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Un prototipo di spettrografo alla prova dell’eclissi

È stato testato a lungo in laboratorio, poi osservando la Luna nelle ultime settimane di luglio. Infine è stato impacchettato, caricato su un furgone e trasportato dall’Italia, attraverso la Francia, fino alla Sierra de Javalambre, in Spagna. Qui, la prova finale: osservare la corona solare durante l’eclissi totale del 12 agosto.

Il team scientifico con lo strumento CISS allestito per le osservazioni dell’eclissi all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Da sinistra: Federico Landini (Inaf Torino), Fabio Frassetto (Cnr Padova), Lapo Casetti (Università di Firenze), Valeria Caracci (Inaf Torino).

Parliamo dello strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un prototipo ideato da Federico Landini dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e finanziato con un large grant Inaf nel 2024. Si tratta di un concetto ottico innovativo, per realizzare spettri di sorgenti astronomiche utilizzando una fenditura circolare a raggio variabile, al posto della classica fenditura lineare – quella degli esperimenti di fisica classica che conosciamo dai libri di scuola – e un reticolo a righe anch’esse circolari e concentriche.

Il progetto, una collaborazione tra Inaf di Torino, Cnr – Istituto di fotonica e nanotecnologie di Padova, Università di Firenze e Inaf di Napoli, prevede lo sviluppo di un prototipo di tecnologia testata e convalidata in laboratorio – quello che in gergo si chiama technology readiness level 4. Una volta validato, lo strumento, che adesso è predisposto per le osservazioni in luce visibile, potrà essere esteso anche all’ultravioletto, in vista di future missioni spaziali dedicate allo studio del Sole. Il concetto nasce infatti dalla fisica solare, ma può essere applicato a qualsiasi altra sorgente a simmetria circolare – in astrofisica, non mancano.

Federico Landini, tecnologo all’Inaf – Osservatorio Astrofisico di Torino

Per scoprire i dettagli di questo ingegnoso esperimento, abbiamo intervistato Federico Landini, che al momento si trova presso l’Observatorio Astrofisico de Javalambre, nella provincia di Teruel, una delle aree meno densamente popolate della Spagna, con cieli tra i più bui d’Europa. Insieme ad altri componenti del team scientifico, è in attesa che la meccanica celeste faccia il suo corso e, con un pizzico di fortuna, regali alla spedizione una splendida eclissi di Sole.

Dottor Landini, perché progettare e costruire un nuovo concetto di spettrografo? Non andavano bene quelli già esistenti?

«Ciss è un prototipo per studiare lo spettro della corona solare e anche la dinamica della corona, che si sviluppa su tempi scala dell’ordine di minuti, ore. Con la fenditura circolare a una certa distanza dal centro del Sole, si ottiene uno spettro completo della corona, poi cambiando il raggio della fenditura si vanno a mappare regioni a distanza diversa dal centro del Sole. Questo riduce di almeno almeno un ordine di grandezza il tempo scala necessario per ottenere uno spettro completo della corona.

L’unico spettrometro ultravioletto che ha funzionato nello spazio finora e ha dato risultati importanti è stato l’UltraViolet Coronagraph Spectrometer (Uvcs), operativo sulla missione spaziale Soho tra il 1995 e il 2009. Per mappare uno spettro della corona impiegava una giornata, perché si basava sul concetto classico di fenditura lineare che veniva spostata sulla corona in modo da misurare lo spettro di regioni a distanza diversa dal centro del Sole: poi veniva effettuata una rotazione dell’intero strumento per andare a coprire angoli diversi, e questo richiede tanto tempo».

A che cosa serve la spettroscopia solare?

«La spettroscopia della corona solare ci consente di studiare la composizione chimica della corona, da cui possiamo dedurre le abbondanze degli elementi. Una volta note quelle, è possibile andare a comprendere meglio la fisica dell’intera corona e dei fenomeni che avvengono in questa regione. La corona è la sede di tutte le esplosioni e le manifestazioni eruttive che hanno un’influenza sull’intera eliosfera, e possono influenzare da vicino anche la vita sulla Terra».

È necessario testare lo strumento durante un’eclissi di Sole?

