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Strage di Cutro, le sei ore in cui nessuno raggiunse il caicco

A impedire il salvataggio delle 94 vittime del naufragio di Steccato di Cutro, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, avrebbero concorso errori di calcolo e comunicazioni incomplete o mancanti tra chi avrebbe dovuto intervenire. In particolare, chi coordinava le operazioni di soccorso da terra era a conoscenza della posizione del caicco Summer Love, chi era in mare no. È quanto emerge dall’audizione di sei militari della Guardia di finanza ascoltati il 9 ottobre come testimoni nell’ambito del processo in cui sono imputati, per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, sei militari: quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera.

Com’è già noto da tempo, un aereo di Frontex aveva avvistato il caicco alle 22:30, identificandolo a una quarantina di miglia dalla costa. Eppure, nelle sei ore successive nessuna unità dello Stato lo ha raggiunto. Ora, dall’audizione dei testimoni si scopre che l’inerzia sarebbe stata dettata da un problema di comunicazioni interne alla Guardia di finanza e tra questa e la Guardia costiera.

I sei testimoni ascoltati il 9 ottobre sono tutti militari della Guardia di finanza. Tre di loro lavorano nella sala operativa di Taranto: Lorenzo Di Marco, capo della sala, che quella sera non in servizio; Corrado Panico, capoturno nella notte; Daniele Verardo, in turno con lui. La centrale operativa coordinava le operazioni e i movimenti del Barbarsi, il pattugliatore uscito dal porto di Crotone per intercettare il caicco e tornato indietro senza averlo mai visto. A bordo c’erano Giuseppe Passaro, direttore di macchina; il maresciallo Giancarlo D’Andria, che ha tracciato la rotta, e Antonio De Donno, al radar.

Secondo la testimonianza, la segnalazione della posizione del caicco fornita da Frontex è arrivata alla centrale operativa di Taranto alle 23. Panico e Verardo hanno subito avvisato il colonnello Nicolino Vardaro, comandante del Gruppo aeronavale di Taranto e imputato a processo – sul telefono privato, senza ricevere «indicazioni immediate» su come intervenire, e si sono messi in contatto con il comandante del Barbarisi, che ha spiegato loro che le condizioni erano «pessime» e che uscire in mare era difficile e più ancora lo era rientrare. Verardo e Panico hanno quindi calcolato il tempo in cui il caicco avrebbe raggiunto la riva, stimando l’ingresso in acque italiane verso le 3 del mattino e indicando come riferimento Le Castella, un punto noto della costa. Quindi, hanno trasmesso il dato a Vardaro.

È il primo punto in cui le versioni dei testimoni divergono. Verardo, che ha messo il punto sulla carta, ha detto che l’orario di ingresso nelle acque italiane sarebbero state le 2:30, Panico le 3. Ma al di là di questo, sono due gli elementi critici di questa stima. Un’avvocata di parte civile, infatti, ha contestato il metodo di calcolo: la linea tracciata da Verardo e Panico misurava la distanza tra la riva e Le Castella e non la rotta del caicco, che dalla mail di Frontex risultava diversa. Un errore ammesso anche da Verardo nella sua testimonianza: «Il punto cambia», ha detto. La seconda criticità riguarda invece l’aspetto comunicativo. A bordo del Barbarisi, infatti, quella stima non è mai arrivata. D’Andria ha affermato che «non avevamo un tempo preciso di intercetto», De Donno che i tempi «non li ricorda».

Alle 23:45, il colonnello Vardaro ha disposto di restare a disposizione del comando di Vibo Valentia, competente per il mare davanti a Crotone: se Vibo fosse uscita con un suo mezzo, lo stesso avrebbe fatto la Guardia di finanza. Da Taranto, a interfacciarsi con il comando di Vibo Valentia è stato Panico. Vibo, ha spiegato il militare, aveva contattato la Guardia costiera, apprendendo che per il momento non avrebbe intrapreso alcuna azione perché «l’imbarcazione naviga in autonomia e non si vedono persone in coperta». Al tempo stesso, la Guardia costiera aveva una motovedetta «pronta a muovere» nel porto di Crotone: un mezzo costruito per il mare grosso – a differenza del Barbarisi, che non regge onde oltre i due metri e mezzo -, con l’equipaggio a bordo, a poche miglia dal tratto di costa verso cui il caicco puntava. Tutto questo, ha detto Panico, è stato riferito a Vardaro, «aggiornato costantemente»: cinque contatti nella notte, tra telefono e WhatsApp.

