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Lavoro di cura, come trovare le persone e come convincerle a restare

Abbiamo sempre più bisogno di cura e rischiamo di avere sempre meno persone disposte a sceglierla come professione. Questo paradosso tocca le famiglie, i servizi e le istituzioni ben prima di diventare un tema di politica pubblica. Da qui è partito il webinar “Prendersi cura di chi cura. Come costruire un welfare sostenibile”, nuovo appuntamento di “Agorà Bene Comune”, il percorso di riflessione sui temi più urgenti dell’agenda sociale italiana promosso dalla Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo insieme a VITA.

Introdotto da Andrea Lecce, responsabile della Direzione Impact di Intesa Sanpaolo, e moderato da Stefano Arduini, direttore di VITA, l’incontro ha visto gli interventi di Francesco Seghezzi, presidente dell’Associazione Adapt, di Maria Grazia Campese, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi, di Riccardo Sollini, direttore generale della Fondazione Anffas di Macerata e autore del libro “I care. Curare e prendersi cura”, e di Alessia Minuz, presidente di Koinè Cooperativa sociale.

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La cura come infrastruttura

Siamo abituati a considerare infrastruttura soltanto ciò che è materiale, ha osservato Lecce in apertura, ne esiste però una altrettanto essenziale per la coesione e lo sviluppo del Paese: quella costituita dalle persone che educano, assistono, accompagnano le fragilità e contribuiscono a costruire  autonomia e inclusione. Oggi questa infrastruttura è chiamata a confrontarsi con sfide profonde, legate all’invecchiamento della popolazione, all’evoluzione dei bisogni sociali e alla trasformazione delle reti familiari. In questo contesto, ha osservato Andrea Lecce, la riflessione non può limitarsi alla disponibilità futura di operatori qualificati, ma deve concentrarsi sulle condizioni che rendono le professioni della cura attrattive e sostenibili. Per questo, secondo Lecce, non basta chiedersi dove troveremo gli operatori di cui avremo bisogno. La domanda più scomoda è un’altra: «che cosa dobbiamo cambiare perché una persona scelga di lavorare nella cura e scelga, nel tempo, di continuare a farlo». Retribuzione adeguata, qualità organizzativa, opportunità di crescita professionale, ma anche riconoscimento sociale, rappresentano elementi fondamentali per valorizzare chi ogni giorno opera a servizio delle persone e delle comunità.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

È in questa prospettiva che si inserisce l’impegno della Direzione Impact della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo che promuove una lettura dei risultati capace di andare oltre i tradizionali indicatori quantitativi. La misurazione dell’impatto dei finanziamenti a iniziative ad alto valore sociale messo a punto dalla Direzione Impact, consente infatti di comprendere quali cambiamenti concreti generino gli investimenti nelle comunità, nelle organizzazioni e nella vita delle persone, offrendo strumenti utili per orientare in modo più efficace le scelte future. Come ha ricordato Lecce, l’obiettivo è passare  «dal misurare ciò che facciamo al comprendere ciò che cambia». Quando i bisogni di cura diventano sempre più diffusi e complessi, ha aggiunto, la risposta non può che essere collettiva. E’ la finalità degli incontri di Agorà Bene Comune: favorire il confronto tra istituzioni, Terzo settore, mondo economico e società civile per individuare soluzioni condivise e rafforzare le condizioni che rendono il welfare più sostenibile, inclusivo e capace di generare valore per l’intera comunità.

Il sommerso che cresce nei servizi alla persona

È passata quasi inosservata, ha esordito Seghezzi, la notizia che nel 2023, ultimo anno con dati disponibili, il lavoro irregolare in Italia è tornato a crescere dopo cinque anni di flessione. Le unità di lavoro non regolari sono 3,1 milioni, 145mila in più rispetto al 2022 (+4,9%). Il tasso di irregolarità è salito al 12,7% dal 12,5%, e il sommerso è cresciuto al doppio del ritmo dell’occupazione regolare (+2,4%). Il terziario resta l’area più esposta, con un tasso medio del 13,9% che nei servizi alla persona arriva al 40,5%. Per molte famiglie, infatti, le prestazioni non dichiarate continuano a fare da valvola di flessibilità. Nel solo lavoro domestico, secondo le stime di Domina, gli irregolari sono 742mila, in larghissima parte donne (88%) e straniere (69%). Sono lavoratrici senza tutele durante il rapporto e senza prospettiva previdenziale, che lavorano fino a tardissima età per arrivare, nel migliore dei casi, a un assegno sociale che pesa sui conti pubblici.