«Dopo la validazione in laboratorio, l’ideale è testare lo strumento sul campo, osservando la sorgente astronomica di interesse, cioè la corona solare. Da terra, la corona si può osservare solo durante un’eclissi, quando la fotosfera del Sole è occultata dalla Luna, perché è molto tenue: sei ordini di grandezza più debole rispetto alla fotosfera nelle lunghezze d’onda del visibile. Si potrebbe fare anche con un coronografo, lo strumento che simula un’eclissi di Sole, ma in quel caso avremmo dovuto costruire due strumenti, il nostro prototipo più un coronografo, con gli stessi fondi. È chiaramente più facile sfruttare un’eclissi di Sole, visto che se ne verifica una in Europa proprio durante l’arco del progetto».

La luce dispersa sul piano focale dello strumento Ciss. Crediti: F. Landini (Inaf)

Com’è nata l’idea di Ciss?

«L’idea è nata quando ho capito come funziona, veramente, uno spettrometro. Partiamo da uno spettrometro lineare: ha una fenditura attraverso cui passa un pennello di luce che arriva su un reticolo lineare a righe parallele. Queste, a loro volta, disperdono l’informazione che arriva dalla fenditura su un piano. Qui, per ogni punto di quella fenditura, abbiamo una certa scomposizione della luce nelle varie lunghezze d’onda. Quando ho capito che la fenditura serve a selezionare una porzione mono-dimensionale dell’oggetto di osservazione, mi sono detto: ma perché per la corona solare non si utilizza una fenditura circolare, in modo da coprirla tutta? Riduce comunque le dimensioni a una sola e si ha uno spettro radiale anziché uno spettro lineare».

Può spiegarci meglio?

«Supponiamo di avere una fenditura circolare, anziché lineare, e di ingrandire una piccola porzione di questa fenditura fino a che non diventa lineare: il funzionamento è lo stesso. Da quel pezzettino di fenditura lineare che però fa parte della fenditura circolare arriva un pennellino di luce su una porzione lineare del reticolo circolare. Questa radiazione viene dispersa perpendicolarmente alla direzione del reticolo e quindi radialmente, perché quella porzione lineare del reticolo circolare è tanto ingrandita. Quindi sul piano focale avremo tanti cerchi concentrici, ognuno corrispondente a una riga spettrale».

Test dello strumento Ciss (Circular slit spectroscopy) sulla terrazza dell’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri, a Firenze.

Ci può raccontare i primi passi del progetto?

«C’è stato un primo prototipo di cartone che ho realizzato quattro anni fa con una scatola di risulta, in cui avevo ricavato la fenditura circolare, usando un CD come reticolo. Il concetto funzionava, così abbiamo fatto domanda ai bandi Inaf per la ricerca fondamentale, il progetto è stato finanziato e l’abbiamo finalmente realizzato. Lo strumento è stato assemblato nei laboratori Luxor del Cnr di Padova, è stato allineato ed è stata ottenuta la prima luce a giugno. Quindi lo strumento è già stato validato: funziona, produce spettri radiali sul piano focale come ci aspettavamo. È stato anche calibrato, identificando a quale lunghezza d’onda corrispondono i vari cerchi concentrici sul piano focale. A fine luglio, abbiamo fatto una serie di test di puntamento all’Osservatorio di Arcetri con la Luna, perché la Luna piena ha un’irradianza che è comparabile a quella della corona solare».

Perché avete scelto proprio questo luogo per osservare l’eclissi?

«L’Observatorio Astrofisico de Javalambre è il candidato ideale perché, oltre a trovarsi nella striscia di totalità, è a duemila metri di altezza sul livello del mare, il che riduce un po’ la probabilità di avere copertura del cielo. Inoltre facilita un po’ tutta la logistica, perché ci consente di avere accesso alle facility dell’osservatorio, di avere un piano in cui posizionare lo strumento, di avere accesso alla corrente elettrica senza doversi portare generatori. E ha una visuale aperta a occidente, dove tramonta il sole: quindi è un luogo che mette insieme diversi vantaggi».

Com’è stato il viaggio?

«Siamo partiti venerdì scorso con il furgone da Firenze, abbiamo fatto una prima tappa a metà della costa francese, poi ci siamo fermati un’altra notte a Valencia e domenica mattina siamo arrivati a Javalambre».

Adesso, in attesa della prova del nove, quali sono le attività che vi tengono impegnati?

«Siccome la zona è un po’ ventosa, abbiamo costruito un box sul piazzale dell’osservatorio, con il permesso del direttore, per proteggere dal vento lo strumento. In queste notti siamo impegnati con il modello di puntamento, ci stiamo preparando osservando alcune stelle note, testando qualche qualche sequenza osservativa. E poi si spera che non sia nuvoloso il giorno dell’eclissi!».

E il futuro?

