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L’allarme di Washington su Weichai getta una nuova luce sul problema Ferretti per l’Italia

Il senatore repubblicano Jim Banks chiede al segretario alla Difesa Pete Hegseth di inserire Weichai Holding Group nella Section 1260H list del Pentagono, l’elenco delle società cinesi considerate legate all’apparato militare della Repubblica Popolare. Una richiesta motivata dalla proprietà statale del gruppo, dai suoi rapporti con l’industria della difesa e dai collegamenti con la strategia cinese di fusione militare-civile.

Nel dossier presentato da Banks c’è un elemento particolarmente sensibile. I motori Weichai vengono utilizzati dalla China North Industries Corporation, meglio conosciuta come Norinco, in un sistema lanciarazzi multiplo fornito all’Esercito popolare di liberazione. Il senatore richiama inoltre la struttura proprietaria di Weichai, controllata dalla Shandong Heavy Industry Group, impresa statale riconducibile al governo provinciale dello Shandong, e la presenza all’interno del gruppo di un comitato del Partito comunista cinese.

La lettera cita anche i rapporti di Weichai con aziende straniere e cinesi collegate al settore della difesa, tra cui la bielorussa MAZ, la russa Kamaz e Hubei Sanjiang Space Wanshan Special Vehicle, controllata dalla China Aerospace Science and Industry Corporation, società già inserita nelle blacklist statunitensi.

La questione interessa direttamente anche l’Italia. Mentre a Washington si discute se Weichai debba essere formalmente ricondotta al perimetro militare-industriale cinese, lo stesso gruppo sta infatti consolidando il proprio controllo su Ferretti Group, uno dei più conosciuti produttori italiani di yacht, dotato però anche di capacità industriali nel settore navale e di tecnologie potenzialmente dual use.

Weichai è entrata nel capitale di Ferretti nel 2012 e oggi ne possiede il 39,5%. La sua influenza sulla società, tuttavia, è ormai molto più ampia della partecipazione azionaria. Dopo un voto particolarmente combattuto degli azionisti a maggio, che secondo quanto riportato è stato vinto da Weichai con il 52% dei voti, i candidati sostenuti dall’azionista cinese hanno ottenuto otto dei nove posti nel consiglio di amministrazione.

Il risultato consegna a Weichai il controllo effettivo di uno dei marchi italiani più conosciuti nella nautica di lusso pur senza possedere la maggioranza del capitale. Un’eventuale ulteriore crescita della partecipazione, che in prospettiva potrebbe condurre anche alla piena proprietà del gruppo, renderebbe la questione ancora più sensibile.

Ferretti, del resto, non è soltanto un produttore di yacht di lusso. Le sue capacità industriali comprendono scafi ad alte prestazioni, sensori e sistemi di navigazione. La società produce inoltre unità da pattugliamento, un elemento che attribuisce ad almeno una parte delle sue tecnologie e del suo know-how industriale potenziali applicazioni che vanno oltre il mercato civile.

In passato, media cinesi hanno riferito del trasferimento di tecnologie avanzate di Ferretti verso un polo industriale nautico sviluppato da Weichai a Qingdao. La città ospita anche importanti infrastrutture della Flotta del Nord cinese. Questo, da solo, non dimostra che tecnologie Ferretti siano state trasferite alla Marina dell’Esercito popolare di liberazione. Ma un controllo cinese più esteso sull’azienda italiana aumenta il rischio potenziale che competenze navali con applicazioni dual use possano, in futuro, muoversi in quella direzione.

Al dossier industriale si aggiunge poi una questione diversa: quella dei dati. I sistemi digitali installati sugli yacht più sofisticati possono raccogliere informazioni sulla posizione delle imbarcazioni, sulle rotte percorse e sul loro utilizzo. La clientela di Ferretti comprende alcune delle persone più ricche e influenti del mondo occidentale. La possibilità che informazioni di questo tipo possano diventare accessibili attraverso una società controllata, in ultima istanza, da un gruppo statale cinese introduce quindi un’ulteriore dimensione di sicurezza.