Sullo sfondo c’è un Paese che invecchia. Secondo le previsioni Istat gli over 65, oggi il 24,7% della popolazione, saranno il 34,5% nel 2050, mentre i 15-64enni scenderanno dal 63,4% al 55,3%. Cresce dunque chi ha bisogno di cura e si riduce chi dovrebbe lavorare, contribuire e fare da caregiver. L’Italia conta 1,5 lavoratori della long-term care ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Anche la base professionale invecchia: tra i lavoratori domestici regolari il 27,2% ha almeno 60 anni e appena l’1,6% meno di 25.

Per Seghezzi il problema è insieme vecchio e nuovo. È vecchio perché in Italia non è mai esistito un vero mercato del lavoro domestico e di cura. È nuovo perché la demografia e la crescita dell’occupazione femminile hanno moltiplicato i bisogni e ridotto chi se ne faceva carico. Ne nasce un meccanismo perverso. La cura resta culturalmente legata alle donne, e così l’aumento dell’occupazione femminile si traduce in più lavoratrici in nero, spesso straniere, dentro un sistema che «scarica i costi del lavoro di cura su chi dispone di minori risorse economiche e di tutela». Per uscirne serve un sostegno pubblico a tutti i livelli, con una detassazione e una decontribuzione importanti che favoriscano l’emersione, e serve un ruolo attivo delle relazioni industriali. Prima ancora, però, serve cambiare sguardo: smettere di considerare questi lavori servizi a basso valore aggiunto e misurarne il valore con metriche diverse. Metriche legate agli effetti che la cura produce su persone e famiglie e alle sue ricadute economiche e sociali.

Per trovarli bisogna sapere perché dovrebbero restare

Da quel cambio di metrica è ripartita Maria Grazia Campese, descrivendo un cortocircuito: mentre il bisogno di cura cresce, diminuisce la capacità del sistema di attrarre e trattenere chi deve garantirla. Le cooperative non possono più chiedersi soltanto dove trovare gli operatori. Devono chiedersi che cosa debba cambiare perché una persona qualificata scelga di entrare in imprese come Spazio Aperto Servizi e decida di rimanerci. Campese ha condensato la risposta in quattro parole, senso, crescita, valore ed equilibrio, che chiamano in causa tre livelli.

Il primo sono le politiche pubbliche. Nei servizi ad alta intensità di lavoro, qualità, sostenibilità economica e condizioni dei lavoratori sono legate a filo doppio, e servono finanziamenti e regole coerenti con il costo reale della qualità. Il secondo sono le organizzazioni, chiamate a superare un modello fondato implicitamente sulla disponibilità al sacrificio. Devono costruire condizioni che tengano insieme senso del lavoro, crescita professionale, autonomia ed equilibrio tra vita e lavoro, restituendo spazio alla competenza e spostando l’attenzione dalle prestazioni erogate agli esiti prodotti. Il terzo è il sistema economico e finanziario. Può sostenere investimenti di medio-lungo periodo sulle persone e sull’innovazione, e contribuire a sviluppare metriche capaci di rendere visibile il valore che il welfare genera nel tempo. «La sfida», ha detto Campese, «non è soltanto aumentare le risorse disponibili, ma cambiare la metrica del valore con cui orientiamo le decisioni di investimento».

Dal minutaggio alla comunità

Più radicale l’impostazione di Riccardo Sollini. Per lui il primo passo è liberare il Terzo settore dalla logica di mercato e burocratica, fatta di minutaggi rigidi e di una standardizzazione di stampo ospedaliero, che riduce la cura a mera prestazione. L’alternativa sono i servizi su base comunitaria, nei quali il servizio torna a essere «uno spazio di vita, di incontro e di partecipazione attiva».

