ideologica e non è di destra o di sinistra: quante opere d’arte confiscate possiede oggi lo Stato italiano e quante di esse possiamo vedere?

Se il numero esiste, lo pubblichino. Se non esiste, il problema è ancora più serio. Perché contro la mafia lo Stato non vince quando sequestra un quadro. Vince quando quel quadro smette di essere il trofeo privato di un criminale e diventa davvero patrimonio di tutti.

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Arizona, attraversa in bici un ponte allagato: la corrente la trascina sott’acqua per 30 metri – VIDEO

La ciclista viene trascinata dalla corrente dentro un tunnel: salvata dopo essere riemersa 30 metri più avanti

Una 20enne ha rischiato di annegare mentre tentava di attraversare in bicicletta un ponte allagato al Sabino Canyon, in Arizona. La forza della corrente l’ha trascinata sott’acqua e dentro un tunnel, facendola riemergere circa 30 metri più avanti. I soccorritori sono riusciti a raggiungerla, tirarla fuori dall’acqua e praticarle la rianimazione cardiopolmonare fino a quando la giovane ha ripreso conoscenza. La polizia ha poi ricordato i rischi legati all’attraversamento di strade e corsi d’acqua durante le piene. Video Corriere TV.

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Da Colleferro a Varsavia. Una linea rossa presto sulla politica italiana

Con il passare delle ore si addensano sempre più sospetti di un attentato di matrice russa per l’esplosione alla fabbrica di munizioni di Colleferro. Questo imporrà presto il tracciare una chiara linea nella sabbia alla politica italiana, che finora ha cincischiato con tentazioni filorusse, e porterà inevitabilmente a scelte decise e precise per chi sta al governo o all’opposizione a Roma.

Colleferro si inserisce in una lunga catena di eventi sospetti in tutta Europa. Nell’arco di una sola settimana, i Paesi della Nato sono stati teatro di una serie di incidenti sospetti.

POLONIA

Il 7 agosto, i servizi polacchi hanno arrestato un cittadino russo con il compito di uccidere a Varsavia un cittadino americano e ucraino. Secondo il primo ministro Donald Tusk è la prima volta che qualcuno, su ordine russo, ha tentato di uccidere un cittadino americano sul territorio di un Paese Nato.

GERMANIA

Il 6 agosto, un drone carico di esplosivo è stato rinvenuto nei pressi di una pista dell’aeroporto di Lipsia/Halle accanto a un aereo cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Due giorni dopo, due droni sono stati avvistati sopra la base della Bundeswehr a Mechernich.

ITALIA

Un incendio scoppiato il 13 agosto nel reparto di compressione delle polveri presso lo stabilimento KNDS Ammo Italy a Colleferro, a sud-est di Roma, è stato seguito da una massiccia esplosione. Lo stabilimento produce munizioni da artiglieria da 155 mm, fornite all’Ucraina.

PAESI BASSI

Nel giro di poche ore, sempre il 13, a Rotterdam il più grande porto d’Europa, sono avvenuti un incendio a un trasformatore, un grave blackout elettrico, uno spegnimento d’emergenza presso la raffineria ExxonMobil di Botlek e un’esplosione presso la raffineria e il terminal della Gunvor Energy, che ha causato la morte di un lavoratore e il ferimento di altri sei.

Oltre a ciò nelle ultime settimane le difese Nato hanno subito incursioni di droni lungo l’intero perimetro dell’alleanza. Il rischio è che qualche paese potrebbe cedere alla pressione russa e scivolare fuori dai ranghi. Cosa farebbe allora la Nato? La guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi, in alcune nazioni, in una guerra civile?

L’Italia, patria durante la Guerra Fredda del più grande partito comunista dell’Europa occidentale ha già sperimentato la cosa.

Oggi a Roma certamente molti vogliono nascondere la testa sotto la sabbia perché si tratta di prendere scelte chiare: l’Italia è con la Russia che le fa esplodere le fabbriche o contro? Molti potrebbero pensare a tipiche contorsioni italiche, tipo il Lodo Moro. Allora il governo fece un patto con i palestinesi per lasciare usare il suo territorio come base logistica a patto che non ci fossero attentati palestinesi in Italia. Ma le condizioni oggi sono molto diverse da allora e oggi sappiamo che il Lodo non funzionò.

Quindi l’Italia deve scegliere. Luigi Zanda ricordava che alle spalle della Guerra Fredda c’era stato un patto stretto alla fine della Seconda guerra mondiale tra i leader della Dc e del Pci, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti. Il Pci poteva rimanere legale e partecipare alle elezioni ma in cambio non faceva la rivoluzione e non andava al governo.

Può esserci un patto simile oggi tra “forze dell’ordine” e la folla confusa di filorussi dentro governo e opposizione? In realtà mancano due pezzi fondamentali del gioco, De Gasperi e Togliatti.
Il patto Dc-Pci evitò la deriva greca, dove nel 1947 ci fu un bagno di sangue contro il partito comunista che stava per prendere il potere ad Atene.

Oggi, quanto a lungo Ue e Usa possono tollerare i balletti italiani? Warren Buffet nei suoi investimenti dice di guardare ai fondamentali. Se i fondamentali ci sono le cose accadranno. Nessuno però può dire con precisione quando. Questa sembra la situazione attuale del Paese. Se i fondamentali non cambiano, qualcosa accadrà presto, anche se nessuno può dire con certezza quando sarà il ‘presto’.

Diversamente da ottant’anni fa sono pochi i duri e puri, ed è possibile che, davanti a rischio di un disastro, molti filo russi di oggi cambino completamente casacca. È una caratteristica storica dell’Italia. Naturalmente in questo i primi nella fuga verso l’ordine saranno preferiti. Cioè però, chi forse pensa che tutto questo sia solo una drammatizzazione italica dove si usano parole fortissime per azioni minime.

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“Credeva che il marito fosse una spia morta in un’operazione internazionale e che i bambini fossero ‘zagottini'”: cos’è il gang stalking e perché in estate aumentano i casi

“Non ogni paura nasconde un colpevole. E non ogni paura ha bisogno di un detective.” Se nel primo capitolo dell’estate investigativa dominavano amanti gelose, mariti allergici alla spiaggia e relazioni clandestine organizzate con la precisione di un piano industriale, esiste un altro volto della stagione calda. Molto meno leggero e, soprattutto, molto più difficile da gestire. Quando le serrande delle aziende si abbassano, gli studi professionali rallentano e le città cominciano a svuotarsi, il telefono di Klara Murnau continua a squillare. Ma le storie cambiano tono.

Ai sospetti sentimentali si affiancano persone convinte di essere pedinate, controllate attraverso dispositivi nascosti, osservate dai vicini o perseguitate da gruppi organizzati. Casi che sembrano usciti da un thriller internazionale e che, tuttavia, arrivano sulle scrivanie degli investigatori privati sotto forma di richieste molto concrete: controllare un’intera via, identificare sconosciuti incontrati al supermercato, verificare se i bambini del quartiere facciano parte di un’organizzazione segreta.

È il lato più delicato di un mestiere che non consiste soltanto nel trovare prove. A volte, il compito più difficile è riconoscere quando non esiste un’indagine da aprire. Klara Murnau, considerata la detective privata più famosa d’Italia e autrice del libro Better call Klara, edito da Baldini + Castoldi, lo spiega con una frase che rovescia l’immaginario cinematografico della professione: “Un investigatore serio non è quello che accetta qualsiasi incarico. È quello che sa quando fermarsi e dire: questa persona non ha bisogno di un detective. Ha bisogno di un altro tipo di aiuto”.

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CLIMA: IL 2027 SARA’ ANCORA PIU’ CALDO DEL 2026

“Un mese: l’ondata di caldo più lunga di sempre si appresta a finire. Venderà cara la pelle però. Nell’arretrare di pochi gradi questa settimana tornerà nel range di temperatura medio, abbandonando i 5-6 gradi oltre la norma che ci accompagnano in alcune zone da fine giugno. Gli scienziati la chiamano “anomalia positiva”. Sulle cartine è associata a quel rosso intenso che macchia terre e mari. (…) È talmente persistente da aver fatto perdere senso al termine ondata e talmente intensa da aver praticamente messo al collo del 2026 la medaglia di anno più caldo dall’inizio delle misurazioni (il sistema europeo di rilevazione del Clima Copernicus prende come riferimento il 1850). Secondo la Columbia University, che ospita un programma sul cambiamento climatico, basta che da qui alla fine dell’anno si registrino temperature normali per raggiungere il primato. Non durerà molto però. Se dalla primavera El Niño ha iniziato a scaldare i motori, a partire dall’autunno la corrente calda che periodicamente fa aumentare le temperature del Pacifico spiegherà le ali. La Noaa, l’ente americano che monitora il Clima, prevede «un’intensità storica». Se di solito l’acqua si riscalda di uno o due gradi, a dicembre raggiungerà i quattro. Sull’onda del Niño, il 2027 è pronto a strappare lo scettro al 2026. (…) Uno studio condotto da Cnr e università dell’Aquila ha osservato che il riscaldamento climatico è in accelerazione. Dal 2013-2014 la temperatura media globale è passata da 0,17 gradi a 0,4 gradi in più per ogni decennio. Può sembrare controintuitivo che una manciata di gradi aggiuntivi nel Pacifico stia rendendo così invivibile l’estate europea. Il mare in realtà, ha osservato il servizio marino di Copernicus, si sta riscaldando non solo in superficie, ma anche a due chilometri di profondità. Se pensiamo al gas necessario per far bollire l’acqua della pasta, immaginiamo quanto calore serva a riscaldare gli oceani interi del pianeta. I mari, sempre secondo Copernicus, assorbono il 90% del calore in eccesso della Terra e lo cedono solo lentamente”, si legge su La Repubblica

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Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?

Qualcuno, per tipo cinque minuti, è rimasto scioccato dalle notizie che arrivano dallo Stato statunitense del Massachussets, dove la governatrice – democratica, ovviamente, e cattolica, ovviamente –  Maura Healey ha firmato una legge che abbatte il limite temporale dell’aborto massimo a 24 settimane (con i soliti «paletti» cripto-hitleristi: per gravi anomalie del feto l’aborto è sempre consentito).

 

Ora il Prioritizing Patient Access to Care Act permette in pratica di uccidere il bambino in grembo fino al limite della nascita.

 

«Abbiamo ascoltato le storie strazianti di donne e famiglie che si preparavano ad accogliere un bambino e che, in fase avanzata di gravidanza, hanno ricevuto notizie devastanti» ha confidato alla stampa la Healey. «Costringerle a viaggiare per centinaia di miglia e a pagare di tasca propria in un momento di enorme dolore è inaccettabile. In Massachussetts crediamo che le decisioni sanitarie debbano essere prese esclusivamente tra le donne, le loro famiglie e i loro medici, non dai politici».

 

Nella foto finita su tutti i giornali la governatrice appare sorridente attorniata da un sabba di donne ghignanti. L’effetto dell’immagine è impressionante: sì, queste femmine stanno rivendicando, e con la ridarella, l’uccisione di bimbi pronti a venire al mondo.

As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.

You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5

— Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026

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Altrettanto impressionante è la foto della Healey che incontra papa Francesco. Anche quella sta circolando in rete. Così come circola la rabbia di quanti si chiedono perché nessuno, né dalla Conferenza Episcopale USA né dal Vaticano stesso, abbia detto qualcosa. Ecco che è stata avviata l’ennesima, inutile petizione per indurre il vescovo a scomunicare, come dovrebbe, la governatrice della legge feticida.

 

Invece, da Roma e dagli zucchetti è il silenzio. Il motivo, per chi davvero si stupisce ancora, è presto detto: il compromesso con l’aborto è stato fatto dalla Chiesa post-conciliare da un bel pezzo. Ricordiamo che in Italia la legge autogenocida 194/78, la firmò un governo democristiano. Tutte le successive mosse del papato wojtylano sembravano puntare ad un deciso compromesso sottocutaneo: in superficie proclami e soldoni dell’8 per mille ad enti pro-vita solo di nome, in profondità accettazione della legalizzazione dell’uccisione del bambino nel ventre materno – e questo in sprezzo assoluto della religione che, ai tempi del Credo della vecchia messa, ancora si inginocchiava al momento di dire Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine

 

L’unica religione che festeggia Dio che si fa feto, la gravidanza e la maternità), accettava di scendere a patti con l’impero della Morte. Così dobbiamo leggere l’appoggio dato dal Sacro Palazzo nel 1981 al referendum sull’«aborto minimale» (eccolo lì, il maleminorismo: uccidiamo pure i bambini, ma con moderazione) e poi alla resistenza simbolica offerta contro il feticidio legalizzato dai buffoni politici longa manus dei vescovini.

 

Allo stesso modo va letta l’altra grande, catastrofica legge bioetica del tardo papato polacco, la 40/2004, quella che sdoganava i bambini prodotti in laboratorio, e di conseguenza, il loro spreco, cioè un aborto moltiplicato per enne volte. La «legge cattolica» sulla provetta fa ora, il lettore di Renovatio 21, più morti dell’aborto chirurgico e pure chimico – e in più inganna la popolazione piazzandoci la maschera della vita, del massacro che sta dietro il bimbo sintetico in braccio non interessa nulla a nessuno (se non a noi, poveri scemi).

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Ora, va compreso che in America avanza da tempo questa cosa dell’aborto fino alla nascita, e oltre: non hanno un limite gestazionale legale sull’aborto Alaska, Colorado, Maryland, Michigan, Minnesota, Nuovo Jersey, Nuovo Messico, Oregon e Vermont, più Washington DC. Se andiamo fuori dagli USA, notiamo uno strano riflesso, che può dire moltissimo: Canada, Cina, Vietnam e Corea del Nord sono tra quelli in cui la legge non indica un limite gestazionale fisso.

 

Bizzarra coincidenza: il capitalismo occidentale avanzato collima, ma guarda, con il comunismo asiatico. Chi ci segue conosce un pezzo in più della storia: sappiamo come la legge del figlio unico fu iniettata nel governo di Deng Xiaoping da agenti dell’antiumanismo antinatalista del Club di Roma di Aurelio Peccei. Tuttavia, questa è un’altra questione.

 

Chi ha figli potrebbe sapere che il feto è con certezza definito con un calco anglicista «viabile», cioè «a termine» una volta arrivato ai sette mesi. Un’operazione che riguarda il piccolo viene rinviata, per quanto possibile, oltre quella data, oltre la quale il bambino può sopravvivere tranquillamente fuori dal ventre materno. La situazione è conosciuta dallo scrivente: la secondogenita non voleva girarsi, era podalica, non si metteva a testa in giù.

 

Le (brave) ginecologhe dell’ospedale ci dissero di aspettare la 36ª settimana per fare la versione, cioè una manovra di pressione sul feto per metterlo a testa in giù – una pratica che un tempo le levatrici di paese lo facevano senza preoccupazioni prima del parto, oggi invece, che l’arte maieutica (quella vera, letterale) è sparita, si è ritornati a praticare la manovra in punta dei piedi, con equipe medica pronta ad estrarre il bambino in caso di rischio.

 

E quindi, chiunque sa che abortire poco prima della nascita significa abortire un bambino in grado di sopravvivere fuori dal ventre materno da settimane. Questa semplice verità, conoscibile da qualsiasi donna, non sembra toccare nessuno.

 

Perché siamo andati molto oltre l’idea dell’aborto come rimozione di un «grumo di cellule» che non sarebbe in grado di vivere da sé (e quindi, sempre per la legge nazista del più forte, da eliminare a piacimento). Tale concezione, tipica della filosofia utilitarista, era già stata portata a conseguenze terrificanti dal celebratissimo filosofo animalista Peter Singer basandosi sul concetto, tutto goscista e abortista, dell’autonomia.

 

Definendo «persona» un essere capace di autocoscienza, di concepire se stesso come esistente nel tempo, di avere preferenze sul futuro (razionalità, autonomia), il Singer, ebreo australiano, aveva sostenuto che neonati umani (anche sani…) non hanno ancora queste capacità: non sono “persone” nel senso tecnico che usa lui.

 

Uccidere un neonato non è quindi moralmente equivalente a uccidere un adulto umano o, eccoci, un essere autocosciente – cuccioli di animale che sono più «autonomi» rispetto ai neonati non meritano di morire quanto i cuccioli umani. L’utilitarismo – filosofia che segretamente si è incistata nello Stato moderno tutto – con Singer era già andato oltre: dall’aborto si vola verso l’eutanasia.

 

Il Singer ha sostenuto che, in casi di gravi disabilità, i genitori dovrebbero poter scegliere di porre fine alla vita del neonato (anche in modo attivo), se ciò porta a maggiore benessere complessivo, il grande fine dell’utilitarismo, che vede la massimizzazione matematica del piacere contro il dolore come fine ultimo, anche a costo della morte di minoranze o maggioranze.

 

Ecco che il filosofo, che nei dibattiti accademici americani viene salutato da scroscianti applausi degli studenti vegani e non, aveva proposto un periodo di circa 28 giorni dopo la nascita prima di riconoscere pieno diritto alla vita. L’idea è contenuta nel libro Should the Baby Live? The Problem of Handicapped Infants (1985), cioè «Il bambino dovrebbe vivere? Il problema dei neonati disabili». Bel titolo: come vedete, ancora quaranta anni fa la finestra di Overton sull’infanticidio legalizzato si muoveva con scioltezza.

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Siamo giunti quindi alla questione dell’aborto post-natale, finito in bocca in queste ore ai tanti ebeti con canale Telegram o raccolte firme a pagamento.  Il termine (in inglese after-birth abortion) è un’espressione coniata in un articolo accademico del 2012, intitolato «After-birth abortion: why should the baby live?» («Aborto dopo la nascita: perché il bambino dovrebbe vivere?»), pubblicato sul Journal of Medical Ethics dai bioeticisti italiani ma di stanza all’Estero Alberto Giubilini e Francesca Minerva, affiliati a centri australiani di bioetica fortemente legati alla tradizione utilitarista-singeriana.

 

Nel testo i due sostenevano che, dal punto di vista etico, non ci sia una differenza rilevante tra un feto e un neonato – nessuno dei due, secondo la loro tesi, possiederebbe ancora lo status morale di «persona», concetto legato, nel solco del Singer, a caratteristiche come autoconsapevolezza, capacità di attribuire valore alla propria esistenza, progettualità futura.

 

Di conseguenza, sostenevano che le stesse ragioni che possono giustificare moralmente l’aborto, ad esempio situazioni in cui il bambino comporterebbe un peso serio per la famiglia, anche non necessariamente per malformazioni dovrebbero poter giustificare, in linea di principio, anche la soppressione di un neonato appena nato — da qui il termine «aborto post-natale», cioè dopo la nascita anziché prima.

 

Ictu oculi, si tratta di pura e semplice sostituzione del termine «infanticidio», così da connetterlo al dibattito sull’aborto (stravinto nei decenni dai necrocultisti contro pavidi democristiani di ogni latitudine) e fargli quindi guadagnare terreno.

 

Mentre i sapientoni dibattono, e le verginelle strillano scandalizzate, il mondo moderno va avanti secondo la pista preparatagli dalla Necrocultura. Nel gennaio 2019, la questione dell’infanticidio legale arriva nelle cronache grazie alle dichiarazioni di un alto ufficiale del potere americano, il governatore della Virginia Ralph Northam, che parlò con una certa franchezza ad una trasmissione radio locale.

 

Commentando un disegno di legge proposto dalla delegata democratica Kathy Tran – che aveva detto che l’aborto sarebbe stato possibile anche se la donna fosse in travaglio –  atto ad allentare  le restrizioni sugli aborti nel secondo e terzo trimestre in Virginia, il governatore disse:

 

«La prima cosa che vorrei dire è che decisioni come questa dovrebbero essere prese dagli operatori sanitari, dai medici e dalle madri e dai padri coinvolti. Quando parliamo di aborti nel terzo trimestre, questi vengono eseguiti con il consenso, ovviamente, della madre e dei medici – più di un medico, tra l’altro. E vengono eseguiti in casi in cui potrebbero esserci gravi malformazioni. Potrebbe esserci un feto non vitale. Quindi, in questo particolare esempio, se una madre è in travaglio, posso dirvi esattamente cosa succederebbe. Il bambino verrebbe fatto nascere. Il neonato verrebbe tenuto in condizioni confortevoli. Il neonato verrebbe rianimato se questo fosse ciò che la madre e la famiglia desiderassero, e poi seguirebbe una discussione tra i medici e la madre».

 

Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl

— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026


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Se il bambino nato vivo può continuare a vivere lo decidono la madre e i dottori. Il potere di vita e di morte, come nemmeno in un lager, ce lo hanno i più forti. Tutto questo detto pacificamente da un progressista, un democratico – perché la democrazia, crediamo di capire, a questo porta, al suo esatto contrario, al democidio.

 

Siamo alla negazione non solo di Ippocrate, e degli istinti materni, della legge naturale. Siamo alla negazione della civiltà cristiana tutta – siamo all’instaurazione incipiente del Regno Sociale di Satana.

 

Tuttavia qui voglio spezzare una lancia a favore dei mostri – bisogna farlo, per la logica, e per rifiutare una volta per tutte il compromesso democristiano con essi, e chiamare la battaglia.

 

Gli utilitaristi, i servitori della Morte, filosofi o governatori, hanno ragione: che differenza c’è tra un neonato e un feto? Solo una questione di tempo, forse nemmeno quello (un neonato può essere settimino, o ancora più prematuro: ho visto bambini usciti tanto prima pesare un chilo e ora essere campioncini sportivi) e di spazio, cioè sei dentro o fuori il grembo materno.

 

Se per loro ciò indica che il bambino è continuativamente una non-persona, per noi vale l’esatto contrario: è una persona quanto lo è Dio stesso, è Imago Dei, è un essere perfettamente formato dal logos creatore, è figlio della Divinità , è fatto a sua immagine, è ciò che naturalmente è chiamato ad esistere, consistere e moltiplicarsi, è un pezzo unico e insostituibile del disegno dell’umanità e del cosmo.

 

E quindi no, non c’è differenza tra un uomo ed un feto, tra l’aborto e l’aborto post-natale.

 

Potete capire dove stiamo andando a parare: non lo chiamiamo «aborto», ma ogni procedimento della Necrocultura, che umilia e uccide l’essere umano, svolge la medesima funzione.

 

L’eutanasia è un aborto applicato in vecchiaia o in malattia.

 

La predazione degli organi è un aborto su chi ha avuto un incidente, ma il cuore gli batte ancora.

 

Il suicidio – magari con l’aiutino delle droghe psichiatriche – è l’aborto delle persone tristi.

 

La riproduzione artificiale è l’aborto di un numero immane di embrioni, morti nell’impianto o nella crioconservazione, oppure fusisi mostruosamente nelle chimere umane.

 

Spingiamoci fino a parlare delle bestie feroci scagliateci contro: lupi, orsi, orche lasciati liberi di assalirci sono strumenti della Necrocultura, agenti animali dell’aborto della specie.

 

E la guerra, cosa è se non il modo con cui si abortiscono le nazioni, con la guerra nucleare che si dà come aborto globale definitivo, come finale trionfo della morte sull’umanità.

 

Tutta l’umanità deve essere abortita: questo è quanto ci sta dicendo il progresso, questo è quanto lo Stato moderno si prepara a fare in modo meccanico: un sacrificio umano massivo, più grande e terrificante di quello che chiedevano gli dèi pagani.

 

E quindi, non facciamo gli sconvolti. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare.

 

L’aborto è solo una maschera di una lotta contro l’inferno che coinvolge ogni aspetto del nostro tempo. Fortunato chi ha capito, è uscito dal recinto pro-life (fatto dal potere politico-ecclesiastico per pastorizzare gli animi caldi) e medita sulle dimensioni spaventose della guerra spirituale necessaria oggi.

 

Questo è ciò che siamo chiamati a fare ora: combattere la Morte, combattere il Male che ha messo radici nel nostro mondo.

 

Se leggete queste pagine, è probabile che in cuor vostro abbiate già iniziato a farlo. Siete, lo vogliate o no, protagonista della battaglia contro le forze del Male – come in un film, solo sul serio.

 

Questo ruolo onora la vostra anima come niente altro.

 

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Dai piedi in su

L’estate è arrivata e i piedi escono allo scoperto. Sandali, mare, camminate lunghe in montagna o in piano per chi visita o rimane in città: insomma, è la loro stagione, ma anche il momento in cui vesciche da sandali nuovi, talloni screpolati e magari gonfiori dovuti a scarpe sbagliate possono crearci dei problemi. Con qualche accortezza, però, si possono tenere sani per tutta l’estate. Sentiamo cosa ci suggerisce Isacco Mori, specialista in podologia.

Quali sono i problemi che vede aumentare maggiormente con l’arrivo dell’estate?

Alte temperature, aumento della sudorazione, utilizzo di calzature aperte e frequentazione di ambienti come piscine, spiagge e spogliatoi possono provocare disturbi ai nostri piedi. In estate si riscontra inoltre un incremento dei traumi ungueali, soprattutto nelle persone che praticano escursionismo o lunghe camminate in montagna. In questi casi, l’utilizzo di calzature non adeguate può provocare microtraumi ripetuti alle unghie, con conseguente dolore.

Vesciche, micosi, talloni screpolati: cosa fare subito e cosa evitare nel fai-da-te?

L’importante è intervenire correttamente per evitare complicazioni. In caso di vesciche, è consigliabile proteggere la zona e non romperle se sono integre. Per le micosi, è fondamentale mantenere i piedi asciutti e utilizzare prodotti specifici consigliati da un professionista. I talloni screpolati, invece, richiedono una corretta idratazione quotidiana con creme emollienti. È sempre bene evitare il fai-da-te aggressivo, come tagliare calli o utilizzare lame e strumenti improvvisati, poiché si rischia di provocare ferite o infezioni.

Quali scarpe usare?

Intanto evitiamo quelle troppo basse e piatte perché possono incidere significativamente sulla salute del piede. L’assenza di un adeguato supporto e di un corretto assorbimento degli urti può favorire l’insorgenza di dolori al tallone, affaticamento del piede, infiammazioni tendinee e problematiche come la fascite plantare. È importante avere calzature che garantiscano un buon sostegno e siano adatte all’attività svolta. La scelta della scarpa dovrebbe sempre tenere conto delle caratteristiche del piede e delle esigenze individuali.

E se il dolore al piede persiste?

Un dolore al piede non dovrebbe mai essere sottovalutato quando dura per diversi giorni, tende a peggiorare o limita le normali attività quotidiane. Se è accompagnato da gonfiore, arrossamento, difficoltà a camminare o compare senza una causa apparente, è consigliabile rivolgersi a uno specialista perché potrebbe essere il segnale di problemi più importanti, come quelli circolatori.

Sfatiamo dei miti: camminare scalzi sulla sabbia fa sempre bene?

Può essere utile per stimolare la muscolatura e la propriocezione, ma in alcune persone, soprattutto se presenti particolari problematiche biomeccaniche o infiammazioni, può accentuare dolore e affaticamento.

Tagliare le unghie arrotondate è davvero la causa principale delle unghie incarnite?

Un taglio sbagliato può certamente favorirle, e quindi consiglio un taglio corretto dell’unghia senza invadere i lati. Spesso però entrano in gioco anche fattori come la forma dell’unghia, fattori congeniti ed ereditari, traumi ripetuti e l’uso di calzature troppo strette.

Le creme per i calli funzionano?

Creme “miracolose” non esistono. Si possono trovare prodotti che aiutano ad ammorbidire gli ispessimenti cutanei e a curare le ragadi, ad esempio. Ma, se usati in modo improprio o senza una valutazione professionale, in alcuni casi possono irritare la pelle e peggiorare la situazione.

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Una 17enne travolta da un barchino di migranti a pochi metri dalla riva di Chia (Cagliari): un arresto

Era in acqua, a pochi metri dalla battigia, quando ha sentito arrivare l’imbarcazione. Un attimo dopo l’impatto. Una ragazza di 17 anni, in vacanza con la famiglia a Chia (Cagliari), è stata travolta nel tardo pomeriggio di ieri nelle acque davanti alla spiaggia di Su Giudeu, una delle più frequentate della costa. A soccorrerla sono stati i bagnanti. La giovane, fortemente sotto choc, ha rischiato di annegare ed è stata affidata ai soccorritori, che hanno disposto il trasferimento urgente in elisoccorso all’ospedale Brotzu di Cagliari. A colpirla, secondo la ricostruzione dei carabinieri, è stato un piccolo natante in vetroresina con un motore fuoribordo da 85 cavalli. A bordo c’era un gruppo di migranti. Dopo l’impatto, invece di fermarsi, l’imbarcazione avrebbe proseguito la sua corsa, allontanandosi dalla zona e dirigendosi verso la vicina spiaggia di Tuerredda.

È lì che il viaggio si è interrotto. Una volta raggiunta la terraferma, i passeggeri sono scesi dal barchino e hanno tentato di allontanarsi a piedi nell’entroterra. Ma nel frattempo era già scattato l’allarme. La Centrale operativa ha mobilitato i carabinieri delle Stazioni di Domus de Maria e Pula e il Nucleo Operativo di Cagliari, impegnati in questi giorni nei controlli straordinari sul litorale per il periodo estivo. I militari hanno presidiato le principali vie di approdo e, in breve tempo, sono riusciti a rintracciare l’intero gruppo. Si trattava di 14 uomini adulti, tutti di nazionalità algerina e privi di documenti. Al momento del fermo, riferiscono i carabinieri, apparivano in buone condizioni di salute.

Parallelamente sono partite le indagini per capire chi fosse alla guida dell’imbarcazione e ricostruire con precisione quanto accaduto davanti a Su Giudeu. I carabinieri hanno lavorato insieme al personale della Squadra Mobile, sotto il coordinamento della Procura. Gli accertamenti hanno portato a individuare quello che gli investigatori ritengono essere il conducente: un 28enne algerino. Al termine degli accertamenti è stato arrestato e trasferito nel carcere di Uta. Le accuse nei suoi confronti sono di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni personali gravissime. La sua posizione, tuttavia, è ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria nella fase delle indagini preliminari: per l’indagato vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.

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“Ha lasciato la festa con un ragazzo, il fidanzato non sapeva nulla. Si è sfiorata la rissa”. Belen Rodriguez su tutte le furie per le indiscrezioni: “Un gran bel vaffan***o a chi vive per rovinare la serenità degli altri”

“Un gran bel vaffan***o a chi vive per rovinare la serenità degli esseri umani (e monetizzare) a discapito di chiunque”. È furiosa Belen Rodriguez, e non fa giri di parole sui social. La showgirl rompe il silenzio dopo giorni in cui il suo nome ha monopolizzato la cronaca rosa per quello che sarebbe successo in occasione del Ferragosto trascorso lontano dal compagno, Gaetano Fidanzati. Belen non cita esplicitamente Gabriele Parpiglia, ma tutto sembra riportare al racconto fatto dal giornalista nella propria newsletter.

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Le IA si mettono d’accordo da sole: seguono la maggioranza anche in gruppi di mille. Lo studio su Science

Possono trovarsi davanti a due possibilità equivalenti, senza alcun motivo per preferirne una all’altra, eppure finiscono per scegliere la stessa. Non perché qualcuno dica loro quale sia la risposta giusta, ma perché guardano cosa hanno scelto gli altri e si adeguano alla maggioranza. È il comportamento osservato in un nuovo studio sulle Intelligenze Artificiali, che mostra come gruppi di IA possano sviluppare spontaneamente una forma di coordinamento collettivo. La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Advances, è stata guidata dall’Università di Costanza, in Germania, e ha coinvolto anche l’Istituto dei Sistemi Complessi del Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma. A coordinare il lavoro è stato l’italiano Giordano De Marzo, ricercatore dell’ateneo tedesco.

Gli esperimenti hanno messo alla prova gruppi di Large Language Model, i grandi modelli linguistici alla base dei più noti sistemi di IA. ChatGPT è uno degli esempi più conosciuti. Ai modelli venivano proposte due opzioni tra loro equivalenti, in una situazione quindi in cui non esisteva una ragione oggettiva per scegliere l’una o l’altra. La variabile decisiva era un’altra: ogni modello poteva conoscere le scelte effettuate dagli altri componenti del gruppo. E, osservando quelle preferenze, le IA tendevano progressivamente a convergere verso l’opzione che aveva ricevuto più voti. In altre parole, la maggioranza diventava una sorta di punto di riferimento. I modelli sceglievano l’opzione più “votata”, sviluppando così un comportamento di coordinamento collettivo che ricorda meccanismi osservabili anche in natura, dagli stormi di uccelli ai banchi di pesci fino ai comportamenti degli esseri umani.

L’aspetto più sorprendente è che il fenomeno non si limita a piccoli gruppi. Gli esperimenti hanno mostrato forme di coordinamento anche in gruppi estremamente numerosi, composti da circa mille IA. Tra i modelli coinvolti c’erano anche sistemi avanzati come Claude 3.5 Sonnet di Anthropic e GPT-4 Turbo di OpenAI. Il meccanismo, spiegano i ricercatori, non richiede necessariamente un coordinatore umano che stabilisca le regole del comportamento collettivo. Il consenso può emergere dal semplice confronto tra le decisioni dei singoli modelli.

È proprio questo elemento a rendere il risultato interessante, ma anche delicato. Se la capacità di coordinarsi può rendere più efficienti sistemi composti da molte IA che devono collaborare, allo stesso tempo può produrre dinamiche difficili da prevedere o controllare. “Il coordinamento spontaneo potrebbe rivelarsi vantaggioso”, osservano gli autori dello studio, “ma potrebbe anche porre sfide legate alla sicurezza“. La ricerca apre quindi una questione che va oltre la semplice capacità di un singolo modello di fornire una risposta. Se sempre più sistemi di IA saranno chiamati a lavorare insieme, infatti, sarà importante capire non solo come ragiona ciascun modello, ma anche cosa accade quando molti modelli osservano le decisioni degli altri e iniziano ad adattarsi reciprocamente. Il risultato dello studio suggerisce che, in determinate condizioni, una forma di consenso può emergere senza che nessuno lo abbia imposto. Le IA, semplicemente, guardano cosa fa la maggioranza. E la seguono.

Lo studio

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Il killer di Bra e il cittadino di Varsavia. Vi racconto cent’anni di “misure attive” russe all’estero

Il 13 agosto 2026 Donald Tusk ha annunciato di aver sventato, a Varsavia, un piano per uccidere un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina, definendolo il primo tentativo attribuito a Mosca di colpire un cittadino americano sul suolo di un altro Paese Nato. È tentante leggere l’episodio come una novità assoluta, l’ennesima escalation di un conflitto che sembra non conoscere più argini. È una lettura incompleta. Quello di Varsavia è l’ultimo anello di una catena che attraversa un secolo di storia dei servizi segreti sovietici e russi, con una logica operativa sorprendentemente stabile: l’eliminazione fisica del nemico all’estero come strumento di politica di Stato, purché resti negabile.

Il paradigma nasce nel gergo stesso dei servizi sovietici, che chiamavano questa attività mokrye dela, “affari bagnati”. Il primo caso compiutamente documentato porta la firma di Pavel Sudoplatov, che diventerà l’architetto dell’intera dottrina. Nel maggio 1938, a Rotterdam, Sudoplatov consegna di persona a Yevhen Konovalets, leader del nazionalismo ucraino, una scatola di cioccolatini con un ordigno a orologeria: Konovalets muore dilaniato pochi minuti dopo. Due anni dopo lo stesso Sudoplatov organizza da Mosca l’eliminazione di Lev Trotsky: nell’agosto 1940, a Coyoacán, l’agente Nkvd Ramón Mercader, infiltratosi nella cerchia del fondatore dell’Armata Rossa, gli conficca una piccozza da alpinista nel cranio. Mercader sconterà vent’anni di carcere senza mai confessare per chi lavorasse, e riceverà comunque, in absentia, l’onorificenza di Eroe dell’Unione Sovietica. È il primo elemento costante: l’esecutore isolato e sacrificabile, protetto dal silenzio più che dalla fuga — e una regia accentrata capace di colpire, in due anni e su due continenti, i due nemici più ingombranti dello stalinismo in esilio.

Il secondo elemento costante — un apparato tecnico capace di simulare la morte naturale — matura negli anni Cinquanta con il Dipartimento 13 del Kgb, erede della struttura di Sudoplatov. È qui che si forma Bogdan Stašinski, che nel 1957 uccide a Monaco l’intellettuale ucraino Lev Rebet e nel 1959 il leader nazionalista Stepan Bandera, entrambi con una pistola spray al cianuro capace di simulare un arresto cardiaco. Quando nel 1961 Stašinski diserta consegnandosi ai tedeschi occidentali, la catena di comando svelata fino al presidente del Kgb Šelepin costringe Chruščёv a dichiarare formalmente sospesi gli omicidi mirati individuali — sospensione più diplomatica che reale, ma che segna una svolta dottrinale: da allora Mosca preferirà, quando possibile, appaltare l’esecuzione a servizi alleati o intermediari non direttamente riconducibili al Cremlino. Ai margini estremi della dottrina resta un caso che rompe la logica della negabilità invece di perfezionarla: nel dicembre 1979, nell’Operazione Storm-333, le forze speciali del Kgb assaltano il palazzo presidenziale di Kabul e uccidono il presidente afghano Hafizullah Amin, sostituendolo in poche ore con un leader gradito a Mosca — non un omicidio coperto, ma una decapitazione politica a viso aperto, funzionale a un cambio di regime.

È il modello dell’appalto a servizi alleati a spiegare il caso più noto della Guerra Fredda tarda: l’omicidio di Georgi Markov, il dissidente bulgaro della Bbc, ucciso a Londra l’11 settembre 1978 con un proiettile di ricina iniettato nella gamba dalla punta di un ombrello sul Waterloo Bridge. L’operazione fu condotta dai servizi segreti bulgari con assistenza tecnica del Kgb: tecnologia sovietica, esecuzione bulgara, negabilità totale per Mosca. Il sospettato principale, identificato solo nel 2005 grazie agli archivi desecretati di Sofia, è un cittadino italiano: Francesco Gullino, nato a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1945, reclutato dai bulgari nel 1971 e attivo per anni con copertura di antiquario e passaporto danese, nome in codice “Piccadilly”. Interrogato nel 1993 a Copenaghen, ammise la propria attività di agente ma negò ogni coinvolgimento nell’omicidio; non fu mai incriminato, poiché i fatti erano avvenuti fuori dalla giurisdizione danese e i termini per lo spionaggio erano scaduti. È morto da solo, in Austria, nel 2021, senza aver mai confessato — il monumento più compiuto alla capacità del sistema di proteggere fino alla morte naturale anche l’esecutore materiale, non solo il mandante.

Con la fine dell’Urss ci si attendeva un declino di questa prassi; è accaduto l’opposto. Il primo caso post-sovietico compiuto è quello di Zelimkhan Yandarbiyev, ex presidente ceceno in esilio, ucciso a Doha nel febbraio 2004 da un’autobomba fatta detonare da due operativi del Gru: l’unico caso dell’intera sequenza in cui gli esecutori furono arrestati, processati e condannati — da un tribunale qatariota — prima di essere rimpatriati sotto pressione diplomatica di Mosca. Il caso Litvinenko, a Londra nel 2006, rompe invece con la tradizione della negabilità tecnica: l’ex ufficiale Fsb Aleksandr Litvinenko viene avvelenato con polonio-210, isotopo rarissimo che lascia una scia radioattiva tracciabile ovunque gli esecutori siano passati. L’inchiesta pubblica britannica del 2016 ha attribuito l’operazione ad Andrei Lugovoi e Dmitrij Kovtun, giudicando “probabile” l’approvazione dello stesso Putin: un’arma così impossibile da negare da far ipotizzare che qui il messaggio politico contasse più della copertura. Lo stesso schema, tecnicamente più sofisticato, si ripete nel 2018 a Salisbury contro l’ex agente del Gru Sergei Skripal e la figlia, avvelenati con il nervino Novichok da due operativi dell’unità 29155, in un’operazione che ucciderà per esposizione accidentale anche la cittadina britannica Dawn Sturgess.

Tra Skripal e la sequenza polacca si colloca il caso di Maksim Kuzminov, il pilota russo che nell’agosto 2023 aveva disertato consegnando alle forze ucraine il proprio elicottero Mi-8. Rifugiatosi in Spagna sotto falso nome, viene trovato morto il 13 febbraio 2024 in un garage di Villajoyosa, ucciso da diversi colpi d’arma da fuoco. L’intelligence spagnola ha indicato la pista di sicari inviati da Mosca — un’ipotesi che l’Alto rappresentante Ue Borrell ha definito potenzialmente “molto preoccupante” — ma senza mai raggiungere una certezza giudiziaria: parte della stampa spagnola ha inizialmente valorizzato anche l’ipotesi di un regolamento di conti privato. Rispetto al polonio o al Novichok, l’uso di armi comuni in uno scenario che poteva passare per criminalità ordinaria disegna una terza variante di negabilità: non l’assenza di tracce di Markov, né il segnale politico dichiarato dei casi britannici, ma un’ambiguità costruita ad arte.

È in questo intreccio di registri — negabilità totale, recupero diplomatico, segnale politico dichiarato, ambiguità costruita — che si colloca la sequenza polacca degli ultimi due anni, un’ulteriore mutazione del modello, non più limitata ai soli dissidenti e disertori. Nello stesso 2024 l’intelligence statunitense scopre e comunica a Berlino un piano russo, il più avanzato di una serie più ampia contro dirigenti dell’industria della difesa europea, per uccidere Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, il principale produttore tedesco di munizioni e mezzi corazzati per l’Ucraina — episodio riportato da fonti anonime citate dalla Cnn e mai confermato da atti giudiziari, ma non smentito da Berlino: il livello di attribuzione più debole dell’intera sequenza recente, eppure coerente con il resto del quadro. Il bersaglio, in questo caso, non è più un oppositore politico ma un manager, colpito in quanto nodo industriale della catena di rifornimento bellico occidentale. Il sabotaggio ferroviario di novembre 2025 sulla linea Varsavia-Lublino, l’omicidio del dissidente Robert Kuzovkov (Semyon Skrepetsky) nel giugno 2026 e il tentativo sventato contro il cittadino statunitense-ucraino di agosto condividono un tratto che li distingue da Mercader, Stašinski, Markov e Litvinenko: gli esecutori non sono più “illegali” addestrati per anni, ma soggetti reclutati per singole missioni via messaggistica cifrata, pagati in criptovaluta, spesso ignari del piano complessivo. È il modello che Eurojust ha documentato nell’inchiesta sui pacchi incendiari spediti nel 2024 dagli hub DHL di Lipsia e Birmingham, riconducendola al GRU dopo aver identificato ventidue sospetti definiti “persone in condizioni socio-economiche vulnerabili” — lo stesso identikit del ventinovenne arrestato a Varsavia il 7 agosto.

Questa esternalizzazione non nasce da un ripensamento dottrinale, ma da un vincolo strutturale: il numero di operazioni che Mosca deve condurre simultaneamente in Europa — contro dissidenti, industriali della difesa e infrastrutture logistiche, oggi anche contro cittadini americani — è troppo alto perché la rete storica degli “illegali”, costosa e lenta da formare, possa reggerne il ritmo. Il reclutamento per procura consente volume, ma a un prezzo: i proxy improvvisati commettono errori, lasciano tracce digitali e sono più facilmente processabili, come dimostra la rapidità con cui l’Abw ha neutralizzato il piano di agosto. La negabilità politica resta intatta — nessun documento collega mai il Cremlino all’esecutore — ma quella operativa, che per decenni ha protetto anche gli esecutori fino alla morte naturale come accadde a Gullino, si è visibilmente erosa.

