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L’attivista palestinese Amira Musallam agli israeliani: «Abbiamo bisogno di voi sul campo, uniamoci contro l’occupazione»

«Voglio dirlo chiaramente: voi, come israeliani, avete accesso e libertà di movimento in aree dove noi palestinesi non possiamo andare. Potete entrare nelle stazioni di polizia, muovervi liberamente in Cisgiordania e godete di protezioni legali che noi non abbiamo. Ed è proprio per questo che la vostra presenza è così importante. Abbiamo bisogno di voi sul campo, accanto alle famiglie, per accompagnare i bambini a scuola, sostenere le comunità. Immaginate cosa potrebbe accadere se arrivaste in migliaia, non come occupanti ma come ospiti, possibili futuri partner di una terra capace di abbracciare allo stesso modo palestinesi e israeliani». Ha esordito così, nel suo messaggio video, la nota attivista palestinese cristiana, Amira Musallam, durante il People’s Peace Summit che si è tenuto il 30 aprile scorso a Tel Aviv. Con una richiesta netta agli attivisti israeliani per creare una collaborazione più capillare in Cisgiordania e proteggere i residenti dalla violenza di coloni e forze armate. Aveva 12 anni, quando la sua casa a Betlemme fu parzialmente bombardata. La famiglia fuggì per quattro mesi, poi decise di tornare. Fu allora che un’organizzazione inglese, Women in Black, venne a vivere con loro per sei mesi per scoraggiare nuovi attacchi. Amira Musallam dirige l’organizzazione  UCPIP (Unarmed Civilian Protection in Palestine) che coordina e forma volontari internazionali e israeliani per la presenza protettiva non armata in Cisgiordania. Dal settembre 2024 le è stato imposto un divieto di accesso in Israele, legato alla sua attività di resistenza nonviolenta contro i coloni.

Musallam, quest’anno lei ha partecipato al Peoples’ Peace Summit. Un passo importante. 

L’anno scorso c’erano troppi concetti generici sulla pace ma questa volta è stato diverso perché è stato possibile parlare della co-resistenza. Abbiamo un problema con la realtà attuale che non ci permette di amarci a vicenda. Bisogna affrontare l’occupazione, le violenze dei coloni. E ci sono stati dei risultati concreti. Dopo il Summit, abbiamo visto arrivare da Israele centinaia di persone in Cisgiordania per mostrare solidarietà con il popolo palestinese.

L’ultima guerra a Gaza ha aumentato la consapevolezza?

Sì, non solo a livello locale, ma anche internazionale. Serve però più consapevolezza tra gli israeliani comuni, quelli che non fanno parte dei movimenti di pace. Molti non sanno quasi nulla di noi e ci immaginano in modo stereotipato. Dobbiamo rompere questi muri mentali.

Cosa mostra al mondo il trattamento riservato alla delegazione internazionale della Global Sumud Flotilla?

Prima di tutto bisogna capire che non è solo una questione dell’Idf – forze di difesa israeliane. Questo tipo di violenza è profondamente radicato nella società israeliana che viene educata a vedere il nostro popolo come una minaccia. I bambini crescono con l’idea che chiunque intorno a loro voglia ucciderli. Viene anche strumentalizzato il trauma dell’Olocausto per giustificare scelte politiche inaccettabili e violenza. In passato c’erano leader israeliani sionisti, certo, ma almeno parlavano di pace. Oggi si usano testi religiosi e concetti come la “terra promessa” in modo estremista. I gruppi più radicali, come i coloni più fanatici, portano avanti una visione che mira a cancellare la presenza palestinese.

Cosa succede ai cristiani in Palestina?

I cristiani sono stati colpiti come tutti gli altri. Nel 1948 molte famiglie cristiane furono espulse. Villaggi cristiani nel nord della Palestina furono distrutti. Non è mai stato vero che i cristiani siano stati protetti. A Betlemme, per esempio, la situazione è diventata insostenibile. Dopo gli accordi di Oslo, circa il 18-20% della nostra terra ci è stata sottratta, circondata da muri e insediamenti. Oggi i cristiani sono meno del 10% della popolazione della città. Tanti sono andati via. Non perché i musulmani li abbiano cacciati ma come conseguenza dell’occupazione e della mancanza di prospettive.

Le hanno vietato di entrare in Israele.

Sì. Ho anche la cittadinanza americana ma da settembre scorso ho un divieto imposto dalla polizia. Mi dicono che è un “problema tecnico”, ma nessuno lo risolve. Penso sia legato al mio lavoro sul campo, alla presenza protettiva. 

Può raccontarmi della vostra organizzazione Unarmed Civilian Protection in Palestine? 

La presenza protettiva non è una cosa nuova. Da bambina, quando la nostra casa fu bombardata, un’organizzazione londinese, Women in Black, venne a stare con noi per proteggerci. Più tardi ho lavorato con altri movimenti di pace. Due anni fa abbiamo fatto uno studio di fattibilità e abbiamo capito che in Palestina esistono già molte organizzazioni che fanno questo lavoro ma manca coordinamento e formazione. Così abbiamo creato un’iniziativa per fare rete, formare persone e mandarle sul campo. Inizialmente abbiamo lavorato con volontari internazionali esperti nella presenza protettiva ma poi anche con attivisti israeliani. Il loro ruolo è molto importante perché hanno più libertà di movimento e possono parlare ai loro stessi connazionali in modo più efficace. Facciamo training lunghi, sia online sia in presenza, e poi mandiamo le persone sul campo.

