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“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

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Tormento, sofferenza ed estasi di Jovanotti: alla Festa di Roma il documentario monumento su Lorenzo Cherubini che non t’aspetti

Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party. Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.

Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.

Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.

Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto Rick Rubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.

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