Resta invece del tutto immutata la funzione politica di queste operazioni, identica da Rotterdam a Varsavia: colpire un bersaglio scomodo restando sotto la soglia che costringerebbe la Nato a una risposta collettiva, comunicando a ogni dissidente o disertore che nessuna distanza costituisce una protezione reale. Cambia lo strumento — una scatola di cioccolatini, una piccozza, il cianuro, un ombrello, un’autobomba, il polonio, il Novichok, una pistola comune, oggi un sicario pagato in bitcoin — ma non la convinzione, che attraversa un secolo di storia sovietica e russa, che l’eliminazione del nemico all’estero sia una prerogativa legittima dello Stato, purché nessuno possa mai provarlo fino in fondo. Non stupisce, in questa luce, che il sospetto esecutore materiale dell’omicidio Markov fosse un cittadino italiano mai realmente indagato dall’Italia: un promemoria di quanto sia stata a lungo permeabile — e lo resti, su scala oggi molto più ampia — la capacità del controspionaggio occidentale, italiano compreso, di intercettare per tempo il reclutamento dei propri cittadini da parte di servizi ostili operanti sotto copertura commerciale. È lo stesso interrogativo, aggiornato alla scala del reclutamento digitale di massa, che oggi impone alle magistrature e ai servizi di Polonia, Germania, Lituania e Italia una cooperazione multilaterale sempre più stretta, coordinata da Eurojust, per intercettare in tempo reale una rete di proxy che nessun singolo Paese può più sorvegliare da solo.

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“Grazie Ethiopian per avermi rotto la carrozzina, è inutilizzabile. Peggior volo della mia vita, per noi sono le nostre gambe, la nostra libertà”: la rabbia di Manuel Bortuzzo

Quello che doveva essere il rientro da una vacanza tra Zanzibar e la Tanzania si è trasformato in una brutta sorpresa per Manuel Bortuzzo. Il nuotatore, di ritorno da un viaggio in Africa insieme alla fidanzata Serena Padovano, si è ritrovato davanti alla propria sedia a rotelle danneggiata al momento della riconsegna dei bagagli dopo il viaggio in aereo con la compagnia Ethiopian Airlines. Bortuzzo ha raccontato l’accaduto sui social, prima attraverso alcune storie e poi con un post corredato da fotografie e video che mostrano le condizioni della carrozzina. Nel suo messaggio ha spiegato di aver scelto di rendere pubblica la vicenda anche dopo aver ricevuto numerose testimonianze da parte di altre persone che gli hanno raccontato esperienze simili.

Bortuzzo ha spiegato che una carrozzina deve essere considerata qualcosa di estremamente delicato e importante per chi ne ha bisogno: “Ho fatto delle storie a riguardo ma è giusto fare un post perché questo deve rimanere. Mi avete scritto in tanti raccontandomi le vostre disavventure e queste cose NON devono succedere. Una carrozzina per chi è obbligato a starci sopra è una cosa troppo importante e delicata e va trattata con rispetto e cura. Sono le nostre gambe, la nostra libertà. Non è accettabile che nel 2026 vengano trattate con tale superficialità”.

Nel suo sfogo ha sottolineato anche un altro aspetto: la situazione avrebbe potuto essere molto più grave se il danno fosse avvenuto durante il viaggio di andata: “Fosse successo all’andata ? Come facevo 8 giorni lì così? La carrozzina è inutilizzabile. Mettiamoci nei panni di chi invece al ritorno da un viaggio aveva solo questa per vivere e svolgere le azioni quotidiane, in che situazione di disagio assurdo si trovava? Per la gravità della cosa tutto questo non può passare inosservato”.

Il suo messaggio si chiude con un appello a non lasciare cadere la questione: se per lui la situazione può essere stata risolta, non tutti hanno le stesse possibilità e lo stesso margine di sicurezza: “Ripeto, io sono fortunato, ma è giusto parlarne per tutte quelle persone che questa fortuna non ce l’hanno”, ha concluso Bortuzzo.

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CLIMA: ITALIA BRUCIA VENTIDUE MILIARDI DI EURO CAUSA ONDATE DI CALORE

“I fiumi che si abbassano a livelli che non si vedevano da decenni, gli incendi, il calo della produttività del lavoro, le tariffe elettriche che schizzano verso l’alto: le ondate di calore costano, soprattutto quando sono lunghe e intense come quelle che l’Europa ha sperimentato quest’estate. A fare i conti è Triodos Bank, istituto di credito olandese, tra le principali banche etiche della Ue: il caldo estremo brucerà l’1% del Pil europeo, l’equivalente di 180 miliardi di euro. Per l’Italia, che è tra i Paesi più esposti, insieme a Germania e Francia, l’1% del Pil corrisponde circa al valore dell’ultima legge di Bilancio, 22 miliardi di euro. (…) «Di fronte a una sfida di questa portata — ammette il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin — dobbiamo fare sistema, costruendo un modello integrato e coordinato dal Mase». Solo per l’agricoltura, calcola Coldiretti, «il danno economico di questa stagione rovente supera già i tre miliardi di euro», ma «potrebbe ulteriormente aggravarsi se l’assenza di precipitazioni dovesse perdurare». C’è poi l’impatto sul lavoro: non soltanto lo stop imposto a diverse attività nelle ore più calde, ma anche la mancanza di sonno e l’affaticamento dovuti al caldo (…)”, si legge su La Repubblica.  “L’impatto sulla salute va ben oltre il lavoro: finora si contano 25 mila morti attribuite al caldo in Europa. (…) E la siccità, oltre a distruggere i raccolti, rende i fiumi non navigabili: a Kaub, in Germania, vicino a Colonia, il Reno si è ridotto al lumicino, un livello di pochi centimetri, che non si vedeva dal 1880. Il Reno è un’arteria fondamentale per l’industria europea, e non è facile trovare alternative, con la crisi di Hormuz che ha fatto esplodere i prezzi dei carburanti. (…) il caldo ha aggravato gli effetti della chiusura dello stretto, per via dell’uso massiccio degli impianti di raffreddamento, e per lo stop obbligato degli impianti idroelettrici, ma anche di quelli nucleari, che hanno bisogno di acqua per la refrigerazione. Ma in inverno, avverte l’ultimo report di Oxford Economics, potrebbe andare anche peggio, perché, nonostante gli sforzi degli ultimi due anni, le scorte di gas sono al minimo. Una situazione che rende l’Europa ricattabile rispetto alla Russia, che fornisce ancora il 15% delle importazioni”, continua il giornale. (

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“La chiave del mistero è in quel nastro in cui si sente la voce di Orlandi. Un poliziotto disse a De Pedis che il corpo di Emanuela era finito in una betoniera”: gli elementi inediti nel nuovo libro

“1983”: il titolo del nuovo libro (edito da Baldini e Castoldi) del giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro evoca quello di un cult di fantascienza ma racconta una vicenda più che reale, per quanto non meno oscura del romanzo di George Orwell. “1983” (con la prefazione del giudice Ilario Martella) raccoglie la più ampia e dettagliata indagine sul mistero delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Nel libro c’è tutta l’istruttoria del giudice Ilario Martella sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II e i punti chiave in cui la sua inchiesta intreccia i casi Orlandi e Gregori.

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Travolto e ucciso a 33 anni, il conducente fugge: individuato dai carabinieri il pirata della strada

La strada nel buio, poco dopo le tre di notte. Paolo Pandolfi, 33 anni, stava camminando lungo via XX Settembre, a Vicopisano, nel Pisano, quando è stato travolto da un’automobile. Un impatto violentissimo che non gli ha lasciato scampo. È morto così, nella notte tra domenica 16 e lunedì 17 agosto. Dopo l’investimento, secondo una prima ricostruzione, l’automobilista non si sarebbe fermato. L’auto avrebbe proseguito la sua corsa, lasciando sull’asfalto il giovane ferito a morte.

Quando sono arrivati i soccorsi, per Paolo Pandolfi non c’era più nulla da fare. I sanitari hanno potuto soltanto constatarne il decesso. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri della stazione di San Giovanni alla Vena, che hanno immediatamente iniziato a raccogliere elementi per ricostruire cosa è avvenuto e dare un nome al conducente. Durante i rilievi, tra i primi elementi utili è stato trovato un frammento del veicolo che potrebbe appartenere all’auto coinvolta nell’investimento. Gli investigatori hanno poi cercato altre tracce, rivolgendosi alle telecamere private presenti nella zona. Le immagini acquisite dai carabinieri avrebbero ripreso quanto accaduto e sono ora al vaglio per ricostruire la dinamica dell’incidente e verificare gli elementi raccolti durante i rilievi.

La svolta è arrivata nella mattinata di lunedì 17 agosto. Nel giro di poche ore gli investigatori dell’Arma sono riusciti a individuare l’automobilista ritenuto coinvolto nell’investimento. L’uomo è stato denunciato in stato di libertà per omicidio stradale. Saranno eseguiti i test per stabilire se chi guidava fosse in stato di alterazione per droga o alcol. Restano ancora da chiarire con precisione la dinamica dell’incidente, le circostanze dell’investimento e cosa sia accaduto immediatamente dopo l’impatto.

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Yael Trepy in terapia intensiva: il giocatore del Cagliari è grave dopo aver rischiato di annegare in piscina

L’attaccante del Cagliari, Yael Trepy, è ricoverato in gravi condizioni nel reparto di terapia intensiva all’ospedale Santissima Annunziata di Sassari. Il 20enne, di origini francesi, ha infatti rischiato di annegare nella piscina di una villa in Costa Smeralda ieri pomeriggio, 17 agosto.

Secondo una prima ricostruzione, l’incidente è avvenuto intorno alle 18 quando il giocatore è finito nella parte della piscina dove l’acqua è più alta e si è trovato in difficoltà visto che non sa nuotare.

Quando Trepy è stato tirato fuori, la gravità della situazione ha reso necessario l’intervento del 118 e il trasporto in elisoccorso a Sassari. La Tac toracica eseguita sull’attaccante ha rivelato la presenza di grandi quantità di liquido nei polmoni, situazione che rende difficile lo scambio di ossigeno. Per evitare sofferenze al paziente e consentire la somministrazione di una terapia, i medici tengono il giovane in coma farmacologico, sotto costante monitoraggio.

Il 20enne ha esordito in Serie A con la maglia del Cagliari durante la scorsa stagione e ha segnato il gol fondamentale di pareggio nella partita con la Cremonese. Proprio lo scorso venerdì, 14 agosto, è partito titolare nella gara vinta dal Cagliari contro l’Arezzo in Coppa Italia. “Il club – si legge in una nota – è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni. In questo momento ogni pensiero del Cagliari Calcio è rivolto a Yael e ai suoi familiari. Il club invita inoltre al massimo rispetto della loro privacy e comunicherà eventuali aggiornamenti quando disponibili”.

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“È stato rilevato un attacco mirato al tuo iPhone. Proteggi i tuoi dati e il tuo dispositivo”: perché Apple sta mandando questo avviso e cosa c’è dietro il nuovo allarme

Tra il 13 e il 14 agosto Apple ha inviato a una parte dei suoi utenti una notifica piuttosto insolita: il loro iPhone potrebbe essere stato preso di mira da uno spyware. Gli avvisi hanno raggiunto persone in 110 Paesi e, tra i destinatari, non ci sarebbero soltanto giornalisti, attivisti o figure pubbliche. Il messaggio mostrato da Apple non lascia molto spazio alle interpretazioni: “Apple ha rilevato un attacco spyware mirato al tuo iPhone. Puoi intraprendere alcune azioni ora per proteggere i tuoi dati e il tuo dispositivo”.

Non è la prima volta che Apple invia comunicazioni di questo tipo. L’azienda ha iniziato a notificare gli utenti potenzialmente coinvolti in attacchi spyware mirati nel 2021 e, da allora, ha continuato a farlo in diverse occasioni. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, quello di cui si parla in questo caso è il cosiddetto spyware mercenario, cioè un software di sorveglianza sviluppato e venduto da società private. Sono strumenti molto più avanzati rispetto ai malware comuni e vengono utilizzati per attacchi mirati, con l’obiettivo di ottenere informazioni da uno specifico dispositivo.

Uno dei nomi più conosciuti in questo settore è Pegasus, lo spyware sviluppato da NSO Group e già finito al centro di numerose inchieste internazionali. Non ci sono però conferme che sia stato utilizzato anche in questa campagna. Alcune segnalazioni online parlano di strumenti che potrebbero essere simili, ma al momento non è possibile stabilire con certezza quale spyware ci sia dietro gli attacchi.

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Colpiti dai fulmini, due morti in montagna: turista americano sull’Etna, escursionista in Alto Adige

Il temporale è arrivato mentre erano in montagna. Poi il fulmine, improvviso e impossibile da prevedere. Due tragedie distinte, avvenute a centinaia di chilometri di distanza, hanno avuto lo stesso epilogo: due persone sono morte in quota dopo essere state colpite da una scarica elettrica. La prima vittima è stata trovata nella notte sul Piz Starlex, oltre i 3.000 metri di altezza, sopra Tubre, in Val Monastero. L’uomo era stato segnalato come disperso dopo che non aveva fatto ritorno dalla cima. L’ultimo contatto telefonico risaliva alle 13, direttamente dalla vetta del Piz Starlex. In quel momento il temporale si stava avvicinando. Poi più nessuna notizia. Con il passare delle ore e l’arrivo del buio, la preoccupazione è aumentata. Poco dopo le 22 è stata attivata la ricerca attraverso la Centrale provinciale d’emergenza. I soccorritori hanno iniziato a battere la zona mentre le condizioni rendevano particolarmente complesso l’intervento.

La svolta è arrivata alle 23.44, quando il drone del Soccorso alpino ha individuato il corpo nella zona del sentiero numero 4, a circa 2.600 metri di quota, in un tratto di terreno impervio. Per raggiungerlo e riportarlo a valle è stato necessario un lungo intervento. Sul posto hanno lavorato circa quaranta soccorritori del Soccorso Alpino di Tubre, del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Silandro, dei Vigili del Fuoco Volontari di Tubre e del Soccorso Alpino di Prato allo Stelvio, con il drone del distretto. Secondo le prime informazioni, l’uomo sarebbe stato colpito da un fulmine mentre stava scendendo dalla montagna. Per lui non c’è stato nulla da fare.

Quasi contemporaneamente, dall’altra parte dell’Italia, un’altra tragedia si consumava sull’Etna. Un turista statunitense di 29 anni è stato colpito da un fulmine mentre si trovava sul vulcano. L’allarme è scattato ieri sera, poco prima delle 20, quando è stato richiesto l’intervento dei soccorsi. Il giovane, secondo le prime informazioni, si trovava in una zona vietata quando è stato sorpreso da un violento temporale. Anche in questo caso la scarica elettrica è stata devastante. Sul posto è intervenuto l‘elicottero Drago 142 dei Vigili del fuoco. Il turista è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Cannizzaro di Catania, ma è arrivato senza vita.

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“Il numero 7 mi appare spesso all’improvviso, è lui che mi avverte da lassù. Mi scriveva bellissime lettere d’amore, le rileggo spesso da quando è mancato”: Tiziana Baudo ricorda papà Pippo

“Noi avevamo il numero 7 come numero ricorrente porta fortuna della nostra famiglia (lui è nato il 7 giugno, ha chiamato il suo ufficio studio 77 ed è mancato il giorno 16, 6+1=7, Settevoci ecc. ecc.) e il 7 me lo vedo apparire spesso così all’improvviso in svariate circostanze, come se lui da lassù mi stesse pensando o mi stesse mettendo in guardia da qualcuno o qualcosa”.

Inizia dal peso di una scaramanzia familiare, trasformatasi oggi in una profonda connessione spirituale, il ricordo di Tiziana Baudo. A un anno esatto dalla morte del padre Pippo — uno dei volti storici della televisione italiana, scomparso a 89 anni il 16 agosto 2025 — la figlia cinquantaseienne ha affidato all’Ansa una lunga lettera. Un testo intimo, privo di retorica televisiva, attraverso cui ripercorre il dolore della perdita, i bilanci privati e il rammarico per l’assenza di chi ha condiviso con il padre decenni di carriera.

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Nettuno: truffata 94enne, prosciugata la sua fondazione benefica

Una donna di 94 anni, animata dal desiderio di fare del bene, si è ritrovata vittima di una spietata rete di raggiri orchestrata proprio dalle persone di cui si fidava ogni giorno.

A Nettuno le Fiamme Gialle del Comando provinciale di Roma, su indicazione della Procura di Velletri, hanno smantellato un collaudato sistema di appropriazione indebita, riciclaggio e circonvenzione di incapace. Domestici, tecnici e consulenti della donna avevano iniziato a prosciugarle il patrimonio a sua insaputa, arrivando a strapparle oltre 700 mila euro attraverso trasferimenti e manovre finanziarie studiate per nascondere la traccia del denaro.

I flussi sospetti e la ripulitura dei capitali

Gli accertamenti economico-finanziari condotti dalla Compagnia di Nettuno sono scattati a seguito di una segnalazione su pesanti anomalie nella gestione dei beni dell’anziana.

Seguendo le piste bancarie, i militari sono riusciti a ricostruire manovre e distrazioni patrimoniali per un totale che supera il milione e duecentomila euro. Le somme sottratte direttamente dai conti della novantaquattrenne, per un ammontare preciso di oltre 742 mila euro, venivano continuamente dirottate verso i depositi bancari dei collaboratori domestici, dei consulenti e persino dei loro familiari.

Saccheggiata la fondazione per i bisognosi

Le verifiche patrimoniali si sono estese anche alle casse della fondazione senza scopo di lucro fondata dalla donna quasi quarant’anni fa con finalità benefiche a sostegno del litorale.

Gli investigatori hanno scoperto che, dal 2019, l’amministratore dell’ente solidale, un professionista romano, drenava regolarmente le risorse della struttura per scopi estranei allo statuto. Operando insieme alla garante dell’ente per ostacolare l’identificazione dei fondi, l’uomo è riuscito a sottrarre oltre 532 mila euro dalle casse benefiche, destinandoli a terzi oppure al proprio conto personale.

Investimenti immobiliari e sequestri della Guardia di Finanza

L’inchiesta ha fatto luce anche su un ramificato meccanismo di autoriciclaggio, scoprendo che una parte del denaro rubato alla solidarietà veniva reinvestito in attività imprenditoriali e commerciali, tra cui l’acquisto di un locale a Roma del valore di 216 mila euro.

L’operazione della Guardia di Finanza si è conclusa con la segnalazione all’Autorità Giudiziaria di quattro persone e con il sequestro cautelare di beni e risorse finanziarie per oltre 375 mila euro.

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Ritrovato morto l’escursionista scomparso: un colpo di fulmine fatale lungo il sentiero di montagna

Ricerca e operazioni notturne dei soccorritori del Soccorso alpino dell’Alto Adige sul Piz Starlex (3.075 metri), sopra Taufers nella Val Monastero: un abitante del posto è stato trovato morto durante la notte. L’uomo era stato segnalato come disperso da domenica, l’ultimo contatto telefonico dalla cima del Piz Starlex è stato intorno alle 13. Non essendo ancora tornato poco dopo le 22 è stata avviata una ricerca tramite la centrale di soccorso regionale. Alle 23.44 le squadre di soccorso hanno trovato il disperso con l’aiuto di un drone nei pressi del sentiero numero 4, a circa 2.600 metri di altezza, in un terreno impervio.

L’ipotesi è che l’uomo sarebbe stato colpito da un fulmine durante la discesa. I soccorritori hanno recuperato il corpo e lo hanno portato a valle. All’operazione hanno partecipato circa 40 soccorritori del soccorso alpino Cnsas di Tubre, del soccorso alpino della Guardia di Finanza di Silandro, dei vigili del fuoco volontari di Tubre e del servizio di soccorso alpino di Prato con il drone di distretto.

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Rodri torna in Spagna, il Barcellona piazza il colpo: tutte le cifre dell’affare dell’estate

Il Barcellona ha trovato l’intesa con il Manchester City per riportare Rodri in Spagna. L’operazione può raggiungere 76,5 milioni di euro e porterà il centrocampista a firmare fino al 2030. I Citizens lavorano già sull’arrivo di Ayyoub Bouaddi dal Lille.

Il Barça versa 60 milioni subito, altri 16,5 sono legati a bonus, prestazioni e risultati

Il Barcellona può spendere complessivamente 76,5 milioni di euro per riportare Rodri nella Liga. L’intesa con il Manchester City prevede una prima parte da 60 milioni, alla quale si aggiungono 11,5 milioni di bonus considerati facilmente raggiungibili dai due club.

Altri 5 milioni di euro dipenderanno invece dalle prestazioni individuali del centrocampista e dai risultati ottenuti dal Barcellona durante la stagione. Se scatteranno tutte le variabili previste, l’incasso del City arriverà quindi ai 76,5 milioni complessivi.

La situazione contrattuale di Rodri ha inciso sulla trattativa. Il capitano della Spagna campione del mondo è legato al Manchester City fino al 30 giugno 2027 e aveva già aperto alla possibilità di tornare nel campionato spagnolo. Il Barça gli ha proposto un contratto di quattro anni, fino al 30 giugno 2030.

L’operazione deve ora essere completata con le firme, lo scambio dei documenti e le visite mediche. Rodri aveva già espresso la propria disponibilità al trasferimento e i due club hanno definito la parte economica dell’affare.

Il Manchester City sta contemporaneamente lavorando sul nuovo centrocampo. L’opzione Enzo Fernández non si è concretizzata e il club inglese ha accelerato per Ayyoub Bouaddi, talento del Lille nato nel 2007.

Per il centrocampista marocchino, in possesso anche del passaporto francese, l’investimento può arrivare a circa 100 milioni di euro. Il City vuole portarlo subito in Inghilterra e inserirlo nella rosa dopo la partenza di Rodri.

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“Questi uccelli possono volare a 72 chilometri orari. Un giorno un colombo è tornato con un messaggio sulla zampa”: la storia di Marco Castelli, allevatore degli ultimi ‘messaggeri’ del cielo

Ha 80 coppie di colombi nella sua colombaia di Cortona e da anni partecipa alle gare di colombi viaggiatori. Marco Castelli, 47 anni, colombofilo e imprenditore agricolo, nei giorni scorsi è stato premiato dal Comune di Cortona per la vittoria al Campionato toscano Colombi viaggiatori, ottenuta nella gara disputata a Capua l’11 maggio. Il suo esemplare ha percorso 306 chilometri in linea d’aria in 4 ore e 15 minuti, raggiungendo una velocità media di 72 chilometri orari e conquistando il primo posto nella competizione. “Mi definisco un colombofilo da sempre”, racconta Castelli al Corriere di Arezzo, che pratica questa disciplina con la società sportiva Ali Aretine. Un’attività ancora poco conosciuta, ma che in Italia conta appassionati impegnati in gare provinciali e regionali.

“Mi rendo conto che è una disciplina poco conosciuta e che in Italia siamo in pochi a praticarla”. Castelli alleva circa 80 coppie di colombi, tra riproduttori e viaggiatori. Tra i suoi esemplari più conosciuti c’è il colombo identificato dall’anello numero 223949-22, un esemplare dal piumaggio bigio che ha già ottenuto diversi risultati importanti nelle competizioni. La gara di Capua è stata l’ultima di una serie di prove in cui i colombi vengono trasportati nella località di partenza e poi liberati. Da quel momento devono ritrovare autonomamente la strada verso la propria colombaia, sfruttando il loro naturale senso dell’orientamento. “Quando un colombo nasce gli viene messo un anello di riconoscimento con un numero e un microchip”. Il legame con il luogo in cui sono nati è l’elemento fondamentale che permette il ritorno. La colombaia rappresenta per il colombo un punto di riferimento sicuro verso cui fare rientro anche dopo spostamenti di centinaia di chilometri. “Il meccanismo di ritorno è dato dal fortissimo attaccamento alla propria colombaia, che considera una casa sicura”, afferma.

Oggi i colombi viaggiatori non vengono più utilizzati come strumenti di comunicazione, ma sono protagonisti di vere e proprie competizioni sportive. Ogni gara misura il tempo impiegato per tornare a casa e stabilisce la classifica sulla base della velocità: “I colombi partecipanti vengono radunati e sistemati nelle proprie ceste su un camion, dotato di tutti i comfort, che parte verso la località della competizione, in questo caso Capua. Il giorno della gara vengono liberati e il loro istinto è quello di riprendere la rotta verso casa”.

Il ritorno del vincitore ha rappresentato il momento più importante della gara: “Il mio colombo, che ancora non ha un nome perché glielo diamo solo dopo alcuni primi posti, ha vinto coprendo 306 chilometri in linea d’aria in 4 ore e 15 minuti, alla velocità media di 72 chilometri orari”.

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Cagliari, apprensione per Trepy: rischia di annegare in piscina, è in terapia intensiva

Yael Trepy, attaccante del Cagliari, è ricoverato in terapia intensiva a Sassari dopo aver rischiato di annegare nella piscina di una villa in Costa Smeralda. Il giocatore è stato soccorso, intubato e trasferito in ospedale con l’elisoccorso.

Trepy sarebbe finito nella parte più profonda della piscina e non saprebbe nuotare

L’incidente è avvenuto domenica alle 18. Secondo una prima ricostruzione, Trepy sarebbe finito nella zona della piscina dove l’acqua è più alta e si sarebbe trovato in difficoltà perché, a quanto si è appreso, non saprebbe nuotare.

Il calciatore è stato tirato fuori dall’acqua, ma la gravità della situazione ha richiesto l’intervento del 118. I sanitari lo hanno intubato e successivamente trasferito con l’elisoccorso all’ospedale Santissima Annunziata di Sassari.

Trepy si trova ora ricoverato in terapia intensiva.

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Mogol fa 90: da “Emozioni” a “Sì, viaggiare”, 1.776 canzoni e le parole che l’Italia non smette di cantare

Mogol festeggia oggi, 17 agosto, i suoi 90 anni. Dall’incontro con Lucio Battisti ai testi scritti per alcuni dei maggiori interpreti italiani, Giulio Rapetti ha attraversato più di sei decenni di musica trasformando scene quotidiane, amori e inquietudini in canzoni entrate nella memoria di più generazioni.

Dal primo Sanremo al sodalizio con Battisti, fino al Cet fondato in Umbria nel 1992

A definirlo “paroliere” si rischia di usare proprio la parola che Mogol preferisce evitare. Lui si considera un autore. E i numeri della sua carriera spiegano la dimensione del lavoro accumulato in oltre sessant’anni: 1.776 canzoni e 523 milioni di dischi venduti legati ai brani che portano la sua firma.

Giulio Rapetti è nato a Milano il 17 agosto 1936 e con la musica ha avuto un rapporto familiare prima ancora che professionale. Il padre Mariano Rapetti era dirigente della Ricordi e scriveva testi con lo pseudonimo Calibi. Nel 1959 la Siae assegnò a Giulio lo pseudonimo Mogol, diventato poi parte ufficiale del suo cognome nel 2006.

A novant’anni guarda alla propria vita senza separare il mestiere dal resto. “Ho avuto momenti continuamente belli”, ha raccontato in una recente intervista al Corriere, “mi sento persino protetto per tutta la fortuna che ho avuto. Non solo come autore di canzoni, ma come uomo: ho vissuto tante avventure, a volte mi sono salvato per un capello”.

I primi grandi risultati arrivarono presto. Nel 1961 vinse il Festival di Sanremo con Al di là, interpretata da Luciano Tajoli e Betty Curtis. Tre anni dopo firmò Una lacrima sul viso per Bobby Solo. Nel 1965 incontrò Lucio Battisti, dando inizio alla collaborazione destinata a occupare il capitolo più conosciuto della sua carriera.

Da quel sodalizio nacquero 29 settembre, Un’avventura, Acqua azzurra, acqua chiara, Emozioni, Fiori rosa, fiori di pesco, Pensieri e parole, Il mio canto libero, Ancora tu, Sì, viaggiare e Con il nastro rosa. Mogol fu anche l’uomo che spinse Battisti a interpretare personalmente le proprie composizioni, nonostante le iniziali resistenze del musicista.

“Lo convinsi io, lui non voleva: si sentiva un compositore e basta. Anni dopo mi disse che doveva tutto a un pazzo, che ero io”, ha raccontato Mogol.

La collaborazione con Battisti si concluse nel 1980, ma l’attività di Rapetti continuò con molti altri protagonisti della musica italiana. Nel corso degli anni ha lavorato, tra gli altri, con Mina, Adriano Celentano, Bobby Solo, Caterina Caselli, Riccardo Cocciante, Mango, Gianni Morandi e Gianni Bella. Nel suo repertorio figurano anche titoli come A chi, Celeste nostalgia e L’emozione non ha voce, oltre a Una lacrima sul viso.

Alla scrittura Mogol ha affiancato anche la formazione. Nel 1992 ha fondato in Umbria il Cet, Centro Europeo di Toscolano, una scuola dedicata ad autori, compositori e interpreti e pensata per trasmettere alle nuove generazioni strumenti ed esperienza professionale. Dal 2018 al 2022 ha inoltre presieduto il Consiglio di Gestione della Siae.

A 90 anni, quindi, la sua attività comprende sia il repertorio scritto per alcuni dei nomi più popolari della musica italiana sia il lavoro iniziato nel 1992 con il Cet per formare chi scrive, compone e interpreta nuove canzoni.

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“La morte? Il vero problema sarebbe essere immortali. Sia io che mia moglie Daniela siamo molto credenti, vorrei passare il compleanno in sordina ma temo che non sarà possibile”: i 90 anni di Mogol

Guai a chiamarlo paroliere. Giulio Rapetti, per tutti semplicemente Mogol, è l’autore che ha scritto l’educazione sentimentale di un intero Paese. Tagliato il traguardo dei 90 anni, si racconta al Corriere della Sera spazzando via ogni traccia di retorica, a cominciare dal tabù più grande. Nessuna paura della morte, affrontata anzi con una lucidità disarmante: “Nel tempo ho capito che fa parte della vita”, confida. “Come diceva mia madre è un fatto naturale, moriamo tutti. Il vero problema sarebbe essere immortali”.

Oggi mantiene la sua forma fisica praticando ginnastica acquatica e vive in Umbria, al Cet (Centro Europeo Tuscolano): “Il Cet, dove vivo, è circondato dal verde e anche in questi giorni afosi stiamo bene”. Per il compimento dei 90 anni, il suo desiderio sarebbe quello di evitare i riflettori: “Sinceramente non avrei voglia di grandi festeggiamenti, preferirei passarlo in sordina, ma temo che non sarà possibile”.

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Colleferro. Perché ora non si può escludere la pista del sabotaggio (russo)

Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.

D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.

La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.

Cosa è successo

L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.

Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.

Perché è importante

Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?

Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.

Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.

Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.

La zona grigia

Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.

L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.

Il problema, però, precede l’eventuale sabotaggio

Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.

Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.

Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.

Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.

Cambio della dottrina sulla sicurezza?

È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.

Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.

Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.

La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Italia e l’Europa non possono più permettersi di escluderlo a priori.

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“Racconto non attendibile, difetto di prova oltre ogni ragionevole dubbio”, ecco perché due giovani schermidori sono stati assolti dall’accusa di violenza sessuale

Non ci sarebbe una prova sufficiente per affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che quella notte sia stata commessa una violenza sessuale di gruppo. È questo il punto centrale delle motivazioni con cui il tribunale di Siena ha assolto due giovani schermidori italiani, accusati di abusi ai danni di una 17enne tesserata per l’Uzbekistan, per un episodio risalente al 4-5 agosto 2023 durante un raduno a Chianciano Terme. La sentenza era stata pronunciata il 18 maggio 2026 con rito abbreviato, con la formula piena “perché il fatto non sussiste”. Le motivazioni del gup Andrea Grandinetti sono state depositate il 14 agosto. Il pubblico ministero aveva chiesto per entrambi gli imputati una condanna a 5 anni e 4 mesi di carcere.

Per il giudice, il processo non ha raggiunto la soglia probatoria necessaria per una condanna. Nelle motivazioni si parla di un “difetto di prova oltre ogni ragionevole dubbio”, legato in particolare alla possibilità di ritenere provata l’esistenza della condotta contestata. Il tribunale rileva inoltre nel racconto della giovane un “basso grado di coerenza interna“. Uno dei punti esaminati riguarda le condizioni psicofisiche della ragazza nella notte dei fatti, soprattutto il suo stato di coscienza e quindi la capacità di intendere e di volere. Secondo il giudice, le dichiarazioni sull’assunzione di alcolici risultano incoerenti e sarebbero state smentite sia da alcune testimonianze sia da un video acquisito agli atti.

Nel filmato, secondo quanto riportato nelle motivazioni, la giovane viene mostrata mentre cammina in condizioni di piena coscienza e arriva anche a saltare per gioco sulle spalle di uno degli imputati. Il tribunale prende in considerazione anche la circostanza che la ragazza non avrebbe consumato bevande alcoliche dopo la chiusura del bar. Tra quel momento e l’ingresso nella stanza dove si trovavano i due imputati e un loro amico sarebbero trascorsi “almeno 90 minuti”. Un intervallo che, secondo il giudice, porta a ritenere verosimile che la giovane fosse lucida.

Anche la positività ai cannabinoidi non viene ritenuta un elemento sufficiente per ricostruire lo stato della ragazza al momento dei rapporti sessuali. Il dato, scrive il giudice, non può essere “razionalmente valorizzata al fine di datare l’intervenuta assunzione” della sostanza e quindi non può essere collegato con certezza temporale ai fatti contestati. Un altro passaggio fondamentale delle motivazioni riguarda il consenso. Anche su questo aspetto il tribunale rileva un “difetto di attendibilità” nelle dichiarazioni della giovane, parlando sia di una carenza di “coerenza estrinseca”, sia di elementi emersi attraverso le testimonianze. In particolare, viene presa in esame la deposizione di un’amica della ragazza, alla quale quest’ultima avrebbe confidato di aver avuto rapporti sessuali con altri ragazzi presenti al ritiro nei giorni precedenti. L’amica aveva inoltre messo a verbale i nomi dei due imputati.

È uno degli elementi che il giudice considera nella valutazione complessiva dell’attendibilità del racconto e dell’assenza di consenso. La conclusione è netta: per il tribunale è impossibile “attribuire ‘fede’ alle dichiarazioni di parte civile in ordine all’assenza di consenso”. La decisione arriva quasi tre anni dopo i fatti contestati. Alla lettura della sentenza, il 18 maggio, la giovane, oggi maggiorenne, era presente in aula ed era scoppiata in lacrime. Nelle motivazioni depositate nei giorni scorsi, il giudice ricostruisce quindi un quadro nel quale, secondo il tribunale, gli elementi raccolti non consentono di superare la soglia del ragionevole dubbio. Il punto non è dunque l’affermazione di una diversa verità dei fatti, ma l’impossibilità, per il giudice, di considerare sufficientemente provati gli elementi dell’accusa.

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“Era uno dei prodotti più richiesti della farmacia dei frati”: nell’archivio di un convento di Firenze spunta la ricetta dell'”Elixir vinoso ricostituente” simile alla Coca Cola, l’incredibile scoperta

Nell’antica farmacia del convento di San Marco è spuntata una ricetta di un elisir ricostituente molto simile alla ricetta della Coca Cola. Sono stati i frati a ritrovare un antico documento rimasto nascosto per oltre un secolo nell’archivio della farmacia di via Cavour a Firenze.

A rivelarlo è il settimanale Toscana Oggi nel numero in uscita in questi giorni, che ha raccolto il racconto dei padri Domenicani del convento di San Marco. Un foglietto pubblicitario di metà Ottocento riemerso durante il riordino del patrimonio storico, spiega il settimanale, parla infatti dell’esistenza di un “Elixir vinoso ricostituente” preparato con foglie di coca boliviana e noce di kola. Ingredienti che, secondo la ricostruzione storica, pochi anni più tardi il farmacista americano John Stith Pemberton avrebbe utilizzato per il suo “French Wine Coca”, il preparato medicinale da cui nacque, nel 1886, quella che sarebbe poi diventata la celebre Coca Cola.

Non esistono documenti che dimostrino un collegamento diretto, ma la coincidenza resta suggestiva. A riportare alla luce quel foglietto ingiallito è stato padre Manuel Russo, rettore del convento di San Marco, mentre stava riordinando l’archivio. “Mi sono imbattuto nell’antica pubblicità di questo elisir mentre consultavo il nostro archivio. Ho iniziato ad approfondire la documentazione conservata nel convento e ho scoperto che era uno dei prodotti più richiesti della farmacia dei frati“, racconta a Toscana Oggi.

Il documento descrive l'”Elixir vinoso ricostituente” come un tonico capace di alleviare la stanchezza fisica e mentale, il mal di testa e le debolezze dovute all’età o alle “fatiche straordinarie”. Ma è soprattutto la composizione a colpire: 30 grammi di noce di kola e 10 grammi di foglie di coca boliviana infuse in un litro di misto alcolico. Ingredienti arrivati probabilmente tramite i missionari che in quel periodo erano presenti in America Latina e in Africa.

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È morta a 36 anni l’attrice Hayden Panettiere, star delle serie “Heroes” e “Nashville”: “Coinvolta in un incidente, indagini in corso”. È giallo sulle cause del decesso

L’attrice statunitense Hayden Panettiere, celebre per aver interpretato i ruoli di Claire Bennet nella serie Heroes e di Juliette Barnes in Nashville, è morta all’età di 36 anni. La notizia del decesso è stata confermata dal suo agente all’emittente statunitense ABC News, mentre le cause della morte non sono state al momento ufficializzate.

Tuttavia, è il sito Tmz a rivelare i primi dettagli sulle circostanze del decesso. Secondo quanto riportato, fonti delle forze dell’ordine hanno confermato l’intervento della polizia nella giornata di domenica in risposta a un “incidente” che ha coinvolto l’attrice. Le autorità hanno precisato che al momento è in corso un’indagine aperta per fare luce sull’accaduto. Inoltre, una persona vicina a Panettiere ha rivelato al portale che l’attrice “si era recentemente lamentata di dolori alla schiena nell’ultimo anno”.

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Indonesia, nuova scossa di magnitudo 5,6 al largo delle coste: 700 italiani bloccati sull’isola di Flores. Sale il bilancio delle vittime

Un altro terremoto, questa volta di magnitudo 5.6, ha colpito l’Indonesia alle 2.46 (ora italiana) di stanotte, 17 agosto. L’ipocentro è stato localizzato a una profondità di 18 chilometri, circa 175 km a est della città di Labuan Bajo. Secondo quanto riporta l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), non è stato emesso alcun allarme tsunami. Non risultano danni o conseguenze sulla popolazione.

Si aggrava però il bilancio del sisma di magnitudo 7.7 che ha colpito l’isola di Flores negli scorsi giorni. In particolare sono almeno 53 le persone che hanno perso la vita e 12.800 quelle che non possono rientrare nelle proprie case secondo l’agenzia nazionale indonesiana per la gestione dei disastri (Bnpb). 135 invece i feriti. Ad aumentare è anche il numero degli italiani presenti al momento del terremoto e che ora sono bloccati sull’isola. In particolare sono 700 i connazionali non residenti e registrati su “Dove siamo nel mondo”. Nessuno di loro tuttavia sembra aver riportato danni o problematiche.

La Farnesina, attraverso l’Ambasciata italiana a Giacarta e l’Unità di Crisi, continua a fornire informazioni ai propri cittadini per permettergli di tornare a casa. Alcuni gruppi di vacanzieri sono riusciti a salire sull’aereo per lasciare il Paese già nella notte tra il 15 agosto e il 16. Complessivamente in Indonesia risultano almeno 2000 italiani iscritti all’Aire e circa 6000 connazionali non residenti registrati su “Dove siamo nel mondo”. Secondo il Ministero degli Esteri, al momento i principali aeroporti dell’area risultano operativi ma l’elevata domanda di voli da parte dei turisti internazionali e della popolazione locale sta determinando una disponibilità limitata di posti sui collegamenti aerei in partenza dall’area. La Farnesina intanto invita i connazionali presenti nell’area a mantenersi in contatto con l’Ambasciata e a registrare la propria presenza sui sistemi dell’Unità di Crisi.

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Pioggia di droni ucraini sulla Russia: oltre 1.500 in 24 ore. “Record da inizio guerra”. Telegraph: “Mosca ha costruito decine di basi per il lancio a lungo raggio”

Il ministero della Difesa russo sostiene di aver abbattuto circa 1.500 droni ucraini sull’intero territorio nazionale solo nella notte tra sabato e domenica. Il sindaco di Mosca, Serghei Sobyanin, ha riferito che circa 600 erano diretti verso la capitale, mentre il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha definito quella di oggi “una delle più massicce” offensive degli ultimi anni. Il bilancio più grave in Russia è stato registrato nella regione meridionale di Rostov, dove cinque persone sono rimaste uccise. Un’altra vittima è stata segnalata nella regione della capitale, dove un drone ha colpito l’abitazione di un uomo di 83 anni, e una settima nella regione di Belgorod, in un attacco contro un autobus.

Un’ulteriore ondata si sarebbe abbattuta sulla Russia la scorsa notte, quando i sistemi di difesa aerea “hanno intercettato e distrutto 205″ droni ucraini sui territori delle regioni di Astrakhan, Belgorod, Bryansk, Voronezh, Volgogrado, Kaluga, Kursk, Rostov, Repubblica di Crimea e sulle acque dei mari d’Azov e Nero, ha comunicato il ministero della Difesa.

Domenica a Podolsk, a sud di Mosca, è stato colpito nuovamente un magazzino di Wildberries, il maggiore gruppo russo dell’e-commerce, già preso di mira nelle ultime settimane dall’Ucraina con l’accusa di contribuire alla logistica militare di Mosca. Secondo Kiev sono stati messi fuori uso sette centri logistici su dieci di quella che viene considerata l’Amazon russa. Un incendio è stato segnalato anche in un deposito farmaceutico a Domodedovo. Kiev ha inoltre rivendicato di aver colpito nella regione di Rostov un impianto per la produzione di carburante per missili.

Contemporaneamente la Russia ha attaccato diverse regioni ucraine. Due persone sono morte e 14 sono rimaste ferite in un bombardamento contro l’acciaieria ArcelorMittal di Kryvyi Rih (città natale di Volodymyr Zelensky), dove la produzione è stata parzialmente sospesa. Altre due persone sono state uccise nella regione di Zaporizhzhia e una nella regione di Sumy. A Kiev missili e droni hanno provocato incendi e ferito diverse persone, mentre le fiamme hanno devastato anche il popolare mercato dei libri di Pochaina, conosciuto per le bancarelle di volumi rari e antichi.

Secondo un’inchiesta del Telegraph, Mosca ha costruito e ampliato almeno 10 basi militari progettate per il lancio massiccio di droni di ultima generazione lungo i confini con l’Ucraina e la Bielorussia. Alcuni di questi hub sono stati creati convertendo basi militari e aeroporti civili preesistenti, mentre altri sono stati costruiti da zero in aree rurali. Analizzando immagini satellitari, documenti riservati e dati della società di analisi DroneSec, giornalisti e analisti militari hanno individuato 59 rampe di lancio meccaniche, catapulte su rotaia che sostituiscono le piste di atterraggio e consentono il lancio rapido di droni pesanti simili ad aerei proprio in prossimità della linea del fronte. Almeno 20 di queste sarebbero progettate per il lancio delle più recenti versioni ad alta velocità di droni a lungo raggio, dotate di propulsione a reazione.

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Borsa, Piazza Affari col segno più: Ftse Mib +0,43%. Scatto di Stm e Prysmian

Partenza positiva per Piazza Affari nella seduta del 17 agosto. Il Ftse Mib guadagna lo 0,43% e raggiunge 53.812 punti, con Stm e Prysmian davanti alle altre blue chip. Fincantieri apre invece in calo dell’1,51%.

Fincantieri cede l’1,51%, in calo anche Campari, Amplifon e Brunello Cucinelli a Piazza Affari

Stm e Prysmian prendono subito la testa del Ftse Mib. Nelle prime battute della seduta Stm guadagna il 3,34%, mentre Prysmian avanza del 2,62%.

Gli acquisti contribuiscono alla partenza positiva di Piazza Affari, con il Ftse Mib a 53.812 punti, in rialzo dello 0,43%. Segno più anche per Ferrari, che sale dell’1,22%, e Saipem, avanti dello 0,86%.

Tra i titoli in rosso, Fincantieri perde l’1,51%. Seguono Campari a -0,89%, Amplifon a -0,60% e Brunello Cucinelli a -0,54% nelle prime contrattazioni della giornata.