Dentro questo cambio di modello Sollini colloca la questione generazionale. Le nuove generazioni non vanno «subite» né considerate soltanto manodopera: vanno inserite in posizioni chiave. Portano infatti nei servizi la spinta al cambiamento metodologico, all’innovazione e al rigore basato sulle evidenze, e rompono le zone di comfort in cui gli enti rischiano di arenarsi. Il ricambio, però, non deve cancellare la storia e l’etica degli operatori storici. Qui entra in gioco il reverse mentoring, uno scambio in due direzioni: i giovani mettono a disposizione metodo scientifico e visione progettuale, i senior trasmettono l’etica della cura e la capacità di gestire la complessità umana. Per Sollini è «l’antidoto al burnout e alle dimissioni volontarie».

Sullo sfondo c’è una lettura politica del lavoro sociale. Il Terzo settore, ha ricordato Sollini, è nato come coscienza critica della società e corpo intermedio, non come fornitore low cost dello Stato. Per tornare a essere strumento di trasformazione della realtà deve saldare il rigore scientifico con la coscienza politica dei diritti. Da qui una proposta concreta: rivedere i piani di studio e portare il Terzo settore nei comitati di indirizzo dei corsi universitari.

Specie rare

Il filo della visibilità è stato ripreso da Alessia Minuz, che ha portato l’esperienza di Koinè, una cooperativa che ha scelto di agire sul riconoscimento simbolico, culturale e professionale del lavoro sociale. La perdita di attrattività delle professioni del welfare, ha spiegato, dipende certo dalla retribuzione, che resta decisiva. Ma pesa anche un immaginario che riduce competenze complesse a vocazione, disponibilità personale o sacrificio. Con la campagna “Specie Rare” Koinè ha trasformato una difficoltà interna alle organizzazioni in una questione pubblica. La campagna rappresenta educatrici, educatori e professionisti sociali come specie in via di estinzione, la cui scomparsa mette a rischio l’intero ecosistema del welfare.

Alla denuncia si è affiancata la prova del valore. Nei 14 nidi d’infanzia che gestisce in Lombardia, Koinè ha realizzato una valutazione d’impatto che ha coinvolto 569 famiglie, l’80% di quelle iscritte nella primavera 2025. Oltre il 95% ha espresso un giudizio molto positivo sul rapporto con educatrici ed educatori. Il 92% ha riconosciuto progressi dei bambini nelle competenze motorie e nell’autonomia, l’88% nella comunicazione e nel linguaggio, l’86% nella gestione delle emozioni e delle relazioni. Sono numeri che restituiscono il nido non come semplice risposta organizzativa all’esigenza di conciliazione, ma come luogo che produce cambiamenti concreti nella vita di bambini, famiglie e comunità. E servono anche a chi ci lavora. Quando una professionista vede documentato che il suo intervento ha sostenuto l’autonomia di un bambino o generato fiducia tra servizio e comunità, ha osservato Minuz, riceve una conferma pubblica della propria competenza. La valutazione diventa così strumento di apprendimento, di miglioramento e di dignità professionale.

Da qui i tre impegni proposti da Minuz. Il primo è raccontare le professioni attraverso le competenze, superando la retorica del sacrificio e della vocazione. Il secondo è misurare i cambiamenti generati e non soltanto le prestazioni erogate, coinvolgendo lavoratori, famiglie e comunità. Il terzo è trasformare le evidenze in decisioni, perché il riconoscimento simbolico diventi anche economico, organizzativo e politico. «Non possiamo prenderci cura di chi cura», ha concluso, «se continuiamo a considerare invisibile il valore che il suo lavoro genera».

Una responsabilità condivisa

Gli interventi partivano da angolature diverse: i dati sul lavoro sommerso, la gestione di un’impresa sociale, il modello di servizio, la valutazione d’impatto. Eppure hanno evidenziato una convinzione comune: riconoscere e valorizzare il lavoro di cura rappresenta una condizione essenziale per garantire la sostenibilità del sistema di welfare nei prossimi anni. In questo percorso, la capacità di misurare gli effetti sociali generati dalle iniziative assume un ruolo sempre più strategico, perché rende visibili i risultati che spesso rimangono nascosti e fornisce evidenze utili per orientare investimenti, politiche e modelli organizzativi.  Per questo la domanda con cui Lecce aveva aperto l’incontro, chi si prende cura di chi cura?, non può che avere una risposta che coinvolge una pluralità di attori: istituzioni, organizzazioni del Terzo settore, comunità e sistema economico-finanziario. Una responsabilità condivisa che richiede visione, collaborazione e capacità di generare impatto misurabile, affinché la cura sia sempre più  «una responsabilità condivisa», riconosciuta come un investimento sul bene comune e sul futuro del Paese.

