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Formazione e lavoro, un altro carcere è possibile

Centotrentasette persone sottoposte a misure penali alternative accolte in comunità grazie alla disponibilità di strutture dedicate, 6.423 detenuti ascoltati direttamente in carcere durante il progetto, 737 beneficiari di permessi premio che hanno potuto trascorrere periodi con i propri cari, grazie alla presenza di strutture di accoglienza esterna al carcere. Sono alcuni dei numeri del progetto “Aiutare chi Aiuta: un sostegno alle nuove fragilità”, frutto della collaborazione tra Caritas Italiana e Intesa Sanpaolo. I risultati dell’iniziativa, avviata nel 2020 per sostenere con interventi concreti chi opera a favore delle persone più vulnerabili, sono stati presentati nell’incontro “Aiutare chi Aiuta – edizione 2025-2026”, presso la Cittadella della Carità di Caritas Roma. Ai nastri di partenza “Jobel”, un nuovo progetto nazionale per gli istituti penali minorili.

54 progetti in 16 regioni

Durante l’incontro sono stati illustrati i risultati di “Giustizia con Misericordia”, attuato negli ultimi due anni attraverso 54 progetti promossi dalle Caritas diocesane in 16 regioni italiane, che ha prodotto risultati significativi nel sostegno alle persone detenute e alle loro famiglie, raggiungendo complessivamente 14.188 beneficiari. In questi anni, sono stati 202 i bambini, figli di persone detenute, che hanno potuto riabbracciare il genitore durante i permessi premio, grazie all’ospitalità offerta all’intera famiglia nelle strutture Caritas. Sono state 6.423 le persone ascoltate in carcere, 1432 le persone accolte in misura di comunità. Il programma promuove il reinserimento sociale dei detenuti anche attraverso percorsi di formazione e opportunità lavorative, con l’obiettivo di restituire dignità, autonomia e un futuro migliore a chi vive la realtà carceraria, coinvolgendo famiglie, comunità e istituzioni in un cambiamento culturale concreto.


Un modello virtuoso di intervento

La collaborazione tra Caritas Italiana e Intesa Sanpaolo si conferma come un modello virtuoso di intervento congiunto sul territorio. L’alleanza tra gruppo bancario e la rete Caritas ha permesso di unire risorse e competenze complementari, generando risultati tangibili nel supporto alle comunità locali e nelle sperimentazioni di nuovi percorsi di inclusione. I risultati presentati, dalle migliaia di detenuti raggiunti e assistiti, fino ai progetti nei confronti dei minori in area penale, testimoniano il valore di questa strategia condivisa.


Opportunità concrete di riscatto e reinserimento

“Aiutare chi Aiuta” «nasce dalla condivisione di valori e dalla volontà di lavorare insieme per offrire opportunità concrete di riscatto e reinserimento alle persone più fragili, in particolare nel circuito penale», ha detto Paolo Bonassi, chief social impact officer di Intesa Sanpaolo. «Nel 2023 è nato Intesa Sanpaolo per il sociale, ma questa evoluzione organizzativa da sola non basta. Quello che fa la differenza è l’approccio che punta a creare reti virtuose ed alleanze».

La collaborazione tra Intesa Sanpaolo e Caritas Italiana dimostra quanto il lavoro in rete, fondato sulla fiducia e sul dialogo tra soggetti privati, Terzo settore e istituzioni sia decisivo per intervenire in modo incisivo a contrasto delle diseguaglianze e rafforzare le comunità

Paolo Bonassi, chief social impact officer di Intesa Sanpaolo

Lavoro in rete tra privati, Terzo settore e istituzioni

Negli anni, “Aiutare chi aiuta” «ha permesso di offrire aiuti materiali, sostenere nella ricerca del lavoro, avvicinare anziani soli ad interventi di prossimità, aiutare i giovani in un percorso per un mondo migliore. La collaborazione tra Intesa Sanpaolo e Caritas Italiana dimostra quanto il lavoro in rete, fondato sulla fiducia e sul dialogo tra soggetti privati, Terzo settore e istituzioni sia decisivo per intervenire in modo incisivo a contrasto delle diseguaglianze e rafforzare le comunità», ha proseguito Bonassi. La prossima edizione 20025-26 sarà dedicata al sistema penale minorile, «nella convinzione che investire sui giovani possa creare opportunità concrete di inserimento e di riscatto».

“Jobel”, il nuovo progetto per gli istituti penali minorili

Durante l’incontro è stato presentato “Jobel”, il nuovo progetto nazionale promosso da Caritas Italiana con il sostegno di Intesa Sanpaolo e rivolto specificamente al sistema penale minorile. “Jobel” sarà operativo nel biennio 2025-2026 e coinvolgerà 16 territori in cui sono presenti istituti penali minorili – ipm, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale, educativo e lavorativo di minori e giovani attualmente sottoposti a provvedimenti penali.


Il progetto nasce dalla sinergia tra Caritas Italiana, le Caritas diocesane locali e i cappellani degli ipm. Prevede percorsi strutturati di formazione professionale, sostegno allo studio, orientamento al lavoro e altre iniziative di inclusione. Grazie a “Jobel”, la rete Caritas potrà offrire ai giovani coinvolti nuove opportunità di crescita e riscatto, nella prospettiva di una piena reintegrazione nella comunità una volta concluso il periodo detentivo. Un lavoro che chiama in causa anche scuole, parrocchie e territori, attraverso azioni di sensibilizzazione e animazione comunitaria, per costruire risposte preventive e inclusive. “Jobel” prevede attività sia all’interno sia all’esterno degli ipm.

Nonostante le difficoltà strutturali del sistema penale italiano, queste esperienze ci mostrano che esiste una speranza concreta di cambiamento, che è possibile immaginare e percorrere sentieri ancora inesplorati di accompagnamento delle persone detenute che producono risultati concreti

don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana

Percorsi di reinserimento efficaci e dignitosi

«Nonostante le difficoltà strutturali del sistema penale italiano, queste esperienze ci mostrano che esiste una speranza concreta di cambiamento, che è possibile immaginare e percorrere sentieri ancora inesplorati di accompagnamento delle persone detenute che producono risultati concreti», ha affermato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. «La nostra e quella di Intesa Sanpaolo sono due mondi apparentemente diversi, ma ci siamo ritrovati a co-progettare insieme. Ciò si riesce a fare se l’obiettivo è costruire il bene comune e dimostrare ai destinatari che ci sta a cuore un problema», ha continuato Pagniello.

Paolo Bonassi, chief social impact officer Intesa Sanpaolo, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana

«Nel sociale la cosa più difficile oggi è dare continuità, con Intesa Sanpaolo lo possiamo fare», ha proseguito Pagniello. «Lavorando insieme, istituzioni e società civile possono offrire percorsi di reinserimento efficaci e dignitosi a chi ha sbagliato, dimostrando che la giustizia può davvero camminare di pari passo con la misericordia. Grazie a interventi come quelli realizzati con Intesa Sanpaolo stiamo vedendo risultati reali».

In apertura, foto di Daniel McCullough su Unsplash. Nell’articolo, foto ufficio stampa Intesa Sanpaolo e video dell’autrice

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Adolescenti e salute mentale, Telefono Azzurro e Misericordie d’Italia in campo insieme

L’emergenza c’è, palpabile, anche senza bisogno delle cronache nere, nerissime, che ogni tanto arrivano a ricordarcelo: la salute mentale di bambini e adolescenti registra da tempo segnali di allarme.

Telefono Azzurro lo sa: tende l’orecchio quotidianamente, con le sue linee telefoniche d’ascolto e con le sue App, ogni giorno intercetta una domanda forte, fa da ponte con i servizi di cura, e non si stanca di richiamare l’attenzione della pubblica opinione.

Lo sanno anche le Misericordie d’Italia, perché chi è coi volontari ogni giorno sulle strade del Paese, nelle grandi metropoli come nei piccoli centri, ha il polso dei muretti, dei cortili, delle piazze in cui si tira tardi.

Inevitabile per queste due realtà storiche del sociale italiano – l’una, le Misericordie, la più antica certamente del Bel Paese ma l’altra, Telefono Azzurro, tra le primissime del Terzo settore italiano così inteso avendo 40 anni di lavoro – inevitabile che queste due realtà, dicevo, decidessero di allearsi su questo fronte.

Protocollo firmato stamane a Roma

È infatti di oggi la notizia, giunta da Roma, di un Protocollo d’intesa «di durata biennale per rafforzare la collaborazione e ampliare i loro interventi», avverte una nota congiunta, «a tutela della salute e del benessere dei bambini e adolescenti che vivono in situazioni di conflitto, emergenza, grave disagio psicosociale e crisi umanitarie, in Italia e nei contesti internazionali maggiormente colpiti dalla guerra».

A firmarlo, Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Sos Il Telefono Azzurro e di Fondazione Child, e Domenico Giani, presidente della Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia.

Ernesto Caffo, a sinistra, e Domenico Giani a destra, nel momento della firma

«L’accordo», prosegue la nota, «consente il rafforzamento delle mission e dei valori da sempre a capo delle tre organizzazioni che costruiscono così, tramite un impegno condiviso, una vera e propria rete che vede al centro i bambini e gli adolescenti e la tutela dei loro diritti».

Il Protocollo, fanno sapere dalle due organizzazioni, «nasce dalla volontà condivisa diaffrontare le sfide educative contemporanee sostenendo il percorso di crescita e la tutela dei bambini e adolescenti in situazioni di vulnerabilità sul territorio nazionalecon particolare attenzione al rafforzamento della relazione madre-bambino».

L’expertise di Telefono Azzurro e la rete delle Misericordie

Come lavoreranno le due realtà? Telefono Azzurro metterà a disposizione le competenze maturate quasi 40 anni di attività a protezione dell’infanzia e dell’adolescenza, «valorizzando in particolare il proprio sistema integrato di linee di ascolto: la linea 114 “Emergenza Infanzia”, il servizio pubblico co-finanziato dalla presidenza del consiglio dei Ministri, la linea 1.96.96, riservata a bambini e adolescenti, adulti e le loro famiglie in difficoltà, il numero europeo 116.000 dedicato ai bambini e adolescenti scomparsi», spiegano. Inoltre, Telefono Azzurro, essendo stato accreditato come truster flagger dall’Agcom, ed essendo quindi «segnalatori attendibile» di contenuti nocivi online, potrà intervenire per accelerarne la rimozione.

Le Misericordie, per parte loro, forti delle oltre 700 confraternite diffuse su tutto il territorio nazionale, con più di 670mila iscritti, di cui circa 100mila impegnati attivamente nelle opere di carità e nel supporto alle persone più fragili, mettono al servizio di questo accordo la loro rete capillare e la competenza di chiopera quotidianamente «nei servizi sanitari, di protezione civile e di protezione sociale, affiancando le comunità nei momenti di maggiore difficoltà».

Un impegno che comunque varrà anche per l’Estero, essendo entrambe le realtà, in questo caso Fondazione Child più che Telefono Azzurro, impegnate in missioni internazionali, «in particolare in Ucraina e in Terra Santa, dove la Confederazione già interviene a sostegno delle popolazioni colpite dai conflitti e delle fasce più vulnerabili».