Quanti siete in totale?

Durante ogni ciclo ci sono circa 7-8 persone che operano per tre mesi. Lavoriamo nelle aree dove serve protezione, soprattutto nella Jordan Valley e in altri luoghi colpiti dalla violenza dei coloni.

Lei collabora con l’organizzazione israeliana B’Tselem.

Si, mi occupo di raccolte fondi per proposte, scrittura di proposte, sviluppo delle risorse. Quindi la maggior parte del mio lavoro è nel back office. Non faccio lavoro diretto come loro.

E con gli israeliani come funziona la collaborazione?

È fondamentale. Noi non abbiamo un problema con la convivenza in sé. Il problema è l’occupazione, l’ingiustizia, la mancanza di libertà di movimento e la violenza strutturale. Se il contesto fosse diverso, la convivenza sarebbe possibile. Ci sono già esempi di convivenza in città miste o in contesti condivisi, ma oggi la realtà non permette di vivere insieme.

 Quindi l’ipotesi dei due Stati non è più realistica?

Geograficamente e politicamente è ormai quasi impossibile. Ci sono troppi insediamenti. La soluzione dovrebbe essere qualcosa come una federazione o una confederazione, dove ciascuno possa vivere liberamente senza muri, checkpoint o apartheid.

Pensa sia corretto parlare di coesistenza? 

Non possiamo parlare di convivenza finché ci saranno sono checkpoint, muri, violenza, restrizioni e nessuna libertà di movimento. La convivenza esisteva già in passato e può esistere ancora ma solo se c’è giustizia. Se vogliamo un futuro diverso dobbiamo lavorare tutti alla co-resistenza ed è esattamente quello che facciamo attraverso la presenza protettiva. Resistiamo insieme. Non con le armi, ovviamente, ma difendendo la verità ed esponendoci insieme contro la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato, mano nella mano. Gli israeliani hanno privilegi che noi non abbiamo: possono muoversi più facilmente, possono parlare la loro lingua, possono accedere a spazi dove noi palestinesi non possiamo entrare. Quando un israeliano denuncia quello che fa il suo governo, il suo messaggio ha un impatto molto forte. Per questo è così importante coinvolgerli.

Il People ‘s peace Summit con le sue migliaia di attivisti presenti è stato utile?

Sicuramente. Ho visto sincerità, più chiarezza rispetto all’edizione passata. C’erano anche iniziative simboliche forti, come l’esposizione con i nomi dei bambini uccisi a Gaza. Nel centro di Tel Aviv. Quel gesto ha avuto un significato enorme perché ha riconosciuto il nostro dolore. Ora voglio portare maggiore attenzione sulla presenza protettiva e sull’importanza del coinvolgimento degli israeliani. Molti di loro, quando mi sentono parlare, mi dicono: “Amira, sai che abbiamo paura. E io rispondo: no, non dovete avere paura. Dovete tutti fare qualcosa per il nostro futuro condiviso”. Perciò voglio attirare maggiore attenzione sulla presenza protettiva e chiedere alle persone di andare più sul campo. Ne parlerò anche alla Conferenza internazionale sulla pace di Parigi il 12 dove sono stata invitata. 

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Oltre il Pnrr: istituzioni, imprese e Terzo settore a confronto sulla sostenibilità come leva strategica

«Il tema della sostenibilità e della transizione ecologica è strategico e l’abbiamo affrontato e attuato nel Pnrr: si parla di circa 72 miliardi di euro di risorse investite in tutte le missioni del Piano, di cui 57 miliardi nella sola missione 2. Oggi dobbiamo ragionare per macro-progetti che possano dare una svolta di innovazione rispetto a un assetto del vecchio mondo industriale come lo abbiamo concepito fino ad ora. Siamo al cosiddetto ultimo miglio ed è qui che si decide la partita. Sul territorio di Bergamo e di tutta la Lombardia, i risultati del Pnrr sono stati eccellenti. La Regione aveva circa 113mila progetti finanziati e, a oggi, circa 100mila risultano conclusi» ha affermato l’on. Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr questa mattina presso l’Auditorium di Confindustria Bergamo, all’evento pubblico “Oltre il Pnrr. La sostenibilità come leva strategica per imprese, territori ed enti non profit”, promosso da Cesvi e Confindustria Bergamo.

L’iniziativa dell’organizzazione umanitaria e dell’associazione degli industriali bergamaschi è stata l’occasione per un confronto tra istituzioni, imprese, mondo accademico, finanza e Terzo settore sul futuro dello sviluppo sostenibile. Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi, ha sottolineato come «la sostenibilità non è più un capitolo del bilancio, né un esercizio di compliance: è una scelta strategica sul tipo di crescita che vogliamo costruire e sul contributo che imprese, istituzioni e Terzo settore possono lasciare ai territori». In una fase segnata da instabilità geopolitica, crisi climatiche, tensioni sociali e nuove fragilità economiche, il convegno ha posto al centro una domanda cruciale per il sistema Paese: come rendere la sostenibilità una leva concreta di crescita, innovazione e coesione, oltre la stagione straordinaria del Pnrr e oltre una lettura puramente normativa o reputazionale.