Un’informazione, invece, non è stata riferita al colonnello. La motovedetta segnalata da Vibo Valentia, infatti, ha lasciato la sua posizione ed è rientrata a Crotone per fare carburante. Panico lo sapeva, ma non lo ha scritto nel diario di sala perché «non era notizia di carattere operativo» e, per lo stesso motivo, non lo ha riferito al colonnello. Verardo, che era a terra con Panico, lo ha scoperto solo alle 2:30. Tra Crotone e Le Castella ci sono venti miglia: per fare andata e ritorno, con quel mare burrascoso, ci vogliono almeno quattro ore. Da circa mezzanotte in poi, davanti a quella costa non c’era più nessuna unità in mare.

Fino alle 2, ha detto Panico, «non è successo nulla». Alla domanda su che cosa pensasse ci fosse a bordo del caicco, ha risposto che la valutazione spettava a Frontex: «Sulla scorta dello scritto posso ipotizzare che c’erano migranti, ma poteva essere anche una stufa». È la linea che le difese degli imputati stanno ripetendo a ogni udienza, ora sposata da chi aveva calcolato (sbagliando) la rotta e l’ora d’arrivo, sentito il colonnello cinque volte e saputo della motovedetta pronta a Crotone.

Alle 2:05 Vardaro ha ordinato l’uscita del Barbarisi «per fare un controllo di polizia, come si fa di solito». A bordo, D’Andria ha tracciato la rotta su un’immagine del caicco vista sul telefono del comandante, «una ricostruzione». De Donno ha spiegato che con quelle onde il radar distingueva una barca al massimo a sei miglia e che la nave zigzagava per non prendere l’onda in pieno, perdendo i contatti. Alle 2:30 il Barbarisi è uscito dal porto di Crotone insieme alla motovedetta di Vibo, che aveva finito di rifornirsi. Sul radar non c’era niente. Alle 3:30, superato Capo Colonna, la nave non reggeva l’urto delle onde e il comandante ha deciso di rientrare in porto. Mezz’ora dopo, il caicco si è spezzato sulla secca di Steccato di Cutro.

Il pubblico ministero ha ottenuto di sentire in aula tre persone che quella notte erano nella sala di coordinamento di Frontex: il responsabile e i due ufficiali di collegamento, uno della Guardia di finanza e uno della Guardia costiera. I tre saranno ascoltati il 3 novembre, ma si torna in aula già il 16 ottobre per i controesami.

Intanto, Amnesty International Italia, presente fuori dal tribunale di Crotone, va all’attacco: «Il processo che si sta svolgendo a Crotone è un passo importante nel percorso di ricerca di verità e giustizia per le vittime della strage di Cutro e per i loro familiari», dice a VITA Serena Chiodo, referente Campagne e ricerca immigrazione dell’ong. Per Chiodo, però, il processo ai (presunti) responsabili non basta e mette nel mirino la politica italiana ed europea. «È imprescindibile continuare a denunciare il quadro politico in cui si è consumata questa strage, e in cui le persone continuano a morire cercando di raggiungere l’Europa. Le politiche messe in campo dall’Unione europea si concretizzano in accordi con paesi non sicuri, criminalizzazione delle ong che svolgono attività di ricerca e soccorso, detenzione anche esternalizzata, assenza di canali di ingresso regolari e sicuri».

Foto Giovanni Isolino/LaPresse 

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La povertà alimentare colpisce un bambino su quattro nel mondo

Sono 181 i milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni che vivono in condizione di grave povertà alimentare: uno su quattro. Di questi, 43 milioni soffrono di malnutrizione acuta, per 12 milioni è grave. Una condizione che può facilmente portare alla morte: a livello globale, quasi la metà dei decessi dei bambini sotto i 5 anni è causata dalla malnutrizione. A segnalarlo è Save the Children, che denuncia il sottofinanziamento dei fondi di contrasto alle emergenze alimentari e nutrizionali nel mondo.

Finora, avvisa l’ong sulla base di un’analisi condotta su quasi 20 Paesi, è stato erogato meno di un terzo dei finanziamenti necessari: a fronte di un fabbisogno stimato in 10 miliardi di dollari, solo il 31%, pari a circa 3,1 miliardi, è stato effettivamente stanziato. La malnutrizione nei primi anni di vita può causare danni irreversibili alla salute e allo sviluppo dei bambini. Eppure, solo uno su tre riceve le cure nutrizionali di cui ha bisogno, mentre conflitti, povertà, crisi climatica e tagli agli aiuti impediscono a milioni di famiglie di sfamare i propri figli. 