«Il prototipo al momento è stato realizzato nelle lunghezze d’onda del visibile, perché è più facile da assemblare in laboratorio, non c’è bisogno di andare in vuoto. L’idea è, una volta validato il principio, rifare un altro prototipo, però dedicato all’ultravioletto. La corona solare, per via della sua temperatura di milioni di gradi, ha uno spettro di emissione particolarmente importante nell’ultravioletto. Questo ci permetterà di proporre una futura missione spaziale con uno strumento di questo tipo a bordo: mi piacerebbe iniziare con una missione piccola, per esempio un razzo sonda, per dimostrare che tutto funziona, e poi passare a una missione più importante, come una small o medium class dell’Agenzia spaziale europea».

Lorenzo Cocola dell’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr di Padova con lo strumento Ciss, integrato nei laboratori Luxor. Crediti: F. Landini (Inaf)

Metterete in campo lo strumento anche durante la prossima eclissi di Sole, quella del 2 agosto 2027?

«L’eclissi del 2027 avviene allo zenit e dura oltre sei minuti, quindi è una bella eclissi, una delle più lunghe del secolo. Peraltro interessa zone in cui c’è pochissima nuvolosità, nel Nord Africa. Sono zone con tanto sole, anche se magari logisticamente sarà più difficile organizzare una spedizione. Se riusciremo a ottenere dei fondi, chiaramente proveremo lo strumento anche nel 2027».

Guarda l’intervista a Chiara Casini e Valeria Caracci sul canale Youtube di Media Inaf:

 


Per saperne di più:

  • Leggi su Proceedings of the Spie l’articolo “Design of a circular slit spectrometer” di Federico Landini, Fabio Frassetto, Valeria Caracci, Lorenzo Cocola, Lucia Abbo, Vincenzo Andretta, Chiara Casini, Alberto Riva, Silvano Fineschi, Maurizio Pancrazzi, Marco Romoli, Paola Zuppella

Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

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Lion Nebula Roars in Webb's Sights

NASA’s James Webb Space Telescope imaged the planetary nebula NGC 2392, the Lion Nebula, using the observatory’s NIRCam and MIRI instruments. The central star’s remains are responsible for the nebula’s structure, including a lion face-shaped bubble of ionized gas and dust “mane.”

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Ventisette anni dopo

L’11 agosto del 1999 si è verificata l’ultima eclissi di Sole visibile da non trascurabili porzioni del territorio europeo. Dall’Italia la Luna ha occultato solo parzialmente la nostra stella. La percentuale di oscuramento variò tra il 95 per cento nel nord della penisola e il 65 per cento nelle isole maggiori.

Noi cosa facevamo in quei giorni lontani, sul finire degli anni ‘90? Era estate e un giovane Cremonini mechato di rosso imperversava in radio conducendoci su fiabeschi colli bolognesi, favolosi per me, bimbetta di otto anni cresciuta nella provincia barese, per la quale una città del Nord si collocava alla stessa inaudita distanza di una galassia lontana, e nell’inconsapevolezza di noi tutti che mai avremmo giurato che quel pezzo ci saremmo ritrovati a ballarlo a ogni compleanno, matrimonio, festa qualsiasi nei ventisette anni successivi.

Copertina dell’album “Ciao” (1999) di Lucio Dalla (Pressing)

Interrogato rispetto all’album “Ciao”, uscito nel settembre del ’99, Lucio Dalla non mancò di citare l’eclissi, tra gli avvenimenti che scandirono quella fine di millennio: «Ciao alla confusione, ciao al secolo che finisce: con tutto quello che è successo quest’anno, guerre, eclissi, terremoti, vittime, previsioni di fine del mondo, tutto come un groviglio multimediale, uno scontro di luci… ed io lì, nel centro, ad intercettare ogni cosa, perché non potrei mai restare passivo o indifferente».

L’eclissi avvenne alle undici di un mercoledì mattina.

Di come mi apparve il fenomeno e di quale emozione provocò in me, non ricordo nulla. Quello che ricordo benissimo invece fu lo sforzo per procacciarsi un dispositivo che consentisse la visione dell’attesissimo evento. Dispositivo che nel mio caso consistette in un vetro da saldatore, sfoggiato con orgoglio da mia sorella sulla tovaglia immacolata a fine pranzo, e che ci aveva procurato il giorno prima Giovanni, il meccanico nostro vicino di casa. Quella mattina, come ogni giorno di quelle estati a ridosso del 2000, stavo giocando con altri bambini per la strada quando rincasai per assistere al prodigio. Bisognava esserci quel giorno, questo ricordo. Voi dov’eravate?

