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Una testa ben fatta e l’umanizzazione dell’umano: l’eredità di Edgar Morin per educare nella complessità

edgar Morin lo abbiamo citato tutti almeno una volta, magari anche senza saperlo. «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», ripeteva instancabilmente, recuperando Montaigne. Che cosa significa esattamente quella frase? Può davvero racchiudere il lascito di Morin, morto il 29 maggio a 104 anni? O ci stiamo perdendo dei pezzi?

Morin è stato uno dei giganti della cultura e del pensiero, a livello mondiale. Filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese, tra le sue opere più significative ci sono La sfida della complessità (1985), La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforme del pensiero (1999) e Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2014). Il fulcro della sua epistemologia era il  “pensiero della complessità” e spronava scuola e educatori a mettersi nella prospettiva di una conoscenza che superasse la separazione dei saperi.

«Quella riflessione sulla riforma dell’educazione, l’Unesco a Morin la chiese all’inizio del nuovo secolo: sono passati 25 anni e in Università siamo ancora ad insegnare come dovrebbe cambiare l’educazione. Il rammarico è questo», commenta Anna Lazzarini, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo e membro del CRiSiCo – Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi.

Partiamo da quella frase celebre: quali indicazioni concrete dà alla scuola e all’educazione affermare che “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”?

Ben fatta è quella testa in cui il sapere non è semplicemente accumulato, ma disposto secondo principi di selezione e di organizzazione che gli diano senso. L’organizzazione delle conoscenze comporta senza dubbio operazioni di separazione (selezione, esclusione, opposizione, differenziazione), ma anche di interconnessione (congiunzione, inclusione, implicazione). La conoscenza comporta nello stesso tempo, in un processo circolare, separazione e interconnessione, analisi e sintesi. Nella nostra civiltà, invece è prevalsa la “separazione”. Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi.

Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi

Una testa ben fatta va al di là del sapere parcellizzato, riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture e consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla complessità dei problemi sociali, politici, economici, culturali, ambientali, tecnologici. Formare teste ben fatte allora significa stimolare e valorizzare costantemente la curiosità, l’amore per la scoperta e per l’investigazione, facoltà decisive per l’infanzia e l’adolescenza. La scuola deve orientare queste facoltà sui problemi fondamentali della nostra stessa condizione e del nostro tempo.

Anna Lazzarini, ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo

Morin ci ha lasciato tante espressioni di successo – il tema della complessità, i sette saperi necessari per l’educazione del futuro, la comunità di destino – che evidentemente hanno colto tratti del nostro tempo, tant’è che ci sono diventate molto familiari, anche solo per sentito dire. Volendo andare un po’ più in profondità, per chi non conosce davvero il pensiero di Morin ma ha solo queste “etichette”, qual è la sua più grande eredità?

Credo che la lezione più preziosa di Edgar Morin sia quella epistemologica, che riguarda proprio la necessità di problematizzare la conoscenza, ossia di mettere in discussione il nostro modo di conoscere. La “conoscenza della conoscenza”, diceva, dovrebbe essere studiata a scuola: dovremmo avere consapevolezza dei limiti e delle possibilità della nostra conoscenza, della inevitabilità degli errori e anche della loro funzione euristica all’interno dei processi conoscitivi e di apprendimento. Oggi si è creato un preoccupante divario fra i problemi che dobbiamo affrontare nella nuova condizione planetaria e lo stato attuale delle conoscenze, nonché le modalità di organizzazione di queste conoscenze. Il nostro modo di pensare è infatti legato al paradigma della “semplificazione”: abbiamo pensato di risolvere e dissolvere la complessità del mondo con la semplificazione, per mezzo della scomposizione della realtà in unità elementari, dell’isolamento dell’oggetto dal suo contesto, della linearità causa-effetto.

I modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare

Invece?