Il ruolo di Fondazione Child

«L’accordo tra Fondazione Child e le Misericordie», spiegano Caffo e Giani, «si fonda sulla visione condivisa che riconosce l’urgenza di interventi internazionali, congiunti e tempestivi, nei contesti bellici dove aumentano i bisogni della salute mentale infantile legati a trauma, perdita, sradicamento ed esposizione prolungata alla violenza come accade oggi in Ucraina e in Palestina, dove le conseguenze psicologiche ed emotive della guerra richiedono interventi continuativi e coordinati».

La “sorella internazionale” di Telefono Azzurro, «attiva in Italia e all’estero dal 1998, metterà a disposizione la propria esperienza maturata in ambito di ricerca scientifica, formazione, advocacy e cooperazione internazionale, promuovendo interventi internazionali fondati su un approccio integrato tra psicologia, neuroscienze, pediatria, pedagogia e neuropsichiatria infantile per affrontare in modo innovativo e inclusivo le problematiche legate al disagio, ai disturbi post-traumatici e alla sofferenza psicosociale dei bambini e adolescenti nei contesti di emergenza e di conflitto».

Le attività congiunte previste

L’accordo già individuano alcune attività congiunte. «Il Patto d’intesa», spiega la nota, «prevede la realizzazione di interventi congiunti e mirati quali l’organizzazione di incontri, convegni e percorsi formativi per operatori, volontari, educatori e professionisti del settore; campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a istituzioni e società civile sull’importanza del supporto psicologico ai bambini e adolescenti e sugli obiettivi dell’intesa; la creazione di una mappatura dei bisogni e delle vulnerabilità nei territori di intervento. Fondamentale sarà la promozione della collaborazione con enti nazionali e internazionali per rafforzare le reti di sostegno e favorire iniziative coordinate, sviluppare progetti congiunti su scala nazionale e internazionale per la promozione di buone pratiche nel campo della tutela dei bambini e adolescenti», spiegano le due organizzazioni.

Tra gli obiettivi del Protocollo, sottolinea la nota, «anche la condivisione di momenti in comune tra i volontari per scambiarsi esperienze e strumenti per il supporto nei contesti di vulnerabilità». E saranno inoltre sviluppati sistemi di monitoraggio a medio e lungo termine per valutare l’efficacia degli interventi di sostegno psicologico messi in campo.

Delineati anche gli obiettivi: «Costruzione di relazioni positive, la resilienza psicosociale e il rafforzamento dei servizi di assistenza per bambini, adolescenti e famiglie».

In ultimo ma non per ultimo, spiega la nota, «per garantire risposte efficaci e rapide particolare attenzione sarà dedicata allo sviluppo di modelli di intervento tempestivo e coordinato in situazioni di emergenza, integrando le competenze sanitarie, psicosociali e logistiche delle tre organizzazioni».

Caffo: «Unire le competenze a la presenza nel territorio». Giani: «La nostra storia ci insegna»

Il senso di questo accordo lo spiegano infine i due protagonisti: «Unire le competenze di Telefono Azzurro e Fondazione Child alla presenza sul territorio della Confederazione delle Misericordie», dice il professor Caffo, «significa costruire reti di protezione solide, qualificate e tempestive capaci di rispondere con efficacia ai bisogni dei bambini, adolescenti e delle loro famiglie nelle situazioni di conflitto. Ogni azione messa in atto», conclude, «ha sempre come priorità la centralità del bambino perché nelle situazioni di guerra sono proprio i più piccoli i primi a vedere annullati i propri diritti fondamentali».

Secondo Giani, «la firma di questi Protocolli rappresenta per le Misericordie d’Italia un passo importante nella costruzione di una rete sempre più solida a tutela dei bambini e degli adolescenti che vivono situazioni di fragilità, emergenza e conflitto. La nostra storia ci insegna a stare accanto a chi soffre, soprattutto nei momenti in cui la vita diventa più dura e incerta». 

Secondo il provveditore, come si direbbe nell’antico linguaggio della primissima organizzazione, «unire la capillarità e la forza del volontariato delle Misericordie con le competenze specifiche di Telefono Azzurro e di Fondazione Child significa mettere al centro i diritti dei più piccoli, offrendo risposte concrete, tempestive e coordinate. È un impegno che nasce dal presente, ma guarda al futuro, con la convinzione che prendersi cura dei bambini significhi prendersi cura dell’umanità intera».

Due dirigenti capaci di costruire

Dentro la buona notizia di due grandi realtà sociali mobilitate e su temi così urgenti e delicati, a ben vedere ce n’è anche un’altra: quella di due dirigenti, Caffo e Giani appunto, che mostrano come cooperazione e lavoro comune siano ancora un valore nella società civile organizzata. Due personalità che si assomigliano: grandissima capacità di lavoro, sobrietà e discrezione come stile di vita, dedizione totale alle cause per cui si impegnano. Chapeau.

Le foto in apertura, montate da Antonio Mola, e quelle all’interno dell’articolo sono dei rispettivi uffici stampa.

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The US is quitting 66 global agencies: what does it mean for science?

Nature, Published online: 20 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00102-0

The United States is leaving some of the world’s oldest and most influential scientific networks involved in biodiversity research, climate science and conservation. Affected organizations tell Nature that their work continues.
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Società benefit al rallenty: dopo dieci anni sono 5.310 su 4,4 milioni di imprese

A che cosa servono le società benefit? Stanno riuscendo a dare una marcia in più alle aziende che vogliono conciliare gli obiettivi economici con quelli ambientali e sociali? C’era bisogno di creare un istituto giuridico per “isolare” le imprese che sposano la sostenibilità a livello statutario? Sono 5.310 le aziende che, negli scorsi dieci anni, da quando, cioè, con la legge finanziaria del 2015 le società benefit sono state introdotte nel nostro ordinamento, hanno risposto in modo positivo a queste domande.

Da Taranto per tutto lo Stivale

Un numero piuttosto circoscritto rispetto alla dimensione complessiva del sistema produttivo nazionale, che conta circa 4,4 milioni di imprese. Ma che genera un valore molto alto. Prima di arrivarci, con i dati forniti dalla Camera di commercio di Brindisi Taranto, punto di riferimento nazionale per le benefit, scopriamo che ci sono voluti quattro anni per convincere le prime 442 imprese a scegliere questa forma giuridica, mentre nel successivo triennio 2019/21, probabilmente in coincidenza dell’aumento dell’attenzione alla sostenibilità nel mondo, si è arrivati a quota 2mila. Ma è nei due anni successivi che il fenomeno comincia ad acquisire maggiore visibilità: tra il 2022 e il 2023 le benefit superano le 4mila unità, con un ritmo di crescita costante.

Molti servizi

Si arriva così al settembre di quest’anno: secondo l’ultima rilevazione effettuata, in Italia operano 5.310 società benefit, con una crescita annuale di quasi il 22% rispetto al 2024. Il settore più rappresentato è quello dei servizi professionali e tecnici (27,4%), seguito da informatica/telecomunicazioni (15,7%) e manifattura (11,65%). Una su sei, pari a 879, è un’impresa femminile. Un dato di una certa rilevanza riguarda il peso economico generato dal complesso delle benefit, pari a 67,9 miliardi di euro di valore della produzione, con una media di 12,7 milioni di euro, una cifra che posiziona il gruppo al di sopra della media nazionale.

Non c’è la quota esatta in merito ma, considerato che il 95% delle imprese italiane è composto da microimprese, è evidente che le benefit richiamino all’adesione aziende abbastanza strutturate. Sono infatti oltre 236mila gli addetti complessivamente occupati da questa tipologia di aziende. Il fenomeno è (da sempre) a forte trazione lombarda con 1.671 società benefit, seguita da Lazio (625), Veneto (537) ed Emilia-Romagna (456). Ma si può dire che, ad oggi, sia di carattere nazionale, dato che sono presenti in tutte le regioni italiane, da nord a sud.

E poi le Bcorp

All’interno di questo gruppo, vi sono poi le Bcorp – benefit corporation, sigla riferita al movimento nato in America agli inizi degli anni Duemila. Si tratta di una certificazione attraverso la quale l’azienda si misura con una serie di standard di impatto ambientale, sociale, trasparenza (tra i quali l’adozione della forma di società benefit) e responsabilità, che poi vengono verificati dall’ente Blab, che assegna la qualifica a livello mondiale. A settembre 2025, Blab Italia ha dichiarato 364 aziende certificate nel nostro Paese (10mila nel mondo, di cui 2.541 in Europa), con un’occupazione aggregata di oltre 50mila persone e un fatturato generato superiore a 20 miliardi di euro.

Ritorno a casa

Tornando alle benefit, non ci sono solo grandi aziende a diventarlo. Lo conferma Nicola Sammarco, fondatore, assieme ad altri quattro soci, di Nasse animation studio, piccola società pugliese nata nel 2020. La sua storia parte da lontano: illustratore per Disney Italia a 19 anni, poi chiamato da Disney America e Pixar per titoli quali Alla ricerca di Dory, costruisce una carriera nell’animazione hollywoodiana lavorando per studi come anche per Universal Studios e Skydance: « Allo scoppio della pandemia, la permanenza forzata in Italia mi ha portato a ripensare per intero mio percorso: lavorare a distanza per gli Stati Uniti mi ha fatto intuire che anche da qui da noi era possibile creare contenuti di livello internazionale». Così nasce il primo nucleo della società: «Poi, con l’ingresso di nuovi soci e l’avvio di Nicopò, la prima serie animata green realizzata con sfondi in plastica riciclata, scopriamo che il modello benefit rispecchiava esattamente ciò che già stavamo facendo: formazione per giovani del territorio, costruzione di un ecosistema creativo in Puglia, attenzione all’ambiente. L’obiettivo di creare valore per il territorio, innovare in modo sostenibile e diffondere messaggi educativi positivi attraverso l’animazione era già la nostra identità prima dello statuto», racconta Sammarco. Da qui la scelta di trasformare l’azienda in benefit, con, diventando la prima realtà del settore cinematografico italiano ad adottare questo modello. Oggi Nasse Animation Studio conta due dipendenti e una quarantina di collaboratori in Italia ed Europa.

Sammontana benefit all’italiana

L’ipotesi che il trasformarsi in benefit ufficializzi uno stato delle cose già in atto è un tratto che accomuna i più piccoli ai big. Voce significativa in questo ambito è quella di Lorenzo Bagnoli, vicepresidente di Sammontana (vicina al miliardo di fatturato) nonché, dall’anno scorso, dei Giovani imprenditori Confindustria: «Siamo nati negli anni della ricostruzione, quando l’obiettivo principale era creare benessere per il Paese. Mio nonno e i suoi fratelli hanno fondato un’azienda che era “benefit” senza saperlo, fondandola su valori che ritenevano naturali, come il legame con il territorio e la generazione di lavoro e valore sociale», spiega. Con l’arrivo della nuova generazione di famiglia, occorreva in qualche modo formalizzare la cultura aziendale: «Abbiamo scelto di mettere nero su bianco il nostro modo di essere e fare impresa, così che anche le generazioni future possano seguire questi principi», aggiunge Bagnoli, specificando che la scelta di qualificarsi come benefit non riguarda la comunicazione, ma la sostanza: «Riscrivere lo statuto per impegnarsi in modo sulle finalità di beneficio comune e sulla rendicontazione d’impatto». Non solo, nel percorso di crescita avviato negli ultimi anni grazie anche alla partnership con Investindustrial, fondo Bcorp, Sammontana ha scelto di estendere la logica benefit anche alle aziende che entreranno nel gruppo: «Ogni acquisizione futura, in Italia o all’estero, sarà trasformata in società benefit o, nei Paesi dove non esistesse questa forma, certificata in Bcorp. È un modo per ampliare l’impatto positivo oltre i confini dell’azienda, proiettando nel futuro un’eredità imprenditoriale di ottant’anni».