Il caso emerge inoltre in un momento nel quale Washington sta attribuendo nuovo peso strategico alla capacità cantieristica. L’amministrazione Trump sta cercando di recuperare il terreno perduto nella costruzione navale e di rafforzare la base industriale che sostiene la potenza marittima americana. Non esiste un collegamento diretto tra questa politica e Ferretti, ma il contesto è significativo: mentre gli Stati Uniti considerano sempre più la capacità industriale marittima come un asset strategico, aumenta anche l’attenzione verso i collegamenti tra l’industria civile cinese e l’apparato della difesa di Pechino.

Per Roma, di conseguenza, diventa più difficile considerare l’identità del soggetto che sta acquisendo il controllo effettivo di Ferretti come una semplice questione di corporate governance.

Il dossier è già arrivato anche sul terreno giudiziario. KKCG Maritime, secondo maggiore azionista di Ferretti, ha contestato davanti al Tribunale di Bologna il voto di maggio, sostenendo che Weichai non avrebbe effettuato tutte le comunicazioni previste dalla normativa italiana sul Golden Power.

Il Golden Power consente al governo di imporre condizioni o intervenire sulle operazioni straniere che coinvolgono asset ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale. La controversia, quindi, va oltre la composizione del consiglio di amministrazione di Ferretti. Pone al governo italiano una questione più sostanziale: stabilire se un’azienda associata soprattutto alla nautica di lusso debba essere considerata e protetta anche come asset industriale e tecnologico per le capacità navali, il know-how e i dati che detiene.

La tempistica rende la domanda ancora più difficile da ignorare. Un eventuale inserimento di Weichai nella Section 1260H list non comporterebbe automaticamente sanzioni contro il gruppo né impedirebbe alle aziende americane di fare affari con esso. Impedirebbe però al Pentagono di assegnargli contratti e potrebbe aumentare la possibilità di ulteriori misure da parte del Tesoro statunitense, con potenziali conseguenze anche per gli investimenti americani nella quotata Weichai Power.

Roma non deve necessariamente condividere la valutazione di Banks su Weichai per prendere sul serio la sua iniziativa. Il punto per l’Italia è che l’atteggiamento di Washington verso il gruppo cinese potrebbe diventare sensibilmente più duro proprio mentre Weichai controlla ormai quasi interamente il consiglio di amministrazione di Ferretti e potrebbe cercare di aumentare ulteriormente la propria partecipazione.

I rischi relativi a un futuro trasferimento di know-how navale sensibile o all’accesso ai dati privati degli yacht restano potenziali, non accertati. Ma è precisamente in questa fase che il Golden Power acquista rilevanza: come strumento pensato per tutelare gli interessi di sicurezza nazionale prima che cambiamenti societari e industriali diventino difficili da invertire.

La questione per Roma è quindi capire se utilizzare lo spazio di intervento che ancora possiede, prima che eventuali decisioni prese a Washington contribuiscano a restringerlo.

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India a 80 anni. Modi e Murmu tracciano la strada verso Viksit Bharat

Mentre l’India celebra il suo 80° Giorno dell’Indipendenza, i due principali discorsi alla nazione hanno trasmesso un messaggio largamente convergente. La presidente Droupadi Murmu, intervenuta alla vigilia dell’Indipendenza, e il primo ministro Narendra Modi, rivolgendosi al Paese sabato mattina dal Forte Rosso, hanno posto l’autosufficienza, la sicurezza, la tecnologia e lo sviluppo inclusivo al centro delle ambizioni indiane per i prossimi due decenni.

Per Modi, tuttavia, l’anniversario è stato anche l’occasione per chiedere all’India di alzare il livello delle proprie ambizioni. Parlando dopo aver issato il Tricolore al Forte Rosso, ha sostenuto che le grandi nazioni si costruiscono quando una società è capace di pensare in grande. “L’India deve sognare in grande e andare avanti” è stato uno dei messaggi centrali di un discorso fortemente concentrato sul percorso verso un’India sviluppata entro il 2047.

Il primo ministro è tornato più volte sul concetto di Atmanirbhar Bharat, presentando l’autosufficienza non semplicemente come un programma economico, ma sempre più come uno strumento di sovranità strategica. Negli ultimi dodici anni, ha ricordato, l’India ha ampliato la produzione nazionale nella difesa, nell’elettronica, nella telefonia mobile, nel settore ferroviario e in numerosi altri comparti. Nella visione delineata da Modi, la fase successiva richiederà di rafforzare ulteriormente le capacità nazionali nelle tecnologie critiche e ridurre le vulnerabilità create dalla dipendenza dall’estero.