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I messianismi che tengono sotto scacco il mondo

Hamas che battezza l’operazione lanciata il 7 ottobre del 2023 “Diluvio di Al-Aqsa”, un’immagine carica di risonanze palingenetiche. La destra ebraica che lavora per la ricostruzione del Tempio a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee come preludio del ritorno del messia. Negli Usa un presidente come Trump che fa sistematicamente ricorso a temi biblici nei suoi interventi pubblici arrivando a presentarsi sui social travestito da Gesù. Come se non bastasse questa febbre ha contagiato anche il mondo tecnologico con figure come quella di Peter Thiel, fondatore di PayPal, che vede nella la potenza geopolitica e militare degli Stati Uniti l’argine al prevalere dell’Anticristo. Sempre più assistiamo a situazione nelle quali le categorie religiose vengono mobilitate per finalità politiche, mentre il discorso politico assume tratti tipicamente teologici. 

La narrazione mainstream che racconta palestinesi e israeliani sempre gli uni contro gli altri, è davvero l’unica storia possibile? No, è la più comoda. Così in questo book, “L’antidoto”, raccontiamo chi sono e cosa fanno gli attivisti che ogni giorno si riconoscono come persone, e non si guardano come nemici.
L’ANTIDOTO

Per tutti questi motivi è di grande interesse e attualità l’appuntamento proposto da Fondazione Oasis e dall’Alta scuola di economia e relazioni internazionali (Aseri) dell’università Cattolica per giovedì 15 ottobre. “Precipitare la fine. I messianismi e la politica internazionale” è il titolo della giornata che vede la partecipazione di figure autorevoli, da vari centri sudi del mondo.

Il tema è doppiamente urgente anche perché ci troviamo davanti ad un ritardo nella capacità interpretativa di questi fenomeni, un ritardo che incide sulla possibilità di combatterli e arginarli. Nel saluto inviato per questo incontro il cardinal Pierbattista Pizzaballa riconosce «che noi, almeno noi, noi cattolici non siamo molto ben preparati ad affrontare queste narrazioni, queste argomentazioni, questi discorsi». D’altra parte questo è un tema sempre più presente anche nella vita quotidiana delle persone. Come sottolinea Pizzaballa «L’interpretazione delle Scritture, ciò che sta accadendo ora in Cisgiordania, ciò che molti – non tutti, ma molti – coloni stanno affermando, le visioni messianiche provenienti da diverse parti e da diverse interpretazioni stanno influenzando pesantemente la vita concreta della nostra gente qui, non solo dei palestinesi, ma anche all’interno di Israele.».

Il messianismo politico contemporaneo non si presenta come un semplice ritorno della religione nello spazio pubblico, ma come una sua trasformazione, che ne modifica le finalità. Questo linguaggio religioso si intreccia in modo nuovo e drammatico con la politica: non è più confinato ai margini radicalizzati dello spazio pubblico, come è avvenuto per esempio negli ultimi decenni all’interno dell’islam sunnita con i movimenti jihadisti, ma è entrato nei palazzi e nei circoli del potere anche di alcune democrazie mature. Come sta accadendo negli Usa dove Trump è sostenuto da un’ampia base evangelica che interpreta la sua figura in chiave provvidenziale. Siamo di fronte quella «strumentalizzazione del nome di Dio» più volte denunciata da papa Leone in tanti suoi interventi recenti, che assegna alla politica un compito escatologico e rende di conseguenza impossibile ogni compromesso.