Oltre la comunicazione

L’importanza della comunicazione non va sottovalutata. Lo sottolinea Alberto Pirelli, presidente di Sodalitas: «Il vero nodo è che solo una fascia ristretta di consumatori percepisce davvero lo sforzo delle aziende sulla sostenibilità: per chi lo coglie, però, l’effetto è potentissimo e spinge circa la metà ad acquistare più volentieri».

Perciò essere benefit è diventato un fatto comunicazionale decisivo: «Chi lo è cresce più di chi fa le stesse cose senza definirsi tale. Quando le certificazioni sono serie e durature generano valore, reputazione, attrattività per giovani e dipendenti, e contano anche nei mercati finanziari. Le benefit funzionano perché la loro identità è immediatamente comprensibile: rende visibili gli impegni e crea vantaggi concreti, dalle vendite alla capacità di attrarre talenti», conclude Pirelli.

Investimenti a impatto

Un’altra prospettiva interessante l’ha offerta la Ricerca nazionale sulle società benefit, a cura di Research Department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la stessa Cciaa Brindisi-Taranto, Assobenefit e Nativa. Dati che dimostrano come il 20% delle benefit investa oltre il 5% del fatturato in iniziative sociali e ambientali, che per una su due (contro il 23% delle non benefit) la valutazione degli impatti su ambiente e comunità sia incorporata nel processo decisionale e strategico; di come ci sia attenzione alla filiera di fornitura: il 22% adotta un approccio rigoroso, valutando le performance di sostenibilità dei fornitori e collaborando solo con quelli più virtuosi. Emerge anche una certa creatività nell’azione sociale e ambientale: l’analisi degli statuti delle 4.110 “sb” ha portato a identificare circa 24mila (23.990 per l’esattezza) finalità specifiche, con una media di 5,8 finalità per impresa.
La prima categoria? I diritti umani e le relazioni con la comunità, con 6.419 finalità, pari al 26,8% del totale, mentre il 77% delle imprese ha adottato almeno una finalità materiale in coerenza con i temi che influenzano maggiormente le performance di sostenibilità nel proprio settore.

Quando si parla di territori marginali, la narrazione è appiattita ai poli opposti: declino o rinascita. Sul tema, il numero di dicembre/gennaio di VITA porta un altro racconto: chi sono le persone che scelgono di vivere nella pancia dell’Italia? Un viaggio tra le storie di chi, pur tra fatica e ostacoli, ha deciso di restare, ritornare o arrivare. 
AREE INTERNE, L’ITALIA DA SCOPRIRE

Foto in apertura da Unsplash.

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Altro che metal detector, per la sicurezza nelle scuole bisogna puntare sulla felicità degli studenti

II 16 gennaio, all’interno dell’istituto professionale “L. Einaudi – D. Chiodo” di La Spezia, un ragazzo di 19 anni ha accoltellato e ucciso un suo coetaneo, Youssef Abanoub, durante l’orario scolastico, sotto gli occhi di compagni e docenti. Questo episodio ha scosso opinione pubblica e politica; le forze di Governo hanno già annunciato controlli più serrati nelle scuole considerate “a rischio”, come l’installazione di metal detector per rilevare la presenza di lame. «Ci sono già moltissime norme stringenti, ma non sono così efficaci a prevenire la violenza; quello che serve davvero è una comunità educante, che si prenda cura dei ragazzi e costruisca in loro un senso di soddisfazione. Far sentire gli alunni visti ed ascoltati può essere un fattore che diminuisce il rischio di atteggiamenti devianti», dice Diego Montrone, presidente della scuola professionale Galdus di Milano e coordinatore dell’Associazione Coordinamento degli Enti di Formazione Professionale della Lombardia – Aef.

Qual è il suo pensiero rispetto a quanto è avvenuto a La Spezia?

Riguardo a questi fatti, mi sembra che il sistema si debba chiedere se ha fatto tutto quello che poteva e doveva fare per prevenirlo. Da quello che ho letto, mi pare che siano stati sottovalutati o ignorati tantissimi segnali. In questo modo però si favorisce la violenza, che spesso è l’ultima modalità per farsi notare, per far vedere che tutto sommato si esiste, in certi contesti in cui sembra che nessuno creda in te. Una comunità educante dovrebbe essere in grado di intervenire prima che accadano eventi di questo tipo.

Se non si cambia nulla e si mettono solo i metal detector, semplicemente quello che deve accadere accade dieci metri prima rispetto al macchinario

Quindi quello che serve è molto diverso dal metal detector da installare nelle scuole…

Diversissimo. Anche perché, tra l’altro, pare vogliano metterlo solo in alcuni istituti. Questo significa definire delle scuole come pericolose, insicure. E se è così, non sarà il metal detector a renderle sicure. Serve invece un lavoro sulle risorse, sugli strumenti, sulle possibilità educative. Anche perché, se non si cambia nulla e si mette solo il rilevatore, semplicemente quello che deve accadere accade dieci metri prima rispetto al macchinario. In più, i ragazzi che sanno usare le tecnologie imparerebbero subito a bypassare il metal detector. Tra l’altro, non mi sembra nemmeno una soluzione immediata né preferibile, per i costi e i tempi elevati.

Cosa chiedono gli istituti di formazione per essere davvero presenti e sicuri per i ragazzi?

Io rappresento gli enti di formazione, quindi non tutte le scuole. Gli enti di formazione professionale, spesso sono generati dal privato sociale, spesso cattolico e basano la propria esistenza su alcuni elementi valoriali, come la condivisione, la vicinanza e il bene si ciascun giovane che ci viene affidato. Ancor prima di lavorare sulla crescita culturale o professionale si lavora alla strutturazione della persona, alla sua soddisfazione e felicità. È evidente che se uno studente si sente soddisfatto e felice, avrà meno possibilità di cadere in comportamenti devianti, che invece manifestano l’esatto opposto, una insoddisfazione e una volontà di distruzione.

Oggi nelle scuole non c’è più violenza, ma maggiore fragilità e disponibilità di armi

C’è più violenza, oggi, nelle scuole?

Direi di no. Dal mio osservatorio, che sono gli istituti lombardi, posso dire però che c’è probabilmente una maggiore fragilità. E c’è anche una presenza più alta di armi, dovuta all’estrema facilità nel procurarsele.

Se ne parla molto perché la violenza fa più notizia, quindi?

Da sempre i fatti negativi fanno più notizia. Certo, di un evento così drammatico è inevitabile che se ne parli. Ma bisogna discuterne, anche coi ragazzi, perché possano ragionare, comprendere, cogliere quanto potenzialmente sia vicino il dramma. Conoscere i fenomeni permette di gestirli meglio.

Ci sono insegnanti che riferiscono di avere paura?

È evidente che un insegnante non debba essere lasciato da solo. Non è un discorso solo dell’organizzazione della singola scuola o del singolo ente. Gli istituti scolastici e di formazione dovrebbero essere il luogo in cui si possono notare dei comportamenti potenzialmente pericolosi – per il ragazzo stesso o per i pari, che si parli di autolesionismo, di violenza o di sostanze – perché un gruppo di adulti intervenga immediatamente. Non è una questione che deve risolvere un docente, c’è bisogno che sia la comunità educante a rispondere.

In apertura, foto di Sam Bayle da Unsplash

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Camilla, la manager dei giovani volontari vincenziani di Torino: «L’impegno ci rende protagonisti»

Sono i volontari stessi a motivarmi». È da questa convinzione semplice e concreta che parte l’impegno di Camilla Tealdi, 32 anni, referente del gruppo giovani dei Gruppi di Volontariato Vincenziano Nuova Aurora di Torino che si occupano di migranti e povertà. A guidarla non è un senso di eccezionalità, ma l’energia che vede nei ragazzi che coordina: la loro disponibilità, la volontà di fare bene, perfino la delusione quando qualcosa non funziona. Un entusiasmo che diventa contagioso e che per lei rappresenta la prova che il volontariato è davvero accessibile a tutti, non solo a chi si sente “all’altezza”. 

Entrata nel gruppo nel 2012 quasi per caso, ha raccolto nel tempo la responsabilità del coordinamento, trasformando un’esperienza nata come proposta del suo professore di liceo in un ruolo che oggi sostiene una squadra di 18 volontari. Un percorso cresciuto insieme al gruppo, dentro una realtà che negli anni ha dovuto adattarsi ai cambiamenti del servizio e dei bisogni, mantenendo però al centro il protagonismo dei giovani. Un meccanismo di emulazione positiva che richiama il messaggio al centro della nuova campagna di promozione del volontariato “Sei migliore di prima” promossa dal Csv di Torino e ispirata proprio da una frase detta da Camilla durante un’intervista, presentando il volontariato non come un gesto esemplare, ma come un’opportunità reale di crescita personale. Nel 2026 la campagna diventerà progetto condiviso da tutti i Csv piemontesi. Il gruppo oggi gestisce la preparazione dei sacchetti per il servizio festivo, trasformato durante la pandemia in distribuzione take away. Un cambiamento che ha ridotto il contatto diretto con gli ospiti, una parte importante della motivazione dei volontari più giovani. «Per questo vorremmo tornare alla mensa seduta, quando avremo gli spazi adeguati», spiega. Nel frattempo, il gruppo organizza momenti di formazione e confronto mensile, affidando ai volontari più esperti il compito di trasmettere competenze e modalità di gestione delle situazioni più delicate. «I volontari più esperti condividono la loro esperienza, soprattutto su come affrontare situazioni delicate. La consegna dei pasti può sembrare un’attività molto operativa, in realtà occorre prestare massima attenzione ai bisogni e agli stati d’animo di ciascun utente». 

Camilla Tealdi

La coesione del gruppo non dipende solo dalla formazione. Una parte importante del lavoro di Camilla riguarda l’organizzazione pratica e la capacità di adattare il servizio alle esigenze dei volontari: «La flessibilità aiuta molto: pubblichiamo un calendario mensile e ognuno si inserisce in base ai propri impegni, senza un numero minimo o massimo di turni». Una scelta che consente anche a chi studia o lavora, di continuare a partecipare. 

Grande attenzione è riservata poi al coinvolgimento di nuovi volontari. «Il passaparola è fondamentale. Facciamo giornate di presentazione, banchetti e abbiamo organizzato diversi incontri anche con la Croce Verde per ampliare la platea di possibili volontari. Alcuni ragazzi arrivano tramite i Pcto obbligatori per gli studenti del triennio delle scuole superiori e spesso continuano dopo aver completato le ore richieste».  Il Csv di Torino contribuisce indirizzando all’associazione i giovani che entrano in contatto con il servizio di orientamento al volontariato. Guardando al futuro, il gruppo immagina di ampliare le attività, soprattutto se si tornerà al servizio mensa: «La mensa seduta permette fra l’altro di capire se il pasto è l’unico bisogno o se servono altri tipi di supporto. Dal confronto sono nate idee come un servizio di assistenza sulle prescrizioni mediche o, magari, un servizio di barbiere. Proposte che non abbiamo ancora concretizzato ma che potrebbero diventare una buona base per ampliare la nostra azione in futuro». 