Al centro dell’incontro, moderato da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 – Il Sole 24 Ore, una riflessione sul passaggio dalla stagione delle risorse straordinarie del Pnrr a una visione di lungo periodo, in cui la sostenibilità non sia letta soltanto come adempimento normativo o rendicontazione, ma come leva strategica per la competitività delle imprese, la crescita dei territori e la costruzione di modelli di sviluppo più inclusivi. L’evento si è aperto con i saluti istituzionali di Giovanna Ricuperati, presidente di Confindustria Bergamo, Raffaele Cattaneo, sottosegretario con delega alle relazioni internazionali ed europee di Regione Lombardia, Elena Carnevali, Sindaca di Bergamo, e Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi.

Nel suo intervento, Giovanna Ricuperati ha richiamato la complessità del contesto economico e internazionale attuale, sottolineando come imprese, istituzioni e Terzo Settore siano oggi parte di uno stesso ecosistema territoriale. «Ci sembra particolarmente rilevante questa riflessione comune sulla sostenibilità come leva strategica per le imprese, che avviene in occasione di un anniversario molto significativo, i quarant’anni di attività di Cesvi, con cui anche nel recente passato abbiamo collaborato nell’ambito di iniziative umanitarie. Oggi le imprese, pur fra mille criticità, sono sempre più consapevoli dell’importanza di agire in modo virtuoso nelle reti sociali, istituzionali, educative. Allo stesso tempo i territori crescono e affrontano meglio il cambiamento quando esiste un tessuto imprenditoriale dinamico, capace di creare valore, attrarre competenze, guardare al futuro. Confindustria Bergamo con le sue imprese vuole essere in questo senso un laboratorio di sperimentazione, un esempio di sviluppo innovativo, nella consapevolezza che il valore più duraturo si costruisce sempre all’interno di una comunità» ha affermato Ricuperati. 

Raffaele Cattaneo ha dichiarato «Il modello Pnrr ha un grave limite, che la Commissione europea replica nella proposta del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (il bilancio europeo 2028-2034): impone ai territori dall’alto le priorità decise a Bruxelles, tuttalpiù in accordo con i governi nazionali, ma senza un reale ascolto e coinvolgimento delle regioni e delle comunità locali. È un approccio che non condividiamo. Le Regioni chiedono alla UE politiche che rispettino il principio di sussidiarietà sancito dai Trattati: le priorità devono nascere dai territori, non essere imposte dall’alto perché il vero sviluppo si costruisce dal basso. Questo vale in particolare quando si parla di sostenibilità e anche di cooperazione internazionale. La sostenibilità, per essere autentica, deve integrare la dimensione ambientale con quella economica e sociale. È tempo di lasciare dietro le spalle l’approccio ideologico che la UE troppe volte ha mostrato nella applicazione del Green Deal. Allo stesso modo la cooperazione internazionale si snaturerebbe se perdesse la propria natura sussidiaria: da sempre ciò che la contraddistingue è il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile, del Terzo settore, delle imprese, delle istituzioni locali e dei territori come protagonisti di uno sviluppo realmente sostenibile e capace di generare insieme crescita e coesione sociale».

A chiudere la cornice istituzionale l’intervento di Stefano Piziali, direttore Generale di Cesvi, che ha richiamato la necessità di superare una visione della sostenibilità limitata a bilanci, rating, compliance e reputazione. «Oggi la sostenibilità non è più soltanto una scelta etica: è una richiesta del mercato, degli investitori, delle banche, dei consumatori e dei giovani che scelgono dove lavorare», ha dichiarato Piziali. «Le aziende vengono valutate non solo per ciò che producono, ma per il modo in cui producono, per l’impatto che generano e per il ruolo che scelgono di avere nella società».

La mattinata è proseguita con il keynote speech di Mario Calderini, Professore Ordinario di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano e Direttore del Centro di ricerca Tiresia. Calderini ha proposto una lettura critica dell’evoluzione del paradigma della sostenibilità, evidenziando come negli ultimi anni molte strategie aziendali siano rimaste su un piano prevalentemente segnaletico, poco trasformativo e non sempre integrato con i processi di innovazione. La sostenibilità, secondo questa prospettiva, può invece diventare realmente strategica quando produce innovazione, crea valore misurabile e permette di superare il trade-off tra profitto e impatto sociale o ambientale.

Esperienze e approcci diversi dal mondo delle imprese, della finanza, dello sport e della consulenza Esg sono stati invece i temi al centro della tavola rotonda “La sostenibilità che genera valore: da obbligo a opportunità strategica”, moderata da Rossella Sobrero, Presidente di Koinètica. Sono intervenutiAndrea Rocco, Chief Sustainability & Risk Officer Brembo, Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il sociale, Paolo Angeletti, Consigliere Delegato di S.A.L.F. S.p.A., Andrea Fabris, Direttore Generale Corporate di Atalanta B.C., e Francesca D’Angelo, Founder di Sostenibilità Consulting e advisor di strategia, governance e organizzazione.

