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Il cuore può rigenerarsi dopo un infarto: individuato il freno ormonale che lo impedisce

Il cuore dopo un infarto può essere rigenerato grazie a un meccanismo ormonale. È la scoperta di un importante studio condotto anche da ricercatori italiani. L’Università di Bologna, l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola e altre realtà scientifiche hanno scoperto una capacità naturale di autoriparazione cardiaca. Si può sfruttare per creare dei farmaci su misura che curano e ripristinano le funzionalità dopo una crisi. Lo studio coordinato è stato pubblicato sulla rivista Nature Cardiovascular Research e rappresenta un punto di arrivo importante nella medicina salvavita.

La ricerca nasce in un contesto multi-specializzazione, ovvero quando il cuore è sottoposto a difficoltà da altre patologie, ad esempio il cancro. Alcuni trattamenti rendono l’apparato cardiaco più vulnerabile e sensibile a infarto e miocardite. I cardiomiociti diventano più deboli: sono le cellule muscolari responsabili del pompaggio del cuore, quello che tutti sentiamo come battito.

cuore

La scoperta delle capacità rigenerative del cuore si deve ai neonati, nei mammiferi esistono i cardiomiociti, cellule speciali che agiscono con proteine, citochine e ormoni nella prima crescita

Quando queste cellule muscolari si perdono, l’organismo ha una capacità naturale di sostituirle con del tessuto fibrotico, non contrattile. La capacità di autorigenerarsi del cuore è presente nei mammiferi dopo la nascita. I neonati in sviluppo hanno cardiomiociti che rispondono a una piccola rivoluzione biochimica. Rispondono alle proteine che spingono la crescita, in particolare alle citochine che stimolano la proliferazione cellulare. Questa condizione scompare dopo la fase postnatale, quando le cellule cardiache diventano mature e stabili. Gli studiosi hanno analizzato questa condizione neonatale: non scompare del tutto e si può promuovere grazie a una sollecitazione ormonale.

glucocorticoidi sono ormoni steroidei che intervengono nella maturazione degli organi dopo la nascita. Bloccano i programmi rigenerativi del cuore, per questo scompaiono progressivamente nei neonati. Gabriele D’Uva, autore e responsabile della ricerca presso il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna, ha dichiarato: “Abbiamo scoperto che i glucocorticoidi limitano significativamente la capacità dei cardiomiociti di rispondere ai fattori di crescita rigenerativi. In pratica, agiscono come un freno ormonale che blocca i programmi rigenerativi del cuore“.

Della scoperta sul collegamento tra glucocorticoidi e capacità rigenerative cardiache scrive anche Silva Da Pra, ricercatrice post-dottorato: “Nei modelli preclinici, l’inibizione di questo recettore ripristina la risposta dei cardiomiociti ai fattori di crescita, stimolando la proliferazione delle cellule cardiache anche nelle fasi postnatali più avanzate e nell’età adulta“. La strategia scoperta dal team scientifico di Bologna verrà testata sugli esseri umani e potrebbe diventare un trattamento efficace contro l’insufficienza cardiaca.

Il cuore può rigenerarsi dopo un infarto: individuato il freno ormonale che lo impedisce è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Stanchezza primaverile: i dati di un anno rivelano una realtà sorprendente

Dopo una ricerca australiana che punta alla cultura del sonno, ecco una ricerca delle Università di Berna e Basilea sull’astenia primaverile. È sia una sindrome biologica quanto un fenomeno sociale e culturale: non siamo abituati ad ascoltare il corpo con le stagioni che cambiano, le temperature che si alzano o si abbassano, le ore di luce che aumentano o diminuiscono. La nuova ricerca, raccontata da Scinexx, è stata condotta da due cronobiologila dottoressa Christine Blume e il dottor Albrecht Vorster. I testi non confermano l’effettivo affaticamento o calo di energia con l’arrivo della primavera, nonostante sia diffuso il proverbio “aprile dolce dormire”. La scienza richiede dati concreti, e così ecco i test durati un anno.