Il messaggio di Camilla ai giovani che si avvicinano al volontariato è chiaro: non servono requisiti speciali. «L’ansia di non essere all’altezza o di non avere abbastanza tempo sono preconcetti. Esistono tantissimi tipi di volontariato: basta provare e trovare quello che fa per sé. Spesso non si conoscono tutte le possibilità offerte e si ha una visione limitata».  

Nella foto, tre dei 18 componenti della “squadra” guidata da Camilla Tealdi impegnati a riempire i sacchetti solidali

Ogni mese raccontiamo un’esperienza di volontariato e attivismo civico che sta avendo un forte impatto sulla comunità. Lo facciamo a partire da due focus: i giovani capaci di innovare le organizzazioni e le nuove leadership che ne emergono. In collaborazione con Csvnet

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Milano, le cooperative promuovono il Piano per l’economia sociale

Soddisfazione. È quella che esprimono i presidenti delle centrali cooperative attive a Milano l’avvio del Piano per l’economia sociale del Comune di Milano. L’iniziativa viene considerata un passo strategico per un nuovo modello di sviluppo della città.

«Accogliamo con soddisfazione l’approvazione in Consiglio comunale dell’avvio del percorso per la costruzione del Piano attuativo per l’economia sociale del Comune di Milano. In questi ultimi tre anni abbiamo contribuito attivamente alla riflessione all’interno del dibattito portato in città sia nella commissione speciale Economia civile e sviluppo del Terzo settore sia nei luoghi di confronto avviati dalla Pubblica amministrazione». Così Giovanni Carrara, presidente di Confcooperative Milano e dei Navigli, Attilio Dadda, presidente di Legacoop Lombardia e Cinzia Sirtoli, presidente di Agci Lombardia dopo il via libera in aula, in serata, della delibera.

«La delibera» continuano i tre presidenti, «segna l’attivazione formale di un processo atteso e fortemente voluto, che riconosce pienamente il perimetro dell’economia sociale e il ruolo centrale del mondo cooperativo e del Terzo settore nella definizione delle politiche di sviluppo della città».

Una fase nuova

«L’avvio di questo Piano rappresenta un passaggio importante perché apre una fase nuova: il riconoscimento della cooperazione come soggetto pienamente titolato dell’economia sociale costituisce un fatto strategico e ne conferma il ruolo di componente strutturale del sistema economico», sottolineano Carrara, Dadda e Sirtoli. 

«Affermare che l’economia sociale contribuisca a interpretare lo sviluppo della città significa puntare su un modello capace di ridurre le disuguaglianze, rafforzare la qualità del lavoro e il benessere delle comunità. Le cooperative uniscono creazione di valore e impegno sociale, producendo beni e servizi di interesse generale, mettendo al centro la persona e la comunità favorendo così inclusività e sostenibilità».

Particolare rilievo assumono gli strumenti che il Piano potrà mettere in campo: dal social procurement, con il coinvolgimento delle partecipate e l’utilizzo degli appalti pubblici per favorire l’inserimento lavorativo di persone fragili, ai modelli abitativi cooperativi e solidali, fino alla valorizzazione delle imprese dell’economia sociale nei progetti di rigenerazione urbana, economia circolare e di welfare di comunità.

Le centrali cooperative ribadiscono «la propria disponibilità a contribuire attivamente alla fase di costruzione del Piano, affinché l’attivazione del percorso si traduca rapidamente in politiche pubbliche, strumenti operativi e azioni concrete in grado costruire piani di sviluppo territoriale e un’economia davvero inclusiva, resiliente e sostenibile». 

In apertura Photo by Bernard Guevara on Unsplash

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Un Piano per l’economia sociale per far svoltare Milano: «Troppe disuguaglianze, serve uno sviluppo più solidale e sostenibile»

Con il voto di ieri il Consiglio comunale di Milano ha avviato l’iter per la costruzione di un Piano attuativo per l’Economia Sociale. Piano, di cui si sono già dotate altre due città metropolitane in Italia: Bologna e Torino. Una mappatura di tutte quelle realtà organizzative e imprenditoriali che, insieme al Terzo Settore, possono generare impatto sociale e ambientale positivo dentro un’economia sociale, seguendo le indicazioni della Commissione Europea.
Strumenti finanziari e premiali, come ad esempio riservare una percentuale di gare pubbliche alla cooperazione sociale per favorire inserimenti lavorativi di persone svantaggiate. Modelli abitativi cooperativi e solidali, per favorire lo strumento della proprietà indivisa nel piano straordinario casa. «Sono alcuni degli obiettivi della delibera che abbiamo promosso e che nasce con la consapevolezza che questa città, dopo quindici anni, ha bisogno di ripensare il proprio modello di sviluppo per tenere insieme crescita economica e sostenibilità, produzione e impatto sociale sulla comunità, innovazione e inclusione, e per ridurre davvero la forbice delle diseguaglianze». Le parole sono di Valerio Pedroni, consigliere comunale del Pd e presidente della commissione speciale Economia Civile e Sviluppo del Terzo Settore. Pedroni insieme a Natascia Tosoni – vicepresidente della commissione Sviluppo Economico e Politiche del Lavoro e a Betrice Uguccioni capogruppo del Pd, a dicembre avevano già promosso un emendamento, integrando il Bilancio di previsione con questo obiettivo. Ancora Pedroni: « Se vogliamo una città inclusiva dobbiamo smettere di fingere che tutti i modelli economici siano equivalenti. Non lo sono. Oggi Milano cresce, ma cresce in modo diseguale: attrae grandi capitali e rischia di espellere il cittadino medio, i giovani, chi vive del proprio lavoro. Un Piano per l’economia sociale serve a orientare lo sviluppo verso chi, per natura e per statuto, non sottrae valore ma lo genera e lo redistribuisce nei territori».

La copertina del numero di VITA magazine dedicato a Milano


Pedroni nella vostra ottivca chi sono i soggetti dell’economia sociale da valorizzare?

Enti del Terzo settore, cooperative, imprese sociali. Realtà che non distribuiscono utili, ma li reinvestono nel bene comune; che creano lavoro dignitoso, rigenerano quartieri, tengono insieme dimensione economica e responsabilità sociale. Per anni li abbiamo relegati al solo ambito del welfare, come se fossero “riparatori” delle disuguaglianze prodotte altrove. Oggi non è più così: queste realtà operano a tutto campo nell’economia urbana.

In che senso “a tutto campo”?

Producono lavoro e valore nel verde e nella manutenzione urbana, nel commercio di prossimità, nel turismo sostenibile, nella rigenerazione urbana, nella gestione di impianti sportivi e culturali. Sono imprese a tutti gli effetti, ma con una differenza fondamentale: il loro obiettivo non è estrarre valore dal territorio, ma restituirlo. Se Milano vuole un modello economico giusto, deve riconoscerlo e facilitarlo in ogni modo.

Il consigliere comunale Valerio Pedroni, presidente della commissione speciale Economia Civile e Sviluppo del Terzo Settore


E l’ente pubblico cosa può fare, concretamente?

Usare gli strumenti che già ha, ma in modo coerente. Gare riservate, criteri premiali negli appalti, social procurement, agevolazioni fiscali e concessioni che tengano conto dell’impatto sociale e ambientale. Il Comune è un grande regolatore e un grande acquirente: può e deve orientare il mercato premiando chi produce valore condiviso, non chi compete solo sul massimo ribasso.

Nella delibera parlate anche di alleanza con il mondo imprenditoriale. Non è una contraddizione?

Al contrario, è il punto decisivo. L’economia sociale non deve restare isolata. Milano ha un tessuto imprenditoriale avanzato che ha a cuore la dimensione dell’impatto: penso alle società benefit, alle imprese che lavorano su una Csr strategica, alla finanza d’impatto. Questa alleanza è fondamentale per ampliare scala e strumenti: il social procurement delle aziende, ad esempio, può diventare una leva potentissima per far crescere l’economia sociale.

Che ruolo ha la finanza d’impatto in questo scenario?

Un ruolo chiave. Per espandere l’economia sociale servono capitali coerenti con le sue finalità: investimenti pazienti, fondi dedicati, strumenti di co-investimento che misurino il ritorno sociale insieme a quello economico. La delibera apre esplicitamente a questa prospettiva: non assistenzialismo, ma sviluppo economico orientato all’impatto.

Che impatto vi aspettate sulla città?

Più lavoro di qualità, più servizi di prossimità, meno disuguaglianze, quartieri che tornano a vivere. Milano può essere una città attrattiva senza essere espulsiva. Questo Piano dice una cosa semplice ma radicale: se vogliamo un futuro per la città, dobbiamo premiare chi la città la cura, la abita e la fa crescere ogni giorno. Si pensi anche sul tema della casa: lo strumento delle cooperative di abitanti è molto interessante, sia nella formula della proprietà divisa, che in quella ancora più radicale della proprietà indivisa: io abito dentro un condominio che appartiene ad una cooperativa di cui sono socio: sostengo i costi con tariffe davvero sociali e mi curo del vicinato. È un modo diverso di abitare, prima ancora che di vivere la città: si premia la coesione e non l’individualismo, pur rispettando gli spazi e la riservatezza di ognuno. Anche questa è economia sociale. Che vorrei pervadesse anche la nostra proposta di piano straordinario per la casa.

Milano può davvero diventare un modello nazionale?

Sì, perché qui esistono tutte le condizioni: un Terzo settore maturo, una cooperazione forte, un mondo imprenditoriale avanzato e una finanza d’impatto che guarda con interesse alla città. Se riusciamo a mettere a sistema questi attori attraverso politiche pubbliche coerenti — dal procurement agli strumenti finanziari ai modelli di abitare — Milano può diventare un laboratorio nazionale di economia sociale urbana. E dimostrare che sviluppo e giustizia sociale, innovazione e inclusione non sono alternative, ma la stessa cosa vista da due angolazioni diverse.

Nella foto: Una seduta del Consiglio Comunale di Milano (LaPresse)

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Torino, quel chilometro quadrato che dovrebbe diventare patrimonio dell’umanità

Palazzo Barolo in via delle Orfane, la Consolata in via Maria Adelaide, l’Istituto Valdocco in via Maria Ausiliatrice, il Cottolengo nella via omonima, il Distretto sociale Barolo e il Sermig in piazza Borgo Dora. Se infilate una bandierina sulla mappa per ognuno di questi luoghi, vi accorgerete che formano un quadrato sul reticolato urbano di Torino. Siamo nella città dei santi sociali e non è un esercizio retorico se l’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, in un discorso ufficiale ha definito lo spazio racchiuso tra i puntini «il chilometro quadrato della carità».

La scultura dedicata alla marchesa Giulia di Barolo.

È accaduto sabato mattina, a Palazzo Barolo, alla cerimonia inaugurale della scultura dedicata alla venerabile marchesa Giulia di Barolo. Di fronte al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e al sindaco di Torino Stefano Lo Russo, il cardinale ha condiviso un sogno e ha aggiunto che «non è brutto sognare». «Da arcivescovo», ha detto, «ho sognato di rendere questa “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità. Penso che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa. La vicenda di questo chilometro quadrato ci dice che è possibile rimanere umani e rimanerlo insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi».

Da arcivescovo, ho sognato di rendere questa “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità. La vicenda di questo chilometro quadrato ci dice che è possibile rimanere umani e rimanerlo insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi

Il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino

Enrico Zanellati, curatore artistico di Palazzo Barolo, ha assistito con emozione alla proposta di lavorare a un progetto di candidatura a Patrimonio dell’Unesco di questa città nella città, «un’area di una grandezza spettacolare per la vicende di Torino, italiane e dell’umanità».