Dal confronto è emerso come la sostenibilità sia sempre meno un tema laterale rispetto al business e sempre più una dimensione che incide sulla capacità delle organizzazioni di innovare, attrarre competenze, rafforzare la reputazione, costruire relazioni solide con gli stakeholder e generare valore nel tempo. Tra gli interventi quello di Andrea Forghieri, che ha sottolineato «Per Intesa Sanpaolo la sostenibilità è una scelta chiara e necessaria per promuovere uno sviluppo inclusivo e duraturo. Come prima banca italiana, sentiamo la responsabilità di essere vicini ai territori e alle comunità non solo come attore economico, ma anche come soggetto attivo nel favorire inclusione e coesione sociale. Per questo il nostro impegno va oltre il sostegno finanziario a famiglie e imprese: investire nell’azione sociale significa valorizzare il capitale umano, rafforzare la resilienza delle comunità e contribuire a ridurre disuguaglianze e fragilità. Tutto questo rappresenta non solo una scelta etica, ma una visione strategica: far crescere insieme economia e equità sociale significa creare valore duraturo per tutti. E farlo con importanti Enti del Terzo settore come il Cesvi, in un’ottica di coprogettazione, sottolinea ancora una volta la nostra attenzione all’economia sociale».

Le esperienze presentate hanno mostrato come le partnership sociali, se costruite con obiettivi chiari e logiche di impatto misurabile, possano diventare strumenti concreti per collegare competitività aziendale, responsabilità territoriale e risposta ai bisogni delle comunità. Un passaggio centrale è stato dedicato al ruolo del Terzo settore, non solo come destinatario di iniziative filantropiche, ma come soggetto competente, capace di leggere i bisogni sociali, attivare reti, progettare interventi ad alto impatto e accompagnare le imprese in percorsi di sostenibilità più credibili, radicati e trasformativi. In questo quadro, la collaborazione tra profit, non profit e istituzioni è stata indicata come una delle condizioni essenziali per rendere strutturale la sostenibilità oltre la fase degli incentivi e delle risorse straordinarie.

L’ultima parte dell’evento ha ospitato il dialogo istituzionale tra Maurizio Carrara, fondatore e presidente ad honorem di Cesvi, e l’on. Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr, dedicato al tema “Oltre il Pnrr: un primo bilancio e le altre leve per una competitività sostenibile”. 

Nel corso dell’incontro, Carrara ha portato la sua esperienza concreta evidenziando come il Pnrr abbia acceso una nuova consapevolezza sul valore della sostenibilità non solo come principio etico, ma come reale motore di sviluppo per il sistema Paese. Richiamando l’esperienza del Progetto Rinascimento, ha sottolineato l’importanza delle reti territoriali e della collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo Settore, capaci di generare risposte rapide ed efficaci nei momenti di maggiore trasformazione economica e sociale.

Il Ministro Foti ha invece delineato il quadro strategico delle politiche di coesione e delle prospettive oltre il Pnrr, ribadendo il ruolo centrale della sostenibilità e della competitività per la crescita dei territori. Ha inoltre evidenziato come il rafforzamento delle sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore rappresenti una leva fondamentale per creare valore economico e sociale duraturo, con particolare attenzione alle aree interne e allo sviluppo di progettualità capaci di produrre impatti concreti e diffusi sul territorio nazionale. 

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Terremoto di Amatrice, lo sciopero della fame di un padre: «Lo Stato non dovrebbe dimenticare i familiari delle vittime»

Il prossimo primo giugno Mario Sanna comincerà l’ennesimo sciopero della fame. Mario Sanna è un uomo di cultura, un artista, ma è anche un padre, il padre di Filippo, una delle vittime del terremoto di Amatrice. A dieci anni da quel sisma Mario Sanna continua una battaglia civile, finora inascoltata dai vari governi che si sono succeduti, e racconta come dal dolore sia nata un’associazione che trasforma la memoria in impegno culturale e sociale.

Il terremoto che ha colpito Amatrice e il Centro Italia il 24 agosto 2016 alle 3:36 del mattino ha devastato interi paesi, provocando 299 vittime, oltre 400 feriti e decine di migliaia di sfollati. Amatrice è stata quasi completamente distrutta: l’80% del centro storico è crollato o diventato inagibile. I danni complessivi stimati superano i 23 miliardi di euro, rendendo quel terremoto uno dei più gravi disastri sismici della storia recente italiana.  

Sanna, ci racconti di questa sua decisione. 