Particolare dell’Estadio Municipal de Riazor, stadio della squadra di casa, il Deportivo La Coruña. Crediti: F. Loiacono

Ventisette anni dopo a La Coruña tira aria di vigilia. Quando stamattina ho aperto gli occhi, il cielo era compatto, londinese. Adesso timidi raggi di sole stanno aprendosi varchi sempre più significativi, e congiuntamente a essi si avverte una crescente quota di umidità. Per domani, le previsioni parlano di cieli incerti. Sereno, foschia, nubi basse, sereno, questa fastidiosa incostanza è quel che riportano noti siti web sulle condizioni meteorologiche. Io sto andando a fare un sopralluogo dalle parti della Torre de Hércules, un faro di costruzione romana e, leggo su Wikipedia, il più antico al mondo ancora in funzione, per verificare che la zona circostante sia adeguata alla visione dell’eclissi. Il receptionist del complesso di appartamenti in cui soggiorno mi ha suggerito Monte de San Pedro come invitante punto di osservazione, dalla parte opposta della città. Secondo lui ci vuole una mezz’ora di ascesa, ma dato che ieri mi ha riferito un tempo per raggiungere il supermercato che poi, nella pratica, si è rivelato il triplo dello stesso, guardo il suo consiglio con una certa ritrosia.

Ieri sera, sfinita dai passi, dall’ansia di perdere la coincidenza all’aeroporto di Madrid causa vicissitudini Schengen, e dalle cinque ore di sonno della notte precedente, ritrovavo me stessa cenando in un posto denominato El Templo del Gol, situato evidentemente nei paraggi dello Stadio Riazor, santuario del Deportivo La Coruña. Mangio polpette di jamón serrano mescolato a un formaggio indecifrabile mentre assisto all’ossimoro dato da cinque attempate signore, manifestamente più vispe della sottoscritta a partire dai vestitoni coloratissimi sfoggiati al tavolo di fronte, dinanzi a copiosi quantitativi di birra e un gioco di carte non identificato, mentre i Daft Punk sullo schermo in alto suonano a bomba questo pezzo qui. Pezzo cui segue una ballata – a me ignota quanto i suoi esecutori – della band messicana Maná, il cui frontman, mi auguro per stanchezza, avevo confuso con un giovane Gianluca Grignani.

Quando esco è ancora giorno e la città anche a uno sguardo disattento si rivela spalmata di manifesti che anticipano l’evento di domani. Alle fermate degli autobus sovente capita di imbattersi in una locandina dell’Odissea che stranamente non è quella di Nolan ma una rivisitazione in chiave eclittica.

Tipico manifesto alle fermate degli autobus di La Coruña. Crediti: F. Loiacono

Le librerie non sono da meno, sfoggiando per l’occasione un vasto repertorio astronomico in vetrina.

Vetrina di una libreria di La Coruña. Crediti: F. Loiacono

C’è chi mercoledì pomeriggio chiude tutto per andare a vedere l’eclissi, come annuncia, con relative scuse, il foglio affisso davanti a un centro scommesse.

L’annuncio affisso davanti a un centro scommesse in vista dell’eclissi. Crediti: F. Loiacono

Un signore in camicia hawaiana, che scopro essere Fernando Romay, star della pallacanestro spagnola degli anni ‘80, ci invita a seguire l’eclissi sull’emittente locale Televisión de Galicia. Mi aiuto con Google Translate per decifrare quel che dice al riguardo La Voz de Galicia, quotidiano spagnolo che ha sede proprio a La Coruña: «L’ombra dell’altissimo giocatore di basket galiziano (2,13 metri) è identica all’ombra che l’eclissi proietterà in Galizia il 12 agosto.»

Un manifesto della campagna pubblicitaria sull’eclissi della Televisión de Galicia. Crediti: F. Loiacono

Infine, rimanendo in tema di grandi eventi, non mancano attestazioni dell’ultimo mondiale vinto, benché in verità mi aspettassi di trovarne molte di più. Di questa merceria del centro città certamente l’allestimento più laborioso.

Una merceria nel centro di La Coruña ricostruisce le fasi che hanno portato alla vittoria della Spagna nell’ultimo mondiale. Crediti: F. Loiacono

Il receptionist mi ha comunicato che la struttura è colonizzata da persone giunte a La Coruña apposta per l’eclissi – su quest’affermazione non ho ragione di dubitare.