Partiamo dall’inizio. L’intervento dell’arcivescovo è avvenuto durante l’inaugurazione di una nuova scultura posizionata sulla facciata della storica residenza all’angolo tra via Corte d’Appello e via delle Orfane. Si chiama A Giulia di Barolo, un monumento voluto dall’Opera Barolo per la sua fondatrice e patrocinato da Città di Torino e Accademia Albertina delle Belle Arti. Chi era Giulia Colbert Falletti di Barolo?

La sua storia è indissolubilmente legata a quella del marito, Carlo Tancredi di Barolo, entrambi venerabili (è in atto il processo di beatificazione). Discendenti di alcune tra le più ricche famiglie delle città europee del Settecento, da subito videro nel proprio matrimonio l’opportunità di costruire un processo generativo di bene nei confronti dei più poveri. Giulia era nata nel 1786 in Vandea, in Francia, da una famiglia imparentata con Luigi XVI e con il celebre ministro del Re Sole, Colbert. Incontrò Carlo Tancredi alla corte di Napoleone e, una volta sposati, stabilirono la propria residenza a Palazzo Barolo. A Torino Giulia si rese subito conto delle condizioni disumane in cui vivevano gli uomini e le donne nel carcere cittadino, che al tempo si trovava proprio di fronte al Palazzo. Decise di visitare le celle in prima persona e iniziò un percorso di servizio nei confronti del mondo carcerario che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita. Insieme al marito Carlo Tancredi, creò il Distretto Sociale Barolo come primo luogo di accoglienza per le donne uscite dal carcere e tante altre realtà di servizio sociale ed educativo, tuttora attive.

Il curatore artistico di Palazzo Barolo, Enrico Zanellati.

Alla sua morte, con un lascito testamentario, fondò l’Opera Barolo come erede universale di questo patrimonio e stabilì le strategie affinché le proprietà fossero gestite come bene comune: per un triennio l’Opera sarebbe stata amministrata dalla più alta carica della magistratura, nel triennio successivo dalla più alta carica ecclesiale e così via. Attualmente l’Opera Barolo è presieduta dall’Arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole.

Perché raffigurarla in un monumento proprio ora?

È il primo monumento dedicato a una donna nella storia di Torino, nonostante si tratti di una delle città con più monumenti in Italia. Realizzato da Gabriele Garbolino Rù con il sostegno della famiglia Abbona (titolare dell’azienda vitivinicola “Marchesi di Barolo. Antiche Cantine in Barolo”) e il Gruppo Iren, è una scultura in bronzo in cui sono raffigurate due donne, Giulia di Barolo e una carcerata che lei tiene tra le braccia. L’autore dell’opera ha potuto studiare i ritratti custoditi a Palazzo Barolo, lasciandosi guidare dalle Memorie sulle carceri scritte dalla marchesa. Il risultato è una reinterpretazione contemporanea della sua figura, in dialogo con la maestosa facciata del Palazzo che la sostiene e con gli altri monumenti dei santi sociali, tutti rappresentati con una o più persone accanto: Don Bosco con i bambini, Cottolengo con un malato, San Giuseppe con un condannato a morte.

Che cosa accomuna le realtà che compongono “il chilometro quadrato della carità”?

La prossimità fisica e una genesi condivisa nella fede cristiana, vissuta nella nostra città con dinamiche e storie anche molto diverse tra loro. Nel nostro caso appartiene a grandi famiglie aristocratiche, nel caso del Cottolengo nasce da un’attenzione al malato e alla disabilità, per San Giovanni Bosco la cura è sempre rivolta all’educazione e all’infanzia. E poi c’è il Sermig, il Servizio Missionario Giovani nato nel 1964 da un’intuizione di Ernesto Olivero e da un sogno condiviso con molti: sconfiggere la fame con opere di giustizia e di sviluppo, vivere la solidarietà verso i più poveri e dare una speciale attenzione ai giovani cercando insieme le vie della pace nel vecchio Arsenale dei Savoia.

A Palazzo Faletti di Barolo, un momento dell’inaugurazione del monumento dedicato a Giulia di Barolo.

Quanto ha contribuito Torino alla creazione di questa cittadella dell’umanità e quanto la vocazione alla carità ha plasmato Torino?

Quello che l’arcivescovo ha definito “il chilometro quadrato della carità” era ed è in una zona di grande sofferenza della città. Già nell’800 si trovava in un’area di espansione dovuta all’industrializzazione che attraeva ragazzi e ragazze senza una guida. Oggi si trovano a vivere in quelle stesse strade persone che arrivano da altri Paesi e le realtà citate da Repole continuano a essere un faro di aiuto. È la testimonianza di uno stile di accoglienza che caratterizza la nostra città, ma soprattutto è la dimostrazione che il messaggio di carità e di umanità che ci arriva dai santi sociali è un patrimonio di tutti e come tale va preservato.

Le fotografie sono di Gianluca Platania per Palazzo Barolo

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Adolescenti violenti? In classe serve più competenza pedagogica

Abanoub Youssef, 19 anni, è stato accoltellato a morte venerdì scorso all’interno dell’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia. A sferrare il fendente, Zouahir Atif, 19 anni, in custodia cautelare in carcere. Un ragazzo che uccide un altro ragazzo, a scuola. Quel “dove” non è un dettaglio ma, se possibile, amplifica ancor di più la tragedia.

Una scuola anch’essa senza dubbio ferita e disorientata, oggi apertamente accusata: “si sapeva” e “si poteva immaginare”, hanno detto alcuni studenti. Colpisce il messaggio pubblicato sul sito dell’Istituto a firma della dirigente: «Agli studenti chiedo di dare il conforto ai loro professori e a tutto il personale scolastico, scossi come voi da questa terribile tragedia. Abbiamo bisogno di voi».

Nelle risposte di queste prime ore invece la scuola resta sullo sfondo. Si parla di più sicurezza, più metal detector, più rimpatri per i minori stranieri non accompagnati (benché nessuno dei ragazzi coinvolti fosse tale), di una stretta sui ricongiungimenti familiari. Parlano anche gli psicologi, che ci spiegano come la corteccia prefrontale, responsabile di controllo degli impulsi, raggiunga la piena funzionalità solo intorno ai 25 anni e raccontano di un disagio emotivo e psichico degli adolescenti che fa sempre più fatica ad essere elaborato attraverso la parola e trova invece sempre più spesso forme espressive violente, su di sé e sugli altri. Interviste ai pedagogisti, invece, non ce ne sono. Come se quella tra sicurezza e prevenzione fosse una dicotomia e nell’aut-aut tra “la prevenzione non basta, serve sicurezza” e “la sicurezza non basta, serve la prevenzione” avesse già vinto la sicurezza: un instant poll di Skuola.net, realizzato all’indomani della tragedia, dice d’altronde che il 60% degli studenti è d’accordo con una stretta sui controlli, compreso l’uso di metal detector nelle scuole, e con la “linea dura” contro i minori che portano coltelli, con sanzioni quali il ritiro della patente o del passaporto. 


Il dato etnico? Una scorciatoia

Anna Granata è professoressa associata di Pedagogia all’Università di Milano Bicocca. «Non direi che il coltello è stato sdoganato e normalizzato, ma che oggi sia diffuso sì. I dati inglesi segnano un +36% negli ultimi dieci anni di persone – maschi, diciamolo – che vanno in giro con un coltello». Il coltello prima e la violenza poi stanno più nelle mani di maschi – adolescenti o meno – di origine straniera? «Facciamo una riflessione su questo, ma a patto che non diventi una scorciatoia. Fermarci al dato etnico ci libera da responsabilità, ci permette di dire che “in fondo questo problema riguarda altri”. Però questi ragazzi sono o nati in Italia o comunque cresciuti nelle nostre scuole, pensare che sia un problema di altri è poco utile. In realtà il problema è quello di una maschilità tossica, di una cultura machista che è trasversale nella società e che non riguarda solo alcune categorie di ragazzi o di culture. Non possiamo cercare scorciatoie. C’è questa dimensione, a cui si somma una componente sociale, una di disagio: la risposta a un problema multidimensionale dovrebbe essere articolata. Sentiamo parlare di metal detector, mentre dovremmo chiederci perché ci sono ragazzi che hanno bisogno di un coltello per sentirsi uomini, per gestire la gelosia e la rabbia? Per chiederci come mai e che cosa possiamo fare».

Fermarci al dato etnico ci libera da responsabilità, ci permette di dire che “in fondo questo problema riguarda altri”. Ma questi ragazzi sono nati in Italia o comunque cresciuti nelle nostre scuole. Il problema è quello di una maschilità tossica che è trasversale nella società. Non possiamo cercare scorciatoie.

Anna Granata, università Bicocca

Non possiamo più essere solo insegnanti, siamo anche educatori

La domanda delle domande è questa, appunto: cosa possiamo fare? Tre cose, per la professoressa Granata, a supporto della scuola. La prima è «l’educazione affettiva, non più rimandabile. I filtri legati al consenso delle famiglie allontanano chi sta nei contesti più marginali. E i docenti smettano di pensare che non sia questa la priorità: spesso mi capita di andare nelle scuole a parlare di educazione all’affettività e di avere docenti che tengono degli alunni in classe a fare la verifica». La seconda è «dare supporto alle famiglie, nello zero-sei lo facciamo me poi quando inizia la scuola dell’obbligo gli insegnanti incontrano i genitori solo per comunicazioni in ottica valutativa, si parla solo di voti e di comportamenti. Invece supportare la genitorialità è importantissimo». Terzo punto, «quando pensiamo all’educazione affettiva, pensiamo che debba rivolgersi anche alle famiglie. Servono percorsi formativi a tutti i livelli, per i ragazzi, per i genitori e per gli insegnanti. I docenti devono esser formati a intercettare i primi segnali di pericolo, quelli legati alla salute mentale: sono cose che non possono essere gestite da un esperto che entra in classe un giorno per due ore, ma da chi è in classe ogni giorno. Dobbiamo renderci conto, come insegnanti, che siamo chiamati ad essere adulti vigili e responsabile. Non siamo più solo insegnanti, ma anche educatori. Non basta essere competenti sulla disciplina, serve essere competenti anche dal punto di vista educativo. Ovviamente per tutto questo servono risorse».

Il freezing etico

Per Valeria Rossini, professoressa associata di pedagogia generale e sociale presso Università degli Studi di Bari, ciò che è accaduto a La Spezia non può essere fatto rientrare nelle forme del disagio adolescenziale fisiologico: «Siamo in un circuito di devianza e delinquenza, che sono uno stadio successivo del disagio. Questo è importante, altrimenti rischiamo di colpevolizzare tutta una generazione di adolescenti poveri e appartenenti a una minoranza etnica. E tuttavia allo stesso tempo non possiamo dire solo che “è un caso” che si tratti di un ragazzo di seconda generazione, dobbiamo capire che sforzo sta facendo la nostra società verso l’inclusione delle minoranze etniche e culturali, quali prospettive ci sono nella collaborazione con queste famiglie. Non si può non vedere che la famiglia di questo ragazzo viveva in sei in pochi metri quadri».