La mia è una decisione non nuova, oramai sono nove anni che porto avanti questa protesta. È il quarto sciopero della fame che faccio per rivendicare quello che credo sia un diritto negato, ovvero l’istituzione di un fondo in favore delle vittime e dei familiari delle vittime del terremoto del 2016 nel Centro Italia. Perché lo Stato ha pensato a tutti, tranne che a coloro che hanno subito il danno più grande, e cioè la perdita di un proprio caro. E questo in barba alla Costituzione, che parla di condivisione, di aiuto ai più deboli, che parla di diritti dell’uomo e anche in barba ai diritti delle persone e soprattutto al diritto alla vita. Perché quello che è capitato a noi non è la semplice perdita, chiamiamola semplice, perdita di un proprio caro: a noi è morto un figlio di ventidue anni. È lo sconvolgimento di una vita, è un azzerare una vita precedente e ricominciarne una nuova. E in questo lo Stato non ci ha aiutato in nessun modo. E in tutte le risoluzioni che ha adottato in favore dei terremotati, i familiari delle vittime non ci sono, non esistono, come se fossero una parte di popolazione che ha subito il terremoto che non deve essere considerata.

In occasione della cerimonia di premiazione del concorso dedicato alla memoria di Filippo – il concorso letterario Filippo Sanna, giunto alla sua ottava edizione – lei ha raccontato quanti leader politici, quanti commissari alla ricostruzione ha incontrato, quanti appelli e quante lettere ha inviato, regalando ai giovani intervenuti un momento di vita vera, di denuncia e democrazia.

Nel corso di questi anni, io e Stefania, mia moglie, abbiamo incontrato tutti i cinque commissari che si sono succeduti, sia di sinistra, sia di destra. Abbiamo incontrato il presidente Conte, abbiamo incontrato il presidente Draghi. Molte promesse, molto impegno verbale, ma poi nei fatti non è accaduto nulla, per una soluzione che io ritengo semplice, che loro hanno prospettato, invece, come difficile. Perché nel momento in cui si stanziano 13 miliardi per la ricostruzione del terremoto, io credo che non ci siano grandi difficoltà ad accantonarne 100 milioni per fare un fondo. Non mi sembra una cosa così incredibile. Però le risposte che noi abbiamo ricevuto sono veramente esilaranti. Per esempio, ci è stato detto che lo Stato non è responsabile della morte dei terremotati perché sono morti in case private. Ma io mi chiedo: chi ha autorizzato a costruire quelle case in quel modo? Sono nate abusivamente? E se sono nate abusivamente è ancora peggio, perché le amministrazioni non solo non hanno dato le autorizzazioni, ma non hanno neanche controllato. Ci è stato detto che siccome i morti sono stati tanti, diventa troppo oneroso per lo Stato farsene carico. Quindi in una calamità, se muoiono poche persone lo Stato interviene perché non deve spendere molto, ma se muoiono tante persone lo Stato se ne lava le mani. Questa è la cosa che fa più rabbia, perché noi siamo cittadini di questo Stato e abbiamo subito un danno gravissimo.

Sono passati dieci anni da quel terremoto e le ultime commemorazioni hanno visto un’assenza particolare che lei aveva denunciato nel corso della manifestazione.

Il 24 agosto vedremo cosa succederà: magari per il decennale qualcuno in più si farà vedere. Ma in questi quattro anni di governo della presidente Meloni noi non abbiamo avuto il piacere di incontrarla: non si è mai degnata di venire alla messa di commemorazione per le morti del terremoto. Anche questa è una mancanza grave, perché la presidente del Consiglio rappresenta tutti gli italiani. Non sono gli italiani che devono rappresentare i governi: sono i governi che devono rappresentare gli italiani ed essere al loro servizio. La Presidente ha pensato bene di disertare per tutti questi anni la commemorazione. Vedremo se il 24 agosto ce la farà, e se ce la farà vedremo se acconsentirà a parlare con me e mia moglie per spiegare il perché della nostra protesta.

Lei ha spiegato più di una volta che la richiesta di questo fondo non è una questione economica: è una questione di principio, una questione morale, di sostegno a famiglie che sono state distrutte e hanno dovuto ricominciare da zero.

Certo. Qualcuno ha insinuato che noi facessimo questa cosa per soldi. Ma voi mi dite quanti soldi ci dovrebbe dare lo Stato per la perdita di un figlio di 22 anni? Io credo che non ci siano soldi sufficienti per recuperare un valore così grande. Già di per sé è un’affermazione che non ha senso. Noi non facciamo questa battaglia per denaro: la facciamo perché è una questione di civiltà. Uno Stato non può abbandonare le persone che più hanno sofferto in una calamità naturale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove le calamità sono ricorrenti. Lo Stato dovrebbe pensare alla prevenzione prima del soccorso. Faccio un esempio: in Italia il 70%, forse l’80% delle scuole non è a norma antisismica. E nessuno si preoccupa di colmare questo gap. Questo la dice lunga sulle responsabilità della politica, di destra, sinistra e centro. Ci è stato anche detto: “Perché pensare a questo terremoto? Facciamo un fondo per le prossime calamità”. È un continuo rimandare. Ma noi abbiamo avuto i morti in questo terremoto e i morti non si possono dimenticare.

Uno dei concetti che spesso ripete è che il terremoto, in realtà, è un evento con responsabilità umana.