Su Instagram vengo intercettata da Lorenzo, Francesco e Simone, che sono arrivati questa mattina da Genova. Hanno viaggiato tutta la notte per essere qui. Dicono che a Ferrol il cielo dovrebbe essere sgombro da nubi basse durante l’eclissi. E che La Coruña, pur essendo vicina, è molto più a rischio.

Intanto che butto giù queste righe il cielo si è aperto, benché si scorga una lieve foschia diffusa. Ieri guardavo il Sole intorno alle 20 e 20 risplendere sopra lo stadio, ignaro che domani più o meno alla stessa ora qualcuna gli ruberà la scena. Fosse stata ieri, l’eclissi, sarebbe stato perfetto. Ma domani è domani. Nell’incertezza che ammanta la città, e sempre affligge e ravviva le umane vicende, una cosa è certa. Vogliamo esserci. Come nel ’99.


Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

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NASA Shares Station Research Today Supporting Moon, Mars Tomorrow

Four astronauts (Chris Williams, Jack Hathaway, Sophie Adenot, and Jessica Meir) gather for a selfie inside the International Space Station's cupola, with Earth visible through the large windows behind them. The crew awaits the Orion spacecraft to reenter Earth’s atmosphere. Chris Williams shades his eyes in search for Orion, while the others smile and look out one window.
International Space Station Expedition 74 astronauts (from left) Chris Williams, Jack Hathaway, Sophie Adenot, and Jessica Meir inside the space station’s cupola waiting to observe the Orion spacecraft—with the Artemis II crew inside—as it reenters Earth’s atmosphere.
NASA

The International Space Station has been busy throughout 2026, as it continues to be a bustling workspace for astronauts conducting a variety of scientific experiments that lay the groundwork for missions to the Moon and beyond.

NASA’s Artemis II mission in April was the first crewed flight around the Moon in more than 50 years, marking a major milestone for humanity’s return to the lunar surface. While the mission validated key systems needed for future deep space human exploration, work aboard the International Space Station continues to support those goals. Astronauts on the orbiting laboratory are testing technologies, studying how the human body adapts to long-duration spaceflight, and conducting experiments to help ensure crews can live and work safely in deep space. Research aboard the space station, coupled with Artemis and Moon Base programs, will continue to demonstrate how NASA is preparing for sustained astronaut exploration of the Moon and, eventually, Mars.

Optimizing space technology 

ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot activates the European Enhanced Exploration Exercise Device (E4D), marking the start of a two-year technology demonstration.
ESA/NASA

Astronauts aboard the International Space Station demonstrate and optimize innovative technologies to support exploration missions, reduce the technology footprint, and fine-tune systems ahead of travel beyond low Earth orbit.

Exercise equipment is important for long-duration spaceflight. On average, astronauts lose between 1% and 1.5% of their bone density each month while in microgravity, increasing the potential risk for fractures and other bone-related issues. Regular exercise can help counteract these effects and keep astronauts healthy. The European Enhanced Exploration Exercise Device (E4D) is a compact, versatile system now being tested aboard the space station for exploration crews. The system supports a variety of exercises, can simulate different gravity levels and may lead to even more compact exercise technology for exploration crews. 

During deep space missions, astronauts may need medical care but could be too far from Earth to receive a resupply spacecraft with additional equipment. To prepare for that possibility, researchers are testing medical technologies aboard the station. One of these investigations, the Intravenous Fluid Generation – Mini (IVGEN Mini),evaluates producing intravenous (IV) fluids using the station’s potable water supply. Because commercially available IV fluids have a shelf life of only about 16 months, successful demonstrations of this technology could help meet medical needs while reducing launch mass and volume. 

Medical care is one hurdle crews may face during future missions, while another is the limited time astronauts have to complete tasks that require human intervention. Robotic technologies, such as the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK), may help address these time constraints. This investigation studies how microgravity affects delicate robotic operations that rely on precise movement. Insights could help improve the design of future automated systems that can execute tasks independently, freeing up astronauts’ valuable time during future missions.

Studying the body in space

NASA astronaut Jessica Meir wears a striped blue and white shirt and smiles at the camera while working inside the International Space Station. Her hair floats in microgravity among equipment and storage compartments. Meir wears gloves and works with freezers containing research samples as NASA astronaut Chris Williams works in the background.
NASA astronauts Jessica Meir and Chris Williams collect frozen research samples from inside the International Space Station’s Destiny laboratory module.
ESA/Sophie Adenot

Astronauts also serve as test subjects. They collect biological samples, conduct medical exams, and perform scans to understand how bodies adapt to life in space. This research helps scientists and medical personnel understand the effects of spaceflight and protects crew health as missions extend farther into the solar system.
 