Come dimostra la storia recente le guerre si trasformano in fenomeni permanenti da cui nessuno vuole né riesce ad uscire. E la religione diventa fattore che delegittima qualsiasi tentativo di mediazione. «Stiamo aspettando con impazienza di ricevere da voi indicazioni su come affrontare queste situazioni anche qui, in questa terra», chiede Pizzaballa. «Il fine è creare, ri-creare queste relazioni, che sono importanti e necessarie qui, ma su basi solide e nel rispetto reciproco». Per questo è importante, e non solo teorico, il compito affidato ai relatori dell’appuntamento milanese, tra i quali Jocelyne Cesari, professoressa all’università di Birmingham e alla Georgetown, Blandine Chelini-Pont dell’università di Marsiglia, Shlomo Fischer, ricercatore del Jewish People Policy Institute di Gerusalemme, Farhad Khosrokhavar, Emerito all’Ehess di Parigi e Aymen Tamimi, ricercatore e analista britannico-iracheno.

L’incontro si tiene nella sede di Aseri in via San Vittore 18 a Milano, a partire dalle 9.

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Eraldo Affinati “nella palude del padre”: la responsabilità del padre che non c’è

C’è una fotografia all’origine di “Nella palude del padre”, il nuovo libro di Eraldo Affinati (Gramma Feltrinelli). Gliela manda per mail una signora sconosciuta: anni Venti, tre donne in piedi, due bambini seduti sull’erba. Il maschietto in camicetta bianca, la mano destra stretta sul polso sinistro in un gesto di autoprotezione, è suo padre, Fortunato. Figlio illegittimo, mai riconosciuto. Quella mano che si afferra da sola è l’immagine attorno a cui ruotano cinquanta capitoli, ed è anche la domanda che il libro pone a chi legge: cosa accade quando l’adulto che dovrebbe esserci, semplicemente, non c’è.

Affinati ricostruisce una vicenda minima e novecentesca. Elisa Affinati, sarta arrivata a Roma da Nettuno, ha due figli da Umberto Salvati, il figlio del padrone di casa. Lui non li riconosce. Nel 1919 sposa un’altra donna e al primogenito legittimo dà lo stesso nome del bambino che ha lasciato fuori: Fortunato. «Mio padre si sentiva cancellato, come una frase sbagliata», annota l’autore. Elisa muore nel 1930, a 36 anni. Il ragazzo, 15 anni, finisce in strada: strillone, pensioncine, tubercolosi, poi un negozio all’Esquilino chiamato Affo, acronimo del proprio nome, che è il modo più semplice che ha trovato per esistere su un’insegna.


Qui sta il punto che rende questo libro qualcosa di più di un memoir familiare. Affinati non scrive che la paternità è un sentimento, scrive che è un’invenzione sociale, un patto di civiltà. L’amore materno, sostiene, è viscerale; quello paterno assegna i ruoli, definisce i limiti, dice dove si va. Si impara, e quindi si può non imparare. Il padre adulto che accompagna il figlio ad attraversare piazza Vittorio tenendolo per mano compie un gesto che nessuno ha compiuto per lui: la carezza c’è, ma dentro si sente la fatica che è costata. È una pagina che vale più di molti saggi sulla crisi della figura paterna, perché mostra il meccanismo invece di lamentarlo.

E mostra anche come si trasmette. Quel vuoto non resta fermo in una generazione. Diventa diffidenza verso il mondo, «nessuno ti dà niente per niente», case chiuse a chiave, due fratelli che si vogliono bene senza riuscire a dirselo. Dall’altro ramo familiare, la madre Maddalena, figlia di un partigiano fucilato per rappresaglia a Forlì nel 1944, scampata al treno della deportazione, sceglie anche lei di non raccontare. Due orfani che si incontrano producono una rimozione doppia, che ricade sui figli come una zavorra: siamo sopravvissuti e vi abbiamo messo al mondo, non chiedeteci altro.

La risposta di Affinati alla responsabilità mancata non è il risentimento, è la supplenza. Ed è la parte che interessa più da vicino chi lavora nel sociale e nell’educazione. La Penny Wirton, la scuola di italiano per migranti fondata con la moglie Anna Luce Lenzi, uno a uno, senza classi, senza voti, senza registri e senza soldi, nasce esattamente lì. Gli studenti dell’istituto professionale, i minori stranieri non accompagnati, i ragazzi con disabilità attraversano il libro con i loro nomi: Ibrahim che al telefono si sente dire dal padre che prima deve restituire i soldi del viaggio, Davide che copre il foglio con la mano perché sta scrivendo la storia di suo padre in carcere, Mascia a Poltava che resta seduta in fondo all’aula mentre gli altri ballano. In ciascuno di loro l’autore riconosce lo stesso sguardo della fotografia.