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Spionaggio in Corea del Sud, due ex militari cinesi arrestati vicino alle installazioni Usa

Due cittadini cinesi, entrambi con un passato nelle forze armate del loro Paese, sono stati arrestati in Corea del Sud con l’accusa di avere raccolto illegalmente informazioni riguardanti le attività militari sudcoreane e statunitensi. Un’indagine che tocca direttamente uno dei dispositivi di sicurezza più importanti dell’Indo-Pacifico, ma sulla quale restano ancora da chiarire alcuni passaggi decisivi: soprattutto se il materiale raccolto sia stato trasmesso alle autorità cinesi e se dietro l’attività dei due uomini vi fosse un committente.

A riferire gli arresti è Associated Press, citando la polizia sudcoreana. I due casi, almeno sulla base delle informazioni rese pubbliche finora, sono distinti. Li accomunano però il precedente servizio militare dei sospettati in Cina e la natura degli obiettivi: infrastrutture, comunicazioni e personale collegati alla presenza militare americana nella penisola coreana.

Le comunicazioni intercettate vicino alla base

Il primo sospettato è un cittadino cinese di circa sessant’anni. Secondo gli investigatori avrebbe installato in un albergo vicino a una base aerea utilizzata congiuntamente dalle forze sudcoreane e statunitensi un sistema composto da un ricevitore software-defined radio, un’antenna e un computer portatile.

L’apparato sarebbe stato utilizzato in diverse occasioni, a partire dal 2024, per intercettare le comunicazioni tra i caccia pilotati da militari sudcoreani e americani e i controllori del traffico aereo della base. L’uomo è stato arrestato il 10 agosto con l’accusa di avere violato, tra le altre, le norme sudcoreane sulla protezione delle comunicazioni.

Agli investigatori avrebbe spiegato di essere un appassionato di comunicazioni aeronautiche: dopo avere ascoltato quelle tra velivoli civili e torri di controllo, avrebbe voluto fare altrettanto con gli aerei militari. Una versione che la polizia sta verificando. Il computer sequestrato è sottoposto ad analisi forense proprio per stabilire se le informazioni intercettate siano rimaste nella disponibilità dell’uomo oppure siano state trasmesse ad altri soggetti, comprese eventuali autorità cinesi. Al momento, su questo punto, non è stata resa pubblica alcuna prova di un trasferimento a Pechino.

Informazioni sul comando americano

Il secondo arresto riguarda un cittadino cinese sulla quarantina, anch’egli già appartenente alle forze armate cinesi. Gestisce un negozio di forniture militari nei pressi del quartier generale statunitense nell’area di Seoul.

Secondo la ricostruzione della polizia, l’uomo avrebbe raccolto materiale sulle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, fotografie relative ai movimenti di armamenti e informazioni sugli avvicendamenti ai vertici militari americani. Una parte di questi dati sarebbe arrivata da una cittadina sudcoreana impiegata presso il comando Usa, alla quale il sospettato avrebbe consegnato denaro. Gli investigatori ritengono inoltre che tra i due vi fosse una relazione personale.

Anche in questo caso la spiegazione fornita dall’indagato è di natura privata: avrebbe cercato quelle informazioni perché le riteneva utili alla propria attività commerciale. La polizia contesta questa ricostruzione e procede per violazioni delle norme riguardanti, tra l’altro, la protezione delle installazioni militari.

L’ambasciata cinese a Seoul, contattata da Associated Press dopo l’annuncio degli arresti, non aveva risposto alle richieste di commento al momento della pubblicazione della notizia.

Il momento scelto da Seoul

Il calendario aggiunge inevitabilmente un elemento al quadro, senza per questo dimostrare un collegamento tra gli arresti e le manovre militari. Dal 17 al 27 agosto, Stati Uniti e Corea del Sud terranno infatti l’edizione 2026 di Ulchi Freedom Shield, la grande esercitazione annuale dedicata alla preparazione delle forze alleate sulla penisola. Circa 18 mila militari sudcoreani prenderanno parte alle attività, che quest’anno comprenderanno anche scenari legati a droni, interferenze Gps e attacchi informatici.

La Corea del Sud rimane uno dei pilastri della postura militare americana in Asia orientale. Washington mantiene nel Paese circa 28.500 uomini, formalmente destinati in primo luogo alla deterrenza nei confronti della Corea del Nord. La loro presenza, tuttavia, si inserisce ormai in un dispositivo regionale più ampio, nel quale la penisola coreana è anche uno dei punti di contatto tra la strategia statunitense e la crescente competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

È precisamente per questo che informazioni apparentemente circoscritte – frequenze radio, procedure operative, movimenti di mezzi, calendari delle esercitazioni, avvicendamenti del personale – assumono un valore diverso se raccolte sistematicamente. Il lavoro d’intelligence non passa necessariamente dalla sottrazione di un singolo documento classificato: può procedere anche attraverso l’accumulazione di dati separati che, messi insieme, consentono di ricostruire abitudini operative e vulnerabilità.

Una legge sullo spionaggio che sta cambiando

Il caso cade inoltre in una fase particolare per il sistema di controspionaggio sudcoreano. Per decenni l’architettura legislativa di Seoul è stata costruita principalmente attorno alla minaccia proveniente dalla Corea del Nord. L’articolo 98 del codice penale limitava infatti il tradizionale reato di spionaggio alle attività svolte nell’interesse di un “Paese nemico”, con conseguenti difficoltà nell’applicarlo a operazioni condotte per conto di altri Stati.

Il Parlamento ha modificato la norma il 26 febbraio 2026. Dal prossimo 13 settembre, il campo di applicazione verrà esteso alle attività svolte a beneficio di qualsiasi Paese straniero o organizzazione equivalente. È una revisione maturata dopo anni di discussione proprio sulla necessità di adeguare gli strumenti giuridici a una competizione che non riguarda soltanto il confronto militare con Pyongyang, ma anche tecnologia, industria e intelligence.

Gli arresti dei due ex militari cinesi precedono quindi l’entrata in vigore della nuova disciplina e saranno valutati sulla base delle norme attualmente applicabili. Ma mostrano quale sia il problema che Seoul intende affrontare: proteggere una presenza militare americana capillare e un apparato tecnologico avanzato da operazioni che possono muoversi in una zona molto più sfumata rispetto allo spionaggio tradizionale.

Per ora, ciò che è accertato è più limitato: due uomini sono stati arrestati, la polizia sostiene che abbiano raccolto informazioni di interesse militare e gli investigatori stanno cercando di capire quale uso ne sia stato fatto. L’eventuale regia di Pechino resta invece da provare. Ed è proprio questa distinzione, in una vicenda destinata a essere osservata da Washington oltre che da Seoul, a separare i fatti già emersi dalle conclusioni che l’indagine deve ancora raggiungere.

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Altro che “dolce far nulla”, l’estate è diventata una trappola psicologica: ecco cos’è la SAD, la “Summertime Sadness”

“L’estate mi ammazza – scriveva Cesare Pavese in una lettera -. Io non concludo più nulla. Sono morto, morto”. Arrivati alla quarta ondata di calore, neanche i più ferventi appassionati di questa stagione potrebbero mai dargli torto. Pavese oggi è in buona compagnia: sempre più persone vivono male “la bella stagione” provando tristezza, noia, frustrazione e ansia. I fattori sono molteplici, ma le temperature estreme peggiorano la situazione, condizionando il benessere fisico e mentale.

Diciamoci la verità: il mito della dorata estate italiana, del dolce far nulla e del divertimento è stato costruito a tavolino dagli enti di promozione del turismo. Per la maggior parte delle persone, esiste solo nei ricordi delle vacanze estive tra un anno scolastico e l’altro – un tempo fatto di pranzi dalla nonna, pomeriggi con i cugini, gelati che costavano un terzo rispetto a oggi e giornate intere passate sul bagnasciuga. Con l’età adulta l’estate inizia a diventare una stagione faticosa: si fa tutto ciò che si è sempre fatto negli 11 mesi precedenti, ma sudando.

Le ferie sono troppo poche e troppo lontane – e i prezzi attuali della benzina non aiutano certo a partire. I social network ci fanno credere che tutti – ma proprio tutti – sono in vacanza. Che tutti si divertono, fanno baldoria e veleggiano in barca verso al tramonto. Tutti tranne la persona che guarda attraverso lo schermo, magari nell’ennesima notte insonne, quando fa troppo caldo per dormire.

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Falsi colloqui e siti-clone, così l’intelligence cinese cerca esperti occidentali

Per mesi alla Horizzen, una piccola società di consulenza australiana con sede a Brisbane, sono arrivate richieste piuttosto strane. Curriculum di esperti di difesa, telefonate, candidature per presunti posti di lavoro negli Stati Uniti. Il problema era semplice: Horizzen non stava assumendo nessuno.

La spiegazione è arrivata molto più tardi. Qualcuno aveva copiato online il nome della società, l’indirizzo, il numero di telefono e parte dei contenuti del suo sito per dare credibilità a una falsa società di consulenza che cercava esperti di difesa, politica e commercio.

Il sito è finito nell’inchiesta dell’Fbi sulle operazioni di reclutamento che le autorità americane attribuiscono a soggetti collegati all’intelligence cinese.

La vicenda è stata ricostruita nelle ultime ore dal Guardian Australia, che ha collegato il sito-clone della società di Brisbane a una delle tredici piattaforme sequestrate dal dipartimento di Giustizia americano lo scorso giugno. Il particolare australiano è nuovo. Il metodo, invece, è diventato abbastanza frequente da spingere i servizi occidentali a parlarne pubblicamente.

Una società vera per costruirne una falsa

Secondo il Guardian, Horizzen aveva iniziato a ricevere le prime comunicazioni anomale dalla metà del 2025. Solo un anno più tardi l’azienda ha scoperto che il dominio che ne imitava l’identità era stato sequestrato dalle autorità federali statunitensi nell’ambito di un’indagine di controspionaggio.

Il valore della copertura era precisamente nella sua banalità. Invece di inventare da zero un’impresa dai contorni inevitabilmente vaghi, chi aveva costruito la piattaforma aveva preso in prestito i dettagli di una società realmente esistente.

Il dipartimento di Giustizia americano sostiene che le tredici piattaforme sequestrate facessero parte di uno schema costruito per avvicinare cittadini statunitensi, compresi funzionari ed ex funzionari in possesso di autorizzazioni di sicurezza e quindi potenzialmente esposti a informazioni classificate.

I posti di lavoro pubblicizzati avevano titoli assolutamente ordinari: analista senior, consulente per gli affari internazionali, esperto di geopolitica. Gli annunci apparivano su piattaforme per professionisti e freelance e le materie richieste coincidevano, secondo gli atti giudiziari americani, con temi di interesse per il governo cinese.

Prima una ricerca, poi le informazioni riservate

Il meccanismo ricostruito dall’Fbi non prevedeva di chiedere immediatamente un documento classificato.

Il primo incarico poteva consistere nella produzione di un rapporto di ricerca, accompagnato da una remunerazione relativamente elevata. Una volta costruito il rapporto personale, al candidato potevano essere chieste informazioni sempre più difficili da reperire pubblicamente, fino alla richiesta di materiale proveniente da fonti interne.

Per rendere credibili le società venivano utilizzati contratti e accordi di riservatezza. Le comunicazioni potevano poi spostarsi su Telegram o altre applicazioni cifrate, mentre i pagamenti venivano effettuati attraverso conti intestati a identità fittizie o criptovalute.

Secondo il dipartimento di Giustizia, i siti utilizzavano alias, identità rubate e fotografie generate con l’intelligenza artificiale. Gli investigatori sostengono che lo schema fosse operativo almeno dal novembre 2023. Le persone dietro l’operazione hanno negato qualsiasi rapporto con un governo straniero.

Il mestiere più vecchio, con strumenti nuovi

L’elemento interessante non è tanto l’uso dell’intelligenza artificiale in sé. Una falsa fotografia o un sito generato rapidamente non sostituiscono le tecniche tradizionali dello spionaggio. Le rendono però più economiche e scalabili.

Costruire una copertura commerciale credibile richiedeva un tempo personale, documenti e infrastrutture. Oggi parte di quel lavoro può essere automatizzata: testi professionali, immagini di dipendenti inesistenti, profili social e interi siti possono essere prodotti rapidamente e modificati quando vengono scoperti.

È un moltiplicatore, non un nuovo mestiere. Lo ha spiegato indirettamente anche l’Fbi quando, annunciando il sequestro dei tredici domini, ha indicato proprio la combinazione tra contenuti generati dall’IA, piattaforme professionali e sistemi di pagamento online come una delle caratteristiche del metodo attribuito ai servizi cinesi.

La vulnerabilità sono le persone

Nessuno dei bersagli deve necessariamente considerarsi una spia. Un ex militare può ritenere di essere pagato per la propria esperienza. Un diplomatico in pensione può pensare di scrivere un’analisi. Un funzionario può convincersi che un’informazione sia innocua perché non formalmente classificata, pssaggio graduale che rende efficace il reclutamento. Il bersaglio può rendersi conto molto tardi che la domanda successiva non riguarda più ciò che sa per competenza professionale, ma ciò che conosce perché ha avuto un determinato incarico. Il rapporto pubblicato questa settimana dall’intelligence neozelandese descrive uno schema quasi identico: falsi consulenti o reclutatori che cercano funzionari ed ex funzionari tramite piattaforme professionali, commissionano inizialmente studi e analisi e successivamente chiedono informazioni privilegiate.

È difficile considerare la coincidenza irrilevante. Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda e gli altri partner Five Eyes stanno cercando di portare una parte del controspionaggio fuori dagli uffici dei servizi e dentro le normali abitudini professionali di chi ha lavorato nelle istituzioni. Il caso Horizzen racconta bene il perché. Una società può essere coinvolta in un’operazione d’intelligence senza saperne nulla. Un candidato può finire nel radar di un servizio straniero pensando semplicemente di avere trovato un lavoro ben pagato.

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“Sono discalculica, non so contare fino a 2. Il malessere sono io. Mi pento dei tatuaggi, voglio togliere il coltello che entra nel collo ma fa malissimo”: parla Ema Stokholma

Ema Stokholma non ricorre alla diplomazia quando si tratta di parlare di sé. In una lunga e schietta intervista rilasciata al Corriere della Sera, la conduttrice ha tracciato il bilancio della sua quotidianità partendo da difetti e pentimenti. Sulla gestione economica ammette senza mezzi termini di avere le “mani bucatissime“, soprattutto per l’arredamento: “Per la casa ho esagerato. Per i vestiti no, quelli tanto ce li prestano”. Altro capitolo aperto è quello dei tatuaggi, che sta faticosamente rimuovendo con risultati altalenanti: “Non bene, perché fa malissimo e non c’ho voglia”. Il primo della lista da eliminare è un “coltello che entra nel collo ed esce dalla parte opposta”, mentre sul “corvo sulla pancia” ha dovuto arrendersi: “Ho provato a toglierlo ma ho pianto, e quindi me lo tengo”.

Sul fronte sentimentale, la conduttrice smentisce la sua celebre teoria secondo cui la felicità coinciderebbe solo con l’essere single: “Lo confermo e lo rinnego in questo momento”. Da pochi mesi è infatti legata a un nuovo compagno: “Fa il pittore”.

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Garlasco, sfratto e addio lavoro. Sempio, quattro consulenze decisive e quel “tic tac” continuo

Il giallo di Garlasco continua, a distanza ormai di oltre 19 anni da quel drammatico 13 agosto 2007, infatti, non c’è ancora nessuna certezza su chi sia il killer di Chiara Poggi. Si avvicina intanto una data chiave, il 28 settembre sarà il termine ultimo per le indagini preliminari. Al momento l’unico indagato è Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara, ma contro di lui ci sono solo prove indiziarie, dai soliloqui, al dna sotto le unghie all’impronta 33 sul muro. Potrebbero essere non sufficienti per un nuovo processo. Da qui la decisione di procedere con quattro nuove consulenze su Sempio, una anche psichiatrica. Ma i legali fanno muro. Corsa contro il tempo insomma per fornire nuovi elementi a carico dell’indagato. Poi ci sarà la decisione del gip se procedere col rinvio a giudizio o archiviare.

Ma per Sempio continua il periodo nero, come se non bastassero le accuse per il delitto di Chiara, Andrea deve affrontare anche diverse problematiche personali e familiari. Dopo il tentato suicidio della madre e lo sfratto dalla casa in cui abitava, ecco un’altra mazzata: Sempio è stato licenziato anche dal posto di lavoro in cui operava. O meglio, il licenziamento – come riporta Il Messaggero – avverrà alla fine del mese, il 31 agosto. Il motivo è legato alla chiusura del negozio di telefonia in cui lavorava. L’attività è stata infatti venduta e non si sa che intenzioni abbiano i nuovi proprietari.

Tornando alle indagini, però, restano molti punti interrogativi. La possibile nuova dinamica del delitto con Andrea Sempio sulla scena e Alberto Stasi escluso, lascia molti dubbi. Sempio, stando all’accusa, si sarebbe probabilmente nascosto in giardino per entrare di nascosto in casa nel momento in cui Chiara ha aperto per far uscire i gatti. Poi ci sarebbe stata l’aggressione in più punti della casa, poi forse la fuga dai campi tutto sporco di sangue per raggiungere la casa della nonna. Un fantasma che nessuno ha notato e che sarebbe poi tornato a casa sua per pranzo “con gli stessi vestiti puliti che indossava al mattino”, come ha ripetuto più volte la madre di Sempio. Misteri, incongruenze, mancanze. Una vicenda giudiziaria infinita che per diversi criminologi “rischia di restare un caso irrisolto”.

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Simona “veleno” Quadarella, Regina d’Europa fra libri, piscina e Roma

Un europeo da incorniciare per Simona Quadarella, che ha polverizzato la concorrenza nel mezzofondo in acqua. Il tris di medaglie d’oro la pone in cima alle nuotatrici più vincenti di tutti i tempi ma soprattutto restituisce all’Italia un talento purissimo che si prende la rivincita nella piscina di Parigi, amarissima due anni fa.

Il retroscena: la delusione di Parigi, l’impegno sui libri e il “veleno” in acqua

Simona “veleno” Quadarella, Regina d’Europa fra libri, piscina e Roma

La svolta arriva dopo la delusione di Parigi 2024, olimpiade chiusa con due quarti posti e tanti rimpianti. Simona non si scompone, trasforma la delusione in benzina e si dedica allo studio,: sacrificio, disciplina e voglia di vincere. Non a caso, sua madre la chiama “veleno”, termine spiccatamente romano per indicare una feroce determinazione nell’inseguire un obiettivo. E Simona, i suoi, li mette tutti in fila: arriva la laurea in Comunicazione Digitale, poi il prepotente ritorno alla vittoria al Settecolli e infine i tre ori collezionati sparecchiando il tavolo e sbaragliando la concorrenza con la vittoria nei 400 stile libero, dopo aver poggiato per prima la mano sulla piastra anche negli 800 e nei 1500.

Il segreto: il cambio di allenatore e  preparazione, l’Australia e Los Angeles

Dietro i successi di Simona c’è il cambio di allenatore e una preparazione quotidiana impegnativa, al limite dello sfinimento. Con Gianluca Belfiore è cambiato il modo di lavorare e Quadarella ha trascorso gran parte delle sue giornate in piscina, alternando il lavoro in acqua alla palestra. Due volte al giorno, quattro giorni alla settimana e una gli altri due giorni. Il passaggio dalla piscina alla palestra è fondamentale , un’alternanza studiata per sostenere la resistenza e la forza necessarie nelle gare di fondo. Quanto al futuro, Simona non invecchierà in acqua, per sua stessa ammissione. E la sua carriera sembra già avere una data di scadenza. L’ultima gara potrebbe arrivare nel 2029. Scelta non casuale, dopo le Olimpiadi di Los Angeles, in programma nell’estate del 2028. Una nuova rivincita, prima di lasciare.

Simona fuori dalla piscina: Roma e la Roma, i viaggi, la fotografia e la carbonara

Simona “veleno” Quadarella, Regina d’Europa fra libri, piscina e Roma

Fuori dall’acqua, Simona Quadarella conserva il legame fortissimo con la sua città. È una grande tifosa della Roma e quando gli impegni glielo consentono, frequenta da tifosa lo stadio Olimpico. Tra le sue passioni ci sono anche i viaggi, il mare e soprattutto la fotografia, ereditata dal padre. Anche in vacanza, tuttavia, non manca lo sport: Simona ama il trekking e predilige cammini collinari e percorsi di montagna che le permettono di vivere lo sport anche lontano dalla piscina. Per quanto riguarda l’alimentazione, Simona segue le esigenze di un’atleta di altissimo livello, ma quando arriva il momento dello “sgarro”, si concede una scelta che non potrebbe essere più romana: una gustosa pasta alla carbonara. Un piccolo piacere che però racconta quanto sia forte e indissolubile il legame con la sua città.

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Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez sposi in salotto: dai look Gucci al diamante da 50 carati e la Madonna di Fatima, i dettagli delle nozze segrete

Nessun castello affittato in esclusiva, nessuna folla oceanica, nessuna parata di celebrità internazionali. Dopo quasi dieci anni insieme e una vita costantemente sovraesposta, Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez sono diventati marito e moglie nel modo più inaspettato per una delle coppie più mediatiche del pianeta: nel salotto di casa loro.

A dare l’annuncio iniziale è stata la stessa coppia, attraverso un’immagine essenziale pubblicata sui social: una foto ravvicinata delle loro mani intrecciate con le fedi al dito, accompagnata solo dalle iniziali “C” e “G. È stata poi la rivista Vogue, con un’esclusiva digitale firmata da Gaby Wood e accompagnata dagli scatti del fotografo Juergen Teller, a svelare tutti i dettagli di una cerimonia che ha ribaltato ogni pronostico.

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Paura a Malpensa, bagagli in fiamme durante l’imbarco sul volo per Londra: sospetta batteria al litio

Una colonna di fumo si è alzata poco prima delle 13 di domenica 16 agosto dal piazzale del Terminal 1 di Malpensa, dove un carrello portabagagli ha preso fuoco mentre veniva utilizzato per caricare le valigie nella stiva di un volo British Airways diretto a Londra. Il mezzo, gestito dalla società di handling Aviapartner, si è trasformato in pochi istanti in un rogo che ha messo in allerta tutto lo scalo milanese.

Il fumo che ha fatto scattare l’allarme

Dall’automezzo si è sprigionata all’improvviso una densa nube nera, sufficiente a far scattare l’allarme generale nell’area di piazzale. I vigili del fuoco del distaccamento aeroportuale sono intervenuti in pochissimi minuti, riuscendo a circoscrivere e spegnere le fiamme prima che potessero estendersi oltre il carrello e i bagagli che vi si trovavano sopra. Il velivolo e le strutture circostanti non sono stati toccati dal fuoco.

L’ipotesi di una batteria surriscaldata

Gli accertamenti in corso si concentrano su una pista precisa: il surriscaldamento di una batteria al litio custodita in una delle valigie caricate sul carrello, favorito dal caldo intenso di questi giorni. Non è la prima volta che un episodio simile si verifica in Lombardia. Lo scorso 8 luglio un caso analogo aveva provocato un incendio ben più esteso nel centro di smistamento del corriere Brt, con una nube di fumo nero visibile a distanza.

Voli regolari, solo il collegamento per Londra ha subito ritardi

L’aeroporto non ha registrato alcuna ripercussione sull’operatività complessiva e il traffico aereo è proseguito senza interruzioni. L’unico disagio concreto ha riguardato i passeggeri del volo diretto in Gran Bretagna, la cui partenza, originariamente fissata poco prima delle 14, è stata posticipata di circa due ore per consentire i controlli di sicurezza resi necessari dall’accaduto. L’aereo è infine decollato regolarmente attorno alle 16.

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Iran, scadono i 60 giorni della tregua con gli Usa: taglia da 30mila dollari sui soldati americani e scontro su Hormuz

I 60 giorni fissati dal memorandum di Islamabad arrivano alla scadenza con Iran e Stati Uniti ancora lontani da un accordo. Teheran ha rafforzato missili e droni e offre 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di militari americani, mentre continua lo scontro sul controllo di Hormuz.

Teheran prepara missili e droni mentre Washington alza la pressione economica e militare

L’Iran ha trascorso gli ultimi due mesi preparandosi anche alla possibilità di un nuovo allargamento dei combattimenti. Funzionari iraniani e arabi riferiscono che Teheran ha aumentato la produzione di missili e droni e affidato incarichi chiave a esponenti della linea dura, convinta che gli Stati Uniti stessero utilizzando la pausa per preparare un futuro attacco. Funzionari dell’intelligence araba parlano di un “cambiamento strategico” con l’obiettivo di “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”.

Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, ha sintetizzato il clima nel Paese: “in Iran e’ diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.

Nelle stesse ore il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha definito i militari statunitensi “aggressori” e annunciato una ricompensa sintetizzata così: “30mila dollari a chi ne uccide o cattura uno”. La somma, pari a 30.000 dollari, verrebbe versata a chi cattura o uccide un soldato americano.

Lo scontro più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. L’Iran continua a bloccarne il transito per fare pressione sugli Stati Uniti e sull’economia internazionale, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani.

Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni annunciando venerdì che agirà “molto presto” e dichiarando: “Dichiarerò Hormuz territorio Usa”. Teheran ha definito le affermazioni del presidente americano “fuori luogo” e “un’assurdità”.

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Ha aggiunto che lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”.

Il Parlamento iraniano si prepara intanto a votare un disegno di legge con misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”. Un secondo provvedimento riguarda il “contrasto alle ingerenze straniere” e prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”.

Anche Washington prepara nuove mosse. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe annunciare in settimana misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di isolarlo dal resto del mondo.

Il 17 agosto termina il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum firmato a Islamabad. I mediatori continuano a lavorare a un accordo dell’ultimo minuto, ma una proroga appare difficile. I contatti sono complicati anche dalle divisioni interne iraniane. A metà maggio l’amministrazione Trump aveva cercato un canale diretto con Ahmad Vahidi, comandante della Guardia Rivoluzionaria, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani.

Un alto funzionario della Casa Bianca ha descritto i rapporti tra Washington e Teheran come fermi: “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”.

Negli Stati Uniti la guerra resta impopolare mentre Trump e i repubblicani si preparano alle elezioni di midterm di novembre per difendere il controllo del Congresso. Diverse testate americane segnalano inoltre carenze di munizioni, compresi gli intercettori antimissile Patriot. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, aggiungendo un problema economico interno alla pressione militare e diplomatica sull’amministrazione.

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“Parlavamo dei Mondiali, poi hanno capito che eravamo italiani”, il racconto degli amici di Nicola Maggiotto aggredito a Barcellona

Si parlava di calcio, dei Mondiali. Una conversazione iniziata tranquillamente fuori dal locale, dopo la festa in piscina, e poi il cambio di atteggiamento quando quel gruppo di ragazzi ha capito che i giovani che aveva davanti erano italiani. È questo il passaggio che gli amici di Nicola Maggiotto, il 21enne in coma farmacologico a Barcellona dopo un’aggressione, mettono al centro del suo racconto sulla notte dell’aggressione nella città spagnola.

“Parlavamo dei mondiali, perché la Spagna ha vinto. Ma non ricordo bene”, racconta un giovane. I ragazzi italiani avevano appena lasciato il locale e stavano andando a prendere un taxi quando hanno incontrato una decina, forse quindici giovani. “Stavamo parlando tranquillamente con loro, un po’ bevuti, un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, non riuscivamo a capire bene di dove fossero”. Poi, però, qualcosa sarebbe cambiato. “Quando ci hanno sentito parlare e hanno capito che eravamo italiani hanno cambiato atteggiamento. L’ha notato anche il mio amico che era più sobrio di me”. Il ragazzo precisa di non voler stabilire un nesso certo tra l’aggressione e la nazionalità: “Non credo ci abbiano aggredito per la nostra nazionalità, ma sicuramente sono cambiati, sembrava che ci prendessero in giro. Ci trattavano con più cattiveria”.

È in questo clima che, secondo il suo racconto, nasce il confronto tra Nicola e uno dei ragazzi. Poco dopo il dibattito diventa una lite. “Mi sono girato e ho visto che Nicola aveva iniziato a litigare con uno di loro, hanno iniziato a picchiarsi. Erano uno contro uno, gli altri dieci ragazzi stavano intorno a guardare”. Per qualche secondo decide di non intervenire. “Nicola ha fatto un anno di arti marziali miste, il rugby è il suo sport, si sa difendere, mi sono detto”. Poi vede arrivare un secondo ragazzo. “Ho visto un secondo ragazzo correre da dietro verso di lui e tirargli questo pugno, un colpo forte, dietro la nuca, sopra la testa”. Nicola cade a terra e da quel momento la situazione precipita.

A ricostruire quei secondi successivi è soprattutto il terzo amico che era con loro. “Da quello che ci ha raccontato il nostro terzo amico hanno continuato a prenderci a calci senza pietà. Il nostro amico ha urlato loro contro mettendoli in fuga”. Il ragazzo ferito si risveglia dopo alcuni tentativi di rianimazione. Nicola, invece, non riprende conoscenza. Per lui comincia la lunga attesa in ospedale, dove è tuttora ricoverato in terapia intensiva e in coma farmacologico. Gli investigatori cercano di ricostruire con precisione la dinamica dell’aggressione e le ragioni che hanno fatto degenerare quella conversazione. Anche la famiglia di Nicola sta cercando risposte: al giovane è stato chiesto il codice Pin del cellulare dell’amico, per poter accedere al telefono e verificare eventuali elementi utili alla ricostruzione. “Se Nicola fosse stato da solo, probabilmente non sarebbe nemmeno tra noi“. Adesso come fa sapere il padre del 21enne bisognerà attendere per capire se il colpo alla nuca ha provocato danni. “Ha trascorso una notte tranquilla e le sue condizioni sono stabili” spiega Daniele Maggiotto. Nelle prossime ore potrebbe essere decisa una riduzione delle sostanze che mantengono il giovane in stato di incoscienza per verificare gli eventuali danni patiti in una condizione di veglia. In giornata sono attesi ulteriori aggiornamenti sull’evolversi del quadro clinico.

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Oroscopo della settimana del 17 agosto: “Bilancia, difficile ignorare ciò che non funziona più. Capricorno: prenderai decisioni importanti”

La settimana segna un passaggio significativo nel cielo estivo. Il 23 agosto il Sole lascia il Leone ed entra in Vergine, spostando l’attenzione dall’espressione personale, dalla creatività e dal desiderio di protagonismo verso una fase più concreta, organizzata e attenta alle questioni pratiche. La Luna attraversa Bilancia, Scorpione, Sagittario e Capricorno, accompagnando il clima emotivo da una maggiore esigenza di equilibrio nei rapporti a una fase più intensa e introspettiva, fino alla ricerca di nuove prospettive e, nel fine settimana, di maggiore concretezza.

Il passaggio più delicato riguarda però Saturno retrogrado in Ariete opposto a Venere in Bilancia. È un confronto tra sentimento e responsabilità, desiderio e realtà, libertà personale e necessità di costruire rapporti più solidi. Le relazioni possono attraversare una fase di verifica: ciò che ha basi autentiche può rafforzarsi, mentre ciò che si regge soltanto sull’abitudine o su compromessi difficili da sostenere potrebbe mostrare le proprie fragilità.

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Goodyear torna sulla Luna. Realizzerà le gomme del rover del programma Artemis

Goodyear tornerà sulla Luna nell’ambito del programma Artemis della NASA. L’azienda americana svilupperà i pneumatici del Pegasus Lunar Terrain Vehicle, il rover realizzato da Lunar Outpost che accompagnerà gli astronauti nelle missioni al Polo Sud lunare previste dal 2028.

Il veicolo è stato progettato per operare in una delle aree più complesse della superficie lunare, consentendo agli equipaggi di percorrere distanze maggiori e svolgere attività scientifiche per periodi più lunghi.

Le gomme dovranno affrontare condizioni estreme: forti escursioni termiche, superfici rocciose, polvere abrasiva, bassa gravità e assenza di atmosfera. Per questo Goodyear svilupperà una soluzione dedicata, frutto dell’esperienza maturata in oltre un secolo di ricerca e nello sviluppo di tecnologie per applicazioni ad alte prestazioni.

“Dai record di velocità su terra ai circuiti più impegnativi del mondo, fino alla superficie lunare, le innovazioni Goodyear aiutano le persone a viaggiare in sicurezza da oltre 125 anni”, ha dichiarato Chris Helsel, Senior Vice President e Chief Technical Officer dell’azienda.

Per Goodyear si tratta di un ritorno. L’azienda aveva già contribuito alle missioni Apollo, lasciando le proprie impronte sul suolo lunare. L’esperienza accumulata allora costituisce oggi la base per lo sviluppo delle nuove soluzioni destinate al programma Artemis.

Il progetto Pegasus riunisce competenze provenienti da settori diversi: Lunar Outpost guida lo sviluppo del veicolo, General Motors mette a disposizione il proprio know-how automobilistico, Leidos quello aerospaziale.

Goodyear conta oggi circa 63 mila dipendenti, 49 stabilimenti in 19 Paesi e due centri di ricerca e sviluppo, ad Akron, negli Stati Uniti, e a Colmar-Berg, in Lussemburgo. Dal 2028 le sue tecnologie saranno dunque chiamate a operare anche sulla superficie lunare.

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È morta a 36 anni l’attrice Hayden Panettiere, star delle serie “Heroes” e “Nashville”. Giallo sulle cause del decesso: “Abbiamo bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”

L’attrice statunitense Hayden Panettiere, celebre per aver interpretato i ruoli di Claire Bennet nella serie Heroes e di Juliette Barnes in Nashville, è morta all’età di 36 anni. La notizia del decesso è stata confermata dal suo agente all’emittente statunitense ABC News, mentre le cause della morte non sono state al momento divulgate.

La scomparsa è stata annunciata ufficialmente dalla famiglia. Il padre, Skip Panettiere, ha diramato una nota in cui ha dichiarato: “È con profonda tristezza che annunciamo la tragica scomparsa della nostra amata Hayden. Era una luce incredibile e una forza della natura che ha portato amore e gioia incommensurabili a tutti coloro che la conoscevano, e ai milioni di persone che l’hanno vista sullo schermo”. La famiglia ha inoltre chiesto rispetto per la privacy, aggiungendo: “La nostra famiglia ha bisogno di tempo per elaborare questa perdita inimmaginabile”.

Panettiere lascia una figlia, Kaya Evdokia Klitschko, nata nel 2014 dalla relazione con l’ex pugile campione del mondo Volodymyr Klyčko. Proprio in merito alla maternità, solo lo scorso maggio, in un’intervista rilasciata a E! News durante la promozione del suo memoir “This Is Me: A Reckoning“, l’attrice aveva rivelato per la prima volta i dettagli clinici legati alla nascita della figlia, oggi undicenne. Panettiere aveva spiegato di aver rischiato la vita a causa di una grave emorragia durante il parto cesareo, situazione che ha richiesto sette trasfusioni di sangue e il trattamento di una successiva infezione, con forti ripercussioni sulla sua salute mentale negli anni a venire. Ripercorrendo l’intervento, aveva dichiarato: “Ero lì durante il cesareo e sapevo di essere a un passo dalla morte. Ho pensato ‘Dio, ti prego, fammi sentire il pianto di mia figlia’. Voglio solo sapere che sta bene e, se per me è arrivato il momento di andare, allora sono pronta“. Aggiungendo infine: “Non avevo paura per niente. Avrei fatto qualsiasi cosa per assicurarmi che mia figlia stesse bene”.

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I ricavi da vendita dell’elettricità generata da un impianto fotovoltaico su tetto sono tassati? Cosa c’è da sapere

Centinaia di migliaia di famiglie italiane hanno installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa con l’obiettivo di abbattere i costi delle bollette elettriche e proteggersi dai rincari energetici. Tuttavia, esiste un tema contabile e fiscale che spesso viene trascurato o compreso solo parzialmente: i proventi derivanti dalla cessione della corrente in eccesso alla rete elettrica nazionale. Moltissimi cittadini sono convinti che qualsiasi somma accreditata dal Gestore dei Servizi Energetici sul proprio conto corrente sia completamente esente da tasse, trattandosi di un semplice recupero spese o di una forma di rimborso. La realtà normativa è decisamente più complessa e articolata.

Esiste una linea di demarcazione molto netta tracciata dall’Agenzia delle Entrate, che separa i rimborsi effettivi dai veri e propri ricavi. Non conoscere questa differenza rischia di esporre i contribuenti a contestazioni, sanzioni e accertamenti fiscali evitabili con un minimo di attenzione in fase di dichiarazione dei redditi.

Impianti fotovoltaici, le regola d’oro dei venti kilowatt

Per comprendere la propria posizione fiscale occorre fare riferimento alla categoria di appartenenza della stragrande maggioranza delle installazioni residenziali. Si tratta degli impianti con potenza nominale non superiore a 20 kilowatt, posizionati al servizio dell’abitazione principale o delle sue pertinenze e gestiti da persone fisiche che non esercitano attività d’impresa o professione.

Per questa tipologia di utenza la legge fissa principi chiari. L’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici che viene immediatamente assorbita dagli elettrodomestici di casa non ha alcuna rilevanza fiscale. Questo fenomeno, noto come autoconsumo istantaneo, rappresenta un risparmio privato diretto e non genera alcun tipo di reddito imponibile. Nessuno chiederà mai conto dell’elettricità autoprodotta e autoproducente.

Il discorso cambia radicalmente quando l’energia prodotta supera il fabbisogno del momento e viene immessa nella rete pubblica. In questa fattispecie entra in gioco il contratto sottoscritto con il GSE, ed è proprio la formula contrattuale scelta a determinare se le somme ricevute debbano essere indicate nella dichiarazione dei redditi o meno.

Tra rimborsi esentasse e veri e propri redditi imponibili

Nel meccanismo dello Scambio sul Posto convivono due componenti economiche distinte che devono essere trattate in modo opposto dal punto di vista tributario. La prima componente è il contributo in conto scambio, cioè la somma che il GSE versa a titolo di ristoro o compensazione per l’energia che il cittadino ha dovuto prelevare dalla rete durante le ore notturne o nei momenti di scarsa insolazione. Questo importo ha la natura giuridica di una restituzione di costi sostenuti e, pertanto, non costituisce reddito ed è totalmente esentasse.

La seconda componente riguarda la liquidazione delle eccedenze. Quando nell’arco dell’anno solare la quantità complessiva di energia immessa nella rete supera la quantità di energia prelevata, l’utente può richiedere al GSE il pagamento del controvalore finanziario di tale esubero. Questa somma non rappresenta più un rimborso di spese precedentemente sostenute, ma una vera e propria vendita di merce.

Di conseguenza, per l’Agenzia delle Entrate la liquidazione dell’eccedenza costituisce un guadagno tassabile a tutti gli effetti. Il fisco la inquadra giuridicamente tra i redditi diversi, precisamente come provento derivante da attività commerciale svolta in via occasionale.

Una situazione del tutto analoga si verifica per chi ha attivo un contratto di Ritiro dedicato oppure cede l’energia tramite le forme di tariffa omnicomprensiva. Nel Ritiro Dedicato non viene effettuato alcun conguaglio tra immissioni e prelievi; ogni singolo kilowattora immesso nella rete viene acquistato e pagato dal GSE. Tutti i bonifici accreditati durante l’anno al proprietario dell’impianto rappresentano corrispettivi di vendita e devono essere dichiarati e sottoposti a tassazione ordinaria IRPEF.

Il principio di cassa e la corretta compilazione del modello

Un errore molto comune commesso dai proprietari di impianti fotovoltaici riguarda le tempistiche e i criteri di imputazione delle somme da dichiarare. Il regime dei redditi diversi si basa sul rigido principio di cassa: conta esclusivamente la data in cui il denaro è stato accreditato sul conto corrente bancario e non l’anno in cui l’energia è stata effettivamente prodotta o immessa in rete.

Se il GSE versa le eccedenze o i corrispettivi del Ritiro dedicato nel corso di un determinato anno solare, quell’importo deve trovare spazio nella dichiarazione dei redditi da presentare nell’anno successivo. L’ammontare lordo incassato concorre alla formazione del reddito complessivo del contribuente e viene tassato secondo gli scaglioni progressivi IRPEF individuali.

Operativamente, la trascrizione dei dati dipende dalla tipologia di modello utilizzato per l’adempimento fiscale. Chi presenta il Modello 730 deve riportare l’importo totale lordo percepito all’interno del Quadro D, indicandolo nello specifico rigo D5 e selezionando il codice identificativo numero uno. Per coloro che compilano il Modello Redditi Persone Fisiche, la casella di riferimento è posizionata all’interno del Quadro RL, precisamente al rigo RL14.

La trasmissione automatica dei dati e come evitare errori

Il margine di distrazione o di omessa dichiarazione si è ridotto drasticamente a seguito dell’inasprimento dei controlli e dell’integrazione delle banche dati pubbliche. Il GSE invia periodicamente all’Anagrafe Tributaria la rendicontazione analitica di tutti i pagamenti effettuati verso i cittadini privati per la cessione di energia elettrica.

Queste informazioni vengono elaborate dall’Agenzia delle Entrate per la predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata. Il contribuente trova spesso tali somme già inserite automaticamente nei quadri di riferimento, oppure segnalate tra i fogli informativi allegati alla precompilata.Tuttavia, l’automatizzazione non solleva il cittadino dalla responsabilità finale sulla correttezza delle cifre indicate. È fondamentale verificare che gli importi corrispondano esattamente a quanto erogato e che non siano state inserite per errore le quote relative al contributo in conto scambio, che devono restare esenti.

Per effettuare una verifica puntuale senza margine di errore, è sufficiente accedere alla propria Area Clienti sul portale informatico del GSE utilizzando le credenziali digitali personali SPID o la Carta d’Identità Elettronica. Consultando la sezione dedicata ai documenti e alle comunicazioni ufficiali, è possibile scaricare il prospetto riepilogativo dei redditi diversi o la relativa Certificazione Unica. Il documento riporta la cifra esatta da controllare o inserire nel modulo di dichiarazione, garantendo la piena regolarità fiscale del proprio impianto domestico.

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“Il riscaldamento globale sta già accelerando. Accanto al governo serve un Comitato di esperti ma non ce lo fanno fare”

“Che il riscaldamento globale abbia cambiato passo da una decina di anni a questa parte non è un’opinione, ma purtroppo un risultato scientifico robusto, come mostriamo in uno dei nostri studi. Si è passati da quasi 2 decimi di grado di aumento della temperatura globale ogni decennio prima del 2013-2014 a quasi 4 decimi di grado: praticamente un raddoppio della rapidità di aumento”. Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), cerca di dare una ragione scientifica ed esaustiva all’impennata delle temperature che stiamo vivendo. “La situazione è preoccupante, perché non c’è stato un analogo salto nella quantità di CO2 in atmosfera; sembra che comincino a farsi sentire altri fattori antropici e certi feedback (retroazioni) di quanto abbiamo innescato, per esempio sulle proprietà di riflettività del pianeta”, dice l’esperto a ilfattoquotidiano.it.

In città sembra esserci il lockdown per il caldo, al mare si va solo mattina presto e sera, le montagne franano. Che fare in questo scenario dove il caldo sembra non dare tregua?
Il cambiamento climatico è un fenomeno globale, che però si estrinseca con caratteristiche diverse a seconda delle varie regioni del mondo. La nostra Italia, tutto il bacino del Mediterraneo e gran parte dell’Europa sono colpite in particolare dall’espansione verso nord della circolazione equatoriale e tropicale attraverso gli anticicloni africani, che nella nostra zona rappresentano proprio l’ “impronta digitale” del riscaldamento globale di origine antropica. In questa situazione, nessuno è esente da problemi, per le ondate di calore sicuramente, ma anche per le precipitazioni violente che arriveranno quando entreranno correnti più fredde con le perturbazioni autunnali.

Per contrastare il caldo dobbiamo adattarci. Qual è il modo più virtuoso? Il condizionatore rischia di innescare un circolo vizioso?
Vista l’inerzia del clima dobbiamo capire che, anche se dovessimo agire prontamente per stabilizzare la temperatura globale, situazioni come la attuale ce le ritroveremo anche in futuro almeno per alcuni decenni. Dobbiamo quindi cercare di adattarci al meglio, ma non con soluzioni tampone che rischiano di aggravare la crisi climatica di lungo periodo. Nessuno vuole demonizzare i condizionatori: per le persone fragili sono un dispositivo salvavita. Tra l’altro, se l’energia che essi usano fosse prodotta con le rinnovabili e senza emissioni, le loro controindicazioni si ridurrebbero all’aria calda che immettono all’esterno.