Accanto alla devianza e ad un tema sociale, in quel che è successo, lei legge con preoccupazione un tema di «spettacolarizzazione dell’atto violento», che funge da supporto: «Chi colpisce in quel modo, sa che uccide. C’è una sorta di freezing etico e morale: io penso che su questo non si possa minimizzare». Un fatto così grave ed efferato «che non si può pensare di affrontarlo solo parlando di cultura del rispetto e di cultura della legalità: d’accordo, non dobbiamo militarizzare la scuola, ma dobbiamo anche dire che la prevenzione da sola non può bastare. Bisogna rimettere a tema quanto vale la vita dell’altro».

Chi colpisce in quel modo, sa che uccide. C’è una sorta di freezing etico e morale. Ma io penso che su questo non si possa minimizzare: bisogna rimettere a tema quanto vale la vita dell’altro

Valeria Rossini, università di Bari

Recupero dei limiti e dell’autorità

Ma ancora di più, per la professoressa, è significativo il fatto che un ragazzo abbia potuto pensare di compiere un gesto di tale violenza «dentro il contesto scuola, senza pudore, davanti ai compagni, sapendo perfettamente che sarebbe stato poi arrestato e punito… A scuola ci devono essere delle linee di comportamento non oltrepassabili, di cui i ragazzi siano assolutamente consapevoli. Tutto questo ci dice della percezione che alcuni ragazzi hanno dello stare a scuola, che per loro è del tutto irrilevante. Allo stesso modo sono irrilevanti i confini tra il sé e il mondo esterno, dobbiamo ristabilirli: confini che sono prima luoghi percettivi e sensoriali. Questo può fare l’educazione: fare cultura del corpo, di chi si è, fare un lavoro etico sulle relazioni tra pari e maschi e femmine».

A scuola ci devono essere delle linee di comportamento non oltrepassabili, di cui i ragazzi siano assolutamente consapevoli. Allo stesso modo sono irrilevanti i confini tra il sé e il mondo esterno, dobbiamo ristabilirli

Valeria Rossini, università di Bari

Più pedagogia per i docenti

Però serve anche «un restyling della scuola, non ho paura di dirlo, un lavoro sul recupero dell’autorità, sul rispetto dell’autorità e dei limiti. Autorità che non è autoritarismo, ma significa essere adulti credibili. Molti docenti della scuola secondaria hanno una preparazione pedagogica, sono entrati a scuola come “piano z” della loro vita e con molta rassegnazione rispetto alla possibilità di fare davvero scuola: questo ha un impatto sulla loro postura rispetto agli adolescenti. In una classe ci sono una infinità di dinamiche relazionali che sfuggono a un docente che non abbia una adeguata preparazione pedagogica sulla gestione della classe: su questo sì, ci serve migliorare la preparazione dei docenti, altrimenti rischiamo una emarginazione latente dei ragazzi appartenenti a microgruppi, che poi rischia di essere esplosiva».

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Foto di Eyüpcan Timur su Pexels

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In Lazio più di 2.600 enti fuori dal Registro del Terzo settore: «Così si ferma il welfare della regione»

La preoccupazione è forte, ma ancora più forte è il rammarico. «Non è questo lo spirito di collaborazione e dialogo che dovrebbe esistere tra Pubblica amministrazioneee Terzo settore. Sicuramente ci sono state leggerezze e ritardi, ma l’arrivo di quell’elenco, quattro giorni fa, insieme alla richiesta di diffonderlo, è stato un duro colpo».

A parlare è Francesca Danese, presidente del Forum Terzo Settore Lazio, sommersa dalle telefonate di enti che rischiano di non poter più svolgere il proprio lavoro. Un rischio che ricade direttamente sulla popolazione più fragile. In gioco c’è infatti l’attività di quasi 2.700 associazioni del Lazio, inserite nella Determinazione G17795 del 29 dicembre 2025, dal titolo eloquente: “Cancellazione enti inadempienti”.

Francesca Danese

Si tratta di organizzazioni che, secondo la Regione, «non hanno adempiuto all’obbligo di aggiornamento delle informazioni e di deposito degli atti» nel Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts).

Le conseguenze previste dalla normativa sono pesantissime: gli enti cancellati dal Runts non potranno sottoscrivere convenzioni con le amministrazioni pubbliche né partecipare a procedure di coprogrammazione e coprogettazione. Dovranno inoltre devolvere il patrimonio residuo e perderanno l’accesso al 5 per mille.

Verso un ricorso collettivo?

«La presente delibera è trasmessa al Forum del Terzo settore e al Centro di Servizio per il Volontariato per l’opportuna pubblicità», si legge del testo. Parole che pesano, per Danese: «Non è questo il modo», commenta. «Nell’elenco ci sono anche associazioni effettivamente estinte, ma molte altre sono attive, svolgono servizi fondamentali in convenzione con la pubblica amministrazione e hanno dato un contributo decisivo anche durante il Giubileo. E ora, con una lettera, si rischia di fermare tutto?».

Forum Terzo settore Lazio e Csv Lazio sono al lavoro senza sosta. «Abbiamo contattato l’assessore e ci stiamo confrontando con i funzionari regionali. In alcuni casi siamo riusciti a integrare la documentazione mancante, ma ora l’accesso al sistema non è più possibile. Ci sono associazioni nell’elenco che, a quanto ci risulta, avevano presentato tutto correttamente. I termini per il ricorso sono di 60 giorni: se non emergerà una soluzione, valuteremo un ricorso collettivo», aggiunge Danese.

Il rammarico riguarda soprattutto il metodo: «Ci saremmo aspettati più dialogo e collaborazione da parte della pubblica amministrazione, che conosce il valore del lavoro del Terzo settore. Invece è arrivata una comunicazione a cose fatte, chiedendo a Forum e Csv di diffonderla».

Il merito: territori senza servizi

Ma oltre al metodo, c’è il merito della questione. E nel merito interviene Mario German De Luca, presidente di Csv Lazio: «Cancellare oltre 2.600 associazioni dal Runts non è un semplice atto amministrativo. Questa determinazione incide profondamente sulla struttura del Terzo settore nel Lazio, con ricadute sociali, culturali ed economiche».

È legittimo chiedersi se tutte le procedure siano davvero semplici, snelle e indispensabili

Mario German De Luca, presidente Csv Lazio

Tra gli enti coinvolti figurano anche più di dieci centri anziani e alcune diocesi, oltre a tante piccole associazioni che nei territori più fragili rappresentano veri e propri presìdi sociali. Realtà spesso poco attrezzate per affrontare adempimenti complessi e in continua evoluzione.

«Adempimenti sovrabbondanti possono aver spiazzato molti enti di piccola e media dimensione», osserva De Luca. «È legittimo chiedersi se tutte le procedure siano davvero semplici, snelle e indispensabili».


Csv Lazio e Forum Terzo Settore Lazio hanno avviato un’interlocuzione con gli uffici Runts della Regione Lazio per rappresentare la pluralità delle situazioni e verificare l’eventuale presenza di errori materiali. «Abbiamo chiesto di modulare procedure ad hoc per favorire una rapida reiscrizione degli enti», riferisce ancora De Luca.

Il nodo, in altre parole, è la burocrazia: snellirla significherebbe consentire alle associazioni di dedicare meno tempo alle carte e più tempo alle persone.

«Serve una riforma in questa direzione e una maggiore formazione dei funzionari pubblici», aggiunge Danese. E conclude: «Siamo stati tante volte noi a fare problem solving per le amministrazioni. Ora è il momento che la pubblica amministrazione faccia problem solving per il Terzo settore».

Foto in apertura: Marlis Trio Akbar (Unsplash)

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Miliardari mai così ricchi: nel mondo possiedono oltre 18mila miliardi di dollari (otto volte il Pil italiano)

La disuguaglianza non è solo una questione economica. È una frattura che attraversa le società, indebolisce la coesione sociale e mina progressivamente le fondamenta della democrazia. È questo il messaggio centrale del nuovo rapporto Oxfam, Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia, presentato a Davos e accompagnato da dati aggiornati al 2025. Un’analisi che mette in relazione concentrazione della ricchezza, povertà diffusa e crescente squilibrio di potere politico, a livello globale e nel contesto italiano.

Il grande divario globale: ricchezza estrema, democrazie fragili

Secondo Oxfam, il mondo sta vivendo una fase di concentrazione della ricchezza senza precedenti. Nel 2025 il patrimonio complessivo dei miliardari globali ha raggiunto la cifra record di 18.300 miliardi di dollari, con un aumento reale del 16% in un solo anno e dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il Pil dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale soglia di povertà estrema. Una crescita rapidissima, che avviene mentre quasi metà della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà o forte vulnerabilità economica e una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare.

La nuova ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi: l’1% più ricco intercetta una quota sproporzionata della crescita economica, mentre miliardi di persone restano intrappolate in redditi insufficienti ad assicurare condizioni di vita dignitose. L’aumento dei prezzi dei beni essenziali ha colpito soprattutto le famiglie più povere, mentre grandi imprese e settori strategici hanno registrato profitti record.

Ma il nodo, per Oxfam, non è solo economico. La concentrazione estrema di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico. Le élite economiche influenzano sempre più le decisioni pubbliche, orientano le politiche fiscali, limitano la progressività dei sistemi tributari e condizionano il dibattito pubblico anche attraverso il controllo dei media e delle piattaforme digitali. In molti Paesi questo processo si accompagna a dinamiche di autocratizzazione, repressione del dissenso e restringimento degli spazi democratici: un circolo vizioso che rende sempre più difficile correggere le disuguaglianze.

Disuguitalia: ricchezza concentrata, povertà persistente

L’Italia si colloca pienamente dentro questo quadro. I dati aggiornati al 2025 descrivono un Paese segnato da disuguaglianze profonde e strutturali. Il 10% più ricco delle famiglie detiene circa il 60% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera ne possiede appena il 7,4%. Ancora più marcata è la concentrazione al vertice: il 5% più ricco controlla quasi la metà della ricchezza complessiva e l’1% più ricco ne detiene oltre il 22%.

Negli ultimi anni la crescita della ricchezza è stata fortemente sbilanciata. Tra il 2024 e il 2025 oltre il 60% dell’incremento complessivo è andato al top 5% delle famiglie, mentre al 50% più povero è arrivata solo una quota residuale. Emblematico anche l’andamento dei grandi patrimoni: nel solo 2025 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 54,6 miliardi di euro, raggiungendo un totale di 307,5 miliardi detenuti da 79 individui.

Sul fronte sociale, la povertà assoluta resta elevata e sostanzialmente immutata. Oltre 2,2 milioni di famiglie, pari a circa 5,7 milioni di persone, vivono in condizioni di povertà assoluta. Colpisce soprattutto il dato che in Italia il lavoro non rappresenti più una garanzia contro la povertà: l’incidenza del lavoro povero è alta tra operai, giovani e donne, mentre salari bassi e precarietà continuano a caratterizzare ampie fasce del mercato del lavoro.

Il rapporto segnala inoltre una trasformazione strutturale del Paese in senso sempre più “ereditocratico”. Una quota crescente della ricchezza deriva da trasferimenti intergenerazionali, con almeno 2.500 miliardi di euro che si stima passeranno di mano nel prossimo decennio. Un processo che riduce la mobilità sociale e cristallizza i divari di partenza.