Past research shows weightlessness during spaceflight can sometimes disrupt astronauts’ normal blood flow, which may increase health risks for conditions, such as blood clots.The Spaceflight Thrombosis and Risk Factors (Venous Haemostasis) experiment examines changes in blood flow to identify unique physiological correlations and create preventative measures for at-risk crew members.
 
Astronauts also may experience changes to their cardiovascular and respiratory systems during spaceflight, which could affect blood pressure regulation. Research with the Causal Analysis of Cardiorespiratory Coupling on the ISS (CARDIOBREATH) uses the Bio-Monitor “smart shirt” to track heart rate, blood pressure, breathing rate, and activity during exercise sessions aboard the orbiting complex. Results will improve understanding of cardiovascular health in microgravity and inform treatments for cardiorespiratory risks during and after long-duration missions.
 
Maintaining mental health in space is as important as physical health. Prolonged isolation and confinement can impact a crew member’s sleep, morale, and decision-making. The Mind/Body Practices for Deep Space Exploration (RelaxPro) experiment evaluates non-invasive practices, such as meditation, to develop a structured system to reduce stress and improve sleep on future missions.

Refining next-generation spaceflight 

A close-up of a compact dosimeter with a glowing red circular ring mounted inside an open black enclosure, with visible electronic components and wiring. The device sits on a white table ahead of launch to the International Space Station.
Preflight imagery shows the Fiber-optic Active Dosimeter (Lumina), an active dosimeter that monitors real-time radiation dose.
NASA

Spacecraft are a critical aspect of deep space missions, providing shelter from the harsh environment of space, along with oxygen, water, and other life-support systems. Testing systems aboard the International Space Station allows researchers to refine technologies for next generation spacecraft traveling beyond low Earth orbit.

The Fiber-optic Active Dosimeter (Lumina) demonstrates real-time radiation monitoring using optical fibers that darken when exposed to radiation. Monitoring ionizing radiation keeps astronauts safe and remains one of the key challenges for future deep space exploration.

Many spacecraft use cryogenic, or extremely cold, fuels for propulsion. These fuels must remain cold to stay in liquid form, but temperature fluctuations in space can cause them to slowly evaporate and escape the tank, affecting fuel efficiency. The Zero Boil-Off Tank Noncondensables (ZBOT-NC)investigation evaluates how gases that do not liquify at low temperatures impact pressure control, evaporation, and condensation rates inside propellant tanks. Data from this experiment will help validate models and support the design of more efficient cryogenic fuel storage systems.

As the crew’s living environment, the spacecraft must also be monitored for microbial activity to help ensure a safe and healthy habitat. The Genomic Enumeration of Antibiotic Resistance in Space (GEARS) investigation surveys the space station for antibiotic-resistant organisms to better understand how bacteria may adapt in space. The study uses DNA sequencing techniques to advance onsite identification and diagnostic capabilities that will be important for future missions.

International Space Station science still is buzzing for the remainder of 2026. To learn more about ongoing research aboard the space station, visit:

NASA.gov/ISS-Research 

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Last Updated
Aug 11, 2026
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NASA Shares Station Research Today Supporting Moon, Mars Tomorrow

Four astronauts (Chris Williams, Jack Hathaway, Sophie Adenot, and Jessica Meir) gather for a selfie inside the International Space Station's cupola, with Earth visible through the large windows behind them. The crew awaits the Orion spacecraft to reenter Earth’s atmosphere. Chris Williams shades his eyes in search for Orion, while the others smile and look out one window.
International Space Station Expedition 74 astronauts (from left) Chris Williams, Jack Hathaway, Sophie Adenot, and Jessica Meir inside the space station’s cupola waiting to observe the Orion spacecraft—with the Artemis II crew inside—as it reenters Earth’s atmosphere.
NASA

The International Space Station has been busy throughout 2026, as it continues to be a bustling workspace for astronauts conducting a variety of scientific experiments that lay the groundwork for missions to the Moon and beyond.

NASA’s Artemis II mission in April was the first crewed flight around the Moon in more than 50 years, marking a major milestone for humanity’s return to the lunar surface. While the mission validated key systems needed for future deep space human exploration, work aboard the International Space Station continues to support those goals. Astronauts on the orbiting laboratory are testing technologies, studying how the human body adapts to long-duration spaceflight, and conducting experiments to help ensure crews can live and work safely in deep space. Research aboard the space station, coupled with Artemis and Moon Base programs, will continue to demonstrate how NASA is preparing for sustained astronaut exploration of the Moon and, eventually, Mars.