Piantare alberi, invece?
Diverso è il discorso per l’aumento del verde urbano, che è una misura strutturale win-win (doppiamente vincente) perché agisce in maniera positiva sia per l’adattamento che per la mitigazione (gli alberi sono assorbitori di CO2). Inoltre, più verde nelle nostre città significa non solo diminuire la temperatura, ma avere anche suolo che riesce ad assorbire una buona parte delle piogge violente che sempre più ci colpiscono, contrariamente all’asfalto e al cemento che fanno scorrere l’acqua in superficie, con le nostre strade che diventano dei fiumi in piena.

Oltre all’adattamento, serve la mitigazione, ovvero la riduzione delle emissioni. Quali sono le misure che andrebbero prese subito?
Con l’adattamento gestiamo l’inevitabile, con la mitigazione dobbiamo evitare l’ingestibile, cioè scenari climatici molto peggiori in cui sarebbe difficilissimo difendersi e adattarsi. Nella situazione attuale, l’Europa dovrebbe ancora di più fare rete sulle rinnovabili, mettendo insieme le competenze e le strutture dei vari Paesi in un network intelligente che consenta anche l’indipendenza energetica del continente. Non arretrare sul Green Deal significa anche maggiore competitività in una situazione internazionale in cui alcuni Paesi, primo tra tutti la Cina, stanno sviluppando tecnologie verdi molto promettenti. Se noi continuiamo a frenare sulle rinnovabili, rischiamo di passare da una dipendenza estera a un’altra.

Venendo all’Italia, l’estate torrida può spingere la politica a presentare soluzioni per mitigare il cambiamento climatico? E perché la questione dei costi dei disastri causati dalla crisi climatica non diventa un grande tema da cui partire?
Solitamente si dice che le azioni ambientalmente utili non portano voti: credo che oggi, visto che il caldo colpisce tutti, la situazione sia cambiata, almeno per le azioni di adattamento. Negli ambienti economici poi, si inizia a essere molto preoccupati per le conseguenze economiche. A livello di governo del Paese, infine, credo si sia ormai capito che non possiamo più essere dipendenti così fortemente da Paesi inaffidabili e conflittuali, come oggi avviene per le nostre forniture di petrolio e gas. Tutto questo converge verso la messa in opera di azioni rapide ed efficaci.

Perché il nucleare non è la soluzione?
In questo quadro, il nucleare non può essere sicuramente rapido, perché i piccoli reattori sono poco più che sperimentali e producono un decimo dell’energia di quelli convenzionali, per cui occorrerebbe anche decuplicare i siti dove metterli, in un Paese che chiaramente non li vuole. Per le rinnovabili, vanno incentivati gli impianti distribuiti e le comunità energetiche, insieme all’eolico off-shore. Per gli impianti fotovoltaici si devono utilizzare tutte le aree meno impattanti, limitando i pannelli sui campi a quelli in cui si possa fare agri-voltaico: ad esempio sui terreni aridi in cui ci siano sinergie tra produzione di energia e attività agricole.

L’attuale governo, purtroppo, non parla apertamente di crisi climatica e agisce male e senza alcun piano strategico. Avremmo bisogno di un comitato scientifico che indichi cosa fare?
Noi scienziati del clima vorremmo che i dibattiti su questi temi non fossero ideologici, ma basati su un principio di realtà, cioè su dati e risultati scientifici. Non abbiamo nessuna intenzione di “rubare” il lavoro ai politici. Inoltre, il clima è un sistema complesso che bisogna conoscere, altrimenti si agisce come se fossimo in un sistema semplice e rischiamo di fare dei guai, ad esempio tamponare un’emergenza attuale e andare ad aggravare la crisi di lungo periodo. Cosa è successo dopo lo scoppio della guerra in Ucraina? Oddio, ci manca il gas russo! E il nostro governo, invece di sbloccare 60 GW di progetti di rinnovabili, ha voluto che diventassimo un hub del gas, con tutte le difficoltà della scelta, aggravando ancor più la crisi climatica di lungo periodo. Ecco perché abbiamo proposto la costituzione di un Consiglio scientifico che potesse essere un organo di consulenza indipendente per Governo e Parlamento, con esperti di cambiamento climatico e dei suoi impatti nei vari settori. Ma, per ora, non ce lo hanno fatto fare.

La crisi climatica non ha colore politico. Tuttavia, possiamo dire che le soluzioni alla crisi siano davvero politicamente neutre?
Io dico sempre che il clima non ha colore. Dopo aver accettato la realtà scientifica, si può discutere sulle soluzioni, che ovviamente risentono delle posizioni politiche. Ma, in un sistema con inerzia come il clima, è fondamentale che alcune azioni di contrasto di base vengano portate avanti con continuità, qualunque forza politica sia al governo. Sarebbe fondamentale che questo tema fosse al centro del dibattito politico in vista delle prossime elezioni: ne va del nostro futuro.

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Intelligenza artificiale e disabilità, l’esperto: “Sta già falciando posti di lavoro. Per le persone più fragili si profila uno scenario di esclusione”

L’intelligenza artificiale può agevolare l’inclusione nel mondo del lavoro per le persone con disabilità o invece rischia di creare ulteriori barriere e difficoltà a livello di nuovi posti di lavoro disponibili? Partendo da questa domanda, ilfattoquotidiano.it ha analizzato novità, prospettive e scenari contattando Marino Bottà, uno dei massimi esperti italiani che si occupa da oltre 50 anni di inserimenti professionali, inclusione lavorativa e formazione aziendale a sostegno dei lavoratori con disabilità motoria, intellettiva, cognitiva e comportamentale. “L’avvento dell’intelligenza artificiale sta già falciando posti di lavoro, riducendo quantitativamente anche quelli riservati alle persone con disabilità”, dice Bottà che, tra le varie cose, è anche presidente dell’Associazione Nazionale Disabilità e Lavoro (Andel). “Purtroppo”, aggiunge, “si sta profilando uno scenario di esclusione delle fragilità e di disoccupazione selettiva legata alle competenze e al potenziale di apprendimento. Serve quindi lo sviluppo di economie locali inclusive e politiche attive adeguate”.

“Qualcuno sostiene che l’ia creerà nuovi posti di lavoro. Vero”, afferma, “ma temo che la gran parte di questi non saranno appannaggio delle persone con disabilità. C’è infatti il rischio evidente che l’ia unita alla robotica avanzata, così come è stato per l’elettronica e l’informatica, penalizzino in primis le persone con disabilità in cerca di lavoro, soprattutto per chi ha una disabilità cognitiva e per chi ha una bassa scolarità, ossia oltre il 70% degli iscritti al Collocamento Disabili. Molte attività svolte da queste persone”, aggiunge l’esperto che vive a Lecco, “assemblaggio, confezionamento, cernita, sono già oggi svolte da macchine automatiche, dai robot o delocalizzate o acquistate sul mercato globale. Prossimamente sarà ancora peggio”. È una realtà molto complessa e a volte assai penalizzante con cui cominciare a fare i conti, non solo per tutelare le persone con disabilità ma tutti i cittadini più vulnerabili.

“Quanti lavoratori disabili troveranno una collocazione in questo scenario? Infinitamente pochi rispetto a quelli che verranno soppressi dal connubio fra robotica e ia”, dichiara Bottà. “Grazie all’ia e ai robot umanoidi, le aziende potranno scaricare le contraddizioni che si creeranno, come fasce di cittadini disoccupati e l’eccesso di tempo non impegnato, sullo Stato che dovrà farsi carico di una massa crescente di persone socialmente escluse”. La situazione italiana, dove già adesso meno di una persona con disabilità su tre ha un lavoro, è drammatica.

Per donne e uomini con gravi disabilità, in particolare intellettive e cognitive, si prospetta “un futuro difficilissimo”. Da una disamina dei dati presentati dalle Relazioni al Parlamento che vanno dal 2013 al 2023, riporta Bottà, si deduce che in 10 anni sono state collocate 401.847 persone, con una media annuale di 40.184, che rapportate al numero degli iscritti al collocamento corrisponde ad una percentuale misera del 4,01%. Di questi però, ben 336.448, pari all’83,72%, perde il posto di lavoro entro 12 mesi. Conservano il posto di lavoro solo il 16,28% pari a 65.399 persone, con una media annuale di circa 6.500 inserimenti. Bottà evidenzia inoltre che “l’Italia è attualmente al 14° posto al mondo per numero di umanoidi inseriti nel sistema produttivo (100mila unità già operative) e 7° per valore di investimenti. Le ditte che li hanno introdotti dicono che i vantaggi sono innegabili. Le conseguenze per gli aspiranti lavoratori con disabilità sono evidenti e molto penalizzanti”.

Le persone più vulnerabili sono da sempre le più esposte ai rischi di esclusione dai processi produttivi e sono lasciati ai margini della società capitalista perpetuando barriere e disuguaglianze. “Il lavoro inteso come realizzazione e autoaffermazione dell’individuo e della sua autonomia, come sviluppo della creatività, intelligenza, strumento facilitatore di collaborazione e solidarietà fra uomini, tutto ciò è oramai sul viale del tramonto”, denuncia il numero uno di Andel. A questa “crisi etica” si aggiunge l’acceleratore sociale ricco di contraddizioni come il deficit di natalità, l’invecchiamento della popolazione, la carenza di manodopera, il mismatch. “Le banche, le assicurazioni, le società finanziarie, le compagnie telefoniche, particolarmente sensibili al profitto, si sono immediatamente messe all’opera per ridurre i costi del personale e di conseguenza la quota di posti riservati alle persone disabili”, attacca Bottà. “Non sono mai stato contrario alle innovazioni tecnologiche, anzi. Ma quando servono all’uomo per migliorare la sua qualità di vita, non quando sono al servizio del potere per condizionarlo, escluderlo e sottometterlo”.

Un quadro nero quello analizzato dall’esperto. “Il sistema pubblico di collocamento ha ampiamente dimostrato negli anni di essere inefficace e incapace di affrontare i cambiamenti”, afferma Bottà. “Si è sempre più ingessato e avvolto nella burocrazia isolandosi dal contesto sociale, dai bisogni emergenti e incapace di produrre politiche attive adeguate. La classe politica ha ampiamente dimostrato che non è in grado di affrontare un tema così complesso. A dimostrazione, ad esempio, è l’atteggiamento dell’attuale ministra del Lavoro, che dopo essersi tenuta la delega sulla gestione della Lg 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” non ha finora fatto praticamente nulla”.

Che fare quindi oggi? “Dopo 55 anni di impegno per l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità”, conclude Bottà, “so che bisogna riformare la legge 68 e il sistema di collocamento pubblico, formare il personale dedicato dei servizi, della scuola, delle aziende, sviluppare un welfare reale di prossimità, superare l’atteggiamento culturale che mira a parole all’inclusione e non al diritto di partecipazione per tutti. Detto questo, so che il futuro sarà inevitabilmente subordinato dalla tecnologia. Da esperto di disabilità/lavoro purtroppo non sono per niente ottimista”, conclude, “posso solo proporre suggerimenti per una maggior tutela delle persone, favorire la diffusione di buone pratiche, di sperimentazioni e strategie che vadano a salvaguardare quanto abbiamo faticosamente guadagnato”.

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L’IA fa crescere le disuguaglianze sociali: “Colpisce le classi meno sindacalizzate, penalizza i settori tradizionali e limita l’autonomia degli Stati”

Ormai da anni l’impatto dell’IA sulle disuguaglianze sociali è uno dei temi principali che si legano alle incertezze, speranze e paure di milioni di lavoratori per il proprio futuro. Due report pubblicati l’ultima settimana di Luglio 2026 da Indeed e dal giornale del partito comunista cinese Qiushi, confermano ciò che in realtà molti prevedevano già da tempo: lo sviluppo dell’IA tende a creare mercati a due velocità, che rischiano di esacerbare la pesante diseguaglianza socioeconomica già presente nella società.

Il report pubblicato da Indeed , che si focalizza sul mercato del lavoro nello UK e sulle assunzioni a partire dal gennaio 2025, descrive come la recente crescita di posti di lavoro nel Regno Unito sia spinta dall’offerta lavorativa per sviluppatori e informatici esperti con mansioni direttamente legate allo sviluppo dell’IA.

Al contrario sono in netto calo i posti di lavoro destinati a figure amministrative, nella contabilità e nel marketing, e ai giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. I dati forniti da Qiushi riguardano invece la competitività aziendale interna alla Repubblica Popolare, ed evidenziano come le principali aziende cinesi legate all’IA stiano raggiungendo picchi di crescita sempre più elevati in termini di profitti e investimenti mentre le aziende più piccole e quelle legate a settori più tradizionali, come il settore agricolo o l’automotive, sono in una fase di stagnazione o in rallentamento. Questo mercato a due velocità sarebbe in parte responsabile, secondo Qiushi, del rallentamento della crescita dell’economia cinese.

“Questi dati non sono inattesi – ha dichiarato al FattoQuotidino.it Camilla Lenzi, professoressa titolare del corso di Artificial Intelligence and Socio-Economic Transformations al Politecnico di Milano – e dimostrano che l’IA non distrugge necessariamente il lavoro, ma lo cambia radicalmente dal punto di vista qualitativo. I nostri studi in Europa e in Italia dimostrano infatti che l’introduzione dell’IA porta a una netta perdita della qualità del lavoro, dal punto di vista contrattuale e salariale, contribuendo a un trend in essere collegato anche a scelte politiche e istituzionali”.

Gli effetti della diffusione dell’IA in Europa non colpiscono tutti allo stesso modo, e sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda le categorie più precarie e meno sindacalizzate. “In Europa, abbiamo delle leggi abbastanza stringenti per quanto riguarda il salario minimo, con alcune eccezioni tra cui l’Italia – ha continuato Lenzi – per questo, nonostante gli effetti negativi riguardino tutti i lavoratori, a essere colpita in modo più evidente è quella che una volta era considerata la cosiddetta ‘classe media’ e soprattutto quella medio alta. Sono le classi di reddito meno sindacalizzate e con tipologie di lavoro più destrutturato, che sono in aumento. Fa eccezione il livello salariale più alto, oltre il novantesimo percentile, che non subisce effetti negativi.”

“Per quanto riguarda l’Italia– spiega ancora Lenzi- secondo i dati che abbiamo raccolto è chiaro che i lavoratori meno istruiti e con lavori meno professionalizzati sono colpiti in modo più ampio. È da notare che questa tendenza diminuisce quando si vanno a prendere in considerazione aziende ed elementi del distretto industriale italiano più legati al territorio e animati da uno spirito cooperativo, che tuttavia sono in diminuzione”.

Bisogna sottolineare che la diffusione dell’IA non sta esclusivamente agendo da moltiplicatore di diseguaglianze socio-economiche , ma rischia di fare implodere le diseguaglianze politiche a livello internazionale. Come infatti testimonia il report preliminare sugli effetti dell’IA pubblicato lo scorso 1 Luglio dall’ONU, il 90% della potenza di calcolo mondiale risiede negli Stati Uniti e in Cina (rispettivamente 75% e 15%).

L’accesso all’IA a livello mondiale viene dunque controllato da un numero molto limitato di stati e da un numero limitato di aziende. Cosa che renderebbe dipendenti molti stati, anche con economie avanzate, che non avrebbero le esperienze tecniche per governare una tecnologia in continua evoluzione. Questo fenomeno, secondo il report, “potrebbe favorire colpi di stato autoritari e indebolire le istituzioni democratiche”. “Se l’IA continuerà ad evolversi senza regole condivise – ha affermato il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres in seguito alla pubblicazione del report – governi e persone avranno sempre meno controllo. Per questo dico ai governi: non aspettate (…) non possiamo più sostenere di non sapere ciò che stiamo facendo”.

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Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos

“La fase del dialogo è completamente esaurita“. Dalla città di Cali, in una Valle del Cauca dilaniata dal conflitto armato, Abelardo De La Espriella chiude le trattative di pace in corso dal 2016 tra Stato e gruppi armati e promette di “sconfiggere senza tregua il narcoterrorismo e le organizzazioni criminali” che a suo avviso “minacciano la Colombia”. Poi, sulla falsariga del modello salvadoregno, il presidente conferma la costruzione di “mega carceri” per coloro che “rappresentano una maggiore minaccia per la sicurezza del Paese”. El Tigre volta così le spalle alla classe politica e tende la mano alle Forze dell’ordine assicurando “garanzie politiche” affinché “non siano condannate” dalla legge a causa dell'”compimento del loro dovere”. “Questo governo vi proteggerà come va fatto con gli eroi della Colombia”, ribadisce De La Espriella rivolgendosi a militari e agenti di polizia, che hanno l’ordine di “combattere tutte le strutture criminali”.

La reazione militare, tanto temuta dai progressisti, è servita e conta sul sostegno delle forze conservatrici. “Oggi la Colombia recupera la propria autorità e il rispetto le forze militari”, commenta la senatrice Maria Fernanda Cabal (Centro democratico). Della stessa opinione la governatrice della Valle del Cauca, Dilian Francisca Toro, che plaude la priorità data dal nuovo governo alla sicurezza della regione. “Tuttavia – ammonisce – abbiamo bisogno che gli investimenti sul sociale vadano di pari passo con le truppe”. Ma non sarà possibile, visto l’imminente “congelamento della spesa pubblica” che sarà imposto via decreto.

La cerimonia ufficiale di insediamento si è tenuta all’Università di Cali, ma il discorso relativo al piano securitario è stato pronunciato presso il Cantón militar Pichincha, sede della Terza brigata di Cali, alla presenza di cinquecento militari. Il tutto direttamente sorvegliato dall’amministrazione Trump, che ha inviato un B-2 Spirit a sorvolare la città in coordinamento con le Forze aeree locali. L’operazione è stata un primo banco di prova della futura integrazione militare Bogotà-Washington sotto il cappello della coalizione Shield of Americas. Il Dipartimento di Stato ha inoltre stanziato un miliardo di dollari in favore del nuovo alleato come “parte di un pacchetto di sicurezza” iniziale.

Per Washington, i punti chiave dell’alleanza sono la lotta alle “spietate organizzazioni narcoterroriste e criminali” e un’agenda di “crescita economica” che apre a ulteriori investimenti Usa nel Paese. In programma anche “aiuti umanitari” e iniziative di “cooperazione bilaterale in materia di energia nucleare” a scopi “civili e pacifici”. Ma i gruppi armati non si fanno intimidire dal ritorno dello zio Sam e alzano la posta in gioco. “La superbia dell’estrema destra che oggi assume il potere non farà che approfondire la guerra nei territori – si legge in un comunicato diffuso dall’Ejército de liberación nacional (Eln) -. Risponderemo con la stessa violenza armata che verrà applicata nei nostri confronti”.

Anche le dissidenze Farc, contrarie al dialogo di pace, attraverso il loro Stato maggiore centrale, assicurano che le loro unità “non si piegheranno dinanzi a un governo che cerca la via militare”. E rivendicano: “Il controllo delle cordigliere resterà nelle mani del popolo in armi”. Avvisaglie della futura escalation si sono verificate prima e durante l’insediamento, con la presenza di cilindri sospetti sparsi nelle vie del Cauca e droni manipolati dalle guerriglie, oltre al sequestro di un bus carico di 420 chili di nitrato di ammonio che era pronto a esplodere a Cali. Cresce la tensione anche al confine est, quello con il Venezuela, dove il 1° agosto è esplosa un’autobomba davanti a un comando di polizia a Cúcuta. Il malcontento si estende anche ad alcuni settori della popolazione, in particolar modo i sostenitori del Pacto Histórico, che nelle strade di Cali contestavano la linea dura del nuovo governo.

La tensione è cresciuta dopo che il presidente uscente Gustavo Petro ha denunciato una “frode elettorale massiccia e algoritmica” perpetrata attraverso l’azienda israeliana BlackCore e l’agenzia di Intelligence Black Cube, legata al Mossad. I brogli, secondo alcuni orchestrati dalla ditta Thomas Greg & Sons e da altri privati, avrebbero inciso su oltre mille seggi equivalenti a circa 7 milioni di voti. L’ex presidente ha persino presentato una domanda di nullità elettorale, ammessa dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato colombiano, che però si limita a chiedere un’audizione giudiziaria sulle elezioni.

Nello stesso tempo, l’ex candidato presidenziale Iván Cepeda ha nominato un gabinetto parallelo a quello di De La Espriella con la finalità di “contrastare” le decisioni del governo di estrema destra con “solidi argomenti” affinché “nulla di ciò che è stato raggiunto” durante l’unico governo progressista del Paese “vada perduto”. Sottovoce, anche la destra moderata, memore del fallimento del Plan Colombia e delle sue vittime, si dice preoccupata a causa della svolta militare.

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La Sassonia e lo spettro Afd: botte ai 14enni, niente scuola dell’obbligo, abolizione della tv pubblica. Ma l’ascesa degli estremisti sembra irresistibile

Il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt, la AfD nel più recente sondaggio di Infratest-dimap resta al 41%, in testa. Tanto che il suo candidato di punta Ulrich Siegmund si dà già per vincitore, “vicino al popolo” a presentare “la visione eccezionale” di AfD per il Land. La gente, d’altronde, lo osanna come una pop star, incurante della sua partecipazione nel 2023 nella villa Adlon a Potsdam a discutere col leader del Movimento Identitario Martin Sellner piani di “remigrazione”.

Nulla pare bloccarne l’ascesa. Neppure probabilmente il recente episodio che ha visto coinvolto il compagno di partito ed eurodeputato quarantatreenne Arno Bausemer, accusato di aver fermato, parrebbe anche con una mazza da baseball, due ragazzini di 14 anni colpevoli di aver strappato un manifesto elettorale. Ai danneggiamenti anziché una ramanzina dev’essere seguito qualcosa di più, perché uno dei due giovani ha dovuto ricorrere a cure mediche per una lieve commozione cerebrale, un labbro sanguinante ed altre escoriazioni. Il parlamentare, almeno per ora, è protetto dall’immunità parlamentare, ma la polizia indaga. Bausemer ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook: uno striscione dell’AfD era già stato tagliato e distrutto più volte. Insieme a un compagno di partito, ha “colto i giovani sul fatto”, riporta la mdr.

La sezione principale di AfD in Nord-Reno Vestfalia si sta dividendo in due, tanto è accesa la lotta tra ala moderata e quella di estrema destra, appoggiata anche da Alice Weidel. Non pare che nulla possa invece scalfire la corsa del partito in Sassonia-Anhalt; nonostante un programma in cui indica chiaramente come intenda trasformare il Land ed il Paese. Nei primi cento giorni di governo l’obiettivo è trasformare l’istruzione (sotto il profilo dell’integrazione), la cultura, perfino la gestione della tv pubblica. In particolare per quanto riguarda la scuola il partito di estrema destra ipotizza d’altronde la sospensione dell’obbligo scolastico e di consentire di istruire i bambini a casa: l’obiettivo finale è limitare l’inclusione.

Poi la cultura: l’Afd promette di non assegnare più fondi pubblici alla promozione di “arte antitedesca” che rischia di ricordare un po’ il modo in cui il nazismo chiamò la cosiddetta “arte degenerata” che culminò alla fine nella grande mostra di “artisti vietati” che comprendeva tra gli altri Nolde, Kandinsky, Klee e Picasso. Le associazioni che richiederanno finanziamenti, dice il programma dell’Afd, dovranno presentare una dichiarazione di patriottismo. Ovvio che chi fa cultura – direzioni di musei, teatri, fondazioni, luoghi della memoria, associazioni di artisti e organizzazioni culturali – esprima contrarietà alla richiesta di una “svolta patriottica” nella politica culturale e l’allineamento dei finanziamenti pubblici a concetti di identità nazionale. Con una dichiarazione congiunta 27 istituzioni tra cui la Fondazione Bauhaus Dessau, hanno fatto da apripista e nel frattempo si sono unite alla protesta più di 60 altre istituzioni culturali. Infine la radio e la tv regionali pubbliche: l’Afd semplicemente vorrebbe stracciare il contratto e chiudere tutto.

In questo quadro in evoluzione resta che l’unica forza politica che sembra intenzionata a collaborare con l’Afd è l’Alleanza Sahra Wagenknecht, la cui leader – fuoriuscita anni fa dalla Linke – ha offerto di astenersi a un eventuale terzo turno di votazione nel Landtag sul nome di Siegmund. Certo, bisognerà capire quanti voti prenderà Wagenknecht e se entrerà nel Parlamentino del Land. Intanto queste vaghe intese a distanza hanno prodotto che la dirigenza nazionale ha imposto a quella locale della Turingia di uscire dalla coalizione con Cdu e Spd.

Il resto dei partiti? Nella Cdu si riduce il fronte del blocco anti-Alternative, ribadito invece chiaramente per la Sassonia-Anhalt dal governatore Sven Schulze (i cristianodemocratici qui sono dati al 24%). Il ministro-presidente – come si chiamano i governatori dei Laender – non lascia nulla di intentato per la rielezione, ricorrendo anche ad una alleanza con altri colleghi per smuovere il governo centrale a non intaccare con la riforma delle pensioni le aspettative all’Est, dove la popolazione è largamente anziana, non abbiente, e conta solo sulla pensione di vecchiaia.

Un retroterra in cui la Spd risente dell’erosione dei consensi ed è al 7% nei sondaggi. Il partito è stato soppiantato nella percezione dell’elettorato dalla AfD come espressione dei lavoratori, nonostante il gioco di prestigio di spostare i termini: non più lotta tra capitalisti ed operai, ma tra piccoli artigiani e immigrati. La base socialdemocratica vuole un cambio di corso, ma la dirigenza a Berlino, fedele ai patti di Governo, non può intraprenderlo. Il vero ago della bilancia, oltre alla Linke al 13% che, pur ponendo condizioni, si dichiara disposta a collaborare con la Cdu per fermare l’AfD, potrebbero essere i Verdi che lottano per il 5%. “Speranza significa: nulla è ancora stato deciso” indica il capo del partito Felix Banaszak, che appoggia la campagna di Susan Sziborra-Seidlitz mentre gira il Land con un taxi, un pulmino Mercedes. Sul veicolo però la foto è la sua.

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I lockdown COVID programmati per ritardare l’immunità naturale fino all’arrivo dei vaccini

Jeffrey Tucker, fondatore del Brownstone Institute e fin dai primi giorni un critico di spicco delle politiche di lockdown per il COVID-19, ha affermato categoricamente che lo scopo delle rigide misure non era proteggere la salute delle persone, bensì ritardare l’insorgenza dell’immunità naturale in modo che il «vaccino» sperimentale, ancora in fase di sviluppo, potesse essere acclamato come la soluzione miracolosa al virus. Lo riporta LifeSite.

 

La sconvolgente affermazione è stata fatta durante una recente puntata del podcast The Brownstone Show con la collega dottoressa Jessica Rose, mentre discutevano delle rivelazioni emerse dalla pubblicazione del diario del dottor Anthony Fauci.

 

«Alti funzionari della FDA [l’ente regolatore del farmaco USA, ndr] e del NIH [l’Istituto di Sanità pubblica americano, ndr] mi hanno detto che una delle ragioni principali del distanziamento sociale, dei lockdown, delle mascherine, dei pannelli in plexiglass, degli ordini di rimanere a casa e di tutto il resto era quella di ritardare l’insorgenza dell’immunità naturale, di ritardare l’aumento dei livelli di sieroprevalenza, di ritardare l’endemicità, fino a quando i vaccini non fossero disponibili», ha affermato Tucker, senza far e i nomi dei funzionari federali che hanno rivelato il vero scopo di questi ordini governativi tirannici.

 

Jeffrey Tucker just revealed that top FDA and NIH quietly admitted the real reason for Covid lockdowns, masking, and social distancing to him.

It sounds like a “wild conspiracy theory.”

But it’s the truth.

The real reason for all of it was to “delay the onset of natural… pic.twitter.com/QPfjvXg2nx

— Brownstone Institute (@brownstoneinst) August 11, 2026

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«Quindi non si trattava solo del fatto che tutte queste… tattiche di ingegneria sociale fossero state ideate per mantenerci in salute. No. Era esattamente il contrario», ha sostenuto il Tucker. «Lo scopo era impedirci di sviluppare una naturale capacità di resistenza al virus, in modo da poter aspettare l’arrivo del vaccino, somministrarlo e sperimentarlo su di noi, per poi prendersi tutto il merito di aver risolto il problema», ha spiegato.

 

Tucker  ha ammesso che la sua dichiarazione suonava come «una folle teoria del complotto, ma era questo che intendevano con “appiattire la curva” (…) “Appiattire la curva” significava prolungare la sofferenza, ritardare la soluzione», ha sottolineato lo studioso.

 

«Sembra una follia finché non la senti raccontare da persone che erano lì sul campo, nelle agenzie, nelle aziende, e che hanno visto tutto questo svolgersi», ha continuato Tucker, aggiungendo:

 

«Diverse fonti hanno confermato, senza ombra di dubbio, che il vero scopo della chiusura delle scuole, delle attività commerciali, degli ordini di rimanere a casa, delle restrizioni di viaggio, di tutto quanto, era quello di ritardare il momento in cui avremmo essenzialmente risolto il problema attraverso l’esposizione naturale e il potenziamento del sistema immunitario».

 

Il Tucker – che, per inciso, è tabarrista e va alla Messa in latino – è fondatore anima del Brownstone Institute.

 

«Quel trauma ha rivelato un fondamentale malinteso, ancora presente in tutti i paesi del mondo, ovvero la disponibilità, da parte di cittadini e funzionari, a rinunciare alla libertà e ai diritti umani fondamentali in nome della gestione di una crisi sanitaria, che nella maggior parte dei paesi non è stata gestita adeguatamente. Le conseguenze sono state devastanti e rimarranno per sempre nella storia», si legge sul sito web dell’istituto.

 

La missione del Brownstone Institute è «comprendere quanto accaduto, capirne le ragioni, scoprire e spiegare percorsi alternativi e cercare riforme per impedire che eventi simili si ripetano. I lockdown e le misure restrittive hanno creato un precedente nel mondo moderno; senza un processo di responsabilizzazione, le istituzioni sociali ed economiche saranno nuovamente distrutte».

 

Renovatio 21 collabora con il Brownstone Institute, con diversi articoli della testata tradotti nel sito del ramo spagnuolo dell’Istituto, e viceversa vari pezzi sia spagnuoli che americani tradotti e pubblicati su queste colonne.

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La moglie del CEO di Anthropic aveva proposto a Epstein un’azienda di «pornografia di lusso»

Mentre Anthropic si prepara a quella che potrebbe diventare la più grande IPO (offerta pubblica iniziale di borsa) della storia, con una valutazione stimata oltre i 2.000 miliardi di dollari, un’inchiesta del Wall Street Journal pubblicata giovedì punta i riflettori su una figura che, pur non comparendo in alcun organigramma né documento societario, avrebbe esercitato una notevole influenza sull’amministratore delegato Dario Amodei: sua moglie, Cami Clark.

 

Secondo la ricostruzione del giornale, la Clark avrebbe affiancato Amodei per cinque anni come consulente strategica informale, senza percepire uno stipendio né ricoprire un titolo ufficiale. Il WSJ segnala inoltre come i riferimenti pubblici al matrimonio siano stati progressivamente rimossi dal web: la voce Wikipedia di Amodei non menzionava l’unione fino a questa estate e tuttora non riporta il nome della moglie, mentre persino Claude, interrogato sullo stato civile del suo creatore, risponderebbe in modo evasivo.

 

L’inchiesta ricostruisce anche il percorso personale della Clark: un primo matrimonio nel 1999, a vent’anni, con l’architetto di Reno Waldemar Eklof III, poi finito dopo tre anni. Attorno al 2010, insieme a Michelle Capocefalo, avrebbe fondato Eddice, startup nel settore della produzione pornografica pensata per un pubblico femminile.

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Documenti giudiziari resi pubblici dal dipartimento di Giustizia americano nell’ambito del caso Epstein mostrano che, nel 2011 — meno di due anni dopo la scarcerazione del finanziere per reati legati alla prostituzione minorile — l’agente letterario John Brockman mise in contatto la Clark ed Epstein per discutere di un possibile finanziamento del progetto.

 

Le email agli atti, riportate dal giornale economico neoeboraceno, mostrano un primo scambio cordiale e un secondo contatto l’anno successivo, in cui Epstein — che secondo quanto riferito disse di non ricordarsi di lei — avrebbe comunque risposto con interesse, salvo poi declinare l’investimento specifico spiegando: «Non posso fare televisione a sfondo sessuale». I contatti tra i due sarebbero proseguiti per circa due anni su altri progetti imprenditoriali della Clark.

 

Secondo fonti citate dal WSJ, pur senza un ruolo formale, la Clark parteciperebbe agli eventi pubblici di Amodei e curerebbe le relazioni con investitori a Davos e Sun Valley. Sarebbe stata inoltre lei a presentare ad Amodei l’ex CEO di Google Eric Schmidt — con cui aveva avuto una relazione tra il 2011 e il 2014 — che in seguito avrebbe partecipato al round di finanziamento Serie A di Anthropic da 124 milioni di dollari nel 2021.

 

Nello stesso periodo, la Clark avrebbe proposto a Schmidt un veicolo d’investimento per formalizzare il proprio coinvolgimento nell’azienda, proposta poi respinta dai co-fondatori, tra cui Daniela Amodei.

 

Più di recente, riporta ancora il giornale, la Clark si sarebbe fatta portavoce di posizioni politiche dell’azienda presso alcuni interlocutori, in un momento in cui Anthropic è in contenzioso con l’amministrazione Trump riguardo alle restrizioni sull’uso di Claude da parte del Pentagono.

 

Il WSJ sottolinea che nessuna delle condotte descritte risulta illegale. Tuttavia, con la documentazione riservata già depositata presso la SEC il 1° giugno e una quotazione attesa per ottobre, le norme sulla trasparenza richiedono la divulgazione di eventuali soggetti con influenza significativa sulla governance, anche in assenza di un ruolo formale — un elemento che, secondo l’inchiesta, renderebbe rilevante la posizione di Clark agli occhi dei futuri investitori istituzionali.

 

Secondo alcune fonti, Claude sarebbe stato incorporato nel software di analisi e sorveglianza dell’azienda americana Palantir, impiegato dalle agenzie governative statunitensi nell’ambito dell’iniziativa di Washington per integrare l’IA nei suoi sistemi militari, politici e di Intelligence.

 

Durante la guerra contro l’Iran, il software avrebbe identificato la scuola elementare iraniana di Minab come bersaglio. Un attacco statunitense ha ucciso quasi 160 persone nell’edificio, la maggior parte delle quali bambini.

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Secondo l’Amodei, tuttavia, un utilizzo simile di Claude non avrebbe violato le «linee rosse» dell’azienda. In seguito vi è stato uno scontro con il Pentagono, di cui l’azienda è fornitrice, mentre sui giornali sono apparse accuse secondo cui il modello di Intelligenza Artificiale dell’azienda sarebbe stato utilizzato durante l’operazione per rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro all’inizio di gennaio.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi vi era stato un progressivo deterioramento dei rapporti tra Anthropic e il Pentagono, legato alla volontà del dipartimento della Guerra statunitense di utilizzare l’IA per il controllo di armi autonome senza le garanzie di sicurezza che l’azienda ha cercato di imporre.

 

Come riportato da Renovatio 21, settimane fa Anthropic ha dichiarato di aver disabilitato l’accesso ai suoi modelli di IA più avanzati, Fable 5 e Mythos 5, in seguito a un ordine governativo di sospendere l’accesso ai cittadini stranieri. Secondo quanto comunicato in precedenza, Mythos sarebbe in grado di penetrare i sistemi informatici con una facilità mai vista.

 

Amodei, ha più volte espresso gravi preoccupazioni sui rischi della tecnologia che la sua azienda sta sviluppando e commercializzando. In un lungo saggio di quasi 20.000 parole pubblicato il mese scorso, ha avvertito che sistemi AI dotati di «potenza quasi inimmaginabile» sono «imminenti» e metteranno alla prova «la nostra identità come specie».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato l’Amodei ha dichiarato che l’AI potrebbe eliminare la metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi di livello base entro i prossimi cinque anni.

 

Mesi fa Mrinank Sharma, fino a poco prima responsabile del Safeguards Research Team presso l’azienda sviluppatrice del chatbot Claude, ha pubblicato su X la sua lettera di dimissioni, in cui scrive che «il mondo è in pericolo. E non solo per via dell’Intelligenza Artificiale o delle armi biologiche, ma a causa di un insieme di crisi interconnesse che si stanno verificando proprio ora».

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha citato il recente rilascio controllato di Claude Mythos Preview da parte di Anthropic, descritto come «un modello di Intelligenza Artificiale avanzato con eccezionali capacità informatiche». Secondo il FMI, Mythos sarebbe in grado di individuare e sfruttare vulnerabilità in tutti i principali sistemi operativi e browser web, «anche se utilizzato da utenti non esperti».

 

Anthropic è l’azienda di IA coinvolta direttamente dal Vaticano nel lancio della nuova Enciclica Magnifica Humanitas.

 

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Nuovo studio smentisce la propaganda LGBT secondo cui le leggi «anti-trans» causerebbero il suicidio

Un nuovo commento pubblicato sulla rivista scientifica Nature Human Behaviour solleva dubbi sulla solidità di uno studio, realizzato dai ricercatori del Trevor Project, che aveva collegato l’introduzione di leggi statali restrittive nei confronti delle persone transgender a un aumento dei tentativi di suicidio tra adolescenti transgender e non binari.

 

Lo studio originale, condotto su dati raccolti da oltre 61.000 giovani transgender e non binari negli Stati Uniti su un arco di cinque anni, aveva concluso che le leggi statali definite «anti-transgender» avrebbero fatto aumentare fino al 72% i tentativi di suicidio nell’ultimo anno tra i giovani coinvolti, dopo aver controllato per altri fattori.

 

Secondo quanto riportato dal sito The College Fix, un gruppo di studiosi guidato da Kathleen Kerr, direttrice del dipartimento di biostatistica dell’Università di Washington, ha pubblicato sulla stessa rivista un commento che ridimensiona la portata dei risultati originali. Kerr ha spiegato che l’effetto più significativo individuato dallo studio — quello registrato a due e tre anni dall’entrata in vigore delle leggi — derivava in larga parte dai dati di un solo Stato, l’Idaho, che aveva contribuito con poche centinaia di partecipanti.

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Le due leggi dello Stato in questione, riguardanti lo sport scolastico e i certificati di nascita, non sarebbero mai entrate pienamente in vigore o sarebbero state bloccate dai tribunali poco dopo l’approvazione.

 

Kerr ha inoltre criticato la scelta metodologica di utilizzare come gruppo di controllo tutti gli stati privi di leggi simili, senza tenere conto delle differenze geografiche e culturali rispetto agli stati che le avevano approvate.

 

Gli autori dello studio originale hanno replicato che, anche qualora le leggi dell’Idaho non avessero avuto un impatto diretto e immediato, il dibattito pubblico e politico che le ha accompagnate potrebbe comunque aver avuto conseguenze sui giovani coinvolti, ed eventuali effetti potrebbero essersi protratti anche durante le fasi di sospensione giudiziaria.

 

La controversia si inserisce in un dibattito scientifico e politico più vasto sulla qualità delle evidenze disponibili in materia di medicina di genere per i minori. La Cass Review, la revisione indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale britannico e pubblicata nel 2024, aveva già rilevato che gran parte della ricerca esistente sul tema poggia su basi metodologiche deboli, tali da non garantire, a suo avviso, una base solida per le decisioni cliniche.

 

Nello stesso filone, uno studio condotto in Finlandia su oltre duemila giovani che si erano rivolti a servizi di transizione di genere tra il 1996 e il 2019 ha riscontrato tassi di disagio psichiatrico più elevati rispetto a un gruppo di controllo, sia prima sia dopo l’eventuale percorso di transizione.

 

Il tema resta oggetto di forte contrapposizione tra chi sostiene la necessità di un accesso rapido alle cure di affermazione di genere per tutelare la salute mentale dei giovani transgender, e chi — comprese alcune persone che hanno interrotto il proprio percorso di transizione — chiede maggiore cautela, sottolineando la mancanza di studi longitudinali solidi e casi di conflitti d’interesse economici segnalati in alcune cliniche, come emerso in un’inchiesta giornalistica che fece scoppiare uno scandalo 2022 relativo al centro medico della Vanderbilt University.

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In Italia non esistono dati ufficiali, sistematici e verificati sui suicidi (né sui tentativi di suicidio) legati specificamente alle persone transgender.

 

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS), attraverso il Centro di riferimento per la medicina di genere, riconosce apertamente la carenza di dati. Personale ISS sostiene che in Italia non esistono dati aggiornati sulla popolazione transgender: quelli disponibili risalgono a circa dieci anni fa e si basano su un sottogruppo della popolazione.

 

I dati ISTAT/ISS sul suicidio in Italia in generale sono solidi (circa 3.800-4.000 casi l’anno, con dettaglio per sesso, età, regione), ma non registrano l’identità di genere come variabile, quindi non è possibile ricavarne un tasso specifico per la popolazione trans.

 

L’ISS gestisce anche il portale istituzionale per i «diritti e la tutela del’identità di genere» (sic) Infotrans con informazioni sanitarie e giuridiche, ma senza un registro epidemiologico nazionale dedicato al suicidio in questa popolazione.

 

Siti del gayismo organizzato e testate generaliste  riportano periodicamente il tema, spesso in occasione di casi di cronaca (come la morte di un giovane transessuale nel 2025) o del Transgender Day of Remembrance (TDOR), citando perlopiù dati internazionali  più che italiani.

 

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Morte improvvisa di una diciannovenne è stata collegata a un popolare farmaco dimagrante GLP-1

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Josephine Nasr, una studentessa di giurisprudenza diciannovenne dell’Università dell’East London, è morta a causa dell’assunzione di un popolare farmaco dimagrante a base di GLP-1, secondo quanto emerso da un’inchiesta a Londra. Josephine Nasr, residente in California e studentessa all’estero, è stata colpita da un’aritmia cardiaca fatale dopo aver riferito alla famiglia di avvertire nausea e vomito. Il suo medico, che risiedeva in California, le aveva prescritto il farmaco, nonostante la ragazza non fosse obesa.

 

Un’adolescente californiana che studiava a Londra è morta mentre assumeva un popolare farmaco dimagrante a base di GLP-1, secondo quanto emerso da un’inchiesta condotta a Londra.

 

Josephine Nasr, una studentessa di giurisprudenza diciannovenne dell’Università dell’East London, è morta a causa di un’aritmia cardiaca fatale. È stata trovata senza vita nella sua stanza del dormitorio il 23 settembre 2025, pochi giorni dopo essere tornata a Londra dalla sua casa nel sud della California, secondo quanto riportato per primo dal Daily Mail.

 

Nell’estate del 2025, un medico californiano prescrisse a Nasr la tirzepatide, nonostante il suo indice di massa corporea la classificasse come sovrappeso e non obesa, secondo quanto emerso dall’inchiesta.

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Una bottiglia vuota del farmaco è stata trovata nella stanza di Nasr quando è stata scoperta morta. Eli Lilly vende il tirzepatide con i marchi Mounjaro, per il diabete di tipo 2, e Zepbound, per la gestione cronica del peso.

 

Secondo le prove presentate il 3 agosto presso il tribunale del coroner di East London, Nasr ha parlato con i suoi genitori e sua sorella intorno alle 20:30 della sera della sua morte. Ha detto loro di aver avuto nausea e vomito.

 

I familiari, che si stavano preparando per un viaggio in Egitto, si preoccuparono per le sue condizioni e la incoraggiarono a prendere un po’ d’aria fresca. Sua sorella, particolarmente preoccupata che Nasr potesse disidratarsi, contattò un medico privato per organizzare una flebo.

 

Quando la sorella tentò in seguito di contattare Nasr telefonicamente senza ricevere risposta, si rivolse alla sicurezza dell’università e richiese un controllo per accertarsi delle sue condizioni.