La tecnologia e la giovane popolazione indiana hanno occupato un posto particolarmente importante nel discorso. Modi ha annunciato un’iniziativa per fornire competenze nell’intelligenza artificiale a un crore, dieci milioni, di giovani indiani nell’arco di un anno. Ha inoltre affrontato le preoccupazioni relative agli esami competitivi e al sistema del coaching, promettendo misure che comprendono corsi online gratuiti per i giovani che si preparano agli esami. Il punto sottostante è che il vantaggio demografico dell’India potrà tradursi in un vantaggio economico soltanto se i giovani saranno preparati ad affrontare un’economia in rapida trasformazione.

Semiconduttori, tecnologia digitale e innovazione nazionale costituiscono un altro elemento dello stesso ragionamento. Modi ha sottolineato i progressi dell’India nelle transazioni digitali, nei brevetti, nella diffusione di Internet e nella manifattura, indicando lo sviluppo di una capacità nazionale nel settore dei semiconduttori come parte del prossimo salto tecnologico del Paese. Dal Forte Rosso è emersa così una lettura sempre più integrata di crescita economica, autonomia tecnologica e sicurezza nazionale.

Lo stesso principio è emerso nell’enfasi posta sulla difesa e sull’autonomia strategica. Modi ha reso omaggio alle Forze Armate indiane e inserito lo sviluppo delle capacità militari nazionali nel più ampio progetto di Atmanirbhar Bharat. In una fase di forte instabilità internazionale, la linea indicata dal primo ministro è che l’India debba disporre della capacità economica, tecnologica e militare necessaria per proteggere i propri interessi riducendo le dipendenze considerate strategicamente più vulnerabili.

La presidente Murmu aveva posto molte delle basi concettuali di questo messaggio già la sera precedente.

“Il vero significato della libertà consiste nel garantire che tutti i cittadini possano utilizzare le opportunità disponibili per realizzare le proprie aspirazioni”, ha dichiarato, collegando l’indipendenza non soltanto alla sovranità nazionale, ma anche alla possibilità per ogni indiano di partecipare al progresso del Paese. L’obiettivo è altrettanto esplicito: “Stiamo avanzando verso la costruzione di Viksit Bharat entro il centenario della nostra Indipendenza nel 2047”.

Il discorso di Murmu ha posto un’enfasi molto maggiore sull’inclusione. Richiamando il principio dell’Antyodaya, la presidente ha affermato che i benefici dello sviluppo devono raggiungere ogni individuo. Citando i risultati ottenuti negli ultimi anni, ha ricordato che oltre 25 crore di persone, 250 milioni, sono uscite dalla povertà, che sono stati aperti quasi 59 crore di conti Jan Dhan e che oltre 80 crore di persone beneficiano del sostegno alimentare. Ha inoltre richiamato l’espansione della copertura sanitaria attraverso Ayushman Bharat.

Murmu ha sottolineato anche il crescente ruolo economico delle donne, ricordando il raggiungimento dell’obiettivo di tre crore di Lakhpati Didi, donne capaci di raggiungere un reddito annuo di almeno un lakh di rupie, e la nuova ambizione di crearne altri tre crore.

La presidente ha poi richiamato una delle trasformazioni più significative dell’India contemporanea: la rapida espansione della sua economia digitale. Oltre la metà delle transazioni digitali in tempo reale del mondo, ha affermato, avviene oggi in India. Infrastrutture digitali, sistemi di welfare e nuove infrastrutture fisiche hanno contribuito, secondo la lettura presentata da Murmu, ad ampliare le opportunità economiche e la fiducia degli investitori. Nonostante guerre e instabilità internazionale, ha aggiunto, l’India rimane la grande economia con la crescita più rapida al mondo, con un tasso previsto superiore a più del doppio della media globale.

Alcuni dei passaggi politicamente più significativi del discorso della presidente hanno però riguardato la sicurezza nazionale.