Sì, assolutamente. È un luogo comune dire che la calamità non si può governare o prevedere. Non si può prevedere il giorno, ma si può prevedere la probabilità. C’è una mappatura del territorio, c’è uno storico. Lo Stato non può pensare di prendere provvedimenti il giorno prima: deve fare prevenzione, per ridurre i danni e soprattutto le perdite umane. Questo luogo comune dell’evento imprevedibile non è giustificabile. Il Giappone ha una frequenza e una magnitudo di terremoti molto più alta della nostra, eppure i grattacieli non crollano e i morti non ci sono. Perché? Perché hanno fatto prevenzione. Le case vengono riammodernate o abbattute e ricostruite ogni 50-60 anni. Questo è il livello di civiltà. E le tecnologie che usano, indovina da dove vengono? Dall’Italia. Oltre al danno, la beffa.

Lei e sua moglie avete fatto del vostro dolore un atto culturale, oltre che civile e politico, in memoria di Filippo. 

Sì. Nella grande disperazione abbiamo deciso di non affondare completamente e di mantenere vivo il ricordo di Filippo attraverso le nostre azioni. Abbiamo fondato l’associazione Il Sorriso di Filippo, con la quale abbiamo fatto molte cose: borse di studio per ragazzi come lui, che si dedicavano anche alla musica, tornei sportivi, una rassegna libri annuale dedicata a temi sociali e di denuncia. E poi c’è il premio letterario nazionale, il nostro fiore all’occhiello, che vede partecipare ragazzi da tutta Italia dai 14 ai 18 anni. Ogni anno si cimentano su un tema diverso: amicizia, coraggio, responsabilità, bellezza, viaggi, musica, amore. Quest’anno il tema era la speranza. Perché nonostante tutto la speranza deve darci la spinta per migliorare questa società, che sembra andare verso il baratro ma che può ritrovare una strada, nella condivisione e nell’aiuto ai più deboli. L’associazione è diventata anche una famiglia. Si sono create reti di amicizia e solidarietà. 

In questo nuovo sciopero della fame avrà qualcuno al suo fianco?

Avrò sicuramente dei sostenitori, la rete che abbiamo costruito in questi anni e che è diventata una famiglia allargata. Mi auguro che anche i mezzi di comunicazione mettano in evidenza questa battaglia, perché riguarda tutti. Sono convinto che se fosse capitato a un parlamentare, si sarebbero mossi eccome.

Vuole fare un appello?

Qualcuno mi esorta a non iniziare questo ennesimo sciopero della fame, ma io mi conosco molto bene. L’unica arma che ho per interloquire con chi finora ha innalzato un muro di gomma è questa. Noi cittadini non abbiamo molti mezzi per entrare nel palazzo e parlare con chi, una volta entrato, forse si scorda della sua vita passata. Io faccio questo sciopero perché voglio parlare con queste persone e indurle a decidere qualcosa che serve a noi, ma serve anche a loro. Quando capita un evento così drammatico, riguarda tutti, non solo a chi ha perso qualcuno.

Credit foto Cecilia Fabiano/LaPresse 


















 

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Minori stranieri non accompagnati, la denuncia da Crotone: «Così il sistema li riduce a posti letto»

Centootto ragazzi in nove mesi, ventidue posti letto, un centro di accoglienza straordinaria a Crotone. Arrivavano dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dall’Egitto, dalla Costa d’Avorio – quasi tutti con alle spalle detenzioni in Libia o in Turchia, violenze, traversate del deserto. Nel progetto “Da Cas a Casa”, gestito dall’impresa sociale Sabir, frequentavano la scuola, facevano tirocini in aziende locali, seguivano percorsi psicologici. Alcuni erano stati dati in affido a famiglie del posto: un fatto quasi senza precedenti nel sistema italiano dei Cas per minori stranieri non accompagnati.

Ora Sabir ha annunciato che non rinnoverà il contratto con la Prefettura. Ritardi nei pagamenti protratti per mesi, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, nessuna programmazione, contestazioni ritenute sproporzionate. La presidente Manuelita Scigliano non usa giri di parole: il sistema «tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire». Firmare un nuovo contratto, in queste condizioni, avrebbe significato «trasformare un’esperienza educativa in una lenta agonia amministrativa».

Non è una resa, sostiene Scigliano. È una denuncia pubblica. E vuole che il caso di Crotone apra un dibattito nazionale. «Abbiamo sostenuto quasi da soli, a livello locale, questa battaglia estenuante. Oggi la questione va portata a un livello politico e di principio. Chiediamo che il nostro appello venga raccolto da chi crede che la difesa dei diritti dei più fragili non possa più essere lasciata alla solitudine di pochi».

Qual è la situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria? Quanti sono e come vivono?

La situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria è diventata particolarmente critica a partire dal 2023, quando il territorio crotonese è stato investito da un’esplosione degli arrivi via mare. In quell’anno in Italia si è arrivati a oltre 20mila minori stranieri non accompagnati, a fronte di una disponibilità di posti in accoglienza dedicata di circa 3mila posti. Questo squilibrio enorme ha prodotto conseguenze davvero gravi: molti ragazzi sono rimasti per giorni o settimane in condizioni improprie, spesso trattenuti in centri per adulti o in strutture emergenziali come il Cara di Sant’Anna di Crotone. Una situazione che abbiamo denunciato anche attraverso un’interrogazione parlamentare presentata a Bruxelles. È in quel contesto che Sabir ha iniziato a operare con i Msna, offrendo inizialmente supporto educativo e ricreativo ai ragazzi presenti nel Cara di Sant’Anna e partecipando ai tavoli istituzionali della Prefettura di Crotone. Dal settembre 2024 abbiamo poi gestito un Cas dedicato ai minori, con 22 posti letto, all’interno del quale sono transitati 108 ragazzi provenienti da Afghanistan, Bangladesh, Iran, Egitto, Tunisia, Costa d’Avorio, Gambia e Pakistan. Questi ragazzi arrivano quasi sempre dopo percorsi segnati da guerra, torture, violenze o detenzione in Libia e Turchia. Per questo il tema non può essere solo “dove dormono”, ma come vivono. Nel nostro progetto abbiamo cercato di trasformare il Cas in una vera “casa”: scuola, corsi di italiano, supporto psicologico, sport, laboratori artistici, tirocini lavorativi, mediazione culturale e costruzione di relazioni con la comunità locale. L’obiettivo era evitare che restassero sospesi in un sistema emergenziale e restituire loro continuità educativa, dignità e prospettive di autonomia.

La decisione di non rinnovare il contratto è stata definita “sofferta”. Quali sono stati i momenti o gli episodi specifici che hanno reso impossibile continuare, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi accolti?

La decisione di non rinnovare il contratto è stata sofferta perché, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi, negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile garantire un’accoglienza realmente educativa e sostenibile. Le criticità non riguardavano un singolo episodio, ma un insieme di problemi strutturali: ritardi amministrativi e nei pagamenti protratti per mesi, difficoltà continue nel confronto con l’Amministrazione, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, mancanza di programmazione e contestazioni che spesso abbiamo ritenuto sproporzionate o incoerenti rispetto al lavoro svolto. A questo si aggiungeva una gestione sempre più burocratica del sistema, in cui il rischio era quello di ridurre i minori a semplici “posti letto”, senza considerare i percorsi individuali costruiti nel tempo. Eppure parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, spesso arrivati dopo traumi, violenze o situazioni familiari molto difficili, che necessitano di continuità educativa, psicologica e relazionale. In alcuni casi il Tribunale per i Minorenni aveva persino disposto il prosieguo amministrativo proprio per consentire il completamento dei percorsi di integrazione avviati all’interno della struttura. Nel nostro centro i ragazzi erano inseriti a scuola, in tirocini lavorativi, in percorsi psicologici e di integrazione sociale. Alcuni avevano iniziato finalmente a trovare stabilità dopo anni di spostamenti continui tra strutture diverse. Interrompere tutto questo senza garanzie sulla continuità dei percorsi avrebbe significato tradire il senso stesso del progetto “Da Cas a Casa”. Per questo abbiamo ritenuto che firmare un nuovo contratto, nelle condizioni date, avrebbe rischiato di trasformare un’esperienza educativa costruita con fatica in una gestione puramente amministrativa, non più compatibile con il superiore interesse dei minori.

Il modello “Da Cas a Casa” ha prodotto risultati rari come l’affido familiare e culturale. Come si è costruito concretamente quel rapporto di fiducia con la comunità locale di Crotone, un territorio già segnato da spopolamento e difficoltà? 

Il rapporto di fiducia con la comunità locale si è costruito lentamente, attraverso la presenza quotidiana e la partecipazione concreta dei ragazzi alla vita del territorio. Non abbiamo mai pensato al Cas come a un luogo chiuso o separato dalla città, ma come a uno spazio aperto, capace di creare relazioni reali tra i minori e la comunità crotonese. Questo è stato possibile anche perché Sabir non è un semplice ente gestore arrivato dall’esterno per amministrare un servizio, ma una realtà sociale radicata da anni nel territorio crotonese, impegnata quotidianamente in attività di inclusione sociale, contrasto alla povertà, supporto ai migranti e tutela delle persone vulnerabili. Lo Sportello Migranti, i servizi sociali, sanitari e psicologici, le collaborazioni con scuole, associazioni e aziende locali hanno permesso di costruire una rete di fiducia già esistente nella comunità. Per questo abbiamo investito moltissimo nelle attività culturali, artistiche e sportive. I ragazzi hanno partecipato a laboratori di musica e composizione digitale, ad attività di arrampicata, calcetto e flag football, ma anche a momenti di socialità con associazioni, scout e volontari del territorio. Uno dei momenti più significativi è stata la rappresentazione teatrale “Sogna Ragazzo Sogna”, costruita insieme al maestro Mario Nunziante sulle note della canzone di Roberto Vecchioni. Attraverso il teatro e la musica, i ragazzi hanno raccontato pubblicamente il loro viaggio, le paure, i traumi e le speranze legate all’arrivo in Italia. Quella performance è stata portata anche sul palco del Premio Letterario Caccuri ed è diventata un momento molto forte di incontro tra la cittadinanza e questi giovani, non più percepiti come “migranti” astratti ma come ragazzi con storie, talenti ed emozioni. Abbiamo inoltre promosso attività nell’orto sociale, percorsi scolastici e tirocini nelle aziende del territorio. È proprio grazie a questa rete di relazioni quotidiane che sono nati anche percorsi rarissimi nel sistema dei Cas, come gli affidi familiari e culturali. In un territorio segnato dallo spopolamento e dalla fragilità sociale, si è creato un modello basato non sull’assistenza, ma sulla corresponsabilità e sul riconoscimento reciproco.