 

Nel momento in cui la sorella riuscì a contattare un membro del personale di sicurezza, un’infermiera era già arrivata nel campus per somministrare la flebo. Il personale di sicurezza accompagnò l’infermiera al dormitorio di Nasr. Non avendo ricevuto risposta alla porta, entrarono nella stanza e trovarono Nasr disteso sul pavimento del bagno.

 

Sono stati allertati i servizi di emergenza, ma il servizio di ambulanza di Londra ne ha constatato il decesso sul posto.

 

L’autopsia, condotta dal patologo e autore dr. Alan Bates, ha rivelato che Nasr soffriva di una cardiopatia congenita nota come ponte miocardico, che può influenzare il flusso sanguigno attraverso il cuore e potrebbe aver contribuito all’aritmia fatale.

 

Bates ha inoltre dichiarato durante l’inchiesta che il tirzepatide può causare nausea e vomito. Il vomito grave, ha spiegato, può contribuire all’ipoglicemia, ovvero a livelli di zucchero nel sangue anormalmente bassi, e a uno squilibrio elettrolitico.

 

Secondo lui, questo tipo di squilibrio può innescare un ritmo cardiaco anomalo e la patologia cardiaca di base di Nasr potrebbe aver aumentato il rischio.

 

«Era una giovane donna in buona salute», ha detto Bates. Il medico legale Graeme Irvine ha concluso che la morte di Nasr è stata causata sia dalla sua cardiopatia congenita sia dalla terapia a base di tirzepatide.

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Pediatra: la morte di Nasr è stata una «tragedia evitabile».

La dottoressa Michelle Perro, coautrice di What’s Making Our Children Sick?  («Cosa fa ammalare i nostri bambini?»), che da tempo solleva preoccupazioni sull’uso di farmaci in età pediatrica, ha definito la morte di Nasr una «tragedia evitabile». Il medico californiano di Nasr le aveva prescritto un farmaco con effetti collaterali noti, presumibilmente per trattare un sintomo senza affrontare la causa principale.

 

Questi effetti collaterali «hanno innescato una reazione a catena fatale», ha dichiarato Perro a The Defender. «Questo è l’incubo che il boom del GLP-1 ha sempre comportato, e dovrebbe essere un campanello d’allarme: questi farmaci non sono una buona idea per i giovani».

 

La dottoressa Perro, pediatra, si è detta «così allarmata» dal fatto che i farmaci per la perdita di peso fossero stati approvati per i bambini, da aver scritto un opuscolo per mettere in guardia i genitori sui rischi.

 

Il documento informativo cita potenziali effetti negativi sulla salute dei giovani, tra cui problemi gastrointestinalipancreatitemalattie della cistifelleatumori alla tiroidecarenze nutrizionalirischi per la salute mentale ed effetti a lungo termine sconosciuti, poiché non sono ancora stati condotti studi a lungo termine.

 

Alcuni pazienti che assumono farmaci a base di GLP-1 hanno anche segnalato che tali farmaci hanno causato carie dentale e anoressia.

 

Le prescrizioni di GLP-1 per i bambini aumentano vertiginosamente dopo la raccomandazione dell’AAP

Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), circa il 20% dei bambini e degli adolescenti statunitensi soffre di obesità cronica.

 

Nel dicembre 2020, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato il farmaco GLP-1 Saxenda per il trattamento dell’obesità nei bambini dai 12 anni in su. Nel 2022, l’agenzia ha approvato Wegovy per la stessa fascia d’età.

 

Settimane dopo, nel gennaio 2023, l’ American Academy of Pediatrics (AAP) ha pubblicato nuove linee guida sull’obesità infantile, raccomandando una diagnosi precoce e un trattamento aggressivo, inclusi farmaci per la perdita di peso per i bambini obesi a partire dagli 8 anni e una consulenza per la chirurgia bariatrica per i bambini con obesità grave a partire dai 13 anni.

 

Nel 2025, un’inchiesta del BMJ ha portato alla luce legami finanziari non dichiarati tra l’AAP e le principali aziende farmaceutiche produttrici dei farmaci dimagranti di maggior successo. L’analisi del BMJ ha riscontrato legami finanziari con l’industria tra i membri dell’AAP, inclusi coloro che hanno redatto le linee guida, coloro che le hanno revisionate e l’organizzazione nel suo complesso.

 

Prescrivere questi farmaci a bambini di età inferiore ai 12 anni costituisce un uso non conforme alle indicazioni approvate dall’AAP.

 

Poco dopo la pubblicazione delle raccomandazioni dell’AAP, le prescrizioni di farmaci GLP-1 per quelle fasce d’età sono aumentate vertiginosamente, con un incremento del 38% nel primo anno successivo alla modifica. MedPage Today ha riportato che le prescrizioni di due di questi farmaci sono aumentate del 700%.

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Oltre 150 decessi collegati ai farmaci GLP-1

Secondo i dati dell’Agenzia britannica per la regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (MHRA), che raccoglie informazioni sulle reazioni avverse spontanee e sospette ai farmaci, oltre 150 decessi nel Regno Unito sono stati collegati alle iniezioni di GLP-1.

 

Il BMJ ha riportato la ripartizione di tali decessi per nome del farmaco: al 7 luglio:

 

  • Sono stati segnalati 98 decessi a seguito dell’assunzione di tirzepatide.
  • Almeno 37 decessi sono stati associati alla semaglutide, prodotta da Novo Nordisk e venduta con il marchio Ozempic/Wegovy.
  • Diciannove decessi sono stati collegati alla liraglutide, venduta con il nome commerciale Victoza e prodotta anch’essa da Novo Nordisk.

 

Tuttavia, il BMJ ha fatto riferimento a cifre presenti in altre sezioni del sito web dell’MHRA che suggerivano un numero reale di decessi superiore, senza però fornire il link alla pagina web dell’MHRA contenente tali cifre più elevate.

 

Negli Stati Uniti, la FDA ha recentemente avvertito Novo Nordisk di non aver divulgato correttamente le informazioni sugli eventi avversi, compresi i decessi, relativi ai suoi farmaci per la perdita di peso.

 

In una lettera di avvertimento del 5 marzo, la FDA ha citato cinque casi in cui pazienti che assumevano Ozempic e Wegovy hanno subito un ictus, hanno contemplato il suicidio o sono deceduti, casi che Novo Nordisk non ha segnalato correttamente.

 

Il 4 giugno, Forbes ha riportato che circa il 12% degli adulti statunitensi dichiara di utilizzare farmaci GLP-1 per perdere peso. Si prevede che entro il 2030 quasi il 50% degli adulti negli Stati Uniti sarà obeso.

 

Si prevede che il mercato globale dei farmaci contro l’obesità raggiungerà i 50 miliardi di dollari entro il 2030.

 

Suzanne Burdick

Ph.D.

 

© 13 agosto 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Il vescovo definisce il diavolo «immaginario» e quello contro l’omofobia come l’unico esorcismo necessario

Un vescovo brasiliano ha criticato la consacrazione a San Michele Arcangelo, affermando che il diavolo sarebbe «piuttosto immaginario». Lo riporta LifeSite.

 

«Esistono giustificazioni teologiche per la consacrazione a San Michele? La consacrazione è a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo», ha scritto il vescovo Vicente Ferreira su X la scorsa settimana. «Il diavolo contro cui combattiamo non è forse piuttosto immaginario?», ha aggiunto.

 

«Il più grande esorcismo dovrebbe essere: quello dell’omofobia, del femminicidio, del razzismo, dei crimini contro i popoli indigeni. Di quella legione di mali», concluse, in una dichiarazione originariamente scritta in portoghese.

 

Há justificativas teológicas para Consagração a São Miguel? Consagra-se é a Deus Pai, Filho e Espírito Santo. O diabo que se combate não é muito imaginário? Exorcismo maior deve ser: da homofobia, do feminicídio, do racismo, dos crimes contra indígenas. Dessa legião de maldades.

— Dom Vicente Ferreira (@DomVicenteF) August 8, 2026

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Il messaggio sembra indirizzato a un altro vescovo brasiliano. Lo stesso giorno della dichiarazione di Ferreira, l’arcivescovo di Montes Claros, José Carlos Campos, ha consacrato la propria arcidiocesi a San Michele.

 

Monsignor Ferreira ha ricevuto dure critiche per aver sminuito la devozione a San Michele, invocato dai cattolici per la difesa spirituale contro il diavolo, poiché Dio gli ha attribuito il potere di scacciare il diavolo e i suoi seguaci dal Paradiso.

 

«Qual è la tua religione? Dovresti convertirti al cattolicesimo», ha scritto un utente di X. «Alla tua età, preoccuparsi di queste idiozie “woke” non ti porterà in paradiso. Dovresti pensare a salvare la tua anima».

 

Un utente dei social media ha commentato: «Per questo vescovo, la Chiesa non è in comunione con i santi; il Nunzio Apostolico dovrebbe essere a conoscenza dei post di questo vescovo. In Brasile ci sono già 34 diocesi dedicate a San Michele Arcangelo».

 

L’affermazione di Ferreira secondo cui la «lotta» contro il diavolo è «immaginaria» contraddice in pieno la tradizione della Chiesa, così come trasmessa attraverso le Scritture e la dottrina cattolica. Il vescovo eterodosso ha inoltre dichiarato pubblicamente l’esistenza di un «comunismo biblico».

 

Dom Vicente Ferreira è vescovo della diocesi di Livramento de Nossa Senhora nello stato di Bahia, Brasile, Paese dove il cattolicesimo negli ultimi lustri ha perso milioni e milioni di fedeli a favore delle sette protestanti pentecostali, nelle quali quasi sempre nella natura personale del demonio, e nella lotta quotidiana contro di esso, si crede ancora.

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Tornano alla mente le parole del poeta parigino Carlo Baudelaire (1821-1867), che nel suo poemetto Le Joueur généreux (1864) scrisse che «la plus belle des ruses du diable est de nous persuader qu’il n’existe pas» («il più grande inganno del diavolo è convincerci che non esiste»). In realtà, il Baudelaire l’aveva tratta dal prologo del romanzo Le memorie di un medico (noto anche come Giuseppe Balsamo o in francese Mémoires d’un médecin: Joseph Balsamo) di Alessandro Dumas (1802-1870).

 

La frase è diventata popolarissima a livello globale grazie al film I soliti sospetti (1995), dove viene citata dal personaggio Verbal Kint, interpretato memorabilmente da Kevino Spacey.

 

L’idea è piuttosto sconcertante: il male più efficace non è quello visibile, ma quello che riesce a essere dimenticato o negato. Un pericolo che non viene più ritenuto reale diventa un pericolo senza possibilità di difesa. Questa riflessione si ritrova in molti contesti, al di là di quello teologico: i pregiudizi che ci rifiutiamo di ammettere a noi stessi sono quelli che ci governano maggiormente, le ideologie più distruttive spesso avanzano mascherate, presentate come banali o innocue.

 

In termini spirituali, ciò significa anche che l’opera del Male tende a far celare il suo autore preternaturale, che induce l’uomo stesso a peccare e distruggere, cagionandone la perversione del mondo e un biglietto (o più) per l’inferno. Gli esorcisti raccontano che infatti le possessioni diaboliche sono rare perché si tratta in fondo di un errore strategico dei demoni, che per slancio appetitivo, non resistono alla tentazione di invadere il corpo di un essere umano.

 

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Immagine: Statua dell’arcangelo Michele che sconfigge Satana, Nord Vietnam, XIX secolo, Museo delle civiltà asiatiche, Singapore

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine modificata. 

 

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Epidemie colpiscono Ceuta invasa dai migranti

Nell’enclave spagnola di Ceuta, nel Nord Africa, sono stati segnalati casi di malattie infettive, tra cui gastroenteriti, tra i migranti a partire dall’invasione perpetrata dal vicino Marocco alla fine di luglio.

 

L’Istituto Nazionale per la Gestione Sanitaria spagnolo (INGESA) ha confermato la diffusione di casi di gastroenterite tra i migranti arrivati di recente, secondo quanto riportato venerdì dai media spagnoli. L’agenzia ha inoltre confermato casi di scabbia e impetigine, precisando che entrambe le patologie erano già presenti a Ceuta prima dell’ultimo afflusso di migranti.

 

Tuttavia, l’INGESA ha respinto le affermazioni secondo cui il sistema sanitario di Ceuta sarebbe collassato. L’agenzia ha anche smentito le notizie relative a un’epidemia di tubercolosi, affermando che il caso sospetto è risultato negativo al test

 

L’epidemia si verifica mentre i professionisti sanitari locali avvertono che il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie inadeguate tra le migliaia di migranti che vivono all’aperto potrebbero facilitare un’ulteriore diffusione della malattia. Si dice che molti migranti non abbiano un accesso adeguato all’acqua potabile, ai servizi igienici e alle docce.

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La gastroenterite è un’infiammazione dello stomaco e dell’intestino, solitamente causata da un’infezione virale o batterica, con sintomi quali diarrea, vomito e crampi addominali. La scabbia è un’infestazione cutanea contagiosa causata da acari microscopici che provoca prurito intenso ed eruzione cutanea, mentre l’impetigine è un’infezione batterica della pelle caratterizzata da piaghe che possono rompersi e sviluppare croste giallastre.

 

Oltre 72.000 migranti sono entrati a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio, molti a nuoto o attraversando le barriere frangiflutti costiere: una cifra equivalente a circa il 70 % della popolazione residente dell’enclave. L’afflusso ha messo a dura prova i centri di accoglienza e ha esercitato ulteriore pressione sulle risorse sanitarie e delle forze dell’ordine. La maggior parte di coloro che sono entrati è stata rimpatriata in Marocco, ma si stima che fino a 11.000 persone siano ancora a Ceuta, secondo le autorità locali.

 

L’afflusso ha inoltre alimentato le tensioni all’interno dell’UE, dove la migrazione è da tempo una questione controversa. Ventidue leader europei hanno firmato una lettera accusando la Spagna di minare la sicurezza delle frontiere del blocco, mentre diversi hanno chiesto l’espulsione del Paese dall’area Schengen.

 

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha replicato, definendo le azioni dei suoi vicini europei «egoistiche».

 

Come riportato da Renovatio 21, in molti sostengono che l’invasione sia stata programmata dal Marocco su spinta di Israele (che vorrebbe punire la Spagna per le sue posizioni su Gaza, Libano, UNIFIL etc.) e degli Stati Uniti, che avevano passato leggi proprio su quei territori negli scorsi mesi.

 

Secondo varie testate, terroristi islamici avrebbero approfittato del disordinato afflusso di immigrati clandestini marocchini in Spagna per introdursi in Europa.

 

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Trump scappa nascosto in un carrello per il catering: Israele si è inventato la minaccia di attenato?

La comunità dell’intelligence statunitense nutriva dubbi sulle notizie relative a un complotto iraniano per uccidere il presidente Donald Trump abbattendo l’Air Force One al suo rientro da un vertice NATO in Turchia. Tale valutazione sarebbe stata comunicata all’amministrazione, ma i servizi segreti avrebbero comunque optato per trasferire segretamente Trump su un altro aereo. Lo riporta il Washington Post.

 

I media statunitensi hanno rivelato la storia della manovra clandestina lunedì scorso. Uscendo dall’incontro, Trump è passato bruscamente dal suo nuovo Boeing 747-8, regalatogli dal Qatar, al precedente Air Force One, ma si è scoperto che aveva segretamente lasciato anche quest’ultimo aereo in un camioncino per il catering aeroportuale, per poi volare a bordo di un aereo militare più piccolo diretto nel Regno Unito. Si dice che lì sia risalito a bordo del vecchio Air Force One per dare l’impressione di esserci stato per tutto il tempo.

 

Gli analisti della CIA erano molto scettici riguardo alle informazioni di intelligence su un imminente complotto per assassinarlo e comunicarono tale posizione all’amministrazione. I rapporti sulla minaccia erano «di origine israeliana, non statunitensi, e considerati poco attendibili», ha dichiarato al WaPo un funzionario dell’Intelligence rimasto anonimo.

 

Nel frattempo, gli iraniani e altri ne hanno approfittato per generare meme sull’internet.

 

The catering cart memes are doing me in ☠😭

Please add any I missed in the replies. We need this laugh. pic.twitter.com/3ilPWnyUaf

— Christopher Webb (@cwebbonline) August 11, 2026

 

This is the size of the space where Trump hid during Operation ‘Taco’.

Where he was secretly transferred from the ‘presidential’ plane to another plane by hiding inside a food and beverage cart.” pic.twitter.com/Fh6ZxacriP

— China Times (@ChinaTimesX) August 14, 2026

This image of Trump in the catering cart is going to be hard to shake. You know he’s livid that it got out. If he wasn’t a coward, he would’ve told them, no chance I’m doing that. pic.twitter.com/6avLCayAm3

— Anthony Scaramucci (@Scaramucci) August 11, 2026


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L’ultimo rapporto aggiunge ulteriori dettagli all’intera vicenda, che ha già scatenato un grave scandalo. Giornalisti e molti funzionari di alto rango sono stati tenuti all’oscuro della manovra di Trump e della minaccia percepita. I giornalisti si sono sentiti trattati come «esche inconsapevoli e ignare, proprio nel mirino», ha affermato Aaron Blake, giornalista senior della CNN.

 

Martedì Trump aveva ammesso di aver cambiato aereo, insistendo sul fatto di aver fatto solo ciò che i servizi segreti ritenevano la cosa migliore da fare. «Mi attengo ai servizi segreti e ai militari. Volevano che prendessi un volo diverso, un aereo diverso. Devo solo fare quello che mi dicono», ha dichiarato Trump ai giornalisti.

 

Lo scandalo coincide anche con le dimissioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che mercoledì ha annunciato che lascerà il suo incarico alla fine del mese «per poter dedicare più tempo» alla famiglia.

 

La ventottenne, diventata madre per la seconda volta a maggio, era tornata alla Casa Bianca a giugno dopo un periodo di assenza. L’improvvisa partenza della Leavitt ha alimentato le teorie secondo cui fosse tra i funzionari ignari lasciati a bordo dell’aereo civetta e che la vicenda possa essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

Come riportato da Renovatio 21, varie testate giornalistiche statunitensi hanno sostenuto che il presidente Donald Trump avrebbe di fatto impiegato i giornalisti al seguito dei suoi viaggi come esche.

 

Il dipartimento di Giustizia ha tentato di citare in giudizio i giornalisti del New York Times per i loro articoli sul nuovo Air Force One, mentre il Pentagono ha di recente revocato l’autorizzazione di sicurezza all’ex capo dell’aeronautica militare Frank Kendall, accusato di aver divulgato informazioni classificate sul velivolo ai media.

 

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La crisi alimentare mondiale è ancora più grave di quanto sembri

«Situazione critica: i conflitti geopolitici impattano sul trasporto di cereali» è il titolo del numero di luglio 2026 di una rivista mensile internazionale di economia, edita in Missouri e specializzata nel settore mondiale dei cereali, della farina e dei mangimi.

 

Secondo l’articolo della pubblicazione specialistica delle grannaglie, l’impatto a livello mondiale delle gravi interruzioni alla produzione e alla logistica alimentare e agricola, determinate da molteplici fattori – tra cui la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la guerra per procura dell’Ucraina contro la Russia e l’imperialismo di Washington nell’emisfero occidentale – si intensifica di ora in ora, aggravandosi ulteriormente dopo decenni di carenza di infrastrutture per l’ampliamento delle risorse idriche, di repressione dello sviluppo economico nazionale, di sanzioni e di caos.

 

 

Questa analisi specialistica, insieme ai recenti rapporti dei leader del settore agricolo alla Coalizione Internazionale per la Pace, mette in luce l’ampiezza del problema, ben superiore a quanto appaia evidente, riguardo al blocco dei vari «stretti» – Hormuz, Bab el Mandeb, Bosforo, Baltico, Caraibi e altri. Certo, ad esempio, si conosce qualcosa del volume dei flussi di materie prime interrotti a causa del blocco dello Stretto di Ormuzzo, che di norma rappresentava il flusso annuo del 35 % del petrolio greggio mondiale, del 20 % del GNL e del 20-30 % dei fertilizzanti.

 

Tuttavia la situazione è ben più grave di quanto sembri, scrive EIRN. Sono urgentemente necessari dibattiti multinazionali su come massimizzare la produzione, ad esempio attraverso la fornitura di fertilizzanti in aree specifiche, la riduzione dell’utilizzo di risorse alimentari potenzialmente destinate alla produzione di biocarburanti e altre misure, che devono essere avviate immediatamente.

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Sono vari i punti che rendono la situazione critica.

 

I magazzini di cereali sono al limite della capacità. Senza interventi, i silos di grano in Ucraina, ad esempio, risulteranno ben al di sotto della capacità di stoccaggio per il raccolto di questa stagione che non verrà destinato alle destinazioni mondiali.

 

L’impennata nell’utilizzo di biocarburanti in Brasile, negli Stati Uniti e altrove sta dirottando cereali, soia e canna da zucchero, di cui c’è disperatamente bisogno, dall’alimentazione umana e animale verso la produzione di etanolo e biodiesel, nel folle tentativo di attutire le perturbazioni globali del settore petrolifero e del gas. Già nel 2025 gli Stati Uniti erano il primo produttore mondiale di etanolo, con il 52 % della produzione globale, grazie agli ingenti quantitativi di mais impiegati come materia prima.

 

L’utilizzo di soia per la produzione di biodiesel negli Stati Uniti è in forte aumento, in parte perché questa coltura non necessita di fertilizzanti azotati. ADM, una delle principali società di commercio e trasformazione di cereali a livello mondiale, ha effettuato questo mese un test di 5 giorni con una nave cargo alimentata esclusivamente a biocarburante B100.

 

La carenza mondiale di zolfo è estrema, poiché il 50 % dello zolfo presente sul mercato mondiale negli ultimi anni proveniva dalla regione del Golfo Persico, ora bloccata, dove era un sottoprodotto della conversione del petrolio acido in petrolio dolce mediante la rimozione del solfuro di idrogeno. Lo zolfo, oltre ai suoi usi in campo chimico, metallurgico e in altri settori industriali, è essenziale per la produzione di fertilizzanti fosfatici e per l’applicazione diretta dello zolfo.

 

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Vance avverte: «crescente interesse per il socialismo» negli USA.

Il Partito Repubblicano statunitense deve affrontare le pressioni economiche che gravano sugli americani, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha affermato il vicepresidente JD Vance.

 

Vance ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì in un’intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell’istruzione, l’accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.

 

«La nostra risposta a tutto ciò non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo», ha affermato Vance.

 

Il vicepresidente ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che ciò creerà posti di lavoro per la classe media. Ha inoltre citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell’amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

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«Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è questo: se non riusciamo a fare le cose per bene, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi», ha detto Vancem aggiungendo che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: «Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone».

 

Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla facoltà di giurisprudenza della Marquette University ha mostrato che l’inflazione e il costo della vita rappresentano la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37 % degli intervistati.

 

Le pressioni economiche sono state aggravate dall’aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dai dazi imposti da Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l’acquisto di un immobile. Secondo i dati citati da Forbes, a giugno il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari.

 

La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani americani. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39 % degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54 % che nutriva un’opinione positiva del capitalismo e all’81 % che favoriva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.

 

La divisione si è fatta più evidente anche nella politica elettorale, con i candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è fatto conoscere grazie a un programma incentrato sull’accessibilità economica dell’edilizia abitativa.

 

In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche attuate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l’aumento del costo della vita.

 

Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia di economia. Il sondaggio di Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull’economia pari al 30 % e sull’inflazione e il costo della vita al 22 %, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.

 

Il socialismo è rimasto per decenni, se non per secoli, un argomento tabù negli USA. Ciò è in parte paradossale: è uno dei pochi grandi paesi industrializzati dove un partito socialista di massa non si è mai affermato stabilmente, eppure il dibattito sul socialismo attraversa la storia americana fin dall’Ottocento e continua a essere centrale nella politica contemporanea.

 

Il rapporto tra gli Stati Uniti e il socialismo è storicamente marginale e complesso, poiché la nazione si è fondata sui principi del libero mercato, dell’individualismo e della proprietà privata. Questa forte identità legata alla mobilità sociale individuale, unita alle divisioni etniche tra i lavoratori immigrati e al radicato anticomunismo della Guerra Fredda, ha impedito la nascita di un partito socialista di massa paragonabile a quelli europei.

 

Nonostante questo rifiuto ideologico, il socialismo ha influenzato periodicamente la storia americana. Nell’Ottocento esistevano comunità utopiche socialiste (come quella di New Harmony, fondata da Robert Owen) e movimenti operai influenzati dal marxismo, portati soprattutto da immigrati europei.

 

Nei primi del Novecento, Eugene V. Debs riuscì a raccogliere un consenso significativo alla guida del Socialist Party of America, mentre negli anni Trenta la Grande Depressione spinse il governo a introdurre con il New Deal riforme assistenziali vicine alla socialdemocrazia – o, si pensava in Italia, al corporativismo fascista. Debs ottenne quasi il 6% dei voti alle presidenziali del 1912, e diversi sindaci e amministratori locali socialisti vennero eletti in varie città.

 

Successivamente, negli anni Sessanta, i movimenti per i diritti civili e contro la guerra riaccesero forti istanze di giustizia sociale.

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In epoca contemporanea si assiste a una riscoperta del termine, specialmente tra i Millennials e la Gen Z. Oggi il socialismo viene associato soprattutto alla richiesta di una sanità universale, di un’istruzione gratuita e di un welfare più robusto, dinamica che ha permesso a organizzazioni come i Democratic Socialists of America di trovare spazio e visibilità all’interno del Congresso.

 

Gli storici hanno proposto diverse spiegazioni per l’«eccezionalismo americano» nel rifiuto del socialismo, come il sistema elettorale maggioritario a turno unico che penalizza fortemente i terzi partiti, a differenza dei sistemi proporzionali europei, una tradizione culturale forte di individualismo, mobilità sociale percepita («chiunque può arricchirsi») e la diffidenza verso lo Stato centrale.

 

Vi è stata poi l’ondata di repressione politica: la Prima Guerra Mondiale portò a leggi come l’Espionage Act, usate per incarcerare lo stesso Debs, seguirono la «Red Scare» del primo dopoguerra e, più tardi, il maccartismo degli anni Cinquanta, che associò il socialismo al comunismo sovietico e lo rese politicamente tossico per decenni.

 

Vi era poi l’assenza di un partito operaio autonomo: i sindacati americani si sono storicamente appoggiati soprattutto al Partito Democratico, invece di formare un proprio partito di classe come in Gran Bretagna o Germania.

 

Le politiche riformiste «cuscinetto» del New Deal di Roosevelt negli anni Trenta introdusse elementi di welfare state (previdenza sociale, tutele sindacali, regolamentazione economica) che assorbirono parte della domanda sociale che altrove alimentava i partiti socialisti, senza però adottare la retorica o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

 

Per gran parte del Novecento, «socialismo» e «comunismo» sono stati usati quasi come sinonimi nel discorso pubblico americano, identificati con il nemico geopolitico primario del dopoguerra, l’Unione Sovietica. Questo ha reso il termine un’arma retorica efficace contro qualsiasi proposta di espansione del ruolo dello stato, indipendentemente dal suo effettivo contenuto (l’Obamacare, ad esempio, venne etichettato «socialista» da alcuni critici pur essendo un sistema basato su assicurazioni private).

 

Negli ultimi quindici anni si osserva un cambiamento significativo, specialmente tra le generazioni più giovani. Bernie Sanders, senatore indipendente che si definisce «socialista democratico» (nel senso europeo di socialdemocrazia scandinava, non di socialismo marxista classico), ha avuto un impatto notevole nelle primarie democratiche del 2016 e 2020.

 

Diversi sondaggi degli ultimi anni mostrano che una quota significativa di americani under 30 esprime un giudizio più favorevole sul socialismo rispetto alle generazioni precedenti, sebbene la maggioranza continui a preferire un’economia di mercato.

 

Al contempo, resta una forte reazione contraria: il termine viene ancora usato in chiave polemica dal Partito Repubblicano, e la maggioranza degli americani anziani mantiene un’associazione negativa con la parola.

 

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Gaza: la scuola parrocchiale cattolica riaprirà a settembre

Nella Striscia di Gaza, la situazione rimane drammatica: edifici e strade sono distrutti e spostarsi all’interno del territorio è estremamente difficile. Le condizioni di vita sono particolarmente dure e i residenti sono costretti a vivere in un’area ridotta in macerie. Teoricamente protetta da un cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la Striscia di Gaza è stata teatro di continui raid israeliani negli ultimi mesi.

 

Monsignor William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale Latino per Gerusalemme e Palestina, descrive la vita quotidiana degli abitanti di Gaza: «gli abitanti di Gaza occupano ora il 47% dell’enclave palestinese, poiché gli israeliani hanno conquistato il 53% del territorio. La densità di popolazione è diventata molto elevata, soprattutto perché l’80% delle infrastrutture è stato distrutto, compresi edifici, acqua ed elettricità. Molte scuole e università non esistono più. Molte persone, migliaia, vivono in tende».

 

Negli ultimi mesi, il cibo che arriva a Gaza viene importato da Israele dai commercianti e poi venduto agli abitanti della Striscia. Il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa , che ha visitato la zona alla fine di giugno, ha trovato il mercato più fornito rispetto alla sua precedente visita di sei mesi prima, poco prima del Natale 2025.

 

Padre Gabriele Romanelli, parroco della Chiesa latina della Sacra Famiglia, ha parlato sui social media delle strade devastate dalla guerra, della crescente scarsità di mezzi di trasporto e del carburante dai prezzi proibitivi. Di conseguenza, anche i brevi spostamenti all’interno della Striscia di Gaza sono diventati difficili.

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Ogni giorno, padre Romanelli si trova ad affrontare la sfida di portare i bambini del quartiere in parrocchia per le attività della scuola estiva presso l’Oratorio di San Giuseppe, gestite da sacerdoti, suore e laici. Per questo motivo, la parrocchia ha deciso di sostenere finanziariamente i pochi autobus e minibus in servizio che trasportano bambini, ragazzi e famiglie dalla Striscia di Gaza.

 

Prima della guerra, la scuola parrocchiale della Sacra Famiglia poteva ospitare quasi 700 studenti. In un’intervista a Radio Vaticana del 17 luglio 2026, il vescovo Shomali ha annunciato la riapertura della scuola, ristrutturata per accogliere circa 1.000 bambini. Il vicario patriarcale ha sottolineato l’importanza di dare a questi giovani l’opportunità di riprendere gli studi, perché «senza istruzione non c’è futuro». Attualmente, la maggior parte dei bambini di Gaza trascorre le giornate tra le macerie, cercando materiali da costruzione da vendere nei mercati.

 

Il vescovo Shomali aggiunge che la scuola può aiutare i bambini a trovare il modo di superare i traumi della guerra e ad abbandonare lo spirito di vendetta. «ci vuole molto tempo perché imparino a dimenticare e perdonare; è molto difficile, ma dobbiamo riuscirci perché la vendetta non è la soluzione», sottolinea il Vicario patriarcale di Gerusalemme.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine © Patriarcato Latino di Gerusalemme via FSSPX.News

 

 

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Oggi sono sedici anni dalla morte di Cossiga: perché per me è stato il peggior presidente della Repubblica

Il 17 agosto sono trascorsi sedici anni dalla morte di Francesco Cossiga, tra i peggiori politici e certamente il peggior Presidente della Repubblica italiana.

Giovanissimo deputato democristiano, quindi ministro dell’Interno con Moro e poi con Andreotti, passando per la presidenza del Consiglio e fino al Quirinale, quella del “picconatore” è la metafora della storia stessa dell’Italia del secondo dopoguerra. Come ricordò Nando dalla Chiesa all’indomani della sua morte (Lo statista. Promemoria su un presidente eversivo, Melampo 2011), “di segreti Cossiga ne ha conservati tanti e falsi segreti li ha alimentati con le sue interviste”. Basti pensare alla fantomatica (e depistante) pista palestinese per la strage piduista alla stazione di Bologna.

Uno dei pochi giornalisti viventi che ha ben descritto il ruolo di depistatore di Stato di Cossiga è Gianni Barbacetto: “il non detto del passato, con i suoi segreti impronunciabili e i suoi ricatti, resterà a fare da trama al futuro e le vecchie ferite resteranno cicatrici nascoste, focolai di nuove infezioni.”

Chi però, più di chiunque altro, ha documentato il carattere eversivo dell’ex capo di stato sardo è Sergio Flamigni, l’ex senatore berlingueriano scomparso a 100 anni lo scorso 10 dicembre. Ecco un estratto dal suo documentatissimo libro I fantasmi del passato (edizioni Kaos 2001): Il 6 gennaio 1980 la mafia [non solo la mafia, nda] uccise a Palermo il presidente della Regione Sicilia, il Dc Piersanti Mattarella. Convinto sostenitore della politica morotea, Mattarella era impegnato a costituire una giunta con il Pci. Tra il 15 e il 19 febbraio 1980 il XIV Congresso nazionale della Dc, svoltosi a Roma, sconfessò ufficialmente la linea politica di Moro, liquidò la segreteria Zaccagnini, e con una maggioranza (58%) formata da Flaminio Piccoli (eletto nuovo segretario), Antonio Bisaglia, Carlo Donat Cattin, Gianni Prandini, Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani (eletto presidente del partito) approvò il “preambolo”, cioè il rifiuto da parte della Dc di ogni “corresponsabilità di gestione” con il Pci.

L’estensore del “preambolo” anticomunista, e vero uomo forte della coalizione congressuale vittoriosa, era il senatore Carlo Donat Cattin, che infatti venne nominato vicesegretario del partito. Tutti i 19 parlamentari della Dc segretamente iscritti alla P2 votarono il “preambolo”, e del resto lo stesso segretario particolare di Donat Cattin, Ilio Giasolli, era affiliato alla Loggia massonica gelliana.

Anche nel primo governo Cossiga, al momento in carica, la P2 era ben rappresentata, con due ministri (i Dc Gaetano Stammati e Adolfo Sarti), tre sottosegretari (il Pli Antonio Baslini, il Psdi Costantino Belluscio, il Dc Rolando Picchioni), e lo stesso presidente del Consiglio era in buoni rapporti col capo della P2 Licio Gelli. Infiltrata nella Dc, nel Psi, in tutti i partiti laici minori, e perfino nel Msi, la Loggia segreta stava svolgendo un intenso lavorìo occulto per pilotare il quadro politico verso i dettami del “Piano di rinascita democratica”. Così, dopo la restaurazione della Dc, la P2 si attivò per consolidare nel Partito socialista la leadership “anticomunista” di Bettino Craxi, e per portare il Psi nel governo Cossiga. (…)

Il 5 agosto 1990 un servizio del settimanale L’Espresso raccontò quelli che erano stati i rapporti di Cossiga con il capo della P2 Licio Gelli, rapporti che erano già emersi nel corso dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta. (…) il settimanale ricordava le parole di Federico Umberto D’Amato, dirigente delle polizie speciali del Viminale e affiliato alla P2 [uno dei mandanti della strage alla stazione di Bologna, nda], a proposito di una presunta telefonata Cossiga-Gelli: “D’Amato stava da Gelli – in uno dei sei incontri che ha avuto – e sentì il maestro venerabile rispondere al telefono con una persona che chiamava “presidente”. Finita la telefonata Gelli disse a D’Amato: ‘Ho parlato con il principale candidato alla presidenza del Consiglio, l’onorevole Cossiga. Mi ha detto ‘Se tu mi appoggi, io accetto!’. Credo proprio che lo farò’.

L’Espresso riportava poi la testimonianza del massone Francesco Pazienza, il quale aveva dichiarato che un giorno – presente nell’ufficio di Cossiga insieme a Luigi Zanda (collaboratore cossighiano, ex senatore del Pd) e a Michael Ledeen, professore legato all’entourage di Kissinger e ai servizi segreti americani (in “rapporti cordiali con l’on. Cossiga da darsi del tu”) – aveva avuto modo di assistere a “una telefonata giunta a Cossiga durante la nostra presenza e che durò circa 15 minuti, egli fu particolarmente affettuoso con un interlocutore che continuava a chiamare Licino. Venni poi a sapere da D’Amato che il Licino era in effetti il Licio nazionale”.

Piccole soddisfazioni. All’inizio del nuovo millennio Cossiga fu condannato a risarcire Sergio Flamigni: da presidente della Repubblica, lo aveva definito pubblicamente “un poveretto”.

Prima o poi qualche storico dovrebbe tentare di rispondere a una domanda: perché il Pci (orfano di Berlinguer) nel 1985 accettò di contribuire ad eleggere Cossiga al Quirinale?

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Oltre i cliché del Settantasette e dell’estremismo: i due volumi di Franculli e Fantini

Il 1977 e gli anni complessi della lotta armata continuano a generare narrazioni saggistiche e letterarie. Molte di queste opere restano tuttavia ripetitive, bloccate entro schemi ideologici rigidi o limitate a memorie difensive prodotte dai singoli protagonisti.

L’editore DeriveApprodi pubblica ora due libri che scelgono di deviare da questa abitudine consolidata. Si tratta di due volumi originali ed efficaci, capaci di affrontare la storia politica italiana recente attraverso prospettive poco esplorate e lontane dalle convenzioni della solita memorialistica. Entrambi i testi offrono un quadro privo di retorica su stagioni complesse della Repubblica.

Il primo libro è Appuntamento al San Callisto. Viaggio nei sogni del ’77 romano firmato da Canio Franculli. Il volume si impone per una precisa scelta di campo: descrive il movimento direttamente dal suo interno, evitando qualunque lettura ortodossa o dogmatica dei fatti. Franculli adotta un registro rigorosamente umano e asciutto, raccontando la vicenda di un giovane provinciale che arriva nella capitale negli anni Settanta.

Il testo rifiuta le consuete celebrazioni ideologiche, così come evita qualsiasi forma di compiacimento nostalgico sul valore dei militanti dell’epoca. Al contempo, la narrazione esclude ogni tipo di atteggiamento vittimistico. Franculli ricostruisce il quotidiano di chi partecipava alle lotte politiche attraverso i fatti reali, le contraddizioni interne, la ricerca artistica, i luoghi di ritrovo urbani, i cortei e gli scontri di piazza.

La prospettiva mantenuta dall’autore è strettamente personale e concreta. Non si nota la pretesa di formulare un giudizio politico globale sul decennio, bensì l’intento di registrare le modalità con cui i singoli individui vivevano la collettività. Si tratta di un’opera di ricostruzione che rifiuta tanto la criminalizzazione a priori quanto la beatificazione retrospettiva, mettendo al centro le scelte individuali, la disillusione e le relazioni umane reali formatesi tra i giovani romani di quegli anni.

Il secondo volume è Storia di Roby il pazzo. La parabola di Sandalo nella lotta armata scritto da Gabriele Fantini. La biografia tratta la figura di Roberto Sandalo, militante in Lotta Continua e Prima Linea, poi collaboratore di giustizia, arrivato nei decenni successivi ad avvicinarsi alla Lega Nord e a compiere attacchi contro strutture della comunità islamica.

Sul piano strettamente politico, Sandalo rimane una figura poco interessante, sprovvista di uno spessore teorico o di una visione strategica significativa. Nel lavoro di Fantini si nota inoltre qualche giustificazione di troppo riservata al protagonista. Nonostante questo limite analitico, il testo rappresenta un lavoro documentaristico eccezionale. Il valore principale dell’autore consiste nell’aver esaminato e incrociato una grande mole di documenti d’archivio e di testimonianze dirette per ricostruire un itinerario personale che altrimenti verrebbe archiviato come semplice stravaganza individuale.

Il libro consente di analizzare un fenomeno inedito e poco indagato: la conversione verso la Lega Nord e la successiva partecipazione agli assalti contro le moschee da parte di un ex terrorista di sinistra. Fantini registra questi passaggi senza cedere al sensazionalismo, dimostrando come una specifica attitudine al radicalismo possa mutare la propria appartenenza politica mantenendo inalterate le forme della violenza illegale.

Sia il lavoro narrativo di Franculli sia la ricerca biografica di Fantini forniscono un contributo solido per la comprensione fattuale dell’Italia degli anni Settanta e delle sue dirette conseguenze nei decenni seguenti. Franculli analizza la dimensione vissuta e umana del movimento al di fuori delle rigide direttive di partito. Fantini raccoglie dati, verbali giudiziari e fatti storici indispensabili per valutare le successive trasformazioni dell’estremismo. Si tratta di due testi originali che rifiutano categoricamente le valutazioni sbrigative e arricchiscono il dibattito storiografico corrente con elementi certi e incontestabili di analisi reale.

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La richiesta all’Ue di scostamento di bilancio per 36 miliardi è una scelta da buon padre di famiglia?

di Carmelo Pennisi

Mi è sempre stata cara un’espressione dalla forte carica evocativa usata nel Codice Civile: la diligenza del buon padre di famiglia. Una linea di condotta prescritta dal Codice a qualunque cittadino nell’adempimento di un’obbligazione e in particolare al mandatario nell’esecuzione del mandato ma che dovrebbe valere tanto più per chi ricopre funzioni pubbliche.

Ciononostante, nell’agire di questo Governo si fa fatica a riscontrare sia la diligenza sia l’emulazione del buon padre di famiglia e mi riferisco, in particolare, alla scelta dell’Esecutivo di chiedere all’Ue l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale al fine di consentire uno scostamento di bilancio di circa 36 miliardi di euro.

Cioè, siccome il bilancio italiano presenta attualmente un deficit superiore al 3% del Pil, motivo per cui è in corso una procedura d’infrazione che non consente di aumentare le spese, si chiede all’Ue un’autorizzazione “eccezionale” a spendere quest’anno e nei prossimi due 14 miliardi per la transizione energetica e 22 miliardi per la difesa.

Eppure i problemi veri e gravi del Paese sarebbero altri: i salari e gli stipendi reali sempre più bassi, con impoverimento di lavoratori dipendenti e pensionati (un docente di scuola media superiore tra il 1990 e il 2026 ha visto ridursi il potere d’acquisto del suo stipendio del 29,7%); i prezzi dei carburanti e dell’energia a livelli record e sui quali nessun impatto nel breve e medio periodo avrebbero gli eventuali fondi per la transizione energetica (Nomisma stima rincari annuali delle bollette del 54% per le imprese e del 23% per le famiglie che, pertanto, dovranno sopportare un aggravio medio di 1.000 euro su base annuale); i bassissimi livelli di crescita del Pil (+0,5% nel 2025 nonostante le iniezioni dei fondi Pnrr che solo in quell’anno sono stati di 31,1 miliardi di euro); il Sistema Sanitario Nazionale, questo sì, in disarmo (nel 2024 le famiglie hanno dovuto sostenere direttamente il 22% delle spese per le cure e sono in aumento gli italiani che hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria). Ma la lista è molto più lunga.

Un solo dato a riprova delle difficoltà: per abbassare per pochi giorni le accise e, quindi, il prezzo del gasolio di appena 17 centesimi è stato necessario tagliare 245 milioni alle spese dei ministeri.

Di fronte a tutto ciò il Ministro Giorgetti, nel motivare la richiesta di scostamento, si è riconosciuto il coraggio di fare scelte impopolari e ha rivendicato la coerenza rispetto al suo senso del dovere e al giuramento prestato sulla Costituzione con riferimento al dovere di difesa della Patria (art. 52 Cost.).

Per chiarezza e completezza avrebbe dovuto anche dire da chi e da che cosa difendere la Patria. Ma è un particolare che non è dato sapere neanche leggendo le Faq sul “ReArm Europe Plan/Readiness 2030” disponibili sul sito della Commissione Europea ma solo in inglese, tedesco e francese, giusto per invogliare l’italiano medio a leggerle.

Se il non detto alluderebbe ad una presunta minaccia russa può essere rassicurante la dichiarazione “Russia is not looking for conflict” del generale americano Grynkewich: un giudizio probabilmente condiviso dalla maggioranza degli italiani o perlomeno da quelli che conoscono un po’ di storia (intese Gorbaciov-Nato, fatti di Maidan, accordi di Minsk, ecc.).