Murmu ha citato l’Operazione Sindoor come dimostrazione, nella lettura del governo indiano, della capacità del Paese di colpire con precisione le reti terroristiche. L’operazione, ha dichiarato, ha inviato un “messaggio chiaro e fermo” ai terroristi e a chi li sostiene: ovunque si nascondano, “dovranno affrontare le conseguenze delle loro azioni”. Ha inoltre definito la sospensione del Trattato delle Acque dell’Indo con il Pakistan una misura adottata nell’interesse nazionale dell’India, collegandola in particolare alla tutela degli agricoltori indiani.

La presidente ha descritto anche i progressi verso l’obiettivo dichiarato di un’India libera dal Naxalismo, contrapponendo decenni di insurrezione allo sviluppo e alla crescente attività culturale e sportiva in aree un tempo gravemente colpite, come il Bastar. Anche in questo caso, il tema della sicurezza è stato inserito in una più ampia narrazione di sviluppo e integrazione delle aree periferiche.

In politica estera, Murmu ha offerto una definizione sintetica della posizione indiana in un ordine internazionale sempre più frammentato. “L’interesse nazionale è il fondamento della nostra politica estera”, ha affermato, indicando allo stesso tempo pace, cooperazione, dialogo e Vasudhaiva Kutumbakam come suoi pilastri. L’India, ha aggiunto, sostiene un ordine internazionale basato sulle regole, chiede una maggiore rappresentanza per il Sud Globale e continua a promuovere la riforma delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni multilaterali.

La presidente ha dedicato particolare attenzione anche ai giovani. Con il 65 per cento della popolazione sotto i 35 anni, ha definito la gioventù “la risorsa più preziosa” dell’India. Ha elogiato l’ecosistema delle start-up e i giovani innovatori del Paese, affrontando però anche le polemiche relative agli esami pubblici. Secondo Murmu, il sistema degli esami deve diventare più trasparente, sicuro e affidabile e ogni pratica scorretta deve essere eliminata.

Considerati insieme, i due discorsi mostrano come la leadership indiana intenda impostare politicamente i prossimi ventuno anni.

Il vocabolario dello sviluppo indiano si è progressivamente ampliato. La riduzione della povertà e il welfare rimangono centrali, ma sono ormai affiancati da semiconduttori, intelligenza artificiale, produzione nazionale nel settore della difesa, infrastrutture digitali, sicurezza energetica e autonomia strategica. Atmanirbhar Bharat viene quindi presentato dalla leadership indiana non come isolamento dal resto del mondo, ma come il rafforzamento della base interna dalla quale il Paese può rapportarsi all’economia e alla competizione internazionale con maggiore autonomia.

Murmu ha espresso questo obiettivo in termini sociali: “Una nazione non è soltanto il suo territorio, una nazione è tutto il suo popolo”. Modi ha tradotto un’ambizione simile in un appello alla grandezza delle aspirazioni, alla fiducia e alla capacità nazionale.

A ottant’anni dall’Indipendenza, i due discorsi hanno quindi utilizzato la commemorazione del 1947 soprattutto per proiettare il Paese verso il 2047. Viksit Bharat costituisce la cornice politica entro cui la leadership indiana cerca di tenere insieme crescita e inclusione, ambizione tecnologica e autosufficienza, apertura internazionale e capacità di difendere autonomamente gli interessi nazionali. Resta naturalmente da vedere quanto queste diverse ambizioni potranno essere tradotte in risultati nell’arco dei prossimi due decenni. Ma i discorsi di Modi e Murmu indicano con una certa chiarezza il modello di sviluppo e di potenza attraverso cui Nuova Delhi intende definire il proprio percorso verso il centenario dell’Indipendenza.

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Colleferro. Perché ora non si può escludere la pista del sabotaggio (russo)

Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.

D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.

La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.

Cosa è successo

L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.

Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.

Perché è importante

Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?

Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.

Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.

Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.

La zona grigia

Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.

L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.

Il problema, però, precede l’eventuale sabotaggio

Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.

Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.

Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.

Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.

Cambio della dottrina sulla sicurezza?

È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.

Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.

Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.

La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Italia e l’Europa non possono più permettersi di escluderlo a priori.

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