Lo studio ha coinvolto 418 partecipanti, che ogni giorno hanno fornito informazioni su sonno, stanchezza e livelli di energia percepiti. All’inizio, metà dei partecipanti ha riferito di soffrire di astenia primaverile. Le analisi però non hanno dato esiti di fluttuazioni stagionali o mensili significative. Eppure, con l’inizio della primavera, molti accusano esaurimentoaffaticamentoinsonnia o ipersonnia. È stato analizzato anche il cronotipo dei soggetti, ovvero la tendenza ad essere mattinieri o nottambuli: con l’inizio della primavera non ci sono stati dati diversi, eppure la stagione viene accusata di creare questi effetti.

molte persone si sentono stanche ed esauste in primavera

Per la prima volta si parla della stanchezza primaverile anche come percezione soggettiva, fenomeno culturale e di linguaggio che nasce da una suggestione spinta anche dall’informazione mediatica

Che cosa succede con la primavera? I ricercatori parlano di molte percezioni soggettive che non corrispondono a dati oggettivi. Il web è pieno di articoli dedicati al tema della stanchezza primaverile, che forse hanno influenzato cultura e linguaggio. Le persone, con l’arrivo della bella stagione, pongono l’attenzione ai livelli di energia e alle sensazioni di affaticamento, suggestionandosi e creando il collegamento mentale con la primavera.

Tuttavia, bisognerebbe considerare che questo periodo è preceduto da mesi impegnativi: pensiamo al Natale, a tutto gennaio e febbraio. Stanchezza, stress e picchi di influenza si fanno sentire, e forse la primavera potrebbe significare semplicemente bisogno di riposo o di distacco dagli stress quotidiani.

Questa è la condizione socio-culturale, ma i due autori dello studio, pubblicato sul Journal of Sleep Research, sono attenti ai sintomi e ai ritmi biologici stagionali. Un orologio interno esiste, influenzato anche dal tempo, e incide su metabolismoelaborazione sensoriale e psiche. Non è un caso che marzo in molti paesi sia anche il mese della salute psicologica.

Stanchezza primaverile: i dati di un anno rivelano una realtà sorprendente è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Formiche ricostruite in 3D grazie all’IA: sviluppato un metodo che riduce anni di lavoro a pochi giorni

Le formiche sono insetti sociali complessi e interessanti da studiare, sono presenti in tutto il mondo, hanno un sistema di comunicazione e interazioni come le api. Sono delle piccole macchine da guerra nella difesa del territorio, gli scienziati hanno deciso di catalogarle con un nuovo strumento tecnico.

Un database che combina intelligenza artificiale, robotica, modellistica 3D e tecniche di imaging a raggi X. I ricercatori dell’Università del Maryland e del Karlsruhe Institute of Technology in Germania hanno ricostruito digitalmente centinaia di specie di formiche di tutto il mondo con questo sistema. Il tempo impiegato è stato brevissimo, con metodi tradizionali il lavoro di un giorno dura settimane. Lo studio sulle formiche realizzate con AI/3D è stato pubblicato sulla rivista Nature Methods.

Evan Economo e Thomas Van de Kamp sono i due autori del nuovo database sulle formiche. Prima dell’IA utilizzavano una tecnologia, lo scanner micro-TC, utile a ricostruire e studiare la morfologia degli insetti. La formica si compone di numerosi nervi e nervetti, muscoli e strutture cellulari. La semplice scansione 3D di una formica richiedeva dieci ore di tempo.

i ricercatori hanno utilizzato AntScan per riprodurre nei minimi dettagli l'anatomia di quattro specie di formiche di Okinawa

Il nuovo sistema di imaging 3D con IA, robotica e acceleratore di particelle di sincrotrone permette di creare archivi digitali di formiche, ruotabili e osservabili in pochi secondi

L’insieme di tutte le nuove tecniche messe insieme ha permesso di creare un archivio di ricostruzioni digitali di 800 specie di formiche. Il team ha utilizzato un sistema ad alta produttività che integra anche un acceleratore di particelle di sincrotrone. Lo scanner TAC convenzionale utilizzato precedentemente all’AI applicata impiegava sei anni di lavoro continuo sulle 800 specie di formiche catalogate. Il nuovo kit invece riesce a scansionare in una sola settimana 2000 campioni.