Optimizing space technology 

ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot activates the European Enhanced Exploration Exercise Device (E4D), marking the start of a two-year technology demonstration.
ESA/NASA

Astronauts aboard the International Space Station demonstrate and optimize innovative technologies to support exploration missions, reduce the technology footprint, and fine-tune systems ahead of travel beyond low Earth orbit.

Exercise equipment is important for long-duration spaceflight. On average, astronauts lose between 1% and 1.5% of their bone density each month while in microgravity, increasing the potential risk for fractures and other bone-related issues. Regular exercise can help counteract these effects and keep astronauts healthy. The European Enhanced Exploration Exercise Device (E4D) is a compact, versatile system now being tested aboard the space station for exploration crews. The system supports a variety of exercises, can simulate different gravity levels and may lead to even more compact exercise technology for exploration crews. 

During deep space missions, astronauts may need medical care but could be too far from Earth to receive a resupply spacecraft with additional equipment. To prepare for that possibility, researchers are testing medical technologies aboard the station. One of these investigations, the Intravenous Fluid Generation – Mini (IVGEN Mini),evaluates producing intravenous (IV) fluids using the station’s potable water supply. Because commercially available IV fluids have a shelf life of only about 16 months, successful demonstrations of this technology could help meet medical needs while reducing launch mass and volume. 

Medical care is one hurdle crews may face during future missions, while another is the limited time astronauts have to complete tasks that require human intervention. Robotic technologies, such as the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK), may help address these time constraints. This investigation studies how microgravity affects delicate robotic operations that rely on precise movement. Insights could help improve the design of future automated systems that can execute tasks independently, freeing up astronauts’ valuable time during future missions.

Studying the body in space

NASA astronaut Jessica Meir wears a striped blue and white shirt and smiles at the camera while working inside the International Space Station. Her hair floats in microgravity among equipment and storage compartments. Meir wears gloves and works with freezers containing research samples as NASA astronaut Chris Williams works in the background.
NASA astronauts Jessica Meir and Chris Williams collect frozen research samples from inside the International Space Station’s Destiny laboratory module.
ESA/Sophie Adenot

Astronauts also serve as test subjects. They collect biological samples, conduct medical exams, and perform scans to understand how bodies adapt to life in space. This research helps scientists and medical personnel understand the effects of spaceflight and protects crew health as missions extend farther into the solar system.
 
Past research shows weightlessness during spaceflight can sometimes disrupt astronauts’ normal blood flow, which may increase health risks for conditions, such as blood clots.The Spaceflight Thrombosis and Risk Factors (Venous Haemostasis) experiment examines changes in blood flow to identify unique physiological correlations and create preventative measures for at-risk crew members.
 
Astronauts also may experience changes to their cardiovascular and respiratory systems during spaceflight, which could affect blood pressure regulation. Research with the Causal Analysis of Cardiorespiratory Coupling on the ISS (CARDIOBREATH) uses the Bio-Monitor “smart shirt” to track heart rate, blood pressure, breathing rate, and activity during exercise sessions aboard the orbiting complex. Results will improve understanding of cardiovascular health in microgravity and inform treatments for cardiorespiratory risks during and after long-duration missions.
 
Maintaining mental health in space is as important as physical health. Prolonged isolation and confinement can impact a crew member’s sleep, morale, and decision-making. The Mind/Body Practices for Deep Space Exploration (RelaxPro) experiment evaluates non-invasive practices, such as meditation, to develop a structured system to reduce stress and improve sleep on future missions.

Refining next-generation spaceflight 

A close-up of a compact dosimeter with a glowing red circular ring mounted inside an open black enclosure, with visible electronic components and wiring. The device sits on a white table ahead of launch to the International Space Station.
Preflight imagery shows the Fiber-optic Active Dosimeter (Lumina), an active dosimeter that monitors real-time radiation dose.
NASA

Spacecraft are a critical aspect of deep space missions, providing shelter from the harsh environment of space, along with oxygen, water, and other life-support systems. Testing systems aboard the International Space Station allows researchers to refine technologies for next generation spacecraft traveling beyond low Earth orbit.

The Fiber-optic Active Dosimeter (Lumina) demonstrates real-time radiation monitoring using optical fibers that darken when exposed to radiation. Monitoring ionizing radiation keeps astronauts safe and remains one of the key challenges for future deep space exploration.