Invece i problemi globali sono multidimensionali, sistemici, trasversali, transnazionali. Se l’approccio conoscitivo prevalente consiste nel dividere, parcellizzare, isolare… più i problemi diventano multidimensionali e più è difficile affrontarli, per la difficoltà a comprenderli nella loro complessità, nella loro molteplicità di aspetti fra loro irriducibilmente intrecciati. Significa che i modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare. L’ostacolo maggiore alla comprensione delle tante crisi dei nostri giorni non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra modalità di conoscenza.

Che si può fare?

La grande sfida culturale dei nostri giorni è cominciare a colmare questo divario drammatico, rendendo il sapere più adeguato al contesto in cui esso dovrebbe portare benefici. La sfida diviene quella di delineare un nuovo paradigma che sappia formulare i problemi da affrontare come problemi complessi, cioè costituiti da una molteplicità di dimensioni irriducibilmente intrecciate fra loro. L’invito di Edgar Morin è dunque radicale e consiste nel cambiare il nostro sguardo sul mondo, innanzitutto problematizzando il modo in cui lo abbiamo conosciuto attraverso la nostra formazione disciplinare. La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere, dunque, il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. 

La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale

Che ruolo può avere la scuola in questo cambio di paradigma?

La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale: l’urgenza vitale dei nostri giorni è quella di “educare all’era planetaria”, perché ogni individuo e ogni comunità si possa fare carico della condizione di “cittadinanza terrestre”. Per Morin è cruciale una triplice riforma: una riforma del nostro modo di conoscere, una riforma del nostro modo di pensare, una riforma del nostro modo di insegnare. Sono tre riforme interdipendenti.

Qual è la critica più radicale che Morin ha mosso al sistema educativo? Quella più sfidante, che a parole si fa finta di plaudire ma poi non si prova nemmeno a mettere in pratica, perché mette in discussione troppo del nostro comodo “si è sempre fatto così”?

La tradizione di pensiero che ha fino ad oggi continuato a ispirare la scuola è basata sul metodo che riduce il complesso al semplice, che separa ciò che è legato, che elimina tutto ciò che apporta disordine e contraddizione al processo di comprensione. La scuola e l’università ci insegnano a separare (gli oggetti dal loro ambiente, le discipline le une dalle altre), ma non – o molto raramente – a collegare, a interconnettere i saperi e gli approcci. Si continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. La separazione delle discipline ci rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, vale a dire, secondo il significato originario del termine, il complesso. Ma oggi, dinanzi alla frammentazione dei saperi, allo sgretolamento delle stesse discipline in sotto-settori e micro-settori dagli orizzonti sempre più limitati, si moltiplicano gli ostacoli e gli impedimenti alla comunicazione fra cultori di discipline diverse, che impediscono a ciascuno di comprendere i problemi nella loro complessità. Gli oggetti di studio più complessi, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, non possono che essere affrontati attraverso l’intreccio delle discipline e dei molteplici punti di vista. Naturalmente la padronanza dei metodi e dei linguaggi delle singole discipline è fondamentale, perché ci permette di avere una rete di riferimenti culturali solidi grazie ai quali affrontare un mondo complesso e in constante cambiamento. Tuttavia, è altrettanto importante la conoscenza del carattere evolutivo e storicamente determinato dei metodi e dei linguaggi, che ci deve condurre a mettere in relazione i saperi fra loro, e i saperi con gli scenari storici, sociali e politici. L’incontro con altre discipline, la pratica dell’interdisciplinarità e soprattutto della transdisciplinarità sono la strada maestra per individuare i problemi fondamentali e per pensarli nella loro reale articolazione, al di fuori di schematismi e riduzionismi che finiscono per pregiudicare la nostra capacità di comprensione e quindi di azione.

Le riflessioni pedagogiche in Morin dialogano con la concretezza della vita relazionale, con i concetti di interdipendenza, di responsabilità, di responsabilità nell’incertezza e di comunità di destino… Un intreccio forte con la dimensione politica.