«Per decenni», commenta Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children «l’impegno della comunità internazionale ha dimostrato che la malnutrizione può essere prevenuta e sconfitta: non è un destino inevitabile. Oggi, però, stiamo assistendo a una pericolosa inversione di tendenza». A pesare, conflitti più estesi e devastanti, restrizioni all’accesso umanitario, la crisi climatica drastici tagli agli aiuti. Un mix di fattori che priva milioni di bambini di ciò che è essenziale per sopravvivere e crescere: cibo, acqua potabile, assistenza sanitaria, servizi igienici e protezione. «Di fronte a questa crisi non basta intervenire quando l’emergenza è già esplosa. Occorre affrontare le cause profonde della fame con investimenti stabili e soluzioni durature, riportando i bambini al centro dell’agenda globale», puntualizza Fatarella. « La sicurezza alimentare non è un traguardo irraggiungibile: è una scelta politica».

La principale causa di malnutrizione infantile sono i conflitti. Nel 2025, su un totale di 39,1 milioni in condizioni di emergenza erano 23,1 milioni quelle che si trovavano in Paesi in cui il conflitto rappresenta la causa principale. Tra gli scenari peggiori, il Sudan, dove si stima che nel 2026 circa 825mila bambini sotto i 5 anni soffrano di malnutrizione acuta grave, in aumento del 7% rispetto al 2025 e del 25% rispetto al periodo precedente al conflitto (scoppiato nel 2023). Nella Striscia di Gaza, invece, sono più di 1,2 milioni le persone che si trovavano in una situazione di insicurezza alimentare acuta. Inoltre, si stima che, in assenza di assistenza alimentare umanitaria, circa il 90% della popolazione (1,9 milioni di persone) potrebbe affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta fino a dicembre 2026.

Anche la crisi climatica gioca la sua parte. Gli eventi meteorologici estremi incidono per circa un terzo sul numero globale di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, seguiti dalle crisi economiche, che però sono in flessione rispetto al 2024. In Somalia, quasi due milioni di bambini sotto i 5 anni sono a rischio di malnutrizione acuta, di cui 433mila di malnutrizione acuta grave. Il Paese è uno dei più vulnerabili alla crisi climatica e le persone che vivono in condizione di insicurezza alimentare acuta sono circa 5,4 milioni – il 28% della popolazione – in aumento di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, i tagli agli aiuti umanitari. Nel 2025, denuncia Save the Children, i fondi destinati all’assistenza alimentare, agricola e nutrizionale hanno subito un calo del 59% rispetto al 2022: un crollo dei finanziamenti che ha costretto a ridurre la portata degli interventi. Così, dai 36 milioni di donne e bambini iniziali da raggiungere si è passati a soli 16,7 milioni di beneficiari, lasciando circa due milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta grave senza cure e mettendo a rischio la vita di oltre 350mila persone. Un esempio della correlazione tra calo degli aiuti e aumento della malnutrizione è l’Afghanistan. Qui, negli ultimi quattro anni malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è aumentata del 14%, arrivando a colpire 3,7 milioni di bambini nel 2026. Nello stesso periodo, però, i finanziamenti e gli aiuti internazionali sono diminuiti di quasi il 70%, comportando la chiusura o la sospensione delle attività di 600 strutture sanitarie. In Uganda oltre un milione di rifugiati ha perso il sostegno alimentare, mentre ad Haiti la sospensione della distribuzione di pasti caldi alle famiglie sfollate ha aggravato i livelli di fame. In generale, a livello globale, le proiezioni indicano che un’ulteriore e rapida riduzione dei finanziamenti potrebbe causare fino a 22,6 milioni di decessi aggiuntivi entro il 2030, inclusi 5,4 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni.

Save the Children avvisa: siamo di fronte a quella che potrebbe essere la più grave emergenza alimentare del 21° secolo. Il suo impatto si fa particolarmente sentire in Paesi come lo Yemen, dove si stima che 2,2 milioni di bambini, quasi uno su quattro, soffrano di malnutrizione acuta e 500mila di malnutrizione acuta grave a causa del conflitto e della crisi economica, mentre la recente escalation delle violenze rischia di aggravare ulteriormente la situazione. La crisi si estende anche al Malawi, dove un milione di bambini sotto i 5 anni è in condizione di malnutrizione acuta e all’intera Africa orientale e meridionale. Secondo le stime, entro l’inizio del 2027 circa otto milioni di bambini in Madagascar, Malawi, Mozambico, Zambia, Uganda e Kenya potrebbero trovarsi in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con un aumento del 30% rispetto ai livelli attuali.

In apertura: un bambino di un anno affetto da malnustrizione riceve cure mediche da parte di un’unità mobile supportata da Save the Children a Kapoeta, in Sud Sudan (Save the Children)

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