Many spacecraft use cryogenic, or extremely cold, fuels for propulsion. These fuels must remain cold to stay in liquid form, but temperature fluctuations in space can cause them to slowly evaporate and escape the tank, affecting fuel efficiency. The Zero Boil-Off Tank Noncondensables (ZBOT-NC)investigation evaluates how gases that do not liquify at low temperatures impact pressure control, evaporation, and condensation rates inside propellant tanks. Data from this experiment will help validate models and support the design of more efficient cryogenic fuel storage systems.

As the crew’s living environment, the spacecraft must also be monitored for microbial activity to help ensure a safe and healthy habitat. The Genomic Enumeration of Antibiotic Resistance in Space (GEARS) investigation surveys the space station for antibiotic-resistant organisms to better understand how bacteria may adapt in space. The study uses DNA sequencing techniques to advance onsite identification and diagnostic capabilities that will be important for future missions.

International Space Station science still is buzzing for the remainder of 2026. To learn more about ongoing research aboard the space station, visit:

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Aug 11, 2026
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L’esplosione del buco nero a 300mila anni luce

Un team di ricerca guidato dall’Università di Tohoku, in Giappone, ha scoperto che i venti generati dai buchi neri supermassicci al centro delle galassie sono cento volte più potenti di quanto si pensasse e trasportano energia a distanze di circa 300mila anni luce. Lo studio, pubblicato due settimane fa sulla rivista Nature Astronomy, dimostra come questi venti influenzino una vasta distesa di spazio ben al di fuori delle galassie in cui risiedono i buchi neri che li originano.

Rappresentazione artistica della struttura gerarchica dell’Universo, da un gruppo di galassie a una singola galassia e al buco nero supermassiccio al suo centro. Sebbene un buco nero sia oltre 100 milioni di volte più piccolo del raggio della sua galassia ospite, esso svolge un ruolo fondamentale nella regione centrale della galassia stessa. Crediti: Tohoku University

«I buchi neri sono noti soprattutto perché risucchiano la materia, ma espellono anche gas sotto forma di potenti venti», spiega Satoshi Yamada dell’Università di Tohoku, primo autore del lavoro. «Si pensava che questi venti rimanessero confinati all’interno della galassia, ma il nostro studio ha rivelato che la loro forza è immensamente più potente di quanto compreso finora». 

Il team di ricerca ha osservato l’attività del quasar H1821+643, situato nella costellazione del Dragone a circa 3,4 miliardi di anni luce dalla Terra, grazie ai dati del satellite per l’astronomia X Xrism della Jaxa. Il buco nero supermassiccio, in rapida crescita, si trova proprio al centro dell’ammasso di galassie e genera turbolenza nel gas caldo circostante che emette raggi X. Il team è riuscito a determinare con precisione il movimento del gas analizzando le linee di emissione degli ioni di ferro.

Illustrazione artistica che mostra un’esplosione generata da un buco nero supermassiccio nascosto al centro di una galassia, la cui energia si propaga oltre la galassia stessa fino all’ambiente del gruppo galattico circostante. L’illustrazione raffigura il trasporto di un’enorme quantità di energia — equivalente a diverse centinaia di miliardi di esplosioni di supernove — nello spazio circostante, innescando il movimento violento del gas caldo che si estende fino a distanze di circa 300mila anni luce. Crediti: Tohoku University

Le osservazioni ad alta precisione condotte dal satellite Xrism hanno rivelato che il gas ad alta temperatura che circonda il buco nero non rimane statico, ma si disperde violentemente su un’ampia area a causa della turbolenza. I ricercatori hanno inoltre confermato che il flusso di gas si estende oltre la galassia ospite, raggiungendo distanze di circa 300mila anni luce. La quantità di energia coinvolta nella turbolenza risulta essere circa cento volte superiore rispetto alle stime precedenti ed equivalente a diverse centinaia di miliardi di esplosioni di supernove – le esplosioni che si verificano quando le stelle di grande massa raggiungono il termine della loro vita.

Per la prima volta è stato possibile dimostrare che i buchi neri supermassicci influenzano il più ampio ambiente cosmico attraverso un’onda d’urto di straordinaria potenza. Questi oggetti sono motori fondamentali dei flussi di gas e della dinamica spaziale, in grado di trasportare immense quantità di energia verso diverse regioni del cosmo. 

In futuro, nuove osservazioni permetteranno di studiare l’effetto di altri buchi neri sull’ambiente circostante e di chiarire le modalità con cui la materia e gli elementi chimici circolano nell’universo.

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