La possibilità di questo dialogo sta nell’ispirazione profondamente e autenticamente politica del pensiero di Morin. “Umanizzare l’umano”, singolare e plurale, nella sua co-appartenenza alla Terra e indissolubilmente legato al suo destino: questo mi sembra il programma di vita e di pensiero che questa figura straordinaria di studioso, maestro, intellettuale e scrittore ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra. Certo non qualunque politica, ma quella che Morin chiama “politica di civiltà” o “antropolitica”, per concepire e praticare la quale si rende necessaria la riforma del pensiero che, attraverso il “metodo” della complessità, provveda all’intreccio di conoscenze in grado di restituire l’immagine di un mondo costituito di interconnessioni e tessiture molteplici. Per Edgar Morin, solo una politica di civiltà si trova a rispondere del destino e del divenire dell’uomo nel mondo e del pianeta stesso nell’epoca globale.

“Umanizzare l’umano” mi sembra il programma di vita e di pensiero che questo straordinario maestro ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra

Qual è la via?

È proprio in La Voie, la via, che il suo programma di umanizzazione si fa radicale. Di fronte alla possibilità dell’annientamento, la politica dell’uomo impone l’imperativo: cambiare via. Qui Morin delinea un affresco di riforme politiche, nel senso più autentico del termine, poiché attengono alla possibilità stessa della convivenza umana sulla Terra: sbarazzandosi dell’idea di sviluppo (e di progresso), mito dell’occidente, troppo invischiata nella logica tecno-economica, che pretende di misurare la qualità con la quantità; promuovendo un’economia plurale; valorizzando la creatività insita nelle diversità; proteggendo la biosfera; ricercando soluzioni alle policrisi in cui siamo caduti. Nei suoi ultimi libri delinea un quadro che chiarissimo: siamo legati da una comunità di destino planetaria, segnata da pericoli comuni prodotti da un aumento di potenza tecnologica e di interdipendenza, che minacciano la vita sulla Terra nel suo insieme. Nell’orizzonte di un umanesimo rigenerato, volto a sviluppare l’unità della diversità umana e la responsabilità di tutti i cittadini nei confronti della Terra-Patria, è necessario affermare il dovere della fraternità, che «deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana». Con la fiducia nella capacità di agire, anche nel senso di cambiare via, di cambiare strada, nella possibilità di ricostruire lo spazio dell’essere insieme, entro forme nuove di convivialità, e anche nell’improbabilità creativa della storia, Edgar Morin ancora una volta ha tracciato il cammino.

In apertura, Edgar Morin durante i festeggiamenti per i suoi 100 anni al quartier generale dell’UNESCO a Parigi il 2 luglio 2021 (AP Photo/Michel Euler)

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BallAbile Reiv, il rave che ancora non c’era

AA Melegnano, alle porte di Milano, l’inclusione sociale ha trovato una nuova e rivoluzionaria frequenza acustica. La cooperativa sociale Eureka! ha investito trent’anni di risparmi per trasformare una cascina del Cinquecento, Cascina Cappuccina, in un polo socioeducativo all’avanguardia e in un’officina di autonomia. Questo spazio innovativo abbatte le barriere sensoriali e architettoniche, dimostrando che il divertimento e la socialità sono diritti di ogni essere umano.

Il cuore pulsante di questa trasformazione si manifesta in due anime strettamente connesse: da un lato, l’abbattimento dei limiti fisici attraverso la “Cattedrale” del suono, un salone dotato di un sound system immersivo e pannelli fonoassorbenti pensato specificamente per tutelare le persone con neurodivergenze dalle “trappole sensoriali” dei locali commerciali; dall’altro, il superamento dell’assistenzialismo.

Qui, infatti, i ragazzi con neurodivergenze non sono semplici ospiti dei servizi diurni, ma abitanti e cittadini protagonisti: imparano l’indipendenza quotidiana nei Servizi di Formazione all’Autonomia – Sfa, lavorano nei 60mila metri quadrati di orti e serre della cooperativa Eureka Verde e arrivano alla consolle come dj tecnici e trascinanti durante il BallAbile Reiv. Un ecosistema di un welfare a chilometro zero e a energia pulita, capace di unire l’housing sociale per fasce vulnerabili con l’outdoor education, ridefinendo l’idea stessa di divertimento notturno e integrazione nel territorio milanese e lodigiano.