Si può obiettare che la tesi venga riaffermata troppe volte, e che qualche episodio sia già noto a chi ha letto i libri precedenti. Ma è un’obiezione che scivola via davanti al finale, in un villaggio del Gambia dove gli anziani decidono di dare il nome dell’ospite più anziano a un neonato, e l’imam fa firmare la pergamena: Alì Babucar Eraldo Affinati. Un nome restituito, là dove un nome era stato tolto.

Resta una domanda, per nulla privata. Se la paternità è un mestiere che si apprende, chi lo insegna oggi, e a chi tocca farlo quando il padre non c’è.

Foto di Alex Guillaume su Unsplash

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Acqua Sant’Anna, visite ginecologiche gratuite in azienda: la prevenzione diventa welfare

C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.

Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?

Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.

Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?

Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.

Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.

A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.

Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.

Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?

Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.

Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.

Cristiana Genta (foto di Silvano Pupella)

Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.

Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…

Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.

Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.

Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?

La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.

Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.

La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.

Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?

Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.

Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.

Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.

Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.

Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?

Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.

Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.

È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.

Credit foto: Acqua Sant’Anna

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Anziani non autosufficienti, la legge di bilancio 2027 non può ignorarli

Su VITA ne scriviamo da anni, e ogni volta che torniamo sulla non autosufficienza il punto di partenza è lo stesso: di come assistere un genitore anziano che perde autonomia si parla di continuo in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, mentre nel confronto sulle priorità del Paese la questione occupa uno spazio marginale, del tutto sproporzionato rispetto al peso che ha nella vita delle persone.

I numeri, del resto, lasciano pochi margini di interpretazione. Secondo l’Istat gli anziani non autosufficienti in Italia sono circa quattro milioni; se a loro si aggiungono i familiari che li assistono e chi lavora nella cura, le persone coinvolte arrivano a circa dieci milioni. Nei prossimi dieci anni gli ultraottantacinquenni, cioè la fascia d’età in cui la perdita di autonomia è più frequente, cresceranno del 30%. È difficile trovare un’altra questione sociale che tocchi così tante persone e che chieda alle famiglie, spesso per anni, un impegno altrettanto intenso.

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER

Dietro queste cifre c’è un’esperienza che chiunque l’abbia attraversata riconosce. Quando un genitore perde autonomia, poco alla volta oppure all’improvviso dopo una caduta o una malattia, l’assistenza diventa un lavoro di regia che ricade quasi per intero sulla famiglia: bisogna capire a chi rivolgersi, trovare un’assistente familiare, tenere insieme visite, prestazioni sanitarie e aiuto quotidiano. Un figlio cambia i propri orari di lavoro, un altro che vive lontano prova a organizzare tutto al telefono, e quando gli aiuti pubblici non bastano la cura non scompare, ma si scarica sul tempo, sul lavoro e sui risparmi di chi resta.

È proprio questa regia, oggi improvvisata e solitaria, il nodo da sciogliere. Per accedere a servizi e sostegni un anziano affronta in media cinque o sei valutazioni diverse, perché Inps, servizi sanitari e Comuni procedono ciascuno per conto proprio. Chi ha ricevuto assistenza sanitaria a domicilio nel 2023 ne ha avute in media 14 ore nell’intero anno, poco più di un’ora al mese. E quando restare a casa non è più possibile si scopre che, secondo una stima di Franco Pesaresi, a fronte di circa 266mila posti letto per anziani non autosufficienti ci sono circa 243mila persone in lista d’attesa.

Quattro misure e un miliardo: cosa chiede il Patto

Il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza è nato nel 2021 dalla scelta di organizzazioni che fino ad allora avevano lavorato separatamente di unire le forze, e oggi ne riunisce 61: associazioni di anziani, familiari e pensionati, realtà del Terzo settore, professionisti, soggetti che gestiscono servizi. In vista della legge di bilancio 2027 ha messo nero su bianco quattro proposte, ciascuna legata a un momento preciso del percorso che le famiglie conoscono bene.

Ottenere gli aiuti senza ricominciare da capo. Collegare le procedure di Inps, servizi sanitari e Comuni, così che, una volta conosciuta la situazione dell’anziano, siano i servizi a condividere le informazioni e a coordinare gli interventi, invece di chiedere alla famiglia di raccontare ogni volta la stessa storia a uno sportello diverso.