Fisco, lavoro e democrazia: un nodo politico

Per Oxfam, queste disuguaglianze non sono il frutto del caso. Il sistema fiscale italiano resta poco progressivo e sbilanciato sui redditi da lavoro, mentre grandi patrimoni ed eredità sono scarsamente tassati. Le recenti riforme dell’Irpef hanno beneficiato soprattutto i contribuenti con redditi medio-alti, senza incidere in modo significativo sulla riduzione dei divari.

Il rischio, è che l’accumularsi di disuguaglianze economiche alimenti sfiducia nelle istituzioni, riduca la partecipazione democratica e rafforzi la percezione che le regole del gioco favoriscano sempre gli stessi. In questo senso, la disuguaglianza non è solo una questione di giustizia sociale, ma una minaccia diretta alla qualità della democrazia.

Invertire la rotta, conclude Oxfam, richiede scelte politiche chiare: una fiscalità più equa, politiche del lavoro capaci di garantire salari dignitosi, investimenti nei servizi pubblici e un contrasto deciso alla povertà. Perché senza ridurre le disuguaglianze, prendersi cura della democrazia diventa un obiettivo sempre più difficile da raggiungere.

Foto di Yaroslav Muzychenko su Unsplash

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Mi fai paura: violenza e devianza negli adolescenti

“Mi fai paura” – Violenza, aggressività, babygang e devianze: è questo il titolo scelto per uno degli appuntamenti del ciclo Adolescenti: questi alieni, che si terrà giovedì 29 gennaio alle 20.30 alla Biblioteca Gallaratese, con l’intervento di Virginia Suigo, psicologa e psicoterapeuta del Minotauro di Milano. Verranno indagate le spinte alla trasgressione tipiche dell’adolescenza, la loro funzione e le derive violente che possono assumere – soprattutto nel fenomeno delle cosiddette “baby gang” – per provare a rispondere a domande come: davvero gli adolescenti di oggi sono più violenti? E quali risposte possono offrire gli adulti?

L’iniziativa Adolescenti: questi alieni è partita il 13 gennaio e proseguirà fino al 13 maggio 2026, nelle biblioteche civiche di BaggioCalvairateGallaratese e Lambrate. Gli incontri sono stati pensati per offrire strumenti di comprensione e spazi di dialogo a chi accompagna ragazze e ragazzi adolescenti nel loro percorso di crescita. Il progetto è promosso da Fondazione Hapax, con il contributo di Fondazione di Comunità Milano e Fondazione Alia Falck, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Milano e doppiozero e mira a promuovere una nuova cultura della genitorialità, che superi l’idea del “si educa come si è stati educati” e si fondi invece sull’ascolto, la formazione e la responsabilità.  I primi tre appuntamenti su “Mi fai paura” sono stati tenuti dallo psicoterapeuta Alfio Maggiolini. A gennaio, ci saranno anche i tre incontri dal titolo provocatorio “La scuola fa schifo” – Una scuola sentita come distante, anacronistica e immobile che approfondiranno il fatto che la scuola, principale luogo di socialità per l’adolescente, è anche il posto in cui si misura il suo successo o il suo fallimento. Marco Rovelli, insegnante e saggista, parlerà delle forme di sofferenza diffuse tra studentesse e studenti di ancora c’è poca consapevolezza e che i docenti non sanno come gestire. Gli incontri saranno martedì 20 gennaio alle 17.30 alla Biblioteca Calvairatemercoledì 21 gennaio alle 18.30 in Biblioteca Lambrate e martedì 27 gennaio alle 20.30 alla Biblioteca Baggio

Il ciclo conta 9 incontri, ognuno dei quali verrà ripetuto in ognuna delle quattro sedi. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fino a esaurimento posti e dureranno un’ora e trenta minuti. Ciascun ciclo – e ciascuna biblioteca – avrà una moderatrice che accompagnerà il pubblico lungo tutto il percorso, tenendo il filo dei nove incontri. La psicoterapeuta Annalisa Di Coste curerà il ciclo presso la Biblioteca Baggio; Anna Stefi, psicoterapeuta, docente di filosofia e vicedirettrice di doppiozero, condurrà gli incontri alla Biblioteca Gallaratese, mentre Beatrice Vanni e Melania Emilia Villa, entrambe psicologhe e psicoterapeute, seguiranno il ciclo rispettivamente alla Biblioteca Lambrate e Calvairate.

Il calendario degli appuntamenti è consultabile al link: fondazionehapax.org/mentoring

Foto di Gwendal Cottin su Unsplash

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Ricerca: da Fondazione Airc 142 milioni di euro

142 milioni di euro per sostenere 676 progetti di ricerca, 98
borse di studio e 5 programmi speciali ospitati da circa 100 istituzioni prevalentemente pubbliche come università, ospedali e centri di ricerca diffusi sul territorio nazionale: ecco le cifre dell’impegno di Airc per questo 2026.

Sono circa cinquemila ricercatrici e ricercatori che, sostenuti da Airc, sono al lavoro nel nostro paese per rispondere a domande sulle cause dell’insorgenza e la progressione della malattia, per mettere a punto terapie immuno-mirate, fondamentali per il trattamento dei tumori avanzati, per sviluppare metodi diagnostici ultra-precoci e approcci preventivi specifici. Il loro impegno contribuisce a costruire risultati tangibili. Impegno che si completa con il sostegno a Ifom, Istituto di Oncologia Molecolare della Fondazione, centro avanzato dedicato allo studio dei meccanismi molecolari alla base dei tumori.

«AIRC contribuisce alla ricerca sul cancro sostenendo un vero e proprio ecosistema diffuso sul territorio nazionale, dedicato alla ricerca di frontiera e alla formazione di giovani ricercatori operanti all’interno di gruppi affermati, o capaci di esprimere progettualità indipendenti. Promuoviamo innovazione, sinergia e crescita delle competenze» spiega la direttrice scientifica di Fondazione Airc, Anna Mondino (qui il video) «I nostri ricercatori si interrogano sulle componenti genetiche e metaboliche alla base dell’insorgenza e della progressione del tumore e dello sviluppo delle metastasi. Inoltre, lavorano sulla rilevanza di bersagli molecolari per inediti approcci diagnostici e terapeutici, e su come abbattere la resistenza a terapie consolidate e promuovere trattamenti di nuova generazione in grado di ottenere risposte più efficaci. Nei progetti finanziati i ricercatori usano tecnologie avanzate e approcci anche guidati dall’intelligenza artificiale, per esempio per studi clinici con i pazienti su terapie più precise e mirate. Per la selezione dei progetti e l’attribuzione dei finanziamenti, revisori esperti valutano l’innovatività, l’originalità e la fattibilità delle idee e la maturità del profilo scientifico dei proponenti. La selezione competitiva affidata a esperti indipendenti è effettuata in base al metodo internazionale del ‘peer review’, condiviso dalla comunità scientifica internazionale. Il nostro obiettivo è generare, tramite la ricerca, nuova conoscenza, declinabile in speranza e opportunità concrete di prevenzione, diagnosi e cura per la comunità».

Con Le Arance della Salute riparte la raccolta fondi di Fondazione AIRC. Sabato 24 gennaio, in migliaia di piazze in tutta Italia, le volontarie e i volontari distribuiranno reticelle di arance rosse (donazione minima 13 euro), vasetti di marmellata di arance rosse (8 euro) e di miele di fiori d’arancio (10 euro), insieme a una guida pensata per aiutare i cittadini a orientarsi tra informazioni affidabili e false credenze su alimentazione e comportamenti salutari. Inoltre, venerdì 23 e sabato 24 gennaio, studenti, insegnanti e genitori saranno protagonisti di “Cancro io ti boccio”, un progetto di cittadinanza attiva di Fondazione AIRC che promuove volontariato, divulgazione scientifica e cultura della prevenzione. Ogni informazione e la piazza più vicina si possono trovare su airc.it

Foto di Fondazione Airc

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Mosaic lateral heterostructures in two-dimensional perovskite

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09949-1

Colourful patterns in two-dimensional lead halide perovskites are created by letting them self-etch into tiny squares that can template epitaxial growth.
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Dominant contribution of Asgard archaea to eukaryogenesis

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09960-6

A survey of the reconstructed gene set of the last eukaryotic common ancestor shows a consistent link between Asgard archaea and the origin of numerous, functionally diverse eukaryotic genes, demonstrating the dominant Asgard contribution to eukaryogenesis.
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Microbiota-induced T cell plasticity enables immune-mediated tumour control

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09913-z

Molecular mimicry between a gut commensal and a tumour antigen forms part of an important mechanistic framework that can boost the efficacy of immune checkpoint blockade therapy and restrain tumour growth.
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Exciplex-enabled high-efficiency, fully stretchable OLEDs

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09904-0

Fabrication of fully stretchable organic light-emitting diodes incorporating an intrinsically stretchable exciplex-assisted phosphorescent layer along with MXene-contact stretchable electrodes is described, demonstrating high efficiency and mechanical compliance for applications in next-generation wearable and deformable displays.
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Direct observation of the Migdal effect induced by neutron bombardment

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09918-8

Direct observation of the Migdal effect in neutron–nucleus collisions is reported, which resolves a long-standing gap in experimental validation.
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Training large language models on narrow tasks can lead to broad misalignment

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09937-5

Finetuning a large language model on a narrow task of writing insecure code causes a broad range of concerning behaviours unrelated to coding.
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Coherent nonlinear X-ray four-photon interaction with core-shell electrons

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09911-1

Using single broadband X-ray pulses from a free-electron laser on a gaseous neon target, coherent, nonlinear four-photon interactions with core–shell electrons is demonstrated, representing a strategy for multidimensional correlation spectroscopy at the atomic scale.
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A foundation model for continuous glucose monitoring data

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09925-9

GluFormer, a generative foundation model, uses continuous glucose monitoring data to accurately forecast glycaemia-related health responses, particularly for long-term outcomes.
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3D-printed low-voltage-driven ciliary hydrogel microactuators

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09944-6

3D-printed gel microcilia arrays printed by two-photon polymerization and composed of a soft acrylic acid-co-acrylamide hydrogel with a nanometre-scale network structure are shown to respond to low-voltage electrical stimuli within milliseconds, enabling dynamic individual control and non-reciprocal 3D motion.
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Ligand-specific activation trajectories dictate GPCR signalling in cells

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09963-3

Different agonists produce equilibria of at least four distinct active states of the G-protein-bound M2 muscarinic acetylcholine receptor, each with a different ability to activate G proteins.
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Disease tolerance and infection pathogenesis age-related tradeoffs in mice

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09923-x

Disease course and pathology an infection may cause can change owing to the structural and functional physiological changes that accumulate with age, but therapy can be tailored accordingly; disease tolerance genes show antagonistic pleiotropy.
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Global subsidence of river deltas

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09928-6

Spatially variable surface-elevation changes across 40 global deltas using interferometric synthetic aperture radar are reported.
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Enriching African genome representation through the AGenDA project

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09935-7

The Assessing Genetic Diversity in Africa (AGenDA) project shares their processes, including community engagement, obtaining ethics approvals, navigating legal compliance and developing a common governance framework.
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Trapping of single atoms in metasurface optical tweezer arrays

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09961-5

Single strontium atoms are trapped in optical tweezer arrays generated via holographic metasurfaces, overcoming a critical barrier to realizing scalable neutral-atom quantum technologies.
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A nowhere-to-hide mechanism ensures complete piRNA-directed DNA methylation