La cattedrale del suono

Uno dei paradossi del divertimento moderno è che spesso, per chi soffre di neurodivergenze, i luoghi della socialità si trasformano in trappole sensoriali. I volumi esasperati e le distorsioni acustiche dei normali locali commerciali possono infatti innescare crisi o profondi malesseri psicofisici. Per disinnescare questo rischio, Eureka! ha messo in campo un investimento di ben 80mila euro per il trattamento acustico della “Cattedrale”, il grande salone della cascina destinato agli eventi.

«Abbiamo installato pannelli fonoassorbenti su tutte le pareti per eliminare le riflessioni sonore contro i muri, quelle distorsioni che costringono ad alzare il volume a livelli dannosi», spiega Guglielmo Prati, musicista, dj e presidente del Circolo Culturale Cascina Cappuccina. Il risultato è un sound system immersivo di nuova concezione che, anche a volumi contenuti, permette alla musica di propagarsi con una qualità purissima e di arrivare dritta al corpo attraverso le vibrazioni fisiche. 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Un’innovazione tecnologica ed etica che “fa respirare” il cervello. Nicolò è un ragazzo con una grave ipoacusia che durante il BallAbile Reiv ha “riempito” la pista: non potendo sentire pienamente con le orecchie, percepiva perfettamente la spazialità della musica attraverso il corpo. «La dimensione della festa è fondamentale per l’essere umano, è il luogo in cui esprimersi con creatività senza la paura del giudizio o del diverso», ricorda la presidente e fondatrice di Eureka!, Eleonora Bortolotti

Dai laboratori alla console: i ragazzi non sono ospiti, sono abitanti

A Cascina Cappuccina l’inclusione rifiuta lo schema della delega e dell’assistenzialismo. I giovani con disabilità intellettiva che frequentano lo Sfa e il Centro diurno non sono semplici utenti passivi, ma cittadini protagonisti. Frequentano la cascina dalle 9 alle 16 per percorsi pluriennali volti a conquistare quei piccoli, enormi pezzi di indipendenza quotidiana: dal sapersi fare la colazione all’imparare a prendere l’autobus da soli, fino al delicato lavoro di distacco emotivo dalle famiglie d’origine. 

Questo percorso passa anche dalla consolle. Molti dei ragazzi ospiti della Casa di Robi – la struttura residenziale dedicata al “Dopo di noi” – hanno infatti seguito un laboratorio esperienziale per dj utilizzando lo stesso impianto professionale destinato agli artisti internazionali. Il risultato? Durante il BallAbile Reiv, a far ballare la folla c’erano proprio loro, talmente tecnici e trascinanti che il Circolo Culturale sta ora pensando di produrli musicalmente. 

L’esperienza di Melegnano: terra, musica e diritti

Il polo di Melegnano dimostra come la cooperazione sociale possa generare un welfare a chilometro zero, capace di tenere insieme la tutela dei minori e il pronto soccorso sociale con la transizione ecologica (la cascina viaggia interamente a energia solare e rinnovabile certificata). I 60mila metri quadrati di frutteti, orti e grandi serre ospitano l’AgriSfa e la cooperativa di inserimento lavorativo Eureka Verde, dove persone con neurodivergenze trovano contratti di qualità nella manutenzione del verde e nella cura degli animali (cavalli, asini e oche), sperimentando il valore terapeutico dell’outdoor education in tutte le stagioni. 

Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è

Eleonora Bortolotti, presidente Eureka!

Allo stesso tempo, gli spazi della cascina diventano un rifugio temporaneo di housing sociale per donne in fuga dalla violenza con i loro figli o per padri separati. Realtà umane diverse, che la sera si mescolano agli abitanti del vicino quartiere popolare Montorfano e ai giovani della movida milanese e lodigiana durante i festival musicali del Circolo. «Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è», conclude la presidente Bortolotti. 

Foto inviate da Eureka!

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