Le formiche non sono gli unici insetti numerosi da studiare, la tecnica può essere impiegata per altre specie di insetti o animali. I ricercatori pensano a archivi digitali moderni e aggiornati per musei, università e altre istituzioni partner. Il metodo però interessa anche all’applicazione scientifica, per trarre dati e informazioni.

Il sistema di imaging che unisce 3D, robotica e IA consente di analizzare i campioni scansionati anche ruotandoli o sostituendoli in 30 secondi. Dal computer si possono fare osservazioni che prima si potevano eseguire solo sul campo o in laboratorio, magari con le formiche sotto microscopio o lente di ingrandimento. Al progetto hanno partecipato anche studenti di informatica.

Formiche ricostruite in 3D grazie all’IA: sviluppato un metodo che riduce anni di lavoro a pochi giorni è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Virus pandemici, la nuova ricerca smentisce l’idea dell’adattamento preliminare

I virus che vengono trasmessi dagli animali all’uomo, come è successo con il Covid, possono provocare epidemie senza il bisogno di adattarsi prima all’organismo umano. Questo concetto lo ritroviamo in un nuovo studio pubblicato su Cell. La ricerca è stata condotta da un team dell’Università della California, guidato da Jennifer L. Havens. Gli scienziati si sono concentrati sul quadro filogenetico e sulla selezione naturale; in pratica hanno cercato il vero motivo per cui scoppiano improvvise epidemie o pandemie.

L’ipotesi è questa: i virus zoonotici non necessitano di un adattamento prima della zoonosi, che trasmette un patogeno da uomo a uomo (il contagio). I ricercatori hanno studiato diverse epidemie virali degli ultimi anni. Prima del Covid-19 ci sono state l’Influenza A (H1N1) del 2009, l’Ebola in Africa occidentale, dal 2013 al 2016. Infine, l’epidemia Virus Marburg in Angola del 2004/2005 e quella di Mpox, più recente, 2022-2023.

virus pandemici

Il SARS-CoV-2 non mostra segnali di evoluzione prima della pandemia, mentre le trasformazioni genetiche sono comparse dopo i primi contagi, lo studio californiano nei dettagli

Non sono state trovate prove di cambiamenti nell’evoluzione dei virus subito prima dell’epidemia umana. Il SARS-CoV-2 presenta segnali di selezione genetica immutati fino alla comparsa sotto forma di malattia nella popolazione umana. Proprio il SARS-CoV-2 ha fatto scattare lo studio: si ipotizzava in questo patogeno una modifica in laboratorio tra test e sperimentazioni. L’osservazione di fatto per il nuovo studio rivela invece nessuna modifica del virus Sars anche se manipolato in laboratorio.

I cambiamenti ci sono stati, tuttavia, ma non prima della pandemia o epidemia ma dopo. Selezioni genetiche, nuove caratteristiche e scissioni di virus e patogeni sono avvenute dopo lo scoppio dei contagi. Lo studio dell’Università della California è stato diffuso sotto forma di comunicato stampa.

Questo lavoro ha una rilevanza diretta per l’attuale controversia sulle origini del COVID-19“, sono le parole del ricercatore e autore Joel Wertheim. E aggiunge: “da una prospettiva evolutiva, non troviamo alcuna prova che il SARS-CoV-2 sia stato plasmato dalla selezione in laboratorio o da un’evoluzione prolungata in un ospite intermedio prima della sua comparsa. Questa assenza di prove è esattamente ciò che ci aspetteremmo da un evento zoonotico naturale“.

Virus pandemici, la nuova ricerca smentisce l’idea dell’adattamento preliminare è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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