Nell’attuale contesto, far indebitare lo Stato italiano di ulteriori 22 miliardi di euro (Safe o titoli del debito pubblico è una questione poco rilevante) per spese militari non è una scelta coraggiosa ma semplicemente assurda. E pare quanto meno fuori luogo invocare l’art. 52 della Costituzione in mancanza di un reale, attuale e concreto pericolo per la Patria; piuttosto si applichi l’art. 11 della Costituzione, non solo come mera enunciazione di un principio ma come divieto cogente di porre in essere azioni che anziché scoraggiare i conflitti armati ne possano essere pericolose incubatrici. E su questo il buon padre di famiglia non avrebbe avuto alcun dubbio.

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Due delle quattro opere di Antonello da Messina rubate al MuMe sono state recuperate

Quattro tavole attribuite al grande pittore Antonello da Messina sono state rubate la sera di Ferragosto dal Museo regionale interdisciplinare di Messina. Due delle opere sottratte sono state ritrovate poche ore dopo sul muro esterno dell’edificio. Rimangono disperse una tavola del Polittico di San Gregorio e un piccolo dipinto bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà. Secondo le prime ricostruzioni, almeno tre persone con il volto coperto sarebbero entrate nel museo forzando un ingresso secondario. Le immagini della videosorveglianza, acquisite dalla polizia, indicherebbero che il furto è durato tra i due e i tre minuti.

I responsabili hanno raggiunto le sale in cui erano esposte le opere e hanno sottratto tre dei cinque pannelli superstiti del Polittico di San Gregorio, oltre alla tavoletta bifronte conservata in una teca blindata. Due pannelli del polittico sono stati successivamente abbandonati lungo viale della Libertà, sul muro che delimita il museo. Alcuni passanti li hanno notati e hanno avvertito le forze dell’ordine. Non sono invece ancora stati recuperati il terzo pannello e la tavoletta bifronte.

Le prime notizie parlavano di sistemi di sicurezza elusi, ma la direzione del museo ha poi precisato che allarmi e telecamere erano attivi. «I sistemi di sicurezza, allarme e videosorveglianza sono perfettamente funzionanti e sono in corso indagini degli organi competenti quali polizia e carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale», ha comunicato il museo. Secondo quanto emerso dalle verifiche iniziali, l’allarme sarebbe scattato quando sono state infrante le protezioni delle opere e le telecamere avrebbero registrato il furto. Gli investigatori stanno quindi cercando di stabilire perché il funzionamento dei singoli dispositivi non abbia impedito ai responsabili di allontanarsi con i dipinti. Le registrazioni della videosorveglianza sono state affidate agli inquirenti, mentre gli specialisti della polizia scientifica hanno effettuato i rilievi nell’edificio. Alle indagini partecipa anche il Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri.

Il Polittico di San Gregorio, conosciuto anche come Polittico del Rosario, è una delle opere più importanti della produzione giovanile di Antonello da Messina. Fu commissionato da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, e venne completato nel 1473. Era composto in origine da sei tavole inserite in una struttura lignea che non si è conservata. Al centro si trovava la Madonna in trono con il Bambino e gli angeli reggicorona, affiancata dai santi Gregorio e Benedetto. Nella parte superiore erano collocati l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Il pannello centrale della parte più alta, probabilmente dedicato al Cristo morto sorretto dagli angeli, è andato perduto. Il polittico sopravvisse al terremoto che distrusse gran parte di Messina nel 1908, ma riportò danni provocati dai detriti, dalla polvere e dalla pioggia caduta sulla città nei giorni successivi. Nel corso del Novecento fu sottoposto a diversi restauri. Prima del furto ne rimanevano cinque pannelli, esposti insieme nel museo messinese.

L’altra opera ancora dispersa è una piccola tavola dipinta su entrambi i lati. Su una faccia raffigura la Madonna con il Bambino benedicente e un francescano in adorazione, sull’altra il Cristo in pietà. Le dimensioni e la composizione indicano che era destinata alla devozione privata. Gli studiosi la datano tra il 1465 e i primi anni Settanta del Quattrocento. Il dipinto proveniva dalla collezione di Wilhelm Soldan, nella quale si trovava dal 1930. Fu attribuito ad Antonello nel 2003 e acquistato nello stesso anno dalla Regione Siciliana attraverso la casa d’aste Christie’s.

La direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha definito le opere coinvolte tra le più importanti e conosciute dell’artista. «Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina. Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte», ha detto, auspicando che le indagini portino all’arresto dei responsabili. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha detto di avere parlato con il sindaco di Messina, Federico Basile, e con il comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Ha inoltre assicurato la disponibilità del ministero a collaborare con le autorità siciliane, competenti per la gestione dei musei regionali in virtù dell’autonomia speciale.

Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha parlato di uno «sfregio» e ha annunciato l’avvio di un’ispezione interna. L’assessore alla Cultura del Comune di Messina, Enzo Caruso, ha collegato l’attenzione recente verso Antonello all’acquisto pubblico di un Ecce Homo per diversi milioni di euro, ma al momento non sono stati indicati elementi investigativi che mettano in relazione quell’operazione con il furto.

Le opere di Antonello da Messina arrivate fino a oggi sono circa quaranta. In Sicilia sono conservati, tra gli altri, l’Annunciata di Palazzo Abatellis a Palermo, un’Annunciazione esposta a Siracusa e il Ritratto d’ignoto del Museo Mandralisca di Cefalù. Un altro Ecce Homo dell’artista, rubato nel 1974 dal museo del Broletto di Novara, non è mai stato recuperato.

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L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham

L’Italia ha chiuso al primo posto il medagliere degli Europei di atletica di Birmingham, con 22 podi complessivi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Il risultato è stato deciso nell’ultima gara del programma, la staffetta maschile 4×400, vinta dagli italiani davanti alla Gran Bretagna per tre centesimi. Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati hanno concluso in 2 minuti, 59 secondi e 16 centesimi, precedendo il quartetto britannico, arrivato in 2 minuti, 59 secondi e 19 centesimi. I Paesi Bassi hanno ottenuto il bronzo con 2 minuti, 59 secondi e 49 centesimi. Per l’Italia è stato il primo titolo europeo nella 4×400 maschile. In batteria la stessa formazione aveva stabilito il record italiano e il primato dei campionati con 2 minuti, 58 secondi e 10 centesimi.  La Gran Bretagna si è classificata seconda nel medagliere con nove ori, otto argenti e due bronzi, per un totale di 19 medaglie. La Germania, terza per numero di ori, ha raccolto 21 podi, con sei vittorie, dieci secondi posti e cinque terzi posti.

Il successo della staffetta maschile ha concluso una serata nella quale l’Italia aveva già ottenuto l’oro di Larissa Iapichino nel salto in lungo e il bronzo della 4×400 femminile. Iapichino ha vinto con una misura di 7 metri, realizzata al primo tentativo. Il salto è stato favorito da un vento di 2,1 metri al secondo, appena superiore al limite consentito per l’omologazione dei primati, ma valido ai fini della gara. La britannica Jazmin Sawyers si è fermata a 6,99 metri, mentre la francese Hilary Kpatcha ha conquistato il bronzo con 6,98.

È stato il primo titolo europeo all’aperto nel salto in lungo femminile per un’atleta italiana. Iapichino era arrivata seconda agli Europei di Roma del 2024. A Birmingham ha mantenuto il comando per tutta la finale, in una gara molto equilibrata: tra la prima e la quinta classificata ci sono stati appena sei centimetri. Poco dopo, Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro hanno concluso al terzo posto la 4×400 femminile in 3 minuti, 23 secondi e 57 centesimi. L’oro è andato ai Paesi Bassi, con 3 minuti, 21 secondi e 10 centesimi, davanti alla Gran Bretagna. Per la staffetta femminile italiana è stato il ritorno sul podio europeo dopo dieci anni.

Le gare dell’ultima giornata avevano già portato due argenti. Pietro Riva si era classificato secondo nella maratona maschile, completata in 2 ore, 9 minuti e 18 secondi, sette secondi dopo il tedesco Amanal Petros. Riva aveva conservato energie per il tratto conclusivo e aveva superato gli altri inseguitori negli ultimi 800 metri. Dopo la gara ha spiegato: «Sono stato per 41 chilometri superconcentrato sul come non spendere una briciola di energia in più, per preparare l’ultimo chilometro e la volata, senza preoccuparmi minimamente del distacco dai primi. Ha funzionato!».

Nella maratona femminile Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk e Giovanna Epis hanno ottenuto l’argento nella classifica a squadre. Lonedo si è piazzata sesta, Yaremchuk settima ed Epis ventunesima. La somma dei loro tempi ha collocato l’Italia dietro alla Gran Bretagna e davanti alla Spagna. La gara individuale è stata vinta dalla finlandese Alisa Vainio.

Il bilancio italiano è stato costruito in più discipline. Leonardo Fabbri aveva aperto la serie degli ori nel getto del peso, gara in cui Zane Weir aveva conquistato l’argento. Nadia Battocletti aveva poi vinto sia i 5.000 sia i 10.000 metri, accompagnata sul podio dei 5.000 dal bronzo di Micol Majori. Dariya Derkach ha conquistato il titolo nel salto triplo femminile, Gianmarco Tamberi quello nel salto in alto, con Matteo Sioli terzo. Nel salto triplo maschile Andy Diaz ha vinto con 18,15 metri e Andrea Dallavalle ha ottenuto il bronzo. Fausto Desalu è arrivato terzo nei 200 metri.

Un contributo rilevante è arrivato anche dalle prove di marcia. Massimo Stano e Sofia Fiorini hanno vinto le due maratone, con Fiorini capace di stabilire il record mondiale in 3 ore, 15 minuti e 11 secondi. Francesco Fortunato ha conquistato l’argento e Andrea Cosi il bronzo nella mezza maratona maschile, mentre Alexandrina Mihai è arrivata seconda nella prova femminile. Sara Fantini ha completato il gruppo degli argenti con il secondo posto nel lancio del martello.

Non tutte le gare più attese hanno avuto un esito favorevole. Marcell Jacobs si è fermato durante la finale dei 100 metri per un problema all’adduttore sinistro. Mattia Furlani si è infortunato durante le qualificazioni del salto in lungo. La staffetta maschile 4×100 è stata squalificata dopo la perdita del testimone, mentre quella femminile ha concluso al quarto posto. Nell’ultima serata l’Italia non ha completato neppure la nuova 4×100 mista, a causa di un errore nel secondo cambio tra Vittoria Fontana e Fausto Desalu. La gara è stata vinta dalla Gran Bretagna con il record europeo di 39 secondi e 97 centesimi. Nei 3.000 siepi il migliore degli italiani è stato Osama Zoghlami, undicesimo, mentre Matteo Oliveri ha concluso tredicesimo nel salto con l’asta e Ludovica Cavalli dodicesima nei 1.500 metri.

L’Italia ha vinto anche la classifica a punti, con 226, davanti alla Gran Bretagna e alla Germania, e ha eguagliato il proprio record di 45 finalisti. È il secondo successo consecutivo nel medagliere europeo dopo quello ottenuto a Roma nel 2024, quando la squadra italiana aveva raccolto 24 medaglie, comprese undici d’oro. A Birmingham i podi sono stati due in meno, ma sono bastati per confermare il primo posto davanti alla nazionale padrona di casa.

Domenica l’Italia ha ottenuto altre cinque medaglie agli Europei di nuoto di Parigi. Simona Quadarella ha vinto i 400 metri stile libero in 4 minuti, 1 secondo e 34 centesimi, nuovo primato personale e record dei campionati, completando la tripletta iniziata con i successi negli 800 e nei 1.500 metri. Thomas Ceccon ha conquistato l’argento nei 100 dorso, preceduto per un centesimo dal greco Apostolos Christou. Anche Benedetta Pilato è arrivata seconda nei 50 rana, a un centesimo dalla lituana Rūta Meilutytė.

Gli altri due argenti sono arrivati dalle staffette 4×100 miste. Sara Curtis, Benedetta Pilato, Anita Gastaldi ed Emma Virginia Menicucci hanno stabilito il record italiano nella prova femminile, mentre Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio si sono classificati secondi in quella maschile. L’Italia ha chiuso al secondo posto sia il medagliere generale degli sport acquatici, con 43 podi e un bilancio di 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, sia quello del nuoto in vasca, con sei ori, otto argenti e sei bronzi. In entrambe le classifiche il primo posto è andato alla Gran Bretagna.

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Così gli Angels of Love di Napoli conquistano il festival house più grande del mondo

Per la prima volta nei suoi 36 anni di vita, gli organizzatori del Chosen Few DJs Picnic & Music Festival – l’evento di musica house più importante e blasonato del pianeta – hanno deciso di spalancare le porte a un collettivo europeo, puntando dritto sul Sud.

È toccato agli Angels of Love, storico gruppo originato a Napoli di dj e producers, rappresentare ben 27 Stati dell’Unione Europea nel più grande circuito del clubbing mondiale, traghettando la storia della house italiana ad un festival che ha coinvolto, nella giornata clou, oltre 60.000 partecipanti provenienti da tutto il mondo. Guidati da Alex Serafini con il supporto del fondatore storico di Angels of Love, Maurizio Luise, e con la partecipazione del dj campano dAPULEO, agli Angels è toccato il compito di rappresentare l’Europa su un palcoscenico di caratura mondiale.

Il festival americano ha visto in cartellone leggende assolute del genere: da Alan King (figura legale e amico di Barack Obama, di cui ha sostenuto attivamente la campagna presidenziale) al candidato ai Grammy Award Terry Hunter; da Mike Dunn, pilastro della musica house di Chicago da quasi trent’anni, a Wayne Williams, produttore di hit per superstar mondiali come Aretha Franklin e Justin Timberlake.

Il cast è proseguito con il dj Jazzy Jeff, noto al grande pubblico anche come co-protagonista della serie Willy, il principe di Bel-Air; la storica cantante Christine Wiltshire, voce di successi planetari come “Keep on Jumping” e “Weekend”; Kenny Dope, quattro volte candidato ai Grammy Award; e la celebre Kym Mazelle, voce iconica della colonna sonora del film cult Romeo + Giulietta. E poi ci sono loro, Maurizio Luise e dAPULEO, che nel silenzio mediatico italiano sono stati i primi europei ad essere consacrati nel palcoscenico house più importante degli ultimi 40 anni, un successo che ha portato il collettivo nato a Napoli (ora leader di mercato in Italia) sul tetto del mondo.

Dopo 36 anni di storia, dunque, il collettivo meridionale, che conta una community di oltre 250mila partecipanti, ha così esportato l’house italiana nel festival più importante degli ultimi quarant’anni. Questo traguardo arriva poco dopo il riconoscimento ricevuto in Parlamento dall’intergruppo “Sviluppo Sud” (guidato dal Presidente on. Alessandro Caramiello e composto da 50 parlamentari) che ha premiato gli Angels of Love come “eccellenza meridionale”.

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L’attacco israeliano contro la giornalista libanese Amal Khalil, minuto per minuto

Il 22 aprile 2026, nel sud del Libano, un attacco israeliano ha ucciso la giornalista del quotidiano Al Akhbar Amal Khalil e ferito gravemente l’operatrice di ripresa Zeinab Faraj.

Per Amnesty International è stato un crimine di guerra: a confermarlo è stata la ricostruzione dell’accaduto, basata sulle testimonianze dell’unica sopravvissuta e delle prime persone intervenute sul posto, su materiale audiovisivo e sulle comunicazioni tra i vari soggetti coinvolti nei mancati soccorsi.

Le due giornaliste hanno cercato riparo dopo che un attacco aereo israeliano contro l’automobile che le precedeva aveva ucciso due uomini. Nelle due ore successive, mentre alcuni droni sorvolavano la zona a distanza ravvicinata, altri due attacchi aerei hanno colpito prima la loro automobile, parcheggiata nelle vicinanze, e poi l’edificio in cui si erano rifugiate.

Dopo che il primo attacco aveva eliminato l’obiettivo dichiarato dalle forze armate israeliane e mentre due droni stavano sorvolando la zona a bassa quota, queste ultime sapevano, o avrebbero dovuto sapere, che due civili si erano rifugiate in quell’edificio.

L’attacco è avvenuto nel villaggio di al-Tiri, situato a circa sette chilometri dal confine israeliano, nel distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. Il villaggio rientrava nella zona di “difesa avanzata”, il sei per cento del territorio libanese. Le forze armate israeliane presenti in questa zona avevano vietato il ritorno (il che non le esonerava dal rispetto degli obblighi del diritto internazionale umanitario) alle persone residenti e compiuto vaste distruzioni.

Amal Khalil e Zeinab Faraj stavano seguendo un veicolo a bordo del quale si trovavano Ali Nabil Bazzi, mukhtar di Bint Jbeil, un ruolo assimilabile a quello di un sindaco locale, e il suo amico Mohammed Hourani, residente sfollato, che volevano a loro volta verificare direttamente se le forze israeliane si fossero davvero ritirate da al-Tiri.

Intorno alle 14.25, subito dopo l’ingresso nel villaggio, le forze israeliane hanno centrato il veicolo con a bordo Ali Nabil Bazzi e Mohammed Hourani.

Zeinab Faraj ha raccontato ad Amnesty International che, al momento dell’attacco, lei e Amal Khalil si trovavano dietro, a bordo dell’automobile di Amal. Ha riferito di aver visto il veicolo davanti a loro esplodere, proiettando i due uomini fuori dall’abitacolo e prendendo fuoco.

Alle 14.36 Amal Khalil ha telefonato al soccorritore della Protezione civile libanese Moussa Chaalan per segnalare l’attacco. Questi ha subito contattato i colleghi della Protezione civile, la Croce rossa libanese e l’esercito libanese. La Croce rossa libanese ha così ricevuto la prima richiesta di un’ambulanza alle 14.38.

Mentre era in procinto di dirigersi sul posto, Moussa Chaalan ha ricevuto l’ordine di fermarsi a un posto di blocco dell’esercito libanese all’ingresso di al-Tiri. Infatti, l’autorizzazione ad accedere ai villaggi situati nella cosiddetta zona di “difesa avanzata” veniva coordinata dal Comitato tecnico militare per il Libano, comunemente indicato come Meccanismo di attuazione e monitoraggio del cessate il fuoco.

Mentre i droni israeliani continuavano a sorvolare la zona, le due giornaliste sono scese dall’automobile e hanno cercato riparo accanto a un muretto, vicino a un edificio abbandonato del villaggio, poi sotto la tettoia di lamiera danneggiata di un negozio situato al piano terra dell’edificio.

Alle 15.31 Moussa Chaalan, ancora fermo al posto di blocco, ha telefonato ad Amal Khalil esortandola a risalire in automobile e ad allontanarsi dalla zona. Non aveva infatti ancora ricevuto dal Meccanismo di monitoraggio l’autorizzazione a entrare nel villaggio e, di conseguenza, non disponeva di alcuna garanzia che l’esercito israeliano non avrebbe effettuato altri attacchi.

Intorno alle 15.40 un secondo attacco ha colpito l’automobile delle giornaliste, ferma nei pressi del luogo in cui si erano rifugiate.

Alle 15.48 Amal Khalil ha richiamato Moussa Chaalan per comunicargli di essere rimasta ferita: “Non riesco a fare nulla. Moussa, vieni a prendermi”.

Entrambe le donne sono rimaste ferite nell’esplosione. Una portiera dell’automobile è stata scagliata verso di loro e Zeinab Faraj l’ha usata per proteggere sé e la collega dalle fiamme. Ha raccontato: “Vetri e detriti sono volati verso di noi. Ho avuto la sensazione che mi fosse scoppiato un orecchio. Lei [Amal Khalil] perdeva molto sangue dal naso e dalla testa e aveva ferite da schegge al braccio e alla coscia; non riusciva a muovere la gamba”.

Con l’intensificarsi dell’incendio, le due donne sono riuscite a strisciare all’interno dell’edificio, passando attraverso una saracinesca danneggiata, e si sono nascoste in una piccola stanza. Una volta all’interno, Amal Khalil ha continuato a telefonare per chiedere soccorso. Zeinab Faraj ha riferito ad Amnesty International che tutte le persone contattate avevano detto di non poter raggiungere il luogo in cui si trovavano perché erano “in attesa dell’autorizzazione” del Meccanismo di monitoraggio, in pratica il consenso delle forze armate israeliane a sospendere il fuoco per consentire l’ingresso delle squadre di soccorso.

Moussa Chaalan ha raccontato ad Amnesty International: “Ho detto all’ufficiale dell’esercito al posto di blocco che sarei entrato, nonostante il rischio. Ma mi ha convinto a non farlo dicendomi: ‘E se venissi colpito prima di riuscire a raggiungerla? È meglio aspettare l’autorizzazione, per il suo bene e per il tuo’”.

Alla fine, Amal Khalil si è molto indebolita. Zeinab Faraj ha raccontato: “L’ho vista via via senza forze […] e poi ha perso conoscenza”.

L’ultima telefonata di Amal Khalil è stata alla sorella, alle 16.22.

Intorno alle 16.25 un terzo attacco ha colpito l’edificio in cui le giornaliste si erano rifugiate, provocandone il crollo e seppellendo entrambe sotto le macerie.

Poco dopo le 17 è stata concessa l’autorizzazione a entrare nella zona, ma soltanto alla Croce rossa libanese. I soccorritori hanno estratto Zeinab Faraj, che aveva riportato una frattura cranica, gravi ferite alla gamba destra e a un occhio e lo schiacciamento di una mano. Non sono invece riusciti a raggiungere Amal Khalil, che risultava ancora dispersa sotto le macerie.

Poco prima delle 18, le persone volontarie della Croce rossa libanese arrivate sul posto hanno riferito di essere state costrette a ritirarsi a causa della minaccia di ulteriori attacchi, portando via Zeinab Faraj e i corpi dei due uomini uccisi nel primo attacco.

Dopo un’ulteriore serie di telefonate da parte di organismi internazionali e delle autorità libanesi, compresi l’ufficio del presidente e quello del primo ministro, alle 19.20 è stata nuovamente concessa l’autorizzazione. Ciò ha consentito ai soccorritori della Croce rossa, a un’ambulanza e a un piccolo bulldozer di tornare sul luogo dell’attacco. Per rimuovere le macerie dei tre piani crollati erano tuttavia necessari mezzi più pesanti. Le operazioni di recupero, effettuate con un escavatore, sono iniziate intorno alle 21.

Moussa Chaalan ha raccontato che Amal Khalil è stata trovata sepolta sotto una colonna e un muro: “Era completamente schiacciata […] L’ho estratta con le mie mani”.

Nel certificato di morte, il medico legale ha indicato come ora del decesso le 19 e come causa “un arresto cardiaco dovuto a un trauma cranico e a una grave emorragia”.

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Perché i decreti meloniani hanno smantellato la legge per gli anziani non autosufficienti

di Enza Plotino

Gli anziani siamo noi! Ci dirigiamo a gambe levate verso un invecchiamento della popolazione ed un aumento vertiginoso di quella non autosufficiente per la quale la Riforma n.33 del 2023, che era stata presentata dal governo Draghi e che andava incontro alle esigenze degli anziani non autosufficienti e alle loro famiglie, rappresentava un atto importante atteso da 30 anni per eliminare le debolezze e le mancanze del welfare attuale. Purtroppo la riforma è finita nelle mani del governo Meloni, e quella che poteva essere un vero passo avanti per 10 milioni di persone, anziani, famigliari e caregiver di professione per i quali la legge introdotta grazie al Pnrr puntava a ridisegnare il sistema di welfare per rispondere alla loro sempre più diffusa presenza e a bisogni di cura sempre più complessi e che voleva colmare la mancanza in Italia di un servizio domiciliare pubblico progettato per la non autosufficienza, è precipitata nell’obbrobrio attuativo (Decreti attuativi del 2023) approvato dal governo Meloni, in palese contraddizione con le indicazioni della Delega.

Perché ne parlo oggi? Perché si iniziano a vederne gli effetti. Milioni di anziani, soprattutto non autosufficienti, con le loro famiglie, lasciati senza risorse, senza assistenza qualificata, senza servizi domiciliari anziché in strutture residenziali, senza prevenzione e, per peggiorare questo quadro già drammatico, smantellando il principio cardine del nostro welfare, quello della protezione universale, prevedendo, per ricevere assistenza, di dover dimostrare ridotte disponibilità economiche. Ciliegina sulla torta, le Regioni tagliate completamente fuori dai decreti. In nessun passaggio, sebbene l’assistenza agli anziani venga realizzata a livello territoriale, quindi sancendo alte possibilità di fallimento nella fase di attuazione degli interventi.

Tutte le migliori intenzioni contenute nella riforma si si sono arenate, bloccandosi definitivamente, nelle leggi attuative promosse da Meloni. All’intento di rimettere al centro le persone, la destra ha risposto con approssimazione, ideologia a favore dei ricchi, di coloro che possono e con bieca propaganda assistenziale.

La riforma aveva l’intento di superare la frammentazione delle misure e dei servizi, dare risposte diverse ai diversi bisogni, puntare a percorsi di assistenza semplici ed unitari, riportare la tutela pubblica della non autosufficienza. I decreti meloniani non prevedono risorse per rendere concrete le indicazioni normative, cancellano l’accesso universalistico ai servizi, dimenticano l’assistenza domiciliare integrata, peraltro in coerenza con l’impostazione generale del governo in materia di welfare: destrutturazione dei servizi di territorio, abbandono delle politiche di prevenzione e prossimità. Un disastro che 10 milioni di persone pagheranno sulla propria pelle.

E’ urgente, in un programma del centrosinistra che si rispetti, l’impegno a ritornare allo spirito e ai principi universalistici e solidaristici della Riforma, smantellando l’obbrobrio della destra e ripristinando l’approccio giusto ad una problematica drammaticamente attuale per milioni di famiglie.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Perché siamo ossessionati dalla ricerca del migliore?

«E dunque mi sai dire qual è il migliore?». Il miglior ristorante della città. Il miglior hotel del mondo. Il vino con il punteggio più alto. Il cocktail bar da non perdere. Il pane premiato, il caffè vincitore, la spiaggia perfetta. Siamo sempre alla ricerca della referenza migliore da provare o da vivere. Migliore per chi? Secondo quale criterio? E in relazione a cosa? O a chi?

Viviamo in un’epoca in cui scegliere è diventato incredibilmente complicato. Non perché manchino le opportunità, ma perché sono praticamente infinite. Ogni ricerca online restituisce centinaia di risultati, migliaia di recensioni, classifiche, premi, guide. A questo si aggiungono gli infiniti – talvolta molto utili, talvolta per nulla – contenuti degli influencer e algoritmi pronti a suggerirci cosa dovremmo desiderare.

Le classifiche – come abbiamo già analizzato su queste pagine – costituiscono uno strumento utile per orientarsi in ogni categoria di riferimento. Premiano il lavoro di chi ha raggiunto livelli di eccellenza, fissano standard, raccontano il valore di un progetto. Nel turismo, come nella gastronomia o nel vino, sono strumenti preziosi e che vale (ancora) la pena consultare. Il problema nasce quando smettiamo di usarle come strumenti e iniziamo a considerarle fonti di risposte definitive e assolute.

Il nocciolo della questione si articola in due ordini di grandezza. Il primo, riguarda il pensiero di credere che esista un’eccellenza suprema indiscussa e valida per chiunque e dovunque indistintamente. Il secondo, direttamente connesso al primo, è pensare che il migliore sia un concetto necessario. Questo tipo di ossessione non consente di accogliere con la giusta dose di stupore, curiosità e approfondimento le sfumature di ogni realtà. Le storie, le motivazioni, le argomentazioni, le cause di quello che stiamo provando, sia esso un vino, un piatto o un servizio di un hotel di lusso.

Esiste anche un lato oscuro della medaglia, una storia di giustificazione dietro alla quale alcuni provano a nascondersi. In un mondo che ci offre infinite possibilità delegare la decisione a una classifica è rassicurante. Se qualcuno ha già valutato, confrontato e premiato, ci sentiamo più al sicuro nella nostra scelta. Quando prenotiamo l’hotel che occupa il primo posto in una classifica internazionale, quando scegliamo il ristorante più premiato o la bottiglia con il punteggio più alto, non stiamo semplicemente inseguendo un’apparente idea di migliore. Stiamo cercando una garanzia, una conferma. Un modo per ridurre il rischio di tornare a casa pensando «avrei potuto scegliere meglio».

Courtesy Belmond via Pinterest

Un hotel può essere straordinario sotto ogni punto di vista: architettura, servizio, ristorazione, formazione del personale, attenzione al dettaglio. Tutti elementi che possono essere osservati, analizzati e, almeno in parte, misurati. Tuttavia, quello che nessuna guida, nessun premio e nessuna classifica potranno mai conoscere con certezza è chi sono i clienti. Non possono sapere il perché di un viaggio. Se stanno festeggiando un momento speciale o cercando semplicemente qualche giorno per rallentare. È ovvio che ci sono strumenti che ormai consentono di risalire ai target dominanti anche andando a ritroso nel sistema di prenotazione, facendo sondaggi e orientando i propri guest a scegliere determinate attività o esperienze. Tuttavia, non si possono conoscere il carattere, le aspettative o il tipo di ricordo che ogni famiglia, coppia o viaggiatore individuale sono interessati a costruire.

Per questo motivo – e non solo – un hotel eccellente può non essere quello che ricorderemo con più affetto. E un piccolo albergo, magari privo di riconoscimenti internazionali, può diventare il luogo a cui penseremo per anni. Se l’eccellenza come concetto e come obiettivo appartiene all’hotel (o alla ristorazione), l’esperienza e le emozioni ad essa connesse afferiscono al viaggiatore.

È nell’incontro tra queste due dimensioni, nella difficilissima impresa di trovare un equilibrio delle parti, che diventa possibile scovare l’indirizzo che soddisfi le nostre aspettative e le nostre esigenze. Non il migliore tra tutti, ma senza ombra di dubbio la soluzione migliore per noi in quel momento, capace di regalarci un’emozione positiva durevole nel tempo.

«Quando sei felice facci caso», Kurt Vonnegut
Photo courtesy Alexandre Chambon, Arch Daily, Belmond

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L’idea di Zuckerberg di far proliferare la superintelligenza non convince gli esperti di sicurezza

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg ha scritto un manifesto sull’intelligenza artificiale, ma leggerlo come futurologia da Silicon Valley sarebbe riduttivo. In “The Future is for Everyone, il fondatore di Meta propone una dottrina politica della superintelligenza. Al centro non ci sono solo innovazione, profitti o creatività. C’è il potere.

La tesi è radicale: se la superintelligenza sarà la tecnologia più potente mai costruita, il modo più sicuro di gestirla non sarà concentrarla in poche mani, ma distribuirla. «Il percorso migliore e più realistico per costruire un futuro positivo», scrive Zuckerberg, è renderla accessibile a tutti: non un’unica superintelligenza benevola, ma molte intelligenze in competizione, capaci di controllarsi a vicenda.

È equilibrio di potenza applicato all’intelligenza artificiale. Ma coincide anche con la strategia industriale di Meta: modelli open-weight, infrastrutture più rapide, meno vincoli su training e distillazione, leadership americana nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale aperta. L’ambiguità sta proprio nella sovrapposizione tra principio politico e interesse aziendale.

Da qui nasce la domanda che attraversa il manifesto: l’apertura può davvero funzionare come garanzia democratica o rischia, al contrario, di riprodurre nell’intelligenza artificiale i dilemmi della proliferazione strategica?

Per capirlo bisogna spostare il manifesto dal terreno tecnologico a quello geopolitico. Zuckerberg immagina una collaborazione più stretta tra frontier lab e governo americano, accesso precoce di Washington ai modelli avanzati, controlli sui semiconduttori verso i rivali e abbastanza energia e data center da non perdere la corsa. L’intelligenza artificiale diventa così potenza nazionale.

Jennifer Ewbank, già vicedirettrice della Central Intelligence Agency per l’innovazione digitale, vede in questo uno dei meriti del manifesto: la corsa alla superintelligenza richiede una partnership reale tra governo e frontier lab. Ma aggiunge, citata da Cipher Brief, che gli Stati Uniti devono guidare l’ecosistema globale open-weight, perché il Paese i cui modelli diventeranno l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale del mondo ne influenzerà anche valori e assunzioni. È la stessa logica della Digital Silk Road cinese: Pechino esporta tecnologia, ecosistema e idea di società.

In questa cornice l’intelligenza artificiale aperta smette definitivamente di essere una scelta commerciale. Diventa uno strumento di statecraft: non solo un modo di competere sul mercato, ma un mezzo per proiettare influenza, fissare standard e incorporare valori politici nell’infrastruttura tecnologica globale.

È proprio su questo punto che si apre la crepa nella dottrina Zuckerberg. Teresa Shea, per oltre trent’anni alla National Security Agency e già direttrice della signals intelligence, concorda su controlli all’export, infrastrutture e cooperazione con il governo. Non concorda però sull’idea che distribuire la superintelligenza renda il mondo più sicuro. La proliferazione di capacità dual-use, osserva su Cipher Brief, abbassa la barriera d’accesso anche per avversari e reti criminali, e presuppone rivali razionali e disposti a giocare secondo le nostre regole.

La sua obiezione pesa di più perché arriva mentre i modelli frontier mostrano comportamenti sempre meno prevedibili. Alcuni test recenti hanno documentato, in condizioni sperimentali, strategie di inganno e azioni non autorizzate da parte di modelli avanzati di Anthropic e OpenAI. Casey Newton ha osservato che Zuckerberg sembra trasformare la sicurezza dell’intelligenza artificiale da problema di controllo dei sistemi a problema di distribuzione del potere. Ma, come nella sua metafora dei draghi di “House of the Dragon”, due soggetti dotati di un’arma devastante non rendono necessariamente il mondo più sicuro. Possono renderlo più instabile.

Il rischio non riguarda soltanto i modelli in sé. Un rapporto del The Hague Centre for Strategic Studies e di Datenna, commissionato dal ministero della Difesa olandese, mostra che la competizione sull’intelligenza artificiale militare non si gioca solo sui chip. L’intelligenza artificiale può incidere su sensing, decision-making, comunicazione e movimento; per questo software e hardware che la abilitano vanno considerati insieme ai semiconduttori. Il trasferimento tecnologico verso la Cina può passare anche da aziende, investimenti, università e collaborazioni scientifiche.

È qui che il vecchio dilemma tra aperto e chiuso comincia a perdere significato. Un modello non è una capacità militare isolata: diventa potere quando viene combinato con calcolo, sensori, software, comunicazioni, hardware e competenze.

Da questa premessa il rapporto delinea tre scenari. «Expanding the Patchwork»: più restrizioni unilaterali e plurilaterali, con Washington pronta a usare sanzioni extraterritoriali. «Fortress Europe»: una risposta dell’Unione europea basata su controlli delle esportazioni, screening degli investimenti e sicurezza della conoscenza. «The Return of CoCom»: una coalizione di circa 24 democrazie tecnologicamente avanzate, coordinata dal G7, per impedire alla Cina di colmare il divario militare-tecnologico, sulla base dell’esperienza del Comitato di coordinamento per i controlli multilaterali sulle esportazioni creato dal blocco occidentale per imporre un embargo sui Paesi dell’area sovietica durante la Guerra Fredda.

Sono tre modi diversi di rispondere alla stessa domanda: quanto siamo disposti a chiudere il sistema per impedire che una tecnologia strategica finisca nelle mani sbagliate?

Il punto comune tra questi scenari è che nessuno assume l’apertura come bene in sé. Tutti partono dall’idea opposta: che l’accesso alle capacità abilitanti dell’intelligenza artificiale debba essere gestito, limitato o quantomeno tracciato quando entra in gioco la competizione militare.

È qui che la distanza da Zuckerberg diventa evidente. Lui propone di aprire il sistema per fare dell’intelligenza artificiale americana lo standard globale e impedire il monopolio del potere. Ewbank vi vede influenza strategica. Shea vede proliferazione. Il rapporto olandese ricorda che la tecnologia può filtrare attraverso una rete molto più ampia e meno controllabile dei soli modelli.

Da qui la conclusione non può limitarsi a stabilire se Zuckerberg abbia torto quando avverte che la concentrazione dell’intelligenza artificiale è pericolosa. Su questo ha ragione: una manciata di aziende o governi che controllasse la capacità cognitiva più potente del pianeta costituirebbe una concentrazione di potere senza precedenti.

Il problema è l’altra metà della sua equazione. Distribuire il potere non significa automaticamente distribuire la sicurezza.

È per questo che la superintelligenza potrebbe inaugurare un nuovo equilibrio strategico, ma solo dopo aver chiarito che cosa si sta costruendo: una deterrenza paragonabile, per logica, a quella nucleare, oppure una tecnologia dual-use che rende più facile per Stati, aziende, reti criminali o sistemi autonomi esercitare capacità distruttive.

La contraddizione del manifesto sta tutta qui: per vincere la corsa all’intelligenza artificiale, gli Stati Uniti potrebbero volerla aperta e diffusa; per governarne i rischi, potrebbero aver bisogno del contrario.

Il vero dilemma americano, dunque, non è più soltanto se l’intelligenza artificiale debba essere aperta o chiusa. È molto più difficile: quanto potere bisogna distribuire perché l’America resti dominante, e quanto bisogna trattenerne perché quella stessa potenza rimanga governabile.

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Non sottovalutate il cibo berlinese

Dire Berlino e pensare alla cucina non è ancora un automatismo, soprattutto per un italiano. La capitale tedesca continua a pagare un pregiudizio gastronomico piuttosto tenace, quello di una città interessante per arte, musica, club e creatività, molto meno quando arriva il momento di sedersi a tavola. Eppure basta cambiare prospettiva per scoprire una delle scene più dinamiche d’Europa.

Ilaria, originaria di Tradate nel varesotto, questa trasformazione la osserva da oltre dieci anni. Era arrivata a Berlino dopo gli studi in economia per uno stage e, salvo una parentesi milanese durante la pandemia, è rimasta. Ha lavorato nel social media per Zalando e per diverse aziende tedesche, poi nel 2019 ha aperto un blog dedicato alla scena gastronomica cittadina. Durante la crisi pandemica sono arrivate consulenze per alberghi e ristoranti, quindi, quasi per gioco, i tour gastronomici.

«Collaboravo con un’agenzia di viaggi. Mi piace il cibo, ho proposto di organizzare un tour e ho scoperto che alle persone piaceva moltissimo. Probabilmente ho semplicemente dato forma a una delle mie doti naturali che ben si abbina ai miei interessi».

Oggi ne organizza tre o quattro alla settimana nei mesi più richiesti, con gruppi di massimo otto persone ciascuno. Durano circa due ore e intercettano soprattutto americani, inglesi, olandesi, francesi e viaggiatori del Nord Europa. Italiani, finora, nessuno. «Mi dispiace, perché qui c’è tantissimo da scoprire anche per noi».

Foto di Ilaria Bertin

Una cucina senza passaporto
Capire Berlino attraverso il cibo significa innanzitutto rinunciare alla ricerca di una cucina berlinese paragonabile a quelle delle nostre città. La sua identità gastronomica nasce piuttosto dalle persone che sono arrivate qui. Il currywurst è diventato uno dei simboli cittadini. Il döner kebab nella versione servita dentro il pane, secondo la storia più diffusa, sarebbe nato proprio a Berlino all’interno della comunità turca. La presenza vietnamita racconta invece un altro pezzo del Novecento tedesco, legato agli accordi tra Vietnam e Germania Est e all’arrivo nella DDR di studenti e lavoratori vietnamiti.

La città si mangia così, attraverso stratificazioni successive. Ogni migrazione ha lasciato ingredienti, tecniche, locali e abitudini. La contaminazione è diventata una forma di identità e negli ultimi due o tre anni il movimento ha accelerato. «Chef da tutta Europa cercano di entrare nella scena berlinese, spesso iniziando con dei pop-up», ci racconta Ilaria. Arrivano format internazionali, collaborazioni temporanee e progetti come quella tra Apollo Bagels di New York e Sofi, bakery berlinese. Intanto crescono il pairing gastronomico, i vini naturali e l’universo alcohol free. Berlino funziona particolarmente bene proprio nelle nicchie, perché trova un pubblico disposto a cercarle.

@bro_d SOFI x Apollo Bagels Berlin Pop-Up 🥯☕️ #fyp #berlinfood #popup #apollobagels #berlinrestaurant ♬ Small Change – DON WEST

Maritozzi vegani e fattorie del Brandeburgo
Il tour più richiesto da Ilaria è quello che esplora la scena vegana. Si attraversa una zona di Mitte che permette di tenere insieme presente e passato della città, camminando e mangiando in quattro indirizzi diversi. Tra una tappa e l’altra si parla di Berlino Est, della caduta del Muro e della trasformazione di quartieri un tempo poverissimi, occupati successivamente da studenti, artisti e nuove comunità creative.

A tavola arrivano anche incontri difficili da immaginare prima di partire. Ci sono i maritozzi completamente vegetali e una macelleria vegana gestita da un italiano. C’è una bakery italiana fondata da una ragazza di Pavia trasferitasi a Berlino dieci anni fa. Molti ristoratori e artigiani si spingono appena fuori città, nel Brandeburgo, per acquistare direttamente gli ingredienti nelle fattorie. Il vegetale, qui, ha smesso da tempo di essere una semplice alternativa. È diventato terreno di sperimentazione.

Poi ci sono i vini naturali. Anche in questo caso il tour prevede poche persone e diverse soste, e in ogni locale viene scelta una bottiglia e da quella si parte per raccontare il produttore, il territorio e il modo in cui il vino è stato realizzato. Lo stesso approccio sta entrando nel mondo delle bevande senza alcol, una scena che a Berlino cresce rapidamente e che Ilaria ha cominciato a esplorare.

Il punto interessante dei suoi tour emerge però quando il bicchiere e il piatto diventano strumenti per parlare con qualcuno: «Mi piace unire la cultura del cibo con le persone». Per questo i gruppi rimangono piccoli. Si conversa con chi gestisce i locali, si fanno domande, si scoprono produzioni e ingredienti. Il turista smette per qualche ora di collezionare indirizzi e comincia a capire perché quei luoghi esistono proprio lì.

E inevitabilmente, racconta Ilaria, prima o poi si finisce a parlare dell’Italia. «Gli stranieri ci amano». Un giorno le piacerebbe portare questo stesso modello anche qui.

Intanto continua a raccontare Berlino a chi ha abbastanza curiosità da prenotare un tour gastronomico in una città che molti ancora non associano alla buona tavola. Forse è proprio questa la sua fortuna. Berlino non deve difendere una cucina immobile né custodire un repertorio intoccabile. Può assorbire ciò che arriva, trasformarlo e restituirlo con un accento proprio.

Per capire la città bisogna assaggiare le sue contraddizioni. E accettare che un maritozzo vegano, un döner e una bottiglia di vino naturale possano raccontare Berlino molto meglio di qualsiasi piatto che pretenda di essere autenticamente berlinese.

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Da bleisure a coolcation, il viaggiatore contemporaneo ha un nuovo vocabolario

C’è stato un tempo in cui raccontavano ai nostri amici di amare il viaggio, quella sensazione piacevole di vacanza mista a ozio, fare i turisti in terra straniera e farsi stupire dalle novità. Oggi potremmo essere etichettati come dei veri boomer oltre che non essere aggiornati con i tempi. Siamo passati da che il lessico dell’ospitalità era semplice e funzionale a una condizione dove il vocabolario legato a questo settore non è più sufficiente per descriverlo e sta vivendo un vero e proprio stravolgimento.

Non si va più semplicemente in vacanza. Eh no! Si parte per una coolcation. Si prolunga una trasferta di lavoro trasformandola in bleisure. Si sceglie un hotel per la sua proposta in ottica sleep tourism. Si vola a migliaia di chilometri per assistere a un concerto, facendo gig-tripping (molto americana come attitudine). Ancora, si visita una destinazione perché è diventata il set di una serie televisiva, seguendo il fenomeno del set-jetting.

Proprio perché il lessico si è moltiplicato e siamo stati nuovamente invasi da un’ondata di neologismi – per forza di cose – prevalentemente di lingua inglese, eccoci in soccorso per fare un po’ di chiarezza.

In riferimento ai nuovi modi di viaggiare, accanto ai già noti termini quali staycation – la vacanza vicino a casa – oppure il nanotrip – il viaggio brevissimo di poche ore, magari con una sola notte fuori casa – oppure lo slow travel, troviamo al primo posto il bleisure. Il termine deriva dalla contrazione di business e leisure e indica la trasferta di lavoro che si prolunga di qualche giorno per visitare la destinazione in cui ci si trova. Una pratica ormai così diffusa da essere diventata una categoria di mercato su cui fare promozione anche per compagnie aeree, hotel, centri congressi, ristoranti.