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09940-w

In mice, a SPOCD1–TPR-dependent ‘nowhere-to-hide’ mechanism is required for complete non-stochastic piRNA-directed LINE1 DNA methylation by preventing transposons from escaping surveillance within heterochromatin.
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The ubiquitin ligase KLHL6 drives resistance to CD8<sup>+</sup> T cell dysfunction

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09926-8

Integrating computational analyses of T cell exhaustion and mitochondrial fitness atlases with in vivo CRISPR screens has identified KLHL6 as a dual-negative regulator of both exhaustion differentiation and mitochondrial dysfunction, highlighting its potential as a target to enhance anti-tumour immunity.
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<i>N</i><sup>1</sup>-Methylpseudouridine directly modulates translation dynamics

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09945-5

N1-Methylpseudouridine enhances the translation of synthetic mRNAs, independently of innate immunity.
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Little red dots as young supermassive black holes in dense ionized cocoons

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09900-4

The highest-quality JWST spectra reveal that little red dots are young supermassive black holes shrouded in dense cocoons of ionized gas, where electron scattering, not Doppler motions, broadens their spectral lines.
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Ultra-high-throughput mapping of genetic design space

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09933-9

CLASSIC is a high-throughput genetic profiling platform that combines long- and short-read next-generation-sequencing modalities to quantitatively assess pools of constructs of arbitrary length containing diverse genetic part compositions.
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Language model-guided anticipation and discovery of mammalian metabolites

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09969-x

Chemical language models trained on known metabolites can identify previously unknown metabolites from mass spectrometry-based metabolomics data with high accuracy.
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CFAP20 salvages arrested RNAPII from the path of co-directional replisomes

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09943-7

CFAP20 has a key role in rescuing RNA polymerase II complexes that have arrested during DNA transcription, limiting the accumulation of R-loops and preventing collisions between the transcription and replication machinery.
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An electrically injected solid-state surface acoustic wave phonon laser

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09950-8

A completely solid-state, single-chip, microwave-frequency surface acoustic wave phonon laser can generate coherent phonons from thermal noise or resonantly amplify injected phonons using only a direct current bias field.
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Predictive coding of reward in the hippocampus

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09958-0

Calcium imaging of mouse hippocampal neurons while mice learn a reward-based task over several weeks provides insight into the evolution of the hippocampal reward representation during extended periods of experience.
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Artificial intelligence tools expand scientists’ impact but contract science’s focus

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09922-y

Artificial intelligence boosts individual scientists’ output, citations and career progression, but collectively narrows research diversity and reduces collaboration, concentrating work in data-rich areas and potentially limiting broader scientific exploration.
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Sub-zero Celsius elastocaloric cooling via low-transition-temperature alloys

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09946-4

A compression-based, regenerative elastocaloric cooling device using low-transition-temperature tubular NiTi units in a cascaded configuration, which show superelasticity and substantial entropy changes, allows the construction of a sub-zero Celsius refrigeration system without refrigerant gases.
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Polyamine-dependent metabolic shielding regulates alternative splicing

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09965-1

Polyamines prevent the action of kinases on acidic phosphorylatable motifs in spliceosomal proteins, thus providing a mechanism for metabolite-mediated regulation of alternative splicing in cells.
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Stretchy organic LED devices with an ‘exciplex’ state are highly efficient

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/d41586-025-04164-4

Fully stretchable organic light-emitting diodes (OLEDs) have been limited by poor efficiency, in part because their elastic-polymer components hinder the harvesting of ‘triplet-state’ quasiparticles that can be converted into light-emitting states. Fully stretchable OLEDs with unprecedented efficiencies have been developed that recycle triplets in an elastomer-tolerant manner.
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Biosensors characterize the routes taken by receptors to different active states

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00011-2

A panel of fluorescently labelled G-protein-coupled-receptor proteins expressed in living cells has confirmed that, when bound by an activating ligand molecule, these receptors form different complexes with their G proteins. The activation trajectories induced by different ligands explain ligand-specific efficacies of G-protein activation and preferences for G-protein subtypes.
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Memories of items and their contexts are encoded by separate groups of human brain cells

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/d41586-026-00016-x

Human memory often needs to link specific items to the situation in which they feature. Brain recordings reveal that two distinct groups of neurons respond to stimuli and contextual information. These groups then cooperate to form flexible memories, rather than individual neurons encoding both signal types.
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Mosaic lateral heterostructures in two-dimensional perovskite

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09949-1

Colourful patterns in two-dimensional lead halide perovskites are created by letting them self-etch into tiny squares that can template epitaxial growth.
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Dominant contribution of Asgard archaea to eukaryogenesis

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09960-6

A survey of the reconstructed gene set of the last eukaryotic common ancestor shows a consistent link between Asgard archaea and the origin of numerous, functionally diverse eukaryotic genes, demonstrating the dominant Asgard contribution to eukaryogenesis.
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Microbiota-induced T cell plasticity enables immune-mediated tumour control

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09913-z

Molecular mimicry between a gut commensal and a tumour antigen forms part of an important mechanistic framework that can boost the efficacy of immune checkpoint blockade therapy and restrain tumour growth.
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Exciplex-enabled high-efficiency, fully stretchable OLEDs

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09904-0

Fabrication of fully stretchable organic light-emitting diodes incorporating an intrinsically stretchable exciplex-assisted phosphorescent layer along with MXene-contact stretchable electrodes is described, demonstrating high efficiency and mechanical compliance for applications in next-generation wearable and deformable displays.
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Direct observation of the Migdal effect induced by neutron bombardment

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09918-8

Direct observation of the Migdal effect in neutron–nucleus collisions is reported, which resolves a long-standing gap in experimental validation.
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Training large language models on narrow tasks can lead to broad misalignment

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09937-5

Finetuning a large language model on a narrow task of writing insecure code causes a broad range of concerning behaviours unrelated to coding.
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Coherent nonlinear X-ray four-photon interaction with core-shell electrons

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09911-1

Using single broadband X-ray pulses from a free-electron laser on a gaseous neon target, coherent, nonlinear four-photon interactions with core–shell electrons is demonstrated, representing a strategy for multidimensional correlation spectroscopy at the atomic scale.
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A foundation model for continuous glucose monitoring data

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09925-9

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3D-printed low-voltage-driven ciliary hydrogel microactuators

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09944-6

3D-printed gel microcilia arrays printed by two-photon polymerization and composed of a soft acrylic acid-co-acrylamide hydrogel with a nanometre-scale network structure are shown to respond to low-voltage electrical stimuli within milliseconds, enabling dynamic individual control and non-reciprocal 3D motion.
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Ligand-specific activation trajectories dictate GPCR signalling in cells

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09963-3

Different agonists produce equilibria of at least four distinct active states of the G-protein-bound M2 muscarinic acetylcholine receptor, each with a different ability to activate G proteins.
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Disease tolerance and infection pathogenesis age-related tradeoffs in mice

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09923-x

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Global subsidence of river deltas

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09928-6

Spatially variable surface-elevation changes across 40 global deltas using interferometric synthetic aperture radar are reported.
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Enriching African genome representation through the AGenDA project

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09935-7

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Trapping of single atoms in metasurface optical tweezer arrays

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09961-5

Single strontium atoms are trapped in optical tweezer arrays generated via holographic metasurfaces, overcoming a critical barrier to realizing scalable neutral-atom quantum technologies.
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A nowhere-to-hide mechanism ensures complete piRNA-directed DNA methylation

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09940-w

In mice, a SPOCD1–TPR-dependent ‘nowhere-to-hide’ mechanism is required for complete non-stochastic piRNA-directed LINE1 DNA methylation by preventing transposons from escaping surveillance within heterochromatin.
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The ubiquitin ligase KLHL6 drives resistance to CD8<sup>+</sup> T cell dysfunction

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09926-8

Integrating computational analyses of T cell exhaustion and mitochondrial fitness atlases with in vivo CRISPR screens has identified KLHL6 as a dual-negative regulator of both exhaustion differentiation and mitochondrial dysfunction, highlighting its potential as a target to enhance anti-tumour immunity.
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Little red dots as young supermassive black holes in dense ionized cocoons

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09900-4

The highest-quality JWST spectra reveal that little red dots are young supermassive black holes shrouded in dense cocoons of ionized gas, where electron scattering, not Doppler motions, broadens their spectral lines.
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Ultra-high-throughput mapping of genetic design space

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09933-9

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An electrically injected solid-state surface acoustic wave phonon laser

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09950-8

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Predictive coding of reward in the hippocampus

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09958-0

Calcium imaging of mouse hippocampal neurons while mice learn a reward-based task over several weeks provides insight into the evolution of the hippocampal reward representation during extended periods of experience.
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Artificial intelligence tools expand scientists’ impact but contract science’s focus

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Sub-zero Celsius elastocaloric cooling via low-transition-temperature alloys

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09946-4

A compression-based, regenerative elastocaloric cooling device using low-transition-temperature tubular NiTi units in a cascaded configuration, which show superelasticity and substantial entropy changes, allows the construction of a sub-zero Celsius refrigeration system without refrigerant gases.
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Polyamine-dependent metabolic shielding regulates alternative splicing

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/s41586-025-09965-1

Polyamines prevent the action of kinases on acidic phosphorylatable motifs in spliceosomal proteins, thus providing a mechanism for metabolite-mediated regulation of alternative splicing in cells.
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Stretchy organic LED devices with an ‘exciplex’ state are highly efficient

Nature, Published online: 14 January 2026; doi:10.1038/d41586-025-04164-4

Fully stretchable organic light-emitting diodes (OLEDs) have been limited by poor efficiency, in part because their elastic-polymer components hinder the harvesting of ‘triplet-state’ quasiparticles that can be converted into light-emitting states. Fully stretchable OLEDs with unprecedented efficiencies have been developed that recycle triplets in an elastomer-tolerant manner.
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Google esplora il caos quantistico sul suo più potente chip per computer quantistici

Gli "echi quantistici" che attraversano il chip Willow del computer quantistico di Google, pur in un clima di cautela da parte di alcuni osservatori, potrebbero avvicinare i ricercatori alla realizzazione di calcolatori in grado di superare le prestazioni dei computer classici....

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Mirror replication of sexual facial expressions increases the success of sexual contacts in bonobos

Nome rivista: Scientific Reports Numero: 10: 18979 Data pubblicazione: 04/11/2020 Autori: Nome: Elisabetta Cognome: Palagi Affiliazione: Dipartimento di Biologia e Museo di Storia Naturale, Università di Pisa Nome: Marta Cognome: Bertini Affiliazione: Museo di...
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Etna: svelata la causa dello sciame sismico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018, culminato con il forte sisma (ML 4.8) del 26 dicembre, grazie ad un approccio multidisciplinare che ha integrato i dati...

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Le diverse abitudini di mobilità di due culture paleolitiche e il possibile ruolo del cambiamento climatico

Comunicato stampa - I gruppi umani Gravettiani, probabilmente scomparsi a ridosso dell’Ultimo Massimo Glaciale, e i successivi Epigravettiani si spostavano sul territorio in modo diverso. Lo rivela un’innovativa analisi su alcuni denti rinvenuti nel sito pugliese di Grotta...

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La materia oscura esiste: smentite le osservazioni che ne mettevano in dubbio la presenza nelle galassie

Comunicato stampa - Una ricerca SISSA chiarisce una tra le controversie recenti più intriganti riguardo alla forma di materia più diffusa nell’Universo, che non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, e ne descrive la relazione con la materia ordinaria

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