Nella lettera si denuncia una logica amministrativa che tratta i minori “come numeri da spostare”. Cosa succederà in concreto ai ragazzi già inseriti nei percorsi scolastici, lavorativi e psicologici dopo la chiusura del progetto?

Il punto più grave è proprio questo: oggi non esistono garanzie sufficienti sulla continuità dei percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici già costruiti con questi ragazzi. Il rischio concreto è che minori che finalmente avevano trovato una stabilità vengano nuovamente trasferiti da una struttura all’altra, interrompendo relazioni, percorsi terapeutici, inserimenti scolastici e tirocini avviati nel territorio. Parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, molti dei quali arrivati in Italia dopo esperienze traumatiche, violenze familiari, detenzione, guerra o sfruttamento. In diversi casi il lavoro educativo aveva richiesto mesi per costruire fiducia, equilibrio emotivo e adesione ai percorsi di integrazione. Alcuni ragazzi avevano iniziato finalmente ad aprirsi, a partecipare alle attività, a frequentare la scuola o ad avviare esperienze lavorative. In alcuni casi, inoltre, il Tribunale per i Minorenni aveva riconosciuto formalmente l’importanza della continuità educativa all’interno della struttura, disponendo il prosieguo amministrativo proprio per consentire ai ragazzi di completare il loro percorso di integrazione e autonomia. Il problema è che il sistema continua spesso a ragionare in termini di disponibilità di posti e gestione emergenziale, mentre per questi ragazzi la continuità relazionale ed educativa è fondamentale. Spostarli significa spesso ricominciare tutto da capo, con il rischio concreto di dispersione scolastica, marginalizzazione o ulteriore fragilità psicologica. Per questo Sabir ha dichiarato che continuerà a monitorare quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa produca ulteriori danni nel silenzio generale. 

L’appello finale è rivolto al Governo e alle istituzioni per avviare una co-programmazione nazionale. Cosa significa in pratica superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza, e quali resistenze istituzionali avete incontrato nel proporre questo cambiamento? 

Superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza significa cambiare completamente il modo in cui vengono considerati i minori stranieri non accompagnati. Oggi il sistema è ancora troppo frammentato: nella prima accoglienza spesso prevale la logica emergenziale, trovare rapidamente un posto letto, mentre i percorsi educativi, psicologici, scolastici e di integrazione arrivano dopo, quando arrivano. Ma un minore non può aspettare mesi per iniziare un percorso di tutela reale. Noi sosteniamo invece che la presa in carico debba essere globale fin dal primo giorno: scuola, supporto psicologico, mediazione culturale, tutela legale, salute, formazione e costruzione di relazioni con il territorio devono partire immediatamente, senza separare artificialmente le fasi dell’accoglienza. È questo il senso del modello “Da Cas a Casa”: trasformare un centro emergenziale in una comunità educante radicata nel territorio. Le principali resistenze incontrate sono state culturali e amministrative. Da una parte continua a prevalere una logica numerica e burocratica, centrata sulla gestione dei posti disponibili più che sui bisogni dei ragazzi; dall’altra manca spesso una vera co-programmazione tra Prefetture, enti locali e Terzo Settore. In questi mesi abbiamo sperimentato difficoltà continue nel dialogo istituzionale, ritardi amministrativi, mancanza di risposte e assenza di una programmazione stabile che consentisse di pianificare percorsi educativi duraturi. Eppure investire in percorsi strutturati non rappresenta solo una scelta etica o sociale, ma anche una scelta razionale per lo Stato. Garantire continuità educativa e integrazione fin dall’inizio significa ridurre dispersione, marginalizzazione, trasferimenti continui tra strutture, contenziosi amministrativi, emergenze sociali e costi legati a interventi successivi molto più onerosi. Un sistema stabile e integrato consente di ottimizzare risorse, tempi e investimenti pubblici, evitando di spendere continuamente nell’emergenza senza costruire percorsi reali di autonomia. Per questo chiediamo una programmazione nazionale stabile, fondata sul superiore interesse del minore e sulla collaborazione reale tra istituzioni e realtà territoriali che lavorano ogni giorno sul campo. Noi vorremmo davvero che il caso di Crotone diventasse la scintilla per aprire finalmente un dibattito nazionale serio sull’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Non soltanto come denuncia di ciò che non funziona, ma come proposta concreta di un’alternativa possibile. In questi anni abbiamo dimostrato che un modello diverso può esistere: un’accoglienza radicata nel territorio, costruita sulla relazione educativa, sulla comunità e sulla continuità dei percorsi. Un modello che non è straordinario o irrealizzabile, ma che potrebbe essere replicato facilmente in molti altri territori italiani se sostenuto da una reale volontà politica e istituzionale.

Foto: Antonino Durso/LaPresse

L'articolo Minori stranieri non accompagnati, la denuncia da Crotone: «Così il sistema li riduce a posti letto» proviene da Vita.it.

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