Coolcation, invece, racconta un cambiamento climatico prima ancora che turistico. Se per decenni l’estate significava cercare il sole e l’ozio sotto l’ombrellone, oggi sempre più viaggiatori fanno il contrario: scelgono la Norvegia, la Scozia, le Alpi, le Faroe Islands o l’Islanda per sfuggire alle ondate di calore. Al di là della sua efficacia e aderenza alla realtà, la vera considerazione che ci viene da fare è che probabilmente questo vocabolo non sarebbe mai nato vent’anni fa.

Una categoria differente è dettata dalle motivazioni dei viaggi. È così che sono nati termini quali il set-jetting, ovvero visitare luoghi famosi di film e serie tv. È successo con la Sicilia dopo The White Lotus”, con la Croazia dopo Game of Thrones”, con la Corea del Sud grazie alle produzioni televisive degli ultimi anni. Esiste però anche il gig-tripping, cioè la moda dell’organizzare un viaggio per assistere a un concerto o a un evento musicale inseguendo i propri idoli. Lo sleep tourism è forse uno di quelli più noti e che presumibilmente farà meno fatica a perdurare nel tempo. Una delle tendenze più sorprendenti degli ultimi anni prevede infatti di scegliere un hotel non tanto per quello che c’è fuori, quanto per quello che promette dentro: silenzio, materassi progettati scientificamente, programmi dedicati al sonno, camere prive di stimoli digitali e tisane calmanti. Lo sleep tourism predilige il dormire bene, ridare un ritmo di riposo e attività al proprio organismo, e il sonno di qualità (con annesse facilities e servizi a disposizione) diventa il motivo stesso del viaggio.

Anche se alcuni di questi termini risultano come meri slogan di marketing, di fatto ognuno descrive un comportamento che, fino a pochi anni fa, non esisteva o aveva un peso marginale ed è quindi giusto conoscere.

Il lessico sta cambiando anche per quello che riguarda il lusso e le strutture di ospitalità. Ancora una volta la lingua italiana non ne esce vincitrice in quanto il luxury hotel è sempre di più un lifestyle hotel, così come il resort è sempre più un retreat. Il concetto delle realtà boutique e di design si sta leggermente perdendo in virtù di private residencies, curated experience o taylor-made solutions.

La trasformazione più interessante riguarda una parola molto più radicata, ovvero il turista. Le brochure degli hotel parlano di travellers. Le agenzie costruiscono esperienze per explorers. I brand raccontano il conscious traveller, il curious traveller, l’untamed traveller. Gli hotel stessi li considerato guest. Ma esistono anche gli slow travellers, i wellness travellers, i luxury adventurers o i nature-first travellers. Forse dovremmo interrogarci sempre di più su che cosa è il turismo oggi, che cosa significa viaggiare nel nostro tempo e quali concetti si evocano. Un fenomeno che realmente sociologi e studiosi del turismo osservano da decenni, ma che oggi sembra prendere una nuova forma. Il desiderio di sentirsi diversi dagli altri turisti è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio stessa, aiutando sempre più individui a ritrovarsi, recuperare energie mentali e fisiche, serenità emotiva, equilibrio famiglia, personale e di coppia.

E voi, quali viaggiatori volete essere?

Credits Keona Sample, Gracey Media Photo via Pinterest

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Ogni cuvée ha una colonna sonora

La musica non serve solo a rendere ancora più gradevole bere un calice di Champagne ma può contribuire a far emergere aspetti che l’assaggio, da solo, non sempre rende immediatamente evidenti. È questa la convinzione di Julie Cavil, chef de caves di Krug, che da anni porta avanti il dialogo tra composizione musicale e assemblaggio enologico. La celebre maison ha affidato al compositore Max Richter una rilettura musicale di tre Champagne legati alla vendemmia 2008, ed è proprio da qui che nasce una domanda più ampia: quanto può il suono modificare ciò che percepiamo nel bicchiere? Che suono ha uno Champagne? E soprattutto, ascoltare una musica mentre lo si beve può cambiare davvero ciò che percepiamo? La domanda potrebbe sembrare un esercizio di sinestesia, se Krug non avesse deciso di trasformarla in un progetto concreto affidandosi a Max Richter, compositore e pianista britannico noto per un linguaggio capace di muoversi tra scrittura orchestrale ed elettronica.

Il progetto si chiama “Every Note Counts” e mette in dialogo Richter con Julie Cavil, chef de caves di Krug, partendo da tre diverse interpretazioni enologiche della vendemmia 2008. L’idea è semplice quanto ambiziosa: prendere tre Champagne con identità differenti e chiedere a un musicista di tradurre in suono le sensazioni suscitate dall’assaggio.

Richter ha così composto tre brani originali. Clarity nasce dall’incontro con Krug Clos d’Ambonnay 2008, Champagne proveniente da un solo appezzamento, una sola varietà d’uva e una sola annata. Ensemble interpreta Krug 2008, mentre Sinfonia accompagna Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio costruito a partire da 127 vini appartenenti a undici annate differenti. Tre composizioni che diventano una sorta di trasposizione musicale del passaggio dal solista all’orchestra.

È da questo esperimento che nasce la nostra conversazione con Julie Cavil. Perché dietro un progetto inevitabilmente spettacolare si nasconde una questione interessante per chiunque si occupi di vino: dove finisce la suggestione e dove comincia una reale interazione tra i sensi? E soprattutto, in un momento in cui la degustazione viene sempre più spesso circondata da musica, immagini e scenografie, quanto spazio resta al contenuto del bicchiere?

«Fin dal mio primo giorno in Krug sono rimasta colpita dal parallelismo tra musica e vino», racconta. «Entrambi si costruiscono attraverso equilibrio, ritmo, tensione e sfumature. Entrambi sono capaci di creare una connessione emotiva immediata». Un’affinità che negli anni è diventata parte integrante del suo modo di leggere ogni cuvée, tanto da arrivare a tradurre in suoni perfino gli appunti delle degustazioni del comitato tecnico. Oggi, spiega, ogni Champagne possiede «non solo un gusto, un aroma e una consistenza, ma anche un suono e una forma».  

Per Cavil, però, il punto di partenza resta sempre il vino. La musica entra in scena solo dopo, come strumento interpretativo. «Lo Champagne viene prima di tutto: la sua storia, la sua personalità, la sua espressione. La musica non distrae né abbellisce, ma invita a scoprire nuove dimensioni dell’esperienza di degustazione».  

L’idea trova un sostegno anche nella ricerca scientifica. Gli studi coordinati dal professor Charles Spence dell’Università di Oxford mostrano come il suono possa modificare la percezione di dolcezza, acidità, corpo o freschezza senza alterare il contenuto del bicchiere. Per alcuni l’effetto è molto evidente, per altri rappresenta un elemento che si aggiunge ad altri fattori, come il tipo di calice, la temperatura di servizio, la compagnia o persino lo stato d’animo del momento.  

In un’epoca in cui il vino viene sempre più spesso raccontato attraverso esperienze immersive, il rischio che scenografia e spettacolo prendano il sopravvento esiste. Cavil ne è consapevole, ma rivendica una gerarchia precisa: «Ogni esperienza nasce dalla cuvée, dalla sua composizione e dalla sua storia. Musica, gastronomia e scenografia funzionano come la cornice di un’opera d’arte: ne valorizzano la lettura senza modificarne il contenuto».  

Non è un caso che Krug per i suoi abbinamenti con la musica scelga musicisti come Max Richter o, in passato, Ryuichi Sakamoto. Più che una vicinanza stilistica, la Maison ricerca interlocutori capaci di portare uno sguardo diverso sul mestiere: «Cerchiamo autenticità, sensibilità e capacità di mettere in discussione il nostro modo di pensare. Gli incontri più interessanti sono quelli in cui entrambe le discipline imparano qualcosa l’una dall’altra».  

L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter
L’enologa di Krug Julie Cavil e il musicista Max Richter

Se dovesse trasformare una caratteristica musicale in uno Champagne futuro, Cavil sceglierebbe il silenzio. O meglio, il rapporto tra suono e pausa: «Sono le pause a dare significato alle note. Mi piacerebbe creare uno Champagne in cui precisione e misura permettano a ogni sfumatura di emergere».

Molto più prudente è invece sul possibile effetto della musica direttamente sul vino: «La musica non cambia lo Champagne», precisa. «Può cambiare il modo in cui lo viviamo». Anche l’ipotesi che melodie o vibrazioni possano influenzare l’affinamento resta, almeno per Krug, una suggestione. L’azienda non ha mai svolto test specifici, anche se durante il lungo affinamento presta la massima attenzione alla stabilità delle bottiglie, perché vibrazioni meccaniche e movimenti potrebbero interferire con il naturale assestamento del vino. Diverso è il caso delle vibrazioni sonore, il cui effetto, secondo Cavil, riguarda soprattutto la percezione umana e non l’evoluzione fisica della cuvée.  

Alla fine il paragone tra un maître de chai e un compositore torna inevitabilmente. Ogni parcella viene ascoltata come fosse uno strumento dell’orchestra: «Assaggio i vini come fossero musicisti, ciascuno con il proprio timbro, il proprio colore e la propria tessitura. Il mio compito consiste nel comprenderne le singole voci e decidere se, in quell’annata, debbano diventare solisti, ensemble o orchestra». Una definizione che restituisce bene l’idea di un assemblaggio in cui la tecnica resta fondamentale, ma la sensibilità interpretativa fa la differenza. Il dettaglio non modifica la sostanza, ma molto spesso fa la differenza.

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Il luogo dove una comunità si ritrova

Locanda del Pilone

Il mondo della vendemmia ha sempre avuto una certa fantasia quando si trattava di propiziarsi una buona annata. C’era il primo grappolo raccolto con una preghiera, la prima cesta d’uva affidata al padrone di casa, i canti che accompagnavano il lavoro tra i filari molto prima che arrivassero trattori e casse bluetooth. Se la vendemmia dipendeva dal sole, dalla pioggia e da una buona dose di fortuna, qualsiasi gesto che promettesse un raccolto migliore meritava di essere conservato.

Poi c’erano i piloni. Chi non è cresciuto in campagna probabilmente li ha sempre scambiati per piccole cappelle ai bordi delle strade. In Piemonte, invece, il pilone è qualcosa di più. Lo trovi all’incrocio di una strada bianca, all’inizio di una vigna o vicino a una cascina, è lì da decenni, spesso da secoli. A volte dedicato a un santo protettore dei raccolti, altre costruito per ringraziare dopo una grandinata evitata o una vendemmia andata bene.

Ma il suo significato più intrigante va oltre la religione. Il pilone era uno dei pochi luoghi dove una comunità si fermava davvero. Durante le rogazioni ci si ritrovava lì per chiedere che la grandine girasse al largo e che la stagione facesse il suo dovere. Era un punto di riferimento, prima ancora che un simbolo. Un posto dove il territorio smetteva di essere un insieme di campi e diventava una comunità.

È da qui che prende il nome la Locanda del Pilone. La piccola cappella dedicata a San Rocco è ancora lì, accanto alla struttura. E più si passa del tempo in questo luogo, più ci si rende conto che il nome non è stato scelto perché suonava bene.

Qui tutto gira intorno allo stesso principio, fare in modo che le persone si sentano parte di qualcosa. La famiglia Boroli è arrivata all’ospitalità passando dal vino. Prima le vigne, poi la cantina, infine l’ospitalità. La Locanda occupa un antico casale restaurato, con poche camere affacciate sui vigneti, una piscina che guarda le colline e un ristorante stellato. Potrebbe fermarsi qui e funzionerebbe comunque. Invece succede una cosa abbastanza rara: l’impressione è che nessuno stia cercando di convincerti che sei in un posto speciale, te ne accorgi da dettagli molto meno appariscenti, dal modo in cui ti parlano del produttore delle nocciole, come se stessero nominando un vicino di casa; dal fatto che i vini Boroli non sono un marchio da esibire, ma il naturale prolungamento delle vigne che hai davanti agli occhi.

Anche Federico Gallo lavora nello stesso modo. In dieci anni ha costruito una cucina profondamente piemontese senza trasformarla in un esercizio di nostalgia. La conferma è arrivata durante la cena organizzata per celebrare i suoi dieci anni alla Locanda. L’occasione sembrava perfetta per raccontare lo chef, invece ha raccontato tutto il resto. C’erano i quattro fratelli Boroli, i collaboratori, i fornitori, gli amici del progetto. A ognuno Federico Gallo ha dedicato un piatto che ha segnato una tappa del proprio percorso. Non era un menu celebrativo, ma una specie di album di famiglia. Anche il pairing seguiva la stessa logica. I Barolo e le altre etichette Boroli dialogavano con gli Champagne Krug, di cui il ristorante è Ambassade.

Se il pilone una volta riuniva i contadini prima della vendemmia, oggi mette attorno allo stesso tavolo chi quel territorio lo coltiva, lo cucina, lo racconta e lo attraversa. Cambiano le persone, cambia il contesto, ma il rito è rimasto lo stesso.

Locanda del Pilone
Strada della Cicchetta, 34 – Loc. Madonna di Como, Alba (CN)

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Come leggere i cibi dell’estate dal banco alla cucina

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Alle sette e mezza del mattino, sotto i teloni ancora umidi di un mercato di paese, i pomodori hanno già occupato tre cassette. I pomodori cuore di bue stanno larghi, costoluti e leggermente spaccati in cima; i datterini si accalcano lucidi, quasi tutti della stessa misura; i San Marzano, più opachi e allungati, aspettano la salsa. Poco più avanti, una mano rigira un peperone verde per controllare che la buccia sia tesa, mentre il venditore taglia un melone e ne avvicina una fetta al naso di una cliente. Sul cartello c’è scritto soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Il resto bisogna saperlo leggere.

Al supermercato il consumatore ha imparato a voltare la confezione. Cerca gli ingredienti, confronta le percentuali, individua il sale e diffida delle parole decorative. Al banco dell’ortolano non c’è nulla da girare: le informazioni sono nella forma, nel colore, nella consistenza e nel momento della stagione. Proprio qui comincia la parte interessante. Un peperone verde non porta gli stessi pigmenti di uno rosso; una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza sviluppare lo stesso profumo; una melanzana da poche chilocalorie può diventare uno dei bocconi più energetici della tavola dopo avere incontrato una padella d’olio.

Il valore nutrizionale dipende anche dal modo in cui un alimento viene scelto, conservato e cucinato. L’estate offre ortaggi e frutti ricchi d’acqua, fibre, vitamine e sostanze vegetali, ma non li consegna con il manuale d’uso. Per orientarsi bastano alcuni indizi, quasi tutti già visibili sul banco.

Pomodoro – Il rosso che vuole compagnia
Il pomodoro crudo e la salsa non sono due versioni intercambiabili dello stesso alimento. Il primo conserva meglio la vitamina C, sensibile al calore; la seconda rende più disponibile il licopene, il carotenoide responsabile del colore rosso. La sua attività antiossidante contribuisce a limitare lo stress ossidativo – l’eccesso di molecole reattive che può danneggiare lipidi e strutture cellulari – ed è studiata soprattutto in relazione alla salute cardiovascolare.

Nel pomodoro fresco il licopene rimane in parte intrappolato nelle cellule vegetali. Triturazione e calore ne facilitano la liberazione durante la digestione; poiché è liposolubile, consumarlo insieme a una quota di grassi, come l’olio d’oliva, ne favorisce l’assorbimento. In un piccolo studio su adulti sani, i pomodori cotti con olio hanno prodotto concentrazioni plasmatiche di licopene superiori rispetto a quelli preparati senza. La cucina mediterranea ci aveva già visto lungo.

La varietà orienta soprattutto gusto e destinazione. Datterini e ciliegini tendono a concentrare dolcezza e aroma; cuore di bue e costoluti, più acquosi, rendono bene da crudi; San Marzano e altri pomodori allungati, carnosi e con poche cavità interne, sopportano la trasformazione in salsa. Sono tendenze, non formule: cultivar, maturazione, irrigazione e terreno possono spostare parecchio i valori. Alternare crudo, appena scottato e cotto permette di conservare alcuni nutrienti e renderne più accessibili altri.

Peperone – Il colore non è un semaforo
Verde, giallo e rosso non indicano sempre tre tappe della stessa corsa. Il peperone verde è spesso raccolto prima della completa maturazione, mentre il colore finale – giallo, arancione o rosso – dipende anche dalla varietà. Un peperone giallo, insomma, non è necessariamente un rosso che non si è ancora impegnato abbastanza.

La maturazione modifica comunque la composizione. Con la diminuzione della clorofilla emergono carotenoidi diversi e cambia la dolcezza percepita. Secondo le tabelle del Crea, cento grammi di peperone verde crudo apportano circa centoventisette milligrammi di vitamina C; nei peperoni rossi e gialli il valore medio sale a circa centosessantasei. Una porzione normale può quindi superare ampiamente la quantità associata, nell’immaginario comune, agli agrumi.

La cottura apre un piccolo negoziato. La vitamina C teme acqua, calore e tempi prolungati, mentre alcuni carotenoidi diventano più accessibili quando la struttura vegetale si ammorbidisce e il peperone viene consumato con un grasso. Crudo mantiene croccantezza e più vitamina C; arrostito, soprattutto se privato della buccia, può risultare più tollerabile.

Anche la varietà suggerisce l’uso. I friggitelli, piccoli e dalla polpa sottile, richiedono cotture rapide; il corno di bue, più lungo e carnoso, regge forno, griglia e farciture. Il peperone di Senise Igp viene invece essiccato e può diventare crusco dopo un passaggio brevissimo nell’olio. Il colore racconta maturazione e pigmenti; forma e spessore della polpa indicano quale cucina gli conviene.

Melanzana – A tutta buccia
Da cruda, la melanzana apporta appena ventitré chilocalorie per cento grammi ed è composta soprattutto da acqua. La sua reputazione di alimento leggero, però, dura fino all’incontro con la padella: la polpa porosa assorbe facilmente i grassi e la densità energetica del piatto può cambiare molto secondo la cottura.

La salatura preventiva richiama parte dell’acqua e rende la consistenza più compatta, ma non impedisce alla melanzana di impregnarsi. Contano soprattutto temperatura dell’olio, durata della frittura e spessore delle fette. Forno, griglia e microonde richiedono meno condimento e mantengono il piatto più vicino al profilo dell’ortaggio di partenza.

La buccia viola concentra antociani, pigmenti studiati per la loro attività antiossidante; la polpa fornisce fibra, utile per sazietà e regolarità intestinale. Pelarla significa perdere una parte dei pigmenti, non svuotarla di ogni interesse. Le varietà lunghe e le perline hanno spesso una pelle più sottile; quelle grandi e tonde possono risultare più coriacee. Sulla carta la melanzana è leggera. Il resto lo decide la cucina.

Zucchina – La forza della leggerezza
La zucchina fa della discrezione il proprio punto di forza. È composta soprattutto da acqua, ha una densità energetica molto bassa e apporta potassio – coinvolto nell’equilibrio dei liquidi e nella normale funzione muscolare – insieme a piccole quantità di vitamina C e fibra. La buccia aggiunge pigmenti e altra fibra, perciò, quando è tenera e ben lavata, conviene conservarla.

Le varietà cambiano soprattutto consistenza e destinazione. La romanesca, costoluta e saporita, mantiene una buona tenuta in padella; la trombetta d’Albenga ha polpa soda e delicata, con i semi concentrati quasi soltanto nell’estremità; le zucchine tonde si prestano alle farciture. Griglia, vapore e cotture rapide ne rispettano la freschezza; lasciata cuocere più a lungo, la zucchina diventa una base cremosa capace di dare volume a zuppe, salse e impasti.

Anche il fiore è commestibile. Quello femminile rimane attaccato al frutto, mentre il maschile cresce su uno stelo più sottile; entrambi possono essere consumati crudi, appena scottati, farciti o aggiunti a frittate e risotti. La frittura resta la destinazione più celebre, non l’unica.

Una precauzione riguarda l’amarezza intensa e anomala. Può segnalare la presenza di cucurbitacine – sostanze prodotte naturalmente dalle Cucurbitacee come difesa – che, in concentrazioni elevate, provocano disturbi gastrointestinali e resistono alla cottura. In quel caso la zucchina va scartata. Per il resto, il suo pregio è semplice: acqua, leggerezza e una versatilità che non reclama il centro del piatto.

Cipolla rossa – Il meglio sta appena sotto
La cipolla rossa concentra una parte importante dei propri flavonoidi negli strati più esterni. Sono composti vegetali che partecipano alla difesa dallo stress ossidativo: tra questi domina la quercetina, mentre gli antociani sono responsabili delle tonalità rosse e violacee. Eliminare, insieme alla tunica secca, uno o due strati carnosi può quindi portarne via una quota rilevante.

Uno studio condotto sulla cipolla rossa di Tropea ha osservato che, dopo una normale pelatura domestica, la parte edibile conservava ancora il settantanove per cento di uno dei principali derivati della quercetina, ma soltanto il ventisette per cento degli antociani complessivi. La conclusione non è mangiare la buccia cartacea: basta fermarsi quando comincia il tessuto integro e succoso.

La dolcezza della Tropea non dipende semplicemente da una quantità eccezionale di zuccheri. Entrano in gioco acqua, acidità e minore aggressività dei composti solforati – le sostanze responsabili della piccantezza e delle lacrime durante il taglio. Cruda mantiene croccantezza e intensità; marinata nell’aceto o nel limone perde parte della forza; cotta lentamente sviluppa una dolcezza più rotonda. Prima della ricetta conta un gesto molto più semplice: sbucciarla senza eccesso di zelo.

Cappero e cucuncio – Il bocciolo e il frutto
Il cappero è un bocciolo floreale raccolto prima che si apra. Appena colto è duro, amaro e poco accomodante; la conservazione sotto sale, in salamoia o nell’aceto ne modifica consistenza e sapore, trasformandolo nell’ingrediente pungente che conosciamo. In questo caso la lavorazione è ciò che lo rende gradevole e utilizzabile in cucina.

La composizione è ricca di flavonoidi, soprattutto quercetina e rutina, e di glucosinolati – sostanze presenti anche nelle crucifere, responsabili di parte delle note amare e piccanti. I valori calcolati su cento grammi sono notevoli, ma la porzione reale è di pochi capperi: più che un alimento da consumare in quantità, è un ingrediente capace di aggiungere molto con pochissimo.

I boccioli più piccoli, classificati commercialmente come non-pareilles, sono apprezzati per consistenza e finezza. Il cucuncio è invece il frutto della stessa pianta: più grande, carnoso e provvisto di semi. Nessuno dei due nasce salato; il sodio dipende dal metodo di conservazione e può essere ridotto sciacquando o dissalando il prodotto, senza eliminarlo del tutto. Proprio questa intensità permette, dopo il risciacquo, di evitare altro sale aggiunto e portare nel piatto sapidità, acidità e una lieve nota amara.

Anguria e melone – L’acqua non racconta tutto
Anguria e melone contengono oltre il novanta per cento d’acqua e contribuiscono all’idratazione estiva insieme a ciò che si beve durante la giornata. Aggiungono freschezza, volume, potassio e una densità energetica contenuta, ma dietro la somiglianza iniziale nascondono composizioni diverse.

La polpa rossa dell’anguria deve il colore al licopene, lo stesso carotenoide presente nel pomodoro. Contiene anche citrullina – un amminoacido utilizzato dall’organismo nella produzione di arginina e ossido nitrico, coinvolto nella regolazione del tono dei vasi sanguigni. Le quantità cambiano tra cultivar e parti del frutto e non fanno dell’anguria un integratore per la circolazione; una quota è presente anche nella fascia bianca vicina alla buccia, che può essere marinata o trasformata in conserva.

Tra i meloni, la differenza più evidente è scritta nella polpa. Quelli arancioni, come cantalupo e retato, sono ricchi di betacarotene e contengono mediamente più vitamina C. Nelle tabelle Crea, i meloni invernali a polpa chiara hanno invece più acqua e, in media, meno zuccheri e calorie, mentre potassio e fibra rimangono su valori simili. L’arancione offre soprattutto carotenoidi; il bianco punta su acqua e delicatezza. Qui il colore anticipa davvero una parte di ciò che finirà nel piatto.

Drupacee – Questione di tempo
Pesche, nettarine, percoche, albicocche e susine condividono il nocciolo, non la stessa composizione. Il colore offre qualche indizio: nelle albicocche e nelle varietà a polpa gialla prevalgono i carotenoidi; nelle susine rosse e violacee aumentano gli antociani, concentrati soprattutto nella buccia. Quando è integra e ben lavata, conservarla permette di trattenere più fibra e pigmenti.

Pesche e nettarine sono nutrizionalmente molto simili: la differenza più evidente è la buccia, vellutata nelle prime e liscia nelle seconde. Le percoche hanno in genere una polpa più soda e aderente al nocciolo, adatta alla cottura e alla conservazione; le pesche a polpa fondente risultano più succose e delicate. Le differenze tra cultivar possono comunque superare quelle suggerite dal nome del frutto.

Conta soprattutto il momento della raccolta. Pesche, nettarine, albicocche e molte susine sono frutti climaterici: dopo essere stati staccati continuano a produrre etilene, ad ammorbidirsi e a sviluppare parte dei propri aromi. Nei primi giorni il profumo può intensificarsi; con il tempo eccessivo, la polpa perde consistenza e la freschezza aromatica diminuisce.

Questo non significa che qualsiasi frutto acerbo recuperi in cassetta ciò che non ha ricevuto sull’albero. Una pesca raccolta troppo presto può ammorbidirsi senza raggiungere lo stesso equilibrio tra profumo, dolcezza e acidità di una raccolta più vicina alla maturità fisiologica. Per pesche e nettarine conviene cercare profumo, assenza di verde intorno al picciolo e una polpa che ceda appena alla pressione. Il tempo continua a lavorare anche dopo il raccolto, ma non fa miracoli.

Frutti di bosco – Tutta la sostanza del colore
Lamponi, more, mirtilli, ribes e fragoline vengono riuniti sotto il nome di frutti di bosco, pur appartenendo a famiglie botaniche diverse. A tenerli insieme sono soprattutto le dimensioni ridotte, la stagione breve e una notevole ricchezza di pigmenti. Le fragole coltivate vengono spesso associate al gruppo per composizione e uso, anche se hanno una storia differente.

Mirtilli, more e ribes scuri devono le tonalità blu, viola e quasi nere agli antociani, studiati per la capacità di contrastare l’ossidazione e di modulare alcuni processi infiammatori e vascolari. Lamponi, fragole e more contengono anche ellagitannini, che il microbiota intestinale trasforma in altri metaboliti. Il dato più concreto non sta nella singola molecola, ma nella varietà di pigmenti che questi frutti permettono di introdurre in una porzione piccola.

La consistenza aggiunge un’altra differenza. Lamponi e more sono formati da numerose piccole drupe e devono ai semi una quota di fibra elevata; fragole e ribes apportano molta vitamina C, mentre nei mirtilli buona parte dei pigmenti si concentra nella buccia. Mangiarli interi conserva la struttura fibrosa; ridurli in succo significa perderne una parte.

Sono frutti delicati: muffe e ammaccature si diffondono rapidamente, perciò conviene conservarli asciutti e lavarli soltanto poco prima del consumo. Il congelamento ne modifica la consistenza, ma conserva fibra e minerali e mantiene una parte consistente dei pigmenti, mentre la vitamina C può ridursi durante conservazione e scongelamento. Fuori stagione, il surgelato può essere una scelta più sensata di un fresco raccolto troppo presto e rimasto a lungo in viaggio.

Fichi e fico d’India – Due famiglie sotto lo stesso nome
Non tutti i fichi si presentano due volte. Le varietà bifere producono all’inizio dell’estate i fioroni, sviluppati sui rami dell’anno precedente, e tra la fine dell’estate e l’autunno i forniti; le varietà unifere danno un solo raccolto. I primi sono in genere più grandi e acquosi, i secondi più piccoli e concentrati, anche se dolcezza, colore e consistenza cambiano molto tra cultivar e andamento della stagione.

Quello che chiamiamo frutto è in realtà un siconio – un ricettacolo carnoso che racchiude numerosi piccoli fiori. I granelli che scricchiolano sotto i denti sono i minuscoli frutti sviluppati da quei fiori e contribuiscono, insieme alla buccia e alla polpa, alla quota di fibra. Nel fico fresco convivono fibra solubile e insolubile: la prima trattiene acqua e contribuisce a rendere più morbido il contenuto intestinale, la seconda favorisce il transito. Si aggiungono potassio e una piccola quota di calcio.

La dolcezza può trarre in inganno. Il fico fresco contiene oltre l’ottanta per cento d’acqua e apporta circa sessantatré chilocalorie per cento grammi: più di pesche e anguria, ma molto meno di quanto suggerisca la polpa mielosa. Con l’essiccazione l’acqua diminuisce e zuccheri, fibra, energia e minerali si concentrano. Il fico secco è quindi un alimento più denso, da consumare in una porzione minore.

Il fico d’India condivide il nome, non la famiglia botanica. La polpa ha una quantità di zuccheri ed energia simile a quella del fico fresco, ma contiene circa cinque grammi di fibra per cento grammi, quasi tutta insolubile. I numerosi semi contribuiscono a questa quota, utile alla regolarità intestinale ma non sempre ben tollerata quando il consumo è abbondante. Le varietà bianche, gialle e rosse cambiano soprattutto per pigmenti; la differenza più concreta rimane sotto i denti.

Erbe aromatiche – Quando le foglie contano
L’estate è la stagione in cui le erbe aromatiche smettono di arrivare sul piatto in due foglie contate. Basilico, prezzemolo, menta, maggiorana e finocchietto riempiono mazzi e vasi, abbastanza abbondanti da entrare nelle ricette a manciate. Usate come decorazione incidono poco; trasformate in pesti, salse verdi, insalate e ripieni diventano una vera componente vegetale del piatto.

Sotto il profumo c’è una composizione tutt’altro che trascurabile. Molte di queste foglie apportano vitamina K, folati e carotenoidi; il prezzemolo è anche particolarmente ricco di vitamina C. Cinque grammi – la porzione indicata dalle tabelle nutrizionali – ne forniscono circa otto milligrammi: non sostituiscono una porzione di verdura, ma mostrano quanta sostanza possa stare in una manciata.

Basilico, menta, origano, timo, salvia e rosmarino contengono inoltre composti fenolici. Tra questi figurano l’acido rosmarinico e, in rosmarino e salvia, l’acido carnosico; timo e origano devono parte del proprio carattere a timolo e carvacrolo. Sono sostanze studiate soprattutto in modelli sperimentali per la capacità di contrastare l’ossidazione e modulare alcuni processi infiammatori. Nel piatto partecipano alla varietà della dieta, senza assumere il ruolo di farmaci.

La consistenza suggerisce anche il modo di usarle. Basilico, menta, prezzemolo ed erba cipollina affidano buona parte del proprio carattere a profumi fragili e rendono meglio freschi, aggiunti alla fine o lavorati senza lunghe cotture. Rosmarino, salvia, timo e origano sopportano forno, brace ed essiccazione, che elimina l’acqua e modifica il profilo aromatico.

Il loro vantaggio nutrizionale coincide con quello gastronomico: aumentano la presenza vegetale e costruiscono sapore senza affidare tutto al sale o ai condimenti. Una foglia di basilico appoggiata sulla pasta resta una guarnizione; un pesto, una salsa di prezzemolo o un’insalata die erbe sono già un ingrediente.

Al mercato i cartelli continueranno a dire soltanto «pomodori», «peperoni», «meloni». Tra colore, maturazione e destinazione in cucina, però, il banco ora si lascia leggere un po’ meglio.

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La seconda linea del fronte nella guerra di attrito tra Russia e Ucraina

La guerra russo-ucraina del 2026 si combatte sempre più lontano dalla linea di contatto. Non perché il fronte terrestre abbia perso centralità, ma perché la difficoltà di ottenere sfondamenti rapidi ha spinto Mosca e Kyjiv a cercare nella profondità economica dell’avversario un moltiplicatore di pressione. Raffinerie, depositi, porti, ferrovie, reti elettriche e carburanti sono diventati parte della stessa equazione: quanto costa mantenere in funzione lo Stato mentre continua la guerra? Gli ultimi giorni lo rendono evidente. Il 13 agosto un attacco russo ha danneggiato infrastrutture del porto di Izmail, sul Danubio, interrompendo anche l’elettricità. Pochi giorni prima Odesa era stata colpita, mentre Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro l’industria energetica russa.

Non è una semplice guerra contro la «società civile». Questa formula è politicamente comprensibile, ma analiticamente insufficiente. Un’infrastruttura può essere civile, militare o dual-use a seconda dell’impiego concreto. Il diritto internazionale umanitario consente di qualificare come obiettivo militare soltanto ciò che contribuisce effettivamente all’azione militare e la cui neutralizzazione offre, nelle circostanze specifiche, un vantaggio militare definito. Il solo valore economico di un bene non basta.

È una distinzione decisiva perché la guerra dei sistemi produce effetti economici anche quando l’obiettivo immediato è militare. Un porto colpito significa ritardi, assicurazioni più costose e merci deviate. Una raffineria danneggiata significa meno carburante, ma anche maggiore pressione sui prezzi e sulla logistica. Una rete elettrica degradata obbliga lo Stato a scegliere dove destinare generatori, trasformatori, difesa aerea e squadre di riparazione.

Odesa è il caso più importante. L’Ucraina dipende dal sistema portuale del Mar Nero per trasformare il proprio raccolto in valuta, entrate fiscali e continuità economica. A luglio i porti del Mar Nero avevano già perso circa un terzo della capacità di esportazione cerealicola, secondo associazioni agricole citate da Reuters. Ad agosto la situazione si è ulteriormente deteriorata: il blocco e gli attacchi hanno spinto Kyjiv e Moldova a valutare maggiori trasferimenti ferroviari attraverso il territorio moldavo.

La vulnerabilità ucraina, tuttavia, non coincide con la dipendenza. Kyjiv ha costruito ridondanze verso il Danubio, la ferrovia e l’Europa. Il problema è il costo: ogni tonnellata esportata attraverso una rotta alternativa può richiedere più tempo, capitale e coordinamento. La guerra diventa così una competizione sulla velocità con cui un sistema riesce a sostituire ciò che l’altro distrugge.

La stessa logica sta colpendo la Russia. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno cominciato a trasformare una superiorità energetica strutturale in un problema di raffinazione, distribuzione e prezzi. L’Iea ha rilevato a luglio che l’intensificazione degli attacchi contro raffinerie e infrastrutture di esportazione russe aveva stretto il mercato dei prodotti petroliferi, incidendo sia sulle esportazioni sia sulle consegne interne. Il 13 agosto Reuters ha riferito che l’attacco alla raffineria di Orsk potrebbe provocare uno stop di mesi, anche per la difficoltà di reperire apparecchiature sostitutive.

È qui che cade l’idea secondo cui la guerra infrastrutturale favorisca automaticamente Mosca. La Russia possiede più territorio, materie prime e capacità industriale. Ma la massa non equivale all’invulnerabilità. Le raffinerie sono nodi concentrati; la logistica dipende dal carburante; il carburante dipende dalla raffinazione. Gli attacchi stanno già aumentando i costi del trasporto stradale russo e contribuendo alle tensioni sui prezzi.

L’Ucraina resta però il sistema più esposto. La Banca mondiale stima oltre 195 miliardi di dollari di danni diretti e quasi 588 miliardi di fabbisogni di ricostruzione. La differenza rispetto alla Russia è che una quota crescente della resilienza ucraina viene finanziata e organizzata dall’esterno: Unione europea, istituzioni finanziarie internazionali, partner occidentali. La vera partita, dunque, non è chi distrugge di più. È chi ripara più rapidamente, dispone di maggiore ridondanza e riesce a trasformare capitale in capacità operativa. Mosca parte con una profondità maggiore; Kyjiv con una rete esterna più ampia.

La seconda linea del fronte è questa: non il collasso immediato dell’economia, ma l’aumento progressivo del costo della normalità. Quando riparare diventa più lento del distruggere, la guerra economica smette di essere una conseguenza del conflitto e diventa essa stessa una strategia di coercizione.

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Vannacci promette sovranità e prepara l’impotente solitudine nazionale

Non ho mai incontrato Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale. Ma ho conosciuto abbastanza bene il coordinatore del suo programma: un brillante giovane ultracattolico, nato dalle mie parti, esponente di un fondamentalismo clericale di matrice – non saprei spiegarmi meglio – più lefebvriana che ruiniana. Non mi sono quindi stupito nell’individuare i caratteri eccezionalmente antiliberali e organicistici del programma politico di Vannacci. Vediamoli punto per punto.

Uno Stato confessionale e identitario
Il programma definisce «non negoziabili» la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale», la «famiglia naturale» e l’«identità cristiana». Descrive la nazione come comunità «di diritto e di sangue», richiama i tratti fisici degli italiani e afferma che «per fare un italiano non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli». Soprattutto, ripete la formula vannacciana secondo cui «viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni». In una democrazia costituzionale e liberale basata sullo stato di diritto, lo Stato non stabilisce quale sia la «vera» identità religiosa o antropologica dei cittadini; la cittadinanza è un’appartenenza giuridica e politica, non etnica, biologica o confessionale; le istituzioni non sono subordinate a una presunta essenza della nazione, interpretata dal partito che governa. E i diritti non dipendono dall’adesione alla morale cattolica. Dietro la parola «libertà» compare una concezione sostanzialmente antiliberale: l’individuo è libero solo finché la sua condotta coincide con ciò che il programma considera naturale, cristiano e funzionale alla continuità della nazione. Lo stesso testo arriva a qualificare come «perversioni e piaghe sociali» alcuni comportamenti che l’«ideologia liberale» trasformerebbe in diritti individuali.

La «remigrazione» come discriminazione di Stato
Il capitolo più chiaro è quello intitolato non casualmente «Assimilazione e Remigrazione». Vannacci non si limita a proporre un controllo rigoroso dell’immigrazione clandestina, obiettivo compatibile con una politica liberale. Vuole ridurre anche la presenza degli stranieri regolari fino a renderla «eccezionale», «percentualmente irrilevante» e priva di «alcun impatto sociale». Tra le misure previste: selezione degli ingressi in base alla religione e alla «compatibilità culturale», privilegiando i paesi cristiani (si attendono ondate di austriaci, francesi e sloveni?); venti anni di residenza per ottenere la cittadinanza; dichiarazione obbligatoria di assimilazione alla civiltà «greca, romana e cristiana» (ebrei non graditi?); revoca della cittadinanza ai naturalizzati che commettano determinati reati; esclusione generalizzata degli stranieri da prestazioni sociali; stop ai ricongiungimenti familiari; incentivazione della partenza anche degli immigrati regolari; espulsioni automatiche, riduzione delle garanzie familiari e ricorsi da esercitare dopo il rimpatrio; preferenza occupazionale e contributiva per la manodopera italiana (oggi sacrificata? Non saprei).

Vannacci non propone una politica migratoria: la sua è una gerarchia legale tra persone costruita sull’origine, sulla religione e sul modo in cui si è acquisita la cittadinanza. La distinzione permanente tra cittadini «originari» e naturalizzati rompe il principio liberale di eguaglianza davanti alla legge. Smontare l’Unione europea senza dichiarare subito l’uscita La linea europea di Vannacci non è una riforma dell’Unione. È un progetto di regressione dall’Ue alla vecchia Cee: mercato comune tra Stati sovrani, senza vera autorità politica europea.

Il programma propone le seguenti misure: uso sistematico del veto, a partire dal prossimo bilancio pluriennale; prevalenza della Costituzione sui trattati e sul diritto europeo; restituzione agli Stati delle competenze trasferite; rifiuto del federalismo europeo, definito «federalismo al contrario» e «elefante eurocomunista»; creazione di cooperazioni alternative all’Ue con Ungheria, Slovacchia e altri governi nazional-conservatori; possibilità di uscire dall’euro; introduzione di una «moneta fiscale» nazionale; possibilità di recedere persino dalla Nato.

Quella di Vannacci è una strategia di disgregazione per tappe: non proclamare oggi l’Italexit, ma rendere l’Italia incompatibile con il funzionamento dell’Unione, paralizzarne le decisioni e tenere aperta l’uscita dall’euro. Vannacci pare non tener conto che nessuno Stato europeo, neppure grande, possiede da solo la massa critica necessaria per difendere sicurezza, tecnologia, industria, moneta e autonomia strategica nel confronto con Stati Uniti, Cina e Russia. La «sovranità nazionale» di Vannacci non restituirebbe sovranità effettiva all’Italia: la renderebbe più debole e più esposta alle grandi potenze – a una in particolare, minacciosa ma amica: la Russia.

Una politica estera aperta alla Russia e ostile all’Ucraina
Il documento non definisce la guerra come aggressione russa contro uno Stato sovrano. La chiama «operazione militare russa» e attribuisce un ruolo causale all’espansione della Nato, richiamando George F. Kennan e John J. Mearsheimer. Considera sbagliato l’invio prolungato di armi, insiste sui danni delle sanzioni all’Italia e propone di riaprire rapidamente i rapporti energetici e commerciali con Mosca. Ancora più significativo è il quadro generale: il programma presenta il multipolarismo delle «sfere d’influenza» come un’evoluzione positiva e immagina una convergenza tra l’Europa cristiana occidentale e la Russia cristiana orientale. In questa concezione, la libertà degli ucraini rischia di diventare una variabile subordinata all’equilibrio tra potenze e alla convenienza energetica italiana. Vannacci non accetta l’idea che l’interesse nazionale italiano non consista nel premiare l’aggressione e nel riconoscere implicitamente alle grandi potenze il diritto di dominare i vicini, e che coincida con un ordine europeo nel quale i confini non si cambiano con la forza e gli Stati scelgono liberamente le proprie alleanze.

Dalla sicurezza al diritto penale del nemico
Il programma contiene alcune proposte condivisibili – rafforzamento degli organici, digitalizzazione della giustizia, separazione delle carriere, interventi sulle carceri – ma le colloca dentro un impianto securitario e autoritario. Sono particolarmente critici i seguenti punti: l’affermazione che la sicurezza del cittadino onesto venga «prima dei diritti del criminale»; la contrapposizione tra vittima e garanzie dell’imputato; la presunzione assoluta di proporzionalità nella difesa domiciliare; la legittimazione dell’uso della forza anche per difendere beni materiali e durante la fuga dell’aggressore; l’esclusione del risarcimento persino nell’eccesso colposo di difesa; l’abbassamento a dodici anni dell’imputabilità; i riti sommari come regola per i reati in flagranza; l’impiego strutturale delle Forze armate nelle città; le «zone rosse» senza limiti temporali; il lavoro carcerario obbligatorio, con aumento della pena per chi lo rifiuta; la revisione del reato di tortura per ampliare la protezione degli agenti. Il liberalismo – inutile spiegarlo a Vannacci – non è indulgenza verso il crimine. È la convinzione che le garanzie valgano proprio quando lo Stato esercita la sua forza. La presunzione d’innocenza non protegge «il criminale»: protegge ogni cittadino dal rischio di essere trattato come colpevole prima di una sentenza.

Libertà economica proclamata, dirigismo nazionalista praticato
Nel capitolo economico si trovano anche obiettivi liberali ragionevoli: semplificazione fiscale, riduzione del cuneo, stabilità delle regole, tutela della concorrenza, proprietà diffusa. Ma l’impianto complessivo è quello di un’economia nazionale protetta e politicamente guidata: fondo sovrano pubblico; uso esteso del golden power; protezionismo, dazi e preferenze nazionali; restrizioni agli investimenti e alle acquisizioni estere; moneta fiscale parallela; deroghe ai vincoli di bilancio pur senza una quantificazione credibile; flat tax senza aggiustamenti fiscali, riduzioni dell’Iva, quoziente familiare, incentivi demografici e nuove spese, senza un quadro finanziario coerente.