Un’assistenza a casa pensata per la non autosufficienza. Un servizio pubblico domiciliare che tenga insieme interventi sanitari, sociosanitari e sociali, che parta dalla condizione complessiva della persona anziché da singole prestazioni cliniche, che si adatti nel tempo al cambiare dei bisogni e che sostenga con consulenza e formazione i familiari e le assistenti familiari.

Più posti in struttura e una qualità all’altezza. Aumentare progressivamente i posti pubblici o convenzionati e aggiornare gli standard di assistenza, intervenendo sul numero e sulle competenze degli operatori, sull’organizzazione delle attività e sugli ambienti di vita, in strutture chiamate sempre più spesso a rispondere ai bisogni legati alla demenza.

Un’indennità di accompagnamento modulata. Il principale sostegno economico dello Stato alle persone non autosufficienti ha oggi lo stesso importo per tutti, che nel 2026 è di 551,53 euro al mese per 12 mensilità, come stabilito dall’Inps. La stessa cifra arriva così a chi ha bisogno di qualche ora di aiuto e a chi richiede assistenza giorno e notte, una somma che in questo secondo caso copre solo una piccola parte del costo di un’assistente familiare. Il Patto propone di graduarla per dare di più a chi ha maggiori necessità di assistenza e per premiare chi assume regolarmente un’assistente familiare.

Per avviare queste misure servono circa un miliardo di euro aggiuntivi nel 2027. Non è una cifra trascurabile, e va pesata insieme alle altre priorità della manovra, ma va letta alla luce del ritardo storico che lo Stato italiano ha accumulato nell’assistenza agli anziani e del fatto che il costo dell’assenza del pubblico viene già pagato ogni giorno dalle famiglie, in ore di lavoro e in risparmi. Non si tratta, inoltre, di idee improvvisate: le proposte raccolgono anni di confronto tra chi rappresenta anziani e familiari, chi lavora nei servizi e chi studia il tema, tanto che le cose da fare sono in larga parte note. La sfida è realizzarle.

Una riforma e un Piano, ma senza risorse aggiuntive

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Nel 2023 il Parlamento ha approvato la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e all’inizio di ottobre il Governo ha varato il primo Piano nazionale sulla fragilità e la non autosufficienza della popolazione anziana, che indica come priorità l’assistenza a domicilio, la semplificazione dell’accesso ai servizi e il rafforzamento del personale sociosanitario. Avere finalmente un riferimento nazionale comune è un fatto da riconoscere. Il Piano, però, nella sostanza conferma gli interventi esistenti, senza nuove misure né risorse aggiuntive: indica una direzione, ma non mette nulla nel serbatoio.

È qui che la distanza della politica da questo tema smette di essere una semplice disattenzione e diventa una responsabilità. Una riforma e un piano privi di finanziamenti rischiano di restare dichiarazioni di intenti, mentre nelle case la regia della cura continua a essere affidata a figli e figlie che riorganizzano la propria vita intorno a un genitore fragile. Nel dibattito che accompagna ogni manovra si parla di molto altro, e la non autosufficienza resta sullo sfondo come se riguardasse qualcun altro, quando invece chi oggi non vive questa situazione sa che potrebbe trovarcisi domani. Non esiste un tema più trasversale, e nemmeno uno più prevedibile, dal momento che la crescita degli ultraottantacinquenni è già scritta nella demografia del Paese.

La prova della legge di bilancio

La legge di bilancio 2027 è la prima occasione per capire se la riforma del 2023 e il Piano di ottobre erano l’inizio di un percorso o il suo punto d’arrivo. Recepire le proposte del Patto significherebbe cominciare a restituire al pubblico quella regia che oggi pesa interamente sulle famiglie, e farlo con strumenti già discussi, condivisi da 61 organizzazioni e con un costo definito. Non farlo vorrebbe dire scegliere, ancora una volta, che a prendersi cura di quattro milioni di anziani siano soprattutto i loro figli e le assistenti familiari, da soli. La politica può continuare a tenersi lontana da questo tema; le famiglie non hanno questa possibilità.

Foto di apertura: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)

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