Il documento di Vannacci promette contemporaneamente meno tasse, maggiori investimenti pubblici, più sicurezza, più carceri, più sostegni familiari, protezione industriale e maggiore libertà di deficit. Manca una stima dei costi e manca soprattutto una strategia seria per il debito pubblico. È un nazional-corporativismo economico rivestito di lessico liberale: il mercato viene accettato finché produce risultati conformi all’interesse nazionale definito dal governo.

Demografia e famiglia come strumenti di omologazione sociale
È legittimo sostenere natalità e famiglie. Diventa illiberale quando la politica demografica si trasforma in un criterio per distribuire diritti e opportunità. Il programma propone persino «quote azzurre» nei concorsi pubblici riservate ai genitori di famiglie numerose. In questo modo il merito, pure continuamente invocato, viene sacrificato a un’ideologia della procreazione. Chi non ha figli, chi non può averne o chi vive in una famiglia diversa da quella riconosciuta dal partito viene implicitamente collocato a un livello inferiore di utilità nazionale e quindi di minore partecipazione all’acquisizione dei diritti civili e sociali. Naturalmente, anche Vannacci, come gli autocrati di ogni stagione, propone – come ho segnalato – di fare cose buone. La mia opposizione radicale a Futuro Nazionale non nasce dal fatto che sia un partito di destra, ma dal fatto che propone una destra radicalmente antiliberale e antieuropea.

Nel suo programma la nazione viene prima delle istituzioni, l’identità religiosa prima della libertà di coscienza, l’origine dei cittadini prima della loro eguaglianza, la sicurezza prima delle garanzie e la sovranità nazionale prima della costruzione europea. Gli immigrati vengono selezionati secondo la religione, i naturalizzati rimangono cittadini revocabili, la cittadinanza richiede l’adesione a una civiltà ufficiale, la famiglia è definita dallo Stato e i diritti individuali sono subordinati a una morale collettiva.

In Europa Vannacci non propone di correggere l’Unione, ma di riportarla a una semplice area commerciale, usando il veto, rimettendo in discussione l’euro e costruendo alleanze con i nazionalismi illiberali. In politica estera sostituisce la solidarietà con l’Ucraina con l’accomodamento verso la Russia e il diritto internazionale con la logica delle sfere d’influenza. Anche quando parla di libertà economica, il programma approda al protezionismo, al dirigismo strategico e a una quantità di promesse fiscali e di spesa prive di copertura. E quando parla di sicurezza, considera le garanzie costituzionali un ostacolo, legittima una concezione sproporzionata della difesa privata e trasforma il diritto penale in uno strumento di esclusione sociale.

I liberali, i riformisti, chiunque si riconosca nella Costituzione e nella storia dell’Italia repubblicana, cercano un’altra Italia: una repubblica laica, liberale ed europea, nella quale la cittadinanza dipende dalla legge e non dal sangue o dalla religione; lo Stato protegge la libertà individuale senza imporre un’identità; la sicurezza è garantita nel rispetto del giusto processo; e la sovranità si esercita insieme agli altri europei, non nell’impotente solitudine degli Stati nazionali. E non possono condividere in nessun modo la concezione etnico-confessionale della cittadinanza, l’attacco all’Unione, la subordinazione dei diritti all’identità nazionale e l’indebolimento delle garanzie.

Un tempo avremmo chiamato il programma politico di Vannacci in un modo semplice: fascismo. Ma oggi, quando l’antifascismo proclamato si spinge a proporci modelli altrettanto autoritari, occorre trovare un altro termine. Chiamiamolo vannaccismo, per ora.

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Il burro diventa destinazione in un negozio parigino monoprodotto

Quanto è buono il burro

Dopo il pistacchio, il tiramisù e la mousse al cioccolato, anche il burro conquista un indirizzo tutto suo. A Parigi, nel XV arrondissement, ha aperto Le Butter Shop, una boutique che ruota interamente attorno a uno degli ingredienti simbolo della cucina francese, e considerando quando questo ingrediente sia amato oltralpe, quasi ci stupiamo che non fosse ancora successo. Alla base, l’idea di trasformare un alimento di uso quotidiano in un’esperienza di degustazione, vendita e racconto, seguendo una formula che negli ultimi anni ha già premiato numerosi locali monotematici, dedicati a un solo prodotto. 

Sugli scaffali si trovano una trentina di burri provenienti da piccoli produttori francesi, dalle versioni classiche con fleur de sel fino a quelle aromatizzate con alghe, scalogno, pepe del Madagascar, tartufo, yuzu, vaniglia, lampone e perfino cioccolato. Il negozio propone assaggi prima dell’acquisto, confezionamento sottovuoto per chi viaggia e una selezione di vini, senapi e altri prodotti di gastronomia destinati a costruire il perfetto picnic parigino. 

L’elemento che ha contribuito alla viralità del locale, però, è un altro. Al centro dello spazio campeggia un enorme cono di burro salato, pensato esplicitamente per diventare sfondo di fotografie e video condivisi sui social. In pochi giorni dall’apertura, creator e turisti hanno trasformato il negozio in una tappa obbligata del loro itinerario gastronomico. 

Il caso è interessante perché va oltre il semplice negozio specializzato e conferma una tendenza ormai consolidata: il successo dei format monotematici, nei quali il prodotto diventa protagonista assoluto, con un coté instagrammabile immancabile. Non si vende soltanto un alimento, ma un’esperienza facilmente raccontabile, riconoscibile e condivisibile: il valore percepito nasce tanto dalla selezione quanto dalla possibilità di dire «ci sono stato».

Per la Francia il burro rappresenta inoltre un simbolo identitario, al pari dell’olio extravergine in molte regioni italiane. Dedicargli un’intera boutique significa trasformare un ingrediente fondamentale della cucina in un oggetto culturale e turistico, rendendolo accessibile anche a un pubblico internazionale che spesso lo conosce soltanto attraverso marchi celebri.

Resta da capire se il Butter Shop sarà ricordato come una curiosità destinata a esaurirsi con il ciclo delle tendenze social oppure se inaugurerà una nuova categoria di negozi specializzati. In ogni caso, racconta bene una trasformazione del consumo contemporaneo: oggi anche il prodotto più ordinario può diventare destinazione, a patto di essere inserito in una narrazione capace di suscitare curiosità e desiderio.

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Perché Valter Lavitola avrebbe ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci

Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Se vuoi riceverla due giorni prima della pubblicazione online, puoi iscriverti, cliccando qui.

Qual è la notizia? La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno è esploso davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. La bomba, collocata vicino alla sua automobile, distrusse la vettura, danneggiò quella della figlia e il cancello della villetta. Nessuno rimase ferito. Inizialmente si pensò a una ritorsione per una delle inchieste della storica trasmissione di Rai 3. Dopo otto mesi di indagini, il 30 giugno 2026 i carabinieri arrestarono quattro presunti componenti del gruppo che aveva materialmente organizzato l’esplosione: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Seguendo gli spostamenti di un’automobile, i telefoni e le conversazioni degli indagati, gli investigatori sono risaliti prima a Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense e presunto intermediario, e poi all’imprenditore Valter Lavitola, ex editore e direttore dell’Avanti! e oggi titolare del ristorante di pesce “Cefalù”, nel quartiere romano di Monteverde. Dal 2019 era anche un amico e una fonte di Ranucci: si sentivano quasi ogni giorno e frequentavano le rispettive famiglie.

Il 10 agosto Lavitola è stato arrestato come presunto mandante dell’attentato. Due giorni dopo ha ammesso di aver commissionato un’intimidazione, ma ha negato di aver ordinato la bomba: sostiene di aver chiesto quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della casa, per convincere le autorità a rafforzare la scorta del giornalista. Secondo la procura di Roma, invece, Lavitola voleva accrescere la popolarità di Ranucci e preparare una sua possibile candidatura politica nel centrosinistra. Da mesi gli parlava della possibilità di diventare presidente del Consiglio e stava lavorando a un sondaggio sul suo consenso. Ranucci conosceva il progetto e aveva suggerito alcune modifiche al questionario, ma non è indagato: finora non è emersa alcuna prova che sapesse dell’attentato.

L’11 agosto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci dalla conduzione di Report. Il 13 agosto la Commissione etica della Rai ha consegnato all’amministratore delegato Giampaolo Rossi una relazione riservata. Secondo le indiscrezioni, il documento segnala criticità nell’amicizia di Ranucci con Lavitola, nell’invio all’esterno di una mail aziendale e nei giudizi di Ranucci su dirigenti e colleghi. Al momento sono state sospese le repliche estive di Report, ma non è stata decisa alcuna sospensione di Ranucci dalla conduzione.

Il punto. Domande e risposte.

Ho capito che Ranucci è il conduttore di Report, ma prima di spiegarmi tutto, dimmi chi è Lavitola.
Valter Lavitola, 60 anni, salernitano, è un imprenditore ed ex giornalista-editore. Dal 2003 al 2011 diresse e amministrò di fatto L’Avanti!, quotidiano distinto dalla storica testata ufficiale del Partito socialista italiano. Il giornale di Lavitola chiuse nel novembre 2011; l’Avanti! pubblicato oggi online non è collegato a lui. Nel settembre 2010 divenne noto al grande pubblico per aver ottenuto e pubblicato un documento del governo di Saint Lucia che indicava Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, come beneficiario della società proprietaria dell’appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Il caso fu centrale nello scontro politico tra Fini e Silvio Berlusconi. Lavitola era da tempo in rapporti diretti con Berlusconi, che accompagnò anche in alcuni viaggi internazionali, agendo come intermediario informale senza ricoprire incarichi di governo. Da qui è nata la fama di “faccendiere”. Nel 2012 patteggiò tre anni e otto mesi per truffa e bancarotta nella vicenda dei finanziamenti pubblici ottenuti da L’Avanti!. Nel 2014 divenne definitiva la condanna a un anno e quattro mesi per aver tentato di ottenere da Berlusconi cinque milioni di euro in cambio del silenzio su ciò che sapeva dell’inchiesta barese sulle escort. Nel 2015 fu inoltre condannato in primo grado a tre anni per aver fatto da intermediario nel pagamento di tre milioni al senatore Sergio De Gregorio, eletto con l’Italia dei Valori, affinché passasse al centrodestra e contribuisse alla caduta del governo Prodi. In appello il reato fu dichiarato prescritto: la condanna non divenne definitiva. Ha trascorso complessivamente più di quattro anni in carcere. Negli ultimi tempi, oltre al ristorante “Cefalù”, lavorava con Tavares a progetti ambientali in Camerun destinati a generare crediti di carbonio, ovvero dei certificati, ciascuno corrispondente normalmente a una tonnellata di anidride carbonica ridotta o assorbita, che possono essere venduti alle aziende per compensare le proprie emissioni.

Come ha conosciuto Ranucci?
I due furono presentati nel 2019 dal giornalista Guido Ruotolo all’interno del ristorante “Cefalù”. Ranucci cominciò a frequentare assiduamente il locale e il rapporto, inizialmente professionale, diventò progressivamente personale. Ranucci ha spiegato che voleva intervistare Marcello Dell’Utri e pensava che Lavitola potesse aiutarlo a stabilire un contatto. Lavitola, già oggetto di servizi di Report, divenne anche una fonte: fornì indicazioni per inchieste riguardanti gli appalti dei Canadair, gli elicotteri antincendio e il Cantiere Navale Vittoria. Ranucci, a sua volta, gli diede consigli sugli affari legati ai crediti di carbonio. L’amicizia andò oltre il lavoro. I due si telefonavano quasi ogni giorno, frequentavano le rispettive famiglie e Lavitola entrò più volte negli uffici Rai di via Teulada. Ranucci ha raccontato di essersi affezionato anche al figlio autistico di Lavitola e di averlo messo in contatto con sua figlia, che è psicologa. Nel maggio 2023 Il Riformista pubblicò un servizio di Aldo Torchiaro con le fotografie di una cena al “Cefalù” tra Ranucci, Lavitola e monsignor Gianni Fusco. Le immagini resero pubblica la frequentazione; successivamente Maurizio Gasparri chiese spiegazioni in Commissione di Vigilanza Rai e Ranucci confermò il rapporto di amicizia.

Perché avrebbe organizzato un’intimidazione contro un suo amico?
Lavitola ha raccontato al gip di avere appreso dell’esistenza di un presunto progetto dell’intelligence israeliana per uccidere Ranucci, apparentemente come conseguenza di un servizio di Report sul Cantiere Navale Vittoria di Adria, in provincia di Rovigo. Non ha però spiegato perché Israele avrebbe dovuto colpire il giornalista, né ha indicato la fonte della notizia o fornito elementi verificabili. Secondo il suo racconto, per proteggere l’amico avrebbe incaricato Gomes Clesio Tavares di trovare qualcuno disposto a sparare quattro o cinque colpi contro il muro della villetta, così da costringere le autorità a rafforzarne la scorta. Ranucci era tuttavia protetto ininterrottamente dal 2021. Il gip ha giudicato questo movente «inverosimile» e le dichiarazioni di Lavitola fumose, generiche e prive di riscontri. E ha confermato la custodia cautelare perché ci sarebbe sia il rischio di inquinamento delle prove, sia il pericolo di fuga, considerando la rete di rapporti di cui l’imprenditore dispone in Italia e all’estero. Al momento dell’arresto Lavitola aveva anche un biglietto per Addis Abeba, anche se la difesa lo collega a un incontro sui crediti di carbonio e non a un tentativo di fuga. Il suo avvocato ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame.

Quale sarebbe il vero movente, secondo la Procura?
Secondo la Procura, Lavitola voleva lanciare Ranucci come leader del centrosinistra. Per dare concretezza al progetto, nel febbraio 2026 contattò Stefano Cappellini, allora vicedirettore e oggi direttore ad interim di Repubblica, raccontandogli di un misterioso candidato con percentuali altissime in un presunto sondaggio americano. Cappellini, sperando di ottenere una notizia, il 20 aprile gli inviò una decina di domande generiche e suggerì di rivolgersi a un istituto demoscopico affidabile. Lavitola disse di aver consultato anche Paolo Mieli, ex direttore e firma del Corriere della Sera. Il 29 aprile sostenne che la bozza fosse stata esaminata da Mieli e Ranucci; il 9 giugno inoltrò a Cappellini alcune correzioni attribuite a Ranucci e gli rivelò che il candidato era lui. Cappellini rispose che era «una follia» e che Ranucci non avrebbe potuto prevalere su Schlein o Conte. Non pubblicò nulla perché non considerava credibili né il sondaggio americano né la candidatura. Per gli inquirenti, la bomba doveva completare il progetto: trasformare Ranucci in un giornalista perseguitato e aumentarne il consenso.

Ma come si è passati dall’idea dei colpi di pistola a una bomba?
Lavitola sostiene di avere ordinato soltanto quattro o cinque colpi contro il muro e che Tavares e gli esecutori abbiano deciso autonomamente di utilizzare l’esplosivo. Ha aggiunto che, una volta saputo della bomba, non protestò perché riteneva comunque raggiunto lo scopo dimostrativo. Il gip non considera credibile questa ricostruzione: secondo il giudice, gli elementi raccolti inducono a escludere che Tavares abbia scelto autonomamente le modalità dell’attentato o, quantomeno, che abbia agito senza il consenso preventivo di Lavitola. Attualmente Tavares si trova in Camerun ed è latitante; la Procura di Roma intende chiederne l’estradizione. La sua eventuale testimonianza potrebbe chiarire chi decise di utilizzare l’esplosivo e quali istruzioni ricevette da Lavitola.

Ok, ora voglio capire nel dettaglio com’è avvenuto l’attentato.
Alle 22.17 circa del 16 ottobre 2025 è esploso un ordigno nascosto in un vaso accanto all’automobile di Ranucci, parcheggiata fuori dalla villetta. La deflagrazione ha distrutto la vettura, danneggiato seriamente quella della figlia e colpito il muro e il cancello. Ranucci era rientrato da poco e la figlia era passata vicino alle automobili pochi minuti prima, ma nessuno è rimasto ferito. Non è stato accertato alcun comando a distanza: l’ipotesi della bomba telecomandata compare nelle conversazioni di un indagato, non nelle conclusioni tecniche. Nel loro comunicato sull’operazione, i carabinieri definiscono l’ordigno rudimentale e tecnologicamente superato, ma altamente distruttivo. Secondo il gip, è stato Antonio Passariello a collocare materialmente l’ordigno. La sera del 16 ottobre partì dalla Campania con Saverio Mutone a bordo di una Fiat 500X noleggiata. I due arrivarono vicino alla casa di Ranucci intorno alle 22.04, ripartendo subito dopo l’esplosione. Mutone è considerato partecipe dell’esecuzione, ma dagli atti pubblicamente noti non risulta che abbia materialmente sistemato la bomba.

Come sono stati scoperti?
Una telecamera sulla Pontina ha ripreso la 500X, che i carabinieri hanno seguito fino all’autonoleggio campano grazie alle registrazioni degli impianti pubblici e privati. I dati delle celle telefoniche hanno mostrato poi che i cellulari degli indagati avevano compiuto lo stesso percorso dell’auto, sia la sera dell’attentato sia durante il precedente sopralluogo. Una volta individuato il gruppo, le intercettazioni hanno fornito ulteriori riscontri: Passariello si vantò dicendo «La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia», mentre gli altri parlarono dell’azione, del compenso e dei progetti per lasciare l’Italia. Gli indagati tentarono anche di distruggere schede telefoniche, cercare eventuali microspie e concordare una versione comune. Il 30 giugno 2026 Passariello, Mutone e D’Avino sono stati arrestati e portati in carcere; De Filippis è finita ai domiciliari.

Che cosa rischiano gli esecutori?
Passariello, Mutone, D’Avino e De Filippis sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di avere agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. La Procura contesta anche la strage, ipotesi che il gip non ha riconosciuto nell’ordinanza dei primi arresti. Se fosse accolta, l’articolo 422 del codice penale prevede almeno quindici anni di carcere. Se invece cadesse, resterebbero reati comunque gravi, le cui pene dovranno essere calcolate tenendo conto del ruolo attribuito a ciascun indagato.

Che cosa rischia Lavitola?
Se venisse riconosciuto come mandante, Lavitola potrebbe rispondere degli stessi reati commessi dagli esecutori anche senza avere materialmente trasportato o collocato la bomba. Vale quindi la stessa alternativa: almeno quindici anni se reggesse l’accusa di strage; una pena comunque di diversi anni per gli altri reati, aggravati dal metodo mafioso, se la strage venisse esclusa. La sua ammissione non comporta automaticamente uno sconto e il gip l’ha giudicata incompleta. Se il tribunale credesse alla versione secondo cui aveva ordinato soltanto alcuni colpi di pistola, dovrebbe stabilire se e in quale misura possa rispondere anche della bomba scelta dagli esecutori. I suoi precedenti potrebbero pesare sulla recidiva e sull’accesso ai benefici, ma non si aggiungono automaticamente alla futura pena.

C’è una prova che Ranucci sapesse dell’attentato di Lavitola?
No. Il 14 agosto l’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, ha riferito che il suo assistito, interrogato sulla possibilità che Ranucci avesse intuito o sospettato qualcosa, avrebbe risposto: «Non lo escludo». Non è chiaro, però, se si riferisse a un sospetto precedente o successivo all’attentato; soprattutto, la circostanza non è stata confermata dagli inquirenti. La Procura ha anzi smentito categoricamente la versione più esplicita secondo cui Lavitola avrebbe dichiarato: «Non escludo che Ranucci sapesse del mio piano». Negli atti conosciuti non ci sono messaggi, conversazioni o altri elementi che dimostrino un accordo precedente all’esplosione, né un successivo aiuto consapevole per ostacolare le indagini. Ranucci rimane la persona offesa, non è indagato e il gip scrive che «allo stato non è emerso alcun elemento» per ritenerlo d’accordo con Lavitola.

Ma io ho sentito un audio di Lavitola nel quale dice: «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io; e se l’ho fatta fare io, l’ho fatto d’accordo con Sigfrido».
La frase risale alla mattina del 9 agosto 2026, durante una telefonata-intervista concessa da Lavitola a MowMag, poco più di ventiquattr’ore prima dell’arresto. In quel momento Lavitola negava ancora qualsiasi coinvolgimento e presentò il ragionamento come «un’iperbole»: sosteneva per assurdo che, se avesse organizzato un attentato per favorire Ranucci, lo avrebbe necessariamente avvertito. Dopo la confessione, quelle parole appaiono contraddittorie e assumono un significato più inquietante. Non dimostrano però che Ranucci conoscesse il piano: Lavitola non disse che l’accordo fosse realmente esistito, ma lo utilizzò allora come ipotesi paradossale per proclamarsi innocente.

Ranucci voleva davvero entrare in politica?
Il giornalista lo ha negato, sostenendo che Lavitola sapesse che non si sarebbe mai candidato. Sapeva però che l’amico stava preparando un sondaggio per misurare le sue possibilità come candidato politico. Ranucci esaminò il questionario, successivamente pubblicato dal quotidiano Domani, e indicò due punti da «correggere o integrare»: il 9 e il 19. Il quesito 9 chiedeva agli intervistati quali giornalisti o conduttori televisivi venissero loro spontaneamente in mente e poi verificava se conoscessero il candidato; il 19 domandava quali temi dovessero avere la precedenza in un programma per le primarie del centrosinistra. In un messaggio vocale Ranucci spiegò di avere integrato la bozza inserendo l’intelligenza artificiale, la «gestione dell’egemonia digitale», l’ambiente e la transizione ecologica. Non si limitò quindi a leggere il sondaggio: contribuì concretamente alla sua preparazione.

Come sono arrivati da Gomes al nome di Lavitola?
Attraverso una serie di contatti precedenti e successivi all’esplosione. Dopo l’attentato D’Avino inviò a Tavares il messaggio «Tt ok». La mattina seguente Tavares raggiunse in treno Monteverde, il quartiere in cui Lavitola abita e lavora. Per gli investigatori era il resoconto dell’avvenuta esecuzione. Un’indicazione ancora più diretta sarebbe emersa durante una lite intercettata tra Tavares e la compagna: di fronte alle reticenze dell’uomo, lei avrebbe detto «Ci parlo io con Valter». Gli inquirenti hanno quindi riesaminato gli incontri precedenti. Il 15 settembre i telefoni di Lavitola e Tavares risultavano nella zona della casa di Ranucci; Lavitola sostiene che fosse una normale visita all’amico, mentre la Procura ipotizza un sopralluogo. La catena ricostruita è Lavitola-Tavares-D’Avino-gruppo operativo.

Ho visto una fotografia di Tavares, Lavitola e Ranucci: si conoscevano?
Sì. La fotografia mostra i tre abbracciati ed è stata scattata nel gennaio 2022. Gomes Clesio Tavares la inviò a Lavitola nel gennaio 2025, quando il telefono gliela ripropose come ricordo; Lavitola la inoltrò poi a Ranucci. Lo scatto è entrato nell’ordinanza cautelare e, secondo il gip, dimostra che il giornalista conosceva Tavares almeno dal 2022. Ranucci ha raccontato di averlo incontrato già nel 2019, di passaggio al ristorante “Cefalù”. Secondo le conclusioni del gip, Ranucci conosceva anche il ruolo di Tavares come uomo di fiducia e guardaspalle di Lavitola perché il 17 ottobre 2024, quando Lavitola gli chiese come potesse aiutarlo in un momento difficile, Ranucci rispose scherzando: «Mi dovresti prestare Gomez», scrivendo Gomes con la z.

Lavitola e Ranucci si sono sentiti al telefono di recente?
Sì, alle 3:56 del 5 luglio 2026, appena conclusa la perquisizione a casa di Lavitola da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo, Ranucci è rimasto al telefono con il suo amico per circa due ore. Non lo sappiamo dal racconto di uno dei due, ma da una captazione ambientale nell’automobile di Lavitola, riportata nell’ordinanza: accanto all’imprenditore era presente anche la compagna. I tre cercarono una spiegazione per la presenza di Lavitola e Gomes, il 15 settembre 2025, per circa mezz’ora nella zona della casa di Ranucci. Il giornalista ipotizzò una deviazione verso Terracina, dovuta a un ponte interrotto, oppure un pranzo o una visita. Nessuna spiegazione combaciava: il pranzo ricordato era avvenuto il 7 settembre e Gomes non era presente; il 15 settembre Ranucci non era in casa e Lavitola non provò a contattarlo. Per gli inquirenti si trattò quindi di un sopralluogo preparatorio. L’intercettazione dimostra che Ranucci, dopo avere saputo dell’accusa, aiutò l’amico a cercare una spiegazione. Non dimostra che prima del 16 ottobre conoscesse o avesse approvato l’attentato: negli atti noti non esiste una prova di un accordo precedente all’esplosione.

Che cosa ha detto Ranucci pubblicamente dopo l’attentato?
Il 17 ottobre 2025, poche ore dopo l’esplosione, ha detto: «Io non so ancora dare una chiave di lettura». Sottolineò che l’ordigno era stato collocato lungo il percorso che compiva abitualmente per entrare in casa, parlò di un «salto di qualità preoccupante» e aggiunse che «questa esplosione poteva ammazzare qualcuno». Dopo l’incontro con i magistrati riferì dell’esistenza di «quattro-cinque tracce importanti», precisando però che erano difficili da provare. Il 19 ottobre, intervistato da Monica Maggioni a In mezz’ora, avanzò una prima ipotesi: l’attentato poteva essere opera di «qualcuno legato alla criminalità» oppure di chi si serviva della criminalità. Escluse invece un ordine diretto della politica: «Non vedo scenari di mandanti politici, la politica ha altri strumenti se vuole fare male». Aggiunse però che qualcuno poteva avere agito per «fare un favore a qualche amico». Il 26 ottobre, aprendo la nuova stagione di Report, disse che la bomba era «probabilmente» collegata alle inchieste passate o future della trasmissione e rivolgendosi al pubblico concluse: «La loro scorta siete voi». Il 19 aprile 2026, durante la puntata di Report intitolata “Il cantiere dei misteri”, introducendo il servizio di Daniele Autieri, Ranucci disse: «Ecco un filo nero che parte da Adria, da Rovigo che passa per Manhattan, (…) fino ad arrivare il 16 ottobre scorso davanti casa mia, quando è stato piazzato un ordigno che ha fatto esplodere le mie auto, quella mia, quella di mia figlia». Nella stessa puntata mostrò una lettera anonima arrivata in redazione nel novembre 2025, secondo la quale il mandante della bomba sarebbe stato un politico e gli esecutori dei Casalesi. Ranucci non indicò il nome del presunto politico. Il servizio citò esponenti di Fratelli d’Italia nei diversi passaggi della vicenda, ma non sostenne che uno di loro avesse ordinato l’attentato. Lo stesso Ranucci concluse distinguendo i fatti dalle supposizioni: «Sono coincidenze? Non abbiamo gli strumenti per verificarlo».

Ranucci verrà sospeso da Report?
Non è stato sospeso e non è stato annunciato alcun sostituto alla conduzione. Il Comitato non può applicare sanzioni; la decisione sulla conduzione spetta ai vertici Rai, mentre un eventuale procedimento disciplinare richiederebbe un audit interno. Ranucci continua intanto a lavorare alla nuova stagione di Report, prevista da novembre, e secondo fonti Rai un suo passo indietro non sarebbe al momento previsto. Dopo la richiesta pubblica di Salvini, il conduttore ha reagito pubblicando diversi post. Ha rilanciato la lettera con cui l’eurodeputato del Partito democratico, l’ex giornalista Sandro Ruotolo, ha chiesto alla Commissione europea di verificare se l’intervento di Salvini violi le norme europee sull’indipendenza dei media. In un altro testo, intitolato “La voce che spaventa”, ha evocato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, descritti come uomini uccisi per avere compreso e raccontato «il disegno intero». Non si è paragonato esplicitamente a loro, ma l’accostamento ha inevitabilmente suscitato polemiche.

Ranucci verrà interrogato nuovamente?
Probabilmente sì. I magistrati intendono ascoltarlo come persona informata sui fatti, non come indagato, dopo avere completato l’analisi dei telefoni, dei computer e delle memorie sequestrati a Lavitola. L’audizione non dovrebbe avvenire prima di settembre. I pm vogliono chiarire quando Ranucci abbia cominciato a sospettare dell’amico, che cosa sapesse del progetto politico e come interpretare la lunga conversazione avvenuta dopo la perquisizione.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede

Perché ne stanno parlando tutti?
Perché tutti vogliono capire chi sia davvero Sigfrido Ranucci. Il giornalista ha costruito la propria immagine pubblica come controllore inflessibile dei poteri forti. Ora il pubblico si domanda se sia una vittima ingenua, tradita da un amico del quale non aveva compreso la pericolosità, oppure un uomo affascinato dal proprio mito, che si è lasciato adulare fino a perdere il controllo di un rapporto pericoloso.

Come abbiamo raccontato nelle scorse newsletter, le due tifoserie cercano nel passato soltanto ciò che conferma il giudizio già formulato. Alcuni sostenitori ipotizzano che Lavitola possa essere stato usato da qualcun altro per avvicinare Ranucci e rovinarne la carriera. I detrattori di Ranucci, invece, hanno ripescato le dichiarazioni sull’attentato fatte a Report, di cui abbiamo già parlato, e alcuni brani de “La scelta”, il libro pubblicato da Bompiani nel 2024 e presentato come un autoritratto. Nel racconto compare Karoline, una producer della televisione svizzera che chiede di svolgere uno stage a Report: tra lei e il narratore nasce una relazione; quando scopre che lui frequenta un’altra donna, fugge sconvolta e muore investita da un Suv.

Il conduttore di Report ha successivamente precisato di non avere mai avuto rapporti con stagiste e ha definito romanzate quelle pagine. Durante la presentazione del libro a Breaking Italy, nel marzo 2024, era stato però meno netto: dopo che Alessandro Masala aveva letto il passaggio sessuale dedicato a Karoline e gli aveva chiesto perché lo avesse inserito, non aveva spiegato che la scena fosse inventata, ma aveva risposto con una battuta: «Dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fai fare?». È proprio questa ambiguità tra autobiografia e finzione ad avere alimentato le accuse di mitomania.

Particolarmente interessante è la segnalazione pubblicata da Selvaggia Lucarelli, opinionista e collaboratrice del Fatto Quotidiano, testata che condivide con Report l’attenzione per le inchieste giudiziarie e che viene spesso accusata dai propri avversari dello stesso approccio «giustizialista» rimproverato alla trasmissione. Il 12 agosto, nella newsletter “Vale tutto”, Lucarelli ha pubblicato lo screenshot di una recensione a cinque stelle comparsa su Amazon il 19 febbraio 2024. Il testo definiva “La scelta” «un capolavoro» ed era firmato «Emilio Cresci», ma nella schermata il nome associato all’account risultava «Sigfrido Ranucci». La recensione è stata successivamente rimossa e Ranucci, al 14 agosto, non ha fornito spiegazioni pubbliche.

2. L’amicizia tra Ranucci e Lavitola desta così curiosità nell’opinione pubblica perché sembra un errore di casting. Da una parte c’è il volto di una trasmissione che ogni settimana denuncia traffici, conflitti d’interesse e rapporti opachi; dall’altra un uomo definito per anni il faccendiere per eccellenza, condannato per truffa e tentata estorsione e divenuto uno stretto intermediario di Silvio Berlusconi, uno dei principali bersagli simbolici dell’universo di Report.

La loro amicizia rompe la divisione rassicurante tra buoni e cattivi. Ricorda che un giornalista può frequentare persone discutibili perché sono fonti e che, spente le telecamere, i rapporti seguono logiche meno manichee e umane, forse troppo umane. Il problema professionale nasce quando la fonte diventa un amico quotidiano, entra negli uffici, frequenta la famiglia, riceve confidenze e comincia a influenzare il modo in cui il giornalista interpreta ciò che gli accade. Non basta quindi chiedersi con chi cenasse Ranucci: bisogna capire se quella vicinanza abbia compromesso la sua capacità di valutare Lavitola.

3. Il caso è diventato anche un referendum su Report. I sostenitori della trasmissione temono che l’inchiesta venga usata per eliminare uno dei pochi spazi della televisione pubblica capace di indagare liberamente sulla politica e sui grandi interessi economici. I critici, invece, parlano di «metodo Report»: accumulare indizi, coincidenze e domande fino a suggerire una responsabilità senza affermarla direttamente.

Il cortocircuito è evidente. Ranucci denuncia che articoli e dichiarazioni lo abbiano trasformato, attraverso allusioni e ricostruzioni parziali, da vittima dell’attentato a suo possibile beneficiario. Le persone raccontate in passato da Report replicano che proprio lui starebbe subendo il metodo utilizzato dalla trasmissione. Sui social circolano così video di politici, imprenditori e altri protagonisti di vecchie inchieste che lo accusano di applicare a sé garanzie e giustificazioni che non avrebbe concesso agli altri.

4. Da quando Salvini ha chiesto alla Rai di sospendere Ranucci, la questione non riguarda più soltanto la credibilità del conduttore: riguarda il confine tra una legittima valutazione aziendale e l’intervento della politica sulla conduzione di un programma scomodo. Ranucci non è indagato e negli atti noti non esistono prove che conoscesse l’attentato, ma rimane grave il danno di credibilità per un’amicizia ambigua, soprattutto in un mondo televisivo che vive di apparenza e reputazione. In ogni caso, la Rai potrebbe essere criticata: se lo sospendesse sarebbe accusata di violare la libertà di stampa di un giornalista non indagato, se invece lasciasse tutto così com’è a ogni puntata di Report ci sarebbero critiche sulla credibilità del conduttore.

5. Questa storia permette di sbirciare per un po’ dietro le quinte del rapporto tra giornalismo e politica. Cappellini ha raccontato nel dettaglio com’è andata con Lavitola, spiegando di aver inviato alcune domande generiche perché sperava di ricavarne una notizia; ma quando scoprì che il candidato era Ranucci, definì il progetto «una follia» e non pubblicò nulla. Questa vicenda mostra il rischio ordinario del mestiere: un giornalista politico ascolta persone discutibili perché potrebbero avere una notizia, ma deve capire se gli stanno offrendo uno scoop, vendendo una fantasia o cercando di coinvolgerlo in qualcosa di losco.

Il caso mostra anche una particolare idea della politica italiana: che la notorietà televisiva, un sondaggio e l’immagine di un uomo perseguitato possano sostituire un partito, un programma e una lunga costruzione del consenso. Secondo gli inquirenti, Lavitola pensava che l’attentato potesse trasformare Ranucci nel leader del campo largo. Questa ricostruzione dice molto della concezione della politica di Lavitola, ma anche di come l’opinione pubblica italiana dal 1994 sia da sempre innamorata del volto nuovo, il salvatore della patria, che si tratti di un politico, un generale o un esponente della società civile.

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Valeria Parrella, e il corpo che cambia

Vestito moda nuova

E poi è arrivato il pancino ormonale.

Io che per cinquant’anni mi sono stesa sulla spiaggia a prendere il sole e i laccetti dei bikini mi restavano tesi sulle creste iliache – mi piaceva da morire dirmi in testa «creste iliache» e intanto guardarmi i peli della fica oltre quella tavola perfetta, liscia, leggermente concava che era la mia pancia, una visione di me solo per me.

E quando è arrivato è cambiato tutto, ho perduto la forma. La forma prima era spigolosa, camminavo per la casa antica specchiandomi dove potevo, e dove potevo era tutto: i vetri delle finestre, la superficie argento del frigo, un quadro preso da una certa angolazione che non mostrava più il suo contenuto ma solo quella silhouette. E i quattro specchi che chiesi all’operaio di appendere nel bagno, uno lungo a tutta persona, uno tondo per il trucco, uno quadro sul lavabo. E uno rettangolare sul bordo della vasca. Anche quello lì: solo per me, per le mie docce, per i miei bagni.

All’inizio neppure ero sicura che stesse accadendo, che in quel punto lì del corpo non valevano allenamenti: i glutei andavano giù. Lì non valeva sacrificio alimentare: la rotondità restava. E le “maniglie” dove una volta c’erano le creste iliache: di quale amore parlavano tutti, se non riuscivo più a piacermi?

Dopo, c’è stata la soglia dello sguardo altrui.

Al mio cinquantunesimo compleanno le compagne del liceo, con le quali ho vissuto ogni momento straziante o bellissimo della vita, mi hanno regalato due completini intimi. Taglia 40.

Io le ho guardate, desolata, mi sono alzata in piedi a capotavola, loro hanno preso i calici e io:
«Ma io non sono più una 40».
Mi guardavano, ma non mi vedevano. Allora ho sollevato il lembo della camicia e mi sono messa di profilo:
«Guardate».
«Vabbè ma è un pancino ormonale».

«E comunque c’è lo scontrino cortesia: si possono cambiare».
Cambiare. Come è difficile cambiare.

Infine sono andata da A.V., che a modo suo anche lui è una nostra amica, solo che fa lo stilista da tanti anni, lì a Via dei Mille, ci mette su un palco rotondo davanti a uno specchio e già sa cosa, di quell’iride che ha appesa tutto d’intorno, potrà arrivarci addosso. Ci presta i vestiti quando un matrimonio, o una presentazione, o un incontro, o cosa. Ce li presta in certe veline leggerissime e noi poi li mandiamo in lavanderia e glieli ridiamo.

A.V. è stato il primo che mi ha saputo guardare tra le mie amiche.

Mi ha messo addosso una sottanina color champagne, con un bordo di pizzo macramè, mentre io davo le spalle allo specchio.

«Però voltati, sciù sciù».
«Ma io non sono più quella».
«Voltati, sali sui tacchi, tira dentro qua».
Zac: lo spillo.
«Tiro qua. Allargo qua. Mi raccomando senza calze. E stai dritta. Te lo mando domani, quando ti serve? Te lo mando stasera dopo le diciotto».

E quando me lo sono infilata, attenzione alla zip, attenzione al gancetto: ero tutta d’oro.

Il pancino ormonale c’era, ma mi donava, era sensuale. Ho guardato nello specchio: di nuovo io/io nuova.

Questo racconto di Valeria Parrella è tratto dall’undicesimo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla moda. È stato pubblicato per la prima volta nell’autunno 2025. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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Trump dichiara che Ormuzzo sarà territorio USA

Il presidente Trump ha invitato gli americani ad accettare prezzi della benzina più elevati finché dura il conflitto con l’Iran. Venerdì, durante un comizio a Garden City, Nuova York, ha dichiarato che pagare «un pochino di più per la benzina» rappresenta un prezzo accettabile per impedire che «un paese molto malvagio» possa dotarsi di armi nucleari.

 

«Dopo aver sconfitto l’Iran, che sta subendo una pesante sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti», ha affermato Trump.

 

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha risposto su un post di X: «Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet o una portaerei, emettendo un ordine o pronunciando un discorso elettorale», come riportato da Reuters.

 

Nel frattempo, il segretario del Tesoro Scott Bessent e il segretario alla Guerra» Pete Hegseth minacciano di aumentare ulteriormente la pressione sull’Iran. Hegseth ha dichiarato che le forze armate statunitensi sono in grado di mantenere una presenza navale nella regione per imporre il blocco di rappresaglia all’Iran, che ha già causato gravi danni economici al Paese

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«La Marina degli Stati Uniti può mantenere un blocco di questo tipo a tempo indeterminato perché faremo ruotare le navi, come abbiamo fatto e continueremo a fare», ha detto Hegseth ai giornalisti durante un viaggio a Panama, tuttavia le storie delle portaerei USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln, con notizie sul morale della ciurma esaurito al punto da buttarsi in acqua, potrebbero far pensare il contrario.

 

Bessent ha affermato che gli Stati Uniti intendono infliggere ulteriori danni finanziari all’Iran. «Restate sintonizzati per ulteriori annunci la prossima settimana, perché applicheremo misure mai viste prima nella storia dell’isolamento economico di un Paese», ha dichiarato in un’intervista al programma «Rob Schmitt Tonight» di Newsmax. «Sarà una combinazione di isolamento economico senza precedenti a livello mondiale e del blocco continuo dello Stretto di Hormuz che impedirà a qualsiasi cosa di entrare o uscire dai porti iraniani», ha aggiunto il segretario del Tesoro gay di origine sorosiana e ugonotta.

 

Come riportato da Renovatio 21, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi aveva dichiarato che lo o Stretto di Ormuzzo rimarrà sotto il controllo di Teheran, ha dichiarato il ministero degli Esteri iraniano, invitando Washington a «smettere di illudersi».

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Europei di atletica, Italia d’oro fino all’ultimo giorno: incredibile successo nella staffetta maschile 4×400, Larissa Iapichino trionfa nel salto in lungo

L’Italia vince fino all’ultimo secondo agli Europei di atletica leggera di Birmingham. All’ultima giornata di gare arrivano le medaglie d’oro nella staffetta maschile 4×400 con Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati e di Larissa Iapichino nel salto in lungo. Con il successo nella gara finale della staffetta, che ha chiuso il programma della settimana di competizioni nel Regno Unito, l’Italia ha anche conquistato il primato nel medagliere per numero di vittorie (dieci) e anche di totale di metalli (22).

La finale delle finali: l’Italia trionfa nella 4×400 maschile

La finale della 4×400 maschile – in altri sport si chiamerebbe una madre di tutte le partite – è stata una delle più emozionanti di tutta la rassegna. L’Italia parte bene ma meglio parte la Gran Bretagna: al primo cambio sono i britannici in testa davanti a Italia (Scotti, lodigiano, 26 anni, tesserato Carabinieri) e Belgio, ma con distacchi minimi. E’ a metà gara che arriva la svolta. Sito (23 anni, milanese, Fiamme gialle) consegna a Soudassi il testimone per primo e Soudassi (20 anni ancora da compiere, siracusano della Enterprise Sport & Service di Ariano Irpino) riesce anche a incrementare il vantaggio di mezzo passo sui britannici. L’ultima frazione vede Benati (24enne romano, delle Fiamme Azzurre) scappare dall’ultimo frazionista della staffetta del Regno Unito, Charlie Dobson, che all’ultima curva sembra anche in difficoltà. Gli ultimi 60 metri sembrano infiniti per Benati che conclude sul traguardo quasi per inerzia e senz’altro incredulo. L’Italia vince per tre centesimi in 2’59″16: un risultato da stropicciarsi gli occhi.

Iapichino salta nell’oro, primo successo outdoor

Iapichino vince al termine di una finale thriller con 5 atlete ristrette in 6 centimetri. Iapichino ha avuto ragione della beniamina di casa, la britannica Jazmin Sawyers, grazie a un solo centimetri: 7 metri contro 6.99. Sawyers è stata più continua, ha compiuto vari salti intorno ai 6.90, ma il salto più importante è stato il primo di Iapichino. Al terzo posto la francese Hilary Kpatcha. Iapichino – 24 anni, Fiamme Oro, come noto figlia d’arte di Fiona May e Gianni Iapichino che è anche suo allenatore – era già campionessa europea in carica indoor, ma è al primo titolo nelle gare outdoor.

La staffetta femminile del miglio conquista il bronzo

Ma la raccolta di medaglie della squadra azzura non finisce qui e lo stato di salute della Nazionale di pista e pedane è confermato – se ce ne fosse bisogno – dall’ennesima medaglia: il bronzo nella 4×400 donne con Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione ed Eloisa Coiro. La loro è stata una gara entusiasmante in cui ha trionfato la staffetta dei Paesi Bassi guidata dal fenomeno Femke Bol davanti alla Gran Bretagna. Le azzurre hanno retto agli attacchi della squadra del Belgio e sono arrivate a un soffio dal primato italiano.

Il medagliere: l’Italia vince in tutti i settori, dalla velocità ai salti

L’Italia negli 8 giorni di gare ha conquistato medaglie in quasi tutti i settori: salti, lanci, velocità, mezzofondo, marcia, maratona. Una condizione di superiorità nel continente del tutto trasversale. Gli ori sono stati 10, gli argenti 6 così come i bronzi: 22 podi. Al secondo posto, quindi, nonostante un certo predominio nella velocità, resta inchiodata la Gran Bretagna, che doveva essere la gran favorita, anche per essere la padrona di casa. I britannici si fermano a 19 medaglie divise in 9 ori, 8 argenti e 2 bronzi. Segue la Germania, tornata in salute dopo un periodo così così, che ha raccolto molti podi (21), ma con 6 ori, 10 argenti e 5 bronzi.

Notizia in aggiornamento

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